LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z T TES
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tessitore:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Vico di
Tessitore – filosofia campagnese -- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza
(Napoli). Abstract. Keywords: Cuoco.
Grice: “Cuoco argues that Plato is really an Italian!” -- Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Grice: “If there’s Oxonian dialectic and Athenian dialectic [la
scuola d’Atene], there is, to follow Tessitore, the ‘scuola napoletana.’” Storico della filosofia italiano. Docente di storia
della filosofia, senatore e deputato, da decenni dedica i suoi studi allo
storicismo e al pensiero politico. Ha dedicato scritti a Cuoco -- Lo storicismo
di Cuoco. Laureato in giurisprudenza, insegna filosofia del diritto,
storia delle dottrine politiche ed è professore di storia della filosofia
nell'università Federico II di Napoli, di cui è stato rettore. Socio
corrispondente dei Lincei, nazionale; senatore della Repubblica; deputato
dell’Ulivo. Tra le opere dedicate alla storia dello storicismo e del pensiero
politico, si ricordano: I fondamenti della filosofia politica di Humboldt; Meinecke
storico delle idee; Storicismo e pensiero politico; Profilo dello storicismo
politico; Filosofia e storiografia; Storiografia e storia della cultura;
Introduzione allo storicismo, Schizzi e schegge di storiografia arabo-islamica
italiana; Introduzione a Meinecke; Lo storicismo come filosofia dell'evento;
Nuovi contributi alla storia e alla teoria dello storicismo; Storicismo e
storia della cultura; Interpretazione dello storicismo; Altri contributi alla
storia e alla teoria dello storicismo; Stato italiano e nazione italiana.
L'anomalia italiana; Trittico anti-hegeliano da Diltehy a Weber. Contributo
alla teoria dello storicismo; Da Cuoco a Weber. Contributi alla storia dello
storicismo. Gli è stato dedicato il volume Filosofia, storia, letteratura:
scritti in onore di T. -- a cura di CACCIATORE (vedasi) et al. Si laurea in
giurisprudenza -- la sua tesi ricevette dignità di stampa -- a Napoli, allievo
di PIOVANI -- è libero docente per meriti eccezionali in filosofia del diritto,
e professore. Insegna storia delle dottrine politiche; quindi, in poi, storia della
filosofia. Preside della facoltà di magistero dell'università degli studi di
Salerno. Preside della facoltà di lettere e filosofia dell'università Federico
II di Napoli, della quale è stato anche rettore. Socio dell'Accademia
dell'Arcadia col nome di Echione Cineriano. È inoltre socio nazionale
dell'Accademia dei lincei e di numerose altr’accademie. Diregge il Centro di
studi vichiani del CNR e fa parte del consiglio scientifico dello stesso centro.
Presidente della Fondazione Piovani per
gli studi vichiani e del consorzio inter-universitario Civiltà del mediterraneo.
Presidente del comitato tecnico scientifico della fondazione Amato onlus; socio
dell'Istituto per l'Oriente Nallino di Roma; vicepresidente della fondazione
Cortese. Siede inoltre nel consiglio direttivo dell'istituto italiano per gli
studi storici fondato da CROE. È stato componente del consiglio scientifico
dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani. Membro del consiglio universitario
nazionale, in cui è stato presidente del comitato di lettere, lingue e magistero,
vice presidente della Fondazione teatro di S. Carlo, componente del consiglio generale
della fondazione Banco di Napoli, del Consiglio direttivo e vice presidente della
CRUI, la Conferenza permanente dei Rettori delle Università italiane; cavaliere
di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica. Senatore della Repubblica
italiana nelle file dei Democratici di Sinistra L'Ulivo e deputato nelle file
del L'Ulivo. Medaglia d'oro della Scuola dell'arte e della cultura e della Scienza
e della cultura. Autore di molti saggi -- ai quali sono stati assegnati numerosi premi. Saggi:
Aspetti del neo-guelfismo napoletano, Morano, Napoli; Crisi e trasformazioni
dello STATO: recerche sul pensiero gius-pubblicistico italiano, Morano, Napoli;
Fondamenti della filosofia politica, Morano, Napoli, La storia dell’idee, Monnier,
Firenze, Profilo dello storicismo politico, POMBA, Torino, Lo storicismo, Laterza,
Roma, Meinecke, Laterza, Roma; Filosofia, storia e politica in CUOCO (si veda),
Marco, Lungro); Contributi alla storia e alla teoria dello storicismo, Storia e
Letteratura, Roma; Interpretazione dello storicismo, Scuola Normale, Pisa; Contributi
alla storiografia arabo-islamica Edizioni di Storia e Letteratura, Roma); La
mia Napoli. Frammenti di ricordi e di pensieri (Grimaldi, Napoli); Letture
quotidiane, Editoriale scientifica, Napoli, che raccolgono articoli di giornali
quotidiani. Trittico Anti-hegeliano da Dilthey a Weber. Contributo alla teoria
dello storicismo (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma; Da CUOCO (si veda) a
Weber. Contributi alla storia dello storicismo, Edizioni di Storia e
Letteratura, Roma. Fonda il “Bollettino del Centro di Studi Vichiani”, Archivio
di Storia della Cultura, Civiltà del Mediterraneo, pontaniana. unina. Curriculum
su filosofia. unina. Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Nome compiuto: Fulvio Tessitore. Tessitore. Keywords: Cuoco. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Tessitore,” per H. P. Grice’s gruppo di gioco, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Testa:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della nemica fortuna
– la scuola di Tidone – filosofia piacentina – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Tidone). Abstract. Keywords: implicatura, nemica
fortuna. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Tidone, Piacenza,
Emilia-Romagna. Filosofo. Nato a Borgonovo. M. Piacenza; studia al collegio
Alberoni, da cui uscì prete Rifiutata la cattedra universitaria a Pisa
offertagli da ROVERE, è deputato al parlamento piemontese e presidente onorario
della facoltà filosofico-letteraria di Parma. La sua evoluzione intellettuale
mosse dal sensismo anti-razionalistico di Condillac e, attraverso il recupero
della tradizione scettico-soggettivistica, approda al criticismo Di essa sono
chiara testimonianza le sue opere più importanti: Della filosofia dell'affetto;
Filosofia della mente; Il nuovo saggio sull'origine delle idee di SERBATI esaminato;
Della critica della Ragion pura del criticismo. Rifiuta la cattedra filosofica
a Pisa e prefere lavorare a Parma, divenendone presidente dell'area
filosofica. Deputato al parlamento sabaudo. T. Storia di un povero
pretazzuolo di Fausto Chiesa, pubblicato dalla libreria Romagnosi di Piacenza. Treccani
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. „,tr,*mT—r m-m r- T“ » 11 V 'or- , , I •
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COLLEZIONE DEGÙ OPUSCOLI ♦ DITI SD INEDITI di T. PROFESSORE DI FILOSOFIA NEL LICEO DI PIACENZA .
v» PIACENZA DAI TIPI NAZIONALI DI A. DEL MAJNO
1/ EDITORE agli italiani risorti Aline riami m retili animus. Tacito
Apric. Premi. Il presente manifesto è stato scritto colla penna colorata in
rosso, verde e bianco, desideratissimo segno dell’unione c dell' Indipendenza
Italiana. Finalmente noi ci risentiamo da un lungo letargo, che non poteva
spegnere la virtù nostra, ma nondimeno la impediva si che lo stato nostro
rendeva sembianza di morte. Fratelli , leviamoci a salutare con viva gioia questo
bel giorno che i nostri padri invocarono ansiosamente , e di cui non poterono
fingersene nell’ animo , se non come gli albori che 1’ annunziavano. Ora il
desiderio de’ nostri pa- dri , questo giorno tanto pregato , a noi
sfolgorantissimo , col lento correre de’ secoli fu condotto dalla divina Prov-
videnza. Perchè non è a credere che le grandi mutazioni si operino in un istante.
Un secolo prepara 1’ altro. Nel- 1’ ordine fisico non meno che nell’ ordine
morale e politico 5 concedevano le cantilene de’ bagordi c de’ bordelli, le
quali anzi si volevano sostituite : pure il vestimento italiano era un delitto,
che le leggi , cioè le parole che avevano no- me di legge, perseguitavano.
Queste infamie sono ora ces- sate, e il nostro cuore può liberamente sfogarsi,
e 1’ animo ricrearsi nel pensiero dei grandissimi beni che già ci ven- nero, e
che speriamo ognora maggiori. Dei quali, al pro- posito nostro, noi qui non
accenneremo che la libertà del- la stampa. E di questa ci gioveremo per
pubblicare ora in ogni lor parte le scritture minori dell’ Abate Testa , sì
quelle già stampate che furono guaste e smozzicate dal capriccio , dall* ignoranza
, dall’ invidia , dallo spirilo di parte di chi sedeva arbitro nella Censura, e
quelle ancora che, per correre che facessero 1’ Italia, non trovarono ap-
provazione dai Revisori. Se con iscapito , o no , del pub- blico, il pubblico
lo giudicherà. Diciamo intanto dell’ edizione che intendiamo di fare. Sarà
questa la Collezione degli opuscoletti del Testa editi ed inediti , de’ quali
si faranno due volumi. Comincerà il primo con un opuscoletto che ha per tito-
lo : Alcune considerazioni sopra la natura umana, che sono appendice alla
Filosofia dell’ affetto dello stesso Autore (1). Nelle tre edizioni, che finora
si sono fatte, non si è potuto ottenere dalle Censure, sebbene da Torino a
Palermo siano state tentate tutte, di unirvi due discorsi, parte essenziale di
quel lavoro. Ciò sono : - Discorso intorno al Governo considerato come un
bisogno dell' Umanità : ed un altro, che la Religione riguarda, nella medesima
veduta. Avrebbe potuto il Testa stamparli a Parigi , dove ha amici e pro-
tettori : ma stampare un libro a Parigi , e generare male- li) Dell» Filosofia
dell’ affetto voi. 3 in 8.", Piacenza per Del Ma- no 1829. • 6 voglienze c
sospetti nel proprio paese, dove si proibiva, non parve a lui buon consiglio ,
c si rimase. Noi ora li stamperemo ambiduc, c manderemo innanzi quello del Go-
verno , quale uscì dalla sua penna appuntino ; poiché egli non vuole cambiarvi
un ette , nè aggiungervi niente di ciò che migliori tempi condussero a noi. In
questo discorso il lettore troverà il Testa , ma il Testa di venti anni fa. Nel
vigore dell’ età , e nel calore che mettono , ben meditate , le storie antiche
e moderne, il suo stile è veemente da non presagirne il freddo spositore di
Kant (1) ; il concetto ar- dito come quello di un ardentissimo desiderio
ritenuto lungi dal suo oggetto , ma pure colla speranza di aggiu- gnerlo. La
quale non gli falli mai; poiché sempre avea roc- chio ai movimenti progressivi
del pensiero comune, che, sebbene impedito, dovea poi vincere ogni ostacolo.
Egli è dettato con alquanto di scaltrezza voluta a que’ di. I mali gravissimi e
realissimi dei vari reggimenti delle città, sono quivi assituali come
obbiezioni dei detrattori dei Governi ( non si poteva farne la tesi da chi
voleva stampare ) alle quali succedono le risposte di quella forza che ognuno
può immaginare , dove più spesso la verità è nell’ opposi- zione. Ma questo
artifizio fu invano , come è detto. E già (i) La Terza Parte dell' esame di
Kant , che da tre anni aspetta d' essere stampata , sari fatta di pubblica
ragione tosto che siano pubblicati i due volumi qui menzionati degli scritti
minori del Testa, e ad essa sarà aggiunta una Dissertazione, ove si discute
quello ebe nelle Tnstituzioni Filosofiche del Gesuita Polacco Demouski ( ebe
erano il testo dell’ insegnamento filosofico gesuitico in Piacenza ed altrove )
volevasi mettere nella testa de’ giovani studenti in filosofia , intorno a
Kant. Ella doveva trovarsi alla fine del secondo volume dell’ esame di Kant ;
fu mandata a Parma per I’ approvazione , e nc ebbe in risposta da quella
Censura : r> Non è permesso di stampare cosa che sia in disistima dell'
insegnamento gesuitico n. Felice notte a cui frutta ! 7 l'amico del Testa, il
chiarissimo Avvocato Pietro Gioja, ne io avvisò , allora che , avendolo
richiesto di mandargli qualche cosa per la Strenna Piacentina , ed avendo dal
Testa ricevuto quel Discorso , gli rispose con lettera del 18 Agosto 1844, in
questi termini: < La ringrazio del manoscritto mandatomi. Lo ho letto, ed ho
visto che è cosa alta e fiera, di cui la nostra Cen- sura spiriterà.
Sinceramente non lo credo stampabile : non è cosa pei nostri tempi. Troncarlo
qua e là sarebbe follìa : è opera da non guastare , e si guasterebbe levan-
done una qualsiasi parte. Se ella mi dirà di nuovo : ten- tate la prova, io la
tenterò ; ma è tempo proprio perduto. Volendo scrivere, adesso bisogna prima
evirarsi, o par- lare di vapori , di strade ferrate , di palloni areostati- ci
, ecc.; industrie e lodi del secolo. - Mi creda di cuore , c con sincera
riverenza • \ Suo Servo ed Amico — P. GIOJA. La mercè di Dio , e di quel Grande
che ci racquistò la libertà, noi ora baldi e sicuri lo stamperemo. E con egua-
le alacrità aggiugneremo quel brano di Discorso intorno la Religione
considerala come una spontaneità dell" umana na- tura, che il Teologo
parmigiano, il canonico Giovanni Al- lodi, allora Censore , rifiutò per la
stampa , c con incredi- bile audacia volle postillare. Che non Io avesse mai
fatto per r onor suo. Poiché il Testa , sorridendo alla squisita sapienza del
dabben uomo,’ fecelo stampare a Lugano, con quelle postille istesse , senza
degnarle di risposta alcuna , e solo all’ ultima postilla , là dove il Teologo
scrive che : i In tutto quel discorso è troppa la parte della ragione » si
contentò di rispondere : « Preghi il cielo che il sover- chio di ragione , che
è nel mio discorso , possa passare 8 nelle sue annotazioni future ; poiché, per
queste che ci ha dato, il male è irrimediabile > . A quel brano di Discorso
seguiteranno le due Difese delle novelle morali dell' ab. Taverna , dalla più
schifosa lega di alcuni giornalisti Modenesi chiamate in colpa di dottrine non
sane. E qui ci occorre di dover lamentare i troncamenti ed i guasti recati a
quelle dalle operazioni dei Norcini censoriali. La prima difesa ebbe l’ onore
d’ es- sere storpiata in Parma : la seconda , non voluta in alcun modo
approvata in quella Capitale , fu mandata a Bolo- gna , dove ebbe a sofferire
ritagli dolorosi , notabili can- cellazioni , e storpiature tali da sguisarla
sì che in alcuni luoghi non vi si trova senso. Noi ora le ristamperemo quali
furono dettate dall’ autore , segnando i passi sop- pressi con lineette, perchè
il lettore possa conoscere l’ini- qua oppressura dalla quale siamo campati (1)
, e ad esse aggiugneremo 1' Apologia di Giuseppe Taverna contro il Giornale
letterario scientifico di Modena, scritta da lui stes- so , che è compimento a
quella Polemica , eterna vergo- gna di chi la mosse. E qui pure siamo dolenti
per dover ricordare, come quella Apologia , solo dopo un anno e più mesi , fu
ri- mandata all’ Autore dai Censori parmigiani senza appro- vazione , c colle
dotte postille del Teologo Censore ; che non vergognò di farla da maestro al
Taverna. Tanto è su- perba la Teologia nelle piccole teste ! Fu poscia mandata
a Torino. Ahi , dura necessità ! Fermiamoci a considerare (1) A crescerne I'
abbonimento , stamperemo i passi soppressi dai Censori anche nella Filosofia
dell’ Affetto , nell’ Esame del Ifuovo Saggio dell'^6. Hosmini , nella
Filosofia della menta , ed in altre scritture di minor conto, indicando le
pagine dove avevano a trovar- si. E cosi il lettore ai avrà intero il pensiero
del Testa, il quale non è mai ritornato illeso da' qne' spietati Norcini. questo
fatto , clic ci gioverà per sentire l' importanza del bene che abbiamo
aggiunto. Uno dei più illustri e bene- meriti del paese nostro non pure ma
dell’ intera penisola , imputato d’ insegnare dottrine perverse nelle sue
novelle morali , giustamente indegnato si leva contro quell' orren- da
imputazione oltraggiosa a lui non meno che all' Italia tutta , la quale si
tenne sempre quelle novelle carissime , e tuttora le da leggere ai giovanetti
per ammaestrarli nel- la virtù. Per difendersi manda alla Censura di Parma un
suo scritto , che ci prova l' illibatezza de' suoi sentimenti , la verità e
purezza de' suoi morali dettati. Che fa intanto la Censura ? Si tiene in tasca
il manoscritto per più di un anno , quasi 1' oltraggio al Taverna fosse un
manicaretto eh' ei dovesse gustare. Dopo , sbavigliando , risentesi dal torpore
, e glielo rimanda non approvato ; sicché , respin- to nel proprio paese , dove
egli , c tutti noi paghiamo uu tributo per avere giustizia , fu costretto
mandarlo fuori. Ahi dura terra , perchè non ti aprivi ! Queste parole sono
troppe per un manifesto. Ma noi amiamo ripeterle, perchè ricordando i mali che
ci afflissero , sentiamo ognora più la grandezza del bene che abbiamo
conseguito miracolo- samente in questa nostra età. Noi riprodurremo quel lavo-
ro con alcune aggiunte che faranno al caso ; e saranno al- cune lettere che il
Testa ebbe a scrivere in quell’ occasio- ne , tutte fuoco , e piene di tanto
alTelto , e di tanta ra- gione , che , speriamo , saranno gradite a tutti che
sento- no altamente. La risposta che fece il Testa alle Osserva tioni sull'
Intro- duzione alla Filosofia dell’ affetto, inserite nel voi. 137 del giornale
Arcadico del Marzo 1S30, sarà ristampata, e viene qui in acconcio come quella
che è fatta ad un autore che è della mala risma de’ giornalisti Modenesi
succennati. 1 Legulei , ammonimento al popolo, opuscolctto che eb- 10 bc già
tre edizioni , sarà riprodotto ; solo che in questa ristampa sarà levato lo
sproposito di lode che è nella nota alla pagina 7 dell' edizione piacentina ,
il quale mise non pochi di mal umore, che accusarono di sbadataggine 1’ au-
tore ; c vi sarà sostituito quel vero che i tempi hanno chiarito. Finalmente un
altro ammonimento tra il serio ed il fa- ceto chiuderà la marcia di questi componimenti
, che si conterranno nel primo volume della nostra edizione. E ciò sarà uno
scrittarello , ove è discorso : - Della necessità di procurarsi le quitanze,
onde aiutare la memoria e l’ onestà vacillante di molti. - Anche le bazzecole ,
quando cadono in buon terreno , fruttificano qualche bene. Questo ammo- nimento
, senza renderli diffidenti , farà cauti coloro che trattano commerzii. Veniamo
alle parti del secondo volume. Questo si com- porrà dei seguenti opuscoli già
stampati, ma fatti rari, ed alcuni anche esauriti. 1. ° Del male dello
scetticismo soggettivo trascendentale c de’ suoi rimedi. 2. * Considerazioni
sopra l’Introduzione allo studio della Filosofia per Vincenzo Gioberti. Prima e
seconda parte. 3. * Discorso sulla Storia della Filosofia del professore
Lorenzo Martini. 4. ” Esame delle Ricerche Apologetiche sul Cristianesi- mo del
popolo, dell’ abbate Bignami. ALCUNE
SOPRA LA NATURA UMANA c* cosa è T uomo ? - Platone, dicesi, chiamollo un ani-
> male bipede , senza piume. Se tanto è che 1* altissimo dei filosofi sia
disceso a questa meschinità, io penso che, non seriamente, ma un po’ inacerbito
contro i sofisti che ride- vano l* alto suo pensare , mirasse con arguta beffe
a qua- lificarli ed a rintuzzarne la petulanza. Questo mi persua- dono e la
gravità delle sue dottrine e il sublime concetto dell* umana ragione eh’ ei
guardava come un riverbero della divina. Checché ne sia, noi , quetamente
riducendoci alla coscienza , diremo 1* uomo : un essere che conosce , sente
bisogni , e muovesi per soddisfarli. Che conosce ! è una gran cosa questa , è
tutto f argomento della filosofia razionale. Ma noi non lo discorriamo ora qui
: e in vece vogliamo occuparci alcun poco del secondo modo della vita, che è
nel sentimento de’ bisogni, e vedere come indi traggono le industrie e i
mestieri, le arti belle, le scienze, lo stato e tutto in somma quel movimento
che è la storia dell* umanità; la quale, in quanto vuole, è tutta in un fatto
solo , in questo di appagare i bisogni. Cominciamo dalTe industrie. n Sezione
!. Industrie r Mestieri. Dove siamo ? In un paese nemico. L’ uomo , die si
mostra su questa terra , viene in un paese nemico ; e ciò non pure in alcune
parti del globo , ma in tutte ; non per alcuni, ma per tutti gli uomini e in
tutti i tempi : concios- siachè in tutte le lingue l’uomo usa dire, doversi
guardare dagli insulti dell' aria, dalla distemperanza delle stagioni ;
difendere dalle gragnuole , dalle dirotte , dall’ arsura , dal gelo. Ora, dov’
è difesa , ivi è nimistà. Questa terra adun- que gli è in maledizione. — Ma
egli vi trova il suo nutri- mento. — Io lo nego. Se gli uomini non lo avessero
a- spettato che dalla spontaneità d’ un terreno incolto, il mon- do da lungo
tempo sarebbe stato diserto d’ uomini , o di pochissimi popolato, che virerebbero
quasi in una bestiale stupidità. Non sono molto sparse le palme di che può
prendere l’ uomo cibo e vestimento, nò la Provvidenza gli manda mangiare per
alcun corvo. No, non trovò, ma con molta sollecitudine dovè procurarsi la vita
, e , nel sudore della sua fronte , mangiare il pane della fatica ; dovette
combattere per vivere (1). Certo che noi ora non sentiamo (1) Udì cosa alla
quale non si fa ora molla attenzione , è la guerra che hanno dovuto sostenere i
primi uomini contro le Gere. Noi , che dobbiamo fare i lunghi viaggi , per
incontrare un leone , una pantera , e andarne faticosamente a caccia per
metterne qual- cuna in {spettacolo sulle nostra piazze come cosa da
meravigliare , malagevolmente ci conduciamo a pensare la quantità prodigiosa
che una volta dovette par essere in sulla terra. Ciò non pertanto, a
convincerne , non ci fa mestieri di cercare molto indietro nelle isto- rie.
Consideriamo quante nel circo e nelle pubbliche feste dell' an- tica Roma si
ammazzavano bestie feroci , per diverUre il popolo. Qual potenza europea o
quale asiatica dominazione potrebbe ora fbr- Digitized by Google ir, una si
grande nimistà, perocché questa guerra già fu vin- ta da chi ci andò innanzi ;
ma non fu però , anche dopo 1' opera di tante generazioni, dopo tanti secoli
accumulali, non fu vinta al tutto : nò si poteva per le incessanti ne- cessità
del vivere, nè si potrà mai, anche perchè nella vit- toria stessa è il germe di
nuovi bisogni , di nuovi assali- menti. Imperciocché, qui, vincere non è
spegnere : questo è impossibile ; e uon sareabe che morte una tale vittoria ;
ma ordinare le forze della natura , onde addurre prospe- revoli avvenimenti a
lui che, quasi strano della terra, do- vè rifarla pel suo soggiorno. E rifarla
che vuol dire ? Con- iarne , non dico quel novero , cosa impossibile . ma pure
una pic- colissima parie ? Metello , dopo il conquisto della Macedonia , con-
dusse cento cinquanta elefanti cbe furono fatti morire tatti a colpi di frecce
nel circo : Pompeo , il giorno cbe dedicò il suo teatro , fece vedere a’ Romani
quattrocento dieci pantere, e seicento • leoni : Ce- sare , che pur voleva in
ogni cosa vincer gli altri , ancora privato , mostrò al popolo romano
quattrocento leoni tutti con giubba. Con- sacrandosi il tempio di Marcello ,
furono messi a morte ducento ses- santa otto linai c trecento dicci pantere.
Non diremo di Augusto, il quale , come si raccoglie da una iscrizione . più di
tre mila e cin- quanta bestie selvatiche diede a morte , a vista del popolo ;
di Tito cbe sino a novennio ; di Trajano, dopo la vittoria sopra i Parti, sino
a undici mila di razze diverse : non di Probo , nè degli altri per infino a
Costantino. Ora una si tremenda abbondanza ci prova quanto ha dovuto penarn l’
uomo , innanzi di abitare la terra con sicurezza. Era in quei tempi il pericolo
si grave , e si vicino al- l’ abitazione dell' uomo , che Senofonte , nella
famosa ritirata , do- vette nsare le forze del suo esercito , per aprirsi la
via al ritorno : e , pur sotto le mura di Cartagine , dovettero le romane
coorti ap- parecchiare catapulte e stranienti d’ assalto , per vincere un
serpente. Il teone si è rinselvalo ; ma I' nomo ba dovuto cacciarveio. La terra
è deli' uomo ; ma sotto la condizione di combattere. Pure questa guerra può
finire. Ma quello , che non finirà mai , è la necessità di faticare per trarne
nutrimento. Diboscate il suolo e rimanetevi dal lavoro ; e voi troverete . non
molto dopo , il bosco ancora. 16 dursi alle industrie tutte, per cessare ìc
punture cd-i pe- ricoli della vita. E qui si vuol dichiarare la parola
industria . A cer- carla sottilmente, anderemmo troppo per le lunghe. Dicia-
mone quanto è richiesto. Qualcuno ha detto essere V in- dustria un operare con
intelligenza (1). Fare alcun che di utile, è avere un’ industria. L’ impiego
delle nostre forze , cioè l' industria nostra, è la sola sorgente dei nostri
godi- menti (2). L’ industria , si è ancora detto , abbraccia tutte le
professioni utili alla vita. Ma queste generalità confon- dono le idee in vece
di schiararle ; epperò mentiscono sè stesse. E di vero, se ciò fosse che ogni
utile impiego del- le umane forze fosse a dire industria , tutto sarebbe indu-
stria nel mondo civile. Omero, Cicerone, Raffaello, Talma, Massillon , Vauban ,
Rossini , Cervantes, Alfieri , Canova , Bentam ecc. : qual confusione di nomi !
eppure tutti que- sti si direbbero industriosi; conciossiachè lutti sono e fu-
rono produttori d’ utilità per diverso modo. Gli uni pro- ' fittando
immediatamente all’ uomo per la poesia , per Y e- loquenza, per la musica : gli
altri operando la materia, formandola, figurandola, colorandola; onde creare un
di- letto, un istruzione, un bene, un utilità. Sotto il rispetto dell’ utilità
non è dunque permesso di fare distinzione al- cuna , sono tutti industriosi. Si
vogliono dunque lasciare quelle definizioni; però che muovono non terminabili
qui- stioni, e confondono ciò che nel comune linguaggio , non meno che nella
natura delle cose, è divisato. Dove intanto ci condurremo noi per un
sufficiente schiarimento ? Non molto lungi , penso. Ecco : per consentimento di
tutti gli economisti , Y industria si travaglia intorno la materia questa è ,
dirò così , 1’ argomento suo inesausto , 1* eterno (1) Travail intelligent. Say
J. B. (2) Destutt, Trattalo della Volontà t. 1.*, c. 10. soggetto del suo
adoperarsi. Ma che può 1’ uomo intorno la materia ? Pensateci bene : muoverla ,
e non mai altro che muoverla , e ciò per due modi ; or sia col darle una forma
che non aveva , or sia portandola da un luogo ad un altro. Qui è l' industria
fabbricatrice , e qui la com- merciale. Aggiugnetc F intento di un' utilità ,
che qualifica l' operazione razionale , e voi avrete la nozione di ciò che è
industria , che noi pensiamo di significare brevemente cosi : « Tutto quell’
operare umano , che consiste nel dare una forma alla materia , o tramutarla per
trarne alcun ser- vizio , quello è industria. » La quale , non che a cessare i
corporali bisogni , assaissimo giova all' uomo ancora per mantenersi in quella
elevatezza di sentimenti che si con- vengono all' alto suo destino. E questa è
pure la grandissima delle utilità, che , chi la pensa, non potrà disconoscere
derivarsi dalle indu- strie, come ce lo provano le storie di que’ popoli che
non ne curarono. Un popolo senza industria non ha altra scel- ta che di
abbiettarsi o di perire. Considerate il popolo romano. Ogni industria , tranne
I’ agricoltura , era presso di loro in ispregio come un' occupazione servile :
— senza arti proprie, ignorantissimo delle peregrine, solo curavasi in quella
sna feroce rozzezza del valor militare. — Vincere , soggettare, spiantare,
ridurre in cenere: - ecco la gloria ro- mana. Ciò nulla meno fu ancora un gran
bene F agricol- tura , e loro valse la libertà. Ma , quando le terre tutte
passarono nelle mani dei potenti (1), e furono perciò col- (1) Ai tempi di
Cicerone non erano che due mila proprietari qui rem haberent ( De O flint»,
lib. 2 , c. 2t ) , secondo che asserì Filippo tribnno dinanzi il popolo , e i
servi erano tanti che , poco dopo , Seneca ebbe spavento di ci6 che si voleva
loro mettere un segno per distinguerli dai cittadini « quantum periculum
imminerei , ti fervi nostri numerare no» coeperinl. » De. Clementi» lib 1 , e.
A. T. , Tom. I. 2 18 tivate dai soli schiavi , il rimaso de' cittadini fu senza
la- voro, epperò senza sostentamento. Sprovveduti , così, dove si condussero ?
A vendere i suffragi nei comizi , a procac- ciarsi con vili piacenterie la
protezione dei forti , a rico- gliere d’ in sulla terra un frusto di pane che
loro gittava d ' patrizio , o caricarsi le spalle d' un moggio di grano che
loro distribuiva il senato per cansare le ribellioni. In tali distrette, che
potea alla Gn Gne accader loro? La storia lo dice. Non avendo piìi fondamento
il viver civile , vennero sotto il giogo degli imperatori : ogni virtù, che
potesse ad ordinare la città, era già spenta ai tempi di Tullio. Ei si duole ad
Attico non esservi più ordine buono. Quelli, che tu chiami buoni , dove sono
essi ? gli scrive : io non ne conosco uno (1). E questa corruzione fu nei
Romani in grandissima parte; però che, non avendo più a bottinare, si trovavano
miseri nella loro dappocaggine. La quale miseria dei molti fece tracotanti i
pochi , guastò pure gli ordini dei potenti, agevolando le vie dell' ambizione,
delle soperchierie; con che perirono la libertà e la morale. Per le corporali
necessità , che sono la comune con- dizione , non meno che per quel senso di
elevatezza che è provato nell’ incivilimento , è dunque condotto 1' uomo alle
industrie. Vero è che taluna volta , per la soverchia agiatezza , che indi se
ne trae , accumulata ne' pigri suc- cessori , ci nasce una generazione d'
uomini che non vo- gliono più incontrarne i pericoli e le fatiche , che si ri-
mangono nell' ozio , nell’ infingardaggine , nell’ ignavia , ignoranti d' ogni
utile adoperare , schietti e puri consu- matori, d’ ogni onesta disciplina, d’
ogni arte proGtlevolc sprezzatoci. Ma questo pure ci prova che l' industria
mos- se dal bisogno ; poiché ci mostra che , dove sia attutato , Quo j (u bonot ette dicas , non intclligo :
ipte nuiioi novi. - Ad Attienili , lib. 7 , «pisi. 1 . Digitized by Google 19
ogni bello adoperare si cessa. Ci mostra ancora che sono male avvisati gli
uomini, quando la prudenza istintiva del bisogno non li governa. Perchè, senza
dire del vizio e della corruzione che seguitano il non fare , le angustie dell'
ignoranza , le noie che stringono I’ oziosa sonnolenta ricchezza, sempre è vero
che niuno è padrone degli avve- nimenti , che 1’ uomo da una grande prosperità
può veni- re nella miseria, condannato alla questua e al disonore. Io so che
niuno di noi sarà condotto nell’ isola di Robinson: ma chi ci assicura dai
cadimenti della fortuna , quando leggiamo precipitata Y altezza de’ più gran
re? Imperò, se I' uomo selvaggio è stimolato dalla fame e dalla sete all’
operare , 1’ uomo nella civiltà dovrebbe essere educato a sentire i bisogni
della prudenza. Ciò non vuol dire che s' abbiano a fare , de' facoltosi , tanti
falegnami come r Emilio di Rousseau ; ma ci prova che niuno deve es- sere
disutile, che ciascuno dovrebbe essere potente a fare il proprio bene , nel
quale è pur quello degli altri , se bene intendiamo il vivere sociabile.
Nientedimeno , sven- turatamente , noi vediamo in questa lagrimevole non cu-
ranza , e vergognoso spregio d’ un utile operare , venire gli uomini quasi per
tutto dove nella facile abbondanza trovano , per l’ opera altrui , onde
compiere i proprii desideri’! molto soavemente e senza un moto che costi loro
il più lieve disagio. Ma ciò , che è più a meravigliare , e può parere con-
trario all’ esposta dottrina , si è che , non pure nell’ ab- bondanza, ma nella
penuria ancora, nella più grande inopia troviamo questa maledizione dell'
inerzia che spregia ogni utile fatica. Sono tuttora molti selvaggi che , pur
cono- scendo, perocché sono vicini a’ popoli con ordini di civil- tà , ciò che
fa dolce e graziosa la vita , non se ne danno pensiero. Veggono meglio
allogarsi 1' uomo in una casa, 20 e piti sicuramente dai ladroni, dalle piogge,
dalla sferza del sole , dall’ ira de’ venti , che non in quelle loro ca- panne
aperte ad ogni intemperie; più confortarsi dormen- do sur un letto di materasse
, coperto e caldo , che , rag- gruzzolato in una caverna , giacersi sull' umido
terreno , il verno , o , ardente 1’ estate , nelle sozzure di fastidiosi
insetti. L’ arabo errante potrebbe , cosi come quello del- 1’ Yemen , dimorarsi
e coltivare le vastissime regioni che non sono ancora occupate ; ma egli
preferisce di correrle, come usano le mandre selvagge, e coglierne quel frutto
che spontaneo gli offerisce il terreno senza fatica , e guer- reggiare le
carovane , le vicine tribù , vivere di rapina e di assassinii. Dove troveremo
noi un po’ di luce che ci mostri onde sia tanta oscurità di mente e di cuore in
uo- mini che paiono sceverarsi dalla pur comune natura. Non la cercheremo
lontano. Gli uni ritraggonsi dalle civili usanze appunto perchè nelle civili
nostre delizie non pen- sano un ricambio delle tante dipendenze nostre , di cui
sarebbero miserabili (1). Non sono lungi dalle provincic unite d’ America le
tribù selvagge che ridono la libertà dei Wasingthon e la paurosa polizia che la
guarda. Gli altri , cresciuti in una maniera d’ onore che la violenza coniò ,
pensano viltà il procacciarsi coll' industria quello che loro somministrano le
armi : e però più loro aggrada godersi dell' altrui senza disagio , che
guadagnarne colla fatica. 11 guerriero si abbietta , lavorando , dice il
selvag- gio del nord di America; vincendo, si vive orrevolmente. Questi pregiudizii
sono in parte venuti infino a noi , e molto rispettati. Non ci mancano tuttora
di questi eroi (1) SI vuol notare che il selvaggio non è così incomodato dai
mali fisici come I' nomo della citli. Dopo le belle sperieme di Peron e Régnier
ì dimostrato cbe la fona muscolare dei nostri nomini fa- ticosi vince quella
dei selvaggi ; ma questi sono piò forti contro le intemperie deir aria. che
paiono discendere dai lombi degli antichi selvaggi conquistatori i quali
abbominavano la fatica : in ciò diversi però, che il generoso seme ha messo
l’onore, non nel vincere, ma nel non far nulla. Ma non sono molti cote- storo :
e noi possiamo consolarci ; però che gli uomini , ove sono chiariti , sentono
generalmente la nobiltà della loro destinazione, la nobiltà del fare. -Ma il
lavoro, ascolto dire , fu un castigo. No , innanzi che fosse un castigo , fu un
dovere. La bibbia lo dice. Prima del peccato , Iddio pose 1’ uomo nel giardino
d’ Eden , perchè Io lavorasse e guardasselo « ut operaretur et custodirei
illuni ( Genesis , c. 2, v. lo ) ». Nè, perchè il dovere si stringesse dap- poi
sensibilmente per le corporali necessità , fu meno no- bile 1* uomo che
compievalo. Ei vi trovò un ristoro a’ suoi bisogni; e questi bisogni sono ora
le potenti molle che ci restarono nell’ inerzia di quel peccato ; per loro ,
dopo quel cadimento, noi sorgiamo all’ operare. Tanto è nell’ e- tcrna
dispensazione, alla quale niuno deve cercare cavilli. Diremo noi perciò che
que' sapienti , i quali della pazienza nella privazione fecero una lode e ci
lasciarono documento di virtù nell’ annegazione d’ ogni diletto , fos- sero
male avvisati , quasi si studiassero di affogare il ger- me delle utili fatiche
e il mondo tornare alla selvaggia barbarie (1) ? No certamente quando una dura
necessità invincibile ci dilunga dal desiderio ; 0 il tenerci nella (1) Seneca
, di quella scuola , che Insegnava doversi gittare la ciollola , perchè delle
mani poievasi fare scodella , cosi ammaestra nella pistola novantesima il suo
Lucilio : « Non bramerai artefici , ove tu segua natura. ( Diamo questo brano
della bellissima tradu- xione di Giuseppe Taverna , che giè avrebbe veduta la
luce , se il Compilatore Cispadano non fosse morto prima che nato ). Ella non
ci volle affannali ; ci armò a qualunque cosa ne costringeva. — Il freddo è
intollerabile a corpo ignudo : che dunque ? Pelli di fiere e d' altri animali
non possono ripararci più che a sufficienza dal fred- 22 quiete della pazienza
, pur privati del bisogno nostro , è richiesto dall’ esercizio della virtù. Ma
tanto sarebbe mortalissimo nell’ universale. Se non che non è a te- mere che si
distenda ai molti. 11 bisogno , noi lo vediamo , e la storia ce ne ammaestra ,
non potè nei più, nei moltissimi, quasi in tutti , essere vinto da quelle
dottrine , e venne faticoso a quei trovamenti che alleviano la miseria della
vita. Queglino stessi , che la predicavano , dovettero il loro durare al non essere
ascoltati , e ricevettero un pane da coloro che volevano sapienti nella
miseria. Per siffatto modo la Provvidenza vince le umane stoltezze , che nei
pochissimi , per divino do? parecchie genti non cuoprono la persona di cortecce
d'alberi? penne d’ uccelli non s’ innestano in foggia d' abiti ? oggidì gran
parte degli Sciti non veste dossi di volpi e di sorci , che son molli al tatto
e impenetrabili a' venti ? D’ uopo è pure lontanare con fitta ombra il calore
del sole estivo. Che dunque? L'antichità non appiattò molli luoghi che, o per
li danni dei tempo o qualsiasi altro caso scavati , si profondarono in
ispelonche ? Che dunque? Non tesserono con mano graticci di vimini e
impiastrarono di vii fango , poi di seccia e altr' erbe silvestri co- prirono
il comignolo , e sì le pioggie , giù per li declivi strosciando , trapassàro
securi la vernata ? Cbe dunque ? Non ricovrano in tane gli abitatori delle
Sirti? I quali, a respingere la caldura de* troppi ardori del sole , nullo
schermo hanno abbastanza saldo , se non la stessa arida terra. Non fu natura*
sì nemica che , ad ogni altro animale porgendo agevole V uso della vita , solo
all' uomo non dèsse poter vivere senza cotante arti. Ninna di esse ci fu da lei
comandata , niente ha che , a poter campare , sia da cercarsi con islento.
Nascemmo a cose ammanite ecc. » Non però tanto che non ci bisogni uccidere la
fiera , per vestirne la pelle ( cosa di non blando e leggero proecacia- mento )
, e poi conciarla , cucirla , foggiarla , se nou vogliamo met- tercela a bardosso
fetida e sanguinente- Oh la saviezza cbe s’accon- tenta alle cortecce degli
alberi , alle penne degli uccelli , ai dossi di volpi e di sorci , alle
spelonche , alle tane ! ! 23 » giudizio , si propaginano. Consideriamo la Cina
: questa conta un qualche centinaio di Giogue che si tormen- tano per quella
torta idea che s’ hanno formata di Dio, e traggono la vita in un ozio vilissimo
, che , se non è fonte di vizii in quella tanta loro inopia e in quei corpi
attenuati ed aridi per le molte astinenze , è certo un con- trariare alla
Provvidenza ; la quale , provvedendo 1* uomo di forze, guardava all* operare
(1). Or bene: questa Cina, che , sola , somma quanto , e più , che 1’ Europa
intera , oltre non aver giorno intimato per astenersi dal lavorare, ha milioni
e milioni d’ uomini che si travagliano per sod- disfarsi, cioè per aiutare la
vita che non ci è data con si- curtà , ma nella condizione di salvarla. E
perciò ottima- mente adoperarono gli uomini , che , scarsi a tanto , ri-
chiesero la natura e la soggiogarono. Fecero il conquisto del cavallo , del bue
, del camello e dell’ elefante , si gio- varono del movimento delle acque e dei
venti , e perchè (1) I nostri monaci ( che bene intesero il vangelo e si
tennero lungi dalle stoltizie dell' esagerazione e dalle puerili credulità )
non mangiavano pane , se non di loro fatica ; tessevano sportello o panno- lino
, facevano cinghie da muli , fabbricavano di ferro ; i più colti- vavano la
terra. Sotto la cura dell' abate Serapione ne stavano ben dieci mila , i quali
, coltivati i loro campi , andavano , anche a prez- zo, a lavorare gli altrui.
In queste fatiche guadagnavano assai; e ciò che loro soperchiava ( che , in
tanta loro astinenza , era grandis- simo ), largivano, non ai poveri, ma
agl'impotenti. La carità aiuta questi, non fa i neghittosi. Quando loro
capitava un letterato, che non s' intendesse d' allr' opera e non sapesse pure
un' articella da viverne almeno sottilmente , gli facevano tenere silenzio in
sino a sesta. Ottimo consiglio. Ottimamente intendevano quello di s. Paolo: Chi
non vuol faticare, non mangi. A questo proposito riferirò un fatte- rello che è
registrato nelle Vite de' Santi Padri ( T. 2, pag. 262), anche per mettere in
amore ai nostri giovani questa bellissima lingua no- stra, che, in quelle
scritture di un' ammirabile semplicità, ha tanta gra- zia ed efficace
proprietà, da innamorarsene chiunque ha fior di giudizio. u Un tanto frate
pellegrino venne a visitare V abate Silvane 24 questi alcuna volta si muovevano
contrarii e tardavano il loro desiderio, miracolosamente si aggiunsero la forza
del vapore , con che poterono , e contro il tiro delle acque e in dispetto de’
venti , spingersi innanzi e recarsi dove il volere li chiamava. Non contenti a
tanto , con più sottile ingegno si studiarono in ordigni , che loro fossero
gene- rosi compagni nella fatica , senza aspettarne il premio , e vi riuscirono
sino al miracolo. Nella sola Inghilterra , per non dire d’ altri paesi
fiorentissimi , si contano tante mac- chine che fanno a un di presso il lavoro
di tre milioni d' uomini , portano pesi , muovono macine , sollevano a- cque,
Ciano, tessono, stampano; sono gl' iloti inglesi che non mangiano , non bevono
, non dormono e operano tutto senza salario. Ora stringiamoci all' argomento. A
che cosa dobbiamo noi questi miracoli dell' industria ? Al bisogno,
chiarissimameute. E a questo non meno le arti belle , delle quali abbiamo a
dire. » lo quale tlava ni monte SintU , e , vedendo li frati lavorare »
manualmente , diete loro : Or perché operate cibo che peritee ? « Sapete che i
icritto che Maria elette V ottima parte. E , ciò uden- ■n do r abate Silvano ,
ditte a Zaccaria km ditcepolo : Dà a que- » tto frate un libro che legga , e
mettilo in una cella vàia. Ed n estendo nato quel frate in fino a nona in cella
, maravigliatati •e come non era chiamalo a mangiare , e guaiava e stava inteso
» te alcuno il chiamaste. E , passata nona , non sapiendo ni po- ri tendo più
sostenere , tuoi della cella e venne all' abate e distegli : » Or non hanno
mangiato li frati ? E l’abate disse di »t. Disse lo frate: n Or perché non mi
facesti chiamare? Rispose l’abate, e distegli, n motteggiandolo: Tu, uomo
spirituale, non hai bisogno di questi n cibi corporali ■■ ma noi n'amo uomini
carnali ; onde , reggendo n che abbiamo bisogno di mangiare , lavoriamo per
potere guada- ri gnare la vita nostra: ma tu hai eletta la buona parte con
Maria, » leggi ora tutto di, che non hai bisogno di questi cibi terreni. » Le
quali parole quegli udendo, ditte; Perdonami, padre. Disse n l’ abate : Sappi ,
fratei mio , che bisogno è Marta a Maria ; im- » perocché , perché Marta era
sollecita, Maria poteva vacare ». Digitized by Google 25 Sezione li. Belle
Arti. Sin qui ci è venuto di discorrere 1* opera del bi- sogno che muove
principalmente dalla corporale condi- zione , cioè le industrie , i mestieri
che ci procacciano i comodi della vita che è dei sensi. Ma questa non è tutta
I’ umana vita. Una più nobile si fa manifesta nell' uomo , che è nello
svolgimento di quelle facoltà che lo sceverano dalla condizione bestiale ; vita
che ha i suoi bisogni che le sono proprii , di che sono le arti belle e le
meraviglio- se invenzioni che lo innalzano grandemente sopra la na- tura tutta
e ne fanno il signore della terra. Queste poche parole cominciano a mostrarci ,
pure nella loro sorgente , la distinzione che è a mettere dai mestieri alle
arti ; di- stinzione importantissima, e non abbastanza notala in molte
scritture. Per tenerci dunque nella possibile chia- rezza , noi diremo mestiere
1' opera comandata dai biso- gni del corpo , e arte ciò che è operato dai
bisogni del- 1’ animo massimamente : diciamo massimamente ; perchè anche le
arti belle , in alcuna parte , si fanno un bisoguo della fisica sensitività.
Soavi altre differenze che si deri- vano dalle diverse facoltà messe in atto ;
ma non credia- mo necessario di notarle qui dove consideriamo le arti ed i
mestieri in quanto sono pure un bisogno dell’ uomo. Noi dobbiamo ora mostrare
come dai bisogni dell’ animo muovano veramente le arti , e cercare in queste
solo l' in- venzione , non curando la gretta imitazione che , stretta- mente ,
potrebbe non essere che un mestiere , cioè trar- re più da’ corporali bisogni e
dalla forza motrice , che dai bisogni dell' animo e dalle mentali combinazioni.
A dire di tutte singolarmente , sarebbe cosa impossibile , Digitized by Google
26 anche , perché delle umane facoltà , fatte studiosissime dal bisogno , non
si conoscono i confini : e , d’ altronde , non ci fa d’ uopo per conoscere la
legge principale del loro svolgimento. Diremo dunqne di alcune arti che paio-
no più lontane dalla nostra sentenza. Niun grande affetto è , che di fuori non
paia nel corpo : è un gran che ; pure l’ ipocrisia , sì studiosa, si attenta ,
sì scaltrita , non può lungamente celare i moti dentro dell' animo. Questa è
una necessità della corporale costituzione , che non ha mestieri di coltura ,
nè volere può impedirla. Il volto del selvaggio è così nell’ ira e nel- 1'
estasi amorosa espressivo , quanto , e forse più , che quello di Dante e di Petrarca
, tolti dai loro studii a tan- ta ingenuità e naturalezza. Ora questa istintiva
necessità , questa organica disposizione , se bene vi attendiamo , sti- mola 1’
uomo a movimenti considerati : alla spontaneità succede la riflessione , 1*
organo obbedisce al volere , lo studio séguito l’ impulso istintivo e cerca
onde soddisfare a quella inquieta spontaneità e spanderne il sentimento pure in
altrui. Ed a ciò nota i modi ond’ è il forte com- muoversi , trova la norma ; e
questa è I* arte. Così è sti- molo all' arte il sentimeuto , il quale , come
ogni cosa forte , tende a svolgersi e mostrarsi fuori come può nelle varie
circostanze. Questo mosse il rozzo selvaggio a can- tare r inno dei forti , per
onorare il capo che liberavaio dall' oppressione e dai timori delle vicine
tribù ; ne pre- dicò le gesle ad infervorare i lardi ; in un legno , in un
sasso ne scolpì le rispettate sembianze ; disegnò figure , e colorollc come
potè , che rappresentavano 1’ ordine del- la marcia , la fermezza , il coraggio
del valoroso ; levò un mucchio di sassi , per ricordare ai futuri l’ avveni-
mento , e volle ancora simulare nelle danze il fiero con- flitto e condurne l'
immagine moventesi alla posterità. So- Digitized by Google 27 no questi gli
esordii della poesia , della musica , dell' elo- quenza , della scultura ,
della pittura , dell’ architettura , del ballo ; espressioni di gagliardissimi
bisogni , ma nella rozzezza dell' ignoranza , che dovevano poi condurci , col-
la lentezza de' secoli , al Mosè di Rossini , alla Gerusa- lemme , alla statua
di Wasingbton , all’ arco-trionfale , agli obelischi. Dunque l’ anima sublime
di Canova fu mossa dal bisogno a quei miracoli dell’ arte che empierono il mon-
do di maraviglia? Sì. Io vi ho detto alcune maniere di questi bisogni , che
creano le arti : la maraviglia , la ri- conoscenza , I’ amore : ma voi , a
cessare la vostra mara- viglia r potete ben pensarne d' altra foggia , che vi
chia- riranno questa verità. Non è d’ un modo che si muovono gli uomini. Io ,
per mo’ d’ esempio , vi spiegherò Cano- va , vi dirò il suo bisogno. Pensatelo
bene , voi che siete capaci dei secreti di queste anime grandi. Eccolo : Le
forme che s’ appresentano ai sensi hanno una loro bellez- za ; ma niuna cosa è
in natura sì compiutamente bella , che non sia o non paia in qualche parte
manchevole. Ora questo difetto conduce a pensarne la correzione ; e tro- vanla
coloro , che si direbbero da natura iusegnati alla perfezione , in quell’
ideale che non ha offesa nè impedi- mento come la realtà. Dinanzi a questa
perfezione 1’ ani- * mo si gode : ma non è durabile una tale dolcezza , e in
ciò ha difetto questa perfezione sentita , perchè 1’ alto im- maginare si
dimette , e 1' uomo cade nella scontentezza per la realtà. Ciò è una pena : td
ecco che , a toglierla , fa sue prove 1’ uomo , e molto si adopera non ben
sicuro come chi principia ; finché , all’ alto concetto risponden- do la mano ,
voi vedete risplendere una più grande bel- lezza che non v’ appresenlò la
natura ; voi avete il grup- po delle Grazie, lo vi noto dei bisogni sublimi ;
ma sov- 28 venitevi che parliamò delle anime grandi. Queste vengono ancora all*
ardimento della poesia, alla sublimità dell’ elo- quenza , alle maraviglie
della pittura , della musica ecc. , secondo che sono mosse ed aiutate dalle
circostanze. Le quali , non che volgere alle arti , ne forniscono ancora il
vario stile e I* argomento. Ciò è quanto dire, che pure i varii modi ed i
soggetti di ciascun’ arte traggono dal bisogno. Abbiatene esempio nella poesia
e nella pit- tura. Questa lungamente si bruttò nelle sozzure del pa- ganesimo;
e venne poi , se non più pura (1), certo devo- tissima, nella santità della
religione, a figurare santi e madonne. L’ ingegno divino del Sanzio quasi non
se ne partì. Era la moda. Quella seguitò ora all* entusiasmo, che si alimenta
nell’oscurità del mistero, ora animò gli astri, popolò le foreste e Y abisso.
In tempi a noi più vicini empì di genii, di fate, di streghe le ròcche, le
torri, i vecchi castelli , asili della feudalità ; non creò , perchè queste
creazioni sono dovute all* ignorante paura, ma di- visò un mondo invisibile ,
dove è il grande uccello di Dante, che, movendo le ali, gela l’ inferno, e il
satanas- so di Milton; e si passionò di tali fantastiche creazioni.* Questa
maniera di passionarsi è ora cessata con quella fede dell’ ignoranza, e una
cotale poesia con lei. La ra- gione coltivata condusse nuovi bisogni, non così
poetici e comuni , ma poetici però , avvegnaché di pochi. Non che f uomo in
questa coltura abbia conosciuto quello che è : non è grande il proGtto in
questa parte , e la no- stra ignoranza potrebbe assai poetare ancora. Ma noi
ora conosciamo meglio quello che non è. Non conosciamo le aurore boreali, pur
dopo Franklin e i suoi seguitatori: ».
Le Maddalene, le Cecilie, le Terese della pittorica licenza. Tanto è pur
sempre nell' uomo di quel d'Adamo ! 29 ma nondimeno per noi non sono, come per
gli eroi di Ossian, tinte di sangue ; noi non ci vediamo 1* ombre dei
guerrieri, che, vinta la terra, signoreggiano ora Faria, dove stanno guardando
le pugne dei nepoti ; nè avvisia- mo in quelle pallide facelle, che si spandono
al lembo del cielo , le figlie degli eroi , morte nella fresca età pria che
madri ; mentre essi , non che vederle splendienti lumino- se, ne udivano anche
i sospiri rammaricosi e il sordo suono delle vesti strascicate. Noi conosciamo
quello che non è : ecco la parte principalissima del nostro sapere ; c questo
conoscimento scolora i quadri della fantasia , ne dissipa F incanto , e ce ne
fa toccare la vanità. In vece noi sentiamo d’ altra maniera bisogni. I casi
dell’ umanità muovono ora più gli animi , che non erano mossi quan- do, tutto
facendosi dalle divinità o dalle potenze invisi- bili , F uomo era niente. Il
quale ricuperò la sua dignità il giorno in cui fu il soggetto dell’ epopea.
Quest’ epoca è degna di tutta la nostra attenzione. I grandi interessi dell’
umanità operante , sottratta al fato : ecco il bisogno creatore della nuova
poesia. Sono cadute le omeriche di- vinità ; più che Giove e Marte , noi onoriamo
Enrico e Wasingldon. A questi nuovi bisogni , al sentimento della potenza che è
nell’ uomo, noi dobbiamo Alfieri e Byron , Goèle e Sciller. Ora Y uomo celebre
1* uomo che adope- ra il bene. Vero è , e qui bisogna confessarlo , che gli
artisti non furono sempre mossi da sì sante ispirazioni , dal bi- sogno di
levarsi alla perfezione , di seguitare alla nobilis- sima spontaneità che è
nell* amore dell’ eccellenza'; e , in vece, vólti da un male inteso amore della
gloria, o tirati dalla cupidigia dell’ oro , o fascinati da una straordinaria
grandezza , si condussero ad adulare il potere , che pure tante volte è il
flagello dell’ umanità : e allora si brutta- 30 rono di tutta la bruttura che è
nell’ ingiustizia potente e fortunata. Ahi ! David , tu ci pingesti il gran
Sacerdote clic con diritte intenzioni consecrava l'uomo del dispotismo. Ma in
questa tela , d' una stolta allegrezza , non è il do- lore del soldato che
cambia lo stendardo. Qui tutto tace ; e questo silenzio , qui , è un'
adulazione. Io so che in sulle sabbie d’ Egitto e nelle soffocanti paludi di
san Do- mingo perirono i bravi ; ma chi restava , non era della stirpe dei
fiacchi , e non fu lieto del tuo ingegno. Ciò nullamcno , pure da questa
corruzione delle umane voglie e dalla contrarietà dei modi con che si
mostrarono le arti , si raccoglie abbastanza che vennero dai bisogni nel- 1*
influenza dei tempi e delle circostanze , ora sante e ve- ramente gloriose , ed
ora serve di abbiette passioni , per- chè niente è puro al tutto in sulla
terrà. Ho detto le contrarietà dei modi , con che si mo- strano le arti ,
chiarircene la sorgente ; e ciò si riferiva a quello che abbiamo notato delle
varie passioni , delle religioni , dei pregiudizii. Ma ciò è ancora
notabilissimo nell’ influenza dei governi e della filosofia. Guardiamo nella
Grecia e nell’ Oriente. La materia e l’ infinita suc- cessione de’ suoi
fenomeni furono il soggetto della pri- miera filosofia dei Greci , fu il
governo loro un’ instabi- lità , un continuo arrabattarsi delle varie popolazioni
, per venire al bene, in somma un muoversi senza fine. Or bene , le arti loro a
che riuscirono ? A rappresentare il movimento. Qual era I’ animo , tale passò
nell’ arte. Nel- l’ India , per lo contrario , dove il dispotismo è immobile
come il fato , 1’ uomo , percosso di nullità , figurò l’ im- mobilità. Io ne
reco in prova la pittura e la scultura loro. Come sono ivi le figure e le
statue ? Nel riposo , sedute o in piedi , colle membra involte sì che si
direbbero più fasciate che vestite , non hanno atteggiamento ; non è eh*
Digitized by Google 31 quiete quella loro rappresentazione. Noi dipingeremmo un
morto nel feretro così. Le arti belle , conchiudiamo , non sono che 1* espres-
sione variata dell’ affetto, sono lingue diverse che espri- mono lo stato dell’
animo , che compiono al bisogno di manifestarlo. Ma 1* affetto è in molti , e
1* arte in pochis- simi. Ciò ne prova che all’ affetto fa mestieri che si ag-
giunga l* ingegno e la coltura ; cioè una disposizione del- f intima
organizzazione nostra, aiutata dalle circostanze esteriori : ma non contraddice
al vero , che dall’ affetto mossero le arti. 11 selvaggio , nella tristezza ,
esce con fioche voci , aspre e crude , e piange*; la sua poesìa è nel suo volto
e ne’ suoi scomposti movimenti ; nel dolore dell’ o^ pressione fremisce , morde
le frecce , gitta I’ ar- co , schianta la capauna , mette urli ; e in vece
Dante esclama : u Ahi serva Italia , e di dolore ostello ecc. « Infinita è la
distanza ; noi lo sappiamo : ma pure sono come due linee divergenti, che
muovono dallo stesso centro. Ha poesìa in tutte le anime che sentono fortemen-
te , e non è che in loro. Ma è dato a pochi il significare con parole 1*
interno commovimento e spandere in altrui il calore della propria passione. Lo
studio fa i versi , il cuor solo è poeta. E questo lo espresse Dante stesso ,
quando disse : Io mi son un che, quando Amore spira , noto ; e , a quel modo
Che detta dentro , vo significando. Qui non cercheremo la forza diversa e le
attitudini dell’ espressione , che sono nelle arti ; nè i vantaggi che le une
hanno dalle altre, per soddisfare al bisogno : la 32 pittura più che la
scoltura , e la poesìa più che tutte le altre. Troppo ci dilungheremmo. Noi
proponemmo di mo- strarne la derivazione dai bisogni dell’ animo ; e teniamo d*
aver compiuto al nostro assuntp. Ora ci volgeremo alle scienze. Sezione III. %
Sezione. La scienza , veduta dal punto più elevato della me- tafisica , è nell’
apparizione spontanea de’ principi! razio- nali , che vanno innanzi ad ogni
acquisto della sensitività e della dialettica in ciò che non ne derivano ,
sebbene non si mostrino alla coscienza , che stimolata dall’ impres- sione ;
così come accade ad ogni attività che , a svolger- si, aspetta 1’ occasione e ,
secondo che è ordinata , ci mo- stra nell’ atto la legge o la maniera del suo
operare; così com’ è nell’ uomo 1’ abbonamento al dolore , che non è messo da
alcuna esterna impressione, ma non si sente che per l’ impressione. La scienza
, in tal modo conside- rata , è una necessità della natura ragionevole , una
forma . universale dell’ essere d’ uomo , che è nella testa di Lei- bnitz ,
come in quella del mandriano ; la quale , avve- gnaché indispensabile entri in
ogni discorso della mente , come un elemento necessario dell’ umano pensiero ,
pure di per sé non soddisfa ad alcuno umano bisogno , nè a lui devesi per alcun
conto. Com’ è adunque dal bisogno la scienza , e quale è questa ? La risposta
non è malage- vole. L’ uomo , che non è nè un Dio nè una pietra , di- pende ,
pel suo ben-essere , dalle cose che sono fuori di lui. Queste sono senza 1*
opera sua ; ma non lo servono s’ egli non vi si adopera : e qualche volta
ancora gli sono Digitized by Google 33 contrarie tanto che gli fanno
travagliosa e miserabile la vita. Quindi è nella necessità di ordinarle per
averle fa- vorevoli. Ma , ordinarle , che cosa signiGca qui ? Non al- tro che
disporle convenientemente al proprio bisogno , conciossiachè 1’ essere è quello
che è , niuno può crescer- lo , niuno scemarlo. Ora , per ordinarle , per
disporle , si vogliono innanzi conoscere i rapporti , le qualità , onde sono le
leggi della loro azione. Eccovi la necessità della scienza peli’ uomo ; ed
eccovi quale gli bisogna , cioè il conoscimento dei rapporti dell’ estere , nel
cui seno egli è pur sempre e necessariamente , come parte del mondo , or
carezzato ed ora offeso , onde condurre un ordine che gli sia favorevole ;
talora per causare le offese , tal altra per aiutarsi al bene. Se tale è la
scienza, dirassi, si vede chiaramente che ella è la condizione necessaria in
ogni industria , in ogni arte, in ogni umana istituzione : perchè dunque farne
qui un discorso a parte dalle industrie e dalle arti? lo rispon- do che in ogni
industria, in ogni arte, nel più grossolano lavorìo dell* uomo vi è del sapere
, vi è della scienza in un senso molto largo; però che, per fare pure una
stuoia, fa d' uopo sapere come si abbiano a compilare i giunchi. Ma, non
pertanto, non ogni direzione, non ogni magistero umano si è chiamato scienza ;
e, credo, molto giudiziosa- mente : perchè 1’ uomo , che non opera quasi che
per una cieca assuetudine , che è nell' aspettazione d’ un fenomeno solo per la
lunga usanza in che è di vederlo , doveva sce- verarsi da colui che sa il
perchè delle cose , e vi pon mente per ordinarle e combinarle variamente
secondo che è richiesto dalla varietà delle circostanze. E così fu fatto : si è
distinto il sapere , che si riferisce all’ impiego delle forze dell’ uomo in un
lavoro puramente meccanico , dove Testa , quasi non è richiesta Y opera della
mente , ma mollissimo r abito e la forza corporale dell’ operatore , dal sapere
che è dallo studio dei rapporti reconditi dell’ essere , che s’ inoltra nelle
cagioni assegnabili , cioè nei fatti primi , che distendesi ai particolari, ne
coglie le convenienze per salire alle generalità : le quali non sono qualche
volta che astratte speculazioni ; ma che tosto o tardi si conducono ad una
realtà effettiva , al servigio dell’ uomo. Ora è que- sta scienza delle
recondite leggi dell’ essere , che noi dicia- mo invocata dai bisogni dell’
uomo. E, a vederne , non ci distenderemo in tutte le sue parti, chè l’
argomento sareb- be vastissimo e non possibile alle forze nostre ; ma ci li-
miteremo , tacendo per ora il conoscimento dei rapporti morali , a considerare
qualcuna delle utilità che ne trae l' uomo anche solo per soddisfare ai
corporali bisogni , per aiutare ogni maniera delle sue industrie. Ed a ciò,
senza andare io preamboli, notiamo quan- ta sia la meschinità dei mestieri per
tutto dove la scien- za non venne a schiararli. Si guardi quanto la chimica ,
la meccanica , l’ idraulica hanno trovato di metodi , di materiali, di
stronfienti, onde crescere utilità alla vita mi- seramente soccorsa nella
ignoranza di quelle leggi , di quelle proprietà dei corpi , che sono il segreto
della na- tura , sconosciuto affatto al puro mestiere. 11 mestiere ! Che cosa
vede il mestiere ? Egli ha un conoscimento, sì; ma molto circoscritto, che si
ferma nelle parti- colarità , nelle poche combinazioni che il caso condu- ce o
r ordine delle cose in cui è posto Y operatore ; onde spesso è sconcertato
dalla più leggera mutazione, e, ismarrito dall’ impresa , non sa più andare
innanzi, e falli- sce al suo intendimento. Ma la scienza, che cerca le molte
dipendenze e studia le sottili relazioni e recasi alle gene- ralità, non
turbata, non impedita , sovviene al difetto, ri- 35 ordina l’ opera , e va
sicura al suo fine (1) : e , non solo supplisce il difetto che è nelle
strettezze del mestiere * ma, per quel suo cercare sottilmente nelle forze dei
corpi, ossia nelle loro qualità, e variarne le combinazioni, ne sco- pre le più
recondite leggi ; dall' impressione de’ sensi si leva all’ astrazione, sale ai
rapporti matematici, alle ragio- ni dell’ essere , e qui trova nuovi metodi ,
crea nuove in- dustrie, le macchine a vapore, i gas ardenti , le stamperie
idrauliche , le nuove maniere d' architettura nautica , e tanti altri
utilissimi provvedimenti che sono il miracolo dell’ umana intelligenza , la
quale si può dire aver creato un nuovo mondo al servizio dell’ uomo. Certo che
ora usano i trovamenti della scienza anche coloro che, igno- rantissimi , non
sanno che muovere il braccio e gittare la spola : ma , se la scienza non gli
avesse mostrati , chi li praticherebbe? Il garzone del vetraio vi fa ora un
can- nocchiale ove non è difettosa rifrazione ; ma , senza il sapere d’ Eulero
, forse vedremmo ancora spandersi , d’ intorno all’ obbietto , V iride
ingannevole. Nè è a dire che molte utilissime invenzioni sieno il frutto d’ una
buona fortuna solamente , non cercate , non studiate : questo è un errore. La
lampada veduta muo- (1) In tanta chiarezia d'argomento, non è bisogno di
fermarsi nelle minutezze. Diremo solo questa : Due fratelli , tintori in Lione
, fecero una grossa fortuna imbiancando le sete. Vennero a separarsi; e 1’ ano
d' essi, prendendo con sò il bisognevole al soo lavorio, operai e stromenti, si
condusse ad altro luogo, pensando vantaggiarsi dello stesso mestiere- Ma non
riuscì. Il magistero era lo stesso, gli stessi i lavoratori abilissimi ; ma la
seta non veniTa di quella risplendente bianchezza che gli aveva fruttato
tesori. Chiamò un chimico; e questi, analizzata l' acqua del luogo donde s' era
partilo , trovolla con una parte di carbonato di calce, che non era in quella
della quale allora servivasi. Supplì il difetto, e ravviò la sua fortuna. —
Sai/, Econo- mi* poUtiqus, praliqu* , t. 4 , p. 178. 36 versi da Galileo , che
ci fruttò la teorica delle oscillazio- ni ; il pomo veduto cadere da Newton ,
che ci diede il sistema del mondo : tutti questi fenomeni profittarono in
quelle menti ; però che erano tenute attente dal bisogno di sapere , il quale
avevaie preparate con istudii prece- denti. Che se noi volessimo assegnare al
caso tutte le per- cezioni di rapporti , nelle quali siamo venuti senza cer-
carle di proposito deliberato, dovremmo assegnargli tutto 1’ umano sapere ; il
quale , se bene lo consideriamo , non è che apparizione e spontaneità (1) : è
lo studio nostro non altro che un attendere a queste apparizioni , un pro-
curarcene ancora, sperimentando molle cose ed osservan- done molte più , per
incontrare quelle che ci bisognano ; non però che uomo al mondo le procuri a sè
, quasi mo- vendole scientemente. Se ciò fosse , dalla volontà sarebbe il
sapere, e noi saremmo già tant’ oltre che toccheremmo l’ infinito. Ma ,
lasciate queste sottili disamine , consideriamo piuttosto la più grande utilità
che è nella scienza. Che cosa , in tanta sua fiacchezza , bisogna all’ uomo
massi- mamente ? Certo di trovar modo onde ottenere colle mi- nime forze il
massimo effetto ; o , in altri termini , colle più piccole spese la più grande
utilità. Ora a questo non si compie che per la scienza ; però che ella sola ,
racco- gliendo le molte dipendenze dei fenomeni e le variatissi- me
combinazioni , quelle può trascegliere che meglio si convengono all'
intendimento. E già il problema impor- tantissimo è stato sciolto si
felicemente per molte manie- re dell'umana industria, da metterci speranza di
più este- se applicazioni. Noi ne abbiamo di bellissimi esempi e (1) Vedi Dola
39 dell’ tntroduiione «II* Filosofie dell' Alleilo Piacerne , dei torchi Dei
Majno , 1829. Digitized by Google 37 conosciutissimi , che sarebbe una noia il
riferire. Dirò solo di uno , perchè ci fa grandi nel paragone d' un po- polo
magnificato sopra le stelle : ed è, che , meglio cono- sciute le leggi della
statica de’ fluidi , con poca spesa in- nalziamo noi ora le acque ad altezze
maravigliose ; quan- do i Romani spendevano tesori in quei loro aequidotti , i
quali , più che la magnificenza , ci testimoniano ora la. loro ignoranza. E,
per venire a più triviale argomento che ci mostri 1’ umana forza essere nel
sapere , e tutta 1' economia ( che è il grande bisogno nostro , deboli che
siamo ) non essere che nella scienza , ecco , non vediamo noi tutto di un tale
artigiano, membruto e forte come un Ercole , che con tutti i suoi sforzi mal
riesce in un lavo- ro dopo un lungo travagliarvisi intorno faticoso e duro ;
mentre un altro, sparuto e tristanzuolo, da non sperarne che lavori di cartone,
conduce alla perfezione F opera stessa in meno tempo , e , dirò , soavemente.
Ma questi , schiarato, non mette colpo invano, osservatore attento ha le seste
negli occhi ; epperò giusto giusto compie all’ in- tento. Tali erano due bottai
da me osservati, dei quali F uno sapeva un po’ di geometrìa applicata.
Conchiudiamo per- tanto che, sebbene F uomo si aiuti al vivere, pure nella
cieca pratica di alcune sue industrie , pure uelF oscuriti d’ un lavoro manuale
, ciò nondimeno , siccome non gli basta di vivere e di conservarsi , ma
desideri inoltre una vita che gli sia colla minore fatica e disagio , e , dirò
an- cora , abbellita dal piacere , e con onore , cosi gli si fa necessaria la
scienza ; per la quale egli può, in certo mo- do , soggettarsi le forze della
natura , condurle al suo bi- sogno, e trarre onore d’ una si nobile signorìa.
Ma F uomo non può trarre tutto F utile che è nel sapere, se non è fatto
universale, almeno in quella parte che è accomodala all' intelligenza dei più.
E noi, qui dob- 38 • biamo pur dirlo eoo dolore, siamo lontani da questa uni-
versalità. L’ istruzione in molti luoghi , lungi dall’ essere aiutata , è
impedita e fatta monopolio (1). Molti sono che dicono, non doversi gli uomini,
massimamente se mecca- nici e di poche fortune, occupare in iscienze. I quali
ci vanno dicendo : è assai che il fabbro ferraio sappia fare la toppa e il
falegname il trabiccolo. Ne ciò loro basta : e’ si fanno ancora persecutori dei
metodi facili e poco co- stosi , che rendono più comuue l’ insegnamento ; e li
met- tono in sospetto ai governi , come se di là avesse ad usci- re r idra
dalle cento teste , da non si potere uccidere to- stamente moltiplicala cosi.
Credono, o fingono di credere, che molto tempo si dovrebbe spendere in queste
cotali istruzioni. Ma gli stolidi non pensano che quel tempo , che qui si
spenderebbe , si perde ora in vece miseramen- te quasi da tutti. Accennano alla
comune incapacità. Po- veri sciocchi ! muovono dalla loro nullezza , per giudicare
altrui ; figurano un abisso , dove non è che un passo. Oh, questo umano
intelletto , come è bene ordinato , e la sca- la con che si sale alle grandi
eminenze ! ma non d’ un tratto , anzi montando per gli scaglioni. 11 muratore,
che mette un mattone sopra un mattone , non è che un mec- canico , cioè un uomo
che fa un lavoro che è principal- mente l’ opera della mano. Questo muratore
considera l'opera sua, osserva le figure de’ materiali ; entra nelle
matematiche : nota le leggi della gravità , e trova 1’ equi- librio; è nelle
matematiche miste : allarga le sue vedute, (i) Io (otti i tempi vi sono steli i
nemici del sapere : gente vilissimt , che traeva utile per si dalla universale
ignoranza ; e di questi la storia nota principalissimi gl' Institutori ed i
favoreggiatori delle false religioni , i quali bene intesero che non si poterà
altri- menti tenere I' uomo io quelle credenze , che accecandolo , che le
sciente avrebbero acrollato tuUo quei loro fantastico edificio ecc. Digitized
by Google 39 e studia l’ azione e la reazione dei diversi corpi nella re-
sistenza e nella percossa , costruisce una piazza forte , una rócca ; è un
Vauban , un Vaucanson. Io ho fatto pre- sto , direte , a condurlo all’
eccellenza. Forse un po’ trop- po : ma non è necessaria questa eccellenza all’
universale, per ottenere il comun bene. I moltissimi ne saran- no sempre di
lungi ; ma anche questi , per 1* istruzione , parteciperanno ad una grande
utilità. Fatta così popola- resca l’ istruzione , non si può dire quanto bene ne
ver- rebbe ad una grandissima parte degli uomini , ai quali , ora tutti nei
sensi , sarebbe dato di gustare i piaceri del* lo spirito ; quanto bene alla
morale ; quanto alla stessa religione, la quale già 6Ì potentemente scolpita
nell’ animo umano, riverberata dalla magnificenza delle opere cono- sciute
dell’Eterno Fattore, più splendente, più pura ver- rebbe alla mente anche dell*
oscuro artigiano. E in vece accade che i più , lasciati in una vergognosa
ignoranza persino del leggere, dello scrivere, persino del compu- tare , cotali
si rimangono contenti ad una vita che poco è più su della bestiale. Dico
contenti ; conciossiachè , seb- bene sia un bisogno nell’ uomo il sapere ,
questo bisogno nondimeno in ciò divèrsa da quelli della fisica organizza- zione
: che , mentre questi si fanno più fortemente sentire, quanto più tarda il loro
compimento, intanto che i più gravi incomodi e la morte stessa seguitano
qualche volta a quelle privazioni , il bisogno della scienza , per lo con-
trario, pur restando la vita , si spegne , lungamente te- nuto lontano dal suo
oggetto. Questa notabile differenza della morale natura e della fisica ci è
mostrata nelle con- dizioni varie degli individui , non che delle nazioni , le
quali per tutto nella lunga ignoranza instupidite, non sentono lo stimolo del
sapere , come nella lunga schiavi- tù , quote al flagello , perdono il senso
della loro miseria , dico il senso che mette la voglia d' uscirne , e quin- di
è l’ incredulità, e, dirò, la ripugnanza d’ un migliore destino, E , poiché
rammentiamo le nazioni , sarebbe qui luo- go di discorrere le scienze più
ragguardevoli , la morale , la politica e le accessorie che in ispezialità si
propongo- no il ben essere dell' uomo civile. Ci sarebbe agevole il mostrare ,
come non vi può essere bontà , senza il cono- scimento del bene ; solo per la
scienza essere conosciuti i diritti , perfezionate le leggi , raddolciti i
costumi e fat- ti puri , menomata la disuguaglianza nelle società , bandi- to
il servaggio , men terribili le guerre , più sicura la pace; come, per essa
spente le rivalità delle nazioni, pur troppo favorite dai sistemi d' ignoranti
economisti , si potrebbe venire ad un fratellevole amore che i popoli tutti
congiungessc quali membri d’ una grande famiglia : ma non dirò di queste
scienze più distesamente ; perchè non è richiesto dal mio proponimento ,
volendomi tenere nelle generalità. Ciò nondimeno , siccome non sono man- cati
sofisti che hanno voluto spandere V oscurità sulle origini del governo , o
trovarle nella violenza e nell' usur- pazione , io devo fermarmi alcun poco su
questa materia , e mostrare negli umani bisogni la necessità del Governo.
Sezione . • Del Governo. La dolorosa condizione dell* uomo che nell’ igno-
ranza , e nella foga delle passioni , non è tenuto da alcun riguardo
nell'egualità della ragione, ci è chiara per ciò che tuttodì ascoltiamo di
mali, anche tra popoli che han- no ordini di civiltà; e molto più per quello
che ci viene Digitized by Google 41 riferito delle tristizie che seguitano alla
indipendenza be- stiale de* selvaggi. Discorrere tutta la pessimità di questi ,
troppo sarebbe lunga e fastidiosa materia. Noi ne tocche- remo alcuna cosa in
ciò che si deriva dal non essere go- vernati che dal proprio talento. La
miseria nel timore delle leggi , senza essere buo- na, è un po’ tenuta dal fare
il male ; ma dove non ha re- gola che i suoi appetiti, nella debolezza è
perfida, nella gagliardia è violenta ; onde con lei niuna sicurtà è della per-
sona, niuna dell* avere. Le selvagge popolazioni, ci dico- no i viaggiatori,
che non hanno alcuna maniera di colti- vazione, e solo della caccia e della
pesca traggono il lo- ro sostentamento, spesso si trovano nelle più grandi di-
strette della carestia, e della fame, e queste mettono guerra tra loro. Eguali
in tutto, questa sola ineguaglianza è in loro, la forza; la quale, non
temperata da alcuna re- gola, fa sua preda di tutto ciò che può avere, e si
onora di soddisfarsi con carico dei deboli ; e , dove non può con aperta
violenza, vince i più forti onoratissimamente usando la perfidia. Tra loro
niuno è guarentito che dalla sua forza individuale, e di quei pochi che, in
quel mo- mento, hanno un interesse comune. Quindi la prontezza dell* ira e
delle atrocità, per tenersi nella riputazione di formidabili; quindi le
vendette e le persecuzioni che non finiscono che collo sterminio dell’
avversario ; conciossia- chè non è che in quel sangue che spegnesi il timore di
nuove offese, è solo per lui ch’uom viene in fama di valente, ed è gloriato
nella tribù. Ma non è quiete nella violenza; ed il timore d’essere còlti a
tradigione per rap- presaglia dai parenti , dagli amici di lui che spensero ,
tieni i in continue angosce, in uno stato di contiuna guer- ra. Dove non è
avuta in pregio che la forza fisica, di fa- cile si può pensare quanto abbia ad
essere dolorosa e dis- 42 onorata la condizione delle donne. Sono esse tenute
in tale avvilimento, trattate con tanta durezza, che di più non potrebbe essere
crudele il padrone collo schiavo. 11 padre si crede in proprio la figliuola ;
senza cercarne l'assenso la marita, la vende, la cambia ad una cosa, o dàlia a
pigione per alcun tempo sino dalla più tenera età. Venuta in potere del marito,
non è meno avuta a schiava ; serve come bestia da soma, porta ne' viaggi l’armi
ed il bagaglio di lui, mentre egli le cammina innanzi spi- gliato cantando sue
canzoni da guerra. Infelicissima! niu- na compassione la conforta; niuno amore
la consola; ed è ancora per ludibrio spenta, ove per l’età, o per malat- tìa
mal serva alla lussuria di lui. Cionnondimeno, pure in tanta abbiezione e
patimento, è ancora una fortuna per le donne lo avere il marito; imperciocché
bene spesso, ove questi venga a morte , o sono uccise sulla fossa di lui , o
abbandonate insieme co’ figli , cui niuno vuol nu- tricare ; e tutti
miseramente periscono. Chè dove è infini- ta miseria non è compassione d’
altrui ; o se è , recavi il conforto possibile alla miseria , la morte. Così è
che il figliuolo tronca i giorni del padre antico per camparlo dagli orrori
della decrepitezza ; e dove non è il figlio , 1’ amico adempie a un sì orridile
ufficio. Non sono queste che una piccolissima parte delle calamità che seguitano
alla indipendenza de’ selvaggi, ed alla necessaria loro mi- seria. Dico
necessaria ; perchè niuna provvidenza può essere dove non è sicurezza di
trovare il dimani quello che si ripone la sera; niuna quiete dove non è
guarenti- gia dalle violenze, dalle perfidie , dalle frodi; ma è forza, e sola
forza esercitata nella più brutale ignoranza. In questa tanta angoscia di vita
sentirono gli uomi- ni il bisogno di provedersi contro le violenze ; d’ avere
libero 1’ esercizio delle loro facoltà con sicurezza delle Digitized by Google
43 persone , e delle cose loro ; provarono insomma il biso- gno della
giustizia. Ciò non vuol dire che si fondi sulle convenzioni la giustizia , come
V intendono molti. Glia è per noi una necessità onde aggiugnere 1’ ordine del
be- ne (1), a cui è chiamato 1* uomo insegnato nella Scuola del dolore (2).
Epperò la vediamo innanzi ad ogni patto sociale come un lampo risplendere nel
buio tempestoso delle passioni , e dal bisogno chiamata a fermarsi in sulla
terra. Ma come fermarla in sulla terra , dove le passioni hanno impero ; dove
tanti si credono un diritto illimitato a tutto ciò che muove 1' appetito loro ,
che soddisfa alle loro cupidigie ? Quello che non mi giova , non mi appar-
tiene , si ascolta dire ; ma se mi tocca , se mettemi le vo- glie , quello è
mio : io non promisi niente a nissuno , non devo a cui non mi legai. Come in
questo violento ado- perare dell’ appetito , che non conosce ragione , venire
alla giustizia ? Come aiutarsi da tante avanie in un vivere separato , sì
misero , sì debole ? Bisognava condursi a creare una forza che vincesse tutte
le soverchianti parti- colari , e tutte le malvagità costringesse a sottostare
: bi- sognava ripararsi ad una civile soggezione, creare lo Stato ; cioè la
persona morale che fa le leggi , e ne vi- gila 1' adempimento ; che rappresenta
l’unione , ed usa la comune forza pel bene di tutti. Questa è la missione del-
lo Stato , qualunque ne sia la forma (3). Ed ecco come la (1) La giustizia è il
primo passo verso V incivilimento , ma non ne è la perfezione. Questa è nella
benivoglienza, la quale senza bilan- ce, seni' aritmetica fa il bene, molto
bene, tutto il bene che può. Nella giustizia è il durare; nella benivoglienza,
e solo in questa, è la prosperità del vivere civile. (2) Vedi Cap. II , Parte
2." della Filosofia deir Alletto. (2) La forma del governo non ha quell'
importanza che le si vor- rebbe dare. Da Nerva all' ultimo degli Antonini noi
contiamo cinque despoti che si succedono, e sono molto lodati nelle istorie. li
governa 44 necessità , in cui è posto I’ uomo ( di fuggire il dolore ,
conducelo a creare il governo. - Non è dunque dal cielo quest' autorità? - Per
lo contrario è anzi tutta che bandì Aristide , e avvelenò Socrate, era
democratico. Dove sta il bene? Dove non è ignoranza, nò rea passione. Oh , vi
sono molti de- spoti e crudelissimi, che non vestono porpora, non mettono
diadema, e non stringono lo scettro ma il flagello ! Ecco quello che lo leggo
degli ottentoli dal giogo olandese passati sotto il reggimento dei co- loni
inglesi : le mene odiose , e le diaboliche macchinazioni, che que- sti usano
per usurparsi il tristo campo d' un ottentolo, non hanno esempio cha nella
Storia Sacra , nel Tatto di Nabot. Col favore d' un sistema d' ingiustizia
legalmente approvato, il colono richiede per suo schiavo il ragazzo nato nelle
sue terre , avvegnaché sia della classe degli ottentoti detti liberi. Per
questo modo un padre infelice, già spogliato del frutto del suo lavoro,
spogliato del povero gregge , e di un meschino campetto , di che nutricava la
sua famiglinola , vedesi ancora orbato dei figli. - Ahi ! dura terra, perchè
oon t'aprivi Brevemente : il dispotismo è in tutti i cuori. Non che in tutti vi
sia violenza e crudeltà ; ma è in tutti la voglia di non essere impediti nei
propri desideri!, di vederli compiere appuntino ; epperciò di vin- cere ogni
qualunque opposizione , la quale, nel giudizio di lui che vuole, è sempre
irragionevole e ingiusta. Ogni uomo si crede nel ve- ro e nel diritto. E di ciò
la conseguenza Inevitabile è questa ; gli al- tri sono nel torto , e nel falso.
Se volete farvi un' idea di ciò che è dispotismo, lasciati Tacito c Svetonio,
potete cercare la storia delle repubbliche italiane. Voi vedrete , non dico
sempre , che l’ onore , la libertà individuale, le proprietà, la vita , sacri
diritti, erano manomessi da' quei governi, i quali , perchè niente fuggisse
all' odio ed alle ven- dette loro, si usurpavano ancora l' autorità di giudici
; e , disfatte le case vostre , e pubblicati i beni , vi confinavano , o vi
cacciavano in un fondo di torre, vi collavano , vi ammazzavano. Alcune volte,
per non perderti in lungherie di giudizi, condannavano in massa i citta- dini,
e spogliavano la città di moltissimi di loro, onde che era eter- na guerra di
quei fuori con quei dentro. E sempre poi ora la su- perbia dei nobili , ora il
puzzo della plebe, come voleva fortuna , con ignominia dovevate sopportare. Se
non vi è in piacere di correre i grossi volumi, per chiarirvene, leggete la
Divina Commedia, e i libri delle Storia Fiorentine di Machiavello. >
Digitized by Google 45 celeste : ogni potestà viene da Dio. Non che un governo
abbia in particolare le * sue credenziali dal cielo ; ma la divina Provvidenza
così condizionò 1* umana natu- ra, e inchinò Y uomo a questo ordinamento,
mettendolo nella necessità di condurvisi pel proprio bene. Ecco lo stato creato
dal bisogno , e la sua origine divina , finché è nella giustizia ; perchè il
cielo non può appro- vare che questa. lo so che mi si muoveranno contro certuni
, e diran- no : che male mi appongo , cercando nel bisogno e nella spontaneità
dell’ umana ragione , quello che è frutto della violenza e dell* usurpazione ;
che non si possono sostenere le pretensioni de’ governi che si calano dal cielo
per tor- mentare la terra; che i mali della vita selvaggia sono esa- gerati
dalla vilezza e dappocaggine dell’uomo della città; che finalmente , qual pur
sia il bisogno che è nell’ uomo del bene della comunità , certo la presente
civiltà non và- ie ad adempierlo. Ecco molte maniere d’ impugnatori , non
nuovi, chè il dolore è antico, ma pur sempre strava- ganti. 11 perchè io devo
un po’ distesamente narrar loro accuse , e rispondervi come si conviene alla
gravità del- 1* argomento , ed è richiesto dalla verità. E qui prego il mio leggitore
di perdono, se lungamente lo tengo in tale discorso da profittare a pochissimi
, e meno a cui si vor- rebbe. Tanto io scrivo per ciò solo che non mi venga
rimprovero di non avere inteso , o maliziosamente fatto scemo il loro
obbiettare. Ascoltiamo adunque i sofisti che disperano di salute la terra , in
apparenza amaricati del male , ma dentro mossi da tristissima invidia , che
loro fa parere abuso della forza ciò che è provedimento di sa- pienza ; ai
quali potrebbesi rispondere quel verso greco : T adiri , perchè noli regni. 46
Sarebbe colpa il tacere, dov’ è pericolo di seduzione. Sponiamo dunque
liberamente V animo loro ; e prima diciamo come intendono il governo. Quale sia
stato, ci dicono, la forma primiera del reggimento d’ Europa per 1* istoria non
è ben noto ; e so- lo nell’ oscurità e nella confusione di tanti elementi
diver- si e contrari , che vi poterono , ci è dato di raccogliere , che niuna
forma vi dominasse, da potere del suo nome chiamare alcun sistema. Teocrazia,
signoria di re , oligar- chia , repubblica, municipalismo, feudalismo,
intricatissi- ma miscea di padroni e di schiavi , e d’ ogni ragione di
costituzioni , confusione in somma che permette ad ogni governo , che ne ha
bisogno , di legittimarsi colla storia. Se cerchiamo le istorie di strani
popoli, poco più ci mo- strano , che questa verità : la culla di tutti i poteri
del mondo essere stata la forza, la quale, come potè, si svolse isvariatamente.
Per esempio; avventurosa in Nem- brotte , fondò la monarchia «... robustns
Venator .... coepit esse potens in terra . . . principium regni ejus Baby - lon
» (1). Se consideriamo i deboli indizi che ci som- ministrano le tradizioni de*
popoli non molto innanzi sel- vaggi, si fa probabile, che la sola forza
conquistatrice abbia preparata la civiltà. Diciamo la forza conquistatrice:
conciossiachè , ove non avviene conquista , noi troviamo le orde avere un capo
, il quale tanto dura , quanto il bi- sogno d* una guerra , d* una vendetta ,
d’ una caccia peri- colosa ; ma , compiuto a ciò , ei si torna al covile , come
un lione sfamato, e gli altri corrono ai loro appetiti. Nè la paterna potestà
valse ivi a cominciare un potere qua- lunque ; perciocché il figlio , valendo
a* suoi bisogni , non curasi del padre, più che d’uno strano. Non è che nella Gei», c. 10, v. 8. Digitized by Google 47
conquista che si fa durabile la dominazione. Chi mai sali al potere, e fu puro
di sangue , netto di frodi ? In Ameri- ca gli Stati del Messico e del Perù ,
com' erano ai tempi de’ primi scopritori , paiono venire da tribù potenti , di-
scese da’ monti, che soggiogarono le genti pacifiche d’ a- gricoltori, che
occupavano quelle terre. Guardando in que- ste istorie si raccoglie , che il
capo della spedizione , do- po il conquisto, si ritenne il suo posto, e fu
imperatore: i principali delle orde si nominarono grandi dell' impero ; e
furono nobili i soldati di ciascun’ orda conquistatrice : i quali tutti , come
per prova della loro orìgine , non di- spogliarono in alcun tempo nè la ferocia
, nè la violenza. Tutto il resto d’ uomini non fu che cosa , rei ; i quali ,
spossessati , furono costretti di lavorare il campo nativo , che non più a loro
, venuti schiavi , ma agli oppressori rideva. Questo cominciamento d' un ordine
civile non è particolare ai Peruviani, ed ai Messicani; ma per tutto, ove si
trovano popolazioni semiselvagge con qualche organizza- zione sociale, s’
incontrano prove, o segni d’ una domina- zione straniera , che assoggettò gl’
indigeni , gli antichi possessori , e s' impadronì del loro territorio , obbligolli
a continuare nelle fatiche , e le crebbe , tenendo per sè i profitti , e si
organizzò per conservarsene il possedimento e le prerogative. Le prerogative
già si sanno, divorare, e non far nulla. E senza cercare 1’ Affrica e 1’
America , di simili dominazioni, che sono il tipo del reggimento feu- dale,
ancora abbiamo reliquie dolorose in alcune parti della nostra Europa , che qui
non diremo. Senonchè , lasciate le incertezze delle storie antiche „ guardiamo
pure nella natura degli uomini, in quell’ amore dell’ indipendenza , che è nato
con loro , e ci persuadere- mo , come a priori , che il bisogno non potè
condurli ad ordinarsi nella città; ma che vi furono tirati, e compressi 48 da
una forza esteriore che non poterono vincere. Noi sap- piamo che le più
miserabili tribù americane , avanzate al ferro europeo , si nascondono da noi ,
che li vogliamo far buoni alla nostra maniera; che fuggono vie dentro ai loro
boschi alla vista de* missionarii che loro recano la religio- ne , la civiltà ,
la pace ; che nei dintorni del territorio de- gli Stati Uniti d’ America , e
anche dentro « havvi selvag- gi , indiani nativi , che non hanno voluto
accettare il pre- sente della civiltà. Ora perchè tante selvagge popolazioni
restano nella barbarie? Se la civiltà è un bisogno , come fuggono essi dinanzi
al loro bisogno? Perchè vi adoperia- mo noi la forza » noi che li guerreggiamo
? La forza , di- cesi , vincerà. Noi lo sappiamo : niente resiste alla forza :
come i Permj , i Tongusi , i Voguli del Nord , dell* Asia in gran parte sono
scomparsi; scompariranno le misere reliquie degli antichi possessori dell’
America , dell’ inter- no dell' Affrica ; ciò sarà : comincerà adunque la
civiltà dalla desolazione , e fabbricherà nel diserto ? In natura tutto è forza
; la natura stessa non è che forza , ma non è violenza : e, per lo contrario,
dev’ è il bisogno, è inchina- zione. Ora qui è violenza. Noi dunque usciamo
dalla natu- ra , noi imponiamo la civiltà ai disgraziati che avanzano alla
nostra ferocia. E come vi si condurrebbero di buon grado ? Ciò che loro mette
in amore la selvatichezza, è la stessa nostra civiltà , cioè le armi nostre ,
la paura della nostra schiavitù , e le miserie tante che veggono in noi , e che
sanno seguitare per tutto dov' è disugualità e signoria. Di che non si
potrebbero biasimare, essi che ne vanno esenti. Ma i nostri gentilissimi , a
crescere 1’ orrore della condizione selvaggia , e provarci l' indole ferina di
quegli uomini , la quale vogliono essere sola cagione di quel rifiuto , ci
mettono innanzi alcune negre popolazioni , che Digitized by Google 49 de’
cranii de* loro nemici lastricano il pavimento delle loro abitazioni ; il
Messicano che , infilzati cuori , nasi , orecchie , con all’ estremità una
testa d’ uomo, ne fa sua bandoliera ; il Brasiliano che mette in serbo le ossa
delle coscie , e delle braccia de’ suoi nemici per farne flauti , e ne porta i
denti in forma di collane d’ intorno al collo. Certo sono cose orribili queste.
Ma paragonatele alle orribilità operate dall’ uomo della civiltà , paragonatele
alle alte imprese, per es. , di Cesare, tanto gloriato dal vostro Plutarco ,
che sta ammirato dinanzi a quei delitti , come fossero titoli di gloria. Cesare
, ci dice , più di ottocento città prese colla forza , soggettò meglio di
trecento nazioni; combattè tre milioni d’ uomini, dei qua- li un milione uccise
in ordinate battaglie, e altrettanti condusse in ischiavitù. Bei titoli di
gloria ! bei frutti della civiltà ! era meno male passeggiare in sui cranii, e
soffiare in que* flauti. Guardano i selvaggi però nella nostra civil- tà , come
si guarda nelle cose che fanno paura ; e par loro che costituire uno stato sia
Io stesso che dire ai pre- potenti : Voi che siete forniti d’ audacia e di
frodi , ve- nite a prendere del mondo la parte che vi aggrada , fate- ne il
vostro appetito , niuno vi turberà : levatevi pure a Signoria , voi potrete
trapassare tutte le leggi senza oflen- sione non solo, ma con segni d’onore
levare in alto dii meglio avrà servito alle vostre nefandità , chi aiuterà le
vostre rapine , i tradimenti vostri , e di maniera verranno onorevoli che ,
abusando la forza , non saranno tenuti in freno pur dalla vergogna di abusarne
: pensano che loro verrebbe tolto il pane del loro sudore per darlo agli ozio-
si , ai buffoni , e peggio per mantenere armi inique d’op- pressione e di
servitù ; che in vero uscirebbero di quella forza bruta che alcuna volta fa sue
orribilità nelle selve , ma fuggirebbonla con peggiori condizioni ; perciocché
se Tuta , Tom. /. 4 50 questa è spaventevole , la nuova è invincibile e
regolare , epperò più energiche e durabili ne vengono l’ oppressione e la
rapina : pensano che , per fuggire i ladroni del de- serto , incontrerebbono i
vampiri del dispotismo e della superstizione , gente maravigliosa , tutta occhi
, tutta ma- ni , tutta vigilanza che non puoi cansare : pensano infine che
creare lo stato, sia concedere il mondo a straziare ad un forsennato , ad un
imbecille , forte della forza di tut- ti , invincibile , e mettere così Y anima
propria , cioè la vita , nella fragilità del vetro ; mentre Iddio loro fornisce
nervi e muscoli potentissimi contro le singolari malvagità. Oh ! Samuello (1)
ben intese la ragione dello stato , e voleva guardarne il popolo. Ciò nulla
meno ci si lodano i beni della città , c , principalissimo , la libertà
individuale guarentita dalle leggi. Vediamo dov’ è questa libertà , che gli
uomini si credono negli ordini civili ; cerchiamo questo mondo colto. La più
grossa parte della Polonia e della Russia non è essa nella schiavitù ? Non vi
sono alcuni degli Stati germanici ? L’ Inghilterra , la Francia , Y Olanda , la
Spa- gna , il Portogallo non mantengono la schiavitù nelle va- stissime regioni
dell’ Asia , dell’ Affrica e dell’ America ? Nell* India inglese non solo , ma
pure in tutta l’ India tri- butaria dell’ Inghilterra , che somma più che i
cento mi- lioni d’ uomini , non è legale il servaggio ? Non è legale in tutte
le repubbliche colossali dell’ America , una volta spagnuola, nell’ impero del
Brasile? Diciamo una più grande vergogna : dei ventidue Stati - Uniti americani
, dieci, e i più forti, non sono mantenitori della schiavitù? Dov* è adunque
questa libertà ? Pensateci bene : che cosa abbiamo noi fatto ora ? noi abbiamo
corsa la terra ; e di (1) fìegum Ub. 1 , C. 8. « ol questa, la parte cristiana, la più colta,
ci ha mostrato la servitù. E quale ? non quella che dircbbesi una dipenden- za
ordinata per la reciproca utilità ; ma quella che fa del- !' uomo una bestia da
soma , una cosa vendereccia come il cane e il cavallo : e peggio ancora ,
perciocché il pa- drone alleva il cane alla caccia , maneggia il cavallo , ma
lo schiavo è lasciato nella piti profonda ignoranza , anzi è voluto nella più
grande stupidità. E questa perversità ha ben antiche radici. Catone , quel Catone
che, per avere libertà, rifiuta la vita , voleva che i suoi schiavi lavoras-
sero, o dormissero; guai, diceva, se mettonsi a pensare. L'uomo che sa, non è
molle a servile pazienza. Quindi è che la Signoria , ben certa dell’
arrendevolezza che è nell’ ignoranza , tutto adopera perchè 1' umanità non esca
del cerchio della bestialità. Onde è che la vita del pensiero è nella città
tanto impedita ne’ suoi movimen- ti , che poco è più il letargo ; tanto
impedita che pur la parola è soffocata nella strozza - la parola! -Sì,
intendeteci bene; allargate il senso del discorso. Che cosa è la stampa? non è
che la parola visibile, la quale, per gran mercè della Provvidenza, mostrasi in
poco d’ ora a milioni d' uomini; è il gran miracolo della voce che esce una , e
si fa diver- sa , intaotochè è intesa da tutte le nazioni della terra. Or bene,
questa voce è soffocata da coloro che non hanno fede nella verità , o stretti
sono da paura e da vendetta. Vendetta niente scaltrita, la quale, credendo
levar la me- moria a’ posteri , punendo gl' ingegni , li mette anzi in maggior
credito, e partorisce a sè vergogna, e gloria a cui voleva infamia. Ma si
pensano, dicesi, d’ impedir 1’ er- rore. Cosa mirabile ! Noi possiamo sfidarli
di mostrarci un solo errore , che per tal mezzo sia stato impedito ; e ci
sarebbe agevole il provare che ru inano il potere , pro- cacciandogli una falsa
sicurezza in quel silenzio forzato. 53 Pure di persecuzione si sozza non s'
adontano molti uomini della città , vi hanno fatto il callo , e più presto
questi callosi ignoranti mettono lamenti delle imposte, per le quali intendono
il danaio che pagano al fisco. Sciagu- rati ! ma non è ogni cosa imposto nel
reggimento civile ? Dov’ è r elezione , dove chi rappresenta il commi volo ,
dove la spontaneità ? Vi s’ impone un prefetto che assas- sina i privati , e
ruba il comune ; ma , fatto potente , non teme la legge del mal tolto : vi s'
impone, a reggere l’ani- ma vostra , cui non vorreste servo in casa , o
consiglierò della moglie. Questo è nelle usurpazioni , dicesi , del go- verno
secolare; per lui mezzo un Dubois può passare, gra- zioso batillo , dal
postribolo al cardinalato , e sporca- re 1* altare ove Fénélon aveva pregato.
Vana risposta- Risparmiateci il rossore di mostrarvi le più vergognose imposte
d' un più riverito potere , e convenite che niuna speranza di salute è nei
disponimenti umani. No , non è civile libertà. Ma libertà è nel Caledonio , in
quel selvag- gio indomabile che tra le rupi di Scozia arresta il volo alle
aquile romane : libertà è nei Traci , che , offesi dalla romana tracotanza ,
levano in capo , e minacciano guerra dura , sanguinosa , tremenda a Roma già
onnipossente. La libertà è un sogno nella civile condizione. Sono qui alcuni
pochi che, sbavigliando, si torcono di sotto il peso, per dire lor doglia; ma
sgridati, come fanciullini s’ acque- tano , e sostengono. Ma dove e muscoli, e
nervi, e pensiero sono nei cep- pi troveremo la sicurezza almeno , e un vivere
riposato. Tanto si disse , e tutto si operava quel male , o consenti- vasi ,
per questa fortuna : e di qui traevasi nuovo argo- mento per far nascere il
bisogno di fuggire le selve, delle quali si cresceva la tristezza, esagerandone
i pericoli e le paure, onde condurci volenterosamente alla beatitudine della civile sicurtà. Ma dove è questa ,
quaudo 1* uomo ve> nuto nella civile comunanza ebbe paura persino d’ incon-
trare il vero ; quando insegnato ne’ suoi diritti , e più sentì r offesa dell’
oppressione, ebbe paura di dirne il patimen- to ? Diciamo qualche cosa di più ,
se ci è possibile : eb- be paura pur del tacere. Conciossiachè la podestà , più
formidabile dell’ arca santa , cui bisognava toccare per pe- rire, la podestà
cerca il pensiero non pure, ma castiga il silenzio, quel silenzio sdegnoso, la
sola difesa che pareva potesse 1* oppressione lasciare alla debolezza
impunemente. Sicurezza dove 1’ uomo ha un interesse di mentire , e ri- ceve il
salario dalla calunnia? dove si leva un tributo per pagare lo spione (1) che ti
seguita nella taverna e nel teatro , che ti sta in ogni dove attorno con cent*
occhi , e ti cerca persino la casa ( asilo rispettato pur nella selvag- gia
barbarie, dove la capanna ha un nume tutelare), sic- ché nel seno della
famiglia non sai bene se verrà a sturbarne 1* allegrezza; che nel sospetto ti
sconficca l* arca, e ne trae le scritture, sogno generoso d’un anima buona;
dove a un miserabile sergente è fatto diritto d* avvisare i (1) Si grida contro
le delazioni, eppure è questa una maniera di salute , di che si valsero, sino
dalla più remota antichità , i più savi governi per conservarsi. La legge in
Egitto obbligava tutti ad im- pedire il male che vedevano commettere. Chi
mancava a questo do- vere era frustato , e per tre giorni tenuto senza mangiare
( V. Pla- tone de legibus, iib. 9. - Diodor, lib. 1 ). I tristi trionferanno
sempre , dove i buoni non si collegano per procurarsi e mantenere il bene.
Anche in Roma consenti vasi al cittadino d’ accusarne un altro ; e ciò
seguitava allo zelo che tutti dicevano avere per la cosa pubblica. Ma al
sopravvenire degli imperadori una vile ciurmaglia per gremir- si il principe, o
per arrivare agli onori ed alla fortuna, vi si adoperò con si mal animo che
Tacito ebbe a chiamarlo il precipizio dell' in- nocenza. Si venne ai punto che fu
statuito per legge non doversi castigare I calunniatori. Tanta era la paura !
54 portamenti , e i modi dell' uomo onesto, d' imprigionarlo; dove lo spione ,
pauroso all' innocenza , inette baldanza nel delitto opulento che può
comperarne il silenzio : qui è sicurtà ? Che se voi cercate donde sia quella
truuquillità che apparisce negli ordini civili , e pare confidenza , troverete
non essere altro che paura reciproca che s’ inspirano pa- droni e schiavi. La
quale ove cessi , o lasci luogo alla speranza di opprimere , tosto si rompe
quell' ordinamento posticcio , e la comunità è disciolta nell' anarchia , o nel
dispotismo assoluto. Cosi intendeva Seneca essere la so- cietà ; il quale ,
come ud) pispigliarsi da taluni , che si doveva mettere un segno agli schiavi ,
perchè fossero di- stinti dal resto de' borghesi ; eh ! no, disse : noi siamo
per- duti se gli schiavi si mettono a noverarci ; noi riveliamo loro il segreto
della loro forza. Ma questo mistero, che poterono i Romani mantenere, perchè d'
un colore cogli schiavi , non fu possibile ai comandatori di S. Domingo ;
imperocché il negro ha una naturale assisa che non gli si può torre. Onde fu
che Cristoforo negro, spalancando gli occhi , noverando i suoi compagni , e
sentendosi più forte de' suoi padroni, tosto prese a ravviare la scapigliata
fante di quell’ europea civiltà che opprimeva la sua schiatta , come seppe ,
dolorosamente. Il paesano Irlandese già da lungo tempo avrebbe vendicato i suoi
torti , se le baio- nette britanniche noi tenessero in una apparente tranquil-
lità. Ora , che cosa è quest’ ordine che si vuol fondare sulla paura , che si
circonda di supplizi per conservarlo , che per tutto ha bisogno della violenza
per durare? Bella citta, dove una parte dev’ essere sempre in armi per te- nere
l'altra ! Oh ! sì, questa pubblica salute tanto faticosa- mente vigilata è più
grave assai che l' infermità della sel- vatichezza. Digitìzed by Google 55 Nè è
solo in queste paure, che si passa la vita nella civiltà ; ma più dappresso vi
è travagliato 1* uomo dalle paure che gli mettono coloro , i quali cresciuti
nell’ im- moralità e nella miseria sono bramosissimi di chiappare r altrui.
Onde egli ha a temere in casa i ladroni , nelle pubbliche vie gli assassini ,
nel tempio di Dio i borsaiuoli, in sui mercati la frode , in ogni dove 1’
infignimento e la soperchieria , senza dire di quella turba infinita , che per
danari farebbe ogni bruttura. E questi mali tanto si di- stesero , e sì
potentemente , che per tenere in sulla terra ancora un po’ di giustizia , si venne
, in tempi non lon- tanissimi , alla formazione degli ordini di cavallerìa , il
cui fine era di purgare la terra dai pessimi, di difendere i viandanti da’
masnadieri , non che dagli assalimenti dei Signori , e dei loro bravi (1) ,
servire di conserva ai navi- ganti, e proteggerli contro i pirati , di fare in
somma 1’ uf- ficio delle genti d’ armi , e procurare così quella che di- cevasi
pubblica sicurezza , almeno nei giorni della tregua di Dio ( 2 ) , cioè della
famosa transazione avvenuta tra la religione , la morale , e il delitto. Erano
questi gli Ercoli del Cristianesimo. Si dirà che non sono più queste infeli-
cità di tempi , nè più ci fanno mestieri simili guarentigie ; che i nostri
cavalieri , in tanta bontà di leggi e di costu- mi , non hanno più a
travagliarsi in battaglie , ond’ è che I
Baroni , i Feudatari, dice la storia , raccoglievano i banditi , ed i briganti,
e con intorno i loro scherani, ed ogni maniera di gen- te pessima , uscivano
dei loro castelli , come lioni alla preda , melte- vansi in agguato, e sulle
pubbliche vie assalivano i pellegrini , i pre- lati , i mercanti , gli
spogliavano e conducevangli poscia nelle loro rocche, dove li torturavano per
trarne da 1 2 parenti un grosso riscatto. (2) Nell 1 undecimo secolo, per gli
odii , le rapine , le vendette illu- strissimo, si venne a questa transazione:
che vi sarebbe tregua quattro giorni della settimana , cioè dal giovedì sino
alla mezzanotte • della domenica. 56 contenti alle loro feti acce screziate
possono vivere in pace con tutti. Ma taluno in vece potrebbe ora vedere molto
pericolo in questa stessa istituzione , profittevole allora ; conciossiachè ,
in alcuni paesi , i cotali fanno un po' pau- ra al cittadino ; il quale , sotto
quelle brillanti bagattelle teme si nasconda lo spione della Polizia. Di che si
do- vrebbe dire la presente condizione molto peggiore. Pur sia lode alla bontà
dei tempi che ci difendono dagli assassinamenti de’ baroni e de' feudatari. 1
re final- mente intesero che non potevano essere compiuti re con quella
ribaldagli. Ma il cittadino è perciò scampato dalla morte ? - No , quando le
leggi vel condannano. - Questo s' intende, e vuol dire che nella città 1’ uomo
è assassinato legalmente ; che la sua morte suona coi nomi di legge e di
giustizia voluta dall’ interesse generale. Generale! Oh noi. aspettavamo, e ce
lo avevan detto, che in questa bea- ta società , rotto il palco di morte , la
libertà si sarebbe seduta su quei frantumi , e avrebbe fatto regnare la giu-
stizia non bisognosa di scettro sanguinente ; che 1' uomo non più avrebbe
sparso il sangue dell’ uomo , per decreto dell' uomo , per terrore dell' uomo.
Ora sentiamo che la morte è voluta dall' interesse generale. Povera umanità ,
come fuggirai questa generale persecuzione! - £ lieve cosa, si dice , però che
offendere tulli è malagevole. - Ma se un Mario , un Siila , un Arrigo , un
Cromwello , ma se il più forte, che tutta si tiene a posta sua la forza
pubblica, chiama tutto a sè , e si costituisce 1' interesse generale , sarà poi
sì malagevole 1' offenderlo ? Come anzi sicurarsi dall' odio, dalla paura,
dalla vendetta, dal capriccio, Caligola
, dopo un lido banchettare . da in un grande scro- scio di risa ; e dimandato
da’ consoli , che gli stavano di costa , per- chè ridesse : Di ciò rido,
rispose loro, eh’ io potrei d' un cenno stran- golarvi tuUi ( V. Sveton. in
Caligola ). Bel riso da far lieto un roo- Digitized by Google 57 e dalle più
stolte libidini di questo imperante ? Ma se , peggio ancora , chi tiene il
governo ne abbandona la cura a* pessimi vicari , ai Tigellini , ai Sejani , ai
Pisoni , a’ perfidi agenti che si studiano di disperderlo dal dovere , di
tenerlo nelle lussurie, nelle crapule, nella vergogna delle più grandi futilità
; e di un reggitore di popoli fan- no un femminiero , un bevoue , un
chitarrista , dove tro- verà salvezza, non diciamo la virtù, ma pur l’
innocenza? Per tanto era meglio vivere alla selvaggia ne* boschi. A questa
dolorosa condizione fanno risposta cer- tuni , ed accennano alle forme
costituzionali , come al- r ancora di salute. Quale delirio ! La costituzione è
là come un bel simulacro , nel cui nome si esige più obbe- dienza e più denaro
; ma godesi perciò d’ una maggiore ' sicurezza , d’ una più grande libertà ? La
costituzione è là , ma sempre inferma tra gl’ interni tumulti , e le gare d’ un
meschinissimo egoismo , tauto che Y intrigo , la cor- ruzione , la forza
ottengono la rappresentanza , e 1* in- teresse comune non ha chi lo rappresenti
; nè può aver- lo , però che la legge mette differenza tra gli uomini per gli
scudi , onde cerca gli averi , e pesali alla bilancia del- F orafo. Di qui è
che una gente indegnissima è preposta , la quale non si perita di corrompere la
plebe , con dana- ri acquistarne malvagiamente il favore, o con vilissime
piacenteric gradirsela , onde salire. Ora andate , confida- tevi , voi pensate
la cosa pubblica , essi il proprio como- do ; vorreste equità , ed essi
procurano il privilegio ; tut- ti tirano a’ loro fini senza amor pubblico. Sì ;
siamo nel- le vie del privilegio , epperò non è che agitazione , incer- ato !
Pensate ora se aveva ragione di farsi meraviglia. Cesare Au- gusto , allora che
, avendo osservato il tremito di coloro che gli pre- sentavano suppliche ,
soleva dire : È pare che porgano il danaio all' elefante. 58 tozza, turbolenza
in questo mare della società. Nè poteva I uomo aspettarsi al bene , di si
infette radici sorgeva la pianta della civile libertà. Consideratene i
predicatori, studiateli bene, chi sono eotestoro? Fracassati, sbanditi,
vagabondi , gente affogata nei debiti , abbiettissima , o che macchiò la sua
gentilezza in una vergognosa povertà , necessitata a mal fare per fuggire castigo
, e rifarsi nelle ruine de popoli : si vilissimi , si bassamente locati , che
con occhio torto guardano il più piccolo bene d’ altrui , e n hanno invidia,
onde odiano 1* ordine stabilito, e spe- rano guadagnare , turbandolo. Se non
che , quando pure le più belle intenzioni ne purgassero la mala fama , quali
speranze potremo noi accoglierne? La costituzione noi sappiamo dov’ è ; ma le
guarentigie dove sono ? - Nella rivolta. - Poveri uomini, che si fanno un’
illusione del be- ne : coniìdano nella rivolta che sempre nasce di ree spe-
ranze ; che mossa da brutte passioni può spegnere i ti- ranni, la tirannide ,
no mai. La rivolta ! e chi muoveral- la ? - Il popolo - Che è il popolo? un
animale che ringhia e morde pel digiuno ; ma , empita la fame , s’ adagia per
dormire. - E quando pur si muova, sa egli mai dove s’ab- bia a gittare ? Non 1’
abbiamo noi visto dar la caccia a Bruto, applaudire ad Augusto che lo metteva
nei ferri , uccidere Cherea che liberavaio da un Caligola : imprecar morte a
Ottone, e, lo stesso dì, gridarlo imperadore: giudizio d uomini ! Ma assai è
detto; il più discorrerne cresce la vergogna e l’ ira. Non è dunque nella
rivolta la speranza, la quale è anzi di mali terribilmente gravida ! (1) (1) In
Creta , dice Aristotele ( Polii. 1. 2. c. 10. ) tostochè ì Ma- gistrati
fallivano al loro dovere , insorgevano i cittadini , e gli obbli- gavano a
ritornare privati , e riordinavano lo Stato. Ma I Cretesi ( come osserva
Plutarco nelle opere morali ) amavano la patria d 1 un tanto amore che del nome
il significavano che il materno affetto. Partoriranno quiete i tanti odi armati
? Questa non è che nell’ equilibrio ; e 1’ equilibrio , senza essere immobilità
, è concordia. - Ma come durare nell’ equilibrio , quando' sodo tante le
punture della vita, che poco è più la mor- te? - Bene, proromperete. Ma dove
riuscirà l’ impeto? - A ricomporre le forze nell’ordine. - Sciagurati ! dopo
quel fracasso non è che la quiete della desolazione, il silenzio dell’ ira e
della paura. No , non è senza infiniti danni che si travagliano le mutazioni di
Stato. 11 reale Profeta vide i popoli che, fremendo , tentarono di levarsi , ma
pensa- rono vanità ; seminarono il vento , come dice Osea , eap. ‘2 , e
mieterono la tempesta. Stolti , voi non vedete che la paura del vicino prenderà
parte nei fatti vostri , c voi indarno griderete : che niuno strano deve
immischiar- visi ; che le vostre frontiere sono come la soglia del- I’ uomo
libero, cui niuno ha diritto di penetrare; che, se fosse permesso violarle ,
ogni paese sarebbe aperto alle violenze , ed all’ ambizione. - Oh ! veramente
ciechi , che ancora non sapete essere cosa da privato conservare il proprio ,
ma regia lode assalire l’ altrui. E chi vi ha detto che un paese potesse essere
chiuso alla forza ? La giu- stizia, direte. Oh ! più ciechi ancora, perchè
parlate giu- stizia. Chi tien questa , disse Lisandro agli Argivi ( e mostrò la
spada ) , ottimamente sa disputare dei con- fini : e Agesilao richiesto , sin
dove si stendesse il suo paese , tragettando V asta nel vóto , sin dove arriva
que- sta, rispose. Sappiate dunque che la giustizia non è trovata giusta , se
non quando è forte. Le province Unite d’ America sanno che non si ratifica che
la forza ; il Messico ed il Perù lo imparano. Voi iuvocate la giustizia nello
strepito dell’ armi, voi che non sapete procurarvela nei vostri tribunali ; voi
vorreste farvene una difesa del tenitorio , quando invano 60 la supplicate di
difendere pure il vostro campo , pure il vostro orticello? Cercate la giustizia
nel laberinto della vostra giurisprudenza ; pensate qual sicurtà è in questa
scienza , o piuttosto arte magica , che fa bianco del nero : Y avete voi grande
? Oh , se la giustizia non fosse dentro di noi stampata , male la
raccoglieremmo dal sentenziare tribunalesco ! che anzi , se qualche cosa
potesse cancellarla dalla coscienza , non sarebbe niente di più valevole delle
venderecce sentenze, del vituperoso traflìco del diritto. Qual può essere
giustizia, dove il po- vero non può giovarsi delle ragioni sue per V esorbi-
tanza delle’ processure ; dove è fatto diritto al più offe- rente ; e dove ,
quando pure , per rarissimo caso , si trovi un po’ di diritta intenzione, sono
al banco a tener ragione uomini inetti , che involgono arrogantemente la loro
imperizia nella toga magistrale senza risponsabilità. Condannino, o assolvano,
niuno porrà loro querele. Ma intanto colle loro fave hanno messo Y ingiustizia
nel- T urna ; e ne uscirà potente di tutta la forza pubblica, per essere tosto
compiuta. Or va , e riparati all* equità delle leggi , alla sapienza de’
giudici. Eccoti alla discre- zione dell* altrui ignoranza ed avarizia. Sono
secoli che le preghiere in Omero corrono la terra trottando dietro l’
ingiustizia per placarne i furori , ma non cercano la giustizia. Questa dov’ è
? Chi lo sa. Sono migliaia d’anni che gli uomini si travagliano intorno il
diritto per ordi- narsi nella città : ma dove riuscirono ? I venuti dopo
compilano, compilano: ma che cosa? le assurdità dei tempi anteriori , le
preferenze , le pretensioni della forza che aspira all’ agiatezza , al
soverchiare , al dominare. Non discorrono che la soggezione. Hanno ricevuto il
mandato dalla forza , e fanno il loro dovere. Gli altri , i metafìsici , si
levano ad alte e brillanti speculazioni ; ma Digitized by Google 61 queste sono
nubi dorate , che ianciauo la grandine in sulla terra, tosto che viensi alle
applicazioni. In somma non è che disordine e confusione. In niuna parte è
quella scienza compiuta , che mostra la legge , ed ac- cenna a’ principii.
Smarriti, confusi nel mar di questa vita non sanno ancora gli uomini la tavola
che li salverà. L’utile, ben inteso , cioè del maggior numero, dicono gli uni ,
fonda la giustizia : l’ imperativo categorico , la simpatia , la benivoglienza
, cioè la voce del sentimento, ecco di che s intertengono gli altri. E intanto
le genera- zioni si succedono , i disputatori affondano nell’ abisso con tutte
le loro ragioni , e il genere umano non sa ancora come ordinarsi per aggiugnere
il bene (1). Ciò nullameno molti si affidano nelle leggi penali pel buon ordine
civile. Non vogliono scioperato il boia. Il Conte di Maistre ne faceva un
elemento sociale. Ciò vuol dire che si confida di puntellare la società colle
forche. Ma egli è certo che i più non conoscono queste leggi, e i finissimi
ribaldi veterani non le studiano per sapere dove hanno a fermarsi onde cansare
una maggior pena ( il che sarebbe un po’ d’ economia nei delitti ), ma per
fuggirla interamente. La qual cosa , assai volte , ottengono cre- scendo la
colpa. Sono stolti coloro che pretendono far t (I) Quando pure la massima del
giusto fosse chiarita, chi lo am- ministrerebbe? l'uomo è cieco. Ciò che fa il
delitto, non è Patto ma- teriale, ma P intenzione. Ora chi conosce questa? Gli
uomini nel presente incivilimento sono convenuti di giudicare le intenzioni
dietro gli atti. Una volta si veniva alle prove dell'acqua e del fuoco, si
domandava a Dio d' operare un miracolo. Supposizioni e fede , ecco chi
amministra la giustizia. Ma nè le convenzioni umane fanno la certezza ; nè
Iddio si è obbligato di fare miracoli per procurarla ai- I* uomo. E intanto che
si studia por fondare il giudizio , in ogni dove s' imprigiona P uomo , si
mette nei ferri , e per modo di pre- visione s' impicca. 02 buoni gli uomini ,
spaurendoli ; e mostrano chiaramente di non avere intendimento di ciò che sia
bontà. No , per simile modo non si viene a giustizia. Si vuol cominciare,
potendo, dal far diritte le menti degli uomini nel giudi- zio del bene. Ma
invece che vedesi per tutto ? Il premio della virtù dato ai più vituperevoli ,
senza onore salire agli onori i vili tirati su per ricchezze e favori. Di che
il po- polo, tra meravigliato ed incerto , fallisce all' intelletto del merito
; e venuto nel fondo della corruzione , con sì vi- gliacchi esempli , non s'
accorge pure dell’ oscurità in che è lasciato il valore. Ciò che sentivasi
persino dai correttis- simi romani ; inlantochè potè scrivere Tacito di Cassio
e di Bruto , che le costoro immagini , non volute in mostra dall’ invidia ,
traevano nuovo lustro da tale ingiustizia ; e più sfolgoravano per ciò che non
erano attorno. Con questi apparecchiamenti si può pensare quale es- sere debba
la prosperità del vivere civile, di che si fa un bisogno all’uomo, chiamandolo
ad essere governato. Dov’ è questa civile prosperità, mentre che i più sono
condannati a passare la vita tra la fatica e la fame; e dove alcuni toc- cano
una si grande miseria che di proposito commettono un leggiero delitto , onde
meritare d' essere condotti in prigione a svernarvi ? Orribile speculazione!
insegnata dalla fame nell’ abbiezione dell' animo. Dov’ è la prosperità , quan-
do ad ogni passo trovate il mendicante , vile sè solo , au- dacissimo se con
molti , che poi è cacciato in una carcere perchè voleva del pane ( l’ infelice!
come in tanta disperata inopia vivere innocente! ), o va nella taverna a
spendere l'o- bolo accattato, e bere il vino dello stordimento, per togliersi
al senso de' suoi rimorsi , e del suo patire ? I ciclopi di Omero erano men
tristi. Eppure ci si ricordano i mali della povertà selvaggia , ci fanno una
narrazione schifosa degli alimenti di che si nutrica, e della sua nudità. Tanto
Digitized by Googli 63 potrebbe giovare alla causa del vivere civile, se in
questo non fosse una lai lebbra , o potesse 1' uomo aiutarsi da lei. Ma noi
vorremmo che ci si dicesse, che cosa hanno fatto la religione, la filantropia,
l’amministrazione, il sapere, le industrie, le arti in questa parte? Pur troppo
noi siamo venuti ad un tempo di tali distrette, che fa i tìgli paurosi al
padre, onde si eleggono molli la corruzione del celiba- to. In Inghilterra ,
dove si credono tanti mezzi di prospe- rità , la tassa di ducento cinquanta
milioni di franchi è poca ancora ai bisogni dei Paupernmo , il quale anzi più
cresce , più è aiutato ; ed è ragione. In generale questa Europa, tanto vecchia
di civiltà e di sapere, non conta meno di un quinto de' suoi uomini che sono
nella miseria. E quale miseria ! Non è quella del selvaggio rassegnato nell’
egualità , e queto nel comune dolore , ma la miseria che inaspra vedendo la
letizia dell’ altrui abbondanza. Nè giova Io assottigliarsi per conoscerne le
dolorose cagioni ; perchè , o tragga un tanto male da un soverchio moltipli-
care dell' uomo , o dall' eccesso d’ una viziosa consuma- zione sulla
produzione, o dalla mala distribuzione dei pesi e dei benefizi della comunità ,
o da male compartita ricchezza , certo è che il male è, che non è tolto nè
dalla religione , nè dalla filantropia ; e che pare una malattia inerente all’
umana pelle , la quale però si manifesta nella selvatichezza non meno che nella
civiltà (1). (1) Cretini far onore alla bontà e prosperevole condizione
detl’uo- mo, magnificando le opere della città. Con Ione d' enfasi , e colle
parole della meraviglia ci si dice : La sola Londra ba 394 chiese pel vario
culto, 6004 osterie, 14 corti di giustizia , 10 tribunali di poli- zia, 14
prigioni, 147 ospedali, e 1700 pietose fondazioni pel sollievo de’ poveri. Ma
tutto questo che cosa prova ? Che la miseria è gran- dissima , irremediabile ;
che la malvagità ha radici si profonde da non si potere sbarbicare da nissuna
umana sapienza, pur dopo sforzi potentissimi e continui. E infatti . secondo il
quadro statistico dei 64 Forse non sarebbe impossibile mondarsi da questa
lebbra ( diciamo lebbra la povertà , non i poveri ), stene- brando le menti,
con che si ordina 1* affetto a quella savia economia , alla quale è dato in
custodia il bene dell’ uma- nità. Ma dove si fa tutto per mantenere Y ignoranza
nel popolo , com’ è detto , per fermare il mondo nell’ imbecil- lità , come
aggiungerlo ? E questa pessima usanza , con loro infinito danno , e più dei
popoli , seguitano alcuni im- peranti , quasi presaghi che non sosterrebbero i
soggetti quell’ ingiustizia d’ impero , ove fossero insegnati. 11 più forte non
si sente abbastanza forte, se della forza non fu sig. Leigh , io Londra , che
somma an milione duecento settanta- quattro mila e ottocento abitatori , sonvi
cento diciassette mila che vivono della minestra che si distribuisce nelle
parrocchie; quattordici mila mendicanti per le strade, in sulle piazze, nelle
chiese, all' uscio; ceotoquindici mila tra ladri e borsaiuoli ; tremila che gii
aiutano na- scondendo i loro furti ; e trentamila donne che soddisfanno delle
loro persone la pubblica lussuria. Ecco la florentissima Londra. Veniamo alla
beatissima Parigi , al popolo Francese che si crede tanto vincere gli altri
nella bontà delle leggi , nel perfezionamento d' ogni maniera d' industrie, d'
arti, di scienze, I' innanzi insomma di tutta Europa , fornito del più bello
adoperare per toccare la più grande prosperità... » n Cependant la dépravation
va croissant, scrive La-Mennais nel Me- moriale Cattolico ( Anno l.° t. 2. p.
83 ), les liens de la famille se rel&cbent , ou plutòt I' on ne connoit
plus ni mariage, ni patcrnitè. * Un homme à sa femelle, et ses petits voila tout;et
encore souvent ne sait-on pas à qui il s' appartienent. Les vices se propagcnl
, on les étale sans honte à tous les reni. Ils entourent l' enfant dès le
berceau , et Ieur hideuse nudità n' inspire ni borreur ni étonne- ment. Au
jsens morsi à peu-près éteint succède une sorte de inou- vement aveugle qui
pousse stupidement des étres dégradés vera lout ce qui promet quelques
jouissances à leurs grossiers appétits. Quel- que fois un instinct féroce se
développe en eux , ils onl soif du sange , et des forfaits inouis epouventen le
monde. » Intorno la miseria di
Parigi si può leggere il moralissimo discorso di Carlo Dupio inserito nel Globo
Gii un diritto , e dell’ obbedienza un
dovere ; però si studia meravigliosamente di tenere ogni condizione d’ uomini
nel- T ignoranza : i poveri , rendendo la loro vita malagevole e dura , sicché
appena possono bastare alle loro necessità corporali ; e gli agiati , per
natura inerti , ausandogli ai vizi ed alla mollezza , onde obbliviosi delle
pubbliche ca- lamità, più arricchiti e onorati, sieno più presti al servire. Ma
la storia ci dice che i governi, i quali adoperarono di mantenere 1* ignoranza
, fallirono grandemente al loro Sco- po: perchè venne la superstizione (di male
nasce male), e questa potente di tutta la forza che è nella coscienza che si
crede offesa, guerreggiò il governo, umiliollo, vinselo; e fu sua mercè
consentire eh’ e’ fosse, ma nella soggezione. Macometto astuto e tremendo
congiunse i poteri , regnò per la forza , e mise fondamento del regnare l’
ignoranza de* soggetti. Ma dopo la sua morte la varia superstizione turbò
quella grande potestà nei successori. Nè si poteva che non sorgesse una
sacerdotale ambizione formidabile che, dando di piglio in quei popoli
accoccati, non si gio- vasse di quell’ ignoranza per levarsi al comandare , e
met- tere nella dipendenza queglino stessi che pensavano van- taggiarsi dagli
altri, e dominarli , tenendoli nella stupidità. Non ci basterebbe il tempo, se
volessimo notare tulli i mali gravissimi che s’ accompagnano alla civiltà. Ma
que- sto sottile cercare non frutta alcun bene , c in vece ha condotti molti
nella misantropia e nel fanatismo , che in- contrano coloro che non veggono il
mondo che da un punto solo. Noi ce ne terremo di lungi. Il filosofo che si reca
col pensiero dove sono i re , dove i ministri , dove il sacerdote , dove la
plebe , dove 1* aristocrazia , e consi- dera il movimento sociale , compatisce
a tutti. Sono gente naufragata che si aiutano , come possono , per vincere r
ira della fortuna , la quale vorrebbe affogarli. Si , il ge- rirà, Tom. I. 5 06
nere umano ha fatto naufragio. Bisogna condursi a questo pensiero di tutte le
teologie. Sono secoli che si travaglia per aggiugnere una tavola di salvazione
, ma senza frutto. 11 perchè , per toccare lo scopo che ci proponemmo , e
chiudere il discorso , pensiamo potersi dire : che pel dolore T uomo si muove ,
che si adopera per cessarlo ; ma non è esatto il dire, che il governo, nè una
cosa qualunque, sia il suo bisogno , poiché in niuna è la sua salute. Questo è
si vero universalmente , che gli uomini , sfidati della ter- ra , misero le
loro speranze in cielo. Così parlavano i fastidiosi sofisticando all* ordine
eterno , ond’ è ogni cosa che è con peso e con misura. E noi a sì calorosi
declamatori risponderemo nella pacatezza della ragione. E innanzi osserveremo :
che quando , per dire il male, si cerca solo 1* oscurità de’ tempi, si corrono
i secoli, e da ognuno si prende la sua parte di malvagità, onde accumulata se
ne aggrandisca la misura; quando si tace il bene, e solo si raccolgono
obbrobriosi esempi dal- le istorie, si mostra più 1* animo maligno d’un
detrattore, che F amore della verità e della giustizia ; si mostra la vo- glia
di diffamare piuttosto che quella savia discrezione, sempre amorevole dell’
uomo , che non vi nasconde i vizi, e i delitti che lo guastarono ; ma aprendoli
con carità, non vi spande sopra troppa luce , ciò che è d’ animo disamora- to.
È ben crudele V ironia, e intempestiva molto , quando si trattano le piaghe
profonde che hanno afflitta l' umanità. Egli si pare adunque che, a ben
conoscere la civile co- munanza , e F ordine con che si governa , non bisognava
solo fermarsi in quelle turpitudini di vizi , e di enormità ; ma vedere di
queste le cagioni, e come sieno scemate, ed in grandissima parte tolte al tutto
, sicché 1’ amatore del bene può consolarsi , e prendere ognora più speranza di
migliori avvenimenti. E come non venire in questa speranza , Digitized by
Google 67 quando tutto vi ci conforta. Questa speranza è in noi , e muove da
una gran fede, da una fede che si fonda in cielo, e darà i suoi frutti in sulla
terra. Pur troppo la stolidezza s’attraversa ancora alla ragione, e ne
impedisce il movi- mento ; noi lo sappiamo , e ne abbiamo prove dolorose. Ma
tanto non ci scoraggia. Oromaso vincerà Arimano, di- cono le Indie. E noi
diciamo : la Provvidenza trionferà i suoi nemici. Tale è il senso dell’ umana
natura che ha di- verse espressioni. Veniamo all’ opposizione. Noi dicevamo che
dai biso- gni del genere umano traeva il governo. Ci fu risposto vi- tuperosa
villania di mordace lingua che ne esagerava gli abusi ; ma tanto non prova
contro la nostra tesi , ma più presto contro i governi cattivi. Ora questi non
sono cer- tamente un bisogno dell’ uomo , bensì la ruina : nè meri- tava tanto
calore il provare che le cattive istituzioni , le quali sono cagione della
miseria e dell' ignoranza dei po- poli, non possono venire da un bisogno che
sia nell’ uma- nità. Ma in quel guazzabuglio dell’ opposizione v’ ha qual- che
cosa che vuol essere particolarmente notata. E noi cominceremo dalla stoltezza
che pretende non essere ve- nuti gli uomini per naturale inchinazione , ma
vinti dalla forza, nei civili ordinamenti; perchè, dieesi, in questi si fa il
sagrifizio della liberti , il quale , non che essere nella natura dell' uomo,
gli è anzi in abbominio. lo nego questo sagrifizio. Ma prima intendiamoci. Che
cosa è libertà ? Noi qui non la cerchiamo come una forza che muove sè stessa
per venire all’ atto. Cotali con- siderazioni spettano alla Metafìsica , e noi
qui la vogliamo conoscere sotto il rispetto civile e politico, e come tale la
troviamo nel disponimento non impedito delle nnxtrc fa- coltà. Però tanto è più
libero 1’ uomo quanto egli più sa ; quanto più si guarda dal nuocersi, e più
ancora dal nno- 68 cere. E di ciò è chiara la ragione. Imperciocché primie-
ramente, quanto più sa, trova meno impedimenti all’ ope- rare. 11 rozzo artiere
spesso getta la sua fatica volendo muovere un ostacolo ; il matematico prende
la leva , e muove il mondo. In secondo luogo più guarda dal nuo- cersi , e più
le sue facoltà sono poderose. L’ intemperan- za e la dissolutezza guastano il
corpo , e 1’ animo infer- mano di molte malizie, e conducono alla stupidità.
Final- mente più si tiene dal nuocere, e tanto è più forte di tutta 1’altrui
confidenza, che conduce la stima ed anche la benivoglienza. Ora , ed il sapere
, e il temperare sè stesso, e il tenersi dall’ offendere si derivano sì
chiaramente dagli ordini civili , che io stimo soverchio il dimostrarlo. Dun-
que nella civiltà , non che stringersi i confini dell’ opera- re dell’ uomo ,
si allargano invece per quel maggiore svolgimento che ricevono le sue facoltà ,
e per quei sen- timenti che sono nella civile coltura. Al quale beneficio
inestimabile si vuole aggiugnere ancora l’ impedimento che le buone leggi
mettono al mal- fare. E in ciò è grande libertà , ma non intesa da molti. «
Nello stato di natura, dice Obbes (1), la libertà è infi- nita. Ciascuno fa
quello che gli par bene. > E appunto per questo , io dico , che non v’ ha
libertà. Perchè può parer buono al più robusto di opprimere , e allora non v’
ha libertà che pel robusto , cioè quella libertà che può tro- varsi in una
quasi bestiale ignoranza. E ancora questo stesso più folle non durerà libero e
posseditore , se non quanto resterà più forte , finché una forza maggiore noi
costringe e non lo spoglia. Quindi è che in questo stato, ignorantemente detto
di natura , deboli e forti , oppressi ed oppressori , tutti sono nel timore.
Ora il timore mette (1) Eleo), di Fitos. del cittadino. impedimento all' operare , mette uclla
necessità di guar- darsi, epperò uccide la libertà (1). E come non essere nel
timore dove il talènto è legge ? Dopo raccolto quello che mi basta il giorno
per sostentarmi , viene 1’ Obbesia- no, e mi dice. Dammi questo provedimento :
a me s’ ap- partiene quello che m’ abbisogna. Chi vorrà cercargli ra- gioni ? E
come giovarsene ? « Che ci parlate diri tli , » dissero i Galli ai deputati di
Roma, che loro si dolevano perchè aveano occupato un terreno che apparteneva ai
Clusii, ti nostri sono sulle punte delle nostre spade». E questo discorso è nel
cuor d’ ognuno che guarda pure al soddisfarsi. Certo che I’ uomo non poteva
sentire il biso- gno di privarsi della libertà , e del suo avere. Ma in quel
vivere separato , debole , misero della selvatichezza , ha sentito che doveva
procurarsi una durabile maniera di ben essere : e in tanta depravazione degli
umani affetti non poteva sperare la sicurezza e il libero disponimen- to delle
proprie facoltà , che nelle buone leggi , e nella potenza del governo che
guarentivalo dalle frodi , dalle violenze, dalle usurpazioni, dal furore delle
vendette, lasciandogli libero 1’ esercizio innocente delle sue forze. - Ma egli
è intanto spogliato - Non è vero. Egli paga un servizio , il servizio dello
stato , come paga il castaido che ha in cura le sue possessioni , che guarda le
sue vi- gne (2). Ci si dice, che se pensò ripararsi dalle violen- ti) Ho letto
che i galeoni genovesi sono stretti da catena, ov’ è inciso il motto libertcu.
Non so se sia vero ; ma il motto t sapian- Usaimo. Non v’ è liberti , se non
dove i malvagi sono nei ferri. (2) Il più cattivo imperatore che sia stato (
Nerone ) , toglieva tutte le gabelle, se non era ebe i vecchi , mostrandogli
che l' impero non sì poteva sostentare scemati gli alimenti, noi distoglievano.
Solo il consigliarono a ben dare in snlle mani ai pubblicani, che facevano
maledire , per le loro crudeltà , ciò ebe lolleravasi ab antico. ( Tac. Annal.
I. 13, $ 31 )• 70 zc , venendo al governo , fu male avvisato , però che in-
contrò i patimenti e l’abbiezione della servitù. Noi ne- gherò al tutto. Non
sono rari nella storia esempi di po- poli , che correndo alla libertà , la
quale non può essere che nelle buone leggi , fondarono il dispotismo , e un
dispotismo sì violento , che non parlava che monosillabi. Mario della infima
plebe , Lucio Scilla tra i nobili crude- lissimo , e dietro a questi Gueo
Pompeo , più coperto , ma non migliore , misero nei ferri la libertà , e , dopo
lo- ro , non d* altro trattossi in Roma che di stringerla viep- più t e
ribadirne i chiodi. Ma questi errori non provano contro il bisogno che diciamo
, come non prova contro il bisogno del cibo , se alcuno s’ avvelena ,
mangiando. Io penso adunque che non si possa contrastare alf evidenza degli
argomenti che nel bisogno ci mostrano lo stato ; e aggiungo da tale venirci
ancora le leggi. Ma questo vuol essere dichiarato un po' più largamente, cioè
detto come si conviene , non come sono usati certuni , i quali li par- lano di
leggi e di diritti , come d* uno squisito sapere , e altissimo da te. Mentre ti
è sì presso , che più non sei tu a te stesso. Queste cose sono discorse da noi
in altro luogo , ma non abbastanza pel bisogno nostro v e forse della scienza ;
però vi ritorniamo. Io chiamo leggi le maniere secondo le quali deve f uomo
condursi onde arrivare alla sua perfezione ; e dico perfezione lo stato , o la
condizione di lui , che nello svolgimento delle sue facoltà tocca il ben essere
durabile. Alcuni pensarono venirci le dette maniere da un sociale patto, dalla
generale volontà (i), dalle posi- ti) La volontà generale è la volontà del
maggior numero. Il maggior numero può volere P iniquità : può, per e»., avere
la modestia di crederei esclusivamente nel Véro, ed avere la carità d'abbruciare
vivi tutti coloro cbe hanno la disgrazia di pensare diversaibente. Il 71 Uve
religioni , in somma , da un uou so che d’artificiali e di posticcio ,
dipendente da convenzioni, da usanze, da maggior Damerò può volere saccheggiare
il vicino ed i lontani , spo- gliarli , farli schiavi. Tale era la volontà
dell'antica Roma, e tale è quella dei moderni Stati barbareschi. La volontà
generale non è dunque fondamento di giustizia. Ma alcuni, che pur vorrebbero
que- sta volontà santissima , si sono studiati , per difenderla , di chiamare
in colpa il dispotismo di tutte le dette infamie. Poveri filosofi ! non veggono
che se il dispotismo fosse contrario alla volontà generale, non durerebbe un
istante. Quando questa contrarietà è, il colosso è senza base, e come corpo
morto cade. Il dispotismo è evidentemente un ordine consentito dalla volontà
generale, lutto provandoci che net- T odio universale niuna potestà può essere
durabile. E qui , onde chiarire questo consentimento da pochi atteso , noteremo
, e non sarà inutile digressione : che un sistema umano , cioè un ordine
qualun- que stabilito dall 1 uomo , non può essere che un risanamento della
volontà deir uomo. Per la qual cosa è assurdo il dire, che gli uomi- ni
patiscono , o fanno quello che non vorrebbero. Chi muoverebbeli , se
ripugnassero ? - la forza - Qual contrassenso ! II potere di lui che comanda
non è che nel volere di loro che obbediscono. Niun popolo adunque ha diritto di
dolersi. Non è la forza che li fa ingiusti e miseri. Che potrebbero gli scherani
del dispotismo cinese , indiano , mongollo, se questi non volessero? Chi era
più forte di Napoleone? Eppure noi T abbiamo visto , quest' uomo altissimo ,
passare sotto il giogo dello straniero , e finire i suoi giorni terribilmente
procellosi su d' uno scoglio smarrito io un mare vastissimo. Qual forza lo vin-
se ? Lo vinsero quelli che V abbandonarono. A Waterloo spirò il di- spotismo
per egual modo che a Filippi , già due mila anni , spirò la libertà ! Nei due
cadimenti non fu che abbandono , cioè mutamento di volontà. Non è forza che nel
forte volere. Quando questo è, noi vediamo che una mano di gente nelle lacune
del golfo adriatico fa tremare 1’ impero della mezza luna. Temistocle mandato
da! dispoti- smo repubblicano ateniese a riscuotere non so qual tributo da
tutto I' Egeo , arrivò a Taso. Questi poverissimi si rifiutarono ; ed egli
minacciolli , dicendo loro d’ avere con seco una poderosissima armata. Di tanto
non d cale, risposero quegli imperterriti. Noi pure, noi abbiamo due
potentissimi eserciti , la fame e la disperazione f avvi- cinati , se vuoi
acconciare tue ragioni. Credè il Generale alle feroci parole , e partissi. 72
causalità. I rapporti dell' essere , ed il suo autore, non furono avuti in
conto quasi strani dell' edificio. Ma se noi vorremo internarci nella vita
sociabile , troveremo ben altro fondamento alle leggi ; e ci si farà chiaro non
essere esse che l’ espressione dei bisogni dell’ uomo, essere volute dai
bisogni dei popoli ; e che la legisla- zione , a meno di farne una Teologia co’
suoi dogmi e colla sua fede ( com’ è in parte la giurisprudenza ) , deve
appunto studiare i bisogni , e cercarvi la ragione della legge. Le particolari
osservazioni che furono fatte sopra popoli non meno diversi d’abito e di
favella che di co- stumi e di leggi : lo aver notato come in qualche paese gli
atti più immorali , persino le atrocità sono avute in venerazione , mentrechè
le azioni più innocenti ed utili vengono punite come delitti , hanno travolto
il giudizio d' alcuni filosofi , e messi al mondo i sistemi più ruinosi, come
quelli che non hanno fondamento nella natura. Ma a conoscere gli uomini
dobbiamo studiarli bensì nei par- ticolari , però sempre guardando di scoprire
ciò che hanno di comune , e quindi salire ai generali , recarci alle eminenze.
Non è grande la luce che in sulle alture: non è che dall' alto che si veggono i
secoli muoversi , e le forze eternamente operanti nell' umanità. Chi è in basso
non vede che una cortissima successione , e prende il suo secolo come un’
eternità. Ora che cosa c’ insegna questo studio ? che gli uomini tutti , e in
tutti i tempi , furono posti nella necessità di fuggire il dolore. Questo fatto
attestato dall’ operare di tutte le generazioni , dalla co- scienza di ciascuno
di noi , è il sommo capo della legge naturale, è il faro levato a schiarare la
via di salva- zione , che quei filosofi abbastanza non avvisarono nelle sue
conseguenze , e meno nell’ autorità che fondava l’ es- Digitized by Google 73
sere umano, onde ruppero miseramente. Quale è adunque 10 scopo della legge?
menomare il dolore della vita. Allontanare ciò che nuoce, procurando il
perfezionamento deiressere morale : ecco tutto l’argomento della legislazio-
ne. Necessità di fuggire il male : e ecco Y autorità che trae dall’ eterno
Fattore. - Ma il bene donde ci verrà ? - Oh 11 bene non può mancare. Guarito il
male , è una neces- sità trovarsi in salute. - Ma il bene comune ? - Nella fuga
del proprio male è la legge del bene comune, il quale per ciò appunto è legge
naturale. Questo si volle impugnare, ed ha bisogno di essere dichiarato. « Se
vi fosse una legge di natura, dice Bentham (1), che conducesse tutti gli uomini
verso il bene comune, le leggi sarebbero inutili. Sarebbe lo stesso che volere
con una canna sostenere una quercia , crescere luce al sole con una candela » .
Questo discorso non è conchiu- dente. Le leggi , espresse nei particolari ,
hanno ancora questo di proprio , che chiariscono le maniere con che si ha a
procurare il bene. L’ uomo ha una tendenza insupe- rabile a conservarsi , diremo
però essere inutile 1* Igiena ? Ma non è bene espressa la legge naturale ,
significandola per una tendenza verso il bene comune. La legge, noi ab- biamo
detto , è tutta in questo fatto : fuggi il dolore ; cioè procura la tua
perfezione. Ecco Y umana natura. 11 bene comune non fonda la legge , ma si
deriva da quel fatto fondamentale inevitabile , perchè è un modo principalis-
simo onde aiutare sè alla perfezione ; sicché il bene co- mune in sostanza
viene ad essere il bene dell’ io. Non che T io cessi per passare nel voi. In
natura non è questa magica operazione , è solamente nei li- bri stampati che
impugnano Y interesse ben inteso. Cajo (I) Traile de législation civile el pénale. T. 1, c.
13. 74 e Fabrizio uon saranno
giammai la comunità ; ma inten- deranno il bene particolare non sceverarsi dal
comune (t). L' io diventerà noi ; un intero diventerà frazione nell’ astra-
zione d’ un corpo collettivo ; e il noi opererà il bene co- mune senza che
cessi 1' io , movendo anzi da questo. L' umano adoperare non ha altro scopo che
di cessare il male dell’ io , che , negli ordini civili , è 1’ io della comu-
nità. Noi troviamo nel bisogno di fuggire il dolore lo sti- molo al bene ; in
questa necessità , in cui ci ha posto il divino Autore , il dovere di farlo ; e
troviamo il bene co- mune nella sublime divina economia che le particolari
prosperità legò si alle comuni , da non si poter separare durabilmente , e solo
per gravissimo errore. Queste ecce- zioni sono fuggevoli , e solo di quei pochi
che vivono una vita segregata in quanto all’ affetto , la vita dell' ego- ismo
, nel quale solamente 1’ utile si disgiunge dal giusto, il privato dal comun
bene. E in ciò falliscono grandemen- te i folli e sciagurati ; perchè 1'
interesse personale , ossia il bene dell’ operatore , per divino ordinamento ,
non è che nella comunità (2) ; ad aggiungere il quale fa d’ uopo (1)
Intenderanno che I’ utile non é il giusto ; ma che il giusto 4 sempre ntile , e
che non è vera utilità che nella giustizia. Io pen- so ora, venti anni dopo che
ho dettato questa scrittura, che bisogna (are nna più profonda distinzione
dell' utile dal giusto , e tale che ei riveli I' essenziale differenza loro
movendo dall' origine di queste due idee ; che l' idea del dovere sia un
concetto razionale posto a governare la volontà, come il principio di causalità
regola l'intelletto senza trarre dall' esperienza , la quale nondimeno è
condizione del- l'atto razionale. Le ragioni che mi muovono, vogliono un lungo
di- acono , e noi lo daremo opportunamente. Intanto la dottrina qui registrata
abbiasi coree la sposizione storica d' una grande scuoia filosòfica Intorno al
principio de) dovere. (2) Ho udito le mille volte : l' utile della comunità
spesso non potersi ottenere che scemando , ed anche distruggendo il bene del
Digitized by Google 75 conoscere 1’ ordine con che si succedono i fenomeni , i
risultameli delle operazioni che s* intraprendono , e te- nersi alle maniere
che più ci profittano. È dunque 1* uomo che fa la legge ? Per lo contrario , r
uomo usa le cose , vi si conforma , non le costituisce. Egli non è autore dell’
essere , nè de’ suoi rapporti ; è invece è nella necessità di condursi secondo
che e’ sono, se vuole aggiugnere al suo fine. Nell’ ordine fisico egual- mente
che nell’ ordine morale v’ ha un succedimento di fenomeni che non è in potere
dell’ uomo di cambiare vo- lendo ottenere un effetto. Un popolo , come osserva
il sig. Carlo Comte (1), viene in prosperità, o cade nella miseria, secondo
leggi immutabili e ferme, come una pianta cresce e viene rigogliosa in un buon
terreno , favoreggiata dai sole e dalle acque; ovvero imbozacchisce e muore
posta in contraria parte. Iddio ha fondato la legge , cioè le ma- privato.
Questo discorso è una vera bestemmia che offènde la divina Sapienza. Devesi
piuttosto dire, che rumane ignoranza, pensando di procurare U bene deila
Comunità, assai volte guasta il bene del pri- vato. E questo è pur troppo
verissimo. Ma che vi sia una sì dolo- rosa necessità nell' ordine della
Provvidenza , io lo nego. E di vero , ditemi : Quale è il sommo bene qui in
terra ? La civile comunanza. Dunque il durar fatiche, l' incontrare pericoli,
il patire per lenervisi, è un dare il poco per conservarsi il molto. Dov’ è qui
il sagriflcio , dove la violenza che V uomo fa a sè stesso , dove il perdimento
? Non è anzi tutto naturalissimo , e profittevole , e conforme all' amore
schiarato di noi stessi? Ma l'uomo della città, dicesi, è obbligato di
preferire al proprio il comun bene. Queste parole non hanno più un senso
ragionevole dopo quello che ho detto. - Ancora insistono , a dicono: è debito
del cittadino di mettere la vita per la salute co- mune. Se vi par grande
questa difficoltà , pensate quello che sarebbe la vita dopo il rifiuto: urn'
àbbominazione. TI cittadino adunque ri- nuncia alla vita per faggfre obbrobrio
, per incontrar gloria. Eccovi Attilio Regolo. (1) Traiti de légìslation etc.
76 niere (1) , secondo le quali deve I uomo ordinarsi per toccare la sua
perfezione ; nè 1’ uomo si torcerà da quella senza dolore. Che cosa è dunque il
positivo in materia di leggi dopo questo insegnamento ? Quello che è nel fatto,
non lo voglio dire : sarebbe troppo scandalo ; ma dirò che deve essere lo
svolgimento del naturale. Tutto ciò che è arbi- trario , capriccioso ,
posticcio , è oppressione , è cattivo , guasta r ordine. La legge è per essenza
un atto di ragio- ne. Dirò ancora , se volete , che il positivo è la necessità
dell’ umana ignoranza. In questa 1' uomo , non vedendo la via che mena diritto
allo scopo , s’ appiglia alla proba- bilità ; la quale non è dirittura che si
mostri egualmente a tutti , ma è varia secondo le disposizioni di chi giudi- ca
, quindi le diverse direzioni , quindi il positivo. Si dirà, che per piò modi
si può perfettamente arrivare alla stessa fine ; e di qui essere 1’ arbitrio,
lo lo nego. Lei- bnitz impugnò la possibilità di due esseri perfettamente
simili ; egli s’ avrà quel torto , o quella ragione che si crederà : ma io
sostengo 1’ impossibilità di due maniere perfettamente conducenti allo stesso
fine. Ciò non può es- sere senza eguaglianza: qui eguaglianza è identità; e
l'iden- tità non è il due, ma 1’ uno. Dal punto A al punto B non v’ ha che una
retta. A che dunque si riduce la distinzione della legge naturale dalla civile?
A questo solo, a notare due principalissime circostanze, nelle quali può
trovarsi l’uomo: cioè lo stato d’ indipendenza, o di selvaggia libertà, (1) Non
voglio dire come Occam : che mutata la volontà di Dio n quoti tanclum et justum
est, possi t evadere injustum. *> Nè mi penso che s’ abbia a fondare la
morale snlla natura di Dio , ebe mi sa di Spiooeiamo. Le leggi sono I’
espressione dei rapporti dell’ es- sere ; dai rapporti trae I' ordine , cioè la
coesistenza e la successione ; e Iddio , in ciò che è autore d’ ogni attoaliU ,
fonda la legge in aetu. Digitized by Googl 77 condizione che dicesi naturale
(l), ma com’ è naturale F ignoranza a chi non è insegnato ; e lo stato , o la
for- mazione della città , condizione naturalissima , anzi per- fezione della
natura dell* uomo , come lo è lo svolgimento delle facoltà di cui è dotato ,
com’ è il migliore essere che per questo mezzo si può procacciare. Ma nell’ una
condizione e nell’ altra non si giugne al bene mai per arbitrio. Questo è
nell’ignoranza, o nella pazzia. Il mondo intellettuale e il mondo fisico non
sono che un sistema di rapporti , cui I’ uomo è nella necessità di attendere
per non ismarrirsi. E sotto questo rispetto la filosofia di Pittagora, che ha
dato il mondo a governare alle ma- tematiche, mi pare piena di sapienza. La
giustizia non è che geometria. Ciò non vuol dire che una sola sia la misura per
tutto il genere umano. Questo ha un fondo comune che ne costituisce Y identità
; ma si trova ancora in circostan- ze diverse che variano il dramma della vita
, e fanno di- versi i bisogni , e quindi diverse le leggi (ì) ; la natura non è
il letto di Procuste , ma invece ella mette ad agio (1) Questo direbbesi
acconciamente stato d'isolamento. È un gran che , si dice , e si (iene che I’
uomo sia uscito delio stato na- turale venendo nella civiltà. E ciò è quanto
dire, che la perfezione ripugni ali' umana natura ; che 1' uomo che pensa , e
mangia il pane, come diceva Rousseau , è un animale depravato. (2) L' assoluto
in morale è il ben essere : fuggi il dolore , com' è detto , o in altri termini
togli il bene. Ecco tutta la morale eterna , immutabile. Fantasticate un
cambiamento d' organizzazione nell'uomo, e tale, che le cose che ora il
ristorano, gli siano invece di pena ; tale che il trinciarlo sia un crescergli
la vita come al po- lipo ; o eh' ei perisca pur d' un odore come molti insetti
, tanto non cambierà quel togli il bene , ma solo prenderà nuove direzioni.
Questa ipotesi di mutazione organica farà assurdi i codici che ab- biamo , in
alcuna parte metterà contraddizione tra il catechismo e i nuovi bisogni
organici; ma la morale starà: Fogli il bene; e eco l'as- soluto. - Ma fuggire
il dolora , e volere il bene, questa è dottrina 78 l' insetto e 1' elefante ,
il gigante ed il pigmeo , in ciò ap- punto che le sue leggi sono I’ espressione
del bisogno , accomodandosi alle varie condizioni. Ma in questa varietà non è
niente di arbitrario, come non è arbitraria la col- tura d' una pianta ,
sebbene variamente si coltivi secondo che è posta in diverso terreno , e sotto
un cielo diverso. Che anzi a volere che prosperi, è una necessità quella di-
versa coltura (1). Cosi è che noi vediamo seguitare ai scita della scuola di
Epicuro; e la storia ci ammaestra com' ella ab- bia condotto i suoi seguitatoli
ad un meschinissimo egoismo, ad una brutale Indifferenza per tutto ei6 che non
importare alla sensualità dell' epicureo. - Certo che se noi cerchiamo I' umana
natura io que- sti che non si sentono che lei sensi , falliremo al sublime
scopo, al- l' ordine eccellentissimo che è nella legge di fnggire il dolore.
Tro- veremo il vendicativo che occide )' uomo, il ladrone che lo spoglia , I’
avaro che incrudelisce ; troveremo tutte le concupiscenze che danno di piglio
ad ogni malvagità per soddisfarsi. Ma è una vera stolidezza impugnare la legge
, perchè i violatori sono caUivì. Sì ; i colali na sono i violatori : credono
fuggire il dolore , e lo Incontrano. Povero genere umano t io ardisco dire che
più non sarebbe , se la fuga del dolore fosse nell' Iniquità. - Ma vi è pure
alcuna volta ? - no , mal durabilmente nell' universale ; e solo per brevissimo
tempo in quelli, cui Dante chiamerebbe « entomata io difetto, e come vermi in
cui formazion falla •*. Leviamoci ben alto, e consideriamo l'umana natura in
tutti i suoi rapporti. Ella conservatrice di sé stessa, ella sociabile, ella
religiosa , non è lungi dal dolore se non quando è nelle conve- nienze di
questo triplice ordine ; che non è poi che un solo , quello dell' essere d’
nomo. Epperò fuggire il dolore è lo stesso che conve- nientemente ordinarsi
rispetto a sé, rispetto alla società, rispetto a Dio. Queste convenienze , che
diciamo, costituiscono I' ordine morale, che è in sé , indipendente dal volere
dell' uomo , il quale non può mutare i rapporti dell' essere, ma solo
conoscerli, e accomodarvisi. (1) Si è distinto il legittimo dal legale. Si è
detto legittimo tutto ciò che è nella giustizia , immutabile , universale ; e
legale ciò che è nelle convenienze e nelle particolari circostanze , conducente
al bene ed alla prosperità. Queste distinzioni possono aiutare C umano
discorso. Ma teniamo fermo , che non v' ha che un ordine , I ordine del bene,
invocato dai bisogni, manomesso dall' ignoranra. Digitized by Google 79 bisogni
la legge in ogni dove la ragione è schiarata ; in- tantochè la storia delle
leggi è ancora la storia dei biso- gni , dei quali ne sono I* espressione.
Sarebbe opera infi- nita il voler mostrare questa verità , e cercarla in tutti
gli svolgimenti delle umane facoltà, nei periodi che hanno corsi le nazioni
dalla fabbricazione della capanna al Cam- pidoglio , dalla piroga al
bastimento. Il perchè , in tanta chiarezza d’ argomento , mi contenterò di
toccarne leg- giermente alcuna cosa per nostra consolazione. Era molto tempo
che i buoni rimproveravano al- T avarizia l’ infame trafico che faceva dei
negri. Troppo costare , dicevano , la ricchezza che indi si traeva , avve-
gnaché sempre molto costi la prosperità degli scellerati ; offendersene la
giustizia , ogni umana qualità cancellarsi. Ma questi erano pochi. II popolo
occupato nelle sue fac- cende , e un po’ nel pensiero di sollazzarsi , se
sapeva quel commercio , non pensavane l’ ingiustizia , vedendolo dalle leggi
autorizzato ; ed anche un po’ corrotto faceva il sonnacchioso, come chi trae
utile dal male. Egli che sem- pre teme il caro , si pensava avere lo zuccaro a
miglior mercato. In questo mezzo una voce si leva , e grida alla barbarie. Fu
la voce dell’angelo dell’umanità. Venne tardi; ma noi non dobbiamo cercare gli
eterni consigli; venne, e schiarò le tenebre, squarciò il velo che toglieva
alla veduta quelle nefandità. Sono migliaia d' uomini che si strappa- no dalle
loro case , che si tolgono alle dolcezze delia ca- rità della famiglia , alle
più care abitudini dell’ amore , e della paternità ; è un vasto continente, di
cui si (a un campo di battaglia per farne una solitudine : la vittoria non è
che devastazione. Chi fugge il ferro , trova i ceppi ; trova , su d’ una nave ,
che deve condurlo ad una perpe- tua schiavitù , lontano un mezzo mondo dai nido
nativo , tutte le possibili umane miserie raccolte nel più breve 80 spazio ,
sicché la morte gli è in desiderio. Ma 1’ avarizia lo guarda , e tienlo in vita
per trarne profitto. L’ infelice non vorrebbe vivere , e non può morire.
Fortunato se • segni appariscono d' un morbo contagioso ; allora è git- tate in
mare , colla dolorosa compagnia , come zavorra pestilenziale. Questi racconti
si facevano , e il popolo tra vergognoso e meravigliato usciva della sua
ignoranza , in- orridiva. Ma sapere apertamente il male , e chiudere le proprie
viscere, non è nella natura del popolo: venne quindi alla compassione. A
muoverla anche nelle per- sone che non paiono occupale che dei loro piaceri ,
si chiamò la moda ; si fabbricarono moltissimi cammei (1) , e in essi
intagliate un negro ginocchioni , coi ceppi ai piedi , le mani levate inverso
il cielo , e sotto questa scri- zione: non sono io tuo fratello ? Di tali,
legati in anelli, se ne adornavano le gentili donne; non era possibile baciare
quelle mani , e non vedere l' immagine del dolore , che faceva meraviglioso
contrasto in quell’ atto. Di tanto non contenta la pietà ingegnosa e
insofferente , anzi offesa dal- 1’ altrui indolenza , a spandersi pure in
coloro, la cui vita è tanto bassa che appena si sentono, adoperò più volgare
argomento. Come tra noi il giorno , che fa sacro la me- moria de’ morti,
veggonsi, a muovere la tardità del fedele, fuori delle chiese e in sulle porte
grandi quadri che mo- strano le fiamme e i tormentati ; cosi in Londra , sono
pochi anni , in tutte le strade vedevansi , e alle porte di molte botteghe,
ritratti rappresentanti il povero Affricano che in atto supplichevole
richiedeva di soccorso i passag- geri, e dentro dalle botteghe erano aperti
registri, dove scrivevansi gli amici dei negri. Continuo se ne discorreva in
sulle piazze , nei teatri , nelle case ; la costernazione si (1) Non erano
pietre dure, ma una fattura di terra rotta. Digitìzed by Google 81 fece
universale. Era come ne’ caldi estivi un afa penoso che non si poteva cansare.
La compassione , questo biso- gno della natura ragionevole , fu dunque in tutti
, ed ope- rò quello che la fioca voce della religione e la carità dei pochi
invano desideravano: ruppe i ceppi di milioni d’ in- felici , conGscò le navi
(1) dell’empio mercante che 1’ u- mana carne comperava e vendeva , di questi
uomini sì lieti al banchetto dell’ antropofago ; e intimò la morte allo
scellerato che più s’ ardisse in questa nefandilà. Le po- testà d’ Europa , nei
congressi di Vienna e d’Aix-la-Cha- pelle hanno decretato la libertà e I*
indipendenza del- V A Africano. D’ora innanzi non vedrà più il negro nell’ Eu-
ropeo un uomo di sangue , ma un amico , un benefattore. Questo è il bisogno , e
insieme la gloria del nostro seco- lo, che alcuni furbi, ai quali fanno eco gl’
imbecilli, han- no voluto rappresentare come miterino , e bisognoso del loro
soccorso. Dio ce ne campi. A questa prova irrepugnabile della forza
legislatrice, che è nel bisogno, aggiugneremo alcune poche cose della riforma
del codice penale , operata pure dai .bisogni delle coscienze schiarate nei
progressi della civiltà. E trapassate le leggi di sangue, che nell’ ignoranza e
nella superstizio- ne furono ferocissime sino all’ atrocità , perchè esprime-
vano il bisogno della vendetta , che puniva nel delitto il peccato ; e taciuti
i molti procedimenti , con che si pretendeva di chiarire la colpa , dei quali
mal si direbbe se fossero più crudeli o più assurdi , noteremo solo di questi
1’ abolizione della tortura. (1) Si convicn dire che questo commercio fosse
estesissimo; perchè sul finire del 1813, noi troviamo più di centoventi
bastimenti confiscati a Sierra - Leona , al Capo di Buona-Speranza , alla Giam-
maica, alla Martinica , alla Barbada ecc. Tetta , Tom. I. ft 82 In tale
argomento io so quai nomi si faranno presen- ti alla memoria del mio leggitore.
Ricorderà che Beccaria fu il primo che tra noi arditamente aliò la santa voce
della giustizia , o piuttosto espresse il bisogno dell' uma- nità ( perchè uno
scrittore non è mai altro che 1’ organo del comune bisogno ) , che Montesquieu
in Francia , Bla- ckston e Tommaso Moro in Inghilterra si mossero contro
poderosamente a Unito spregio dell’ umano dolore. Ma il vero si è, che , molto
innanzi a tutti questi , fu già una voce potente d' eloquenza e di santità ,
che gridò alla sto- lidezza ed alla barbarie di quel tormento iniquissimo ; av-
vegnaché nella tristizia de’ tempi non sia riuscita pure a moderarne la
crudeltà. Fu non pertanto; ed io devo qui alla grandezza di sant’ Agostino di
onorarlo in questo luo- go. - t Qual sicurezza è negli umani giudizi ? dimanda
il buon Vescovo (1) : giudica I’ uomo dove chiave di senso non diserra ; e ,
perchè non vede nell’ oscurità delle co- scienze , cerca il vero , tormentando
il testimonio inno- cente. Chiama 1’ accusato , e torturalo. Cioè , mentre vuol
sapere se è colpevole , lo tormenta come reo ; sicché , an- che innocente ,
paga il fio della scelleraggine ; non perchè siasi scoperta la colpa, ma però
che non si sa se l’abbia commessa. Di qui è che 1’ ignoranza di chi siede a
giudi- ce, è spesso la sciagura dell’ innocente. Ma ciò dove sover- chia il
dolore si è , che , mentre il giudice tormenta f ac- cusato per non ammazzarlo
innocente, in quella sua igno- ranza lo ammazza innocente e torturato , quando
tormen- tavaio per non ucciderlo nell' innocenza. Conciossiachè , se vinto
dallo spasimo del dolore , confessa d’ aver fallito, eccolo ucciso. Sa però il
giudice, se gli abbia condannato un reo od un innocente ? No ; ma intanto
questo è , che (1) De rimi Dei lÀb. 19, e. G. Digitìzed by Google 83 per chiarirlo
innocente, lo ha torturato; e ignorandolo, lo ha ucciso. In questa tanta
ignoranza sederà, o non sederà a scranna il giudice di sì sfondolato sapere?
Sederà senz$ dubbio. A tanto costrignelo 1* ufficio suo eli’ ei reputa
sconvenevole lo abbandonare in tanta bisogna. Ma non reputa sconvenevole
tormentare per le altrui accuse un testimonio innocente, e strappare pel dolore
una falsa confessione degli accusati , i quali sono però puniti , seb- bene
innocenti , dopo essere stati torturati innocenti. E avvegnaché non si
castighino di morte, spesso nondimeno o nei tormenti , o per loro cagione , si
muoiono infelicis- simi > .-Così esprimeva questo gran Padre l’amarezza sua,
e scherniva la crudeltà. Sublime miscea di dolore e di beffe , sentimento profondo
dell’ umanità offesa e spregio dell’ offensore , che solo capiscono nelle anime
grandi. Pure , si è detto , di tanta autorità non venne quel bene al mondo che
togliesse l’ infamia della tortura ; poi- ché ha durato i secoli più ingegnosa,
più crudele, e quasi santificata , o avuta a grandissimo beneficio della
Provvi- denza per trovare il vero appunto. Pur troppo! Ma di qui conoscerete la
verità che mi proposi di mostrarvi. Tanto non si operò , per ciò appuntino che
non era ancora un bisogno di quella civiltà. Faceva mestieri schiarare le co-
scienze per mettere l’ indignazione in tutti i cuori , e far sentire il bisogno
d’ un ordine migliore di leggi. Questi tempi sono venuti, così aiutando Iddio;
e i bisogni hanno operato il bene , di che siamo lieti. Le atrocità ora fanno
ribrezzo alla gente più volgare, e una volto erano approva- te, evolute vedere
da chi si credeva il fiore della città. Tbistlevood dopo che fu morto per
delitto d'alto tradimento, il carnefice apparecchiavasi ad eseguire quella
parte della sentenza , nella quale era detto : Che in simile caso do- vevasi
separare la testa dal corpo; e questo, messo in quarti , essere 84 Abbiamo
fede, e compierassi 1’ aspettazione delle genti. Ma di ciò non s’ acquetano
certi rammaricati infedeli ; e paurosi e vili ci ripetono : che non è a sperare
nel sapere; che i cinque sesti dell* umana geute non sono nel vero ; e 1’ altro
che si pensa di esservi , dopo venti secoli non è perciò migliore del* resto,
se non forse più perverso in ciò, che fornito di facoltà celestiali pure non si
aiuta al bene. Non si confidano del cielo , disperano della terra , e scia-
mano: Che dunque sono ben poco fortunati questi bisogni, però che i bisogni
sono d’ un bell’ ordine , ma Y ordine non è. — Non ò vero , non sono ancora i
bisogni a quel- f altezza che è richiesto. Voi chiamate bisogno un pispi-
gliare di pochi, un cenno fatto in uno scritto d’ un oscuro filosofo , che
niuno o pochi leggono , e di cui pochissimi si persuadono; bisogno il lamento
degli ignoranti che si dolgono del bene come del male, perchè non intendono nè
1* uno nè f altro ; che vorrebbero il bene , cioè il loro piacere , ma senza
porvi mano. Non è bene senza sapere ; e la bella istruzione è ancora di pochi
verso f umana gente, ond’è che pochi sentono il bisogno d’una compiuta
ristorazione. Quando Y istruzione sarà cresciuta , governa- tori e governati ,
popoli e reggitori , si muoveranno verso il bene intero, verranno al codice
della prosperità. Di tan- to abbiamo caparra la bontà dell’ eterno Provveditore
, e il bene che si è già fatto. Un secolo fa , o poco più , si sarebbe detto un
sogno , Y eguaglianza di tutti dinanzi alla legge; libero il difendersi all’
accusato ; il governo es- sere nell’ interesse generale ; la libertà in tutte
le forme alla disposizione del re. Il popolo Inglese , quel popolo stesso , che
, non ha guari , conduceva la moglie al mercato , e vendevala per tre scellini,
fortemente indegnò, e impedì che si compiesse un sì orri- bile ufficio.
Digitized by Google $5 del bene : un sogno V abolizione della tratta dei negri
; la schiavitù domestica estirpata. Ora tutto questo non è av- venuto ai nostri
giorni per tutto dove il bisogno il coman- dava ? non vediamo noi ancora in
qualche parte soppres- se le lotterie, soppressi tutti i giuochi cagioni di
ruina? Questo discorso d’ un re al suo popolo : « Mi studierò di condurvi ad
una liberta che sarà più ferma delle vostre montagne • non ci è venuto dal
remoto settentrione , da un re della Scandinavia? Ascoltiamolo, che n’ è ben
degno, allora che parlando a suo figlio, così lo insegna (2): t Un principe
deve ricambio dell’ alto suo posto le grandi vir- tù, le qualità eminenti. Le
strepitose azioni fanno animi- ti) In un'operetta francese che ha per titolo =
Dialogue sur la loterie ecc. Paris. — L’autore nota, che la lotteria Reale di
Francia dovrebbe pagare per un semplice estratto 18 volte la messa e non da che
15 volte Per un estratto determinato . 90 70 17 Per un ambo semplice . . . 400
270 Per un ambo determinato . . 8100 3100 77 Per un terno 11748 3500 77 Per un
quaterno 511038 75000 77 Dopo r esposto soggiugne G. B. Say (Revue
enciclopedique): Per questo modo si rubano al popolo Francese dodici in
quindici milioni di franchi , bastcvoli pel sostentamento di mille , o mille e
dugento famiglie. Il peggio di questa esecrabile invenzione italiana è in ciò
principalmente, che per intenderne il pericolo, e l’ iniquità , fa mestieri
computare alcun poco , mentrecbè il guadagno è chiaro e netto. Infatti non è
necessario di scrivere una cifra per sapere che vi si olTeriscono
scttantacinque mila franchi per venti soldi che giuocate. Aggiugni a questo,
che, per mettersi alla portata del miserabile , onde spogliarlo , ricevono una
qualunque piccolissima somma ; e per agevolarne I’ incasso mettono in tutti i
trivii i racco- glitori. Finalmente gran prestezza : I' estrazione è tosto
compiuta j tutti sanno in poco d' ora s' hanno guadagnato o perduto. » Discorso di Carlo Gio : di Svezia , inserito
nella raccolta di lettere e proclami , dallo stesso stampata a Stokolm nel
1825. 86 rati i popoli , ma solo il beneficio li fa amorevoli. Quanto F
avarizia e f adulazione mentirono , onde fare di sè con- tento chi tiene Y
imperio , tosto vien meno nella chiarità del vero. Ma la giustizia e il
benefizio non patiscono in- giuria dal tempo, eternamente duraturi. Mettete ben
dentro nel vostro cuore questo insegnamento ; e pensate, che mal ferma è sulla
testa dell’ uomo avventato e su- perbo la corona ; e che , a degnamente
onorarsene , biso- gna apparecchiarvisi col perfetto intendimento dei doveri
del re , e delle ragioni de’ popoli. Sciagurato il principe, il quale,
prendendo a ludibrio i diritti della sua nazione, si pensa crescere splendore e
potestà al trono > . Queste voci suonano ora là ove una volta fremiva la
ferocia dei figli di Odino; pur là si sente da quel Senato, e da que’ popoli,
che non per la superbia d’ un solo ma per la salute di molti fu ordinato il
regnare. Si vogliono adunque stenebrare le menti a pungere gli uomini al bene.
L’ ignoranza s’ acqueta nel male, o soflerisce. I bisogni che conducono alla
prosperità , traggono dalla scienza. Questo f ho detto più volte , e f hanno
inteso tutti coloro che ben entrarono nel mio principio : che niun sentimento
morale è che non muova dal giudizio (1). Speriamo adunque. Io non so in questo
mondo spe- ranza più fondata di questa , del bene verso cui corria- mo; nè so
uomini più ciechi di mente, più poveri di cuo- re di cotestoro che sentono sì
cortamente della Provviden- za che è nell’ umanità operatrice di meraviglie. Sì
, sono ancora pervorse religioni che guastano Y umano giudizio ; che fanno
pesare sull’ uomo un’ orribile Teocrazia, che fa f immobilità nel male , un
quietismo bestiale. Sono go- verni malvagi che temono la luce , che hanno il
bisogno (1) Vedi Introduzione alla FilosoGa dell' afTctto. - Piacenza per Del
Majno 1829. Digitized by Google 87 degli assassini , dei ladroni , cioè che sia
oscurità e notte per tutti, onde operare essi sicuramente *il male: sì, so- no
ancora popolazioni che sentono del monte e della sel- va, che nella loro ferità
e rozzezza si recano con impeto al male , onde la rabbia e la ferocia delle
vendette fanno lor prove in alcune parti della terra. Ciò nulla meno , nel
generale , noi vediamo dilungarsi la barbarie. 11 grande albero della civiltà è
piantato ; crescerà , fiorirà , darà frutti degni del grande cultore che vigila
e protegge I' u- manità. Gli uomini , ove sono insegnati , sentono i biso- gni
che danno le cognizioni , cioè il bisogno della giusti- zia e della
benivoglienza ; e sentonlo grandemente i rettori de’ popoli. Non sono più que’
principi superbi e vili , e di sì rea coscienza, che paventavano pure i loro
sogget- ti : onde, per tenerli nell’ oppressura , soldavano armi pe- regrine ;
gente vilissima , alla quale sapeva meglio vende- re sè, ed aiutare le ingiurie
della tirannide, nell’ abbomi- nazione di tutti , che guadagnarsi orrevolmente
la vita faticando nel proprio paese. Delirio lacrimabile! stoltissi- mo
travamento ! Non sicurato il principe , di cui erano la vergogna ; non difesi i
popoli , che anzi aflligevano ; e l’ uno e gli altri si stavano intanto alla
discrezione di questa ribaldaglia , la quale si godeva insolente in un ozio
turpissimo le fatiche de’ lavoratori , e rideva la pau- ra dell' oppressore che
le fruttava quella beatitudine. Un tanto vituperio è cessato , e sì
compiutamente , che sareb- be ora , non pure nel giudizio dei buoni ma ancora dei
tristissimi, prova di senile demenza il ritornare al mondo quelle infamie.
Sanno ora ottimamente i governanti , che non è sicurezza che nell’amore dei
popoli ; mal fermo ogni potere che si confida nella violenza e nella crudeltà.
(t) «. SI vous voulez.» diceva Sally ad Enrico, * soumettre par la forca dea
armes la majorité da vos sujels, il vous faudra passer Digitized by Google 88
L’ amore dei popoli, ecco il fondamcuto del trono. Quando non è che l'esercito,
questo sconfitto, seguitano la fuga e la ruina. Ma dove i popoli vogliono ,
anche nelle per- cosse della fortuna , anche nella desolazione , non è di-
sperata la salute. I bravi si raccolgono, pullulano dalla terra i valorosi , i
morti sono stimolo ai vivi , e dove è sitinolo, è forza ; dove è forza, è vita.
Gli eserciti muoiono, i popoli non muoiono. Popoli e re sono ora di lunga mi-
gliori. Lo sono, che più mirabile è, anche i cortigiani. Voi non trovereste di
loro chi volesse ora disposare la prostituta che avesse messa nel letto del suo
Signore , nè con giullerie e goffe scedc rallegrarne i conviti. Non sono più
litoti d’ onore nè gradi in corte i nomi di amanza e di amadori. Di molti mali,
che ottenevano .lode, arros- siscono ora i più perduti di coscienza ; e dove
non ar- rossiscono , arrossa il popolo per loro. E questo è un gran passo , che
il popolo senta la sua dignità , e sia tol- to cosi alla mala influenza del
vizio potente, non più rispettato , ma avuto a schifo , ove che si trovi ; è un
gran passo che niuno sia levato in alto senza essere fru- gato dalla curiosità
di lui , o saperne il merito , e messo in favole, ove la chiarità delle azioni
non risponda alla illustrazione del posto. No , non è più il secolo di Mac-
cliiaveilo ; non si può ora essere cattivo senza incontrare r infamia e 1'
esecrazione , non essere lodato senza avere virtudi o loro somiglianze. Sono
queste I' ipocrisia ; ma l' ipocrisia è qui un omaggio alla pubblica morale. 11
be- ne adunque è cominciato ; e noi speriamo che non darà più addietro , che
anzi progredirà. Certo sonvi nemici , par un miniasse de rlifflcultés, fotigues, peincs.
ennuis, périls, et tra- vati», .unir toujours le cui sur la selle, le halerret
sur le dos, le cns- que eu téle, le pistole! en poiug, I' egèe à la main n
Economies Ru- yalcs tee. Digitized
by Google 89 nè si progredisce che vincendo. Ma questa lotta sarà vin- ta , e
il carro della luce correrà il suo corso , checché facciano i nemici per
tardarlo. Lo spirito vincerà la car- ne ; la generazione che sale , trionferà
la cadente , la giu- stizia regnerà 1* avvenire. Sperda Iddio la voce del male-
volo che non sa vedere migliori tempi , quella voce di ghiaccio che ti piomba
al cuore per recarvi un freddo di morte , per ispegnervi ogni coraggio , ogni
speranza ; quelle parole che provano quanto sia influente un lungo servaggio ,
sino a far credere che sia degenerato 1* uomo , che pure è venuto in una più
gran luce di scienza , in una più grande moralità. Infelice chi s’ abbandona
dello sperare, e come dinanzi agli occhi un velo funebre, non sa vedere che
calamità e ruine. Noi sappiamo ancora una maniera d’ uomini feroci , che si
direbbero trovare la salute nello sterminio. I po- poli , secondo che e’
pensano , sono arroganti , e tanto , che bisogna smorzarne l’ insolenza nel
sangue. Un po’ me- no ciudi , ma non meno lungi dal vero , sono che dico- no il
genere umano nella necessità di guerreggiarsi per vivere. « Fa mestieri che una
parte degli uomini distrug- ga 1* altra , o che tutti muoiano di fame (1) >.
Eccoci nel- la necessità di pregare la peste, perchè dilunghi la guer- ra.
Orribile alternativa ! Il più eloquente de’ filosofi del nostro secolo per
altro modo si è studiato di mostrare la necessità della guerra. Dio buono !
necessaria la guer- ra! Un popolo, senza dubbio, deve tenersi apparecchia- to
contro gli assalimeli. Ricordo i mali delle barbariche invasioni , che nocqucro
tanto ai discendenti de' Romani ; ricordo come f infingardita Italiana gente,
mettendo la di- fesa del proprio paese nelle numi del soldato mercenario, (1)
Il Barone di Theis. I’olitiijuc de» nations de. Inlroduction, p. 43. 90
dipendeva poi dalla venalità d' uno Sforza c d' un Brac- cio , e , pronta a
servire , davasi a chi vinceva premio di guerra : ricordo 1’ esterminio delle
Americane popolazioni non potenti a respingere una mano di brigatili europei.
Ma ciò non prova la necessità della guerra , bensì di stare agguerriti per
evitarla ; di tenersi nella virtù militare , che una volta era principalmente
l’ amore del proprio paese anche con ingiustizia ; e che dovrebbe essere I’ a-
more di tutti i buoni, riuniti per guerreggiare gli oppres- sori. Ma sono le
idee , dice quel filosofo , che si guerreg- giano ; è il mondo che nei
progressi della civiltà , dispo- gliando le vecchie , prende nuove forme , e si
abbella ; è il nuovo e I’ antico spirito che , incontrandosi , si batto- no di
santa ragione , dove 1’ avvenire è sempre vittorio- so. - Certo 1’ avvenire non
può che non vinca ; sì , sono le idee che si nimicano. Ma il diritto delle
spade potreb- be ancora cacciare nella barbarie il genere umano , don- de uscì
dopo una lotta di tanti secoli faticosa e sangui- nentc. Sono le idee che si
fanno la guerra; ma quali? (t) L> presente civiltà non può più dire
addietro. Qua! vento po- trebbe fracassare questa pianta, che ha messe gì
profonde radici , che è aorta in mezzo di tante procelle , cresciuta nel pianto
di tante ge- nerazioni , bagnala del sangue di tanti generosi' 1 • Così ascolto
dire. Ma io non veggo, volendo discorrere le probabilità, perché non possa
tornare quello che è stato, e ciò principalmente procurato dalla guer- ra. Che
ci provano i tronconi di colonne , i marmi effigiali che si disottcrrano pur lé
dove ora non sono che misere capanne, e scure grotte di nodi selvaggi ? Non è
quivi una civiltà seppellita ? E perchè non si potrebbe che si perdesse I'
alfabeto pur là dove ora si scrive sì ornatamente -l Chi sa qnule volte gli
uomini , perduta ia traccia d' ogni sapere, hanno comincialo l'opera’ quante
volte ia fiaccola della civiltà ai è accesa, e quante spenta ? Chi ci assicura
che i no- stri nipoti non raggiano si che abbiano a faticare i secoli, prima di
giugnere all'alfabeto, e conoscere il martello? Che cosa sono ora i nipoti di
que' popoli in antico si civili, che stamparono orme si glo- Non le astrattezze del Peripato, della Stoa,
dell’ Accade- mia ; ma le idee che muovono le passioni. È 1’ ambizione, f
avarizia , la vendetta , la mala speranza di soverchiare che si cacciano
innanzi milioni d* uomini , come fossero macchine per l’ uccisione, e si
consolano de’ mali che fan- riose io suiti torri 7 Oh ! i disgraziati , sono
ori caduti si al fondo che non sentono pure di essere schiavi. Innanzi a noi
vissero molta eli ; noi stessi veniamo da lunghissime generazioni , e Unto che
non ne conosciamo il cominciamento. Ciò posto, io dimando : E egli cre- dibile
che, dopo tanto camminare di secoli, siamo appena giunti ad un barlume di
scienza, nel quale, come verso sera sotto il lume della luna , non bene
discerniamo le cose ? 0 non è più presto probabile , che la scienza siasi
smarrita, e ricominciata le molte volte, o succe- duta a noi, quindi ricolu ,
ma guasta e corrotta , come sparse reli- quie dopo il naufragio? Si potrebbero
cercare nelle storie questi smarrimenti; ma le nostre storie sono una
strettissima misura, e non aggiungono per lunghissimo tratto a quello eh' io
vorrei far pensare. Io so che, lasciato ogni particolare avvenimento , si
guarda nel- l' Umanità dai sostenitori del progredimento civile ; e questa pare
loro non potere retrocedere , ma dovere avanzare per una necessità che è nella
natura delle cose. Tanto fa barbaglio : essi pensano una virtù magica io qnesta
parola Umanità. Ma rendetevene conto , e troverete non essere altro che un nome
collettivo ebe del Greco, del- I' Assiro, dei Cafro, dell' Ottenuto fa un
fascio ; dopo ciò conoscerete che non ba alcun privilegio più che le parti di
che componsi ; e che può bene tutta quanta tornare nelle tenebre come i suoi
elementi. Il progredire , dicono , è una necessità ebe è nell' ordine delle
cose. Io lo credo quanto essi: ma lo intendo diversamente. Il progredire è un
dispiegarsi che fa la gran tela , è il gran volume del mondo che , svolgendosi,
ci mostra i fenomeni che sono il nostro universo. Que- sto è ben necessario , è
la ragione che muovesi : ma progredisce e muovasi in una successione che ,
rispetto all' uomo , ora è tenebre , ora i luce ; ora la barbarie, ed ora la
civiltà ; ora conduce un Tibe- rio, ed ora un Tito. Cederemo noi di speranza
però ? No ; il meglio A ora un bisogno sentilo, e questo è la necessaria
condizione per aggiugnerlo. Arimano e Oromaso si guerreggiano. Questa guerra è
vita ; e nella vita è lo sperare. 92 no ni genere umano. Per coglierne gloria,
si dice. -Gloria! e sapete voi quello che parlate ? Aprite bene gli occhi ;
mirate per enlro a questa gloria , vedete quel lungo via- le d’ allori ; là ,
nel fondo è un vasto golfo di sangue , oVe vanno a precepitarsi le umane
generazioni: è quella la gloria che fruttifica il bene all’ umanità ? Ma
cessiamo si dolorosi racconti ; e consoliamoci nella Provvidenza. Chi sa
vivere, empie la vita di speranze. Questo bene ci è da- to ; il resto verrà. Fu
un tempo , e non è lontano , che la politica e la morale si disgiungevano , si
nimicavano anzi. Quello fu un tempo di guerra. Ora il mondo è cangiato. La
politica c la morale più e più si accostano ; divente- ranno una cosa , o non
saranno che due nomi degli stes- si principi! applicati a due maniere dell’
umana vita. La politica non sarà più che la morale delle nazioni ; la giu-
stizia e la pace si daranno un bacio durabile : perchè la pace non sarà quella
della paura , o del tradimento , o delle macchinazioni , ma della buona
volontà. Per la qua- le , io lo spero , non torneranno più le rabbie atroci ,
le armi scellerate , quelle orribilità di mali , che ira di cielo lasciò essere
sulla terra , ruina e vergogna dell* uman genere. Spente le rivalità dei popoli
, lungi da quel cieco amor patrio (1) , che non è patriotismo, c conserva le
antipatie nazionali , si vedrà che 1’ interesse dei buoni governi non è , c non
può essere altro , che 1* interesse generale della specie umana ; che non è
altrimenti sulle ruine d’ un popolo che un altro può levarsi in fortuna , (1) È
notabile come nell' incivilimento più gli uomini generaliz- zano la loro
esistenza , cioè, più si sentono in relazione con tutto il genere umano, meno
provano I' influenza del patriotismo. La Nostal- gia è sempre più l' infermità
delle persone rozze che delle colte. Socrate e Platone souo cittadini del
mondo: il povero Bretone è il figlio della suo terra. 93 quasi gli uomini
fossero sulla terra , come la famiglia dei carnivori bruti, condannati a
guerreggiarsi, per vedere a chi tocca morire il primo , o chi avrà un frusto di
pa- ne per continuare una vita miserabile , mentre nell’ ami- cizia è la forza
, c nella forza la vita. E già la divina Provvidenza , che per la babelica
dispersione confuse le lingue, ora ha condotto le umane cose per la riunione sì
acconciamente, che le. più lontane genti possono dirsi, toccarsi per li bisogni
in cui sono , e pei mezzi meravigliosi di comunicazione che sono trovati. Si
può dire , e non è esagerazione , che anticamente non vi fosse mondo , se non
vogliamo di questo nome chia- mare il consorzio di pochi rispetto all* umana
gente. Le nazioni vivevano isolate senza conoscersi ; o , se conosce- vausi,
tanto era peggio, si facevano la guerra. 11 più esteso commercio de’ Fenicii
giugneva all’ Indostano , e voleva il cammino di tre anni; di Salomone è detto,
come per una meravigliosa grandezza , che navigava ad Ofir ; il ritorno di
Menelao dalle coste d’ Affrica a ve vasi a miracolo. Le ambizioni fondavano
imperi ; e senza essere di voglie più ammodate che ora non sono , si tenevano
non pertanto nei riguardi , o per la paura dei vicini , o per 1* indoma- bile
vagabonda selvatichezza che incontravano. Quindi tolte le comunicazioni. L’
umanità ora si muove in un più largo giro. 11 grande oceano indico pacifico
australe che bagna i due poli , verso il quale il mare atlantico , che pareva
immenso di navigatori fenizi e greci , non è che un golfo , ora è corso dalle
navi nostre , e con sì buona fortuna che incontrammo un nuovo mondo, la bella
Ocea- nica ; alla quale felicissima non mancherà il suo Cadmo , tali uomini
ricoglie dall’ Europa e dall' America sbandeg- giati. « Il mondo , dice
opportunamente il cantore dei martiri , non è più quello dei tempi di Colombo.
In que’ 94 mari ignoti , dove 1’ ignorante immaginava una mano ne* gru , la
mano di Satanasso che afferrava la notte i basti* menti , e bravali nel fondo
dell’ abisso ; in quelle regioni antartiche , stanza della notte e dello
spavento ; in quelle acque furiose del Capo d’ Horn , e del Capo delle tempe-
ste , dove il mettersi era un gittarsi a morire alla dispe- rata , navigano ora
con facile sicurezza piccoli legni cor- rieri da posta, e regolarmente
tragittano lettere e viaggia- tori. Si direbbero tolte le distanze de* paesi in
tanta faci- lità di comunicare. 11 giro del mondo non è ora più che uno spasso
; dura nove o dieci mesi , e qualche volta meno. In Londra partesi Y inverno ,
uscendo del teatro , si tocca alle Canarie , a Rio Janeiro , alle Filippine ,
alla Cina , alle Indie , al Capo di Buona-Speranza , e si è di ritorno a casa
all* aprirsi della caccia. Per terra ancora , se fosse in grado alla Francia ,
ali* Allemagna, alla Russia si potrebbe porre una linea telegrafica sino alla
gran mu- raglia della Cina , e in poco più di dieci ore parlare ai Cinesi , e
riceverne la risposta » . Molto incuorano le narrate cose, mi dicono talu- ni ,
ed è bello il pensare che possonQ ora gli uomini di tutta la terra , non
altrimenti che gli abitatori d' una medesima città, trattare i loro commerzii.
Ma noi, più che ai Cinesi , abbiamo bisogno di parlare e di comu- nicare ai
nostri paesani. £ qui sono grandi le distanze, qui è un mare vastissimo , dove
niuno ci tragitta ; qui è conflitto e ripugnanza come di contrari elementi. Ora
l’ incivilimento , perchè potesse il secolo gloriarsene , do- veva cominciare
dal rendere più accostevole 1* uomo all* uomo , e togliere quelle differenze
che le umane superbie hanno messe al mondo per loro comodo. 11 vario reggimento
delle caste che inventò il privilegio e le eccezioni ; la gentilezza che oziosa
e insolente ottenne 95 la preminenza, disgregando le membra dell'umana
famiglia, guastavano I’ opera della Provvidenza. - Guasta-, vano sì veramente ,
rispondo io ; e i filosofi che s’ infer- vorarono sino a stabilire la diversità
dell’ umana specie, sostennero le pretensioni delle più esecrabili cupidigie,
onestarono le usurpazioni , le violenze, le più abomi- nevoli ingiustizie. Ma
tali furono pochi , e più non sono. I migliori dalla stessa polvere videro
uscire f umanità; si dolsero alle distanze create dalla superbia, ed operarono
per cancellarne il pregiudizio. Ma furono iugiusti e in- grati in ciò che non
ne onorarono il fondatore del cri- stianesimo , il quale ci chiamò tutti
fratelli (2). Vero è che i professori del cristianesimo , in qualche parte ,
non cessarono per ciò di tenersi nella via dell' ambizione, del signoreggiare ,
e di puntellare vieppiù le barriere che rompevano 1' unità ; che pure le grandi
abbazie si Questa superbia degli uomini
si è mostrata anche nei modi della penitenza ; anche là , dove pareva , che la
rea coscienza , dopo avergli ammucchiati , dovesse pure tutto cancellare, tutto
confondere. Nei tempi famosi della furia penitenziale , della quale l’ Italia
dié pure I' esempio , que' seminudi flagellantisi , scopati , scudisciati , se
nobili . una spada portavano sul collo ; se plebei un capestro. Con- fessando
cosi , gli uni di meritare gentilmente il taglio della lesta ; e gli altri , in
anima vili , la forca. Il cristianesimo è
il frutto della civiltà , dicono alcuni. No troncano le radici , e credono di
onorarlo. Il cristianesimo , dico io , è la cagione della moderna civiltà. I
fedeli sanno a che cosa devono atteneisi. Per gli altri questa quistione ,
grandemente storica , vor- rebbe i volumi. Io mi fermo in questo : il solo
cristianesimo ha detto agli uomini : Voi siete fratelli. Dov’ è la filosofia
che genera- lizzando siasi recata a questa altezza , e sì poderosamente abbia
ap- plicato I principii d' egualità e di libertà ? No. niuna umana filosofia si
levò a tanto: dico male; la filosofìa insegnò il contrario. Aristo- tele
trovava che degli uomini alcuni sono naturalmente schiavi ( Po- lii. t).
Platone che ecc. cessiamo la vergogna. - Ma nel cristranesimo vi fu il
servaggio. - Se fu nel cristianesimo , non fu il cristianesimo. > „ 96
tennero i diritti signoriali , conservarono la schiavitù domestica. Ma si vuol
considerare che non tutti i pro- fessori del vangelo ne conobbero lo spirito, o
il segui- tarono. Male ci consiglieremo coi fatti, per sapere il vangelo.
Studiamolo con purità di cuore. Quale è il com- pendio dell’ insegnamento
evangelico ? La carità che è vita , e I* umiltà che è morte della superbia
guastatrice del mondo ; la colleganza di tutte le classi , 1' unità. Non un
accostamento che cancelli le differenze di fatto , nè le inegualità che
costituiscono 1* ordine ; non Y unità che non conosce distinzione. Tanto non
sarebbe che confu- sione e morte. Ma quella variata unità che diremo con-
cordia di parti non simili , ma insieme non disformi nel pensiero e nell’
affetto della cosa pubblica ; ma quel- F avvicinamento d’ animo che è voluto
dal comune in- teresse, dallo scopo comune del perfezionamento socia- le. Dove
riesce questo discorso? proprio a rispondere alla difficoltà che si traeva dai
pregiudizi che disgiun- gono le membra della città. 1 quali , se sono , non
tol- gono che noi non siamo insegnati a disprezzarli ; che però noi siamo sulla
buona strada , nè ci resta che di correrla per giugnere al bene , seguitando 1*
evangelico insegnamento che è la cima della civiltà. Perchè , se bene l'
intendete. Civiltà non è che la condizione degli uomini , le cui facoltà
fisiche , intellettive , morali sono conveniente- mente svolte, onde ottenere
il bene del vivere sociale : o più brevemente, non è che lo svolgimento delle
umane facoltà nel senso del bene generale. Ora questo bene , se atten- tamente
si consideri, sta principalmente nel cristianesimo. Dico nel cristianesimo , e
vorrei essere inteso ; dico nel- l’evangelio puro e splendiente, quale ci è
venuto dal cielo. Questo , lo ripeto , è la cima della civiltà ; ed io vorrei
metterne in tutti 1’ amore , come vi sono i semi nel biso- gno in cui è r
umanità della Religione. BRANO DI UN DISCORSO Sopra la religione considerata in
quanto è una spontaneità dell'umana natura, colla giunta delle osservazioni di
un Teologo Parmigiano (2). INoi abbiamo veduto come la ragione c’ imponeva
neces- sità di cercare un fondamento , una forza , una cagione di queste
infinite apparenze che sono il nostro mondo , di queste isvariatissime
successioni di avvenimenti che sono l'ordine dove siamo posti, di trovare in
somma Iddio. Non un Dio stranato dalla umanità , e quasi rilegato in seno all’
eternità , scioperato , solitario , come gli Dei d’ Epicu- ro : anzi un Dio che
opera tutto in tutte cose , un Dio a noi dappresso , che abita in noi , nel
quale viviamo , ci moviamo , e siamo. La grande unità in fine veduta dalla
ragione nell’ inGnita varietà delle cose , che sovrasta pa- droneggiando il
tutto ; che non è quest’ ombra dell’ essere chiamato mondo ; il quale è
fenomeno e sostanza invero , ma sostanza che trae dell’ eminenza dell' essere ,
sostanza fuggevole e caduca senza diritto ali’ esistenza , cioè a cui non è
proprio 1’ essere, che è da altrui, epperò fenomeno anch'essa, e da noi avuta a
sostanza, per quella più dura- bilità che le diamo col pensiero. E sussistenza,
ma sus- sistenza che non ha fondamento che nella volontà del solo grand'
Essere, nell’ alto dell’ assoluta Realtà, la quale noi chiamiamo Dio (3).
Realtà che ci è data a conoscere nelle sue opere , che il filosofo trova per
tutto , sì nel fondo dell’ abisso , e nella sommità dell' empireo ; 1' essere
dalle cento mani che 1' uomo rozzo vede che spande dalle nu- li) Prima
osservazione del Teologo parmigiano u La vera religione non è e non può essere
una spontaneità delia natura umana, perchè V uomo non la poteva conoscere sema
il soccorso della rivelazione t>. (2) Il Professore Canonico Censore
Giovanni Allodi. (3) Mola dell' Autore. Dio nell' Esodo (eap. 3, v. 14 )
rispose a Moiaè , che lo domandava del suo nome : » Dirai a' figliuoli d’
Israel: Colui che si appella Io sono , m' ha mandalo a voi n. Io sono! Oh la
profonda filosofia che acchiudono queste due parole ! 7>ifo , Tom. /. 7 98
vole la pioggia fecondatrice e scaglia la grandine , che io piaga e lo sana ,
gli manda la febbre e lo guarisce. Que- sto discorso è ben chiaro a chi fa di
Dio il suo pensiero quotidiano. 11 concetto nondimeno di questa universale
forza vestì forme diverse, secondo che più o meno profit- tava la ragione, o
dettavano le passioni. Vi fu varietà, furono nomi diversi , simboli diversi ,
scissura e contrad- dizione. Ma sotto vi fu sempre quell’ invisibile efficace ,
quell’ indestruttibile , il segreto della vita che la ragione non può rifiutare
senza negare sè stessa, e che fa l’armo- nia o il senso comune del genere
umano. L’ insegnamen- to potè traviare le menti , o tenerle nel vero ; ma non potè
far nascere il bisogno di cercare l’Assoluto, di ad- dirizzarsi all’ invisibile.
11 quale pure nell’ impenetra- bile oscurità sua , spiega tutto , cioè ferma 1’
umano pen- siero. Questa necessità nella ragione di volgersi all’ asso- luto io
la chiamerei Religiosità , e ciò seguiterebbe al giudizio che ho espresso dell’
uomo, chiamandolo animale religioso. Checché sia dei nomi, certo è che da
questo concetto necessario, spontaneo della natura ragionevole muove un
sentimento di dipendenza necessaria inevi- tabile dall’ assoluto. Tutto è
necessariamente nella di- pendenza di quel grand’ Essere, il mondo e 1’ umanità
, il moto di una frasca come i rivolgimenti infiniti delle stelle, le guerre
che disperdono e tramutano le nazioni , come i trastulli della fanciullezza. Di
quii timori e le speranze , il sacrifizio e 1’ espiazione , 1’ offerta e la
preghiera , 1’ a- more , 1’ abito in somma di pensieri e affetti , che 1’ uomo
legano al gran Signore del tutto , cioè la Religione. La quale ha riti che sono
1’ espressione dell’ intimo sentire , Nota deir A. Ma chi immagina Dio in forma
d’ uomo non capirà mai niente nè del cielo nè della terra : e non avrà che un
sentimento di puerile devozione che aromisura l' infinito alla propria
ignoranza; che ansiosamente moltiplica gli atti di un culto pauroso col quale
offende a Dio, mentre che crede di gratificategli. Devozione che è la vergogna
della ragione , la cui pestifera influenza uccide la morale , e della quale non
è il più piccolo torto conciliare il sonno alla scelleraggine, e metterò in
quiete la coscienza dell' uomo che me- rita le forche. (2) Osservazione 2.* del
Teologo parmigiano, «. La religione del bisogno è imperfetta, e non basta alla
felicità dell'uomo * 99 secondo che è richiesto dalla corporea condizione , e
per la quale rilegasi (Religio) all’eterno Ordinatore in virtù di quel
riverbero , o ritoccamento d’ affezioni che nasce dalle cose sensibili
memoratrici. Così parmi dichiarato il bisogno che ordina e conduce a Dio, la
ragione e il cuo- re il bisogno della religione. La quale è tanto nell’ umana
natura quanto le forme razionali , sì che niuno di senno pensò giammai eli’
ella si potesse spegnere. Quando l’uomo atroce che regnò , o piuttosto
contristò la Francia , pro- scrivendo e ammazzando , quasi sbigottito delle
grandi enormità che si commettevano , bandì che per fermo era da porre 1’
esistenza di Dio , e la immortalità , mosse le risa pur in mezzo di tante
cagioni di pianto (1). Quale più grande stoltezza che decretare quello che
ciascuno trova nella sua ragione? Tanto sarebbe come stabilire per legge , che
nulla si fa o puossi fare senza cagione (2). La religione costituisce il fondo
dall’ umana vita, chec- ché in contrario ciancino i balordi che sé medesimi non
sentono. Le distrazioni degli affari , la rea coscienza , ed anche il dubbio che
seguita alla debolezza dell’ uma- no pensiero, possono qualche tempo condurre a
non cu- rarla. Ma nel raccoglimento , nel silenzio de’ sensi , ella torna pur
sempre. E dopo quello stordimento della gio- vinezza , dopo quella agitazione
de* negozii , e quella in- certezza dell’ esame , in una età più matura 1’
ebreo torna a’ suoi tabernacoli , il Mosulmano alle Meschite , l’ Indiano a*
suoi Pagodi (3). E di ciò si trae argomento , non della verità di queste cotali
religioni , perchè ciò che prova per tutte , non prova per nessuna : ma del
bisogno che della religione è nell’ uomo , il qual bisogno si attuta un (1)
Osservazione 3.* del Teologo parmigiano. «Eppure resistenza di Dio e P
immortalità sono decretate anche dalla rivelazione ». (2' Osservazione 4.“ del
Teologo parmigiano « L' esistenza di Dio c P immortalità non hanno un
fondamento abbastanza solido nella sola ragione. Ne sono prova le
contraddizioni e le dubitazioni dei fi- losofi gentili intorno all' una e alP
altra ». (3) tJn giorno spiegherò largamente come avvenga che uomini stati di
moltissimi affari , filosofi ancora e nobilissimi cultori delle arti e delle
scienze , si conducano in una età provetta all' ascettismo ed al misticismo;
nelle Indie al Mimansa , tra noi, dopo il sollazzevole Orazio al solitario da
Kempis. 100 Iratto, ma non si spegno giammai, anzi vi si fa sentire pur sempre
sotto diverse forme (1). E di vero che cosa vuol dire che niun bene empie il
cuore umano ? Questo vóto sentito è un presentimento della sua immortale
destinazio- ne, è il bisogno religioso. Che cosa vuol dire che 1' uomo non è
contento della riputazione di giusto, se non si sente tale ? Questo è un
bisogno religioso. Perchè I’ uomo che si raccoglie dentro da sè , e mettesi nel
cospetto di Dio , è dinanzi al Veggente. E qui non basta parere, fa d’uopo
sentirsi buono per amarne la compagnia. Fare della reli- gione un bisogno, è
tale discorso che non mi perdoneran- no alcuni devoti, nè certi filosofi.
Quelli crederanno offen- dersene la dignità , e questi mentilo il vero , e 1'
opera dell’ educazione scambiata al senso della natura, lo lascio i primi che
non intendono ancora ne la dignità , nè I’ ab- iezione , e mal discernono I’
ordine della Provvidenza : e dico ai secondi, che mi paiono cattivi
ragionatori. Essi tro- vano nel bisogno dell' amore la formazione delle
famiglie ; in quello del cibo la caccia , la pesca e I* agricoltura : tro- vano
nell’ oppressione ( perchè sono sempre i deboli che invocano la giustizia) il
sentimento del diritto; nella reci- procità dei servizii la benevolenza : nel
bisogno di difen- dersi al di fuori, e di conservarsi dentro in pace, la pub-
blica autorità : in somma è il bisogno che muove alla pa- rola, dipinge 1'
idea, trova 1’ alfabeto, e scrive; è il biso- gno che insegna il ballo , la
musica , la poesia ; tutto de- rivasi dal bisogno dell' umana natura. Questo
bisogno adunque ha potuto produrre tutto infra gli uomini tranne la religione?
A sentirli non è essa che un bisogno fattizio a un dipresso, come masticare il
betel, o prendere il tè. Ma pure questa religione è nell’ uomo , è nell'
umanità , e vi è sempre stata a tale che tutte le istorie cominciano dalla
religione. Cercate 1' India , la Persia , 1' Egitto , cer- cate la Cina , e se
alcuna memoria vi è innanzi , non è che la religione. I primi popoli non hanno
storia che quella degli Dei ; la prima poesia fu tutta religiosa. Dio, 1'
Eterno, l’ Infinito , l'antico dei giorni , il re della luce, (1) Osservazione
5.* del Teologo parmigiano, * Qui si coutonde la vera religione colle false
iixiilTerenlemenle «. Digitized by Google 101 I’ Essere primiero, ecco il
sublime nella poesia, ecco don- de presero le loro inspirazioni i primi poeti ,
e con ciò ri- sposero al bisogno dell’ uomo (t). Ma tutto questo non fu che
errore e superstizione. — Sì, fu ; ma andate al fondo : sapete voi che non è
senza una ragione che 1' uomo ap- prova l’ errore ; che un vero sta pure sempre
sotto alle più grandi follìe ; ed appunto per questo vero, per questo
fondamento arcano , gl’ impostori poterono far credere le più strane cose , e
delle loro ciance spaventare gli uomi- ni. Pensate bene queste poche parole che
vi ho detto , hanno esse un gran senso. Perchè 1’ uomo colse la cicuta per
soddisfare la fame , diremo noi che non è il bisogno in lui di mangiare ? Anzi
diremo , che se tal bisoguo non era, non si sarebbe avvelenato. Nell’ ignoranza
si avvelenò, e nella scienza se ne giovò alla salute. E se noi qui avessimo a
dire alquanto particolar- mente gli aiuti che I’ uomo e la umanità ricevono
dalla religione bene schiarata , saremmo infiniti. Non pertanto ne diremo
alcuna cosa , e prima della comunità. Dov’ è il bene di questa ? Nella civiltà
, cioè in quell’ ordine di cose che procaccia ai membri che la compongono , la
maggior somma di perdurabili godimenti. Ora quest' or- dine dicesi essere nell’
industria e nella morale ; epperò, dico io, ancora nella religione che
guarentisce la mora- le, e n’ è la principalissima parte; che sola colle sue
speranze incuora il bene operare; che uon ha retribuzione in sulla terra , il
quale non sarebbe senza di lei ; che sola muove alle sofferenze , alle
privazioni che s’ impone la virtù ; impossibili all' uomo che non esce col
pensiero di fuori da questo cerchio. La religione è qui dunque un bisogno non
solo , ma ancora una potenza di bene, il cui difetto da niuna terrena forza, da
niuno argomento adempiere si potrebbe. È bello il dire agli uomini , in nome
della ragione: voi dovete fare il bene, se volete che cresca verso ciascun di
voi il vicendevole amore, di Osservazione 6.* del Teologo parmigiano. Da ciò ai
potrebbe raccogliere che il lume della rivelazione era inutile e superfluo; e
che per la morale condotta dell' uomo basta quella cognizione di religione eh'
egli può avere per mezzo della soia ragione. La qual dottrina c de'
Naturalisti. Digitized by Google 10*2 che potrete ottenere quella maggiore
contentezza di viti! clic è sulla terra : voi dovete guardarvi dall* offendere,
conciossiachè perciò solo che abusate le vostre forze , ve ne impedite il Ubero
esercizio ; se osate contro la vita altrui , perdete il diritto alla vostra ;
voi mettete a rischio la vostra fortuna se ponete 1* animo ad occupare quella
del vicino. Tutto questo è eccellentissimo ; ma ha le sue eccezioni sopra la
terra , e la prosperità d’ uno scellerato è una eccezione scandalosa , che
senza infermare i prin- cipi! della morale in sè stessi , guasta il giudicio e
cor- rompe il cuore di molti. Solo la religione sana tutto , e giustifica la
ragione, che raggiungendo 1’ uomo di là dal sepolcro, mette tutto al suo posto.
Questa paura, se non fa buono l’uomo, ne impedisce il male, ed è efficacissima,
chè sempre gli sta sopra più d’ ogni temporale castigo. Perchè 1* uomo che non
ruba per timore delle forche in Piacenza, ruberà nei deserti di Senaar. La
morale che non discende dal cielo , la morale della paura terrena guarda in
sulla terra , nei più si tiene un po’ in qua del patibolo , si fa coscienza
della gogna c delle prigio- ni : ma il timore che inspira la religione , in
ninna parte dello spazio ha tregua , si veramente che un facile assol- vere ,
senza conversione , non venga a guastare l’ ordine della Provvidenza, la quale
non vuol pace fuorché nella coscienza diritta (2). Tanto di bene venne alla
comunità per la religione. Ma questo è grandissimo , e tutto a lei particolare
, eh’ ella sola parla sicura in nome dell’ Altissimo le dure parole alle
potestà , e va gloriata del nobile vilipendio delle umane grandezze. Mentre la
politica tremante anonima osa appena guardarle in faccia, e dire le sue cose
con voce fioca e paurosa. Ella sola da niuno spaurita a niuno adula ; e gl andi
e piccoli c (1) Osservazione 7.* del Teologo parmigiano, u Questa animadver-
sione meglio sarebbe ommetterla ». (2) Fate diritta la coscienza , e più non
vedrete di questi che di- cono il rosario e le bugie : che rubano e fanno P
offerta: che bestem- miano e pregano : digiunano e aguzzano lo stilo : lodano
la Vergine e sono tutti lordi di lussuria : hanno preste le orazioni ad ogni
suo- nar di campana , e sciolta la lingua per affliggere il prossimo. Non dico
però eh' abbiano pace. Ma anche la coscienza s’ infosca , il ri- morso ha suoi
narcotici , s' addormenta. 103 deboli e forti tutti chiama alla giustizia ,
assolve o con* danna , consola e minaccia , e guarda solo nel vero. Le utilità
poi che dalla religione trae la privata vita, sono quante le miserie di questa
; conciossiachè ninna ve n' abbia che non riceva sollievo , e non si renda
comportabile per lei. A ragionarle ci costerebbe troppo. Noi dovremmo entrare
nel campo doloroso dei mali che affliggono 1* uomo : e questo solo è già una
tristezza , che qui non vogliamo incontrare. Diciamone una sola. La pri-
vazione de’ nostri cari, che la morte diparti da noi, dove trova conforto in
sulla terra , dove le consolazioni ? lo le ho pensate queste, e fui attento
alle invenzioni nelle quali si studiò l’amor proprio per alleggerirne
l’ambascia. Ma non è che freddezza e disperazione 1' umana parola. Ove che si
volga , e come che s’ argomenti , non trova l’ uomo che morte in sulla terra.
Vero è che stringesi con più cal- dezza ai vivi che gli restano amorevoli
compagni e dolo- rosi della comune sventura. Ma pure ei sente il bisogno di lui
che non è ; muovesi però a cercarlo oltre il sepol- cro. Quivi ha stanza l’
amor suo , e quivi col desiderio affretta di raggiungerlo, sperando riposo dai
travagli della vita. Questo desiderio è Religione , è la voce della parte
immortale dell’ esser nostro , che qui su questa terra , dove siamo
fuggevolissimi ( come che stoltamente ci pensiamo di stringervi nodi eterni ) ,
ci ricorda l' immor- talità ; è r espressione del misterioso rapporto che ci
lega col mondo invisibile, e per cui veniamo nella con- solazione che la morte,
questa morte si spaventosa e terribile a’ molti , non sia che una breve assenza
, però che tosto saremo condotti al bacio eterno , nell’ allegrezza senza fine.
Dopo questa singolare maniera dell’umano patire, che non ha conforto che nella
religione , se distendete il pen- siero sopra tutta I’ umana vita , troverete
com' ella sia , pur piena di dolori e di miserie , fatta comportevole , e dirò
anche lieta, per queste cotali speranze. Rousseau scri- ve a Voltaire che
lamentava 1’ ordine dell' universo (1). « Voi siete nell’ opulenza, pieno di
salute, nello splendore (t) Forme sur le disastro ile Lisliomir. 104 della
gloria , eppure trovate tutto cattivo, lo nell* oscurità, povero c afflitto da’
mali, che non hanno rimedio, medito nel mio ritiro , e trovo che tutto è bene.
Sapete voi don- de sia questa differenza ? Da ciò che io spero , e la spe-
ranza abbellisce tutto . . . Tutto io spero dalla Provviden- za .. . Troppo ho
sofferto in questa vita , che non debba attenderne un altra. Tutte le
cavillazoni della Metafisica non farannomi dubitare un istante dell*
immortalità del- I’ anima e d’ una Provvidenza benefattrice. Io la sento , la
credo, la voglio, la spero, io la difenderò sino all* ultimo respiro , e si di
tutte le dispute eh* io ebbi , fia questa la sola, dove il mio interesse non
avrò dimenticato » ( Oeu- vres T.26: pag. 141. Edition de Lyon ). Io ho detto
al- cune utilità che si derivano dalla religione nella privata vita e nella
comunità. Ma gli uomini che non vanno al fondo , sapendo i grandi mali che in
nome della religione si sono operati , penseranno esserci ancora molto più a
dire onde purgarne la fama per iscolparla. Scolparla ! È una bestemmia questa.
Dite piuttosto che si vogliono ben notare i mali eh* uom pretese onestare colla
santità della religione , e conoscerne le cagioni per guardarsene. Certo è
doloroso spettacolo questo che diciamo. Il nemico degli uomini ha seminata la
zizzania nel campo del Signore , cioè nella coscienza dell’ umanità , ha vòlta
in mestizia 1’ allegrezza , la speranza in ispavento , la consolazione in
tristezza , ha fatto del più grande beneficio un flagello. La religione che è
carità , luce e vera libertà , è stata in- volta nelle tenebre, e fatta
strumento di nimistà e di schiavitù. Se guardiamo indietro , là in quella quasi
notte de* tempi, noi troviamo gli altari insozzati di sangue uma- no : le più
nefande lascivie tolte a santificare i dì più so- lenni ; il giorno de’ morti
sì pietoso , sì umano , sì vera- mente nostro , che doveva essere per tutti un
giorno di care affezioni e di salutari rammarichi, fatto tremendo per le
cerimonie crudeli , pei tormenti dati agli schiavi , alle donne, ai fanciulli
(1). Se veniamo a meno remoti tempi , ci si parano innanzi uomini tristissimi
che della religione (1) « Queste cose, ci avvisa il Teologo parmigiano, per la
maggior parte sono avvenute nelle false religioni, e specialmente nel
Polileismor. 105 limino fatto uno strumento per dominare, un sacrilego
monopolio , del sacerdozio uu mezzo di fortuna , e della fede una miniera
inesauribile, nella quale si studiano in- gegnosissimi a loro profitto. Ma
queste brutture sono del- I' uomo non della religione ; accagionamela sarebbe
come chiamare in colpa il diritto dei torti che gli uomini si fan- no,
invocandolo. Il perchè io vorrei che ben si sceverasse ( e lo dobbiamo tutti
per essere giusti ) il venerando e I' eterno che c nella religione , dal torto
insegnamento d’ una turpissima malizia , che ora frodò il vero pel pro- prio
comodo , ora aiutò i delirii d’ un' ignorante fantasia che si creò un suo mondo
, un suo Dio , un suo avvenire, cioè una fantasima , ma prepotente a uccidere
la ragione e crescere la misura dell' umana miseria (1). Allora sola- mente s'
intenderà che questa immortale vocazione , che volge 1' uomo all’ infinito ,
che questo sublime pensiero , che noi troviamo nell' umanità tutta , nella
testa di Neu- ton , come in quella del mandriano , è vocazione santissi- ma
come il foute eterno di luce donde ci piovve : e tale essere il bisogno'
indefettibile della ragionevole natura (2). (1) Osservazione 9. del Teologo
parmigiano ». Questi avvisi hanno bisogno d’ essere spiegati ». [ìj Ultima
osservazione del Teologo parmigiano. * Al cristiano non importa sapere che la
sua religione sia figlia del bisogno , im- porta molto sapere che sia vera. Ed
« vera appunto perchè rivelata. Le altre sono false che non sono rivelate da
Dio, ma ritrovate dagli uomini. In tutto questo discorso e troppa la parte
della rag tona ; la rivelazione non è ascoltata e posta in perfetta
dimenticanza ; ed è una cosa da emendarsi ». L'autore di questo discorso, al
quale furono lette le osservazioni del Teologo parmigiano , sorridendo alla
semplicità del dahben' uomo, rispose queste parole di Cicerone ( prò Sjflla ) »
Aon tu libentissime tolto ret pondera quot mihi videor fociUime poste superare
» Preghi il Cielo che il sovverebio di ragione che è nel mio discorso , posta
passare nelle sue annotazioni future ; poiché per queste che ci ha dato , il
male è irremediabile. La l’arte else manca a compire questo primo Volume , ooma
dal Manifesto, si pubblicherà tosto che l'Autore sia tornato dalla Ueput asiane
. L' Editto»». CORRISPONDENZA. Estratto dal Giornale -Letterario- Scientifico
-Italiano Fascicolo XI 1839. T. all’ egregio sic. Francesco Galvani Spe ro che
la gentilezza sua mi vorrà essere cortese d'in- serire le poche righe che qui
le soggiungo nel pregiatissi- mo suo Giornale. Nella scorsa settimana mi venne
recato il fascicolo di Novembre 1839 del Giornale Letterario Scientifico che si
stampa in Modena, nel quale è riprodotto il manifesto d’as- sociazione per le
opere dell’ abbate Taverna con acconce parole significato dal bravo signor
professore Giovanni Adorni. Ma siccome niente è tanto perfetto delle cose u-
mane che non possa ricevere una maggior perfezione , l’e- ditore ha creduto
bene di stamparlo con una giunterella di suo conio , eh’ ei pone là come
desiderio d’ uomo dab- bene ; dove è detto che il Taverna ci darà » - Un
discorso sopra il metodo d* istruire ed educare i fanciulli nella mo- rale. » -
La giunterella è questa : » - Saremmo lieti per gli interessi della educazione
e per la fama dell’ autore , se quest’ opera togliesse le ombre insorte intorno
al suo mo- do di trattar la morale in altri suoi scritti , dove non si rimane
senza ansietà del fondamento. - Qui finisce la sa- Tttla Tom l . g pienza desiderante (1). Ed io sarei
lietissimo per 1* inte- resse della verità, e per la fama ben meritata del mio
ami- co, che 1* autore incognito di quella noterella si smasche- rasse al
tutto. Perchè io non amo le maschere del Carno- vale, e molto meno quelle di
tutto 1* anno, che pur troppo son troppe , a questi dì specialmente che s’
insegna cre- scerle. Dica egli apertamente il suo nome , e dove trova le ombre
che gli danno molestia ; ed io gli prometto che (t) Qualcuno sari curioso di
sapere donde mosse quella giunterella. Eccolo. - I Gesuiti appena stanziati in
Piacenza si recarono a visi- tare le borse, e gl' ingegni notabili. Di questi era
il Taverna , il Nestore de' letterati , come lo chiamò Gioberti allora che fu a
visi- tarlo in casa sua ; e a lui tosto i Gesuiti tra i quali ardentissimo e
più frequente il maestro di Rettorica Cicaterri con soie, piagenterie ,
lisciamenti , insomma con tutta I' arte Qnissima che Rousseau chia- mava
patelinage jésuitique , si adoperò per tirarlo nella rete. L' an- gelo custode
del Taverna avvisò le insidie (1), e pensò a disvilupparne il buon vecchio che,
d' animo nettissimo, non sospettava malizia. Ciò nondimeno correva voce che il
Taverna si lasciasse prendere a quella rete, di sorta che non pure in Piacenza
ma in Parma , e altrove era uno scandalo , e gli amici stessi del Taverna ne
trepidavano. - Ecco come si esprimeva il chiarissimo Sig. Professore Giovanni
Adorni in una lettera indiritta all' Ab. Testa . . . . « Quando vede D. Giu-
seppe ( e certo è desiderabile eh' ella il vegga spesso ) la prego di
riverirmelo, w Alla quale rispose il Testa, «• Questa parentesi , più che un
lungo discorso mi chiarisce 1' animo di molti. Dunque an- che in Parma si
dicono le male cose della visitazione Cicaterriana ? Temono gli amici, ed
esulta la sfacciataggine de' contrarii ? Il timore è un' ingiuria ( mi perdoni
se troppo dico ), I' esultazione un delirio. Di tutto questo ho voluto tener
discorso con Don Giuseppe , il quale solito ridere delle favole che si vanno
raccontando , s' è messo in sul serio quando udì che in sul cartone dell'
ultimo fascicolo del Giornale di Modena ( venuto a noi più lordo dei solito latrando
con- (l) I Padri Grotti c Jankoachi , maestri in filosofia , andarono anche al
Testa, che li rietTstta cortesemente, eoa* è sua usa osa verso tutti. Ma al
loro dipartirai, udendo epli co- me erano disposti a rinnovare le visite, loro
disse: Io ricevo con alacrità chi viene a tro- varmi, ma non mi do sempre
carie* di restituir* le visite. Non li vide più mai. 109 mi farò interprete
dell’ abbate Taverna, e spero tanto chia- ramente che m’intenderanno anche gli
annotatori del gior- nale letterario di Modena. Ed è ben ragione di secondare
al desiderio di chi avendo lette le opere del Taverna in- torno la morale, si
rimane nell’ Ansietà del fondamento. Questo noi cercheremo: e se gli aggrada ,
non solo nel particolare degli scritti del Taverna, ma in tutta 1’ ampiez- za
dell* argomento. E ciò perchè è più dicevole all’ impor- titi il sig. Pietro
Giordani) si leggevano manoscritte queste parole: « Nella prossima
pubblicazione si diranno le lodi dell’ Abate Taver- na. ti Vogliono dunque
disonorarmi , disse il buon vecchio ! Fa pochi anni dissero un gran male di me
, ed io mi tacqui , perchè non è mia usanza di rispondere a' cani che abbaiano.
Che pretendono ora cotestoro voltando il biasimo in lode ? forse di far credere
che io sia loro amico? Questo è disonorarmi. Caro Alfonso , e qui mi strinse la
mano, ti prego di lare le mie difese. Queste parole mi suonano ben dentro nel
cuore. . Si, le farò. I tuoi nemici sentiranno come stringono le mie te-
naglie. Dico tuoi nemici i nuovi cbe ti vorrebbero amico. Cosi ri- spondevo.
Veda che l' affetto mi ha fatto uscire dei termini della modestia. Per indole
quelo , e per lungo abito di studi gravissimi alieno da ogni disputazione cbe
non sia scientifica , alienissimo poi dalle gare fratesche e pretesche, come
altamente bo dichiarato nella lettera inserita nell’ Indicatore Pisano , stimo
nondimeno debito di amicizia di smascherare gl’ inverecondi ed i maligni , ove
attentino alla fama dell’ amico colia perfidia della lode. Ma io vorrei , e
gran- demente il desidero , eh' ella pure , sig. Professore, per la comune
amicizia si adoperasse onde togliere le sinistre impressioni , che pos- sono
essere restate, anche nei benevoli, delle tante cianca cbe si vanno facendo in
questo proposito. E s' ella crede che possa giovare, dica pure liberamente la
conversazione che ho avuto con D. Giusep- pe , e sia questa suggello cbe sganni
i buoni cbe temono , e i tristi che sperano. « Per questo modo fatta disperata
la causa dell' accalappiamento, la giunterella venne al mondo , la quale produsse
la Polemica che ora daremo. 110 tanza degli studi che si vogliono coltivare ; e
perchè si vuol sempre fare il maggior bene che si può, e cercare la scienza
infino alle radici, fin dove la deputazione ragione- vole lo consente. Dico la
deputazione. Il fondamento reli- gioso della morale non è disputabile. Questo ,
mercè la divina Provvidenza, è insegnato da tutti i parrochi; ed è saputo anche
ai ragazzetti del contado, che guidano i porci alla pastura. Noi pertanto
cercheremo il fondamento razio- nale , quello che la povera umana ragione ,
anche senza il concorso della rivelazione, ci somministra. Comincieremo dal più
basso , e ciò sarà dalla filosofia della sensazione , verremo alla dottrina
delle facoltà morali, e quindi quindi saliremo all* imperativo categorico de’
trascendentali , e poi alla perfezione dell' Ente dell’ abbate Rosmini.
Coraggio , sig. annotatore. L* invito è opportunissimo al suo bisogno, all’
animo dilicato di chi si trova nell' ansie- tà. Vero è che ci vorrà un po’ più
di senno , e meno pe- tulanza che a fare un’ annotazione. Ma ne raccoglieremo
questo bene, ch’egli farà debita ammenda delle impertinenze che si è permesso
contro un uomo che tutta Italia onora , e dal quale è onorata. Sarà questo
bellissimo esempio nei nostri tempi, ove con tanta disonesta arroganza si
permet- tono alcuni d’ insultare all’ altrui valore , e con tale impu- denza,
che non troverebbe fede, se a’ posteri, a’ quali non giugnerà , si tramandasse.
Ne abbiamo prova recentissima in quello sporco , non dirò se più ignorante q
maligno , ma certo in grado eminente I’ uno e 1’ altro, il quale ci ha voluto
far credere che il signor Giordani non conosce F alfabeto della Rcttorica.
Sicché si vuol conchiudere che l’ Italia, la quale finora si è deliziata in
quelle letture, non doveva sentirne piacere , ha avuto il torto di sentirlo , e
vorrà bene ricredersi, e dolersi infino alle calcagna d’aver perduto il senno,
ora che è fatta accorta da quel savio. Il Ili quale così acquista fede al
proprio detto, e mostra lo sfon- dolato suo sapere in Rettorica. Ma tronchiamo
le dimore. Sappia il sig. annotatore , che io sto aspettando che mi mostri le
ombre che trova nei libri del Taverna; che ho grandissima voglia di fargli il
servizio di dissiparle ; e ancora più di venire ad una dis- cussione seria ,
grave , degnissima di lui intorno al fonda- mento della morale. Il mio nome non
è nuovo in Modena, se lo sanno : e P annotatore vorrà alzare la visiera. Da
bravo, sig. annotatore, facciamo il bene, avvenga che può. Piacenza LE NOVELLE
MORALI di TAVERNA DIFESE DALLE IMPUTAZIONI INSERITE NEL GIOHNALE SCIENTIFICO
LETTERARIO DI MODENA &sfvaaA DI T.
4L tuo ritmo cosilo SO AMICO FRANCESCO UUCELLA PROFESSORE GooooooooaxmxraxxxMO^
Nella lettera , eh# io scrissi all’ egregio signor Francesco Galvani, e che fu
inserita nel fascicolo 11 del Giornale Scientifico Letterario Italiano di
Bologna , due cose prin- cipalmente io notava all' occasione di una genterella
, che fu fatta al Manifesto d' associazione per le Opere dell’ ab- bate Taverna
, riprodotto nel fascicolo di Novembre 1839 del Giornale Scientifico Letterario
di Modena : 1. * Mi dolevo dell’ impertinenza di quella annotazione che non
tendeva meno che ad oscurare la fama di un uo- mo onorabile ed onoratissimo, e
faceva oltraggio all’ Italia tutta, la quale carissime si tenne sempre le opere
di quel- 1’ uomo eccellente , e le dà leggere tutt’ ora a’ giovanetti , per
ammaestrarli nella virtù, e mettere loro in amore il bello, il vero, I’ onesto
, che sono le tre idee principi» che dovrebbero governare I’ umanità; c
richiedevo I" autore della genterella, che mi mostrasse le ombre che gli
dava- no molestia, pure in tanta chiarezza di scritture, quali sono quelle del
Taverna: 2. * Per più amore d’ essere proficuo ai buoni sludii , invitavalo io
a discutere meco il fondamento ragionevole Digitized by Google 116 # della
morale, del quale egli diceva essere ncir ansietà, do- po quelle letture :
anche lo eccitavo a mostrarsi fuori, levan- dosi la maschera dell’ anonimo. Ma
quest’ ultimo invito gli pareva, più che inurbanità, plebeismo ; e ci diceva
che non si fa se non perchè si spera « che le sinistre preoccupa- zioni,
invalse prima contro la persona dello scrittore , sce- mino d’ importanza e d’
effetto alle cose » . E però egli, che non può ignorarsi, e cui forse la
coscienza morde , si vuol tenere celato. E bene : si stia. Io sono uomo da par-
lare anche alle maschere ; e, lasciate le rampogne e le ce- rimonie, ti dico
sinceramente che mi tarda di soddisfare al desiderio tuo, e dirtene il bisogno.
Prima ti dirò del fondamento della morale, e poi delle sentenze del Taverna,
che fanno correre un gelo pel sangue del nostro Tu gli darai il nome, eli
fondamento religioso della morale « ( scriveva io all’anonimo ) « non è
disputabile. Questo , » mercè la divina Provvidenza, è insegnato da tutti i
par- » rochi, ed è saputo a’ ragazzetti del contado, che gui- » dano i porci
alla pastura » . Presupponendo io di par- lare ad un anonimo cristiano, non ho
creduto obbligo mio cercare le prove della morale rivelata. Dove dunque poteva
cadere la deputazione, e di che hanno disputato lìnora i filosofi e teologi
cristiani ? Non d’ altro che del fondamento ragionevole: ce questo» (io gli
diceva) t no» » cercheremo, cominciando dal più basso, e ciò sarà dalla »
filosofia della sensazione ; verremo alla dottrina delle » facoltà morali, e
quindi quindi all’ imperativo categorico » de’ trascendentali, e poi alla
perfezione dell’ente dell’ab- baie Rosmini > . L’ intonazione è alta : ora
ascolta la ri- sposta, e osserva com’egli fugge d’ incontrarsi a quella
distinzione, e scompiglia e ingarbuglia la matassa con in- gegno più che
curialesco. cLa cristiana integerrima filosofia » ( ci dice ) c argomenta cosi
: < la morale astemia » la mo- Digilized by Google 117 rale astemia è la
morale che non beve vino, frase che non capisco, e per intendervi qualche cosa,
interpreto così : la morale, che si tien lungi * da’ principi! e da’ sentimenti
» d’ una religione di precetto divino, o vuoisi spacciar per » buona o si ha
per cattiva : nel primo caso sarebbe som- » mamente perniciosa, massime tra’
giovani, siccome cou- » ducente a supporre che si possa imparare e seguire una
» buona morale, prescindendo dal fondamento religioso inse- » gnato da tutti i
parrochi : nel secondo caso il torto di chi se ne faccia banditore è palese » .
Tutto questo discorso, se pur lo capisco, viene a, dire che non si ha a trattar
la morale indipendentemente dalla rivelazione. Se così è , 1’ annotatore prenda
la spugna , e , cominciando da Platone e da Aristotile , venga giù per ventitré
secoli, e cancelli tutti i libri di etica razionale che furono scritti infino a
noi. Se non che una tanta cancella- zione non gli basterà ; e gli bisognerà
ancora cassare l’umana ragione. Poiché io a lui dimando: C è o non c’è, nelle
umane teste , l’ idea del dovere , indipendentemente dalla rivelazione ? Se c*
è , com’ è indubitato , perchè non potremo noi cercarne il fondamento ,
studiarne le conse- guenze (1) ? E gli bisogna adunque annullare la ragione.
(1) Nò con ciò si vuol detrarre alla necessitò della rivelazione, an- che
riguardo alle verità morali di ordine naturale ; necessità che ci è mostrata
dal fatto, come dice Spedalicri, dei tanti errori in cui cad- dero i pià saputi
uomini del gentilesimo. Dei quali nondimeno dice san Paolo che sono
inescusabili; poichò Invisibilia Dei , a crea- « tura mundi , per ea quae facta
tunt , intellecta , conspiciuntur « ( Ad Rom., Cap. I, v. 20 ) r». Ora noi,
liberati, mercè la divina grazia, dalle oscurità e dalle perplessità , che le passioni
mettevano nelle menti de' gentili , perché non potremo , sebbene chiariti dalla
rivela- zione, cercare ancora quel fondamento ragionevole, che, essendo pos-
sibile all' umano intelletto, rese inescusabili i gentili? «. Qui cum u
juttitiam Dei cognoviuent, non intellexerunt quoniam, qui talia «• agunt ,
digni tunt morte ( Ad Rom. , Cap. I, V. 32 ) ». m Ma non è cosa da venirne a
capo cosi facilmente ; e noi f che teniamo fede alla divina Provvidenza, e che
crediamo le essenze incancellabili, ridiamo le arti misere di coloro che si
studiano di screditarla. Ma questi, sebbene impo- tenti a spegnerla , possono
nondimeno oscurarla ; c pur troppo vi si adoperano , tenendo le menti nelle
frascherie e nelle puerili inezie. La qual cosa grandemente ci attrista. Ond’ è
che, secondo le nostre forze, facciamo opera d’ in- vitare gl’ ingegni italiani
ad occuparsi seriamente della scienza ; e , ad ora ad ora , proponiamo le
altissime que- stioni dell* umana ragione. Era questo l’ intendimento no- stro
, quando richiedemmo 1* annotatore di acconciarsi al nostro desiderio, e di
venire ad una seria deputazione sul fondamento ragionevole della morale. Ma noi
fummo male avvisati ; c , come nella Risposta al Giornale Arcadico (i) avemmo a
dolerci dell’ ingrata fatica d’ aver a far con un’ ombra di filosofo , che ,
per quanto uomo adoperi per afferrarlo , sempre si torna al petto vote le
braccia , non altrimenti ci conviene ora cessare dall’ onestissimo propo-
nimento ; dappoiché vilmente si ritira con queste parole : » Uomini più
riputati d’ assai , che noi ed il signor abbate » Testa non siamo , hanno
provato , da lunga pezza , la » morale, cosi intesa, essere una antilogia
infelicissima». Non ti pare qui, amico caro, eh’ egli abbia già adoperata la
spugna, e, da quell'uomo leale che è, ci voglia far credere che nel passato non
troveremo che la riprovazione dei buoni , intorno quel divisamento della morale
? Ma non imbaldanzisca ; perchè nella mia testa è , non cancellabile dalla sua
spugna, la storia dei ventitré secoli della filoso- fia, che scrisse i suoi
dettati. Ripetiamolo: «Uomini adun- » que più riputati d’ assai , che noi ed il
signor abbate (I) Pubblicità Taono 1830 pei Torchi Del Majno in Piacenza. «
Digitized by Google 119 Testa non siamo , hanno provato , da lunga pezza , la »
morale, così intesa, essere una antilogia infelicissima * . Certamente la
morale , senza risoluto , è un' infelicissima antilogia, ed ha messi gravi
scandali nella chiesa di Dio, che 1* annotatore discretissimo ci dispenserà dal
qui nove- rare (1). Ma che la morale, senza una rivelazione positiva, sia un*
antilogia , e che ciò sia provato da luuga pezza da uomini di merito, questa è
tutta erudizione peregrina del nostro annotatore. Ed io , che posso fargli
grazia di non entrare nella lizza che gli proposi , poiché il vincere sa- rebbe
senza onore , non posso qui , per mia istruzione , disobbligarlo dal darmene le
prove, < le quali» ( al parer » suo ) < giugneranno ai posteri più chiare
che gli arra- » battamenti degli avversarli > . Faccia intanto questa ca-
rità ad un vivente di dargliene un saggio , che non sarà di danno alla maggior
chiarezza che ne avranno i posteri. Veniamo all’ abbate Taverna. Questa è la
parte essen- zialissima, dove trionfa il nostro ser Appuntino d’ un trionfo
spaventevole per la logica e pel buon senso, se si lascias- sero spaurire. «
Andremmo troppo per le lunghe * (ci dice) » se dal libro delle Novelle ( ediz.
Silvestri, Milano, 1829 ) » tutti volessimo qui riportare i morali propositi
che a noi sembrano inammissibili. Ne abbiamo contato per molte » decine ... Ne
daremo, per mostra, al lettore spassionato » soltanto tre di quelli che portano
seco stessi la giusti- * ficazione del nostro adombrarci » . Sta bene attento,
amico mio, e fatti prima il segno della santa croce, che il diavolo non entri a
te con queste sentenze del Taverna, il quale ci dice ( pag. 10 ): « Chi ha
studiato nella storia i principii ed i progressi dello spi- ti) Si accenna alla
dottrina ateistica , ed a quella che insegna I' illecito diventar lecito, per
ciò che un grave autore lo approva ; e così distrugge T assoluto in morale.
Sono dottrine sorelle. 120 * rito umano ha dovuto osservare che dagli errori
delle prime popolazioni, nella fisica, derivarono tutti quelli che » resero e
tuttavia rendono infelice il genere umano: questa » sublime verità esige un
libro per essere dimostrata ... * Ercoli il primo proposito morale che ser
Appuntino nòta come inammissibile, e che pòrta seco le giustificazioni del suo
adombrarsi. Ma io m' assottiglio invano per trovare come sia inammissibile una
verità che posso dimostrare a priori, e che è confermata dalla storia. Forse
che si vuol dire non essere ammissibile , perchè , come c’ insegna la bibbia,
1’ ignoranza e I’ errore seguitarono alla caduta del primo uomo, della quale si
tace nelle Novelle ? Ma ciò non impedisce che non sia vera quella proposizione,
la quale segna il principalissimo errore che mise al mondo il paga* nesimo. Ci
sarà qui bisogno di dimostrare che l’ ignoranza dell’ astronomia popolò il
cielo di divinità, e che bisognò, innanzi tutto, sdivinizzare il cielo, per
cantare col Salmista : coeli enarrant gloriarli Dei ? Che i fiumi, i mari, le
foreste, i monti , le campagne , tutto ( in quell' ignoranza ) era pieno di
genii , di spiriti che travagliavano gli uomini o soccor- revano ai bisogni
loro ; di che le supplicazioni , i timori , le speranze ? Non è questa la
storia ? Ma io ho detto che posso dimostrarla a priori ; ed eccomi alla prova.
Quale è la tendenza che si manifesta chiaramente in noi tutti , an- . cora
fanciulli ? Di pensare le cose come fatte a nostra im- magine. Noi siamo
operanti, ed operiamo con intenzione : ed ecco che, per una stortissima
analogia, conchiudiamo dall’ io al non io , ed a questo imponiamo il carattere
di causa intenzionale. 11 ragazzetto volgesi con ira contro l'og- getto che gli
resiste. Questo concetto primitivo è nell' u- manità. La natura esteriore,
pensata da noi forza intenzio- nale, non diviene forza fatale che pel
conoscimento della fisica. Allora non più divinità sotto la scorza degli
alberi. Digitized by Google m non più Eolo , non più Nettuno ; ma forze fisiche
sonza coscienza, alle quali è un’ indegnità il supplicare, e contro le quali è
una stoltezza lo adirarsi. - Ma il Taverna dice, che tuttavia durano di questi
errori ? - E chi non sa che tuttavia il popolo ignorante, in que' fuochi fatui,
che discor- rono pe' cimiteri e su per le acque delle paludi, riconosce tante
anime del purgatorio, e riconosce l’ opera del folletto nella malattia del
cavallo , che ne intrica la chioma e la coda ? Non sono questi errori ? o
vorremo tenere in vita il folletto , perchè di razza indigena ? - Sì , sono
errori ; ma non, per ciò, è vero il dire che dagli errori della tìsica
derivarono tutti gli errori che resero e rendono infelice il genere umano. -
Qui si vuol confessare che quella genera- lità ha le sue eccezioni, e
riconoscere ad un tempo che il Taverna ha secondato al sentimento di bontà che
gli è con- naturale. L’ uomo eccellente eh’ egli è, pur dopo gli studii
profondi , fatti io Tacito e nelle storie che seguitarono , riboccanti di
scelleratezze, non ha potuto credere ad Obbes , e a quella fredda malvagità ,
della quale questo filosofo fa un elemento umano , e che accorcia di tanto il
cammino della filosofia, che nell’ ignoranza e nell'errore cerca il male. 11
Taverna, tutto benivoglienza per gli uomini, non potendo dissimularne i mali,
si è studiato di renderne meno schifoso l’aspetto. Noè che s’ inebria, è il
genere umano che fallisce, ignorando la natura delle cose. - Tutti i mali non
sono di questa fatta, e 1’ umanità ha bene altre colpe. - Ma noi non daremo
carico al Taverna , se prende il mantello e ne co- pre le vergogne. Ci è anzi
prova d'animo bellissimo questa antipatia che si torce dal male , ed abborriscc
dallo span- dere troppa luce sulle piaghe dell’ umanità; come ci paiono avere
la natura dell’ insetto velenoso quelli che studiano i fatti e le scritture
altrui con intenzione di trovarci il pec- cato. Ma di ciò abbastanza è detto.
422 Eccoti altro proposito inammissibile ( pag. 194) « Kos » t'imponga, o
figlio, sì di leggeri l’autorità; esamina » attentamente , e nel silenzio de*
partiti e delle passioni , tutto ciò che credi .... così, o mio Olinto, ...si
liberano » i popoli dagli errori e da’ pregiudizi’! ... » . Ed ecco- mi ancora nella difficoltà di
sapere il perchè questa sen- tenza sia inammissibile. Ser Appuntino mi dice che
porta seco la giustificazione del suo adombrarsi : e più non dice. Non è
difficilissimo trovar le ragioni taciute da un uomo in senno ; ma d’ una testa
stravolta è miracolo se tu cògli uel segno. Che cosa posso io qui indovinare ?
Per me , il credere è una condizione necessaria per vivere , e nondi- meno
tengo che, per viver bene, bisogna esaminare; e ciò s’ intende secondo la
nostra possibilità. Per la qual cosa non dirò al ragazzetto : Prima che credere
se il cielo o la terra si muovano, studia Tolommeo e Copernico, e monta su alla
specula con La-Place. Ma a lui dirò: Avanti che spaurirti della beflana e della
versiera , osserva bene qual fondamento è a queste fantastiche creazioni , e
così farai ancora di mille altre credenze e spauracchi che infoscano 1’ aurora
della vita. Venuto poi negli anni Olinto, non più il Taverna , ma san Paolo gli
dirà : omnia probate ; quod bonum est , tenete: e, usando la ragione ,
condurrassi al- 1’ autorità ; conciossiachè la logica conduce all’ autorità, ed
è per questo che bisogna insegnarla questa benedetta lo- gica, ed insegnarla
bene , per non fallire alla legittima au- torità. Chè il non bene raffigurarla
, perpetua gli errori in sulla terra, il più lagrimevole di tutti, le false
religioni. In vece che , bene raffigurandola , si liberano i popoli da molti
errori e pregiudizi. Verità detta dal Taverna , che » (1) «E liberi si
rimarranno per sempre dagli impostori ». Queste parole del Taverna seguitano
alle dette disopra. Perché non riferirle , ser Appuntino ? Poveretto ! é cosa
che gli dava uel naso. Digilized by Google m scandnlezza sor Appuntino ; ed ei
ne sa il perchè , che io non voglio qui cercare. E mi affretto alla terza
accusa , dove è detto che alla pag. 265 delle Novelle, « si narra come le donne
attiche » perdessero il diritto di dare il voto nei pubblici affari ; » e
conchiudesi dal Taverna , che da ciò fu portato nota- » bile cambiamento nelle
popolari deliberazioni , e molto » maggiore nell' interno delle famiglie, dove
s' introdusse , » o almeno vieppiìi radicar si dovette , 1' opinione , fino a »
noi regnante, che le donne viver debbono soggette a' loro mariti » . Qui ser
Appuntino cade quasi in '(svenimento e si tenie correre un gelo pel sangue ,
che Dio voglia non gli si rechi al cervello. Perchè, a dir vero, gli ho ben
promesso di dissipare le ombre che lo inquietavano negli scritti del Taverna,
ma se il gelo gli va al cervello, non so come adoperarmivi. Quel gelido
spavento gli viene da ciò, ch'ei trova quella proposizione « contrapposta alla
parola e legge di Dio nel » principio del mondo - sub viri potestaie eri t - ,
ripetuta » nella legge di grazia-mu fiera vini subdiiac tini- » . Al che
rispondo che un dabben uomo e devolo , com' ei si noma, che non avesse avuto
voglia di svenire, poteva inten- dere il soggetto del Taverna nel senso di una
soggezione schiavesca : la quale , non che essere raccomandata nelle sacre
carte, è anzi abbominata ; poiché frutto inestimabile del vangelo è
l'abbolizione della schiavitù, soprattutto domestica, e dove è riprovata ed
esecrata quella della mo- glie che è detta compagna del marito. Il Taverna
intende alla mala signorìa che sempre accuora i soggetti ; e se ser Appuntino ,
come è devoto, fosse stato altrettanto critiro , di leggieri avrebbe
argomentato, che non altra soggezione ai riprova in quella sentenza che h
barbara e disumana , che fa ingiuria al sesso, e contraddice al Creatore, il
quale Tinta , Tom. I. 9 m della costa , tolta ad Adamo , fece una donna ,
perchè gli fosse in amore , come osso delle sue ossa» carne della sua carne ,
convenevole aiuto non bestia da soma. Nefanda soggezione che partorì nefando
delitto ; poiché i Greci , avvilite le donne , si condussero alla pederastia. -
Ma , se così è, perchè dire quella opinione essere fino a noi re- gnante?-
Perchè tuttora il mondo è ben lungi dalla perfe- zione evangelica ; perchè ,
pur dove si crede al vangelo , non mancano uomini crudeli, specialmente della
gente rozza» che tengono le loro mogli a schiave» e ne fanno quel mal governo
che i selvaggi. Dopo aver notato questi propositi morali inammissibili , ser
Appuntino conchiude :« che i cristiani, di coscienza e » di fede viva, non
potranno mai nè encomiare nè onorare » simili sentenze > . Qui sarebbe luogo
di fargli la pre- dica; ma io, che ebbi la compiacenza di stamparne due nella
Risposta al Giornale Arcadico , non penso di più affaticarmi , e rimando ser
Appuntino a quello scritto che non gli deve essere caduto di memoria. E , in
vece , penso di ringraziarlo. - Di che? - Del savio ammonimento ch v egli mi dà
; ed è questo: c Forse il miglior partito pel a signor Testa sarebbe quello di
rinserrarsi in un con- centrato silenzio (1). Veramente io noi richiesi mai di
consiglio ; ma , poiché è tanto cortese , ed anche a’ non richiedenti largo di
favori , gli rispondo che , più che i suoi ammonimenti , un cristiano di
coscienza e di fede viva deve seguitare quelli del vangelo. Ora in questo è detto
che il servo neghittoso, il quale seppellì il talento, fu cac- ciato nelle
tenebre , dov’ è pianto e stridore di denti. A noi non furono dati i cinque
talenti , come a ser Appun- (1) È da molto tempo che i partigiani di Ariroanno
mi pregano di tacere. Digitized by Google 125 tino , ma pure uno ; e questo
vogliamo trafficare , doves- simo anche incontrare il disfavore di lui ,
dovesse egli digrignare i denti contro al traffico nostro. G però , vo- lendo
noi secondare alla nostra vocazione, ed essere fe- deli alla missione che
ricevemmo da Dio, cioè di fare la guerra all* errore ed al peccato , non
deporremo le armi che colla vita ; la quale , speriamo in Dio , ci basterà , se
non a vincere la guerra , a svergognarne gli autori. E ciò sarà senza astio o mala
volontà contro le persone ; per- chè teniamo in conto di fratelli gli uomini
tutti, e non ab- biamo indegnazione che contro le superbie, le ambizioni, le
ipocrisie , le cupidigie , e le esorbitanze d’ ogni maniera che fanno il male
della terra: indegnazione messa nei pelli umani , per la divina grazia , a
guarentire la virtù , e della quale divini esempli abbiamo nel divino nostro
Redentore. Con queste poche osservazioni , noi crediamo di avere a sufficienza
confutato il detrattore del Taverna , e certo più che non bisognava alla
illibatezza de* sentimenti di lui , ed alla verità e purezza de* suoi morali
dettati. I quali, o traggano dalla ragione o dalla rivelazione, sem- pre ci
vengono dal Padre de’ lumi e sempre sono un divino favore. Che se nondimeno qualche
dubbietà rima- nesse ancora bisognosa di schiarimento , noi ben volen- tieri
accoglieremo di più internarci nell* argomento ; ed invitiamo 1* Oppositore a
dirci quelle decine di morali propositi inammissibili , che ci assicura di aver
trovato nelle Novelle , e che, con bella figura rettorica, ha voluto pre-
terire. Perchè il silenzio non è per noi un baluardo comodo e favorito , per
noi che, ben d’altro polso uomini , che non è , e non sarà mai ser Appuntino ,
chiamammo a renderci conto del loro opinare , solo mossi dal deside- rio d’
incontrarci al vero, disputando. Questo è il bisogno 126 e il dover nostro , al
quale adempiendo , nel caso partico- lare del Taverna , intendiamo ancora di
aver fatto onore al Governo di Parma e di Milano , che un lant' uomo ado-
perarono , e posero a vigilare 1* insegnamento di due co- spicui collegi , ed a
governarli ; e ancora all' Italia tutta , dove le opere di lui quasi ogni anno
si ristampano. II che ci è prova ( e il senno dei Governi italiani abbiamo
mallevadore ) che que' suoi libri non sono < di que' troppi » che circolano
unicamente per quella tolleranza seconda- ria , che procede soltanto dal non
potere , per ingenita » pochezza delle umane forze , il buono spirito delle Su-
» preme Autorità sociali trovarsi presente a tutto e di lutto informarsi > :
come di sbieco accenna , e vorrebbe far credere essere quelli del Taverna, il
maligno censore, con isfacciataggine che vince ogni aspettazione (1). Olirà-
chè quel discorso , e freddo e sciocco, fa onta ai Governi italiani , ai quali
vuol parere di far riverenza ; e indegna- mente ofTende il buon gusto e 1’
assennatezza dei fore- stieri che voltarono quelle scritture nelle loro lingue,
e presentarono , cosi , bellissimo documento di morale sa- pienza ai fanciulletli
dei loro paesi. Oh ! si tenga pure la maschera , che n' ha ragione. Questo
resto di vergogna è la sola cosa di cui possiamo lodarlo. E però ritiriamo l’
in- vito , che , non sapendo il bisogno suo , gli facemmo di smascherarsi (2).
(1) È conosciuto che il Taverna gode nei Ducati di Parma e Piacerne il
privilegio che altri , contro la volontà di lui , non possa pubblicare le sue
scritture. È questa la tolleranza secondaria ? (2) Noi gli dicemmo: - Alzale la
visiera - : ed egli « - ciò tiene » del far plebeo di chi si pensa di
aggiustare tutte le partite col - diritto e rolla ragione , misurando le pugna
convulse alle costole » dell' avversario, e gridando colla schiuma alla bocca :
Vieo fuora, se » bai core - ». Nobilissimo stile ebe non ha pari che I' altezza
de' Digitized by Google m Ma non possiamo accettar per buone queste altre ra-
gioni di non fare , eh' egli esprìme così : < Noi rispettiamo troppo i
nostri principii, ed i leggitori amici nostri, per non » disgustarli con odiose
diatribe > . Eccoti che, inchinando a’ suoi leggitori , ci vuol fuggire. Ma
sostenga ancora un poco. Io non so qual rispetto ei debba a’ suoi principii che
non voglio conoscere. Ma, per ciò che è dei leggitori, ne ho io così buona
opinione , che li credo , più che del- le insulsaggini infinite , che
imbrattano le carte oggidì , desiderosi di occuparsi in argomenti serii e d’
una vera utilità , quali sono le morali deputazioni , e quali sono queste
nostre che non hanno niente di odioso, se non per parte di chi si fece
arrogante accusatore , imperito e ma- ligno , di onestissime scritture. Nelle
quali deputazioni ancora accade assai volte di raccogliere il bene che gli
spropositi fanno nascere ; cioè di vedere vieppiù confer- mata ed illustrata la
verità. E, in questa speranza, i leg- gitori di ser Appuntino gli saranno
gratissimi: onde può, in tutta coscienza e senza tema di mancar loro di
rispetto o di fastidirli , continuarci le sue osservazioni. Questo speriamo
dalla sua cortesia compitissima e fioritissima: e questo vogliamo , perchè noi
lascieremo che la schifosa nudità della Maldicenza non sia palese. Coraggio,
ser Appuntino ! pensieri. Alzate li visiera è discorso ebe si fa ad un valoroso
, a suggerisce ad un' anima gentile I' eroismo cavalleresco. A ser Ap- puntino,
io vece, questo discorso suggerisce le pugna, le grida, le co- stole, la
schiuma della canaglia. Diecine, di dove c'è venuto questo ser Appuntino I Se
dalle associazioni delle idee si può raccogliere la condizione dell’ uomo,
diremo ebe No, no : si tenga, si tenga celalo. T. AL SIGNOR DIRETTORE DEL
GIORNALE LETTERARIO -SCIENTIFICO DI MODENA H„ letto e maravigliato 1'
Articoletto che , con finissima cortesia , è piaciuto alla S. V. di mandare per
le poste a me, non associato, e che ella ha ben voluto inserire nel suo Giornale.
Io ne la ringrazio cordialmente come di un carissimo dono e desideratissimo. Ma
, siccome quel suo Giornale è conosciuto a pochissimi qui, dove, sento dire,
appena si trovano due o tre associati , penso di soddisfa- re a me, e ad un
tempo farle cosa grata , riproducendolo colle stampe ; acciocché un tanto
gioiello non resti sepol- to con grave danno dell' onor suo e delle lettere
(1). So- lo le domando in grazia , che Ella mi permetta di farvi ad ora ad ora
alcune osservazioni, onde riesca più splen- dente e pregiato. Nella bontà sua
confidando , tosto do mano all' opera , e me le protesto ecc. ecc. Piacenza il
12 Agosto 1840. (1) Ancori , perchè meglio si conosca , ristamperemo il più
presto l'articolo recentissimo, che ci fu spedito il 3 Settembre, inserito nel
fascicolo tO del Leti. Scient. Modenese a carte 262, con nostre giun- tetene
già compilale ed opportune. L' avviso
mandatomi , inserito nel Gior. Scient. Leti. Modenese a carte 218 del fascicolo
9 , è questo : € Il sig. Abbate Alfonso Testa ci ha usato 1’ atten- zione di
trasmetterci in copia manoscritta una sua replica all’ art. da noi inserito
alla pag. 4f5 del I. tomo di que- sto Giornale. Se non fossimo impegnati per
altri articoli fin prima dell' arrivo della replica del sig. Testa irremis-
sibilmente destinati da pubblicarsi ora , vorremmo far qui luogo alla nostra
controreplica , la quale nondimeno , per tardar che si faccia , non escirà fuor
di tempo ; anzi arriverà più opportunamente , dopo che coll' indugio si sarà a
bell' agio divulgata la notizia della replica , che l’ Autore ha già dato opera
perchè sia ttampata ne’ più accreditati Giornali d’ Italia. » « Frattanto di
due cose crediamo di dovere inge- nuamente prevenire il filosofo piacentino. La
prima si è , che ci aspettavamo una replica di m olta , ma pur non di tanta
debolezza , quale in fatto è comparsa agli occhi no- stri codesta, che ha
voluto affrettatamente inviarci » . Bisogna qui spiegare il mal umore che vi
mena af- frettatamente , e senza pure una ragione , a giudicare di quella
maniera : perchè uomini di acuto ingegno e di sen- no maturo non hanno potuto
tener le risa , pensando agli occhi votiri , ai quali paiono spaghetti le
gómene , e me- ravigliano la fretta con che vi siete condotto ad avvisare i
vostri devoti , quasi per consolarli ; i quali, certo, hanno tanto giudizio
quanto voi di scorgere la debolezza della replica , e non bisognano di
conforto. Del che io credo tener la chiave ; ed è la lettera che qui soggiungo
, la quale accompagnava il manoscritto della replica a voi mandata in bella
carta parigina , e che a voi parve infer- ma c sciancata da non si poter
sostenere pur colle gruc- ce. Eccovela : 130 Signor Direttore, La scrittura ,
qui acclusa, è la risposta all' Art in- serito nel suo Giornale Letter. Scient.
a carte 415 del fascicolo di Febbraio 1840. L' Autore della medesima ha già
dato opera , perchè sia stampata ne’ più accreditati Giornali d’ Italia. E ,
siccome a lui pareva sconveniente che gli altri sapessero, prima che i
contradditori Mode- nesi , quello eh’ egli aveva risposto a quell’ Articolo , a
noi commise di mandargliene copia manoscritta; perchè, volendo, in quel suo
Giornale stesso, ov’ è la proposta, possa stamparla: con libertà di farvi tutte
quelle dotte osservazioni, aggiunte e confutazioni che loro saranno in grado;
purché non tocchino il testo ( che sarebbe scorno senza profitto, dopo le molte
copie altrove spedite ). Que- sta fretta non sembrò all’ Autore fuori di
proposito , pen- sando che per simile modo avrebbero avuto più agio a studiare
la materia, e mandar fuori così una replica ve- ramente di polso; di quelle eh'
essi sanno ben fare. Nè con ciò crede 1’ Autore far torto alla prontezza del
loro ingegno, ma solo mostrare la sua discrezione. La prego ad aggradire questo
piccolo servizio di chi si protesta - Piacenza li 13 Giugno 1840. Un tuo Amico
Voi aveste a derisione quell’ invilo: e di qui la col- lera vostra mal celata,
e il disprezzo che, non potendoli contenere , mandale innanzi sprovveduti di
ragioni , che veramente a bell' agio, come ci promettete, ed opportu- ne ci
verranno. Ma intanto questo ritardo fa credere non aver voi cosa che valga da
opporre; e che volete tener a bada i vostri leggitori colle solite scuse
convenute tra’ giornalisti, di avere una farragine di Articoli irremitn-
Digitized by Google hi bilmenle destinati da pubblicarsi; sicché non est locus
in diversorio. Io nondimeno credo che manterrete la promes- sa , che sarà
veramente di polso la replica ; e il deside- rio , che ne ho , aiuta la mia
credenza. Cosi rimane spie- gato il primo avvertimento che mandate al filosofo
piacen- tino. Veniamo al secondo. Questo è: « Ch’ egli ha preso un grossissimo
granchio nell' im- maginarsi che il Censore del Taverna e del Testa, nel Lete
ScienL Modenese , sia quel medesimo collaboratore dell' Arcadico, che molti
anni fa ripassò le cuciture a non so (i) qual libro di esso sig. Ab. Testa. Il
primo non ha che fare col secondo: ed è peccato invero; perchè da questo
abbaglio, per noi manifestato, ne rimane ottuso per un tre quarti almeno di
tutte le punte, i frizzi ed i sali plautini del nostro Antagonista. Anzi faremo
vedere qui sotto al sig. Testa la lettera che ha piaciuto al vero collaboratore
dell’ Arcadico, instrutto da noi parte per parte di tutta la faccenda,
indirigere in proposito a chi fa per la Direzione di questo Giornale , unica
vera respon- sabile mantenitrice di tutto ciò che in esso si stampa > .
Prima che la lettera del vostro carissimo amico ri- passiamo le cuciture, dico
male, le inesattezze, dico po- co , le falsità del vostro paragrafo. Io dunque
ho preso un grossissimo granchio, immaginadomi che ser Appun- tino sia il
medesimo che il collaboratore Arcadico! Ciò sarà parso agli occhi vostri, ai
quali sappiamo che non è (1) Veramente non è obbligo al Direttore del Gior.
Lett. Scient. Modenese di sapere quello che ai sa da Palermo a Torino ; ma i
freschi discorsi col suo grande amico , Il collaboratore Arcadico , ci (anno
credere che questa sua sia un' ignoranza affettata. Perchè fate il gnorri? Dite
su candidamente. Lo spontaneo è sempre vero, non può essere che vero; il
riflesso è spesso ipocrito. Ond' è giustissimo quel detto : in vino ventai. Ma
la sincerità che è nel vino , non è nel cioccolate. Digitized by Google . 132 a
credere: ma niuno, fuor di voi, vi s’ingannò. Se non che, quando pure ciò
fosse, ad un uomo, qual io mi so- no, che non si diletta di maschere, non
sarebbe poi gran colpa , se confondesse ser Turpino con Tartufo. Io non ho la
facoltà di certuni i quali , per la finezza del- r odorato , conoscono al
fiuto. Se la cosa meritasse di fer- marvisi, inviterei i leggitori a ritornare
alle pagine 8 e 18 della Difesa delle Novelle (1), ove compariscono in sulla
scena i due campioni. Quivi chi non legge sbadata- mente , di facile raccoglie
, che ho ricordato ( pag. 8 ) l’ ombra del filosofo arcadico, e 1* ho
avvicinata a ser Ap- puntino; perchè ciò è suggerito dalle somiglianze del lo-
ro valore: ho detto ( pag. 18 ) che a ser Appuntino non deve essere caduta di
memoria la mia Risposta al Gior- nale Arcadico; e ciò accenna alle simpatie che
accomuna- no infra gli uomini i beni e i mali , e fra i letterati le letture.
Qui non ha confusione di persone , anzi medesi- mezza di natura e di
atteggiamenti , o , se volete , equi- pollenza , equivalenza , niun disguaglio.
Ma io posso 'ancora convincervene per altro modo. Voi sapete che il vostra ser
Appuntino m’ insegna che « la morale* astemia da’ principi! e da' sentimenti «
d’ una religione; rivelata, positiva , è un’ antilogia infelicissima. Per lo
contrario,, 1’ Arcadico mi ammaestrava (2) « che i mezzi, * quali per
disposizione dell’Onnipossente servo- no di naturai regola a ciascheduno,
sempre si conobbero e si praticarono ; ... e questi i filosofi ridussero a
scicn - * * • (t) Questa Difesa era già stampata nel Gior. Scient. Lett. di Bo-
logna ; ma , per soddisfare al desiderio degli amici ed ammiratori dell’ Abbate
Taverna , indegnati dell’ arrogante petulanza di ser Ap- puntino , si è
ristampata qui in Piacenza : ed è questa edizione che qui citiamo. (2) Gior.
Arcadico za , fondandola sull ' investigazione del fine a cui V uomo è fatto ,
e dei mezzi che gli sono dati per consegnuirlo « . Voi vedete che io non poteva
confondere questi due bac- calari , a meno d’ essere un gran baggeo ; che è la
sola cosa di cui finora non vi ho dato prova. Jupiter quem vult perdere ,
dementai. Signor Direttore , nella replica, che mi promettete , usate più
diligenza ; perchè avete a fare con chi non ve ne passa una , se non è di peso
: e curate che siano cose d* importanza , non simili a queste frascherie, che
sono ancora meno di tante quistioni filo- logiche che si trattano oggidì.
Vergogna de’ tempi ! Ora ascoltiamo il vostro amico , che era meglio te- ner
dietro le scene , perchè ha a fare una gran brutta fi- gura. Buon per lui che è
mascherato. Udiamolo. ■ • . . t « Carissimo Amico , Vi restituisco Y Articolo
del sig. Ab. Alfonso Testa , dettato colla solita sua squisitissima urbanità
(t). Per ciò (1) Questi Dori d'urbanità non vorrebbero essere toecati. Intanto
i cotali urbanissimi si permettono di cercare le coscienze, le inten- zioni, e
di accusare ora l'uno ora l'altro d'irreligiosità, quasi fossa un dolciume da
doverneli ringraziare. Per mo' d' esempio il signor Arcadico , che scrisse
questa lettera sì forbita e sì ritonda , mi fa questo complimento alla p. 162
delle sue osservazioni in nota : » Il r> signor Testa ha presentato , senza
volerlo , all' italiana gioventù il v veleno nascosto e serpeggiante in un
libro degno, sotto diversi aspetti, » di lode- « In un altro Giornale che si
stampa in Modena ( Memorie di Religione ) si dice alla pag. 66 del fascicolo
49. r> Io un tempo * così infelice che si vorrebbe una filosofia ateista
ecc. n e qui si guarda a me con urbanità compitissima e fioritissima , citando
la mia Introduzione alla Filosofia dell' affetto : si guarda a me , che fo di
Dio il mio pensiero quotidiano , e spendo le notti por cercando Lui che fa
delle tenebre il suo padiglione. Sì, quel Dio che voi stam- pate nelle gazzette
, io I' ho nel cuore ; e sento che mi comanda di ♦ perdonare alla vostra
urbanità , e ad un tempo di fare la guerra al- I’ errore ed al peccato. 134 che
riguarda I* equivoco preso dal sig. Testa , di credere una persona sola Y
Autore di certe Osservazioni pubbli- cate 10 o li anni fa nel Giornale Arcadico
, e chi nel Giornale Letterario Scientifico Modenese ha scritto quel- r
articoletto contro cui è diretta quest* ultima sua filippi- ca, se voi volete
trarlo d’ inganno, fatelo; ed in tal caso vi prego a ringraziare per parte mia
il sig. Ab. Testa , per avermi mostrato di ricordarsi sì bene di quelle Os-
servazioni dell’ Arcadico , alle quali da tanti anni io più non pensava; e a
dirgli che io veramente avrei creduto che, con tutta la sua filosofia, ei
sapesse un po' meglio distinguere il silenzio della compassione da quello del
ti- more; e quanta differenza passi fra il tacere per essere o confessarsi
battuto, e il non rispondere per non trovare nell’ avversario cosa che ne valga
la pena. Di casa 21 Luglio 1840. Il vostro ecc. » Sig. Direttore, vi prego, se
mai vi abbattete a quel- r amico ( e non deve essere discosto da voi, poiché vi
scrive di casa ) , di fargli le mie congratulazioni per F alto sapere che ha
acquistato dopo quella nostra con- tesa. Allora, leggendo la mia Introduzione
alla Filo- sofia dell* Affetto, gli soccorrevano alla mente ( Giorn. Arcad. ,
Maggio 1830, pag. 130 ) « certi libri, tanto più perniciosi se Y errore vi
serpeggi nascostamente , se le rette intenzioni dell’ Autore , se la verità di
alcuni prin- cipii , la giustezza di varie riflessioni , alcuni tratti di ge-
nio si conciliino il lettore > : poi vedeva c uno scrittore che ama il vero
e lo cerca ; ma che da principii attinti a certa scuola viene trascinato di
sovente ad errori troppo funesti ». Egli perciò, tenerissimo com’ è del bene,
de- siderava « che qualcuno disaminasse il mio libro * , de- Digitized by
Google 135 siderava un giudice competente delle quistioni che io mo- veva. Ed
egli intanto, per parte sua, si diceva lontano dal volere assumere questo
incarico , anzi dal solo stimarsene capace. E solo per obbedire a chi non
saprebbe negar nul- la , risolversi ad esporre alcuni suoi pensamenti. Così
scriveva a que' dì. Ma ora, che ha fatto robusta schiena , parla con disprezzo
di quelle scritture, come di cosa che non vale la pena che vi si fermi. Vedete
quanto bene dobbiamo al progresso! e poi se ne dirà male! Ma io non 1’ assolvo
di quella sua noncuranza; poiché, se, per le lodi che ha sentito dare al mio
libro , così egli dice ; se , per difendere l’ incauta gioventù dal veleno che
io le pre- sento, prese la penna e scrisse quella sue Osservazioni , con molto
maggior ragione doveva impugnare la mia Ri- sposta, la quale fu trovata
vittoriosa; e che, nel giro di pochi mesi smaltita, nell’ impossibilità di
trovarla presso de' librai , oggi si vuol ristampare. Come non si vergogna di
mancare così al dover suo , alle aspettative della per- sona , a cui nulla
saprebbe negare. Lascierà dunque , per compassione che mi porta, di soccorrere
al bisoguo della gioventù ? per un po' di bene che vuole ad un pretazzuo- lo,
qual mi sono io, lascierà tanti giovani avvelenarsi al- la mia fonte ? Fuori d’
ironia , sig. Direttore: se vi ab- battete a lui , ditegli che io so il nuovo
metodo che s’ è pensato per trovar la verità , ciò è d’ impedire gli avver-
sarli dal dire le loro ragioni; e non vorrei che si adottas- se il metodo della
compassione per onestare un ignoran- tissimo silenzio. Chi volete che vi creda
, o come pensate trovare lettori sì stupidi, che non sentano quello essere il
linguaggio della codardia? Credete forse che al mondo non siano che oche? — Ma
tempo è che ci stringiamo con più serietà all’ argomento, e, lasciate le
rampogne e le misere gare d’ un miserissimo amor proprio di noi 136 mortali
che, fuggevolissimi , abbiamo la stoltezza di pur pensare che s'abbia a
discernere nell’ immenso mare del- 1’ estere la goccia nostra, tempo è, dico,
che ci conducia- mo a ciò che veramente può profittare alla nostra corre-
zione. Voi lamentate le punte , i /rissi , i tuli plautini dei miei discorsi;
ma dovete convenir che vi sono certe scrit- ture d' un coraggio sì affettato ,
d' infinte e di sguaiatag- gini sì piene, sì ridicole alla fine, che Senocrate,
vede- te, Senocrate, cotanto severo, non si terrebbe dal ride- re. Credete che
non solo l’ amicizia pel Taverna , per un uomo sì meritevole, sì degnissimo,
non dirò pure della stima, ma dell’ amore di tutti, e nondimeno sì indegna-
mente trattato, e con sì mostruosa ingratitudine, che è di scandalo a tutti che
sanno 1’ Abbiccì , m' impegnava a di- fenderlo : ma ancora un non meno santo
dovere mi par- luva e mi parla al cuore efficacemente. Questo è d’ impe- dire
il male che i cattivi insegnamenti mettono pur trop- po nel mondo, più da
temere quanto che, sotto specie del bene, tirano a sè i meno avveduti, che sono
sempre il maggior numero. Fatevi ben dentro nell’esame delle sentenze che ser
Appuntino ha riprovate nel Taverna, e conoscerete il torto imperdonabile di chi
ha voluto inten- derle perversamente. Considerate ciò che sta sotto a quella
riprovazione , e converrete meco che il pericolo non è leggero , se non per
questo che sono debolissimi i sostenitori , di ninno esercizio nell’ arte del
dire, di pochissima dottrina. Ma se avessero la maestrìa di un Rousseau , o di
un Lamen- nais , colla finezza logica di un Bayle, allò che sarebbe a temere
grandemente. Se queste considerazioni vi persua- dono , o se solo sentite
vergogna di quelle mene odiose , me ne congratulo , non è disperata la
guarigione. Ma se continuate nei vostri sentimenti, vi dico senza infingimen-
Digitized by Google 137 to(l)e con grandissimo desiderio, come chi è innamorato
del suo dovere, che io aspetto voi, i vostri ser Appuntini, e siano pur molti,
e V Arcadico; chè io confido in Dio, il quale vorrà darmi la grazia che
trionferà i nemici del be- ne: In te, Domine , speravi. (1) L'uomo che vi pirla
non è uno stipendiato. Egli ha potuto stampare, con tutta verità, che la sua
filosofia non è la veste di ce- rimonia, ma la sua persona: eh' egli non
conosce feliciti più grande di quella del filosofo, il quale sempre aggiugne al
suo scopo; poiché, se ha ragione, gode d' essere nel vero ; e , s' egli s' ha
il torto , gode che gli sia mostrato per entrare nel vero: che per questo vero
egli ha dispettato la fortuna , la quale non difficile gli sorrideva e insi-
diosa. Sento dire che si muovono da più parti uomini di lettere per rivedermi
il pelo. Tanto meglio : saranno bene accolti e ringraziati ancora pubblicamente
da me, ove mi mostrino la verità. Errare po- terò , ìtaereticus non ero. LE
NOVELLE MORALI di TAVERNA DIFESE da T. CONTRO LE IMPUTAZIONI RINNOVATE NEL
FASCICOLO 10." DEL GIORNALE LETTERARIO SCIENTIFICO DI MODENA ESTRATTO DAL
GIORNALE LETTERARIO SCIENTIFICO ITALIANO Tksla CXX»OO Onc OOCKX) COOCC «DOC»XOX«XOC) OOCOC)OO
OOOOCC«X)OOC*X)0 » Ti paiono ifffi Li futura d«ll' insetto voLmufc» » quelli
rhr «indiano i falli t le «rrilltir* altrui (i* *• iatauiuB* Ji trovar* i il
prerat© « Trita difrt* delle Novell* Morali dell' ab. Taverna p. i^. Piarmi*
per Del Va/no iH',o t : E«, iterum Crispinus. Ecco di nuovo ser Appun- tino
(1), che ha aguzzato il pungiglione. Ho letto le nuove osservazioni inserite
nel fascicolo 1 0 del Leu. Scient. Mo- denese a carte 262 sui morali propositi
delle Novelle del- I' ab. Taverna , e le nuove ragioni di che si vuole corro-
borare la confutazione già data a sancirne irremissibil- mente la riprovazione.
È veramente cosa nuova all’ età mia, e a me di maraviglia, 1’ ammaestramento di
che mi è stato cortese I’ autore di quell’ articolo. Dopo tanti anni di studio,
che tuttavia dura otto ore il giorno, io per lo più me ne tolgo con pochissima
mia soddisfazione; poi- ché, facendo la sera, com’ è mia usanza, il riconto a
me stesso dell’ apparato nel giorno , mi addormento il più (1) Il lettore vorrà
ricordare che, non sapendo io il nome di bat- tesimo dell' avversario delle
Novelle del Taverna , I' bo chiamato in- tinti a qui Ser Appuntino. Digitized
by Google 142 coll’ ignoranza de’ giorni passati (I). Ali sono veramente eterne
le domande che si fa la ragione! Vedete misere fa- tiche , sfortunatissimo
studio. Ma vi ha pure un compen- so de’ mali in questa vita ; e a me è venuto
larghissimo oltre ogni mio sperare da quella parte dove io meno pen- sava, cioè
dal Giornale Lett. Scien. Modenese. Ringrazia- mo la Provvidenza, e
ringraziamola ancora d’ averci pòr- to occasione di far risplendere vieppiù la
verità e la sa- viezza di que’ morali documenti, che sono sparsi nelle No-
velle del Taverna, gittando in faccia dell’ avversario quel sudiciume, di che
voleva lordare quella bellezza. In que- sta impresa non ebbi a faticare. Le
risposte alle obbie- zioni non volevano studio; ma questa stessa facilità me le
faceva difficili, cioè spiacevoli a ribattere. Dove non è esercizio di facoltà,
è noia. Bisogna ora distenderle quelle risposte: e qui è dove io sono pensoso
della forma che devo loro dare. Prenderò io l’andamento e la festività dell’
autore della Secchia , che fu la grande questione mo- denese? ovvero la serietà
del catechista? Quella sarebbe dicevole al merito dell’ opposizione , ma troppo
contrad- direbbe alla materia che abbiamo tra mano; perciocché non si ha ad
insegnare il catechismo ridendo: saremo dunque seri quanto ci sarà possibile ;
e ciò vuol dire , finché 1’ altrui sguaiataggine ci permetterà di essere tali ,
o l’ infinita malizia non muoverà l' ira nostra. Saremo an- (1) Questa inia
ignoranza è derisa dalla sapienza di Ser Appun- tino. Io aveva detto alla fine
dei Discorsi sulla Filosofia della Mente ( Piacenza per Del Majno 183G ) » Chi
sa quello che penserò, prima » che si compia questo mio scorcio di vita? r>
Ser Appuntino ( o 1' asterisco, che io appaio pel buon volere e pel valore )
chiama que- sta mia condizione » uno soverchia leggerezza nel dubbio » ; c
ditela ammirato n una singoiar maniera di proporre le altissime questioni r>
dell’ umana ragione « ( pag. 269 in nota ). Forse che egli possiede la chiave
del grande scioglimento. Chi sa che un giorno noi richieggo? m che brevi ;
perchè certo non vogliamo perdere il tempo ad insegnare chi non è insegnabile,
e toglierci a più im- portanti lavori per attendere alle ciance di ser
Appuntino. Dics
brevi s et opus multum , et pater familias urget. 2.° E poiché ho detto dell’ insegnamento , che mi è
porto in quell’articolo, cominciamo dalle prime cose in- segnatemi: esse sono
bene importanti. Mi si rimprovera: 1*° Che non ho letto bene il titolo del loro
Giornale, poi- ché in vece del Giornale Letterario Scientifico ho citato il
Giornale Scientifico Letterario. Un mio amico, che voleva pure scusarmi di
questo abbaglio, mi diceva: Che dove non si trovano nè scienze , nè lettere ,
poco importa che l’una qualificazione vada innanzi all'altra, perchè le sono
sempre bugie. Ma io non accetto questa scusa, e mi ten- go sinceramente in
colpa. Che in vece del numero 6 del loro Giornale ho citato il numero 5; e
questo pure è verissimo. Ma qui potrei scusarmi a loro un pochetto, poiché, non
avendomi essi mandato per le poste che due pagine di quel fascicolo 6, non mi
era possibile rilevarne al giusto il numero, e mi era difficilissimo
procurarmelo d’altra parte intero, qui dove appena arrivano tre o quat- tro
copie che gelosamente si custodiscono come fossero cosa preziosa. Dovetti
adunque computare con altri dati; e il computo mi fallì. - 3." Finalmente
mi avvisano, che non ho saputo quello che sanno perfino i fattorini della loro
stamperia, cioè: « Che le note chiamate nel testo coll’ a- sterisco , s’
intendono apposte dalla redazione direttrice del Giornale». E questa ignoranza
io la confesso, e chieg- gono perdono con mille ringraziamenti all’ asterisco ,
cioè alla redazione ed all* autore dell' articolo (l). Al quale de- (1)
Un’altra mia ignoranza più imperdonabile si è che io non sa- peva nemmeno che
fosse al mondo quel loro Giornale. Fu la genti- lezza del sig. dottore don
Antonino Daveri che mi avvisò di quella 144 vo ancora infinite grazie pel savio
ammonimento che mi porge, di evitare cioè la fretta nel rispondere alle obbie-
zioni. E questa volta voglio anche approfittarne , spenden- dovi qualche ora
più che non meritano , perchè il colpo di gratia vuol essere aggiustato così da
non tornarvi più. Proviamoci. 3.° Il direttore del Giornale Lett. Scient di
Modena pel fase. IX. a carte 218 mi preveniva ingenuamente « Oh» si aspettava
una replica di molta, ma pure di non tanta debolezza , quale in fatto è
comparsa agli occhi suoi t quella che ho voluto affrettatamente inviargli «
(1). Ser Appuntino mi accerta anch' egli ( fase. X. pag. 264 ) , » che era per
abbandonare l’ idea d’ una confutazione troppo facile ed allegra. < Ma che
il subbietto offren- dogli occasione per dare un buon documento ai lettori, si
decise a fare. Vediamo quello che ha fatto. 4.° Il lettore si ricorderà che ser
Appuntino ci disse aver contato per molte decine nelle Novelle del Taverna i
propositi morali inammissibili ; e che si contentava di darne per mostra al
lettore spassionato soltanto tre di quelli , che portano seco stessi la
giustificazione del suo adombrarsi. Io cortissimo di vista , non vedendo perchè
quelle sentenze , che ci metteva innanzi , si dovessero ri- nota che fu apposta
al manifesto U' associazione per le opere dell'ab- bate Taverna inserita nel
fase. 6 del Leu. Scient. Modenese , e che provocò la mia indegnazione ( ecco
chi mi ba provocato ) , e mi fu d' incitamento a scrivere I' articolo inserito
nel Giorn. Leti. Scient. ital. di Bologna, Voi. 4. pag. 136. ebe fu detto
furente da Ser Ap- puntino. A questo
avviso mandato innanzi in quel fascicolo ed alle di- chiarazioni che quivi
seguitano, bo risposto con una lettera stampata pei torchi Del Maino in
Piacenza, e pubblicata il giorno 18 Settem- bre 1840. Digitized by Google 145
provare, andava pure cercandone pretesto (1) , indovinava, proponeva alcune
ragioni di riprovatone, e poi le ribatte- va; ma sempre non ben certo se
appunto ser Appuntino appuntasse a quelle, poiché egli si taceva contento di
aver detto che portavano seco steste la giutùficatione del suo adombrarti.
Ancora poneva io limitazioni a quelle proposi- zioni, che un sofistico e
cavilloso poteva voler rimprovera- re, c pretendere false per la loro
universalità ; e spiega- vate con acconce dichiarazioni, volute dalla buona
critica , senza la quale si corre pericolo di trovare l’ eresia ne’ più
ortodossi. G l’ incredulo non trovò ereticale il Paternostro, interpretandolo,
come se dicesse Dio essere tentatore del male, et ne nos induca* in tentationem
? A dir corto, io feci il mio meglio per trovare le ragioni di riprovazione
taciu- te da ser Appuntino; ne proposi alcune ipoteticamente ed inette , e ciò
avvisatamente per proporzionarmi all’ oppo- sitore , come colui che ha ad
indovinare la mente di chi scrupoleggia. 5.® Che cosa doveva io aspettarmi dopo
que’ miei tenta- tivi e quelle industrie da chi voleva rispondere a me e
confutarmi ? Non altro certo se non che mi si mostrasse : 1.* che mi era male
apposto conghietturando e allegando quelle ragioni di riprovazione; e 2.* mi si
producessero ragioni più forti , le vere ragioni , quelle che mettono nel- I’
ansietà 1’ oppositore. Ecco il procedimento d’ una rego- lare deputazione che
il buon umore di ser Appuntino po- teva render facile ed allegra. Questo è 1’
ordine logico che da Adamo in qua hanno seguito le teste non stravolte. Per
questo modo 1’ avversario delle Novelle , sponendo le ra- gioni taciute ,
avrebbe giustificato il suo adombrarsi , a- Vedi le Novelle Morali dell' abbile Giuseppe
Taverna, difese dalle imputazioni inserite nel Gioro. Leti. Scienl. di Modena.
Piacenti pei Torchi Del Majno 1840. 146 vrebbe appagato i suoi leggitori , e me
pure messo dalla sua parte , perchè io credo gravissimo peccato il rifiutarsi
al vero. Ma in vece egli dichiara, che non ha altre ragioni da dare a me
recalcitrante , e che i suoi leggitori spassio- nati non ne bisognano. Leggete
e stupite ; ma aprite bene gli occhi , perchè sono cose che non paiono credibili
pur lette le molte volte. Ecco le sue parole. > Quando dicemmo » lettore
spassionato , intendemmo di dire per quei lettori » che sono docili alle nostre
insinuazioni ( va bene ) , che » ci onorano della loro fiducia ( benissimo ),
che proteggo- » no e confortano il nostro Giornale ( arcibenissimo ) , o » che
almeno non sono padroneggiati da prevenzioni sini- » stre , nè da pregiudizi di
parte contro il medesimo ( ot- » timamente ). Per questi appunto i Giornali
secondo I* i- » stituto loro pongono le ragioni più presto che non i le
svolgano; e di ciò che manca, lasciano la cura all* in- » telligenza del
leggitore. Che se una volontà recalcitrante » impedisce all* intelligenza d’
altri leggitori lo scoprire ed » il passarci per buone quelle ragioni , noi
sapremo ras - » segnarci , portar pazienza » . Chi si sarebbe mai aspettato
questa risposta, e chi non la crederebbe una mia ironia , se non fosse stampati
li proprio in bel carattere tondo alla pag. 265. lin. 5 ? Ella è dunque
spacciata per me e per tutti i lettori che non sono spassionati nel senso del
Modenese Appuntino. Bisogna essergli docili, aver fiducia in lui, proteggere il
suo Giornale, e le oscurità sono tolte, e le ragioni tosto ti vengono chiare
come il sole. Questo è proprio il caso del magnetizzatore che non ottiene suoi
elfetti, se il ma- gnetizzato non è ben disposto a concedersegli intero. Più
guardo , più corro colf occhio per quelle ventiduc pagine dell’ articolo , e
meno trovo ragioni nuove , difficoltà nuo- ve da superare; solo mi si affacciano
le vecchie accuse 147 riprodotte colla soliti» protesta, cioè: « Che i
leggitori che compongono il suo uditorio ( cioè che leggono colle orec- chie )
pag. 265, lin. 23, ed il circolo a seconda del qua- le il suo periodico viene
alla luce, questi ad onta delle mie pervaganti saputezze ed aggiramenti
escusntorii non hanno bisogno di molto sviluppo di ragioni per condan- nare
quelle sentenze «.Tutto questo noi lo sapevamo; ma noi, che non siamo del bel
numero, che non siamo lettori da comporre un uditorio , desiderammo qualche
cosa di più , desiderammo nuovi argomenti che ci provassero quel- le sentenze
essere riprovevoli. Ma fu vana ogni nostra aspettazione. E veramente le
dichiarazioni che vi appo- nemmo , sono tali da contentarsene chiunque ha fior
di giudizio ; da contentarsene anche ser Appuntino, se non volesse ostinarsi
nella sua paura. E ben mi avveggo che egli ha una gran voglia di fermarsi nell’
ansietà , poiché avendomi detto d’ aver notato per molte diecine nelle No-
velle del Taverna i propositi inammissibili , non me ne sciorina più. Di che
conchiudo : o eh’ egli vuole proprio tenersi in corpo la paura , o che non ha
detto quella spampanata che per mostrare la sua bravura nel maneg- giare la
figura rcttorica della maldicenza. E in quest:» par- te è maestro , e gran
maestro , come ci proverà egli stes- so colle sue parole , senza che qui ci
distendiamo. 6. Ciò nondimeno, vincitore com’è di tanta prodezza, vuol
largheggiare con noi ( la generosità e il valore non vanno mai disgiunti ); e soggiunge:»
Questo basterebbe a » tutto rigore , a passar davvero la spugna sulle quattro »
o cinque affaticate pagine, in cui il sig. Testa con sa- » pone
logico-metafisico di sua fabbrica s’ ingegna c si » assottiglia per lavare le
macchie da noi scoperte nelle » novelle del Taverna. Tuttavia dichiariamo
ancora , co- » me per conclusione, che non potremo mai prendere 14S » sul serio
le difese giustificative del sig. Testa » ( doveva dire le pervaganti saputezze
e gli aggiramenti escusatorii) » se non dopo che con mandato espresso ed
ostensibile » del reo principale t ( è un qualche procurator fiscale co- stui !
) » ci abbia fatto conoscere aperti» verbi s , senza » scartarsi, nè divagare,
quali sono questi errori che » rendono tuttavia infelice il genere umano , e
questi pre- i giudizi da cui si vorrebbe liberati i popoli « ( pag. 267 ).
Eccovi che mentre tutti, tranne i suoi lettori spas- sionati , ci aspettavamo
che giustificasse i suoi timori , e ribattesse le nostre dichiarazioni , ci
vuole indovini , e c’ invita a dirgli dove la sua scarpa gli offende il piede.
Voi siete nell* ansietà, nelle paure: e noi lettori recalci- tranti, ma
premurosi di darvi quiete, vi siamo attorno co- me medici amorosi per aiutarvi
, distendiamo cinque affa- ticate pagine per pure indovinare donde venga questo
vo- stro adombrare , e recarvi salute ; e voi , guardate se c* è fior di senno
, ci pressate perchè con mandato ostensibile del reo principale vi facciamo
conoscere quali sono questi errori che rendono tuttavia infelice il genere
umano. Toc- ca a voi, ve lo ripeto, il dirci dove vi offendono quelle sentenze
; perchè voi , che ne siete offeso , dovete sapere, meglio che alcun altro,
dove abbiano peccato. E poi , che bisogno è qui d’ un mandato del reo
principale? Ma io non posso più tenermi , ed è ben tempo eh’ io mostri la
turpitudine di queste arti scellerate, di queste mene odio- sissime a tutti i
buoni, e di smascherare la perfidia che sta sotto a queste parole tutte zelo e
religione di fuori. Il sentimento del giusto mi suggerirà sì efficaci parole da
cacciare nel fango con quattro righe la più esecrabile mal- dicenza. Eccovi ,
lettori , le parole del Modenese Appun- tino, e inorridite, t Volesse il cielo
( pag. 267 ) che noi » fossimo proprio teste stravolte , del qual titolo ci
grati- 149 » fica il dirittissimo Testa ; ma che veramente poi sotto » r
avversione a quegli errori ed a que’ pregiudizi s’ in- » tendesse lo
sbranamento augurato dall' apologista del » Taverna , delle vetture , delle
tregende , delle befane e » dei folletti e d’ altri simili malanni rimossi
dalla sem- plice donnicciola con un segno di croce (1) , o un po’ » d'acqua
benedetta, e non mai la dittruzione di que' vene - * rondi istituti civili e
religiosi, che ne costerebbe, tolga * Iddio , peggio che lagrime e sangue
interminabili ! ! » 7.* Il lettore, che non è degli spassionati, troverà que-
sto periodo forse intricato ad arte, frastagliato e scuro. Il perchè noi
crediamo di levarne 1' inutile riempitura , ed accostarne le membra si che si
vegga d' un tratto tutta I* enormità della maldicenza. « Volesse il cielo che
noi » fossimo teste stravolte ; si il comporteremmo, solo che » veramente sotto
lo sbrattamento degli errori e de’ pre- » giudizi volgari non s’ intendesse la
dittruzione de' vene- * rondi istituti civili e religiosi. > Cosi la lingua
affilata come rasoio. Io vi domando , qual cosa fa giusti questi vostri timori
, e dove trovate nelle Novelle del Ta- verna non dirò che si attenti a’
venerandi istituti civili e religiosi , ma solo cosa che vi possa mettere
sospetto di una tanta scelleratezza ? Chi vi ha mai avvisato queste or-
ribilità? Niuno al certo; poiché l’Italia tutta ne fece te- soro , e dielle
cibo sanissimo a' suoi pargoletti. Sarete voi dappiù che il senno italiano? E
poi vi dorrete, se vi dico testa stravolta , cioè che intende le cose al
rovescio? Ca- pisco che è poco al vostro merito. Forse non suderebbe lungi dal
vero chi vi noverasse tra coloro di cui dice il Reale Profeta : denta eorum
arma et sagittae : lingua eo- li) Vedi cbe lien vere le ptù grossolane crederne
del popolo, cbe tono un avanzo del paganesimo. 150 rum gladius acuta* , venenum
eupidum tub labiis cornili. Ma nulla nuocerà all' uom giusto. Egli si sta
securo, come in una fortissima ròcca, nel santuario della sua coscienza ,
sperando in Dio che renderà confuso colui che gli è die- tro a gola aperta.
Egli si confida in Dio, e non teme co- sa che gli possa fare la carne: non teme
chi spia le sue pedate, e sta aspettando per cogliere 1’ anima sua: rimet- te
il peso suo nel Signore, il quale sosticnlo, e non per- mette che giammai
raggia. Grida all’ Altissimo il suo do- lore senza accogliere sensi di
vendetta, perchè questa a Dio s’ appartiene ; e invece pregalo, perchè tocchi a
suoi nemici il cuore davvero. Questo fa il reo principale ; e questo faccio io
che sono il minore, porgendo di cuore a Dio voti per la vostra guarigione. 8.
Tiriamo innanzi per questo fangoso campo. Noi abbiamo già corso cinque pagine
del modenese articolo; c come zeppe di cose e di profondi insegnamenti, il
letto- re se r ha potuto vedere. Ora veniamo a seri avvertimen- ti, che, se io
ne approfitto , mi varranno da potere anda- re in branco co’ dottori più che
baccalauro. Fino dal prin- cipio ser Appuntino mi avvertiva pag. 2Gà, che
sfogliando il mio libretto ad ogni tratto « si prendeva maraviglia » come un
uomo si possa stare tanto in sul tirato delle » proprie forze, e nello stesso
tempo uscire continuamente » del seminato , scambiar le carte , tergiversare ,
c spo- » stare la questione , e darsi della zappa nei piedi ad » ogni poco ».
Un siffatto complimento che mi ruina d'un fiato, ha fatto ancora più maraviglia
a me, si che mi venne gran voglia di sapere dov’ erano tanti miei pec- cati e
balorderie: perchè, a dir vero, delle logiche ne ho studiate assai ( e ve lo
dico senza stare sul tirato delle mie forze ), nè mi poteva persuadere che
Aristotele mio amico mi avesse così mal servito. Cercavo adunque desi-
Digitized by Google 151 densissimo per entro quel maraviglioso articolo, dove
sta- vano d’alloggio le mie balordaggini; e corri e corri sen- za trovare un
iota, ecco, quand’è piaciuto a Dio, che mi abbatto alla pag. 26S, dove mi vien
detto : « Che la parte » in cui 1’ ab. Testa sgarra più che mai il soggetto
della » questione, e meno tien sodo il senso in cui l’avversa- » rio ragiona ,
si è per nostro avviso dove tenta di scu- » sare il Taverna dell’ aver dato
insegnamenti morali, sot- » lo la forma di novelle per li fanciulli,
indipendentemen- » te dalla rivelazione, ossia senza tenersi, come a fon- »
damento ed appoggio perpetuo dei medesimi, alla pie- » tra angolare del domma
religioso». Fermiamoci; qui bisogna che io chiami ser Appuntino all’ ordine,
cioè al- la memoria che gli fallisce, riandando un poco la nostra storiella.
Nell’articolo furente , giù citato, e inserito nel voi. 4 a pag. 136. del
Letterario Scientifico Bolognese, io diceva all’ autore della famosa
giuntcrella , che, poiché egli si era in pena , mi dicesse dove, nelle opere
del Ta- verna, trovava le ombre; ed io gli prometteva di farmene interprete
tanto chiaro che mi avrebbero inteso perfino gli annotatori del Giornale
Letterario Scientifico di Mo- dena. Venne ser Appuntino, e pose in mezzo le tre
sen- tenze famose inammissibili, le quali, diceva, portavano seco la
giustificazione del suo adombrarsi. E queste io difesi e dichiarai sì
nettamente , che niuno vi trovò a ri- battere ; e lo stesso ser Appuntino nè
distrusse quelle mie ragioni , nè produssene di nuove per avvalorare la sua
riprovazione, come poco sopra abbiamo visto. Così compievo la mia promessa ,
che era di mantenere l’ one- stà e la ragionevolezza delle sentenze del
Taverna. Ser Appuntino era nell’ ansietà del fondamento. Ma chi ora mi
richiedesse del fondamento della ragionevolezza, lo direi scimunito , come
colui che mostrerebbe di non ca- pire pure il valore delle parole. 15 *! 9.'
Qui Gniva f obbligo mio. Pur nondimeno dicevo an- cora : siccome s' Ita a fare
il maggior bene che si può , e cercare la scienza insino alle radici , penso di
vedere un po' più addentro 1’ argomento della Morale, e cercarne le basi in
tutta la loro ampiezza. Qui dirò, perchè mi venne vaghezza di quella
deputazione. Già da molto tempo io tengo in serbo un mio lavoro, ove espongo le
diverse sen- tenze dei filosofi intorno al fondamento della morale. Cer- co la
nozione del giusto, e comincio dalfesaminar la relati- vità in che f hanno
voluta tenere non pochi, movendo dal- la sensazione e dal sentimento. Teoriche
difettose che ne distruggono f immutabilità. Vengo quindi all' assoluta sua indipendenza
come nozione immediata primitiva, che altri pur tenendola assoluta, vollero
derivare da un principia superiore, senza avvisare che per questo modo
distrugge- vano logicamente f assoluto. Così per questa via erta e scabrosa (
sesquipedale dirà ser Appuntino ) mi conduco alla cima ove sta 1' assoluto
della giustizia. La quale nel- I’ umanità è un fatto complesso, che si realizza
pel senti- mento e per la speculazione, o, diremo, per la intelligenza: del
quale fatto, per così esprimermi, la Religione è la so- stanza. Ma prima di
pubblicare questo mio lavoro, io vo- leva, come per farne un saggio , provarmi
con qualcuno che amasse quelle deputazioni ; con qualcuno di que' po- chissimi
che non sono contenti , se non veggono il fondo d' ogni cosa. Pensava io
opportunissima 'occasione questa di ser Appuntino; ed ecco che me gli ofTero
come ad uomo che mostrandosi tanto tenero della morale , doveva ancora , al
parer mio , esserne molto studioso. Io la sba- gliai , e mi convenne ritirare
l' invito, poiché mi sentii ri- spondere che era una antilogia infelicissima,
voler trattare del fondamento ragionevole della morale indipendente- mente
dalla rivelazione positiva. Capii che aveva a fare Digitized by Google 153 con
chi non intendeva pure la mia proposta; e vergognai di vedermi dinanzi una
tanta dappocaggine. 10.* E in verd che ha da fare con quello che io gli pro-
poneva , il garbuglio di risposta con che mi viene a dire : Ohe non s’ ha a
trattar la morale tenendosi lungi da' » principii e da’ sentimenti d’ una religione
di precetto di- »vino: che questa maniera di trattarla è perniciosa, mas- •
sime tra’ giovani , siccome conducente a supporre che si » possa imparare e
seguire una buona morale, prescindendo » dal fondamento religioso insegnato da
tutti i parrochi ? » Questa risposta è proprio un uscir del seminato , mutare
il bianco in nero , e non solo spostare la questione , ma sostituirne un' altra
al tutto diversa da quella che io pro- poneva. La quale , lo ripeto , è questa
, di esaminare nel particolare dei fondamento morale, quello che è la filosofia
della sensazione, quello che è la dottrina delle facoltà mo- rali, dell'
imperativo categorico , della perfezione dell' ente del Rosmini. Ecco quello
che io dico bello e netto e sgra- nellato in queir articolo furente, potersi
cercare senza en- trare in sagrestia, come dice la gente del volgo, che qui mi
giova imitare per farmi intendere. È dunque una gran- de stolidezza il dire a
me » che ho tentato di scusare il Taverna dell’ aver dato insegnamenti morali indipenden-
» temente dalla rivelazione. • Nè il Taverna, nè io abbiamo mai credulo che
bisognassero scuse a quella maniera d’in- segnamento. Del quale non di meno
entrerei a dire qui , se la riverenza per un tant’ uomo non mi tenesse dallo
andargli innanzi; poiché egli ha già divisato, e quasi con- dotto a termine
tale scrittura in proposito , che sarebbe una mia imperdonabile petulanza, da
disgradarne ser Ap- puntino, se volessi anticipare. In quella il Taverna non
che dire di sè, porge tale cibo sostanziale all’ italiana gio- ventù, da
crescere la nausea per la broda dell’ Appuntino Modenese. 154 il. E nauseosa
veramente è quella lunga tiritera iu dodici pagine, in cui ci viene a provare
la necessità della rivelazione. Doveva egli dirle a me queste cose, a me che
già gli aveva stampato ( Difesa delle Novelle di Taverna pag. 7. ) essere
necessaria, per molti rispetti, la rivela- zione anche riguardo alle verità
morali di ordine natura- le ? dire a me » eh’ egli è profondamente addolorato
pel » mio venerabile carattere di ministro del vangelo, che lo » possa lasciar
dubitare , che senza la face della rivela- » zione sia dato camminare spedito
per le vie della co- » scienza , veder tra le tenebre della colpa originale
dove * si mette il piede? » Qui veramente la vertigine, e lo sbalordimento 1’
hanno còlto, o piuttosto quella voglia in- finita di mal dire, per la quale gli
ho già fatta la predica: e pare che prenda diletto, sotto la maschera dello
zelo, nel calunniare due preti, che poi non sono due oche, di- ciamolo a gloria
di Dio, nè tanto oscuri da non recare gravissimo scandalo ed estesissimo nella
Chiesa di Dio , ove quelle orribili imputazioni avessero fondamento. Ve lo
ripeto : io intendo, come 1* intese s. Paolo il quale, par- lando dei gentili,
disse: qui cum justitiam Dei cognovis - seni ecc., come l’intendono s. Tommaso
e tutti i mae- stri dell’etica razionale, che senza entrare in sagrestia pos-
siamo cercare il fondamento ragionevole della morale, quello che ci è mostro
dalla ragione. Chi parla dì questo modo non rifiuta l’ infinito beneficio della
rivelazione. 12. Per la qual cosa , onde provarne la necessità , non era
mestieri incomodare il vostro Fabriano , il quale dice sue buone ragioni in
questo argomento , che nondi- meno noi prendemmo un po’ più dall’ alto in altro
scritto, e senza cianciumc rettorico che annoia il filosofo (1) Questa operetta
avrà per titolo: - L’ incredulità trionfata dalla Grazia - coll’ Epigrafe :
Gratta Dei rum id, <juod rum. - Sarà dedi- Digitized by Google 155 e
stordisce il volgare. E molto meno vi bisognava razzo- lare i Giornali
protestanti , e compire cosi dodici pagine di una polemica non pure
trivialissima , pia inutilissima per la nostra questione. Ma voi aveste le
vostre buone ragioni per cercare in aiuto i protestanti. Senza essi non vi si
porgeva occasione di schizzare un poco ancora di quel veleno che vi rode
dentro, e vi consuma. Quella ci- tazione vi diede comodo di uscire con questo
discorso : » Le parole thè siamo per riferire ( pag. 216 ) , ben lon- » tane
dall’ appartenere ad un nostro collaboratore .... » sono fedelmente tradotte da
un giornale che fa profes- » sione di luteranismo e di progressista sincero nel
sen- » so delle più decantate riforme politiche e religiose, e » in conseguenza
la sua testimonianza non può essere so- t spetta a chi mai se V intendesse bene
con simili cose. a Questo parlare non è un sale plautino , nè un frizzo , ma
una scelleratezza che qui contra me, non volendo per punta, perfidiando
dirigete di sbieco (1). Intorno a che vi ho già detto l’ animo mio, quando
ingiuriaste il Taver- na: e qui mi tacio, perchè non degno di risposta le in-
giurie a me fatte : io le perdono. eata, io testimonio d' animo gratissimo ,
alla memoria della Contessa Maria Morandi della nobile famiglia Radini Tedeschi
di Piacenza , Dama religiosissima, che fa imitabile esempio di virtù vera , e
colla quale 1' autore visse venzette anni che Iddio ha benedetti. (1) E queste
cose si registrano in un Giornale, dove l'asterisco ( non trovo nomi di
battesimo ) ci dice : « Noi siamo
afflitti all' animo , per ciò che fra gli eruditi italiani è troppo spesso
dimendicala quella maniera grave e decente di scrivere , di cui si hanno sì
belli esempi fra letterati francesi . . . » Capperi ! voi ce ne date qui un
bell’ esempio ; e un altro non men bello ne abbiamo nel fase. 9. pag. 206. di
questo vostro Giornale. Rileggetelo. Sì poteva discendere più basso ! ! Tétta
Tom. /. 11. 13. M Veniamo alle accuse
più leggiere. Nel famoso articolo furente io diceva: Il fondamento religioso
della morale insegnarsi dai parrochi , per gran mercè di Dio , a’ ragazzetti
del contado che guidano i porci alla pastura. - Qui V asterisco , quasi fosse
uua sprezzatura quel mio di- re, mi nota, pag. 278: « come dice il sig. Testa
nel suo » elettissimo stile * . E qui mi conviene dichiarare all’a- sterisco ed
ai lettori spassionati di ser Appuntino, che ne mossero querela , che io li
credeva meno ottusi d’ inten- dimento. Io tengo per fede , reggere Iddio le ali
della far- falla non meno che le immense maree dell’ oceano ; avere in sua mano
il cuore dei re non meno che l’ istinto del più piccolo animaluzzo ; 1’
infinita sua sapienza governar le cose tutte, e l’infinito amor suo tutte
abbracciarle; e al cospetto di quel Vero Infinito cancellarsi le differenze
tutte che sono poste dall’ umana superbia. Questo sublime pensiero io epilogava
in quella umilissimà frase. Volevo far pensare la divina provvidenza ( la mercè
di Dio ) in ciò che si distende alle cose che si disprezzano da noi ed alle più
pregiate, al re ed al pastore, mostrando che ella si prende cura pur del
ragazzetto che guida i porci alla pastura ; parole che ricordano 1’ uomo avuto
a vile e l’ animale immondo. Non è mia la colpa , se trovo chi non ha cuore per
levarsi a quell’ altezza. 14. * Nè di ciò mi prendo meraviglia , dappoiché mi
avveggo d* avere a fare con uno che, pure essendo uo- mo , non intende ciò che
vale la parola ragionevole , ed essendo letterato non sa come si abbia ad usare
la paro- la astemio . Perchè il lettore intenda questa correzione, è bisogno che
gli ponga sott’ occhio il passo intero che la meritò. - » Secondo noi, dice ser
Appuntino pag. 281 , chi non fa senno di queste massime solidissime, poco può
divisare giustamente anche del solo fondamento ra- gionevole della morale,
avvegnaché la sua intonazione sia 157 pure altissima, e gli paia di poter
trarsi dietro chicches- sia per dritto o per traverso dal più basso, e ciò
s'intende dalla filosofia della sensazione , salendo alla dottrina delle
facoltà morali , e quindi quindi all'imperativo categorico de * trascendentali
e poi alla perfezione dell ' Ente dell’ ab, Rosmini. Oltre di che non taceremo,
che cotesta strada sesquipedale vuol essere piena di sdruccioli, d’;intoppi e
trabocchi assai sconci per chi , come 1* ab. Testa , non è franco del tutto in
fatto di proprietà ed esattezza filo- sofica de* vocaboli, barattando, per
esempio, ragionevole in luogo di razionale , e interpretando giocosamente mo-
rale astemia per morale che non beve vino. I psicologi corretti colla parola
ragionevole voglion espresso nel sog- getto del discorso comune la qualità o 1*
accidente di ra- gione, mentre colf altra voce razionale determinano l’es-
senza propria di ragione nel soggetto a cui si applica scientificamente (1).
Riflettasi, come sempre suol essere di egregio aiuto in simili casi ricorrere
all* origine latina delle parole razionale e razionabile. Cosi, per chi ben ve-
de, il fondamento dommatico cristiano della morale ò senza dubbio ragionevole,
ma non è razionale; mentre il fondamento razionale della morale difesa dal
Testa in un certo senso può non essere ragionevole (2). A scam- biare alla
rinfusa ragionevole per razionale correrebbe una brutta confusione di voci,
come se si prendesse giudizia- rio o giudiziale nel senso di giudizioso o
giudicabile. \ (1) Il lettore farà i suoi commenti a questo passo che a me ri-
corda lo spagnuolo , il quale, volendo far credere che aveva il guanto intero,
ne mostrava un dito fuori del terraiuolo. Ser Appuntino . di- teci prima , se
lo sapete , che cosa sia ragione , e poi ci spiegherete V accidente di ragione.
Possibile che abbiano a capitar tutti a me! (2) Il fondamento razionale della
morale può non essere ragione- vole; cioè un elemento della ragione può non
«sserc conforme alla ragione. Questa notizia vale un Perù ! 158 Quando poi a
chi scrive, capitò sottocchio quella solenne ingoiata del nostro avversario
piacentino della morale astemia per morale che non beve vino , egli si trovava
nella libreria di un amico , dove aperto per suo cerziora- mento il Vocabolario
del Forcellini , il primo che gli ven- ne a mano , lesse subito alla voce
abstemius : Generatim de eo, qui abstinet a quacumque re, e segue un esempio d’
Orazio. » - Fin qui ser Appuntino. 15.* Ora noi cominceremo la nostra
istruzione, e ve n'ha gran bisogno, dalla solenne ingoiata. E primiera- mente
vi dico, che se voi trovate un solo grave dottore in lingua nostra che abbia
usato la parola astemio nel sen- so di astinente da ogni cosa , qui abstinet a
quacumque re , come a dire astemio dal tabacco, dal giuoco, ecc. fuori che
astinente dal vino, io mi sobbarco a quella gravità. Vi dico in secondo luogo ,
che quando pure il latino la comportasse , ciò non sarebbe buona ragione ,
perchè noi potessimo usarla iu italiano ; poiché il latino ha moltissi- me voci
che usa in un senso larghissimo, che non si com- porterebbero nella lingua
nostra , la quale tende per la natura sua al particolareggiare. Ma non è vero
che il la- tino approvi quella generalità. E qui mi rincresce di do- vere pur
rifiutare Y autorità del Forcellini , il quale , sia detto con tutta la
riverenza che professo a quel gran vo- cabolarista , non intese il passo che
cita d’ Orazio. For- cellini nel § 1.* alla voce abstemius dice: vox haec ab ab
- stincntia temeti derivata est ecc. Nel 2.* soggiunge : gene - ralim de eo qui
abstinet a quacumque re ; e reca in pro- va Orazio , e solo Orazio ( Epist. 12
ad lecium verso 7 ) : n Si forte io medio positorara abstemius, herbis « Vivis
et urtica ; sic vives protinus ecc. « Orazio in questa epistola vuol persuadere
ledo a conten- tarsi di poco , e lo ammonisce di usare dirittamente quel-
Digitized by Google 159 10 che possiede , dicendogli : Non è povero chi ha in
pronto il bisogno suo : Pauper enim non est , cui rerum snppetit utus ; e
sempre continuando a metter ben dentro nell’ animo la moderazione , esce con
questi versi : » Si forte io medio positoruni abstemius , herbis « Vivi» et
urtica ; sic vives protinus , ut te « Confestim liquidus fortunae rivus
inauret. w Se per ventura tu astemio, vivi d’ erbe e d’ urtica (1), in mezzo
alle mute di vivande , tu vivrai cosi come se t’ in- ondasse d’ oro un liquido
rivo di fortuna. - Non ci vuole la sapienza di Salomone per vedere che quell’
herbis non è retto dall’ abstemius , ma dal vivis ; e Bentleio In fatti lo separa
con una virgola. Che se fosse retto dall’ abstemius , Orazio contraddirebbe sè
stesso. Ma Orazio era un ga- lantuomo che sapeva la sua lingua un po’ meglio
che ser Appuntino non si conosce dell’ italiana , a cui capitano sottocchio le
solenni ingoiate , e per cerzioramene cerca 11 Forcellini. Vedete , caro amico
, e vi prego di stare ben attento, perchè m’ importa che impariate , se voi
ave- ste approfittato di quella sentenza del Taverna, che tanto vi scandalezza
, ove dice al ragazzetto : i Non t’ impon- » ga, o figlio, sì di leggieri 1’
autorità : esamina atten- » tamente , e nel silenzio de’ partiti e delle
passioni , tut- » lo ciò che credi ecc. » , voi non sareste caduto in que- sto
scerpellone , avreste parlato con più rispetto della morale , della morale che
non si può dire astemia , e il Forcellini , tuttoché stimabilissimo e dottor
grave nel la- tino , non vi avrebbe sedotto colla sua autorità. La vi è toccata
, e vi sta bene. 16/ Andiamo innanzi che vi è di peggio. Siamo al non ultra
crcpidam sutor ; e ve Io dico senza stare sul ti- lt ) Frullo di mire a vii
prezzo. 160 rato delle mie forze , e come vedete in uno stile giù alla buona ,
proprio quello che bisogna per farmi intendere a voi ed al popolo , al quale
per la prima volta io parlo colle mie scritture. Ricordiamo le vostre parole. »
- Co- desta strada sesquipedale ( cioè lo studio delle sentenze filosofiche
intorno il fondamento ragionevole della mora- le ) vuol essere piena di
sdruccioli , d’ intoppi e traboc- chi assai sconci per chi , come 1’ ab. Testa
, non è franco del tutto in fatto di proprietà ed esattezza filosofica dei
vocaboli , barattando per esempio ragionevole in luogo di rasionafe. » - Oh !
siete venuto in un brutto orticaio. Al parer vostro adunque io non posso dire
fondamento ra- gionevole della morale. Qui prima risponderà il chieri- chetto
che mi serve messa. - Pierino, dimmi: Che cosa intendi tu quando ascolti dire ,
questa è un' opera ragio- nevole , un discorso ragionevole , che ha un
fondamento ragionevole? - Intendo, conforme alla ragione, che ci è pòrto dalla
ragione. • E quando dicono un animai ragio- nevole ? - Intendo , dotato di
ragione. - Sicché la parola ragionevole ora esprime la qualità dell’ atto del
soggetto , ed ora accenna alla facoltà donde mosse quell’ atto. - Così appunto.
- Bravo, Pierino, eccoti una stampa, è pro- prio un s. Luigi , tu 1' hai ben
meritata. - Ora risponderò io che sono il prete : e poiché mi avete toccato dei
psico- logi che sono miei amici da gran pezzo , e compagni in una parte delle
mie fatiche , che mi ò carissima , vi darò io loro nuove con proprietà ed
esattezza filosofica di voca- boli , perchè io intendo il fare e discorrere
loro più che non intendo il valore dell’ asterisco, che pur sanno i vostri
fattorini di stamperia. Vi dico adunque che i psicologi , usando quella libertà
, che è prova del poco saper nostro in psicologia , secondo che si formano i
concetti dell' in- terno lavorio della mente , c più o meno si addentrano
Digitized by Google 461 nei fatti della coscienza , divisano le facoltà ,
sceverano gli atti , e di conformità a questi atteggiamenti dello spi- rito
studiano parole acconce a significarli , ora limitando il valore di alcune ,
ora allargando quello di alcune altre , e così sempre, come vuole il bisogno
loro, procacciano di farsi intendere ; e qualche volta, credendo di meglio
spie- garsi e di parlare più chiaramente, oscurano e confondono anzi quello che
prima s’ intendeva. Questo è avvenuto an- che a me ; ma non voglio dirvi dove ,
perchè potreste trovare il veleno che ammanisco all’ italiana gioventù. Se
pertanto voi trovate che alcuni psicologi abbiano latto quella distinzione ,
ciò non vi autorizza ad obbligare tat- ti gli altri a farla : perchè quei
psicologi ragionevoli non potevano ragionevolmente pretendere che tutti si
accomo- dassero alla loro maniera di vedere nello spirito. E que- ste maniere
sono tali , che io forse vi farei maraviglia se vi dicessi , che psicologi
correttissimi diversano ancora tra loro intorno la ragione e intorno la facoltà
di giudi- care : che nel Trascendentalismo la ragione è una cosa , e la facoltà
di giudicare un* altra. Ma questo esame sa- rebbe un mettervi per una via
tesquipedale che non vi garba ; e già vi ho dato troppo più che non potete
portare. Acconciatevi adunque col mio chierichetto, e fa- rete senno. 17.* Io
ho finito la mia polemica. Mi resta solo di ri- cordare un ultimo tratto di
malignità, che doveva chiudere il vostro discorso , e così meritarvi la mitera.
Il passo è questo : ( pag. 282 ) » Dice in fine il Testa , che nel caso
particolare del Taverna egli intende d' aver fatto onore , difendendolo , al
governo di Parma e di Milano , che un tant’ uomo adoperarono, e posero a
vigilare l’ insegnamento di due cospicui collegi , ed a governarli. » A cui
rispon- dete: » Convenevoli riguardi personali, che non violeremo 162 mai per
nissun titolo , ci vietano di dire intorno a ciò quello che potremmo saper
dire, se volessimo o potessimo farla da biografi : però v’ ha chi colla mano
sulla coscien- za può rispondere molto bene in vece nostra. » 18." La più
orribile delle maldicenze fugge dal dire ; ma intanto in quel misterioso
silenzio ogni sorta di mali- gnità mette suoi urli spaventevoli. L’ uom giusto
, è vero , fa a sè stesso schermo della sua coscienza , ma ciò non 1' assecura
al tutto : perciocché , appunto perchè è giusto , teme Y altrui disavventura,
teme i falsi giudizi che uuoco- no ad altrui, teme lo scandalo. Epperò egli, a
cui la ruina del mondo non sarebbe paventevole , perchè nell’ ordine voluto dal
supremo Reggitore, non si toglie al temere. Quello è il silenzio della più
raffinata malignità, in ciò stes- so che vuol parere prudenza e discrezione ,
amorevolezza e benivoglienza, e mentir pure la sola eterna virtù , la ca- rità.
È un silenzio che direbbesi loquacissimo, perchè de- sta tutte le passioni
astiose , ed a ciascuna lascia suoi ar- gomenti di maldicenza. È un silenzio
che dice di voler tacere ( convenevoli riguardi personali ci vietano di dire ),
e parla con tutte le lingue della maldicenza , cercando pur le coscienze, a Dio
solo aperte ( v’ ha chi colla mano sulla coscienza può rispondere molto bene in
vece nostra ). lo mi tacio ad una tanta enormità contro un uomo che non vi ha
fatto alcun male : e però dico , che non è passione in voi , ma natura il mal
dire ma tacio perchè le coscienze non si stampano. Dio solo è scrutatore de’
cuori. Ma non diceste invano : v’ ha chi colla mano sulla coscienza può
rispondere in vece nostra. Sì , parlerà quest’ uomo , confonderà le accuse ,
confonderà 1' empietà , l’ ipocrisia , la perfidiò de’ suoi detrattori :
sebbene curvato dagli anni, leverà la faccia, dove risplende la serenità del
giusto, in- contro a* suoi nemici. Egli che era nato per non averne , 163 di
natura benigno t tollerantissimo , a Dio caro , caro ai buoni , e sì carissimo
ai pargoletti , che al vederlo , avvi- sati da' loro genitori , gli corrono
incontro, facendo mera- vigliosa gioia , per ringraziarlo , e come per salutare
con buon augurio gli ultimi giorni del vecchio venerando che tutta spese la vita
in prò di loro (1), e che ora sul confine si vorrebbe barbaramente amareggiare
con atto di scelle- ratezza. Dolorosissima prova dell’ umana ingratitudine t
che la sola speranza della celeste ricompensa può rendere comportabile. Sì ,
parlerà quest’ uomo, e la sua parola, noi lo speriamo , sarà suggello che
sgannerà i tristi che per- seguitano la virtù. \ 9.* Compiuta la mia promessa,
devo ora scusarmi a’ miei leggitori per averli tenuti sì lungamente nella
tristez- za d’ una deputazione , dove il cuore è sempre nelle an- gosce per la
enormità delle accuse , e dove la mente ha a schifo di usar sue forze contro
argomenti che provano una cosa sola, 1* ignoranza dell’ opposizione. Vero è che
fino dal principio io aveva predetto che il vincere sareb- be senza onore : ma
allora non credevo quello di che a- desso ho dovuto convincermi , cioè che pure
il combat- tere non è senza vergogna. Per la qual cosa vergogno d* avere atteso
a quelle obbiezioni, che volevano essere derise non confutate , e che non
dureranno se non per- chè ebbero una risposta. Spero che i miei leggitori vor-
ranno guardare all’ amicizia che mi mosse e all’ onestissi- mo risentimento per
Y offesa giustizia , che è nell’ uomo una nobilissima spontaneità che gli
rivela 1’ alta origine sua , e per la quale egli , senza interesse suo , senza
de- liberazione dell’ amor proprio , non* computa ma obbe- (1) Noi, che spesso
al passeggio siamo compagoi all' amicissimo Taverna, fummo piu volte spettatori
di queste tenerissime scene. . 164 disce ad un celeste istinto , e perocché è
fatto per volare all' eterna giustizia , non si tempera dall' ira ove questa
sia offesa. Noi adunque non mettiamo dubbio che simili considerazioni non ci
abbiano a scusare nel giudizio dei nostri discreti leggitori : e intanto procacceremo
di me- ritare sempre più la loro benivoglienza continuando le nostre fatiche in
argomenti degnissimi che l’ uomo vi con- sumi la vita , nello studio del vero ,
al quale siamo fatti: Ferirti noi ad te , et irrequietum al cor nostrum, donec
qttiescat in te. # 3 # Questa seconda lettera è restata sema risposta.
L'Avversario dell'abate Taverna , dopo la risposta all’ apologia inserita nel
volu- me .... , IMI , finiva col dire: “ Il desiderio di fare all’ abate
Taverna la risposta più pronta e completa possibile , ci ba tolto lo spazio a
parlare direttamente al suo Don Alfonso Testa Questo spazio , che gli è stato
tolto , sventuratamente non gli è mai stato dato. APOLOGIA DI 4IUSBPPB VAVBBHA
COHTBO IL GIORNALE LETTERARIO SCIENTIFICO DI MODENA. SCRITTA DA LUI STESSO Al diarissimo
Signor Abbati T. A PIACENZA JJebbo e voglio ringraziarvi cordialmente e
pubblicamente , carissimo Don Alfonso, perchè avete mostrata rara e corag-
giosa fedeltà di amico , e operoso amore del vero e della bontà , pigliando a
difendere da vituperose accuse V amatis- simo amico nostro Giuseppe Taverna,
autore de’ più eleganti e profittevoli scritti in ordine all ' educazione.
Degno egli di aver voi difensore , e degno voi di difenderlo : perocché il
mondo non può accusar voi nè d’ irreligioso , nè di fanatico t nè di maligno ,
nè d’ ignorante . Non vi mancherà mai V af- fetto de buoni , per questo sacro
ed amorevole uffizio. Che cosa è V amicizia se non difende V onor dell’ amico ?
Bene- detto siale voi , che , apprezzato da molli e da migliori per V ingegno,
per la dottrina , per la integrità della vita, ardi- ste difendere la infelice
vecchiezza di un uomo tanto bene- merito de’ giovani avviati da lui per la
verace via do’ cor- retti costumi e degli utili pensieri. Benedetto siate voi ,
che ardiste uscire della schiera di quelli che la viltà sogliono spesse volte
chiamare prudenza. Dolsero a molli le scellerate accuse contro a persone
degnamente riverite c famose, e piacquero a molti le vostre egregie difese.
Nondimeno anche V ottimo vecchio , procedendo le accuse più in là dell ’ onor
ICS letterario e dove il proprio silenzio può esser sospetto, s’ in- dusse a
scrivere con la tremante mano e col fermissimo sen- no la sua difesa , a
manifestare la propria innocenza e la gratitudine cordiale verso di voi. Al
quale io la dedico con riverenza affettuosa , perchè, volendo pure anch’ io,
come amico affezionatissimo del Taverna, darvi un pegno di gra- titudine , non
ho creduto potervi dare cosa più cara di que- sta. Ed io mi vi profuso grato,
perchè non solo sòglio te- nermi obbligato a tutti coloro che colle opere o
cogli scritti m' insegnano e ogni bene promovono , ma eziandio a tutti coloro
che ogni bene e ogni buono venerano e difendono. Questo amor forte e questa
gratitudine che mi fa cercare i volumi de’ savi e le amicizie de’ buoni ( che
non pormi va- nità ma un più voglioso accostamento d’ animo alla virtù ) ,
unici mi rallegrano la sconsolata giovinezza ; la quale , da contrari venti e
da nuove malvagità di tempi combattuta , vede tuttodì più necessario T
accostarsi a' pari vostri , e ne fa più saldo V amore. Onde qui non fo altro ,
fuori quello che questo amore mi comanda : feci quod voluit , ricordo quel
detto di S. Girolamo a Nepoziano, et brevi libello a- micitias nostras aeternae
memoriae consecravi. Dio vi ab- bondi, carminio Don Alfonso , contentezze pari
alla virtù e alla bontà , chè saranno grandmiate ; e possiate lungamente
onorare co ' vostri libri la filosofia italiana. Torioo, a' 31 di Mano 1841. V
Amico vostra VIANI. Goooooaaxmmiooo cxmmxxDooooooooo
oocxxwoooooaxxoo AL COMPILATORE DEL GIORNALE LETTERARIO SCIENTIFICO DI MODENA A
DIFESA DELIA MORALE DI’ SUOI OPUSCOLI Condemnabit te o$ tuum , et non ego .* et
lab io tua reepondebunt tibi. Job. ir, 6. IN on so tenermi in silenzio : far
debbo pubbliche gra- zie a tanti e dotti e dolcissimi amici , che pigliano
inte- resse delle cose mie più che non farebbono delle loro proprie. Ha nota
maggiormente far debbo la mia gratitu- dine verso don Alfonso Testa, a cui mi
stringe già molti anni la più tenera amicizia , benché di moli’ anni più leg-
giero e sciolto » Vola dinanzi al lento correr mioi. Egli assunse
spontaneamente il carico di difendermi prima dall’ ingiuria , poi dalle ragioni
, che egli di essa a voi , signor Compilatore , richiese. Le quali ragioni ei
mostrò false ; e n' ebbe lode da tutti i buoni , siccome da tutti i buoni fu
dato biasimo e mala voce al vostro giornale. Parecchi padri di famiglia , anche
in sul pub- blico passeggio , mi si fecero incontro , altri congratulan- dosi
meco alla bella risposta di don Alfonso , altri riden- do del fatto vostro ;
chi detestando la malignità e la ten- denza di simili giornali ; chi facendo le
meraviglie eh' io quaranl' anni abbia insegnato a’ fanciulli la morale in un
modo sospetto, e della quale è pur sospetto il fondamen- to ; e che in luogo di
venirne ammonito o ripreso , io , infino a questo dì , ricevuto abbia da’
genitori , da' mae- stri , da’ Governi e lodi e ringraziamenti e premii ancora.
Ma perchè ognuno vegga, o veder possa , quale ap- punto si è l' accusa che voi
mi fate , o, a dir meglio, quel- la ingiuria , che , secondo il detto vostro ,
fece montare in sulle biche l'apologista , piacemi trascriver qui la note-
rella , che voi apponeste al manifesto de' miei opuscoli , là dove io prometto
un discorso sopra il metodo d ’ inse- gnar la morale a’ fanciulli. < Saremmo
lieti , voi arrogete, per gl'interessi della educazione e per la fama dell’au-
» tore , se quest’ opera togliesse le ombre insorte intorno al suo modo di
trattar la morale negli altri suoi scritti , dove non si rimane senza ansietà
del fonda- » mento ». Le ombre là dove non è luce sono le tenebre , le
oscurità. In uno scritto le oscurità vengono o dalla qualità delle parole , o
dalla disposizione delle cose , ove non sieno oscure per sè le cose stesse.
Quanto alle parole, voi confessate che sono intelligibili ; quanto alle cose ,
non è a cercare disposizione ed ordine in un libro , che altro non sia che un
aggregato di esempi e di fatti intra loro diversi in quanto alle persone, a’
tempi , a' luoghi , alle circostanze. Sebbene sia vero , pare a me , che i
fatti e gli esempi esser possano stromenti a discoprire verità universali ed
eterne , e belle massime reggi trici di tutta la vita , senza che sia bisogno
mostrarne il fondamento. Il che se mi negaste , vi farei tosto tacere innanzi
ad un uomo non men grande filosofo che grande scrittore , la cui autorità
pensomi che appo voi debba valere assaissi- mo. Questi è il cardinale
Pallavicino , pubblicamente ac- cusato come empio nella sua storia del Concilio
di Tren- to. Egli alle svergognatissime contumelie non volle mai rispondere :
pure non isdegnò difendersi innanzi a un a- mico suo , il marchese Giaucurlo
Durazzo di Genova , con una privata e lunga lettera. In essa voi potete legge-
re questo che segue : « lai storia , egli dice , non ha per fine di riferire
puramente i fatti ; il che la renderebbe un lavoro ignobile e di leggier
profitto alla sola curiosità umana ; ma d' infondere collo stromento di quelle
rela- zioni le regole della prudenza , e cosi d' insegnare le ve- rità eterne
ed universali , ed insieme esser maestra della vita >. Quelle ombre adunque
, in quanto significano otcìt- rilà , non insorgono nè circa alle parole , nè
intorno al- F ordine o la disposizione delle cose mie. Forse che sono oscure le
cose stesse , le sentenze ? Nè questo ancora , essendo la materia chiara per sè
, ed intelligibili al tutto le parole che la dispongono. Se dunque oscurità non
è nell’ oggetto , che è inteso , sì sarà nel soggetto che in- tende. Il che io
argoménto dalla vostra espressione mede- sima , confortandomi voi di toglier
via le ombre insorte , ed è , non surte di fuori , ma dentro da voi. E che
altro sarebbono queste ombre , che non significano niuna spe- cie di reale
oscurità , se non sospetti intorno all’ inten- zion dell’ autore? De’ quali non
avendo voi nessuna ca- gione da me , ne consegue, che la cagione è in voi mede-
simi. Nè avendoli voi fatti tacere, siccome usa I' uom buo- no quando gli
scorge non bene fondali , ma pubblicati nna per le stampe , egli s’
acquistarono nome di giudizii teme- rari i , maligni , e contumeliosi. Era
naturale che simili ombre non si rimanessero in voi senza conforme effetto.
Ingenerarono perciò anfana- mene ed ansietà di sapere appunto di qual credenza si
professi l’autore. Ma voi, adoperando la lingua non per aprire anzi per
cuoprire i pensieri, in luogo di credenza diceste fondamento. 11 mio don
Alfonso colla rapida sua sagacità incontanente s’ avvide della ragia , e scese
alla scaturigine. Per ridurvi adunque non a discorrere stolta- mente sopra
ombre , sopra sospetti , anzi a ragionare di materie importanti , invitovvi con
seco alla cerca non del- la credenza o delle opinioni dell’ autore , sì del
fondamen- to della morale, sperando per ventura di stornarvi al- quanto dal
tristo diletto che voi e i vostri commilitoni pigliar solete, di sindicare le
altrui coscienze ; ufficio che a niun uomo s' addice , e che niuno richiede da
voi. Voi però non teneste 1’ invito , accorti ciò essere d’ altri omeri soma che
da’ vostri ; e sotto 1' usbergo d’ un linguaggio, eh’ io volentieri appellerei
de' capitórzoli , cer- caste bastevole schermo alla viltà del riGuto nell'
afferma- re , che la vostra nota o giunterella ha fatto montare i» tulle biche
1' apologista del Taverna , dopo avere in lettera privata chiamato l’ invito di
don Alfonso , fatto pubblico in un giornale , « articolo furente. * V'
ingegnaste quindi di adornare le vostre ombre col dire che quella nota » fu
appunto posta là come desiderio d’ uomo dabbene, d’ uomo devoto nè più nè meno
alla cristiana inlcger- rima Glosofia. » Ma ruminiamo alquanto questa dolcezza
di parole. 11 desiderio presuppone privazione, ond' è che niuno deside- ra in
una persona ciò eh’ ella ha ; bene ciò che ella non Digitized by Google *73 ha.
Dunque non è in n»e quella cristiana integerrima filo- sofia , se voi , uomo nè
più nè meno a lei devoto , non senza ansietà in me la desiderate. E che
siffatta, e non altra , sia di me la pensato vostra, non mi lasciano dubitare
le segueuti parole : < Quella cri* • stiana integerrima filosofìa argomento
così : la morale » astemia da' priucipii e da’ sentimenti d' una religione di
precetto, o vuoisi spacciar per buona, o si ha per cattiva.» Chiunque non è al
tutto nuovo dell’ arte di argomentare per sillogismi , riconosce in questo
sentenza la premessa maggiore del vostro. Quale ne sarà la minore? Io: la mo-
rale eh’ io insegno. La minore adunque del sillogismo, che mi si fa contro
dalla vostra cristiana integerrima filosofia , dovrà esser questa: ma la
morale, dettata ne’ miei scritti, è una morale astemia da’ principii e da’
sentimenti d' una religione di precetto divino ; dunque ecc. L' aggiunto di
astemia alla mia morale è certamente di quelle voci, di che andate alla busca
nel dizionario di quel vostro linguaggio. Gioverammi perciò il farne un po’ di
notomia. Cotale aggiunto, che suol darsi all' uomo che non bee vino, non
significa questo soltanto : il sentimento suo stendesi più largamente , e
racchiude cert’ odio del vino , c ben anco dell' odore ; per modo che il berne
pare al- )' astemio cosa brutto e fastidiosa. Dal significato , che voi
prestate a tale aggiunto, conseguito che la mia morale , a- stemia da’
principii e da’ sentimenti di una religione di precetto divino , non pur s’
astiene da essi , ma li ributto, gli odia, li fastidisce. Questo ritratto, che
fate della mia morale, voi intendete che altri faccia ancora di me. E ciò non
senza cagione. Le parole d' uomo , che parli quello che sente , sono bili ,
secondo Socrate , quale si è 1’ affetto di lui , e quale f af- 174 letto tale
il costume, tali le azioni, i reggimenti, la vita. Questo appunto voi vorreste
che in me adocchiassero le supreme autorità sociali; e in quali tempi voi
vorreste che elle ciò facessero, voi vel sapete. Onde dopo avere di buon grado
onorato il mio ingegno , osservate reveren temente » come troppi libri
circolino unicamente per quella tol- » leranza secondaria , che procede
soltanto dal non po- » tere per ingenita pochezza delle umane forze il buono »
spirito delle supreme autorità sociali trovarsi presente * a tutto e di tutto
informarsi. * E vorreste dire con ciò che, se quel buono spirito fosse
informato del guasto che nella educazione menano i miei libercoli , le supreme
autorità sociali noi patirebbero, e incontanente ne viete- rebbero o torrebbon
via 1* uso , che se ne fa tuttora e da sì gran tempo. Ma sappiate eli’ io
mostrar vi posso, che cotali vostre lagnanze fanno gravissima ingiuria alle
supreme autorità sociali , che voi fingete con sì affettata reverenza di vo-
lere alluminare. Le prime letture furono 1* anno 1804 compilate per appagare il
desiderio del conte Stefano Sanvitale, del quale toccherei volentieri alcuni
particolari, se non dovessi invitarvi piuttosto leggerne la vita recen- temente
scritta dall’ amico mio Giovanni Adorni. Mentre- chè quegli opuscoli erano
soltanto manoscritti, quel reli- giosissimo uomo , innamoratissimo d’ ogni
bene, faceane sperimento cogli alunni del suo collegio di Fontanellato.
Appresso io ricevetti ordine dal Comune di Parma d’ or- dinarli in due libretti
per uso delle scuole puerili. L’ an- no dopo s’ introdussero , per ordine pure
del Comune , in quelle di Piacenza: e da’ genitori, da’ maestri, non che da’
fanciulli io n’ ebbi plauso e ringraziamenti. Nel 1812, mentrechè ero direttore
delle scuole pue- rili di Piacenza , venni nominato rettore del collegio Pe-
Digitized by Google 175 nmi di Broscia. La Direzione della instruzion pubblica
di Milano ed il Comune di Brescia da nuli’ altro avean no- tizia di me, cbe dalla
morale delle mie novelle, la quale fu da que’ Governi attesamente esaminata.
Dopo il 1826 questi libercoli vennero ristampali in Udine , e appresso in
Napoli , non senza avvertire nella prefazione , posta loro innanzi dagli
editori , che questa morale esposta come se fosse insegnata dal sentimento del
cuore umano, dalla natura cioè e dalla ragione, ap- parecchia ottimamente 1’
animo de' fanciulli a meglio co- noscere e gustare la morale del Vangelo.
Simile si è fat- to in più altre ristampe. Io non andrò oltre, perchè intorno a
tale argomen- to sembrami che sia più bello il tacere che non il parlare, ad
altri appartenendosi egli meglio che a me. Egli è dunque falsissimo , che le
supreme autorità sociali non sieno informate dell’ uso che nella educazione si fa
di questi libercoli ; falsa quella secondaria tolleranza e quella trascuraggine
, di che con finta reverenza le vor- reste ammonire , come è verissima la
vostra maldicenza contro di esse. Voi per ventura mi risponderete , essere
quello che parlate come desiderio d’ uomo dabbene , d’ uomo devoto alla
cristiana integerrima filosofia. Ma innanzi tutto sem- plifichiamo cotale
linguaggio : le cose abbiano ciascuna il nome loro. La filosofia non è il
Vangelo allora pure che amen- due camminano di conserva : la verità è una : » i
modi » di percepire la verità sono due , scrive il eh. ab. Ro- » smini ( opusc.
Mil. 1827 , face. 305 ) : 1.* per ispecie » naturali e comuni , e perciò
manifestabili colla favella ; i 2.“ per un sentimento interno , cbe non si ha
per natu- » ra , ma che si riceve per grazia , e che rimane incomunicabiie a
quelli , a cui non è donato. > Il primo modo è da natura , 1* altro è solo
dalla grazia : quello è dalle forze dell’ umana ragione, e appellasi filosofia;
que- sto è dono di Dio soltanto , ed è la virtù della fede. Ma voi, quando
dite, 1* uomo devoto alla cristiana integerrima filosofia argomenta cosi eco.,
confondete insieme i due modi di conoscere il vero , mescolate 1* una coll’
altro , filosofia e Vangelo , senza avvedervi, che così adopera- rono i primi
nemici del cristianesimo , i quali mantenea- no , eh’ egli non uvea nulla di
divino , ed altro non era se non una nuova setta di filosofia. Sebbene non
dovre- ste ignorare che Tertulliano rispondea loro , che appo i i cristiani un
rozzo artigiano conosce meglio Iddio, e 10 fa conoscere , e ne professa con
maggiore costanza il conoscimento di qualsivoglia filosofo.- Platone dicea:» Ma
11 facitore e il padre di questo universo egli è malagevo- le a ritrovare ; ed
essendosi ritrovato , egli è impossibile di farlo a tutti palese. » 11 qual
luogo del Timeo venne da Cicerone tradotto così : » Atque illuni quidem quasi
parenicm hujus universitatis invenire diffìcile , et quum in- veneris ,
indicare in vulgus nefas. > Un cristiano adunque idiota professa una verità
, che malagevole era a ritro- varsi , e non possibile nè lecita ad insegnare a
grandis- simi filosofi. Parlo di quelli che furo avanti il cristiane- simo,
perocché i filosofi, che n’ebbero il conoscimento, alluminarono della credenza
nostra la loro ragione. La idea di Dio , dove trovasi quella della umana
felicità , e l’ idea della felicità , direttrice comune di tut- te le umane
azioni , sono certamente il fondamento della morale. Ch’ io sia * astemio da’
principii e da' sentimenti del Vangelo , che sistematica sia V assenza della
religione no- stra santissima , che si osserva nella morale da me colti- vala ,
non si potrà dunque meglio dimostrare che dall' idea che ne' miei scritti io
porgo e di Dio e della feli- cità. Di tal punto io tratto, o, a dir meglio, io
tocco al- quanto in una breve prosa eh’ io lessi all’ Atenèo di Bre- scia, fa
diciotto anni , e pubblicai co’ miei idillii. Ora di- temi , signor Compilatore
, innanzi che la vostra penna gitlasse in sulla carta morale astemia , assenso
sistematica , leggeste voi quella scrittura ? Se rispondete del no , niu- no
potrà ritenere dentro da sè il giudizio eh’ egli farà della vostra temerità e
della vostra impostura. Se rispon- dete che si , io conchiudo che le ombre , le
quali in leg- gendo quello scritto insorsero nel vostro intelletto, furo tante
e si dense , che vi tolsero il vedere quello , che o- gni altro trovò
stenebrato , anzi lucidissimo. Il eh. sig. ab. Rosmini, celebre ingegno, non
da’ soli Italiani d’ alte lodi onorato , profondo filosofo , ecclesiastico
esemplare , e nelle sacre lettere versatissimo , fino dal 1827 pubblicò in
Milano un’ operetta intorno all’ idillio , a me medesimo indirizzata , dove si
leggono le seguenti parole : > La de- scrizione della sua età d' oro , tolta
dalla vita de’ patriar- chi , è cosi tutta pura e vera e degna dell’ uomo , che
giugne proprio al cuore , e ad uno appagamento della stessa nostra natura ,
della quale con tanta nobiltà ella ha messo in chiaro il desiderio dell’
Infinito : perciò la sua felicità piacerà sempre , infino a che la natura uma-
na sarà » . Peusomi quindi , non sarà se non bene eh’ io vi tra- scriva la
detta descrizione, affinchè la riguardiate, non co’ vostri occhi, sì per quanto
è possibile con quelli del Rosmini, che non aombrano, nè sono incaliginati. In
quel- le mie osservazioni sopra 1’ idillio io considero quel luogo di Dante ,
dove egli dice che Dio è quel cibo del quale cimi qui , ma non >i vien
satollo , ed appella sete natu- rale , che mai non sazia , quel desiderio che
ha I' umana natura de! deiforme regno : cose tutte die non abbiamo se non dalle
Sante Scritture. Cotale io dico essere quel principio , donde nacque la poesia
dell’ Alighieri , quella singolarmente del paradiso. Appresso , continuandomi
al detto , proseguo con queste parole : » E , per ridare uu’ occhiata colà
donde mi sono partito , dico che tale è quel principio , onde formavasi quella
condizione di animo , che regnava nella vita de’ patriarchi. Essi ancora erano
pastori siccome gli uomini del secolo d’ oro : menavano vita errante e pacifica
, sotto tende e a campo , e sotto sereno cielo , ricchissimi in mandre ,
abbondevoli d* ogni cosa , liberi da ogni signoria , tenendo anzi signoria di
re ed ufficio di sacerdoti nelle famiglie loro. Ma di tali e tanti beni usavano,
non godevano. I loro conviti non era- no consigliati da ozio , da ambizione ,
da sensualità , ma piuttosto ammanili da ospitalità e cortesia e parentevole
benivoglienza. 1 loro sollazzi non erano i giuochi, le gare, gli amori , le
canzoni e le zampogne , ma ogni diletto trovavano in contemplare il creato , e
cercare nell* ordine di esso e nelle sue permutazioni, che non han tregua, le
vie dell’ Altissimo. Per li sentieri della vita , disse Id- dio ad Abramo ,
cammina sguardando a me , e sii per- fetto. Quinci veggiamo V animo di questo
patriarca ammi- surato ed alto, e sempre cheto, quasi allogato in sovrana
magione , e partito dalla mobilità e dal romore. Non vo- glio dire con ciò che
, cosi camminando nel cospetto di Dio e nella luce di verità alla guida di
giustizia , V uma- no desiderio acquieti sua vaghezza compiutamente: ma egli è
siccome il pellegrino che vede dappresso la sua terra natale. E, sebbene
talvolta si ritrovi solingo nel mezzo di un deserto , pure si gode alcuna
dolcezza ed alcuno assaggio della beatitudine che avrà nella vicina sua patria
» . Ora colale idea dell’ umana felicità , che piacerà sem- pre infino a che V
umana natura sarà , dove io 1* apparai ? Forse ne’ libri de’ filosofi che non
conobbero il cristiane* simo ? E , se , come ognun vede , cotali principi: e
cotali sentimenti io non potei togliere che da quelli di nostra religione, qual
cagione vi muove ad accusarmi che aste- mia è la mia morale da’ principii e da’
sentimenti d’ una religione di precetto divino ? E , se 1* idea di Dio e di
felicità si è il fondamento della morale , donde procede la vostra ansietà di
sapere qual fondamento io le posi ? Qualunque risposta voi facciate a queste
mie domande , non può discolparvi dinanzi a niuno de’ miei lettori , ed oso
dire , nè anco dinanzi a voi medesimi. Ognun sa che gli antichi poeti
descrissero a gara quell’ aurea età , presupponendo che gli uomini di prima
vivessero secondo natura in uno stato d’ innocenza e di libertà , ed altra
legge non avessero che il reciproco amo- re. Ma forse non sono molti che
abbiano osservato che in siffatto argomento si gareggiaro anco i filosofi. Tra
questi è Seneca , il quale si gareggiò con Posidonio , di- scepolo di quel
Panezio che fu precettore di Scipione I’ Africano. Seneca veramente non si
travagliò in altro che in rendere più verisimile le amabili fantasie de’ poeti;
i quali più a’ sensi ubbidirono che alla ragione. Ma, se attesamente ci
rivolgiamo a considerarle, ben tosto ci accorgiamo che quelle auree genti ci si
narrano felici più per f ignoranza de’ vizi che per le opere di virtù. Posi-
donio per lo contrario ci descrive una civiltà, presane vcrisimilmente l’ idea
da’ Fcaci d’ Omero , civiltà che ren- de somigliànzà di quella de’ patriarchi ,
e che reggessi semplicemente a legge di natura. « 1 primi de* mortali , die’
egli , natura seguitando incorrotti , e lei sola piglian- do a scorta c a legge
, costumavano commettersi nell’ ar- 180 bitrio di tale , cui 1' ottimo di tutti
aveano reputato. Som- ma quindi ne conseguitava la felicità della gente ,
peroc- ché soli i migliori maggioreggiavano. 11 governare per- tanto s’
apparteneva come in proprio soltanto a' sapienti. Essi infrenavano le mani ; e
da quelle de' forti difendeva- no i deboli : persuadevano , dissuadevano , e
additavano le cose utili e le disutili. La loro prudenza provvedeva che non
fallisse nulla ad alcuno. La fortezza dell’ animo rimuovea i pericoli. La
beneficenza , divenuta virtù co- mune, multiplicava, e di prosperità e di
allegrezza fioriva i soggetti. Ufficio e non regno era il comandare. Niuno
cimentava quanto potesse sopra coloro , da' quali avea ri- cevuto il potere. In
niuno era la ragione o l' animo d’ in- giuriare, mentre a chi bene comandava,
ubbidiasi bene; nè a chi male ubbidiva, poteva il re gittare più forte mi-
naccia che d’ andarsene dal regno. » ( Seneca , ep.). Queste incantevoli scene
, risplendenti di beni dei quali non godettero giammai gli uomini, questi
dilettevoli ritratti di tempi, i cui originali non furono mai fuorché nelle
menti de’ loro dipintori, ben potrebbero aggiugnersi per ventura all’ idea eh'
io porsi dell’ età patriarcale ; ma questa è storica e verace , mentre quelle
non furono che immaginate. Amendue nondimeno cotali descrizioni con- vengono
insieme, e s' accordano in dimostrare in quali beni pur mira c s’ appunta il
desiderio dell’ umana natu- ra. Ma Posidouio, al paro de' poeti e degli altri
filosofi , non lo conobbe che in parte. Alla civiltà, ch'egli descri- ve
mirabilmente, manca il pensiero di Dio e d'una vita migliore della terrena.
Egli non ci seppe insegnare che in- finito è il desiderio dell’uomo; e ni un
bene lo può adem- piere fuori dell’ in/inito. Non conobbe quella sublime pa-
rola, cui disse Dio ad Abramo: » Cammina dinanzi a me Digitized by Google e sii
perfetto» : l’ animo suo non potè quindi intendere per pruova que’ sentimenti
che noi così veri troviamo nel Salmista. » Nel tuo nome , o Dio , ateo le mie
mani : ru V Iddio mio : V anima mia è assetata di te : di te mi satollo come di
cibo , quando io mi ricordo di te in sul mio letto , quando io medilo di te
nelle végghie della notte. Come bra- ma il cervo i rivoli dell’ acque , così te
brama, o Dio, l’a- nima mia. ». Cotali eran continuo gli esercizii dello
spirito nei primitivi cristiani ; e di quanta potenza fossero nei loro
reggimenti, un bellissimo testimonio abbiamo nell’apolo- già dell’ insigne
filosofo e martire san Giustino, indirizzata ad Antonino Pio, a tutti i
principi dell’impero, al senato e al popolo romano. » Noi, die’ egli, di tutti
gli uomini siamo i dispo- stissimi a recare per ogni dove la concordia e la pace
; perchè così nell’ intelletto come nel cuore viva noi man- teniamo questa
verità , che nulla è , nulla si fa che celare si possa agli occhi di Dio. Le
vostre leggi non bastano a rattenere ed infrenare i malvagi , i quali o sono
protetti dalle tenebre, o sperano di ritrovare il dove appiattarsi dalle vostre
indagini. Ma, s’egli avessero continuo davan- ti alla lor mente un Dio che gli
adocchia , e a cui nulla s* asconde , nè può ascondersi , e nè anco il più
fugace dei pensieri , dovete concedermi che gli stessi malvagi riter- rebber la
mano per timore, ove pure non cangiassero d’ animo. Ma egli sembra che voi
temiate non gli uomini vivano onestamente , e più non rimanga a voi persona da
punire : il qual pensiero egli è più degno a un carnefice che ai buoni principi
.» Qui dunque ognun vede, anche in effetto ed in opera, qual divario abbia la
idea della felicità che ne pòrse l’an- tica filosofia da quella che ne porge la
rivelazione. E mi 182 è meraviglia che voi, sig. Compilatore, dotto ancora
della dottrina de’ vostri collaboratori, ignoriate tuttavia quello che ne’
cominciamenti dell’italiana civiltà insegnavano, anzi volgarizzavano al loro
uditorio i pubblici predicatori. Il 1304 il beato frate Giordano, dì 13 di
Dicembre, predicò alla chiesa di santa Lucia in sul prato di Ognis- santi.
Nell' esordio, ragionando della beatitudine o felicità, insegna che < i
filosofi e i santi s' uccordaro in questo, che felicità si compie in perfezione
di tutti i beni ; ma i filosofi mondani errerò qui , che questo stato sommo di
felicità fosse in questa vita. Pure egli è di necessità con- venire, che
beatitudine non è dove non ci abbia fermezza di lenimento: c i filosofi stessi,
ovunque trattare di beati- tudine, sì dicono vera felicità esser quella, la
quale non si perde e non si muta. Nel che contraddicono sozzamente a sé
medesimi , che dicono qui potere essere beatitudine , dove non ha nulla
fermezza. Ma i santi questa beatitudine posero in vita eterna , ove sono
congregati tutti i beni e tutti i diletti, e ogni bene e diletto, insino al più
minimo, sta costante, e mai in perpetuo non si parte; e però quella è
beatitudine diritta e verace , ed è desiderata da tutte le genti . Onde i santi
( antico nome de' cristiani ) , prosegue fr. Giordano , in questa vita sono già
beati , sentendo qui alcun diletto e dolcezza ed alcuno assaggio di ciò, che
sarà in vita eterna. Onde egli è mestieri , che qui s’ incominci lo stato di
beatitudine » . Or l>ene : allorché ne’ miei scritti io parlo di morale ,
dove trovate voi quella contraddizione, cui quell’ antico predicatore nota si
giustamente nei filosofi , e tra la dot- trina di questi e quella dei santi
uomini ? E , se nell' idea eh' io espongo della felicità o beatitudine trovasi
quella appunto die porgono i santi, perchè volete dare ad inten- dere a chi
legge il vostro giornale, che siete in ansietà del fondamento eh’ io diedi ?a*
miei ammaestramenti ? Ben potre’ io mostrarvi che voi e i vostri collaboratori
con- traddite sozzamente a voi medesimi, perocché celebrate e. mettete in cielo
un libro, il cui autore, benché conduca il parroco in iscuola, acciocché vi
parli a* fanciulli de’ do- veri dell’uomo, sì nondimeno insegna loro cercare la
feli- cità nei beni di questa terra , e vi prèdica la stessa dot- trina cui
biasimava frate Giordano, siccome quella che contraddice a sé medesima. Ma
detrar non voglio a nes- suno, nè uscire dal mio proposto, il quale è di
mostrare che le vostre ombre sono ombre vane anche nell’ aspetto ; e che la
sola voglia , che voi avete di calunniar me e la mia morale, si è quella che vi
ha insegnato chiamarla aste- mia da’ principii e dai sentimenti della cristiana
religione. Ma voi soggiungete : « Sappiamo che assai prima d* ora persone
dottissime , e d’ altra parte sinceramente affezionate al Taverna , si dolsero
di questa assenza siste- matica della religione nostra santissima , che si
osserva nella morale da lui coltivata > . lo dunque sono reo di vergognosa
ingratitudine ver- so persone dottissime, ed a me sinceramente affezionate,
per- chè, non sapendo chi elle sicno, non ho mai potuto rin- graziarle della
cortese loro ammonizione. Laonde io prego voi , e mi fia carissimo , e ve ne
avrò obbligo assai , che mi facciate per qualche via assapere il nome di
cotesti egregi. Intanto dal sin qui detto potranno eglino argomen- tare come si
dolsero d’ un male, eh’ eglino crearono in sé medesimi , e lo composero de’
loro pensamenti. E , se più attesamente leggeranno le cose mie, senza farsi
venire agli occhi le travèggole , vedran chiaro che la morale da me coltivata
riguarda continuo nel primo e massimo comanda- mento di Dio , e nel secondo
simile a questo : dai quali due comandamenti dipendono, come parla Gesù Cristo,
tutta la 184 Ugge ed i profeti ; e vedran quindi , in luogo dell' attenta , la
presenza sistematica della religton nottra tantissima. In questo punto un amico
recami, sig. Compilatore, un opu- scoletto del vostro giornale ( memoria
estratta dal fasci- colo 10 Luglio 1840 ) , e tosto mi vengono agli occhi le
seguenti parole: » Savii ed illustri critici hanno con egre - ferenza notato
nel libro del Taverna ( Racconti morali ) T assenza sistematica della religione
rivelata ; dalla qual specie di naturalismo negativo essi ripetono ciò che gli
manca di quella bellezza morale , che pur sarebbe sì cara sotto la penna del
medesimo autore. »- Io non so che cosa sia 1* egreferenta, ma, a quel che pare,
è una malattia che soffrono que’ savi ed illustri cri- tici. Men duole ; ma
avranno eglino già sentito qualche alleviamento, se avran letto quello che pur
dianzi ho det- tato. Anche il naturalismo negativo è tra il numero delle
infinite cose eh’ io ignoro : ma dalla parola assenza siste- matica della
rcligion rivelata argomento che per naturali- smo negativo l’ autore accenni al
semplice deismo. Se così è , io gli rispondo, come può egli arguir questo dai
miei racconti morali da lui citati ? Per istoriche o immaginate narrazioni
quante verità morali insegnar si possono , sen- za che facciasi menzione della
religione rivelata , e senza che si possa dedurre che 1’ autore di quelle se ne
asten- ga per un suo sistema , e dia cagione per ciò di doverlo sentenziare per
deista ? Salomone compose colle sue paràbole , o proverbi , un non breve
trattato di morale » per dare avvedutezza a’ fanciulli , scienza e intendimento
all’ adolescente : onde il savio diventi più savio , e 1’ intelligente acquisti
il go- verno di sè medesimo e d’ altrui > . Io non ricordo eh’ egli mai
faccia menzione di Mosè , nè del Dio d’ Israele, nè del Dio d’ Abramo, d’
Isacco e di Giàcobbe : osei'este dire che Salomone in quel libro si mani- festa
un deista ? che sia in lui sistematica V assenza della religion rivelata ?
Argomentereste voi , sig. Compilatore degnissimo , da quel suo silenzio intorno
a’ libri di Mosè, come dal mio intorno al Vangelo voi argomentate , che
Salomone era astemio da’ principia e da’ sentimenti della religione santissima
de’ suoi padri ? da una religione di precetto divino ? Boezio nel suo
consolantissimo libro de consolatione philosophiae racconta (1. 1. pr. IV )
come i suoi nemici Io accusarono di avere segretamente invocato i demoni ; ed
egli per tutta sua difesa risponde con quel sublime motto di Pitagora scquere
Deum , come se d* al- tri egli non fosse discepolo fedele che di quel maestro.
In voi certo sarebbe insorta qualche ombra , che Boezio più fede avesse in
Pitagora che non in Gesù Cristo , il quale disse sequere me. Ma il santo
filosofo , sicuro che il suo libro bastava a mostrare che il discordo di sua
mente stato era alluminato dal Vangelo , non pigliasi pensiero delle parole nè
delle forme del dire ; e mentre, nominan- doli, onora Pitégora, Platone,
Aristotile, di Gesù Cristo non fa pur motto. Con lutto ciò questo libro fu uno
dei primi studii del teologo Dante: e in quel tempo e di poi fu sempre in amore
di persone devote e spirituali , che vi cercano conforto e ammaestramento ; nè
soli gli uomini del secolo, ma li monaci ancora, come troviamo nelle lettere
del beato Giovanni Dalle Celle. Ma qui sento che m’ interrompete il discorso
di- cendo : Ne’ libri di que’ santi uomini non avvien mai che incontriamo
propositi morali che non sieno ammissibili ; mentre per Io contrario « andremmo
troppo per le lunghe, se dal libro delle novelle (ediz. del Silvestri, 18*19)
tutti qui volessimo riportare i morali propositi che a noi sem- brano
innmmi**»Mi. Ne abbiamo contato per molte decine. 186 e tutti non si possono
allegare scompagnati da diffuse glosse e da gravi avvertenze : ne daremo per
mostra al v lettore spassionato soltanto tre di quelli che portano seco stessi
la giustificazione del nostro adombrarci. » A questi tre morali propositi
inammissibili ha già fat- to più che sufficiente risposta il mio don Alfonso.
Ma egli s’ ha eletto di considerarli in sè stessi: a me piace ri- guardarli per
entro que’ vostri cervelli , che li sentenzia- rono inammissibili. Veramente mi
sarebbe stato difficile cotale specula- zione senza le diffuse glosse e le
gravi avvertenze. Ma la buona ventura ha voluto che vi siate dimenticato, il
terzo portare seco stesso la giustificazione del vostro adombrar- vi: e fatto
vi avete una glossa che può valerci di campio- ne per pesar tutte 1* altre che
non avete voluto fare. Ve- niamo al fatto. Un anno innanzi il principio di
questo secolo, essen- domi dato allo studio di nostra lingua , io , per ausarmi
al ben dire, e a un ora per meglio intendere la storia greca, tolsi a
descrivere i tempi degli eroi, narrando la vita de* principali. Cominciai da
Foronéo, dissi di Pelasgo, venni a Gécrope. Lascio stare le parole, lo stile,
ed altro di que’ racconti , dove appare quanto io era ancor lungi dal conoscere
le principali virtù del nostro linguaggio: di- co solo , che quarant’ anni
furono riletti e ristampati più volte in varie parti d’ Italia, senza che niuno
mai offeso si mostrasse della loro moralità. Ma voi, che avete acume d* occhio
linceo , siete penetrati alla magagna , che tant' an- ni passò inosservata
sotto gli occhi di tutti, e dite al pubblico: » Dove si narra ( a pag. 265,
ediz. Silvestri ) come le donne àttiche perdessero il diritto di dare il vo- to
ne* pubblici affari , concliiudesi che da ciò fu portato notabile cambiamento
nelle popolari deliberazioni , e tnol- Digitized by Google 187 to maggiore
nell’ interno delle famiglie, dove s’ introdusse, o almeno 'vieppiù radicar si
dovette, 1* opinione sino a noi regnante che le donne viver debbono soggette a
lor mariti > . Ed ecco a questo proposito la vostra glossa e grave
avvertenza : » Lasciam di considerare qual buono fonda* mento, anche sol
razionale , aver potesse una tale propo- sizione; ma ne corre un gelo pel
sangue, quando la veg- giamo sì sbadatamente contrapposta alla parola e legge
di Dio nel principio del mondo, sub viri potestatc eri s, ripe- tuta nella
legge di grazia, mulieres subditae sint ». Di qual proposizione parlate voi ?
lo non feci al- tro che raccontare , altro che riferire. Solo dalla vostra
glossa e grave avvertenza s’argomenta che mi accusate d’aver affermato » che le
donne non debbon vivere sog- gete a’ lor mariti». Dove ho io negato un tal
dovere? Ben altro è il riferire l’ opinione, sino a noi regnante , che le donne
viver debbano soggette a’ lor mariti ed altro è r affermare che non debbano.
Altro è l’ opinione volgare che suol aversi di tal soggezione, altro è il
concetto che aver se ne deve secondo il vero. Dal contesto della mia narrazione
appare chiaramente eh’ io accenno a quella opi- nione di cui le donne stesse
soglion lagnarsi amaramente, e non senza cagione. Di che parmi vedere
sufficiente te- stimonianza nel dialogo V della Circe di Giambattista Gel- li,
dove Ulisse vuol persuadere una greca, tramutata in cerva, a tornar donna. «
Non ti par egli eh’ io abbia ra- gione, gli risponde la cerva, di non volere
tornar donna, essendo tenute le donne da voi per schiave e per serve, e non per
compagne, come richiede il giusto: cosa tanto empia e tanto contro all’ordine
della natura, che nessun altro animale che voi ardisce di farlo? Ricerca un
poco quale specie d’ animali tu vuoi, che tu non troverai in Tttla Tbm. I. 13 f
Digilized by Google 188 nessuna, che la femmina non sia compagna, e non serva
del maschio, così ne’ piaceri come nelle fatiche, eccetto che nella specie
dell’uomo; il quale vuol poi essere chia- mato signore di tutto, dov’egli è un
pessimo e ingiusto tiranno a trattare così la compagna sua, per vedere un poco
solamente essere stata fatta dalla natura di minori forze e di manco animo che
non è egli » . Nel che io pure la sento al modo di quella cerva razionale . »
L’ animo umano informato bene da natura, . dice CICERONE (vedasi) ( de Off.),
non vuole ubbidire fuorché a colui che gli dà precetti e ammaestramenti, od a
colui che giustamente comanda e secondo le leggi > . 11 debole per ciò
volentieri vive soggetto al forte, quando vede in esso benivoglienza , cioè
fermo volere d’ essergli di soste- gno e di giovamento. Onde Tacito credette
d’acquistar lode allo suocero suo Agricola ed alla suocera Domizia Decidiana ,
nata di splendida schiatta , dicendo: « Che vis- rero entrambi in raaravigliosa
concordia per lo scambie- vole amore , e coll’ anteporre Y un 1* altro
vicendevolmen- te > . Non io dunque dissi , ben voi avete composto eh’ io
abbia detto le donne non dover vivere soggette a’ lor mariti. Basterebbemi aver
mostrato questo: ma , giacché da voi vi siete fabbricato il nemico, sì piacemi
si vegga come lo combattete, piacemi s’ attenda alla.vostr’ arte di razio-
cinare. « Lasciam di considerare, voi dite, qual buono fon- damento anche sol
razionale aver potesse una tal proposi- zione. > Ma come lasciar potrete di
considerarlo, rispondo io , se egli trovasi appunto in ciò che costituisce la
sug- gezione, e se della suggezione hanno diverse qualità e va- rii gradi? E ,
se la moglie è obbligata ad un genere di suggezione, ad un altro no, perchè vi
piace ommettere il determinar quello che volete disputare ? Questo solo non
Digitized by Google 489 basterebbe a chiarirvi piuttosto amici del contendere
che del ragionare ? Ma, voi rispondete ( proferendo il ma con quattro a e il
collo torto ), ma ne corre un gelo pel sangue, quando la veggiamo ( quella
proposizione ) cosi sbadata- mente contrapposta alla parola e legge di Dio nel
princi- pio del mondo, sub viri potestate eris .... Piano a’ mai passi, signor
mio. Falso che nel principio del mondo Dio pronunciasse quella parola. Nel
principio del mondo Dio addusse la donna dinanzi ad Adamo ; e Adamo tutto am-
mirato: « Ecco, disse, osso delle mie ossa, e carne della mia carne, onde
lascierà 1* uomo il padre suo e la madre sua, e si atterrà alla propria moglie
, e i due diverranno una sola carne. > Ditemi, parlasi qui della suggezion
della moglie al marito ? o d’ una società dall’ uno all* altro stret- tissima
tanto, che immedesima in una le due persone? Co- me dunque la supposta mia
proposizione opponsi alla pa- rola e legge di Dio nel principio del mondo? E
come non vi vergognate al mostrar d’ ignorare che le parole sub viri potestate
eris non furono da Dio pronunciate al principio del mondo, ma dopo il peccato
di Adamo? e eh’ elle non esprimono un comandamento, ma una sentenza di condan-
na? 11 dire : Sarai soggetta alla podestà del marito, è così un precetto come
il dire : nel dolore partorirai i figliuoli ( parole che si leggono
immediatamente innanzi nel mede- simo versetto, Gen. HI, 16 ). Se avviene che
una donna partorisca senza dolore , offende ella al precetto di Dio? Avete così
dimenticate le cose udite ne latini sgrossamen- ti, da non saper più che i
comandamenti si dinotano col- 1* imperativo, non col modo indicativo? In qual
parte della Bibbia si parla della suggezione delle mogli come di un precetto?
Abramo appellava la moglie sua c mia signora > , . ed era come dire signora
solini tutta la famiglia; anzi, 190 dopo che Dio ebbegli promesso da lei un
figliuolo, gli or- dinò di chiamarla assolutamente signora , o principessa.
Salomone più volte ne' proverbii parla delle donne savie e delle stolte; dice:
c Chi ha trovato buona moglie, ha trovato un bene, e ne avrà letizia dal
Signore» : riferisce le parole del re Lamuele colle quali ci pinge dinanzi agli
occhi la divina forma dell' otti- ma fra le mogli; onde il marito di lei
conchiude, dicendo: » Cosa fallace è la grazia , vana la bellezza ; ma la
moglie temeule il Signore, quella è che fia lodata. > Nè ricordo che Salomone
in tutto questo libro tocchi pure della sug- gczion delle donne. Con tutto ciò
voi non solo osate affermare, che legge di Dio è quel *u6 viri potatale eri*,
ma che ella è ripetuta nella legge di grazia , mulieret viri* tubditae tini ,
senza avvedervi , cotanto le ombre vi offuscano l' intendimento , che il modo
del verbo eri* non è imperativo come il modo del lini : e che perciò queste
parole non possono ripetere la sentenza di quelle. Taccio gli epiteti che qui
vi diranno i miei lettori , sarebbe un gittar via l' inchiostro ; bene vi
mostrerò come avete smozzicate le parole di s. Paolo e guasto 1' intendimento.
11 s. apostolo non dice solo mulie- ret viri* tubditae tini < le mogli a'
mariti siano soggette » ; la qual maniera di parlare avrebbe forse qualche
ambi- guità appo le mogli caste e fedeli; ma dice multerei viri t sui* tubditae
tini < le mogli sieno soggette a' loro proprii mariti». Cotale ommissione fu
del tipografo. Sia pur così, ma non fu il tipografo che oinmise il ticut
Domino: « le mogli a* mariti loro sieno soggette siccome a Dio » . Qual donna è
che rifiuterebbe di vivere soggetta ad uomo, eh? fosse verso di lei giusto e
benigno siccome Iddio? Quale non confesserebbe essere questo il principale de’
proprii doveri? Digitized by Google 191 Ma vi ha di più; voi ci dimostrate di
non avere com- preso T intendimento di s. Paolo; il quale è che i fedeli ,
essendo membri d' un corpo , siccome la Chiesa , gli uni dagli altri
dependenti, debbono reputarsi gli uni agli altri soggetti, subiecti inuicem in
timore Christi. Quindi, a mag- giormente dichiarare la perfezione di siffatta
società , egli reca nel mezzo quella del maritaggio cristiano, secondo la
primitiva sua instituzione ; ivi perciò egli aggiugne : ( ad Ephes. V. 21 ecc.
) « Mariti, amate le vostre mogli, sicco- » me Cristo ha amato la Chiesa , e
per lei ha dato sè me- » desimo. Cosi ancora i mariti debbono amare le loro mo-
gli siccome i proprii corpi : chi ama la moglie sua , ama » sè stesso ( Ad
Coloss. HI) : Mogli , siate soggette »a’ mariti, come si conviene nel Signore:
mariti, amate le » vostre mogli, e non vogliate esser aspri , nè amari verso di
esse. > Ora dite voi in quale di questi parlari di s. Paolo trovate ripetuta
, come comandamento , la condannazione da Dio fatta della donna « sarai sotto
la podestà del ma- rito » , e notate ed avvisate bene, che ivi non si dice «
sa- rai soggetta come a Dìo o come si conviene nel Signore , ma sarai sotto la
podestà, che è a dire la forza e l’ arbitrio del marito > . Questa è dunque
la suggesione che voi pre- tendete dalle mogli cristiane, poiché affermate che
tal legge si è ripetuta nella legge di grazia : colai suggezione , come vedete,
è suggezion di condanna, suggezione schiavesca: io dunque ebbi ragione di
chiamare insino a noi regnante una tale opinione. Ma considerate un poco, se
pure avete messo in istudio la storia del cristianesimo, o se la ricor- date,
quale concetto del maritaggio ebbero i primi cristia- ni , e se intesero come
voi le parole dell' apostolo. « Due • fedeli, dice Tertulliano, portano insieme
lo stesso giogo : sono essi una sola carne e un solo spirito. Di conserva
Digitized by Google 192 » mettonsi ginocchioni e pregano insieme: danno 1* uno
al- * 1’ altro vicendevolmente consigli , ammaestramenti , am- » monizioni ;
sostengono insieme le persecuzioni, e insieme » ricevono i conforti. Vanno di
compagnia alla chiesa e al- » la tavola del Signore. L’ uno non asconde mai
nulla al- » l’altro; e guardasi dall' essergli di noia odi disagio; * amendue
visitano gl' infermi , fanno volentieri limosina , » ma liberamente , senza che
un dall’ altro dipenda ; con «pacifico animo intervengono a' sacrifici, cantano
salmi ed «inni, ed a vicenda si eccitano in lodare il Signore. » ( Fleury, lib.
V. § 50 ) » . Ora in siffatto esempio chi non vede la moglie essere compagna
anziché soggetta al marito? Non già che alla moglie stessa non s’ appartenga ,
come l’essere cosi il mostrarsi tale ; anche s. Paolo, che riprende la donna
che vuol maggioreggiare, ordina che le attempate sieno maestre di onestà ( ad
Tit. II. 5 ), ed insegnino le giovani ad amare i loro mariti e ad esser loro
soggette. Ma ben si vede che colai soggezione si è quella la quale s' ingenera
dal sentimento della propria debolezza e della riconoscenza. Cotale sentimento
adocchiarono anco i filo* sofi gentili. Plutarco ne' suoi avvertimenti di
maritaggio, ci testimonia: i Che le donne sono lodate se vo- gliono esser
soggette a' mariti, ma se hanno desiderio » di dominare saranno biasimate; e la
mala voce che lo- ro si darà, fia maggiore ancora di quella che acquistan- » si
que’ mariti, che troppo ad esse mostratisi ubbidienti. Abbia dunque imperio il
marito sopra la moglie, non come il padrone sopra lo schiavo, ma come l’anima
so- » pra il corpo, come la ragione sopra i sensi: ed eglino così sieno
congiunti ed uniti col saldo nodo della vicen- * devole benevolenza » . Io non
mi stendo più oltre, comechè l’ argomento Digitized by Google 193 vorrebbe eh’
io più oltre mi recassi. Perocché panni d’a- vere abbastanza dimostro, che
altra è la soggezione della donna, che è sua condanna, ed altra la soggezione,
che è suo dovere. Questa consiste in quella sincera e libera umiltà, radice,
principio, e guardia d'ogni virtù, onde la moglie in tutte cose vive soggetta
al suo marito, come a suo capo, il quale ama lei come sè stesso. Da tutto
questo voi potete argomentare, sig. Com- pilatore , qual effetto consegue dal
lasciarsi correre un ge- lo pel tangue. 11 caldo, che tende sempre ad alto,
abban- donando il sangue , monta al cerebro, e vi cagiona quella sbadataggine ,
di che avete accusato me in quella appo- stami proposizione. Veramente mi date
cagione di credere che i capo- girli sieno in voi un morbo crònico, e forse
organico, perchè, poco innanzi aver veduto nel libro delle mie no- velle le
decine di propositi morali inammissibili , leggo le seguenti parole: » Se il Taverna
ha qualche diritto al- » l'appellazion di divino, nel vero non l’ha per la
mora- » le delle sue novelle. La qual morale imitativa di quella » dei
teofilàntropi del passato secolo, è una contempla- » zione arcàdica, e sovente
infinta della nostra natura » terrena ; è un vagheggiamento d’ una teoria
fantàstica » di partizione de' beni temporali , vuota ed infeconda di »
applicazione pel sommo bene dell’ uomo. Ci è caro il » pensare non aver egli
probabilmente errato che per la » lusinga di potere molte virtù , delle quali
distende » splendidissimi elogi, più agevolmente persuadere agli » uomini,
dipingendole sotto le forme più dilettose al no- » stro cuore mondano » .
Questo paragrafo si può partire in tre, benché l’in- tero sia un garbuglio di
finte Iodi e di vere ingiurie. Ma corre il proverbio , che il garbuglio fa pe’
malestanti. In 194 prima voi non dite dove abbiate trovato di me quell’ ap-
pellazione di divino. A quel che pare, a voi piace eh' io creda eh’ ella sia di
vostra leggiadra industria , per poter dire che non è divina la morale delle
mie novelle. Ma di tale materia ho ragionato abbastanza. Appresso affermate,
che la mia morale è imitativa di quella de’ teofiléntropi. Dunque la mia morale
ha il fondamento medesimo. Peroc- ché, ove questo fosse diverso, diversa ancora
ne sarebbe la morale che sovr’ esso si edificasse. E qual è questo fon-
damento? lo noi so: perchè delle sette io conosco solo quel tanto che m’
insegna ad abborrirle tutte ; e perciò la vostra pure, se vero è quel che si dice
che voi a taluna appartenete. Ma , se voi potete affermare che la mia mora- le
è imitativa di quella, voi dunque sapete il fondamento e della morale de'
teofilàntropi e della mia. Di che voi ve- dete conseguitare, che mentivate
quando diceste di rima- nere nell' ansietà di conoscerlo. Ma i capogirli
v'hanno tol- to il ripensare che chi spesso ménte, s’ avvezza a dir le bugie
senza avvedersene, ed anche a non sentirne vergo- gna allora pure ch’altri
gliele rinfaccia. Non voglio poi lambiccarmi il cervello per trovare che cosa
voi intendete per » una conlemplaùone arcàdica e spesso infinta della nostra
natura terrena 1 ; perchè co- tale linguaggio è a me quello di un altro mondo.
Non so nè anche capire come una contemplazione arcàdica possa essere infinta; mentre,
essendo essa un atto semplice del- lo spirito, non si può intendere com' egli
sia infinto; chè faria mestieri eh’ egli non fosse ed apparisse di essere: e
quindi non semplice , ma doppio sarebbe , come l’ ipocri- sia, di cui parmi vi
conosciate assai, se argomento bene dalla foggia dei vostri parlari. Quanto a’
beni temporali fui sempre assai lungi dal vagheggiare una teòrica fantàstica
intorno alla loro parti- Digìtized by Google 195 zione. Rispetto alla morale (
qual che ne sia la divisione stabilita dalle leggi civili ), io ebbi di essi,
credo fino dalla fanciullezza , quel concetto medesimo che aveane Giobbe in
quella famosa età de’ patriarchi , come potete raccogliere dal suo libro, e
singolarmente da’ capitoli 29, ,30 e 31; quel concetto, dico, che di tali beni
ebbero i primi cristiani , niuno de* quali diceva suo , ma ciascuno tenea a
comune quel ch'egli possedea, onde non era in- fra loro chi fosse indigente. Vi
ringrazio per altro che voi pensiate, non avere io probabilmente errato che nel
voler distendere splendidis- simi elogi di molte virtù , perocché così mi
sembra d'ave- re errato colà, dove non si può errare. Niun rimorso sen- to io
quindi del mio errare, massime ripensando che so- no riuscito in dipingere la
virtù con forme sì dilettose da piacere ancora a’ vostri cuori mondani. Ma
strano caso è avvenuto: quell’uomo, che il me- se di Febbraio meritava da voi
cotanta indulgenza, è di- ventato il mese di Luglio di questo medesimo anno una
persona detestabile; e ciò che è più singolare, si è questo, che nel Febbraio
avevate di lui quella stessa opinione che nel Luglio avete poi fatta
pubblicamente manifesta. Ond'è che siete fededegni tanto nelle lodi come ne’
biasimi. Voi, sig. Compilatore di un giornale sì maraviglioso di perfe- zione,
che può dare una idea abbastanza esatta del mo- vimento intellettuale in
Italia, e che serve d’eco a’ pro- gressi scientifici ( vedi memoria estratta
dal fase. 10 Lu- glio 1840 del giorn. Lett. Scient. Modenese), voi e i vo- stri
occulti collaboratori non siete rimasi contenti al mac- chiare di vostre ombre
gli scritti miei ed il mio nome, che volete denigrare anco le mie azioni e la
vita , cui, la Dio mercè, io infino a questo settantesimo settimo anno di mia
età coudussi nettamente, se non nel cospetto di 196 Dio, appo ti quale son
polve e cenere, certo innanzi agli occhi degli uomini, de' quali , pensomi, non
offesi mai ninno, od amico mi fosse o nemico. Ed ecco per qual guisa in si
gloriosa impresa voi vi travagliate; alla quale, non è dubbio, secondo voi, faranno
eco gli altri giornali. » Dice infine il Testa ( sono vostre parole ) , che nel
particolare del Taverna egli intende aver fatto onore al * Governo di Parma e
di Milano, che un tant'uomo ado- » perarono e posero a vigilare 1* insegnamento
di due co- » spicui collegi, e a governarli » . Or via, come risponderete voi a
questo fatto che non potete negare? Tutti che han letto il Testa vi faranno co-
tale domanda. E ben v* accorgete di non dovere di nuovo ricorrere al buon
spirito delle supreme autorit a sociali , pe- rocché io per la testimonianza di
tre intere città, dove - lungamente sono vissuto, ignoto a pochissimi, potrei
con- vincervi incontanente. Voi quindi, non trovando contro fatti pubblici
altri fatti che fossero palesi, vi risolveste d’ indagarli nel fondo del vostro
bell’ animo. E cosi come uomini dabbene, uomini dirittamente devoti nè più nè
me- no alla cristiana integerrima filosofia, rispondeste al mio don Alfonso : »
Convenevoli riguardi personali , che non » violeremo mai, ci vietano dire intorno
a ciò quello che » potremmo saper dire, se volessimo e potessimo farla » da
biògrafi; però v’ ha chi colla mano sulla coscienza » può rispondere molto bene
in vece nostra. Del resto » noi amiamo gli uomini, e detestiamo gli errori >
. E veramente cotal forma di calunniare parer dee, quant' è all’ accusatore ,
la più sicura , e non senza effetto quanto all' accusato. Perocché la fantasia
di chi ascolta, viene fortemente eccitata: egli immagina congiure , società
segrete , sette malvagie , nequizie misteriose , delitti di stalo ed ogni
ascosa abbominazione. Le quali immaginazioni Digitìzed by Google 197 negli
animi , che ignorano contrari i fatti , lasciano di sé impressioni e sospetti
che non accrescono onore. Ma l'arte vostra di calunniare dovreste pur rammen*
larvi che dietro gli sperimenti di due secoli fatta è trop- po nota , ed ha
perduto il suo credito, e fino il nome di ingegnosa , e tiensi oggidì
grossolana e propria solo a quelli di vostra risma. Ond’ è che le calunniose
parole che voi pubblicaste di me, quanto a coloro che mi cono- scono, si
fallirono al tutto dell' effetto da voi desiderato: anzi in ognuno profondo
sdegno, puzza ed orrore parve- ro cadere; e ben tosto suonarono d’ ogni intorno
nomi e frasi, che non si trovano nel vocabolario della Crusca, e tutte
plaudenti , come potete credere , alla prodezza che mostrate in saettare dalla
vostra ascosaglia gli onesti uo- mini che odiate. , Chi non direbbe che a tanto
dovre' io starmene con- tento? Sì , il sono rispetto a coloro che mi conoscono
; noi sono, a dir vero, rispetto agli altri, o viventi o che vi- vranno; (
poiché si dice che parlerò alcun di anche dopo il mio dì ) . E, giacché voi me
ne porgete opportunità e materia, stimo bene esaminare il grado di fede che
vogliono le vo- stre asserzioni, qual che siane la qualità. Nella prima ri-
sposta che fate al mio don Alfonso, volendo lui rimprove- rare , dite , siccome
vostra professione : » noi rifuggiamo dalle personalità > . Questo vocabolo
in bocca vostra , e , credo , di molti altri giornalisti , che amano e temono
que- sto nome, non è l'astratto di persona , non é ciò che la costituisce
sussistente: troppo largo è tal concetto: non cape nel vostro cervello.
Personalità, secondo voi, signi- fica ogni parlare che offenda alla reputazione,
alla buona fama delle persone. Ora domando ( voglio giudici voi stes- si ), con
quel vostro proposito intorno alla vita del Taver- 19S na, proposito luti*
altro che inorale, siccome sono quelli che negli opuscoli di lui voi censurate
, non offendete voi sozzamente l' onore altrui, la buona fama? Come dunque vi
si può credere, che voi facciate professione di rifuggi- re dalle personalità ?
Come non v' accorgete che il vostro dire fa vergogna al vostro operare? Nella
citata memoria ( estratta dal fase. 10 Luglio 1 840 ) 1‘ ultima nota , poche
linee sotto al paragrafo dove si leggono i convenevoli riguardi personali eoe.
, comincia : * Noi siamo afflitti all'anima per ciò che fra gli eruditi »
italiani è troppo spesso dimenticata quella maniera gra- ve e decente di
scrivere e di corrispondere, di cui si hanno sì belli esempi fra letterati
francesi, anche quau- do sono divisi da serio dissidio di opposte opinioni. »,
Fra di loro la cortesia ha sempre luogo , perfino tra » cattolici e protestanti
, in argomenti di suprema impor- » tanza, qual sarebbe della più incalorita
polemica teo- » lògica > . Dopo avere voi stessi studiato in dare ad
intendere al pubblico eh' io sia reo di delitti tanto nefandi , da non esser
voi arditi a fargli manifesti, pretenderete voi che altri vi creda afflitti
all’ anima per ciò, che i letterati ita- liani abbiano dimenticata la decenza e
cortesia de* fran- cesi? Voi afflitti all’anima per le villanie che voi medesi-
mi scagliate contro un uomo d’ onore, contro un uomo che non vi offese, nè
parlò pure giammai di voi? E ciò fate spontaneamente, e senz' altra cagione da
quella no- bilissima , che in voi genera effetti cotanto cortesissimi ? Suvvia
proseguite. » Ora ( continuate ) , per ragione del » più al meno, saranno
affatto inescusabili que’ moralisti , » critici e filòlogi, tutti nati e
cresciuti in seno ad una * stessa comunione cristiana , che per sola cagion di
par- tito , o per egoismo privato , mettono mano alle personalità od allo
villanie centra chi non la sente con » loro » . Se dovessi credere alle vostre
parole , dovrei dedur- rebbe voi avete la modestia di confessarvi inescusabili
in aver messo mano contro di me alle personalità più tristi, che mai seppesi
trovare dall* umana malignità ; ma nè a questa confession vostra egli è da
credere, perocché non avete dimenticata l’astuzia di prepararvi a rispondermi,
che voi non adoperate così per cagione di partito o d’ e- goismo privato , ma
per pubblica utilità. Or bene , sia quel che dite , e lascio stare che nè anche
por pubblica utilità fu mai lecita la menzogna , e molto meno la calunnia.
Sappiate adulque, signor Com- pilatore, e voi, signori Compilati, ch’io sono
appunto quell’ uomo , che voi sfidate a parlare di sè , io sono co- lui che
colla mano sulla coscienza può rispondere molto bene in vece vostra, lo vi
rispondo pertanto che, se voi non dichiarate pubblicamente a tutte genti quali
sieno i misfatti , che voi potreste saper dire di me , se voi vole- ste farla
da biògrafi , sì , vi dichiaro in faccia a tutto il mondo per mentitori
impudentissimi. Purgatevi ora voi da questa macchia , che, qual meritate, vi
marchia benché appiattati nel vostro covaceio. Dite nella luce ciò che di me
sapeste nelle tenebre: banditelo sopra i tetti, se vi fu detto all’ orecchio :
fate manifeste le mie nequizie , come fate a tutti conoscere la vostra
villania. Non vorrei che immaginaste, che alcuna ira mi abbia mosso a così
parla- re: anzi r insolito ardore, che vi si fa sentire nelle mie parole,
vorrei che vi eccitasse a ripensare che voi, refe- rendo al pubblico ciò che
avete di me udito, non può seguirne se non bene a voi medesimi. Voi a riparo
del nascondiglio siete sicuri: ed io altro non temo che di non essere
conosciuto. Voi , se vi sedussero le relazioni se- grete, potete sempre
rifuggirvi al fattovi inganno, all’ asi- 200 lo di Èva. Nè vi caglia poi tanto
de* convenevoli riguardi personali. Quanto ame, io ve ne assolvo senza riserbo
; quanto agli altri , non correte pericolo alcuno , perocché vi è richiesto 1*
appalesare di che io son reo , non da chi lo sapete. Anzi voi medesimi vi siete
imposto quest* obbligo , quando diceste la parola ; » Del resto noi amiamo gli
uomini , e detestiamo gli errori. » Perocché se voi non amate e detestate in
astratto , come non pochi costuma- no , anzi amate e detestate in opera , amar
dovete , che gli altri uomini , al par di voi , detestino gli errori. Ora voi
vedete in che .errore madornale si trovano le su- preme autorità somali , e
tutti coloro che sono da esse governati , intorno al fatto mio ; ed è per
ventura un tal errore cagione in gran parte del troppo pregio , in che sono i
miei opuscoli ; i quali voi vorreste cadessero per lo meno in quel luogo , dove
1* un dopo 1* altro van ca- dendo i fascicoli del vostro giornale. Suvvia
adunque , se amate gli uomini , scoprite loro , ovunque suona il mio nome , le
nascoste mie scelleratezze ; toglieteli dal- 1* errore , che loro è , secondo
voi medesimi , di sì gran danno. Se questo rifiutate di fare , voi mi
sforzerete a conchiudere che amate gli errori e detestate gli uomini. Condemuabit te os tuum ,
et dod ego : Et labia tua respondebuot tibi. Così , pago d’ aver dimostro in piu modi , e pen- somi
abbastanza evidenti, qual fede altri dee prestare alle vostre proteste ed
asserzioni, vi licenzio di trovare tutte quelle che a voi piacerà di comporre ,
perciò che io più non temo che nociano nè alle cose mie nè al mio nome ; e così
da questo punto impongo a me stesso di tacere e di obbliarvi. 1 LEGULEI AMMONIMENTO
AL POPOLO CHE SERVE DI PROEMIO ALLA STORIA PROMESSA NELLA STRENNA
PIACENTINA Ottimamente avvisò il
chiarissimo signor avvocato Pie- tro Gioia , allora che , nella nostra Strenna
dell’ anno passato, ci disse che, a rendere proficui questi libric- ciuoli
umili e modesti , che diciamo Strenne , si dovevano volgere le cure degli
scrittori , più che a gratuirsi i ric- chi ed i potenti od a procurarsi una
gloriuzza che non monta uu frullo , ad istruire il popolo e , cosi , guar-
darlo dalle insidie che si tendono alla sua ignoranza dal- la perversità degli
astuti e dei tristi. Ond’ è che ho pre- so, quest’anno (1), a dire alcuna cosa
di un male che è ruina di non poche famiglie ; tanto più terribile quan- to che
ha sembiante di non essere altro che amore della giustizia. Ciò è la smania di
litigare , che pare quasi na- turata in alcuni i quali , e per ignoranza e per
amor di sovverchiarc e per ingordigia dell’ altrui , sono cosi lieti nelle
contese , come fossero ad un gradito spettacolo. Un siffatto inchinamento viene
tanto più avvalorato ora (1) Discorso destinato per ia Strenna del 1846. Tetta
7bm. /. 14. 204 che si trattano le cause non più , come in antico , alle porte
della citta , dinanzi ad arbitri ed a seniori che non vi avevano un interesse al
mondo: ma, nelle nostre usan- ze , è di avere de’ legulei istigatori , che ne
traggono il loro sostentamento (i). Chi sono questi legulei? È impor-
tantissimo il dichiararlo: Cicerone, verso la fine del libro primo de Oratore ,
chiama il leguleio banditore delle azio- ni giudiziarie , come colui che
insegna il modo d’ intra- prenderle e proseguirle ( pracco actionum ) , e, poi
, can- (1) Le cause civili, nella costituzione romana, trattavansi anche dalle
parti istesse dinanzi al pretore ed ai giudici nominati da lui , senza 1'
imbratto de' c/villosi. Che, anzi, se una parte era convinta di avere usato
cavilli, veniva condannata a pagare le spese del processo: e, dove avesse
ricevuto denaro per muovere lite, multatasi del qua- druplo, ed era , ancora ,
notata d’ infamia. .Ma ciò non riguardava i giureconsulti , che godevano , anzi
, della più alta stima ed erano i primi personaggi delia repubblica : ai quali
se ricorreva il popolo , non era come a mercenarii che pattuiscono un salario,
ma come a patroni che studiavano prima di comporre le differenze ; e non riu-
scendo , trattavano gratuitamente le cause dei loro clieoti. Ciò non- dimeno ,
siccome è detto e provato nella Filosofìa dell' Affetto , che niente si fa per
niente (*), i giureconsulti si giovavano delle clientele per salire agli onori.
Conciossiachè la plebe, che , nei primi tempi di Roma , non partecipava agli
onori , era scala agli onori. 11 perchè i giovani patrizi , vedendo che non per
mostra di cavalli e cocchi , e simili futilità, ma per lo studio della
giurisprudenza salivasi in fama ed alle grandi cariche, a quella si dedicavano:
ond' è che la profes- sione della giurispudenza , sino alla One della
repubblica , escrcitossi dai principali di Roma. Nelle cause criminali , gli
accusati si giova- vano di difensori ; e questi , come vocali ad cautam , si
chiamavano advocali, da cui è a noi venuto il nome di avvocato; i quali si
studiavano di sventare le accuse , e muovere i giudici a piegarsi in favore del
loro cliente , soprattutto nella perorazione, di che abbiamo esempi stupendi
nelle Orazioni di CICERONE (vedasi). y.
Filo*, dell’ Affollo , *ot, 3, Piarmi*, per Del Majno , liso. tore di forinole
( cantor formularum ) (1) , e , finalmente , uccellatore di sillabe ( auceps
syllabarum ) , come a dire uom gretto e stilico , digiuno di vero sapere , e
solo so- fistico cercatore nelle parole. Cosi fatto era il leguleio che ci è
mostro da Cicerone. Ma il tempo tira spesso al peg- gio le cose e le parole
ancora. Modernamente , leguleio è nome d’ uomo tristissimo , e 1’ uccellatore
di sillabe di Ci- cerone è divenuto , sotto la penna di Davanzali , lo stor-
cileggi che , per malizia e guadagnerà , studia a torcere il diritto. Al che i
moderni costumi diedero incitamento. Conciossiachè , dove, ai tempi di
Cicerone, 1* awoca- zione non era che un mezzo per salire alle dignità della
repubblica (21 , nei nostri è fatta larga vena di subiti guadagni da spaurirne
le coscienze. Ora questi turbolenti e , per iugordigia , suscitatori di piati ,
noi vogliamo far conoscere al popolo , e legar loro sulle corna il fieno , eom’
era usanza dei romani ai bovi che cozzavano , per- ii) Ciascuna azione
giudiziaria aveva, presso de' Romani , una forinola prescritta dal pretore ai
giudice , concepita in tali termini , dai quali non era permesso il dipartirsi.
Di sorta che, se l' una delle parti dimandava più che non bisognava , o
tralasciava o aggiungeva pure una parola . per ciò solo perdeva la causa. Il
leguleio aveva cura di questa formola : cantor formularum. f2) Sotto Traiano le
cose erano di gii molto cangiate. Noi leg- giamo nella lettera 14 del libro V
di Plinio Secondo, come Migrino, Tribuno della plebe , recitò un grave discorso
, dove lamentava che facevasi mercato delle avvocherie u - Vomire advocationes
. roenire edam praevaricat iones : in lite i coiri . et gloria» loco poni ex
tpo- lii» cirium magno t et itatot reditui - ». Al quale disordine prov- vide
Traiano con rigoroso decreto. Ed è bello sentire il buon Plinio che si consola
della sua integrili : u - Quam me juvat, quod in causi» agendis non modo
pactione , dono , mtincre , verum edam xeniit semper abstinui - ». 1*1 All*
*nlrit« tubili. delle quali è qui lamento, si »*$iunfono ora le aerideotali ■
rio tono U amai in latra* inni ebe tm^taatunrolt tirano a aè i lefnleì. 206 chè
i passeggieri se ne guardassero. Per ciò noi divisia- mo i buoni dai tristi ,
ed a questi soli dirizziamo le dure e veraci parole , abborrendo dal far torto
a chicchessia , e, molto più, ad un genere di persone che avvisiamo utilissimo
, anzi necessario al vivere civile. Per lo che sempre ci dispiacquero
soprammodo quelle villanie che furono gittate contro gli uomini di legge , dei
quali co- nosciamo parecchi , insigni per onestà e per dottrina , che ci
onorano della loro amicizia e che teniamo in gran- dissima estimazione (1) : nè
mai potemmo comportare la durezza, anzi l’ ingiustizia, di quel verso del
grande asti- giano , il quale , mettendo tutti a catafascio , per quella sua
bile non sempre morale , chiamò la schiera dei legisti : « Avvocatesca , ignuda
, empia genia » Brutto vezzo confondere , cosi , il tristo e il buono ; del
quale vezzo abbiamo anche esempio antico in un inno che cantavasi in onore di
un santo di cui ora non mi soccorre il nome, il quale , essendo stato avvocato
, lodavasi di ciò che non era un ladro : < Advocalus et non latro , Oh res
miranda ! » . Diremo noi , adunque, il male , non per altro fine che di
ottenere il bene , come il predicatore , che si leva contro il peccato, senza
avere in animo di offendere chicchessia ; e ciò , tanto più sicuramente da ogni
noia e rampogna , (1) Non si vuole nominare alcuno ; poiché troppo spesso
incontra, con nostro rossore, che le persone avute in istima, vedute più dap-
presso, falliscano al concetto. Djgitized by Google 207 quaulo che siamo certi
che niuno se ne offenderà ; perchè chi vorrebbe essere del numero ? Ma intanto
, se non a’ legulei vilissimi- tristissimi, che hanno fatto il callo all* in-
famia, al popolo profitteremo : ed a questo noi intendiamo. Si apre la scena.
Noi siamo in sulla piazza , un bel giorno di mercato , dove cittadini e foresi
trattano i loro commerzii, raccolti a crocchio in diversi canti. Un Bellim-
busto , tutto azzimato , tenendo in mano la verga del pe- coraio e con una
barba quasi da filosofo; e, con lui, ben altri d’ altra maniera , con abiti
sbiadati e con parrucche , veggonsi passeggiare , in mostra facendo gli sbadati
, ma , nel vero, guardano intorno ove possono gittar 1* amo, ori- gliando a
questo ed a quel crocchio ; e , dove ascoltano piati , bellamente s’
intramettono ; e , adocchiato il meglio in arnese de' contendenti, mettonsi
dalla sua parte; e, qui, cominciano con bei paroioni, tolti dal digesto o dalle
pan- dette , a persuaderlo eh’ essi posseggono la dottrina che può mettere in
salvo i suoi interessi. Ma , siccome , nel mormorio del mercato , la mente ha
distrazione dalle loro ragioni, soavemente il tirano ad un loro studiolo o,
direm- mo , botteghino , luogo riposato ed alle consulte più ac- concio ; o ,
se non sono da tanto d’ avere in proprio un simile ridotto ( qualcuno direbbe
anche paretaio ) , si lo conducono ad un loro compagno , il quale , sopra un
seg- giolone con magistrale gravità, vedendolo arrivare in buon assetto, dégna
riceverlo novello cliente da ingrassarne. Quivi il babbione, dopo recitato il
caso suo, ascolta la sapienza dell* uomo prestante , che , per belle lusinghe ,
mettelo in isperanza di grandi guadagni, anche di conser- vare il mal tolto,
promettendogli la sua valida protezione. Di che egli tutto consolato vorrebbe
partirsi : veramente un po’ senza creanza, dimenticando che dinanzi a quei si-
gnori non si comparisce colle mani vote. Ma 1* uomo , che 508 gli promette
cento per uno, come cbi grida per la città le pòlizze dei lotto, soccorre alla
memoria di lui ; e noi lascia andare che non abbia fatto un fondo , come dicono
, di denaro sonante. Conciossiachè i legulei non si contentano del suono delle
monete ( che non sarebbe poi sporco gua- dagno ) , come nella causa del fumo
dovette contentarsi il cuoco saraceno (t) ; ma vogliono oro ardente , di buon
titolo , spendibile al banco del pizzicagnolo. E in ciò rie- scono
maravigliosamente ; chè il cavano pure dai cenciosi , i quali, venuti in grandi
speranze di guadagno, non guar- dano ad impegnare anche il Ietto, per litigare.
Essi hanno proprio trovato più che il segreto della pietra filosofale. Poiché
gli alchimisti studiavansi di convertire una sostan- za in un’ altra ; e sono
falliti : ma questi , senza sudare a liquefar metalli, convertono effetti
vamente le ciance inoro; e sono grassi. Tanto frutta loro il litigare dei gonzi
! E , perchè non isccmi la vena , anzi addoppi , ove venga loro il destro ,
sono presti a sostenere , ad un tem- po , anche la parte contraria. Come è ciò
? N’iuna mera- viglia. In apparenza , difendono una sola parte ; ma , per non
perdere il guadagno della contraria , raccomandano ad un collega di trattarla (
collega , non amico ; perchè i cattivi non hanno amici ) , e soffiano in lui
quelle ra- gioni che valgono a tenere lungamente in vita la lite: così
guadagnano per un altro verso , imborsando anche il denaro del burattino che ,
spesso , si contenta all’ ono- re d’ aver servito il collega. Di che si vede ,
che non ri- conoscono 1' assoluto che è nel diritto e nel dovere ; ma , novelli
Cameadi , facendosi del loro bisogno coscienza , sono presti a sostenere il sì
ed il no in ogni causa. Ilo detto novelli Cameadi : non è però che abbiano
molto (1) Vedi Novell* 8 del Novellino. Digitized by Google 209 studialo nella
Sofistica. Poveretti ! non saprebbero fare un sillogismo in barbara ; ma , in
vece , conoscono per- fettamente la Topica delle malizie, e in ciò avanzano
Farfarello che è il diavolo più astuto dell' inferno di Dan- te. £ , bene
allinguati e gran maestri negli accorgimenti del foro , non dispiegano , ma
avviluppano la gran tela delle leggi : e , prendendo qua , prendendo colà ,
smoz- zicando , aggiugnendo , interpretando , citando anche a falso , ti
mettono in un laberinto da non uscirne col Glo d’ Arianna. Chè , per quanto sia
avveduto e diritto il le- gislatore , egli deve pur sempre servirsi delle
parole : e queste sono cosi fatte da lasciare eterni litigi , se il dirit- to
naturai senso in molti casi non aggiusta le partite. Ond’ è che con ragione
diciamo doversi qualche volta al rigore del giusto sostituire 1’ equità. La
quale sentenza, senza quella infermità delle parole , sarebbe assurda , non
consentendo il giusto ( regolo inflessibile ) sostituzione di sorta. Non
attendono adunque que' cotali all' assoluto , che par loro una sottigliezza
dell' etica da lasciare agli specu- lativi. La qual cosa è manifesta anche per
ciò che veg- gonsi non iscrupoleggiare nelle ragioni , onde si appigio- nano al
primo richiedente ; e , come difendono il lì in una causa , avrebbero preso a
difendere il no , se loro si fosse primamente offerto , eziandio senza speranza
di vin- cere la prova. Nel che si credono essi ancora essere de- gni di lode e
giovare altrui , e non si peritano di para- gonarsi al medico che tratta pure
le malattie disperate. Oh ! svergognatamente sozzi che sono ! e non veggono che
il medico serve 1’ umanità , e non offende la sua co- scienza, soccorrendo ad
un infelice, sebbene sflduciato della salute di lui ; mentre essi offendono la
loro coscien- za ( se coscienza è in essi ) , e ammazzano il cliente che loro
porge di che vivere ! Che se noi cerchiamo ora come sia possibile una tanto
scandalosa versatilità degli umani giudizii in sifiatte materie , senza entrare
in un sottile esame del modo con che si presentano le relazioni ideali (
disamina soveiyhia al popolo a cui parliamo ) , sì ci apparirà in parte essere
nella varia interpretazione di cui sono suscettive le scrit- ture. Accuseremo
noi dunque le scritture ? No. Lo aver messo in iscritto le leggi ed i contratti
fu certo grande e buona ventura ; e , per quello che raccogliamo dalle storie ,
fu il primo uso che si fece della trovata scrittura. Non accuseremo adunque le
scritture : ma ogni cosa abu- sa T uomo ; e , qui , tanto studiò 1' abuso , per
la suscet- tività arrendevole della parola , che quasi potrebbesi ave- re a
miglior partito il ritornare alle tessere ed a que’ pez- zetti di legno
diversamente intagliati che usavano le pri- me genti per istipulare i contratti
, tenendo ciascuna par- te il suo pezzetto per sicurtà , che poi restituivasi ,
adem- piuto alla promessa. Se non che , più che 1’ abuso , agevolato dall’
imper- fezione della parola , egli è da accagionarne la malizia e l' ignoranza
degli scriventi. Questa , scrivendo suoi stra- falcioni , presta mille appigli
al litigante ; e quella , anche dove il senso è chiarissimo , studia rabbuiarlo
e tirarlo alle sue perverse intenzioni. Qual parola è più rotonda e sgranata di
quella di assegno , ove sia discorso di un tut- to diviso in parti ? Eppure ,
testé , volevasi che non si- gnificasse f attribuzione che viene dalla volontà
dell' uo- mo, ma un lascio della sorte. Fu un tempo , e non è molto lontano ,
in cui era usanza tra noi che si provassero i notai in grammatica. Ora è
passala quell' usanza ; eppure , tra le tante cose morte che si ritornano a
vita , secondo la legge del ricor- so , sarebbe utilissimo il rinnovarla. E ,
poiché siamo nel progresso , non sarebbe al tutto fuori di proposito prova- re
ancora i legisti , non pure in grammatica , ma in lo- gica. Che, a dirla
schiettamente senza odio e senza in- vidia , nei pochi mesi che mi sono
occupato nei miseri tritumi di questioni forensi ( che tanto impiccioliscono T
uomo ; e più , se da alto viene ) , ho dovuto convincer- mi che ve ne ha grande
bisogno ; tanto che , un giorno , standomi ad un consesso di legisti , con
piglio rispettoso ma franco e severo , ebbi ad esclamare , che io non mi sarei
giammai aspettato di trovare tanta ignoranza tra i dottori. Sarebbe felice
ventura , pertanto , se coloro , che s’ impigliano di avvocare le cause ,
attendessero , non pu- re alle buone dottrine logicali, ma a studiare il dizio-
nario , ed a mandare innanzi al Bartolo ed al Merlino il Corticelii , ora che
le leggi sono in italiano. Ma ritorniamo al popolo. Negli ammaestramenti degli
Antichi è detto: « Astienti dalla lite , e meni- merai le peccata ». Odii,
rancori, frodi, spergiuri, calun- nie s’ accompagnano al litigare; e, quando
pure si conser- vasse 1* animo netto da tali sozzure, non è possibile tener- lo
in quella quiete, che è la giocondità della vita, la quale non è buona che
nella benivoglienza e solo in questa. - Ma sperano i litiganti di far migliore
la loro condiziono colla vittoria -. Poveri ingannati ! Pensino che , quando
pure non si venda la giustizia , enormità che Iddio cessi da noi , costa sempre
molto V ottenerla , e , spes- so , dopo la vittoria , uomo è più povero che
pri- (1) Provvidamente V Augusta Nostra Sovrana, con sapientissima Risoluzione
del l.° Novembre 1823, ha ordinato u Che tutti gli stu- denti che aspireranno
ad un impiego , sì ecclesiastico che civile , avranno a provare, mediante la
produzione di un attestato autentico, di aver fatto con buon successo il corso
degli studi filosofici *. 212 ma. Ond' è giustissimo il proverbio , che meglio
pro- fitta un cattivo aggiustamento che una lite vinta. Infatti non è raro il
vedere taluni che , dopo molte liti guada- gnate , sono ridotti a mendicare la
vita a frusto a fru- sto (2). E questo passo mi ricorda un memorabile detto di
Pirro , il quale , dopo due segnalate vittorie riportate sopra i romani ,
avendo fatta la rassegna de’ suoi soldati scemati di tanto , vólto agli amici ,
lor disse : Se vinco ancora una battaglia , sono perduto per sempre. Ho letto
che il rigore delle leggi delle dodici tavole teneva molti dal mettersi in lite.
Onde , prima d’ im- (1) Il Magalotti, nella sesta lettera della parte seconda
delle sue Famiglisri, a proposito degli aggiramenti e concussioni del foro
civile, ci ricorda un racconto ; ed è che : Fu una volta un gran giurecon-
sulto il quale , udito dire gran cose di un altro del suo mestiere , che viveva
in un’ altra città , si mòsse in viaggio per andarlo a ve- dere , e riconoscere
se la presenza gli crescesse o gli diminuisse la fama. Subito smontato da
cavallo, con gli stivali in piedi , se ne va a casa sua.- Io, signore, sono
venuto qua per cimentare una preten- sione che ho contro di lei, e la
pretensione è questa : che tutti que- sti mobili, che V. S. ha in casa, sono
miei. - A cui quell’ altro subito ( tuttoché ei si ricordasse benissimo d’ averli
fatti co’ propri denari ): oh ! di grazia , signore , veda se , anziché
litigare . non potesse tornar meglio il venire a qualche composizione: io, per
la mia parte, d dar* mano di buonissimo cuore -• Non più , rispose il
forestiere , adesso finisco di credere V. S. per quel grandissimo uomo che il
mondo lo acclama (2) La lite è vinta , disse un giorno un leguleio al suo
cliente. E questi : Riceverò adunque il mio denaro. - No , rispose I’ altro ,
perché mancano ancora mille lire a saldare le spese -, DI questa maniera io
sono rovinato. - Che v’ imporla : voi avete guadagnata la lite-. E cosi non più
sventura ai vinti , secondo l'antico motto, ma ai vincitori. (3) Non solo il
rigore di quelle leggi , ma le varietà alle quali fu soggetta la lingua latina ,
ne resero il senso oscuro sì che ai più furono inintelligibili ; e , sopra la
derrata , vennero ancora le sotti? gliezze e le interpretazioni dei giuristi.
Digitized by Google 213 pcgnarvisi , si cercavano tutte le vie d’ accomodamento
, studiando di finirle all’ amichevole. Le spese e le lunghe- rie (I)
dovrebbero ora operare altrettanto. Ma il vostro procuratore vi dice , che la
vostra causa è buona ; sì , è buona ; ma per lui. E ciò vi stia bene in mente.
E , perchè non lo dimentichiate più mai , voglio terminare questo discorso col
dirvi una favoletta che tolgo da Boileau. « Furono due che viaggiavano a
digiuno , i quali s’ abbatterono per via ad un’ ostrica , e ciascuno la voleva
per sè. In questo, passa la Giustizia con in mano la bilancia ; e tosto a lei
fannosi incontro i contendenti , levando grande romore. Quella, pesate loro
ragioni, si fe’ dare 1’ ostrica, aperstla, e , guardandola avidamente ambi-
due, trangugisela in un attimo. Dopo che, spartendo un guscio a ciascuno :
Imparale , loro disse , che vivesi nel foro alle spese dei minchioni (2) » . L’
ostrica era buona , addio , la pace sia con voi. (1) E qui piacemi di
soggiugnere un fatterello , registrato net Corriere delle Dame. - Uh ! Dopo il
libro De Oratore, dopo Aulo Gellio, Plutarco, Tito Livio, T Einecio , per sino
le raschiature delle dodici tavole, anche il Corriere delle Dame è rubacchiato!
-Sì, fratelli miei , la filosofia , che è buona a tutto , profitta anche di
tutto. In quello adunque si narra ( N. 30, 1844, Maggio 28 ) che “ Un gio- vine
esordiente avvocato «(vi scrivo quelle parole esattamente )« en- trò, un
giorno, tutto contento da suo padre , per raccontargli che in quel momento
aveva aggiustato il famoso fallimento del sig. N. . . . Sciagurato ! gli grida
suo padre , che era egli pure stato avvocato , balzando dalla sua scranna ;
sciagurato ! Non sai tu che quel con- corso che ti vanti d' avere accomodato,
fu aperto da me al mio pri- mo entrare nel foro , che mi pose in grado di
sposare tua madre , che supplì alle spese de' tuoi stadi! , e che io te lo
aveva lasciato come una fonte capace di soddisfare ai tuoi più pressanti
bisogni ? E tu distruggi in un' ora , una fontana che potevi tramandare ai tuoi
eredi ! « (2) Des sottises d' autrui . nous vivons au palaia. ÌIHHI OHI MENTO AL
POPOLO Bella necessita di procurarsi le quitanze onde aiutare la memoria e V
onesta vacillante di molti. In questo argomento , che vuole essere dichiaralo
per fatti, io cominciava dal raccontare come i Greci ed i Romani , dopo una
guerra sanguinosa , cessate le ostilità , vennero a patti di pace , che furono
d’ ambe le parti rice- vuti. Dopo che , senz’ altro dire , i Greci si
partivano. Ma il Generale romano li richiamò dicendo loro: A voi altri Greci la
memoria fallisce troppo spesso; però è necessario di mettere in iscrittura
quanto abbiamo convenuto.-E così via via , cercando nei fatti la confermazione
di quell’ am- monimento, dall’ altezza della storia romana veniva giù giù
infino a noi ad un Cotale che svergognatamente negò fede ad un cittadino onoratissimo.
Fatto che si proverebbe con lettere autografe. Ma le preghiere degli amici me
ne tol- sero ; sicché io pure , maturamente pensando , dovetti ac- conciarmi al
parer loro , che non si conveniva rimestare simili lordure di troppo schifoso
animale. Digitized by Google Passi soppressi dalla Censura nella Filosofia dell
Affetto stampata a Piacenza per Del Majno. Parte prima Cap. 19 pag. 254, lin.
7. soddisfatto alle sue fantasie. I titoli, le fettucce, i cordoni , ed
altrettali onorifiche bagattelle , ove non si fondino sul merito , e non siano
congiunte con un potere qualunque , sono da mettere nel novero delle
insignifican- ti frascherie da contentarsene i dappoco , ed i vanerelli , dei
quali , più che non meritano , abbiamo tenuto discor- so. Cotali misere
sollecitudini non sono Y ambizione. Il proprio oggetto di questa passione è il
dominare. 11 qua- le o viene consentito di buon volere da coloro , che ab-
bisognando di reggimento , si dùnno in potestà di lui , che , per belle
dimostrazioni d* animo e di mente , alle loro necessità pensano convenire ;
ovvero viene usurpato per arte, o per viva forza che i repugnanti costringe a
sot- tostare , ed alla miseria del servire condanna. Per 1* uno e per 1’ altro
modo , comecché contrarissimi , fanno gli uomini il volere di chi loro
soprastà, e questi compie a* suoi intendimenti , è ubbidito. E per 1*
obbedienza tal volta è sì smisuratamente forte , di debolissimo eh’ era innanzi
, che d’ un cenno tramuta le nazioni , e fa le sor- ti ancora delle generazioni
avvenire. L’ ambizione è per- tanto una cupidigia di maggioranza ecc • Parte
seconda Cap. 10, pag. 153. secondo che io Y intendo , e potrebbesi dichia- I
Ti6 rare quale Buissima mistura di turpi interessi , di super- bia , d’
arroganza , di viltà , che, vergognose di mostrarsi tutte sole , s’
accompagnano ad un’ egoistica pietà , nella quale 1* uomo si fa aspro , anzi
nemico , ad altrui che al- la sua fede ed a’ suoi intendimenti è avverso : e
con ciò pensa di tórre sè all* eternale bruciore , o crescere d’ un fiorellino
la corona di sua gloria. Così nel suo stordimen- to farnetica, e con orribile
sacrilegio mette innanzi Iddio, velo alle perverse sue voglie ; mentr’ ella si
sta sotto , acciocché non si senta il puzzo che gitta , e per procac- ciarsi
venerazione dalla stolida gente , la quale ammirata e devota , guardando in
quelle facce infiammate , vi legge 10 sdegno di Mosè, perché non le è dato di
vedere il sozzo bitume di che s’ accende tal fiamma che pare san- tissima.
Spandesi però anche nella piccola gente ( che vuol pur meritare ), se non
quell* ardore cruccioso , certo una funestissima avversione , venuta di ciò che
si pensa 11 proprio simile nimico al cielo , tizzone d* inferno , e contro lui
già apparecchiarsi il sovrano dell’ eterna not- te a farne mal governo. E pur
troppo di qui si corre anche all’ odio. Sola la carità , la quale non può
essere spenta dalla moltitudine delle acque , e copre una molti* tudine di
peccati , può chiudere la via ad ogni tale senti- mento. Ma la carità è grazia
, e grazia che non è in tutti , e molto meno in coloro che vogliono presuntuosi
entrare nell’ abisso dell’ eterno consiglio, e pensano la dannazione di lui che
il celeste Padre forse fece a sè vaso di elezio- ne. No , non è carità in
questi, che , credendosi mossi da una celeste influenza , nimicano i loro
fratelli in nome del comun Padre. La carità è luce, e calor di salute; ed essi
invece del lor tristo fiato appuzzano questo mondo , lo intenebrano , lo
deturpano : e pur troppo , per loro ca- gione, 1’ opera d’ un Dio di pace e di
amore, si fa dolo- Digitized by Google *217 roso teatro <F ignoranza , d'
ire crudeli , di sangue , di morte. Non corrono sempre a tanta mina , perchè
gli uo- mini , per gran mercè di Dio , sono più spesso uomini che religiosi a
quel modo : ma essi non pertanto procac- ciano di disgiungere gli animi ,
favoreggiano le scissure , parteggiando con Belisi ; o almeno si fanno
mantenitori di funestissime antipatie , tanto più durabili e avute care perchè
onorate , perchè si credono nella virtù santificare le anime , meritare dal
cielo , e procurare la vita , quan- do per loro non sarebbe che morte in sulla
terra. Ma ogni sforzo d’ inferno è vano. Un soffio di vita spira nel- l’umanità
, indefettibile, conservatore non vindice. L’uo- mo ami , ecco il soffio di
vita , e , amando , onori 1’ ope- ra dell’ eterno Fattore ; studi amorosamente
il bene d’ al- trui , e chini la fronte dinanzi a lui , che geloso dell’ o- nor
suo , può mandare infiniti angioli a mantenerselo. Oh questi uomini stolti e
crudi , che si mettono nel posto di Dio , sono bene arroganti ! Io so che una
missione è sul- la terra , ma questa non dimentica la divina scienza.
Perdonatemi ecc. Si persuadono questi colali di poter mettere negli animi de’
fanciulli con violenza la divozione ; e perchè a- cquislino F abito della
pietà, instancabili loro sono attorno, e li tengono le ore in dolorosa postura
a gridare non in- tese parole, ora con poca luce , per meno distrazione , ed
ora sermonandoli nella quasi oscurità d’ una debole lam- pada , onde percuotere
quelle tenere fantasie di maggior forza. Inavveduti non pensano , che di qui (
intendiamoci bene), di questa smoderatezza ci vengono due generazioni d' uomini
, che essi hanno il merito d’ aver guastati. In primo luogo i fiacchi che ,
facilissimi ad allucinarsi , veg- gono poi tutta la loro vita quelle larve
spaventevoli di che 218 furono sì fortemente impressionati , ed hanno
particolari rivelazioni , apparizioni , celestiali colloqui , che non sono che
superbie , presunzioni e deliri d' un desiderio che ha sembiante di venire dal
cielo, e muove dalle sozzure della terra ; che tutto è nella carne, e fa suo
segno le angeliche nature ( il quietismo ). Confusione di spirito e di corpo ,
bruttura , cecità , e sempre deplorabile smarrimento. In secondo luogo i forti
, ossia di tempera dura , che, voltisi in contraria parte , si fanno avversi al
piìi santo dovere, al più caro, il quale , come ho detto , è un bisogno della
natura ragionevole , al dovere di unirsi al suo Autore col- 1' affetto , di
spandere il proprio cuore dinanzi a lui , e consolarsene. Conciossiachè quelle
faticose maniere, quelle lungherìe annoiano ancora più questi che sono di spiriti
bollenti; quei colori scuri e quella serietà di vita, troppo contrastano al
bisogno di letizia in che sono, alla vivacità delle impressioni che dentro e
fuori ricevono da questo mondo sì bello a chi tutto novellino noi conosce
ancora. Una tale natura se non si spegne in questa tanta contra- rietà , si
ribella ; sicché 1’ uomo tosto che è fatto disponi- tore di sé , volge in beffe
, avversa ogni tale esercizio che gli ricorda le male notti, e i tristi giorni
dell’ obbedienza. Dico dell' obbedienza esteriore , perchè il precetto muove i
muscoli ; il galeotto remiga , lo schiavo pianta, senza es- sere amorosi di
questo loro mestiere, e solo l'affetto vuo- le , e solo quando sono le
condizioni che il muovono. E , a procurarlo, conchiudiamo che male s’argomentano
co- testoro, che fanno tristissimo il dovere , sì che pel sover- chio modo
creano antipatie , dove sorgerebbe 1’ amore se bene l’ intendessero. 11 seme è
gittato da Dio , ma essi |o soffocano. Dicono d' insegnare ad amar Dio.
Meraviglioso discorso ! insegnare ad amare ! persuadeteci il beneficio, e poi
chiudete la scuola. Chi mai resiste all' amore ? • Io t’ ho tratto fuor del paese d* Egitto , della
Casa di servitù ( Esodo cap. 20 ) > . Cosi cominciò 1’ altissimo suono che
venne dal monte, e cercava Y amore. Ma io qui non faccio un sermone , epperò mi
rimango. Parte Seconda Cap. 10. p. 156. lin. ultima. Miseri insegnatori ! Se
non che vi sono altri più miseri ancora, volevo dire abbomiuevoli, i quali,
pren- dendo più sublime volo, recano 1* allievo loro, nato al co- mandare, in
più alta regione, di dove gli mostrano questa terra tutta coperta d* uomini,
come un formicaio superbo, che, schiacciato, ha la superbia di rivoltarsi; e
peggio, che in questo sono alcune formicuzze riottose e proterve che ammusandosi
segretamente colle altre, dicono Iemale cose di lui che comanda, come fosse il
formicone che mordesse e travagliasse la famiglia ; e cosi operando,
apparecchiano gli animi de’ comandatoci alla diffidenza , allo spregio de’
soggetti , ad avvezzarli insomma come schiatta arrogante da trattare duramente,
e tenere nella paura, siccome gen- te che serve fremendo, ed è sempre presta a
togliersi alla soggezione , solo che allenti alcun poco la severità di chi
hanne il reggimento. 11 perchè questa si fa più grave , com’ è solito nella
paurosa avversione , e più indispettisce e rivolta i soggetti, senza mettere in
quiete 1' animo di lui che 1 * adopera. Per sì fatto modo , comandati e
comanda- tori sono posti in croce dalla maledizione dell’ errore, che gli fa aspri
ed avversi gli uni agli altri , quando non do- vrebbe essere che bellissima «
Parte seconda Cap. li , pag. 179. spegnendolo. Tocchiamone alcuna cosa. 1
Crocia- ti ( il 22 Luglio 1209 ) , dopo un lungo assedio , entrati in Bégiers,
pensando servire alla causa della religione, met- tono a morte uomini, donne,
vecchi , fanciulli. Ad alcuni Testa Tom. I. Io 2*20 soldati che richiesero I*
abate di Citeaux ( Arnaldo ) a qual segno conoscerebbero il cattolico dall’
albigese : Non cessate dall’ uccisione , rispose 1’ uomo crudo , Dio saprà
guardarne i suoi. La cosa si condusse al punto che si ap- piccò il fuoco alle
chiese , ove que’ disgraziati eransi ri- fuggiti , sicché quello che avanzò
alle spade , fu divorato dalle fiamme. Somma a sessanta mila il numero de’
morti in quel giorno ( Histoire des lnquisitions religieuses T. 1 , pag. 82 ).
Noi vediamo alcuni spagnuoli far voto a Dio d* uccidere dodici americani il
giorno per onorare i dodici apostoli : e un magistrato , nei tempi di Maria
Stuarda , che assisteva al supplizio d’ una donna incinta condannata al fuoco
per eresia , la quale in mezzo delle fiamme partorì , opporsi al soldato, che
dentro vi si slan- ciava per salvarne il neonato , dicendogli ( f uomo orri-
bile ! ) : Nou fare ; non voglio che viva chi nasce di tanti eretica
ostinazione ( fiume Histoire d’ Angleterre T. 9 , pag. 402 ). Qui non
cercheremo più innanzi: non mi reg- ge il cuore. Io piango d’ un pianto di
dolore guardando nel vangelo , e nella perversità di coloro che si credevano
suoi segui latori , che si facevano forti d’ una dottrina che è tutta carità,
per isterminare la terra; che perseguitava- no l* uomo in nome di quel Dio-Uomo
, che disse alla ze- lante ebrea santità : Chi di voi è senza peccato , prenda
il sasso , e percuota ; e ordinò a’ suoi discepoli , non vo- luti ascoltare ,
di scuotere la polvere dei loro calzari , e andarsene ; di quel Dio-uomo , che
c’ insegnò una sua preghiera , ma la dolcissima di tutte , che ci fa tutti fra-
telli, ma tutta amore.» 0 Padre nostro, che ne’ cieli stai ecc. Ma gli
scellerati Parte seconda. Conclusione pag. 18S. guardate il suo paradiso ,
guardate alla fede Digitized by Google 221 nell’ efficacia magica dei riti
religiosi, che si credono scher- mo alla divina'giustizia : chi , presso della morte
, tenen- dosi in mano la coda d’ una vacca , n’ è scompisciato e salvo : chi s’
è lavato nel Gange , fosse pure sporco dei più enormi delitti , n’ esce mondo e
degno dell’ eterna beatitudine : chi si muore con in mano certe cartucce , che
il bonzo vende , ha raccomandazioui per 1* altro mon- do efficacissime , più
piene di virtù che 1* ali dell’ angelo di Dante, che ventando la fronte, ne
scopavano il pec- cato. Si può discendere ecc. Passo soppresso dalla Censura
nell Esame del nuovo Saggio sull ’ Origine delle Idee , dell Ab. Rosmini
stampato per Del Maino in Piacenza 1830. p. 91. lin. 18. e qui vi rispondiamo,
che noi non entreremo in que- sta disamina , perchè teniamo che i pensieri
degli uomini non fanno la verità ; che grandemente abbiamo in rispetto la
santitù dei santi, ed ogni bella forma di onesto vivere , ove che si trovi. Ma
che , senza detrarre alla venerazione che professiamo al merito d’ una vita
santa e studiosa, non accettiamo il vero che dalla verità , cioè da quello che
è , cioè da Dio. Il quale per la ragione ce lo ammaestra na- turalmente, e con
tanta predilezione di questa, che, pur rivelandosi positivamente , ci ammonì
clic da noi voleva un ragionevole ossequio. Ed approviamo 0C0C«X» 00C0CO0 C»X»000C)
CaD0C0CaX3CXX>00CKKXOX) 000 V *^VAA^VWV'*^VVVV , s/VW’^VVVVVVV T. AL SUO
RIVERITO E CARO AMICO GIOIA. » P oichè ad ogni patto volete qualche cosa da me
per la nostra Strenna , ecco vi mando due lettere : 1’ una dell* a- mico mio 1'
abbate Taverna a me diretta , e che mi dà licenza di pubblicare , e 1' altra
che io risposi lui , secon- dando all’ onorevole invito che mi faceva, di
volere, in mia compagnia, esaminare le mie scritture intorno all 'affetto.
Graditissimo invito , del quale il ringraziai come d' un segnalato favore , che
mi dava speranza con opportune correzioni di rendere meno imperfetto quel mio
lavoro. E già egli vi si era messo dentro con molto calore , e molto aveva
scritto , annotando quel mio libro con dotte postille, le quali dovevano poi
prendere forma regolare di continuati discorsi. Ma la grave età , e , più che
gli anni , i gravissimi bisogni nel distolsero , sicché non fu che il Digitized
by Google 223 cominciameli to d’ un commercio letterario che non doveva
terminare, se non col compiuto esame de’ miei tre volumi della Filosofìa dell’
affetto. Cose un po' amichette vi mando, sebbene non sapute da alcuno. Ma darvi
cose nuove non mel consentono le presenti mie faccende. Voi sapete , che dal
più alto delle umane speculazioni la Providenza mi ha chiamato a visitare una
gente meravigliosa di usurai e truffatori che non avevo mai veduta che nell’
undecimo canto dell’ Inferno di Dante, ed alla quale non mi aspetta- vo d’
incontrarmi giammai in sulla terra. In questa via conviene adunque che io mi
metta ; e , se Iddio m’ aiuti , per 1’ anno venturo vi descriverò il mio
viaggio , la gente, la favella, e i subiti guadagni che hanno guasto il mondo.
E ciò sarà , lo spero, di qualche utilità , se ai tristi parto- rirà vergogna ,
ed agli inesperti recherà luce che li ris- chiari. Amatemi , e state sano. Di
casa TAVERNA a T. Mio Degnissimo Amico, P iù volte presi la peuna per parlarti
delle tue filosofiche fatiche; ma la scabrosità della materia, e il dovermiti
op- porre in alcuna parte , mi ritenne. Ora che mi trovo in procinto di dover
disporre nel mio Trattato della Parola , qual cosa io intenda sotto il nome di
affetto , ed opinan- do in ciò troppo diversamente da le , e facendo d’ altra
parte grandissimo pregio al giudicio tuo , non posso te- nermi dal vincere ogni
riguardo , ed ogni fatica ; speran- do che tu pure non voglia lasciarmi ignorare
il parer tuo intorno alla mia opinione. Già ti è noto , che il principio , onde
filosofando io muovo , si è questo : che la lingua è il più diritto testi-
monio , e lo specchio più fedele della mente e del sentire comune ; e che
soltanto i fatti della mente e del sentire comune dànno materia e obbietto alla
filosofia. Digitized by Google 225 Nella tua bella o dotta Introduzione alla
Filosofia dell’ Affetto , cercando io la definizione e la descrizione di questo
fatto, mi è paruto vedere, che 1* affetto , secon- dochè tu la intendi , non
torni ad altro , allo stretto dei conti, che al piacere ed al dolore. Tu chiami
affettive le percezioni , che s’ accompagnano di quelle due maniere di essere ,
e perciò non affettive quelle , che non sono nè piacevoli nè dolorose ; ed
aggiugni , che il sentire affet- tivo muove T attività nostra e provoca 1*
azione delle in- tellettive facoltà. Ma niuno eh’ io sappia , infino a qui , ha
posto men- te , nè in considerazione , che il nome affetto ha due si-
gnificanze , quella di atto , e quella di potenza. La Cru- sca non lo notò ; ma
tu ben sai che i compilatori parti- vano con disonesto divorzio le Lettere
dalle Scienze ; e quindi non si brigavano gran fatto di filosofia. Non os-
servarono perciò , che gli Scrittori , che al buon tempo fiorirono, seguaci (1)
più del cuore che delle opinioni, usavano questa voce con amendue i sentimenti,
senza con- fondere T uno coll’ altro , a quel modo che noi ancora adoperiamo i
nomi di mente , intelletto , fantasia , imma- ginazione , volontà . F. Cavalca
nello Specchio di croce Cap. 1. dice : < 11 nostro affetto ha sei movimenti
, cioè ad amore, ad odio, a dolore, a gaudio, a timore ed a speran- za » .
Cotali movimenti , come vedi , hanno ciascuno i lo- ro nomi particolari ; ma vedi
ancora eh’ egli hanno a co- mune quello di affetti in quanto sono atti , e il
nome di affetto in quanto procedono dalla potenza medesima. Ora i nomi di
piacere , di dolore non si usano mai , se non col semplice lor valore
indefinibile , il quale è (1) Pigliavano questa voce cuore a significare la
parte più intima e accesa dell' anima. * 2*20 sempre una condizione passiva
dell’ animo umano. Questi nomi non vagliano mai , se non m’ inganno , nò forza
, nò potenza , o facoltà , o virtù : non vagliono mai operazione alcuna , che
noi sentiamo di fare. Sono in ogni circostan- za due modi che V anima riceve ;
che 1* anima sperimen- ta , due effetti , i quali o vanno innanzi alle
operazioni d’ ogni facoltà , o procedono da esse , o le seguono. Dico d’ ogni
facoltà , perocché vanno di conserva co- gli atti di tutte; nè io trovo sia
vero quello, che tu affer- mi § 1. N. 2. » Che le forme astratte del pensiero
non sieno eccitanti di per sé, non sieno nè piacevoli nè dolo- rose ». A me
certo piace 1 ’ astrarre e il genereggiare , e molto più allora eh’ esso mi
conduce passo passo inGno a’ sommi principii , dalla cui altezza mi si apra
davanti vasta scena di paese nella regione dello scibile, troppo ampia ad ogni
uomo. Anche mi si genera dolore a una col piacere , se troppo a lungo io
protragga cotale opera- zione : tristo argomento dell’ umana miseria. So che il
piacere e il dolore sono due condizioni del- la sensitiva ; so che chi viene
forte passionato , agevol- mente e di subito , o dall’ uno o dall’ altro ,
appellasi sen- si tivo. Ma la sensitiva non isperimenta e non òpera sol- tanto
il piacere od il dolore : per essa apprendiamo anco- ra le cose che sono fuori
di noi : abbiamo per essa ogni maniera di percezioni : anche per mezzo di essa
ci for- miamo le idee degli obbietti de sensi. Oltre di che piacere e dolore
non sono così una condizione della sensitiva , che alla condizione medesima non
sia sottoposta ciascun’ altra facoltà , e maggiormente P intero esercizio e
commovimento di tutte insieme. Parmi quindi di poter conchiudere , dover essere
I’ affetto ben altro da ciò che appelliamo piacere c dolore . Veramente il Sai
viali in una sua Lezione sopra la •m speranza, volendo imporre un nome comune
al piacere c al dolore , li chiamò ajfeii i , traendo questo vocabolo dal- I’
aflicere de’ Latini , che vale indurre nell' animo alcuna immutazione o
disposizione buona o rea. E due secoli prima di lui anche il Passavauti nel
Trattato de Sogni in sul principio lasciò scritto : » Secondochè la persona è
più o meno affetta e passionala, intervengono varii e di- versi sogni » : dove
ognuno vede , la voce affetta stare in luogo del participio latino; la quale,
trasformala in nome italiano, valer potrebbe , siccome piacque al Salviati,
quan- to immutazione o disposizione indotta nell’ anima da cosa che sia fuori
di quella. Nè mi spiaccrebbc che il nome affetto con tale significato s’
allargasse a piacere e dolore , poiché sempre passiva sarebbe in tal caso la
condizione dell’animo da quello significata; ma temo non acquistasse ambiguità
nell’ uso , vizio da fuggire in ogni ragionamen- to , ma in quelli soprattutto
di filosofìa. A ogni modo , sia vero e fermo , che il nome di affetto ,
riguardato siccome facoltà , non è un accidente , che agevolmente d' uno in
altro si tramuti , qual e il pia- cere ed il dolore. Le facoltà sono forza ,
sono proprietà dello spirito , nè mai si possono , perchè parli integrali ,
partire da lui , o segregare, o venir meno. Di ciò parmi rendano testimonianza
sì gli atti intimi dell’ affetto, i quali sol per prova intendiamo, e sì ancora
le affezioni, che di fuori appaiono ne' reggimenti della gente, le quali
affezioni in quanto sono parventi, appellar si potrebbono il visibil parlare
dell' affetto. Perocché, se poniam mente c raccogliamo noi a noi medesimi, ci
accorgeremo, eh' egli dentro noi è ognora operoso , fattivo , efficace : egli
non ha mai posa , non mai si sciopera: sempre è mosso, sempre muove: egli è la
vita dell’ anima. ÌÌS Di che avviene, che ov'egli talora illanguidisca, anco di
fuori la persona langueggia (I), e si discolora, trae le membra a fatica , e
pigramente muove i passi. Ma se ira lo incenda, sì il corpo a simile s'
infiamma di mal fuoco; non cammina , ma tragettasi. Dov' egli sia efTemminato e
guasto, anco nelle vesti e nel portamento appaiono i lezii, e le morbidezze. S’
egli è concitato ed acre, i passi pure (annosi veloci e frettasi. Per lo che ne
sembra, che il ve- stire dcU‘uomo,lo sguardare, il gestire, lo stare, il muo-
versi, il suo entrare, mostrino come fatto sia dentro il suo affetto; intanto,
che crediamo incontrarci ad uno adi- roso, s'egli ha lo sguardo acceso, e
allargate le nari ; ad un superbo, se porta alto la testa, arcato il ciglio,
im- pettita la persona; ad un frodolsnto, se gli occhi sbie- cano, e ti paiono
temere, e mirin pure a terra. Io tocco di questi particolari , perchè da essi e
da altri infiniti io argomento verissima quella famosa dedu- zione di Socrale.
Non ti gravi eh’ io qui la ripeta colle parole di Cicerone Tusc. V. 16 .
trasmutate nel moderno latino. Perciocché quel principe della filosofia
discorreva così : » Quale si è l’affetto di ciascun animo, tale essere ciascun
uomo ; quale poi lo stesso uomo è , tale essere il suo parlare : e sì alle
parole simili i fatti , ai fatti la vita. - Ma V affetto dell’ attimo nell'
uomo buono è lodevole; anco dun- que è lodevole la vita dell' uomo buono ; e
quindi pure one- sta perchè lodevole: di che si conchiude essere beata la vita
de’ buoni > . L’ affetto adunque ha potenza nella intellettiva, nel-
l'ingegno, nella immaginativa, nella memorativa, nella volontà in tutte facoltà
umane. Al leggere quello clic in Langueggiare. La Crusca marchia di V. A.
questo verbo , sostituisce Languire: Don intese che diversi gradi può avere
l'affetto medesimo. più luoghi ne dice Socrate in Platone , panni vedere, che
siccome il sole educa e governa ogni cosa in sulla terra ; cosi 1* affetto
tempera e suggella di sè l' intero mondo del- le umane operazioni. Ma l’
affetto medesimo , al modo stesso che la volon- tà , produce alti intra loro
contrari , siccome dimostrasti tu ancora ne' tuoi discorsi, dotti veramente e
profondi. L' uomo lascivo e dissoluto trova piacere nelle lascivie e
dissolutezze; 1’ uomo temperante c savio trova piacere nel sommettere il talento
alla ragione; gli affetti di questi due uomini sono certamente l'uno all'altro
contrari. Trovi tu la stessa contrarietà nel piacere che amendue sperimenta-
no? 11 nome di piacere ha il significato medesimo, e lo consideri da sè nel
dissoluto, e lo consideri da sè nel temperante. Che dunque, parmi che qui tu mi
domandi, che dun- que sarà egli quest’affetto che vuoisi nomare facoltà? Che il
piacere ed il dolore, s' eglino non sono affetti della nostr’ anima ? Quand' io
avrò inteso le difese che tu farai contro le obbiezioni , eh’ io fui ardito di
fare contro 1' opinion tua, sì piglierò animo ad aprirti in ogni sua parte il
mio pensiero. Questo intanto, eh’ io ti ho scritto, abbilo in prova, che ti è,
come ti fu sempre Sincero Antico TAVERNA Piacenze T. ALI/ AMICO Sl’O
DILETTISSIMO TAVERNA Molto mi c caro ogni tuo cenno : epperò con animo
dispostissimo accolgo questa occasione che mi porgi , di favellarti di quel mio
lavoro intorno all* affetto , al quale poco più pensavo, trovandomi ora tra
mano materia astru- sissima di Metafisica, che vuole ogni mio studio, e di
tanta malagevolezza che vi perdo le forze , onde mi bisogna prender fiato. Mi
sarà di utilissima distrazione questa ; c perciocché molto mi diletta d’
intertenermi teco , vengo , senza più, a dirti quello che mi pare delle tue
acute os- servazioni intorno all’ affetto . E primieramente ti dirò , che io
consento , come tu pensi , essere la lingua il più diritto testimonio , c lo
specchio più fedele della mente e del sentire comune. Ma non posso contentarmi
a quello che tu dici ; che soltanto i fatti della mente e del sentire comune
siano materia ed obbietto alla Filosofia. Questa parmi che studi 1' estere e le
sue correlazioni, come lungamente ragionai nel proemio de’ miei discorsi
intorno alla Filosofìa della Mente ; e
se tale è il suo alto soggetto, tu vedi quanta piccola parte siano dell' essere
1' umana mente ed il sentire comune , perchè possano pretendere d' essere essi
soli materia ed obbietto alla Filosofia. Pur sia questa limitazione; io non
metterò innanzi maggiori ragioni per distenderne il domi- nio, e, sebbene di
mala voglia, mi accomoderò alla Filo- sofia impicciolita così. Ma anche posta
tra sì brevi confini, parmi non bene avvisino coloro, i quali mantengono, che
per cogliere quel vero, basti guardar pure nel linguaggio. Certo che la lingua
ci testimonia il pensare comune; ma quando noi conosciamo il pensare comune ,
conosciamo per ciò il vero , o non più spesso gli umani smarrimenti ? Apri il
vocabolario: che vi trovi ? sfrego ne, stregare, divi- nazione, augurio,
invasamento ed altrettali baie e diavole- rie, che fecero lungo tempo il male
degli uomini, e che ti provano non la verità, ma l’umana ignoranza; di che ci
vennero le superstizioni e il pessimo vivere, e tutte quelle travagliose
credenze che guastano quel po’ di bene che la Providenza ci consentiva,
dotandoci della ragione. Per la qual cosa è a dire, che quando pure noi
conoscessimo tut- te le lingue che furono da che il mondo è, e che tuttora si
parlano, sempre ci resterebbe a cercare, se quello che elle significano, sia o
non sia; cioè a guardare nell’essere, dappoiché le parole sono più spesso
significative delle umane fantasticaggini che non dell' essere. Aggiugni anco-
ra, che anche quando bene incontrino, sì che li mettano (1) Della Filosofia
della Mente. Discorsi di T.. -Piacenza dai Torchi Del Majno 1836. 232 pensiero
della verità, però che le cose hanno molte parti che sono sfuggite ai primi
osservatori , sempre t’ incumbe di studiar nelle cose , non pure per
assicurarti del vero , ma per distendere il tuo sapere. Conchiudo pertanto, che
le lingue ci mostrano bensì quello che hanno pensato i diversi popoli che le
parlano ; ma siccome quello che han- no pensato , e con parole espresso , non è
assai volte la verità, non è da fare fondamento in su quelle significanze, ma
tutto verificare guardando pure nell’ essere. Queste cose io ti noto per
muoverti sempre più a dichiarare quel tuo pensamento, il quale, comechè a me
sembri falso nella sua generalità, e ad altri possa parere strano , sono certo
nondimeno che , stretto tra più brevi confini, la tua penetrantissima sagacità
ce lo mostrerà poi un bellissimo concetto, e degno che si consideri matura-
mente. Ora vengo al principale della tua lettera, e che mi tocca davvicino
assai, poiché non si tratta meno, per me, che d’ avere scritto tre volumi
intorno all* affetto, e d’ a- verne fallito 1’ intendimento. Non è piccolo
affare questo, e ci bisogna ben maturarlo. > Nella tua Introduzione alla
Filosofia dell’Affetto, mi scrivi, ... mi è paruto vedere, che I* affetto ,
secondochè tu la intendi, non torni ad altro, allo stretto de’ conti, che al
piacere ed al dolore > . Questo, che a te è paruto vedere, a me è
nuovissimo, che pure pensai non poco quella Introduzione. In essa , dopo non
leggero studio intorno alle leggi che governano T umana sensitività, in sulla
fine dico apertamente: » Noi siamo ar- rivati all’ ultimo paragrafo d’ una
Introduzione alla Filo- sofia dell’ affetto; nè però sappiamo ancora che cosa
sia affetto. * E riconducendo il leggitore a ripensare le verità d’
©sservazione, che già aveva notate, mi continuo : » Noi abbiamo veduto, e
sappiamo per intimo senso, che tutta 233 la nostra esistenza consiste iu due
maniere, cioè nelle im- pressioni ed ancora nelle operazioni die non ci toccano
nè di piacere nè di dolore, e nelle impressioni ed opera- zioni che ci
conducono a sentire 1’ uno e 1’ altro. Consideriamo hene questa importante
classificazione dei nostri modi d'essere. L’ affetto non è apatia: egli dun-
que deve trovarsi in quella condizione che ci procaccia piacere o dolore. Ma
non pertanto non è nè questo piacere, nè questo dolore. Poteva io più
chiaramente dire, che il piacere e il dolore soli non costituiscono 1’ affetto?
Che cosa è dunque l'affetto a parer mio? Eccotelo : » fc il sen- timento del
piacere e del dolore che muove il volere. La parola affetto esprime un’ idea
composta , che è lo stato dell' uomo, quando, tocco di piacere o di dolore,
muovesi a volere : cioè inclina, si piega, volgesi ad una cosa , o se ne ritrae
» . In questo inchinare , o ritrarsi dell’ animo, tu devi riconoscere qualche
cosa più che non sono le pure sensazioni del piacere e del dolore. Questi
sarebbero tut- to al più le corde del tuo Dante e ancora i morsi ( Para- diso
c. 26 ) , ma non I’ affetto che per intima virtude sor- ge in noi. (1) Questa
divisione a le non garba ; e trovi non essere vero quello che io nel § 1 , N. 2
dell’ Introduzione affermo , cioè : - Che tra le tante maniere deli’ essere
nostro ne troviamo che non sono altro che nude rappresentazioni di cose
intelligibili, forme astratte del pensiero, puri concetti di convenienze
ideali, non eccitanti di per sè, nè mischiale ad alcun sentimento piacevole o
doloroso-. - * Ma , se- condo che tu avvisi, il piacere c il dolore sono modi
che vanno di conserva cogli atti di tutte le nostre facoltà • - Eppcrò quando
tu , sguardando il letto d’ un torrente , giudichi I’ un sasso piè grosso dell’
altro, I’ uno essere cenerognolo e verdiccio l’ altro; quando pensi il tre e il
sette, e raccogli che sommano dieci ; quando infine in mille altre correlazioni
di simil fatta eserciti la tua estimativa, l’ animo tuo deve godersi in questa
esercitazione. Io non ho mai provato di tali dolcezze, nè qui voglio
ragionarne, perchè a lungo ne parlai nel § 4. della mia Introduzione. 234 E qui
m’ avveggo d’ aver toccata una corda che ben grata ti suona. > Niuno, mi
dici, eh’ io sappia, infmo a qui ha posto mente, nè in considerazione, che il
nome affetto ha due significanze, quella di atto, c quella di po- tenza ».
Atto, e potenza!! Amico mio, hai pronunciato due grandi parole; ma tu non
vorrai ch’io rinnovi dispe- rata fatica che lunga pezza mi ha fatto pensoso, e
tuttora mi fa macro. Atto, e potenza! non è questa tutta la Filo- sofia? Così
l’uomo potesse aggiugnerla! Ma io sentendo, dopo inutili prove, quanto era
scarso a tanta altezza, nel- le prime facce della mia Introduzione dichiarai,
che non mi sarei messo in questo pelago. Onde, sebbene aman- tissimo della
parte ontologica dell’umano sapere, e desi- derosissimo d’ internarmivi per un
ragionevole istinto, che ancora mi punge dopo le mie cadute , rivolsi 1’ animo
a considerare i modi del nostro sentire, » e in questo in- tendimento ( p. 16 )
mi confortai di tentare un abbozzo della storia delle nostre affezioni e
passioni, adoperando- mi in ispezialitù nel rintracciare a quali impressioni
diret- te, a quali combinazioni d’idee esse rispondono, e per quale
concatenazione i modi affettivi del nostro sentire s’annodino gli uni cogli
altri, e si derivino». Ma questo , che io non potei , ho ben ragione d’ aspet-
tarmi da te; e tu vorrai bene mostrarmi sino alle ime ra- dici di che sorge 1’
affetto, mostrarmelo come una forza sempre viva, sempre operante, in somma come
la vita dell’anima, e quale io provo inestinguibile per te, a cui sarò sempre,
con sincerissimo cuore. Amico fedelissimo. 0 * Di casa NOTA DEI COMPILATORI La
Strenna ha accolto volontari queste lettere , si per la gra- vità ed importanza
delle cose quivi discorse , e sì perchè è in esse un esempio raro e imitabile
di queir urbanità squisita che dovrebbe trovarsi in tutte le discussioni
scientifiche o letterarie. Tanto discordar d' opinioni, e non una parola amara
, non un motto che riveli la più leggera commozione ! ... Mundum tradidit
dispulationi sapientum. - Queste parole non furono mai abbastanza meditate e
intese : ma se verrà dì, che lo siano, si comprenderà allora che il discordar
di pen- sieri ( massime in materie speculative e astratte ) dovrebbe essere
incitamento di benevolenza, non, coinè troppo spesso accade, pretesto a
dispregi o ad ire aspre e incivili. Tetta , Tom . f. Iti t ALLE OSSERVAZIONI
sull’ introduzione alla filosofia dell’ affetto ni T. PIACENTINO INSERITE NEL GIORNALE
ARCADICO DI ROMA Questa risposta viene
molto tardi! - Lo so, e duol- mene. Ma io non poteva rispondere prima di sapere
la proposta. Fu il eh. signor professore B:\ldassare Poli di Milano, che in una
sua cortesissima del 6 Aprile 1831, per incidenza, mi toccava, che nel Giornale
Arcadico era discorso della mia Introduzione: e, siccome non credeva di dirmi
una cosa nuova, mi taceva l’anno e il mese. Tosto diedi opera per averlo, e non
fu piccolo «favore della fortuna, in tutto il rigore del termine, che il
potessi tro- vare qui, dove nissuno è associato. Eccovi soddisfatto. • Dirò ora
intorno le Osservazioni del censore; che vi ri- spondo alla buona , e come
getta la penna , perchè non penso di dovervi mettere più studio che in una
conversa- zione: tanto le cose che vi sono discorse, mi paiono legge- rissime ,
anzi tali che molto volentieri le avrei trapassate , se una sottile malignità
non vi fosse dentro , colla quale non mi amicherò giammai. Non vi aspettate
dunque nè quell’ordine, nè quelli operosi legami che fanno bella uua scrittura.
Fate conto di leggere una gazzetta, dove, dopo una battaglia che si è data a
san Domingo , vi si narra Digitized by Google 240 una festa di ballo a Parigi.
Io anderò saltellando (i) , co- me va la mia guida. Questa volta mi trovo in
compagnia ; e quale , voi lo vedrete , che sono per dirvi il viaggio. 2. Dopo
un esordietto , ov’ è parlato dei gravi danni che recano certi libri , tanto
più perniciosi » se 1* errore » vi serpeggi nascostamente , se le rette
intenzioni del- » T autore , se la verità di alcuni principii , la giustezza »
di varie riflessioni , alcuni tratti di genio si concilino » il lettore » , il
giornalista parla di me , e dice : » Tali » pensieri ci occorsero alla mente,
leggendo 1* Introdu- » zione alla Filosofia dell’ Affetto del signor Alfonso
Testa» ( si è messo in una gran paura ) ; » e , vedendovi uno » scrittore che
ama il vero e lo cerca , ma che da prin- » cipii attinti a certa scuola viene
trascinato di sovente » ad errori troppo funesti, desiderammo che alcuno chia-
» mar volesse a disamina il libro di lui , e , distruggen- » do quelle massime
che alla fatale influenza si deb- » bono
d* una filosofia straniera , premunisse 1* incauta » gioventù contro il veleno
che, senza volerlo (e noi .di » questo non dubitiamo ) , le viene presentato da
uno sti- » inabile attore. Ma , quanto bramosi di vedere un tal la- » voro
eseguito da qualcuno che in simile argomento fos* » se giudice competente,
altrettanto, e forse più, eravamo » lontani dal volerci assumere cotesto
incarico , anzi dal » solo stimarcene capaci. Se non che eccitati da tal »
persona, cui nulla sapremmo negare, c udendo le molte » lodi che a questo libro
si donano , ci siam pur risolti » ad esporre alcuni nostri pensieri intorno ad
esso » . (1) Era mio pensiero di fare una risposta che potesse essere intesa ,
in tutte le sue parti , anche da coloro che non hanno sot- V occhio la mia
Introduzione ; ma riuscivami lunghissima. (2) Fatale! Avete dimenticata la
Providenza? Lasciatela ai poeti che hanno anche il fato. 241 3. 11 veleno
adunque che è nel mio libro, e, peggio , le Iodi molte che gli si danno , e che
il fanno ancora più pericoloso , mi muovono contro il giornalista ; avvegnaché
non se ne stimi capace. Ma noi vedremo che lo zelo sup- plisce a tutto, e
cresce le forze più che non bisogna. Cominciamo. 4. Discorrendo i mezzi di che
siamo forniti , onde fare la storia delle nostre affezioni e passioni , io
diceva (Introd.): » È nella rivista esatta e scru- » poiosa delle nostre
sensazioni , nell’ analisi dej nostri sentimenti, in una parola, nella profonda
investigazione » delle passate nostre maniere d’ essere , che dobbiamo »
attingere quelle profonde cognizioni, di che abbisognia- » mo a fare la storia
dell’ uomo , in quanto è un essere » senziente e volente • . Ma stando in
questi conGni , mi obbiettavo , non avremo che la storia dell' individuo. Al
che io rispondeva ( Introd. pag. 29 , n. 16):» Senza » dubbio , che , sponendo
i fatti particolari , non si ver- » rebbe a fare che la storia dell' individuo
non graziosa , » e ridevole forse ; ma date una forma (1) di generalità » al
vostro discorso , e voi avrete la storia degli uomini lutti che tronvansi d' un
modo rituali. Sono eglino altra » cosa i generali , che il risultamento di
molte costanti , » particolari osservazioni, vere forinole inventate per soc- »
correre alla debolezza della nostra comprensione ? » « Questa risposta (
soggiugne il mio censore) non sembraci meritare una seria disamina. Chè »
universali non sono formole inventate per soccorrere alla » debolezza della
nostra mente , ma bensì verità eterne e » immutabili , che 1’ uomo può bensì
riconoscere , ma non Il giornalista , il quale non capiva più che tanto , ha
stampato: Vate un’aria di generalità ecc. È stata una di- strazione. 242 »
formare , e che non cesserebbero d’ essere vere , quando » pure ci rimanessero
ignote per sempre » . Qui comince- remo dall’ ammirare 1’ appunto del critico
che mi vuole ammaestrare d f esattezza. Egli pensa che la mia risposta non
meriti una seria disamina; ed io tengo che sì , se non altro per insegnarlo. E
di ciò mi sarà grato, come soglio- no le buone genti insegnevoli ; e il mio
censore è di que- sti. Ricordiamo il proposito: io ho detto : < l generali
so- » no risultameli di molte costanti particolari osservazioni, » vere formole
inventate per soccorrere alla debolezza del- » la nostra comprensione » . Egli
mi risponde, che gli uni- versali non sono formole inventate , ma verità eterne.
Ge- nerali, universali t confusione. Non voglio credere che que- sta sia
maliziosa , e tanto meno perchè il mio censore , tutto zelo e amore del vero ,
non guarda che a difendere I* incauta gioventù dal veleno eh' io le presento.
Non sarà dunque malizia , ma ignoranza. Tanto gli giova. Vediamo- lo
brevemente. Chi ha veduto nell’ umana mente , distin- gue due maniere che sono
la cima del pensiero. Una è la generalizzazione delle idee , che acconciamente
si direbbe collettiva ; e I* altra è delle forme universali . Alla genera-
lizzazione collettiva venne Alfieri , per esempio , allora che , considerando
le comuni qualità dei giornalisti , se- condo lui si poteva dire (Epigrammi,
edizione Del Majno ) : Chi dà fama ? 1 giornalisti. Chi diffama ? 1
giornalisti. Chi s’ infama ? 1 giornalisti. Digilized by Google 243 Ma chi
sfama I giornalisti? Gli oziosi, ignoranti, invidi , tristi (1). Ecco un
risultamento di particolari considerazioni , una generalizzazione collettiva.
Alfieri f ha detta, lo non la di- rei. Perchè non si deve togliere pane a
nissuno, nè legare la bocca al bue che rumina , e molto meno a chi è mosso a
scrivere da tal persona , alla quale non potrebbe negar nulla (Un. 21 ).
Simiglianti a queste sono tutte le generalizzazioni alle quali 1‘ uomo è venuto
, conside- rando le comuni qualità degli oggetti che gli sono attorno. Ora
dimando : questi generali non risultano dalle partico- lari osservazioni ? non
sono 1’ opera dell’ uomo , un vero suo bisogno per ordinare le sue idee ? Sto a
vedere che il mio avversario mi voglia fare della sua condizione una verità
eterna, immutabile. Se è giovine, spero che ne usci- rà per entrare in una
generalizzazione più lodevole. Ma vi sono gli universali ? Oh! vi sono senza
dubbio , che non sono tolti dal particolare. Eccovene alcuni : ogni comincia-
mento ha una cagione, niuna qualità è senza sostanza, ecc. Di questi alcuna
cosa dissi in una nota alla Filosofia dell’ Affetto. Ma nella Filosofia
Razionale , che ho promesso , distenderommi tanto , che spero di stenebrare la
mente persino del mio critico. Dopo questo ci è inutile tutta la matematica sua
erudizione, dove ci dice: (pag. 134, lin. 34) < Che il quadrato dell’ ipote-
» nusa eguagliava quello dei cateti prima ancora che Pitago- » ra lo
dimostrasse » : e ciò per dimostrare che la verità è sempre verità. Sarebbe
bene che qualche volta non lo fosse. 5. Seguitando in quel suo nebbione, ove
non discer- ne il generale dall’ universale , volge il suo parlare a me ; Qualche maledico vorrà mettere in questo
novero il signore, a cui il mio critico nu«a saprebbe negare. Digitized by
Google u\ e , siccome io diceva che , dopo le considerazioni delle particolari
maniere degli uomini, si veniva alle astrazioni , alle generalità , sì che
quelle cotali considerazioni , che pur sono particolari, ci conducono alla
scienza dell’ uomo, generalizzando prima dentro da noi , e quindi dando una
formola di generalità al discorso, egli , che trova mal fon- dato questo
procedimento , e lontano dalla scienza , mi richiede: « Lascia forse una
proposi- » zione d’ essere particolare, perchè fu scritta in forma ge- » nerale
? » Questa dimanda, direbbe un Francese, me de - sortente. Pare che egli pensi
che una proposizione partico- lare possa scriversi con una forma generale.
Amico mio, se voi mi deste un esempio d’ una proposizione sì fatta , 1’ avrei
ben caro. E non v’ accorgete che dite delle assur- dità madornali ? La lingua
nei buoni pensatori va stretta al pensiero. Una particolare proposizione ha le
sue forme particolari nel concetto , così come nella lingua. Voi non la
significherete mai con una formola generale. Considerate bene la mia
proposizione : io ho detto : c Date una forma » di generalità al vostro
discorso , e voi avrete la storia degli uomini tutti che trovansi d' un modo
situati » . Non dichiarai distesamente questo pensiero, perchè non crede- va di
capitare in un critico di tanto sapere , come siete voi. Ora che la fortuna mi
favorisce, dico a voi , non agli altri che I* hanno inteso , che , onde il
discorso abbia una forma di generalità, bisogna innanzi che l’abbia il concet-
to. Almeno ciò accade in tutti coloro che sanno quello che dicono ( veramente
non sono molti ). Bisogna dunque che la mente discorra le diverse parti d'un
soggetto, le studi, ne scuopra le convenienze , e così si rechi a quella com-
prensione d’ idee che si convengono, cioè alla forma gene- rale; dopo che viene
spedito c forte c sublime il discorso, come si vede in voi, critico mio caro,
quando parlate della Digitized b y Google 245 fatale influenza d’ una filosofia
straniera. Con tale procedi- mento, io diceva, dai particolari ai generali
salendo , noi avremo c la storia degli uomini tutti che trovansi d’ un » modo
situati » . 6. Tanto non basta al proposito vostro , m’ incalza il censore (,
Un. 7 ). * V investigazione che vi siete » prefissa , versar deve su quelle
inclinazioni che , essendo proprie della nostra natura, si conservano in ogni
tempo, io ogni luogo, sotto qualunque circostanza , vale a dire , » abbraccia
tutti i modi in cui gli uomini si possono ritro- vare » . Io non mi sono mai
proposto queste stolidezze. Tranne V abborrimento al dolore , io non trovo
altro di continuo nell* uomo, se non forse la malevolenza dei tristi verso gli
studiosi. Le condizioni umane diverse hanno di- verse passioni. 11 fanciullo
non sente quello che il giovi- noti) ; l f incredulo non adira al veleno della
mia Introdu- zione, che pur muove sì potentemente il mio censore a far- mi sì
belle osservazioni. Così , discorrendo di faccenda in faccenda, troverete
diversi gli alletti, i quali vanno studiati dove sono , cioè secondo che gli
uomini sono situati (1). Passioni che sieno così proprie della nostra natura ,
che si conservino in ogni tempo , in ogni luogo , sotto qualunque circostanza,
io non ne trovo, Y ho detto, tranne l v odio nei tristi. 7. Ma queste sono
ancora bagattelle verso gli erro- racci che il mio critico mi rimprovera. Oh !
io sono stato un gran babbionc; ho creduto in fino a qui che per cono- scere 1*
umano affetto si dovesse cercare il nostro sentire : ma il critico mi assicura
in sua coscienza, che basi ben diverse e più ferme aver deve una (1) Non sono
contento di questa espressione, che non è italiana; ma P ho messa, e non saprei
mutarla che andando per le lunghe. scienza , alla quale devono attingere la
legislazione , la • morale e la politica». A questo discorso, in verità, spa-
lancai gli occhi; perchè, a dirvela , dopo aver camminato tanto in quella
strada , e , penso , molto sicuramente , mi pareva un sogno che dovessi aver
fallito allo scopo. Ma sia : sappiamo ora un poco dall’ anonimo censore quali
siano i mezzi che « naturalmente conducono alla scienza • acuì devono attingere
la legislazione , la morale eia • politica, e che fino ad ora si è chia- » mata
etica o filosofìa morale » ( intendete bene: la scienza, a cui deve attingere
la morale , si è chiamata filosofia morale. Bravo !!!). « Quelli , mi risponde
, che per disposi- • zione dell’Onnipossente (1) servono di naturai regola a »
ciascheduno. Questi sempre si conobbero, si praticarono» ( bisogna dire che 1’
anonimo non abbia letto istorie , e ignori il mondo presente e , peggio, la
Bibbia ) « e questi » mezzi, che servono di naturai regola a ciascuno, i
filosofi » ridussero a scienza , fondandola sulla investigazione del » fine a
cui 1’ uomo è fatto , e dei mezzi che gli son dati • per conseguirlo, vale a
dire, le sue facoltà, le sue indi- » nazioni , i precetti della legge naturale
» . Analizzando questo passo , trovo più spropositi che parole. Veggo i mezzi
che servono di naturai regola a ciascuno ( credo i precetti naturali ) ,
ridotti dai filosofi a scienza , che essi fondarono sull’ investigazione dei
mezzi che sono dati al- 1’ uomo per conseguire il suo fine , cioè i precetti
della legge naturale. Eliminando il cianciumc , trovo : i precetti naturali
fondati dai filosofi sui precetti della legge natura- le. Questi filosofi saranno
stati i maestri dell* anonimo. Si vede che ne ha profittato: oh ! è stato
lontano dagli errori (i) Disposizione dell' Onnipossente ! La legge naturale
che è nell' assoluto immutabile ! Basta. Questa proposizione si può inten- dere
anche bene , ma bisogna tirarvela. Digitized by Google 247 funesti, anche dalla
logica. Ciò non importa. Quello che io voglio notare si è, che in quel
garbuglio di discorso, come in un nuvolone, veggo accennato , che i filosofi
fondarono la scienza ( diciamola etica o filosofia morale dopo le belle
scoperte dell’ anonimo ) sull’ investigazione delle incli- nazioni dell’ uomo,
come mezzi per conseguire il suo fine. Queste benedette inclinazioni , queste
passioni , Y affetto insomma bisogna dunque conoscerlo, e per conoscerlo bi-
sogna sentire. Chi non vede che per conservare e di- ti) Io diviso (
Introduzione) I’ ideologia propriamente detta dalla scienza dell' afTetto , e
questa dalla morale presa in sen- so stretto, come quella che regge la volontà
co' suoi precetti, e ap- prezza il merito delle umane azioni : dico , I'
affetto doversi studiare nelle modificazioni nostre in quanto sono un piacere o
un dolore , nelle combinazioni delle idee, nelle tante maniere di giudizi, in
ciò che ci fanno provare sentimenti , che svegliano il desiderio ; e un tale
studio essere la secouda parte della scienza dell' umana vita. A tale discorso
si leva il censore, dicendo: w E questa il signor Testa intende di trattare
nella sua Introduzio- n ne, o piuttosto di creare ; giacché i filosofi , cosi
indefessi nello r> studio dell' intelletto umano, I' hanno fin qui
trascurata. Due spropositi sono qui : 1.® Io ho sempre creduto che nelle
Introduzio- ni le scienze si apparecchiassero, non si trattassero. In secondo
luogo , dopo aver detto che questa scienza veniva in noi per lo stu- dio del
nostro sentire , come poteva io intendere di crearla ? No , le storie non si
creano , censor mio , se non fossero di quelle che for- se vi fruttano di
trovare il contento su questa terra. Non posso dire tutto d' un fiato. Verranno
le prediche. (2) L* anonimo osservatore in una nota del suo articolo si lamenta
che io uso sì spesso ed in certi rasi questi « parola sentire , che non sempre
si vede, se intenda parlare d’ una « sensibilità fisica o spirituale *. Ma s’
egli non esce di quella sua grossa nebbia , non isperi di veder mai chiaro. Io
ho sempre cre- duto che una sola fosse la sensibilità. Non sono diversi che i
modi d' eccitamento ; i quali ora sono una corporale condizione , ora ope-
razioni del giudizio , come ampiamente ho spiegato nell' Introdu- zione.
Digitized by Google 248 rigere una macchina qualunque , fa mestieri saperne l'
in- gegno ? Certo il facchino carica un orologio senza cono- scerne le parti ;
ma , se si guasta , noi raggiusta. L' uomo è quest* orologio. La legislazione ,
la morale , la politica il governano. Ma , se sconcertasi , chi il conduce più
all’ ora giusta ? Colui che ne conosce le molle. 8. Veniamo al paragrafo terzo
della mia Introduzio- ne. Qui cominciano le dolenti note e le paure , qui il
ser- pente , tra I’ erbe e i fiori guizzando , viene a voi , o in- cauti giovani.
Voi fortunati però che I' Angiolo del Signo- re vi salverà : sì , il mio
censore s’ è levato in vostro soc- corso: » Amor lo muove, che lo fa parlare ».
In quel pa- ragrafo , dopo aver messa là una mia opinionuzza per ispiegare la
nascita dei sentimenti morali , dico : » Le » morali affezioni , secondo che io
le veggo, così come le » sensazioni , dipendono da movimenti operati nella no-
» stra macchina » . E ( siccome io prevedeva che un qual- che anonimo dotto e
zelante, come il mio censore , avreb- be potuto gorgogliarsi nella strozza , e
poi tondo sputare fuori : ve' il materialista ) aggiugneva in una nota » che
non bisogna confondere 1' anima col risultamenlo del- I* organizzazione ; che ,
se cerco nel corpo 1’ origine di » ciò che tocca l’ anima , si è perchè 1’
esperienza mi pro- » va che, per le leggi dell* unione, qualunque volta 1' a- »
nima adopera, n’ha sua maniera anche il corpo, c così » è converso,
l’impressione del corpo all' anima si reca» . li mio censore non grida al
materialista ; ma , siccome è accuratissimo, pargli che nelle mie parole non
abbia messa abbastanza di esattezza ; < tanto » che , dice egli , facilmente
si potrebbero da qualche » lettore condurre Forse a peggior sentenza eh’ ei non
tenne » . Per la qual cosa egli s' è messo in testa di fare diritti i Digitized
by Google 249 miei pensamenti , e darmi la sua misura. Stiamo freschi ! pure
vediamo. > L’ origine di ciò che tocca I’ anima { ci dice), è nell’anima
stessa, e non » nel corpo, dove la cercale voi : il sentire medesimo trae
origine dall’ anima -, altrimenti non è che una materiale alterazione dei
nostri organi » . 0 fortunata I' esattezza ! questa ci risparmierà molle spese
c fatiche. Non sono più a cercare le impressioni di fuori , perchè I' anima sia
toc* rata : questa ha in sè stessa di che venire alle più grandi dilettazioni ,
in lei è 1' origine di ciò che la tocca. Vedete se sono stali balordi insino a
qui gli uomini tutti , veri pazzi che hanno cercato dalla lungi quello che
avevano sotto mano. Siano pur benedette quelle belle scoperte ! 9. Ula il mio
critico ne fa delle più stupende, e molto coerenti allo spiritualismo ; perchè
in logica non la cede allo Stagirita. Per esempio egli ha trovato ( guai se lo
di- cesse Cabanis ) ( pag. 141 , lin. 19 ) » che senza l’ inter- i vento del
corpo non può l’ anima esercitare le sue fa- » colti, che la cognizione stessa
delle verità più spirituali ed astratte , ci sarebbe impossibile senza del corpo
> . Che cosa fanno dunque i santi iu paradiso ? sono chiusi al vero , o
aspettano di vestire la carne onde specchiarsi nell' eterno Fonte d’ogni
verità? Mi dirà eh’ egli parla del- I’ uomo qui su questa terra. E come sa egli
, che è pur sempre nel corpo , ciò che non è possibile all’ anima sen- za il
corpo ? Lo sa , perchè » senza i fantasmi non si dà » nozione. E questo Io dice
s. Tom- maso = » corpus requiritur ad actionem intellectus, non sicut organimi
, quo talis actio exerceatur , sed catione » obiecti : phantasma enim compandor
ad intellectum , si- » cut color ad visum rs ». Oh ! s. Tommaso io Io cono- sco
, e le scuole che furono prima e dappoi , anche quel- la di fatale influenza
che mi mucina ad errori troppo funetti. Dichiariamo I' argomento. Molto innanzi
a s. Tom- maso s' insegnava che le idee si facevano presenti alio spirito per
mezzo di specie , d' immaginette , di fanta- smi. Ma questi fantasmi non usano
ora più cogli spiriti umani , dopo che una filosofìa positiva , che guarda nei
fatti e ne studia le ragioni , ne gli ha cacciati insieme con quelle fantasime
che andavano a Ile tregende , e ingrassa- vano più d’ uno scongiuratore. Ma
queste cose non sono a trattare in questo scrittarello : discorreremole a suo
luo- go con altre quistioni assai di ben altro peso. E allora aspetto il mio
censore per dargli una stretta amichevole un po’ più sul serio. Ora dirò di
quella mia opinionuzza intorno f organo del sentimeuto morale , la quale mette
le male paure al mio censore , che io 1' ho messa là , nou perchè le si
facciano grandi riverenze ( perchè anzi penso in filosofia non doversi riverire
che i fatti , e star lungi dalle supposizioni ) ; ma però mi porgea occasione
di os- servare alcune circostanze dell' affetto , che ho creduto conveniente di
far notare. 10. Tiriamo innanzi dove il mio critico si fa sem- pre più di mal
umore. Alla faccia 52 della mia Introdu- zione ho dato alla testa f epiteto di
forte. Questo aggiun- to lo mette in grandi pensieri : aggrotta la fronte ,
cipi- glio, e severo mi domanda, se io parlo d’ una fisica robu- stezza , o d'
una energia spirituale. Non sentendo rispon- dersi , cerca , studia , e fruga
tanto in quel mio libro , che finalmente trova parlare io d’ una fortezza
fisica , e mi sciorina un passo che trovasi nella nota 25,pag. 103. Eccolo :
> 11 cervello più forte , dico io , non sostiene per sì lungo tempo la fatica
del pensiero , siccome i musco- » li del più debole contadino reggono allo
sforzo che richiedono le sue faccende » . Dopo ciò, grida alla vitto- ria ; »
in senso fisico la parola forte ci sembra assai erronea . E qui mi parla della
rachitide .... ma è meglio che vi dia il passo intero , è un gioiello. Leggete
: » L’ esperienza ci prova che quegli i individui , la conformazione dei quali
è stata viziata dal- la rachitide, sono di ingegno molto più svegliato ed i
acuto , che quegli uomini atletici ne’ quali una robusta complessione ed un
perfetto sviluppo di tutte le mem- » bra fanno supporre che anche il cervello
abbia quella » giusta proporzione colle altre parti del corpo e quel • maggior
grado di perfezione , di cui è suscettibile » . Non ha qui san Tommaso che lo
assista ; ma Bonald lo puntella. È un uomo, questo mio critico, che non sa cam-
minare che colle grucce. Ascoltate che cosa osservava il visconte Bonald : » Que
ce n’ est ni chez les bommes , ni chez les peuples les plus puissamment
organisés , que » se trouve le plus d’ intelligence et d' aptitude aux arts »
de r esprit » . Dopo ciò conchiude
molto acutamente : » Il signor Testa non vuole che fatti, e questi sono » fatti
» . 1 1. Io voglio i fatti , ma , quanto i fatti , e ancora più , voglio una
testa forte che gl’ intenda , amico caro. Ora voi non mi siete questa testa
forte , nè d* una fisica robustezza nè d’ un’ energia spirituale. Chi vi ha
detto che il cervello del rachitico , sparuto e tristanzuolo quan- to volete ,
non sia più forte di quello d’ Ercole , che pas- sava tra gli dei per uno
stolidone ? Forse che la natura si è obbligata a trattar male in tutto , come
fanno gli uo- mini, quei che sono in alcuna cosa disgraziati ? Se studie- rete
la natura , troverete in molta parte la legge dei com- pensi. 11 cervello ....
qui vorrei darvi una bella lezione, ma si trova in Cabanis che avete fulminato:
voi attingete a più pure fonti ; avete , per esempio , un chiarissimo professo-
re di fisiologia che vi suggerisce al caso nostro, cioè, per Titta Tbm. /. 17
Digitized by Google 252 combattere quel mio discorso del cervello forte e dei
muscoli: > Che il cervello è un viscere » di struttura molto più delicata di
quella dei muscoli , e * che nelle meditazioni protratte il cervello è il solo
or- » gano in azione , e lo è incettantcmente ; dove nella fati- ca del più
debole contadino 1’ azione è divisa fra più e » più organi muscolosi , che
alicr nativamente si trovano » in istato di azione e di riposo » . Dite a quel
chiarissi- mo signor professore , che nel cervello sono molte parti , e dirò
anche molti organi probabilissimamente , che tutti non sono in atto , nè
incessantemente ; altrimenti sarebbe in tutte le teste una confusione come
nella vostra : che tanto provasi da noi che studiamo e ci aiutiamo dalla fa-
tica col variare argomento , per esempio , passando da queste noiose
deputazioni nostre alle belle Memorie di Cabanis (1). Ditegli che se non vuol
leggere Cabanis, perchè è un imbecillone , e da mettere in disparte con Locke ,
Conditine e Destutt, gli pro- pongo l' Opera del Dottor Gali > sur les
fonctions du cer- veau » , stampata in Parigi 1' anno di nostro Signore 1823.
12. Qui , lettor mio caro , io devo scusarmi a voi , se vi conduco
tortuosamente. Voi sapete che mi bisogna seguitare il giornalista , il quale
non va sempre diritto , ma torcesi spesse volle , perchè ha una gran voglia d'
esa- minare i veleni e le sorgenti infette. E ne trova spesso , e indraca ;
però scolpando l' intenzione di chi dissuggellò quella pestilenza, e chiuse le
fonti del piacere, come ho fatto (1) Mt Cabanis adoperassi « ad estinguere nel
fango della roa- u teria la celeste scintilla ebe ci di vita e intelligenza n.
( Osserva- zioni sulla Storia d' Italia di Carlo Bolla , articolo S, pag. 353
). In hoc non laudo. S. Paolo. Ma non per questo il chiamerei imbecille, come
ha tetto l' autore di quei!' articolo. Farebbe troppo ridere. Digitized by
Google 253 io pur troppo, pretendendo che i piaceri intellettuali non siano
nell’ esercizio delle intellettive facoltà ( che per lo più è , a parer mio ,
un faticoso travagliarsi della mente nella ricerca del vero ) , ma che ci
vengano dal giudizio che ci mostra le cose essere favorevoli al nostro bene
stare , alle pretensioni nostre , alle nostre aspettative. Che uno speculatore»
( mi grida il censore, pag. 146, » lin. 11), «colla speranza di un esito
favorevole, si con* soli delle sollicitudini e delle fatiche che incontra , noi
» lo comprendiam facilmente. Ma chi intende alla ricerca * d’ una verità ,
qualora per qualche secondario fine noi faccia , ritrovasi in una situazione
ben diversa. Egli » vuol conoscere il vero , e questo vero , cui l’ intelletto
» nostro tende di sua natura , quando chiaro e distinto ci si presenta ; ci
riempie d' una dolcezza e d’ un gau- » dio inesprimibile : e si vivamente ci
commove e tra- * sporta , che non sappiamo come si possa confondere » cogli
allettamenti dell’ amor proprio » . Questa asser- zione non mi mette necessità
di schiarare di più la mate- ria. Nel paragrafo quarto della Introduzione ho
conside- rato in tutte le sue parti questo argomento , ed ho con- dotti i fatti
degli intellettuali piaceri al giudizio di una nostra utilità acquistata o
sperata. Io più non aggiungo, se migliori ragioni non mi muovono. A molte
maniere di utilità ho pure ridotte le altre morali piacevoli affezio- ni , che
qui mi oppone il giornalista , e che sono ampia- mente spiegate e discusse
nella Prima Parte della Filoso- fia dell’ Affetto (1). Onde mi rimango dall’
esaminarle, desideroso delle belle dottrine che il censore mi am- manisce. 13.
Alla Gne del paragrafo sesto della mia Inlrodu- (1) Piacenza, dai Torchi Del
Msjuo, 1830. Digitized by Google 254 zione io dico di voler fare alcune
considerazioni intorno la maniera con che riguardarono il desiderio i tre più
irn- ienti scrutatori dell umano sentire , Locke , Condillac c De - stutt -
Traci. A questo punto il mio critico sciama alla bestemmia, e mi grida la croce
addosso. Ma , prevedendo che io non la vorrò portare, per farmi mansueto , m’
unge di qualche lode. « Diremo ( così egli alla pag. 49, lin. 33 ) » che , per
la stima che abbiamo concepito de* talenti del » signor Testa , ci dispiace
vederlo così ligio a questi uo- » mini » . Ligio ! detto a chi ? ad un uomo che
lì proprio , dove è ripreso, impugna i suoi pretesi signori. Censor mio caro ,
avete voi ben pensato a questa parola ? mi co- noscete voi abbastanza? No.
Sappiate dunque, che, di poi che il sole rischiara questa terra , non vi è
forse stato alcuno più libero , più indipendente e , dirò , più scapolo in
filosofia di me. Tranne le forme universali della ragione e la chiara
percezione dei rapporti delle idee , io non co- nosco altra signoria che a sè
mi tiri , onde persuadermi. Questa è la mia fede in filosofia , e tale viene da
Dio. Ciò nullameno non lascio d’ avere in istima coloro che , per belle
dimostrazioni d’ ingegno, mi paiono valenti, avvegna- ché in alcune parti da me
discordino. Ma il mio critico vorrebbe che io mettessi più stretti confini alla
mia esti- mazione; ne vorrebbe tolti i Locke, i Condillac, i Destutt » i quali
( dice egli) sarebbe ormai tem- po di lasciare in disparte insieme al Cabanis ,
il coetaneo » della natura » . Perchè il lettore intenda questo bel sale , deve
sapere che nella mia Introduzione dicevo di Cabanis : « Che , fattosi coetaneo
della natura , » ha cercato di penetrare l’ indirizzo che prendevano le »
molecole primitive, onde organizzarsi » . Questa lode par- gli ridicola : ad un
altro ( il signor Cavedoni ) pareva un titolo non meno falso che ridevole.
Questi due giornalisti hanno una gran voglia di ridere. Vedremo. Qui mi biso-
gna contare una storiella. - Sono pochi giorni che un mio amico tra mesto e
allegro venne a me , e , spiegandomi una sua cartuccia, mi diceva : Qui è
parlato di voi: è cosa del Giornale di Modena. — Modena ! Giornale ! risposi
lui un po’ ammirato ... Oh ! sì sì , capisco , si stampa uu Giornale in quel
paese. Mi ricordo la risposta di Melchior- re Gioja indiritta agli Ostrogoti.
Date qua — . Prendo e leggo ... « In un tempo così infelice che si vorrebbe una
filosofia ateista , in un tempo che ad un Cabanis si dà il » titolo non meno
falso che ridevole di coetaneo della na- tura ecc. » G qui si cibi la mia
introduzione in quel libro delle Memorie di Religione , fascicoli 49 e 50 ,
pag. 66. Pensate quale io mi rimasi , vedendo come due begli in- gegni erano
venuti nello stesso pensamento. Si potrebbe , richiesi T amico , sapere chi
fosse il primo ? - Molto si di- sputò, rispose, chi di Newton o di Leibnitz
fosse il prillo trovatore del calcolo delle differenze infinitesimali: qui se
guardiam alle date ... Oh ! bene bene. Io non vi fo differenza ; li credo
ambedue capaci , perchè nelle buone teste sono i semi del vero, e vi fruttano
assai, ove buona volontà li secondi. Io penso di appaiarli , e ad ambedue
rivolgo il mio parlare per punta. Cabanis coetaneo della natura . Se bene
intendo V italiano , ciò vuol dire che col pensiero si è recato a considerare ,
innanzi che fosse , la formazione degli esseri con una sublimissima astrazione.
Per egual modo io direi di Mosè, che si è fatto coetaneo della creazione ,
quando ci distende i cieli e ci mostra I* opera dell’ eterno Valore (1). Dov’ è
qui la falsità ? dove la ridicolaggine ? Ma questo Valore ! Sto a vedere che , per duo aver detto
Dio , sia messo nel novero degli atei. Per me, Dio , Valori eterno , Fona
sostanziale a sè , sono la stessa cosa. 256 poco importa : se siete ridicoli ,
voi lo vedrete. Ho bene altre cose a dirvi. Io devo ora predicare a voi ,
signor Cavedoni , ed alla maschera dell’ anonimo. 15. La sapienza che muove
dall’ alto , è pacifica , ar- rendevole, piena di misericordia, pacifica ...
suadibilis ... piena misericordia , san Giacomo , epistola cattolica, cap. 3,
v. 17. Tale fu quella di san Paolo , il quale in Atene, ab- battutosi ad un
altare ov’ era scritto - allo Iddio sconosciu- to - prese di ciò argomento del
più bello esordio che mai sia stato in testa d’ uomo. Non disse, predicando
loro , ai cani di gentili, alle serpi, alle vipere ; ma cs o ben nati e valenti
Ateniesi (I), viri Athenienscs , ho veduto, passando per qui , levato un altare
a un Dio che non conoscete ; e questo sono io venuto ad annunziarvi, ss E a ciò
compiè molto cortesemente, e tanto che dei loro poeti 6i fece stra- da a
dichiararlo : sicuti ci quidam vestrorum poetarum di- xerunt ( Act. Apost.).
Vero è che, indegnato con- tro Elima (Act. Apost.), lo percosse di cecità. Ma
tanto giovava ad aprire gli occhi al proconsolo ; nè fu che per un certo tempo.
Perchè, invece di vilipendere e bestemmiare , quasi energumeni , i traviati ,
non vengono ora con parole di dolcezza a ricondurli i zelatori? Si pen- sa
forse di guarire i ciechi , cacciandoli nell’ oscurità del vitupero? Annunziate
loro con carità quel Dio che non conoscono. Imitate san Paolo. — Ma essi ci
maltrattano , ci disprezzano, adoperano a seminare lo scandalo. — Eb- bene ,
voi fatevi forti nella pazienza e nella carità. La ca- rità vince tutte le
cose. Se essi seminano lo scandalo , voi seminate il buon esempio. Ma ,
opponendo sprezzo allo sprezzo con sì poco giudizio , ira all’ ira , si
moltiplicano gli scandali , non si giova alla santità della causa. — Ma Non so
tradurre meglio quel viri. lodarli, averli in islima , come fate voi ! — Come !
non si potranno lodare ove sono lodevoli? Dunque diremo che il cervo non è più
veloce della testudine , perchè ci offende colle sue corna ? che Locke non ha
più ingegno di Riba- deneira, e Rousseau non è più grande scrittore del padre
Croiset, perchè ci sono contrarii ? Ma , lodandoli , invi- tate l’ incauta
gioventù ad attingere a quelle fonti — . E pensate voi , che , chiamando
Cabanis imbecille , come ha fatto 1* autore dell’ articolo che ho citato , si
premunisca r incauta gioventù contro il suo veleno ? Così si mostra la propria
ignoranza , e non si acquista fede al proprio detto. Quando i giovani si
specchieranno in quella fonte , che rende sì deformi le vostre postille, per
quel volto che vi recate di adirosi , essi conosceranno , se furono bene
istruiti , come si nasconde il vero a chi si ferma nelle ap- parenze; voglio
dire, come il fenomeno organico tolga alla veduta il principio che sè in *è
rigira per mal discernere. Ma, non avendo odio nè rancore , loro non torneranno
le immagini sì brutte , però maraviglieranno la vostra defor- mità. E dal
maravigliarvi al non credervi , sdrucciolevole è il passo. Mostrate alla
gioventù il bene che è a pratica- re , il male che è a fuggire , sempre
cchiarando la loro mente. Non dubitate che il vero sia per nuocere loro, egli viene
da Dio. Guardatevi , soprattutto col biasimo e col nascondimento , di non
mettere loro desiderio di cercare da sè il serpente: ne sarebbero morsicati.
Avvilire i nostri nemici, abbiettarli ! sono queste arti misere, vigliacche,
indegne d’ un campione della fede. Dove sono i forti che discendano ai vituperi
? No ; solo la vigliaccheria e la su- perbia si piacciono in queste sozzure. E
pur troppo vi siamo noi. Ma questo stesso mi prova la divinità della re-
ligione. Vederla attaccata da possenti nemici, e pur durare così mal difesa
taluna volta. Ma questa pianta viene di 258 » / cielo, ha le sue radici in
cielo, nè il lezzo della terra la farà triste. Oh! se non fossero stati che gli
uomini, sareb- be lungo tempo che le male cupidigie, le lussurie, le ava-
rizie, le ambizioni, le ghiottornie di queglino stessi che ponev'ansi a
guardarla dalle ingiurie, 1* avrebbero sfrondata, fracassata, annichilata. Ma
il tronco suo robusto non sarà sbattuto, perchè vi soflìi contro f inferno; nè
la chioma sua, che tanto si dilata, quanto più va su col correre de’ secoli,
non sarà meno verde, perchè vi facciano nido le arpie. Molti sono ora, che vi
s’ arrampicano a dispiccarne frutti onde nutrire la carne, ma non ne avranno
gusto lungamente; e tale, che si sforza alla cima per coglierne i più saporiti,
cadrà, pel ventre obeso, fiaccato a terra, c non si muoverà eternalmente. Ubi
ceciderit , ibi erti. Ma troppo calore mi dilunga. Basta : in più chiari tempi
più chiaro suonerà il mio parlare. Veniamo posati. A voi pare che non si
debbano lodi a quegli uomini illustri che si dipartono da noi, e ci sono
contrarii: pensate che sarebbe ormai tempo di lasciarli in disparte. Intorno a
che vi po- trei dire, che non è questa la dottrina di sant* Agostino, il quale,
appunto perchè era un forte campione della fede, non temeva di lodare le buone
qualità e d’ ingegno e di costumi e di onesto adoperare, ove che si trovassero
, an- che nei nemici della fede. Ma, per non andare sì dalla lungi a cercarvi
insegnamenti, vi trascriverò qui un passo del padre Roberti gesuita , il quale
forse vi farà autorità. Questo padre , nella sua operetta della Naturale
Probità , pag. 448, chiamando Rousseau chiarissimo e dottissimo uomo , gli
diceva: « Concedete a me ed a miei fratelli » cattolici licenza che almeno
preghiamo per voi, e che de- » sideriamo ogni bene ad un ingegno che onora il
secolo » e la nostra spezie. Voi siete un logico acuto, un politico *
illuminato , uno scrittore nervoso , un osservatore sottile. Questo elogio è un
tributo alla verità. Noi dobbiamo • amarvi come un fratello ...Voi che pure
avete fatto tre- » mare non solamente i pensieri degli imbecilli, ma talvolta
ancora dei forti > . Tanto scriveva questo buon pa- dre, il quale non si
faceva nemico ai nemici. E cosi , seb- bene mi siate contro, potessi io lodarvi
come logici acuti, scrittori nervosi, sottili osservatori, chè il farei ben di
cuore. Amo meglio di vincere Achille che Tersile. Ma pur troppo non mi veggo
innanzi che un’ombra di scienza ed una malignità erculea. La predica è finita :
se mi darete occasioni ve ne farò delle più lunghe. Ora seguiteremo di
considerare le belle lezioni del critico, il quale molto di mal umore mi
rimprovera d’ avere distinto ( Introd. pag. 81 ) il godimento dal vo- lere. »
Non può immaginarsi ( dice egli, pag. 150, lin. » 30 ) godimento disgiunto da
un atto della volontà » . Quando pure ciò fosse vero , sarebbero ancora due
modi distinti. Ma di tanto non è contento, e prosegue : • 0, per » parlare più
propriamente , il godimento non è che un » atto della volontà, e questo è vero
perfino nei godimen- » ti corporei. Ciò provasi chiaramente, perchè quella
stes- sa sensazione , di cui godiamo , può in un subito re- » carci disgusto
gravissimo , rimanendo pure la stessa , quando la volontà non la vorrebbe
presente , nè può » allontanarla > . Secondo il principio di contraddizione
, una cosa non può essere e non essere nel medesimo tem- po. Ma il mio censore
ha trovato modo che sì. La stessa sensazione , di cui godiamo , può recarci
disgusto , rima- nendo la stessa ; cioè essere quella e non essere quella , essere
piacevole e non essere. Povero di me ! Ora sì che imparo. Procuriamo di mettere
un po’ di lnce nel buio di quella mente. Sceveriamo i modi. Il modo A dolce
del- la sensazione può trovarsi insieme col modo B amaro ve- Digitized by
Google 260 nutoci dal giudizio ; come allora che , gustando il pec- cato ,
pensa 1* uomo che incontra la dannazione. Ma il dolce , amico mio , è sempre
dolce ; e , per impossibile , noi farete amaro con tutto 1' assenzio del mondo
, bensì lo cesserete : non sarà dunque più ; e voi intanto con- tinuerete nell'
onore d’ averci detto che la stessa sensa- zione , di cui godiamo , può recarci
disgusto , rimanendo la stessa. Ma questo è un leggero sproposito, è uno
schiaf- fo dato alla logica, li grosso sta in queste parole : il go- dimento
non è che un atto della volontà. Qui si uccide la morale. San Girolamo si
doleva assai di certe visioni , e di quella legge corporale , che contrasta
alla legge della mente ; e forse che i ribelli sensi talvolta non gli mettes-
sero , lui ripugnante , qualche piacere. Se volizione e go- dimento sono tutt’
uno , che cosa avrebbe sentenziato il crìtico casista ? A me pare che con un
tratto di penna cancelli uua gran santità ! 17. Ma egli è si arguto da
sbrigarsi con meno ; e forse gli parrà argomento da barzellette , nelle quali è
maestro. Sentite come mi galeffa. Nel paragrafo 8 , n. 77 , dell' Introd. io
diceva : » Provar noi qualche volta certe » modificazioni , anche nell' assenza
degli esterni agenti che sogliono procurarcele. E questi fenomeni , senza ri- •
correre all' immaginazione , potersi derivare pianamente » dalle alterazioni a
cui vanno soggetti , per 1' azione de- gli agenti interni , tutto il sistema
nervoso , non meno » che i sensi propriamente detti a . Al mio censore que- sta
spiegazione non pare troppo piana. Ma forse ( sog- giugne egli , pag. 152, lin.
25) è di quelle che all'au- tore sono state inspirate dopo le sue cenette(l) «.
Guar- ii) Alla nota 39, pag. 168 dell' Introduzione diceva: « Non so « se si
troverà qualche cosa di buono nelle mie scritture ; ma posso » asseverare che
quello , che io credo tale , è appunto quello che date sale volteresco ! Ride
le mie cenctte, perchè non so* no badiali. Egli non sa che io sono un povero
pretazzuo- lo , che ho studiato tutta la mia vita , e pure sono nien- te ,
nemmeno giornalista. Oh ! il disgraziato ! poteva es- sere professore , parroco
, e , meglio ancora , canonico. Cosi mi diceva un giorno il mio barbiere, che
credeva di conoscermi , perchè mi nominava. 18. Ma questo è niente. Le facezie
vengono a mille a chi studiò nel Piovano Arlotto. SofTerite , lettor mio ,
ancora per poco , e tosto vi libero. Dopo avere conside- rato ( Introd. n. 85.
) quello che è un uomo cresciuto nelle selve , fuori al tutto d' ogni umana
società , condu- co il selvaggio nel folto delle città a vedere come ne sarà
toccato. Il censore mi riprende, dicendo: > Noi crediamo che un uomo , in
siffatta guisa vis- suto , non sarà tocco dalla scena che la società gli presenta,
più che noi siano quelle fiere, di cui si fa ino- » stra per le città » ,
Questa volta egli ha ragione: io gra- vemente ho mancato. Doveva prima mandarlo
alla sua scuola , dove avrebbe imparato di belle cose assai ; o al- meno,
innanzi di mostrargli la società , fargli apparare un po' di abbaco , di
gramatica , di logica , e forse un poco di teologia, e così toglierlo alla
condizione ferina, e farne un uomo dotto come il mio anonimo. Possibile, che
m’ab- biano a capitare cosi grossi ! 19. Voi però, lettor mio, non potete
ancora inten- dere dove vadano a parare questi suoi colpi. Oh ! egli si
apparecchia per fare una sonora sua vendetta. Voleva par- lare d’ un mio
discorso intorno la condizione della società. La quale, dice egli, ( pag. 154,
lin. 1 ) » io dipingo n meno ho pensato , e fu dopo le mie renette *. Questa
nolerella , cosi semplice eom' è , nel luogo in cui è posta , ha un senso molto
profondo ; ma il mio censore non ha fune per calarvisi. così perversa, clic
rassembra una congrega di filosofi *. Ah! che ve ne pare? sa egli ferire? e
come, il paladino! Se poi volete sapere come vi è riuscito, dirovvi: che ha
guasto e mutilato tanto quel mio discorso , che pare pro- prio uno spauracchio.
Non vi rincresca di leggerlo qui in- tiero, per giudicarlo. » Dove troveremo
noi, dico io (In- trod. n. 88 ), l'origine di quelle ampliazioni di che il »*
fatto ci prova essere suscettibile l'umano sentire? Cer- » tamente non in altro
che nello sviluppo e successivo in- » grandimento delle nostre facoltà, le quali
aggiungono a » molto adoperare, ove gli uomini, raccolti insieme, si » fanno
stimolo gli uni agli altri. Bellissimo, ammirabile » ordinamento di natura, che
pose nell’ uno, di che altri » muovesse; e a niuno fu larga di muovere sè
stesso a » venire in perfezione. Usciamo dunque della solitudine , abbandoniamo
le selve, e, conducendo il solivago in » mezzo a’ suoi simili nel folto delle
città, vediamo come » egli ne verrà toccato. Ecco la scena: i tanti che trag- »
gono dolorosi guai, e i cari esempli di chi si adopera a » cessarli; la sozza
invidia che studiasi di bruttare la fa- » ma , di che ha offensione , e l’ alto
animo che sostiene e » passa; le ingiustizie della prepotenza; le rivalità in
a- » more ; le concorrenze e le gare d’ uffizi , e quindi i pre- » ferimenti e
l’ esclusioni ; l’ urto in breve e V eterno con- » flitto degli umani
interessi, di che sì vasto teatro è il mondo tutto, non ponno mancare di far
nascere nel suo » cuore, a vicenda, quelle tenere affezioni, sì convenienti »
all’uomo, di compassione, di gratitudine, di clemenza, » di generosità; e
quelle spaventevoli, che nei furori del- » la collera, della vendetta, dell’
odio, dell’ invidia, del- » l’ambizione, si mostrano feroci e sanguinarie.
Vedrà » egli , che chi ha , è padrone di colui che agogna l’ ave- » re; che
l’oro tra le mani del voluttuoso è mezzo per avere tutti i piaceri, ch’egli è
l'idolo cui si dirizzano • i voti di tutti, nume possente che fa bianco del
nero, » e placabile rende l' ira di Temi: all’ incontro s’ abbatte- » rà
all’indigenza, che, depressa, avvilita sempre, nè • mai scompagnata dalla
fredda indifferenza dei moltissi- » mi, per tali più dura dello stesso
disprezzo, va celan- » do sotto i cenci le pene più crudeli , vorrà quindi il
de- » naro; e, se non può altrimenti, furassi di que’ molli che studiano in
garbugli, odaggiugnerallo colle più vi- • li bassezze e col misfatto. Una turba
di vili adoratori , » d’ infami parassiti , sparge intorno all’ uomo possente ,
anche rotto ad ogni mal fare, il profumo di bugiarde lodi ; chè queste sono
troppo spesso vendute alla for- » tuna dei tristi : gli omaggi si tributano al
posto, la fa* » ma è attaccata al carro trionfale del vincitore, e va a » porre
tra le statue degli dei quella del felice scelerato. » Come a questa scuola non
apprendere ambizione? Ei • vedrà che non si può dir male dei cattivi , che non
si usa virtù impunemente, ma che, trascinata nel fango, e » fatta ludibrio ai
tristissimi , i quali , dentro premendo la secreta gioia, co’ volti a pietà
composti, pare lamen- tino il suo destino , essi che ne sono gli autori ;
sicché la mente, condotta al funesto dubbiare, tra 1' onesto ed • il nefando ,
s' appiglia a caso , o come vogliono il ven- » to che spira e la brama che
cuoce. In fine, per tacere del resto, e toglierci al rossore d’una lunga e
incresce- vole narrazione di smarrimenti e di delitti, diremo: nelle società
solamente sentirsi il bisogno della gloria, » passione tanto propizia, e
funesta tanto al genere urna* i no. E di vero, che sarebbe stato Alessandro nei
vasti i deserti dell’Africa, o sulle montagne del nord, il cui » eco non ripete
che gli urli dell’ orso affamato, egli che » non rovesciava i troni dell’ Asia,
che per farne sentire » il rimbombo sulle piazze d’ Atene? » 264 20. Ditemi,
non è qui il male ed il bene della socie- tà? Cosi avessi io potuto toglierle
tutte le lordure del vi- zio, e spandere il mio cuore nelle dolcezze della
virtù. Ma non ispero a tanta bellezza di vita; ed ora meno, se chi dovrebbe
studiarsi di purgarla, e tenerla monda, si abbietta invece nelle sozzure dell’
astio , dell* invidia , della maldicenza. Vengano pure i cattivi beffardi,
ridano l’uma- na miseria , traggano innanzi , e si consolino nella loro
santità. Sì eh! ov’è bruttura, non è che una congrega di filosofi? Dio
immortale! tu hai percosso la superbia di stupidità. Oh! se avessi a cercare
donde ci sieno venute le superstizioni e le ribalderie, che hanno oscurato il
bel candore della fede , e guàsta la lucentissima faccia della religione, sino
a spaurire di lei chi ben non discerneva le celesti sembianze dalle schifosità
terrene ; sì , la con- grega prenderebbe altro nome. Ma è doloroso spettacolo ,
e pieno di pericoli. 21. Egli è principalmente per queste immondezze di vizi,
che ci fanno in basso battere 1* ali, mentre dovrem- mo volar su, come esseri
nati al salire, per queste, dico, che io ho chiamata la vita un mistero
tremendo di dolore . Ma tanta gramaglia non piace al mio critico. > Noi
siamo » ben lontani,» ci dice (pag. 155, lin. 22),» dal pensare » che in questa
terra possa 1’ uomo godere una compita » felicità: ma per una certa
inclinazione del cuor nostro, » che ama di trovare il bene per tutto,
grandemente ab- » borriamo dalle calunniose asserzioni di una miserabile »
filosofia, che, destinata a condurre 1’ uomo ad un’ eter- » na infelicità,
gliela incomincia in questa vita; e, se fos- » se possibile, gli vorrebbe
togliere perfino l’idea del be- » ne e del piacere ». 22. Qui, lettor mio caro,
non mi posso tenere dal fare una seconda predica. Dunque la filosofia , che
trova Digitized by Google 265 essere la vita un tremendo mistero di dolore t è
una filoso- fia miserabile? Ma questa è la filosofia dei santi, insegna- ta dal
Cielo, registrata nelle Sacre Calle. Leggete la Bib- bia: che vi trovate? La
terra maladetta poco dopo sorta dalle acque; e 1* uomo, che doveva
signoreggiarla, misero, tremante, ignudo, fitto nel limo della concupiscenza ,
cac- ciato dal piacere e spaurito dal Cherubino che vibra la spada in ruote di
fiamme per guardarne la via, non tro- var più sulla terra che il peccato, e un
pane doloroso che gli cresce a’ piedi, bagnato dal suo sudore, e che gli è
rapito tante volte dalla .prepotenza; questa terra, appe- na asciutta, aprire
la bocca per ricevere il sangue dell’ uo- mo innocente ( tristo presagio di
sete insaziabile! ), co- prirsi di tanti peccati da farne salire il lezzo
insino al cie- lo: onde Iddio dentro dal cuor suo addolorato si pentì di aver
fatto 1* uomo in sulla terra, e chiamò T abisso a ster- minarla. Leggete le
vite dei Patriarchi , non è che dolore. Quel buon Giacobbe a Faraone: dics mei
penici et mali . Guardate nel popolo santo, e consolatevi, se potete. Venite a
Geremia ed ai profeti tutti. Oh ! i treni di dolore e T an- goscioso
rammarichio e la desolazione ! Leggete il nuovo Testamento : nel timore e nel
tremore 1* uomo deve ope- rare la sua salute , non v’ ha salute che nel dolore.
Io stommi nella santità delle Scritture , perchè forse il mio avversario è un
teologo ; ma , se volessi cercare le storie profane , vi farei di facile un
volume che non mi coste- rebbe più che il correre della penna. Chiamare la vita
un tremendo mistero di dolore è una filosofia miserabile, destinata a condurre
l'uomo ad una eterna infelicità? Ma questa è la filosofia di Nicole e di Pascal
(1). Sentite que- (1) Forse questi due nomi non suoneranno bene all' orecchio
del mio censore: ma non è mia colpa, s’ei l’ha stemperato e disarmonico. 266 st’ ultimo ( Pensèes,
tom. 1, art. 1 , pag. 151 ): » Q»’ » on t imagine un nombre d' hommet dans let
cha ine*, et » tous condamnès a la mori , doni let unt étant chaque » jour
igorgé h la vue des autret , ce ux qui reslent , voient » leur propre condition
dans celle de leurs temblables , et , » se reganlant , let unt let autres ,
avec douleur et sant » espérance, attendesti leur tour : c' est V image de la
con- » dition det hommet » . Queste
immagini non sono di do- lore? Si, sono, e verissime. Non bisogna dunque calun-
niare la filosofia; nè scoraggiarsi però, come coloro che non hanno speranza:
qui (peni non habent ( s. Paolo ). Io sono nel dolore ; ma nell’ oscurità del
dolore mi aspetto alla chiarità del giorno eterno. Voi amate di trovare il bene
per tutto ( pag. 155 ). Oh! sono molti gli ottimisti : tutti questi pingui e
lisci , che dicono a me , cui la pelle s' informa dalle ossa - tu mangerai il
gheriglio , e ti scal- derai del guscio e del mallo - mentre essi rallegrano la
mestizia delle quaresime colla lautezza di sontuosi banchet- ti, e abbruciano
legni odorosi a scaldare la loro lussuria: questi pure, che ... Ma più non
dico, perchè non vo- glio, lettor mio, più annoiarvi con questi discorsi, che
si fanno gravi a molte cupidigie : e vengo alla più bella delle osservazioni
del mio avversario. Voi I* avete visto, come non dubitava delle mie diritte intenzioni,
come mi sceverava dai cattivi. Tanta cortesia non poteva durare. Nell' ultimo
paragrafo della mia Introduzione ha trovato un gran tesoro. E , siccome teme
che si scucisca il sacco, e ne caschi qualche moneta, ci dice:» Noi riporteremo
per intiero le sue parole, per- » chè questo tratto sparge non poca luce su
varii luoghi della sua Introduzione, che senza di esso potrebbero più »
benignamente interpretarsi da qualche lettore > . Io non vi recherò questo
passo, perchè è lunghissimo, e potete Digitized by Google ^Snio °T Iatrodu *io
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irretì ■ioni ‘di J0 *esi , 7 tf '«’ U o Wo ;. a,fe «o, «/ r-W*to é i^" 1
'. dei »* c- c.2- dei " ,e uo n, . < P»e !.. * r °sso ’ **' c *riy *’
ba l'idet d'J essere za là è posta per
chiarezza ; ma egli che sa « nell* antico » senso essersi usata per esprimere
il più alto grado, cui » possa giugnere la mente nostra nella cognizione del
ve- » ro » dice t potrebbe sembrare strano, che, acquistata » 1* evidenza , il
nostro pensare si fosse accostato al vero » (pag. 461, in nota) ». Vedete:
quando si è molto eru- diti, e non si conosce la lingua, si ha la fortuna di
tro- vare le stranezze. Ciò non pertanto la coscienza gli rimor- de, e,
guardando nel mio libro, non mi crede così bag- geo; però soggiugne: « Forse il
signor Testa ha abbrac- ciata 1* opinione dell* autore della Teorica e Pratica
del » probabile, secondo il quale non è che probabile quan- » to si diceva
certo ed evidente. In tal caso converrà chi- » nare il capo ai progressi dei
lumi ! » Ecco a cui si voleva venire, a queste saporitezze che fanno grande
onore e incuorano al vero. Voi vedete un uomo che ha messe le ancore, e non si
muove più; nè io il muoverò. Sono annoiato di questa fatica , nè credo alcuna
più ingrata , d’aver a fare con un’ ombra di filosolo, che, per quanto uomo
adoperi ad afferrarlo, sempre si torna al petto vòte le braccia. Forse farà
carne ed ossa, invigorirà. Allora, se vorrà mordermi , cominci dal lacerare la
Prima Parte della mia Filosofia dell’ Affetto ; e, se vorrà provarsi an- * cora
più su, sostenga per poco che io pubblichi la Filo- sofia Razionale. Vedrà
allora , se io sono ligio di Locke , di Condillac e di Destutt, o se cammino
colle mie gambe, e sono me stesso. E forse che si dorrà d’ avere scritto che t
il signor Testa ha presentato , senza volerlo , all’ ita- » liana gioventù il
veleno nascosto e serpeggiante in un » libro degno, sotto diversi aspetti, di
lode ( pag. 162, » nota ) » . Lode ! io non cerco la lode. Ho pensato , per-
chè è in me una necessità. Ho scritto, per fare un po’ di bene; e non ne
aspetto guiderdone, che da Lui che muo- Digitized by Google 269 ve il mio
pensiero e conforta le mie speranze. Oh ! la lo- de, la lode! io so come si
paga e come si vende. « Stam- » pa un Francese, » scriveva Botta ad un amico (
Osserva- zioni sulla Storia d* Italia di Carlo Botta, pag. 525 ), in Francia un
libro francese; subito tutte le trombe » suonano. Ristampasi in Italia un*
opera italiana, in cui, » se non altro , c* è qualche amore per questa
provincia , la maggior parte dei giornali tacciono, gli altri ne par- » lano
solamente per dirne male. Così va , e questo è 1* u- more». Le lodi, caro il
mio Botta, qui le lodi bisogna pagarle, o farne senza; e, peggio, qualche volta
ingoz- zarsi il fango delle ingiurie. Finisco col ricordare che non ho risposto
alle balor- derie del giornalista di Roma ( io che in una nota alla Prefazione
della Filosofia dell’ Alletto ho dichiarato alta- mente quello che penso di
simili abbaiatori ), se non per- chè mi fa pericoloso ai giovani, i quali ( non
vecchio, non invidio) tengo in grandissimo amore, come la speranza; e che mi
studierò d* aiutare, per quanto le deboli mie forze me lo consentiranno, onde
aggiungano all* alto de- stino, al quale la Providenza ( che in loro sopra
tutti si fa sentire ) li chiama. PROLUSIONE ALLA SCUOLA DI LOGICA E METAFISICA
I.1TT1 di T. PROFESSORE DI FILOSOFIA k*b
»* m k* v KB KB M B M » fl M B M BH KM B ,§> B «*„ M M “» m r ®» « s *» U* V
v Chiamato dall’Inclito Governo Provvisorio di Piacenza, che in tempi sì
difficili regge con tanto senno la cosa puhblica, chiamato, dissi, ad
ammaestrare i giovani di Filosofia , io dovrei cominciare da parole di
ringraziamen- to verso di esso, che degnar mi volle dell’ onore di così nobile
impresa. Qual cosa infatti potevami avvenire che piti a grado mi fosse, dopo
una vita tutta nei filosofici studi occupata? Perchè e le istorie, e le
religioni, e i movimenti industriali, ed i commerzl, tutto è subbietto di
Filosofia. Ma le mie parole non possono essere tutte di letizia: io devo anzi
rammaricarmi di mia ventura. Sì, io mi ritrovo disarmato dagli anni: il debile
petto non reg- ge a parlamentare mezz'ora seguitamente : ed abituato co- me
sono insino a questa mia età, non potrei mutar modo senza pericolo. Oh ! così
il potessi , che non mi ritrarrei dal fornire, secondo mia possa, un dovere sì
santo verso il mio paese e così caro al mio cuore. Fa sette anni, in- vitato a
professare Filosofia nell' Uni versiti di Pisa, rifiutai quest’onore per le
dette ragioni che pure mi stringevano meno. Sì , allora rifiutai : ma ora ,
sebbene più vecchio , rifiutare del tutto non posso lo stesso carico impostomi
dal mio paese. Questo scorcio di vita languido e affranto , che ancora mi
rimane, tutto Ila per lui. Egli mi ha sem- pre amato. Vero è che in questo
stesso luogo, dove io vi parlo, o Signori, il mio nome fu orribilmente
vilipeso, messo in bocca degli scolaretti a ludibrio: i quali, avvez- zati così
agli scherni ed alle buffonerie, insolentivano pur dianzi contro gli stessi
loro Maestri, che n'ebbero a sof- ferire, e fu ragione, gl’ improperi e le
petulanze, e an- cora i giusti rimproveri de’ padri, che lamentavano i modi
irriverenti e la tracotanza dei loro figli male addirizza- ti (!). Ma noi
dobbiamo essere generosi anche verso i malvagi : noi li vinciamo perdonando.
Sia come non av- venuto il disastro di que’ Maestri forestieri ; nè la loro
ricordanza attristi questo bel giorno: e ritorniamo lieti alle nostre simpatìe,
ai nostri amori. Io adunque, sebbene infiacchito dagli anni, non vo- glio
lasciare , per quanto le forze me lo consentono , di servire al mio paese, al
quale tante care memorie mi le- gano di ottimi e prestantissimi cittadini che
mi onorano della loro benivoglienza ; e della quale , miei Signori , me ne date
voi stessi in questo giorno una irrepugnabile te- stimonianza , coll’ esservi
raccolti qui in sì gran numero per udire le mie povere parole. Di che cosa
posso io intertenervi ? Fabri fabrìlìa traciant. Noi diremo di Filosofia. E
senza entrare nei par- fi) Vedi Nota 1 in line. T75 titolari, che non si addice
ad una Prolusione, noi la guar- deremo da tal punto, che sarà a tutti
accessibile, poiché la più leggera notizia della sua istoria ci basterà. Ora ,
mirando io in questa , parmi di vedere che di tutte le scienze, alle quali gli
umani bisogni furono incitamento, la Filosofia sia stata I' ultima a nascere.
Egli parrà ad al- cuno , che male mi apponga , derivandola cosi da un gran- de
raffinamento di coltura , e da molto studio , quasi un frutto di lunghe e
penóse esperienze , e di sublimi medi- tazioni, il che sembrerà ripugnare al
vero. Conciossiachè dirassi, se il primo che contò le dita della sua mano fu r
inventore dell' Aritmetica, così, per egual modo, il pri- mo che , vedendo
cadere un sasso , si volse a sapere don- de veniva , si deve dire aver dato
principio alla Filosofia. Questa è una necessità dello spirito umano ,
connaturata colla ragione , è la ragione che si manifesta , la ragione in alto.
- A così fatta istanza , rispondo io , che la Filo- sofia non è la ragione in
atto , ma , notate bene , o Signo- ri , è la ragione che si rende conto dell’
atto ; e renderse- ne conto è analizzarlo , cercarlo nelle sue parti , nelle
cir- costanze che 1’ accompagnano , vederlo nelle sue conve- nienze , o ,
diremo , correlazioni. La Filosofia è 1’ umano pensiero che studia sé stesso ,
che sé in sé rigira ; che si specchia nel fonte della coscienza per vedersi ,
per cono- scersi, per sapere le proprie leggi, e affigurare le idee fon-
damentali che preseggono allo svolgimento della stessa ragione. Ella proponsi
di conoscere 1’ uomo e le sue fa- coltà , per recarsi quindi al conoscimento
del sistema universale delle cose. L' umana natura è il punto da cui muove. Ora
, intesa di questo modo ( e parmi che non si possa convenientemente intenderla
in altra guisa ) , si ve- de chiaro che non poteva mostrarsi così di subito.
Perchè, sebbene gii uomini siano stali condotti ad usare la ragione per una
naturale Spontaneità , e per adempiere ai loro desideri , non trota ronsi però
egualmente nella necessità di rendersene conto. Usarono la ragione senza
saperla , come si giovarono del peso dell' aria senza conoscerlo ; e come i
molti , i moltissimi 1' usano tuttavia senza curarsi di metterla in istudio. Ma
questo bisogno d' uopo era che alla fin fine si facesse manifesto ; alla
Spontaneità doveva succedere la Riflessiva. Dopo lungo camminare nelle di-
verse parti dello scibile umano , che mosse da prima dai fisici bisogni ,
doveva 1' uomo adagiato alquanto delle co- se alla vita appartenenti , voler
sapere e cercare come egli sapeva, onde venire alla scienza delle scienze, cioè
alla Filosofia. Cerchiamo ora donde ebbe incitamento a' suoi primi passi. Dirò
cosa che ai molti sembrerà paradossale; par- mi dallo scetticismo. Lo
scetticismo dimandò conto alla ragione di lei stessa , volle conoscerne i
diritti , saperne i titoli, misurarne il valore. Questo, che vi dico, non lo
troverete nelle istorie della Filosofia ; ma è nella dipen- denza necessaria
delle cose , la quale corregge le istorie , ed ha più autorità che tutte le
storie. Ragioniamolo : la prima condizione dell' essere pensante è la fede. La
spon- taneità della ragione , le naturali inspirazioni , f entusia- smo che
seguita , le impressioni in somma esterne ed in- terne comandano la fede. Non
fingo ipotesi : se ci pensa- te , troverete tutto questo essere , sino ad un
certo pun- to, lo stato anche dell' uomo coltissimo. Ma la fede è molto
immaginosa , soprattutto negli uomini rozzi. Essi vogliono vedere, toccare ,
figurare ; epperò , invece di fi- losofare, cioè di condurre quello che è alla
sua legge primordiale , alla forinola più elevata dell' astrazione , che è
quanto dire , alla più grande semplicità , vestono d’ idee sensibili i concetti
puri razionali , si pensano d’ essere allora in una gran luce , si danno pace ,
si fermano nel se- gno , come se fosse la verità istessa. Tale la storia ci mo-
stra I' uomo che nell' oscurità dell' ignoranza , nella vivez- za delle prime
impressioni , nell' inspirazione dell’ entu- siasmo sludiossi di simboleggiare
gli oscuri rapporti che il legavano con un mondo invisibile , col mondo delle
for- ze e delle cagioni , che non appaiono all' occhio , e solo si veggono
dalla ragione. Il primo affetto al vero oscura- mente veduto , fu contento agli
inni , alle litanie; e gl’ in- ni e le litanie erano I’ espressione della
sorpresa , della meraviglia , dell' amore , rispondevano al bisogno dell' uo-
mo sopraffatto dalle grandi novità , ma non soddisface- vano al bisogno della
ragione tranquilla. Questa , dubbio- sa , mal ferma si mosse per dichiarare il
simbolo , per voler conoscere quello che stava sotto a quel velo , a di-
svilupparnelo. E , seguitando così al generoso impulso , pose o , meglio ,
trovò in sè i grandi problemi della Me- tafìsica , che sono i concetti puri ,
formulali in proposizioni , il cui complesso è la stessa ragione in persona. Ma
questi concetti doude ci vengono, che valore hanno , e quale è la loro portata,
allora che noi li voglia- mo applicare alle cose? Eccovi la prima istanza dello
scetticismo , il quale muove la Riflessiva , cioè la facoltà di filosofare ; ed
eccovi la tremenda delle questioni , in che si sono travagliati , e che tutt’
ora tiene in guerra i più grandi pensatori. L’ origine delle idee e delle pro-
posizioni , nelle quali sono formulate , cioè de' principi , e del valore di
questi , divide la Filosofìa in soggettiva ed oggettiva. Questa divisione , chi
ben guarda , trovala dai primi esordi nella scuola Jonica , e nella scuola
Pitta- gorica. Ma pochi I’ avvisarono ; e ciò dico ancora degli storici stessi
che ci parlarono quelle dottrine. Nei moder- ni la separazione è apertissima.
Chiamo Filosofia moder- na quella che è da Cartesio a noi. Cartesio muove dal
pensiero , e , senza mettervi di- mora, conducesi alP essere , se non per
logica deduzione , come parrebbe dal cogito , ergo turni , certo per un intuito
immediato ed assoluto, che direbbesi lo sguardo della ragione. Leibnizio
considera 1* essere , e non ha pur ombra di sospetto , che il pensiero possa
condurlo a quel cono- scimento. Però egli tosto ricorre alla sostanza, la
determi- na , costruisce il mondo , ne assegna le leggi , s’ innalza a Dio ,
discende all’ anima umana , in somma si accinge a spiegare 1* intima natura
delle cose. La Filosofia dell’ esperienza non fa difficoltà pel tra- passo dal
pensare all’ essere: ella brancica gli oggetti, gli afferra nella esistenza
loro propria, nella loro sostanzialità. Per lei le cognizioni, che abbiamo pe
sensi, sono legittime, bastano a sè stesse , non vi bisogna alcuno a priori .
Se- condo questa dottrina noi siamo sempre e unicamente in- segnati dalla
realtà delle cose. Non è dunque a cercare il tragitto dal pensare all* essere,
poiché il pensiero è messo dalla realtà , la quale , con perfetto accordo , va
sempre stretta alla rappresentazione dell’ oggetto , quasi diresti riverberata
dall’ anima come da uno specchio. A scemare una tanta confidenza, viene in
campo Em- manuele Kant , ed apre un abisso , dove la Filosofia pre- cedente non
sospettava un passo. La necessità logica non è più che un’ illusione ; ella non
ha fondamento nelle cose sussistenti fuori del pensiero : noi non abbiamo altro
mondo a conoscere che quello delle nostre apparizioni. La verità, a noi
possibile , non è più che una verità formale , che consiste nell’ accordo del
pensiero nostro colle sue leggi ; ma cercata fuori , non è più che una bella
parola. Di là dalle apparizioni che abbiamo , non è più che un vasto e tempestoso
oceano * regno dell’ illusione , dove si parano innanzi banchi di ghiaccio , c
nuvole ingannevoli Digilized by Google 279 a! fantasioso nocchiero, che,
sedotto dalla speranza, corre ad esse, credendo scoprire nuove terre, e
impadronirsene; le quali appresso , lui veggente , si dileguano. Quel mar
tempestoso , o Signori , secondo Kant , è 1’ ontologia. Per siffatti modi , e
per altri ancora , che qui non è luogo dis- correre, hanno cercato i filosofi
di spiegare il conoscimen- to. Gli uni mantenendo Y oggettività della ragione e
del- r esperienza; gli altri tenendosi dentro da sè, aprirono un abisso tra il
soggetto e Y oggetto, tra lo spirito che cono- sce e gli oggetti della sua
cognizione : e tutto ciò per ri- spondere alle inchieste dello scetticismo che
ha voluto fare i processi alla ragione istessa. Noi entreremo a vederne , nel
corso delle nostre le- zioni, ed esamineremo le risposte tutte che la Filosofia
ci ha date intorno a quel grande problema. Che se queste non ci chiariranno la
possibilità d’ una cognizione ogget- tiva scientificamente dimostrata, se
troveremo le condizio- ni che furono poste per alcuni , essere gratuite ed
ipoteti- che, noi avremo nondimeno sempre soddisfatto al bisogno di sapere le
vie finora tentate, onde sciogliere il gran pro- blema scientificamente. Ma qui
forse qualcuno vorrà dimandarci : Quale profitto possiamo noi sperare da questi
studi intorno a cose poste in tanta oscurità da non disbrigarsene i secoli ? -
A chi si permette questo discorso, risponderò quello che in altro luogo ho
stampato : Che non ha obbligo d’ essere Metafisico , e può impiegare le sue
forze in altre cose più convenienti alle sue spalle. Ai pigri e timorosi
diciamo : che questi studi, ove riescano, servono primieramente per bene sapere
nella sua sorgente, e come si conviene , nelle sue dipendenze psicologiche,
quello che già si sa. Perchè, notate bene , si può sapere senza rendersi conto
del pro- prio saper e , come dianzi notai ; e si può ancora sapere, 280
rendendosene conto. Questa piccola differenza comincia dal divisare il filosofo
dal volgo. Se volete restar volgo , non avete a faticare : fermatevi dove siete
, non vi è biso- gno di correre. In secondo luogo , servono questi studi per
bene intendere la storia dell* umanità. È ella altra co- sa la storia che la
successione delle idee? Gli umani movimenti sono altra cosa che l'espressione
dell’ umano pen- siero ? Questo stesso universo , che è egli mai , se non la
realizzazione dell’ eterno pensiero ? E dopo tutto ciò, cer- cheremo noi ancora
a che serve la filosofia ? Non già , in- vece riconosceremo che questi studt ci
aiutano a procu- rarci quella quiete d’ animo , che le tempestose vicende di
questo basso mondo troppo spesso vengono a turbare. Essi sono le ali sulle
quali possiamo , quando bisogni , levarci in sublime , e dirittamente giudicare
gli uomini e le cose ; vedere dall’ alto il movimento di queste formiche
prepotenti , che vorrebbero guerreggiare 1’ ordine della Provvidenza, insetti
effimeri a chi ben guarda nell’ ordine eterno delle cose. Finalmente , per non
andare in parole , rispondiamo che questi studi servono per imparare, che è il
bisogno e la vita dello spirito ; bisogno imperioso sen- tito da tutti coloro ,
che non han 1’ anima nel palato. E convien bene che sia tutto nei sensi , chi è
indifferente a sapere le risposte che sono state date alle dimande della
ragione intorno a Dio , al mondo , ed all’ umanità. L’ argomento certo è
malagevole , e vuole lungo stu- dio e forza di mente. Il cammino, in cui ci
mettiamo, non è sparso di rose , egli è invece aspro e faticoso , e ad ora ad
ora non abbastanza rischiarato. Perchè Metafisica non è senza astrazione ; ed è
proprio di questa spogliare i concetti di ciò che hanno di sensibile, recarsi
là dove non è nè spazio, nè tempo, e spogliando spogliando non lasciar presa
all* immaginazione che guasterebbe 1* idea puramente intellettuale , alla quale
si vuol giugnere. Ma una ferma attenzione , e Y abito della discussione che si
affina nelle necessarie astrazioni, ce lo renderanno praticabile, sicché
potremo condurci alla vetta , dove , se non il riposo , una luce nuova ci ristorerà
dei sofferti disagi. Ma in tanta varietà di pensamenti quale sarà la no* stra
Filosofia ? Noi più volte dicemmo , che non abbiamo trovato Filosofia
definitiva, in quanto insegnatrice dell’atto conoscitivo. Non in Platone , non
in Aristotele , non nella scolastica, non nell’ empirismo Lockiano, non nelle
astrat- tezze teutoniche moderne , e nemmeno in Rosmini ed in Gioberti,
altissimi onori della nostra carissima Italia , che furono da me chiamati ad
esame , e , come molti sanno , impugnati. Sì , il campo filosofico è stato da
me corso in ogni sua parte con moltissimo desiderio , che non ha ag- giunto l’
oggetto suo. Le mie lezioni non saranno pertanto 1’ esposizione di un sistema
che ne esamina un altro , stu- dio stazionario, se non retrogrado. 11 nostro
punto di ve- duta sarà quello di chi studia , e sentesi coraggio d’ in-
contrarsi col vero. Ciò vuol dire, che non ha preconcepute opinioni , nè
interessi d’ amor proprio a mettere in salvo. Mi direte forse : Qual giudizio
può recare delle dottrine chi niuna ne approva definitivamente ? Qual giudizio
! 11 migliore di tutti , quello di chi giudica raffrontando l’ in- segnamento
altrui colle attestazioni della propria coscien- za, e della realtà che vi si
riverbera. Forse che per ben giudicare una Filosofia, è necessario essere
Platonico, Pe- ripatetico, Cartesiano, Lockiano , Kantista ? Se così fosse , il
primo sistema di Filosofia non sarebbe stato giudicabile. E non vedete che
questa anticipazione di sistemi , da cui vorrebbesi muovere per giudicare altrui
, sono anzi un ostacolo a vedere il vero , e ad abbracciarlo ? Che 1’ as- senza
di un sistema, lungi dall’ impedire un buon giudizio, m è una condizione
favorevole per bene intendere le altrui dottrine ? Fondatevi sopra Condillac ,
e studiate Platone , voi crederete follia quella sapienza , perchè non è savia
a vostro senno. La Filosofia viva e vera siamo noi, dotati di coscienza, delle
facoltà necessarie per afferrare le relazioni dell’ essere a noi proporzionato.
Ond’ è che non crediamo nemmeno che s abbia a mettere moltissimo studio, e
spen- dervi la vita , come fanno gli eruditi nell’ avverare quello che altri ha
pensato. Conciossiachè, qual pur sia 1* opinio- ne altrui, noi non possiamo nè
accettarla nè rigettarla che a condizione di avvisarne la verità , o la
falsità. Epperò dobbiamo sempre in FilosoGa pensare da noi stessi. 11 filosofo
vuol sapere quello che è; il filologo quello che si è voluto dire : a ciascuno
1' uGicio suo. Noi adun- que non muove la difesa di alcun sistema, ma il
desiderio di conoscerli tutti ed apprezzarli. Forse mi si dirà, che una
cosiffatta disposizione d* a- nimo non è molto lontana dallo scetticismo, eh*
ella è uno stato d’ indifferenza , piuttosto che il desiderio di sapere. Questa
obbiezione non può essermi fatta che dalla povertà intellettuale, la quale
meschinissima s’ aombra per tutto, ove la sua meschinità non giugne a
comprendere. No ; lo scetticismo, che si studia nei sofismi, ha per iscopo d’
im- brogliar tutto, e, con una ignoranza artificiosa e studiatis- sima,
distruggere i fondamenti d’ ogni cognizione, togliere ogni certezza al sapere.
Ma far tacere le proprie opinioni, onde meglio ascoltare le altrui , è prova d’
animo lealissi- mo, innamorato del vero , nel quale ha fede ; e che lungi dal
volere confondere e combattere le dottrine le une colle altre per dubitare, si
propone anzi la certezza, ha speranza di aggiugnerla, epperciò prende notizia
di tutte le Filoso- fie. Che se, dopo un lungo studio fatto con non altro sco-
po che d’ incontrarsi col vero, o per la malagevolezza del- Digitized by Google
2S3 1’ argomento , o per la pochezza delle sue forze , taluno si rimane
addietro da quella chiara visione del vero a cui sinceramente anela, e confessa
di non sapere, la condizione dell* animo suo sarà 1* ignoranza , non lo
scetticismo. E qui permettetemi , o Signori , che io discenda a parlare di uno
scartabello uscito teste. L’ autore è un dot- tissimo giovine il quale, » mosso
da un cuore pieno d’a- more ( sono sue parole ) per la sua Piacenza , e pe*
suoi compagni giovani studiosi » , vuol parlare al pubblico del- le speranze
che si hanno del nuovo Professore di Logica e Metafisica. Vi ripeto , o Signori
, che non mi abbasso a parlarne , se non perchè ciò mi giova onde meglio
dichia- rare il mio insegnamento. Che , se ciò non fosse , mi guarderei dal
menomare colle mie osservazioni il merito del pietoso ufficio , che il signor
Bosi fa alla sua Piacen- za. Dice egli adunque cominciando : che amerebbe una
Filosofia italiana. Questo linguaggio per me è assurdo , come chi dicesse che
bramerebbe una Geometria italiana. La Filosofia guarda nell’ essere per
conoscerne le correla- zioni , come la Geometria nello spazio. Quando saremo
così fortunati d’ avere un estere ed uno spazio italiani , di questo aggiunto
figgeremo la Filosofia : ma siccome l’ es- sere ha più vedute e più maniere di
manifestazioni , che si avvisano secondochè è disposto il riguardante , passi
I* assurdo che è nel senso assoluto. Questa buona fortuna d’ una Filosofia
italiana, al di- re del signor Bosi , noi 1* avremmo avuta , se la cattedra
filosofica fosse stata occupala dall’ egregio giovane D. Bar- tolommeo Ricci.
Ma , vedete infortunio che i destini ave- vano apparecchiato alla sua Piacenza,
per uno strano c misterioso c/iuoco di cose , dice egli , invece del Ricci ven-
ne eletto il signor D. Alfonso Testa. Sventura veramente lacrimabile ! Eccovi
le parole del lamentoso Bosi : » Po- T$sta , 7bm. vera gioventù , che disperata Filosofia ti
attende ! Impe- rocché i discorsi sulla mente, dopo averti condotta ai limitari
della setta scozzese , e del trascendentalismo ale- manno , se vuoi procedere
più innanzi , il più piccolo ma- le , così dice T., che ti potranno arrecare ,
sarà un capogiro da romperti il collo. » A me pare che il signor Bosi sia stato
preso dal capogiro , senza essersi levato all’ altezza del trascendentalismo,
poiché egli chiama set- ta la scuola scozzese , che tutti sanno , fuori che il
dot- tissimo Bosi , che è la scuola del senso comune , o, come direbbe il conte
Mnmiani , la Filosofia naturale. Quando il senso comune si potrà dir setta , il
signor Bosi sarà in senno. Continuiamoci al pauroso Censore : » Che puoi
aspettarti da un figlio di Cartesio, da un fratello di Reid , c di Arnaldo ,
uniche espressioni possibili del subbietti- vismo » ; e qui il signor Bosi ci
dà nuove prove del suo sapere in Filosofia. I più ignoranti , che hanno un
pochet- io scartabellato i manuali della Storia filosofica , sanno che l*
ultima parola del subbiettivismo è Giovanni Ama- dio Fickte , non quei Signori.
Che se poi avesse almeno letto la prima Parte delle mie Considerazioni sopra il
Gioberti , dove parlo del metodo psicologico , avrebbe , per quanto sia di poca
levatura , potuto raccogliere che nè Cartesio è mio padre , nè Beid ed Arnaldo
miei fratelli. Dopo sì luminose prove di sapere , è bello sentire i suoi guai ;
e veramente guaisce , percosso , com’ dalla paura degli insegnamenti del nuovo
Maestro. » Che po- tete apparare, grida ai giovani , da un filosofo che non
paventa asserire clic : la scienza vagheggiata dalla specu- lazione filosofica
resterà sempre un desiderio (1) . . . che (I) Vedi Nota 2 in fine. 285 dispera
di trovare il vero colla ragione , e si mette nelle mani della Provvidenza ,
dichiarando apertamente la co- gnizione un problema che ancora aspetta lo
scioglimento; e che si affaticano invano tutti i filosofi , perchè la scienza
in sulla terra non sarà compiutamente dichiarata mai, e solo doversi aspettare
da quella visione che è il vero contemplato faccia a faccia. Queste cose io
scrivo dopo aver corso i ventiquattro secoli da Platone a Scelling; dopo avere
interrogato tutte le scuole; e con indefessi studi ponderate le loro risposte
intorno al modo del conoscimento umano, intorno al come si opera quel bacio
desiderato, del soggetto coll’oggetto, per cui ha la scienza umana. Ora ecco
che un gentilissimo giovane mi dà carico della mia ignoranza, e peggio vuol
tirarla allo scetticismo. Ma se egli avesse letto con attenzione quanto io dico
nelle mie considerazioni sopra GIOBERTI (vedasi), avrebbe veduto alcune ragioni
della necessaria ignoranza in cui siamo, e non sarebbesi messo in pena di
trovarvi lo scetticismo. Ecco quelle parole. La radice della scienza è arcana,
inesplicabile, indimostrabile: ella distendesi, e dispiegasi nella coscienza,
dove a noi si rivelano i principi'!, che non possono venire a noi che pella
coscienza, e non per alcun’arte magica dell’intuito; il quale senza coscienza
non è pensabile. Ma la coscienza noi non possiamo spiegarla, nè mai sapremo
quello che la prepara, perchè non possiamo assituarci fuori di lei, onde vederne
la formazione, essendo noi niente, verso di noi, fuori della coscienza. Voler
sapere come la coscienza è possibile è un voler sapere come è possibile un
essere intelligente. Bisogna dimandarlo a Lui – H. P. Grice: THE CREATOR! -- che
ci ha creati. Noi non sappiamo niente di quel segreto, e dobbiamo contentarci d’accettare
la scienza, come chi si confida. Noi tutti accettiamo ed usiamo la vita
corporale, senza conoscere il mistero della generazione e della conservazione;
per egual modo accettiamo ed usiamo la vita dello spirito, la vita
intellettuale, senza conoscerne l’organismo primitivo. La scienza è in noi,
sebbene non conosciamo i modi del suo apparire; poiché la credenza, il ver primo
che r uom crede, che va innanzi alla scienza, e fonda la scienza, non ci rivela
come sia venuto in noi. Nè tolto ci abbisogna. Se la nascita dell' Ontologia è
ancora uo segreto , non meno che quella del sentimento ; I* Ontolo- gia
nondimeno vive e governa il mondo , e cosi il senti- mento. Che se la scienza
ha bisogno che si riveli quel segreto , la scienza avrà la bontà d’ aspettare.
Ma io non credo che s' abbia ad aspettare , e che la cognizione ideale
abbisogni d' essere legittimala per la rivelazione di quel segreto. Se tale
fosse la condizione della scienza , che ci deve profittire , è tanti la
contrarietà dei sistemi , dopo migliaia d’ anni , che dovremmo disperarne. E
in- vece , quanto non dobbiamo consolarci , e confidare nel- 1’ ordine posto
dalla Provvidenza , che mise fondamento air operare , non la scienza ma le
credenze ; le quali non potute scrollare dalle passioni , nè oscurare dal so-
fisma , governano il mondo dell' umanità , si nella specu- lazione che nella
pratica : e sebbene non per ugual modo, tuttavia sempre efficaci sussistono ;
di sorta che , per niu- na perversione , poterono estinguersi , come per niuna
malagevolezza potè essere impedito il desiderio di cer- care sempre più innanzi
le radici del sapere nelle dipen- denze a noi conoscibili ; desiderio che non
morirà mai. > Chi vi parla delle dipendenze a noi conoscibili , che sono la
materia degli studi psicologici , può bene innalzare lo stendale colla scritta
Andiamo innunsi , nè può essere ac- «
usato d' illudere alla gioventù , come con impudenza pari all’ ignoranza fa t’
autore dello scartabello , quasi la invi- tasse all’ acquisto dell’
impossibile. Il mio censore m’ insegna ancora , che per arrivare la scienza ,
bisogna muovere dall’ assoluto , e dal neces- sario. Ma il necessario è un
attributo dell’ assoluto : per- chè muovere da due punti ? Perchè il poveretto
non sa quello che si dica. Muovcremo adunque dall'assoluto a un di presso come
Platone, Malebranche e Gioberti. Ma io ho già provato che Gioberti non ispiega
1' atto del co- noscimento, e le mie ragioni hanuo potuto scrollare la fede che
parecchi Professori avevano in quella dottrina, e che me ne scrissero. Perchè
non impugnarle il signor Dosi ? (1) Veniamo alla conchiusione degnissima di
mitera. » 0 il nuovo Professore , ci dice , conducendo i suoi sco- lari per le
vie oscure tracciate da Reid , questi non ag- giugneranno il valore de’ suoi
insegnamenti , e firn perdu- to il corrente anno scolastico ; o la perspicacia
dei gio- vani poggerà a quel segno dove intende condurli il Pro- fessore , ed
avremo impiantato nella nostra gioventù uno scetticismo orribile , e
spaventoso. » Fin qui il Critico, che per disgrazia è dei giovani perspicaci.
Sono adunque oscure le vie tracciate da Reid. In verità che Bosi ha la vista
molto inferma , se trova oscura la Filo- soGa scozzese , quella che tiensi al
senso comune come all’ àncora di salvazione: Filosofìa anzi agevole , ma in-
sufficiente nelle sue spiegazioni , sì che in altro scritto io chiamavaia la
Filosofia degli stracchi , che si fermano al rivo sfidati della sorgente. Se
poi il Critico si fosse data la briga di leggere i miei discor» i, eh’ ei
nomina con Vedi Nota 3 in fine. V 2SS
tanta paura, avrebbe trovata alla p. 188, una mia dichia- razione che gli
avrebbe insegnato ciò che io penso di quella Filosofia. Ecco come io mi esprimo
: » la Teorica della sensazione oggettiva , proclamata dalla scuola scoz- zese
, e abbracciata da non pochi , è la più fiacca rispo- sta che il Realismo abbia
fatto all' Idealismo. E pare pro- prio eh' ei dimandi perdono della sua
impotenza , e ri- chieggo l' Idealismo per cortesia di consentirgli di con-
versare col mondo. Conducesi, è vero, alla coscienza: ot- timo maestro e
infallibile quando parla ; ma interrogarla , perchè ci testimoni la realtà , è
un aspettarsi la risposta da un muto. » Le ragioni di questa sentenza sono
espo- ste in molti de’ miei libri , e qui non è luogo di ripro- durle. Se
pertanto è vero che la scuola scozzese conduca allo scetticismo , il signor
Bosi può rassicurarsi , e toglie- re i suoi giovani perspicaci dalla paura che
il nuovo Pro- fessore intenda impiantare nell' animo loro uno scettici- , smo
orribile e spaventevole. E qui vi confesso, o Signori, che io non mi sarei
giammai aspettato un saggio d' igno- ranza , come ci è mostrato in quello
scartabello. Ritorniamo ora al nostro assunto. Vi ho detto che I' umano spirito
riguardato nell' atto conoscitivo, nell' atto che afferra la realtà, è un
grande mistero a sè stesso. Ciò nondimeno non dobbiamo scoraggiarci ; la realtà
non ò poi un’ Itacu immaginaria. Se il modo di conoscerla fugge alla scienza ,
la sua credenza ci governa: una legge irresi- stibile ci prescrive di approvarla
, e questa approvazione non ha ancora fallito le speranze di alcuno che fece
sua norma le manifestazioni di lei. Per la qual cosa , se dopo avere
interrogati i sistemi tutti, dopo avere studiate le vie ed i trovamenli sudati
de’ più alti ingegni , noi lascieremo i problemi psicologici e metafisici , nel
posto dove gli ab- biamo trovati ; questo ulmcuo avremo guadagnato , di
conoscere i sistemi i nius et in cute , di non lasciarci impor- re dall*
ignoranza de* sistematici. E forse le nuove osser- vazioni , che anderemo
facendo , se da un lato potranno scemare la confidenza che ponevano in qualcuno
di essi , d’ altra parte ci faranno più cauli , e più studiosi del me- glio che
potremo aggiugnere , dopo avere distese le no- stre viste , e tanta varietà di
clementi ponderata. L’ impresa è ardua. Nè , j>erchè pochi vediamo acco-
starsi a questi studi, ci devono cadere di stima. Le lezio- ni di Metafisica ,
diceva Carlo Villers , non sono come i drammi , tanto più pregiati quanto è
maggiore la calca alla porta del teatro. Par troppo la non curanza degli studi
filosofici , non è nuova. Anche Cicerone nelle Acca- demiche si doleva a* suoi
amici che si trascurassero. » Mentre che io mi affatico, scriveva egli, per
interpretare questa Filosofìa, che dobbiamo a Socrate, perchè, amici miei, non
mi secondate, voi che non potete ignorare es- sere la Filosofìa infinitamente
da preferire ai dibattimenti dei Grammatici, ed allo studio delle belle
lettere? Quae lunge coeteris et studiti et artibus antecedit » . O miei cari
giovani , questo invito e questo rimpro- vero è fatto anche a noi. Ma noi non
istaremo; nè per noi s* imiteranno i petulanti, ai quali Y ignavia è un gran-
de ostacolo, per non curare lo studio dell’ umano pensie- ro, e l'ignoranza una
ragione per ridere chi più adden- tro alle segrete cose dell’ umano spirito non
ha ancora trovato stabilità di spiegazione. Mentre che essi , per cor- to
vedere, s’ accontentano ai dettati del maestro , e met- tono quella fede nel
posto della scienza , dove tanto è an- cora a sudare. No, miei cari, la
Filosofìa non è un catechismo, nè io vorrò imporvi un Credo . La discussione
sarà libera ; ed io desidero avvezzarvi ad una ragionevole indipendenza. *290
Volentieri ascolterò le vostre obbiezioni , e forse che mi gioveranno per
raddrizzare alcuni miei giudizii: ed io il vi confesserò ingenuamente, perchè,
svincolati da ogni preoccupazione, il nostro stendale, come vi ho già det- to,
avrà la scritta: Andiamo innanzi. E va innanzi chi, confessando 1’ errore
proprio , e mostrando i torli inse- gnamenti altrui , si aiuta per attignere al
vero. Perchè io abborro la pessima usanza di quc’ maestri , i quali si stu-
diano in garbugli di vote ed ambigue parole, per non parere corti alle
obbiezioui dei loro discepoli. Pur nella confessione della mia ignoranza voi
imparerete qualche cosa , poiché imparerete ad amare il vero e rispettarlo. E
ciò sarà l’ importantissima delle lezioni. E ancora s’ addoppieranno le nostre
forze per que- sti studi , se al cuore ci scende una favilla d' amore per
questa carissima Italia nostra , che ora sorge a libertà dalla più iniqua
oppressura ; e clic , infino a qui fu avuta a vile da’ forestieri , quasi fosse
ignara e nuova d' ogni Filosofia ; da que* forestieri clic pur di tanto ci sono
de- bitori in ogni maniera d' intellettuale cultura. Sì , miei cari , sono de’
vostri maggiori i bei nomi che risplendono nella storia Filosofica. Ma sapete
voi qual debito vi corre inverso di loro ? Quello di superarli. A questo prezzo
è 1' onor vostro e la gloria loro. Essi nel loro ritiro guarda- vano a voi , e
salutarono dalla lungi questi giorni , che sono i vostri , come piti
avventurosi per le scienze : essi che , pure vedendosi innanzi accesi i roghi ,
e splendere le mannaie , nondimeno non si ritrassero dalla loro im- presa , sì
pensavano clic , messo in libertà il pensiero , avrebbe dato frutti degni dell’
italiana virtù. Perchè , bo- tate bene , l’ ingegno italiano è acconcio a tutto
, solo che il voglia. E voi , favoreggiati da miglior sorte , non falli- rete
ad una sì degna aspettazione ; e per voi cesserà 1' obbrobrio , che ci
rinfaccia lo straniero , il quale , accusando la nostra ignavia, va dicendo,
che l' Italia è il paese delle memorie. Nè vi seducano i figli della notte, che
con tanta enormità vanno predicando, che il mondo sarebbe migliore , ove
fossero più pochi quelli che studiano. Tanto loro profitta 1’ universale
ignoranza ! Ignoranza che essi procu- rano, pur mostrando di ammaestrare.
Finezza di malizia ! ... I figli della notte ! ! ! Perdonatemi , Signori , se
nella miracolosa rapidità dei nostri grandi avvenimenti confon- desi il mio
pensiero. No , qui più non sono que' ministri del dispotismo che ha suo
fondamento nell' ignoranza dei popoli. Le sorti vostre, miei cari giovani, sono
molto cam- biate , se Iddio ci aiuti. Là nei campi della Lombardia si combatte
una guerra formidabile , il cui avvenire è per voi : là si preparano i tempi,
che i più gloriosi non furono mai in alcuna epoca delle istorie nostre. Ora,
come vestite F abito italiano , adoperatevi eziandio per racquistare le maschie
virtù dei vostri antenati : tanto bisogna al secolo in cui viviamo. Pensateci
bene. L' Italia non sarà più tra breve intieramente nelle mani de’ suoi capi ,
come era in passato ; ma il popolo prenderà parte alla sua sorte , en- trerà
ne’ suoi affari , avrà una rappresentanza. Voi sarete un giorno Elettori e
Deputati alla grande opera del reg- gimento civile. Io lo ripeto, 1’ avvenire è
vostro, voi siete la speranza del inondo. Ma voi dovete adoperarvi nell’ a-
cquisto di quella bontà di costumi , e di quella coltura di mente che è
richiesta all’ altezza dei beni che vi aspettano. I quali nell' eterno
consiglio decretati , si compieranno ap- puntino per opera di quello stragrande
Pio IX. che Iddio valle ministro in terra di tanta nostra ventura. E qui vi
ricordo , che il gran Ncwtono , all’ aspetto del ciclo , non pronunziava mai il
nome di Dio , che non si scoprisse il capo. E noi , d* ora innanzi , pensando
ai nostri grandi avvenimenti , prima a Dio , e poi al Magna- nimo Pio IX Io scopriremo: e questo fia tributo di
cordiale riverenza a quel gran Nome. Viva-Pio IX. c t (i) Nos sperabamas quia ipsc csset
redempturus Israel. {S. Luca). NOTE
Ecco la lettera che il Testa scrìsse , e poi non fa mandata al Padre Rettore
dei Gesuiti , dal quale era invitato a volere assistere fi Saggi scolastici che
si davano dagli Allievi dei Reverendi , nel Collegio di San Pietro. Reverendo
Padre , lo ebbi a meravigliare la sfaciataggine , che qualcuno direbbe più che
gesuitica , dell 1 invito che mi venne fatto in suo nome di assistere ai loro
Saggi scolastici. La Paternità Vostra , vigilantissima com 1 è, non può
ignorare lo strazio che si fa del mio nome, la beffe ed il ridicolo che si
vorrebbe spandere sulla mia persona , soprattutto dal Maestro di Filosofia, e
nella scuola di lui, in presenza degli sco- lari. Schemi e derisioni, che qui
non ripeterò, perchè non è dicevole ri [teiere le parole dei pazzi e dei
briachi : ma che gli scolaretti hanno bene appreso, e ridicono nelle loro case,
di dove si allargano poi per la città. Di questi bruiti discorsi io feci
lamento ad una autorevole persona, la quale, posta a fare il grandissimo dei
beni, che sta net- P impedire il male , ed a procurare la quiete della città ,
non poteva ignorarli : e saviissimo coro’ è , ne sentiva tutta P indegnità. Ma
vo- lendomi quetare, mi diceva: Che non era a credere il tutto, che a’ discorsi
si fanno le giunte e le frangio. Al che rispondevo: Non vi è frangia senza
vestimento, nou giunta senza derrata ; e la derrata e il vestimento vengono da
tale che dovrebbe vergognarsi di maiicare al dover suo principalissimo come
maestro, ciò è di allevare nel ri- spetto e nell 1 amore degli uomini i suoi
scolari ; poiché la benivo- glienza è il frutto più prezioso della Filosofia,
eh 1 ci dice d’ insegnare; ed è per questo che si può dire una preparazione
alla perfezione evangelica. Non posso intendere perchè questi Maestri
forestieri, se la pren- dono contro di me. Io certo non feci loro alcun male ,
non provocai la loro indegnazione , nè con «Iti nè con parole di che potessero
2<J4 giustamente essere offesi. Nè io avevo ragione, nel mio particolare
interesse, di farmi loro avverso. Poiché non potevo temere ( in ina i- pienlia
dico. 2, Cor. li, 21 ) che la loro presenza oscurasse il mio nome , o menomasse
i miei stipendi. Se la gloria e la cupidigia avessero in me potuto, già da gran
tempo io non sarei più qui. Ha la mia gloria è di giovare a' miei concittadini
, la mia consolazione di trovarmi tra loro, e nella reciprocità di si cari affetti
finire la mia vita. Ecco tutta la mia ambizione, che non può avere nimicizie. -
Ho soscritlo alla supplicazione che faceva la città , desiderosa che si
lasciasse una certa libertà d’ insegnamento , buona a destare l'emu- lazione.
Ma poteva io , senza far torto ai nuovi Maestri , pensare che essi avrebbero
avuto a male la concorrenza 7 Non doveva anzi io credere che. pieni di
confidenza nel loro valore , avrebbero applaudito ad una dimanda che procurava
ad essi una si bella occasione di mostrare la loro prestanza ? Supplicai
adunque ignorando il bisogno de' nuovi Maestri. Peccato che possono perdonarmi
con ilarità di cuore ; perchè fa ad essi onore , ed a me vergogna d’ essermi
ingannato. - Mi vogliono far passare per un nemico dei Gesuiti. Questa è una
calunnia. Iddio mi è testimonio che lo non odio al- cuna sua creatura , che
tutto accetto dalla Provvidenza , la rugiada che ristora le campagne , e la
grandine che le devasta. Io non odio i Gesuiti, ma I loro peccati, che la santa
memoria di Clemente XIV ha registrati ad aelernam rei memoriam nel Breve che
comincia : Dominus ac Redemplor noster eie. Io spero che la Paternità Vostra
vorrà prender seriamente in considerazione l' enormità del fallo , e il grave
scandalo , che è di sentire gli scolaretti a ripetere le imperti- nenze che
udirono dal Maestro , non pure contro di me , ma contro altri ancora che si
adoperarono pel bene e per P edificazione della città. Altri si porti in pace
I' obbrobrio, e carezzi, e aduli conlro co- scienza, o per indegne speranze, o
per viltà d'animo, io non mi ta- cerò^, se fia d' uopo, invocherò la giustizia
delle leggi, l'assistenza della veneralissima Sovrana nostra, la quale certo
pensa a beneficarci , e noi abbiamo irrefragabili prove cb' ella vuole
proteggerci , né mal permetterà che siamo fatti ludibrio all' altrui malignità.
Questo sempre mi è regalato dal Dosi ;
nè io poteva scri- verlo , io che aspetto con san Paolo la scienza compiuta da
quella visione che è il vero contemplato faccia a faccia. Della quale sentenza
mi fa un rimprovero il dottissimo Critico come prova di scetticismo. Ma , per
finirla , eccovi te parole appuntino, con che termino le mie Considerazioni
sopra V Introduzione alla Filosofia per GIOBERTI (vedasi), di dove ha tolto
quei frammenti l’avventato Ctiisriottino» u Forse vi parrà di vedere ( scrivo
al dilettissimo mio Rossi una tinta scettica nelle mie scritture ; ma non è che
debolezza d’ uomo che aombra perchè ama ; scrupoleggia onde ognora più assicu-
rarsi. Il perchè avrebbe mal garbo chi volesse rimproverarmi il mu- tevole mio
pensiero. Non sono io P ultimo ad avvisarlo G partili ancora che la storia
della Filosofìa ci ammaestri , che I 1 uomo più si leva nell' ampio cielo della
speculazione , per la novità delle vedute , ricrcdesi non di rado , e cambia
sentenza. Non è stabilità che nei Comprensori, e nell' infimo grado delle
intelligenze. In quelli perchè vedono il vero; in questi perchè non veggono il
falso. E non è ansietà che in coloro , i quali hanno a difendere un loro
sislema. Grave so- ma ! Io non mi studio che d’ incontrarmi col vero ; e lo
scetticismo non è nemico del vero, ma bensì il rimedio delle false filosofie.
Che se ancora non l' aggiungo, non per ciò si turba la serenità dell'animo mio
; e , senza rattiepidirmi nel desiderio e nella speranza di lui , dismetto le
speculazioni infruttuose : ed ai tritumi dell’ analisi , che scompiglia il vero
, e mette al mondo i Sesti e i David Hume , so- stituisco!/., una potente
sintesi che abbraccia il tutto. G qui mi sono ben fermo che la Provvidenza
governa 1’umanità , e che , perciò , 1'umanità è fornita di quanto le bisogna
per aggiugnerc il suo de- stinato. La scienza , vagheggiata dalla speculazione
filosofica , resterà un desiderio. Conoscere il rapporto delle nostre idee coi
loro oggetti, avvisare la corrispondenza del soggetto coll' oggetto, quel bacio
squi- sito , che è la cognizione : Ecco il problema che aspetta ancora lo
scioglimento. Fichte lo ha sciolto negandolo. Scelling , vedendo la
impossibilità di arrivare al Realismo per mezzo dell' Idealismo, pensò dedurre
P Idealismo dal Realismo , e si collocò nel punto opposto , tentando derivare
il soggetto dall’ oggetto, c precipitò nel Panteismo. Dopo queste prove, la
visione, o P intuito fugatore del Soggettivismo, venne in campo ; ma è stato
notalo tanto diversamente , anche da’ suoi promotori , che perde, al giudizio
dei molti, il merito di visione, per prendere il posto d' una illusione.
Malebranche confonde P idea intuitiva dell' ente colla riflessiva ; Rosmini
intuisce P ente possibile ; il nostro Gioberti P ente reale , senza dire dei
misteri e delle mala- gevolezze che non iscemano in queste teoriche 11 resto
dei filosofi dice di non saper niente di quella visione : e chi cerca nei sensi
, chi nelle forme dello spirito , chi ammette un' apprensione sostan- 296 rialt
, rbi un sentimento dell* causa , chi si profondi nei delirii del Misticismo e
dei Panteismo. Ma la scienza è, sebbene non conoscia- mo, il modo e la
possibilità di lei , la quale io sulla terra non sari compiutamente dichiarata
mai ; ed io l' aspetta , non dalla riOessione ontologica , ma da quella visione
, che i il vero contemplato fìttela a faccia. Fa gradito spettacolo la sera, In
cui ar- rivò a Piacenza I' uomo straordinario , il Signor Gioberti , vedete i
due Filosofi, che non si erano mai visti , correre I' una inverso del- I’
altro, abbracciarsi , baciarsi come fossero antichi amici, e tenersi in
dolcissimi colloqui, che furono interrotti dal Governo Provvisorio ve- nuto a
complimentare il grand' uomo. Qui si verifica quello che ci stampava il Testa :
« Noi non abbiamo avversari , bensì un' opera comune a compierà , quella di
aiutarci al sapere. „ Ufota dell' Editore. Estratto dal Foglio Periodico di
Parma , che seguita alla Raccolta delle Leggi. AVVISO Noi siamo pregati dall*
Abbate Testa d’ inserire in questo foglio 1’ atto d’ usciere qui sottoscritto,
compilato dal Causidico Brigalli di Piacenza ; e , per ora , senza commenti che
presto si leggeranno in un apposito opusco- letto , e ciò sarà con buoni
ammonimenti da profittare a non pochi. Scopo a cui deve guardare ogni buona
scrittura. L'anno mille ottocento quarantotto li diciassette Mar- zo , alle ore
otto antimeridiane, alla richiesta della signora Contessa Francesca Civardi ,
proprietaria , domiciliata in Piacenza , io Campioni , usciere presso i Tri-
bunali residenti in Piacenza , quivi domiciliato e giurato , ho dichiarato alli
signori T. sacerdote , e Dottore Guastoni
notaio, proprietari, domiciliati in Piacenza , che la signora richiedente con
quest’ atto revo- ca , ed annulla in ogni sua parte , e come se non avesse mai
esistito , Y atto di mandato, e procura fatto nel ricor- dato signor Testa ,
per Rogito di detto Guastoni, e ciò al fine di quanto concerne li detti signori
T. e Guastoni rispet- tivamente, e ad ogni altro fine che di diritto. Ed
inoltre, senza pregiudizio di ogni diritto , e ragione che possano competere
alla signora richiedente verso detto signor Testa per detto mandato , e per
qualsivoglia titolo , o causa che rimangono espressamente riservati.
Sottoscritti nell’ originale, Francesca Civardi Campioni , Usciere . Nota. Nel
tranquillo delle cose nostre si muoverà una penna po- tente , che mostrerà Y
enormità dell' atto surriferito , e le mene infa- mi dell' uomo astuto, e
vorace che Io procurò. Digitized by Google delle Materie contenute in questo
Volume Alcune Coìisidcrazioni sopra la natura umana Sezione 1.‘ Industrie e
Mestieri Sezione 2/ Delle Ani 3 13 14 U Scienze Sezione 1/ Del Governo Della
Religione considerata come un biso- gno dell Umanità , colie postille del
Censore par- migiano D. Allodi U7 i •Si 1 9 Ì CORRISPONDENZA • iaZL * 9j r , .a
l fc- * , T. all’ Egregio Sig. Francesco
Galvani . 1QT Le Novelle morali dell Abbate Taverna , difese dal - V Abbate
Alfonso Testa . • Al- letterà - Alfonso
Testa al Sig, Direttore del Gior- nale Letterario - Scientifico di Modena • . •
128 Le Novelle Morali dclV Abbate Taverna , di- fese dall ’ Abbate Alfonso
Testa contro le imputa- zioni rinnovate nel Fascicolo decimo del Giornale
Letterario-Scicntifico di Modena ili j \ Apolog'ia di Giuseppe Taverna contro
il Giornale fa 1- terario-Scientifico di Modena, scriua da lui s lenito 1C7 1
Legulei, ammonimento al popolo Ammonimento al popolo. Della necessità di
procurarsi le quitanze , onde aiutare la memoria e V onestà vacillante di molti
214 Passi soppressi dalla Censura nella Filosofia dell’ Affetto, stampata a
Piacenza per Del Maino Lettera - T. al
suo riverito e caro Amico l’Avvocalo Gioia Lettera - Gitiseppe Taverna all'Abbate Alfonso
Testa 224 Lettera - Alfonso Testa all’ Amico suo dilettissimo Giuseppe Taverna
230 Risposta alle Osservazioni sull’ Introduzione alla Fi - losofia
dell’Affetto di Alfonso Testa, inserite nel Volume 137 del Giornale Arcadico di
Roma . 237 Prolusione alla scuola di Logica e Metafisica , letta dall’Abbate
Alfonso Testa Professore di Filosofia nel Liceo di Piacenza. Estratto dal
Foglio Periodico di Parma, che seguila alla Raccolta delle faggi. Nome
compiuto: Alfonso Testa. Testa. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Testa” – The Swimming-Pool Library.
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