LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z S SPI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Spintaro: la ragione
conversazionale della filosofia pre-romanica -- Roma – la scuola di Taranto –
filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taranto, Bari. Teacher
– and father – of Aristosseno. Grice: “Oxonians might wonder why Italians are
so obsessed with Crotona, Taranto, and the rest of them, but I SEE it: it’s all
about the pre-Roman!”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Spirito:
la filosofia dello spirito – filosofia fascista – ventennio fascista – i corpi
– corpo e corporazione – la scuola d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Arezzo).
Filosofo aretino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Allievo
di Gentile, teorico di una filosofia nota come problematicismo e del
corporativismo fascista, S. è stato uno dei più importanti filosofi italiani.
Dagli anni giovanili fino al termine del suo lungo percorso intellettuale, S.
ha espresso una riflessione incentrata sulla ricerca di valori
incontrovertibili, capaci di resistere al pensiero critico e di trasformare
concretamente la vita degli uomini. Per la varietà dei suoi interessi, per i
temi di cui si è occupato e per le scelte politiche che ha compiuto, S. è
certamente uno dei protagonisti più interessanti della storia della cultura
italiana. Nasce da Prospero e Rosa
Leone. Dopo essersi diplomato al liceo classico Vico di Chieti, inizia a
frequentare la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma per laurearsi.
Lo stesso anno si iscrive a Lettere e filosofia e si laureò con Gentile
discutendo una tesi sul pragmatismo italiano che pubblica. Da allora divenne
uno dei più stretti collaboratori del filosofo idealista: nominato segretario
di redazione del «Giornale critico di filosofia italiana», aderì al fascismo;
firmò il «Manifesto degli intellettuali fascisti» e, quando lavora
all’Enciclopedia Italiana ed era assistente alla cattedra di pedagogia
dell’Università di Roma, fondò il bimestrale «Nuovi studi di politica, economia
e diritto» con l’obiettivo di diffondere i principi della filosofia di Gentile
nelle scienze sociali. E, in effetti, per tutti gli anni Venti si impegnò nelle
battaglie promosse dal filosofo idealista, convinto che l’attualismo
rappresentasse l’espressione più importante della filosofia moderna, come
dichiarò in L’idealismo italiano e i suoi critici del 1930. Negli anni Trenta la volontà di contribuire
alla trasformazione della società italiana, e quindi di partecipare sempre più
attivamente alla costruzione del regime fascista, determinò una nuova fase
della sua biografia: a Ferrara, al 2° Convegno di studi sindacali e
corporativi, nel maggio del 1932, Spirito espose la teoria della «corporazione
proprietaria» criticando radicalmente la concezione tradizionale della
proprietà privata e divenendo da allora il più autorevole teorico del
corporativismo fascista. Nel 1933 pubblicò Scienza e filosofia prendendo le
distanze dal pensiero del maestro e nel 1937, con La vita come ricerca, si
allontanò definitivamente dall’attualismo di Gentile approdando a un nuovo
percorso di ricerca che volle definire problematicismo. Da questo punto di
vista, la critica verso Gentile, maturata sul terreno filosofico, e in particolare
su quello del rapporto fra scienza e filosofia, coincise con l’elaborazione di
una teoria politica ed economica radicale. Coerentemente con questa nuova
riflessione, negli anni Trenta, Spirito intensificò la collaborazione con
Giuseppe Bottai insegnando nella scuola di studi corporativi di Pisa ed
entrando a far parte del gruppo di giovani intellettuali che scrivevano su
«Critica fascista» e si battevano per accelerare il processo di costruzione del
regime totalitario. Proprio con questo obiettivo, nel 1941 Spirito scrisse
Guerra rivoluzionaria sostenendo l’importanza dell’alleanza fra l’Italia e la
Germania. Lo stesso anno pubblicò La vita come arte in cui proseguì le sue
riflessioni filosofiche, dopo aver insegnato filosofia e pedagogia
all’Università di Messina, nell’ateneo di Genova e dal 1938 alla Sapienza di
Roma, come docente di filosofia teoretica nella facoltà di Magistero. Spirito non aderì alla Repubblica sociale
italiana e nel giugno del 1944 fu processato per apologia del fascismo. Sei
mesi dopo venne dichiarato non colpevole e riammesso in servizio nel maggio
1945. Direttore della casa editrice Sansoni, nel 1951 assunse la direzione del
«Giornale critico della filosofia italiana» e fu nominato professore ordinario
di filosofia teoretica nella facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di
Roma. Due anni dopo, nel 1953, diede alle stampe La vita come amore, il terzo
volume della trilogia iniziata con La vita come ricerca e proseguita con La
vita come arte. Attento osservatore
della realtà del suo tempo, negli anni del dopoguerra Spirito collaborò con
vari giornali occupandosi di politica e di cultura, pur non tralasciando mai la
sua principale attività di docente universitario e studioso di filosofia. Nel
1944 pubblicò Machiavelli e Guicciardini, nel 1955 Significato del nostro
tempo, nel 1961 Inizio di una nuova epoca, nel 1962 Comunismo russo e comunismo
cinese e nel 1970 Tramonto o eclissi dei valori tradizionali? con Augusto Del
Noce. Negli stessi anni riprese gli studi corporativi e, come presidente della
Fondazione Giovanni Gentile, nel 1975 organizzò il primo convegno sul filosofo.
Due anni dopo pubblicò le Memorie di un incosciente che contiene il bilancio
della sua vita di ricerca. Morì a Roma il 28 aprile 1979. Un giovane idealista fascista Il percorso
intellettuale di Ugo Spirito ebbe origine alla fine degli anni Dieci nella
facoltà di Legge dell’Università di Roma dove frequentò le lezioni di economia
politica di Maffeo Pantaleoni e quelle di diritto penale tenute da Enrico
Ferri, che lo colpirono particolarmente per la scelta del criminologo
positivista di connettere i fattori sociali ed economici ai comportamenti
delittuosi. In realtà, questa prima adesione al positivismo non durò molto: nel
gennaio del 1918, subito dopo la laurea in giurisprudenza, Spirito ascoltò una
lezione di Gentile e, muovendosi alla ricerca di «una rivoluzione più intima,
capace di dare attraverso un’energia interiore l’energia necessaria ad un’opera
creatrice», sentì di aver trovato nelle parole del filosofo idealista «la
metafisica della libertà» (Memorie di un incosciente, 1977, p. 33), cioè una
concezione esaustiva della realtà, sicuramente più attraente del positivismo.
Decise allora di iscriversi a Lettere e filosofia e divenne uno dei più
brillanti allievi di Gentile, come dimostrano alcuni suoi noti scritti degli
anni Venti. Nel volume Il pragmatismo
nella filosofia contemporanea che pubblicò nel 1921, quando era assistente di
Luigi Credaro alla cattedra di pedagogia della Sapienza di Roma, Spirito fece
propria l’interpretazione gentiliana della storia della filosofia: in questo
senso sottolineò i meriti dei pragmatisti italiani che avevano combattuto
contro l’intellettualismo pur non riuscendo a varcare i confini di una
filosofia scettica. Quattro anni dopo, nella Storia del diritto penale
italiano, espresse la sua prospettiva idealistica dichiarando l’insufficienza
di qualunque presupposto deterministico nello studio delle scienze sociali e
infine, nel volume L’idealismo italiano e i suoi critici, raccolse i contributi
apparsi sul «Giornale critico» dall’inizio degli anni Venti e definì
l’attualismo di Gentile la più importante riflessione della filosofia moderna.
In quelle pagine, dedicate alla critica del pensiero crociano, al confronto con
i filosofi neoscolastici, ma anche ai giovani gentiliani che si stavano
allontanando dal maestro, Spirito sostenne che l’attualismo era la sintesi
ultima del processo storico del pensiero occidentale, «la soluzione del
problema intorno a cui si era travagliato il pensiero greco e cristiano: il
problema dell’unificazione del mondo dell’essere col mondo del divenire»
(L’idealismo italiano e i suoi critici, 1930, p. 40). Coerentemente con questa scelta e
profondamente convinto che la filosofia di Gentile fosse una filosofia in grado
di identificarsi con la vita, una filosofia capace di intendere lo spirito non
come qualcosa di già dato, ma come uno sforzo di trasformazione della realtà,
Spirito divenne anche uno dei maggiori sostenitori dell’ingresso dei gentiliani
nel fascismo. Per questo si impegnò concretamente nella difesa delle scelte del
regime: per es., all’indomani del delitto Matteotti, polemizzò con quanti
speravano di riportare il fascismo nell’alveo delle istituzioni liberali e
affermò che «gli accordi con i fiancheggiatori e il miraggio della
normalizzazione stavano rodendo» «le radici del fascismo», rischiando di
allontanarlo dai propri obiettivi rivoluzionari. Contro qualsiasi ipotesi
moderata Spirito affermò che la prima vera prova della coscienza rivoluzionaria
si era avuta quando il fascismo aveva compreso che poteva e doveva «fare a meno
di tutti i fiancheggiatori e di tutti gli ex presidenti del consiglio»
(Tarquini 2009, p. 80). Scienza e
filosofia Nella seconda metà degli anni Venti Spirito maturò una nuova
riflessione e nel 1927 fondò la rivista bimestrale «Nuovi studi di diritto,
economia e politica» insieme all’amico Arnaldo Volpicelli, con l’intento di
rinnovare le scienze sociali alla luce della filosofia di Gentile. Con questa
iniziativa, Spirito e Volpicelli riaffermavano la loro adesione al pensiero
gentiliano, ma al contempo dichiaravano la difficoltà dell’attualismo di
riuscire a incidere concretamente sul diritto, sulla politica e sull’economia
del fascismo. A questo proposito i due giovani studiosi ritenevano che per
trasformare la realtà politica e sociale occorresse prendere le mosse da un
nuovo rapporto fra scienza e filosofia. Nel programma di «Nuovi studi» si
legge: Scienza, quella da noi propugnata,
e non filosofia, se per questa ha da intendersi la non mai troppo derisa e
scansata metafisica, che si sequestra dal mondo e dalla storia e alla realtà
effettuale contrappone trascendenti chimere […]; ma scienza e insieme
filosofia, se per questa ha da intendersi […] la riflessa coscienza della
realtà e dello spirito, la determinazione dei criteri adeguati d’indagine e
d’intellegibilità del reale. Questa filosofia, più modesta ma utile, non è che
la scienza stessa rettamente intesa nella sua storicità (Programma, «Nuovi
studi di diritto, economia e politica», a. I, novembre 1927, f. 1, p. 1). Proprio a questa riflessione Spirito dedicò
l’intervento che presentò al 7° Congresso nazionale di filosofia del 1929. In
quella sede il giovane filosofo sviluppò la tesi dell’identificazione di
scienza e filosofia e sostenne che la scienza doveva essere pensata come lo
studio del particolare concreto, come un sapere storico che si confronta con la
realtà e supera così ogni distinzione fra concezioni astratte e problemi
concreti. L’ipotesi di Spirito non prevedeva che la scienza si trasformasse in
filosofia, ma al contrario che fosse la filosofia a trovare la propria
concretezza nelle scienze sociali per affrontare i problemi posti dal proprio
tempo. E per questo, contro l’idea di una filosofia che definisce la verità
come un’astratta teoria, il giovane filosofo si allontanò da Gentile e in un
articolo intitolato «attualismo costruttore», sostenne di aver ritrovato «la
vera filosofia nella politica, nella pedagogia, nel diritto, nell’economia,
nell’arte, dovunque la vita chiamasse con l’urgenza di uscire da vecchi schemi
e da metodi infecondi» (Scienza e filosofia). Il suo attualismo, dunque, era
una filosofia che per vivere doveva esprimersi nelle diverse manifestazioni
della realtà. A partire da questa nuova consapevolezza Spirito percorse due
strade diverse: come si è accennato, da un lato divenne il principale teorico
del corporativismo fascista, dall’altro si fece sostenitore di una riflessione
che definì problematicismo. Il
corporativismo Sia in La critica all’economia liberale del 1930, sia in I
fondamenti dell’economia corporativa, S. articolò la propria concezione
dell’economia politica partendo da un dato che, dopo la crisi del 1929, a lui
come a molti intellettuali sembrava inoppugnabile: il fallimento dell’economia
classica e dell’idea di homo oeconomicus su cui era fondata. Teorico di una
nuova economia politica basata sull’identità di Stato e individuo e «sulla
statalità di ogni fenomeno economico» (I fondamenti dell’economia corporativa,
cit., p. 28), all’inizio degli anni Trenta formulò una dottrina integralmente
totalitaria in cui lo Stato si configurava come un «organismo unico
armonicamente costituito» «con il quale l’individuo, in quanto animale
sociale», non avrebbe potuto non coincidere (p. 41). Come ha sottolineato
Alberto Asor Rosa, si trattava di una posizione che esprimeva «la più netta
affermazione della superiorità dell’etico (e, se si vuole, del politico, ma
solo in quanto il politico discende ancor più direttamente dall’etico)
sull’economico» (Asor Rosa). E, infatti,
Spirito, come tutti gli ideologi fascisti degli anni Trenta, sostenne che lo
Stato fascista non sarebbe stato ostacolato da nulla: né individuo, né gruppo,
né istituzione avrebbe potuto ledere il suo potere illimitato. Convinto,
quindi, che per realizzare gli obiettivi del fascismo occorresse imprimere
un’accelerazione al processo di costruzione del nuovo Stato, quando già da un
anno collaborava con Giuseppe Bottai alla scuola di studi corporativi di Pisa,
Spirito partecipò a Ferrara al 2° Convegno di studi corporativi. Riproponendo
un’antica polemica contro il sindacalismo, che a suo avviso era un retaggio del
capitalismo, egli spiegò come superare la distinzione fra datori di lavoro e
lavoratori esponendo la tesi della corporazione proprietaria: propose allora di
trasformare le singole aziende in enti di proprietà dei corporati, cioè degli
azionisti proprietari, e di consentire a lavoratori e datori di lavoro, in
misura diversa e relativa al grado gerarchico, di condividere la proprietà e la
gestione della corporazione. Ovviamente la corporazione doveva essere intesa
come un organo dello Stato, «un organo che si innesta nel suo organismo
attraverso il Consiglio nazionale delle Corporazioni» e non perché lo Stato
avrebbe risolto i conflitti interni alle corporazioni, ma perché, sottolineava
Spirito, «è la stessa realtà della corporazione vista nel sistema nazionale»
(Atti del secondo convegno di studi sindacali e corporativi). Nella sua autobiografia Spirito ha sostenuto
che dopo il convegno di Ferrara divenne vittima di una vera e propria
persecuzione, nonostante avesse avuto il sostegno di Mussolini (Memorie di un
incosciente), perché da allora molti fascisti lo considerarono un comunista e
un pericoloso sovversivo. Per questo sarebbe stato costretto a trasferirsi
all’Università di Messina e a lasciare la scuola di studi corporativi di Pisa.
In realtà i ricordi di Spirito non sono del tutto esatti: nel 1935 il ministro
dell’Educazione nazionale, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, lo invitò a
lasciare la scuola pisana di scienze corporative e a trasferirsi a Messina,
dove aveva vinto la cattedra di filosofia e storia della filosofia
nell’Istituto Superiore di Magistero. De Vecchi era uno dei più severi nemici
di Gentile ed è probabile che Spirito avesse ragione nell’individuare un fumus
persecutionis ai suoi danni. D’altra parte, nell’obbligarlo a trasferirsi e a
prendere servizio a Messina il ministro non fece che applicare la legge. Le
carte della polizia politica, inoltre, non testimoniano un particolare
accanimento dei fascisti nei confronti del teorico del corporativismo che venne
controllato perché era considerato un eterodosso, ma non suscitò più attenzione
di altri intellettuali (Tarquini). Lo
stesso S. fece parte di una commissione giudicatrice dei littoriali, fu
invitato a svolgere una conferenza nell’Istituto fascista di cultura di Bologna
sul problema dello Stato corporativo, parlò all’Istituto di cultura di Parma e
in quello di Catanzaro, e in quello di Pisa (Dessì). Non emerge, quindi, la
figura di un perseguitato politico costretto a ritirarsi a vita privata. Stando
alle sue memorie, invece, dagli anni Trenta avrebbe iniziato ad allontanarsi
dal fascismo e a maturare una riflessione filosofica che avrebbe avuto il suo
esito più importante nel volume La vita come ricerca pubblicato nel 1937,
quando si trasferì a Genova come docente di filosofia teoretica. Il problematicismo La vita come ricerca
inizia con una frase divenuta celebre che Spirito ripeté più volte nel corso
del volume: «pensare significa obiettare». In quelle pagine affermò il
carattere antinomico della realtà definendola come un incessante tentativo di
rispondere alle obiezioni del pensiero, e quindi di ricercare la verità: Ideale succede a ideale e, al fondo di ognuno
di essi, non ritrovo che il mio pensiero nell’ansia della conquista,
l’antinomia: un pensiero cioè potenziato fino all’ipercriticismo, che mi dà la
gioia di una libertà non mai prima raggiunta e il dolore di una schiavitù
anch’essa non mai tanto profonda e completa (La vita come ricerca). Nel ripercorrere la storia della filosofia
moderna, Spirito spiegò che aveva aderito all’attualismo di Gentile perché vi
aveva riconosciuto la libertà dell’autocoscienza emancipata «dall’oggettività
opaca dell’ignoto e del mistero» e la volontà di superare la distinzione fra
pensiero e azione. In questo senso, come si è accennato, gli era sembrato che
la filosofia di Gentile esprimesse un autentico sforzo creativo,
antintellettualistico, e quindi aperto verso la vita. Alla fine degli anni
Venti, tuttavia, si era reso conto che l’idealismo italiano aveva perso il
contatto con la società, era «rimasto chiuso di fronte a problemi e a
manifestazioni di indiscutibile valore», non aveva capito il positivismo e la
scienza e non aveva avuto «occhi per tutte quelle espressioni spirituali che
ripugnano al rigoroso criterio di una filosofia sistematica. In sostanza la
riflessione di Gentile, secondo Spirito, era diventata una teoria incapace di
affermare un orizzonte dotato di una pluralità di forme e di valori. Di fronte a questo fallimento nel volume La
vita come ricerca affermò l’esigenza di una filosofia pensata come problema e
non come metafisica, una filosofia che assumesse l’antinomia come suo tratto
caratterizzante e al contempo riconoscesse la necessità di cercare
l’incontrovertibile e quindi di non abbandonare il «mito» della verità. «Allo
stato attuale delle cose, scrisse, dobbiamo riconoscere di non avere la
capacità di uscire dal mito e di acconciarci a quello della ricerca come al
meno dogmatico di tutti. Da questo punto di vista, come è stato rilevato, la
sua posizione assumeva connotazioni religiose (Cavallera 2000, p. 30). Lo
sottolineò per primo lo stesso Gentile che sul «Giornale critico della
filosofia italiana» definì La vita come ricerca un libro profondamente
sbagliato. Il fondatore dell’attualismo accusò il giovane critico di assumere
una posizione filosofica dogmatica che sosteneva, senza motivarne le ragioni,
l’impossibilità di non ricercare la verità e al contempo di trovarla:
considerava cioè come acquisita la necessità di dare un senso all’esistenza e
la percezione della sua inafferrabilità. In realtà, indipendentemente dalle sue
aporie, si trattava della prima riflessione critica sull’attualismo nata
all’interno della scuola di Gentile, elaborata da uno degli allievi più
importanti, esponente di quella che viene definita la sinistra gentiliana,
laica e problematicista, per distinguerla dalla destra spiritualista e
cattolica rappresentata da CARLINI (vedasi) e GUZZO (vedasi). In questo senso
la critica di Spirito ha un’importanza che va oltre il suo percorso
intellettuale e rappresenta un momento decisivo della storia della cultura
italiana del Novecento: quello in cui il fascino esercitato dalla filosofia di
Gentile sui molti giovani intellettuali che avevano aderito all’orizzonte di
pensiero rappresentato dall’attualismo lasciava il posto a riflessioni diverse
che avrebbero caratterizzato il dibattito del dopoguerra. Come si è affermato, nell’autobiografia
pubblicata alla fine degli anni Settanta Spirito sostenne che il suo
allontanarsi dall’attualismo coincise con una nuova stagione in cui egli maturò
il proprio distacco dal fascismo: così come aveva aderito al regime seguendo il
maestro, nella seconda metà degli anni Trenta, criticando Gentile sul piano
filosofico, aveva preso le distanze dal regime fascista. In realtà è vero il
contrario. La critica di Spirito a Gentile derivava dalla convinzione che
l’attualismo, divenuto una teoria come altre, non fosse più in grado di
imprimere la propria forza sulla realtà e dalla volontà di realizzare un
progetto più radicale di quello che Spirito aveva sostenuto negli anni
precedenti collaborando con Gentile. Deciso sostenitore dell’alleanza fra l’Italia
e la Germania, in cui vedeva l’affermarsi del «carattere rivoluzionario
dell’asse», era persuaso che avrebbe «vinto la pace» chi avesse saputo «fare la
rivoluzione», credeva che i tedeschi fossero «più avanti» degli italiani nel
combattere la «guerra rivoluzionaria» e si augurava che l’Italia e la Germania
avrebbero costruito «un’alleanza fedele» e duratura. Queste riflessioni
confluirono nel volume Guerra rivoluzionaria che Spirito scrisse e nel suo
intervento al convegno organizzato dall’Istituto nazionale di cultura fascista sul
tema dell’Idea di Europa. In quella sede distinse il ruolo dell’Italia da
quello svolto dalla Germania, senza mai porre in discussione la natura
rivoluzionaria della guerra, dell’alleanza italo-tedesca e del regime
totalitario. Epurato con l’accusa di
apologia del fascismo, Spirito presentò ricorso sostenendo che aveva aderito al
regime non per tornaconto, o per abito mentale acritico, ma per una sincera
passione politica. Da un lato rivendicò le sue scelte, dall’altro volle
spiegare che non era mai stato un fascista ortodosso e che anzi dagli anni
Trenta aveva espresso severe critiche nei confronti del regime. Come
considerare queste affermazioni? Avremmo bisogno di spazio maggiore per
riflettere su chi dichiarò la propria buona fede e presentò la propria
esperienza nel fascismo come una scelta esistenziale, salvo sostenere che il
fascismo in cui credette non era quello del governo. In effetti, nell’Italia
del dopoguerra, la testimonianza di Spirito non rappresentò un caso isolato: al
contrario, la maggior parte degli intellettuali che erano stati fascisti
affermò di aver creduto in un proprio fascismo, diverso da quello «ufficiale»,
un fascismo eterodosso che non avrebbe costituito un problema per chi si
apprestava a partecipare alla costruzione dell’Italia repubblicana spesso
svolgendo ruoli significativi nel dibattito culturale del Paese. La metafisica della scienza Nei trenta anni
successivi alla Seconda guerra mondiale Spirito esercitò ancora la sua
influenza sulla cultura italiana: direttore della casa editrice Sansoni, della
Fondazione Giovanni Gentile e del «Giornale critico della filosofia italiana», divenne ordinario di filosofia teoretica alla
Sapienza di Roma, nella cattedra che era stata del suo maestro. Da allora tornò
a concentrare la sua attenzione sulla critica contro l’individualismo, il tema
che caratterizzò il suo lungo itinerario speculativo: in questo senso propose
una metafisica della scienza e aderì a una delle grandi ideologie del Novecento
dichiarandosi comunista. S. porta a
compimento la trilogia iniziata con La vita come ricerca e pubblicò La vita
come amore. In quelle pagine sostenne che la filosofia occidentale, dalle
origini ai tempi moderni, si configurava come una storia della metafisica
dell’Io e cioè di un soggetto giudicante, intento a dominare il mondo
attraverso la ragione e quindi a separare, analizzare e valutare le diverse
espressioni della realtà. In questo quadro anche il cristianesimo, che pure
aveva rappresentato il tentativo di superare la civiltà giudaico-ellenistica, e
quindi di battere l’intellettualismo di queste culture, aveva fallito il
proprio obiettivo: contrapporre i salvati ai dannati, il bene al male, spiegava
Spirito, significava esprimere un giudizio di valore in nome di un principio
assoluto; significava perdonare chi sbaglia senza riuscire ad amarlo veramente;
significava restare prigionieri della più radicale separazione fra l’Io e il
mondo. Negli anni Sessanta, espresse
questa volontà di abbandonare il soggettivismo razionalistico della filosofia
occidentale, e quindi di rinunciare alla centralità dell’Io, per concepirsi
oggetto fra gli oggetti, attraverso la scoperta di una metafisica della
scienza. Nel 1961, in Inizio di una nuova epoca spiegò che in un mondo in
continuo movimento, in cui i valori tradizionali erano prossimi al tramonto, la
scienza riusciva a svilupparsi senza essere investita dalla diffusa instabilità
e preservando un carattere di oggettività. Diversamente dalla filosofia,
infatti, la scienza considerava l’uomo come un prodotto, un microcosmo analogo
a tanti altri. E così, pensando alla realtà in termini collettivi e anonimi e
occupandosi di grandi aggregati, la scienza avrebbe lasciato sullo sfondo
l’antropocentrismo della filosofia e della religione. Spirito definì questo suo
nuovo umanesimo onnicentrismo, auspicando l’avvento di una nuova era non più
dominata dal giudizio di valore, ma dalla scienza e quindi dalla comprensione
della diversità. Un filosofo comunista
Come si accennava, la critica contro l’intellettualismo, e contro
l’individualismo che ne era il presupposto, non rimase confinata nell’ambito
delle riflessioni filosofiche di Spirito. Persuaso che in un’epoca
caratterizzata dallo scontro ideologico la violenza delle contrapposizioni
nascondesse la fragilità degli ideali, all’inizio degli anni Sessanta il
filosofo dedicò la sua attenzione al mito della democrazia, il più diffuso e il
meno contestato di tutti i miti politici emersi in Occidente dopo la Seconda
guerra mondiale. Per mostrarne le contraddizioni, nel 1963, nel volume Critica
della democrazia sostenne che, malgrado le intenzioni, il regime democratico,
basandosi sul potere della maggioranza, e quindi su un criterio meramente
quantitativo, si presentava come un sistema politico fondato sulla forza e sul
sopruso. Riprendendo una polemica assai diffusa negli anni Trenta, Spirito
considerava la democrazia come un governo di minoranze intente a gestire il
potere in nome e per conto della maggioranza, quindi una dittatura di pochi che
governano tutti, in modo assai meno trasparente di quanto accadeva nelle
dittature. A questo proposito, confrontando i sistemi democratico-parlamentari
con i regimi totalitari, Spirito affermò che il dittatore unico, fosse Mao
Zedong o fosse Nikita S. Chruščëv, era leader di un regime politico certamente
«meno imposto» dei diversi e molteplici governi democratici che dominavano il
mondo, «voluto dal popolo più di ogni altra forma di élite» (Critica della
democrazia). Auspicando l’avvento di un
mondo antidemocratico, collettivizzato e armonico, Spirito spiegò che in una
società organizzata su principi scientifici, il metodo maggioritario sarebbe
stato abbandonato e sostituito dal criterio dell’unanimità: l’unico in grado di
assicurare carattere scientifico alle decisioni prese dalla politica. In questo
modo mostrò di considerare la metafisica della scienza e la critica contro la
democrazia aspetti dello stesso tema e cioè di una visione del mondo ancora una
volta totalitaria, antindividualista e antidemocratica, in cui aveva sempre
creduto e in cui si ritrovava negli anni della maturità. Per es., riflettendo
sul Partito comunista italiano, che a suo avviso stava trasformandosi in una
forza riformista, scrisse: In questa
confusione il comunismo, perduta la speranza o la volontà di fare la
rivoluzione, aiuta la così detta democrazia cristiana nell’opera revisionistica
e riformistica di imborghesimento del proletariato, e si scava progressivamente
la fossa, cedendo al socialismo e poi alla socialdemocrazia. E, in effetti, fu proprio il comunismo il
nuovo orizzonte politico di Spirito. All’indomani della Seconda guerra mondiale
il filosofo si preoccupò di indicare le origini della sua scelta: nel 1946,
durante il 1° Congresso internazionale di filosofia, dichiarò di aver formulato
già all’inizio degli anni Trenta la prima identificazione fra individuo e Stato
e affermò che era giunto il tempo di rivedere il giudizio sul marxismo e di
sottolineare la comune origine idealistica di socialismo e idealismo, come fece
in Gentile e Marx che uscì. Da allora non cessò di considerare con interesse
non solo il marxismo, che ovviamente ben conosceva, ma anche la prassi politica
e le vicende del comunismo internazionale. Affascinato di fronte allo
spettacolo di un «miliardo di uomini che hanno creduto alla nascita della
verità» (Memorie di un incosciente), dopo aver visitato l’Unione Sovietica e la
Cina, S. scrisse Comunismo russo e comunismo cinese e spiegò la sua preferenza
per l’esperienza orientale, nell’ambito della quale le giovani generazioni
rivoluzionarie avrebbero costruito in autonomia un nuovo marxismo e una società
basata sulla scienza. In un’epoca
segnata dalla guerra fredda, dalla contrapposizione ideologica e dalle grandi
battaglie per il futuro di una società che all’inizio degli anni Settanta
mostrava i segni della sua crisi, Spirito non rinunciò a esprimere una
concezione politica totalitaria, antidemocratica e antindividualista: fascista
eterodosso e comunista sui generis, cercò per tutta la vita di precisare la
qualità delle sue scelte politiche. In realtà fu assai meno eterodosso di come
si descrisse e in questo senso costituisce uno dei protagonisti più
rappresentativi della cultura italiana del 20° sec.: una cultura impegnata
nella trasformazione della realtà, almeno nei desideri dei suoi
protagonisti. Opere Il pragmatismo nella
filosofia contemporanea, Firenze .
Storia del diritto penale italiano, Roma . L’idealismo italiano e i suoi critici,
Firenze . I fondamenti dell’economia
corporativa, Milano Scienza e filosofia, Firenze La vita come ricerca, Firenze La
vita come arte, Firenze La vita come amore. Il tramonto della civiltà
cristiana, Firenze . Inizio di una nuova
epoca, Firenze . Comunismo russo e
comunismo cinese, Firenze . Critica
della democrazia, Firenze Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?, Milano . Dall’attualismo al problematicismo, Firenze. Memorie di un incosciente, Milano. Guerra rivoluzionaria, Roma 1989. Per tutti gli scritti di Ugo Spirito, cfr.
L’opera di Ugo Spirito, a cura di F. Tamassia, Roma Negri, Dal corporativismo
comunista all’umanesimo scientifico. Itinerario teoretico di S., Manduria . A. Asor Rosa, Una polemica corporativa, in
Storia d’Italia, Dall’Unità a oggi, Torino Punzo, La soluzione corporativa
dell’attualismo di S., Napoli. Il
pensiero di S., Roma Parlato, Il carteggio Bottai-Spirito Roma Dessì, S..
Filosofia e rivoluzione, Milano Cavallera, S.. La ricerca
dell’incontrovertibile, Formello Tarquini, Il Gentile dei fascisti, Bologna Breschi,
Spirito del Novecento, Soveria Mannelli . Studia sotto GENTILE. Firma il manifesto
dei filosofi fascisti. Teorico del corporativismo. Insegna a Pisa, Messina,
Genova e Roma. Tra i principali filosofi a Roma insieme con ANTONI, allievo di
CROCE, CALOGERO -- filosofo del "dialogo" -- Cf. Grice – “dialogo”
vs. “conversazione” -- e NARDI grande studioso di filosofia di ALIGHERI e
medievale. Rinomate sono non tanto le sue lezioni quanto i suoi pomeriggi di
discussione del GIOVEDÌ. Tre ore, non di lezione, ma di discussione serrata su
un problema filosofico -- uno soltanto per un intero anno. Uno, per esemptio, e
dedicato al concetto di sogno. Ai giovedì nell'aula grande dell'istituto di filosofia
interveneno tante e diverse persone: gli studenti, i numerosi assistenti e
inoltre partecipanti di convinzioni e provenienze. Ascolta tutti, rilancia e
guida la discussione verso nuove prospettive interpretative. Pubblica saggi
connessi a quei giovedì. Tra le altre: “Il problematicismo”; “La vita come ricerca”
(Rubbettino); “La vita come amore”, “Cattolicesimo e comunismo”, fino a l’autobiografica
“Vita d’un incosciente”. Volendo indicare un tratto distintivo della sua
filosofia, essa consiste nella curiosità e nel rispetto per qualsiasi
posizione. Non esiste una parola definitiva. La ricerca della verità dove
essere portata sempre ulteriormente avanti.
In questa maniera vanno interpretate le sue riflessioni che spaziano dai
campi della speculazione filosofica. Tra i vari livelli di ricerca, spicca la
riflessione sulle strutture dello STATO. Allontanandosi nettamente dal
liberalismo filosofico, non vede alcuna contra-posizione tra la figura
dell'individuo o cittadino e quella dello stato. Con un passo oltre questa
interpretazione, che giudica dis-organica e arbitraria, vede LO STATO come
figura entro cui i cittadini vieneno a realizzarsi. Il binomio stato/cittadino diventa
così un'equazione, in cui il secondo termine viene a risolversi e quindi
realizzarsi pienamente nel primo. Caratterizza lo stato non come una semplice
sovra-struttura disciplinatrice, ma come un organismo che esprime UN’UNICA
VOLONTÀ e compone tutti i dissidi dei cittadini. In questa maniera, l'unica via
percorribile nella realizzazione di tale modello è la via corporativa in cui lo
stato -al meno due cittadini -diventa stato di al meno due produttori. Lo stato
rappresenta il luogo in cui interesse pubblico o comune ed interesse privato o
soggetivo del cittadino vengono a coincidere. In esso non deve venire annullata
quella sorgente di vita che sono i cittadini. Questa concezione è stata
definita immanenza dei cittadini nello stato, volta alla mobilitazione dei
cittadini nelle e per le strutture create dallo stato. L’economia è politica.
Deve garantire la sub-ordinazione alle scelte sociali. Inquadra il ruolo che
assegna allo stato in termini di intervento pubblico o comone. Ben lungi dal
prospettare una situazione paragonabile al collettivismo, è lontano anche dagli
eccessi dis-organici che imputa al sistema liberale. Il funzionario di stato,
che in prospettiva dove andare a sostituire il capitalista privato, e giudicato
non come un agente del collettivismo o del capitalismo statale -che sappiamo
cosa produce col sovietismo -ma un semplice delegato tecnico, che si fa garante
di una diversa realtà: assicurare socialmente il controllo della produzione e la
stessa proprietà dei mezzi produttivi. Altre saggi: “Il diritto penale italiano”;
“Il nuovo diritto penale”; “Critica dell'economia liberale, “L'idealismo
italiano e i suoi critici” – Grice: “A delightfull read, especially for us
Oxonians, since he manages to quote extensively from the Proceedings of the
Aristotelian Society, seeing that Ryle hated idealism!” --; “I fondamenti dell'economia
corporativa”; “Capitalismo e corporativismo” (Rubbettino); Scienza e filosofia”;
Dall'economia liberale al corporativismo, “La vita come arte, Critica della democrazia” (Rubbettino); “Il
comunismo, Dall'attualismo al problematicismo”, Memorie d’un incosciente”
(Rusconi, Milano); “Pareto” (Cadmo, Roma); “Critica della democrazia” (Luni, Milano);
“Il corporativismo: dall'economia liberale al corporativismo; Rodotà,
Passeggiando in bicicletta; Bighellonando dentro il Verano, Corriere della
Sera, Stefano, Filosofo, Giurista, Economista, VOLPE Roma, “Individuo e stato”,
NEGRI, “Dal corporativismo comunista
all'umanesimo scientifico. Itinerario teoretico” (Manduria, Lacaita); Tamassia,
Roma, Russo, Positivismo e idealismo” (Roma); Dessì, “Filosofia e rivoluzione”
(Milano, Luni); Russo, “Dal positivismo all'anti-scienza” (Milano, Guerini); Cavallera,
“La ricerca dell'incontrovertibile, Formello, SEAM); Breschi, Spirito del
Novecento. Il secolo di S. -dal fascismo alla contestazione” (Rubbettino), Cammarana,
Roma, Pagine, Cammarana, “Teorica della
reazione dialettica: filosofia del postcomunismo” (Roma). Pirro, Ricordo, in Studi
Politici (Bulzoni, Roma). Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia
machiavelliana, Bettineschi, L'esperienza storica e l'intrascendibilità del
conoscere. Sul sapere di non sapere, Rivista
di filosofia neo-scolastica,, Problematicismo Corporativismo Fascismo
Corporazione proprietaria. Treccani, Dizionario di storia, Dizionario
biografico degli italiani, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. È verità comunemente ammessa die l’economia
politica o, senz’altro, l’economia sia una scienza sociale. Questo vuol dire
ch’essa non studia 1’/ionio ceconomicus e i fenomeni economici,
quali si possono immaginare in uno stato pre-sociale o anti-sociale, ma
considera invece gli aspetti economici della vita sociale nella sua organicità
essenziale. Ed è chiaro che in tanto può studiarli e intenderli
sistematicamente in quanto la vita sociale abbia essa stessa un’unità, un
ordine, una disciplina: sia, in altri termini, non uno stato di natura
bensì un organismo politico, uno STATO. Fondamento, dunque, di ogni
scienza sociale e dell'economia in particolare è IL CONCETTO DI STATO,
con il correlativo problema dei rapporti tra stato e individuo. Per
intendere la storia dell’economia politica e le vicende degli indirizzi
predominanti -economia liberale ed economia socialista -è necessario
indagare come le diverse scuole abbiano impostato e risolto tale
problema. Se si guarda all'economia classica e in genere all’economia più
comunemente intesa come scientifica, si deve convenire che essa è stata
via via costruita e perfezionata dal secolo XVIII a oggi trascurando,
qualche volta in modo assoluto e sempre in modo essenziale, IL PROBLEMA DELLO
STATO. Dalreconomia del baratto fino a quella complicatissima delle banche e
dell’industria contemporanea, tutti i trattati sono stati concepiti in
rapporto a una vita economica in cui dello Stato non si sente quasi mai il
bisogno di occuparsi, come se fosse realtà estrinseca e irrilevante ai fini di
una vera costruzione scientifica. La spiegazione di questo fatto,
evidentemente in antitesi con la qualifica di scienza sociale con
cui si caratterizza l’economia, va trovata nella particolare concezione
dello stato teorizzata dalla scienza politica e giuridica dal secolo XVIII
in poi, e classificata ormai globalmente con l’epiteto di liberale. Essa
sorge come reazione ai vecchi sistemi politici, per i quali lo Stato era
una realtà diversa dagli individui che lo componevano e sì rappresentava quindi
ai loro occhi conte un’autorità meramente arbitraria, con fini propri e opposti
a quelli dei sudditi: sorge come bisogno di distruggere un
potere estrinsecoedannoso, e con tale esigenza non puòfar altro che
rivendicare i sacri diritti dell’individuo, nella cui celebrazione si vede
l’unico scopo così della vita sociale come della ricerca scientifica. Allo
Stato, che storicamente appariva come un limite e un ostacolo, anziché
come essenza e vita deirorganismo sociale, si opponeva una
negazione perentoria destinata a mutare radicalmente non solo i
rapporti politici, ma anche i fondamentidi ogni scienza sociale. Si può
anzi affermare che, solo in seguito a questa violenta ribellione, il
pensiero scientifico acquista la libertà indispensabile per
uno studio sistematico dei fenomeni sociali, e ciò vale a spiegare
perché le cosiddette scienze sociali si rinnovino sostanzialmente, si costituiscano
e cerchino di organizzarsi tra loro soltanto dopo la prima metà del
Settecento. L’esigenza immediata era quella dell’assoluta negazione, dalla
quale ci si ritrasse unicamente per le necessità irriducibili di una vita
politica organizzata: il ritorno alla natura non poteva essere altro che
il grido nostalgico di un ideologo. Ma se la negazione non poteva divenire
totale, essa tuttavia si spinse al massimo limite consentito
dai tempi, e, in sede scientifica, alla realtà dello Stato non si
riconobbe se non la funzione del tutto estrinseca di salvaguardare le sfere di
arbitrio dei singoli individui, Se unica realtà e unico valore sono
quelli dell’individuo, se al mondo non c’è altra finalità oltre
quella che l’individuo si pone nel suo chiuso egoismo, ne consegue che
allo Stato deve spettare 1 unico compito di determinare i confini tra
quegli infiniti regni costituiti dai singoli cittadini e
di sorvegliare la loro pacifica convivenza: esso non entra nella vita
dell’individuo, ma ne resta al margine come garante. Ora è chiaro che uno
Stato così concepito non deliba trovar posto nella maggior parte delle
scienze sociali: esso è più una realtà di diritto che non una realtà di
fatto, e la sua considerazione tende a esaurirsi nelle indagini di
carattere giuridico. Valori e fini sociali sono quelli dell’individuo, che
si affermano e si negano indipendentemente dallo Stato, il quale ha il
solo scopo di non farne turbare il libero svolgimento. Di questa funzione
di tutore le scienze sociali possono e debbono, dunque, disinteressarsi,
in quanto essa non modifica la realtà dei fatti sociali, ed anzi rende
possibile la loro genuina attuazione. A tali presupposti ideologici e
politici si deve ricondurre in particolar modo lo svolgimento della scienza
economica classica. Facendo sua questa soluzione del problema circa i rapporti
tra individuo c Stato, essa dà allo Stato un valore positivo solo in
quanto garante della libera concorrenza, ma lo ritiene perturbatore e
distruttore di ricchezza ogni volta che intervenga attivamente nella vita
economica: assume poi ad oggetto della propria indagine 1 unica realtà
dell individuo, considerato nella sua vita immediata e mosso
esclusivamente dai suoi particolari interessi. L homo œconomicus è per
definizione extrastatale. Di qui l’equivoco fondamentale di tutta
la scienza economica quale è pervenuta fino a noi. Se la scienza,
infatti, non deve studiare l’organismo sociale (lo Stato) perché questo,
in quanto organismo, non ha un significato e un valore proprio, non avrà,
per ciò stesso, nulla da dire all’individuo singolo che di quell’organismo fa
parte. L’individuo scisso dall’organismo è per definizione anarchico,
e norma della sua vila non potrà essere che il suo arbitrio affatto
soggettivo: la scienza non può insegnargli niente perché non può saperne
niente. Per saperne qualcosa bisogna che un individuo esca dalla sua
particolarità, si esprima, entri in relazione con gli altri individui e
venga, dunque, a far parte di una vita sociale organica : dello Stato.
Solo allora ; solo, cioè, quando Yhomn ceconomicus è
diventato cittadino, la sua attività diventa intelligibile e suscettibile
d’investigazione scientifica. Ma la scienza economica si è voluta
ostinare in questo assurdo, di considerare l’individuo prescindendo dallo
Stato; e non è potuta giungere die a risultati mediocrissimi : le sue
soluzioni sono, in fondo, tutte negative, e si riassumono sostanzialmente
nel dogma della libera concorrenza. Il quale, se ben si riflette, vuol
dire solo cbe la scienza si rimette all arbitrio degli individui, e che la
soluzione più perfetta del problema economico è quella che scaturisce
dal cozzo indisciplinato di tutti gli infiniti interessi particolari. Allo
Stato la scienza dice: non fare; all'individuo: fa quel che ti pare.
Questa l'essenza dell’economia classica. 1 tentativi fatti per uscire
dal circolo vizioso del liberalismo tradiscono tutti il bisogno di
superare una soluzione affatto negativa del problema della scienza
economica. Se non che l’incapacità di abbandonare il presupposto individualistico
non ha consentito di giungere a una sistemazione scientifica che non fosse
nella massima parte illusoria. E infatti, una volta ammesso il fondamento
soggettivistico dell’economia, null’allro restava da fare all’economista se non
aggirarsi all’infinito in quella contraddizione in termini in cui si
risolve ogni tentativo di conoscere le leggi sistematiche
dell’arbitrio. Se al puro e semplice « fa quel che ti pare »,
lo scienziato ha voluto aggiungere una sola parola di carattere
positivo, lo ha potuto fare soltanto illudendosi di entrare nel mondo
ermeticamente chiliso del soggetto. Così si spiegailsorgere della
scuola psicologica e matematica, con la quale si è creduto di
attingere il maximum della scientificità e si è condotto all assurdo il
postulato classico dell'individualismo. Scuola psicologica: e cioè
costrizione dell’anima umana entro schematismi arbitrari, concepiti da chi
non aveva nessuna dimestichezza con gli studi di psicologia; riduzione
dell’/iomo ceronomicus all’edonista, o all’egoista, o all’altruista, e, in
ogni caso, a un’etichetta di cui non sì sarebbe potuto dare nessuna
giustificazione: livellamento dei soggetti e cervellotica costruzione del
tipo, che rendesse uniforme e perciò intelligibile la multiforme vita
individuale; negazione, insomma, del vero mondo della soggettività e
sostituzione ingiustificabile di una formula meramente fantastica
alla realtà che si pretende conoscere. Scuola matematica: e cioè
quantificazione di quegli stessi elementi soggettivi illusoriamente determinati:
comparazione di dati incomparabili perché essenzialmente diversi; processo
astrattivo sorto su illegittime astrazioni e perciò irriducibile alla
concretezza della vita; formule algebriche, dunque, che non
potranno mai vestirsi di numeri effettivi. L indirizzo psicologico e
matematico, sorto a correzione ed integrazione di quello liberistico,
è valso solo a mettere in luce l’errore fondamentale. Gli individui
nella loro particolarità sono esseri necessariamente eterogenei: i gusti,
i bisogni, gli interessi, le finalilà non sono paragonabili:
nessuno potrà mai dire quante volte il profumo di un fiore vale per
una signora aristocratica più che per una popolana, ed io stesso, che
presumo di conoscermi, non potrò mai dire quante volte il godimento datomi
da una sensazione corrisponda a quello procuratomi da un altra, o dalla stessa
in un momento diverso. Nessun tentativo dì approssimazione può essere
concepito seriamente e perciò tutta la cosiddetta economia marginalistica non è
suscettibile di alcuna interpretazione di carattere pratico. Concludere,
come fa 1 economia liberale, che il massimo dell utilità sociale equivale
alla somma dei massimi delle utilità individuali significa dire una cosa
senza senso, se è vero che di addendi incomparabili — come sappiamo
dalla più elementare conoscenza matematica nonè possibile fare la
6omma. Con il tentativo di passare dal massimo benessere individuale a
quello sociale, si chiude il ciclo dell economia classica o liberale, e la
vanità del tentativo ne conferma il definitivo dissolversi. Di un inondo
concepito coinè moltitudine caotica di individui, vivente ognuno sotto il solo
impero del proprio arbitrio, è insensato voler fare la scienza. Scienza vuol
dire disciplina, e l’individuo che non è ancora cittadino è senza disciplina;
vuol dire norma, c 1 individuo non può riconoscerne alcuna oltre
il suo gusto del momento; vuol dire, soprattutto, conoscenza obiettiva e
universale, e l’individuo del liberalismo è soggettività particolare. A tale
individuo l'economista si volge solo per constatarne la natura e
garantirne la primitività: lungi dal guidarlo e disciplinarne gli interessi, lo
abbandona al cozzo brutale della domanda e dell’offerta, in cui tutto
il suo ideale si riassume. È la scienza dell’anarchia. All’economia
liberale si è opposta quella socialista. Tutti i presupposti della prima
sembrano negati dalla seconda, che all’individuo sostituisce la
classe, la società, lo Stato. Ma lo Stato di cui parla il socialismo ha lo
stesso difetto di origine di quello liberale: esso, cioè, è sempre
considerato come una realtà diversa dall’individuo, come
limite dell’attività individuale e sua condizione estrinseca. La
situazione si è invertita, ma il problema è rimasto impostato nella stessa
maniera, poiché l’antinomia individuo-Stato in entrambi i casi è
risolta sacrificando uno dei due termini all’altro; e, in quanto il
termine sacrificato ha conservato un minimo di validità, esso rappresenta una
limitazione, sia pure necessaria, della realtà del termine ipostatizzato.
Limite deirindividuo è Io Stato nel liberalismo, limite dello Stato è
l’individuo nel socialismo. L’incapacità di risolvere l’antinomia con
l’identificazione di individuo e Stato ha condotto il socialismo a concepire lo
Stato burocraticamente. Se lo Stato infatti non è la realtà stessa della
Nazione, ma viene entificato e opposto alla Nazione, esso non può
concepirsi se non come un organismo a sé e con organi propri. Quando il
socialismo nega la proprietà privata e dichiara che i mezzi di produzione
appartengono allo Stato,evidentemente attribuisce a questo una personalità
giuridica ed economica distinta da quella dei privati: ed è chiaro che, se
lo Stato ha una personalità distinta, deve avere i anche il motlo di
vivere ed agire distintamente, attraverso quei determinali organi che
costituiscono appunto la burocrazia. È così che la teoria socialista,
negando l’individuo nello Stato, sostituisce all'economia individuale quella
burocratica e fa dello Stalo, in quanto realtà giuridica diversa dagli
individui, il proprietario, il datore di lavoro, il risparmiatore, il
distributore, e via dicendo. La critica violenta e altezzosa che
reconomia classica ha opposto all’economia socialista è sostanzialmente
giusta e irrefutabile. Se contro il liberalismo ha ragione il socialismo in
quanto richiama l’attenzione dall’individuo allo Stato, contro il
socialismo ha egualmente ragione il liberalismo clie rivendica la
superiorità dell’economia individuale rispetto a quella statale.
L’economia statale è per definizione un’economia monca e patologica,
poiché essa non solo accentra e quindi limita la vita economica, ma ne
affida la direzione a un organo relativamente estrinseco quale è la burocrazia.
Quando il liberale afferma che lo Stato è cattivo amministratore, ha perfettamente
ragione, perché per Stato s’intende appunto una realtà sopraordinata e non
costruttiva della cosa amministrata. In altre parole si vuol dire che
l’industriale, il quale nasce c vive con la sua industria facendo di essa
la stessa ragione della sua vila, farà prosperare la sua azienda
indubbiamente meglio del burocrate, che nell’industria a lui affidala vede solo
la contingente espressione del suo dovere di funzionario. Ma più che
antieconomica l’economia statale è livellatrice e mortificatrice delle
attività individuali. che lulte sì debbono uniformare al meccanismo burocratico
e perdere quella libertà di movimenti la quale costituisce la condizione prima
della loro iniziativa. La comune opinione del
carattere tradizionalista e conservatore della burocrazia è la più
evidente conferma della sua incapacità a rinnovarsi con quel ritmo
acceleratissimo che è proprio della industria contemporanea : l’economia
statale tende per sua natura a diventare economiastatica. Il dualismo
di individuo e Stato, che ha reso inadeguate le soluzioni dell’economia
classica e di quella socialista, non è stato superato neppure
dai tentativi compiuti, specialmente in questi ultimi decenni, per la
costruzione della cosiddetta economia nazionale o di Stato (la
Volkswirtschaft o Staatswirtschafi dei Tedeschi). Anche quando tali tentativi
non si sono ridotti a concepire la vita della Nazione come la somma delle vite
dei singoli individui, e si è voluto invece considerare l’organismo sociale con
caratteristiche e finalità proprie, l’economia pubblica è rimasta sempre
accanto all’economia privata e la necessità della loro assoluta identificazione
non è stata mai dimostrata, né da sociologi né da nazionalisti. I sociologi,
infatti, tutti compresi dal compito di descrivere le varie forme della vita,
si sono preoccupati soltanto di analizzare le diverse economie,
dall’individuo alla famiglia, alla classe, alla Nazione ecc., di
classificarle e di studiarne estrinsecamente i rapporti; i nazionalisti,
poi, infatuati dall ideologia della Nazione, non hanno saputo far
altro che ipostatizzarla come una realtà superiore all’individuo,
affermando in conseguenza la superiorità deireconomia nazionale e la
subordinazione a essa di quella individuale. In entrambi i casi lo Stato è
rimasto come una delle forme, sia pure la massima, della vita sociale; e
l’economia ad esso relativa come una delle forme, sia pure la suprema,
delle possibili economie. E in tal guisa il — pensiero scientifico e
andato oscillando dall’ideologia anarchica del liberalismo a quella
statolatria del socialismo e del nazionalismo, senza mai
cogliere l’essenza del problema. Respinto a volta a volta dagli
assurdi di uno dei due estremi, si è ritratto acriticamente dalle
conseguenze ultime delle opposte concezioni,ed è al solito scivolato verso
i mezzi termini dell’eclettismo: il concetto di Stato è penetrato di
straforo nei trattati deireconomia scientifica, e quello di individuo e di
libera iniziativa nelle costruzioni ideologiche degli statalisti. La
soluzione integrale del problema è delineata, se pur non ancora esplicitamente
chiarita, nelTordinamento corporativo del regime fascista. Si tratta per
ora di un’intuizione politica più che di vera consapevolezza scientifica,
e anzi la lettera di alctine disposizioni legislative consacra ancora
il dualismo di individuo e Stato. Nella stessa formulazione della Carta
del Lavoro, alcune espressioni di principi, e soprattutto il famoso
articolo 9, legittimerebbero le vecchie interpretazioni liberali e socialiste,
di cui abbiamo discorso. L’intervento dello Stato nella produzione economica —
dice infatti 1 articolo 9 — ha luogo soltanto quando manchi o sia
insufficiente 1 iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi
politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo,
dell'incoraggiamento o della gestione diretta. Nulla di strano che questo
articolo abbia prodotto i più svariati malintesi
nell'interpretazione dell'economia corporativa. I liberali vi hanno
visto a ragione la conferma delle loro dottrine, poiché gli stessi
classici più ortodossi hanno sempre sostenuto che, per motivi eccezionali o per
superiori interessi politici, lo Stato può e deve intervenire nella vita
economica del paese. 1 filosocialisti, insistendo sul maggior intervento statale
che la Carta del Lavoro promuove, 1 hanno legittimamente interpretata come un
passo decisivo verso Tordinamento socialista. Gli eclettici hanno piaudito
entusiasticamente. illusi di veder consacrata la solita via dei mezzi
termini. Gli economisti della cattedra, infine, hanno dato un'occhiaia
distratta e hanno sentenziato senz’altro che l’economia corporativa non esiste,
risolvendosi essa in una mera prassi politica contingente. E che
Leeonoinia corporativa non esista parrebbe, infatti, dimostrato dal fatto che i
tentativi finora compiuti per defi nirla e sistemarla scientificamente
hanno condotto alla riduzione del nuovo al vecchio n alle sterili
soluzioni di compromesso tra liberalismo e socialismo. Mafortunatamente
l’infelice esito dei tentativi è dovuto soltanto all’inopportuno zelo degli
interpreti, i quali, per malinteso ossequio alla lettera, si sono lasciati
sfuggire lo spirito più profondo della Carta del Lavoro e del faseismo in
generale. L’imperfetta dizione dell'art. 9 fii spiega proprio per la mancanza
di una sistemazione scientifica del nuovo concetto dell’economia e gli
interpreti avrebbero dovuto capire che la Carta del Lavoro, per il suo
carattere rivoluzionario, costituisce un punto di partenza più che
un punto dì arrivo, e che alla scienza spetta appunto il compito di
rendere esplicita e sistematica quella visione che in essa è intuitiva.
L’articolo 9, dunque, non può essere considerato come la chiave di
volta e il criterio infallibile del sistema, sihbene come una delle
proposizioni da interpretarsi e coordinarsi alla luce delle nuove
esigenze. Le quali trovano piuttosto la loro esatta formulazione
nell'articolo 1. per cui LA NAZIONE ITALIANA E UNA UNITA MORALE, politica
ed economica, che si realizza integralmente nello STATO FASCISTA:
nell’articolo 2, per cui « il lavoro. solto tutte le sue forme intellettuali,
tecniche e manuali, è un dovere sociale e soprattutto nell’arlicolo 7, per
cui l’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di
interesse nazionale, l’organizzatore dell’impresa è responsabile deH’indirizzn
della produzione di fronte allo Stato )). È qui il motivo più profondamente
rivoluzionario del FASCISMO, per cui si afferma l’identità sostanziale di
interesse pubblico e privato, di benessere dei singoli e potenza nazionale.
Certo, nella Carta del Lavoro, questa identità alle volte si spezza e
riappaiono i due termini dell’antinomia, ma al nuovo bisogna guardare e
non al vecchio, con gli occhi ben intenti all’avvenire. Quando l’articolo
7 proclama il privato responsabile di fronte allo Stato della sua vita
economica, vale a dire di ciò che per la tradizionale mentalità politica e
scientifica — si ritiene il più geloso attributo della sfera di
arbitrio dell’individuo, rende finalmente Fuorno cittadino, lo trasforma in
organo costitutivo dello Stato, e distrugge alla radice ogni differenza
tra ciò che è privato e ciò che è pubblico. Il cittadino risponde di
tutta la sua vita allo Stato cui appartiene, perché il fine della sua vita è
quello stesso dello Stato; e, in quanto ne differisca, in quanto vi si
opponga, o anche in quanto si presuma indipendente da esso, è
illegittimo. Ma, perché Firnificazione della sfera pubblica e di
quella privata sia effettiva e non illusoria, è necessario avere dello
Stato un concetto heu più adeguato di quel che non abbiano i socialisti e.
tanto meno, i liberali. Chi ritenesse che lo statalismo che propugna
la Carta del Lavorosia sostanzialmente sullo stesso piano dell ideologia
socialista non saprebbe poi come spiegare la riaffennazione
della proprietà privata. Se questa non è una contraddizione vuol dire che
Ira socialismo e corporativismo, e cioè tra queste due forme di
statalismo, v’ha una differenza essenziale che occorre chiarire. E il
chiarimento dovrebbe già risultare da quanto è stato detto sul carattere
burocratico dello Stato socialista, concepito tuttavia come entità distinta
dagli individui. Il vero Stato è, al contrario, la stessa
realtà dell’individuo e sì esprime quindi, non in particolari organi e
istituti, sibbene nella vita stessa di ogni cittadino. La proprietà deve
rimanere privata, perché essa è già assurta a finalità e caratteri
pubblici con 1 elevazione del proprietario a organo costitutivo dello
Stato. Credere che la proprietà da privata diventi pubblica solo se essa
venga amministrata direttamente dallo Stato, significa identificare
lo Stato con la burocrazia, e opporlo all’individuo; significa insomma
arrestarsi all’ideologia liberale e socialista. Lo Stato per
realizzarsi nella sua integrità non ha bisogno di livellare,
disindividualizzare, annientare l’individuo e vivere della sua ^istruzione:
al contrario esso si potenzia col potenziamento dell’individuo, della sua
libertà, della sua proprietà, della sua iniziativa, della sua peculiare
posizione nei rapporti con gli altri individui. E tutto ciò è possibile,
in quanto 1 individuo non è più un mondo particolare e la sua libertà non
si chiama più arbitrio, ma e individuo sociale che nella
prosperità dell’organismo statale vede il proprio fine. L’individualisino
del liberalismo e lo statalismo del socialismo sono superati, perché sono
trasvalutati i termini di individuo e Stato che avevano condotto ai due
assurdi opposti. Avere coscienza precisa di tale trasvalutazione non
è davvero cosa molto facile, soprattutto perché occorre vincere
continuamente il pregiudizio tradizionale che ci porta a entificare lo Stato, a
opporlo a noi stessi, a riconoscerlo soltanto in determinati organi e
funzioni. La vecchia concezione intellettualistica è ormai così radicata in noi
e la stessa terminologia che siamo costretti a usare è così aderente al
concetto dello Stato come personalità trascendente i cittadini, chenonci riesce
agevole sfuggire a tutti i paralogismi del senso comune. E in
siffatto modo si spiega l'accusa di metafisicheria che si vuole rivolgere,
anche da persone non sciocche, all’identificazione di Slato e individuo. Ma
bisogna resistere all apparente evidenza di queste critiche e persuadersi
che quando un concetto ha davvero fondamento speculativo è per ciò stesso il
più pratico, e vale a risolvere anche quelle difficoltà di
carattere tecnico, che invano si cercherebbe di rimuovere con i vaghi
concetti del senso comune, se pur questi sembrino agli occhi degli
inesperti i più precisi, i più certi, i più assiomatici possibili. Negate infatti questa
metafisicheria che è l'identità di individuo e Stato, e vi accorgerete
che, volendo precisare sul serio il concetto apparentemente lapalissiano
dello Stato e dei suoi limiti, ogni definizione riesce inadeguata. e
quella che sembrava una salda realtà diventa un nome senza consistenza. 11
concetto, dunque, fondamentale e sistematico dell economia corporativa è la
statalità di tutti i fenomeni economici. Economia individuale ed economia
statale sono termini assolutamente identici. Questa conclusione, così
netta e perentoria, sembrerà paradossale e assurda a ogni
economista che abbia tuttavia nel cervello i! più piccolo pregiudizio
classicista e individualista: ma, per chiunque voglia riflettervi su, con
mente aperta e con buona volonlà, dovrà pure apparire come la verità più
logica ed evidente. Le obiezioni che si possono sollevare sono
principalmente due: Luna di carattere psicologico, la seconda in
particolar modo tecnico-economica. Secondo la più ovvia osservazione
psicologica sembra che tra il mio interesse di privato e quello
pubblico dello Stato vi sia non solo differenza, ma spesso opposizione. Il
cittadino, ad esempio, che investe in un modo piuttosto che in un altro i
suoi risparmi, fa gli interessi propri, e le sue decisioni in
proposito sono indifferenti allo Stato: il cittadino, poi, che cerca
di sfuggire alle imposte fa gli interessi suoi e si oppone a quelli dello
Stato. Ecco dunque due economie ben distinte e con finalità
differenti: l’una individuale e l’altra statale. Senoncbé basta saggiare
appena la fondatezza di queste opinioni per convincersi della loro
superficialità: e infatti è chiaro che il modo d’investire i risparmi dei
cittadini non può essere indifferente allo Stato, perché non può essere
indifferente allo Stato che l’indirizzo economico sia tino
piuttosto che un altro, che certe industrie siano favorite
o neglette, che le forze produttive siano armonicamente finanziate: quanto
poi airopposizione dì interessi individuali e statali che si verifica nel
caso del cittadino che si sottrae alle imposte, è non meno evidente
ch’esso dimostra soltanto il lato abnorme della vita economica e noii può
essere assunta a criterio distintivo di due economie. Non si nega che
il dualismo tra individuo e Stato esista, ma si vuole affermare ch’esso
rappresenta l’aspetto negativo e non quello positivo della vita sociale.
Questa, nella sua essenza, importa l’unità dei due termini e può
scientificamente studiarsi alla luce di tale unità: il dualismo sempre
risorgente — e necessariamente risorgente per la stessa dialettica della
vita umana, che è perfezionamento e non perfezione — indica ii Iato
patologico, l’ostacolo «la rimuovere, e insomma l’arbitrio fuori della
legge e fuori della scienza. Cbi ipostatizza il dualismo e lo legittima facendone
il fondamento di due economie, individuale e statale, confonde il positivo col
negativo, la legge con la sua infrazione, e costruisce infine due
simulacri di scienza. L obiezione di carattere tecnico, che
sembra legittimo sollevare contro l’assoluta identificazione di
individuo c Stato, concerne la possibilità d’intervento dello Stato
nell'economia individuale. Appare, infatti, evidente che, se lo Stato alle
volte interviene a controllare, incoraggiare, gestire, ecc., e alle volte
invece si disinteressa completamente, vuol dire eb’esso rappresenta una
realtà diversa da quella su cui esercita il controllo: la
possibilità dell intervento è la conferma ad oculos del
dualismo. Eppure a una analisi più appropriata del problema una simile
rappresentazione dei fenomeni economici deve risultare fondamentalmente
errata ed equivoca. Se infatti lo Stato non vien concepito in forma
mitologica, come un organo o un insieme di organi sui generis, ma come la
stessa Nazione nella sua organicità (giuridicità) essenziale, è chiaro
ch’esso non può intervenire perché è sempre presente, immanente in ogni
manifestazione, sia pure la più trascurabile, degli individui
costitutivi della Nazione. Si può intervenire negli affari
degli altri, ma intervenire in quelli propri è cosa senza senso. Ogni
atto economico da me compiuto s’innesta nel sistema economico della Nazione cui
appartengo (vedremo poi come nella Nazione entri anche il mondo
internazionale) e risulta quindi da esso condizionalo, anche se nessuna
particolare norma lo regoli esplicitamente. Questa sistematica disciplina, per
cui il mio atto economico si realizza nell’organismo statale, costituisce
il così detto intervento dello Stato, il quale è, per ciò stesso, assolutamente
sostanziale. Pensare che possa esistere un fenomeno economico che si
sottragga a questa disciplina e che viva in un mondo extrastatale, è pensare
l’assurdo. Fenomeni antistatali potranno esservi, e saranno appunto gli atti di
arbitrio dell'individuo che si oppone alla disciplina statale, ina fenomeni
extrastatali no, perché fuori dello Stato v’c il nulla. Da un punto
di vista assoluto, dunque, è illogico parlare di intervento dello Stato. Ma
dell’assoluto — ci oppongono gli empirici — noi non ci occupiamo: noi
intendiamo spiegarci un fenomeno molto concreto e innegabile, e cioè
quello dello Stato che pone un dazio, un calmiere, sovvenziona
una industria e viadicendo: di uno Stato, in altre parole, che ha una
personalità distinta da quella degli individui e che, come soggetto
economico diverso, compie degli atti che gli individui non possono
compiere. E credono così, codesti empirici, di aver tagliato la testa al toro,
senza accorgersi invece che di ogni problema non ci sono due soluzioni,
una filosofica e lina empirica, una assoluta e una relativa, sibbene una
soluzione sola e propriamente quella giusta. La quale, in questo caso,
consistendo nell assoluta identità di individuo e Stato, dà a quello
Stalo di cui parlano gli economisti un significato molto meglio
determinato ch’essi non pensino, e cioè il significato di una delle
particolari espressioni della vita dello Stato. Nessuno si sogna di negare
quella realtà di fatto che è lo Stato nell’accezione più comune del
vocabolo: nessuno quindi pretende negare che esista un’amministrazione centrale
con un bilancio proprio (il bilancio dello Stato), con finalità sui
generis, e con fenomeni economici peculiari: si vuol soltanto affermare
che questa realtà non è lo Stato, bensì uno degli elementi dello Stato,
la cui vita effettiva è nell’organismo integrale della Nazione,
ipostatizzare quell’elemento, e vedere soltanto in esso lo Stato, significa
precludersi la via a un’intelligenza adeguata dei fenomeni
economici. Gli empirici, al solito, potranno esserci indulgenti e
concederci di aver ragione circa il modo di intendere il concetto di
Stato: ma — essi continueranno a opporci — sia pure elemento lo Stato
di cui parliamo, noi intendiamo discutere appunto di esso quando ci
riferiamo al suo intervento nella vita economica. Senonché tale soluzione
del problema sarebbe affatto illusoria, come quella che ridurrebbe a
una questione di parole la più sostanziale delle questioni. Ammettere,
infatti, che lo Stato di cui parlano gli economisti sia un elemento dello
Stato e non esaurisca la realtà di questo, significa riconoscere ch’esso è
appunto elemento di un organismo dal quale non può scindersi, ovvero
ch’esso è coessenziale a ogni altro elemento dell’organismo medesimo.Per
tradurre questo concetto nei termini usuali, è facile osservare che il bilancio
dello Stato vive in un’unità indissolubile con la vita economica della
Nazione, sì che nessun fenomeno economico sfugge a un rapporto diretto o
indiretto con esso. Quando lo Stato fissa un’imposta, non modifica
soltanto l’economia dei colpiti dall’imposta, ma anche di quelli non
colpiti: così quando lo Stato stabilisce un dazio protettore, non muta
soltanto le condizioni dell’industria protetta, ma
contemporaneamente quelle di tutte le altre. Ogni intervento dello
Stato è globale. Credo che non vi sia ormai nessun economista che
voglia contestare una verità tanto lapalissiana: ma purtroppo da essa non
si è tratta ancora in maniera veramente esplicita la conseguenza inevitabile, e
cioè che lo Stato, per il fatto stesso di essere, interviene sempre; e che
discutere quindi si può su questa o su quella forma di intervento, ma non
sulla legittimità ed economicità deirintervento. Tutti gli infiniti
tomi che si sono dedicati alla discussione del problema circa il valore
economico dell’intervento statale, e tutta la secolare opposizione dei
liberisti a ogni forma di intervento, riposano su un
colossale equivoco, dipendente appunto dall’errato concetto di Stato.
Discutere se sia lecito o no l’intervento dello Stato e nello stesso tempo
riconoscere la necessità del bilancio dello Stato —vale a dire, per l’Italia,
di un movimento annuo di decine di miliardi — è un assurdo che può non
risultare soltanto alla cecità degli economisti puri. I quali non sanno
quel che si dicano quando affermano che 1 ideale della vita economica sarebbe
quella della più perfetta libera concorrenza. Se una Nazione è
tale in quanto è Stato, la libera concorrenza, quale è concepita
dagli economisti, non solo non è raggiungibile, ma è negata nel modo più
perentorio. Per conseguire que! presunto ideale bisognerebbe spezzare
1’organismo. negare lo Stato e tornare al cozzo violento dell’anarchia di
natura. 11 progresso di una Nazione, al contrario, è segnato dalla sua
organicita sempre maggiore, e cioè dalla sempre più consapevole realtà dello
Stato; il quale, in conseguenza, tende a diventare sempre più immanente
alla vita degli individui e sempre più costitutivo di ogni loro
manifestazione. L’intervento dello Stato, in altri termini — se ancora
d’intervento può parlarsi — è di fatto, e tende a diventarlo anche nella
coscienza comune, la realtà stessa della vita economica. E se la scienza
dell’economia auspica il trionfo dell ideale opposto, è troppo palesemente
fuori di strada. Allorché la Carta del Lavoro, dunque,
dice all’articolo 9 che « l’intervento dello Stato nella produzione
economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente 1 iniziativa
privata o quando siano in giuoco interessi politici dello
Stato»,parla, evidentemente, un linguaggio d’altri tempi. Se lo Stato
interviene sempre, perché è sempre presente e i suoi interessi politici
investono tutta la vita della Nazione con cui si identifica, è chiaro
che tutta l’economia tradizionale deve spostare il suo centro di indagine e
trasformarsi fin dalle fondamenta. Il suo problema era, infatti, quello
della libera concorrenza (economia individuale), e della convenienza o
meno, in certi casi, dell’intervento statale (economia prevalentemente
monopo* listica): oggi diventa quello delle forme statali dell’intervento
e della organizzazione dell’economìa, nazionale. 11 binomio di libera
concorrenza e monopolio non ha più significato, e i due termini
si risolvono in uno solo, quello della unità organizzata della vita
economica, in cui la stessa concorrenza viene disciplinata. Cade così
l’argomentazione degli economisti, cbe affermano essere tutte le forine
della vita economica riconducibili alle due sole ipotesi della libera
concorrenza e del monopolio. La forma è unica ed è quella lìbera e
monopolistica insieme, in un’unità tale per cui il concetto di libertà e
quello di monopolio sono radicalmente trasformati e resi inintelligibili in
quanto distinti. Gli schemi non servono più perché non rispondono
a nessuna approssimazione alla realtà, e sono anzi nella loro essenza
opposti alla realtà. Liberi sono gli individui, ma nella Nazione, in
questo colossale monopolio in cui la loro concorrenza si effettua: questa
è la realtà a cui invano si opporrebbe il tradizionale dilemma. Né si
creda di sfuggire a questa conclusione passando dall’economia nazionale a
quella internazionale, poiché la Nazione non va concepita antistoricisticamente
come un’entità limitata dai suoi confini e, nei suoi rapporti con le altre
Nazioni, alla stessa guisa dell’uomo di natura rispetto agli altri
individui. La Nazione include in sé il mondo internazionale, e lutto ciò
cbe costituisce la vita di questo mondo non ha altra sede appunto che
nella Nazione, unità suprema di là dalla quale non esiste che l’unità
astratta, perché non dialettica, dell’umano genere. Il compito che si deve
perciò proporre la scienza è, sì, la costruzione sistematica dell’economia
nazionale, nia intendendo questa come unità concreta ne mondo
internazionale, che non e, neppur esso, riconducibile alPideologia
anarchica del liberalismo, in quanto rientra nella disciplina e nel sistema
della Nazione. È al sistema che bisogna tener sempre fissi gli occhi,
specialmente oggi che 1 organizzazione della vita economica sta incendo
passi giganteschi e che, dinanzi al rapido processo di unificazione delle
industrie, del commercio, dei mercati e delle banche, diventa sempre
più anacronistico e irrisorio lo schematismo individualistico della
tradizionale economia pura. Riassumendo, possiamo ormai determinare
i capisaldi della nuova economia, facendoli tutti derivare dal concetto
fondamentale della statalità dì ogni fenomeno economico
: Subordinazione di ogni fenomeno economico al fine statale (essenziale
politicità o storicità dell’economia). Interdipendenza dei fenomeni
economici, considerata in funzione del fine statale ( sistematicità o
organicità della vita economica). Carattere pubblicistico della
proprietà privata e della vita economica individuale. Obiettività dei
fenomeni economici data dall obbiettività del fine statale, e quindi loro
intelligibilità scientifica, in contrapposizione alla soggettività dell
individualismo (ofelimità). ) Critica dei concetti di libera
concorrenza e monopolio, e affermazione di un’effettiva epiù profonda
libertà economica (negazione del liberismo anarchico e del vecchio statalismo
burocratico). Carattere internazionale della Nazione e unità
essenziale del mondo economico. Questa Veconomia corporativa o senz’altro
la economia. Poiché è bene intendersi una volta per sempre, ed
escludere perentoriamente quel mostruoso tentativo di concepire la scienza economica
come una forma astratta, da adeguarsi a una qualunque delle infinite
ipotesi economiche. L’ipotesi è nna sola e, cioè, quella interpretativa
dell’effettiva realtà storica: il resto non è che fantasia di puristi, abituati
a scambiare le formule con la vita. La scienza dell’economia non può
essere che una, perché una è la vita ch’essa studia: e non ha bisogno dì
aggettivi. Quando contrapponiamo l’economia corporativa a quella
liberale o socialista o nazionalista, non intendiamo dichiarare una nostra
preferenza rispetto a questi possibili sistemi economici, ma vogliamo
proprio affermare la scientificità della prima rispetto al carattere
ideologico ed arbitrario delle altre: l’aggettivo corporativa, che noi
aggiungiamo all’economìa, ha il solo scopo di distinguere la vera
dalla falsa economìa, e non un’economia da un’altra. Che poi essa si
chiami corporativa e non altrimenti, vuol dire non ch’essa si identifichi
immediatamente — e perciò in modo contingente — con
l’ordinamento corporativo, ma soltanto che in questo ordinamenlo la
consapevolezza delle sue verità si è resa più esplicita ed evidente. Che
lo Stato sia costitutivo essenziale della vita individuale non è verità
che si instauri col regime corporativo, né è limitata alla vita
politica deiritalia di oggi : ma mai come nell’Italia di oggi questa verità è
stata esplicitamente affermata : mai si è concepita la vita economica
nazionale come un’unità così saldamente organica. L’epiteto di corporativa
non è dunque arbitrario, né menoma comunque la dignità della scienza a
cui si applica oggi ai soli fini polemici contro il liberalismo, il
socialismo, il nazionalismo ecc. Poiché, se 1 economia corporativa è
senz’altro l’economia, Io stesso non si può dire, ad esempio, di quella
presunta economia pura che è la quintessenza dell’economia liberale. A chi,
seccato della qualifica di liberale attribuita al suo metodo scientifico, ha
protestato di volersi porre al di là dei particolari indirizzi e di voler
fare solo della scienza, oggi è possibile dare una smentila categorica. E la
smentita suona così: — fino a quando sulla prima pagina dei trattati
di economia non figurerà, a guisa di postulato fondamentale, il concetto
di Stato, sarà vano parlare di scienza e sarà stolto negare il preconcetto
secolare del liberalismo individualistico. La scienza, abbiamo detto, è
una: e tutti gli indirizzi scientifici dal mercantilismo alla
scuola fisiocratica e dal liberismo allo storicismo, al socialismo, al
corporativismo non sono che i momenti del suo unico processo storicamente
determinato. L economia corporativa vuol rappresentare soltanto lo
sladio più avanzato del processo, in cui tutti i precedenti debbono
risolversi trasvalutandosi. A chi fosse troppo preoccupato del pericolo di
subordi ilare la scienza a fenomeni politici contingenti, possiamo
rispondere che la politica non profana la scienza quando a essa ci
s’avvicini con la fede dello scienziato e non con l’anima del politicante.
TI pavido si ritrae per falso pudore, e nega l'obiettività della scienza
col volerla troppo salvaguardare: il ricercatore spregiudicato non teme,
invece, di fissar gli occhi nella realtà di cui viviamo, e di
scoprire l’eterno nel contingente. La difficoltà maggiore, che si è
incontrata nella comprensione della tesi dell’identità di individuo e Stato, è
derivata generalmente dal non aver approfondito i concetti di individuo e
di Stato che si ponevano a fondamento del rapporto di identificazione. È
chiaro che. prima di discutere sulla validità di tale rapporto, occorre
rendersi conto del significato dei termini che siconfrontano,
perché, se si suppone noto il significato stesso, si insiste evidentemente
in quella concezione dell’individuo e dello Stato, che ha condotto, nello
sviluppo storico del pensiero, airantinnmia da noi contestata.
Storicamente, vale a dire nel processo della attività speculativa come di
quella pratica e politica, è certo che lo Stato si è configurato a guisa
di un ente contrapposto e sovrapposto all’individuo: e si è parlato, quindi, di
autorità di fronte a libertà, di sovranità di fronte a sudditanza, di arbitrio
politico di fronte a interesse economico, e via dicendo. Lo Stato,
insomma, era una sovrastruttura, sia pur necessaria, della vita degli
individui, e si esauriva nel compimento di particolari funzioni, dette
appunto statali. Ne derivava che lo Stato poteva individuarsi in
determinati organi e in determinate persone, cui erano attribuiti
determinati compiti, entro una sfera esplicitamente circoscritta e non
coincidente che in minima parte con la sfera d’azione degli individui. A
questo Stato, così concepito, gli economisti negavano e negano tuttora la
possibilità di un intervento benefico nella vita economica degli
individui. Ed avevano ed hanno perfettamente ragione; così come hanno
torto quegli altri economisti che, senza persuadersi del mutato concetto
di Stato, accedono tuttavia ecletticamente all’opinione della possibilità
benefica di un certo intervento statale nell’economia individuale. Se lo Stato
trascende, sia pure rispetto a una zona soltanto, il campo d’azione
dell’individuo, esso non può non turbarne Tequilibrio ogni volta che vi
porti un mutamento. Ammettere la possibilità di un intervento benefico, di
un solo, di un transitorio, di un limitatissimo, del più piccolo tra tutti
gli interventi immaginabili, significa ammettere la possibilità che lo
Stato alteri vantaggiosamente con quel suo intervento tutto il
sistema generale dell’equilihrio economico della vita
degli individui, e cioè faccia coincidere, non limitatamente all’oggetto
del particolare intervento, ma nella totalità delle determinazioni, la
propria realtà con quella degli individui. Se si vuol restare
nell’ipotesi che Stato e individuo siano due realtà diverse, anche solo
parzialmente diverse, la conclusione logica non può essere che una, e
precisamente quella del liberismo intransigente: lo Stato non deve
intervenire mai e per nessuna ragione; il suo intervento, implicando
sempre un’alterazione dell’equilibrio naturale, non può essere che
nocivo. Se non che la concezione storica dello Stato, che ha dato
luogo a tali conseguenze nel campo della scienza economica, ha cominciato a
modificarsi profondamente proprio quando, nella seconda metà del
secolo XVIII, i classici dell’economia iniziavano una sistemazione della loro
scienza con la consapevolezza critica del carattere negativo di uno
Stato trascendente. Sì che tutta la scienza dell economia si è venuta
costruendo sul presupposto dell’antitesi di Stato e individuo, in funzione
di quel concetto di Stato che rispondeva alla realtà storica anteriore
al processo di trasformazione. E a poco a poco — quasi senza nessuna
consapevolezza — si è giunti al paradossale risultato di uno svuotamento
progressivo della scienza del’economia, svuotamento non dovuto ad errore nella
critica dello Stato trascendente, ma solo aU’illusione di credere ch’esso
davvero esistesse e che esistesse perciò quell’individuo extra-statale, su cui
la scienza aveva costruito il castello delle sue astrazioni. Il fondamento
liberistico di tutta l’economia classica e della migliore
economia contemporanea, e l’atteggiamento antistatale
che l’accompagna, costituiscono certamente l’interna logica e il principio
sistematico di questa scienza: e possiamo aggiungere che, se lo Stato
fosse quella realtà che gli economisti immaginano e se l’individuo fosse
quel soggetto economico che la scuola psicologica ha caratterizzato spingendo
all’assurdo il concetto già implicito nelle teorie dei classici,
la scienza dell’economia avrebbe raggiunto un grado notevole di
perfezione, forse il più alto grado raggiungibile sulla base di tali
presupposti. Ma il guaio, o meglio la fortuna è che così quello Stato
come qucll’individiio non esistono in realtà, e che col mancare dei
presupposti si vanifica inesorabilmente tutla la costruzione faticosamente
elaborata. È quell ìntimo anacronismo di principi e finalità
che caratterizza la crisi della scienza economica contemporanea, sia pure
attraverso gli sforzi che da più parti si vanno facendo per superare -— in
modo peraltro molto empirico — l'antinomia di cui si comincia ad
avere coscienza. Né la colpa può attribuirsi completamente agli economisti, -se
è vero che ancor oggi si stenta ad acquistare familiarità con i nuovi
concetti fin nel campo più rigorosamente speculativo, e solo ìin'infima
minoranza di giuspubblicisti comincia a porsi con qualche precisione problemi
del genere. Tuttavia è tra gli economisti soprattutto che si nota la maggiore
riluttanza ad occuparsi della questione, o addirittura l'ignoranza della
sua esistenza : tra gli economisti che, per tradizione di specialismo
scientifico, disdegnano di valicare in qualsiasi senso gli arbitrari confini
della loro scienza e credono di contaminare la purezza della economìa
coordinandola con il processo della speculazione, della politica e del
diritto. Si spiega perciò come essi possano tener fede dogmaticamente a
concetti tanto controversi, accontentandosi di dar loro un significato
empirico rispondente a presupposti teorici di altri tempi: si comprende infine come
possa suonar loro strana, e anzi impertinente, la pretesa di chi chieda
loro il significato dei concetti di Stato e di individuo. L’economista —
essi rispondono — non pretende porsi e risolvere scientificamente questi
problemi; egli accoglie questi termini nel significato corrente e a tutti
noto, e su essi costruisce i teoremi dell’economia. Che poi il significato
corrente non 3 Sunna sia rigoroso e sia anzi suscettibile di critiche
più o meno radicali, è questione cbe reconoinista non discute, perché
relativamente indifferente alla sua scienza: a lui hasta richiamarsi con
quei termini a una realtà di fatto riconoscibile facilmente
da chiunque. ') E il ragionamento non farebbe una grinza se potesse
esserci veramente un significato comune precisamente determinato dei
concetti di Stato e di individuo, se, cioè, noi potessimo sul serio
sostituire mentalmente a quelle parole una qualunque realtà di fatto a confini
netti. Ma, al contrario, è facile accorgersi cbe. quando ciò si
volesse fare con sincerità, ogni sicurezza vacillerebbe, e a poco a
poco all’illusione della certezza subentrerebbe la certezza dell’illusione, i
termini diverrebbero ambigui e la presunta realtà di fatto andrebbe
allargandosi o restringendosi arbitrariamente fino a comprendere tutto o a ridursi
a un misero moncone. Sottigliezze — si obietterà ancora
incredulamente, — questioni di lana caprina, da cui resta
turbato soltanto chi è abituato a spaccare in quattro il capello, ma che
non possono preoccupare sul serio ehi guarda alla realtà nelle sue
manifestazioni essenziali: se tutti parliamo di Stato e
c’intendiamo perfeLtamente, vuol dire che, in sostanza, sappiamo *)
Questo è, in sostanza, l'appunto che mi fece il Gotitii nel eno (apporlo
al Congresso di Bolzano (. o Lo Sialo, si disse, non può intervenire in un
dato momento, perché è presente sempre. Ma non bisogna prendere la parola
intervento in senso diverso da quello che ormai è di uso comune » (Il
procedimento sperimentale dell’economia corporativa, in « Giornale degli
economisti». La risposta alle obiezioni del Gobbi dovrebhe risultare
abbastanza chiara da lutto il contenuto di questo capitolo, che vorrei porre
come pregiudiziale di ogni ulteriore discussione sulla validità dei
principi della scienza economica. tutti che cosa esso sia. o per lo meno
che cosi crediamo che sia. Ebbene, a rischio di apparire banali,
abbandoniamo per un momento il terreno più propriamente scientifico della
discussione, trascuriamo cioè le attuali controversie dottrinarie, e
scendiamo anche noi a quel senso comune cui ci richiamano perentoriamente
alcuni economisti, quasi avessimo perso il contatto con la terra per la
velleità di correre inutilmente per i cieli. Scendiamo, dico, a ragionare all
ingrosso e a determinare su per giù questo comunissimo concetto dello Stato:
vediamo, insomma, se è possibile giungere a una conclusione pralica
qualsiasi, che ci autorizzi poi a rimanere fedeli a ciò che gli economisti
dicono quando parlano di Stato e individuo, di intervento, di libera concorrenza,
di monopolio, ecc. Se vi perverremo, se potremo comunque pervenirvi, ogni
ragione di dissenso sarà tolta, e ognuno potrà proseguire in pace il
suo cammino; ma se, per avventura, ciò non fosse possibile, bisognerebbe
pure che gli economisti si decidessero ad affrontare tutte le conseguenze e a
mettere cioè in discussione tutti i principi della loro scienza. Tra
le diverse risposte che potrebbero darsi alla domanda: «che cosa è lo
Stato?», credo che un economista finirebbe col preferire quella che
si ricollegasse al concetto di bilancio dello Stato: Stato è 1 ente
il cui bilancio si chiama appunto bilancio dello Stato. E sarebbe ima risposta
precisa, inequivocabile., perfettamente individuata nell’organismo di un sistema
scientifico, sì cbe ogni ulteriore discussione sulla sua legittimità dovrebbe
apparire inutile. Ma se gli economisti danno allo Stato questo significalo
ristretto di amministrazione centrale, non è certamente a esso che si
limitano quando parlano di intervento statale nell’economia individuale.
Nessuno infatti crede di dover distinguere l’intervento dello Stato strido
sensu da quello, ad esempio, della provincia, o del comune, o di un ente
pubblico in genere: e nessuno pensa a un rapporto necessario tra intervento
politico e bilancio dello Stato quando si stabilisce, ad esempio,
lina riduzione del numero delle osterie. Ci deve essere, dunque, un
altro criterio per determinare i confini di quella realtà cbe gli
economisti chiamano Stato, e studiano in rapporto ai fenomeni della
libera concorrenza. A tal riguardo, oggi Stato in Italia sono senza
dubbio anche l’organismo corporativo e il partito nazionale fascista, che
di gran lunga trascendono la particolare vita del bilancio statale, e da
cui nessuno potrebbe senza arbitrio prescindere per spiegarsi l’attuale vita
economica della nazione. E dunque lo Stato si allarga necessariamente, anche se
ci limitiamo a questa prima considerazione empirica del problema,
daH’ammiiiistrazione centrale a quella periferica, da pochi organi
determinati a una molteplicità indefinita di poteri regolatori. Sì che
l’economista deve tornare a porsi il problema da capo e andare alla
ricerca di un criterio comprensivo di questa più vasta realtà cui
deve riconoscere la qualifica di Stato. Non più tecnicamente rilevabile
attraverso un particolare fenomeno economico come quello del bilancio
statale, la distinzione di Stato e individuo deve a questo punto
trascinare l’economista di là dai confini della sua scienza, e indurlo a
ricercare nel campo del diritto e della politica quel concetto di
Stato che gli è necessario per costruire scientificamente una teoria degli
effetti economici dell’intervento statale. Lo sconfinamento è, al solito,
in gran parte inconsapevole e la soluzione del problema resta, nella
letteratura della odierna scienza economica, affatto indeterminata ed equivoca.
All’ingrosso si può dire che l’economista contrappone Stato e individuo
intendendo contrapporre governo e governati. E anche questa distinzione
potrebbe reputarsi precisa e perentoria, se fosse possibile in realtà
individuare non arbitrariamente il concetto di governante; se fosse
possibile, in altri termini, distinguere di fatto i governanti dai
governati, ossia la volontà e l’azione economica dei governanti dalla
volontà e dall’azione economica dei governati. Se lo Stato, in effetti, è
sinomino di governo, l’intervento statale non potrà concepirsi se non
come quello esercitato da un’autorità governativa, ma, anche qui,
nessun economista può essere tanto ingenuo da identificare tale autorità con la
persona del sovrano e con il gabinetto. Anche qui è necessario scendere
dal governo strido sensu al potere governativo esteso a tutte le autorità
centrali e periferiche, da quelle dei ministri a quelle degli enti locali,
delle federazioni, dei sindacati, del partito, ecc. E il problema di nuovo
si allarga in modo indefinito, senza che all’eonomia sia possibile
empiricamente raggiungere i limiti dell’attività governativa e degli uomini che
la impersonano. Di gerarca in gerarca si scende tutta la scala dell’
organismo sodale, senza die sia mai possibile arrestarsi e trovare sul
serio l’individuo che sia governato senza governare. Quando anche si sia
scesi fino al fondo della scala e si sia raggiunta la massa degli
individui che sembra non abbia altro compito sociale se non quello di
lavorare e di obbedire, si deve pur riconoscere, e lo Stato moderno lo
riconosce di fatto, che la massa stessa si articola, si eleva, si spiritualizza
e fa cioè sentire la sua volontà. In quanto essa è qualche cosa nel mondo
sociale, è azione, e cioè governo, così come lo stesso ordinamento
giuridico riconosce allorché a essa affida il compito di votare, vale a
dire di porsi a tu per tu con la suprema autorità governativa, e riconoscerla o
disconoscerla, darle o toglierle il governo, e quindi condizionare e
disciplinare tutta l’azione governativa. Governo e governati vengono
perciò a fondersi nel circolo della vita polìtica, e gli ultimi toccano i
primi, in un organismo unico armonicamente costituito. Quest’organismo, che
tutti li comprende e che si esprime in una volontà unica, è appunto e
soltanto lo Stato, con il quale l'individuo, in quanto animale sociale,
non può non coincidere assolutamente. A questo nuovo concetto e a questa
nuova realtà dello Stato, per cui l’antinomia di Stato e individuo si è venuta
via via risolvendo, si è pervenuti a traverso un processo storico che qui non è
il caso di illustrare in modo particolare. Basti dire ch’esso è il
processo dello spirito umano, del pensiero del secolo XÌX e dei primi decenni
del XX, 39 — della critica della vecchia trascendenza e dell’ultima
sua forma concretatasi neìl’individualisino illuministico: è il passaggio del
liberalismo dalla sua forma irrazionale e anarchica a quella organica
e disciplinata, è il trasformarsi dell’opposizione più o meno
radicale all’autorità e alla realtà dello Stato nel riconoscimento del suo
universale valore immanentistico. Naturalmente le fasi dello sviluppo non
si possono individuare con facilità e anzi di esse non è dato aver coscienza,
se non quando si sia pervenuti alla piena comprensione dei risultati
raggiunti: sono fasi riconoscibili solo dall’occhio esperto del cultore di
studi storici e filosofici, che sa risalire alle fonti del nuovo orientamento
speculativo e determinarne la necessità logica, ragione delrineluttabile shocco
nella vita pratica. E allo storico solo è, quindi, consentito di volgersi con
piena consapevolezza alla presente realtà politica per adoperare in
senso non occasionale termini ed espressioni relativi a un’esperienza
anch’essa non occasionale. Quando si parla, non ciarlatanescamente, di
economia corporativa, non s’intende parlare né di una speciale forma di
economia relativa a una contingente esperienza politica, né di
una esperienza politica arbitraria da ordinare scientificamente.
S’intende, invece, riconoscere storicamente e scientificamente un
ulteriore sviluppo della scienza economica, ossia l’erroneità di certi suoi
presupposti e la necessità di sostituirli con altri: e s’intende, insieme,
riconoscere la razionalità di uno sviluppo politico, dovuto agli stessi motivi
spirituali dello sviluppo scientifico e tutt’uno con esso.
Stato corporativo ed economia corporativa sono, in altri termini,
frutti imprescindibili dello spirito moderno ed espressioni del massimo livello
da esso raggiunto : qualunque sia la forma clic verrà assumendo l’idea
eorporativa, è eerlo che essa, per il superiore concetto di Stato che
rappresenta, informerà tutta la scienza e la politica dell’avvenire. Ma
perché la previsione non riesca fallace è necessario saper discernere bene
ciò che vi ha di essenziale nel movimento corporativo, e non confondere la
sua realtà positiva con le particolari forme, con i molteplici tentativi e anche
con le inevitabili deviazioni della complicata prassi politica. Il che
vuol dire che non bisogna considerare i fatti nella Ioto immediatezza
indistinta, bensì valutarli alla stregua di un criterio storico che ne
spieghi la necessità logica. Se essi sono frutto della storia
non possono intendersi se non attraverso la storia, ossia attraverso lo
sviluppo del pensiero che nella storia si esprime, e debbono essere
avviati verso quegli ulteriori ideali che sorgono dalla consapevolezza
storica e scientifica. Allora l’idea corporativa può venire sul serio
individuata e resa intelligibile, cioè elevata alla considerazione scientifica,
non a titolo di nuovo oggetto di studio, ma come ragione interna dello
stesso processo scientifico. Allora l’idea corporativa esce dalla vaga
formulazione propria di un’esperienza politica in
rapidissimo movimento e si riconosce in una verità storica che è
frutto di una secolare elaborazione dottrinaria e pratica: l’identità di
Stato e individuo. Ora, se guardiamo all’ordinamento corporativo da questo
superiore punto di vista, dobbiamo convenire che il suo effettivo
significato storico sta appunto nel tentativo di rendere sempre più
concreta l’organicità statale della vita della nazione, e cioè di rendere
lo Stato sempre più immanente alla vita dell’individuo. Nel regime
corporativo lo Stato è destinato a perdere la caratteristica di un ente
trascendente, a non contrapporsi, cioè, agli individui che sono soggetti
alla sua autorità, ma ad estendere via via i propri confini scendendo dal
vertice alla base e ricomprendendo senza residui tutta la realtà sociale.
L’autorità dello Stato non è più una disciplina che si impone ai cittadini
dall’esterno, ma è la stessa disciplina con cui lo Stato si organizza
nel suo interno: poiché nella corporazione si incontrano di fatto
Stato e individuo, e reciprocamente si trasformano in un rapporto dialettico
che dà significato a entramhi i termini. Cosi nel diritto come
nell’economia rincontro, naturalmente, si esprime con la identificazione
progressiva del pubblico e del privato, e basta guardarsi intorno per
convincersi della radicale e rapidissima trasformazione die
questi concetti vanno subendo in tutti i rapporti della vita sociale.
Parlare oggi, ad esempio, di proprietà privata, senza riconoscere anche ad essa
un sostanziale carattere pubblicistico, è un assurdo che risulta evidente
a ogni giurista non fossilizzato. E, se dal concetto base della proprietà
scendiamo agli altri infiniti che a esso si ricollegano, tanto dal punto di
vista giuridico quanto da quello economico, è facile accorgersi che tutti
acquistano un significato statale al quale nella realtà non possono
sottrarsi. Costi, prezzi, salari, iniziative, imprese, banche, negozi,
commerci, ecc., tutto è ormai, non solo implicitamente come sempre, ma
anche con progressiva consapevolezza ed esplicita volontà, subordinato a una
disciplina statale di cui sarebbe assurdo voler segnare i confini. Ed è
proprio questa impossibilità che ormai rende chiaro, anche sul terreno della
realtà politica, il progressivo svuotamento delle locuzioni tanto
abituali nella letteratura della vecchia economia. Che cosa può mai significare
oggi intervento statale nell economia individuale, quando si è
reso esplicito anche ai più ciechi che non esiste alcun atto
economico che non sia condizionato dall’organisnio statale? Finché lo Stato si
personificava in un ente e si esauriva nell opera di una
burocrazia, esso poteva intervenire in una realtà che era fuori dell
ente e della burocrazia: ma oggi che Io Stato non è, neppure in apparenza,
un ente, né si limita a una huroerazia, perché si estende attraverso la
vita sindacale a tutti gli individui, oggi finalmente è scomparso il
soggetto stesso dell’intervento facendo scomparire con sé tutte le proprie
particolari manifestazioni. Per chi continuasse a sorridere scetticamente sarà
opportuno portare un esempio molto noto: quello del calmiere. Non so se
molti hanno riflettuto sulle vicende che ha subito il calmiere in Italia in
questi ultimi anni: a chi non lo avesse fatto e si domandasse 6e oggi in
Italia esistono tuttavia dei calmieri, dovrebbe apparire chiara una sola
risposta e cioè che oggi in Italia la parola calmiere non ha più
significato, è diventata anacronistica e ha seguito la sorte di quella
concezione politica ed economica che il fascismo viene liquidando. Ancora
fino a qualche anno fa si parlava di bardature economiche e della
necessità di sopprimerle, ancora si contrapponeva l’intervento alla libertà e
si discuteva quindi sulla legittimità o meno dei calmieri. Oggi la
questione è superata, non risolta né nell’uno né nell’altro senso, ma
vuotata di conte mito attraverso la consapevolezza acquisita dell’assoluta
unità della vita economica italiana. Che significato dar piu alla parola
calmiere quando in pochi giorni prezzi e costi sono mutati in tutto il
paese in virtù di una sola parola d’ordine? Quando contratti collettivi,
stipendi, salari, prezzi di vendita all’ingrosso e al minuto, ecc., sono
tutti legati da una ferrea disciplina nazionale? Che non è, si comprende
bene, una disciplina arbitraria e quindi antigiuridica e antieconomica, ma,
almeno nella sua realtà migliore, il disciplinarsi stesso, e dairinterno,
della vita economica d^l paese vista in funzione di un unico fine
statale^ È lo Stato che coincide con l’individuo e lo risolve nella propria
organicità : è l’individuo che vede nello Stato la sua ragion d’essere
e lo risolve nella propria volontà. La tesi dell'identità di Stato e
individuo, che teoricamente e storicamente si è venuta
delineando, può ancora andare incontro — come si è già accennato — a una
obiezione di carattere empirico, fondata sulla constatazione di un reale
contrasto tra l’attività e le finalità economiche dell’individuo
e quelle dello Stato. È vero — ci si può opporre e ci si oppone in
effetti da più parti — che in teoria, ossia, idealmente. Stato e individuo
coincidono, ma nella concreta vita sociale è pur vero che
l’opposizione o almeno la differenza c’è, e con il suo solo
esserci non può non smentire la teoria. O voi dunque — si continua —
vi contentate di restare in un’atmosfera di pura idealità io cui la teoria
si esaurisce compiutamente in se stessa, e allora potrete avere anche ragione:
o voi invece volete che la teoria si adegui alla realtà e serva ai suoi fini, e
allora dovete riconoscere che la vita è radicalmente diversa
da quella che voi andate teorizzando. Nel primo caso fate una
metafisica, nel secondo lina cattiva economia. Prima di rispondere
esplicitamente a questa obiezione, sarà opportuno ricercare le ragioni
effettive del contrasto indubbiamente esistente e sempre risorgerne nella
vita sociale tra fine pubblico e fine privato. Tale contrasto — diciamo
anche noi — c’è e sarebbe stolto negarlo o porlo comunque in dubbio, tanto
evidente esso è nella vita di ogni giorno e nella coscienza intima di
ognuno di noi. Se diminuiscono gli stipendi e io sono uno stipendiato,
posso logicamente convincermi della necessità e quindi dell’utilità
economica nazionale della riduzione, ma, se mi fosse lecito sottrarmi alla
legge comune, e ottenere che il mio stipendio sfuggisse al provvedimento
generale, con molta probabilità sarei lieto dell’eccezione e agirei perché
essa si verificasse. Il che vuol dire che in realtà tra il mio fine
individuale e quello stalale c’è un contrasto esplicito e che l’agire
economico mio non è identificabile con quello dello Stato. Ma se così è,
non bisogna tuttavia arrestarsi al riconoscimento e occorre spiegarsi la
contraddizione Ira ciò che sarebbe logico e ciò che è reale. E basta
appena porre il problema in questi termini per accorgersi che la ragione
dell’indisculibile fatto è appunto contraria alla logica, è essenzialmente.
profondamente illogica. Il contrasto, in altri termini, c’è, ma è dovuto a
una deficienza, a una negatività; esso rappresenta il lato
patologico dell’effettiva realtà sociale, ossia l’elemento disgregatore e
non quello unificatore della società. Se poi volessimo renderci conto
della radice del male e ricercare in'quale dei due termini
del rapporto Stato-individuo si verifica la ragione del contrasto,
dovremmo riconoscere che non a uno solo di essi può limitarsi la colpa,
poiché a fondamento di entrambi è sempre una attività umana suscettibile
di degenerare nelFegnismo antisociale, l’identità si spezza o almeno si
attenua ogni volta che l’individuo si fa diverso dallo Stato: ogni
volta insomma che lo Stato diventa sopraffattore o che l’individuo
diventa ribelle. Alcune brevi osservazioni potranno chiarire il duplice modo
del sorgere dell'antitesi. E cominciamo dallo Stato, contro il quale
generalmente si appuntano le critiche degli economisti, insofferenti del
contrasto soltanto quando l’azione statale ne sia la fonte. Chi può negare
un qualsiasi fondamento alle critiche dei liberisti contro gli interventi
dello Stato nel campo dell'economia individuale? E se non è possibile una
negazione perentoria, come si spiega il verificarsi di interventi dannosi
e antieconomici? Per rispondere in modo scientificamente esatto bisogna
convenire che l’azione economica statale è nociva soltanto quando lo Stato
non è veramente tale, e cioè quando rinnega la sua realtà universali zzatrice
e si parti eoi arizza in determinati individui o in una determinata
classe. Il modo, poi, in cui il particolarizzarsi dello Stalo può
effettuarsi è duplice, a seconda che lo Stato si differenzia dalla nazione
per ignoranza o per interesse. Nel primo caso lo Stato — o, per non equivocare,
il governo in senso stretto, o, meglio ancora, gli individui che lo
impersonano — interpreta arbitrariamente la volontà della nazione e agisce
in senso antieconomico perché rompe l’organismo sociale, imponendo una
volontà affatto individuale, disgregatrice di quella universale. È il
governante che vuole agire per lo Stato, ina che in effetti
opera contro lo Stato per l’incapacità di dare valore universale alla
propria volontà. Nel secondo caso, in cui il governante agisce per
interesse proprio, non solo manca la capacità di universalizzarsi e di
assurgere veramente a Stato, ma c è addirittura la volontà di
particolarizzatsi anteponendo dolosamente la propria
individualità allo Stalo. È il caso del tiranno o della classe dirigente
che abbassa la nazione a strumento dei propri fini particolari. Ora,
è chiaro che tanto nel primo quanto nel secondo caso la tesi dell’identità
d’individuo e Stato, lungi dall essere scossa e compromessa, è
luminosamente confermata nella sua assolutezza. Il dualismo infatti è possibile
in entramhi i casi non per la contemporanea esistenza di due realtà
distinte che sarebbero l’individuo e lo Stato, nia per la inesistenza di
una vera volonlà statale. Sono individui (Stato) che si contrappongono a individui
(sudditi) in un contrasto anarchico di fini particolari: l’unità di
individuo e Stato non può effettuarsi, perché inanca quella realtà
universale in cui i due terniini debbono incontrarsi e sintetizzarsi;
manca — rigorosamente parlando — lo Stato. E l’individuo si oppone allo
Stato non perché veda in esso uno volonlà e un fine universali contrastanti con
la propria volontà particolare, ma solo perché vi scorge una volontà
anch essa particolare che non ha alcuna ragione intrinseca di
prevalere. Queste stesse osservazioni, fatte per dimostrare 1 origine
patologica del dualismo di Stato e individuo, valgono, presso a poco negli
stessi termini, per il caso che la colpa di esso debba attribuirsi
all’individuo. È vero che 1 individuo spesso concepisce il proprio fine e
il proprio interesse come contrastanti con quelli dello Stato, ma la
ragione va trovata anche qui o nell'ignoranza del valore del fine
statale o nella volontà di sopraffare lo Stato abbassandolo a
strumento del proprio interesse particolare e violentando la volontà degli
altri individui. In entrambi i casi la sua condotta non si spiega con
l’esistenza di due realtà distinte: individuo e Stato, ma solo con la
negazione di uno dei due termini. È rindividuo che non riconosce lo Stato.
Se per poco lo riconoscesse, se ne ritenesse giustificata l’esistenza e lo
sentisse come valore da difendere, diverrebbe sua preoccupazione quella di
conformare la propria volontà alla volontà dello Stato, di coordinare cioè
il proprio mondo con quello dello Stato in un'unità superiore in cui
i due termini si risolvessero. E insomma ancora una volta si deve concludere
che se di Stato può propriamente parlarsi, se lo Stato non è un nome
ma una realtà effettiva, esso non può che coincidere con l’individuo.
L’antinomia sussiste e sempre sussisterà, ma come il male nel processo
dello spirito, vale a dire come la volontà di negare ciò che ha valore
universale, di sopprimere o di menomare lo Stato. Forse neppure dopo
l’analisi del contrasto tra Stato e individuo possono ritenersi
definitivamente combattute le obiezioni che si fanno alla tesi
della identità dei due termini. Ebbene — ci si potrebbe ancora dire —
sia pur giusto quanto voi sostenete e sia pur vero che il contrasto denota
soltanto la mancanza o la menomazione della realtà dello Stato, ma
intanto, comunque, il contrasto c’è ed è fondamentale, sì che da esso non è
lecito prescindere, senza abbandonare la realtà concreta e smarrirsi
dietro un utopistico ideale. Noi dobbiamo fare la scienza della vita
quale essa storicamente ci si presenta, e non quella di un mondo astratto,
fosse anche il più celestiale dei mondi possibili. A evitare ogni
timore di tal sorta potremmo richiamarci al carattere radicalmente
storicistico del nostro assunto: nessuno più di noi può aver l’intenzione
di aderire alla realtà e di trovare in essa e soltanto in essa la norma
scientifica. E perciò sarà opportuno dichiarare senz’altro
perentoriamente che nessuno più di noi è convinto dell’esistenza
del contrasto; che nessuno più di noi è disposto a riconoscere
l’impossibilità dell’eliminazione totale, sia pur fantasticata nel più
lontano futuro, del contrasto stesso. L’antinomia c’è e sempre risorgerà,
perché essa è nella dialettica della vita, sì che sopprimerla davvero
per sempre significherebbe sopprimere con essa la vita. La quale non è
perfezione ma processo I ; di perfezionamento, e perciò non
identità statica dì individuale e universale, vale a dire non
conquista definitiva del valore, ma sforzo continuo di adeguamento
dell’individuale all'universale, ossia conquista di valori sempre più alti. Per
adeguarsi allo Stato l'individuo deve vincere se stesso, superare
la propria particolarità, dominare gli impulsi, rinunciare all’arbitrio,
disciplinarsi insomma attraverso una serie di sforzi, in cui il dualismo
riaffiora continuamente e non può mai dirsi risolto
per intero. Ma se questa è legge di vita, anzi la vita stessa nel suo
svolgimento, occorre poi saper distinguere entro il processo i due termini
dialettici e non confondere il negativo con il positivo.
L’individuo è veramente tale, è cioè una realtà positiva o un valore
spirituale solo per quel tanto che riesce a universalizzarsi nello Stato:
per quel tanto invece per cui resta al di qua dello Stato egli è non
valore, irrazionalità, mero arbitrio disgregatore della realta sociale; è
particolarità chiusa in se stessa e incapace di divenire comunque termine di
rapporto, lira, è chiaro che un soggetto il quale sfugga
alla possibilità di un rapporto con gli altri soggetti — se non
sfuggisse, la sua particolarità sarebbe con ciò «lesso superata, e quindi
l’ipotesi negata — è assolutamente negativo, ossia assolutamente
inintelligibile. Volerlo considerare oggettivamente, facendolo assurgere a
contenuto di scienza, è impresa tanto disperata e assurda, quanto quella di
voler fare scienza dell irreale: e purtroppo in questa assurda fatica si è
cimentata finora la scienza dell’economia per quel tanto per cui ha voluto
tener fede ai suoi presupposti e assumere veste ^ • SniJTtì 50
— sistematica. 11 così detto homo aeconomicus è appunto l’ipotesi astratta
dell’individuo visto, non in un particolare aspetto della sua attività di
uomo — come erroneamente è stato ritenuto dagli economisti —, bensì nella
mera negatività del soggetto considerato come particolare. Esso, dunque,
non è un’ipotesi scientifica — per astratta cbe la si voglia pensare — ma
proprio l’ipotesi negativa della scienza: se esistessero di fatto gli “homines
œconomici”, il loro agire, per definizione, non sarebbe suscettibile di
sistemazione scientifica. Per quel tanto, invece, per cui l’uomo
entra in rapporto con gli altri e supera la propria particolarità
nell’opera di collaborazione, per quel tanto appunto esso diventa
intelligibile e logicamente considerabile. La sua azione trascende,
infatti, l’arbitrio e si razionalizza, il suo procedere si disciplina secondo
norme determinate e la sua soggettività si risolve neH’organismo della
vita sociale, nello Stato. Per quel tanto, insomma, per cui individuo
e Stato si identificano, il soggetto economico — In Stato cbe è
individuo o l’individuo che è Stato — diventa una realtà positiva, e
l’azione economica diventa suscettibile di considerazione scientifica.
O si fa scienza e si riconosce l’identità sostanziale dei due
termini, o si ipostatizza l’individuo considerandolo positivo nella sua
particolarità e si rinuncia alla scienza. Ogni via di mezzo è fatalmente
destinata all’equivoco e all’errore. A illustrare l’argomentazione potrà
forse valere un esempio tratto da altre discipline: la grammatica o la sintassi.
Sono discipline cbe ci indicano le leggi del parlare e dello scrivere;
leggi non fissate arbitrariamente, ma ritrovate nella realtà di coloro die
parlano e scrivono. Se non che, così come nel rapporto tra individuo e Stato
nella vita economica, anche qui l’individuo non si adegua sempre all
universale della legge e comunemente sgrammatica. Anche qui il parlar
secondo grammatica è un ideale che di fatto non è mai raggiunto, né sarà
mai raggiunto; eppure a nessuno viene in mente di fare la grammatica dell’individuo
e di porre a fondamento di essa l’arbitrio di parlare come si desidera. Se
si vuol fare scienza occorre pur considerare l'elemento positivo e non
quello negativo: occorre cioè determinare l’universale in cui gl'individui
convengono e non il particolare che non riescono a superare. Ora, la
scienza deH’economia ha mirato proprio a fare la grammatica
dell’individuo, e, quando non è stata arrestata lungo la china dalla forza
imperiosa della realtà, è precipitata addirittura nell unica conseguenza possibile,
quella dell ideale della libera concorrenza, che, mante? nendo ancora
il paragone, vai quanto l’ideale del lihero parlare, ossia del parlare
senza grammatica. Mapotrebbe forse osservare a questo punto I
economista a fondo positivisteggiante — noi non vogliamo indicare norme di
vita. Noi vogliamo, cioè, indicare nella libera concorrenza non un
ideale economico, ma un ipotesi economica : se si raggiungesse I ideale
della lihera concorrenza quali fenomeni si verificherebbero? — ecco il
problema. Ebbene, rispondiamo ancora una volta, l’ipotesi non ha senso
come non avrebbe senso lo sforzo del grammatico che volesse studiare la
grammatica di un ipotetico paese in cui ognuno parlasse un linguaggio
proprio. 0 la libera concorrenza ha una qualsiasi disciplina e si compone nella
vita statale, e allora si può analizzare entro l’ambito di tale disciplina; o
la libera concorrenza è davvero l’incontro irrazionale di soggettività
particolari, e allora non può essere cbe abbandonata a se stessa. Nelle
osservazioni che precedono si è cercato di dare un concetto preciso della
tesi dell’identità di individuo e Stato, e di mostrarne il carattere
storicistico, che la pone non a fondamento di una qualsiasi opinione
scientifica, bensì come principio informatore necessario della nuova scienza
economica, in quanto la si renda adeguata al livello speculativo e
politico della vita contemporanea. A quali conseguenze il nuovo principio
conduca nella costruzione sistematica dell’economia non è possìbile
illustrare se non costruendo appunto la nuova scienza; tuttavia deve già a
questo punto risultar chiaro che le conseguenze non possono essere di
carattere accessorio o particolare, ma tali da trasformare radicalmente la
fisionomia della dottrina economica. Spostare il soggetto economico daWhomn
cecoiwmicus, ossia dall’individuo particolare, all’individuo
visto nella sua identità con lo Stato, significa mutare nb imis i
concetti di valore, di utilità, di benessere, di bene economico, di
ricchezza, di libera concorrenza, di monopolio, di intervento statale,
ecc. : di tutti i concetti fondamentali, cioè, dell’economia quale si
è venuta costruendo da secoli. Sarà una trasformazione lunga e faticosa, e
tanto più ardua quanto piu ci si andrà avvicinando alla trattazione dei
pròblem, particolari, in cui è facile smarrire la coscienza c ei presupposti e
degenerare in un falso tecnicismo. Ma sarà una trasformazione assolutamente
necessarla, alla quale converrebbe che aprissero fin da ora gli occhi
quegl, economisti che si cullano tuttavia nella illusione di possedere leggi e
teoremi di inoppugnabile certezza. Uno dei problemi fondamentali
dell’economia, in cui la tesi dell’identità di individuo e Stato
può Irovare la conferma del suo valore critico e ricostruttivo, è certamente
quello del benessere. Preoccupazione costante della scienza è stata la
ricerca delle condizioni necessarie per il raggiungimento del massimo
benessere individuale e del massimo benessere sociale, e a questo supremo
fine si può dire siano subordinate tutte le particolari teorie e
indagini degli economisti, anche quando essi ripudiano come antiscientifico il
concetto di disciplina normativa. Se essi confrontano, infatti, le diverse
ipotesi economiche e ne studiano, sia pure astrattamente, le peculiari
conseguenze, debbono avere, per il fine stesso che si propongono, un
criterio di confronto, e debbono poter esprimere un giudizio comparativo
di valore (economico). Vero è che Feconomista, a cui oggi si domandi se
sia migliore il regime di libera concorrenza o quello di monopolio,
risponde di non potersi pronunziare in merito dovendosi limitare
scientificamente a esporre 1 andamento dei fenomeni economici nei due casi
indicati, ma è pur vero che tali fenomeni — presi almeno a uno a uno, —
non possono chiarirsi e determinarsi se non in funzione di un
concetto quantitativo (più o meno utile, maggiore o minore reddito,
aumento o diminuzione della produzione, ecc.) che è implicitamente
valutativo o normativo. Si potrà non concludere in favore dell’uno o del1
ahro regime, ma ciò dipenderà esclusivamente dall’impossibilità di sommare con
esattezza tutti i prò e tutti i contro delle diverse ipotesi, non dalla
rinuncia a determinare i singoli prò e i sìngoli contro. Così, quando
l’eoononiista afferma che la moneta cattiva scaccia la buona, condanna,
limitatamente al fenomeno preso in esame, la emissione di moneta cattiva,
anche se poi, tenendo presenti altri fenomeni, riconosce che in
determinati casi l’emissione di moneta cattiva possa essere necessaria. E
deve allora risultare chiaro che la rinunzia dell economista a far
diventare normativa la sua scienza va attribuita unicamente all’incapacità
di una visione sistematica dei fenomeni economici e all impossibilità di
decidersi fra regimi economici non bene determinati in tutte le
conseguenze. Un’economia veramente sistematica, sebbene fondata su un principio
affatto negativo, era 1 economia rigorosamente liberistica, che
assumeva a fondamento logico della scienza la libera concorrenza e vedeva
in essa l'ideale normativo della prassi politica. Ma quando la negatività del
principio si è andata a poco a poco rivelando anche ai più ortodossi, il
rigore sistematico si è affievolito e la scienza è scivolata inavvertitamente
nel frammentarismo di indagini contradditorie. La ricerca è diventata più
complessa e meno dogmatica, e in tal senso sì è accostata maggiormente
alla vita e alle esigenze dello storicismo, ma, per l'incapacità di dominare il
mondo in la] guisa allargato, è caduta in un relativismo scettico
scientificamente disorganico e praticamente inutile e dannoso. Si che, se
oggi ci 6Ì volgesse intorno e si domandasse agli economisti quale sia
la strada da percorrere per giungere al massimo benessere individuale e a
quello sociale, non si potrebbero ascoltare che risposte
monche, indeterminate e, peggio ancora, evasive. Gli uni ci direbbero
che il problema riguarda la distribuzione e non la produzione, e tenderebbero
perciò a convertire il problema economico in un problema di politica
economica, per lavarsene le mani e rimettersi al prudente arbitrio
delluomo polìtico; allri ci risponderebbero che la soluzione teorica
è sempre quella della lihera concorrenza, la quale in aslratto
garantisce il massimo di ofelimità individuale e SQciale: ma poi
aggiungerebberoche tale soluzione teorica ha bisogno, per una quantità
di ragioni determinabili o indeterminabili, di correttivi più o meno
radicali; altri ancora distinguerebbero tra benessere individuale più
propriamente economico e benessere sociale, determinato, invece, da motivi
in gran parte di natura extraeconomica : altri, infine, si smarrirebbero nella
casistica del contingente e accumulerebbero risposte su risposte, senza
venire a capo di nulla. Ma tutti poi eviterebbero di affrontare o
sommariamente risolverebbero il problema fondamentale di determinare sul serio
il concetto di benessere individuale e sociale, e quindi tutti si
porrebbero nell’impossibilità di dare una risposta scientificamente rigorosa.
Poiché, al solito, l’incapacità degli odierni economisti di dar veste sistematica
alla loro scienza sta proprio nel sorvolare sui presupposti della
costruzione e nell impelagarsi in una congerie disastrosa di questioni
oziose o addirittura inesistenti, smarrendo la nozione stessa del problema che
pur si vuole affrontare. E perciò ancora una volta occorre fermarsi
al limitare, e domandarsi con precisione che cosa vuol dire benessere
individuale, che cosa benessere sociale, e che cosa infine il rapporto tra
le due specie di benessere. Vediamo anzitutto quale significato hanno
preteso di dare e quale significato hanno effettivamente dato al concetto di
benessere gli economisti individualisti o liberali, nel tentativo più
sistematico da essi compiuto per la soluzione di questo problema. Vogliamo
riferirei in particolar modo alla interpretazione soggettivistica del
concetto di utilità, e quindi alla cosiddetta ofelimità massima individuale e
statale. Credo che, anche limitando a questa teoria la nostra indagine critica,
nessun economista vorrà accusarci di unilateralità, perchè nessuno potrebbe sul
serio affermare resistenza nella scienza economica contemporanea di una
concezione più comprensiva del problema in esame. Con il concetto di
ofelimità la teoria classica dell economia individuale ha raggiunto il
massimo rigore che le era consentito. Se il soggetto economico è 1
individuo singolo con finalità proprie estranee a quelle degli altri individui,
la nozione oggettiva di utile va necessariamente cangiata in
quella soggettiva di ofelimo: nessuno potrà affermare in astratto
Futilità di un bene, perché beni per se stessi utili non esistono, essendo
la loro utilità in funzione dei gusti e dei relativi bisogni degli
individui, L utilità di un bene varia perciò da indivìduo a individuo da
momento a momento della sua vita: quello stesso bene cbe oggi è al sommo
delle mie aspirazioni e cbe m’induee a sacrifici notevolissimi,
può diventare domani affatto irrilevante e tale da costringermi
addirittura a nuovi sacrifici per disfarmene. Vano era dunque il tentativo dei
vecchi economisti di determinare il valore dei heni e di spiegare
obiettivamente le ragioni della loro utilità: utile è soltanto Fofelimo,
vale a dire ciò cbe risponde al gusto contingente e arbitrario di dii compie la
scelta economica. Tutta la cosiddetta economia marginalia ha preso le
mosse da questo presupposto fondamen¬tale e si è trascinata fin qui
nell'illusione — non sempre cieca e totale — che nel puro soggettivismo
fosse tuttavia possibile alla scienza di porre un certo ordine,
frazionando idealmente in unità elementari i vari beni di un individuo e
confrontando le unità ultime di ciascun bene tra loro. Se soggettivo è il
concetto di utile, entriamo pure nell’anima del soggetto e facciamo la sintesi
delFeeonomia e della psicologia: così hanno pensato i più
coerenti tra gli individualisti, giungendo infine alla conclusione
alquanto lapalissiana che di veramente certo nella logica di ogni
indivìduo non v’è che il bisogno di procurarsi beni economici in quantità tali
da rendere eguali le soddisfazioni procurate dalle unità ultime dei
diversi beni. Il ragionamento, a prima vista impeccabile, si è svolto in
questi termini: se io vado al mercato a comprare pane e vino è
chiaro che comprerò tanto pane e tanto vino da far coincidere il piacere
che potrà procurarmi l’ultima parte del mio pane con quello che potrà
venirmi dall’ultima parte del mio vino. Se l’ultimo boccone del mio pane
avesse per me maggiore o minor valore dell’ultimo sorso del mio vino, la mia
opera sarebbe illogica, perché rinuncerei senza ragione al massimo di utilità
possibile, facendo acquisto di troppo vino o di troppo pane. Estendendo il
ragionamento a tutti i miei beni e misurando la quantità di ognuno posso
giungere a determinare il valore relativo di essi: posso cioè avere una
nozione sperimentale del mio equilibrio economico. E se infine dalla
mia persona passo a quella degli altri individui che formano la
collettività, posso sempre sperimentalmente e oggettivamente giungere alla
nozione di un equilibrio generale, che è tuttavia la risultante di molteplici
mondi assolutamente soggettivi. Si compie in tal guisa il miracolo della
trasformazione di un’economia psicologica in un’economia matematica, e ciò
che sembrava l’espressione di un arbitrio inafferrabile e indeterminabile
diventa elemento rigorosamente determinato in una formula algebrica. Ma la
matematica è in questo caso una cattiva consigliera e conviene aver la
forza di resistere al suo fascino, per non essere trascinati in un
mondo tanio più fantastico quanto più tecnicamente perfetto. E dalle sue
equazioni vogliamo per un istante ritrarre lo sguardo per ritornare
all’mdividuo economico e vedere se tanta scienza possa
comunque illuminarlo nel suo cammino e se, soprattutto, posea comunque
illuminargli la strada che gli altri individui percorrono con
lui. Ora è chiaro che l’economia marginalista non può dare
all’individuo nessun criterio orientativo nel mondo economico, poiché
l’azione economica, qualunque essa sia, è sempre, per definizione,
la migliore possihile. Se vado al mercato, compro quel hene, in
quella quantità, e a quel prezzo che rispondono nel modo più infallibile
all’unico criterio logico eh io possa in queiristante seguire: al
criterio cioè del mio gusto e del mio bisogno. Fare liberamente una cosa
che non piaccia è evidentemente una contraddizione in termini, e se dunque
fondamento dell’economia è l’ofelimità, ogni atto ecomico, in quanto compiuto
senza costrizioni, e necessariamente perfetto. E se perfetto è ogni
atto, perfetto sarà pure il sistema degli atti ossia tutta la vita
economica, si che ogni individuo, che agisca lìberamente, non può non
vivere lina vita rispondente al più allo ideale economico e non esser sempre
nello stato del massimo benessere possibile. Se non che una perfezione
così a buon mercato ha già dato qualche sospetto a taluno degli economisti
più intelligenti e c’è stato chi, sia pure di sfuggita, dando uno sguardo
più profondo alla vita del soggetto, si è accorto nientemeno che le
ofelimità marginali non sono confrontabili tra di loro, neppure nello
stesso individuo e neppure nello stesso istante. E poi si è notato che il
marginalismo implica la possibilità per lo meno ideale di frazionare in
unità elementari ogni bene economico e che invece tanti beni economici sfuggono
necessariamente a tale procedimento. Obiezioni queste che, aggiunte a molte
altre, hanno cominciato a scuotere la fede che dai pm si aveva nel rigore
del principio escomi» \f a non tanto si sarebbe avvertita lLsurdita della
posizione, se non si f osse tornali al p . aggio, dapprima
inconsapevolmente ritenuto lefanello* dall’equilibrio individuale a quello
collettivo e cioè dal benessere del singolo a quello della società. Posto,
infatti, l’individuo a centro del sistema, il massimo di ofelimità
generale non ai e potuto trovare che nella somma deimassimi delle ofelimità
individuali, e allora logicamente il p rmin problema è sparito, in quanto
rias?.°. r lt0 Senza ^e ® 1 l du, nel secondo: ogni individuo ubero
raggiunge il suo massimo e con ciò stesso raggiunge la somma massima la società
di cui egli fa parte. Al a scienza non resta da far altro che prender atto
del migliore dei mondi possibili. Se la scienza volesse comunque uscire da
questo suo atteggiamento dì completa passività di fronte al problema del
massimo benessere individuale e sociale, il primo scoglio contro cui i
suoi sforzi dovrebbero necessariamente infrangersi sarebbe quello del
confronto tra il benessere di due individui diyersi. Abbiamo già accennato
allbbiezione di chi ha dichiarato inconfrontahili le ofelimità marginah di
due beni per uno stesso individuo, ma in quel caso si era tuttavia
nell’ambito del soggetto economico e la possibilità del paragone restava in
qualche modo suscettibile di discussione. Ma quando si tratta di
confrontare il benessere di due individui e lo stesso presupposto
psicologico soggettivista che nega a P” 01 ; 1 °8 ni senso alla ricerca ed
esclude la possibilità di un qualsiasi risultato. E basta
appena accennare a questa conseguenza della teoria per accorgersi che la
presunta soluzione del problema è affatto verbalistica e vuota. Se dire
massimo di benessere sociale vuol dire somma di massimi individuali, questa
somma deve pur concepirsi possibile e gli addendi debbono pur potersi
confrontare. Ma confrontare vuol dire conoscere il rapporto quantitativo
della soddisfazione che un medesimo bene procura a due persone diverse e
tale rapporto è purtroppo impossibile per definizione. Dunque? Dunque il
circolo vizioso èsenza uscita di sorta e occorre impostare diversamente il
problema. Né, d’altra parte. l’economista potrebbe rinunziare al
confronto, attenendosi per astrazione a un tipo medio di uomo, che
rendesse omogenei gli addendi da sommare. In tal caso, infatti, l’unica
soluzione del problema sarebbe di eguagliare tutti i redditi individuali e
di presumere in tal guisa raggiunto il massimo benessere sociale. Il che,
oltre tutto, sarebbe in netta antitesi con il criterio di libera
concorrenza, che è a fondamento, assoluto o relativo, dell’economia
marginalista. Ma il guaio peggiore di questa ingarbugliatissima situazione
viene a porsi in evidenza allorché l’economista è costretto a passare
dall’economia individuale a quella della collettività (Stato, enti pubblici,
sindacati, società, ecc.) L’agnosticismo dello scienziato trova qui un
limite assoluto ed egli non può più evitare di rispondere con precisione
ai problemi che scaturiscono dalla coesistenza delle due economie. Se lo
Stato deve stabilire un’imposta, quali industrie e quali redditi colpirà e con
quale criterio? È chiaro che il criterio economicamente non può essere che
uno e cioè quello del massimo benessere sociale: ma intanto tale massimo può
concepirsi solo in regime di libera concorrenza e Firnposta è estranea per
definizione a tale regime, e slugge necessariamente alla logica del suo
sistema. imposta Sara scelta esclusivamente con criteri extra-economici e
l’economista, al solito, non solo non potrà dire la sua parola, ma non
riuscirà poi in alcuna maniera a misurare gli effetti di un imposta dal
punto di vista del benessere sodale: egli non potrà, cioè, giudicare né a
priori né a posteriori della bontà di un’imposta. Lo stesso ragionamento
può ripetersi a proposito di qualsiasi intervento statale nella vita economica
del paese: anzi lo stesso problema dell’intervento acquista una nuova
fisionomia e rende vanaogni attività dello scienziato in questo campo. Quando
gli economisti si sono poco o molto allontanati dalla tesi rigorosamente
liberista e hanno ammesso la possibilità, in determinate condizioni, di un
intervento statale economicamente vantaggioso, hanno dato, senza avvedersene,
un colpo mortale alla teoria dell’ofelimità, rendendo oggettivo ciò
che avevano perentoriamente affermato come soggettivo, e confrontando, sia
pure in astratto e in linea di mera ipotesi, il benessere procurato da due
situazioni economiche diverse. 0 si tien fede al carattere soggettivo della
ofelimità e allora bisogna lasciare 1 individuo arbitro incondizionato
della sua vita economica e giudice incontrollato del suo benessere; o si
ammette, anche per un attimo e con ogni sorta di limitazioni, la
confrontabilità delle soddisfazioni, e allora si deve rinunziare a
costruire la seienza sul fondamento della scuola psicologia. Ma intanto convien
pure riconoscere, con i soggettivisti, che il benessere procurato da una
sterlina a un povero è maggiore di quello procurato a un ricco e che,
in tesi generale, uno stesso bene procura soddisfazioni diverse a diversi
individui; come pure bisogna riconoscere, contro i soggettivisti,
che qualunque indagine relativa ai problemi economici implica inesorabilmente
la determinazione obiettiva di un rapporto tra diversi stati di benessere:
e ingomma è necessario concludere che tra soggettivismo e oggettivismo
economico esiste un'antinomia radicale, sulla quale non si è fatta la
debita luce, e che perciò rende infecondi tutti gli studi e i tentativi
compiuti dagli economisti per giungere a una costruzione veramente
sistematica. Il problema che vien fuori dalle considerazioni precedenti è,
dunque, quello di trovare un criterio con il quale superare Tantinomia di
ofelimo e utile, ossia di soggettivo e oggettivo, e dare in conseguenza un
significato intelligibile e non contradditorio ai concetti di massimo benessere
individuale e massimo benessere sociale. La via da seguire
deve essere naturalmente quella prescelta dagli stessi economisti che
hanno posto la nozione di ofelimità a fondamento della scienza, vale a
dire l’analisi psicologica del soggetto economico. E non sarà certamente
colpa nostra se i confini della particolare scienza economica saranno valicati,
come non è sta¬ta colpa dei puristi che sono scesi su questo
terreno, anche se oggi fanno la voce grossa a chi osa parlare di
rapporti tra scienza e filosofia. La distinzione tra ofelimo e utile
domina ormai tutta la scienza economica e ne spiega 1 attuale struttura: se non
si vuol dunque accoglierla come le colonne d’Èrcole dello scienziato,
bisogna pur che i tecnici si abbassino a discuterla, lasciando per un poco di
ammirare e perfezionare i maestosi castelli matematici che vi hanno
fondato sopra. La teoria soggettivista considera l'individuo economico,
che fa una scelta, come dominato immediatamente da un gusto o da un bisogno che
è quello che è: essa non si rende conto né si vuol render conto del
perché di quel gusto, né del rapporto tra un gusto e un altro dello stesso
individuo. Vero è che di tale rapporto si parla quando si confrontano tra
loro le utilità marginali dei diversi beni acquistati da un individuo e si
afferma ch’esse sono eguali, ma il rapporto si limita a una
scelta economica puntualizzata in un dato momento della vita di un
individuo e non vale in alcuna maniera a chiarire il passaggio da un
equilibrio di gusti a un altro equilibrio di gusti, o, più semplicemente,
da un gusto all altro. Inoltre, anche quando il rapporto lo si supponga
puntualizzato in una data scelta, esso non può tradursi in un’eguaglianza
quantitativa se non attraverso Tarhitrio dello scienziato, perche di fatto
l’ofelìmità dei diversi beni non è confrontabile dal soggetto, se per
definizione questo si intenda dominato da una mera molteplicità di gusti.
Per dosare un gusto e il bene atto a soddisfarlo è necessario rendersi
conto di rapporti logici deterv-u L V n S Ca de “ dlst,nzi .°. ne è stala da
noi fatta nel saggio Tr ' r ?oi°n P * j 610 ’ m L, ‘ crltlca dell’economia
liberale, Milano, re\es, Ì9ó0. Ad essa quindi rimandiamo il lettore che
volesse appio on ire. la questione: qui ci limitiamo a presupporla e intentino
insistere invece sui criteri ricostruitivi cui essa dà luogo. minabili
con criteri che non possono ridursi al gusto stesso: in guanto semplici gusti,
il gusto di un profumo e quello di un colore non sono confrontabili. E fin
qui è arrivato lo stesso Pareto. Se oggi vado al mercato e acquisto una
determinata quantità di beni, in tanto posso far questo consapevolmente in
quanto pongo un ordine nei miei gusti, e li determino e li graduo in una
visione complessiva della mia vita. Così non mi abbandonerò al primo
capriccio cbe ini verrà in mente e non esaurirò il imo avere nella
soddisfazione del primo bisogno apparentemente imperioso, ma vaglierò l’oggi
e il domani, i bisogni che mi è lecito soddisfare e quelli al cui
appagamento debbo rinunziare, i capricci e i doveri, e insomm 3 mi spiegherò la
ragione dei miei gusti e agirò con la coerenza logica che avrò saputo
raggiungere. Sarà buona o cattiva la mia logica, ma pensare che i
miei gusti possano guidarmi a caso, senza alcuna logica che li leghi,
è pensare l’assurdo. Ma dire logica, significa già dire soggettività
non immediata né irrelata: significa dire vita unificata e
universale, significa vedere i miei gusti in relazione con quelli degli altri
cbe con me vivono. Lungi dall’essere inconfrontabile, ogni mio
gusto si spiega soltanto in funzione degli altri miei gusti e dei
gusti degli altri, e nelPintimo della mia coscienza è un continuo confronto
attraverso cui i miei gusti sorgono e si modificano. E vado allora
al mercato e compero dei beni economici che servonoper me e per i miei,
perché è anche un mio gusto e un mio bisogno che i miei soddisfino i loro
gusti e i loro bisogni: e la mia scelta economica, allora, sarà
certamente mia e in rapporto aH’ofelimità che i diversi Leni per me
rappresentano, ma io non sono più il soggetto che immaginano gli
economisti, chiuso in una sfera assolutamente impenetrabile, bensì un
individuo in rapporto ad altri individui e perciò attore di lina vita
economica che si svolge in virtù di tale rapporto. Se poi cerchiamo di
determinare meglio la natura del rapporto e di precisarne i limiti, ci
accorgiamo ch’esso non solo lega la mia persona alla mia famiglia, ma
anche agli amici, ai compagni di lavoro, alla classe, al paese e
infine allo Stato in cui la mia vita si disciplina e sì potenzia. Nel
mio agire economico, come in tutto il mio agire, mi propongo, dunque, un
fine che è mio e che risponde ai miei gusti, ma questo fine non è
arbitrario e si spiega solamente inquadrandolo nella vita dello Stato; sì
che, se altro fosse lo Stato, altre sarebbero le condizioni di vita in
esso esistenti, altri i gusti dei cittadini e altro, insomma, il fine
che ciascuno di essi potrebbe porsi e in effetto si porrebbe. Se io non
sono un ladro o un farabutto, se cioè il mio agire economico non ha un
valore negativo, il fine che io ho in vista deve essere in armonia con quello
dello Stato, e non perché lo Stato me lo comanda dall’esterno, ma perché
la mia stessa vita individuale non ha significato senza lo Stato, e
tanto più significato ha quanto più con lo Stato
si identifica. Appena l’uomo supera la mera animalità e differenzia i
suoi gusti da quelli della fiera, sorgono bisogni che hanno un’origine affatto
sociale: nessuno dei tanti beni economici che si son venuti
creando nella storia dell’uomo sarebbe stato mai prodotto senza il
fondamento della collaborazione. E collaborare vuol dire appunto tendere a un
medesimo fine e cioè avere un medesimo gusto e un medesimo bisogno. Se 1
utile economico fosse veramente l’ofelimo, nessun bisogno potrebbe soddisfarsi,
che, se mi viene il gusto di avere un’automobile, h soddisfazione di esso
mi è possibile solo in quanto lo stesso insogno e stato inteso dalla
società in cui vivo e in cm esistenza delle automobili, perciò, si è resa
possibile. h Se, al contrario, l’utilità delle automobili rappresentasse
soltanto una mia particolare ofelimita, nessuna forza al mondo potrebbe valere
ad appagare il mio gusto, perché nessuno coìlaborerebbe con me al
raggiungimento del fine propostomi. Anche quando da me solo, estraneo a tutti,
mi costruissi un oggetto atto a soddisfare un mio specialissimo gusto
non potrei rinnegare la natura sociale di esso e porlo m rapporto al
giudizio di approvazione o disapprovazione degli altri individui, che sono
sempre presenti nella mia coscienza di uomo, nonostante il mio proposito
di prescinderne assolutamente. Sono quel che sono in forza del processo storico
che m me s individua, e la mia azione deve avere sempre il carattere di
universalità che è proprio della stona. Utile e ofelimo coincidono nel
modo più rigoroso e 1 illusione della loro differenza può sorgere soltanto
considerando l’aspetto negativo delI uomo che si oppone alla logica della vita,
e quindi allo Stato che di quella logica è l’espressione concreta. Ma in
quanto si oppone alla logica, l’ofelimo, al solito, non può essere oggetto
di scienza e resta a indicare il limite della scienza come il limite
della vita. L antinomia tra soggettivismo e oggettivismo economico si
risolve negando ogni positività al soggettivismo che non coincida con
l’oggettivismo, e cioè al procedimento puramente arbitrario e irrelativo
dell’individuo. I gusti e i bisogni di cui l’economista può e deve occuparsi
sono quelli cbe si rendono intelligibili nell organismo della vita
sociale e cbe rispondono quindi a finalità essenzialmente sociali:
gli altri non sono veramente gusti né bisogni, bensì piuttosto manifestazioni
patologiche di un attività antisociale e vanno perciò
considerati unicamente da questo punto di vista. Parlare in
un Iratlato di economia dell ofelimo in quanto diverso dall'utile vai
quanto occuparsi del furto o del ricatto come mezzi razionali di
produzione. Risolta l’antinomia tra individuo e Stato, ossia Ira
ofelimo e utile, è possìbile tornare al problema del massimo benessere
senza incontrarsi nelle difficolta che rendevano assurda ogni soluzione. Il
concetto stesso di benessere si sposta dalla soddisfazione del gusto immediato
a quella di un gusto consapevole e logicamente determinato: il benessere
non è più in relazione a uno stato naturale cbe va appagato per il fatto
stesso di essere, ma in relazione a un fine da raggiungere e da far valere
nell’organismn della vita statale. È quindi dallo Stato, e
non dall’individuo in quanto concepito senza lo Stato, cbe occorre
prender le mosse per intendere quale significato possa avere la ricerca
del massimo benessere individuale e sociale. Non dallo Stato, tuttavia,
concepito come somma di individui, bensì dallo Stato cbe è volontà unica e
unica finalità, ogni giorno storicamente determinata e in continuo
processo di superamento. Ma domandarsi che cosa sia e come si
raggiunga il massimo benessere dello Stato vai dunque quanto chiedersi
che cosa sia e come si raggiunga il massimo ideale dello Stato stesso: ed è
chiaro che a un tale quesito non nuò seguire che una sola risposta, e
cioè che l’ideale di una Nazione è esso stesso processuale e diventa più grande
e più alto via via che 10 si raggiunge, così come il massimo benessere
che una Nazione può proporsi non ha limiti di sorta e s ingigantisce
via via che il benessere aumenta. Se non che non ci si potrebbe arrestare
a questa constatazione, che pur è Tunica logica e incontrovertibile, senza
eliminare addirittura il problema da risolvere e senza eludere quel tanto di
legittimo che pur si cela nella affannosa ricerca delle vie per
raggiungere il massimo benessere. Occorre, dunque, che quesla stessa
constatazione si traduca in termini di scienza economica, dando una
risposta non effimera a un problema sia pur malamente impostato. Se
muoviamo dal concetto dell’unità dell’organisnio statale, possiamo agevolmente
convincerci che 11 valore dei beni economici varia, aumenta, diminuisce, o
addirittura si annulla, col variare del fine dello Stato. Se una legge
stabilisce l’uso di una merce considerata pressoché inutile fino alla
formulazione della legge stessa, quella merce acquista improvvisamente un
valore economico che nessuno prima si sarebbe mai sognato di attribuirle.
È lo Stato, che con un atto di volontà ha creato un valore economico, e
conseguentemente ima ricchezza già prima esistente, ma non come ricchezza.
Le quali considerazioni, si badi bene, non hanno una portata ristretta al
caso di una legge vera e propria, ché anzi con il termine legge si vuol
significare ogni espressione della vita sociale, sia cli’essa giunga
alla determinatezza di una norma giuridica, sia ch’essa si limiti
alle vaghe linee di una opinione, di un uso, di una moda, di una
convenzione, ecc. Basta assistere a una vendita all’asta per accorgersi
delle vicende, a volte stranissime, dei beni economici: ciò che un
tempo rappresentava un grande valore, è caduto in disuso e buttato via
come cosa inutile, o di nuovo è tornato in gran pregio rispondendo
a diversi bisogni spirituali. Ma è chiaro che questa vicenda non è
l’espressione di un arbitrio individuale, sibbene di un processo storico che ha
una logica. Anche la moda più strana e più insulsa non si afferma se
non risponde direttamente o indirettamente a un’esigenza dell’epoca e delle
particolari condizioni in cui fa la sua apparizione. Quest’esigenza è
appunto la legge che dà vita ai valori economici, come a tutti i valori della
vita, e fa nascere gusti e bisogni che non sono individuali senza
per ciò stesso essere collettivi. Ne deriva che tutti i
beni pennoniici, e quindi la ricchezza di una nazione, sono
concepibili e sono determinabili unicamente in funzione della volontà e
del fine statale. Nulla esiste che sia un bene economico in sé, bene è
solo in quanto tale lo fa essere la volontà dello Stato; e la
ricchezza di una nazione, quindi, può variare e varia in effetti
continuamente, anche senza che muti la quantità dei beni esistenti. Il
che, espresso in altri termini, vai quanto dire che non esiste una nazione
povera o una nazione ricca in senso assoluto, ma povera o ricca ogni
nazione diventa a seconda del valore attribuito ai Leni ch’essa possiede o
che essa è in grado di produrre. In questo senso ogni nazione può
essere ricca, perché la ricchezza dipende esclusivamente dalla sua
volontà. Ora, se si conviene in queste considerazioni, e in parte
almeno di esse convengono, sia pure indirettamente, molti economisti, il
quesito circa la via per raggiungere il massimo benessere sociale può
ricevere una risposta precisa anche dal punto di vista più particolarmente
economico. E la via da seguire è appunto quella che vien rivelata dalla determinazione
storica dell ideale economico della nazione: determinazione cui si
perviene studiando il problema economico in rapporto al problema politico
e che si esprime perciò in un programma non aprioristicamente fissato una
volta per sempre, ma in continuo sviluppo e perfezionamento. Il programma
naturalmente si concreterà in un indirizzo d insieme e in direttive
particolari ben precisate, e tutti i suoi aspetti si integreranno a
vicenda in modo sistematico, sì che le diverse manifestazioni
dell’attività economica non abbiano a contrastare tra di loro. E
l’indirizzo potrà essere, ad esempio, prevalentemente agricolo o
prevalentemente industriale, tendente all incremento o alla limitazione
demografica. favorevole o contrario all’emigrazione, e via dicendo; tutto
in relazione all’avvenire del paese, alla sua individualità e alle sue
condizioni: le quali consentiranno poi di determinare in qualche maniera
le direttive generali che dovranno essere seguite nell'attuazione delle
tante iniziative della vita economica e come in ognuna di esse debba aversi
sempre di mira il fine comune. Si comprenderà, in tal guisa, come e perché
siano da favorirsi certe industrie e da vincolarsi certe altre, siano da
potenziarsi al massimo le industrie più specificamente nazionali e siano
da trascurarsi quelle più rispondenti ai fini e alle risorse di altri
paesi; siano, infine, da crearsi gusti, bisogni diretti ai beni economici
che più conviene produrre. Poiché bisogna ben convincersi che il problema
del massimo benessere sociale non si risolve solo creando il modo di
soddisfare al massimo i gusti e i bisogni esistenti, ma soprattutto
modificando, correggendo, creando gusti e bisogni in relazione all’ideale
economico — ed economico in quanto politico — della nazione. E
si comprende che quest’opera non deve svolgersi unicamente entro i confini
dello Stato, ma divenire il programma della stessa politica economica
internazionale, che soprattutto airestero conviene far nascere il gusto di ciò
che è prodotto dell’industria nazionale: possibilità questa di cui purtroppo
gli Italiani hanno parecchi esempi in casa loro, dove tanti usi stranieri si
son lasciati attecchire e con essi l'importazione di tante merci che fanno
passare in seconda linea le nostre. Né questo solo aspetto, più
propriamente produttivo. va considerato del problema, che anzi ad esso è
strettamente collegato quello distributivo, in quanto in un’economia
dinamica — e può esistere un’economia non dinamica? — ripartizione dei
redditi e determinazione della produzione sono precisamente la stessa cosa. È
chiaro che in un’economia nazionale ben consapevole la ripartizione
dei redditi avverrà favorendo gli uomini e le industrie la cui
attività produttiva sarà più in armonia con l’ideale economico del paese.
Questo ideale determina il valore dei beni e questo stesso ideale
deve determinare la scala dei valori umani, clie sono
in rapporto con quei beni. Beni e uomini che vengono perciò ad
acquistare un significato economico solo nel] organismo statale di cui
sono espressioni, e che perciò possono essere valorizzati davvero
solo se nell organismo statale sia chiara la consapevolezza della loro
particolare funzione e la volontà che essa si adempia nel miglior
modo. Se poi, dal problema de] massimo benessere sociale, passiamo a
quello del massimo individuale, la soluzione ci dovrà apparire logicamente
implicita nel già detto. Sì è visto che ogni individuo vive la sua vita
individuale come vita statale, e che anche ciò che sembra più proprio della sua
personalità ha un significato e un valore in quanto è in rapporto con
l’organismo sociale. Ne deriva, dunque, che il fine di ogni individuo —
così politico come economico — non può essere che quello di potenziare al
massimo la propria personalità in funzione del fine politico ed economico
della nazione. Se sono un buon cittadino, vale a dire se la mia
attività non è antisociale e negativa, il mio massimo ideale è quello
di esser degno della mia nazione e di fare lutto il possibile per esserne
degno. La ricchezza cui tenderò non sarà in antitesi con questo ideale,
ma la consacrazione delFessermi reso degno, più dei non ricchi, della
mia nazione. Se cosi non fosse, tenderei alla ricchezza senza preoccuparmi
del mezzo, vi tenderei soprattutto col furto. Ma se così è, le condizioni
per raggiungere il mio massimo benessere individuale non possono essere che
due, e cioè in primo luogo la mia decisa volontà di adeguarmi al fine
statale e di contribuire nel modo migliore alla realizzazione di esso: in
secondo luogo, poi, il riconoscimento sociale della mia attività e il
relativo compenso proporzionato. Sì che volendo giungere a una
definizione : imissimo benessere dell’individuo è quello che gli proviene
dall adeguazione perfetta del compenso della sua opera al valore della
sua personalità vista in funzione del fine supremo
dello Stato. Se poi volesse conoscersi come e quando il massimo benessere
individuale possa effettivamente conseguirsi, sarebbe da osservarsi che,
di fatto, esso è sempre raggiunto perché ogni individuo ha quel che
si merita, dato l’ideale consapevole cui è pervenuto il suo Stato, ina che poi
non è mai raggiunto una volta per sempre, in quanto il livello spirituale dello
Slato è in continuo sviluppo e con esso la capacità di riconoscere più
adeguatamente Inpera dell’individuo. Se, ad esempio, ci proponessimo il
problema di conoscere se gli attuali stipendi dei professori rispondono al
massimo benessere individuale di questi, dovremmo convenire eh
essi rispondono perfettamente alla consapevolezza che lo Stato ha del
valore di questa funzione in rapporto alle altre della vita sociale, ma
dovremmo altresì augurarci, e contribuire con la nostra opera a
raggiungere, la realizzazione di uno Stato, in cui la funzione culturale
fosse maggiormente valorizzata e perciò meglio compensati fossero i
professori a confronto di altre categorie di lavoratori. C’e sempre uno St
a to reale e uno S ta to ideale nella 3iaiet tica della storia, e il p roblem a
del massimo bencssere, c osì social e come individuale, d eve av ere
una soluzione che viva in questa dialettica. Basta impostare in tal
guisa il problema del massimo benessere per accorgersi del significato
che nella sua soluzione può avere lo Stato corporativo; il quale si
differenzia dallo Stato liberale così come dall’economia liberale si
differenzia la nuova economia. La soluzione scientifica non può differire
da quella politica perché scienza e politica non possono essere che le
manifestazioni di una stessa vita spirituale. Allo Stato liberale non
poteva accompagnarsi che l'ideale scientifico dell’uomo œconomicus, del massimo
benessere sociale come somma dei massimi individuali, dell’ofelimità che
si differenzia dall’utilità; allo Stato corporativo deve dar
significato il principio dell’identità di individuo e Stato, del massimo
benessere sociale come massimo benessere nazionale e individuale,
deH’utilità che si identifica con l’ofeìimità. Il problema della
libertà non può avere che un unica soluzione, sia che lo si consideri dal
punto di vista filosofico, politico e giuridico, sia che lo si
traduca in termini di scienza economica. Coloro che parlano della libera
concorrenza come di una ipotesi scientifiea apolitica da porsi accanto
alla opposta ipotesi del regime monopolistico,
anch’essa apoliticamente considerata, dimostrano soltanto di aver
smarrito completamente la nozione storica dei concetti che adoperano, e
soprattutto dei concetti di individuo, di Stato, di benessere individuale
e sociale, sui quali la scienza economica deve poggiare come sui suoi
fondamenti primi. Avendo già di essi largamente discusso, basterà farli
riaffiorare nella determinazione del concetto di libertà, quale può venir
dato dall esame il più immediatamente aderente alla vita effettiva della
socielà economica. Il modo comune di intendere la libertà è quello
individualistico di arbitrio, per cui ogni uomo si considera veramente
libero quando ha la possibilità di fare lulto ciò che desidera, senza
subordinare o comunque legare la sua volontà a quella di qualsiasi altro.
Perché ciò sia logicamente possibile è necessario che 1 individuo, per
dirla in termini rousseauiani, sia unità intera e non unità frazionaria: occorre
cioè che egli non faccia parte di un organismo sociale, ma viva allo stato
selvaggio, soddisfacendo da solo a tutti i suoi bisogni. Ne
deriva, dunque, che l’usuale nozione di libertà si adegua soltanto
all idea presociale dell’uomo-fiera. Facciamo invece il caso di due uomini
o di piu uomini che, insoddisfatti dì una vita puramente animale,
decidano — e anche qui restiamo nei termini di Rousseau — di legarsi in
società, dividersi il lavoro, e migliorare con l’unione delle forze il
tenore della vita. Allora la situazione cambia radicalmente e i collnhnralori
debbono anzitutto porsi il fine comune da raggiungere, a esso
subordinando le singole attività. Se prima, ad esempio,
l’uomo svegliandosi al mattino poteva andare a caccia o restare ili
riposo rinunciando per un giorno al cibo, ora, invece, a caccia deve
andarvi in ogni caso, perché il sistema piu perfezionato di ricerca e
catturatone degli animali esige ch’egli sia al suo posto pronto ad aiutare
gli altri individui con i quali si è unito in società. S’egli restasse a
riposare, gli altri dovrebbero rinunziare alla sua collaborazione, e
la società si spezzerebbe, perché il fine comune per cui si è
costituita non potrebbe essere raggiunto. Il passaggio dalla fiera all’uomo
implica dunque: la costituzione di un organismo sociale; la determinazione
di un fine comune; fideiitità di questo fine comune con ì fini dei
singoli; l’elevazione del fine comune a LEGGE della società e la
subordinazione a essa dei singoli membri; la conseguente necessità
dell’attuazione della legge e la trasformazione dell’organismo sociale in STATO;
l’identità del benessere individuale e di quello statale; la rinunzia
definitiva alla libertà intesa come arbìtrio. Si apre a questo punto un
dilemma, al quale non vedo come si possa seriamente sfuggire: o
la vita civile non è conciliabile con la libertà o della libertà
occorre formarsi un concetto che non sia quello di arbitrio
individuale. Prima di risolvere il dilemma, occorre eliminare ogni dubbio
circa la possibilità di un terzo termine. e precisamente di quel terzo termine
escogitato dalla stessa teoria contrattualistica, secondo cui il
necessario vincolo imposto dalla vita sociale dovrebbe essere il minimo
possibile e tale da lasciare la più ampia sfera all’arbitrio
dell’individuo. È questa la teoria ebe è a fondamento dello Stato
liberale e, secondo essa, l'unico arbitrio vietato al singolo sarebbe
quello dell invadenza nella sfera di arbitrio degli altri individui: il
contenuto sociale o statale sarebbe appunto la garanzia dei particolari
arbitri. Ma e chiaro che questa teoria, equivocando sui termini di società
e Stato, sposta il problema, ponendolo in termini affatto fantastici: io
Stalo vien concepito come un ente distinto dalla società e la legge è
ridotta al significato formale e negativo di limite. Se riportiamo, invece, la
questione nei termini concreti dell’agire economico, è facile convincersi
che la legge non è un limite formale, bensì una esplicita norma di
produzione e di distribuzione. che non si esaurisce in un divieto di
sconfinamento. ma impone un determinatissimo lavoro. Se voglio far parte
della società, debbo in modo assoluto occupare il posto che mi spetta e fare
tutto quello che il mio posto esige. Quando sono entrato in società
con il mio simile, non Tho fatto per dividere la mia sfera dalla sua e segnare
i confini della mia proprietà (legge limite, Stato carabiniere,
ecc.) ma l'ho fatto per condurre con esso una vita migliore, per produrre
più e meglio, per raggiungere risultati impossibili alle mie sole forze
(legge di azione, Stato etico). Sì che il confine posto tra la proprietà
mia e quello degli altri non ha neppure esso un valore négàlivojjfi^pura“difesa''tjrrisTTpi^e^de'ter
ni ina li va-del-campo _in cui esercitare la mia opera di collaborazione: non
indica la sfera del mio arbitrio, ma il mio posto di lavoro. Né
quello che io faccio, vincolato dalla società, può stare comunque accanto
ad altro ch’io faccia all’infuori di questo vincolo, perché
all’infuori del vincolo io non ho altra realtà oltre quella dell’animale,
e tutto quanto dall’aniinale mi distingue ho conquistato nella società,
collaborando, ossia sottomettendomi alla legge del fine comune. Se oggi
v’è apparentemente la possibilità di separare un’attività libera da
un’altra obbligatoria, ciò avviene solo per un equivoco di valutazione,
che consiste nel considerare alcuni elementi sociali scissi dalla
vita da cui sono stati originati. Ma, a guardar bene, bisogna pur
convincersi che nulla della nostra condotta sfugge alla legge della
convivenza sociale e che anche nelle questioni propriamente personali,
noi agiamo secondo una volontà comune, individuale e sociale insieme,
in piena identità di termini. Se mi vesto, posso apparentemente
abbigliarmi come mi detta la fantasia, ma in realtà debbo pur
seguire le leggi, gli usi, le tradizioni, il gusto, ecc., della società in
cui vivo; e se, ad esempio, posso mettermi una cravatta rossa ovvero una
grigia, anche questo arbitrio non è un arbitrio, ma un operare entro
quella legge che nell’attuale momento storico impone varietà di colori
nelle cravatte. Questa è la realtà della vita sociale, e, quanto più
progredita e complicata essa diviene, tanto più ferrea è la disciplina cbe
la governa e die deve rendere possìbile l’armonia di tanti elementi
disparati. Le leggi, i regolamenti, le mode, gli usi, le convenzioni, gli
orari ecc. ecc., investono sempre più metodicamente tutta la nostra vita
quotidiana, da un minimo cbe è lasciato alle forme rudimentali di vita
(vita dei campi) a un massimo elle caratterizza l’azione dei maggiori
esponenti della politica, della cultura, dell’industria e del commercio.
Sì che assenza di arbitrio e massimo di civiltà divengono via via termini
equipollenti, e la vita del più civile uomo di domani non può immaginarsi
se non attraverso un’adeguazione sempre più perfetta della vita e della
volonlà del singolo a quella dello Stato. Ma, dunque, si potrà obiettare dai
nostalgici del liberalismo vecchio stile, la vita deve diventare una
schiavitù, un procedimento meccanico e inesorabile, al quale non sia possibile
sottrarsi a nessun costo, per rivendicare la spensierata felicità di
chi si leva al mattino arbitro incondizionato della propria giornata? È
dunque questa la vera civiltà o non conviene buttar tutto all’aria e
tornare all’immediatezza della natura? Questione vecchia cotesta, almeno
quanto l’opera di quel Rousseau cbe ci ha dato In spunto per discuterla :
e, appunto perché vecchia, orinai risolta e superata, se pur la soluzione
non abbia ancora avuto modo di pervenire agli orecchi degli economisti.
Essi amano indulgere tuttavia al miraggio di d Spinila — felina libertà individualisticamente
intesa, e non si sono neppure domandati se ormai occorra, o se
sia comunque possibile, che la scienza economica dia anch'essa un
altro significato al termine tradizionale. Poiché di un altro significato deve
ben potersi parlare, dato che al dilemma sopra proposto non si può
rispondere, evidentemente, eoi negare addirittura la libertà. Notiamo
anzitutto che la libertà dei liberali è. per loro stessa eonfessione, una
libertà a mezzo, la quale lia sempre qualcosa da invidiare alla completa
libertà dello stato di natura. A quell’assoluto arbitrio si è dovuto
rinunziare per necessità di vita e per sicurezza reciproca, ma intanto di
una rinunzia pur sempre si tratta, che fa assaporare con voluttà quel giorno
felice in cui, per il superiore livello della comune moralità, sarà possibile
abolire lo Stato e la sua funzione di inutile gendarme. La libertà del
liberale, dunque, nessuna maggiore profondità e spiritualità acquista con lo
svolgersi della storia, che anzi essa ha lasciato alle sue spalle il
proprio modello perfetto e immodificabile. Basterebbe questa
considerazione per farci diffidare della giustezza della comune soluzione del
problema: se libertà è sinonimo di valore, la sua realtà non può essere
che nel suo approfondirsi e spiritualizzarsi continuo, sì che il suo
modello possa brillare della luce dell’ideale da instaurarsi e non
perdersi nel buio della preistoria. La giusta soluzione, dunque,
dovrà ricercarsi nel concetto di una libertà che non si è persa,
ma cbe si deve conquistare; di una libertà non seivaggia, ma
identificabile addirittura con la vita civile. E la via ci è indicata dalla
stessa ipotesi contrattualistica, da cui volutamente abbiamo preso
le mosse per restare nell’ambito dei problemi cari agli ideologi del
liberalismo. Quando due o più uomini deliberano di unirsi in società per
migliorare le loro condizioni, liberamente si sottopongono alla
legge del comune lavoro, e questa legge diventa, per ciò stesso, il
contenuto del loro atto di libertà. Libertà e legge, lungi dairescludersi,
si identificano senza residui. Ma la loro identificazione, si badi bene,
non è accidentale, bensì essenziale, perché, se contenuto dell atto
di libertà non fosse la legge, la libertà stessa tornerebbe ad essere arbitrio.
Quel che distingue infatti la liberta dall arbìtrio è appunto
l’universalità della prima di fronte alla particolarità del secondo: il
selvaggio può agire in un qualsiasi modo; 1 uomo civile, invece, deve
agire secondo una volontà che, pur essendo sua, abbia insieme un valore
universale {la legge). Costitutivo, insomma, del nuovo concetto di libertà
deve essere la sua identificazione con la legge, ossia la identificazione
della volontà particolare con quella universale, dell’individuo con In
Stato. Né si creda che il libero processo secondo cui gli individui
si costituiscono in società si esaurisca nell’atto della costituzione — il
quale anzi non esiste ebe nella fantasia dei contrattualisti —
poiché esso si perpetua in tutta la vita sociale e ne caratterizza ogni
momento. La legge cbe lega gli individui nel comune lavoro non si determina una
volta per sempre meccanicizzando l’attività da essa regolata, ma si
rinnova continuamente in virtù della stessa forza d’iniziativa che l’ha
fatta sorgere. Ogni individuo, infatti, è indotto a perfezionare
l’organismo sociale ed escogita nuovi procedimenti e ricerca nuove vie,
sempre insoddisfatto dei risultati conseguiti e sempre pronto a conseguirne di
nuovi. Ma si comprende che in questo processo ogni iniziativa del
singolo deve inserirsi nel processo unitario della vita sociale: la sua
volontà deve diventare la volontà di tutti e la sua libertà di attuarla deve
coincidere con la legge che ne impone l’attuazione. Che se l’iniziativa
restasse particolare e si giustapponesse a infinite altre iniziative
ancli’esse particolari, tutte si intralcerehbero a vicenda spezzando l’organismo della
socielà e portandolo fatalmente alla disgregazione aiomistica. Questa
identificazione iniziale e processuale della volontà e libertà del singolo
con l’universalità della legge risulta molto evidente dalla considerazione del
funzionamento di una qualsiasi associazione. Anche se prendiamo ad esempio
il caso limite dell’associazione a delinquere, dobbiamo convenire ch’essa
si costituisce con un atto di libertà dei singoli membri, volonterosi di
sottoporsi alla sua disciplina; che i singoli tendono al benessere
dell’associazione vedendo in esso il proprio; che ogni particolare
iniziativa di un membro è subordinata all’approvazione degli altri; e che
insomma l’associazione tanto meglio vive, ed è capace di conseguire il
fine che i singoli si sono proposti nel formarla, quanto più unitaria è la
sua volontà e quanto più rigorosa la sua disciplina. Ma se dall’esempio di
una singola associazione, passiamo a quello della grande società che è lo
Stato, l’evidenza della identità si attenua, i termini del problema
divengono indecisi e la questione arbitrariamente si sposta dando luogo agli
equivoci propri dell’individualismo liberale. Ogni cittadino nello Stato, come
ogni delinquente nell’associazione di cui abbiamo discorso, 6arà tanto più
degno di appartenere alla società quanto più saprà far coincidere la sua
libera volontà con quella sociale. Che se nel caso del cittadino par ci
sia differenza tra il benessere proprio c quello dello Stato, la ragione
va trovata solo nel fatto che, per la maggiore estensione e
complessità dello Stato rispetto all’associazione a delinquere,
più facilmente il cittadino smarrisce la coscienza dell’organismo e più
facilmente è indotto a frodare gli alIri membri della società cui appartiene.
Ma per ciò appunto il contrasto tra le due volontà rappresenta il
lato negativo e non quello positivo della vita dello Sfato e tutte le
forze debbono essere impegnate a eliminarlo. Anche nell’associazione a
delinquere uno dei membri può sottrarsi alla disciplina sociale e
averne i vantaggi senza gli oneri, ma egli sarà appunto il prepotente,
l’elemento disgregatore della società e finirà col fare il danno di essa e
quello proprio. In tal guisa considerata la libertà, si comprende
come si sia decisamente sorpassata l’ambigua soluzione del problema data dal
liberalismo. Il cittadino non si sdoppia più in due attività opposte, nell
una delle quali si conserva la libertà originaria dell' uomo di natura e
nell’altra invece si riconosce Tobbligatorietà della legge: il cittadino è
libero in ogni sua manifestazione a patto che tale libertà sappia
conquistare dimostrando il valore dei suoi atti e facendo 1 ! perciò
riconoscere dalla società di cui fa parte. La libertà per esser vera deve
costare, e il suo costo è dato appunto dallo sforzo necessario
a trasformarla da volontà particolare in volontà universale. Abbiamo
ora gli elementi cbe ci sono indispensabili per discutere il tormentatissimo
problema della libera concorrenza e del monopolio. Secondoi termini
tradizionali la libera concorrenza si esercita Ira individui cbe cercano
il massimo benessere individuale, senza alcuna preoccupazione del fine
sociale. L'ideale della perfetta concorrenza è appunto quello dì un giuoco
di forze individuali autonome, la cui autonomia o irrelatività sia assoluta, 6Ì
cbe il fenomeno economico scaturisca dall’incontro indisciplinato di
interessi diversi e opposti. Ogni limite sociale, ispirato
dalla visione di un fine che trascenda quello dell’arbitrio dei
singoli, è considerato come una menomazione della concorrenza e come una
forza antieconomica. Si consacra in tal modo nel campo dell’economia l’assolutezza
del principio della libertà come arbitrio, cbe aveva dovuto trovare un limite
nel riconoscimento della necessità giuridica dello Stato. Quando tuttavia
da questa concezione ideologica ritorniamo all’analisi dell’effettivo processo
della vita sociale, dobbiamo riconoscere cbe un tal modo di intendere l’ideale
economico è intimamente incongruente. Se la società, infatti, è costituita
al fine di collaborare, essa implica, come abbiamo visto, una disciplina
comune, una legge che neghi gli arbitri dei singoli, e cioè i loro
interessi individuali in quanto altri da quelli sociali. Ne viene di
conseguenza che o bisogna ripudiare la libera concorrenza come un fenomeno
essenzialmente antisociale o bisogna intenderla e promuoverla in un senso
radicalmente diverso da quello comune. Per rendere più evidente la
questione sarà opportuno ritornare un momento all’esempio
dell’associazione a delinquere, e vedere in questa forma rudimentale di società
il sorgere della concorrenza e il suo adeguarsi al fine unico della
collettività. Determinate le mansioni dei sìngoli membri, a qualcuno di
essi può sembrare dì avere attitudini speciali per un compito assegnato a
un altro. In tal caso egli fa la proposta di mettere a confronto
le due capacità e di decidere chi dei due debba essere adibito a quel
compito o anche se debbano esservi dedicati entrambi. Si inizia così
nell’ambito della società un fenomeno di concorrenza, ma esso ha
il peculiare carattere di essere voluto dalla società stessa e per un
fine sociale: volontà e finalità che ne costituiscono l’intima legge e
l’unica ragion d’essere. Lungi dall’affermarsi come un contrasto di interessi
particolari, esso si realizza e sì giustifica in virtù del criterio
fondamentale della società, per il quale ogni atto dei singoli membri è
integralmente libero e insieme integralmente necessitato. Né diverso
deve apparire l’opposto caso del monopolio, che, secondo l’interpretazione
corrente, rappresenterebbe l’antitesi netta della libera concorrenza,
perché toglierebbe ai singoli la libertà di far valere i propri interessi
particolari. Ritornando anche qui all’esempio dell’associazione a
delinquere, è facile dimostrare che, quando uno dei suoi componenti abbia
rivelato qualità speciali per l’adempimento di una funzione, l’attribuirgliene
il monopolio è atto libero di tutti, e, né più né meno della libera
concorrenza, fondato sulla comune volontà. Libera concorrenza e monopolio,
dunque, visti nella loro effettiva origine e giustificazione, si rivelano
dotati della stessa libertà e della stessa necessità, e nessun elemento
essenziale può comunque caratterizzarne una differenza logica. La
molteplicità dei concorrenti nell’un caso e l’unità del monopolista
nell’altro sono affatto apparenti, poiché la volontà che agisce in entrambi i
casi è quella di tutti, e identici ne sono gli effetti. Questa tesi,
teoricamente ineccepibile, può apparire smentita dalla realtà della vita
economica, in cui concorrenza e monopolio troppo evidentemente si
differenziano nei caratteri costitutivi e nelle conseguenze immediate. È
esperienza molto elementare quella che ci insegna il diverso determinarsi dei
prezzi nei due casi, né alcun ragionamento potrà mai riuscire a convincerci
che si tratti di un unico processo. Bisogna trovar, dunque, la
ragione della differenza e vedere in che modo essa possa conciliarsi
con i risultali cui siamo pervenuti. Caratteristica della libera
concorrenza è l’arbitrio dei singoli non vincolati da alcuna necessità, caratteristica
del monopolio la necessità eliminatrice di ogni libero procedimento : due
fenomeni opposti, entrambi in antitesi con il carattere fondamentale della
società, quale è stato fin qui chiarito. Il che può subito farci avvertiti
che i due fenomeni, in quanto si differenziano, non rispondono al
regolare effettuarsi della vita sociale, ma ne rappresentano la
radicale alterazione e trasformazione. Libera concorrenza e monopolio sono
i casi limiti, patologici e assurdi, della normale vita economica
caratterizzata dairidentificazione della libertà e della legge. La prova
più evidente della contraddittorietà e anormalità dei due fenomeni opposti
può esserci data dalla constatazione della impossibilità di una loro
effettuazione integrale. Anche il liberista più convinto è oggi d accordo
nel ritenere che una vera libera concorrenza non è mai esistita né potrà
mai esistere e, anche guardando ad essa come al perfetto ideale, egli
si arresta alla solita soluzione a mezzo del liberalismo politico, che in
tal guisa riaffiora in economia attraverso questo riconoscimento di fatto
: è tutto il mondo della necessità che grava sull’arbitrio dei singoli e
finisce col distruggerlo o con Televario alla vera libertà. Né altrimenti
avviene per il monopolio, costretto sempre a far i conti con
una concorrenza potenziale, sempre limitato dalla forza della legge o
dalla pressione delTopinione pubblica, spesso evitato per vie traverse o
collaterali. È la realtà effettiva che reagisce sulle sue
deformazioni e lentamente o violentemente finisce con
Taverne ragione. I$|W La libertà economica, dunque, non può
concepirsi se non come la perentoria negazione degli opposti arbitri
rappresentati dalla libera concorrenza e dal monopolio, ovvero
dalTanarcbia e dalla tirannia economica. E basta porre in questi termini
rigorosi il problema per comprendere tutta la vanità degli sforzi compiuti
dagli economisti per riportare i loro teoremi a quelle due ipotesi
scientifiche. Lungi dall’essere scientifiche, quelle ipotesi esprimono
la più radicale istanza antiscientifica e conducono necessariamente a una
generale, continua miscomprensione dell’essenza della vita economica. Né vale
opporre che tali ipotesi sono soltanto schemi irreali ed astratti, ai
quali lo scienziato perviene per intendere fenomeni economici in prima
approssimazione: ciò che a quegli schemi si rimprovera non è
l’astrattezza, bensì la netta opposizione alla realtà effettiva dei
fenomeni economici sociali, i quali si svolgono normalmente fuori di quelle
ipotesi e vi tendono solo in quanto degenerane. Perché la scienza
economica possa darci il tipo astratto del fenomeno economico occorre che
abbandoni decisamente la via finora percorsa e, al di sopra dei concetti
negativi dj libera concorrenza e monopalio, ponga quello evidentissimo e
concretissimo di collaborazione, Resta ora da esaminare come l’ideale
della vera libertà economica debba intendersi nelle sue determinazioni
pratiche e quale via debba seguirsi per la sua più profonda attuazione. Se
il nuovo concetto è fondato stili identità di liberta e di legge, è chiaro che
instaurare una maggiore libertà economica vuol dire rendere sempre più
rigorosa tale identità e cioè considerare 1 individuo sempre più
identico allo Stato, così nei fini della vita come nei mezzi
per raggiungerli. L ideale della vita economica e di quella sociale in
genere dovrà condurre a una lotta più consapevole contro tutte le forme
dualistiche tendenti a separare il mondo dell’individuo dalla realtà dello
Stato, e dovrà insemina imporre il capovolgimento delle ideologie
individualistiche del liberalismo politico e del liberismo economico. Il
che nel campo più strettamente economico si traduce nell'istanza
scientifica e pratica di combattere con ogni mezzo 1 individualismo che
ispira il dogma della libera concorrenza e insieme lo statalismo che
per 10 più è a fondamento delle forme, monopolistiche. Consentire
ancora che gli individui si esauriscano in una lotta destinata al
soddisfacimento di particolari interessi, e non ricondurre la lotta stessa
ai fini dello Stato, significa indulgere tuttavia alla più immorale e
antieconomica forma di vita politica, riaffermando inconsapevolmente il
trionfo del più egoistico arbitrio. Se lotta deve esserci e
rimanere a fondamento del progresso, occorre ch’essa si impegni per la
conquista di un più alto fine statale, e sempre con la coscienza di
tendere a un benessere individuale che sia il benessere sociale: non
lotta dunque di individui contro individui per il trionfo degli uni
sugli altri, bensì lotta tra gli individui per il trionfo di un unico fine
che rappresenti il massimo bene di tutti. Non si tratta di eliminare la
concorrenza, ma di intenderla nel solo significato giusto, che è quello
dell’affermazione dell’iniziativa individuale nella ricerca del bene comune.
Essa deve svolgersi nello Stato e per lo Stato, con ì limiti,
la disciplina e la volontà dello Stato: la statalità deve costituirne
l’essenza e il fine. Ma se convien combattere l’individualismo
tradizionale della lihera concorrenza occorre poi eliminare con non minore
energia tutte le forme statali che tendono a differenziarsi dagli
individui. Come 1’individiio degenera nell’egoismo, così lo Stato degenera
nel particolarismo della classe o degl’uomini dominanti: allora esso diventa
lina forza contro altre forze, un’entità contro altre entità, e il
dualismo di benessere individuale e benessere statale si riafferma come
differenza di arbitri e di egoismi. Così si spiega e si giustifica
incontrovertibilmente la critica del liberalismo alle forme statali monopolistiche
o comunque di intervento. Quando il monopolio, o l’azione economica
delloStato, è ispirato da una volontà trascendente quella
dei cittadini, quando lo Stato si differenzia dalla Nazione e diventa
burocrazia o governo o oligarchia o comunque un ente particolare con
volontà autonoma, allora 1 intervento statale è antieconomico e
il monopolio distruzione di ricchezza. All’arbitrio degl’individui
abbandonati nella lotta egoistica si sostituisce l’arbitrio di un governo che
impone un proprio fine altrettanto egoistico : e in entramhi i casi la
libertà economica è radicalmente legata. Il perfezionamento della vita
economica non potrà essere che in forme sempre più unitarie di
collaborazione, con il progressivo allargarsi degli organismi produttivi e
il disciplinarsi delle varie forze nell’unico sistema statale. Questa è
l’intuizione fondamentale dello Stato corporativo, destinato a realizzare
con progressiva consapevolezza la compenetrazione e identificazione
assoluta di individuo e Stato, ossia della volontà e dell’iniziativa
dell’individuo con il fine supremo dello Stato. La critica
dell’econoinia liberale e la tesi dell’identità di individuo e Stato, che di
quella critica è la inevitabile conclusione, hanno condotto a
una impostazione radicalmente diversa dei problemi tradizionali. E la
differenza fondamentale va trovata nella sostituzione del concetto di
molteplicità di soggetti economici — gli individui o gli homines (Economici,
arbitri del proprio mondo particolare, limitato solo dalle sfere di arbitrio
degli altri individui — con quello di organismo economico unico, con
unica volontà e unico fine, quello statale. Nell’economia liberale la
molteplicità degli individui è sostanziale e costituisce il valore base
della costruzione: l’unità del mondo economico risulta solo dalla
giustapposizione e conciliazione estrinseca delle diverse volontà e dei diversi
fini. Nell’economia nuova, invece, l’unità dell’organismo politico è il
presupposto imprescindibile, e la molteplicità degli individui è risolta in
essa senza dualismi di alcuna sorta. Si nega, cioè, che oltre al fine
statale abbia ragion d’essere un qualsiasi fine economico individuale.
Naturalmente questa differenza teorica tra le due economie ha una
conseguenza pratica anchessa fondamentale, che può, all ingrosso, determinarsi
contrapponendo al concetto di concorrenza e di lotta, che domina la vecchia
economia individualistica, quello di collaborazione e di organizzazione
che è caratteristico della nuova. La concorrenza e la lotta sono anch essi
concetti trasvalutati : non cozzo violento di interessi diversi e
contrastanti, ma sforzo e competizione per il miglior raggiungimento
deirinteresse unico. La stessa nozione di equilibrio viene ad
essere intimamente corretta, in quanto non si pensa più ad una
risultante meccanica, ma a un processo intelligentemente voluto e guidato. Dove
i soggetti sono molti, Limita è secondaria e fatale: dove il soggetto
è uno, l’unità è originaria e intelligente. Ma ima grave obiezione può
sollevarsi a questo punto, ed è stata difatti sollevata a difesa dell’economia
individualistica. Ammesso pure, si dice, che la concezione unitaria del
soggetto economico si dimostri giusta e irrefutabile, quando si consideri
a fondo la realtà di un'economia nazionale, non per questo il
ragionamento può estendersi all’economia internazionale. Se Stato e
individuo si identificano, facendo con ciò diventare unico il soggetto
economico, resta tuttavia sempre una molteplicità di stati, che non
possono non concepirsi come molteplicità di soggetti economici. Ne
consegue — si conclude perentoriamente — che, se l’economia
individualistica non ha più valore per lintelligenza dei fenomeni economici
nell’ambito di una Nazione, essa è. ciò non ostante, l'unica che ci
consenta di comprendere i fenomeni dell’economia interstatale. Gli stati,
infatti, diventano essi individui economici e la toro azione va
considerata alla stessa stregua di quella degli individui dell’economia
liberale, Criteri fondamentali per l’intelligenza della loro vita econemica
saranno quelli di concorrenza e di lotta : secondaria e necessaria sarà
l'unità della vita economica: meccanico e fatale l’equilibrio delle
diverse forze contrastanti. E il ragionamento, a prima vista, sembra
impeccabile, sì da rendere vana o almeno solo parzialmente valida la tesi
dell’idemità di individuo e Stato: la struttura dell'economia liberale e
individualistica resta quella che è, almeno per ciò che riguarda la vita
internazionale. Ma fortunatamente il ragionamento non resiste a un’indagine più
accurata e profonda, e la stessa critica rivolta
all’individuo cittadino finisce per valere per l’individuo StatoI economia
individualistica non può reggere in nessun caso, perché non può reggere il
principio naturalistico su cui essa è fondata. Per chiarire adeguatamente
la questione è necessario approfondire il concetto di Stato e di rapporto
interstatale quale si è venuto delineando attraverso la speculazione e il
diritto pubblico contemporaneo, Occorre precisare alcuni
presupposti teorici c e servano a illuminare la concreta prassi nella
vita economica. Di organismo economico inteso come unità essenziale, se
pur in modo affatto meccanicistico, si è già parlato dai sociologi, i quali,
muovendo dall’individuo isolato, son passati alle diverse forme dei gruppi
sociali (famiglia, tribù, società, comuni, regioni. nazioni, umanità) tutti
ponendoli su di un unico piano ed eliminando ogni differenza qualitativa
tra i gruppi stessi. E si parlato, quindi, di economia individuale, familiare,
nazionale, sociale, mondiale, ecc., riconoscendo la possibilità di
tante economie quante sono le forme sociali o di un unica economia
che tutte le comprenda. Pur ammessa, perciò, la necessità di considerate i
fenomeni economici nell’organismo della vita sociale, sembrerebbe. dal punto di
vista della sociologia, affatto ingiustificata Videntificazione di individuo e
Stato, e la riduzione dell’economia a economia statale. Perché mai
arrestarsi o sollevarsi allo Stato per riconoscervi il fondamento della scienza
economica, se è possibile concepire una vita economica sia di gruppi
inferiori allo Stato sia dell’umanità che gli Stati tutti
comprende? L’obiezione, anche qui, sembra inconfutabile e decisiva ;
e finisce per congiungersi all’altra dell'economia individualistica, in quanto
riconosce, essa pure, la molteplicità degli individui sociali, o
come persone fisiche o come gruppi di persone. Al solito, l’esigenza
sociologica antindividualistica, e perciò antiliberale, è condotta dai
suoi presupposti naturalistici agli stessi risultati della tesi che vuol
superare. Ma l’obiezione, anche qui, è destinata a cadere definitivamente
quando si abbia la forza di sollevarsi a un punto di vista più alto, dal
quale e le persone e gli enti possano essere considerati nella loro
vera essenza unitaria. Unità che non può esser data né dall’individuo
particolare, in quanto uno Ira ì tanti, né dall’umanità, in quanto
sommaNi^^ wU tanti, bensì dallo Stato in cui l’individuo e l’umanità
acquistano la loro effettiva concretezza. Il superiore punto di vista nel
quale occorre metterci per giungere a questo risultato è dato dalla
concezione storicistica o dialettica della vita sociale, per cui allo Stato e
soltanto allo Stato è consentita quella vera individualità ebe coincide
con la vera universalità. E la ragione è questa: che tutti gli individui
(persone o enti) che sono nello Stato, vivono, appunto, nello Stato, e sono
perciò in esso risolti come momenti della sua vita; laddove al di
sopra degli stati non può concepirsi un’umanità che sia organismo unitario
(Stato o superstato) senza annullare, per ciò stesso, il concetto di Stato.
Lo Stato, infatti, ha questo di caratteristico rispetto a tutte le
altre unità sociali storicamente esistenti: di essere la suprema unità
dialettica della storia, in quanto è unità differenziata rispetto alla
molteplicità degli stati e non ha al di sopra nessuna unità differenziata.
Lo stato-umanità è una contraddizione in termini in quanto unità senza
molteplicità, e perciò unità statica, indifferenziata e indifferenziabile,
sottratta a ogni dialettica spirituale. Lo Stato non può essere che
unità-molteplicità, ossia veramente sovrano, per il fatto di avere una
sovranità riconosciuta dagli altri stati: se non ci fossero gli stati
a riconoscere lo Stato, Io Stato non sarebbe perché non avrebbe coscienza
della sua sovranità, non avendo ragione di essere sovrano. In tanto
lo Stato può dettar legge ai cittadini, in quanto deve fonderli in un
unità che viva e si affermi nella molteplicità: che, se questa molteplicità non
esistesse, lo Stato non avrebbe un fine suo, ma vivrebbe per i "
Svinilo fini degli elementi che lo compongono: non sarebbe perciò
sovrano ma strumento, e la vera sovranità competerebbe agli organismi
(persone o enti) cbe vivono nello Stato; sollevati al grado di vero individuo,
unità-molteplicità, o unità dialettica. Questo primo risultato della
nostra indagine ci consente di rifiutare ristanza sociologica di più
economie sociali, a seconda delia qualità dei gruppi considerati, o di
un’unica economia sociale, coincidente con l’economia dell’umanità. La vera
unità storicamente concreta è quella dello Stato, e perciò l’economia
scientifica non può essere cbe statale. Ma, se ! istanza sociologica è
superata, non altrettanto sembra quella individualistica, cbe si fonda appunto sulla
molteplicità degli stati. Che, anzi, questa seconda obiezione pare rafforzata
dal riconoscimento esplicito die abbiamo fatto della molteplicità
degli stati, e addirittura del carattere essenziale e imprescindibile di
tale molteplicità. Se non cbe, guardando più a fondo, si deve convenire cbe il
nostro riconoscimento non può avere lo stesso significato di quello su cui
si fonda l’obiezione individualistica, per il fatto cbe nel caso nostro si
tratta di nna molteplicità essenziale soltanto ai fini deirunità. E
la unità è lo Stato, ossia l’individuo concreto, in cui gli stati, in
quanto molteplicità, si risolvono senza residuo. Per intendere con
precisione questo carattere di interiorità degli stati rispetto allo
Stato, occorre m ritornare al concetto di sovranità, cui abbiamo
prima accennato. Perché lo Stato sia sovrano è necessario che tale sovranità
sia riconosciuta dai cittadini, ma è necessario insieme che venga
riconosciuta dalla molteplicità degli stati. Il che vuol dire che la
sovranità ha due aspetti egualmente imprescescindibili: uno interno e 1 altro
esterno, rispetto ai cit-tadini e rispetto agli stati. E se di fronte
ai primi la sovranità si esprime con ridentificazione dei fini
individuali col fine statale, è necessario che anche di fronte ai secondi
la sovranità abbia la stessa ragion d’essere. In altri termini, nella vita internazionale
lo Stato deve vedere negli stati altrettanti elementi del proprio
organismo unitario, vale a dire altrettanti strumenti del proprio fine. Il
che, si badi bene, non va inteso nel senso assurdo di un nazionalismo
cieco, bensì in un senso affatto spirituale e perciò il più
internazionalistico possibile. Come i cittadini, invero, sono strumenti
dello Stato, non sacrificando i propri fini particolari a quello
dello Stato, bensì riconoscendo che i primi si identificano col
secondo e lottando per un sempre maggior riconoscimento di tale identità, così
gli stati debhono trovare nel fine dello Stato gli stessi loro fini
particolari e dare incremento a una vita che, se è potenziamento dello Stato,
è, per ciò stesso, potenziamento della collaborazione internazionale. Se
così non fosse, se cioè lo Stato non fosse sovrano così verso i cittadini come
verso gli stati, non si avrebbe sovranità di sorta, perché la stessa sovranità,
esercitata sui cittadini non sarebbe sovranità, in quanto necessariamente
condizionata dalla realtà degli altri stati. Il che sanno bene quei
giuristi i quali non ammettono che il diritto internazionale sia un diritto
superstatale, di natura diversa dal diritto interno. Due modi, insoninia,
ni sono di intendere la vita internazionale: uno, che può
dirsi liberale o individualistico, per cui esistono gli stati nella
loro molteplicità atomistica, legati da un rapporto estrinseco concepito come risultante
della coesistenza degli stati stessi; un altro, invece, che potremmo
denominare idealistico o storicistico, per cui esiste Io Stato nella sua
unità assoluta, che risolve in sé dialetticamente la molteplicità degli
stati, legati da un rapporto sostanziale e intrinseco che è il fine
stesso dello Stato. Da una parte una vita internazionale che è quella che è,
bruto incontro di forze eterogenee e di fini particolari
contrastanti; dall’altra un organismo internazionale che ha un fine
consapevole e un unico centro : lo Stato. Ora, se applichiamo questo
concetto dello Stato e della vita internazionale alla scienza
dell’economia, possiamo ripetere in questa sede la critica già svolta a
proposito deireconomia liberale o individualistica. 0 si accetta la concezione
atomistica della vita internazionale, e allora bisogna riconoscere
che una scienza deireconomia non può esistere, in quanto i fenomeni
economici internazionali hanno la stessa illogicità (itnprevedibililà) dei
fenomeni economici dell’individuo soggettivisticamente inteso e non
possono sottrarsi alla sfera del puro arbitrio; o, invece, si crede che
una scienza deireconomia possa esistere, e allora bisogna riconoscerne il
fondamento in un organismo intelligibile, che è, così nella vita economica
nazionale come in quella internazionale, lo Stato nella sua concretezza
storica e nella sua consapevole attualità. E lo Stato in nessun caso può
venir superato o sostituito, come principio primo della scienza, senza
annullare la scienza stessa nella sua possibilità teorica e nella sua validità
pratica. Ancora una volta l’identità di individuo e Stato segna il punto di
arrivo delle scienze sociali in genere e deireconomia politica in
particolare. Risolto il problema dei rapporti tra economia nazionale
ed economia internazionale, riconducendolo al più vasto problema del concetto
dello Stato, occorre ora mostrarne le conseguenze più particolarmente
economiche e vedere in quale senso le conclusioni cui finora è pervenuta la
scienza vadano rivedute e corrette. È opportuno anzitutto precisare
il significato che per la scienza tradizionale ha il concetto di economia
interstatale. Purtroppo tale precisazione non può avere che un carattere
tulio negativo, in quanto a rigore per reeonomia classica un problema
economico interslatale non può neppure sussistere. Dato, infatti, il concetto
di homo ce conomicus come presupposto fondamentale della scienza, tutta
l’indagine si esaurisce in un’economia individualistica nella quale non
v’è posto alcuno per lo Stato. Quando lo Stato ha fatto sentire la sua esigenza
imprescindibile, airesigenza stessa si è tentato soddisfare individuando
lo Stato in un ente particolare, con un fine e una vita economica propri,
diversi da quelli degli individui. Ne è derivata, nella
migliore delle ipotesi, una sottoscienza sui generis cui si è dato il
nome di scienza delle finanze. Ma lo Stato vero, quello che si identifica
con l’individuo, e ne costituisce la vita logica, quello non è entrato
mai in questione e i fenomeni economici sono stati studiali in quanto
fenomeni interindividuali. La vita economica naturale esclude lo Stato e
si esprime tutta nella libera concorrenza delle forze particolari, sì che
rintervento statale può essere studiato lutt’aì più come causa di
deviazione dal corso naturale, ossia come uno degli ostacoli alla
libera estrinsecazione delle forze in contrasto. E questa conclusione
non varia col passare dall’economia nazionale all’economia internazionale, per
il fatto stesso che lina nazione o uno Stato come unità economica è negato a
priori nel modo più categorico. Come neirambito dello Stato i fenomeni
economici si svolgono indipendentemente dallo Stato, così si svolgono pure
quelli che si verificano nel più vasto mercato mondiale. Non sono,
infatti, gli stati che contrattano fra loro, sibbene gli individui o
i gruppi di individui che ne fanno parte, e che agiscono economicamente
così quando si trovano ad appartenere a una stessa nazione, come quando
sono cittadini dì stati diversi. I fenomeni economici che ne risultano
sono precisamente gli stessi, e la scienza non ha ragione di porre un
qualsiasi problema al riguardo. Problemi diversi nascono invece quando
tra slato e stato si elevano delle.barriere che distìnguono il mercato
interno da quello esterno. Sono le barriere doganali, espressioni tipicamente
statali, che alterano tutti gli scambi facendo sorgere,
anche nell’economia classica, la specifica teoria del commercio
internazionale. Tuttavia bisogna star bene attenti alla natura del
problema, e non credere che la scienza tradizionale abbia con ciò
abbandonato o comunque menomato il presupposto individualistico. Lo Stato
di cui, anche qui, discorre la teoria, è sempre quello che è oggetto della
scienza delle finanze e cioè un ente a sé con particolari fini e funzioni.
E la scienza in tanto lo prende in considerazione in quanto esso fa deviare
l'economia naturale dal suo libero corso. Se, infatti, si analizzano le
comuni teorie del commercio internazionale, è facile avvedersi come tutto
il loro contenuto si risolva, per un verso, in un’istanza negativa,
implicita o esplicita, contro l'intervento degli siati (soppressione delle
barriere doganali), e, per un altro verso, nell’indagine delle conseguenze che
il sussistere delle barriere doganali ha nell economia degli
individui appartenenti ai diversi stati. In ogni caso si resta ligi
al presupposto d eWhomo ceconomicus, unico centro e ragione della vita
economica, e si resta conseguentemente ligi al vecchio concetto di Stato,
inteso come una superfetazione, sia pur necessaria, e un limite più o meno
grave della libera vita dell’individuo. Una vera economia internazionale
può nascere solo col sorgere del concetto di Stato, come organismo
economico di carattere universale ; lo Stato, cioè, come soggetto
economico in cui si fonde tutta la vita economica dei cittadini. In che
cosa consista la differenza essenziale dei due concetti di
Stato nella concreta prassi economica potrà risultare
molto agevolmente da un esempio notissimo. In Italia si produce meno
grano di quel che non si consumi: non solo, ma io posso trovar convenienza
a rinunziare alla coltivazione del grano e a importarlo dall’estero. Secondo la
dottrina liberale, della convenienza economica di produrre grano o di
importarlo, sono giudice assoluto io solo: lo Stato è tenuto a
disinteressarsene completamente. Nel caso di un suo intervento, questo è
dovuto o a ragioni politiche concepite come extraeconomiche o al bisogno
di provvedere, mercé i proventi di un dazio doganale, alle spese
inerenti alle sue peculiari funzioni. 0 un problema politico, dunque, o un
problema di scienza delle finanze: e l’economia scientifica, in ogni caso,
non ne è toccata, racchiusa come essa è nell’indagine dello scambio tra me,
produttore e consumatore, e il produttore straniero. Ma quando lo Stato
cessa di essere un ente particolare per divenire la stessa nazione nella sua
unità, il problema del grano diventa problema economico solo in quanto
problema nazionale. E come quello del grano 6Ì impostano tanti e tanti
problemi — a rigore tutti i problemi economici — che non hanno significato
alcuno per l’economia fondata sul presupposto dell’homo œconomicus. Che
significato, infatti, possono avere per una concezione individualistica
problemi come quelli della ruralizzazione o industrializzazione,
dell’incremento demografico, dell’emigraQuando considero la scienza delle
finanze lucri dell'economia politica non intendo parlare di un'estraneità
assoluta, bensì relativa al particolare concetto di Stalo sul quale la scienza
delle finanze finora è stata costruita. Dato uno Stalo —essa dice —
else ba particolari funzioni (pubblica sicurezza, giustizia, esercita,
ecc.l, esso deve pur avere un proprio bilancio; e le sue entrale e le
sue spese, come pure la loro influenza sulla vita economica dei cittadini,
devono esser studiate dalla scienza economica: tuttavia la vita economica
dello Stato è altra cosa dalla vita economica dei cittadini, sì che scienza
delle finanze ed economia politica non coincidono. Cbi invece crede allo
identità di indivìduo e Stato deve necessari ante me intendere tale identità
come fondamento di quella di scienza delle finanze ed economia. Ma sul
problema della riforma della scienza delle finanze avremo modo di tornare
in altra sedezione, ecc.? A ognuno, secondo i suoi gusti e le
sue capacità, risponde Peconomia pura, perché per essa tali problemi
sono tanti quanti gli individui. Ognuno al suo posto secondo il fine unico
dello Stato, risponde la nuova economia, perché per essa tali problemi si
risolvono in uno solo. E i gusti si educano e le capacità ci creano: sì
che al posto di tanti centri economici se ne mette soltanto uno, e all’incontro
di tanti mondi si sostituisce un organismo consapevole. Organizzazione:
ecco la grande realtà della vita civile in genere e della economia in
particolare; ma organizzazione vuol dire organismo e l’organismo non
può essere che unico: lo Stato. V’è poi l’organizzazione internazionale e
sembra vi sia anche un organismo internazionale. E difatti esso esiste, ma in
un senso diverso da quel che comunemente si crede. Se lo Stato ha un
fine da raggiungere, risolve a suo modo tutti quei problemi economici cui
abbiamo prima accennato, risolvendo la vita economica dei cittadini in
quella della propria unità. Ma è chiaro che il fine non sarebbe raggiunto
se lo Stato non operasse egualmente con gli stati, che tutti, direttamente
o indirettamente, entrano in rapporto con esso. Scendendo anche qui a un
esempio concreto, possiamo notare come l’Italia per industrializzarsi deve
importare alcune materie prime e trovare i mercati di esportazione per
i manufatti. Il che è possibile solo in quanto altri stati siano disposti
a darci quelle e a comprare questi; vale a dire a divenire strumento di
raggiungimento del fine che ci proponiamo. Ora, le condizioni necessarie perché
gli altri diventino mezzi per il nostro fine sono essenzialmente due.
Prima: che il fine che ci proponiamo sia davvero proposto, e cioè sia un
fine consapevole; seconda: che si abbia la capacità di far divenire tale
fine il fine economico degli altri stati. Perché la prima condizione si
verifichi è necessario che lo Stato si identifichi con l’individuo, ossia con
la nazione, e sia organismo unico, soggetto economico unico.
Perché si verifichi la seconda è necessario che lo Stato
si identifichi con Tumanità, ossia con la vita internazionale, risolvendo
nel proprio organismo l’organismo internazionale. La forza dunque che ci
può consentire di raggiungere il nostro fine è forza organizzativa di noi
e degli altri, ossia la forza di collaborazione, in cui la lotta e la
concorrenza vengano risolte come momenti dialettici. Vi sono,
infatti, due modi di concepire la lotta e la concorrenza economica, come,
in genere, ogni sorta di lotta: l’uno per il quale il fine
della lotta è la distruzione dell’avversario, l’altro, invece, per
cui il fine è l’unificazione delle volontà. TI primo è puramente negativo e
infecondo, il secondo, momento necessario di ogni sviluppo e
progresso. Ora, nel campo economico internazionale una lotta intesa
nel primo senso non potrebbe avere alcuno scopo intelligibile all’ìnfuori
di quello del distruggere per il distruggere. E ciò non può lasciar dubbio di
sorta se si pensa che lo stesso effetto della distruzione sarebbe
raggiungihile senza il minimo sforzo chiudendo i confini e facendo
divenire l’economia nazionale un’economia chiusa. Se i confini restano
aperti, è segno che gli altri stati non sono ostacoli da abbattere, ma
forze da utilizzare, e utilizzare vuol dire coordinare le proprie forze
per procedere in un’unica direzione. Allora la concor rema diventa — così
come nel campo nazionale — voluta, disciplinata e subordinata al fine
nazionale da raggiungere: il suo scopo non è più quello di eliminare
delle forze avverse, ma di convertirle a una funzione che risulti più
rispondente ai bisogni dell’organismo. 11 che si ottiene non lasciando
che i concorrenti si urtino a vicenda seguendo i propri fini
particolari, ma regolando la competizione verso la più opportuna divisione
di lavoro. Che le conclusioni, cui siamo pervenuti, noti siano
arbitrarie e utopistiche, lo dimostra, a chiunque abbia gli occhi per vedere,
la trasformazione sempre più rapida del mondo economico nella direzione
indicata. All’interno il processo di unificazione della vita economica ha fatto
passi giganteschi e tutto fa pensare che il cammino sarà ancora più notevole
nel prossimo avvenire. Il concetto di organismo economico va
sostituendosi, nella realtà ancor prima che nella scienza, a quello di
individuo o di homo o economicus, tra svalutando soprattutto i concetti di
monopolio e di libera concorrenza. Sul terreno internazionale poi le intese e
gli accordi economici sono sempre più frequenti e l’esasperazione della lotta
doganale va richiamando sempre più l’attenzione generale sulla necessità di
una organizzazione più salda e profonda delle forze economiche dei diversi
stati. E anche qui la concorrenza va di fatto mutando i caratteri arbitrari di
una volta, per rientrare nel circolo di un sistema dalla — lofi cui
logica unità viene incanalata e corretta. È una disciplina certamente più
ardua e instabile, data la immensità del mercato e la molteplicità degli
elementi da controllare, ma solo i ciechi potrebbero negare 1 abisso che
corre tra l’atomismo economico di alcuni decenni fa e l’ingranamento
odierno d’infiniti centri economici in giganteschi organismi a carattere
internazionale. Né l’urto e l’esasperazione di tanti nazionalismi sorti o
rafforzati nel dopoguerra riescono ad arrestare questo processo di
collaborazione internazionale, che è, d’altronde, l’unico strumento di un
nazionalismo non illusorio. L’economia individualistica o liberale ha
fatto il suo tempo e la realtà ce lo insegna additandoci le necessità
della vita economica dentro e fuori i confini. Al dogma del liberismo
e alla fede nella lotta incondizionata degli arbitri dei singoli va
sostituendosi la convinzione critica dell’apriorità dell’organismo economico
coincidente con la realtà dello Stato. E con la realtà deve ormai
procedere la scienza, che, non avendo più a suo oggetto una molteplicità
caotica e inintelligibile come quella presupposta dal liberismo. può cominciare
a veder chiaro nella logica del1 organismo economico e trovare quei
fondamenti sistematici che ha invano perseguito per due secoli. Dopo
aver precisato il concetto di libertà economica e i rapporti tra economia
nazionale ed economia internazionale è possibile procedere all’analisi della
secolare antinomia tra liberismo e protezionismo. Nessun problema della scienza
economica e stato tanto dibattuto come questo e l immensa letteratura sull
argomento continua di giorno in giorno ad arricchirsi di nuovi saggi, che
sostanzialmente si esauriscono nella ripetizione dei motivi fondamentali
addotti dai fisiocrati in poi in favore dell’una o dell altra tesi. Ma,
nonostante tutta questa mole di studi, sta di fatto che l'antinomia è
rimasta teoricamente e praticamente insoluta, sì che liberisti e
protezionisti continuano tuttavia ad accusarsi a vicenda di sproposilare
nel campo scientifico e di rovinare, in pratica, l’economia della
nazione. La soluzione classica del problema — conforme al motivo
fondamentale della scienza dell’economia quale si è venuta configurando dal
secolo XVI1T a — è quella rigorosamente liheristica. Muovendo dal
presupposto del carattere naturale della vita economica, si è giunti a fil
di logica alla eonclusione che. così negli scambi interindividuali come in
quelli internazionali, le varie forze vadano lasciate affatto libere nel loro
giuoco e che il risultato dell’anarchico incontrarsi e scontrarsi sia
quello della loro più perfetta composizione. A tale teoria naturalistica
degli scambi internazionali ha dato poi — come si è detto — nuova forza la
scuola psicologico-matematica, che, giungendo, con Pareto, al concetto di
ofelimità e frantumando, in tal guisa, il giudizio della economicità delle
azioni nella molteplicità dei soggetti economici postulati, ha
sottratto alla sfera di competenza dello scienziato e a quella dell’uomo
politico la stessa possibilità di un giudizio obiettivo di valore. Intervenire
negli scambi non si può perché si ignorano in modo assoluto
le utilità soggettive di coloro che scambiano. L'opposta tesi
protezionistica, invece, non ha mai trovato un fondamento ideologico così
deciso e preciso e, sebbene confortata dal costante esempio storico di una
politica più o meno antiliberistica, è rimasta nel campo scientifico in
condizioni di evidente inferiorità. Il che spiega come essa
nella maggior parte dei casi non abbia assunto le caratteristiche di una
vera e propria teoria, ma si sia limitata a contemperare il rigore della
concezione liberistica, mettendo capo a varie forme intermedie. E il
compromesso ha finito, in sostanza, col trionfare nella letteratura
scientifica più recente, sia per l’impossibilità di eliminare in modo
assoluto i motivi della tesi protezionistica, sia per la sempre maggiore
coscienza storicistica dei cultori dell’economia, costretti, volenti o nolenti,
ad avvicinarsi alle nuove concezioni speculative. I tentativi di
conciliazione si possono raggruppare intorno a due tipi principali. Gli
ortodossi bauno mantenuto fede al postulato Veristico limitalidosi a confinarlo
nel campo della così detta economia pura. Da un punto di vista astrattamente
economico, essi dicono, resta incontrovertibile che ogni dazio protettore
distrugge ricchezza: ciò non vuol dire, tuttavia, che in pratica sia da
eliminare sempre e dovunque ogni sorta di barriere doganali; possono
esservi, infatti, altre ragioni di carattere politico che consiglino
l’intervento protettivo non ostante il danno economico da esso prodotto.
Ma accanto agli ortodossi vi sono ormai parecchi esempi di economisti che,
nello stesso ambito dell’economia pura, ammettono la possibilità di un
dazio proficuo. Secondo essi, l'economia pura non può stabilire a
priori se un dazio sia economicamente vantaggioso o dannoso: in certi casi
la protezione, lungi dal distruggere ricchezza, è condizione necessaria
per il suo accrescimento. A chi, direttamente o indirettamente, segua
le tracce della vecchia economia sembra verità di carattere addirittura
lapalissiano che con le soluzioni del problema ora prospettate si siano esaurite
tutte le alternative possibili. 0 liberismo, o protezionismo o forme
intermedie di compromesso: e la venta va cercata eliminando due di queste
soluzioni. Ma chi ormai ci ha seguito nella critica della scienza
economica e nella riduzione dei diversi indirizzi a quello classico liberale,
può agevolmente rendesi conto dell’impossibilità di giungere a
un risultato davvero conclusivo accettando i termini della questione
e limitando l’indagine a una semplice scelta. Se il problema ha messo capo a
queste tre alternative e fra di esse si è dibattuto per due secoli, è
segno cb'esso è rimasto aderente a una determinala concezione scientifica e cbe
è vano tentare ancora di risolvere l’antinomia, senza superare quella
concezione e porre la questione in termini affatto diversi. Ma perché il
superamento non sia illusorio e perché l’antinomia appaia nella sua
assoluta irriducibilità, è necessario anzitutto chiarire la sostanziale
identità dei due termini opposti. Occorre, in altre parole, dimostrare che
liberismo e protezionismo non sono due soluzioni cbe si riportano a due
diverse concezioni della vita economica, sì che l’errore dell'uno possa
significare o per lo meno possa non escludere la verità dell'altro, bensì
che l’uno e l’altro scaturiscono da uno stesso principio informatore e
rappresentano l’antinomia interna di esso. L’errore dell’uno è lo stesso
errore dell'altro, ed entrambi si spiegano con l’errore del principio
di cui sono espressioni. Il principio, s’intende, è quello solito
dell’individualismo economico. Si parte dal presupposto che le forze reali
siano gli indivìdui nella loro autonomia e si pretende ch’essi soddisfino i
loro bisogni nel libero giuoco della concorrenza, Nel caos in cui si
scontrano le infinite forze individuali ognuna salvaguarda come può i propri
interessi e cerca di trarre il massimo profitto possibile. Così
come per la naturalistica legge della selezione, i migliori si
affermano e trionfano, i peggiori sono travolti e soccombono: né mai altro
equilibrio o composizione delle forze si instaura che non sia quello derivante
dall urto disorganico e disordinato. Ora, in questa concezione liberistiea
o individualistica del1 economia, la teoria protezionistica, se appare come una
contraddizione alle leggi di natura e però sostanzialmente illogica dal
punto di vista scientifico ortodosso, è tuttavia escogitata per servire
allo stesso sistema della concorrenza di cui apparentemente è la
negazione. Quando un’industria chiede un dazio protettore lo
faesclusivamente per vincere la concorrenza, e il dazio si risolve in un aiuto
a una delle forze concorrenti e non in una forza eliminatrice della
concorrenza. Anche nel caso di un dazia proibitivo il fine ultimo è quello
dì spostare e non di eliminare la concorrenza: i dazi, insonuna, non
sono che altrettante forze gettate sul mercato per meglio resistere allumo
e vincere nella lotta. Ma, con o senza dazi, la vita economica resta
sempre quella primitiva o naturale di una bruta molteplicità di elementi
contrastanti. Nel mercato internazionale come nel mercato interno si
incontrano soggetti economici diversi, reciprocamente estranei fino
al momento deH’incontro e che dal solo atto deirincontro debbono trarre
norma per l’ulteriore difesa di propri fini particolari. Ragione della
concorrenza è quindi il persistere di una molteplicità atomistica incapace di
unificarsi, e il mercato, che è appunto la classica espressione dell’economia liberista,
rappresenta il campo di lotta di individui (persone o nazioni) fino allora
chiusi in mondi non comunicanti. Ambita Il carattere primitivo
della vita economica fondata sul principio della concorrenza (compreso in questo
termine l’intervento protezionistico) è dovuto, dunque, alla sua disorganicità
o irrazionalità. Come il liberalismo politico di cui è la
necessaria conseguenza, essa è il punto di partenza per il cammino della
civiltà e non l’ideale della civiltà stessa. Il trionfo assoluto della
concorrenza, lungi dal rappresentare, come pensano i liberisti, un ideale
da raggiungere allorché sarà superata ogni sorta di pregiudizi
antiscientifici, è soltanto una realtà che si perde nella notte del
primitivo stato di natura, in quello stato precontrattuale che vagheggiava
la mente del ginevrino. Il carattere irrazionale della vita
economica fondata sulla concorrenza e sul protezionismo è dato appunto
dalla irrelatività primitiva degli uomini e dei paesi, i quali rimangono
gli uni fuori degli altri e non possono o non vogliono fondersi in
un organismo unico. Credere che ogni forza economica possa rimanere
autonoma e tuttavia ottenere il massimo di utilità possibile nello spontaneo
equilibrio di tutte le altre forze, significa cadere nella
più grossolana delle contraddizioni, in quanto si pretende far derivare la
razionalità da un processo non razionale. Se razionalità vuol dire
universalità, ossia unità di volere e di fine, è chiaro che il
modo migliore di raggiungere il fine non potrà esser quello di ignorarsi
reciprocamente e di procedere per vie diverse. La scienza dell’economia
che finora ha teorizzato la libera concorrenza o la protezione
è caduta in un errore che ha tutto compromesso.’in quanto ha cercato
di dare le leggi di ciò che è ex ege.. e ha lasciato fuori proprio la vita
economica razionale. Libera concorrenza e protezione sono al di qua
di ogni norma per il fatto stesso che sono al di qua di ogni organismo:
esse rappresentano ratinino, la natura, il male, il frammentarismo, la negatività,
msomma, della vita; e fare scienza di esse vai quanto fare scienza del
caso. La vera vita economica e quindi la vera scienza può sorgere soltanto
allorché si comincia a uscire comunque dalla irrelatività e a unificare i mezzi
e i fini da raggiungere. Se, in apparenza, la vita degli individui
e quella delle nazioni è stata finora denominata dalla concorrenza e
dal protezionismo e tuttavia ha proceduto nel cammino della civiltà, ciò è
dovuto in realtà al fatto che, di là da ogni liherismo e protezionismo, si
è andata sempre più affermando una intesa e una collaborazione di forze
completamente sfuggita alla miopia degli scienziati. Accordo,
collaborazione, organismo: ecco ì termini del problema, una volta superato
il presupposto irrazionale dell’individualisnio. E tanto più è necessario
porsi per questa via quanto maggiore è lo sviluppo della vita economica e dei
suoi elementi essenziali. Se, infatti, si resta nei limiti di iorze
individuali o quasi, la cieca competizione dà luogo a danni meno
appariscenti e profondi: ma quando, come nella vita contemporanea, gli
organismi economici sono diventati tanto complessi e grandiosi, andare
avanti ignorando quel che faranno gli altri significa esporsi a crolli
improvvisi e spaventevoli. Superate in gran parte nella vita economica
interna le forme dell’individualismo e divenute normali le forme delle
società anonime, delle banche, dei trust, ecc., continuare a tener fede
all’individualismo nei rapporti internazionali diventa sempre più assurdo e
pericoloso. La crisi economica mondiale è l’espressione più evidente e
convincente di tale assurdo. Dunque: né liberismo, né protezionismo;
nessuna, insomma, di quelle soluzioni che presuppongono l’autonomia radicale
delle forze economiche. Anche qui l’obiezione più facile sarà
quella che deriva da una grossolana ipostasi della lotta e della
dialettica della vita. Ma, anche qui, è facile rispondere che c’è lotta e
lotta, e che il camminodella civiltà sta appunto nel rendere sempre più
elevata e spirituale la competizione e sempre più abnorme ed eccezionale
la guerra. E della guerra e non della competizione hanno proprio i
caratteri la concorrenza economica e la protezione, in quanto tendono a
sopraffare e non a collahorare con l’avversario. La competizione che si
deve instaurare è quella che ha per fine l’inciemento dell’organismo e si
svolge quindi nell’ambito dell’organismo, non quella che ha, invece, per
fine l'incremento dell’individuo (persona o nazione) visto nella sua
particolarità irrelata. Dalia tesi teorica è molto facile scendere
alla pratica applicazione nella vita politica. La realtà urge da
tutte le parti e sta già facendo giustizia dei vecchi dogmatismi
scientifici. Dobbiamo rendercene 9empre più consapevoli e affrettarne il
procedimento. Le forme concrete di realizzazione sono naturalmente quelle
die tendono all’unificazione dell’organismo economico mondiale. In primo
luogo, lo studio internazionale delle forze economiche dei diversi
paesi e delle vie più adatte alla loro collaborazione e fusione. E, in
conseguenza, la politica degli accordi industriali e commerciali atti a
realizzare quella fusione. La traduzione in pratica della tesi non avverrà
tanto facilmente, né mai in forma assoluta. Ma, se questa è la mèta cui
tendere, bisogna die il periodo di transizione sia informato alla coscienza
del punto d arrivo. Voglio dire che nell’organizzare l’economia della
nazione occorre dalle fin d’ora quella fisionomia che più risponde alla
sua funzione specifica nel sistema dell’economia mondiale. Eliminando, per
quanto è possibile, ogni sterile concorrenza, deve cercarsi un’affermazione
dell’industria che assuma un’importanza essenziale nella vita
del nostro e degli altri popoli. 11 nostro orizzonte deve allargarsi
e non si può più pretendere di giovare alla nostra economia senza con ciò
stesso giovare all’economia degli altri. Questa è la legge di ogni organismo e
a questa legge deve essere informata anche la politica economica di un paese
che voglia guardare sul serio all’avvenire. V è, abbiamo detto, una
concorrenza superiore a quella comunemente intesa; ed essa si vince
oggi ponendosi all avanguardia nel processo dell’unificazione. La
grandezza economica di una nazione si instaura col darle un posto di primo
ordine nell’organismo internazionale: chi ha la consapevolezza della via
da seguire può concorrere più decisamente degli altri alla creazione di un
organismo in cui far valere al massimo le proprie energie. Ma a
quest'azione politica internazionale va accompagnata, s intende, una
trasformazione adeguata della vita interna in modo da porla all’altezza di
quella vita mondiale del cui rinnovamento ci si fa promotori. Per
uscire dai termini generali e scendere al1 esempio pratico del nostro Paese,
che dei fondamenti della nuova economia ha tentato prima e più degli altri
una concreta attuazione, è facile precisare alcune conseguenze imprescindibili
da cui trarre norma per l’avvenire. L’Italia è la prima nazione — si può
aggiungere la Russia, ma per essa dovrebbe farsi altro discorso — cbe ba
proceduto alla formazione di un sistema economico
nazionale, attraverso l’ordinamento corporativo: ma i suoi sforzi,
per quanto innovatori e fecondi, non possono raggiungere un risultato decisivo
finché il suo sistema rimarrà un centro organizzato in mezzo a una
vita mondiale disorganizzata. La vera vittoria del FASCISMO o del
corporativismo si avvererà il giorno in cui avremo fascistizzato o
eorporativizzato tutto il mondo. Fino a quel giorno avremo la possibilità
di resistere un po’ meglio degli altri ai marosi dell’oceano, ma rimarremo in gran
parte in balìa di essi. Primo compito, dunque, quello di persuadere il mondo
della verità dell’economia corporativa e di farsi iniziatori di un sistema
corporativo internazionale. Ma questo fine, a sua volta, implica la necessità
di considerare fin d’ora il sistema corporativo italiano, non come un
sistema a sé, chiuso e sufficiente nella sua autonomia, bensì come il
sistema in cui si risolve tutta la vita economica mondiale. E alla realtà di
questo più ampio sistema bisogna volgere gli occhi per la soluzione degli
infiniti problemi propri della nostra nazione. Se, per esempio, nella
soluzione del problema del grano consideriamo il sistema economico
nazionale come un sistema chiuso, è chiaro che spingeremo al massimo la
produzione fino al punto da non importare più un quintale dall’estero; ma
se, al contrario, badiamo al sistema corporativo mondiale, i nostri sforzi
tenderanno a raggiungere una produzione massima per ettaro coltivato, ma
insieme a ridurre progressivamente la superficie coltivata. È evidente che una
produzione che per reggersi ha bisogno di un dazio di 75 lire a
quintale oltre a varie altre provvidenze legislative, e che non può
sperare di modificare sensibilmente queste condizioni nell avvenire, deve
rappresentare uno stadio provvisorio nel processo dell’organismo mondiale.
Ben diverso è il problema dell’industria siderurgica e delle industrie
meccaniche nella cui soluzione non si può affatto convenire con i
teorici del liberismo. (Tanto è vero che l'economia corporativa è di là da
ogni liberismo o protezionismo). Le industrie siderurgiche e meccaniche
sono al fondamento di tutta la più alta industria moderna, e una nazione
che vi rinunci, si suicida. Ma anche qui occorre non perdere d’occhio il
sistema mondiale e quindi indirizzare tali industrie verso quelle forme
superiori in cui il tecnicismo (preparazione e ingegno dei dirigenti e bontà
della mano d'operai diventi fattore di produzione predominante fino a
rendere trascurabile il maggior costo delle materie prime. Alla
visione dell’avvenire, verso cui certamente si cammina a gran passi, contrasta
la politica dell’oggi con altissime barriere doganali e con
la sfrenata concorrenza. Ma se la logica è dell’avvenire -— ci dicono
ancora gli scettici — intanto come si va innanzi? Dobbiamo togliere le
barriere e dar ragione ai liberisti, ovvero dobbiamo elevarne ancora e
difenderci a tutti i costi? La vita economica sociale, si è detto, è
conoscibile scientificamente solo in quanto razionale e organica. Se il
problema resta posto nei termini consueti della concezione
individualistica, nessuna risposta può darsi ebe abbia valore di norma.
Liberismo e protezionismo sono le soluzioni di uno stato di guerra, di un
urto violento e indisciplinato; e in guerra, si sa, ci si difende come si
può. Se un individuo viene affrontato, deve uccidere o
deve corazzarsi? Tutte e due le soluzioni sono buone, ma certo
sarebbe meglio che i due casi fossero eliminati e ebe gli avversari si dessero
la mano, risolvendo in modo logico la ragione del contrasto. E così oggi nella
vita economica internazionale: cerchiamo di affrettare il processo di
razionalizzazione, e intanto andiamo avanti con o senza barriere doganali,
secondo l’urgenza del momento e le particolari condizioni economiche e
politiche. Lettera operici di Berlini a S.) Chiarissimo
Professore, Intorno ai problemi dell’Economia corporativa ai
è formala in breve tempo una vasta letteratura, ma di carattere — oom Ella
afferma — piuttosto giornalistico, mentre i tentativi di rigorosa
sistemazione scientifica della nuova materia sarebbero scarsi o poco
notevoli. Di tale condizione di cose Ella chiama responsabili gli
economisti della cattedra, i quali evitano di parlare di quei problemi,
considerandoli pertinenti ad un indirizzo antieconomico e, per ciò stesso,
estraneo alla scienza. Richiesto cortesemente del mio avviso, non
voglio chiudermi in un silenzio che potrebbe essere interpretato come
un adesione al modo di fare e di pensare, da Lei attribuito ai miei
autorevoli eollegbi. Veramente, il mio tacere avrebbe avuto piuttosto lo
scopo di prender tempo, innanzi di esporre un’opinione molto radicale, la
cui elaborazione non è forse arrivata a termine nel mio proprio pensiero.
Ma, se non è arrivata a perfetto termine, essa ha già fatto tal cammino,
che il discorrerne non parrà intempestivo o inopportuno. Le persone di
spirito non la troveranno neppure irritante. Io consento in quasi
tulle le riflessioni da Lei svolte nell’articolo: «Verso l’Economia
corporativa» — ma vado più diritto alla sede del male. Dico dunque, senza ambagi,
che alcuni economisti fanno dell'Economia teorica una mezza scienza. Non «
mezza » nel significato poco riguardoso di scienza superficiale, dalle
conclusioni mal cucite alle premesse; ché anzi (io lo riconosco
volentieri) da certe cattedre fluiscono ragionamenti, i quali partecipano
del rigore delle matematiche. Dico mezza scienza nel significato dimensivo
dei termini, ossia dottrina che nelle sue premesse fondamentali non ha
gettato il seme diquestioni che pur le appartengono; questioni di
vita della stirpe o di potenza della Nazione; questioni di interventi o
non interventi dei poteri pubblici nei rapporti d’interesse privato; questioni
anche di scuole o di parLiti economico-politici. Certo, ogni buon
professore sa trattarne, e spesso ne tratta in apposite lezioni dedicate
alla politica economica, alla storia delle dottrine, ecc.; ma altro è che
ne discorra fuori sistema, per la coltura generale de’ suoi allievi, senza
sentirsi obbligato a farlo dalla forza delle premesse; ed altro è che ne
discorra, perché così esige lo sviluppo logico degli enunciati, previdentemente
inseriti in uno schema introduttivo della disciplina. Ora, il problema
dell’ordinamento corporativo, al pari di altri consimili, non è discusso
affatto (a quanto sembra) o è discusso « fuori sistema » a titolo
semplicemente informativo. Esso appartiene alla... seconda metà della
scienza — quella che non s’insegna come scienza, ma piuttosto come storia
— e invano ne cercheremmo nella prima metà i cardini d’attacco o i motivi
prenionilorii. Ciò dipende anzitutto, a mio avviso, dalla ripugnanza che
provano non porhi economisti ad accogliere nei loro preliminari
scientifici il concetto dello Stato, quale fattore della produzione. Tale
disposizione d'animo non si giustifica menomamente. Il processo della
ricchezza è la risultante di due fasci di forze componenti:
l’attività individuale, singola o associata, e l’attività dell’organizCfr.
La critica dell'economia liberale. Milano, Treves. zazione politica, di cui lo
Stato è l’espressione suprema. I punti d'applicazione di queste forze
(diciamoli cosi per completare la similitudine coi fatti della meccanica)
son da ricercare nella stessa ricchezza esistente al momento iniziale
del processo — ricchezza in gran parte d’origine ereditaria, cioè prodotta
da anteriori generazioni. Fa della scienza a metà colui che si ferma alla
prima componente e tace della seconda o l’assume come « costante » lungo
tutta la linea di condotta della sua disciplina. Lo Stato, che provvede
alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità,
all'istruzione, ecc., e trasforma così buona parte della ricchezza privata in
potenza collettiva (che rigenera ricchezza), è un produttore continuo di
beni, servizi e ordinamenti aventi carattere di stretta complementarità
coi beni, servizi e ordinamenti dell’iniziativa privata. E come questi
secondi si sviluppano in quantità e varietà, col progredire dell incivilimento,
e fanno luogo a rapporti viepiù complessi o differenziati tra gli individui o i
gruppi, così i primi, cioè i loro complementari forniti dallo Stato, non
hanno colonne d’Èrcole che li fermino ad un punto obbligato. Lo sstato è
coevo all’uomo, ché la prima famiglia umana fu in embrione un impero. I
caratteri di necessità e immanenza, che gli son proprii, non ammettono
che si prescinda da esso per astrazione, come se fosse
una circostanza secondaria, accidentale o di semplice perturbazione.
Basterebbe un momento d’incertezza nella vita dello Stato per rompere
tanti fili nel tessuto della società, da gettare il disordine in ogni specie di
operazioni. Voler vedere in esso anzitutto un elemento
perturbatore dell’attività spontanea dei privati e dei loro calcoli
edonistici, è generalizzare solo a suo carico difetti di funzionamento che non
sono né più rari, né meno gravi presso i singoli individui. Si può invece
assumere lo Stato come una costante fin che l’assunto giovi alla soluzione
di problemi in prima approssimazione; ma per conclusioni più aderenti
alla realtà è mestieri rivedere da vicino il valore della costante. E
allora si scorge che costante non è. Lo Stato è un organismo in
evoluzione, ad immagine degli uomini che lo compongono e soprattutto ad
immagine degli uomini più rappresentativi di interessi,
dì 126 ideali, di temperamenti, che esercitano una
influenza sulla legislazione e si avvicendano al potere. Qui cessa
d’esser valida la similitudine presa dai fatti della meccanica. Nelle
scienze l’uso dei trafilati, che sono spedienti proprii delle belle
lettere, vuoisi fare con cautela e sobrietà. Coloro invece che vi
insistono a fondo, trattando le forze evolutive dell’uomo, come se
fossero le forze rigide della fisica, non scrivono l’economia dell’homo
sapiens, ma dell’uomo-macchina, tutto ruote dentate e molle di
precisione. Può l’eeonomista addurre a sua scusa che Io studio della
componente Stato appartiene ad altre discipline? L’eccezione d’incompetenza
sarebbe irricevibile. Ad altre discipline spetterà di considerare lo Stato
ir relazione ad altri scopi della vita, che non siano la costituzione della ricchezza;
ma per questo particolare scopo, che implica la conoscenza di due
variabili essenziali e interdipendenti, l’egoismo individuale e lo spirito
di solidarietà nella sua più imperativa espressione che è lo Stato,
sarebbe strano che il più interessato ad averla, non la volesse avere che
per una delle variabili e chiamasse pura anziché incompleta la teorica
innalzata su base siffatta. Ho insistito varie volte su questo punto:
non esserci Ira 1 homo oer.onomicus e il cittadino ( civis ) soluzione
di continuità. La moda di oggigiorno è quella di separare una figura
dall altra. Ma se c’è qualità che non si possa isolare dal soggetto dell’economia
politica se non per un capriccio dialettico, è proprio quella del
cittadino. Essa lo segue come l’ombra il corpo. L’individuo
può essere dotto o indotto, credente o miscredente, originale o
imitatore, padre o non padre di famiglia; ma cittadino lo è sempre. E come
tale spiega un'influenza più o meno grande sulla formazione del costume e
su quella del diritto. L’àomo ceconomicus, dunque, inseparato dal cittadino, è
creatore del diritto. Ecco scoprirsi alla nostra veduta l’aspetto genuino
della questione. Tutti veniamo al mondo con un patrimonio ereditato, che
può variare da zero a qualche miliardo di nostra moneta; ci presentiamo alla
carriera della vita, come ad una gara di corsa, movendo da posizioni
iniziali vantaggiose o svantaggiose. La distribuzione dei corridori
in posti di partenza diversamente avanzati rispetto al traguardo, non è
per anco entrata nelle regole sportive ma certamente fa regola nel mondo
economico. Anzi, il primissimo capitolo da scrivere in Economia — dopo la
definizione e un po’ di nomenclatura — dovrebb’essere proprio quello delle
posizioni iniziali più o meno avanzate (leggasi: distribuzione più o meno
equa della proprietà) che la sorte e la legge ci assegnano al nostro
nascete, perché da esse dipendono molte cose: educazione d’ambiente, modi di
sentire riguardo al valore dei beni e dei servigi, professioni preferite, capacità
di resistenza nei contratti, possibilità (grazie al diritto successorio e al
fenomeno dell’interesse del capitale) di far vivere una discendenza infinita su
una quantità finita di ricchezza. E così via. Ond’è con meraviglia che
vediamo gran parte degli economisti e l’autore stesso della felice
similitudine posizioni iniziali relegare la premessa in
capitoli terminali dell’insegnamento o in separata sede; insomma, fare
dell’Economia teorica una costruzione senza la chiave di volta, che le è
necessaria per reggersi in piedi in tutta la sua interezza. I fatti
dimostrano che l’uomo (chiamisi pure l’uomo economico) venuto al mondo
senza i favori della sorte, cioè in posizione iniziale svantaggiosa, si
industria come cittadino, a modificarla in meglio per sé o per la sua
classe, influendo, come può, sulla legislazione; e se ci venne in
posizione favorita s’industria, come cittadino, a conservarla. Le armi a ciò
non sono tutte dell’arsenale economico, perché una delle parti in campo, già
per ipotesi non ne possiede; se le possedesse in pieno, vorrebbe dire che
disuguaglianza di posizioni non c’è, e non c’è la ragion del contrasto. Le
armi, allora, sono quelle del cittadino: la scheda elettorale, la lega di
resistenza, lo sciopero, ecc. ; e le chiamo del cittadino, in quanto
presuppongono il riconoscimento di libertà e diritti che a poco a poco
fanno mutare ilviso e l’animo al legislatore. Or si domanda: questo giuoco
di azioni e reazioni potendo riuscire pericoloso alla collettività, ossia
agli stessi combattenti e ai semplici spettatori, a chi toccherà di regolarlo
nell interesse della pacìfica collaborazione delle classi? A chi, se non
allo Stato, a cui fanno capo tutti i problemi attinenti alla coesione
sociale? Ed ecco come dalla considerazione del cittadino — qualità
inseparabile dal soggetto dell’Economia politica — arriviamo al
regolamento dei contrasti di classi, come ufficio di competenza dello
Stato. Che il regolamento sia bene o male idealo, che il servizio valga o
non valga quello che costa, sarà questione subordinata da risolvere in
Economia applicata, se l’altra Economia teme di perdere della sua purezza. Il
fatto che il regolamento implichi un costo, non costituisce motivo perché si
debba riguardarlo come un affare antieconomico ed estraneo alla
scienza. Chi afferma questo, dimentica che i beni, i servizi, gli
ordinamenti che lo Stato crea, non li crea ex nihilo ; il rapporto in cui
stanno coi beni, servizi, ordinamenti prodotti dall’iniziativa privala è di
stretta complementarità, complementarità ebe deve intendersi nel duplice
rispetto, delle utilità e dei costi. Gl’economisti, che vedono
nell'aumento di spese generali delle aziende una ripercussione, a tutta
perdita, dell’assetto corporativo della Nazione, si mettono da
un punto di vista unilaterale, quello degli imprenditori; ed anche in
questo riducono la loro scienza ad una mezza scienza. L’assetto
corporativo fu pensato nell’interesse di ambo le parti: imprenditori e
lavoratori; meglio ancora, fu pensato nell'interesse generale del paese.
La disciplina restituita al lavoro, lo spirito di concordia che va
informando ogni giorno più i contratti collettivi e il valore morale della
magistratura che veglia sulla loro osservanza e sui mutamenti delle condizioni
del mercato, sono vantaggi, che non si misurano in moneta, come non
si misurano in moneta quelli di una efficace organizzazione della
giustizia, della sicurezza, dell’istruzione o della difesa
nazionale. Si ripensa forse con nostalgia ad un’economia prettamente
individualista? Senza dubbio essa, limitando all’estremo le funzioni dello
Stato, riduceva al minimum le spese dell’azienda pubblica e di riflesso
alleggeriva il carico alle private imprese; ma lasciava esposti ad
un maximum di rischio i buoni rapporti delle classi, Che le poche
funzioni attribuite allo Stato erano giusto quelle desiderate dai
cittadini delle posizioni favorite, ai quali faceva comodo che la macchina
collettiva da produrre il diritto e la forza esecutiva del diritto,
lavorasse a conservarle. Ma era inevitabile che gli altri cittadini ruminassero
a farla lavorare altrimenti, prendendone in mano le leve, di forza o di
sorpresa. Quindi lotta aperta o insincera collaborazione di
classi. Molti molto si aspettano da un sistema
collettivista. \ogliono, dunque, un maximum di funzioni dello
Stato, il sistema implicando la trasformazione, graduale o di impeto,
dei servizi oggi resi dalla privata proprietà e dalla libera concorrenza
in servizi pubblici. Ma quel maximum si accompagnerebbe ad un minimum di
rendimento del lavoro e delle libere iniziative. Tale la previsione più
ragionevole. D'altronde lo sfruttamento del1 uomo per l’uomo, cacciato dalla
porla rientrerebbe dalla finestra, perché esso è un fenomeno generale, non
del1 officina soltanto, ma dell’ambiente stesso della famiglia, di quello
delle amicizie, dei partiti politici, ecc.; ha radici nella natura umana. Il sistema
socialistico ne svilupperebbe in un senso la fioritura, come il sistema
individualistico la sviluppava in un altro senso. L’assetto corporativo
nazionale si tiene egualmente lontano dai due estremi: mira ad attuare un
maximum di rendimento del lavoro con un minimum di attriti fra
le classi sociali e di ritardi per il progresso civile della nazione. Se
non è il sistema perfetto, è perfettibile. Avrei altro da dire, ma la
lettera aperta vuol essere chiusa. Le sono quasi grato, caro professore,
d’avermi indotto a scriverla. Che, alla mia età, si può anche promettere
un trattato di Nuovi principiì, ecc.; ma difficile e mantenere la
promessa! Devotissimo Benini 5 S m bit* La lettera che precede
fu pubblicata in Nuovi Studi di diritto, economia e politica ed era
seguita da un articolo di Fnvel su L’individuo e lo Stato nella scienza
economica in cui si discutevano alcune mie affermazioni. Al Bellini e a Fovel
rispondevo con le pagine seguente. Il tentativo compiuto da questa rivista
per un primo orientamento nello studio dell’economia corporativa
comincia a dare i suoi frutti, e già si veggono chiarite alcune posizioni
fondamentali, che consentono una certa disciplina nell’ulteriore ricerca.
I due scritti pubblicati in questofascicolo — la lettera aperta del Benini
e l’articolo di Fovel — sono due sintomatici documenti di quella
svolta decisiva nella storia della scienza economica che deve ormai
risultare evidente a chiunque abbia una mentalità non irretita da
pregiudizi dogmatici. Ma il risultato raggiunto è soprattutto notevole
perché il significato della svolta è stato reso esplicito e
ìnequivocahiìe, ed è stato posto il criterio fondamentale per le nuove
costruzioni scientifiche. Si è usciti — ìai insomma dallo stato dì
disagio proprio di chi, pur insofferente del vecchio, non conosce ancora
la nuova via da intraprendere ; e si è posto un quesito che non può più
restare senza una risposta categorica. Benini, con squisita ironia e con
una critica che va anche al di là delle sue affermazioni esplicite,
ha accusato senz’altro l’economìa teorica di essere una mezza scienza, e
mezza « nel significato dimensivo dei termini, ossia dottrina che
nelle sue premesse fondamentali non ha gettato il seme di questioni
che pur le appartengono; questioni di vita della stirpe o di potenza della
Nazione; questioni di interventi o non interventi dei poteri pubblici nei
rapporti d’interesse privato; questioni anche di scuole o di partiti
economico-politiei. Certo, ogni buon professore sa trattarne, e spesso ne
tratta in apposite lezioni dedicate alla politica economica, alla
storia delle dottrine, ecc. ; ma altro è che ne discorra filari sistema,
per la coltura generale de’ suoi allievi, senza sentirsi obbligato a farlo
dalla forza delle premesse; ed altro è che ne discorra, perché così
esige lo sviluppo logico degli enunciati, previdentemente inseriti in uno
schema introduttivo della disciplina. Ciò dipende, continua Benini, anzitutto
dalla ripugnanza che provano non pochi economisti ad accogliere nei loro
preliminari scientifici il concetto dello stato, quale fattore della
produzione. Tale disposizione d’animo non si giustifica menomamente ». E
non si giustifica perché lo Stato è coevo all’uomo », perché tra 1
homo (Economicità e il civis non ci può essere soluzione di continuità, perché
infine solo per un capriccio dialettico » è possibile isolare la
qualità del cittadino dal soggetto dell’economia politica. Né meno
categorico è l'atteggiamento di Fovel, il quale prende atto « che la scienza —
ripetiamo ancora: la scienza nel suo stato più puro — è negativa di fronte
alle scelte statali, le esclude da sé, non le mette neanche, a rigore, nel
novero delle scelte, è, insomma, negativa di fronte allo Stato. Ciò
può essere venuto per le origini antistatali della scienza economica stessa;
oppure per un incolpevole e vergine oblio teorico: oppure insomma (sia
detto con la massima prudenza) per un errore, che la ha viziata fin qui.
Lasciamo andare: il nascere del fatto poco ei importa. E ci importa,
invece, il fatto stesso, che è questo: per la scienza l’ipotesi statale,
o, meglio, lo Stato-ipotesi è (oppostamente aH’individuo-ipotesi) la non
economia; e lo è solo, e solo perché la scelta statale implica per
definizione, la non libera scelta individuale ». 11 quesito, dunque, che si
pone oggi alla scienza può formularsi brevemente così. È lecita ed
è scientificamente giustificabile una costruzione sistematica
dell’economia pura che prescinda dal concetto dì Stato e dal rapporto tra Stato
e individuo? E in caso negativo, in quale senso tale concetto
va introdotto nella scienza e a quali conseguenze teoriche deve
condurre? Questo, il punto di partenza per un’intelligenza critica
dell’economia corporativa, e ci sembra ormai che nessuno onestamente possa
eludere il problema con una fin de non recevoir. Finché il corporativismo
s’intende come una mera esperienza pratica, i puristi possono
disinteressarsene, chiusi come sono nel loro preconcetto dualistico
dei rapporti tra scienza e politica, ina quando esso si traduce in
una perentoria istanza teorica, bisogna pur decidersi ad accogliere o a
respingere criticamente. E noi ci auguriamo di avere dall’esperienza dei
maestri un valido aiuto all’attuazionedel nostro programma. Una volta
posto il problema in siffatti termini, il primo punto da chiarire e da
precisare concerne, naturalmente, il significato stesso da attribuirsi al
termine Stato e, correlativamente, al termine individuo. E su tale punto
conviene insistere con molta perseveranza, soprattutto perché il concetto
di Stato sembra a prima vista il più semplice ed evidente che ci sia, sì
da poter su di esso costruire senza preoccupazioni di sorta; ma la sicurezza,
poi, con cui si procede su tale terreno viene subito a mancare appena si
cessi dal presupporre noto il conceLto e si tenti di determinarlo
effettivamente. 11 che ci sembra di poter dimostrare alla luce degli stessi
scritti sopra accennati. 11 Benini parla dello Stato, come di chi provvede
alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità,
all’istruzione, ecc., e altrove osserva che il processo della ricchezza è
la risultante di due fasci dì forze componenti: l’attività individuale,
singola o associata, e l’attività della organizzazione politica, di cui LO
STATO è l’espressione suprema. Ora, questo linguaggio implica un dualismo
irriducibile di Stato e individuo, e per quanto il vigile senso di
concretezza che ispira Benini lo conduca a concepire i rapporti
di complementarietà delle due forze nel modo più in134 timo e
indissolubile, sussiste tuttavia una radicale contrapposizione di funzioni
e di finalità che compromette il sistema, Tanto è vero che il Benini avverte
infine il bisogno di mettere in guardia contro la tendenza di attribuire «
un maximum di funzioni allo Stato, perché « quel maximum
si accompagnerebbe ad un minimum di rendimento del lavoro e delle
libere iniziative ». L’assetto corporativo sarebbe ottimo sol perché « si tiene
egualmente lontano dai due estremi. Inutile dire che la critica contro il
collettivismo, ripetuta da Benini e mossa da tutta l’economia lihcrale a quella
socialista, è esatta nella diagnosi e nella conclusione, ma occorre tener
presente che il socialismo è superato sol perché è superato il
concetto di Stato ch’esso implica, e che è quello stesso del liberalismo,
dal quale non riesce a staccarsi neppure il Benini. Lo stato, cioè, è
circoscritto a un ente immaginario, in limiti imprecisabili, e con
personalità essenzialmente distinta da quella degli individui che lo
compongono. Si cambia cioè 10 Stato con un organo centrale, relativamente
estraneo alla vita della nazione e perciò sopraffattore delle energie
individuali. Di quest’organo — che è poi la burocrazia — a ragione si
diffida e giustamente si protesta contro l’attribuzione che a esso si
voglia fare di un maximum di funzioni. Ma questo è lo Stato ancien regime,
al quale il FASCISMO deve opporsi con tutte le sue forze, perché
essenzialmente contrario al suo spirito; lo Stato non deve essere, non è,
un organo fuori delTorganismo, una sovranità opposta ai sudditi,
una realtà sui generis diversa dal cittadino: lo Stato, insomma, non
è più quello contro cui insorgeva il secolo elei lumi e che si è
trascinato come misero residuo nella storia del liberalismo. Lo Stato
s’identifica con l’individuo, in una sintesi idealmente assoluta, e, di fatto,
sempre più realizzabile e realizzata. Se noi cercassimo infatti di precisare i
confini dello Stato ci accorgeremmo subito di questo progressivo suo
immedesimarsi nella vita della nazione. Dallo Stato alle provincie, ai
comuni, agli enti parastatali, agli enti morali è tutto un lento compenetrarsi
della vita pubblica in quella privata, sino all’esperienza rivoluzionaria
del FASCISMO che, prima sul terreno più strettamente politico dell
organizzazione del partito, poi, e ben più radicalmente, su quello
dell’organizzazione sindacale, ha posto decisamente l’esigenza di un
combaciamento assoluto della sfera dell’attività statale e di quella
individuale. Lo stato contro il quale nacque il liberalismo è veramente morto
eoi morire dello Stato propugnato dallo stesso liberalismo. E continuare
oggi a discutere dello Stato, illudendosi di poterlo individuare entro
quei limiti in cui lo si individuava nel Settecento, significa perpetuare un
equivoco di gravissimo pregiudizio per tutte le scienze sociali. Il potere
dello Stato non ba limiti e chiunque tentasse di determinarne le funzioni
resterebbe fatalmente a mani vuote: ogni determinazione della sua sfera
rispetto agli individui sarebbe fondamentalmente erronea. Ritornando ora
alle esemplificazioni del Bellini è facile spostare i termini del problema:
uno Stato comequello concepito dal fascismo, non provvede soltanto « alla
difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità, all
istruzione, ecc., ma provvede a tutto perché è immanente a tutto. Ed esso
perciò non può rappresentarsi come un fascio dii forze da aggiungersi
all’altro delle attività individuali, bensì come le stesse forze individuali
nella loro vita solidale. Di quest unica vita sono manifestazioni tutti i
poteri pubblici e privati, centrali e periferici: e, nel campo economico,
il bilancio dello Stato, quello degli enti pubblici, degli enti
para¬statali e morali, delle organizzazioni di partito e sindacali, e
infine di tutti i cittadini, che tutti nello e per lo Stato vìvono. Ogni
barriera che si volesse porre a un punto della serie sarebbe affatto
arbitraria e irragionevole. E si comprende, dunque, come 1 ideale del
corporativismo non debba esser quello dì rimanere egualmente lontano dai
due estremi (sopravvento dell’iniziativa privata o della pubblica), bensì
di rendere insussistente il problema eliminando ogni differenza tra l’essenza
delle due iniziative. Certo, se per Stato s’intende la burocrazia,
affidare ad essa l’economia nazionale non può non essere una mostruosa utopia:
ma lo sforzo del FASCISMO deve essere appunto quello di sburocratizzare lo
Stato, elevando ogni cittadino al grado di funzionario pubblico. Il
processo di trasformazione non è dei più facili e dei più rapidi: v’è anzi
il pericolo di periodi di transizione in cui il fenomeno burocratico si
aggravi, e dia luogo a nuovi inconvenienti. Si pensi che l’organizzazione
sindacale e corporativa, prima di aderire in modo soddisfacente alla
realtà, è destinata in gran parte a pesarvi su come una soprastruttura —
vale a dire come una burocrazia. Ma gli ostacoli non debbono
arrestare ilcammino, anzi debbono porre la necessità di accelerarlo, sì da
superare con energia sufficiente gli inevitabili punti morti. E per
accelerare il ritmo, a me sembra che uno dei mezzi {ondamentali debba
essere fornito dalla scienza, la quale deve sgombrare il terreno dai pregiudizi
teorici che arrestano, con la forza della tradizione, la stessa mano
dell’uomo d’azione. L immedesimazione assoluta della vita dello Stato
con quella dell’individuo dà il criterio preciso della riforma della scienza
economica, la quale, dunque, non è « mezza scienza nel significato
dimensivo dei termini), vale a dire nel senso di essersi occupata
dell’individuo (una delle componenti) e non dello Stato (l’altra componente),
ma mezza proprio nel significato deteriore di scienza fondata su premesse
erronee, e propriamente sull’ipostasi di un individuo e di uno Stato
inconcepibili, o concepibili soltanto come manifestazioni patologiche
(individuo anarchico e Stato tiranno. ÀI quale ulteriore concetto sembra
accennare Fovel nella chiusa del suo articolo quando dice che per
colmare l’iato tra le scelte dette libere dell’individuo e le scelte dette non
libere dello Stato (si può tentare di mostrare che anche le
sedicenti scelte libere dell’individiio non sono libere, ma economicamente
imperative, quanto quelle statali; e ciò perché sono esattamente
prescritte dalle scelte pure libere degli altri individui, ossia dalla
società economica. Oppure si può tentare di mostrare che anche le
cosidette scelte non libere dello Stato sono libere, né più né meno che le
scelte individuali; e questo perché anche le scelte dello Stato
non sono altro, anch’esse, che scelte di individui nella società
economica. Senonché per Fovel, Stato e individuo hanno ancora una loro
particolare personalità, e lo Stato conserva una fisionomia corpulenta, che
rende estremamente difficile il processo di risoluzione della sua autorità
nella libertà degli individui e viceversa. Quando l'iato sarà
effettivamente colmato, il vero concetto di libertà economica apparirà in
tutta la sua luce e le forme stereotipate della libera concorrenza e del
monopolio, che restano a fondamento della costruzione del Fovel,
si risolveranno in uno schema economico ben altrimentiadeguatoalla
realtà.II SE ESISTA, STORICAMENTE, LA PRETESA REPUGNANZA DEGL’ECONOMISTI
VERSO IL CONCETTO DELLO STATO PRODUTTORE. Alla lettera sopra riportala del
Benini rispose anche L. Einaudi con il seguente articolo pubblicato in
Nuovi Studi. Renini, 1. Mi è accaduto solo adesao di leggete, una tua suggestiva
lettera aperta pubblicata nel lasci colo di gennaio-febbraio di quest’anno dei
Nuovi Studi-, suggestiva, perché costringe a pensare e a dubitare. Le
questioni « di interventi o non interventi dei poteri pubblici
nei rapporti d’interesse privato; questioni anche di scuole o di
partiti economico-poi itici », sarebbero di quelle questioni che dagli
economisti sono discusse fuori sistema; apparterrebbero a quella « seconda metà
della scienza, quella che non s’insegua come scienza, ma piuttosto come
storia ed invano ne cercheremmo nella prima metà i cardini d’attacco o i motivi
premonitorii. Quale la spiegazione del fatto? fecondo te, eaao « dipende
anzitutto dalla ripugnanza che provano non pochi economisti ad accogliere
nei loro preliminari scientifici il concetto dello Stato, quale fattore
della produzione ». E benissimo aggiungi: «Tale disposizione d'animo
non si giustifica menomamente. Il processo della ricchezza è la
risultante di due fasci di forze componenti : l’attività individuale, singola o
associata, e l’attività dell’organizzazione politica, di cui Io Stato è
l’espressione suprema... Fa della scienza a metà colui che si ferma
alla prima componente c tace della seconda o l’assume come « costante
» lungo tutta la linea di condotta della sua disciplina. Lo Stato, che
provvede alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla
viabilità, all’istruzinne, ccc., e trasformacosì Intona parte della
ricchezza privala in potenza collettiva (che rigenera ricchezza), è un
produttore continuo di beni, servizi e ordinamenti aventi carattere di
stretta complementarità coi beni, servizi e ordinamenti dell’iniziativa privata
». 2. Chiudo qui la citazione, perché, altrimenti, dovrei riprodurre tutta
la tua bella lettera. Né la chiudo, per ridiscutere il problema della
parte avuta dallo Stato nella produzione della ricchezza; ma
esclusivamente per porre un problema di storia: chi sona quei
cotali economisti (non pochi, dici tu, e dal contesto del discorso
sarebbero i più, sicché occorre affermare contro di essi, quasi come teoria
nuova, la tesi dello Stato come fattore necessario e inscindibile della
produzione), M i quali repugnerebbero ad accogliere nei loro preJ ) Appunto
perché non intendo menomamente intervenire nella sostanza della discussione
aperta Ira te ed il prol. Spirito : ma soltanto porre un dubbio storico su
ehi e quanti siano coloro quali reputarono alla tesi da te posta, così non
discuto la critica che a queeta tesi muove lo Spirito: implicare dessa,
sebbene materiata di realtà, un « dualismo irriducibile di Stato ed individuo
» oramai superato dalle nuove concezioni dello Stato, le quali
identificano lo Stalo con l’individuo «in una sintesi idealmente sssoIma, e, di
latto, sempre più realizzabile e realizzata ». Vero è che, incidentalmente,
lo Spirito afferma ebe il suo dualismo è implicito nel « linguaggio a da
le adoperalo. Il che porterebbe a chiedersi se, per avventura, non si
traiti di un contrasto — Ira la tua (e quindi fra quella degli economisti
ebe io tento di dimostrare essere identica alla tua) e la tesi di S. — più
di linguaggio — di terminologia, che di parole. Se io possedessi la
meravigliosa facoltà «he in sommo grado aveva il compianto amico Vadali di
tradurre una qualunque teoria dal linguaggio geometrico in quello
algebrico, da quello edonista in quello della morale kantiana, dalla
termino limiaari scientifici il concetto dello Stato come
fattore della produzione? La domanda non è impertinente. È rosi
supremamente difficile sapere chi, in economia, ha detto o non detto
qualcosa, ei è dichiarato fautore od avversario di un certo indirizzo, o
teoria, soxT-attutto è cosìstraordinariamente difficile riprodurre, anche
usando il massimo scrupolo, esattamente il pensiero altrui che
forse, penso, sarehhe opportuno non citare mai nessuno e
non attribuire ad altri, neppur ricordati genericamente, un qualunque
pensiero. 3. La mia impressione è che di codesti negatori
o dimentichi dello Stato, non ce ne siano oggi e non ce ne siano
stati mai tra gli economisti. Non bisogna scambiare per negazione o repugnanza
atteggiamenti mentali profondamente diversi. Se l’economista
intendeva compiere una ricerca del tipo che diceBi astratto — ed i classici conseguirono i loro
maggiori successi per tal via — era ovvio ragionassero sulla base di
premesse semplici, ridotte talvolta ad una sola, e giungessero
a conseguenze vere nell’ambito delle premesse fatte. Se tra le
premesse non aveva luogo lo Stato, sarehhe illogico tuttavia affermare che essi
lo negassero o vi repugnassero. Anzi, il loro stesso procedimento logico
dilogia economico pura normativa in quella applicala precettistica, potrei
tentare di ritradurre la pagina dello Spirilo nella formuliallea tua, orna
economialica classica. Sarebbe un esercizio feconda, simile a quelli di
cui racconta Loria, da lui intrapresi in gioventù; di RBporre
6uccessivamenie una data dimostrazione economica prima in linguaggio di
Smith, e poi di Ritardo e quindi di Marx, di Mill e di Cairnes. Ma sono esercizi che
vanno, come faceva Loria, dopo fatti, ripoBti nel cassetto. Giovano ad
ingegnate la umilio ad ognuno di noi, quando per un momento ci
illudiamo dì aver visto qualcosa di nuovo. Perché se questo novità
poteva essere stala delta con le loro parole e inquadrarsi nel pensiero
dei vecchi, segno è che quel qualcosa era contenuto in quel
pensiero. Ma non posaono né devono impedire cheogni generazione usi
quel linguaggio che meglio si adatta al modo suo di pensare e d’inlendere
il mondo. Si riscrive la Binria ; perché non si dovrebbe riscrivere la scienza
economica, prima in termini di costo di produzione, e poi di utilità e
quindi di equilibrio statico e poi di
equilibrio dinamico? mostrava che essi affermavano la esistenza
dei fattori esclusi e riservavano ad allra indagine il tenerne conto. Si
può criticare il metodo, si può cercare di dimostrare che con quel metodo
non si può giungere alla scoperta della verità; non si può tuttavia dire,
senza offesa alia verità storica, che a causa della adozione di quel
metodo essi negassero la esistenza dei fattori da eui in prima approssimazione
astraevano. Tanto poco negavano o repugnavano che, per lo più, quando esei
dall’indagine astratta si voltavano alla concreta, dalla costruzione di schemi
ipotetici passavano allo studio dei problemi reali, ossia complessi e vivi,
essi per lo piò facevano nelle loro discussioni gran parte allo Stato. 4,
Si può ammettere, sebbene storicamente si debba andare assai guardinghi nel
fare affermazioni generali in proposito, che gli economisti, a partire
dai membri della « setta » fisiocratica, attraverso a Smith sino a Mill
non compreso, siano stati contrari all’intervento dello Stato e favorevoli al
laissez faire, laisser passar. Ma fu già dimostrato (c(t., per le fonti,
una mia recensione del libretto The end oj laissez-faire del Keynes, in La
Riforma Sociale) che siffatta contrarietà non era teorica, ma puramente
contingente. l 'avversione all’intervento dello Stato non aveva cioè alcuna
connessione logica necessaria coi postulati fondamentali della dottrina
economica, non faceva corpo, come dici tu, con i cardini d’attacco della
scienza; ma discendeva da ragioni contingenti. L’osservazione degli effetti
dannosi delle vecchie corporazioni d’arti e mestieri, e del vincolismo
economico e doganale spiegano abbastanza il liberalismo di Adamo Smith e
dei classici. Dopo le ricerche di Nicholson in A Project oj empire
(di cui il concetto dominante è che per lo Smith la considerazione
delTacquisto della ricchezza deve cedere dinnanzi aquella della difesa ossia
della grandezza dello Stato: de.je.nce is oj much more impor lance
than opulence)-, dopo Laureo libretto di Schùller, Les économistes classiqu.es et leurs
adversaires fin cui viene dimostrato, testi alla mano, che la accusa rivolta
agli eco-Doratati di avere creato un fantoccio (il eosidetto
homo rp.conomicus] avulso dai luoghi, dai tempi, dalla storia, c di
aver dato ad un puro strumento di indagine figura di realtà concreta o
storica, è una invenzione gratuita dei loro avversari socialisti,
socialisti della cattedra, economisti storicisti, ecc. eec.], non è più lecito
attenersi ad una tesi dimostrata. all’iiifuori di ogni dubbio,
contraria alla verità storica. Quegli stessi economisti, i quali
affermavano i danni di certe determinate maniere di intervento dello Stato
reputate feconde di male, altrettanto recisamente affermavano la necessità
rii quell’azione (azione e non intervento, ae la parola
intervento implica il concetto che lo Stato si immischi sempre
in cose non sue] nelle maniere che reputavano più confacenti all’indole
dello Stato e più vantaggiose alla collettività. 5. S'intende che sempre
fu d’uopo non occuparsi degli imitatori, dei pedissequi,
dei sicofanti i quali colgono a volo le idee che corrano nell’aria ed
impasticciando scienza e pratica, un po’ di senso comune e molti pregiudizi
correnti, si gittano dalla parte che è alla moda e dimentichi oggi di quel
che avevano asseverato ieri, oggi sono liberisti e domani,
indifferentemente, interventisti. Costoro non sono scientificamente nulla,
sebbene siano i maggiori fabbricanti di scuole, di conventicole
protezioniste, interveniste, liberiste, cattedratiche e delle vane ingiurie che
i rispettivi adepti ai scagliano l’un l'altro. La caratteristica
fondamentale del pensiero degli economisti in questo particolare
campo (naturalmente essi si occuparono sovratutto di problemi più
difficili, che dai laici sono detti, per dispregio, tecnici e che sono e
probabilmente sempre saranno i problemi economici specifici) è stato un
approfondimento vie maggiore del problema dei rapporti fra Stato,
individuo, società, gruppi sociali. Da Mill a Marshall, da Marshall a
Pigoli è tutta una indagine minuta e delicata, la quale talvolta diventa un
ricamo tenuissimo, rivolta a precisare, a limitare, a scrutare i metodi di
massitui 77azione della ricchezza, del benessere, della felicità, della potenza
degli uomini organizzati in società. Come è accaduto in tutte le scienze
progressive, ogni passo innanzi si innesta su perfezionamenti
precedenti ed è preludio a perfezionamenti successivi. Nella nostra chiesa
non è di moda la parola superamento, che veggo assai usata tra ì filosofi; ma
ben potrebbe tale parola eesere usata ad indicare gli stadi successivi del
pensiero economico, di cui ognuno non nega ma contiene e trasforma gli
stadi precedenti c sarà contenuto e trasformato negli stadi
fuluri. Perché, caro Benini, non ricordare il contributo che taluni
italiani colleghi tuoi e miei maestri hanno dato a queata meravigliosa
ascesa della scienza economica? Per ragioni scientifiche di divisione del
lavoro, è toccato a quella sottospecie degli economisti, la
quale studia ed insegna la cosiddetta scienza delle finanze,
di occuparsi dello Stato e dell’indole teorica del suo operare. Piace
anche a me il pensiero che supera Stato ed individuo ed insieme li fonde;
ma piace non meno e per la difficoltà dell’impresa soddisfa
intellettualmente di più lo sforzo di coloro che hanno tentato di ficcare
lo sguardo in fondo all’azione dello Stato ed hanno tentato definire in
che cosa consistesse la sua azione. Scartata la concezione errata dì uno Stato
il quale interviene a cose fatte, a ricchezza prodotta e preleva
l’imposta per consacrarla, ossìa distruggerla, sia pure per altissimi fini
pubblici (ed un ultimo vaghissimo ricordo di questa concezione lo vedo
nelle tue stesse parole, laddove parli di uno Stato, il quale (( trasforma
buona parte della ricchezza privata in potenza collettiva », dove l’errore
involontario sta nel supporre che esista una ricchezza privata da trasformare,
dopoché essa è stata prodotta, in qualcosa di collettivo, mentre la realtà
è che la ricchezza che lo Stato trasforma in potenza collettiva, non fu
mai privata, ma fin dall’inizio era prodotta dallo stato, se per prodotta
intendiamo cosa che non sarebbe nata se lo Stato non fosse esistito e non
avesse operato secondo l’indole sua), i teorici italiani assai discussero
intorno all’indole dell’apporto od azione dello Stato. Tu bene bai scritto,
continuando, che nella atessa maniera come i beni, i servizi e gli
ordinamenti delTiniziativa privata « ai sviluppano in quantità e varietà,
col progredire dell’incivilimento, e fanno luogo a rapporti viepiù
complessi e differenziati Ira gli individui o i gruppi, così i beni,
servizi ed ordinamenti] loro complementari forniti dallo Stato non Iranno
colonne d’Eicole che li fermino ad un punto obbligata. Quarantanni fa Mazzola
aveva già scritto: c Che CROCE non comprenda l'accusa di antistoricismo da
me rivolta alla scienza economica, non deve certo meravigliare chiunque
legga i periodi ora riportati. L’economia come l’arilxnetiea non cangia
quale che sia il corso della storia : l’economia è matematica anch’essa, e
quattro e quattro hanno fatto e faranno sempre otto. Con quale
entusiasmo accoglieranno queste parole ì nostri economisti matematici, che
giurano sulla purezza della loro scienza 1 Ma che queste parole avessero dovuto
suonare con tale durezza anche sulla bocca di un filosofo e di uno storico, non
ci saremmo davvero aspettato. Oh, dunque, anche per Croce la distinzione
tra economia pura ed economia politica è ovvia? Che ovvia sia sembrata e
sembri a tanti economisti — non a tutti — è cosa fuori dubbio, ma non
crede Croce che io, aprendo quei tali trattati cui egli allude, abbia già
dimostrato come, in realtà, la distinzione non stia né in cielo né in terra,
e sfugga immediatamente dalle mani, appena si cerchi comunque di
precisarla? Ecco, io non vorrei ritorcere l’accusa di scarsa conoscenza
delle opere degli economisti, ma non so proprio come spiegarmi questa
fiducia illimitata che Croce ha sull’esistenza effettiva di un’economia pura e,
peggio ancora, di una economia matematica che non abbia fondamenti
illusori. Non si lasci intimidire dall apparente rigore delle ben collegate
serie di formule, penetri un poco in questo mondo di
superiore tecnicismo e veda se gli sia possibile trovare un tentativo
sistematico di economìa matematica — nella possibilità e opportunità del
metodo matematico nella determinazione dei rapporti di alcuni fenomeni
economici non ci può esser dubbio — che non poggi su basi di creta e non
si riattacchi a presupposti affatto arbitrari e verbalistici. L articolo di
Croce si chiude con un esempio, che dovrebbe provare ad oculos la
riduzione allW surdo dell’economia attualizzata. Ma l’esempio — oltre
la poco simpatica e poco generosa ironia verso un uomo che merita tanto
rispetto — riesce a provare soliamo una cosa, vale a dire la poca
coscienziosilà di un critico che pretende di far giustizia di un tentativo
scientifico, artificiosamente riducendolo a una sua particolare espressione.
Poeti giorni prima che uscisse il fascicolo de La Critica era apparsa
sul Giornale critico della filosofia ita liana la mia recensione del libro di
Emilio La Bocca Abbozzo di una interpretazione idealistica della economia
politica, Perugìa-Vcnezia. «La Nuova Italia »): che io non intenda a quel
modo l'identità di scienza e filosofia, CROCE avrebbe dovuto risultar chiaro, e
che nel libro dei La Rocca io veda Io stesso pericolo che vi
vede Croce, anche questo avrehhe dovuto essere evidente a chi si fosse
accinto alla discussione con animo sereno. Ma di serenità oramai il Croce
non è piu capace e prima di ogni altra cosa egli cerca di convincersi
che le nostre « manipolazioni pseudodottrinali siano più o meno direttamente a
servigio di equivoci ideali », che lo autorizzino a diicuteruè in maniera
astiosa e ingiusta. Terreno, questo dell ingiuria, nel quale sarebbe vano
seguirlo, sia che si cercasse di pagar della stessa moneta eia che si
tentasse di persuadere dell’errore. In chi lavora con fede, trascurando frutti
che pur sarebbe facile (e quanto facile!) raccogliere, la ripetuta insinuazione
di Croce può gettare solo un’ombra di tristezza: forse un giorno,
ritornando con altro animo su queste discussioni e avendo altri elementi
per giudicare gli uomini di oggi, egli sentirà il
rimorso dell’ingiustizia commessa. Ed ecco la recensione del saggio
di Rocca : È un audace tentativo di dominate nelle sue grandi linee
tutta la scienza economica da un punto di vista rigorosamente idealistico
: un tentativo che va considerato con molta attenzione da quanti sono persuasi
della necessità di porre in primo piano il problema del rapporto tra
scienza e filosofìa. Rocca, dopo aver accennato al principio fondamentale
dell’attualismo, cerco appunto di chiarire nel secondo capitolo il
concetto di scienza in generale e di scienza empirica in particolare, e
conclude « che se non può proprio parlarsi di identificazione perfetta tra
quella che è l’attività del filosofo e quella che è l’attività dello
scienziato, non deve potersi escludere tra esse una parentela
molto stretta che, mutate talune circostanze, potrebbe diventare quasi tra
esee una vera e propria identificazione. In verità, questa soluzione, così
schematicamente riassunta, non può non apparire alquanto indecisa e
problematica, né tutte le argomentazioni che la precedono e la seguono
valgono a farci superare effettivamente lo stato di dubbia da casa ingenerato.
L’Autore ai oppone con malta efficacia a una concezione necessariamente
naturalistica della scienza, ma quando si tratta di giungere alla estrema
conseguenza di tale critica arretra un po’ perplesso e ripristina il
dualismo che voleva eliminare: la distinzione di scienza e filosofia,
dialetticamente negala con acutezza non comune, ai riafferma infine in
modo categorico e nel senso forse più pericoloso. Ma, osserva infatti
Rocca, se una distinzione rigorosa Ira le due non si può avere perché
non può nel fatto aver luogo, non è mica detto che una distinzione dedotta
dal diverso oggetto o fine che entrambe perseguirebbero non si possa
avere. Si può avere di fatti, consistendo la prima nella risoluzione nello
spirito della realtà universale, e l'altra nella risoluzione in esso di un
aspetto particolare della realtà universale. Dove è. chiaro che la realtà universale
viene abbassata a oggetto e che la filosofìa si concepisce ancora al
vecchio modo intellettualistico. La soluzione non molto rigorosa del
problema ha avuto le sue necessarie conseguenze nella scelta dei criteri
seguiti per determinare i principi fondamentali del1 economia. La filosofia
come scienza della realtà universale è rimasta un presupposto di fronte
all’economia che è scienza di un particolare aspetto di quella
realtà, sì che la ricostruzione filosofica dell'economia è
stala intesa nel senso di ricondurre ì principi scientifici
alle categorie filosofiche. E Rocca ha potuto perciò avvicinarsi
all’economia dall'esterno c tradurre i principi scientifici in termini
altualisticì, senza preoccuparsi troppo della fecondità di un tale
procedimento, destinata a esaurirsi in una zona di confine tra la scienza
c la filosofìa, intese al vecchio modo. Concepito in tal guisa il
problema, la prima preoccupazione di Rocca è stata quella di
individuare il principio primo della scienza economica, e l’individuazione
naturalmente e stata da lui cercata non sul terreno storico dell’origine c
dello sviluppo della economia, bensì sul terreno filosofico della dialettica
dello spirito. L a priori è stalo inteso non nell’attualità
dell’esperienza scientifica, ma come la determinazione prescientifica del
principio della scienza. E il principio è diventato allora un momento
assoluto della dialettica dello spirito, astoricamente concepito. «Ma»,
dice infatti il La Rocca, parlando del rapporto tra economia ed etica, « se
per quel che riguarda la sua legittimità filosofica esso si identifica
perfettamente col principio dell’eticità, non si deve concludere insieme,
che non possa avere un suo oggetto speciale c inconfondìbile pur
sulla base della sua realtà etica. Es90 può ben affermare un suo originale
compito: quello della spiritualizzazione-materializzazione,
deH’acquisizione-alienazione, della valorizzazione-degradazione, il quale non
è certo il compito della eticità che, se lien l’occhio al primo
termine, non lo tiene, nello stesso tempo, ad entrambi. Tale procedimento
dialettico non si limila alla determinazione del principio primo, ma si estende
a tutti i concetti tradizionali della scienza economica, e Rocca tenta di
dedurre apeculativamente anche i termini di produzione, circolazione,
distribuzione e consumo; e finisce infine con l’idealizzare la figura dell
imprenditore identificandolo addirittura con il soggetto economico. Ma per
quanta fede e calore l’Autore ponga in siffatta ricostruzione, l’astrattezza
del procedimento non può non colpire l’attento lettore, che vede, pur
attraverso l’esigenza giustissima di cui il La Rocca è tra i primi
sostenitori, il grave pericolo di un ritorno all’hegelismo o al
filosofismo antiscientifico. Ho voluto insistere più sul lato negativo che
su quello positivo del libro del T,a Rocca — che pur è ricco di belle
pagine e di acutissime critiche — perché ritengo necessario e urgente
sgombrare nettamente il campo di tutti quei preconcetti filosofici e
scientifici ohe non consentono ancora di giungere all’assoluta convinzione
di un’unica forma del sapere e alla conseguente ricostruzione storicistica
della scienza. L idealismo attuale ha dato il colpo di grazia al concetto
intellettualistico di categoria, che è vano voler fare risorgere comunque
in una malintesa determinazione di principi assoluti. I principi di tutte le
scienze non possono che ricercarsi sul terreno concreto dell esperienza
stosebbene egli siTuìa^ Rocca ’ w problemi filosofie-; narnn •of.ro « MMh> (atelier,„ (1 ]i
M "r iivemlno^ne 0110 mente sinonimi. — lv enlano necessariad 1'~
» '•*.Srrjiar * »In un articolo, Verso l’economia corporativa, Nuovi
studi: La critica dell’economia liberale, Milano, Treves) ebbi occasione di
occuparmi di Tonelli e di accennare agli errori metodologici delle sue
teorie di politica economica. Esemplificando in una nota, scrivevo. Rinviando
la critica della concezione ebe il de Pietri Tonelli ha della scienza
della politica economica a quando sarà pubblicato il trattato che I A.
annunzia, ci limitiamo qui, in via d’esempio, a riferire una delle presunte
leggi della nuova disciplina. Nella prolusione citata {Di una scienza
della politica, in Rivista di politica economica, fase. 1) si afferma
perentoriamente che « gli impulsi non si possono creare, né distruggere «,
che, « se gli impulsi esistono, si trovano in proporzioni diverse in tutti
gli uomini, dello stesso tempo e di tempi diversi )), ecc. Non ci
meraviglieremmo se tutto ciò, prima o poi, fosse tradotto in termini
matematici e additato come una delle eipiesaioni della scienza più pura ;
ma la facilità che cobi bì dimostra di trasportare sul terreno scientifico
i termini più empirici e indeterminati non può non rendere diffidenti
contro le leggi dell'economia razionale. La mentalità è sempre la
stessa, e cioè — piaccia o non piaccia l'aggettivo essenzialmente
dogmatica, come potrebhe riconoscere anche Tonelli, qualora provasse a
domandare a uno studioso di psicologia e se Raffermare che gli impulsi non
si creano né si distruggono possa avere un qualsiasi significato men che banale.
Come risposta a questa critica il de' Pietri Tonelli non ha trovato di
meglio che recensire con troppo evidente acrimonia il volume in cui
Particolo è stato riprodotto (Rivista di politica economica, Ma a
una recensione che si limita a una filza di improperi non è il caso
di ribattere : la polemica diventerebbe personalistica e quindi estranea ai
fini di una discussione scientifica. Sarà piuttosto opportuno prendere in esame
quel trattato che allora Tonelli ci annunciava e di cui recentemente è apparso
il primo volume (Corso di politica economico, Introduzione, Padova, Cedam. Purtroppo
le previsioni contenute nella mia nota sono state confermate dalla realtà,
e sarà sufficiente qualche assaggio perché chiunque voglia giudicare con
animo sereno se ne possa convincere. Dopo aver discusso in generale
dell'oggetto della politica economica, 1\A. determina gli elementi
fondamentali dello studio. « Per limitare », egli scrive, « o meglio, per
delimitare, il campo della ricerca politica che ci interessa e metterlo
alla portata della mente dello studioso, si può cominciare con lo
sceverare e considerare, in sé, e nelle loro reciproche relazioni, tre
elementi fondamentali della realtà sociale, cioè della vita delle cerehie
sociali. Insieme coi fatti di natura, questi clementi formano la vita
deU’universo. Tali elementi sono precisamente: 1) gli impulsi, che
indicheremo con I, cioè i moventi, o le determinanti, o gli
stimoli, ecc., quali i bisogni, i sentimenti, gli interessi,
le passioni, il raziocinio, ecc., assai vari e che si conviene debbano
effettivamente esistere e operare, per indurre gli uomini ad agire e ad
esprimersi ; 2) gli atti, che indicheremo con A, cioè le azioni,
di diversa specie, a cui si ritengono indotti gli uomini, soprattutto
dagli I; 3) le espressioni, che indicheremo con E, cioè le manifestazioni di
linguaggi, gestiti, verbali e scritti, riguardanti appunto gli I e gli A. Tutta
la costruzione del sistema è impostata su questa tripartizione della
realtà sociale, sì che convien fermarsi al limitare e domandarsi
quale sia il carattere e la validità scientifica di tali presupposti. È
chiaro che una distinzione fra impulsi, atti ed espressioni non può avere
valore sistematico se non si giustifica alla luce di tm criterio
scientifico, ed è chiaro che un tale criterio non può trovarsi se non nella
disciplina che si occupa ex professa di tali fenomeni. La distinzione, in
altri termini, ha bisogno di una giustificazione logica che le venga dalla
psicologia: ogni allra giustificazione sarebbe di carattere empirico e però
irrilevante ai fini di un sistema scientifico. Ma, intanto, dal punto di
vista psicologico, nessuno potrebbe dare un qualsiasi valore a quella
distinzione, affatto arbitraria aia per la scelta degli elementi, sia per
la loro definizione, sia per l’interferenza dei rispettivi campi, bolo chi
non ha alcuna dimestichezza con questi studi può illudersi di dare un
significato critico a termini così radicalmente antiscientifici. . Si
P° lr ehbe, a questo punto, porre una pregiudisiale perentoria a tutto il
sistema escogitato da Tonelli e chieder conto di tali presupposti, esihiti
senza alcuna garanzia della loro legittimità. Ma noi vogliamo far credito
all’À. e ammettere che si possa accettare, su un terreno meramente astratto,
una classificazione ottenuta con un gros¬olano senso comune. Se non che,
riconosciuto nel senso connine o nell’opinione il fondamento
della distinzione, è possibile pervenire da essa a risultati che
trascendano la sfera del senso comune e dell’opinione? In altri termini,
se la distinzione ha carattere empirico, può da essa ricavarsi una
qualsiasi conclusione non empirica? La risposta non dovrebbe esser dubbia, e il
lettore dovrebbe aspettarsi che nel resto del volume si continuasse a discutere
mantenendosi sullo stesso terreno sul quale poggiano gli elementi
fondamentali. Ma le cose, purtroppo, procedono ben diversamente,
perché, appena esposta la distinzione delle tre classi, le classi
stesse vengono ipostatizzate e si comincia a giuncare con esse come con
quantità esattamente definite. Le tre classi a loro volta si
suddistinguono m classi minori, in cui l’arbitrio della definizione e
sempre più palese, ma nelle quali la rigidità del metodo appare via via
più dogmatica. La molteplìcita delle classi acquista corpulenza numerica, e
tra lettere e numeri si trova subito il materiale per
una trasformazione in termini matematici. Dopo poche pagine le
grossolane definizioni si sono cangiate in entità aritmetiche c dalla
penna tecnicamente formidabile del de Pietri Tonelli cominciano
a scaturire le formule algebriche. Per chi volesse delibare la bontà del
metodo riportiamo il seguente periodo: « Così ad es., in 5a la ed Iy
possono, negli individui e quindi nelle C. accentuarsi, palesando individui e C
materialistici; in 82, Ix ed le possono, negli individui e quindi nelle C,
accentuarsi palesando individui c C spiritualistici; in II 2, Ih ed
le possono, negli individui c quindi nelle C, accentuarsi, palesando individui
e C aperti alle novità nel campo spirituale; in 122, Ih ed Iy
possono, negli individui e quindi nelle C, accentuarsi, palesando
individui e C aperti alle novità nel campo pratico; in 22, la ed Ih
possono, negli individui e quindi nelle C, accentuarsi palesando individui
e C inclini a rinnovarsi nel loro interesse, poiché coloro i quali hanno
lai,2 ed Ib son coloro che vogliono salire nel campo economico e in quello
politico e son disposti alle mutazioni necessarie » (pp. 39 Son cose che
farebbero sorridere ironicamente, se poi non atterrissero con la conseguenza
di duecento pagine irte delle più complicate formule matematiche,
sotto le cui lettere e i cui numeri si celano le elucubrazioni
psicologiche e sociologiche del professore di Tonelli, ad ineffabile
gaudio dei suoi studenti. Non è il caso, naturalmente, di dimostrare
ciò che ha solo bisogno di esemplificazione: casi simili di
aberrazione scientifica si spiegano solo con motivi di carattere patologico che
fanno smarrire ogni contatto con la realtà e con quello stesso buon senso
con cui la imitazione vorrebbe iniziarsi. E tanto più grave diventa la
sensazione del patologico, quanto più l’A. insiste sul carattere obiettivo
delle sue ricerche, facendo amene riserve sulla loro attendibilità. Come
non rimanere addirittura sconcertati leggendo, dopo non poche costruzioni matematiche
relative agli impulsi, che « ancora non sappiamo se gli I siano una nostra
astrazione, per coprire la nostra ignoranza, non esistendo di fatto
che gli A; ovvero se gli 1 siano effettivamente una realtà finora
poco o nulla conosciuta? Le constatazioni ora fatte a proposito del saggio del
de 1 Tonelli non vogliono limitarsi a un caso particolare, ma dal caso
particolare, in cui l’assurdità giunge alla massima evidenza, debbono
estendersi un po’ a tutti i tentativi di mateinatizzare i fenomeni sociali e
alla stessa economia matematica quale è comunemente intesa. L’unione
della psicologia e della sociologìa con il metodo matematico è una delle
espressioni più gravi della mentalità antiscientifica che domina nel campo
delle scienze sociali: e non è ormai lecito ritenere comunque valido uno
solo dei tentativi compiuti in tal senso. Il che, si badi bene, non è
dovuto a una impossibilità costitutiva di applicare la matematica
a siffatti fenomeni, bensì all’incapacità di ridurre a unità
matematiche ì fenomeni stessi. E l’incapacità si spiega eoi fatto che, se gli
studiosi i quali si cimentano nell’impresa hanno una
preparazione matematica sufficiente, non hanno poi alcuna preparazione
scientifica alla intelligenza dei fenomeni psicologici e non si sono resi conto
delle critiche mosse alla sociologia dalla speculazione moderna. Sì
che, assumendo a fondamento delle proprie ricerche concetti scelti e definiti
arbitrariamente, scambiano l’oggettivo col soggettivo, il determinato con l’indeterminato,
e matematizzano indifferentemente tutto, senza preoccuparsi di
raggiungere l’effettiva quantificazione degli elementi posti nelle loro
formule. L’errore del procedimento appare con maggiore evidenza nel campo
delle ricerche sociologiche, dove l’ncongruenza stessa delle conclusioni
basta a far giustizia dell inutile fatica degli studiosi che tuttora
vi insistono. Ma purtroppo nel campo della cosiddetta economia matematica
l’illusione è più saldamente radicata e le conseguenze
dell’errore, meno manifeste, sono e diventano sempre più pericolose.
Siccome a nessuno può venire in niente di negare l’opportunità e la
necessità di servirsi della matematica nella analisi dei fenomeni
economici, il senso del limite si smarrisce agevolmente e messici per quella
china si sdrucciola a poco a poco dalla matematica utile all’economia
all’economia matematica, che è la negazione dell’economia. Per comprendere
la differenza che passa tra l’uso lecito della matematica nel campo delle
scienze economiche e la cosiddetta economia matematica, è necessario
distinguere la matematica come mezzo di ricerca dalla matematica come
sistema in cui le ricerche vanno composte e fissate una volta per
sempre. Ora, la validità del primo criterio non dimostra affatto la
legittimità del secondo, che è fatalmente destinato a fallire. La matematica
come sistema, infatti, implica la necessità di quantificare non solo
i fatti economici, ma anche la ragione di tali fatti; e il processo di
oggettivazione, perciò, investe illecitamente il mondo della
soggettività. Basta riflettere un poco sui risultati dell’economia
matematica di Pareto per accorgersi delle mostruose conseguenze cui dà luogo
rillegittimo bisogno di presupporre quantificato o comunque quantificabile
ciò che condiziona lo stesso processo di quantificazione. Perché gli
economisti possano una buona volta uscire dal vicolo cieco in cui
si sono andati a ficcare, occorre che si decidano ad abbandonare la
loro psicologia da dilettanti e a distinguere nettamente il fatto dall’atto,
vale a dire ciò che è necessario considerare in veste di numero e ciò
che del numero è condizione. Allora finalmente si accorgeranno che l’economia
matematica non è possibile, per il semplice fatto che il numero è
nella vita, ma la vita non può essere numero. Per chi lavora, desideroso
soltanto di allargare gli orizzonti e di aver la certezza di andare innanzi nel
cammino della scienza, vi sono dei dissensi che hanno perfino maggior valore
dei consensi. E sono i dissensi dei cattedratici, che, allarmati e disorientati
dai colpi inferti agli schemi tradizionali della loro scienza, scendono in
campo uno dopo l’altro a difendere il loro regno pericolante, non senza
gratificare di burbanzose parole chi osa ficcarvi lo sguardo un po’ a
fondo. Ne vengon fuori delle confutazioni, le quali, o raggiungono 1 effetto
contrario per la inadeguatezza dei vecchi criteri di giudizio
relativamente alle nuove teorie da combattere, o addirittura sbagliano il
bersaglio per la mancanza di quel tanto di buona volontà che occorrerebbe per
scorgerlo davvero, e per la fretta di liberarsi di qualcosa che
inconsciamente s intuisce come un grave pericolo. Effetto contrario, dico, in
quanto tali critiche finiscono col fare insuperbire chi ne è oggetto e col far
trascurare, in conseguenza, anche ciò che di valido può essere al
fondo di siffatte negazioni globali e violente. 0 come non insuperbire,
infatti, considerando lo sforzo compiuto da Contento ’) attraverso ima
quarantina di pagine dedicate a difendere P homo œconomicus dalle, mie
critiche.' 1 Come non insuperbire di fronte a tanta ingenuità di
argomenti e a tanta incomprensione della mia tesi? Ma è un malinconico
insuperbire, come quello di cbi pur vorrebbe convincere e far sì che
la propria certezza, sempre più consapevole e salda, diventasse la
certezza degli altri. Il che purtroppo non è neppur da sperare di fronte a
chi troppo evidentemente è su una strada affatto diversa e parla un
linguaggio che non consente la discussione. La risposta non può avere
valore che per i terzi, vale a dire per quelli che, affacciandosi più
spregiudicatamente alla questione, sono in grado di vedere obbiettivamente
e di fare quello sforzo di buona volontà che è indispensabile per
comprendere ciò che si vuol giudicare. Prendendo lo spunto da quanto
affermarono Alfredo Rocco e Filippo Carli nel congresso
della Associazione Nazionalista del 1914, che non vè « forse
un’azione economica che l’uomo compia sotto la spinta del puro interesse
economico, cioè sotto l’impero del principio edonistico », il Contento
giustamente fa osservare che Vhomo cecarwmicini è una astrazione scientifica
per nulla compromessa dall’affermazione dei nazionalisti, con la quale non
si può non concordale. Dal punto di vista scientifico una sola cosa importa ed
è la preciJ ) Albo Contento, Dilesa dell'ut homo œconomicus. L'homo œconomicus
» nello STATO CORPORATIVO, in « Ginnialo degli economisti. sazione del
concetto di homo cecanomicus : precisazione alla quale 1 A. vuole addivenire
dopo aver convenuto con me che « molta dell'incertezza che domina
nello svolgimento e nelle conclusioni della scienza economica, derivi da
una mancata definizione di quel postulato, cui si assegnano valore e limiti più
o meno diversi. Senonché raccordo si arresta a questa constatazione, dopo la
quale le vie divengono sempre più divergenti, per non incontrarsi mai
più. E, per cominciare, il Contento attribuisce anche a me la mancata
precisazione del concetto, quasi che fosse possibile precisare ciò
che si nega in quanto imprecisabile. Io ho affermato che l’uomo
osconnmicus non può valere come ipotesi scientifica, perché è un termine
scientificamente tutt altro che rigoroso e determinato: chi pensa il
contrario ha il dovere di mostrare la possibilità di ima definizione
valida, ma non può pretenderla da me. Alla definizione, per conto
suo, si è accinto Contento, eliminando in via preliminare i
comuni concetti di egoismo, edonismo e utilitarismo. Questi concetti non
sono adatti a caratterizzare l'homo œconomicus ed è stato un errore degli
economisti aver fatto implicitamente o esplicitamente una tale confusione.
La dimostrazione che ne dà l’A. non appare, in verità, gran che
persuasiva, fondata cont essa è sulle definizioni dei vocabolari di Zingarelli
e di Tramatter: comunque possiamo dare per buona la conclusione e passare
all'analisi del concetto che si vuol sostituire a quelli
ritenuti errati. Richiamandoci al pensiero, scrive Contento, di quelli che
fecero dell’fi. ne. il postulato fondamentale, o la base di tutto
l’edificio scientifico, può dirsi deva intendersi, con tale designazione. 1
individuo immaginato nella sua pura condotta economico, la quale, nei moventi e
nei fini, si ritiene informata, generalmente, ad un tipo uniforme
corrispondente alla ricerca della massima soddisfazione col minimo di
sforzo cioè all'applicazione integrale del principio del minimo mezzo. Si
comprende bene come dopo questa definizione l’A. non sappia giustificare la
critica che si fa dell 5 *. ck., né sappia vedere alcuna incompatibilità
tra Vh. 03. e la concezione corporativa dell’economia. Un individuo che cerchi
di seguire il principio del minimo mezzo non solo è perfettamente a posto
qualunque sia l’ambiente politico in cui vive, ma è anche Punico individuo
concepibile nella sfera della normalità. Il che riconosce esplicitamente lo
stesso Contento quando afferma: « Ogni uomo vivente tende a comportarsi da
h. ce., cioè misurando la convenienza dei mezzi al fine, non pure nel
rampo stoltamente economico, ma in ogni campo della sua esistenza, e
affermiamo che, se così non fosse, se ognuno non cercasse di
condursi, sempre, seguendo il principio della
economicità, danneggerebbe, alla fine, non pure se stesso, ma
la società tutta intera. Chi così non facesse, sistematicamente, darcbhe
prova non tanto di non essere un egoista, quanto di essere... un
incosciente! E allora? Relegate nella sfera delFincoscienza le azioni non
subordinate alla legge del minimo mezzo, l’uomo è sempre Vh. ce. non
pure nel campo stoltamente economico, ma in ogni campo della sua esistenza
[enfasi mio], né resta dunque modo di distinguere mediante tale principio
le azioni economiche dalle non economiche. Il presupposto fondamentale
della scienza economica si dissolve in una vuota generalità e la fictio
del1 h. ce. si rivela ancora una volta assolutamente inadatta a servire da
ipotesi scientifica. Ex ore tuo iudico te: e non v’è bisogno di aggiungere
altro alla confutazione che Contento ha fatto involontariamente della sua
definizione. Inutile dire che con ciò stesso viene a mancare ogni ragion
d’essere alla critica mossa a Rocco e a Carli — con la quale pur
avevamo convenutotendente a mostrare il carattere astratto dcll’ft. re.:
se Yh. re. è colui che segue il principio del minimo mezzo, h. re. è
l’individuo concreto nella pienezza della sua realtà, in ogni
momento. Dato un concetto così anodino di li. re., si comprende come
Contento non sappia spiegarsi il suo necessario collegamento col
liberalismo politico. Qualunque sia la concezione politica dell’economista,
l’astrazione dell’/i. re. resta nella sua assoluta integrità, perché
rispondente a un rapporto di mezzo a fine che non muta per il mutare del
fine. V’è Yh. re. nel regime liberale, come in quello autocratico come nel
democratico, e Yh. re. adatterà la sua condotta all’ambiente in cui vive
seguendo tuttavia in ogni caso il principio della economicità. Di qui
scaturisce la seconda accusa che Contento muove alle mie affermazioni circa
l’intervento dello Stalo e il rapporto Ira individuo e Stalo.
Per l’A. esistono due modi d’intendere lo Stato e, in particolare, lo
Stato corporativo. « Secondo alcuni, die partono dal vecchio e normale
concetto dello Stato, quale ente rappresentativo degli interessi generali
dei cittadini, creato come organo ad essi superiore, la figura dello STATO
CORPORATIVO è una concezione che evitando i mali dello stretto individualismo,
o liberalismo, come quelli del completo statalismo, riunisce di tali principi i
vantaggi, creando nuove forme d'organizzazione politico-economica, nelle quali
le varie categorie ed i vari ed opposti interessi sociali si riuniscono e con
temperano, consentendo al progresso della vita civile un più armonico
e intenso sviluppo. Secondo alcun altTo. come, e specialmente, lo Spirito,
la differenza consisterebbe in ciò, che la nuova forma, non pure avvicina e
unisce, ma chiaramente accomuna e immedesima Stato e cittadino, in modo da
renderli un unico ente Alle due diverse teorie il Contento fa
seguire i seguenti perentori giudizi. La seconda delle ricordate
concezioni è, a nostro avviso, inconsistente per lo Stato corporativo,
come per ogni altro Stato. Se pur corrispondesse alla realtà, e sarebbe,
evidentemente, per qualunque Stato, ciò avrebbe importanza dall aspetto filosofico,
più che economico. La prima invece, fondamentalmente vera, parte
da un presupposto errato, quale quello della semplice condotta negativa
dello Stato nella organizzazione liberale. E Contento continua mostrando come
anche lo Stato liberale sia sempre intervenuto, in misura maggiore o minore,
nell’economia della nazione e abbia quindi influito sulle economie
individuali. Con l’ECONOMIA CORPORATIVA non si è mutato il problema, e
l’intervento dello Stato è rimasto sostanzialmente della stessa
natura. L’unica questione viva è quella dei limiti di
tale intervento, e i limiti sono stati certamente
spostati, richiedendo nìf individuo una limitazione più ampio alla sua
condona economica. Ld ecco come 1"A. può concliiudere ripetendo
ancora una volta la concezione dello Stato contrattualista-liberale per
cui questo, pur frenando l’arbitrio individuale », concede all’uomo
({il massimo di libertà compatibile in lina civile convivenza. Ma, intanto,
scartata come meramente filosofica (che cosa mai Contento intenderà per
filosofia?) la teoria dell’identità di individuo e Stato, mito il
ragionamento ha preso altra direzione e la mia tesi, che pur si voleva
confutare, non è stata neppure sfiorata. Io volevo contrapporre Stato liberale
e Stato corporativo in quanto il primo è concepito come Stato limite delle
libertà individuali e il secondo invece come Stato potenziatore
delle libertà stesse: volevo contrapporre al dualismo di individuo e
Stato, e alla conseguente distinzione di economia individuale ed economia
statale, l'unità dei due termini e la negazione dell economia
individualisticamente concepita: volevo insomma negare, insieme alla vecchia
concezione economicopolitica dello stato, quel concetto di homo œconomicus che
il Contento si affanna a difendere. Ma la risposta dell'A. lascia
assolutamente impregiudicala la questione, perché gira, senza
affrontarlo, proprio il principio fondamentale della mia critica, vale a
dire quello che dà significato e valore a tutte le particolari
conseguenze. Quell’ individuo che vive nello Stato senza essere lo Stato e
che perciò può venir limitato nella sua lihertà dallo Stato stesso;
quell'individuo che ha finì propri, realtà propria e diversa, sia pure
in parte, dall’organismo di cui è espressione; quel1 individuo è appunto
l’esponente del liberalismo politico e del liberalismo economico, in netta
antitesi col corporativismo come è stato da me teorizzato. Quell’individuo
si è scientificamente dimostrato irreale, e con lui è venuto a
mancare ogni fondamento alla ficiio dell’homo œconomicus di cui è il
presupposto necessario. Non avendo inteso né avendo comunque analizzato questa
negazione perentoria, Contento è rimasto anche lui sulle orme del vecchio
liberalismo, precludendosi la via a ogni comprensione del significato
rivoluzionario della concezione politica del fascismo e del
corporativismo. Al quale proposito il Contento crede di scoprirmi in
grossolana contraddizione, quando io, pur avendo riconosciuto proprio di
ogni Stato il carattere dì immanenza all’individuo, affermo esplicitamente
che solo l’ECONOMIA CORPORATIVA pttò dirsi sul serio scientifica.
Confermato così, anche su questo punto, dice infatti l’A.,
il carattere di congiunzione, o di derivazione, dello Stato
corporativo da quello liberale, non possiamo spiegarci come lo Spirito,
che asserisce non potersi separare, nel campo economico, la concezione
della vita dello Stato da quella delle economie individuali, dato che lo
Sialo interviene sempre in queste, sostenga poi che soltanto l’ECONOMIA
CORPORATIVA sia degna del titolo di scientifica, scrivendo; « che lo Stato
sia costitutivo essenziale della vita individuale non è verità che
s’instauri col regime corporativo, né è limitata alla vita politica
dell’Italia di oggi: ma mai come nell’Italia di oggi questa verità è slata
esplicitamente affermata, inai si è concepita la vita economica nazionale
come una unità così saldamente organica ». — 11 semplicismo di questa
conclusione è troppo evidente per dovervi insistere. — Sarebbe come dire che
soltanto quello e degno del nome di inverno, perché mai come allora ci si
accorse del freddo !). Ma semplicistica, a ver dire, è la osservazione del
Contento ed egli stesso dovrà convenirne se rifletterà sul senso preciso delle
mie parole. Che la concezione copernicana del mondo sia la sola
scientifica non vuol dire che prima di Copernico il mondo fosse governato
da altre leggi; allo stesso modo con l’economia corporativa, o, per essere
più esatti, con l’economia che riconosce l'identità di individuo e Stato
(il corporativismo essendo solo l’espressione teoricamente realizzantesi
di questa identità), si giunge alla consapevolezza della vera realtà dello
Stato e ci si pone in grado di eliminare quegli errori teorici e pratici
che ostacolavano la libera affermazione deH’individuo. Tra la libertà del
liberalismo e quella del corporativismo bene inteso, v’è appunto la stessa
differenza che passa tra Vhomo mconomicus e l’individuo visto nella sua
identità con lo stato. RIFORMISMO 0 RIVOLUZIONE SCIENTIFICA? In un
recente articolo (1/economia corporativa, l’individuo, lo Stato e una polemica,
in Politica Sociale, FoveI cerca di chiarire in qual senso egli consente e
in qual senso dissente dalle tesi da me sostenute. E conclude con questa
pagina che è opportuno trascrivere per intero: « Identificazione ideale,
dunque, fra individuo e Stato. D’accordo. Ma per quale via? Qui si
affaccia la terza cosa, che si deve dire allo Spirito. Essa è che, se la
sua posizione del problema è perfetta, la soluzione che egli ne dà è, dal
punto di vista della scienza economica, imperfetta. Dal punto di vista della
scienza economica, noti bene Io Spirito, e non già da un altro
diverso, per esempio, quello genericamente storico. Ma però, noti ancor meglio
lo Spirito, dal punto di vista della scienza economica toni court. e
non già di quella detta liberale. E dove sta Firnperfezione? Non si può certo
qui. nello scorcio di quest’articolo, già troppo lungo, neanche delibare
la questione. Indichiamo soltanto la grande direttivi! di marcia. Eccola.
Spirito tenta la idenlificuzione ideale dell'individuo e dello Stato,
risolvendoli entrambi in una terza nozione, che è la Nazione. Ora ci
chiediamo noi. forse, qui, se questo tentativo può, scientificamente,
riuscire? Ossia se la nozione di Nazione sia esprimibile in
termini quantitativi? No. Si può anche aggiungere che non siamo
troppo diffidenti in proposito. 0, almeno, non vi crediamo molto meno di
quello che crediamo all'esprimibilità quantitativa dell’individuo. Ci limitiamo
invece a dire clie, tentando questa via. Spirito tenta ab imis una nuova
scienza economica. E che noi invece pensiamo che la identificazione possa
avvenire, estendendo allo Stato lutti i dati formali dell’individuo (e
viceversa), cosi come oggi la scienza economica lo concepisce. E che, così
facendo, la identificazione voluta si realizza attraverso una espansione
energica, ma non eversiva, della scienza economica, quale oggi si
presenta. È un metodo. È un metodo anche questo — esso
consiste nell'innestare nuove teorìe sui vecchi principi rianalizzati e
rifecondati, e che chiameremo riformista — che ha i suoi vantaggi. E che,
tralasciando quelli teorici che ci trascinerebbero nel cuore
della questione, ha i vanlaggi pratici seguenti. Mettendosi per questa via
si potrebbe marciare, almeno per un bel tratto, fianco a fianco con altri
molti studiosi; quelli che anche in altri paesi pensiamo soprattutto alla
nuova scienza economica dinamica americana — lavorano a rinnovare e a
ricostruire, senza ripudiarla, la scienza economica accettata.
Si utilizzerebbero, agli effetti della penetrazione delle nuove
teorie nello spirito pubblico e sopratutto nelle élites, quei sedimenti, che la
tradizione sdentiliea forma sempre, ravvivandoli senza distruggerli. FoveI,
dunque, d’accordo con me con la tesi fondamentale di ricostruire la
scienza economica alla luce del principio della identificazione di individuo e
Stato, non erede che ciò debba farsi operando una vera rivoluzione
scientifica e propone un metodo riformista ebe concilii il nuovo col
vecchio e utilizzi i sedimenti della tradizione. Ora, lasciando da parte i
vantaggi pratici che sono e debbono essere fuori questione, bisogna riconoscere
che una scienza, qualunque essa sia, non può progredire che su se stessa,
svolgendo e perfezionando i principi che ne costituiscono
il fondamento. È questa una verità ormai lapalissiana, specialmente per
chi riconosce nello storicismo il carattere precipuo della nuova scienza.
Chi si proponesse a un bel tratto di arrestare il corso delle cose, e
ricominciare daccapo, dimostrerebbe per lo meno una grande ingenuità e
sarebbe costretto suo malgrado a smentire con i fatti la sua
pretesa verbalistica. Anzi, v’ha di più: a guardare bene a fondo,
ogni scienza coincide con la sua storia, e intenderla e perfezionarla non si
può senza intendere e continuare il suo processo di formazione. E
se questo avviene in generale per ogni scienza, tanto più deve
verificarsi per le scienze sociali e per leconomia politica in particolare:
scienze in cui l’aderenza alla vita storica è più immediata e palese e in
cui le vicende politiche sono più manifestamente condizioni del sorgere e dello
svilupparsi di certi problemi teorici. Né ad altro, in fondo,
ha miralo lutto il lavoro eia me compiuto, con cui ho cercato di
porre in chiaro il delincarsi delle nuove esigenze scientifiche alla luce
de] processo storico che in esse è sboccato trasvalutondosi. Ora, è
chiaro che. se questo è il nostro programma e il carattere fondamentale della
nostra critica, porre il dilemma se convenga meglio una revisione
riformistica o un’opera rivoluzionaria non può avere il significato che a]
dilemma stesso si da accennando all utilizzazione dei residui
tradizionali. Nessun dubhio infatti che tutto il passato vada utilizzato e
inverato, e non superficialmente o rapsodicamente, bensì nella sua realtà
integrale e imprescindibile. Nessun dubbio, dunque, che si debba trattare
di riforma e non di negazione pura e semplice di quanto è stato fatto nel
campo di questi studi: di riforma, e cioè di ulteriore processo che viva
dell’esperienza già fatta e la conduca a nuovi e più profondi
risultati. Se non che c’è riforma e riforma: quella che si svolge nel
ritmo normale della vita di ogni giorno e cambia il mondo quasi
inavvertitamente ponendo pietra su pietra; e quella, invece che segna un
punto di arresto e di ripresa, perché nel lento processo di trasformazione
ci si accorge a un tratto che la via presa non è proprio la più adatta
e che, se non si vuol precipitare, eonvien volgersi in altra e più
giusta direzione. V’è, insomma, la trasformazione ordinaria e quella
straordinaria, senza che tra l’una e l’altra ci sia iato o contraddizione, che
anzi il lento modificarsi delle condizioni crea a poco a poco mia nuova
situazione, la quale all’improvviso si svela ed esige un nuovo
orientamento. Abbiamo allora la rivoluzione, che non è, si comprende,
neppur essa negazione, bensì processo accelerato e rapido dissolvimento di
tutto il negativo che via via era andato affiorando. Una rivoluzione degna
di questo nome non è eversiva, non distrugge nulla che non sia già
distrutto, ma toglie via le macerie perché il lavoro proceda senza
impedimento. e il nuovo si affermi in tutta la sua pienezza di vita. A chi
ci domandasse, a questo punto, se nella revisione della scienza economica
occorra oggi una opera riformistica o rivoluzionaria, potremmo sicuramente
rispondere, senza timore di essere fraintesi. che la crisi di questa disciplina
è giunta ormai a un punto culminante e che vano sarebbe aver fiducia
in soluzioni non assolutamente radicali. Ma si deve, poi, aggiungere, che
la rivoluzione da noi auspicata acquista un carattere storico sui
generis e quasi in apparente contraddizione con quanto è stato fin
qui detto. È una rivoluzione, infatti, che nega, in un certo senso, la
scienza economica quale si è venuta svolgendo da due secoli a questa
parte e che tende a far riprendere il cammino ex nova, per vie finora
non tracciate. Contraddizione apparente, dico, perché anche qui la negazione
non è sterile negazione, e cioè annullamento di qualcosa che abbia una realtà
positiva, bensì riconoscimento esplicito dell’inesistenza di ciò che si
nega. E quel che si nega è addirittura la dignità di scienza airecnnomia
costruita da Smith in poi: si nega, in altri termini, che sia esistito
un economista capace di superare l’empiricità delle ricerche particolari
per assurgere a un sistema informato a un principio unico e organico; si nega
che la sistematicità dei più famosi trattati di economia sia più che estrinseca
e formale; si nega, infine, che ci sia un solo concetto fondamentale
dell’economia (valore, utile, bene economico, gusto, homo œconomicus,
libera concorrenza, ece.) cui si attribuisca un significato non
intimamente contradditorio. Si comprende bene come un’affermazione
così perentoria, così grave e paradossale, debba provocare il dissenso e
anzi lo sdegno di ehi, educato a questi studi, ha imparato a venerare come
sommi maestri Smith e Ricardo, Mill e Pareto; ma bisogna pure una
buona volta spezzare l’angusto cerchio in cui l’economista si chiude,
geloso del suo tecnicismo, e reinterpretare i classici alla luce
del loro tempo, dei loro presupposti speculativi e delle esigenze
loro fondamentali. Occorre, insomma, far scendere gli dèi dall’olimpo in
cui sono stati posti con scarsa consapevolezza storica e procurare
di giudicarli con criteri più larghi e comprensivi, senza farsi deviare
dall’esagerato rispetto di fame consolidate troppo esotericamente. Ma perché
questa opera dia i suoi frutti, è necessario pure che coloro i quali
sono urtati nelle loro convinzioni o nelle loro opinioni abbiano la forza
di considerare senza intolleranza i risultati che loro si offrono, e
soprattutto si dispongano a sceverare ciò che nelle loro convinzioni è
frutto di ricerca personale da ciò che vi si confonde come presupposto
acquisito e indiscutibile sol perché non discusso. Certo, agli occhi loro
deve apparir strano ed assurdo che si possa dubitare del valore scientifico di
una siffatta disciplina e che scrittori ritenuti classici nel senso più
alto della parola siano di punto in bianco riportati a una non aurea
mediocrità; ma essi debbono pur convenire che tutto è relativo e che con
un occhio solo si è re nel inondo dei ciechi, sì che chiudendosi nel mondo
dell'economia non v’è da meravigliarsi se diventino luminosissimi soli le
semplici lanterne del più vasto mondo della cultura. 0 che forse avrebbero
nozione della loro piccolezza i lillipuziani se non conoscessero altro che il
paese di Lilliput? Né, d’altra parte, è lecito pretendere che i giganti di
Lilliput siano presi sul serio fuori del loro regno. E 1’economia non è un
regno che possa vivere in una beata solitudine. Uno degli esempi
tipici del consolidarsi di una fama esageratamente superiore alla realtà dei
meriti effettvi è quello di Smith, il cosiddetto fondatore dell’economia
scientifica. Mezzo empirista e mezzo huonsensista, incline per
educazione alle vaghe ideologie, con troppa abbondanza coltivate nelle
sfumature di una etica inconsistente, lo Smith era certo la persona meno
adatta a dar forma scientifica a una disciplina come l’economia. >)
Vero è rbe ormai i migliori Ira gli storici dellVonomia mettono per lo meno in
dubbio tale qualifica, ma ciononostante Smith reeta sempre in altissimo
loro e in lulti i modi si certa di gontiare ciò che a Smith non appartiene o
ciò che, a lui appartenendo, non è certamente esempio di particolare
prolondilà. Tra labro Smith è diventalo il classico ohbligalorio per chi si
presento agli esami di concorso per l’insegnamento dell’economia
politica nelle scuole medie. A quale titolo? Sta di fatto che i candidali
non lo Studiano e gli esaminatori girano al largo. Evidentemente
ne gli uni nò gli altri riescono a entusiasmarli per una sì
grande □para. Non sarebbe tempo di finirle? Ma, intanto, se il suo
nome, per quel che rigirarti 1 etica, è stato completamente offuscato dai
colossi della speculazione, a cominciare dal suo maestro ed amico Hume,
Leu altra è stata la sorte della sua opera sulla ricchezza delle nazioni,
assurta, non certo per meriti superiori a quelli della sua etica, a pietra
miliare o addirittura iniziale della storia della scienza economica. E il
più strano è che tra le lodi più comunemente rivolte allo Smith
v’è appunto quella di aver sistemato in un organismo unitario ciò che
prima di lui era frammentario e disperso. Ora, se v’è cosa che salta
subito agli occhi a chi legga 1 opera di Smith, è proprio la sua radicale
incapacità a porre unità nelle sue considerazioni e a dare una qualsiasi veste
sistematica alle sue aprioristiche affermazioni da esscryist. Se poi
dall unità passiamo alle singole teorie, la stessa indeterminatezza di
limiti e di formulazione si rivela, anche là dove l’espressione verbale
sembrerebbe più categorica e decisiva; e da indeterminato a indeterminato, si
scende giù giù fino alla fine dell opera senza aver mai agio di poggiar su
un terreno di una qualche solidità. Comunque — valore sistematico a parte
— quale la parola nuova dettaci da Smith? Vano sarebbe cercare una
risposta nella sua opera, ma anche vano cercarla negli storici e negli
apologeti che ne hanno consacrato la fama. La letteratura intorno a Smith
è immensa, ma tutta fondamentalmente viziata dal pregiudizio di trovare ciò che
non c’è: nulla di strano dunque che ancor oggi si discuta se Smi ili abbia
seguito il metodo deduttivo ovvero quello induttivo, se la sua economia
sia conciliabile con la sua etica, se l’interesse
personale Spunto faccia a pugni con la simpatia, e via dicendo:
restando sempre, come Fautore di cui si discute, nel campo di un’economia
a base di opinioni. Che se poi si tenta di fare di Smith il teorico del
liberalismo economico, lo si solleva, sì, nel campo della storia, dandogli
finalmente una fisionomia ben determinata, ma si commette una grande ingiustizia verso
i fisiocrati che in modo ancor più perentorio e genuino erano giunti prima
di lui alle stesse conclusioni. Figura scialba e inconsistente,
mentalità antiscientifica c mnralisteggiante, Adamo Smith è tuttavia
oggi onorato come il padre o uno dei padri dell’economia: non è certo questa
una grande garanzia per la serietà di una scienza. Ma l’esempio di
Smith non è un'eccezione nella storia dell’economìa, che anzi il fatto che
egli stia ancora a godere una fama pressoché incontrastata è la dimostrazione
più evidente del livello speculativo al quale sono rimasti gli economisti
posteriori. Sviluppatasi sempre fuori o ai margini del movimento
idealistico, l’economia politica ha ricevuto a volta a volta l’impronta di
filosofie di secondo ordine, rese ancora più superficiali dal contatto con i
fenomeni empirici presi a trattare. Empiristi, storicisti, scettici,
positivisti, sociologi, ideologi dell’umanitarismo, e simili, si son conteso
il campo, costringendo la realtà viva dei fatti economici entro gli
schematismi aprioristici di vieti dogmatismi. E la realtà è stata svisata e
resa irriconoscibile, ora in nome della scienza, ora in nome di una
astratta idealità sociale, senza mai uscire dall'astratto che si postulava e
senza mai accostarsi alla vita per intenderla davvero e dominarla
con una scienza che non fosse una pseudoscienza. Non è qui il caso di
continuare in una esemplificazione che saia data in forma organica in
altra sede: tanto più che a questa conclusione non è opportuno arrestarsi
considerando solo gli economisti che hanno fatto la scienza, ché anzi dagli
economisti convien passare alla scienza per vedere se il lavoro di molti
non ahhia potuto compensare la mediocrità dei migliori. Al di là della
consapevolezza dei singoli. la scienza può venirsi costruendo in modo pressoché
anonimo, col lento fondersi e integrarsi dei contributi degli studiosi, e
quella concezione che non è stata mai chiara nella mente di
ciascuno scienziato, tutt’assorto nel suo lavoro
particolare, potrchhe rivelarsi all’occhio dello storico abituato a
guardare dall’alto e a comprendere il molteplice nell’unità. Ma purtroppo
v’ha nella storia dell’economia un vizio di origine che ha tolto finora a
questa scienza la possibilità di giungere a un organismo logico e non
contradditorio. È un vizio sui generis, in quanto più che infirmare la
perfezione della scienza, ne ha addirittura vietato la nascita: è un
presupposto assolutamente negativo che ha sbarrato il cammino prima che si
avesse modo di incamminarsi. Si è detto che si cercherebbe invano
nella stoiia dell economia un sistema informato a un principio unico e
sistematico. Ma se questo è vero in senso positivo non è altrettanto vero
in senso negativo; e a tutti è noto, infatti, come la storia dell’economia
coincida in modo quasi assoluto conla storia del liberalismo economico,
anche se questo, velato da un apparente obiettivismo scientifico,
sia rimasto celato agli occhi di molti economisti. Un principio
informatore c’è stato, dunque, e sistematica perciò deve essere stata la scienza
che ad esso si è attenuta. Il che è tanto evidente da non
poter temere smentita, soprattutto da parte di chi quel principio ha
cercato e cerca di mettere nella maggior luce possibile, ad esso riportando
anche quelle conseguenze teoriche che ai più non sembrano necessariamente
connessevi. Ma il fatto è che quel principio lungi dall’essere un
principio costruttivo è meramente negativo e distruttivo, sì che
proprio ad esso si deve Timpossibilità in cui l’economia si è trovata
di assurgere a vera scienza. Per intendere la negatività del principio è
opportuno confrontare la storia dell’economia con quella del diritto, dal
secolo XVIII in poi. E il confronto si rende necessario per il chiarimento
di quel concetto di individuo, che è alla base di tutte le scienze
sociali quali si sono svolte in questi ultimi due secoli. Presupposto, infatti,
di queste scienze, che, alimentate dalle ideologie illuministiche, hanno
poi avuto il loro massimo sviluppo col positivismo sociologico, è l’esistenza
di un individuo concepito come un microcosmo, un individuo, cioè, fine a
se stesso, con volontà autonoma, con libertà di arbitrio, e insomma come
un mondo chiuso in sé, col sacrosanto diritto di rimaner chiuso e di
regnare indisturbato entro la sua sfera d’azione. È il presupposto liberale,
ormai superato da una critica perentoria e inconfutabile, in nome di
una libertà ben altrimenti profonda e coerente. Ma intanto a quel
presupposto bisogna risalire per spiegarsi il valore e i limiti delle scienze
sociali nella loro attuale struttura. Ora, da una libertà intesa in
senso atomistico è chiaro che non può, a rigore, derivare
alcuna scienza, se è vero che una scienza è tale in quanto studia dei
rapporti obiettivi. Una scienza sociale può esistere solo a patto che la
società costituisca un organismo e cioè un’unità intelligibile.
Ma quando si sostiene a priori che la vera unità è l’individuo e che i
rapporti sociali sono disciplinati al solo fine del benessere individuale,
l’oggetto della scienza si frantuma nella molteplicità di
individui, per definizione irrelati e inconfrontabili. L’unica
scienza che si salva è il diritto: e il perché è evidente. Se la società
si costituisce e vive non per un fine sociale bensì per la
salvaguardia dei fini individuali, l’unico contenuto della società sarà
la difesa dei diritti reciproci e Tunico contenuto della scienza sociale sarà
Io studio dei limiti delle sfere individuali: il diritto. Sarà anche
questa una concezione formale ed estrinseca del diritto, inadeguata alle
superiori esigenze oggi manifestatesi, ma intanto è certo che un contenuto
specifico e positivo la scienza del diritto lo ha pur restando nell’ambito di
una teoria prettamente individualistica. E un contenuto positivo ha il diritto
perché ha lo Stato cui propriamente quella funzione compete, e che in tanto lia
una realtà in quanto ha lo scopo di garentire le sfere degli arbitri
individuali. Si spiega, dunque, molto bene come la scienza giuridica ahhia
potuto tanto svilupparsi in questi ultimi due secoli; e si spiega anche
prescindendo dal fatto che al mondo giuridico si sono affacciati scienziati e
filosofi di ben altra forza speculativa che non quella dei più illustri
economisti. Si può dire anzi che nel diritto si conchiude ed esaurisce
teoricamente tutto il mondo sociale illuministicamente inteso, senza alcun
margine per altra scienza che non sia affatto
descrittiva. Trasportato questo stesso principio nel campo deH’economia,
esso si è necessariamente mutato in principio distruttore della scienza. E,
infatti, logicamente lasciata in disparte la realtà dello stato — realtà
affatto giuridica con l’esclusiva funzione di determinare i confini
interindividuali — o relegata in una particolare scienza detta
scienza delle finanze, l’economia ha ipostatizzato l’individuo, rendendolo
assolutamente irrelato attraverso l’astrazione dell’homo œconomicus. Ma
una volta fatta oggetto di scienza una molteplicità irrelata, nessuna
via era aperta per la determinazione di un qualsiasi rapporto entro la
stessa molteplicità. 0 l’homo œconomicus è veramente arbitro e allora
la relazione tra gli homines si potrà soltanto constatare a posteriori, o
la relazione è in qualche modo scientificamente determinabile e allora
l’arbitrio dell’individuo è negato. E la scienza economica per gran
parte è stata fedele al principio individualistico giungendo a conclusioni
meramente negative (libera concorrenza), e quando se ne è scostata è
caduta in una serie di contraddizioni che hanno rotto l’unità del sistema,
o ne sono rimaste al margine. Peggio è avvenuto quando l’economia,
raffinata metodologicamente e spinta da esigenze di maggiore sistematicità, ha
voluto togliere al proprio liberalismo la veste di mera ideologia
politica, traducendn il presupposto individualistico in termini di pura
scienza. Ne è venuta fuori la scuola psicologica e matematica, sboccata in quel
fuoco d’artitìzio cbe è la teoria dell’equilibrio economico generale. Non
è il caso di ripetere qui quanto si è detto altrove e ripetutamente di
questa scuola: basterà porre in rilievo l’antinomia irriducibile tra
l’esigenza di scientificità che l’ispira e l’impossibilità di soddisfarla
per la natura stessa del presupposto da cui muove. Tutta la storia
dell’economia è giunta al suo logico plinto di sbocco e ha segnato il
fallimento di una scienza costruita su una base illusoria. Alla debolezza
speculativa degli uomini si è aggiunta la contradditorietà del principio
informatore e l’economia ha invano tentato per due secoli di sollevarsi a
un grado veramente scientifico. La scienza dell economia è ancora una
speranza dell’avvenire. Ma cbe cosa è oggi, dunque, la scienza
della economia? Credo che migliore risposta non possa esservi di quella
data da Luigi Einaudi parlando della storia delle dottrine economiche,
nelle pagine riportate in questo volume. Per lui tale storia « dovrebbe
occuparsi solo di quelle che sono dottrine economiche proprie, ossia postulati,
assiomi, teoremi, corollari enunciati dagli economisti come tali e
non come filosofi, o politici, o religiosi, o industriali. Quei teoremi o
corollari non sono moltissimi e si chiamano prezzi di monopolio o di
concorrenza, o dei beni congiunti, costi comparati, distribuzione dei metalli
preziosi fra i diversi paesi del mondo, rendita del produttore, del
risparmiatore, del consumatore, equilibrio economico, equazione degli scambi,
rapporto fra moneta propriamente detta e surrogati della moneta, elasticità
delle curve di domanda e di offerta, traslazione e capitalizzazione
dell’imposta, doppia tassazione nella tassazione del risparmio, e simili
astruserie, fortunatamente noiose per la comune degli uomini e poco
appetitose per gli uomini storici, politici, pratici esercenti banca o
commercio o industria, sebbene atte a formare l’unica e suprema delizia
degli economisti di professione. Da qualche secolo gli economisti
faticano per costruire, in questo campo chiuso, un beH’edificio astratto
di teorie logiche e coerenti. Sono lontanissimi dalla meta e questa
non sarà mai raggiunta, perché ad ogni passo compiuto, nuove mete,
nuovi teoremi attraggono la loro attenzione. Per tanto tempo si erano industriati
a creare schemi astratti statici, rappresentazioni atte a raffigurare
un meccanismo in equilibrio in un dato momento. Disperavano, per la
imperfezione degli strumenti di ricerca da essi posseduti, di riuscire mai
a creare schemi atti a raffigurare il « movimento » da un equilibrio a quello
successivo ; ossia a trasformare i loro schemi astratti relativi ad un
momento del tempo in schemi pure astratti, ma relativi al susseguirsi dei
momenti del tempo. Da qualche anno si sono gettati su questo terreno vergine
e, nonostante la difficoltà dell’impresa, non dobbiamo disperare che un
giorno un uomo di genio, capitato a prediligere la dinamica
economica, abbia da dire qualcosa ai filosofi cd ai politici che quei
campi del movimento, ossia del reale e del vivo, hanno sempre, a modo loro e
giustamente a modo loro, coltivato. Per ora, non sarebbe bene che noi
confessassimo di non essere riusciti in tante generazioni adorne di qualche
uomo di genio e di molti ingegni di prim’ordine, i quali avrebbero
onorato, se ci si fossero dedicati, i più illustri campi della matematica pura,
della fisica, della chimica e delle altre scienze, ad uscire dal regno
del [Se, dell ipotetico, dell irreale? Non per mancanza di buona
volontà; ma per sordità della materia, la quale appena ora si piega, in
mano a sottilissimi statistici armati di tutti i più penetranti
strumenti del calcolo, a fornire qualche pallidissima luce, per ora
diffusa attraverso schemi astratti, intorno al reale, che è vita e
movimento. Confessione di fallimento, dunque, e riduzione della
scienza alla molteplicità di alcuni postulati, teoremi e corollari. E
questa è la parola di uno di quegli economisti che, rifiutando la
qualifica di liberali, credono ancora alla saldezza scientifica di teoremi
alla concezione liberale pur intrinsecamente connessi. Vano sarebbe per lui
fare una storia dell economia, che fosse la storia di un principio della
molteplicità delle sue derivazioni. Soltanto alla molteplicità deve badare
lo storico e ricercare 1 atto di nascita dei vari teoremi che mette
conto d’illustrare. Al di là dei teoremi non c’è il sistema e tanto
meno la storia del sistema. E la scienza dunque non c’è se non come
giustapposizione di ricerche particolari. La diagnosi è precisa, ma non
altrettanto precisa ne è l’interpretazione. La scienza non c’è perché è fallito
quel principio liberistico che la negava nell atto stesso rEinformarla :
oggi non sono rimasti che gli scarsi frammenti (postulati, teoremi,
corollari) che vanno finalmente intesi e rifusi alla luce di un principio
ricostruttivo positivo. E, se è vero che il nuovo principio deve
rappresentare il superamento del vecchio, contrapponendo alla pura negatività
di un individuo irrelato la positività e la concretezza deiridentificazione di
individuo e Stato, non può trattarsi evidentemente di un
procedere sulla via già percorsa se non nel senso di riprendere il cammino
con la consapevolezza del fallimento avvenuto. Nulla di quanto si è fatto deve
essere negato: e nessuno potrebbe in buona fede cancellare i tanti risultati
raggiunti nella soluzione di particolari problemi (molti, se non tutti, tra
quelli citati d’Einaiidi, e altri ancora non meno importanti); ma soli
risultati limitati a fenomeni ridotti a termini matematici, o illustrati
da una sapiente statistica, o descrittivi di momenti storici
determinati: non sono la scienza, l’organismo, il sistema, in cui
la luce e sempre unica perché unico il principio c il fine. Quel che
si nega è appunto la scienza che non c’è, e non ci potrà essere fino a
quando non sarà compiuta quella rivoluzione scientifica di cui
fin qui si è discorso. Tra le tante critiche rivolte alla tesi della
identità di filosofia e scienza nell’applicazione fattane nei problemi
della scienza economica, meritano di essere considerate a parte quelle che
ci provengono dai cultori della filosofia. Curiosa posizione,
invero, la nostra, di fronte a scienziati, che loro malgrado sono
indotti a occuparsi, sia pure di sbieco, di filosofia, per rispondere alle
critiche di principio che loro moviamo; e di fronte a filosofi, costretti
a scivolare, con evidente senso di disagio, nel campo scientifico, per salvare
la filosofia da una presunta contaminazione. Curiosa, perché ci troviamo a
dover discutere con illustri scienziati, i quali, per evidente inesperienza
di studi filosofici, vengon fuori con ingenuità sconcertanti e gettano
un’ombra non lieve sulla stessa scienza che professano; e con non
meno illustri filosofi, i quali immaginano una scienza che non esiste e
con essa fanno i conti senza voler uscire dal guscio di quella pseudo
universalità di cui si ritengono depositari. E gli uni e gli altri,
naturalmente, ci combattono in relazione a quella filosofìa o a quella
scienza che non conoscono e concordano a priori nella conclusione
di ritenerci pseudofilosofi o pseudoscienziati. Ma non è colpa nostra
se, stando nel mezzo, ci punge il desiderio di sollevarci sulla reciproca
incomprensione di cui gli uni e gli altri danno prova, e di dimostrare
come quell’universalità cbe i filosofi difendono sia verbale e apparente e come
il rigore sistematico di cui gli scienziati sono orgogliosi abbia la
stessa consistenza delle affermazioni filosofiche che si lasciano
sfuggire. A noi non resta cbe invitare ancora una volta a porsi da questo più
comprensivo punto di vista, dal quale è possibile una visione precisa di
quel cbe siano la falsa filosofia e la falsa scienza. Armando
Carlinicomincia con l’avvertire, in linea di massima, cbe « bisogna
vincere il preconcetto, ancora molto diffuso, cbe ci siano dei principi da
riformare nelle scienze con criteri filosofici, per poi procedere alla riforma
di esse. I principi sono immanenti al lavorio scientifico, il quale
procede riformandosi da sé: l’enunciazione dei principi avviene dopo, non
prima. Se non che tale modo d’impostare il problema presuppone già un
dualismo dogmatico di scienza e filosofia che preclude inevitabilmente la
strada alla comprensione del nostro tentativo. Se principi scientifici e
criteri filosofici son cose diverse, se 1 enunciazione dei principi vien dopo,
se il lavorio scientifico procede riformandosi da sé, vuol dire cbe
la lesi dell’identità di scienza e filosofia resta fuori discussione
e che rammonimento va a coloro i quali 5 ) CIr. la sua recensione del mio
libro su Lo critica dell'econamia liberale, in Leonardo. mescolano una
scienza e una filosofia intese Alla vecchia maniera. Per conto nostro non
possiamo aver la pretesa di riformare i prìncipi delle scienze con criteri
filosofici perché non conosciamo criteri filosofici che non siano i principi
stessi delle scienze: ammettiamo che il lavorio scientifico proceda
riformandosi da sé per la semplice ragione che non conosciamo alcun altro
lavorio oltre lo scientifico: e infine non possiamo ammettere che l
enunciazione dei principi avvenga dopo per la stessa ragione per cui non
possiamo ammettere che avvenga piìma essendo i principi, come ben
osserva Carlini stesso, immanenti al lavorio scientifico. Ma il
Carlini non si arresta a queste osservazioni e riafferma il dualismo in modo
ben più perentorio. La vita, egli scrive, nella filosofia gentiliana è pura
spiritualità e personalità del soggetto: per lo scienziato, è nel divenire
storico della realtà eh egli studia, e a questa cerca di adeguare i
suoi concetti. La scienza, se non procede così, con questa mentalità, non
è più scienza. Introdurre nella scienza una questione morale (la
consapevolezza che quel mondo della scienza ha dei limiti, e che in noi è
una ragione di vita che lo supera) è distruggere il prohlema proprio dello
scienziato. Dove è da osservare che la vita del soggetto è appunto il
divenire storico della realtà ch’egli studia; che il mondo della scienza non ha
limiti, bensì li ha ogni scienza vista nella sua particolarità ;
e infine che lo scienziato, il quale non avesse la consapevolezza dei
limiti della sua particolare scienza, non sarebbe scienziato. Del
resto, il dualismo cui si arresta il Carlini è più un residuo di vecchie
teorie che non una precisa convinzione. Tanto è vero ch’egli ammette
la bontà dei miei saggi e la spiega « non con gli schemi dellTntroduzione
ma con quanto l’autore vi porta di conoscenza concreta dei problemi
dibattuti, e soprattutto con quel vivo senso della storicità di questi problemi
ch’è, nel campo della cultura in generale, specialmente per noi italiani,
una delle conquiste fondamentali dell’idealismo contemporaneo. Ora, è
chiaro che il senso della storicità dei problemi discussi è appunto la
consapevolezza dei limiti delle affermazioni scientifiche e sta a
dimostrare, in atto, l’identità di scienza e filosofia. Che poi l’Tntroduzione
si riduca a schemi irrilevanti ai fini delle affermazioni
scientifiche contenute negli altri saggi, è cosa per lo meno discutibile:
comunque ciò non denoterebbe la natura filosofica dellTntroduzione in contrasto
con la natura scientifica dei saggi, bensì lo scarso
valore filosofico e perciò lo scarso valore scientifico
della Introduzione stessa. In altri termini, in essa permarrebbe alcunché
di quell’astrattismo filosofico che noi ci proponiamo di combattere non meno
del correlativo astrattismo scientifico. Il dualismo di scienza e
filosofia è presupposto in modo ancor più perentorio da COLAMARINO (vedasi),
che ripetutamente ha voluto dimostrare ) G. Col A Marino, Scienze e
filosofìa, in Nuovi problemi; recensione, La eritrea della economia
liberale; Scienze sociali, filosofia e scienze economica, 1 autonomia
della scienza dando come unica legittima una scienza non filosofica e perciò a
lui. studioso di filosofia, affatto ignota. « Ma peggio sarebbe certamente »,
egli osserva, « se l’idealismo assoluto volesse entrare nel dominio della
scienza per migliorarla e renderla più rispondente alla vita — come
appunto sostiene il libro di cui parliamo. Non potendo la filosofia dettar
legge alla scienza. né costruirla come una finzione intellettuale che le
rimarrebbe sempre estranea, potrebbe accadere che, col concorso di circostanze
che non occorre specificare, l’invocato connubio tra scienza e filosofia,
segnasse in Italia l’inizio di un periodo di grande confusione, se non nel
mondo della cultura, per lo meno in quello della scuola (recensione cit.).
E qui, al solito, si parla di una filosofia che dovrebbe entrare nel mondo
della scienza, e di un connubio di scienza e filosofia, laddove
la tesi che con ciò si vuol combattere è quella di una scienza che è
filosofia e che filosoficamente progredisce correggendo i suoi principi. Non si
tratta di unire due mondi, bensì di riconoscerne l’identità. Al che
Colamarino, finché rimarrà sulla via intrapresa, non potrà certamente giungere
per l’inesperienza da lui dimostrata degli studi scientifici in genere e
deireconomia in ispecie. Chi dubitasse di questa mia affermazione non
avrebbe che a leggere le osservazioni che Colamarino fa sulla mia critica
di Pareto, e riflettere in particolare sul seguente passo, in cui si cerca di
svalutare il mio giudizio giudicandolo meramente filosofico.
Bisogna concludere perciò, egli scrive, « che di uno scienziato è troppo
vano e tardivo fare la critica filosofica, dopo che tale critica si è già
esercitata sulla forma del sapere scientifico, e che quella critica
è poi anche fuor di luogo se deve valere per gli scienziati. Se Pareto non
avesse scritto il Manuale, tutti i suoi libri pseudostorici e sociologici
non sarebbero valsi a ricordarlo agli scienziati, e quindi lo Spirito non
avrebbe sentito il bisogno di occuparsi di lui. Ora, parlare di Pareto,
come egli ha fatto, svalutando il Manuale, e concentrando tutto Tinteresse
sullo scetticismo sorto nell’animo paretiano nel vano tentativo di combinare
insieme la sociologia con l'economia, significa rimanere ai
margini dell’argomento, rinunciare a parlare di scienza per eccessivo
attaccamento alla filosofia. Se Colamarino avesse letto davvero Pareto
e si fosse reso conto delle mie critiche, non avrebbe certamente
scritto queste righe che sono la conferma decisiva dell’impossibilità in cui
egli si trova di discutere il problema dei rapporti tra filosofia ed
economia. Il Manuale ch’egli contrappone ai libri pseudostorici e sociologici è
proprio il saggio di Pareto in cui le ideologie sociologiche e
pseudofilosofiche prendono il sopravvento sulla scienza economica più aderente
alla tradizione rappresentata dal Cours, e mettono capo a leggi e
teoremi privi di qualsiasi rigore logico. Lungi dal rinunciare a parlare
di scienza per eccessivo attaccamento alla filosofia, io ho voluto dimostrare l’inconsistenza
scientifica della costruzione di Pareto dovuta al suo impelagarsi nella
filosofia (che è, s’intende bene, una cattiva filosofia). Se Colamarino ritiene
che scientificamente il Manuale rappresenti qualcosa di altro e di meglio
di ciò che è stato da me filosoficamente criticato, lo dimostri, e
si finisca ima buona volta dì contrapporre al mio Pareto un Pareto scienziato
che nessuno dà prova di conoscere e di saper difendere contro un
giudizio che ne investe i principi fondamentali. E qui mi occorre di
dare un consiglio ai contraddittori, filosofi o economisti, che siano, ma
soprattutto se economisti: non continuino a oppormi inutilmente vaghi
filosofemi e opinioni approssimative sulla possibilità o impossibilità del mio
assunto, ma cerchino di saggiare in concreto la validità deile critiche
particolari e dei criteri ricostruttivi. Allora soltanto la discussione potrà
riuscire feconda ed esser liberata da quel filosofismo di cui sono
purtroppo infetti i miei accusatori. Delle tante pagine che il Colamarinn mi ha
dedicate non interessano certo quelle che pongono una pregiudiziale filosofica:
non interessano e perciò non le discuto. Interessano invece, e vorrei quindi
discutere, le osservazioni circa i problemi concreti della scienza
economica, ma purtroppo di queste vi ha molta scarsezza negli articoli
citati. L’unico punto un po’ determinato è quello che concerne l’ipotesi dell
homo cp.canomic.ua, da Colamarino riproposta a fondamento della scienza
economica. Contro il Contento, ch’era della stessa opinione, e che aveva
definito l’homo œconomicus « l’inividuo immaginato nella sua pura condotta
economica, la quale, nei moventi e nei fini, si ritiene informata,
generalmente, ad un tipo uniforme corrispondente alla ricerca della
massima soddisfazione col minimo sforzo, cioè all’applicazione integrale
del principio lfi Suino del minimo sforzo », avevo opposto che, se
tale è l’ homo cp.conomicus. l’uomo è sempre economico, in ogni campo
della sua esistenza, perché sempre tende alla massima soddisfazione col
minimo sforzo, e che dunque la fictio dell’/i. ce. si rivela ancora una volta
assolutamente inadatta a servire da ipotesi scientifica. Ora, su questo
ragionamento, « impressionante nella sua semplicità », come dice lo
stesso Colamarino, si trova modo di sofisticare distinguendone la validità
scientifica da quella filosofica e concludendo che il principio si estende,
sì, a tutti i campi dell’attività umana, ma acquista un particolare
significato allorché si parla di economia politica. « E qual’è, continua
Colamarino, C( l’economicità sulla quale si erge l’edificio
della scienza economica? È indubbiamente l’attività che sì esercita
nella produzione, nello scambio, nel consumo dei beni materiali, misurabili,
trasferibili, o riducibili comunque a nozione quantitativa. E l’homo œconnmicus
non è altro che l’individuo che esercita tale attività: individuo che non
è certo l’Io della filo sofia e neppure tutto l’individuo sociale (che
allora la economia sarebbe tutta intera la scienza sociale), ma che è
appunto quell’astrazione, quella fictio necessaria alla scienza
dell’economia » (Scienze sociali ecc.). Ma con ciò Colamarino conferma
appunto che la definizione del Contento, e di tanti altri prima, è errata,
perché generica, e che il vero homo ceconomicus è invece l’individuo che
esercita la sua attività nella produzione, nello scambio, nel consumo dei
benimateriali, misurabili, trasferibili, o riducibili comunque a nozione
quantitativa. Filosofica o scientifica che fosse, la mia obiezione era dunque
valida e la definizione è stata cambiata. Che poi la nuova formula non
abbia, neppur essa, alcun valore scientifico, è cosa che dovrebbe risultare
abbastanza evidente dopo tante discussioni in proposito, ma non sono alieno dal
tornarvi su, se al Colamarino, o a qualche altro in sua vece,
venisse il desiderio di maggiori delucidazioni. Ciò che importa è di
discutere su questa piano, senza continuare a domandarsi se si tratti di
scienza ovvero di filosofia, e cercando, semplicemente, di ragionar
bene. À coronamento della sua grande opera di storia economica. Werner
Sonibart ha voluto compiere un tentativo di sistemazione scientifica
dei principi fondamentali dell’economia, e ha scritto un’opera (Die
drei Nationalókonomien, Miinchen und Leipzig, Duncher und Humhlot)
intenzionalmente rivoluzionaria, che non potrà non destare scandalo presso
tutti gli economisti convinti dell'assolutezza e infallibilità delle loro
leggi. Ai cattedratici ortodossi che si compiacciono della solidità di quel
corpo di dottrine economiche messo insieme dai classici e via via
perfezionato dagli scienziati puri pervenuti al rigore delle discipline
matematiche, il Somhart getta risolutamente in faccia l’accusa di radicale
incongruenza e di cieco dogmatismo. Lungi dal rappresentare una scienza
esatta, l’economia si trova oggi in una situazione disperata -verzweifelle
J.u&tand unserer Wissenschaft -che Somhart non teme di rappresentarsi
con le fosche tinte di uno spaventoso caos. Naturalmente il giudizio è
confortato dallanalisi dei motivi e dalla dimostrazione inoppugnabile
della indeterminatezza dei principi su cui la scienza delFeeonomia è stata
fondata. Si tratta di un imprecisione che ha involto lo
stesso concetto di economia e poi lutti i metodi di ricerca e tutta
la terminologia scientifica. Criteri estrinseci di classificazione,
interferenza di motivi disparati, delimitazioni arbitrarie, presupposti
infondati e concetti equivoci hanno portato la confusione nel campo
degli studi economici, facendo smarrire ogni senso dei suoi confini e
delle sue caratteristiche peculiari. L’economia si è accontentata fin qui
di concetti che a guisa di vagabondi si sono aggirati tra 1 confini
dei vari paesi, senza Leu sapere dove avessero diritto di cittadinanza.
Con tal genia errante e vagabonda l’economia ba voluto riempire i quadri
del suo esercito di concetti: valore, bisogno, bene, piacere, pena, utilità,
eco., e ha persino concesso a questi vagabondi la dignità di “Grundbegriffe.”
Non si tratta dunque di eliminare errori o di colmare lacune, bensì di
trasformare ab imis tutta la scienza economica mediante l’assunzione di
principi affatto diversi e a confini ben determinati. Non v’è uno solo dei
concetti di cui ] a scienza economia oggi fa uso che non sia di carattere
empiri co e perciò suscettibile delle infinite interpretazioni giustificate
dalle contingenze del suo uso. Aver la pretesa di far della scienza
rimanendo su un terreno così poco stabile è un assurdo che il Somharf
riesce a mettere efficacemente in luce, mostrando l’urgenza dei rimedi. Ed
egli senz’altro’ afferma, con simpatico orgoglio, di aver
appunto intenzione di recare « un po’ d’ordine in questo caos )) e di
dar finalmente rigore scientifico a una disciplina che con troppa evidenza ha
dimostralo di non averne affatto. Con questo libro una nuova epoca
dovrebbe, dunque, iniziarsi nella storia della scienza economica. Per
chiarire la sua posizione di fronte a tutti gli altri indirizzi
scientifici, Sombart compie fin dalle prime pagine una generale
ripartizione dei sistemi di economia in tre grandi tipi, caratterizzati
dal metodo di ricerca: il metafisico o normativo (Tirhtende Nationalokonomie),
il naturalistico o classificatorio o descrittivo (ordnende A
lational-Òknnomie) e infine lo spiritualistico o critico (vptslehende
Nationalokonomie). Del primo sarebbe rappresentante tipico Sau Tommaso,
del secondo il Pareto, del terzo il Sombart (das « meinige »).
E tutto il libro quindi vien ripartito in tre parti, due delle quali
volte alla critica dei sistemi giudicati inadeguati (metafisico e
naturalistico) e l’ultima invece destinata a porre i fondamenti della
nuova costruzione spiritualistica. L’economia normativa non ba lo
scopo di studiare il mondo nella sua effettiva realtà, ma di indicare ciò
ch’esso deve divenire: non si riferisce all’essere ma al dover essere, e
in quanto tale pone le direttive della condotta umana per l’instaurazione
dell’economia giusta. I concetti su cui essa si fonda sono perciò concetti
sociologici come classe o mestiere; concetti di giustizia come giusto
prezzo, giusto salario o giusta distribuzione; concetti di valore come
sfruttamento, ecc. I suoi fini sono quelli di determinare i valori assoluti,
di riconnettcre ad essi le proposizioni scientifiche, di tradurli nella
pratica della vita e di segnalare le deviazioni della realtà
dall’ideale. Dopo aver esposto i vari tipi di questa economia normativa,
l’Autore si domanda se essa sia scientificamente ammissibile e se possa
quindi rappresentare il vero canone metodologico dello studioso. Nella risposta
si rivelali d’un tratto tutti i limiti dell’orizzonte speculativo del
Sombart e si iniravvedono le difficoltà che egli dovrà superare per
liberarsi, almeno in parte, dai pregiudizi della ideologia da cui prende
le mosse. Ancora fedele al concetto positivistico di scienza e alla
conseguente critica antifilosofica, egli distingue in modo categorico il
mondo dell’esperienza dal mondo dei valori, la scienza dalla filosofia, e alla
prima riconosce la possibilità di una verità obbiettiva laddovealla seconda
consente un significalo esclusivamente soggettivo. L’economia, in quanto
scienza, non può indicarci l’ideale di una maggiore produzione, perché
tale ideale implica la soluzione di un problema non semplicemente
economico, ma totale o metafisico, quale è quello del fine sociale: implica,
cioè, una particolare visione del mondo una Weltanschauung, che trascende
assolutamente i meri dati scientifici. Né è possibile, secondo il Sombart,
che tale concezione integrale informi comunque di sé una scienza
particolare, perché la differenza fra la parte e il tutto, ossia tra la
scienza e la filosofia, non è soltanto quantitativa, bensì anche
qualitativa. La filosofia è da lui intesa come intuizione religiosa, come
conoscenza personale e soggettiva: se essa si insegna, i] suo insegnamento
non può considerarsi come 1 introduzione a una verità, ma come una suggestione
personale del maestro sull’alunno, come un invito alla lede del
maestro. La conoscenza filosofica, perciò, è essenzialmente relativistica
e può rivelarci un solo aspetto della realtà, mutando legittimamente da
persona a persona, con pari validità per ognuno. Alla
fede scientifica, originariamente positivistica, il Sombart può
giustapporre, senza timore di ledere la sicurezza obiettiva dell’esperienza,
una filosofia relativistica e scettica, fornitagli a troppo buon mercato
dall’indulgente Simrnel. E allora dalla scienza si dà il bando a tutti i
giudizi di valore, che. in quanto personali, non possono costrìngere
logicamente, ma debbono rimanere fuori dell’esperienza e dell’evidenza. 11
loro fondamento è Femore: per i valori 1 uomo vive e muore, ma i valori
non conosce: essi appartengono alla sfera filosofica o religiosa, nella quale
dunque può solo rientrare tutta l’economia normativa. In tal guisa
vien liquidato dal Sombart uno dei tipi fondamentali della scienza
economica, e il lettore non può non rimanere sorpreso dalla facilità
e diciamo pure — superficialità, con cui si ripetono monotonamente la
istanza scientifica del positivismo, l’affermazione dogmatica
della validità di un’esperienza e di un’evidenza logica non meglio
definite, l’accusa di relativismo alla filosofia, e 1 impossibilità scientifica
di un qualsiasi giudizio di valore. Se dovessimo arrestarci a questa prima
parte del libro, non avremmo che a concludere in modo affatto negativo, perché
se il Sombari avesse sul serio mantenuto fede a tale pozione iniziale, nessun
motivo nuovo e nessuna nugoli esigenza sarebbero scaturiti dalla sua
ricostruzione. 1] dualismo di conoscenza e fede, di fatto e
valore, di oggettivo e soggettivo, ci appare finora così radicale e
grossolano, da far ritenere completamente fallito il tentativo e da far
per lo meno dubitare della serietà di un effettivo riordinamento
della scienza economica. Più che la rozzezza dei motivi critici^
meraviglia vedere in un uomo di tanta cultura l’assoluta incapacità di prender
atto dello sviluppo del pensiero contemporaneo e delle infinite istanze
critiche sollevate d’ogni parte al massiccio credo positivistico, cui il
Sombart sostanzialmente serba ancora fede. Lo stesso Pareto, del quale
egli ricalca fin qui le orme, aveva detto queste cose in ben altra e
più nuova maniera: né si capisce come vi si possa ancora tanto insistere,
senza porre in campo argomenti nuovi o senza impostare diversamente la
logora questione. Si tratta, oltre tutto, anche di sensibilità e di
gusto. Ma fortunatamente il Sombart. pur portando attraverso tutto il
libro il peso di tali presupposti, sa presto sollevarsi a un altro livello e
affacciare esigenze in netta antitesi con le prime affermazioni. Da una parte
si affina in lui il concetto di esperienza, dall altra si attenua fin
quasi a scomparire il crudo dualismo di scienza e filosofia. E già nell
analisi del secondo tipo di sistemi economici, quello classificatorio o
descrittivo, si comincia a delineare una forte istanza critica rispetto alla
comune concezione naturalistica della scienza. Caratteristiche della
scienza della natura sono la validità universale e l’assoluta obiettività
dei principi e delle leggi: ma questo risultato, che è il risultato
più grande raggiungibile dalla scienza, è possibile solo a patto di
rimanere in una zona meramente formale. Se analizziamo, infatti, le
proposizioni delle scienze naturali, ci accorgiamo ch’esse si riferiscono a
fenomeni morii, già realizzati fìssati e resi calcolabili attraverso un
processo di elementarizzazione. Il tutto, l’essenza della
natura sfugge completamente e va relegato nei campi della metafìsica:
ciò che resta oggetto di scienza sono i particolari aspetti, i fatti
semplici, i fenomeni misurabili, i quali vengono raccolti e ordinati secondo
principi formali estrinseci (concetti generali, schemi, leggi,
uniformità). « La conoscenza, come viene intesa nelle moderne scienze
naturali, è una comprensione esteriore delle cose; è una conoscenza dal di
fuori, o, come fu anche detta, particolare, vale a dire ch’essa si limita
a un solo carattere: la quantità (Gròsse). Fornendoci solo la misura o
il numero delle proprietà dei fenomeni, le scienze naturali hanno
sostituito un rapporto formale e unilaterale all’unità complessa. Ora, v’è
un modo di costruire la scienza delreconomia, che si ispira appunto a tali
criteri naturalistici, poco preoccupandosi del valore conoscitivo dei
risultati. E il Sombart giustamente ravvisa nei seguaci di questa ordnende
Nationalókonomie non solo i teorici delFoggettivismo, ma gli stessi
soggettivisti, gli psicologi, i marginalisti e i seguaci delle teorie
dell’equilibrio. Egli non si lascia ingannare da un presunto soggettivismo
e. dopo aver osservato cbe esiste un modonaturalisticodi fare la
scienza dell’anima e dello spirito, giunge fino a rilevare il carattere
equivoco del principio di ofelimità del Pareto. Una critica condotta in termini
sì efficaci e rigorosi della concezione naturalistica della scienza basta
a farci comprendere come la posizione piattamente positivistica dell’altra
critica alla richtende Nationalókonomic non fosse sufficiente per
individuare il livello speculativo cui Sombart è pervenuto. Qui si rivela una
coscienza abbastanza esatta e approfondita di tutto quel movimento di
reazione idealistico alla scienza che ha caratterizzato gran parte
del pensiero filosofico e scientifico degli ultimi decenni, e si dimostra
a chiare note una radicale insoddisfazione per rinfallibile obiettività e
assolutezza di cui presumevano avere il monopolio i positivisti. Se, quindi, si
volesse nuovamente definire, limitandoci a questa seconda tappa, la
concezione speculativa del Sombart. occorrerebbe cercarne i limiti in
quella stessa critica alla scienza cbe caratterizza le filosofie contemporanee
antintellettualistiche. E i lìmiti allora si ritroverebbero nel
dualismo di natura e spirito, cbe pesa purtroppo sulla scienza e sulla
filosofìa come dualismo delle stesse discipline, e che fa ritenere tuttavia a
molti insuperabile la concezione naturalistica delle scienze naturali. L’accusa
che il Sombart muove alla scienza della economia non riguarda, per sua
esplicita confessione, la scienza della natura, la quale è e deve essere
naturalistica, e necessariamente degenera nella metafisica quando voglia
supeiare il proprio caratiere meramente formale: il che vuol dire che
scienza naturale e scienza sociale sono assolutamente eterogenee, e che alla
prima competono metodi di ricerca affatto diversi da quelli
seguiti dalla seconda. La conseguenza ultima sarà che la scienza
sociale per quel tanto che interferirà con la scienza naturale diverrà per
definizione impossibile e assurda, come appunto confermerà
nell’ultimo svolgimento del suo pensiero lo stesso Sombart. Egli, al
solito, non sospetta che la critica alla scienza ha il solo valore di una
critica alla concezione naturalistica della scienza e non pensa neppure che
la scienza della natura possa farsi con altri criteri che non siano
quelli estrinseci del positivismo : dalla sua critica perciò egli non
perviene a una nuova visione della scienza, in generale, bensi soltanto a
un distacco arbitrario delle scienze sociali, che vorrebbe sottrarre alla
metodologia propria delle scienze naturali. È questo certamente un passo
innanzi rispetto alla comune critica alla scienza, ma è un passo fatto a
costo di un dualismo che comprometterà inevitabilmente la nuova costruzione. Dall’analisi
compiuta della richtende Nationalókonomie e della ordnende Nationalókonomie
sono scaturiti per contrasto i caratteri che dovrà avere la vera scienza
dell’economia, la verstehende Nationalokonomie. E il problema viene a
porsi in termini almeno apparentemente rigorosi, quando il Sombart affaccia
l’esigenza di un criterio conoscitivo che sfugga per la sua obiettività
al relativismo di una metafisica soggettività e non si esaurisca d
altra parte in una sistemazione affatto estrinseca e classificatoria dei
fenomeni sottoposti a indagine. La nuova scienza dovrà giungere
alla essenza della realtà economica, pur non abbandonando mai il terreno
concretissimo dell’esperienza. Per giungere a questo risultato il Sombart
compie il maggiore sforzo speculativo che gli è possibile assumendo
entusiasticamente a guida indiscussa il pensiero del nostro Vico, dal
quale appunto trae argomento per ipostatizzare il dualismo, cui abbiamo
accennato, di scienza della natura e scienza sociale. (( lo sono disposto )),
afferma risolutamente il Sombart, « a riconoscere in Vico il padre delle
moderne scienze dello spirito e di un relativo particolare metodo di
conoscenza. Egli è. a mio modo di vedere, il primo che nei tempi moderni
abbia contrapposto con coscienza le scienze storiche alle scienze naturali
e abbia dimostratolanecessità perle prime di un metodo d indagine diverso
dall’usuale)). E che il Vico sia proprio il padre della « verstebende »
sociologia il Sombart vuol dimostrare trascrivendo addirittura nel testo
italiano il noto passo della Scienza nuova: «Questo mondo civile
certamente egli è stato fatto dagli uomini: onde se ne possono, perché se
ne debbono, ritrovare i Principi dentro le modificazioni della nostra
medesima mente umana. So che a chiunque vi rifletta sopra, deve recare una
somma maraviglia, come tutti i Filosofi seriosamente si studiarono di
poter conseguire la Scienza di questo Mondo naturale, del quale, perché
Dio egli il fece, esso solo ne ha la Scienza ; e trascurarono di meditare su
questo Mondo delle Nazioni, o sia Mondo civile, del quale, perché
l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la Scienza gli
uomini ». Ora, la scienza dell’economia, come tutte le scienze
sociali e la sociologia in genere — il Sombart preferisce ancora questo termine
a quello di storia — riguarda appunto il mondo fatto dagli uomini, vale a
dire non il mondo della natura, bensì quello dello spirito o della Kultur
: quel mondo che noi possiamo conoscere veramente perché costruito da
noi. « Noi e noi soltanto siamo i creatori della cultura e ci muoviamo in
questo piccolo mondo come Dio in quello grande. In questo nostro mondo noi
siamo in effetti il Dio onnisciente e onnipotente », Intesa in tal modo la
cultura come tutta l’opera umana in contrapposizione alla natura, si
comprende bene come il Sombart possa concepire una scienza dell’economia
spiritualistica e al tempo stesso sperimentale e obiettiva. Metafisica era
la richtende Natianalòkonomie perché presumeva di conoscere un mondo
trascendente il nostro pensiero: formalistica era la ardnende Nationalòkonomie
perché voleva arrestarsi nel campo delle scienze sociali agli stessi
criteri validi per le scienze naturali : ma non più metafisica né
formalistica sarà la verstehende JSationalókonomie, che potrà giungere
all’essenza delle cose, senza tuttavia sconfinare in un
mondo trascendente. Essa potrà divenire veramente
una Erfahrungxwi.'isp.nschaff, quando sarà concepita come una
Geistwissenschaft nel senso di Kulturtcissenschaft. Con l’affermazione
della verstehende Nationnlofconomie come sociologia il Sombart raggiunge
il più alto livello che gli è consentito dai suoi presupposti filosofici:
e alla luce di essa ci è ota possibile ritornare alle critiche delle due
prime forme scientifiche dell’economia e intravederne quel più profondo
significatico intuitivo che mal ci è apparso attraverso la rigorosa
riduzione in termini logici che ne abbiamo fatto. Perché adesso ci è dato
capire come la critica grossolanamente positivistica rivolta alla
richtende Natiflìialakonomie non stava a dimostrare una meschina adorazione
del fatto, visto fuori della vita dello spirito e della storia,
bensì piuttosto l’insofferenza per ogni forma di scienza moralistica,
volta a determinare aprioristicamente i fini dell’attività umana in genere
e di quella economica in ispecie. Se in quella critica predominava senza
dubbio il vecchio pregiudizio positivistico di un’esperienza intesa in
modo affatto oggettivo, è pur vero che a esso si accompagnava una
coscienza storicistica di ben altro valore, tendente non all’eliminazione dei
valori spirituali, bensì al loro spostamento dall’astratto campo della
metafisica moralistica alla salda e concreta realtà della storia. Che è
poi la 6tessa esigenza che induce Sombart a svalutare le scienze
naturali e insieme il modo naturalistico dì costruire la scienza
economica. Non che egli non creda utile una sistemazione formale dei
dati dell’econoniia, che anzi ne conferma in questo stesso libro
l’opportunità e addirittura la necessità, ma non ritiene che in essa possa
esaurirsi il compito di una scienza destinata allo studio di una realtà
viva e progrediente quale è l’attività umana creatrice della storia.
Gli economisti tanno finora oscillato tra un arbitrario moralismo e un
formalismo tautologico enon hanno mai saputo assurgere a una effettiva
comprensione dei fenomeni che volevano spiegarsi: Sombart ne ha visto
efficacemente le ragioni ed è salito a lina forma superiore di
storicismo. Lo storicismo del Sombart, infatti, è molto diverso da quello
tradizionale della scuola storica e si comprende come egli non ami troppo
la parola, che pur è la più adatta a caratterizzare la sua posizione. Al
vecchio storicismo Sombart è giustamente contrario e la diagnosi che ne compie
coglie proprio il segno. Se la scuola storica aveva avuto rintuizione
delle complessità e varietà dei fenomeni economici, non aveva poi saputo
elevarsi fino al loro dominio ed era finita neH’irrazionalismo :
lo storicismo, come descrizione empirica dei fenomeni visti nella
loro caotica molteplicità, non è la scienza ma la negazione della scienza. Lo
storicismo di Sombart, invece, penetra al fondo della mutevole realtà e
vuol coglierne la logica del movimento: e questo può fare, perché, grazie a VICO
(si veda), ha compreso che quella logica è la logica stessa del nostro
pensiero. Ma se così è, necessariamente ne deriva che in tanto è possibile
intendere un qualsiasi fenomeno della realtà — e nel
caso particolare, un fenomeno economico — in quanto lo si riconduce
al sistema integrale di quel pensiero che gli ha dato origine dando
origine a tutto il mondo della cultura. Vano e assurdo è ogni tentativo di
determinare un qualsiasi principio scientifico nel campo dell'economia, se non
si tiene ben presente che il fatto economico è intelligibile soltanto in
funzione di tutti gli altri aspetti della realtà in cui esso sorge e si
svolge. E il significato stesso dei termini cbe si adoperano dagli
economisti non è definibile se non in rapporto alle diverse condizioni
storiche, continuamentevariando con il variare di queste; sì che soltanto con
un atto di arbitrio ingiustificato è possibile agli economisti fissare una
legge sciertifiea di presunto valore assoluto, trascendente il tempo e lo
spazio. L’errore più grave della scienza economica quale si è svolta
fin qui è stato appunto quello di ipostatizzare alcuni termini e
alcuni principi, obliando il nesso loro imprescindibile con la concreta
vita storica dalla quale termini e principi avevan tratto
alimento. Anche le parole di significato più generale e apparentemente
affatto libere da legami con una particolare epoca storica — ad es. scambio —
in effetti non significano nulla, e per diventare davvero intelligibili
hanno bisogno di una determinata qualificazione storica — lo scambio presso i
primitivi, nell’epoca capitalistica, ecc. Il che implica che
la scienza dell’economia va ricostruita ex novo, come scienza storica
che utilizzi concetti storici e si ponga perciò in grado di superare l’attuale
stato caotico dovuto al giustapporsi di principi originati da diverse
situazioni storiche e tuttavia messi su di uno stesso piano, con la
pretesa di farli corrispondere a qualsiasi situazione storica. Si
continuano oggi a ritenere scientifiche tante leggi dell’economia
classica, e non ci si accorge che quelle leggi non hanno più valore perché
i termini in cui sono espresse 17 - Srum hanno cambiato di
significato, senza che Leconomi- sta ahhia riflettuto sulla portata di
tale mutamento. E a poco a poco l'economia è diventata un lavoro
di mosaico, in cui ogni pietruzza sta per conto suo, senza che
neppure in tale indipendenza possa avere una fisionomia sua, suscettibile
com’è di infinite colorazioni, alle diverse luci che la illuminano.
11 Somhart ha visto come pochi questa essenziale inorganicità e
incongnienza della scienza economica e ha saputo scoprirne la piu profonda
ragione. Senonché il Somhart non può raccogliere tutti i frutti della
sua concezione per i limiti stessi entro cui rigorosamente la circoscrive
arrestandosi alla dottrina dì Vico. Se l'aver riallacciato il nuovo storicismo
al pensiero del grande filosofo italiano costituisce il più gran merito del
Somhart, l’aver poi creduto che si possa ancor oggi, dopo due secoli
di intensissimo travaglio speculativo,impostareil problema proprio negli
6tessi termini, è purtroppo tale un errore da compromettere in modo
irrimediabile il risultato di ogni ricerca. L’errore
consiste nel dualismo vichiano di mondo umano e mondo naturale,
considerati l’uno come fattura dell’uomo e l’altro di Dio. Poiché si può
essere dualisti quanto si vuole, ma bisogna pur rendersi conto che, se
esistono due realtà, esiste per ciò stesso il problema del loro rapporto.
Ora, tale rapporto è sfuggito in gran parte alla mente del Vico, ed è
appena analizzato da Somhart che lo concepisce in modo molto estrinseco e
a posteriori. Egli non si preoccupa, infatti, di ricercare l’unità originaria
dei due mondi, sì ch’essi possano rendersi intelligibili alla luce
di un unico fine, ma si limita a constatarne i rapporti di
coesistenza e il reciproco influsso: le due realta restano presupposte e
la soluzione del problema si trasforma in un mesebino modus
vivendi. Se l’uomo fosse davvero costretto a creare — secondo le
parole del Somhart — il piccolo mondo della cultura lasciando nel mistero
della sua essenza il grande mondo della natura creata da Dio,
evidentemente il grande non potrebbe non soffocare il piccolo e renderlo
affatto illusorio. Se viviamo nella natura, se natura siamo noi stessi
venendo alla luce, se la nostra vita fisica e spirituale è costretta a
svolgersi nelle determinate condizioni fissate dalla natura, com’è poi
possìbile comprendere l’essenza di quel che facciamo ignorando l’essenza
di quel che troviamo? Se esistono due mondi, l’uno nostro e l’altro
di Dio, è pur necessario che il primo sia subordinato al secondo e adegui il proprio
fine a quello dell'altro; ma se è così, o l’uomo conosce il fine di Dio,
vale a dire l’essenza della natura, e allora può agire seguendone le
tracce, o non lo conosce, e allora procede alla cieca senza aver coscienza
della direzione del proprio cammino. E la scienza, del cui
rinnovamento il Sombart giustamente si preoccupa, deve ormai decidersi ad
affrontare il problema nella sua integrità, diventando storicistica
nel senso più rigoroso della parola e cioè intendendo per storia
dell’uomo la storia stessa del mondo, e riconoscendo in tal guisa
l’identità assoluta di storia e di filosofia.Scienza storicistica e scienza
filosofica non possono essere altro che sinonimi. Da questa conclusione
rigorosa e perentoria il Sombart si è ritratto per un residuo di
positivistico odio contro la filosofia e per il conseguente
agno- ticismo metafisico ; ma s’egli si informasse più
ade- ^natamente dei risultati del movimento
idealistico italiano finirebbe forse eoi convenire cbe, se ancora di
metafisica resta traccia nella filosofia contemporanea, è proprio in cotesto
agnosticismo positivisti- co, il quale, proprio perché nega la possibilità
di conoscere l’essenza della natura, ammette nientemeno l’esistenza di un
mondo trascendente e si preclude la via a una conoscenza effettiva della realtà. Perché
si possa parlare di scienza è necessario cbe il nostro conoscere non abbia
limiti insuperabili e cbe il mondo di Dio sia lo stesso mondo
nostro: fino a quando nel concetto tedesco di cultura non sarà
risolta anche la natura, esso non potrà caratterizzare l’umana realtà nella sua
più profonda consapevolezza. Che tale sia veramente il limite della
concezione del Sombart basterebbe a dimostrarlo la parte ricostruttiva
della sua teoria, nella quale dovrebbero essere tracciate le linee maestre della
nuova scienza economica. Putroppo questa è la parte più scadente e
irrilevante del libro, dove l’insostenibi- lità del dualismo viebiano
finisce col rivelarsi a ogni passo in continua ed evidente contraddizione,
e dove l’urgenza dei motivi più disparati non consente una visione
organica del problema. Tutto ciò ch’era stato negato e relegato nel mondo
della filosofia o della metafìsica, viene ora bruscamente fuori a
riaffermare esigenze imprescindibili, e il Sombart lutto accetta rifacendo
un posticino alla filosofia deH’eco- nomia, alla richtende
ISationalòkonomie, alla dottrina dei valori, ece., senza che nella
molteplicità degli elementi giustapposti sia più possibile discernere un
criterio direttivo rigorosamente determinato. È la scienza che deve servire
alla vita e cbe deve perciò riconciliarsi in qualche modo, attraverso
una serie di compromessi, con il mondo naturale e il divino incautamente
trascurato. Ma intanto Punita della visione si spezza a causa della
molteplicità dei punti di vista e la scienza diventa la somma anodina di
infinite constatazioni. L’esigenza storicistica è tradotta in termini
po9tivistici e si muta nel bisogno di tutto includere oggeltivisticamente nel
gran pozzo della scienza, dove tutto il bene e tutto il male va
buttato a pari titolo per il fatto stesso di esistere. E la così detta
W'ertefreiheit torna a essere ancora una volta — sia pure attraverso
qualche timida smentita — il più alto ideale scientifico. Se vogliamo
ora trarre le somme di quanto 6Ì è detto e indicare brevemente il
risultato del tentativo compiuto dal Somhart di giudicare tutta la scienza
economica classica e contemporanea, e di gettare le fondamenta della nuova
costruzione, dobbiamo concludere che l’istanza critica dell’opera supera
di gran lunga il breve abbozzo sistematico e che il lato veramente
positivo si riduce in effetti a una mera esigenza. Quel che v’è di saldo e
perentorio nel volume è la diagnosi, spietata ma giustissima, delle attuali
condizioni della scienza. La erisi è presentata nelle sue effettive
proporzioni e soprattutto nc sono indicate con grande precisione le ragioni più
notevoli: dogmatismo, antistoricismo, indeterminatezza di principi e di
terminologia, asistema licita, metodo naturalistico, moralismo. Sono accuse di
cui gli economisti non riescono a persuader- si, ma che pure ormai dovrebbero
richiamare una più profonda attenzione ed essere esaminate
con mentalità più sgombra da preconcetti. A noi in particolare, che da
quattro anni andiamo precisando questa diagnosi nei Nuovi studi di diritto,
economia e politica, non può non esser gradita l’analogia dei risultati
cui è pervenuto il Sombart; e tanto più interessante e fecondo sarebbe
raccordo se potesse estenderei al lato più propriamente
ricostruttivo del sistema. Poiché se la diagnosi della
economia attuale basta a dimostrare la necessità di una visione
storicistica della scienza, non è sufficiente di ner sé sola a chiarire la
peculiare forma che deve avere il nuovo storicismo. F a noi pare che il Sombart, per
gli stessi presupposti speculativi da cui prende le mosse, è fatalmente
destinato ad arrestarsi ad una forma di positivismo vichianeggiante in cui
la vita vera della storia 9Ì frange e si acqueta
tuttavia nell’eclettica stasi contemplativa della sociologia. Nome
compiuto: Ugo Spirito. Spirito.Keywords: stato/cittadini, pathos
romantico, romanticism e nuovo ordine, sindicalismo, fascismo da sinestra,
filobolcevicco, corporativismo, attualismo, stato fascista, equilibrio
liberta/autorita, gentile e spirito, i filosofi fascisti, filosofia e
revoluzione, romanticismo, proprieta, filosofia come pedagogia. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Spirito” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Spisani:
la ragione conversazionale della contestazione – la scuola di Ferara -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Ferrara), Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Ferrara, Emilia-Romagna. Si laurea
a Padova con una tesi di sull'attualismo italiano, Natura e spirito
nell’idealismo attuale” (Milano, Fabbri). In seguito collabora a Urbino. A
Bologna fonda “Rassegna di Logica” e il centro
di logica. In una lettera Carnap critica una sua decisione di non pubblicare
un'opera. Morì suicida. Altri saggi: “Neutralizzazione dello spazio per sintesi
produttiva” (Bologna, Cappelli); “Implicazione, endo-metria e universo del
discorso” (Bologna) e “Introduzione alla teoria generale dei numeri relativi, con
ingresso dei numeri moltiplicatori e divisori, legati alla logica e alla
matematica trascendentale” (Bologna, Centro di logica e scienze comparate,
analisi matematica). C'è una relazione divisoria che ipotizza il valore “M,”
numero logico trans-infinito all'origine della neutralizzazione dello spazio
trans-finito. “ℵ” va verso successivi aumenti. Ma è la relatività dei numeri, espressa
nel calcolo per valori di posizione, che ne individua la direzione inversa. Spiega
le sue scoperte in forma di dialogo. Tra gli interlocutori la misteriosa figura
della piovra Clipso. Logo-fenica. Altri saggi: “Il numero nell'istanza
ontologica del rapporto d'identità” (Imola, Galeati); “Logica ed esperienza”
(Milano, Marzorati); “Logica della contestazione” (Bologna, Cappelli). Sulla storia della pubblicazione della Teoria generale,
importanti ricerche erano già pronte. Allora, dice: “Ne discuto con Carnap.
Carnap sottopone i risultati dell'indagine. Carnap spiega anche le ragioni che mi
induceno a non diffonderne le conclusioni. Carnap risponde che quella scelta
gli sembra affatto ingiustificata: l'operas crises non poteva rimanere nel
silenzio. Tuttavia non cambiai parere. Non avrei pubblicato, e glielo
confermai. “Dai numeri naturali ai numeri relativi, moltiplicatori e divisor”. Gallo,
“Un uomo genial”, Nuova Ferrara, L'ha vegliato prima di suicidarsi, di Gulotta,
la Repubblica, sezione Bologna, Archivio. In occasione del IV Congresso
Internazionale di Logica, Metodo- logia
e Filosofia della Scienza, incontra a
Bucarest il Presidente della Repubblica Romena. All'uomo che piú decisamente ha
concorso a cambiare il volto della Romania (proprio quest'anno ricorre il
decimo anniversario della presidenza di Ceau-sescu e della sua assunzione della
segreteria del Partito), ho chiesto quali sviluppi fossero prevedibili nei
rapporti culturali e scientifici dei nostri Paesi. Egli ha risposto che molto
si è fatto e molto ci si appresta a fare: ha confermato la sua fiducia in un progresso comune dei popoli. Da allora si è percorso un lungo cammino.
Scienziati romeni e italiani hanno potuto incontrarsi a Roma come a Bucarest, a
Bologna come a lasi, e, nella capitale della Repubblica Romena, nel maggio 1973, in un clima di partecipazione
attenta, si è svolto quel Simposio sulla Logica Produttiva, di cui in questo
numero della rivista, dedicato all’Anniversario dell'Indipendenza romena,
vengono pubblicati gli Atti nella sintesi di Stancovici e Stanciu. Gli studiosi romeni hanno pienamente compreso
l'urgenza e la necessità di proporre, nell'ambito della logica, il problema
vivo della dialettica oggi: non semplice antitesi di elementi di cui
ciascuno - nella prepotenza di un
sistema - concorrerebbe a frenare, comprimere o dominare l'altro (il suo reale
ovvero presunto antagonista o sottoposto); non piú, neppure, la vocazione
d'accordarsi apertamente con l'avversario, ma l'emergenza della contraddizione
(che prima di tutto è autocontraddizione), capacità, cioè, di confermare il
valore autosintetico del rapporto. Non
sono solamente i concetti, gli elementi del discorso, i frammenti dell'universo
concettuale, a procedere, dall'interno, alla realizzazione libera di sé: sono
gli uomini, i popoli, quando l'arbitrio lasci posto all'esercizio
dell'autonomia. Essi danno cosí la "misura" di se stessi.
La logica dialettica come logica dell'autocontraddizione, non erede
nell'immobilità dell'identico. Non tenta di fingersi - di fronte o contro -, la
differenza: è convinta della capacità dell'eguale di produrre, esso, il
diverso, di andare avanti, di momento in momento,non autoritariamente, ma
liberamente, nel moto della propria de-terminazione. La dialettica può creare un mondo di esseri
liberi, senza cadere nella pragmatica immobilità di un "vero" e di un
"falso", che, come giustapposizioni (persino intercambiabili)
spegnerebbero il processo della definizione interna delle sintesi. Sono i canonizzatori della dialettica di
vecchio stampo, gli epigoni del tardo hegelismo, a diventare, oggi, gli alleati
delle soluzioni pragmatiche, "classicheggianti"; ed un simile
modo di concepire il processo dialettico
va respinto, perché contrario alla realizzazione, nel contesto concettuale,
come in quello storico, umano, di quei fattori che si vorrebbero ridotti, dalla
logica del dominio e dell'op-pressione, a caratteri attributivi, subalterni,
secondari di una presunta primalità della sostanza: mondi immobilizzati, nella
fissità del succubo, del soggetto, nell'indifferenza dell'eguale. Nel mondo della logica - come in quello della
vita - non vi possono essere stati privilegiati e dominanti. L'universo
concettuale ed umano riconfermano il valore della loro autonomia. Nessuno ha
diritto di stabilire dall'esterno ciò che può trovar integra la forza d'un
cambiamento interiore. La dialettica per questo è rifiuto della stasi. Non
basta guardare al positivo e al negativo: c'è l'autosintesi che afferma, dal
proprio interno, la sua piena reale autonomia.
Per questo si può parlare di collegamento dei processi logici - e, in
generale, di tutti i processi - alle manifestazioni di "parteci-pazione
diretta", in cui si realizza quella che è stata chiamata "etica dell'eguaglianza" ! Ancora è il principio di autodeterminazione
che può condurre al dissolvimento ogni politica autoritaria fondata
"sull'impiego della forza"1, E sono le forme oppressive d'un pensiero
che si collega, nella teoria come nella prassi, alla violenza di forze egemoni
a provocare quello stato di disagio e di ribellione che ha sconvolto l'intera
umanità sino a indurre a chiedere con sempre maggiore consapevolezza la
cessazione dell'esercizio ravvilente della logica del dominio'. I N. CEAUSESCO, Lo Sviluppo della Democrazia
Socialista Romena, in Scritti Scelti Milano,
CEAUSESCU, Distensione e Lotta di Liberazione Nazionale, in Scritti Scetti
(1973), vol. IV, Milano, CEMUSESCU, La politica Antimperialista della Romania
Socialista, in Scritti Scelti. Nome compiuto: Franco Spisani. Spisani. Keywords:
il concetto di numero, numero naturale, numero relativo, logica auto-genetica,
numero relativo moltiplicatore, numero relativo divisore, opposto,
contradittorio, regole e segni, contestazione, esperienza, limiti della
metafisica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Spisani” – The Swimming-Pool
Library.
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