LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z T TEL
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Telecle: la ragione
conversazionale della diaspora di Crotona -- Roma – la scuola di Metaponto -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico. Nome
compiuto: Telecle.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Telesio:
la ragione conversazionale del filosofo sperimentale – la scuola di Cosenza -- filosofia
calabrese -- filosofia italiana – Grice italico -- Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Cosenza). Filosofo cosentino. Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Cosenza, Calabria. Mentre le sue teorie naturali
sono state successivamente smentite, la sua enfasi sull'osservazione fa il
primo dei moderni che alla fine hanno sviluppato il metodo scientifico. Nato
da genitori nobili, è istruito a Milano dallo zio, lui stesso uno studioso e
poeta di eminenza, e poi a Roma e Padova. I suoi studi hanno incluso tutta la
vasta gamma di argomenti, classici, scienza e FILOSOFIA, che costitusceno il
curriculum degli rinascimentali sapienti. Così equipaggiata, inizia il suo
attacco sul LIZIO medievale che poi fiorisce a Padova e Bologna. Fonda
l’Accademia cosentina. Per un certo periodo vive nella casa del duca di Nocera.
Il suo grande saggio è “Sulla natura delle cose secondo i loro propri
principi,” seguito da un gran numero di saggi di importanza sussidiaria.
L’opinioni eterodosse che mantenne suscitano l'ira di Roma per conto del suo
amato LIZIO. Tutti i suoi saggi sono stati immessi sul “Index.” Invece di
postulare materia e FORMA, T. basa l'esistenza sulla materia e FORZA. Questa
forza ha due elementi opposti. Il primo elemento è il calore, che espande la
materia. Il secondo è il freddo, che la contræ. Questi due processi
rappresentano tutte le tipi di esistenza, mentre la MASSA su cui opera la FORZA
rimane la stessa. L'armonia del tutto consiste nel fatto che ogni cosa separata
sviluppa in sé e per sé conformemente alla sua natura e allo stesso tempo la
sua MOSSA avvantaggia il resto. I difetti di questa teoria, che solo i sensi
possono non comprendere materia o MASSA stessa. Non è chiaro come la
molteplicità dei fenomeni puo derivare da queste due forze. Pensato, non è meno
convincente di Aristotele caldo/freddo, secca spiegazione/umido, e che addotta
alcuna prova per dimostrare l'esistenza di queste due forze, sono stati
sottolineato a suo tempo. Inoltre, la sua teoria della terra fredda a riposo e
il sole caldo in moto è destinato a confutazione per mano di Copernico. Allo
stesso tempo, la teoria è sufficientemente coerente per fare una grande
impressione sulla filosofia italiana. Va ricordato, però, che la sua
obliterazione di una distinzione tra la fisica super-lunare e la fisica
sub-lunare certamente abbastanza preveggente anche se non riconosciuto dai suoi
successori come particolarmente degno di nota. Quando T. continua a spiegare la
relazione tra mente o anima e materia, e ancora più eterodosso. Le forze
materiali sono, per ipotesi, in grado di sentire. Questione deve anche essere
stato fin dal primo essere vivo dotato di coscienza. Per la coscienza, o anima,
esiste, e non avrebbe potuto essere sviluppato dal nulla. Questo porta T. a una
forma di ilo-zoismo. Anche in questo caso, l'anima è influenzata dalle
condizioni materiali o della massa e la forza. Di conseguenza, l'anima deve
avere un esistenza materiale. Inoltre, T. dichiara che tutta la conoscenza è
sensazione ("non-ratione sensu sed") e che l'intelligenza è, quindi, un
agglomerato di dati isolati, in sensi. Non lo fa, però, riesce a spiegare come
solo i sensi possono percepire la differenza e identità. Alla fine del schema
di T., probabilmente in ossequio ai pregiudizi teologici, aggiunta un elemento
che e completamente estraneo, vale a dire, un impulso più alto, un'anima
sovrapposta dal divino, in virtù della quale ci sforziamo di là del mondo
sensibile. Questa anima divina non è affatto un concetto completamente nuovo,
se visto nel contesto della teoria percettiva d’Averroe e Aquino. L’intero
sistema di T. mostra lacune nella sua tesi, e l'ignoranza dei fatti. Allo
stesso tempo, T. è un precursore di tutte le successive scuole dell'empirismo e
segna chiaramente il periodo di transizione da autorità e la ragione di SPERIMENTARE
e individuale responsabilità. Nel ricorso ai dati sensoriali, T. è il capo del
grande movimento italiano del sud, che protesta contro l'autorità accettata
della ragione astratta e semina i semi da cui spuntavano i metodi scientifici
di CAMPANELLA (si veda) e BRUNO (si veda), e di Bacon e Descartes, con i loro
risultati ampiamente divergenti. T. quindi, abbandona la sfera puramente
intellettuale e ha proposto un'indagine sui dati forniti dai sensi, dai quali
ha ricoperto che tutta la vera conoscenza viene veramente. La sua teoria della
percezione sensoriale è essenzialmente una ri-elaborazione della teoria di
Aristotele dal De anima). Nota all'inizio del proemio del primo libro della
terza edizione del De Rerum Natura Iuxta propria principia Libri Ix che la
costruzione del mondo e la grandezza dei corpi in esso contenuti, e la natura
del mondo, è da ricercare non dalla ragione, come è stato fatto dagl’antichi,
ma è da intendersi per mezzo di osservazione. Mundi constructionem, corporumque
in eo contentorum magnitudinem, naturamque non ratione, quod antiquioribus
factum est, inquirendam, sed sensu percipiendam. Questa affermazione, che si
trova sulla prima pagina, riassume ciò che molti studiosi moderni hanno
generalmente considerato la filosofia di T., e spesso sembra che molti non
leggere oltre per nella pagina successiva si imposta il suo caldo teoria/freddo
della materia o massa informata, una teoria che non è chiaramente informata
dall’osservazione. L’osservazione (sensu percipiendam) è un processo dell’anima
molto più grande di una semplice registrazione dei dati. L’osservazione
comprende anche l’analogia. Anche se Bacon è generalmente accreditato con la
codificazione di un induttivo metodo che sottoscrive pienamente l'osservazione
come procedura primaria per l'acquisizione di conoscenze, non è certamente il
primo a suggerire che la percezione sensoriale è la fonte primaria della
conoscenza. Tra i filosofi naturali del Rinascimento, questo onore è
generalmente conferito a T.. Bacone si riconosce T. come il primo dei moderni.
De T. autem bene sentimus, atque eum ut amantem veritatis, e scientiis utilem,
e non nullorum Placitorum emendatorem et novorum hominum primum agnoscimus. –
Bacone, “De principiis atque originibus.” Per mettere l'osservazione di sopra
di tutti gl’altri metodi di acquisizione delle conoscenze sul mondo naturale.
Questa frase spesso citata da Bacon, però, è fuorviante, perché semplifica
eccessivamente e travisa l'opinione di Bacone di T.. La maggior parte del
saggio di Bacon è un attacco a T. e questa frase, invariabilmente fuori
contesto, facilita un malinteso generale della filosofia naturale di T. dando
ad essa un timbro baconiana di approvazione, che era lontano dalle intenzioni
originali di Bacon. Bacone vede in T. un alleato nella lotta contro l'antica
autorità. Ma Bacone ha poco positivo da dire su specifiche teorie di T. della
mossa della massa per la forza. Ciò che forse colpisce di più De Rerum Natura è
il tentativo di T. di meccanizzare il più possibile. Si sforza di spiegare
tutto chiaramente in termini di materia informati – la mossa della massa colla
forza -- dalla calda e fredda e per mantenere i suoi argomenti il più semplice
possibile. Quando i suoi colloqui si rivolgono agl’esseri umani, introduce un
istinto di auto-conservazione per spiegare le loro motivazioni. E quando
discute l’anima e mente umana e la sua capacità di ragionare in astratto su
argomenti immateriali e divine, aggiunge un’anima divina. Per senza anima,
tutto il pensiero, dal suo ragionamento, sarebbe limitato alle cose materiali.
Ciò renderebbe il divino impensabile e chiaramente questo non è il caso, per
l'osservazione dimostra che la gente pensa del divino. “De rerum natura iuxta
propia principii libri IX” (Horatium Saluianum, Napoli). Altre saggi: “De
Somno”; “De la quæ in ære fiunt de mari de cometis et circulo lactea
respirationis. De USU. Gl’appunti Riferimenti. Deusen, Telesio: primo dei
moderni. De La sua, Quæ in ære Sunt, et de Terræ motibus piena. GENTILE T. CON
APPENDICE BIBLIOGRAFICA BARI LATERZA Questa commemorazione, scritta per invito
del Comitato per le onoranze a T. nella ricorrenza del quarto centenario della
sua nascita, e letta, tranne poche pagine, nel Teatro Comunale di Cosenza,
poteva e non vuol essere una monografia su T,; ma soltanto una caratteristica
della sua personalità e della sua filosofia guardata nel processo generale del
pensiero speculativo. Ciò spiega perche essa si estenda un po ' largamente
sulla storia degli antecedenti. Aggiungendovi, per questa stampa, oltre le note
necessarie, una bibliografia, 1 nè sembralo opportuno riprodurre in essa dalle
vecchie edizioni raiùssime degli scritti telesiani dediche e proemii, che sono
documenti biografici e storici notevolissimi, poiché m'è accaduto di vederli
non di rado citati di seconda mano pur dagli studiosi più diligenti, ai quali
non era riuscito di averli sott'occhio. Dietro al chiarore del rinascimento,
sullo sfondo dell’orizzonte, s’addensa ancora la nebbia medievale; e la luce
nascente s’imporpora dei riflessi fumiganti di quella nebbia, che il sole alto,
splendente nel mezzo del cielo, spazzerà, quando all’alba della rinascenza sarà
successo il gran giorno dell’età moderna. In quella prima ora le vecchie idee
sono morte; ma, pur morte, rimangono nel pensiero umano, e l’impediscono e
l’opprimono con la gravezza di ciò che, estraneo alla vita, attraversa il
processo della vita. Le idee nuove, quelle che sono anche oggi la sostanza del
nostro spirito, si sono annunziate, anzi affermate con la vivacità impetuosa e
fremente, con l’entusiasmo gioioso della giovinezza, che ha per sè l’avvenire,
e non sente il passato che si lascia alle spalle. Ma la loro affermazione per
noi è piuttosto un annunzio: manca lo sviluppo logico, in cui è la vita vera e
concreta delle idee, e manca l’integrazione, che il lembo della verità
intravvista raccolga nella coscienza coerente • del tutto, dove ogni parte ha
il suo valore organico. E lo sviluppo e l’integrazione mancano, perchè il nuovo
è commisto e ravvolto nel vecchio: e si va innanzi, come infatti è dei giovani,
senza sapere distintamente che cosa si lascia e che cosa si cerca, e quale è il
cammino: portati dall’istinto della vita, che perverrà più tardi alla netta
coscienza del nuovo in quanto negazione del vecchio. Perciò tutti i pensatori
di questa età hanno due facce, e ci presentano contraddizioni, che paiono
spiantare i principii stessi del loro filosofare: e chi guarda a una sola
faccia, non riesce a più rendersi conto dell’altra; e c’è chi di costoro ne fa
gli iniziatori, a dirittura, del pensiero moderno, e chi li re- ' spinge
indietro, alla scolastica dei tempi di mezzo: laddove il loro significato
storico è in questa posizione, che occupano, tra una filosofia che hanno solo
virtualmente superata e una filosofia che solo del pari virtualmente essi
affermano. Trascurare cotesto residuo esanime, che resiste nei loro sistemi
alle loro intuizioni innovatrici, in tutti questi filosofi, dal Poinponazzi a
Bruno e a Campanella, non è possibile: vien meno tutto il significato di queste
medesime intuizioni, che fanno di loro i precursori dei più grandi filosofi
moderni; e non si spiegano più atteggiamenti essenziali, parti vitali del loro
pensiero; ma, sopra tutto, diviene un mistero perchè il germe di verità, che
essi si recano in mano, rimanga soltanto un germe, di cui la vita s’arresti
appena cominciata. L’uomo del medio evo si era travagliato in una
contraddizione, che si può dire organica, perchè ne dipendeva la vita stessa
del pensiero: contraddizione, i cui termini, se si vuol considerare il processo
generale della storia ne’ suoi grandi tratti, si possono designare come la
filosofia greca e la fede cristiana: due termini, che il pensiero tentò tutte
le vie, lungo più di un millennio, di conciliare; ma erano inconciliabili per
lui, assolutamente, sul terreno in cui egli era posto; perchè, a dirla
brevissimamente, la filosofia sua, che avrebbe dovuto operare la conciliazione,
era tuttavia la filosofia greca, e cioè uno dei due termini stessi antagonisti.
T. La filosofia greca è il pensiero che si vede fuori di sè: e si vede perciò o
come natura, nella sua immediatezza sensibile, o come idea, che non è atto del
pensiero che pensa, ma cosa in cui il pensiero si affisa, e che presuppone come
verità eterna e ragione eterna di tutte le cose e della sua stessa cognizione
parallela alla vicenda delle cose: in entrambi i casi, come una realtà che è in
se stessa quella che è, indipendentemente dalla relazione in cui il pensiero
entra con essa quando la conosce. Visione la più dolorosa che l’anima umana
possa avere del proprio essere nel mondo: perchè l’anima umana vive di verità,
ossia della fede che sia quel che essa pensa ed afferma: e in quella visione,
che è poi la visione eterna della prima riflessione, da cui si dovrà sempre
pigliare le mosse, la verità, quel che è veramente, non è nell’anima umana; la
cui condizione permanente ed essenziale è raffigurata da quel sensibilissimo
amatore della verità, dell’essere eterno del mondo, che fu Platone, nel mito di
Eros: mito pregno, nella sua classica serenità, di pathos che direi cosmico:
perchè l’aspirazione fervente al divino, che è l’Amore di Platone, e che nella
sua forma più alta è la filosofia, non è solo lo sforzo supremo in cui si
concentra l’anima umana, ma culmina in questa, e affatica tutto l’universo,
tormentato dal desiderio di qualche cosa che è il suo vero essere, ma è fuori
di esso. Mito, che, con tutto il suo pathos, può essere intanto sereno, perchè
l’occhio dell’idealista greco è attratto e fermato dalla bellezza dell’ideale
lontano, e gli sfugge la miseria infinita dell’amante senza speranza. In questa
visione, quando, per opera principalmente dello stesso Platone, la verità della
natura sensibile e mortale si rifrange nelle forme ideali, ond’essa si rivela
al pensiero ne’ suoi varii aspetti, e diventa sistema di idee, tutta la
scienza, nel suo proprio assetto, come possesso adeguato della verità, non
apparisce quale il perenne lavoro della mente e la celebrazione dell’ufficio
supremo del mondo, ma quasi un che di remoto dalla realtà, o, come si dice,
d’ideale, di cui la cognizione umana è sempre copia imperfetta. La scienza, di
cui la logica deduttiva di Aristotile descrive mirabilmente il congegno, non è
la scienza nostra, la scienza umana, che si fa e rifà continuamente nella
storia: è la scienza che ha principi! immediati, che in sè contengono
sistematicamente tutti i concetti, I in cui si snoda lo scibile: è pertanto la
scienza che è tale, in quanto è tutta e perfetta a un tratto, senza possibilità
di svolgimento storico. Ossia, la scienza per ottenere la quale ] tutto questo
svolgimento, in cui è pure tutta la vita e tutto l’essere nostro, non giova: un
ideale, al cui cospetto quel travaglio mentale, che ci par tuttavia la cosa più
seria del mondo, non ha valore di sorta '). Dentro questa visione si chiude
tutta la filosofia greca, e ogni filosofia che, come quella del medio evo,
accetta la logica, ossia la maniera d’intendere la verità, di Aristotile.
Questa logica si può definire la logica della trascendenza; o altrimenti, la
logica dell’intellettualismo: per questa logica infatti la verità, che è
termine dello intelletto, è trascendente, radicalmente superiore all’intelletto
stesso; e questo è ridotto a semplice facoltà passiva, contemplatrice e non
autrice: che è il concetto dell’intelletto nel senso deteriore di questo
termine: quasi una mente, che importa bensì la presenza delle cose da
conoscere, ma non dell’uomo, non dello spirito che le conosce, e che ha appunto
questo di proprio e di diverso rispetto alle cose: che non è cosa da conoscere,
ma l’attività correlativa, che queste presuppongono nel loro concetto di cose
da conoscere: una mente, insomma, per cui c’è il mondo, ed essa, per cui il
mondo è, non è. Che è come dire: l’uomo, questo divino artefice di quanto è
bello e santo e vero nel mondo, di quanto c i umilia e ci esalta, ora facendoci
piegar le ginocchia innanzi alla potenza terribile del genio, ora sublimandoci
nel gaudio di quanto trascorre immortale i secoli e aduna nel consenso d’uno
spirito solo i morti coi vivi; quest’uomo, annichilato. Annichilato, s’intende,
ai proprii occhi, nella coscienza che ha del suo essere. Di un uomo così,
ignaro del proprio valore, men che atomo disperso nell’infinito, Chiesa ed
Impero, accampatisi immediatamente come rappresentanti di Dio, possono disporre
a loro talento, come cose, che non sono persone. Manca la coscienza, e manca
perciò l’individuo: non c’è la libertà, come coscienza della propria legge. La
legge, come la verità, scende dall’alto. Ma era questo il principio del
cristianesimo? Il cristianesimo voleva essere, al contrario, la redenzione, la
rivendicazione del valore dell’uomo; voleva sollevare l’uomo a T. Dio, facendo
scendere Dio nell’uomo, e rendendo questo partecipe della natura divina.
Giacché in Gesù, che è l’uomo stesso nella sua idealità, o come dev’essere
concepito, Dio stesso era uomo: con tutte le miserie j umane, soggetto
all’estrema delle miserie, la morte; ed era Dio (quel dio, che redimeva) in
quanto questo uomo, che eroicamente affrontava la morte, otteneva in questa il
premio della missione della sua vita tutta spesa umanamente in un’opera
d’amore. Onde l’amore risorgeva, non più, come nel mito platonico,
contemplazione desiderosa dell’irraggiungibile, ma attività dell’uomo che crea
se stesso perennemente: e non era più la celebrazione estatica di un mondo che
è, ma la celebrazione operosa, dolorosa insieme e letificante, di un mondo, che
è regno di Dio essendo la purificazione della smessa volontà umana nella fiamma
della carità. Onde l’uomo non è più sapere o intelletto; ma amore o volontà,
cioè creatore esso stesso della sua verità, che è il bene: la verità che si
scorge, j insomma, quando la cerchiamo con la buona volontà, col cuore puro,
mettendo tutto l’essere nostro, sinceramente, ingenuamente nella ricerca; e che
non è più, quindi, un che di esterno a noi, che si presenti e s’imponga a noi
passivi, ma è il premio o il risultato del nostro sforzo. L’uomo non è più
spettatore; ma artefice. Si desta, e sente se stesso; sente che senza la sua
volontà, senza il suo conato, senza lui, il mondo che ha valore per lui, la
felicità, la vita, Dio, non si raggiunge. Acquista quindi davvero la coscienza
della sua personalità, e però della sua responsabilità: poiché vede che da sè
dipende tutto; e, lui caduto, tutto cade; e lui risorto, tutto risorge. L’uomo
trova dunque se stesso nel cristianesimo. Se questa intuizione fosse divenuta
senz’altro concetto complessivo ed organico del mondo, se questo senso nuovo
del valore dello spirito umano avesse rinnovato tutta la concezione della vita,
in cui l’uomo afferma la sua creatrice potenza, se insomma il contenuto della nuova
fede fosse assurto al vigore di una nuova filosofia, il cristianesimo avrebbe
segnato fin da principio la morte dell’intellettualismo. Ma la fede non è
ancora filosofia: è visione immediata della verità non integrata in sistema di
pensiero. E il cristiano, quando volle pensare il suo Dio, pensò più a Dio
padre che a Dio figlio, e G. Gentile, Bernardino Te lesto. s’impigliò nella
rete della metafisica aristo telica che il principio della realtà, come motore
immobile, che è solo pensiero di se stesso, e non d’altro, faceva estraneo alla
realtà, e poi s’affaticava invano a colmare l’abisso tra Dio e la natura; tra
la causa del movimento, che non è movimento, e il movimento, che non ha in sè
la propria ragione sufficiente; e quindi tra il principio del divenire, che non
diviene, e la natura che in se non ha la cagione del suo perenne generarsi e
corrompersi; e poi tra l’anima e il corpo; e poi ancora tra l’anima che
intende, ed è lo stesso intendimento in atto, e 1 anima naturale solo capace di
raggiungere la mera possibilità d’intendere, ma incapace per sè d'intendere mai
realmente: e,' in generale, tra la materia, potenza, e non più che potenza, di
tutto, e la forma, realizzazione di tutto: come dire, tra l’aspirazione alla
vita e la vita: eterno destino di Tantalo! Aristotelici o platonici,
nominalisti o realisti, averroisti o tomisti, tutti i cristiani che nel medio
evo si sono sforzati di concepire la realtà, sono giunti a questo risultato: al
destino di lantalo. Tanto più doloroso, tanto più inquietante, in quanto era
pur contenuto nella fede novella, che fiammeggiava a quando a quando nei
mistici, il concetto dell’immanenza di Dio nel mondo, nell’uomo, nello spirito.
La teologia, tutta la filosofia scolastica, anzi tutta la scienza medievale
(che non è tutta filosofia) si costruisce come scienza di una verità che si
sente, appena il sentimento si sveglia (basti per tutti ricordare Francesco
d'Assisi e Jacopone, il suo poeta), che si sente, dico, estranea all’anima,
lontana, occupante per vano riflesso solo l’intelletto dell'uomo, speculazione
umbratile e di scuola, che non entra nell’ intimo e non afferra e non impegna e
non riforma e non fa l’uomo. Scienza vana per chi ravvivava in sé il sentimento
tutto cristiano del valore spirituale: scienza elegante nel suo laborioso
artifizio, sottile nella pellegrinità de’ suoi tecnicismi, delicatissima nei
pazienti avvolgimenti didascalici in cui si dispiega, vasta, universale come un
mondo per quanti vi si dedicavano: e, messovi dentro, talvolta, un intelletto
di vasto respiro e di tempra ferrea, vi si aggiravano e scendevano per meati
lunghissimi, con ricerche, che ora ci spaventano per la fatica di pensiero e la
forza di sacrifizio che attestano, fino a toccare l’ultimo fondo delle
difficoltà, in cui la filosofia antica urta e si arresta. E basti per tutti
ricordare il nostro Aquino: i cui sforzi possenti per scuotersi di dosso la
plumbea cappa delle conseguenze ineluttabili dell’antica filosofia, riempiono
l’animo dello studioso moderno di commossa ammirazione e di reverenza. Chi
vuole intendere la storia del pensiero medievale, deve figgere lo sguardo in
questo contrasto delle maggiori forze spirituali che vi operavano dentro: il
misticismo, che, affermando immediatamente la presenza di Dio, della verità, di
quanto ha valore, nello spirito umano, nega la scienza, la cognizione che è
sviluppo e sistema, e tutte le forme a cui lo sviluppo dello spirito dà luogo
nella scienza e nella vita; e la filosofia intellettua* listica, che,
presupponendo una realtà fuori dello spirito che la ricerca, si affanna in una
costruzione, formalmente ricchissima e sostanzialmente vuota, di quel che non
può essere verità. O verità senza scienza, senza vita dello spirito; o scienza,
forma elevatissima di questa vita, senza verità, vana. Quando il medio evo è al
tramonto, un uomo di genio raccoglie in una espressione eloquente il senso di
vuoto che l’anima cristiana provava nella scienza delle scuole: ma un senso,
che non è più schietta conseguenza di disposizione mistica, la quale,
rinunciando alla scienza, possa trovare il suo appagamento nell’immediatezza
della fede; anzi, un senso che nasce da un vivo bisogno di sapere, di pensare,
d’intendere. Egli è un dotto, un grande mæstro di dottrina, un amante
appassionato della scienza; ma aspira dal profondo a una scienza che riempia
l’anima e appaghi i bisogni che la nuova fede ha creati dando all'uomo la
coscienza della sua iniziativa, della sua posizione centrale nel mondo: a una
scienza insomma che dia la filosofia a questa fede. Quest’uomo, che si presenta
sulla soglia del rinascimento con la coscienza di tale nuovo problema, e che,
parlando un linguaggio pieno di malinconica nostalgia per un tempo che non è il
suo, avvia per una nuova strada lo spirito umano, svegliando intorno e innanzi
a sè una lunga schiera e folta di ricercatori, che indagano con fedel oscura ma
salda una scienza nuova, che noni essi potranno trovare, è un grande poeta,!
che fu anche un grande scrutatore deH’anima propria colta e sensibilissima,
I'rancesco le trarca: iniziatore deH’umanesimo. L’umanesimo ha un doppio valore
storico negativo e positivo. È guerra alla scienza del medio evo, combattuta
bensì con argomenti alquanto estrinseci e con spirito assolutamente restio per
lo più, a passare attraverso a quelli scienza per superarla: combattuta con 1;
satira della forma letteraria, ispida, irsuta lutulenta, aspra di terminologia
creata dal l’intelletto assottigliantesi nell’astrazione quello degli studi, e
quell’altro, in cui purj vive come uomo, che ha famiglia e interess sociali,
non è il suo mondo; il letterato in^ somma che non è uomo. Tale il Petrarca, i
cui sdegni contro l’avara Babilonia e il saluto augurale ed ammonitore allo
spirito gentile sono superfetazioni retoriche della sua poe? sia. Tale non era
stato quell'Alighieri, che fu a lui sempre incomprensibile, nel poemi divino,
contemplazione e poesia, ma di uno spirito energico, che guarda al suo tempo, e
s’appassiona per tutte le lotte che gli si agitano attorno, e fa tuonare da Dio
la parola che può essere la salute di tutti. Letterati saranno tutti i poeti e
filosofi della Italia fiorentissima del rinascimento, che accetteranno tutti la
vita quale la troveranno, poiché la loro vera vita essi se la faranno dentro,
nella fantasia e nella speculazione, nel mondo creato da loro. La stessa
religione, fissatasi al loro sguardo nella Chiesa, che non solo associa le
anime, ma le forma e riforma, con l’amministrazione del divino commessole, con
la sua teologia e con la sua filosofia, diventa per loro qualche cosa di
estrinseco e indifferente, che ogni cittadino nel suo pæse deve accettare come
le leggi dello Stato. Cioè, in realtà, essi non partecipano alla religione del
pæse; ma ne hanno una per conto loro, il loro Dio è la loro arte, la loro
filosofia, alle quali votano tutta infatti l’anima loro e subordinano ogni
altro interesse, almeno nell’intimo del loro spirito. Non è, veramente, nè
indifferentismo religioso, nè tanto meno ateismo. Ma ateismo pare verso la
religiosità ufficiale di cui si ridono, ancorché esteriormente le professino
ogni riguardo. Quindi i conflitti frequenti e le prigioni e i roghi, che
aspettano i nostri filosofi del secolo xvi. Il letterato, a ogni modo,
stralciandosi dalla vita comune, in cui si era consolidata, in forma di
instituzioni costrittive dell’individuo, l'intuizione trascendente e
intellettualistica del medio evo, ereditata dalla filosofia greca, ristaurava,
come poteva, la libertà dello spirito che si fa il suo mondo; e si fa un mondo
di puro pensiero, poiché non gli è consentito di scrollare, d’un tratto,
quell’altro della comunità sociale; al quale per altro, a suo tempo, perverrà
egualmente quando il principio suo, il principio della libertà, diverrà nel
secolo xvm coscienza di tutti. E per questa sua ristaurazione, che è perfetta
ed assoluta rispetto al mondo dell’umanista, egli, il malvisto della Chiesa, il
perseguitato nei libri che saranno proibiti, nell’insegnamento che sarà
vietato, nella persona' che sarà bruciata, egli è più cristiano dei suoi
persecutori: egli è il continuatore dello spirito vero del cristianesimo. Ha
infranta e buttata via, con l’impeto. • della giovinezza, la vecchia filosofia,
la fida, l’eterna alleata della chiesa medievale, come della chiesa di oggi e
di ogni chiesa avvenire (poiché un medio evo bisogna che ci sia sempre); ma non
si è abbandonato, come si faceva una volta, al misticismo; anzi celebra la
potenza dello spirito; e, poiché una filosofia sua non ce rha (e non era facile
averla, dopo il rifiuto di una filosofia opera millenaria), ei la ricerca
nell’antichità più remota. La ricerca dove, a dir vero, era vano cercarla;
perchè quell’antichità aveva generato il medio evo; ma l’umanista non sa
questo, e non può credere che Platone, Aristotile, quei mæstri solenni di
sapienza umana, che gli scrittori antichi a una voce lodano, possono avere
insertato la dottrina di cui essi vedono la tardiva e sfigurata immagine nelle
scuole del loro tempo. E poiché, in realtà, noi troviamo solo quello che
cerchiamo, gli umanisti, che imparano il greco, e vanno a leggere nei testi
originali e traducono e commentano, col sussidio dei più genuini commenti
greci, gli scritti di Platone ed Aristotile, scoprono un mondo nuovo; un altro
Platone e un altro Aristotile da quelli che erano i mæstri della filosofia del
medio evo; non dico di quella filosofia, ansimante nella logica terministica
degli occamisti, che sul cadere del 300 lacerava le orecchie delicate dei primi
umanisti fiorentini, i quali avviarono pure i lavori delle nuove traduzioni
greche (chè codesta è la filosofia della decadenza medioevale); ma di quella
che e la vera, la essenziale filosofia dell epoca: la filosofia della
trascendenza e dell’intellettualismo. E non occorre dire che, se essi non trovano
più i mæstri di questa filosofia, è perchè muovono da una condizione spirituale
affatto nuova, che fa di questo ritorno all’antico, che avviene nel 400, '
qualcosa di radicalmente diverso non solo dalla primitiva ellenizzazione del
cristianesimo nel periodo alessandrino, ma anche, e sopra tutto, da quel primo
ritorno alle fonti I greche del sapere, che era già avvenuto nel secolo xm, nel
tempo stesso di San Tom- I maso. Marsilio Ticino e Pico della Mirandola, in j
cui culmina la direzione platonizzante, sono j platonici; ma sono profondamente
cristiani; 1 e un aura di mistica religiosità pervade tutto 1 il loro pensiero,
che vede e sente Dio per ] tutto, e sommamente nell’anima umana; e, |
ispirandosi ai neoplatonici anzi che a Pia- J tone, accentuano più della
trascendenza, che ] non possono negare, l’immanenza del divino I nella realtà
naturale e aspirante a ritornare ] all Uno da cui træ sua origine: e aprono la
1 via a Leone Ebreo e a Bruno. Pomponazzi, il maggiore aristote- 1 fico,
fiorito al principio del 500 dal movimento filologico sui testi di Aristotile
del secolo antecedente, scopre un Aristotile, che non è più quello dei tomisti,
nè quello degli averroisti: un Aristotile che, a poco per volta, secondo
apparisce dai varii gradi attraversati dalla speculazione stessa del
Pomponazzi, finisce col persuadersi che la materia si possa sollevare da sè
fino all’intelligenza, senza il sussidio dell’intelletto separato; e che
l’anima umana, ultimo risultato così del processo della natura, possa compiere in
questo mondo, con le sue forze, tutta la sua missione, che è principalmente il
ben fare, la virtù; e che tutti poi i fatti della natura debbano pel filosofo
spiegarsi meccanicamente, per le loro cause: un Aristotile, insomma, per cui
quel che rimane di trascendente (e rimane tutto quello che nell’Aristotile
originale e nell’Aristotile medievale, ossia nella scolastica, era tale) non
serve più alla ricostruzione e spiegazione della realtà che sola è per il
filosofo. Sicché la filologia del secolo xv riesce, ricalcando gli antichi
modelli con lo spirito nuovo dell’umanesimo, a cavarne due intuizioni generali,
in cui la filosofia greca riapparisce trasfigurata e come ricreata dal soffio
spirituale del cristianesimo, inteso, come ho detto, quale autonomia e valore
assoluto della natura e dell’uomo. La nuova filosofia infatti dicesi platonica
e aristotelica $ ed è cristiana, ancorché mal veduta e con-] dannata dai
rappresentanti ufficiali del cri-^ stianesimo. Guardatela in Machiavelli,
contemporaneo di Pomponazzi e coerede suo della tradii zione filologica del
secolo xv: chè tutto il suo realismo politico, quella concezione dello ^
spirito, della storia, dello Stato, tutta fondata sulla visione della realtà
effettuale e I illuminata dalla lezione degli antichi, non è I come il
positivismo guicciardiniano un empi- I rismo, ma è una vera e propria
speculazione I (Machiavelli è un idealista); la quale dello I studio degli
antichi si giova solo per libe- I rare l’uomo dalle contingenze storiche, quali
I sono per lei tutte le forme e istituzioni me-j I dievali sorrette dalla
autorità di una tra- I dizione irrazionale; e studiarlo quindi per I quel che
esso è, nelle sue forze e nelle sue I reali attinenze col resto del mondo, come
il I vero ed unico autore della sua storia: una J specie di naturalismo del
mondo umano. Guardate, dico, questa nuova filosofia nel I Machiavelli.
Machiavellismo sarà dopo un secolo, nel Campanella, sinonimo d’achitofellismo,
negazione di ogni fede religiosa, p l’achitofellismo, più o meno apertamente e
coraggiosamente, è la conclusione definitiva e il succo delle dottrine di tutti
i pensatori del 500: anzi, di tutto lo spirito italiano del secolo: a cui
l’interpretazione aristotelica si ispira e si conforma. Giacché averroisti e
alessandristi, per diverse vie, tendono tutti alla stessa mèta: che è la
spiegazione naturale di quel che una volta pareva superiore affatto alla
natura; e gli artisti, si chiamino Ariosto o Folengo, non conoscono altro
inondo, oltre quello naturale ed umano. Ma negavano perciò Dio? Se Dio è quel
Dio, che, stando fuori della natura e dell’uomo, rende impossibile concepire
una natura divina e un uomo divino, Dio essi lo negavano, perchè affermavano il
valore assoluto della natura e deH’uomo. Ma quel Dio, che era sceso in terra, e
si era fatto uomo, e aveva redento la natura, era la radice della religione,
che, essi primi, dopo il lungo vano travaglio medievale, ristauravano nella
storia della umanità. Essi, infatti, per la prima volta, rivendicavano in
libertà, dal misticismo e dall’ intellettiialismo, che ne sono per opposte ra-,
gioni la oppressione aduggiatrice, il sensi profondo, proprio del
cristianesimo, dellaI divinità della vita che crea eternamente sj stessa, dell
essere che nella propria logica ha eternamente la ragione del proprio traJ
formarsi e perpetuarsi trasformandosi. Quando l’umanesimo venne per tal modo in
chi prima e in chi dopo, alla maturiti della rinascenza, lo spirito umano potè
mettere quasi 1 anelito potente di una nuova; vita, e di filologia farsi
filosofia. Quando il nuovo Platone e il nuovo Aristotile ridiedero all’uomo la
coscienza dell’immanente suo valore, e l’ebbero allenato alla libertà dell
esser suo, e dell’essere naturale, cui il suo essere appartiene, lo stesso
Platone e lo stesso Aristotile, (questi sopra tutto, che era stato il vero
signore delle scuole e il mæstro di ogni umana sapienza) dovevano
necessariamente perdere il loro prestigio di rivelatori privilegiati delle
verità naturali.] L umanista e ancora un platonico o un aristotelico; cerca la
scienza; e non sa nè anche come deve cercarla; e interroga gli] antichi, che la
tradizione e la fama consacra nella generale estimazione come i soli filosofi.
UMANESIMO E RINASCIMENTO il fil° s °f° c l e H a rinascenza da questi ntichi,
meglio conosciuti e studiati con lo spirito nuovo dell’umanesimo, ha appreso he
la natura si spiega con la natura, la toria con la storia; e che bisogna
cercare quindi nel gran libro della natura e della realtà effettuale dei fatti
umani che cosa è la natura e che cosa è l’uomo. Gli antichi mæstri rimandavano
i nuovi scolari all’osservazione diretta di quel che essi avevano osservato e
inteso come era possibile a loro, senza nessun sentore della imprescindibile
presenza del soggetto umano nel mondo dell'uomo. La libertà, che gli scolari
appresero da loro, quali essi li videro coi loro occhi nuovi, la libertà essi
la affermarono ben presto contro l’autorità dei mæstri, che faceva della verità
qualche cosa di dato e di estrinseco alla mente come il Dio nascosto della
teologia, come la realtà dell’intellettualismo. E però gli umanisti, divenuti
filosofi, come parvero, e in un certo senso furono, atei e achitofellisti,
furono antiaristotelici e, in generale, ribelli all’autorità degli antichi.
Tutti invasi da un fantasma affatto nuovo, non intravvisto mai dagli antichi
scrittori: quello in cui i vecchi pensatori e sacerdoti l’avj vano posta a
sedere, quasi paralitica impoJ tente: e si sgranchisce, e procede col tempo! e
vive di questo suo cammino pei secoli ' anzi per le menti delle generazioni,
che si succedono, e mai indarno: quasi fiamma che] passi da una mano all’altra
e mai non sii spenga perchè accenda sempre nuovi incendiiJ e sempre più vasti. /
eritas jilia temporis! Gli uomini, che peri lo innanzi avevano concepito la
verità cornei pei se stante e non come il loro lavoro, I l’avevan sempre
collocata dietro a loro', al principio della loro vita, nel paradiso ter- ]
restie, nell età dell oro, nel vangelo rinnoJ vatore e iniziatore di un’era
nuova già fin da principio perfetta, o, almeno (la verità acJ cessibile a mente
umana) nell’insegnamento degli antichi, venuti crescendo perciò sempre ] più
nella venerazione dell’universale e illuni! nandosi dell’aureola della
saggezza, onde agli t occhi dei fanciulli si ricinge sempre la canizie, dei
vegliardi. — Sì, è vero, si comincia a dire I sulla fine del secolo xvi : la
sapienza cresci cogli anni ; ma i vecchi siamo noi, non quelli che furono prima
di noi. — Così dice Bruno; ; e così ripeteranno Bacone e Cartesio, Pascali
UMANESIMO E RINASCIMENTO Malebranche, e poi con voce sempre più alta tutti i
filosofi moderni 4 ). I quali affermeranno con coscienza sempre più salda la ]
e 11, 1-5; c. 49 r e 49 v : capp. 11 e 12; c. 50 v a 51 v : cap. 14. Ma per
mostrare con un solo esempio, tratto da un luogo del De retimi natura
contenente alcuni periodi famosi (cfr. anche in questo voi. p. 40: quei periodi
in forma poco diversa erano nel proemio del 1565, soppresso nell’ed. 1570: cfr.
sopra pp. 102-3) come il Telesio lavorasse dopo il 1570 attorno al testo della
sua opera, giova riferire il cap. 1 del lib. 11 dell’edizione Cacchi con le
correzioni autografe dell'esemplare napoletano e la redazione corrispondente
del 1588, dov’è mantenuta la più importante di quelle correzioni. Ecco il cap.
dell’ed. Cacchi con le correzioni dell’autore: Quoniam, quæ in superiore
Commentario exposita sunt t alio omnia se habere modo Aristoteli videntur, eius
omnino de singulis illis sxp/icondqw esse, cxcwiviividfinique sententiam.
Quoniam autem non Terra modo e sublunaribus primum corpus Aristoteli videtur;
sed et aqua itidem, et qui nos ambit ær, et is, qui Coelo subiacet et cum Coelo
circumvolvi videtur; et unumquodque eorum non ab unica' agente natura, sed a
duplici singula illas, debilitatasque, at non eas tamen modo, quæ unius sint
corporis, sed omnes simul sibi ipsis commistas, contplicatasque, pene et unum
factas inesse; e simplicium itaque complexu, commistioneque effecta mista Aristoteli
dicuntur: et nequaquam a propria Coelum natura, propriaque calefacere
substantia, caloris omnino expers, nec calorem suscipere ullum aptum, commune
sublunaribus habens nihil, penitusque diversa præditum natura, sed sublunarem
ærem commovens, conterensque: et nec a propria omnino forma '), propriaque
moveri substantia, sed ab immotìs motoribus; longe omnia a nostris dissidentia;
ipsius explicanda est, excutiendaque de singulis sententìa: neque enim et
aliorum itidem recensendæ sunt, examinandæque opiniones, ab ipso satis reiectæ
Aristotele, et non penitus etiam notæ nobis. Utinam et cum Peripateticis
liceret idem: magno itaque vacuis labore aliena exponendi reiiciendique, nostra
tantum explicanda. esset sententia; at non admissis modo illorum placitis
decretisque, sed ea acceptis fide ac religione, ut si ex ipsius naturæ ore
prolata essent: non igitur rei ullius 1 2 ) amplius natura inspicienda,
indagandaque cuipiam videtur, at tantum quid de quaque Aristoteles senserit,
speculandum. Non id ignoscant raortales rogandi, quod videlicet in singulis
examinandis et neqnaquam a propria Coelum.., forma, cancellato. 2) itaque rei
ti ullius. T. Arislotelis sententiis hæreamus '): at quod dissentire ab ilio
audeamus, et non illum numinis instar veneremur; qui si illius dicto audiant,
aut factum incitentur, nihil nobis veritatis studio illi adversantibus
succenseant : quin gratias potius habeant, et idem ipsi faciant omnes: ipse
enim Aristoteles veritatem amicis omnibus præhonorandam admonet, et veritatis
gratia præceptorem etiam amicumque incusare nihil vereri videtur. Huius certe
nos amore illecti, et hanc venerantes solam, in iis, quæ ab antiquoribus
tradita fuerant acquiescere impotentes, diu rerum naturam inspeximus: et
conspectam (ni fallimur) tandem aperire illam mortalibus voluimus, nec liberi
nec probi liominis officio fungi iudicantes, si generi illam hurnano
invidentes, at invidiam ab hominibus veriti ipsi illam occultemus. Age igitur,
ut clarius illa elucescat, agentia rerum principia inquirentem, et prima
constituentem corpora, tum reliqua ex iis componentem, postremo et Coeli
Solisque motu calorem generantem, et motores immotos, a quibus Coelum moveatur,
indagantem, ea omnino, quæ in superiore nobis tractata sunt Commentario, in
quibus (ut dictum est) omnibus summe a nobis dissentit, explicantem Aristotelem
audiamus, eiusque dieta singula rationesque examinemus. Ed ecco che cosa
diventerà questo capitolo nella redazione definitiva del De rer. natura (ed.
Spampanato). Cancellato questo periodo Non id... hæreamus, c corretto:
{speculandnm) quovis labore nostro, quovis ahorum itidem fastidio, singulæ eius
positiones quam diligentissime et sæpius eadem interdum esponendo f ex am in a
n dæque omnino sunt (?). Nihil si in iis tractandis plus iusto immoremur mortales
nobis ut ignoscant rogandos esse existimantcs. GENTILE, T. Repeluntur complura
quæ superioribus traditi sunt commenlariis. Ponitur stimma positionum
Aristotelìs quæ infra sunt expendendæ. Materia non una ei duplex natura agens,
et unus calor frigusque unum, mundi huius universi principia, nec quod terrain
mareque et stella? inter quodque ipsas inter stellas locatum est ens, unam
idemque et ab una eademque universum constitutum natura, nec duo tantum prima
esse corpora, nec entia reliqua a coeli solisque natura e terra effecta,
quemadmodum nobis, Aristoteli videntur. Ille enim sublunaria omnia una eademque
e materia; quæ supra lunam sunt entia, cælum stellasque omnes, ex alia constare
et quæ nihil illi congruat naturarumque quas illa suscipit prorsus incapax sit;
et quod inter lunæ orbem terramque et mare est ens, in duo, in ignem aéremque
(ignem enim supremam eius portionem quæ lunæ orbi subiacet, ærem vero infimam
liane quæ terram ambit, appellat), divisam esse affirmat. Et præter cælum
quattuor esse prima corpora, terram, aquam, ærem, ignem, decernit: minimeque ad
horum constitutionem calorem modo frigusque sed humiditatem etiam et
siccitatem, ut agentes naturas, et ad illorum singulorum constitutionem
nequaquam earum unam sed oppositionis utriusque alteram affert; et duplicem
omnino singulis agentem assignat naturane dictisque e quattuor corporibus, at
veluti mutuis vulneribus confectis afflictisque et pugnam pertæsis tandem et
sibi ipsis commixtis, pene et unum factis omnibus, entia reliqua constituit
omnia. Et cælum stellasque omnes propria natura et quæ a calore frigoreque et
ab humiditate siccitateque prorsus diversa sit, donat. Itaque calor qui a sale
fit non ab eius natura nec a propriis eius viribus, sed ab eius fit motu, a quo
sic cælo suppositus ignis et bona aéris pars agitetur, conteratur, accendatur
accensusque ad terram usque detrudatur; et nequaquam a propria cælum natura
propriaque substantia sed ab immotis moveri motoribus statuit. Longe tandem
mutuo in omnibus fere dissentimus. Quas ob res Aristotelis explicanda
excutiendaque est de singulis sententia; nec vero et aliorum etiam opiniones,
satis ab ipso, ut videtur, reiectæ et quæ, nulli admissæ, ab ullius removendæ
sunt animo. Utinam cum Peripateticis liceret idem: magno aliena exponendi reiciendique
labore vacuis, nostra tantum explicanda esset sententia. At quoniam non
admiserunt modo illorum placita et decreta, sed ea acceperunt fide et religione
ac si ex ipsius naturæ ore prolata essent; itaque rei nullius amplius natura
inspicienda indagandaque cuipiam videtur. sed tantum quid de quaque Aristoteles
senserit speculandum: utique quovis labore nostro, aliorum etiam fastidio
quovis, singulæ illius positiones quam diligentissime, et sæpius eædem
interdum, exponendæ examinandæque sunt. Nihil, si in iis tractandis plus iusto
interdum immoremur, mortales nobis ut ignoscant, sed quod a summo naturæ
interprete dissentire audeamus et non numinis instar illum veneremur, rogandos
esse existimamus: qui, si illius dictum audiant aut factum imitentur, nihil
nobis veritatis studio illi adversantibus succenseant, quin gratias potius
habeant idemque ipsi faciant omnes. Ipse enim liber in philosophando
Aristoteles veritatem amicis omnibus præhonorandam admonet, et veritatis gratia
præceptorem etiam amicumque incusare nihil veretur. Huius certe solius nos
amore illecti et hanc venerantes solam, in iis quæ ab antiquoribus tradita
erant acquiescere impotentes, diu rerum naturam inspeximus, et conspectam, ni
fallimur, tandem mortalibus aperire voluimus; nec liberi nec probi hominis
officio fungi iudicantes, si generi illam humano invidentes aut invidiam ab
hominibus veriti, ipsi illam occultaremus. Ergo, ut clarius illa eluceat,
agentia rerum principia inquirentem et prima constituentem corpora, tum reliqua
ex iis componentem, postremo et càeli'solisque motu calorem generantem et
motores immotos, a quibus cælum moveatur, indagantem, ea denique, in quibus
omnibus summe a nobis dissentit, explicantem Aristotelem audiamus, et singula
eius dieta rationesque examinemus. T. Consentini De Ret urn natura \ iuxta
propria principia | libri IX | ad illustriss. et Excellenriss. D. Ferdinandum
Carrafam Nuceriæ Ducem | Neapoli | Apud Horatium Salvianum In f. Sul
frontespizio è riprodotta la figura femminile. Questa edizione definitiva (di
cui Græsse, vi, ij, p. 47 ricorda copie con la data 1587) è riprodotta nelle
due seguenti: 4 Tractutionum pkilosophicarum tomus unus\ in quo continentu.r:
I. Mocenic! Veneti Universaliutn Institutionum ad hominum perfectionem,
quatcnus industria paruri potest, contemplationcs quinque ; Cæsat.pini Aretini
Quæstionum Peripateticarum, libri v; III. Ber. Telesii De rerum natura, Genevæ,
apud Eustach. Vignon; in f. Nè anch'io I10 potuto vedere questa edizione; che
il Nicekon (Mèmoires) dice conforme all’ed.. Spampanato, pref. alla sua ed. p.
xxi, erra dicendo genovese questa ristampa e credendo relative al De rcr. fiat,
le opere del Mocenigo e del Cesalpino. T. I i; 5 T. Consentini De rerum natura
iuxta propria principia, Coloniæ, Excudebat Petrus Moulardus,Questa edizione è
citata da L. T., in T. Operimi catalogus, aggiunto alla sua ristampa dell
'Orazione del D’Aquino, p. 71.— Fiorentino, Pomponazzi, cita una edizione del
De rei . natura con la data di « Neapoli »: che dice appartenuta a Ulisse Aldrovandi
ed esistente nella Bibl. Naz. di Bologna. Se non che, come m’informa l’amico
prof. Flores, questa Biblioteca possiede soltanto l’edizione, e del resto Aldrovandi
mori. È piuttosto da tener presente il seguente luogo della Orazione 8 del
D’Aquino (p. 9): « Onde de’ suoi divini scritti tanta stima ha fatto il mondo,
che sono stati dati più volte in luce, non solamente in Italia, ma in Fiandra
ed in Germania: e sebbene gli Italiani hanno innalzato le sue opere
grandemente, le nazioni straniere si sono ingegnate in ciò di avanzargli, e gli
Alemanni, rimosso il primo titolo del libro, dove egli per sua modestia ponea
solamente il suo nome ed il suggetto dell’opera, l’hanno ornato grandemente
d’un altro nuovo titolo nel quale si contiene, che quella opera è piena di
molta dottrina, e che è necessaria agli studiosi delle lettere così umane come
divine ». T. De rerum natura \ a cura di | Vincenzo Spampanato, Formiggini
editore in Modena. È il 1“ volume dei Filosofi italiani, collezione promossa
dalla Soc. filos. italiana, diretta da Tocco. Precede una pref. del Tocco e una
dello Spampanato. Il (piale pubblicherà in altri due volumi il resto del Ve r.
nat., e forse un 4“ e un 5» voi. contenenti dei saggi delle edizioni e gli
opuscoli. A questo i» voi. ha premesso una riproduzione del ritratto inciso dal
Morghen, pubbl. per la prima volta nella Biografia degli uomini ili. del Regno
di Napoli del Gervasi. n 8 appendice bibliografica Riproduco qui appresso la
dedica e il proemio, premessi dal Telesio all’edizione definitiva della sua opera,
secondo la stampa del Salvianl. Illustrissimo atque exceli.entissimo domino don
Ferdinando Carrafæ duci Nuceriæ T. consentinus. Commentarios de rerum natura,
quos, ut probe nosti, excellentissime Princeps, magnis laboribus diuturnisque
confeceram vigiliis, edendos tandem visum cum csset, sub tuis omnino auspiciis
emittendos esse duximus; nani et domi tuæ conscripti fuerant, et plurtmis
magnisque beneficiis, quæ in me contuleras, debebantur. Et amplius etiam, quod
Aristotelis doctrinam (quam adeo Alexander excoluit veneratusque est, et quæ
sub Alexandri patrocinio adeo floruit tantoque habita fuit in honore) ut sensui
et sibi ipsi passim repugnantem cum damnemus, aliamque et longe ab illa
diversam cum ponamus, non sub regis cuiuspiam auspiciis, qui imperii
amplitudine Alexandro conferri posset, sed sub herois præsidio emittendos esse
duximus, qui nec ingenio nec iudicio nec animi magnitudine nec virtute omnino
ulla ab Alexandro exsuperaretur, quin qui in multis illum exsuperaret. Et
nostri temporis hominum unus tu talis, excellentissime Princeps, non nobis
modo, sed sanis hominibus visus es omnibus, ltaque nihil venti quod opibus
potentiaque ab ilio exsupercris, sub tuis omnino auspiciis emittendos esse
decrevimus. Nostra siquidem doctrina quoniam nec sensui nec sibi ipsi nec
sacris etiam litteris repugnat unquam, quin adeo bis et illi concors est, ut ex
utrisque enata videri possit; quoniam omnino vera est, sese ut ab mvidorum
calumniis tueatur et, iis reiectis, sese assidue T. effundat amplificetque,
nullis regum opibus nuliaque potentia sed tua modo opus habet ope; qui sic
animi bonis, quæ dieta sunt, nihil ab Alexandro exsuperaris, quin in illorum
multis tu illum exsuperas. Nam ingenio iudicioque te ilio quam longissime
præstantiorem esse, vel doctrina, quam uterque admittendam decrevit,
manifestai.,Quam enim ille amplexatus veneratusque est et summis præmiis
summisque dignara existimavit honoribus, quod dictum est, et sensui et sibi
etiam ipsi, quin et Deo optimo maximo, passim repugnat. Itaque soli calorem
lucemque abnegat: et mundum nequaquam a Deo optimo maximo constructum, sed
voluti casu quodam enatum ponit; et rerum humanarum administrationem
cognitionemque Deo demit omnem. Et non sensui modo, sed, ut nostris in
commentariis apertissime ostensum est, sibi ipsi etiam passim dissentit
adversaturque ; ut existimare liceat vel in præceptoris gratiam, nihil eius
fundamentis positionibusque inspectis examinatisque, Alexandro admissam fuisse,
vel quam longissime illum abesse, ut ingenio iudiciove tibi conferri possit.
Nam tu doctrinam nostram non statim, sed ibi tandem admittendam perdiscendamque
esse duxisti, ubi sensui et sibi ipsi universa et sacræ etiam scripturæ bene
concors visa est. Ut, quod dictum est, ingenio iudicioque multo te Alexandro
præstantiorem esse necessario existimandum sit. Neque enim, si, quali tu, ingenio
iudiciove donatus ille fuisset, et sensui et sibi ipsi et sacris divinis
litteris passim dissentientem Aristotelis doctrinam admittendam duxisset
unquam. Animi porro magnitudine fortitudineque nihil Alexandrum te præstantiorem
fuisse res, a te in Peloponneso gestæ, manifestant: ubi, innumerabilibus
Turcarum equitibus in Christianorum exercitum, turbatum iam trepidantemque,
irruentibus (qui omnino nisi a te repressi reiectique fuissent, magnimi nostris
incommodum illaturi erant), non magno veteranoque cum exercitu, ut Alexander,
sed perpaucis cum peditibus, in fugam iam coniectis et a te retentis tuaque
præsentia et fortitudine confirmatis, sponte tua te opposuisti; et longe
illorum plurimis interfectis, reliquos in fugam coniecisti penitusque
prodigasti. Itaque Christianorum exercitum, summum iam in periculum adductum et
in fugam iam conversum confirmasti conservastique : talem omnino te
præstitisti, ut eorum, qui pugnantem te conspexere, nulli dubium esse posset,
quin, si unquam exercitus ductandi magnaque bella gerendi occasio tibi oblata
foret, bellicam Alexandri gloriam æquaturus et superaturus etiam esses. At
pares, quæ dictæ sunt, virtutes in utroque ut sint, puriores certe in te
splendent, neque enim, quod in ilio passæ interdum sunt, ab immixtis vitiis in
te obscuratæ sunt unquam. Et nequaquam, ut ille, deos tu colis ab hominibus
effictos multisque obnoxios vitiis; sed Deum venerans, cæli terr:eque
conditorem et qui unigeniti Filii sui morte humanum genus servari substinuit,
sanctissimaque eius præcepta summa observas cum religione. Minus etiam generis
claritate ab Alexandro exsuperaris, siquidem Carraforum) familia multis iam
sæculis plurimorum magnorumque principum coronis et regio etiam diademate
effulget (nam tuus ille Stephanus Sardiniæ regnum regio cum titulo obtinuit
diuque possedit), et plurimorum magnorumque sacrorum antistitum puniceis pileis
et pontificia etiam corona exornata est: ut ambigere non liceat, quin generis
etiam claritate nihil ab Alexandro exsupereris. Quoniam igitur, Alexandro collatus, nec generis
claritate nec ullis animi bonis inferior videri Spamp. Carra/arum. potes; age,
commentarios nostros (propterea in primis tibi dicatos, quod Alexandro si)
quidem fortuna imperioque, non certe et ingenio iudiciove, nec vel magnitudine
vel aliis ullis animi bonis ab ilio J ) exsuperaris, quin in multis tu illum
exsuperas) libens suscipe. Et si Aristotelis voluminibus, quæ tantis Alexander
præmiis tantoque digna existimavit honore, niliil deteriores tibi visi sint; et
nostri mores nostrumque ingenium, quod penitus tibi perspectum sit oportet,
nihil me unquam (cuiusmodi Aristoteles erga Alexandrum fuit) tuorum erga me
beneficiorum immemorem ingratumque futurum suspicari sinent; non quidem, ut non
minoribus præmiis nos prosequaris, rogamus (quæ scilicet a præsenti fortuna tua
exspectari non possunt et quæ nulla a te expetimus, satis superque a benigni
tate tua ditati), sed ut non minore me prosequaris benevolenza et, quod hactenus
strenue fecisti, Peripatedcorum iniurias calurnniasque repellas. Nihil omnino,
quam Aristoteles Alexandro fuit, me tibi minus carum, neque in minore, quam ab
ilio habitus fuit, nos a te in honore haberi homines intelligant. Hoc vero, ut
præstes, percupimus et summopere te rogamus. Vale, o præsidium et dulce decus
meum. Spamp. Quod si. Spamp. Ab Alexandro. Spamp. Sinant.I T. Comentini De
rerum natura iuxta propria principia Liber primus: Prooemium '). Mandi
constructionem corporumque in eo contentoram magnitudinem naturamque non
ratione, quod antiquiorihus factum est, inquirendam, sed sensu percipiendam et
ab ipsis liabendam esse rebus., Qui ante nos mundi huius constructionem
rerumque in eo contentarum naturam 3 ) perscrutati sunt, diuturni quidem vigiliis
magnisque illam indagasse laboribus, at nequaquam inspexisse videntur. Quid enim iis illa
innotuisse videri queat, quorum sermones omnes et rebus et sibi etiam ipsis
dissentiant adversique sint? Id vero propterea iis evenisse existimare licet,
quod, nimis forte sibi ipsis confisi, nequaquam, quod oportebat, res ipsas
earumque vires intuiti, eam rebus magnitudinem ingeniumque et facultates '),
quibus donatæ videntur, indidere. Sed veluti, cum Deo de sapientia contendentes
decertantesque, mundi ipsius principia et caussas ratione inquirere ausi, et,
quæ non invenerant, inventa ea sibi esse existimantes volentesque, veluti suo
arbitratu mundum effinxere. Itaque
corporibus, e quibus Questo Proemio forma il cap. i del lib. i nella ediz. con
alcune varianti che saranno qui appresso indicate: rultima delle quali assai
notevole. coni etti or uni naturam. rerumqtu naturam.indagasse illatn. videri
potest. evenisse videtur. id rebus ingenium easque facultates. causas. constare
is videtur, nec magnitudinera positionemque, quam sortita apparent, nec
dignitatem viresque ‘), quibus prædita videntur, sed quibus donari oportere
propria ratio dictavit, largiti sunt. Non scilicet eo usque sibi homines
piacere et eo usque animo efferri oportebat, ut (veluti naturæ præeuntes, et
Dei ipsius non sapientiam modo sed potentiam etiam i) affectantes) ea ipsi
rebus darent, quæ rebus inesse intuid non forent et quæ ab ipsis omnino habenda
erant rebus. Nos non adeo nobis confisi, et tardiore ingenio et animo donati
remissiore, et humanæ omnino sapientiæ amatores cultoresque (quæ quidem vel ad
summum pervenisse videri debet, si, quæ sensus patefecerit et quæ e rerum sensu
perceptarum similitudine haberi possunt, inspexerit), mundum ipsutn et singula
eius partes, et partium rerumque in eo contentarum passiones, acriones, operationes
et species intueri proposuimus. IUæ enim, recte perspectæ, propriam singulæ
magnitudinem, hæ verum ingenium viresque et naturam manifestabunt. Ut si nihil
divinum, nihil admiradone dignum, nihil etiam valde acutum nostris inesse
visura fuerit, at nihil ea tamen vel rebus vel sibi ipsi repugnent unquam;
sensuin videlicet nos et naturam, aliud præterea nihil, secud sumus, quæ,
perpetuo sibi ipsi concors, idem semper et eodem agit modo atque idem semper
operatur. Nec tamen, si quid eorum, quæ nobis posita sunt, sacris litteris
catholicæve ecclesiæ non cohæreat, tenendum id, quin penitus reiciendum,
asseveramus 1) ejfmxere et corporibus. e quibus constate is videtur. non ram
tuagnUudinem eamque dignitatem et vires. modo sapientiam.etiam potentiam.aciiones
atque operationes intueri.magnitudinem ac speciem, hæ. s unirne.
contendimusque. Nequeenim humana modo ratio quævis, sed ipse edam sensus illis
posthabendus; et si illis non congruat, abnegandus omnino et ipse etiam est
sensus T. | Consentini | De hìs, quæ in
Ære fiunt; et de Terræ- \ motibus. Liber (Jnicus | cum Superiorum facultate. |
Neapoli, | Apud Iosephum C'acchium. Carte. nuin. nel redo. Sul frontespizio è
la solita figura femminile, eom’è anche nei due opuscoli seguenti. Precede
questa dedica: Illustrissimo et Reverendissimo Tolomeo Gallio Cardinali Comensi
ac Archiepiscopo Sipontino T. S. P. D. Quoniam plurimis gravissimisque, ut
nosti, molestiis oppresso detentoque, ad te, quod summe quidem semper cupivi,
et quo nihil mihi iucundius contingere posset, venire tecumque vivere non
licet; nec vero alia ratione meam erga te observaniiam gratitudinemque
manifestare; utrumque, quo licet modo, ut efficerem, Commentarium De iis quæ in
aère fiunt, ad te mittere statui. Minus certe munus, quam quod tuis erga me
meritis debeo; qui scilicet cum nulla alia in re studium voluntatemque tuam a
me desiderati passus sis, tum vero studiorum meorum egregius imprimis fautor
semper fuisti. Multo etiam minus quam quod virtutes tuæ expostulant, surnma
integritas, summaque in omnes charitas; non illæ quidem ad homines alliciendos
simulatæ, [Mancano i due ultimi periodi: JVec tamen... est sensus. a ut segnes
unquam, sed veræ puræque, et unius honesd grada scraper vigiles semperque
operantes; et summa prudentia, rerumque omnium cognido. Emicuerunt quidem illæ,
cum sub Pio IIII. Pontif. Max. Christianam Rempublicam tu imprimis tractares,
administraresque; et ita eraicuere, ut multo spiendidius emicaturæ viderentur,
si tempus unquam nactæ forent, in quo liberius splendere possent. Summam
præterea animi tui magnitudinem quis non summopere amet summeque veneretur? Qua
effectum est, ut nullis bonorum quorumvis accessionibus quicquam elatus aut
immutatus omnino esses unquam; bona scilicet quævis, et quæ virtus tibi pararat
tua, te minora semper visa sunt, et fuere mehercule semper minora; itaque nihil
illa te extulere unquam. Me quidem diu penitusque egregias animi tui virtutes
et mores cum sancdtatis tum vero et iucunditatis plenissimos intuitum tanta
illæ erga te veneradone tantoque animi tui amore desiderioque inflammarunt, ut
nec venerari te satis, nec colere amareque, et tecum esse satis desiderare
posse videar. At multo, ut dixi, maiora a me meritus, parvo hoc munere, scio,
contentus eris ; Deum Opt. Max. imitatus, qui non quas non habemus opes, nec
opes omnino ullas, sed veram modo pietatem, esto et modici thuris evaporationem
a nobis poscit. Tum qualecunque id est, perpetuum erit, spero, tuorum erga me
meritorum, et meæ erga te observantiæ charitatisque signum. Vale. T. |
Consentini De color um generatione Opusculum. Cum superiorum facultate |
Neapoli, | Apud Iosephum Cacchium. In-4 1 cc. 7 nnmiii. nel redo. Precede la
seguente dedica, in alcuni esemplari premessa ai due libri del De t er. natura
del '70 per errore di chi legò con essi questi opuscoli. Illustr. mo Io anni
Hieronymo Aquevivio Hadrianensium Duci T.,CONSENTINUS S. P. D. Multos equidem
iam annos surama te prosequor veneratione, summoque tui videndi desiderio
teneor. Neque enim unus aut alter te cum cæteris animi bonis virtutibusquetum
vero divino sane ingenio iudicioque longe acerrimo præditum disciplinisque
omnibus apprime ornatum mihi prædicavit; sed communis omnium consensus, et
eorum præcipue qui et te magis norunt, et qui, quæ in te sunt, bona reliquis
exquisitius intueri possunt: in primis Marius C/aleota (qui vir et quantus!):
hic quideni te non summis ætatis nostræ hominibus, sed antiquis illis hæroibus
ac divinis viris conferre nihil veretur; nec vero Rempublicam vel manu vel
consilio adiuvandi occasionem nactus si sis umquam, quin illorum gloriam
exæques, aut etiam exsuperes dubitat quicquam. Admirabilem scilicet intuitus
naturam tuam, et cum reliquarum honestarum disciplinarum tum vero philosophiæ
studiis diu summaque excultam diligentia, summa itaque erga te charitate ac
veneratione summoque tui desiderio me inflammavit (rie). Quod si per molestias,
quibus multos iam annos assidue opprimor, mihi licuisset, promptius, mihi
crede, ad te quani ad fortunatissimos reges advolassem; et præsens animi mei
propensionem erga te patefecissem, ac dedidissem omnhio me tibi. Id quando
adhuc facere non licuit studiorum meorum monumentum quippiam tibi offerre visum
est, quod meæ erga te observantiæ signum esset: itaque commentarium De colorum
generatione ad te mitto. Libens, spero, munus, qualecumque est, accipies, in
quo nimirum hominem, qui te nunquam vidit, virtutum tuarum pulchritudine ac
fulgore incensum intuebere. Nani, si probatus tibi ille fuerit, et perobscuram
adhuc, ut videtur, colorum naturarli exortumque patefecerit, id vero opibus a
te omnibus carius æstimatum iri certo scio; ut qui illustrissimorum maiorum
tuorum more rerum cognitionem rebus omnibus ac regnis edam ipsis præhabendam
semper duxeris. Vale. T. | Consendni |
De mari, \ Liber Unicus. | Ad Ulustriss. Ferdinandum Carrafam | Soriani
Comitem. | Neapoli, | Apud Iosephuin Cacchium. In fondo all'opuscolo-. Cum
Licentia Superiorum. Sono cc. 12 numm. nel recto-.Precede questa dedica:
Illustriss. Ferdinando Carrææ Soriani Comiti T. S. P. D. Cum primum literas
tuas accepi, quibus declarabas te in iis, quæ de mari ab Aristotele tradita
erant, acquiescere minime posse, et quid de eius natura et motibus sentirem, ad
te conscribere mandabas: etsi plurimis (ut nosti) opprimerer molestiis, dbi
tamen ut morem gererem tuique desiderio sadsfacerem, commentari uni, quem iam
pridem de eo conscripseram, rudem adhuc, quantum per præsentes occupadones
licuit, polivi. Et præter morem nostrum, prius quæ ab Aristotele tradita sunt,
in eo exponuntur examinanturque, ut facile homines intelligerent iure te in iis
acquiescere non potuisse: tum nostra apponuntur. Perleges vero tu illuni, et si
tibi probatus sit talisque visus, qui et tuo sub nomine in lucem prodire queat,
prodeat. Neque enim, quæ tu admittenda decreveris, alii ut damnent vereri
licet; libens certe confectum tibi opus, qualecumque id sit, accipies; summara
in eo meam erga te charitatem observantiamque intuitus et grati animi signum
cura erga te, tum et erga illustrissimos parentes tuos, Alfonsum Nuceriæ Ducem,
virum unum omnium optimum constantissimumque, et loannam Castriotam, quæ cum
maxime fortunæ corporisque bonis affluat, et tantis omnino, quantis plura ne
optare quidem liceat, si cum alias eius animi virtutes, tum vero, quæ ægre
sitnul coire videntur, lenitatem sublimitatemque summe in ilio coniunctas, pene
et unum factas quis inspiciat, vix illorum splendorem intueatur; ut mihi quidem
nostræ ætatis homines nihil ea amabilius, nihil etiam divintus conspicere posse
videantur. Hæc vero tu eius parentisque tui splendorem summamque utriusque
generis claritatem ne novis luminibus non illustres dubitandum est quicquam.
Nam mihi quidem te illosque intuenti, quæ in illorum utroque corporis animique
bona sunt, ex utroque hausisse videris omnia: minimeque vel eorum vel avorum
gloria vel tantarum opum possessione, totve ac tantorum populorum dominatione
contentus tuo tibi ut studio tuoque labore novum decus novosque honores
acquiras summa attendis cum diligentia. Age vero, qua coepisti perge, et mihi
crede, non summam modo gloriam, sed veram adipisceris felicitatem, summæ
nimirum fortunæ summam adiicies sapientiam. Vale. io. T. Consentini | Vani de naturalibus | rebus
libelli \ ab Antonio Persio editi. | Quorum alii nunquam antea excusi, alii
meliores | facti prodeunt. Sunt autem hi | de Cometis, et | Lacteo Circulo. |
De liis, quæ in Ære fiunt. De Iride. De Man. SCRITTI DI B. T. Quod Animai
universum. De Usu Respirationis. De Coloribus. De Saporibus. De Somno.
Unicuique libello appositus est capitum Index. Cum privilegio [insegna
tipografica) Venetiis . Apud Felicem Valgrisium. Dopo
la pref. Antonine Persine camiido Perfori, c’è l’ Inde a opusculorum, diviso in
due parti: Prima pars, in qua precipua Metereologica continentur; Secunda pars,
in qua, quæ Parva naturalia dici possimi, tractantur. Nella 1“ classe sono
compresi i quattro opuscoli De Cometis et tacteo circolo, De bis quæ in apre
fiunl (dedicati entrambi a Gian Iacopo Tomaie), De iride (al vescovo di Padova Cornelio)
e De mari (a Francesco Patrizio). Nella 2 a altri cinque opuscoli : Quod animai
universum ab unica animæ substantia gubernatur contro Calenum (a Tinelli), De
usu respirationis (a Giovanni Micheli), De coloribus (a Benedetto Giorgi), De
saporibus (a Fed. Pendasio), De somno (a Girolamo Mercuriale). Il volume consta
di 4 carte inn. a principio, 5 parimenti inn. in fine e dei 9 opuscoli ciascuno
dei quali con numerazione a sé, sul recto, e con frontespizio particolare;
tranne il primo. Il I- 1 I op. di cc. (De Com. e De Air); il III (De ir.) di
cc. 20; il IV (De mari) di cc. 19; il V (Quod anim.) di cc. 47; De usu) cc. ;
De color.) cc. ; (De sapor.) cc. ; De somno) cc. . Riporto la prefazione
generale e le singole dediche. Antonius Persius CANDIDO LECTORI. Novem hæc T.
physica opuscula, quorum tria tantum antehac excusa fuerunt, eodem omnia
volumine complexa, ut publici iuris efficienda curarim id fuit causæ
potissimum, Candide lector, quod, cum paucissima eorum exempla circumferrentur,
adeo ut jpsi mihi, qui Telesio inter vivos agenti coniunctissimus, G. Gentile,
T.1.^0 ac, ni fallor, carissimus fueram, antequani unius ex singulis compos
fierem, sudandum fuerit, liuic malo quani primum eonsulere necessarium
existimarim. Timebam enim ego duorum alierum, vel scilicet ne labores Ili
perirent omnino, vel ne quis eos tanquain proprii sibi partum ingenii
vindicans, suuni iis noinen, Telesii expuncto nomine, inscriberet, et ut sua
tandem in commune proferret. Cuiusmodi non defuturos homines fuisse ut milii
persuaderem effecere multi, quos novi egomet consimilem lusisse ludum. Ac
profecto nostra liac tempestate, si ulla unquam alia factum est, malis hisce
artibus prò sapientia uti licet. Ut autem rem piane intelligas, erant ex his
tres tantum modo, ut dixi, excusi libri, De his quæ in ære fiunt scilicet unus,
alter De mari, tertius De colorum generatione. Ac De mari quident ille nonnullis
auctior capitibus tibi datur, quæ nos in ipsius calcem omnia reiecimus. Qui
vero De coloribus est, longe prodit alius, non verbis tantum, sed et sententiis
atque opinione. Cæteri omnes nunc primum publicantur. Ex iis, qui mihi a T.
missi fuere (sunt autem hi; De somno, De saporibus, De bis quæ in ære, De
mari), hi longe aliis emendatiores exhibentur; reliqui autem, quos aliunde
expiscatus sum (curavit eos mihi Franciscus Mutus, præstanti vir doctrina ac T.
philosophiæ cognitione liaud levi præditus), ii non solum alicubi imperfecti,
veruni etiam tam male exarati ac mendose exscripti erant, ut divinandum mihi
fuerit in plerisque locis. Cum autem in iis exentplaribus, quæ nacti sumus,
loci nulli neque Aristotelis, neque Galeni, neque aliorum, qui a I elesio
laudantur authores, neque in contextu, neque in margine notati extarent, nos
eos omnes in tuum commodum, Amice Lector. ad oram cuiusque libelli rite
adscripsimus. Ad hæc schemata quædam in libello De '.il iride ab authore
nominata, vel saltem subintellecta, quod nullum eorum in nostris codicibus
vestigium extar et, accurate delineavimus, ut facilius id, quo de agitur,
intelligeres. Atque hæc nos tibi
tanquam in alieno solo (ut cum nostris loquar iurisconsultis) elaboravimus,
propediem te in nostro accepturi, atque ex ugello ingenioli nostri, quæ tibi
forte non ingrata videantur, multo liberalius deprompturi. Quod reliquum est,
Lector Immanissime, quo nobiscum ab illius sapientissimi viri manibus gratinili
aliquam in eas, ac magis udlitati publicæ consulamus, si forte meliores, quam
nostri sunt, codices fuerit nactus, ut et ego meliores edere possim, mihi eos,
quæso candidus imperti; si non, his utere mecum. Vale. Ai primi due opuscoli è
premessa la dedica seguente: Antonius Persius IGANNÌ IACOBO TONIALO VIRO
PRÆSTANTISSIMO S. P. D. Quod in studio mathematices, quo maxime omnium semper
es delectatus, in primisque astronomicæ facultatis, totus usque sis, laudo te,
mi Tomaie, vehementer, ac vere virum censeo, qui non te otio, quod plerique
ista fortuna, hoc est opibus, abundantes homines faciunt, corrutnpi sinas; sed,
cum ingenio iudicioque cum paucis sis conferendus, animum tuum optimis artibus
perpolitum nobilissima rerum excelsissimarum excolis cognitione. Cui tantum
detulit Aristoteles, ut eam vel imperfectam perfecta inferiorum rerum scientia
multo duxerit esse præstantiorem. Utere igitur fortunæ bono dum per florentem
ætatem tuam licet, et viaticum senectuti para. Collocupleta tuum solidis atque
immortalibus bonis animimi: amicitias quoque, quod facis, adiunge tibi
liberalitate hac tua, omnique officiorum genere, quæ ego abs te expertus non
vulgaria, perlibenter soleo prædicare. Et quo extaret eoruni significano
diuturnior, a me tibi nuncupati ut exirent duo hi Telesii nostri libelli De
cometis et lacteo circulo unus, De iis quæ in ære fiunt alter, libentissime
curavi: simul ut haberes occasionerei de rebus coelestibus, coeloque proximis,
quo te rapit astrorum studium, novam Telesii nostri disputationem alacrius
legendi. Cuius
tu philosophiam magno animo amplexatus maxima cum iudicii et ingenii laude
tueris. Ac liber ille quidem, quo De iis, quæ in ære fiunt, disseritur, editus
antehac est, nunc emaculatior prodit. Alter vero nunc primum publici iuris efficitur. Vale, et Persium tuum ex
animo nunquam elabi tuo patiare. Patavio Illustrissimo ac reverendissimo
Aloysio Cornelio episcopo Paphiensi et Patavino designato. Antonius Persius. S.
P. D. Post nobilem illum universæ terræ cataclysmum, ex quo Noe, cum familia
servatus, humanum genus reparavit, apud Ethnicos quoque pervulgatum, ac
Deucaleonearum undarum nomine a poeds significatimi, scriptum fecit Moses summi
ille Dei scriba atque interpres, Illustrissime ac Reverendissime Episcope, Deum
ipsum edidisse arcum, seu Iridem pacti indicem ac foederis inter se atque
humanum genus constituti, ut quoties id in coelo appareret toties divinæ
potentiæ beneficiique nobis divinitus collati memoriam renovaret. Hoc mihi, . 1
.1,ì dura eximii philosophi Bernardini Telesii libellum De iride in lucem
proferre cogitarem animo repetenti cupido incessit, ut haud ita dissimilis in
re simili tui erga me animi significatio exstaret, operam dare. Est igitur a me
curatimi, ut ii, in quorum oculos hæc T. Iris incurreret, de tuorum in me
magnitudine meritorum brevi hac ad te epistola quoquo pacto admonerentur.
Namque, ut alia præteream, maximorum semper in loco beneficiorum mihi delatum
putabo, quod in aliqua apud te grada vigeam, ac me ipse in tuorum tibi
addictissimorum numero censeri velis. Cum enim percrebuerit te non nisi doctos,
probos ac sapientes viros, tui scilicet simillimos, amare, fovere atque ornare
solere, cum tu non solum maiorum splendore summaque familiæ nobilitate, verum
edam doctrinæ, probitatis ac sapientiæ laude nemini concedas (quarum quidem
virtutum singulare specimen in administradone Episcopatus Patavini tibi ab
amplissimo Cardinali Federico patruo tuo, prudentissimo viro delata maximo cum
ecclesiæ Patavinæ fructu quotidie exhibes); quid mihi proficisci abs te maius
atque optabilius unquam posset, quam ex tua consuetudine, qua me dignum tua
esse voluit humanitas singularis, tantarum mihi virtutum famnia, ac nomen
aliquod comparare? Quod igitur opusculum hoc tuo sacratum nomini dicarim, id
primum boni ut consulas vehementer cupio; deinde ut tuam in me animi
propensionem, in qua maximam existimadonis meæ partem esse positam inteiligo,
(quod facis) tueare te iterum rogo obsecroque. Vale. Patavii. d) Antonius Persius
Francisco Patricio Platonicæ Philosophiæ in Ferrariensi Gymnasio Professori
Celeberrimo S. P. D. Meministi, eruditissime Patrici, cum Venetiis
conintoraremur, me tibi novam Telesil Philosophiam ac philosophandi rationem
sæpius commendare, et te hortari, ut libros eius de natura legeres diligenter.
Quod ubi est a te factum, cum multa offenderes in iis, quæ velini Democritea
Delio quopiam natatore indigerent, me identidem tanquam in eorum lectione
diutius versatuni, ac Telesii familiarem consulebas, ego igitur libenter et
obscura quæcunque tibi essent interpretabar, et obiicientium sese dubitationum
scrupulos eximebam, quod poteram. Ita ad calcem usque operis cum legendo
pervenisses, tum honorifice de eo loqui cæpisti, ut ipsurn veteribus
philosophis anteferres. Scripsisti quoque a me rogatus in eam philosophiam
dubitationes tuas nonnullas, quas ad Telesium transmisi. Ex eo candidissimus
philosophus quanti tuum lacere iudicium haud obscure significavit, cum deinceps
sua scripta ad tuum sensum exigere non sii gravatus. Cum igitur libellum eius
De mari ab ipso primum editum, atque aliquibus ex eiusdem scriptis ad eandcm
rem pertinentibus auctum, denuo imprimendum curarem, patrem ipsi ac patronum
nullum Patricio aptiorem in venire me posse existimavi, tuæque idcirco ipsum
fidei commendare decrevi. Tu, si constans es in summi viri laude, ut te esse
mihi et natura et consuetudo tua suadet, huiusce opusculi patrocinium suscipias
libenter, ac tuam in eo tuendo non SCRITTI ni n. T. t35vulgarein eruditionem
plaudentibus omnibus explicabis. Feceris autem mihi pergratum, si meis verbis
coniraunem amicum ac fatniliarem Franciscum Mutum et tuum et Telesii præclarum
propugnatorem ingenii, et eruditionis laude ornatissimum, salutaveris, meoque
ipsi nomine dixeris, cura ego ipsius beneficio plerosque ex iis, quos iam edo
libellos, fuerim nactus, expectare, ut eosdem idem ipse meliores, atque alios
eiusdem Auctoris nondum editos nobis eruat alicunde. Vale, ac mei mutuo memor
est. Patavio. Dopo il cap. x segue quest’avvertenza (c. 13 t f ): Tria hæc, quæ
sequuntur capita de maris æstu, a Telesio quidern et ipsa elucubrata sunt, sed
tamen ab eodem in prima huiusce libelli editione consulto prætermissa; idque
ea, ut puto, de causa, quod in hac conteraplatione nondum sibi piane satisfaceret.
Erat enim tum in alienis, tum maxime in propriis sententiis iudicandis sane
quam difficilis atque morosus. Itaque nihil edere ille solebat, quod non longa
adhibita discussione lente prius ac fastidiose probasset. Nos tamen, ne ea
quidern intercidere æquum putantes, quæ ipse rudia atque imperfecta reliquerat,
pauca hæc de manuscripto exemplari diligenter excepta, priusquam ea sibi
aliquis vindicaret et ut sua venditaret, in calce huiusce libelli excudenda
curavimus. H. T. doctrina et eloquentia tectum sartumque præstes ab aculeis
reprehensorum, libenter curavi ut nonien tuum clarissimum præ se ferret
imprcssus. Neque enim dubito, quin maximum apud omnes hoc tuum patrocinium sit
pondus habiturum. Perspectum iam enim est ac notum, quanto te discipulo
gloriaretur dignus ille tnagnorum philosophorum magister Iacobus Zabarelia,
nobis importuna morte præreptus. Cuius sane viri quoties mihi venit in mentem,
venit autem sæpissime, toties ego Patavinæ, in qua profitebatur, Academiæ
ingemisco, quæ tot tantisque infra paucos annos orbata viris, civem hunc suum,
qui facile omnium desiderium leniret, rednere diutius in vita non potuerit, cum
tamen ea decesserit ætate, quæ senectutem vix a limine attingebat. Verum alieno
quidem patriæ et amicis, sibi autem, hoc est nomini, et gloriæ suæ liaud quam
importuno tempore cessit e vita, relictis ingenii sui monumentis, nunquam
intermorituris. Cuius vocem porticus illæ eruditæ Lycei Patavini frustra nunc,
frustra, inquam, desiderant. atque eum, si possent, suum ipsæ civem, qui
philosophiam non præceptis tantum ac scriptis, verum et factis præclarissime
exprimebat, omnium virtutum, imprimis humanitatis ac modestiæ, singulare
exemplunt erat, perpetuo lugerent ; ut eos contra philosophos riderent, qui non
tam in academiæ porticis prò Peripateticæ doctrinæ primatu, quam in publicis
hisce, quæ promiscere ab omnibus ultro citroque commeantibus teruntur, prò
peripatetica, hoc est, ambulatoria ut sic dixerim prærogativa tanquam prò aris
et focis ridiculc dimicant, quasi in eo sitæ sint Græciæ divitiæ, si cui
occurrens, caput aperias, aut interiorem Porticus partem, videlicet parietem
ambulanti concedas. Sed iam nos iis homulis et xaipeiv dicamus et vyicuveiv. Te vero iterum
iterumque rogo, ut animum tuum familiæ tuæ splendidissimæ nobilitate
dignissimum mihi benevolum æ meæ summæ in te observantiæ memorerà tueri,
munusculumque hoc, novum piane munus (cum libellus hic it prodeat ab eodem
Auctore iam pridem multis additis, detractis, immutatis interpolatus, ut, si
cum antea edito conferas, mirum quantum ab eo difierre deprehendas) tanquam
maximum a maximo ad te missum animo gratificandi tibi suscipere ne dedigneris.
Vale. Persius Eminentissimo Phii.osopho Federico Pendasio,. S. P. D. Si quantum
Aristoteli philosophorum filii, tantum tibi, Federice Pendasi, philosophorum
memoriæ nostræ facile princeps, ipsum debere Aristotélem dixerim, næ ego vera
prædicarim. Illustrasti etenim publicus tot annos in ceteberrimis Italiæ
Gymnasiis interpres Aristotelicam usque adeo philosophiam, ut non tibi minus,
quam Aristotelicorum librorum, qui situ obsiti parum ab interitu aberant,
erutori ac vindicatori iHi gratiæ debeatur. Quos si nobis inimicum fatum ad
exitium usque invidisset, poteras tu novus illucere mortalibus Aristoteles,
iacturamque tantam undequaque compensare. Itaque subinvideo Ascanio fratri,
quod ipsi, te Bononiæ degente, Bononiæ degenti fruì licet, ac de te non
publicos solum, sed, quæ tua in omnes privatimque in ipsum est benignitas,
domesticos haurire sermones. Ferebam ego antea tui desiderium paullo lenius,
dum viveret alterum Italiæ lumen Zabarella philosophiæ scientia, ut tibi uni
secundus (quem scilicet ille sibi non solum præferebat, sed auctorem ctiam
recte philosophandi fuisse olim prædicabat), sic cæteris omnibus meo ac
multorum iudicio anteponendus. Eo
nunc,quo familiarissime utebar, extineto, nisi tua me aliquando usurum
consuetudine sperarem, vitarn mihi profecto acerbam putarem. Interim autem quia
te libenter et studiose legere ea scripta, in quibus ingenii et eruditionis
lumina haud vulgaria conspiciantur probe novi, cuiusmodi sunt Telesii
philosophica monumenta, idcirco ut ex ungue leonem agnosceres: ad hæc ut sententiarum
novitate animum tuum consuetis fessum contemplationibus recreares, liunc eius
De saporibus libellum tanquam èvSóoipav ad reliquam ipsius philosophiam
cognoscendam, et, ut sapiat, iudicandam ad et mittere, adeoque tuo inscriptum
nomini publicare decrevi. Accipies igitur hilari fronte hanc meæ in te
benevolentiæ atque observantiæ significationem, ut meum in te studium nunquam
in posterum obliviscaris. Vale. Patavii. Persius PRÆCLAR1SSIMO MEDICO Hieronymo
Mercuriali S. P. D. Homericus ille Iuppiter, quod te non fugit,
HieronymeMercurialis, medicorum choryphæe, ut Agamemnonem de sonino excitaret,
misisse ipsi somnium a poeta perhibetur. Ego vero, ne tu mihi dormias, hoc est,
ne me tibi e memoria atque ex animo excidere patiare, tui amantissimum studiosissimumque
tui nunquam oblitum, non vanum aut mendax aliquod somnium, sed eruditum ca
veridicum Somnum Telesianum a Telesio tum, cum minime dormitabat, elucubratum
ad te mitto, qui somnum arcere quovis somnio validius possit. Hunc ego, et ut
sedulum monitorem, et ut non obscurum mei in te animi interpretem ad Te
destinavi, dum aliud TOSINO U2 quæro tibi mnemosynon, quo pateat illustrius non
solimi quantuni tibi ipse ego debeam deferamque, veruni edam quam ab aliis
omnibus esse deferenduni exisdniem; etsi tu unica de te clarissimæ Bononiensis
Academiæ existimatione (ut communem eruditorum omnium sensum prætermittam)
contcntus esse potes, quæ te tanto studio ac contentione ad eminentissimam
medicinæ cathedram ingentibus atque ante te nemini propositi præmiis pertraxit.
Atque hoc sapienter B0110nienses, ut alia omnia, sapienter te quoque ipsum, qui
condicionem acceperis, fecisse sapientissimus quisque existimat, cum tibi in ea
urbe domicilium statueris, quæ bonorum omnium ornatu ac copia comparari cum
urbibus' omnibus merito potest. Quo tit ut non iniuria et te ego Bononiæ, et
tibi Bononiam invideam, hoc est summorum virorum doctrinae et huraanitatis
laude celeberrimorum Bononiae degentium consuetudinein. Peregrinos nunc taceo,
ne te plus aequo legentem morer. De civium numero unum tantum honoris caussa
commemorabo, Camillum Palaeottum, tuorum, ut tu te merito gloriaris, principem
amicorum; quem virimi primum Romae sum contemplatus, allocutus, admiratus, cum
in eo omnia maiora opinione ac fama deprehenderim. Itaque Alexandrum Burghium
summa insignem timi scientia et eloquentia, tum probitate virum amo plurimum,
qui ut Romae Palaeottum cognoscerem atque ab eo cognoscerer et auctor et
interpres mihi fuit. Obsecro igitur te, vir preclarissime, per humanitatem et comitatem
iliam tuain, qua vel sola aegrotis restituere valetudinem soles, ut me illi
addictissimum diligentissime commendes, et a me salutem dicere ne graveris. Te vero mei muneris ne
poeniteat, siquidem id, quod ab optimo in te est animo profectum, optimum
putas. Vale, et diu vive, ut
diutius alii vivant. Patavio. In fine della raccolta sono 3 cc. di
Errata-corrige,Due opuscoli inediti del T. De fulmine e Quae et quomodo febres
facilini furono per la prima volta pubblicati dal Fiorentino, T., insieme con
la risposta di T. al Patrizi: Soluliones Thyìesii. Dal Fiorentino è anche
ristampato il Carmen ad Ioannam Castriotam del T., inserito nel volume Rime et
versi in lode della illustriss. et eccellen/iss. S. D. Giovanna Castrio/a Carr.
Duchessa dì Nocera et Marchesa di Civita Santo Angelo, scritti in lingua
toscana, latina et spagnuota da diversi huomini illustri in varii et diversi
tempi et raccolti da Don Scipione de’ Monti, Vico Equense; già ristampato da S.
Spiriti, Memorie, e da Luigi T., o. c. . Circa l’apocrifità dell’epigramma per
la storia di Scipione Mazzella v. Bartelli, Note, Manoscritti e opere smarrite.
Oltre la notizia importante dataci da Giov. Paolo d’Aquino, riferita a p. 54, e
quelle del Persio, è da considerare la lettera del Quattromani, su cui richiamò
già l'attenzione il Nicodemi nelle Addizioni copiose alla Bibl. Nap. del dott.
N. Toppi, Napoli, Castaldo: e l’accenno dello stesso Telesio De rer. nat., v,
1: « Tum maris aquarumque et eorum quae im sublimi fiunt iridisque et colorum
exortus in propriis est explicatus commentariis. Metallorum lapidumque et
reliquorum, si quae alia supersunt, quin in superioribus manifestatus sit,
parimi cannino deesse videri potest, et alias, si coeptis faverit Deus,
manifestabitur magis ». Per un opuscolo De pluvfis, cui si allude nel De mari,
c. x, cfr. AlmagiA, I.e dottr. geofisiche di B. T.. La Filosofia di Berardino
T. ristretta in brevità, et scritta in lingua toscana dal Montano Accademico
Cosentino [Sertorio Quattromani], in Napoli, appresso Giuseppe Cacchi, .
Ora/ione di Gio. d‘Aquino in morte di Bernardino Telesio, philosopho
eccellentissimo, agli Accademici Cosentini. In Cosenza, per Angrisani. Rist. a
Napoli, Fratelli Traili, a cura di L[uigi) T., Precede una lettera di T. al
marchese di Villarosa; e seguono il Carme del T. a Giovanna Castriota con la
trad. italiana del Cavalcanti, l’epigramma a Scipione Mazze-Ila col distico contro Aristotile, il son. di
Lelio Capilupi (p. 61) e due poemetti di Antonio Telesio. Sul p. Luigi Telesio
prefetto della Biblioteca dei Gerolamini v. Luigi Maria Greco, Elogio del p. L.
T., negli Atti dell’Accademia Cosentina, Bacone, De principiis atque originibus
secundum fabulas Cupidinis et Coeli: sive Parmenidis et T. et praecipue
Democriti philosophia, tractata iti fabula de Cupidine ; in Philosophical Works
edited by Ellis and Spedding (con pref. dell’EUis e note). La prima volta questo
opuscolo fu pubblicato da Isacco Gruter in Franc. Baconi de Verulamio Scripta
in naturali et universali philosophia, Amsterdam. Sono citati gli scritti più
notevoli. Delle storie generali della filosofia soltanto quelle che contengono
esposizioni originali. Gentile, T. appendice bibliografica Iohannis Imperiala
Musaeum kistoricum et pkysicum, Venetiis, ap. Iuntas, C’è un ritratto del
Telesio. Pel cui valore storico si osservi che nello stesso frontespizio del
libro è detto che le imagines del Museo storico sono ad vivum expressae, e
nella prefazione al lettore: « Icones ad vivum ubique locorum a nobis anxio
perennique studio conquisitas, vix cogere in unum licuit paucas, nec impensae
pepercimus, nec oleo, aliquam interdum, prout minus congrua censebatur,
abolendo, aliquam reformando, et cum probatioribus conferendo, quo studiosa
cupidaque huiusmodi elegantiarum tua non falleretur fiducia». Petri Freheri
Theatrum viro rum eruditione claro rum, Norimbergae. C’è un ritratto del T.,
riprodotto da Rixner e Sibek innanzi al vojutne qui sotto citato. Ioh. Georgii
Lotteri De vita et philosophia T. commentarmi ad illustrandas historiam
philosophicam universam et literariam saeculi XVI C/iristiani sigillativi,
Lipsiae, apud Bernh. Christoph. BreitKopfium. Nei Nova Acla eruditorum di
Lipsia, 3 c'è una recensione di questa monografia. Bruckeri, Historia critica
philosophiae, to. iv, pars 1, Lipsiae, Mémoires pour servir à filisi, des
hommes illustres dans la republique des le/tres avec un catalogne raisonné de
leurs ouvrages par le R. P. Niceron barnabite, to. xxx, Paris, io. H 4 Salvatore Spiriti, Memorie degli scrittori
cosentini, Napoli, Buhle, Gesch. d. neueren Philosopkie seit der Epoche d.
Wiederhers/ellung der Wissenschaften, SCRITTI SU B. T. Gòttingen.; trad. frane.
Jourdan, Paris,
Ginguené, Histoire littéraire d’Italie [continuata da F. Salfi], to. vii,
Paris, Michaud. I- e PP' 5 1 4 relative al T. sono un’aggiunta di Salfi. Rixner e Siber, Leben und
Lehrmeinungen berukm- ter Physiker am Ende des XVI und am Anfange des XVII
fakrhunder/s, Bd. ni (Sulzbach) (T.) . Oltre una biografia del T., contiene la traduzione' (molto libera) di
molti brani del De rei' . natura. Giuseppe Boccanera da Macerata, B T., nella
Biografia degli uom. illustri del Regno di Napoli, to. vni, Napoli, N. Gervasi
(col ritr. del Morghen). Francesco Saverio Sai.ki, Elogio di Bernardino T., 2“ ediz.,
Cosenza, Migliaccio Ristampato in Salpi, Prose varie, Cosenza, Migliaccio. La
prima volta era stato pubblicato nel giorn. La Fata Morgana di Reggio Calabria;
e contro di esso allora comparve un opuscolo: Luigi Telesio, Risposta all'art.
inserito nel giorn. intitolato La Fata Morgana... Su la vita e la filosofia dì
Bernardino Telesio, in Napoli, nella Stamp. della Società Filomatica (cit. da
F. Bartelli, Note). Scaglione, [La filosofia di B. Telesio]-, negli Atti della
Accademia Cosentina, Cosenza, pe’ tipi di G. Migliaccio. In risposta al tema
assegnato dall’Accademia: Esporre con lucidezza e precisione il sistema
filosofico di B. T., e far conoscere quale e quanta influenza abbia esercitato
sul progresso delle scienze, e quali scrittori, sian essi calabri o stranieri,
abbiano maggiormente contribuito a propagare la nuova dottrina Telesiana
APPENDICE BIBLIOGRAFICA Bartholmèss, De Bernardino T., Paris, Ritter,
Geschichte dcr Philosopkie, r l heil (Bd. I della Gesch. d. neutra Pkilos. ),
Hamburg, Perthes, Erdmann, Grundriss der Geschichte der Phi- losophie, 1,
Berlin, Fiorentino, T., ossia studi storici su l’idea della natura nel
Risorgimento italiano, Firenze, Le Monnier. Della psicologia del T. il Fior,
s’era occupato nel Pomponazzi. A proposito del volume del Telesio furono
pubblicati i seguenti scritti du Ferri e Francie. Luigi Ferri, La filosofia
della natura e le dottrine di B. T.\ nella Filos. ileUe scuole i/al., a. 1873. Ad. Franck, T., ou Études
histort- ques sur l’idée de la nature pendant la renaissance ita- lienne par F.
Fiorentino, in Journaldes Savanls. Carriere,
Die philosophische Weltanschauung der Reformationszeit*, Leipzig. T., rivista
di scienze lettere ed arti, Cosenza (direttori Iulia e Bianchi). Ne conosco 3
fase., che non contengono nulla sul Telesio, salvo un cenno neil’art. di G. M.
Greco, Il Qualiromani critico a 8 a teoria dell’anima del filosofo cosentino,
difesa dalle critiche del Fiorentino. SCRITTI SI! B. T. Lasswitz, Geschichte
der Atomisti): vom Afitte/- alter bis Newton, Hamburg u. Leipzig, Heiland,
Erkenntnisslehre nnd Ethik des T.; Inaug.-Dissert., Leipzig. C’è una
bibliografia della letteratura telesiana. Tocco, Le fonti più recenti della
filosofia del Bruno, Roma, 1892 (estr. dai Rend. Lincei). I rapporti di Bruno
col T. Cui è da aggiungere l'osservazione dell' Eli.is nella pref. al De
principiis di Bacone, ed. cit., p. 75 n. Felici, Le dottrine
fi/osofico-religiose di Campanella con particolare riguardo alla filos. della
rinascenza italiana. Lanciano, Carabba. Sono studiati i rapporti del Camp, con
T. St. de Chiara, Bricciche lelesiane. Nozze Tancredi- Zumbini, xix aprile
mdcccxcvii (Cosenza, ApreaJ, Spigolature dall’archivio cosentino relative al
nome della madre del T. e ad alcuni de’ suoi figliuoli. A p. 4 n. 1, è detto: c
Un solo, il Bruckero, dice ch'egli sia nato nel 1508: ma questo non è
assolutamente possibile, perchè, come abhiam visto [«nelle schede del notar
Arnone, i capitoli di un secondo matrimonio, che Giovanni T., padre del nostro
Bernardino, contrasse con la signora Vincenza Garofalo »], il padre passa a
seconde nozze. La data, poi, si desume anche dalla seguente notizia
cortesemente comunicatami dal mio nob. amico Luciano de Matera e da lui
ricavata di su un antico ms.: si sepelì nella sua sepultura della sua cappella
dentro la Chiesa magiore il filosofo Bernardino tilese d’età d’anni
settantanove APPENDICE BIBLIOGRAFICA Bartelli, Note biografiche (T. e Galeazzo
di Tarsia) Cosenza, A. Troppa, MCMVI. Sul T. È il miglior saggio biografico che
si abbia per l’esame rigoroso delle notizie e per la larga • esplorazione dei
documenti inediti cosentini. Almagià, Le dottrine geofisiche di B. T.: primo
contributo alla storia della geografia scien¬ tifica nel cinquecento, Firenze,
Ricci (estr. dagli Scritti di geografia e storia della geografia pubbl. in
onore di Vedova). Duilio Ceci, T. (con bibliografia) ne La cultura
contemporanea, Roma, a. n, n. 3, Articoluccio d’occasione. Nella Bibliografia
si cita: «Bonci, Il volgarizzamento dello scritto latino di B. (sic) T: I
colori presso gli antichi Romani, Pesaro, Federici, 1894. Ma si tratta del De
coloribus di Antonio T. Troilo, T., Modena, Formiggini; col ritr. del Morghen;
N. 11 dei Profili del Formiggini). Il medio evo; II. Umanesimo e rinascimento
Vita e scritti del T., La filosofia del T.; V. Chiarimenti Note Appendice
bibliografica. » I. Scritti di T. » II. Scritti su B. Telesio LATERZA
BIBLIOTECA DI CULTURA MODERNA Elegante collezione Orano Psicologia sociale
(esaurito). •2. B. King e T. Okkv 1/ Italia d'oggi .Ciccotti Psicologia del
movimento socialista . Virgiu L’Istituto famigliare nelle Società primordiali
-,f>0 Martin L’Edncazione del carattere (esaurito). Lorenzo — India e
Buddhismo antico Spinazzola — Le origini ed il cammino dell’Arte. Gourmont
Fisica dell’Amore. Maggio su l' istinto sessuale . Cassola I sindacati
industriali. Cartelli - Pools - Trusts . Marchesini Le finzioni dell’anima.
Saggio di Etica pedagogica Kbioh 11 Successo delle Nazioni. Barbagali La fine
della Grecia antica . Novati Attraverso il Medio Evo Spingarn La critica
letteraria nel Rinascimento.. Carlyle Sartor Resartus Carabki.lbse Nord e Sud
attraverso i secoli Spaventa Da Socrate a Hegel Labriola Scritti vari di
filosofia e politica a cura di B, Croce. LATERZA Balfour Le basi della fede
Freycinet Saggio sulla Filosofia delle Scienze Crock Ciò che è vivo e ciò che è
morto della filosofia di Hegel Hearn Kokoro. Cenni ed echi dell’intima vita
giapponese . Nietzsche Le origini della tragedia Imbriani — Studi letterari e
bizzarrie satiriche. Hearn Spigolature nei campi di Bml- dho . Saleeby La
Preoccupazione ossia la malattia del secolo. K. Vossi.br Positivismo e
idealismo nella scienza della lingua. Arcoleo Forme vecchie, idee nuove Il
pensiero dell’Abate Galiani - Antologia di tutti i suoi scrìtti editi e inediti
Spaventa La filosofia italiana nelle sne relazioni con la filosofia europea
Sorbi. — Considerazioni sulla violenza Labriola Socrate. Kohlkr Moderni
problemi del Diritto Vossi.br — la Divina Commedia stu¬ diata nella sua genesi
e interpretata Storia dello svolgimento religioso-filosofico Storia dello svol¬
gimento etico-politico. Gentile Il Modernismo e i rapporti tra religione e
filosofia. Festa Un galateo femminile italiano Spaventa La politica della
destra Royce Lo spirito della filosofia mo¬ derna Pensatori e Problemi Prime
linee d’un sistema . LATERZA Rrnier Svaghi critici Gbbhart — L’Italia mistica
Farinelli Il romanticismo in Germania Tari Saggi (li Estetica e di Metafisica
Romagnoli — Musica e Poesia nell antica Grecia Fiorentino — Studi e ritratti •
45. G. Fkrrarelli Memorie militari del Mezzogiorno d'Italia Spaventa -
Principii di Filosofia Anile - Vigilie di Scienza e di Vita Royce La Filosofia
della Fedeltà Emerson L’anima, la natura e la saggezza - Saggi Rbnsi — Il genio
etico ed altri saggi Gentile, T. Nome compiuto: Bernardino Telesio. Telesio.
Keywords: empirismo, teoria della percezione, l’anima d’Aristotele, l’analogia,
l’uomo e gl’animali, la ragione, i antici, contro i antici, osservazione,
percezione, la tradizione empirista italiana, il Telesio di Bacone, sperimento,
sperienza, esperienza, ex-perior, esperire – Latino ex-perior, Gr. em-pereia,
osservazione, osservare – observatum, percipere – percezione per-capio. Refs.:
Luigi Speranza, “Telesio e Grice,” per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Telesio.
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