LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z S SE

Luigi Speranza -- Grice e Sebasmio: la ragione conversazionale della classe romana – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Sebasmio is a philosopher mentioned on a list of philosophers belonging to the Roman aristocracy. SEBASMIO.

 

Luigi Speranza --Grice e Secondo: la ragione conversazionale della gnosi romana – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. According to Ippolito di Roma, a gnostic who believes that the world is divided into light and darkness. Secondo.

 

Luigi Speranza -- Grice e Secondo: la ragione conversazionale del cinargo romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Tacito. A Pythagorean, he acquires the nickname on account of a vow of silence he takes. Although some regard him as a Pythagorean, he appears to have led the life of the Cinargo. Even Adriano can not get to break his vow – although S. may have provided written answers to some of the philosophical questions Adriano poses.

 

Luii Speranza -- Grice e Selinunzio: la ragione conversazionale della scuola di Reggio – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. Reggio Calabria, Calabria. Pythagorean. Giamblico.

 

Luigi Speranza --Grice e Sellio: la ragione conversazionale dell’allievo di Filone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Gaio Sellio. Pupil of Filo at Rome. Gaio Sellio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sellio: la ragione conversazionale del fratello – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Pupil of Filone at Rome – possibly Gaio Sellio’s brother. Lucio Sellio.

 

Luigi Speranza -- Grice Selvatico: la ragione conversazionale estense – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. S. Estense.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semerari: la ragione conversazionale e il principio del dialogo in Socrate – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo Italiano. Taranto, Puglia. Grice: “Whereas it would be considered in bad taste at Oxford, the Italians pun on names – and there is an essay on the ‘seme’ of ‘semerari’ Witty!” -- Grice: “Perhaps Semerari is right and the philosopher MUST metaphorise. What better title to an essay on Carabellese than ‘La sabbia e la roccia”?” -- Grice: “I like Semerari: His ‘principio del dialogo in Socrate” is reprinted in his invaluable collection on “Dialogo.”” – Grice: “In a way, we may say that Calogero, Semerari, and myself, belong to the school of the philosophy of conversation – not to mention Apel!”. Si laurea a Roma sotto CARABELLESE. Insegna a Bari. Collabora ad Aut Aut, Critica storica, Giornale critico della filosofia italiana, Clizia, Historica, Rivista di filosofia del diritto, Rivista di filosofia, Il pensiero, Archivio di filosofia e altre riviste specialistiche. Fonda Paradigmi. Si dedica per lo più a Spinoza, a Schelling, alla fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty e al materialismo storico di Marx. Altri saggi: Lo spinozismo,Vecchi, Trani; Storia e storicismo: saggio sul problema della storia in CARABELLESEC, Vecchi, Trani; Storicismo e ontologismo, Lacaita, Manduria, Dialogo, storia, valori: studi di filosofia, Ciranna, Siracusa; Interpretazione di Schelling, Libreria scientifica, Napoli; Esistenzialismo italiano (Grice: “This reminds me of parochial Warnock and his “English philosophy,” or Sorley for that matter!” -- Cressati, Bari; “Questioni di etica, Adriatica, Bari; Responsabilità e comunità umana. Ricerche etiche, Lacaita, Manduria; La filosofia come relazione, Quaderni di cultura, Sapri; Natale, Guerini, Milano; “Scienza nuova e ragione, Lacaita, Manduria; S., Guerini, Milano; Da Schelling a Merleau-Ponty; Cappelli, Bologna; La lotta per la scienza, Silva, Milano; Valerio, premessa di Papi, Guerini, Milano, Spinoza, Marzorati, Milano; Esperienze, Argalia, Urbino; La filosofia dell'esistenza in Kant, Adriatica, Bari; Introduzione a Schelling” (Laterza, Bari); Filosofia e potere (Dedalo, Bari); Civiltà dei mezzi, civiltà dei fini. Per un razionalismo filosofico-politico, Bertani, Verona; La scienza come problema: dai modelli teorici alla produzione di tecnologie” (Donato, Bari); “Insecuritas. Tecniche e paradigmi della salvezza, Spirali, Milano); “La sabbia e la roccia. L'ontologia critica di CARABELLESE” (Dedalo, Bari); “Dentro la storiografia filosofica” (Dedalo, Bari); Sartre. Teoria, scrittura, impegno” (Sud, Bari); Novecento filosofico italiano. Situazioni e problemi, Guida, Napoli; “Scesi. Studi husserliani” (Dedalo, Bari); Filosofia Guerini, Milano Confronti con Heidegger (Dedalo, Bari); La filosofia come scienza rigorosa, Laterza, Bari, Frammenti di diario; l'anno di Istanbul, Schena, Fasano. “La cosa stessa.” Seminari fenomenologici (Dedalo, Bari); “Dommatismo e criticismo”, “Deduzione del diritto naturale” (Laterza, Bari); Pensiero e narrazioni. Modelli di storiografia filosofica” (Dedalo, Bari); Frammenti di diario; l'anno del Messico, Schena, Fasano); “Fenomenologia delle relazioni, Palomar, Bari); “Ragione e storia. Studi in memoria” Tateo, Schena, Fasano; Dalla materia alla coscienza. Studi su Schelling in ricordo, Tatasciore, Guerini, Milano; ‘La certezza incerta” Scritti su Semerari con due inediti dell'autore, S., Guerini, Milano; Ponzio, Il significato della filosofia per S., in "BariSera", Niro, S.. Il problema morale, Atheneum, Firenze, Silvestri, Il seme umanissimo della filosofia. Sul pensiero di S. (Mimesis, Milano). Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Per la illuminata iniziativa del Prof. Antonio Corsano e con il consenso della Signora Irene Carabellese, appassionata e vigile custode dell’opera di uno dei più forti pensatori italiani del nostro secolo, l’Istituto di Filosofia della Università di Bari ha promosso e realizzato, con questo volume, la pubblicazione dei corsi organicamente tenuti da Pantaleo Carabellese su La filosofia dell’esistenza in Kant, negli anni accademici 1940-41, 1941-42, 1942-43, presso la Università di Roma e mai editi finora. Nel piano delle opere complete di Carabellese, annunciato il 1948 ma non più portato a compimento (uscirono soltanto i volumi Da Cartesio a Rosmini e Critica del concreto), era previsto, coi numeri 16-18, un « Kant (in parte inedito) ». Tale pubblicazione avrebbe dovuto comprendere unitariamente e il volume del 1927, La filosofia di Kant. L’idea teologica — frutto, con l’altro libro del 1929, Il problema della filosofia da Kant a Fichte, delle lezioni degli anni 1922-1925 alla Università di Palermo — e i corsi romani del 1940-1943, La presente edizione è stata condotta su un testo conservato nella Biblioteca privata del Carabellese.e costituito da fogli dattiloscritti relativi ai paragrafi 1-7 e 38-104 dell’opera e da un gruppo di bozze di stampa corrispondenti ai paragrafi 8-37. Nel testo sono riprodotte fedelmente le dispense autorizzate dei corsi svolti dal Carabellese quale ordinario di storia della filosofia professore di filosofia teoretica a Palermo, Carabellese ha la cattedra di storia della filosofia a Roma e passa alla cattedra di teoretica, quando subentrò a Gentile. L’Autore non poté riesaminare, ai fini di una regolare pubblicazione, il testo. Sono pertanto restate, qua e là, delle ripetizioni Vv inevitabili, del resto, in un corso universitario che si è sviluppato, sul medesimo tema, per più anni di seguito. Anche lo stile della esposizione, talora un po’ trascurato, riflette la immediatezza e quasi estemporaneità di un discorso al quale è mancato l’ultimo ritocco letterario. L’approntamento del volume per la stampa è stato curato dalla Dr. Valeria Novielli, che ha sottoposto il testo a un’attenta e paziente revisione, rendendone più precisa la punteggiatura, emendandolo, nelle parti dattiloscritte, di numerose sviste formali, controllando e rettificando tutte le citazioni. Con la Dr. Novielli è doveroso ricordare i giovani, che con lei hanno diviso la non lieve fatica della correzione delle bozze: Teresa Angelillo, Teresa Massari, Cosimo Tinelli e Anna Verzillo. *o d*o* Nel presentare al pubblico questa grossa e ardua opera kantiana del Carabellese, mi corre l'obbligo di accennare brevemente al suo significato nel quadro del pensiero teoretico e metodologicostoriografico dell'Autore, sì che quanti vorranno studiarla o consultarla possano partire, nella lettura, col piede giusto. Sulla formazione della filosofia personale del Carabellese l’insegnamento di Kant ebbe influenza decisiva. Carabellese considerò sempre la sua ‘critica del concreto’ o * ontologismo critico’ il risultato di un ripensamento profondo e ostinato della dottrina kantiana. Nella Prefazione alla seconda edizione della Critica del concreto, che è del 1939, Carabellese dichiarava esplicitamente che Kant gli « fu d’aiuto » a scoprire la ‘critica del concreto’ e aggiungeva: « questa mi fu poi d’aiuto a riscoprire Kant »!. Le suggestioni ricevute da Kant per la scoperta e la strutturazione della ‘critica del concreto” così come il ritorno a Kant attraverso tale critica precisano il carattere di lettura teoretica, che rivelano gli scritti kantiani di Carabellese. Convinto che il Kant della corrente tradizione storiografica, il Kant cioè raffigurato quale punto di convergenza e di fusione di razionalismo ed empirismo, fosse una falsificazione dell’autentico Kant e che, al contrario, la verità di Kant fosse l’affermazione della inesauribilità dell’ ‘essere’ o ‘cosa in sé’ rispetto alla na 1 CARABELLESE, Critica del concreto, Firenze, Sansoni tura, Carabellese ricostruiva Kant assumendo a criterio d’interpretazione l’esigenze proprie della ‘critica del concreto’: l’essere in sé (Dio, Oggetto, Idea) e l’essere in altro (Io, Soggetto, Esistenza). Il volume del 1927 era dedicato appunto alla ‘idea teologica’ ed era concentrato nell’analisi del processo onde Kant, pur nei limiti dogmatici e realistici del suo criticismo, aveva posto la idea quale oggettività e ragione e, quindi, la schietta idealità della ragione. Per intendere correttamente la relazione dell’opera del ’27 con La filosofia dell’esistenza in Kant, è utile ascoltarne un passo: « Per ora constatiamo che Kant ha finalmente scoperto la natura dell’oggettività nella sua distinzione dalla esistenza. L’oggettività è risultata la necessità e universalità di coscienza: ciò che nei singoli pensanti c’è di identico. L’oggettività dunque è universale astratto nella coscienza. Ecco la grande scoperta che Kant ha fatto, ma non ha visto. È l'America, che egli crede India. E con la scoperta dell’oggettività, Kant ha scoperto anche l’esistenza nella sua distinzione dalla oggettività. Infatti, l’oggettività, l’essere identico della coscienza è astratto, perché ci sono le singolari qualificazioni della coscienza nelle quali... ci è dato tutto ciò che di esistenziale può mai risultare » Non diversamente da Colombo che, credendo di aver trovato una nuova via per raggiungere un continente già noto, in realtà aveva scoperto un continente prima sconosciuto, anche Kant — pensava Carabellese —, incamminatosi nella ricerca critica intorno alla conoscenza, era approdato, senza rendersene adeguatamente conto, alla individuazione della dimensione oggettiva o ideale della coscienza e alla sua distinzione dall’altra dimensione, che è la esistenza, la soggettività. Questa 1‘ America’ scoperta ma non riconosciuta da Kant, che, « al di là di questa oggettività ed esistenza che ci risultano e che costituiscono la coscienza », si intestardiva « ad ammettere ancora una esistenza. che concretizza l’oggettività fuori della coscienza » 5.A giudizio di Carabellese, Kant, impegnato a risolvere il problema capitale della filosofia moderna, quello gnoseologico, aveva, di fatto, impostato vin nuovo problema, il problema della coscienza nella concretezza della sua struttura e delle sue esigenze trascendentali: universalità e singolarità, oggettività e soggettività, idea ed CARABELLESE, La filosofa di Kant. L'idea teologica, Firenze, Vallecchi CARABELLESE, La filosofia di Kant.ì esistenza, Dio e Io, ecc. Il ‘ vero’ Kant era ritrovato da Carabellese nella ‘Dialettica Trascendentale’ della Critica della ragion pura, dove etano stati definiti i grandi temi metafisici di Dio (idea teologica) e della esistenza (idea cosmologica, idea psicologica). La improponibilità di quei temi in termini conoscitivo-positivi, il loro eccedere dai limiti della ‘ Estetica’ e dell’‘ Analitica’, che costituivano formalmente il campo del ‘conoscibile’ e dello ‘scientifico’, davano a Carabellese la conferma che, con Kant, era accaduto qualcosa di nuovo e di rivoluzionario. nella storia della filosofia moderna, il passaggio di fatto, implicante un rovesciamento prospettico, dalla filosofia del conoscere alla filosofia della coscienza e del concreto, passaggio solo di fatto e non ancora di diritto, ché Kant continuava a restare impigliato nella logica della filosofia del conoscere, confondendo oggettività ed esistenza, di cui pur aveva sentito la distinzione a livello di coscienza comune e di sapere concreto. La filosofia di Kant « perciò s’incentra nei tre problemi della Dialettica, scrive Carabellese nella Prefazione all'opera, Di questi tre problemi adunque noi faremo centro per esporre criticamente il pensiero filosofico di Kant nella sua integrità, prendendo ciascun problema dal momento in cui esso si formula nella mente kantiana fino a quello in cui dal problema, risoluto o no, questa si libera. L’avvertimento di quella che, per lui, era stata la più originale scoperta kantiana e, insieme, dell’imzpasse logico in cui era stata bloccata dalle contraddizioni della filosofia ‘storica’ di Kant metteva nelle mani di Carabellese il filo rosso del suo incontrarsi e scontrarsi con Kant e fissava i termini e il metodo del suo discorso critico, che si veniva organizzando nei modi di una lettura, come oggi si direbbe, ‘sintomale’, di Kant, orientata a valorizzare, contro il Kant letterale, la sua scoperta critica liberandone il contenuto dall’involucro formale e linguistico della tradizione precriticistica, che ne distorceva il senso e ne strozzava lo sviluppo. Prescindere da Kant oggi, in filosofia, è fare opera nulla. Ora per una determinazione di problemi che non prescinda da Kant, io credo che bisogna rifarsi dallo stesso Kant senza trascurare quelle CARABELLESE, La filosofia di Kant che sono le conquiste dal kantismo, e non dallo stesso Kant, già fatte. Rifarsi quindi da Kant combattendolo nei suoi residui dogmatici. Ma per combatterlo appunto bisogna intenderlo nella sua profondità, e per intenderlo bisogna avere una concezione della realtà da contrapporgli (concezione sia pure nata da Kant; che anzi deve esser nata da Kant), bisogna avere un pensiero con cui indagarlo. Solo così si può fare la storia, sia essa della filosofia che di una qualunque determinata attività concreta dello spirito. In tal modo, Carabellese progettava la sua lettura di Kant come controllo di una più vasta e generale interpretazione del rapporto tra la filosofia e la sua storia. La filosofia, voleva dire Carabellese, non nasce se non sul terreno dei problemi maturati storicamente (impossibilità di filosofare oggi prescindendo da Kant e dalla storia del kantismo). La filosofia, nondimeno, non eredita passivamente dalla propria storia (necessità di combattere Kant nel suo superstite dogmatismo). Anzi gli stessi problemi proposti dalla storia non possono essere compresi fino in fondo, nella loro verità, se non si sia in grado di fare uso di un punto di vista diverso, andando al di là del giudizio strettamente storico con un giudizio teoretico (Kant non può essere combattuto, cioè proseguito e superato, se non venga prima inteso, e non può essere inteso, se non si sia in grado di opporgli un differente pensiero). Insomma, se la filosofia dipende dalla sua storia, questa, dalla sua parte, è anche condizionata e anticipata dalle opzioni teoretiche della filosofia. Il proposito di far emergere dall’interno della dottrina kantiana ciò che appariva essere il suo contributo più originale e importante, dando, per questa via, espressione a quanto Kant aveva lasciato inespresso, rendeva la indagine storiografica di Carabellese altamente drammatica e rischiosa, provocava il mutuo coinvolgimento dello storico .e del suo autore, al punto che il dovere di capire l’autore finiva col coincidere col diritto di correggere, reimpostare o risolvere i problemi da lui lasciati aperti, e sollecitava al salto al di là dei limiti della filologia, quando ciò sembrava necessario alla risolutiva espressione dell’inespresso. Lo stesso Carabellese era ben consapevole di ciò e non fu certo un caso che, introducendo il volume del ’29, difendesse il suo scrupolo filologico: « M’auguro che l’amore della tesi non abbia mai forzato l’in- [CARABELLESE, La filosofia di Kant] dagine storica ad una interpretazione che non sia quella voluta dalla intima coerenza logica dei pensatori studiati. Certo ho messo in ciò la massima cura. E perciò mi son sempre rifatto direttamente alla lettera stessa dei loro scritti, perché i concetti risultassero sempre nella loro maggiore possibile determinatezza. In definitiva, ciò che principalmente importa a una ricerca quale Carabellese proponeva e perseguiva non è tanto la relazione, che Kant ebbe con le sue fonti e coi suoi contemporanei, quanto la relazione che può instaurarsi tra Kant e i suoi successori e, soprattutto, tra lui e noi nell’orizzonte della odierna problematica filosofica. Era questo il senso della contrapposizione a un Kant morto, congelato nel linguaggio delle sue opere, di un Kant vivo che, diceva Carabellese, « io voglio rivivere e far rivivere, e col quale quindi io ho bisogno di discutere scendendo nelle profondità del suo pensiero e analizzando questo sia nei suoi germi nascosti, per i quali egli rivive in noi che con lui discutiamo, sia nelle grossolanità esplicite dalle quali egli non seppe e non poteva liberare la sua costruzione, e di fronte alle quali quindi egli deve rinnegare se stesso e darci ragione. A questo punto può essere interessante ricordare come un’analoga impostazione alla comprensione di Kant dava, due anni dopo la uscita del saggio carabellesiano, ma in totale indipendenza da Carabellese, Martino Heidegger con Kant e il problema della metafisica. Non è questa la sede per istruire il confronto tra il Kant di Carabellese e il Kant di Heidegger e illustrarne le differenze pur nella comune ispirazione ‘ metafisica ’ dei due approcci®. Vale, piuttosto, la pena di sottolineare la identità, nel metodo, delle due letture, che risalta oggettivamente alla luce della seguente dichiarazione di Heidegger: « Un’ ‘interpretazione ’, la quale si limiti a ripetere ciò che Kant ha detto testualmente è destinata in partenza a fallire il suo scopo, almeno finché il compito di una vera interpretazione resti quello di rendere visibile proprio ciò che nella fondazione kantiana traspare al di là delle CARABELLESE, Il problema della filosofia da Kant a Fichte, Palermo, Trimarchi, CARABELLESE, La filosofia di Kant, Lo stesso Carabellese volle precisare tali differenze in una lunga nota della Prefazione alla Il edizione della Critica del concreto: cfr. Critica del concreto Xx formule. È vero che Kant non è giunto a pronunciarsi direttamente in proposito, ma è anche vero che in ogni conoscenza filosofica il fattore determinante non è il senso letterale delle proposizioni, bensì l’inespresso immediatamente suggerito dalle enunciazioni esplicite. Così, l’intento esplicito di questa ‘interpretazione’ della Critica della ragion pura era di rendere visibile il contenuto decisivo dell’opera, tentando di porre in evidenza ciò che Kant ‘ha voluto dire’. Nel seguire questo procedimento, la nostra interpretazione fa propria una massima che lo stesso Kant voleva veder applicata alla ‘interpretazione’ di opere filosofiche (...). Naturalmente, per strappare a quel che le parole dicono, quello che vogliono dire, ogni ‘ interpretazione’ deve necessariamente usar loro violenza. Ma tale violenza non può esercitarsi a caso, per mero arbitrio. L’interpretazione dev'essere mossa e guidata dalla forza di un'idea illuminante e anticipatrice. Soltanto in virtù di una tale idea, una ‘ interpretazione’ può osare l'impresa, ognora temeraria, di affidarsi al segreto impulso che agisce nell'intimo di un’opera, per essere aiutata a penetrare l’inespresso e forzata ad esprimerlo. È questa una via, per la quale la stessa idea direttrice giunge a rivelarsi pienamente, manifestando il proprio potere di chiarificazione. Chi abbia presenti i passi dianzi riferiti di Carabellese, ove si parla di discesa nelle « profondità » del pensiero kantiano, di « germi nascosti », a cui fanno velo « grossolanità esplicite », della « concezione della realtà » da contrapporre a Kant per capirlo e della necessità « di avere un pensiero con cui indagarlo », può rendersi conto di come Carabellese e Heidegger concepissero, entrambi, il lavoro storiografico, in filosofia, fondamentalmente come interpretazione, interpretazione da tentare come sforzo di esplicitazione del senso profondo e intenzionale, restato nascosto, delle parole espressamente dette. Di tale sforzo, la cui realizzazione può anche comandare l’esercizio della violenza sulla filologia, il pre L HEIDEGGER, Kant e il problema della metafisica, tr. it, Milano, , Silva. Nella Prefazione alla II edizione dell'opera, che è del 1950, così scriveva Heidegger: «C'è sempre chi si sente urtato dalle forzature che riscontra nelle mie interpretazioni. Questo scritto potrà offrire buoni argomenti per un'accusa in tal senso. Coloro che dedicano le loro ricerche alla storia della filosofia hanno sempre il diritto di muovere quest'accusa a chi tenta di aprire un dialogo fra pensatori. Un dialogo di pensiero obbedisce a leggi differenti, rispetto ai metodi della filologia storica, legata a un suo compito preciso. Più grave è, nel dialogo, il rischio di fallire, più frequenti sono le mancanze. supposto è un'anticipazione teoretica (non casuale, non arbitraria secondo Heidegger, necessariamente derivata dal filosofo stesso del quale si fa la storia, secondo Carabellese), capace di trasformare in parole chiare e determinate la ‘intenzione’ del filosofo oscurata e contraddetta dal suo stesso discorso storicamente esplicito. Secondo Carabellese, il compito della filosofia dopo Kant, nella misura in cui Kant veniva riconosciuto come ponte di passaggio obbligato nella storia del pensiero moderno, era di andare avanti sulla strada di una ‘metafisica critica’, che Kant aveva appunto dischiuso ma non percorso. Sin dalla edizione, che cura, degli Scritti minori di Kant, il Carabellese aveva fermamente battuto sul fatto che, a suo parere, il criticismo kantiano non rappresenta la liquidazione della metafisica, bensì la esigenza e anche il modello, in qualche maniera delineato, di una sua nuova, ‘ critica ’, reimpostazione. « Nello sforzo tenace e fortunato che Kant ha fatto per rendersi conto esatto della possibilità della filosofia come metafisica, cioè come scienza, che ha oggetti non dati dalla esperienza, si possono distinguere due aspetti: quello per cui lo sforzo tende, diciamo così, ad individuare con la maggiore possibile esattezza questi oggetti nella loro essenza, e l’altro, che è come il riflesso di quel primo, per cui lo sforzo torna continuamente a misurare se stesso » 1°, L’errore di Kant, il suo limite storico, a giudizio di Carabellese, era consistito nell’aver dimenticato che la Critica, nel suo stesso programma, era destinata a fungere solo da propedeutica (‘prolegomeni ’) a ogni futura metafisica e non poteva, perché non doveva, elevare se stessa a filosofia. L’errore del pensiero postkantiano era stato quello di non accorgersi dell'errore kantiano e di aver assunto come ovvietà non più discutibile né problematizzabile la presunta negazione kantiana della metafisica. Metafisica positivistica, criticismo metafisico idealistico, storicismo, attualismo, esistenzialismo, ecc. — tale era la convinzione di Carabellese — erano tutti prodotti diversi di un medesimo perseverare nell’errore di Kant: la confusione del problema dell’oggetto della filosofia (il problema cosiddetto esterno) col KANT, Scritti minori, a cura di P. Carabellese, muova ed., Scritti precritici, Bari, Laterza. problema del rapporto della filosofia con se stessa (il problema cosiddetto ‘interno. Esauritosi nel mero esercizio della Critica, finita col diventare fine a se stessa, Kant fu costretto a occuparsi unicamente del problema ‘interno’ della filosofia e non vide come la sua soluzione sarebbe stata impossibile fino a quando non si fosse affrontato e formulato correttamente, secondo le indicazioni della Critica, il problema ‘esterno’. « Il problema che Kant impostò riguardo alla filosofia », scriveva il Carabellese il 1929, «e che è sostanzialmente il problema di tutta la Critica, non fu quello della essenza, ma soltanto quello della possibilità di essa. L'essenza della filosofia come scienza era presupposta e dogmaticamente accettata. Perciò il criticismo kantiano non è la piena posizione di quello che abbiamo detto il problema interno della filosofia; ne è invece la posizione consentita da un preconcetto essere intellettualistico » !. In altre parole, Kant, nonostante la Critica, non seppe rinunciare al pregiudizio pre- e anti-criticistico di un essere sussistente al di fuori della coscienza e del soggetto e all’uno e all’altra contrapposto e continuò a pensare la filosofia come uno dei modi, certamente il più fallimentare, di raggiungere conoscitivamente questo essere. « Come Cartesio aprì quello delle origini, Kant ha aperto soltanto il problema della possibilità della conoscenza. E tutti gli indirizzi post-kantiani, che di Kant veramente tengano conto, cercano di rispondere a questa domanda, ma solo a questa. E a me paiono ora esauriti i tentativi per darle una risposta. È ora di cambiar aria, di correre verso una nuova dimensione dello spazio speculativo. A furia di dimostrare la possibilità della conoscenza, abbiamo finito forse col dimenticare, o meglio possiamo cominciare a vedere che cosa è questa conoscenza di cui vogliamo dimostrare la possibilità » 1. La ragione principale della filosofia di Kant, alla luce della interpretazione carabellesiana, stava proprio in quel bisogno di « cambiare aria », di conquistare « una nuova dimensione dello spazio speculativo ». Il che, per Carabellese, significava che Kant aveva toccato il limite estremo dello gnoseologismo moderno, da un lato circoscrivendo, una volta per tutte, l’area del conoscibile, di ciò che può essere ‘scienza’, e dall’altro provando che filosofare non è conoscere. li CARABELLESE, Il problema della filosofia CARABELLESE, Il problema della filosofia Che cosa la filosofia potesse mai diventare, dopo essere stata affrancata da compiti di conoscenza — questo, secondo Carabellese, era il problema posto da Kant, che Kant non ebbe la forza di risolvere, in quanto lasciò che i potenti strumenti della Critica restassero inceppati dallo stesso pregiudizio realistico messo in crisi appunto dalla Critica. Il pregiudizio restò ancora abbastanza saldo per la svista di Kant, che non si accorse della grande scoperta ‘critica’ e ‘metafisica’, da lui fatta, dell'oggetto quale universalità e necessità della coscienza e non più suo ‘al di là”. Proclamandola impossibile come scienza, Kant mostrava di considerare la metafisica pur sempre come ‘scienza’. Per lui, gli ‘oggetti’ della metafisica (Dio, anima, mondo) continuarono a valere come l’‘al di là’ della coscienza, conoscitivamente inattingibile. Eppure il senso della Critica spingeva a inglobare quegli oggetti nella coscienza, a ‘ immanentizzarli’ non quali ‘ contenuti” bensì quali ‘essere’ della coscienza, come la stessa coscienza nella sua originaria e necessaria struttura !8, infine come l’apriori metafisico di ogni determinato e concreto sapere, essere e fare. Dopo Kant, quindi, anzi attraverso Kant, fare metafisica, fare cioè filosofia e non soltanto propedeutica alla filosofia doveva voler dire, per Carabellese, null’altro che riflettere (riflettere, non conoscere), sempre più a fondo, sulla coscienza comune, sulla struttura del concreto essere/fare naturale e storico dell’uomo. Nello spirito, anche se contro la lettera della Critica e contro la dominante tendenza del pensiero postkantiano, Carabellese pensava tale struttura immanente e trascendente allo stesso tempo: immanente, perché intrinseca al concreto, trascendente, perché non esaurita né esauribile in alcuna determinazione del concreto (la inesauribilità della kantiana ‘cosa in sé’ rispetto al fenomeno o natura). Per rivalutare a pieno il kantismo bisogna guardare anche «.. coscienza è il sapere insieme, noi molti soggetti, un oggetto, nella unicità del quale conveniamo » (CARABELLESE, La coscienza, nel vol. collettivo Filosofi italiani contemporanei, Milano, 1946, Marzorati, p. 210). Oggetto umico e noi molti soggetti insieme costituiscono, per Carabellese, la struttura o essere della coscienza. Fusi e, tuttavia, distinti nella sinteticità originaria della coscienza, della coscienza l'oggezto è principio 0 fondamento e noi molti siamo i termini esistenziali. Tutto ciò Carabellese ricavava dalla Critica, ora direttamente ora mediandola storicamente, ma sempre sostituendo all’abituale lettura di Kant in chiave gnoseologistica la interpretazione ‘metafisica’ ossia, nel linguaggio di Carabellese, ‘ ontocoscienzialistica '. questi oggetti della ragione pura, non per tornare a ripetere la metafisica kantiana di noumeni sconosciuti e inconoscibili e pur validi come regolativi, ma per guardarli nel nuovo concetto di co- scienza maturatosi da Kant, e rivalutare così di nuovo il presup- posto trascendentale della esperienza. Del nuovo concetto di coscienza, in cui venivano trasposti e semanticamente rigenerati i vecchi oggetti metafisici della ragione, La filosofa di Kant. L'idea teologica e La filosofia dell’esistenza in Kant furono la riflessione, tematizzandone l’una l’aspetto oggettivo (Dio, Idea) e l’altra l’a- spetto soggettivo (Io, Esistenza). Le due opere furono i due tempi di una medesima ricerca, i due momenti di una medesima analisi e anche le due direzioni diverse di una stessa polemica. Infatti, ambedue — come, del resto, tutti gli scritti teorici e storici di Carabellese — rappresentavano altrettante prese di posizione nei riguardi di quelle che Carabellese pensa essere le conseguenze della mai denunciata svista di Kant e, più in generale, le manifestazioni estreme, nel pensiero contempo- raneo, del non ancora debellato realismo dogmatico. In partico- lare, il libro, attribuendo a Kant, tradizionalmente fatto pas- sare per il progenitore dell’idealismo moderno soggettivistico, la sco- perta della oggettività di coscienza, serviva a Carabellese anche come arma di lotta contro l’attualismo gentiliano — allora al culmine del suo successo storico —, che di quell’idealismo si protestava l’esito più coerente e rigoroso e che fu appunto il bersaglio permanente della polemica filosofica di Carabellese. Analogamente, La filosofia del- l’esistenza in Kant, con il discutere la confusione kantiana di esi- stenza e oggettività realisticamente intesa, consentiva a Carabel- lese di contrastare l’esistenzialismo, che in quegli anni si andava diffondendo anche in Italia, e di condannare in esso la sopravvi- venza del preconcetto realistico e dogmatico « che il singolare sia fuori dell’essere, e che l’essere sia al di là della singolarità » !9 e, soprattutto, l’errore teoretico di presupporre la esistenza senza chie- dersi che cosa mai essa sia, a quale esigenza strutturale del nostro essere/fare concreto essa risponda. Esula dal compito assai limitato e modesto di questa introdu- zione l’esame critico della ricostruzione carabellesiana della filo- KANT, Scritti minori, cit, p. VI. 15 CARABELLESE, L'esistenzialismo in Italia, in « Primato » 1943, p. 65. 16 V. segnatamente i paragrafi 3, 13, 43’ e 84 di questa opera. sofia di Kant. Tale esame, ove fosse tentato, implicherebbe l’apertura della discussione sulla generale metodologia storiografica del Carabellese e, quindi, sulla sua posizione teoretica, che di quella metodologia è motivazione, supporto e guida. A me premeva solo di dare al lettore alcune indicazioni elementari e, a mio avviso, es- senziali per un suo primo orientamento sull’impegno programmatico e sul carattere di questa opera, indubbiamente originalissima e ri- gorosa, in una epoca che, forse, non è la più favorevolmente di- sposta a comprendere un lavoro storico condotto con la tecnica usata da Carabellese e ad accettare un discorso teoretico redatto nel linguaggio che era proprio di Carabellese. Il lettore vaglierà e giudicherà per suo conto. Quali che siano, però, le conclusioni di ciascuno di noi, possiamo essere tutti sicuri che la intera ricerca di Carabellese, nella quale, in primo piano, si pone la sua lunga meditazione kantiana, è, per tutti noi, uno stimolo potente a li- berarci dai consunti schemi storiografici e a tirarci fuori dai luoghi comuni in cui la nostra intelligenza filosofica può essersi impigrita. Bari. Giuseppe Semerari. Semerari. Keywords: fascismo, Gentile, neo-idealismo come intrinseccamente fascista, Croce, Vico, intersoggetivo, io-tu, dialogo, dialogo autentico, comunita, valore comunitario, comunita umana, vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semerari” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semmola: I FONDAMENTI DELLA PSICOLOGIA RAZIONALE --  la ragione conversazionale della filosofia come istituzione – la scuola di Napoli – filosofia napoletana -- filosofia campagnese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I find it difficult to decide if Semmola endorses formalism or informalism in his monumental “Logica.”” Grice: “While Ayer never liked it, metaphysics is very popular in Italy, as Semmola’s monumental “Metafisica” testifies.” Grice: “It’s good to see philosophy as an institution, in the Italian way of using this word, as per Semmola, “Istituzione di Filosofia.” Uno dei più grandi esponenti della scuola napoletana. Partecipa ai moti di Marigliano. Saggi: “Istituzioni di Filosofia,” “Logica,” “Metafisica”, Biblioteca, Napoli. Mente divinatrice ardente spirito investigatore che nello studio della natura morbosa dell'uomo produsse miracoli di arte e di scienza scolare e presto emulo del suo gran più ai giovann conchiuse alla novità delle dottrine una sapienza antica procacciandosi fama in patria e fuori di sommo maestro in medicina ne rifulse lo ingegno incomparabile dalla cattedra nell'università napoletana nelle accademie e negli ospedali nei consessi legislativi e nei congressi scientifici nella parola negli scritti membro della commissione legislativa riunita in Firenze principale autore di un codice sanitario italiano inviato unico plenipotenziario alla conferenza sanitaria internazionale di Vienna deputato e poi senatore nel patrio parlamento onorato due volte di medaglia d'oro dal proprio governo per le cure ai colerosi da quello del Brasile per la guarigione del suo imperatore Socio di gran numero di accademie italiane e straniere Insignito di molti tra i maggiori gradi cavallereschi. Muore nella fede catolica avita. Questo marmo per voce del comune Si fa eco della pubblica solenne onoranza cittadina. Le spoglie mortali riposano nella cappella mortuaria di famiglia ove le vollero la vedova ed i figliuoli a rendere vieppiù paghi la loro pietà ed il riconoscente affetto. INSTITUTIONES PHILOSOPHICAE AUCTORE IN USUM SUORUM AUDITORUM I CONCINNATÆ INSTITUTIONES METPAHYSICES. Napoli Micliaccio. Superiorum permijfu y i PRÆCLARISSIMO VIRO CORRADINO marchiOni spectatissimo S. D. t T l itterario operi, PrjBclarifllme Vir jam jam (in publicam lucem prodeunti, nihil majus, nihil honorificentius ab Au« ^ore fuo exoptari poteft, et fehcius accidere, quam ut infigni aliquo nomina decoratum emittatur. Jam vero nullum illufirius, ac vere inclytum nomen, niii ^ quod Mentis prsfiantia, ingeniique 2 felicitate 'fit comparatum t quod dein integritate fumma, maxima lUe fapieQtia in graviflimis expediendis muneribus fit et >'perfe6lum, atque firmatum.* quod tandem egregio animi candore, atque incorrupta religione fit numeris omnibus abfolutum. Qui funt hujurce generis Viri, (funt enitn vero admodum pauci) fummi. profefto funt, &, vere magni.* hi cum ceteris emmeant, fintque de Societate be-. nemerentiffimi, jure ab omnibus fincere colendi.* et cum xqui fint, atque idonei rerum zftimatores, in 'eorum fententiam libentiflime reliqui defcendunt, ut nec au-. dax obtre£latorum manus alfurgere 'contendat. Solent et alia publicæ exiftimationis capita percenferi :at cu 2 a proprio cujufque merito non repetuntur, et fortunam, non jam virtutem comitem habent, natura fua et funt nimis fiuxa, et eb omnibus, qoeis cor fapit, parvi penduntur. Certe, qui ftulte hifce gloriantiir, haud recogitant Horatianum illud Ne cum forte fuas repetitum •venerit olim '' Crex avium plumas, moveat cornicula rtjum Furtivis nudata coloribus. Bene homines intelligunt, quid inter adfcitum, et proprium decus interfit; et ut huic juftam, meritamque habent venerationem, ita illud defpiciunt, et averfantur. Hinc fi qui fplendidis decepti_ nominibus aliquem hujufmqdi Vmum honefti laboris fui patronum inconfulte deleeerint, tantum abeft, ut bene rei fua! profpexerint, ut potius in fe publicam hominum tontemptionem ftultiffime concitent. Hsc quum ita fint, nemo proteao non probabit, cur tantopere exoptaverim, ut meus ifte labor qualiscunque Tibi, Przclariifime Vir nuncuparetur | tantoque conceffo honore fummopere mi caudeam', atque triumphem. Nomen enira tuum tot tantifque de caufis illuftre, at^ que cohfpicuum, eo profero illujtriuf jure, meritoque celebratur, quod mp*"* reliquorum hominum fortem, non nmofis imaginibus referta atria, non. gia majorum facinora, fed tu*. Te virtutes unice extulerunt. Tu apriraauiqu ætate fori curriculum ingrelfus, tantum ingenii acumine, legum fcientia, gravitate, pfobifque moribus ceteris prsluxifti, ut inde aufpicium faaum fit, Te ad ‘grandia natum, quod dein-mox comprobavit eventus. Re quidem vera, quum tot, tantarumque virtutum tuarum fama diutius fori ambitu contineri non potuerit, faftum eft, ut Ferdinanjjus providentiflimus ReXj nofter regiorum Hetruriæ prasfidiorum AflTeflorem, et mox etiam Auditorem in Teates, et Aquilæ Tribunalibus deftinaverit. Qua vero in hiice muneribus (apientia, integritatis, ac folida probitatis argumenta praftiteris, ex eo plane intelligi poteft, quod non multo poft Neapolim fis revocatus,, et in fupremo totius Regni Tribunali a fapientilTimo Principe Criminum Judex conftitutus.^Per holce veluti gradus fellinatis honoribus Te a fecretis Regni, Te Realis Camera Sanfla Clara Confiliarium, Te ternum Confiliarium, et fupremum Sa* erarum Rationum Curatorem vidimus. Tn vero omnibus hifce muneribus major, re olfendilli, Urenuam in laborando alTiduitatem tuam nec fene6lute remitti, nec negotiis opprimi pofle. Hinc illa eadem Regis Sapientia, qua Tibi probe cognito tanta demandaverat, ad majora protinus_ extulit. Te fibi a fecretis in Ecclefiafticis, et Sacri Patrimonii rebus afllimiit,ut in ampliori theatro collocatus clarius enitefceres. Qua duo graviffima omnium onera ira per Te adminiftras, ut et Principi probanffima procuratio tua femper extiterit, et reliquis omnibus admiratione digniffima. Tot, tantaqua dignitates cura honorum continuatione habita, eo Tibi majori funt Ihudi, quod certum eft, non gloria Majorum, non aliena ope, non caco /orruna 'impetu, non externis fubfidiis, fed tuis virtutibus, et fapientiflimo 'Regis Cbnfilio efle • confequutmn.vin hac tua tam multiplici, tara iolida honorum, 8c gloria fegete nihil fane erat, quod operi meo melius potuiffem optare, nifi ut tuo nomine fuperbum, tua claritate decoratum, patrocinio tuo tutum in manus hominum prodiret. Voti compos effe6lus, reliquum nunc eft^ ut Te facilitatis in me tua non poenitear, potiffimum cum Adolefcentium edu~ationr, cui tantopere, 8c fine intermif[ione ftudes, fit illud infcriptum'; et ego 3e tanta in me indulgentia gratias. agam immortales. Sis latus, et Te Deus virutum omnium exemplar fofpitet femper, ic pro publico hujus Regni bono in avum 'ervet incolumem. I I IN UNIVERSAM METAPHYSICAM PRAEFATIO. I. Icet MET^mSICES nomen forte olim fuifle cufum videa*|h e W tur; tamen facultati, quam elucidandam fufcipimus, apprime 51 ^ confonum cflfc, nemo profecto ambiget. Si enimPhyfices nomine a Græco vocabulo Sutrii tPhyJis, quod naturam fignificat, rerum fenlibilium pertractatio infignita fuit ; jure Metaphyfica dicenda erat, (itrei Titr puur ^ (cientia nimirum fupra Naturam, facultas illa, quæ res a materia (ecretas, neque fenfibiles rimatur, abftractionis et ratiocinii ope. II. Equidem, cum noftræ naturæ conditione fiat, ut prima; rerum omnium notiones e lenfibilibus, et materia concretis exordiantur, tum gradatim progrediendo ad infenfibilia afeendamus, et fecreta a materia; ordinis ratio poftularc videtur, ut nullus Metaphyftces T^erxXva\\2i adeat, nifi Phyficis cognitionibus antea inftructus. Atqui Majores noftri contrarium tenuere iter ; qui mos, poftquam ad nos ulqiie devenit, veluti lacer fuit, et religiofe fcrvatus ; quantum enim icio, nemo hactenus illum adgredi «ft aufus, five id nimia antiquitatis veneratione faftum llr, five ex animi imbecillitate, five alia quacumque ex caulfa. Nolim rectas licet sententias no-» •vitate in alicujus cadere offenfionem ; quilibet jure A uta a Jn Unlverf. Metapb. utatur fuo, &, quam libuerit, fequatur fcmitam. At illud faltem indigitare ex munere meo duxi, ut difcant Tyrones planum, et magis profuturum emetiri, quem alias lalebrolum experiri folent, ftudiorum curriculum. Quæ fupra fenfibilia adfcendunt, et a materiali compage funt fecreta, diverfa (refpicere poffunt, atque ideo non immerito hinc Metafhyfices partitionem defumemus. Nempe, quas fola mentis abftractionc affequuntur, fi quidem generales rerum omnium proprietates fpectant, Ontosophia, prima fcilicet Metaphysices parte, continentur, Quæ vero fpectant Mundum in genere, atque ideo extra fenfuum aciem conftituta folius ratiocinii vi agnofei poflunt, alteram ejufdem partem conftituunt, quam Cofmolagiam dicimus. Sunt vero quæ fuapte natura ab omni materijB concretione funt fejuncta, Mens fcilicet humana, et Deus, duafque alias fiftunt ejufdem facultatis partes, Pfycologiam fcilicet, et Theologiam Naturalem. Poftrema tandem pars hominis relationes erga Deum, feipfum, fuique fimiles expendens, quæ inde fequantur officia monet, morumque præcepta decernit tum artem edocet re6fe vitam inftituendi-, ut felicitatem confequamur j* eaque Jus natura y ifthæc Ethica nuncupari confuevit. Quinque itaque partibus Metapbyftca continetur, quarum priores quattior modo vobis exhibeo, Adolefcentes optimi, no» exuccas, nec vanis, garrulifque fubtilitatibus fcatentes, Icd doctrinis, quæ veram redolent fapientiam, refertas. Has partim quidem collectas, partim mihi in meis meditationibus fponte veluti fua Pnefatle 3 fua occurrchtcs, elucubrare, et ingenio veftro, quantum cognovi adcomodare fategi. Poftremain vero partem, favente Deo, mox ut otium ^ 8c vires fuppetent, adjiciam. IV. Ex ipfa objecti explanatione, quam modo breviter profcquuti fumus, abunde quifque intelligit, quanta fit hujufce facultatis, quam per, quam pro^ ba, ac JubaHa mediocris ingenii cultura trihua's, quam afiiduis, atque providentiffimis curis Praclarijftmi, ac beneficentifftmi Nolani olim %4nti~ flitis, mox vero, benemereniifftmi Panormitani */irA chiepijccpi, ac Sicilia Prafidis probatiffimi PHl~ LIPPI LOPEZ^Y ROYO in eodem Nolano Se• minario ‘ alumnus excepi. Equidem fi quid in litteris y In morum difciptma profeci y' libenti ac grato y/fnimd, ncc non ingenuo pudore fateor^ me Ei acceptum referre. Vale. \ jit ea pofita ponatur etiam id, cujus ed ratio sufficiens, fecus rurfum infufiiciens foret : quippe præter illam rationem aliud quidpiam modo requireretur ad ponendum illud, quod noa dum ed politum. NIHIL ejl fine fufficlenti ratione. Hnjufcc principii indubia veritas cuilibet fponte fua occurrere autumamus. Si quis vero demondrationem requirat ex principio contradictionis facile eruemus. Sane infit enti A quasvis affectio N præter effentiam, ita nempe ut Contradictoria affectio — N, vcl alia quavis diverfa M eidem ineffe poffit. Ex duabus contradictoriis affe6lionibus N, et N, quas feorfim in eodem Ente ineffe poffunt, nec non 'ex diverfis N, et M in eodem Ente asque poffibilibus, vel aded fufficiens ratio cur altera infit, vel non. Si primum, addruitur propofiti principii veritas.Si fecundum, A 4 quia ONtOSOPHIA. quia contradictoriæ affectiones N, et N, nec non diverfx N, &T'M lint in Ente A cx hypothefi seque pofTibiJes, vel utraque, vel neutra infidere deberet: par enim eft pro utraque ratio Sed utrumque eft contra hypotefim. Quare fi enti A infidet affectio N, cum, ejus infpecta natura, ex sequo infidere poiTet vel contradi£ioria affectio — N, vel alia qusevis M, id aliqua ratione, et quidem fufficienti, fieri oportet. Nihil ergo eft abfque fufficienti ratione. Hujufce principii veritatem quam maxime commendat illa in omnium animis ingenita prurigo quærendi femper cw hoc} cur illud} a qua numquam conquiefeimus, nifi fufficiens hujus, et illius ratio non occurrat. Eft hxc fine dubio tacita qusedam naturx vox, nihil effe fine fufficienti ratione. . §. lo.Ex diftis liquet, nullum dari, nec dari poffe furum Cafum. Puri cafus nomine intel-ligitur eventus, cujus nulla fit fufficiens ratio. Equidem hujufmodi notio nullo prorfus pa£fo concipi poteft, et ex iliis eft, quæ omni humanæ rationi pugnant. Quod fi quandoque plura cafu, et fortuna fieri dicuntur, id ex eo eft, quod cauffas p rationefque, e quibus illa continuo, et certo nexu pendent, minime pervidemus. Prop/er ohfcuritatem y fapienter Tullius ^q. *Acad. l. 2. ignorationemque cauffn^ tum fortuna efficit multa improvifa, nec opinata^ et Juvenalis Sat. lo. fed te Nos facimus Fortuna Deam, Coeloque locamus. Nempe, ne noftram ignorantiam fateamur, malumus fortuna inania verba proferre, et ita nosmet-. p ipfos deludenfcs, ignorantiæ noflr* acquiefcere. Inveftigatio fane cauflarum, et rationum mentis aciem exigit, et improbum laborem. Hinccft, ut qui minus ingenio valent, vel funt laboris magis impatientes, plurima cafui, et fortunæ tribuant, quæ acutiores, et laborioft per fuas rationes, et caulTas facile expediunt. II. SufRcientes rerum rationes invefligare proprium eft Philofophi. Nam ut inquit Genuen» iis „ populus renun phænomenis efl contentus/ „ philofophus in rerum cauflas, et principia in„ quire debet, quod egregie vocant Platonici „ mundum intelligibilem, et populo ignotum „ vedigare. Qua Philofopbia nihil validius eil, „ atque^ efficacius cum ad vitam pacate ducen-,, dam t um quoque ad reipublicx tranquillU „ tatem. /frop. Xy II. El. Met. par. prior, II. Caveant vero Tyrones I. ne aniles reputent fabulas omnia, quorum incomperta ed,vel impervia fufficiens ratio. Meminerimus imbecillitatis nodra;, et ingenue fateamur, innumera ciTe, quorum rationes neque perfpeximus ha6lenus, neque in sevum comperiemus. Ecquis hactenus novit cur Magnes ferrum trahit ? cur Gymnotus, non eseteri pifees, clectricitate polleat? cur Jovi quatuor fatellites, non plures, neque pauciores fint conceffi, tum feptem Saturno, nullus Marti, unus Telluri ? &c. Recogitemus vetus illud ac lapiens Epicharmi decretum „ Nervos ede fapientia:, nihil temere cre„ dere „ fed neque oblivifcamur nimis temerarium, immo dultum ede, rerum veritates ex xnodulo. nodro metiri. Itaque nihil gratis aderendum, aut gratis affirmanti concedendum * at ubi prxfto fint exteriora momenta, quibus aliquid fuperftruitur, hajc prius difeutienda funt, ne illud pertinaciter negantes temeritatis notam merito incurramus, et veritati fponte contradicere velle videamur. II- Haud putent Tyrones fufficientes rationes, quibus Cauflfæ ad agendum determinantur femper ipfis cauffis extrinfecus quærendas effie, quum pluries queant effe internæ. id quod præfertim de agentibus libero arbitrio pr*ditis di£lum velim. Qua de re animadvertant, quod licet ultro fatendum fit, fapientis elTe nihil agere, nihil deliberare, nifi ex omnium, quæ occurrere poffiunt, rationum calCulo : haud tamen putandum eft, has. rationes veram, et internam fufheientiam continere, qua liberarum cauflarum indeclinabilem live flagitent, flve extorqueant aflenfum. Equidem fl ita res fe haberet ( id quod vifum efl Leibnitianis ), cauflæ illæ nequaquam liberæ dici poflent. In ipfa natura cauffarum liberarum, five in ipfo earum libero arbitrio ratio fufficiens continetur, cur fe cieant, determinentque, quin ulla requiratur alia ratio. Externæ rationes, fi qux adfunt, fuam sufficientiam ex ipfo libero arbitrio confequuntur, fi quidem confequuntur. Sapienter Cicero de Fato c. I. Motus enim vohntarius tam naturam in feipfo continet, ut fit in nofira potefiatty nokifque pareat / nec id fine caujfa, ejus enim rei caujfa ipfa natura eji.De Ejfenfia ^ et Attrthuus, .Xj.y^Uamlibet nobis notam rem acutius per» 'V^/ luftrare velimus, notio Menti obveriabitur plurcs conceptus complectens/ cumque nihil fit abfque fufficienti ratione, mo« nemur hinc totidem veluti realitatibus rem ipfam conflare, feu totidem didinctis notis. Has duplicis ede generis, nofcimus ; aliæ Tiquidem perpetuo res fuas comitantur, aliæ non item : abeunt enim, pereuntque ipfa tamen re perma» nente, queis aliæ fuccedunt, atque aliæ, vel primæ iterum redeunt. Deinde notarum, quæ res perpetuo comitantur, quædam videntur veluti primæ, quarum nempe fufficiens ratio nequit ab aliis derivari ; et hæ appellantur profrie.tates rei ejfentiales. Aliæ, quæ ci primis fluere videntur, et in ipfis habere lufficientem. rationem, attributa dicuntur. Notæ vero rem non comitantes perpetuo, fed quæ continuo abeunt, et queis aliæ fuccedunt, mox vel numquam rediturz, modificationes, affeQiones., qua. litates, vel tandem accidentia folent nuncupari. Indivifibilis complexus omnium proprietatum edfentialium, quæ rei cuique infunt, dicitur ejufdem rei E(fentia ^dc quandoque etiam Uatura, licet minus proprie. Effentia igitur inliar unius coniideraiu^ venit, cui fcilicet nihil addi poted, nihil demi, quin ipfa res pereat j et alia atque alia continuo fiat: atque adeo notio eflentix pendet ab adsquata cognitione omeciei, et generis notione minime ingrediuntur ^ inter ie diferiminentur, facile intelligitur, efsentias ctmeretas magis compoliras efse, abftra^las autem fimpHciofres; feu, quod idem eft, primas plurium proprietatum else 'complexiones, fecundas autenx pauciorum.. qualis a nobis concipitur, conftituit- Hæc me. i rito fecernenda eft ab eflentia reali • quippe ip. Reales rerum dTentias omnes ad unam nos latere, aut faltem certo non conftare, ultro ' fateri debemus. Ecquis enim completam ullius rei notionem fibi comparaffe contendet ? Qui reddi poffumus tuti vel in ipfis magis obviis rebus nullam ruperefle adhuc latentem proprieta* tem ? Confer, quæ in Logica diximus. Deinde ea ipfa, quæ nolfe putamus, non funt nifi mentis noflræ phænomena, pendentia quidem ab objectis externis utpote renfuum fibras irritantibus ; fed quæ nulla prorfus ratione patefaciunt, quid intrinfecus ipfa fint objecta externa * qua de re alibi opportunius. Hinc quæ in Scholis definiri folent Effentiæ, notiones rerum fpeflant, non res ipfas. Cum ergo noflræ notiones, pr*fertira fubfiantiarum, numquam fint adæquatæ, tum varient quamplurimum pene pro numero mentium; facile intelligitur, quantopere in hominibus effentiæ rerum notionales fint tum inter fe diverfæ, quum a realibus diferepent. 7 iai»» De variis Entium generibus, ^.lO.^^Um Entis notio tum rebus, quæ actu exiftunt,;tum quæ non exiftunt quidem, at exiftere pofsunt,ex sequo conveniat; hinc P“ Entis vocabulum emphatice a Platonicis ufurpar tum w.^rOSOPHIA. IS prima, 5 c gcneraliffima Entis divifio cfl: in Ens Icu exiflens ^ et potentiale ^ leu pojjihite» zi. Ens actuale vel ita exiftit, ut tota fuat exiftentiæ ratio fufficiens in fua efsentia contineatur, feu ut ejus exiftentia in Iu* cfscntiæ conceptu includatur, et Ens a fe, feu Ens neceffarium appellatur. Hujuimodi eft foius Deus. Vel exiftendi fufficiens ratio in altero Ente continetur, et Ens alio dicitur, leu Ens cow-.'Hujufmodi funt przter Deum cætera quavis Entia - Utriusque entis caracteres alibi opportunius expendendos rejicio, ^.22. Quiecumque hujus Mundi Entia contemplari velimus, innumeris ea mutationum viciffltudinibus perpetuo obnoxia efse deprehendimus : interim in tanta pereuntium, ac fe invicem fuccedentium mutationum ferie, Entia illa adhuc perdurare intelliguntur. Merito hinc conficimus, tot tantifuue mutationibus aliquid perdurabile fubftare, cujus diverfæ fmt modificationes quotquot excipit mutationes. Porro primum illud fubjectum perdurabile, ac modificabile Subjlantia dicitur. Quod vero hujufce fubjecti modificatio efi, et concipitur, Modus appellatur. astum legimus, pro eo fcHIcet, quod ærernum eft, et perfeflilTimum ; hinc res facias non entia ^ fed entium umiras iidein appellarunt. Hajc equidem loquendi ratio fublimior elt, et vere philofophica ; Deus enim eft Ens abfolutiflimum omnes entitatis rationes in fe uno coniple« 5 lens. Quis ex factis Scripturis illam hauftam no» dixerit ! fane Exod. . Ipfe Deus, quis efset, fcifcitanti Moyfi refpondens, dis it: Ego Jam, qui fum. Primam fubftantiæ notionem ex entium contigentium contemplatione mentibus noftris informamus : hinc eft, quod fubftantiam concipiamus tamquam fubjectum aliquod primum perdurabile ac modificabile. Cæterum nequit hxc fubdantiaz notio ex azquo aptari Enti necefsario, nempe Deo, cui nullas inelsc pofsunt modificationes. Deinde animadvertendum notionem fub* ftantias mox traditam penitus abftractam efse: nullibi fiquidem reperire eft ejufmodi fubjectum, quod nullas actu modificationes habeat. Quot quot exiftunt, funt undique determinata, et fin» gularia ; univerfalia, qucd fxpe dictum eft, non 1 'unt nili Mentis noftræ abftractioncs. Cum fubftantia primum fit fubjectum &c. ^.2a.quodvis aliud fubjectum, cui infit,& inhxreat, excludit,-( ipfa enim fibifubftat, et fubjc6tum eft quarumvis modificationum, quas ei obtingere pofsunt) non vero excludit quodvis aliud fibi externum fubjectum, in quo fola infit fufficicns ratio fuas exiftentias. Quid enim implicat fubftantiam principium fuas cxiftentijc extrinfecus habere, interim vero ipfam fibi 1'ubftare„quin indigeat eidem principio inhzrerc ad inftar modificationum ? Ex, gr. decora Palladis forma, quam faxo infCliTp|am miramur, lui principium feu fufticientem exiftentias rationem ab artifice petit ; at interim faxo, non artifici inhsrret. Qui ergo fubllantia ab externo principio fufticientem fuas exiftentias rationem petens eidem principio inhasrere debet? porro ad differentiam modificationum ipfa fibi fubftare nihil vetat - f S' Dio»: V t/ E contrario MqM nequeunt Jpfi fibi; fubdare, feci neceflTario natura fua alicui Subjc£lo inhærere debent. Operæ pretium eft heic expendere impiam non minus, ac abfurdam Subftantiæ deii* Ditionem, quam Benedictis Spinoza ex fuo je« cinore c^mpo^’uit. Verfutus Homo pantheifti* eam molem flfuere contendens, definitionum, theorematum, ac corollariorum exteriori appa« ratu Geometrarum morem mentitus eB,utLe«, Cot ibus facile poffet illudere. Quare hanc præfniiit Subflantiæ definitionem : per Subjiantiar» ^intdligo id j quod in fe eji ^ et per fe- concipi’* tur ; tum explicationem fubdit. hoc efl, id, cujus conceptus non indiget conceptu alterius rei f s quo formari debeat. Verbis illis quod in fe efl duplex fubjicl poteft fenfus : i. quod in Je efl, nempe a fe% quamlibet excludens externam caufam, a qua producatur; a. in fe efl ^ nempe flbi ipfum Jubflaty quodvis intriniecum SubjeCum, cui in« hæreat, excludens, contra id quod proprie Modorum efi. Hic fecundus Subfiantiæ conceptus» verus efl, fed nihil Pantheifmo, cui fludet B Spi (a) Nemo mihi calumniam inferat eo, quod in au» guflilKnio Eucarifti* Sacramento, permanentibus panis et vini accidentibus, fide Divina tenendum fit, nullum re. manere panis, et vini fubjeflum. Nam, quos vulpo mo» dos, et accidentia in hoc Ven. Sacramento appellamus, >ro meris habeo adparentiis, et phsnomenis. Nen^, leficiente fubftantia panis', et vini, Divina virrute fup.,Ienrur in fenfibus noAris illz ezdem impreffiones, ou^ ierent a reali panis, et vini TubHantia. Hinc profe^Q (l, ut ilU fe^biles reprxfentationes oobis occiuraot. Spinoza, favet. Primus, cui foli pantheifticam molem inzdificare fatagit, falfus e(l, qui neque ab ipfo Spinoza, neque a quovis ejus Af* Iccla ha£lenus e(l demonfiratus. ir. Neque minus fallax e(l explicatio definitionis ab eodem allata. ( inquit ) concep» tus non indiget conceptu alterius rei, a 'quo foy mari queat, Si, conceptum Subfiantt^e prafcindi poffe a quovis alio conceptu, ultro coBtedimus \ fi vero intelligat, Sub/iant'ee cotf eeptum neceffario a-fs excludere conceptum alterius rei, a qua ipfa Subflantiq producatur, feu in qua in/it fu-fficiens ratio, princprum fue exijientia, et id gratis afferenti in zvutti negabimus. Tnterim ex allata poenitenda definitione illa fua oracula depromit catus Homo. Unicam in Mundo Subflantiam extare. Hanc unicam Subjlt.rt 'am ejfe Deum.’ Hujus deinde modificationes ejfe quotquot in Univerfo cernimus f^c. Sed hac de re fuo loco. 27. Ut poflibilis notio fiatuatur, quot non repugnare dicuntur prznotanda funt. Ea non mepugnare dicimus, quz fimul effe polfunt. Ex. gr. Triangulum zquifaterum, Subfiantia cogitans &c. non repugnare dicuntur, quippe triangulum *^cinn zqualitate laterum confiftere potefi : SubfWntia cum cogitatione, tanquam ejus pro« p^ietate. ' 28. E contrario, quæ fimuI effe nequeunt, ep quod unum eorum alterum excludat, et atnbo fimul fe mutuo deleant, e4 repugnare dicuntur: ex. gr. Circulus quadratus. nam notio circuli notioneni quadrati excludit, et ambas limuU. simul-fc mutuo delent. zp. Pojfibile dicitur quidquid in fui essentia nullam includit repugnantiam, quodque ade& concipi potcft. £x.gr.Mons aureus; triangulum -æquilaterum. E contrario ImpojjibUe dicitur quidquid in fui edentia repugnantiam involvit, quodque adeo concipi nequit ^ cujusmodi ed circulus quadratus, qo- Pojftbilis notio diligenter difcriminanda cfl a notione probabilis. Poffibilitas enim fpe£lat ipfam entis naturam/ Pxobabi^itas vero refpicit rationum momenta,jqjuibus,;|Mens ad affirmandum aliquid, vel negandum^ ^movetur; feu indicat datum Mentis judicaatis.de exidentia, natura, proprietatibus &c. Entis. Hinc Probabilitas locum.habet in exidentibus, poflibilibus, • infipoffibilibus &c. 31. Notio pdJifibills, pofitiva ed ; sidit enim aliquid Menti contempianti.-£ contrario notio Impojfibilis ed negativa, non enim fidit Menti aliquod ens, fed duo exhibet entia, quz fe mutuo delent, adeoque aon ens, feu nibil. 32. Poffibilium numerus faltem duplus ed numero impoflibilium. ImpofUbile enim coalefcit ex duobus, vel pluribus inter fe pugnan. tibus: d hæc fingula fecernamus, feorfim non -pugnabunt, adeoque erunt Ungula feorfim poflibilia. Numerus igitur poffibilium, ad minus im poffibilium humero duplus ed^ . fmpoffibilinm duo datui folent genera Alia enim funt intrinfecus, et abfolute talia ^ alia vero nonnifi extrinfecus^ et hypothetice. Primi generis funt quotquot contradi£Uonem in B voi- Yolvunt, de quibus ^.zp.ySc hxc metaphyjice int« ^olTibilia quandoque etiam dicuntur. Secundi generis funt, quæ nullam quidem in i'ui elTen> tia repugnantiam continent, pugnant vero ex> trinfecis quibusdam hypothesibus / ex.gr. prop* ter imbecillitatem cauflæ producentis, propter conditiones loci, temporis, &c. aliafque adpofi* tas circumftantias, Huc fpectant, quæ phy fiet impoffibilia appellantur, quippe quæ phyficis Mundi legibus* pugnant. Ex.gr. Lunam eccliplim pati extra oppofitionem cum Sole, hipotetibice eft impolsibrie^in! hypothefi nempe, quod Mundi curllis jfrxfi' confuetas leges cosmologicas pergat : flammam.in ære libero deorium dirigi: Virum obliteratum, et rudem acute, &. erudite de rebus di^cilibus difputare &c., 34. Ad Jiypotheticam impoffibilitatem ad cedit, quæ moralis nuncupatur. Illa nimirum moraiiter impoffibilia' vocare confuevimus, quæ intrinfecus infpefta. funt quidem poflibilia, non'nifi tambn raro, admodum difficulter effici queunt. Ex. gr. diuturna culpæ declinatio ia xnediis, et maximis periculis. Diligenter advertant Tyrones, quandoque in communi fermone fimpliciter impoffibilia appellari*, quæ folum moraiiter ' funt impoffibilia / idque potiilimum recolant in facrorum Librorum k£lione, ne in abfurdas incidant Sententias. 35. Sunt qui aliud impoffibilium moralium genus agnofeunt, idque Dei refpectu * definiunt nempe Ea efle, qux in fui natura. infpc£la, funt quidem poffibilia,at fieri pugnant 'Divinæ perfecti 0 imæ Naturas. £x* gr. mentiri in-. af inquiunt, cfl: quidem intrinfecus poflibile, at Deo impoflibile moraliter, quia fummæ ejus Veracitati pugnat ; fimiliter fe habet innoxium aternis addicere flammis, quod ejus Juflitiais op« ponatur. Sed hi parum penficulate hoc impoffibilium genus introducunt, cum revera ad im« pohfibilia abfoluta fpectent. Sane quid magis contradictorium, quam ju(litia,& iniuftitia, veritas et mendacium &c. ? porro in nifee, quæ vocantur moraliter impollibilia, collifio continetur inter juilitiam, veritatem, fanctitatem &c., qux in quavis Divina actione abfolute, et cITentialiter elucere debent, et inter injuditiam, iniquitatem, mendacium &c., quz eidem confociari ponuntur. Quæ ergo moraliter impoffibitia dicuntur, funt reapfc impolEbi lia mtr/w/ecMj, et fibfolute. Merito Divus Anfelmus.* quodvis minimum inconveniens efl Deo impojjibile, Sed juvat hic expendere quorumdam fententiam, qui poffibiie definiunt, omne id quod a Deo effici potefl. Iftorum fententia, nulla ed quærenda intrinfeca pofdbilitas in Ente, Ibla extrinfeca poffibilitas ex Divinæ Potentias menfura ed attendenda. Verum qui ita philofophantur, (i recte de Deo fapiuot, nulla dari impoffibilia Divinse Potentiæ refpectu datuant oportet' fecus enim, fi aliquid per ipfura Deum impoiTibile agnofeunt, totam fimul evertunt Divinam Omnipotentiam. Sane, fi podibile idcirco ed pofilbile, quia a Deo edici poted, erit a pari impoffibile, idcirco impodibile, quia a Deo eddei nequit. Quare, fi Deus omnipotens habetur, nihil pro impoflibili ftatui poteft. Quod fi c(l aliquid impoffibile, id nonnifi Divinæ Potentiæ defectu impoffibile eft, atque adeo Dei Potentia non infinita. Hæc perfpecte vidit Cartefius, qui propterea nihil Divinæ Potentiæ refpectu impoffibile effe affirmavit 38. At nihil efle in fe, 8f fui natura impoffibile, omnem evertit humanam rationem, et ad Pyrronifmum deflectit Ex. gr. Triangulum rotundum, Circulus quadratus &c. quippe tam clare perfpicimus naturam, notio, nemque trianguli corrumpere, 8 c excludere naturam, et notionem rotunditatis, et viciffim, ut de hoc vel minimum dubitare, idem fit ac humanæ rationi valedicere, et in Pyrronicorum caftra coin migrare. Dantur ergo intrinfecus impoffibilia, fui nempe infpecta natura. Quare, quæ funt poffibilia, hujufmodi funt pariter intrinfecus, et fui natura. Sed inquies ; Si funt aliqua intrinfecus, 8 c natura fua impoffibilia, hæc neque per Divinam” Virtutem effici pofTunt -quf ergo erit Deus omnipotens? Sed facilis eftrefponfio: Quod nequeat Deus efficere quæ funt intrinfecus impofi i fibilia, id non ex imbecillitate, et virtutis defectu, fed ex ipfius efi impoffibilis incapacitate, eo quod ejus componentia per fui naturam fe mutuo excludant. Horum componentium repugnantia cohibenda foret, atque delenda, ut pofTet, quod eft impoffibile, fieri; nempe delenda, vel mutanda ipfa ejus componentia. Sed modo, quod inde coalefceret, fieret intrinfecus poffibile, Sc omnino aliud ab eo,. quod impoffibile ponebatur. Sane 51. adverti muf Impofftbtle nfeo efle Ens, fcd Nihil, et negatio cujuslibet Entitatis. Qui ccgo Divini Potentiæ impoffibiiia fubtrahit, nihil fubtrahit ; cdque Divina Potentia femper infinita, quia omnia et Ungula» quæ iunt Entia, attingit. De Relationibus Entium. Singula Entia ne dutn abfolute^Sc ir$, trinfecusy qualia nempe funt in feiplis, confiderari queunt ; fed et etigm.relative, 6 c extrittfecus, qualia nempi^^ aliorum refpeftu ' concipiuntur. Quid abfolute, et intrinfecus fint quævis Entia » negatum mortalibus noffe; quippe intimas eorum effentias penitus latere totius Philofophiæ decurfus edocebit. Confer quæ diximus -ip. Reflat igitur jllas Entium' proprietates elucubremus quæ ex eorum ad invicem’ collatione elucefcunt. Has nomine re, lationum continentur. Quæ hujus funt loci ad tres clafles referri pofle videntur • ad relationes nimirum I. fimilitudinis : II. coexijlentia : III. dependentia. De Relattonibus Simii ItuiUnis, ^ fw/ 7 w appellantur Entia, quibus una, aut Mplures proprietates, qualitatesve ex communi iniidere concipiuntur. Eft ergo Similitudo proprietatum in abflracto confideratarum complexus, per quas Entia dicuntur fimilia. E contrario diJJimUia dicuntur Entia, quibus una, vel plures proprietates, qualitatesve ex communi non irteffe concipiuntuV. Ex quo facile intelligitur, quid dijfimilitudinis nomine veniat^ 0.“° plures funt proprietates, quibus Entia convenire deprehenduntur, eo major in eis elucet /imilitudo : minor, quo funt pauciores. Ex. gr. fi plures conferam figuras, quæ triangula appellantur, fimiies ftatim appellabo: de communi enim habent, ut tribus lateribus claudantur, tribusque angulis gaudeant. Si vero animadvertam ejufmodi effe illa triangula, ut communem quoque habeant laterum rationem, proprius fimilia vocabo. Ex Entium fimilitudine rationem de« fumimus, qua in determinatas clades illa re digamus. Cum enim hujus Mundi Entium tanta lit multitudo, ut nequeant fingula Mente di, iUncte complecti, ea ad certas clades redigere confuevimus : ita nimirum, ut quæ determinatani inter fe fimilitudinem habere concipimus, ad unicam revocemus cladem, et ad alteram clafiem rejiciamus,, quas aliam determinatam fimilitudinem exhibent. Deinde, cum Entium ad eamdem claflem rejectorum alia, atque alia intenfiorem, fen peculiarem inter fe fimilitudinem habere deprehendimus j numerofiorem illam claffem in alias minores redigimus. tum primam Genus, has fpecies appellamus. Ex.^r. Infinitas figuras tribus conclufas lateribus ad unam Claffem revocamus, et triangulorum nomine infignimus : tum animadvertentes ex hifce figuris quafdam majorem inter fe fimilitudinem habere, puta quod alia fingula latera inter fe æqualia habeant, alia duo tantum, alia finguJa latera inæqualia/ ampliflimam triangulorum classem in tres alias minores tribuimus, quarum altera triangula scquilatera, altera ifofcclia, altera tandem fcalena complectatur. Nihil vetat Entia, quæ fub aliquo rcfpectu fimilia funt, et vocantur, fub alio diflimilia efle, et appellari. Sic triangula, quæ modo pro figuris fimilibus habui ob communem proprietatem trium laterum, et angulorum, diffimiles mox appellabo, fi animadvertam non æquales angulos habere, neque eam. dem laterum rationem Quare intelligitur, ^ntium Genera, et Species, ex cujufque Mente conflitui pofle, ut ita Entium Claflis,quas Uni Species eft, Alteri fit Genus plures minores clafles, feu fpecies complectens. 4ec effe fuura, in aliis atque aliis temporum, -Jocorum &c. circumftarrtiis immutatum, feu non aliud habere, idem appellamus. Confidit ergo identitas numerica in Unitate t» boc effe Entis in aliis, atque aliis temporum, locorum &c.circumftantiis pofiti. Triplex vero ed Identitas numerica, metaphyftca fcilicet, phyjica ^ et moratis. ldentisas metapby/ica prædicatur de Ente, in quo nulla, vel ne minima, mutatio accidit. Soli Deo idhæc identitas convenit. Identitas phyjica tribuitur Enti cujus quidem qualitates mutationem Subierunt, led ejus elfentialia attributa immutata permanent. Mentibus, et Materiie idhæc con^venit identitas. Identitas tandem moralis confidit in unitate dnis, cui varia media.diriguntur, tum in perfeveranti ad idem habitudine.. Sic Lupus gregi druens infidias, tum Vigilum fugiens mi^ nas, idem moraliter lupus ed / non emendatus «nim fugit, et ed redire paratus Vigilibus fomno correptis. 53. Animadvertendum ed, vocabulum quandoque minus proprie in communi vitæ confuetudine ufurpari - -l^es enim eadem perfeverare vulgo cenfetur, licet- ejus locU alia, atque alia incontinenter iuccedat,!! tamen idhxc fuc cef- ccflio fenfibus noftris non pateat. Ita 'flumen planta, animal eadem hodie dicuntur efle, qux decem retro annis ; id quod proprie verum efle nequit.• fiemo noflrum idem ejl in /eneBute, gui fuit Juvenis.* nemo efl mane y qui fuit pri^ eiie. Corpora noftra rapiuntur fluminum more. Sen. epifl. 58. 54. Triplici expoflte Identitati . triplex opponitur diflin6IiOy numerica yjpecificaf 8 c generica. Primam tribuimus Entibus fu b eadem fpecie complexis/ alteram Entibus ad di« verfas fpecies fpectantibus, fed quz 'fub eodem' genere continentur * tertiam tandem Entibus ad diverfa genera relatis. Patet, adeo folam. Identitatem numericam efle cujusvis diflinctionis nefeiam. Identitatem vero fpecificam cum numerica diflin6Iione Identitatem genericant cum diflin6Iione fpeciflea optime copulari. Rurfus diflinctio alia efl realis, aliar formalis. Primim tribuimus rebus, quæ in feip« fis, et nemine adhuc cogitante funt diflin£læ. Quod n harum una alterius flt modus, appellant; qualis efl diflinctio inter corpus, &. fuam flguram.Secundam vero prædicamus de re^ bus, quæ in feipHs quidem unum, funt, fed quæ, diverfls mentis conceptibus complectuntur, ip& rei natura, quæ multiplex efl fuifleientera ratio* nem fubmihiflrante. Hujufmddi efl' diflinctio, quam ponimus intellectum inter, et libertatemr Mentis, Quod fi diverfi ejufdem rei conceptus nodt ex ejus natura, fed ex libidine intellectus ab*t definitione, genere 'ticinpc ^ 8c difFcren-’ tia conftaot.'" p. Triplici cxpofit* compofitioni triplex opponitur sJmpIicitks.liimirum physice jfimplex di. citur Ens, quod pluribus realiter difiin^is. ca* ret; hujusmodi ex- gr. Mens cft humana. Hanc abfolutam simplititatem efie, vari nominis nemo non videt.,Metapbysioe vero simplex.yt cujus eiTentia haud confiat ‘ pluribus' attributis, formaiiter difiin6Hs.* hanc fimplicitatsm Deot convenire arbitror ^ quidquid contra' Scotistx fentiant. Logice tandem simplex dicitur, cujuS) conceptus non coidlat genere, et differentia.tr hanc fimplioitatem de Geo prsedtcari pbfieplu* : ritni autumant.-* ^o.Perdiligenter animadvertaritTyrones, phyfice Compofita non nifi cx plfffice, et abfolute. fimplicibus elementis confieri ”,i Sane, cujusvis. Compofiti elementa vel funt compofita, vellunt abfolute. iimplicia. Sit hoc fecundum, con* liftit afferti veritas. Si primum, hujufrnodi) elementa, quia compofita, aliis elementis con-' A ari debent. De hifce fecundis elementis iterum qusBTO, funt ne compofita, an vere^ bc, ab-, folMe fimplicia Pquorfum evadat dilemma iftud per fe patet ; nempe, vcl progreffum compofitionum in infinitum comminilci debemus, vel exiftentiarn vere, et abfolute fimplicium elernentorum confiteri. At progreffus compofitiojnum in infinitum abfque fimplicibus elementis fecum ipfe pugnat ; in hoc quippe progrdfu' oecturrunt perpetuo compofi^ fine componentibus Quæ ftint itaque phy/icc Compofita, ex vtre, et absolute fimplicibus elementis conflari debent. » • !' • I ^.6i. Ex qiR) facile- deduoi poteft,- quamlibet fingularetn Subftantiam Sub/eflum^.effe pbyftca fimplex. Nam ' -• > Subflantiarum qualitates^ etfi e^dnOL liflt generis ) vel fpeciei, aliat tamen aliis prJt* ilant,* moles tnfiniy ta reputahitQr. ia.formica. Elephantis.rnoics magnitudineita' animakuli a P. Francifco de JL.a> nir obfervati, ideo ' ’j i nfinities infinita rrfpectu prædicti ianimalculi.r.Rurius (phse« nuy cujus diameter iGt.. intervallum t Saturni, a Sole /.infinita haberi potefi'' refpectU'i|Tclluris atque adeoi infinities infinita, refpecta.jElephaOr feu. InfinUttm ftcundi ordinlti dt iofinuies •infinifies infinita reCpectu laudati pdmiitn ajoi« malculin, tertii W/‘»/x.4'.Hujus^ modi comparationes longius proivehi pofifunt : ^et itaque : dari pluces, immo infinitos Infinitorum'.relativorum. ordine» Porro;, in ferie infinitorum Infinitum, -infensioris, onfinis tfi,in•finite parvum refpectu Infinitr ondinis fuperioris\ quod propterea appellatur it^nittfimumySc iafinittfintde. Poffibilis proinde, efi Scabies Infi> natefitBalium.y InfinitoiUoi ex utraque parte in. infinitum producta,. ' »> Quantitates reales.) qux fint. abfolute 4t)fwitæ' repugnant,;; Quantitas enim nihil,. eft.«Itud quam plurium.* quæ funt eadem, c6l* lectio «. Sed qujacittnque pofita^hujufmodi colJectione, fempcr.tui»las adjici poteft; Perrnovara wo tUnitatis adjectionem Bd augumentum. Quantitas ergo natura fd» talis efl, ut..perpetuo augeri poflit. Sed quod perpetuo augftri poteft, perpetuo limites habet, (qjippe quodvis augumentumi fupponit (Imilem defectum antecedentem, adeoque limitem )/& quod perpetuo limites habet, infinitum efle repugnat. Quantitas ergo, quas fit actu infinita, repugnat. Ad rem fapienter Mosbemlus Syjlem. intel.Cud. feSi. I. cap. 5. 24. ». a. de numero, qui fpecies eft quantitatis, fic habet. Sciunt omnes numerum i» fe nihil effe, fed sd ires,.y.r. >.':r^ i •.infinitusf id quod implicat.Nulla ergo dari potefi extensio v^e.contanua * 8 c’ quam vulgo concipimus talem, pro phænomeno haberi debet. Sed de hac re - copiosius io Cosmo-, • > - . • logia. Peculiaris, ac detcrrninatus modus, quo res infiar totius confiderata aliis flmul coexiftentibus coexiftit, dicitur ejus /ocus ; fitus vero appellatur peculiaris, aC determinatus' modus, 'quo rei partes præcipuæ aliis llmul coe« xiftentibus cnexiflunt. Si de libro A quæram ubi eft ? profefto locum flagito. Refponfum, quod petitioni pratflabitur, efit hujufm^i; Liber A eft' in tali bibliothfeci ordine, ferici primus, fecundus &c.. Si rurfufti interrogem, qud litu } refpondebitur, reBus\ invcrfus &c. Primum refponlum innuit determinat^um modum\ quo Jiber ’A aliis fimul coexiftentibus coexilTit.Secundum vero refponfum"'^innuit determinatum modum, quo libri partes J^quæ præcipu'e iii ipfq notantur, adjacentibus coexiflunt.'Quandoque tamen in communi fcrmonc fitus, æque accipitur ac locus. i V ' . Locus, ut modo definivimus ^ realh quidem eft, fed relativus, non ahfolutus.’Philofophi, qui pro fpatio vacuo rerum, omnium receptaculo communi pugnant, præter ‘ locum relativum, alium abfolutum agnofeunt. Ex horum nempe fententia lodjs cujufque rei abfc^ lutus eft illa fpatii vacui pars, quæ ab ipfa re occupatur. Nos vero qui fpatium vacuum abfolutum pro imaginario habemus . solum locum relativum admittimus, et fpatii nomine intelligimus Ibcoruth omnium collectionem « 'Hoc fenlu ipatium^reale quidem eft, sed relativum, non ablblufum, ut ita ablatis rebus Jocatis, nihil reale amplius remaneat ; ' fcd^ fpatium, E. contrario in expcctationis ftatu, vel tædii,,vel cujusvis doloris? breve clapfum tempus admodum longum videtur. (a) Sane in,. ^ • ' hi 00 Hic illud Poetæ obtindt: mifero longa, ff Itci Luvis, hifcc cafibus Animus raorjc, tædii, doloris impatiens, e molefta fenlatione fe fubtrahere continuo conatur* at irritis conaminibus, moleftia perpetuo recurrit. Adeft itaque velut interior colluctatio, et continuus conflictus mentis, et doloris. Continuu^i hicce conflictus loco eft continuæ fucceflionis, longum fluxifle tempus, exhibet. Quæ cum ita Gnt, continu is erroribus obnoxii elfemus, fertempus ex noftrarum cogitationum, fenlationumque ferie dimetiri vellemus. Hinc factum eft, ut tutiorem regulam, c^rtiulqus medium dimetiendi temporis fit quæsitum. Kihil huic fcopo opportunius vifum eft motu æquabili: oam licet quamplurimæ sint in Muhdo, luccefsivorum feries, hæ tamen, quia æquabili continuitate carentia, ad rem non videntur. Atqui nullibi forsitan rejjerire eft hujufmodi motum, qui sit vere æquabilis : conversiones attamen Solis circa Tellurem ad fenfum faltem videntur æquabiles. Ipfa itaque velut fuadente Natura, pro certa temporis mem fura, ad hujufmodi' conversionum fericra ‘devenimus.* tum singulas conversiones in partes minorem tribuimus, per motum artificialiter paratum, menfurabiles, Illas diximus dies natura* les, harum partes horas denominavimus : tum lingulas horas in minutiores, æquales partes tribuendo, mirtutortm cudimus.denominationem ad eas indicandas. §.8p. Ens pluribus continua ferie fibi fuccedentibus coexiftens, durare dicitur : eft proinde Duratio continu^ jTcu permanens eatis exi sten. . flentia, qua pluribus in continua ferie flbi^ fuccedentibus coexiftit, aut faltcm coexiftere per fe aptum eft, po. Duratio itaque non efl quid ab ipfa* rc durante rcaliter diftin£lum, neque quid ab-‘ iblutum, fed relativum; est nempe ipsius rei coexidentia ad plura fu^lsiva, sive hasc realia fuerint, sive tantum imaginaria. 5^r. Duratio cum Tempore confundi non debet : hujus notio in atquabili rerum luc. cefsionc consiftit ; illa e contraria in permanenti Entis, quod immutatum, et immobile concipitur, exiftentia. Fingamus unicum Ens existere, et in eodem flatu perpetuo manens nulli obnoxium mutationi : modo nullum fo. rct reale tempus / adefl vero realis duratio, quæ fat intelligi ex eo potefl, quod Ens per fe aptum efl coexiflere fuccefsivorum feriei. Triplex diflingui debet duratio. Vel enim interminata c(l, et inHnita, principio nempe carens, et fine, et dicitur ^eteynhas. Hasc non nifi foli Deo convenit. Vel duratio finita, feu terminata efl ex utraque parte, nempe principio, 8 c fine clauditur, diciturque fimpliciter duratio. Ha;c durationis fpecies optime tempore menfurari potefl. Cum enim tempus in æquabili, et continua entium fucceffioæ confiflat, ex quantitate fucceffionis, cui Ens aliquod coexiflit, hujus durationem certo determinare licet ; nec non unius durationem, cum alterius duratione, conferre. 'Duratio limplex omnibus naturalibus productionibus convenit. Tertia tandem durationis fpccies,, •. vum bi^ :. vum dititap y 'eflque illa j qiuap, initium qi;idem habet'V' attfine* careti. Hstt ad Materiam et Mentes fpectat, neque poicft tfcrnpore me«n furari,) etfi. djus initium tempori alicui^ veniat *  'V r^ifl . r..'.: C..ruUbf f ;,.i >.i,i. De relationibus dependentitr, i*ii de Cauffif »,  ;• I Efr qiMcpiam ab alta pendsre dicjtur.j 'X^‘ li huic infit quævis alterius ratio^.,* ifth^’verb unius ad alteram relatio dspenden^ tia nomine. indicator. Ex. gri! Jiorologiijrnqtqs ab tappenfo pondere, vel ab intus -in,clufo,..elai firo ptfwrfefe I dicitur, quia pondus lappenruin., vel elaftrtrm rationem co.ntinei)t, cur in hpto^ logio motus-fiat. ‘ r«., *. Via, &c. Hujufmodi Cauffa remota, et media^ ta dicitur. E contrario proxima, et immediata ^ laudit, quam inter. et effectum nuHa interce^ dit alia: hujufmodi in adducto exemplo eff organicæ plantarum flructuræ insita. 1^. Si Cauffa proxima, 8c immediata de*, lerminationem fubeat ab intermedia præcedente, ^fimiliter iflhsc ab alta, Sc ita porro; Cauf* fm ftt^ordinata ^dicuntur t 8t connexam ferieiit i^nflituere. Hujus feriei prima appellatur, quasnulli przcedenn fubordi natur, cztene vero in« tcnriedise mediata nuncupantur. CauflTz in ferrem fubordiaata t]vSm6^ di ' funt vel effentiather, vd æcidentaliter. £/• fentialiter fubordinat» dicuntur, fi fubfcquen* |iuax actiones a præcedentibus fint excitz, dc M . P i2eterminat«. ^ccidentaliter vero fubordinatv appellaotur, 11 fubfequentes a prascedentibus ia fola exifleotia peodeaat, noo item in agendd. 1I4> De GmdSs ba^ potiflimum tenenda funt- '• I. Ex nihilo nihil fi*. Nullum Jioc* antiquius axiomate in pbysicis, atque cofmologi. cis facultatibus « magifque receptum communi Philolophorum confenOone. Sed rectus e)us £enfus Qoo ab omnibus zque acceptus. Ita pmrro antelligaat Tyrones c,IQibHnm nequit effe net tMuffa effieient, isrc materialis^ nee formatis^ ««. fue finalis ulliur roi, Sane nihilo nulls, funt proprietates, alias non effet nihil ; fi nulle proprietates nihilo conveniunt, nulla caufialitadd Ipecica tribui poteft^*, Plures e Veteribus ita intelligendum autumabant, ut cuilibet productioni præcedens fubjectum, tanquam materialis caufia, ftatuenduna «tlTet. Hinc «ternum Cahos, e quo omnia ortum haberent illi imaginabantur, et. crcatioi nem ex nihilo, ex nullo nempe prascedei^ fiib* jecto, impofiibilem decernebant. De fenfii axioip^ mati a nobis tributo, nihil efi quod dubitq^ mus, fi indubium cfi contradictionis principium; at vero fenfus ab hujurmodi hominibut excogitatus nulli certo principio efi fuperexftructus. Creattonem ex nihilo in CofmolQgia vindicabimus ; illud tantummodo heic monemus, gratis iupponere Adverfarios, omne quod fit,,ex ali^ quo præcedente fub jecto fieri debere. Certe mp/ tus ell aliquid : interim contjnuo experimur, ipos varios motus de noyo in corporibus foln D 4 . voluntate producere jecto, tanquam ex.cauifa naateria-li r repeti. Ecquid^ ergoavetabit,hGau(Tam inii* alita efficacitate prarditara' fola •voluntate 4 ^ubftantias dt- nihilo condere? Certe nihil vetat, ficuti ex noto effectuum diferimine par diferimen inter Cauffa? ponere, ita ex cognito Cauffarum diferimine, funile dilcrimen inter effe» xtus iptereffe pofle, decernere. Id quod contra xos dictum fit, qui incogitanter allato exemplo objici, pofle putant, morum efle qualitatem, non fubdantiam 4 cum contra iubiiantiæ fint illæ, de quibus' quæflio vertitur, utrum ex nihite creari' peffint'.’ - ^.11 d. II. Omnis Cauffit debet effe prhr fuo effe. Siu. Sane Effectus exiftentiam luam tfonfequi» lur ab actione Caufsæ efficientis. Itaque efftetus natura fua 'cfl pofterior Caufla. «.•* e Duplicem diflinguunt Philofophi priol ritatemiif natura nimirum, et temporis • Cuni Calilsa tempore prafcedit effectum, hanc dicunt ^iifitatem temporis. Si vero ' nullo prorfus tvrtpore Cairlia fuum pra?cedit effectum ^ feu iiumquam Caufsa’fuo effectu fejuncta «xtitit^ modo nonnifi prioritate naturæ, feu ordinis gaudeti. Hæc naturæi'-priorit.s in eo coniiftit, quod effectus fuam rationem, fuumque princi*. pium- e caufsa petens‘ fine caufsa exifteotiam conftquiunequit : deinde in noftrarum idearum ofrdinc, taulfæ conceptus notionem effectus neceffario antecedit. • «. III. potefl effe cauffa efficiens fui fpfitis. Revera, cui tribuemus caulsalitstein » rei non adhuc productæ, vel rei )»m -effectæ? Non prjmuni, quippe res ^^on adhuc exiffens nihil { agere, poteff 114. Non fecundum, canf faiitas'qiiip|X præcedere debet, non fubfequi effectim; Quare Nthil poteft elTe cauisa efficiens fui ipfms. .. tiip- IV; Nequeunt duo Entia fibi mutuo effe eduffa ef^eientts, Sit primo -A caufsa efficiens B. 'A ‘erga:eft prius, B pofterius. i.i($.Sit xnoda B taufsa efficieii& -A,. Erit A pofteriuss B. anterius'; idem ergo A erit anterhis ffmuiy posterius ^B,‘i(f quod implicat. Igitur &Cv ' «xoi Vi^ j^Uqmd efi in effe&U y 'debet efi fe^ht>:eayffai^^9^yfofttttdite0‘'.y vei eminenten-J i2oa^ ^ tineeii f^rinutite^' OM " res iir ‘ altera ^ ‘ dicitur, fi illa irt hac continetur fecunduui ifusm ooncre^ tam: effentiam ' ita formaliter * contineri in fii* rnihe* dicimus futuræ •pI&ntai-^rndinTenta feri* cum in bombycis vifceribus &c. 'Eminenter vc* fo ^ wtuaiiter ^ B nonnifi virtus," et poten«^ tia ' fufficrehs.aUieri' iniit ^condendi aliam &qui9 exv dnodrit mdtum femaiiter in Anima, quas xllURl fiia ioluntate^ pradneip,- contineri ? equi^ defn folarViitus, &' ponnfia> motum; produceiid. di «iniiieff a^titBse pofitis^ifffaliquid eft' in fectu V quod'"non fft 'iii (C^ifa, r» aliquid vel^ efi mt alia caufla, vel ex nihilo. Hoc fecuifi «iuin r^giiAt t ^ 4 « Si' primum, effectus it* ei^ non cx utiich, fed-«ex duabus cauffisfociis, et confiftit veritas effati. IX f; -VI? Series 'omffdtium fuberdhtatarum^ q[MæU*dque ea fit, abfque ulla Cauffa prthha, et indeptn4ertti ^ muino tepugnat, etfi in infinitam J.1 produB/t concipi velit. In hac infinita fcrie qua* vis Cauffa cft cffe£Ius przcedcntis. Qui ergo fiatuit infinitam fcriem caulTarum fubordinata* rum abiqæ ulla prima Cau(Ta,8c independente, ponit infinitum numerum effe£luum -j- i ab* fi^ue ulla caufla; id quod evidentiflime pugnat. •§ iiz. Sed lubet Tyronibus, rerum mathematicarum fiudiofis, id ipfum alias exponere. In ierie caulTarum fubordinata rum, quziibet Cauf* fa determinatur a præcedente five ad exifiendum, five ad operandum 112. Nulla ergo caufia continet in fe ipfa fufficientem rationem fux exifientiæ, vel a£Iioni$ : adeoque nulla cauf* ! fa fufficientem, et adæquatam continet ratioæft | cau (Tz pofierioris. Itaque przdi6Ia feries in infinitum protenfa, e(l feries cauflarum ejus natu- i rz, et conditionis, ut in earum fingulis metum adfit nihil in ordine ad determinatam exiilen* ; tiam cauffarum pofieriorum. Summa autem om> | nium nihilorum, utcumque numero infinitorum j efi nihil. Jamdiu enim confiitit, illud Guidonis Grandi, ut ut fummi Geometræ, paralo* gifmura fuiffe, quo, ex expreffione feriei paral* klz ortz per divifioncra ~, intulit, fummam infinitorum zero effe revera squalem dimidio» Series ergo illa, ut ut infinita, omni caret fuf. ficienti, Sc adzquata ratione ad exifiendum, nifi ab Ente extra ipfam pofito, zterno, et a quovis alio independenti ad exifientiam deter* minetur. irq. Contra Atheos hoc pofitum ell theo rema delirantes, omnia in Mundo pendere [ab infinita cauffarum contingentium fcrie per im* JDca* p- -J. SP nienfam aternitatem produfta ; quafi nempe, quo longius, remotiufquc produ£tam imaginemur hanc commentitiam, fetiera, minus opus fit Caufla prima, et independente. At contrarium Tana exigit Ratio. Rem exemplo illuftrabimus, quo Atheorum dementia magis pateat.. Supponamus ferream catenam ab alto derivantem horizonti normalem,quam, fi lubet, in infinitum produ£tam imaginemur. Contendat vero aliquis, catenam iftam, immane quantum ponderanteral nullo fulcro indigere, ne deorfum tota ^uat * fed hujufmodi pofitionem perpetuo ex feipla fervare poffe, hoc herculeo a-rgumento. Primus, Sc infimus catenæ annulus, '^.e ruat, detinetur a fecundo, nec ullo indiget fulcro,* hic fecun» dus, quin et ipfe fulcro indigeat, detinetur a tertio, et ita deinceps in infinitum. Igitur tota catena, quin indigeat fulcro extra iplam pofito, perfe verare ex fe fola poteft in illa poutione. Profeao ita delirantem, non adducis rationibus, fed praftito quam citiflime elleboro, curare fatageremus.' En typus delirantium pariter Atheorum, qui feriem caufsarum fubordinatarum infinitam abfque ulla prima Caufsa, et independente comminifeuntur. Una eademque res p 9 te!} /tmuf ejfe Caujfa finalk, et effeBus. Eflfeaus nimirum non adhuc obtentus, fed mente præcognitus,» volitus, ipfam movet ad agendum, ut cfFe6Ium confequatur. Finis, irquiebant Scholaftici, ns intentione prior ^ in exeqttntione po/lerior, iEger, ut fanitatem confequatur, pharmacis utitur ab amico Medico præfcriptis. H«ic fauitas eft finis, qui in pharmacorum ufu intenditur, et quam pofthac xger coniequetur j eadem vero fa« nitas eft Caufsa asgrum movens, ac determinans ad pharmaca adhibenda contra fuafioncs guftus, et oeconomiæ. Infcite itaque Spinoza decrevit Etif. p. p. app, ad prop. Omnes cau fas finales, nihil, ntfi humana ejfe commenta: hanc de fine dbiirinam naturam omnem evertere nam id, quod revera caufa eft, ut effeSum confideraty et contra : deinde id, quod natura prius eft, facit pofterius. Nempe non diPtinxit Spinoza in« ter eflfe£fura in actuali ftatu conftitutum, et eumd^T.on ftatu ideali, feu in intelligentia Caulsæ efficientis comprehenfum. IZ5* Priufquam hinc abeamus, celeberrimam qiteftionem, de qua acriter Philofophi jam inde a Cartelii tempore decertarunt, paucis expendere juvat. Qjue vulgo dicuntur cauffa fecund(e-, feu atuffa creata, funt ne revera cauffa efficientes } gaudent ne infitts viribus, queis age» re Valeant, agant} Jfn ne' junt tantum oc» cafiones, cur Deus per ipfas, et in ipfis ftm» mediate agat, eofqua moliatur effeBus quos 0 vtrtbus creatarum caufjarum promanare putamus? Jz6. Primum negant Cartefiani, ftatuuntque creatas cauPsas omni prorPus agendi vi dcftitutas / nihil adeo ipPas agere, fed Deum omnia operari fecundum generales a fe conftitutas leges pro variis illarum occafionibus, nempe juxta illasmet leges, quas vulgo natur* dicimus. Impingat globus A in alium B* hic protrudetur, ilPe vero vel lentius perget, vel quiefcct, vel refle6lctur juxta Phyficæ leges. Ex *' 6i Cartefianorutn fentcntia truditur globus' B' non motu, &. aftione irruentis globi A, fed immediate a Deo, qui, juxta generales a Te fancitas leges, "pro occafione irruentis globi A,' alium B propellit : tum idem globus A occurrens in- globum B, etiam immediata Dei actione retardatur, ad quietem adigitur, vel reflectitur ; non ex reactione, vel elafticitate corporis percufli. Pariter non ignis pyrio pulveri applicatus, illum in flammam agit ' fed ‘ex oc>» calione admoti ignis, Deus pyrium pulverem inflammat • tum ex occaftonc conflagrantis pulveris, pilam e tormento' expellit, et pe^ parabolicam femitani ducit j qua in parietes impingente,' iterum liac'*occafione ipfe Deus parietes disjicit; rurfu?, ex ^occafione corruentium* parietum, fubftantert hominem perimit. Ita de cæteris quibufciimque aliis’*. Neque corpus humanum aliquid ih 'animam agit, neque anima in corpus / Deus lingulas in anima adfectiones gignit, quas e corpore prodire putamus, fingui lolque motus in corpore juxta animæ voluntatem’. Non moror Malebranchii opinionem ulterius pergentis, de qua alibi opportunius. • ^ lay. Cartefianorum sententiam ' longius, quam par erat, prolequuti fumus, quippe illam cxpofuifse, confutafse reor - Sane communem illa hominum fenlum, rationemque evertit. Tu ne, inquiet Cartehanus, præjudicia pro ratione obtrucljs } Perbelle | ii tara conflantem, univerfalemque hominum, turi^ philofophantium, cum naturali rationis ductu judicantium, fententiam, pnejudicii et falfitatis arguere velimus, o felices CartefKini, queis unice bonus fenfus, 8c recta ratio ceffit ! Deinde, fi vel tantisper Advcrfariis demus fententiam, quam tuentur, quan« tum ab Idtaltsmo ( putidum profecto delirantiun^ fomnium ) diftabimus? Unde corporum noftrorum, totiufque Mundi exiftentiam ultra rcfcicmus ? Sane in hoc fyftemate ^ cum nihil inter fe agant entia creata, fed omnia agat Deus, pronum erit fupponerc, nihil exiftcrc» aliud præter me, et iplum Deum.  ^ iiS.  Corporet Mundi exiftentiam noa aliunde, quam ex Mentis noArz fenfationibus nofcimus. Si has fenfationes non ex aiAione circumflantium, et ptementium corpo-‘ rum, fed ex Dei immediata adione fieri ponamus, nullum dein fupererit argumentum, quo contra Idealiflas Mundi exiflentiam vindicemus. Quod enim Occaflonaliflac fubdunt, fenfaticnes ex occafione circumflantium corporum a Deo Mentibus imprimi, quas numcuam infet-. ret nullis eircumexiftentibus corporibus, nimis leve eft, ^ et hypotheticum, e quo Idealifla facili negorio fe expediet i ita enim regerere poteft. Unde rejctvifii corpor0 extare * tum, juxta horum circumjltiniium varias occafiones, Mentem varias ex a&ionh Dsi Jati Jenfationesi Equidem de nofiris jenfationibus nulli dubitamus^ fed inquirenda tantum occurrit, quanam fit noftrarum fenfatienum eaujfa. Has ego ex immediata Dei aSione ref eto, quin quidpiam aliud extftere agnofcams quippe * illum fat potentem,^ Jdpientem ejje intelligo, qui ideaiis mundi fpeSaculum et /dat, et valeat menti mex exhibere, ProfeBo nec hilum prnfiat, aliquem realem mundum comminifci, qui et nihil ad meas fenfationes conferre poteft, quo nullimode Deus indiget, quominus idealem^ mundum menti mea reprafentet. Quare fi nofti, haud Deum decere, entia multiplicare fine wceffitate, UT fuos adfequatur fines; praclare me gero, dum nihil prater me, et ipfum Deum extare fentie, Neque. . t%S. Sed quibus tandem -argumentis Cartefiani hanc fuam conficere rentur opinationem? Duo præcipua adferam, nam cætera (lomachum cient. L Nequit omnino iiitelligi quomodo entia cneata jn fe agant, quidv^ fit illud, quod cjc uno tranfit in aliud, li. In idea rpiritus non elucet profecto conceptus vis corporum motricis. ' lap- I. At in primo uberiorem Logicæ peritum in Adverfariis eli, quod defideres. Nem iuvabit Occaiionaliftafn reponere, idealifmum cum Divina Boniute pugnare; nempe in ea fentenfia Deas grande Mundi rpc6laculutn Menti tam vivide repra^fentando, ut omnes proclives Hmus, et quali cogamur ad Ivniiis xealis mundi exillentiam adftmendam, nos profefto illuderet, fi nuilns exificret mundus ; Non,.inquam, id Occafionaliflas juvat ; ita enim merito refumere poteli Idealifta, fiiamqu.* cauisam conficere. Pape ! Ei tu adeo vecors, et audart, qui Deo tuos errores., ac deliria adjudicas \ eccur judicium tuum, me tibi exemptum prmbertte, haud cohibes l certe quas vividas fenf asiones te fati ajfeveras, et corporum extjlentiam, ut dicis, faseri quafi jubentes, et ego patiar s illud reliquum efl, ut ratione teipfum cohibeas, et ab errore fetves immuitem, ficmti ratione didicifti et alios plurimos profligate : ut ecce, te tua vi brachium, ac totum movere corpus, hujus mundi corpora invicem inter fe agere, colores corporibus inharere &c. Si hos errores Japienter rejicere Jategifti, neque unquam Deo adjudicandos agnovifii, quippe ratione duce profligantur, ita pariter eadem duce ratione veterem dedi f ce errorem, et prajudicatam expunge fententi emr, realem nempe mundum exi flere: tuaque ofcitationi, aic infcitia tribuas, nonDeo,q iod iu eam dementiam defcendifli: Itaque cum adeo facilisfit, ac brevis ab Occafionalifmo ad Idealifmum defcenfus, eadem cenibra ambx lignanda; filat fententia:, fcilicet inter furentium deliramenta reponenck. Nempe hsec duo • fececoenda cr fuimus, uno conceptu complexis, emereant, compofita dicuntur, Earum notiones, quippe quæ frequenter in tota Philofophia occurrunt, feorfim heic exponere, operæ pretiuna duxi. Sunt autem hujusmodi Ordo, Bonitas -, Perfecto, Pulchritudo. Plurium Entium five coexiftentium;, (Ive fe confequentium ita' connexa feries., ut iibique eadem ratio deprehendatur in 'modo, quo juxta fe collocantur, aut fc' invicem excipiunt, ordinata dicitur J ejufque abftraftum appellatur Ordo. Confiftit itaque' in fimiJitudine, qua plura' Entia juxta'-(e collocantur, aut fe confequuntur. Si fecus illa. fe> habeant, ita nempe fint Cohftituta, ut nulla- in eis eluceat fimilitudo five in coexiftendo five ip fibi invicem fuccedendo, inordinata, leu eonfufa dicuntur. Exemplum fumatis ex- bibliotheca. Et quoniam fimilitudoi, quam ordinerp dicimus Entibus præter effentiam.convenit, ex aliqua 'profecto ratione pendere debet. E Ratio ifthcc ' Printifimn ordinis dicitur et PROPOSITIO ENUNTIANS communem illam rationem, ieu fimiliiiadioem, qua Entia co^xiftere iil» debeat, vel fe confequi conformiter>huic principio, Rtgulo ordinis appellatur. Ex. gr. Principium ordinis in bibliotheca cft :| Lilrros od comparandam eruditionem aptos in promptu ba~ here. Regula vero ordinis eft hujufmodi : J^ihri ejufdem argumenti Jimul componantur. igg. Atqui communis illa ratio, qua plura entia juxta le collocari debent, vel fe confequi,ot ordo^io eis eluceat, potell eife liBiplex, vel compofita. Hinc vel fimplex, vel compoHta eft ordinis regula, et ejufmodi pariter Ordo iple. In præcedenti exemplo limplex pro bibliotheca eft >6rdo, tum ordinis regula. Compofitus vero ^it, fi ifihaK compofita regula obfervetur ; jLihri ejufdem argumenti, /mgutSf ty retatis fimui collocentur. %• hibetur. Sub Bonitatis abfoluta nomine venit quidquid reale in quovis Ente concipitur; ejus nempe edentia, fingulæquæ proprietates. Huic opponitur Malum abfolutum, quod confidit in deficientia cujufvis realitatk in Ente : id quod, ut patet, nunquam fieri poted. Ipfe concep* tus entis, ed conceptus alicujus realitatis : nui* ' lun^ Eoa fua edentia expoliari unquam poted. £ 2 Sufboc itaque fenfu fingulia Euubua ahqua re/a./ua iis tant.m.ribm.ur ^ olinrum ablolutam bonitatem con et peteciunt, vel confervare, et perlervani, ^ v immediate, five medtate. E rela»;™» te]ligi potell, Mundi nomine intelligendum clTe Syftema Entium tum permanentium ^ cum fucceffivorum continuo nexu iater fe conjugatorum f quodque ad aliud Jimil e fyftema minime pertineat, ' Entium permanentium nexus eorum refpicit fitum, feu coexiftentiam, et ex CJauffis finalibus repetendus eft,*> feu ex fine, ad quem refpcxit Qui primo Mundum fabricatus efl, et unum Ens ad aliud ordinavit. Ita ex. gr. Tellus in ea difiantia a Sole locata efi eamque orbitam conficit, qua nec nimio ardo* fe metalla fundantur, vegetabilia, 8c animantia enecentur* nec nimio frigore rigelcant omnia, rurfumque pereant pjus viventia; fed ejufmodi in lingularum tempeftatum vicifiitudinibus tem* peraturæ 'limites 'perpetuo ferventur, qui et vegetantium,& animalium oeconomix conveniant. p. Entium vero fucceflivorum nexus tempus fpectat, firque per CaulTas eificientes y internofei vero poteft, quoties fubfequentis exiilentiæ fufficiens ratio in Entis antecedentis actione continetur. Hujufmodi ex.gr. efi nexus, qui inter fructus, et flores plantæ intercedit, tum ille, quem hos inter, et fuccos ab organica planta ftructura, ejufque peculiari phyfi elaboratos, nofeimus. IO- Mundi ergo in genere Eflentia pra?cipue confiflit in peculiari illo nexu, quo tum Entia permanentia, cum fucceflfiva inter fe vinciuntur : iiquidem ex ^variato nexu alius atque alius prodiret Mundus, licet Entia inter fe connexa eadem eflent. Ex. gr. fint A B C O &c. N &c. ’fuis tandem limitibus concludi illam debere, quQS ultra progredi nequeat, Nemo ambigere jpfbteft ^ Prima illa componentia, ex quorum coagmentatione corpus phyficum primo conftituitur, quxque ex aliorum nexu non funt conflata, Elementa corporum dicuntur r tum ipfa hxc elementa Mater'ut mundana nOmine veniunt. (a) De hifce elementis, quzremus I. funt ne extenfa, vel inextenla ? IX. similia, an diflimilia ? ACorpoYum Eltmtnta funt nt tnttnja, vet inext$nfa} 1 T^Ifcrcpantcs Philofophorum fenteaI J tlx ad duas QafTes, quod ad rem prxfentero attinet, referende videntur. Alii fiquidem corporum elementa vere fimplicia ponunt . ( 4 ) ElementoFum nomen diveifo plane Icnfu a Cbemi. cis ufurpatur. Defignant niminvn quafdam materiales fubfiantias ( non fenfu metaphfSco, fed vulgari fumunr fubflantijE nomen, vide ont. 6i. ), omnino fimilarec, cum in fui toto, tum in fingblis partibus, quasque nulla artis, naturzque vi confiat, ^folvi in alias diverfas fpeciei. Has folent appellare etiam fn6ftaHti4$s fimpUees ; tum qwque prima carporum componentia. Vide quantum obiant notiones Metaphyficonun, et Cheroicorun tidan Vocabulo labjeAc ! So nunt, et inextenfa.• E. contrario alii extenft habent, et figurata. : • i I. In prima chfCc veteres Cunt Z*»onifl/e\ qui corporum* elementa punBa dixerunt fimplicia, et mathematica. At rifu a Sapientioribus excepta.hac lententia, ZerWt/ur, Vir equidem lummi 'ingenii, Monades dixit, fubftantias nempe vere flmplices, et omnino inexten* ias, natur^ fua aftivas, Ic diffimiles. Tum poliremus omnium Bofcovikhts inextenforum elementorum et ipfe Patronus punBa appellavit non mathematica, ut Zcnoniflas, fed realia ; quas viribus per vices attractricibus, et expultricibus juxta certas, et determinatas ad invicem diflantias gaudeant. Quid interfit difcriminis has im ter Icntentias, probe advertant Tyrones. II. Ad alteram claflem fpe£lant veteres De» mocritki, tum Epicurei, ^|.l' '. ' nere toitdem numero, quot idiomata funt, in quibus Jingulis omnes ejujdem idiomatts voces re» •perirentur^ qua quittem numero admodum pauca effent, difcrimine illo ingenti tot tam variorum librorum redaSio ad 'illud ufque adeo mitius di» /crimen, quod contineretur lexicis illis, haberetur in vocibus ipfa Icxica conjiituentibus. %^t inquijitione promota facile adverteret, omnes il. las tam varias voces conflare ex 24 tantummo do diversis litteris, difcrimen aliquod inter fe habentibus in duBu linearum, quibus formantur, quarum combinatio diverfa pareret omnes illas voces tam varias, ut earum combinatio libros efformaret ufque adeo magis a fe invicem di f crepantes. Et ille quidem si aliud quodcumque sine microfcopio examen inflitueret, nullum aliud inveniret magis adhuc simile elementorum genus, ex quibus diverfa ratione combinatis orirentur ipfa littera ; at microfcopio arrepto metueretur utique illam ipfam litterarum compositionem e punBts illis rotundis prorfus homogtneis, quorum fola diverfa positio, ac dijlributio litteras exhiberet. Deinde pp. ita concludit. Mac mihi quadam imago videtur effe eorum, qua cernimus in natura. T am multi, tam •varii illi libri corpora funt, et qua ad diverfa pertinent regna, funt tamquam diverjis con/cripta linguis. Horum quidem chemka analysis principia quadam invenit minus inter /e difformia, quam fint libri, nimirum voces. Ha tamen ipfa inter /e habent difcrimen aliquod, ut tam multas oleorum, terrarum, /alium /pedes eruit chemica analysis e diversis corporibus. Ultertus analysis harum veluti vocum j litteras mi^ nus adhuc inter Je difformes inveniret, et ulsi» mo jUxta theoriam meam deveniret ad homoge^ nea punBulay qua ut illi circuli nigri litteras ^ ita ipfa diverfas diverjorum corporum particulas per jolam difpesitlonem diverjam efformarent : ufque adeo analogia ex ipfa natura consideratiem ne derivata non ad difformitatem, fed confor» mitatem. elementorum nos ducit. ^5. Re quidem vera/ conflat inter Philofophos, diverfas ac multiplices qualitates, quas vulgo corporibus tribuimus, nihil elTe ali> ud, quam noflrarum renfationum phænomena * non vero fimiles entitates corporibus revera in« hxrentcs: id quod et in Logica monuimus, tum in Psychologia copiolius edocebimus. Rurfus condat, varias in mente gigni lenfationcs ex diverfo corporum in fenfus incurrentium ta£lu, feu ex eorum diverfa in fenfus no{lro^ a6lione. Atqui ex diverfo elementorum corpora conftituentium nexu, et pofitione ad invicem., op« time intelligitur, diverfas in elementis noftros fenfus conflantibus motiones cieri, quin et ele/• reriKX • licet rem alias ^explicarent, commentiti formarum lubftantialium theori* infiftcntes. Et diftis patet, omnium qu* in corporibus infunt, vel ineffe poflunt fufficientem rationem ex intima ipforum elementorum natura pendere, nec non cx diverfo elementorum, ouo invicem copulantur, nexu. Cum vero inter ^ \ Phi Erii elementa innumeros diverfos nexus, innumerasque varias inter fe pofiriones fubire queant 5 attamen quantum ex chemica corporum analyC haflenus datum ell nofse, videtur faltem telluris noftrs refpedu, hanc eis 1* a fupremo Conditore legem impofifam, ut nonnifi triginta tres primitivas combinationes, qus fint fpecifice diverfe, fubire queant. Sicuti nempe punftula illa nigricantia, de quibus §. 24., e quorum varia pofitione caraderes efticl pofsent, hanc debent fervare legem pro Boftro alphabeto, et feriptura, ut nonnifi in 24.. combinariones abeant I Sane nonnifi 35* m^erialia cqmpofita haftenus novimus, qu* fingula fibi femper fimilaria, et homogenea, nullo arris, et natura; molimine in alia diverfi generis abire confiitit. Hujufmodi fnnt lux ^ caloricum, fluidum eUQricum, oxygenium, hydrogentumy gezotum, ( quod ab aljis accuratius nitrogenium appellatur ) carbonium, fulphur, phofphorum., quinque terra f ftptemdecim metalla, foda^ et fotajfa. Cætera corpora funt combinationes fecundaria; ; nempe mixtiones, modi ficationes, vel tandem intimæ compofitiones prodictarum 5?. conibinationum primariarum. Ita ex. gr. Aqua et «ft intima corapofitio hydrogenii, oxygenii, et calorici. Acidum fulpburicum eft intima combinatio fulphuris,oxygenii, et calarici &c. Philofophos conveniat, ab ciTentia aufpicandam cfle fufficicntem rationem omnium, quat in qua> vis re infunt, vel ineflc poffunt i 6. ont. • per fe liquet, corporum effentiam in elementorum fimplicium natura, et vario inter fe nexu reponendam effe. At quis elementorum naturam, variofque ipforum nexus plane perfpectos habere præfumet ? Corporum itaque eflentia pro incomperta habenda, et verba efFutiiflc quotquot contrarium audacter prxdicarunt. y De Legibus cofmologicis T Egum cofmologicarum nomine veni^ unt certæ quædam naturales, ' ac infitæ determinationes virium materiæ, juxta quas et elementa, et corpora hifce conflata perpetuo in fe invicem agunt; tum gignuntur in Mundo omnia, pereunt, moventur, modificantur, et quibus Univerfi ordo continetur. (a) Hæ genericis quibufdam propofltionibus efferuntur, quarum præcipuas heic exponemus. zg. Corporum elementa viribus per vices attrahentibus, repellentibus pro va^ riis a fe dijlantiis gaudent ^ quibus in fe mutue agen  Vis motrix in horologio certam habet determinationem ex ipfa horologii mechanica ftruftura, qua determinatos motus, et non alios, in indicibus gignit : ita vires elementorum infitas habent, ac cettas agendi determinationes, a quibus, ne iulum quidem, recute pof fwt V agentia in fensibiles, et extenfas moles concrefcunt - ( 1 Nifi enim hujufmodi viribus gauderent, quam facile corpora ex illis cotrfiata di flbl verentur, linde Univerfi moics in informe Cfaaos quam fubito abiret,^ Gaudent vero viribus at. trahentibus in majoribus didantiis, repellenti* bus in minimis. Primis fe >mutuo, petunt ad acceffum, ne fingula i diffluant, &*, dilabantur : fecundis vetatur intima eorum penetratio, ne fcilicpt eorum millena non majus occupent Ipatium, ^uam unum : id quod li folis attrahentibus vjf ibus. gauderent, extemplo » et neceflario fieret. Cura inter liraites harum virium cqrporuna elementa funt conftituta, conquiefeunt, et cohærent. Itaque hac lege mathematicus elementorum contactus / vetatur, &..fimul efficitur, ut coeuntibus illis ad minimas, &. inobfervabi^ les ; diffmtias, extenfa, et phyficc continua moles noftris fenfibus objiciatur. • Has autemt vires pro variis elementorum diftantiis pluries mutari, ut ita attractrices abeant in expultrices, et vicissim, diverfa corporum 'denfitas, tumidi-' veflb col^oefionis vis -exigunt ; id quod in Phy,fica uberius exponemus.•, 30. jLEX. II. \Singula Univirsi corpora Junt' antitfpa. > r ^aatitypiam intelligimus vim illam, qua corpus, quodvis alteri naturaliter refiftit, ne eumde,m occupet locum ;feu ne unius materies cum alterius materie intime immifeeatur. Hanc legem elfe cofrnologicam ex eo patet, quod antirypia e corporibi^. eorumque clerflcntis fublata, fingula ad unum indivifibi le punctum redigerentur, et Univerfi moles illico evanelceret, 31. Hæc fecunda lex corollarium eft pra;cedentis. Etenim elementa j ubi ad minimas pervenere tliftantias, fe mutuo repellunt, et ita ^ ut decrclcentibus ultra quemvis adfignabilem limitem diikntiis, e contrario, creicant fimiliter vires repellentes. Hinc profecto fieri d-bet, ut elementorum compenetratio fit naturaliter impolfibilis. Quavis polita extrinieca vi corpui ad corpus apprimente, unius elementa ad alterius elementa apprimentur, Sc quandoque utraque proprius accedent • at id nonnili ad determinatas ufque diftantias: quippe his ad infinitum delcrelcentibus, fimiliter augebuntur vires fingulorum repellentes. Singula Universi corpora funt inertia. Cum dicimus corpora effe inertia \ intelligimus nulla gaudere vi, qua fponte fua e quiete ad motum, et viciffim e motu ad quietem, vel^ ex una motus directione, Sc gradu celeritatis, ad aliam directionem, vel celeritatis gradum, tranleant. Si adeo 'fnoventur, nunquam, ni fi ob externas caulfas actionem, e motu luo dcfiftunt • fi vtro quiefciint, quietem perpetuo iervanf, donec imprefla extrinlecus vi moveri cogantur, Sane abique inci tia omnis mundanus corporum ordo, vel Iponte fua, vel minima quavis vi deleri poflet. Singula Univerfi corpora inertia else, quotidiana ^ edocet experientia. De corporibus quidem quielcentibus, gg. Newtoniani vocabulo inertiie alium prsBtcr expofitum, fubdunt lenfum* vis nempe, qua corpora five quiefcentia, live mota externis renituntur caullis iplorum ftatum live quietis, five motus perturbare conanfibus. Hac vi, ipfi inquiunt, fit, ut quarumlibet caudarum externas a6iioni aqualis femper refpondeat, et contraria rratlio. Hujus equidem effati veritatem fingula motus phænomena tedatam faciunt, ut de ca nullatenus dubitare liceat. Atqui non quod in materia illam comminiftamur vim, ut prasfat* veritatis rationem reddamus. Nimi* rum mufuis elementorum viribus repellentibus, quibus corpora ad mutuum, et mathematicum contactum devenire vetantur 2p. ; optime intelligitur, corpus quodvis in aliud incurrens, • ubi ad eam pervenerit vicinitatem, in qua vires elementorum repulfivx fe exerunt, hilce viribus urgere, et propellere illud in quod incurrit, unde flatus mutatio in illo neceffano iuboriatur. Similiter, cum repulfivæ vires elc men quic perpetuo quietem fervant, donec 'aliqua extrinfecus illata vi deturbentur, nullum forfitan movebunt scrupulum Tyrones 3 non item de corporibus ad motum aftis, qua: ad quietem alia citius, alia tardius £ua veluti fponte redigi obfervantur. Atqui fedulum ii fi infiituatit examen, deprehendent, corpora femel mota non fua iponte, fed' externis obfiaculis,in qua; continuo incurrunt, a motu defifiere, et ad quietem redici. Sane, quo adcuratius illa removentur, eo diutius in iuo perdurant motu ; ex quo faris inrelligi datur i quod fi omnia adeuratimme removeri pofscnt obftacula, perpetuo corpora in luo perdurarent motu. Sed de his- opportunius in Phyfica. mentorum corporis in quod fit incurfio, æque fe exerant contra incurrentis elementa, pariter in iftius motu mutatio fieri debet, et quidem in adverfam plagam. Eli autem una, cademque virium lex in omnibus elementis. duantam ergo (latus mutationem fubit corpus, in quod fit incurfio, ex repellentibus viribus incurrentis • tantam fimiliter patitur hoc alterum ex viribus repellentibus prioris : nempe Uniuf aBioni iC^ualis femper efl, et contraria alterius reaUiio. 34 Sed quajrent Tyroncs^Qui funt inertia Univerfi corpora, fi horum elementa activa vi attractionis, et repulfionis prasdita diximus? zg. Activa quidem funt corporum elementa, fed ejufmodi naturas eft eorum vis, ut ex'trinfccus fe exerat, non intrinfecus ; (eu ut ronnifi acce(Tum, et rcceffum in extra pofita elementa juxta determinatam diftantiam moliatur. Nullum elementum hac vi ad motum fe unquam determinabit ^ ab externo principio urgeri, et determinari debet, ut directionem, et celeritatem alTumat. Num ne omnes magnetem inertem fenfu lupra expolito 3 -. diciniDs ? attamen alterum magnetem juxta certam viciniam, determinatumque (itum agitat, dum et ipfe viciflfim agitatur, ad accelTum vel recelTum mutuo fe determinantes. Itaque elementa, etfi vi motricc prædita,- funt tamen inertia, utpote qux nequeunt fponte faa ex motu ad quietem, et e contrario, a quiete ad motum determinari; (ed determinanda neceffario lunt ab aliis elementis in certa difiantia pofitis, vel ab alia quavis Cauffa. Singula Univerii corpora et magna, et parva gravitate pollent. Gravitatis nomine intelligitur vis, qua corpora ad datum punctum, quod ''appel latur, tendunt. Ita corpora terreflria gravia dicimus, quia fibi relicta ad Telluris centrum di, riguntur retenta autem conantur delcendcre vi fuse mairx proportionali, premuntque dcorfum corpora, quibus incumbunt • Id ipfum di, cendum de corporibus in' Luna, Saturno, Jove 8 rc. exiftentibus,* tendunt nimirum, et conantur ad Lunæ,.Saturni,‘ Jovis &c. centra. Sane nullum hactenus corpus conftitit, quod gravitate fuse maflse proportionali non fuerit præditum. Nifi ita fe res haberet, corpora terreflria ex -ipfius TeMuris vertigine, vel ex quovis alio impulfu, per immenfa vagarentur fpatia, neque reciderent in Tellurem • Hinc Tellus brevi, ex diflbciatis perpetuo corporibus, minueretur, ac tandem evanefceret. Idem de Jove, Marte, Luna &c. dicendum. Itaque Mundus in Chaos abiret corporum undequaque pergentium. . ^* (rf) Ita quidem ad aniuATim res fe haberet, fi Telluris figura fphierica foret :. cum autem oftenfum fit a Recentioribiis Phylicls et Mathematicis, Telluris figuram fpha:toldalem efse, elevaram nempe fub atquatore, et deprelfain fub polis; id nonhifi quamproxime l«cum habere potest. Sed alibi opportune hasc expediemus. (^) Lux, caloricum fluidum eleSiricum nullum ha61 errus prxbuere gravitatis fpecimen J fed temere hinc quis colligeret, isthjc fluida omnino efse gravitatis expertia., ' Sed et magna Mundi corpora vl gra*^ vitatis 'fua petere centra indubium eft. Nempe in noftro Syftemate Iblari Planeta? primarii S'ol«m petunt; et lecundarii primarios. Ira Luna Tellurem, Jovis, Saturni, et Urani 1'atcllitcs, Jovem ipfum, Saturnum, et Uranum vi gravitatis refpiciunt. Tum Mercurius, Venus, Tellus, Mars, Juppiter, Siiturnus, XJranus, aliaque 'ingentia Corpora 'in Solem tendunt. Nifi enim^ yi, gravitatis continuo erga lua ccntr.i Ibllicitarentur, nequirent curvas orbitas deleribere; Ijquidcm corpora curvas de[cribentia continuo a rectilinca directione, deflectunt, id qucKllbonte fua, line conamine gravitatis, nequeunt tfri. ccre. qy. Fit nempe tnotus curviliiieus, ut Pby-' fici docent, ex conjugatione duarum virium, quarum altera lingiilis momentis recta lirgct corpus per tangentem curva:, quam deferibit j altera Vero indelinenter idetij lollicitat ad aliquod punctum in curvæ area comprehenfum. Hauc'recundam v\vx\. centripetam dixere ; primam vero tangentialem^, qox fi motus initio conlidcrari velit, proj e^ i uni s fibi vin dicat, quippe quæ per projectionem corpori invprefla intellegitur, ab externa Caulla. Cum atitem Secundarii erga Primarios, et Primarii erga Solem ita cieantur, ut arq^s delcribant temporibus prop^ortlonales y hinc norunt Phyfici, v.im ce'nh-ipetnm indelinenter Planctas Ibllicijantem ad Primarios dirigi, fi de Secunc|ariis loquamiir, ad Solem vero fi de Primariis. Ambigi proinde non potefi gravitatem ad fingula.! no. peditur, cogiturque fingulis momentis erga iilud immobile punilum torqueri. Uaibus nempe viribus modo aj»I- > rur corpus, vi imprefsa projedionis, qu$ per cur tangentem fe exerlt ^ et vi qua ad immobile punitum per diftentam funem ' continuo retinetur. Hic fecunda vis ’ typus est et rniago iiljus,..quam ia Planetis dicimas ) vim gravitatis. ^, eoharent, frve' intime fommifcentur, aliis^ V^ ' ro non item. Eft vero duplex affinitas, aggregationU^ nimirum, Sc compo/ttionis. Prima co* haslioniem particularum ^fimiJari-um molitur, ex qua totum emergit undique homogeneum. Secunda intimam parit unionem particularum diverfæ fpeciei, ex qua. totum efficitur tertise fpeciei' omnino divcriæ, quin tamen particulæ iUæ ob hanc unionem, lua le exuant natura, ali^mque dijverfam fubeant.Ita ex. gr. Aqua aquæ cohæret 'affivitate, aggregationis, Acidum fulphurieuna magnefiæ intime unitur affinitate cOmpositidHIs y' 8 c,cottl\itu‘n folphatum magnefia, ( vulgo sai/anglicanum ),qii'vn acidum lulphuricurri, 8c m.ignefia naturæ lubeant mutationem* Si enim ^prsditio.iolphato. in aqua diluto potaf» fam fupereffundas, ex prævalenti affinitate potaifam inter ^ Sc acidum lulphuricum, mox fiet folphatum potaffiK, ( valgo tortarum vitriolatum ), et reftiiUidtur magnefia. Porro 'utramque affinitatem ad leges cofmologicas fpc6lare, nihil efl quod dubitemus. Sine affinitate aggregationis omnia corpora ffimilaria diffiol verentur, ipla adeo univerfi moles. Sine affinitate com politionis innumeras deficerent rerum fpecies diverfas.* et omnia, quantum ex. chemica analyfi 'hactenus, noffie datum? eft» faltem refpectu Telluris noftras, ad triginta tres fpecies* materialium, combinationum redigerentur j et hasc ipfa, fublata aggregationis affinitate, informem.-folutamque molem exhiberent. Vires tandem vegetationis, . s lot animalixationis fexta cofmolo^ica lege con-* tiitentur. ' Plantarum vegetatio foHs affinitatis viribus nequit expediri ; funt enim pjahf* corpora A’cre • ' organica, viventia, et feipifa ex femine reprodu* centia. In, viribus affinitatis, aliifque 'fupra ex-* ^ politis, hon inteffigitur fufficiens ratio' nec ve- ' ^ •. getajionis, nec reproductionis plantatum ex femine. Similiter dicas de animantibus, in quibus pra?ter vim affinitatis, 6c vegetationis, alia ' agnolicenda efl, t:^\xx: animalt 9 :ationis nomine infignitur. Vires de quibus hactenus haud exiflimandæ funt totidem di- • ftincta: vires materiei iniit», fed totidem determinationes unius, ejufdemquc viis. Ncfnirumvis ' a ftlmmo Conditore materiei, elargita ejufmQcli,eft'effiqta, et intrinfecus comparata, ut multi- '' ' plices modi^caliones ipfa fuapte natura- fuheat.juxta diverfas circumllantias, et occaliones. '. Cum porro intimam hujufce vis. naturam minime calleamus ; hinfc haud perfpicientes, qui unica illa vis tot diverfas jdetermi nationes affumat, facile nobis fuademus, has. totideni diftin£Iarum virium efic caracteres. Atqui funt totidem fpccies, fcu. formæ, feu modificationes, .unius,.ejuldemque vis ex jpfa ejus natura,flu» entes. Sicuti qx. gr. vis ipotrix in horologio.^plurimas fubiens modificationes ex mechanica horologii ftructura, multiplices gignit, ac diverlos effectus puta hofarum, et.minutorum oftenfiones, phalium lunæ, dierum hebdomedæ, • &c., quos infeienter profecto ex totidem viri G 3 bus, leu clateribus quis repcttrer. Vis tamen mjii-^ntionis nequit ioii materiei tribui, fcd potifiimum repetenda,eft. ab aiia fubfiantia ^ alius generis,, qua: materiei copulata illam modificat,^ agit, ^ evehit ad ipeciem animalem.  Jllr De Mu fidi, Materia crigir7e. * ^ 7" E te res on^nes, quotquot de Mundi V origiite' philolophati l’unt,li folos ’ excipias Habreos KeVelationis lumine edo£los, Mundi materiam' xternam, improduQam, " in» dependentem, a le ipl'a, et natura,fua exiftentem poiuerunt. ('’ Epicurus, qui duplicem atomi* tribuit motum, rectilineum nempe ex naturali * atomorum pondere 'derivantem, et declinationi? alterum. 'Per inane' fpatium "concurfantes atomi duobus hifce motibiis in varias,*congeftjE 'for' mas niundum geriuere.Fere’ hanc ipfam fententiami jam obfoletam in fcenam feproduxit nuperus Auctor anonymus’impii' Syflmatis natura y qui ex «ternx, '& improductee- materiætiatura, ac viribus (ut ipfe inquit ) fæcundiflimis, Mundi machinationem, omniumque rerum feriem auf picatur. ' 4 ^. Orientales hanc coluere fententiam ; Deum aternum nempe, et actuofum principiuni æternam materiem undique pervadere, Sc cum ci intime commifccri. Hinc iners materia to G 4, lius d : tius ordinatilTimi mundi, Hngularumque proH^ 'ctionutn fascunda fit parens. At Xenophanes eleaticæ fectæ inftitutor abfurdam hanc fentelJtiam abfurdiorem reddidit, ftatueos unicam in Mundo exiflere iubffantiam asternam, immuta, 'bilem, immpbilcm^ tura unica? hujus rub/lantise diverfas^ effe modificationes quotquot diftincta, &’diverla Entia cernimus. Hoc paradoxon arripuit Benedictus Spinoza, quod geometrica methodo exponere -fibi fuafit. Docuit itaque upi-cara effe lubfiantiam actuofam, fimpHcem, in„divif]bilcra*f et infinitis prasditam attributis, quam tum Deum, cum materiam, appellat » De'indtf ex duobus ejus effentialibus attributis, infinita nempe cogitatione, et infinita extenfione omnia effe 0nfiata. Nimirum interna- unicas hujus rubfiantia? actuofi^ate; Sc natura; neceffitate, in varias, diverfarque evolvitur modifiqata^ nes tum estt^nfio, tum cogitatio: ExtenO^s ^modificationn funt quas appellamur corpora, cot • gitationis vero, quas funt entia cogitantia ^ $iicUti'..cera, quas.li interna vi agitari ponatur, -io, vatias abeundo modificationes, varia poteff. figilla exhibere. Abfurdiffima haBc fententia Pan- ttbifams audit, quippe ^uz confundit Deum cum Univerfo.. Xns aliquod aternum natura fud neceffititte ' exi flere ^ indubie demonflratur\ tum ejus ' pracipui carActeres expenduntur. . ' r- » $• * aliquod 'aternum exiflere, ^ quU dem fua necejfitate natura j, inter primas veritates qua: fponte fua cuiHbet ?- Equidem hæc veritas adeo per fe conat, ut ii ipli, qui de Divinitate peflime fenerunt, nec negare aufi fint. In determinanda natura hujufmodj Entis ajterni hallucinati funt, vel ex cordis malitia aberravere / fed aliquid aJtcrnum exiftere, omnes convenire oportuit. Nec leriem cauffarum in infinitum commimlcuntur, et ipli fuifmet doctrinis aliquid æternum exifiere revincuntur. Sane hi creationem ex nihilo impoffibilem ftatuentes, nomine feriei caulTarum in infinitum nihil aliud intelJigere poflTunt, quam infinitam feriem generationum, et corruptionum. Materia igitur, qu» iubje£furn efi harum generationum, Sc corruptionum in infinitum, aiterna efl, Sc improdu-cta. Coguntur itaque aliquid atternum, et improductum fateri. Atqui caracteres hujusmodi Entis, quod' æternum e/l II. j&wr, quod, fua ruttura-.necejfitate exiflit, omnibus 'pofftbillbus realitatibus., ftU perjekfionibus gaudere debet, et quidem ipja fui natlurd feu effe infinite, per feBum' extenfive, ut inquiunt, intensive. Id quoque cuilibet ingenue philofophanti'^ evidentiflimum- eft, quippe- nihiLnobilius, nihil excellentias ifta,natura excogitari poteft. At juvat metaphyficai^i demonftrationcm adferre. In Ente natur* fu* neceffitate exj (lente.. • ’ ' nulla nec efle, nec concipi potcft.ratio eccur aliquam a fe excludat entitatem, feu perfectionem. Nulla Entitas concidi ullo pacto. po* teli, qus natura fua litpitem expofcat, Se quam tranfilicndo fiat non Entitas^ vel cfetrimentum aliquod ptiatur. Riirfus nulla veri nominis, et pura Entitas alteri puræ Entitati repugnare. poteft,,,- earaque fe excludere. Igitur fi Ens naturæ tfuæ neceffitate actu non cft infinite perfectum;, 8 c inten/ive, nihil vetat per fici in infinitum poffe. At oftenfum eft præc efle intrinlecus impoflibile, Ens natura; fuæ neceffitate exiftens perfici pofie. Igitur de- ' bet actu effe infinite perfectum extenfive, inten/ive, » 54. Cum inter nobis notas. perfectiones præcipue emineant Sapientia, Bonitas, Patentia, quin hifce gaudeat Ens «ternum, ambigi nulliraode potcft, atque adeo effe beatiffimum. III. £«r fua natura neceffitate exl/leht debet ejfe pbyjlce fimplex. Ens quodvis, compofitum eft natura fpa mutabile : eft enim intrinfecus poffibile, fimplicia componentia alium, atque alium nexum affumere poflfe, unde. Ens compofitum, quod inde conflatur, fiat plane diverfum. Sed Ens fu« naturæ neceffitate exiftens eft intrinlecus immptabile 51. Quare Ens naturæ fuæ neceffitate exiftens debet effe phyficc fimplex. Deinde Ens phyfice corapolifum pendet a componentibus. Sed quod,fu«. aaturac neceffitate exiftit cft^ independens • igitur Ens naturæ fuæ neceffitate e:nfteDs debet effe phyficc iimplex. /» materia originem inqdiritur^ eamque ex nihilo conditam vi, &" potentia fupte>ni Na'minis inviæ df”^onJlratur.  Entis «terni, fu* neceflt X tate naturæ exiftentis expendimus caracteres ; hos modo materiæ referamus, ut pateat, fi pro huiufmodi Ente haberi queat : Bru-' ta materies, muItiplex'^, generationum, et cor* ruptionum fe mutuo, et perpetuo excipientium, fubjectum, obftipa, iners, innumeris obruta defectibus, natur* fu* neceifitate exiftit, atque adeo immutabilis eft, unica et fimplex-, perfe- o ctiffima beatiflima, infinita fapientia, potentia, ^ bonitate pr*dita. Quid ! Cujus, h*c talia componendo ^ Mens non horret, Sc immanibus non refugit abfurdis ?, Quisquis equidem, ut ut levem rationis particulam fortitus eft, vcl ipfo primo obtutu agnofeit, ifth*c e genere cffe circulorum quadratorum, tringulopum rotandorum. Materies igitur, 'ex qua Mimdus 'hic- ' ce coalefcit,, nequit e(Te Ens *ternum,. natura fu* neceffitatc'exiftens, et improductum. Quare furentem hic potiuf infaniam, an fummam impudentiam demirer, nefeib, Au- ' ctoris anonymi Svflematit natura, nihil fef-. futire dpbitat, materiam exiftere necelfario,-ipfam fu*, exiftenti* fufficientem continere ratio- nem. Certe ex Petro Baylio ipfi non furpecto Auctore edifeere potuiffet exiflentintn necejfariam, ce« r D 'convenire pojfe fulfflanthe ( kilicet materui, de'qua fermo eft ), qits catcroqmn' onitfia efl \ et »>ieiique prentitur defeSibus, et imperfitiionibus, id efl quod evertit evidentijftmam 'notionem, nimirum Ent abjolute indspendens, et aternum, effe debere infinite perfeSium.Difi. hifl. art.Epicur. liem. T. 'Sed quibus tandem rationibus fuader» ^utat profanus homo’, materiam neceiTario exiftcre, ipfam* Tuæ cxiftentiæ fufficientcm rariorem continere ? Supponendo rnatcriam ( ha;c ha- 1 bet ) produElam y aut creatam ab Ente ab ipfet dijiinilo^ ipfaque ma^is incognito, oportet Jentper dicere, hujufmodi Enf, quodcumjue tandem' fit^ neceffarium jtffe, feu in fe continere ca' dinem, eoncentum, quibus furrima et pulcKet*rima Univerfi harmotiia, flabilis et ornatifTiina magnificentia cbhtinetut, nequit latis admirari; Omnia fummo confilib, fummaque ratione ftatuta deprehendet / fingula tum maxima, cum minima, numero, pondete, et menfura conflare, ultra quam intelligentiflimus quisque adlcqui potefl, quam facile intelliget. Quum itaque omnium quz funt, vel fiunt, nihil fi* ne fufficienti ratione fit vel fiat, • prohuiri eft intelligere tyitam, tamque rhirabilem machinationerh j non atomorum.iiullo confilio, nullaque ratione pergentium opiiS effe, fcd Mentis ^ lumma fapientia, fummaque ratibhe utentis * tiic e^o rion tnirey, elegantiisime Tulhus fi Tu de nat. Deor. c. . effe queitiqudm, qui (jbi perfuadeat ^corpora quadam foilda, atque indruidua, vi et gravitate feni, mundumque effici ornatifftmum, et pulcherrimum ex eorum cor porum concurfione fortuita^ Hoc qui exiftimat fie• fi poiuijfe , non intelligo, cur non idem putet, fi innumerabilei unius et viginii forma literarum vel durea, vel qualeslibet, altqUo conjiciatur, poffe ex his in terram exuffis apnales Ennii, ut deinceps poffint, effici ‘ quod nejcio, anne in uno quidam verfu poffit tantum valere fortuna. 6^. Sed ajunt in poffibilibus atomorum combinationibus, hape, qua priefenS Mundus conflatur, contineri. Quid ergo mirum’, atomos per immenfam æternitatem hac et illæ concurfantes -, tandem aliquando in prafentem conformationem deveniffe ?, . 'Non heic ?qu4ritur j utrubi in possibilibus atomorum combinationibiis, -hæc, qat* præfens mundus conflatur, contineatur. Nifi enim contineretur, hiud præfens Mupdus condi potuiflet. S^;d illud inq^uirimus, an przfens atomorum conformatio, per cafum et fortqnam, ut Democrito placuit, fit poflibilis ; vel. per ipfa« rum- atomorum naturale pondus, vfrefque, ut Epicuro adrifit. Et sane primo vellem, fedoceret Democritus, vel quisvis ejus fectator, quid fi. bi velit hujufmodi Cafus\ 8 z., qua du ce, atomorum facta efl concurfio ? Equidem me non intelligeVe fateor, fatenturqu^ omnes', queis cor fapit,* iifcilicet verba funt inania', quibus 'nulla iubeft. notio. Tum atomos Jeternas natur* lu* vi exiftentes abfque lege vagari, et in-, vicem concurCari, fecum ipfum pugnat. Siquidem h* atomi' nonnifi ingenitis viribus, et naturæ fu neceflitate cieri poffunt, fi - quidem moventur. Deinde cum nulla omnium Iit origo, tum par natura, et.neceflitas, iingula' eadem directione, et celeritate profecto concurrere debent. Quid vero five n\onftruofi, five ordinati moliri queant atomi commetoi directione, et celeritate percit*, equidem non video. At"qui plura in hoc adfpecpabili ‘Mundo funt centra, circa qu* magna revolvuntur corpora :'tum> horum. fingula totidem funt centra minorum corporum : nec non vegetantium., et animantium elementa diverfis motibus cientur / finguJi tandem hi motus certis, fummoqUe confilio ftatutis legibus perficiuntur. Non ergo cafu j et fortuna, neq^ue c*ca nattr* fu* neceffitate’ in ordixiatiflimum fyftema coalefcere potuerunt ^ H 2 Sa ilapienter Cicero de nat. Deot. c. a, »nim hunc hominem dixerit, qut cum tam certos eali motus, tam^ ratoi aflrorum ordines, tamqut ’ om§^a inter Je conjiexd f apta viderit, neget in his uUam inejfe rationem ^ eaque cafu fieri di* . eat ^ qua quanto eonfiiio gerantur , nullo eotfiUi affequi pofiumus ? ^5. Hujus argumenti t-obur optime per* fpexi^ Epicurus, quod effugere fibi fuafit duplicem atomis tribuendo morurh j fectiilneurrl unum fcx. proprio, et naturali pondere derivantem ^ declinationis alterum (c) Hifce viribus* perfeverabunt quidem Pt anet a iif fufs orbitis, fed nioturn ipchqara rrfinitpe ppj^tergnt.* Yi; Neyvt, Ppif nat. Sch. geq,,. n ^ hacjeiius e^^pofutrous jabunde patet, nonnifi futnmi. et intelligentiffirrti Numinis confilio, ?tqiie potentia brutam matc^ri^m in elegantiffirtium ordinem ' congeri potuiffe, 8c prjefenteni ordinatitemurn Mundum conftitui Scilicet ille ipfe n^ateriaj Conditor omnipotens eft. Abundi rapientiffunus Molitor, et Artifex • Spinosa Syflema abfurdorum et contradi&ionur^ effe.cumti/urri, ojtettditur. d8. I. T^TNicam in Mundo dari fubftantiam fimplicem, et individuam caput eft ipinoziani fyftematis. Id vero adeo falfum eft, quam certum innumera efle corpora^ 3c hæe extenfa efte, et jdividua. Sane sive extcnfio pro fnbftantia. habeatur j ftve.pro fubftantiæ attributo, five pro ph^nomeno e plurium fubftantiarum coexiftentia derivante ( id quod) nobis arridet ), certe corpora non funt unica, et fimplex fubftantiaj fed.tot» fubftantiarum con-,. geries,, quot funt partes realiter diftinctaz in quas phyfice refolvuntur, ''vel,refoIvi tandem poflunt, • Juxta SpinoKatn, fubftantia hujus Mundi.uriica eft, et fimplex, quæ tamen inter cætera oftentialia attributa extenfipne fit prædita. Porro extenfionis natura fimplicitati opponitur, id quod norunt Omnes : tum, eflentialia attributa -non funt quid a rei efientia, et fubftan • > t • tia quot in decifi? habuimu? mpojjihih ejfe j /intui ejfe, et no» ejfe. ’, Sicuti unicæ, et fimplicis fubftan*' tia utpote extenfe diyerfæ funt modificatione? Vni verfi corpora, ita ejufdem fu.bftantjæ utpote cogitantis diverfse fupt ippdificationes, quot ppyimus Entia, cogitantia, Facile intelligunt H 4 / Ty  QuO. tempore cer® frustum fpsrica ex. gr. - figura ptsdirum agnofeirnua, cubica, conica, vel alia quavis llmul affici adeo ration; repugnat, ac unitatem efse mil- > lenarium : proinde fi 'quandoque plures intueamur diftinT ftas diverfafque figuras, protinus nulli dubitamus, totideni dfftinftis, diyerfifque fubjedis, leu fubftantiis illas adjudicare, ,. Ty/ones.hoc fecundum* ejufdem fiufuris cflTc, ac illud primum, quod pra:c. cxpofuimus. Itaque prselertim "vero Unica, eademque fubftantia cogitans Igjta erit et triflis ; volens et nolens idem : amore et odio idem fimul profequens objectum ; approbans et reprobans &c. Hxbreus ira mq^us, et Spinozas cultri ictum infers, ipfe idem eft Spinoza ciolo-r rem^-^perferens, et fanguinem ex vulnere emittens. ' . V, Tandem, ne diuturniori mora in hoc abfurdiffimo confutando fydemate aliquid honoris eidem tribuere videamur, in memoriam revocemus, materiam, feu fubftarttiam hujus Univerfi, fubjectum e0'e infinitarum viciffitudinum, perpetuam 'gerere feriem 'generationum, et corruptionum, perpetuis prtmi collifionibus, et op» pofitis agitari viribus. Nil profecto ea vilius et deterius, ut ita omnes Philofophi veteres prope nihilum eam pplucrint. At eamdem divi'na conflate natura, perfectiffima, ik. immutabif Ii Spinoza edocere audet. Tegatur Bayliu? erit. art. Spind?a i \. De neau omnium Mundi Caujfarum  effe6luum : ubi de Fato Juxta Philofophorum placita dijjferitur. "VTIhil in Mundo cafu, et fortuna ' J.\| fieri, nec immo fieri poflTe, in» ter primas cosmologicas veritates reponendum efle, Nemo, cui cor fapit, ambigere poteft. Omnia fane fuis fufficientibus rationibus, cauffarumque nexu contineri debent, fi ex nihilo • nihil fieri pofle conflat, nihiique cfie fine fufficienti ratione. Confer ont." 10. Sapienter Tullius nat. Deor. 1. i. c. 4. E/l enim ad^ mirabilis qutedam continuatio, fericfque rerum, ut alifB ex aliis nexa, et omnes inter Je apta,,, ^ colligataque videantur. Cujulmodi vero fit hif ' Cauflaru'^, et effectuum nexus, expendere modo juvat ; tum Philofophorum de f^atp fenteq», tias ad incudem revocare. Dt nexu omnium.Mundi CauJfarunj, et effectuum. * /^Uotquot Cauflas in Mundo noviy mus., ad duplicenv cladem recen fend* funt ; aliai fiquidem cogitatione ( ad intimum confeientite fenfum appello j ^ ali% fola VI raotrice agunt •, ( quotidia* nat njB id edocent obfervationes ). Atqui^, confcien tia teftante, cogitatio eft actio ipii cogitanti rei immanens • motus vero, experientia edocente, eft U'an(iens. Drverfi ergo generis, diverlis-;, que naturæ habendæ fu n{ Cauflæ cogitatione, et CauflTæ vi motricc agentes, Equidem alibi opportunius oftendemus cogitationem non polTe motu abfolvi, adeoque Cauffas fola vi motrice præditas non pofte cogitationem parere, Curn ergo,in Mundo motum, et cogitationem agno, fcamus,' duas diverfi generi? cauflas popere co» gimur, , CqufTæ fola vi motrice agentes ad materiam Ipectaiit, At materiam fiputi vi rno* trice’ præditam, ita.& inertem efte, fuo loco oftendimus §. Quotquot. er^Q e materia? viribus gignuntur, juxta earumdem virium mo* tricium legem efficiuntur, neque Jili^S ac pro-> deunt, fiuntque, per materije vjres fieri, ac prodire poflTunt, Revera hujiifmodi lex, quat^ tumque tandem ea fif, certa eft, ac determina-» ta live enim has vires e materi^ finu, na« tura emanare putemus, et erjt earum lex certa 3? determinata, ficuti certa. v determinata, ^ ex feipfa immutabilis eft materias natura ; fiv? ex Conditoris arbitrio illas vireq materias contingehter convenientes inditas, effe prbitremur, Sc neque modo poferit materia ex feipfa ilH? exui, vel eaffiem ne minimum quidem m^difi’ care j quippe qua fubjectum mere paffivuna nullis agitur aliis viribus, præter quas Condi-» tor indidit. Materia igitur fuarum virium le-» gem, ac naturam perpetug feqwi debet, neq^uq . >, ii3 vel minimum reniti potefl : atque adeo quotquot ex ea gignutur, fiuntque, nequeunt aliter gigni, ac fieri, q 6. Quff cum ita Cnt, facile perfpicitur, quod pofita pro quovis tempore determinata, ac certa elementorum coexillentia, quod deinde' gignitur, phyfica neceflitate ( a.virium motricii um lege, et e materiie inertia derivante ) c procedenti rerum llatu tale genitum eft, neque alias gigni poterat. Hoc autem quod modo ge. nitum efi:, undique determinatum eft tum reIpectu elementorum quibus conflatur, cum reIpectu loci, et temporis, feu refpectu ad nexu rn, et politionem coterorum corporum, quibus fti-^ patur. Qiiare quod fecundo hinc, gignetur, rurlus certum erit, ac determinatum, et phyfice neceflarium, ficuti certa et determinata eft corpot um mutua complexio, horum materiæ flatus, et nexus nec non phyfice neceflaria vi. rium motricium lex. Et ita deinceps in con. fequentibus generationibus - Nimirum quivis elementorum materiæ flatus gravidus eft lubfcquentis, neque hic alias prodire, per miateriæ. vires poteft, ac revera prodU : ut adeo, fi quis«^ vires ipfas, earumque legem adoquate nofceret, tutn «elementorum numerum, eorumque.pro quo-, vis tempore coejiiftentiam calleret, et ad calculum adducere fciret-, is fingulos confequentes effectus," ac futuros eventus in anteceffum edifferere poffet. Cum ex dictis quævis 'generatio phy^. fica neceflitate c præcedenti corporum", et materiæ ftatu pendeat, nec non virium motricium le V» ,\ lege; fi cogitatione ad Mundi uique prlm^rcll^ afcenclamus, facile nobis (uaclebimus, Unl-vtrfum, reJpeBu ad folam materiam habito, nihil e[pt aliud, 'quam eertum ordinem neceffariant Jet viem cauffanan, effectum, perpetuo, ac nsi cejfarto fe Cdnfrquentlum ^ Hiec aurem feries haud gutanda eff abfolute neccfiaiia, ut ita non potuerit alia effe, ab ea qua: modo efi:, aut femel incæpta abfolu* te nequeat modo, vel in pofierum, commuta^ ri/ vel perturbari. Cum enim quælibet genera* tio, fiatufque materiei pendeat o prascedenti, 8 $ rurlus hic ab alio antecedenti, et ita porro i nequeamus nutem in hoc progreffu ad infinitum afeendere, confiUerc tandem debeiVius in aliqiia Caufia^extramundana asterna, vi «fuaj natura exi* ftente, ctiju* imperio, et voluntate.Materies primum nexum, primamque conformationem fufeaperit. Series itaque ^ et ordo Caudarum qtfali^ modo exifiit, non abfoiuta neccffitate exiflh ^ Je4 tantur,} hypothetica, cx hypothefi n?mpe, quocj * Cauffa illa extramundana talis fiuie feriei exordia fua iibera voiuntafg conceiferit, et non alia, ^eis omnino diygrfe confequuta fuifiet Cauffarum, effectuiimque feries. Id rurfus intelligi datur ex co, quod- neque materies improducta eft. et æterna; vi nempe 'fuz naturas non exiftit 5utr 2 Equc in fe mutuo agere, queant j,hinc eft, ut altera alteram quamlæpc- modificet, ut ita rerum fe* ries, ac complexio, quts modo in Vniverjo pergit, aliqua Jaltpn fui parte diverfa ab ea sit, qi4‘^ pergeret, fl nihil in fe mutuo Cauffte ilLt' agerent, atque infiuerent. Sane v^. 8i. Humanos Animos non ceeea libidine, abique ulla omnino fufficienti ratione feiplos / cie. il 6. tierc, et ad agendum determinare, intimus cori« Icientiæ lenius abunde edocet. Fon-pis nempe rerum, quas ali^iiam boni, vel mafi fpeciem exhibent^ ad ^t^eiulUM excitantur, atque alii ciuntur. b« formas, quibus animus afficitur, a corporis fenfibilitatf, et temperaftiento, l'enluum valetudine > et tiatura objefforum- fenfus percellentium» pendent. Tum confilium rationis, quo actio vel non actio decernitur, ex praScedenti animi flatu |,feu habitibus, et ideis adhuc pendet ^ habituS vero, et idcifi ex corporis, fenluumque temperamento’, et circumllantium objectorum actione rurfus conflituuntur, vel modificantur. Cum pofro corpOris fenfibilitas, et temperamentum, lenfuUm valetudo, et circimvftantiuni objectorum natura e necelfariis Mundi Cauffis pendeaht j liquet inter ipfas Hominum æfioheS, et phyficum Mundi ordinem nexum aliquem interefTe ^ 8»; Hic autem nexus, quod fedulo animadvertatur velim, et multiplex efle potefl, eo quod multiplices lunt cauffas,* quas in nos agere poffunt » et nullus eft indeclinabilis, ac necefiarius.* id quod intimus confeientiæ fenlus, et noflraram actionum experientia lat lu« culenter ollendunt k Sane formis rerum non rapitur animus, utcumque percellatur etfi validioribus formis animus concitatus ad agendum, non cogi fe luculenter animadvertit, et adhuc retinere facultatem deliberandi,_quin immo a facta deliberatione, et ab ipfa jam fufeepta ^actione d^fiftehdi, et aliam ‘quamlibet edendi. Merito Tullius tuse. p^.l. i. Ck 23. Sentit ani. - / mus tif,kttts' fe y idque dum fentlty illud i jt*a non aliena moveri. Accedit,, quod quandoque datuttt pecullatem nexum Ivuraanas inter actiones, et fenfationcs ofrinino abhimpimus nulla alia ratione perciti, quam ut noftratn ' experiamur libertatem ; mus contra id quod temporis, rumqUe circumflantij^, et ipfaS fenfationes exigere videntur. Datur itaque nexus inter hominum actiones phy/icunt Mundi ordinem, fed efusmodi, ui illum moderari, fleflere^ determinate i abturnptre ^ tutn iterum tejlituere pro arbitrio pojjimus 4 \ t Sicuti humanz actioneS^cum neceffarlis Mundi cauffis connectuntur, ita materialium, Cb* necBfJariarum Mundi cauffarum series in aliqua sui parte, perturbari, nioderari, et fieBi pote/i Cauffarum 'liberarum labitu, O' providentia. Cum enim omne id, quod materialium cauffarum viribus gignitur pro quovis tempoVe, e ftatu prxcedenti pendcat . ftatum autem harum materialium cauffarum perturbare, & cOmmutare perfajpc valeant Caulis liberæ fuO confilio, et providentia pro peculiati faltem locO, et tempore ; quin, fimiliter futuri confequentcs effectus prafepediri, perturbari, et commutari poffint, nemo^profecto non intelligit. Ita fulmen, quod neceffatiis Mundi cauffis e nubibus excuUum regium palatium labefactaret, ibique degentes ertccatet, humana poteff providentia avertere, fi Opportunos adhibeat conductores 4 Agrum a i .puta, cum agi' loci, obiecto tis • 'dOSMpLOremum NinSm res omnes zterna, et immutabili • lege, nullios^ei {labita ratione, dccrevrfle docent; neque proptercSf qui^pian\ a/nobis libere fulcipi pb^e. Tertia cJaflis illos complectitur, Djeum fapienter, quidem-. verum.fataliter ac necefliirjo re» omnes' hujuS Univerfi dilpo • fuilTe fentiunt, Sc ex hac-, conffitutione omnia quotquot {in Mundo 6 unt, neceflaria et perpetua ferre, proficifci. At quia fati AflTertoresv divtfrfas,. quo 'quifque fuarVi fentehtiam conft^i-liret, femitas freflerunt i klcirco hon pigeat prxcipuas' .exponere, jc evekere ‘ vv. •- 'De Fat^i Democrifiip • ' ' Democritus (, e ‘quo fetura quod demoeritkum dicitur nomen fufcepit) nihil aliud.' prxfer innumeras^ atomos ihcreatas, Don fuerunt 'confequut*, hinc negatum drju ; nempee collapfi ftmt, . • -I '. > ac • f. ac diflbluti finguli ijli veteres Mundi. Pofiremus tandem omnium emerfit hic adfpeflabilis, et iple poft* fæcula diffblvendus. In hac itaque. •fententia% cum nihil præter brutam niateriam neceffitate fuæ natura? percitam exiftat/ 'omniaque fingularia Mundi entia neceflariæ fint illius modificationes, immite, et indeclinabile fatum. omnia agere perfpicuum e!l. Hoc fatum, quod, phy ficum alii appellant, definiri potefl ; Neceffaria, et bruta feriys omnium Mundi cauffarum, • atque effe£luum e natura, Sc neceffitate bciitæ materia; -manans.,. ! • Monftruofe hujus fententiæ refutatio longa non indiget oratione* cfl ea quippe con» geftus abfurdorum. Nequit materia effe increata /e^.II.Nequeunt fola; materiz vires ex ejys 'finu emanantes ouklinatiflimam, et riun-^ quam fatis admirandam Mundi compagem moliri. et feq. III. Praster maieriam aliæ alius, nalurte fubflantia; cogitatione, &• libero, arbitrio prxditæ exi'lunt..79. et feq. Equidem hujus ffntentia; abfurditatem Epicurus, atomorum cacteroquin feftatpr, agnovit ex’ ea parte, qu* humanam lædit libertatem,Quare illam emendare conatus’, atomis tribuit declinationis, motum, qui nec certo tempore, . nec- cerfa loci regione eveniret : ita nimirum abfoluta, et indeclinabilis neceffitas a Democrito* indufta abrumpi opinabatur. Hanc rationem ( declinationem fcilicet atomorum ) Epicurus induxit ad tam rem, ne Ji femper atomus gra - ' vitate ferretur natural'i ac neceffaria ^ nihil liheram pohis effet, cum' ita moveretur animus, ut atO" >morum motu. cogereturvTuUiuti de' f^to c. 10. At quain vaBum, et inficetiira,fit ’ hujufmo 4 i effugium, nemo non videt. Cdnfulatur 6 $. 1 De Spot(orum-Fato y.,« ' '>» •..... Fatum Sfoicorutn vulgo 'definitur, "ine* Juftabilis, ’ac.neceffaria rernn* omnium’ lefies.ex ne^efTaria,& immutabili -Dei voluntate •edo» 'ftituta v. fiuc ulla, ad hutftanam libertatctn accomodatione., '§• pi- Quid fati homine,fibi voJue'rint- 5 foi^ ci, res eft perobfcura adeo: quam «nequiverint haflenus Eruditi extricare ; id quod- partim ib' lit« bujus Se£la diirentiohi, partim' locUtionir bus nefeio quid poetici, et erophatici continentibus tribuendutfi videtur..Te«erzfignificatioriem, Itaque futurorum eventuum præfagia in ftcllfs contineri, dicendum » .- quam, futile ifiud.fit, nemo non ' videt. Sane non minus infeite, quam arrogan*. . ter cogitari potuit I. Deum caslefiia figna, nonntJfiris propriis commodis infervienda condidiffe. II. Cum confequi non valeamus quam utilitatem illa queant nobis afferre, temere,^ incogitanter*colligitur,ad prafignificandos futuros eventus confiitufa/& difpofita fuilTc.Num- • ne pluri maraim^ rerum ad ipfam tellyrem,no^am pertinentium, quasque proprius nos fpectar^ putandæ fuiit, fines jiro^ynios minus ex. Plo-. I. ij 5 ploratos- habemus? Certe quilibet fans Mentis libenter affirmabit, plurima npftram Ip^Ure utilitatem, pofle,. quin refciamus modum, ratiorfemqtie calleamus. IU Atqui lunt P^netas totidem incolarum fedes non lecus ac Tellus iioftra, qjji omnes circa Sokm, tanquan^ commune centrum, torquentur 5. Sunt ve-. ro inerrantia fidcra totidem Soles, nempe centra filorum Syftematum planetanpru.m tbid. Sid de his in phyficis opportunitls, et copiolius. " oS. Q.uarn vero fatuum, atqye commentitium putandum lit iid ^ ^, oftendunt. I.. Nulla phyfica vi hominum Animt cngi-poffunt ; folis illi percientur formis, nettipe boni, raalique notionibus; tum neque iftis rapiuntur, nec indeclinahiliter Heauntur 79. et 8z. II. ^ quam lepida \ enim ef^, ^ ' fe puto ntft pueroi, qui ad globos i Hos terraqueosy aut igneos hac ferio referant. Omnem ve- • • ro leptditatem Juperat, quod, infani ampoflores prcedicant, quum ingenium nojlroritm animarftium Artetis,Tnuri, Leonis, Capri, atque id egenus altorum calejltbus conjlellationibus, attribuunt Cui. Calum, Plancta, Stella fixa vel mediocriter nota fuerrnt qtiam ifibac perridkula, ac putida videri debent. Ego vero nefcio, cur marmorefs fignts •, quibus aut homines, aut animantia ars humana exprimit, non. fimilher mores nofirosf aut brutorum animantium tribuamus}' uint.Gen. el. metaph. tom. i. SchoU prop. iSp. Atqui in fnajodbus ‘Univerfi corporibus univ^faJem, et mutuam vim agnovimus, qu* gravitat/onis vulgo dicitur! Hac equidem invicem Jntcr /e' agere queunt, et generati^um feries', quas fingula illa geftant, invicem modificare.* f atemur uniyerfalem. 'gravitatiobem corporum ' Umv^rfi ; fed nihil iftha»c fententiie adverfariorum favet, quin immo eam evertit. I. Hjec vis corporum efi, et in corpora diffunditur / fpiritus nullo pafto attingere poteft. II. Novimus' Illam fequi maiTariim jlireaam, et diftantiarum duplicatam inver/am rationem ; fit profero hmc, ut fi Solem,& Lunam exceperis, cztc. rorum planetarum nulla cenfenda fit in Tellurem a6lib.*quid porro inerrantium fiderum? De i Soleni &. luminis emiflione, et vi attraftionis in 1 ellurem ^^gendo quam maxime tprreftres genorationes, corruptionefqiJe mqderari, res ell, qua omni dubio caret. oimile regimen Lun* attribuerunt Majores poliri, De ‘Fato pantbeiflkq. ')• 100, Fatum panfheifticum, fivc Spinozifti» cum eft tcrum omnium neceflaria, et immutabilis feries ex ipfa-Dei natura per eflcntiajera emanationerfi neceffario prqfluens, Nempe hu'jufce fati aiT^rtorCs^^micam exiftere fubftantiam ponunt,- quapi Deum "appellant, sujus innume» » raj fiint modificationes quotquot Entia Mundum^confiituunt ; ‘has’ vero modificationes, ca rum ut 'adeo fuerint lunarium’ phafiitm diligentiflfimi pbferva-' tores : tum Gomeras, rrialorum' colluviem in Tellurem fiV» pfjefagtentes, fiv% afTefent;ps,-habebant, metuebantquie 'cane pe)us, angue.. At ex Kecentioribos 'plures utrarnque feritentiam, prayudicii redarguentes ^ ludibrio. V exceperunt. Quid, fentiam libere edifseram, I.. Qui' lunarem influxiun abfolute inter præibdicia amandarunt, fatis animum non intendifse. videntur in rnaris, aflus, qui Lunie motui circa Tellurem a.d amuflim, refpondentes, ex'ejiifdem attraftione in aquas ufque maris protenfd,, einni procul dubio repetendi. videntur. Quod fi ita fe 'haber, non video '«ccur ipfius l!uns vi ne-. queat terreftris atmoiphiera; alternas’ pari viclfiitudines.Cum vero e ftatu ^ et conftitujione atmofphaiftE pluri, muin modificari queant, qu£E in nofira Tellure fiunt ptodufliones, prpfeflo prono veluti alveo fluit, Lunas, vim. phyfiers produflionious aliqpid conferre pofse. Revera ærrefirem afmofphteram hmx vjjn peffenrifcere ex teorolqgicis obfervationibus Gl. Virorum Abbatis Frlfii,• et Thoaldl, aftronomias Prpfe.fsoris Patavini conftitit ; ut 'adeo nondifi ex prsjudicio fententia luparis influxus abfolute inter ptiejilQicla recenfita videatui'. Deinde, etfi me tniniinfe lateat, Lun$ plena» lucem cauftico fpeciilo coi- ' lectam nullam in mobiliffimo thermometfo mutationem afiS»rr&, tamen hgud confedum videtur, lucepi e Luna ih '. '. T-el e / iigS. ' rumque feriem ex 'ejufdern.unitæ fubftantije na- ' tur^ effentialiter et neceflTario fluere. • V-ide. 46. Hujufce fcediffimæ* labis parentem -faciunt Xenophanem Eleaticæ IcftjB Principem, quam. de- • Tellurem repercufsani nibvegerantiiim, et anlnianfium cecononliæ pri/lare pofse : nam rhermometrum nonnili r«/or/c/ liberi aclionem ollendere, et metiu poteft; at novimus, lucem aliud onmino efse a calorico, et jaluHmum.conferre vegetantium/, et aniluantium phyli, ac' fedenus credidimus. Nolim' vero quis cx diclis inierat, me lunaris influxus patronum eximium, referatque inter -adverlie immoderanrioris -fenrentix tautories. Ecquis, cui cor ;l'apir, calculo luo probabit-,. qua: eflutire folent infani et 'inficeri honiines ex fingulis.Luns.quadraturis, terreftrium phænomenorum vel vicilfitudines, yel pri-fagia fumerttes Quam fego ‘Luna: adiofjeih in Tellurem, agnofeo, generalis prorfus, et liaruta fua indeterminata, nec non una.eft, et qmdem minima ex innume-. ris caiilfis in. Tellure hofpitantibus, *qu3E prsfertim in’ calculo' lingularium phxnorænorum afsumenaa: perpetuo occurrunt. Quod vero Cometas fpeflat, nuMus certa,’ riifi excors pavebit hæp corpora per oblongas ali ypfes incedentia, nec ab iis quidquam, boni, inalive iperabit, nietlietque. • Fieri autem quandoque pofse, ut in laudatum influxus fyftema aliquis eorum, adeenseri mereatur, ultro fateor. Etenim fieri poteft i. ut aliquis eorum longa infignitus *cauda,fuam trajiciens orbitam in Telluris vici; nia verfetur-; ex quo ‘fiet, ut mutuis attra6lionibus eoJnm armofphxrx turbentur. Dudum fane Aflfbnomis c(^- • ftitif-Saturni farellites’ab ‘artraflione Jovis in conjunflione^posirl, in fuis rurbari motibus, et vicIUJm. Ita ex vijrinia Comets tiflbari poterit Telluris muJP adeo nihil addere heic putemus, 'ne rem a£l»m reagere videamur.' . G A R De Naturali y C* Supernaturali Ua*vis mutatio quæ cuilil^t rei continoere 'poteft, IT ex principio, fi. rei interno manat, a^io appel ; ipii. latnr ; e contrario pajpo dicitur, G a principio eidem externo Gat, nempe ' ex principio alteri Enti infito ; illud vero princi^um, e qiio a£lio manat, nun^ciipatur. Singula fpc6Wbi!is Mundi Entia continuas fubire mutationes, equidem cuique conftat. Quare Gmplices hujus rnundi fubGantize’ ejufmodi offe debent., ut in fuis occurftbus, et. Gbus pati /jueant, et agere ; *feu patiendi potentia præditas eflfie debent, et principiq aliquo aftivo’, fcu vi gaudere. Non moror quidquid in contrarium* ^afferunt OccaConaliftæ. fecundæ hujus theorematis parti. Vide Ont. feq. Cerre Univerfurrj Philofophd nuHis præjudiciis præoccupato in fingulis fuis partibus perpetua objicit a6livitatis argumenta ; atque, adeof».. dubitare nullo • pafto fas ell,* ejus ' ftamina^vi . aai. X .e oportet aliqua pottat cx fequentibus conditionibus. T Nullam ede in > • univerfa natura caudam tanta vi. prjBditain. qua! illi effectui producendo potis sit • If. Sal- '*' • ' ' tem in’ dato cafu hujufmoldi.caudam defeqidc. - III. Effectum illum ede contra notas natu ra^ Te-, 1 ges / IV. pr*ter notum, eonfuetumquc orqi nem. Nam cum rerilm naturat cert». liat ac detcrmii  ! natæ, certafque fingulæ fequantur l^ges^ a qui- ^ bus ne hilum.quidem dehifcere poflunt-; quo- • -> ties una., aut altera ex, dictis conditiomb.s in ' • dato effectu occurrat, certi.erimus ad iiniverfam naturam illum haud pertinere. Q_iiare ite* I rum patet^ fedula opus ede indagine, et accurata rerum naturali.um.notitia ubi decernendum • fit de naturali, Si fupernaturaLi... MuJra; qaian- • doque infanum Vulgus inter •fupernaturalia ad'. ! '. ceni rum hujus mundi vires cohiberi pofTe, quin fuos edant effectus, nil vetat : ipfa fane experientia perpetuo edocet, contrariarum cauffarum incurfibus vires collidi, ut ita vel effjctus earum præpediantur, vel omninp alii confequantur. Quare, quin etiam intrjnfecus fubftantiatiarum "Vircs deleantur, coerceri illas pofTe a Cauffa extra naturam univerfam pofjta', ne fuos gignant effectus, intrinfecus eft poflibile. In hac porro hypothcG effectuum confequutio plane contraria effet confueto nptur* ordini. Quare iterum conficitur, miracula intrinfecus effe poflibilia. Quod vero adextrinfecam miraculorum polfibilitatem adtinet, ille tantum negare eam poteft, qui prxter materiam nll aliud exiflere fiulte præfumit, cujufmodi funt Spinoza, et Athei csteri. Simulæ vero, recta cogente ratione popimus, præter Ipectabilem mundum Mentem effe æternam ipfius Mundi Opificem, infinitam, omnipotentem, pleno et fummo jure in res a fe creatas præditam, nihil dubitare poffumus, hujus vi, et actione innumeros edi poffe effectus et contra, et fupra Naturæ ordirem. Luce igitur meridiana clarius elucefcit cum interna, tum externa miraculorum poflibilitas. Sed audiamus Rouifpjum adverfariis, quibufeum agimus, non furpectom certe auctoi ctorem, 3. ^crlt. dt la Montaignt. fe. tejl ne Deus miracula efficere ^ idefl poteft ne legibus ab ipfo ftatutis derogare ? H^e qutefiio ferto pertrahat» impia foret, nisi »ffet abfurda. " M'. honoris, ei, qui silam negative folveret, flagris tribueretur ‘ Jatis effiet inter infanientes eum concludere. Re quidem vera, Ecquis unquam inficias ivit, Deum pofjfe miracula perpatrare ? oportebat Htebreum effe, ut qiutreretur, an Deus pojfet in. defetSo menfam ‘parate, 118. Atqui, quam futilia fint, ridicu la, quæ contra miraculorum poflibilitatem objiciunt profani homines, operæ pretium eft expendere. I. Inquiunt, nfiracula Dei op[)onuntur irrtmutabilitati : qui enimODeus immutabilis confiflerct, fi naturæ ordinejn 3 fe fiatutum mutaret? Accedit quod majeftatis deminutio cft, et confcffio erroris mutanda feciflTe. II. Miraculum eft legum mathematicarum, divinarum, immutabilium, æternarum violatio; quare miraculum expreffam involvit contradictionem. irp. Sed facilis ad hæc refponfio. I. Sicuti Deus æterno fuse fapientix confilio, æternoque fuse voluntatis decreto natur* ordinem fancivitj ita eodem conftituit, pro certo futuro tempore peculiarem jn aliqua univerf* naturas parte ordinis mutationem* inducere. Summa equidem providentia, Sc numquam fatis laudanda ! ut nimirum fopiti mortalium Animi, eventuum infolcntia commoti/ tum eauffarum naturalium' impotentiam animadvertentes, quæ Supremum Numen confilia panderet, venerabundi adorare moneantur.‘^Hinc patet, miracula nedum nihil Divinæ immutabilitati Occurrere, fed infuper Divinart Sapientiam, Majeftatem, ac Bonitatem iuminopere commendare. K 2 / %,; rumquc feriem ex 'eju(dern.unica» fubftantia» natur^ effentialiter et neccffario fluere. • V-ide 4(5. Hujufcc fcedilfimæ* labis parentem 'faciunt Xenophanem Eleaticæ dcAæ Principem, quam. deTellurem repercufsani nil*vegerantiuin,'& animantium cs(Jononli pri/iare pofse : nam titermDmetrnm nonnili cjiImici liberi aclionem oHendere, et metiu potefl; at novimus, lucem aliud omnino efse a calorico, et jalutimum jCon*'erre vegetantium/, et animantiuni phyli, ac *liadenus credidimus. Nolim* vero quis cx dictis inferat, me lunaris influxus patronuni eidmium, referatque inter • adverfte immoderantioris fententix fautores. Ecquis, cui cor ;lapit, calculo fuo probabit-,, qua: efiutire folent in-. fani et inficeti honiines ex fingulis.Lunie quadraturis, terreflrium phanomenorupi vel viciflitudines,,yel priefagia fumerttes ? Quam fegd *Lunuf acteo nihil addere heic putemus, 'ne a£lam rea» gere videamur.' Dff Naturali, O* Supernaturali... ^.loz./^Ua^vis mutatio quæ cuilibet rei \Lr contingere ‘poteft, iT ex principio. • ipfi, rei interno manat, appel lator ; e contrario pajfto dicitur, (i a principio eidem externo fiat, nempe 'ex principio alteri Enti infito ; illud vero princij^um, 'e qilo aftio manat, ^I^?/■z'K^M nur.cUpat^r.^ Singula fpcfWbiHs Mundi Enjia continuas fubire mutationes, equidem cuique conftat. Quare fimplices hujus rnundi fubfiantia:' ejufmodi effe debent., ut in fuis occurfibus, et iocurfibus pati /queant, et sgere ; *feu patiendi^ potentia praidit® effe debent, et.principiej aliquo a£livo\ fcu vi gaudere. Non moror quidquid In contrarium*.afferunt Occafionaliftæ. fecund* hujus theorematis parti. Vide Om. i- 5 * 5 ^ feq. Certe Univerfurt? Philofophd nuHis praijudiciis prazoccupato in fihgulis fuis partibus perpetua objici|t adfivitatis argumenta ; atque adeof dubitare nullo* pa^o fas eft,* ejus ' ftamina*vi aai. aftiva prodita cfle. Principium aQivum Enti internum cum patiendi potentia copulatum, /dicitur *ejufdem ’Entis :natura. Ita ex. gr.matufa planftB eft ‘principium ;feu' vis. a£tiva planta! intimam fuam fubftatitiam pervadetis, qua vjget, efflorefeit, fru6lus* gerit' &c., et patiendi potentia, qua fubditur aflionl' 'extcrnaru'hi caulfarum, puta lucis, æris, &c. Natura gen&rattm, ubi quid sit naturale edocetur. • ‘ i'T\Uoniam Univerfum inftar totius • confideratur complcftcntis omoia, . et fingula entia : pronum eft, ex naturis fingiriorum Entium notionem effingere uoiverfalis cujufoiam naturæ per omnia fufæ', &* 'Univerfum- percientis. Hæc itaque''notio ( quod perdiligenter aniifnadvertatur velim ), nihil re. apfe e(l- aliud, nifi generica quædam a6Iivitatis notjo ex a£li\itate‘fingularium* mundi entium mentis abflractione comparata Tta, quam dicimus' plantæ, animalis &c..naturam \ neque 'eft ani^a quædim fingutaris, et per fe con. ftans, plancam, animal 5 cc. pervadens, et veluti fufa per ifth*c entia compolitaj fed eft activjtas, qir$ conflatur ex activitatibus fe invicem modificantibus. fingul 9 rum fimplicium fubftantia^rum, quæ p/antam,. animal &c; coiiftituunt.  $. io 5.* jatn * Aterq qaamgluribus non fat cau- C (autis*^ a ^propriæ imaginationis illufiohe ab* reptis, univerfalis natur* nqrfiine non idolum ^ noQræ ræntis intelligendum efle placuit, fed* fubftantiam a fingulis mundanis rebus prorlus diftinctam, per fe conftantem, intime, omnia pervadentem, &' Univcrlum percientem, Hanc principium Hylarcbicum, t/frcheitra.Mundi, £»* ihelechiam y. Animam dcniqu* mundanam appel*. læunt. Nimirum Philofophi iiU Mundum^ veluti iogens Animal habuerunt ex Anima, et corpore conftantem ex ejus Anima fingu» las* fieri, quas obfertramus, rerum generationes, atque corruptiones. -Sed* in.definienda.hac. Natura, feu anima mundana ipfi ejus Patroni, in diverfas abiere lertteittias. Fuerunt qui com.-. mentiti* anvm* genus mveiligantes ufque adeo Hallucinati Vunt, ut eam Deum ipfum elfe de* finierint, ut ita Deus fit Mundi MenS, et J^lundus Corpus Dei. Hos ji Paotheiftis aflidere firmes, profecto non falleris. At Cudworthqs, doctiffimus equidem Vir, univerfali namr*Sc ' ipfc favens, genitricem et fi^rit^err, hanc appellavit, elque id muneris a fuo Conditore coinmiffum ftatuit, ut materi* difpofitionem,-tcm. perationem, et gubernationem fataliter moliatur.* tum#ordine, et ratione omnia.gerere iftam genitricem naturam pofuit, ipfam vero, confilio, ratione, et intelligenfia carere. S^d nihil folidi protuliffe vifus eft Cl,. Vir, quo hanc ' . fuam . In Dijfertatione de natura genitrice^ qua: legitur poft cap' j* Syji. intel. fuam conftabiliret feiitentiam. ' Mofhe-. inius /Vi ^otis /toc? fit,,  Quotidiana edocemur experientia Ungularum rerum generationes, et corruptione? lub (hi^rminafis quibufdam, ac' conflantibus coqditioriibus fieri, nec non determinato quodam, ac cti^flanti modo. Determinatus hicce modus, rerum fiunt generatidnes atque corruptionesf, determinatæ iftæ &. conflantes, qux requiruntur, cOnditiones, id. funt, quod Ordinem natura appellamus / ^.cdnfequuti^nejja rerum, juxta hunc ordinem evenidVitium, natura curjum dicimus. Cum nulkis fit Ordo abfque ordini» • regula ^, 0«f., proniftn 'efl intelligere, da ri regulas' -leu normas quafdam, jucra quas Yi* res Entium’ hujus muntii' perpetuo.agant. Equidem, fi nullæ hujulnfddi flatura; ' forent norrnas a'Supremo CoYidinore nUllus confiflere pofle.t ordo.’, Icd Chaos perpetuum regnaret. Hz norm»,^eu ordinis r$gn'!z leyts rfatura ' a^jpellantur.ninc quivi^S effectus a naturjs, leu viribus . Cauffarum ad' hocce Univerfum lpectantiun> -, et juxta •'præfatas leges Agentium editus, wj-/»r mitlam peperiffe ^miratur y ts 'qucmodo, equa pariat y aut omnino quomodo natura par -, tttm animantium^ faciat, ignorat, Sed quod crebro L?'^?tur De*'a,Pira. Memoria /ulla pioggia della Mt!7ma caduta /« Sicilia, yidesis Ablh Dominicum Tata. PioggiA dt pietre mvvenuta nellji cartipagna Santst,. r X ( bvo vldety non miratur, cur fiat ^ nefcit: ' quod ante non indit ^ id fi evenerit often*um ejje cenfet. Secundum, quod ad miraculi notionem requiro, eft infolentia/ nempe non quofvis etFe£tus fuperhatiiriles miracula appellare folemus, Ced qui ob ir/olentiam, five ratione temporis, (ive adjunft iioim, extra omnem alias notum ordinem vagantur, et in admirationem rapiunt fpeftatorem.Ex. gr.. ita nemo miraculum appellabit animæ rationalis creationem et infulionem in humanum corpu,'^ jam organizatum in matris utero degens, licet omnes fateantur eflfectum hunc fupernaturalem effc. Graviflima licet folutu facillima heie occurrit quæftio de miraculorum po/Iibilirate, quampravæ mentis Philofophi impio conlilio exiufeitarunt. Hi nimirum non veritatis amore, fed revelatæ Religionis livqre perciti, nihil- ex jecinore fuo decernere dubitant, veri nominis miracula impoffibilia effe; quæque mitacula appellantur, phænomena naturalia elfe cen-’ fenda, ex ignotarum caulTarum naturalium concurfu genita. Longa equidem non indigemus ‘oratione, quo ifthæc lalcivientia ingenia confringa- • ' mus. Sane I. Subftantiarum hujus Mundi vires finitas efle tum intenlitate, cum extenfione, extra omnem dubitationis aleam pofitum efl. Qua,^ re infiniti Innt effectus intrinfecus poffibiles quos naturales fubftantiarum hujus Mundi vi! res attingere non poffunt. Porro ad hujufmod* effectuum genus- miracula fpectant. Miraculo ergo funt intrinfcchs poffibilia. II. ' Subfiantia-  ru^m . f.- 14gulas adcurate, non perfpexiffe leges ; fed peculiares aliquas et ignotas leges notis hactenus adverfari haud poffe, nihil dubitare poflfumus. Qiiz cum ita fint, concedimus quandoque incerta futura elTe noflra de miracu. lis judicia, adeoque cordatum Virunr haud przcipitem hac de re fe gerere debere, immo animis fjepe pendere fummum effe confilium j at alias tam clare patere miracula autumamus, 8c in ipfps veluti oculos fponte fua incurrere, ut excors fit oporteat, qui de iis fuum velit judicium cohibere, et irftcr ftupidps adcenfendus. Ut ecce fi Sol hominis obtemperans voci e fuo ciirfu defiftat, neque occumbere feftinet. Si ma. ris aquæ ex hominis imperio fcindantur, et con> tra naturalis aquilibrii legem ftantes liberum, iter fugienti populo per imum fundum præbeant,: fi hominis cadaver molle 8c jam fætens in vitam fanum et integrum revocetur abfque ullo omnino apparatu, l’ed fola jubentis voce ; fi mare procellis, Sc tempeftate jactatum quiefcat illico et indomabilem, qua furebat, iram deponens, ridentem adfumat tranquillitatem.* 8c innumera hujufmodi, quibus Sacra: redundant paginae. Si quandoque in mundo miraculum ^*^fi'^i'um, eflfectuumque feries, quæ poft. hac lequetur, alia erit ab ea, qux futura fuiffet, miraculo non patrato. Nam omnia, qu* in mundo fiunt, contexte, connexeque fiunt, et singula, qu« confequuntur ex præcedentibus determinantur Si itaque in hujufmodi connexa rerum ferie aliquid novi ingrediatur, quod fcllicct non fit ex ipfa fcrie, nova huic adcedet" determinatio » qua equidem citra !T\iraculum caruiffet. Subfequens ergo ferici |>ars propter novam fufeeptam determinationem non poterit alia non efle ab ea, quæ citra' miraculum futura erat. «v lai. Si itaque miraculo perpatrato fubfequens rerum feries eadem, ac qua; citra mira^ culupii fuiffet, pergere debeat j nonnifi novo miraculo reftitui poteft. Sane res, quæ miracuio mutatæ fuerunt, alios atque alios natura fua edid iffent effectus, alia»^ poflmodum feriern con %quentium conflitu^imt ; hæc ut deleatur, ^cipfque loco reffituatur Hia prior feries, nifi novo ^llfaculo fieri“ non poteft. ^0 Juvabit, ^uæ mox diximus, ^exemplo ab horologia petito', illuftrare. Sifigulæ, qu^ in horologio fiunt mutationes’ ex mech,a-' nica partium ftructura, et politione fiuunt^tum connrxai funt inter fe, et continua'' ferie fiunt, ut adeo, earum curfus hujus Mundi curfui conferri merito poffit. Ponamus.minutorum' indicem a fitu, quem hoc momento obtinet, aliquot minutis retorqueri : id ab ipfa mechanica horologii structura fieri quideni pugns^, nihil vero vCTat, ab extefna caufia fieri. Deinde retorto eum in modum minutorum indice, et horarius index proportionali ter retorquebitur, alia^que fient interius mutationes. l*ofthac- minutorum', et horarumr fignattones pro quovis tempore diverfæ omnino confequentiK*, ac fi nulla fact^ fuiffet in utroque incfice ^mutatio •. Qiiod fi reftituenda fit prior otriufque indicis poil. 1 poGtionum feries pro quovis tempore, illa Icilfcet eadem,.qu* confequtura erat nulla fafta indicum retorfione, iterum ab externa cauifa impellendi funt indices, et ad eam politionem con(lituendi) quam modo fponte fua obtinuilTerit, fi horologio fibi rclifto', nulla unquam extrinfecus illata fuiflct mutatio. Ita miraculum in mundo fieri et intrinfecus, et cxtrinfecus pofr fibile eft IIJ*,Sed mirapulo patrato confequentium eventuum feries diverfa occurret ^b ea', qiiz citra miraculum fuilfet izt. Hzc itaque fi reftituenda fit, pariter per miraculum nova rebus inducenda efi mutatio, ut eadem, et eodem ordine redeat rerum feries, qux per primum miraculum deleta' fuit. Fi»!s CofmihgU» I pAo, p-^-^ f-^-1 r^-n r^ r^ r-^ ff.W/KfiW rit 7. et 8., nec non fenfationum phænomena in noftra non furtt poteftate 18. Quod ad fecundum fpectat, fenfationes non funt im mifliones qualitatum ex objettis externis in ‘ animam adeuntium iz.Sc ig., neque Mens in fuis fenfationibus- mere paffive fe habet ^ Sed de hac re copioiius fuo loco. Qua sit [edes principii fensitiva facultate praditi. 22. '["'Ibrarum irritatio in organis fenforiis X excitata a quavis externa CauiTa, nifi ad cerebrum ufque propagetur, nullam in Anima lenlationem gignit. Pridem do experientiam - Sane obtruncetur nervus, vel fortiter ligamento comprimatur • quavis producta irritatione infra fectionem, vel ligamen, nihil anima experietur^ illico tamen fenfationem patietur, five ligamen relaxetur, five irritatio ultra nervi fectionem inferatur. Quare principium fentiens, feu Anima non ubivis in corpore refidet, et in quolibet organo fenlorio, led in cerebro, cx quo fuam originem nervi aj^fpicantur. At dua! heic occurrunt qua»ftiones 1. Quænam eft illa cerebri pars hac prærogativa c£bteris præftans, ut ad eam fint deferendæ fingulæ fcnfuum irritationes, quo in Anima fenfationes^ant ? hanc cerebri partem, commune ftnjorium, et Animæ fedem dixerunt. Qut fenfuum irritationes ex intimis corporis partibus ad cerebrum, vel potius ad commune fenforium deducuntur ? Quod ad primam adtinet, nulla cerebri pars pro communi Animæ fenforio flatui poffe videtur. Ut enim aliqua hujufmodi cenferi queat, illud prius conflare debe^, lingulos’ nervos, quot quot per fingulas cor poris partes migrant, et lon^e lateque diffunduntur, ex ea primam originem ducere.-Al nullam cerebri partem hu>ufmodi effe \ recen» tiflime conftitit ex obfervationibus fumma fagacitate ab Ab. Toffoli captis, {tom. Xlll- opujcoii fcelti [ulle feien^e, e Julle »Arti. ) Olfactorii nimirum in duo priora cerebri Ventricula pergunt. Guftatorii ad tertium. Acuftici e corporibus ftriatis labuntur. Optici e corpore calJofb emergunt. Somniavit ergo Cartefius cum Anim* federa in glandula pineali locavit : quippe ex pineali glandula nec unus nervus originem ducit’. 'Idem de Digby dicendum, qui ex glandula pineali in feptum lucidum animx fe. dem tranftulit. Neque adfentimur CJ. De la Peyronie, aliifque in corpore xallojo anima* fedem conftituentibus licet enim hinc emergant aliqui nervi, veluti optici, non omnes tamen. l6. Quo fecunda! qua*ftioni facerent fatis, Cdduxerunt Nonnulli exemplum chordarum, qux altera fui extremitate perculf*, illico alteri, extremitati motum fuum tribuunt ; at non fatis penficulate, Sane tremor in unam chordse extremitatem illatus, ad extremitatem alteram illico’ propagatur, fi tenfa illa fuerit, et in xjfcillando libera, ab omni fcilicet externo impedimento expedita. At neutrum de nervis dici potefl:, nullam tenfionem habentibus, et in lui ductu undique irretitis. Alii vero nervos ha. bent veluti totidem tubulos; quos purior, ac fubtilior fanguinis p&rs, qpam Jluidum nerveum, et 5c fpiritus animales vocant, perpetuo implet, ac pervadit. In hac porro hypothefi inquiunt, nequit nervus, nervulu/que contingi, quin aliquatenus prematur ; neque potejl^ ullatenus premi, quin ob dijlensionern fpiritus contentus' urgeatur, neque jpiritus il/e sic urgeri ^ quin pellat ^ feu potius repellat vicinum inflantem, ac pari ratione advcnientetn ex cerebro • neque ijle porro repelli, quin tota ferie ob' repletionem, continuitatemque compulfa, fpiritus exi flens ad ipfam originem nervi, nervulique in cerebrum quasi resiliat- Verba lunt Caffendi phyf, f. membr. . c. 1. Hujus explicationis exemplum ex tremulis æris undis Ionum deferentibus e corpore fonoro ad aures, facile eft defumere. Atqui hujulmodi fententia licet comjnuni voto veluti cæteris verofimilior excepta Iit, Iblida tamen caret demonftratione. Hac interea utemur, donec melior non occurrerit. GAP. Nuperus Audior Thouriy in dIfsertatione'Lugdur)enfi Accademiie exhibita, in qua qusftionem exiendir, utrum atmol'pha:ra eledricitas aiiquid in hunianum\ corpus influat &c. novum hac de re lyflema propofuit. Utraque, afserit, eledricitas, pofsttva nempe et negativa ifeorfmi in cerebro hofpitarur. Siibflantia corticalis puta pofitivam continet eledricitatem, negativam vero medullaris fubflantia. Utraque habet luos condudores, nervos 1'cilicet, quorum alii politiva; eleflrlcitari inferviunt, alii vero negativ*. Hi ex extremis corporis partibus eleilricitatem deferunt ad cerebrum ; illi vero ex cerebro ad mufculos, et ad extreouis partes. SenfatioiTes Menris fiunt ex appulfu ad cerebrum eledricitatis, quam nervi negativa eledricitati inlerxientes a corporibus in lenfus incurrentibus rapiunt, ocleruntque ad cerebrum. \iotus ve De Memoria. I j^.Uotidiana experientia edocemur, Mentem etiam remotis objectis, quibus afficitur, adhuc fibi prxlentem retinere poffe illorum ideam,. feu notionem. Hujusmodi Mentis actus coram reti- I nendi ideas, notionesve objectorum, etiam il» lis remotis ac absentibus, vocabulo contemplationis y^ockio duce, defignamus. Rursus experientia pat.efacir, Mentem persæpe occafione externæ cauflæ, persæpe suo veluti arbitratu, et imperio, antehabitas, con. sepultasque ideas, notionesve revocare. Hunc mentis actum, reminlfcientlam appellamus. Eadem experientia novimus, Mentem antehabituS ideas fibi recurrentes ut plurimum recognofeere,• scilicet animadvertere, illas ideas notiooesque haud elTc recentes, sed jam dlim habuiflTe. Hanc anima: conscientiam, seu anim.i.ivcr;ionem, recognitionis vocabulo exprimimus. qo. Tres modo rccenfitos Ment;s actus vulgo Memoria nomine complectimur. Itaque Me. mo vero mufculares cientur ab ele^trlcirate, quam Anima in mufculos immittit per nervos pofitivs eleflricitati d-'dinatos. Atqui clariffimus Au6lor in præfata difsertatione ar^qumentum ouidem fui ingenii præbet, non vero fui fyfiemaris. Ipfemet videtur iftud proponere pro imaginationis fpecimine ad rem perdifficilem, fi fuperis pbcfet, c:cp!ic aridam.morla ell illa Anima: lacultas, qiia retinet-, revocatque antehabitas ideas, ac recognofcit veteres effe. N • -De Contemplatione . *]A yCOtus ab externis objectis in no-, J.VX ftri^ fenfibus exciti, et ad cerebri fibras perducti Animam diverfimode 'modificant, live repræfeiitationem aliquam ( quam dicimus ideam ) five affectionem ( quam notionem appellamus,.),.ingerendo.. j^Quare pronum cft intelligerc, fibrarum cerebri commotionem eo ufque perdurare debere, quo illa notiq, vel reprasfentatio Animam occupat. Animaie itaque contemplatio' ex continuatione motionum in cerebri fibris efi repetenda/ atque adeo ad fentiendi facultatem fpectat. At continuatio motionum in cerebri fibris duplici ex- cauffa fieri poteft. 'Vel enim, fortior, et vehementior illata eft, concuflio in' fenfuum fibras ab externis objectis, et modo cerebri fibræ vehementius commotæ in eadem fufcepta commotione, etiam citra Animæ impc-' rium, diutius perfeverabunt. Hinc fiet, ut ea-' dem idea vel notio Mentem five lubentem, five invitam occupabit, et qtfidem vivide. Vel' fibræ leniter commotæ, ad quietem mox fu a' fponte redirent, quo cafu paullatim evanefeeret ‘ idea, et notio ; et modo ut in inchoata com-^ motione, illæ perdurent, Mentis quoddam velu-* M ti '• ' ti conamen adhibemus : hoc conamiiw fibras in inchoata commotione veluti foventur, con^ fervantur; atque hinc confervatur, et perdurat idea, et notio coram Mente. Vis, quas in plura difcerpitur, languefcit ; at in unum colkcta potior efficitur. Quare facile jntelligimus, eccur ad contempla* tionem faciliorem, diuturnioremqne confequen> dam,Mens ne ab aliis ideis, et prasiertim fe«« iationibus perturbetur, cavere debeamus. • r . MI. f » De Remintfcientia t 'I 'AIfficillima occurrit de reminifcientia inquifitio-. Hanc ineptiffime ^videntur -Metaphyfici vetcreS perlequuti fuilTe ; quasfierunt enim.* quo abeunt^ receduntqite ideat nothnefve, cum ab earum contem^atione Mens feriatur ? In ^nima ne, vel in cerebro confepediuntur ad sAnima imperium rediturai Ecquid funt confepuita idea ? Hiice quasftionibus ineptas re* fponiiones fuppeditantes, illud quah fuadere vel* Jent, penes Animam promptuarium eife, in quo ideæ conferventur iterum educendæ ex ejus imperio, quoties opportunum eflfe judicat, vel ex alia quavis caulfa. Audiant hi Ciceronem CICERONE (vedasi) egregie cos increpantem',*Qjiid igitur ? utrum capasitatem. aliquam in xAnimo putamus ejfe, quo tan~ quam in aliquod vas^ea^ qua meminimus infun~ dantur} %Abfurditm id quidem: qui enim fundus^ aut qua talis «Animi figura intelligi poteft ? aut > quæ tanta 't/fnimo capacitas? %4n imprirnt qua fi ceram, »^nimum putamus, et memoriam ejff fi' gnatarum rerum. in Mente vejligium ? Qua pofi funt verborum qua^ rerum ipfarum ejfe vejligia? \ tufc. qq. /. I. c.Ut frbi cavcanf Tyrones ‘ab hifce abi furdis opinionibus, fufficiat recolere, ideas, notioncfve nihil effe aliud, quam Animæ modifi« catioiies ex fibrarum cerebri commotionibus genitæ j ut ita ficuti fibris ad, quietem redeunti-* bus, ftatim illæ Animæ modificationes definunt, ita et ideæ, notionefve omnino evanefcunt. Cum ergo quæritur, quo abeunt-, receduntque ideæ, cum ab earum contemplatione Mens feriatur, optimum refponfum erit/ evanefcunt. Ubi confepeliuntur hi Anima ne, vel ip cerebro ? Nullibi.* nam ab Anima cui inerant, evanuere. Ecquid funt confepultæ ideæ ? Nihil. De Recognitione. A Memoriam proprie fpectat, quod jt\. dicimus idearum recognitionem^ Si enim veteres ideas.Menti recurrentes percipiamus, minime vero nobis confcii fimus, ilJas veteres effe, nempe eafdem quas olim percepimus, reiterata ifthæc five notio five perceptio ad memoriam nonnifi improprie referetur. Licet reminifcienti* cauffam incom pertam adhuc habeamus, recognitionis tamen idearum facilem explicationem exhibere autumamus. Duo funt principia*, ex quibus illam deriva, mus. r. Interior experientia, qua a teneris unguiculis novimus diferimen quoddSm inter ideas, notionefve Menti recurrentes ex reminifeientia, et ideas notionefve actuali fenfationc in Animam incurrentes. Licet enim verbis non poffct explicari diferimen' iftud, interiori tamen fenfu difeimus, alior prorfus modo Mentem affici Cx fenfatione objectorum prsfentium, ac ab 5 deis notionibufve eorumdem abfentium. Videtur hoc diferimen in eo |»ofitum, quod fenfatio Animam vividius, ac veluti intime afficiat* € contrario leviter commoveant ideæ, notionefve objectorum ''ubfentium, et quafi a longe ei exhibeantur. Lex ilia adfociatibnis idearum, qua fit, ut una recurrente idea, vel notione, fi. mul recurrant Menti una vel plures aliæ, quo. cunque tandem modo, priori adfociatæ. Sane recurrat Menti idea, vel notio objecti cujufvis j five id fiat ex interiori quavis cauffa, five ex externæ caufTæ actione. Vel in hujus \idea: recurfu excitantur in Mente ideæ ei adfociatæ ex priori fenfatione, vel non. *Si primqtn • ejuidem objecti idea in duplici illitarum ferie Menti obverfabitur ; in ferie lci*icet præfentium circumftantiarum temporis, loci, aliorumque objectorum^ adftantium, et fenfus percellentium, et in ferie idearum fociarum ex veteri fenfatione, qua; per reminifcientiam refiaurantur. G,m ergo altera feries, ab altera interiori lehfu dignofcatur prasc. n. i., facile eft recognofcere, objectum, quod modo Menti occurrit, alias quoque occurri Ife. 45. Si vero ex alicujus ideæ recurfu ( quacumque ex caufla hic fiat ), nullæ excitantur ideas focix temporis, loci &c., nulla fit recognitio, vel incerta admodum, et obfcura, fi nimirum obfcure, et confufe fuerint excitatæ ideæ focis. Experientiam appello. Hinc efi, quod fi hanc recognitionem claram, et difiinctam reddere qusrimus, conamur veteres circumftantias loci, temporis, perfonarum &c. revocare, vel ut alter commemoret, flagitamus. Hs ides Mentem redeuntes lege adfociationis veluti ftipantur illam, cujus recognitionem qu*. rebamus, ficque ipfa recognitio redit. Eadem eft explicatio recognitionis idearum reflexione genitarum. De Facultate attendendi, et reflectendi. 4^. "A ^^Entem a vividis, claHfquc five J.VX (enfationibus, five ideis veluti pertrahi, atque occupari; nec non iifdem libenter cedere, et conquiefeere, quilibet intimo fuo confeienti* fenfu edocetur. Atqui et interiori experientia non minus conftat Mentem facultate pollere vividis etiam, clarifqUe five fenfatlonihus, five ideis obnitendi, quominus iis afficiatur, feque' convertendi ad alias five ideas, fjve fenfationes etiam remiffiores, et hifcc elicito veluti conamine intenfius vacandi. Iflud Mentis elicitum veluti conamen, ^uo ipfa fe determinat, ac defigit in peculia, ri aliqua five fenfatione five idea perfequenda, attentio nuncupatur; et attendendi facultas illa'met Animæ vis, e qua illud conamen procedit. Attentionis vero translatio, quam feientes, et prudentes efficimus ex uno in aliud fucceffive objectum, vel ex una in aliam ejufdcm obje. cti partem, reflexio dicitur. Facultas adeo refleBendi illamet efl facultas quam attendendi dicimus, quatenus, nobis animadvertentibus, ac volentibus ^ plura fucceffive perluftrat objecta % ex uno ad aliud rimandum pergit, reditque ad alterum. Attendendi facultas alia putanda efl a facultate featiendi, etfi hanc perpetuo comitem ha. r ; r : tar ;;::tatem ad illam reflectendi revocandam eflc. RATIOCINARI dicimur, cum idearum A puta et C convenientiam, vel repugnantiam, vel quamvis aliam relationem intuitive non percipientes, iJIam deprehendere fatagimus per ioterpofitionem medi* ideæ B. Media porro hæc idea nonni/i ex reflexione', et analyfi primarum idearum A& C Menti occurrit. Hæc enim me« dia idea, vel una efl ex limplicibus, quæ in compofifis ideis A et B continantur • vel ejulmodi eft, ut dum alteram -puta A tontinet, ipfa tamen in altera B contineatur ex quo inferimus «tiam A in B contineri. Alterutro modo res fe habeat, evidens efl, Mentem fuam ratiocinationem nonnili reflexione abfolvere. Facultas generalium idearum nexam, 2^ relationem clare pervidendi, Ratio communiter appellatur. Hoc fane fenfu Tullius de ofF. 1. i. hoc vocabulum ulurpavit. Homo enim^ quod rationis eji particeps, per quam confequentia ctrnrt, caujfas rerum videt, earum progrefjus, et quafi antecejjiones non ignorat, Jimilitudines compa^ rat, rebujque pr' Huc’ IpeAant ' Ciceronis CICERONE (vedasi) verba /. 2. di divinat. Sanguinem piutffe ’ [enatui renunciatum eji clatratum fitniiufn fluxi^^e /anguine : deorum fudaffe fimulacra atque h(ec ;« lallo plura, ^ majora videntur ti^ mer^il^us ' eadem non tam animadvertuntur tn pace. ' byterum qutmdam Rejiltutum nomine lauJat 'n fuo tempore, viventem, qui, et fponte fua, et aly amicis rogatus adeo fe e fenfibus evocabat, •Ut non folum coram loquentes non audiret, led neque punctiones, neque inuftiones fuo cor* pori illatas lentiret, nifi cum ab alienatione Mentis ad fe iterum redib?kt. ^Tandem cum imaginatio ex facili ^ cerebri irritabilitate dependeat,.confequitur, illam ex mutato corporis, et cerebri ftatu obtundi polle, nec non obtufam revivifeere. Id cum ex pluribus fieri queat cauffis, tum pras, cipue ex state, cibo, potuque plurimum pendet. At haud prstereufidum eft, morbofa aliqua cauffa fieri quandoque, ut imaginatio, et memoria alias obtufa, et difficilis', vivida fiat, ac facilis ex inducta' in cerebri fibris fenfibilitate, feu irritabilitate' majori. Nempe,, quas cerebri fibrs’ olim agitats propter craffiorem; conftitutionem, parvam aut nullam mobilita tem fulcipientes, minus apt* erant quominus veterem commotionem renovarent^ modo mobiliores, fenfibilioresque effects, illam diftin-^ cte queunt renovare ; adeoque, qus olim obtufa difficilis, vel nulla fubjbat Menti imagi-, natio, et memoria, clara fiet, facilis, et promota. Hinc ftupendi prorfus phsnomeni rationem' depromere facile poffumus, eccur nempe Rudes, et illiterati homines febri et delirio correpti plura quandoque loquantur erudite, et irllomate antehac iplis prorfus iirtomperto; tum hsc iterum ignorant, fi > N 3 I rio reliquuntur. » 6S. Ad vim imaginationis Mpjierum prægnantium referunt Nonnulli monflruofos et informes, quos illæ edunt quandoque partus, tum partuum infolentes macufas. Sed nolim ^ ego quidquam de hac re decernere. e I  i ^ I I. (Adolefcens quem Prarceptor ;nihil untjuam edocere poruir, quique nec callebat, ut vulgo dicitur, adjungere adieAivum fubjedlivo, pofl aliquot dies febris jnalignx, latine loquebatur, nil hsfitans; dodrinas antehac fibi ignotas recitabant, ideafque quibus eatenus caruerat, egregie edilarebaf. Medici», fepten. r. i. p« 88. Huart ( !*.«»»« «fcj’£/pr/>j)Ruflicum memorat bardum, qui ^lirio correptus, eloquenrlflimus evaflt: nec non quemdam famplum, qui craflillima: licet minervz, et ideis vacuus, morbo tamen laborans, cordatioris politicas eruditus apparuit. Erafmus italum cognovit, qut in morbi acce^onibus germanicum idioma, quod nunquam didicerat, loquebatur. Ac.. Hzc phænomena, et alia huiufmodi quamplura imperite, A olcitanter inter miracula, rejicerentur, vel magicos efferus. Sola fibrarum cerebri difpofitio vi mOrbi mutata hos omnes producit effedus. Nempe imprefliones olim habitie, at debiles, quominus fentibilem gignerent efi^tiun in cerebri fibris pamm mobilibus, novam majoremque vim nancifcuntur fibra irritabiliori, ac mobiliori per morbum efledfaj iienti pondus^quod machins rubiginofs adplicitum nullam in ea motum ciet, extenmlo tamen eamdem in morum agit, f! rubigitie TOlita fuerit, ejufque axes ex inunco #!fO mobiliores emciaotur. De Facultate appetendi, ejufque ' obje^o '. ubi de dffedibus fummatim. De Facultate appetendi j ejufque ob/eSle. 6 p. ^^Uique ad intimum fuas confcicntiæ fenfum attendenti fequentia liquent. I. Animus ex quavis Tibi objecta boni, malivi fpecie agitatur * neinpb erga objectum quod bonum cenlet incJinationem nilum vei ^ invitus experitur/ 'e contrario, declinationem a malo, et veluti renifum quemdam ad ei ob« fidendum. Illa Animi inclinatio,'& veluti nifus ad bonum ", appetitionis nomine defignatur / Sc contra averfatio dicitur Animi declinatio, æ renifu^ a malo ^ II. Quo majus Menti objicitur bonum, ma lumve, eo vividior eft appetitio vel averfatio/ et contra, ut ita fint appetitiones et averfationes in directa ratione bonorum, ' malorum ve Menti repræfentatorum., • III. Appetitiones, et averfationes non fiint in noflra potedate, nili quatenus Mentem ab objecta boni, maiive fpecie avertet^ polii m us. Cxterum licetd bonum minime profequamur, malumve fugiamus, intrinfecus tamen »• quali polient ratione, qua rerum naturam, re-. lationesque complectentes-, illarum.bonitatem"' malitiamve affequantur. Proinde: in perfpicqo «ft*, cctur tantum fit ijiter homines ' appetitio ' num >sVcHOlo6iA 4 T nnim, atque, averfationum difcrimen.Sanc quod uni bonum apparet, alteri malum videtur, et ^ Contra.'Quod uni voluptatem conciliat, alteri dolorem, tædiumque ingenerat' 'Ipfi nos fententiam de bonitate et itoalitia cjusdetn objecti pluries in hora, •& quafi momento tenii poris pronunciamus, et mox delemus. QuJ in "tanta affectionum, idcarurti ', et calculi difcre‘pantia ftare poffet appetitionum, averfationumque identitas? [Do not multiply idetities beyond necssity – Grice e Semmola -- - Quæ appetitiones et averfationes Anima excitantur ex confufa bonorum, malorum- ’ ve repra?fentatione ope fenfuurn et imaginatio'nis facta, appetitiones carw/j/ex, feu animales "^diQUtitMT.Rationales e contrario appellantur 'iJlaSjj' quas Mens concipit ex clara, et diftincta bo-, noruni, malorumve fpecie ipfi exhibita 'a ratione. Porro p^fæpe fit, ut‘qus veluti bo-T na vel mala Menti reprefentantur ’ fcnfuum et imaginationis- ope, ea itidem' bona vel mala ex ratione dijudicemus. Hinc 'duplex iq Animo excitabitur appetitio vel avcrlatio, carnalis feu animalis altera, altera ' rationalis j modo amba;,hæ convenient. Alias contra fit, ut qua: tamquam bona Vel mala" Menti fiffuntur fenfibus et imaginatione, tamquam mala vel bona ratio, decernat. Quare appetitio carnalis gum aVerfatione rationali pugnabit, et viciffim ^‘adeoque Mens in diverfa, &.con-, traria dillrahi experietur, et internum, luctamen, conflictumque patietur. Huc fpectant illi^. ApoftoU verba : Sentio aliam, legem ^ in memltris jneif, repugnantem legi Mentis Nem. Nempe in Apoftoli Anima ex fenfuum illecebris appetitiones excitabantur, erga objecta", quæ ipfc Apoftolus averfabatur ut mala ex monitu rationis. 75. Hanc pugnam ut explicarent vetcreg Philolophi duplicem diffinxerunt appetitum, animalem et rationalem : tum non uni eidemque fubjecto utrumque tribuerunt, fed diverfis. Opinabantur nimirum, duplici parte Animam conftare, wtelie£liva, leu Juperiori, cui appetitum tribuerunt rationalem, et fenjitiva altera, quam inferiorem dicebant, in qua animalem appetitum pofuerunt. Has Animi partes et revera diftinctas efle, et fecum ipfas pugnare, veluti Equus cum Equite fyquæ locutio Platoni in primis familiaris eft j, /autumabant. Atqui- doctrina ifthæc fenfui intimo, quo eum conflictumMn, uno eodemque individuo fubjecto ineffe experimur, repugnat. Accedit quod cum ^ Anima fit incorporea et fimplex lubftantia ( ut fuo loco evincemus ), vocabula partium inferioris et fuperioris, vocabula funt nihili. De Jiffefiibut •. ' ^» ' A‘ Ppetitio, vel aversatio vehemenjCX tior, 8c cum infolenti naturæ humanat commotione fociata,' affectus appellatur. Equidem quævis boni, vel mali reprpfeatatio appetitionem, vel averfacionem ciet': at aon qu*vis appetitio, et avcrfatio affectus nuncupatur / quæ incitatior eft, et intenfior hoc nomine denotatur. Affectus itaque nonnifi ex rcpræfentatione boni vel mali, quod gravioris momenti putamus, pendet, 70« Inlolens humanse natur* commotio, qua affectum comitatur, ex actione Anima affectu percita in commune fenforium leu cerebrum gignitur. Ex intimo enim vinculo, quo Anima, 5 c corpus conibeiantur, quoad homo vivit, fit, ut ficuti fingula corporis commotiones nervorum ope ad cerebrum traducta Animam afficiant, ita reciproce Anima commotiones ex reprefentatione bonorum, malorumve genita nequeunt in cerebrum non derivare, ipfumque determinato, quodam modo agitare. Cum porro e cerebro originem ducant quotquot per corpus dilabuntur nervi ; hinc intelligitur cccur ex Animi vehementiori appetitu vel averfatione, concitato cerebro, et nervis, 'infolentes natura humana commotiones oriantur (a). Ita ex terrore pereuHus Animus faciei pallorem, cordis pal-, pitationem, artuumque tremorem comites habet. Ex ira inflammatur Vultus, linguli tenduntur, atque convelluntur nervi. Ex amor* per. Non quavis Anima commotiones io fm^Ias cerebri partes derivant, neque eodem modo : fed fingula certas, ac.determinatas partes ceijelHi afficiunt, tk de*terminato.modo. Hinc unguli Anima affe^us determinatos cient in corpore motus, qui quandoque funt diverfi, quandoque prorfus oppofiti ^ Juxta affe^uum naturam ». et intenfitatem. ' ^ L (. I percurrit mollis flamma medullas Scc. Hinc in numera phy fica mala, qux fapientes Medici norunt ' Cum natura fua Mens in bonum te ratur, malumque refugiat, liquido conflat, aflectus humanam naturam, qualis modo efl, necefsario confeqai. Quid ergo fibi volebant Stoici, cum affectus, Animi morbos appd-. tlantes, in Virum Tapientem minime cader^ pertinaciter autumabant ? Num ne fapientia eo, pertingere potdt, ut hominem fua expoliet natura, 8 c alia prorfus commentitia induat ? At nemo unus ex Stoicorum familia ad hunc fa-. pientiæ apicem deveni(. Equidem qui in humana natura deleri affectus optaret, ille et vim qua Mens bonum naturaliter appetit, refu^it'' ' qqe malum, radicitus ab ipfa Mente avmlfam vellet »,Hoc femel conceffo, non video, quid, homo a crudo diflaret latere.* nempe hiccine erit Stoicorum Sapiens ? ^•7p. Atqui human.'> natura, Sc ut fit,& bene fityfibi non fufficit • bona proinde quibus caret, ^ profequitur oportet, declinetque ^ impendentibus malis. Bona vero profequi non potefl, Jiifl ipforum bonorum appetitu incitata j neque mala refugere, et propulfare, nifi odio percita erga mala, quæ funt inimica felicitati. Sunt itaque affectus nedum neceflaria humanæ naturæ -confectaria 70., fed ipfi 8 c ut fit, et bene fit omnino neceffarii_ clatere?. Sunt præterea affectus inftar vectium „ quorumdam, quibus mirifica in homine ex„.citatur, aliturque magnarum rerum effectrix „ vis, nec fine magnis affectibus quidquam f gre ‘ « g**cgjutn > et prsBcIarum unquam ab homini„ bus factum i R^tio in nobis recta, nullo im« j, petuofiori affectu concitante, conftantius ope„ ratur, et xquabilius,l'ed eximium qmdqbam, > „ et diftinctum ipfa per fc-fola efficiet niin’„.quarn. Eadem, ubi natura vehementiffime „ affecta eft / velut erigitur j ac, licet paullo' turbnlehrius efficit tamen quje mira viderf „ poffcnt’ nafurs humanæ vires omnes ignoran> tibus. Itaque Plato fæpe fcribit magnorum vircrufn fuifle neminem fine enthusiasmo ^ quodam^ ideft vehementio riaffectu; xAnt. Gtnu- ^ T enfis Metbaph. part. tertia, Scbol. prop. 4 ^* Boni,malive repraslentationes in Mente factæ five fenfuum renunciationibus, five rationis adminiculo non femper funt ‘ex æquo' conformes realibus concretifque objectis, qui- " bus ilias referimus. Quare neque., affectus ex. hujusmodi repræfentationibus 'r geniti fempet* proportione refpondebunt bonis, malifque realibus. Hinc duplex affectuum partitio ex eorum relatione» ad objecta Alii nimirum "funt veri, alii vero /«/>/. Veri dicuntur, qui objecta realia' refpiciunt, et ipfis realibus objectis proportione refpondent. F7 damus, quafi nihil ^dhuc ab aliis traditura . Mentem.humanam infita vi, et natura fujc neccffrtate bonum appetere, et aver.j ' ' fari malum, fuperius 70..,exporuimus ^ Mp»» nemur hinc, nos ita natura comparatos, >.ai; ad bonum in genere, feu ad beatitatem necessario, et indeclinabili pondere feramur,v et miferiam' relugiamus, quin valeamus vel-, „minirfium obfiftere. Perfpecte prpfecto. Divus Au», guRinus inquiebat : Beati effe •^olumui, et nti' feri effe non fotum nolumus fed nec velle -pofo /limus. At quid 'Anima contingat, quum aliqua boni j malive fpecie afficitur, operæ prætmm eR ex intimo 'conicientiæ fenfu perdili- ^ genter edtfcere : ipfo enim Magiftro in devia certe haud abibimus.. r. rntimus confeientiæ fenfus uberrime edocet, quod ficuti ex oblata boni, malive fpe» cie mox tu Auimo cietur appetitus, vel aversatio A J ^49 fatto in ratione ipfius boni, vel mali repræTentati, ita hoii rapitur ab illa fpecie Animus, fed allicitur, vel t*dio afficitur. Non rapi ex eo I* intelligit, quod cuique appetitui', averfationi, quoufque durat, efficaciter obfidere* poffe, tum premjre, et infrenare, evidentiffime animadvertit : %. quod Ipfe fe ad bo'num perfequendum ciet, fi quidfem perfequafUr, vcl ad malum fugiendum. Sentit Sinimur præclare Tuilius mare fuo tuf. qq. 1. i. Cw 23. ‘Je moveri, idque dum fentit, illud una fentit, Je vi fua i non aliena moveri. Animus ex oblata boni fpecie alle£las, ' crampentem mox inclinationem quandoque extemplo fequitur j alias vero immoratur, &' appetitum cohibet, ut rationis conHlio adhibito ejC{>fendat, num 'bonum ei exhibitum revera bo-» /lum fit, atque amplexandum, afl %ero malum fub fpccie boni, adeoque refpuendum. Inito tandem confilio, et de bp^itate, vel malitia objecti monitus, fe ad illud perfequendum, vel avertendum ciet: animadvertit vero i. ipfum fe ciere, hon rapi/ z, etiam 'poflquam perfequi rapit, facultatem integram defillcndi penes fe, retinere, licet revera non dcfiftat; hanc ut experiatur, fufeeptam determinationem ex ^rte, vel ex integro quandoque remittit-, vcl, aliam omnino' diverfam, contrariamve elicit., Cum plura Menti exhibentur bona, quorum uno tantum potiri liceat, vel plura media ad idem* adfequendum bonum, rationis ad-' hibernus confilium • fingula undequaque expendimus, et quidem quo efficere pofTumus accu ratius. et acutius / media propoGta irfter h, et cum fine comparamus, ut. qu? Gnt aptioia perdilcamus. Hoc demum inftituto examine Td id quod melius videtur, fe inclinare, feu allici Animus perfentit; at inclinari, inquam, non 'i nam i. inclinatio illa m attum non Jodit, nifi ipfe Animus fc cieat, detcrminetaue ad'id,quod melius vilum^ cft amplexandum; 1 quia quovis' pbfito rationis confilio, Mens ‘oildvertit. le facultatem minus bonum fe determinandi ;.de hac facultate experimentum capere potett, quoties libet, ut fui' juris eife plene perdifcat. _ V Ex diais fequentia quam evidentiffime natent. I. Inefle Menti aaivara facultatem, qua ipfa fe cieat, moveatque ad bonumx pecu?hre perfequendum, ipfa fe avertat. a peculiari malo Hanc aftivam Anim* faculutem t^ohn^ " IMbulo dkliguamus. II. Aa.vam fa.-ultatem, nempe Voluntatem ratioms confilio equidem regi, at ei non lubeffe; rationem Ic«ui ducem et comitem, ipfam vero etfe fui Lminam, ipfam, f.bi Di vus Bernardus, de grat. ratio data voluntati, ut tnfttuat tlUm, non up ^cflruai ' deUræret auten /7 nece(fttatem ulla» i^roonere^. UI- Voluntatem, ^ tionis confilio, deu incitamento, fuam deter minationem fufpendere polTc,s’immo aliam pominationem mcitamen nere omnino contrariam ei, q * V. - ritionifque confilium fuadent. LilLt/r momine.intelligimus eam aaiv/poteht.a, indolem-..90,: nMlU natur* fo* ( V n^ceflState, nec ulla \extcrna coa6lione invincibiliter determinatur, ad a£liorverq.; redjipfaj fe determinat, 'ut ita, politis oninibus ^djiagpji^urn. requifitis, queat non agere, vel,aliud;5^qU9dvi^. a politis requilitis alienum. Qfiandoq^ IJbertatU nomine ipla a£Hva facultas, præfatx -indolis, et natur» intclligitur,.. f - 4 ' pt. Duplex adeo Libectas., diftingui folet juxta duplicem neceUttatem ; cui activa poten? tia fuhjacere poteft. Alia dicitur likfftfl cejfitaie y qu» confidit in immimitate. a quavis naturali, et interiori vi rapiente» et determi^ nante ad datam a£tiodem. Altera vero dicitur iibirtas a, et hase ia. immunitate a aliquo motivo nihil unquam vult, nihil advefatur. Sicuti ergo lanx ob impolita pondera inclinans nihil in fe inclinando libera eft, ita nequi' humana Voluntas, quas a motivis perpetuo determinatur. At duo præcipue heic reprehendenda occurrunt I. Mentem a motivis determinari. ' ir II. Lancis exemplum - Quod ad primum f|sew ctat, fedulo hæc duo' toto cælo' cliverla fecernenda funt : Mentem a.mdtivis determinari; Mentem feipfam ex calculo mottvonm determinare.Primurd' fi verum foret, actum eflfet de humana libertate. Atqui’ illud 'ita evideq^ter f.iffum' eft, quam evidens Animum lentire fe vi fua, non aliena moveri j fe. a' n?oti vis allici. quidem> 1’ed non rapi ; fc facultatem integram habere cuilibet appetitui efficaciter obljftendi/ ;fuiqtie juris perpetuo efle. Alterum vero utique At fjtram quadrare. Sane Lanx nulla aftiva vi eft£x. gr. Qui tonos a nervo redditos in. ejus tremoribus confiituit, nequit ‘multiplicium, ac diffimilium tono A norum rationem aliter expedire, nifi per toti* dem diverlos, ac diflimiles ejufdemque nervi tremores. -Si ab uno eodemque tremore plures^ac diflimiles tonos effici contenderet, infeite profecto fe gereret, nec» feipfum intelligeret; quippe in illa hypothefi necelfe eff^URum eumdemque tremorem unum eumdemque tonum perpetuo reddere. Ita profefto in hypothefi, qua Mens humana pro materialis fubflantiæ temperatione ffa-^ tuitur: cum ideæ Sc notiones aliud nequeant eiffe nifi moriones, tot diflin£tas puitiones, atque diverfas fubflantia cogitans fulcipii>t necefle eft quot diyerfiis, ac multiplices h:vbet ideas, notionefque. Neqpie juvat' reponere', Mentem ideam B, t. f:. B, 'qui coram adRat, poflc cum; idea A,cu-> jus remimfcentiam, habet, conferre. Quid enim cft^iRuci ideæ alicujus reminifeentiam habere,, nifi illam ideam habere præfentem ? Habebit igitur Mens bmul prætentes ambas ideas A dc B. Datur ergo quod a nobis pofitum eR. Humanat» Mentem haud effe temperatienem btu> mani corporis, ac pracipue cerebri^ inviBe y demonfiratur. I. externa Objecta noRri cor?* poris fenfus percellunt, '6brar* rumque irritationes ad* cerebrum ufque deducun»' tur, mox Anima (enCationes fufcipit. Sed h». fenfationes phasnomena funt,^ quas tnihibeommune habent cum fibrarum cerebri, St fenfuum* commotionibus, a -quibus toto c^l» differunt; ^^.iz.ij.Nequeunt ergo efTe ipfæ commotione^: atque^adeb nec Subjectum cogitationum eR cerebrum, nec Principium cogitans feu Mens eft. cerebri, humanique corporis temperatio. Ex intimo confeientiæ. fenfute.videntiflime docemur, Subje6Ium fenrattoaura, quas five* per unum idemque organon, five per fe invicem modificantibus, 5c collidentibus compofitam exprimi poteft, II. Indicatio horarum eft indici prorfus' extranea : ' Nobis- comparantibus indicis pofitionem ad va-, ria quolibet noftrum, haud foret unus et fimplex, fed adeo multiplex, quot funt illæ partes A, B, C. ' IIL Tertia tandem 'hypothefis evertit et judicii naturam ( num. I. ), et iotinram fenAita ( n. II. ) nec non fimplicitatem, et ilidivifi•bilitatem perceptionum (» iia, ). Regeri haud potefl, quo farta teffa fiat prior hypotKefis, illas partes A, B, C cpmmifeeri, vel in unam coire, -atque hinc judicium emergere. Non enim, nifi fumnrKa' ofeitantia, "effutiri ifta queunt. Quid fane iftud cft commifeeri ? profecto particularum fitus, pofitiooes, et tactus ad invicem immutari, et pei^ turbari. At non video, qu? hinc fiat idearum particulis illis feorfim infitarum collatio, et com. plexa omnium perceptio • adhuc enim funt illæ particulæ totidem diflincta fubjecta, et feorfim 'cxifientia. Illud vero akerum in unum coire pugnat cum naturali partium impenetrabil itate. Neque quidquam valet, quod incogitanter alii reponunt, cogitationem non partibus corporea? fubftantiæ convenire, fed toti fub* fiantiæ : non humani cerebri pattibus, fed ce* rebro,’ quod veluti unum totum confiderandmfi venit. Revera, quod totius nomine’ defignatur non eft aliud, nifi Mentis noftræ conceptus, plu* ra fimul fub communi aliquo figno, et notione, complectentis : atque adeo, quod dicitur 'P-2 *. • ' unum o ^8 psychologia' unum totum eft quid tantum ideale, non reale. Quod reapfe notioni totius refpondet, eft collectio plurium, qux propriam fingula, et ieparatam habent exiflentiam, quzque - proinde æque fe habent, five colIe£live, live feorfini cxillant. Ita' ex. gr. cum inquam, totus exercitus, totus populus &c., reapfe hifce. notionibus plurium, et diflinflorum fub;e6Iorum collectio refpondet, quat^, licet collecta,, adeo funt didi neta inter fe, ac fi forent fejuncta. Si propterea fubjectum cogitationis eft fubftantia corporea, plurium nempe realium fubjectorum collectio, jure, meritoque inferenda veniunt abfurda f^ierius notata. Quævis materialis fubftantia naturar fua eft iners,* modus autem agendi et cogitandi, qui humanæ Menfis eft proprius-, inerti* omnino pugnat. I. Nonne Mens vi fua, et fua libera fponte innumeros ii\ corpore gignit tn9tus, aliofque a caufta externa ipfi corpori imprelTos, vel ex mechanifmo pendentes cohibet, ac deftruit ? Atqui quid efl hoc, quod obluBatur corpori^ fi ni hU fumus prater corpus? cum fluvius decurrit in hanc partem, non potefi fua V» aquas fifterey aut retro flevere in contrariam partem. Materia nulla agit in je ipfam • nulla machina efl fuorum motuum, confei a ^ ex illa confeientia fuorum errorum torreBrix, et refor* matrix. Si errat, nefeia' pergit ^errare, donec ad‘ mota manu %Artificis, aut Domini in flatum reBum ordinatur f et reflituitur. Thora. Burnet  De stat, mort, O* refarr, c. J. II, Nonne %Animus fenth fe moveri, iJque dum fentit, illud et una fenth, fe vi fua non aliena moveri} Vividus'hic confcientiæ fenfus, cui contradicere nemo, nifi efFrxnati Pyrronii poffunt, Juculentiflime oftendit, humanam Mentem haud elfe poffe e genere fubftantiaruni materialium. Ipfe RoHflojus eo fenfu monitus, hanc veritatem fateri, coa6lus eft. Natura cuique animali imperat, et Brutum obtemperat. Homo eamdem Jentit imprefftonem,* at vero ft liberum agnofcit ad affentiendum ^ aut contra obnitendum ; et in intimo fenju bujufce libertatis ^nimtr fpiritualitas prafertim elucefcit In facultate volendi, vel potius eligendi, et in bujus facultatis fenfu nibil eji, quod explicari queat mechanicarum legum ope . Lockius, etfi non e grege Materiali-,ftarum, fententiam tamen coluit, qua non immerito vifus eft pluribus, Materialiftarum cauffam indire6^e egiffe.'Haud nempe conftare pronunciavit, num Deus vi cogitandi materiam ( subftantiam ex mente iua extenfam, multiplicem, inertem ) inftruere poffit, ficuti vi vegetandi ornaffe in comperto eft. Certe id opinans, aliquid humani paflus eft, nec fibi compar extitit : animadvertere enim facile potuiflet, Animx humanæ immaterialitatem ( fimplicitatcm ) fimili argumento conftabiJiri, quo ipfe,,Dei naturam immaterialem evicit ., u8. Porro Lotkianæ fententiæ falfitas ex P 3 ha- • * l, / J 'V /• V » ' ». Dircours sur l^inegalitedes iamiptefJ,part,p,'iQ^ (b) SJfai pbllof, cone. i'*nttiid, 'hum, l. 4. liancnus dl£)is luculentiffime patet. Rtvera » > cui no^ conflat, Deum non pqHe', qux fa«C intrinfecus iinpoffibilia efficere ? on$» ^8. Jam vero cagitandi^ 8 c agendi modus^, qui hu« manx Mentis eil proprius, nequit ulio pa£h> ConfiHere cum extenfione * foliditate, et drati ' diametros, elTe inæquales, contra vero ^ æquales diametros circuli. Ita in re noftra, fuf'‘ikit agnoviffe, cogitationem, fimplicitatem iqi 'Ente cogitante, requirere e contrario extenfiQ* nem, e pluribus coagmentationem : agendi facul- ^ tatem fua fponte, lua propria eIe6lione, et quidem libera ( qu* humanæ Mentis eft propria )- f^X iis, quæ haftenus profequuti fumus, difficile non eft. Mentis hu« ' manæ naturam et genus definire. Cum enim cogitationes, ac volitiones Hominis nequeant ef-fc e temperatione ODrporis: Rurfus> cum neque cogitandi, ac libere agendi vis, quæ hominis e ff propria, fubftantiæ extcnfæ, multi' plici, inerti,cojufmodi lunt quot quot ad ftnfibilem Mundum (peffant, cohvenire poffit ( art. 3. ): Agnofcere hinc cogimur fubje£fum noftratum cogitationum, et volitionum effe debere vere, & phyficc fimplex, ac alius prorfus generis, quani lunt 'Entia quævis fenfibilia. Neque fuipicari 'pofTumus, humanarum cogitationum, ac volitionum *fubje£lum e genere cfie elementorum corporflm., quæ ex noffra fentertia ( Materiali ftis tamen ncn accepta ), funt'& ipfa phyficc fimplicia,co/. Nam I. corporum elementa fola gaudere vi motrice ftatuimus, quemadmodum fingula phænomena edoctnt: cogitandi autem vis omnino alia eff a vi motrice, neque ut ejus 'temperatio quævis interpretari poteft. II. Corporum elementa funt natura lua inertia : inertiæ autem. pugnat illa cogitandi,* et libere agendi iacultss, qua fua natu« psy:hologia ‘ ra Mens humana juadet : id qiKxl ewncit quoI que, neque ex div na virtute corporum elemeB-'* lis Subjlantia nuncipari. 125. Opponunt Epicurei : I. Anima in ' corpus agit, et viciflim corpus in Animam. Similis ergo eft utriufque fubftantiæ natura: qut enim fubftantia extenfa in fimplicem, et viciflim, agere poflet ? II. Animi ftatus determinatur a ftatu corporis : ægra quippe eft Mens, triftis, lata, delira &c. juxta diverfos corporis ftatus • et e contrario, pluries corporis ftatus ex Animi ideis et modificationibus pendet. 12 ( 5. Refpondemus ; I. fubflantia extenja in Jimplicem agit ? (tf) Norunt’ ne melius Ad I nui ' Ii—. II l 1 i a K V Juxta opinionem quam in onrdiogia §. fequut^, fiimus, qu 2 v is fubftantia natura fua.fimplex eft, ipfa, corporum elementa vere fimplicia funt §.i6wC^/' stantiam ( fcilicet "Mentem ) agunt? In nostra ergo da* > fimplkitate elementorum tenrenria" evanefcftt omoino iHa' apparens contradidio, quæ primo occurrit, cum invicem^ conferuntur extenfio, qua; corporis est proprietas (( nem-^ pe_ phamomenun pendens ex plurium C0mristenria)^&fimpUeius; qu£ est Mentis.. \ .1 ’. Adverfarii, quf corpora invicon inter fe aganf, pufa, qu? magnes trahat ferrim ? Corpus equidem in corpus agit, neque ttmen de hoc phænomeno adeo fenfibus obvio, tot tantifque experimentis, et oblervationibu} undique expenib, probabilem, imrao verofimiicm explicationem protulere. Quid ergo mirum, fi æque ignorare nos fatemur, quomodo Mens ( fubftantia^firaplex ) in corpus, et corpus viciffim in 'Mejitem agat ? Itaque infeite nimis Epicurei ex hac «oftra ignorantia contendunt, unam, eamdemque naturam utrique fubftantiæ tribuendam. Simplicitas certe humanæ Mentis apodiftice cft dcnionftrata. Evidentibus ne demonftrationibus vai ledicemus, et in innumeras nos conjiciemus contradi6iiones, quia phænomenon, cui explicando pares non lumus, occurrit, aftio fcilicet Mentis in corpus, et corporis in Mentem ?( I -I ' * id) Mons fenfuuih confnetndir» abrepta nihil follicita 4St rationem, investigate reciproca; corporum inter fk aiflionis^ feque intelligere putat, quod profoiAo non inf teJiipit"*» Deinde reciprocæ aftionis notio, quam fenfuum ministerio nobis' comparavimus,* perpetuo stipata occurrit cum' idea fimilitudinis -naturse, Teu generis Entium inter /e a,{enrium. -ista idearum. adfociarione illuhs, tecl{HTOca Entium diverii generis inter fe a^io extra communes ideas vagari videtur ; atqui noonifi fumina infeitia, Si. temeritate inter impolIiblU» rejkl potest * $. * invenire (a) ? Sed d 6 hac re uberius infra €• differam. II. Harmonia, quam inter Animi, corporifque determinationes, et ftatus perpetuo experimur, non ex natur* fimilitudine, fed ex qua* dam reciproca utriufque fubffantix communicatione pendet. Sane cum Homo fit Ens mixtum, feu individuum ex Mente et corpbre conflans, ejus Au^or Deus utriufque fubflanti* naturas cudit, ac temperavit ejufmodi, ut mutuum inter eas intercederet commercium, alias biceps monftrum effeciffet. Commercium i(lud,feu mutua iftæc ani-. mæ, corporisque Temperatio in eo confiflit, ut nc- • queat Mens, quoufque in corpore degit, inlitarum fibi facultatum a 6 liones edere, nifi concomitantibus. quibufdam fibrarum cerebri motionibus.; et c- converfo, nihil queat in corpore ^effici, nifi affines in Anima refpondeant affectiones. Hinp fit, ut Anima flatura affumat corporis flatui affinem ; et e converfo, corporis flatus ab illo lyientis modificetur. Quo Adverfariorum oppofjtionibus aliqua poffer vis conGflerc, oftehdcn*. dum ipfis foret, impoffibile effe, fubflantias diverfi generis, et natur* in fe invicem agere, 8c quidem evidentibus rationibus, non infulfa, 8c ridicula captione : id haud concipi poteff, ergo eft impoffibile. De Commereto Animam inter Cf, Corpus attentionem ad ea, qusc 'in nobis ij perpetuo geruntur convertamus, deprehendemus I. Quoties renfuum organa rite funt -confHtuta, et actione 'externorom objectorum pultantur, toties Menti etiam n» appellatur. Præter hxc tria ^ nullum aliud lyftma nec eife, nec concipi poffe y videtur..... 4. Tria Jsc fyljcmata copcinna >fimilitudine, e-x duobii horologiis conlonantibus petita, illuftrari pount. Triplici equidem ratione fieri poteft, ut do horologia lint inter fe con. lonantia: i. per ifLuxum ^ fi nempe fecerimus, ut alterum in alrum 'agat ; alterum alterius motiones excitet ac determinet. %. Si quadam præordinafione it fapienter eas machinas perfecerimus, ut lingip luas exa£le legei fequentes, et quin in fe invjem agant, barmoriite fihi perpetuo refpondeani 3. Si opificem operi cwnitcm vigilem, ac perriuum 'adjiciamus, qiri fiugulis momentis alterii motum unius motui» attemperet, 3 c alterurex altero dirigat Erit modo opifex harrniæ inter utrumque horologium intercede s efficiens CaulTa, ipfa Vero horologia cauffauafionales. ff i • / V'' i ' sAdfi flentia SyfleMa.expendhu* f' ac' refutatHr. O Yftema adfiftw*ntk _^Malebranchium ‘ primum habet Aiflorem. Nc» torporm ( ita ille )non poffunt vera Cauffa ul' ' lius rei, Mentes etiam[ uciiiflima i» eadem ' verfantur impotentia. Nihil loffunt cogttofcere, nifi' Deus illas > illuminet. Nhil poffunt feriti're i nifi Deus- illas modijeet. Nihil pof' JuMt velle'' ^ nifi Deus ipfas verjus Je moveat, l' ‘. Cauffa naturales nor. funt vera eaufl ' t f a. Nihil funt \ quryn. Catffa oceafionales, qua non agunt, nifi vi, C? efficacia voluntadivina.. Hinc igitur concludendum efl, homines quidem.velle (movere trachium, fed Deum > Joium poffe, O" noffe illud nOvere. (a) r ^ 1^4. Alii moderatius opinantes lolam vim fentiendi corporis modificationes Animæ dene* . gant y et vira corporis motricem. Deus ; in* ', 'quittht, fenfationes Animat ingenerat ex occa. ” ^iione motionum corporis, nec non. motiones in corpore ex occafione volitionum, et affeflionum • Animæ, idque.conformiter legibus a.fe fiatutis: ^ Cæteras vero ideas ex (enfuu!n motidnibus miinæ- pendentes ipfa' libi Mens cudit meditatio ne, abfiaa^ione, ratiocinio ''&c. ex antehabiris tdeis a Deo imprciTis occafione motionum corpo. * i ' t-i r (a) Hecher. de' la veriti lib. fiuiem, chap, traif. /econd,>part. bG rfoph»nti vacuum, ac prorfuS ebramentititim videri" iftud OceaGonalidarum fyfteln^i’hihil dubito. Equidem, ut merito inquit Tullius, magna flultitia efi earumterum- Deos facere effe£hores\ 'Cauffas 'rerum nort quterere - quidquid enim' oritur, ' quaUcunque ilm tud sJt, cauffam 'hSbeat a ' natura^ neceffe eji. Sane Philolbphf V^ferum naturaliurii’' -cauffas ia« quirentes, haud Gbi proponunt primam', et uni« verfalem Cauifam determinare ( ecquis ignorat) rerum omnium Caudam primam, et univerfalem Deum eflel ), fed aliam pratter Deum quæ» runt, quæ Geuti a ‘Deo ipfo exidenttem lufce* pit, ita et ageriiii" facultate’ ab-e^em> prajdjta i propria, et i m mediata -phyGca actione effectum producat. ‘Porro in 'syflbmate-* adGftehtiæ" omnis bujurmodi caufla fubmovetur, Deus in raa* chinam advocatur. Vacuum^ proiade eft. hujufjmodi (ydfema’^, &“ philofopho indignum Nonno deridiculus eflet^^qui interroganti eccur Magnes trahit ferrum* eoalr" Maris aquas pene lenis quibufque horis '-intumefcaht, tu*!!! alternatim, ^tumclcant, gravittr refponderet, id ex ea ‘ Q.'' iti i, Dt' divinat.^ Si fieri, quod Deus, juxta ftatut.m fibi ipfi legem, ad magnetis prælcntiam, ferrum ad magnetem ipfum propellat, aqu s vero maris alternis vicibus elevet, ac deprimat ex occafione determinati aipe^us Luræ ? Ecquid philolophia iflEæe muliercularum infciiia, omnia ad immedia« tam Dei virtutem referentium, piæflaret? 1^6 Atqui, inquiunt, iniolubilis. alias eft nodus commercium Animam inter^ et corpus. QuaG nempe in adnilentiæ fyftemate perdifficilis hic nodus folvatur, non amputetur potius. Jam vero, quod Animæ, et corporis commercium fit, phænomenon inexplicabile, id trguit quidem,noftram ignorantiam, non, vero naturalis caiiOæ- deft£lum. Confer ont. - Deinde fi corpori.^ motiones nihil omnino conferunt ad diverias, Animi perceptiones, cui ufui dicemus fabricata fenluum organa ? Nempe,! inquiunt, iunt fenfuum organa eo refpe£fu, neceffana, ut ex. horum mutationibus, tanquam occsdk)nibus,.Deus juxta generales a ie fancitas leges determinetur ad Animaro diverfifnode modificandam:. Sed iUi^d yelim edoceant Occafionalilts,. mptationes, quas fenfuum organa fubitura Junt fiupt ne asione circumflantium, ac prementium corporum, tel immediate a Deo cx eorum occafione ? Si primum afTe> runt, jam cau^m produnt :. tribuentes enim corporibus a£f ivam- vim, qua inter fc agere queant, nuUo jure feofihus, deqegare pofTunt activam vim, qua in Animam agant. Alterum vero fi- fateantur. ( ut fciiicct ipfi jGbj fint confentanei ), inutilia efficiunt fenfuum, organa * quippe ex occafione circumflantium corporum 'poteft Deus illico fenfationes in Animam immittere, quin fenfuum motiones, ab iplb Deo>excitiaDdat intercedant. Nimirum in adverlariorum fyftemate circumdantia corpora lunt occafiones, Deo, ut motiones in fenfuum organis excitet ; deinde ha: motiones funt rurlus occafiones Deo, cur fenfationes in Animam immittat. Non ne breviori via, &' fapientiori confilio faftum. effet, fi 'leniationes immediate circumdantium corpo' rum occafionem fequerentur ex ipfius Dei aftione, quin fenfuUm. motiones intercederent ? Sane non funt multiplicanda, entia fine necelTitate, et fi^uftra fit per plura, quod fieri poteft per pauciora. Vel ergo. Deus inconfulto egit hominem fenfibus ornanda, vel noftrorum fenfuum, totiufque corporis exiftentia ludrica rescft. Con^ fer quæ diximus in nota iTq. ont..> ; 1. iir.. ' i ' Harmonia praflabilita fyflema a Lelkniti», . propqfitum’ exponitur y atque rejicitur.. i tV.' 1 i ; '  r i » i ' . T Eibnrtius, Vir et acumine, et fub^ ri*'-'!- limitare ingenii. nulli certe fe^ cUhdus, quo mirabilem Mentis, et corporis hatH moniam expediret, ita philofophatus eft. t Et r. quod ad Animas. fpe£lat, pofuit,i. Hominum Mentes vi fibi repræfentandi Univcrfum prædiras efre,& quafi mappam cofmographicam. interius geftare ; Nempe efle in continuata ferie cogitationum, et appetitionum ie ita excipiens Q, 2 tiura. PSYCHOLOGIA tium, ut quævis cogitatio contineat fufficfentem rationem fubfequentis : et quivis Animje flatus antecedens gravidus fit pofterioris. 2. Quamlibet Animam cx fua effentia, ac natura propriam habere cogitationum, et appetitionum, leriem, et cur potius talem, quam alteram.• Hinc Mentem automaton fpirituale dixit Leib; nitius., II. Quod vero humana corpora, refpicit, cen- fuit, I. quod vis corpus automaton effe vi, fibi. propria, et fua natura fingulas. fubiens motio-, nes etiam in continuata ferie, ut adeo quzvis: antecedens motio lufficientem habeat -rationem fabCequcntis : 2. nec noq ex fua natura habere, ut talem potius, quam aliam feriem motionum ceperit, profequatur, modificcfque juxta varias circumflantium corporum actiones, et cpnve-r njenter legibus mechanicis. III. Hilce pofitis principiis ita profequutus eft. Deus infinitas numero Merttes, et corpora fibi quam diftinftilfime repr*fentans, prxordinavit, eas': Mentes V caque Corpora confociai^, .quorum feries. operationum ac.flatuum perpetuo harmonicæ elfent, et apprime confentientes, Ex hat perfeftj operationupi utriufquf autotna^ ton harmonia fieri cenfiiit, ut videatur Anima in cqrpos-agerC, et vicilfim. At vero nihil inter fe mutuo agunt ; utrumque quam cepit ex lua natura operationum feriera, camdem vi fua perfequitur, et independenter a vi, et operationum Icrie alterius, quin nimirum, alterum in alterum agat: et ita, quidem, ut ufraque fubflantia. feu Autpmatop4^ Mcns fciJicct.^ corpus, eamdetn; operationum feriem cepiflTet, ac deinde perfequeretur, etiam Ci fejun£lim' altera ab altera exifteret, vel nonnifi alterutra tantum condita fuiflet. Ingeniofum equidem inventum, at extra communes ideas ; et quod nulli fuperex» fru£lum rationi, mere eft hypotheticum : Id quod et ipfe ejus Au£Ior, et acerrimi propugnatores WoJphius, et Bilfingerus ingenue funt falli. Sed expendamus utrum hominis realis naturæ, et phænomenis conveniat. 140. Principio ponitur in hoc fyftemate Mentem in continua verfari cogitationum feriO, quarum quælibet rationem fufficientem fubfequentis contineat / id porro eft, quod hominis realis phænomenis pugnare, et fine fufficienti ratione pronunciatum efle, perpetua experimenta quemlibet uberrime edocent. Adpofite Qe*. nuenlis ; fumat quis i» manus Itxkum aliquod lingua alicujus, catalogum plantarum \ animan* tium, aut aliarum rerum, di£iionaria artium, fcientiarum, bifloriarum j intra- horam percurre» re poteji duo millia verborum idearum inter fs nullo modo connexarum, plantatum dljffimilium. animantium y artium, faStorum, hominum illtiflri* um. Quis ia omnibus his dixerit rationem pojte* rioris idea aut pereeptionis contineri in anteric» re y et non potius in imprejfionihus in fenfibus \ aut cerebro faflls ? Ex. gr. lego hac verba y '%/fa» ron,,Ari/lides y ^ri/lippusy * 4 verrobs y Buflris y Bucephalus, Binckerfoek, Bilfingerus y Cedrus Cafar y -Cefenates.^ Centaurus^.David y Delphus; Dido, Dantes, totidem,\obverfantur menti Q.‘i De Commento Animam inter &. Corpus attentionem ad ea, qua; "in nokis iJ perpetuo geruntur convertamus, deprehendemus I. Quoties fenfuum organa rite funt -confHtuta, et actione 'externorum objedto» rum pullantur, toties Menti etiam nolenti-* pras» fto occurrunt eorumdem notiones, et quidem > vivldai, vel confufæ in ratione irritationum in ipfis fenfuum, organis factarum, et ad cercbratn ufque productarum' II. Etiam Corporis.affe» ctiones in Animam redundare videntur,-_Mens nempe (latum adfumit corporis (latui afHnem 4 ita ex. 'gr.' 'læta eft, et viribus erecta-, (i corporis temperatio vegetior (it, et valeat • tridis e contrario, 5c veluti dejecta^^ corporis temperatione 'ientcfcente, torpentrbufque viribus; ha. bilis expedita in fuis obeundis operationibus, vel e contrario tarda, ac incerta,' juxta æquilibratam', Vel turbatam fui corporis conflitutioncm. ' III. VicifBm. Ex Mentis arbitrio extemplo’ torporis membra' motiones lubeunt, quæ nie-'^ ^anicJt- eorum (Iructutæ fuiit conformes, et io his r.|nvdiu durant, quatmdiu 'Menti libuerit. • ly. Nec' non Anjmj jdta:,& affectiones pluTimum modificant corpus', ut adeo in corpus ipfum manare videantur. Sic animo ira concitato rubent oculi, faciei et totius- corporis niu, fculi^tcpJunrur. Invidus alterius macrefcit rckus opirarn: &t..'-r, i»8. Hzc phainomena ne dum miram intercedere harmoniam oftcndunt Animam inter et corpus; fed et mutuam dependentiam ftatuere videntur, nec non arctiliimum vinculum, quo invicem inter fe con(ociantur. Equidem vinculum iftud, quodcumque tandem fit, ficuti præter noftri arbitrium feniel conftitutum cft:, ita prjeter noftri imperium, qupad vivimus, pergit, ac tandem diflblvitur. Ffthæc liartnonia, qua Animi affectiones, notionelque'* apprime rdpondent temperationi, ac motionibus corporis ab externa cauffa illatis,* et qua vicifiim corporis motiones atque ftatus, ideas, affectionefque Animi, feqUuntur, commercii nomine venit. Perdifficilis heic occurrit inquifitio; qui Commercium iftud Mentis &' corporis ablolvitur? Difficultas maxima in eo primum con* fiftcre videtur, quod Mens et corpus fint. naturæ toto cælo diverfæ ; deinde, quæ funt corporis, et fibrarum cerebri motiones, excitant in Anima perceptiones, notionesque ^ et viciffim, quas funt Animi ideæ, et volitiones, in corporis fibras, et membra, motum cient,. 'Definiuntur hypotbefes, ^ua hlfce fuperjirui pojfunt Metapb/fieorum fyfiemdta ad exptieandum Mentis humana > et Corporis commercium. y* mirabilem harmoniam Mentem humanam inter 8c corpus expen^ ». dens, ejus rationes inquirere fa i * tagit, protinus agnofcit jnonnifi alteram duarum sequentium 'hypothefiura pbfle affumi. I!, Vel nempe realem quamdam, et reciprocam in« ter utram que Tubllantiam actionem intercedere • ^ ut adeo Anima fua propria actione corpus mo» dificet, ac moveat: Sc viciflim corpus in Ani®i^m agens illam di verfimode aihciat, variafque excitet ideas : Vel II, nullum intereffe reale commercium • Animam inter et corpus, sed 1 tantum apparens • ut ita nulla fit Animai in, corpus a^io, et vicilSm corporis in Animam, Jicet^ ftabilem in utriufque fubftantiæ ftatu harv^moniam confiftere deprehendamus •'*, ' ^ Syftemata,qux priori hypothefi inædificantur ve/ pbyfici influxus de nominari merito poffunt, Altera vero hypothefis ad duo diverfi genens fyftemata abire cogit. V^l enim deveniendum eft ad quamdam prseordjn^tioncni a fupremo rerum omnium Opifice faflaip, qua dua! fubftantije, Anfma et Corpus, propri'i quidem vi, at fcorfim, quin altera ab altera ullo pa£lp pendeat, Tuarum aftionum fimilem -.A. « • 8c confonjtn lenem perhcientes, invicem lint confociatæ. et lyftema iftud harmoma ^rajlab‘f litte nomine defjgfcatur. Vel ftatuendum cft, Animæ, et Cor|^ri perpetuo adefle. vigilem et fatis potentem Cauffam, quse juxta corporis flatum', fingulafque fenluum determinationes, Ani- mam fimiliter afficiat, et conlonas iii, ea gigrtaf ‘ notionesj ac vicifim, juxta diverfum ' Anirr.as ftatum, ejufque dverlas determinationes limilitcr modificet corjbus, et varios in eo motus cieat' et hoc syft ma adfiftentite, vel- caUffa» rum occafionalium appellatur. Præter hæc triai,.» nullum aliud lyftema nec effe, nec concipi pofIc y videtur.., t. 4. 131. Tria h*c fyljcmata concinna \fimili- t tudine, ex duobus horologiis conlonantibus petita, illuftrari poffunt. Triplici equidem ratione fieri potefl, ut duo horologia fint inter fe coa» lonantia: i. per influxum^ fi nempe fecerimus, ut alterum in alterum 'agat ; alterum alterius motiones exciret, ac determinet, a. Si quadam præordinafione ita lapienter eas machinas perfecerimus, ut lingulaz luas cxa 6 le leges fequentes; et quin in fc invicem agant, barmoniee fihi perpetuo refpondeantj Si opificem operi comitem ' vigilem, ac perpetuum 'adjiciamus, qui lingulis momentis alterius motum unius mgtuir^ -attemperet, et alterum ex altero dirigat ‘. Erit modo opifex harmoniæ inter utrumque horologium intercedentis efficiens Cauffa, ipfa Vero horologia cauffa accafionaUs. n mod» ' corftrx ( ita ille )noa poffunt 'effe verg Cauffa ullius rei, Mentes etiam' uobHijfima in eadem ’ wrfantaf' impotentia. Nibil poffunt cognofcere ^ nifi Deus itlas^ illuminet. Nibil poffunt 'fentire / nifi Deus- illas modificet, Nihil pofjunt velle'- ^ nifi Deus ipfas verjus Je moveat. . Cauffa naturales non funt vhra eauf'V fie Nibil funt \ qutyn. Cauffa occafionaies, * qua non agunt, nifi vi, et efficacia volunii' divina... Hinc igitur concludendum efi, ‘' homines quidem. velle ^fio ne motionum corporis, nec non. motiones in corpoM ex occafione volitionum, 8? affeflionum ' •Animæ, idque^conformiter legibus a /e (latutis: ^ CaiTtras vero ideas ex ienfuum motidnibus mi^ ^1» ime- pendentes ipfa fibi^Mans cudit meditatione, abflEaSro&e, ratiocinio &c. ex antehabitis tfdeic a Deo impre,flis occaione motionum cor poRecber'. de la veriti lib. fiteiem. chap, treif. fecotui.-Part, t b,’.C *i’'‘i 8^ pdris Atqui Alii lyftemati caulTaruni occafio» nalium tenacius ‘adhærentes, has ipfas ideas a Deo 'infundi perhibent oc inodi lyftfema ; et philofopho indignum.' Nonno deridiculus effet'''qui interroganti eccur -Magnes trahit ferrumi' eocilr” Maris aquas pene lenis quibufque horis '-'intumefeant, tum alternarim ^tunfielcant, graviter refpohdcret, id ex ea ' ' Q ' " ' • -fie .(a) '• JL' i. De divinat. fieri, quod Deus, juxta ftatut,m fibi ipfi legem, ad magnetis prælcmiam ferrum ad magnetem ipfum propellat, aqu s vero maris alternis vjcibus elevet, ac deprimat ex occafione deter« minati aipecfus Lunse ? Ecquid philolophia i Illise {nuliercularum infciiia, omnia ad iromedia^ tam Dei virtutem referentium, pt*Haret? i^S Atqui, ir^uiunt, infolubilis. alm eft nodus commercium Animam inter^ 8 c corpus. QuaG nem,pe in adfiftentis^fyftetnate perdifficilis hic nodus Iblvatur, non amputetur potius. Jam vero, quod Anim*, et corporis commercium fit,ph*nomenon, inexplicabile, id trguit quidem vjnoftram ignorantiam, non,vero naturalis catUiæ defe£lum. Confer ont. jzp. - J37. Deinde fi corpo^i$ motiones nihi^ omnino conferunt ad diverfas, Animi perceptiones, cui ufuj dicem.us fabricata fenfuum organa ? Nem{%,: inquiunt, iunt fenfuum organa eo refpe£lu. nccefTari», ut ex. horum mutationibus, tanquam occafiunibus, Deus juxta generales a fe fancitas leges }i MenS;fcili.cet et corpus, eamdem.: operationum feriem cepiflct, ac deinde perfe* queretur, etiam fi fcjun£lim' altera ab altera exifteret, vel nonnifi alterutra tantum condita fuiflet. Ingeniofum equidem inventum, at extra communes ideas ‘ 8c quod nulli luperex» fruftum rationi, mere eft hypotheticum: Id quod et ipfe ejus Auftor, et acerrimi propugnatores Wolphius, et Bilfingerus ingenue funt fafU.Sed expendamus utrum hominis realis naturæ, et phænomenis conveniat. §. 140. Principio ponitur in hoc fyftemate Mentem in continua verfari cogitationum fcric', quarum quælibet rationem fufficientem fubfequentis contineat,* id porro eft, quod hominis realis phænomenis pugnare, et fine fuffirienti ratione pronunciatum efle, perpetua experimenta quemlibet uberrime edocent. Adpofite Qe*ruenfis : fumat quii in manus lexicum aliquod lingua aticujus, catalogum plantarum, animan* tium, aut aliarum rerum, di^ionaria artium, fcientiarum, bifloriarum j intra- horam percurre» re pote/i duo millia verborum idearum inter fe nullo modo connexarum, plantarum dlffimiliuni. animantium y artium y fa Siorum y hominum illujlrt^ um. Quis in amnibus his dixerit rationem pofie» rioris idea aut pereeptionii contineri in anteric» rcy et non potius in imprejfionibus in fenfibus i aut cerebro faSlls ? Ex. gr. lego hac verba, “i^a* tony tAri/lides, tAriftippuSy *AverroSsy Bufiris, Bucephalus, Binckerfoek, Bilfingerus y Cedrus Cafar y Cefenates..y Centaurus^ Davidy Delphus, Dido, Dantes, totidem.\obverfantur menti perceptiones y efl autem quis Adeo ineptus qui di» cat y rationem Jufficientem notionis ^ 4 rijlidis efft in perceptione fuwmi Sacerdotis » 4,ironis, */Triflippi notionis in i^rifiidey -^-verrois in x^ri/lip^ po &c,.... niji hac componant Leibnitiani y fciant y neminem effe adeo incogitantem, qui hac Jibi velit perfuadere. Sunt, inquiunt, rationes ^ uf^ fidentes, quas non pervidemus,* fci licet ita lu» dere cum pueris potuit renatus Pythagoras, ut jis una e(fet^.rat'Oy ipfe dtxit e at philofophis ut nova doSlrlna perfuadeatur, rationes faltem pro habiles reddenda junt rhefim rcfta in iciealifmum, tum et egoifi mum ducere. In animum quis ponat luum, Mentem automatoA elfe ejulmodi, ut vi et na. tura fua independebter a quavis extrinfeca cauffa in fua verfetur perceptionum fcrie, undcnam refcire poterit, fpe£labilem Mundum, ipfum* que fuum corpus exiftere ? Perceptionum feries, utpote ex Animi natura manans, eadem evolveretur etiam fa£la hypothefi, qua nullus exifle* ret Mundus, nullum ^corpus, nulla alia Mens. Equidem Animi ideæ realem libi vindicant exiftp^tiam, funt quippe iplius Animi modificationes, quas interiori fenfu perfentifcimus atque adeo de ideali Mundi exifientia certi efficimur. Sed cum hæ ideæ nullatenus ab extrinfeco pendeant, nullatenus conftarc poterit, extra ipfam Mentem cogitantem aliquid reale exifiere. Caujfalitatis jyfiema Peripateticum exponitur^ et exfufflatur.,. ., AufTalltatis, feu phyfici influxu» V y iyflema a.Peripatericis peflime « Sc portentole expofitura i. duplicem Animas tribuit intelle6Ium, agentem unum, patientem alterum ; i. duplicem pojnit idearum, feu fpecierum naturam, quas imprejjfas dicunt, et expreffas. Hifce pofitis principiis, ita rem expediri putant. Externa objecta ftatim ac in corporis organa fenforia agunt, commotionem in fibris excitant, quz ad* cerebrum illico perducitur. Hanc fibrarum cerebri commotionem ideam materialem, et fpeciem imprejfam dicunt. Imprefla ifth*Ec fpecies ab agente intelleHu arripitur, et fpiritualiratur, feu in ideam vere talem, et perceptibilem convertitur, et in inteU ie$lu patiente exprimitur, a quo propterea percipitur • et hasc vpcatur idea exprtffa • Simili modo ungulas corporis affe£liones Animz communicantur. Quod vero fpe£lat corporis motiones ex Animi imperio derivantes, inquiunt, vim quamdam ‘ex Anima in corpus manare, et eorporatig^ari, ejufque membra agere juxta determinationem ab Anima acceptam. 145. Portentofam opinionem expofuifle, confutafie eft : neque enim operas pretium cft in ea diutius immorari. Alias ergo concipiendum cft caulTalitatis fyftema. Cauffalltatts fyjlema novo conamine expomtut, quidque tandem fentiendum fit de *^nima, Cr corporis commercio edocetur, 146. T Ictt cAuflaiitatIs fyftema feffime Gj i A a Peripateticis expofitum, Gaud tamen ab eo recedendum videtur j fed potius novo conamine, fi Superis placet purgatiori philofophia duce adriiti debemus. in eo, adornando. Sane cujufque phænomeni-'fua. fufficiens ratio effe debet. Cum ergo ratio fufficiens har* moniæ Animam inter-& corpus nequeat aliunde derivari, quam ex altero trium fyftemafum, feft cum coV. S cum ad hominem conftituendum natura fua fi deftinata. ;a. ; /«mnrU in ir. Quod vero fpectat " Animam, quid pugnat aflerere, A”'™" ' effe natur*, ut affici queat actione et tempe ratione corporis, ejulque y.m terminari ad vi T l^cu c)us natura fluentes a modificat, vl, et F^cu^ liari actione um ? (a) Nempe vis, qua fubftantia mate in alteram ejufdem natur*, agens ; receffum ( fcilicet motum ) gignit, m ulKra fubftantiam diverf* natur*, An virium, e qui“ if 1 r I I X.. ,^i, ' Nolim calumniam quis milii inferat ex hoc ex>•mplo. Quorfum exempla fpe^ent, norunt quotquot equo judicant )ove, quod femelmonuifle fufticiat. Quod ad prafens adtinet, aperte dico, vim plantjc vegetari* vam ex fumma virium omniurti fimplicium fubstantiarum, ftu elementorum, quibus planta coalefcit ) confla* ri i atque adeo yel diflblutis- planta; elementis, vel extra Ordinem pofitis, violenter aftis, diflbeiatis &c. v \s vegetariva deperit. Contra fe res habet de Anima, qiiat cum fimplex fit fubstantia j et una, viia^liva cogitandi expoliari non potest ; ad fummum in agendo obtundi poterit, neuriquam extingui j. fubstantiarum quippe natur* mutuis inter fe aflionibus modificari" quidem' poCftfht*J‘at deteri lifequeunt * i • bus actiones fluunt fubflantiarum, quibua vires, ipfa infunt, mutuæque excipiuntur actiones. At virium quarumvis incomperta nobis cft interior natura, et realis effentia, non fecus ac fubflantiarum, quibus illæ inlunt. Et quod ad præfens adtinet., fufflciat animadvertere, i,, fubflantiarum materialium nos 1 nihil aliud fci pe, nifi quod invicem in:> fe ij^^pt, et in feni' fus noftros y atque hinc varia^ Meati percipien». ti phænomena occurrere.^ 2. fimilit^ Jiumanæ Meritis nihil aliud no« fcire, nifi qnod.firnf* plex fit fubftantia, fentiens, attentjcns, fibi confeia &c. Cum igitur intimam realem effentiam ignoremus utriufijue generis fttbiftaqtiariHmyi. nec, non realem *:naturam virium ;iis ipfitprwinlU*'' hint profecto fierlt neqyit *, quia inexj^caubilCf fjt phænomenon commdrcium Animam inter et corpus, ejufque plendi foli^tio etttra hutnai nas ideas vagetur, ' , C^uo cpgo, inquies, philofophorun\ fpectant theoriæ, et fyftemata ? Nempe humanæ cognitiones jeapfe circa phænomena verfan-' tur, non circa phæriomenorum caufiTas. Cum enim phænomena vel quamdam inter ie habeant analogiam, vel qiKemdara nexum, tum alia fint aliorum modificatioæs* ; in eo totius- philofoi pbiæ fumma verfatur, ut phænomena peculia». rifl;.per pauca* quædam generalia, $c lingulis nota,' ex-po.oaraus, vel per eis fimilia, quæ, magi^ patent. Analyfis,ope Philofophi ex peculipri^ bus phacnomeYiis generalia,: quorum illa lunt, niodificationes ;; colligunt : tum inverfa metho»i do, quam fynthefim appellant, h?ec genepalifj phjEnomena pro principiis ponunt, 8 c in com. binationes, quas fubire pofTunt, inquirunt • atque hac methodo ratjonem adfignant peculiarium quorumvis phasnomenprum, qua; per illas combinationes poflibilia funt. Theoriæ itaque, fyftcniata, explicationes philofophorum &c. peculiaria refpiciunt phænomena ad certam claffem fpeflantia, quatenus ex primitivis, et generalibus phxnomenis derivari poffunt. Jam vero cuna quæritur, quomodo Anima in corpus, et viciffim corpus in Aninaam agit, patet, primitivi et generalis phænomeni rationem quæri, (icuti in phyficis fi quærerem, quomodo Planetæ in Solem, et Sol viciflim in planetas agit ; qui vegetantia, et animali^ feipia reproducant, et illa exhibeant phænomena, quaj cujufque funt propria &c. Cum ergo r. virium interior natura lateat * 1. nec generaliora, et magis fimplicia nobis pateant ejus generis phznomena, quorum reciproca Mentis, et corporis harmonia fit modificatio, nullam adæquatam, vel fufficientem illjus explicationem adfignare poterunt Metaphyfici. Quam ergo hac de re lupra expofuimus opinionem, et explicationem, mancam effe, et tenebris circumfeptam, ultro fatemur* fed ab ea haud recedendum putamus, neque ultra follicitos nos effe debere. 153. A£\ionem Animæ in corpus negant aliqui eo permoti argumento, quod ipHs ignota fit fibrarum cerebri textura, tum nervorum, et mufculorum per corpus dimanantium jorigo, quorum fcilicet ope finguls motiones cieri debent. At id nihil vetat, quominus Animam ex imperio (uum ciere corpus dicamus j quam enim ii£lioncm in corpus exercere Anima de* beat, et in quam cerebri partem, experientia edocetur, quin corpofis et cerebri texturam calleat. Sane videndus, pueros manus, pedelque &c. diu inordinate geftare, ad objefta parum, aut nihil dirigere Icicntcs, demum fuoram organorum ulum longa experientia edifeere. Concipe ab. ingeniafo qmdam tArtifice fontem quemdam ad artis mechanica, et hydraulica amufjim ita conJlruSum effe, ut quqmprjmum, ajfercuti, per quos aditus demum ad fontem datur, incedenti* um grejfu deprimuntur, occulto mechanifmo variarum rotarum y funiumque ope jub affer ibus a b-^ f condit orum, alia atqua aha mirifica f pectes, e fonte conjejltm profiliant y quales v. g. fontes Kirc herus, Sebottus, alii que dejeribunt. Concipe Jam tibi y puerulo ad hocce Jptbiaculum edmifjo.y cum hac adeurrit, "Neptunum cum tridente minaci obviam fieri y dum illæ, Nereides,* ex alia parte Glaucum marinum y alibi vero Delphinos 0“ fic porro. Puer ifle mechanifmi abfeonditi ignarus, nec ad omnia praf entia attentus y non obfervabity fe revera asione fua producere bofce effe&uSy obfervabit tamen, ft adverfus eam partem procefferit y jemper fibi hoc potius, quam, aliud obviam fieri obJeCium : poterit igitur Jam pro lubitu hec phtrnomena moderari, ac fi v. g. Neptuni, ac Jceptri e/ufdem tricipitis contemplatione deleBetur y tff ere y ut prodeat y fi Jcilicet verfus certam plagam adeurrat. Nemo dubitaverity puerum horum motuum cauffam effe, ac aflione fua phre^ namena producere. Ve idearum, mfionumque nafura, afque origine. 154. TNquifitio, quam modo adgredimur, J. idearum notionumque naturam, atr. que originem expenfuri, adeo eft cum præce-’ denti, qu* commercium Animam inter, et corpus ifpe^abat, copulata, ut altera ab altera fejungi nullo modo poffit / et qui in una erra* veri t, in altera per devia pergat, oportet. Multiplices,'dilcrepantefque hac de re philofophorum fententia; nequeunt veritatis confecutionem difficiliorem, et abftrufiorem, quam reveræft, non reddere Quare hifcc modo pofthabitis, tres animadverfienes, quæ ad veritatem capeffendam fternunt viam, in anteceffiim exhibebo, tum rem ipfam expediemus; tandem prasx cipuas aliorum fententias fummatim exponemus, ^ breviter perftringemus,, \.. i ‘ t/^nimadver/tones • prallmtnares ad idearum, ' notionumque natufam^ atque originem. ^ i'A •' expifeandam, ‘ 155^^ A J^trnadverfro I. Nihil Mens per’ " ‘jfjL cipere potaft nifi in feipfa. Id equidem loco axioraatj^ haberi poteft; five enim perceptiones pro aflionibus, live pro.paffioni» j- J bus Mentis haberi vcJint, funt profe£lo ) piius Mentis modificationes, et immanentes, non^effluentes. Nequit ergo Mens quidpiara percipere nifi in feipfa. • ' X ’ 155. % 4 mmad. IL Cum dicimus; Menteirt objefta externa percipere, ifthzc reapfe non* percipit. Si enim ita, cum nihil Mens pfercipere poflit nili in feipfa, vel Objecta, quæ dicuntur externa, in Mente *formalitcr contineantur oportet, vel ipfa Mens perceptis Objcftia intime fiat prasfens. Ambo hsc pugnant. ergo dicimus, Mentem externa obje 6 la pt^eiperc, reapfe oon percipit ipfa objcfta. §.rea' extra pofitas perci-^^ pere'. Nam i. Si ita: ubinam has rdeas, fcu imagines refidere' dicemus in Anima ne vel in cefibro Haud quidem in cerebro; nOi ^ * R quit l T> ai A( quit quippe Mens quidquam percipere, nifi.iii fcipfa i’ ; a. quævis rei -imago nihil eft aliud ^ nifi talis partium ^ difpofitio, ordo, figura, magnitudo &c., quæ fimilis fjt rei,.cujus eft imago. Si porro idtæ forent imagines rerum cerebro expictæ', minimæ cerebri,? fibrillæ tali ordine,>figura tu, colore &c. componi deberent, ut fimulacrutn rei Menti exhibere ppl^, fent. Sed nihil præter motum in, cerebri fibris adeftjcum Menti adfunt ideæ.Neqoeunt* igitur ideas efle rerum imagines cerebro expictæ.. Ad hæc g... qui Mens expictas cerebro imagines- iotuc'* retur, ipfum vero cerebrum nullo, modo? qua» fi,, nempe pofTit quifpiam pictas in tela figuras videre,. nec videre telanv ipfam, quæ eft figor»* rum fubjectum, ' Sed neque poffunt, ideæ efle. imagines Men* ti percipienti vinJi*ryites v Eft. «nim Mens fim pkx.fubftantia, icuinpfoinde addo pugnat. in faa(H| rere^imagines exfitbente6,aoagn»tudi«em, fig«9 wm, 'colorem ^ partiup ordindfn 8cc.^,. ac pu» gnat puncto gefwnetrico triat^lum, polygonum ^.&c. infcribi 4..Deinde rerum ideæ, cum Menti primo occurrunt, vel ; perpetuo eidem permanentes inhærent vel femel, perceptæ poft* hac pereunt, evanefcunt. Si primum Mens ' perennes, ac indeficientes habi^it...pesceptio* nes rerum olim perceptarum ; Qut -^aim.. fieri poteft, ut pictas, fibique adhærentes-, 8e immanentes ideas non -advertat? >Si altecuBL, cum- n*i queat Mehs-objecta- percipere nifi in ideis - hiic« cvanefcentibus, non poterit Mens ad eatumdem m nun modo abfcntium contemplatiojMlblvdire^ntfi iiu r». js.ite« Malebranchius omnem agendi vim Entibus creatis denegans, Mentibus etiam' ademit facultatem fibi cudendi' ideas. Hoc autem potiflimum argumento rem conficere fibi fuafit. R 4 Ide» («) Sed hac difficultas ipfum premit A uflorem ideas a perceptionibus fecernentem. Quis enim ignoti objefU expreflam imaginem intuens, objeftum illud in imagine recqgnofcere potest? Non magis profeCTio poterit Mens in idea feu imagine ipfi oblata objeilum, quod ignorat, recognofcere et perpetuo ignorabit cujus fit obj'efti iniago illa, qua ipfi obverfatur ^ nifi aliunde, feu extrinfe* cus moneatur. to+ Idea: :unt ver* realitato: imrao funt realiti-' tes ipfis corporibus nobiliores, quippe fpirituaJes. Harum itaque produaio nihii diftat a creatione Nequit vero Entibus creatis facultas ereandi ullo paao convenire. Nec iaitur humana’ p >*as libi cudendi. V Equidem Ide* funt ver* realitates. at Wa/es ut inquiunt Pbiloiophi, non Mfiam. ah, : feu non funt totidem fubftan- ' •’.P" j', lid totidem Mentis coptantis affeaiones,, feu modificationes, cu julmodi funt volmones, et nolitiones. CunC Itaque communi Phdofophorum fenfu creatio fit fubfiamiaimm ptodua.o ea nihilo: idearum pro. duaio toto calo dillabit a creatione, et „ihil vetabt.eam. Anima; tanquam effearici caufTa;, adjudicare. Re quidem vera, ide* refpcau Meo. tis perinde fe habent ac volitiones, nolitionef. que r utr*que enim funt >/us, modificationes. Si Idearum Produaiva facultas Animæ repugnat, que pugnabit ipfam Cbi ede iuarum volitiol num efreancera caudam, eritque.Mens crudus, putufque later. Quod fi volitiones merito Ani' Z’ 31 “"' f ‘"“'"d* veni, unt nihil profeao vetare poteft, qui„ eidem adjudicemus facultatem fibi ipfi cudendi ideas. Quadam Pbtlofopborum placita, qttof idearum I JpeBant originem fy breviter exponuntur. \6j. idearum origine communior xn« I ^ fer Peripateticos Tententia fuit, Nihil effe in intelleBu, quod ^ius non fuerit in fenfu : omnes nempe ideas primam petere ori», ginem ex fenfuum minifterio. Atqui fententiam iftam per duplicem intelleftum agentem y ^patientem exponebant. ; qu* quidem hypothefis purum eft, putumque figmentum a communi abhorrens ritione. Malebranchius de idearum origine fingularem prorfus fententiam coluit. Hic fuo inh*rcns fydemati, etiam nobiliffmas,in ea ' verfari impotentia, ut nequeant effe vera cauffa ullius rei, commentus eft, nihil eas c»m gnofcere poffe y ni fi Deus illas illuminet 133. Nempe ut alibi {a) clarius.* Sciendum eft, Deum mentibus neftris prafentla Jua arhlijpme uniri » adeo, ut Deus dici poffit locus fpirituum y quem» admodum fpatium eft locus corporum. Mens itaque in Deo poteft videre opera Dei y dummodo Deus velit ipfi retegere id^ quod in fe habet, quod illa reprafentat opera y nempe ideas, quas in fe habet. i6p. Atqui Humanam Mentem omnia in Deo videre, adeo communi fenfui occurrit, ut ne - ..4 •' dU . R^her. de la verit. l. Jt p, z, ch. 6 4 nemo Sapicntum fententiam iftam adunco nor exceperit nafo : nec fine ratione, etfi injuriofe. de eo d:clum fuerit, Ipje, qui omnia in Dec cernit y haud videt fe injanire '{a). Quifque-^intciligit, fententiam iftam, præter cætera, quid* piam ftatuere, quod cum Dei bonitate et fapientia minime congruere potefl: *' tum rcfta ad pantheifmum ducere. Plures e Cartefianorum familia triplex idearum genus (latuerunt:, qua* 'nimirum Menti occurrunt ex occafione motionum in organis fenforiis excitarum ab externis '^objectis; quas nempe Mens fibi cudit cx adventitiis ideis • tandem innatas, quas fcilicet, neque fcnluum fubfidio, neque reflexione partas, rentur : fed a Deo Mentibus noftris ab ipfo exordio veluti infculptas, ac perpetuo immanentes arbitrantur. Sed innatas, quas dicunt, ideas, commentitias prorfus e(fe, binis verbis oftendi poteft. Vel enim has ideas idem funt ac perceptiones, vel forms et imagines a perceptionibus realiter diftinctas. Si* primum, inerunt Menti tot perennes, et fimultaneæ perceptiones, quot funt ideas innatas j quod profecto interiori experientias refragatur. Si alterum, contra faciunt, praster alia, quas §. 158. monuimus. Deinde nulla cft fufficiens ratio, eccur præter adventitias, et factitias ideas, alias, quas fint innatas, agnolcamus' cum conflet, nullam omnino Lui, qui voit teut ^en DitUy nt^voit paSf\qu* il eji foH.. ’ J no ideam Menti inefle, cujus exordia c fenlitiva, et reflexiva facultate nequeant quam facile repeti. Vide, fi lubet, fufe hæc pertractantem Lockiinn. Efjftff philof. cone- l' entend, htm. Q A p. X. Ve Animæ bumanæ origine. L ket humanæ Mentis natura, feu potius genus, philofophia duce. li quido confiet, ejus tamen origo adeo tenebris cft circumfepta, ut potius, quid fentiendum non Iit, qu»m quod tenere debeamus, intelligere detur * V. E veteribus Pythagoras docuit, Deum cGo •Animum per naturam rerum omnem inten~ commeantem,. ex q»o mflri animi car tum perentur (4). Huic turpiflkno.errori adhæfiife videntur Stoicorum aliqui, ut ex Seneca, et Epicteto difeimus/ eqmque jam obsoletum itenun exfufeitavit Spinoza. Hujufce fententiæ abfurditas.tam clare patet, ut illam refutare nec.operæ pretium duco,., Plato,. qui inter veteres cateris rc. ctius de Deo philofophatus efi, Animas a Deo conditas docuit, licet eas quafi partes Animat' Mundi totius habuerit Id vero Pythagoreis, et Platonicis commune erat, humanas Animas primum aftra incoluiffe, et felicem ibi yitam du- Tullius lib, I. ile nat. d«or. c. ii. tduxifle: hinc vero expulfas, et in humana corpora tanquatn in carceres, detrufas, quo commiffi criminis pznas lucrent: tum ad adra iterum redituras poft corporum diffolutionem, fi mortalem hanc vitam jufte, et fobrie duxerint, vel in deteriora corpora migraturas, fi novis criminibus fe obruerint. Hinc celebris apud ifios Philofophos Metemp^ycbo/is. Atqui Stoicis nec Animarum incolatus in aftris, neque earum de corpore in corpus migrationes arridebant ' fed illas pofl: terreni corporis fata ad Eteum, e ‘ quo' dificerptæ erant, iterum redituras afferebant» ^ .i^Orlgene^ nimio e.^ga platonicam philofophiam ametrtr’ abreptus Pythagoræ Plato, nis fententiam emendare ftuduit. Docuit itaque, Ani mas' nec Dei emanationes effe, nec partes ab Anima Mundi avulfas, fed a Deo ante corporeum Mundum’ oijines fimul conditas fuiffe cum intelligibili Mundo • has vero peccaffe a CxmJitort feceiendo'. hinc pro diverfitate peccatorum a Cteiis' ufqne ad terras diverfa corpora, qua fi vincula, meruijfe. Et hunc ejfe mundum eamque cauffam Mundi fuiffe faciendi^ non. ut conderentur bona., fed ut mala cohiberentur. Sed hacc deliria funt, quæ nec refutari merentur. Leibnitius, Animarum præxiftentiæ et ipfe favens, aliter rem explicavit. Putavit nempe, Deum ab ipfo rerum initio omne$ Animas creaffe, ac fingulas totidem organicis corDivus Augujt. De ejvitat. Dei cap.sj* lop pufculis inferuiffe. Hzc iUnt germina humana, quJB juxta involutorum hypothefim, olim in JEv» ovario pofita, e Matribus in filias tradu- cuntur. Sententiam hanc Wolfius ambabus ulnis amplexatus eft.• tum Cl. Carolus Boanct fuam fecit. Atqui licet primo adipectu, quo ab hifce Auftoribus commendatur, haud philofopho indigna videatur, fedulo tamen pcrpcnfa, et fuas patitur difficultates. v Tertullianus, et Apollinaris putarunt, humanas AninTas e parentibus in filios per traducem propagari; hoc eft Animam >h ilii partem efle Animaj parris,' quæ 'filii corpufculo in matris utero delitelcenti communicatur, et /incffabilirer conjungitur. Sed ifthæc fententia cum Animæ natura, quæ fimplex omnino eft, et cujuivis phyficæ coagmentationis nefeia, nullo modo conciliari poteft. Communis tandem fententia, et profefto fanior, eft, Animas humanas in dies a Deo creari, et cum tenera fetus corpufculo copulari, cum iftud fufficientem partium evolutionem, et organizationem obtinet, qua par fit ‘ad præcipuas vitales operationes obeundas*.-i ! f ’ ‘i. Pa/igini/ff philofo^h. Annihilatio creationi, et confervationPe diarrietro opponitur. Illa erqoCaufia folum. potest aliquod Eas annihilare, quæ illud creavit, et perenni a^ioce confervat. Sed hujufmodi est tantum Deus: omnes ' tlniveiii Cauffie funt contingentes, quæ nec fuæ existenttæ, et confervationis fufficientem in'fe habent rationem. Facultas igitur. quidpiam annihilandi nequit ulli, naturafiuna cauffarum convenire. (c) Lib, L tufe, f. jp. ' •dubitare non possumus, nl/i pla*tf plumbei fumus, quin nibil fit %dnhnls adrnix» tum, ntbil concretwn, nihil copulatum, nihil ngmentatum ^ nihil duplex quod cum ita, fit y qette nec jecerni, nec dividi, nec difcerpi^ nec diflrahi pote/i, nec, interire igitur. EJI enim in» iefitus qua fi difcejfus,, &, fecretio, ac diremptui^ earum partium, qua ante interitum jun^ione 'gl poribus funt interfipta quod.rnimfdo : cum autem nihU erit prteter v/Ltimum, nulla res objeBa im^ pediet y quo minus percipiat quale quidquam fit. Ita eleganter Tullius tulc. 1. i. c. zo.  l et R T. ir. Mentem humanam ex fui Conditoris voluntate infpeBam immortalem effe, naturali ^ ratione affevitur, . T TUmanam Mentem natura fua in* J. X corruptibilem atque immortalem clTe, neque ullis^ naturalibus cauffis fieri pofle ut pereat f jam evicimus. Hzc ratio ingenue philofophanti fatis foret^ quominus de fuprerni Conditoris voluntate, illam immortalem fervandi f non ambigeret: nullum enim 'in uni verTa Natura occurrit annihilationis exemplum j nec quidpiam efl, quod^a fummo Conditore S z non (a) Plures eit antiquioribus Phiiofophis, et ex ipfis Ecclefia; Patribus, quibus incorporalitatis, et iinmoitalitatis Animorunj dogma probatum erat, opinaii funt, humanas Mentes nunquam omni corpore vacare:* ut adeo, cum ex ifthoc cra^o, et corruptibili corpore diflolvuntur, adhuc leviflfimum, ac tenuitTimuin, live æthereum, et incorruptibile corpus geftent, eoque lint perpetuo amidse. Sententiam hanc inter Recentiores litam fecit CI. Vir Carolus Bonnet, et communivit noti contemnendis rationibus ; quam, cum In pluribus locis, tum pr^fertim parte XVI. paligenifie philof. et.-. pofuit. Si quis in hanc fentenriam defeendere velit, ^ Adveriariis morem geret, et «na fjmul objeilain didir «ultatem elevabit. itS non fervetur juxta propriam naturam, et ad fuos non dirigatur fines. Atqui profani homines, eam non latis effe, contendunt, nec non dolofe effutiunt, Animæ immortalitatem problema efle, qjuod nequeat fola philofophia extricare: ad Divinam revelationem idcirco confugiendum neceffario effe, ut conflare queat, Deum pod corporis obitum nolle humanam Mentem delere, fed,''velle in æternum fervare. iSp. Ut iflorum levitatem perflringamus, animadvertant Tyrones, quod quandoque etiam abfque revelationis face, fed Ibla naturali ratione Divina Voluntas nobis conflare potefl. Etenim ficut naturali ratione plura nobis patent Divina attributa, ita conflat quoque, non pofTe Divinam Voluntatem ab illis attributis vel minimum defcilcere, fed iis plane conformem perpetuo '•effe debere. Si adeo quidpiam Divinis attributis repugnare clare nofeimus, tuto poffumus decernere, Deum nunquam id velle : et e contrario perpetuo velle ea, fine quibus farta tc6la conliftere eadem attributa non poffunt. Hujufmodi porro cfl immortalitas Animorum, quos fi pofl corporum diflolutionem Divina Voluntas deleret, nequiret Dei Sapientia, Bonitas, Juflitia, ac Providentia farta te61a permanere. Rem expendamus. ^ 1^. ipo- I. Naturali ratione pleniflime nofejqaus, potiffimam Sapientiæ legem eam effe, ut fingulorum Entium Naturæ fuis exa£le attemperentur finibus, ut ita nec a præflituto fine, deficiant,- nec ultra redundent, vel extra vageUtur V Quare ficuti ex noto fine, de Entium na Diuiii4tj . fuprerai Numinis revelationem. Audi ut h«c eleganter profequitur Romanus Philosbphus tufc. qq. c. Maximum argumentum ejl, naturam iffam de immortalifate Animorum tacitam judicare » quod omnibus curttf funt y maxime ^quidem y qua poft mortem f utura Jint: ferit arbores, qua alteri Jeculo projit, ut ajt St^tiut in Synephebis: quid fpetlans, nifi etiam poflera fecula ad fe pertinere ? Ergo arbores feret diligens agricola y quarum adfpiciet baccam ipje nunquam : Vir magnu» seges y injiuuta, rempublicam non feret i Quid propagatio nominis l Quid adoptiones filiorum f Quid teJlamentorum diligentia l Q*dd ipfa f^ultrorum monumenta f Quid elogia figritficant, nifi nos futura etiam cogitarel.-- Quid in hac republica toty tantof que viros ob rempublicam interfeSos cogitaffe arbitramur f iifdenx ne ut finibus nomen fuum, quibus vita terminaretur f Ne/no unquam fine magna fpe immortalitatis fe pro patria offerret ad mortem: licuit ejfe otiofo Themiftocli \ 'Jicuit Epaminonda y licuit, vetera y Cb* externa •moram, mihi ; fed nefeio quomodo inharet in trpinti%us quqfi feculorttm quoddam augurium futurorum; idque in, maximis ingeniis, dltijfmifque animis ^ exiJiit maxime, iy adparet facillime ; quo quidem demj)to y quis tam ejfet amens y qui femper in laboribuSy iir periculis viveret' \ loquor de pfinctf ibus : quid poeto t nonne poji mortem nobilitari volunt t Unde ergo illudf " Afpicite 0 cives ! Senis Ennii imagini’ formam; Hic ve*»rum panxit maxima fafta parnm). Mercedem gloria fiagttat ab iis, quorum patres ^ff)' terat gloria -, idemquey -• Nemo ire lacrimis decoret, nec funera fletu > Faxit : Cur? Volito vivu’ per ora virum. Sed quid poetas l Opifices pofl mortem nobilitari vaiunt quid emm fhidias fui fimUetn fpeciem inculfit ‘ • • >,. 'in-. ' ip2. IV. Ad Divinam Ipcflat JufHtiatn'^ atque Providentiam hominum virtutes muneribus ac prsEmiis ex merito cumuIafC : ficut c contrario condignis' poenis '“eorum fl gitia corripere. Eft enim duplex in Univerlo OrAn: phy~ ficus nempe, ac ^moralis 8c ad utrumque Homines procul dubio,, fpt£Iant Si quis hæc in "Controverfiam adducit, peflime fe de Deo.fendre^oflendit, quafi hic cardinem c*li ambulet, A n.oftra non confideret: et \r\'*athe'tfmum fivO IJrolapfum elTe, five jam jam prolabi. Sed experientia Pedante, Kominum virtutes, ac flagitia admodum raro condigna pr^mia ac p»na« copfequuhtur : ut adeo vetus Iit iquærela', latos idiu florere nocentes, vexarique pios. Divina ergo Juftitia ac Providentia utique expoftulant * poft torporum obitum Mentes adhuc • lervari ia .vilam, ina qua bene vel' male TaSIorum præmin /ecipiant, poenafve luant. Hajc cum naturali conflent ratione, concludere non dubitamus., 'plurali quoque" ratione conflare fu mmi Condi‘lofrs voluhtatem de ‘humana Mcnte in æternum servanda. ' / *in ! "-. l '• J 'i' i . ' ! .au ' :v. ( I»^. 1.. III i mu iii m ^jWii I. Tufe. qq. I. I.. f. , '., \ib) ^, fr) Jn fomn. Scip. /. I. e, X4, > •., (,d) "XmIUhs Iw. cit, f. 12,, 1, w P */f R S ilu ^.R T ^ y’ Ei ‘ nomine inteJligimus Men» 'n 4 tcm naturæ fuæ nrceffitate ex i flentem, atque adeo aster aW,®>S af^isiiaSce AK -omni materiali coneretione fejunfbm, perfe^iffimam, effectricem et liberam Univerfi Cauffam, ' et omnia providentem. Equidem Dei notio fu^ conceptu primas Cauffas efficientis Mentibus noflris primum occurrit,* banc poflmodum rectæ rationis ope rimantes prolatamus, et attributis, quæ omnimodam continent perfectionem, locupletamus. Atqui tantum abcfl, nos adæquatam adfequi poffe pei notionem, eamqu.e verbis exponere, quantum finitum inter, et infinitum intercedit. Quf verbis complectemur-; quem natura iua et effentia undequaque infinitum nulla creata Mens comprehendere valet Hinc, ingenue fatendum, aul%*’^ nulla definitione Dei naturam contineri pofle. Facultas, quæ Dei exiftentiam, ejus«. que attributa rimetur, Theologia audit, quæ in naturalem^ et difpdcitur. Prima de Deo differit quantum naturali ratione adfequi poffumus. Secunda revelationis' face myfteria pandit, quæ ultra naturalem rationem lunt pdfita. Priorem heic perfequemur, quippe quæ fola ad Philofophos Ipectat, 4. Nobiliflimam vero, ac jucundiffimam hanc efle totius Mctaphyfices partem, nulftr* ambigere poterit. Quid enim pracftantius, quid- ‘ >e jucundius, quam rerum omnium Opificem, præfentiflimum totius Univerfi Moderatorem, ac noftri præferrim Parentem optimtim contemplari? Si quod ex cæteris difciplinis folatium, atquC' in adverbs perfugium, in fecundis rebus animi moderamen, et ornamentum capere poffumus.'inhatc profecto cynnia ex eapotiflimum uber- / Merito Thales Milefius, ut Tertullianus refert, a Crefo qua:fifus, quidvefTet Deus, post multas et multo, studio perquifitas refponfiones, faffus est tandem, fe nihil adeurare, quod ad rem quadrarer, dixifTe. Idem de Simonide testatur Tullius de nat. Deor. 1. zi.' Roges me, quid, aut quale fit Deus ? AuBore utar Simonide : de quo cum qu/efivijfet tyrannus Hiero, deliberandi cauffa fibi unum diem pojiu/avit. Cum idem ex eo poflridie quareret, biduum petivit. Cum fapius duplicaret numerum dierum, admiranfque Hiero requireret, f«r ita faceret : Quod quanto^ inquit^ d’utius confidero, tanto mihi res videtur obfcurior. Hinc perfpecte monuit divus Augustinus, nihil, quod de Deo accuratius prsdlcemos, nobis occurrere poITe, aiC quod U^oiopt^CniibUis fit. naturalis uberrime confequi poifumus, qu* omnium Lan. gitorem bonorum, rerum omnium [nfpectorem, et Proviforem optimum pandit, et in ^uo nos efle, vivere, et moveri edocet. Tum nihil ea utilius in univerfa vita civili.* nequeunt enim ! fine legibus, et religione in officio cives contineri n arbitror^ inquit, multas ejje gentes fic immanitate efferatas, ut apud eas nulla fufpicio deorum fit Cic. de nat. deor. c, 2 ^. Arbitrari fc, non noviffe, aut fando faltem inteUexiff?, repoluit. Nullas proptcrea tunc temporis innotuiflfc Gentes fine. Divinitatis perluafione, tacite fatetur. II. Lucianus, acerrimus equidem Divinitatis, et cujufvis religionis ofor, in dialogo, cui titulus Juppiter tragadus difputantem inducit Timoclem religionis cauflTam, et afferentem Gentium omnium hac de re confenHira; at quid Timodi reponit pamides, fub cujus nimirum nomine Lucianus 'latet ? Conftahtiffimam, percnnemque gentium confeufionem fibi objectam ne carpit quidem ; ejus tantum vim ad demonftrandum, et perfuadendum elevare conatur adductis futilibus omnino excogitatis, qua mox exfufflabimus. Si quas Gentes exleges, et a religione extorres Lucianus noviffet, aut fando audiviffet, nura ne fcirpum in ovo firaulaffet? illas profecto objeciffet, cum nihil hoc opportunius ad extenuandum Timoclis argumentum afferri potuiffet. Atqui in diverfa abit Lucianus  dat ergo quod afflv.Tamus, nullum unquam hominum genus Divinitatis notitia caruiffe. Adeo nimirum Eruditis quibusque innotuit, quod Piutarchus clegantiflime contra Colotem difputabat: Si univerjam peragraveris terram invenire quidem poteris urbes sim moenibus, sine litteris^ sine regibus, abfque teSio divitiis, abfque nummis, theatris, gymnasiis. urbem sine templis, ^ sine Diis, ^quie precibus, jurejurando careat. nemo Videt, nec vidit unquam. Quantum vero ponderis ad demon» ftrandum, et perfuadendura univerfali Gentium omnium confenfui tribuendum fit, in Logica aperuimus. Rc quidem vera, ea cfl hominum indoles, 8 c ingeniofum conftitutio, ut, fi de re vel minimum obicura, dubiaque judicium ferre de, beant, tot fere numerentur fententisE, quot capita : id quod totius humani generis, fed et præcipue philofophantium hiftoria edocet. Si itaque quandoque omnes Gentes quacumque tellus patet, omnefque Seftas', licet in cæteris admodum difcrepantes, convenientes omnes ad unam deprehendimus ; id, in quo conveniunt, vel communis naturæ lenium, yel naturalis rationis evidentiffimum præceptum, habere debemus. Eft vero omnium ubique Gentium univerfalis et perennis fententia, aliquem effe rerum omnium Opificem, et Rtftorem. Deum ergo exiftere, inter prima humanæ rationis fcita, vel potius ad communem naturæ fenfum referri debet. Ad rem noftram elegantiflime Balbus apud Tullium. Quid enim ejl hoc evidentius ? Quod niji cognitum, comprehenfumque animis haberemus,, »0» tam flabilis opt“ nio permaneret f nec confirmaretur diuturnitate temporis, nec una cum jaculis, atatibufque hominum inveterare potuiffet. Etenim videmus cteteras opiniones fi^as atque vanas diutuVnitatp extabuiffe. Opinionum enim commenta delet dies, natura judicia confirmat \ 12. Neque fcrupulum faceffat Tyronibus, j. quod quandoque penes hiftoricos athearum Gentium meotio occurrat. II. quod infignes ex t Ve 'i:^o Veteribus Phllofophi inter Atheos reccnfeantur ; Uti ex. gr Anaxagoras, Diagoras, Protagoras Anaximander &c., quæ fi vera lunt, haud conflare videtur univcrlalis humani Generis confen» liis de Supremi aircujus Numinis exiftentia. Hæc equidem nulJius funt momenti -I. Hiftorici etenim grajci, et lati ni, dum Africanas, aut Afianas qualdam Nationes inviferent, nec templa, idola, immenlumque externarum ca:rcmoniarum apparatum habere animadverterent, Velut quæ antiquo more fub dio, et fine ulla pompa Deo facrificarent, quemaamodum de veTuftis Parthis retulit Herodotus, in eam venerunt fufpicionem, nullos ab iis Deos coli. Quid quod iidem Hiftorici idem fecerunt cum Judæis, et Chriflianis ? Accedit eodem, veteres mercatores, aliofque itineratores aut infeies morum earum Gentium de quibus feribunt, aut non fatis peritos, ut pretium fuis mercibus, fuifque itinerariis adderent, atheilmi, et irreligionis infamia illas prafpropere notafle ; qu* deinde portentolse fabellæ novitatis amore, ut fit, creditæ funt Hujufce rei exemplum temporibus prope noftris de Huttentottis habemus. Hi primum pro Atheis in Europa vulgati funt, et habiti.* at fummum illos agnofeere Deum, reflatur Andreas Kolbi in hiftoria ejus nationis, quacum decem annis familiariter uius eft. Philolbphi veteres, qui inter atheos reputati funt Confulatur Johannes Albertus Fabricius in ApoJogia Generis humani adverfus accufationem atheifnu THEOLOGIA i?i funt, nonnifi fumma injuria hanc pafli funt infamiam. Conftat, Anaxagoram atheum e ffe habitum, quod Solem e Deorum numero expunxerit, et ignitum habuerit faxum. Conftat, Socratem de Divinitatis natura prx cacteris bene fentientem, (limma invidia, et lethali calumnia atheifmi accufatum, cicutani bibifle. Protagoras i inquit Tullius 1: i. de nat. deor. c, xq. cum in principio fui Irbri sic pofuiffet. De diis neque ut sint\ neque ut non sint, habeo di^ tere, ^Atheniensium juffu urbe et ‘ttgro eft exterminatus y librique ejus in concione combufti, quippe— atheus reputatus eft. Atqui, ut patet, Protagoras de diis, qui a plebe venerabantur vulgo autem Philofophis, qui præjudicatis opinionibus haud tenebantur, dcfpectui erant, lo» 'qjyitur; non de Divinitate, leu de Deo fummo rerum Opifice. Idem de aliis dicas.♦ folum Epicurus inter atheos recenfendus videtur, etfi de Epicureis nihil certo conftet, quippe Tullius 1. cit. c. qo ija habet, novi ego Epicureos omnia stgiUa venerantes. Jam vero quilibet, cui coit fapit, optime intelligit, hujufce gregis opinionem, etfi indubie Divinitati aveidam fuifle jjonamus, nihil communem perennemque humani Generis fententiam labefactare pofte. Sicuti enim in M-tindo phyfico peculiaria quædani monfira quandoque occurrunt, qua; nihil de ordine totius detrahunt: ita fimiliter in Mundo morali fieri poteft. Igitur inter opinionum monftra, febrientium deliramenta ifthxc Epicureorum fententia reponenda eft^, quæ nihil de communi humani Generis fenfu detrahere poteft. Allati fuperius ^ 10 argumenti vim non fugit profanos homines* hinc omnes intendunt nervos ed earh elevandam. Quare operæ pretium eft, quæ objiciunt potiora, referre, et explodere Inquiunt itaque I. Si ex Gentium confenfu aliquid confici poffet, equidem potius conficeretur, polytheifmum efle profitendum : nam huic coeno omnes infixas fuerunt • Atqui nihil magis Dei naturam, quam polytheifmus, evertit. Quare.neque Dei exifientia ex Gentjum confenfu adftrui poteft. Deinde quot quantæque et Gentium, et Philofophorum diferepantes de Divinitate opiniones ? deos ejfe dixerunt, inquit Tullius, tanta funt in varietate y ac diffentione ut torum “teflum sit dinumerare fententias, .11. Hujufce confenfus origo petenda eft ex naturalium phasnomenorum timore j quo peis culfi hominum Animi, quoddam terrificum Numen, fupremamque Virtutem ^ illa phænomena producentem, fibi effinxere: • Primus in orbe deos fecit timor, ardua cato Fulmina cum caderent. Petr. in fat. Ad hunc adeeffit naturalium cauftarum ignorantia propterea quod Ignorantia caujfarum conferre Deorum CogiV ad imperium res, et concedere rt» gnum: Quorum operum cauffas nulla ratione vU dere Poffuntf bæ fieri divino numine rentur. LUCREZIO (vedasi)., V. $1? Alias Divinitatis notio ex Legumlatorum calliditate conficta, et populis inculcata. Nempe quo ifti facilius populos legum jugo fub« mitterent, et in officio continerent, Deorum numine illas leges conferiptas efle, fibique concreditas tradiderunt. Ita Livio tefte, Numas Pompilius nocturnos congreflus cum Dea Egeria commentus eft, cjufque nurnine ritus diis gratiffimos fanxifle. Eamdem adhibuerunt artem Ligurcus, Minos, aliique, Confenfus ergo Gentium, ita concladunt profani homines., in' Divinitatis adftruenda exiftentia nullius eft ponderis. Ad primum refpondemus. Licet concedere quis vellet, omnes Gentes polytheifmi cceno volutas, nullo tamen pacto confici poffet, polytheifmum profitendum efle. Ut iJ concedi poflet, demonftrandum foret, omnes ad unam Gentes eofdem et numero, et fpccie D eos, et perenniter cognovifle ; hi enim funt veri characteres perennis et univerfalis confenfus, quem natura; fenfum,8c veritatis vocem efle autumamus. At vero Gentes omnes nec fibi unquam convenerunt, nec quælibet fibi perpetuo conftitit, quot, qualefve Dii eflent colendi : ergo nonnifi perperam conficitur, polytheilmum Gentium confenfione firmari. Itaque Polytheifl* plures, diverfofque deos agnofeentes, Divinitatis declarant exiftentiam, quippe de qua omnes conveniunt* at vero fibi invicem contradicentes, tum in numero, tum in fpecie, et natura. deorum, fcipfos fanatifmi arguunt, fuofque deos T 3 fua 1 1^4 ' fu a e fle commenta declarant, Si.Phyficos de corporum eflentia, 'atque natura difputantes audiamus, non unas numerabimus, nec fine moleftia difcrepantes fententias. Quid ? num ne ifti de corporum cxiftentia dubitant ? Minime profecto,* exiftentiam corporum nifi perfpectam exploratamque haberent, tot non inftituerent de eorum effentia, et natura perpetuas concertationes ; jam vero, difcrepantibus fententiis, fatis clare innuunt, harum nullam certo -ftarc talo. Sane non heic quærimus qUam recte homines de Deofentiant,,fed fentiant quidquam, nec ne. Hæc duo mifcent Adverfarii rvon fine Logica imperitia, quæ funt omni procul dubio fccernenda. Quum poflremum conflet inter omres, invictum efl argumentum, cur Deum efle credamus. Ignorarunt enim vero, et turpiter hallucinafi funt, qualis eflet habendus, habendum tamen omnes conftanter tenuere. II. Atqui nonnifi fumma in Veteres injuria, vel faltem fumma hiftoriæ imperitia affirmant Adverfarii, omnes ad unam Gentes polytheismi ccsno infixas. Nam i. valde probabile efl, polytheifmum, et idololatriam antiquiorem non fuiffe babelica turri, i. De hasbraica Gente unum Deum colente nullus moveri poteft fcrupulus. De Gentilibus vero, fi ftupidam ple be- Eleganter Tullius more fiw. Itaque inter omnes omnium gentium Jententia conflat. Omnil/us enim innatum efl i ^ in animei quafi infculptum, effe Deos • Quales fint, variurri' efl : efl» item» negat. I. a. Indi, Sinenfes, ne quid dicam de Tureis, uni- ' cum fupremum Numen et Regem adorant. i^uttentotti, quai Gens nullo alterius nationis com^ ^ j mercio unquam ufa. eft, fummum hunc Deum intelligunt, etfi illi nullum offerant facrificium, nullas preces, quod ajunt, quum fit beatiffimus, nulla re indigere. Priufquam ad II. et KL objectum, refpondeamus, operæ pretium eft iummam, ac , pene incredibilem Atheorum vecordiam in an, ' ' teceffiim indigitare. Affumunt hi ingenioli oi, Iputatorcs, id de quo unice quxftio inftituitur nempe religionem commentum effe, &; fabulam : tum ui cauffas inquirunt erroris, j^rius-, ^ quam errorem effe demonftretit illud, cujus ori, j gines, et rationes explorant; quo quidem «e- i Icio an vitiofius, et ineptius aliquid effe pol-. ! fit. Sed expendamus utrum aliquid momenti infit in objectis.Si prima Divinitatis notio fingulas ; Gentes e ftrepentibus per æra fulminibus per- ^. terrefa6Ias invalit, quam profe£\o fortes Atheorum Animi, quos unice, nec fulmina terrent, 1 nec nubila fiftuntljam vero lemel pavore con cuffis hominum Mentibus, perpetuo ab eis di-. '., fcelfit ratio, et tam longe abiit, ut nunquam ' fepofito terrore rediret, difcuteretque prajudicatam opinionem ? nec feri Nepotes, iplis li-. ‘ ] w ig cet Atheis ducibus, et magiftris adnitentlbus, commentum Avorum nec rejecerunt, nec agnoverunt ? Equidem, quum conflet, diem hominum commenta delere, excutiifTent tandem aliquando Gentes prajjudicatam fententiam, vel haftenys faltem ad cor rediiffent. Sed contra efl; quo enim cultiores fuere Gentes et Religioni magis incurabuerunt, et tenacius adhjefere. Deinde Divinitatis notio, quam ubique Gentes olim habuerunt, et modo habent, efl Numinis Uiiiverfi Rectoris, benefici Patris^^hominum felicitati non modo non invidentfs, fed cumulantis. Si ex terrore, e quo nunquam homines funt expergefacti, ortum duceret Divinitatis notio, profecto hac foret Divinitatis terrifica, hominum bono invidentis, eofque in tranfverfum agqntis : hujufmodi fane funt idese, qu2 animis ex terrore informantur. Nec minimum prodefl profanis, naturalium cauflTarum ignorationem afferre, quafi ex ea hominum Mentes fupremam Virtutem, seu D um fibi effinxerint. Si ita foret, effet notio Divinitatis, ac in hanc religio in inversa ratione feienti*, et cognitionis cauffarum. At contra efl : fiquidem Gentes literis florentiorcs, et Divinatis fludiofiores fuere.* fummi int^r ve^ teres Sapientes, Thales, Plato, Socrates &c..accur.itius de Deo loquuti funt, et religiofius fentiere ; inter recentiores Nevvtonus, Eulerus Scc. et fcripfere elegantiffime, et fumma religione, coluerunt. Quod ad *Iir. fpectat, perbelle efl obfervare, quomodo profani homines fuo fe jugulant gladio. Qui circumvenire alios fatagunt, ii Animorum affectiones, quas in hominibus extare vident, in rem liiam convertere adnituntur, non vero novas in eorum mentes introducere. Legumlatorum itaque calliditas ac vcrlutia, qua Divinos congrefTus commenti funt, ne lubjecti populi a legum propofitarum norma defcifcerent, edocet, populorum Animos ante imperium imbutos fuine Divinitatis notio, nc, nec non religioni addictos antequam de rebus publicis condendis quispiam cogitaret. Ita ex. gr. Numa nunquam colloquia cum Egeria finxi flTet, neque leges ac inftituta fibi ab hac Diva tradita fuiffe, mentitus effet, nifi in populo Ro nano animadvertiffet notionem Dei alicujus, et propenlionem ad religionem > alias qui impatientes, elafiicos, et fervitutis nefeios Romanorum Animos duplici graviflimo jugo et legum latarum, et Divinitatis vindicis fubmittere potuiffet ? Deinde, fi ab imperantibus in populos derivavit Divinitatis, et religionis notio, profecto omnibus retro fæculis ante conflitutionem civilis imperii Gentes et Populi, fuiffent Divinitatis ignari • nec non religione carerent qui nullis vivunt legibus, neque aliis parent. Atqui e contrario Nationes, quo primis Mundi cunabulis viciniores, eo magis religiolæ fuiffe comp.riuntur ; neque deficere religionis femina in illorum etiam populorum Animis, quos nulla civilis focietas colligavit, penes Doctos omnes confiat. Delirationes itaque funt, quæ ab Atheis afferuntur Cauflas univerfalis ^ ac perennis conienfionis Gentium cie Divinitate, ac religio, ne. Quod fi, Cepofitis Animi Audio, ac prai. judiciis, veras hujufce conlenfus cauAas inve. Aigare velimus, nullo negotio deprehendemus, has fuifle, I. Gentium omnium ex communi fti. pite, et protoparente originem.* II, Mirificum Univerli Ipectaculum fingulorum oculis perpetuo præfens. Ex prima equidem factum eft, ut Filii, ferique Nepotes a parentibus edocti, primam Divinitatis notionem lacte fimul exceperint. Ex fecunda, ne prima ifthzc notio parentum traditione Animis informata in oblivio- ' nem abiret, quin immo firmaretur in dies. Haic fecunda Caufia, profecto potior prima, et ipla fola focordes Animos, vetcrifque traditionis vel immemores, vel indoctas ab Atheifmi fomno fortiter difeutit, Deumque agnofeere cogit. De attrihufisy qva Dto ^ u^i Enti a . ' fe conveniunt ', ; ' -v v t, » T~^Fi exiftentia fub notione primxre.1 J rum.omnium Cauflas effectricis adverfus profanos homines vindicata, illius modo naturam expendere, operæ pretium eft. Hant-equidem, utpote undequaque infinitam, finitis Alentibus et brevi admodum intelligentia prædi, tis, vetitum complecti, et adæquate introlpicere. Quare imbecillitati nofiras conlujentes theologia variis illam adfpectibus feorlim '^contemplandam fufcipimus, ut quoad fieri pottft, excellentio. rem iplius cognitionem aflequamnr. nue I ut Ens a (e ; II- ut Mentem ; III. ut huius Mundi liberam efficientem cauffam conCderabimus, et in pratcipua inculcemus atmbuta, feu* perfectiones, quæ ei tub hoc triplici adfpectu conveniunt. Re autem vera, quz icuntur Dei attributa lunt una et fimplex Dm na Elfentia : W vero nifiil vetat, quin leorfim ea expendenda fumamus, ne (cilicet u in ni tate Divinz naturæ deficientes, cæcutiamus omnino, nec dein quidpiam delibare valeamus. et Cum Deus fit prima rerum omnium CaulTa, eft idcirco improductus : nequit pro^ inde cxifiere nifi fua vi, et neceffitate luæ Naturæ - Si aliunde fufficientem fuæ exiltentiæ rationem peteret, non effet prima rerum omnium CaulTa. Patet itaque Deum, efle Ens 9 fe et neceflitate -fuæ naturæ exiftens. \ ni. Cum ex nihilo nihil fieri queat, neque quidpiam elTe poflit caufla efficiens fui ipfius It. , et  ; Ens, quod a fc eft, femper cxtitilTe neceffe eft. Deinde cum neceflitate et vi fuæ natur* exiftat, nequit Ii* bi deficere, et ficuti necelTario lemper extitit, ita et necelTario femper extabit. Deus itaque eji teternus. r i. - JI. Cum Deus neceflitate fuæ naturæ exiftat, quidquid ad Dei naturam fpectat, ne celTario pariter exiftit. Quare nihil, quod Uei eft, nec defecit unquam, nec deficere ullo mo’ do do pofeft * Dsus adeo eft immutabilis. Finge fane, Deum mutari pofle : necefle cft, cum aliquid de novo pofle adfumere, vel aliquid, quod habebat, ex eo decedere poffe. Utrum vis dicas, eflfet aliquid in Deo non æternum, nec neceflitate fuse natur* exiftens, fed contingens. Id vero eft abfurdum §. zr. Efl proinde Deus omnino immutabilis - Confer 51. cofmol, 24. Patet hinc i. nullos in Deo efle, nec effie pofle modos. Sane modorum fufficiens ratio in parte 1'altcm ab externa caufla repetenda eft ont. Eft vero Deus omnino independens, alias non eflet Eris a fe. Nulli ergo funt in Deo modi. Quidquid proinde in Deo eft, ad ejus fpectat naturam, et eflentiam, et neceflarium eft. Ex utroque mox expofito theoremate patet 2., Deum actu efle, quidquid efle poteft, et neceffario, et ab sterno; nec ullam realem fucceflionem in eum cadere pofflp, cujufcunquc generis ea fingi velit. Sapienter Plato in Timso ERAT, EST, ERIT partes Junt tem» porrs, male transferuntur ad naturam ater^ nam. Huic EST tantum competit, ERAT vero, ERIT pertinent folummodo ad res in tempore fluentes ; Junt enim, motiones. Illa fem» per immutabilis Natura nec fenior, nec /unior ullo modo effe potej }., Contra Divinam immutabilitatem fequentia obftare videntur.!. Cum Deus Iit æternus, Mundus vero fit in tempore ab eo productus, ex non Creatore factus cft Creator.' reu actionem in tempore edidit, qua ab *terno feriatus eft. II. Cum tanta fit rerum hujus ;Univerfi novitas, 8c mutatio, caque Deum habeat Auctorem, haud illum eadem femper velle, oec eadem femper nolle, dicendum eft. III. Cum nihil Deus neceffitate fuæ naturæ velit, agatque, fed ex liberrima fua voluntate ; profecto quæ voluit, nolle : et quæ noluit, velle po. test; id quod certe cum abfoluta immutabilitate conciliari nequit. IV. Vel vanæ funt preces, fupplicationefque, quibus homines in fua vota Divinitatem pertrahere latagunt.* vel fi hac non inutiles fuum quandoque lortiuntur effectum, Deum mutari dicendum eft j quippe fua confilia, fuamque in homines providentiam flectit, attemperat &c. zy. Sed fingula ifthæc futilia funt, et bi. nis verbis exfufflantur. I. Quam dicimus crea, tionis actionem, nihil eft aliud, nifi Divinæ Voluntatis actus, quo Mundi exiftentiam efficaciter decernit. Hic profecto Divinæ Voluntatis actus æternus eft, ficut ipfe Deus r at vero ejus objectum, feu effectus a Deo intentus, Mundi fcilicet molitio, Tion pro æternitate, fed pro tempore intendebatur. Nihil ergo novi egit Deus, cum Mundus c nihilo apparuit. II. Tota rerum mutabilium feries, quanta quanta eft, unico, et fimplici, et æterno Divinæ Voluntatis actu continetur. Deus ergo immutabiliter vult mutabilia. III. Cum æterna fuerit in Deb ratio tum volendi quæ voluit, cum quæ noluit nolendi, ctfi nihil necesfitate naturse velit, nolit -V,. - it V ii VC • '.«i ve ; quz femel voluit, aut noluit ob camdem jtternjim rationem perpetuo volet, noletve. Sane incoftantisE, levitatis, vel infeitia e(l argu. mentum nolle quat olim funt volita, et e contrario, velle qux noiita funt. Sed nihil horum in Deum cadit. IV. Preces, fupplicationefque ad Deum, non Deum erga homines, fed homines erga Deum fle unt. Perpetuo manet Deus in amore Juftitiffi, et ordinis : prout ergo homines vel in ordine manent, vel abeo defeifeunt, vel ad eumdem redeunt, bona vel mala experiuntur ab imperturbabili et immota Divina Natura juxta ordinis leges agente. Nimirum preces, fupplicationefque &c. ad illum fpe£l:ant ordinem, cui Divina Voluntas atque Providentia perpetuo, et immobiliter adhasret. 28. III. Veus tft Etif infinite peyfeB^n extenrive, et intenfive. Si non eft infinite per, feftum, eft profecto natura fua perfeilibile. Cum enim Entitas entitati haud pugnet, quavis finita Entitas nova feraper augmenta lufcipere poteft' tum extenfive, cum intenfive. Sed quod natura fua perfectibile eft, hoc ipfo eft mutabile. Id ergo cum de Deo pugnet, necef. fc eft, eum omnem poflibiiem entitatem complefti,* atque adeo infinite perfectum efle et intenfive, et extenfive. Revera finis, feu limes non eft quid pofitivum, led negativum ; eft nimirum defectus majoris entitatis. Fiat hypothefis, Deum haud elTe infinite perfectum j et quoniam Is eft Ens necelfitate fua! naturæ exiftens et irm mutabile 1. 2^, erit Deus Ens cjufmodi, ut natur* fu* neceffitate fit finitum, et in fu finitionis flatu immutabile. Id vero abfurdum cft. Concipi enim nequit Entitas, quæ naturæ fujc neceflitate certam fui limitationem expofcat, certamque menfuram, quæque repugnet fui ipfius augmertto. Deus igitur eft Ens infinite perfectum 8 fC. Confer cofmot. Deus efl Ens fimpt}ci£imum. Ens compofitum pendet e comptinentibus. Deus vero eft Ens omnirvp independens. Nequit ergo effe nifi phyfice fimplex. Deinde quodvis compofitum natura fua eft mutabile. Deus autem cft immutabilis. Iterum ergo conficitur, Deum effe ens fimplex. In Scholis difpufatum cft, an ntetaphyfica faltem. Vel logica compofitio Deo conveniat. Quod ad primum Ipectat, affirmativam fententiam . Scotiftæ tenuerunt, alferentes Dei attributa formalifer ex natura tei inter fe diftingar. At non fatis penficulate, quippe qupdvis Divinum attributum natura fua nequit aliud effe quam ipfa Divina effentia ^ in qua fapere ex. gr» idenr-profecto eft ac effe. Quod fi diftinctiones inter Divina attributa ftatuere folemus, id quidem efficimus imbecillitatis Mentis noftrs gratia, non quod fit quidpiam in Deo multiplex. Verbo, funt ilfjE diftinctiones virtutis feu rationis in Mentis noftras conceptibus fundamentum habentes, non formales in natura rei in fidentes J Quod vero ad alterum fpectat, ad quaftionem nominis tota res mihi perduci videtur. Cum enim iogica compofitio CX genere et differentia conffet ^ 2. ont.  Genera autem fint noftrx Men^ tis notiones abftractione confectæ appofitis nominibus defignatæ : has primum notiones ac# curate funt determinandas, atque exponendas, critque poftmodum facillima qujeftionis folutio. Ita ex. gr. li nomine quis intelligat, id quod in quaque re fjibftat, et adjunctorum fulcrum eft-, Deus fub genere liiblfantise haud comprehendi.poteft. Si vero illo vocabulo *intelligatur omne id,f quod ‘per fe fubfiftit modo Deus ' fubftantia eft. qi..,V. De«/ immettfuf. l. Quipiie pugnant Deo, utpote. Enti infinito, quavis mirationes ficati effentias_, ita et exidentist; at» que adeo ficuti infinitus cft in elTchtia,• ita iq exiftentia immenfus effe, debet.* II. Exifiat tenim vero Deus in- aliquo tai»r tum loco, non ubique. rSufficiens ratio cur. iq hoc potius rloco, et non in alio, nec ->ubivi| exifiat, vel in ipib loco.inefi, vel (ih Dei tura. Utram vis dicatur, non r; foret Natura Dei omniraodfiiindependens ; ejufque exiftentia cum iit d^termbato loco alligata, haudeffet' fibi fuiSr cientilfima et a fe. Hoc autem repugnat. Deos Igitur ubiquq locorum exiftat) 4 ^us oportet jfiiat immenfitate naturas., ^ qa. At opinemur illunt, fpatiofa magnitudiiie.. ubique diffundi., Qpa de rp animadvertatipr, 00.-« tionem 'Divinis.immenfilatis non pofTe ulfo pOf eto fecerni. a. notione fimplieitatis vetras, et ab# folutas : 'nequ«; Deum dici poffe ^imm.eofum, air ii et una J^ui fimplex habeatur 4 $ane guævia c. roa l,magnitudo minor eft in lui parte, quam in toto ; Deus vero per luam immenfitatem unus et idem ubique locorum eft, et rei cuilibet intime præiens. Certe immeiifitas, et limplicitas duæ lunt perfectiones puræ : amb adeo de Ente infinite per{pcto prædicandas veniunt. Cum vero utriutque perfectionis nec adæquatas nec pofitivas habeamus notiones / hinc ratio, fibi deficiens ab imaginatione exfuperatur,' quæ, immenfitatem cum fimplicitate pugnare, faJfo repræfentat. Quod fi clare pervidemus immenfitatem non poffe nifi Enti limplici convenire, ratio imaginationem corripiat, neque linat ab ea rapi. ^3. Deus ejl unus. I. Nulla adeft ratio eccur plurcs efle Deos putemus. Sane Dei notionem ex neceflitate primæ alicujys CaulTæ effeflricis nobis compatamus: lemcl ac (latuimus, aliquem exiftere Deum primam rerum omnium caudam, nulla adefl ratio cur pl u res Deos comminifeamur. Deorum pluralitas manifclliffime rationi contradicit. Quid lane Deorum nomine intelligi debet, nifi Entia natur* fuæ neceffitate exiflentia, atque adeo infinite perfeSla? . cof. ^.zS-tieol. Atqui duo infinita, non inquam plura, manifeftilfime repugnant. Sint, fi fieri poteft, hæc duo infinita A, et B. Infunt ne Enti A illæ- cædem numero perfe£liones, quæ infunt B, et viciiTim : vel non,? Si primum, illa duo Entia A, et B non funt reapfe nifi idem, et numero unum Ens. (’quot yel ad idealem coexiftentian>, vel ad idealerp fuccffljonem fpectant ex natura^ et complexione tot is syflcmatis, nec nOn ex nataris fingulcrum Entium syfleinaconfiantiura, V ‘ fiuc natur'alis fluere debent; nec aliter fluere, quam i pix Entium naturx, mutuzque ad invicem relationes exigunt. Hinc profecto efl, ut, vel ex ipfis exordiis cujufque Mundi intelligibilis, infinita Divina Intelligentia, cui p^enitiflime patent et naturas, et relationes ut ut minimas Entium ad illum Mundum fpectantium, perfpectiflime, et plenillinie nequit non attingere lingulas fuccefliones, et evolutiones ad eumdem Mundum fpectantes. Divina polTibilium fcientia, quam breviter modo expofuimus, fcientia fimplicis in^ telligentia folet nuncupari. Ejus fons et origo, ut patet, ipfa eft infinita Dei Entitas Divinæ Intelligentiæ pleniffime patens. Atqui gaudet quoque Deus completa fcientia omnium futurorum, quæ ad certa quavis et determinata tempora fpcctant ; quam vi/sonis fcientiam dixerunt. Hujus fcientia:, eo quod et futura libera complecti debeat, ex humanis ideis explicatio, acriter torfit Theologorum ingenia. Ita vero nobis exponenda videtur. Mundus hifce realis, quantus quantus efl (8c duratione, et extenfione, et intenfitate, expreffio eft et deferiptio uniiis ex illis infinitis tntelHgibilibus Mundis Divinse Menti longe lateque ab ipfa æternitate patentibus: illius feilidcf, cui JEterno, et efficaciflimo Divinæ Voluntatis decreto adjudicata fuit exiftentia in tempore confequenda.Nihil profeqjo eft, nec fuit, \ncc erit quidpiam in hoc reali Mundo, quod vel latum unguem ab illo asterno exemplari re. ' C« ceiendo alterutram denegare, quam fui imbecillitatem ingenii fatentes, utrique veritati acquielcere. Ho. rum nempe Alii, de humana libertate nihil hslitantes,futurorum liberorum feientiam ab sternitate Deo adimerunt. Alii vero, Divinam re, rum omnium certam et infallibilem prsfcien-. tiam pro rata, Sc indubia ftatuentes', Mentibus agendi libertatem eripuere,. Hi e Fataliflarum funt grege, qui Divinam prsfcientiam nobis neceffitatem imponere agendi qusciinque agimus, contra intimum confeientis fenfum effutiunt. lif* ' dem ElegamitHme Boethius confoUt. T« cun6ia fuperno Ducis ab exemplo : pulchrum, pulcherrimus IpP^ Mundum mente gerens ^ fimi lique in imagine forma'*^') FerfeSla/que jubens ^ per f edum abfolvere partes, ' y dem pene armis Utrique pugnimt,quo propSam tueantur fententi-sm. Hos audire et refutare ma. xiniopere infereft,.Inquiunt: I. Gum Dei fcientia certa fit, et infallibilis, quæ Deus prænovit, neque|int profecto non evenire. Sed qræ nequeunt non evenire neceflario eveniunt. Quæ ergo futura Deus prænovit, neceffario funt futura. Vel ergo ‘ nulla funt futura libera, vel fi aliqua funt tujufraodi, a Deo neutiquam funt 'prævifa. II. Et revera, facta hypothefi, Deum fingula ab æternitate prævidifllp,k ficuti fi modo aliquid fieret contra id, qu^ Deus pwevidit, actu Dei prævifio errori obnoxia foret : ita profecto, fi aliquid contra id. quod Deus prævidit, evenire poffet, Dei fcientia poITct errori fubjacere. Quum ergo Divina prasvifro, nec unquam a veritate, aberret, nec queat aberrare : dicendum' eft, rerum omnium et Cauffas, et effectus ne dum ita pergere, rUt Deus prajvidit, fed nec aliter pergere poffe. firmatur ita. que, vel nullam habere, Deum* certam feientiam futurorum : vel quæ dicuntur futura libera non effe hujufmodi nifi vtrbo tenus, reapfe tamen Jieceflaria efle.  ' s? Ad singula respondemus. Ac I. diftinctione indiget, quod principio ponunt: qute Detts tranavit^ y nequeunt, non evenire." nequeunt profecto non.hypoihetice y 8 c confequen* ter y non item abfolute ^ et antecedenter. Quæ diWnctio ut in propatulo ponatur, fupponamus, me, omni illunonis periculo remoto, Petrum coram ambulantem intueri, profecto,, quandiu 1\ theologia . iUum a Abulantera intueor, fieritne^uit i ^uin deambulet,* non enim fieri potcft, ut idctn fit fimul, et non fit» At nemo non videt, 4ticirco fieri non-polfe, quin Petrus deambulet quia, ipfe fe &.ad deambulandum determinavit, 5c adhuc in, eadem, determinatione manet ; non quod neceflitatem aliquam tex.mea vifione paflus fit, vel actu, patiatur. Neceifitas itaque, qua Petrus actu deambulans nequit non deambulare, hypothetica eft, et co»/e^«»x, fluenS, nempe ex ejus libera^eterminatione, n deambulantem. certo«intuear, et cur nequeat ille actualiter et de facto non deambulare. lU porro tera (ejungi nulfo modo‘pofiit, patet, Deo Voluntatem tribuendam -effe i Revera cum hicce Mundus e nihilo Iit conditus, nonnift Divinæ Volitati ' tribui* poteft r, eccur inter « infiiiitos «lios «que polfihiles et fit electus, et fit ad exiftentiam perductus. '• 54. Dei.;autem 'Voluntas nequit effe' niff rectiffima, fcilicet infinita; fuæ Sapientia; iciris, æternifque rationibfus apprime* conformis. Cum enim Natura Dei fimpliciffima fit, ac perfectilfima qo., equidem fieri non potefi, ut in Eo aliud fit velle, aliud fapere. Sane qiitd magis ablonum quam, Voluntatem a Sapientia defcifcere, ac' Sapientiam erroris, levitatis, vel ofcitanrias Voluntatem' redarguere ? Profecto id everteret intimam Dei NatUram numeris omnibus abfolutiflimam. Divina Volyntas, qua parte objecta. extra fe pofita iritendir, lilxrrima eft, et immutabilis. Sane nulli externo fato potefi^ Deus fubjici, eum fit'omnino independens^ et a fe^t neque ulla neceilTtate naturæ, nulloque interno. impeto- rapi poteft ad profequenda (Ejecta extra fe, quum fit intrinfecus Sc natura fua bea- « tiffimus, nullumque licet minimum bfatit^t» nis augmentum advenire ei extrirtferuff poffit, Liberfima igitur Deus Voluntate gaudere debet. Cum vero nequeat Divina Voluntas noa effe i ni mutabilibus, ac asternis fua; Sapientiæ 'rationibus apprime conformis' præ., confeqiiens eff, illam nec unquam mutari nec mutari poffe- - Qpæ Deus vult, aut non^v^t / ab ' I æterno, ac lemper voluifle, aut noluiffe opor- ^ tet ; nec '^quidpiam ‘Deus velle poteft, quod ab æterno noluit, aut fnodo nolle, quod ab æter- 1 no voluit. Itaque Dei Voluntas non inftar facultatis concipi debet, fed infbarfimpliciffimi actus pci^petuo, et immutabiliter permanentis, -quo • ab ipfa æternitate voluit, noluitve fingula fi. ntul j, qux efie poterant fuæ Voluntatis objectum. Patet hinc nonnifi cx imbecillitatis noftraj modulo pl ures Deo tribui Voluntates, quibus res extra fe intendat, et quas Dei decreta appellare confuevimus.... iir., De attnhuus, qu(t Dvo, utpote primee rerufn omnium Caujfa, conveniunt : ubi dt confervittipne, bonitate, ' 0 providentid.De Conjervatione. «^ fingulæ hujus Mundi fubftantiæ . j non ex fe, et vi fua, fed efficaci Divina Voluntate olim exigentiam fint confequutæ^ fponte veluti fua inquirendum modo occurrit, qua vi ha^enus in Tua perdurarint exiilcntia, feu cui referenda veniat fuse exiflentise continuatio. I. inhæc exidentiæ codtinuatio nequit Entibus contingentibus vi propriæ effeftiæ con.^e^ire. Si enim cxiftent^id eorum effentiam pertineret, forent Entia illa immutabilia : contradi£lorium fane e(l,^quidpiam fua effientia exiiientiam, vei continuationem exiftentiæ obtine, re, et interim elTe, et beri pofTe aliud ab eo quod effiSunt vero Entia quxvis hujus Mundi ut origine fuacontingentia ^ ita &: ejulmodi in fuæ exiftentiæ continuatione. Exiflentiæ itaque continuatio nequit Entibus contingentibus vi propriæ*^^ eflentiæ convenire : atque adeo aliunde ejus fufficiens ratio repetenda venit. Ratio futiiciens continuationis in exi ftendo nequit alia effe a ratione fufficienti exiftenti* primo temporis momento confequutæ. Revera exiftentia fecundo, tertio 6cc. momento cjufmet naturas eft, ac exifteotia primi momenti ; immo una eft eademque exiftentia; nempe Entia contingentia fubfequentibus momentis {'uum ejfe haud aliud et diverfum habent ab illo, quod primo momento obtinuerunt. Igitur fufiiciens ratio continuationis exiftehtias Entium con fuam exiftentiam primo aufpicata funt. In hypothefi, qua Ens sternum niWl curaret entia a fe olim condita, fed ea veluti ipfa fibi relinqueret, nequirent profecto, ne minimo quidem temporis intervallo, perdurare, in nihilum illico abitura. III. Quum exiftenti® contiouatio, eofifervatio appellari foleat, liquet, illum ipfum“ rerum omnium Conditorem effe Carumdem Coa* Jervatorem optimum. IV. Rerum confervationem haud infcite continuatam creationem di£Iam effe: quæ phrafis haud ita intelligenda eft, quafi De« us fingulis momentis. reiteratos edat creandi aftus, led quod rerum confervatio non conliftit, nifr ex eodem Divinæ Voluntatis æterno, atque efhcaciflimo actu, e quo ilis luam cxi6- Quoniam Bonitas mora Bs ‘ condUit in‘ conforraitatc actionum liberarum cum prasferipto legis » botio bonitatis moralis fupponit legem a fuperiore latam ; potentiam in fubjecto morali delciicendi ab illa ; 3, necefiitatem illam lequendi, ut fuam confequatur felici-? tatem Atqui hx notiones • pugnant omnino^ cum Divina perfectiffima Natura, quæ et abfolute independens efl, et intrinfecus ac per fe beatiflima. Nequit igitur hujusmodi bonitas moralis Deo attribui. Divina bonitas eft Ordinis, cft plena Voluntatis confbrmitas zterno rerum Ordini ab «ternis infioitz Sap entiz fcitis atque re£liilimist, confiliis fluenti. Itaque non Bonitas Sapientiz ac Potentrz imperat, fcd Sapientia Bonitatem et Potentiam moderatur. Quare fi zternus ac iiqnentiflime conflitutus rerum ordo haud patia. tur>, homines in ipfis exordiis fuz immortalis vitz ( nempe in hac vita przienti ) plenam coflfequi perfcflionem, et beatitatem fu» nature congruentem ; fed exigat, refervandam eam ^e alteri feculo ; minime profecto Divinam Bonitatem redarguere licet ^ quod nos non eflPecerit heie^enc felices,.fiveritque plura mala obrepere. Ita porro rem fe habere, facili argu. m«iu \ 6Oe malis, quz ex indeclinabili MiAidi ordine patimur, quseque contectaria iunt legum coimologicarum, nihil efl, quod jufte conque. ri poiTimus. I. enim ex ipfo Mundi ordine, iifderrique cofmologicis, legibus noflra pendet exiflentia, 8c innumera illa bona fluunt, queia in præfenti vita fruimur. II. Quod ita Mundi ordo ab initio (it conflitutus, ut omnium minima ^ pauciora mala irreperent, maxima vero, et plura bona : id quod pluribus demon* ftrare poflTemus per totum Mundi orbem mente difeurrentes I (J^uod fæpe numero voluptates doloribus adeq iinitimæ et conlequentes fint;po« fit*, ut hos fatis, fuperque rependere videantur. IV. Quod mala illa optima fu nt media quibus a nimio pr*fentis vit* amore revocemur, neve vit* voluptatibus irretiti ' faifq nobis fua. . deamus, permanentem heic habere civitatem, nihil de futura folliciti : tum legem fenfiium legi rationis praferamus. V. Quod>lunt illa auf przparationes ad virtutem ne peccemus, aut juflz punitiones fi peccavimus, ut a peccatis recedamus. Nulla fane utilior, atque eloquentior virtutis fchoia > quam malorum perpaflio j nec capitalior virtutum peflis y quam perpetua vit* profperitas; Mifyri/e toiSrantur, pcrfpcctc Tacitus inquit, felicitate corrumpimur. Ilf. Mala, qu* ipfi nobis confeifeimus ma. lo' five corporis ^vc Animi reginiine plurima equidem funt. Atqui h«c nequeunt certe D/o Sd' adjudicari nifi fumma inicitiav et stolida temc. ritate, quæ non verbis, led verberibus.corripienda foret. Quid enim, Deo ne tribuam fi doloribus, vel febri laborem, ut id exempli loco auferam, ex ingefto cibo, potuque ultra quam natura exigebat, et (lomachi vires patiebantur ? Profecto juRum eft, quod intemperan. tia! poenas luam : -nec eft, quod Divinam bonitatem redarguam, cUm e contrario maximopere commendanda veniat.. Hæc fane mala, mali nr ftri regiminis confectaria, fræna funt, ne in vitia corruamus,. et ad virtutem colendam caleatia tum juxtæ funt punitiones, fi hac contempta, in illa concc fieri mus. Reftant tandem mala, qusE 'e?c noftris fluunt præjudicatis opinionibus., ab effræna imaginatione. Quas ad /hanc fp^ctant clafiem, maximam malorum partem capiunt, et ea præfertim', quæ focialis vitæ felicitatem maximop,ere pertubant. Sed nihil hæc mala contra Dei Bonitatem faciunt, quippe fepientia et prudentia profligantur, ficuti e contrario sb inicitia et imprudentia gignuntur,-ScitifSme Epictetus in Encbir. cap. V. Pet^tnrbant bomirtes non res ipfa, Jed de rebus opiniones Cum- igitur ' aut perturbantur aut trifiamur ^ nunquam alium irtcujemus., ^ed nos ipfos, boe eji noflras opiniones. Verum vero inquient. Potuifict Deus in alia rerum (Siconomia humanum Genus conftituere, e qua perpetua bona fluxifient, quin ulla unquam irreperent mala /' Quod fi ita, haud fumme bonus-, in. bonitate, admodum parcus Deus fuitje videtur, qui illa podhabita ceconomia banc przfeutem ^ condiderit pluribus Icateutem naalis. 'j6. Sed facilis ad hzc refnonGo • I. ‘Non heic quzrijtur, quid Deus potuerit efficere, fed quid efficere eum decuerit ^ Jam vero, non, no« ' Ilrz caligantis intelligentiz e(l decernere a priori, quznam ex poflibilibus oeconomiis przdet ceteris, fitque Dei Sapientia ac Bonitate di« gnior. II. Nutn ne tantum noftri ergo Deum condere mundum oportuit? Equidem Deum horni, num non' demerentium felicitatem velle, i omni dubio vacat.* at Eum in Mundi creatione noflram plenam felicitatem primario intendifle vel intendere debuiHe, id ed quid' ^uidpiam ab illa ratione diverfum. Sed hanc rationem five verbis præclare definire, five pura mente complecti pofie, certe negatum mortalibus effe autumamus. Ecquis fane perfectiffimam, et undequaque infinitam Naturam Divinam perluftraverit ? Quas rerum ideas, quasve notiones adeo puras, et præcellentes mentibus noftris gerimus, queis Divina incomprehenfibilia arcana decentet relerare audeamus? Verum vero, utut explicanda veniat Divina ifthæc excellentiflima ratio, et finis  autumamus, creaturarum felicitatem, Divinæ- ^ que glorise manifefiationem illa ratione ccrtc contineri. Revera, haud aliter decebat Deum fe gerere, quam ejusmodi Mundum condere, In quo Hanc rationem et finem ut expedirent Platonici, aifeverabant, Deum ipfa fua infinita bonitate percitum fuilTe ad Mundum condendum, ut fcilicet effent, quos benignitatis, ac famma:,qua ipfe fruitur, felicitatis participes etiiceret: quaf fententia antiquis Chriftiani ccetus Dodorlbus non difplicuit. Procedente vero tempore ufu ienfun invaluit inter Theologos, ut Deos glorix fpf caufla Mundum condidi fle diceretur j quod rede explicatum, et intelledum, nec quidi-uam habet offenfionis, nec cum priori illa fententia pugnat. Nam ut perfpedt Cudworfhus Syflem. inrelled. . fed. . Neq:lTet vel minimum obflare. Q^ua igitur Deus voluntate finem infendeb.it, profecto et optimum Mundum *legit ex infinitis poflibilibus, tum et opere complevit. Revera finge, hunc Mundum non effe optimum^ feu fini pr*4ituto non apprime congruentem ^ equidem vel defectui Sapienti, vel Potenti*, vel Voluntatis in Deo tribui debet, quod non Iit conditus optimus Mundus. At 'priora duo Divina: pcrfcctiffim nanif repugnant: ternum vero contradictorium eft,,: media enim ad finem confequendum eadem voluntate, continentur, qua finis intenditur. Quin ergo hic Mundus fit optimum, et ^ptifiTimum medium ad confequcuf dum finem a Deo intentum nullo pacto ambi, gi potcft. Sed hasc rerum Univerfitas fummd Divinas Sapientias confilio,'.ac pie niifima omnium futurorum ptasfcientia plim a Deo condi* ta, incelfanti actione ab eodem Deo perenniter confervatur, nec aliter confervatur, quam Men. te concepta fuit. 6 z, Deus 'igitur perenni ifthac confervatione curam oftendit, ut mun« danorum entium, syfiema illum confequatur fi» nem, cujus» olam gratia mente conceptum, tura reapfe conditum eft. Et quoniam mediorum ad finem æcomodatiflimorum electio cura ne ab illo fine deficiant, providentia vocabulo dcfignatur. Deum providentiffimum- plane effe ex modo dictis 81. 82. evidentiifime patet..Equidem Dei Providentia cx ipla ejus natura tam' arcte ac necefiario fluit, ut p^rfpecte Cicero de. Epicuro, qui Deos nihil mundana curare fluite effutiebat, dixerit, Epicurus ve tollit, oratione relinquit Deos (a). Certe omnes, Gentes, ficuti Sdpremi alicujus Numinis 'exiflentiam agnovere, ita et ejusdem providentiam hffx funt, et coluere.* quod adeo omnibus in eompertO/ efl ^ ut demonftratione non indigeat, Di nat. D eor.'l. i, - v. - 'At circa Dei providentiam plura occurrunt, quæ maximopere intereft animadvertere. I.. Dei providentiam. haud in eo confillcre, ut per lingulos dies,pcrque fingulas. horas perfpiciat quid. factu opus ht, et qua flectenda fit rerum feries, fi quuipiara erraverit, Abfurdiim id quidem, 8c infinita Dei Sapientia indigniffirnum. Potiflima Divinæ providentiæ notio codfiftit I. in illa rerum omnium præordinat io ne fapientiffime oliro conftituta ex ad^uata omnium futurorupa prastcientia, qua præordinatione fingula entia hujus Mundi fuas exacte leges fequentia tum ad fuos, peculiares fines pergunt, cum ad ultimum illum fipem, qui in Mundi molitipne fuit a Deo intentus. 1. Divina prexvidcHtia continetur in illa inceflanti actione, quam confervatiooem dicimus, feu io perenni illa et efficaci voluntate, qua fit, ut fingula Entia.perdurent, &“ pergere non definant juxta præordinationem in principio, factam. II' Syftema Divinæ providentiæ pror fiis incomprehenfibile haberi debet, ficuti enirn ' 3 * brutis., animantibus intelligi nullo modo poffunt quæ ah hominibus conduntur fyfteniata politica, mathematica &c., ita profecto multo minus comprehendi ab hominibus poteft lyftema gubernationis Mundi, quod eft opus ab infinita Sapientia attern* Mentis conditum. Revera hujusmodi lyftema ferienti complectitur omnium temporum, omnium entium, omnium eventuum fibi invicem cohærentium, et lele motuo. explicantium, duantum profecto eft nu jusmodi fyftema, et qu«m la;c patet i at qu^tn exigua illius pars efl, qux nobis innotdcit ! Tum, quantilla cft human* caligantis inteJligentiæ et vis et extenfio 1 quam manca, quam perverfa de quavis ut ut minima re noftra cognitio 1 Num ne rerum relationes, ac nexum vel longe perfpeximus ? Quam plura funt, qnse de unaquaque re ignoramus, quam qus novimus, vel potius quæ noviffe putamus? 86, III. Divinæ Providentiæ Syftema eo magis adorandum, quo minus illud comprehendere valemus. Hinc enim i. in admirationem rapimur Supremæ Dei Majeftatis, nec, fi lapimus, non poffumus venerabundi non adorare altitudinem Scientia ac Sapientia Dei, cujus adeo incomprehenjibilia funt judicia y invefli* gabiles via. a. Incerti de rerum eventibus probamur, et ad fummas virtutes fidei, fpei, et omnimodæ religionis excolendas incitamur. Totum Divinæ Providentiæ Sy-, Ilcma dno præfertim peculiaria ac minora Syfiemata complectitur inter fe fapientiffime, et mirifice connexa ; phyjicum nempe, quod ad brutam materiam fpectat, et morale, quod Entia ratione, et libero arbitrio prædita refpicit. Phvficiim Mundi Syftema phyficis legibus regitur, et ad pra^itutum a Deo finem recta pergit Sunt enirnvA-o phyficæ leges nihil aliud, nifi certæ determinationes viribus materiæ a Supremo Conditore imprelTæ, quibus phyfica neceflitate fiunt quæcunque fiunt, et hd smuifim infinitæ præordinantis Sapientiæ. De hoc phy£co Syftemate fatis in Co/. c. 4. Atqui Entia, Y quæ funt ratione et libero arbitrio prædita aliis omnino legibus profecto regi debent, quæ lint eorum natur* conformes j leges quippe, quas phydcas dicimus^ rationem et liberum arbitrium deftruerent. Determinationes, qu* Entibus ratione Sc li- bero arbitrio prxditis conveniunt, nequeunt aliæ cfTe, quam qu* ex illiciis bonorum, et amore felicitatis, vel ex horrore malorum, et mife- ri* odio fufcipiuntur. Leges itaque, quæ En- tibus libero arbitrio pr*ditis conveniunt, oc- queUnt aliud efle niti certa et immutabilia tita- tuta Supremi Conditoria, quibus bonum et felicitatem creaturis rationalibus in ordine n>a- nentibus præordinaverit, miferiam vero et in- felicitatem creaturis ab ordine defcifcentibuS. Ifthæc flatuta /e^ef morales naturales dicUntur^ . Leges morales haud cenferi debent creaturis rationalibus extrinfecus et accidentaliter impotit*.* fed in ipfo Mundi ordine intit*, et in creaturarum naturis. Neque putandum eft, ex folo Conditoris arbitrio illas luam obtinere fan- ctionem, fed pr*fertim ex rectiffimis et infle- xibilibus Sapienti* fcitis, quibus omnis mun- danus rerum ordo primum conceptus fuit ^ tum demum Divina* Voluntatis efficacitate ad exi- ftentiam perductus. Nimirum generale Mundi Sytiema ea arte ab infinita Divina Sapientia conditum efl, ut indeclinabiliter ad felicitatem ducat Creaturas rationales ^ quæ fartas tectas fervant relationes, quas ad tingula qu*vis En- tia natura fua habeat, fuasque illis attempe- rant actiones: ticuti c contrario ad miferiam et in- lyp Sc infelicitatem efficaciter trahat illas Creaturas rationales, quæ eas relationes violant, corrum- punt, fuifque actionibus peffumdant. Requ dem vera nifi res ita le haberet, haud foret 'iVfua^ danum Syfiema ordioatiffimum, infinitaque Dei Sapientia ac Majefia^e dignum, fed opus na- tura fua hians, quod externis veluti prasfidiis pofimodum circumvallatum, infcitiam et im- potentiam in Conditore argueret. * Sp. £ mox dictis patet I. generale Mundi Syflema ne latum quidem unguem a præfiituto fine aberrare, five Creaturæ rationales in fuo maneant ordine, (ive ab eo defcircant. In fuo enim ordiiie manentes fuam confequuntur feli- citatem : a fuo ordine recedentes miferiam et infelicitatem nancifeuntur, et quidem in ratio^ ne fuæ aberrationis - At utrumque verum, et realen-i ordinem generalem confiituit : utrum- que ad generale Mundi syftema æque fpectat, et mirifice conrpirat fini, quem ^us munda- no syftemati przftituit. 2, Patet,Vmnem le- gum moralium naturalium notitiam aufpican- dam pfTe cx relationibus, qu® rationales natu- ras ad fingula quavis Entia nectunt. po. Contra morale syftema Divina pro- videntia objiciunt profani homines maximam ac increciibilrm pene rerum humanarum confu- fionem. Inquiunt, aque omnia eveniunt omni, bus: nrobis et improbis, religionis contemptori- bus et amicis idem imminet periculum, et aqua fors. Quin immo perjuri, facrilegi, et criminoii homines non raro melioribus gaudent fatis, quam optimi, et juftiifimi. Nullam er- Y 2. go naturalis go Deus, ita concludunt, humanarum rerum procurationem habet. pi. Equidem vis huic objecto confifteret, fi inter demonftrata foret noflrorum Animorum cum corpore mortalitas. Id autem cum tantum abfit, ut contrarium recta ratione dcmonftre- tur, ruit propterea objectum illud ipfa fui mo- le, tum facili refponflone exfufflatur. Ita præ- clare Auguftinus ia).' Placuit Divina providen- tia praparare in poflerum bona juflis, quibus non (ruentur injujli, mala impiis, quibus nofi excruciabuntur boni . Ifla vero temporalia bona et mala utri f que voluit ejfe- communia ut nec bona cupidius appetantur, qua mali quoque habere cernuntur ; nec mala turpiter evitentur, t^tibut et boni plerumque afficiuntur ., . Dein fuhdit. Si nunc peccatum (Deus ) manifefla ple&e- ret poena., nihil ultimo judicio Jervari putaretur.' rurfus, Ji nullum peccatum nunc puniret aperte Divinitas . nulla ejfe providentia Divina credere- tur . Similiter in rebus fecundis, Ji non eas Deas quibufdam petentibus evidentijpma largi- tate concederet, non ad eum ifla pertinere dice- remus itemque,fi omnibus ea petentibus daret nonnift propter talia pramia ferviendum illi eJfe arbitraremur . pz. Qui Dei providentiam vituperant, quod mala et impia facta non llatim plectat, equi- dem fimillimi eorum (unt, qui videntes in fce- nsm prodire facinorofos ^ fceJeratofque homines, eof- de Ci vit. eofque per totum carmen in luis criminibus exulMre, tragicum Poetam incunctanter convi- ciis petunt } totamque fabulam ut Icclcratam rejiciunt . Tragoediæ exitum hos expectare opor- tet, mox enim illos dignis excipi fuppliciis videbunt, fuorumque fcelerum meritas poenas luere. Vera fabula prxfens est vita: quilibet no- Urum luam in hoc telluris theatro perfonam fubflinet, et ita, ut de fuo femper aliquid ad- dat fabulæ . Atqui Deus totam fapientiffime fabulam moderatur, et regit . Is lapientiflime nectit noftras hujufce vitSB actiones cum fuis geftis, quæ in altera vita lequentur : eruntqua futura cum pr®fentibus ita inter fe apte Sc con- cinne connexa, ut fumma de rebus omnibus providentia eluceat . pq. Tandem, fi Deus in humanis rebus moderandis ubique fusE providentiæ vim, 8c, præfentiam extraordinariam oflendere vellet, ficuti Adverfarii infcitiflime et arrogantiffime poftulant • profecto miraculis cuncta elfent re- plenda, naturæque leges perenniter interpellan, dæ . At quæ fumma confufio rerum hinc pro- diret, quæ maxima perturbatio ! Edifcant ergo Adverfarii rectius philofophari : ficuti apparen- tes illa; perturbationes, et monftra, quæ in fyftemare phyfico quandoque occurrunt, nihil de ejus ordine et harmonia detrahunt, quippe ex ejusdem ordinis vi 3c legibus confequuntur, et in ipfum ordinem redeunt : ita nihilo fecius divina de rebus humanis providentia confiftit, licet quædam moralia monfira quandoque profilire et exultare videantur. Moralis quippe y q or. NATURALIS ordo, 8c providentia ex harmonia legum cosmologico-moralium, et ex nexu actionum hujus vitæ cum alterius futuræ vitæ ordinatione refultare debet. Finis Theologia, TOTIUS OPERIS CONSPECTUS Jn unlverfam Metaphyficam^ prafatio. i METAPHYSICARUM INSTITUTIONUM In Ontofopbiam prolegomena De effentia, et attributis. De variis entium generibus De relationibus Entium. Dff relationibus fimilitudinis. De relationibus, e coexifletftia dependentibus . De relatio.nibus dependentiis, ubi de Catijfis. De quib.usdam "relationibus compo/itis . INSTITUTIONUM METAPHYSICARUM PARS ALTERA In Cofmologiam prolegomena. De Corporum elementis. Corporum elementa Junt ne ex- tenfa, vel inextenja Similia Jint ^ qn diffimilia cor- porum elementa expenditur . . niTT De Legibus cojmologicis . De Mundi, Materia origine. sirr: Etis tttiquod aternutn natura fua necifjitate exi/iere, indubie demon- firatur j tum ejus pracipui c&araSleres expenduntur .In materia originem inquiri - tur, eamque ix nihilo conditam vi, potentia fupremi Numinis inviBe demonflratttr . I op Democriti, et Epicuri fenten» tla refutatur ; ubi Mundum potentia, et fapientia Entis aterni conditum effe evincitur . I £ 5 Spinosa Jyflema abfurdorum, et contradiBionum effe cumulum ofien - ditur . De nexu omnium Mundi Cauf- Jarum et effeBuum : ubi de fato juxta . Pbtlofophorum placita di [feritur De nexu omnium Mundi Cauf- /arum, effeBuum, lai P bilofophorum de fato fenten* tia enarrantur, atque refutantur. ia8 De Naturali, et jupernatu» De Natura gener at m ; ubi . quid fit naturale edocetur De fupernaturaii : ubi de Mi’ vaculis generatim Pinis Cofinologia METAPHYSrCARUM INSTITUTIONUM In Pfycbohgiam jtrole^omena . g CAPI L De Facultate fentiendi . j Senjitiva facultatis indoles at» que natura expenditur ^ &“ plura fenfa ^ tionum do^lrtnam Jpe^antla enucleem tu* . Qna Jit fedes principii fenji- tiva facultate praditi .De Memoria De contemplatione DV remintfcientta .De recognitione De facultate attendendi ^ et refle^endi, zS De imaginatione, De facultate appetendi ^ ejuf~ que objeElo : ubi de affe^ibus fummatim. De facultate appetendi, ejuf- que objeblo . ibid. De affeBibus . at, De humana Mentis Volunta* te, ac Libertate . De Mentis humane Natura.. nimadverfiones ad invejiigandam %Anima humana naturam preeli- mtnares .Humanam Mentem haud esse temperationem humani corporis, ac pra^ cipue cerebri inviate demonjiratur Ct*tvU fubjlantite corporea in* trinfecus pugnare cogitationem, /Jw De idearum^ notionumque natura, atque ongtne %/inimadverfiones praliminares ad idearum,netionumque naturam atque originem expijcandam. Idearum origo ac, natura expenditur. Quadam Pbilofopbortm.placita, qua idearum /peliant originem, breviter exponuntur . Df tAunue humana orij^tne’ .De Mentis humana Immorta- litate . I loi Mentem humanam ex natura Jua infpe^am, immortalem effe, demon- flratur . Mentem humanam ex fui Con- ditoris voluntate infpeBam immortalem naturali ratione afferitur. METAPHYSICARUM INSTITUTIONUM In naturalem Theologiam prolefromena . Deum exi/lere invitiis rationibus demonflratur, et *Atheorum pracipua cavillationes difpelluntur . Deum exi flere met a phy fice de - monflratur . ibid. ART. II. Dei exiftentia morali demon- firatione vindicatur .De attributis, qua Deo, ut Enti a fe y conveniunt.  De attributis y qua Deo y ut Menti, conveniunt . Dei Scientia expenditur . ibid. Ds Dei abfoluta Beatitate, De Dei Voluntate. De attributis, qua Deo y ut - pote prim-rfetur, et fi merito typis mandari pnfit . Ac pro executionc Regalium Or- dinum idem Revifor cum Jua relatione ad nos di- rede tranf mittat etiam autographum ad finem', Datum NAPOLI . FR. ALB. ARCHIEP. COLOSS. CAPP. M. S. R. M. J Uffu tuo accurate legi docfl-flfimi Viri Sacerdo- tis D, Mariani iJcmitula in^itut ones philofo- phtCas^ nempe infi/turiones metaphyfices, in qui- bus quxcunque a ienfibus funt remota ) leu le- ruin naturam, feu univerfi ordinem, Icu nafU- Tain animorqm, feu durina attributa, quantum i-tio »e adfequi licet, facili methodo dilucide per- tvadlantur ; atque infitutiones logices quibus, qu.ie ad hu minam mentem formandam fpeiflant, folide præcipiuntur, in his utrifque inititutionibus bu8 omnia fumma eruditione, Ir dodlrina, neo minori pietate explicanrur ; tantum abeft, ut qoidpiam aut juiibus Majeftati", aut boniS mon. bus advei ium commeant ; quare edi pcffe cen» fto, nifl aliter Majcftati Veftrae fuerit vifuin, NAPOLI MAJESTATIS VESTRAE. JlVmiliJtimuS addidi ffimus 6- obfequtl^ffimus, Jofephus Maffcjus Regius Profcffor. NAPOLI ec. Vifo refcripto S. R. M, fub die 5. currentis 'fnenfis, cSr anni, ac relatione U, J. Dodoris O, Jofephi lAafiei ^ de commijfione Reverendi ReffH. Cappellani Majoris, ordiie pr^fau Regalis Majejiatts &C» Reffjlis Camera S, Clara providet, decernit^ Mtque mandat, quod imprimatur cum inferta forma prafentis /upplicis libelli, ac approbationis dtdi revi fotis . R erum no<» publicetur ni fi per ipfun Revi/orem fada iterum reviftone, . ajir- metur, quod concordat ^fervata forma Regalium ordinum ^ ac ^etiam in publicatione fervetur' Re- gia pragmatica» Hoc fuum ec, JARGIANNI PECCHENEDA VOLLARO V. A. R. C. Izzo Cancelliere Rfg- fol, t?, tt u Pafcale Uluftris Marchio MAZZOCCHI P. S. C.& ceteri Aularum Praefedi tempore lub. impediti . EMINENTISSIMO SIGNORE .M trhele Migliaccio pubblico Stampatore fup- olicando efpone ali’ E. V. come defidera dare alle ftampe un’ opera tntitolata In/iitutionet, Philolophicte Auctore Mariano Stmmola . Prega percio 1 ’ £. V. a commetterne la reviiionc a chi piu le piace • Admodum R«v, Dominus D. Donatus GigUo St Th. Prof. revideat, et in Jcriptis referat. FRANCISCUS ROSSI CAN. DEP. Institotiones Philosophicae appofite ad Tyrona u captum a S. concinnatas, ea diligentia, qua tua juffa capeffere par eft. Princeps Eminentidime, perlegi, In illis, prxterquam quud methodo meridiana luce clariore argumen- ta tum unde unde exquidta, tum propriae penis depronua (apienter ad Philoruphiae firmanda dog- mata congerit Audior, in i!l ud porro omnes lol- lertix nervos intendit, ut et fandi di m a morum ratio redle libi condet, 8c jura Rei gionis, li unquam antea fufque deque habita*, nunc ut cum maxime pedimo fato divexatx, farta tedla fer- ventur . Qux cum ita le habeant, cumque nihil optimo Prxfult antiquius, fan^iufque effe debeat, ? uam ut adolefcentes fandlionbus, minimeque iibdolis fententiis imbuantur ( nam quo Jemel ejt imbuta recens, fervabit odorem Tejia diu ) in publica commoda peccatum iri 'rcor, fi hujufmo- di Opus minime Typis mandetur, Quare fi ita Z * Emi Sminenti* Tu® videbitur, publici jur» fieri pof- fe cenfeo . l-)ab. ^Alib. Seminat ii Urbani XV Iil. EMINENTUE TU.E, AddidiJP Obfequentijp, Ta/nuius iionatus Gigli, yy/ff ip is. Nome compiuto: Mariano Semmola. Semmola. Keywords: istituzioni di filosofia, l’istituzione della logica, l’istituzione della metafisica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semmola” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semprini: implicatura cabalistica nel deutero-esperanto di Pico -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Giocodi H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bologna). Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. S. progetta una lingua internazionale su base latina che chiama “neo-latino” – “Rubrica del movimento interlinguista” --- e l'anno successivo ci prova anche LAVAGNINI (si veda) con l'Unilingue (o Interlingue) pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'interlingue od Unilingue in sette sezioni a Roma e ancora con MONARIO (si veda), dato alle stampe nel Corso de Monario prima e nell'Interlexico Monario. Italiano-français. English-deutsch poi. GIOVANNI  PICO  (vedasi) DELLA  MIRANDOLA. LA  FENICE  DEGL’INGEGNI  -- saggio di  S. nella quale si raccontano i casi della vita  del  principe-filosofo e s’espongono i segreti cabalistici magici e astrologici della sua esoterica  filosofia. Con un esame delle sue poesie in volgare e un ritratto fregiato da Carolis  ALL'INSEGNA DELLA CORONA  DEI  MAGI PRESSO ATANOR. TODI. Il saggio che offre al suo C. non ha la pretesa d’essere una monografia e molto meno uno studio completo della vita del Mirandolano. Esso, così come si presenta, porta l’impronta dei sentimenti e dei pensieri non sempre contenuti che in me sorgeno via via che il velo si discopre e la bellezza d’una vita intensamente vissuta per un ideale l’appare nella sua immediata freschezza. Ciò che  li mosse a scrivere di Pico non è, lo confessa, quella preoccupazione pella verità storica che spinge molti a travagliare per anni interi intorno a manoscritti, a cimeli, a documenti, pur di riuscire a determinare colla massima certezza le date della vita d’una personalità o d’un avvenimento storico. È stato il desiderio di conoscere, attraverso un personaggio quelle altre verità che, non  essendo sempre dì dominio del pensiero riflesso, le chiamiamo con altri nomi. Tale desiderio l’ha  portato a conoscere quanto Pico, al pari degl’uomini del suo tempo, fosse assetato di verità, e come più di tutti i suoi contemporanei avesse il senso dell'inanità degli sforzi umani e della vita stessa. Quanto egli, pur aspirando alla verità come luce rasserenatrice, fosse convinto, anche prima  di raggiungerla, che desso, purtroppo, non è il fine ultimo della vita, che c'è qualcosa di più alto ancora che più della cristallina chiarezza del vero esprime l'essenza della vita, e cioè l'amore. Non è tragico tale sentimento che rende inquieta l'esistenza di quest’aristocratico il quale, sotto la femminea placidezza del suo volto avvenente, nasconde un'anima irrequieta e nostalgica, non  già  agitata dalle passioni 0 dai perturbamenti del senso, ma dal dubbio della ragione, dal contrasto che sorge come nube procellosa negli spiriti meditabondi ogni volta che vedono l'inconciliabile opposizione fra il reale e l'ideale? E ciò che nel Pico rende insanabile questo dissidio interiore era il senso del mistero che in combeva su ogni manifestazione del suo vivere, il senso dell'arcano  per penetrare il quale s'illude, come gli spiriti profondamente mistici, che al di là della conoscenza comune, al di sopra delle nozioni volgari ci fosse una dottrina esoterica, accessibile a pochi, per mezzo della quale l'iniziato potesse inoltrarsi nei sentieri reconditi ove splende la luce che trasumana. Non so quanto sia riuscito nel suo assunto che era di rappresentare Pico quale mi si  rivela più che dai documenti d'archivio, dalle sue opere e dalle lettere del suo epistolario. Certo sarebbe per lui motivo di conforto poter constatare che il suo studio potrà essere stimolo ad altri a darci di Pico quell'opera completa che tuttora ci manca. Bologna, Villa Serena. In un'alba nasce nel castello della Mirandola Pico. Sua madre, in un sogno di fiamma, n’aveva presagito la bellezza  superiore a quella delle sue splendide figlie, e l'ingegno e l'amabilità che non aveva saputo riscontrare nei figli Galeotto e Anton Maria, in perenne lotta pella supremazia del feudo. Muratori, Amali d'Italia; Tiraboschi, Dizionario Top.; Bratti, Cronaca; Cronaca della Nob. Famiglia Pico, scritta d’autore anonimo, illustrata con note e documenti da Molinari, pubblicata in Memorie storiche  della città, ecc. Mirandola; Ceretti, Giulia Boiardo in Atti e Memorie della Deput. di storia patria dell'Emilia, Modena; Burckardt, La civiltà italiana nel ri-nascimento, Firenze. La prima biografia del Pico è quella scritta dal nipote Gianfrancesco e premessa in tutte le edizioni delle opere. La contessa Giulia, che aveva nelle vene un po'del sangue del cantore dell'Orlando innamorato, ci  si presenta una di quelle donne meravigliose del ri-nascimento, abilissime nei lavori muliebri e aperte a ogni manifestazione dell'arte, capaci d’accudire alle cure più minute della famiglia e di tener testa agl’affari più difficili dello stato. Questa donna, che altrove ci appare energica e severa, accanto a PICO,  rivela i caratteri più squisiti della maternità. Ora la vediamo tutta compresa di  tenerezza nell'atto che la nutrice mostra il bimbo in fasce a Merula, ospite durante il suo viaggio per Bologna delle figlie Lucrezia e Caterina. Ora notiamo lo sforzo della sua maschia natura per condiscendere a certi capricci e vizietti di PICO. Oh! la gioia di questa madre quando assiste alle prime rivelazioni di quell'ingegno precoce, che era pronto a cogliere sul punto qualsiasi istruzione impartita, che impara con rapidità sorprendente una poesia, che rivela sin dai più teneri anni una memoria prodigiosa. L'indole dolce e arrendevole che Pico aveva sortito da natura, l'aspetto quasi femmineo del volto che si tinge di rossore o impallidiva ai fremiti insoliti dell'età critica dell'adolescenza vicina, l’inclinazione agl’ardori d’un misticismo incipiente, dovevano senza dubbio indurre la contessa Giulia a provvedere per tempo all'avvenire del figlio, non senza quella trepidazione propria delle madri che vorrebbero vedere immutata l'ingenuità delle loro creature. A Giulia parve che lo stato ecclesiastico fosse il più adatto all'indole del piccolo Giovanni che, da parte sua, era più che mai disposto ad abbracciare uno stato in cui avrebbe potuto svolgere più agevolmente quei sogni che cominciavano già ad agitarlo. Giulia s'interessò per ottenergli la elevazione a protonotario apostolico, e appena il figlio ebbe raggiunto l'età di dieci anni, la contessa ne celebrò solennemente l'investitura. Alcuni anni dopo, nel 1477, Io mandò a studiare diritto canonico all'università di Bologna . La festante città dei Goliardi, la cui vita politica era guidata in questo tempo dalla potente famiglia dei Bentivoglio, poteva considerarsi per il suo Ateneo « il tramite per cui le idee umanistiche passavano dall'Italia all'Europa. Da ogni regione d'Italia e paese d'oltr'Alpe convenivano quivi numerosi gli studenti con le caratteristiche e i linguaggi delle loro terre; e quivi formavano corporazioni con statuti propri. Si deve far risa ci) SCARABELLI, Dell'antico studio bolognese, Bologna, 54-55; Gavazza, Le Scuole dell'antico Studio bolognese, Milano, 1896, 78. 4lire a questo periodo l'attrattiva esercitata sull'animo del Pico dall'ordine domenicano, che finirà per essere una delle mete sospirate. La chiesa di S. Domenico era il luogo in cui solevano radunarsi le corporazioni dei « legisti », i quali erano tenuti a intervenire processionalmente alla festa di S. Domenico e ad assistere dal coro alla messa dello Spirito Santo. Tra quei frati predicatori che, per la loro dottrina e il loro ascendente, avevano sì gran parte nelle cose dello studio, uno dovette attrarre l'attenzione del Pico, per le maniere semplici e rudi, gli occhi vivissimi, la fronte solcata da rughe e il colore bruno che contrastava col biancore del lungo saio. Questi era Girolamo Savonarola, giovane allora venticinquenne, già emaciato dai digiuni e dalle astinenze che a « vederlo passeggiare pei chiostri, pareva piuttosto un'ombra che un uomo vivo. È dubbio se fin da allora si stringessero rapporti fra i due, che dovevano in seguito legarsi coi vincoli di reciproca stima; certo da quel momento i loro occhi si saranno incontrati, non con l'indifferenza onde passano le innumeri fisonomie umane, ma producendo quella recondita impressione che rifiorisce presto o tardi negli scambi di idee e di sentimenti. VillAri, Savonarola, Monnier. È durante il tempo de' suoi studi di filosofia a BOLOGNA che muore a Pico la madre, e ci duole di non trovare alcun'eco ne' suoi saggi di questa sventura. Ma faremmo torto al suo delicato sentire se volessimo ciò attribuire ad uno scarso attaccamento verso la persona che pili di tutte lo ha amato. La contessa Giulia che si era portata a Bologna per stare vicina al diletto figliuolo, fu colpita da un malore che la trasse in breve, il 13 agosto 1478, alla tomba. La sua salma, trasportata il giorno seguente alla Mirandola, fu tumulata accanto a quella del marito nella chiesa di S. Francesco. Pico, forse perchè non si sentiva portato allo studio del diritto canonico, decise di recarsi a Ferrara ove lo invitava il Duca Ercole I, già imparentato con la sua casa, avendo sposato la sorella Bianca a Galeotto, fratello del nostro Giovanni. Quando nel maggio del 1479 giunse a Ferrara, che era allora una delle città pili popolose e ricche d'Italia, fu assai lieto di poter frequentare la scuola di rettorica e di poesia di Battista Guarino, che proseguiva con pari valore le direttive del padre suo, il celebre Guarino Veronese. Come un'aura di poesia doveva respirare nella città che della poesia cavalleresca ed epica stava per divenire il centro d'Italia, e come un'ebbrezza 6materiata di sensualità doveva ispirargli la tragica storia ancor recente di Parisina e gli amori un po' violenti del padre di Lionello e di Borso d'Este . Il Pico trovò modo di appagare più di un desiderio come ci attestano i frammenti delle sue poesie amatorie e Raffaello da Volterra ne' suoi commentari in cui parla anche del successo che conseguiva nelle pubbliche discussioni. Non ostante la simpatia ch'egli sentiva per Ferrara in cui aveva contratto varie amicizie cogli Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventosi: una principessa, Parisina, è decapitata insieme col figliastro Ugo per adulterio (v. Muratori, R. I. S. lib. XX); principi legittimi e illegittimi fuggono dalla corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli, come accadde; oltre a ciò continue cospirazioni dal di fuori; il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede. Ercole I ». BuRCKHARD. Cfr. Solerti, Ugo e Parisina in Nuova Antologia. Ivi il Volterra dice di avere veduto il giovinetto Pico, vestito da Protonotario apostolico, discutere fra le acclamazioni di tutti con Leonardo Nogarola. Devono alludere a questo tempo le parole del nipote: « Prius enim et gloriae cupidus, et amore vano succensus, « muliebribusque illecebris commotus fuerat, foeminarum « quippe plurimae ob venustatem corporis orisque gratiam, « cui doctrina amplaeque divitiae et generis nobilitas ac« cedebant, in eius amorem exarserunt ». Opera, Vita, senza numerazione di pagina. uomini pili in vista del mondo letterario come col Guarino e con Vespasiano Strozzi, il demone dell'irrequietezza cominciò a fargli sospirare altre città, a comunicargli il tormento comune a tutti gli umanisti di allora pei quali la più gran gioia era quella di andare in cerca di nuovi codici, dì poter frugare conventi e biblioteche, di scoprire qualche nuovo volume. Benché ormai rimanesse poco o nulla da scoprire, dopo che, sull'esempio del Petrarca, il Filelfo, il Guarino, Giovanni Lascaris erano riusciti a riesumare tante opere preziose dell'antichità, non era peranco cessata la bramosia della scoperta di nuovi libri . Il Pico, spinto da un ardore che nasceva da uno spiegabilissimo sentimento di emulazione, non risparmiava spese nell'acquisto di libri, e intraprese anche dei viaggi per raccogliere o rintracciare qualche codice antico. Nell'autunno del 1480 troviamo il Pico a Padova , dove in data 16 dicembre di quell'anno Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze, Sansoni. Cfr. specialmente i capitoli IV, 72, VI, 114. Anche il Muntz, Precursori e propugnatori del Rinascimento, trad. Mazzoni, Firenze, Sansoni. Pico rimase a Padova per un biennio. Cfr. Della Torre, Storia dell'Accademia Platonica di Firenze, gli venivano rimesse le patenti ducali con le quali si concedevano a lui studente di filosofia nell'almo studio patavino, tutti i privilegi che vi potevano godere gli scolari. Pare che l'indirizzo di studi che si perseguiva in questa città e l'ambiente studentesco lo soddisfacessero molto, poiché in una lettera ad Ermolao Barbaro dice che, fra tutti i «ginnasii» d'Italia, quello di Padova era stato da lui frequentato più volentieri . Era il Pico allora in quell'età in cui la vita sorride più che mai all'occhio dell'adolescente che, nell'esuberanza delle proprie forze psichiche, non trova limiti al suo pensiero, e il bene e il male rientrano in quella sfera che li assorbe, direi quasi, li accomuna, cioè l'amore. Ciò che in altre età può sembrare scandaloso, indegno dell'uomo, è nell'adolescente tollerato; e anche quando l'uomo avanzato negli anni piange, come il Pico, i peccati della gioventù, sente nel-, l'amarezza del rimpianto il rimorso di così cari ricordi! E il Pico era troppo sensibile per non sentire questa vita fremente che gli s'agitava intorno, egli ch'era così bello, colle chiome d'oro svolazzanti sul volto radioso, quasi novello Ado « ex Italiae gymnasiis mihi sedem ad philosophiae « studium diligerem... » opera, 376. Cfr. DoREZ et ThuaSNE, Pie de la Mirandole en France, Paris, Leroux, ne, come ce lo dipinge il Ramusio in un carme latino. Testimonianza di questa vita goliardica di Padova, è la raccolta dei carmi latini di Girolamo Ramusio, ch'egli volle dedicare al Pico verso il quale si sentiva attratto, oltre che da tenera amicizia, da identico amore per lo studio delle lingue orientali e per la vita avventurosa , con un carme intitolato: Illustrissimo loanni Mirandolae principi ac concordine corniti benemerenti, Hier. Ramusius paiiper Ariminensis. Girolamo Ramusio, della cui memoria non c'è traccia nelle opere del Pico, benché nella raccolta delle sue poesie si trovino inseriti alcuni carmi di quel Donato col quale il Pico rimase in Ecco i distici del carme Lusus in Venerem: Pacem vultus habet, facies exorat amorem Membraque scytonia sunt magis alba nive. Cuncta dicent Divum, ut sydus ocelli, Et volitant circum tempora amata comae. citati dal Flamini, Girolamo Ramusio, in Atti e Memorie d. R. Acc. di Padova. Viaggiò in oriente in cui imparò la lingua araba, fu a Damasco nel 1484, morì a 36 anni il 5 giugno 1486^ mentre si recava da Damasco a Beiruth. Flamini, 1. e. Anche il Donato studiò a Padova, conobbe Catta, amata dal Ramusio, e l'amore della fanciulla per l'amico gì' ispirò versi di rimpianto per la immatura morte, e in essi cerca di riprendere il Ramusio pe' suoi carmi lascivi. Assistendo alla laurea dell'amico nel 1476 scrisse una saffica per quell'occasione. Divenuto personaggio influente nella Repubblica di Venezia, protesse letterati e umanisti. 2 10 rapporti epistolari, era oriundo da Rimini dove fu caro a Pandolfo Malatesta; venuto a studiare a Padova quivi si laurea, come dice in un carme dal titolo: Dum subirem artium laurearti in collegio doctorum Ramusius pauper. Nelle sue poesie « di un'oscenità da disgradarne VHermaphroditus del Panormita... e che sono veramente nugae da giovani spensierati e scapestrati » canta gli amori per una bella fanciulla di Narni, di nome Catta, morta in età immatura, da cui pare fosse corrisposto. Al Pico indirizzò due carmi, nel primo dei quali si duole di non poter essere sempre con lui, a cagione delle strettezze che lo costringono a starsene a lungo in casa; nel secondo (ch'è una saffica all'oraziana) ne loda la bellezza, la dottrina, la liberalità . Si deve attribuire senza dubbio a questo periodo, in cui dovette influire non poco sulla condotta del Pico la convivenza con studenti del temperamento di un Ramusio e di un Donato, la composizione di gran parte delle poesie del nostro, le quali non dovevano essere diverse Flamini, Flamini, Delle donne amate dal Pico, due sono celate sotto lo pseudonimo di Marzia e di Fillide Peona o Pleona, morta quest'ultima in Padova. Cfr. DoREZ et Th. op. cit., 16 e Della Torre, dalle nugae degli altri, se in seguito il Pico le diede alle fiamme. Ma non tutti gli amici del Pico erano del tipo suaccennato; ve n'era fra gli altri uno che per la sua anima candida e mite, per la sua profonda conoscenza della filosofia aristotelica, doveva lasciare traccie visibili sull'opera del Pico, e legarsi a lui coi nodi della più dolce amicizia. Eia questi Ermolao Barbaro che da alcuni anni era titolare di filosofia morale in quell'Università dove si era addottorato a ventitré anni nelle leggi civili e canoniche . Benché nei periodo in cui il Pico studiava a Padova, Ermolao stesse per lo più a Venezia, ove copriva importanti cariche pubbliche , pure, le poche volte che poterono vedersi, si sentirono subito due anime gemelle fatte per intendersi e per amarsi. Conoscitore profondo della lingua greca, Ermolao ri Nei Fasti Gymnasii Patavini, Patavii, del FacciOLATi, abbiamo Ermolao Barbaro prof, di filos. morale; Fr. Io. Battista ex eremitis di S. Agost. prof, di logica nel 1480, 114; nello stesso anno era rettore degli artisti Benedictus Ariminensis, Colle, Storia dell' Univ. di Padova, 1824. Apostolo Zeno, Disseri. Vossiane, Venezia, Causa la peste a Venezia, ritornò in Padova ove si mise a disposizione dei giovani che lo pregarono d'insegnar loro il greco. In quell'anno fu creato senatore. Cfr. Colle, 12— poneva ogni suo intento a tradurre Aristotile, le cui dottrine solide e profonde erano un pascolo per la sua mente costretta sovente a ben altre faccende. Bisogna riconoscere che Padova, la quale era il centro del movimento intellettuale del Nord-est d'Italia e per l'insegnamento filosofico faceva tutt'uno con l'ateneo bolognese , esercitò sul giovane mirandolano un influsso le cui traccie si scorgono qua e là nelle sue opere. Anzi tutto ciò che vi è di scolastico e di medioevale nelle Tesi e in altri lavori filosofici del Pico, è dovuto a questi anni di studio nell'università patavina che ha continuato più a lungo di qualunque altra le abitudini del medioevo. Era Padova la rocca forte dell'Averroismo e uno dei professori piìi ragguardevoli, non privo di una certa originalità, fu Nicoletti Vernia che insegnò a Padova. L'insegnamento di questo averroista, che sosteneva senza restrizioni la teoria dell'unità dell'intelletto, non dovette svanire si tosto che il Pico, il Nel 1475 aprì nella sua casa alla Giudecca una scuola privata di filosofia, e aveva in animo di tradurre tutto Aristotile; peraltro tradusse V Etica, la Rettorica, la Dialettica e inoltre scrisse una parafrasi di Temistio. Cfr. Renan, Averroès et l'Averroisme, Paris, 357-58; Burckhardt, op. cit., 242-244; Mandonnet, Sigerete Brabant, Windelband, Storia della Filos. trad. it. Palermo II, 16-17; Petrarca, Opera» Basilea, cui soggiorno a Padova coincide con gli anni scolastici 1480-1482, non palesasse una certa indulgenza per l'arabismo da fargli vagheggiare l'accordo oltre che fra Platone e Aristotile, fra Avicenna e Averroè. Durante i due anni di studio a Padova si recava sovente nella natia Mirandola, la cui quieta e semplice vita paesana gli tornava sommamente gradita e dove amava invitare amici e maestri. Ma in quegli anni la pace del castello avito doveva interrompersi agli orrori della guerra fratricida scoppiata fra veneziani e ferraresi. Anche il Duca di Milano, i Bentivoglio di Bologna, la Repubblica di Genova e qualche altro staterello, erano stati attratti nell'orbita del conflitto; e i soldati mercenari coi loro cavalli e carriaggi taglieggiavano e smungevano, durante le loro scorrerie, i pingui contadi della pianura padana. La piazza di Mirandola, che era come una tappa sulla strada maestra, dovette senza dubbio subire tutti gl'inconvenienti che derivavano ai piccoli comuni incapaci d' imporsi alla forza dei più potenti, La visione di una realtà intrisa di sangue, quale può essere in periodo di Per la guerra tra Venezia e Ferrara, vedi Marin Sanudo, Commentari della guerra di Ferrara, Venezia, Muratori, Du Mont, Corpus Diplom., Ili, 2, 128. Cipolla, Storia delle Signorie Italiane dal 1313 al 1533, Vallardi, Milano, 1881, 603-640. 14 guerra, così lontana da quella che i suoi studi umanistici rendevano idealmente gentile, avrà certo contribuito a far abbandonare al nostra ogni pensiero di partecipazione alla vita politica e di scegliere tra l'instabile carriera di principe e la missione di dotto, questa che gli apriva la via a una meta pili certa e duratura. Già fino dai primi anni aveva sperimentato la precarietà della vita principesca, quando poco dopo la morte del Padre, avvenuta nel 1468, i suoi fratelli vennero a contesa per la supremazia del loro staterello, e di cui si ebbe il primo epilogo nel 1473, avendo Galeotto fatto prigione il fratello Anton Maria. Questi, liberato dopo due anni di, carcere, si vide spogliato dei beni paterni e costretto a cercar asilo presso il Papa e il duca di Calabria, i quali con grandi sforzi e soltanto^ mediante l'intromissione di Ercole, cognato di Galeotto, riuscirono nel 1483 a farli venire a un accomodamento. Galeotto ebbe il dominio della Mirandola e del territorio e il conte Anton Maria fu ammesso a condividere il potere in moda che i due non dovessero pregiudicare alle ragioni della terza parte dell'entrata di detta terra che spettava al loro fratello Giovanni. Il nostro Cfr. Memorie stor. della ciità e dell'antico ducato della Mirandola, tomo unico, Mirandola, 1874, IL 15 per essere più libero di attendere a' suoi studi, declinò ogni inframettenza nelle cose che gli appartenevano, e incaricando il fratello maggiore dell'amministrazione di ogni suo avere, partì alla volta di Pavia col suo maestro di Greco, Manuello Adramitteno, mentre col compatriota di questi, Elia del Medigo di Candia, con cui aveva già cominciato a studiare ebraico a Padova, rimase in relazione epistolare. Il suo soggiorno a Pavia dovette essere di breve durata, perchè alla fine del 1482, lo ritroviamo ancora a Padova, di dove indirizza, il 22 dicembre, una lettera al Ficino, la cui fama d'interprete e volgarizzatore delle opere platoniche e alessandrine si diffondeva ovunque . Il Cassuto basandosi su alcuni passi ebraici di Elia, ritiene non risponda al vero la congettura avanzata dal Della Torre (Storia dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 752) che il Pico, partendo da Padova, conducesse seco Elia. Gli Ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento, Firenze, 1918, 286. Proprio in quell'anno usciva la neologia Platonica del Ficino e il Pico nella sua lettera lo prega di inviargliene una copia e di assisterlo nei suoi studi i quali come erano stati indirizzati al peripatetismo, voleva d'ora innanzi integrarli col platonismo. Vi è in questa lettera del Pico una frase che fa sospettare che egli abbia veduto il Ficino tre anni innanzi e cioè nel 1479: « Cum enim apud te essem superioribus an« nis adhortationes tuae nec unquam ardenter magis, quam 16 « ex illa in hanc usque diem me totum literis addisci *, Ma dove aveva egli veduto il Ficino? Il Della Torre nella sua opera afferma a Firenze, ma senza portare nessuna prova di questo soggiorno del Pico nella città dei Medici. Egli stesso dice che Pico scrive da Mirandola al Marchese Gonzaga che si recava a Ferrara e il 29 maggio era in tale città. Se coi mezzi odierni di trasporto il fatto non avrebbe oggi nulla d'inverosimile, non altrettanto può dirsi del tempo del Pico. Comunque il quesito resta ancora insoluto. Pico dopo aver fatto una nuova visita a Pavia e dopo avere soggiornato alquanto a Carpi, presso la sorella Caterina e il nipotino Alberto Pio, del quale era allora precettore l'amico Aldo Manuzio, si trasferì nella città di Firenze. L'Atene d'Italia si trovava allora in quel mirabile meriggio in cui la vita sociale era fervida in tutte le sue innumeri attività e l'arte splendeva in ogni angolo della città, in ogni manifestazione del popolo. Lorenzo Magnifico aveva potuto, col suo tatto mirabile, rimettere in equilibrio la bilancia dello stato che aveva Poliziano, Episi., lib. VII, 7; Calori-Cesis, Vita, ecc., Modena, ; DoREZ et Thuasne, Pie de la Mirandole en France, Paris, Berti, Rivista Contemporanea, 9; Della Torre, L'Accademia Platonica, 747, n. 6. 18 momentaneamente tracollato con la congiura det Pazzi; mentre i suoi cortigiani e tali erano il Ficino, Cristoforo Landino, Giovanni Argiropulo cercavano di attuare un analogo equilibrio nel campo del pensiero e della religione, mediante l'Accademia Platonica, e il Poliziano teneva alto il nome dello Studio fiorentino con le sue affollate lezioni di letteratura greca e latina. Quando il Pico arrivò a Firenze non vi giunse come straniero in mezzo a gente sconosciuta, ma come un amico desiderato dal Magnifico e dal Poliziano, e come il benvenuto in mezzo a persone che nulla piìi desideravano che il vedere aggiungersi alla schiera dei ricchi borghesi e letterati un principe umanista che veniva a fare pìit bella la corona dei Medici. Tra i tanti letterati che convenivano nella casa medicea, molti facevano parlare di sé oltre che per la loro erudizione e dottrina per le produduzioni poetiche, filosofiche e letterarie. In Firenze il lavoro di preparazione, ormai matura degli umanisti italiani, cominciava a fiorire in creazioni originali. Il Pico sentiva la sua inferiorità, nonostante che i suoi tentativi poetici venissero lodati dagli amici; s'avvide che la stoffa di umanista si era ormai invecchiata e conveniva ristorarsi a quelle sorgive popolari cui attingevano il Poliziano e il Magnifico. 19 Fra quanti avvicinava, nessuno gii pareva brillasse di pili viva luce del Poliziano, e nessuno più degno d'essere preso a modello di un « novizio e quasi scolaretto», com'egli si giudicava, E c'è quasi dell'accoramento in alcune frasi della lettera critica alle poesie del Magnifico in cui, dovendo fare da giudice di un poeta « adolescente » esclama: «So purtroppo di non potere far parte « io pure di questo albo (di giovani poeti), nò di « essere così maturo da arrogarmi il titolo di «critico». La lettura delle poesie dell'amico lo aveva entusiasmato; scorgeva in esse i segni dei tempi nuovi: una certa « vivida luce », una nativa freschezza che sembrava scaturire in suolo vergine- In quelle poesie che toccavano tutte le corde della vita: laudi mistiche e religiose, canti satirici e burleschi, canoni d'amore e « carnesciali »., Lorenzo Magnifico gli si rivelava grande poeta. Tali poesie gli ricordavano i due pii^i grandi poeti della letteratura italiana: Dante e Petrarca. Aveva del primo la maestosa serenità del verso « aspro e stringato » quale si addice a poesia di argomento filosofico, senza però essere come quegli «impolito e rude»; del secondo la «molle tenerezza * propria della poesia erotica con in pili la maschia robustezza (iorosus) dell'uomo d'azione. Ciò che spiace nel Petrarca è il notare qualche freddezza e ridondanza nel verso e una 20 certa ostentazione nell'uso delle parole che tradiscono il lavoro di lima, mentre in Lorenzo ogni parola appare al suo posto «con naturalezza». Dante vola sublime e mesce con dignità severa le cose gravi dei filosofi cogli scherzi degli amanti, ma Lorenzo nell'aver saputo cospargere qua e là versi ilari e graziosi «sembra abbia superato Dante». Tuttavia se Lorenzo appare più fine, Dante resta più grande. Questa lettera scritta a Firenze nel luglio del 1484 per l'acutezza di alcuni giudizi, incontrò favore presso molti amici e fu uno dei primi passi verso la capacità critica del nostro autore il quale, se si è lasciato prendere la mano dal calore della prima impressione e dalla simpatia che lo faceva indulgere troppo verso Lorenzo bisogna del resto tenere presenti le circostanze singolari in cui nacquero queste poesie di Lorenzo, le feste pubbliche in cui giovinetti e fanciulle le cantavano, le mascherate in cui venivano recitate rivela tuttavia un acume penetrante e misurato. La frase quo mihi videris Dantem exsuperasse, potrebbe sembrare una Opera, . Cfr. Carducci, Cavalleria e Umanesimo, t. XX delle opere; ROSCOE, The life of Lor., ecc., London, Thuasne et Dorez, op. cit., 15; Geiger, Renaissance und Humanismus in It. und DeuL, Berlino. Vedi infine il bello studio di SCARANO, Le selve d'amore in Nuova Antologia, voi. 131, 1893, 49-66. 21 recisa dichiarazione circa la superiorità dell'ingegno del Magnifico, rispetto a quello dell'Alighieri, mentre si riferisce solamente all'espressione formale in voga a quei tempi che tenevano in gran pregio V hilaritatem gratiamque in cui Lorenzo era maestro. Naturalmente il Pico non poteva rassegnarsi a rimanere semplice amatore di poesia in mezzo a tanti dotti che avevano pagato piiì o meno il loro tributo alle Muse; voleva anch'egli dare qualcosa di suo per sottrarsi a quel senso d'inferiorità che gli era reso tanto piiì penoso quanto piii sentiva in sé lo stimolo della gloria e il sentimento della propria ca pacità. S'indusse dunque a pubblicare i suoi versi, distribuendoli in cinque libri, e inviò il primo ad Angelo Poliziano perchè lo correggesse e criticasse. « Voglia tu essere, gli scriveva, giudice equo non iniquo, cioè severo, non indulgente ». E il Poliziano gli rimandava il manoscritto corretto di alcuni versi difettosi, con questo giudizio che non è privo di grazia lusinghiera: «Ho corretto alcuni versi non perchè li disapprovassi, ma perchè sembrano cedere ad altri più belli». Il Pico lusingato sulle prime da simile benevolenza dell'amico per i suoi componimenti poetici, dei quali in un'altra lettera aveva Opera, detto: . Ecco la Conclusione Si quis in • opere prnecedentis conclusionls intellectualiter operabi • tur, per mcridiem li^^abit septentrionem, si vero mun • dialiter per totum operabitur, iudicium sibi opcrabitur ». . Conci. 21, Opera, 107. Conci. 11. 105-10^1. (4) • Non potest operari per puram Cabalarli qui non est « rationaliter intellectualis >. Id. 109. 112 mondo, compose il suo Heptaplus o settemplice spiegazione dei sei giorni della Genesi. In quest'opera del Pico, in cui l'elemento lirico prevale talvolta sulla serena spiegazione cosmogonica, i tre mondi: il divino, l'angelico, e l'elementare, sono legati da un'intima armonia. « Haec satis de tribus mundis, in quibus illud in « primis magnopere abservandum unde et nostra « fere tota pendet intentio esse hos tres mundos « mundum unum, non solum propterea quod ab « uno principio et ad eundem finem omnes refe« rantur, aut quoniam debitis numeris temperati et « harmonica quadam naturae cognatione atque or« dinaria graduum serie colligentur ». L'uomo, in questo sistema, è il compendio dell'universo, la sua figura rappresenta i tre mondi, l'intellettuale, il celeste e il corruttibile; è quindi un piccolo mondo . Ma l'armonia non dev'essere solo una legge dell'universo, un dato della realtà in tutte quante le sue manifestazioni, essa deve regnare anche nel pensiero dell'uomo, e ogni prodotto dell' in Heptaplus. Prefatio, id. 6. « Nam si homo est parvus mundus utique mundus « est magnus homo, hinc sumpta occasione, tres mun« dos, inteliectualem, coelestem et corruptibilem, per tres « hominis partes, aptissime figurai »  tcllctto deve seguire la legge musicale. Come nei mondo esteriore all'armonia si contrappone il disordine, cosi anche nelle discipline intellettuali prevale molte volte la discordia, prodotta dalle basse passioni. È scopo nobilissimo quello di cercare l'armonia e di far notare la concordia anche nelle teorie più disparate. Questo scopo il Pico se lo prefigge nell'opuscolo De Ente et Uno. Era vecchia la questione se Aristotile si opponga a Filatone nella determinazione dell'essere e dell'uno. La scuola platonica ammetteva la superiorità dell'essere sull'uno (unum esse superius), mentre Platone nel Sofista ne proclama l'identità (!'. Com'è facile comprendere, i primi avevano preso l' ipotesi per la tesi, e attribuivano come pensiero del maestro ciò che non era in fondo che la loro erronea interpretazione. Quando parliamo dell'essere, intendiamo con questo tutto ciò che è al di fuori del nulla, e in questo senso Aristotile aveva detto che l'um» è uguale all'essere 2). « tnim vero in Sophistc in liane scntcntiam po« tius loijuitur esse unum et ens aequalia •. 243. « Quomodo usus est Aristoteles cum uniens ae. quale fecit. Nec dictionem absque ratione sic usurpavit. « nam ut vere dicitur sentire quidcm ut pauci. loqui autein ut plures debemus. Contro quei Platonici moderni che presumonodi avere dalla loro Dionigi l'Areopagita, possa affermare, soggiunge il Pico, che Dionigi è piuttosto della mia opinione, e gli avversari si trovano nel dilemma di dover dire che Dio è e non è nello stesso tempo. L'essere in sé che diciamo Dio, non è l'essere che noi intendiamo, vale a dire l'essere concreto^ ma quella superentità, che è la pienezza di ogni essere e che non procede altro che da sé stesso . Noi dobbiamo ritenere l'uno superiore all'essere nel modo stesso che si dà a Dio l'attributo dell'unità, principio di tutti i numeri. Cosi si spiega se gli Accademici attribuiscono a Platone l'affermazione che l'uno è superiore all'essere; senza dubbio intendevano parlare dell'uno principio di tutte le cose, che è Dio. Nel V Pico espone i modi secondo cui perveniamo alla divinità, i quali però sono sempre inadeguati a farci comprendere piena Sed et Dionysius Areopagita quem qui centra « POS disputant fautorem suae sententiae faciunt non ne• gabit vere a Deo apud Mosen dici Ego sum qui sum ».. « Hac igitur ratione vere dicemus Deum non esse « ens, sed super ens, et ente aliquid esse superius ». mente Dio (I). Questi modi sono qiiatii i li f^ico li chiama gradi dell'ascensione dialettica a Dio; essi corrispondono alle qualtro forme musicali che abbiamo analizzato. La prima forma, poiché si rivolge ai sensi coi suoni, ci fa conoscere che Dio non ò forma corporea, come insegnano gli epicurei e gli Stoici. La seconda che è l'ars numeranJi, ci fa intuire nell'essenza divina qualche cosa che va al di \h della vita, deirintelligibilitc^, e cioè la deità che 6 in sé. si raccoglie e si unisce non come uno fra molti, ma come uno innanzi a molti (2. Colla terza forma, che Pico fa corrispondere alla Magia naturale, c'imposessiamo delle leggi stesse che presiedono ai destini umani e nell'ordine mirabile dell'universo Dio ci appare non solo come la bellezza che traluce in ogni cosa, come il vero che può essere frammentariamente presente nelle più differenti dottrine, ma sopratutto come bontà, poiché l'universo rivela essenzialmente un valore etico. La quarta forma, che nella gradazione pichiana e la Cabala pura, ci • Deus enim nmnimoda et infinita pcrfectlo est. • Deus ipse sua unica pedectione. quae est sua « infìnitas. sua deitas. quae ipsc est, in se unit et colligit. « non sicut unum ex illis multìs, scd unum ante illa multa >.249. 116 mette in rapporto diretto con Dio, senza peraltro farcelo ben comprendere. Dio infatti non è solo ciò di cui non può pensarsi nulla di più grande, come dice S. Anselmo, ma ciò che è infinitamente pili grande di tutto ciò che può essere pensato. In questo quarto grado la nostra mente è come ottenebrata da caligine, si da poter appena intravvedere l'essenza di Dio elevantesi al di sopra della stessa unità, bontà e verità, e innanzi a cui conviene solo, come dice David, il silenzio: « Tibi silentium laus». Il silenzio! ecco la musica, la sola musica che convenga a Dio. Al filosofo musicale, è subentrato il mistico, l'uomo cioè che rinnega ogni armonia, ogni bellezza formale e si ritira in quel mondo chimerico in cui la tenebra ha lo stesso valore della luce, il silenzio ha uguale malìa del suono. Gli ultimi anni del Pico sono caratterizzati da una vita di fervido misticismo unicamente spesa per l'amore di Dio e il bene della Chiesa. A Dio egli dedicò lo scritto In Orationem dominicam ex oEx quibus colligi illud potest non solum esse « Deum, ut dicit Anselmus, quo nihil maius cogitari po« test, sed id esse, quod infinite maius est omni eo quod « potest excogitari. « Ego vero dico Chimaeram quam mente conci« pimus.  positio; per la Chiesa scrisse l'opera poderosa: In Astrologiam. Nella prima, che è un'analisi dell'orazione domenicale, preceduta da un'enunciazione delle teorie del Pico, l'elemento musicale è intimamente connesso a quel desiderio il cui obbietto è il sommo bene. Diremmo che quanto più la preghiera è elevata e disinteressata, tanto più è pura musicalità. Quando l'uomo prega non per chiedere favori o qualche bene immediato, ma per essere purificato dai peccati, per raggiungere la dolce contemplazione dei beati e conseguire la purezza degli angeli , allora egli è in contatto di quel profondo io, che, come si esprime il Tagore rivela l'intima natura dell'uomo « più che « il bisogno di sostentamento per il suo corpo, « più che la sua avidità di onori e di ricchezze. « E quella preghiera non proviene solo da lui, «essa è nella profondità di tutte le cose, è l'in • Scimus autem illud esse sumnie desiderandum « quod est summum bonum •. Opera, fol. a 1. Et monebimur ad petendum hoc efficacissime su« per omnia a Dee ut praeservet nos a peccato. Nihil aut « de rebus huius mundi, aut de gratiis gratis datis vel « desiderantes, vel a Dee petentes. Diximus igitur nihil « ex his honis... adiumento esse sicut scientia et dulcedo « contemplationem... ^fol. a 2. «cessante stimolo in lui deW Avih, dello spirito « di eterna manifestazione. Nell'opera contro gli astrologi, nel mentre il Pico ribatte uno per uno gli argomenti degli avversari che si erigevano a paladini dell'astrologia, prende occasione per esporre le sue idee sulla forma e le leggi degli astri, e per far rilevare anche quella superióre armonia in virtù delia quale si compone l'apparente disordine del cielo stellato. Intanto fa risaltare subito che è assolutamente arbitraria la configurazione dello Zodiaco, come fantastiche e ridicole sono le rappresentazioni animali di cui gli astrologi popolano il cielo. Bisogna premettere che l'opera del Mirandolano rispondeva a un bisogno del tempo in cui era tutto un rifiorire di pregiudizi astrologici, magici e negromantici. Il Pico che in questo tempo (1492) frequentava il Monastero di S. Marco, in cui convenivano (5) Tagore, Sadhana, reale concezione della vita, tradCarelli, Carabba, Lanciano. Cfr. S., La preghiera nell' Imitazione di Cristo e suoi rapporti col misticismo, in Rivista di Psicologia. Quod nos in universum primo declarabimus, tum « singillatim, quascunque aliquis Astrologorum signavit co« niunctiones magnas, retulitque ad eventa rerum admi« rabilium, et falsas et falso supputatas et ad effectus falso « relatas, luce clarius ostendemus lanti ammiratori del Savonarola, dovette sentirsi stimolato dal frate ad impugnare quell'arma potente contro la pretesa degli astrologi, che consisteva nel far dipendere i miracoli dal potere diretto di Dio e quindi dalla sua grazia, non già dall'influsso degli astri. Era ben vero che egli andava con questo un pò contro le convinzioni care de' suoi amici, contro il fervore delle idee astrologiche del suo tempo e in parte contro certe convinzioni sue precedentemente manifestate. Ma appunto in questa serie di contrasti, la natura sua battagliera trovava stimolo ad agire e a incanalare le aspirazioni del suo cuore dietro le orme del Savonarola. Era propria dei popoli primitivi la concezione che il mondo fosse un vasto organismo le cui parti sarebbero unite da uno scambio incessante di molecole e di effluvi. Gli astri, generatori di energia, agiscono costantemente sulla terra e sull'uomo, e l'uomo ha il suo destino segnato in una delle tremolanti stelle che vibra nella sua corsa pei cieli insondabili in armonia con quell'essere umano. Tale concezione sopravvisse nel mondo greco, s'impose agli scrittori latini, ricomparve arricchita di una vasta letteratura nel medioevo e nel Rinascimento. Al tempo in cui il Pico scrisse la sua polemica il tema astrologico trovava dei cultori 120 appasionati e già Ambrogio Traversari, Paolo del Pozzo Toscanelli e Matteo Palmieri avevano preparato, colle loro discussioni nel convento degli Angeli in Firenze, la materia per i difensori e gli oppositori dell'astrologia. Era pur sempre in questi lontani e talvolta semplicisti precursori della Astronomia moderna, l'aspirazione a poter misurare il corso dei pianeti, ridurre in numeri^ in intervalli di tempo la danza delle infinite stelle i cui movimenti complessi producono « l'armonia delle sfere » . Ma il Pico, sebbene avesse avuto un concetto così grande della potenza dei numeri e avesse propugnato la sua ars numera/idi, quando vide con quale leggerezza fossero numerate le plaghe del cielo (universas coeli partes) e con quale baldanza venissero attribuite ad esse le diverse qualità della natura umana (diversas in rebus naturalibus proprietates), reagì con la voce del buon senso. È impossibile trovare un'affinità matematicamente determinabile fra le figure del cielo e le affezioni umane, com'è anche assurdo voler determinare dai segni, dalle case e dalle con Soldati, La Poesia Astrologica del Quattrocento, Firenze, Sansoni. « Erraticae stellae per zodiacum aequo cursu non « deferuntur, hoc est non acquali temporis intervallo... qui « igitur metiri illorum motus et dirigere in numeros volu«erunt ».561. 121 giunzioni degli astri, il sesso, le qualità fisiche e morali degli individui. Anzi il Pico sembra andar contro persino alla sua favorita idea dell'armonia che gli faceva vedere rapporti musicali non solo negli oggetti tra loro ma anche fra la natura e l'uomo. Egli crede che si voglia correre troppo quando si applicano questi rapporti musicali agli astri, poiché la loro infinita distanza rende impossibile qualsiasi esatta determinazione. Vi sono dei moderni, egli dice, che vorrebbero trovare delle dissonanze e delle armonie negli astri; come i musici le trovano fra le diverse voci del suono. Troverebbero delle assonanze, come tra la terza e la quinta, o dissonanze fra la quarta e la settima, anche tra i triangoli stellati della quinta e i quadrati della quarta. Ma è un volere, soggiunge il Pico, prendere per realtà ciò che non può essere che similitudine. Non vi sono spazi celesti muti, altri dissonanti, altri armonici, perchè il cielo non emette voce alcuna. Excogitata postremo neotericis quibusdam de « musicis consonantiis alia ratio, ex qua radios planeta« rum tum concinnere invicem, tum dissonare harmonia« rum quadam similitudine tradunt. Est enim, inquiunt, apud « musicos comprobatum ratione et experientia tertiam vo« cem et quintam primae consonare, quartam vero et sep« timam nequaquam. Nos vero ut omittamus istas in tam diversis re« rum generibus similitudines, efficaciam, rationem decla  Vi è sì l'armonia anche nell'universo stellato, la legge musicale vige anche in mezzo alle erranti comete e all'immobile fascia lucente della via Lattea. Ma questa musicalità è avvertibile da ben altri orecchi che non siano questi sensibili, essa appartiene a quel grado di cui la musica dei suoni è la forma più grossolana e, per essere gustata, richiede un processo laborioso della mente umana, un'elevazione spirituale che non a tutti è dato raggiungere. Nondimeno tale elevazione fu raggiunta e quei pochi tra i mortali che hanno potuto gustare il concento della sinfonia universale, si sono sforzati di tradurre le impressioni in quelle forme del nostro linguaggio che obbediscono più visibilmente alle leggi della musica. Nell'opera del Mirandolano contro gli astrologi si trova spesso citato il salmo XVlll in cui il profeta Davide fa risaltare la grandezza di Dio, richiamandosi all'armonia del firmamento. . E invero pochi brani delle varie letterature possono rivaleggiare con questo salmo che sintetizza e rende quasi, con sublime laconicità, il linguaggio' degli astri. « Coeli enarrant gloriam Dei, et « opera manuum eius annuntiat firmamentum. « rabimus non habere atque computationem et similitudi« nem non procedere... sed (coelum) nuUam vocem emit« tit ». Opera, Non sunt loquelae, neque sermones, quorum « non audiantur voces eorum. « In omnem terram exivit sonus eorum : et in « fines orbis terrae verba eorum». Il suono della musica stellare è cosi diffuso e riempie di sé ogni punto della terra, che non c'è creatura che non goda di una tale armonia e non esulti alla vista del re degli astri che • spunta fuori qual gigante per correre il suo cammino». La musica degli astri ha la sua scala e le note, di cui questa si compone, risuonano in modo diverso nel cuore umano. L'uomo, se è proclive ai beni frivoli della vita, non trova negli astri un'armonia diversa da quella che ci descrissero gli astrologi. Se intende l'armonia degli astri da un punto di vista naturalistico, considera il cielo alla stregua di tutte le cose create soggette a trasformazione. Le stelle percorrendo le loro orbite sono illuminate da altri astri a volte compagni inseparabili, a volte sconosciuti che incontrano forse una volta sola per non più rivedere nel periodo lunghissimo della loro esistenza, durante la quale mostrano la giovinezza nelle iridescenze del verde aranciato, la pienezza matura nella chiarità bril «In sole posuit tabernaculum suum: et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo: Exultavit ut gigas ad currcndam viam •. Ps. XViiI, 5. 124 lante, l'agonia nel tremulo guizzo di porpora. Ma se invece l'uomo cerca nel cielo un simbolo, nelle leggi che regolano il corso delle sfere un termine di confronto per le leggi eterne che sgorgana dal profondo del suo io, allora egli non può non proiettare in questi mondi, così lontani dalla propria esperienza, la trama delle sue piij squisite elucubrazioni. S. Agostino ci ha descritto in alcune pagine delle sue Confessioni il momento in cui egli con la madre Monica, ragionando della felicità eterna di fronte al mare di Ostia, fu compreso da quelle squisite risonanze che sembravano provenire dall'alto. « Peragravimus gradis cuncta corporalia et « ipsum coelum unde sol et luna et stellae lucent « super terram ». Dinanzi a quella musica tutto quanto sapesse di suono era uno strepito^ anche il timbro della voce più cara parlante di cose spirituali: «Et dum loquimur et inhiamus illi, at« tingimus eam modice toto ictu cordis et suspi« ravimus et relinquimus ibi religatas primitias « spiritus et remeavimus ad strepitum oris no« stri, ubi verbum et incipitur et finitur. Tutto doveva finire e scomparire dinanzi a ciò che era la vera realtà, la musica celeste. « Si cui AUG. Conf. « sileat tumultum carnis; sileant phantasiae ter« rae et acquarum et aeris, sileant poli et ipsi * sibi anima sileat et transeat se non se cogi« tando. Sileant sommia et imaginariae revelatio« nes, omnis lingua et omne signum,et quidquid *transeundo fit, si cui sileat omnino ». Ecco espresso con linguaggio umano ciò che rappresenta la musica pura, il misticismo. Il silenzio profondo, ottenuto con l'astrazione da ogni flusso del tempo, da ogni ritmo che accompagna le cose viventi, da ogni procedimento verbale che esprime il pensiero, è indispensabile per metterci in contatto con V Armonia, che, come ben la definì il Pico, è quella legge suprema in cui si compone ogni discordia, si rappacifica ogni contesa, si unifica ogni cosa dispersa. Tale è la dottrina occulta del Pico, dottrina che, pur avendo nel suo autore diverse denominazioni : ars numerandi, ars combinandi, alfabetaria revolutio, si riduce a un concetto sempre chiaro nello spirito dell' autore: musicalità o armonia. Ciò che ci riempe di ammirazione per il Pico è il vedere come abbia saputo valorizzare tutto ciò che nel mondo e nella vita vi è di occulto € di misterioso, come protendesse sempre lo {!> AuG., Con/.,  sguardo suo curioso al di là della natura fenomenica e cogliesse da ogni dottrina, da ogni scuola, da ogni manifestazione del pensiero anche meno evoluto, anche più avvolto nelle favole e nei miti, quegli sprazzi di luce sulle arcane verità che accendevano ognora la sua fervida immaginazione. Ed è bello vedere questo giovane dovizioso e fervente compreso della verità di questa dottrina occulta che, pur essendo implicita nelle più antiche filosofie, dalla Pitagorica alla Platonica, dall'Egiziana (Ermete Trimegisto) alla Cabalistica, non ha mai trovato alcun assertore della sua importanza metodologica, di scienza, cioè, atta a farci penetrare nel sacrario delle segrete discipline. È bello pure vederlo sostenere la bontà della sua dottrina contro gli oppositori e i giudici del santo uffizio. Egli si sforza, è vero, di trovare qualche scappatoia per sfuggire alla condanna e si rifugia nella casistica della scolastica, quando distingue una Cabala vera (tradita) da una falsa, una Magia naturale, da una illegittima; ma, pur attraverso i suoi distinguo, egli afferma solennemente la lealtà delle proprie intenzioni, la sua sincera dedizione alla verità. Convinto che la sua dottrina esigesse da parte degli esaminatori una competenza in materia occulta, cioè una vera e propria iniziazione, egli prega gli amici e i nemici, i buoni  e i cattivi, i dotti e gl'ignoranti che vogliano leggere i suoi scritti, con quella purità d'intenzioni da cui era stato mosso nel redigere le Tesi. E poiché molte cose da lui dette potrebbero trarre in errore coloro che non hanno pratica di scienze occulte, spera che ciò che è stato scritto per gì' iniziati non venga esposto pubblicamente a tutti, perchè sarebbe come dare le perle ai porci e peggiorare la sua causa. Nel corso della narrazione vedremo come venissero ascoltate queste parole, e come rimanesse il nostro fedele alla sua dottrina esoterica . (Il «Oro igitur, obsecro et obtestor amicos et inimi« cos, pios et impios, doctos et indoctos... non explicitas « non legant, quando Inter doctos eas proposuimus di« sputandas, non passim legendas omnibus pubblicavimus ». Opera, . Parte di ciò che formava il contenuto di questo doveva essere pubblicato nella collana Ritmo f ndata da Diego Ruiz, alle cui idee originali sul concetto di musica, benché contrastanti con le mie, devo rendere qui omaggio. La pri:xioiiia del Pico in Francia. 8cc(MmIo soggiorni» a Firenze Pico clic riguardava la città di Parigi come un luogo in cui sarebbe più facile ottenere quel successo che a Roma non aveva potuto conseguire, s'incamminò sulla fine del 1487 alla volta di Francia. Innocenzo Vili, non contento degli ordini impartiti alle autorità religiose perchè denunciassero o impedissero ogni tentativo del Pico per divulgare le sue Tesi e la sua Apologia, si rivolse anche all'autorità secolare, come fece con un breve indirizzato ai sovrani di Spagna, fi) Bolctin de la Rcal Accademia de la tìisioria, Madrid, Pico de la Mirandula y la inquisición cspanola. Breve inedito di Innocenzo Vili, cfr. DoREZ et Th,  perchè si procedesse all'arresto del Conte recidivo. Nel Gennaio dell'anno seguente mentre il Pico attraversava il Delfinato, veniva a conoscenza del breve del 5 agosto « essendo io nel cammino di Pranza», e fatto arrestare dal Signore di Eresse, zio del re di Francia e governatore del Delfinato. L'ordine di questo arresto si spiega subito: avendo il papa inviato in Francia ai primi di Gennaio due nunci di valore Leonello Chieregato , vescovo di Traìi e il protonotario Antonio Flores, per trattarvi affari di grande importanza, come il processo dei vescovi che si erano dichiarati contro la reggente, e il ritorno alla Prammatica Sanzione, incaricò pure costoro di far ottenere l'arresto del Mirandolano. Ed essi con una tenacia «degna di cagnotti polizieschi », riuscirono, malgrado che in favore del Conte intercedesse presso il re l'ambasciatore del duca di Milano, a farlo trattenere in carcere. La rocca di Vincennes nella quale venne rinchiuso il giovane conte, dovette ispirargli ben tristi riflessioni sul proprio avvenire con la prospettiva di una lunga prigionia. Forse allora piia che mai avrà sentita a sé (1,1 BERTI, /. e. doc. I. Simeone Ljubic, Dispacci di Luca de Tolentis e di Lionello Chieregato, Zagabria, DoREZ. et Th. 1 vicina l'ombra del grande Origene, le esperienze della cui vita egli ripeteva con non poca somiglianza! Ma se il Pico aveva dei nemici che tentavano ogni mezzo per perderlo, contava altresì amici che sinceramente lo amavano, e che non l'abbandonarono nella sventura. La figura del Magnifico assume, durante questa drammatica vicenda, un aspetto del tutto nuovo e simpatico, forse perchè ci è meno noto, e tanto meglio riconosciamo l'umanità del suo cuore, in quanto sta a lui di fronte l'anima intransigente di Giambattista Cybo, che portò sulla Cattedra di San Pietro i difetti della sua scarsa intelligenzaLa lettera che scrisse in questo tempo (19 gennaio) Lorenzo al Lanfredini, il quale non appare molto ben disposto verso il Pico, è una bella testimo (Ij Fu la sua bolla contro la stregoneria (1482) che elevò, per dirla col Symonds, a metodo la persecuzione contro disgraziate vecchie e idiote. Lo Sprenger nel Malleus maleficarum nota che, nel primo anno dopo che quella fu pubblicata, 41 streghe furono bruciate nel distretto di Como. Intorno alle persecuzioni contro le streghe nella Valtellina, vedi Cantù, Storia della Diocesi di Como, e Folengo nella sua Maccheronea. Non bisogna però disconoscere il debito che deve a Innocenzo Vili l'Università di Roma «sotto il quale co« minciò a respirare, e a riprendere in gran parte il vigore « e il lustro primiero ». RoviNAZZi, Storia dell' Università degli studi di Roma, Roma,  nianza dell' affetto che Lorenzo nutriva per il giovane Mirandolano. Essa dice che le molte persecuzioni che in Roma si tramano contro il Pico, potrebbero menarlo per disperazione a « qualche via cattiva»; che è piiì facile riuscire nell'intento con le maniere dolci che con bolle e scomuniche, che avendo fatto esaminare l'Apologia a persone religiose e dotte e intelligenti, le quali non trovarono nulla contro la fede, non può comprendere perchè si voglia essere così intransigenti, massime quando chi ha scritto tali cose è un « giovane doctissimo et fresco su la doctrina». Meno nota ancora è la parte che ebbe in favore del Pico Chiara Gonzaga, sorella del Marchese Francesco di Mantova, la quale, andata sposa nel 1481 a Gilbert di Montpensier della Casa Borbonica, cooperò con insistenza presso il consorte, così che questi « motus praecibus et commendationibus « quae ex Italia mittebantur » , ottenne che il re Carlo Vili, che non nascondeva le sue simpatie verso l'illustre erudito, menasse le cose per le (Ij Berti, . (2i « Numerose lettere gli arrivavano ugualmente dal« r Italia, in cui contava molti amici, tanto alla Corte di « Milano che a quella di Roma, i quali lo pregavano di « usare tutta la sua influenza sul re in favore della causa « del Mir. » Dorez et th,. op. cit., 97. V. anche nella stessa opera appena, doc. V, 4, 133 lunghe. I nunci, frattanto, la cui opera svolta in rigida conformità ai brevi pontifici, è ampiamente trattata col sussidio di preziosi documenti dal Dorez e dal Thuasne nell'opera piìi volte citata, dovendo lasciare Parigi per accompagnare la Corte « pour l'expédition des autre affaires dont ils étaient chargés », incaricarono il vescovo di Grenoble, Laurent Allemand, di volerli sostituire. Ma ormai era troppo tardi: il Pico, dopo una prigionia di circa un mese, venne posto in libertà, e potè passare il confine. Corse allora la voce ch'egli si fosse recato in Germania, avendo più volte espresso il desiderio di visitare la biblioteca del Cardinale di Cusa e di fare acquisto di libri. Si disse pure che fosse stato invitato dal re di Castiglia, Ferdinando, che si era mostrato desideroso di riceverlo onorevolmente nel suo regno . il vero si è che il Pico ripassò le Alpi e giunse all'ospitale Torino. Mentre attendeva a riordinare in questa città le sue cose, libri e ba ll i DOREZ et Th. . Qual'era il movente di questo re, si domanda il Dorez, la cui slealtà e perfidia sono i suoi caratteri salienti, ad invitare nel suo regno il Pico? Forse per impadronirsi della sua persona e consegnarlo al Santo Uffizio per ingraziarzi Roma? l'ipotesi non è inverosimile. gagli, che durante la cattura erano stati manomessi, e a scrivere in tal senso a Filippo di Bresse e ad altri personaggi, di cui ora non aveva piiì nulla a temere 0); ricevette una lettera dal Ficino (30 maggio) che gli offriva 1' amichevole protezione del Magnifico e lo invitava a Firenze. Intanto nell'animo dei nunci si era prodotto un cambiamento singolare, come lo dimostrano le parole con le quali terminano uno dei loro rapporti al papa: « Existimamus qiiod bonum esset si Sanctitas Vestra « eius conversioni et ad gremium suum reductioni « operam darei » . Tuttavia l'animo del pontefice era lungi dall'essere placato e disposto a rimetterlo nella sua buona grazia; forse gli suonava sgradita la frase con cui il Pico lo aveva qualificato nell'Apologia: cui ab innocentia vitae nomen meritissimum. Si sa infatti che Giovan Battista Cybo, prima di abbracciare lo stato ecclesiastico, visse nella depravata Corte aragonese, conducendo una vita punto migliore dagli altri, ed ebbe due figli naturali : Teodorina e Franceschetto. Sebbene, come osserva il Pastor, non si abbiano testimonianze sulla sua condotta morale, allorché entrò nello stato sacerdotale, pure quando fu divenuto papa, Docum. V, 6, cit. dal DoREZ et Th., op. cit, 162 € anche -correvano voci sopra altri figli, ed è notorio un epigramma del poeta Marnilo che taluno prese alla lettera: . Octo nocens piieros genuit, totidenque puellas; Hunc merito potuit dicere Roma patrem •. Del resto è con questo papa che si accentua quell'infausta politica che produrrà la piaga del nepotismo da cui tanti guai derivano all' Italia. Innocenzo Vili pone sulla scena politica il suo figlio Franceschetto, giovane più che mai dissoluto, il quale « commetteva disordini tali, che in «un figlio del papa doppiamente sconvenivano », a cui diede in isposa Maddalena de' Medici, stringendo così parentela con Lorenzo il Magnifico (l). Questi perorò insistentemente la causa del Mirandolano presso il papa, il quale da uomo debole ed arrendevole com'era, si lasciava con dì Pastor, 1. e, 197. Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali, nella quale dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio o delitto: di ogni ammenda 150 ducati ricadevano alla Camera papale, il di più a Franceschetto... Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avrebbe potuto piantare tutti con quanti tesori poteva, nel caso che il papa venisse a morire. Burckhardt,  vincere dai malevoli per intentare qualche cosa di serio al Pico. Ad irritarlo maggiormente contribuirono alcuni famigliari del Mirandolano, i quali, avendo « troppo temerariamente e super« bamente parlato contro il papa » erano stati messi in carcere, recando così pregiudizio alla causa stessa del loro Signore. Questo incidente impensierì non poco il Pico, cui premeva che le dicerie esagerate a suo riguardo non finissero per alienargli la simpatia di Lorenzo, e in questo senso chiedeva informazioni al Salviati, fornendogli le prove della sua incolpabilità in tale faccenda. A questa lettera rispose il Ficino rassicurandolo della costante benevolenza di Lorenzo il quale soggiungeva « il tutto volentieri udì e per ciò po« temmo considerare che nell'animo suo non era « odio alcuno verso di voi, ma tutto amore » . Che così fosse lo vediamo in un'altra lettera del Ficino (30 maggio 1488) in cui narra che Lorenzo, pur nel dolore per la morte di una sua figliuola, trova modo di pensare al Pico, la cui sorte travagliata gli pare simile alla sua, quasi che un (1 « É ti fa l'effetto di un uomo il quale si lascia consigliare da altri più anzi che da sé stesso », scrive l'ambasciatore fiorentino il 29 Agosto 1484. 2' Come attesta una lettera del Ficino, lib. Vili, trad. Figliucci senese, Venezia, fato gravi sulla vita dei principi e degli uomini grandi, il medesimo, dopo aver accennato da «quanti pericoli sia questo giovane minacciato», rivolgendosi al Ficino dice: «E voi avete mai di questa cosa qualche più ascosa causa ritrovato ? » Al che il Ficino risponde, conforme alle sue teorie, che la causa risiede nelle essenze che presiedono, come ai vari ordini di uomini, alle congiunzioni dei pianeti; per cui essendo tanto Lorenzo che il Pico nati sotto la «copula di Saturno», i demoni di questo sono ostacolati da quelli di Marte. Tuttavia siccome Saturno è superiore a Marte, così i demoni che presiedono alla loro sorte, avranno il sopravvento su quelli avversari (1 ). Questa lettera illustra l'indole mistica e superstiziosa del Ficino, il quale dilettavasi di predire il futuro agli amici, e a proposito del Pico soleva dire che era nato l'anno in cui egli aveva posto mano alla traduzione di Platone, ed era venuto a Firenze il giorno e l'ora stessi della publicazione. Il Pico da parte sua si tenne sempre esente da queste aberrazioni, grazie a quell'amabile ironia insita nella sua natura. Ecco com'egli scherza sul significato del pianeta Saturno e sulla fede che l'amico dimostra nell'influsso delle stelle. « Forse, 1»  « dice, Saturno non è cosi propizio come voi as« serite, perchè il suo moto retrogado comunica « la stessa direzione ai vostri passi ogni volta «che v'incamminate per venire da me, perchè «per ben due volte siete tornato indietro*. Ritornando a Lorenzo, questi non si lasciava sfuggire nessun'occasione per rendersi utile al Conte. Essendo di passaggio per Firenze Anton Maria, fratello del nostro Giovanni, che si recava a Roma, Lorenzo lo incarica di « operare gagliar« damente per indurre il Pontefice a far venire a « Roma il conte Giovanni. A me piacerebbe que« sta venuta perchè forse (Giovanni) purgherebbe « questa sua calunnia et contumacia, et sua San« tità lo raccoglierebbe in grazia » . Veramente nessuno sembrava più indicato a perorare presso il Papa la causa di Giovan Pico del fratello Anton Maria, il quale godeva la benevolenza di Innocenzo Vili, ed era dal medesimo protetto in ogni contesa che, a causa della signoria della Mirandola, aveva col fratello maggiore Galeotto. Ma non pare che quegli si desse molto d'attorno per Giovanni, e il Papa era pieno di un si osti li) Epist. libr. Vili, 120. Dal carteggio mediceo, riportato dal Berti nel suo studio  nato rancore, che nulla valeva a migliorare la situazione del Mirandolano. Tuttavia le insistenze del Magnifico riuscirono alfine a smuovere l'animo di Innocenzo Vili, che accondiscese a permettere al Pico di venire a Roma a discolparsi dinanzi a testimoni, riservandosi di dargli quella penitenza che avrebbe creduta necessaria all'uopo. Il Mirandolano, cui era pervenuta una lettera di Lorenzo che si dimostrava contento dell'esito promettente delle sue premure, non sentendosi ancora disposto a fare il gran passo, credette più opportuno di fermarsi a Firenze. Quivi, nella città che aveva dato il primo spunto alla sua gloria, vicino agli amici che teneramente 10 amavano, si senti rinascere alla gioia dello studio, una gioia però velata da un'intima tristezza che gli derivava dal suo sogno svanito. 11 dissidio interiore che qualche anno addietro aveva provato nella città fiorentina, si era approfondito in un doloroso travaglio, che non toccava solo come allora una parte della sua attività, oscillante da una forma di espressione a un'altra, ma investiva tutto il suo essere, sì « Laurentius..., scrive il Ficino, praestantissimus, et « metuetur et Picum ad Florentem revocat urbem ». Opera. da portarlo, attraverso a una crisi spirituale, sulla via del misticismo. Pur in mezzo agli amici e alle persone dotte di Firenze che ambivano la sua compagnia, si sentiva inquieto come se qualcosa indefinibile ma necessaria gli mancasse; la parola «eretico», ronzando insistente all'orecchio anche tra i conviti e le adunanze allegre, gli dava un senso d'isolamento che lo rendeva malinconico. Gli amici, che notarono, senza forse comprenderne i moventi, l'avvenuto cambiamento, s'affrettavano a darne notizia agli altri lontani, in vario modo. « Il signor Giovanni Pico scrive « il Ficino ad Ermolao Barbaro che ora in Fio« renza alla filosofia attende, assai vi si racco« manda ». E Lorenzo che ha sempre per il suo Pico parole di tenerezza, scrive: «Il conte « della Mirandola si è fermato qui con noi, dove « vive molto santamente, ed è come un religioso, « ed ha fatto e fa continuamente degnissime opere «in teologia; commenta i salmi; dice l'officio or Knte et Uno». Appena il Pico ebbe terminato il suo Ettaplo l'inviò per primo a Lorenzo al quale l'aveva dedicato, e il A\aj:;nifico si affrettò a passarlo a Roberto Salviati, perchè lo facesse esaminare dai dottori, e poscia pensasse alla pubblicazione. Il Salviati risponde che l'opera del Pico, «primizia de' suoi studi', gli fece nascere un sincero affetto per il giovane, ben degno dell'amore di Lorenzo; perciò, essendo stata giudicata eccellentissima, sarà suo dovere di curarne l'edizione con la massima diligenza perchè riesca utile agli studiosi. E infatti, tosto che V Ettaplo fu terminato di pubblicare, venne dal Salviati distribuito a tutti i letterati di Firenze e inviato agli amici delle varie città d' Italia. Quest'opera armonicamente concepita, scritta in un latino 150 piano e scorrevole, non privo di colorito nei passi più salienti; con la fusione ben riuscita delle varie teorie che s'imperniano tutte intorno a un'idea centrale: la identità di pensiero che riusciva a svelare nei misteri di Mosè col pensiero di tutti gli altri filosofi che hanno fatto uso del velame arcano; infine con un'intuizione semplice e grandiosa del cosmo, che dalla distribuzione dei cieli, delle cose create e delle facoltà dell'uomo, accoglieva in una euritmica totalità il sistema cabalistico, gnostico, neoplatonico e peripatetico, non poteva non destare unanime ammirazione nei dotti di allora. Molte sono le testimonianze, specialmente epistolari, che attestano il grande successo ottenuto dal Pico, che ormai era ritenuto un vero portento dagli uomini piij rappresentativi di quel tempo. Al Salviati, che era l'editore più importante di Firenze, scrivono con espressioni d'entusiasmo per l'opera del Mirandolano da ogni parte d' Italia gli umanisti che avevano ricevuto copia dell' Ettaplo. Nella raccolta delle lettere comprese nelle Opere del Pico, troviamo quelle del canonico della Badia di Fiesole, di Baccio Ugolino, di Giuliano Maio di Napoli, del Poliziano, che non si stima degno d'essere avvici Opera nato al Mirandolano, di Ermolao , che confessa d'aver letto Vexameron tutto d'un fiato, del vecchio Cristoforo Landino, al quale pare di veder congiunte nel Pico la sapienza dei filosofi greci con la dottrina dei Padri della Chiesa. E l'eco di questa unanimità di ammirazione per V Ettaplo varca anche i confini d'Italia, come dimostra una lettera scritta al Salviati da Bartolomeo Ponzio, addetto alla Corte di Mattia Corvino, re d' Ungheria. Forse nessuna lode poteva tornare più gradita al Mirandolano di quella tributatagli dal suo antico maestro, Giambattista Guarino, il quale, scrivendogli da Ferrara, loda la vasta cultura profusa in picciol volume dal suo ex allievo (ex tuo praeccptorc factiis sum tibi discipulus). Il Pico era di quelli che nella gloria non dimenticano chi per primo ha aperto le porte dell'anima, illuminandola alla luce del sapere. Rispondendo al vecchio precettore, lo prega di non corrugare la fronte se lo chiamerà a partecipare della gloria che gli deriva dal suo Ettaplo . Ed era sincero, perchè non c'è soddisfazione più intima di quella che si prova al PoLiT. Epist. Opera Opera riconoscimento del proprio valore da parte di quegli che, essendo stato maestro nell'adolescenza, rimane impresso come un giudice equo e spassionato. Ma quanto favore incontrò V EU apio fra i dotti umanisti, altrettanto severamente venne accolto da parte dei teologi romani che vedevano in esso un'altra prova del persistere del Pico nell'attitudine contraria alle dottrine ortodosse della Chiesa. Non migliorava quindi la posizione del Mirandolano di fronte al Pontefice, il quale^ facendo suo il giudizio della Curia, assumeva un atteggiamento sempre più intransigente. Invano si adoperava Lorenzo per mezzo del Lanfredini a mitigare l'animo di Innocenzo Vili, e invano gli faceva pervenire uno schema di Breve, compilato dallo stesso Pico, per dimostrargli a quali condizioni il conte si sarebbe sottomesso. Il Papa era irremovibile e rispondeva al Lanfredini che « il caso del Pico era importantissimo » e che ben « altra cosa era gratificare Lorenzo del « figliuolo (accenna al cardinale Giovanni) o com« piacerlo non entra questi casi della fede». Berti, Op. cif. 39. Ecco parte della lettera  in cui il Pico dopo aver espresso la gratitudine sua al Magnifico, seguita: « Quello ch'io desidero « è un Breve, nella forma eh' io scriverò di sotto. Faccia » vedere la Sua Santità se per concederlo, ne li può na 1 II fratello Anton Maria aveva riferito al nostro Giovanni che un certo monsignore di Napoli lo accusava di due cose: che cioè egli aveva sparlato della Bolla a Parigi e che continuava a trattare di nuovo quelle cose che gli erano state vietate. II Pico allora si difende contro la prima asserzione, chiamando a testimoni gli stessi « ora« tori che erano in Pranza, se non vogliono tacere « el vero » : e contro la seconda che « non ho « scripto altro di nuovo che quella expositione « sopra el Genesi ch'io ho mandata alla M.^'^ Vo« stra, et Lei può far fede se è contra el Papa o « no, che tanto è distante dalle materie di quelle «conclusioni, quanto è il cielo da la terra». II Magnifico, infatti, faceva fede che l'opera era « stata veduta da quanti religiosi dotti ci sono e « uomini di buona fama e di santa vita e da tutti è « sommamente approvata, né io però sono si cat« tivo cristiano che quando ne credessi altro, me •« scere o danno, o vergogna, o scandalo alcuno nella Ec« desia di Dio, ch'io so gli sarà detto di no, se ne sa« ranno domandati huomini non passionati. Il Breve voria « che fusse in questa forma: Havendo tu già proposte per « discutere alcune conclusioni fu iudicato per noi che « il libro di queste non fosse Ietto, come in una nostra «tale Bolla si contiene ecc.». Dall'Appendice II, doc. I, nello studio del Berti, . Berti, doc. I, Append.  « lo tacessi o sopportassilo. Sono certo se costui « (il Pico) dicesse il credo, cotesti spiriti malvagi « direbbero ch'è un'heresia ». La lettera poi accenna alla debolezza del Papa il quale, essendo occupato in molte altre cose, si lascia raggirare da persone malevoli che, « come diavoli lo ten« tano con queste persecuzioni e sono troppo cre«duti». Avverte che il conte è «un istrumento « da saper fare il male e il bene » così che tormentarlo sarebbe farlo deviare dal bene («e ul«timamente si era ridotto qui a vivere santamente «e con buoni costumi e quetare l'animo suo *) e fargli tentare cosa che « potrebbe essere di gran «scandalo». E conclude: «Se la forza gli farà « pigliare altra via, io ci perderò poco perchè in « ogni luogo dove anderà, so mi vorrà bene, per« che ne voglio assai a lui». Esorta quindi l'oratore a fare il possibile per riuscire nell'intento « che non potreste mai stimare quanto questa cosa « mi è molesta e che passione mi da » . Tutto inutile; il Papa era irremovibile e non sapeva capacitarsi a veder persistere uno che aveva ancora l'aspetto di scolaro imberbe, a sostenere cose di teologia, per le quali si richiede una lunga vita Lettera conservata dal Fabroni Laurentii Medicis Magnifici Vita, voi. II 291. Cfr. Berti  di studio: «perchè, diceva il Papa, non si mette « a fare della poesia ?» Questa gli pareva un'applicazione più rispondente alla sua giovane età. Cotesta frase del Papa, che può parere ironica, ed è invece sprezzante, dimostra quanto poco ei sapesse comprendere quell'anima assetata di gloria e di luce, che coiu)Sceva tutte le ansie del dubbio e il tormento di tante notti insonni per decifrare, nei libri degli orientali, qualche sparso raggio della divinità. 11 Papa arrivò a dire, anzi, che V Ettaplo peggiorava la causa del Pico « essendosi trovata questa opera sopra il Genesi, « et vista per questi docti di Sacra Scriptura, «l'hanno dannata, perchè in molte parti entra « nelle medesime heresie, et quelle medesime cose * che sono state detestate per indirecto, lui le in« troduce in questa opera in molti luoghi». Bisogna poi aggiungere che il libro del Pico sortiva in un brutto momento per trovare in Innocenzo Vili un animo ben disposto, essendo in quel tempo amareggiato dai gravi scandali che Cit. dal Berti, I.. e. 39. Si deve convenire che contrariamente all'asserzione del Pico che sosteneva non aver tenuto ncW Ettaplo parola del contenuto delle conclusioni, abbonda invece di quelle idee che erano state condannate nelle Tesi. E noi abbiamo dimostrato come l' Ettaplo sia la sistemazione delle varie teorie che formano argomento delle conclusioni. 156 erano avvenuti proprio a Roma in seno alla sua famiglia. Stando cosi le cose, il Pico si rassegnò per il momento a rinunciare ad ulteriori pratiche e tutto s'immerse negli studi ch'erano forse l'unica cosa in cui trovasse continue e pure soddisfazioni. Riprese con gioia lo studio delle Sacre Scritture e in particolar modo dei Salmi, di cui voleva continuare l'esposizione esegetica. A farsi aiutare nel lavoro di traduzione dall'ebraico, il Pico teneva presso di sé un giovane ebreo, Clemente, il quale, essendo stato convertito al cristianesimo e indotto a vestire 1' abito di S. Domenico, è richiamato da Lorenzo come una prova dello zelo cristiano del Pico, e un esempio per stornare la vana calunnia di eresia . Grande Nell'anno 1489 venne scoperta in Roma una lega d'impiegati senza coscienza,! quali esercitavano un traffico lucroso con Io spaccio di Bolle papali falsificate. Franceschetto Cybo dava l'esempio peggiore e getta uno sprazzo di luce sulle condizioni morali della Corte pontificia. In compagnia di Girolamo Tuttavilla percorreva nottetempo le vie e per futili motivi aggrediva le case dei cittadini riscuotendo di necessità scherno e vergogna. Presso il cardinale Riario perdette in una notte 1400 ducati e si lagnava poi col papa d'essere stato raggirato. Pastor. L'accenno nella lettera di Lorenzo al Lanfredini è testualmente così: tra gli altri segni di vita cristiana del Pico, vi è quello « di aver convertito un ebreo, giovane 157 era l'aspettativa per questo lavoro del Pico tra i letterati e gli amici, le cui lettere di questo periodo vi alludono come a qualche cosa del genere dell' Ettaplo. « Ci aspettiamo davvero qualche «cosa di delizioso, scriveva Matteo Vero al Sal*viati, dagl'inni di David, ch'egli ò dietro a in«terpretare e a spiegare con grande premura. « A compiere il qual lavoro mi compiaccio che «in questo momento abbia scelto la quiete del « nostro Cenobio di Fiesole, dove il solo vederlo «e udirlo è una vera gioia». Siccome all' infuori del commento al salmo XV, di cui abbiamo già parlato, non ci rimane nulla, se non qualche frammento inedito, scoperto dal Ceretti, che possa giustificare l'ipotesi che il Pico facesse un Commentario di tutti i salmi, dobbiamo ritenere ch'egli continuasse lo studio dei salmi più tosto per un bisogno suo particolare, per fare cioè una specie di esercizi spirituali; e questo spiega anche perchè amasse ritirarsi nel Cenobio fiesolano. Ad avvalorare questa nostra supposizione ci soccorre la lettera ch'egli scrive  « assai dotto in quella lingua, al quale faceva tradurre « certe opere in casa sua e colle armi sue medesime e « ridotto a farsi cristiano, che non sono opere da eretici ». Il Berti corregge il Fabroni da cui desume questa lettera e che publicata con la data del 1492 è invece del 1489. 1. e. 41. Cfr. anche Cassuto. Opera da Firenze a un certo padre F. B. C. che lo esortava a una vita pia e virtuosa. « Vedrai, sog« giunge il nostro, che, quando mi sarà dato di « ritirarmi nella solitudine, allora potrò filosofare « piamente (pie philosophari) e congiungere la «pietà alla sapienza. Anch'io sono convinto non « esservi vera sapienza quando manchi la eterna, « poiché il trattare le varie discipline, può ben « dare il colore alla pelle, ma non farci più belli. « Ma la mente sana, ferma, gagliarda non si può «sperare che dall'integrità della vita, dai buoni « costumi e infine dalla santa religione ». Non dobbiamo credere che i soli salmi assorbissero il suo tempo; coltivava anche gli studi teologici e filosofici, certo anche quelli poetici, come si ricava da una lettera datata da Firenze l'undici febbraio dello stesso anno, indirizzata aManuzio. « Ti mando 1' Omero che mi hai chie« sto tempo fa; mi trovo così stretto dalle occu« pazioni, Aldo mio, che non ho neppure il tempo « di respirare. Mi sono dato alle lettere le cui « esigenze sono cosi grandi che ho appena il «tempo di rimettermi in salute . Tu che stai « per accingerti alla filosofia, ricordati che non Opera, 375. Questa frase indica che la salute del Pico doveva essere alquanto scossa, e forse si era ritirato a Fiesole anche per scopo di cura. « vi è nessuna filosofia che ci dispensi dalia ve« rità dei misteri: la filosofia cerca la verità, la «teologia la trova, la religione la possiede'». In queste tre sentenze il Pico ci dà, in ct)mpendio, il programma de' suoi studi, i quali andavano orientandosi verso quella fase finale della sua attività, che è, come in ogni processo della vita umana, la liberazione dello spirito dagl'impacci del mondo esteriore. E così avremo modo di notare come nel Pico questo processo si svolgesse con ritmo più accelerato che in altri, e il ciclo si chiudesse proprio nel periodo che d'ordinario separa il trapasso dallo spirito volitivo che cerca di fissarsi nel limitato, allo spirito libero che aspira all'infinito. Durante la primavera, per riprendere il vigore delle sue forze, usciva sovente con qualche amico a passeggio pei dintorni di Firenze: e il Ficino ci ha descritto con insolita semplicità, in una sua lettera a Filippo Valori, una di quelle passeggiate che i due filosofi solevano fare insieme, ragionando con poetico fervore delle comodità della vita . Ecco in che modo il Pico stesso faceva conoscere a Battista Spagnuoli come Opera, 359. « Alli giorni passati andando a spasso il nostro Pico « della Mirandola, uomo certamente meraviglioso e io per « gli colli di Fiesole, riguardavamo cosi per il cammino tutto 160 passasse il suo tempo. « Al mattino, dice, mi « applico assiduamente alla concordanza di Pla« tone e di Aristotile, serbo le ore meridiane agli « amici, alla ricreazione dello spirito mediante la « lettura dei passi e degli oratori, le ore della « notte le ripartisco fra lo studio delle sacre carte « e un breve sonno». Come si vede il Pico aveva intrapreso un lavoro che lo teneva occupato le ore migliori della giornata, e cioè la concordia dei due massimi filosofi dell'antichità. A tale intento domanda in prestito agli amici i libri che gli occorrono e, se non li trova a Firenze, li chiede per lettera a quelli che risiedono in altre città. Ringraziando in una sua Baldassarre Migliavacca di Milano delle copie dei libri greci inviatigli, lo prega di acquistargli il commento di Giovanni Grammatico sulla fisica di Aristotile e, se gli è possibile, anche la metafisica dello stesso filosofo . Nel mentre che si fa inviare dal carmelitano Battista Mantovano l'indice della Biblioteca di Bologna in cui risiede, gli chiede ragguagli intorno alla vita di Filostrato « il paese di Fiorenza, habitazione per certo felice, pur « che due soli incommodi si schivassero, cioè la nebbia «che l'Arno cagiona e i gran venti del monte che gli è « opposto ». Fi(;;iNO, Epist. voi. cit. lib. IX. Opera, 358-59. Opera, 370. 161 e del filosofo Zaccaria che il frate aveva conosciuto a Roma . Da tutte queste lettere traspare il grande affetto che ormai legava il Pico al Poliziano e nei saluti agli amici troviamo sempre congiunto il nome di lui. Scrivendo agli ultimi di luglio a Ermolao lo prega, con dolce rimprovero, di voler moderare le sue lodi {me iani qiiacso lauda modice) poiché gli è stato riferito dal fratello Anton Maria che Ermolao, lo portava a cielo dinanzi a lui, agli altri e « allo stesso Pontefice » : per altro lo prega di amarlo senza ritegno {diun iamen anies immodice) e termina la lettera: «Ti saluta il Poliziano amandoti e lo« dandoti sempre un immodico (immodicus) ". Ed Ermolao rispondendogli a sua volta da Roma, dopo aver detto che a ciò è mosso da un prepotente bisogno di essergli vicino col pensiero, con la voce, con lo scritto, perchè trova più giocondo il dire che l'udire essere l'amico suo pieno di candore, di bontà, di umanità, termina lo scritto: 'Vale cum Politiano «meo^>. appunto perchè sa che così si rende più accetto all' amico . Anche nell' epistolario del Poliziano abbiamo la testimonianza di lei.  questo attaccamento reciproco dei due letterati. Degna di nota è la lettera che il poeta scrive alla «fedele Cassandra», dotta fanciulla di Venezia, la quale, desiderosa di mettersi in corrispondenza col più celebre poeta del tempo, gì' invia alcuni suoi lavori letterari (orazioni, epistole, versi, scritti di argomento filosofico ecc.); ed il Poliziano trovandoli scritti con eleganza, con gravità, e con una certa virginea semplicità, non priva di dolcezza, così la saluta: « Decus Italiae virgo», nuova Aspasia, Saffo, Corinna, degna di stare accanto alle donne più celebri dell'antichità. Ma non si appaga dell'ammirazione; egli vorrebbe contemplare il volto castissimo della vergine, vedere il portamento e le movenze della sua persona, bevere, quasi, con orecchi assetati, le parole ispirate delle muse, poiché allora trasumanato (consuinatissimus) dall'aflato suo, non temerebbe nel canto il Tracio Orfeo e la di lui madre Calliope. « Certamente finora, soggiunge, soleva am« mirare Giovanni Pico della Mirandola, come il « più bello e il più dotto dei mortali. Ed ecco « che ora. Cassandra, io presi ad amare te ancora «subito dopo di lui, anzi insieme con lui». Come si vede, c'era una differenza tra l'affetto del Pico e l'amore del Poliziano : in realtà quello POLITIANI Episf. del primo era un'amicizia che derivava da quell'ascendente che non può non esercitare un temperamento poetico, quand'anche l'esteriorità della persona non abbia alcuna attrattiva e del Poliziano si dice che fosse alquanto deforme — ; quello dell'altro, invece, era quasi un amore ispirato dalla contemplazione estetica di un giovane dalle forme squisite, tanto più ammirate in quel tempo in cui rinascevano, fra tante altre, le preferenze classiche per la bellezza androgina. Un fatto che in questo tempo tornò di sommo gradimento al Pico e a' suoi amici, fu la notizia dell'elezione a patriarca di Aquilea di Ermolao Barbaro. A lui, che da Milano, dove aveva rappresentato in qualità di oratore la Republica di Venezia presso Ludovico Sforza, era passato a coprire lo stesso ufficio a Roma, presso Innocenzo Vili, rivolge il Pico la seguente lettera: « Mi congratulo con te della nomina a Patriarca « di Aquilea dove potrai dimostrare il tuo valore. «Vi sono tre generi di vita: il civile, il contem Una nota simpatica di questo circolo di dotti fiorentini, al quale apparteneva Pico, è l'assenza sia dalla loro vita come dai loro scritti di quell'immoralità che imbratta come viscido fango i nomi dei più celebri umaninisti delle altre Accademie. Per Pomponio Leto, che fu imputato di Sodomia, vedi la monografia dello Zabughin, Grottaferrata « piativo e il religioso. Esigiamo dal primo la « prudenza, dal secondo la dottrina, dal terzo la «santità. E tu per l' innanzi nel trattare gli affari « dello stato, ti sei dimostrato prudentissimo, e « gli studiosi, amandoti e ammirandoti, ti tengono «per loro maestro nelle buone discipline: e non « abbiamo dubbi di sorta che saprai del pari «svolgere le tue mirabili doti nella Chiesa». Ermolao risponde con espressioni di rimpianto per il bel tempo speso negli studi pei quali teme ora di non esser più libero di dedicarsi come nella vita secolare, e sopratutto perchè teme che l'alto ufficio che ora deve coprire, induca il Pico a tenere un contegno piii riservato verso di lui. E questo non vuole che avvenga per nessuna ragione. « Ti scongiuro, esclama, per quella be« nevolenza che mi hai sempre dimostrato di vo« lere far sì che anche sacerdote io sia tenuto da «te, se è possibile, per quell'Ermolao che hai « amato nel secolo e che ora, fatto soldato di « Cristo, desidero esserti ancor più caro. Sappi che « Aquilone mi ha trasportato oltre la verità, che « Favonio mi ha rapito oltre l'amore » . Chi avrebbe detto che il suo desiderio di poter attendere alla filosofia lontano dalle occupazioni, Opera si sarebbe cosi presto realizzato, ciie anzi, mentre egli diceva : Si hoc cveniut, ne avesse il presentimenio ? Difatti il Senato veneziano che si arrogava il diritto di nominare il Patriarca di Aquiiea, si sentì offeso dall'atto di Ermolao Barbaro, il quale aveva accettato la nomina da Innocenzo Vili, senza prima chiedere al governo il permesso voluto dalla legge; e per questo condannò il Patriarca all'esilio. Questa sciagura che privava Ermolao della speranza di rivedere la cara patria che tanto amava, fu però sopportata con stoica fermezza e ricompensata dal piacere di poter riprendere i dolci studi. 1 suoi sentimenti in proposito, che manifesta in una lettera al concittadino Calvo sono la fedele espressione del suo animo puro ed elevato, uno di «Nulla vi ha di più preclaro, nulla di più elevato della fortezza dell'animo. Essa brilla al disopra di ogni • altra virtù; essa è la migliore fattrice di voluttà e di pace, e mentre tutte le altre s'inchinano all'impero della • fortuna, la sola fortezza l'affronta e la pone in ceppi. « Ma fingi pure che io abbia ricevuto una ferita più pro« fonda ancora di quella che al presente mi grava; quanto « presidio, quanto sollievo non credi tu che a me rima« nesse da queste tenui lettere che sin da fanciullo ho coltivato? Godendo io sanità di mente e di corpo, quale • calamità poteva sopravvenirmi che m'involasse il con • torto degli studi ? Essendo questi sani e intatti la mia 166 quei nobili caratteri non abbastanza studiati. Frattanto il Pico, per meglio attendere a' suoi studi, fece dono, di tutti i beni che teneva nel Mirandolese, e della terza parte del Principato per la somma di trentamila ducati d'oro, al nipote Gianfrancesco, il quale con tanto amore doveva in seguito curare l'edizione delle opere dello zio e scriverne la vita. In quel medesimo anno il Pico, in compagnia del Poliziano e del Crinito, fece un viaggio nell'Alta Italia per visitare le biblioteche delle principali città, Bologna, Ferrara, Padova, Vicenza, e i particolari di questo viaggio sono riferiti dal Crinito(l). Senza dubbio il motivo di questo viaggio doveva esser quello di procacciarsi i libri che riteneva necessari per condurre innanzi il suo lavoro intorno alla concordanza di Platone e di Aristotile. Nella vita del nostro si alternano con una certa frequenza periodi di vivacità espansiva, con altri di calma e riposata solitudine. Così ora, mentre è tutto immerso nello studio dei due sommi « vita non può essere se non tranquilla, gioconda, ono« revole. Oh felice calamità che mi hai restituito alle let« tere e le lettere a me, anzi a me stesso ! » Dalle Epìst. del Poliziano, la traduzione è del CoRNiANi, / secoli della Letferat. Italiana, 279. Rassegna Bibl. della Leti. Italiana. filosofi della Grecia, si sentiva di ritornare alla pietà e al bisogno di quiete. Con minore assiduità prese a frequentare i convegni e le feste, cui Lorenzo per le sue mire politiche dava largo incremento; cominciò ad essere notata la sua assenza nei conviti in cui era solito accompagnarlo il Poliziano. Questi prova rincrescimento e per lusingarlo gli descrive ora lo spettacolo di una giostra {cquitum ccrtamcn hastis concurrcntium), al quale partecipa il fiore della gioventù fiorentina e in cui Piero de' Medici, ch'è divenuto il beniamino della moltitudine e la gloria della sua famiglia, ottiene la palma della vittoria. Ora invece gli descrive un banchetto offertogli da un certo Paolo Ursino, il cui figlio, bimbo di undici anni, si rivelò un prodigio (un enfant prodigi diremmo noij sia nel suono e nel canto, sia nella recitazione di prova oratoria, sia nel cavalcare un focoso destriero in singoiar tenzone con Piero de' Medici. « 11 fanciullo, soggiunge il Poliziano. « aveva dei capelli d'oro che gli scendevano mol POLITIANI Epist., « I Medici con« cepiscono una vera passione per la giostra... Già ancor « sotto Cosimo, e poi sotto Piero il vecchio ebbero « luogo in Firenze giostre celebratissime; Piero il giovane « poi per tali esercizi, trascurò perfino il governo e non « voleva essere dipinto se non rivestito dalla sua splen. dida armatura». Burckhardt « lemente sulle spalle, gli occhi vivaci, lo sguardo « intelligente, il portamento elegante e nel tempo « stesso marziale. E quando in mezzo al convito « prese a cantare accompagnato dagli strumenti « musicali, sentivo penetrarmi la sua voce soa« vissima nel cuore, e inondarmi di una voluttà «quasi divina». Questo brano ci dice quale ammiratore fosse il Poliziano della bellezza androgina; anzi quale affinità di sentimenti avesse con gli esteti dell'antica Grecia e sopratutto di Roma imperiale di cui abbiamo uno specchio nel Satyricon di Petronio. Ma il Pico era un mistico e non un sentimentale; non amava i festini e la vita gaudente che per un poeta come il Poliziano erano fonte di sempre nuove impressioni. Ormai il contatto delle cose esteriori cominciava a nauseare il nostro assetato di quella bellezza che trascende ogni forma sensibile. Pubblica il libro De Ente et Uno che volle dedicare ad Angelo Poliziano il quale, appunto in quegli anni, soleva intramezzare le sue lezioni di letteratura greca e latina con la lettura dell'etica di Aristotile o di qualche brano filosofico di altri autori . A tali lezioni inter POLIT. Epist. Isidoro del Lungo, Florcntia, Firenze, Barbera veniva talvolta anche il Pico e la presenza del dotto principe tornava molto lusinghiera al poeta di Montepulciano che all'amicizia univa una grande ammirazione per le qualità dell'ingegno del Alirandolano. Nella dedica il Pico ci fa sapere come l'argomento gli sia stato suggerito da una disputa sorta tra Lorenzo e il Poliziano sul modo di considerare Vesscrc e V unità. Il Poliziano stava con Aristotile che ne aveva sostenuta l'identità e il Magnifico coi Platonici che si erano pronunziati per la disparità. Il Pico si schiera decisamente coi primi e viene a dimostrare che anche Platone identifica l'essere con l'uno. Dove egli trova la più rassicurante risposta alla sua tesi, che nella mente d i Platone l'essere e l'uno si convertono, è nel dialogo del Parmenide, ove Platone dimostra non già la superiorità dell'uno sull'essere, ma la loro identità. Perciò Aristotile, che parte dal cuore della filosofia platonica e vi scorge questa identità dei due principi, non dissente aflatto dal suo maestro. Tuttavia il Pico che non era un superficiale conoscitore della filosofia aristotelica, non poteva nascondersi che il pensiero dello Stagirita è stato sempre su questo argomento ondeggiante, sia quando disse che « l'essere non è assolutamente uno», sia quando, parlando dello stesso essere, l'ha definito ora in un senso ora in un altro. Lasciando stare l'equivoco di linguaggio a proposito della parola essere, che è impiegata in numerosi sensi, e che quella di sostanza è impiegata almeno in quattro, sta di fatto che la contraddizione è flagrante e ogni tentativo per eliminarla riuscirebbe vano. Ma il Pico, tendendo alla conciliazione ad ogni costo, concepisce quella superessenza che in sé comprende l'essere e l'uno, sorvolando sopra a tale contraddizione con un ragionamento che non è privo di acume. L'essere, egli dice nel quarto, si deve considerare come concreto e come astratto; nel primo caso l'essere, come partecipazione di qualcosa, è inferiore all'uno; ma nel secondo, cioè l'essere per sé, é un essere uno, superiore ad ogni ente (adeo est ut sit ipsum esse, quod a se est et sit ipsum esse, quod a se et ex se est et cuius partecipazione omnia sunt). È evidente che in questo caso l'essere è Dio, il quale, come l'unità, é principio di tutte le cose (Tale autem est Deus qui est totius plenitudo, qui solus a se est, et a quo solo nullo intercedente medio ad esse omnia processerunt). Così il Pico si spiega non solo la convertibilità dell'essere nell'uno, ma anche come l'essere e l'uno siano in Dio, il quale é un superessere e un 171 superuno, e, come dice Dionigi, quia unice est omnia. V indirizzo mistico dei suo pensiero porta il Pico ad operare la conciliazione di Piatone e di Aristotile mediante Dionigi e a convertire l'ontologia in una concezione teologica. Cosi l'assertore della dignità dell'uomo diviene il paladino dell'infinita potenza di Dio, al quale l'unica lode checonvenga è il silenzio. Poliziano fu molto commosso della dedica del libro e l'accolse con espressioni tali che parrebbero esagerate, o per lo meno dettate da un senso di adulazione, se non avessimo avuto agio fin qui di notare la sincerità della sua ammirazione per il Pico. « Arsi sempre, dice il Poeta, arsi forse un po' troppo, te lo confesso, dal desiderio di una perpetua fama, a! punto da ritenere per un niente le ricchezze, la dignità, la potenza e i piaceri in paragone di una gloria duratura. Ma poichò ciò che ho scritto non mi è valso molto a perpetuare il mio nome tu, Pico, sei apparso a prestarmi ciò che non avevo potuto da me, dedicandomi il tuo commentario De Ente et Uno, nel quale richiami le accademie alla vera sorgente e congiungi in una due filosofie e la nostra teologia. Che altro dovrei cercare per poter vivere nei campi Elisi, se vivrò per mezzo tuo e insieme con te ? La posterità narrerà un giorno esservi stato una volta un certo Poliziano, il quale fu tanto stimato da meritare che il Pico, luce di ogni sapere, parlasse di lui nel bellissimo libro che tratta di cose sublimi. Ti rendo, dunque per l'immortalità, grazie immortali». Questi segni di affetto dei due letterati dovevano senza dubbio tornare graditi al sofferente Lorenzo che, ammalato da alcuni mesi, era assistito dal Poliziano, dal quale si faceva leggere ora alcuni passi del De Ente et Uno, ora s'intratteneva a parlare delle virtìj e dell'ingegno del suo diletto Pico. « Quanto desidererei, disse una sera l'infermo, passare quest'altro po' di tempo che Dio si degnerà concedermi, negli studi filosofici con te, col Ficino e con Pico della Mirandola. E quando fu presso a morire in Careggi (scriveva il Poliziano a Jacopo Antiquario) guardandomi dolcemente, come sempre soleva, Oh Angiolo, mi disse, sei tu qui ? — e insieme levando a stento le languide braccia, mi afferrò strettamente ambo le mani. Io non poteva trattenere i singhiozzi e le lagrime, cui nondimeno sforzavami nascondere, volgendo altrove la faccia. Ma egli, senza punto commuoversi proseguiva a stringere le mie fra le sue mani. Quando si avvide che il pianto m'impediva di parlargli, a poco a poco, quasi naturalmente, mi lasciò libero. Corsi allora subito nel vicino gabinetto ed ivi diedi POLITIANI Epist. ed. cit. 452. 173 « sfogo al mio dolore e alle lagrime. Poscia asciu« gatomi gli occhi e tornato dentro, appena egli « mi vide e mi vide tosto, mi chiama di nuovo « a se e mi chiede che faccia Pico della Miran« dola, gli rispondo ch'era rimasto in città, per« che temeva d'essergli molesto colla sua pre« senza. Se io, disse Lorenzo, non temessi che « questo viaggio gli fosse di noia, bramerei pure « di vederlo e di parlargli per l'ultima volta, prima « di abbandonarvi. Debbo io dunque, gli dissi, « farlo chiamare ? Sì, certo, rispose, e il piij «presto possibile; così feci, e già era venuto « il Pico e si era posto a sedere presso il letto. « E io ancora mi ero appoggiato presso le sue « ginocchia per udir meglio per l'ultima volta la « già languida voce del mio Signore. Con quale « bontà, Dio buono, con quale cortesia, dirò an« Cora, con quali carezze lo accolse Lorenzo ! « Gli chiese prima perdono di avergli arrecato « un tale incommodo, lo pregò a riceverlo come «contrassegno dell'amicizia e dell'amore che « aveva per lui, e gli disse che moriva piiì volen« fieri dopo aver veduto un sì caro amico». Il volto gentile del Pico era valso a calmare l'agitazione convulsa di quell'uomo in preda agli PoLiTiAN! Epist., . Vedi Berti, 1. e. 44-45. 174 ultimi strazi dell'agonia, resa più triste forse dal ricordo dei falli commessi durante la vita di principe; e gli occhi vitrei, prossimi a spegnersi per sempre, parvero rischiararsi alla luce calma e celeste che riverberavano gli occhi azzurri del Mirandolano. Il male di cui soffriva il Magnifico era di quelli che non perdonano, e il grande mecenate, r astuto politico, uno dei primi poeti del Rinascimento, moriva l'otto aprile all'età di quarantaquattro anni. Si discuterà sull'opera sua di governo, sulla sincerità o meno della sua liberalità e del suo mecenatismo, quel ch'è certo si è che Firenze e l'Italia godettero sotto di lui di una prosperità come poche volte fu dato nella storia della nostra patria; che tanti uomini d'ingegno lo amarono e lo riverirono non sempre per adulazione (e la lettera del Poliziano è una prova della più sincera devozione) ma perchè riconoscevano in lui oltre che un reggitore politico, un uomo dì cuore e d'ingegno. Valga la considerazione di ciò che accadde all'Italia dopo la morte di lui per dover ammettere che Lorenzo fu una delle personalità più spiccate e complesse del Rinascimento, un uomo che, come pochi, ha rappresen TiRABOSCHi, Storia della Letteratura Italiana,  tato le sorti di una nazione. E il Pico fu di quelli che esperimentarono la generosità disinteressata di Lorenzo le cui lettere e documenti fanno fede dello spontaneo disinteressamento che sempre animarono ogni suo atto verso il giovane filosofo, al quale si sentiva legato da un affetto sereno e sincero. E se il Pico era sfuggito alle persecuzioni dei propri nemici, se aveva potuto trovare in Firenze un asilo comodo e sicuro, se era riuscito ad esplicare liberamente la sua attività di studioso, lo doveva a Lorenzo che per lui fu non solo un amico ma un carissimo padre. IX. Il Pico a Ferrara nel 14i>2. Crisi Uelii^iosa. L'Orazione Domenicale. Invitato dal duca Ercole I, si recò il Pico a Ferrara per assistere alla disputa che doveva aver luogo in occasione del Capitolo generale dei Frati Predicatori. Alcuni anni addietro aveva partecipato a un altro Capitolo, a quello di Reggio, dove era stato fatto segno all'aminirazione generale pel suo ingegno precoce. Né anche ora dovettero mancargli i segni di deferenza e di ammirazione da parte dei convenuti; ma mentre un tempo si sentiva accendere ai sogni della gloria e «all'uso di Gorgia da Leontini cercava fama, sostenendo qualsiasi cosa » ; ora molte foglie vedeva cadere avvizzite dalla sua corona, dopo che ne aveva sperimentata la vacuità piena d'ama — 178 ritudine. Anzi adesso provava un sentimento d'inferiorità davanti a quei frati il cui nome non sorpassava la cerchia ristretta delle conoscenze personali, ma la cui vita al compimento della quale mettevano in uso tutte le loro energie riteneva alla sua superiore. Questi sentimenti del Pico li leggiamo in una lunga lettera, in data 15 maggio 1492, ch'egli scrive al nipote Gianfrancesco. Ivi lo consiglia di non dolersi delle difficoltà che dovrà incontrare nella via del bene, giacché sarebbe oggetto di meraviglia se a lui solo fra i mortali fosse dato di andare in cielo senza fatica (sine sudore). E dopo avergli ricordata la massima di S. Giacomo: Gaudete fratrcs cum in tentaiiones varias incideritis nec immerito quidem, gli spiega come ogni stato sia irto di difficoltà e pericoli : così quello del marinaio, del mercante, del principe. Per questo egli ha scelto la quiete del suo studio, e nulla a mbisce in questo mondo i cui seguaci gridano unanimi: laxati sumus in vias iniquitatis, perchè le innumerevoli cure della vita li agita come un mare fervens quod quiescere non potestSiccome tutte le cose terrene sono caduche, incerte e vili, lo invita a rompere i lacci delle passioni, a rendersi piacevole più a Dio che agli uomini, a scegliersi la via stretta della virtìi che mena al cielo. Per fare questo, 179 gli consiglia due cose: a pregare, e pregare non solo con molte parole (multiloquio) si bene nel segreto della propria mente e di ascoltare nei penetrali della coscienza la voce divina che rischiara le tenebre ed unisce a sé coi modi più ineffabili: e infine che la preghiera non sia lunga, ma ardente e interrotta spesso dai sospiri. L'altro consiglio è di lasciare le favole dei poeti per aver sempre nelle mani le sacre scritture (nocturna versare manu, versare diurna nelle quali è nascosta una tal forza sovrumana, così viva ed efficace, che trasfonde, in chi vi s’accosti umilmente, un'ammirabile amore divino. Termina la lettera ricordandogli quanto gli ha detto altre volte, che cioè per quanto lunga possa essere la vita, si deve pur morire e che il cavallo che ciascuno di noi cavalca non ha da percorrere che un breve stadio. Quale passo ha fatto Pico di questa lettera, da Pico dell'epistola critica a Lorenzo cosi piena d'entusiasmo e di baldanza o dell'Apologia in cui scoppiettavano a volte un virulento sarcasmo, a volte espressioni così ardite e per quel tempo insolite! Questa lettera sembra scritta d’un padre religioso tanto è compenetrata di pensieri e di massime divote: il distacco dal mondo, gl’orrori dell'inferno, l'e Opera, . 180 sortazione alla preghiera, trovano un accento cosi fervente, che ci sembra d'avere innanzi un vecchio stanco della vita e anelante al riposo del sepolcro. Pico era ancor giovane, eppure il suo spirito era invecchiato, 0 meglio, poiché lo spirito non invecchia, era cambiato il contenuto della sua vita. Ciò che ora lo attraeva non era più la poesia e le sue lettere e i suoi sonetti ci attestano quanto egli avesse amato la poesia (omissis j'am fabulis nugisque poetarum cosi consiglia al nipote neppure forse piiì la filosofia e questa era stata la sua grande passione, quella per cui aveva rinunciato alla vita di principe, per cui aveva sofferto persecuzioni e prigionia ciò che ora Io attraeva era una vita più degna d'essere vissuta, per la quale voleva dare non solo una parte della sua attività, l'intellettuale, ma quella affettiva, quella pratica, insomma tutta l'anima. E dessa, è ormai evidente, era la vita religiosa. Ma gli era d'uopo conciliarsi con la Chiesa, dare al Pontefice un attestato persuasivo della sua nuova disposizione. Era quello l'anno nel quale avvenne l'espulsione degl’ebrei da tutta la Sicilia e molti si sparsero in ogni parte d'Italia. Uno di questi Opera (siculus quidam hebraeus) si era spinto sino a Ferrara, portando seco gran copia di libri ebraici. Pico si senti stimolato dall'antica curiosità ed attrattiva pel misterioso; per lui un libro nuovo era un tesoro, e Io legge colla convinzione di trovare in esso ciò che la sua anima vagheggiava e che tutti i libri precedenti non avevano saputo accordare. Ricorda, non senza tristezza, quali orizzonti aveva intravveduto nello studio della Cabala e quante notti aveva vegliato per decifrare gl’arcani dell'antica sapienza. Chi sa che anche ora non potesse scoprire qualche verità riposta nei libri di quel giudeo, il quale gli acuiva il desiderio di leggerli coll'annunciargli la sua partenza da Ferrara entro venti giorni? Al nipote che lo richiedeva di consigli, risponde che non si aspettasse per qualche tempo da lui nessuno scritto essendo occupato notte e giorno, sino quasi a perdere gl’occhi, su quei libri dell'ebreo, che conta di finirli prima della di lui partenza. Addio, conclude, temi il Signore e pensa ogni giorno che devi morire. Non Opera Alcuni giorni prima aveva scritto a Malvezzi ringraziandolo dell'invio fattogli del suo libro De Sortibus che aveva trovato diligente in quanto alla lingua, acuto nelle osservazioni e gli promette d'inviargli alcune 182 pare che da tali letture ne traesse il frutto che si era ripromesso e nemmeno la benché minima soddisfazione dello studio per sé stesso. Ormai era inclinato per quella via in cui si sentiva irresistibilmente trascinato. Si ritrasse da quei libri con una specie di disgusto, e come da ciò che si frapponeva alla sua vera méta. Riandando alle cause che determinarono il suo attrito con la Chiesa e il suo capo, il Pontefice, s'avvide che «buona parte della colpa era sua, « che aveva troppo amato la gloria del mondo e «trascurato quella che sola proviene da Dio*, e sopratutto perché all'odio e alla nequizia degli uomini, aveva reagito coli' impeto della passione, che é figlia di Satana. Non aveva ascoltato il precetto di Gesù quando disse: «Si vos hodio mundus habet, scitote quia priorem me vobis habuit»,e quindi aveva agito ciecamente per la violenza della propria consuetudine, come coloro che sono trasportati dall'impeto della corrente di un fiume. Non aveva riflettuto sulla sentenza socratica che se i nemici uccidono il corpo, non possono nuocere all'anima, e però non si era astenuto dalla vendetta che im sue quisquiglie (forse alcuni di quegli inni che in questo tempo andava componendo per ricreare lo spirito col suono della lirai, Opera pedisce all'anima di udir risuonare la voce soavissima di Dio, unica guida alla verità e alla vita. Oh ! come gli tornava spontaneo sulle labbra il gemito del profeta: «Delieta iuventutis meac «et ignorantias meas ne memineris: sed secun« dum misericordiam tuam memento mei propter « bonitatem tuam Domine » ora che, trovandosi a Ferrara, si risovveniva del tempo della sua prima gioventù non scevra di quei trascorsi che imbrattano la coscienza. " Pensa, figlio carissimo soggiunge rivolgendosi al nipote che la vita ò un punto, un istante; che i piaceri, le ricchezze avvelenano l'anima e la sottraggono al regno del cielo; che tutto ciò che forma la nostra gioia di quaggiù è incerto, umbratile, falso; pensa che una grande ricompensa sta preparata per colui che, disprezzando queste cose, sospira alla vera patria, di cui Dio è il re, la carità la legge, l'eternità il modo. Occupa l'animo in questi pensieri, che lo stimolano quando dorme, lo accendono quando e tiepido, lo rafforzano quando vacilla, e gli apprestano le ali quando tende al divino amore; di maniera che, quando verrai da me, che ti attendo con grande desiderio, ti possa vedere non solo quale sei, ma come voglio che sia». Opera. Questa lettera porta la data del 2 luglio, Ferrara. In questa lettera, improntata a una maggiore unzione delle altre scritte al nipote, il Pico ci si mostra ormai preso dal sacro fervore de! mistico. Ed è degno di nota il fatto che il nostro, le cui lettere agli amici sono di sapore, diremo così, profano, abbia scelto nel suo nipote il confidente delle proprie aspirazioni. Forse lo confortava a questo, oltre il legame di parentela che lo univa al figlio del proprio fratello, a cui non era del resto molto distante per l'età, la serietà di questo giovane principe che si era rivolto a lui con un abbandono e una devozione che non si smentì mai. Ad ogni modo il Pico, che pur tanti amici annoverava, non si aprì mai con alcuno come co! nipote, non fece mai nessuno partecipe delle sue ansie, dei suoi ardori delle note piìi intime che gli vibravano nell'animo; né mai nessuno ebbe a chiamare metà della propria vita (animae dimidium mcae) , perchè nessuno per r innanzi l'aveva compreso come il nipote Gianfrancesco. È senza dubbio di questo tempo il commento all'orazione domenicale che va sotto il nome: In orationem dominicam expositio. Il Pico fa rientrare l'orazione domenicale, che per i cristiani è la preghiera per eccellenza, nel n ; Il nipote si era già sposato. (2ì Questa espressione si trova nella lettera datata da Firenze, Opera quadro generale di una teoria della preghiera; quindi prima di tutto la definisce, poi determina lo scopo per cui si deve pregare , infine dà la norma che deve seguire colui che prega . La preghiera, dice il Pico, è sempre un desiderio, e ciò che si desidera è sempre un bene, e le cose le amiamo in quanto esprimono un bene. Siccome poi, al dire degli stessi teologi e filosofi, il bene sommo è Dio, dobbiamo perciò amare e desiderare prima, e al disopra di ogni cosa, Dio, e insieme con lui le creature che più a lui ci congiungono. Come dobbiamo regolarci rispetto a tante cose che pur ci dilettano (come i beni della fortuna, la bellezza, la forza del corpo ed altri obbietti sensibili) e nondimeno non ci uniscono a Dio? Col fuggirli, risponde Pico; perchè non può essere buono ciò che ci allontana da Dio e ci fa peccare. E quando ci sono concessi tali beni da Dio? Allora, incalza il nostro, dob [\) «Orare non est aliud quam per elevationem men • tiset affectus excitationem sua desidcria Deo notificare -. i2i « Si ergo debcmus scire, quoniodo sit orandum, • oportet prius scire quid sit desiderandum. Scimus autem illud esse sumnie desiderandum quod est summum bonum. L' Esposizione di cui stiamo facendo l'esame è inserita in principio delle Opere del F*ico, edizione Basilea già citata. Mancando la numerazione delle pagine, citeremo per ordine numerico degli a che contraddistinguono i fogli. 13 186 biamo ricordare il detto di S. Paolo che ci consiglia di far uso delle cose di questo mondo, tenendo da esse distaccato il nostro cuore. Chi vuole distaccarsi da ciò che è caduco deve far uso della meditazione, della compassione, della imitazione. Poiché solo meditando la passione di Cristo, noi sentiremo il nostro cuore punto di compassione per le infinite sofferenze di Gesù ; ma a nulla gioverebbero le nostre lagrime se non cercassimo di imitarlo nella sua vita, nelle sue parole, nella sua inalterabile pazienza a sopportare i più grandi dolori. E non solo dobbiamo sopportare le afflizioni della vita, ma anche coloro che ci fanno del male. Se vogliamo che Dio rimetta i nostri peccati e ci preservi dalle tentazioni, accordandoci la sua misericordia, la quale è come la medicina per il corpo, perchè dovremmo negare al prossimo ciò che noi chiediamo a Dio, vale a dire la misericordia ? Se è vero che è per essa che noi siamo salvati e non già per i meriti nostri, a maggior titolo dobbiamo usare verso gli altri questa grande benevolenza che distingue gli animi eletti. Quando infine Cristo c'insegna adire al Padre, «liberaci dal male», non possiamo fare a meno dal non raffigurarci, nella rappresentazione del Demonio, l'insieme di tutti i mali, l'ipostasi di tutto quanto è triste e peccaminoso; ecco perchè noi dobbiamo  fuggire dal male, come da una bestia orrenda e rifugiarci nel seno del Padre nostro in cui riposeremo sempre che lo serviamo con santità e con giustizia. Il 28 luglio giunse a Ferrara la nuova della morte di Innocenzo Vili, e pochi giorni dopo, quella dell'elezione alla cattedra di S. Pietro del cardinale Borgia col nome di Alessandro VI. L'avvento di questo nuovo Papa che, per la larghezza delle sue idee e i suoi gusti estetici, era ben noto nel mondo letterario ed artistico, produsse nel nostro un senso di sollievo poiché, essendosi rivelato di un carattere del tutto diverso da quello del defunto Pontefice, sperava di trovarlo meno restio a concedergli la sospirata assoluzione. Un'altra circostanza si presentava intanto a lui favorevole: l'elezione del Rettore dello studio di Padova, il cipriota Podocataro, a segretario pontificio. Il Pico scrisse da Ferrara il 16 agosto una lettera di congratulazione al suo vecchio professore, rimettendogli una supplica per il Papa, colla preghiera d'intercedere per la sua causa . [\ I Opera, foL, a, 4. (2^ DoREZ, Giornal. Star. d. ietterai. Italiana, voi. 25, 1895, 355. Egli intanto si mosse alla volta di Firenze, per potere poi proseguire per Roma ove non gli mancavano amici e ammiratori, tra i quali il suo affezionato Ermolao, patriarca di Aquilea. A Firenze, essendosi imbaltuto in un fascio di libri greci (ex his graecorum librorum fascibus extricavero) s'intrattenne per poterli consultare. In questa città desiderava raggiungerlo il nipote che ormai non sapeva più vivere da lui lontano. Ma lo zio l'ammonisce di rimanere per due motivi: primo perchè potrebbe arrivare a Firenze nel contrattempo ch'egli sarebbe in viaggio per Roma (ut illuc mihi eudum sit, causam nosti) oppure per Mirandola ; l'altro che avrebbe dovuto lasciare per lui la moglie, verso la quale l'obbligavano dei doveri inerenti al matrimonio, cui egli non potrebbe sottrarsi senza venir meno al comando divino in cui è detto essere gli sposi un'anima sola. « Infatti, soggiunge, 'non puoi es« sere più tutto tuo dal momento che hai voluto « assoggettarti alle leggi nuziali, nondimeno puoi « essere tutto di Dio, al quale sei meritevole nello « stesso tempo che lo sei a te stesso ». Lo esorta infine a starsene in casa per attendere alle proprie occupazioni e alla meditazione delle sacre scritture e in special modo del Vangelo. A vederlo non istarà molto tempo, avendo in animo 189 di ritornare a Ferrara al cominciare della primavera . Siccome non arrivava nessuna risposta alle pratiche che aveva inoltrate a Roma, nò credeva riuscisse per niente proficua la sua andata in quella città, decise di trattenersi ancora a Firenze ove poteva almeno attendere agli studi. In questo periodo attraversava egli un momento di grande sconforto; aveva molto bisogno di affetto e di parole buone e in questo senso è improntata la lettera che scrive ad Ermolao nella quale gli chiede anche il volume di Tolomeo sulla musica . Arriva un momento nella vita in cui la mente nostra fa un cammino a ritroso e invece di guardare avanti e di sognare si volge indietro e ricorda. Fra le persone che conoscemmo ed amammo ve n'è sempre una che rimane nella nostra memoria coi caratteri indelebili di una bontà semplice e gioviale. Felici noi se, mentre la contempliamo in immagine, tale persona vive ancora e può accoglierci nel suo seno e ridirci la parola che consola. Il Pico era cosi giovane quando questo periodo era per lui arrivato che, si può dire, tutti coloro che aveva conosciuto nell'in Opera, 346-47 la data di questa lettera è del 27 novembre 1492. (2 Opera, . fanzia, erano ancor vivi e tra questi la persona che Io aveva palleggiato bambino tra le braccia, e che ora ricorda con tenero affetto nella sua lettera che gì' indirizza senza rivelarci il nome. « Nulla mi tornò più dolce e piij gradito, gli « scrive, della memoria della tua antica famiglia«rità e soavità di costumi. Se la sede dell'ami« cizia sta nell'animo, in noi allora essa è vera« mente, vale a dire, non c'è motivo, come scrivono « Platone ed Aristotile, perchè in noi possa for« mare un dissidio la distanza di luogo e di tempo. « Pensavo or ora in che modo poterti essere « vicino, né altro mi venne in mente che il farti H pervenire la mia elucubrazione de septiformi « in sex dies geneseos. Se noi partoriamo dei li« bri quasi come dei figliuoli, e il padre è in gran * parte nel figlio, vengo io ancora con esso lui « che ho generato. Ricevi dunque il mio figliuo« letto che viene a te com' io soleva ilare e fe * stante bambinello. Ti piacerà, lo so, perchè mi « ami, e ti dispiacerà anche perchè mi ami. Nam * eiusmodi pietatis est et eorum errata qtios ama«mus signanter introspicere ut emendemus et in*trospectis leviter undulgere ne vexemus*. Da ciò si vede che il Pico considerava V Ettaplo come il suo lavoro prediletto; e invero esso Opera e proprio figlio del suo spirito: tutto ciò che aveva studiato, sognato e amato, egli lo aveva trasfuso là dentro e se in qualcosa sperava ripromettersi perpetuità al suo nome, era appunto in esso, che rimane del resto anche per noi l'espressione più notevole del suo ingegno. Frattanto non tardò a venire la lettera di risposta del suo Ermolao, ch'egli trovava quale si era ripromesso, e cioè piena di sentimento e di parole buone, vera immagine di quell'anima semplice e mite, che, pur cosi erudito passava allora per uno dei più eletti stilisti latini — rifuggiva il plauso esteriore, pago unicamente della stima degli amici. In verità questi gli corrisposero e più di ogni altro il nostro che, esaltando i suoi meriti letterari, esclamava: «Voglio, o dottissimo Ermolao, « che tu sappia che ti sono amicissimo e che le • tue virtù mi accendono alla stima e venerazione • per te, così che a nessuno, anche se ti fosse • consanguineo, permetterei di amarti come ti • amo io». Ai primi del 1493 giunse a Firenze la notizia che Ermolao era stato colto dalla pestilenza che serpeggiava allora nel Lazio; il Pico e il Poliziano n'ebbero il cuore trafitto. Il Pico volle tentare di soccorrere l'amico invian do Opera, . dogli per mezzo di un corriere uno specifico da lui stesso comprato e che credeva atto a domare il morbo pestilenziale. Ma quando l'espresso arrivò a Roma, Ermolao Barbaro era già spirato. Contava trentanove anni; con lui spariva una delle figure più amabili del suo tempo e più che per le sue opere letterarie fra cui le Castigationes plinianae erano meritamente celebrate, egli emergeva fra i contemporanei per le squisite doti del suo cuore, doti che solo in parte possono trasfondersi negli scritti e che la morte porta inesorabilmente seco. Per far meglio intendere l'indole di questo umanista, vogliamo riferire in parte la lettera che scrisse alcuni mesi prima di morire ad Antonio Calvo, il quale gli annunziava la morte del padre suo Zaccaria avvenuta in Venezia. Dopo d'aver detto il rammarico provato per non aver potuto dalla terra d'esilio andare a porgere l'estremo saluto all'autore dei suoi giorni, soggiungeva: «Forse egli andando sicuro incon« tro alla morte, era solo sollecito del mio dolore; « sono certo eh' egli non sapeva con che animo « sopportassi la mia sventura, perchè se mi avesse « veduto, oh allora, senza dolore sarebbe passato « da questa vita. Del resto mi conforta il pen« siero ch'egli abbia lasciato il mondo con la co« scienza d'avere fatto il proprio dovere e di avere 193 « speso la sua vita per il bene della patria e delia «famiglia. A te raccomando i miei fratelli, sii loro « consolatore in vece mia e che continuino ad «amare il padre loro oltre la tomba». La perdita di un sì caro amico gettò un velo di tristezza sull'animo del Pico; il pensiero di rendersi utile alla Chiesa divenne ora il dominante fra ogni altro. A farlo persistere in esso contribuiva notevolmente l'influsso che su di lui esercitava la vita austera di Girolamo Savonarola. Dopo la morte del Magnifico, colui che in Firenze aveva acquistato maggiore autorità era il frate predicatore, la cui eloquenza dall'intonazione profetica, la cui vita rigida e intemerata, cominciavano a guadagnargli le anime stanche della vita 0 desiderose di purificazione. Il Pico, che già da tempo conosceva il frate , ora che sentiva più urgente il bisogno d'una persona la quale piij che amica gli fosse guida nel nuovo cammino, si rivolse al frate di San Marco come all'albero maestro. Riprese con fervore le pratiche di pietà, passava le ore nella Biblioteca di S. Marco a conversare col Savonarola di cose religiose, riceveva con piacere nella sua abita li j Roma. Dalle Epistole del Poliziano. (2; Cfr. la Vita del nipote. 194 zione le visite di coloro che desiderassero intrattenersi in dotti e cristiani argomenti. In questo tempo, si legge nella vita scritta dal nipote, il portamento del Pico aveva assunto un fare più timido e contegnoso, il suo volto, di solito ilare e calmo (vulio hilari semper erat et placido) , sembrava ora trasfigurato dagli ardori mistici cui si abbandonava. Più volte fu veduto col flagello in mano (meisque oculis saepius [cuncta in Dei gloriam redeant] flagellum vidi) macerare le proprie carni per espiare i falli commessi e in memoria della morte in croce di Cristo. Più nulla poteva ormai commuoverlo dal suo proposito. Solo una cosa lo avrebbe irritato, se cioè vedesse andar perduti certi scrigni {nisi scrinia quaedam deperirent) ripieni delle sue elucubrazioni, frutto di lunghe veglie e che credeva tornassero di grande utilità alla Chiesa di Dio. Se il paragone non fosse irriverente, diremmo che uguale si presenta in intensità l'attaccamento per il denaro dell'avaro che tiene sul cuore le chiavi dello scrigno ove sta il suo tesoro, e dell'umanista per i libri e gli scritti che tiene nel suo studio : l'uno e l'altro ne morrebbero di dolore se vedessero andare distrutto ciò che considerano metà della loro anima, come. Cfr. la Vita del nipote. secondo Pontico Virunio, incanutì dal cordoglio quell'umanista che perdette in un naufragio la cassa contenente i libri che portava dall'Oriente. Maffei. Verona illustrata. Cosa tenesse il Pico nei suoi scrigni ce lo dice il nipote: una farragine di lavori incompiuti, scritti con carattere malagevole a leggersi «di modo che, come d'in • gegno, cosi fu si celere di mano che, essendo stato da « giovane ottimo calligrafo, finì quasi col non intendere • più egli stesso ciò che aveva scritto. Soleva anche scri« vere or qua or là scrivendo cose nuove sopra le vec • chie, molte opere interrompeva dopo d'averle incomin«ciate». Egli allora attendeva con più di proposito a un'opera in cui si prometteva di combattere i sette nemici della Chiesa: gl'increduli, i pagani, gli ebrei, i maomettani, i cattolici non osservanti a quello cui credono, gli astrologi e gli eretici. Di quest'opera solo la parte in cui prendeva a combattere gli astrologi « egli aveva, come • dice il nipote, compiuto e limato in parte, e noi con • grande fatica potemmo ricavare da un esemplare tutto • cancellato e stracciato » (Vita). Poiché il lavoro contro gli astrologi, che si compone di dodici libri è vastissimo, tenteremo di esaminarlo brevemente più oltre nel nostro studio. X. L'assoluzione del Pico. Risolazioue della crisi nel misticismo. Le « Disputationes » . Sua morte. Giunse al Pico, quasi improvvisamente, il sospirato Breve di Alessandro VI che lo assolveva in seguito alla relazione di una Commissione, composta di un vescovo, di due cardinali e del domenicano Paolo da Genova, professore di teologia e maestro del palazzo apostolico da ogni censura o nota di eresia- Il Breve, dopo aver fatto la storia della esamina delle 900 conclusioni, di cui alcune erano state condannate sotto Innocenzo Vili, perchè erronee e contrarie alla fede, viene alla considerazione dell'Apologia. « Inteso poi il detto pre« decesssore che tu avevi pubblicato un altro libro « apologetico, dove le medesime proposizioni in« terpretavi in un senso migliore e cattolico, e ne chiarivi l'intendimento giusta la vera fede, lo « stesso predecessore volendo impedire che le « premesse proposizioni corrompessero in qualun« que modo i cuori dei fedeli, vietò la lettura del « libro delle predette novecento proposizioni, però « dichiarando che tu non eri incorso per tutto « questo in alcuna censura, siccome più ampia« mente si contiene nelle stesse lettere, il te« nore delle quali vogliamo che qui si abbia per « espresso * . Qui potrebbe affacciarsi la questione se il Breve di Alessandro VI veniva a contraddire la Bolla di Innocenzo Vili,ma  noi  non  crediamo  necessario indugiarci  in  essa  che  ha  dato  campo  a  vivaci  polemiche  fra  alcuni  pubblicisti  rosminiani  e  gesuiti della Civiltà Cattolica. Ci basti dire che vera e propria contraddizione nei decreti dei due Documento citato da Berti nella Rivista  Contemporanea Leone spedì a Pico un Breve col quale permette al nipote di pubblicare le opere proprie e quelle dello zio. Per questo Breve vedi Civiltà Cattolica. E per la Polemica vedi Rassegna Nazionale; Civiltà Cattolica.Vedi anche Malavasi, Pico  della M. davanti al Tribunale della santa sede. Mirandola; Pagani, Rosmini  (an.  Ili,,  e Rassegna  Nazionale pontefici non  esiste; ciò che appai e invece e spiega tutto è la diversità di temperamento nei due capi delia Chiesa. Il primo, invero, non ha mai emesso un atto esplicito di scomunica contro Pico, ma soltanto tenne sospesa questa minaccia come una spada di Damocle sul capo  del Mirandolano, la quale vale a paralizzare la sua attività e a tenere in angustia lo spirito di lui credente; Alessandro, d'indole mono puntigliosa e meno proclive a cedere alle pressioni degl'invidiosi di Pico, i quali sono per altro diradati, e che in fondo non aveva nessun risentimento personale col  nostro (si ricordi la frase dei Pico a riguardo d'Innocenzo nell'Apologia), era portato ad  interpretare nel modo più indulgente l'operato del medesimo, il quale, del resto, era venuto sempre più accostandosi ai dettami di S. Chiesa con una vita veramente pia, e ad indulgere tanto più verso quelli che, per nobiltà di sangue, per sapere, per integrità di vita e religione ortodossa si raccomandano la cui quiete e reputazione ci sta a cuore quando con Dio è lecito. Questo Breve colmò  di giubilo il cuore del Mirandolano e valse a togliere quella specie di op Multa itidem vasa argentea prcciosasque supellec« tilis partes in pauperum usus distribuit. Vita ecc. pressione che gli si faceva sempre più penosa di mano in mano che si accostava al centro della vita religiosa. Questa era ormai l'unica sua aspirazione, l'ideale verso cui tende il suo pensiero e con cui spera di dare  inizio a una nuova vita. Riduce quindi al puro necessario le sue bisogna; la mensa rese parca e frugale, vendendo parte del vasellame d'oro e d'argento per distribuire il ricavato ai poveri verso i quali comincia a largheggiare in elemosine. Volle essere riconoscente coi fedeli famigliari, lasciandoli usufruire liberamente dei suoi poderi. Lascia all'amico Benivieni un fondo cospicuo onde  all'occorrenza alleviasse le persone piìi indigenti di Firenze, sopratutto dotasse le fanciulle bisognose, acciocché potessero maritarsi. Considerando poi chiusa la sua vita nel mondo decide di fare il proprio testamento che redatta  e rifece il primo settembre dello stesso anno e a cui fecero da testi Poliziano e Savonarola. Ivi dispone che l'Ospedale di  S. Maria Novella fosse erede universale  de'suoi beni immobili, mentre di quelli mobili elegge a erede il fratello Antonio verso il quale non voleva riuscire imparziale, avendo già soddisfatto largamente al figlio del fratello Galeotto. Sciolto  La vendita era stata fatta con strumento. Ceretti, Sonetti inediti del  C. G. P. Mirandola così da ogni legame d'ordine finanziario, si trovò libero di dedicarsi a ciò che piìi gli sta a cuore.  Due erano le tendenze che si contrastavano dentro di lui e l'imbarazzavano nella scelta: l'ordine religioso dei frati predicatori cui appartene Savonarola, e la vita del pellegrino più aspra di sacrifici e più libera nell'amore. Come luogo di ritiro pelle sue meditazioni, si era scelto la villa della Fratta dove pochi ammette, per non essere distratto dal suo raccoglimento: tra quei pochi era  Gianfrancesco. Un giorno, narra questi, mentre ci trovavamo a ragionare del divino amore in un giardino dal quale l'occhio spazia lontano le prospettive verdeggianti, mio zio proruppe in queste parole: Te lo confido in segreto, appena avrò terminato certe mie elucubrazioni, darò il rimanente de'miei averi ai poveri, e, giunito d’un crocefisso, scalzo, a piedi nudi, me n'andrò pellegrinando  pel mondo a predicare Cristo alle città e alle castella. Sembra che in questa missione egli trova la vera via alla sua anima irrequieta e bramosa di agire in conformità delle sue libere aspirazioni. Non altro che per questo egli si era  Spigolature in Giorn. stor. di L. I. Vita in negato una compagna, non altro che per esser libero egli visse sempre errabondo senza una stabile dimora, benché  abitasse più spesso a Firenze e talvolta a Ferrara. E quando gli ardori mistici s’acquetavano e l'anima sua si ricompone in quell'equilibrio normale di cui la sua fisonomia esteriore era la più soave espressione, pensa al bianco saio di fra Girolamo, alla maestosa gravità che traspariva dalla magra figura del predicatore, quando di sul pergamo del duomo colla mano che sembra scagliasse  folgori, colla voce annunciante l'ira di Dio, cogl’occhi accesi da quel furore profetico, suscita brividi di terrore sulla folla degl’astanti; allora sentivasi trascinato nelle braccia di quell'ordine che pare istituito per convertire a  Dio colla predicazione e la scienza teologica, gl’eretici e gì'increduli. A tale scopo cerca Pico di cimentarsi con quelle discipline che suggerisce l'ascetica, per  mettere a prova la sua capacità e l’attitudini richieste ad un apostolato. È forse in questo periodo ch'egli compose le dodici regole per eccitare e dirigere l'uomo nel combattimento spirituale. L'idea Vita, \n Regulae XII partim excitantes, partim dirigentes hominem in pugna spirituali, in Opera centrale di queste regole è la seguente: Non si deve rifuggire dalla via della virtù perchè il cammino è aspro e difficile, poiché anche la via dei piaceri ò seminata di spine e d’avversità; se si deve sostenere in questo mondo una battaglia perenne, dato che la vita dell'uomo è una milizia – volontaria H. P. Grice --, tanto vale combattere per una causa giusta e santa qual'è quella che ci fa simili a Gesù Cristo il quale non ascese al cielo se non per il martirio. Perciò Pico viene a  riconoscere che fra tutte le tentazioni dell'uomo quella che si deve combattere e vincere è la superbia, radice di tutti i mali, contro la quale vi è solo un rimedio, il pensare che Dio stesso s’umilia per noi sino alla morte di croce. A\entre da una parte Pico per suo proprio uso scrive queste regole e cerca di metterle in pratica,  SI homiiii vidctiir dura via  \ irtuiis, quia continue oportet nos  pugnare advcrsus carncm. et diabolum, et mundum recordetur, quod quamcunque elegcrit vitam, etiam sccundum mundum, multa illi adversa, tristia, incommoda, laboriosa paticnda sunt. Rcf.  I. Sicut et caput nostrum Christus, non ascendit in coclum, nisi per crucem. Rcg.  Ili.  Quare super omnes tentationes, homo debet maxime se munire, contra tentationem superbiac, quia radix  omnium malorum superbia est, contra quod unicum remedium est, cogitare semper, quod Deus se humiliavit prò nobis usque ad crucem et mors. Rcg.  XII. non trascura dall'altra i suoi studi, massime in quanto potessero giovare in qualche misura alla Chiesa. Si propone, come abbiamo detto, di combattere i nemici della religione e in particoiar modo gl’astrologi, le cui elucubrazioni  piene di sofismi gli parevano incompatibili col dogma e colla fede. Poliziano, venuto a sapere che Pico s’era accinto a questo lavoro contro l'astrologia, s’adopera in qualche modo per contribuire alle fatiche dell'amico. In quel tempo legge nello studio agl’uditori il suo poema Rusticus in cui, fra le altre cose, fa menzione degl'influssi della luna sui vari lavori dei campi, conforme ai  dettami d’Esiodo. Ora, egli scrive a Pico, io cominciai fra me a dubitare se cotali osservazioni non avessero qualche fondamento nella legge della natura o piuttosto non fossero derivate dalla superstizione del volgo. Siccome tu stai scrivendo un libro pieno di dottrina contro gl’astrologi, dove tratti appunto argomenti che hanno affinità con quelli da me svolti  ad imifazione dell'antico  poeta, così mi è sembrato d\ fare cosa a te giovevole riassumere in una Quare quoniam tu nunc librum cum MAXIME – regole – H. P. Grice -- componis adversus astrologos multiplici doctrina, magnisque argumentis instructum. lettera ciò che si contiene nel mio poema e insieme anche le ragioni che dei fenomeni ivi descritti sono date da Proclo, da altri e da me stesso. Poliziano, che  dopo la morte di Lorenzo aveva rivolto tutta la sua devozione e il suo affetto al principe della Mirandola poiché egli era del numero di quelli che, avendo servito per tutta la vita, e si serve in tante maniere una persona, non possono rassegnarsi a vivere senza un protettore scrivendo all'Antiquario, gli dipinge così al vivo l'amabilità del Mirandolano, d’invogliarlo a sua volta a conoscere  l'uomo celebrato. Infatti l'Antiquario in una lettera a Riccio, dopo aver accennato all’orazioni e all’opere filosofiche di Pico, nelle quali si rivela un ingegno singolare, dice di sentirsi pieno d’ammirazione per uno che pello studio abdica alle dovizie del suo ricco casato. E Poliziano, rispondendogli subito dopo, gli dice d’aver fatto leggere la sua lettera allo stesso Pico, come a quegli che era il vero oggetto delle sue lodi, e che riceve dal Mirandolano quanto prima una lettera doctani. Politiani et aliorum virorum illustrium, Epistolarum libri duodccim,  Basilea, POLIT.,  Epist.,  aciitam, cordatam, plenamqiie humanitatis. Il nostro infatti gli scrive da  Ferrara, ringraziandolo delle benevoli espressioni a proprio riguardo, sicuro che Poliziano sa interpretare il suo pensiero, poiché alle muse non s’addice lo strepito d’un picchio anzi l'aspra voce d’un'anitra, com'è la sua, di fronte al canto di due cigni, quali sono loro due. Il contenuto di questa lettera di Pico, tradisce uno stato d'animo completamente estraneo a quello cui sono intonate le lettere di Poliziano e dell'Antiquario; qui si sente dell'artificiosità, fors'anche dell'ironia, prova che l'animo del nostro si è ormai ritratto d’ogni attaccamento mondano e non vibra più a quell'entusiasmo che era si frequente nelle lettere anteriori. Questo risalto deriva dalla comparazione della lettera di risposta dell'Antiquario, in cui traspare quell'intima soddisfazione che nasce ogni volta s’ottenga un attestato di deferenza da parte di qualche personalità eminente. Egli dichiara che non ci tiene d'essere  paragonato a Poliziano, desiderando solo essere amato da Pico, per il quale nutre POLIT., Opera. un affetto e un'ammirazione più antica di quel che non creda, e il suo nome d’Antiquario ne è una prova. Ad ogni modo non nasconde questi sentimenti per non venir meno a ciò che l'animo sente, e la lingua esprime, e, d'altra parte, la di lui gloria 6 sì solida, che non ha bisogno di  adulazione, egli ch’ha conseguito tra i nati degl’uomini il nome di Fenice. Questo fascino ch’esercita la persona di Pico, invece di scemare, sembra andasse crescendo cogl’anni. Ad altri letterati si chiede un giudizio, un'espressione di simpatia, un apprezzamento qualsiasi; a Pico si chiede un sentimento d'amore; non s’ambiscono le sue lodi o la sua ammirazione, si desidera essere da  lui amati. E che veramente fosse felice l'Antiquario d'essere stato onorato d’una lettera di Pico quoniam me nuper tuis littcris exornasti, Io vediamo nelle parole scritte a Poliziano subito dopo. Dichiarandosi suo debitore per averlo messo in corrispondenza col Pico, soggiunge: sapevo ch'egli è un amabile compagno, ma non potevo supporre che divenisse così presto famigliare. Ho  proprio notato come le sue lettere rivelino, oltre ch’il sapere, l'innata bontà del suo animo. Quando lo vedi, digli che riguardi nelle PoLiT.,  Episf., ,  questa lettera e datata da  Milano mie lettere non ciò che vi è d'incolto, ma la mia  devozione per lui,  e m’abbia come antiquario fra i suoi amici, poiché la legge dell'affetto non può mai divenire antiquata. Il movimento decisamente mistico che aveva per centro Savonarola, alle cui prediche traevano in folla sempre piiì  frequenti gl’uditori, aveva poco per volta attirato nella sua orbita tutti gl’uomini piìi in vista di Firenze. Benivieni, che diverrà in seguito il poeta, per così dire, ufficiale delle pie solennità colle quali il priore di S. Marco si studia di riformare i costumi, rimase così vinto dal fascino di Savonarola che poco  manca non desse alle fiamme le sue poesie d'amore, che esprimevano un passato di vita leggera. Anche Ficino si sente scuotere dall'eloquenza del predicatore, ch'egli chiama novello profeta, e rimane suo seguace finché la fortuna fu favorevole al riformatore; mentre quando si tratta di confessarlo nel  momento della sventura, egli l’abbandona vilmente con parole indegne d’un filosofo. Pico piiì d’ogni altro subì l'influsso di Savonarola, al quale si sente legato da vincoli d’ammirazione di lunga data, e per richiamare il quale da Reggio a Firenze aveva speso i suoi buoni uffici POLIT., porta la stessa data,  Rossi,  Il Quattrocento,  Milano presso Lorenzo. Il frate aveva acquistato tale impero sull'animo del nostro, da permettersi aspri rimproveri al suo divoto che indugia  ad entrare nella vita religiosa, e gli presagiva gravi punizioni se non  rispondesse al più presto alla voce che veniva dall'alto. E Pico promette di vestire l'abito, appena avesse dato termine ai suoi lavori in corso, che in fondo, dice, sarebbero tornati assai utili alla Chiesa. Quasi tutti ormai sapevano dell'imminente pubblicazione dell'opera polemica del Pico contro gl’astrologi di cui se ne faceva ovunque un gran parlare; e  Ficino che, come sappiamo oltre essere filosofo era anche medico, e la sua medicina aveva per fondamento molti postulati astrologici, comincia a pensare che l'amico suo non avrebbe certo risparmiato alcune di quelle  teorie che gl’erano care e che aveva sostenuto negli scritti. Senza por tempo in mezzo, scrive a Poliziano, che condivideva l’opinioni  del Conte e collabora alle sue ricerche bibliografiche, una lettera, nella quale, facendo le viste di convenire con loro, cerca di difendere quanto gl’era possibile salvare. Riferiamo parte della lettera singolare: Contro molti astrologi, che come già i Giganti a Giove il cielo torre tanto invano quanto empiamente si sforzano meritamente, Pico, figliuolo di Pallade e VlLLARI, voi figliuolo d'Ercole, spesso felicemente combattete. E io, come in tutta la mia vita sempre sono stato del medesimo animo che voi, in questo studio ancora con voi m’unisco. Gli platonici le celesti imagini degl’astronomi descritte, non riprovano, né si studiano approvare. Ma Plotino di tali cose al tutto si ride, e io ne'miei commentari sopra di lui, come suo interprete ugualmente  me ne fo beffe, parte nella sua  autorità confidato, parte perchè nessuna certa ragione ho di tal cosa. Ma nel mio libro della vita, com'io posso d'ogni luogo diligentemente ricerco; non disprezzo al tutto quelle imagini, né tutte quelle regole refuto e quivi narro le disposizioni dei segni e delle imagini non come appresso gli Platonici, ma come appresso gl’astrologi ho osservato oltra di questo nel libro  del Sole non tanto cose astronoonarola: il morto suo conhdente; egli che aveva reso acuto colle sue recriminazioni quel dissidio interiore che aveva fatto penare per tutta la vita il povero Mirandolano; egli che avevi esacerbato coi suoi  V,  ultimi giorni ed alteralo colla sua  .^ta dall’astinenze lo sguardo dolce e mansueto del  biondo. Ciò non  basUva: ei dove perseguitare anche nel  regn».  del riposo l'ombra di Pico e molestarla colle sue tetre predizioni. Ma coloro che l'avevano amato sinceramente, ne sentirono tutta l'amarezza del vuoto lasciato; e la sua morte immatura fa nascere più d'un sospetto. Si narra che (ierolamo  !  pel dolore della pi-rdila  dell’amico, fosse sui  .^i  darsi la morte. La frase di Savonarola non avrei mai creduto  questo, la descrizione della  malattia fatta dal nipote, in cui si parla del gonharsi delle viscere e d’una febbre  insidiosissima, inhne la e tfatta alcuni anni  dopo da e. ;;o di  Casalmaggiore d’avere avvelenato (. lo  tosegoc . dice il SA>arr()  nei  Diari.)  Pico di cui era segretario, sono argomenti tutti che inducono a credere che la morte del Mirandolano non sia stata naturale. Dorez che ha studiato sui vari  documenti la questione, emette due ipotesi: runa di carattere privato il cui movente era esclusivamente uno scopo pecuniario; l'altra di natura politica, e connessa coi Utrbidi giorni  del  94  in cui a Firenze si contrastavano partiti e tendenze diverse che mettevano capo, alcune al papa, altre a Pietro De' Medici o a Carlo Vili. Fra le molte vittime non è escluso che anche Pico, un tempo  amico di Lorenzo ed ora seguace del Frate, sia stato preso di mira come uno che aveva tradito la causa dei Medici, Giorn. Stor. ecc.  Un documento del vivo rimpianto che lascia dietro di sé il Mirandolano,  l’abbiamo in una lettera di Ficino, proprio dell'uomo che, pel suo carattere incostante, ci parrebbe il meno degno di fede. Se il medico-filosofo prova  mai il nostalgico affetto per  una persona amata, partita per sempre dalla vita, fu senza dubbio nei giorni che seguirono la morte di Pico. Questa lettera ci mette a nudo pell'unica volta forse, l'anima di Ficino, non spoglia però d’ogni finzione allegorica, parlante nel suo linguaggio tronfio eppure  accorato. Oh! Germano, scrive al Presidente della Sorbona, desideri aver la conferma della morte di  Pico,  vuoi  accrescere  il tuo dolore, poiché ora che non sei ben certo se sia morto, ti duoli amaramente, credo che ti dorrai ancor di più quando te ne sarai accertato. Ah, perchè, mio Germano, mi preghi di una tal cosa! Come vorrei essere ancora in dubbio, né posso compiere questo pietoso ufficio senza piangere. Il nostro Mirandolano ci ha lasciato il giorno stesso in  «'  cui re Carlo entrava in Firenze, e  compensava i gemiti dei letterati coll'esultanza del popolo ch'egli  liberava. Se non fosse stata la luce apportata dal re di Francia,  forse Firenze non avrebbe mai veduto giorno più oscuro di quello in cui si è spento il luminare di Mirandola. Con ilare fermezza passa Pico dall'ombra di questa vita come se passasse dall'esiglio alla patria celeste. Qualche rara volta i sacerdoti concedono  per un poco, agl’occhi dei profani, i misteri più riposti e tosto li nascondono, così  Dio concede ai mortali questo divino filosofo, Pico della Mirandola, e lo tolge. La morte di Pico tronca molte speranze e lascia in sospeso molti lavori di cui s’attende il compimento. L'erede spirituale di Pico, quegli che pell'ingegno e la non poca coltura, sembra più indicato a continuare l'opera del  filosofo, era il nipote Gianfrancesco; a lui s’appuntarono gli sguardi di tutti coloro cui sta a cuore vedere publicate l’opere inedite. Infatti il libro contro gl’astrologi, di cui il manoscritto era in caratteri cosi indecifrabili che lo stesso autore stenta a leggerli,  Gian«  francesco, al dire di Ficino, così pio, come  intelligente, si sforza tuttora, quotidie, di trarlo dalle  tenebre, e il medesimo  scrive la  vita e le opere dello zio. Da  te,  poi,  Gianfrancesco,  gli  scrive fra Battista Mantovano,  che erediti le virtù dello zio, quasi che il suo spirito si sia trasfuso nel tuo come quello di Elia in Eliseo, ci aspettiamo questo: che raccolga gl’opuscoli suoi i quali, benché lasciati imperfetti, causa l'immatura morte, non possono non essere dalla posterità degnamente letti, amati, adorati. Mantova. Il medesimo in una lettera del 3 gennaio dell'anno seguente, narrandogli un sogno avuto in una notte giocondissima, in cui il filosofo gli apparve, discutendo di cose arcane del cielo e della terra, lo esorta a scrivere la vita dello zio della quale nessuno è meglio informato di lui e più adatto a farlo, per essersi proposto d'imitarlo come un esemplare di sapienza  e di religiosità. Essa, conclude, riuscirà di grande conforto a tutti coloro che,  come me, hanno amato il filosofo e sofferto per la sua perdita un dolore più grande che per quella di qualunque altro. Mi sono doluto si della morte di Merula, mio condiscepolo e precettore e di quella d'Ermolao e del Poliziano, due uomini illustri; ma di gran lunga superiore fu il cordoglio per quella del nostro Pico. Piangono la sua morte l'eloquenza, l'arte, la filosofia e ogni speculazione,  che trovarono in lui un degno cultore; ma tuttavia egli non è morto invano, noi stimolati dal suo esempio ci sforzeremo di pervenire là dov'egli gode già di essere pervenuto. Tale era il rimpianto che lasciava dietro di sé il personaggio scomparso, tale la somma di pensieri, d’affetti, di care simpatie che, a guisa di scia luminosa, traccia nel percorso della sua breve vita. Egli scompariva  dagl’occhi di tutti in quel mezzo in cui s'incrocia col fascino della giovinezza non ancor sfiorita tutto ciò che vi è di bello e di profondo nella vita dell'uomo; e non è a stupirsi se nell'immaginazione dei contemporanei tanto alto assurgesse colui che, per la bellezza della persona, pell'ingegno favorito da una memoria prodigiosa, pell cuore sensibile a ogni impressione e per tutte quelle  prerogative che non si possono tramandare cogli scritti, dovette certo figurare uno di quegli uomini che sono il vanto e la meraviglia di un secolo Fu osservato che il Rinascimento è l'epoca delle forti individualità che spiccano con caratteri originali sull'amorfa moltitudine. Quelle individualità che, come Farinata degli Liberti, il Conte Ugolino, Pier delle Vigne, Francesca da Rimini,  emergono nel mondo delle ombre per opera del pensiero di Dante (e il pensiero precorre sempre l'azione) si realizzano in carne ed ossa nei condottieri, nei commercianti, negli artisti, negli uomini di Stato, nelle donne celebri del Rinascimento. Non pochi di questi personaggi giunsero sino a noi e sono ancor vivi nella storia, non tanto per quello che hanno lasciato, quanto per quello  che hanno fatto; non tanto per quello che hanno fatto quanto per quello che hanno suggerito ad altri di fare. Borgia non ha lasciato nulla che giustifichi la fama che rende celebre il suo nome, ma le sue gesta, il suo carattere, hanno gettato il loro forte riverbero nella mente del Macchiavelli, il quale fu tratto a scrivere il Principe. E cosi dicasi di tanti altri uomini di quel periodo glorioso  la fama dei quali giunge sino a noi per opera di scrittori e di biografi. Altrettanto può dirsi di Pico della Mirandola, ir quale, se lasciò non pochi scritti, non è già per questi che è ricordato, ma per le lodi di cui è stato insignito dai contemporanei. Siamo qui dinanzi a un problema che non sempre è stato valutato adeguatamente. È proprio vero che la grandezza di un uomo si debba misurare da ciò che ha lasciato, da ciò che anche per i posteri può essere materia di esame? Se si dovesse risolvere il problema in modo affermativo, allora molte figure storiche dovrebbero relegarsi nell'oblio, fuori del quale esse rimangono tuttavìa chiare e sempre splendide. Ben disse il Balbo che Cesare appare piìi grande di Pompeo per quello che ha lasciato, ma non per quello che ha compiuto;  certo in questa assegnazione del compito non sempre la storia si rivela giusta e imparziale. E non ci sembra privo di significato il detto del Leopardi quando afferma che la gloria di un uomo dipende più dal caso che dal merito. Ma noi crediamo che la vera soluzione del problema si abbia quando si tenga conto, oltre di ciò che può da noi essere giudicato, anche dell'elemento di  quell'unanimità che è possibile riscontrare nei giudizi dei contemporanei su di un dato personaggio. Perchè, torniamo a ripetere, non tutto ciò che vi è di bello e di profondo nella vita può sempre tramandarsi cogli scritti, nei quali molte particolarità che rientrano nella componente di una personalità storica, possono essere trascurate o, comunque, taciute. E nel caso del Pico non tutto ciò  che vi era di nobile e di affascinante in lui, che lo rendeva così singolare in vita, si può vedere negli scritti suoi. Quindi il nostro giudizio finale sul Pico oltre che da un esame della sua dottrina doveva essere integrato da quanto scrissero e giudicarono i contemporanei. Ecco perchè nello svolgere la sua vita e le sue opere, non potemmo trascurare anche le lettere e i giudizi di alcuni  uomini del suo tempo, massime di quelli che vissero con lui nei pii!i intimi rapporti. Inoltre per meglio ritrarre la figura del Mirandolano, abbiamo voluto seguire un metodo che, contrariamente a quanto avviene negli studi d'indole storico-filosofica, seguisse lo svolgimento del suo pensiero procedente di pari passo con lo sviluppo storico della sua vita. Forse non saremo riusciti nel  nostro intento, e la monografia-profilo tra gli altri difetti presenterà quello di essere inordinata, sconnessa, e poco chiara. Ma non dovremmo sperare indulgenza se in cambio potremo dare la sensazione di essere rimasti sempre fedeli allo spirito del nostro autore? Noi ci siamo adoperati a mettere in rilievo sopratutto ciò che nell'opera del Mirandolano rispecchia fedelmente gli stati del  suo spirito, travagliato da una crisi interiore che si rivela piij intensa che negli altri contemporanei. Il Ficino visse più del doppio del Pico e pure, benché si parJi della sua conversione nel tempo in cui prese gli ordini sacri, non offre esempio di quel doloroso dissidio che fece soffrir tanto il nostro autore. Il Poliziano trasse sino alla tomba l'inalterabile serenità della sua anima ellenica. Il  Pico che si era spinto col pensiero nei vari campi del sapere, perseguendo un ideale che gli sfuggiva sempre, la concordia di tutti i filosofi e di tutte le scuole, cominciò a provare quella specie di disillusione che subentra con la coscienza dell'inanità dei propri sforzi. Dall'aere rarefatto in cui l'avevano portato certe sue elucubrazioni, senti il bisogno di abbassarsi un poco più vicino alla  solida terra dell'esperienza e di restringere i suoi studi a quegli argomenti che si fondano sulle incrollabili basi dei pochi ma sicuri scrittori, le cui opere hanno sfidato i secoli. E infine, non trovando più neFlo studio che aveva coltivato con tanta passione, la pienezza cui anelava la sua anima irrequieta, pensò di darsi alla vita attiva del religioso e di confondersi umile e negletto tra i  semplici del volgo dai quali aveva cercato di distaccarsi colle sue aristocratiche teorie. Non v'è figura forse nella storia che, come quella di Pico della Mirandola, si contrapponga con tanta evidenza al dottor Faust. Mentre questi, nauseato dei libri e degli alambicchi della sua stanza solitaria in cui era invecchiato precocemente, abbandona lo studio al quale invano aveva chiesto la  soluzione degli enigmi piij affannosi, e si slancia nella vita festante dove sorride il volto soave di Margherita; Pico invece lascia giovane e bello la corte principesca con le sue caduche frivolezze, per il fascino di ciò che vi è d'imperituro e non declina come la luce del giorno, per le idee che illuminano i nascosi sentieri della verità a coloro che sanno formare in se stessi gli organi atti a  contemplarle. Ciò che infine piace nel Pico, è di vedere in lui compendiati molti caratteri singolari della stirpe italiana, che più di ogni altra sente il fascino della bellezza, della gloria e sa per esse immolarsi. Questa nostra stirpe ha sempre dimostrato, fin da quando nel Pantheon dei Cesari accoglieva tutte le divinità, di saper comprendere ed apprezzare le manifestazioni religiose degli  altri popoli; e anche quando unificò gli spiriti nella religione cattolica romana, diede prova della sua tolleranza in quella stessa Roma, in cui all'ombra del Vaticano, potevano vivere indisturbati gli ebrei, che altrove erano perseguitati e vilipesi. Ogni volta poi che questa stirpe fu colta da quelle profonde crisi che non risparmiano alcun popolo, essa ha saputo riformarsi senza cadere in  quegli eccessi che fanno rompere ogni rapporto col passato 0 che, abbandonandoci al caos rivoluzionario, ritardano, invece di far avanzare, la civiltà. E noi assistiamo sovente a questo fenomeno che come nella massa della nostra gente, si avvera nei singoli, e cioè, che quanto più il volo della fantasia o lo slancio dell'ingegno li porta a varcare i confini della tradizione e delle leggi civili  e  religiose, proprio allora succede un ritorno o, meglio, un più forte sentimento di amore e di venerazione per la religione e le usanze dei padri. Se è vero che nell'individuo sono compendiati tutti i caratteri della specie, possiamo ritenere che, come pochi, riesce il Pico a compendiare queste caratteristiche della razza italiana. Onde, nel modo istesso che egli soleva dire che, se fosse vera  la teoria pitagorica della  trasmigrazione delle  anime, avrebbe creduto che in Marsilio fosse redivivo Platone; cosi noi potremmo dire, in senso metaforico, che in ciascuno di noi rivive un poco dell'anima entusiasta e pugnace di Pico (iella  Mirandola. Concludendo, il nostro j^iudizio sarà diverso la quello pieno di rimpianto che di lui  e delle ne opere formularono i suoi contemporanei,  se)ndo I quali la morte precoce impedì al suo ingegno di raggiungere la pienezza degli anni maturi. La monografia -profilo che abbiamo tentato di fare del Pico, ci induce a scartare, come assolutamente infondata, questa opinione che potrebbe anche apparire a un esame superficiale ilella vita del Mirandolano. Noi siamo del parere che il Pico non mori quando la sua carriera letteraria  era a mezzo, ma piuttosto quando era compiuta. Se la morte lo sorprese, fu soltanto tlla svolta della sua vita, quando già egli era per intraprendere un nuovo cammino. Il Pico se fosse ancora vissuto, si sarebbe dato alla predicazione, a una vita di apostolato in servìgio della religione cristiana: egli insomma non avrebbe più lavorato per la gloria del mondo e quindi per la scienza, ma  unicamente per la gloria celeste e cioò per la sua anima. Già gli ultimi frammenti della sua produzione letteraria, accusano i sentimenti di un morituro alla vita del mondo, di un nascituro a quel genere di vita che, rinnegando il mondo e le sue comuni  soddisfazioni, è una preparazione a una buona morte. Il Pico poeta. Come abbiamo detto, tra la farragine di scritti che teneva ne' suoi  scrigni, egli aveva le Disputationes e i versi raccolti in più libri i presumibilmente cinque); a quelle egli diede pubblicità, e questi volle consegnare alle fiamme. Tuttavia qualche cosa sfuggi all'incendio: una trentina di sonetti in volgare che, scoperti contemporaneamente dal Dorez e dal Ceretti, furono publicati sulla fine del secolo scorso; e in latino alcuni distici ad esaltazione della  Bucolica di Benivieni  i2j;un  breve epigramma laudativo a Poliziano  i3), e un carme elegiaco. Dorez  li pubblica in una rivista romana la Nuova Rassegna e il Ceretti a Mirandola. Sono stampati.  ^Ac.  74b delle opere del Benivieni stampate a Venezia per Nicola Zoppino e Vincentio  Conipapagno) e in Opera. Poliziano espresse il suo dolore in un epiragmma slg  "còv  tcìxov perchè  il  Pico diede alle fiamme le sue poesie. In ed. Del LUNGO, pagina 217,  num.  LUI. Opera, Dei quattro carmi latini due: De expellendis Venere et cupidine e  In martyrem Laurentium Hymnus publicati nei Carmina  III. Poet. appartengono al nipote. L'elegia In Inudem Dei et prò oratione ad Deum facienda. Siccome poco o nulla possiamo dire del Pico come poeta latino,  soffermiamoci alquanto sui suoi meriti come poeta italiano, attendendoci all'edizione dei sonetti curata dal Ceretti. Il nostro scopo in questo breve esame non è quello di risolvere una questione estetica e molto meno di offrire un testo critico delle rime in volgare del Mirandolano; esso mira unicamente, in coerenza all'indirizzo che abbiamo seguito nel corso del nostro studio, a indagare  se anche nei componimenti poetici si rivela qualche nuovo "lato della personalità del nostro autore. I sonetti del Pico appaiono più esercitazioni scolastìche che espressione di stati d'animo; essi trattano per lo più argomenti d'indole filosofica e morale. L'intonazione petrarchesca si rivela sin da principio: Ed io sono esemplo al popol tutto il qual verso richiama il noto sonetto del Petrarca  che incomincia: al popol tutto Favola fui gran tempo. Cosi dicasi del primo verso di quell'altro sonetto: Spirto che reggi nel terrestre bosco che ricorda il petrarchesco: Spirto gentil che quelle membra reggi. Tuttavia anche in alcuni di questi sonetti come nel quarto della raccolta citata, non è difficile notare qualche sprazzo di luce, un afflato poetico che dimostrano come Pico sapesse  talvolta elevarsi colle proprie penne e l'ode Ad Pctrum Medicem  =>  (che insieme all'epigramma per il Poliziano si trova nel cod. Laur.  XC,  sup.) sono d'argomento religioso, moraleggiante. G. Bottiglioni, La Lirica Latina neUa  2. metà del secolo XV in Annali della R. Scuola Normale di Pisa, nel cielo della poesia 5  . Un indice che il Mirandolano era anche uno studioso di  Dante  lo abbiamo nel sonetto V, in cui tenta di esprimersi con lo stile forte e solenne del Poeta, come nella quartina:  Quinci colei, da cui mai non iscampa Scese nel mondo e in alto precipizio Guida chi del gran primo benefìzio Grata memoria non riscalda e avvampa. Nel sonetto VI c'è un'eco delle sue ansie di mistico, del suo sospirare alla patria lontana che forse il presentimento della morte  vicina rendeva tanto bella al pensoso giovane: Non  m'accorgeva, dico, ahimè infelice! Esser qui in viaggio, esser qui posto in bando; Altrove esser la patria e la mia stanza. C'è qui anche una visione tetra della vita che oscura le cose più leggiadre, come i fiori che intristiscono sul loro stelo, le balde esistenze discoloro che avanzano frementi di speranza e finiscono tòsto per cadere: E  che quando l'uom crede ch'egli avanzi Spesso al suol cade ed e'gran sonno dorme, E che seccarsi e diventar può informe Subito un fior che verdeggiava dianzi. Ma se il suo pessimismo se così può denominarsi) è appena momentaneo, egli non poteva ancora essere assalito dal dubbio assillante dell'autore di Amleto, ne da tutto il travaglio del pensiero critico che troverà la sua espressione  nelle poesie del Leopardi. 11 Pico era ancora in quell'età in cui l'uomo appena s'inoltrava nelle vie del  (5. Ci atteniamo airedizione del CERETTI, Sonetti Inediti del Conte F G Mirandola, 189». Non hanno notevole interesse la canzone e .1 sonetto che si trovano nella raccolta Delle Rime Scelte di GABRIEL  G.OLITO, Vinesia, dubbio, sì ritraeva tosto inorridito e abbracciava la croce come un'ancora di salvezza. E mentre al  mio passato erro pensando Tengo fermo nel cor l'alta radice Di carità, di fede, e di speranza. E ci descrive anche quando egli si distilla il cervello per decifrare gli antichi codici cui spera di carpire qualche segreto; e come al chiaror della lampada, nell'alta quiete della notte, fisso in quei punti oscuri che arrestano ogni slancio del pensiero, egli  provasse l'ansia, il dolore fino alle lagrime per ciò che invano sospirava di poter chiarire: Versan lagrime sempre le mie luci  E pur quand' altri posa, il sol si parte, Non men quando al ritorno scuote l'ombra Mentre il sudor distilla in qualche libro Pel caldo a cui non trovo aura né ombra. Abbiamo accennato altrove come il Pico non fosse di forti passioni, se si esclude quella per la gloria; non ebbe una forte passione per la donna, e anche quando ne parla, non esprime nulla di suo e cade nella rettorica. Tale ci appare il sonetto che incomincia: Era la donna mia pensosa e mesta nel quale il Pico fa apparire il suo cuore nudo a guisa d'un messaggio a Madonna che, mossa alfine a pietà, nell'umido suo seno allori'accolse. Né riesce più efficace quando per colorire meglio dei sentimenti che non  provava, ricorre alla mitologia. Così nel sonetto  fX)  Per quel velo che porti agli occhi avvinto, pieno d' invocazioni a Venere, a Psiche e a Cupido. Notevole nella sua forma esteriore è il sonetto che  incomincia:  "Io mi sento da quello ch'era in pria Mutato da una piaga alta e soave, che, anche tecnicamente, è uno dei meglio riusciti del nostro autore. Non privo d'interesse è il sonetto a forma di dialogo tra Pa e Po, il quale appare anche nella Raccolta di Poesie italiane inedite di duecento autori di Trucchi. Nel  sonetto  XII  sembra abbia coscienza della sua incapacità a trattare di amore, perchè mettendosi a celebrare un grande personaggio del  tempo forse un Papa o Lorenzo il Magnifico immagina che Apollo Io consigli a lasciare Amore e a  cantare  d'un chiaro splendore che alluma l'universo; e riconosce che quando vuole emulare altri Petrarca riesce meno abile: e fatto emulo altrui Spesso ad altrui mi fa parer men chiaro. Non privo di grazia appare il sonetto nel quale Pico, che si ora innamorato di una donna da altri amata, la paragona a una cerva inseguita da due cacciatori e incerta se fuggire o gustare il dolce miele. A\a  il poeta, commosso della sua sorte, poiché era In pericolo di cadere vittima del traditore, esclama:  Ed  io di ciò me ne affanna molto Che m'accortala del ricoperto fele, E mentre me ne doglio ella disparve. Forme e modi, come si vede, convenzionali, come convenzionale è pure il sentimento della natura, non diverso da quello che ci forniscono i modelli classici. Ecco come Pico  dipinge nel sonetto la campagna che si ridesta al soffio primaverile: Chiara gemma più assai che chiaro Sole Quando apre l'anno verde, e rivi e colli Orna di fresche e pallide viole! Ed ecco come parla dell'estate nel sonetto: Era nella stagion quando il Sol rende A' due figli di Leda il bell'uffizio. Quando ch'io giunsi all'ombra d'un ospizio  Ove natura le sue forze estende. L'amore  ei lo fa nascere: Quando la terra Si riveste di un verde e bel colore;  242 e questo amore è il dio platonico che non muore mai: Ojfendeti la morte o la vecchiezza? No, che rinasco mille volte al giorno. Ma quando il suo pensiero da soggetti frivoli o comuni, passa ad argomenti più elevati, per esempio a quello di patria, allora pare che si ridestino in lui i nobili sensi della sua stirpe  guerriera, e la sua penna sa foggiare parole taglienti come lama acuminata. Dopo avere notato come il prestigio che un tempo aveva l'Italia stia per passare oltr'Alpe, e specialmente in quella Gallia che doveva, proprio nel giorno della sua morte, mettere il piede ferrato sull'Itali^  egli allora guarda la patria italiana come a un'ombra dell'Inferno dantesco: Allora mi parca come del ceco   Regno di Dite stanno i spirti bui; Che si conosce un ben quando é perduto. Ed è pieno di reminiscenze dantesche la chiusa del sonetto: E quando il danno tuo fìa conosciuto Intenderai, se avrem da pianger teco. Dicendo: non sai più quella eh' io fui. Anche le competizioni di parte, le lotte intestine, le guerre fratricide tra città e città, tra regione e regione, trovano un'eco nel sensibile suo  cuore. Egli, che aveva studiato e agito per trovare una conciliazione fra le idee, per perseguire il suo ideale di pace fra gli uomini, deve constatare che questi non cessano di combattersi fra loro in forma violenta e sanguinaria.  II sonetto  XVII è l'espressione del suo cuore angustiato di figlio di questa misera Italia, e sebbene si senta l'ispirazione di Dante, pure il Pico sa rendere abbastanza  la sincerità del suo sentimento. Misera Italia, e tutta Europa intorno Che il tuo gran padre Papa giace e vende. Marzocho a palla gioca e lunge stende. La Biscia è pregna ed ha in sul capo un corno. Fernando infuria e vendica il gran  scorno, San Marco bada, pesca e poco prende, La vincta Biscia ora S. Giorfiio offende, La Lupa a scampo veglia notte e giorno. Nulla di notevole  preserftano i cinque sonetti che compaiono nella seconda parte della raccolta; prevale in essi l'intonazione filosofica. Ciò che si rileva è l'aspirazione del poeta ad elevarsi dagli amori frivoli e passeggeri di questo mondo a quell'unico amore che arde sempre nella inalterata beatitudine. Egli che aveva provato le pene, le gelosie, i languori degli amanti: Uno star divoto più che divino   Basi, sussurri, risi: in un momento  Mi han fatto servo: e dir non so di cui. ebbe però anche la forza di dominarsi e di drizzare l'occhio alla contemplazione del sempiterno bene: e degno obietto Nel guai ogni sua forza ha posto il Cielo  E veramente pur me stesso lodo Che a tanta electionc hebbi intelletto Levando totalmente a gli occhi il velo. Dopo questo sommario esame dei sonetti,  la figura del Mirandolano ci rivela un altro lato della sua caratteristica personalità. E se alle opere filosofiche egli deve maggiormente la sua celebrità presso i contemporanei, e se per esse lo riteniamo degno di studio noi moderni, non dobbiamo misconoscere anche i suoi meriti letterari. Noi riteniamo che non sia lecito tacere del suo contributo, modesto quanto si voglia, alla letteratura  italiana, le cui manifestazioni se furono cosi splendide nel cinquecento, ciò si deve al solerte lavoro di preparazione, di prove, di conati che caratterizzano il quattrocento, del quale il Pico se fu  l'ultimo in ordine di  tempo, non fu l'ultimo per merito e importanza. Sul contenuto e sul valore delle poesie del Pico esiste un lavoro di Testa, Pico della Mirandola e i suoi contributi in rima alla  lirica del Quattrocento, Aquila, che noi non  riuscimmo, per quante ricerche fatte, a trovare. In Rassegna  Bibliografica  d.  L.  Italiana, an. Vedi  la  recensione del Flamini alla publicazione dei sonetti fatta da Dorez e da Ceretti. Cfr. pure Giornale stor. di  Leti. Italiana, e la Rivista Abruzzese. Vedi infine  Giorn. stor. di Letteratura Italiana. Giovanni Semprini. Semprini. Keywords: il deuteuro-esperanto di Grice, PICO (vedasi). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semprini.” Semprini.

 

Luigi Speranza -- Grice e Senea: la ragione conversazionale della scuola di Caulonia – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Caulonia). Filosofo italiano. Caulonia, Reggio Calabria, Calabria. A Pythagorian cited by Giamblico.

 

Luigi Speranza -- Grice e Senocrate: la ragione conversazionale della scuola di Metaponto – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Calabria. Pythagorean. Giamblico.

 

Luigi Speranza -- Grice e Senofante: la ragione conversazionale della scuola di Metaponto – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto, Calabria. Pythagorean – Giamblico.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Serbati: la ragione conversazionale del divino nella filosofia italiana – la scuola di Rovereto -- filosofia trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Rovereto). Filosofo italiano. Rovereto, Trento, Trentino-Alto Adge. Important Italian philosopher. Frequenta  l’imperial regio ginnasio. Studia a Padova. A questo proposito i famigliari raccontavano come, fin dalla più tenera età, legge alla luce della sua aureola.  E in occasione della venuta a Rovereto del vescovo di Chioggia per consacrare le chiese di S. Maria del Carmine e di S. Croce, appartenente all'omonimo monastero, che, prendendo parte alla cerimonia, ottenne il diaconato. Mostra una profonda inclinazione per la FILOSOFIA, incoraggiato in tal senso da Pio VII.  Si trasfere a Milano dove strinse un profondo rapporto d'amicizia con Manzoni che di lui ebbe a dire -- è una delle sei o sette intelligenze che più onorano l'umanità. Manzoni assistette S. sul letto di morte, da cui trasse il testamento spirituale "Adorare, Tacere, Gioire". La sua filosofia destarono l'ammirazione, tra gli altri, anche di Stefani, Tommaseo e Gioberti dei quali pure divenne amico. Dopo aver dovuto lasciare il Trentino, per motivi di forte ostilità per le sue posizioni incontrati da parte del vescovo di Trento fonda al Sacro Monte Calvario di Domodossola la congregazione religiosa dell'Istituto della Carità, detta dei "S.ani". Le Costituzioni della nuova famiglia religiosa, contenute in un libro che cura per tutta la vita, sono approvate da Gregorio XVI. A Borgomanero svolge la sua attività di insegnamento e di guida spirituale in un collegio S.ano, il "Collegio S.", regolato dalla Congregazione della Provvidenza S.ane. Svolge una missione diplomatica per conto del Re di Sardegna Carlo Alberto presso la Santa Sede. E presidente dell'Accademia Roveretana degl’Agiati ed il suo posto, anni dopo la sua morte fu assunto da Paoli, suo segretario ed esecutore delle volontà, già direttore di Casa S.. Tra le sue volontà del vi e anche quella di donare a Rovereto un terreno nell'attuale zona di S. Maria per costruirvi l'ospedale cittadino, e Paoli onora tale decisione. Porta avanti tesi filosofiche tese a contrastare sia l'illuminismo che il sensismo. Sottolineando l'inalienabilità dei diritti naturali della persona, fra i quali quello della proprietà privata, entrò in polemica con il socialismo e il comunismo, postulando uno Stato il cui intervento fosse ridotto ai minimi termini. Nelle sue teorie il filosofo seguì le concezioni di Agostino e AQUINO, rifacendosi anche a Platone.  I suoi esordi filosofici si ricollegano a GALLUPPI, sia pure polemicamente, in quanto S. avverte con ogni chiarezza come risulti insostenibile una posizione di integrale sensismo gnoseologico.  La necessità di concepire una funzione ordinatrice dell'esperienza, e a questa precedente, porta S. a guardare con interesse la filosofia di Kant. Tuttavia non è soddisfatto di ciò che lui chiama l'innatismo kantiano, legato ad una pluralità imbarazzante e precaria di categorie. Le quali, d'altra parte, gli sembrano fallire lo scopo di far conoscere il reale quale esso è, per la necessaria introduzione di modifiche soggettive nell'atto stesso del conoscere.  Il problema filosofico di S. si configurava perciò come quello di garantire oggettività alla conoscenza. La soluzione non potrà essere trovata, stante il rifiuto della trascendentalità kantiana e dei connessi sviluppi, se non in una ricerca ontologica, in un principio oggettivo di verità, che riesca ad illuminare l'intelligenza in quanto le si proponga con immediata evidenza, universalità e immutabilità.  Questo principio è per S. l'idea dell'essere possibile, che da indeterminato contenuto dell'intelligenza, quale originariamente è, si fa determinato allorché viene applicato ai dati forniti dal senso. Essa precede e informa di sé tutti i giudizi con cui affermiamo che qualche cosa particolare esiste. L'idea dell'essere, dunque, costituisce l'unico contenuto della mente che non abbia origine dai sensi, ed è perciò innata (“Saggio sull'origine delle idee”).  Ma qui i problemi del kantismo, che sembrano superati o almeno messi da parte, si riaffacciano con urgenza: di fronte al mero ricevere dati, di cui parlava il sensismo, ha chiarito che la mente umana nel suo uso conoscitivo formula giudizi, in cui l'idea dell'essere ha funzione di predicato, cioè di categoria, e la sensazione è il soggetto, di cui si predica qualche cosa. Nel giudizio, inoltre, il predicato si determina e la sensazione si certifica: se questa è la funzione propria del giudicare, ogni concetto non può sussistere che come predicato di un giudizio; né a questa necessità sembra potersi sottrarre il concetto di essere, che è dato solo nell'attività giudicante, come forma del giudizio.  Tuttavia non accetta tale riduzione, ed esclude proprio il predicato di esistenza della funzione del giudizio, continuando ad attribuirgli una natura oggettiva e trascendente. È l'essere trascendente che si rivela all'uomo, lo illumina e gli permette di pensare. Chi lo nega come il nichilismo cade in una vuota posizione nullista.  Accanto a questa ontologia la sua etica si sviluppa come etica caritativa (Principio della scienza morale). Dedica alla politica una breve ma intensa fase della sua vita. Seguì Pio IX riparato a Gaeta dopo la proclamazione della Repubblica Romana, ma la sua formazione attestatasi su ferme posizioni di cattolicesimo liberale e tale per cui e costretto a ritirarsi sul Lago Maggiore, a Stresa. Tuttavia, quando Pio IX vuole istituire una commissione incaricata della preparazione del testo per la definizione del dogma dell'immacolata concezione, nonostante ben due suoi saggi (Le cinque piaghe della Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale) sono all'Indice. Chiamato a prendere parte a tale commissione, e favorevole allo stato liberale (vagheggiando la monarchia costituzionale), al costituzionalismo e anche alla separazione tra stato e chiesa, sebbene non assoluta. Critica lo Statuto Albertino proprio per il suo porre ancora il cattolicesimo come religione di stato, elogiandone comunque il tentativo distensivo nei confronti della Santa Sede. Critica la legge laicista ed anti-clericale. Si convince della sostanziale bontà della maggior parte delle conquiste dell'età moderna, criticandone solo le modalità: in tale ottica, critica sia la rivoluzione francese che l'Ancient Regime, riconoscendo invece la sostanziale bontà dei princìpi sanciti, distinguendoli dalle successive de-generazioni rivoluzionarie, in polemica con chi, da una parte e dall'altra, sostene una società perfettista. Continua a vivere a Stresa, fecondo nel perseguire il perfezionamento del suo sistema di pensiero con saggi come “Logica” e “Psicologia”. Ratzinger, quando la questione S.ana era ancora ben accesa, nell'ambito di una serata organizzata a Lugano, dice. Nel confronto con le parole classiche della fede che sembrano così lontane da noi, anche il presente diventa più ricco di quanto sarebbe se rimanesse chiuso solo in se stesso. Vi sono naturalmente anche tra i teologi ortodossi molti spiriti poco illuminati e molti ripetitori di ciò che è già stato detto. Ma ciò succede ovunque; del resto la letteratura dozzinale è cresciuta in modo particolarmente rapido proprio là dove si è inneggiato più forte alla cosiddetta creatività. Io stesso per lungo tempo avevo l'impressione che i cosiddetti eretici fossero per una lettura più interessante dei teologi della chiesa, almeno nell'epoca moderna.  Ma se io ora guardo i grandi e fedeli maestri, da Mohler a Newman a Scheeben, da S. a Guardini, o nel nostro tempo de Lubac, Congar, Balthasar quanto più attuale è la loro parola rispetto a quella di coloro in cui è scomparso il soggetto comunitario della Chiesa.  In loro diventa chiaro anche qualcos'altro: il pluralismo non nasce dal fatto che uno lo cerca, ma proprio dal fatto che uno, con le sue forze e nel suo tempo, non vuole nient'altro che la verità. Per volerla davvero, si esige tuttavia anche che uno non faccia di se stesso il criterio, ma accetti il giudizio più grande, che è dato nella fede della Chiesa, come voce e via della verità.  Del resto io penso che vale la stessa regola anche per le nuove grandi correnti della teologia, che oggi sono ricercate: teologa africana, latinoamericana, asiatica, ecc. La grande teologia francese non è nata per il fatto che si voleva fare qualcosa di francese, ma perché non si presumeva di cercare nient'altro che la verità e di esprimerla più adeguatamente possibile.  E così questa teologia è diventata anche tanto francese quanto universale. La stessa cosa vale per la grande teologia italiana, tedesca, spagnola. Ciò vale sempre. Solo l'assenza di questa intenzione esplicita è fruttuosa. E di fatto non abbiamo davvero raggiunto la cosa più importante se noi ci siamo convalidati da soli, ci siamo accreditati da soli e ci siamo costruiti un monumento per noi stessi.  Abbiamo veramente raggiunto la meta più importante se siamo giunti più vicino alla verità. Essa non è mai noiosa, mai uniforme, perché il nostro spirito non la contempla che in rifrazioni parziali; tuttavia essa è nello stesso tempo la forza che ci unisce. E solo il pluralismo, che è rivolto all'unità, è veramente grande. Pio VIII dice a S., in udienza. È volontà di Dio che voi vi occupiate nella filosofia. Tale è la vostra vocazione. Ella maneggia assai bene la logica, e la Chiesa al presente ha gran bisogno di filosofi. Dico, di filosofi solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugl’uomini, non rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per mezzo di questa condurli alla religione. Tenetevi certo, che voi potrete recare un vantaggio assai maggiore al prossimo occupandovi nello scrivere, che non esercitando qualunque altra opera del Sacro Ministero. Gregorio XVI, successore di Pio VIII, in risposta alla lettera che S. gli aveva indirizzato. Diletto Figlio, a te il nostro saluto e la nostra Apostolica Benedizione. Abbiamo volentieri e con animo lieto ricevuto la tua lettera con i sensi della tua devota sommissione a Noi e alla Sede Apostolica in cui ci parli della pia Società, chiamata Istituto della Carità e che con le tue fatiche è stata fondata nel territorio della diocesi di Novara con l'approvazione del Vescovo. E soprattutto ci hai anche informato che il medesimo Istituto è stato da poco chiamato anche dal Vescovo di Trento nella sua diocesi e che qui molti ecclesiastici, di provate virtù, vi hanno aderito. Per questi fatti davvero rendiamo il nostro umile grazie a Dio autore di ogni bene. E quantunque questo Istituto non sia stato ancora confermato dall'autorità di questa Santa Sede, tuttavia speriamo in bene di esso e ci allietiamo che lo stesso si dilati con il consenso dei nostri Venerabili Fratelli nell'Episcopato. Quindi, per quanto riguarda le Sante Indulgenze connesse a questo istituto, che domandi siano concesse, ricevi diletto figlio il nostro Rescritto unito a questa lettera, da cui sicuramente comprenderai che rispondiamo positivamente alla tua richiesta. Ti assicuriamo anche che ci è pervenuto il libro sopra i Principi della Dottrina Morale da te edito e mandatoci in omaggio e ti dichiariamo il grazie del nostro animo per il dono. Tuttavia per la tensione nelle gravissime fatiche del Governo Apostolico non abbiamo ancora letto lo stesso libro, ma siamo certamente persuasi che esso sia in tutto conforme alla più sana dottrina e utilissimo alla sua difesa. Continua dunque, diletto figlio, lo studio e prosegui a spendere le tue fatiche ad onore di Dio per l'utilità della Chiesa; in Cielo sarà copiosa la ricompensa per la tua opera. Frattanto la paterna carità con cui ti abbracciamo nell'umanità di Cristo sia pegno dell'apostolica benedizione, che sgorgante dall'intimo del cuore ti impartiamo.»  (Da Breve pontificio di Gregorio P.P.XVI,) Pio IX rivolgendosi al Vescovo di Cremona dopo il decreto Dimittantur opera omnia parlando di S. disse:  «Non solo è un buon cattolico, ma santo: Iddio si serve dei santi per far trionfare la verità. Leone XIII, al tempo delle aspre e dolorose lotte che si svolgevano intorno al pensiero S.ano sul finire del diciannovesimo secolo, in una lettera indirizzata agli arcivescovi di Milano, Torino e Vercelli, fra l'altro scrisse: Ma non vogliamo che con questo abbia a patir detrimento il religioso Sodalizio della Carità; il quale come per lo innanzi spese utilmente le sue fatiche a beneficio del prossimo, secondo lo spirito dell'Istituto, così è desiderabile che fiorisca in avvenire e prosegua a rendere ognora più abbondanti frutti. Col decreto del Sant'Uffizio "Post Obitum"firmato da Leone XIII, vennero condannate, in quanto "non conformi alla verità cattolica", XL proposizioni contenute nelle opere del S., le quali la sacra congregazione romana "giudicò doversi riprovare, condannare e proscrivere, nel proprio senso dell’autore", chiarendo inoltre che non era lecito "a chicchessia di inferire, che le altre dottrine del medesimo Autore, che non vengono condannate per questo decreto, siano per veruna guisa approvate".  Giovanni XXIII, negli ultimi anni della sua vita, meditò in ritiro spirituale le S.ane "Massime di Perfezione Cristiana", assumendole come propria regola di condotta. Anche Paolo VI prestò interesse nel S.: in occasione dell’anniversario di fondazione dell'Istituto della Carità inviò un messaggio all'allora padre generale, in cui elogiava l'intuizione del S. nel dare un grande peso alla missione caritativa già nel nome del nativo istituto religioso, appunto l'Istituto della Carità. Pubblicamente Paolo VI lo cita durante il discorso tenuto alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana  riguardante la cultura cattolica e l'Europa. Inoltre sotto il suo pontificato venne tolto il divieto di pubblicazione dell'opera Dalle Cinque Piaghe della Santa Chiesa.  Alla morte di Paolo VI venne eletto Giovanni Paolo I, laureato in sacra teologia alla Gregoriana con il saggio, “L'origine dell'anima umana”. È bene precisare che Luciani e fortemente critico nei riguardi del pensiero S.ano, solo successivamente cambiò opinione, rivolgendo nei riguardi di S. parole di ammirazione e stima.  Tuttavia fu con il pontificato di Giovanni Paolo II che il pensiero S.ano ha potuto liberarsi delle aspre critiche e delle condanne che accompagnavano l'Istituto della Carità fin dai tempi della sua fondazione. Nella Lettera Enciclica Fides et ratio, Giovanni Paolo II l’annoverato tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio». Ne ha inoltre concesso l'introduzione della causa di beatificazione, conclusasi nella sua fase diocesana novarese.   Ratzinger da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede emana il famoso documento Nota ai Decreti dottrinali sul Rev.do sac. S.. La nota si concludeva confermando la validità del decreto Post obitum sulle quaranta proposizioni, e allo stesso tempo con la riabilitazione di S.:  «Il Decreto dottrinale Post obitum non si riferisce al giudizio sulla negazione formale di verità di fede da parte dell'Autore, ma piuttosto al fatto che il sistema filosofico-teologico del S. era ritenuto insufficiente e inadeguato a custodire ed esporre alcune verità della dottrina cattolica, pur riconosciute e confessate dall'Autore stesso. Si possono attualmente considerare ormai superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali, che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna di quaranta proposizioni. E ciò a motivo del fatto che il senso delle proposizioni, così inteso e condannato dal medesimo decreto, non appartiene in realtà alla sua autentica posizione, ma a possibili implicanze. Resta tuttavia affidata al dibattito teoretico la questione della plausibilità o meno del sistema S.ano stesso, della sua consistenza speculativa e delle teorie o ipotesi filosofiche e teologiche in esso espresse. Nello stesso tempo rimane la validità oggettiva del Decreto Post obitum in rapporto al dettato delle proposizioni condannate, per chi le legge, al di fuori del contesto di pensiero S.ano, in un'ottica idealista, ontologista e con un significato contrario alla fede e alla dottrina Cattolica. Il documento ribadisce la diversità di linguaggio e apparato concettuale del sistema S.ano rispetto al tomismo, l'assenza di apparato critico nelle opere postume e la permanente "difficoltà oggettiva di interpretarne le categorie, soprattutto se lette nella prospettiva neotomista".  Benedetto XVI autorizza la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo della guarigione di Ludovica Noè, attribuito alla sua intercessione. Tra quelli portati dalla postulazione dei padri S.ani, si è scelto di dare maggiore impulso a quello della guarigione della suora sopracitata, poiché il medico che la curò si convertì in seguito all'accaduto.  Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, a margine del Convegno sulla sfida educativa tenuto a Milano, ha tenuto un intervento intitolato "Istanze educative e questione antropologica" in cui riconosce le sue istanze pedagogiche. A. Bagnasco ha presieduto a Stresa la celebrazione eucaristica per il suo Dies Natalis. Nel corso dell'Angelus domenicale e ricordato per la sola carità intellettuale e perché testimonia la virtù della carità in tutte le sue dimensioni e ad alto livello. Avversario del sensismo e dell'illuminismo e mentore e maestro intellettuale di quattro pontefici eletti consecutivamente: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II.  Nulla osta della Congregazione per la dottrina della fede che consente l'inizio della causa di beatificazione. Apertura del processo informativo diocesano dopo la nomina dei censori teologi e delle commissioni storiche in Novara. C. Papa diventa postulatore della causa succedendo a Belti, storico dell'Istituto e già Direttore del Centro di Studi S.ani di Stresa. Chiusura del Processo informativo Diocesano. Consegna del Trasunto alla Congregazione per le cause dei Santi. Apertura del Trasunto. Decreto di Validità del processo diocesano. Schema per la stesura della Positio. Consegna del lavoro sul Post obitum curato dal Postulatore. Il Relatore generale approva il lavoro sul Post obitum e il lumen oculorum tuorum Consegna del lavoro sul Post obitum alla Congregazione per la Dottrina della Fede.Il giorno dell'anniversario della morte di S. viene pubblicata sull'Osservatore Romano la Nota della Congregazione per la dottrina della fede sul valore dei decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del Rev.do sacerdote S., a firma del cardinal Ratzinger e di mons. Bertone.  Rilascio del Nihil obstare per la Causa di Beatificazione.  Il Relatore approva e firma la Positio.  Conclusione della stampa e consegna alla Congregazione per le cause dei santi della Positio. Consegna del Trasunto super miro alla Congregazione per le cause dei santi. Validità dell'inquisizione diocesana sul processo super miro. Presentazione fattispecie super miro. Revisa della fattispecie con firma del sotto-segretario. Relatio et vota del Congresso Storico (con esito positivo). Relatio et vota del Congresso teologico super virtutibus (con esito positivo). Ordinaria della Congregazione per le cause dei santi: esito affermativo. Ponente della Causa  Fisichella.  Benedetto XVI autorizza la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto di esercizio eroico delle virtù. La Consulta medica della Congregazione per le Cause dai Santi, si esprime con esito affermativo (all'unanimità 5 su 5) circa l'inspiegabilità scientifica dell'evento di guarigione avvenuto a Noè. Il presunto evento miracoloso è avvenuto. Al termine del dibattito, i Consultori si sono unanimemente espressi con voto affermativo (7 su 7), ravvisando nella guarigione in esame un miracolo operato da Dio per intercessione Benedetto XVI autorizza la pubblicazione da parte della Congregazione per le Cause dei Santi del riconoscimento della virtù eroica di S.. A Novara si celebra la beatificazione dando lettura del decreto di Benedetto XVI che l’iscrive tra i beati. La beatificazione è avvenuta a Novara: appositamente è stato fatto allestire il Palasport della città, unico luogo capace di raccogliere un numero di fedeli così significativo.  Con il pontificato di Benedetto XVI le beatificazioni vengono preferibilmente celebrate dai cardinali, per rendere ancora più piena la comunione tra loro e il successore di Pietro, e viene privilegiato il luogo in cui il candidato agli onori degli altari ha vissuto. Così, in qualità di delegato pontificio, la celebrazione è stata officiata da  J. Martins, allora prefetto della congregazione per le Cause dei Santi. A fianco dell'altare erano disposti gli spalti da cui hanno concelebrato circa 400 sacerdoti, non soltanto S.ani.  A prendere parte alla processione e celebrare sull'altare, insieme al preposito generale Flynn c'era il segretario generale dell'Istituto Domenico Mariani con gli allora componenti della Curia Generalizia dell'Istituto della Carità, il Vicario per la Carità SpiritualeCrish Fuse, il Vicario per la Carità Intellettuale Taverna Patron, il Vicario per la Carità TemporaleDavid Tobin, l'allora preposito della Provincia Italiana don U. Muratore (profondo conoscitore di S.) e il postulatore della Causa di Beatificazione, Papa.  Hanno partecipato alla celebrazione anche il cardinale ex prefetto della Sacra Congregazione per i vescovi Re, il cardinale arcivescovo di Torino S. Poletto, il vescovo di Novara, mons. R. Corti, l'arcivescovo di Trento, mons. Bressan, il vescovo S.ano mons. Antonio Riboldi e fra gli altri anche G. Zaccheo (che sarebbe improvvisamente scomparso due giorni dopo), vescovo della Diocesi di Casale Monferrato, mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea (che durante la III sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II fece per primo il nome di S.), l'allora segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana G. Betori, G. Lajolo, presidente del Governatorato della Città del Vaticano, l'allora rettore della Pontificia Università Lateranense, mons. Rino Fisichella, il Vicario Episcopale per la Vita Consacrata dell'arcidiocesi di Milano monsignor Ambrogio Piantanida e il preposito generale dei barnabiti, padre Villa.  Tra i numerosissimi fedeli (più di diecimila) accorsi da diverse parti del mondo per presenziare alla celebrazione, hanno preso parte anche personalità politiche.  Tra queste il senatore a vita Scalfaro, l'allora presidente del Senato, Marini, e Parisi, al tempo Ministro della Difesa. S. è il primo beato della Provincia del Verbano Cusio Ossola.  In occasione della beatificazione sono stati moltissimi i quotidiani e periodici italiani e esteri che hanno dedicato articoli, pagine e interi numeri alla figura di S.. Sono numerosissimi i suoi saggi. Certamente il più importante a livello ascetico e spirituale e le “Sei massime di perfezione”, su cui anche Giovanni XXIII fa delle riflessioni prima di morire. Gli costarono la messa all'Indice dei libri proibiti le opere "Delle cinque piaghe della santa chiesa" e "Dalla costituzione secondo la giustizia sociale". In filosofiia meritano di essere ricordato il “Saggio sull'origine delle idee”. Altri saggi: “Principii della scienza morale”; “Filosofia della morale”; “Antropologia in servigio della scienza morale”; “Filosofia della politica”; “Trattato della coscienza morale”; “Filosofia del diritto”; “Teodicea”; “Sull'unità d'Italia”; “Il comunismo e il socialismo”. Le sei massime di perfezione sono formulate per definire il fondamento spirituale sul quale ogno uomo puo avere un cammino nella perfezione. Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste (Matteo 5,48). Desiderare unicamente ed infinitamente di piacere a Dio, cioè di essere giusto. Orientare tutti i propri pensieri e le azioni all'incremento e alla gloria della Chiesa di Cristo.  Rimanere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio riguardo alla Chiesa di Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di Dio.  Abbandonare se stesso nella provvidenza di Dio.  Riconoscere intimamente il proprio nulla.  Disporre tutte le occupazioni della propria vita con uno spirito di intelligenza. Di particolare interesse e “Le cinque piaghe della santa Chiesa". Mostra odi discostarsi dall'ortodossia dell'epoca. Per tale ragione il saggio fu messo all'Indice e ne scaturì una polemica nota col nome di "questione S.ana". L'opera eriscoperta al Concilio Vaticano II. Il primo a parlare al Concilio di S. e Bettazzi. Mi sia consentito ricordare S., molto legato ad Aquino. Ma anche studioso e amante del suo tempo, e che certamente guadagna a Cristo non pochi uomini. Tutto questo mi sembra si accordi con le cose che sono state già dette da non pochi padri su questo schema in generale, che cioè gl’uomini non si aspettano dalla Chiesa soluzioni particolari, ma piuttosto la presentazione di valori che li aiutino a trascorrere questa vita umana più nobilmente e con maggiore sicurezza. Parlando della libertà, esaltare i valori dell'umiltà. Parlando del matrimonio, il ruolo della fortezza. Parlando dei problemi economici e di molti altri problemi, l'efficacia di un certo disprezzo delle cose. Occorre dunque mettere in luce la necessità dell'ubbidienza, della castità, della povertà, non solo nella vita e nell'esempio (e nella Bozza di Documento!) dei religiosi, aiuto agl’uomini di questo tempo, perché possano vivere la loro vita umana nel modo migliore e più efficace. Il primo e principale compito dunque per gl’uomoni che coltivano la sapienza dev'essere, alla luce del Magistero, l'amore delle Scritture e l'amore di questo mondo in un colloquio franco e aperto. Paolo VI dice. I suoi saggi sono pieni di pensiero, una filosofia profondo, originale che spazia in tutti i campi: quello filosofico, morale, politico, sociale, sopra-naturale, religioso, ascetic -- filosofia degna di essere conosciuta e divulgata. È stato anche un profeta. Le Cinque piaghe della Chiesa (una volta la chiesa non aveva piacere che si mettessero in luce le sue mancanze, le sue debolezze). Previde partecipazione liturgica del popolo. La sua filosofia indica uno spirito degno di essere conosciuto, imitato e forse invocato anche come protettore dal Cielo. Ve lo auguriamo di cuore. “Delle cinque piaghe della santa chiesa” è suddiviso in cinque capitoli corrispondenti ciascuna ad una piaga, paragonata alle piaghe di Cristo. In ogni capitolo la struttura è la medesima:  un quadro ottimistico della Chiesa antica segue un fatto nuovo che cambia la situazione generale (invasioni barbariche, nascita di una società cristiana, ingresso dei vescovi nella politica) la piaga i rimedi. La prima piaga e la divisione del popolo dal clero nel culto pubblico. Nell'antichità romana, il culto era un mezzo di catechesi e formazione e il popolo partecipava al culto. Poi, le invasioni barbariche, la scomparsa della lingua dei romana, la scarsa istruzione del popolo, la tendenza del clero a formare una casta hanno eretto un muro di divisione tra il popolo e i ministri di Dio. Rimedi proposti: insegnamento della lingua romana, spiegazione delle cerimonie liturgiche, uso di messalini in italiano. La seconda piaga e l’nsufficiente educazione del clero. Se un tempo i preti erano educati dai vescovi, ora ci sono i seminari con piccoli libri e piccoli maestri: dura critica alla scolastica, ma soprattutto ai catechismi. Rimedio: necessità di unire scienza e pietà. La terza piaga e la disunione tra i vescovi. Critica serrata ai vescovi dell'ancien régime: occupazioni politiche estranee al ministero sacerdotale, ambizione, servilismo verso il governo, preoccupazione di difendere ad ogni costo i beni ecclesiastici, schiavi di uomini mollemente vestiti anziché apostoli liberi di un Cristo ignudo. Rimedi: riserve sulla difesa del patrimonio ecclesiastico, accenni espliciti di consenso alle tesi dell'Avenir sulla rinunzia alle ricchezze e allo stipendio statale per riavere la libertà. La quarta piaga e la nomina dei vescovi lasciata al potere temporale. Compie un'approfondita analisi storica sull'evoluzione del problema e critica i concordati moderni con cui la S. Sede ha ceduto la nomina al potere statale (e, accenna prudentemente, per avere compensi economici). Rimedi: propone un ritorno all'elezione dei vescovi da parte dei fedeli. La quinta piaga e la servitù dei beni ecclesiastici. Sostiene la necessità di offerte libere, non imposte d'autorità con l'appoggio dello Stato, rileva i danni del sistema beneficiale, propone la rinuncia ai privilegi e la pubblicazione dei bilanci.  A Rovereto gli ha dedicato il liceo che frequentò quando ancora si chiamava Imperiale e Regio Ginnasio. Borgomanero ospita l'Istituto S.. Domodossola ospita il liceo delle Scienze Umane "S. (istituto parificato). Roma ospita la sede dell'Istituto Comprensivo. Torino ospita la biblioteca Antonio S. del polo biomedico universitario che in passato fu un istituto scolastico attivo fino alla fine del XX secolo. Trento, dove si trova il liceo "S.". Farina, Prosser  Prosser Bonazza, L'Accademia Roveretana degli Agiati, su agiati, Accademia Roveretana degli Agiati, «Paoli  artefice della rinascita dell'Accademia e suo president. Ragionamento sul comunismo e socialismo, Grondona, Genova, Questa tesi fu messa in discussione da Abbà a cui S. controbatté nel Diario filosofico di Adolfo, Riv. S.ana, Pagani Rossi. Nota sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere).  Angelus: S., esempio per la Chiesa, su agensir, Biografia di S. su vatican.  Istituto S., su S. borgomanero. Liceo delle Scienze Umane su cercalatuascuola.istruzione. Istituto Comprensivo S., su ic-S.  Biblioteca S., su biomedico campusnet.unito.  su vivoscuola. M. Farina, Gl’Agiati, Brescia, Morcelliana Edizioni,  Italo Prosser, El pra' de le Móneghe: cronistoria del monastero di S. Croce nell'antico comune di Lizzana, Rovereto (Trento), Stella, Approfondimenti Sciacca, La filosofia morale di S., Torino, Bocca, Pusineri, S. (Edizione riveduta e aggiornata da  Belti), Stresa, Edizioni S.ane Sodalitas, Dossi, Profilo filosofico di S., Brescia, Morcelliana, Valle, S. Il carisma del fondatore, Rovereto, Longo Editore, Marangon, Il Risorgimento della Chiesa. Genesi e ricezione delle "Cinque piaghe" di S., collana Italia Sacra, Roma, Herder, S., Frammenti di una storia della empietà, a c. di Cattabiani con una nota filologica di Albertazzi, Trento, La Finestra, Giorgi, S. e il suo tempo. L'educazione dell'uomo moderno tra riforma della filosofia e rinnovamento della Chiesa Brescia, Morcelliana, Dossi, Il Santo Probito, La vita e il pensiero di S., Trento, Il Margine, Gomarasca, La forma morale dell'essere. La poiesi del bene come destino della metafisica, Milano, Angeli, Paoli, S., Virtù quotidiane, Verona, Edizioni Fede e Cultura, Paoli,  Maestro e profeta, Milano, Edizioni San Paolo, Sapienza, Eclissi Dell'educazione? La sfida educativa nel pensiero di S., Roma, Libreria Editrice Vaticana, Giuseppe Goisis, Il pensiero politico di S. e altri saggi fra critica ed Evangelo, S. Pietro in Cariano, Gabrielli, Comunità di San Leolino, Una profezia per la Chiesa. Verso il Vaticano II, Panzano in Chianti, Feeria-Comunità di San Leolino Muratore, S. per il Risorgimento. Tra unità e federalismo, Stresa, S.nane Sodalitas, Bergamaschi, S. La perfezione della vita cristiana, Stresa, S.ane Sodalitas, Malusa, S. per l'unità d'Italia. Tra aspirazione nazionale e fede cristiana, Milano, FrancoAngeli,. Domenico Fisichella, Il caso S. Cattolicesimo, nazione, federalismo, (Roma, Carocci); Muratore, Apologia della fedeltà. In difesa dei valori etici e spirituali, Stresa, S.ane Sodalitas, Malusa, Stefania Zanardi, Le lettere di S., un "cantiere" per lo studioso. Introduzione all'epistolario S.ano, Venezia, Marsilio, Zanardi, La filosofia di S. di fronte alla Congregazione dell'Indice Milano, Franco Angeli. Treccani Dizionario di storia, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Crusca. In S. l'attenzione ai fatti di lingua e la speculazione sul fenomeno del linguaggio furono non meno vive di quelle di Manzoni, esercitate però con sensibilità, impostazioni e modalità differenti26. L'origine del linguaggio, in particolare, seppur poco appariscente, è un tema delicato e importante del suo sistema filosofico e ricorre a varie riprese lungo tutta la sua opera, talvolta con brevi cenni indiretti talaltra in forme più estese.  Una trattazione piuttosto ampia si trova già nel saggio Sui confini dell'umana ragione ne' giudizi intorno alla divina Provvidenza che costitusce il primo libro della Teodicea, ai capitoli 17-21, sotto la rubrica della 'quarta limitazione dell'umana ragione', la quale recita:  «La mente umana non può produrre a sé medesima veruna scienza, senza che gliene venga dastraniera cagione proposta la materia»27. Questo implica che prima della azione degli esseri sussistenti' la mente umana è una tabula rasa, incapace come tale di astrarre senza lo stimolo di segni che in qualche modo rendano sussistenti gli astratti (88-89). In altre parole, «l'uomo  conosce solamente quello che a Dio piace di manifestargli  naturalmente  soprannaturalmente, ossia il mondo fisico e i contenuti della rivelazione.  Dono di Dio non può che essere anche il mezzo per passare dall'uno agli altri, ossia il lin-guaggio, perché la rivelazione - principio paolino - si fonda sull'udito e inoltre presuppone già esistente la facoltà di astrazione: pertanto «l'uomo non potea dare a se stesso il linguaggio: onde egli ripete dal Creatore anche questo mezzo di conoscere.  La funzione semiotica è condizione necessaria della conoscenza, in quanto l'uomo «senza i segni non potea né pure concepire gli astratti; e qui, diversamente che altrove, segni vuol dire senz'altro parole, e precisamente i nomi di qualità. È questo il punto cruciale della questione: non c'è astrazione senza segni-parole, ma i segni-parole presuppongono le astrazioni. Evidentemente, dunque, l'uomo riceve dall'esterno, cioè da Dio, il primo nucleo motore, già formato, di segni-parole. La tesi dell'origine divina, già nettamente delineata,  trova così la sua enunciazione esplicita:  Erano necessarj all'uomo segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le astrazioni: né egli poteva dargli a se stesso, mentre per inventarli sarebbono state necessarie quelle astrazioni medesime, che, senza i vocaboli, egli non può, come dicevamo, possedere. Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate; queste voci poterono chiamare a sé l'attenzione dell'umana  mente. Tali 'voci', prosegue S., poterono essere i nomi che, conforme al racconto biblico, Dio attribuì a ciascuna delle opere della creazione al fine di renderle conoscibili, e costituirono le prime astrazioni, in grado di mediare tra il visibile e l'invisibile.  Non dovette trattarsi insomma di un insegnamento esplicito del linguaggio, bensì della sua trasmissione indiretta unitamente alle verità della salvezza: «Quindi le eterne verità furono, io mi credo, al linguaggio incorporate e con esso insieme insegnate, e con esso altresì, «nella forma materiale della lingua quasi in arca ben chiusa», custodite e tramandate di padre in figlio pur nel variare storico dei sistemi linguistici. La sapienza e il linguaggio,dunque, «furono dati all'uomo congiunti nella stessa guisa, sarem per dire, come furon creati congiunti alla materia i suoi accidenti. Non per nulla la Bibbia attribuisce allo Spirito santo il dono delle lingue: Pare adunque che l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come l'invenzione del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi forze dell'uomo, giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di vero, egli è tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed inventarla senza che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare l'umana favella, non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella nominazione delle cose sensibili e sussistenti; ma un passo insuperabile, come dicevamo, avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, giacché gli astratti non li percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro segno che a lui li mostrasse. Nel Nuovo saggio, com'è ovvio, quello delle funzioni del linguaggio e della sua origine, nel senso gnoseologicamente ed epistemologicamente più pregnante, è un tema cruciale che sarebbe interessante seguire analiticamente lungo le quattro edizioni dell'opera curate dall'autore stesso. Non potendo farlo in questa sede, e riconoscendo che «S. non è tutto nel saggio», mi limiterò a qualche annotazione utile nel prosieguo del discorso.  Intanto, occorre rilevare che la critica alla teoria sensista dell'origine del linguaggio non è sviluppata nel capitolo espressamente dedicato a Condillac (del quale lì viene discusso unicamente il Traité des sensations) bensì di fatto nel capitolo su Dugald Stewart, dove S. avverte che il discorso svolto contro di lui, ovvero contro Smith, vale né più né meno per tutti i sostenitori del romanzetto di questo selvaggio» inventore e segnatamente per Condillac, al quale peraltro riconosce il merito di «aver chiamata l'attenzione de' filosofi sulla mutua relazione della favella e del pensiero. E notiamo per inciso che alcune delle contestazioni al «misterio metafisico del lockismo, e il tono ironico con cui sono avanzate, torneranno molto simili nelle pagine di Manzoni.  Per mostrare come nel 1830, data della prima edizione, l'impostazione S.ana siaancora sostanzialmente quella del saggio poi confluito nella Teodicea, riporterò soltanto due brani. Il primo è la conclusione di una nota facente parte della lunga critica alla teoria della precedenza dei nomi propri sui nomi comuni, sostenuta da Stewart sulla scorta delle Considerations concerning the first formation of languages di Smith; il punto, osserva  S., è sapere come la mente possa pervenire alle prime astrazioni, e conclude:  Ora la mia opinione sopra di ciò la espressi già nel Saggio sui confini della ragione umana. Io dimostrai in quel luogo, che l'uomo avea bisogno d'essere ajutato e mosso a ciò da qualche segno esterno (lingua), che segnasse la cosa astratta da se sola; e tale che fosse atto a eccitare e tirare la sua attenzione e nella sola qualità astratta concentrarla. E fu di qui che io dedussi l'impossibilità che avea l'uomo d'inventare da se stesso un linguaggio completo e accomodato a' suoi bisogni.  Il secondo brano, anch'esso in nota, rientra nella dimostrazione del linguaggio quale ragion sufficiente per l'astrazione, e accanto alla presa di distanza da Bonald, presenta una distinzione molto importante. Avvertasi - scrive S. - che qui non è mio intendimento d'investigare, se il linguaggio sia d'origine divina od umana; avvegnaché da quanto fin qui ho ragionato la cosa manifestamente apparisca»; ed ecco la nota:  È impossibile inventare il linguaggio da una mente umana che non possegga idee astratte; perciocché nessuno può mai dare un segno ad idee che non ha. Quindi è vera e bella la sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il linguaggio, senza il linguaggio»; se non che conveniva restringerla entro i confini di quella parte di linguaggio, che le idee astratte riguarda, la quale è la più nobile, e formale parte delle lingue. Non essendo stata fatta questa divisione, Rousseau potè intravedere una verità rilevantissima, ma non dimostrarla; né a me è noto che alcuno n'abbia, dopo di lui (né pure il sig.  Bonald), data una rigorosa dimostrazione. Ma restringendo la proposizione di Rousseau alle idee, e vocaboli astratti, io credo che mi sia riuscito di dare quella dimostrazione rigorosa che può tor via ogni dubbio dalla questione; ed il lettore può ben da sé ravvisarla e comprenderla ne' principi che espongo in questo articolo sul linguaggio, e da ciò che ho scritto nel Saggio sui confini dell'umana ragione.  La distinzione in realtà apre nel tessuto teorico della tesi una smagliatura le cui conseguenze vedremo poco oltre; e Manzoni avrebbe potuto ripetere che nelle 'condizioni necessarie per essere una lingua' non si danno gradi, nemmeno di astrazione: si è o non si è una lingua».apparire fra le pieghe del discorso nell'Antropologia soprannaturale, dove l'autore sta al gioco condillacchiano di immaginare la condizione umana primordiale, e scrive:  Supponiamo adunque l'uomo nelle pure condizioni naturali, non privo però degli stimoli esterni, senza i quali le sue potenze inerti e quasi raggomitolate in sé non avrebbero potuto avere nessuno sviluppamento; e fra questi stimoli esteriori uopo è che gli supponiamo data altresì la favella colla qual solo vien tratta all'azione la sua potenza di riflettere e d'astrarre, e quindi esce in atto la sua libertà ligata senza di ciò e nulla operante; la qual favella tale che gli bastasse, non potrebbe mai trovarla egli medesimo.  La fictio speculativa si prolunga - poco manzonianamente, in verità! - in una minuta discettazione intorno alla lingua primitiva dell'umanità, «argomento bellissimo. Basato sull'ipotesi «che Iddio abbia il primo parlato all'uomo primitivo insegnando in tal modo agli uomini ad astrarre, il gioco ha termine con la conclusione secondo la quale «la lingua primitiva è parte divina, e parte umana. Una conclusione conciliatoria e però rischiosa, ma che permette a S. di non entrare in contraddizione con se stesso, perché se è vero che la parte umana è, come aveva scritto nel Nuovo saggio, la più nobile e formale', la parte divina è quella primaria e fondamentale.  Pur con qualche sfumatura, dunque, la posizione iniziale del saggio è mantenuta lungo tutti gli anni Trenta, e la si ritrova immutata ancora al momento della riedizione come primo libro della Teodicea. Senonché di lì a poco tale posizione risulterà modificata in un modo assai significativo, se non capovolta. Possiamo fare un primo tentativo di ricostruzione, se non di spiegazione.  Se torniamo ai due brani già citati della Teodicea e li rileggiamo con le correzioni apportate a mano dall'autore (praticamente le sole modifiche di contenuto in tutto il libro) su un'esemplare dell'edizione Pogliani, troviamo un ragionamento più articolato e in definitiva una tesi differente. Primo brano della Teodicea (le modifiche sono evidenziate in corsivo):  Erano necessarj all'uomo segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le astrazioni: né egli poteva dargli a se stesso fin ch'era solo, ché per inventarli sarebbono state necessarie quelle astrazioni medesime, che, senza i vocaboli, egli non può, come dicevamo, possedere. E dato ancora che, aggiunta la sua compagna per le necessità del convivere, avessero i due coniugi trovati, con un solo attocomplesso, i segni e gli astratti; qual lungo tempo ci sarebbe bisognato ad arricchirsene in qualche copia? e con quella scelta che era necessaria pel progresso morale, e per elevare le loro menti alle cose invisibili? Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate;  queste voci poterono chiamare a sé l'attenzione dell'umana mente.  Secondo brano della Teodicea:  Pare adunque che l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come l'invenzione del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi forze dell'uomo, giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di vero, egli è tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed inventarla senza che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare l'umana favella, non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella nominazione delle cose sensibili e sussistenti; ma un passo difficilissimo, come dicevamo, avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, ché gli astratti non li percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro segno che a lui si mostrasse. Come si vede, la conferma dell'origine divina si accompagna all'ammissione di una pos-sibile, seppur poco probabile, formazione umana. Resta fermo che ai segni-parole l'uomo non può pervenire con le sole proprie risorse né da solo (entrambe le condizioni sono importanti); ma ai fini dell'innesco della conoscenza, oltre all'intervento esterno da parte di Dio mediante il dono dei primi segni-parole, in linea di principio è sostenibile l'ipotesi che l'uomo acquisisca i segni-parole in società coi suoi simili mediante degli atti unitari complessi semiotico-astrattivi.  I due brani tratti dal Nuovo saggio, rimasti inalterati lungo le prime tre edizioni, subiscono nell'edizione definitiva un adattamento analogo, e anzi più marcato, per apprezzare il quale il solo corsivo non è sufficiente ma bisogna leggere insieme le due versioni. Primo brano del Nuovo saggio:  Ora l'uomo ha bisogno di essere aiutato a ciò da qualche segno esterno (lingua) che segni la cosa astratta da se sola; e tale che sia atto a fissare la sua attenzione, e nella sola qualità astratta concentrarla. Di qui l'impossibilità che l'uomo solitario inventi da se stesso col suo puro pensiero un linguaggio, che a ciò gli serva.  Nel secondo brano del Nuovo saggio cambia anche il testo a cui la nota è apposta: Avvertasi, che qui non è mio intendimento d'entrare nella questione del fatto, se il linguaggio sia d'origine divina od umana; e né pure nella questione filosofica della possibilità»; ed ecco la nuova nota:  È impossibile inventare il linguaggio ad una mente umana prima che posseda delle idee astratte; ché nes-suno può dare un segno a idee che non ha. Quindi la sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il linguaggio senza il linguaggio» si deve restringere entro i confini di quella parte di linguaggio, che le idee astratte riguarda. Non essendo stata fatta questa distinzione, Rousseau potè intravedere una verità, ma non dimostrarla; né a me è noto che alcuno n'abbia, dopo di lui (né pure il sig. Bonald), data una rigorosa dimostrazione. Restringendo dunque la proposizione del Rousseau alle idee, e vocaboli astratti, ell'ha un fondo di verità. In primo luogo non si può inventare il linguaggio da alcun uomo segregato dalla società de suoi simili, nel quale stato né egli ha l'occasione di comunicare i suoi bisogni e pensieri agli altri, né gli altri possono comunicar i loro. Ponendo poi un individuo umano coesistente con altri uomini privi di linguaggio, due questioni si possono fare. La prima, se quegli uomini potrebbero inventare un linguaggio prima d'aver formate alcune astrazioni, o potrebbero formare queste astrazioni prima d'avere inventato qualche linguaggio o de' segni, e rispondiamo negativamente. La seconda, se potrebbero fare queste due cose contemporaneamente, cioè trovare de' segni e coll'atto stesso formare delle astrazioni», e questo non lo crediamo impossibile.  Una considerazione più attenta della natura costitutivamente sociale e altresì sistematica della lingua ha condotto S. a modificare il proprio convincimento iniziale: non si tratta più di singoli individui alle prese con singoli segni-parole, bensì di comunità che danno forma a un sistema linguistico. Scrive infatti nell'Antropologia soprannaturale: Se prendiamo una parola isolatamente dall'altra non mostra veruna similitudine coll'idea, che per essa si esprime. Ma all'incontro pigliando l'intiero discorso, cioè una serie di parole avvedutamente ordinate, trovasi tosto una corrispondenza colla serie de' pensieri. Egli è per questo, che le lingue sono sistemi di segni così eccellenti che possono esprimere tutte le cose.  Può aver contribuito al ripensamento in questa direzione lo studio attento delle prime produzioni linguistiche della nipotina Marietta, consegnato nelle analisi e riflessioni - semplicemente straordinarie - del paragrafo del Rinnovamento della filosofia. Ma non escluderei un'eco teorica dell'insistenza manzoniana sul concetto di 'interezza' delle lingue; la si sente risuonare ancora, per esempio, nella definizione di lingua data nella tarda Logica: un sistema di segni vocali o vocaboli stabiliti da una società umana, adeguato a significare i pensieri che i membri di quella società si vogliono comunicare reciprocamente». Con il brano dall'edizione definitiva del Nuovo saggio siamo già alla posizione assunta e sostenuta nella Psicologia, che del resto la precede. Sappiamo già che la funzione dei segni è quella di «offerire dinanzi allo spirito uno stimolo e termine che lo muova a concentrare e fissare l'attenzione», permettendo in tal modo la formazione delle idee astratte. Ora S. è interessato a scoprire come questo avvenga, a vedere cioè «con qual progresso e fin dove l'uomo, o piuttosto gli uomini conviventi insieme, possano andare nella formazione del linguaggio.  Il momento iniziale è dato dall'istinto, che spinge l'uomo ad esercitare le proprie facoltà vocali naturali e, mediante esse, a produrre dei suoni indipendentemente dalla loro capacità significativa, la cui scoperta avviene in un secondo momento; «questo - osserva S. - è già un passo grande al suo sviluppo intellettivo, ma l'astrazione propriamente detta non c'entra ancora. Che tipo di parole sono queste prime emissioni verbali umane?  Riprendendo la tesi lungamente sostenuta nel Nuovo saggio, S. ripete che la loro natura è di nomi comuni, salvo a precisare però che vengono u s a ti come nomi propri: una concessione di non poco conto all'opinione che Stewart aveva tratto da Smith, precedentemente avversata. Da qui la ricostruzione, al tempo stesso filogenetica e ontogenetica, di come «un po' alla volta verrà a stabilirsi un suono, che sarà il nome comune di tutti gli oggetti » di una stessa classe, un tipo di nomi che andrebbero definiti sostantivi qualificati anziché aggettivi sostantivati.  L'attribuzione dei nomi comuni però non comporta ancora l'attività eminentemente intellettuale dell'astrazione, che è successiva e richiede altre condizioni. Per illustrare le quali, S. esplicita e spiega il proprio ripensamento sull'origine del linguaggio:  Noi abbiamo altrove espressa l'opinione che gli uomini non potessero venire a pensare e a denominare le pure astrazioni, per non avere in natura alcuno stimolo che a ciò li muova; di che deducevamo la divina origine di questa parte della lingua. Di poi abbiamo fatto più maturi riflessi, ed ora non ci sembra quella dimostrazione irrepugnabile. Distinguiamo adunque la questione del fatto da quella della semplice possibilità. È indubitato, quanto al fatto, che il primo uomo ricevette l'avviamento a parlare da Dio stesso, il quale, parlandogli il primo, gli comunicò una porzione della lingua. Ma trattandosi d'una semplice possibilità metafisica, se l'umana famiglia (non l'uomo isolato) potesse col tempo giungere a pensare almeno alcuni astratti, contrassegnandoli nello stesso tempo e con una stessa operazione complessa, colla voce o con altra maniera di segni, ci pare oggimai di poter rispondere affermativamente di aver trovato quello stimolo che indarno avevamo prima cercato, dal quale fosse mosso l'umanointendimento.  I pochissimi astratti (forse di divina origine) rinvenibili nelle lingue antiche non esimono insomma dal domandarsi come «l'umana famiglia potesse giungere da se stessa agli astratti puri, almeno ad alcuni di essi. La risposta di S. consiste sostanzialmente nel fare appello al meccanismo cognitivo elementare della metafora a base metonimica: avendo già gli uomini coniato un nome per il braccio in quanto arto anatomico, per nominare la proprietà della forza che distingue quell'arto dagli altri, invece di inventare appositamente un nuovo nome, adoperano la designazione primitiva estendendone il significato. Un'illustrazione nobile di questo meccanismo semiotico la si trova nel commento al prologo del vangelo di Giovanni:  Pare, che primieramente gli uomini abbiano nominata la parola esterna e sonante come quella che cade sotto i sensi. Più tardi si sono fermati a considerare che la parola esterna non era che un segno che esprimeva una cosa interna, un oggetto pronunciato dalla mente. Volendo dunque nominare questa cosa interna significata in vece di imporle un nome proprio, vi adattarono lo stesso vocabolo che significava la parola esterna, lasciando, che il contesto del discorso chiarisse quando a quel vocabolo convenisse dare il significato antico di parola, suono proferito cogli organi della voce a significare; e quando gli si convenisse dare il significato nuovo della cosa interna nello spirito colla parola significata. Questa maniera di estendere alle parole vecchie il significato di mano in mano che gli uomini estendono le loro cognizioni, è più comoda che inventare vocaboli nuovi, perché esigge uno sforzo di mente minore e adattato a tutta la comunità degli uomini, oltrediché le idee o cognizioni nuove ritengono in tal modo la relazione con le idee o cognizioni precedenti onde furono derivate, e così meglio si conoscono, e più agevolmente si prestano al ragionamento; giacché i nessi fra esse e le notizie più antiche e più famigliari sono pronti. Solamente più tardi, quando la mente è già sviluppata, e non ha più bisogno di tali dandine, ella inventa parole nuove e proprie per quelle cognizioni che non le sono più nuove; ovvero le parole vecchie da comuni diventano proprie perdendo il primitivo significato, e ritenendo solo il nuovo 38.  Ma restiamo sul testo della Psicologia, che nel procedimento descritto vede la chiave naturale per poter accedere alle astrazioni: Ed ecco già trovato il segno, a cui la mente può legare veramente un concetto astratto; e via più apparisce che quel nome già significa un astratto, quando quel nome vada perdendo, come talora avviene, il suo primitivo significato, e rimanga unicamente significativo dell'astratto. Giunge così a termine l'indagine sul modo in cui «comincia a formarsi naturalmente una lingua. Ora, pervenuta la mente a fissare alcuni astratti coll'aiuto di tali segni sensibili somministrati dalla natura,quindi denominati, applicando ad essi il nome imposto da principio a cotali segni, già il cammino della mente non trova più impedimenti insuperabili, e però tutto il suo svolgimento rimane n a tu -  ral ment e spiegato.  Nessun ostacolo logico dunque impedisce di ritenere la lingua un prodotto umano, inventato al doppio fine, cognitivo e comunicativo, di dare slancio al pensiero individuale e di socializzarne le acquisizioni: Nel che - conclude S. - è da ammirare la sapienza del Creatore, il quale non ha abbandonato questa invenzione della lingua al solo operare libero e calcolato del pensiero umano; ma ne ha messo nell'uomo l'istinto, e di più gliene ha egli stesso comunicati i primi elementi. La conseguenza del nuovo atteggiamento di S. è che il linguaggio sparisce progressivamente dal suo orizzonte speculativo. Anche a non volersi spingere così oltre nella spiegazione del fatto, il fatto resta: non c'è paragone tra la ricchezza e l'importanza delle riflessioni semiotico-linguistiche disseminate nelle sue opere fino alla Psicologia, e — se ho visto bene - la scarsità di spunti, pur interessanti, presenti al riguardo nell'immensa Teosofia, che lo impegnò negli ultimi anni. Torniamo ora per finire allo scambio epistolare da cui siamo partiti. La mia convinzione è che, dopo il silenzio seguito, non sia stato Manzoni a convertirsi all'idea dell'essere, della quale poteva già essere ben persuaso, salvo ad esitare davanti alla 'question di cominciamento'; è stato piuttosto S. - messo in allarme, grazie ai dubbi di Manzoni, circa il possibile esito pansemiotico della propria posizione gnoseologica (evitato in maniera del tutto estrinseca mediante il ricorso all'origine divina del linguaggio), che in sostanza avrebbe identificato pensiero e linguaggio compromettendo la ricerca sulle idee la cui origine, risolvendosi linguisticamente, non avrebbe più costituito un problema - a ridurre la portata cognitiva del linguaggio esteriorizzandolo e tenendolo sotto il controllo della ragione in modo da poterne postulare l'origine umana, sia pure in uno con la capacità di astrazione.  Non per niente il ruolo del linguaggio ai fini della formazione delle idee astratte passa dalla necessità nel Nuovo saggio («necessità del linguaggio per muovere la nostra intelligenza a formare gli astratti) alla utilità nella Psicologia («fu da noi provata l'utilità del linguaggio, o per dir meglio, di segni per la formazione degli astratti), per di più con la restrizione: «utilità che in altro non consiste se non. E pur considerando che questo paragrafo della Psicologia iniziadistinguendo il problema della pensabilità di un'idea dal problema della sua formazione, la sua conclusione sull'errore dei nominalisti consistente nel ritenere che le idee astratte non siano «né possibili a formarsi, né pensabili senza i segni del linguaggio» è in palese contrasto con l'enunciazione netta di Teodicea 100 secondo la quale «senza i segni non potea neppure con c e pir e [che qui equivale a formare] gli astratti»; un contrasto non sanato e forse nemmeno rilevato, che del resto si mantiene nella stessa Psicologia: «gli astratti sono pensabili per se stessi senza bisogno dei segni, e contra: «le astrazioni hanno bisogno di segni per pensarsi. S. passa così in qualche modo dalla coimplicazione di pensiero e linguaggio, o quanto meno da una loro stretta correlazione, alla strumentalità del secondo rispetto al primo, chiaramente attestata dalla Logica dove chiama i segni, o meglio i sistemi di segni, le gambe e anzi le stampelle o i trampoli del pensiero.  Per quanto riguarda specificamente il nostro tema, riprendendo i termini degli studi recenti di storia del pensiero linguistico moderno, possiamo dire che, dietro la spinta di Manzoni, S. parrebbe convertirsi dal 'genetismo' alla 'storicità'40; ne potrebbe essere un indizio la progressiva presenza nelle sue pagine di diverse sfumature: l'insistenza sulla socialità quale fattore costitutivo dell'essere umano, l'accento sulla totalità strutturata del linguaggio, l'attenzione verso il funzionamento del linguaggio in atto.  Si tratta però di una conversione non perfettamente articolata. Il suo esito paradossale è infatti che nella Psicologia S. finisce col pervenire, come s'è visto, a una tesi di sapore condillacchiano: il linguaggio nasce su base istintuale dai segni (vocali) naturali, che solo in un secondo momento si istituzionalizzano nella loro funzione semiotica, con applicazione all'ontogenesi); e Manzoni avrebbe poturo ripetergli la stessa postilla apposta a un passo di Condillac: «Si tratta proprio di sapere come le grida possono diventare segni» (Postille) 41. Ciò facendo S. capovolge anche, di fatto - malgrado la distinzione fra  'natura' e 'uso' di essi -, la successione dai nomi comuni ai nomi propri originariamente sostenuta nel Nuovo saggio. Pur mantenendo l'opinione che i «pochissimi astratti» delle lingue antiche siano «forse di divina origine, spiega l'astrazione come un processo di metaforizzazione di metonimie dal referente fisico: ecco «n a tu ralm ent e spiegato» il «cammino della mente. Questa attitudine appare palese nella conclusione già citata di Psicologia, dove cerca di salvare l'unione di entrambe le tesi genetiche asserendo che l'origine del linguaggio è umana e che Dio ha assistito l'invenzi on e immettendone l'istinto e fornendone «i primi elementi».  In conclusione, mentre la propensione storica orientata sui 'fatti' linguistici, al fondo,faceva negare a Manzoni non tanto e non solo l'origine umana del linguaggio ma in primo luogo la legittimità stessa di una questione di origine a proposito del linguaggio, l'impulso alla confezione di un 'sistema' filosofico complessivo fece passare S. da una tesi ad un'altra ma sempre all'interno di un'ottica di ricostruzione genetica originaria delle  'proprietà' del linguaggio. Ma è la prima prospettiva quella che nella svolta dal genetismo del  Settecento alla storicità dell'Ottocento si è rivelata vincente e ha dato nuovo impulso allo sviluppo delle scienze del linguaggio.Antonio Francesco Davide Ambrogio Rosmini Serbati. Antonio Rosmini. Rosmini. Serbati. Keywords: gl’agiati, Agostino, Aquino, la tradizione Latina italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Rosmini e Grice,” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Serbati.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sereniano: la ragione conversazionale del cinargo romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Sereniano was a philosopher who visits the emperor Giuliano. He followed the doctrine of the Cinargo. Nome compiuto: Sereniano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sereno: la ragione conversazionale dell’ondella tranquilità dell’animo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He belongs to IL PORTICO and is a friend of Seneca. Seneca dedicates some of his works to him. In the dialogue “On the tranquility of mind,” Seneca depicts them discussing the problems S. has with maintaining his firmness of resolve. Nome compiuto: Anneo Sereno.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Serra: la ragione conversazionale dell’economia filosofica – storia dell’economia romana – massoneria – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Dipignano). Filosofo italiano. Dipignano, Cosenza, Calabria. Mercantilista. Considerato il primo filosofo dell’economia politica in Italia, e uno dei primi in Europa. A lui va il merito di avere composto per primo un trattato scientifico, seppure non sistematico, sui principi e sulla politica economica. Poco si conosce della sua vita: laureato probabilmente in utroque, imprigionato nelle carceri della vicarìa di Napoli forse a causa della sua partecipazione al complotto architettato da CAMPANELLA per liberare la Calabria ma più probabilmente dietro accusa di falso monetario.  Mentre e in carcere compose “Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d'oro e d'argento dove non sono miniere” e lo dedica al vice-ré di cui spera l'aiuto. Riusce a farsi ricevere dal nuovo viceré, III duca d’Osuna, per proporgli un programma di riforme utili al Regno. L’incontro fu infruttuoso e e ri-mandato nelle carceri della vicarìa, dove probabilmente muore. Essendo molto gravi le condizioni finanziarie del Regno di Napoli -- esausto il tesoro pubblico e l'onere del fisco già così gravoso da indurre molti a lasciare la città per sottrarvisi -- Santis propone di limitare l'esportazione della moneta e di abbassare i tassi di cambio con le piazze estere. La polemica con Santis è alla base della proposta di S. Dimostra con esempi tratti dalla antica storia romana  l'inutilità e anzi il danno di questi presunti rimedi. Da ciò trae occasione per spiegare la vera causa della prosperità della nazione italiana. Analizza la causa della scarsità di moneta nel Regno di Napoli e il fattore che puo invertire questa tendenza economica. Il primo ad analizzare e comprendere appieno il concetto di bilancia commerciale incluso il bene di servizio e il bene del movimento di capitale. Spiega come la scarsità di moneta nel Regno di Napoli e causata dal deficit della bilancia dei pagamenti. Utilizzando le sue scoperte e in grado di respingere l'idea per cui la scarsità di denaro e dovuta al tasso di cambio. La soluzione prospettata al problema e indicata nella promozione attiva delle esportazioni. S. segna il distacco dalla concezione moralistiche scolastica per passare ad una spiegazione laica ed è assolutamente innovativa per l'epoca tanto che Croce la define lampada di vita. Galiani a scoprirlo, tessendone un elogio in una nota del suo celebre trattato Della Moneta. Chiunque legge questo trattato, scrive, resta sicuramente sorpreso ed ammirato in vedere quanto in un secolo di totale ignoranza dell’economia filosofica ha S. chiare e giuste le idee della materia di cui scrisse e quanto sanamente giudicasse delle cause de nostri mali e de soli rimedi efficaci. Galiani paragona S. a Melon e a Locke, considerandolo superiore per avere vissuto molti anni prima in un'epoca di ignoranza dell’economia filosofica.  Egli, che in vita era stato del tutto trascurato e per secoli, tranne appunto quell'elogio di Galiani, completamente dimenticato, dopo molto tempo è stato finalmente riscoperto. Addante, Cosenza e i cosentini: un volo lungo tre millenni, Rubbettino, Martelloni, Regno di Napoli e Terra d'Otranto, Aspetti economici e sociali di una crisi, in Perrotta, La scienza è una curiosità. Scritti in onore di Cerroni, Manni, Benini, Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza. Avendo ottenuto di parlare al vice-ré duca d’Ossuna per comunicargli cose utili allo stato, e udito, presenti i consiglieri, ma, giudicandosi che avesse detto ciarle e chiacchiere senz'altro concludere, e ri-mandato al suo carcere. Parise, Vita e pensiero del primo economista moderno, Ecra,  Destefanis, Illuministi Italiani, Galiani, Milano-Napoli, Galiani, Della moneta, Napoli, Salfi, Elogio, primo filosofo di economia civile, in Addante, Patriottismo e libertà. L'Elogio di Salfi, Cosenza, Custodi. Scrittori classici italiani di economia politica, Milano, Pecchio, Storia della economia pubblica in Italia, Lugano, Narrazioni tratte dai giornali del governo di Girone duca d'Ossuna vice-ré di Napoli scritti da Zazzera, Archivio storico italiano, Savarese, Trattato di economia politica, Napoli, Ferrara, Prefazione, in Trattati italiani, Torino, L. Bianchini, Della scienza del ben vivere sociale e della economia pubblica e degli Stati, Napoli, Andreotti, Storia dei cosentini,  Napoli, Accattatis, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Cosenza; Fornari, Studii (Pavia); Amabile, Campanella. La sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia” (Napoli); Marco, Teorie economiche, Memorie del R. Istituto lombardo di scienze e lettere, classe di lettere e scienze storiche e morali, Benini, Sulle dottrine economiche, Appunti critici, in Giornale degli economisti,  Economisti, Graziani, Bari, Arias, Il pensiero economico di S., in Politica, Croce, “Storia del Regno di Napoli” (Bari); Economisti napoletani, Tagliacozzo, Bologna,  Einaudi, Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, Roma, Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Torino, Rosa, I critici, Atti del Congresso storico calabrese, Napoli, Galasso, Economia e società nella Calabria” (Guida); Nuccio, Rivista storica del Mezzogiorno, Colapietra, Introduzione, in Problemi monetari negli economisti filosofici napoletani, Colapietra, Roma, Aquino, L’approccio monetario all'analisi della bilancia dei pagamenti, in Studi economici, Colapietra, Genovesi in Calabria, Rivista storica calabrese, Manoscritti napoletani di P. Doria, Galatina,  Toscano, La disputa sui cambi esteri del Regno di Napoli, Rivista di politica economica, Rije, ed. anast., Napoli, Ricossa, Cento trame di classici dell’economia, Milano, O. Nuccio, Il pensiero economico italiano, Sassari, Il Mezzogiorno agli inizi del Seicento, Rosa, Roma-Bari, Alle origini del pensiero economico in Italia, I, Moneta e sviluppo negli economisti napoletani, Roncaglia, Bologna, Zagari, Moneta e sviluppo, Rosselli, La teoria dei cambi,  Landolfi, Valentia, A. Placanica, Storia della Calabria (Roma); Roncaglia, Rivista italiana degli economisti, Addante, Repubblicanesimo e mito di Venezia, Istituzioni e sviluppo economico, Roncaglia, La ricchezza delle idee: storia del pensiero economico, Roma-Bari, Grilli, Visto da Grilli, Roma, Villari, Politica barocca. Inquietudini, mutamento e prudenza, Roma); Roncaglia, S., in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Economia, Roma,  Villari, Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un impero, Milano; Parise, Vita e pensiero del primo economista moderno, Roma; L. Addante, La politica del Breve trattato (Soveria Mannelli). Mercantilismo Storia del pensiero economico. Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Economia. Antonio Serra. Serra. Keywords: massoneria, circolazione degl’idee massoniche, mito di Venezia, economia romana, l’economia del liceo, roma antica, antica roma, Machiaveli, mercantilismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Serra” – The Swimming-Pool Library. Serra.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sertorio: il deutero-esperanto nella filosofia ligure – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. S. partecipa al dibattito pubblicando dapprima il saggio  “Elementi di grammatica analitica universale,” poi “Un esame filosofico della grammatica universale,” e, infine, “Il problema della lingua universale.” In quest'ultimo saggio, a proposito dei diversi sistemi inventati – incluso il deutero-esperanto di H. P. Grice, S. individua tre fondamentali tipologie di lingue ausiliarie. Il primo tipo comprende quella categoria di linguaggi che definiamo a posteriori che riprendono alcuni, o tutti gli, elementi, non di rado modificandoli, da lingue storico- naturali, come può essere l'italiano, il francese, il cinese, ecc.. Il secondo tipo è costituito da quelle lingue che definiamo a priori con le quali è possibile comunicare sia in via scritta che in via orale, ovvero che presentano una forma ideografico-fonetica tale da permettere non solo la semplificazione della scrittura, ma anche una sua agevole e veloce riproduzione tramite foni. L’ultima tipologia è costituita da quelle lingue che adottano delle scritture tipografiche, crittografiche, numeriche, nelle quali gl’elementi fondamentali della lingua sono utilizzati per trasferire solo l'idea della cosa che si vuole comunicare, ma che non presentano un reale metodo di comunicazione orale. Della seconda categoria discute ampiamente nel primo saggio dedicato al problema della lingua universale, che intende come lingua adatta alla comunicazione tra persone adulte, che hanno già delle idee proprie sviluppate attraverso l'uso della loro LINGUA MADRE – l’inglese oxoniano di H. P. Gice. Qui S. s’occupa innanzitutto della definizione del sistema numerico della lingua ideale, e ne propone di due tipi differenti, sia a base decimale che sessagesimale, e, poi, del suo sistema GRAMMATICALE – cioe, morfologia, sintassi, morfo-sintassi – (“Pirots karulise elatically”) e lessicale (“pirot, karulise, elatic”. Le informazioni seguenti sono tratte da S., Elementi di grammatica analitica universale,  Porto Maurizio, Tipografia Prov, di Demaurizi. Il sistema decimale  romano – I II III IV V VI VII VIII IX X -- S. associa ad ogni numero da 0 a 9 una consonante, secondo le seguenti corrispondenze: 1  = b, 2 = g, 3 = d, 4 = c, 5 = 1, 6 = m, 7 = n, 8 = p, 9 = 1, 0 = z.  A partire dalla virgola che separa i numeri interi dai decimali si pongono in ordine da destra a sinistra le 5 vocali (a, e, i, o, u) e questo ordine è invariabile. Le vocali vanno scritte al di sotto delle consonanti precedenti e, durante la lettura, questi nessi di c+v (che possiamo allora intendere come SILLABA – ma, pa, da) sono da pronunciarsi assieme (del tipo “be” e non “b – e” (prima articolazione). Le cifre devono sempre essere raggruppate a gruppi di tre, secondo l'ordine decine, centinaia, migliaia, milioni, ecc.) e laddove non vi sia alcuna cifra a coprire le sedi di queste terne si inserisce lo zero. Si avrà allora qualcosa di simile all'esempio successivo: 372,215,8976,340 -- 4 d n g .cgb.1pr. n m d Z e  a i a u i  e  a. Il numero così composto in italiano si dicee "trecento-settanta-due miliardi, quattro-centovent-uno milioni, cinque-centottanta-nove mila, sette-cento-sedici virgola trecento-quaranta.” Nella lingua di S. solamente "denagu, cogibe, lapuro, nibema, ducozi.” I vantaggi sono molteplici, come dice Frege – nella trauduzione di Austin per Blackwell, favorita di Grice -- se si riconosce oltre all’evidente brevità – cf. Grice, “Be brief (avoid unnecessary prolixity (sic))” -- anche il fatto che in un sistema numerico-alfabetico di questo tipo le vocali che occupano un posto fisso permettono d’individuare perfettamente l'ordine di grandezza di ciascuna cifra senza dover ricorrere ad altre parole per indicarlo. Cosi si sa che la combinazione c+e+c+a+u corrisponde sempre all'ordine dei miliardi, c+a+c+u+c+o a quello delle centinaia, ecc. Il secondo sistema proposto è quello a base sessagesimale in cui ad ogni cifra da 0 a 60 S, associa una sillaba cv, del tipo 1 = ba, 2 = ge, 3 = di. Nonostante anche questo metodo assicuri una brevita d’espressione considerevole (centoventitré › bagedi), risulta meno convincente del precedente per il semplice fatto che quello prevede uno schema di composizione RICORSIVO basato su POCHE semplici regole – la composizionalita com’essenza d’una lingua come il suo oxoniano nativo, mentre questo aumenta notevolmente il grado di difficoltà mnemonica associato ad ogni numero a causa del maggior numero di combinazioni esistenti e  dell'arbitrarietà delle stesse.  Per quanto riguarda invece la parte della SINTASSI, LA MORFOLOGIA, e la MORFO-SINTASSI – la grammatica ragionata -- e lessicale della sua lingua ideale, S. indica delle caratteristiche fondamentali che questa deve possedere per essere di semplice comprensione. La separazione d’un MORFEMA LESSICALE (‘be’) d’un MORFEMA SINTATTICO – “Fido *is* shaggy; Fido e Rex *ARE* shaggy”; ‘Rex is SHAGGiER than Fido’ (One pirot karulises elatically; therefore, pirots karylise elatically – in an elatic way. L’esistenza di particelle SINTATTICHE nuove, più semplici, meno *ambigue* -- cf. Grice, “Do not multiply the senses of ‘if’ beyond necessity, Strawson!” -- di quelle  esistenti. L’invariabilità delle parole – cf. Grice on word meaning – shaggy’. A questi aspetti deve aggiungersi anche l'esistenza d’un vocabolario o lessico in cui ogni elemento possede UNO E UN SOLO SIGNIFICATO (O STRETTAMENTE, SENSO) – “Senses are not to be multipled beyond necessity”: Grice’s modified Occam’srazor --. La sintassi verte intorno al verbo o PREDICATO (“... is shaggy”, “kaurlise”), che da solo e opportunamente coniugato (Fido is shaggy, Fido and Rex are shaggy; a pirot karulises, but pirot karulise -- è in grado di descrivere non solo l'azione, ma anche il SOGGETO (cf. Grice on ‘the’ – discussione con Sluga --) della stessa, il suo NUMERO – cf. Grice on Peano, (Ex), “some, at least one”; il genere, e le circostanze di modo (modo indicativo, ecc.) e di tempo (cf. Grice, “Actions and events,” basato su von Wright). A questo, se necessario, si possono associare ulteriori complementi di pro-posizione, anch’essi declinati, per descrivere  l'azione in MODO più particolareggiato (non volitivo, ma ottativo).  L'alfabeto utilizzato è composto di diciassette lettere, le stesse che sono state utilizzate per il sistema numerico decimale visto in precedenza. Ogni particella sintattica o parte del discorso presenta un ordine vcvcv ed esse sono riconoscibili a seconda delle lettere che vengono  poste in ciascuna sede. I verbi sono riconoscibili dal fatto che presentano nella sede della prima consonante una «b» o una «g» e questa, assieme alla seconda vocale, forma il modo verbale -- diviso in: «ba» INFINITO (‘to be shaggy’), «be» PARTICIPIO, «bi» GERUNDIO (‘being shaggy’), «bo» INDICATIVO (‘is shaggy’), «bu» IMPERATIVO (please be shaggy, o ‘is shaggy, please’, «ga» SOGGIUNTIVO (‘that Fido be shaggy’), «ge» CONDIZIONALE, i. e. con-dictum (‘si Fido e shaggy, Fido e amato’), «gi» MORALE (“Jones is between Richards and Smith”, «go» FISICO (“Jones is between Richards and Smith”), «gu» MATEMATICO O ORDINALE). La vocale iniziale indica la forma del verbo («a» = verbo IN-transitivivo (“Fido IZZ shaggy”, «e» = ri-flessiva, «i» = attiva (Paride ama Elena), «o» = passiva (Elena e amata da Paride), «u» = neutra»). Le ultime due lettere, consonante e vocale, indicano il tempo, il numero e la PERSONA (Grice, “Someone, i. e. I, is hearing a noise”) a cui il verbo stesso si  riferisce, secondo ua tabella:129tem  0. Particelle  numero d  del e personal  1R28  22  มา สิ  1.ª  TO  3."  Singolare  IP838a  아비아비비이  2  Plurale  130  3.  Specificazione del Tempo  = Più che perfetto  = Passato anteriore  =  Passato indefinito  Passato definito  Imperfetto  Presente  Futuro  Futuro anteriore  =  • Dipendente  = Indipendente  = Persona  Numero. Così ad esempio il verbo 'mangia!' (Grice, hobble) può divenire «ibupe», dove «i» indica la forma transitiva (eat a nut – Grice, as ordered to his pet squirrel, squarrel, Toby), «bu» il modo imperativo – cf. Hare, “The window is closed, please -- e «pe» la seconda PERSONA persona singolare (you, not ye) del tempo presente. Allo stesso modo si compongono i nomi. La prima lettera - vocale - indica il genere (del tipo «a» comune – man --, «e» sessuale – flower --, «i» maschile (aquila macchio), «o» femminile (“ship”), «u» neutro» (‘ship’), la seconda - consonante indica la declinazione e il numero, ed esistono cinque declinazioni. La terza e la quarta lettera - vocale e consonante - delimitano l'idea in ordine alla quale si riferiscono le preaccennate qualità di genere e numero, cioè costituiscono la parte che potremmo in qualche modo chiamare morfema lessicale, RADICE (v this little piggy went to market) lessicale SIGNIFICANTE (‘the shag of shaggy) della parola (cf. Grice, word meaning); l'ultima vocale indica il caso di appartenenza. In questo modo poi si formano anche tutte le altre parti del discorso. Il problema d’un sistema di questo tipo è che la riuscita di una buona conversazione dipende in maniera non trascurabile dalle capacità mnemoniche e combinatorie degl’individui interessati – Grice: “That’s why I say: who cares?”. Oltre alla notevole mole di nessi consonantici e vocalici esistenti, oltre al fatto che questi cambino significato se non SENSO in base alla posizione, oltre all'enorme numero di combinazioni possibili, un aspetto penalizzante e soprattutto la struttura stessa delle parole che, indipendentemente dalla parte del discorso interessata, deve necessariamente essere di cinque lettere o di sei lettere, in ordine VCVCV o CVCVCV.  Per quanto riguarda invece la terza categoria delle lingue inventate ad uso internazionale individuate da S., si riporta un esempio di lingua puramente ideografica, numerica. Esempio:  Ne Il problema della lingua universale, S. propone la frase italiana. Il grammatico intelligente interpreta facilmente questa scrittura; perchè il significato o SENSO unico di ciaschedun segno è reperibile istantaneamente  nella trascrizione numerica seguente del terzo metodo:  - 12. 111. 15. 2101. 1245 - 27. 33. 72. 2152. 1151 - 14. 114. 18. 0454. 3293 - 3 - 364 - 14. 111. 15. 1564. 4252 - 14.  112. 16. 0435.1555 -15. 33.72 - 1533. 1265 - 1. Ad ogni cifra associa una funzione grammaticale, sintattica o di senso (ad esempio il numero «1» finale esprime il punto fermo, la fine della sentenza. Il numero «3» corrisponde al punto e virgola. Il «111» significa 'soggetto della proposizione. Il «15» il caso nominativo nella sua forma singolare. Il «364» significa 'perché; ecc.. I trattini indicano l'inizio di ciascun termine e i punti dopo le cifre separano i fattori che fanno parte di ciascun termine. Esempio tratto da S., Il problema della lingua universale, Porto Maurizio, Berio.  La volontà è quella di limitare (ma non del tutto) la fusione dei morfemi e piuttosto apporre nuove cifre che siano ognuna portatrice di un determinato significato (del tipo 'leone-femmina' e non  'leonessa', o ‘aquila macchio’ e non ‘aquilo’). S. è perciò convinto che, tra quelli individuati, il più esatto dei metodi e il  terzo, visto che: La ragione dell'evidenza, che ammirasi nel linguaggio algebrico e che spesso riguardasi come un privilegio di questa scienza dell’arimmetica, si è che nei ragionamenti algebrici o arimmetici non entra mai un segno il di cui valore assoluto e di posizione non sia esattamente definito. Cf. Grice sul formalismo di Peano e l’informalismo di suo alievo Strawson. La sintassi, che attualmente più soddisfaccia alle esigenze filosofiche è la sintassi algebrica o arimmetica – Frege, il concetto di numero, traslato da Austin, read by Grice -- ed i precetti di questa  dovrebbero essere comuni ad una lingua universale. Di nuovo quindi, l'interlingua in grado di descrivere in maniera conforme la natura delle cose è di tipo numerico e algebrico o arimettico e per essere utilizzata necessita di tanti vocabolari quante sono le lingue storico naturali esistenti. Giacomo Francesco Sertorio. Sertorio. Keywords: Il deutero-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sertorio”. Sertorio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Servio: la ragione conversazionale VIRGILIANA – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza.  (Roma). Filosofo italiano. Nei "Saturnali" di Macrobio, rivolti alla glorificazione di VIRGILIO, S. appare uno degli interlocutori. La sua attività filosofica ha per sede Roma. Predilesse Virgilio, che esalta come il maestro di ogni sapere e che commenta in un’opera di cui rimangono due redazioni. La più breve sembra tramandare lo scritto autentico di S., mentre la più ampia ("Servius auctus o plenior o Scholia Danielis", dal Daniel, che la pubblica) pare derivata dalla prima e da una riduzione del commento d’Elio Donato. Si discute se gl’appartengano l’Explanatio dell'Arte Grammaticale dello stesso Donato e tre saggi di metrica. Il commento include non poche dottrine di carattere filosofico, che però provengono dalle fonti usate da S.. Si è voluto fare di S. un seguace dell’accademia. Ma, da una parte, non è lecito attribuirgli una teoria filosofica organica, e, dall’altra, le proposizioni che dovrebbero provenire da quella scuola non sono proprie di essa, perchè appartengono all’accademia in generale, a Posidonio, o anche alle credenze mistico-religiose di quell’età: natura divina dell'anima, immortalità di essa quale principio di movimento, sue trasmigrazioni, suoi destini dopo la morte, teoria delle sfere. Quando, oltre alle tre parti dell'anima, l'anima vegetativa, l'anima sensitiva e l'anima razionale, ne ammette anche una quarta anima, l'anima vitale, principio di movimento, si allontana dalle teorie tradizionali inclusa l’accademica. Quando S. afferma che nulla esiste salvo i quattro elementi (acqua, aria, fuoco, terra) e il divino, che è uno spirito (o una mente, o un'anima) il quale, infuso in essa, genera ogni cosa, sicchè uguale è la natura di tutte, accetta in complesso la cosmologia del PORTICO esposta da VIRGILIO, che però cerca di liberare dal suo materialismo originario. Del resto, esplicitamente S. loda i filosofi del portico -- et nimiae virtutis sunt, et cultores deorum -- che contrappone ai filosofi dell’Orto, che critica spesso. In S. mancano un coerente e un indirizzo preciso, sebbene si affermino in lui le tendenze mistiche dell’età sua.  Un'edizione del XVI secolo di Virgilio con il commento di S. stampato sulla sinistra del testo. S. Mauro Onorato. Grammatico e commentatore romano.  L'appellativo Deutero-S. o S. Danielino si riferisce alla pubblicazione da parte di Daniel di un'edizione del commentario di S. all’Eneide contenente alcune aggiunte rispetto all'originale serviano. Tuttora è discussa l'autenticità del cosiddetto S. Danielino. S. ompare come uno degl’interlocutori nella “Saturnalia” di Macrobio. Alcune allusioni presenti nei saggi ed una lettera di Quinto Aurelio Simmaco indirizzata a S.. Saggi: “Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, Commentarii in Vergilii Bucolica, Commentarii in Vergilii Georgica. Del commento alle opere di Virgilio esistono due tradizioni manoscritte. Il primo è un commento relativamente breve e conciso, attribuito di per certo a S., ed è chiamato “S. Minore". A una seconda classe di manoscritti appartiene un altro commento, molto più esteso, infatti le aggiunte sono abbondanti e in contrasto con lo stile di S.. L’autore è ignoto. Questo secondo è chiamato "S. Auctus" o "S. Danielinus" da Daniel, che lo pubblica. Esiste una terza classe di manoscritti, composti in Italia, derivati dai primi due, a significare la diffusione di questi commenti.  Per quanto riguarda il "S. Minore" è in effetti l'unica edizione completa esistente di un romano scritta prima del crollo del principato in Occidente. È una vasta critica al testo di VIRGILIO, con critiche anche ai commentatori prima di lui -- in un certo qual modo ci fornisce il modo di pensare dei secoli precedenti. S. non usa un linguaggio particolarmente elevato, ma è colorito e fantasioso qualora si tratti di etimologie. Oltre all'aspetto grammaticale, i commentari di S. contengono abbondante materiale filosofico, la maggior parte del quale probabilmente è derivata da fonti di filosofi anteriori, con cui la poesia di Virgilio viene interpretata nel suo aspetto filosofico.. Commentarius in artem Donati, Raccolta di note grammaticali d’Elio Donato. De centum metris ad Albinum - Un trattato di diverse figure metriche, dedicato a Cecina Decio Albino. De finalibus ad Aquilinum - Un trattato di metrica sui finali. De metris Horatii ad Fortunatianum - Un trattato di metrica di Orazio, forse dedicato ad Atilio Fortunaziano. Vita Vergilii. Enciclopedia italiana. Funaioli, S., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pellizzari, S.. Storia, cultura e istituzioni nell'opera di un grammatico (Firenze, Olschki); Ramires, S., Commento al libro IX dell'Eneide di Virgilio; con le aggiunte del cosiddetto S. Danielino, Bologna, Patron, su Treccani  Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. S., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. S. su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. S. su digilibLT, Università degli Studi del Piemonte Orientale Avogadro. S. Open Library, Internet Archive. Opere complete di S., su forum romanum.org. V · D · M Grammatici romani -- Portale Biografie   Portale Letteratura Categorie: Grammatici romani Romani. The second version was named the Egyptian, which is a puzzling name since the first reference to this particular descent/ascent concept seems to come from a commentary on Book IV of the Aeneid of Publius Vergilius Maro, or Virgil, by the commentator S. In S.’s version, each planetary sphere is associated with one of the seven major vices. The list is as follows: I avarice avarizia from Saturno; II desire for dominance and gluttony from Giove; III violent passions or anger from Marte; IV pride from the Sole; V lust from Venere; VI envy from Mercurio; and VII sluggishness from the Luna. Some philosophers differ as to *which* vice to assign to which *planet*, e. g., sluggishness is often assigned to Saturn instead of the Moon. It should be noted that each of these seven vices, are all psychological characteristics as is befitting of a soul. Roman philosopher and grammarian, commentator on Donato and Virgilio There is some doubt as to his name. The commentator on Donato in the Parisinus Latinus codex (GrL) is called _Sergio_, as is the commentator on Virgilio in the Bernensis codex. In other manuscripts, the commentator on Virgil is called S. but no mention is made of the rest of his name (Marinone). In the Saturnalia, MACROBIO (si veda) gives a portrait of as him  an adulescens; and Daniel asserts, in a note to the Bernensis codex that he is one of Donato’s students. If these indications hold true, it would appear that he lives in Rome, where, according to MACROBIO, he belonged to the intelligentsia of the ACCADEMIA. Of considerable importance are his commentaries on Virgil's Aeneis, Eclogae and Georgica, surviving in two ms. codices of varying length. The shorter is published by Daniel, who adds several scholia -- the Scholia Danielis -- to it. It is commonly known as the S. Danielinus. Critics disagree as to the contents. Thilo holds that the additions are probably a fusion of an original text with parts of Donato’s lost commentary on Virgil. His commentaries, based for the most part on his predecessors (Donato in particular), enlarge on and enhance that tradition by virtue of the quality of the grammatical observations and the comparisons of Virgil with other philosophers. Various grammatical treatises bear his name but modern criticism unhesitatingly ascribes to him only the Commentarius in artem Donati (GrL). Prisciano mentions S. as the author in Institutio de arte grammatica (GrL). Other attributions are uncertain. The two books of the Explanationes in artem Donati (GrL) are apparently posterior to S. (Schanz-Hosius). The tract De littera de syllaba de pedibus de accentibus de distinction (GrL) gives "Sergius" as the author but seems to be an extract from the Commentarius and thus not a work intended by S. to stand alone. Criticism is divided over attributing to S. De centum metris (GrL), a treatise on metrics: Müller excludes S. as the author while Marinone defends the opposite view. The treatises De finalibus (GrL) and De metris Horatii (GrL) are similarly controversial; see Müller. In his Commentarius in artem Donati, S. brings home two points which characterize Roman grammatical thought, as seen in the artes. First, grammar is intimately connected with all the disciplines dealing with language – philosophy – GRAMMATICA FILOSOFICA – SEMANTICA FILOSOFICA -- dialectics, and esp. rhetoric (GrL). Second, grammar has a distinguishing subject matter which consists, according to S., of the analysis of the VIII parts of speech – Latin does not have an article, but it has interjection. S.’s admiration for Donato derives, in fact, from the latter's unswerving conviction that a grammatical treatise ought to begin by defining the partes orationis -- other grammarians were hesitant and inconsistent).‘That is why Donato is wiser, who starts out with VIII parts of speech that concern the grammarians – including the philosophical grammarians – specifically – UNDE PROPRIUS DONATUS EST DOCTIUS, QUI AD OCTO PARTES INCHOAVIT, QUÆ SPECIALITER AD GRAMMATICOS PERTINENT – Commentarius. S. holds, together with Donato, that the study of grammar, taken to be the study of the partes orationis, is a prerequisite for literary analysis, i. e., for commenting on poetic texts, such as Virgil’s. Although S. contributes to enriching the discussions of the grammatical distinctions formulated by Donato, by citing and criticising the work of other philosophical grammarians, S. leaves unsolved the many problems inherent in the categories handed down by tradition. For example, some grammarians considered the 'future' tense to be a separate MODVS and not a tense of the 'indicative' mode, given that, properly, one can 'INDICATE' only what one knows and not the future, by definition an un-known. “And remember I’m a philosophical grammarian!” Grice: “In Rome, grammarians simpliciter were usually slaves!”. S. expounds the question clearly (GrL), but does not venture an answer. "Martii Servii Honorati Commentarius in Artem Donati" (GrL).  "Commentarius in Artem Donati"; "De finalibus"; "De metris Horatii"; repr. Hildesheim. S. Grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, Thilo e Hagen eds., Lipsiae. Editio Harvardiana, Rand et al. eds., Lancastriae, Ad Aeneam; Stoker/Travis eds., Oxonii (Ad Aeneam). Commento ai libri 9 e 7 dell'Eneide di Virgilio, with introd., biblio. and critical ed. by Ramires, Bologna. BARATIN, La naissance de la syntaxe à Rome, Paris. Id., CRGTL, BARWICK, "Zur S.-Frage", Philologus; BRUGNOLI, "S.", Enciclopedia Virgiliana, Roma. KASTER, "Macrobio and S., Verecundia and the grammarian's function", HSCP; MARINONE, "Per la cronologia di S.", AAT; MÜLLER, L. "Sammelsurien", Jbb. für Klass.Philologie; SCHANZ, M. e HosIus, Geschichte der römischen Literatur, München, TIMPANARO, "Note serviane, con contributi ad altri autori e a questioni di lessicografia latina", Studi urbinati di storia, filosofia e letteratura; WESSNER, "S.", RE. Keywords: Virgilio, Donato. Nome compiuto: Servio Mario Onorato. Servio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sestio: la ragione conversazionale del fallito morale – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He founds his own school in Rome that draws heavily on La Setta di CROTONE and IL PORTICO. S. preaches an ascetic way of life, which includes vegetarianism, and exhorts his followers – whom he called ‘Sestiani’ – to reflect at the end of each day on their moral failings – “if any.” Upon his death, his son, also called Quinto S., inherits the school, but it does not long survive him. One of the Sestiani is SOTIONE, who becomes Seneca’s tutor – Seneca himself is influenced by the school’s teachings for some time. Nome compiuto: Quinto Sestio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Sesto: la ragione conversazionale delle sentenze trasformative – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. S. is a compiler – The “Sentences of Sesto” are mainly of an ethical nature and show signs of a variety of influences including traditional wisdom literature, and IL PORTICO. They proclaim that wisdom is attained through the conquest of the passions. – Chadwick, “The sentences of Sextus,” Cambridge. Grice: “Chomsky thought that the sentences of Sextus were ‘transformational’!”

 

Luigi Speranza -- Grice e Sesto: la ragione conversazionale del’accademico d’Antonino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Tutor to Antonino. Antonino regards him as something of a role model and greatly admires the morality and humanity of both his life and his teachings. Accademia. Suda thinks that S. is of the scesi only because he confuses him with Sesto Empirico!

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Settala: la ragione conversazionale dei problemi sessuali d’Aristotele -- desiderio e piacere – la scuola di Milano – filosofia milanese -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Profisico. Studia a Brera e Pavia. Insegna a Milano. Si prodiga in occasione della famosa peste dei “I promessi sposi”. Manzoni lo nomina una prima volta  quando parla del figlio, Senatore S., medico, membro, insieme a Tadino del tribunale della sanità ai tempi della vicenda di Renzo e Lucia. È tra i primi ad accorgersi che la strana malattia che si diffonde nella zona lecchese, e la peste. Saggi: “In librum Hippocratis Coi de aeribus, aquis, [et] locis, commentarii V. Appositus est Graecus Hippocratis contextus ope antiquorum exemplarium, restitutus et emendatus cum indice rerum et verborum locupletissimo una cum nova eiusdem in Latinum versione” (Colonia: Ciotti); “Problemata di Aristotele” (“Commentariorum in Aristotelis problemata” -- VII primas sectiones – secundam heptadem -- continens, ab eodem Latine facta”) (Francoforte sul Meno: Wecheli, Marnio, Aubri); “Animadversionum et cautionum medicarum libri VII quorum materiam sequens pagina indicabit” (Milano, Bidell); “De peste et pestiferis affectibus libri V (Milano, Bidell); “De ratione instituendae et gubernandae familiae libri quinque” (Milano, Bidell); “Della ragion di stato” (Milano: Bidelli); “Cura locale de' tumori pestilentiali, che sono il bubone, l'antrace, o carboncolo, ed i furoncoli contenente tutto quello che si ha da fare esteriormente nellquesti mali tolta dal libro della cura della peste” (Milano, Bidelli); “Preseruatione dalla peste” (Brescia: Fontana); “Anti-rotario romano con l'aggionta dell'elettione de semplice e prattica delle compositioni e di due trattati, vno della teriaca romana, l'altro della teriaca egittia aggiontoui in questa vltima impressione auertenze e osseruationi appartenenti alla compositione de medicamenti” (Milano: Bidelli); “Avertenze, et osservationi appartenenti al curar le ferrite” (Milano: Cardi); “Compendio per curare ogni sorte de tumori esterni et cutanee turpitudini, raccolto da osseruationi fisice, e chirurgice” (Milano: Monza); Statistica medica di Milano Milano, Guglielmini e Redaelli, Belloni, Borromeo e la Storia della Medicina, in San Carlo e il suo tempo: convegno, Milano. Edizioni di Storia e Letteratura, Bartolomeo Corte, Notizie istoriche intorno a medici scrittori milanesi, Milano, Argelati, Bibliotheca scriptorum mediolanensium seu acta, et elogia virorum omnigena eruditione illustrium, qui in metropoli Insubriae, oppidisque circumjacentibus orti sunt, Mediolani, Sangiorgio, Cenni storici sulle due Pavia e di Milano e notizie intorno ai più celebri medici, chirurghi e speziali di Milano dal ritorno delle scienze sino all’anno. Opera postuma, Longhena, Milano, Renzi, Storia della medicina italiana, Napoli, Ferrario, Intorno alla vita ed alle opere mediche Cenni, Milano, Capparoni, Profili biobibliografici di medici e naturalisti celebri italiani, Roma, Cava, La peste di S. Carlo. Note storico mediche sulla peste, Milano, Ricerche Firenze Ferro, La peste nella cultura lombarda, Milano, Cosmacini, Il medico e il cardinale, Milano. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Firenze, Molini, Facchin, S.: un intellettuale barocco fra scienza e arte Treccani Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Mellerio,S., in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, openMLOL, Horizons Unlimited srl. Patricio Milanese. ys id À L904.7. V WM C th "s rex. fà vnm e LOOyV. n. Fe viu Leve. (ue » meéen ah -, 2 COMMBRO/ VEM s X ^21/ dién sd 2 L * 1 mtmbys p APP A p memi. LUÜU DN. ", Uvtvnow- . l i! AK PE / ^» Ü (oft i A4 Un ^V - Z^"* " AÁe en, ./ 64 ! Irstra- Jim vfldecur " ovi " du - e acu ly Kaitnllido ! 4 EL j^ ur aco v, la x . Ier 'aofevet dian. p, Y, «tecti ]4^ X (26 " n Dod Kn din. I ^ / "SETA E AH. "Jo Job Áago " 16.. v P T€ 72 P1 ortaluy Za- Ü (pube Xe t I 2 " fy " à . 2 i 1 Iitont, bo br rim V "De canttemk- vm GÀ "dit: CCCII KL oc( wy tm . axi. eade dta » 17 s "T »vnajá/- 64. Cw 3*4. hri " X »" ud pF 2. 0b LE / e 0709 - e € zT214URA pL Hæ "T. ( - "a » (Pl (ijAÓ ' 2 d 4. 9e sedi / Gus A6vEuntod i € 4 2 sí "V^ ir TT /Au£ 20. fri mtn Lg ^w n QC ef 1 - Deep uvm tort í Æ. uit? i s ei Ac » ; . p de 4, (s ma € vent . i V WX D69. ARA 4/7 n ^ C "4 z det made K 4, M. /j [^ » 22. Joni amv ) EU ^ P 2 odn 4 rw 26. " Jevikgunt ecfpute onm tu . A x Q 22 i " 3 2 s " buy - ! . Ó 4 PZLIAZ y. : y po «€ [47 4», "T. *«? À, V us. Ier did / CMM - (s icu. Z4, T Ao àx/ 05 VIVPUA "bL. : , Vy 4 MndER M n eeec. Lb. * E ^ A Zecoiu JA z* UM n " te PH. o a PA, JUund- . IU» € eoí 2 Vendncuh. 9 dic. $. E^ Antea - "E " awful. M MP wmnlb y Me de. et y, TM. ex VACOm EL. De Jh Die qutt. $. mend lbvat. d Æ ( o NAM VET fe m undtemgpve- 2 9 to. £v i Jle tmd rer e£ Dwwehst 24-. e. ra 9 de d. Qe r3 M pugamiata Sos, i iA ge p^ Et ^ nén é 2: B t ded mdi E né dmi ] itt ' Los CUNa i 2 PU fac, po íi ] n tf jo qud t di E pt. miden: al Véteseom y Du" ^ h n m. eias Ze pos igi cadsgnt. 3v a (eue x gite tty li OC V DOVICI bob I ASI WEDIOLANENSIS. MEDICI CLARISSIMI,; P £nimadverfionum, er Cautionum 74edicarum » 3 LIBRI SEPTEM, "T nuo 3b Aotore recogniti, et hac pofiremaz, ^. editio: ;,C,€X xpurg catis 3q! IET np! urimis mene à 1 dis novo nitori rellitut ONE CH EN f. d A. e » Am" 3m d Cx diiery,,» iycans d seis Y y ». RCCÓNS DOS  iau Py PW pu ATAVII, ff: ypogi rrr dit Ihuilii. [628., LE Projlant apud Paulum Frambottum s. PER ILLVSTRLE et Excellentiffimo Viro IOANNI PREVOTIO MEDICINÆ DOCTORE et Professori Primario.Paulus Frambottus Bibliopola Patavinus. BAM A cít virtütis pulchritudo;ut dd cxtemisctiam fenfibusfubtracta,ex veftigiis in precla« ro pectore impreffis cluceJenscm/ r3 (cat, mirabiles fui exci» Ice leramor es. i Mas abibo longius, Te te, Prevoti Perilluftris et Excellentiff. exemplum ftatuo, in quo rarz virtutis,& folidz doMirinz grata quadam confpirat harm 9e inia, ut commiuni do&torum calculo, et falima: publice teftimonio apex eruditionis limeritó audiaris. Nec enim fola Philofoliphia et Medicina, quam cum fumma lauide doces et cxerces, tead unguem expoli vit fed ctiam alie difciplinz tibi, affiduo i 2 Dre 9 2 £ 94 fuo culto; (ingularia orriamentá fe debe-[U ic fatentur. udi res cm notior fit, quaàmu] üt ego tenui ftylo et filoprodam et pro-Jij bemitum omnesin tui amorem tacita qua]; dani illecebra pertrahit;. Ego vero; ut obi] fervaniriam, qua te colo et veneror ; pübli-4) ] ce teftaret ; diu rnultumq; cogitavi : feci hufquam mihi cómodior fefe obtulit oc: cafio, quàm cüm novam,eamq; lorige e; iiendatiorem editionem Cautiorium me:] dicaium celeberrimi viri Ludovici Se ptalii pararé: quam proinde fub felicis tui] nominis celebritate emitti cüravi, planis perfuaías,opufculum hoc,mole quidem xiguum, pondere maximum, genüimump foetnm fummi viri;qui fibi totícriptis moy numentis pofteritatem devirixit ; tibi virqi" do&iffimo, et de Medicina preclaré meg. renti, gratiffimum fore. Quare fiferem]i; fronte hoc quidquid cft libelli, argumeng tum niez in teobfervátia.fufceperis, mee] folita beneuolétia amplexus fueris, candiifi...diore hoítia me litaffe exiftimabo, V AL E AS VIE uM «Iq ena o e942*  C6 dle: XA FT : NIST be ees; AS ears; ESSE ev E£3£ t 223 2, $9 "2; €2, -. s[EReps: iis t 5 c» T3TU P SV: Iq s] Qe os cota cs Aj bnc gear ee dpQp o  (x QE a ! icesb 9» Ges? 32 €x 3d ue æe 3» Gé ei S. y a à4d T axi à : ^cr Via hein lo: fote,ut biclabot meus iri: h vatios (ctmones eorüm; qui itüt! tatioSeimm averent cognofce hs s res vel ccgbitam improbatent; gp üt o hominum geneti pfe tibfire era primm lom nium It anitno háb beo. Cüm ab juv enillbus an jnisa d hofce jam e3 cXaCLz etatistertnibos, ita tneddicam ! lianc f2ctitavilfem artemsut fimul alias lio fiiine libero dienasartesaff BieXpoitulavete mecum amici fiotüni Iiéteratüm e2enere pius alic quantó Viderer Mponete labo tis;ac itudii, quim 1n hac ipfa faculIlKite; dade nominis,ac virz z leaüdor nobis peti qxur uai verfus. Q iipp ) €; 1] *baut,moftros in Hippo Ja ^ Cratem, et in cione P MA ccn Corbin C. (cr v "m - et colertem homines, quód in t3» tATlIos. D» tários,itemque de Ne vorum varietate Commer tarium » quaimyis ad ipfos Medicina fontes haudij'" dubié pertinerent ; non tamen attingere confueesj o" tudjnem,& ufum artis,& equum etfe; ut quadra:4i^ ginta annorum,quotfermé contrivimus in how medico negotio, fructus aliquis ad publicam utiifi" litatem exí(taret. luíta omnino,« piena fenfu .humaniffimi vifa eft querela,fecimá ufq; libenté: ind uraninium,& cogitationem à noftri: oble Games tisad commune beneficium avocaretmus. V erümpiuz enimveró cum attenta meditatione mecum ipfi confiderafem, ecquis in tanta librorum varietatufil vacuus locusinduftriz mea celictus foret, 1ta regu periebam, otània, quecumque vel (cientiaé petu veítigatione, vcl differendi tubtilitare trademdigji effent, exp icaffe inagnos viros, quorum nec virgi [1 gere, necequaregioriam poffem: ltznova cutdibis folicitabatanimum meum; et haud fané medicis criterangebar. Nam neque placebat actum agegpiir do tempus conterere,neque certandocum eXceepiü lentibus ingeniis mereri reprehenfionem ; et capi villos;& recté monentibus ; atque cohortantib»] atoicis animuserat fatisfacere. In bac fluctuanij apim1 folicitüdine di multumque volutátussari madverti tandem »locis'aliis omnibusoccupat:) eum vacare,qui veluti moresartis» et quotidilj nam diíciplinam contineret. Nam etfi partez hancipfam attigere permu'tl» veriüs tamen at gere, quà ad plenum funt exíecut; : Et plerum que ità variantopinionibus » atque fenrentilss haud fermé vera ratio poffit extricari .Quamed geni [i sh ilperfa, vel contraria concilíando;vel omnia com tem vel ínchoata perficiendo ; vel colligendo di» wiMPlectendo via quadam, et ratione; videbar aliiu] id conferre poffe viciffim arti, que nobis et vi ujee die nitatem,& commoda rei familiaris, et gra iliam ;& amicos, et vitam denique ipfam confett, drelut zmula Fortunz, certé diving opis ad mint wlkra . Cæterüm fcianr, quorum in manus hzc no ilEra cura pervenerit, fummam e(Te voti,ut vergzen: 2 ihe jam ztate; patri& profimus extremo conattis iatera concupi(cere ; vel fequi defitum mihi effe. «sciant item, quamvis certifima hzc fit; et (impli«hiffima experimentorum difciplina ; quam táàm AMiu tractando calamitates humani corporis,int ldpfo pta (ertim Valetudinario Mediolanenfi,thea ro morborum omnium; haufimus, haud tamen dupuenaciter nos defendere quidquam, et affirma idre.Sententiam mcam expono; inde fædum nce» dpcusfædum exitu quod vitet, fumat juventus,que alprodit nunc primüm ad publice valetudinis cu jram. Primus Liber zfeimad'verftomes et: Cautiones continet, qua ad Medi cum pertinet quatenus AMedicusi e$t ; et proamait loco effe poterit . Secundus, eas,quain reda vidus) vone,poti[simuin acutisocctmrat:) Tertiuseas, qua ad pbarmaceutt-) cum negotium pertinent. UATtHs, £45, quatn fanguints mif s: 7ene ob'ventunt, n Quintus;easquain curandis febr'vh bus obf erwari delent . Sextus 2245s verfatur.qua ad mor9 bos partic nlares Acapite ad meti. bra naturalia pertinent . Se eptimus eA$ conmpre! hendit, qui ka reliquis morbis ob[e META Y i" REA T e y9 TITLE Bnimaduerfionum, et Cautionum Me. dicarum, Continens eas, Que ad Medicum pertinent, quatenus Medicus ejV : quz proeezz loco e [Je poterit - EDICVYVS pietatis, et relioionis .,M*4/* TÉ e. TAN c pietatis cul "4 maxume fit cultor, arque ad ean- «n 4721/4. dem x2ros ccnetur revocare. É 2. Habitu corporis in omnibtis. 5, ;,, rp, fanitatem praíeferat,, quantunx prafeferat peculiaris ejus natura concefferit : putant enim. plerique horminum,;fiqui minüs feliciter cc rp us difpofitum habeant; eos neque aliis confülere poffe. Flipp. Zb. de Ædico. namajunt : Cauet primum fesct tunc me illi daba. RÆ IR 3« Caveant igitur Medici, ne fe valetudina- ],;,,];:.. tios prædicent ;, et fi quando periodicis morbis. tentantur, cur illos eyirare nequeant» often» dant ; quomodo autein fácilé illos evincant ; etiam doceant. . Sit ftudiofus externz mundideismanibus Stadiofus ^ x : . Veg PE ?/^* sotiffimüm, unguibus » capillis, et barba. Ex sonnditiet ) qum Hipp. //b. de AMedico: oie Caveat tamen exceffum, ne in ttnolli-, / ; nsa datine,, ticmncadat,neve excrementorum alvi, lotii, et excretorum "per- tüffim. confpectum averfar1 credatur . nin ; 6. Veftitu utatur decoro . Hipp. l;b. de 7M eVeilitade-. 1; 9. Caveat, ne in fufpicionem ampullofi artifi£0Yf45 e A. pow ccn cis cadat,& Sophiftz, quem depingit fuis coic ribus Hippocrates Jb. de deceztzornatu, bis ver bis : Jem conventu faétosambitiosa queffuosa fna profeffione decipientessia urbium circulis ver- fantur .- Quos ex vefhitu (&* catevis ornamentas quis cognofceye poterit « Quin etiam, quà [umptuofiusornari fuerit, eo majore odio ave r[andi, ab RSS o oc eisquieos circum [pexerint, fusiendi. Ex u[n au- iu tem fuerit, contrarium in bis fpettare ; quibus 102 zne[t exquifttus, neque curiofus ornatus» ui [eje c cultus venuftate e frugalitate, non tam ad fuperflum curiofitatems quam ad optimam ex fliimationem » prudentiam ; C animizaoderationem compavarunt . Càm enimilli dodtrinà fibi au&torita- rem comparare nequeant, fplendore au n,veftium cultu medico ; ac fervorum grege, eam A comparare ftudent ; quos ridens Anftophanes p ram *- ip INebul. joco vocat cOpatyldoyv e pyo Xo TES. ar adimi ' quód digitos ad ungues ufque annulis erpent. y? Odoratis utatur; cavcat tamen, ne morbi r, o45,;7. inde concitentur : fepe enim mofchui, et fimi- qualis. lia. redolentes, hyftc 'TIcas mulieres enecant . Sintigitur temperata omnia . 9. Qualis effe debeat Medicus in omnibus y,,4;77; i ftans, non aliis verbis, quim Hippocratis, o5 ibus defcribendus videtur, Jib. de deceztz orgatu . ti pra]is reliquo vitz cultu muni mé fint diffluentes, auf quati ac fuperfiu1 ; id eft . honefti in omnibus;f ftudentes, dicto, nec facto fuas actiones u]trà quàm decet jactantes,; fed cum candore,veritate,& inteeri- tate, fepofità omni fimulatione, finceré omnia reprefentantes; 1n hominum concurfibus oraves; ad refp da dum, et docendum faciles,& appofiti ; ad altercantes graves, et pro veritate conftantes ; in fimilium amicitiis con- trahendis s prof b 1C jentes ; cum omnibus huma- n1, familiares, et affabiles ; in feditiofis contentionibus taciturni, eofque audiant patientet, et us in refpondendo, fi effucere non poffint, mode- A fti et quafi cogitabundi prudenter refpódeant; errores aliorum ita corricant,ut non reprehen-- fionem, fed veritatem ob oculo sfib1 pra fixiff e oftendant. In occafione prudenter capta indà, et coenofcendàoculati. In victu fru cales, e paucis contenti; liberales fint, non fordidi ; aut petaces .. Patientes fint in occafione exfpectan- dà, neque finantfe, aut deri, aut.affiftentium precibus; aut importunis verbis vinci, ant'ad e entum ante tempt Tene ores cibos ; vinümque concedendum .. Non à c / (4 m de À a fint i2 Qs fint taciturni, neque loquaces ; f-d in eàzemo- derationem fervenr ;; promptitudinem tamen; datà occafione, ad ratiocinandum oftendant ; | nihil fine demcnftratione proferentes;non bàr- ^ baré,aut populariter?oquantur, fed cum affi- M ftentibus; et zero eleganter; et pure, cum Me-- dicis Lariné . R ectefaaàt perfüadere ; nam Pfa AA ve m9 Qo pde Legibus,vodr, ut primum doceat, et , Æ - perfuadeat Medicus quid fitxgrofaciendum, | i 4cnon priüs imperer, ita promptiüs parebit..i Quare dicebat Ariftoteles: Parebo lubens; fi vera58 bacsqua dacts « effe.demion[lraveris. Xlonores per. fe contemnant, ambitione ca£entes ; fed ob vir- tutem cujus comeseft edoria ;. pro1pfo.etiam et vtabtm - honore certenz, virtutem tamen certà ratione "Non :nani gloria n 77. fmi amore gentetur . ftabilitam Hibenier admittant ;ine opinionis fuæ nimiim ftudiofi videantur. Caveantmaximó, ne inani elorià, aut ni- mio fui amore rententur 5 1llà enim ; quod ne- fciuntdifcere prz pudore renuunt;neinfcitiam cum rübore-prodant per ;dium vero có pervce- niffe fe rerfuadent fibi, quó perzendum erat. 10. 'Ne fe alicujusfectz, tamquam 1nanci MIT À ; "i E ^ pu fi pium, addicant; necjurent inalicujus auctoris feta. fententiam, fed nudam rnaim fectenrur wer p «i Suvalis £z &walis £n e» rreffibas. tatem, ilíquefchi fübfcribant . 11. "Medicorum cóngszeffus, et confultatio- : nes libenter admittant; iltud cbfervantes s ut in| jis fuperflua omnia devatent, nibil ad pompam i| proponant:contradicendi ftudio non ducantuz; fed ciun f. ]um fibi finem prafigant;ut mc rbumy £vin- f. evincant, ac priftinam reftituant fanitatem. Congretfus hi, et plurium Medicorum confültationes feclufis arbitris fiant, neque affi- nes, et dometfticradmittantur: liberis enim fic proferuntur fentent&e, atq; facta à primo Medico » fi quando correcte ne indieent, corriot liberé potfünt, fine rtot$ ienorantiz; qu v fi fir- mis rationibus erunt firmata, facilc à Medico admittentur; quz fi palàm, et domefticis au- dientibus proponantur ; ab eodem mordicus defendentur, etiam fi falfum defendere fe cos gnoverit, ne fi mors fubfequatur,iMlTius caufa in eunr referatur. Vnde perpetva diffidia inter Medicosoriuntur, quod antiqui Patres noftri ir hac noftri urbe, et noftro €cleeio obfervans tes, lege caverunt, ne confültationes medic pu ibIice haberentur ; unde etiam tanta conccr- diainter Medicos magna Rujus urbis fempet perfeveravit, ut in£er tam mu[tos vix unum re« perias, qui altum ad medicas conífültatiores. non admittat 13« SyInam medicamentorum: praffantiffiTorum ad morborum eenus quodcumq; prom ptamad manus habeant ; ne ina2rverte morbo; ac inducias non faciente, veluti in fàlo harere videantur. 14. Vtfelectiora quedam, et experta, fi- piifque ex perientià confirmata habere eos có« venit ; 1ta 1l[a in arcanis ita habere non decet, ut etiama iliis communia ncn faciant. 1j.Sit re ; et opere Medicus, non famá, avt A 3 noml- $ Confalta-o Loz 65 fang feciufis are bitris » Sy'uam mo 4.€^826€5nf10e rumed ma 2/M5 habeot Secrefa Tr dia noz ) b sbeat, fedi CQÓaAunittf. Qu enis de et exciledus- nomine tantüm.; quod ut affequatur,his omníbus przditum effeoportet;de quibus Hipp. /b. Y: de Lege. Nam excoli optime debent hominum ingenia, fi ad perfectionem in hac. facultate ;ervenire debeant. Qualis enim in terris nafceuum eft culturastalis euam Medicine cognitio. Indigemus igitur IVatura » Dotlrina s Moribus genero[is, Loco ad di[cendum accommodata, In[ltutione Apuero, Induflria s et Tempore. Natura no[ftva veluti ager efl doemata vero docentium veluti femina funt . Infliturio à puero refpondet opportuno tempori » quo [emina terra committi debent » Locus flIudiis aptus eft veluti ambiens æv, à quo € terrana[centibus nutvimentum accedit . Induflvia, € flndium cultura e[t . "Tempus tandem bac omma eonfirmat, ut perfecte nutriantur . Exercitationem medicam fub docto ; et ds perito viro facere non dedignetur, neque erud ha d befcat difficilia queque perfcrutari, atque de icd "^ obfcuris interrogare : fic peraliquod temporis intervallum in magnis urbibus fefe exerceat ; exa codea. non ftatim in vilibus oppidis, ftipendio conftiA iwel. Lf. tuto, quod plerique faciunt ; ad medicinam fa- E T ciendam fefe accingat. Modeftià. quàdam accinctus zerotan- pus ingre titm. domos ingrediatur; quilibet enim horà distar. Virgines, matronz, occurrunt, ut continentiam ómnibus in rebus et habere, et reprzíentare teneatur. Cg gl. 18. Cumimpernts,& mulierculis de mor- culis, chi» bor:m caufis, aut prefidiis adhibendis non2 agat; E xerceat fe / 253 Mod» Íe ao Avw, GCL C [LE € Bat ; fed neceffaria folüm proponat : folent peritis de; énim imperiti Medici, ut gratiam apud multos rebus. snee aucupentut ;, hoc medio mulieres et imp 'Cr1tos feducere; quafi illas multi facientes, ut fi quan- do morbis tententur ; eos ad curationem accer- fà nt. 19. Gratisaliquando medendum tum pau- peribus, tum veris amicis;ne aut fordidi animi, aut minus grati notam fübire coeantur . o. Neque tamen velim Medicos mercedem aut datam no recipere, aut oblatam quafi aver- fari, aut exhibitam quafi cum rubore, aut velu- t furtim excipere : fi enim prompté mercedem recipere viderit ; fibieger perfuadebit, Medicüm illius curationem libenter fufcepturum., neque quippiam eorum omiífurum, quz pro anitate introducendà fuerint peragenda. Mer- cede autem non receptà,aut dubitabit, inre ani- mo curationem non füfcepiffe,aut certé dignum illum eà non fe cognofcere ; unde contemptus ; et exiftimationis non levis jdn ra. Sunt enim, qui hac raüone multorum curationes aucupen tur, quibus cum cxpeélationi pramium ncn. oftmodüm correfpondeat aut moleftiam, et I f],, onus illud fine fructu fuftinere coguntur ; aut muffitantes, et in angiportu deinerati animi vitio conquerentes, quafi ridiculi, amiffis la- boribus, et laborum pramiis, deferuntur, aut euam exploduntur, alis in illorum locum. poets . Impium eft ; magno morbo urcente A ; de A nie ditis non [ferat » Gratis ali quando Cii. rand 26 ^ Mercedem. Bromptée ac. CibiAo De mirede non pa- mercede pacifci:ut enim in nobih hacarte feres eifcatur. per hocindignuin videtüt, ita urgente tDorbos impium : occafio enim mederidi fepeavolat ; dumdemercede z$er dehberat : hujus enim opportunitatis momenta redire nequeunt, et cà elapsà, inclinatio fitad mortem, autad de terius . Atneetiam, fi quem ingratum futurum Ingeetos 1 arbitretur;in periculis deferat; fatis enim fern- seceffitati- per fait, ingratos etiam fututos humanitate.» us non de (crvare ; quàm inhumaniter obingratitudinis ferat inetum deferere: et nielius multó eft; à morbo evalefcentibus exptobrare, quàm calamitose affe&tos deferere . Hipp. zz Praceptionbus. M Neimmoderaté, aut immodetfté nimià Non fit i4. cy, ya tantià ninrim polliceatur : nimia enim ét bund'h. tc cnrationem pollicitatio;exculationem poft e» nm! cutam requirit. : pollicitator. N A dis idein z4. Nec rationein curandis morbis folüm; Docheina, sitatar; nec ufu, aut nüdà experienuà : claudi- C "[4p9l- cat enim Medicus alterutro horum crure defti- sini tutus, Ratioigitur ab experienuà incipiat ; et in eam etiam definat : Experientia autem du- cem habeat rationem, et 1n eam dentque termi- hetur 5 utra enim per fe indigzens;altera alterius auxilio'ecet. 2$. Non inhumaná feverirate ubíq; utatur s Nox fii fe. led fecundum conditionem hominum fe guber- . veru; net; nonnumquam eratis curet, vel ob eratitu- dinis memoriam, vel pre(entem exiftimatione, né avaridü » notam incurrat ; Quod fi occafig exclexercende liberalitatis fefe obtulerit, vel pere- erino, vel eeeno omnino füccurrat: Si enim ad- fuerit benignitas, aderitetiam artificio cóm pa- ratus artiamor. Adeó ut quidam eeri, etiam fi fentiant morbum fuum calamitofum éffe, ta- men propter Medici benignitatem, fibi perfua- deant, fe ad fanitatemredire poffe. Hipp.sz Preceprtozibus . Prolaborantiumvariá naturá, et condi- tione, in congrefTibus, et fermonibus conferen- disorationeminftituat ; et materiam fibi deli- gat : alio enim modo cum viro philofopho eft differendum,& aliocumaulico;diverfa eft ratio alloquendi puellam vireinem, et matro- nam gravem : cum bibacealiquid de vino loquetur, de frieide, et limpidz aqua deliciis cum abftemio ;. et fic in fineulis., In fermori bus varius pro agreráá VATRCÍATE o PEDI b MEDIOLANENSIS, Animaduerfionum, et Cautionum Me- -. dicarum, Continens eas, Quein vetlavitlus ratione » potiffggum. 1n acutis occurrunt. Vstlus 1n acatis te- 20H55 CHI» c Vamvis acuta febre. laboranti- E busvictus tenuis conveniat, pro Xarietgte acutiel immutandus, ; E] Gut materie coricoquenda na- ; turamæis poffit vacare, atque morbo et fymptomatibus conflictata, cibo etiam et craffiori, et plurioppreffa, non fuc- cumbat. Virtute tamen debili per fe1pfam exi- ftente, et ncn vimorbi, aut forma vià üs per unum graduri aut faltem quantitas erit augé- da.Si veró vi morbi debilis reddatur, ut aliquo Vidus'vtr- ule o fe dei b; d^ 4i-- ge duse: foi Y723* ; ff vt bow folà modo quantiras.augeri poteft; Itánumquai quátitate . forma viclás crit immutanda. In virium imbecillitate, alia fit ratio vi1- éüsin qua intitate, fi 1 per refolutionem fiat et alia.fi 1 per acefava tic nem : in hacenr np árüm, et raró;inillà parüm,& fepé cibus offeredus eft. ji V ictüs forma, et quantitas, licecab Hip- pocrate et Medicis prafcribatur definita; pro conditione morbi mpg cautio tamen ma- xima adh iben da eft, pectu naturalis tempe- ramenti, cüm alios « di inedi. im minüsidoneos M idea imus, alios Jejunio ne tantillum quidem debilitart: : Quareaugendam 1n illis quantita- em dicimus; quin et formzx eradumaliquando immu tandum, ut in calidis, et calidis et ficcis obfervamus;, in quibus nifiid fiat, et acuüntur ce bres, adgratirti humores, et exliau- untur fpiritus ; unde in animi deliquia,fynconi et maraífmum denique terminantur cori. 4. Cautio etiam adhibenda eftin victu infii- ti iendo, qualis fit corporis habitudo, an mollis, laxa;poris pervia; an folidior, torcfa;& durior: - : I 'U:rYidufo YAYO » [4 per aggrauatie (EP; J/! be tal rcf p»? (0x e p? TY HZ, C 45€ € 6 Z4 7713 Viéiusiun- JTHARAMS rattome 16é- peramone tora it i E Vicdlus ime mutandus rattonc ba- in i]l|à enim quantitas erit cibiaugenda, inhac £was co;- potius minu crida L poris. $. Habenda etiam maximé eft ratio ventri- V/«s imculi : $1 enim veegetus fit calore, et multo fenfu przditus;aliquanto plus HH: erit concedendum: fiad coctionem iners; et calore deftitutus ; füb- uahendum de qi lantitate erit. 6. Viris, quàm mulieribus;iracundis, et ro- buftis, quàm poni animi ho muncionibus;pl Us femper eft concedendum. 7. In&tatbus ; ut pueris; et adolefcentibus plura mut TT Yattone diftofitionis ventrictlt e PS do ( ;bi. quan IHto$ 2114 da vefteéin f Xs . M Ó / Puæris Co gm tesa e RE :£z. adolefcensi plura funt concedenda,tum ob difflaüonem ni] gri &us pluse - miam;Scob caloris robur, et ob teneram, mol-'1::: bicateden- lémque fübffantiz compagem, tum quód per-.] i dum quà cnni quodamcorporis motu agitati, facile ex-- eii fenibus-. hauriuntut:ita fenibus liberius etiam jejunium) i52 poteft imperari. Cave tamer, ne inter fenes de- (ou: Decrepitis : áo abs e pe" i Ai : parum, c. CEepltos collocaveris ; hrenim;cum virium ime jr fp. becillitate tententur; ac fpirituum paucitate;utr| ui pauco: cibo fünt reficiendi, ne paucus calor ài yiii multo füffocetur ; ita fepé cibandi, ne coníu--| iii mantur.r. Z4pbor.14- griff ra. |. 9« Inquantitateveró, qualitate; numero ex-4 oi tiopyo va- hibitiorum,ac forma victüs, et confuüetudini 5 1 vietate con et regioni multum tribuendum cenfebat Dicta-4 («« fuetudinis, tor nofter 1.4pbor. 17.quia quorum ventriculuss| cj €» regionis (emel, aut bis humefcere intumefcere, et con-J c; eit mutan- coquere con(üevit, fr defraudetur ; muratà con-4 ;j; di. füetudine,temperamentum;habitum;, et actio-4 nem immutat . Et fi mufta et ingerere, et con-4 i. coquere folito aut potionem fimplicem;aut for-4 ».; bitiunculam exhibeas, in marcorentcitó indu-4 Ces, ac vires vitales quàm primüm deftrues . 9. Cavendum etiam in quantitate cibr prz-4. fcribendà in febribus, nefemper, et omnibus$),., gonceden-- » jade d n "T. Dun 4i;, fed r4. ARI temporibus eandem definiamus,cum hye-4;. vius; 4ifta 86)& vere, quód ventres tunc naturali calore. fe minus, làaximé abundent, vnica exhibitione plus fii! ftd fapius . exhibend um :' hoc enim eff; quod docebatur alli s. Hippocrate, 1. Zfphbor. 15. Æftateautem, S, autumno, cüm calor langueat, minor quantita:4? fingulis vicibus erit concedenda ; fed fzepius re«4? p Hyeme pi? TA Mur 3 petenda, ut calor, qui.diffolvitur, poffit inftau- rari : quódnfinuavit 1. Z4phbor. 18. IO. Cautio tamenfit, ut zftate, fi partitas "A cfilate exhibitiones, et quantitatem totam, autnius 44modo dici ;aut integri quatridui metirus eris major PI eonce- fit quantitas, minar atizem hyeme: nam hyeme 4*24»m i» minor adeftneceffitas quód tunc minüs refo]- partitis vicibus conceffo,& imbecillirati caloris fatisfaciemus, minus fineulà vice exhibentes ; et miim refotutioni, fzepiirs Gibiuexhibentes: quod Galenus infinuavit 1.4e rat. wit az acut. 44. ubrenumerans, quzad:cibi in zeris fiibera- €tonem faciunt,unumid.effe inter aliascribit, quód hycme quis laboret;minus.enim tunccibi erit offerendum : recenfens autem quz ad cibi adjectionem faciunt, unum effe dixit, fi atate laboret, quod Avic. 1.4.7 a£. 2.cap.8. de ciba- tione febricitantium in generali æens confir- mavit. 11. Obfervandum autem, predicta non per- petuam habereveritatem, neque ratione cor- porum, neque ratione temporum anni : vatur corpus; etate autem coplofiori cibo, fed men "M^ * V7T^ ^V dt $ d o Hyeme uandomi aliqua. 54; puryig enim dantur corpora, quorum natuiraliscalor dug. adeo eft imbecillis;ut à frieiditate hyemis faci- lé cvincatur, calore veró zftatis quafi fcveatur: alia etiam, five occultà quàdam, et nobis inco- gnità proprietate, in aliquibus dictorum tem- porum annt; in robcre virium, aut imbecillita- te; proportione non refpondent difpofitionibus £X ann] temporibus profluentibus; aliquos enim í rci n Victus: for- a 12 4€H is variarda pro vavietate véeft, nc tinuà.; vftate robuftiores reddi » quàm Ca lioe fortlotes autumno, quàm vere. In his is ratione victüs inftituendà refpectu quantitatis, 1d; quod proximé dictum n erit fervan düm; tum in quantitate con- tà. Echyeme pauciora, fed fiepiüs ;eftate plura;fed rariàs erunt conceden- «la ; et anni tempora, fi fi naturalem non fervave- rint naturam, victum inftituendum oftendent cujus naturam induerüt. enim Récid hvet Inc pro ratione tem poris; tum in difcre potiffimu m 12. Forma etiam vids pro-regionum va rietate, et locorum confuetu dine; aliquo modo eftimmutanda, et quidem càdem ferv atà propor done per oradus rati inetempol 1 le laud andi IS. ÁÀ ver. 7 s,utip quantitate variandà um obfervan dum dixin « Colieét.cap. 10. cim .Vnin fuà.regiope. ;nemp ein Hifpaniz parte cali- dior, |, tenuilmam ditam effe aut cremoremip hord a€1 l« s àl aut: dux mmum melice 3 X és fórma folà im] it angu autincifu m; aut friatum ex: ; cüniantiquis, et Galeno potiffi- omnimoda quatriduana ine dia ; fictamen, ut vi--Jiz : eradum unum i1mmute--Jffi rautem ied fiat non à eradu ad era 1 dum, fed à.tenüi ad medium; &.aliavando eti ip» ut pid aim n pof 280.48 ad E lenuü In, Qua fi Pea cpLEIdJJMDUS Dac VICI jo^te Péceaph,quod in mu duis I Hp Hi " * Y e k AJpTpX CI ILE R4 iliz nobilif-, et Gallos eEa dà veró s ium; etiam legendus eft pul]-J Ccher x ha eatur ratio, WEINE Copfi chetrimusejus liber-De zere.. aquis, G' locis, qui luftratus. 13. Ex vite inflituto, ex arte etiam, quam. exercent, defumenda erit à Medic et formas quandoque victüs; et quantitas,càque utraque mutanda, prout magis, minüfve et laborib folidiores partes colliquantur, et huimcres, fj finifve exhauriuntur. r4« In quantitate ettam fu [us benda À ante- actz vitz rationem habere ;nonTj 'arvi Y0noJr.enpt ti eft : fi enim laute altus fit, fi plura ingeffefit) anres :: btrahenda erit quantitas : fi veró jejenaverit, et pauca,c: aquec nCO ctu facillima afivimg pfit pr aliquod temporis intervallum quantitas érit augenda, aut forma erad us. 1 $. Cuin à morbi lc ineitudipe, aut brevitate diftantiaque flatus nx rb limaxime ác IDattr a EN rma victis, et alic uie parte qu ántitas,tüt miris 1 d quam cinis victus rátio ; CUN TRC fultum Medias, et Paris cenfemus, quod àb Avac. conftitutum eft: Cum jenoras egritudm di » fubtilia recen. id enim in morbisà materi pendcnüibus cmnino intelligendum eft: Bie eniti) lo tempcris in- tervallo materia ncn auccturinec virtus-diflra- hiturà proprio furgendo murere agendi in. materiam: interim enim fuis fc fio eple miciBus, et materia faciens morbum. facilét ficnect. 16. Vtveriffimum eft Medicórüillvd pra- Céptum ; et commune tani ditturpis mcrbis . Bo95d- |! eiiam luculentis Comm entariJs à nobis eft il- dab. vs y 9, €L ; is,9ui $e ali-, utm banda e $ p Aser - EX! SÉ, ! e ien Acuttstn fóribus te nutus ciba dum quá 1 elus acutis Tenutfs. vi dla medz sn flatu se frg. Abb. 8S. veriffi-- 9 de ffa1u benes f»mptoma- ?4. quàm acutis ; JI flatuytenuiori vicluutendum e[- .| v. e, quam in principio; quoniam tamen fx penume- ro evenit;ob ingluviem in aliquibus civitatibus; ventriculos primis ftatim diebus, qui principio || debétur, crudis humoribus effe refertos,in lifde: etiam tenuiori victu, quàm per principium li--| ;... ceret, uti, et aliquando etiàm tenuiori, quàm ini| ftatu, cüm et inedia aliquando omnimoda con--| veniat, oportere cenfendum eft. Celfus /rb. 2..| cap. 16.dicebat: Jzgiria morborum primum [amem.»,| fitimque de[iderant . 17. Laudanda illorum eft. diftinctio, inte-1 : nui,aut craffo victu inftituédo 1n acutis, et d1u-! turnis morbis ; quód in febribus acutis tenuior) efTc debet, datà càdem brevitate, quàm in aliiss] acutis morbis ; quodin illis magis coctioni 1a-4 cumbendum fit; quàm virtuti;ac majora fubfinttj fymptomata : in diuturnis autem. febribus mi-j fius tenuiter alenduni eft ; quàm in aliis diutur--j nis morbis, quodin illismajor;quàm in his fiatt virium exfolutio, et proptereà etiam magis im febribus virtuti eft profpjciendum.. m 13. Cüm Hippocraus aphoriftice fententia]? quàm máximé univerfales etfe foleant; ea itidé;J que lib.r. propofita eft numero 8. quà afferitur:j Cum morbus in [uo vicore con[Iteyit., teutlfimon ^ vitlu utendum e[l. ut univerfalis fityomnibüfqued, morbis conveniat;de ftatu intelligenda erit,quiil| " ex magnitudine fvmpromatü fumitur : fic enim) tam vera erit.1n morbis non fervantibus mate--«! riamad unam criucam expulfionem, quàm in, ícr- L4 fervantibus, fecüs quàm communiter Medici crediderint ; qui Aphorifmum illum folüm ve- tum effe ce .nfüer int in morbis fervantibus ma- teriamad unam criticam expulfionem, de ftatu. ^ arbitrantes Hippocratem loqui, quià coctione céisndnit P fu mitur : in quc D bfervàrunt, Hippocratem Et. de vitiu acuit. 22. 1n morbo non fervante mate- riam ad unam criticam expulfi ionem,ut in plev- ride, 1n ftatu sn ies coctionem plenius nu- ciendum ftatuiffe. Quod fi ftatum penes ma- anitudinem fymp tomatum eti umin iis morbis fumamus, utin plevritide, etiam tenuiffimo v1 tu utitur eogezs lib.tex.a21. Cümos amarefcit, et ficcus morbus eft, tenuius ericalendum; tunc enim,.etiamfi fit principium, aut augmentum. penes coctionem,in flatu tamen penes fympto- mata confütutus efti morbus. Quamvis veriffima Hippocra tis fenten- A bu "x Tenuisi- tia I. Zfp5or. 7. tenuiffimá. dira. utendum effe, 1530 "viélta ]t ubi morbus per purse cít,ó TU EE soul bores; cxim end tamen ab his omnino erunt donsdas 458 fcbres peftilentes, in qi ET quamvis fummo raris, pe- fint fymptomata, et ciaflime ad ftatum perve- gilestes ta niatur, quód vires in cis flatim quafi collaba- se» feres Ícunt, lautiüs et uberiüs eft nutriendum, ipfo fut excie- etiam v190ris tempore ; ut abundé demon(ftra- 2:c74«. vimus in noftro] ibro 4e Peffe. t4 20. Ad formam victüsinfüituendam, puta, "(257 an Ver coena tenul,anmediocri,anomni- "^ 'TST da li nedi ?1 ;al (o k )po yu all fo rbition! bi IS,an c 64 £ercu lis, pU La ; UC Xtà pt lan à, pane coricifo, aut LA COR - Ü * den ^. 4634€44, C" po 4 770A" contritoex jure;quamvis virtus primum locum fibi vendicet; Galeno refte, 9. AMeth.smed.cap.11« (P 13. 1. de.vat. vitl. 1n cut. 44. quod cüm. morbus fui ablationem folum indicet,virtus verofui cuftodiam ; hac potiífimüm victüs formam oftendet, morbi ramen difpofitio etiam ad hoc concurrit: nam ZApbor.7.dicebat,//b: smorbus peracutus eft, C fLatim extremos habet labores,extreme tem[[imo vitlu utendum e|! . pex labores, acceffiones ; et fymptomata intelligens, que morbi difpofitionem conftituunt, ut et colligi poteft ex 24phor. feq. C" 1. acut. 42. 43« 44- (2. esic- dut, 36. ubi ad formam victüsinveftigandam.», bud qu^ xewndicit neceffariam effe cognitionem et roboris E virium,& difpofitionis morbi; et 3. acut. 61. Et jure quidem merito: quis enimncefciat, ex lon- cis, gravibüfque acceffionibus, gra ibüfque íymptomatis formam victüs tenuiorem indica- ti, nenatura tuncin refiftendo caufz morbificze, et (ymptomatibus detenta, ad concoquendum cibum diftrahatur ? Verüm nec virtus fola fufti- cit, neque illi conjuncta morbi difpofitio, nifi iis diftantie ftatüs pracognidonem adjunga- mus; nam,etfi ex conftitutione morbi, et viadü robore folam potionem in prfenti convenien- tem effe cognoverimus;perfedlé ramen hocífci- renon licebit, citra ftatüs przecognitionem, an ciboillo in pofterum fufficere valeat ; Citra vir- rutisincommodum .: Obid Hippocrates, poft- quàm morborum difpofitionem recenfuiffet,. fi fubintnlit : Coz];cere atttem oportet » &gvotamtem, fi feficiet, ANIM A4DFERS. LIB. II. i9 fi [fficiat, cum vitlu perdurare, doge snorbus con- f ftat . Fi tcb 1d. Hippocrates in cc onfidcratione virtutis, ftotüsn.eminit. A morbi igitur difpO« sev» "Ad fincne victüs fcrmam ei iemus ; deindea Oro- ew. tantis virtutem infpiciemus ; deinde ftatüs di» antiam conjlciemus ; demümzaftimabimus; an eo victu, qvem mcrbi conftitutio indicat; virtus zgrctantis ad ftatum, citramagnum vi rium incommodt :, durare queat; in quá fen- rentiam veniffc G: ehum videmus r. "hor. 12. 21. Cümin vi& üsinflitutioneillud maximé fita pud et antique esp atrcs noftros, et recentio- tes contr: verfum, cum d ces admodum ne- presaléte S ectio et fermo vic iis ; et qvantitas determina- dicatióne ta prafcribi r« f: t; ad quam partem przftet de- 555, Errores 45 tenunatiu, clinare, vt minüs Izxdamus, an ad: iumpliorem, fas. ders. in ad tenuicrem ; cb locos Hippocratis co ntfO- riores, f im Verícs, 1. 7 por. C07 2.derar.vict4z acut. acfecia. al:0s .1n €à cif cultate has adhibeat cau e nes Medicvs, Cümà virtute primó illa dicatur infütvi, et per fe, ; peradjectionem ; fecunda fio, ! peraccidens à morbo, per fü btrad 1onem., fi Medico 1n victüs ratione inftituendà, tum i fcrmá,tum in quantitate, viribus non ma validis, nec morbo multin n co intrà Indicante, contineataliqvantifpera recta victüsratione» defiectere Paucis Ito eft, pauló pleni r vt) victu, et ad latus ( ut ajunt) plenioris accedete, quàm ad t:nvicrem, prevalente indicaticne s virtitis . quàm rc A lav ctiam exemp lo cc nfir- iEaVIt Gal.1.4cnt.a2 .Quc madmodum écontfà, Preoalegte Bv a consoc .4ALII M EDIOL. anorbe funt contraindicatione morbi fübtrahendi przva- deteriores lente, et viribus validis, ceteris enam morbum fei exctffd- adjuvantibus, preftabitomnino ad tenuioremi deflectere, acfi quando errando à recto illotra- mire recedat, minüs peccabit, fiad latus tenuio risaccedet; fic enim ratio dictat, prevalente;có quód fübtrahendum effe indicat;morbo, quod ibidem Galenus affirmavit. Ires ino 22. Obfervandumautem fi pat fit indicatio forma vi-- à virtute, « contraindicatioà morbo, in victüs dius pari i- formà inftituendà equale omnino effe pecca1 5c 545a gutant, qua fortiora [untynocerent s qua debiltora, prode[Jent.facilis [ant ves erat : Multum emm de fecuro detrahere oportebat, ut ad d ebiliffimum de- duceretur . INunc autem uon minus delutum, nec oninus ladit hominem; ft pauciora, defectuaftora, euàm [atis eft, affumantur : fames emm magnam potentiam in naturam bhomims babet Ci famandisce dlbilitaudi, € occidendi : multaautema etiam alia wala diver[aquimedlen ab ii:,qua ox veplettone fanty "mom quit : $; quidem igitur [inapliciter, velut. aliqui ANIM.ADVERS. LIB. II. 2n gan minus autem gravia, inanirionis [unt 5 quamee obremmulto variegatior eff, et majorem diligen- tiam requirit s oportet enipa modum aliquem cone qePlare . Modum autem, neque pondus, ueque ne Ier aliquem; ad quem referas,cogno[ces ; Cer- titudinem enim exattam non veperies aliam, quati corporis fe fenfim... Quayropter valde operofum eff, za exatte condi[cer e, ut parum 1n alterutram pay- tem del ling "AS $ quamquam ego eam eum AM edi- cum vehementer laudarem, qui parum delinquat ; Certitudinem enim exatiam varo viderc contineit. Mox comparat malos Medicos malis na- ARA vium eubernatoribus ; qui dum tranquillum. Je na mare, etiam fi aberrent;ncn fiunt mani» 7^9 . eft eorum errores : atv bi tc mp inoru erit; »iHa eorum det tceit vriencrantia : Ita et Me- dicorum errcres, dum falvbres my db OS CUFahts etiam 1fi n hirixime celinavant, ncn fiunt manifefti :atubio raves m« rbifefei1llis cfferunt curan- di,tunc manifefte d leprel enduntvr. Moxexem- plo (Litieiim docet, non mincra 1nccmmoda,s provenireà repletione, quàmab inanitione ; et loquitur non de quantitate, - de formà vie étüs, ut patet ex pr imis, cum dk 151 que fortto- ya [unt, "0cezt . quod ad fü nct ciborum pertinere conftat. 23. At veró paribus, et ex virtute. et ex mor- bo vigentibusindica tionibus, fi quisin metlen- ^ "m $ Z Krrores i5 JENNSMAM e dà quantitate à rectà ratione recefferit, 1ita ut fip les plusin quantitate, quàm o pot teát, exhibest, 4445" quá aut et *a debità meníurza à aliquid ca letraha p^ P uta, (1 e foy? P3 fex PT)  ALII MEDIOL. fex uncias fucci ptiffanz exhibere debeat, et aue . octo,aut quatucr prebeat,maj us commtttet er- ratum, fi octo concedat, quàm fi quatuor folas propinet: hoc enim eft;quod Hipp.zex. 57 lb. 2.4CHf. docebat: adjecticni autem cibcrü multó minüs attendendum. Et rationem reddit,jnam quod plus eft;noxas affert inemendabil 65; quod veró minus, facilé emendatur, nempe fi virtus labafcere videatur, cibi exiguum poffum: is mi- niftrare; verüm fi in ventré cibus fit abforptus ; quod füperfluit ; fialiàs, multó magis in acutis morbis, tollere eft difficile. Vbi et Hip pecra- tis, et Galeni verba non de formà victüs, "s d de quantitate effe, manifeftum eft. M [cüm veró id refert, quot niam viciüs f rme«&eradu, et fpecie diverfz funt;cognofcique,& e iei, difcer- nique Medico, in Hippocraus, et Galeni ope- ribus excrcitato poteri ^ SIQve in ea errores committantt: ir, neceffe eft, freciem mutare» ; sícque mæ2na erit muta ee etiamfi per upum folum eradu m,aut fpeciem tranfieris,ut à meli- crato ad inediam,vel fic um pütfanz ; unde et parerrorcommittitur. Átin quantitate;cum» eonjecturà folà uti poffimus, an macis, an mi- nus fit exhibendum, non eft rar ra tio; ; quia ; fil tantam quantitatem exhibe eris primá cibatio- lt « nc, ut commode conficere poffit; nullo morbi autin veh emen tià, aut In acceffionibus facto:| augmento,& eam quantitatem facile ferat, Vi- dcatürq; majorem etizm quantitatem citra in- commodum ferre poffe ; quia inde conjicis, te: minus, quàm oportet, exbibuiffe, in fequena oblatione parüm adjicies, ita ; quod minus eft, facilé emendatur ; quód fi plus exhiberemus ; quàm zerotantis natura ferre poffet, noxasma emendare ita facile non effet : Nam hunc erro- rem hec fequuntur incommoda,gravitas hypo- chondriorum, frequentia anhelitus, febriles in- cenfiones, fitis, capitis dolores, et hujufmodi, quz omnia difficile tolli poffunt; nam repletio- nem hanc dedi camento o tollere non 1 licet, eum. nem. In formà veró fecüs ied; nam fi à debiri forma,vel fup rà, vel 1nfrà ctiam, per unum eræ dum tantum deflexeris, egrum præcipitem. æes in mortem, ut longa oratione docuerunt Wppdersteo! et Galenus 1. ACHT. 30.40. (P 44 Co" 2. ACHf. 19. e ?* 49. Locus veró ^ "Apbor. $. qui » determinationi € directo adverfari videtur, ull odi reptienat ; neque enim loquitur de tenulori victu,quàm par fit, fed de erroribus,& Izefronibus 1n tenui victis ratione evenientibus, dicens, efle majores læfiones, quz accidunt ex rroribus in tenui victu accidétib js, quàm qua 5 x erroribus commiffisin pauló pleniori. Vel m dici poteft, inillo $. Aphorifmoloqui de totà victis rationis formà in toto morbo, quse multó periculofior eft, quia errores commifli maois lædüt:at 2.4€41.237.loquitur de unicá;aut alterà cibi exhibitione in quatitate, quz fi plus fuerit quàm oportet, plüs lzdit,quàm fi minus. D 4 24.4 Ne LVD. SEPT ALII AfEDIOL. Giuspem 24: Ne quis errorem cenfeat,fi Medicus ali- lb deterier quando ex pluribus cibis non malis, minus bo- sod) f44- num feligat, et per totum morbi decurfüum ino vtor conce fam ducat, fi multó magis palato zorotanus v iia e arrideat five ex confüetu linefiveexnaturàpes |! Fielligédi - culiari, fiveex appetitu in morbo : Docebat 2d enim Hippocratés id omnino preftandum 2. "Apbor.58. Sed diligenter attendat,ne luxu, et intemperantià ægri in Crrores ducantur, quod [itu paffim ab adulantibus Medicis fieri video ; qui ut principum virorum cule tamquam manci- pia inferviant, abutentes utiliffimà Hippocra- tis fententil;aut zgrotantes pracipites agunt in mortém, intemperantiz, et dominandi cujuídabo prorogato libidinis poenas dantes ; aut mor arumenas fuas omnino 1mplentes ; cüm fciants Hippocratem dixiffe non abfoluté, fed pauló deteriorem prxftantiori, modo fuavior fit; effe preferendum. ibit 25. Gratificandum preterea quandoq; cgris ibis grati docebat Hipp.6. Epid. fett. 4-tex.S. At id aliquid ! amplius eft, unam enim, aut alteram cibatione:j 24 cdit &gris ce dis Had Col eo eri contra. ÉCLpYCIC 1n quà deje&toappetitu aut V1 morbt » reglas. aut longitudine ; aut utobfequentem magis 3 reliquis habeamus; aliquid concedendutrb s4t jj; quod extra limites inftituti victüs etiam fit po-4 i; (itum, modó modicum fit : interim plura pol- liceantur, ut importunitatem cohibeant. Adoersstj». 26. Aliquando tamen eó ufque dejecta eftin omaino vi- €grisappetentia,ut cibi eenus omne refugiant: Ái aliquan. ac averfentur; quin etiam,ratione fuadete» cun v1m e Vini fibi ipfis inferant cibos affumentes ; ftaum illos evomunt, et tunc Medicus deterrima que- que concedere femel aut iterum debet, ut vires cuftodiat, ne in certiffimam mortem cadant : fepé enim evenit;ut ex malo illo cibo affum pto expetito natura inftauretur,& morbus omnino quafi conclamatus fuperetur. 27. Caveantin averíantibus cibum, neali- menta przparentur ipfis przfentibus ; aut enum major ex diuturnà vifione fübfequetur verfio ; autreculàaliquà minüs illis arridente vis à, in» majorem cadent abominationem .,8. Cüm Hipp.t.-dphor. 16. tebricigngum victum omnem puer n effe d debere fcribat cave, ne cerfeas de humido folüm p iotentik ie qui ; quamvis enim et illud requiratur, humi- dum tamen actu,five liquidum;effe debere ma- nifeíté intellisit:nam alibi,ut 1.7e D£etz,cibum humidum effe debere, id eft, potentià imbecil- lum;fits expertem, coctu facilem, et liquidum omnino teftatur, qualem ibi ptiffanam confti- tuit: humidumveró potentia etiam liquidum cí(e debere, docet et Cornel. C ii 5. 3. CAp.6. CU EI etiam rei ratione m re ddit Gal. Jib. de gpr. Seta ad T brafib. 4.càm ait: Quoniam qua conco- quuntur » effumduntur, ideo C mox diftvibu untur, 49 &grotantes nonvuulto labore in cibis cor ncanes d /$ indieent. Et ab his praceptum ua[citur, Iquidos ci- bos omnes f'ebrici qon comvezire . Quod con- firmavit t. acut. 38.69 1. 4d Glauc. cap.13.de UHTA febr. cont. fine euctie ; ubi cibos omnes fe^ bri. * a) do etia pep fima conte denda. Cibos 4- vexfant tss ne cibos praparare videant « Vasiius Le tmidas fe- bricitantie bus ofai- àus Cconvute£e nit acínu e£ "T 2115 talis bricitantium debere effe liquidos teftatür;quiz humida actu, et facilis in chyli formam redu- cuntur, et ceteris paribus, facilius multó con- coquuntur : cüm enim ex febrecalor naturalis imbecillior reddatur, ea erunt exhibenda; que facile conficiuntur. V iderint ieitur, quàm bene victum in febricitantibus inftituant, qui Pe- P2 AÀ tronam imitantes folidiora concedunt, et non us folum clixatas carnes exhibent, fed affatas etiá, Y in quibus vix humiditas in potentiá reperitur. Sed de hoc pofteà. ANS 29. Vtveriffimum eft, in acceffionibus, id ? agi "s eft, principio, au gmento, et ftatu, abfünendü d», d de, declinatnionémque in continuis, et potius quando cj 1ntervallum in incermittentibus commodum banda, tempus effe nutriendi, ut colliei poteft ex 1. A phor.t1. C? za fige 1. de ratione vill. in acut. ita. declinante febre acutà, fi viresurgeant;forma., aliquo modo erit mutanda, ut fi ptiffana hor- deacea fit forma, in fine ftatüs, aut inchoante.; dechnatione;primó potionem dabimus;ut cre- morem hordei, vel jufculumrefrigerans, vel füllatum carnium cum aliquá aquá refrige- rante, mox interpofitis tribus, aut quatuor ho- ris, cibum jam inftitutum concedemus, ut in- nuit Hipp. 1.acur. zz fige. jo30. In Synochis veró, quz uniformes fint, In $550- . Camdémque à principio morbi ad finem nfaue AS 242,- fetvant formam, unicàqu e acceílione perficiun 72 cibsg--. tUt ; quandonam fit eger cibadus, docuit-Gal. dam . Yr. eth. fed. cap. j.nempe quando xger faciJiüstolerare morbum videtvr, et quando;dum fanitate frueretvr, cibum fimere confueverat: fiigitur et facilior tolerantia cum folità horà ccincidat, hac erit eligenda : fin minüs;femper pravalebit facilis tolerantia, quz fi immanife- fta modó fuerit, à folà confuetudine tunc tem- pus nutriendi erit defumendum. 31. Quod fi contingar, in intermittentibus om intervallum nullum effe, et declinante» jorbo novam exfpectari acceffionem, ita üt tantum temporis à fine ftatüsad novam inva- fionem non intercedat, u t cibus ingeftus coqui poffit, puta ; (p: LC Jp trim horaru m tantüm» ia ut ne R^ m fit aut 1n fum mmo v19o renu- E, vel fequenti accefficnioccurrere cibo in- co&o, et repleto ventricrlo, quod fzpé in pra- xicxercend àoccurrit, quid in eo ca Mh £a |Cjen- dumerit? Anne fatius erit vieenteacceffione - cibv m pro pin: I6, 2n potius viecreevitato, fa- tius erit ; Cibo in ventriculo exiftente, febri oc- currere ? Con mp hiter ?b cmnibrs refponde- trr, deterius effe mu Itó In principio cibum. exhibere, quàm in ftatu; quód nocumenta, principi! cim aliis temporibus ccemmunican- tur, ncn fc: artem nocumenta ftatüás. Verümmvltó fecüs Gal. 11. A erb. sued. ult. rem banc M eerivir ; ubi, cafu p ropofit eodem, confide- randum effeid docet, o uo d mæis ureet,quod- que ma g1s noCituI 'um judicaverimus, fuoien- dum : dox cétque, eííe ccnfideranda locumaffe- (tum; affectionem, princi pli et ftatüs naturam, tum Cibare bre f2af12 fine ffa1?, qu prote tnos ffonem ; c» ouando. (4 / ul "424 h^. ya. tum et morem morbi . Locus quidem, et affe- éctio;ut fi ventriculus, vel hepar afficeretur in- flammatione, fi pauló ante acceffionem cibare- mus,omnino effet perniciofüm : hepate enim affe &o alvi dejectiones unà cum acceffionibus folentinvadere : ore autem ventriculi vexatos fyncopes fuperveniunt. Vbi veró abeft in- flammatio, et vires debiles fuerint; ftatu om- nino evitato, propius principio cibum iie cx pedit, potillimüm fi mos mor bi; princi pii et ftatüs mori refpondeat ; hic veró confideratur in vigore, et principio, fiannotaverimus im. fümmo vigore, an citramagnitudinem febr T. caloris ficeus t. [fu dens, an citra [qualorem nurenss Priorem namque h bumetlante vitlumade- facere quamprimum oportet : In [ecundo.dum plu- vinum calovis remittat » e. vfpettare . In principio vero acce [ponis morem &[imabis, at corporis ex- trema perfrigeret, magna [anguimis revocatto- zen ad interiora corporis faciat, an omutimo corpus zn premat : quippe [ecuedum bocscen faciles man- fietumve contesanes y 1m priore diflinguas oportet. Nam [i ab[que vi[ceris pblegmone, aut [uccorum. vedundantia, motus ad interiora tin acce[[iontbus pollet» zibil offendes paulo ante cibans ; fin vel phleemone, vel redundantia [ubfit, cavenda eff ante acce[Jfwnem cibatio, ceu vesss AXIE nóxia . Cüm tamen multó major fit quantitas morbo- rum,& habitudinum corporis quæ expofcüt, ut potius in fine ftatíis nutriamus, quàm prope principium nov acceflionis, mæis laudarem, Cal || eam propofiuonem medicam, quà aflereretur; urgente hac neceffhitate, praftare e 1n fine ftatüs nutrire, quàm etiam per duas horas ante prin- cipium, quód major quantitas febrium fit ex genere iride ex obítructione ob abun- ;] dantiam crafíorum humoru m, et ex interni, vel externa phleeg: mone; in quibus, Galeno tc- I fte, prai (tat in fi ine fta tüs nutrire, quam p roximc :| ante principium. EL . Commendandus tamen aliquando cibus X 1n 1 principlo, et inauemento, et ftatu, et Booxined ante principium, ubi habitus COrpo- iisaridusadmodum, à tque fc qual lens fuerit; et 9 in febre admodum ardente ; biliofo humore, rante, atque ad ventriculi os trans- lit inedia, vigilias |i d^ qp ] ee o6. di 4 M - (* ] "m, c ws bu et .. ininoadecratasltrititia, c folliatudo, auibus et exiiccatuim elit pius nilniO, c excaicractutin p - Tp ^ 4^7 Ox "£X Ld "E" "e -. COI1 pus » ir ILICQtiC CODn9 C111 a3cr« y s EX HII jdaaces A et 1 ME e£ a. dai 141 N t^ i E qu E o inunmores: proquarebpence inte iii£g ence Mii Àet aus cit. L3a1C€hlis noitcti,I x. IM eti :2CG. eC |» 1»211í0« ve dob: e N- í f. inqgi 1lDuUus caàlibDiis pI. (tabit a nt ein: y: 'nei L : a d "111 ! j &in l DEYi IC11 LG ASM-Æ Lu an |t Lt Verum cum hoc rarius contingat, in caf pi /" ! » f1,, Z " Xf». (17 ^ 44A Bm 1 $7175 *4 13^ 47 p 1 *Yy Poe polito, ub1 à itatu à DI1nci Ji nOV. invalid nlsS nuum temporis Jntercedit, ut comqiTnock CIDLi n i1w vis 1illiitlooe«.iLA&LALCICCIC 3 Ai! liüs effe n n atüsnuütrlre, quàm pr ;Galen./z Com. multó plura referant incommo- da, fi quis in principio cibum offerat ; quàm fi in ftatu. Et hoc eft, quod innuit 1. Zdphbor. 11. cüm dicit,» acceffiomibus ab[Hinere oportetd eft; et ptoxime ante, X inchoante invafione . Mugmotà 33. Quoniamautemaut incomplicatione» acc ejfinis duarum febrium, aut in unà ediamyin qvàtem- minus in- pora adeo extenduntur, ut anteqv àm fup erve- commod? Sat declinatio, nova acceffio fuperveniat, sic- ibat que neque intervallum, neque declinatio repe- quá flatus: v rariin quibus cibum offerre ex ratione pc ffi- mus,1n ambiguo Medicorum animus hzret ; r* quandonam cibum offerre expediat. Auemen- ti tempus prusotes et minores fecum invehe- re lzfiones cenferem ; quód nec ea immineant damna, quz fequi docvit Gal. € 11. AMetb. 1.acut.penult. CÓ" 4.atnt. 39. neque eó ufque ca- lor, et fymptcmata pervenerint ad fummum, utin vieore. Non negandum, noxas etiam ex oblato ciboin augmento non parvas excitari 5 atindicatione à virtute ur2ente,ccm modo teni pore. morbi importunitate füblatà, illud elit cendum cenfemus, quod mincra fecum inves- prium hiti incommoda . Plorg tres D um CR acuoatione 34. Cav eant,ne rempus trium horarum cen--|ii eant fufficere à cibi oblatione ad novam inva-4ii: ad acc:fio fionem, quod pleriqve cenfrerunt, Galeni au-Juj nem » 20 faf cord durer. 8. AMe: b. 4. lH bi: d f(Terit/fatis effe, fiia. fities horas aqu inoctiales, quatuorve, inter] balneum, acceffionffque tempus interpc »natntzj ibalneo enim cibum exhibere folebant ; cümm alioqui Gal. 11. 2etb.1 s. docuerit; maxime in omni febre coctioni 1ncumbendum efle : quia fi adveniente acceffione, cibu s in eric ) non fit confectus, ex retractione caloris ad in- terna febris omnino butsiiesü,; pefimma illas fvmptomata producentur, de quibus Hipp.& Gal.4.4cut.. Et Avic. 1. 4. T racf.2. cap. 6. 1tà in febribus cibandum praci pit, ut vacuo ven- triculo occurrant : hzc veró concociio ne in fanisq juidem trium horarum fpatio confici po teft, cumin xeris natura ex morbo d« cbilis red- dita feeniter coctioni vacet. S1 igitur fuerit " forbitio, ut ptiflana, aut contrltus pan ida tus ex jure,aut idem concifus,aut hujus 5qi isi WT i ., ; 211-3 4 1^ VEN NS I quinque;iox,al tetiam feptem ati onc eden- A [| daxíunt, plus minus, prorcbcre ventriculi,«& :] A 22-594 I " - p! «conditione Tebris int num [1$ pecccantlsS . fantiCcriun, aut niicuium aiteératum, tres aGul1 ! EB É im MN 3 dem hor xquinoctiales fufncient; de qva re "4Q "EM locu us eit 45» €ID.4. GC XCCCOCCO €nif1n 1 L| raaicum apiiioquitur,non dCIcIDIUCRhC, aut ferculo, quz non exhibuifle ccpttat cb angu ftiam temporis ad fequentem acccftionem;füb- dit enim : $7 vero ctrca ve[peram, aut duabus bo- yis cttius acceffto iervadar um laville mane licea?, tum ciba[[e; ux evitecillaincommoda,;qua fequi docet Hipp. 4.aczu£. 39. ubi cibis incocts in, * ventriculo accefito fi ervenerit: Pezter emm; inquic cær, faflidit cibum, 1mtenditur bypochbonr J^4244912 6Y1477 ; drium, 1atlatur corpus propter saterzam tuyba- tionem, quens fixamon eft, dolet. ager, lancimaturs -pellicatur, vomere affeélat, c fi mala evomnuerit, dolet ipo me[- 3$. Excipienda tamen ab hac tegulà, et ho- c»weaad- Yarum cibandi ante acceffionem, et non ofte- do offre rendi alimentiautin principio;aut ante princi- eibi er" piumacceífionis, ea corpora, qux et calidas 162,00 10. et ficca funt temperamento, et habitu eracilt; jeibus^ quibus fpiritus facilé diffolvuntur, quz ore» ventriculi admodum fentente, et in quibus acris humor, et mordax ad ventriculum trans fufus ita egrum infeftat, ut inipfius etiam in- vafionisinitio fvncope indudià, vcl etiamins fimplicibus tertianis intermittentibus fzpenus4 4A- meró mortem inducat; in llis enim ante inva- fionem,velin illius principio cibandum cenfuit Gal.1o. 7Metb.cap.2.3.4.€9 f. CibusgnA- 36. Adhibenda tamen ea eft cautio, quód;,| do offerédus fi animi deliquia in febrium initio fupervencejn principio tint, affluente acri humoread ventriculum, &y acceffion,. os iius mordicante, cibus vel immediaté ante c quand? acceíffionem, velin ipfo principio erit exhiben-4 pauloante* dus, utadmixta cibo bilis minüs mordicare. valeat. Si veró ex fpirituum fübtilitate exfolu-4i V tio fequatur in principio febrium ; nutriendi erüntzeri per duas, tréfve horas cibis hujuf. modi, qui citó inflaurare poffint fpiritus ; faciww rPa9vatm (couccommutarL, ut funt ova forbilia, jufcula qux inftaurativa dicuntur ; et fimilia, quibu: 4 adítringents fi &onnihil addiderimus, ut fucc] era eranatorum, aurantiorum, aut fimiliu m,opti- me illis confultum fore exiftimamus. ;7. Inacidis tamen iis in ufum du cendis ;il- 4ciderZ s lud maximé cavendum exiftimo, ne nimio plus fs iz febr: limonum fuccus, aut acidorum aurantioruma 45 acatis addátur, quod paflim etiam à doctiffimis viris stilis fed fieri video; qui in acutis, et malignis febribus, shOÆTAT- in omnibus ferculis, et jufculis fucci limonum Enn quàm plurimum adjungunt, non animadver- voii tentes, tantá illi ineffe acerbitatem, ut, fi modü excedat, aut coctione non temp eretur, quod in fvrupo de limonibus, et de fucco citri fit, aut facchari mixtione non moderetur, obftructio- nes in venis pariat inemendabiles, ideó mode- atéillo utendum ; in quà menfura fi in ufum. veniat,refrieerabit, et incidet;altiüfque medi- catas potiones exferere faciet. Aurantiorum., fuccus aliquanto minorem habet aufteritatem; c proptereài non tantà liquoris miftione in- fier 38. Vidum omnem aut craffum, aut tenué, aut tenuiffimum antiquos conftituiffe, docuit Hipp. lib.de prifca Medicina, nempe cünrcraf-|. etu (à comedimus,cim forbemus, et cüm bibimus: nw Quarttim Galenus victüs genus addidit, om- ^ e nimodam cibi, et potüs abftinentiam, 4- Com. ui vecipi? I oleum ent [mum 2 ppellavit; 2u5, c qui quód fi quz forbentur;bifariam partiamur,n£-. exclades- e in tenuem, et craffam forbitionem, omnes 45. victüs habebimus ditfere ntias.Verim quatuor fünt, quz acute febricitantibus conveniunt : E Craffa Vicdlus tt- nauis (n 4-- s di à "e b y ma e ACERO, REDE 1 forbitio,de quà r. cut. 26. eftinteera ptiffana; alica,panis lotus, five contritus, five conciíüs ; et conta carnium. Tenuis forbitio eft, ut tiffana colata, aut fercula eàdem tenuiora. . buen funt autoxymel antiquo more para- tum, mulfa, ftillatitius liquor ex carne, jufcula cujuifquegeneris. Aquz veró frieide potus, ju aut omnimoda abflinentia, fümmé illum te-.i nuffimum victum confütuunt. Quz omnes |i victüs rationes, ultimá exceptà, vires augent, atque inftaurant, quamvis aliquando imbecil- las vires reddere dici foleant, habito refpectu ad corpora fanorum,qui fi illis victibus uteren- tur; ad marcorem ducerentur . Noftris tamen vidus ext e-temporibus victus i1leextremé tenuiffimus, et me tenuit - quatriduana 1lla 1nedia,aut ob confictudinem, we nee autobregionem, exterminari omnino debet ; $ ww. Utpote periculi omnino plena, ex quà et mors E: zensinducitur, et Medicis infamiz nota inu- ritur, fed loco illius potiones induci debent, fyrupus acetofüus, vel de ficco citri, cum ftilla- ütio àliquo liquore, aut jufcu]a alterara, vel cremor hordei . Viclus 39.. Cavendum tamen, netranfitvs fiat ad eraffns i victumillum, qui extra limites victüs febrici- 4CHII5 "^ tantium continetur, ne fcilicet que comedun- hi tine». ear, sáintquefolidiora, non liquida, concedan- 1 »! OS P eur gr panis, carnes, et quod deterius eft, ho- Orb ded [7- viri fruétus, quod paffim extra hanc provin- t CUT gam fierividimus. Herdesm40. Cüm nihil fit, quod inzerotantibuscibandis,; et apud anuquos ;.& apud recentio Ies, antiquo more febricitantibus maximé recte yi- Ccumaünsftituentes, magis inu fu m ducaturipsà putt. lana ho rdeaceà, o pame confultun |. Medicis in hisameis Cautionibus pradicis cenfii ; fi ali- gna OC loco mterp ofüero de rectà conficiendg puffanz ratione, de qna etiam Gal. 1. de al. facul.cap.9.ab dep nf[anascapA. O mde Colicit. I. 11. et Dàul. /zb. 1. cap. 78. podffimüim cum adeo varlare jn cà fcriptores dang 10s videam ; recentiorum autem aliquos. doctiffimos etiam longé aberrare.In cà igitu1 Lprma fit in clectio- ne hordei cautio, qt ód cüm Bardqum fit du- plex, alterum quod fpopte nudu n nafcitur, 1. dc M æne cap. 13.2" lib. EC RN: yicin, cap.6. quod in Cappadccià naía fcribit ; ut ali- cubi euam apud nos Infi; bres ; alterum vefti- tum, quod mæis commune eft ; ; poftremum hoc eligi debet, deglubitum ta men, et à corti- ce exutum; quamvis enim ulti primo illo po- tius utendum cenfeant, €à forté ducti ratione, quod cüm Galenus arte corticem adimat;fatiüs videatur fponte tali nato uti ; fed non bono arpro ptiffaAna quale eligend& » Hordeum «lind fine cortice eraffo na- feitir, a- lttd veffs UG. eumento: ro ieenim illu dicium noverltl.4e alim. facul. 13.e0 tamen non vtitur ; quin fpecie ab alio differre afferit, f;rtéque etiam faculta- te : Vnde Herodctus. Galenoontüquior apud Oribafium r1. Col/e£. dicebat ; illud plurimum Ruttre ; multum fuccum. habere, et proxime 1tritici naturam accedere ; quibus rationibus minimé in acutis convenit : quz enim nimis E 4 multum inultum nutriunt, queve craffum, et eglutino- firm füccum generant, ut triticum;inaácutisfe. bribus minimé convenire poffunt. 1. dealipzfaa |i cult.cap.4. 4I. Sed quáarte preparandum fit; ut cum ^ fru&u, fine damno in ufum duc poffi t; noh5 levem requirit diligentiam, multáque cautio- ne indiget. Farinàaliqui utunturaquz,;aut ju- ri mifcentes, et pultem efformantes ; quam. tamquam flatulentam, et excrementa multa producentem omnino rejicit Gal. /jb. de atre- emuante vitfus vationescap. 6. Cf 1. de raf. vid. is acut.cap. 18.Freffo alii, et fracto utuntur ; at re- felluntur 11 ab eodem Gal. /zb. 1. de al TCI. cap. 9. ^ lib. de attezuante vithucap.6. 9 1. de 2 VAI. Vitl. 12 acutis, cap. 18. quód tormina faciat hy pochondria diftendat, non levis fit ; non Tu- brica, quód denique craffos fuccos producat . Leviter torrefaciunt alri, ut faciliüs exter nà tu- nicà fpoliati poffit, et flatus exuere: At fic ptif- íanam minüs humectantem reddunt, iminüfveuu aptat alvum folvere; collieitur id ex Herodo- to, referente Galeno; 1. de alim. facult.cap.13.. fi pritenam ex ze torrefactà alvum cohibere,af- di ferente : Vnde Oribafius, 4. Collet]. cap. 7. ex. Dievche, hordevumin polentà rorrefa&um al- vum cohibere atfferit5 quod confirmavit Gal. ) 1.de alizz.9. qninimó cap.2 2. ejufdlen : frixa em- t n4 flatum quidem deponunt, fed di "fficile coquum- iln uv, Co adftringunt, craffun yque fuccurm, cenerant. quód obfervans Trallianus /&. 8. cap. 8. voluit in HKordeum quomodo jaradum fro puffana. in dyfenterià hordeum torreri,ne fi fine frixio- piam ne uteremur, alvum fübduceret ; non cohibee etum. ret. Braffavolus hordeum aqvà fz piüs mace- rat, mox ficcat;& in mortario ligneo illud Con- rundens decórticat. Atfi pro primo cortice» expurgando id facit, non eft, quód aquàail Illud prius maceret ; fi pro fecunda briliori, malé facit, cüm coctione fol ^ eximatutr. Galenus igi- vto vn ai cur capit hordeum Integrum» levi manu contu- fum, et hoc modo decorticatum, atque mox panno afpcro pe erfricatum, ut reliquum corti- ^ cis fi quid reliquum eft ; anod verifimile eft ; air levem ictum, to lli poffi t. . Cautio autem 1n quantitate hordei ad zmerdei Pee m, &aquz ad etin m In pl ra paratione quantita püffanz, maxima eft adhibenda ; cüm variafit ad. aqua de his apud grauiffimos euam fcriptores fen- pre ptis tentia, aliis pro fingulà hordei heminà decem. ^4paran" aqua adn ut Dievches apud Ori- bafium, 4. Collect. 7. cenfuit, quam me fecutus eft Conftantinus Cafar,lib.de Re ruf. 9 Antvllus veró, eodem Oribafio teferente» ; Colle&£l. 11. pro fingulà hordei heminà quin- decim aquz adhibet;quam fententiam fecutus e(t Paulus, /ib.1.c2p.73. Braffavolus autem r.de rat vill. in acutis 18. pro fingula hordei heminá trieinta, et triginta quinque aqua mifcebat . Galenus autem 1. de aliz. facult.9. € 10. c Lb. de Priffana; nullius quantitatis aqua» aut ejufd& proportio nis ad hordeum meminit. Neque yero id prater rationem, fed jure merito,quód G4 obfer4uanésíÍnu/ ex obfervatfet hordeum pro varietate foli aliud - facilius coqui, aliud difficiliàs,et docebat ípfez iet /ib. de cibis bomiCP mmals [nci, cap. $. tum etiánt pro varietate nature illins erani ; ut paf- fimi1n ciceribus excoquendisobfervamis; Sed et aqua non levis habenda eít ratio, cüm aliam grana, et Cerealia omnia facillimé conficere » obfervaverimus ; aliam difficillimé, ut docui- mus 72 Com. 17 lib. de ære, aquis i loc. EH ipp: Sitamen ejus eeheris affüumamus, quod intu- [ Ra .ICcat, et coquatur facilé, apiid nos Infübres mE pro fingula hbeminàillius, quindecim, aut vi- ginti aqua affumere poterimus; que quantita- tis aquz varietas erit pro várià conditione hor- dei, et aqua. Propifa 45. Sed'in ptiffane præparatione quid ob- na cóuie? fervandum ? et in condiendà quid cavendum ? da . 2^ Sané Galenus oleum, et acetum addidit, et addenda, falem; illa quidem 1. de al». facul. 9. 4. tuenda va T9 valer, 4. Cf $, equ]dem. 8. lib. de M arcove, ult. 7. : Methb.med.6. S.eju[dem 2. 10.Mfetb.Y1.Orib. 4- Collect. 1. et Paulus rb. 1.cap.88. Salem etiam indendum conftat ex 1. 2//9.9.& Orib.& Paulo loc.ctt. Sed quo tempore hec addenda ?. Gal. r. de alim. 9. acetum indendum cenfuit, cüm ad füimmum intiimuerit hordeum, deinde etiam permittendum, utTento igne in füccum diffol- vatur ; tumaddendum : falem autem addi vo- luit pauló ante tempus diffolvendz ptiffans : olevmaddebat pro condimento ; nos, quibus placuerit; concedemus.. Placet tamen potiüs; ut cx jure oprimo carnium patetur,five integra paretur;five colata, addità aut levi portione » falis ; autfacchari pauxillum plus; pavxillum enim mellis addebat ptiffanz, 5. rende valet.S. cujus loco przftabit faccharum indere: aliqua- to plus illtüs etiamaddentes admifceatur ; prohibemus enim admixtione» ilius nefaccharum 1n bilem vertatur .. Quod fi quisaceti ufurn refugiat, licebit [oco illius aut fuccum aurantiorum, aut citri, aut etiam. » fi aceti nonnihil . L limonum indere, modo fuccus is aliquandiu guetud AC plus cum rcliquis ebulliat, fecus quàm paffim. «^ v» fiat; cim indi foleat füccus immediate tempore ?e/&- e Æ. affumptionis,qui ob cruditatem ; et acerbitaté folet nonnihil obeffe; quamvis mixtio fine co- étione nonnihil terreftreitatis illius, ac adftri- étionis foleat retundere». 44. In pane concifo, aut contrito, pro fercu- lo parando hecadhibeatur cautio ; fi febrem. curemus acutam, aut ardentem, panem omni. Op rius effe lav andum,. "us. n tatà frpiüs aquà aut füperinfpersà fepiüs aquà ; fic enim et fer- menti vis retunditur,« cibüs paratur m inus nutriens;potiffimüm fi paretur ex jure fimplici pu Il: gallinacei; fiiccóque aurantiorum con- fpersatur, fic enim parata panatella minüs etiam nutriet, quàm ptiffana. Cavendum veró, ne panis igne pris cremetur, mox abluatur, quod factum ab Oribafio videmus ; fic enim, ienex partes concipiuntur in pane, sícque et ficcius alimentum paratur, et calidius, quod E 4 per Panatella 1n ACHtis quomodo paranda « C9 Cor fn 4«o per lotionem minimé corrigi poteft; poterit tamen fic paratum convenire, fialvi profluvio cum febre eri tententur, addito aut ficco li- monum, aut granatorum. In reliquis febribus ex pane conciío, aut contrito ferculum conve- (niet; etiam non loto pane, et ex jurecarnium aliquanto validiore. Confum- 45: In confumptis juribus ex carnibus pa- yu Mu randis hzc obfervetur cautio ;. maximéà me; ex cargo lA dariea, que ex carne vituli macrà conficiü- vittling, üt » quód vix in eis elutinofum illud reperia- tur, quod paffim in juribus obfervamus, que » ex pullis conficiuntur ; cutis enim circumve- ftiens; et nervofz multe partes alarum, et cru- rum, gluten illud generare folent;quz vix pof- funt auferri : in vituli autem carne, licet et fi- brarum,& nervorum ratione, et capitum mu- fculorum glutinofa aliqua adfint, mrltó tamen pauciora fünt;atque ex parte etiam auferri pof- j funt. Quód fi quifpiam gallinarum, ant ca po- num jus expetar ; cautionem hancadhibeat, ut alarum duz extreme juncture auferantur, et coxarum ultima pars ; quód fi cute etiam pul- lum fpoliare poterimus, (alubriorem cibum et potum procul d:bio parabimus. 46. Sedentes in lecto alantur;fi enim jacen- tes cibum capiant, vix ad ventriculi fundum. cibum effundent ; deindeà cibo fümpto fe mi- horà fedeant, vel (altem erecti aliquantulum. femiJaceant. 47. Ante cibum memores fint expurgationis euem j- tum tenc- re debeat, dá ciban- tur. IL- os alluen lhis oris: nam à febre plurimi vapores, et fuli- ipines furfum feruntur, quz limum quemdam lin linguà efformant., .qui cüm guftum pertur- Ibet, cibos etiam malà qualitate imbuit: quare li: et lingua; et os colluendum, et osfophagus;qui TENIS. N lfzepe per febres areícit, madore aliquef1gan-. ex acels e£ Jac idus, cui maxime infervit aqua etiam cruda €x - aw . aceto, et faccharo. EA De potu aquz in febribus pro potu quo- . P^vs 4c Itidiano, non pro medicamento ; hec fitobíeg- ;"^ qua- ratio: fi in xerum inciderimus,qui in fanitate it affuetus fit aquz potul, etiamcitra noxam pof- Ife nos utiqu e Hone nop tmam,aut fcntanam; BD obe aut pluvialem cifternin: mc ncedere, aut CCr--,,5 f po té decoctam fimplicem : fin minus affuetus poditn 2212 Qua cibus JL ma- AY » 49Ha no 7u$1nacmAd tuaque zeer fuerit, ne 1n ea 1ncommoda 1nci- zi. dat, dc quibuHipp. 4. de rat. viel. in acur. ali- qu id addi licebit ; quó facilis ex hypochon- driis meet, cruditas reprimatur, atque etiam. «cea "M eevias morbo, fi fieri poffit; A Hldd eios ve wis adver- 9e, : canedio femur; ut fi add faccharum.cinnamomum, E . anifum,femen coriandrorum;authordeumin-- -. Ccoxerimus. 49. Deaquà hordei, quem ) potu Imantiquis 444a bar len Ar m pleri quec enfent, quód nullibi Gale- deris æs nus ; Oribafius, Paulus, A?tius; &aliiillius *5pro po- men tionem fec vei ; ita cenfeo, Hipp. 3. de 2 4 epiinide va) uiél.im acut. 13. (f a. de ratione vilius, 71. po- "limum autem librà à . de Morbis, ubi laboran- tibus tor pore c: 1pitis propin andamcenfet aqua hordeaceam, de cà mentionem feciffe ; ubi eti 1n"aua bor Kein Of. nibus amar 615 n0 Con venit. v qua ber dei Que pa 1Anda . gue intelligere non poteft (accum hordei, quia illis! có fübjungit ; Maze. pro alimento. [uccum. bor--|vck dez exhibeo, utnec in aliis duobus locis, cütmi en potum aquam hordeaceam appellet, füccumaj autem hordei paffim non potum,. fed (orbitio] ji nem appellet .. Neque veró rejicienda eft, po] jj tiffimüm in febribus exurentibus ; quod flatu] ili lenta fit ; fi enim recte excoquatur, flatulenti&il "T exuit; neque fi diutius excoquatur, falfedinemi] «1 contrahit, quod ab aliis objicitur ; fi enim ins] s putfanà, quz longiori tempore elixatur, id nom] «s veriti funt Hippocrates, et Galenus; nec expe-4 ui: rientia id oftendit, in quà mæis hoc feqiiilo deberet,ob hordei majorem ad aquam propor--| tionem, et quantitatem, quà ob craffitiem faT- fedo in elixatione loneà contrahi deberet, cufil idinaquà hordei omninoaquosà, et potu ve--| tebimur ? Cautio tamen eft adhibenda, ne eail In omnibus morbis, aur inomnibus febribus ini ufi m ducatur, ut aliàs fieri foleba 5 fed in iis! folüm, in quibus magnus eftus fuerit, ut ubiil. abfterfioneopus et. At veró in eà conficiendail ». magna adhibenda eft cautio. Accipito hordei vcri, non fpeltz, feu zez, ut plerique faciunt, libram unàm duodecim unciarüm, máceretür tantillumin aquà, mox panno admodum afpe--] IO Oprimé confricetur,donec omnis arifta deci- derit, et quippiam etiam ipfius corticis craffi fit deter(íiim;deinde optiméabluatur,& omniforditie expureata, addantur aque libre quadra- Hi. ^ ginta, et tàmdiu claro ine decoquatur, donec optime hordeum intumuetit, mox depofito de aMesua P ám lever. 1ene decocto, permittatur perfrigerari, deinde transfundatur, quod perfpicuum eft, ac valde clarum decocti;in vas vitreum, in quofi quippiamiterum refederit, denuó In altertim vas transfundatur ; quod perfpicuum eft, et relin- quendum donec refideat ; quod pro potu in» paramus pro medicamento, aut faltem cibo medicato, aut pro potu. Pro medicamento;aut cibo medicato, vel cruda erit, vel cocta; Gal. cocha.Qinimó etiam coctarum alieinteoré co- (**^* étz fünt;alie imperfecte ; quz eciam magls ; && 4A. vavwe Fat ufiim duci poterit. d 1 : Mulfa di jo. In mulfe melicrative compofitione ma: s A ; 77 (7; xima adhibenda eft cautio: Vel enim mulfàm vj ^É pt an ''Ali0 » 3.de alim.f acult. 39. €? 12. Afeth. cap. 3. Cruda.o -Á cds ! E, * . -Á eL. magis alvum [ubducit, munus uutrtt ; contrá aute TLMN E . ec * minus et nutriunt, et dejiciupt, prout magis aut minus coctionem füfceperint. Vtramque euam hanc aut meraciorem conftituit, aut di- jutiorem Hipp. 3.4e rat.vit]. in acut.t.33immÓ 7... Gal.$. A etb.zzed. 4. 1n meraciffimam, medio. n 4»*« we S. 2 " " " . 1 $44 crem,& dilutam dividit. Sed quanam eft mel- 77*^* lis ad aquam, quibus duobus folis conftát mul- jin fa; omnino proportio ? Cenfentaliqui, mera- ell; 1) A ciffimam efle ex una mellis, et duabus aqua, LE fic cenfiut. Avic. /ib. «. et Diofcor. Mediocrem pum idi ex una mellis, et quatmoraquz, ex 4. de tuend. aud vál.cap.6.Dilutam autem ex un mellis, et octo aquz, factà ebullitione ; et defpumatis excre- mentis ; donecfupernatent, ex Paulo £/b.1.cap. 46.Sic vn b. ^£ ptu ex 06 Jh. cC s ^f yr t ou * Et .Sic Mefue, et Rafis 9. ad "dIman[orem ; led: ante hos omnes Oribaf.4. Synop[eos; Cap.39. Hac 1T communior eft recentiorumopinio. Eso verós ut veriffimam hanc effe opinionem cenfeo. in» melicrato pro cibo fimplici . feu medicato : ita]; falfam exiftimo, fi mulfíam fumamus pro potu: 'ad diftributionem cibi parando. Quin. ceníeos dilutam illam, de quà 3. de ratzeze vitius ; 13] mentionem facit; eam effe poffe, de quà Gal. 3. de vat. vicl.12 acut. 15. ubi dicit, mulfam dilu- tam fieri;ubi pauxi illum mellis multz aquz ad- miícetur, ut aqua permeare queatad diftribu- tionem, ne diutius in hypochondriis commo- retur; hoc enim munus eft potüs;utpotus, non üt cibus ; ; quam fortaffe di iveríam à dilutà, de quà 8. Metl-meminit;credere poterimus;quód diluta illa tamquam cibus effe poterit ; ex unà mellis,& octo aqua: at quz diluta eft pro potu ad diftributionem cibi,diluta magis effe debet, quàmutuna fit mellis ad octo aque, neque» enim pauxillum mellis una eft uncia ad octo. Eritieitur mulfa pro potu, fi pro uncià unamel lis viginti uncieaquæ fümant ur,pauló plus;aut. minus ; neque enim determinataaque quanti- tas certó przícribi potett, ut etiam Galenum. videmus feciffe 3 .acut. 13. 3. de alim. facul. 29.8. AMetb.cap.a.qui nullibi quantitatis mellis ad a- quam meminit ; quód mellis videmus effe ma- enam differentiam,càm fciamus, aliud effe bo- numsaliud m: idum. 3-40nt. 2.3. C7 4. de tuend.val. 6. Bonum celerrimé coquitur, et celerrimé definit fi pumam facere, inde minus aque abfimi- Contrà evenit in malo; et prc- I fum effet;plusaqua a 'Inus;fimedium,medio modo. vandum eft,fi aqua forte crafficr fucrit;ut apud lturin coctione. '[prereà in eo coquendo major indenda erit aque ']| copia, qua ab fümi poffit; quà in bonc;quód ex 'l|Philagrio colligitur,qui referete Oribzf. s. Co/- letf.cap.17.in cofectione 2 poivelitis.fi mel craf- ddi voluit; fi tenuius, mi- tiam obferVbie nos Infübres putealis efle folet;quz in melicra- ti confectione fumitur, et optimum melindatUur,cüm ea aqua, ut attepuetu r,lc nglori egeat elixatione, m el vero illud pau m antequàm illi aliquantifper effe clixa ida um ttenuabitur,&in Sf mellis ft Gitan- im recipiet, facil iüsqu e hy| mel indarur, 'leniméa tiam meabit. gr Sed cüm f: ; fic cchondría peramfaccharum, ant iqu Is inCo1. dre CM fd enitu m, faltem perfectum, noftrum in i ufüitn od Aj$* medicü, et inter delicias ouftüs fittradvcium, ancx co mu] Iía parari poterit ? Vuq;,& Opti- ed part- 1na, ci m non tantà poll ! immo in biliofisu ulior erit et fuavior.C extépc eat acrimonia, ut m el, ilf aliqui;non nifi crudam mulfam ex facch laro pazari poffe colliquatione, quod jam faccharv m.. attenuata aqu: i permeab i hiinisarobo bus attenuatis. rur ea adhibeatur cautio, ut prius aqua clixeti Ó, coctum fit. Ego veró et crudam colliqua i^f parari pofle crediderin., fed p rzftantiorem éffe fue cocfa . V €octam ; quia Am cocüonem aqua permifcetnr atione,&melius per dXpcenond rm quàm obtim.; 1 (UY 9 Cu cda ; quàm illiindatur faccharum,& i in minori quam junii py . pitate; ita ut fepé prouncià facchari libra aquai T fufficiat, potiffimum fi affectus non admodumaliii a ftvans fuerit; 1n quo cafu fucci limonum non--joit nihilin coctione addi poterit. ^^) )]; A2 5 $2. Oxymel, et Syrupus acetofus ad pen-Jn.: paraci ra. m veniant;qui et pro pori ad fedádam fitimsdau 310 » et pro cib: cibo in peracutis febribus, et pro medi-1u catà potione in ufüm medicum fe penumero ve-4r«i piunt. Hiintriplici funt differentià pro varic]y) q^ de ufu:vel enim funt valde acidi, vel mediocriter;? vel minimüm.De primo Hipp.3.4041.26. dc fe-4 m cundo 3 .4cut.30. de tertio 3.4€4.57. locutus eta De tribus iis omnibus Gal.4.de tuzd.val.6.d O38. cens illorum mixtionem ex aceto, melle, et a quà ;aut faccharo loco mellis in fyr. aceto f| emm ec Minimé acidum fieri afferens ex unà parte ace? EN ti, duabus mellis, aut facchari, et octo aqua eDænl, De Mecium ex un ià aceti, duabus mellis,.& qua: tuoraqua : Valde acidum ex duabus aceti. d ecu mellis, et quatuoraque. Galenum fecutus etj, Oribaf. ;.Coll. 24. Paulus folius acris meminiifl..... lib.7. c. 11. Mefue folius mediocris meminitij.. compofitic némq; tradidit. Sed animadverterg,, dum,multüm i in cocturà à Grecis differre . Gad. ]enus enim ad quartam, aut tertiam exccqtp.. debere dict. Plerig; i ita intellieendum cenfen]... donec remaneat tertia, aut quarta pars, qv ibub. fübfcribere videtur Mefue, qui feré hoc modi excoquit, ut pertotum forté annum confervtd tur, quod etiam omnes Seplafiarii faciun cV rüm A rüm illud veriffimum eft ; cenfüiffe Grzcos, fo- ""tilamtertiam, aut quartam partem effe abfiimen "dam:docuit enim Galenus; o xymcel efle tempc- jrandum,ut vi inumibidem ; cüm autem vinum, inumquam meracum biberetur, fed tempera- tum ; ut colligitur ex Plinio 14. AVaruralis Hiff. Wicap. ult. Ib.2.3.cap.1.& hocipfum vario modo "temperaretur, aut pari aqu cum vino quanti- "Rtate affump A t plusaqua addétibus :& hoc itriplici modo i£ duabus vini tres aqua;aut u- mi vini vtm ruei ;autdeniqueuni vinl tresa- uæ addentibus; ut docuit Plutarch. 2 3- Sympof. Meuse[?.9. Athenzus Zzb. 1o. cap.S. C" 9. Siigitur o- Ixymel ut vinum temperari dc ibba atjnumquam jad duas tertias,aut ad tres ex quatuor excoqui Jporeft "- lioqüin non modo du pla, aut n Ja ad lim cleri, fed tripl io;aut quadruplo à melle füpe- Jirabitur : quoniam mellis R minus a- dqua ob craffitiem, et vifciditatem abfimitur . Exemplo fint;una aceti, due mellis, quatuor a- quz unciz in qu: irtam redigantur, erunt una illincia cm dimidià, sícquetota, aut penetota "eric mel ; fi ad tertiam ;€runt reliqvz duzun- "rim,quarumuna cum dimidià erit mel, media &ijincia erit a acetum; ncn gum ges duri imilec erit vino; quód fi unica ex qvatuor, aut una ex tribusabfümatuor ; optimétempera- Jfmento vini correfpondebit ; quód fi ! War decoctio cumaquá,vis aceti et in fa flu odore cum melle " hnqvetur didiu coqueretur, mu po re, lía fieret mexæifima . te .K » b e VM^ Aon! UA - MK, ; quód fi tam- mee "v, yy in cra ^ . 46 evita m AAA ]- 9 quét note pode pod. Ps V. v evæe"", e in extrinfecis erat in uft,non per interna. |! Ac Ox nei wen m tg Animadvertendum pratereà, Pharma--| rbi 4; Copolas,ut diutiüs oxymel ; aut fyr. « cetofüm-.| Is rela 4 confervare poffint;ex decreto Mefüz, pris a-- Galizico, quam et mel ufque adeo ex coquere;donec totajj quomod, aqua,aut pene univerfa abfümpta fuerit ; mox i perttr,| acetum addere; et iterü coquere, omnino quoc: aquz reliquum efta abfümentes; sícqueoxyme: non fieri ex aceto mulsá. Vbiobfervandum. |1ii oxymel hoc ita paratum pro potu nutrien te Lin ub ufim duci non poffe : eft enim potiüs forbitio,t: quàm potis. oxysel $4. Cavendum prztereà,ne Medica coma] xi rix muni noftro oxymelite u tantur ad humectani] Z0 btt dum ; cim exficcanti potiüs facultate conftet: a dd cümaquáà carcat;in ufum tameneetiam hoc nof x p fs leote is ducitur, quod di uluatur;liquidümque, et «a. PF i fluxile reddatur quadruplà fere parte aqua: E. aut ftillatitia,aut decocti al licujus addità. Quar! $$. Obfervàndum praterei,in plevritide» T "fot bi cra(fifcnt, et vifcidi humores, oxymel noo] zanbectlle " : ri ; fn m imbecilltus effe;quàm fit illud mediocreqi inaididad cut m in €o cafu valde acri utendvr m docuerij ht »p.3 2.4C€HT.2. á $6. Obfervaridum pretereà,fi per totum) nofirum morbi decurfum utédum fit oxvmelite; aut fyri] 3) acutis. acetofo,neqs acricrineque mediocri effe utem] zit ac-, dum in acutis febribus, quód non humectet comfnoda potiffimum noftrum ita paratum ; fed doce ad era[ia "- Hipp. 3. 4CUt. 37.0tendum effc eo; in quo minii T y de Y - : J4À V^ vt vi 6 mum CLI'A9M . cA MER w^ € h 3 zx - &* mum aceti fitadmixtum, ucmultüm poffit hunectare.nec inteftinis noxam inferre. 57. Cavendum pratereà, ne in oxymcelitis 5. autfyr.acetofi compofitione acetum illud acer- rimum fümatur.;aut ex vino Cretico; vel alio potenti confectum : nam in acutis febribus jin quibus, preter facultatem obftruc&iiones tollen di;abftergendi,& incidendi;requirimus et lhu- mectationem,& refrigerationem, po tiüs ficca- refolet;& excalefacere;quàm humectare: aut fi taleacetum in ufvm ducatur,aquz cuantitas erit augenda ;tunc fortaffe sentebaslenia des " 'erbis Galeni tolli pcffet;cóüm a.ze val.tuend.6. voluerit; ex unà aceti, et duabus mellis fieri oxy mel mediocre ; acerrimi m vcró ex zqualibus aceti, et mellis partibus:cüm in cófilio pro pue- ro epilepticoacidiffimvm oxvmel ex una ace- )& quatuor mellis velit co nfici ; miniméaci- di m ex unaceti,& octo mellis. Nificum doaceti pro oxysmnelie nó ftt acer YImi,n6» que ex vis n0 pottne tffiano, echa ifa CM. &iffimo C iealino dixerimus, libellum illuzi (pen t effe quidem Galeni ; fed multis in locis depra- vatum : potiffimum cümoxymel ex favis confi- ci ibi tradiderit d. 9 oppofitum docuit (2 4.de val.tuend.6. € 2.de Fratt. 29. Qvod fi ex favis QUIS dixerit doc ffe conficiendi m Gal. lib. dt med T her. ad Pa mbil. oxymel,1s fciat,librum illum Galeni non effe, quod vel inde collieitur,quód diverfo modo compofverit ibi Theriacam, ac lib.de T her. ad Pi[onemyac lib. de Aztid. Deinde conf tat, confilium 11lud pro puero epileptico efle depravatum,quoód dies Canicilarcs confti-, quat c E jo. tuat quadraginta, viginti ante exortum Cani- cule, et viginti poft; quod Galeno repugnat, et Grzcis fimul,ac Latinis omnibus fcriptoribus, Caniculares dies ab exortu hujus fideris in- choantibus, ut longi oratione ; &" 72 Cons. lib. Hipp. de æve, aquis, (f locis, in Com.in Probl. "Ariftorelis, docrimus . Colligitur ternó,men- dofibm effe libellum illum ex eo, quód pueris epilepticis apium cócedendum, petrofelinutms -abdicandum cenfet, quód petroíelinum lzdat epilepfià correptos ; cüm oppofitum reperia- - mus apud omnes fcriptores ; apium epilepnicis obeffe,nullà fa&à petrofelini métione : fic Plin. lib. 10.cap.r1.fic Alex. Trall.Izb.1.cap.1 $.(ic Avic. lib. 3. T raft. 2. cap. $$. fic Serapio /ib.Sigupl. cap. 190.& Mefvezn fua Praxi,cap.16.de Dolore capi- tis. Nifidixerimus, corrigendum effe locums illum in confilio epileptico; ut loco, seii: par- res o£fo, lecamus, aqua partes oclo;fic enim ccn- veniec cum loco 4.4e tuezd. val-cap.6. $8. Cümin vino concedendo in febribus, et Vin f? sotiffimüm acutis,tottantzg; controverfiz ex- &ricitant! entur,ob varios Hippocratis et Galeni locos bus acut? ; v ips zoterd. intet fe contrarios, de quorum conciliatione s; emdi per 755 : : fe libi à nobis conftitutum eft, nempe, numquam "V ipuw in ratione morbi effe concedendum, aliquando arqtiscur vero ratione caufz, et fymptomatum, tum eta aliquando ceorum,que fecundum natutam dicuntur,& vi- concedz-. rium . Quoniam autem alicubi concedi paffim Lar. intelligo; ut in agro Neapolitano, et fortafle; frequen^ s, cádémque controverfià quid fentiendumffit, a s frequentiüs,quàm debeat, atque non apparens Æneis parue tibus fignis cocticnis eftuantéq; zgrotantes 5. 9udA-vvemes ve quàm felici facceffusi pfi viderint; nos Infübres. 42447,/& »d laborantibus febre acutà, € malignà cmnino vinum interdicimus ; quod adeo felici fucceffü fit; ut ex viginti laboratibus maligná febre cum maculis vix unus intereat, nifi forté, quod rarif- fimé evenit; ratione virium aliquando conce- datur. $9. Cavendum tamen,quantum maximé pof vis »- |! fumus, nein noftris his regionibus vinum con-. 4az ; ne cedamus;etiamfi coctionis figna appareant ; vi-. 9Pparéti- demus enim plerofque ex quávis vini conceflio- 9! 4wi42 ne,quantumvis minimà, in deterius labi, atque en eH ^ . Y et éh9n15, a- denuó materiam recrudefcere : quod cüm fx pé ni Teis- acfepiüs confideráffem,viderémq; antiquos ad- dian eó frequenter vinum in febribus conceffiffe,, dido, |! non folüm ratione virium vitalium,aut ÍymptO-. e; cur. matum, fed enamad adjuvandam cocionem, vabcaomee Vi fud; materie morbifice ; atque ad promovendamil- - lius per lotium evacvuationem, ut videre eft 11. 7 Meth. med. 9.5 1.2d Glauc. 1m curanda tertiamay 73 C quartana febre;tumad fputum facilitandum, Ut I. AC4/. 22. 3.Aut. 1.C7 4. 4CHf. 37. non aliam horumaptud nos infelicium eventuum ex vini exhibitione canfam effeconjcectavi; quàm vino-. «vsum, rum noftratium conditionem, Rubra;& nigra vufAr«w foy - optima multa fint,quamvis primis menfibus et q . auftera,& craffa,fed mfnüsaptaad febres,quód nec urinas promoveant, necíputum facilitent. Qua alba funt; aut fiava, aut fünt potentia, aut * e i imbeLN Vas ^ ^ ó1 €^ eot ue exéiu pa? n quet ^ D qua dijuatur; pel ne itmbecilla: Potentia, quoniam maxime alba. ex- petuntur à noftris in aperto vafe, ubi compreffis uvis reponuntursut fimul ebulliant,non permit- rüntür tamdiu fitmari ; quamdiu oporteret ; uE debitam coctionem in fe conciperent ; et id, ut álbo colore oculis ; auftero fapore, quem pican- tem vocant, palato gratficentur hinc et aufte- titate coctioniofficiunt, obftructiones excitant, neque urinas promovent, neque fputum adju- vant; pratereà veró caput petunt quàm maxiime ; ieneis partibus validéin ipfo contentis, ob terreftres partes admixtas : Vnde etiam primis»j menfibus eratiffima palato effefolent;,fi dulce-: dinis aliquid cetinuerint,fübaufteris partibus cit: guftui abblandientibus.. dulcibus duplicifapore Imbecilla veró et tenuia alba hujufmodi funt» ut numquam máturefcant, nifi maximo zftatis calore füperveriente, et ne tunc quidem aufterz: partes omnino co&tione evincuntur ; sicque m1nüsapta erunt et viresinftaurare ; et lotia. pro- movere:quod etiam incommodum alterum ex- cipit, quód, ubi quafi. maturuerint ; aufterita- témque depofuetint, aut ftatim ferà acefcát, aut evanida redda . hant,vnde ad ufüm inepta redduntur . "dusigitur quàm maxime pueridis,maxime in acutis, potiffimum enis, et etiam mæis in internis inflammationi- bus,utin pl "debet, potentius potius eligaui, n malia ET. Cau60. ntür;.aut corruptionem contrær Evitan-- B^ pud nos in febribus: evritide;viniufus; et fiin ufum ducti 1 "ENS quod multa a-Cautio prztereà in bibendo adhibenda. Bibende- eft, in febribus potiffimüm aftvantibus, quam. fap, en docuit Ariftcteles 1; Problezz. $6. ut fzpe,& pau- paulatim latim aquam, et alios potus frigidos ; ad fedan- "bdl. T dam fitim illam ex calore febrili excitatam eon- M iria ceffos;affumant: potio enim mvlta;& conferum 5, e, affumpta, nec exficcatas partes humedtat ; qui-. 5, c ca buseftus, et ficcitas ineft,cü ftatim praterfluat; fori. nec fitim fedatzat fi (epis data fuerit; et paula- tim pitiffando hauriatvr; os ventriculi; cefopha- eum, lineuam; et palatuni, dum fenfim per eas tranfit,refrigerat, et humectatialiquà ex párte» parictibus ; et turicisadhzrens: quin et paula- um fefe infinuansin carne confcendit,'& venu- las exficcatas imadéfaciendo,& trrorando hume 7 &at;.. Quodaptiffimo exemplo docet :fi enim» c ri A. multa aqua.& confertim aut decidat;maximé ft »/fe^ . ficca fit,in terram; aut aliunde per cavum eorri- vetur., fuperficiem terra non permeat, fed prz- terfluit,nullam noxam ducés ; at fi paulatimaut decidat, aut deducatvr, füuperficiem paulatimo madefaciens,& ócclufos poros aperiens ; viatfiz fubfequenti ad penetratiorem parat.]Id veró zepiba intellieendum eft deaquá in potim affumptà gt ad fitim fedandam;non veró de eà,quz in multà quantitate affumpta ad exauneuendam febremo ardentemaffutnitur,quz et multa,& affatim eft affumenda;fed de hac rezz Cozz. noflris im Probl. 4 wel illud, quidauid dicatadverfus Ariftctelem Hie- Mie S ua remias Triverius zz lrb. Hipp. de vitu idtotarum.. ved. 61. Quamvis fomnus in acceífionum febriü ES v1 omnium E utens p 7 E Suc P AI á S»m»»us Omnium principiis, confenfii omnium Medico--| aliquando tüm, et mulus rationibus id perfuadentibus, fic] ^" in prizci-- fueiendus, animadvertendum tamen, aliquosi| ^ pio 4t'«[i? teperiri,quiadeó fenfu exquifito in mufculis, &] /! nf "C esrpofis partibus fünt, ur faperveniente effifio-| Pind ne materierum acrium ad illas partes, unde ri-| i Tm" --gofem illüm concuffivum fieri Medici omnes: profitentur, tantis, támque magnis doloribusi| 4! conficiantur, ut vitales vires profternantur, &&| |! mots fepenumeró fubfequatur; iniis non folümz] UU in principio fomnus, eft avertendus, fed potiàss omniingenio procurandus, ut fenfus ille exqui-- fitus retundatur,aut fopiatur,rigorque;& doloij 5i mitior reddatur. Somnus 62. Somnus in febribus potiffimum acutis, ff; immodt- -yyodum cxcefferít,licet majori ex parte malo &«) 74/1? ^ erotantibus cedat, et proptereà fit evincendus ;) i "aq : quoniam tamen,ut omnes alias à naturà factat! € " 2 : ida €vacuationes cohibet, ita eam;quz perfüdorem] i fit, omnino promovet, fi in fine ftatüs univerfa.]. i lis febris,ant in declinatione fapervenerit, eciafí temporc modur excefferit, ita ut decem, aut e) tiam plures horas perduret, non eft impedien«] ju . dus, potiffimüm fi indicatorià die imminere crisd i fim perfudores commonftrarum fit:fit enim fæ] or penumeró, ut promotis per longum illom fo;] mnum füdoribus ex univerfo corpore, et ex illeéd! ti /ode)e ves lomno inftanratà naturà,& morbus fo]vatur, 8& nes eger convalefcat : coenofcemus autem ex fienisdi i) * prafentibus bono ceffurum hujufmodi fomnum] vornvwté $4. :, 4n T /^ -. longum.fifine tertore fit, fi lenis, fi denique il]: t lum / Ó oil . y jum non imitetur, qui in lethargo, comatosisve affedibus paffim confpicitur : Videmus enim, aliquando excitatos zerotantes hujufmodi,e- tiam Medicorum confilio, impeditos in hujuf- -4r modi evacuatione recidivam feciffe . Proptereà cauti maximé in hac re Medici effe debent. 63. Inaére frigido admittendo in acutis, et 4er frigi- zftuantibus febribus,hec adhibeatur cautio: Vt 4us acu? pro viribus frigidus quidem ær ambiens in cu- febricitan biculum admittatur, et procuretur, utomnino tibus quo et infpirari poffit, et interna vifcera xftuantia, "ede ce» refrigerare, et faciei oblectamentum boc affer- eedendus re ; reliquo autem corpori ne nudo obveniat, omnino cavendum ; quin ne etiam nimis tenui ftragulà;ac pervià operto: circumverfante enim acre ambiente frigido aut flatu, et calidus va- por, exhalatiove,quz foras perfenfumeffugien . N tem evacuationem promovebatur, ad interiora ^4? " repelletur, et pori cutis pervii fcrtaffeadftrin- gentur, et internus fervor adangebitur : immi- nuenda quidem in augmento, et mæis inftatu zn v^ erunt cooperimenta, ut zftus ille imminuaturz ewe per univerfim, et natura inftavreturàtantola- ^ bore; at fenfim id fiat,neque eó ufque, ut illa in- commoda feqvi poffint. 64. Non placet tamen eorum confüetudo, Nà zii: qui quafi eeris vim inferentes, plàüs nimio coo- cooperien- pertos,& ftragalis obvolutos tenentfic et tran- 4; fregu- fpirabile mæis corpus reddere cenfentes poffe, ^ 4c? et füdores prómovere : cüm alioqüi illud ni- f'^rieiran mium effluxum fpirituum efficiat, et fübinde, '^*,, D 4 V)IeS eH) Viresimbecilles reddat ; hoc autem violentiam naturz inferat, et aut ctuidum humorem extra- hat; aut qui per alias partes exitum fibi quate- bat ad cutim vi quádam ; naturá re pugnante s attrahatur, xc ELA LVDOVICI 4 PPTATITII.-. Baimaduerfi ionum, et Cautionum Me- dicarum, diui Eas comprehendens ; vorige A2 Qua ad Pbarmaceviscum negotium pertinent . e Ep Vamvistáquam veriffima fit Hip- Medica pocratis fentéuia, 2.24pbor. $2.O7- materia "ia [fecundum rationem facienti. [i nom mutáda s [nccedat fecundum vatioriem,non e[f ^ tranfeundum ad aliud fiante eo, quod e principi o vifum ef? . Cavendum tamen, ne diu- tius in eàdem materià medicá infiftamis, potif- fimum fi in alterantibus verfemuür ; fit enim fz- penumeró,ut, dum longo temp« re eodem remé : gue Pm dio utimur,natura illi affueta ita illud in alimen/Æxsa Área. tum vertat,ut morbificam caufam evincerenon 7 valeat;potiffimum fi alexipharmacum fit; pecu- harique qualitateagat. Immwutanda ieitur crit materia prafidii, et quantitas etiam ; quz adeó Certa przfcribi non poteft : hac enim ratione et '| vii cxiftimationi noftrz confülemus,& eegros obfe-qj quentes magis habebimus;ne tamen id frequen || ii tds fiat,ne ignorantiz notam per inconftantiam || i fubeamus. Puean- 2. In purgandis humoribus per medicamen- |. dunagrg tum five [entens, fivefolvens ;ut multa funt à irte. Medico et animadvertenda;& przcavenda ; ita exptd't," huic noftro Cautionum libro minimé inferen« q«o»do da,quód regule, et canonesilli non nifi cautio- *45f? nesomnesfünt, quibus Medicum jam bene in- £derit« fitutumfü pponimus : hé igítur in immeníum (ec e A erctef. cat liber, folüm cum Hippocrate ;z fræmen " eile 4. t0 Ib.de medic-pareantibus,ilud admonebo,;4ebe- TT re AM edicum pre[cripturum phaymacum quod far- frm» vel deorfira purgat, prits £m '€YTOGAY€ y HHTA alias phavmacum pureans bau[erit ; Cj num alvus ex pur eatoris deor[im f actle fe fol'vat, ac cst oberug Parsvelporius dura fits hæc enim erit cautio pur- € l "T : 4 AFEA CIAM 1 gatorla 1n metu hvpercatha 1COS, ut naturam /!| WU eoo, e. on epa 1 tí peculiarem cognofcat eerotantis,cümnullisno- tis idiofyncrafia cognofd poffit; quam fi cogno-7. Ícere potuiffet Galenus, fe zqualem ZEfculapio cenfüiffer : adeó enim aliqni faciles ad folutio- nem funt;ut vel primo pharmacorum odore tre- .oa,, Pident, atque in fluxum folvantur ; aliiita duri: alvo fünt, ut vix ullisremediis alvus refpódeat;^ fic enim ant mollioribus, et levioribus ;autvæ lentioribus uti poterit. Purtame 3. Atfinüquám pharmacorum alvtm fübs |. dum inter ducentium ufumfe inüffe affirmet, rum demum exquiANIM.ADVERS. LIB. III. f9exquirendum, num, dum fanus effet,officii me- 7?s4re o mor alvus füerit, pro conditione rerum affum- ertet; 2» ptarum, et numà pleniore cibofe in fluxum ef- !riea fit fundere alvus foleat ; fic enim tutius zgrotanti pr confüleré poterit Medicus. 4. In lenientium medicamentorum ufü, cüm LexientiZ videam Medicos adeó diffentientes,& in quan- «f ati- titate; et in hora exhibitionis,& inintervalloab !5s:?ri» exhibitione ad cibum,concedentibusaliquibus, 4?7mer- puta, fucci caffiz ad minus unciam, tum et fe(- *91^?^ quiunciam, vel electuarii lenitivi, vel dia pruni, per horamante cibum, et hunc potiüs matuti- num, quàm vefpertünum, ut fomnum fugiant, quem poft medicinas imbecillas fngiendum;au- &oritate magnorum virorum omnino probant, Je esce vc] eà ratione, quód perfomnum et evaciatio-e Certo .| nes perfeceffum impediantur, et medicamen- - tum naturz adeó familiare alimenti naturam. fübeat;quod in Italis Medicis Francifcus Valle- riola;2.Ezarrat. c.$. maximé reprehendit: Nc- cantibus aliis; aut hzc in principio morborum. effe concedenda;aut fané admodum raró;in quo ; numero Mercurialem noftrum effe video JEgo ww ^^ de hacreita cenfeo: Infebriumemnium, &a- liorum quoque morborum curatione,majori eX ;», (5,45 parte ab initio lenientium ufüm convenire; et UA wav excrementa;in ventriculo contenta, et in vicinis |.,. A 7... partibus, evacuentur, et ut commodiüs, fecu-. riüsque incidentia, tenuantia ; et abflergentia,, auxilia in ufum duci poffint, fine periculo ; nez crudi fucci ad intimiores partes ducantur. Quà NOS oe) : gras * mo lHh e urhe Kata VeTO quantitate ; diftantià à cibo; et dt tempore ?. Sané nifi cautio adhibeatur et diftindo, in errore verfabimur : Aut erífmin» T bs. princpio morbi ad. prefcriptum ufum exhiben- dz,diffg. tU; ut progreffu morbi;ut alvus aliqua dejiciat éio. Andies,cum enemata, » quód aut renuuntur, aut . leduntautnihil fübducunt;a aut alia causa; in u- füni venire negueupr d 1$1 ob primm occafio- nem, et ad unciam, et ad id fefquiunciam concedi zx. ; debent, et a aliquanto tempore ante cibum ; et potiüsmatutinum, quàm vefpertinum tempus eligi debet, nifi aliter acceffio febrilis perfua- deat. Colligiturid ex Gal.2. Ze em facul. cap. 31. de moris, mox etiam de prunis agente, ubi alt : dl vups pruna movent,, Sinai f f prandium gon ftatim. fed aliquamto poft in* ervallo inchoetur, capo t[ola comedantur ; hæc enim communia, omnium laxantiumm przcepta meminiffe opor- Lax Iet ; ut enim perfeinexiftentia excrementa fub- vunt edi qucant »fine cibo per fe concedi debent;ne veró, tmc)en E ' cum naturz ea famil liari ia fint, 1n aPRSCHÉ Ver- E d «t tantur, non multo poft cibus eft 4llis concedén- d Dx 4t - dus;ne veró fomnuminterrumpant,dum alvum (s das p ád excretjionem movent.;c rd poft quatuor;aut fex horas fieri folet - po tis ante prarídium erit Deb; . exhibendum. 1Q: [Quod fiad ex xcrementa,que in. rsen jnteftinisa lagregaptur ex quotidiano cibo,füb- ducenda ex thibe atur, cüm ld fepius fit oriítatt- we dum, multó min or copia Mloru m erit conceden- da, puta, f (cmtu [uncias antea deachnges dein facile folubili, &e2 quidem. jim- mediate (WW dd 4 121] /Á, )1l eAVO (6: mediate ante cibum;vel cum ciboipfo;& porius; cum cana,. quàm cum prandio: ficenim cibüs : emolliens;& lubricansredditur,& ferculum one Jtvculn lud hquidum;aut ju fculum medicánmientofa m. UPC OBPINT induit qualitatem lubricantem ; et felectaà nüs- turà parte nutriente, reliquum, quod adanteftis: na transfunditur, et fxces contentas emollit; et ^ tunicasinteftinorum lu bricat neque .cruduma: fübducit; quoniam ; cüm naturz ea familianas fint; illa non averfatur, aut cum crudis expellit; fec d co ncoctione faétà, quod familiar '€ ma91s at aahit,reliquum.cum ex 'crementitià parte ádin- teftina pellit; quod cum non fiat ; nifi celebratà : coctione ; poft fo mnum folet fiéri : et vut millies p Jy OMA e2o ex pertus fum, et nof ftrates Mc dici meoe exg« "2 Ja 1o cognoverunt ; hoc modo au t famiuncià ; aut ctia un duabus dr achmis fierenumeró 1pajor ex- dg tetas crementorum copia educitur, quàm cüm uncias ' &e etiam fcfquiuncia per horam;ut moris eft5ane te prandium exhibetur : fomnus potius adjuvat: coctionem illam ; et lubricitatem ; quàm impe» diat. Neqtie interrumpitur, quia quantitate» à tardius agit,& non nifi poft cocticnem . Auctos - A ritas illius fententiz-& VaHeriolà adducz ; aut. 2^* de primo modo exhibendi ea intellivitur ; vel v m potius deveré purgantibus debilibus; de PME alis. G. :Ab affumpto autem medicamento: veré 1 viec d * purgante;an fomnus co ncedendusamrerandüf- ZU AN z 91272 '4 vefit ala eft ratio ; neque unà refponfic né po«^ 4072 b] e? eftíausfien ; aliterepim eft agenduniin medime quands. CoIento ; utenchitt «améto lévi;aliter in valido:alia eft ratio, fi me« dicamentum fimplex fitmedicamentum, alia ft venenofi infe quippiam contineat, ut hellebo- rus, Colocynthis videntur : neq; idem imperan- dum.fi liquida exhibeantur;autin boli formam mollioris, àutfclida concedantur, quales funt : pilulesfiex ex blandioribus fuerint, et 1n formá li- quidà, vix eft füperdormiendum, nifi ventricu- lusadmodum imbecillis fuerit;fi bolt molliores fuerint, et medicina fatis potens ; aliquádiu fu- - él mela perdormire licet, potiffimum fi naufeabundus emi 9 fit eær,aut debili ftomacho;fic enim faciliüs ad potnded actum ducuntur, et non evomuntur. |A pilulis " £^ * optimum eft dormire, et longiori tempore, ut PIS etus colliquatz, ad adtámque deduciz, facilé sol i - D PUS fuum exferere poffint . A valentiffimis au- E tem medicamentis affumptisjin « quibus virulen- ti: nonnihil ineft nullo modo dormiendum. ceníeo, nevirusad principes partes, et potiffi- mümad cor per fomnum means, qut ad cerebrü vapores transfufi nóxas pariant in&mendabiles . yin m Malé iis confülitur, quibus ab affumpto -aMfumpto, pharmaco,;ne vomitus fuperveniat,calidi panni 2e / 07A 7v M reet n - p 34A / 7" zeli cs hoc autem et calorem naturalem à loco avocat, lida sop G fa penumeró flatus excitando ex materià inis fentappli ventriculo contentá naufeam promover. Gulz canda. igitur, et ecfophago potiüs frigida fatim sdmovcri debent;ventriculo autem non r.ifi cüm dif- ficulterad actum deduci peteft, aut dolor à fia- ^ £u congula y ant àut gule,aut regioni ventriculi applicantur ; il-. y.gioni yg 10d enim potius vomitum trahendo conciliat. Concitatur, calida applicenuir. Cavendum autem femper;ne calor excedat,revocatur enim -.| potiàs fic natura ab opere. 8$. Cüm Hippocratem viderint aliqui ab ex! J| hibito helleboro, aliove medicamento validio- rl,cremorem horde! exhibuiffe, E reliquie,fi ul quc adh xererent medicamenti eefophago, fupe- ricribusq; ventriculi partibus,fü bh erentur,aftüsq; ex medicamenti vi in ventre productus 'reprimerentur ; poft quodcumque medicamen- !tumaffumptum poft tres horas, fiveevaciare, jam ceeperit;five nullus adhuc motus fiat;jufcu- lum pulli propinant; adjuvari fic cenfentes opus medicamenti. Quod omnino cavendum ceníeo: ficenim medicamenti vis hebetatur, aut preter rationem actio medicamenti confunditur. Ino ^2e44- aod un fine fané evacuaticnis fiquis id pr rxftiterit, opa- me illi confulttim cenfeo;nam et fiti ccnfülitut, 5, -. et reliquie medicamenti, aut humorum fübdu- cuntur, ehuitur ventriculus ; atque vires aliquo modo inftaurantur. 9. Purgante medicaméto dato, fi fpatio qua- tuor,aut quinque horarum non dejecerint egri, nec bene;nec tutó clyfima 1njici poteft; quod paf- fim à Practicis fieri video; nam diftentis intefti- nis pharmaco, ac ruentibus füccis ;aditu prohi- betur remedium; ;fepéque deorfum pellente na turà, et furfum propellente clyfinate, pugnà ex- ortà,dolores concitantur maximi, et aliquando volvulus.promovetur. Glandem ieitur prafü- terit ex melle impofüiffe cum fcmidrachmá fà- lis, Pbhartna- €0 nj pto . son femper in- fco p tres Loret exbsbéda. HH eth . Mu 8U.A. oí " € tædia. PLarz;-- co no €? CHante s, chos 20 " dé sm, Jw Qo df. Cun m o $2 C^fA64 lis, fellis bubuli ; et fucci cyclaminis ; aut cum pülvere trochif&orunvalhandal, fed cum filo . Quód fi clyfma indatur;fit acre quidem; fed fex«. |... folüm unciarum. Praftattemen id promovere. |; cum hauftu octo;aut decem unciarum juris pul-: |.., Ii;addito faccharorubro ad:dvas uncias; aut un^ |i. ciàaddità mannz; aut fefquiuncià . : Vomitus ^. 10. EO ufque mollicies noftra pervenit; ut: quet-NOmitivorum ufus feré exoleverit,ut vel eam ef^ 1 plex, q'ii- fe caufam etiam credam ; ut raro rebelles morbi j.. £4; » C A nobis evincantur;ne tamen id fineanimadver- . |. 4775? fione relinquam ; animadvertendum ; cümdu- j. V^ uley fit vomitus, arte procuratus, Vniverfalis u-, sese Dus; quototius corporis conipages, fi quid malt" concepetit;evacuatur pervomitum : Particula- ex eactrisalter;quo ventriculus autà collectis per fe» . excrémentis infe,autab affufis aliunde ;inani- tur... In primoillo exercendo;cavendám ómni- no effc hyemem dicebat Hipp. 4. Z4pbor.6.quod. «c cim czaffi humcres tunc exuberent ; et viz non. fintaperte ; corporisque compages denfior fit ; juàm ut locum humoribus attractis concedat, difficillimanireddunteam actionem;fecüs eft,fa. J. vacuare humores per fein ventriculo ratos ten--. taveris : frequentius enim id przftare debemus |. ^ . hyeme; auctore Hipp. /ib. de [alubr? Dietas quo- p). " mani inquitjboc tempus ad pituitam f ecundins eft; V7 et quamviseo tempore ventres ftatuantur cali. |. dicres;r.2fpbor. 15. quoniam taroen pituite me-.| tropolis ecerebrem, ob aéris frigiditatem 1naXi- || iné pituita abundat; unde defluxus illius ad pe- || ER Kus» bs étuss et ventriculum ; ideó vomitus hyeme ma- 21s conveniunt blandis iis avxiliisqua naufeam promovendo partem illam folam poffunt eva- cuare;ut docet Ga ld. $. denfupart. cap.a.Atfi he- pate fe exonerante, bilis recipi turin ventricu- loquod ex amarore lineuz, et aliis confpicitur, quovisid anni tempore ex eniat, evomi poteft; licet frequentius id eveniat xftate . 11. Numquam tabidi;,aut in tabem propenfi Vemitz: cvomant,fi fieri p offit, fed per infer DONC cag tabidis i- tur, ob graviorum fvmptomatum metum. nimtcus. 12. Cavendus itidem eft« vomitus,quibus ca- ; 11 E re eren m put c tolet; nifi ex recrementis in ventre collectis quibus no id fiat;a ut quos interna ph leo: 'neobfi idet;aut COWUeIT . qui laborant moleftà aliqu à ham )ptoii 1, aut O- culorum morbis ; lipothy miz,aututerinz affeCüoni expofitis etam 1ncommoda eft vomitio,; ut et 1is,qui fracto;nau ife tiri ndoque funt ftoma cho, et denique cob ptis, et morboexhau- füus. Eoufque progreffa eft hominum tnolli- P2area- ties,rt etiam in medicir is pureantibus affumen : ca vefrige disvoluptatem qu£&rant, dum illas frigidas a- '4t4» vet ctu; quin etiam.fi Deo p ;lacet;glacie refrigeratas tlaciata n expetant,.X fzpé ab adulantibus Medicis con- "Je c? cedantur, non animadvertentibus, et multum NS L de naturá proprià per: glaciem corrumpi i,igne: as partes, in quibus maximé purcandi vis ine extingui, difficillime ad actum deduci, dolos res fa epe excitari, tum ex frieiditate; cum diminu actione medicamenti;& fe penumceró adl j: L h uinc- humores in ventre cexiftentes,.dum adhuc denfat magis,contumaces etiam nimium reddit,unde.» repugnamus actioni medicamenti ; indéq; tor-: mina,& inteftinorum dolores . Phawnz- 14: Cüm noftris his temporibus,quibus Chy eor vali. micis, et Hermeticez Medicine locus fepé datus dorum p eftillud inoleverit, ut extracta virtutum medi- vinum, camentorum perinfufionem in vino;aut in aqua aut. AqHÀ. Nitze fere fiant nifi diligens cautio adhibeatur, U/'4 eX" errores fequentur inemendabiles: ut enim con- MK cedi hocutique poteft in medicamentis blandis, lofa- et placidis;ut Senà,Ágarico,& fimilibus;ut etià in fimpliciter alterantibus ad calidum:ita 1n venenofis,& fortibus non femper eft tutum,;ut it Colocvnthide, Turpetho; Cataputià, et fimili--] »" L L] . M bus;vis enim virulenta altius permeat,;& cordis] palpitationes producit;aut fi virulentia non in- fit; fed mediantibusieneis partibus vehementiam habeat, adeó medio harum mæpnus vi-] gor illisadditur, ut füperpurgationcs, aut fané dyfenterias efficiant ; fitísque tanta exci-4 tetur ; ut difficillimum fit huic fymptomati oc-4 currére. nLabarha 2000s Quinimó, vel ob hancipfam caufam aliá info qua funt etiam blanda medicamenrta,qua quód » vino ex igneis maximé partibus conftent;ut R habarba- Eris k Y^ 2 llc i - bibita fe-. Yum, fiinfufione facta 1n vino concedantur, fe. ; : »WE- " bres exci- bres fepenumeró inducunt non parüm a ftuán t4t tes: irrorari udque antequàm Infundatur R hat... barbarum debet,ut ignez partes terreftribu] multis admixtz quodammodo ad füperticien trahana ie Re i P QA í trahantur ; atinfufioin vino facta nullo modo laudari à me poreft . In. componendis formulis medicamen- Pjarma- torum diligenter animadvertat Medicus, ne ea «4 d mi« miíceat,quz multüm tempore differant in ope- frétur, fint ratione ede *ndà, i ta ut unum ex iis fit, quz non, (* 75 2"4 nifi longo pófttempore et humores peculiares 42^" fé OCC WIOSS: Pp re agite et attrahunt,& fübducu nt; ahud ex uis; quie ve- locifiimé eadem praftant,ut fi quis electuarium ex ficco rofarum cü pilulis maftichinis mifceat: quoc d enim citó vires fuas exferit,i jinteerum füb-- ducet medicamenti im tardius ad æendum, aut dum vix 1d humo res peculiares ag 'creffum erit at bali iere,sicqi ic imperfecte rem idrieb Unt actic- nes medicamentorum, et tormina in inteftinis 5 ac dolores exorientur., 17. In pilulis concedendis, et fecundum ma- Pilula Inem,aut parvitatem efforn andis, ma- quando " da eft cautio : fi enim à capite, aut »magza,et longinq s partibus attrahere deb ent,craffiores qwando mao páttyd ine formari debent, ut diutiüs in ven- ^orve con triculo firmatz;& valentiüs $, et mæis à lo nein- ortén Otis attrahere poffint : atfi ad excrementa fo- /!!If« pre lüm, qua füntin ventriculo, e XC utienda voten. CAPMems 7 7s din Lorej, pro tur,ur folemus de pil.alt ph anginis,«& aloe face- sdiadeula rc, minutulz femper effe debent ; utnon diuibi. hare ant, fed qui àm primüm abftereant ; fic ad iium cicermm magnitud Inem eas pilulas exh ?221720Y € $a bemus; quamvis ex aloe lotà cenfeéke pilla a- liquanto craffiuftule concedi poflint, qu3m 1c ex non iota:cim erumrcbvr vosti2 Ra ; i p. lil Pilula va ld:fima f 7/774 WO fmit. ma£4 Ciyfieves p £7 29 211 Js no f '£ [24 HY» HH Í indaut 5 yfeeres ? pragna ^ 2207 excedant « Clyfteres, por . laborant bus ventb. [;2t parva 8 ille foleant;aliqua mdiu etiá plàs reuneri debét. In validis veró pilulis concedendis,nimis magnz fünt vità ande: cüm enim non nifi longo tempore evincit à calore noftro poffint, atque» colli iquari; diutiüsibifirma tur; unde nimis macna fzpé fitat tractio humorum, unde et fuper- purgatio. 19. Dealoes frequ entiori afu, deillius affu- inendi cenfuetu dineà con 3»de ejufdem quan- titate maximé varià, ac de ejufdem i in (cbtibus ufu,cautiones pluresaut hic,autin aptiorem lo- cum erunt ad dendz,defcribende eodem ordine quo fu perius (criptz funt. :o. Declyfteribus hz fint cautione s Ima, in eravidis non mu Itàm frequens fit clyfterum ufüs: fi Veana ge e e fint, progref fi teitifo: ris per communicationem partes uteri, et adja- entes nimiüm la bande hinezid'in ferna reple- tus uterus prol abitur; fi acriores veró fuerint. et fetu noXxas afferant magni momenti,& ex pref- (ii, quem in ducunt, prolapfum excitabt partis, et fxpenumeró 1 cmorrhoidas maximé mole- ftas producunt " 21. Ingravidis ?randiori feetu clyfterisnon multa fit quantitas, preterquàm enim quód có- primit foetum, flatim quafi etiam comprimente feetu repellitur. Renibus calculo ; vel infífammatio nela$55 PD LI, borantib us, parve itidem fint quantitatis,ne repletis nimiàmiinteft inis compt imendo dolorem adausgeant, In prepingvibus non multüm calentes r, pay pesada folent enim inteftina habere fenfi ma- guibns, e ximé prædita ;ita ut ab injectione quafi fübitó ;zzefhinis expellantur fine utilitate : hoc veró 1n omnibus subi fea obfervetur, qui exquifiti fensüs habét inteftina. fusselyite- . In quibus flatibus maximé inteftinatur- 7*5 7enim ent,qui enema injicit, blandé admodumidfa- ^4"'w m neque cum impetu propellat ; inangvfta e- quens ' calentes e nim loca pro pulfi venti niln n mdiftendunt par Initcflinis 2 eS, atque einde dolores Ízpenu meró v ehem Cn- turgetib? tiflimi et excitantur. flatib. cly 25$. lantumdem damni iis evenit; qui et plus 62; LZ n1mio duratas feces in inteftinis habent,quíaue 42 inácié inteftipna iis nimium repleta habent; pavlatisns di. enim em ollise illas dcbent;atque mibdsacti qua- Clyfferes titatc indita, et blandé admodum. violenter. 216 Ch 3 res,quos ex malvà, alrhzà,mercue 79? s: riali, violarià, betà, et fimilibus decoctis parant ciédi que Dhn: I TN DS OUS ffinis fece patiim Ll'harmacopcla quos Ccmmunes appel$ al. ai. vcpletis « lant, vel- hac telis ne femper fü n ectos habui, "prs, Bey iz. quod decoctum 1llud p: v- tum diu tius Confer- (25,55 ven i Gc quamvis cleo diutiüis fervare incorru- incommq- hujufmodi decocta rrofiteantur,fi tameno da. affim« cl ervaveris,putridas& malé olentia ef- fc coencfces : quo nidore fxpenumeró uterus in mu heribus commoveri flet, in aliis dolor capi- tis excitatur. Qvare pra ftarct mulsà bene mel- lita; et cleoid pra ftare ; aut ex urinà cum melle defpvmato.& o leo e dem praparare, aut fané recens fcmper decoctum 1l lud parare. 27.. Magis veró iidem cavendi erunt, fi addle 4Jisd go Ea tà un 70 LVD. SEPT ALII MEDIOL. eumdem, tà uncià caffiz fiftulz, quam vocant, aut diacaí- incomto- (iz; pro clyfteribus parentur : eam enim paffim» dum. |." parari fcio ex recrementis caffiz abiutis face a- liorum medicamentorum exoóletorum, et fyru- pis jam corruptis loco mellis, aut facchari;ut fe- é et magnos dolores inteftinorum inducant; inalvo folvendà nihil proficiant . Clyferes. 28. Quantitas enematum major fit in mulie- pro mlit- yibus. Oribaf.8.Colle&f.cap.24.funt enim ventri- ti^45 44À. cof v meis,& ventre capaciori;ut cüm uterum. Htate T^ ferrentminüs premerentur . af 19. Salemrecentiores femperadjungunt, et $al clyffe- a a [ .O v ribu: 45; f quis 11lum omiferit, tamquam fi piaculum» indédum . Conuififfet; derident,fed prater ufum antiquo- yum,& rationem: quoniam illo addito non d1u- tiüs detinetur; cüm etiam per noctem integram. aliquando probé detineri fcribat Ætius 7 er. 2. fer-1.cap. 129..., Clyfferi-30 In puerorum clyfinatibus olei ufüs intet- bus puérá- dicatur, et ejus loco butyrum füccedat ; ne ver- "i ole nó mes;fi qui funt;(urfum ferantur:sícque Sebeften indatur. juri,autferoincocti maximé erunt ex ufü ; ex Paulo //b. 4. cap. 53- Clyftere ;1. Vt ante vene fe&ionem optimum aliqua- in indéd^ do eftalvum clyftere evacuare, neinanitz vene jid /*- crudamillam, et feculentam materiam ad fe» P072 V 7 vci bant : ita non placet ftatim fere ab injecto iln4) QU& 6b f: er VAMA . lo venam fecare: praterquàm enim quod et fri- gore tentantur aliqui ex furrectione; et aliis de- liquia animi füperveniunt ; fit etiam fzepiüs, ut naturá adminiculante, noa femel tantum, fed bis, ter,& quater,& fiepiüs dejicerefoleant: un- de aut in ipfo: fedtionis actu alvus perturbatur ; aut edam artifex in ipfo dejectionis actu, ne» tempus conterat, ob lucrum vena fecticnem. exercet. 32. Cüm morbus caufe implicetur ; cave; ne Morbs morbo evincendo infiftas causá poftpofità ; fi e- caw/e com nim illud primó tentaveris,quamvis interdum. ?!tato, mitior reddatur morbus;manente tainen caus, ^^^ vm aut non evincetur integre, aut fané renafcetur fe T proximé majori cum periculo. biens 33. Incaufisremovendis, externa priüstol- Cawfi; latur, fecundó antecedens; tertió continens : fi- "mitis bra quidem cüm alia ex alià nafcatur.nifi in iis evin- tibus, cendisis ordo fervetur, fruftra quod primó ex- € ie petitur, fed poftremó intendimus, nempe mor- ^ ' itd bum füperare;obtinere tentabimvs . aL dai- eon In comnliran diete endis ;4/ ferv&dnis 34. in compiiceus morbis removendis,fiita ^, difiideant, ut variæfedes occupent, nec unius,,,;. 5. curatio alterius curarioni officiat, fimul curari, plicatis et eodem tempore poterunt, atit etiam diverfo, morbis y neque multum refert,ab utro curationem exor- quomodo diaris. procedens 3$. Siveró unius curatio alteri incommodü 4v. afleratrmaximé erit cavendum, ne dum vni ftu demus affecti, alterum exacerbemus ; SOUUNU. "rt merece att e15qui mæis ureet,miaximé infiftemus;alte- ?"!r25 - CDM AF $i " quomodo ro nén neglecto; autfàné (quod potiffimum ob- ELE fervabitur,ubi zqué vrecant) otique mediocri-,,, tate quàdam, et contratiorum permixtione erit fuccurrendum. A E 4 36. In rra 2&. : ; 31^ Rd Y "osi 3» multis. 36. In decernendá remediorum copià he fint ji remediis animadverfiones .. Prima 1n levictribusmmorbis jiu gio proct- par fit remedium, ac (emel, universimque mor- :| é^ dendum - lumfübmovens; cüm enini leve üt ; nullam na 115 ture viminferet. 2 nu Extrebis |. 37, Atincxtremis,& periculofis morbis lineal morbis [^ eunte morbo przftat valentiffimum aádhiberea 55i 2 7, remedium ; quia cim mortis immineat pericu-i: yep lum;nifi univerfim remedio evincatur, præt pesi? rendum. CC in mortem agemus . Hinc extremis morbis: ni extrema remedia adhibenda ; confülebat Ferdi Mobi Ppocrates. auediotri- 39 Quod fi tnediocres fuerint.fenfim,& blà-4ic bus las» dé melius depellentur; niillam enim fic contxa- ga d? occuy- rie qualitas noxam corporiinurent. INec ta-4 rendum. ynenádeó lentz eorum remediorum vires effe nte debent; ut illas morbus non fentiat; exafperatulfo ixi enim fiepé morbus ; et acerbior fit; cüm morbüs €4lid; fo- talia remedia facile füperet . ius nólon 0:39. Tn fovendis externé partibus, üt incaleej n go tépore lcant; prudenter fe cerat Medicus, ne diucius 1r i» ufum utatur;fcripfit enim Hippocrates: Calidüsfi quii ducendi. diu,multimq; eo utatur,zgris damnum auget carnis effoeminationem invehit,laxatis. carnium] fibris, diffipatoque proprio carnium pabulo; 54 indu&to humore excrementitio;unde etiam nerun voróm fequitur infirmitas ; nà eorum robur in.Ji mediocri confiftit ficcitate . Cerebri quoque affi, fert ftuporem,nam fensás,motüs,cmpiümque- Jio; cerebri a&Hionum quafi refolutioné pari et hæ morrhagias concitat,laxatis venis;& fanguine Jh. | fufos wj ma itf fufo; et lipothymias; diffipatis Ro paient) &reil folutis membranis, qua mots 1pfa excipit. At veró nec multim f rigidis diu utatur ; i| nam frigidum;ide manquit E Hippocrates, fi quis incófideraté €o utitur, fpaífmos et r19i res affert; nam exitu omnia corporis inquinamenta prohi- 1l ven et ofhibus;ac cerebro bellum indicit. Ad prohibendum faneuinis flixum ubi- i] que osos frigida; nifiin pectore fue- sl zit malum: fümmé enim frigida pectori fünt inimica; etenim fanguinis, et fpirituum vias in- tercipiuntjlp fiüfque thoracis naturan n,que carulaginea eft, labefad ant ; quod multo calore atad v Ita m fo )venca lam ^ 42 In yehem 1enti sok ^: vel ex multà copià t C aig CCurrat;cavet dotspnerni ident O- ij rusutamvur;fed noni mihl. eorum,que diícutiünt, eritadmifcendum : quz enim adf'rinsendo re- 4 pellunt, cum tunicas ficcando exafperent,majo- d rem inferunt dolorem, hinc potius influxum. j| augentsquz v« TO ÍO là refrigeratio ine id przeftat, 4d. ut: aqua f r1i?1da,nix,2lacies,narcotica,cüm ma- ] teriam nimis craffefacia nt ; Mb conden- M. fent;etfi dolorem minuant, curati. tamen diffi- ] ciema fec i Im reddunt 43« INarcouica qua í J| ne temere in ufum ducantur s fed non s in ve- I hementiffimis doloribus,vbivires concidunt;ut 4i cetfantibus doloribus robur recollieant. Adi la Eori$ vero Medici erit auc auram momo 1 ^ /15 tu poret Coma En CERT T) cn diia MN NEQUE T m Exterois f igid; $ di nom utendum. AÀ (angus eb ios ns fiuxf frigidi. 0b1124 praterqua i2 thorace. Solis rgpel leztibus in printr- pio quado A a, 7 0n fii£fie€ Je £144]73 9 Narcoti- ca nntm- quam sp- plicanda fiétuvis ca ptis - IN arcot: cea mnum- quam in- 1Ya Are. Narcott- ea num- quam in pueris Natura quo ver- git, 0 du- cere opor- i5 quo- apado :inzellicedzt. &» ;4 . captántis ; ca in levibus doloribus in ufum du- cere. 44 Numquam commiffurz cot 'onali, utin cxteris fit; ap plicentur in vehementibus capitis affectibus.fed temporibus; et fronu. Numquam in aurium doloribus intra auris meatum;furditatem enim fepe concitant ; quidquid R hafis contrà fentiat. 46. In pueris narcoticorum ufus omnis füfpe étus:fi enim intüs fümantur, cüm aneuftis venis Bi 4 adhuc conftent; quafi ftrangulantur; extrinfecüs: lits .autemad fomnum conciliandum fi admovean--lj een reliquam vitam me morie multam Jactu--bo: im faciunt. 747. In quácumque evacuatione moliendà à Medicojfive non Operante naturafiv e imperfe--p« &e agente, qu :amvis et quó maximé natura tüil s» partis,tum humoris verei it, có ducere oporteat, per loca c »nvenientia, id eft poffunt;& à naturà etiamyf tentione fünt inftituta, q aut inflammatione;aut alio morbo. Vnde Gal. 1. 4d Glauc. cap. 11. dicit teftina laborent vel vulnere,vel infiamma non effe evacuandum per illa Joca. Tum etiam; fi vicinus locus ille perfe conveniens parti ali- cui laboranti fuerit ; per : fi ventriculus, velin-p tione; »per quz evacuartiflor tem fecundarià inc-e oni eft ventriculus ;,d0/ vefica, inteftina : Cautio tamen adhibenda eft dii quia fepe evenit; qua per fe fnnt convententia 5, ex accidenti talia non effe; ut fi hecloca laborét: eciJe. accidens non erit con--P veniens;ut quamvis thorax, et pulmones ad ex-4i cipie cnP € c ww 3 EE " WA. M reu im. iC s Pv lll Kipiendam materiamà cerebro transfufam apti! Ifimi fint, aborante cerebro non eft per eam viam "JEvacuandum;quia tracheg arteria, quz pulmo- '^ Ini juncta ef; cerebro maxímo eft proxima; et fic Ipericulum effet, ne ad pulmones irruéret, ut te- "^ Mtatur Gal. 2.27 6. Epid. 52. . Quamvis, que ab Hippocrate Medicin? cj»; jparente r.24phor. 22.propofita eftfentétia:Coz- -edicari "I:rotfa medicarz oportet, C" cruda non savere, nifi. opatercs, Ipsateria rurgeat.qua alioqui raro turget;hujufmo- c eruda iii fit, ut maxima curandorum morborum fatio 79» move "i lieà nitatur,ut felicitatem, quà in curandis eeris Vogt? '"Jper quadraginta feré annos fruot;in obfervatio- siu A inem hujüfce canonis maximé referre foleam.; dnd. [quoniam tamen unicam hanc exceptionem ad- (æe "I Mgecit, mft materia turgeat. tunc enim cruda funt eorlatieii- i ipurganda;cum alioqui et in plevritide HIpp.2. troverft "acu. 11. 6c in anginasa. acut. 30. et cüm lotiutmo conciliati "Wicraflum eft, et nebulofüm, 4. zcwr. 43. quod im- perfectæ coCtionis fignum conftituit Galen. t.de » [iC rif. 17.& in quintá die, fi venter murmuraveJitit; Hipp. 4- 4€Hf. 64. et in quartà in plevritide, (quz eft principium, 4. 2c. 76. medicamento yiflufus fit pureante: ut et Gal. 1. Ze differenti: feb. "i ja-in febribus peftilentibus ; ($* 1. de compof. td. lier loca cap. 2. S.curans alopeciam; c 2. eju[- wilden, cap. de curatione doloris capitzs, (9 4. Metb. omlemed. c. 4.1n ulcere;fuperveniente eryfipelate; c qh1. Meth. 9. quod ita puttidum eft, ut Corriei «Ainequeat;ab initio evacuandum;(£ c. 22. in óph- Wkhalmiàa; et linguz inflammatione, ftatimi nitio 41 c firm t4 ÀA1ULA lo 6 LFKD. SEPT ALII MEDIOL. fluxüs medicamentis purgantibus ab 1niti0 s. quod eft; ac dicere; crudà exiftente materia, ufn funt;in quibus certum eft,non turgere materia 3; E bo ; ] 33 et forté eà ratione, quód praftet aliquid. cum. periculo experiri ; quàm a grum defütutum re-4 mediis fineremori. Vndetamquam in falo ha-4., rent Medici,cüm confirmari fententiam 111a mo «4... 232. 1. Sel. videant, 1. Zdpbor. 24. 4- zpbor.Con; 1o. 4. ACutt. 22. 2. Prorrbet. $8. 3. de diebus decret o. Iib. Quos, C quando purgare oportet stum fine, pen), longum proceffumm. quomodo in hoc negouo om: nium, quazad faciendam medianam faciunt maximi momenti, fe gerere debeant ; dubii hæ: rent ;.& quid pro conciliandis contrariis iis fen tentiis dicendum fit,dubitant. Ánigitur cum. antiquis Patribus evacuatione diftinctà1n era epe dicativam, quam in crudà materia numquamy convenire;& minorativam,quam convenire afí& ferunt, fatisfaciendum erit? minime; quód unn ecríalis fit reaula cum unà f0là exceptione; e 4 ACHE. 22. dicit univerfaliter,non convenire, qui cruda non cedunt ; at minüs cedent minoratiyl debilioribus. Nec raró in acutis in principl uteremur medicamentis purgantibus.Et ratio Gal.in Com. 22. tradita ; quód. non fit in crudi tate feparatum bonum à malo, in minorantibu locum hàbet.. An potiüs canonem intelligemt lo ewvacnatione 13145 fat C112 41 ert'à ET x "ep «c 28 de evacuatione,qua fit curandi eratià? et præf vationis eratià cruda ab 1nitlo evacuare poter mus? AtHipp. 4. acut. 22. reprehendenti Meq dicos cruda ab initio. evacuare tentantes ob u fiamba f ! Euh 77 lamma itione;refponderemus;excufàti p Te eos, Iiceremufq l1e;1d ili )s ME IP d pra cautionis erati preftitiffe non € à. At nec placétiiqui cüm ivacuationem aliam conftituant evacuativam 3 1^ tationis, Iblum;aliam revulfivam:1 PEE IV ànumquam Iruda in 1! » rincipio etit evacuanda ;in evacuati- à fimplic ialiqi ando pofk dif erunt ;cumin Mevritide;in anegirà, et aliis inflammaticnibu [$5 Llamus eo tempore revvlfionis eratiàfieri eas 4 IVacuat iones. Pratereà,incommoda, quz fe- qu fcribit Galenusad crudorum evacuationem, "I^ Ts iRAdlfi æm In evacuation ;VvCta fünt; lotiffimuüm cumabfolute, et fimpliciter reeula 'to, nifi t urgeat, BI LL ciim dus A bobo £02 3 bDiubppocrare ponatur. Minus r« ecipi endi,qui ki À A Vacuatione cruaa materla ] Ippecratemire]cere centent ». 2Z2pbor. 23. alibi IT M camdem concedere,frà parte folum áliquà ia TT . " 213^ * f5 /5(« I T o: f C PN ' d'a Mat: Quoniam rationes Galeni non folüm 1n to-, ; TET UT j^w* I PP LEN. X. X mer Ik IT conv eniunt,;fed et in partiali1. LUA.2CHT. 2.2, . leat m5 u'atione ioquit L5 KCuUa c AITCG fit, i t11, ? f 4 Lf 1 Cieccw n * 1 CIICCLLI CIutcoo1 Cal 5 I. non ad totum evacvuandüum; fed ad n27teva ef non ad ictl1 L- uandtiun;iéeaa«d partem ei- 1LP DS ] iuin eit.( jDCCctandaarm cvoraumm. vec dicenc Y; DCctlonem ordinata C Lal üuratione ; coacta veT OW WM a 7 € )primatur zeer,cruda poffe evacuari,ut E. - "* PTWORTAWN P7 2888 C5 on nid I1quibus vifum eft . Nam coactam effe tureen Scruda matel Lr paries pd ivo ; d s] A" là 4Hh^ lam in 22. Zdpbor. excepit, ni mini on d A Pm c E Jeperaddic. Minus etiam dic potefi n liis numquam licere cruda evacuare, ififerte tureeat materia ; 1n morbis autem fine febre ss f cruda poffe evacuari;quod aliis vifum eft . Con--fni vincit enim eos Hippocratis auctoritas, 2. zcst« pi 11.qui in plevritide morbo cum febre, five cur-- putt centiàà principio purgat. Vt igitur jam tandemnafam. in difficillimà hac controverfià;quid aciendunmfan fit,eruamus,non pigebit longiori uti oratione nsn &k preter inftitutum cautionum píacticarumnpui t tradendarum;cüm res hzc bafis feré fit curatio-4oni num omnium, in quà tamen omnes feré aberrà-4ul runt. In primis igitur memoria repetendum efti cruda, et co&a in duplici effe differenti ; aliat enim cruda dicuntur; qua coctione mutatà in. 4liti fubftantiam verti poffunt;alia veró non ves ré cruda, aut veré coqui dicimus, fed per fimilupi idinem;nam licet nutrire cocta nequeant ; tod melicrem tamen conditionem ducuntur . De. Bd duplici hac co&ione, et cruditate etiam prime locutus eft Ariftoteles 4. /eteor. ubi non folürig cibum, chylum, et fanguinem, cruda,& cocta; aprellavit fed et lotium, et excrementa ; vt T Hipp. 2. 4cut. 44. ubi bilem crudam appellat hio et Gal. lib. Quos ' quando rc. C lib.de conjMy art. med. 16. Diftinguuntur autem hzc, quefhi, qua concoquuntur propric ut nutrianteamde-fi, qualitatem, et fübftantiam nutritze partis fufcdfug., piunt;quaz veró improprie, et per fimilitudinenps. cruda. cencoqui dicuntur, non. fufcipiunt ais qualitatem, aut fubftantiam, fed fufci piunt tail cüm quádam fimilitudinem caloris concoqueqe, tis:znam chvlus albus fit in bepate ruber, et faclo. culs feuis ruber albas partes nutriens fit albus. Tn. iM brudo veró cocto, cüm putridum effet, non fit 4muratio fecundum fibftandiam, fed in qualità- "Jte; ut faneuis putridus cru dus dicitur, pér co- j ctio nem albefcit in prs. Hinc Galenus varié illvariis modis coclionem d efinivit. 2. enim de 5 aparurel. facul. cep. 4. Concotlio; inquit ; eff alre- patio, C mutatio epus; quod putvit 2 [rli dier egus quod zutriir : Quom ctiam recepit Hs. de fTrzpt. caufis y Cap. 3. Aiverfam tamen ab Ihac p fiiit aliam 2.77 1. £ pid. cap. 46. cüm di- jJlcit ; C ocf10 eff viltoria inbsds leden: 25$. Et 2225 uuedrte zzed. 89. inquit,Cozcoé lio eft -qua finit purre- edulzzesz, manente [. «bf antia.Ter primam enim il- dam ver a coctio definitur ; du: n Us 11 isalia ; qua uper fim:t; tudiné dicicur,quec; putridi htimoris ir S. de coz zpo[. sed. 72 uridup 1 loc.ca 4p.7 dicit: li C oz coc? 70 eft, Al! era 40 fec: AH0Gb57277. kr 741 Fattoncem » iud /rriztudrmezz.ut vtramcue cc n.prchenderer, Jiquód in utráq; fiat mutatio ad fimilitudinem; afed 1n p rimà fecundum fimilitudirem aualita- itis. et fubftantiz; in fecundà veró tantüm fecun: pidum qualitates. Secundó füppcnendim eft; aAMiquód inflammationes ex Gal.2. Ætb.zed. c. 3. diiduobus modis fiunt: vclà tranfiviffo fà neuine» (ikb aliis partibus ad partem 1nflammandam: vel dnb attracto (a ing: ine: à part eipflammatà. $1 in: ilflammationes primo modo fiant, ut faneuis ab anliis parti busa vo - artcm In if: immandam tranf- qlimattatur,dupliciter etiam fieri poffUnt;vel quia qpartes afficianturà multo fanguine : ve] quias T)!)]!10 n. r eIAAZUCAÀA" puncantur ab acr rifanguine. Cüm enim multus KG partes infurgunt ad illum expellendum, atjue ita expellunt ad partem inflammandam ; n iuten a fangu 1$; SOM taræn dici nó déteste aptus eft, di iguotiiteto x xced citt neque improprià cruditate, we P utre dini eft.qu ia fiin toto abundaret, Íync hum ger nerarét; cüm tamen nulla præcedat f zepe febris. 51 vcróin parte mittente 'compnutru ifi ;jat min eà parte inflammationem produxi iffet; fanguis igi- cur ille transfüfiis crudus non exat . Idem dicen- dum eft de fanguine ex pulfoà parte 9m punctio nem;ex acrimonià bilis fanguini adimixtze;cru da enim nullo modo dici p oteft bi lis 11la: neque» enim cruditate alimétali cruda dici poteft quia et ; f21 bili « nó nutrit:neq; putredinaliquia antequàmi k fluat,facerct fcbrem ardentem, vel eryfipelata 5;] non igitur crudus fanguis ille dici poteft. Vbi vero fangi iis ifte'influxerit in partem inflam- mandam, cüm extra venas eft tcranfiniffus; incipit caleficri, et putrefcere, tüncquecri udus ffi citur cruditate putredinali fenfim veró à calore: natu rali cum €o,qui prater naturam eft, pugnate incipit Conco qui,& ex rubro fit albus; u nde dl... oritur pus. Hancautem d li(tinéctionem elicimus cx fonte Medicinz Gal.1. Proezoff. Cor. ult. ub reddensr ationem,quomoc do fiantin flammatio nes,dicit,fansuinem,vel humorem non nutr 1e1 tem fanguim mixtum, priufquàm influ xerit 1 cridumappellar non pofle :nam tum p rimün tántum incipit alterat1, et à fia natvrà in al leni peumut AT1,c üminfluxer It; nam fa nouis excidés propriis vafis, in priftinam naturam revertere non poteft. fed putrefcit;& mox in pus vertitur, et proprer obftructionem ili calor prarernatu- ram accedit; et immutat;càdem de cansa a. de pat " part.c. Fexvfipelata ! LS preter nituram ex 1 turam fieri dicebar,quód ad retentionem obftrn |éto fequatur;híncque cal rfequatur przter na- turam, qui ulibsieni orfutmp It ; ex quibus hi- jyuftmodi affectiones producuntür ; ut I calidà ^ )| propte er dictas caufas, M" vtr lereddità 1 cryfi- pelata generantur; et qui priis male ol nsnon jberat; factida tandem redditur : de ACHT. 44. Quà p (npp fitione etn CItur,t itin quib icumque infià- i: 1 A i mationibus à biliofo ve hiceatàbinitio pur ] 1 é » ^ 1* ^ yedi2 sgare,quia humor non eft crudüs ; et proptereà non comprehenditur fib Ar Sh rifmo 1llo 25. t. DIOIIl " Section: b 077C( oCcta "eaicarz ó)CYUda verà nan i 9/70 vere oporter, quia bilis in prin cipit ipflan nmatio«nis non eft Mone Ab initio ver« ) pure $. -cj E. Telle in ervfinelare «| hovenos " nto 1 winteiii9go 1n Ccrynrpceiate, nerpete', et ca teris InI flammationibus,& fimilibus;ubi minimum eft, f E - xit; plurimum veró;auod influxutum apett; ut influxuri humoris pars mat r repcllendo Biitic titt fi multura inttuxiffet; p lus peri-, pue ex "à bhai armaco pbtean eretur;ob influ- nateriam, quàm commodi propter fluxt- td r Lili dgrams;utdocuirl [tp] ). 4. AUCH. 2:2 i 1.€111 convenit materiam defluxam detrahere ; quód pro materià noxià bona evacuetur,;vires debili- tentur,& in morbumadducatur. Quibus pofi- tis,facillimum erit intelligere, cur in plevriride abinitio purget, 2. 2C. 11. et cur in angina 4. ac4t. 30. quia bilisin principio fluxionis non eft cruda. Át44.4- 4cut.in lotio craffo, et nebulo- fo puzgat,quia jam«rat cocta materia. 1, vero de Crif. 17.càm craffum louum cruditaus fignum dicir;intelligit de craffo,& turbido . Qnód ve- IO 4. 4CHf. 64. quintà die purgarit, crudo mor- bo.optimé fecit, quod ex hiftorià conftat, fuiffe turgentem. Galeni etiam loci illi reeulz non. refragantur: nam quod de peftilenuali dicit 1. de differentiis feb.4-nihil eft; preterquàm enim; quód in peftemajori ex parte materia turget undequaque mota,;nullum przfigens fibi locum determinatum;dico etiam,vere crudam non cf- fe,ut aliàs docebimus: cruditas enim coctionem (üpponit ; atin pefte majoriex parte eó corru- ptionis materia devenit, ut corrigi, concoqu ive 1 ^ nequeat;de quà putredine locutus eft 2. Z4pbor..].i 17. lib. adver[us Iulia. cap.6.Galenus,quamesy. nonnifi evacuauone tolli pofle docuit. Aucto-].. à . X " IR - » ritatesali: feré omnes funraut de biliofo fan- euine, in principlo inflammaticnum, aut ervíipelatis affluente,quem ab initio purgari poffe», jam docuimus, quód adhuc crudus non fit aut à * ^A A l4 ' de materià alià, que nullo modo cruda dici po- reft,quód non computruerit . in w/o 49. Cave ctiam, ne inter lenientia, potiffimtj rs inbiliofis naturis, et febribus, tum veró maxi- mein acutis veris mc js IS,fV FI im rcf. folitivi- zer Je2i6n recenfcas, qnodà rlcrifque Medicis factum viz:ria n3 ca- dec; cum enun obfervasx IutivMus $vcrim fe penumeró, aut. z,"era- fimplicem, aut ex fer idis ]: he mi tumtantam. 45/4 :m - » y fo 1 z bumcrüm copiam evacu: 'abtam vix inte- "t" f ves i ! ( 5 1 j." ftina;m CIaralCz vene «X ventrici luscap ere £i-. 4o! [f L N ow 2419212 d mul pofic nt.femper fum arbitratus ; ab nniver- CHO fo corpore ; et venis majoribus humores attra- . 4 hcre. 59894 evi et $0. INc 'n negaverm tamen,in aliis febribus, $4 AN * [T1 ul »inteítinls, é p rimis VC- ?A€ 287 niscrud. fun hi mcrum cop1a fubfit, quód al- quando ia t1.:5 vires fuas exícrere nequeat.ta mquàm abfter PA liS.. í«11..m za f Léntum,anel rcf.foclutivum in. Lai lí CULICIH 1 (fc. da . NS .* $1. In fcri lacüs ufu: i uz eP rM plis modo feparetur aquofa hzc lactis fubftantia à bunt es reliquis. Modus enim, quo paff: m no firi utun-^ Jndkan QM Oo ET,Ut CC cl I3 f Da l'éntur,.ut facili icr eft, ita mi. Bo. weit nus falibrr :; rzftat enimfeparare ut Diofc.do-. "7 * CCt; Ib. 2. Cp. 276. quod fit ducbns modis : Pri- mo, fi dec qu: tur lac donec effervefcat, dimo vcatürq; ramis ficuli iium S,& Ubi bis,aut ter defer e bcerit;confpereati r oxymelite, pro fingulà he mina,quz eftoctovuncarum;cyathum illius im- « aH^u/ esL mifcend: id eft, fefquiuir ciam . Secundo modo, r4 a1t; ferum feparari, fi ei cffervefcentiimm erga- tur vas argenteum aqua frigidà »lenum. Idem. docet Gal.4.zcut. 7.& Orlbaf.1. E ypor:[toz, cap. 9. Sed multó diligéuus Accius 4b. 1. Quat.Serg. - e RÀ ^ m S4. 2: €. 96. qui tef it efférvefcat, et ter defervefcat vafculo aquz frieidz pleno voluit;mox oxyme lite, vel mulsà afpereendum,& percolandum effe,quod etiam docuit Paulus lib. I.CAp. 99. 52. In ejufdem feri affumendi quantitate» B seriladis cautio maxima efto,aut enim fv mitur ad univer Wni^;; ritas Perbiriasquo fum corpus exp ru E et tunc maxima il- me lius quantitas hauriend: xeft,fic fecit Hipp. 48y.770de con EL act. 29. dbi cotylas isad minus duodecim propinandas voluit, que tunt centum 2: cé&o uncim ; "* quód fi valide fif on 'es,etiam ad fexdecim pet - venire pofle;id eft, cétum quadraginta quatuot iasyfcribit;fic enim interpretabatur Gal. lib. iovorvas ex. dlc [adubri Díata, » Ap 28. ubi Copeium. poticnis e Tiles am) fimilis propináffi t fcribit ; id eft, centum et octo a pec uncias M ÆEEA 1 ad ventr pue «m,& inteftinao 44 velim abftereenda ; evacuanda bibatvr fe erum, ea» £Mroevex Viii is fue quz tradita eft A Diotc.z5. I. ct eh CA]. 276. nempe qu inque heming. Heminam Pvgon enim prius hauriendam fcribit, iens deam- bulandum,rvrsus aliam bibendam ; iterum de- N eLambulandum;ufque ad quinque. -Hánt (equi- Mace ace gnaviow tur Oribaf. r. Evpori[foz ; cap. 9. addens, hanc ef o jen quantitatem T pos deratam. tam Ætius 1r. Quat. Ser. 2. cap. 96. Paulus lib. 1. Cap. 43* tradit (xa quantitatem dide em tenden remad Ihuc parcio- 4C Tem, tresaut quatuor henunas trà .dens; ps Ic ex- -- plicans cap. 89.etate vieentibus,triginta fex un- cias;junioribus folum decem et c&to, id cf,Ca- v/evam pyo tylas quat ER: t duasconcedens. Aliquando nafta ww :atite m fero lactis utimur, tamquam materia i in£e ^ fufio ini5 $; fufionis, aut maceraàtionis, tunc multó minot jl. lius « pla f fufhiciet: et fic Mefüe lib. 2 : Cap. 9.à fex unciis ad duodecim concedit. Neque objiciat else fn à quifpiam Gal. a. act. 7. aflerentrem,ferum inte- 777 ftina a folum fübire, illàque evacvare;qvod repu- enare 1]! videtur, quo ;d primo dicebamus, ad unck is Cent!m et octo dariab Hip P. 4- 4€ut. 29. "T ad univerfum corpus expureandum. Cum ew - menipfe tantam quantitatem non pr obaret ; 1, conftat ex locis propofitis,cüm folüm inteftinao evacuare fcribit, de moderatà alià intelligenLedicus, n declinatione febrium Purgap- puturidarnm femper medicamento purgante» 45 55 natcria2,qua me se m facie bat,Cvacuationcin femper 17. acere ; quamvis enim fzpe hocneceffarium fit, febris nequerelin quuntur irs Mi ir 2. "Apbor. declinatio 12.Ía pc tamen in * udiciis naturz nihil relinqui-: 7e: tur: iun À dotar indo, eciamfi nulla crifis fa- : 5 iir: (A12. . cta fit,aut recta victüs ratione; et debità abftinen /| tà aut infenfibili per habitum corporis factà evacuatione, aut paulatim er c]yfteres cadem. martcrià evacuata, ^ evacuare1n fine medicamen per (] to tentaremus, colliquatis humoribus bonis; et / carnibus, et fpiritibus cxagitatis, ac excálefa- CLis; nribuqu c deftruciüs ; agrum præcipitem. aceremusin mortem. fai JA 2. ndoigit r cognofcem lus, pureandü pz, (fe corpus in ü e 1 fcb ris? Docuitid Pip poc. 2. quado i ad pbor.8.ci cit u8z quis a morbo cibum « Jj" Wes declinatio non corrobor, ng ^ ium g [locorpus pleaoriuti ili: ge feria : "L2 / 24 EP putridge mento. Quod fi nec capienti id cóptingat,vacuá- sm. tionetumopuseffe procerto habendvm. Vbi ^ sdàome Gal.dicitintelliecre;fi i:bum multum afiumat, é&cumappetenta;que fiadfit;non poteft abun- dare pravis humoribus relictis:sicque non indigebit evacuatione;fi mültum cibum,& cumap- ; petentià affumpfcrit; et corrobcretur: fi veró nó n ge- multum cibutn fumens non córroboretur, indi- raarua i eec evacuatione. Animádvérténdum tamen. ! 2tela . corporis hanc confirmationem non ftátim coenofci, fed trium, aut quatuof dicrem fpatio poft quos dies, nifi fequatur et apperentia, et Co£toboratio,evacuationé per medicamentum. . purgari utendum eft. Purgate $$. Animadvertendum tamen,pureaticnem diinibfa iam et ftatum morbi intermedio illo tempore» delin* (ypponere,& apparcre fiena cocticnis perfecte t9 ^ Yn ufina:fit enim quandoq; ur ceffante febre pér 2 diemwunum,autalterum, febris ante quartz m» . fedeat; nion quód non défierit ex ratione conco- &à materià, quod quandoque fit étiam per ccto fe cde, . 165 ; neqve tamencrmunatus m. rbus dici po- 4. eb . teft; quia adhuc cruda eft materia : et 1n eo caftü FI ficn eft in éofpatio pureandum, qnia nec cocta eft materia;néc feparata mala ab uüili;tenc enim et totmmina,& vertieinés produceret evacuatios colliquatis carnibus, et fpiriiibus evacuatis. 2. "Apbor. 3 $.«& 36. Vnde n intermiffione hac fal- (flo fn. - sà putantes aliqui Medicieffe verám declinatio T bem, poftcoctionem materi factam evacuan- tes, corum interimunt. $6. In In iis, qui durà admodum fint alvo, aut crafsifque multüm füccispotiffimüm in Ventricu ulo, et inteftinis ies ne medicamentum veré purgans concedatur, quin priüs clyfma ve- Ípere injectum fit;ut facil liüs fübducat ; et dclo- res non pariaG;,exitumque per inferna ncn inve: nientes humores, et medicamentum, ad ventris cclum regrrgitent ; quod docuit Ruffus apud Oribaf. 6.Colle£t. 26. Criucis diebus;qvarto, feptimo, vndeci- mo, decimoquarto, vieefimo, fi nihil anté judi- catum fuerit ; re di bitet Medicvsavt purgare, f6. viícid lis avtíonevinem mittere:critici enim tunc ii dicen dl ncn fi nt Tj LM : ind1Caterio die menftratum fit, naturam cl |facturamsnectair en faciat.levi- bus remedii, QqUæctian In mant noí ftrà eft f :b- trahere, manusadqutrices porrigere eàdem die euam poterimus. $9. Cavetamen, nein deficiénte natvrl in, materie motu per alvum id facias, ne major qvam fitfiatevac uatio;fi auxilium medicamen- ti tencadjoneas, cüm femel hauftum pharma- cum revocari nequeat;nec illud amovere liceat: natur& enim 1$ eft mos, ut aliquando cunctetur aggredi evacuationem,& aliquando cunétanter moveat,mox ren validéalvum excludat. Quare poftridie potiüs erit pbarmaco utendu m,quo manv sqnaf adjutrices fatifcenti naturz porri- garus ut quod reftibile eft à crifi imperfectà exclu iens k . Quid 3-; [ T 4; y Clyeseps indédum fp? in al- "Uo daro» ante pnr- gationem. de Crincás d b. qua do purgan nU . Crifi defe Ciente S 240m edo proceden- dum. Cif die Critica di- ficiéteyea- dé die zii- [il fnovesn dum . $8 LED. SEPT ALII MEDIOL. 8ymptema |. 60 Quid fi natura ate codionem fy mpto- sic zatu- MOS LIGE evacuauonem molitur? Die ud k intut ya obtran. hic Medici docáffimi. Ego fic fenuc:fi fiat pet quid loca naturz diffentientia; omnino co hib endams Medo cum Gal. 1. "Aphor. 21. At fi per co nfentanea. fe- Pref adé* eatur, cohiberi non debere:nam.fallit interauni e *« : quz mala videri poterat» bene : iiquando ce- ge dit.4. zdpbor.47. utin Metone cótigit, r. Epraczz- Sect. 3 X unde fi cohiberetur, pravi humores co- pi, vcl qualitate ftimulantes, qui evacuantUr » ad partem aliquam. princip em calamitcsé rapi poffent. Et licet et cruditatis,& multitudinis ; et pravitatis hec e vacuatio fit argumentum., et fienum malum;rauocne tamen cavufe bonum eft, vel minus malum: nam minüs malim cft,humo res educi.quàm p principem partem ferri, S1in otio quicfcerenti 1i fu cci, przfta ret eos ncn ex- cerni,fed cum pra viadeó fint, ut partes irritents praftat eos exclud i. Symptoma &1. Cautio tamen adhibenda, quód licet ta- lici natu- Æm evacuationem non convenia t cohi ibere, mi- va operan- nimé tamenà Medico eft valde juvanda, cin, 16, cant? fiatà naturà non omnino bene agente, etiamfi agetdum. fucrit diminuta. Imó ubi diutius perfeverave- rirtalis evacvatio, et vires profternat, omnino erit cohibendas. giu AM. wf Ll p C 4 Animadverfionum, et Cautionum Me- dicarum, S, Continens eas, Ova in [angunis miffione obventunt : faneuinis evacuatione per fe. can quinis tam venam, licet illi d fit obfer- miffioni andum, ut ventriculo, et venis ao» séber mefcnteri] crrdis humoribus, premitten excrementis IC| letis ; DOhnL 4a alvi le pni I hr t; quàm ea abftereentealiquo,aut le- 7t? niente fLbducantur: cavendum tamei ne.fimor Ibusita ureeat, ut mortis periculum immineat, Mid faciamus : ehe enim miffione fanguinis 1]li Joccurrendum eft;ut in anginà,& vehementi ali- quà inflammatione, et febre : meliüs enim eft, 5 mmunenrem mortem pravertere cum aliquo i damno, quàm czerotantem à morbo op pprimi fi- nere; pouftimum cum Jevioribus iis noxis non, ditfioo difficili negotio occurrere poffinus, Sovguime 2. In faneuine detrahendo cavendum maxi- ilo mi- mé,ne quanto putrior em,& deterioris condi- er ditas tionis fanguinem é vena p rofluere viderimus, "uanti'4s tanto majorem quanttatein effluere finamus ; e»4c422- quod plurimos facere obíetvanuis : tali enim. jo$ exiftente fà inguine, et pauci tores 1 fubetfe fpiritus VM i£, et vires facilltme folent collabafcere. Coloris $n .. Coloris in fanguine, qui evacuatur, mutaf ^. gnune dios qua in evacuatione revult fivà; potiffimum in muttio ? internis Inflammationibus fp ectatur,,non fit ter- [1^ minus,& menfura quantitatis. detrahendz;nam [22027755 in febribus fepe primus fanguis;qui detrahitur, ruber eft,mox niger;atit [acidus;cujus mutauo- nem fi quis exfpectare voluerit, pracipitemr- Cols, &grumagetin mortem. TY Puworb Quin nec in 1inflammationibus internis fanmuine iuidén perpetuo ilfa col oris mutatio exfpectan ia inflam da eft vaut enim vix à parte, et circumfufis ob pittionib. craffitiem quandoque extrahitur ; aut fané tan- on etiam tà. illius eft copia, ut, fi cole ris mütationemo exfpectan exfpectare voluerimus, vires o mnino fimus de- da. jecturi. Colois i^^ «, Mfutatio hieccoloris ab Hipp. 2. aca. to. ioi tradita intellieatur; fi prinium albidicrilleflu- aii ite xerit, mox purpurafcat ; vel cuim primüm pur- lirenda, PUfeus exierit poft livefcens fundatur ; tunc Colori; ji; €nim fupprimendus eft, modo dicto. fanguine 6. Hocautém fervandum erit; vbi vena pro- aziutatioi xima eft affecto loco ; alioqui fi in alns cafibvs reviilfrone Aaflamminationum 1dem quisæcre vellet, ni- inia séper f, AP ex[becian da 4 ac Bed Lyc tios æt RN. ..... gr Ræ eros J| mia foret evacuatio,antequàm fanguisà phlee- /gizqua, I moneabduceretur. - "am cxfpe 7. Inanginà tamen, et hepatis inflammatio- 474a. ne, copiof fiü: s fanguinem extrahere potetimus, I» agma quàm 1n plevri tide, et pulmonià ; Guód 1n 11li maxime et evacuate, et revellereopus fit; in hi le I vcro preterc A od reliquum eft,vbi füppuratü "bos Mfuerit,excreti^ne UTI ERIE E ones olt Jetfi onvs fit anim dlis pie UT lbeallà exiftenre, cenftareillanon p teft ; quàm im S. ni pueris fecto venaz, qua evacvandi offi- alis, c cium folum adimplet,utrariüs In ufi fumes de- eur. Ibect;ob eas,quas Galenus,& fequaces c is C bepatis /j lamta- ATIS Quis CUAien 1m- Ccuart! fàt, usaddu- P»er's et xerunt caufas;non tamen adeo perpetua hzcre- !*væuauo Mv J : T J " ora eula ette debet; quin alicus rdi ante decimum- 7^ r4 "t1T11153 313244 E LI ^ (n ome e ^ At^ an-- quarium annum hoc remedium prafcribi pof- q dosis D. 2 2um atuar fit ; et debeat: tum quód pu bertas fepé tern Inü j ; 4 s (2223: C12 all: m pra veniat;potiffimüm in mulieribi s;tum P dd : à : : 2472 fca quod multos folidicris habitüs, et VIgOFISantÉ,, porofi : e dM deci blu. 1 t "m pus c« nfpiciamus ; tum quód a aliquos tanta fai nguinls COpJà rcfertos np "T L] cbfervemus in. acutiffimos morbos incid Cre, quorum plenitu- bdinem, n1fi fectà venà ftatim (olvanmius certum Jimortis impendere peria Tt cimus. Vnde» lI tPpenumeró natura 1 przveniens (quam omnino Jibene operantem imitari debet M edicus) copio- (" ia pcr nares Mon Rao pun (ubitó m Wbos-Ruz jufm odif5lvit. Et euai nvis huic fententiz re- fracari vic ide atur Galenus,cum tamen Cornelius ICclf fus, Mauritani féré omnes, Hifpani.& Galli "Melerique, et ex Italis quàm ; lürimi in hanc., de1*9 o VvAlilils ei Lvenerint fententiam;his affentiri potius plævia atque experi entis pftopemodum in finitis; fpa- no quadraginta annorum,quo in nuign àhac vr- be,& in magno hoc UG. Va igi 'udinario medi- Fund excrcui, firmare p lum. 9. Quód fi de fanguinis mitlione per fectam.; Patris P? «cnam loquamur,qua revulforia. eft,qualis ett ure qua adminiftr: atur pro internis UE umatoni- femi om bus curandis ab initio,quales fü nt2 incina,phre- nitis,plevrits, peripnevmo )nlà; hepatis inflam- matio,omnino in pueris ante quart Hunac cimum evacuari angnis pacctam venam j rit,.cüm X ftatim, nifi xetr i atur f: antes ju verde cümimp dry dee eire in tT: dixe vcríq; nequeat; neq; ex tra ifpiratione per mol- lem, tranfpirabilémq; habitum fperari pofbig materiam retrahi pofle e,etiamfi concedatur, per meabilem illum habitum evacuatonis vices füpplere pofle ; revulfivum n tamen numquam. confütui ; otcrit veré reme di uim. ro. Preftattamen in pueris a d fextum annu festen- hirudinibus vena: perta fu guinem extrahere; à o 3 à x E 2 " 1 f sdi aan VAL zum pre cuin enin uíc q; ad ieptimmnim annum ob excei- &at bira- fun humiditaus,vena;arteri |DCrvus ferc fimul dizib4sconglobata png »ericulum fübeft;neloco vena, fanguine aut fi: nul cum € À nervus aut arteria pertunda- goacaitar e, " 1 "o 2 Rudd s rud PUcPT tuf. Qu Ó d fi eagam manie Íte 1€ exfera sl 1inCccoe9 CAY AU d. Ee ud : : "i là pertundatur quidet nfed amplum potius,qua profundum vulnus fiat. i Dm næ vore oer eve Tempore Ir. feb ribu S, fi tc tipo mittendi langute-4 anittezdi l jOI puce cnni, IFhoides fluant, quamvis doctiffimi aliqui viri IFenfeant.non priüs quippiam à M edico effe mo- E ddun: quàm evacuationcs illz defierint, etiam I fint im erfeéi 4 qi "Y nefciamus quantum. o IWelit natura evacuare, et cüm imperfeáé ali- Inuando 1n principio: igat, verfus finem autem. [uüppleat ; unde fi evacuaremus; periculum im- minerét, neex exceffu vires deficerent : cenfen- Irium tamen,melhis effe; cum verfus rid vide- mus naturam deficere ; manus adjutrices porri- Ibere,ut ex conjunctis natura, « Mcdici. actioni|bus, facilius evacnemus quantum opus eft ; fic Nf ] AY. 31351 14 363 9913343533, Enim Méetoni aimiftivte fanevinem narium eva- I. 1t] l tX v"3 H1 Loel-4 4 ( e« Ct 3. CAD. 24. F5 ( ] €C4K ] er11111 EX acu1 2 0, i ( O. 1)77 Sect. 2 vC. : ^ 3 3 " 1 n " exeuntem humorem unà,dicebat.debere Me- r I l £21 ptt n ei CIC3quod etiam « .In Coma, x pitCcabat, Id eft, dum imperfecte natura ope ] i "v^ d / "t 1 " l'atur:;non autem dicit.pefft. Sc quod omnetmo Fall l4 ("n.f ! L FOI11C difiiculit: tcn, Asa . js. ! Ci LZ D € Ubi nac - ! 2 1 A IDIOD ecu e Ct, quod 1n eo ca BE Lo ecorncids4 f: todminic fecta Bit mus ilu imt! CLLIS 11 uen 1S aneulinl Ípect Dnoaus cit.Qqtm? I fatis fore v rideb ütur,totum neectium permit- llrendum erit natura;fin minüs,tantum Medicus IHetrahe tquantum fatis videbitur, ut ex c njun ttis ambo bis tanta flat evacu atio, quanta pro Tbvincendo " it neceft ria. Vbi duo funt, bx quibus facili : coll Ieitui rnc life esf ectare.» incm motüs n2 ture,edamfi nperféctus fit.Pri- Inum.quoniam dict /; rir Fal vide "Dh quod hon ceflatum motum oftendit, fed dum in motu eít; DE ( o I! aunnf, f! men, fnere r " gtrit;j pt I C€UACitiaat an i a adeft A£ 001H$ o Grecibt. f Zdo Í ed ie cce Id E £hr 4A ( át ZT« TT €t c RUP ÆRE mulium yum (lac e iu, 1f, 2901/8 d M P^ £ 9)4 LFD. SEPT ALII -MEDIOL. eft, conjectándum effe ex impetu, an fv fficiens futura fitilla evacuatio: Secundum, qucpnic m» fruftra "x impetu 1d con jectari doceret, fufhice- rct nien ceffato motu videre, an adhuc et mcr- s magnus effet, f. ngrin isfubeffecabundan tia; MÁDS n: valétes: cüm autem imp eium fiuen tis fanguinis sfpcétandum Jufl trit; id non alià de causa à faciédum volvit, qu àmut ex impetu con- jectari poffimus;an fi ffeQ ura fit hujuf modi na turalis evacuatio;ut, fi fuffectura fit; pi yen pater ono cemimpetu effluat, totum negotium nàtu- ra relinquam us;fi veró lenté& guttatim, ante- quàm-c 'cfinat manus ad jutrices porrigete va- leamus; ü rutrifque con) junctis»ofhi mus tantum evacvare, aranrtumopus fit; ai à diligentià ad- hibità,ea e" cjemus p rericulayqu eadcó vercban IUur;q" ] contfa fent dunt. r2. In finevinis metiendà quantitate ex babitu corporis eracili, cartio mæna adhibencai eft,atque diligenter confideran dvn |,ànànatt- à eracilitztem nac ttus fit,an à confi Danis: l- u. me rbove.2.de Temper Tibe im avt obo. vichüs parfimoniam, ap iml curas, au it fimiliass4l quia verifimile eft parum fanguinis ip venis CCn-» tineri, minor extrah1 d teb jet euantitas. In 11s ve-4 rÓ Qui ales ft ntnaturà, quia fieri pcteft, vt et liberaliori victu ufi fuerint; et pf ptercà fa neut ne abundent, plus detrahi poterit. 1.42 6 luc eft à do^ i fincHbs . Idemin craffis animadvertendum:Difan] Oi ridi culi erunt carnofi à pinguibus ; in car: nofis; «à G lau 14. cu iix inftituto video multos Medicos rra: exrare, plus fanguinis in iis detrahentes, qui la- Msi s: boriofas artes exercenr, utin fcfloribus,& fimi- i libus,quàm in iis; qui in artibus fedentariis tcti bes da fun ntque iin illis plusinfit fanguinis; viribüfc jue ^^ 'aleant;n llispi iritus, et fanguinem exhauriri:róbur ve- in folidiori fu prà repofitum effe, et ex quoudianoalimento fuppeditari, cim alioqui VCDa n n multo faneu Inc rei erta fi lO px Ot1u« CAM períectan 1 I aiiquan l CUla C1 Cuerit (x; M X6.fi terti i nCccei (li 3 int L ftabit bis facere duo bus diebu: 1 Áni /* «u€;,inrev 1 NJ IM Al an repetitam fanguinis ternos cgi M f f lV cna In Oeadem d 11^? T5 th: A&IkLIOLLhD tasm ittci P^ madvertendum, pra MEMRUSol P. ue - de curaa. vat. per [aug. sail] .cap-21.fi repetitio fiat ulfk OnlsS, ] «ütterendam. fe 1 d Quód f acta fit,interpoínto d1ein DNEERS. XAB.JXr. of nofis,quia plüs fanguineabu: ndantp lus fangui7 nis deu ihi pe 'terit;contrà in pinguibus. Gal ' 13 "i nt Lt1lO «ile, noir Lh Iib. .dátc £14 YaHnád VaL. i £1 T» iq. nmt]. Cap. io mplex fuerit, Urgeat veró ían« termiffionis fieri poterit feprem horarnm. fpati )( Peine, in terrium differri pc teft.In quart I6. [^ evac aticnis gratidorer etenda n potiüs cadcm. ; B » h.n n ER Is DA d 3/2 ) : ^ I*t* bins [27, CH» (d Qf41 1 te$ Lac ^ ani ) làdv ertrentes, etiam in itridis febribus Curadis » £471 Saliqu indo Icquenzi, ahüs pet terpofito, faciendam do- "à o Ulnls, biscadem die inpatio uentecm à hem etla Im 'CIcr- i 1 du- joris invafionis, Iürtana veró pra- intermiflionis, ^47" 7 MED Po) rl auralterum efle, 2a. E I7. Cave Miffwnis fangumss vevulfrua sepetttio quádo £a- denm die Pace uud jácienaa . In cruris dextri in- ; f. amma pone qua pena fece da pro »&- sulfione qai y ETNUNA A "HET jan 9€AUTIS t ks É 2A04 tt[que dei: Cave tamen;ne in pracipiti morbo revul fionem ex pofcente id ferves; cüm enim affiuxus fiat vehemens, utin effufione fanguinis per na- res,aut uterom;,aut hemorrhoides;autin inflam. matione gutturis, hepatis ; pilmonum, nifi eà- dem die fiat; fruftra fequenti die id tentabimus ; quód cum fanguine anima fit effufa;aut füffoca- tio có pervenerit;ut nulla amplius fübfit fpes fa lutis. 13. Cümin revul(ione perfectam venam fa- Gà, et rectitudo obfervetur,& venarum confen- fus,unde laborante inflammatione crvre dextro nunc fecandam jecorariam dextri brachii ; nune faphenam internam cruris finiftr1 pracipiebat Galenus . Hac diftinctione in harü alterutrà feE ^ ; L lisendà ego utendum cenfeo ; fi ex interna catt» o6 à, calido fanguine affluente, fiatinflammatio 5 feccanda omnino erit vena jecoraria dextri bra chii; ficenim verfus originem, et fontem retra hemus fanguinem.fervatà rectitudine, et à cor- pore extrahemus. At fi externa aliqua caufas puta;vulnus;contufio,aut quid fmule inflamma tionem pepcrerit, przftabitex crure fanguin mittere, ut fanguis, qui ex vicinis ad partem laLi borantem affivit,faciliüs per venarum commue- p, nicationem et revellatur, et evacuettur. Cüm fanguinis miffionem ad anim ufq; deliquium concedat Gal.2 5. 1. Z4pbor. in arden- riflimis febribus,;maximis inflammationibus;& Inorbi a sadimittédum efle hoc zenusau nifefte vehementiffimis doólotibus, nonnifi in extremiss| xilii,ma-4 em. pi JNTM. ADVERS. . nifefté oftendit. Verüm cümad illud exfequen- ro ja sa dum tot requirantur etiam conditiones,nem- ducendz, pe ut adfit.atas juvenilis ; temperamentum. «$4 qtsi- calidum et humidum; regio temperata, cor- às» et pus faniguinis miffiom affuetum, anni tempus. &^r* temperatum; quas vix in unoxX eodem corpore reperiri poffe conftat;cavebit juvenis Medicus ; fanguinis miffionem ad animi ufque deliquium aceredi, fed eam perias Medicis; et plurimüns inarte verfatis relinquat;quia, cüm vix tot con- ditiones in uno concurránt;& fiin. uno repérian- tur ; vix cognofci poflint, potiffimum à juniori ; necdum multüm inarte exercitato, przftabit il- ]am omittere, et maturiori judicio relinquere . Non femperante fectionem venz lenien- $474 Vena om da eft alvus; vel leniente medicamento, vélcly- 5 «Sn ftere; fed ubi crudorum humorum colluviem in i aput |! ventriculo, et venis mefenterij adeffe coznove- rimüs;aut ex praterità victüs ratione, velex co- lore linguz, vel ex &ravitate partium illarum. jp juxta ea; qua tradita funt à Gal. 4. de ?wzd.fa- aut. c. $.ócanté ab Hipp.4.zenr. r16.ubi dicit; $i Wfecanda eff venas C al'vus fluat, prius effe adferin- E oim. At ft ad [tr il/esihiol serere gal a fol- || vendam ;,nefczlicet inanitz venz crudos humo- Morzo £y 165, aut etiam corruptos ab illis locis fugant; ac præcipiti attrahant. fanguis 2r. Infebribus putridis,in quibus diturindu mici de tcn, ptzmitti, ubiadfi int crudi illi humores; aut bep ante p putridi in primis veni s, clvfteres debét;aut lenié 4!vi e*t daalvum:atin przcipitimorbosà fluxionefan- !/* G culnis beat facit inAnitto e "mas J*enis bua €bit in fe- viendis, qua cau- iones ad- Libenda. Catutiones £2 mitten do faugut 2e alia,à quibus pe tenda euinis facto,vená prius fecato;nó alvü emollíase 22. Caterüm; omnibusin pertundendisina brachio venis hzc adfit cautio, utbafilica feria- tur,poftquàmfe;junxerit cephalicz infrà eundo per digiti latitudinem ; cephalica: contrà fuprà per diciti latitudinem ;'nam corporum fectio id doce: nam maximis nervus qui ex cervice in- ter primam coftam;& claviculam permeans;toto brachio fertur, bafilicz? fübeft eo loco,'quo ferit digiti latitudo furtim eundo ; fi confocia- tioni bafilicz ;& cephalice imponatur :? tunc fi digitkálterà latitudtinead axillas abieris,eo loco fuperd áreditur bafilica eum nervum, dumnem- pe curfu fim ad cephalicá fl etit; ibi pericu- ium. Quod/fi infrà pergas;in altum fe abditnervus. INecetia tutó in ipfa cójunctione vtriufque |.vene fit (ectioscui plerumg; validiffimi tendines fabfunt; cephalica auté fuperius, ut dictum eft; erit ferienda; nam ibiab. arterià, qus ei vicitia eft; longus abeft ; nec quidquá periculi habet. QE» Plures fi quis in fanguinis miffione,& ve-^1 nà fecandà expofcat cantiones, et animadverfio- nes; Avic.legat 1.4. cap. 20. fed potiffimum .Nicolum Florentini » Sermone 2.T vati. v. Summa 2.Capi 1.17.0 tn ' 18. et recentiores, qui defangui-à nis miffione per íectam venam ex: profetfo fcri- [e píerunr. Dum enimregulas quafdam ad hane:[^ materiam pertinétes tradunt, cautiones pleras--|*& que attingunt, quas,neactumagamus;in prz. nm fentià pratermittendas cenfemus, potiffimum, p cüminanimadverfionibus circa febres, et raor-- pa bos particulares. quàm. plurimasad-hoe. nego- tum fpectantes infrà fimus propofituksi. 24. Incucurbitularum ufu, frlocus fcarifican Cucurbi- dus fit, nop adeó multo igneopuseft; nam prz- r4; pA 77 terquam quód fepenumeró vefice. in cuuculà fzarifca- elevantur aqnà plenasqua fcatificationem cutis tiene,sffi- intcgrz impediüt;attractum ét fanguinem adeó gaztnr ez condenfant, ut mirum non fit, fi incisà cute fàn- £44ce d guis non effluat, potiffimü fi diutiis adhxreant. £7*» et 25. Infcarificandà füb-cucurbitulis cute ad Scarifica- evacuandum fanguinem,.non eodem modo fem- " quado per incidenda eft cutis: nam in cute fuübtili et al- profunda, bà,intenul fanguine et bilicfo non profundis ;; quan de incifuris eft utédum, fed fiper&cie tenus eft fca- 17v; f- rificandum : vbi veró in craffitm corium incide- ciezda. rimus et nierum;crafstisque fanguis, et feculen- tus erit evacuádus,profundiüs crit cütis,& fülz jacens caro incidenda, ne evacuationis fine fru- ftremur;cümalicqui artifices quá plures videa- mus,qui in quovis corpore vix cuticulá tráfetit, folümque ichorofum,tenuem, et in extrem fu- perfice confiftentem fanevinem. extrahunt, ut Inanus 391115, et vix ferientis.nomé adipifcantur. Caveant quàm maximé,ne diutiüs cucur Cuenré;- bitulam;carnofe potiffimum: et molli part, ad- f4/a moa hære fipant : càm enim. vehemens fiat attra- diutitis vf ctio, et multa carnofa fübftantia cucurbitulam., /*4 Pare ingreffa fit, adeó coarctatur, ut fpiritbibus ncn, ^mi permeantibus pars emcriatur, et eanorzna m, "^ quin etiam fphacclum fibeat; unde maxima vi- tx pericula fequuntur. e z L VLl arm d" je?ri- bus interznittentiZ a DAS f^ d üTHU) provo Y2yHiai$. Qontinais febribus top 2dior evAaCttalto La Lam per lot: et à P, , Animadverfionum, et Cautionum Me. dicarum, Eas complectens ; Que in F ebribus curandis ob[evvari debent . f. T vcrumeltin febribus putridis fiu- doris,& urinz provocationem uti- lem effe ; ita in intermittentibus ; maximé autem tertiànis, fudoris $99 ctülioremcenfemus quàm urine. [uu Nam cüm fineulis harum acceffionibus videa- mus feréad ambitum corporis portionem ma- terim transfundi à naturà per fudorem, motum| 4i illius imitari debemus. Oppofitumin continuis fiat: quód in inti-0 miioribus venisineis humor putrefcat, ex qui-- Jui ., N . - bus perlotium aptiffime ex pureatur;nifi forfani«f ferofi nimium, et tenues humores praváleant »» Bs: et zftas cum madórefit ; tünc enim etiam fudo--E ur fibus evacuatur . I c Alec REED F. IOr Intertianà febre verà,& ardente, hecins Teriasis J| clyfteribus adhibeatur cautio;ut ficut molles,& €$rden^1! refrigerantes potentià effe debent ; ita actu vix. tib»s. elj- teporem habeant. feres ioc 4. Vtintertianà refpe&tu fui; aut materieil- J"*e"tes lam facienus, numquam aab initio ante coctio- ^as nem eft medicamento purgante evacuandum.; ita cüm quandoque ad ventriculum bilis acris jh. icit transfundatur et mordens; eraviffima invehens ionem pericula,& fzpe mor tem; po otiffimüm fi eger ad quádoque,vomendum i Ineptus natura fuerit:ut illa preve- sargadz ; niamus,licebit purgatione uti refpectu fympto-- e quado. matis, ut fyr.rof.folutivo ex fero vai odit " vel cui incocti fint thamarindi ; aut et valentio- ribus, ut electuario rofato Meu, aut de fucco rofarum ; quin inacceffione ipsà fymptorate» urgente, ant liydkelz osten; velut vomitum adjuvemus;vel ut decrfi im ducamus;aut fané ut acerrimam illam qualitatem à .ttemperemus . $- Vfusrh abarbari ut omnino Inter principia V fus rba- harum febrium eft interdicendus, quód e eleétivé ^ar? (Stt purget ; quod non licet crudà materià ; et quód cun calidum fit, «& ficcum, qualia omnia evitaridaz, mod E ante concoctionem docebat Gal. 1. 2d Glauc. ita ad deturbandos biliofos illos hum ores, et fyn- copen cx morfu cris ventricult;& vehement n ma alia accidentia;in p rimis tribus, aut quatu«c acceffionibus ante cocticnem cmnino fug len- dus : humores enim illos ferventes ma?is exa- cuit; partem phlogofi quádam afficit; cbftrucio nes in venulis mefaraicis poti&sadaucet, fit?cuE (GG ? (C^ et f TN s^ uci ix losofque denique eeros redditi Inh 6. In purgatione 18 biliofis febribus molien- febrions dà,caveat Medicuss;ne deciptatut.fiypoftafim ih pro pire». urinà albam,;levem, et az: qualem exfpectis: cürn tione [aff epim im biliofis affectibusfola nubes illas habes eit a". conditiones ad concoctionem oftendendam füf- tubem es ficiat»fi exquifi aora illa figna exfpectaverit, re- pea E e facilé occafionem prebebit, quitem^. . Inbilein eftuofiffimis iis febribus evacos- Ya deeli- "Y licet rhabarbarum primasapud omnes Mc- 4atops; CYcosteneat;animadvertendutn tamen omnino küuA»HE CIIt, fl caloradhuc vehemens in declinatione fibriz rba - v elin ventriculo, ve] in hepate, vel in univerfo barbarum, Corpore, et folidis partibus relictus fit, et fitis ez pro j3neens,quodin vehemenriffimis terrianis ali- bile. pur-- quandosfiepius in continuis, et cavfbnecontin- ganda fu eit, preftareillonon uti ; undein illius locom. fpium (übfirere poterimus decoctuim thamatindorü CH, . cum fyr.ref.folütivo,& portione mannz,& fimi dibus. Rhabarbarum enim caliditate fnà, et ficcitate;ac ieneis partibus, ut calorem peracci- deris minuit, evacuatà calida materià ; 1ta per fe in hujufmodi corpetum condidone "calorem, exacuit;ficcitacem adauget;ac fitim inducit:un- deaccenfis denuó fpirinbus, denuó febies exci- tantur ; aut folidioribus magis ficcatis, hecticte introducuntnt£, quod multi non animadverten- tes,non levem 1enominie notam fübeunt, quod go vel declina ata; vel ceffata febris nova corüm Lione excitetut'; GV uonedo Nujvandoautem etiam inis cafibus rhà bulbs. P wi EIS y Würer iride case MEET c AS a0; barbaro uti placuerit, autintertianisipfisadeÓ ;j454724 || non ardentibus, ant in corporis temperie,aut e stipof-,J| conftitutione fic catidà, et ficcà, quód praftan- //mus pro J| tiffimum cholagoeum fit, ac maximé in biliofis purganda ;affectibusab omnibus, et à me commendatum, ^» etis pe ts uA 1 torto ve xA $n «ff uofis potius dilutum, factà in aquis refrigerantibus, bribus aut fero infufione,commendo,ut caliditas illius, fei, et ficcitas retundatur. et ignez partes repriman tur ; aut ex facchoro in fyrupum paratum cum cichoraceis,ut eft fvru pus de cichoreà cum rha- barb.defcript. Gulielmi. Qvódfi potiones quit- piam averfetur, in. ufüm in pulverem quic cm ducetur, fed ad mixtà caffià, ejüsve fuccoad un- ciam, facilé enim fic ficcitas ejus retundetur,& lenez partes compefcentur. 9. Scammonil ufüm ut in biliofis omnibus Scammo- febribus fifpe&tum habere convenit, et non nifi ? &/vs à refracàillius caliditate mixtione aliorum me- 4 fe Idicamentorum refrieerantium;, ut in electuario ion jr .Frofato Mefüz,& de ficco rofaxum,& admodum po » raro ; ita in ardente febre omhino fugiendum MM ieriet tcenfeo:hazc enim febris magls, quà quævis alia, hrefrigeranua expofcit. Quapropter per caffiam, imannam,.fyr.rof.folutivum ex fero, violas, tha- imarindos,fubducere hv mores peccantes conve- Imiet, vel etiam Actio Z'errab. 2. Ser.1. cap. 78. lid perfuadente. 10. Poft blanda hac medicamenta ;Optimé. s/74; "T, Ifaadet Avic. dormirealiquantulum ; cm enlm. furis. lletiam alimentofam habeant facultatem;etiamfi medica- iportio aliqua in alimentum vertatur, refrigcra- mentis, pa G 4 bit, t f - v/ B AA. Caufone laborante T Psrgato » J&€ € : (asi ardentierum la- ePi opti- 222473 « Sacchart vofati ti- f5 » post pegato- zem in Qogadl 915 » ion qrebádus. Ju fbre 9» gerttana eti mter e» [onis eie,vtilus à Gal. c^ alüs infi 11445, «- bud noftra zes pericu- lofuts " xo4 bit; neque tamen evacuatio impedietur ; natura ;| 1^ per fomnum refocillatà... 11. À purgato in caufone humore ; fi.quis la--| 0^ ctis ferum ad frigidum alteratü per duosstrésve:| i dies fümpferit;vel lacafinz;illi maxime confül--| iu tum cenferem:humedctat enim, et refrigerat corr] d pus; fitim extinguit, atque fi forté hectica ince10 perit;omnino eam reprimit. NI 12. Vndeetiam non adeó probanda eft pra] ui &icantium confuetudo, altero à purgatione diez] fem per faccharum rof. ex aliquà aqua refrige uiti rante concedentium, ut calor, ficcitásque v1 ex-- tu purgantis medicamenti facta, et ex febre reli-4 it &a et fitiscompefcatur ; càm experientiffimuss ux Rhafis, 3. T rat. contin. 27. eos, qui calorem, &q qu ardorem in ventriculo patiuntur;illud comede-4 it renullo modo debere teftetur,& maximé fi eftass, ii fuerit;calefacit enim;inquit, et fitim inducit;idls jc quod-etiam in multis experientia docet . Quareq a. praftabitautfero ; ut dixi, uti, aut aquà horde] iu cum füccoaurantiorum, aut julepo rofato ; autij gui violato. 13. Lauté etiam nimis, etiam intermiffionis] un .tempore;cibari mihi videntur tertianà laborans]. .tesab omnibus feré;& à Galeno ipfo:qui cibarg ni; .di modus fi apud. nos 1n ufum duceretur ; omne: qi ex tertianà fimplici in duplicem, aut etam com] iy; tinuam duceremus. Atque hoc fépé; ac fepiu: un; juniores Medici;&üm ex fcriptorum inftitutà vid oj Ctüs ratione victum prafcriberent egrotantibus:| ex perti funt; cium egrotantium periculo, unde ld uj; mutare WE. 3 A s P». "e *. E n TO ix A S (1À5. mutare fententiam coacti funt . I4. Quinimo, fi vinum pro potu incipiente» co&tione curh Galeno,& antiquis cócefferimus, onines in deteriorem condit0nem ducemus ; ut ^ vixin ipsà declinatione concedere illud poffi- mus ; five hoc corporum noftrorum conftitutio- nitribuatur;five vinorum noftranum conditio- ni; five utrique; hoc unum fcimus ; fecurius per totum morbi decurfüumabdicari vinum. 15. In quotidianis curandis febribus anim- advertendum eft; quód, licet in febribus aliis in principio uberius fic nutriendum, paulatim ver- fiis ftatum progredientibus imminuendo; ;inilhs camen primo feptenario tenuiüs funt alendi z- ori, ut et crudz in ventriculo contentz materiz attenuatz;excalefactz,& exficcatz;aut in bonü fuccum vertantur, aut faltem abfumantur, aut per fe,aut ope Media, le 'nientibus,& abítereen- bus fübducantur;in quà re Rhafis, Avic.& re- liqui omnes Mauritani conveniunt, ut nempe» primis feptem diebus tenuiori viu utamur; quàm etiam in ftatu5qui omnes à Tralliano mu- tuari videntur. 16, Siramenà falsà pituità fiat; potiàs vomi- tu in principio expulfa, aut dejectorio abíter- gente per inferna educta, cum nutricatui inepta fitevacuabitur ; neque dixta adeó ab initio erit attenuanda, ne incalefcat magis, ficcetürque minüfque eductioni apta reddatur. Quamvis vomitum in hac febre Galenus Jaudátfe vifus fit;apparentibus fignis ccétionis, quod Vino i€r- tianarti apad nes per totum morbum interdicé- lw quoti- diamis i5 principia fnniAus A- lesdum e- tamqua in ffatu. Pituita falfa ab danteyvte u$ ab ife 2it0 nom adeb attee nunndas » fid evæ cuanda « Iz fcre enuctidis« 2A "vem [^ X e tus utilis ab tnittio, eo quomo do« Siwotilia na in bre, prater qUmiupn ab initio, valenttor evenit i Satu,e€x Gal. . Mel.vof.fo dutivii,l- - «et £n bi- liofo ab i- 3211:0 non €OQventat, 22 pituito Js optima eff veme- dium, c eur. "Aloe 15 quotidia- $5, C a- liis febri- £ns locis, optimum remediis. e/ P d ZI) Í ^ y^vs /9 €. :06 quod in ftatu evenit ; id tamen decà per vomi tum evacuatione intelligit, quà univetfüm cor- puscvacuatur radiculà, cui veratrum album 1n-. fixum fit: cümenim majori cx parte primis die- bus ventriculus pituità fit refertus; fi ad vomen- dumneptus non fit; aut natora, aut. ftructurà corporis;optimium erit,blando facili vomito- xio tentare illius evacuationemsaut fi fit naufea- bundus;à cibo . 18: Quamvis mel, et fyrupum rof.foluuvum in biliofis febribus,abinitio,cradà exiftente ma- terià,in ufüm duci non poffe ad fubducenda ex- crementa communia,jam docuerimus;in quoti- dianà tamen, ad abftereendos vifcidos à ventri- culo humores. przcipué mel preftantiffimum remedium cenfendum eft: attrahens enim facul tas.frigiditate,& vifciditate humoris primo oc- currentis evancfcit;& quafi emoritur; valés au- tem maxime facultas abftergentibus relinqui- tur. jars 19. Ne quis inamphimerinis füfpectum ha- beataloes ufum,ad.deturbanda communia ex- crementa, et pituitam in ventriculo, et primis venis exiftentem fübducendam, vel ob eam ra- tionem,quód bilem potiffimüm illam fubduce- re fcribat Gal. 7. Æt b. med. a4-& S.de compof. med. [ecundum loca, cap.2.. C lib.de T ber. ad Pz- Jonem,4. et Paul. £b. 7. cap. 4.vel fané,quia eam- dem calidam in primo;& fecundum eradum at- tngentem,& in tertioficcam;idem Galenus.có- füituerit;quod quàm fit febribus inimicum,qui- libet; aloe efle facultatem: alter NIMADFERS. libet, qui febris naturam examinaverit, facile poterit intelligere: Animadvertat,dup P. 107 licem ih . 41e, dy 4 am à totà fübftantià jx faci ductam;quá bilem potiffimüm,tum etiatn pitui ;as. tam,fi non à toto corpore, faltem à venis etaim " ^, Circa hepar attrahere, et é corpore pellere con- fievit ; de quà locis propofitis etiam Galenus z alteram deterforiam,& attenuantem,quá et exe crementa, qua funt in ventre, et inteftinis, cue jufcumque fint generis, per inferna fi bducit ; cümqe potiffimum inter feces evacuantià», ÉxxbebeTiXxo d dicta,principem feré locum.occu- pet facilé propofitas omnes difficultates fü peras re poterit. Cum enim tamquam bilis pureatós rium medicamentü affimitur aloé ad drachmas i'edüam duas, et non nifi raró, utalia medicamefta longé à cibo fummo mané,quin 4n febribus biliofis concedi poteft : fi etiam raró veró aloén Hu letjectori medicam 1 üÜte Humamus, ut dejectorium medicamentum, üt "- ique deterfione quádam ac attenuatione, quid quid per viam invenit, fibducit, et frequentiüs llafiumi, cum cibo permifccri, 1n mini ri quantiateaffumi, et febribus loneis; tertianis hothis, »& quotidiánis, quàm maxime auxilio effe pote- Iit; pouffimüm fi lota fuerit; nam quamvis jy. e£ IG. de ruend. val.Galenus 31 Oocf neque ficcam, ne' l|Ique melleexceptam fenibus concedendam fta- ftuerit, nifi maona aliqua neceffitas ureeat, c^ 8. Ie compof. med. fecundu loc. cap. 2. bili fis,& ficIE15 corporibus alo€s ufüm non mediocriter infe- Ium docucerit;In aliis (anc corporibus,five moctbo tenLorgis fe» byibHs a loes ufus cópmodus . i^ MERIT æn gant ei (ix iQ1o8bo tentátis,five fanis, ub! vitlofis füuccls utcumqs bent infeítentur, aloé non fine magno commodoin. ufim ducitur, potiffimum ubi ventriculi villisii adhzreant:fic enim Oribaf.7.Col/e£l.cap. 27.abfinthio alo£n cóferens,ftomacho placidiffimam juu effe contendit et fumi quotidie poffe à ceenà ; depu. aT ME aie quod. Ewporiffon cap.9.übi de evacuanübus; eju in fanis corporibus conveniunt, agit; quan- titatem enimiis przfcribit,qui quotidie eam afAAloes va- Pia quanti 345 [umen 8A s [7 pro $urgato- o, C f $ro dei- éforiosat- dicatméete. fébducit euim.» Yaquit c ciborum vis nou bebetat, Mi erattvea fitim uon inducit, C" bominem ad cibos fu-. à anendos facit promptiorem ... Ex quoniam proximé f ante hzc verba dixerat;aloén ad duas drachmas. furi fümptaio, pituitam,.& bilem fubducere: cüma jen addit; [omi e riam quotidie poteff cama.non intel- i: licit de càdem quáütate;fed alium ufum fumits Ki fümunt;trium cicerum mænitudine.Idem eti3; et longiori oratione explicuit Aét. 7'etrab. 1. Serm. 3-c4p.24.cüm enim ad trium drachmarumiJi;, etiam quantitatem ad multos demoliendos mot; ' bosoptimam effe ftatuiffet, commodam etia malos. effe (cribit fanitati confervandaz;fi quotidie antep... coenam fümatur,utante prandium mane: id au--]i... tem effe non poteft in càdem quantitate, fed adi fcrupulum, aut femidrachmam. Sic ex Mauri-1,. eàdem, ut medicamento purgante; agit, ut et apud Mefuen viderelicet. 511g1tur tamquam... deterforium medicamentum, € ventriculum. i expurtanis Avic./ib. 2. cap. 45.de iis.qui fecundà vale-4t. tudine conftituti alvum movere poffunt ; de de-4.. terforià hac facultate loquitur; C Jib. 7. cap. a. ded. n h i ad LI " » E- AA LM, Ixpurgans fümatur,& in minori 1llà quantitate, li ftatim à cibo, vel etiam ante cibum ftatim fu-. fimatur, febricitantibus iis fepé concedi poterit, "lin quibusaut crudi multi humores febres: pro- fluxerint;aut certe ex diuzurnà febre debili red- flito calore ventriculi;multa pituita congeratur, Int in longis febribus veni ire docet Gal. 1. ad IBlauc- Sic 8. de compof. med.fecundum loca, bens 'JlBc Oribaf.Joco czt. in febribus hujufmodi, potit- dMimuüm fi lota fucrit; aloén quàm maxime com- 'Ilmendàrunt, non lotam tamen in iifdem, fi edu- 'Jcendi indicatio pravaleat; etiam concedunt. '«KCócedacur igitur intrepide in iis febribus; cüm; Iguz ex febrili calore defümitur ; indicatio nona 'Iprevalet ; fed qua ex craffis humoribus in ven- lrriculo coneeftis o b diminutum partis calorem, Irum ubi roborandi ventriculi viget indicatio, [quod in longis febribus;& ex pituità cenitis, et lWtertianis fpuriis fepiffimé evenire dicebat Ga-- b en.1. 4d Glawc. Vnde v ^, cmus; Maurit; anos, à Weam fcholam fectantes; et pilulas ex hierà Gale- ni comendare,& alephanginas bis in hebdoma- ddàin paucà quanutatc à 'canà fümptas . 20. Ínufü attenuantium, et diureticorum.., hzc efto cautio, ne tiene eorum ufi nimium jl fint calida attenuantia, fcd moderate aperiant; 4 neaut materia nimis liquata;& fufa majori.mo 3 le tureeícat, et dolorem per univerfum pariat ; :raut exhauftis tenuibus partibus,quz relinquun- ur fontiiob esremancant;& quodammodo lapi- Wi defcant;& ininvictum fere malü gri decidant, Als ill ud : (4€ I bÓA. Atenas tia m p 2m ter calefa- Citntia s, Purgátia valeterra non multüm in febribus ufum medicameétorum. Illud certiffimum eft, 1n Galeni doécteinà 14.4 *5i» Àri pareantium commendari;cüium $.44erb. 1. abío» bus in 45 lutam putridarum febrium curationem trades, VON . Purgatia Iivia repe nta sque ti dianis Covent . ne verbum quidem de purgatione habuerit. Et Il. AMeth. inrefolutorià illà :methodo curativà. earum, cüm putridum humorem evacuationeo effe propulfandum doceat;ftatim fübdat, eligeix dà cffe medicamenta, qua fine calore educant ut funt mulía ; ptiffana;clvfter.| Et 1. 22. G/ane. etiam in continuarum curatione purgantium., medicamentorum non meminerit. In tertianà vero praftare ait medicamenta alterantia,quàm. || quomodolibet evacuare: id veró, quód fe penu- meró per urinarum copiam;aut per füdores, in- fenfibilémque tranfpirationem morbifica caufa fit evacuata ; ; quód, fi qua füperfünt, craffiores potiüs alique portiones erunt, non multz, 111a medicamenus noftris blandioribus non. calidis tolli poffunt;cüm in eà quantitate effe conjecta- bimurquzad alios in putredinis communionem attrahendos apta fit; cüm veró non fepe id in tertianis, continuis, et acutis contingat, raró etiamin fine earum purgationem exercendam. cenfüit Hipp. 1. Zdphor. . 2.2dpbor. 29. € lili. dé diua pura. . In febribusautemà pituità venitis, qua : |." intermittunt, levia quafi medicamenta purgan- tia tantum, eáque per iptervalla admittit Gale-. nus, quem fecutus eft Alex. Trallianus; magna:^ vii aüctoritatis,/» I2«£ap. 7. d€ hacre differ €n$5, cüm dicitzVerz oportet auteso ipfos tmiverfrm pur- ) [reete vices, C ftmplicioribus medicament is. 1! €'c. Vnde fortaffe recentioresfuorum mmoran- 9 tiumufüm defumpferunt. quod 1n aliquo cafü, et aliquibus febribus; et poft coctionem conce- dituf ex arte, ad omnes febres, et quocumque, "f tempore, et in principio malé traducentes J^ z3. Levius etiam;cautiüfque in febribüs om- '| fibus purgandum efle conftat, quàm in alns vifcerum,cordis nempe, et hepatis fervor, calor ex hiimorum motu contractus, et deleteria., vel faltem fatis calens medicamentorum qualitas in causa fünt, ut cü timore in febribus pureemus, in: morbo autem non febrilr audacter evacue- mus;id quod Hipp. Jib. de rticuliss in fige, cla- rifhimis verbis o ftendit. 24. Verüm purgare corpcra in febribus cüm opus eft, inclinante morbo, vel poft illum, quo "| tempore vires majcr1 ex parte fü ntimbecillz, et E fpiritus multiüm exhaufti ; cavendum maximc il Medico eft;ne ex affureendi frequenti; aut ex humorum evacuationein fyncopen incidant fui M ueri quod vel in pureandis iis, qui à tertianà |fünt évacuandi; niaximé timuit Averrocs. Qua- ] propter jubeat excrementa 1n lecto exonerare », vafe aliquo huic ufti 1 accommodato füppofito, aut findone plicatà, quod innuiffe vifus eft Gal, : 3.de Cri. cap.9. r s: et ( ÀÀ - E- HÁ ÓMà Pureadg Mone 2 morbis à febre fejunctis : calidiffimorum enim. fZre 444 2:3 alus "orbis e? 471 Debiles dum pur- gantur, e leto 207 furgant. In quartanc febris rectà victüs ratiorie », Quartana d&in quantitate;1lla fit animadvcrfio; utin prin- rin prin CX plo £iplo va- yu; Ui- es, ch quemodo sariadus. &alfatné- 42a quartz Jod: 2 944 LADOr a znuàbuscon- zcdenda, "n parece ; emer. Quaia(cipio non in omnibus fit eadem;neque enim fefe per à craffiori eft incipiédum, quod ex commu ni regulà 1. Z4pbor. colligunt aliqui, in ftatu at- tenuantes. INeque etiam femper per primas tres hebdomadas abftinendum erit à carnibus, et pullis gallinaceis, ut ctudi humores poflintat- tenuari;& abfümi,quod magni alioqui nominis viris placuit; fed diftin&ione opus eft. Saneui- nci,& carnofi, quique lautiàs vitam per multos dies traduxerunt, et qui crudis multis fcatent fuccis, et qui ex fanguinein melancholiam ver- fo febricitant, primis quatuordecim, aut viginti diebus,tenuiüs alendi erunt,atque ctiam.fi fierl poffit ; ab ufu carnium funt 1interdicendi,ut et crudi humores in vétriculo,& primis venis exi- ftentes concoquanturattenuati, et in fanguinem mutari queant, névealtius permeantes obfttu- €tionesadáugeant. Qui veró in primà regione cruda non acervàrunt;& biliofi funt;macri.faci- ]é refolubiles;tum et pueri; aliter funt in princi- pioalendi,atque concedendze erunt carnes, ut diuturno morboobfiftere poffint ; atque ad fta- tumufque cum viribus valentibus pervenire. Quód falfamenta iin quartanis laudentir à Galerio,cavédum eft,ne multo eorum ufu mes Jancholicus ficcus in corpore adaugeatur ; con- cedendá igitur erunt parcà manu,ut medicamen tofa alimenta attenuante vi predita, et utappe- tentiam, quz primis menfibus omnino folet effe dejecta.excitemiüs . 27. Sànguinem quidem in quartaná miffufia pa per fectam venam, fi opportuné hoc auxilium xis vez adminiftretur, Galenus cenfuit optimum reme- /eclio 2u& dium ; opportuné autem fiet, fi multus in venis 4ecozve« fanguis fuerit; et craffus, et fceculentus,niger et "^ craffus. 29. Vnde jure merito Medic prafentia ne- Quarta- ccflaria eft,dum talis actio à venifecà exercetur, »3labora qui qualitatem fanguinis confideret,ut eo infpe- bus di Cto, fi niger, et craffus fit, liberaliorem permit- /?guis tat evacuationem,habità femper virium,atatis, *"4^44- plenitudinis, temporis ratione . Quód fi potius //^» Mess tenuis,& clarus fit, et potis ad flavum vergat, gere fupprimendus erit. shi. . .Adhibenda tamen hzc eft cautio, ne fta- Sanguis 2 tm ac perrubentem faneuinem,& bonum exire "miffione viderimus ; illum füpprimamus fieillatà ven; fenguini fepius enim vidi primas illas duas uncias effluc- z: quarta tes bonz conditionis, quód non ex penitioribus »i» zé fta educantur,fed ex venis brachicrum, quorum //7 fuf- fanguis ob affiduum eorum motum,quandoque PW, purior redditur ; progrediente veró evacuatio- '- ne,nigrum, et craffum cffluxiffe. Quapropter ó Pes, faltem due, aut tres unciz vt effluant, finendz funt ; antequàm certum de hac re feratur judi- Sauguts 7 e» guis optimus é venà fluat, permitti debeat effc /^ 24? ;1 1 "v 3 A i - * ^ 22 54071 xe;neque fif oporteat.fi forté ex antéactà vità, ^^^ et fignis plenitudinis ad vafa cognoverirous, ^ - d tantam fanguinis copiam conoeftam in venis cf- dm Íe;ut nifi folvatur, periculumaimmineat, ne avt. 7/ Á HOovVvuS LFD. SEPT ALII MEDIOL. novus aliquis morbus magni momenti adjun- gatur,aut Certe ex multà illà fanguinis congeftà copià obftructione genità aduratur fanguis, et inatrum fanguinem mutetur, addatürque in, caufam quartana . Ságuitin ..31. Etlicet Galenus deloco, unde in quarta- quartana p fanguis eft evacuandus, agens, cenfüerit ex quád? ex Axillari,five internà brachii finiftri venà effe edu 4t? cendum, illud fumés, quod majori ex parte eveFM. nit,originem quartanarum ex fplene pendere; du, praftattamen hacin re Actium fequi, cenfen- tem, confiderandum effe priüs,an potius vitio hepatis,multum melancholicum fuccum eignen ris,vel affato fanguine;vel aliquà alià occafione» fiat:tunc enim potiüs ex dextro bracbio,; quàm é finiftro;fanguis effet mittendus. dnpefefa .32- In peftilentibus febribus,fic didis; quód j» mini pefüferas emulentur;ut verum eft,ma]ori ex par potest fan te mittendum effe fanguinem fectà venà,confen[ élam vt- dictis,rariüs id auxilium in ufum duci debet:nequa ex acris putredine, nifi magna fabfit pleniperpenfis i gqnisper fe tientibus viribus:ita in pefte;peftiferífq; fic vere fr. ), C queenim umquam, fi à pravis cibis in annonz '| : e " Md ^ quando, penurià fiat, fanguinem mittemus ; neque in cà tudo,& humorumzftus; miffo enim fanguine »» |. et füperfluum fanguinem evacuabimus, et eftüij. frenantes ; ceris occafionem fübtrahemus multi, 7 æris trahendi ; neque periculum imminet tanti). " collapsüs virium, Át cum peftis contagioaliun--j. ^ » de delato alicubi ferpit ; qualecumque fit primüij ^ nrincipiem, miu intrepide poteft ; 11s omnibus "tM perpenfis et obfervatis, quz in reliquis febribus 5 8 putridis confiderari folentquód ezdem vieeant "Rindicationes. Confentit Gal. 3.7 1. Epid. 26. in Critone.& 3g 3.cap.76.in Calvo Lariffe, in qui- I bus voluit miffionem fanguinis convenire ; cüm * E pefte laborarent, 2.77 3. Eprd. iz proezz. Quin et ERuffus;referente Oribaf. 6.5yzopf. 2 5.in pefte», Abi fanguis abundaverit ; vel ubi alii humores ']Rdmixu fintfanguini.fiátque genus aliquod ple- Inicudinis,jubet effefecandam venam.Idem Æt. der. f. cap. 95. et Paulus, b. 2. cap. 36. ex Ruffi )ffententià. Ex Arabibus Aver. Jib. 3.7 bezf- T rad. dB- cap. 7. Rhafis 3.cont. T ratf. 13. cap. 2. c? libro / Me Pefle;cap.6.8c Avic.lib.a.Fen.1.1 rat. 4«CAp«A. jit ii fatiseffe poffint adverfus Fracaftorium, et Inovitios aliquos,etfi magni nominis. Neque ve- Jró faceffit negotium, quód haufto veneno fàn- 1IIBuis ex venà non detrahatur,ne bono faneuine ; "Ur IPX venis evacuato, in venas trahatur, et perfan- "fBuinem difpergatur, non fecüs, quàm de feclá "lrenà crudis in venis exiftétibus humoribus: Dif- ü)ffPar enim omnino eft ratio ; nam hauftum vene- i'ifiuum quamprimum eft vacuandum,;dum in ven- eliriculo;& primis venis continetur, quod vel vo- it /llnitu, vel pureatione fit, venz fectione fieri non Uifboteft, quia fanguis bonus In venis exiftens, de- ullra heretur,venz veró inanitz fugerent, et attra- ""ilrerent ad fe venenum in ventriculo, et mcefcnte- i! RÓo confiftens, quo nihil perniciofius cffe poteft. silDuare Diofc. b. 7.de curationeab haufto ver.e- jillloæens, non meminit venz fectionis; quem fe- 5 H £ cutus Mri. -ec ln Pt le s 33 J : ; : gnisad a- nem, et aliorum Mauritanorum fententiam ea-4t. nimi deli ynus,qui in aliquà pefte ad animi ufq; deliquiunogiui quid no». fanguinem detrahunt;cüm in pefte potius quanagui enittédus: tas minor effe debeat fanguinis detracu, quàmgu : &utus eft Act. Ser.13.cap. 45.X Paul.//b. cap. 28. Ai Atin febre peftiferà venenum, five materia pe-/7 - ftilens,non confiftit in ventriculo;aut primis ve-4t nis,fed jam ineft in venis cum fanguine commix-Jur ta ; proptereáque detracto fanguine, pars illiussiui materie peftilentis fimul cum fan guine inanitureduii Hinc Paul. Jb. $.capit. 2. dixit, veneno in venissfii exiftente,(angmnem effe detrahendum . Difpattjnu, jcitur eft ratio curandi haufti veneni, et febrissp) peftiferz evincendz .: fu ;:. Cavendum tamen,nein Rhafis opinio«jtt: inaliis febribus putridis,quód vitales vires in edm: magis. faciliüs concidant . i| In poffe fo. ..2 4, QuinimO,ne detrahendus.eft fanguis pest in 9? H7 fe tam venamdn brachio,fi morbus jam invaluufi; MM rit ; quód vires qua f in princi pio miffus e(fedin, 2 jeg x fanguis,vegetiores factz effent;,exonerata ab ona, re natur, jam ex virulentià fradte fint, et propteyri; reà refiftentibusmagne putredini;& alexiphar TM macis potilis eritagendum. ! 3$. Quid veró,erumpentibus,aut eru ptis maur, culisillis;aut puftulis? an mittédus erit fan guisslius. 'an potius ex fpe&tandus exitus nature? an jamais, eruptis ? Egofane, dumoperatur natura,à primfs.. -cipio fum fpectator ; mox ; fi feeniter id agit ; 6. plenitudo magna adfit; et fervor humorum;eve., cuo fanguinem fe&tà venà; et fe pe miteftit mor, bus ANIMADVERS. .: try jus, æftus imminuitur, validiüfq; reliquum ad gutim expelli fepé animadverto . Neque enim Wiericulum illud impendet, qucd vulgus etiatn» nigj-iedicorum umet, et adeó exhorrefcit,neífcili- get humores ad cutim impetentes; aut delati re- ulrahantur à circümferentiá ad centrum ; quod Wnifflione fanguinis fieri tamquam certiffimum. Juffumunt;& tamquam affertü à Galeno 4. zuezd; Ital. 1o. Miffio enim fanevinis per fe potis fane fjuznem à centro ad circumferentiam revocat,ut "ixperientia docet, et Galenus apertis verbis tta dudit a. de ruezda val.4.quód fi oppofitum c. 10. aMuu[æm libri atferit ; id de multà fanguinis eva- quauone per accidens intelligendum eft. Cüm Jinim per fanguinis mediocrem evacuationem.; ginguis;qui in venis internis reperitur,ad exter- J| » € extra corpus revocetur, utin intetpisin- qiammetionibus manifeftum eft ; fi ulteriüs pro- Jirediatur evacuatio;cüm interne ille magnæ ves («hz exinaniantur.natura provida; ne partes majo Jis momenti deftitutz remaneant fanguine, ex gccidend, et fecüdarió à carnibus et venulis am- ditüs fanguinem iterum contrà ad interna retra- liit. At i mediocris fiat evacuatio,tantum abeft; Nit mifhio fanguinis per fectam venam kedat ; aut levocetut doceerit Gal.6.Fpid. Sec. 2. Com. 30. in latis illis puftulis Simonis cujufdam;fanguinis dniffionem maximé futuram proficuam.Neque : Niicant; Oribaf:7. Synopíeos 7. €) 3.ad Evnap. 21. jum hac verba ad verbum recenfet, omififfe feAMtionem vene; ut proinde ceníeant additum effe "M .3 in Antbra eibus, t^ bubenib. apparent: &us f«can da vena, € 4o do.LFD. SEPT-ALII MEDIOL. r1 in textu Galeni, cüm in omnibus Galeni codici- || ci bus illa pe reperiatur, ut potius ab Oriba4 dti fii colle&ore omiffam per oblivioné dicere poffi- «| 11) mus ; aut aliunde defümpta verba illa effe, càümug m! cadé difficultasin purgatione etiá fubfit . Quam] tuii opinionem confirmavit Æt. z. Quar.Serm.1 .cap-- Vit 126. puftulas, five vibicesin principio peftiferæimo febris apparentes, fanguinis miffione curans . 7 36. Inanthrace;furunculo, et bubone; potif- rs fimüm fi in emunctoriis cordis;aut cerebri fiants, lunt nullum effe præftantius cognovi remedium ; fiilüni vires conftent, &cin principio verfemur,maximé3 ji fi plenitudo; et fanguinis copia adfit ; fanguiniss[ yn: evacuatione, tum ratione febris peftifera, tum) ratione morbi particularis:càm enim fiant à fan- we; guine craffo adufto, bili flava admixto; quidli equé fanguinem evacuabit peccantem 1n totaxXir corpore, tum et dolorem illum intenfiffimuma d mitigabit, qui fiepé vires dejicit, maximé cümzdliny partem nobilem obunuerit ; tum et materiam; evacuativà revulfione à parte retrahet? Scio;hædin inre, ut et in füperioribus experimentis certari sj; et contrariis quidem. Ego veró in pefteillà in-4n. figni 1475. et 1576. noftrz hujus magnz civita-4fti, tis, profiteri poffum;ex octo illis Medicis;quibuss, pefteinfectorum cura erat demádata; inter quossii, et eco unus erá, càm unus;aut alter vene fectio-Juj. nemin fuis zeris aver (aretur,Fracaftorii, et alio-4.. rum doematibus infiftens, nec ex fententià cura-J». tiones füccederent, mutatà fententià ; aliorumz p, exemplis, et felicioribus fücceífibus utique ex-J citati ^w Dd citati,quàm przftaret fineuinem evacuare, tan- demcognovére. Vndeetiam comimuni confen.- fü in pefte hujufmodi nobile remedium nullo 4 modo pretermittendum effe,decreverunt,modó ftaumadminiftraretur, et parciori manu, cíáque adeffent, quz in co remedioadminiftrando pet- i$ pendendaíünt. Eratautemnon ex acris COrfil- ' 4 ptioneuniverfáli peftis ea.fed contæione,& có- d municata ; et ferpens,falubrialioqui et cælo, &e anni conftitutione faluberrimà ; et rerum om- nium, quz ad vicum faciunt, maxima adetat abundantia ; corpora autem noftratia veré fucci 4 plena conftitui poffunt. 37. Caveant tamen, nefemper ex ehdem aut. 4,5, ven, aut parte fanguinem hauriant;fi enim poft cius, eh d aures parotides exoriantur,aut füb axillis buboe. 2u£ez;- nes, aut anthraces, furunculíve in trunco füpes bus aptæ riori eruperint,ex brachio ejufdem partisftatim *enióus tundetur vena. Quódfiininguinibus bubones ^ £4fe; gU erumpant, et inflammatorium dolorem proei- p^» Pd d gnant,;intalo ejufdem pedis fe&à vená faneuis - Wevacuabitur. Si veró anthrax, aut forunculus 5^ (fapparuerit, ex oppofito evacuabitur ; illà enim Mectione venz et naturam onere levabimus, et qananus adjutrices natnrz porri&emus,ut ad emü détorium illnd humores detrudat ; cüóm enim à dcorde plurimüm recedat, vidimus plurimos ex jf f bubone in inguinibus curatos ; pauciffimos au- gJKem.fi poft aures per parotides; ut fere nullos, fi JMfüb axillis materia detrudebatur. Atfi anthrax dnaícebatur in dextro; puta ; crure, evacnandua H 4 erat - i Xe X rj - 1 E E PLN 4 ULEIXBE 2e ZLPD. erat fanguis ex finiftto, ne majorem molem ma- teriead locum affectum traheremus,unde et in« : flammatio major fieret; et dolor inrenfiffimus ; unde vires collabafcerent ; praftatigitur in con- trarium revellere, evacuando,fimülq;à princie fi pibus partibus virulentiam retrahendo. Do&rn- : nam hanc licet colligere ex 6. Epid. e£. 7. tex. tun ubi dicit;in anginà peftilenti fe venam fecuiffe in 1 cubito. Scarifez- 38. Sed cm in pefteomnia fint inprecipiti. fut tis cur occafione pofita, et aliquando Medicus ftatim . (ite in pefle [^ non accerfetur ; aliquando etiam vene fedio ab [ui Iuberri-. 4]iquibus non admittatur, cuperem ad manus j|: T4* artificem habete qui fcarificationem malleolo- rumfciret adminiftrare : commodum enim effe remedium cenfüit Apollonius apud Oribaf.7« |: Colle&l. c. 19. C 20. quo etiam, cüm aliquando jur pefte effet correptus, afferuit effefanatum; quod. |ui remedium pro plenitudine curandà, quafi venz. . pnr» fe&tioni zquiparaturà Gal.4. val. tuend.4«O 20«. fii Qua actio omnino diverfa eftà noftrifcarifica- tione inloco cucurbitularum, ut conftatex Oris pat baf:7. Collet?. 18.ex Anvylli fententià;fiquis ca- fun put illud, et modum exercendz illius operatio- Bu; nis confideraverit, et quz à doctiffimo Profpero Ju Alpino de hac re fcripta funt ; ib. de Medicina Wu. "Ægyptiorum, quidquid contrà f enferint Avic.I. fü lib. Fen 4. cap. 22. et ceteri Arabes Media. 1 Cueubi-39. Verümfi jam aliquátó progreffusfit mor-. fan tula feri büsis peftilens aut nefciamus, an vitales vires fav. ficata ali- fixing fatis fint; quod aut vereamur,ne pertenta- - P K1S alSfi: apr! ANIMADVERS. LIB. FL. 124 tis arteriis peftemin nobis contrahamus aut le- quiido vi- pe cautum fit ; ne primis quatuor diebus Medic zs fe- Ipulfüsarteriarum tangant,ut apud nos confütu- Zioz;s ve tum eft : certé folebam egoin noftrà pefte .aquà. z«. -icalidà ablutis füris;in internà parte cu curbitulas linjungere cum profu ndlori fcarificatione ; iom Ikca evacuare fangvinem ad fex, aut octo uncias ; pro fienisaut plen tudinis, aut robore Yinubis Iquamvis enim immediaté f; nguinem ex v cnis i fIhon detrahant, fed ex carnibns, neceffe tamen, Ie ft;ut carnibus inanitis, ex venis fübeat alimenA4 ; fum, et confecuenter eiiam totum 1nanlatut . 40. Quinimó et frequétius,& tutiuseft prz-. c,;,,5;. Ifid: ium hoi 'Cc,cum et evacuet fanguinem. Citra» re cum imultam fpirituum exfolutionem, ab he pateau- f'arifica- ftem, et corde, ad longinquam partem vi irulen- tione in fia j;ftiam avertat ; nec verum cft, quód non fint pro- 75 ? peffe Futurz,quianimis diftent à corde ubie: na mina- f/equen- AN ft- Inità plenitudine totius corporis ; ipfas quoque» p "i A72 €- [cordi vicinas partes necefle eft inaniti., 1:21 0 4I. Quid fi inanito cor pore urgeant fy DABIO: ou eniin [mata,& exanthemata lenté prori IDpant;COr V€-,,j, $ doy ro aneuftiis prematur in pe efte, et animi eps fo qua ida Itieliquia, autin fie nis do lor capis UIgeat, QUC zpJicam- Inmil lefvmp tO ma» quod fa penumeroó in " efte» da, d jronungere videmus; erità nobis przftandum ? quádo ni. An « cucurbitule dorfo erunt admovendz Quod ].deó con troverfum inter M edicos video, aliisil- las omnino exhorrefcen übus;aliis paffim, et in, ljuocu mque cafu illas in ufum ducentibus? Cen- jico;fi nihil aliud urgeat;non effe temere, et fine. diíftnVeficitia i5 pesteo aliquado gn ufum duci pof- funt, fed ?AaYD.5 quande* Veficátin $m fobrie bus peiti- lentibus fone. tefle $n ufum duci non debent . p f/" wt F.heitta pavtibus f'spevnts y comatofrs eff cliens - ia $2 LES 5 diftinctione admovendas, fed negotium natur: effe permittendum. In illisautem cafibus, turri (carificatis, tum fine fcarificatione uti nos poffe, et debere judico; neq; periculum (übeft, ne ver- fus corattrahantur humores; propter totius cor- oris premiffam jam evacuationem, potius enim é corde in füperficiem hümores evocarent,cutm» manifeftà internarum partium utilitate . 42. Veficantia, utin huncufum antiquis ino pefte non funt ufitata, ita, fi extremis partibus ; potiffimum füris,poft univerfalem corporis eva- cuationé applicentur,non fpernerem,modó eftus illein corpore non adfit, peccétque potius fero- fus humor, et pituitofüs;fic enimad inferna Viftle lenti humores principibus partibus retrahétur. 43- In peftilentibus veró febribus, quz cum» efte non fünt, fed fic dicuntur, quód infignem quidem habeant putredinem in humoribus, fed non hujufimodi,ut veneni naturam jam fübietit; cüm putredo corriei poffit, et per codtionem emendari, veficantia non in ufum ducerem ; fed non fécüs, quàm aliz febres putride curande erunt;excellentis tamen putredinis habitá ratio- ne,ex exficcantibus aliquo addito, et corde non mediocriter roborato. 44. Animadvertendum tamen tam iniis fe- bribus improprié peftilétibus, quàm in veré pe- ftiferis, ratione fymptomatum, potiffi muüm ]le- tharei,& comatoforum affectuum,nullum effe» przítantius remedium veficantibus ipfis ; aut parti brachiorum verfus humerum, aut etiam íca pu- fcapulis applicitis: ferofos enim humores » et usse le- frieidos cerebrum opprimentes citó, et facil- thargo cà limé et attrahunt;& extra corpus evacuant:Con veziuzt. ftat hoc ex Antyllo,referente Oribaf.zb. ro. .1n peftilentibus affectibus maximam fzpenu- meró effein fomnum propenfionem,in quà fina- pifmos convenire (cribitymaximé in lethargo;& magná fané ratione : nam in lethargo confiuxus fit materiz ad caput, unde opus eft revulfione »; cümque perpetuo dormiant,expereefacere fimi li ?ravamine medicamentorum eos oportet. Ide defendit Æt.-4rchbicene Ser.15.cap.181.& Paul; ain, /[7b.7.c.18. Hinc Aretzus Medicus, his et GalenoantiquiorJibro 1. de curandis morbis acu- 115, c. 2. curatutus lethareum, dixit, tibias urticis effe verberandas, aut etiam valentioribus medi- camentis effe utendum, denique etiam finapi. Cum veró ii omnia priüs tétari voluerint, quàm ad veficantia veniretur,oftendunt, quanto 1n er- rore recentiores verfentur, qui protinus in mor- biinitio veéficantia effe admini(tranda cenfüuerüt. 4f. Aliuseft cafüs, in quo tutóin peftilenti- Veffcdtia bus veficantibus uti poffumus : cüm univerfum ue corpus exterius aleet ; et egre calefieri poteft, ^ bases non quidem fi refrigeratio fiatob virium extin- Pura venies ctionem; tunc enim inftaurantibus Opis eft: fed: ^70 rore. Kain - . (07 p; PP fi ob alias caufas, tunc adminiftrari poffe docuit V efic attin Antyllus apud Oribaf. b. 10. Colleé£]. CAp.13. et in beffilen Archigenes, Aétio tefte, Sy»zma a.c. IS$1. tüncq: tibus, abi et tibiis, et brachiis funt adntovenda » Oribafio corbus alV referente;Zoco addut£o, et Paulo 4E cin. lib.7.cap. getuiliaSce nT : ; ESO NST ME, Le ;.9 PNE ni EE bor be diii Me n4 Quibus locis con fat duobus folis iis cafibus s in acutis, et pefte, veficanubus nos uti poffe ; et hoc eft, quod Oribaf.ex Ruffo //b.6.5 ynopf.- 2$» ocebat ; in pefte calorificis quandoq; effe uten- dum,ad evocandum calorem ex profundioribus corporis partibus ad fuperficiem; ut et Æt. 5er. $.c.95.& Paul. lib.2. cap.36. Vndeneque inom- nibus peftilentibus ; neque femperin pefte vet cantibus utendum cenfüerunt magni ii Medid; fed aut in foporofis affectibus; vel cüm externa Veficztia a|oent,& interna zítuant;cüm novatores ii fem- in peflilen Ser, Gcin omni pefte; peftilentíque febre, quin dipsihar et fi Deo placet, in principio veficantia adhi- Lui 3d beant. Sed non eft mihi in bacre tempus con- m pajfm terendum, cüm à doctiffimis viris res hac abfo- ufurpata . lute, et ex profeffo fit pertractata » et à nobis 1n» libro 4e Peffe; annis juvenilibus, dum totusin cà curandá in patrie mez calamitate verfarer,com- pofito difputata;quem librum Amanuefis meus, ; homo exterus, cüm emendatum meo juffu tran- fcripfiffetad editionem;fuffuratus eft; nefcio quo confilio,cüm ftiret;apud mein fchedis ca omnia T remanere,licet multis in locis defcedata . parenhe- «|. 46* Evacuatio pravorum humorum, caco- me utendi Ch ymises per medicamentum purgans affumptü in pefle, t On minüs,quàm fanguinis evacuatio,in pefteo [wj cur convenit, et fortaffe frpiüsinufrm ducitur:ut [tn enim venz fectionumquamin pefte;que ex pra» qu vi fücci cibis fit. convenit ; et non ita fepéineàs [|i qua ex corrupto ære, fepiffiméineà,quecon- tagio ferpit: ita in lisomnibus purgatioinufüm [i vcnire . 2j venire poteft, licet multó rariüs in eà, quz per contagium vagatur;quód f penumeró virulen- ta communicetur hominibus fnis,& optimis humoribus præditis ; quibus fi medicamenta, purgantia exhibuerimus, et carnes colliquabi- mus, et bonos humores evacuabimus, fpiritus exhauriemus, et denique vires vitales deftruc- inus. Quod firefertum pravis humoribus effe corpus conjectabimur, purgatione omnino opus effe dicemus. In cà veró, que cx ingeftis malis cibis fit; purgatione omnino opus eft; licet etiam ratione virium maxima adhibenda fit cautio. In hancopinionem Medici omnes Graci, Arabes, et Laüuni venerunt ; locis adductis ; ad demon- ftrandum venz fectionem convenire; inter quos Gal.1.de diff. feb. 4. Vnus ex antiqvis Celfus I;b. 3- c4p.7.& ex recentioribus pauculi medicamen- t15 uti purgantibus in pefte judicárunt inutile, quód non putredinem, fed venencfam qualita- tem fimplicem in pefte fübeffe putàrint ; quód veneni naturam medicameta propemodum om- nia, et igneam naturam participare cenfeant ; quód alvi fluor iis concilietur, quo plerofque in pefte illàinteriffe teftatus fit Gal.. Epid. J. cüim nequeCelfi auctoritas przponderareo poffit tot magnorum virorum auctoritatibus, neque recentiorum illorum rationes convincat ; quód atate noftrà tot medicamenta inventa» fint; que nequevenena fint, avt venenatam na- turam participant,neque exceffi caloris ieneum febris x(tum adaugere ; neque etiam alvi fluo- rem effe im z10 i 4) DinvOniüit f Hnveca D ue rem concitare folent; cm non in otrini pefte» fymptoma hoc füpervenire fcribat Galenus; fed in cà,quz fuo tempore vagabatur. In quam pe- ftis conftitutionem fi quis inciderit ; cauté fe ge- ret, et iis uti poterit; in quibus vis aliqua ineft et adftringendi,& roborandi. 47. Invento auxilio in morbis, illius exhi- bendioccafio eft inquirenda, quod maximé in pefte eft obfervandum : cüm enim 2. Z4phbor.do- cuerint Hippocrates et Galenus ; vel ftatim ab initio, vel poftquàm matu rpnerint humores;co- fint; in declinatione humores effe purgi- dos ; difficultas in hoc cafu maxima efle folet etiam inter dociiffimos. Ego, quid prz- fiterim in hac noftrà peftilentià, liberé dicam, et quibus ductus fu ndamentis; cui etiam even- cuim felicem fücceffiffe, fàn&? poffum profi teri, quantum peftis effrenis rabies cócedere poteft. Evacuandum igiturin principio ftaum aut (e- &5 veni cenfto, faltem fecundaà die ; fi putrido- rum, autimalorum humorum copiam füb effe coenoverimus . Neqve "Apbor. 22. 1. Sect. quo afferitur, Concotiæ ffe ved: canda, €t cruda non movenda, nifi materia turgeatsraro autem tuveet ; nobis repugnare cenfendum eft. Quod ut in- tellieatur, confiderandum folüm erit, an fub evida, contineri poffint humores ilh 1 "mE ES: Ciique b ^41 0 CLAÀM 1(VV YT/^111 2 Cil il Tii t tia Nol d dcó putrefadii in principio febrium peftifera- rim. Egofané non video; quomodo materia, qva nullam patitur concoctionem, neque 4li- mentilem; neque impropriam quee pttride materix gmateriz convenit; cruda dici poffit. Crudum., enim, et coctum correlativa fünt ;itautcrudum Ifit, quod coqui poteft, fed nondum hanc perfe- I ctionem per coctionem eft affecutum . Atqui fi gBradum eum putredinis affecutus eft humor is, jut peftem gignat, quo major vix dari poteft, ut jam veneninaturam inducerit, et ad benignum fgmplius reduci non poffit, certé eum numquam Iveré crudum dicere poterimus; aut coctionem [ejus pro purgatione effeexfpectandam. Eóque [iagis, quód majori ex parte materiam hanc, [turgentem effe obíervatum fit: quare càm tur- gentem materiam excipit ; utique peftiferam., E materiam exceptam effe cenfendum eft, Iquód fepenumeró primá dietureeat, aut pro- Ikimà die, aut alterà turgés fit fütura;hancenim IFuam perturgentem intellexiffe Hippocratem Iconftat 4. Z4pZor. 1o. ft turgeat in acutis, eadem fue effe purgandum, atierentem . At acutiffimum Imorbum efle peftem, in quà materia plerumq; Iturgeat, quód acris fepé fit, ardens, virulenta, IQueque undequaque mota principes partes im- Ipetat, quilibet, qui morbos peftiferos viderit, jac diligenter obfervaverit, facilé cócedet. Nos lin noftrà hac peftilentià fepenumeró vidimus in jtodem grotte, eodem tempore à naturá mul- Jas.ac varias tentatas effe excretiones, per alvü, per vomitum,per füdores, per urinas, per cutis Wefflore(centias, et per carbunculos quoque, et »ubones. Docuit hoc Ruffus apud Oribaf. €. ]Wynop[eoscap-2.5. et Æt. Ser. $- cap. 95. SON Q9 Peftis tnn feria turgens fapeDnuta2eràó. Jib.2. cap.36. qui adeó varia, et vehemétiafyms- ptomata in pefte dum referunt ; nihil aliud re-.5 vrafentare videntur,quàm tureétem materiam hinc inde latam; nec certam (edeníhabenteimn: j Quz fi, dum venenata eft, purganda ftatim eft.(iu abinitio, ne repat ad princepsaliquod mem- [0 brum; multó magis tunc evacuandærit,cuümo |t veneni natriram habet;cujus proprietas eft prin ful cipes partes petere. Oftendunt 1d 1pfum pefti-| ti lentes cafüs, quorum libris de orbis vulgar. meminit Hippocrates ; colligimus enim mate- jm zias in eis fuiffe virulentas,& veneni participes; [itm væasitem, et certam fedem nó habentes : cám] aun enim varias fedes peterent, varia etiam fymco-| var promata induxiffe fcribit; in multis papule ap--j t; parebant, qua mox retrocedente materià adl t; internas partes delitefcebant, quz pofteà alias» iti inducebant feva fvmptomata. Neque quif-4 ui ! piam Hippocratem obiiciat dicentem.zz9 zz4-4 tui; Turg?5 -geyjag rursere,nos autem afferere,in pefte fzepe-4 ui mæt, DUDmero tUTgere; fi namq; confideraverimus; p e«t quomoto - A n raro evenire,utiq; materiam raró turgerezdt peftz [epos &n peftefiepe türgere, non effe contraria, autif ois. JE Contradictoria juidicabimus: tureget enim mate, ria,cüm natura à multà, aut pravà qualitate afíjti c&ta.materià concitatà, tentatJnter initia eamuaJi: v. xpellere ; qua mvis importu né: fcimusautemujlu, peftém femper àpravà,& veneni naturam faxis, 'piente materià fieri: Non tamen credat aliquissphuii. nos putare, ubi nonturgeat materia evacuanedly, à . . h dum non.effe : nam cum virulenta fit materiai morbum y4r0,0ov 1n ra i c d d. ^" C- morbum faciens, et timendum fit, ne ultetiüé procedat, reliquos omnes humorésin fidendo; venenique participes eofdem reddendo éx cori- tactu portionis illius prim: ex contæltone ac- quifitz, pureandum ftatim erit;ne ad terminum eum ducantur humores omnes, de quo locutus eft Galen. /ibró adver [us Iulianum,cap. » Quod ubi totus fanevis putrefcit,vel alioqui vitiatur; morbi; quiinde oriuntur, curari nequaquam; poffunt. Inquit enim: ZVoz pollictztur M edici 3 Je omues morbos ex vitiato bumore, 0Hmmeizque pu- tredinem curaturos, [ed eos tantum, quibus corpus t"dhbuc validum eft . C2 vires robu[le ; non aute, quamdo [aneuis penitus corruptus, G" fachus arugi- nofnssut affumptum alimentum in corruptelam tya- bat ; et quz feq. Cüm prétereà morbus is acn- atffimus fit; fi declinationem exfpectare volueri- imus, inanis omnis noftra opera erit, non folüm. quód fruftra exfpectetur coctio, quam nullate- nus humor poteft admittere ; fed quoniam cüm J| declinatio tunc fübfequatur ; càm aut à natur j| extra corpus pulfus fuerit humor,quácumque.; tandem v1à 1d fecerit, aut ope Medici, aut mit- 1! fione faneuinis,aut alexipharmacis,& fudorife- I ris,fruftra tunc Medicus tentabit in fine propel- lere. Non negeaverim quidem,;aliquando ex pui- a eandum eftfe1n fine corpusà reduviis, ut renu. di1riri poffit, atque à recidivis fefe vindicare qu 4 przfervatio hzc potiüs erit,quàm vera curatio . Ij Purgandi igitur potius erunt ab initio humore: J qnod cüm emendari nequeant; quamprimum. : ! exrclli Wes ctr tuta raa nns rs crie RCM EE ette Matteo NE $5 ATDAIAC: S expelli debent : namapuffimo vini exemplo ex* plicuit Gal. 2. d pbor. 17. quod ubi acefcere cce- peri5adhuc vinum eft acidum;& tunc emenda- r1 poteít,& ad priftinam natnram reduci:fi verà corrumpatur, et naturam propriam amittat, nó amplius vinum eft, fed acetum; tuncinon am- pliusad prittinu m ftatum reduci poteft: Ita fan- guis,caterique. humores,cüm pautrefcunt;ad be- nignum ircrum,autíaltem ad conditionem,quz non multüm noceat.coctione.deduci poffunt; at cüm. compurrucrunt, jam naturam mutarunt s ncque corrigi amplius den dy fed tamqua om- nino deletetia ftatim.expelli à corpoze debent . Eít infuper prater morbi cauíam conninentem ; quzeftaut in venis prope COE, aut 1D partibus cordi communicantibus, alia quædam vitiofa., in ventriculo,inteftinis;&.circa præcordia adhe- rens,dolore,colore,aftu;naufcà;amarore, aliísv e fignis manifefta, quz. neceffarió quamprimum. purgationem. SREPI cH aMiquie declinationem po- teft exfpectare. Qua fane.eriam efficit, ut alià rationein principio euam expurgari debeat: nà fiin hoc morbo per totum ejus. decutfi fum alexi- »harmacis., .& medicamentg à totà fubftantià utendumeft, ut etiam i1,.qui fecus fentiunt de hac purgatione, concedunt nonne nccéffarió MES qe concedent,in impuro corpore pracedere debere ps, gud purgationem ? Hxc namq; vel 1pío Gal. tefte ; fit expui-. lib. $.de Janit. tucnd.cap.6.ante non fnt affumen- qa? cr. da,quàm totum corpus inanitum fuerit : cüm po impuro torpore nó Ju enim.€a vel itaanuüpharmaca;vel antidora dican [uL ., ANTAIADFERS. -tur, quód totius(ut ajunt) fübítantiz diffidio 1mmutent yenenatam illam naturam, frangant, obtundàntque, atque prorfüs cxftineuát;&. €Vàec cuenrtà corpore per fudores, atque cutaneas ex- creüones ; nemini dubium effe poteft; in corpus noftrum hzc minime praftari pofle, nifi prius Inanitum.fuerit corpus ;: non enim ad cor vires fuas emittere poterunt, nifi meatus fint SEPhn eati; neque à corpore per- cutaneas excretio venenum expellere poterunt, nifi pariter be fit evacuatum .. Quin neq; e atcuationem per cuum ullam effe diu in eg i totum corpus inanitum fucrit,ex Gal, 8. IM eth. 4. CQ" 11. M4 e- th.1o,at nec rarefaciendum prius, quàm fit eva- cuatum, 11. 74eth. 9. colligitur. Atinquiunbid fieri fanguinis miffione . Verüm quomodo vim argumenu effugiunt;qui illam refpuunt? at om- nes faltem fatentur,in multis non convenire, ut in pefte ex pravis cibis, et in cacochymis cor- poribus; in quibus ex fpecta r1non poteft conco- €io ; faciendum igitur quod jubet Gal. 4. dé 2 tuerrd. val. 4. Quod alienum à natura efl.nt ad pri- flinam bonitatem vediei non poffit protmus evacue- |fwr. Huiusfententiz fuifle Galenum, colligere, poffumus ex Ib. 1. de differentiis feb.4. ubi dicit, impura corpora in principio ftatim effe purgan- da; et ad fanitatem deducenda . quod manifeftis verbis confirmavit 2.77 $i de morb. vulg.in Si- monc;in quo late puftulz efflorefcebant;idq; in libris Methodi medendi TInonftratum efle a f- firmat;quod vel $.Ætb. sed. c.12. conftat, vbi * habet : habetzCarerum,iiinpe[le facile [omari funt, pro- pterea quod præx[iccatn vis» prepuratumdq; corpus otum fuerit;quizppe quod evomuerint ex Tis tonmul- li; onmibus venter profiuxeritsatüs cum ita eva- euati effent qui evafuri evant siis pu[Inle quas exan- phbemata vocant, mpra foto.corpore confertim mul- te apparuerunt, ulcerofe à quidega plurimis, ommibus certe ficca. Cuibus ver bis vel cecis mamfeftum eft ; pureanda etfe corpora ab initio in pefte». Quid.énim per pureanda effe corpora fignificat, nift in principio effe-evacuanda füedicainenm purgante? Nonne pratercà conftat ; excretio- nes has peftilentes nuHas fere effe criticas, fed fymiptoníaticas; qua in principio;vel augmento 3ccidunt? Atnihilominus prepurgatum effe » déberefcribitcorpus, antequàm apparerent; nó icitur exfpectavit coctionem. Secutus eft hanc fententiam Avic./ib. 4 4. Fen 1-Tr.4.capit.4.cum inquit: Summa curatioms hurus febris eff exficca- tio, C 1llaftat cum purgatione, à qua tocipere de- bens -& Kver. 3T bet1fit. T ratl. 3. cap.1.qui in, principio pilulas ex fimocolumbino, aloe, et agarico commendatin pefte. Et R hafis tum 5. Continentis, cum lib. de Pefle ; quos pofteàfecu- tus eft Aver.2.Collett. 56. Éx recentioribus etiam plerique feré meliorisnotz, inter quos Manar- dus Ferrarienfis, 5. Epi. 3. et 13. Eprff. 1. et Vi- &or Trincavellius zz l/bro de febre pe[ilentialin hane venerunt fententiam. Quod experientia etiam confirmar e poffum: Mihi enim. &fociis in 1nænà hac peftilentià magne hujus urbis fehet- CCY ; dag ter ceffiffe, (ciunt et præfecti fanitatis, et cives noftri, publicéque etiam nos laudárunt pro bo- nà,& fedulà preftità operá,cüm purgante medi- camento ab iniuo feré curationis ufi fuerimus. Quod et Gentilis ille Fuleinas fibi experimento conugifle teftatur 1.4. ubiinquit: Ego vidi focios zoftrossviros expertosqui 1n prava pefhilentiaspri- pa » vel [ecunda die,"velin quarta ad [nummum s » quam citius poterant, dabant pharmaca evacuan- L4, exfolueudo materias, ficuti Rbabarbarum, vel "A garicum, aliquando dabant auedicinas Y1g0- ratas cum pauca Scammonea ... Et vidimus plures evafilje per manus 1ftorum, quàm per manus illo- VU, qui gon purgabaut, mfi cum levibus cly[fe- v115, C quandoque [ola caffia.Neq; rationes, quas contrà adducunt, multüm urgent; quód enim A phorifmü 22.objiciunt;jam docuimus;aut füb turgente comprehendi, aut fané veré materiam 1llam crudam dic non poffe, quód nullam co- Cüonem admittat. Neq; caliditas medicamen- torum vcrenda eft quz non avocavit Galenum ab corum ufu;ob majorem utilitatem in turgen- te materia ; minus autem nos Impediet in pefti- lenti;in quà fx pé minor eftus fübeft; potiffimum cum mitiora quàm plurima medicamenta, mi- nus calida ; vel vix caliditatem attingentia, et fimplicia, et compofita ncftris his temporibus fintinventa. Neque vercnda funt mala, et in- commoda, quz fequi docet Gal. 1.24pbor. 2 24. € 2. pber.9.ubi quis crudam materiam in prin €iplo,& non przparatis viis edu3 crit;cb majora E. :3 enin "$a enim mala fugienda in tiizgente materià ; noti» veritus eft ftatim evacuate, ;Ob eandem etiamo caufam nos in pefteidem preftabimus. Néque alvi profluvia;quaz in pefte Hippocratis tempo- re ubi fipervenirent, mortem inferre folebant, debentnosab cxhibitione niedicamen torum in principio deterrere: namietfiin ea conftitutione |^ id.eveniebat; in aliis non femper eft cum pefte» cotijunctum . Sed veró etiam nulfa vis eftargu- menti; nam fluxu illo siulti interierunt, quod nimis oppt effa; acirritata natura fluxüsZ exone- taré tentabat ; fed et füccumbebat; et materias quafieffrenis facta plis jufto fluens vires deji- ciebat,undem ors fubfequebatur; at ftatim pur- gatis himoribus. periculum hoc evitabimiis . Sedatgumentantur preteteà auctoritate Gale- n19. de fimpl. medic. facult. cap. de terra Letmnias tibiinquit, illos; qui tetre Lemniz;ant Bohli Ar- inehi affumptione cnrari non potuefunt;plerof- queinternffe . Ovafi Veróy five manifeftis agant qualitatibus, five cccultis;in ufum hac tutó du- ci poffint, non praimifsà purgatione ; cüm jam. ji Galeniauctcfitate c onftitutum fitjanupharma- €á ; et antidotos tutó exhiber! non pofle impuro corpore.. Peftiferz avtém, ac virulentze mate- rie cum venero coim parátio,quà probare nitun- [ wir;in principio non effe purgandum, nclla eft ; 1 neque convincit: Affumpto enim vencno, cim.» matcria.ea in ventriculo contineatur,vomitorils quamprimüm ex xpelleretentamus; aut fi id ob- üncrinon poffit;emollientibus, lenientibus, vel lubri* T Ex DRM LS od UBL. mts tte S sni eii e s in otn c lu bricantibus per inferna ( fr bducere conamur. Ita 1n peftecüm primüm corafficiatur,omni in- genio Gmnino tentandvm eft, 3 nobiliffimà parte 1llam revocare, ac quamprimüm ex corpore» pellere. 13j 49. Caveat autem Medicus.ne; quod iri pefte Peffilétes conftitutum eft, in iis feb ribus; qu et,quódinfi- z/,, 5. gniorém habeant putredinem, ;quàm vulgares ze peffe » febres putridz, quóodqvein aliqu ibus fyrnpto- cockienens matibus peftiferas veras aiu léritig Peftlentes expe fttt s dicuntür; quales font;qua maculas, qua les puli-. vecz prin- cum morfis »aliáfq; etiam cutis efflorefcentias cdd junctas habét;idem obfervandum cenféat : cm £244 - en1m eó nfque non fit in eis progreffa putredo, ut ad priftinam bo "nitatem revocari non poffint humores,;ait fané cü m per co&tionenrad quam- dam temperiem et mediocritatem reduci pof- fint, ut mitéfcente eorum ferocia, autà naturá, autarte a Iv Medic pelli poflint, exfpectanda om- nino crit eorum ccncocto, sícque non in princi- pio » fed in declinatione érunt vacuandi . 49. Qi 'dunvi Is autem eorum Opinlonern recee Purvatia perimus, quiin peftein princ pio humores effe v4//2a ;» purgandos cenfüerunt veré cathartico medicà- peffe sem mento, inter quos diximus fuiffe Ar abes; et in- c?veziit. ter hos Zoarem,;& Avertocm: ; 'ecipi tamen ho- rum duc rum op nio non debet, qui validiffiinis utendum, et calidiffimis medicamentis cenfie- runt. Nam Avenzoar 3. 7 be; "JIr.cap.4. commen- dat medicamentum ex ev phorbio, et aliud ex fimo colunibino,::Aver.veró 2.Colleél. Cochias ]4 exhibet . Mediocria enim,necimpense calida, potius in ufum duci debent, tum fimplicia; tum compofita ; in quibus etiamfi ícammonn nonni- hil excipiatur ;adeó tamen aiiis ingredientibus orrigitur,ut ad mediocritatem reducatur. Stibii vi- $0. Vitrum ftüibii ; quod tà »ntopere : probatur mm in aliquibus, nullo modo admitti debet ; quód ve- p«fte P*[f nenatà fuà qualitate majorem in humoribus in- 0471 . ducat malignit atem,& ferociam; tum quod ex- perientià compertum fit ; infcliciffimo eventu omnes in bac noftrà idi e: qui confilio Em- a ne um eo ufi funt; ad unum interiüiffe. . Neq; tamens ego fum, qui multotutr. goeerroe crrorem fequar ;utrumque hoc vui magnum auxiliumin pefte, ut &i in reliquis fe- purgatio, bribus putridis,cxe 'rcenüum; cüm Hippocrates e fangui altero folüm- utendum fuadeat aliquando ; ali- nii mif. quando autem utroque; aliquandoauté neutro . Suderum $2; Sudorümjn verá pefte, peftilentibüfque provota- etiam aliis feb ribus promo tio, frnaturà duce fu tio i» j*- (cepta fuerit ut tuta eft, et perplacet; ita difpli- fte: M cecomnino cüm natvra prorfus defes, inérfq ue» ^/P2P4/7 wullatenus munere (uo fungitur, videtürque» ii malo prope fu iccu mbere. Intempeftiva enim» et audax nimiüm efteorum curatio, qui miferos zorotantes fruítra fatigant, alias excitatis toto corpore fudo ribus; aliasadhibitis cucurbitulis ; aliove quovis ezeeza e :x9y auxiliorum genere; quód aliud nihil facia int, quam inaniter egrotan tium corpora vexare;incertámq; pro certà cura- tionem füfcipere:; que omnia ocioforum funt homiPefe jte vantib. femper co tem i]lum gradum putredinis;ac ad exftineuen1 ! E ma m "Y. hominum,atque vires, valetudinem,vitámque alienam pro nihilo habentium. Quantumvis 191turro buftz fuerinta erotantium vires, num- quam admittenda füdorifera hacab initio cre- diderim, nec Medicus Galenicus sumquamJma- Smudores $ turabit exp xilfionem per cutimtentare,exfpecta 7efzequa bit potius,dum aliquid ipfa perfe natura molia- 4o promo- tür,animadvertétque curiosé;quorfüm ipfa ver- vendi gat, quàve parte infenfz mareriz quarat exitü, alioqu 1 naturz motus antevertere, incerta pro certis ageredi;contraria moliri, et ab incepto re- vocare,non fine vite difcrimine poffet: quinimó, ne ftatim quidem per eas partes cevacuare debet, féd folum ubi imperfecté operetur natura. ] heriaca, et Mithridatica ma ignacom- TLeriaca pofitio, ut femper, nifiautaftusineens autin i» peffe. cem pore;aut in corpore fuerit;ad p refe rvandas quado uté corpora à pel íteà me commendantur; ita procà- 47 et quo den Pn dà nonita frequens earum ufus effe modo, ien poteft: quamvis enim ad cohibendum excellen- reis Triend&. dam^4 virulentiam convenirent ; fi tamen ardens éebris (iib fit;a ftüfq; maxim "E humoribus, et Ccorpore,non ita tutó concedi poffunt, ne, dum. venenoobfiftimus, ita febrilem calorem aucea- mus, ut vel ex eo folo mors ipfa AQOISAGRIP S À Iquacumque vcró de causà mors fübfequatur;idé cít. Obfervandui n Igitur erit, "PN valeat bilis kin COI orgia eique putre do illi virulenta fit Iiconcitata, przftare femper, poftpofità Thcria- lica. et Mesià ficcifa; antidotis iUis, C&fclls ut), used DRE c Ft ah ma P str rre i iy i om aue T Mace Lapillorz jrecioforz uus 6d s 0mmmino ve gtciendas, nrc paf- Mim yu* fit, Yecipiendus. Pulvtfen loru» CAaY d acoyz117») ^ f. aJ p 8$[us ocu eibis y fed 14210 YLo 224€ bo re e CipleAus . quz refrigerandi ; et fiecandi facultate, preter alexiphar macam, prædita f unt, ut acido citri, la- pide Bezahar,margaritissX fimilibus. $1ve cro, quod in plurimis obfervaviscalor £ebrilis fit nu- tis.nulloq; mmodoaftuans peccétque aut pitui- tajaut melancholia,in iífq; cóceptà potiffimum fit putredo,vir üfque inde en aftatur;tutó et The riacà, et Mithridatica compofitione, et fimili- bus antidotis uti licebit ; quibus etfi calor febri- Iis nonnihil adaugeatur, major tamen erit ex i]- lorum ufü utilitas, tum in evincendà vi veneni illius, tum in attenuandaà materià;, &cad cuum, temi ; $4. Vt lapillis preciofis,& gemimis non om- nino fidem detraho, Sapphiro,Smaragdo,Hya- cintho, &c. quód multis, et magni quidem no- minis viris eorum ufus receptus fit, &in multis; et magnis antidotis receptas.ilfas íciam,ut in. electuario de zemmis dicto, et alioà Concilia- tore nomen fortito;ita nec eifdem mudltü tribuo; ob eas rationes, quz à doctiffimo lo. Bapt iftà Svluatico, primo Medicine Profeffore in Aca- demià Tícine enfi,amico fingulari ; inlibro huic rei dicato propofitz funt . fos Si quandotatnen in ufüm Medicum dv- cendi funt, communis error erit fugiendus ne ante cibum immediaté ejufmodi pulvifculi ex- hibeantur, ut nec marearitarum: ex illis enum» cibo commixtis cementum quoddam obftructio nibus e1enendis aptiffimu m 1n ftemacho eene- ratur. Preftabit igitur ; fi modo iis uti volue ri- mus, € et - m mMENEEEE TALL 2 P GÀ mnÜáPmÜP pe mus, 1mmediaté ante dulcoratas potiones ; aut fullatitios liquores, fummo manéfolitos propi- hari;illos concedere. 56. Auri ufus et ad ADIHERTOCROTOM et adatra- Aaturi ufus pllarios affectus antiquis et recentioribus com- Pres lai mendatur,quoód, citm fpiritus recteet;cot, nobi- 447dns. uffimum vifcus,robora ire poteft: neq; enim Det- [enil opinionem recipio, qui non nifi in aureà IM lexandrinà rec: ntiorum Græcorum ant!do to, D. n fecipi, aut pro »poni afferit ; cum alioqui I Nicandet;an tiquiffin nus et Poet a,& Medi- rus, auro peros affum pto in alexiphartnacis vta tur; et Diofc. [;b. $.c. 69. de ateento vivo;auri li- atam fcobem mirabili effe aüxilio fcribat. Mo- T lis Veró, quo uti oportet, eft, vel eo i tenuiffi- 4^" E fii - "d es affumé niim pollinem redacto) et comminuüto; hoc p4- j ni tto: Defæcatifffmum,& puriffimum autum eli- mal : featur, et coptufüm tn foliorum form3, aquà ro- jaccà afpersa, fub Porphyrire, aut matmore, ad pinimenti inftar redieatur. Sunt etiam,qui Pan- Phonicos ducatos;u itpote ex purior e anro; fub la- Pide piclorum [xvieatos quàm tenuiffimé acci- pant. Alnafperolinteo condnué affricant, et E s ;in quà defcéndat. Quód fi I. hymicà indufttià in liquorem fólvatur, modó Wimis 1eneas in (d non habeat partes, fortaffe ts 3 commehdari poffet : $7. Stultum veró, meà fententia, eft, aureas T UE -Bionera s,annulos JAUT ca .tenas Intra capones, ju- Wrula;aut ftillatiti s liquores;aliofve quofvis co- eà teræ; J[uere ; cum in his nihil aliud abfumatvr,; quàm. món: multa$, ^ net aí $, Ex avfent co placéta pro corde in pefle de tefland«. incequere, multarum manuum fudor adharens;nihil enim abfardi. ponderi penitüs detrahitur poft illorum elixa- tionem : necetiam quidquam aurum aqua im- primat, nec etiam faporem, odorem, aliüdveo adjiciat.TE 58. Placentas Iacobi Carpenfis ex arfenici cryftallini partibus duabus; unà autem parte» rubri, ex albumine ovi,& tragacanthz mucagi- ne exceptis, quas facculo fericeo, aut ex aliqua tenuiffimz texturz materia obvolutas,& cordis rceioni appofitas, anosà contagii labe immu- nes, omninogq; illzfíos fervare ; «eris vcro ad fa- ]utem magnum momentum attuliffe;creditu m. eft; neq; recipio, et longa experientià in noftra, hac peftilentià doctus omnino rejiciendas con- fulo: neq; enim experientia ; cuiii tantopere in- nitebantur, pollicitis refpondit ; quinimo gra- viffima aliquibus fymptomata induxerunt,ut in aliquibus etiam mortem preci piti quodam im- petu concicarint. Vidimus fervos ; quiin magno illo D. Gregorii Valetudinario ægris; et infectis hoc morbo operam navabant, et Chirurgos hac placentáalioqui munitos;brevi fatis conceffifíes, quinimó multos vi hujus remedii 1n graviaad- có fymptomata, animi deliquia, fyncopales fe- bres, tremores cordis incidiffe obfervatum eft » utfe per illud vim peftis effugiffe fomniarent in vehementiora fortaffe accidentia, et mortem ex remedio incidiffe certó cognoverint. Multáq; exempla in hac noftrà peftilentià afferrezs] poffem,nifi et ratio ipfa 1d perfuaderet:nó enimesp qucd M ! S Ami Joiha CJ PP, 1 $t. Huod aliqui afferunt, conferre poterunt ; quód arfenicum occultiore vi venenis tamquam vene- num obfiftat, cüm arfenicum non occultiore vi, fed corrofione conftet effe lethiferum. Ex quo etiam colligitur ; nullam eorum efferationem, Qui cà ratione afferunt conferre, quód cor in pe- ite primo affici folitum, veneno fenfim affuefa- rlat, undenec tam repente, nec fine negotio po- teft ceca, violentáq; pernicie corripi; cüm ratio nzcnulla fit; quód et experientiam habeatad- yerfantem, nec arfenicum hocmodo inter venc- 14 connu merari poffit. $9. In variolis,. et morbiilis curandis, cüm Jecoctum lentium, paffimapud Medicos AraLentiz de €ockur t2 »esmaximé commendatum, etiam apud mul- see, ge os in ufum veniat; cum abuftm potiüs illum €^ ia vaenfeam, hocloco nonab re effe credidi, etiam *ielis, ip;- iujus erroris inrer medicas 1ftas Cautiones me- prebad . Ipiniffe. Arabesiegitut omnes fcriptores, inter [uos precipui R hafis 18. Coztinentis, € 10. ad IMlman[orem cap.18. et Avic.4. Cant. cap. de cu- Wizndis variolis. ad materiam ad ctim ex pellen- 'Mam,& ad evocandas variolas;ex lentibus folis, I ex rifdem, lacchà, caricis, tragacátho,& hu- qiifimodi, decoctum parabát.ídque cetera omnia irefidia ad hoc munus obeundü parata füpera- PÍcripferunt; quo etiam multi ex recentioribus à peftiferis, et pefülentibus febribus ad mate- iam ad cutim propulfandam;acad fuüdores per- novendos paffim uti folent : Verüm non fatis et Wpo conjicere poffum ; quà ratione lenres aut I fudcres Lentium qu ilita- Ie5. fudores promovere poffint;aut invariolis; pefte, peftilentibüfye febribus concedi ; nam fi earum naturam recté confideremus;eas mali effe fucci ; atque melancholicum fanguinem generare dice mus;inactivis qualitatibus mediam, in paffivis ficcam temperiem in fecundo. gradu foruri ; 1n» fecundis veró qualitatibus varias ; imo contra- rias habere facultates: nam primà earum adhuc integrarum, et non deglubitarum elixatione cie ri alvus folet;quód in extimá füperficie virtus fit: irritandi;& deturbandialvum;cüm é contrà ite- rata decoctio, aut tota comefta alyum adftrin- gat;unáq; opera collectos in ventriculo, et inte ftinisfuccos ficcet,ur que vires corticis internass et integram lentium fubftantiam reciptat ; que vim habent adftringentem;vehemenuus tamen lensin cibo fumpta fimul cum cortice adftrin- citminus veró decorticata, Hzc funt, quz de» lentium naturà ex Galeno, Gracis, et Maurita- nis fcriptoribus colligere potui . Galenus quide 3 frmpl. cap-1 5,9. eju]dæm cap.de..Lente.1.de com- pof omedic-local.cap.8.1.de alim.cap-1.C7 1 8.2.e]u[- dem cap. X8. 44. $. 1n 6. Epid. 33» 1. de vitu tit acut. Com. . 4. eju[dem y cap. 4: C lib. de [alub. Diata.cap.de Leute... Oribaf, 2. Synopf.cap. 1-7 1. Collell. cap.17. et A€t.lib. 1.cap.de Lente.Pau- Yus; /ib. 2." lib. 7.cap.de Lente, et Actuat, lib. de [pivit. animal. nutrit. cap.5.Hos fecuti funt: f. in omnibus. Arabes, praterquàm in tempera»: mento, quod frigidum, et ficcum ftatuunt » for». taíffe Hippocratis fententiam fecuti,6..Epid. Sets. f j: LX TTA [- tex. 33. ubiléntem frieidiffimum cibum fta- iuit; quà inte étiám à -Galeno eo loco arguitur Hippocrates; quód in àctivis qualitatibus mce- lium tenereindé collisendum fir, quód et et ad- tringenre,& (olvente facuftatefit pr&dita;cüm llioqui duplici ratione frigidum cibum confti- 'uere potuerit Hippocrates: Primó, quód cim. tdftringens fit facultas in pluribus partibus, et n majori mole fiibftanue,mæis frie1du m ci- pum poteft conftituere : quód fi poucnes é.con- rà ex lente factàs confideremus, quz folvunt, primam nempe jill: im càctionem validiüs cale- acere dicemus,quà àm fecunda refrigeret; quód Qualirates calidæ facilius in aquá exciplantur, juàám que terrenefürit;& frieide:Sect e for- C frigk dit ffimam ftatuit lenteim Hipp. non ratio- e qualitatum primarum fed quód, cum hu imo- em, et fanguinem proeignant relancholicum, dam.qt latenuscibi funt, frieidiffimzx dici po- I. erunt,squod fuccum produc: ant 1n noftro cor- pore friaidii (umum. Qus .cümita fint de puru- imis, e fecundis lentium qua htatibus ftatuta,, lon video.quomodo Mauriranorum fententia, lhacin re admitti poffit. Nam fi primumeorum Wilecoctum, non delibratis iis; pra beamus;.cüm. iklvum moveat, potiüs à peripherià ad centrum. numores trahemus.,. Quód fi decorticatas, ut JA vic.jubet.imponamus;cüm tale decoctum va- jenter alvum füpprimat, atque fanouinem me- lancholicum reddat valentérque adftringat, at- Ijue obftruat;maximé tragacantho X caricis admixtis, quando ad cutim perfudores, vel aliquo.| alio modo humotes virulentos expellere queat4 non fatis intelligo, cüm auftera qualitas, quæ im. lente perfentitur, etiam Galeno tefte 1.4/77. 18. interreà maximé parte Confiftat,ex Gal. $.de |., fimapl.medic.facul.cap.26.V nde adftringen tüiqua- |." litate et obítructiones augebit; et craffitiem hu- morum, qui ex eà generantur, magisimpinget. jj Pratereà, fi crafsum, et melancholicum fuccum cenerat, fi flatulenta eft, et eà ratione fzpenu- meró morbos comitiales excitat ; ad quid 1n pe- fte convenire ullus umquam affirmare audebit ? Quá ratione etiam ex tragacantho,& lacchà de- coctum, aut fvrupus ab Avic. paratus ad materias ad cutim propellendas, 1n., variolisrejici debet, quód hu- mores noxios potiüs intüs obfepiat, quàm foras expellat, et cor- poris po- ros obftruat, non. laxet . gud, 3E d , «ll Animadverfionum, et Cautionum Me. dicarum, 9S 1 X d. V. C ontinerts eas, Qua; 4d 200r bos part: culares E capite ad membra. naturalia pertinent . e A UG PR LG vOSQT E: ld lt Ne d De dolore Capitis. actu frivida efle de bent L Oxyrbods natn capi N capitis dolore, ab zftu,.Sole, tis dolere iene, et fimilibus, curando, cüm prosit ima oxyrhodina in ufüm veniant, et £'»J^ ** frontalia;illa femper magis laudan ^ ' tur,quz ex alto dela pfa füper fütu- ram corona lem decidunt, maximé fi ad intern cerebrum intem peries pervenerit; quz zft alto deci- Ant» Oxyrbedt 4» pis appli- AlC cata ze frc Ce Iu 47 ec 2. In u(dem ftupis;vel duplicatis linteolis ap- «x cif K ynaterta mpplicen- $4r» Oxyrbod: sis narco fica vix admi[cen dla » NartoticA 8 Capitis dolore vo- ? 2;€ doloris 20 adbibe dla. fed ali quado vo- ne vigilia THU. INarcoricA 3m dolere capitisper fe per os zon a[fa- geuda. Infigaiter vefrigerau da44C4 puta non fear. plicandis,caveant.ne craffiores applicentur, aut exficcarz parri-nimis adhareants conttariuimL enimeffectum pariunt excalefaciendo;& infen- fibilemevaporationem prohibendo. 3. Oxyrhodinis narcotica non mifceantur ; vel leviora : frontalibus autem etiam valentiora miíceri poffunt;ad cerebrum enim vix,& refra- &à vi per hanc. partem perveniunt ; per illam veró, futurà viam prabente ; integrisviribusad cerebrum pervadunt . Quinimó in oxyrhodinis,& fimilibus,num- quam narcotica admifcenda effe cenfeo ratione» dolorum.fed cim vigiliz inde fuccedant;undes maxime vires collabafcunt ;in ufum aliquando venire poffunt ; íed tamen futuris autznulla, aut debilia applicari debent, fed fronti potius, et temporibus. $. Multoque minüs fomnifera hzc per os erunt fümenda,in intemperie calidà fine mate- rià,ratione doloris,càm inde nullum vite impen deat periculum. nec ullus fibi ob capitis dolore manus intulerit, téfte Galeno, ut ex aurium, et oculorum dolore ;'ob diuturnas tamen vigilias fumi poterunt. 6. Animadvertendum autem;aliqua effe cor- pora ;'quorum cerebrum ferre non poteft ufum infieniter refrigeratium;Pueri, ob exceffum huet miditatis,ne congeletur;autincraffetur;indéque in morbos comitiales;& fimiles incidant, tum et ob fübtile nimium craniü: fenes, ob imminutum calorem, et excrementorum copiam: mu liczes molles; ANIM ADVERS. molles; et candidze:& qui cararrhis fzpé tentan- tur,& qui laxas nimiü habétfuturas,ex us funt. 7. Aceti pars in doloribus mitigandis cx in- temperie calidà fine materià.non major fit quar acerrimum continebit ., Oleumitidem rofatum in eo dolore cali- do;ex olivis maturis fitne fi ex acerbis fit, cutim et,ac difflatnionem impediat, potiffimum cüm revulfione non egeamus, nullà affiuente» materià; in tali enim cafu omphacino uti licet . Sitoleumrofatum eoanno paratum oleum fit ejufdem anni :illud. quidem, ne rofa- rum vis refrigerans exfolvatur;hocautem,ne ex vetuftate calorem contrahat r1. In dolore capitis à frigidà materià, qua ad mitiorem reddendum dolorem applicantur ; non fint foetentia;2ravíve odore przdita; reple- re enim craffis vaporibus cerebrum folent, et dolores augere . 2. Indoloribus capiüs ex morbo Gallico, errhinorum ufus nullus fit: five enim ex bile fit ; five ex pituità putri,ulcerain penitioribus nafi partibus ex iis excitantur, et fubinde offium nafi COIrru pt lOoncs. . Inacutis febribus; LIB. FT. n tà;cüm nullus hic fit ufus. repulfionis ;fed ad re- frigerandum addatur, et ad penetrauonem, jus levis portio fufficiet, cum «& calida in eo partes reperiantur. $. Obidacetum ne potentiffimo vino,igneas enim multas partes fic Anh ah, op SERES LO, ando vehementiítK a fimi fit, neg; ex Dolete £x fite ex t5 téberie ca lida, acete porto im exyrhbodi- 2i$ fat par va. AAcetd 19 oxyrbodi- no quale CO veni. Dolore ta- pits ex in téberte Ca^ ltda, olesi ofatum ft £X 0lí- Vl 5 VIAL Yi$. Ole us vo fatum fnt Yeceo 5 » NO foeten ua fint, quá capit applican- Iu. Errbina perniciofa 17; dolorib. capins ex "iorbo Gsllica. I )i ii . A44 gapitis; et xebemetif fimis,im- 9ninente erif, fu- sieda ve- pellentia . Grifi im- tnpinente, quando à capite re- peliendá e pilsle ca- " ^ puta: es 4 i 4:24 r4 ] GBA e M aflzeato yia q4AD- dono con codenda. Errbina, € feauia8torta snala lakun Soo rx por A. 10113 FILAS L2 ; fimi dolores capitis füperyenetint pulfaüles, cü rubore faciei, non ftatim oxyrhodinis repellen- tibus utédum, potiffimüm fi fie his coctionis prz- fentibus: fepe enim füperveniunt inftante crifi» et faneuinis é naribus profluvio proficuo ; quo in cafifi infrigidátibusrepellatur,optimo ope- re naturzinm € aut augefcit morbus, aut 1n cerebro firmatur materia, et cerebri mofbos 1n- vincibiles Spe 14. Quód fi enam crifis i eat dolore» magno füperveniente, fed non ges fanguinem nariun fed per vomitum, ems quomodo di Íícer natur, ex lib. de Cf. colliei p tei ; tancrepel- lentibus,quin et adt Lringent abus uti licebic ne» per vomitum cerebro repleto; dolor per idiopa- thiam reddatur. 15. Non recipienda eft communis multorum confüetudo, piluJas ad humores à capite t: rahen- dos inftitutas exhibentium ftatim à coenà : aut enim cibos corrumpunt, aut illorum vis retun- ditur,aut fimul cum cibo é ventriculo eft fuo fruftrantur. Praftat igitur aut incen cedere, aut fummo ma iné exhibere, fo autalterà horá concetfo. . Si dolor capitis fit à bile, vel àferofo hu- more calido, et falfo; tenuíque, mafticatoria fu- ROT erunt ; pcr 1culum enim umminet ;ina pulmones v ica influxa;aut phthifes p Adel cat, aut pu Imonum alia vitia. 17. Siitem oculi imbecilles fint,'& fluxióotüi- bus obnoxii. errhina ; et fternutatoria fugienda in ie ? j11 fine latis C con- mno una e** h AAA ym TO 11 bmi vv et : DEÆ NUM. ANLM.ADVERS.. Incontumacibus,& diuturnis doloribus; y«frcztie tbi non cederent aliis& potentibus quidem re- optima; e£ mediis,antiqul et Greci& Arabesad puftulan- capit ap tia,rubificantia,& dropaces,fi inapifmofve attra- p'icatasm : 1 hentes confugicbant, ut ab internis evocarent vthemer dir. "vt tiffimis do ta(íam materiam, atq; attenuatam perinfenfiloribus £5» bilem ev aporationcm evacuarent:fed cim cutis ubt capitis craffior fit,c quàm ut liberum humori adi- am tum concedat, ncque ulla fenfü patens fiat eva- cuatio himorum,.eco fzepiffimé expertus fr m., pra ft: ure derafis cap illis vefican itiamponereaut pa rü« lolenti,auttcti etiam Capiti ; fic enimat- Lracta ad exterpa materia evacu res f maxime ea,quz tenuior eft, et calida, et acris; vix enims, etiamfi ciuturnus dclor à craísà materià fiat, fie- i potefl DUEV chementa dolorisadfit;nifi portio aliqua illius humoris fitadmixta . De Phrenitide. I; Dhbreneti- I9 Ixin pbrerindelenienti perosaffumen ^. i à MCL$ flattors TOP T ! * cL » p " V RE L y. do;ad detu rban« 2 €3 (crementa, in. en imr tr1Culo, et primis venis exiftentia, primà die lo- dæ cus datur, fed mclli clvfinate injecto, fi ejus eniá commoditas deti r,m ittendus eft (anevis, fedà in brachio venà : cüm enim influxus jam defie- Faut majori ex E factus fit, fruítra hocau- Vosa lum tentamiüs Dbrenett^ 20. Caveautem,ne in Trollani et alicrvm. cis fribra errorem Incida iS, Qui cüm ob maniacos motus «ebio sez fàncuin iem e brachio detrabere pDequeunt,ve- feri 54 I Y» 4 na itte em qam RENE IDSU,. dotdncap M ei poteit, noh fecam 8a eft ea, quainfio 18. Pbhrenett- €i5 SAgHIS non mitte dus ad a- ntmi ufa5 gdoliquil In frontis vena fec da blandé gula aá- f Y27 41v s Aut brevt z82p0Y€ . Pbrenetiz €is, CHCHY bitulis ap 4 E - politis, qud fa&iendum . In bbrep huy T1 si run Ho  ALII MEDIOL. ram frontis fecánt; fi enim copia adfit fanguinis in láborante ; ut in hujufmodi morbo majoriex parte cóntitigit;tantumabeft,ut laboranti opem feras, ut potius ; atttacto ad partem laborantem fanguinesmorbum ádaugeas: revellendus jeitur potiüis, atr fcarificatis cucurbitulis ;aüt ; quód melius effet,venis fedis apertis. ii. Néqué etiam iri Hioc cafü ad animi ufque deliquium mittendus eft fanguis, quod pleriíq; placuiffe video; quód; cüm repellentibus friei- dis ab initio etiam ufi fimus, refrieerato toto; ac à capite rettactoadeó multofanguine calido;fe- penuimeró aut phrenitis hectica inducatur cura- tu impoffibilis, aut lerhareus fübfequatur . 23; In venà frontis fecanda adftrictio illa gu- [z?*, quz fit, ut vena intumefcat, aut non multum fit violenta, aut quim breviffimo tempore per- fidiatur ; ne quodammodo ad füperna repulfo fanguine, ubiad' cerebrum et meninges perve- nerit, morbum adauceat, aut fané, eodem in- cratffato,eunderm mætis contumacem efficiat . 25. Cucurbitula, qti breemati,fronti,& re- liquis capitis partibus ; poft evacuatum corpus afficuntiir,ad extrà trahendam matetiam, aren- tes non fint et cum flammà, fed ex aquá calida; nec loneiori tempore hereant ; et fi fübjacens parsin rüborem abierit, leviter eamfcarificabi- mus ; fin minüs, fpongiis exaquà tepente fub- ftratum, et elevatum locum fovebrmus. 24. Cavendumin hoc morbo, ne in eorum. errorem incidamus; quiab initio non effe purgandum cenfent, fed ex (pectand am effe coctio- nem,maturatio enim putredinem jam factam. fupponit,quam corrigat; quo in tempore ; facto dum ab £2ttio, C q440t23080» jam apoftemate, morbus evinci vix poteft: eo- dem igitur,vela idtero die pu irgandá, vel ex Hip- pocratis przcepto; 4. Z4pbor.10. imminet enimu periculum,ne tota 1lla effrenis materia fein par- tem laborantem effundat t,apoftema perficiat t; et vires profternat. Neque tamen crudam evacua- bii fade cei us preceptum Hippocratis. 1. . ve] enim turgens erit, vel nondum putefadta; fic nec cruda fanguini admixta bibsin- tra propria conceptacula adhuc confiftens, ut fecidle Hippocratem videmus 2. acur. 16. cm fluentem humorem ad plevram ftatim ab initio medicameto purée fubduxit;tamquam non- aut crudum, fed coctum. In iis, du 1alv o duzioti funt; R habarbaro non ita facilé utendum: fi enim fimul cum biles effervefcentem m: 1e1s bilem red- eredi ay rnis partibus;ob igneas pat- t:& ob hanc unam caufam dum ) putridun non edu CItUr, tes,communicari Avic. ?ranaà cato aut fex fcammonii medi- 1ndidifle in ph: quidauid dicant Grz- culi quidam, acriores Mauritanorum Íctipto- rum reprehenf. res. camentis ex R habarbar: carandaà cenféndum eft, 26. Quamwvis in hoc omnes feré conveniànt, fimpliciter refrio erantil bus primá tantüm dic Eur ipifaébeiiepus a fime et par bus,f. PIRE repellenti- 1n utrepella- ris, et influétium Rbabarbs rii tn phre auide ia ii54H dis riorz funt ALUO 422003 maltum im ufum ducendd o Solis repeb lentibus Aliqua do Sotds 775 eSI pt iit "NE -U humorum temperetur; dolor fedetur;& affiictee arti robur addatur, fequentibus veró diebus mifcenda effe aliqua refolventia ; fepiffimée ta- men aliter faciendum effe,quód urgeant in aug- mentoadceó fymptomata, etus, dolor;vigilia- et mania, ut frieidiffima etiam progreffu tem- poris in ufum duci debean t, Aretzus admonuit . In phrene .. Cavendum tamen, ne nimis affidue iis fiis nón. utamur frigidiffimis;aut narcoticis:tiam dicebat dintis fri Aver.3. Colle£l.3. caput tutó calefit ; at non citra gi [imis pericula refrigeratur ; periculum enim impen- utendum. det,ne quem dormire volumus, poftea excitare non poflimus, ut ait Celfus:fepé enimain lethar- eum calamitofimabire folet;ex folà mala cura- tione phrenitidis. ultraprin epum $ Q PE 3 . » Á Eu * 28. Intop icis, etfi acetum 1n aliqua perucne get admifcere expediat,ut et refrigeret repellat, et md penetrationcm adjuvet ; neque tamen multum plicaydi « admifcendum eft,ne ficcauone vigilias ccncitcts neque acrius, quod calide partes,& ficca ni- mium pravaleant . Acetiloco ;:.29: Nequetamen placet, quod à plerifque» in oxyrbo ICCi pitur,ut aceti loco, acido citri; aut limonum dinis aci- Atamursnimiüm enim adftringit; et ob acerbas, d& citri, terreftréfq; partes neq; pervadio neq; admifto- vel l.mo- rum penetrationem adjuvat : quinimó externos nem uo» wiestüs conftringendo,refolutionem humoris 1n indendli ^ Jis temporibus omnino impediet. F 22i DNI", E ibd » 4 TN "c De. Lethargo. v M MA . lfiinlethargo.fi perfe, et cum febrefu- ropa gi- pervenerit, fanguinis evacuatio per fe-. eis quado PEétam 1n brachio venam, viribus cenfenuenti- fecanda f bus cmnino conveniat ; fi tamen, quod fxpius vez2 e: l'evenit ; vel ad conunuamn febrem fübfequatur ; qu ádo n llvel ad phrenitim firpé etiam male curatam, lomittendam ceníco, neq; fclum dejcétarum vi- Irium ratione, fed ob materiam potiflimum à put. e fejunétam . S1 hecexerceri nequ cato bal ]UamcCaU- (uen Ma: n ". apn it tamen repletu mfi t et nonnihilfían- ;4là in le- lleuinis a« Im ixtum cognoveris, cucurb iru ]leino ££ me ufum venire poterurt,nontamen dcrío, et hu- quado » Irmeris, aut fie bis, ut Md ain vifum eft,fed licanda, li lateribus potiüs pone aures; prope venas applicitz: illa enim fübtilem, m: iie ; fluxilem lian: guinem trahentes, rebellem maois, et frioi- bdam, difficiliüfq; diffolubilem red lent in cere- bro contentam materiam . Quód f € proximic ribus eo auxilio eamdeim talos ARCEM Jumpactz etiam frigide materie aliquam à cerc- -Biorevelferni IS portionem. Eir32 C avendum maximé, ne ab initio h iujus ilimorbi ad excitandum à fomno fternutatoriis Iiramur;ex intempeftivo enim hujufmodi remc- d1o mæis funditu Ir materia, m. igifque fubinde ;, 5ri»c;- limpingitur ; unde et ccntv max mcrbus fit ma- pio 10 » [Ei nn .pople xlv fequuntur. Errbine- fs . Errhina in veternooptima funt; in iis ta- pw» Afni» men Stermuta- fortis 20: utendum A IM ee os oir M : gum Tm m Er E i LetLavgi- cis vepelle 3i barc applican- d&; et [ane «d[trin- gentibus. Vefrcatia 25 letbar- g^ opti- 722,0 qui bus parti- bus appli€22da»s Memoria deperdita vemedia 3200» seper calida, fed varianda, P YOvart - tate Catifa Y 4777. 6 r$4. men, qui longocollofünt, et angufto pectore ; uno verbo dicamsqui proni funt ad phrhifim, et qui fepé morbis oculorum tentantur, in ufum traduci non debent . Inrepellentibus applicandis ; quz non nifi ab initio, et etiam non fumme frigida admi- niftranda fünt, adftringentium ufas omnino 1n- terdicatur, ne et craffior pars huraoris 1nfluxa-» reddatur, et ejufdem evacuatio,quz per infenfi- biles meatus fit; impediatur. 3$. Dropaces,X finapifini, utin ufüm venire debentad attenuandam materiam,eámq; à cen- tto ad circumferentiam attrahendam : ita vefi- cantia mæis coràmendari debent,tum fcapulis, et humeris appofita, ad extrahendamà cerebro pituitam,& aqueum humorem irrigantern;tum derafo capite vertici,& fuper füturanrcoronale. De Cautionibus in la[a, aut deperdztasmemoria curanda. "T. Icet abolita;aut imminuta memoria A, folamfrigidam intemperiem referri vie B deatur à Gal. 2. de fyzapt. caufis, . (e 3.dc.2 loc. affeél. 4. $* s.cüm tamen frigiditas hec non- jum numquá vera fit cerebri intemperies frigida fim-. I plex fine materià;aliquando veró cum materià [1 potiffimüm pituita ; aliquando veró ex defectu ||. caloris parti infixi,aut fpirituum à corde immif. . f forum,& hoc caufas quàm plurimas omnino in- Bii ter fe diftinctas,quin et fpe contrarias habeat : utà fümmo externo frigore ambientis, fric iditatem pofitivaminducente;autab externo calo- re,innatüm caloreém,& fpiritus;unde pars vivés calefcit;abfumente: in hoc morbo curando pro- catarticas, et mediatas caufas Medici animad vertere debebunt ; nec femper medicamentis. niant, càmoblivionem producit frigida mate- ra fimilem in cerebro inte emperiem introduces Vbi veró fimplex fuerit intempeties frieidà, et internis, et externis validé calefacientibus j et ficcantibus erit agendum. Quod fi non pofiti- và frieiditatetentantur, fed défectu caloris in- nati, aut fpirituum parte frieidà redditi oblivio fequatnr Loses: intibus fpi iritus uti oportebit : In remedii ; vero habenda erit ratio caufze ante- cedentis;cüm enim hac aliquando calida fuerit, bt 1][o, cujus meminit Galenis, qui cüm ve colendis vitibus diutiüs füb Sole conttitiffet, inedia ufus effet, in hunc affectum incidet: at; in conflatore vaforum vitreorum, qüi ex fi ith 1- cis immenfo caloré memoriá amife 'fat;qui, cüm !in eo Medici calidisutereritur, et imo rbus in de- Ecerius rueret,embrochis fr igidis ; Capiti à mme ap phatis, ed Irt1o 3t!ol )e ex dec IS ju o frigido fadi à. D. cibis optimé fanevinem,& fpiritus inftauran- s,ad fanitatem eft reftitutus. In aiidBiéer n, I 1 O pA) Jeruinin mé? norie deperdi tione m nC] - Iderat.folüm cenfirmatoantmo, 3€ fpiritibus vi- o « ais Optimi fici inftaur 4tl$ ; CUFAC1O perfecte Ia memo"1A deper- purgantib us curationem uitio, aut caput- dita curd purgis, fternutatc riis, errhinis, mafticatoriis 4a rar? utentur,cüm hiec folüm in ufum commodé ve-. *vænat;o eff. Opus in COTHA:0 fis, primis diebus ma lé oleum cbamame linum cx aceto Ab- plicatur. Comato[is fométa cx oleis nen £sto adbtQe D» f a6 eftadimpleta. Non igitur íemper purgan- tibus, non femper cáput purgantibus, non iem- per excalefacienubus utendum erit in curanda . Hors memorià aut abolità;aut diminutà . In Comates C fopovo[ts affcétibus « m N. iisaffectibus,ubi aliunde ad cerebrum delatisaut craffis vaporibus, aut ferofis humoribus affectiones ez excitentur;non veren- dus eftufus oxyrhodini ; neq; ftatim ad calefa- cientia et interna, et externa crit deveniendum; quinimó aceti quantitas eft augenda, vel dupli- candaadoleumrofatum completum,vel ex Avi- cenne et R bafis fententià,ad diem ufq; tertiam: quin et acriori in iis 2Ceto utendum eft,ut citra tefrigerationem validius repellere poffit. Neq; placet Poffidonii fententia ab Actio relata, qui primisillis diebus chamemelino ex aceto uteba- tur;cüm ab initio repelléda fola fint adhibenda, non autem diaphorcticis fit utendum, fed poft- quàm affluxerit materia ; quo etiam tempore 4 la addi debent valentiora,difcutienti,& ficcan LECCE e M u facultate prædita, ut caftoreum, abrotanu mos; lavendula;ferpillum;verbenaca;& fimilia . LI . . In.topicis 1n hoc morbo applicandis, non Med. ^an [Tu $5 « 1Cacodlis,quia humectatio fiepé actualis ex ole mbrochis quandoque vincit virtutem med n eó tutus eft ufus fomentorum ex oleis; aut de-... E Eu imentorum incoctorum, nifi validà facultate £:c24 cante predita fint;qualibus etiamfi utamur, peu- qe ló poft 4 D57 I[ó poft lineo;aut cannabino panno caput erit ab- (tereendum. dn Pervigilio y[tve vieiliayuz ex 'ce[fa . Y N narcoticorum exhibendorum hcrá eli cenda E- S0nminui fa cüm diflideant inter fe ferip tOres, "a qua bo aliis poft cbum é ventriculolapfum, &anteex- ra exhiIhibiuonem alterius per "bus; alus cum cær ; aliis veró poft coenam per 'lhoram. Egofic cenfeo ; fi ex fomniferis fucrit 'Iwehementioribus, quale eft Philonium utrum- Ique;& recens T heriaca, pizftabit priorem fen- Ireciam fequi;ne coctio turbetur, et cibis admix- dra pom Apes at ' Cüm omnino medica- menti da fi in iss nullam nütriendi facultatem. habeant. Sitamen maxime necceflitas üreeat., Etiam à coena per horam concedi po (unt, v ipo- Aribu: s cibi fa cilius ded ucentibus vi m íomniferam üd cerebrum: fic horà fomni P ilulàs ex.cynoglof- Ilo aliquando propinamus. Si veró fomnifera. Kuerint leviora, aut etiam alimenti aliquid con- Mineant;aut cum:cibo:exbiberi potfu unt, ut emul- IMBiones feminum papaveris albi ex aquà lactuca, Iiolarum,nenufaris, et fimili m,.thvrfi latucze ffaccharo conditi; autfanc à ceená per horam,ut |lyru pus de papavere,.de nymp Pha ex aqua la- jd tucz:fic enim blanda illa cf fftumatio ex cibo Foi Wata nidiori illi, et aliquo modo fr ig1dz ad- à fiepenumet 'ó fomnum con o «mm: ^deratas 1llas vigilias ex fumidà, et t CX h d tres horas concedenti- 2ez4a. exhalatione productas; aut ex calidà et ficcà ce rebri intemperie factas demulcet, et íomnuma convenientem introducit . 40. Quotidianus tamen, et frequentior illo- rü nfüs,nifi nimius partis Caior id perfuadeat;fuSomifz- rortt Af45 frequéenor. eendus eft ; ne, dum cerebro fuccurrere tenta- efft i02 4€ ius; et illius fymptomati;aut contrarium. introedis ducamus affectum;aut ventriculi coctionem im- PR minuamus. 6- . b f^ f T n 41. Pueris parce admodum formnifera hec per os funt concedenda; rariüs fortaffe valentio- a;folent enim quam» ra extrinfecus applicand maximé memoriam labefactare. 42. Non priüs inanito corpore;aut repleto ni- mium capite;nó funtinufimm ducéda: contuma- vationem Ineptos » ya parcins $n pueris 2n ufu "m ducenda. Somnuife- ya repeeto corporeo, cesenim humores; et ad evac aut copi" peros fiexhibeantur, omnino reddunt ; fi veró: ,00» ^^ capitiapponantur. in comatofos affectus &gros minjir9 deducunt. somnife- VA d et - - f Mee) blanda evaporatione cibi meliüs officium iuum la * : ^ » E . Átenul admodum cænà exhobeantur; ut! complere quean parcat mole obtruatur. Narcotica o non Hàáda jn princi- turalis;atq; impeditur, ne calor fecbrilis quam- pio pire- primümex pandatur. xy[mi í "ode t:ita tamen ne aut coctio ci-j poff c0 A. que Pepe : Y bi impediatur à frigiditate, aut vis remedii ài 44. Cave; nein principio paroxyfmi narcoti-JsT! oss " «^v . A 0^ E ; ca exhibeas;ex iis enim fæpe fuffocatur calor na-4 In Coneelatione . . T IN catalepfi; five congelatione, cüm vi- r» carale- AA. deam Praécticos omnes ftatim abinitio ca- ;// coz- lefacientibus et ficcantibus uti;in errore«eos cmc- zs. cal;- :[ nes verfari exiftimo : cm enim in iis peccetma- Za ipea teria melancholica, ab eàque morbus is produ- 5?furen- '| catur;fi in principio; et auemento morbi calidis ^* |iis impense,« ficcis utemur,craffior reddetur ;'| materia, ficcior, et ad diffolutionem InCptior ; 'J pre ftabit igitur calidis temperate uti ; ac hume- Cctantibus, ut materia attenuetur, fluxilis redda- tur, ad evacuationem magis apta, quin ut per -J fenfum effugientem evaporationem difcuti ; et TJ evacuari queat; progrefTu quidem tempcris cali- diora adhiberi poterunt ; ad rcliquias materiz abfumendas,& intemperiem à parte auferendá. [99 quet 4: In catale. 46. In topicisitidem remediisinchoclocoace 5,7 7^ i; eÍ ns. : bft aceti tumnullibi 1n ufum veniat; tumne pauciquifü- : cet : j ]4g1e7»da., 'J| perfunt ; fpiritusexfunguantur ; tum .ctiam, ne ifatri humoris ficcitas, et acoradaugeatur. In Vertigiæ . i47. T Llud folum in hoc morbo curando obfer- Veytigino A vandum, cavendum cenfeo;cüm ex hu- 55,7, immoribus in cerebro contentis elevati va pores,& tatorias cin jexhalationes inotdinato motu, et in eyrum cied- capurpur ftur;fternutatoria non effe in ufim ducenda, ne- gia fagiz- que valenda illa per nares attracta caputpurgiaz da. quamvis enim aliqua materig pars educatur, xr1*3^ iIVII YÀÀ ) Qr (91S NA OlS, Cv icrfiam m j y "LA 2n pavoxyf 2320 0 CO catiendt. I bilepr:- / 1 £:$ caf ut Cot80" 2 4 uS nz Fi6€3Ais. ilept iEt €1$. "'UO62213M5 "72vEpi'epti- €15t pa"T v0X y[7720 liosu oot gon nden T». ea 0, ^ Ww fymptoma tamen fepe jJ E aceto;aut finapi;aut fucco ruta perfric: augetur, concitatur ma- .x motu fübito materie morbus isine piutatur. In Epilepfia . acet,quod [, "Ntempore paroxyfmi non pl tif Pu paffim à plurimis fieri video, qui fta 4 VU. corpus concutiunt,quin etiam ipfum caput : fe- u ad numreróenim magis recurrit ex eo mot pe lus perdurat 1nobftruendum materia, et di vafio. 49. Fugiant etiam, et omnino caveant, ne ; dum.turpitudinem faciei, et diftorfionem, ac fpumaumjoccultare tentant, capite, et facie pan- no cooperta, refpiratione liberà impedità, zeros füffocent. $o. Cave nein paroxyfmo vomitum provo- ces ; vidienim aliquos in invafione hocrentan- tes,ftriptorum quorumdam auctoritate ductos; przcipitem in mortem :egros duxiffe:ex violen- |, to enim illo motu, magis repleto capite, ac con--| citatà materià in cerebro exiftéte, ad perfectam cbftructionem faciendam deducunt, unde apo--,.i plexia fequi folet . «1. Vt mirificé placet in principlo patoxy--], finiori aliquid, et mediis dentibus indere ; ttj: hiansos effe poffit, ne lingua intercidatur; fpu--]. ma educi poffit, et palatum realiquà attenuan-], te, puta, Mithridaticá compofitione, caftoreo exu, " iti poffit; ita 1f ut Fw "RT iE E us Je VÍA ita lignum folidius 1mmittere nonita tutum eft, Í» penumeró enim inde excifos dentes vidi. Pte- ftatigitur facculum ex corio,vel ex craffioti telá, repletum. atrenuantibus multis, et validioribus quidem, finapi, evphorbio, caftoreo, rutà, aut ejus femine, et fimilibus, ita parare, ut illius vi- ces.poffit fupplere : fic enim et voti noftri com- potes reddemur fine illo periculo, et morbo ad- verfabimur. In brafei- $2. In prefervatione ab hoc morbo;hzc fitin- vatieze. fecandà venà cauti j»fiinftentacceffiones,nifiex 4^ epile- fu pprefíis menftruis ;aut hzmorrhoidibusori- P qu o)nem morbus fumat m uttendus erit faneuis ex gum bra- venis brachii (fs veró femel aut iterum, vere, vel. ^^"? » e iutumfo fipervenire foleant ; aut. hax motrhoides,aut menfes fint fuppretfi, fecanda erit veria ; in talo. aud s lud. quádo cx talo f^x- gai ?21Íf- tendus. $i ex aurà virulentà aliunde elevatà-ad. rpilepti- mel morbus fiat; nifi infignis plethoraid «iex an- perfuadeat,mittifanguisnon d debebir. ra tieva- $4. Cüm plerofq; videam; Aretzo,& Ttvieen fa » o0 nà duce,in-przcavend æpilepfià validiffimisuri "7742s medicamentis purgantibus, tum per vomitum, / "£5 tum per feceffüm ; ; egó longa experientà doctus Lys profiteorme numquam morbum hunc, in quo- quam per proprium cerebri affectum producti HAPE validiorib jus vomitoriis curáàtum vidiffe fed ex... :o 11s omnes ad deteriórem ftatum deductos:valc: üora autem per feceffi e cducentia aliqua: proi "u flec bfíerv AVl, nod ónon lta B EE uium ducta fuerint; à frequentiori epim eorum A CLLA L ufu, . L/D. SEPT ALII MEDIOL. ufiexhauftis fpiritibus animalibus,a poplexiz facpé concirantur . n yeéicia $5. 1n confirmata epilepfià per proprium ce- in capire rebriaffectum, fi quis derafis capillis, veficanti- eptimum. bus peruniverfumcaput utatuf, atque ad peri- epilepfie pheriam humores virulentos trahat, diutius ul- setsedié - cufculis cuam capitis infeftantibus relictis, ut perlongum tempus ferofiilli humores per ulcu- Ícula emanent, optime curationem irftituet ; contumaciffimos enim capitis morbos hujuífmo- diratione ctiam curatos vidimus. In poplexia. Ataplecii 56- Vamvis excrementis alvorefertà, non eis flatim fit evacuandus fanguis. perfectam ve- voittédus nam, ne ad venas crudi humores trafanguis. hantur;in apoplexià tamen, cum ex niorà confir- metüur morbus, quamprimüm fecare venam ex- pedit, fi abundetfanguis, aut rnixtus fit fan cuini humormorbum faciens. Apopleti $7. Quin fiindicatiofecandz venzadfit;pre- cis repeti- (abit repetitóid agere: fic enim neque refrige- £o [215 cA bitur corpus;aut vires imbecilles reddentur,& mitius. id obtinebimus» quod maximé exoptat Actius; nempe,materiam morbificam commovebimus. ;8. Concudiatur/ blandé corpus, perfricetur ^osdun Calidis, et potiffimumbrachium, unde educen- 25 pof; dus eft fanguis, ut et revellatur, et áttenuetur, emdum quicraffior perfe eft,& factusex refrigeratnione zu. adhuccraffior, facilius effluere poflit . |. $9. Neq; Ap oplecii £s COnCL- Neq; vulnus anguítum fiat quod aliqui- bus placet, uit motus diuriüs perduret, fed latum fieri dcbet; nam craffior cüm fit (anguis, ftatim, quafi reftagnat. 60. Venamifrontis aut pone aures ftatim ab Initio fecare quod aliquibus placet, ut quampri- mum prafto fimus, non eft conveniens, nifi pra- cetTerio univerfalis evàcuatiosfaltem per quatuor horas;admitti ramen aliquando poteritfi pletho rà non adfit, et aliqua fübfit fanguinis copia in, capire. que tamen duas non admittat fanguinis cyacuationes;. 61. In cucurbitulis in hoc morbo affigendis cauto fit, ne parti pofteriori thoracis applicen- tur, ne rcfpiratio umpediatur fed lumbis, bra- chiis,& fcapulis,quin et occipitio,& jugularibus quandoque venis. fed poíftalias ;& tuncomnino Ícarificare cutem fübjectam expedit. 62. Inligaturis-dolorificis non diutiüs perfi- endum,ne pars gangrznam incurrat; fed partes modo ftringantur, modo laxentur,;precepto Ávi- cene,ut et major fiat revulfio, et motus humoris. 63. Cauterium in commitfurà coronali, quod laudat Actus, et alii, nó anvltüm probatur,quód przfentaneum pon fit remedium, multáque alia - ^ E, Á € iam invehat incommoda, de quibus aliàs . 64. Praítat, evacuatione factàsneque nimiüm in exrimis rübefcente parte,cucurbitulam in ver- tice ponere, et repetere, abrafo capite, vel validum medicamentum veficas excitans capiti ap-, poncre, L "A bopledts ct$ dn fec da. vena vuln? fat ataplum . "A popleckt Cci$ "vena frotis qua do fecanda . Apoplectz €t CHCHY- éitula quande,et quomodo Abplican- da. Apot lecis Cis lgattt- r& QUALESo Apopleciz C$ CO MIC Ya? 1 Có mif[ura coromals nate. Cucurlt- 'ula rs/0 '"titeyvel mie adpoplect; €i qua quantitas €byfteriz. In apople- fitis vo- enitus fu- giendus. Antiimi- "minuta fa- £UODHHID. Purgátia frat ex va lentiorib. Gterzauta- toria qua do adinim Sranda. Ilo inuduo oibus ab ipabecillio v btts m "EE i4 Inclyfmateinjiciendo hzc fit animadver- fio; fiinjiciatur primó ut revellamis, et peralvü fübducamus, ea quantitas erit infundenda, quie id praftare poffit; et hociis obfervatis, quz aliás docuimus : fi veróutinteftina mordicanübus, et valenter excalefacientibus vellicemus, et dolorem incutiamus in dimidiatà quantitate 1nfundendum erit, ut diutiüs retineatur : quod fi diu- tius retentum tormina, et inflatimationes in in-« teftinisexcitet;balano elicietur. 66. Vonitus fugiendus;tum quód egerin hoc motu feipfum adjuv are nefciat ; tum quód, cüm fe erigere nequeat; potius fuffocar etür;tum quód in repleto corpore vomitus caput replere folea t. . Sribii igitur ufus 1n hoc morbo, potiíTi- mümin paroxyftx 10, eft fugiendus. 69. Sed valentiora tamen deje dtoriá d: xhiben- da erunt, ut paucà quantitate affümipta etiam à longinquis attrahere, et educere poffint. 69. Sternutamenta ut maximé ex ufü füntin., hoc morbo, et quidem valenuffima ; ira-non fta- timadhibenda;nifi priàs corpus fitinanitum .. $i caput. derafum oleis calidis inungen- dum fit; cautio fit ut à levi oribus priüs 1ncipia- mus, ad valentiora progrec lentes . 71. Vt veró diutius hæreant;ceré aliquid fem- per indendum crit. 72. In merin Chymicà arte in üfam: duücendis hec fit animadverfio: non iis folis t tendum efle », fed ipis me edicatis effe admifcenda : cim enim. ieneà fubftanua conftent ; 1n fuperficie pofita ftatini "9c on. dc RE d RU ANIMADEERS:. im diffipantur,& in halitusabeunt;nifi aéreis,&& 5/7; fj; oleaginofis quafi lieentur; ac coérceantur . In Paralyft . Pf. fed. oleis zneédicatis VAIXTA e ] 73 ]Ifi monet Avicennas, quem omnes fe- 7^fare^quuntur recentiores, in paralyfi in prin- ^ efle purgandi um, n ifi tranfactà quartà.; aut feptima. et netunc qu cos. validioribus me- dicamentis, quod etiam cipionon c habet verit cítn )ateria rs (lefacta, Iancas;cgt. 4- M VE TENUIT L] dicis in ads 4 promoventibu d fudcres movent, de e $9.85 - ha P X l 111 uberiorem bum bhuncvrinis rerentén 11 »^, ki 7 ; rt ptrs- exío) naptibusin deterius rvei é ficra-qucouc edi tím. mon vePe* A PEE tCnll lléXiolUutaà à Pa iltis, fudoribus autem : Queda m ! *noc et i €1l í Q4 d res ;craíffior mæis C1 "Iles. 5 cum UID lo obfervatum vi1- demus; jdtai nen,mée A (ententià; perpetuam non, : fv enim primà ipsà die accerfi- tus Medicus fv ici m nondum nervis impacta adhucin motu eft;dum nondum ;] otf Litmateriam quamprimum. e medicamento fatis va ve ai IC. Atu b )LJà m firmata f alvum fubduce- It; perfectéque obítru- ctionem 1 (€CETA; priüsattenuanda erit, et prapa- àm evacbetur. us comm ittiti r error paffimà Me- urandà,c um cmuffis urinam. lea rromptiüs accedüno; quz coctum Guatiati 'etia1n .Sarza pari- p nea artificia» alioqui eS 27 Nace wer doit InOr-,& ebundé pro- cónfcrtim. ma- A » a crat- autem parte callefcat, cxaf fiot f quando ab initio purga o Paralyti- €i$ fndors fera inu- ülta. roe LAYGUfI- jv, C5 dl ren i Paralyti- eis oleav$ fyeri ex oleis nimiümrcalidisj& ficcis,faltem folis; ?i$ Cali- dn mala. Olea ff:i- sata fola éputilia. Paralti- g1$ vera 115 utilia. Paralyti- : €i vubif- €atia qu do conve- PIAB? . Rubifican Ha guo ufque cuis adbarere debeant . Paralyti- eis cuctur- àiule u:r56 D. fior reddatur;magisobftruat;atq; difficilior red- datur ad motum;& ad'evacuatióoriem . 7$. Quà etiam ratione inunctioncs non debent periculum enim impendet;ne materia nervis ad- hietens nimis exficcetur,& la pidéfcat: quarellis femper pinguia mifceri debent; unde edat vis ignea illorum coercebitur;re exhalet, et diutius adhzrefcent, neque titium exficcando contu- maciorem morbum reddent . 76. Vtin paralyfi curandà aliquando vefican- tia; poftuniverfum corpüs' evacuatum, fca apuhs, aut brachusapplicat? debent, ut materia à cere- bro,& principio fpinalis ad extetna attracta eva- cuetur;ita rubificantia folüm poft illa& t progxef- fü temporis ( Avicennas trieinta poft dies iis uti- tür ) fpinz dorfi applicare convenit, tim ut reli- quias materia extrà vocemus fpiritus 1terum in partem revocerütus, ut ea revifaneuinémque dod 7. Cavendum tamen tenc, re rvbificantia e e adhareant, vt veficas, aut puftulas 1n cure indc cant;fic enim fpirittisa d partém non revoca- rentur;fed diffolverentur: có vfque foitur finapi- fint, dropacéfvectti adhærere quamdiu rubida pars prefía d1eito not fcd robida perfeverát. 78. Cucurbitularutmufaüm quàm maximé com mendat Avicennas' poft ex purgatum corpus, ca- pitibus mufculorum partis labcrantisápplicitaé permittendi fint, n albefat, &,qui,- rum finefcarificatione;nen quidem ad extrahendam ."E 4 LOT oe Jnireda, o eas aa SER: intus eos f nnm ANIMADFERS.]. :3€7 ; dam materiam morbificam, ut cénfuit Geritilis, dot: qus fcd ad evocandos fpiritusad pártem fere demor- texas ap- tuam:quod ut obtinere poffimus, animadverten-P/ieanda - dum, cucurbitulas angufti oris effe debere, cima multo igne effe applicandas, ac divtiüs non effe,, permittendum ut adhzreant;ne diffolvatur quod ab iis eft attractum. De C onvulftone .. . Y N fpaífmo; motu irruentis materize ceffan- Wie : v . es CHC tc, ut cucurbitulze mediis mufculis affixze, ^4 rhitie p ome "- la quado, et fcarificatz extra ufi m funt ; ita cavendum eft, ubi af 3e f£nibhns mufz Wr "n ! -- 5 bnious muículorum ubi tendines funt, affi plicabdá. gantur. $c. Addit Aretzus, in illarum applicatione.» e 15], Cucurbi parce ttammam excitari debere;nam que à lab cucurbitz fit compreffio.dcloris,conv auctcr efTe folet:molliüsi adhareant. FIS (ule i ulfionifque jj; fms gitur trahant; et diutiüs qZo zppl;- canda. Cavendumetiam, ne pars fübjecta; detra- Ceci Cus cucurbitulissfrigore tentetur; pars enim rare- '/!!s faé- facta facile frigido a£re admiffo riecret. latiss p^ $2. Cuftodiendzautem quàm maximé ab am- ^um biente frigido partes, que calidis balneis pro- visis xime 1mmcrfe fucrint ; qug perfricatz, quaii gatz,que deniq; dropacibus,fina pifmis;aliífve » ingeniis ad ruborem deductz, au nes calr- t quovis modo 4j, foe rarefacta; quód nervis frioidit aS fit 1nimica, ma- zz. £eriamq; convulfionem facientem craflefaciat. $3. Quapropter etiam fupervenierte füdore» ossis L. 4 cb dofe fador.fu pervene- rit, quid agendum. LVD. SEPT.ALII 7MEDIOL. ob doloris vehementiam ; maxime obfervandum erit ; ne mador ille adhæreat ; néve frigefcat, fed omnino abftergendus erit ; fed ne rneatus 2 aperü frigiditatem admittat ; Béve effluens fudor virtutem exfolvat ; calente aliquooleo partes erunt MelZcho- licis :pur- gantia li- quida ma gis conve 9UADE S Cuando "altéAus fangnis 5, et qua do fappri- auendmus, f(E9A JE54, ttnhá . delinienda blandé. In AM elanchelia . Vamvisnon negandum fit,in hoc mor- bomedicamenta, qux exhiberi debent ad evacuandum humorem, füb quà- cumque forma concedi pofle ; veriffimum tamen 94. -eft;fi liquida gunntegekuss multó magis utilia effe;necin omhibus ufum pilularum admitti poffe, Ob ficcitatem melancholie; quamvis contumacia materiz ad eas nos revocet : nam robuftius agunt combinatà vi,diutiüfque in ventriculo hzrent; et vehementiüsà capite prolectant . 8:. In miffione fanguinis per fcétam venam, quamvis fciam, plerofque Galeni au&toritate in- nixos hac uti diftinctione, üt viribus confentien- tibus, et morbo masno facto, fecetur vena, « fi ater fanguis effiüat;educatiür ad debitam quanti- tatem ; fin fübtilis, et rubens ; ubiad tres uncias effuxerit; fu pprimatur: petpetuo tamen ho cfer- vandum non eft; aliquando enim aliquà datà oc- cafione, cüm ca perit morbus 1: sin cerebro ; opti- mo fanguine exficcato, fiin univerfo ab undave- rit fanguis, et torofz fuerint venz, (aneuífque in iis nüllam conceperit labem,;fed copi fc làm pec- cet MÓ M -ANIM.ADFERS. FT. T cet, fecanda quidem ierit vena, et fanguis,ctiamfi fübtilis, et rubens effluat,omnino in debità quai titate erit evacuándus, ut revellat à ca Dite, 1m- pediatur, quó minüsin nleram bilem vertatur, aut melancholefcat. Galeniieiturfentengia ve- « "P € ra erit ; ubi non adfint fiena verz plethorz ;tunc D Y, enim pro revulfione expedit fecare venam, et f1* n iorum cundi videris nus,Cümin venis mænis í abundare nierum fanguinen n viderimus,cfflu cre finemus; fir veró fübulem, et rubrum, fiflemus : quod p« otiüs: i ptus fit imclancholicum fanguinem in fupernis exiftentem attemperare, et ad benionain naturam revocare, QCoffa 7 r D Ss $474 U y Leute ru ED D e 2 Y eR ET iunt 56. Foramen tàmen femper amn»lurm fit, ut, fi, i i CIS nA210»T2c* In craffum faneuiném incidamu: s,prompte efflue L3rbabess mw». cH i Ab. re pofht;neque tumor circa fciffuram excitetur. Jit ampla. M e OW *K»TS P T714 ^ y ad. 3 m 957. Admonendus etiam eft venifeca, ut difle- Fzz4547 A5 ven: TP 1113313 7? 3 ^ * lc la f 1^1 T Veto v wap Y incutu 111 mi iquai [a im ud AVL ;Lh€ Crai- vintuli $ fioris fanguinis effufio impediatur. incifa ve- 24,0 me hne f ÆS 2L antLeli- In Epipboi A "IZ C6 p10J0 ad oculos bur u22101- lancholi "hn . * 4/4 ATtflt1 4 C$ e Li ^ 3 Au LJ PUER MMPEAMCTOCNGI TEMOR b epibbo- $8. Vamvis, cumocculi fluxibus humorum. p? f fle : " cenfherir Cial D 2 4 fA0Culort -4, tententur, cenfherit Galenus nmm 6.2d- qni, "we Db0or. 21. Efi 13« AM eb. tilt. ob ad- t "mn " X ) X FIDUS tete) bd d^ 2d dd d í AAA VA-LL4t wr LER, NEIDRU- ftrinzenuum ufo effe abfipendum ; 1n epiphoráa gz As uet y ". : I E ED tamen multoófecus faciendum docet; poufimu "1 -- ^ TR we ^A^31 E " Mood 441 EU in Lema Oo:cumenimailiuxus nuimorls iit €exC» uy). P Re 014115, Ct" In fluxio et materia in Intimioribus recipiatur,& ab exter--| sibus alii; nà tunica quodammodo repellatur.aut faltem abi] ad oculos cà nonadmittatur, cui aqua ex rubi fümmitati- abitinen- bus, ex foliis teneris quercüs, ex fragis, et (imili--| dum 45 ' bus, vel compofitis, aut ferrata convenit :at ad--| «dri»? ftringens ficcitas numquam admitti debet, ubi]. QÓAS. C conmimaciorem et folutu difficiliorem efficiunt affectum, et fiepé etiam actioni visüs non leve af- ferunt detrimentum. 99. Notant recentiores viri doctiffimi, et poft multiplici experientiàà me comprobatum eft, in i Via 9laucis ocu l1s,ubi etiam vene ampla confpiciun- agbla i, ; 'ü f mitioribus remediis agendum effe, quod forG'anmcis 1 "Herila, affe magis fint pervii. agendum.90. Mafticatotiis,&a pophleegmatifmis uten- In epiplo dum.eft potius, quàm errhinis ; quæ tamen pro- va errbi- grediente morbo, et frieidà affluente materià, ?5 ra^ modo validiora non fuerint, in ufim aliquando venire poterunt: fic enim averfio materie fietà æatibus canthorim oculi ad nafüm. 91. À fternutatoriis cujufcumque eeneris o- mninoabftinédum: impetu enim propulfa mate- cul»us LTiàà Cerebro per nares, et pereofdem meatusa poii; f, 9010s promovetur,& ab internis, et meatus ma- gis aperiuntur, *, 247 t2au» SK FA dita- dPor:a $9 v gten ida» - humiditas ad internas tunicas, et intra corpus; p^" T A In Opbtbalmia. . Y N. muliebris lactis ex uberibus recenter emuléti;aut ftillaa ufüad demvlcendum. vehementiffimum oculi dolorem, ut principem, ; locum inter hujufinodi prefidia femper obtinuit; ita cautio adhibenda;ne eadem lactis portio diu- tius parti àdlizreat: fepé enimab zftucc rromp- tur, et à vehementi calore oculi acrimoniam ccn- Cipit;abítercenda Icitur blandé eric, aut novo la- Cte afperfo fn bluenda. 93. Opiinfusin inflammatis ocvlis neque fre- quens fiGneque multus:quamvis enim ip eo prz- valeat refrieerand! vis,cüm tamen amarotis non- nihil habeat, fepé mordet, et dolorem adauget. Qiód fi ex longiori morà prevalente frieiditate fenfus torpefcit ; et fübinde dolor imnünaüitur, tum et per frigiditatem temperatur zítus,craffe- facto tamen affluxo humore contumacior reddi- tir morbus, curatüque difficilior ; tim et visüs actio hebetior fit, vt etiam Galenus cbfervavit, 3- Meth. med. c. 2. GO" 2. de compo[. med. fecundum Mocz; c.1. 94. Obquasetiam caufss rejicieb IAM etb.med. ult. ea,quæ vehementer Jeuamfirefrigerent, et re Imibus oculorum,utaca t'Gat. J rineunt, ellantin inflammatioad [0 I ciam, et hvpocyf ^ tin; n6.» fiuxit,exituü p EN "T (31*5 ITOnlmateria morbifica ; qux eó in lbeatur. 9$. Et quemadmodum remedia in hoc morbo ILeni: Ha effe debent;ita ullum lentcrem ha- bere Laéle ent liebri qua cauttone utenda us obhtbal- UMA e (N n TWIA 06H tbalmia Obt! nfus 2e9u fi 4 Lj guens, 25€ Qt mult» $ Is, Adífrtn- gentia va lid 1 op L thalmia IL. gie da. Leztortn LabentiA bereoportet, ne pertinaciüsadhzreant, néve, fiij epbtbal- 2 xulvifculum aliquem ex pompholyge ; Cadmià, 3C IH- esindda plumbo;adjungamus,arefcant, acrimoniammye.»] vel ex admixtione acris humoris, et calidi adíci- pun Allami- fcant: Quare licet albumii naovorum diutiüs cone--jati Poi. quaffata cum aquà rofarum, vel my illnm Mis fondi va- velfimiliunr, .acípuma yes atq; iterum detra--] i4 :io, € cZ. Ca, maxime omnibus pro "bentur, acin ufum du-Joniic qu2 c4- Cantur, cum tamen tenacins, adhereant ;ut huic "pene * . incommodo occurramus, foleo ego ovum recenssit: ad duritiem quamdam c3 «coquere, et detractáil Andes - flavà parte, per expr effionemex albo aquam ex-4» 1 - 4 À trahere et i illà uti cumaliis; aut fané in loco cavonlile mA UE EV Ta cc iari albi, tutiz, et aqua rofarum por rtione P impofità, in modum cementi ; per duplicem pe-tam expref tione fact, aquam, fuccümve extra-y DESEE o BB li TRE tisocults fine moleftià, &9 maximo cum. fructu utLfolco . ! pios Cod æreis cum Gal. 1j: ELS ) Emplafi jb onmbd.22. emplaftica um vimchabentia, et refri- fut eis in eph cerantia in lHippit udine conyc 'nire., ut diu itzusad- d.) tbalmia Y ereant, loi |gtoríque te porc refrieerando re-Jio pellant;ubi potifimim: iit ophthalmia fit ficca «Jio. aut humor effiuens tenuis;necadharens; ubi vedi rÓ vi dior fit, et mordens, füpcriorem cautio- nem adl übe bin BIEN FH: a9 Obf: Van zu pratercà, Galenum e MEM eb nti»dü - AMeib. xit Ad de coni of. med. lecundum loc... 2 em itpitu interlenientia do lorem in oculorum infian ^E 3n dine, nog tione, cumalbumineovi,& lacte collocaffe deco feine. Cur. de xnu iugraci;id veró plerique Medici paranij ex fek i1 1T S 1 Gianao utendum. 2 x femine; cüm dn mm id mæis fit ca idv mi, nuam conveniat in oculo rum inflammatione »; [um calidum in fecundo gradu, et ficcum in pri- jJmo pofüerit Galenus femen 8. de fmpl. »td. fa- ^ s.d ind. affumi ieitur pro parando hoc decocto ad fc7147 YA Jrendos oculos debebit herba pía, et ejus folia, AS Mond A ilioqui augebitiir inflammatio. v 98. Quinimo in illius ufu hecfit cautio ex Ga- Fzzugrz- enoibiderü, nein ufüm ducatur, nifi priüs ab- cz a&/sen uatur diligenter-; ne pulverem admixtum ha- dum ante |beat; femináque etiam erunt excutienda : sícque 244 Zeco- Iromimunem errcrem - E^; to 99. Infinita propemodum remedià, aquas; |ptilveres ;&alia; cum videa im& paflim pro )jpe- 1l 5 et fcrib! ) placet iili ud h MC pro CaUutloneadnc- i 4ÀAC ; quod 1 Goctrliitno Mercato lib. Iu Jepii: Aii orb. curasi. c. 30. fcribitur . In oculorem curat M vilia ad- ie animadvertendum, quamvis pluri rima pra dpieiited lcripra fint remedia nono '5, àut plurimis j aut femper effe utendum 'Serim boni promut- Jtunt; quàm praftenr, ut a1 G ;alenus . Scio profe- I5, pl ures inom 'dam cocecit atem ded " Ctos piles "vo Í^ p(le copia mdalium um potiüs, quàm defect tu 3 ex Attn Jnequeunt enim ocoli ; quz. proficua fant, citra: Jdamnum perferre; ide Le quz inordinate; et ci- Jtra rationem adhibentur rco. Iníüuffufione perfectà; quam Cataractam I» eatara barbariappellant; curandà;4 aci removendà, 4a oculi drautio hzc adfit, ut niinauam tali cutationl ma- 464 rere inum admoveamus,fi tuffi xoer laboret. Si e- ve742 &o. Ph l1: Planen sleid SZICLA dina stes deed TE PTP RENS. FEET inim acu introducia Íiupervenerit ; perf rationis $ LESE DCIlCll- jexicu ide E Go CE "P A E, x T" ZU cdet ubl CENT AN e E -m w4Ot-periculum impendet: fi veró tunicula depreffas ju: Bre Ciesa, ex.concuffione veheméa dimota recurrit »ut WA.- Sternuta- gneuto 1m pediente ; 90 1705?- dirtpoji. Catara- éfa, ante- quam aca cp 1- "TP quid cavenda. Auribus. fS x si fim - 2106 labo vYaOAIlibus 'Ui Cone nin! . ror. Si veró jam deprefsà fternutamentuma,u( immincre zger perfenferit; unde aut recursüs pe--$io riculum immineat, aut inflammatonis in oculo s; «ri fummitate dieit dextré majore oculi angulo có-- oui preffo, et perfricato, periculum hoc evitabit im- do pedito fternutamento.. Quoniamante curationem hanc per acüs fuii Medici fe pius ut periculum faciant, an fatis in--] i0 craffata fit, ut actioni per acum factz cedere pa- jeu rata fit fine ruptura ; digito pupillam compri- Jii munt;cauté id facere debentne fi valentiüus id fa-. fis: ciant, nimis tuniculam attenuent, facilémq; red b; dant ad difruptionem. Cautiones ip " MAurium morbis curandis . N. aurium internà curandàinflammatio- |». ne, à repellentibus,& oxyrhodino abfti-- nendum omnino cenfeo ; cüm eniminternarumb. |... cerebri parcum repletarum foboles effe foleattk c. materia eó detrufa, fi repellatur ; ad prinapemos.c partem remeabit,& debrium quandoque pariet, kr... aliquando veró alios cerebri affectus... Quód fij... Galenus, 3. de compo[. med.[ecundum loc.xepellene-... tia, et oxyrliodinum in doloribus aurium ; et 1n». |. inflammationibus earbimdem cócedere vifus eft j,5.. id intellizendum potiüs eft de phlogofi,quàm de:j verà inflammatione. Si tamen non magna fuenit;;| atque non multam in particulà,& cerebro fübeffe:| materiam cognoverimus, repelient ia aliqua in ifum venire poterunt . 104. Qualiacumque tamen hac fuerint; qu. 5,5475 "lid leniendum dolcrem, et refrigeranduminfun- 44,245 "entur,edamfi xíftus maximus in parte fue nt, applicita iumquam frigida appli licari d lebebunt ; nam cuüm a4 æm 'Janguiais fint expertes aures;facile ad fibi co 'gna- fsat frigi-. " am intemperiem frigidam flecti poffunt : tepen- 44 3a 1gitur fenpercum Galeno adhibebusm. "y tof. Quód fi dolores contigerint à frigidà ma- /?, «urs 'erià partem extendente, qua actu calida funt, et 4^'»r/óws "potentia omnino inftillabuntur : fic enim et fri- pu ridam intemp »eriem evincemus, craffam mate- ume iam magis difcudemus, « penetrationem adju- lvabimus. Loth ind 106. Intinnituaurium à lue Venere, alioqui 4ucezds. paturá fuà rebelli, et vix fanabili, cauti fint Me- Tionieui lici; neque vehementioribus remediis utantur : asm one& enim experientià obfervavi 1ma]jori ex par- f« morbo re;dum tinnitum hujufmodi nimis cbftinaté evin. G?^"t? rere tentàffent, omnimodam fürditatem induxif- "" ie. Siquod autem remedium illi auxilio eft;uri- 1a afini,jn quà per noctem maducrit lienum. porem X pont] caftorci, et mentaftri fafci-,,,;,, Ifrulus, diftillata; et auribus inftil lata,aut per eva- ex »ior£o "dboratorium excepta ; maxime 1d praftat ; aut Gallico e Apleum Gvajacinum eoffy pio exceptum ;4X auri- modium. pus bon nó . ! calefaci éra nó ap- plicanda. It221t43 Canter CO0YORA li fatuva 1 catarrlEo Pun. ., j De Catarrhbo. 107 Vamwvis optime fciam ;.ab aliquibus etiam praftantiffimis in arte 1 medicá viris in catarrho curando cantera proponi inurc ndaad fituram coronalem,quo lo» co illi committitur faoi Ftajits ut et caput expur- ectur ab excrementis,& ab infernis ad fupernas, et extra corpus cadem revellantur : quoniam ta- men vix greg poteft, craffiora illa excrementa» aícendere poffe, afcenfa vero per futuras permea- rc; vcrifimilius autem eft, externe producta per cas deícendere pof dn omnino re ejicienda,& 7 ab ufu inedico repellenda effe videntur ; quod enim ali- qui (ibi fingunt tfufpendiyintercipique materiam, ne ad pectus fiuat, tidia ufum eftzquo modo enim fufpendi queat ; quod graveeft, nullo retinente ; ne mente quidem concipi poteft: cüm veró hic neque occlufio adfit vafis sali icujus $, neque delica- tio, aut CO Vii lle nc iba mor intercipi dici poteft. At veró nequetxev d eft,cüm nul- 1a fere fit diftantia latera í zuleiteg E enim denudato cranto periculum nof : neque derivatio, cum hac adl]. i&t- qiaminniius t cjuseritufus. Atabufuss]. cognofcat ? ? quis adufto pericranio fecuritatem.s] pollicebitur? quis 1nflamm: interna periculum non vereb! ibi men ibas T externa cum inter "nis per nervos, "2 D 1 T^ "£/51^*vrnmt c 1^5 (^17 dba venas, perat "V Ci pericula viíà 2^ doc ntanum.Coz[ilio 36. pro atio nls et externa, Itür;aduíta parteis. eria: sjunguntur ? Atl :2end: met. io; ob multa» pro Nobili Veronen[e 143. C" 170. Hieronymum Mércütia lem zz T omo 3. Con[iliorum; [aptus, 8c poft omnes Fabium Pacium,z eruait:Jf[imis Com mentaris in lib. Adetb. med.  "Appendice ad lib-7.omnino genus hoc auxilii de- teftatos fuiffe. Ego veró libere affirmare poí- fum, me quadraginta horum annorum fpacio s quo in magnà hac vrbe medicinam facio, nul- lum ex iis quibus cauterium hoc inuftum eft,vi- diffe à tali remedio adjutum, fe d aliquos etiam inflammatione in parte excitatà effe periclita- tos : potiffimüm primis annisjuventutis mez» quo tempore aliqui adhuc ex iis vivebant ; qui barbaram fectantes Medicinam, frequentiüs Catarvbo senus hocauxilii in ufum ducebant ; fed fübfe- ad pulmo quenti tempore, Medicis fpe fuà feaitlitia fa. "t5 et tho piüs,exoleícere tandem illud, et pofthaberi me- 74/0 1r I1to CC pit. Vente s 108. Vbiad pulmones, et thoracem, quin.Mam et ad fauces irruit materia, five tenuis fit, five lofr, craffa, eargarifmi numquam 1n ufum veniant ; Gargari- ex motti enim attracta materia fepe fuffocatio- fmata fa» nis infert periculum, . Quin et ubi partes fpiritales jam reple- tx funt materià crafsà, à uad abftinen- dum ; cüm non leve inde fuffocationis (ubfit pe- riculum. IIO. Quód f fi homo tabi; aut afthmati obno- xius fuerit ; idem genus auxilii fugiet. Iri. Solümtuncconvenient;cüm fluens ma- teria acris fuerit ; et autexulcerationisin parti- bus M gienda, ve pleto bo- YaCe . Aft bmati aut tabi chbnoxis gargorifmmaf fa 451 . Gar, ear ft ^5 ; eatarrlo. bus gule,aut aneinz periculum impenderit 5 quádo con t&ncque et blandé id erit preftandum ; et addi- veniunt - tisrefrigerationi adftringentibus, Catari Y12. Quoniamaliquos effe fcio, qui, ut con- non [ft^ timacem, et moleftum morbum brevi tempore di narcc!i (e curate poffeoftendant, ftatim nullà urgente» 5» ?7^. geceffitate, ad fiftentia. catarrhum accedunt ; $OAgDA HT nA a 31.5 : TET. d CV. Juste ue Theriacam novam, Philonium, pilulas ce cy ecffitate. nogloffo, et fimilia exhibentes; animadverten- dum erit, iis uti eosnon debere ante humorum expurgationem, et revulfionem;tunc neque fa- ciléad hzc veniendum, neincratfata materia, óc refricerata, fi diutiüsin cerebro contineatur;ce- rebrales aliquos magni momenti morbos pa- tiat. Ad earamen erit veniendum, fi eravia ur- ceantfymptomata, ut fiita effündatur humor in pulmones, ut graviffimam tuffim, metum. fuffocationis, exulcerationis, vel rupturz vena, acerrimà viafferat; tunc enim miffo fanguine, fi opis fit, vel enamillico, et ante purgationem fiftere licet hünceffrenem motum. De Zdngina. PM Voniam in hocmmorbo miffionem quii, loboranti dem fanguinis per fectam venam o--] bus que mnes neceffarium auxiliumeefle fa--], vna [it tentur, fed in loco deligendo variàffe video.aliiss], ficanda. ex brachiis femper emittendum cenfenübus;.f aüctoritate Hipp. 4. de vif. acut. 30. et quodi] fecti$ in brachiis non folum univerfum corpus:| prom- proniptiüs evacuatur, fed fimul.eiiam non pa- rum fanguinis à faucibus revellitur:alus ex par- tibus infernis, faph hanà, vcl e.- venàtali, quód fluentem fanguinem in fluxio nis initio non ÍC- lum ad contraria k ci laborantis, fed et fontis transfundentus, «x ad OM i regula à Galeno tradita revellen dum eíle OQ (tendant : cum.eitHr laborans pars fit collum, fons'autem transíun- dens fit jecur, pracipua íanguinis officina ; fi fanguinem miíerimus (célis venis 1n brachio, tantum abefi ut ad contraria fanguinem retra- hamus, ut po ;tiüs ad partem laborantem av Oce- mus: vena fiquidem cava indelata in duos ra- mos fcinditur, levium, &.dexuum, qui in jugu- lares, et axillares dividuntur: at à jugi axbus externis lary n91s v afa ortum. ducunt . Sanguine joiturex vei nis brachii tracto, certum eft, ad v e- ias juguli edam trahi ; sicque potius morbum. augeri, attract o fanguine ad laboratem partem, vicinià., et inflammatione fanguinem trahente In hac controverfià ceníco ego,on nnino animad- vertendum efle, an Corpus mk iximé affiuat fan- cuine,five natur " mies ibanteactam vita mfive €x folità ali iquà evacti tione (up p reísà ; tunc enim ce níeo; f inguinem velex vena pop nus; vel malleoli effe detrahendum, eàdem autem die, urgente morbo, vel fequenti, Jecoraria, vel ce- phalica erit fecanda ; et fi non cefferit morbus, rübor autemadfit faciei, amp »liüs etiam venicn- dum erit ad fectionem venarum fub lingua Á Quód fitanta non premat fanguinis cop la, In- M a Ltaci1s Mani om M tactis venis inferiorum partium, przftare credi- derim, ftatim cubiti venas fecare; moxq; ad fu- pernas incidendas accedere. Inamgina Repetendaautem et ex brachiis fangvi laboranti 31s miffio eft ; non folüm quód mæis revellat; &us iteri- minüfq; vires debilitet ; fed quód obfervatuum, da fa? $*i 3t Ce pius ad partem laborantem affluxus novos zismf?- Geri. aut parte aliquà ; ut onere; quo premitur, levetur, transfundente ; autob dolorem, et ca- lorem laborante parte attrahente. . Cümautem aliqui ex moleftià medica- Wrlires mentorum, aut quód naturà medicamenta ab- potias dà horreant, facile medicamen ta evomunt; preftat da, quà lemper potione uti, quàm bolis ; aut pilulis : fi in folida €nim- contigerit pilulas, aut'bolos evomi, cm. foma. conferüm, et magno impetu ad anguftias op- preffi ab inflammatione tranfitüs propelantur, fuffocationis, et ftrangulationis periculum non leveafferunt. "ngincfis116. Quiad difcutiendum ininflammationi- fæculi ex bus. aliarum partium ex arentibus pulvifculis difcut:éi parantur facculi ; inanginà numquam in ufim., &ns mali- ducantur, quód denfando externam cutim po- tiüs curationem impediant ; humentibus igitur porius eft agendum. r L) A notpof[rs De Plevritide. qa slewi-. Vamyvis in plevritide curandà fectà [ ^ . vide, dolo- venáà,majoriex parte exfpectanda ve deften- fit coloris in fanguine mutatio, €x Hippocratis et Galeni precepto; 2.404f.10.mO- dente, $5 .dó eger ferze poflit ; ficenim et antecedentemo fa»guizis inflammationis c: .ufam avertemus, et conjun- miffone ctam amovebimus; id tamen p erpetuó,autin, 79 e5 exe qu l'àcumque plevritide obfervandum non eft: fiie aliàs enim docuimus, fervandumid effe;ubive- "975 pa; quz fecatur, proxima eft loco affecto : pro- "P! prereà dolore defcendente, et infimam thoracis partem cccupante, talis non exfpectatur muta- t10: nam tales partes, ait Galenus,nutrimentum fuum bauriuntà venà füb corde ; et cordis par- tes nimiüm Inaniremus, antequàm fanguinem. infiammauorem facientem evacuaremus . ! Quin necfemper quidem in plevritide Neg. viri« partes fu€rnas occu pante 1v itti eó ufquefan- bus debsli guis debet, quó coloris in co fiat mutatio : fepe ws enim dum coloris exfpecta mus mutationem, Vle tales vires concidunt ; nec zger valebit ea € pe- ctore vacuare, quæ aut refüd: int, aut diftupta Vomicà in pu Imones defluxa collecta funt . ; . Etevenit etiam, ut, etiamfi vitales vires Ne; ime confiftant, non exfpedtari poffit ulla colorisin, P^per- fanguine mutatio, fi infederit loco firmiter fan- "!/^"$4- guis, et in denfiorem membranam infederit . dn . Licet plevritidis curationem primo ten- tandam docuerit H1pp.2. zest. fomentis, ut; an iis curari morbus poffit, tentemus, et dolor miI» blevri- tide foti- |bus quan tefat;idtamen neque femper, neq; in qui US doueer- plevriuüde, aut in quàlibet corporis conftitutio- 44, ne,autquovis fctu praftai poteft ; fi enim Jam qwinus morbus auctus cft; aut v ehemens cft inflamma- M 3 to, CZ tio. &dolor; zftüfve magnus, aut corpusimul- to fanguine repletum, non alio hujufmodi re- medio uti licet; quàm aquà repente ; ne 1na- jor eftus ; dolor ;.aut affluxus materie ad lo- cum fiat. 2r. Át magni etiam in iis fotibus; qui ad nzo1 4emulcen dum dolorem in ufum veniunt ;adhi- x a. bendis cautione opus eft: fi epim ad fupernas t^, fons DATUES pertingat ; et verfus claviculam ) dol lor, ftntbug; €um et materia acrior, et maxime calida effe ; di. foleat; calidis; et humidis actu potius res crit uanfigenda : fin ad inferna. vereat dolor,qui Dolore 4; €tiara nonadeó pungeriseffe folet; quiquencn, Jeendetey ]eveus flatuum copiam adjunétam habet; ficca, f«ti- . ediaminufüm duci poterunt, et fané commo- dius ; attenuant enim máagis, exficcant, et di2e- runtzex humidis autém attentiatur quiden )ma- teria, fed crafliores flatus ex fimili materià exci- tad non 1ta commodé difcüti folent. Sarculi fo ^ 122. Sicciii fotus, üt ex i ii lici materia vétes [jg parari folent; ita ea mæis prefertur, quz levis lv, lit5 ficmilium ceteris prafert Hippocrates, pa- nicum, furfures, femina, et flores diftutientes ; : falis autem etiam portio aliqua ob exficcatio- nem hcet admifceri aliquando poffit, minus ta- menilhus addendum. quàm folet, tum ob gra- vitatem, tum ob àcrimoniam. Mirfeeg 123. Quod fi ex fotu etiam dolor mitefcat ; zé dolore, DO proinde tamé ftatim evictum effe morbum ni flatipg, Cerifendum erit, aut à eenerofis remediis ceffan- &[iia- dum,puta.miffione finguinis;fepé enimad pri- mum Ix plevrt ! M À bum, paululum etiam tuffis fuperfit, et corpo- ^7 mee | risadfitaliqua caliditas quz aliquando magis jr infcítet ; quamprimum dandam effe operati; ut.que reliqua eft; materia difcutiatur;aut enim quz relinquuntur recidivas faciunt, aut ad füup- pes ohem convertuntur. EU 26. Non fünt hoc loco pretereunda preftam.,,, [9 iff ma duo remedia, qux doloribus iis laterali- bs SM UL busadco uulia effe cognovi, ut multos, qui j jam p, "aflanti PN jam fuffocari videba ntur, ab hujufmodi pericu- 5»; e lis exemerim, Primum eft;fi poft miffü i hdariz gi hui A : mum fotüs blandimentum mitefcit in phlegmo- 4^» 4 ne dolor, quód pars tenía laxetur, fed revivifcit veris re- mox ardentiüs, novà affluxà materià : quare.» mediis. fi et febris, et fpirandi difficultas enam perfeverent, non erit cunCtandum, fed: affluens ma- teria quamprimum crtit revellenda. I24. In hoc morbo maxime pleriq; qui Me- Exrerzis dicinam P rofitentur, arcana remedia promu nt 7o indifiz externa, interna : in externis nullum committi &e æde. poffe errorem omnes fibi perfiiadent, unguenta cx dialthaa fubuli;/butyro veteri,& cumini pul- vcre patant; alii ex calce, et alus cerata, &cata- plafmata ; alii ex pice, et rebusaliis quàm plu- rimis calefacienübus, cum zgrotanuum detri- mento: cavenda hec maximé erunt, potiffim üm In prin C1p10 ; calore enim fluxiones concitant atq; humores trahunt; alia veró prætereà etiam Iaxant. 25. Obférvandum prztereà, quód optimé !»/Ievrisi annotavit Aretzus, fi poft devictum hunc mor- ^5 relige M» 4 guinem ouinem exhibuerimus tres uncias mellis ro f. fo2 lutivi, et tantumdem butyri recentis ; quód fi etiam progreffus fuerit moibus ; .diffcile autem füppuretur ; aut difiuptá vomica «gris pericu- ]umimmineat fuffocaticnis,maximé etiam cone 2. feret .|In eumdemufi:m feliciter utor quinque 1! unciis olei aínvedalaru m recentis, cum uncià . Hil unaàmannz. |In: eumdem ufüm duco infrà fcri- eu ptum : Recipeoleiolivarum optimi, et maturi unc. viii. aqua fo ntis lib. 11. excoquantur fimul fine cooperculo.in vafe terreo vitreato, ad con- fümptionem totius aque, et póft olei illius unc. vii. dentur, dolorem mitigat ; fuppuradonems adjuvat, alvum blande mollit ;acnon ignetcit ; autin bilem vertitur. e Suppuratione . 127. Vn fuppurati ex difruptà vomicà vix alià vià recté expurgentur, quàm per gar matis tuffim fcreatu, non multum fpei in evacua indà siad Mo. €8 materià peralvum reponere debet Medicus; dice p al- quód ope Medici hoc vix fieri poffit ;. praftat vnm ex-- 1d quandoque natura, quz nobis incompertas furgari, vlàsinvenit ; et ad falutem zgri ftruit ; audacis tamen potius eft officium,cüm non per alias vias excerni péralvum poffit, quàm per cor, et jecur fibi tranfitum materia parante, quod periculi plenumnezotiü femper cenfi; ; fyncopen enim, dum per cor tranfit, inducere poterit: cüm veró euam heparattinget, et inteftina, et dyfente- riam 1» emt" 252416 n0n n M tiam mordaci vi concitabit ; et fanguificatrice» hepatis facultate lzsà hyvdropem faciet. Salu- briter id quandoque à naturà tentatum fcimus ; id Arctaus teftatur: et nos in purulento ex plev- ritide jamjam cx füffocatione moribundo vidi- mus in Mane hoc Valetudinario, qui cüm phlegmone laboraret ; et propemc dum ftrane eularetur, (isdores: jam frieldi adeffent, 1ivefce- rent omnia extrema, po tiffimüm fa cies, fubito alvi flucre fu perveniente, maximà fanici copià effusa, brevi rem ipore conval luit:raró jieitur cum id faciat natura, cüm eadem nobis incoenitas vias fibi ftruat cum p rxtereà non fit pet loca convenientia, omnino ncn erit imitanda à Me- dico ; poti iffimóum quia, fi leviori pureante ute- mur, noxii nihil evacuabimus; fin validiori, vi- res imbecilles reddemus in qu ibus fclis falutis fpes pofita eft,ut et ferendo merbo fintidonez; et materia per tuffim fcreatu cxpelli fatis poffit. 128. Perurinam licet; quz 1n th hnic; pul- monibus continetur materia,difficillimé,& mi- nis tutó educi poffit; promoventibus tamen lo- tium tutó uti poffumus, ut Í alrem materia, quz in vomicà adhuccontinetur, et quz denuó col- z ligitur, per veficam exccrni poffit :quód fciamus; vená azygos interdum inferi ramulis arterie aor tz, interdum ca |vzt vena -bi furcatz ad renes, 1n- terdum vena adipali, vcl em ileentibus,& prc- ptercà frequentior etiam éft per v eficam ejuf- modi materic evacuatio, et proinde etlam 1mi- tanda, cum etiam fit per vias conv - ntes. 1 Subburæ tis dinreti cA COvens re foffunt, e^ CH T» Inuftione; et fectione faciendiin ems | pyticis hec fit cautio;ne à ruptione vomice ftatim 1 fiat, fed cum Hipp. zz Coacis pradictionibhs, dif- ferenda erit in decimumquintum diem, ut et materia coctione ulteriori mitefcat magis, quin ab effaüfione extra locum, ubi: maturuerat, ite- |]., rum alteretur ; et ulteriorrcoétione meliorred- | datur; poft quem diem, fi inuftio facienda, om- nino maturandum. Placet enrm Oribaf. 9. Sy- nop[eos, cap.3.celeriter evacuandam effe;neque » multüm cunctandum, ne virescollabafcant;in. quo caf omnino à tali actione abftinendum eft, ne in ilTud incommodum incidamus, in quod cam certo mortis periculo incurrunt, qui in afci te ad feéchionem numquam veniunt, nifi ceteris remediis omnibus primüm inüfüm ductis, et ja s exhauftis,& morte pre foribus ftante. Supture- jo. In fuppuratis vomitus plenus eft peri- "is vomi- E ;fi enim eodem tempore vehemens tuffis, i As pericu et exfcre: andi neceffitas fü perveniat, fimülque 5 | le[15.. - evomantur impetti multo ex ventriculo cr affio« NT ra, vIX evitari poteft fuffocatio, cc onfpir. ante ad fuffocationem et efophago, et arterià af perii tum prztereà, quód conftrictis mufculis abdo- minis in vomitu, puris copia multa in pectore » repleto ;magisinteeione venofr ar- teri compulfa, fie pé cor ita füffocat ; ut ftatim, I, Supfrya. MOYOES fubf fequ: tuf. ns vsi- «131. Proderiteamen inanem vomitum etiam. t5 9o 5, d1gito provocare, non tamen promovere: fic. B vac £l; . €nim à recs abdominis mufculis ab infernis parEmpnyc attando nsrédiaut f'eandi. partibus compreffo diaphragmate, matéria pa- ratior facilius propelletur. In A flimate . C. Vim majorr ex parte.difficultates ez re- fpirationis à craf:à, et vifcidà materià in fpirit A s partibus contentà producantur, f pce 'tlam non leves errores à Medicis commit- ti fol eant; dum illam pr reparantes ad evacuatio- nem attenuantibus valentioribus utontur, et impense calidis;exhaufta enim fi penu imero pat te tenulori, craflefcunt nimium rel 1Qt ule; Imcr- bum reddunt incurabilem. Cum ; quod qu: Magi iid arefa- ! €tione pulmonum fit, coarctatis,8 frin elc- ! bum ductis pulmonum alis, maona d dilisnria adhibenda erit, ne; dun rattenuare, abftereere, ' 8 et incidere materiam ; quevt plerimüm ànhe- lationem producere f flet, tentamus ; ficcitatein parte adducti, 5s rum1in mortem przcipitem. ldcamus.. Vrinam promoventia tutó in hoc Ibi senere! in ufum ducin on] li valida | fucrint ; fiepé enim |[pa rübus, quz füperfünt Bent Dliorem redd CUratioi dunt " p UNT TR 2E. I3j Qu: mvis qua in C Imor- otfunt, po aftimüm acuatis tenuibus di S thorace continetur ante evacuari * XN $ o» arte aliunde, Catonem atud a € [materia, vix medicamento Nie EH ASIERE U aU t | "^ [UTC poffit; botiffimà m à capite aftu AN r - I » !aoH 7^ 1n ff ]ima te attt-- 214A7111A y e snbe- se calidas Ala. Aft Lmna- ticit ficca fa gtt zda, * A P La. Hct$ diuve HCA724- 'ores reddite.difB. ! ecu pus Aftbmati [44 is 'iraan 1n J fum dar4 náA ^ cet, optimum eritmedicamentis anteceden tem] tti illam materiamstibi przeparata füerit;evacvare,.t At id in magno paroxyfimo preftare, periculi: plenum eft negotium ;neautfupervenjente vO-4 mitu eger fuffocetur, aut dejectis viribus vitali-J te: bus, animalis, quz per tuffim excernit, fuc--iiur cumbat. Aflbmatü 136. À vomitoriis, potiffimüm in vehementia eis vomi- fuffocatione, abftinendum erit, quidquid dicattpu: tus ma. Rhafis ;3mminet enim periculum füffocationissgoi abfolutz : mirum enim in modum nifus ille pe- Non é&us affligit, metüfq; adeft, ne materia in cefo-- fimi phagum adducta afperam arteriam opprimat.. ! . Ius galli veteris ex agarico, fenà, cnicos, ux; A B bmati eis ius gal adiantho, marrubio, hyffopo, paffulis, femini-li veri; Uus difcutientibus, duod paffim paratur, et ài malus,r Mauritanis primó inhoc morbo, et colicis do--| Cur. loribus adeó commendatur, quodque ab anti-.|. quis, et recentibus Pragmaticis paffim ufürpa--[i; tur, quod experientie non correfpondcat, et rain tioni adver fetur, tamquam noxium re ici edumi eft : cüóm enim fepiüs in magna hac vrbe à doe... Cu íflimis Medicis in ufum du ctum cernereimmos, ji 244.5». potiffimum ex defcriptione Benec licti Faventi--fi, Wo niz7 Emptrica ; cüm et ego aliquotiessirrito fuce-fi. ceffu,in Tgiiroogs morbis cxhibuiffem.cur fru) ftraremur noftro £be, indagare cepi ; atque obf multas raticnes cbeffe fzepiüs, prodeffe vix vm-- p... quam, mihi perfuafi. Ex lonoá enim ebullitio--b.. ne nitroft illa partes, quibus maxime prodeffe. jus illud. 2alli vetens crediderunt ; tamquama terreftres fübfident, atque in percolatione reji- "14 cuntur; vifcidz autem, elutinofz, craffz, tum. et perpingues, excute, pedibus, alarum extre- rhis mufculofis denique; -& nervofis partibus promanantes, maxime remanent. Vnde non. folum non adjuvabit materiz ex pectore excre- tionem, fed craffiore, et vifcidiore materià,& antecedente, et conjunctà reddità,contumacio- rem, mæífq; rebellem ad exfcreandum reddet. Quód fi non juris fübftantiam, fed qua illi in- | Coquuntur confideremus,ne fic quidem in hu- jufmodi morbo cum mult pituitz copià conveÁ /f ", A 4- q n Amiet: qua enim pro folvendà alvoindu ntur,aga- ES - t'A€71F124 f^ /bxicus, fena, femina carthami, omnino,cüm pat- "reca iflrmam adnuttante bullitio nem, vim omnem. ifolvendi amittunt, ex longà ebullitione ienéis ix partibus diffolutis ; d ge vero attenuantia etiam qadduntur, ut capillus Veneris,.& alia, cüm in. gfoperficie vi ires fuas fortita fint, ex eàdem illas amittunt; alia veró, ut origanum,.b trys, far- | longà ebullitione putrilaginofa reddun- (rur, atque omnino exfolvuntur | 138. Sudorifera in hocmorbi e enere,qualia , AMfunt deco&ta Guajaci, Chinz, Sarza parilie,Sat- S/derezs ?20ventis Ma fras, ut concedi poffunt in adthzidid ad iine : 2 2 ajE 59a amendam materiam antecedentem, quin et con- Wi pas junctam; ita maximé cavendum eft;ne1 IDSTUCD- 4,422). Cn dg44240 rc magna fuffocationeinu fum veniant: fu iffocan EA Eur enim magis ceri, et auctà neceffitate fpir adi, ec quide quandoq; magna fequuntur jas ula,& venarü ze;. lio pulmonibus difruptiones; quin et morsapfa.; p | 139. Cum ro TER ;:9. Cümtamen exficcanti facultate infigni 4Tbmitt S lleant hec,numquam in ufum venire debent, 2 je nifiadmixtis iis quz dulcore et afpera arteriz fera 1n u- a : ij poffint abblandir, et humores in pectore nit [me pulmonibus .contentos ad excreuonem qmagis dulcibus. paratosreddere. | Inparoxyf | 140. In pazoxyfmo ne medicamento purean- viopurgas te utantur Medici, ne irruens materia attracta.» zà eff pro vi medicamenti non ad ventriculum, fed ad lo- pinand - cum 1mbecilliorem; et folitum, fubitó egruma Inaf bi? iterimat fuffocando . su nó ve-, ) lay : 1 to bam I41. Sic quoque eodem tempore non eft fic- | dion dum á à : ; candum; ne füffocetur zeer; blandiendum enim 4groimpa S asco remporestefte Galeno,quàm curandü M /me. potiüseo tempore,tefte Galeno,quam curandu.. Inparoxyf |. 142 Quin neclyftetibus quidem tunc locus m afib-. eft: neque enim proftratis injici poteft citra fuf- stis ne focationis periculum « | elyfterib. 143. Vomitus etiam;ut diximus, eo tempore3 quid u- evitandus ; neque enim materia 1n fpiritalibus zndam. contenta evacuabitur,fed quz in ventriculo;quq Nec v?! cm per cefophagum vi expellitur, ita arteriamg a £u uéd- o (eram comprimit, ut füffocet . Non[upi- . Eodemtempore füpinus vitetur decu. 2us ia- bitus; nam;utait Aretzus;ftraneulatonis peri« €tat culum affert . Nonfricà o X45 Fricatio etiam pectoris codem tempore dé pecias, Omnino fugien da. N««c fove- r46. Quinne fovendum quidem pectus fponjtt, 4 P di pilas. elis cum laxantibus; calor enim 1lle fxpe flatij bus excitatis; fymptoma auget, et quandoqu SR fuffocat . Quam- | [ To Bil ? 191i « Quamvisin omnibus feré morbis illud Ó "y » cratis veriffimum fit, non effe mutanda libene infüituta remedia, ftante.eo, quod ab 1 initio, I vifumeft;in hoc tamen, commüni omnium fcri- | bentium opinione, cate a ad eumdem fco- [funipesta intibus eadem fervanda fit intentio ; A varianda tamen erunt remedia . In afibrma te fap? mn tanda me dicamen- tá. De Sputo fanguinis. | EE Vm infanguinis per tuffim rejectauo- 7, farto ne foleant Medici ftatim optimo con- 55; c;uis Iilioad d lio nem fanguinis per fectam vena1 gue vena in brachio poufti müm dextro ex jecora rià recur /ecanda- rere, animadvertendum, fepenumero idin mu- 3anguinis | licribus evenire ex fup preffis menftruis purga- ^ /putoex | mentis, autaliaceffante evacuatione, quz. per^ dentis JJ hæmorrhoidas ; et in eo cafu, fi fanguinem ex ^^ ifibns | brachii venis extrahemus; peffimé noftro egro- 7,, J tanti erit confultum; po tius enim flinio ni adde- ^^ | mus occafionem,ad f iu periQi arationevacu rt | euinemattrahentes E it1gltu r,fectà vena lin talo ; ad inferna retr ahere fanguinem, mcx |repeuus vicibus ex brachio etiam conveniet * ll'eumdem corrivare . 149. Sed ut in reliquis occafionibus 1n hoc, " I morbo, dum ex venis brachii fanguinem eva- 5 ;,; icuantes re petitis vicibus, et 10 non mu |tà quan- affatun ef fi ritate 1d à aft: umus ;ita dum ex talo fane ineqa/7; gu:- Blob eas cauf: as detrahimus, copiosé, et affatim idaz derra- 'd praítabiaaus ; ut sera fiat revulfio . b::dum Coqua ven& r2 'sanguin? Conanturaliquiin fanguinis peros re- veieclant jectatione cucurbitulis aut illumad loca,unde 4|! bus cue-. effluit, revocare,aut in lifdem retinere, feliiin- |^ eurbitula terdum füccetfu; aliquando cum zegrorum cala- patti «ff- mitate ; proptercà diftinctione opus eft: namfi |^ x4 quà? ab externaaliquà causa in his partibus vas fue- eonvetit * yic difraptum, indéque per os fanguis rejecte- tur, fi cucurbitulà fluxum retinebimus, phleg- monem in parte fine dubio concitabimus.Quod fi non rofo, aut difrupto vafe; fed reclufo 1d fiat; tutó cucurbitulz tuncadmoveti parti porerunt. 151. Cavendum maximóé, ne, quod plerique. |*^ kii Á faciunt, à rejecto fanguine per difruptam ves | guinis fu PATI glutinantibus ftatim utamur; ut enim hoc [Us 10 quando aliquando confert, fi etfufüs à venà fanguis 1m. coveniat. pülmones,aut thoracem per tuffim fit totus eva cuatus : ita. fi illius poruo adhuc conclufa, et |" fluitans remaneat circa pulmones, tantum ab- | cft, ut elutinantia juvare poffint,ut pocius zegrü precipitem ducant in mortem:vifcidiorem enim [e reddunt fanguinem, et craffiorem, sícque 1ne- [i ptum magis reddunt ad excretionem; unde fuf- .| focationes, anhelitüs interceptiones, febres ve- p» hementiffimz ; inflammationes partis laboran--['u tis et fübinde mors. Grumi igitur prius erunti]/a incidendi, et excernendi, et tunc glutinantiumi'ui ufus eritineundus. In fputo 152. Quod deglutinantibus dictum eft, adi] ii| fanguinis exficcantia, et adftringentia omnino etiam erit adfiringe deducendum . Videas enim plerofque ftam ac tia qua5- infpuentem fanguinem incidunt,non etiam be-3u;. "ET nepetr i e perfpecto vcroloco laborante ; an thorax; et 4» utilia, 4 pulmones illum per fe evomant ;anà capite ad && 422»- Il fpiritalia loca fanguis feratur; neque 2rum1 ad- do won. huc adhzreant, et an fanguis adhucibi fiuitet ; adí(tringentia, X qvidem valenticra 1nj ingere et etiam lambendo propinare, unde ne ales Tru nesoborivntur. | . Prafente febre vehemente, in adftrin- 4f izgé id ous, et La Mig MD... temperati cffe de- "/2 fafre- I bemus 5; potiffimum fiaut ab inflammatione;aut Geciniiw l| eiaminde a s fit: non minus enim ex cà im- eite S £5 CH foc minet periculum, quàm ex fanguinis eruptione, j,, . Vb1ab ero fione vafis, vcl euam aper-, li2onc ex acriori fanguine, ac bile referto fangui- 5; q4jp s | nis fiat rejectatio, purgandus ab initio ftatim, ex atri tu A erit biliofus ille humor, ne, dum att emperare» szore. ffa- illum prius tentaverimus, coplà fua, et acerrie mm pu- [mà qualitate perfectum producat fymptoma.; 2224s. ineque enim putrefactus eft, ut coctione indi- Igeat, et cum tenuis fit; medicamentorum attra- lictiont facillime cedit. ^ buf In / 110 15$. Medicamenta tamen non fint valentic- In fputo fira, quod ica calida cum fint ; acrimoniam 1 n hu- hier hes moribus adaugeant X valida motione » nus mctu1ic Mfluxicnem co ncitent : hinc qua fcammmonium. licont un ent; fueienda erunt ; non folum cb« Cam, í caufam, fed euam quód venas aperiant. ^» 4 Quà etiam ratione et aloé,& ex cà Bar. ue ftiv AMrata medicamenta 1n ufum duci: ncn Adag PAUTAS jc c quód 'enarum ora aperiants et acriora fiüt » cannbus ji anm par fit ^ n 4la; a N 1/7. QiiRbabar- barum mm fputo f[an- guinis fufpecium . 1n fpnto fanguiais quado va lenter fic- cantibus utendum "ceti fo- ufas 172 f/puto fa»eguin:s linis falpeélus . Quinimó R habarbarum aliquando inz hoc fymptomate noxium eífe folet ; cimenim igneis fuis partibus altius fefe infinuet ;'& fan- guini mifceatur ; quod vel ex lotioimpense fla- vo ab ejus affumptione perípicué«colligitur; ubi forcé non pro ratione bilis educatur, acutior, et calidior fanguis redditus morbummasgis acuet, et deteriorem reddet. rj$. Inífputofanguinis ex vafis, aut pulmo- nui crofione, illud inaximé animadvertédum, an plus fanguinis exfpuatur ; an puris : fi enim. plurimum fanguinis, ad ftringentibus maximé res érit agenda: fin veró multum puris,& pa- rum fanguinis excerpatur, potenter ficcanubus erit utendum; citra multam adftriéctionem;alio- qui pus perdit pulmones; fic Gal. $. AZetb.6.fo- lis trochifcis Ándronis Polyidz, vel ex chartà combuftà utebatur. Vnde et cüm pus merum. cxcérnitur, folis fimilibus trochifcis utemur . 1 $9. Non placet eorum fentenua,. qui. The- mifonis, et Thetfali fententiam fequentes ina rupto, velapezto vafefincerum acetum ad for- bendum, et lambendum concedunt, uz aut ad- ftrineant, aut grumofam. fanguinem incidant ; certiffima enim utentibus illo fincezo imniiet pernicies; partesctenim certiffimé exafperat;ac ||; ubi per afperamarteriam rranfit,tuffim excitat; | nde nóvum fluoren? promover: dulcórandumi oat erit aut melle, aut faccharo ; atque fic ina ufum ducendum. 16c. Intopicis adhibendis placet Tralhliami] £275 uc Voli confilium, ut emplaftra frequenter mutentuüf » 2565/5; ne incalefcarit ; 1d enim, inquit, fanguinem eó vocat, proptercàirrigationes potius placent. t61. Frigidiffima ramen actu hzc effe non. debent: przxrerquám enim quód talia omia pes étoriinimica effe cenfui doctiffimvs Sener, fi externe etiam partes rubrx et calentes foerint, fangwnenr ad interna propellendo fluorem. conctabunt. 162. Qwvàmvis quz valenter adftringunt, et exficcánt, urgente morbo, maxime commen- dentur ;cauté tamen étiam hacinre agendum eft, et incraffanua erunt adnufcenda, ut amy- ]um, far, et lac: quód àmmoderatvs ficcantium ufüstuflim excitet contvmacem, fed inanem ; undeant nova fluxio fanouinis promovetur,aur vena mæis lacerantur. De Ph:hif. 165. Vm inter omnia prafidia ; quz 1n. phthifi in ufum veniunt, Iac primum. fibi locum vendicet,ut mu ta de fpecie lactis,de quantitate, detempore, de modo; ac mixtione, opum? à Gal. s. € 7. 7M'erb. szed. propofita, recentioribus plerifq; recipienda ; et commen- danda judico ; ita illud ; qwod ab omnibus fere recentioribusadditur, nufquam tarnen à.Galc- no traditrm, non recipio, ut à lacte affumpto non dormiant zeri : cüm enim per qvinque hc- ras ante cibum velint exhibeédum effe xeris lac, fi fomnusinhibcatur, et preftanuffimo auxilio mA tabidi t0piCA fa» piis tnu- tanda. Acin fri- gidiffima effe mon de bent, 944 tboraci 4p pliczantur. SiCCAVtiA valeter 15 fgate fan- £141n15 em pla fits admi[cen da . l^ phbtbifs à lséle ^f Su bto dora nmieaum Tr Phtb 'h ; ÆN y qp anunæ al );£$ ^ ^h "4$ 7220. EU £t. litatis fomnus ille confe: tabidi deftituentur fomno nempe matutino, pociffimüm cüm exficcati fepé noctes infomnes ducere foleant, autob tuffim moleíftam fomnus impediatur; fi etiam eo tempore à fomno arcea- mus, et ficcitatem augebimus,« vires vitales imminuemus ; per fomnum autem.&. vires 1n- ftaurabimus., et cor pus ficcatum humectabi- mus, coctionem lactis in ventriculo accelera- bimus. Neque cnim valet ratio Mercurialis, quód fomno majores fiant eva porationes; quód in tabe, five hecticà febre, five catarr ho;& pul- monis ulcere, blandailla evaporatioiactis ma- xime ad fomnum majori ex parte deperditum onferar; in verà autem phthifi cum diftillatio- ne acri, et falfuginosà, et ulcere pulmonis, tem- perata hæc evaporatio utilis erit ac. acriorum exhalationum calorem temperabit;phitfque uti- et tuffim cohibendo : quàm damni evaporando ; maximé cüm tuflis concuflt ione lactis «tondodbio amediat E 164. Cüm phthifi confümptis; fialuidluor fu. perveners lethale fit maximà cautione uten. dum eft, fiin 115alvus non dejictatin ufu fubdu- centium; blandé enim omnino agendum, neque caffram, prunorum dulcium decoctum, man- na,mel violatum aut ad fummum, mel rofa- tum foluuvum tranfcerdesze debemus. De Tuff. d Vód fcriptum fit ab aliquibus, et do- ctis quidem VAS: E [n ^ E [uriats fitiat; vigilet, qui vbevmata curat . vigilan- in curanda tuffi quàm piures:zgrotantes vigi- e. C liis macerant, ut fluxiones.impediatit ; peflimo 74474» fane confilio: ut enim fuperfluum fomnum ce- rebrumnimis replere concedimus, ita 1mmode- ratas vigilias muito majora incommoda afferre experimur; potiffimum cüm per eas vitales.vi- res corruant, quz in. hujufiriodi morbo maxime neceffariz funt : vieilandum4ane eft cim: à ce- p a. rebro adeó affluit materia, ut fubitz fuffocauo- fa dern nis peticn ilum immineat; «& tamdiu vigiladum, quamdiu tàle imminet periculum: fecus in muíh x 4 moderatà; dormiendum enim;ut concóquantur ALES Nn humores,«& quiete pectus firmetur ;fi enimo "v7 Galenus 1. de /12m.cap:28.ut citat Rabbi Moy- fes 213-.Se£t. Aphor.ícribit, tuffim ; fternutatio- nem, et fingultum cutaria diquando;cüm hcmo fuftinet ; atq; fefe abiis; quantum fieri poteft, motibus cfficiendis abftinet, ( quoniam cum motus ifte fiat à voluntate, fed 1rritatà ; poteft quis interdum volés non.tu ffir) cur etiam fom- num non commendabimus, in quo omnes fiftun tur fluxiot nes, X tuflis quafi fufpenditur ? . Inufu pilulari im in tuffi,ad evacuan- Pilula d dam materiam in capite exiftentem, non placet tu[f mal? aliquorum fententia;inter quos fuit doctiflimus ?^/ cendi Mercurialis, qui volüerunt; eas exhibendas effe 44" - perquatuor,aut quinque horas poft cenam, «quando ventriculus nondum, ut ait Mercuria- E ai lis, ex toto vacuus eft : quoniam tunc niagis fa- 7^ r pernatant, et facultatem mittuntin Pin Des, 4. I d et afpe et aíperam arteriam. Cüm contr illudcer- Giflimum fit ; ex hoc modo exhibitionis multa. -d.. fequiincommoda;nam aur cum cibo cititis fib- ducentur ad inteftjna ; quàm oporteat ; aut fané femiconcocrum ciburs deducent ad inferna;aut ommum fiet confufio | Quare pra-ftat;autince- eM S natum illas fümere, autíane fiummo mane jeju- peor 10; « vacuo ventriculo devorare, procurato forno per ünam, aut a]jteram horam. De cordis Palpitatione . . T N graviffimohoc morbocurandocaven dum maxime, ne Gal.verbis $.4e loc. ai siiid affect. 1. ubi afferit, omnes, qui paffi funt palpi- e 34,,,. 'aUonem cordis, à fectione venz juvamentum »us fan. &CCeptfIes.quem fecutus Avic.  ratd. c. Cap. guis mi- 7:3n omni cordis morbo, fcribens,utilem effe» tndus, Íanguinis miffionem:quifpiam adductus in om- ni cordis palpitatione fanguinem per fectam ve- nam .evacuet; neq; eni: omni, neque fempet Galenus fectione venz utendum ibi cenfuit, fed omnes, quibus fübitó, cm fàni effent, fine ullo alio accidente cordis palpitatio füpervenit; fanguinis eductionem juvifle: hos veró,quód inte: grà,& inculpatà valetudine fruerentur, à fan- 2uinis copià, forfan. et calidioris, in eum mot- bum incidiffe, mihi fit vetifimile;quod quilibet etiam ex Gal.2. de caufrs pulf. cap. 2.collieere po- terit, càm dicit : Z4ccidsr ettam pulfuum imaqualz- (45 Interim ex fanguinis Copia, qui aut in venas aut ertt. In.cordis palpitatio abteriastp[as fit vufu[us; atq; bac quidem [anguimis aniffone fedatur facillime. Hactenus Galenus. Caufæft, quia copia illain venis arteriasillis vicinas premit, et coarctat ; qua fi venz fectio- ne tollatur; tumorem, extenfionémve venarum tollit ;Jocàmque fübinde-dat ad motum arte- ris. Vnde veriffimum eft, cuicumque cordis palpitationi, ex humorum copià in venis exi- ftennum,optimum effe prefidium fanguinis pet venam detraétionem ; quod confirmavit etiam Gal./;b. de veua fect. ad verus Evafiflrataos, cap. 4. Quemadn odum etiam fi aut eftuatio;fervor- ve fanguinis, fiveervfipelas aut coripfum ten- tare agoreffus fit, aut etiam venas;arteriáfque » vicinas invadens, et palpitationém inducens, ad hoc auxilium ag2rediendum nos invitat. Precepit hoc Gal. 13. eth. cap. 11. € lib. ad- verfus Erafiflrareos, cap. 8. Atut hac veriffima,s funt ita aflerendum ett, in veràillà cordis pal- pitatione, qua illi cum aliis particulis commu- nis eft, quz que morbificz folius caufz foboles cft;non conferente facultate, quz majori ex par te ex flatu eft, drminuto calore ; tum etiam nz non verà, quz cordis propria eft, fi vel ex frigi- do humore; qualem defcribit Hippocrates, vel f1 alio, /sb. de facro zsorbo cim fcribit: 57 porro ad cor proereffvm fecerit af fluxus » palpitatie appre- hendst, C anbelarsones, G7 corpora corrumpuntur, «liqui etiam cux: fiunt Cum enim dk dcenderit fi- tiita frigida ad pulmonem aut ad cor, pevfrigerz- tur feng:isy vena autem violentey perf icerate vd N 4 pulmonem, C cor affiliunt, &£ cor palpitar . nullo modo fanguinis miffionem convenire, :Quins ne tunc.quidem fanguinis per fectam^venam evacuatione utendum eft, cum cordis palpita- tioà virulentà materià ccr imp etente fit; autà vapore; fuliginéve venenosà. Quód:fi Avicen- riasin omnibus cordis affectibus venz fectionem utilem effe dixit; non proptercà tamen in omni- bus caufis evincendis morborum cordis utilem cfle pronunciavit; $1c etiam in palp ita tione» Conveniet, at non Íempcr, nequein quàcumque -patpitationis.causà commendanda ; In paljita - 168. .Sedillud in evacuando fanguine per fe- tne cor- &tam venam maximé anima dvertendum; fi ma- dis,«bi in Ximam in corpore laborantis hoc morbo fübetfe fanguinis fæguinis, et humorumabundantiam cognove- abundan Sina qu 12 non tantüm vires premat, fed et i- tia mitt Wa quoq; vafa diftendat, tutó nosadillud auxi- lium defcendere-non poffe nifi fanguinis mo- qu» 95 tum.cor verfus abendé proficifcétis fimul com- X indo: peícamus, ac abipfo corde revellamus : cüm., enim cubiti vena.,.qua fecanda eft, ab axillari axillaris autem non longe ab afcendentis venze cave ramo proficifcatur, unde 1n cor ramus in- fienis coronarius divaricatur, abundantiorem. faneulnis copiam ex venacavà hauriri contin- get; ex quà quidemre fiet ; ut plurimus fanguis Cor verfus iterar ripiat, sícque cbn dis. viícus ma- 21s fuffocabit .. Ne igitur in hoc incommodum incidamus, co ipfotempore,qno in brachio ve- na tundetur, utrifquehypochondriis optimum erit us [ut sá- lerit cucurbitulas affieere,;dextro quidem. 5 «uod inde vena cava exoriatur ; finiftro autem, quód illic plurime terminentur arteriz, quz Mpirtuofum à corde fanguinem revellere pos |rerunt : fic enim fiet ; ut qua:jamiavafura erat licor fanguinis copia, cucurbirulis admoüs re l'vellatur ; quz vero influxit ;venà fectà exhau- P riatur. . Quód fi humoris; et fanguinis tantas linon adfuerit copia, aut fola fufficiet fanguinis l| per fectam venam evacuatio, aut fane poft illam llapplicari poterunt cucurbitula .. Átubi infienis adfucrit fanguinis abun- Idantia ;in utriufque brachii cubito venam ape- | rire, udliffimum erit tfi veró non adeó magnas | fuerit; finiftri tantüm füfficiet fecto . 171. Quod fi ne (ic quidem affectus ceffave- | ritarteriofum,;& fpiritibus plenü fübtiliffimum | in arteriis potius abundare judicabimus;& tunc dis affects j| cum Gal. Ze cur. rat. per fang. mni [[.11. íectiones arteriarum opus erit . Sed in eo cafa non magnas, fed exiles || potius elizemus fecandas ; quales funt ee, qua | per digitos excurrunt:licet enim parva fino ma- I ximum.tamen juvamentum afferunt j atque fa I ciliis inductà cicatrice, fine anevrifimatis peri- culo coaleícunt. 173. Cucurbitulas fcarificatas dorfo affixas cordis palpitationem curare ; fcribit R hafis 7. Continents v At Avic. 4. Fen y 1. Dotl.$. cap. de | Cucurbitulis ; eafdem dorío applicátàs aliquas | quidem Cczur bi- (Hla i pale tttatione cordisqu& de appli- £anda. In pa:pita tone core di: a4 ve n3 fecan- da. Arterioté- 731A 472 COF bus guade C07) GEX1f » Arteria qua fecan d4127 cor- dis palpi- tationt « Cucurbi- ) ] ^ t'i'a dorje ffxa& in x. m HII Cim rn. P cordisqua 9o profsat.? fi ! atit. cordis £ro- vdedut fistibus L^. tricals quidem bona facere fcribit ; fed et vencericulum ledere, et cordis tremorem inducerc: fi tamen cautio adhibeatur ; utrumque optime obfervát- fe dicemus, quidquid dicat Mercurialis nofter in fta Praxt,capsite proprzo ; cüm fciamus ; peri- tum; Medicum numquam. repleta corpore cus curbitulas ante totius ex purgationem applica- turum .. Diftinctione igitur potiüs ali3opus eft; nam fi ex humoribus palpitatio cordis prove- niat » fi dorfo € regione cordis, ur plerique fa- ciunt cucurbitulz applicentur,id in manife- ftam vgri pernicienrfiet; augetu r enim circa cor faneuinis Copia ob calorem, et dolotem : doce- bat enim Galenus rr. A4eth. 17. übi 1n iis fit plethora, non magis ex pulmone in pectus. ali- quam excrementi. partem transferri ; quàm.» ex toto corpore 1n utrumque. At ubi palpita- tionis cordis flatus fuerit in causa » evacuatà materia, unde elevantur, cucurbitularum ap-plicatio dorío é regionecordis. praftantiffimum erit remedium. Quinimmó applicari etiam. commodeé. poterunt, ubi cum flatu frigidus quifpiam humor-conjunctus fuerit: nam ven- tofus fpiritis admotà cucurbitnlà digeretur; qui veró reliquus eft humor; facilis evacuaaione » detrudetur. . Flaubus etiam cordis palpirationem. inducentibus ; femper humorum et in ventri- culo, et inteftinis..& flatuum ibidem collecto- rüm maxime habenda eft ratio, atque ii inde.» fubducendi ; quod. iis inanitis, fepiffimé folu- tos ltos etiam eos obfervaverimus, qui circa cor ob^ Ivcrfabantur . . Fugiendum veró quàm maxime illud, ;, jalpita ide quo nos Galenus 12. Math. ult. admonuit, fuis mum fi adhuc in iis partibus fücci, ex quibus flatus 4; (s fia" Ielevantur, continebuntut,à nullàre m: ac1s eí- tibus, sz- Ife metuendum, quàm à calore, quod eos colli- ters zz Ijuet; atque in flatum vertat, fed digerere ncn.o lids mon valeat: craffa et 1m, et ejutinofa dum calcfiunt, effe. men- Iflariofum fpiritum gienetre folent, Gal. tefte» AMI Pr dv Inbidem . ftutr m ; tertia. Vbi ad cor aut efferveícens fanguis ; laut bilis affluat; ut phlegmones, ucl eryfipela- itis periculum adfit ;, quibus in corde productis; 54. Ideíperata omnino falus effe folet ; ftatim àfan- sellestia, Ipuine miffo, vel dum mitdtur, circa cordis re- cordi Afm. Irionem repellentia adhibete convenit : qua 9lsanda. Iquamvis 1n morbis pectoris omnino fueiendas e(Íc conftitucum fit ; 1n hac tamen afflictione js irum, ad quamcumque partem materia fluens Irepellatur, ea fitignobihor corde, necinde ad- Iro fibitó mors immineat, nullà interpofità mo- Cere la- raapplicanda funt. bordite en 177. Vbi ex craffo fanguine cor hujufmo- erafis hm Hi morbis laborat, à diureticis, et füdorife- 7». Dum mit 71; fa*ii diMreticA "Is erit abftinendum ; nam hec exhauriunt fe- ? | : $» 6 à! beso yg É C fudorie um faneuinis, et fanguinem craffiorem red- ! pela dun! Ld "^j 7 UEntHf, 178. Verüm, fi aquofus humor, et ferofus,,,, ;,, norbumillum producat, nibil eft, quód facifé sobtitaa iius yuin hujus morbi poffit evincere . PLI, 2Difeutien dibus fia- in Cor- dis palpi- faftone, snifcenda fnbadfiri gentia o In flatulentà palpitatione vehementer || rcfolventia damnanda fünt : nam fpi- ritus vitales nimis exhauriunt. Quód fiin ufüm ea ducere .. neceffitas cogat, ad- ftringentia ali- qua erunt admi- fcendaa . 20g LIBETIA Comprehendens eas, JDe dolore l'entrictii. eiendum erit, lAnimadverfionum, et Cautionum Me. dicarum, 4$ no 0908 Ousinvrelk qua. - 1/77 uUualium partium morbis fuat obfer Yauda. SUN inflammatorio dolore, inflam- Dolente W| mationem partis, aut eryfipelato- veztricu- fum affe&tum infequente, genus /^ v6 iz- omne medicamenti pureantis fu- f^amma- nifi fimul affluxam '/?vé» par id ventriculum bilem cognoverimus;in quo ca- i pureantia omnia evitabimus, ob innatam ca- 4 pienda. Iditratem, et nenovz fluxioni ad partem Ja1., fo! ore laborantem detur occafio ; concedemus SIS, cantia fis ramen Sus vcuna $3 ufune daucend2- Rbabarba yum 1n do love vexit: eui infla $9 X 0rto fsgiendz. Qiata n dolore vé- zriculitia- fl^mm TI, yio. quan- do conc.- dcnda. Ventrieu- lo dolente có mflam »lomé . f icida po (as Co ex- irà appofi n0,9Ha5- do cox vten.at. Ventricu- li ia dolore «o6. tamen lenieritia, abftergentia,cumrrefrigerauóe | : t m ne aliqvà: tamarindi, fetum, fyrupus violatus, | et fimilia concedi poterunt.;. R habarbarum, multis in hoe familiare»; omnino fueiendum: nam et igneis qualitatibus nocet, et biliofi humoris affluxum folet con- Citare. 3« Opium, et opiata, licet in omnibus vene | triculi affectibus fugienda fint, urgente tamen» dolore inflammatorio, cum lenientibus ca ad- mifceriin paucà quantitate poffunt ;fic enims neque actionem impedient, dolori fuccurrent et intemperiem imminuent : etenim fic Gal. Ze: compof. med. fecundum loc. circa medium, exayni-- F7 nans medicamentum quoddam Afclepiadis adij* ftomaticos,quod recipit plura medicamenta, &:] ^" inter hzc aloén,& opium; reddénfque utriufq;j 7 raticnem,inquit, alocn vitiatos humores ex pur-4^ care, et infcrné peralvürn évacuare: opium ve«4 *ii 1o fenfum obftupefaciendo, mitigare moleftiamgr'i ortam ex acrimonià humorum; erat tamen opi ad reliqua medicamenta dofis unius ad vigint quatuor; quam etiam non improbat . 4. Im inflammatorio dolore ventricuh, aum incipiente eryfipelate, aqua frigide potum; au^ [) frieidiapplicatlonem ut convenire aliquand 4; concedimus; ita id faciendum ab initio maxim] cenfemus; affluxà enim maseti, fi frigida exhiu'ic beretur, morbus curàtu difficilior redderetur . | «. In doloribus autem ventriculi, et ineft]; zorumà frigidà materi,áutà flatn ex. eà gem]i, tO5 fi | WIH. io; | to, fi contumaces fuerint, et multà fübfitmate- ex. frg: ria, Hiera licet à Gal. commendetur, et à ple- 4a,«t crz/ ifque Medicis, quoniam tamen tardiffiméopes /2 mate| ratur, aC fepe dum ob vifcidam materiam tuni- 1/2 Hrer« | auget,necéffarium effe cenfeo medicaméntum jaliquód pureáns admifcere, quod et materiem cis ventriculi adlieret, attenuata, et in halitus 4/44 ^, * » 1 " A ut converfa. materia ventrem diftendit,& dolorem "^'^^ »n€n1147 Hryoans$ . n smifcendit. adjuvet fübducére,átque Hierz vim intendat, ut diaphainicum;electuarium Elefcoph,& fimi: !lia ; nequémultàm dubitandum eft, ne ad. partem laborantem fiat multus materix affluxus, cum enim támmulta adfitcraffa, et vifcida materia, vim ombium medicámeéntorum hebetat, i| et impedit, ne à longinquis trahat, materiam autem etiam 1n éo exiftentéem, et attraéctam | quamprimüm fübducat,ita ut minima ventriculo noxa inferatur ex affluxu materiz, utilitas '€ró maxima ex caufz morbifice evacuatione s, j| potiffimum fedato dolore. De: Ventyiculi irsbecillitate ex frigida ite npevié . 6. [ N $uellibonz cornftitucionis ; ave catelli pu; 72 perpinguisapplicatióne reeióni ventris riculo.ap . E - x £^ ; PM A culi, prima lizc fitanimadverfio ; quód cüm in »:4; ze J| tardà: coótione ex friaidà intemperie; nihil fit fomnum quod niagis coctionem adjuvet ; quàm IoBieus, (errim et riori interru ptus forinus, ánimadvertant. pá« P^" - sicrites,Jieexanquietis fit pücr, qui ex affiduo motu motu fomnum patientis. interrumpat-: majus eniminde damnum.ex impedito fomno feque- retur, quàm utilitasex blandoillo calore; quod etiam ex catellis magis verendum ; potiffimum fi patientes ex lis (int, qui et facile ex pergiícan- tur, et difficillimé in fomnumrelabantur. puliin 7. Secundo illud etiam animadvertendum applicatio. ft, Cepenumero ex hoc complexu t udcrem ex- gecaven- citari, quinifi affidué detergatur, noxam affert dus fador. magni momenti : quare vel ab eo defiftendum etit ; vcl- intermedio fübtüliffimo linteolo 1n eo períeverandum. Inm,b- $8, Suntetiamaliqui adeó in Venerem pro- iiio? pi,utexcoamplexu in fomno polluantur aut 45174- 3d Venereos congreffus conciteptur ;1n quibus omnino ab hujufmodi remedio eft abfüncdum, De. INas[ca. € Fomitu. Vomitus 9. E Tfi quàm plurima ad vomitum attinen- fugiendus, tiafuperius propofita fint ; hoc tamen, fieauez-. loco aliquá non fünt omittenda imagbl momcn- tioryfed er tj, qug in vomitu exercendo pro naufez, et vo- gente ^ *- qytüs curatione maxime funt et animadverten- far tne da,& cavenda . Brirnàm igitut fir quód Iicet jio; fc. ir adiquibus, qoibusautob ventriculi imbecil- ^. litatámsatitob afflexum aliunde humorum col-.] lieitur. materia in ventriculo »concedendus fiti] vomimis.frequentius tamen 1d non erit praftane:] dum fed femel; aut bisin menfe, ne et in ma--], lam confuetudinem deducamus;naturam » patrz] tem ww À rem imbecilliorem reddamus; et membrum co- éHoni ciborüm, et nutridionirinferviens, fentina excrementorum efficiatur. : Cüm vomitu materia: expellitur, five» p, pis fponte; five levivomitorio (numquam enim for | 4 4,4755 ti in hoc cafu utendum eft) non erit longiori tem. i4fjfgedz . pore in eo infiftendum ; cüm alioqui cupiditas cvomendi fepe perfeveret; ne. ex nixu, feu vo- mendi impetu, aut vena aliqua in pectore, aut in eulà difrumpatur . aut affluxus.novus mate- riz potiflimum biliofie concitetur, infrà igitur potius fub fi fttendun jT ' TRUM * x i. ?. (Orr Repe ità ctiam potiüs evacuatione,:& petendis, 1nterrx iat | 1C fiat, quàm unica d. nua didi 12. Quinimó prior magis protrahi poteft ;. ;,, ;; ;»/;- pofteriores autem breviores fint; licet cum ali- gadauz r1; 11lud auidebi. ut multa Vezitus is hoc autem,ut craffior repeti fex in fundo ventri- qnales efVonmitus €N pot 45$ TE^ ; m i fubfidens educ qu e po Xflitsfed nullàalie- /e4e27, ni materie ad partem attractione; 13. Si qi is on ex naufca neceffitatem vo- situs, mendi commonftrante ad vomendum promo- 44: fé» yu veatur, fed quod feid effnsere non pofle expe- /» se»fe rimento cognovetit ; ftatutum »» menfe diem., ft, non aut terminum non prafigat ; p. nunc plures, habeant nunc pauciores dies interponantur;ne 1n pra- diem $fa- vam, &inevitabilem confi etude lta dedu- I catur sut fi fl pats, et quaframur | latutum terminum aliqua datà occa- fione tranfcendat, in morbos aliquos incidat. 4, Quam 'ls autem; data hacoccafione; VO- VFontt* OQ mitu qui apftj- itu evacuandi fint, fi tamé ad vomendum ine- mei, ptfuerint, aut fi perpingues fuerint, aut angu- fto nimiüm pectore, aut fi atiàs fputo fanguinis tentati fuerint, aut fi cerebro admodum imbe- cillo, aut oculis debilibus prediti fint ; potius perinferna purgabimus. Womendà | 4$. Vtconcedendum, vomitotia, quz vehe- quádoie- mentia funt, quibus humores ex pelluntur à to- $450 vt- to Corpore,aut faltem à longinquisattrahuntur; tricalo C Tejuno ftomachoeeffe exhibéda; ita in levioribus quando 4 concedendis, quz contentos in ventriculo hu- «cds mores evacuant, ea diftinétio adhibenda eft: quód fiquis ad vomendum non ita facilis eft praftatà cibo vomitum proritare, potiffimum. ficraffi fuerint humores : fi veróad vomendum fuerit facilisynec humores multüm rebelles fint; pratftabicid jejuno ventriculo tentare ; aut levi- culo auxiliojuvare, Cras ba. 16... Quinimo, fi non folüm craffus fuerit hu- soribus more ventriculo evacuandus, fed in paucà quan $n wertri- citate, licet malus ; poft cibum erit vomitu €ji- «ul2(xi-7 ciendus ; admixtus enim cibo facilius expelle- fence ' tur,etiam qui in fundo ventriculi confiftit,quod m ^1, alioquinon ita facilé ventriculus in fefe contra- UU . hensillemelevare ; et propellere poterit. . Cavenda tamen magna ventriculi ex ci- borepletio e1, qui cibum ad vomendum affu- mit ; difficilior enim redditur vomitio, quód ventriculus (ead expellendum, quod illi mole- ftem eft, vix tantà pofità repletione contrahere pcteft. Y opitriri A09 21H $ replegtür. IS. At í11 At. ne ftatim quidem ab affrmpto cibo »,,, ;,. aut evom;endum eft; aut vomitorium fümendüs,;, ; 7, fed tantum tempcris intcrponendum, quantum sto, qua fufficere pofle conjeceris, ut humor noxio ad- 4/4 vo- mifceri poffit, agitar.i, circumvclvi, et verfusos mu» 25- ventriculi fiblevari ; id veró-fit fpacium unius. Zendii hcrz, aut ad fu rini m duarum : 1d autem fem- per intelligendum eft de vomitu ad evacuadum ciexcrementa, quz in ventriculo cconünentur ; et de levibus vcntcrlis ; quid enim in vomitu vniverfüm corpus evacuante, et in vehementi bis vomitcriis obfervandum fit, et alias dictum c(t, et ab Avicenna petendum. De Siti izymoderatA I9. T fitis.ex immoderatà caliditate; .& 55; ;,,,, ficcitate ventriculi, aüt eam COGI. 75; 2547 prafen da h umorts calidi et ficci,eqva frielde 4c frigida largo fa pé potu curatur, " aft m exfünguen- &ibezda, do, et bilemob multam aquz copi lam inecftam C quado fr bducendo ; ita maxime cbfervandum erit ; fi calida. fitis hzcinexhaufta ex falfa pitvitz adhafu pa rictibus ventriculi, vel ejufíem n fundo illius $ mo rà producat! r,frieida potum ncn fcre uti- ]em; quód cont: macem mæ?is cavfi m reddat ; et craffiorem ; eam vcró ctiam fa cile potus pr rg terfluat : przfta ibit 1e1tur tu aovà calidà ; qux maais penetrat, attenuat, divtiüfque in ventte. commoratur, pouffimtm fi quidpiam 1lli ad- mixtum fit ; quod attenuanti facultate. pra di- QD a tum 31»; tüm fit; fed et in paucà quantitate, et non excedens. De Cholera. Cholera | 20. Vamvis in hocaffe&u, et per fuperna, Jaborates et nim inferna humores excerri foleat, quédo per &impetu tali;ut freno potiüs,quàm fupe ftimulo opus fit ; quoniam tamen aliquando ir- C^ 24542 vea tiones quidem adfünt;fed promultitudine» pe vba máteria non complentur ; ideó adjutricem ma- vag4,, Dum Medicus porrigere debet : at tunc ambigi- tur, an fuprà;an infrà. Primo ieitur confidera- bimus, an naturà ad vomendum zeri fint faci- les, et an confueta fit aliquando talis evacuatio; tunccenim per eam partem adjuv; ii am nt, hac diftinétione adhibità : fi cibi corrupti talem niorbura produxerint, ftatim vomitu excerni pofle; uteuam fibiliofi humoresab hepate, aut univerfo corpore fucrint transfufi, quód biliofa per fuperiora f. aciliüs excetnantur »fin vero aut ad vomendum naturà ineptus fuerit ; aut craf- fior fuerit materia ; praftabit. abftereentibus fubducerce. Von ^ 21. Sed fi vomitoriis agendum, ea omnino ria in cbo €evitentur, qua vel aliunde attrahendo vomitu lera fint attractam expellunt. ex. levib. . Sed cüm blanda illa mu! vicem fint;aqua Fomiter te pida; hvdrelzeum, mulfa, ox vmel,quæv aria ria in c)? vatjoneid petant; quomtódo ea in ahi F0424T7 s? Sibiliofa fit; et mordax ut ctiam fyncopen inducat, aquam tepidam, vel jus pu Ili fim- riezate plex, vel hydrelzum potiüs eligemus :Si craí- maierit fior fuerit materia, et picultz admixta, pt rxeh- genda eritaut mulía, aut oxymel cum aquá : S1 trefactus cibus, omnia hec convenient . 23: Per inferna, fiopus fit, id eft;fi moveatur imperfecte, fi biliofa fuerit,à mannà cmnino abftinendum, et abftereenübus ex melle; aut faccharo ; ftatim enim 1n CO rruptelam trahun- tur,&b jilefcun t :fedfcrum lactis omnium erit oreftantiffimum remedium, aut caffre fucci por tio, quz ardorem cohibet;mordicauonem com- primit, * blandé fübducit : quód fi pituita pu- trefacta 1d excitabit, aut bilis craffa, nihil pre- iius rit melle rofato, aut folvente ex fero lactis ; aut facto cum infufione rofarum rubea- rum. 24. Vtvomitoria in aliis morbis curandisin Veste multà qu: inütate affumi debent, ut etiam mole r:aiz cho natura ad vo cé" m proritetur;itain hoc mor /e4 zen bo mincr copia fufficiet, vel Aretzo tefte: quód frat, mul- Ur icmeiovss ventriculo, et difficilior exitus /4 2/2tà humorum acrium reddatur, et major vis,& do- '^//* lor ftomacho inferatur. In repellentium, et roborantium ufi hec adíit cautio ; numquam ftatim ab initio ea 1n. ufüm duci poffe : fi enim ex copià ciborum, aut ;,,, quas humorum 1n ventriculo, et vicinis pasbine Ü- qoid quo lis morbus provenerit, non prius ea concedi pc- 5,4» i5 terunt ; quàm materia 1]la majori ex parte fit. wap d gvacuata : quod (i aliunde affluxerit, nifi vires cez4a . i4 exfolManna, (5 faccha 1? barata s f"fecta $ cbolera* Repellen - tia1n cho it4 exíolvantur, permittendum etiam erit, tit. pars illius evacuetur, ne illius impetu xepreffo ; aut febris exitialis concitetur;aut ad menibrum ali- quod princeps repat ; fed non: dierum. numero hec movenda erunt, quód morbus acutiffimus fit, et aliquando uno;aut altero diezgrosinter- imat ; fed horarum dumtaxat, ut unius quan- doque,.aut duarum horarum fpacio viderim. tantam humorum copiam evacuatam,.ur vires conciderint,.& corpus quafi confumptum, et depreffum undequaque apparuerit . De Cardialeia. Cardial-. 36, Vamvis quz adftringunt, aliquo modo gi lahe- etàm repellart, in hoc tamen morbo rátibus in in principio repellentia convenient, dri atn'dlo modoadftringentia : illa enim affluen- esvenii;, £5ad 0s ventriculi humores mordicantes, po- x2 41/1, ui ffimümin febrium principio affluentesrepel- gea, lunt,adftringentiaautem, licet id praftare pof- fint, affluxos tamen quafi retinent, atque parti impingunt: fecüs tamen evenit, fi repellens ali- quod per os affi matvr ; repellitenim deorfum, precipitatadvenienté;corrngat;adftringit.& in- durat, ut ficillimé;munità parte interná,vim af- fluenus hum: risretüdere poffit, atq; repellere. Cadia. | In vomitu promovendo in hoc morbo, gia labo- heec adfit cautio ; fiflu&tuet materia, et proinde ga"tbu5 perinterval!la invadat, neqne nc va affluat, S qnádo vo VOmitorlo, licet.blando; uti poffumus;ut a: rd aO, . aij , aquà tepida, vel folà, vel cum fyrupoace- »sitoria,ee tofo, vel oxymelite : quód fi vel ab hepate, vel 4444ode- alimmdeaffluat bilis, potiüsrevocanda erit à fu- *^*foria. perioribus, et perinferna fübducenda. 6s cin 28. In biliofis, et acribus fbducendisiis hu« "4d | ^ Cédis acr& rioribus, licet Galenus, et Trallianus aloe; five, dis Hieràutantur, ut fi qua tuniciscris ventriculi jjj, matetia adhafcrit,detergi poffit; alii autem 2,44; Rhabarbato: placet tamen magis blandioribus ;a cardial uti, maximé cüm jam leniora commodiffimas gia,lenio- noftrozvo inventa fint; fic decoctum tamariri- néss utes dcorum, fyrupus rofatus fol. caffia, vel ex prunis 4&7. paratum medicamentum, aut etiam addito fero lactis, ræi1s convenient. 29. Placet tamen magis bolovti,quàm [liqui- S424ucess do medicamento ; quod diutiüs in ventre mo- f'^ &ilie- ram trahens, non folüm commodiüs fübducet /^: ^»mo- tales humores;fed fimul contemperabit illorum "777 cer" acrimonlam ; 1n quo genere et caffiam, et pul- iss pam tamarindorum, fi premum [locum obtine- 77^ 747 rc cenicrem . MT IDE E niant, c 30. Qnodfft1à pitvità fiatacidà, quod rariffi-,, qua for me accidit, euamfi ufis Hiere à me commende- 52. tir, quód humceres ilosattenuet., et fimul füb-: Here pre d'cat;cuoniam tamen et tardiffima eft in aCtio- eardialgia ric,&frpéà materie vifciditate evicta etiam. 7"'/cesdiz imiæis retordatur, unde fiepé fymptoma adau- fter al getür, optimum effe cenfeo, illi aliquod medi- 1*4 *»c- camen'rum admifcere, quod vim illius acuar, et *'c4"»tr7 quamprimüm medicamentum cum infeftanti- * bus bumoribus deor(um ducat. O 4 Ds $15 C0?7)U€i16. . De. INaufeas. Innaufea 31- V1tos video in naufeà orani ftatim aut quado bn evacuantibus per vomitum ; aut per mores vc- leceffum uti; felici aliquando fuccetlu ; aliquan- mt^; € doinfelii: quod ut evitemus ; obfervandum. 2:449 P** erit, an inanis omnino fit naufeay an cum aliquo ftf" vomitu: fi inanis; conjectandum,an aut infarcti Anu tunicis fint humores, aut admodum adhate- a wnbs Ícant; tunc enim omntiio preftabicillos attenua- praparas- 1€» abftergere, et incidere ; ut preparau poflint A. educi facilius : quod fi 1n capacitate ventriculi contineantur, et fymptoma maxime urgeat, ftatim aut vomitu educend? ; adjuto motu, fi ad vomitum faciles finc;aut per feceffum erunt ab- fterzentibus evacuandi . De Hepatis intemperaturis . 32. Y IN calidà hepatis intemperie;neque fem- per ab initio medicamento purgante » jupe, Univerfum corpus, et jecur expurgandum eft, quando Quod doctiffimi quidam viri, ex Archigene, et purcadzg, Galeno 8.de compof. med. [ecundum loc. ad finem, €^ quádo colligunt ; neque femper ab hac abftinendum.;, nen. rictüs folà ratione, &alterantibus ad frigidum contentis, quod ex Tralliano; et Avicenna alii cenfent ; fed diftinctione utendum : fi ex proca- tarticà aliquà causa fubito talis intemperies in- troducta fit in corpore alioqui fano,detracto fan guine vena fedtà, et refrigerandi totius ; ache- patis Hep tis £n cAlida Il trahat, neve calor, e s patis causa, et revellendi ejufdem à parte labo- rante,ftatim ad alterantia veniendum erit:quod fi corpus bile prius refertum fuerit, et paulaum intemperies fit introducta, altiu(q; radices ege- rit, et quafi habitum contr axerit, non. folum. fanguinis miffione erit utendum, fed medica- mento aliquo blando calidi humores jaminde» 'niti erunt | pus exp urgandi, mox reírigeran- bu s erit æendn m. . Neq; vero in ho c cafu fueie nd lus eft ufus Ain ccun i fero, aut (vrupi rofati Í olutivi; guod docti fimo Matt; uie vifu m ef (tob eam ratione quod cüm dulcia fint, periculum fitjne bilefcát: valet enim argumentum in 1is, quz alte 'rando diugcüs in corpore moram turahu nt,non autcm magis evincunt qu: àm ibdt icendo potiüs refri« 1n fubductoriis, qua c evincantur, et bilem fi gerant. ;4. R habarbarum potius m ihi fufpectum eft 1n hOoC Cà cium enim tardius o |peretu ir,19ne€as autem multas x artes habeat, quibus penitiores partes í facilé adire potef s et ] jecur 1 maois excale- facere poterit; ut ex lotio, quod ftaimab: Tum / pto me lican entof flavitiem affumit, e ru ffum. / confp ICItUF, quii bet cognofcere po Jte ít. 3f. In externis ap] licandis ea adf it cau tO refrigcrantia, et adítr in |gc ntia fint modera tai tum actu, tum potci hv m conha fu: 'tla,ne vifcus fcirrl 1 port CS,q 1inde cx halà ES I rerinceantur,ne etiam clau datur via fangu inl,aut LI denique putredini detur occafio, De 2L7 Hepatitis i/i 2016277 perie £ali- ^a man- na uon [wu fpectum . Hepati; 12 Intem- berie cali- da Rbhba- baybari£ f (fpe 7471 L4, Hepatis r1 E intéperie calida ve- rigeratia ett adffris Renta tm peu:? fnfecil. De frigida Hepatis intemperie . In bepetis 36. | IN calidis et ficcis externis applicándis |; intempe- ea fitanimadverfio; ne nimitininiisex- | | "ie frigi- cedant: fitenim (lepenumeró,ut humidioribus 1» da, calda pattibus abfumptis;aut e&ficcátis;fcirrhi in pàr- jen C^ fà "té cohcitentur. f4/pacta . De Hepatis obflruttioge . Hepatis 37.| N topicisinufüm ducendis, piimó hzc jk sn obitru- adfit cautio; ne attenuántibus umquam, éHone 4t- vitamur, nifi longo intervallo poft cibum affum- tenuantia ptum, ut non modó in ventriéulo cibis in chy- eie Iummutatus fit, fed in hepate'etiam jam mitita- dgio donem in fangninem nactus fit. Quapropter |; RA. cümà ceenáad prandium multó majustempo- |i f rs 1ntervallum intercurrat, quàm à prandioad coenam,commodifTimium tempus judicamus c(& fe, fi fiat perhoramante prandium. Linimbiis .. 29 Animadvertemus pratereà,antequamo |... f (us cali- linymenus,aut inunctionibus niramur, femper [s di ai fp;m V1ÍCus effe fovendum decoctis attenuantibus, et [i gia pra- difcutientibus cum fpongià, ut et inunctiones ittedi. altius penetrare poffint, et materia ab actuali »l» et potentiali calore attennatà, aut per fe diffipa- . |... xi poffit; aut medicamentis c corpore duci. RIIANII |.emone nó priàs applicanda erunt, quàm fectio- | ne venz evacuatum fit corpus, et pars materiz ^. I revulía: fi enim fecus fiat,vel fi ob abundantiam e E uo WA e 4 s *. cf ^ 5s Me - - A0. deu SCORE M. - o. ERE UUS De Hepatts inflammatione . 39.Y cet repercetientia extrinfecüs appofita. Hepate iz medicamenta in inflammationum prin //4mmmste cipio adhiberifoleant,in hepatis tamen phle- repelletta "m prine p:o. ante fe élioné ve- n4 non có ; "Y^ (o, EJ 3 *» F^ T* * e » ; ^ ' *p)o l 2, 1* | repellere non poterunt, rebellis magis reddetur 1, . K ÁO Ó N e | timor, et contumax, craffior reddetvr materia, et duritie coptractà fcirrham excitabit, vel re- pulía ad cor, et fpiritalia membra impetu rues, mortem ftatiminducet. 40. Laborante concavà hepatis parte, licet p,;;f'ag; faciliüs fit, medicamento purgante materiamo ;arne evacuare ;id tamen crudà exiítente materià, et bepauisip in rrinciplo fieri non debet, fed ccncoQà, &in «ezva par- decUinaticne. Qvamvisautem 1n phrenitide, !* megan aliquando ab initio, ad revellendum, evacv2n- dum, [cd d: m fit medicamento pureante ; ficut docet in, "* d.cina plevritide, defcendente ad hypochondraa dclo- «oi re, Hiep. 2.4cut. quia, ut aliàs docuimus, non-dum cruda eft materia, fanguis nempe bibofus ; in hepatis tamen inflammatione nullo modo 1d,, infini pre ftandum eft : quód, cüm pars 1!la labotec;,, sone humores, auià venis undequaque evomunt"r 55,5; i adjecur,etiamfi aliquà ex parte evacuentur ; p«»cipio per partem tamen laborantem feruntur ad ven- sos. 2a» triculum, sícaue et 1» becilliorem reddunt, et 454a. reduviz craffiores remanent; magifque impinguntur. 2 AI. | T e Hefatts gibba in- fidsaata, ante dta- retica le- - ninda al UMS. In be 11:$ HZ fla ?2 2 311076 4 yebellentt Dus, itüprilcifi0 niteda . Hepnte tn femato, aciü f !?i da fic fd 7 d 4 la 9 Quz in gibbà hepatis parte fit inflam- matio, et quz ad eam partem affluxa eft mate- ria, licet per lotium commodiüs expurgari,com muniomnium doctorum fententià poffe confti- tutum fit, antequàm tamen diuretica hec in. ufüm ducamus, optimum cenfemtus, leniente» aliquo medicamento, aut etiam abftergente», materias in primis vHs contentas evacuare, ne» ufi ducentium per urinam, quz in primà illà corporis regione continentur,ad penitiora de- ducta, inflammationem adaugeant. 42. Licet autem in principio inflammatio- pum aliarum partium fimplicia repellentia in ufum venire debeant, in hujus tamen vifceris phlegemonealiqua etiam attenuantia calidaad- miíceri poffunt, et debent, non eam folüm ob 220 7» caufam, quód frigida, et adíftringentia ad penitlOres partes facilis devehant;fed etiam;quód, cüm vifcus illud undequaque angufti iffimis ve- nis fit refertum, et illius fübftantia ex iilis: fere folis fit comp ffitasut proinde parenchyma optimé dicatur, fi frigida fola, et adftringentia aut exhiberentur, autapplicarentur, facillime ad- ftrictis venulis, et craffatà materià; fcirrhus in, parte concitaretur ; aut fane tumor per fe incu- rabilis fieret. 43. Vt proinde etiam hzc eadem hepati non valde frigida actu applicari debeant, ob eafdem caufas; tum eti: ime ne naturalis facultas noxam aliquam contrahat ; nativo calore quafi exítincto. 44. 9i j| I: aon: 44. Si tamen nulla adhuc affluxerit mate- zropatein Iia, fed affluxus certó impendceat ; ut in cafü » fz mdi I étu, aut externa aliqu: à Causa, pura repell entia, f1se ate etiam cum aliquà adfirictione,concedi po terüt. riasvepellé 4 $- Quinimo, i in ervfipelate vero eadem pu- !/2/ela c9 ilta conceci poffunt ; cüm :& materia fit renuifhi- (€ 15 efipe aMnpa, calidiffima, ut periculum non fit ; ne ni- eri 1 epa amis craflefcat, &-obftruat venulas . tis, vegellé » Vnde etiam frieida actu repellenua C3.» v fola ci Aapplicari regioni hepatis poterunt j CUm cns eoninnt. Irenfiffima fit ibi caliditas ; qua ctiam medica- /5 er yfipe- Amenti mntenfionem refringere facilé poterit. In. /a:e zepa- IQuo edam cafu pau» dllum aceti indendum crit, ris, frigi- Jr frigidiffimi medicamenti penetratioadjuvas 44 2s Ar? px flit. abplican- 47. Et quemadmodum ratione partis ab jni- B | bebati |, Ho dictum eft;non puis repel Hane. ieudu B. t "T" PA E: infamma (Ie, fed attenuantia aliqua effeadmifcenda ; 1ta | à [102€ 5 17 lin declinauone non pu risrefolv im us utédv I sch æcoiimatio docuit Galenus 15.4e:5. fed nonaihil adftrin- ne puris re Ipentium admifcendumeerit ; ne laxatà nimiümo | (juez j. parte, tonus illius deftruatur. bus non utedum . De Hyárope. 149. Varmwis illud et veriffimumfit;& Gaost bydro- leni auctoritate confirmatum, /:7b. " ferofr H0 $5 TUR que tao pur. CAYC oportet ic- Mast lrofos humoresab1 initio p! Iro ari pc offe, quód. nul 44 ize ; illain eis exfpectari debeat coctio, quód nullam purgarz cionem admittant ; cavendum tamen erit ; 5o, validis fed à levie ribus tn- ehogdum. Poft bydra g^:^ vale 1:a ventri ciilus vobo YADUÁLS . 1n Iydre- picis «tte- nudis tenda s nt butic- yes p wies mua du- "T poffint . In bydvopt DEG m ear1té xWAII2HÍ dia no 1i- ff LCLPDP Iní y iret ín düweti cis nà diu 57 fallenLVDb. SEPT.ALII MEDIOF. cOgIS ftatim ab initiojfed ]evao 222 validis uti hydræ rialiquo med icamento erunt prima excremen- ' ta educenda ; et fic vie ad-validiores evacuatio- nes prxparabuntur. 49. In valenticrum hydragogcrum ufü fem- per maxima ventriculi: ábenda eft ratio : cm., cnim majori ex parte tonum illius I5befactent ; fi frequentiüs, u ità multis foclet;jexhibeantvr;nisíque abillorim exhibitione ventriculi habea- türratio, imminvtà aqvá flates cilicrem, fi Averrci credimus, zerum noftri m» inducemus. jo. Vt veriffimum eft, ferofos hos et aqueos humores nvllà coéticne effe preparandos ; )ta» cüm pctiffimüm perl-tiumfint evacüandi; via, per quas permeare debeznt, infar&u funt hbe- randa: in quem ufim et decocta, &fvrupia atte- nuantes, et abfteroentes, et incidentes maximé converient,ut cráfficres,& limcfi humores vias cbfttventes, et effluxumvrinz ad renes, et ve- ficam impedientes pra parentur, ac facile educi poffin at, $r. Nectamenin horum ufu diutiüs infiften dum eft, ne dum 1d tentamus, morbificam cau- famadauecamus. $2. Hocautem maximé in vfu vrinam proe [Hi mmcventium eft animadvertendvm, et cavendü: vidimus enim quàm plurimos, dvm obftinaté nimis per lotium humores hos fercft s deducere: 1! ec obfervarent,an co-- 1t potionibus 11$ tentatent; pia augebitur, et in^ deteric remfpeciem hydrcgi is, et curatu ciffi- la urinz augeretur, mortem a grc tis fuis acce- Ica petu [entà il!à materi in corpore reten- IEà, et in morbificam caufam mutatà. $3. Praftat igitur per tres, quatuorve dies, lipericulum facere, et potionibus rem hanc tam- iquam aptioribus aggredi : quód fi pro voto hzc inon füccedant, aridis res erit tranfigenda, fuccis Iconcreus, pulvifculis louum premoventibus ; Itrochifcis, et fimilibus. $4. Rhabarbarum, quod in hydrope labo- Prantibus 2 à mune. commendari video ; ut for- . [té aliis pro roborando hepate acmixtum ccnce- lili poteft; ita fi frequentiusin ufum ducatur,aut licommanfum, aut in pulveris formam affü m- | ptum, ad evacuandum numquam probarià me pee quód talia a aprum non fit evacuare, qua- lia opus effet,quoc ique docuerit Gal.Zb.de purg. I ozcd. f acul.eap. 2. quz flavam, vel nigram bilem purgant, Amportuna efTe, et inutilia hydropicis. $5. NNon omittenda eft Galeni animadverfio lex Afclepiade, 9. de compo[. sed. Jeeundum loc. et ; M à Tralliano repetita ; cavendum effe à frequen- f uoribus, et iteratis vacu: auonibus;qu iod hydra- j.o02a hac per fenoceanrz he pati corpi üfque uni- ver(um reddant debilius, et plus phan quam. profint: itaque faris eft; ceftante A lex./ib.9.cap. l| 2. paulatim, et tutó vacuare, quam fe finando, perturbandoque,unà cum morbo agrum de» medio tollere : praftabit gitur, ev acuatà parte materie per feceffum, hepar per aliquot dies ro- borare, moxque yacuationcem repetere. 16. QuamM aum, £5 quando. Potulenta i» bydrope Ex ep? fafüecin. Rbabarba ri Lbydro- picis inuts TH Hydropi- cis rebett- ta fapiss bydrago-- gAnexia« vefeckHa ^ $6. Quamvis duos hydtope laborantes fana- pydlropicis à viderim ; quom in cruribus perfe excitatis, eribus et difrupus;& multà aquà ons eam partem eva- ephlicat^," caatà, exhibitis pofteà multis hepar roboranti- pericula-. us; nullos tamen umquam fpacio h oc quadra-- e cinta annorum,quo in magnà hac urbe medici- ' 'nam facio ; curatos vidi, quibusà Medico vefi- cantia cruribus admota fuéte, fed fere femper cangtznz fubfecutz funt cura itu impoffibiles; ;ut paümée etiam doctiffimus Maffaria longà expe- rientlà obfervavit. e De Lenis obftruélione s C darstie. $7.3 N fplenisobftru&tione non ftatim refol- Veleibis s,quin ne quidemattenuanabus 'alidis medicamentis cftasen dum :cüm enim anenuan Vicus hoc femper fesculenus, et craffis fuccis sibusagé- refertum fit, gi ulum impendet; ne fubtilio- dum . ribus,& liquidioribus parabus abífumptis,craf- fiores, quz remanent, per ea quafi lapidefcant; et verumfcirrhum inducant. Splene ob- (8. Prineipio tetar emollientia adhibenda» Jffructo c (ui t; et fluxilem materiam reddentia ; poft au- duroymil- tem difcutientia tuto adhibere poterimus. dendi Uu. $9. Sed cautione hicopus eft, nó effe utrum- 220, post . vefolven- gum, Splene ob- Firuclo,no validis :ue hocofficium femel tantüm prxftandum;tedij repetitis vicibus;,punc emolliendum;nunc quod emolliítum eft et fufim aifcuti tiendum ; itertimi-J que quod jam emollito fübeft;iteruin emolhen-4. dum; mox ;élbtvendii S digas tota molers$ ditfipetur . . Nec z5j 6o. Nec placet, quod plerifque ufiratum fci- 17 l'en nus, m initio emollientibus attenuantia admi- ticis 9 l| fcere, ut illa incommoda evitemus : cüm eim lentius. eodem tempore ducrum illorum operationes ^" "5^7 | perfici nequeant, fed attenuantium,& difcu üen | rium ;ob caloris efficaciam, actio multó citiüs ll abfolvatur zinillud femper incommodum inci- | demus, quód difcuflis fubtilioribus part ibus, | qua fuperfunt ficciores evadent;ac difficilius fu- perari poterunt. 6&1. Nullo modo Hier. Mercurialis fententia 5?/enicis in obftructionis lienis curatione ; /b. 3. de cogn. '^Xàtións | C c ramdigibuma n corporis aff eciibus, cap. 21. re- aliqua ad | E: ienda eft, càm in lienis affectibus curandis, ^44 imu am neceffarium effe cenfuit, ut medica- "^*^: I"menus laxantibus commifceantur adítringen- | tia, ob eam rationem, quód, cüm viícus illud admodum fit 12no bile ;fuà naturà debet effe la- xum, et latum, ut facile recipere pr fiit humo- I res melancholicos ; cüm fententia hzcé directo | repugnet 13. Z44eth. cap. 17. fed maximé 2. ad E ec. cap. $.& ratio id docet :cüm enim vifcus | fit non parvi momenti,multum refert,nimiüm- ne fit laxatum; fic enim illius tono perfracto,fa- cultatibüfque- naturalibus i edditis 1mbecilli- bus, minüs recte fanguinem defecare po terit,& | hiepa r, corpüfque univer(um expuroare: minus | tam en, quàm in hepate curando hac in re eri- ] mus folliciti, et in minori copià emollientibus ] Bicuingenna admifcebimus. 62. Fruftraobíftructum,;aut duritie tentatum Lies vix p lienem tuno O56 feenda « fe lot: poet PÜeyieióin € fr ncifio TU gon Put- yofos Las 6 J quB s et 4 ob J 11] g'4paran- 20 di r orediuntur ; cium enim mdflns ab hoc vifcere adl vias urina fit tranfitus, Galeno etiam tefte, 15.. Meth. 17.1d fruftra tentare cenfendum cft, in. quo Medicum fruftran fine contingit:per fecef-. fumieitur ea materia ducenda etu Quód fi quan: do aliqui per lotium copiofum curati vifi funt, ut de Bicne fcriptum eft j 2. Sec? 2. Epid. id vell; et per vias occultas factum]; recenfet Hippocrates ;velf ane aliis adhibitis re--|, tamquam rarum; mediis emollie ntibüs X diffipantibus, et per alvum fübducentibus,cüm multa feeculenta. per venas pbi. materia, qua foveri;ant re- novari tumor ille poterat ; per urinas ei fubdu- ét, pra quod imitari Medicus poterit ; ubi nigras craffas, foeculentáíve urinas adetfe COgnOverit : P Jienem curare conantur ii ; qui. diureticisidag-. expurcay i in? rfervatio potius, quàm curatio facta eft::| autt]. diureticis enim tutó tuncuti poterit, adantece-.| &4cntem materiam per eam partem vacuandam..] De lero. Icet Galenus nofter, Jib. OQ; 40$, C2 quando ; purgare eportet, doc uerit ; lenues, et feo j* initio efle évact icteritia biliofi fucci funt ftatim evacuandi ; neiw que enim f: mper ten ucs funt «neque ferofi dicii] poffunt: preparandi igitur ante evacuationem jl et,fi putrefacti, omnino concoquendi ; vel exd K "I d. s ^ d - ! fh fent Ruffi fen -- Ww "2 wi 6 A. Á t :s humores,nullà exfpectatà ccctione, abii 'andos,non proptercà tamen nah Med imperfecto, un lequaque bile difpet: ieve- inert. &4. At veró cüm bilis quàm minima copi: à» e. ida A clerici vA int nalliad inteftina crahifmifs ; ex obítructio- ;, d n F II. 2257 1 [2 "P2: * S x Leltis ned ntiori- Ine veficz fellee;torpida remaneat expultrix fa-. ;, 4j. cultas int eftinort um, va le ntioribus femper mnc- Cc£ADRERTS ldicamentis erit utendum . ond. 6*. Cavenda tamen. valentrora hec medica- C) a5 dà limenta erunt, fi aut ex hepatis inflammatione» wvalentiec1 Íymptorma hoc fuperven« rit, aut motu c ririco, fa furgan De Colicis doloribus . ^ i :, 3 1 anodvnorum in hoc morbo: lud 1s ecolieis P W ha i primóanimadvc denied Bi iritio, fl dulorzbug in ufüm ducantur,antequam evacuata lit mæ- initio teria, non effeadimifcenda valentet difcutientia valere? flatus; ut rutaceum oleurb, autolea quibus ru- [citieita » ta, baccz lauri, et fimilia incoctafint,etiamex ^^: Galeni oracepto 12. 74M erb.8:cüm enim ob co- plam mate riz affidué flatus eenerentur;non va- lentia illos difcutere, fap édok res augent, G7. Erranzimultó magis ; qui 1180 leis vinum E aut fapam (tatim ab REPRE dmifcent; vfteribus infvpdunt: cruciatus ab n fiepe aup» colicis clyfteves ab initio cum vinos eentur, excalefactis, attenuatis nimiüm rai 3 fabA3 T Ó ot. ZEE . á vUeyí j"pyp" fis et frieidis humoribus ; et in halitus ele- 55i. vatis. d. I" ^^?" 1 diss A143 529 )' 6o. t quemaa modum catlidaiozà hact oten- colicis €8 tia,frive itf 351 five extra,!n prit pi lo non la uda- /ida va4l- mus ;itaáctu etiam nimis calida concedendas 4» 44^ s cí C eocamiFt ; tpalá » Pa 69. Anime Chfte 69. Ánimadvertendum euam ; ne clyfteres colicis ge 4ndantur, repleto adhuc yentriculo: fic enim ci- indantay, Dus attraheretur apte ten pus,magi(que impin- repleto ve gerentur crudi humores in intefünis, augeren- triculo. tur dolores, et cvratio redderetvr difficilior . Stubéía- 70. Stu pefacientia quamvis in omni dolore ttezt/27? colico convenire poffint ; frequentiüs tamen in col'icis 9- nm duci poffunt,ubi materia morbum faciens Prom^.po- c lidior fit,& acris : non folüm enim fic fenfim pol O btundim us,fed etiam caufz morbum facientis ris e,Lj. au onem habemus... | dis. 71. S1quando tamen iis utendum eft;eó ufq; Opiata i; ion funt differenda,donec vires vitales jam col- eolicis, vi labafcant ; egérque non longe abfitab interitu : rió4s va- folet enim fzeepenumeró fine dolore dormiendo denriéus . yita terminari . Colicis ip | 72. Incolico dolore ex pituità, fi quis recen- dolor;5j; tàorum dogmata fecutus lenientibus folis;aut ad furgani- fummum ftercorariis admixtis aloe, aut. Hierá éus in ini Galeni ccntentus, à purcantibos veris abftinuc- fio utez- rit tandem honoris jacturà factà;aut eeros mo- dum. ricum maximis cruciatibus finet,aut alterius Medici acceffione, qui cum Grecis omnibus, et Mauritanis, validiori medicamento pureante, et abftergente propinato,materiam ab inteftinis deturbabit, ac eà ratione dolores aut imminuet, aut tollet, exiftimationis non parvam jacturam faciet: non valente enim leniente medicamento vifcidam, et craffam pituitam deturbare, et Hieràob tarditatem actionis diutiüs in intefti- inis commorante, et fepiffimé non valente per- cranZ ^ ES wg. JERDL Q4 T: 2e C RE--- 0 0 M ANIM-ADVERS. LIB. FII. 229 canfire, fed materiz illi craffe adharente, ele7 vatis flatibus, validiffimi dolores excitantur ; et augentur. Qr'are preftaret u rgenti dolori quam- primum r eductà materià fuüccurrere ; et 118 uti; qua cum attenuantibus mixta citó materiam» fubducere pcffent. Neg; impedit, utad locum aftc 'ctum materiam deducanius: nam neque ve- 1e locus affectus ita lafos eft ; ut hunc Serien non adizittat, cnód ad hoc à naturá fint inftitu- ta inteítina ; et (i qua materia ad eas partes du- citur, fimi le tiam cum præxiftente evacuaturj fi affecta cflet pars, fi inf! ammatlorne ten Haste] tinc maximé peecaremus, fi talem 1n eo caíu evacuaticnem procuraremus. Neque cruda» hac materia dicenda eft cà cruditate;que ab 1n1- tio, pracepto Hippocratis; evacuari non debet; de cà enim ca fententia intellieenda eft ; qua ex pt tredine fadià, Coéctlo nem requirit; qua putri- dis debetur hi moribus, quales fu nt humocresin febribus putrefcentes.. Hxc extra venas eft; 1n locisad evæuationcm inftitutis fine eenereillo putiredinis, ita ut folis attenuantibus aliquibus ; et abftergenübus, tam peros fumptis,quam 1n fufis, preparariad evacuationem pofhit ; quin- imo infu fis per clvífmata Pa U. atà vià,& attenuan übus mediocribus difpofità materiá, fi ctia pureantibusattenuantia admifcuerimus,; X eft Hiera, intceré omnibus fatisfacere. poteri- mus ; fic enim fvbdv cà materià, et diícuffis, quin et expulfis flatibus; aut dolores folventur ; 4 alt certe maitiores fient, Dp j 71, Olei i;0 V/ussli,- 73. Olei velexamyedalis, velex femine lini ij: in colicis wis, ubi multaadfuerit materia craffa ;inuulis;] i 205 €v4- C^penumceró effe folet,reünetur enimaliquan- | í Bus ss do; et vifcidiorem materia reddit : et licet tam--| teria, i,, quàm anodynum quandoque mitiores reddat] i: il. olores, quoniam tamen materiam peccantem /] ii fubducere non valet ; folent non curari dolores ; |ui Íed fepe denu ó infurgere. Oleum in. 74. Apertàig itur vià, et fübductà parte mæ] ui cici; lerie,autenematibus ; aut medicamentis pure «du ou^»do gantibus, fradhuc urgeant dolores ; preftandf--[n optimum fimum effe folet prafidium. préftdib. ^5. Sedíi vereamursautob craffitiem mate-.| rdg riz; aut ob ejufdem quantitatem, ne poffit prz- ddodacs terfluere, admifieadunilli etit nonnihilabíter- abfise, 8 gentium,ut meliis rofati folutivi;aut etiam pur- | tibus, ay; gatum, ut diaphenici l;ve cl electuarit Elefcoph,,| purganti- diffolutoru mcum aqua aut glandium Perfico- | y; éus . rum;autaniforum; aut fimilium . Ín colis |. 76. Quod fia à flatibus.dolores provenerint, à flatuyo- fine mulià copià materiz, nihil eft quod magis ha data exufit effe foleat eodem oleo;etiam ab ii nitioauc | etiam. ab per fe fumpto aut ; quod: melius cííe facpius ex- Jue sr ^- pertus fum, cum pradicus. | EI Seem 77. In ufu vomitoriorum cauti fint maxime: [i A a fi enim ventticulus, et fuperna parces inteftünoe | £olica. s. Tum replete nimium fuerint, ex ufü maxime li fvs, c» 4. €rünt, ut medicamentis ad dejiciendum ingefts: [i éufus... locus detur pertranfeundi: quód fi totus dolor; eiüfquecaufa infernas partes obfideat, non fo- lum fruftra tentatur vomitus, fed aliquando fit. | cum ANILMADVERS. LIB. cum zerotantium certà pernicie;vo Ivulofi enim fipe fiunt; ac cum certo mortis periculo, etiam ftercora per eam partem evomunt . 78. In cucurbitule magne appofitione regio- ni umbilici ea adhibenda cft cautio, ut ea ex illis fit; quz funt in medio perforate: fit enim fzepe- numeró, ut cüm pars fub]ecta mollis fit ac pan- eguis,multa illius rcoles inuró trahatur, qna fub- tractionem-cucurbitulz impedire folet : unde» vel diutiüs retenta 1n fp! acclum fübjectam par- tem deducit, aut fi frangatur, ut hocincommo- dum eviremus, aliquando ex vitrorum fra- ementis cutis vulneratur. 79. Cüm pluribus, potiffimum mollibus, et perpinguibus, hx: antes fere fintumbilici, et ex vi füperpofitz cum igne cucurbitule pinguedi- dosis a portio aliquando trahatur per eati partem, confalo;crifici o1lliut prius fü perponàt parvüm ceratum, puta,ex cerufsà coctà ut tale incommodum evitent - Vrincolicis doloribus ex flatu anodyna ftatim et interna, et externa concedenda funt; ut cruciatus illi mitieentur ; matcria; unde elevantur, fitevacuata; ita ea fu- gienda effe cenfeo cum Gal. 12.7 eth. qua infi- gniter calefaciendo difcut ere quàm maxime va- lent: attenuata enim fnateria. majorem Jocum. occupans inteftina magis diftendit, ac flaubus 1dauctis dolores auget. Cucurbitula etiam in iis dolor'bus ex flaVII 3t eadamfi nondutn : Cucurbi- tale ma- £v4 inco lzcis appls cand& cati £10 e V mlilic? mnunter- dus in ap- plicatione cucurbi(Ux 4. Colicis ex f'atu Ta- lenter di- fcutienits An6XlA « Celieis ex tibus, ubi urgeat fyroptoma, uti poffumus ; fed. f/4tu /a£o FP cctTante vàtes 441 Ce(lante dolore, vel mitiore reddito ; materias; eucirbituunde elevantur, fübducenda eft;alioqui redeüt, le ufam ut optimé docuit Gal. 12. Adethb. cap.8.Si tamen P^44:- non adcó urgeat dolor, utomnem ad. fe trahat indicationem curativam, preíftabit evacuatio- nem pramittere,prafertim fi multa fübíit mate- ria; aut adhuc novaaffluat, ex 13. Z4eib. 19. 92. Contingit aliquando, ut colici dolores adeó vehementes fint, ut omnem Medicorum 444 qu, Operam eludant, 4C quocumque auxilio adhi- doque tet bito potitis augeantur, in quo cafu ad contraria dum. €tittranfeundum:Cüm enim colici dolores ma- jori ex parte à materià frigidà fiant, aut à flati- bus diftendentibus; fit aliquando, utaut ratione dolorum, aut vi igiliarum, aut maroris, ob con- tamaciam aut incalefcant nimium inteftina, accedentibus etiam calidis, et intrà,& forisappo- fitis remediis aut phlogofi quadam tententur, autetiam verà inflammatione incipiant affici, aut multa præxiftens bilis ibidem transfunda- tur; unde ad conrraria erit cranfeundum ; et in- figniter refrigerandum. Quod mihi anno prz- teritoc ont191t, primo in nobili Hifpano, peci- uum duce egregio ; poft in N. à fecretis Iluftrif- fimi, et Excellentiffimi Marchionis Caravagil, qui cüm colicis doloribus per aliquot d lies fuif- fent acerrime conflictati, et jamjam mors efset pre foribus;nulli Jp /^ eget arteriarum pul- fus; fudores adefsent refolutorii, nulla denique ampliüs fuperefset fpes falutis, ne quidem apud Medicos cua prettantiffimos: accerfitus et ego, cum Golicis im delorióny frigida a«x - A "use c EET 1. cim fitim inexftinzuibilem,linguz fcabriciem, nierorem, ac.duriciem, pertactis autem hypo- chondriis, et ventre inferiori, calorem in parti- bus illis eftuantem adetl c obfervàffem, Hifpano aquam multam nive et: um refrigeratam biben- dàm exhibui, cüm naturà abftemius efset, et multz aqua potator egregius ; in íomnum pro- lapfus eft, et quatuor horan m fpatio cüm dor- miviíset, dolore quodam. inferioris véntris, à primo maximé, ut ipfe referebat, diverfo exci- tatus à fomno, miram bilis flav copiam evacua vit, et à doloribus liber evafit. Vndejcollegi; Me dicos, qui illius curationem f fufce, "erant $ 1n Causa nx rbi illius longe deceptos bá e cum. calidis remedus curationem inftituifsent, à fr1- gidà materià factum morbum judicantes . Alte- rumautem, cüm jam agentem animam invenif- fem, non alià ratione ftatim curavi, quàm lineo i|ds plicis in quadrati formam com- to, hine immetfío ; ac mirantibus aftanti- bus quid facerem, ventri füperpofito.cumque» ut dormiret injunxifsem, dnt itiüíq; edam fom4 poopp refsus fine motu cum conquacte CICLU, VCrentes affines, et uxor,ne jam fatis ceffifset,cum experge f ecif: ent, indign: inuitus s, quód tànto bonoe eum privà sen t, quafi € lecto exiliit; à do- Lubin cmnino ibis : 85. Si1ex Miiaienon inteftüni dolorem. fieri conueerit, caveat Medicus, ne ullo qvan- tumvis levi medicam nento fubdi jcente utatur,ne attractisad parteminfiammatam ab illzefis par1 i9 ee si I2 celíci (x inflar H ?97»at105H£ [^ purgatto )* yv TEIZETTS tibus; calidis;aut pravis humoribus;aut inflam-, matio augeatur;aut impedito tranfitu,in volvu- lum de(inat. Caffia dn | 94. Caflie tamen folius ufum aliquando non eoiicis ex refpuerem in tali cafu;quód miti illo,blando,& sfiam- humidocalore lie pé i inflammationem fe det, do- 745"* lorem ]eniat ; et fuppurationem tumoris ad- 1075. juvet ; Seu d 95$. Quamvis venz fectioex brachio in coli- Coco 9? 6o dolore x inflammatione, decreto Gal. 12. dolore ft- da bina AMetbh. zzed. commendetur : sf tamen eó ufque » 514],,. P'orbus pervenerit, ut urinim fü pprimat, fecta liquagdo Vena intalo maxime conferet; aut poft priorem coofep:, Mlamy,fimultaadfuerit plenitudo, aut etiam fi talis non adfuerit, fi ex talo loto fanguis primo mittatur,non erit preterrationem, d expteri- menta. De lvi fluere [ N alvi profiuvioillud ma: ximé cavédum, epus ne,dum virium maxime habere ratio- gui L nem voluerimus, confi et jurt- bis pinguibus laxitatem ventriculi, et intefti- norum nimiam neenon: ius ; alvique fluorem jn Iecamus. I» SN 97. Sunt fepenumeró noftrates Medici in., rf.io frigido potu concedendo reftricti, ut rralint ^ gidaus cum manifefto detrimento tepente aqu àfluxü, potus [epe laxitate introductà, alvi augere, eo confilio, convent. quod frigidum nature inimicum cenfeát, quàm Juíto jufto teri defiderio faüsfacere, quod tamen na- tura eti. am bene operant e fit; ut et adítrictioni Bt fni dumm (atisfiat. $8. Inflammatione tamen verá tentatis inte- ftu nis, frigide potus vitandus eft. 69. C Cavendum in diartheeà, quod plerifque video confuetum, ne femp er aut in plerifque» ftatim abft erforium aliquo d exhibeant; ut mel; aut fyrupum rofatum aut fimplicem, aut folu- tivum cum fero lactis, aut mannà;cüm enim ali- quando bene Opcrante n. atura id. fiat,non erit aut irritanda, aut promovenda, fed totum ne- 9otium natutz erit relinquendum: fin veró ma- là qualitate icritata etiamid natura przftiterit; non etiam erit adjuvanda, ne calcaribus natuta current addius, pt Izecipites in mortem agros igamus : 1peCctatores1g1tur p« nus hu jus tnotüis nature aliquandiu erimus, et morbi morbifice- quecaufe potiílimum rationem ha bebimus, Quod fi naturam hifCere, aut fuccumbete vide- rimus,neque materiam poffe pfo rauone eva- cuare,irritari tamen pattes; fzprüfque ad excre- üuoncm fere inaniter provocari ; tentiginem Hn ano; et inane defiderium egetendi fubcíle ; tunc manus adjutrices petita 'ere coni eniet, atque.» abítereentibus uti ; quin aliquando folventibus blandioribus; ut matind,& (yup o,aut melle f£o- fato folutivo;ut quod pluribus egeftionibus cum dolore, et natura labore evacuati tentatut, bre- viori t€empore,& mincri moleftià educi poflit . De Frigida f'gien: dá .AABngB fla 375 72411058 inteftino- Yum OQuado ab fe '"geati- bus i diay vL&a uten dumIz dyfen- geria qua do purga- dum, c^ a [£4 Jed bono viclu C facili ad alia 236 LVD. SEPT.ALII MEDIOEL. De Dyfenteria. 90. Vmin curandà dyfenteri3 adeó diffidenr tes fint etiam doctiffimorum virorum. fententiz, an reterto corpore pravis, et acribus humoribus, laborante dyfenterià verà, ulcera- tis, aut abra fis inteftinis,conveniat medicamen- to aliquo faltem blando, puta, Rhabarbaro, myrobalanis ; tamarindis, manna, fyrupo rofa- to folutis vo, et fimilibus, humores evacuare an potiüs omnino ab iis fit femper abftinendum,; qt ie in mediciná faciendà maximi momenti effe conftat. Ego nonaliam hac in re fententiam in medium proferre tentavi,quàm eam, quam no- bis tradidit doctiffimus Vallefius 4. Epid. cap.96. qui ab utráque fententià extremé diffidens, ali- quando pureandum cenfüit, aliquando omnino abfüinendum y voluit. Verba eius fünt : wt zn d'yfentertco ef! cusa cacochbymiasmæna exulcera- FIO nondum Wai TAG aut cum exulceratzone magna cacocbymia EXIGHAS AUT ut raqs exiguas aut utraque magna: $z pyimium, expureari debet: S1 fecundum, miti o fe dad [i dores,ad urinam ; ant vomitus »o0t "andum, e infa umaum loce alib Z7A1 777 C i ius 3 cu £X- tertius pro ulcere curando : Si tertium,ue tunc qu. dena localibus admoduss, "eq; purgatzone opus eff, f €UdCcHuA 107€ 5 6 €Yi- vatione : Si quartum, "aic abilis eft, facies aut Hi. bil, aut omia tentandigvatia, velut 12 ve de[pera- Tales enim etiam cui ationes aliquando pro- mihi femper difplicet illud Celfi : ó&pe ] 4A. C iUcrant; : neqs;i JAXNTIM.ADVERS.. Sape quos vatiozon juvit, remery i47 dia peyut à 91. Debet i1giuir quan primum hujufmodi 7» dyfen- humor pravus ;& acris evacuari aliquo ex prz- teria, ubs dictis medi1camentis, fi illius m: enam copiomo PA/*9Z4d, €X CIIS amalrcre, ventris ti his tione, avt aliis qmm fignis fübeffe ccgnoverimus, antequàm ex fre- " id qt enti, fed paucà excreticne ulcera adaugear- Heo e: [Ur,aut vires de ji ICIantu | 92. Animadvcrterdvm tamen, fi fübeffe co- piam arrabilarii humcris cognoverimus;,etiamfi exulcerauc adhuc magna 1n inteftrfüs facta non fit, non ftatim purgeante medicamento cffe edu- ; cendam, cancerofa enim u Icera,& peffima ex- citaret; fe dattemperar!, ejüfqu e ferocia delini- ;e, bris r1 prius debet.: quod ubi factum effe cognoveri- feroia il- mus, cmnino evacuari debebit, fed blandiffimo iss tezzp medicamento ;, deccétione tamarindorum, vel 72454: jmyrobalarorum, cum fi rupo; vel melle violato f"'g26z. folutivo, iifque fimilibus. 3. Rhabarbarum in dyfenterià ab Hs."qUi nLea BAS rt: orum dogmata fectantur,qu1que pur- £227» || gandum fepein cà cenfüerunt quamquàm vl- 4yfzate- I deam paffi m ad hunc finem in ufum duci. potif- ria f/'sfpr- l| fimüm ubibiliofi,«& acres humores abundave- &- rnt;quod tamen et tpa "Enos partes habeat, || quod in fübftantià affumptum, ut in hoc affectu || pleremque fit tunicis intefünorum, et ulceri- | bus adharefcens dolc res pariat implacabiles; ut I fa pius obfervavi, omn ino fuoi ndum cenfeo c; I quamvis fvrupusde cichoreà Gulielml cum eo. ccu. cà | paratus ad/triélione carere fatendum ft, cimo Zadar iamcn y 4») 7 C-0 terta, bue 530Y€ atra y' bilario e, aAa0€Y 217*toG Gulielmt. 4-4 $2 tact» admit FN TS /2 19: &ji Rbhbaba pe bav 4 1er refackuim 2n dente eti at ei £ 164 à am. Df fentert £15 yao 47. s)0n1f fan gHints ys!jf20; (e €Hvr » ramenà cichoreaceis igne illius partes reten- 'antur, fi cum decocto ramarindorum, aut my- robalanorum concedatur, non ita rejictendum., cenferem.. 94. Sed 1agis etiam recentiores communi erróre decipi iuntur, torrefactum R habarbarum in dyft enterià vagis,adftricüonem, et ex- ficcationem augere volentes ; ut utràque facul- tate, purgatork à. .& adftrictorià adauctà, melius intentioni fatisfacere poffint quodi innoc entitis fieri torrendo putant ; cüm experientià conftet, medioctiter tot xefatutn vehiementiüs,:à et mi- nori dofi purgare, quàm integrum ; 1eneas ta- men partesadhuc magis vigere: et fi majorem. sd eto adhibuerimus, purgatorià faculta- te penitüs deftituitur. 95. De mittendo faneuine per fectani vena, cüm graviffimorum virorum fententiz é diame- troomnino inter fe fint contrarizsaliis majori ex parte fanguinem mittentibus, aliis pumquatn.. Eco hujus fii n fententia, fi fimpliater dyfente- riam confideremus, aut ejus caufam, aut multa cx adjunctis, dolores, febres, 1inflammauones ; omnino convenire miffionem fanguinis, quà& |^ fluentes hun ores ad partem laborantem poffint retrahii,& plenitudo tolli, et jecur refrieerari ? fed càüm fopiffimé à diarrhæà proc ducatur, illiüf- que edam perpetuo fit focia, in quà,eti iamfi non fit pro mu ltitudine fufficiens, num quam mitten dum effe fanguinem cenfui i Fil »p.& Gal.4 de 2 rat. yict, t5 acut. tie. ( I.4d Glauc, CAD. 14- aubdi aut pl »1( it 11i "no AGE PCI y dg ima a AND aut vires vitales fint imbecille reddite, aut pe- riculum 1mmineat, ne profternantur ; ra ró cen- fendum eft occafionem dari fanguinis mittendi ; potiflimum cüm majori ex parte in hujufinodi Caíu íciamus peccare humores à fanguine diftin- ctos, et tales gros cacochymiá laborare, facil- liméque tum o b evacuationem, tum ob vehe- men tiffimos dolores, vieiliáfque qu: afi perpetuas,in fummam vitalium virium debilitatem bicidenc.. 96. Sitamen aliquando mittendus erit.fían- Dyferre: euis,alvifluore non magno przefente »1r inflam- cis quan- matà parte, urgentibus doloribus, hepate, 4»,c quo toto iua e b febremzftuante ; aut o D Ca- fmodo[an Icfactos 1 humores in venis, viribus prefentübus, fr confentrientibus, imminentis virium colla » is dicioni: penculi habitat atione; r ec multu m,neque c fertim, et femel, fed parium per intérva illa.& fx pius ev: 1CU: sÉ) ius, Aéti,& Alexandr etiam fententià: Ídque non cà folàm rauicne, quód vi- res non 1ta dif : an ntur,, fed etiam quód iteratà evacuatonce fangu inis meliüs revulfio perficia- tur,qua maxi re in hoc atfectu expetitur,ut Ga- |! lenus auctor eft lib. de eur. vat.per [eciam venam, cap. 12.fiquidc " | natura toties irritata majori cü 'J impetu et facil Itate: affuefcit materiam, ad affc- 'J «tas partes confluentem .1n « ntrarios locos de- pellere, et quafi per alios rivos transferre . 2, $45. ARTS TERR TES Lathis 4 | Delactis ufu in dyfenterià cüm videam ; | Y p ied : Æ . oir furin d ddociiffimos aliquos viros adeo iraffe, ob ^ " L1; 4c Q- mcm pr I " 4 b " j Fev?n | AAÀIPpOCI2US, C izalcni AUCLOILIAUT $ p 70r. X . et Celfi, Ib. 3.cap.25.ut rariffimé in tali mor- boipfumin ufum ducant, quód dejectiones fere femp er in cà fint biliofæ,& fc ebres non leves ma- jori ex parte conjungantur ; cüm alioqui fciam maxime laudari à Gal. P de fémapl.smed.facul. c 3«de alim. facul. cap. 1$. ubi non folüm dyfente- re,fed omnium ventris fluxionum acrium opti- mum dixit effe remedium ; cenferem nullo mo- do, febre prafente, et acribus fluentibus humo- fibus; lac convenire fimplex,& fine; praparatio- nc; at paratum, ut faciebantantiqui,& ut docet Alex. Trallianus, lapidibus; ferto, aut chalybe in co exftinctis frequenter ut et ferofa abíuma- cuf fubftantia, et pinguis, butyrosáque corriga- turlgneis abfümpts.certum eft; non nifi maxi- mas 1n boc affectu afferre poffe utilitates ; quód non accendi, et in bilem verti hoc modo para- tum certó fciamus ;alyum autem fiftere poffe» certum fit, tum ob cafeofam máteriam incraí- fantem, et frigidam ; tum quód ex candentibus lapillis aut chalybe adftrine entem nanciícatur facultatem. in dies 98. Cümin principio difficultatis inteftinc- zerici; cjy F0 » fepenumeró. mucofitatibus quibufdam fieri al apparentibus, p affim Medici ad, Æ Eso a fférgentig €nemata deveniant, neadhzrefcente diutiüis tu- "fas cugy nis inteftinorum hujufimodi humore falfo, ut €autioge . Ypfi putant, exul Icerentur inteftina; fa 'penumeró etiam maximo in errore verfantur : mucofitas enim hujufmodi non adventitia eft, neque præ ter naturam, fed naturalis, quz à ipio inse nis indita eft; ut muniantür, ne à bile, qua cun £icibus in dies evacuatur ; interna inteftinorun pars abradatur ; quz cüm in diarrhocà ab acri- bus humoribus commota, et abraía exire inci- piat, fi clyfimatibus magis abftergatur, denuda- tà tunica eo, quo munitur; faciliüs exulcerari poterit : diligens igitur cura adhibenda eft ut mucofi, et vitiofi humores ; aut à capite, aut à ventriculo defluxi ad inteftina; à naturali muco- fitate inteftinorum difcernantur ; quod licet dif- fcile fit ; hzc tamen frequentius cum pinguedi- ne junéta effe folet, et cem aliqvà rafürà internæ tünicr, et tunc non folüm non eft abítergenda, fcd potiüs incraffanda; pingeicribus,& vifcidio- ribrisinjectis tentanduim erit munire Ioca illa, et acrimoniam fluentium hemorum reprimere, quod oleo rofato omphacino, aut unguento ro- fato commodé praftari poterit. 99. Atin eodem errore verfanturii, qui fluo-. C/yeriz re materiernm ceffante, dvfenterià tamen perfc- abifergem verante, et ulcere in inteftinis,iifdemabftergen- */4 i2 fiæ tibus clvfteriis utuntur, ex aqua hordei, vitellis dyséterie ovorum,& faccharo,impedicntes hoc modo ag- an [Hs o eIntinationem, quód fic penumeró natura vifci- damin fine materiam, nutrireaptam, ut repo- natur, quz naturalis erat jam abrafa, eomittat., e 1 et1a72D rco. Tanta eft doloris 1n hoc morbo vehe- in riti mentia, ut nullo tentato alio remedio narcoticis 5j, "ni fit f'atim utendum, non folüm per os affumpts 5 4, cozve- fed etiam per inferna injectis. , Iniüstamen diutiüs non eft perfeverane Nareoté Q, gum, Narcott pies 9 dum, quoniam fiepé imponunt : cm enim fo- enterta Pon mnü conciliàrint, proinde fluxiones futerint, et zendap, icfrigerando, et incraffando. humorum et acri- moniam,« tluxilitatem imminuerint ;olore ) imminuto morbus curatus videbitur, nifi tamen v lutinantibus, et ficcantibus uicus fanemus, re- crudefcet morbus, et novo dolore fupervenien- te; nova fluxio excitabitur, et ulcere non curato difficultas inteftinorum denuó fiet . Dyetei | 102. Pinguia cuam illa ; et viícidà fübftanria eis pin- prædita ; ut in acerrimi humoris fluxione necef- guia im- farla funt, ad Internam inteftinorum tunicam ssittere | vefüiendam,ne magis abradatur, et ad munien- q4and» das udceratas partes, ne morbus augeatur, et stile, et dcloresexacerbentur ; ;itainilsnon multüm cft ^ infiftendum, quód fordidum ulcus efficiant, et itiniiss: progreffu temporis.curatu difficilius;abfteræn- tia igitur funt 1nterferenda . | 103. Queadeo exficcantia funt,ut arfenicum nimi; *X (t ochifcos recipiant corrodentes, et carnem, fceántes in ulceribus fübcrefcentem altmem poffint, ut in dyfia- paffim à Rhafe et .Mauritanis propcnuntur, teria om- numquam in ufum duci debere confülo ; tum. zino reij- quodadeo quandoque valenter carnem nein cemdi, mant,utreliquamanteftint füubftantiam confü- mentes perforare foleant; ;quamwvisenim paftilli Pafionis, Andronis, ex minio, et quz ex arfeni- Co etiam fepiüs loto parantur, externis ulceri- bus; vrina et callofis applicentuz; fi tamen fen- tienti mul tüm particule, aut nudz,:& non for- dida, nonve callofe ; aut fane applicenrur, no- Xas Clyfferes * » dis b. am. vt. IDdpe pm o | xas afferunt inemendabiles . Et erit; qui 1n abra- ! fis, cruentis, nudis inteftinis, etiam fi ulcere la- ! borent fordido, audeat clvfmare infundere» | acria hujufimodi, et corrodentia medicamenta ; | quibus et acerrimi dolores excirantvr,& intéfü- ! na dilacerantur, et fepe perforaptur ? 104. Siqua tamen acria,& valentet fccantia. Arrius infundenda font, ut mvria olivarum ; aqua na- efus in :urales Salmacidz, lixivium cum fapone, et fi- 4y/euteria | milia, ftatim fuperindendus erit alius clyfter ex quid ffa- | oleo rofato aut ptiffanà,aut decocto furfuris ^7 facié- | cum fyrupo de portulacà et ovis; ut et dolor le- MT | niatur, et tunica veftiatur . 10$. Quoniamautem evenit, ut injectus cly- Chyfer sut | fter ftatimaur exeat,aut propellatur, ftatim at- retzzee- | queinjectus eft, fovendus erit anuslineo panno /^" quid ! intin&o in decocto rerum adftringentium, atq; 74/444 : etiam aliquo conatu manu pars erit compri- menda. 106. Quamvis hepatitis fub morbis hepatis ratis ! collocari deberet,qvia tamen à Practicis fib dy- /imulare | fenterià curatur, volui pra ftantiffimum reme- remediz » ' dium hoc loco docere, quo, fi alio uMo, hepati- ! cos curari poffe experientià multiplici cognovi; ! coque libétiüs,quód ev porifton eft medicamen- tum, et rationi conveniens: Sumitur uva rubra, | quam Pignolam noftri dicunt ; acinis eft ncn. magnis, racemis adftriciis ; ut tardiàs mature- | fcat, et vinum nobile, rvbellum, et quod P;caz- ! te vocant, facit ; colligi debet dum media eft in- ter acerbitatem, et maturitatem, quod folet Q 2 apud inermes e»ecAnti- Pss exhi- bendis quid pr«- Jlandurm. apud nos effevetfus dieim feftum Nativitatis S. Virginis Marie;menfe Septembri; Soli perqua- tuor dies primó exponitur, mox ia fvrno femi- calefacto exficcatur, et fervatur ad ufüm: et ve- niente occafiope, quoniam emollefcit, in vafe.» vitreato, aütad ienem, avtin furno iterrm ex-: ficcatur, adeó ut n pulverem reduci poffit. Hu- jus drach. 1j. per duodecim,aut quindecim dies, ex vini rübri potentis unc. iiij. fineulo die ; per quatuor horas ante prandium exhibeo, et cum. hoc folo pra'fidio non paucos ad ptiftinam fani- tatem deduxi . Nec mirum.fi femper non fiicce- dat, cüm;ubi radices eeerit,difficillimé curetur. Ex vino autem concedemus, fi zeri careant fe-. bre ; qua fi conjuncta fit, locovini fnmet deco- C donem rad. cichorii craffarmm, lone ebrlli- tione cum expreffione, in quà fi chalybs ignitus fzpiüs exftingudtur, meliorem effectum pro- ducet. De Vermibus. 107. Y N medicinis et per osaffumendis,& per inferna 1nfundendis, fem per hzc adfit cautio,ut antequàm ea ipn ufiim ducamus, dulcia aliqua, aut pinguia concedamus, ut iis allecti vermes faciliüs ea comederc tentent, qui pro- pric; et veré et necare, et expellere € COrpore eos poffunt. Melleieitur, faccharo, lacte ; avt pin- guibus przmiffis, füccedent que enecandi vera mes facultatem habent. em | ! . Quin . -sa4g . Quin ne hzc fola tunc danda erunt; ne à dulcibus ad amara, aut acria accedentes, factà tatione in contraria, potiffimüm à gratis ad ingrata ; ab eis abfítineant ; cum dulcibus joitur admifícenda funt, aut pinguibus, utaliquá fimi- litudine ducti, ac 2rato (pore allecti, iis etiam nutriartur, quz occidere eos folent. rc9. Ob hancautem etiam caufam obfervan- dum erit, ut cüm unguentis, aut emplaftris ad cos occidendos utendum erit, pxiüs Indansur clvfteres ex dulcibus, aut pinguibus, ut iis alle- ét ad inteftina inferiora alliciantur, ut. ventri inferiori illis applicitis, et enecari, et expelli faciliàs poffint. 110. In iis autem externis applicandis,ut quz ex farinà lupinorum,aloc, myrrhá, ex fücco ru- tz,aurrutz caprariz five galege, vel aceto pa- rantur, cavendum, ne rcgioni ventriculi appli- centur, fed circa regionem umbilici, et ventris infcrioris:i!Ia enim fepe ventriculo infefta funt; et cavendum etiam, ne;fi ad ventriculum afcen- diffent, in eo loco enecenturz, folent enim ex tali occaficne qvàm plurima, et graviffima lympto- mata prodncl: przftabit 1gitur ventriculum. fovereadfirinsentibus, et acidis, ut roborata parre, deorfum pulfis vermibus ;applicaus ven- tri inferiori remediis, illos cvincere ; et enecare poffimus .. Iniis,qve per osaffumütur, illud omni- no obfervadum eft;ut fi ex iis fuerint; que et ene- Care, et € corpore propellere poflunt, ut eftaloe,; Uu coloVerimes enecanti- bus. dul- Cia, vel pinguia admtifcen dà . Ante en blafira e- necantta, VEFIACS, ciyfd eres dulces ip dendi. In vermi- bus enece dis emplea flra nbt applicanda. Vete e»tcanit^ óns ger 9 fumptis, qutd fa- ^ eendum. Hamor- tboidibus feperf'a? evactany- HPHT, n oàs occlti- denda,a? tna reli 'qu*nda, fententia A3sGoris. colocynthis,& fimilia,ea fatis effe;fo]hüm q'ein- digere aut re aliquiabftergente;áut etiam refri- ectante ebibità: at fi ex iis fuerint; qus eriécan- te facultate f5là przdita funt, aliqua poft fiper- bibenda funt; qu: abftersendo eos jam enecatos expellere poffünt . De FHæsorrboidibu: . r12.] N hemorrhoidum curatione, quia ubi fuperflæ fanguinem emiferint, Medi- Cos iri contrarias fententias abire, cum maxima. eétotantium calamitate, quotidie obfervamus; aflerenübus plerifque cum Hipp. 6. "Apbor. 12. non omnes occludendas effe, fed unam faltem, effe apertam relinquendam ; fic enim et immo- deráti fluxüs fanguinis rationem habebimus;ca- fum virtiitis vitalis impediemus, et morbis ex immodicà hzmorthagià imminentibus contri ibimus ; neque camen morbis illis occafionem. dabimis, qui ex foeculento, et atro humore.» oriuntur, qui per illas partes evacuari folet : Aliis é contrà cuni Actio defendentibus, ubi fi- perfluus fit fanguinis fluxus, omnes omninooc- cIudendas effe; et rectà victüs ratione inftitutà, ftatífque temporibus et ex purgandum effe cor- pus, et fánguinem per fe&tam venam evacuanJ/ ^ étnh dum . [E20 veró hujus fim fententiz,obi fanJuly... guis per easvenasimmodicé effluat,ita ut et vi- : res vitales dejiciantur ; pallor feqvatur magnus, fubtumida confpiciatur facies, ad malum habitum tendat corpus, omnes omnino effe, fi fieri | poffit; occludendas ; quia virtutis füpra omnia.» habenda eftratio, nequeullam apertam relin- quendam ullo modo efie, cium 1n ct rativis indi- cationibus ab ec, quod magis urget, femper fi fit inchoándum. Ne veró res hzc Hippocrati adveríari, et communi feré omnium lv. edicorü fententia videatur, cbfervandum eft ; fanguinis per has venas effuficnem aliquando etle« onfue- tam;ut ftatis quibufdam temporibus, puta; fin- | gulo menfe, aut ctiam frequentiüs, vcl bis, vel ter 1n anno, feri confüeverit; aut c crte vimorbi; p^ 3, In magna febre, cum fura; à plenitudine femel, aut iterum acciderit ; aut denique quód cum ftatis temporibus moderate effunderetur fanguis, v) morbi, aut ali& occafione fuperfluas tunc fverit. Secundó obfervandum ett, anti- quos in immoderata cx veris fedis effuficne.ve- nas ilfasaut [ieaffe, aut fuiffe, aut, uffiffe, ita ut numquam per ligatam aflutam aut ufta m ve- I nam ius fanguis evacuari pc ffet, ut apud | Grccos, Arabes, et Latinos ; et antiquos; et re- centes conftat ; quz tàmen curandi ratio noftris E temporibus exclevit, pulvifculis cemplafti- cs, et adftringentibus contentis ; aut ad fum- Hmumu ftio ne. His fic ftantibus, fi excetfus is hz- orrhagiz mfoFitus fit; et vi morbi, et plenitu- |dinis fuperven erit, cenfeo mpino effe fuppri-, mendum, nullà ap ertà vena reliétaàme vena fan- guinemevoimente, in propofita incommoda in- lcidamus. Quod fi ftatis temporibüs, aut quan Q a ritate ne / netu 72... "A79 y s feides et m7 (3n€794L nqlla AAUC 0^ HE Cf A Cn » n, j «A40 "07 P 4, Yt Tuntn | bg titate excedens;aut qualitate infeftans,aut utrà-]/ » queratione moleftus; à naturà per eas venas ex| - purgari folitus aliquando modum excetfetit, uti] et vitales vires profternantur, et alia incommo-: daindücantur, aut etiam fipngulisevacuationiss| / ; temporibus, puta; per duos ;aut tresillos diess| :folitz evacuationis füperfluat, aut fi frequentiuss| / exiens, quàm foleret; aut oporteret; illa inducatt| incommoda, fi, ut illiscbfiftamus, occludere»] venas illas velimus, fi caufticis medicámentis,,] licaturis; ab&iffione,ati ferro candenteid prz--j ftare quis tentaverit ; càm ex 1llà curandi ratio--] nenon folum tranfitus prefenti tempore fangui-] y ni interclufüus fit, fed omnis via eriamimped 1a-]i turin pofterum, per quam tranfire poffit ; ne ini eaincommoda zeri póft incurrant, de « quibus: itp. G. Epid. et Gal.ibidem. c& 6. Mpbor. va. c7] 3. 1/ 3.ltb. de Humor. necetarium eft;edam aliiss] 5 uflis; atfutis; abífciffis ligatis ; unam relinquere apertam,ut per eam excrementitiusfanguis;quij incorpore in dies ageregatus; ftatis temporibus:f ij, evacuari folet, expurgari ex more poffit ; ne af-- Jl fectus illos melancholicos, maniam;melancho--] ii liam, ulcera; cutis defeedationes, et alia produ--] ii cere valeat. Sed fi folüm pulvifculis adftringen-.| übus; emplafticis; aut et urentibus resagendas fit; et eumcurationis modumfequamur, qui &: facilior eft .& fecurior ; licet aliquando recidi-..| vas admittat ; fi ad eum terminum evacuatio:] « fanguinis pervenerit, qui jam defcriptus eft; omnino via omnis erit intercludenda, ut praesentibus incommodis eccurramus ; cm per hác «curandi rationem non ita obfignentur venz, ut humore denuó-éxuberante, iterum natura fibi viam invenire, et ftruere non poffi;aut ope Me- dici aut perfricauone cum rebus afperis, aut fcalpello, aut hirudinibus aperiri denuo vena nequeant. De Renuum samflammatione, Lii Vm in curandis renum affectibus evaLaborancuatione fanguinis perfectam venam t» reni opus eit, à Quà parte mittendus fit fangvis, non una eft connium Medicorum fentenua ; quód Galenus tb. de cur. rat. per [ettam venam, partie bus fupra renes laborantibus, € parübus fupe- ri: ribus, nempé brachiis, mittendum effe fan- guinem docuerit; infernis autem atfectis, puta, utero, veficà, et coxis, é venà vel fub poplite», velin talo; cüm renes laborant, pene ambigat: libro autem 13. Meth. med. in renum affectibus fecandam venam effe doceat in poplite;aut talo; aliis majori ex parte fu prà ; alus infrà, aliis fine diftinétione alterutram partem eligenübus.Ego cum do&iffimo Trincavellio, habità ratione» communicationis venarum, majori ex parte ex infernis mittendum cenífcrem ; cüm et evacua- tionis eratia;nifi forté plenitudo ad vafa prefens fuerit, et derivationis, certiffimum fit, à parti- bus laborantibus, et vicinis, fectis illis venls ; fanguinem evacuari pofle . At cüm in inflam- matione bus au4 vena fe- £cAnda Tto xd Ee EC. 4: Luc aia oU MES 1j -matrone renum, cüm revulfione opus fit, potif-- fimüm in principio, in contraria retrahi fà debeat, et ex parteà fonte fanguinis verf perna retrahendo, pouffimüm fi (fanguinis mul- tà:Copta refertum fit corpus,à jecorarit brachii dextri,aut finiftri fanguinem extrahemus: quin-- imo, fi etiam in principio inflammationis nons verfemur, fed jam affluxerit (aneuis, fed magna ;| tamen adíit plenitudo, ab iis locis fanguinem. extrahemus, mne fi ab infernis evacuetur, cüm ex motu fanguinis in venis, quiin fonte eft, et in fupernis confertis, verfus locum incifim affa aüam aftluens, per locum affectum, et vicinas partes tranfiens, et dolores augcat., et inflammatio- nem, Quod fiinflammationon fücrit, fed ali- quis ex aliis affectibus, aut renum; aut aliarmm., illarum partium, nec plenitudo magna adf t;in- dicátio tamen mittendi fanguinis concurrat, ab 1n rez, internis,ob venarum conjunctionem et rectiti- ipfam. dinem,mstendum effe fanguinem judicamus., Home,bf? 114. Áb 1n renum inflammatione in princt- [«clam ve p15, potillimüm fi multa fübfit plenitudo, licet, "a ^ ut dictumeft, mitti debeat fanguis ex brachio; ^t? f &- prooreffü tamen temports ex talo mitti etiam, "9 Fin poterit, bt quiin vicinis aut in parte confiftit, ». evacuart, et derivari commode poffit. | Reb. cobPRpVX OI clyfteres in di folent ad refrigeran- lorarióu; C010, et emolliendas £rces, ex ptiffanà, violari chiftesg malva oleo rofàt dæra ds to, aut violato, fyru po violato, fft Ypau et fimilibus, quantitate mediocres fint ca quan -Xepletione fübjecti inteftini re tfta. t,ne per nes comprimant. IIG. Quam- " nguis: [iz i^fü--M i we Quamvisin principio aliarum inflam- J^renw 'lmaaonum mnateriam fli;entem medicaméto pur aj nne- |Bante evacuari poffe aliàs docuerimus, quód ad- (14:9 fac cruda non tit materia, et dum fluit, revul- nod ut- lione evacuau và à párte, quz ftatim eam füfce- 5,, Jptura erat, recràhatur, ut in plevritide docuit 7; Hid; dIfaciendum, dolore de(cendente, Hippoc. 1.40€. Irzr. vicd 22 acit. et ain inflammadaone lingue Ga- fenus t3. ME erb.med. in renum inflammatione, Ki aliqua jam ad partem fluxerit, omnino abfti- inendum, ne perinteftina fluente matcrià cum limedicamento, ma9is renes exardefcant ; quare principio i iena: ^2 7 llcatfià fiitulari contenti, au tfyrupo vi a to folu- lI:kivo, aucf lis;aut mixtis, aut fero lactis ex mal- Iva, violai là, endivià, vel jujubis, fi evacuauone opus fit, ad alias comp lendas indicationes de- Ifcendemu. ; eorum enim etiamfi parsaliqua,in- lIreftina Ri Wes ad renes pervenerit, utili- acem afferetnon mediocrem . 117. Khabarbari ufus in hoc morbo, ut et in. rsfzzza- Jurinz ardore, femper mihi fuit inipectus s et fl n5 rent quando ab aliquibus in ufüm ductus eft .fem- r^z^era Iper male ceffi ile vidixquamvis enim ap uüffimum "t »/» /2 fit inedicamentum adi bile m evacuancam, quiz Peasiduos hos affectus plerumq; producit;quoniam- amen ob 1gneas pattes,q! ibus pollet, per venas kiffundi videmus, et (ubfeque nter ad renes, iIquód lotia crocea poft illiusaffumptionem often Ilunt, merito fugiendus videtur. 118. In m: ERI hoc inchoante, licet ufüs re-. gs. pellentium externé applicandorum conveniat; ;.F, L| : '] Rb 115 tamen, Lx nimiumimpensereirigerant, £55 tæ cem da. cendum . : A í nme I) see, : Adidautem preftandum, licet qua ex-venum v, fiCcante facultate przdita funt, maximé inaliissii lid? ef; Conventant, 1n renum, et veficz ulceribus 0«4 €dnt;,*, Wnthno fugienda fünt, ob mordacitaté, cujus oc-. n[us ea». Cafione excitati dolores novam fluxionem con- lus. citarent; quz blandé igiturabftereunt, et dolo-.] io, s$ refrige- abftinédum eft, Alexandri etiam monitu:quáme-. vantium vis enim, cüm ex parte repellatur materia af-, w/45: eti» fluens,& calor partis eftuans retundatur,videasd, Princi vuraffe&tus mitefcere, et omnia fymptomatazsl,.. ""l5. imminui, quz tamen jamaffluxit matería, autt] ... in fcirrhum vertitur, vel craffefacta indolentenm! . quafi tumorem producit, qui proceffü temporiss] fuppuratus ulcus in parte producit, et morbum)... incurabilem . De Renus ulceribus . Viens ve- aum cito bus, precepto Galeni curandum eft. ut fit maximé foHicitus Medicus, rit ulcus quim. citiffimé ad cicatricem deducatur. ad citatri ris mitigatoria funt, convenient, qualis eft mul--Jt fa, et fyrupus de jujubis, vel ex rofis ficcis, cum portione fyrupi de portulacá . L:Be im I2I. In renum ulceribus curandis, cüm &; ronctden- ynl(à conveniat, et lac;nifi diligens adhibeatur] do in re- num ulce vibtis qua CATEO » cura, et in tempore exhibitionis, et in lacte feliz] gendo, et inillius quantitate, aut fruítra ccnce- di, aut cum detrimento coenofcemus. In prin- cipio enim, poft dift ptam vomicam, aut ulcus: ab acribus humoribus excitattim,cüm ulcus for; didum 1I9. Biautem ulcus fit excitatum in reni. : à ^? i didum fuerit, lac conveniet ferofum, quodque» abftergzere magis valeat, quale afininum :zillud vero ex lotio cognofci poteft, fi in. eo pus fubfit copiofiim, feetens, et fordidum . V bi veró ulcus! meliorem acquirit conditionem, ac à fordibus repureatum fuerit, quod cosnofcemus; fi pusin Urinaà contentum, album à et zquale fuerit, lac Conveniet, quód mipüs abftergat; et trægis car- hem producere valeat, quale eft caprinum. Vb3 autem ulcera expureata rité fverint; ut lotium. non ampliüs purulentum appareat, tunc potius lacus eenus conveniet craffius, mæis nutriens ; carnémque gererans, quale eft: villv m,aut-bu- bulum; in primisillis pauxillum mellis, autfacchari, aut julepi rofati,aur violati adjiciendum erit:in poftremo minimum facchar, aut julepi rofati, cüm levi quantitate tragacanthbz . r22. Quantitas lacis neque vno inomnibus 55; modo metienda eft. R atione loci laborantis, multa conveniret, et potiffimüm fi ad abfterfio- | nem exhibeatvr lac afininum, potiffimum fi la- Qi veeraffuetus fit nec ex ejus ufü moleftiam fentiat, libram concedemus: fin non affuetus fit; q tta titat t2 YCH UTD tlceribtés LLL ab unciis quinque ve] fex incipientes, Pine ad majorem quantitatem accedemus . Caprilfi minorem femper qu antitatem concedemus, nceqr euncias fex excedemus, quód diutiüs in ventriculo cüm commoretur, fi mültum illius cen- cédemus, aut acefcet; aut in grumos concrefcet ; ob quam rationem ovilli& bubuli etiam mino- iem folemus quantitatem concedere, x od De Calculerenum cum. dolore acerrime . Vamvis in calculo renum curando ; vbi dolores non adfint acerrimi, ea» curandi ratio convenlat, quz ab Avicennà, et Mauritanistradira eft; quámque. [uu recentiores plerique fecuti funt ; » repleto ven- . jriti triculo vomitus provocetur, mollibus clyfteri-. pus bus fceces fubducantur, aliis itidem emollieng- f: bus laxatà parte leniantur dolores, et fi quas . fau, materia in intefünis confiftens., unde eleventur: puto flatus diftendentes, abítereatur,& evacuetur; juu mox emollientibus, laxantibus, et anodynis, S& fui mitgetur dolor,dilatentvr vi ix à calculo diften- . tt, quod f. mentis, inuncüonibus,emplafuis,& pi id genusaliis etiam tentar dcbet ; mox conte- | renübus lapidem, et eundem propellentibus diureticis curatio prcfeqvi debet.: quinimo fi Me: evacuarl ventriculus non pou perfe- AT, peros etiam ad fimilia preftanda exhibent [ir iei fiftularis medullam aut per fe, aut ex levi portione olei amvedalarum dulcium, aut diafe- beften ron folutivum, aut diaprunum; mox ab- ftergentibo s, incidentibus, et atem bed aptecedentem,& conjunctam materiam ad evas-- f.i. cuationem pra parant ; numquamautem ab in1--4t«.. tio folvente, et veré purgante medicamentoop,.. utendum judicárunt, ne aut cruda materia aboli initio hon ptzparata evacuetur, aut deorfum latalaborantem partem magis affügat. Quo«m. niam inI3m tamen fepiffimé evenit in noftris hi$ regio- nibus, et potiíffimumin m æna h ac urbe,ut et nimium Genió indulgeant, multàque affidué ingerant,& multis tententurà capite diftillatio- nibus, ut ventriculu s,Inteftina;& venz mefàrel urefertze fint niultis crudis humoribus, à quibus per venas ad renes delatis adeó frequentes fiunt «lolores renales, et podagrz ; qui nifi cevacuen- ur, nequetutó anodynis üti poterimus, neque Iconterentibus lapidem, neque eundem prop cl- llenübus, quin nec diureticis. Cüm pretercà fz- ipe adeó urgeat dol. r,urlongam illam curatic- inem exfp c&tare nec velint &erotantes, nec poffint, nec exp ediat ob collabentes vires ; Menos Ifima vero illa lenrentia, vel lubricant; fzpi ffi-. Ite muneriilluevacuandi materiasanultas, cráf- iS,& vifcidas fatisfacere non valeant,fed reten-- la et 1pfa,:& per fe mclem augendo,«€ com- iIprimendo dolcrem aueeant ; aut elevatis& ex le, et ex commortàa;non ex pul:à materià multis IHatibus, cenfeo fep iffime exyedire,medicamen- out folvente, pro varietate materia benedictà lixativa, dia phanico elec gv ario Elefccph, ele- Ltuario de fucco rofarum, Indo,& finiilibus, ad. .Ilità portione caffiz, vel du com amc]le ro- [to fo lutivo; fic enim et crudas illas materias in JAyentriculo, et inteftinis confiftentes, et fi quc suntin primis viis tamquam caufe antecedentes; Mrvacuabimus, eafdémque, X& fizniles revelle- (fous, molem et fecum, et htmotrum in intefti- dusrene s comprimentem, et doloremaugentem immiLenitniia fola ia cal culo non fufficiant. imminuemus anodynis, mollientibus, laxanti-]: bus, diureticis ; conterentibrs lapidem, et pro-] am ftruemus . Quà curandi ratio-] te,cüm fzcpiüis ad eos acci effemus;qvi nephri-4 pe lenribus v1 tico dolcre laborantes curabanter, priori illoo 1o, clvfteribu llibus videlicet, et bolis exx InOciO,; C1 eribus mo hbbos viIdCilCet,c« DO IS CXI3 caffix medullà, avt lenitivo, avt fchs; aut cumul portiunculà Hierz,medicamento folvente exhi-]: bito,mocx anodynis, mollientibus,laxantibus,&j lapidem propellentibrs adjunctis cito, et feli-- citer; cum mæná meà glorià ac invidià, curationem abfclvi. Cüm veró curandi hac ratic rationibus lis nitatur, quz proximé enarratax] funt, Hippocratem, et Galenum,duo Medicined vera Inmina, habet et doctores, et affertores; Epid. Se&. 1. tex. 6. ubi poftquàm tradidit Hip: pocrates figna, quibus nephriticus affectus coo) enofci poffit; breviffimis ettam verbis totam cuj rationem abfolvit, et juvenes etiam helleborcej pureandos docet : et 27 Com. Galenus, dum. unamquamque vocem varia praffidia medica. continentem fieillatim explicat, dum de puri" cando corpore agit, medicamento purgante-[ tamquam vecte effe propellendum.docet . Ned que veró cruda tunc evacuare, et pureare dice mur, contra przceprum Hipp.r. "Apbor. Conc Bá medicavi, C c.coctio enim illa.de quà in Aphi] rimo, illa eft, quz humori putrido convenit] in potiffimum in febribus, cci coétio illa conventi quz fecundo loco defcribitur ab Atiftotele 44^ Jdeteor. quam putridis humoribus mentig | | et exeredi ug mentis convenire docebat, fecundum quam bi- lem crudam dicimus, et lotium crudum, tam- quam fienum in febribus putridis: at cruda» s qua alimentalem cocü 'nem (ubterfugerunt ; aut P er inediam ad bo nam frugem duci debet ; aut fi plura fint, quàm fuperari | poffint ; atque. àcalore ventric "uli evinci, aut conco qui; ;quam- - primum funt evacuanda aut t lenientibus; &ab- ftergentibus, aut etiam,fi in venulis mefaraicis; et altis infarcta fint, purgantibus; qualia hac e(fe cruda cenfemus, quz in neph isis exubcrant. Neque vero | per evacuationem per infer- naad renes materiam trahimus, fed ab illis re- vellimus, et per inteftina ft ubdu cimus;quamvis enim in tranfitu adfit vicIp1a.non adeft tamen. con] ncl1o; neque periculum eftin tranfitu, nc LA Í noxam renes fentiant,utin rénum inflamma tiohe in tranfitu bilis, quia neque hic inflari. mpatio in parte c adeft, necne calidus eft humor ; quimovetur,fed laboranti parti etiam füuccurri- mus, inanitis inteftinis que ob repleanonemu. comprimebant renes à lapillo undequaque» compretios. 124. Incalcrlorenum curando, ubi acerbif- fimi fuerint dolores, et ex fitu coznoverimus, jam lapillm ureteres occu páffe, fi quis divre- ticis tentaverit calculumà loco dimovere, 15. mænum (ie pen umero periculum zerotantem., deducet.nefcilicetin urinz (uppreflionem eum ] ] » »- r1, » ^4 p»,47, deducat ET oruente afk t!m ad Obfiru ctum 1 lo- Clu1n lot 10 5 e fcp c culi arenulis " fz lus Cuts T5 R craí$à, Diuretica ?roprafe - "aAtione calculi f« pé "0XIA « crafsa,& vifcidà materià . Quare prxftaret runc emolhentibus, et laxantibus decoctis uti;cx ca- ricis, malvà, althase, et maálvze feminibus,femi- nibus item frigidis majoribus, liquiritià, juju- bis; febeften paratis. Quód fiad pe netrationem aliquid diuretici: addere voluerint in pauca quantitate; non repugnarem .. Ad. qvem ufim., etiamoptimum^femper jidicavi olei m amyg- dalinum dulce, ex levi vinialbi tenuiffimi por- tone». 125. Commwuni feré hominum confenfu re- ceptiim eft, proavertendis, et pricavendis do- loribus ex calculo, et impediendà lapidis gene- ratione, ex Men bisaut rer1n menfe diureti« cum aliquid a(lumere, ant in fyru pl longl, aut julepi, decocti, aquarum füillatitiarum;aut ele2598 étuariorum, aut pa dvifculorum formam, quo materie, quz indiesin renibus agercegartur paulatim expellantir, et abftereantut, necaloreaccedente renum indu rentur,& ] lapidefcant : quod inftitutum. ut omnino non eft imprcban- dum;fi cum rauone fiat;ita quàm plurimis per- niciofum effe folet;(i enim ab homine continen- te Ó aticoopbiiil rimaffumptionem leniens, t abítereens medicamentum fiimptum fit; uti ditata afferre poteft. Atí1 cule 1s deditus fit; aut cruda mvlra in primis viisæerecare foleat, vt folent majori ex parte Ape æ et cal- culofi, tantum abeft; ut illorum a (fumpt t1O €os prefervetà calculo, ut potius frequc illi przbeat occafionem, et fepe 'nüorem. etiam 1n füppreti- x ANIM ADFERS. | preffionem ur in: deducat, et graviffimos alios | morbos, &f [ymptomata, deductà materia, quie in ventriculo erat, et in primis viis, ad vias urinc. 126. Cüm quàm plurimi pro lapillis exre- T/;:"; nibus propellendi s aquis 'Thermalibus utan- les tur, ut illarüm ufum aliquando laudamus,cüm. cur; impaócti nimiüm in renibus fuerint;necaliis ce-. caleuL dant remediis;fic enim refrigerats illis aliquà- /* do dehiícentes locum cedunt Ja ipidic commoto, €&4* quin et quantütate aqua pro] ulfüs aliquando deícendit; ita rarius eedem concedenda erunt, quod de deb ero batiteli ad locum lapilli d fepe etiam morbus redditur contumacior, et liquando ad füppreffionem urinz omnimo' ? " lo " 7t* 111" dam per illas egrotantes deducuntur. Lsatid is E22 5 De lapide Vefica.. Q' Cioe2o, et antiquos, et recentes fcri- iJ ptores infinita propemodum, et fimveficà; at horum auctoritate etiam ício quàm 7/2 plurimos ærotantes in perniciem à Medicis ' ts nimiüm credulis deduc bos Æ grotantes cüm ex /?* lapidis per incifionem ex tractione quàm P ;luri- mos mori obfervent, omnia malunt prius ex- periri, quàm cenus illud carnificinz etiam pe riculo "um Medici partim experientia deftitu- ti, promiffis fcriptorum adducti, et fpe przmi ob avaàrit iartiall Cii, curationem pro trahun AK 3? cmnia vlicia, et c mpofita medicamenta tradidiffead czeztu: comminuendum, et frangendum lapidem in fzz Lapidis in veftca a- oatca cura 2/0,EXIYAde f 2 P ^ ,ALII. MEDIOL. omnia experiuntui ur,.& denique aut fpe defrau- dati,aut]am curationi füccumbentes, ;tandem non aliam fe viam invenire curandi, quàm pe fcctionem, profitentur:fe fed interim zeer crume- nl exhauftà, ob dolores ; et vieilias confumptis arnibus, viribus vitalibus etiam. ob v1 igil as CO! ifi imptis, exará lefcentibus renibus, vefica, et vrina ipsa, ta pcne mirror hanc curationem confentit, et eam etiam ob rem ma- jori ex parte moriuntur diffeéu . Quare p ret ab initio. Lca4 13 etia 1n in vp(ta4 Lc, dum vires vitales v iced COr- pus adhuc car: Yofum, et fucci plenum eft,dum. veficaadhuc mucosà materlà veftita eft, non- dum aut perfric atione l: apidis;a utvicalidorum dicamentorum, et acrium abf ería, unde» Ó acerbi funt; dum deni- dum ad magram molem ex- Crevit, Cul hanctentare, yop timo arti- fice electo; qua les hoc temporea aliquos excel- lentes cogno fcimus ; cüm enim prim 1s etatis mez annis plerique ex hujufinodi curandi ra- ne per (ectionem interirent, triginta abhinc nis eorum major pars füpet ftes evadit, co- rum, quià Ioanne Acorombo no à Nurcià paores non adeo Is non itlO ne ln S Lo &, 4 tre, jam hocannowità functo, et Ioanne eA nto- nio filio curati fuerunt. Quarum A rom tan- qua minftaromnium hiftoria mp ul chis errimam hoc ; » co réfatoe utiliffimum effe duxi. Comes "un roius Ir ite Senator, et Equ es, bona- rum Td rarum patro nus, cum fl rangu rià p à liquot rimnen (es 1: labo xratfet Hs in canali urinz rio Ccarneuim ert ANLM. ADVERS. carneum aliquod impedimentum perfenfiflet ; inillud omn E moleftiz caufam referebat;ut la- pidisin vefic: à,quantum pofl et, fufpicio nem. declinaretme femper reclamante,& maximam la pidisin veficà concreti fufpici ionem fubefle » aflerente .. Cüm antem aliquando ad ameniffi- mal m Sancti Flo rani fuz ditionis villam fecef- fifl c t.in eraviffimos, et acerbiffimos dolores incidit; qvi cüm per quadraginta horarum fpa- tuum fine intermiflione p 'erfeveraffent, citatis equis ego accitus fum, et cün : omnes fübeflenc note, quibus pertu iaderi poteramus, lapidem. icà, faltem prob abiliter,cüm nullum;icnum path ognomon icum lapidis 1] fi seti ad vrbem remigraret, ut certam rei hvjus habere poffemus im miffo cathetere coonitionem. Advenit,fed càm carun- cula impedimento effet, ne catheter in veficam immitti poffer, priàs auferendum fuit impedir ?| (1 i l e qerwer m Qs d disas, e orsa sibisie att ndr cA ai X zi: mentum, « fttata catheteri via,cumque a peri- Á *( 2» Avr11l In M (leo Te invoentnue : d L c 1i L1CC 111 n 1111 S €elicts lapi ;ilVCHLuLuS5CcILt. C)vrarect | nità, utaliauando fe ab acerbiflii n 13 i ^3 ui : le CO! ril us eximeret vir clarifiimus, omn1a qttra- prit;um paranda cenítuit, ut ad fectionem veniret, expurearemus nos corpus,dixit;ic animum. ' /^1 "^ 1; : vIVPITOATMTDI:1».230C 1me011 I r11 113360 101m L1 C [1 A17 at Li C |i N hlliüan ) 1C 11 Ine» C dienis firmaturum, et teftamento de rebus fuis difpofiturum . Nos diem felieeremus ad placi- E | -, fe1 10.c die ftatul c1 e (1 nibus pa- ratis accederemus, fe fcmper paratum fore». Oni IDUS I1(C paratis a CCCOLIIEL $S,alacr1 aniino, f16Sq ^2 LFD. SEPT. ALII 7MMEDIOL. nos excipit, et nosadopus adhortatur, et fe » omnia intrepidé paffurum profitetur: fit fectio, nulla vox querula, nullus ejulatus; adhortatio- nes folum ad artificem, ut intrepidé negotium. perficeret; unus primó forcipe extrahitur lapis magnitudinis magnz caftanez ; alium adhuc füpereffe extrahendum artifex profert : ne du- bitet, extrahat ; iterum adhortatur : (ecundum extrahit, tertium; quartum, quintum, et deni- que fextum ejufdem magnitudinis, fpatio me- die horz; nullaumquam querela, nullus eju- latus, celfi animi omnia indicia, (ola poft actio- nem Deo gratiarum actio. In lecto repofitus, refectus de more, omnia bene cefferunt, nulla, febris fupervenit;nulla inflammatio,nullus do- lor ; fomnus poft tantas vigilias (uavis ; ulcus iermino quindecim dierum pro medià parte optime ad cicatricem deductum; ecce cà die fu- pervenit febris vehementiffima continua, nul- là occafioneà vulnere habità, quz adeó ardens fuit, introductà etiam hecticà febre, ut brevi temporead tabem,& extremam ficcitatem cor- pus deductum fit ; in quà adeó carnea fübftan- t11 confümpta eft, ut etiam cutis exaruerit, ita it extrema cuticula 1n corpufcula furfuraceas per omnem corporis ambitum diffolveretur, et excideret; cutis autem vera tamquam ftorea to- ta fiffuris diftincta confpiceretur, et afpera, du- r3, et ficca tangeretur;ulcus exaruerat, et labia in calli modum exficcata confpiciebantur,nulla amplius fanies, nullus ichor promanabat. Et cum res fere cflet ccnclamata, refpectu ad has res habito ; nulla fpes falutis fere fuperetle videretur, cum ali qui vitales vires adhuc atis valiiz confifterent, ezoq; humceétantibus, et retrigerantibus calori febrili contrairem, et in- ftaurantabus naturaleni calorem foverem, tum humidum fuübftanuficumoptimis cibis repone- Moueynlstiginn fe prcma Meine qa tiin acerille tebrilis calor dafinbpiie ctio cta- quanto À lior reddita eft ; et quod majorem, parere poteft admirationem, majoremque ía- luusípem Vr mri onec rece pore aridum, et quáfi callofum, 1terum recru- duit ; dolere aliqi peuleumb itai micéptii- pem emittere, mox ichorem; póftaliquam etia faniem, deinde per te, nu] adhibito przfidio exierno,1ta convaluit, ut ad | | fanita- tcim fit reftititus, anno aatis fu: xage Silio rertuo,cumadl:uc octvæena RENE. vat,adeo litteris deditus hac etiam atate, ut perpetuo fcré in inftrucütlima fi à Bibliot theca véerfetur, perpetuo etianz cum mortuis v1vens Ccolveéctari videatur. Admirabilem aliam fortafle hiftoriam, n propofitum, fi "0 amí, | l EL » T3 ou^ Ins^3 recenfeam. Nobilis Henricus l'eccnius; Roeetsferidiodshenito viet ft Aoid ribus ex lapide in vef'ca eflet corfitctatus, nec umquam curati rem pcr exiraéilonem admi- fiffet) cim acerbi(Timis doleribusanoctretur, vr fatius moricerferet, avàm huj: fime di tormen. rpetuoóaffiig1, cumqueextractum proxi Á 1n mé lapidem trium unciarum feliciffimé ab Il- luftri viro Cefare Pagano fexagenario obfervàaf- fet,à quo ad hancadmittendam curandi ratio- nem proprio experimento erat incitatus ; tan- dem me accivit ; qui D. Pagani curationiadfti- teram,feomrninoexperiri fortunam füam etia inillà atate velle ; et fe autabacerbiffimis illis doloribus eximere, aut ut fortem vitüm mori » profeffus eft ; càóm uridiq; anguftias fübeffe cer- nerem, quód pauciffimis diebus cum tot ; tan- tí(que cruciatibus, vigiliis,& virium viralium» imbecillitate füpervicturum obfervarem ; eaf- dem tamen vires imbecillas, ztaté jam effetam, et mænitudinem lapidis tanto tempore auétà ; illi operationi repugnare,anceps, et animo du- bius, quid confulerem, hzrebam tamquam 1n» falo, et tandem fux voluntati totum negotium commifi. Oui tandem omnibus expenfis, de- -revitfe huic curationi committere. Excifus ; et extractus ab eodem artifice lapis feptem un- ciarum, et drachmarum quinque ; et quamvis per loneum tempus vulneris curatio tum ob mænitudinem, et dilacerationem ; et angul- nis multi in grumos concteti in veficam colle- &ionem, tum ob «tatem, protracta fit, conva- luit tamen poft duos menfes, et per annum» etiam fupervixit; felix eo tempore, quód dolo- ribus careret, quibus per tot annos fuerat con» flictatus . p '", 4*4 /3« . * e » Q 115 [ 10 fluxu et c st gin » e curando Medicos video à rectà vià aberrare,ut necef129. À Deófepéin feminis hocinvolunta 3 i farium fit, aliqua etiam hac in re annotare». Cum autem morbus 1s ob varias externas occa- fiones olivenire (Gents et ex congreftu V enerec Íacpenume ró communicetur, c Fi di iP eüsmaridum erit, an ex lue G.; oricinem duxerit, an potius ob exceffum 1n "c" Cta,an ex congrefiu cum muliere eo morbo laborantes; e Ci | I] ^ X1* 4 11 11 fine fufpic nc Gallici morbi: fol t enim eti21n»o communicari 1$ morbis (ine Iue Venerea: diffi bro artee 4 ! l » ? 12? e bw de 9? C &fs Gonoybaa G ] lica n8 fla f«pbruneda . 7 Ganor- rhoi mtt- fatur Dm f uxum 2! DI) e Yy-£&a altauando minalia, ut tempore debito femen contineant, ex continuo enim affluxu partes ille ret rtz na- turà adeó laxantur; nt diutiüs duret fluxio illa ob illam folam caufam. Vndeetiam, cümex diuturno feminis effluxu acrimonia, et calor materiz refrixerit ; [e penimacró decipiuntur Medici, refrigeranti- busin eo cafu utentes,cüm excalefaciendum fit aliqua Vea femper autem adítringendum : in; quem ufüm ut fiepé foleo decocto ex ligno len- üfcino, aut ex ligno cupretli, aut decoctione maftiches, et aliorunrex aquà chalvbeatà, aut mincr. ic 1s aquis ex ferro . . De cipit v eró et fepe peritos Medicos ; q: id. cümab initioab externà aliquà causa ex- calefaciente, et lixante 15 morbus inceperit, ex longà auté fluxioa e fpiriibus multis inanis et malto femine evacuato, et corporis habitus í It refrieeratus, et multus humoraquofüs, et fri- e1dus genitus, mul Aq; pituita pr« ducta, cum. in primis Illis remediis infiftant; omma in dete- rius ruant, et aneeatur fluxio. In quocafu teme perad contraria erit tranfenndum,& iis n ten- dum Lec en faciunt, et ficcant cmm aliquà fubadfirictione ; 1n quem ufum co coctum cx Giiajaco, cum pa rtione igsbenæe 1fcinlut 1n nlperi, aut cupreffi;aut maí ftiches: nno verbo dicam.;ea omis curatio etiam conventet,, qua prafcribitur mul laborantibus. veniet de- Bu ribus albis purgamentis:f i De Menfium [uppre[[ione, -diminutzone . T infüppreffis menfibus, ubi fan- guinis miflione per fectam venam. | opus eft; (emper Galeni decreto à venis crurum ' evacuandus eft, lib. de cur. rat. per fang. m. cap. 11." 18. itaubi hzc c eadem fuppreflio cu- randa eft, cum magnà fanguinisabundantià, in dubium verti video, an hzceadem curandi ra- btts i tic ofequen da fit, afferente Ætio ; /;b. 16.cap.$7- | prius extrah« andium efe fanguinem ex cubiti vena, mox veró ex venà tali, neaffatim ad 1n- |ferna ob copiam irruente fanguine, magis ac | magis venz uteri repleta bítrüerentur ; ;quam opinionem, tamquam etiam à Galeno non dit- íentientem ; fequuntur Altomarus, T rincavel- | lius, Mercatus, &alii multi. Mercurialis au- al tve vitcho. Item, et Maffarias, etiam fümmà prafente pleinitudine;in fuppreffis menfibus numquam cen- Lfuerunt à cubito mittendum effe fanguinem;fed tfemperab infernis,quód etiam per illam fectic- knem plenitudinem tolli poffe cum Galeno cre- iliderint; et fi qua fanguinis copla per venas ute Iri fertura fupernis artracta ; et am per eandem viam ad inferna attracta evacuetur per infernas lMllas venas. ( rediderim tamen ego przeftare, dum; Vene. - .Atibi plenitudo ad vafa in corpore acervata füe- Iit; illius habità rationc, primó,antequàm füp- IprefTi lonis curationem æerediamur ; fectà venà lin cubit ) 5 illam folvere,In1OX VCIO interpofito | I " | * vrbs debito tempore, fectis Aids tal firppreffioni menfium opitilari ; et cüm prima illa non fit facta ad curationem füppreffionis menfium, fed ad folvendám plenitudinem, hac O ; conveniet "vao Ga Í one operi inrenon repugnabimus Ga le no cenfenti,fem- c .f47 He. 1 (La jw" £/7€ perin fappreffis menfibus curandis fecandas ef- fe venas crurum. Æit tamen non placet fenultio e tentia, quem alii recentiores (equuntur;cenfen2e21i2 Y€f N tis,primó mittendum effe ex cubit nsnnen ls "M / . ; mox ftatim ex pede, ut per primam folvatur [ec Ir'one k 7?) cr prir vera is plenitudo, per fecundam, fi qua ab ute ro ad fii menfibus perna facta fit pet primam evacuationem re- fasrc[fis. tracto, iterum ad confuetam viam uteri retra ^hatur; fic enim et habenas equo retraheremu et poft calcaribus ftimularemus, cüm fieri Gof- fit,ut m M Mie fecta vena füperiorad impe- diendum, quàm altera inferior ad promoven- dum m. MA uas pureationes. Ven: fe- y22 Si avis qua traduntur à a Gal. Zi ). dc ..À Hoi bra- cur. vat. per fola "m Yenam cap. y6.ubiin Biden fe- Pens Clodi M talo. pro curatione füppreffarum pur- sationum menftruarum, tempus folitum, eva- 4 €uatio nisilla rum effe obfervandum docet, atq; HI J^ pertres,aut quattior anté dies effe evacu andum s fimguinem, dilige enter confideraver hi facile in1b 1 I l n Iecov- 2 elu æ, tellioet, 1 1bi plen tudo talis ad vaía ; n c«( X rpore 1 Coah doped 11, quo fuppreffi funt [ibit ci i, non effe TTL TAM Yam exfpecta midst) npus purga tionis folitum adl 'Vacuatione cubito faciendam : tunce NEN 7 PY € cuati CImnocx to faciendam ; tunc enim ) Oo CAL V. -À " T . ? ^ ( iupnprettiol adillyaremus « Ineaincomtnnw« Ubpreitioneadcj;uvyarcinus, ecin vLincomÓos- VOSR 1M. à |] M CL i 1^5 «a 11 1 et avocaretur in contrarium fanouis, et potius H. ANIMADVERS. . a da incideremus, qua d Ma rcuriali, et Maffarià proponuntur; fed iliud przftandum erit in medio menfe, poft decem, aut quindecim dies Z termino : fic enim et plenitudo tolletur, edm confuetus motus, cüm eo tempore nullus fit, avertetür. eia nj uu aulus ZEeineta 1ntelle- Ti juod tamen intellexiffe vix fieri poteft, efie quid illiin mentem venerit, hoc morbo cu rando dixit, non efle fecan im venam ante prafnitum menfium tempus; d per dicet. dies poft. n promoven« is menfibus diminutis ; licet preceptum Gal. /zb. de cur. vat- per [ang. 995i [[.cap. 19. maxime mihi probetur, ut per tres; aut quatuor diesante tempi fanouinem mittamus ; y Penes tamen expertus fum, mæis proficere, fiftatutum tempuz pur- eaticnis finamus adventare, 32 ibi diminuté operari vide povenuni defabiiair: of Pass evacua- tonem, veríus finem motüs manus adjutrices porrigemus naturz, et motum illus promovc- bimus,ut fimul cumpaturà defence totu1no opus perficiamus, juxta Galeni decretum 9. po i" MEC ed. Ó hac dere «eh fentiant ; quunt,aut maxi1i1no timcre c íectione vene ten- tant vi) moms tse endo pcríeccrtam venam » 11 1^ " - ; t1f1 in talo;per er tres,.aut qu. |LULOT gi1es ance ænnituig NEN "WO Kid a Je Doo "ve p ^ "X4 £x Decio 7 MA ee fe yw Kt, 4uA 40 €^ € € . ^to. [WP AT Vez IZOHS J dimuirttis | )Y0?A0- i ^ * f -,F£ " Len Ü. 90 65 *v2t !j L], ;;0- illud tempus, cum Galeno ; fi enim fluente fan- cuine fanguis mittatur, non folàüm non promo- vetur fà inguis menftruus; fed ex animi deliquio, aut timore ita fiftitur, ut amplius per illum ter- "t minum effluere non foleat . Meis 15$. In promovendis menfibus (c&tà venà in pn qrom* exqu, femper praftabit repetitis vicibus,bis;ter, Fu - s aut etiam quater fanguinem evacuare, quàm. vs os: unà cvacuatione fol totum negotium abfolve- [5 - re:fic enim melius fanguis ad motum incitaus mi«- $27 tur, et fepius motus facili üs ad fluxum invi Sechto ve- tatur. lossqézsexialo 136. Placet magis füb noctem ex pede fan- Lex inh. volue fot guinem detrahere, ut ex affiduo motu ; aut fta- fab mo- tione et humores facilis defcendant,& ex mo- PREPSURCUUNQ QE attenuati faciliüs profiuant. fob ixi: : 137; Per duos tamen, aut tres dies ante ab- W- rof luantur crura. ex decoctis attenuantibus;& aro- dfricla. 4. ant X. matibusafperfis, et mox longà fricatione deor- * | fectionem - AV uon € cuini ; | Li onda I 5$. Faciliüs etiam fiet voti compos . fi ante cx ialeti« hecomnia,aut diebus prepara tionis exercitiis 2 dere 4«- ytatur aut univerfi cor poris yat inen par- éet CX?rC! tium infernarum, maxime autem | ]jumborum.; f / fione fan aut fanguinem ejufdem conditionis obftructio- nem inutero facere cognoverimus, priüs fo: culis ex »] ; zai0 oven yuln ' |; regio Tnentis, X emp laftris reeioné uteri fovere; quo» fum trahendo invitetur fanguis ad fluxí9nemi[: adinferna,44 artenuentur humores mixti fans-B: DW 74 139. Praftabit aurem etiam ante fanguini: 1 PoE/14- 221] : miflionem, fi craffum, et v iícidum humoremo.Jnm ANIA ADVERS. . l'rum materia, cüm provectioribus hzc fcriba- | mus; tylva autem prafidicrim apud fcriptores reperiatur paffim, et fit extra noftrum pro po- fitum, apponere non opportunum effe cenfui- mus. 140. In decoctis menfes promovertibus ex- hibendis hzc adfit animadverfio, ut 1llcru m. jmagnam quantitarem concedamus, ut integris viribus ad uterum pervenire poffint; atq; n« n. tolum fanguineman venis exiftentem craflio- Irem attenuaxe,fed et eum, quiin utero 1mpa- ctus, et cbftrvens, impedimento eft fluxui, fe- cernere, et fübtilemreddere., De lAI. Q Fluxu zeen[iruorum immodtco . Vemadmodum in fü ppreffis menfi- bus, dum repetità utimur fanguinis fep endn e emaul yn. A leg evt 1x . Méfes pro 7200€2114 per os fint 2 mmulta quanti  [n f ^ n xà nie fium mifflicne, dictum eft, praftare », PR mon eadem die 1llá repetere, ut modico illo tem li peris fpatio imminutà materia, et o1iis interpo- Mitis et attenvanribus, et attrahentibus, natura JMmeliusaffuefcere potfet ad materian n per illa jf partem de more evacuandam : ita é contrà m, ! hr evulfionehacab utero per fupcrras partes bis, | et ter eadem die rep ctendum cerfercm ; qvód h& cevacuatio fanguinis vreeat ; et retractà qvà- primum materiá, fluxio citius fiflatur,neg; tcm pus Intermeditim neceffarium fit conc dti,Uut lun Pp) reffione, 2d parandam materian 2. ]n hoc« medi 0 fangut "i$ mio epe !iia 7 F att a MP d E ACCQ AA ifectu video multos vereri i fum : medicamentoru E folventium, quód "- fum digpé'ty latus humor biliofüus, ac commotus, unde faépé gandum . is morbus provenit, ad uterum etiam fet ratur 1 aut compreffion ne, quz in regerendo humore fit, venz dehifcant magis, atq; magis profundatur faneuls: quoniam tarnen per eam partem eva- cuatio aut revulfiua eft. fi fluentis ab hepate; autàliene, velà toto materia motutm confide- yaverimus; aut derivativa,ubiautactri,& cali- do per admixtionem bilis fanguine fiat, aut à illámqué revocare à .parte;ad quam fluit.Quod ompreffione mufculorum ventris inciderit, cüm breviffimum fit et humoris irritantis evacuatione, Á egpen [mnt REIN "entium aliquorum. fFriclimr. dici 1 ; quia,et fa dftringentes aliquas partes hadatum, fcrofo, aut psi jc )paümum femper erit, ex- purgato ab use nentis f: inguine, minüs fuz qu xilem reddere, mini (foli acrimonià irricantem, f hs iod incommodum ex motu eveniat .autil ilo sueiusibot et revulfione y^ | Midica- Sint tamen n medicamenta hc aut per] | spenta tz- fe cum aliquà adftrictione; aut adjectione ad-4 n aü- 4 R hab arbarum ín hoc cafü fugiant Me-] i ! [ r^ abat- beat: potiffim! üm fi non multüm maturum fue: 62 7 7 vit, quoniam tamen, inquam; tota illius folvem | fup. [lis di visinieneis et tenuiffiriis partibus pofita Jii Cie eit. qtux facillime venas uic cd c etlam ! faneuinem fuo colore tingunt;& eàrationeacu tiem illiaddunt, et calorem ;càüm tot alia ; 8X fi nplicia, et compofita fup erint, fatius fempe | duxi abillo abftinere ; potiffimum cum ab alii lic, cüm ei, quz aut -i icraffanti facultates aut 774//22* lipEniraspropémodem mulieres ab hoc morbo Incmdton. et facillime P: arabile. Recipit àutem Gor deme 4. iy datvm, obíervàrim, multa in hoc morboattu- life incomimodao.Poft hujt re remedia ea ratione fa(a Pire feri b rdaxitbe corveniant;unumanr pre- /, (ena cnirtema iato Bodo effe cenfiisquo "^ di ;interfecreta "Jn udo refe rvattim. clefcehtibas ; áui fub noftrà tütel: id pPraximi me K Am addiféendàm exercéntur;etia Icomimiimicatum nb&hcomhníbus;ad communem Hiliitenm cc mmune iit ;Qquo feré& nunm- iquam friftra ufus füm,modo exulcerato aliquo vaíe in ütero fluxus as menftruorum aliquaiu.; kon habeareccaficohem-: eftautem omnino eva? ^ aqva libras feptent; 1n'quà 1ncoquo cortüces lerium aurentivm acidorum ; aliouanto adhuc fiubviridiom,'&i1llas in philyras incido ; et exiccanoàd duarum pártium confumptionem; et factà colatrri, vhicias novem vel octo potanda Imane dé: euod fi vay medicamentum paliorebiccirf:m volo;nunrpalum herbz pilofel- 1 31li«c £g *1 . E 11 like 1n fne exccquendum addo : Ines adhuc redditur; fi ie aqvà Villenfi decoctio fiat, aut fi in octo "Hbris aqui fiat? vbi duz terti? partes pér coctiopen abf mypta fverint,& excolatumm ldciimiyehalybetdito ignito fepius 3 PUT 7 roborettir. Boethi u- xoris albo profievio laboratis biftortec o explicata et Gal.lib, de praco- gn. ad Poflbu22H?7 « az De albis per uterum purgamentis. 146. C Vmillud mihi femper fit perfuafum, | |. | in hoc morboeaiterum non laborare.» per fe, mifi cüm ex longo «lefluxuetiam pars ea;, 1;, aut laxatur nimiüm ., aur refrigeratur, aut; jy, cetiamaliquando ulceratur fed vel à totocore. f; pore, aut à ventziculo;aut ab hepate; aut eriam. |i àcapite materiam 1llam transfundi, laudare.» fatis. non poffum,quod Galenus //b. de -pracog.ad Poflhumurz, maxime necetfarium, effeduxit; ut aut totius, aut partis laborantis,& tranfmitten- | |. tis rationem habeamus ;.nec fufficere humores divertere, et evacuare et per alvum, et per uri- ps, ut fecit eo loco. Galenus ; qui non folum... diureticis, afaro, et apio, et hydragogis ufus]... eít, fedlongà, et forti fricatione, ciun non abi]; hepate, aurà ventriculo tumor ille ventrisinfe- rioris, et fluxusaquofus per uterum originem. duxerit, fed ex refrizerato nimiàm,& humente: habitu corporis, et potiffimum carnibos par... tium infernarum,unde per longam, et validam; fiicationem, et fimplicem,& cum melle cocto | EUR. » "e .non folàüm revocabatur ab utero ferofailla af]. fluens humiditas ; fed incalefcebat habitus cor--J poris, et ira ficcabantur carnes, ut (anguis adi]; appofitionem, et renutritionem tranfiniffuss] non ampliü s recrudefceret, autin pituitam, fe--] . rofümve humorem abiret, fed nutrirer,sícque |. optimé nobilis illa matrona convaluerits nona, Jguur [^ 'J vocare «Quod fi af ANIM-ADFERS.: . Igitur oportuit alia etiam adhibuiffe, et exhi- buiffe prarcr ea, qua tradidit eo Iibroad aufe- rcndam intemperiem à tcto; aut parte, üt cen- fuit t doctiffimus laffarlas meus, cm non alia» labcraret: unde excalefaétà; et ficcatà par- t€, ne denuo m aterja e enerayrecur, faris fuit;ges nitam et peralvum, en perurinas ab utero re« '0 &apioufus eft, ad du- cendam materiam " er i mofadd àm,qua tamen etia 27$ 4| perm,enfes, et uterum folent evacua re; ncn vl"A P * f detur mihi reprehendendus;s qui nt và cencra| rione humoris inhibità, rectà victüs ratione; | potiflimüm pottis parfimonia,iX füblatà intem- J| petieà parte laborante; nó ahud habebat;quod | faceret pro eàcurandà ; quàm genitam jam a- | quam evacuare,& à partéad quam tota fereba! div reticis » tur, derivare ; nempe hydræoeis per alvum. per veficam, et iis quidem;que fimul menfes prolicere poffunt; qualia effeafarum,& apic m docuerat 5. C $ xfi med. facul. ^ut etiam fi qua excrementa picultof. | uteri veris, et utero 1pfo i ferofa in, rent;aut ob craf- fitiemretincrentvr, neaut corrumperentur re- tenta, aut iptcanperiem 1n utero 1nducerent, tandem etiam quamp rimum expurearentur, . Ex quacvrandiration e illu d primo col- ligendum eft, ncn hac 3" làin cedendum effe in curando fli xv mulIicbi ahbà enim và 1ncef- fife et alios Medicc: n. cmanos,& Galenum ipfum, ex Hi Medicis anuquvis dcíompt refide pocrate, et optimis qvibufqveo à,Cccnftatex cap1teo $ à illo: Albg bro. fiii fa- bé CHYAV- dut vtría ra- Moe à di tradita et », ls l;b. de pr&cog. ed. Pofl bu 322/4772 . lx arena yanarina fepe: e 2nalum, £9 contra G a. Albi bro- finvi vc- YA CHYAL- Ai TAL.illo: mutàffea item poftcà Galenum fentétiam; poftquàminundià ftomachi regione. ex unguen to nardino precordia perfenfit frizida,& humi- da, ac mollia; ncn fecüs quàm lac coaguíiatum ; nondum tamen in càfeum concretum ; ut ex hi- fori illà tradità Zib.de pracog. ad Poflbusmum.», eap. 8. colligia 129. "XN etroris 'arcuendi. funt ; qui piocurando eo moi rbo ;mulieres in calidá ma- risarenà fepeli endas ex Ga leni. decreto cenfent; cim tamen Galerius fateatur aperte; et ce tcros omnes d C feipfum non firié errore hoc remedium attentàffe: ut magis ii finr. deridendi; qui etiam in divi arena Soli aftivo nudas mulieres exponentes, ac deméreerites ; tentà- runt mbrbutá huncevincere. 149. C urari igitur poterunt fim iles ur orbi, derivatà, et fimulevacuatà materià per vias fe cefsüs ydrago?is; diureticis per viàsu rinz, eo modo, quem docuit Gal. cap. illo o.de pracog. ad Poftb. Inter hvdragoga noftrotempore pri- mum fibi locum vendic at Mechoacani kann fialiquaadmixta fit bilis; £x Jappa,tum ola Q tertüm cum pilu lis ak epha iginis, fuccüs 1reoss potiffimum, f. Bie I? decoctum; et Pa m aj fylv 'CitI1S 14 )a- 541- Ixt il« LI t (imilibus« alia.aut ex 115:2* . Dofita. tiffimum witbid, &'prafentaneum remiedium funt; aque T bermales falíz. vt T'ettuciana ; et fimiles, quód per vias fecefsüs hunziditates de4? " Do v .À d S S asi es AUI FEMA ^ M. ducant. Tot ner hanc viam naturam attuetcat eoi- cCrC. Incafi lium tam een haco n inl daa fient dem tranfimitt y77 Gent, nifi partis cenerantis hos humores ratic- pem habuerimus aut, ftà toto eenerentur;to- uus; propterea, in ufum e. CURED dug intem- periem partis aut touus tollere poflint; puta» EL: | e MN wd fi frioe1da et humida fuerit; quod 1a pius evenit; je. aut ventticuli,aut hepatis, aur toti s,excaiefa- cientibus,«& ficcantibus conabimur evinccre ? commodiora autem hazcerunt, f15ü88nrhoc prc1-4 331311 " ; (^v 1taàlnLls 3 a Vt( Lt : assise ap, o e« 1ncontrarum tractam eCvacliaic co i LHl- C15 potiliiniulu lia totoad uterum trans fundaa- - h 1 * T decoótum Guajaci: aut fi1ntemperies bec frigii Q | :, 1*3 ^ 14 : vw da « humida jecur etiam att1gccr1t; quo d Cx Ia- dice, vel. ilgno oafiairas paratur; ex quorum hr ES, * $^ "s " 14* T^ we 4 | Qe» T C XCInD] l ) CU 111 P xin rima aiia | roponl px (tunt. 1 E I $C. Animadvert« naun Lt 1d Cn,n ja fempet1 aut íerofuin humorem, aut pitu1tcium peccare; peque ícmpernunc cíic. Cx pl rcandum neque 423311 " I ! À ' E a^ bor d x c4 femper calidis cczr1endam efie caufam efncien Puross:8 2 mulie by 12 20) 75ber "t £ J 7 ,211 CALtis Ci 4avanáa o Adftrictus enim locis ; aut nobiliota meinbtáà in-. 1: vadent molefta illa excrementa; aut retenta in., malum habitum ; aut. hydropem laborantes] ducent. De. Vteri prafocatione . Prfoa- 132 f leri prefocatio ut morbus eft per-- 1^ Vis air dn niciofus, ita cutn folis mulieribus,,! tento fei et fepe ex Iimprovifo adveniat ; curationem fe-- [4 ne,odova- X6 € fola fibiadfciverunt, ut inde quàm] j]uri--p £5 vulva 1naà errata introducta e(ífenon fit titm : Inter nen inn quz lllud primum locum obtinet ; quodi infuf-- pun gea. ^ focatione matricis ex retento femine, in matiriss| virginibus, et viduis ; internas vulva partes ;1n--[' ungunt odotatis cleis, ex Zibeto, Mofcho,& fi--|' milibus, aut peffaria talia imponunt;quibus,licet ob fuavem odorem, uterus füpetnas partes: petens deorfüm allictatur ; quoniàtm cunen et titillatio excitatur, et appetitus Veneris promovectr;quaft in furorem viregineum coricitan-- p turmulieres, &à comprefhio ne diaphragmatis retracto utero in proprio loco extenfus, quaft turzente materia undequaq; movetur, ac fynt- ptomata p ropemodum ind icibilia producit; Le- fo cetebro, et corde: hinc cordis palpitationes, et fyncope, hinc pulfüum deperditaiones, hinc:] dementis, lío cerebro, concuffiones omnium partium, convulfiones, et fimilia. Prafota- 153. Quare pra ft arct fuaves illos odotes co- tiséeze o X1$in párte internà prope. puderda alligare, quam onum intrudere, fic enim beneficio fuavis olen- ! tie fruerentur,nec in illa tam magna incom- 1 | modi inciderent . r$4. Nutriquam faciem frigidà in tali Cau afperzant. Minüsautemodoratis aquis. r$6. Quinimó ne vino quidem facies erit abluenda. 157. Quamvis enim vini nonnihil vietiam adapertoore infündi poffit; cum Hipp.Z/b.dc» | morb. mul. cra tamen. eodem tempore malé ! olentia naribus admoveat, vino faciem làvan- I dam non efle docet . 158. TitiHationes aut'dieito medioimpofi- | to, et perfricante os uteri,aut aliis inftrumen- tis,ut femine excreto füblevetur mulier,à Chri- ! füano homine omnino ablegentur . 1f9. Quametiam ob caufam peffi illi ex ali- | ptà, lienoa |Joe,eca ryophyllis, Zibeto, et fi fimili- Pbus parata, licet difcurere flatus uter: valeant, !quin et fermen promovere;quoniam tamen ten- J'tizinem maximam promovent, et Saty riafim. fepe inducunt, in hac fuffoc ationis fpecie ex re- I rento femine non ita tutó in ufum duci poffunt, MEC Cerata ex Tacahamach&, Caragnà, fGalbano, et fimilibus, utin hoc morbo ex re- litentis menfibus ob craffitiem, aut putrefacts, llrron refrieeraris excrementus, ac ex flatibus à Wl proprià fede dimoventibus; proficua funt ; ita, I[mb: ex femine.retento, et putrefacto ortum du- Ixerit; non 1ta fecura erunt, nifi cum exftinguén- S ^ tibus lentia to xis appli- canda . F scies frs qida n9 æ fhergeda. Nec a- quis ode- pyAf:'fe Nec vinos Pauxilis viniconce dendum mai? olem tiba$ na- ribus Appo- fitis « In prafeos catis ex fe mine reti ciéda titi latione. Pe[ft odos raulpra- LUUD e femine reiitiédi » GCeratæx Caragna» galbano » gc. tpr et focatis (ex f 1oine y. Gucarcoi- z ZéLá. 1 " r&- /* J« jocis Za d fit P €? ü4 E tibus femen,aut refrieeran ub us; ficcantibuss uteítagn 15 caftus&« Sorallium»aliquid adjun- ol 1l ^ AX61I«. Scio multas, quo ri Pe. ev t TE 7 emo NE S TEN in locc Pp OpEh yretinea nhtL,Uu6 DnVItCLLiCA alieettio 23 x Ln en excitentur; hujufinodi ceratisex T acahátnach uti,41n.umbilici autem, Cay itate 11 1 f56snere q10n1 nponecie quo aut tria grana Mofchi: fe C 1 quàm ] ehci fucceffu, 1 ipíz viderint ;ex calore enim corporis et lec elevatis bene olenübus vaporibus;fepe in pi focaüones incidunt ., 162. Cucurbitule ut infernis parti ris, et coxis, quin et 1pfi publ appofitz profi- ciünt ia reeioni umbilici | Te» parte Obefle ic lent. adis. In 3 Vero y ftot A nx 3 - Q5 ; 1€ CX re tenti: d inen 1 / ^14 e! * ^x/11133 1140 7 T gor 3 44A Cu iquo n yd. Xxumque appo lli 29 PP! OXAS bi alliüi Lil 1 US E 1 lm. LJ Cc 291 Db 11C5 Li Tas 13 EIU 3x4. 1 ders: s Lou. PLUS 5 ctiam in par: X VilllO a mo s COI LI » poris totus refrigeretur ; Don j« LU 1n DatOoxy. Y ibe enda eft dili S4NIMADFERS:- LIB.FIF .281 T2) 166. Incaauteém, quT Cx Hagone ( Ag ine D o0» fla- T p^des v ducit, cucurbitulà magna umbilici regioni apa ;;, c55- lic rel 3 toin (1617 qo ^ 1 : Prtifi » VCI intcf uroblücum E ul em pl&G- as tadffimum;fi quod aliud,remediun efleíclet. zza ati- ^ 2 Hac tamencautione,utaut €x aGUa ca- 5/75. ÓH 1^ !1 »li "etr! . 111 "Y 1^ ' id-erxa30mnme 13 61 T5 bruvbpi- ldáaapp ICCI1 L5 41 LCI m non nil m 19n€;, pocti- gu Ve» - : E ! "1 : nia : 24/3 7H inum jn pra pinguibus mullcribus . IH: a . Sitex iis,qua perforatx funt 1n furn- 5 mitate. j : 3 m. d P m E di 1 2 t 5214 169. Diutius non permittaptul adherere.ne, - - LI * a " MoqT1 48 Í3 t: 4 «1171 1^ 1 (11 ^ if impegito kA AlilLL 2 lllLUl £1l5| D I |) ill «CC 2 ]I1lo 1$ ^^] v m lI13carr- anmod alia p Qe qu oa n91 4Enaln CL. aLLiI 3 quod et iiti LIII «idl . )Yali$ et j i j 1 Z»^r: I * f. Y : | D, ! )! 3 up 1410 J 420A A20 n2^77  : ] Lc 14154 E aud A40, i AF LH222 07-1 A. MI e«LcoATL a Ter 4 Le per mient e j«€?t E m, Medicorum 1n partu naturail ; præ JÆcuncdi, dicorum. Canones veró curationiim omnium morboram muliebrium: diligentiffimé -profe- cuti funt; przterantiquos Patres noftros, Graz- cos, Arabes, et Latinos, ex ecentioribus Mer- catus, Mercurialis, et Maftfarias ; fofüm aliqua attingamad munus füfceptunvattinentia . Obfetrici Primóanimadverto, et frequenti experien- £us non te tià Obfervavi, nons effe temeré credendum ob- mtré cre- ftetricibus aut aftruentibus graviditatem, aut dendil, fea negantibus;,ubi agituraut de promovédis men- Mec Gus aut de fecandà venà ; aut purgando cor- dd ed pore, ob urgentem aliquem morbum; fed Me- Hla iljg,; dicus diligentiam fuam adhibeat, conjecturis expendos, 4$aG has cum dictis obftetricum congu negat, et agar, lufpenfofemper pede in re-admodum judicatu 8 difficili incedat; ne, fi dicta folümobftetricum, 1 aut mulierum fequatur; nimis fecuré incedens, abortum inducat;aut remediis deftitutam lan- guentem finat. Obffetvici | 371. SYumquamtamen in fimilibus cafíbris bus sfferé aperiendi (untoculi, tunc fáné quàm minimum tibus fe- obftetricibus eft credendum,etiam jurejurando tum mor- afferentibus, cüm mortuum effe fætum teftan- P489 59 tur, et valentibus medicamentis excludendum ice . Perfüadent; cüm fepenumeró multas videri- erts mus, à quibus feet!m ramquam mortuum, aut excludendim;aut, quód pejus ett, ferramentis extrahendum effe cenfebsnt obftetrices, et fub füà, ut ajebant; conftientià jurabant, quz non., ita muftó póít vivum,& bene valentem fcetiim pepererunt. E HÁÉÓ € acerbit ter efflæitant à Medi potrigant, pulveres, decocta, àquás füllaauas potrige endo : ; quibi 1S 1 (æp Vta ate dol " utem non ita óbftetricibus; ita aures non f tirientibus, qui aifficatéa de partis ue: Na orm commortz precibus inftanC1: K datur, autirritata natul tcvc T5 i 4* n! dd i cit nac Ale Ob hat tanta rtat undeaut acerbu clu(iis ante temptts à natura cotil fervet ndtur m fitum 1i 1C ipfam cà difficiltàs, unt pra facile SENCASCI éit eben ; ut mahuüs adjuttrice ftit n exe indo. ifaycun laxantib P emolltentibus res erit triti fizenda ati folemus ad expellénd üm fetum 1mnor q mbus tuiim; I74. aut fecur Quod f 1 placidi ráfémpér in aum parturien infantis éxclt Occidàtmus. 17;. multerit neque i enim CO ee A mentes; fueéverint, énim fuübfequuntir fübv« alvus xliquándo citatur : tó convenit, quód dolores 1l foleant,n eet üm . dated. ter er, nin dà df no iearuue I^ [ r1 aus 1ftofi uerih n Ira 1 ^"r41 G "i 1 n T u ; ad]: imyoda arcu CUUccl ! 11€ nfe t d bl CX nil ^ Mc À. a» V $^ CXP ^( 5 5 Xlt loratunm laritm,d Da [im iciimque c fiiper ione exl TÍI nc primipatris 1s fi 1 I 1 uo ) JUS V "f. Cxnh1Dc $ ventric lt s iabeamus, quar e fit; ut infans aut occi- "i tenifpus debituman- cegcto datur;aut ex- utum, non» n partüs ad- OUS » Gt laln 11$ etiam ad hic eft venien« á UL. um ip: ci debebunp ivaré » DC, 'élymus;, " li pfius Im, (ofüinia aut étiam ip d : noftris exhiben video n fluxerti it,neque vc he venit: nire c De "EPIIT fe pc LA o9 E | CC 1l Qui DadIp iCrvenirc non P parParttut »o [rà Uth- vA PTS á Medico ob fprttes parturien I A7 Paviu dm ains vt29 tja fati s bi 07220 Et [cam dAs, 4p 20X1A . Fét& ex- cLedentt- $ QHA7 do dun; - Qieu?n 4^ mys dali. |onü A par- tu hegue femper,ze gue ou Uentt s 4at6Hn)11- ? Us cg Febrttit Li LoUs.a bart : LI ag mut jeans [AU * gz 4 [u- ht f par, 2 201ÉS e. gv i, - piod qua purgatio C07 din et "i ndo obofd, qu. ex £ontvoverY fia b«c til lez d: a . exp eme. A! com bue E ) . LFVD. SEPT.ALII um fiuere velit materia. "176. Sifüpervenerit febris, aut inflammatio aliqua, numquam à fuperioribus venis extra- hehdus erit fanis, qn dgad alu fentiant;ne » retrahantur purgamenta: fed ab infernis fem- pereritevacuandus. M EDIOL.: Aag pe ud De AMforlbis articularibus... ( 7s Íciam maximé. contre um efle, an incipi Sn eplc varticulorum,potufflimüm.po ex ufu fit medicamento elective purgante iid motes evacüarc, multis 1d affirmantibus, quód ;, humores fluxionem facientes evacuentur, re- vocentüf£, et ab articulis, ad quos fluunt, rev Sy lantur; evacuatà enim materias cn urnores fuc- céldent dolores ;& brev lori tempore pii ura- bunt: experientiam bac inre iunltoru m etiain. afferunt ; in quibus expurgatis humoribus me- dicamento, et dolores leviores fuerunt, et bre- v1evanueru nt. B epugna nthuicopiniontali, afferentes, ci dicamento purgante res ad inf iürihantur,*« devehantur;, fpe humores per íé € à medicamento com- motos vehementius irruentes, majori etiam» impetu, majori A ug et magis affatin culos pedum ; et ad 2enua affiuere et vehementiores cfl dcc re dolores : et ob hanc unà caufam, dicunt, et Galenum; et omnes fcripto- restam Gf£zCos, quàm nos« 1 Á IT. [| bns iiLilnoO4p Ccrna e a SICQUuc 1ad arti-4 * Maurit 2QI3060S C lat IOS. m e Crraturos;cu dloribus adfit et expellentis ; à UCTIt COp1a ANIM ADI Dæiscommendáàfle evacuationem factam per contraria humores eoe £T? L| ime. Cij us i cum dili- Zenter caufam 1inveft1io irem; ceno iictl1onem hacin re QC materias Savocare,1d vero au IDnatcria inque'qdquandatrate La ad 111a: RQARSM VEPPE erimenta; ul ex] crie tà cc Ec Cas a l11q l 3 M ic fiuens 5 CX 3 'Clilltas recipientis de,ant rob: controverfiam .düàn fias evacua dà ex £diftin- 2uluc ho . )pri - ü1m. i8 mS "m pr E E ", 26. LED. SEPT ALII MEDIOEL. Ead ut ex fignis debilitas arücnlorum. Facilids Gxtvonviip autem difcernemus, an purgante medicamento ^... utendumfit.an abftinendum, ex experimento facto : fi enim femel aur itezum tentatà purga tione, &ingravefcant dolores ; et diutius per- durent, ab illà in pofterum abftinere oportebit: fin autem melius fe habuerit ; aut faltem bre- vicr faétus fit morbus, omnino intrepide erit corpus purgandum. Purpusio x79. Cum vero, fi purgandum eft; in princi- zpwdsgra piold faciendum fj. freftra preparaturfytupis cü facit. materia; cüm nec putrida fit, ut: cocticne indi- day etl l4 coat; tantem aucferofa., et rennis,queftaum; Us um [466 expureari poteft, Galeno magiftro, Jib. Qwoss:. 9 | da, r Qj quatido purgareéxpediat, avt fané bilicfa.; te- ph wv^^^ quls, non potrida, qua facilé expurgatur;nec. |? Becy)wM coctione indiget, quód fit fine putredine: cum. |. "von netóf v tamen craffa aliquando fb perfit præparari po- pc terit, et atcenuaris ut facilis, fi non refolvatur Acum per infenfibilé evaporationem, cvacuari pofht . 179. Miflio (aneuinis per fectam venam ut / : A T7ÉATCUAAMA . Ppodagri "- A 1 É - : ^ dg quA A: gmaxll ne lauda CUT, ad praca vendam podærà 5. MN (C sis - | JC -irgdus, goinefit refertum ; et ad eandem curandam, ft. |! an guin- bumores mixti fint cum fanguine : ita fi fercft: [uy jJ" dozen. fucrint humores,& frigidi, &frà parübusexe-- pu cernis capitis defluat materia, fruftra tentatut: pni tale remedium, quód. habitum corporis refrie- | ecret, et hujufmodi humori: prftet occafic-- [1t nemo . Pedaga X80, Quin ubi frequentiüs hujufimodi pce] dagrice» [q" ód crudis humoribus tunc det occafionem 5q« | elagricz acceffiones homines invadunt fie piüf- ^ f | quealiquem affüixerint, nifi fumma adfit ple- vei fim- Initudo qui alis inebriofis, et vinofis aggreearl,,;, ji e | folet, hujufmodi remedium erit omittendum, tendus uius /feffatis d vvv eL- eda | habitum corporis refrigeret, nec curfum hu--* yis | morim extra venas«ohibere poffit . E- $1. Repellentia quamvis paffimin princi Podagre | p1o, Ccvacuato tamen p rlüs corpore aut fangui- lalerax f | nis miffione, aut purgatione, commendentur à £u ridiou Jaffirmare,raró tutó in ufum duci poffe ;. fi enim ró Con"ve- ntt Í .lidolores vehementes articulorum non prius ps "6o | zefícunt quàm ubi :materia illa maxime calida, i'Galeno, Acuo,Pau lo,&. Ceteris; aufim tamen. Jeztia va Lin. hu C34Y ^ ad externa prol. abitur, tumorem, et ru Pocos Y m 1p partc excitans,quc modo repulfa refrigeratis »«Æ clot | externis partibus non morbo occoficnem augc- | bit; exitum impediens ? Quód fiadítridio Ten hleigendes | pu lion juncta fit, magis eriam ledet .. Sed ve- - | 1o jam ex parte f'uxa amate ria dolorem excitás, | nonne etiam, fi cà ref riger à dolor imminu: tur, craffeícet magis, magi f ue impingetur; et 2. ad fubind e€contumaciorem mo yrbum efficiet? Non po P» nifrigitur feviffimis doloribus ; omnem ad fe; " curationem trahentibus, verisrepellenübvsu- J| C0. LL a. remur, frigidà, aceto, farinis admixtis, pfyllio, lenticulà pafnftri ex aquà.& accto.& fimilibus; Securius eft oleum rofaccum, quod vocant Com o dos. "- pletum, quamvis enim refrigeret, et alique eec. modo repellat, vi tamen olei laxante tranfpira- c^ tionem non impedit, neque partem conftipat; atit [Let ano WSLGii quatre prat joy: !] -! * v cr el Tn ex Cut: $e), LC piam 2! 3 Í AG eui; articulos po X | CAT. Q. C 4 A do fricart'r,; 1D ^47  Li Ü no» " 4 l (t, difcutit nre iatiifa P ter praulel-. 1 IOX123.». Ep: 1,€0 nequaten ^11 v emm Ve V ( nimad A Pa P Oo ^et / Q "C e E tS. EUEM u pti b tione ir dolores li1ttt 1 wi n iupra mí tis enim c [ n di aue huimo* 1naíor 1 Of9f! C | p [: J *eo( (0 CM A 1 1 1117€ p nts 1!! Phvl E 41 [1 ntifl 6€ co" ^nbi 4 LI L idià 1 * Qu tentia, et el | "11 ET A A. 7 [2 ris. (:3Hs^w1S I UETTICIL soni e «& vix falfedo oleo communicatur, foleo ego fa- lem tritum M A EERATE in vini calidi leviffimà poruone pat] aum colliquare, mox falem illum | cciliquatum affidue fpatulà cum oleo agitare »; I et ficoleum falíedinem contrahit: Velin fübti- | liffimum pollinem falem contritum, et oleo ad| mixtum femper ; antequàm 1n ufüm ducatur | dilicentcr concutiemuls . De AMorbo Gallico. - ^ 136. N Venereà hac ]ue cura inda multa fa- À néannotare potero, cüm illud veré af- firmare aufim, poft delatü à novo Qrbe ad nos I| hunc morbum, me fortaffe multo plures hoc I morbo laborantes curáffe, quàm qu ifquam. alius, quód prater innumeros in magna hac urI be paffim curatos, per quadraginta annorum. fpauum magni illius Hofpitalis Brolii,in quo, ll folus 1s morbus curatur ; et fzpenumeró vere I folo fepringentis, quà decoctis, quà inunctioni- l| bus, et fuffumiegis curato adhibetur ; reliquo vero tempore faltem ducent ex ulceribus femJ| per crrantur, purgato diligenter corpore, et Ili multis etiam et pulvifcul 1$, et elec tuariis,alexipharmacis praterea exhibitis ; curam in adole- fcentià mihi demandatam fcmper retinuerim., et adhucin hac tate retineam, ob FRUIR cau- fas ; rtüm potiffimum, ut adolefcertes, et novi- tiosin hoc morbo cerrando poffem exercere ». Vnde cuamanno praterito ; multis poftulantiT bus, adzmifce- tur s fi fal oleo no?» qa idus 04 Lol CÓ voa / p Æ ra pn. Gallici morbi cu- ratio du clort Quo- 7modo frequens, c in ea mal ta obfer- vare quo- 72049 po- tuerit. mw M A MorlLi gal ]l:wei cura- 20 diver- f?» morbo vix 1- €boante, FR mento aliquo füperficiei penis, atit feminei pu- 0e bus, diebus, quibus à Moralibus,& politicis ii meis lectionibus vacare conceffum erat ; pluttbus fermonibüstotam hanc de Iué Veneftea tra- étationem comprehenfis fum. Ex quibus ali: qua, quain curatione hijus morbi finguilaria occurrunt, excerptà hocloco annoranda miht fumpfi. | Primó ieitur illud annotandutm;non eándem eífe curationem luis hujus primis diebus com- municatz, et übi altiüs radices egerit, fedém- que, quam hepar femper cenfüt, occupaverit 2 . ^oi A fiepé enim malà illà qualitate mediante recre--déndi; communtcatà,externas folüm partes oc--J. cupat; ulcufculo cariofo, aut fimilibus excitato; quo exficcantibus curato, aliquando penitiorés partes noh attinet, eu occafioné neque mittendus erit fanouis; néque purgandum corpus ; 4; ne, quz externis partibüs folis adhæret conta: cio;agitata magis diffundatur, magífque ad in- terna trahatur, urndé veré morbus contrahatuür Neque veró timendim eft ; ne contta medica- tzcepta agamus, quibus cavetur, ne umquam localibus utaviur,anteduàm erirverfum fit inásJ, nitum: Id enim veriffimum eftin morbis à cauw si interni ortur ducefitibus, non autem in iis S &. qui ab externis ; tiani 1m miorfü venenatorutns] 4nimaltum ómninoad externa evocamus, fiftt] mus, acad cutem trahimus, denique non. pürn camus; ut comode in fcabie recenter ccntadt . » - N . 4 communicata, in quà fxpiffimé citra purgauea ncm ANIMADFERS. LIB. FII. 394 nem cuti emendanda, et fcabiei tollenda folüm unfiftimus . Neq; tamen placet,quod ab Empiricis paffim commendari video, ut indiftin&é qui- bufvis cibis ; et cujufceumque conditionis utan- ' Iur, multaque paffim ingerant, poriffimüm ubi I:bubones appareant, nec ita facilé eleventur ; uomodo enim naturam opiailantem ad expul f1onem habebimus, aut ad foi confervationem, fiillam multitudine ciborum;aut malà qualita- ite cbruemus? Át neinecià etiam macerandum eft cor pus. neinternz partes 2]imento debito deftitu- Ita, ab ambitu corporis, et externis partibus at- T trahànt. 199. Exercirium, quod alii injungunt, po- tiffimüm in bini bone promovendo, ut non pof- fum non commendare, ita fi excedat ; f peoffi- 'Teere poteft, apertis nimiiim meatibus ss ex- 'THhaufüs intern2rim partium fpiritibus, quà oc- Ieafione virus exrernem fepcad interna remeat: "FQ rows ab exercir1o füdor promoveatur;abij | fter. 'ebet. neaperiis meaubuscumrecremen tis oualitate mala infectis remeet, et interna Tinfciat.. Átveró ne decipiamvr, dilieentet in» 4 carie apparente obfervandum eft, fi à congretfa Babont- bus nàe- XL bas $ n0n "male ta ingeré- da,neque quibufvis vefcendti, cotra Em pirieos. Morbo gal lito. in- ChoADte » tenuis vte« ? malus. Gallico t cboante exércitim valdum fap made lssta Carte gallica atpaI4 Venerco p er quatuoraut quinque dies caries i]- rente; T f laar paruerit . creffn tempcris : fi cilenim primun 4 efle ex fordibus communicatis, et tunc nullà 1 a prean po ;tiüs sr illud evererit,fionum erit,crram mode tr& "7 enda DEAN c9 06? &n1//€ . precedente corporis univerfali evacuatione s exficcantibus folm totum negotium trarfige- mus: fi véró ex labe hepati communicat illud fieri judicabimus, tuncevacaato corpore, ale- : xipharmacis rem abfolvemus ; ingow- | 191. Sic& in gonorrhoeá procedendum:ali- vhs (^ quandoenimà concubitu ftatim evenit ; validà $0763 49? exi(tente natura, et ftatim propeliente per cam enodo pro- artem virulentiam contractam; et tunc nullo cededit « ; f à . à modo per raultos dies erit cohibenda, fed finen da, fübluendum folüm quod adharet . At pro- erediente tempore fi non definat;aut fi novum. aliquod fymptoma füperveniat jam providendum eft fedi, et evacuato corpore ; alexiphar- |j macis edomare vim morbi, vel potius malamo qualitatem tentabimus . Quomos 192. Idemin bubone apparente:fi enim pri--] do proct- mis diebus apparuerit ; quoniam robur arguit] dendw fAcultatis propellentis luem illam ad ignobi-4. £2 €/4* lem partem, omnino actioilla eritadjuvanda ;4, fione, bu- &one gall £o appare gt. nec purgatione; àut faneuinis;miffione evacuan düm erit corpus, ne revocemus naturam à mo- tu illo : et fiepé talem evacuationem aperto bunémque virulentiam evacuáaffe. Ya 193. Obfervatum tamen eft aliquando, tan) 32 bubo-. ^ iyole humorum premi naturam,& adeo craf! ze contu- à snati alina. As aggrediatur natura tale opus,fuccumbat ta ; men oneri, nec dd elandularum locum poffi!] purgandi . à : materiam totam propellere ; inchoatumque- J opus COYbM S » (4m, et contumacem effe materiam, ut, quam bone totam vim morbi edomáffe conftat, ome«4 y | opus relinquat ; 1n quo | I fum,füblevatà naturàà mole, et farcinà, eva- | cuato corpore, foeliciàs omnia ceffiffe, tumo- ! rem in debitam menfuüram effe elevatum, et ! materiam duram, et contumacem ad fuppura- |! tionem effe deductam. nj X n r2 . PUO I r^ ood ac NLLTTISSERPNXEMS LL LS ud cafü fzepiffimé expertus . Vbi virulenta bac qualitas fedem jam| occupaverit,& morbus Gallicus jam factus fit, | radicéfq; jam egerit; edomari illa debebit; atq; N alexipharmacis evinci: expurgarr autem ante | corpus debebit, fed nonab initio folis lenientibusagendum ; cüm enim ii humores veram» coctionem non admittant, fed in eo eenere fint; | utfolàüm pre parariad evacuationem debeant, I lenientibus et abftergentia funt adjungenda,& aliqua etiam veré purgantia;fed in minori quan ritate; et hzc veré funt minorantia . Quin, fi in aliquo morbo, in hoc maxi- mé validicribus eft agendum ; tum quód fpé rebellis,& contumax eft materia, puta, lentas; et vifcida, et fzpiüs adufta;tum maximé,quia, cüm per exrerna prorepferit, et jam bonà ex parte extra venas ad carnes, et folidas partes pervenerit; non potcft nifi validis medicamen- üuseducd. . In decoctis pro diluendis fvrupis;autin fyrupisipfis variis pro varià materlà, cul potif- fimüm infidet virulentia illa; femper admifcen- dum eriraliquid ex iis, quz alexipharmacá fa- cultate x j a" Gallico »orbo pro greffo pur ga ndum In eallico morbo 15 principio lenietibus abífergen I7 N72 ganrtia ad i 06A o In gallico mo bo v4 lidis pur qantibus ACenatmm, T e Iv fyrupis pro morbo gallico zd denda 4- lexiphar» "afa. na, aut faponaria; ex quorum ufü.fepiüs exper- tus fun, poft repegitam purgationem ; et mul- tos affumptos fyrupos adeo imminuta fuitfe ac- cidentia, ut mult fe jam convaluiffe cenfentes, cztera auxilia refpuerent, X ni(i admonuiffem; refractam folüm effe vim. morbi, non. convul- fam, vix alia auxilia amplius admififfent . Pilula ia. 197. Poítremum quod in purgatione repeti» fine perga c fumitur medicamentum, placet effe in formá 10515. 12 /fo]idà, qualia funt füb pilularum formà ; quód enorbo gel Sc) longioribusattrahant, et fi qua à medica- licobF^f- entis, aut (yrupis commota fint recrementa»; rehda . facts ooi dd cs acilius poflint educere. Syvupifol 198. Inrepetità preparatione humorum lau ventt$ i? doadmiícerefyrupos compofitosfolventes ; ut gporbo gal fyrupum Montani, de fumarià compofitum,de ? ?"* bolypodio, decichoreà Nicoli ; vel Gulielmi ; dans e. : tiores, et pouffimüm Maffarias doctiffimus ; neque enimimpeditur coctio;quz nullibi in ta limaterià exípectatur ; fed paulatim. prepata- |J tam materiam, cui virus infidet, evacuamus. Palvfcu . Quinimó,ubi maximam fupereffeads li fc!ve- Syacmaterke coplam cognoverimus, optimtrm. 26$, (9 e Eg uo wiain alli : atico ANT ^ir n 2 5 rs,; aut fuffumigia, pu 'vifculis, aut confectis ex! znendaz-: folvéntibus paratis ; Senà, Mechoacano, Ziapro varietate materie, quidquid dicant recen- | ; effe cenfeo, antequàm ad vera alexipharmacaz.] véniamis,potiífimum autem ante 1nunctiones,,| lr. lappà, Turpetho, Hermodactylis,& fimilibus, : " s *À ^ pro varietate materie exuberatis; add1tà zqualiferéad omnia quántitate Sarzg panilie pulvee;] I1z4l4 5 NT € B t " tC s e ais tunc SDN a. «i vta lora sow ruis cate Se 0" ANIMADVERS. LIB.VIL a9$ d rizatz, exhibitis, materiam illam imminuere 5 uc qua rel iqua erit, aut per fudorem propelli poflit, faciiufque dieere e per univerfum cor- | pus difpet(a edomari, atq; evinci ; aut f1 per os expure zanda fit, peculiari argenti vivi faculta- | te, mole (uà. no * füffocet, aut gravi (fima lla; | quz aliquando folet; fymptomata non inducat. 100. In decocüs ex 1is paratis, qua alexite- Guaiacs ||| ria facultate ; et antipa thia quàdam virus illud fpecies. in | evincunt,.& ex corpore pellunt ; ut quod ex vagos || Guajaco paratur ; primó veniat cófiderandum, 7 Mola illüdque p rimüm animadvertendum, non effe Ie illud inufüm ducendum, quod annofum eft;ni- i| miscraffos truncos habens; ataue peromnia, i| vetuftatem Niediolebes quod paffim Empurici fa- i| ciunt, utacrimonià illà perfectionem medica- i| mentiareuentes a2ris (uis 1m ponant; cüm calor natur disin tali ligno jam fere fit abíumptus,& .|| vis ejufdem effeta dedidit ta; Vimoiridum (hbétantis yn oleaginofa pars abfümpta, aucta ficci- | ta5 » five potius ariditas fine pinguedine ; nam. | ob has caufas,cüm multas partes terref fttes de- i| coctum rale habeat; numquam clarefcit de ter- j| reftres iile partes cama wifteritate quàdám acres yh eram pe: (entiuntur 201. Neque tamen etiam truncos illos mi-,, (l| nores laudo ;. minimus cnim illis ineft vigor, et,,,,; i»- Ji calor h uoi litate füperfluà hebetatur, et fücitlt 2, 4;d;i . |i tas illa à tota fübftangià tamquam in-infante eft imbecilla . 202. Efttamen fpecies quedam Guajaci que Gaaiaci 4 n'meGsaiacs, LÀ b. 9^. dass EL. 3 eie W numquam in ufum ducenda eít, qua nierorem.» cis, c VErumin medio non habet, fed colcris cft íub- sb Obícuricum quádam viriditate, que decc cvm decoclumy facit omnino tur bidum, quod numquam clare- faciens, fcit, tum maximà acredine et in eulà, et fauci- reiicióda . bus ardorem excitat; ob craffas autem, et terre- ftres partes majori ex parte in fplene, nonnum« quametiam in hepate obftructiones inducit ; Empirici fylveftre lignum fandtum appellant fed cüm apud fcriptores nullibi reperiam dupli cem hancífvlvef tris, et domeftici differentiam, potius ratione foli has qualitates acquirere cen- ferem. Guaiaci 03. Ánimadvertendum etiam, ne aut m» Jobs neq, ciafiær particulas, aut in nimis fabtilem pol- erf ]inem minuatur; illud enim impedit, ne virtus fi (nes ligni bene aquz impertiatu IE hoc autem efficit, Sec 7? wt difficillime clatefcat decodhum, fed femper ^' feréebibatur turbidum, undeobftructiones in fplene, aut hepate. Virg opi . 2104. Abfu rdum eft, quód viri quidam alio- mimatc- qui doctiffimi etiam firiptis editis cenfierunt, "4 »1? ^ yon poffe fieri decocta ex vino,aut faltem ex v i4 5 et nof, fed infufionem fieri debere ex aquà ; qan OR Harc diutiüs Reb ime effe, adden- Fives dümque in fine vinum, quod hoc cenfe 'antine- : ptam effe materiam infuftoni; quodque tamdiu cxcoqii nequeat, quamdiu opor teretad clicien dam Enc medicamenti : certum eft enim, et in chymicis extractionibus experientià come probatur, nihil effeaptius ad extrahendas me- dica. coéiis 1n Idicamentorum facultates ipfo vino, aquá vini ; I& aceto; quód igneis, et calidis, fubtilibut que partibus renitiora queque permeans ; intimi rem ise Kun facultatem pcterit extrahere; et lin fc concipere : verum quidem eft, non adeó longam pau coctionem, f fed aut longà infufione id compet fati f let, aut in d ici vafe folet ex- Eoqvi. Parare ego decoctum foleo 1n morbo in: 4^ Iveterato, cum mal VRRBET- : » materia frigida pr dominan te, ex vino; quo aliqucs a pud alios tos ertcéte curavi. Paraturautem hoc ; ea infufione corticis ligni fancti OpUd C | CI: ihmodoe: iml,cra de 'contufi unc. xviij. in vinl alb |ppem |, ut gt od dpbdfid Vernatia dicitur;boc- ica æ Isn (catibos decem et octo / funt auteni: Ilibrz medicineles xxxx1j.) per duos CES exca- lcfacto prius vino, et femper per duos illos dà lin duplici vafe, vel cin ribus cale: 16d í lento iene vel in duplici Và apes IÆ n- ilfüumptionem rertic partis j quo utàturagrotus li& mane loco fv1 upi, et c pro potu in cibis; fümet NEN ac mier Mr nh ie ds mne iid Imane unc. v1]. pot ram proliciantvr fudo- Dr t (d les: in 'xceda linc.xiv.Vti D the [0] M 'O autem, et 1n ceena » nOn ( vid a 444 44 a u-ipett rt oo i i(Timum eft etiam 1n1s, aui inunctioLE LULA 48A p M [A Jecoloss Jo üraaadà fzve P T m » medi [^ bro xir ? gallice . erdum "Y Ie factà ex vicia: v1vo non C nvaluc nt; I& portdoaliqua argenti vivi relicta eft in 76 c; ada "More l^ 2o« Sunt,quiutuntur dccocto folvente ex pc; I3 ta1aco, Sorzà, vcl etiam Chinà, ex Sen, 5 Il'urpetho, Hermodaéctvylis ; aliquand iaim lveratro ni2ro,additofemper carduo benedi pL ^ yo 12 Hil quA, Sudores proliciedi aat i2 by- pocaufto., aut in le- &o, fed qu4 caH- t0 ad pibe Ev1tbora- feriis t5 calidis c fiecis na- furi utem dum. Inter fa- dandum nó freque fer purga dum. Sudores 3 0an a aff umpto ie i^ favo EI lici odit. Chin ras ut Brafavolus, et Matthaolus, et aliu. Hzcía- né in robuftiffimis, et quibus fuüdores aut non» profunt, aut pr olici non poffunt, meà quidem. fententià, in ufüm venire poffunt:fi enim pulvifcülis, et clectuariis aliquando, fi non ad reftineuendam, ad imminuendam faltem labem feli- c fucceffu utimur, cur id etiam cum decoctis praftare non poterimus ? non tamen adeó eft fecurum, cüm aliquando infequi foleant 2ravif- fimz dyfenteriz. S PIER 206. In fudore proliændo, fi fponteab at- fümpto decocto non fluat;uti tutó poffumus aut DX poca ta aut capfülà cum 1gne in lecto : fed n pofteriori hoc diligentia adhibenda eft, mu- cda effe. liftéimina,ne fordes infecbz jam ex- pulfz iterum remeent, quodà paucis obferva- tim vidco: quapropter hypocauftorum ufus, fi tolerari poteft,.multó tutior effe folet. 207. ln calidis, et ficcis temperaturis, et e- maciatis vi morbi, füdores commode evapora- torio proliciemus . 208. Vbifudores commodé proffuunt, non. adeo frequenter intermediis medicamentis cor pus per feceffum evacuabimus; revocatur enim liumoresà füperficie verfus ceatrum,impediüt- que faltem,aut difficiliorem proptereà reddunt füdorem, corpüfque rmbecillius faciunt. 209. Non ftatimab affumpto fudoriferoat- te promovendurs eft fi üdor, fed pel th Drop ln- tercedente, fi fieri poflit, omn ? cec (Krnon. 210. Inradicis Chine decocto parandó,cüm foleant, tid ih £2. 9 !foleànt; fi recens fuerit; et noncariofa ; unciám unamillius in decem librisaqua, vel fi felecta non fuerit, et antiqua, duas ejufdem uncias 1f libris duodecim aqua. excoquere; multi etiam. * cf mat ote Ritt i a ent ehe aaa tg ERREUR Yn,  Cem cAvi^ 0e. 0A P ili v ü. à (a0 Á& foe * / dicis deco &o inpa- rando có- munis er- ror MediMedia, ut nimie impente rationem habeant ; corum. ! cüm multi totam illam decoctionem unicá die» abfumere nequeant,vercanturautém,fi 1n alte!rum dicm confervent ; né acefcat, dimidiam Chinz ? portionem in dimidiatà aqua quanttæ te excoquunt, et aut dimidias, aut duas tertias confumunt, fic cenfentes et indemnitati crümee . le confiluitfe ; et decoctum xqué validüm pàá« | raile: fed maximé decipiüntur,& (1 suftüs udi I cium non fübtraxerint,facilé coenofc ent, poten ius multó effe primum illud decoctum ; quàm | fecundum; et rauo * in A Don a: tis eft dari proportio ! | fpectáidum maxim éte 'mpus coctioni js «& actio-, et reactuonis aquz. m dca chapa aquz communicandam ; cüm l| quatuor, puta; horarü fpatium intercedere de- | beat ; quantum confuümetur in abf ümendis pet I elixationerm fex, aut ock | '] diatà qu: intitate im cià, libris fex aqi ue, dimidium c ytiftittiere finà- v Lert e irtes,m ino ride ) qti: I nis caloris igni hendam enum facultate: &- ficcifIima, et mtus; aut du duarum horarü al ni 19nls I cere ] 1m IAdl1CI1S ad libris aQU£s:; pofi C hin: ilente ? Nequ Ie vc eró quis di- is quantitate, et | magis lento igne fi fat €oslio; poffe nos PM 'eTow etifcer« au deat, da incommodo contrà venire : nam ad extrahen- ; e. . A E dam vim hanc ex folidiori fubftantia, debita quoqueignis quantitas concurrere debet . " x P j . A 2aw. Sar[opt'i yir. In Sarzz parilie, quam in edomand$ rd 7*-Gui^i (enpertenere cenfui ; decocto, illud obfervans (ofa. 9e Qeeacls ; (L84 &£« de «Af liz decotlo hac ]ue, et fuperandis fymptomatibus primas prs seper . €? dum, numquam folam in ufum ducendam effe; uitfíceda.cüm enim laxante quàdam facultate preditas fit; et fapore fatuo, adeó eos, qui illà utunturj, naufeabundos reddit, ucob imbecillitatem vi- rium ex ciborum averfione multa illius ufum omittere cogantur; adjicienda igitur tertia, vel quarta pars ligni Guajaci; quinimó apud nos : Mediolanenfes decoctum Guajaci folius vix in L ufum duci poteft;ob temperamentum calidum, et humidum, et ob hepar ejuídem tempera- tura. pisa deci So Obfervandum autem, cüm zftate pa- d ds, CAtür, cumminor quantitas decocti paranda» ; fit ; majorem effe debere aque quantiratem, EY e . : A  ci msior; quàm hyeme; utloneiori cocturà tota vis Sarze guiatita. communicari poflit ipfi aque ; nam quemad- 'e 4444 modumin decocto Chinz dicebamus, non fo- fier? de-. ]àm eftobíervanda proportio aquæ ad medica- et » C menta, quz fimul excoquentur, fed etiam pro- ENT portio temporis coctionis, tum ut communicetur vis aqua, tum ratione actionis ienis calidi- tate et ficcitate,tum reactione aquz cum humi- ditate, et frigiditate. Guaiati 213. Curautem Guajacum, cüm durius fit ; deccéluno ex Ííolidius non tantam aqua quantitatem exe» poi1cat; "ML AM ^ " - Vr ennt ir a ier ardere o eel ai Tees nma ra cx c ESL 1T 3ci Ipofcat; nequetam longam cocturam pro extra- Ictione virtutis alexipharmacz,ut China et Sar- za, fecüs quàm cenfuerit doctiffimus Rudius,, [qui temporiscoctionis rationem non confidera- vit; in caufa eft humidit: 1s Mla ærea, et oleagi- Inofa Guajacd, in quà potiffimum facultas illa, álexiteria refidet, quz facilis et extrahitur,& Icommunicatur aqua, quàm qua in Sarzà eít | quz quamvis rariori fi fübftz ntià, et minüs fo- I1idà, ex(ucca tamen eft, et arida; et in hac tcta. | pofita eft facultas S Sarzz. Chinat tamen multó | majoriindiget et aquà, et cod turà tum quo- | niam duriffima eft, tum qu1a;,arida cum fit,nul- Ilametiam habet oleæinofam fübftantiam. 214. Sed quoniam fepenumeró evenit, ut aliqui vel vi morbi;vel procraftinatis remediis; vel Medicorum infcitià,ab hoc morbo macera- |! ti; et ad extremam tabem deduc fint, ut nulla amplius f fupereffe falutis fpes videatur, ne etia n ope medicá deftituti remaneant, remedium quoddam proponam, quo quàm plurimos ex | 3isad optimum ftatum deduxi, fimülque viru- | lentiam exftinxi, &àtalitabeomnino curavi. | Eft veró confumptum quoddam;quod folà ale- | xipharmacà qualitate;fine fudore ullo, fed me- I eliantibus pinguedinofis carnis partibus, ali- '|! menti vim fumens, et in fübftantiam aliti ver- '] fum, et vim illam virulentam evincit, et abfu- | mit, et fanguinem eenerat alexipharma ica illà '] qualitate præditum,ut malàillà iqualitate : l- | tà, inaliti bonam fubftantiam vertatur. Sic autem t Ó' P €HY foiads longa €p- ura igo v 1 at, cum düritás fit Sar[a deco i mira- bile adta &idos ex »jorbo gal lico. gebe bk echt Px Anat - Inte; ;o0. erswxbÁma autem paratur: Rec. Sarzz pàáriliz electa mi- vi tola nutim incifz unc.vj. infundatur per horas vigin ad feq mac .ti quatuor in libris quindecim aquz calentis;ita E 1 utlenem calorem confervet, et operculo bene occludatur vas, mox lentoigne decoquatur, it4 ut nihil exhalet, donec quinque libre abfume pte fint, et tunc cochleari perforato extrahatut Sarza,& tundaturin marmoreo mortario, moX eidem aque reimponatvr ; addendo carnis vi- tuli macrz libras tres, feminum coriandrorum preparatorum, unc.1, aut eorum loco aut ligni (an&i rafi tantundem, aut fantalorum citringos rum minntim inciforum drach.1j. pro varià ho. ft minum, et przdominantium humorum condis : [| tione, et benc operto vafe ; iterum lentoigne»] fimul ebulliant, donec remaneant libre quin--[" que.& in fine aromatizentur cum drach.iij.cin--[ pamomi electi mox fiat colatura cum fort! ex ar preffione, et refervetur in vafe vitreo, vel vi- Jud del cov - treato ; de qnà furimo mané per quatuor horassf i emat - apre cibum capiat zegerunc, vj. aut vij. vefpernp autem iiij.aut y. unciasante cenam, vcl per tre:gqi horasanté ; aut fi tempus non intercedat come modum, immediaté antealios cibos: quód fij * inaftate verfemur ; autfebris hectica adjunctaqlut PeaL' ve tulelt fit, fimulcum Sorzà parilià indere foleo hordesphar 5 excorticati uncias Mij. atque in affumptione-Jpt uri huis decocti per quàm plurimos dies perfeve 3 geb m AN randum eft, jitaut ad Centefimum quandoqu qd j ote dicm perveniam. 11j. NNonomittendus hoc loco ufus altering decoch ANIMADFERS. LIB. FH.) e inecocti alexipharmaci fa icilé parabilis; pro pau (p fperónth Iperibusoptimi, €x fa pon: arià, herbà vulgari; et safor A omnibus notà, parandi ; quin 1n conturaciffi-- ARN mo morbo áliquando u fus fum eo, felici fuccef- lusfed guftui inoratum eft; et propterceà páupe- - libus refervatum . Accipiantur fapona js viri- afe Iis M. 1j. infundantur per noctem in lib. viij aqui mox excoquanttur ad coctura fàpc nada Lteinde librauna cum dimidià aquæ cum herbá jam coctà excoletur cum expre flione, Q )uz Ire- lervétur prof potione matutinàad fud resp roli- (ad Iriendos, fum endo uncias viJ.aut viij. quod ve- Iro fuperet rotulvereRor cum paffulis;autfa iccha- ko, pro potü cum cibis; æftate; et bilicfisratu- IKis;addi poterit aut fonchi,aut cymbalarie Mj."Valet et pro tulieribus ad menftrua alba ab- » hé frt. i fiimenda, cum M.s.cvmbalariz; et addiro tan- ma es nl iirundem filipendulz.Inventum ef efttz apate;Em- aliscmatlo. ipirici Hifpani. Egoautem fzj pé ac fe pius illo Rifus fum. Doct &iffimu s Rudius meus, /jb. $.de2 aptorbis occultis, 4?" venenatis, cap.18. de Sapon: Aria, et ejus decocto facit mentionem; fed vereor féum numquam ufum efTe decocto ilo;ctm pu- ipeillos vj. decoqu átfaponariz inTib.xvj.aqui ad Mdirnidias ; cüm aquz ad fapcnaria m nimia fit pqtianutas : et quod majoris eft momenti, tenel- Aa herba virens non 1nd ciget tam lone elixatio- "line, jienéz enim et acrez partes c Iuninc evanecent; et in nihil iab ibunt; in quibvs temáhn "héértum eft, vim falteni fudoriferam «ffe pofiZitan V [ , Eoi4 LED. SEPT.ALII. MEDIOL. Avv. Eorum,quz ex argento vivo parantur, A JO» medicamentorum due cüm fint formule; qui- tod bus vim. malz hujus quahtatis ; qua 1n mo rbo ef gnenta ai Gallico reperitur x cw ref. lemus, aut é cor- 4C in ufum pore pellere humores malaillà qualitate infe- duci pof- ctos: quorum altera in formam fuffumigiorum, 5 Boa. /5* » € altera inunctionum applic ari folet. Duos hos dii quando. remediorum m: xlos ad evincendum hunc mor- 1; bum experientia Haygptossesubis magniquie jut dem viri,tumexantiquioribus, tum ex recens |t: Dbys,numquamin ufum Pete dos cenfent, jb multas noxas, quas ex argento v ivo in cot--[ lo poribus humanis excitari à fcriptc ribus tradi- tum eft; et (epe experientia oftendit. Alii nullài factà diftinctione, ftatim ad fuffitus. hos ex cinnabari,autad uncliones ex hvdrareyro de-4 i ícendunt, ut faciunt Empirici i. Alii hacin re» fu fpenío q idem pede eunt.p riüs reo11s alexi- | ph: armacis evincere l:em illam tentantes, fed ubi tamquam hydra denvó novum caput emit«| | ] | tereluea : Veneream vid erint, experiri altert irum exiis medicamentis permittunt, fed uni]; dr ver(nm neeotium Empiricis, et ba rbitonfcril;... "m bus committunt; ne fcrm:-]oim quidemaut fuf: é REC t unguenti, qn Auf ri fint; przcognofcer y. es,;quinimo, f fi ab es fc mulam aliquam expo fcas, obmutefcunt ; là timé id Empiricos fcire. re [popdentes . Ego hacin re ita cenfeo, et ita]; apes pax procedo : fiin p! inci pi: » fuerit. morbus, atu, eA uolo caamfi progreffu aia iüs radices egerit, nom. v7. dum tamen ufus fit re elis remediis « alexi phar macls s» I F- ^ nd wd L gue pe c «f ANIAt ADVERS. LIB. FII. 305 nacis, omiffis illis ; quid cum veris alexiphar- Inacls! preftare pæem experior, et quandoque rei »etità üac curan Idiratione, omni ingenio tali id em tento 5 ftc emm et ma ilam illam qual Itaté evincere foleo,& laneuetr entib us particulis robur addo : $in vcro fic vis morbi evinci nequit fed hic nos 'eludit ; Su€ fi cb sis iitatem rei fami- liaris illa 1n ufum duci non poftuünt; tutó;« : ia- cricer ad hiec remedia tranféundum cenfeo ; et ecofzpce illa remedia in ufum duco. 217. Sed cavendum, ne totum id neectium E In pil r1Cl1S I; LE OH CH NN comn Ittàn t5'€ inc m inibus eodem calopodio titentes, autin. multus imperfectum relin quunt neeotium, aut pracipites &grotantes aguntin gr: iffima pe- ricula,aut edam In mortem. 218. Maxi n Crro! reverfantur ii, qui poft omnia adhibita r reoia remedia, cüm zerotan- tcs jam imbecillos videant, M rtüute vitali, et quafi universa carne confumptà ; nec aliam. » Jue e ml m RE e den os! mri Rr mme ee n A fm Intinélto fumigia 04b Eta fries, fsd à fert tis Medi- cis ad mi^ niftvari debent ; nuncio fun ereí lef] Cc)n, qua min ren led iis x hydrarey- l "n 7 rA end Ern Cimes 7 : nes ex ar to paratis ; 1 lla quidem ncedut -. ed debilia, aut quantitate arcenti vV1IVj, aut numero aut inunctionum, aut foftituum;& fp 'cnumeró fti- en olant. Ai t cnim omnino duo hec remedia xcludenda funt, avt omnino valentia conce- fent, et quantitate hvdrargyri, et numero inunctionum, aut fuffituum; alioqui attenuata, et loco motà quidem materi, dolores, et fym- ptomata imminuta viderentur, fcd cóm ea non expellatur ; alium locum quarens, fxpe nobi- | V liorem qento vi- vo a no admint- firanda » att vali- de, trm quantis te COZfi-- nua,  PilCrtL A Á liorem partem impetit, potiffimum caput, EN hydrargyro, et cinnabari na ura fua ten dente $ " et fecum attenuatas materias ducente;quinimo . cümargentum vivum veneficam habeat qualitatem, eoà corpore non evacuato, egrotantes duplici morbo laborant, eo, qui fità qualitate» luis Venerez, et aliis fymptomatibus ; quz ab hydrargyro fiunt. Quoetiam fit ; ut tales feré numquam curentüur, fed infeliciffimam vitam ducant, et tandem tabefcentes marcefcant. Inundlio 4119. Ex duabus formulis femper et tutio- uádopra rem, et quæ meliüs morbum exftirpat, eam eí- ferenda, fe cenfeo, quz cum inunctione perficitur : ino ch 142- emaciatis enim, fi ccis naturis, 1n ftricto pecto" $2 31 do f4ff^- xe,3nanh lofis magis convenit, et in omnibus ængi^- (ymptomatibus magis eft proficua. In caden- tibus tamen capillis; 3n cruftofis, externis ulce- ribus, praferre foleo fuffumigia. Suffumi - 2,20. Abfurdum ett fuffumigiis ilis uti ina gia levia € ncendo hoc morbo; quz levia à doctiffimis Fallopii, Fallopio, Mercato, et ahis dicuntur, in quibus e^ M*r'à noninereditur cinnabaris;exficcant enim exter zin m?'- nas partes laborantessat «im morbi interni not £o FOR cxfüneuunt, neque materiam,in quà virulentia p «nutu Ma refidet, expellunt. " 221. Bafis fit cinnabaris ; addita. portione» 9j t es Antimoenil Wa March efitæ:ut prouno æorotan- £5 "7. tecinnabaris fint uncie tres, Antimonii,& Mar- fo mds chefite ana drachme tres, auripigmenu drach. s. aromatum ad penetrationem additorum, pro yarià cerporum condiücne variantium quanti- tas v1 1 i ck T. ANIM-ADVERS 1 VAR E: 9 d pon. dus caterotri LIB.FVIL. 3 Q im: &[ ichmis fex, v« aiuti di eria f per prunas, corpus in hypo- auftoinclufum univerün piat, C anna ac. ans, sif firanhelo- liquando I| tas it ferea lius frnou] lie dr: es n exci Infpirans, et exípi um tamen erit, Íus, aut aneuft nem illiu sfun 45 1222 j$ Antequam ta IOTacl5s,42 "hs 31 17/3 lexcipere B j 'mie1a caleícat aliquandiu zeer,& p O off i fudores Pic 'O- fluant, non ^ Inutile », . Inunctiones ex hydrarevro: apud me»funt multó frequentior prouna curatione,iteratis inun t131 It1Ont Inus tri | quatuor unciis hydrarey i | s falis lgO mw 1n nw Ct1OI 1 35:10. ingeicc l GG CD s nlus tan naxti rta già, qu : "ut: laceo,& fi n «X pulv cribus: Ini, et Gmilibu S alique m Case Marciatiaddü nt; lIidere,; ut aliquibus vifun b feriat. 215. In fricidiffimis natur rià przfente,quz vix attenvar b p CO moveri, 1 Ibi! eft preftantiu aqua | | | aniforum, vel ale,portionem un- placet crocum ad-, quod caputinimis et crafsa mate- ffit; aut de Io- $, quàm fi portio portiuncula olei Gq I 1i 226. Vlratftabit "multàan T Í v 3 catis dofibus, ul OICp OrtiOoibusad fpu bus, vel ber ona ., Ex- | hominis ; commu- 10 Cum. elIn n du plicata dofi e(fe debet, addi- pica,lili ni- "15,1: iaftic em S, benzoi- 07 ulverisil- [uncia unà 1n, Suffü "mi- giA ét ove * aliquado eXCipiei da. Saffuni- g*4 aAZIÍE- quam fiat calor 1g corpore ex [4 71 A A5 LI H»dárar / s,1n quarum una dofi 7 JU prouno bomine Cr AW, v Lr OHAT Hs, £^ VL et 4d a- &a propor 10. CYOCH 1 26i le Ch tones ex bydrar gyro 7:0 i egrediatur. A2uA vis !&, yel 0» lea calida Cbynica, quado "Án £uentis addenda. Vrguente so6 LPD. SEPT ALII A4EDIOL. Iruncédt e»ultam bus multam illius copiam] Pharmacopola ali- quie. quis diligens, fidelis fi fimul prz paret;ut axun- FXericah gla vett iftate cc nt tacta attenuationem adjuva- i urs poffit: at quoties dofis neceffaria eft extrahen "æg da, fpatulà, qua: deoríum erant partes fuprà ponantur,,& piftilli L ongàin gyrum com mmotio- ne optime de novo commifceantur ; gravitate.» enim fuà hydrargyrum femper vafis continen- tisinfimas partes petit. Sudorife- | 217- Peccant communitet practicantes ; 'e ya alexi- graviffimi quoqu e fcr ipto res, quia ante hanc in- pharma- unctionem pr ropinant (iid lorificum aliquod me- cawuipra- dicamentum a alexipharmacum, fic cenfentes affuméda igmminui fymptomata illa fà eviffima, quz poft (ded inundionem illaminfequi f epenumero folent ; ÉH006* cym illud potius fequatur, ut fübtili per f füdo- rem parte cductà, contumacicte crafsa reddita, non moveatur loco; neque ados feratur; vest hydrargyrumn maximáà egrotantium pernicie corpore non ex lens, perpetuam illislafferat mo- "dex leftiam «i infu perabilia; fere fymptomata . abarmaca 238. Preftabitigitur decoctis iis alexiphar- soft inus. WX icis utl poftquàm inunctioneevacuata fue- eg iones c-. Tit materia, five per fputum, five pe r feceffum puma. Áiveper lotium, ut vifcera à malà illà qualita tei fi« anaréuen erii liberentur. 229. À pedibus aícendendo ad os facrum | modas. Qupui nd fiatinunctio, &à carpo vc er(us fcapulas, et per inungex. Ípinam ad collum ufque : nu wt m caput in- | dum. X ungatur,quod peífime aliqui iaciunt. Junto i30. lnunganturadfputi prafilicdns ec] tunc c PER. M * 4 T» - treno t TR i oii BER e e e cati nto tem ANIMADVERS. LIB. VII. 3069 quando cunc per diemintermtttatur ; et fi lenté moveri Edi fputum viderimus;iterum unà ; aut alterà inun- 77 P 4" ctione inCitetur ny s Sjuto zs 231. Si nimis affatim, et cum impetu przci- jj; 4f... pirari materiam ad os viderimus, periculüm- siad di que fübeffe inflammationis, aut füffocationis ; effiwentes deturbanda erit; et ad inferna períeceffum me- c» periei dicamento aliquo erit ducenda ; id tamen raró /» inflam faciendum erit, et non nifi magnà urgente ne- 74/0975» ceffitate . C fuffow €8110/$75 grafente FI MAI. XX quid pra f'andum FOR V:M; Quz in hocopere conamnentur. . P ?" " ! cerum im exyrbodinis mon ftt acerrimum, aut € * 3 2 Ad : C vino potenti[[nmo. lib.6. hi "Aceti loco in oxyrbodimis [uccus citri aut limonum non iudendus. libro 6. 2! "etum pro oxymelite non [it acerrmmm nec ex vino potentif[mo-.-lib.z. $7 JAceti folius ufus im. [puto fanguinis [u[pectus . libro "A cidorum uus 12 acutus. febribus utilis ; fed zodtvandus, C quamodo. lib. 2. 37 ge cerkoodte 2ur-2iddat : Mert PNE A cribus imus 1 dy Hi EY1A, quid fta um prejram- dum. ' b a7 L Í O $ 1eutic in febribus tenui ens M orant -Acutis 1n | eUriDus. TOHWIMS CibAHQO Hm quam 17,5 alitis acutis. . [ LI T . e /1 ' L ecu Acute l'ebricitantes [Hragulis nom numis cooperien- a /.. Ps ZI / AA e7 14 277 lk / c5 ULL 23 ! DAL Ü CH inflamma- Md ^" n^ ] ^ Y ; -J - 1207€ (9 f €t /€» fi Í»ecta. I1b..6. I j 3 n * . cs r* . ] * Adfieinrentia 1n [puto [anguimis quando conve- niunt, quando non. lib.6. 152 Jer frigidus acuce febricitantibus quando conce- dendus. lib.2.. 63 | e Ld nc flate quomodo ip acutis plus cibi concedendum . IQ etu IWNSDMESVY "etii fententia vefutata, in [anguinis miffione ; enim [uppreffione. lib. I3I Albi pr ofi Yit vera curandi vatio que . lib.7. 149 «Albo m fluvio laborantes arena fc peli re malim.» ;b. 145 4lboi 1H Pluoye adftr ingentia omnino fugienda . [ib; 07. IfI uA b: mp: ofiuwvium curatum A Galenotaz uxo € Boetbi 377,eularis fuit cafus ; (9" curatio TAYO "uitanda. lb.7. I46 "Album profs !"PIUm apis us curandum aiver[Aa Ya- Vincula T. radit ;G al £7 / 7 LE l1 jf I "muuaane ovt 7 Voopidibd roa ral 10 5 eo Catttimes. lb. 9$ " LLexipbarmacts vmpuro corpore non utendum. li- rà 0 f. 7 "lots dofts varia, fi p*o pureante [umatur, cft f pro atjeBori. ij I9 "L: oes duplex faculta: 3 fastahorbikana C abfler- feria etrenans eresa les I9 l| Jdtoes Jonmumenm relettantibus mala. lib.c. 156 loes ulis dr riti libi. I9 ah locs ulus in fobribu: quotidtantt » C longis opti- - Ls 27145, C7" quama oeauteuaum . lLb.«. I9 MUI Tx YU T Lb! 2 T] ! JA vi profiuvto laborantibus frigida potus fape con- Yeztt. lib. 7. Q7 Gp), «neotna laberantibus, C b petis "fi (922241 1022€, copiofrus fanmuis evacuart pote[ff, quam in alüs 17 fi. Uy pmeaionbuss € cur.  Ant ; ' Aneoiza laboranti bus g (4l Feci PN [7 iz laborantibus repe! 'cida [c£ 10 Y€Z hi . h b. Ó. Æ Cant. v Caut. 174 "nein laborantibus pra[lat potiones dare; quam medicamenta [olida. lib.6. I1j "Angiofts [2cculi ex di[curientibus mali busenutia pra[tave. ib.G. 116 Animi deliquio [uperveniente in principio ex af- fluxu bumorum acrium ad os veutriculiin prin- cipio «cce [[7onum eft autriendum; ff ex refolutt ne [pirituum aliquanto ante . lib.2.. 36 Antbrace, et bubose apparente;pro varietate pav tis à diver[is venis [anguis mittendu rlib.$. 37 aut braces furimenlo, C bubone im pe fle apparcu- te; fécanda vena, et quando. tib. 5. 36 A:uimenium in apoplexia fugiendum.  dntimonium in pefle veyiciendum . lib. s. $o Apborifmus quinis prima Sect. quomodo intelli- SCIAMUS. LIU 2. 23 "M:popletlicis aimiimmonitm mon dandum. lib.6....67 JdApople£licis cauteriam in comnailjura coronali 1n- utile. "Apople£fieis ely[levzum quantitas varia. lib.6. 65 Ci pU corpus. l'ib.6. "Apoplett:cis cucurbitula fiucipiti appo[ita utilis. lt4, POETA. rho zi) 2 rA» ddr nesrlisitte HG "p 'DLOCUTCLS COHCHII1CHAMUIP » perjricanaum eft | $8 i Lj bát bro] "A popletitets 12 ficanda vena vuluus. fiat apaplum. "Apopleiticis 1a ctirandis votaitus fugiendus. lib.6 Caut."Ayopletticis ligatura quales adhibenda.lib.6. ..6. "d popletlicis quaudo » C quomodo cucurbitula apiye: plicauda plicanda. lib.6 6i Jd pc aple&icis repetizà fc "euis mittendus. lib. 6. $7 jetpoplectteis, ft [2 net: ei[[oconveniat.flaiin admitni[handa.lib.6. $6 dpoplecztcis p ezaf ontis qua do [« cazaa.l:b.6.60 ledpoplechicus veficantia caput rafoappoft tau ite. Jdpoplexia i curanda, valida meaicemen a coti- veutunt. lib.6. 69 Idpoplexia 1n curandas[ternutatorta quanao ednui- mftranda. lib.6. 69 IVdpoplex:a 12 curanda » ab oleis minus waltáts 1n- choandum. lib.6. 70 Mdqua bordet 12 acutzs febribus optimus eft. potus - lib.2 p : 49 vAqua bordei non comventt 12 ommbus suarbis .h- bs 0 2.4 A9 ^ kdgua bor "dei quo 077 odo paranda. lib. 3 49 liqua op ciflerninas aut fomiana, jop! mius potus 17 ACHI JA lib. p Á 49 T L/ IL4daua vita, € olea calida Cbymica arte parat a» quando cum utilitate wiguentis ex bydrara)ro |. adauntur.lb.7. 22$ Mr: n&murtna, Yel fluviali, laborantes war em 0- flivio zudas [zb Sole fepelire malum effe » et ex Ww ^ NY X a& o de ad Galezo repugnans. Iib; 7. L4 | wr fenico p braparate placenia pro favendo corde, im Fe eflc le. lib. s. (9 duetrrevia qua [ecenda in palpitatrome. cordis . lib. 6. C. 172 «ilti 20ft Zia 1 "77 palp itatione C07 diquando C0AH- Y€AL. ILXLNGUAVEX i 9. id ] b yenit. lib.6. fyI JA[cite laborantibus poft bydvagoga valida, ven- triculus roborandus.  "Afcite laborantibus bydragoga [aptus vepetit as, noxia.lib.7.. $5 ftbmati ai tenuantia, OQ" impense calida, mala». lib.6. I2X "Af omat: obnoxii gargarifpata f l'neiant.lib.6.110 At omaticis diuretica mala.lib.6. 124 zifhoma icis, fomentis calidis gon fovendum pe- eD&us. lib.6. 146 VAflbrnaticis c Hi veteris jus naxium.lib.6.. 137 "A: flbmatiecis sa pa rox [mo medicamenti m purgansi mon propimaud um. lib.6. I40 Af bmaticts iu paroxy[noo nibil violentum f acien--| ies lib.6. IA4I![ Jl (omaticorum im parox "ox ymo ue clyfleribus uten- dun. lib. I42 A flbmaticis in par oxyfmno nom perfricandum pe-4 Cus. lb.6. L4 55] Lh mat icis medicamenta purgantia que opaodo 12.4] a funr ducen da. Irb.5 T E A: batis quomodo, C' quando ladorifera con-4, : 1 J d YeRIuut. lib.6 : I3 "A febmatteis ficcamtta fugienda. lib.6. 133 Aftbmaticis fit 745 [ "pin u$,72alus.lib.6. I4 flbznatici [udorif iferisnon utantur fine dulcibus lib.6. 1j: "All omatteis vornitus pericn dois. lib.6. I 3f A fl bmaticis vonzius 1a paroxy[mo fugiendus. lbi] ^ Cut Hl. I4 A ft hma2 1 L € TD h ww : d WT "* A o ral ep c 0, S BUE oo caliber à Mie E£MA COD. E 3 I bmatteis varta remnedia mutaada,ct mes lib.6. I 47 l'rzennantta tz ^! 1€ comventunt ad deob[lruendas | vias uriza. lib.7 9) M'rtenuantia 12 princ: 'pio quottdzanarum non ftnt J| valeztey catefacinita. ib.s. 20 I vc | L0 0PIZILIAO cibum aliquando d ætervrima | aueaue concederfa. lib.1. 2:6 Iugoentum acce[[mongs: gmimus incommodeum ciba- quam fLaiusurmente nece[fiiate. lib.a.. 3 TE €a5 722207€ £A, Gc L0 ques quribus 27C0 quer €» ab- " IU furdum. lib. $. (9 Inribus vera inflammatione laboi antibus vepelle " ] 114 ULX C07 D€ZILHM v b b.6. IO3 luribus applicanda vemedia menit alla fricida. ; | Ib.6. IO NES s al us 7 ]1 urium dolor: | "materia frigida, remedia ia- fait vr ftii: IO$ moz ufus per os aamaittendus. lib.«. $6 lurz per os alJuzmendi varii modi. lib.g. $6 ) b bendum [. p €, fed paulatim 1n et fuantibus fel mi bes, mon affattm, C confertim. lib.a. 6o i |] p^ a P ], | febribus, ad offen dendum pureand a» c» pe E 77220* €772, | "vfhcit 1 7 lotio 4ac []e P [/A dir 2Z alba H m p»€?2,C7?' &Qud. pa. lib.,- G andis iedicamæntis alumptts s ' vus [omms po- A JJ Ec[t concedis. Itb. s. IO i T2947 ux 0i All [^ profiu y:o l. "bora "ntis bi "[Toria Xplicata, Q' rao reddita curationis llus . lib.7. Cant. 146 Bubone F.y NS IMESXI Zubone contumaci exiftente ; aliquando purgattomeM y utendum. lib.7. 19551: Bubone Gallico apparente, ques "podus CHYATOHTE enl Bubone non exeutzte, non multa ingerenda neque dd quibu[vis ve[cendum» contra E mpiricos. lb. 7-4 Caut. ; C Calculo ureteres occupante,diuretica mala. lib. 77 Cat. 122d Caragna, T acabamacha, Galbanum, 1n forma cep vati applicata, in prafocatis ex femine » nul aid ) Cardialeia laborantibus quando yonmitoria;et quad do dete&loria conveniunt. I1b.7. 2i Cardialgia laborantibus dejettoria [int 1t forma); boli. Lib.7. 121] Carie Gallica apparente, qua cautione proceden, dum in curatione. ltb.7. 19)| Carnofts.quam pinguibus;plus [anguis detvaben.. dug. lib.a. I Cel[ia ia colicts ex taflammatrone utilis .. Ca:alepfi laborantibus calida P fteca fugiendax),.. lib.6 - 4A Catalepft laborantes aceto intus * foris iutevam cendi. lib.6. " Cataratla oculi in vemovenda, cavendum ne tu[/h. ad[it. hb.6. Id Catavalla oculi antequam deponatur » quid. cavet dum. lib.6. 1d Gatarrbo ad thoracem, C pulmones srruente cam gari[mii| . gari iri periculofi.Inb. 6. 108 Wetarrbt non fi lends narcotzets, nifi magna trgeu da E te. l1b.6. 1124 Vufts rui hissoufüo t bu; quis ordo t2 illis evsa^ C7 er vendus. iib * 2» j: liaufone laboranti purgato [ers exbibitio poft, op ma.lib.5. II iutione s qui multas babere voluerit circa Jangti- nis 7H, fionem T quibus petere dichos, 2€ acta ab aliis &gere vta lcaptr. lib.a. v os uidi Mm 1n futu: a coronal ; cata D0,T€ cien (9 52.0. 9^ Un REMEC - repe aso wt "P | YAiclti17 GCCOCIO p«uranao COPMZZHPEAS error 4 ]fec do tinens "mt Ps , 1 7L cac HT027 LÍD«. /« 2JlIO j "Aalt) OC ) Ibole: Í 0Yantes qaiuaniao pet tpe? 2 € aq 540 ! t? / /Lat f "p - Le. [D.7 B 2 M, AI DAI20H€C 17 HA, AH ALÍ€Ya CT! Leandauma &OoY0oÍtjs Ld E, 4 d I3 DU AUECY 1a? 3 4€ C1005 " £barare Yiæant. lib. 2.Canut. 27 v Y^, ri 4 )4 ; RETOURS KL onspsa osse v T Apb: 17 «Ctt 0KHE OQUAHGOO 0] eT€HAMS ; (d quanao ] ] i JS [2 1 «^ ]4), " [ 5 * " per áuas bores ABC HU. *, ; da " E "P ! "n, ! pons pauio ætertoi,24000 [MAYIOY » COZC CaoHnattse OT Q NOUTT CN Sete PL E b 2. À pl CI.245.010H/0« C etit V2 490977 » LE Un, 4 7 Y J H Wrbu: querido o erre æUet 1» y? "etpio acce) Duy. ub dib.». jj ' J 3 £e ÉL. " d nutaseuutanda YAUDHC lexus, € YoUOTLLS j r Ma, - Uu Col ! À, e 6 f bun 0p €! 15À2 DY1À ctt 10 2 (2 "Zl 4994€510 act efi:g- ] d «hl ?7 j "., "J^ /2 i si j D. : 2 2 y : v ubtes Kroxexes ERI "T IM UTE 7 0j et / c yr&[rat perju J/4€82 [ftaius » € -- Rt Io : juftante acce[fran e CP auando. lib.2. 21 Ci eres abflergentes in dyfeuteria quandoinden- ] aài.lb. 7* 98 cif cerium abflergentium in fine dy[enteria abufus. lib (7. 99 Cly[leres l lande inWiciendi, turgentibus flatuinte- fini Yo. 2» 24. Clyfleves communes cum. decottione folita zzmvete- Válaty 707 let "Idadi ib. 4j. 26 Cl»(lerium commumum frequentes abu[us.lib. 3.277 Cif eres etam refr:, COT AHICS inflammat 25 Y€Hids, fint pauce quantitatis. lib.7. 11j Chyfleres ia effetiibus vepum quantitatis parva. li- bro 2 3* AR Clyfleri in indendo ante fcBlionem venaqua. obfer- vanda.lib.3. 3l |j Clyflerem aute indendum in alvo dura, validum..| muedicamentum exbibendum.lib.. $651 Clyfleres in pragnantibus grandtori | fetu,quanti- tate non excedant .Atb.3. 2I! Cl feres NUM €: fícce antes in dyfentericis rejiciemi di Mib.7. 1044 Clyfieves prapinguibus uonindantur multum calem ) tes. lib. 3. 2.33. Clysieves pragnantibus non frequenter 3ndantur /V lib. T 2 CQ, C! jfrere pro mulieribus quantitate majores effe A. ) iig ID, 2t Clyfleribus puerorum oleumnon indendum.lib. 388 Chysleves violenter non injiciendi, snteffinis facd, oM MUR: PL 2'8 Cly[ler FHAXNTSU Vvfter ut retineaturquid pre[landum. lib.7.. og piscis a flatu olea data ab aito etiam ut ilia.lib.7 . Cant. 76 plicis caltda valde atiu, uoxta.lib.7. 68 plicrs cly[Teres ab initio cum vino, vel [apa noxii. lib.7. 67 pl;cis clr[leres ne zndantur, repleto ventriculo.li- br ME 69 Wicis ex flatua valenter di[cutie €t4 nox 7 J[ib.7 . 60 Up/zers ex flatu laborantes ante u[um cucurbitula puregands. lib.7 i SI E WA 3 TIPIRAS in dolori ibus aqua frigida quandoque utilis ; e Ce quama NH, jJ. 72 92 APIZCLS L7 doi lO0Y 10145 .£ i flammat 1071€» "mca 1 A122 CH - : T j L Q Jzo purean t1, let baie.lib.7 92, LJ. ] 35 »- p/ E 'oyt lecta YYCeAA 277 talo. ]14 "dado confert i " p - " E ss i - Izcis 172 aotoribus non Legientibu. Jolissaut ft Ji 'erco- FAVILIS., «H 'Aræ agentibus med pem C7 1$, Aat ILI zrautegdum Jed pere pur gaumtiuns » (cur. I /b.7. 7 rcr s 172 121110 vale nterdi[cutietia mala. lib.7.66 qWNzczs [T upc facientia potilTipouma con vcaiunt jfi fimt Wa calida mat eria.li ib.7, 70 Meus SEupef acientia concedendas viribus confi flem Sirebus.  y2C1$ uftes ok orum ab t1a:t:0,202 ali 4 grecede c2 CHAT » Muiuttlis.lb.7. 73 ' | boatna compen C" ion5 ^P MV 0o 4 O0^^ mn zs 742 na44 1 f444^ / FAAULO[L S ! 092€/2: 4 €X olets 208 Iutt 7 "4 bibeg A4 vLlbro IV NS DEM PA. Ais 3$] ( dii io male primis diebus oleum cl« onamcli- ? ex aceto applicati m. lib.6. 37! C inc oCta médicari,cruda ncn movere, c'e Fin pocva 1i fent €fii 1a expHeatz ; loc Hi "ppocratiss! i (C alen: con: roverfi coz ciltati-lib. 3. 48i "on [udi ar iones meæ debent fieri feciufrs arbi-- tris (P eur-liba. I2 Cos[ mpsaqui a porius ex carme vi tulina.lib.2. 4$] Con mp quom odo parcatur«F. | Convt jr partes omnes ca. TUE fo? enda. lib.6. 92, f«do ove [uper Y€81€5H:€ s quid á (enam i (un Q. ;41 4 ib. o: Cordis in palpt'« attore zum ob fers 29 41015 is wbunaa 7 QU x1 z ram mitiendus fi [anguis » qua caurto adf biben da. i;b. 6. 16 Code laboramte ex craffis bumoribus, diuretica.A c fedorifera non cor vertunt. cfi 6. 177] Coáe laborante ob fer ofó buroves, diuretica » C [udov:fera optima. Iib. 6. 17 Cordis] palpitattoni quando, G1" quo cafn fangu "m 'cndus.lib.6. IC E vi ft d fia fente quomodo proct ede dum.lb.s. fi in iamper[ecía ; codem die sibil à AMedicomml, E: €/ don bs 25 Crift immiutntes quando à capite eff repellendum l:b.6. ] Critici: diebus quando sædicamentum purgans eA Crocum inuutliones ex bydrargyro non ingred. 2 Crura Hi PY. liD. 7. IA DX Ey Crura. [unt perfricanda, ' abluenda per tres dies eunte [ethionem tali.lb.7 137 Cucurbitule zn fpa[mo q ducimio applicanda.lib.6.8e Cucurbitule12 dor[o, "E 107 cordi5.quando comvemant.lib.6. 173 Cucurbitule in palpitatione cordis quando applican- da. Cucurbitula in pefle dorío quando applicanda, is quando ag0n.lib.$. Cucurbitule im. prafocatis ex enenfibus famreffis ventri applieite,mala. lib.7. 163 Cucerbitule in prafocatis nbi affigenda.lib.7. 162 Cucurbitula magna in colicis applicanda cautio. Libro 7 y 78 Cucurbinul 4ARAQUHA ventri a pi heit, fi ff f CHZ paunco z2ene.lib.7. 167 Cucurbitulamagna [it ex perforatis.lib.7. . 168 Cucurbitula magna ventri appoftta diu 20 bareat . Cucurbitula noa diutius afhxa parti permittatur . Iib... 26 Cucurbitula [carificata ia pefle aliquando vicarie fechionis vena.libro 5. 29 Cucurbitula [Gavificata in [uris in pe[fle frequenter in ufus venire [olent.lib.s. 40 Cucurbitule, fi cum [carificationes cum pauco 1gue fent afficenda.lib.4. 2 Cucurbitulis [ablatis 1a [pafmzo, fabietla paries fo vezda.lib.6. oI D Debiles dum purgautur.aon ex[uraant. X A -- i Dec CÜINDEM. Decotta folventia in morbo Gallico rarà in ufum yeniant.  Decrepiti parum, C fepe cibandi; € cur.lib.a. 7 Diapboretica 1n flatibus cordis aur 1n ufum. nca ducenda, aut sllis admi[cenda fabad fl ringentia.  Diarrbea laborantibus pinguia [n[pecta. lb.7. 8$ Diarrbea laborantibus quando ab[lergentium ufus conventt.ltb.7. Diureticain a[tbzaate mala.lib.6. 134 Dinretica ia calculo venum in uretevibus mala. libro 7. 124 Diuretica in pra[evvatione à calculo; [epe moxta.». lib.7. 12j Diuretica potulentá won diu in lydropicis in u[um ducenda, G cur.lib.7. $2 Dolente capite ex intemperte calidasaceti portio it ox »yrbodrnis frt parva. Dolente capite ex intemperie calida fine materia, oleum vo[atum 1a oxyrbodinis fit ex olivis maturis, C cur.  Doloribus capitis etiam vebementiffimisyimmninen te criftsvepellentia fugtenda.lib.6. Ij Dyfentericis clyfleves abflergentes quando conventant.)l. i TU Pi Dy[enterici ex atra bile antequam purætur, fero--| cia illius bumoris prius attemperanda.; Dyfentericis in decltmatione ab[lergentia malas. Dyfentericis per fe convenit [zngurmis »ui[io;fed oll, adjuntla raro convenit. Dyfen- Dy[entericis pinguia in Jict quando utile, noxium. . C" quando Dyfentericis quando purgans medicamentum cosn- vent, C? quando non.lib. 7. $9 Dy[entevicis quando, * quomodo Janguis mitten- dur.ltb.7. 96 Dyleutevicit quomodo, cf quando narcoticis uten- dup.lib.7. IOt Dyfentericis KR babarbar: ZZ Jufpettus. lsb. 7. 93 Dyfenterici ubi psrcadi,flatim id pra[ladul.1 £z EmplafHicis in ophthalmia quando utenda. Empyii a na' ura curari per evacuatiouem mattri& per [eceffumsexemplum.lib.G. I27 Empyiei quando wrendi;aut [ecandi. lib. €. f:, Epileptici in paroxy[mo non concutiendi.lib6. 45 Epitepriets ex aura virulentælevata raro gmitten dies [anguis.lib.G. í3 Epilepticis in paroxy[mo caput non ceoperiendum.». lsb.6. j Eytlepricis lignum ori nom ind£dum fed quid aliud. lib.6. f1 KEpilepticis pralervaudi quando ex brachio, cf quando ex talo mittendu: Janguis. lib. 6. $5 Eptlepticis pra[eyvandis valida purgantta fepe no- xam afferunt.lib.c. | $4 Epileptiets veficantia capiti de vafo applicata, optt mum remeditm.lb.. 33 Epilepticts vomitus malus.lib.G. $o KE pilepricis vom orta fempe y mala.lib.6. $4 Epiphbora i2 curanda tn princrpio «dftringentibus Aytendum. $5 KÉypiphbora in curanda eyrbinorü rarus ufus.lib.6.90 Errbina;et flernutatoria aal laborantibus oculis. lib.6. ! 17 Errbina in letbargo optima »18 emultis tamen fu- gienda, et 1n quibus .lib.G. 33 Errbina funt pe[[ima in dolore capitis ex- morbo : Gallico.lib.6. ! I1 Errovescommi[fi ig ten yillu;pravalente indica tione à virtute, funt majores » fi peceetur minus dando.lib.2. 21 Errores commi[fi in tenui victu in formapari indi catione virtutis C£ morbi exiflenre ; pares fant s c «qualia inducunt pericula.Iib. 2- 22 Errores commi [i ia tenni vitium quan "tates pars exiflente indicatione virtutis CP morbi, pe]ores unt fi plus quàm par frt concedamus.lio.1. 23 Errores 1 tenui vitlu p valete mdicatione à sorbo fabtrabed:, majores»fi peccetur plus dado.l. 2.21 E yacuandum [anguimis mi[fione, antequam motus defierit ; fi tempore mit endi [anguimis men[es fluere contigerit »[ed impevfetie lib. a. II Evaporatorus in calidis,có frecis naturis, ad [udo- res utendum.lib.7. 207 Ex argento vivo inuntliones parate»? fuffumigits zon ab Empiricis, fed à peritis pra fcribi debere; UR yariari.lib.7. 217 Ex bydrargyro parata vestediapro morbo Gallico, an im ufum duci po[fint. C quande.lib.7. ^ 216 Febricitantibus à partu ummquam mittendus [au- 4/721 e guis à f[upevnis.lib.7. 1768 Febribus in continuis evacuatto per lotium comma- dior, quam per [udorem.lib.5. à Febribus in intermittentibus, potiffrmum tertia pis,fudoris provocatiopraflats qua urina.lib. s.t Febribus longis aloes u[us commodus, C quomodo e lib. 5. 19 Fiuentibus ad oculos bumoribus ; ab[linendnm ab ad [lringentibus. lib.6. $8 Fonngraci in lippitudine utendum decocto, mon fe- mins. lib.6. 97 Fanugracum abluendum antequam in ufum duca- tur .lib. 6. 9 Fotidanon [int,qua capiti [unt applicada. lib.G.11 F gium excludentibus quando utendum, Gi quomo- do. libro 7. 174 Fomentis calidis non diutius utendu et cur.l.3.39. Fomentis frigidis a&bu nü dinutenduset cur. Fontanella in [tura coronali in catarrbo ve]iciente da.lib.6. 107 Formam vittus primo virtus o Bendit,[(ecundo [ym P | Die p'omata ertio flatus d:flantia. lib.2.. 20 Forma vitlus qua doceant 1n acutis morbis. Frigida potus [ugiendus in inflammatione inte jfeinorum. lib.7. 98 Frieid:fima atu e[fe nom debent, qua tboracs apple cantur.ltb.6. 161 Frigida «d fiflendum [anguinis fuxum optima... | praterquam [i ex tborace fluat. lib.5. AI Frontis in vena [écanda » blande gula ad[Iringen- dax brevi tempore .lib.G. X 3 Frue . E rullus bovarii in acutis vejiciendi. Galeni con[ilium pro puero epileptico depravatiam . Galli veteris jus aflbmaticis noxium. lib. 6... 137 Gallico12 7ovbo curando, quomodo zAutlor plura s quàm alii ober vare potuerit.lib.7. 186 Gallico iz »orbo in principio lententilss abflergen- tia C purgantia admijcenda.lib. 74.194, Gallico in morbo curando alexipharmaca mi[cen- da.lib. 7. 196 Gallico1n morbo proeve]fo purgandum. lib.7.. 194 Gallico in morbo pargantibus validis agendum; c9 cur.libro 7. 19$ Gallici morbicuratio diver[Aa » inchoante ; pro- ere[[osmorbo.lib.7. 186 Gallicosmorbo incboante C$ bubone vix exeunte 2, tenuis vitlusnalus.lib.7. 18$ Gallicoyaorbo incboantesetuam ad bubonez promo- vendumsexercitium validum malum- Gallicus yaorbus inchoans,ftze purgatione exteris quandoque folis curatur. " ",, Garczavifmata fugiendasis, qui repleto [unt tbera- ce.Iib.6. 109 Gargar:[matain catarrbo quado co veniat.l.6.111 Glaucis 12 oculis s(£ latas-venas babentibusy smittoræxterna comveniunt.lib.G.  Glutinantia in [anguinis (puto quando utilia, quando noxia. 11.6. IjI Geonorrhbea Gallica non fLatim fupprimeda. 1.7.1 18 Generrbea Gallica in curanda,quomodo 1t curatio- ne pro- FINE IROBS X se procedendum.lib.7. 19] Gonorrbeamuta:ur 15 f'uxun albu.fi diutius per- feveret., et mnc quomodo curanda. libro 7. 130 Gonorrbea quando calef acientibus curada.l.7,129 Gracilibus quibus plus [anguinis detrabendum, c quibus muixus.dib. 4. 11 Cua]aci decoblum cum dura fit illus fob[litia, qua nodo minus lonea cotitone zndiget. lib. 7. 213 Guajaci ligni fpecies qua in Cura done morbi Gallici re]ciende. lb.7. 260 Cua]aci lignum quod in ufum ducttur,non [ft anno- durm-lib.7. 200 Guajac: [pecie s rejiciatursque eft mimi acris,et tur b1au decoétu facit, pumquam clarefcens.1.7.202 Guajaci fcobs neque craffor, neque im pollinem du&a.lib.7. 203 Gya]aci rune non [int umoris ligzi, neq; parvi, nam [unt in validi.lib.7. 201 H Flemorrboietbus [sperflue evacuantibus, am omnes occiudenda » an una velinqueuda, fententia AA4uCloris.lib.7. II2 Heyate evyfipelate laborantes frigida atla comve- "nunt .lib.6. 46 Hlepate evyftpelate laboraa*e, vepellentza [ola con- veniunt . lb.7. 4j Hlepate f 712:do; calida t? ficcamedicamentæxier na fufpetta.lib.7. 3$ Hepati: eibbainflamata, ante ufum diureticorum alvus lenienda. lib.7. I FHepatico fiuxuis remedium fineulare.lib.7. 106 Ne d Hepaf ND E'zx. Wgepatis in calidaintemperie quando purgandum » ci quando non. lib.7- 3 Hepatis in calida integperie manna uo [ufpe£tum -  Hlepatis in intemperie calida ref[rigerantiaumpen- se, e adfiringentia [u[petta- Hepatis in inflammarne in principio non purgan- dun- Hepatis ia inflammarione repellentibus attenuan tia etiam in principio mi[cenda . Fiepátis in inflammatione attu frigidafugienda . (im [bi Hiepatis inflammatatava purgandum. fed in decli». fis nationes cotla materia. MH Hepate inflamma:o [ime mate ria,repellentia fola conveniunt Hlepatis in iuflammatione in declinatione mon puris. | vefolv entibus urendum. Hepatis in ob[lruttione attenuantia cur dnte pran- «| dium applicanda. Horde: ad aquam proportio pro pti[Jana paranda .. |l, m Ó dj Hordeum aliud [læ cortice, ve[hrum aliud. lib. 2..11i Caut. ] Hordeum pro ptifana quale elicendum.lib.a. | 4p Hordeum quomodo parandum pro pti[Jana confi--| cienda.lib.z. ATi Hora tres à cibatione ad principium acce[[wumis nom. | fifficere. lib.a. 344] Elunores effc ducendos quo aatura vergit.quomodcià gntellimendum. H»yárarFIXNYXDOcBGI | Ei ydrareyri prouno bomine 1numgendoque quati- tas." qu& ad aliasmar edientta proportio J| Jd ydropicisattenuatia no diu in usu duceda. | Hydropicis Rhabarbarum inutile.J| Hydropicis bumores [erofl à principio purgari po[- fuat; fed à et levioribus tncboandum. li ddyeme plus concedendum. [ed variussa[late miuus; fed [apius.Iib.2. H yeme quando minus nutriendum.lib.z: I1 "i Ilerici inprincipio non purgandis[ed praparandao eft materia. Iilerici valetioribus medicametis evacuadi. Jélevicis valida non danda medicamenta, [i ex ix. patis inflammatione.lib.7. 65 In cardialeia ex vituitaatida dejecloria fiat cum purgantibus. lib. 7 30 Is cardtaleia 1n SrinGSpuA vepellentia conveniunt, non ad[ ringentia.lib.7. 216 In cardia dia fbduiloria fim blanda. Iu empyemate no tentanda materia expurgattio per Po fece[furn. I| Jnflammato bepatesrepellentza ante fecélionem vene non comveniunt. lib.7. 29 IIo palpitatione cordis curanda que vena f[ecanda,. | libro 6. 176 In palpitatione cordis ex flatu pr "ovidendum flati- bus ventricult. Jn palpttatione cordis ex flatibus, exterats calidis non e[[e utendum pra[cuie adbuc materta. 5 In plevriticiseexterms no indi[Lintie utedul.G. Inter Jntev [udandum ton adeà [ape purgandu.lib.7.208 Inunéiiones ex argento vrvo aut non [unt 1m u[uino duccudas aut ft in ufum ducantur valide efJc de- bent. cur-Àib. 7. iid Tnunélio in morbo Gallico magis laudanda. Inuntlio ex argento vivo quando1nte rpolanda. Inuntlio fi fiui praferenda in curatione morbi Gal lici. Jnwungendi roodus.Lac in d'y[entevicis am conveniat » quando, C quomodo parandum Lac in renuma wlceribus qua. diflinélione dandum. Late a[fempto in phibift, dormiendum. Latle muliebri qua di[Hntlione utendum in ophtbal VU, »mia. Latlis quantitas rn ulceribus venum qu&. Lapidem in vefica frangentia medicamenta fiétittia.Lapidis in vefica unica curatio, excifio. Layidum ex vefica extrattorum bifloria due admiranda. Àhu Lapillorum precioforum [us neq omnino ve ficien- dus,nec pe[[amsut fitsrecipiendus. Lenientia:n morborum principio majori ex partem, comvenunt. Bi P Lenientia quo tempore, qua bora, C quantum ane cibum exbibenda.lib.5. $i Lens quomodo Fitppocrati frigidiffima.lib.g.. ye8 LenILentium decobtuma, C f)rupus inpe[le, C vartolis vepiobasdum ie Y MLentium qualitates, variazatura.lib. D? $9 J erbargicis cucurbii ula applicanda | Lei bar. eicis quando [ecanaa veuas C£ quando mon 0 Letbargieis vepellentiaparce applicanda. C fiue 2 aa[tvitlione 4: | Lezimeniis hepatis 1a obflru£lione fotus calidi pra- ?ALTi endi. vs ; cS FS ): Jt, P". ; sc E P - V aLippiiudigi valide ad[Lringentta contraria. d !' MM azrea s, co Jp ccharo parata, 14 chole va fn f Cla» !j M aflicatoria 12 doloribus a calidis, €? temubus bumoribus quando non concedenda. LM edicamen: ovum altevautium materiam t [fc mutandam.. I JM edieus commre]Tus medicos amet, C quopzodo [e 12 €15 gerere debe. l1b.1. I1 aM edicus cum mulierculis, C imperitis de rebus medici non differat |abyo dM edicus de mercede non paci[catur. Mad edteus C do£irizasC ufu inflrutius artemexer eat lib.i. 24 IdM edicu: fuaiat mollitiem exteruer.lib.t. $ uiuM edieus eratis aliquando curare debet. uM edicus tznan glortasaut nimo [ui amorc aon ten- Ji tetur-lib.x. 9 dub edicu: gratos erian1n nece[[itaizbus non defc- ab -rat.lb.1. 21 AM cdiI'N*JDS.E Medicus in omnibus praftans qualis.lib.t. 3 Medicus im oratione, C farmonibus varius, pro | jo agrorum varia natura.lib.1. 26 lu Medicus juvenis fab datto M edico praxim. addi. Lim fcat Medicus morbos [uos excujet. Medicus nom inbumana [evermate utatur. li Medicus aon fit jattabuudus, amt nimium pollici- 4. w( tator. |l M:edicus gulli [ctt fít additinus s fed nudam fequa-. Mais rur veritatem.» M edicus pietatis cul tor. Ii Medicus qualis in veftitu.lib.1. 6; Medicus qualis in odorati sfe vendis.lib.t1. 7] Medicus quomodo excolendus.lib.1. HET dicus Jamtatem pra[efe vat.lib.t d v Medicus [ecreta remedia non profiteatur, [cd alis I, communicet.lib.1. Medicus ftt [Fudiofus munditiei.lib.1. Medicus [ylvasm medicamentorum prompi am ha beat. lib.1., Avfel vof fol.licet im bilioft : febribus ab initio 20 CCo vyeniat,in quo'iduanis opiimu eff vemedin.l.s-YÀy, AMelancbolicis liquida macis.quam arida vIEAICUA qenta comvemunt.lib.6. «q €Melancholicis quando fineuis spittendus,quani,. fupprimendus, et quado finendus.hb.G. Mellis ad aqua propor!10 pro paran da sul [a.l.2..] Memoria deperdira remedta non famper calidas cet Galenus ejus caulum frieidam faciat.l.G. .| Memoria deperdita curanda varii modi et contio. rii.) Vit. Lib. 6.  jJ Memoria deperdita quomodo à frigiditate; fi fepe à caufis calidis. lib. 6. 36 ^l] Memoria curada rara evacuatione op eff.l.6.36 | | Men[es promoventia pev os fumpta debent effe i2 multa quantitate. lib. 7. -I40 | AMenfibus immodicis in iflendis repetita [angurauts silhofiat endeen die.  VAM ez fibus mimodice fluent ibus; aliquando medica- men! o purqante utendum . AM ez fibus promovendi, Jecari pote[t vena in. à ante tempus motus cum Galeno, C? verfus finezo motus TAM enfibus 12 promovendis mon eff [ecarda ver a dum diminu: € fant tibi mulier aut t1207€ iui afficiatur. aut animo folea: AT lficei re. . | Wa enfibu:: 15 i pramoy enais pra[lat repetere [25gu:-1$ 9i Jf oneza. $ p^ n[tbus [uapevfiuisscum v "edicement opurgaute o | uilcenda. aa[tringentia. [; MR I4 "T enfibus [up ci finis remedin "o "lare  m7 e libus fupp: ejfcs LU e Pene yox naa. D ies  Mercedem oblat am Mediceus prompte, uon qu gi s] 2 furtim capiat. Irb. I. 2C Map. onem [aneuinis ex talo pracedere debet exer- jn CLUMm RA "me partium m fern un. l7 ode[Ha aceintius Medicus domos dngrediaiur . WM orbis complicatis ton contvrartis, quomodo pro- cedendum WWACER S j "Morbis complicatis eontrarus quomodo provi- acndum dendum.lib.5. ær Morbis extremis; flatim extremms vemediis utendum Morbo cau[& complicatostau[a primo vationem bæ qu bebomus. Morbis mediocribus blande; cum tempore occur ; vendunz.lib.5 Morbo jn pracipiti [anguis prius mitti debet,qu& Vu alvus [ubducatur. jd Morbus cum 1gnoratury attenuandus victus . cur »»1) . quomodo.lib.1. AMofthus in umbiliai cavitate pr&focatione gignt «vina . zGXul Mulfa alia crudasalia coéfa.lib.». $c AMul[a aliapro medicamentosaliapro potu. cc (m; 7Mulfa alia meraci[[mmasalia mediocris » alia dilus ta.lib.z. $« ib Mul[a ex faccbaro optima quomodo paretur. AM ufa svekmelicrati d. fEnetro ; e£ conficiendi rad) in IN H10.. Narcoricaim capitis dolore ratrone doloris ix aad) am pibenda, fcd aliquando vatione vieiliarum.l.6- i r Narcotica:n dolore captis pev fe vix per os concad ai denda.lib.6. Narcotica in dy[entevia parce adhibenda.. Narcoiicasumaua applicada f uris capiti., Narco' ica numquam aurvibu: emmittenda.lb.3 v Narcotica numqua iu puerts in usu ducenda.l.3. Narcoticis varo utendumsQ quando. Naufca laborantes quando purgandi, C quado sid, INatn-li TT 1] li Is Do EY ] AMaufea prefente, vomitu excitato,in co sion veul- tum infiflendum ie d Obffetricibus eut affeventibus.aut negatitibus gra- viditatem, Medicus non temere credat. FOb[lerricibus remeré non credendt.cy afferunt fe- tum e [fe mortuum se »iexclidenat, ef[c.l.7. 171 ipOlea in colicis data adjuvanda cum ab[lero ibus, vel pureantibus. WOlca f'nllata in wfism mon venient » mft aliis alliez- ta.TOleis cur cera cddenda. .G. yÀ: WOleum amyedaltmum a partu ntq; femper.neq; qui busvis coz venit qOlcum per os [umptum quando zn colicis optimum. 4o prafdim. aiOleum rofatum pro oxyrbodinis fft vecens. JOpb: balmta in curanda opii vfus neq multus, neq; A frequens JOph!baimia 1n curanda, qua lentorem babent A comrmoda.lib.c. 75 UOpb:balmicis paucif[ma externa vemedia adbiben | da. Dpiatasut 7n alitis ventriculi affctlibus fugienda, sta in dolore inflammatorio eju[Æm concedenda, b C quomodo.lb.7. 3 WOp: ufus frequens im lippztudrme malus. 4D: colluendum anrequam æri cibu [smant. | qDo mel no[t-u imbecille ad cra[faincidéda. 1.2. AQ. ymel H0 ferum  ACUETS f bribus non fat 15$ 44CCom eodatum. lib.a« j Oxymel iN Oxymel quamdiu excoquendum. Qxymel feplaftariorum diveríum à Galenico ; C Gracerum. lib. 2. $2 Ox*ymel feplafiariorum fimplex nom eft potus » fed forbitio .  Q:ymel feplafrariorum non bumetlat. Q»ymellis parandi ratto Oxyrbodina applicata ne ficcentur. » aut ex affa zmateria applicentur. lib.6- 2 Qiyrbodina n capitis dolore magis proficere » ft ex alto decidant.Ox yrbodinis narcotica vix adpiifcenda Panatella an [emper ex pane loto.lib. 2. A4 Panatella quomodo paranda 1 acutis.lib.3. ^ 44 Pazalytici quando ab initio purgandi.lib.6.  Paralyticis cucurbitula ubi; quamdáo pn A. ra Paralyticis diuretica optima . lib.6. 744]. Paralyticis olea diflillata folainutisa p Paralyticis oleanmmis calida mala Paralyticis rubificantia quando comveniant.5m Paralyticis fedorifera non enultum comada. Paralyticis vc ficantia utilia.itb.6. za Partus non accelerandus ob preces parturientium | partu in diffcils varó exbibenda promoventia fei cukdas.lib.7. iz Peffi odorati impoftti in pr efocatis ex femine » ve IL. LA ciendi.I:Pete affecti medicamento purgandi. lib.5- m Pefle !| Peffe laborantibus ex diver [rs caufis, quando smit- rendus fane s.lib. s. ji |! Pefle laborantibus mon [emper conveniunt purga- ros fangumis mito. lib. s. fI | Peffe laborantibus numquam mittendus [anguis ad ammideliquium. | Peffe laborantibus folum im principio [angws mnitti poteft. cur. lib.g. 34 |Peftis materia ab initio puyanda. Peflis materia crudadici non poteft. LPeffis materia majori ex parte turgéns. lib.g. 4 KPe[Hlentes febres, licet peracuta, non requirunt te- nuifhmum vitium . MPeflilentes. febres frne peffe coElionem expo[cunt in "HAI€YIA » nec 1n principio 1u dis purgandu.A MPeflilenti in febre, maculis evumpentibus, [anguis |... fecta vena poteft evacuari Ci quomodo.lib.$. 3 r APharmaca glacie, vel aliter vefrigerata pe[[ime à quibu[dam conceduntur /MPbarmaca » que mifcentur, non ffztt ex dis, qua difpari tempore operantur. IPbarmaco a[wmpto, non dormiendum, cr in qui- buss e quando. IPbarmaco aJumpto, eule, aut vemionz ventriculi calida non [unt applicanda. "dMPEarmaco non évacuante, uon [emper poft tres bo- ] ras pufculapropinanda. lib.5. dPbarmaco non evacuante;clyfena mo indendsz.1. 2.9 Jbarmacorum validorum extratla per vinum; aur aquam vite, periculi plena. JPbrenetict in principio purgandi. WPbreneticis acetum in oxyrbodimis parce adbibene v Y 9 um. e Phreneticis cucurbitulis appo[itis quid faciendum Phreneticis in curandis mon diu narcoticis uiendum. Phreneticis in curandis vepellentiætiam folaultra principium comy emunt Phreneticis non e[l enittendus [anguis ad ammi ufq; deliquium. Phreneticis fi inbrachio fecari vena non poteft, non fécanda easquein fronte. Phreneticis [latim vena fécanda.lib.6. 19 Phtbifi laborantes latte ajumpto dormire debent Phthifi laboratibus blande alvus mollieda.. Y64 Piluleta Gallico morbo laborantibus purgandis in fine praferenda.lib.7. 197 Pilula in tufi f capitis ajfectibus ; male dantur poft cenam. Pilulepro capite expurgando majores » pro ventyt- culo minores. lib.3. Pilule pro capite purgando à cea 40 danda. Pilule valid:f[ima forma non fiut magna (cur. Dituita fal[a quotidianam producente » plenius mu rriendum in principio, [éd 4 ventriculo deturbaui y; da e[ materia. lib. $. ? Plevrifictí; c€ ante fomentis dolore, non confe[tim| defi flendum A veris remediis. plevriticis, dolore a[cendente » fotus fimt bumidi || defcendente [icci. p DPlevriticis » dolore def[dendente ; iH feclione vez)  1] ILLA EX OEAZXA son efe exfpeclanda coloris [anguimis mutatio Plevriticis quando fomenta anodyna conveniunt.Plevriticis [acculs fovetes ex levi materia.. Pleuriticis, viribus imbecillbus, nou ex[pettanda coloris ia [anguine mutatio.. Plevriticorum reliquia omnino abfamenda.l.6. Ya y Pleyrsticorum triapraclarif[Timaremedia. Podæra laborantibus varo repellentia conveniunt. Podagra laborantibus am ab suitiomedicamentum purgans dandum scontrover[ia cociliata Pi Podæra laborantibus quando mittendus eft. [anqurs.Iib. Podagra laborantibus frequenter [ecanda varà ve- ZA.ltb. Podagrofís fmunttto ex oleo falito ante declinatio- nem aAla. Podærofi non. [olum oleo. [alito snungendi ». [ed etiam yperfricands. Podævofis oleum [alitum 1m declinatione Optitum. Potulenta 12 bydrope a[cite [epe fu[petla. Potus acutarum f ebrium quis, C qualis. [ib. Prafocatis bene olentta coxis applicanda .lib.7. 153 Prafocatis ex flatu ; cucurbitula magna ventri in- eriori applicitA » praftanti[umum remedium Prefocatisex retento [emine bene olentibus vulva non 1nungenda. Prefocatts f acie: bene olentibus non e[t a[pereenda.3 libra. . : r$? Prafocatis facies frigida non afpergenda.lib.7.14* Prafócatispauxtllum vini concedendum » [ed vmale elentianaribus tunc apponénaa. Prafocatis quando etiam im pároxy[mo po]fit fecars pena. lib.7- nsn , Prafocatis quando mon lscet fecare venam. Prefácatis vino facies non abluenda. Preanatibus clyfteves no frequeier indatur. Pregenantibus erandiori fetu cbyfferes quantitate non excedant. Prapinguibus, et fenfu exauifito praditis inte fhinis, clyfteves non indanter »ultum calentes Principio morbi cur aliquando tenui[[ime ciban- dum.lib.2. 16 Priffanæx quo genere bo ydei paretur PuJana ut condiatur » que addenda, quando quomodo. lib.2. 43 Prj[ana ut paretur s quomodo hordeum praparabixinus Puelliin applicatione 'cavendu: fior. lb.7. 7 Puelli in applicatione caveda pollutio nocturna. Pueris ante decimum quartum annumyevacuationtis eratia,aliquando [ecari yote[t vena. lib.a. 8 Pæris ante feprenmum yra [lat bi rudimbus [angui- nem mittere, et cur. lib.4. IO Puevis, c adole[centibus plus cibi concedendum, quam fenibus. lib... 7 Pueris numquam concedenda narcotica. lib... 46 Pueris pro revulfione fecari omnino «ena débet .. | 5m, lib. Pulverei C eletluarias qua etiam fol'vant; n; bo PUN DV bo Gallico comvenive Pulvifculi cardiaci non cum cibis, fed cum potioni- bus fepunis dandi. Purgamenta muliebria non [emper frigida, nec ca- lids curanda... 1j0 Purgandum egrum quid interrogare oportet.1.3.2. Purgandum in principto n pe[fle, Difputatio. lb.g. Cut. Purgandum interrogare oportet » an alvo [it lubri- c4,an dura. Purgandum in vera declinatione . Purgandum non [emper in declinatione febrium pu-. tridarum.lib.3. $3 Purgandum quando in barum declinatione. , Purgantia debilta repetita im. quotidianis. comvenut. Purgantia fint leviora 1n febribus, quam in aliis oorbis, € cur.lib.s. "" Purgantia valenter apud Galenum in febribus varà ia ufum veniunt.lib.s. 3I Purgattone impe[le utendum. lib.s. 46 Purgantia valida in pe[fe non comveniunt. Purgatto in podagrofis fi f acienda» [latim facienda Purulentis nom tentanda efl evacuatio materia per feceffum medicamento.Putrida non omnis materia coquenda Quartana laborantibus vitlus in principio varian- dus CP quomodo. lib.s. 2j Quartana laborantibus [al(amenta concedenda; [cd parca manu. Quarutat laborantibus dum [ecatur vena, prafen« S 5a Medici nece [[avia.lib.s. 1 uartana laborantibus quando et dextro brachio extrabendus [anguis. Quartanis vena [ectio quando convert. Ouartanariis dum [anguis mittitur y non flatim. -fupprimendussetuamfi bonus.lib. 5. 29.(2* 30 Quibus maxume in acutis os colluendum. uotidiana in febre. ab imtio vomitus utilis, qualis. Quotidianain febre quomodo Galenus commenda- yit vomitum validu pofl [rema cocottionis. Y7 Quotidianis in febribus tenuis etiam, quam iz. flatu alendum in principio Refrigevantia in[igniter qua capita no ferant. Renædiis in multis quomodo procedendum.lib.3.36 Remedium pra[tantiffimum ad wen[es [uperfiuos. j Renibus inflammatis;po[t [etlam venambrachi ea etiam [ecandæ[L, qua 1n talo. Rembus mflanmatis, Rbabarbari wfüs [u[pettus Renibus laborantibus, clyfleres quantitate parva Renibus laborantibus, qua vena [ecanda: Renibus ulceratislattis admunifltrandi ratio varia. Renum 1n inflammatione non purgandum, fed le- niegdum blande. Renum in inflammatione 17 principio ) impense re- WM, Cc frigeranziamala Reuun Ü - UIT PMI E^Zi Renum calculo laborantibus lemientia ab snttzo" ape non [ufficiunt ; itaq; etiam purgandi Renum tn ulceribus valide exftccatiamala. Renum ulcera quam primur o Jm Repellentia in cholera quomodo, Cj quando in u[um ducenda. Repellentia in podagra, [nfpetta.lib.. 181 Repellentia 1n palpitatione cordis, dum mittitur Janguissregtont cordis applicanda. lib.c. 176 Repelle ntibus folis in doloribus in principio quando 10n utendum Repetitio fanguinis mi[fiomis quando eadem die, €& quando altero. Repetitio [anguis milTionis vevul[iue, contra Galenum [ape eodem dte repetenda eur" quan- do: ] Revul[1o ree. [célam venam quando requirat vecli- Iudinem partium (t quando con [en [um YOnat-Yum. Itb. a. 18 I Rbabarbari safu[lo vino exbibita febres eftuan- te$ excitat. lrib.a. Ij I Rbabarbart ufus £n eflnofis febribus [nfpettus.l.s-g IL Rbabar bar: ulus 12 [puto [auguinis [epe [ufpettus LRhabasbari ufus dy[entericis fnfpettus...Rbabarbarum bydr optcis 10utile. I Rbabarbarum im dolore inflammatorio ventriculs fueieudum.lib.7 x WRbabarbarum 12 in nflamnratione renum fu[peétum- y lo ebarbar H2 menfibus [opevfluis noxzu. E Mhatar barum pro purganda bile, 12 dévirmtione | Y D &[tuan- | effuatium febriumsmalum, C quando eo uti pof- famus. Rhabarbarti phreneticis no multu utendum. Rhabarbarum [n[petium in intemperie calida be- patis. Rhabarbarum torrefatium in dy[enteria rejicienadum Rubificantia quou[que cuti adbarere debent. Ay Sacchari ro[ati exbibitio poft purgatum corpus ardentibus febribus, non multuprobanda.l. 5.12 Sal clyflevibus non ita frequenter tndendus.l.3.. 2.9 Sal oleum quomodo [al [um reddat, ft oleo nom liqua- tur . [i Sara et decotlo portio Guajaci cur indenda. Sara decotlum a[late cum majori quantitate aque. |o parandum; C cur. Sarza parilia mirabile decoblum ad tabidos ex Gal | i; lico s2orbo.Itb. Sanguine malo fetla vena exeunteminor quantitas iio; illius evacuanda . lib.a. 1 Sanguinis in colore zutatio in evacuatiua. eUACHA- i) tione mon vevulfrvas non ex[peclanda. ). Sanguinis in colore mutatio nec in vnflammationi- bus etiam perpetuo exfpettanda. lib.a. T Sanguinis in colore mutatio quomodo intelligendai| lib. 4. Mn Sanguinis in colore mutatio ua vevul[tone a longimsyds, quis non ex[pectanda. lib.4. T Sanguinis 1m colore mutatio in plevritide non ei ex[petlanda, impa 1o in parte bumore. . Yi] Sanguimis gatffiomi non. [emper p Aldi; eni- J lenitio. .a. 1 Sanguinis mi[[io ad animi deliquium raro inu[um. ducenda.a quibus, C? cur.lLb.a Sanguinis mi[io quando per [es quando per accidens A centro ad circum[ erentiam trabit, quomo- do.lib. $. 3$ Sanguinis mi[[ionem quando pracedere debeat fa- cum [ubductio. Sanguinis minus detrabendum i1s,qui artes laborio fas exercent .lib.a. I Saguinis repetita evacuatio quomodo facieda.] 4g Sanguinem ve ectantibus cucurbitula parti affix ao quando conventat . lib.G. I1$O Sanguinis [puto ex retentis men[ibus, qua vena [c- veda.  Saponarie decoélum pro pauperibus 12 morba Gal- lico. Scammonii u[us im e[luofts febribus [nfpetlus, e quando eo titendum . lib.s. Scarificatio crurum tn pe[le [aluberrima. lib.g. 33 Scar: ficatia quando proj unda factenda, G' quando Ww leviter.ib.4. T Gellio venain talo ad movendos men[es melius jit fub noctem..  Semis in curando profluit diver[a ratto [ervan- da »pro varietate magna occaftoms .lib.7. . X38 Seri € lalle [egreg and: veramdica v mds ie. $1. Seri quantitas varte 4 uarias tradit a.quomodo con- cilianda.lib.5. ! $i Siccanttbus valenter in [puto [anguinis empla[lica o mi[cenda.l:b.6 (6 2, Siti in magna calidas G quando frigidabi- bcn- Symptomatice narra operante quid à Medice moliendum. Symptomatice natura operante » caute agendum. | Iib.ss 61. [s Synocha labcvantibus quando cibus o fferendus.lib.2. Cant. jo Syrupi acetoft parandi ratio. Syrupus » c mel.vof. fol. quando in principio conce- denda.lib. 3. $a. f, Syrupus ex cichorea cum Rhabarbaro Guliclmi, 1t dyfenteriaadmittendus |y, Syrupis pro morbi Gallici materia paranda alexi-- V, pharmaca mi[cenda. Syruptes vof.(ol.inter lemientia non connumerandus», y. fed 1n*ev [olventia.] Syrupi [olventes in cura morbi Gallici commendaniy, di. T'enui[fcmo vitta in ftatu acutorum utendum fem-. per. 1. Aphor. 8. quando verum . lib.2. 18: T enui[fimo vitlu utendum. in peracutis omnibus :) i exceptis pestilentibus.ltb.2. 114 T'ertiana in febre ante cotlionem quandoque pur: n eandum, quando. . T T erttana im febre, etiam intermi[[ionis die; victim [. à Galemo, cà aliis infhitutus apud noftrates perti eulofus. lib.s. ij T'ertianis € ardentibus in febribus clyfleres vii tepentes indendi.lib. s. T beviaca in pe[fle quado tendit, ci quomodo.. [^ "Tiggitui aurium. ex morbo Gallico valentia remit " dizuon applicanda.lib.6. icd] 7 in- d E;AN8 Dx Exe X ! T igmitut aurium ex morbo Gallico remedium pr4- ftanti[J[ymur.itb JT uillatwüesureri  prafocatis ex femine vejicien- d&. I Y urgens materia quomodo varo, € in pefle [ape ruygens. l IT ufft laborantibus quando, &$ quatenus vigilan- dum. p WMPenis brachii in feriendis » qua cAMLOHES, vA'100€ Suc funt babenda.lib.4 22 Weza [ettio 1n wedalieliediois fit ampla. Wene fe£htaun brachio menfibus [uppre[/zs quando admini 'Jferanda. Wena fetta 1m talo in fanguinis puto, affatim [angus neo e fe detrabendtuim. iib.. 149 W/entriculi im dolore a frigida, c erafla materias, purgans aliquod medicamentum Hier a aliquan- do «ddendaum.  $ M'entviculi im imbecillitate, in puellis, aut catellss ventricult reet 0771 eiie » CAY endum, Hnc» Joma us interrumpatur. G eutriculo dolezte ob "mfi ammationcm purgantia fugienda.. I yos A Abe ob LZ miemationem » In mida po- | $57 €Xt appof 10 quedo c ZH 'UCHIA jt... ("M7 nodi inflammatopre[enti bile quibus vacuam de b I (0«BoPerzmes enecantibus dulcia mi[cenda Aib.7. 108 WVermes enecantibus erzplaftris cly[fleres dulces pra- ponenas. WMerzzes enecantibus fumptis peross quid. facien- z aum.: dum.lib.7. III.(?' Veymibus pro enecandis emplaftra ubi applicanda. . IIO Vertiginofis flernutatoria, caputpurgia fugien- da.lib.6. 47 Veficantia etiem [uper caput applicata, im. "vebe- sueuti[femis doloribus optima.. [^ Veficania in febre pefhlentiali [rne pe[ffe sm ujuma. 1 duci nou debent. Veftcantia in febre peHlentiali in letbargo optima. .]^ V«ficantta bydropicorum eruribus applicatamoxia, V Vificantia in letbargo optima, C quibus partibusi| applicanda. lib.6. 357] Veficantia: tn pe[le aliquando in ulum duci po[[unt »)/ C quando.lib.s. 421] Veficantiaia ye[Hiferis » cum extra corpus alget 4! utilia.lib.5. 4$ Veficantia in peflilentibus peffreme pa [form ufurpata Ati Itb. $. $! Ve ficantia in principio febrium peflilentialium noii] i. conveniunt. lib. s. T Vitus cra[fas 1n acutis rejtciemdus.lib.a. jt Vitlus formatn acutis paffim corrupta y ve '(peCtu ves | cionis mutanda. lib.2.. I: Vitus bymidus febricitantibus confert, bumidwl!n, atu. c potentia.lib.2. PH Vitius immutandus, vatione temperamentorum CO quomodo. IHb.. Y. c4 30 9v2141* 772 J, * ; L bi *, f Vibius mmutanaus, vatiome babitu corporis » CA terperamenti ventrigulilib.a. 4G] lt-ION DoESLY. Vicius mttandus in acutis obanteatla vitam.La. I4 Villus ratto pro vartetate con[netudipis » Ci vegio- "s wautanda. lib.z. Victus tenus pro acutis antiquis quotuplex, Cb qui 4A nobis reciptendus . lib.a. Vicius tenuts 12 acutis cur. lib.a. I Vinculum laxandum, [e£la wena 1m melanchalicis. lib.6. 87 Vinum 1n acutis per fe numquam concedendum.», præfertim apud Infubres Vinum: acutis quando concedendwum Vinum In[ubriues ineptum pro potu acute febrici- tantum .lib.3. $9 Vini medicati formula praflanti[ima pro aliqia.. Jpecie morbi Gallici.lib.7. 204 mum optima materia pro paraudis aliquando de- coctrs pro.quorbo Gallico. 1b.7. 204. Fino terttana laborantes Apud no[lrates per torum morbum interdicendi-lb.g. ' I4 Virtute per [e debili, vitlus ativezicus ct 72 forma ; ft vi wor bi, folum quantitate. ! Virtute debili ob aeevavationems, parten. C varo ; » M inf n 6n gnat pee ob reíolutzozt Wn paruTC i&pecióaraum.l.. i Vite "mhi u""umua lormevitie:i ecutrt.l.a. jg / . -P pawlir *4h 4 Vomendnm A cibo, cra[]75 in ventriculo exz[lentibi bus huno ribu;.dib.7. 16 Vomcndum quando 1e]uno ventriculo, C quands 7 epleto.lib.7. | r$ Vomitorio ab allumpto, quam diu a vosnttu abfti- nendum .lib.7. 1o OO QS€, m mq 4 P o osa a £5 pi "p LIFE. Kk. 0721IMS TTCOHOEAT10? | 4£;:€/2a13 "deu C27? " PE WT Vomitus in men [e determinati non habeant dies» flatutum Jib.7. 13 Vomitus potius repetendus, quam diu in eo infi 'ften- dum.lib.7. II Vomitus quibus noxas afferat inemendabiles.l.3. 12. Vomitus vepetiti quales effe debeant.lb.7. I2 Vomitus quomedo frequentius byere promovendt ; C quomodo rarius, € im quibus ca[ibus.l.3.. 10 Vomitus tabidi: inimicus lib.;. II Voritu qui ab[Linendi.lib.7. I4 Vomiturinon debent nimium cibo vepleri. Voritoria in cholera fint ex levioribus » nec multe quántitatis.lib.7. 11.e£ 24 Vomitoria in cholera varianda, pro varietate ma- teri& Vomitu in colicis quando utendum.. M» Vmbilicus aliquando mumiendus im applicationc.2 cucurbitula.lib.7. 79 Vnguenti ex bydrargyro preftare »multam quanti- tatem parare, C" cautio ante illius u[nm. Veri regio fovenda attenuantibus ante. [anguims wi [tonem ex talo.lb.7. 139 Laus Deo; Deiparzque Virgini ep" E Hez ^ MACC gs NI Aer: ce EO Edd iR c aq. dpa did. Nome compiuto: Ludovicus Septalius. Ludovico Settala. Settala. Keywords: ragion di stato, lizio, sesso. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Settala” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Severino: la ragione conversazionale del velino -- oltre il linguaggio, oltre l’aporia di Parmenide – la scuola di Brecia -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Intende collocarsi oltre ogni filosofia permeata dal nichilismo. Si laurea a Pavia come alunno dell'almo collegio borromeo, discutendo una tesi su metafisica, sotto la supervisione di BONTADINI. Insegna a Milano e Venezia. Lincei. Critica sia il capitalismo sia il comunismo, fonti della vita inautentica in quanto espressioni di dominio della tecnica, come d'altronde il FASCISMO, ma anche la sinistra in quanto non è più social-democrazia, rilasciando anche dichiarazioni sul suo punto di vista sul passato e sull'avvenire dell'Italia. Le spiegazioni della crisi del nostro tempo rimangono molto in superficie anche quando vogliono andare in profondità. Il fenomeno di fondo, che non viene adeguatamente affrontato, è l'abbandono, nel mondo, dei valori della tradizione occidentale; e questo mentre le forme della modernità dell'Occidente si sono affermate dovunque. Un abbandono che si porta via ogni forma di assolutoe innanzitutto Dio. Muore, dicevo, ogni forma di assolutezza e di assolutismo, dunque anche quella forma di assoluto che è lo stato, che detiene il monopolio legittimo della violenza. Questo grande turbine che si porta via tutte le forme della tradizione è guidato dalla tecnica ed è irresistibile nella misura in cui ascolta la voce che proviene dal sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo. Il turbine travolge anche le strutture statuali. Investe innanzitutto le forme più deboli di stato. La trasformazione epocale di cui parlo non è indolore: il vecchio ordine non intende morire, ma è sempre più incapace di funzionare, soprattutto in paesi come l'Italia. E il nuovo ordine non ha ancora preso le redini. È la fase più pericolosa (non solo per l'Italia). Criticando "l'assolutismo religioso e comunista", oltre che tacciando la magistratura di "ingenuità", poiché processando una classe politica a fondo ha rivelato la contiguità anche con la criminalità organizzata, figlia della guerra fredda e, secondo S., impossibile da debellare integralmente in pochi anni senza debellare lo Stato stesso, causando notevoli problemi. «L'Italia è uno stato acerbo. Ha 150 anni su per giù. Ma soprattutto ha alle proprie spalle una storia di frazionamento politico-economico-sociale, dove si sono imposte forze che hanno avuto nel mondo un peso ben maggiore di quello dell'Italia unita.. Sull'evasione fiscale: Una tara storica, come prima le dicevo. L'evasione fiscale è un furto ai danni di tutti. Se c'è da costruire una strada io devo metterci anche la parte degli evasori. Certo, molti artigiani e piccoli imprenditori, se non evadessero, fallirebbero. Tutti sanno queste cose. Però conosco anche tanti cattolici ai quali molti uomini di chiesa facevano capire che se non avessero ritenuto "giusto" pagare le tasse dello stato, avrebbero fatto bene a non pagarle. Questo Papa, da buon pastore, sta cercando di cambiare le cose. Ma non vorrei che si perdesse di vista che la "corruzione" di fondo è l'"evasione" del mondo dal passato dell'Occidente. Oltre alle citate critiche, Heidegger parlando con FABRO a Roma ha a dire a proposito di "Ritornare a Parmenide" di S. Immobilizza il mio Dasein. Già da molto prima prima, alcuni appunti di lavoro heideggeriani testimoniano come Heidegger seguie S. (da uno studio di ALFIERI e HERMANN -- è stato criticato da ODIFREDDI, in risposta a un giudizio critico su un'opera di ODIFREDDIi, ovvero l'introduzione scritta all’ABC della relatività di Russell, dove venneno citati alcuni filosofi (tra cui S. e CROCE) in maniera non congrua e "alla rinfusa l’ODIFREDDI l’ accusa invece di non considerare l'importanza della scienza, come già fecero i neo-idealisti, come CROCE e GENTILE, a differenza di filosofi che studiano a fondo alcune teorie. Nel dialogo con Chiara, “Oltre l’umano e oltre il divino” la filosofia della necessità si contrappone alla filosofia della libertà. Fa spesso riferimento a pensatori come PARMENIDE di VELIA, LEOPARDI, e GENTILE. LEOPARDI e GENTILE sono all'apice della follia del nichilismo. Considera LEOPARDI e GENTILE come i due più grandi geni che hanno portato all'estremo la concezione del mulla ovvero l'entrare e l'uscire degli enti dal nulla. Affronta il problema dell'essere. Tutte le filosofie costituitesi precedentemente sono caratterizzate da un errore di fondo: la fede del divenire. Sin dagli antichi, infatti, un ente (ovvero un qualcosa che è) e considerato come proveniente dal nulla, dotato di esistenza e successivamente ritornante nel nulla. Rifacendosi a VELIA, è stato definito come un neo-veliano, di cui sarebbe l'unico esponente, peraltro criticato in senso anti-metafisico da SASSO e VISENTIN, i quali sostengono, rovesciando la sua tesi, come, contrariamente all'opinione diffusa, in VELIA esiste invece un deciso rifiuto della metafisica.. Riflettendo sull'opposizione assoluta tra essere e non-essere, dato che tra i due termini non vi è nulla in comune, ritiene evidente che l'essere non può non rimanere costantemente uguale a se stesso, evitando di rimanere alterato dall'altro da sé. Anzi, essendo l'essere la totalità di ciò che esiste, non può esserci altro al di fuori di esso dotato di esistenza (S.rifiuta, quindi, il concetto di differenza ontologica così come è stato avanzato da Heidegger). Per S., quindi, tutta la storia della filosofia occidentale è basata sull'errata convinzione che l'essere possa diventare un nulla, sebbene alcuni filosofi tentano di negare tale assunto. Ma, mentre VELIA tenta di risolvere il conflitto tra il divenire e l'immutabilità dell'essere affermando l'illusorietà del divenire (negando l'esistenza delle cose del mondo e cadendo quindi in un'aporia), sceglie una via differente, portandolo a delle tesi estreme. Dato che l'essere è, e non può mai diventare un nulla, ogni essente è eterno. Ogni cosa, ogni pensiero, ogni attimo e eterno. Il di-venire non può, quindi, che rappresentare l'apparire degli eterni stati dell'essere, così come i fotogrammi di una pellicola si susseguono sino a formare lo svolgimento completo di un film. Gl’essenti entrano ed escono del cerchio dell'apparire. Quando un essente esce dal cerchio dell'apparire, non diviene un nulla, ma si sottrae semplicemente all’inter-soggetivo. Dunque, l’essente esiste anche quando scompaie ovvero non si perceive. Vedere senza vedere, dice Sperduto in una tragicommedia. Afferma che il di-venire dell’essente è come lo scorrere dell’essente sulla superficie di uno specchio. L’essente, infatti, esiste prima di entrare nel campo inter-soggetivo dello specchio e ovviamente continua ad esistere anche dopo esserne uscite. Il di-venire e l’ immagine inter-soggetiva dell’essere. Questo si estende anche a ogni essente che nel divenire si manifesta. La dimostrazione dell'eternità di tutti gli essenti, si basa sostanzialmente sul principio di non contraddizione, ma non nella versione che ne dà Aristotele nel “De Interpretatione”. In essa anzi il discorso del tramonto del senso dell'essere trova la sua formulazione più rigorosa e più esplicita. Bisogna invece ritornare a VELIA correggerne l'esito aporetico, dimostrando che l'evidenza fenomenica non è in contrasto col principio di non contraddizione, ma scoprendo anche che il divenire così come uscire dal nulla e ritornare nel nulla, non appare affatto, non è affatto evidente. Di qui si potrà proseguire su una via -- quella indicata da VELIA, il sentiero del giorno. Consideriamo la proposizione di VELIA -- è infatti l'essere, il nulla non è. Tale proposizione esprime l'opposizione assoluta tra i "essente" e "non essente". Pertanto ogni essente, in quanto ent-e, è assolutamente opposto al nulla e non ci può essere uno stato in cui un ente non sia, come pensa invece il principio di non contraddizione aristotelico -- è necessario che l'essente sia, quando è, e che il non-essente non sia, quando non è". Quest'enunciato esprime il pensiero di una condizione, in cui l'essente è nulla, in cui essere = nulla. Questa impossibile ed impensabile contraddizione costituisce una follia essenziale. Infatti il pensiero occidentale pensa sì, consapevolmente, l'essente come essere, ma insieme come di-veniente, cioè che esca dal nulla e ritorni nel nulla. Ad esso sfugge invece che ciò equivale a pensare l'ente come nulla; e questo è il nichilismo più proprio, la follia che si annida nell'inconscio della filosofia. L’essere non è un ente tra gli enti. Esso rappresenta piuttosto l'apparire ontologico degli enti, e per questo motivo viene definito un transcendens rispetto all'ente. Rigetta questa concezione. Afferma che la totalità dell'essere è costituita dalla totalità degli enti. La vera differenza ontologica è quindi quella che si costituisce tra l'essere (l'ente) diveniente e quello immutabile. L'essere che appare e scompare non è lo stesso essere immutabile, ma è anch'esso eterno. Entrambi esistono, ma in differenti dimensioni. L'essere come fondamento è una struttura eterna e non soggetta ad alcun mutamento. Tutto è avvolto (fino alla morte) dal nichilismo Un po' tutti i filosofi che l'hanno avuto sottomano hanno inteso il nichilismo come allontanamento dalla verità, e l'hanno dunque declinato a seconda dell'idea di verità a cui stavano pensando. Nella prospettiva severiniana dell'eternità di tutte le cose, il nichilismo è dunque il credere che le cose siano mortali, ovvero che l'essere possa non essere,ed uscire e rientrare nel nulla, ovvero credere nel di-venire delle cose. Credere infatti che le cose escano dal nulla e vi ritornino equivale ad identificare l'essere con il nulla: quindi si parla di pura "follia". Al di fuori della follia appare l'eternità di ogni cosa e di ogni evento. Al di fuori del nichilismo il sopraggiungere dell'ente è il comparire o lo sparire dell'eterno. Il divenire dell'essere è un'opinione senza verità. L'Occidente non domina il mondo casualmente o perché ha una possibilità offensiva superiore; ma, al contrario, ha una possibilità offensiva superiore perché domina il mondo che crede nelle sue stesse imprescindibili idee guida (scienza, potenza, tecnica, salvezza, ecc.) e quindi in una cultura che ritiene più avanzatae dove dunque l'avanzamento non è una virtù morale, ma la capacità di capire e fare più cose per sopravvivere all'imprevedibilità dell'esistenza. Ritiene che la filosofia abbia sempre cercato riparo contro il terrore che scaturisce dall'imprevedibilità dell'esistenza perché innanzitutto si è sempre creduto nell'evidenza del divenire degli enti, del loro uscire dal nulla e rientrarvi. Anche le grandi forme di epistème che tendono a dare un ordine ed una configurazione prestabiliti all'esistenza, si muovono sullo stesso terreno. L'intera storia della filosofia italiana è quindi storia del nichilismo. La radicale distruzione dell'epistème operata da parte della filosofia e la rapida ascesa della scienz ai vertici del sapere sono conseguenze inevitabili di questa forma di pensiero (la civiltà della tecnica è, infatti, la forma estrema di volontà di potenza). Tutto ciò che appare appare in maniera necessaria ed il progressivo manifestarsi degli eterni non segue, quindi, una sequenza casuale. Ciò significa che la libertà dell'uomo non esiste, ma appare all'interno di quell'essente (anch'esso eterno) che è il nichilismo. Ed è proprio all'interno dell'Occidente che appare il "mortale" come noi lo conosciamo. Ma l'Occidente è destinato al tramonto, per fare spazio al destino della verità, la verità che testimonia la follia della fede nel divenire. Solo all'interno del destino della verità la morte acquista un significato inaudito: in realtà la morte è la persuasione dell'assentarsi dell'eterno. Da quanto detto precedentemente appare chiaro come non ci sia posto per il divino comunemente inteso. Nel corso della storia della filosofia, l'affermazione dell'esistenza di qualcosa di immutabile (tra cui il divino in tutti i diversi modi nei quali filosofia e religione lo hanno concepito) è sempre stata fatta partendo dal presupposto che il di-venire non significhi necessariamente la nascita dal nulla e il tornare nel nulla delle cose che in esso si presentano. Quest'affermazione è, inoltre, sempre avvenuta con l'intento di risolvere le varie contraddizioni che quel presupposto implica e di inventare un rimedio per l'angoscia che il pensiero dell'annientamento provoca. Questo genere di immutabilità è, quindi, di segno diverso da quella che compete agli enti sulla base dell'impossibilità assoluta che qualcosa si annulli. Per questo motivo è impossibile che esista un divino. A maggior ragione è impossibile che esista un dio dotato della capacità di creare gli enti dal nulla e di mantenerli in esistenza grazie alla sua libera volontà (altrettanto libero potrebbe essere, pel divino, l'annichilimento"diverso dal concetto fisico di annichilazione -, e cioè la volontà di far cessare la durata della loro esistenza per farli ritornare nel nulla). Essendo ogni ente eterno, non può esserci né creazione né annientamento, e quindi neanche un Dio comunemente inteso. Alla luce del destino della verità, ogni ente, anche il più insignificante, acquista un significato inaudito. L'uomo si porta quindi radicalmente al di là del super-uomo e della volontà di potenza. L’uomo è un super-dio, ben più grande del divino della tradizione religiosa. L'inconciliabilità fra la dottrina dell'Essere e AQUINO è stata sostenuta da Fabro. BARZAGHI, con cui ha più volte dialogato pubblicamente, ha mostrato la possibilità di utilizzare le intuizioni sull'eternità dell'essente proprio per affermare l'esistenza di Dio e ricondurre il pensiero del filosofo all'alveo cristiano da cui si è staccato (entrambi sono stati alunni, all'Università Cattolica, del filosofo cattolico e apologeta BONTADINI). Pur non rivedendo pubblicamente il suo punto di vista sull'esistenza del divino, apprezza ed elogia la proposta di BARZAGHI. Con “La Gloria” giunge, tra le altre cose, alla dimostrazione necessaria dell'esistenza degli "altri". Quando Cartesio infatti scopre che la carta vincente della scienza è la conferma delle ipotesi da parte dell'esperienza, e cioè da parte della presenza certa a me da parte delle cose, si apre il problema della fondazione dell'esistenza appunto di altre dimensioni che come la mia accolgono l'accadere del mondo, ma che a differenza della mia non sono apparenti, non sono cioè da me visibili. I fallimenti dei tentativi di soluzione a tale problema (eminentemente proposti ad opera della fenomenologia, sì che questo problema fu certamente uno dei più cogenti all'interno del discorso filosofico di Husserl), a cominciare da quello di Cartesio, si determineranno essenzialmente per l'assenza del senso autentico dell'essente e del senso dell'oltrepassamento. L'oltrepassamento dell'attualità nella costellazione infinita di cerchi finiti dell'apparire del destino è necessità dell'esistenza di un altro apparire finito, diverso da quello attuale. Nella Gloria, perviene alla fondazione del senso autentico dell'oltrepassamento, dopo aver stabilito nelle opere precedenti che il divenire autentico (cioè non nichilistico) non è il crearsi e l'annullarsi dell'essente, ma il comparire e lo sparire di ciò che è eterno. Ma è in questa sede innanzitutto fondamentale precisare, a partire da considerazioni svolte dallo stesso S. in Destino della Necessità (che le cose della "terra" (termine con il quale S. designa la dimensione degli essenti che via via appaionoe che, per contro, il nichilismo pensa come fuoriuscenti dal nulla ed al nulla ritornanti) "incominciano" ad apparire (il loro apparire esce cioè dall'ombra del non-apparire ed entra nel cerchio dell'apparire). Con "cerchio dell'apparire" si intende, qui, la totalità degli enti che appaiono: è, cioè, l'apparire in quanto ha come contenuto tutto ciò che appare (ossia è l'apparire "trascendentale"); l'apparire delle cose della terra, quell'apparire incominciante di cui sopra, è, perciò, la relazione tra il cerchio dell'apparire (l'apparire trascendentale) e una parte del suo contenuto. È altrettanto fondamentale precisare che l'incominciare della terra (a sua volta eterna), non aggiunge alcunché al tutto eterno che è, con VELIA, appunto, “non incompiuto” (ouk atelePombaon), “non manchevole” (oulon achineton). Anche l'incominciante apparire, difatti, è eterno: il suo incominciare è il suo entrare nel cerchio dell'apparire. Entrandovi, naturalmente, apparema questo apparire dell'entrare è lo stesso entrare, ossia è quello stesso di cui si dice che, eterno, entra nel cerchio dell'apparire. E, così come ogni ente, anche l'appartenenza della terra al cerchio dell'apparire è eterna. L'eterna appartenenza al cerchio dell'apparire entra nel cerchio eterno dell'apparire. Entrandovi, appare, e quest'ultimo apparire è lo stesso apparire incominciante in cui consiste l'incominciante appartenenza della terra al cerchio dell'apparire. L'apparire incominciante è cioè apparire di sé stesso (e di tutte le altre cose che incominciano ad apparire), ed è questa autoriflessione dell'apparire incominciante ciò che entra nel cerchio dell'apparire e incomincia a far parte del contenuto di questo cerchio. Ma ogni essente che incomincia ad apparire (ogni oltrepassante) è destinato ad essere oltrepassato: diventerebbe, altrimenti, condizione indispensabile dell'apparire degli essenti e quindi originarietà che sarebbe dovuta apparire già da sempre. Un oltrepassante che sia non oltrepassabile è impossibile, perché altrimenti esso dovrebbe iniziare ad appartenere allo sfondo (e intende, con questo termine, quel complesso di significati, o costanti persintattiche costanti sintattiche di ogni significato –, senza i quali non apparirebbe nulla, motivo per cui non possono non essere sempre presenti. Tra questi ad esempio vi sono i significati esseree e nulla. Inoltre, la serie progressiva degli essenti che via via appaiono è necessariamente finita; infatti, se in direzione del passato fosse estensibile all'infinito, ci vorrebbe un percorso infinito, e quindi mai concluso, per giungere al momento attuale. C'è quindi un primo passo compiuto dalla terra. La totalità attuale di ciò che è destinato ad apparire è, per quanto sopra esposto, necessariamente oltrepassata. Ma in che senso? Essa non è, difatti, oltrepassata dall'apparire infinitogiacché l'apparire infinito (l'infinito oltrepassarsi da parte delle forme proprie dell'apparire finitodove la Gloria è proprio questo infinito dispiegarsi) non è un oltrepassamento incominciante, ma è l'oltrepassamento già da sempre ed eternamente compiuto della totalità del finito. La totalità attuale dell'incominciante è, dunque, necessariamente oltrepassata da un incomincianteil quale non può apparire attualmente, ma è tuttavia necessario che appaia (in quanto l'incominciare è incominciare ad apparire), e che quindi è necessario che appaia sopraggiungendo in un cerchio diverso, altro, dal cerchio originario dell'apparire. La totalità simpliciter degli essenti-che-sono-degli-oltrepassanti (la totalità dell'oltrepassante, cioè, che include come parte la totalità attuale dell'oltrepassante) non può essere a sua volta oltrepassata, perché ciò che la oltrepasserebbe sarebbe un oltrepassante non incluso nella totalità dell'oltrepassante; e se l'oltrepassante (cioè l'incominciante) che oltrepassa la totalità degli oltrepassanti non fosse a sua volta oltrepassato, esso sarebbe quel contenuto impossibile che è, appunto (per quanto sopra esposto), l'incominciante non-oltrepassabile. Poiché la terra oltrepassa anche l'attualità dell'apparire del cerchio originario, sopraggiungendo in un cerchio diverso, il contenuto incominciante che appare nel cerchio originario dell'apparire attuale, è oltrepassato (infinitamente) in due direzioni: (a) In quanto contenuto incominciante, esso è oltrepassato lungo il dispiegamento infinito del contenuto attuale del cerchio originario (o, per utilizzare il suo lessico, lungo la Gloria del dispiegamento infinito della terra che si inoltra nel cerchio originario). Ma non è in quanto tale contenuto è attuale che esso viene oltrepassato lungo il dispiegamento infinito del contenuto attuale. (b) In quanto contenuto attuale (in quanto, cioè, alla sua attualità) il contenuto incominciante è oltrepassato invece in un altro cerchioe in un'infinità di altri cerchi dell'apparire. L'oltrepassante-incominciante, qui, entra nell'apparire non attuale. Anche questa seconda direzione dell'oltrepassamento è un dispiegamento infinito nella Gloria, ma, appunto, nella gloria che consiste nell'infinito sopraggiungere, nel cerchio originario, della costellazione infinita degli altri cerchi. La gloria è l'unità di queste due dimensioni. La dimensione dell'essente, che incomincia cioè ad apparire nel cerchio originario, è necessariamente oltrepassata da un'altra dimensione dell'essente (perché l'incominciante non può incominciare ad appartenere all'essenza dello Sfondo, non incominciante e non tramontante, del cerchio originario); ma anche l'attualità dell'essente che incomincia ad apparireossia anche l'apparire (che, in quanto tale, è apparire attuale) dell'essente che incomincia ad apparireincomincia ad apparire, sì che (per lo stesso motivo) è necessariamente oltrepassata in un altro cerchio dell'apparire; e anche la sintesi tra l'attualità del cerchio originario e l'attualità in sé dell'altro cerchio incomincia ad apparire nel cerchio originario, quando in esso incomincia ad apparire ciò che ne oltrepassa l'attualità; e dunque (per lo stesso motivo) tale sintesi è oltrepassata in un terzo cerchio (e, cioè, l'attualità in sé dell'altro cerchio non è oltrepassata solo nel cerchio originario, ma necessariamente in un terzo cerchio)e così all'infinito. In definitiva, l'oltrepassamento dell'attualità di un cerchio non avviene solo lungo la dimensione "verticale" del singolo cerchio, ma anche lungoquella "orizzontale" della costellazione di cerchi del Destino. L'oltrepassamento hegeliano, invece, conserva "idealmente", cioè astrattamente, ciò che oltrepassa, e non realmente, determinandone la distruzione. In un contesto siffatto è fondata l'impossibilità dell'esistenza degli "altri", perché l'altro, che è il mio oltrepassante, determinerebbe il mio superamento, e mi consegnerebbe ad una dimensione puramente ideale. Infatti nel sistema hegeliano l'esistenza degli altri significa l'esistenza di soggetti empirici, sensibili, che è quindi comunque interna all'esistenza produttiva dell'unico io. Il nichilismo è un essente che incomincia ad apparire, ed è quindi destinato ad essere oltrepassato. L'essente che oltrepassa il nichilismo è l'essente che porta al tramonto l'isolamento del senso delle cose dalla verità. Il nichilismo è, infatti, pensare e vivere le cose come nulla in quanto delle cose non appare il legame alla struttura originaria della verità, e quindi non appare l'eternità. L'essente, o la dimensione di essenti, che porta al tramonto l'isolamento del senso delle cose dalla verità è la gloria (cioè la manifestazione) della verità stessa. L'ampiezza dell'isolamento non coinvolge solo il legame tra i singoli essenti e la verità, ma anche il legame tra gli infiniti cerchi dell'apparire, il loro passato e il futuro del percorso che la terra è destinata a compiere in essi. Nella Gloria non si è il divino, perché il divino crea ed annienta le cose anche e soprattutto quando ama; e dunque appartiene al regno dell'errore perché l'amore è volontà e la volontà è voler alterare il senso proprio ed eterno, cancellarne l'identità. Il divino è, quindi, infinitamente meno della più umbratile tra le cose vere. Tutto è oltre il divino e oltre ogni forma di mortalità, compresa la vita umana come credenza nel poter creare e annientare gli essenti. Saggi: “La struttura originaria” (Brescia, La Scuola; Milano, Adelphi); “Fichte” (Brescia, La Scuola, poi in Fondamento della contraddizione, Milano, Adelphi); Filosofia della prassi, Milano, Vita e Pensiero, Milano, Adelphi); “Ritornare a PARMENIDE di VELIA” -- Rivista di filosofia neoscolastica», poi in Essenza del nichilismo, Brescia, Paideia, Milano, Adelphi, Ritornare a Parmenide. Poscritto -- «Rivista di filosofia neoscolastica», poi in Essenza del nichilismo, Brescia, Paideia, Milano, Adelphi, Essenza del nichilismo. Saggi, Brescia, Paideia, Milano, Adelphi, Gl’abitatori del tempo. Cristianesimo, marxismo, tecnica (Roma, Armando, Téchne); “Le radici della violenza” (Milano, Rusconi, IMilano, Rizzoli); “Legge e caso, Piccola Biblioteca Milano, Adelphi,); “Destino della necessità. Κατὰ τὸ χρεών, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi); “A Cesare e a Dio” (Milano, Rizzoli, La strada, Milano, Rizzoli); “La filosofia antica” (Milano, Rizzoli); “La filosofia moderna” (Milano, Rizzoli, “ Il parricidio mancato, Collana Saggi. Milano, Adelphi, La filosofia contemporanea. Da Schopenhauer a Wittgenstein, Milano, Rizzoli, Traduzione e interpretazione dell'«Orestea» d’Eschilo, Milano, Rizzoli, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Milano, Adelphi, “Il giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Biblioteca Filosofica n.6, Milano, Adelphi); “Antologia filosofica dai Greci al nostro tempo, Milano, Rizzoli); “La filosofia futura” (Milano, Rizzoli); “Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: LEOPARDI, Milano, Rizzoli); “Filosofia. Lo sviluppo storico e le fonti” (Firenze, Sansoni); “Oltre il linguaggio” (Milano, Adelphi); “La guerra” (Milano, Rizzoli); “La bilancia” (Milano, Rizzoli); “Il declino del capitalismo” (Milano, Rizzoli); “Sortite -- sui rimedi e la gioia” (Milano, Rizzoli); “Metafisica” (Milano, Adelphi); “Pensieri sul Cristianesimo” (Milano, Rizzoli); “Tautótēs, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi, La filosofia dai Greci al nostro tempo” (Milano, Rizzoli); “La follia dell'angelo” (Milano, Rizzoli); “Leopardi -- Cosa arcana e stupenda” (Milano, Rizzoli); “La tecnica” (Milano, Rizzoli); “La buona fede” (Milano, Rizzoli); “L'anello del ritorno” (Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi); “Crisi della tradizione occidentale” (Milano, Marinotti); “La legna e la cenere, ovvero, dell’esistenza” (Milano, Rizzoli); “Il mio scontro con la chiesa” (Milano, Rizzoli); “La Gloria. ἄσσα οὐκ ἔλπονται: risoluzione di destino della necessità (Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi); “Oltre l'uomo e oltre Dio” (Genova, Melangolo, Lezioni sulla politica. I Greci e la tendenza fondamentale del nostro tempo” (Milano, Marinotti); Tecnica e architettura” (Milano, Cortina); Dall'Islam a Prometeo, Milano, Rizzoli); Fondamento della contraddizione, Milano, Adelphi,. Nascere. E altri problemi della coscienza (Milano, Rizzoli, Milano, BUR,. Sull'embrione, Milano, Rizzoli, Il muro di pietra. Sul tramonto della tradizione filosofica, Milano, Rizzoli); Ricordati di santificare le feste” (Milano, AlboVersorio); “L'identità della follia” (Milano, Rizzoli). “Oltrepassare” (Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi); Etica e Scienza” (Milano, Editrice San Raffaele, Immortalità e destino, Milano, Rizzoli, La buona fede. Sui fondamenti della morale, Milano, Rizzoli, Volontà, fede e destino, Grossi, Milano-Udine, Mimesis); L'etica del capitalismo e lo spirito della tecnica, e sulla pena di morte, Milano, AlboVersorio, La ragione, la fede, Milano, AlboVersorio, L'identità del destino. Milano, Rizzoli, Il diverso come icona del male, Torino, Boringhieri, Democrazia, tecnica, capitalismo, Brescia, Morcelliana, Discussioni intorno al senso della verità, Pisa, ETS, La guerra e il mortale, Taddio, Milano-Udine, Mimesis. Macigni e spirito di gravità. Riflessione sullo stato attuale del mondo, Milano, Rizzoli,. L'intima mano, Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi); Volontà, destino, linguaggio. Filosofia e storia dell'Occidente, Perone, Torino, Rosenberg e Sellier, Istituzioni di filosofia, Brescia, Morcelliana); Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Milano, Rizzoli,; Milano, BUR,. La bilancia. Milano, BUR, Del bello, Milano, Mimesis,, La morte e la terra, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi,. Capitalismo senza futuro, Rizzoli, Milano,. Educare al pensiero, Brescia, La Scuola,. Pòlemos, Milano, Mimesis, Intorno al senso del nulla, Milano, Adelphi,. L'etica del capitalismo e lo spirito della tecnica. E la pena di morte, Milano, AlboVersorio, La potenza dell'errare. Sulla storia dell'Occidente, Milano, Rizzoli,. Il morire tra ragione e fede, Venezia, Marcianum, Parliamo della stessa realtà? Per un dialogo tra Oriente ed Occidente, Milano, Jaca, Sul divenire. Modena, Mucchi,. Piazza della Loggia. Una strage politica, I. Bertoletti, Brescia, Morcelliana,. In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell'uomo, Milano, Rizzoli,. Dike, Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi,. Cervello, mente, anima, Brescia, Morcelliana, Storia, Gioia, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi, Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo, Milano, Rizzoli); “L'essere e l'apparire” Brescia, Morcelliana, Dell'essere e del possibile, Milano, Mimesis,. Sulla verità e la morte, Milano, Rizzoli, Il nichilismo e la terra, Milano, Mimesis, Testimoniando il destino, Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi, Ontologia e violenza. Milano, Mimesis, Aristotele, I principi del divenire. Libro primo della Fisica (Brescia, La Scuola). Filosofo dell'eterno. Il mio ricordo degl’eterni. Autobiografia, Milano, Rizzoli, “Parmenideo” -- VELIA, su la Repubblica, Scianca, Addio a S.: ecco chi era il grande filosofo dell'essere, su Il Primato Nazionale, Bovegno, il filosofo cittadino onorario, su giornale di brescia «L'esperimento di Barzaghi è importante e va seguito con attenzione. Immerso nell'alienazione, il cristianesimo è come una casa invisibile di cui qualcuno dice, indicando un banco di nebbia: "Là c'è una casa". Che cosa si riuscirebbe a vedere se la nebbia (l'alienazione) diradasse? Forse una casa. Ma forse nulla. Nel primo caso, il cristianesimo avrebbe ancora qualcosa da dire, e di grande» (S., Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa). «Rigoroso fino alla fine. Solo un po' più triste», in Brescia oggi, Emanuele Severino, il tributo si celebrerà a Palazzo Loggia, in Bresciaoggi. Ecco perché la giovane Italia va in malora", su il Fatto Quotidiano, Odifreddi, La scienza sotto tiro, su la Repubblica, Fusaro e Didero, Filosofico. Miligi et al., "Sguardo su S.", su filosofia.) "filosofo poetante" cf. La Guerra, occorre riconoscere che le sue posizioni, qualunque sia il giudizio che si pensa di dover dare su di esse, non sembrano aver avuto, perlomeno fino ad ora, un vero e proprio seguito tra coloro che si occupano professionalmente di filosofia.» (Cfr. Visentin, Il neo-parmenidismo italiano. Le premesse storiche e filosofiche, Napoli, Bibliopolis) Neo-parmenidismo, su filosofia. Se noi potessimo mai non essere, già adesso non saremmo. La prova più certa della nostra immortalità è il fatto che noi ora siamo. Perché ciò dimostra che su di noi il tempo non può nulla: in quanto è già trascorso un tempo infinito. È del tutto impensabile che qualcosa che è esistito una volta, per un momento, con tutta la forza della realtà, dopo un tempo infinito possa non esistere: la contraddizione è troppo grossa. Su questo si fondano la dottrina cristiana del ritorno di tutte le cose, quella induista della creazione del mondoche si ripete continuamente a opera di Brahma, e dogmi analoghi di Platone e altri filosofi.» (A. Schopenhauer) Sperduto, Vedere senza vedere ovvero Il crepuscolo della morte, Schena ed., Fasano di Brindisi, "Ritornare a Velia", in Essenza del Nichilismo, Brescia, Aristotele, Liber de Interpretatione, essenza del nichilismo, follia estrema ed estremamente nascosta: la persuasione che gli essenti, in quanto tali, escano dal loro non essere e vi ritornino: la persuasione che vi sia un tempo in cui l'essente (prima di essere e dopo il suo essere) sia nulla, che il non niente sia niente: la persuasione che è il culmine in cui si mantiene l'intera storia dell'Occidente. Destino della necessità, Milano, Adelphi, L'alienazione dell'Occidente. Quadrivium, Genova); “La struttura originaria, Milano, Adelphi, Sito web Amadori F., Il libero arbitrio, "Filosofia" Antonelli, Verità, nichilismo, prassi. Roma, Armando, Berto F., La dialettica della struttura originaria, Padova, Poligrafo, Crapanzano, L'immutabilità del diveniente. Roma, Gruppo Albatros Il Filo, Cusano, Capire S.. La risoluzione dell'aporetica del nulla, Milano, Mimesis Cusano N., S. Oltre il nichilismo, Brescia, Morcelliana,. Sasso, Dal divenire all'oltrepassare. La differenza ontologica, Roma, Aracne, Dal Sasso A., Creatio ex nihilo. Tra attualismo e metafisica” (Milano, Mimesis); Giovanni, Sul divenire. Gentile e S., Napoli, Scientifica, Paoli, “Furor Logicus” (Milano, Angeli); Aporia del fondamento, Napoli, Città del Sole); Fabro, L'alienazione Genova, Quadrivium, Goggi, Al cuore del destino. Milano, Mimesis Goggi, Vaticano. Magliulo, Quaestiones disputatae, Milano-Udine, Mimesis, Mauceri, La hybris originaria. Cacciari Napoli-Salerno, Orthotes, Messinese, L'apparire del mondo. sulla struttura originaria Milano, Mimesis, Messinese, Il paradiso della verità. Pisa, ETS, Messinese, Stanze della metafisica. Carlini, Bontadini, Brescia, Morcelliana,. Messinese, Né laico, né cattolico. S., la Chiesa, la filosofia, Bari, Dedalo, Petterlini, Brianese e Goggi, Le parole dell'essere. Per S., Milano, Mondadori, Poma, Necessità del divenire. Una critica a S., Pisa, ETS,. Saccardi, Metafisica e parmenidismo – I veliani, Il contributo della filosofia neoclassica, Napoli-Salerno, Orthotes,. Scilironi, Ontologia e storia, Abano Terme, Francisci, Scurati, Pensare l'identità. Milano, Alboversorio, Simionato, Nulla e negazione. L'aporia del nulla (Pisa, Plus); Soncini, Il senso del fondamento in Genova, Marietti, Spanio, Il destino dell'essere. Brescia, Morcelliana,. Sperduto, Vedere senza vedere ovvero Il crepuscolo della morte, Fasano di Brindisi, Schena, Sperduto, Maestri futili? Annunzio, Levi, Pavese, Roma, Aracne, Sperduto, Il divenire dell'eterno. Su S. (ed ALIGHIERI), Prefazione di Messinese, Roma, Aracne,. Testoni, S., La follia dell'angelo, Milano, Mimesis, Tarca, Verità, alienazione e metafisica. Rilettura critica della proposta filosofica di S., Treviso, Mevio Washington, Valent, Cura e salvezza. Saggi dedicati, Bergamo, Moretti &amp; Vitali, Visentin M., Tra struttura e problema. Note intorno al pensiero di E. Severino, Venezia, Marsilio [ora in Il neoparmenidismo italiano, Dal neoidealismo al neoparmenidismo, Napoli, Bibliopolis, Metafisica Ontologia Episteme Nichilismo Leopardi Velia Valent Galimberti. Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Associazione spazio interiore ambiente, Ursini. EMANUELE SEVERINO LA POTENZA DELL'ERRARE Sulla storia dell'Occidente Alle radici della storia dell’Occidente, in concetti come azione, volontà, potenza, si trova l’alienazione più profonda della verità, ossia l’estremo disfarsi della verità: nel senso in cui ci si libera di una ricchezza rimanendo impoveriti. A questo principio cruciale della filosofia di Emanuele Severino è dedicato questo libro che, parlando di arte, cristianesimo, politica, diritto, economia, mostra in azione l’essenza del nichilismo, il più potente dei meccanismi dell’errare. Quando si parla di “nichilismo”» scrive l’autore si intende per lo più il crollo dei valori tradizionali. Inoltre, solitamente, il nichilismo è una crisi soltanto descritta, ossia è presentato come un fatto che accade, ma che sarebbe potuto o potrebbe non accadere.» Queste pagine ci esortano invece a prestare ascolto alla spinta che ha provocato l’inevitabile accadere della resa al nulla. Da Dante e Leopardi fino allo stato-azienda e ai governi tecnici, la riflessione di Severino svela il meccanismo oscuro che culmina nel rovesciamento del mezzo in scopo. Il risultato è un’analisi che porta allo scoperto come lo “scambio delle parti” derivi dall’origine di ogni alienazione del destino della verità e che dimostra — con nuovi scorci e riferimenti — come la malattia nascosta (il culmine dell’errare) sia la persuasione che le cose siano nulla, e il viverle come un nulla. Accademico dei Lincei, è autore di saggi fondamentali. Scrive regolarmente sul “Corriere della Sera”. Tra i suoi sagi più famosi ricordiamo l’autobiografìa 1/ mio ricordo degli eterni (Rizzoli, ora in BUR), Capitalismo senza futuro (Rizzoli) e Intorno al senso del nulla (Adelphi) e La potenza dell’errare Sulla storia dell’Occidente RCS Libri S.p.A., Milano. In copertina: Art Director: Francesca Leoneschi Graphic Designer: Andrea Cavallini / f/zeWorldo/DOT rizzoli.eu La potenza dell’errare. Per richiamare e introdurre Anche la storia dell’Occidente presenta un insieme di processi in cui il mezzo di cui ci si serve, agendo in modo più o meno complesso, diventa lo scopo (il nuovo scopo) di tale agire e lo scopo iniziale diventa il mezzo per realizzare il nuovo scopo. Si può dire che tale rovesciamento è uno scambio delle parti. Altri saggi di S. si rivolgono a questo tema. La sezione prima del saggio intende tuttavia mettere in luce la relazione tra alcuni luoghi apparentemente distanti in cui quel rovesciamento si manifesta: arte, cristianesimo, politica, diritto, economia. Ma intende anche richiamare che alla radice non solo di tale rovesciamento, ma dello stesso rapporto tra mezzo e scopo, cioè dello stesso concetto di azione-volontà-potenza si trova Yalienazione più profonda della verità, ossia il disfarsi della verità, in modo estremo, da parte della storia dell’Occidente. Disfarsi, nel senso in cui ci si disfa di una ricchezza rimanendo impoveriti, disfatti. Appunto per questa alienazione il rovesciamento in cui consiste lo scambio delle parti di cui si è detto appartiene all’ essenza del nichilismo (a sua volta richiamata nella sezione prima). Tale essenza è il più potente dei meccanismi delVerrare. Quanto più l’errore è profondo, tanto più è cresciuta la potenza. L’errore è potenza. E viceversa. Non può quindi esistere un potenza buona e una cattiva: la potenza è, in quanto tale, errare e ferrare è la forma originaria di ogni violenza e malvagità. L’impotenza, tuttavia, non è altro che la volontà di potenza fallita, frustrata. E la potenza ottenuta e vincente è soltanto l’ illusione di aver ottenuto e di aver vinto. L’essenza del nichilismo esprime nel modo più radicale un evento che è essenzialmente più profondo di ogni peccato originale. L’illusione estrema è la fede (posseduta da uomini e dèi) di avere la potenza di condurre le cose dal nulla all’essere e dall’essere al nulla. È però possibile parlare di errare e di errore, di alienazione della verità, solo se la verità appare, solo se si manifesta ciò che è opportuno chiamare destino della verità per indicare qualcosa il cui contenuto è abissalmente diverso da tutto ciò che, lungo Vintera storia dell’Occidente, è stato chiamato verità. Il capitolo VI della sezione prima richiama appunto la configurazione di fondo di tale diversità. Con questo si sta insieme dicendo che l’alienazione della verità non è soltanto un evento che appartenga alla storia del pensiero filosofico, ma è il terreno in cui vanno via via crescendo le opere, le istituzioni, le res gestae - e quindi anche, e certo innanzitutto, le molteplici forme culturali - dell’Occidente e quindi anche ogni historia rerum gestarum. E forse è il caso di avvertire già qui che, anche queste pagine, per lo più, intendono parlare delle cose segrete, delle più segrete, a lettori che non hanno la filosofìa in cima ai loro pensieri giacché le cose più segrete sono peraltro manifeste, e in piena luce, nel più profondo di ogni uomo (e forse non solo), ed è inevitabile che trapelino nel deserto in cui l’uomo è gettato dall’alienazione della verità. La forma in cui oggi culmina lo scambio delle parti rimane quella che altre volte ho indicato, cioè il rapporto con la tecnica, dove tutte le forze oggi dominanti (i luoghi indicati all’inizio) sono destinate ad assumere come scopo l’aumento indefinito della potenza, lo scopo cioè nel perseguimento del quale la tecnica consiste (cfr. E.S., Capitalismo senza futuro, Rizzoli). Tuttavia quest’ultima forma è preceduta e accompagnata da altre forme dove tale scambio si costituisce tra quelle forze stesse (ognuna peraltro destinata alla fine, come si sta dicendo, a rinunciare alla volontà di essere lo scopo che subordina a sé gli altri e ad assumere come scopo l’aumento indefinito della potenza). Ad esempio: lo scambio esistente tra felicità e verità - per cui dapprima la verità viene ricercata per essere veramente felici e poi si vuole esser felici per poter contemplare la verità con una felicità diversa da quella che serve a produrre tale contemplazione (cfr. E.S., La buona fede, Rizzoli 1999, 5-6; Dall’islam a Prometeo, Rizzoli 2003, 7). Altri esempi: lo scambio che si produce tra cristianesimo e arte cristiana (cfr. sezione prima, cap. I), tra individuo e Stato, tra individuo e capitale, tra merce e denaro - lo scambio marxiano, questo, che ripropone lo scambio aristotelico tra economia e crematistica (dove l’uso del denaro non ha come scopo l’acquisto e il consumo della merce, ma l’aumento indefinito del denaro stesso). In generale: nella storia dell’Occidente la verità sta alla felicità come l’arte cristiana sta al cristianesimo, come Dio o lo Stato stanno all’individuo, come il denaro sta alla merce, come la tecnica sta al diritto (naturale e positivo) e, infine, sta a tutte le forze che ancora oggi intendono servirsi della tecnica come mezzo per realizzare i loro scopi. Il primo termine di queste coppie è ciò che, assunto inizialmente come mezzo per realizzare il secondo termine, diventa lo scopo di quest’ultimo, che diventa il mezzo. Come volontà di aumentare aU’infinito la propria potenza, e riuscendo a essere la potenza suprema, cioè vincente su ogni altra, l’Apparato scientifico-tecnologico non può non essere planetario, destinato quindi a subordinare a sé ogni forma politica dello Stato e ogni trust sovranazionale che sul fondamento della potenza economica sia riuscito a subordinare a sé tale forma. L’Apparato è cioè destinato a costituirsi come Superstato planetario, essenzialmente diverso dalle logiche politiche che hanno condotto a organizzazioni internazionali come la Società delle Nazioni e l’Onu. La forma politica dello Stato nasce come scopo che gli individui o i gruppi sociali si danno per sopravvivere, rinunciando ai propri impulsi (il cui soddisfacimento costituiva il loro scopo iniziale) e riconoscendo nello Stato il monopolio legittimo della violenza-potenza. In modo analogo, la conflittualità oggi esistente tra gli Stati (che ripropone il bellum omnium contro, omnes) spinge verso la forma estrema di Superstato, il Leviatano supremo in cui consiste l’Apparato della tecnica (e di cui il Duumvirato Usa-Urss è stato una prima, ancora acerba ma significativa anticipazione). Esso riesce a essere il supremo monopolio legittimo della potenza quando riesce a comprendere il senso autentico della propria potenza perché sente la voce del pensiero filosofico che mostra fimpossibilità di ogni Limite assoluto all’agire dell’uomo e quindi all’agire tecnico, che più di ogni altra forza è capace di oltrepassare i limiti dell’uomo. Ascoltando quella voce, l’Apparato ha la capacità di mostrare l’illegittimità di ogni Limite assoluto e di ogni altra forma di potenza. Anche ma non solo in questo senso la filosofia è la madre della potenza estrema. Ancora una volta la filosofia degli ultimi due secoli - e propriamente il suo sottosuolo essenziale e per lo più inesplorato (cfr. sezione prima, cap. II) - è il fondamento della più grande trasformazione storica del pianeta: quella appunto dove la tecnica, ricevendo dalla filosofia la coscienza della propria forza, riesce a subordinare a sé ogni altra forza. Questa, sommariamente indicata, è la configurazione complessiva di ciò che abbiamo chiamato scambio delle parti e dell’alienazione nichilistica della verità che sta alla radice di esso. Ad alcune delle forme di tale scambio si rivolgono queste pagine. Quando si parla di nichilismo si intende per lo più il crollo dei valori tradizionali. Inoltre, solitamente, il 10 nichilismo è una crisi soltanto descritta, ossia è presentato come un fatto che accade, ma che sarebbe potuto o potrebbe non accadere. Questo libro mette appunto in risalto (richiamandosi ad altri miei scritti) l’incapacità di prestare ascolto alla spinta che lo ha fatto inevitabilmente accadere, e al significato di questa inevitabilità. Ma mette in risalto anche qualcosa di ben più decisivo, giacché la definizione usuale di nichilismo, nonostante la sua visibilità, è soltanto una conseguenza del senso autentico, ossia di ciò che abbiamo chiamato Yessenza - peraltro nascosta del nichilismo. Inutile ogni rimedio se si ignora la natura della malattia. La malattia nascosta (il culmine dell’errare) è la persuasione che le cose siano nulla, e il viverle come un nulla. Tanto più profonda, la malattia, quanto meno si riconosce di esserne affetti. Ma una volta accertata la vera malattia anche il senso del rimedio mostra un volto essenzialmente diverso. Questo tema sta al centro di tutto il mio lavoro filosofico, ma è prevalentemente accessibile a chi ha già una certa confidenza con il pensiero filosofico. Come già ho accennato, questo libro intenderebbe invece coinvolgere nella riflessione su questo tema - che è la radice più profonda di ogni attualità - i lettori che tale confidenza non hanno. Intenderebbe, appunto, avvicinarli all’essenza del nichilismo e della potenza - quindi al destino della verità, cioè allo stare autenticamente oltre tale essenza. Il linguaggio di queste pagine proviene da un gruppo di scritti (alcuni inediti e altri rielaborati), pubblicati prevalentemente sul Corriere della Sera e sul settimanale Liberal. Il tema di S. si rivolge alla poesia di Dante e di Leopardi può lasciare perplessi. Il fiore! Che serietà può avere rivolgersi alla poesia - e per di più con un’immagine così scontata come il fiore - in un tempo tragico ed enigmatico come il nostro, dove i popoli poveri intendono non essere esclusi dalle ricchezze dei ricchi e dove la tecnica sta avviandosi al dominio su tutte le altre forze della civiltà? La lotta contro il dolore e la morte si è fatta troppo dura perché sia ancora lecito rivolgersi alla poesia e ai fiori. Ma dobbiamo subito chiederci qui: la poesia non ha proprio nulla a che vedere con la lotta contro il dolore e la morte? È così scontato che la poesia appartenga al regno del superfluo? Queste domande non intendono alludere al luogo comune che, dopo aver chiuso la poesia nella dimensione dell’estetica, crede che la poesia sia qualcosa di indispensabile per le anime belle. Oggi, indebolendosi, la poesia è diventata anche questo. Ma alVorigine la poesia appartiene invece al gesto essenziale che l’uomo compie contro il dolore e la morte. Appartiene al rimedio essenziale. In principio, il gesto e il rimedio essenziale sono la festa arcaica. All’origine la festa unisce e fonde in sé ciò che in seguito si separa e diventa canto, mito, rito, danza, poesia, arte, sapienza, saggezza, filosofia, tecnica, scienza (cfr. E.S., Dall’islam a Prometeo, cit., 8). Quanto più la poesia si allontana dall’originaria casa festiva, tanto più si indebolisce e diventa oggetto di godimento estetico - cioè qualcosa che può certamente sembrare superfluo rispetto ai bisogni primari dell’uomo. E invece, nell’antica lingua greca poesia - poìesis - significa produzione. La poesia appartiene cioè all’ambito della potenza. Come gli altri fattori della festa. Anche in seguito la grande poesia conserva le tracce di quell’antica potenza. Nel Paradiso ALIGHIERI (vedasi) si rivolge così ai beati: O perpetui fiori de l’eterna letizia, che pur uno parer mi fate tutti i vostri odori. Sono, i beati, i perpetui fiori della letizia divina. Fioriscono dall’albero della letizia eterna, che li unisce in modo che i loro odori, per i quali essi si distinguono l’uno dall’altro, paiono e sono tuttavia un unico profumo: pur uno. Mezzo millennio dopo, Leopardi compone La ginestra o il fiore del deserto. Rivolgendosi alla ginestra il canto dice (w. 32-37); Or tutto intorno una ruina involve, dove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo che il deserto consola. Il riferimento a Leopardi e a questo suo canto può sembrare estrinseco. Eppure il pensiero di Leopardi porta al tramonto l’universo in cui si muove il pensiero di Dante. Leopardi, prima ancora di Nietzsche, e nel modo più radicale, mostra l’impossibilità di ogni eterno, di ogni Dio, di ogni eterna letizia. Non si tratta dell’opinione, della fantasia, del sentimento di un poeta infelice e deluso. Leopardi, come altrove ho mostrato, apre la strada della filosofia del nostro tempo: un percorso inevitabile che tuttora è in attoed è la radice del distacco del nostro tempo dalla grande tradizione occidentale, che a sua volta ha la propria radice nel pensiero filosofico dei Greci. Di questa radice Dante è pienamente e potentemente consapevole. Quando all’uomo non basta più la letizia della festa arcaica, nasce la letizia della filosofia, che per i Greci è la massima di cui l’uomo possa godere sulla terra. Ma, in precedenza, la festa è il primo rimedio c ontro la paura del dolore e della morte perché è l ’immagine della lotta umana contro di essi. Nella festa l’uomo si identifica a questa immagine. L’immagine si solleva e si libra al di sopra della lotta: già per questo librarsi si sente libera dal pericolo e dalla paura, ossia è vittoria, lotta vincente, godimento della salvezza. La paura che è vinta dalla festa è più originaria e angosciante della paura di chi, ormai all’interno del regno della ragione e della fede cristiana ha paura perché si è allontanato dalle leggi divine, dalla diritta via della salvezza. Lo dice anche Dante all’inizio deìYInferno. La selva oscura è la lontananza da Dio, dalla quale proviene la paura; ma questa selva paurosa Tant’è amara che poco è più morte. ( Inferno, I, v. 7) È tanto amara che la morte è poco più amara. Il che vuoi dire che la paura della morte è ancora più amara della paura suscitata dalla lontananza di Dio. È questa ancor più amara paura a essere inizialmente vinta dalla festa arcaica. Il deserto della morte è dunque ancora più originario del gran diserto (Ibid., v. 64) della selva dove Dante incontra Virgilio. La paura che non è ancora raggiunta e vinta dall’evocazione dell’immagine festiva è essenzialmente più radicale di quella di chi, dopo aver abitato quell’immagine, se ne è allontanato credendo di trovare altrove il rimedio, e teme le conseguenze di questo suo gesto - e tuttavia, anche e proprio per questo suo timore è pur sempre in rapporto con la dimensione festiva e salvifica. Di quel più originario e pauroso deserto, da cui l’uomo ha sempre tentato di salvarsi, parla il canto della Ginestra. Il fiore del deserto il deserto consola. Nel mondo di Dante i perpetui fiori dell’eterna letizia sono lo stato più alto dell’uomo. Ma Leopardi vede l’impossibilità di questa letizia: dal deserto che è il regno della morte non si può uscire. La ginestra è il poeta stesso; il poeta è insieme il filosofo; il genio è l’unità di poesia e filosofia, e questa unità è lo stato più alto che l’uomo può raggiungere prima di essere afferrato dal nulla della morte (e dopo che la tecnica ha invano tentato di salvarlo). Leopardi vive e sa di vivere questo stato supremo, effimero paradiso terrestre; sa di essere il genio. Il genio della ginestra consola il deserto perché sa che non ci si può salvare dal deserto della morte. La consolazione consiste nella poesia pensante, nel pensiero poetante. (Cfr. E. S., Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Rizzoli 1990 e Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, Rizzoli 1997). Nell’incontro di Dante col cielo, all’inizio del viaggio nell’oltretomba, la parola consolazione è invece assente in quanto riferita alla paura del poeta. Dal cielo giunge per lui la salvezza. Quando Virgilio glielo dice, Dante si sente come i fiori che escono dal gelo notturno - e questo suo stato è la prima prefigurazione della rosa dei beati: Quali i fioretti, dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che ’l sol li imbianca si drizzan tutti aperti in loro stelo tal mi fec’io.(Inferno) Dalla paura del gelo notturno al calore eterno - un sol calar di molte brace -, da cui si leva l’unico odore dei fiori dell’eterna letizia. Volendo essere il rimedio contro la paura originaria del dolore e della morte, la festa arcaica vuol essere sempre più potente. Questa volontà attraversa l’intera storia dei mortali e oggi si presenta come civiltà della tecnica. Potenziamento crescente della festa, che è potenziamento delfimmagine festiva della lotta in cui la vita consiste. Il potenziamento delfimmagine festiva procede lungo due vie: quella del contenuto delfimmagine e quella della forma, cioè del modo in cui l’immagine esprime il contenuto. Ma appunto perché la potenza originaria della festa sdoppia la via della propria crescita, appunto per questo l’originaria potenza festiva si indebolisce. Il potenziamento del contenuto è il sorgere e l’articolarsi del mito; il potenziamento della forma è il sorgere e l’articolarsi di ciò che sarà chiamato arte, poesia, tecnica. Gli abitatori originari della casa festiva tendono a separarsi e la separazione diviene violenta e irreparabile quando il contenuto sapienziale del mito non sa resistere alla propria volontà di sapienza e diventa lògos, ragione, filosofìa. Il mito, infatti, vuole sapere per salvare. Ma la volontà di salvezza è massimamente esigente: richiede che il sapere sia capace di resistere a qualsiasi dubbio; e ciò che possiede in modo assoluto questa capacità è la verità, intesa come i Greci per la prima volta l’intendono, cioè come sapere che non può essere in alcun modo smentito. Questo il senso della verità che, lungo l’intera tradizione dell’Occidente, giunge fino al XIX secolo - fino a Leopardi. In questo senso della verità il pensiero di Dante è essenzialmente immerso, e in modo pienamente consapevole. È questo senso radicale della verità a separarsi dal mito e a scorgere e insieme a produrre il differenziarsi; il separarsi e dunque l’indebolimento degli abitatori dell’antica casa festiva. Li separa da sé e gli uni dagli altri. Separati, è inevitabile che si trovino estranei gli uni agli altri, dunque sostanzialmente in conflitto e pertanto privati della forza a essi conferita dalla loro unità originaria. Arte, poesia, tecnica, sapienza incominciano a vivere di vita propria. La loro capacità di salvare dal dolore e dalla morte si prolunga, ma indebolita. Pochi oggi credono che la poesia o la filosofia possano salvare dal dolore e dalla morte. E il discorso può essere esteso in consistente misura alla religione. Eppure, per quasi due millenni e mezzo la verità evocata dalla tradizione filosofica è la via lungo la quale procede non solo Finterà cultura, ma l’intera civiltà dell’Occidente. È la diritta via, la verace via di cui parla Dante. Nascendo, la filosofia porta alla luce la forma estrema di ciò che per il mortale è il pericolo: intende il dolore come l’andare nel nulla da parte dei piaceri, e la morte come l’andare nel nulla, da cui non c’è ritorno, da parte della vita intera. E per poter così intendere il dolore e la morte la filosofia deve pensare il significato radicale del nulla e dell’essere. La filosofia salva il mortale perché essa crede che la verità esiga che quanto più conta, nella vita dell’uomo, sia già da sempre salvo dal nulla, cioè sia in quell’Essere, o addirittura sia quell’Essere, già da sempre salvo dal nulla, che è il divino. In questa concezione del divino si inserivano l’esperienza cristiana e la riflessione teologica su di essa. Dante è uno dei massimi testimoni di questa inscrizione. Ma i testimoni non aggiungono alcunché al testimoniato. Questo significa che Dante non è soltanto un testimone. Si sa che il concetto che Dante possiede della poesia va in direzione opposta al suo fare poetico. Egli non fa quel che pensa. Pensa che la poesia sia soltanto bella menzogna qualora non si faccia banditrice del vero, testimone della verità che sta nascosta sotto il velame della favola e il favoloso e ornato parlare. Dante pensa della poesia quello che pensa Platone. E anche di tutto il gran volume della sapienza greco-latina- cristiana - comprendente anche la configurazione dell’oltretomba e i viaggi che in esso si possono compiere -, anche di tutto questo egli pensa, nella sostanza, quel che è già stato pensato, per quanto rilevanti siano alcune sue prese di posizione. Scrive allora la Commedia solo per esprimere in un favoloso e ornato parlare la verità già pensata da altri? Per questo impegna e consuma tutta la sua vita? Impegna e consuma tutta la sua vita per qualcosa di essenzialmente più decisivo. Anche senza rendersene conto, con la Commedia egli intende produrre la nuova immagine salvifica della festa: intende rinnovare la festa che salva, consentendo ai mortali di sopportare il dolore e la morte. Questo suo gesto scuote fino alle radici il grande albero della tradizione. Che Dante scriva la Commedia significa cioè che per lui la grande sapienza della tradizione greco-cristiana e la stessa vita a essa conforme hanno una potenza salvifica inferiore a quella della dimensione dove la verità e la vita adeguata alla verità sono il contenuto del canto e della poesia. Bella menzogna e velame della favola, la poesia, quando il suo contenuto non è la verità; ma più potente della nuda verità quando, avendo come contenuto la verità, le conferisce una potenza salvifica ben superiore a quella che la verità possiede di per sé sola. La poesia della verità parla inoltre a tutti, anche agli indotti. La difesa di Dante della lingua volgare, su cui egli fa crescere il proprio linguaggio poetico, non è un fatto semplicemente letterario o astrattamente culturale, ma esprime la coscienza che ad attendere e a tendere alla salvezza della verità sono tutti i mortali, e coloro, tra essi, che sono gli indotti, possono identificarsi a quella rinnovata immagine festiva, che è la verità della filosofia, solo se tale immagine si presenta non nella sua cruda e astrale concettualità, ma, attraverso un ulteriore rinnovamento, con le parole terrene della poesia. Unendo poesia e filosofia (e, sul tronco della filosofia, il cristianesimo), Dante fa cenno all’antica festa di ritornare presso i mortali. Ciò significa che troppo flebile rimembranza è per lui la liturgia cristiana - in cui peraltro si sente ancora forte l’eco della festa arcaica. Dante pensa che dalla poesia non possa separarsi la festa della verità e della cristianità - cioè il luogo dove sulla terra il mortale sperimenta la propria salvezza e la propria destinazione all’eterna letizia. La liturgia cristiana deve diventare liturgia poetica. Questo pensiero di Dante non si mantiene dunque sotto la protezione della cattedrale del passato: scava a fondo nel terreno del suo tempo e sbuca in un altro emisfero. In tale pensiero si dice che lo scopo dell’esistenza è l’immagine festiva come unità di poesia e di filosofia. Dante non si limita a essere un grande testimone della situazione dove lo scopo dell’esistenza, sulla terra, è la verità cristianamente concretantesi e la vita a essa adeguata: al di là delle sue convinzioni sulla poesia, Dante, nel suo agire poetico, evoca la poesia come fattore indispensabile all’immagine festiva che consente all’uomo di sopportare il dolore e la morte. Certo, la poesia è terrena; a differenza della nuda verità parla, oltre che ai sapienti, anche agli indotti; mentre nella letizia eterna del paradiso nessuno è indotto. Nell’eterna letizia la poesia, in quanto indispensabile alla verità, è cioè destinata a scomparire come scompare la fede - giacché la fede è l’assenso alle cose che non si vedono (non apparentia, dice l’apostolo Paolo), mentre nel paradiso le cose si mostrano e non hanno bisogno della fede. Ma perché qui, sulla terra, si libri l’immagine festiva e salvifica è necessario che alla fede, che cresce sul tronco della verità filosofica, si unisca anche la poesia. E Dante è pur sempre un essere terreno quando giunge al cospetto dei fiori dell’Eterno e della candida rosa. Rispetto alla verità che si mostra nel paradiso, le forme visibili della rosa sempiterna dei beati - Il fiume e li topazii / ch’entrano ed escono e il rider de l’erbe ( Paradiso) - sono forme esterne, preamboli, prefazioni - prefazi - della loro verità, che in qualche modo esse coprono d’ombre (son di lor vero umbriferi prefazi, ibid., v. 78), mentre i beati la contemplano in sé stessa. Ma nella condizione terrena - all’interno della quale Dante pur sempre rimane compiendo il suo viaggio nell’oltretomba - è l’ombra terrena della poesia a illuminare la sapienza del contenuto, a rendere potente l’immagine che salva: a rendere potente la sua forza salvifica e a rendersi quindi indispensabile alla potenza dell’immagine: E vidi lume in forma di rivera fulvido di fulgore, intra due rive dipinte di mirabil primavera. Di tal fiumana uscian faville vive, e d’ogni parte si mettean ne’ fiori, quasi rubin che oro circunscrive. Poi, come inebriate da li odori, riprofondavan sé nel miro gurge; e s’una intrava, un’altra n’uscia fòri. Come semplice verità della ragione e della fede, l’immagine terrena della beatitudine del paradiso impallisce e dunque non dispiega la propria potenza salvifica se i beati non appaiono insieme nelle forme della poesia: come i perpetui fiori dell’eterna letizia che ora, in questa più alta regione del cielo, formano le due rive, dipinte di mirabil primavera, del fiume, fulvido di fulgore, da cui escono di continuo le scintille degli angeli della vita eterna, api che sui fiori depongono rubini nell’oro e che restano a loro volta inebriate da li odori. Imponendo la propria presenza alla liturgia sacra, la liturgia poetica, si è detto, scava nel terreno del tempo in cui Dante vive - e sbuca in un altro emisfero. Di che cosa si tratta? La Commedia apre uno spazio nel quale lo scopo del mortale è l’immagine festiva dove la poesia si unisce alla filosofia - e dove la sophla si dispiega nel kérygma cristiano. Anche se Dante deve chiamare commedia e non tragedia il proprio poetare cristiano, tuttavia la commedia, sulla scia della tragedia attica intende riproporre il clima della festa arcaica - sebbene ormai la festa non possa più prescindere dalla filosofìa, che è peraltro il principio della separazione degli abitatori della casa festiva. Dante pensa come scopo dei mortali la festa, nella forma poetica della commedia filosofico-cristiana. (La tragedia infatti si arrende al dolore e alla morte, dice Platone nel libro X della Repubblica e quindi è la commedia la forma poetica adeguata all’eterna letizia cristiana). San Pietro gli dice: E tu, figliuol, che per lo mortai pondo ancor giù tornerai, apri la bocca, e non asconder quel ch’io non ascondo. (Paradiso, XXVII, w. 64-66) Il riferimento immediato è alla corruzione della Chiesa, ma il contesto imprescindibile di tale riferimento è tutto il contenuto della Commedia : su tutto questo contenuto Dante è convinto di dover aprire la bocca e non nascondere quel che in cielo non è nascosto. Non nasconderlo è proclamarlo appunto scopo dell’uomo. E se lo scopo è il dispiegarsi dell’immagine festiva, nella quale il contenuto filosofico- cristiano deve stare unito alla poesia, allora, questo contenuto, in quanto separato dalla poesia, non è più lo scopo a cui l’uomo deve mirare. Ma quando la filosofia, che già si è fatta innanzi, si unisce al messaggio cristiano, è soprattutto questo messaggio a parlare alle genti, e a dir loro che la salvezza si ottiene seguendo Gesù e nient’altro. Ogni altro che si voglia seguire è un secondo padrone; e non si possono servire due padroni. Quaerite primum regnum Dei. Il messaggio cristiano non dice di tendere all’unità del regno di Dio e della poesia. La primarietà che compete al regno di Dio in quanto scopo non include la poesia. La bella menzogna della poesia, il velame della favola poetica, il favoloso e ornato parlare non sono necessari per andare in cielo. La Commedia di Dante, già con la sua semplice esistenza, intende invece mostrare che il viaggio dalla terra al cielo è autentico solo se è avvolto, espresso, sorretto dalla poesia. Unita alla filosofia cristiana, la poesia salva. In quanto separato dalla poesia, il contenuto filosofico-cristiano cessa quindi di essere lo scopo: diventa, nella Commedia, il mezzo per poter cantare la verità, cioè per raggiungere quello scopo che è l’unità della verità e del canto. Cercate per prima l’unità del regno di Dio e della poesia. Separato dalla poesia, il regno di Dio non salva. Questo è lo straordinario pensiero di Dante - anche se in lui tale pensiero può aver evitato di guardare in faccia sé stesso. Tale pensiero è infatti la perentoria negazione del mondo sapienziale e morale - cioè della filosofia e del cristianesimo - che pure è cantato nella Commedia. Nel pensiero di Dante la salvezza può presentarsi all’uomo in un’immagine salvifica che dev’essere guidata da due padroni, cioè dal mondo cristiano e dalla poesia; e pertanto il mondo cristiano, come id quod primum quaeritur, dunque come indipendente e separato dalla poesia, non appartiene allo scopo dell’esistenza. Tale mondo può essere cioè presente solo come mezzo per raggiungere lo scopo, ossia l’unità di mondo cristiano e di poesia, e dunque resta negato, essenzialmente negato, nella sua pretesa di essere l’unico padrone a cui l’uomo debba affidarsi - che è la pretesa evangelica. La Commedia si rivolge al divino - al salvifico - per cantarlo; non canta per rivolgersi al divino. Non canta per rivolgersi al divino, inteso come l’unico padrone che si serve della poesia per mostrare la propria gloria al di sopra di tutto, anche della poesia. Così inteso, il divino non salva. Certo, il canto della Commedia canta il divino, ma, appunto, è il divino che appare nella sua inscindibile unità alla poesia - e che è salvifico solo in quanto è cantato. Questo che si è indicato è il tratto comune di tutta la grande arte cristiana, da Giotto a Bach e oltre ancora, lungo un processo dove il divino diventerà sempre di più il pretesto perché il canto si levi come unico padrone di ciò che rimarrà dell’immagine festiva sapienzialmente e religiosamente salvifica. Diventa sempre più intenso e perentorio il processo in cui, per il grande artista cristiano, al di sopra di tutto - anche al di sopra del messaggio di Gesù - finisce con Tesserci l’arte; nell’arte egli vede, sempre di più, la salvezza. Quando non si sentirà più cristiano, l’artista crederà di essere lui il vero creatore del mondo. La negazione oggettiva - ossia non intenzionale - del mondo sapienziale della tradizione greco- cristiana è quella esercitata dall’arte nel tempo della dominazione di tale mondo. Sussiste, questa dominazione, anche quando le forze della terra, specie quelle pratico- economico-politiche agiscono in direzione contraria alla sapienza e alla morale filosofico-cristiana. Anche questo agire è una negazione di tale sapienza, ma è una negazione che avviene alTinterno del riconoscimento esplicito, da parte dei potenti, che tale sapienza è l’inviolabile guida del mondo. È quindi una negazione in malafede. Video meliora proboque, deteriora sequor. Invece la grande arte cristiana, dunque anche la poesia di Dante, non nega in malafede la sapienza filosofico-cristiana, perché ancora non sa o ancora non rende esplicito che il suo sentirsi indispensabile a tale sapienza, e alla evocazione delfimmagine salvifica, è in effetti la negazione perentoria del modo in cui il cristianesimo, cresciuto sul tronco della filosofia greca, intende sé stesso. È una negazione che dal sottosuolo preme sul pavimento della coscienza, ma che ancora non lo frantuma e non si rende visibile. L’anima riceve vita. Negazione perentoria ma implicita, dunque; e non solo implicita ma an che soltanto sentita, voluta, vissuta, cioè senza sostegno e fondamento che non sia appunto la prepotenza con cui il nuovo modo di sentire del poeta si contrappone al vecchio, sapienziale - il vecchio modo che però ha alle proprie spalle il fondamento costituito dalla grande tradizione filosofica. Per quanto innovatrice, la negazione della verità della tradizione, da parte della poesia e dell’arte, attende ancora che venga alla luce la necessità di lasciarsi alle spalle la verità che la filosofìa ha portato alla luce e in cui si manifesta il vero senso del divino. Nel tempo del dominio della verità filosofico-cristiana, l’arte cristiana apre la porta alla morte di Dio, ma senza ancora sapere quel che sta facendo e senza riuscire a scorgerne la legittimità e la necessità. È Nietzsche a parlare della morte di Dio - e a fondarla. Ma è innanzitutto il pensiero di Leopardi a scorgere questo fondamento a mostrare la necessità di questa morte, cioè Yimpossibilità di ogni eterno, di ogni divino, di ogni vita perpetua che fiorisca dall’eterna letizia. Nonostante tutto, la gigantesca potenza filosofica di Leopardi rimane oggi ancora celata, sebbene fosse stata intravista da Nietzsche e Wagner. Di questa gigantesca potenza, qui, non si può dir nulla di determinato e pertanto rinvio ancora una volta ai miei due scritti sopra ricordati, Il nulla e la poesia: Leopardi; e Cosa arcana e stupenda. Si deve però richiamare che il carattere indissolubile dell’unità di poesia e filosofìa, al quale Dante guarda per primo nel mondo cristiano, forma uno dei temi più esplicitamente, potentemente e diffusamente presenti nel pensiero di Leopardi. Ma è presente nella sua innegabile necessità - cioè appoggiandosi al fondamento, di cui qui sopra si parlava, che invece è assente nella negazione del mondo sapienziale cristiano da parte dell’arte cristiana e dunque della poesia di Dante -, cioè nella negazione che è soltanto volontà di negazione, soltanto volontà di autoaffermazione. E va aggiunto che l’unità di poesia e filosofia è presente nel pensiero di Leopardi con il senso radicalmente nuovo che la filosofia assume quando essa si rende conto delfimpossibilità della verità e del divino evocati dalla tradizione dell’Occidente. Leopardi mostra per primo, aprendo la strada della filosofia del nostro tempo, che l’uomo non può salvarsi dal nulla. La verità, ora, è questa, terribile. Ci si è anche rallegrati, nella cultura degli ultimi due secoli, della morte di un Dio divenuto più angosciante della paura da cui egli avrebbe dovuto liberare. Ciononostante l’angoscia diventa massima quando ci si rende conto che nessuna opera umana potrà mai salvare l’uomo dal nulla. Il contenuto del mito consente al mortale di sopportare il dolore e la morte: è il tratto sapienziale che, sebbene unito agli altri tratti dell’immagine festiva, più le conferisce la potenza salvifica e dunque la letizia per la quale la festa si configura come lo scopo supremo del mortale. La filosofia porta il mito al tramonto, ma nella tradizione dell’Occidente ne diventa anche l’erede. La filosofìa della tradizione è la suprema theoria - e in origine questa parola significa appunto festa. Ma quando la filosofia scorge, e innanzitutto nel pensiero di Leopardi, che la verità innegabile è l’impossibilità, per l’uomo, di salvarsi dal nulla, allora la verità della filosofia non può più dare alcuna letizia. Leopardi vede dapprima che la conoscenza della verità rende estrema e insopportabile l’angoscia dell’uomo e che se per il mortale può esserci, sia pur breve, un tempo di letizia, cioè di festa, questo deve nascondere la verità e non essere altro che bella menzogna - che dunque può essere solo umbrifera, apportatrice di ombre che oscurano e che non possono essere, come in Dante, prefazii della verità. Ma dopo questo primo modo di intendere la poesia Leopardi si avvede anche, ben presto, che ormai non solo rintelletto, ma nemmeno la fantasia può lasciarsi ingannare dalla poesia e che dunque è inevitabile che anche e soprattutto nella poesia la verità terribile si mostri. Il risultato di questa consapevolezza è che l’unico tratto festivo e caducemente salvifico concesso al mortale è la potenza con cui la poesia esprime la nullità dell’uomo. Il genio è il produttore: gignens. Genera quanto ormai, eco lontana, è possibile ripristinare dell’immagine salvifica della festa. Volgendosi all’opera del genio, - dice Leopardi nel pensiero 259-61 dello Zibaldone - l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose e sua propria. Questa vita è appunto quanto rimane dell’antica letizia della festa - le opere del genio, scrive Leopardi in quel pensiero dello Zibaldone, riaccendono l’entusiasmo, sono consolazione che apre il cuore e ravviva ma tale vita e forza festive posseggono la potenza dell’immagine in cui il genio presenta la terribile verità innegabile della filosofia, cioè la morte e la nullità dell’uomo e di tutte le cose. L’immagine prodotta dal genio unisce la poesia alla filosofia, ma è la potenza della poesia a consentire al mortale di sollevarsi ancora per un poco al di sopra del nulla che si mostra nella verità terribile della filosofia. Nel genio, l’unione di filosofia e poesia è l’ultimo modo in cui, col disincanto rispetto alla tradizione cristiana, è concessa al mortale l’aura festiva di una passeggera letizia. Il pensiero di Leopardi mostra cioè che quando sarà manifesta l’incapacità della tecnica di salvare l’uomo dal nulla, resterà quell’ultima forma di tecnica che è la poesia pensante del genio, l’ultima festa - l’ultimo quasi rifugio, dice Leopardi - a cui tendere prima del silenzio nudo e della quiete altissima della morte. Il genio è la ginestra, il fiore del deserto. La ginestra siede tra le rovine del deserto che il vulcano ha steso attorno a sé: una ruina involve dove tu siedi, o fior gentile. come il genio, cioè Leopardi, siede a notte sulle rive del flutto indurato della lava: Sovente in queste rive; che, desolate, a bruno veste il flutto indurato, e par che ondeggi, seggo la notte. Il lume divino, le scintille del fiume di fuoco dell’amore divino fulvido di fulgore, intradue rive dipinte di mirabil primavera. è ormai divenuto il flutto indurato della lava, sepolcro che sigilla, copre e a bruno veste la vita annientata dal fuoco del vulcano. La mirabile primavera delle rive del paradiso è vestita a lutto. La ginestra, cioè il genio, siede tra le rovine delfeterno. Esse sono il deserto. Ma Inodorata ginestra, che è la nobile natura del genio, è contenta dei deserti: guarda in faccia il deserto del nulla e, sapendo di non potervisi sottrarre, ne è contenta, cioè non si illude di poter aver altro, non si sente il perpetuo fiore dell’eterna letizia che d’eternità s’arroga il vanto. La nobile natura del genio della ginestra tien ferma dinanzi agli occhi la verità terribile, non le sottrae nulla, non distoglie lo sguardo dal fato comune del nulla: Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al cumun fato, e che con franca lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale. Non detrae nulla dal vero in cui appare l’essenziale nullità deH’uomo; ardisce sollevare lo sguardo mortale sulla verità: questa forma intransigente di volontà di verità è l’essenza della filosofia del nostro tempo. Leopardi la inaugura. Ma la franca lingua che nulla detrae alla verità è la libera lingua della poesia, la potenza dell’immagine che mostra l’impotenza dell’essere e dell’uomo. Senza la potenza poetica l’uomo è subito risucchiato nella pietrificata contemplazione nel nulla. Riesce a persistere ancora per un poco nell’ultima eco dell’aura festiva, unendo dunque filosofia e poesia. La ginestra non detrae alcunché alla verità angosciante della nullità del tutto; e tuttavia il can i. C’è uno scambio delle parti già a partire dal fiore della poesia, che da mezzo per mostrare la verità diventa fine; per arrivare alla tecnica, che, da mezzo per realizzare gli scopi delle grandi forze dell’Occidente è destinata a diventare il loro scopo. Anche le pagine che seguono possono essere lette come un contributo a una fenomenologia, finora solo abbozzata nei miei scritti, di questo scambio delle parti. Il problema del fiore della poesia conduce dunque al problema della tecnica. Oggi se ne continua a discutere. Ma se ne discute rimanendo all’interno della dimensione che ha reso possibile qualcosa come la festa, la tecnica, la poesia, il mito, la filosofia, il cristianesimo, la scienza. Si rimane all’interno della dimensione dove l’uomo percepisce sé stesso come un mortale, che in preda alla morte e al nulla ha bisogno di salvarsi. Siamo proprio sicuri che questa dimensione, in cui l’intero pianeta è ormai completamente immerso, non debba finalmente esser messa essa stessa in questione? Siamo proprio sicuri che l’eterna letizia non possa avere altro significato che quello che la tradizione le ha conferito? Al di là di questo significato, noi siamo perpetui fiori dell’eterna letizia, ma non nel senso che è stato inevitabilmente distrutto dal pensiero e dalla cultura del nostro tempo. Il senso autentico dell’eternità del Tutto è abissalmente lontano dal senso che l’eterno possiede nella tradizione filosofico-cristiana; e non è nemmeno qualcosa che possa essere rintracciato in qualche altra forma di civiltà, diversa da quella dell’Occidente - anche se esso risplende nel fondo di ogni uomo. Nel paradiso della tecnica, la tecnica può essere guidata e animata o dalla scienza moderna o dalla poesia che si unisce alla filosofia del tempo della tecnica. Ma in entrambi i casi, per quanto alta possa essere la luce del tramonto, è inevitabile che ci si renda conto dell’essenziale incapacità del mortale di vincere il nulla - ossia di vincere il divenire, il contenuto della fede, cioè della volontà che le cose siano un uscire dal nulla e un ritornarvi. Comunque si configuri, il paradiso della tecnica è cioè destinato all’angoscia estrema. Può essere quello, allora, il tempo in cui l’uomo incomincia a volgersi verso il senso inaudito dei fiori dell’eterna letizia. Esso non è un futuro da produrre e da creare. Già da sempre attende di essere condotto fuori dall’ombra: già da sempre attende che tramontino le ombre che attirano su di sé la cura dei mortali, lasciando fuori del linguaggio (e, in questo senso, nell’ombra) la luce piena di quel senso inaudito. Nella sua essenza il cristianesimo è una grande religione della salvezza. Ma - Gesù è esplicito - solo chi crede in lui sarà salvo. La fede, peraltro, può ottenere la salvezza solo se la vuole, e solo se, d’altra parte, questo volerla non è un atto di imperio ma è un chiederla a Dio. Chiedere a Dio la salvezza è pregare. Nella sua essenza il cristianesimo è quindi la preghiera, così intesa. Appunto per questo Tertulliano dice che la preghiera insegnata da Gesù è veramente la sintesi di tutto il Vangelo. Alla fine del Vangelo di Marco (16, 16-17) Gesù dice: Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato. Ma prima di questa sentenza il testo (Me., 11) racconta come Gesù abbia unito strettamente e sorprendentemente il tema del credere a quello della preghiera. In quanto inseparabile dalla fede, la preghiera sta dunque al centro di ciò che più conta: la salvezza eterna. In quel testo Gesù dice. Abbiate fede in Dio. In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna: “Togliti di lì e gettati nel mare”, e non avrà alcun dubbio nel suo cuore [et non haesita = verit in corde suo], ma crederà che quel che dice s’abbia a compiere [fiat], questo gli accadrà [fiet ei]. Perciò vi dico: tutte le cose che chiederete nella preghiera abbiate fede [credite] di ottenerle e le otterrete [et evenient vobis]. E quando vi accingete a pregare, perdonate, se avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro che è nei cieli vi perdoni i vostri peccati. Marco accenna subito dopo a quello che a suo avviso è il centro della preghiera insegnata da Gesù, ma non lo sviluppa. Essa è invece compiutamente riportata nel Vangelo di Matteo. In questa concezione della preghiera è presente un grande sottinteso. Supponiamo che un uomo chieda a Dio qualcosa, per esempio di essere aiutato in una certa circostanza, ma che in un primo tempo Dio ritenga di non dargli ascolto; e che tuttavia quell’uomo insista, sino a che, alla fine, riesca a ottenere quel che voleva. Se ci si chiede che Dio sia mai questo, la risposta è scontata: non è il Dio delle religioni monoteistiche; non è il Dio di Gesù. E non può esserlo, perché se alla fine egli cambiasse parere ciò accadrebbe o perché quell’uomo è più potente di lui, oppure perché alla fine Dio si renderebbe conto di aver avuto torto a non dargli ascolto subito. Ma un Dio che è meno potente di un uomo o che può aver torto non è, appunto, il Dio del monoteismo, non è il Dio di Gesù. Chiedere a Dio qualcosa è pregare. Se si prega Dio di avere da lui qualcosa che egli non vuol dare, non si potrà mai essere esauditi. Egli è l’Onnipotente. A Dio si può chiedere dunque solo quel che egli vuol dare. Si può volere solo quel che egli vuole. Appunto per questo, Gesù insegna a dire, nella preghiera: Sia fatta la tua volontà. È sul fondamento di questo decisivo sottinteso che va interpretato il senso deH’affermazione paradossale che la fede muove le montagne e che, se uno riesce ad avere la forza (si potes) di credere, tutte le cose sono possibili per lui (omnia possibilia sunt credenti, Me., 9, 23). Se avendo fede si ottiene il massimo, cioè la salvezza eterna, si può anche ottenere tutto il resto. Purché sia voluto da Dio, l’Onnipotente. Già Platone, dando forma filosofica al mito biblico, afferma che Dio è tecnica divina, cioè la più potente. Inoltre, se Gesù dice che chi crede sarà salvo, egli vuole la salvezza dell’uomo. Quel suo dire è cioè un comandare all’uomo di credere. Non lo lascia solo, dunque, a trovare la forza che lo porti a credere. Vuole che creda. E quindi, pregando, l’uomo deve innanzitutto chiedere, senza aver dubbi, di credere, e otterrà di essere un credente, cioè salvo. (Chiedendo di credere, chiede insieme di non aver dubbi intorno a questa sua richiesta. Si può mostrare che chiedere con fede di aver fede non è una contraddizione?) Dal punto di vista cristiano, se l’uomo vuole ciò che Dio vuole, non può non ottenerlo, perché Dio è l’Onnipotente. Da quel punto di vista, la fede che muove le montagne non è un paradosso. Pregando nel modo voluto da Gesù, l’uomo non solo ottiene ciò che vuole, ma sa di ottenerlo, perché non può non sapere di voler quello stesso che è voluto da Dio, che è l’Onnipotente. E non spezza nemmeno in due quella preghiera, come se nella prima parte di essa egli voglia che sia fatta la volontà di Dio, ma nella seconda gli dica quel che vuole lui - il pane quotidiano, la remissione dei debiti; la liberazione dal male ecc. Infatti, se Gesù gli comanda di chiedere il pane, è perché sa che il Padre vuole che l’uomo abbia il pane. Lo stesso si dica per gli altri doni richiesti. Anche per quello che è espresso dalle parole e perdona a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Infatti nella preghiera autentica l’uomo può chiedere di essere perdonato solo se sa che Dio vuole perdonarlo. E lo sa per lo meno perché crede che sia il Figlio di Dio a comandargli di chiedere al Padre di essere perdonato, e il Figlio non potrebbe comandarglielo se sapesse che Dio non vuole perdonare l’uomo. La preghiera di Gesù contiene dunque anche l’implicazione, vincolante e compromettente, tra il perdono per i propri debiti, che un uomo chiede a Dio, e il perdono, da parte di quest’uomo, dei debiti che gli altri hanno nei suoi confronti. Perdonami come io perdono, dice quell’uomo. Egli chiede perdono perché sa che Dio vuole perdonarlo. Ma il suo perdonare i debiti che gli altri hanno contratto nei suoi confronti? Questo suo perdonare gli altri può essere un gesto che riguardi lui solo, cioè dove Dio lo lasci solo a compierlo? No. Lasciarlo solo vorrebbe dire, per Dio, non volere che l’uomo perdoni e non volere nemmeno che non perdoni: starsene in disparte lasciando che sia l’uomo a trovar la forza che lo può salvare eternamente - visto che se non perdona non è perdonato. Ma in questo modo l’uomo dovrebbe volere qualcosa che Dio o non vuole o rispetto a cui è indifferente. Verrebbe meno, allora, il principio per il quale l’uomo può ottenere soltanto ciò che Dio vuole. È dunque impossibile che Dio, dopo aver detto all’uomo che se non perdonerà non sarà perdonato lo lasci solo a raccogliere le forze che gli occorrono per riuscire a perdonare le offese ricevute dal prossimo. Tutto questo significa che - quando, nella preghiera di Gesù, l’uomo chiede a Dio di perdonare i propri debiti come egli perdona quelli dei propri debitori - è necessario che l’uomo creda che Dio vuole che egli abbia la forza di perdonarli. Anche il perdono delle offese è dunque qualcosa che l’uomo chiede a Dio, sapendo che anche questa sua capacità di perdonare è voluta da Dio, e che quindi egli otterrà anche questa capacità (più diffìcile da avere che non la capacità di muovere le montagne). L’uomo è salvo solo se ha fede nel Liglio di Dio. Ma la fede è inseparabile dalla volontà che vuole quello che è voluto da Dio, e la preghiera è quel mettersi in rapporto con Dio, dove non solo si dice di volere quel che Dio vuole, ma lo si vuole effettivamente, cioè si perdona il prossimo, lo si ama, e si fa tutto ciò che Dio prescrive. E volendo tutto questo si è convinti di ottenerlo, giacché chi crede di volere quel che è voluto da Dio non può pensare che Dio non sia capace di ottenere quel che vuole. Chi vuole che sia fatta la volontà di Dio è il giusto, il buono, il santo, ossia è quel che Dio vuole che egli sia. Ma è anche necessario che egli sia convinto di essere il giusto, il buono, il santo, perché se fosse incerto di esserlo sarebbe in dubbio anche sul proprio star volendo quel che Dio vuole. Chi si trova in questo dubbio ammette la possibilità di star volendo qualcosa di non voluto da Dio; dunque non vuole quel che Dio vuole e quindi non può nemmeno credere di ottenerlo. Volere qualcosa, infatti, è credere di volerlo. Se non si crede di volerlo non lo si sta volendo ma si resta incerti se lo si voglia o meno, non ci si trova cioè nella condizione di chi, pregando, riesce a muovere le montagne. Convinto di essere il giusto che perdona le offese e ama il suo prossimo, chi prega nel modo dovuto agisce nel mondo e si imbatte in situazioni via via diverse, portando sempre con sé quella convinzione. (Altrimenti abbandonerebbe l’insegnamento di Gesù.) Agisce nel mondo, cioè nella polis. La politica è appunto questo suo agire tra gli individui, le istituzioni, i gruppi sociali. Per Gesù la politica è innanzitutto perdonare le offese e amare. Ma che una certa azione sia un’offesa, una cert’altra sia un perdono e una cert’altra ancora sia una forma di amore è chi agisce nel mondo a doverlo decidere. A questo punto chi presta ascolto alla parola di Gesù si trova davanti a due strade. O rinuncia a credere che il modo in cui egli decide di considerare offesa, perdono, amore certe azioni sia esso stesso un volere ciò che Dio vuole; oppure non compie questa rinuncia e crede che tutto quello che egli vuole e fa sia voluto da Dio. Nel primo caso, non può più credere - in relazione alle valutazioni e decisioni che egli, da solo, deve adottare nel mondo - nell’identità tra la volontà propria e quella di Dio: rinuncia a credere e quindi a pregare nel modo autentico; rinuncia pertanto alla propria salvezza (perché solo chi crede sarà salvo). Sul piano politico è la rinuncia a ogni progettazione cristiana della politica. Nel secondo caso crede che ogni sua azione privata o pubblica sia la volontà di Dio e che quindi egli sia il giusto, il buono, il santo che sa capire quando un’azione è offesa, perdono, amore e dunque sa realizzare il regno di Dio in terra. Non ammette che sia per un equivoco che egli giudica come offesa un’azione; né può ammettere che nel proprio agire non sia presente il vero perdono e il vero amore, conciliabili con la punizione del colpevole che non può essere che giusta. Sul piano politico è, questo, il passo decisivo verso la teocrazia, che è il regno di Dio in questo mondo, mentre Gesù assicura che il suo regno non è di questo mondo. Certo, chi ha l’intenzione di essere cristiano tenta di ritrarsi da ciò a cui conducono entrambe queste strade (anche se entrambe sono una tentazione costante). Tenterà di camminare un po’ sull’una e un po’ sull’altra. Ma anche in questo modo tradirà la propria fede, non ne salverà la coerenza. Non sono infatti, quelle indicate, le conseguenze del rapporto che nei Vangeli viene istituito tra il credere e il pregare? Lo scambio delle parti che si presenta nella preghiera di Gesù è una delle più potenti anticipazioni dello scambio in cui la tecnica, da mezzo, sta diventando scopo. Prima di Gesù l’uomo prega Dio, la Potenza suprema, per salvarsi: la salvezza è lo scopo, la Potenza divina il mezzo. Ma anche Gesù fa capire che lo scopo determina, condiziona, configura il mezzo, e che quindi uno scopo umano, cioè assunto da un essere bisognoso di salvezza, quindi debole, finito, mortale quale è l’uomo, indebolisce e vanifica il mezzo (la Potenza) e pertanto pregiudica la propria realizzazione. Anche Gesù fa capire che l’uomo deve porre come scopo non il soddisfacimento dei propri bisogni ma la volontà di Dio (Sia fatta la tua volontà). In questo modo gli sarà dato tutto il resto. È, questo, uno dei modelli più rilevanti della situazione in cui l’uomo, dopo aver tentato di servirsi della tecnica, capisce che, per salvarsi, deve dire anche alla Tecnica: Sia fatta la tua volontà, non la mia, che, posta come scopo (volontà capitalistica, comunista, cristiana, democratica ecc.), non ha la potenza della Tecnica e quindi, condizionandolo, indebolisce il proprio mezzo, ostacolando in tal modo sé stessa. Sennonché, ponendo come scopo la Tecnica, la volontà cessa di essere ciò che intendeva essere, giacché per essere ciò che intendeva essere doveva essere scopo. Nello stesso modo, si è visto, pregando autenticamente, il cristiano è costretto a imboccare quelle due strade che lo portano a non esser più cristiano. Proprio per aver fede in Gesù e quindi per pregare autenticamente, per salvarsi, il cristiano non può più essere cristiano. Non lo è, sia facendo la propria sia facendo la volontà di Dio. È indubbio che chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma non è nemmeno vero che chi perderà la propria vita per amor mio [héneken emou, cioè avendo me come scopo, dice Gesù, Me., 8, 35] e del Vangelo, la salverà. Lo scambio delle parti dove la Potenza, da mezzo, diventa scopo e quindi salvifica, non salva, giacché la vita, intesa come vita autentica, cioè cristiana, è perduta anche quando, dopo che la si è perduta, Gesù assicura che la si sia salvata. È perduta lungo entrambe le strade, qui sopra indicate, che chi vorrebbe esser cristiano è costretto a imboccare. Proprio perché, per raggiungere la salvezza, ci si serve di ciò che si considera come la Potenza suprema (teologica o tecnologica), proprio per questo non ci si può salvare; ma non ci si salva nemmeno assumendo come scopo la Potenza suprema, perché, rispetto alla Potenza teologica, la volontà che intenderebbe esser cristiana non può esserlo e, rispetto alla potenza tecnologica, la volontà che vorrebbe essere scopo, cioè volontà capitalistica, comunista, democratica, totalitaria, cristiana ecc., cessando di essere scopo, non può più essere ciò che essa intende essere. Continua ad aumentare la pressione dei popoli poveri su quelli ricchi. Non si tratta solo di spostamenti di masse umane, determinati dal bisogno elementare di sopravvivere. Da sempre, infatti, l’uomo interpreta la propria sofferenza. Il modo in cui soffre nel corpo e nell’anima e tenta di uscirne dipende da ciò che egli crede di essere, dal modo in cui interpreta la propria vita. Cultura è innanzitutto questo credere. Per quanto ne sappiamo, in questo credere sono sin dall’inizio presenti gli dèi. L’uomo crede di essere un vivente che è in pericolo e che sta in rapporto con misteriose potenze che lo possono aiutare o schiacciare. Il senso della cultura è legato a quello della coltivazione e del culto. La pressione dei poveri sui ricchi è cioè un fenomeno eminentemente culturale. Gran parte dell’immigrazione è islamica. Il culto dei poveri è diverso da quello cristiano in cui, almeno formalmente, i Paesi ricchi si riconoscono. Dopo l’Unione Sovietica, è l’islam a essersi posto alla guida dell’interpretazione della sofferenza e della fame dei poveri. In quest’ultimo decennio si è reso altrettanto visibile - sebbene non nelle forme drammatiche della protesta islamica contro l’Occidente - il rinnovato vigore della Chiesa cattolica. Si tratta di un fenomeno ambivalente, perché da un lato la Chiesa non può non vedere nell’islam un alleato contro l’ateismo della modernità, dall’altro non può non avvertire che l’islam è anche l’avversario dove la religiosità dei fedeli è molto più convinta di quella cristiana (non dice forse la Chiesa che l’Europa è terra di missione?), tanto da alimentare quel fondamentalismo che convince individui a immolare la propria vita per il trionfo della causa. D’altra parte non è nemmeno possibile affermare che l’ambivalente tensione tra islam e cristianesimo è il fenomeno culturale che più determina la fisionomia degli ultimi decenni. Se non altro perché la modernità, contro cui cristianesimo e islam si trovano alleati, esiste. La tecnica, che è impensabile senza la cultura moderna, stupisce il mondo. Tuttavia la tecnica sta procedendo senza guardarsi le spalle, cioè senza sapersi difendere dalle critiche della tradizione occidentale, che la accusano di violare limiti inviolabili. Un gigante, la tecnica, che tocca il cielo, ma che rimane incapace di interloquire con chi gli dice che il cielo non va toccato. Intendo dire che chi potrebbe rendere il gigante capace di replicare è la punta estrema della modernità, ossia quella essenza, prevalentemente nascosta, della filosofìa del nostro tempo che è in grado di mostrare l’inesistenza di ogni inviolabile e che quindi il gigante è legittimato a toccare il cielo. E tuttavia quell’essenza è come l’arco di Ulisse, che nessuno dei Proci è in grado di tendere. Da un lato, pertanto, la potenza cieca della tecnica; dall’altro lato quegli sguardi impotenti del laicismo contemporaneo, che andando avanti così non riuscirà mai a possedere Penelope, cioè a dominare il mondo, lasciando ancora a lungo la scena alla coscienza religiosa. Nel nobile modo in cui Benedetto XVI ha espresso la sua rinuncia è indicato esplicitamente il problema centrale del cristianesimo: il cristianesimo si trova oggi in un mondo soggetto a rapide mutazioni e turbato da questioni di gran peso per la vita della fede (in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis prò vita fidei perturbato ). Rispetto a questo problema, che un pontefice dichiari di non avere più le forze per affrontarlo è un tema che, nonostante la sua rilevanza e pertinenza, passa in secondo piano. Nel testo, la parola pondus (peso) compare tre volte: come peso delle questioni riguardanti la vita della fede, come peso del gesto di rinuncia e come peso del ministerium che viene lasciato per il venir meno delle forze. Ma solo il primo peso vien detto grande: la vita della fede è oggi gravata da questioni di gran peso ed è essa stessa turbata dal turbamento del mondo. Il mondo cristiano (tanto meno un pontefice) non può riconoscere che il turbamento della fede è ben più profondo di quello visibile, dovuto alla corruzione alfinterno della Chiesa. Il turbamento del mondo, tuttavia, riguarda non solo la fede religiosa, ma anche quelle altre forme di fede ancora dominanti (e che non amano sentirsi dire che sono a loro volta fedi). Mi riferisco soprattutto al capitalismo, alla democrazia, al capitalismo-comunismo cinese, o, in Iran, alla mescolanza di teocrazia e capitalismo; e il comuniSmo sovietico, come il nazismo, era tra le più rilevanti di queste forze. Ognuna delle quali avverte la necessità di eliminare le proprie degenerazioni, ma si rifiuta di ammettere l’inevitabilità del proprio tramonto. Non è una metafora né un’iperbole fuori luogo affermare che ognuna di esse si sente un dio che deve distruggere gli infedeli. Ma, come la fede religiosa, anche la vita di queste altre forze è gravata da questioni di gran peso - da questioni che fanno intravedere l’inevitabilità di tale tramonto. Certo, un pontefice deve credere che il cristianesimo durerà fino alla fine del mondo. Ma la gran questione è se quelle forze - dunque anche il cristianesimo - si rendano conto del loro vero avversario, che le scuote e le travolge. Il relativismo è stato l’avversario di Benedetto XVI. Lo sforzo di combatterlo ha avuto un carattere soprattutto pastorale. Il semplicismo concettuale e l’ingenuità del relativismo ne favoriscono infattila diffusione presso le masse, e tale diffusione è tutt’altro che irrilevante per la vita della fede. Giovanni Paolo II si avvicinava maggiormente all’avversario autentico quando individuava negli inizi della filosofia moderna (Cartesio) la matrice di tutti i grandi mali del XX secolo, quali le dittature del comuniSmo e del nazionalsocialismo, o l’egoismo dell’economia capitalistica. In questa prospettiva, lo stesso relativismo può essere inteso come un parto di quella matrice. Ma tutte queste interpretazioni non riescono ancora a guardare in faccia l’avversario autentico. Riusciranno le varie forme di fede ad alzare lo sguardo affinché, se vogliono vivere un po’ più a lungo, non accada loro di combattere i nani, quando invece il gigante pesa già su di esse e toghe loro il respiro? Il gigante che possiamo chiamare Prometeo. Anche qui, è ovvio, mi limiterò ad alcuni cenni; doppiamente insufficienti perché a chi sta per morire, e non vuole, è estremamente difficile fargli alzare lo sguardo sulla propria morte. All’inizio dei tempi è invece un altro gigante a togliere all’uomo il respiro, impedendogli di vivere. L’uomo può incominciare a vivere solo se vuole trasformare sé stesso e il mondo da cui è circondato. Se non fa questo non può nemmeno compiere quella trasformazione di sé che è il respirare in senso letterale. E muore. Vive solo se si fa largo nella Barriera che gli impedisce di trasformare sé e il mondo. La Barriera è l’Ordine immutabile della natura. Solo se la penetra, la sfonda, la squarta, e comunque la fa arretrare, può liberarsi un poco alla volta dal suo peso e ottenere ciò che egli vuole. La Barriera è l’altro gigante: il Tremendum (per servirci, ma per altri scopi, dell’espressione di Rudolf Otto). Ma è anche il Fascinans (ancora Otto), perché l’uomo può incominciare a vivere solo se domina le parti della Barriera frantumata, e se ne ciba - così come Adamo, cibandosi del frutto proibito, frantumando cioè l’icona stessa del divino, può diventare Dio ( eritis sicut dii, sarete come dèi, dice il serpente). E infatti il tremendum-fascinans è il tratto essenziale del sacro, del divino, del Dio. La Barriera divina vive inviolata solo se uccide l’uomo; l’uomo vive soltanto se uccide Dio. Il fuoco è il simbolo essenziale della potenza divina; e Prometeo ruba il fuoco - uccide l’inviolabilità degli dèi - per darlo all’uomo. Prometeo è l’uomo. Soprattutto da due secoli egli è l’avversario della tradizione. Mostra infatti che il divino merita di tramontare e che su questo meritarlo si fonda tutto ciò che più salta agli occhi, ossia l’allontanamento della modernità e soprattutto del nostro tempo dai valori della tradizione e dunque dalla vita della fede. (In questo contesto, la corruzione della Chiesa è più grave di tutte le forme passate del suo degrado.) Se Dio esistesse, non potrebbe esistere l’uomo, ossia ciò la cui esistenza è considerata innegabile anche da chi si è alleato con Dio. Giacché, dopo l’inizio dell’uomo, la Barriera si è ritirata, ha lasciato spazio al mondo, Dio è diventato trascendente, e l’uomo della tradizione lo ha trovato meno tremendum e più fascinans, e gli si è alleato, diventando uomo di fede, non solo cristiana ma anche quella degli dèi - delle barriere - in cui consistono le forze (sopra menzionate) via via dominanti nel mondo. Prometeo, ora, ruba il fuoco dell’alleanza dell’uomo con Dio. È la potenza di questo furto a nascondersi, per lo più inesplorata, sotto le rapide mutazioni del nostro tempo, turbato da questioni di gran peso per la vita della fede. Una delle radici dello Stato moderno è il desiderio dell’uomo di sottrarsi all’imprevedibilità della vita facendo funzionare lo Stato come una macchina tecnicamente razionale a cui viene riconosciuto il monopolio della forza e che quindi consente a ognuno di calcolare in anticipo le conseguenze delle azioni proprie e altrui. Così si esprime Max Weber; ma questa constatazione risale a Hobbes. Allo Stato si chiede di eliminare il più possibile il rischio del vivere. Anche il capitalismo è un calcolo razionale (a differenza delle forme violente di acquisizione della ricchezza). Tuttavia è anche rischio, scommessa, imprevedibilità delle conseguenze dell’agire. Due componenti inseparabili, fino a che il capitalismo esiste nella sua forma tradizionale. Il talento dell’imprenditore sta nell’indovinare ciò che dal punto di vista scientifico è imprevedibile: la forma relativamente più remunerativa di investimento. A sua volta, il talento è inseparabile dalla fortuna. Il più capace degli imprenditori, se è sfortunato, non è veramente capace. È vero: oggi si sa che una teoria scientifica non è valida se non è confermata e che tale conferma è una forma di fortuna, una circostanza felice. Ma l’imprenditore capace deve avere una fortuna incomparabilmente più grande di quella sinora richiesta per le teorie scientifiche: egli ha tanto più successo quanto più rischia, cioè si lascia alle spalle - in base alle proprie intuizioni - le precauzioni della razionalità scientifica - che essendo di dominio pubblico, sono tra l’altro adottabili anche dalla concorrenza. Sebbene siano entrambi macchine tecnicamente razionali, Stato e intrapresa capitalistica vanno dunque in direzioni opposte: azzeramento e moltiplicazione del rischio. La tendenza verso lo Stato-azienda - o l’azienda-Stato - non è soltanto un fenomeno italiano. Alla sua base sta il crescente potenziamento dell’economia e il crescente indebolimento dello Stato moderno. Ciononostante, a quel potenziamento corrisponde non solo l’indebolimento dello Stato, ma anche quello della produzione economica legata principalmente al rischio, al talento e alla fortuna del singolo imprenditore. La macchina economica tende cioè a diventare l’erede della macchina statale e del compito, proprio di quest’ultima, di garantire gli individui dal rischio del vivere. Contro l’oppressione di uno Stato sempre più obsoleto rispetto ai bisogni della società civile, le destre mirano invece, ancora, a un’azienda-Stato diretta da ultimo (sebbene non esclusivamente) da uno o più superimprenditori capaci di rischiare, e soprattutto fortunati. Ma in questo modo si mira a qualcosa che corre a sua volta il rischio di diventare obsoleto prima di nascere. Lo Stato-azienda, così inteso, è uno Stato a rischio. Certo, in democrazia l’elettorato ha il diritto di rischiare e di imporre il rischio alle minoranze, credendo che la fortuna continuerà ad accompagnare i superimprenditori statali. Però è opportuno sapere quel che si sta facendo. La difesa dello Stato tradizionale contro le prevaricazioni dell’economia è invece propria delle sinistre. Che a loro volta stentano a comprendere la tendenza, di cui si è detto, che conduce dalla macchina tecnicamente razionale dello Stato a quella di una economia sempre più simile alle procedure scientifiche e sempre meno bisognosa del carisma e della fortuna di certe persone - la presenza delle quali può peraltro costituire un passaggio obbligato. Ormai, anche le sinistre credono nella necessità di rafforzare l’iniziativa privata; e la concezione minimalista dello Stato non equivale, per le destre, alla soppressione di esso. Tuttavia le sinistre continuano a credere nella capacità dell’apparato giuridico statale di guidare i popoli. Per esse la crisi dello Stato può essere superata restando all’interno della politica. Ma si vuol riflettere sul fatto che la macchina dello Stato e quella economica sono tecnicamente razionali? Non è già significativo che tanto lo Stato moderno quanto il capitalismo siano considerati delle macchine? Si tratta di comprendere che è la tecnica a conferire potenza agli Stati e alle economie. E si è richiamato che nel suo significato più autentico la tecnica è la potenza che presta ascolto alla voce del pensiero filosofico degli ultimi due secoli - alla voce cioè che mostra l’inesistenza di ogni limite assoluto all’agire dell’uomo e innanzitutto all’agire tecnico. Tale ascolto non va confuso con un ozio astratto: è la condizione che consente all’operatività tecnica di accrescere indefinitamente la propria potenza. Andiamo verso un tempo in cui, a eliminare il rischio del vivere, non sarà più né la forma tradizionale dello Stato, né lo Stato-azienda, ma la tecnica, di cui entrambi hanno così bisogno da doverla togliere dalla sua funzione di mezzo per assegnarle quella di scopo. Non più lo Stato o lo Stato-azienda che si servono della razionalità tecnologica, ma quest’ultima che si serve di ciò che rimane di essi una volta che da scopi siano diventati mezzi: mezzi di cui la tecnica può servirsi per accrescere il proprio dominio sul mondo. Se a questo punto si vuol usare ancora la parola politica, si può dire che la grande politica è destinata a restare estranea alle destre e alle sinistre mondiali sino a quando non comprendono l’inevitabilità della rotazione che dalla dominazione dello Stato e dell’economia conduce alla dominazione della tecnica. In uno dei suoi significati economici più importanti la collaborazione -- di Grice, ‘the principle of conversational helpfulness – efficenza e solidarieta -- riguarda oggi, nel sistema capitalistico, il rapporto tra datori di lavoro e lavoratori (nel senso più ampio di questo termine). Con la fine del socialismo reale è finita anche, nelle società avanzate del pianeta, la volontà di soffocare questa forma di collaborazione e di sostituirla col suo opposto, cioè con la lotta di classe. La collaborazione riguarda il rapporto tra gli interessi di chi lavora e quelli del capitale. Quest’ultimo collabora con gli interessi dei lavoratori quando non si propone soltanto il proprio interesse, cioè l’aumento del profitto, ma anche la salvaguardia di un dignitoso tenore di vita del lavoratore. A sua volta, il lavoratore collabora con gli interessi del capitale quando non si propone soltanto di aumentare il proprio tenore di vita, ma anche il rafforzamento dell’intrapresa in cui egli si trova ad agire. Il primo tipo di collaborazione conduce alla solidarietà; il secondo all’effìcienza. Fino a questo punto, si può credere che, sia nell’ambito del capitale sia in quello del lavoro, quando esiste la collaborazione di cui stiamo parlando, ci si proponga, in egual modo, la sintesi di efficienza e solidarietà - la sintesi in cui, appunto, consiste tale collaborazione e si può credere che il centro del problema stia nel saper realizzare le condizioni che conducono alla collaborazione. Ma in questo modo si va fuori strada: non si scorge la configurazione autentica del problema e ci si priva degli strumenti per poterlo affrontare. Visibilissima in tutte le società avanzate, la lotta tra capitale e lavoro ha quasi completamente perduto i connotati della lotta di classe marxista; ma non si estingue con la realizzazione di quella sintesi di efficienza e solidarietà che sarebbe perseguita in egual modo dalle forze lungimiranti del capitale e del lavoro: non vi si estingue, perché essa si ripropone a causa del diverso modo in cui tale sintesi è perseguita da queste due forze. Oggi si tende a mascherare questa diversità. Per esempio dicendo che efficienza e solidarietà devono alimentarsi in una circolarità virtuosa - una espressione che si è fatta strada tanto nel mondo imprenditoriale, quanto nel mondo cattolico (o, in generale, cristiano) e in quello delle sinistre. Nella alimentazione circolare i due elementi in circolo sono posti sullo stesso piano. Ma è un’apparenza, come è un’apparenza la virtù del circolo. Infatti, dal punto di vista del capitale i livelli di solidarietà (quelli cioè fino e non oltre i quali può essere spinta la solidarietà) sono stabiliti dai livelli al di sotto dei quali il capitale ritiene che l’efficienza (cioè l’incremento del profitto) non possa scendere. Ma dal punto di vista del lavoro i livelli di efficienza (cioè fino a che punto debba essere promosso lo sviluppo economico) sono stabiliti dai livelli al di sotto dei quali chi lavora ritiene di non poter far scendere il proprio tenore di vita e la qualità della propria vita. Nel primo caso la collaborazione di efficienza e solidarietà ha come scopo primario e dominante l’efficienza; nel secondo caso la collaborazione ha come scopo primario e dominante la solidarietà. Nel primo caso la solidarietà è un mezzo per realizzare l’efficienza; nel secondo l’efficienza è un mezzo per realizzare la solidarietà. In entrambi i casi le due semicirconferenze della circolarità virtuosa sono diseguali, si alimentano in modo diseguale, la circolarità è claudicante, cioè viziosa. I due avversari possono gettarsi a vicenda polvere negli occhi, invocando ed elogiando la collaborazione. Ma quando la Chiesa cattolica dichiara che il profitto deve avere come scopo il bene comune della società pensa a una sintesi di efficienza e solidarietà, cioè a una forma di collaborazione, dove lo scopo dell’agire economico è la solidarietà e l’efficienza è il mezzo per realizzarla. E quando il capitalista afferma che non si può dire a un capitalista “limita il tuo guadagno”, perché un imprenditore deve produrre ricchezza e quanto più lo fa, più opera per il bene della società, il capitalista che parla così pensa a una sintesi di efficienza e di solidarietà, cioè a una forma di collaborazione dove invece lo scopo dell’agire economico è l’efficienza e la solidarietà è il mezzo per realizzarla. In entrambi i casi, come si è detto, la collaborazione è una circolarità viziosa, dove ognuno dei due fattori circolanti tende a fare dell’altro il proprio alimento evitando di diventare a sua volta l’alimento dell’altro. Ciò significa che la collaborazione è un paravento, una maschera che più o meno consapevolmente nasconde il proprio opposto, ossia la lotta, l’opposizione, il conflitto irrisolto. Si evita di riconoscere che se la collaborazione tra interessi del capitale e interessi del lavoro esistesse per davvero, allora ognuno dei due limiterebbe sé stesso per far posto all’altro, e pertanto non esisterebbe più né il senso autentico dell’intrapresa capitalistica, né il senso autentico del lavoro; e che se invece questi due fattori esistono per davvero - come in effetti esistono storicamente per davvero -, allora ognuno dei due vuole diventare lo scopo dell’altro e ridurre l’altro alla funzione di mezzo, e in questo caso il loro alimentarsi in una circolarità virtuosa svanisce, cioè svanisce la loro collaborazione. Si tratta infatti di comprendere che se lo scopo dell’agire economico è la sintesi di quei due fattori - ossia è la sintesi costituita dalla loro collaborazione -, allora, in questa loro sintesi, ognuno dei due limita l’altro, gli impedisce di espandersi sino a diventare l’unico scopo, e quindi ne distrugge la configurazione originaria. Se un uomo (fuor di metafora: l’agire economico) ama due donne (fuor di metafora: la crescita del profitto e la solidarietà), e crede che il suo amore per l’una e il suo amore per l’altra abbiano a collaborare, cioè ad alimentarsi in una circolarità virtuosa, quest’uomo si inganna, perché l’amore che darebbe a una se non ci fosse l’altra non può esserci più quando oltre a quell’una ama anche l’altra. Se i due amori si alimentano virtuosamente e collaborano, ognuna delle due donne è meno amata, l’amore vero, esclusivo che ci sarebbe potuto essere per lei è andato perduto; se invece questo amore vero ed esclusivo rimane, allora esso non potrà più dividersi tra le due donne e cioè l’amore vero ed esclusivo per l’una finirà inevitabilmente col detronizzare e vanificare l’amore vero ed esclusivo per l’altra. Fuor di metafora: o efficienza e solidarietà collaborano, ma allora non ci sarà più né capitalismo - cioè volontà di non limitare il proprio guadagno - né dottrina sociale della Chiesa o delle sinistre, che, sia pure in modo diverso, non intendono limitare la realizzazione del bene comune, sacrificandone parti o aspetti al profitto; oppure efficienza e solidarietà mantengono i caratteri che storicamente sono loro propri e per i quali ognuna di queste due forze intende essere lo scopo primario dell’agire economico, ma allora non ci potrà essere collaborazione tra i due, ma urto, lotta, conflitto più o meno mascherati. Per ora, si può dire che ognuno dei due antagonisti tende a predicar male e a razzolar bene. Cioè predica la collaborazione con l’altro (e dunque predica, più o meno consapevolmente, la propria rovina - e questo è appunto il predicar male), ma in effetti persegue il proprio scopo tentando di ridurre a mezzo lo scopo dell’antagonista (e questo è appunto il razzolar bene). Ci sono avvisaglie, nel mondo, che oltre a predicar male i due avversari incomincino anche a razzolar male, e cioè incomincino a collaborare. Ma questo fatto vorrebbe dire che i due avversari - efficienza capitalistica e solidarietà cristiana o progressista - stanno avviandosi al tramonto: così come va al tramonto quel vero amore per una donna quando esso viene a trovarsi in compagnia dell’amore per un’altra. Stanno avviandosi al tramonto perché rinunciano al proprio scopo, cioè rinunciano a sé stessi. Che cos’è oggi un governo tecnico in Europa - e, con qualche riserva, nel mondo? È un insieme di decisioni, vincolanti per un popolo, che, guidate dalla competenza scientifica, si propongono il benessere di quel popolo. Ma tale benessere non è lo stesso per le destre, le sinistre, la Chiesa cattolica, il comuniSmo cinese, l’islam ecc.: in generale, per le diverse concezioni culturali dell’uomo e del bene. Appunto per questo, quando si produce un forte condizionamento politico dei partiti che sostengono un governo tecnico (come ad esempio è accaduto in Italia), le decisioni vincolanti sono guidate da una mescolanza di competenza scientifica e di volontà politica, e la competenza scientifica è soprattutto il mezzo per realizzare il concetto che forze politiche quasi sempre contrapposte hanno del benessere del popolo che esse intendono guidare. Tale concetto non ha un carattere scientifico. L’azione politica non è la scienza politica. Si dice, appunto, che la politica (Yazione politica) è un’arte, avvolta quindi da quell’alone di arbitrarietà che compete a ogni arte. Accade quindi, al governo tecnico così inteso, che la scienza serva per realizzare una forma di non-scienza, tanto più lontana dalla coerenza scientifica quanto più accentuato è il contrasto delle forze politiche che sostengono tale governo. È vero che per Max Weber la scienza ha un carattere puramente strumentale, il cui scopo non ha un valore scientificamente appurabile; ma è anche vero che in questo modo la ragione vien posta al servizio della non-ragione, alla quale viene affidata la sorte del mondo. (Certo, si dovrà poicapire che cosa sta dietro la ragione scientifica.) Ma nei governi tecnici che agiscono nelle economie di mercato il benessere del popolo, perseguito attraverso il condizionamento politico, è il benessere quale è inteso, appunto, all’interno delle categorie della produzione capitalistica della ricchezza. In questa situazione, il capitalismo è la condizione ultima della politica e del governo tecnico: la politica è un mezzo di cui il c apitalismo si serve. Chi si propone ancora, nel mondo democratico, una economia non capitalistica? Tolta qualche eccezione, anche le sinistre vogliono essere ormai lontanissime da ogni forma di marxismo o di economia pianificata. La contrapposizione tra destra, sinistra, centro ha un consistente denominatore comune, è una lotta all 'interno del sistema capitalistico. Parlare dunque di un condizionamento capitalistico dei governi tecnici e della politica sembra soltanto un’owietà. E lasciarsi alle spalle la distinzione tradizionale di centro, destra, sinistra significa, innanzitutto, adottare correttamente e seriamente le regole dell’economia di mercato. Nulla di strano che il riformismo del governo di Monti si sia rivolto a (quasi) tutte le formazioni politiche, rendendo più visibile che (quasi) tutte, ormai, si muovono all’interno della logica capitalistica. Tecnica e politica sono un mezzo di cui il capitalismo si serve per realizzare i propri scopi. Sennonché nemmeno il capitalismo è scienza. La scienza economica può sostenere che esso è la forma più efficace di produzione della ricchezza, ma all’essenza del capitalismo appartiene il rischio, Yazzardo, mentre la scienza è essenzialmente la volontà di evitare che le proprie leggi siano leggi a rischio, azzardate, e dunque arbitrarie. Joseph Schumpeter, amico del capitalismo, ha sostenuto che la sua crisi è dovuta alla progressiva sostituzione del rischio con la routine delle procedure tecno-scientifiche. D’altra parte, anche per il carattere rischioso del proprio agire, il capitalismo si sente autorizzato a porre come scopo primario non già il benessere del popolo ma il continuo aumento del capitale 61 privato. Anche per il capitalismo si deve dunque affermare che esso, assumendo come mezzo la tecno-scienza, fa sì che la scienza serva a realizzare la non-scienza: che la ragione (ossia ciò che oggi è considerato come la ragione per eccellenza) serva a realizzare la non-ragione. Tuttavia, la situazione si complica ulteriormente quando accade che la dimensione tecnica del potere sia condizionata non soltanto dall’economia capitalistica, ma anche, e magari fortemente, dalla dimensione religiosa, per esempio dalla Chiesa cattolica. In questo caso, l’intento, lo scopo, è di tenere insieme capitalismo, politica e cattolicesimo (evitando le degenerazioni dell’agire economico e politico e anche religioso), servendosi della tecno-scienza. La situazione si complica ulteriormente perché, mentre per il capitalismo lo scopo primario dell’agire economico e quindi del governo è l’incremento del profitto privato, per la Chiesa lo scopo primario di tale agire e di un governo giusto non deve essere il profitto, ma il bene comune quale è appunto concepito dalla dottrina sociale della Chiesa. Il capitalismo deve essere cioè un mezzo per realizzare questa forma del bene comune. Mezzo, e non scopo. La pretesa della Chiesa (vado ripetendo da tempo) che il capitalismo abbia come scopo il bene comune e non il profitto è volerne (inconsapevolmente?) la distruzione. A sua volta il capitalismo, assumendo come scopo primario il profitto, vuole, a volte non rendendosene conto, la distruzione della società cristiana. È un problema, questo, che non riguarda soltanto l’esperienza governativa Monti, ma tutte le presumibili coalizioni che governeranno l’Italia. (Quasi vent’anni fa, in un articolo sul Corriere poi incluso in Declino del capitalismo, Rizzoli 1993, avevo preso in considerazione la proposta di Monti al convegno di Cernobbio di quell’anno, di tenere insieme efficienza capitalistica - e solidarietà - cristiana - e avevo mostrato le difficoltà a cui va incontro non solo tale proposta, ma ogni progetto politico che intenda conciliare democrazia, capitalismo, cristianesimo.) Dico questo per rilevare come anche, ma non solo, in Italia si renda percepibile quella gigantesca trasformazione del mondo che è costituita dalla crisi del capitalismo (e del cristianesimo - e della politica). Un governo che assuma come scopo primario sia l’efficienza sia la solidarietà, assume infatti uno scopo che non può essere né quello del capitalismo né quello della Chiesa, i quali non intendono avere al loro fianco, in posizione paritaria, alcun altro scopo (ma dove l’efficienza subordina a sé la solidarietà, servendosene, e la solidarietà, a sua volta, subordina a sé l’efficienza, servendosene). Se tale governo crede di poter mantenere in posizione paritaria sia l’efficienza capitalistica sia la solidarietà cristiana si illude, cioè si propone di realizzare una contraddizione. Ciò non significa che tale proposito non abbia a realizzarsi, e magari con risultati soddisfacenti: significa che tali risultati saranno inevitabilmente provvisori, instabili, ossia che quel proposito non potrà mai ottenere ciò che crede di poter ottenere. Come di regola accade lungo il corso storico. Comunque, sia illudendosi di unire efficienza capitalistica e solidarietà cristiana (e politica) sia evitando questa contraddizione, dando quindi vita a un nuovo senso dell’efficienza e della solidarietà e dunque della loro unione, proporsi come scopo tale unione servendosi delle competenze tecno-scientifiche è pur sempre un agire in cui la forma oggi ritenuta la più rigorosa della razionalità umana (la tecno- scienza, appunto) è posta al servizio di forme meno rigorose di tale razionalità. Cioè la potenza di quell’agire è posta al servizio della non potenza. E la potenza, la capacità di realizzare scopi, è insieme la ricchezza di un popolo. Proporsi, come accade nei governi tecnici d’oggigiorno, di eliminare le degenerazioni della politica e dell’economia è però un passo avanti nella direzione lungo la quale si finisce col capire che le società diventano potenti e ricche non eliminando la cattiva politica e la cattiva economia, ma mettendo la buona politica e la buona economia (che anche risanate sono pur sempre forme meno rigorose dell’agire razionale) al servizio della tecnica guidata dalla scienza - della tecnica, il cui scopo è precisamente l’aumento indefinito della potenza. Difficile smentire, nel loro insieme e nel loro senso più corrente e generale, le osservazioni proposte nel 2003 dalla rivista Liberal (n. 19) per la discussione intorno agli Stati Uniti d’America. Esempio. Dall’Europa, dalla sua cultura politica prevalente, si guarda sempre più all’America in modo semplificato. C’è la tendenza a sottovalutare i valori della sua democrazia e a sottolinearne, al contrario, i limiti. Se le espressioni Europa e sua cultura politica prevalente indicano soprattutto gli umori dell’opinione pubblica europea, allora è un fatto che mentre alla fine della seconda guerra mondiale gli Americani erano per gli Europei i liberatori, oggi vengono piuttosto sentiti come i cittadini di uno Stato che ritiene di non dover dar conto a nessuno del proprio operato. Questo è un problema di psicologia delle masse, facili a dimenticare i benefìci ricevuti (anche perché il ricambio generazionale fa sì che i dimentichi di oggi non siano più i beneficiati di ieri). Se invece Liberal intendesse affermare che oggi in Europa è in atto una critica dei valori espressi dalla Costituzione americana, questa affermazione vorrebbe dire che in Europa cresce la preferenza (o la nostalgia) per lo Stato autoritario. Ma questo non è vero (in Europa i partiti di estrema destra e di estrema sinistra sono piccole minoranze); e non sembra nemmeno che Liberal voglia sostenere questa tesi. Fuori discussione, invece, che quella americana è la prima costituzione liberal-democratica apparsa nel mondo moderno - la prima, cioè, dove il principio della libertà dal potere politico si unisce al principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E fuori discussione, inoltre, che gli Stati Uniti sono nati da una grande decisione collettiva di proteggere gli interessi e il bene comune, definiti soprattutto in relazione a ciò che essi significano nella cultura illuministica. Qui va aggiunto che tale decisione è tanto più rilevante quanto più essa ha inteso arginare (con maggiore o minore successo) gli interessi e il bene dell’economia di mercato, dove l’agire capitalistico non ha e non può avere di mira l’interesse e il bene comune, ma l’interesse e il bene privato, cioè l’incremento del profitto (sì che l’interesse e il bene comune, nell’intrapresa capitalistica, non sono lo scopo dell’agire economico, ma una conseguenza, un sottoprodotto di quell’incremento). Relativamente allo sfondo (o al contenimento) liberal- democratico del capitalismo si può dire, con Liberal, che è la natura della democrazia americana a presentarsi come un fenomeno unico anche nel contesto più generale dell’Occidente. La domanda centrale (e, se non mi inganno, retorica) di Liberal suona comunque: Non è forse questo - americano - l’unico modo di vivere una democrazia, che altrimenti si limiterebbe ad essere un insieme di procedure...?; e tale domanda è preceduta dalla affermazione della capacità della democrazia americana di credere in sé stessa e di assumersi le proprie responsabilità. Queste affermazioni riguardano un insieme di questioni eterogenee: da un lato, la tesi che la condotta storico fattuale degli Stati Uniti è sostanzialmente fedele al proprio ordinamento costituzionale; dall’altro lato, la tesi che l’Europa avrebbe il miglior ordinamento costituzionale se adottasse quello statunitense; e, anche che gli Europei condurrebbero la miglior vita politica se sul piano storico-fattuale si adeguassero alla propria rinnovata costituzione così come gli Americani vi si adeguano. Tesi, queste ultime, che possono essere veramente discusse, ma che lasciano fuori campo la questione preliminare e decisiva (alla quale abbiamo già accennato), che peraltro è venuta sempre più in luce dopo la risposta americana, in Afghanistan e in Iraq, all’attacco terroristico dell’11 settembre: che cosa significa, che cosa implica, quali reazioni produce uno Stato che agisce in base alla convinzione di essere di fatto rimasto l’unica Superpotenza alla guida del mondo e a proposito del quale si teorizza anche il diritto a esserlo? La risposta americana all’attacco subito era inevitabile (come in altre sedi ho motivato), ed era inevitabile che la risposta avvenisse nella forma della guerra preventiva concepita come legittima difesa. Ma, nonostante tutto quel che si è detto in proposito, non sta qui il problema - il problema preliminare e decisivo. Esso riguarda il contesto delle convinzioni con le quali gli Usa stanno vivendo questa fase della loro storia. Altro è infatti credere che i supremi interessi dello Stato americano richiedano che esso si difenda adottando misure come la guerra preventiva, ma lo si creda sapendo che tali misure, prese in modo così fortemente autonomo, sollevano il problema, non meno grave di quello del terrorismo islamico, del rapporto tra l’autonomia americana e il resto del mondo, e cioè sapendo che tale problema è, appunto, problema e non soluzione; altro è che gli Usa trattino come soluzione questo problema e siano convinti che, poiché sono di fatto venuti a trovarsi alla guida del mondo, o hanno il compito di porvisi, allora l’autonomia esercitata nella loro risposta al terrorismo è la conseguenza naturale della loro primazia planetaria. Due atteggiamenti profondamente diversi, questi due, e, soprattutto negli ultimi tempi, tra loro in contrasto negli stessi Stati Uniti. Il contrasto è alimentato dalla coscienza crescente che gli Stati Uniti non possono reggere da soli il peso immane di cui il secondo, e trionfalistico, di quei due atteggiamenti vorrebbe caricarli. Affermare che l’unico modo di vivere una democrazia è quello americano significa certamente che l’Europa non può mettersi in rotta di collisione con gli Usa. Ma significa anche che l’Europa deve stare a loro soggetta? Il bon ton della riflessione politica auspica che l’Europa non allenti i legami con gli Usa e che d’altra parte non ne sia succube. Ma può l’Europa non essere succube senza essere forte - cioè militarmente forte, o addirittura competitiva rispetto agli Usa - e continuando ad affidare aU’America la propria difesa? Sembra che vi sia stata la tendenza a sottovalutare l’asse Parigi-Berlino-Mosca (e Madrid), costituitosi in contrapposizione alla guerra Usa contro l’Iraq. Ma si parla anche dell’opportunità dell’ingresso della Russia nell’Unione eu-ropea - sia perché la Russia muove i primi passi verso l’economia di mercato sia per la rinnovata visibilità della Chiesa ortodossa. Una ventina d’anni fa avevo scritto (il testo è stato poi incluso ne II declino del capitalismo, cit., col titolo L’Europa tra America e Russia ): Ciò a cui si presta troppo poca attenzione è che la Russia, una volta aiutata dall’Occidente a uscire dalla crisi economica in cui si trova attualmente, è anch’essa in grado di offrire all’Europa quella protezione militare, contro le minacce del Sud, di cui gli Stati Uniti hanno oggi il monopolio - e in nome della quale possono pretendere che l’Europa stia in posizione subordinata, perché non può restituir loro un vantaggio di egual peso. Scambio che invece è possibile nel rapporto tra Europa e Russia, perché l’Europa ha sì bisogno di aumentare sostanzialmente il livello della propria potenza militare, ma anche la Russia, che può consentire questo aumento, ha a sua volta bisogno del sostegno economico che l’Europa occidentale può darle. Un processo che d’altra parte già allora si presentava tutt’altro che agevole, soprattutto per quanto riguarda il controllo dell’arsenale moderno russo, giacché l’Europa potrebbe sostenerne economicamente l’efficienza solo se la gestione e il controllo di esso fossero effettuati, oltre che dalla Russia, anche dagli altri Stati europei. Certo, a distanza di vent’anni, la situazione è cambiata: la crisi economica dell’Unione europea rende quest’ultima molto meno forte nella contrattazione con una Russia che ha superato il trauma dovuta al tramonto del marxismo e dell’economia pianificata. Da ciò si spiega l’aumento della diffidenza dell’Ue (perfino della Germania) nei riguardi della Russia. Sino a che la crisi economica dell’Europa non verrà superata, il processo che conduce a una più stretta collaborazione politica tra Europa e Russia subirà un inevitabile rallentamento. Da satellite degli Stati Uniti - per i quali diventa peraltro sempre più pesante il compito di contenere anche in Europa la pressione del mondo arabo -, l’Europa non intende diventare satellite della Russia. D’altra parte è nella natura della storia dei rapporti secolari tra Europa e Russia, della situazione geopolitica e degli attuali rapporti economici tra le due aree, che esse vengano a formare un unico sistema euroasiatico di controllo della conflittualità internazionale, insieme a Stati Uniti, Cina, India. E se da un lato è nell’interesse della Russia che la decadenza dell’Europa venga arginata per non essere coinvolta, dall’altro lato la Russia non può non capire che gli Stati Uniti non accetterebbero mai che per tale decadenza la Russia divenga arbitra delle sorti dell’Europa. Pertanto, se oggi l’Europa è più debole che in passato nella contrattazione con la Russia, esistono tuttavia le condizioni perché il rapporto tra queste due aree tenda a riequilibrarsi. Non si tratta qui di auspicare (o temere) la simbiosi Europa-Russia, ma di constatare una tendenza che è nell’ordine delle cose, anche se contrastata da molte forze, innanzitutto da quanti, ancora, concepiscono gli Usa come l’unica Superpotenza che non può rinunciare a questo suo status e che in ultima istanza deve rispondere soltanto a sé stessa. (Tra quelle forze va annoverata anche la Chiesa cattolica, che vedrebbe ridimensionata la sua presenza in Europa ad opera della Chiesa ortodossa russa, e che tempo fa, per bocca dell’allora ministro degli Esteri vaticano Tauran ha manifestato perplessità circa l’entrata della Russia nell’Unione europea, aggiungendo che prima si dovrebbe pensare all’entrata di Stati come l’Ucraina e la Moldavia.) Per mezzo secolo il bipolarismo Usa-Urss ha assicurato la pace nel mondo, nonostante l’insanabile contrasto ideologico delle due superpotenze. Alla guida dei popoli poveri, l’Urss ha anche contenuto e controllato la loro aggressività. Impensabile, in quel tempo, un terrorismo islamico. Per quanto paradossale possa sembrare, l’Urss ha contribuito in modo decisivo ad assicurare la pace delle società democratico-capitalitiche. Da quando si è creduto che il bipolarismo fosse ormai tramontato, gli Usa si sono trovati sulle spalle un fardello troppo pesante, reso ancor più pesante dal fatto che la Russia, avviandosi verso la democrazia e l’economia di mercato, si è sempre meno presentata come guida delle rivendicazioni dei popoli poveri e si è sempre più schierata in favore delle popolazioni slave contro quelle mussulmane. Il bipolarismo Usa-Urss è stato (come da vent’anni sostengo) la prima incarnazione dello Stato mondiale - ossia del monopolio legittimo della violenza esercitato su scala mondiale (cfr. E.S., La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi 1988); e sin dalla caduta del muro di Berlino sostengo che la scomparsa del bipolarismo è un’apparenza che ha illuso e illude molti. Infatti, il bipolarismo ha un carattere primariamente militare, che non è certo venuto meno per il fatto che l’arsenale nucleare russo, tuttora concorrenziale rispetto a quello Usa, non è più gestito da una ideologia totalitaria (Cfr. E.S., Il declino del capitalismo, cit.). Se il bipolarismo gestito da irriducibili avversari ideologici ha salvaguardato per mezzo secolo la pace (ho spesso rilevato l’ingenuità della convinzione che le due maggiori potenze della terra considerassero seriamente la possibilità di distruggersi a vicenda), si presenta ora la tendenza reale verso un bipolarismo costituito da due dimensioni economico- politiche (Usa e Europa-Russia), che, in parte già omogenee, per quanto riguarda l’Europa, vanno sempre più avvicinandosi e che, insieme, possono costituire quel centro dello sviluppo storico sulla terra, che non può essere gestito da una sola delle due. È nello stesso interesse di quest’ultimi che tale nuova forma di bipolarismo prenda piede. Ed è prevedibile che alla fine gli Usa prendano coscienza dei loro autentici interessi. Degno di nota, in proposito - ripetiamo - che in Italia il presidente del Consiglio del governo di centrodestra abbia più volte proposto l’entrata della Russia nell’Unione europea. Le considerazioni qui sopra sviluppate indicano il contesto in cui tale proposta può avere fondamento. E forse è interessante anche (e non paradossale, come a prima vista potrebbe sembrare) che quella proposta sia accompagnata dalla volontà di mantenere un asse preferenziale con gli Usa. Se non è una contraddizione, quella proposta può essere infatti condotta a significare che l’Europa può essere la vera alleata e dunque non subordinata ah’America, solo se essa possiede, oltre alla potenza economica, anche quella militare, che oggi continua ad avere il suo fulcro in un arsenale atomico invincibile, cioè in un apparato che sarebbe velleitario per l’Europa costruire (nonostante la chance nucleari di Francia e Inghilterra), ma che la Russia realmente possiede, e la cui perpetuazione diventa tuttavia sempre più onerosa per la Russia - premuta, quest’ultima, da un lato dalla consapevolezza che in un mondo sempre più pericoloso l’invincibihtà atomica è un bene irrinunciabile, e dall’altro dalla tentazione di intaccare il capitale atomico cedendone porzioni in cambio dei vantaggi economici che i compratori, più o meno affidabili, potrebbero assicurarle. L’entrata della Russia in Europa pone indubbiamente enormi problemi - soprattutto, si è già detto, per quanto riguarda la gestione dell’apparato nucleare russo -, che però sono pur sempre inferiori a quelli dell’alternativa costituita da un mondo sempre più complesso (anche per l’affacciarsi di nuove grandi potenze come la Cina) ed esplosivo, dove gli Usa fossero convinti di poterne da soli determinare le sorti e dove le difficoltà economiche della Russia potrebbero farle perdere il controllo del proprio apparato nucleare a vantaggio del terrorismo islamico. Il problema del rapporto tra popoli ricchi e poveri si risolve riducendo il loro dislivello economico; ma la tendenza verso l’entrata della Russia nell’Unione europea e il conseguente rinnovato bipolarismo stabilizza l’organizzazione globale dei Paesi ricchi e rende quindi efficace e sicura la loro indifferibile decisione di ridurre la loro distanza economica dai Paesi sottosviluppati. La costituzione americana è un grande modello di società liberal-democratica, ma è un’astrazione proporlo all’Europa senza tener conto del processo storico reale che spinge l’Europa a confrontarsi col problema-Russia. È un’astrazione anche perché il sottinteso dei sostenitori della democrazia e dell’economia di mercato è che quest’ultime, dopo la fine del socialismo reale, non abbiano alternative. Ma, anche qui, debbo rinviare a quanto vado sostenendo da molto tempo. Infatti il Meccanismo inaggirabile - richiamato anche nelle pagine precedenti - per il quale le grandi forze che oggi guidano il pianeta (capitalismo, democrazia, cristianesimo, islamismo, nazionalismo ecc. - e, ieri, socialismo reale), e che lo guidano servendosi, come mezzo, della tecnica moderna, sono destinate a diventare mezzi del potenziamento del proprio mezzo, cioè della tecnica, la quale dunque è destinata a diventare il loro scopo. Ma la tecnica destinata a diventare scopo non è la tecnica scientisticamente intesa, ma è l’apparato scientifico- tecnologico in quanto esso va unendosi all’essenza della filosofia contemporanea, ossia alla struttura concettuale che negli ultimi due secoli ha mostrato l’impossibilità di ogni limite assoluto all’agire dell’uomo. La tecnica, così intesa, è guidata dal risultato essenziale del pensiero filosofico dell’Occidente. In quanto tale pensiero la guida e le fa scorgere l’impossibilità di ogni limite assoluto dell’agire, la tecnica acquista una potenza essenzialmente superiore a quella di ogni tecnica che invece sia assunta come mezzo e pertanto sia limitata e frenata dagli scopi delle forze della tradizione occidentale. E la superiorità della sua potenza la destina - in un mondo che crede sempre di meno nei valori assoluti della tradizione - a prevalere su ogni forma di tecnica che funzioni come mezzo per la realizzazione di tali valori. Già da questo ordine di considerazioni si può capire che lo strumento vincente conduce a una situazione dove la sua tutela e Fincremento della sua potenza sono destinati a diventare lo scopo delle forze che invece vorrebbero trattenerlo nella sua funzione di mezzo. Oggi anche la democrazia si serve della tecnica, ma il mondo procede verso un tempo in cui sarà la tecnica (intesa in quel suo significato complesso) a servirsi della democrazia (e delle altre forze prima menzionate), ossia a utilizzare l’organizzazione democratica della società per realizzare Fincremento della propria potenza - a utilizzare la democrazia, dico, e non quell’assolutismo politico che appartiene all’insieme dei limiti assoluti di cui il pensiero filosofico del nostro tempo mostra l’impossibilità. Ma la democrazia come scopo della tecnica è qualcosa di essenzialmente diverso dalla democrazia che diventa mezzo della tecnica. Così come la ricchezza al servizio della vita buona, cioè dell’etica, è qualcosa di essenzialmente diverso della ricchezza che ha l’etica al proprio servizio; e l’etica che si serve della ricchezza è qualcosa di essenzialmente diverso dall’etica di cui la ricchezza si serve. Ho in più modi indicato perché il Meccanismo che conduce a questo rovesciamento di scopo e mezzo sia qualcosa di inaggirabile - un rovesciamento, peraltro, che pur non dicendo affatto l’ultima parola, è destinato a dominare per lungo tempo la storia del pianeta (cfr., oltre ai miei due scritti prima citati: E.S., Il destino della tecnica, Rizzoli 1998; Crisi della tradizione occidentale, Marinotti; e N. Irti - E. Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Laterza 2001; E.S., Capitalismo senza futuro). La democrazia europea e americana continuano a concepire la tecnica come mezzo per realizzare un mondo democratico. Stando all’interno di questa convinzione, si può vedere nella costituzione americana il modello stesso della vita democratica. Ma se, in forza di quel Meccanismo, la democrazia è destinata a perpetuarsi solo nella misura in cui diventa mezzo della tecnica, e se la democrazia come mezzo è qualcosa di essenzialmente diverso dalla democrazia come scopo, allora il problema dell’adeguazione della democrazia europea al modello americano diventa obsoleto, perché a questo punto viene in primo piano il problema di quale nuova configurazione venga ad assumere - negli Stati Uniti, in Europa, in Russia - la democrazia, una volta che essa sia ridotta, appunto, alla funzione di mezzo. Il Meccanismo di cui stiamo parlando avvolge cioè e coinvolge lo stesso problema, prima considerato, relativo al rapporto tra Usa, Europa, Russia. Il processo che conduce verso il nuovo bipolarismo democratico è inscritto cioè nel più ampio e più profondo processo che conduce al rovesciamento dove l’indefinito potenziamento della tecnica - in quanto unita alla consapevolezza filosofica che non esistono limiti assoluti all’agire umano (Dio è morto) - diventa lo scopo delle forze che tuttora si illudono di servirsi della tecnica e dunque diventa lo scopo della stessa democrazia. La rivista Liberal rileva che la democrazia americana crede anche nelle responsabilità che si assume e nella sua capacità di difendere i suoi principi di riferimento. A fondamento di questa fede si trova la volontà di non cedere agli avversari; e tale volontà è concreta solo in quanto potenzia il più possibile l’apparato scientifico-tecnologico che le consente di non cedere. Ma sino a che tale apparato è mezzo, strumento, esso è soggetto al logoramento a cui ogni mezzo è soggetto; sì che la democrazia stessa non può permettere che abbia a logorarsi lo strumento che le assicura la sopravvivenza e la primizia. Ma quando e in quanto evita che la tecnica, ossia il proprio strumento, attualmente insostituibile, abbia a logorarsi, la democrazia è già sulla strada del Meccanismo a cui abbiamo accennato, la strada dove la democrazia stessa rinuncia a porsi come lo scopo dell’agire sociale e assume come scopo del proprio agire la tutela e rincremento indefinito della potenza del proprio strumento. Lo stesso discorso va fatto a proposito di tutte le altre forze che, come la democrazia, intendono servirsi della tecnica come mezzo per la realizzazione dei loro scopi (reciprocamente escludentisi). D’altra parte la liberal-democrazia americana è unita all’economia di mercato e già da tempo quest’ultima non è più lo scopo dell’azione storica degli Stati Uniti. Essi cioè, in quanto superpotenza planetaria, non intendono sviluppare la propria potenza, e guidare il mondo, allo scopo di incrementare il profitto dei grandi trust del capitalismo americano, ma, all’opposto, intendono servirsi del profitto che l’economia capitalistica va accumulando, allo scopo di sviluppare la propria potenza e dominare il mondo. Infatti, anche questi due scopi sono tra loro conflittuali; ed essere potenti per essere ricchi indebolisce da ultimo la potenza e quindi la stessa ricchezza che dalla potenza è resa possibile e sostenuta. L’inevitabile percezione di questa conseguenza spinge l’America verso un atteggiamento dove essa vuole essere ricca per essere potente, cioè per incrementare la potenza del proprio apparato tecnologico, di cui ci si illude ancora, negli stessi Usa, di servirsi. Peraltro, l’illusione è tanto più giustificata quanto meno viene percepita l’inevitabilità del tramonto dei valori della tradizione occidentale - tra i quali, va sottolineato, vanno annoverati gli stessi valori dell’islamismo. In questa situazione, lo scopo dell’agire non è più l’incremento capitalismo del profitto, e quindi non è più la liberal-democrazia in quanto a esso unita: lo scopo diventa la tecnica; e la democrazia, cambiando volto, assume tratti che sono ancora tutti da decifrare. Ma già qui è opportuno rilevare (e l’osservazione vale per tutto quanto ho scritto sulla tecnica) che il rovesciamento in cui la tecnica, da mezzo, diventa scopo - il meccanismo cioè del rovesciamento - è un movimento che si costituisce alVinterno della fede che esistano mezzi e scopi - e questa fede appartiene alla follia estrema del mortale. Come tale follia diventa coerente quando essa nega ogni immutabile e ogni verità che pretendano porsi al di sopra del divenire, per dominarlo, così la follia estrema diventa coerente quando la volontà di far diventar altro le cose esce dalla situazione in cui essa si serve della tecnica come mezzo ed entra nella situazione in cui il potenziamento infinito della tecnica diventa lo scopo dell’uomo. Proprio perché appartiene al contenuto della fede nel divenir altro delle cose, e pertanto della volontà di farle diventare altro, il rovesciamento di cui stiamo parlando appartiene alla volontà interpretante, ossia alla non-verità. Nello sguardo del destino, invece, appare che, commisurato alla verità autentica ossia al destino della verità, il contenuto della follia - cioè della fede, della volontà e della volontà interpretante - è il nulla - non essendo invece un nulla la fede, la certezza che tale contenuto non solo non sia un nulla, ma sia l’evidenza suprema. Nello sguardo del destino della verità appare cioè che l’apparire di quelVeterno, che è la fede di assumere la tecnica come mezzo, è seguito da quell’altro eterno che è la fede che la tecnica da mezzo diventa scopo - dove questo rovesciamento, cioè questo scambio delle parti, ha un carattere vincolante, ossia è qualcosa di inevitabile, aU’interno della logica e delle regole secondo cui si costituisce il contenuto della volontà interpretante, ossia della fede. In altri termini, è lasciando parlare la fede nel divenir altro, che essa, diventando coerente alla propria logica, afferma la necessità che quella volontà di far diventar altro le cose, in cui la tecnica consiste, divenga, da mezzo, scopo. Il discorso va esteso all’intero contenuto della volontà interpretante: l’intero contenuto di tale volontà è il nulla, ma tutte le determinazioni che restano evocate dalla volontà intepretante sono degli eterni che appaiono con necessità così come appaiono - dove questa necessità è essenzialmente diversa da quella che compete alla logica che guida la fede e la volontà interpretante. Si richiami qui uno dei motivi fondamentali per i quali in queste pagine si afferma che lo scambio delle parti - ossia il rovesciamento del rapporto mezzo-fine - è, all’interno di tale logica, inevitabile (cfr. E.S., Capitalismo senza futuro, cit.). Nell’agire, lo scopo, come idea - ossia come primum in intentione, come presenza ideale nella mente di chi agisce - determina il mezzo da cui è realizzato: lo configura, lo orienta e gli assegna i limiti oltre i quali esso non sarebbe più idoneo a realizzare tale scopo. Lo scopo, come fatto reale - ossia in quanto è Yultimum in executione -, è prodotto dal mezzo; ma, prima e durante questa produzione, la presenza ideale dello scopo guida, controlla, regola la produzione del mezzo. (Ad esempio, la decisione di far guerra guida, controlla, regola la produzione delle armi che sono il mezzo con cui tale decisione è realizzata, cioè sono il mezzo di cui quella decisione si serve per realizzarsi?) Se uno scopo è in conflitto con altri scopi e non intende farsi sopprimere da essi, e anzi intende prevalere e sopprimerli, l’agire che mira a farlo prevalere non può evitare di potenziare il più possibile il mezzo di cui tale agire si serve per far prevalere tale scopo. Ma non può potenziarlo oltre i limiti al di là dei quali il mezzo non è più guidato, controllato, regolato dallo scopo. Ad esempio l’agire che ha uno scopo non può concentrare tutte le proprie energie nella produzione e nel perfezionamento e potenziamento del mezzo, altrimenti non resterebbero più energie e tempo per la realizzazione dello scopo dell’agire. Proprio la volontà di perfezionare e potenziare il più possibile il mezzo con cui ci si propone di realizzare uno scopo sottrae il mezzo alla guida, al controllo, alla regola che lo scopo stabilisce per la produzione del mezzo. Se, nel conflitto tra scopi (e nella storia dell’uomo nessuno scopo si è trovato al di fuori dell’elemento conflittuale), uno di essi, per prevalere sugli altri, rinuncia alla propria o a una parte della propria determinazione del mezzo e potenzia il mezzo oltre il limite che rende coerente il mezzo allo scopo, gli scopi antagonisti saranno certamente vinti, ma il vincitore non sarà nemmeno lo scopo che, per vincere, ha rinunciato a determinare il proprio mezzo, ossia ha rinunciato a sé stesso. Sfuggendo alla guida di ciò che dovrebbe essere il suo scopo, il mezzo che ha vinto non ha realizzato il proprio scopo perché andato oltre i limiti che determinano il mezzo e che, insieme, definiscono lo scopo, ha realizzato uno scopo diverso da quello che inizialmente intendeva servirsi di tale mezzo per realizzarsi. Propriamente, lo scopo che è stato realizzato è diventato il potenziamento del mezzo che doveva realizzare un certo scopo, e al nuovo scopo, costituito da tale potenziamento, il vecchio tenta di restare aggrappato per poter mantenere ancora la propria funzione di scopo. Ma invano, perché la fine di un conflitto è solo una parentesi nella conflittualità che è ineliminabile perché è dovuta all’esistenza stessa dell’agire e della volontà; sì che viene alla luce che lo scopo autentico dell’agire è un potenziamento del mezzo, che non consente ai vecchi scopi di restargli aggrappati per sopravvivere come scopi. Anche lo Stato parassitario che dà loro l’apparenza di scopi è destinato a tramontare. Una situazione, poi, in cui nessun agire oltrepassi i limiti che determinano i propri mezzi e definiscono i propri scopi sarebbe una situazione non conflittuale, cioè una situazione impossibile, perché le cose che la volontà di una certa forma di agire vuol trasformare per ottenere un certo scopo sono le stesse che la volontà di una cert’altra forma di agire vuol trasformare per ottenere uno scopo diverso, e quindi il conflitto tra le due volontà è inevitabile. Quando si afferma che il fine non giustifica i mezzi, si intende che i mezzi devono essere coerenti al fine voluto. Il fine giustifica i mezzi che sono coerenti a esso. Ma la giustificazione dei mezzi è anche la loro limitazione. La giustificazione dei mezzi da parte del fine è la loro mortificazione, il loro freno. Poiché ogni scopo si trova in una situazione conflittuale, l’agire, cioè l’assunzione di mezzi per realizzare scopi, è una contraddizione, dove, da un lato, lo scopo guida il mezzo da cui è realizzato e, dall’altro, per prevalere sugli scopi che impediscono tale realizzazione, lo scopo non guida il mezzo. Da un lato il mezzo è potenziato fino a un certo punto, dall’altro è potenziato oltre quel punto. La libertà dell’individuo moderno è la facoltà di realizzare una serie di scopi, e nella democrazia la libertà di un individuo si estende sin dove arriva la libertà degli altri individui. Lo Stato moderno dovrebbe garantire l’equilibrio, cioè i limiti che definiscono le diverse serie di scopi, cioè la libertà di ogni individuo. Ma anche all’interno dello Stato moderno queste diverse serie sono tra loro conflittuali, e pertanto l’agire individuale è esso stesso una contraddizione. La libertà del cittadino è contraddizione. All’interno della contraddizione si trova tuttavia anche la schiavitù e la servitù, che è totale o parziale a seconda che chi si impone abbia una signoria totale o parziale sul vinto. Nel conflitto, chi ha vinto un avversario autentico - cioè che non si limita a subire lo scopo del potente, ma intende a sua volta prevalere sull’avversario - ha dovuto potenziare i propri mezzi oltre i limiti che determinano i mezzi e definiscono lo scopo del vincitore. Ma lo stesso ha dovuto fare chi ha perso, perché per non perdere ha dovuto a sua volta oltrepassare il più possibile i limiti che determinano i mezzi di cui disponeva e che definiscono gli scopi a cui mirava. L’avversario autentico non perde (diventando in tal modo servo o schiavo) perché non ha oltrepassato quei limiti, ma perché, oltrepassandoli non ha ottenuto dai propri mezzi la potenza che dai propri è riuscito a ottenere il vincitore. L’agire del vincitore è contraddizione proprio perché è contraddizione anche l’agire del vinto. Poiché l’agire dell’uomo è coordinazione di mezzi in vista della realizzazione di scopi, e si trova essenzialmente all’interno di una situazione conflittuale, l’agire umano in quanto tale è contraddizione. È contraddizione dallo stesso punto di vista di chi non vede l’alienazione dell’agire in quanto volontà che qualcosa divenga e sia altro da ciò che essa è. Tutte queste considerazioni sono ora da riferire alla situazione conflittuale di particolare rilievo storico, dove le grandi forze dell’Occidente intendono realizzare i loro scopi conflittuali servendosi ognuna di una certa frazione dell’apparato scientifico-tecnologico, divenuto ormai il Mezzo supremo per la realizzazione di ogni scopo dell’uomo. La filosofia del nostro tempo mostra infatti, nella propria essenza, che non può esistere alcuna dimensione divina e immutabile che possa essere raggiunta con un mezzo diverso da quello tecnologico, cioè da ciò che nella tradizione filosofica era l’adeguazione dell’uomo e dello Stato alla verità svelata dal sapere filosofico. All’inizio, ognuna di quelle grandi forze dell’Occidente intende guidare, controllare, regolare e quindi limitare il mezzo tecnologico di cui essa dispone. Ma nella situazione conflittuale è inevitabile che il limite che determina il mezzo e definisce lo scopo di ognuna di tali forze sia oltrepassato e che il potenziamento della tecnica divenga lo scopo supremo di tutto l’agire umano. Qui si produce la forma più imponente dello scambio delle parti e, insieme, la forma più imponente della contraddizione dell’agire. Capitalismo, comuniSmo, democrazia, cristianesimo, islamismo, nazionalismo sono (o sono stati) costretti da un lato, a potenziare sempre di più il Mezzo tecnologico a loro disposizione, e, dall’altro, sono (o sono stati) costretti a indebolirlo, cioè a limitarne il potenziamento, per evitare di farlo uscire dal loro controllo, dalla loro guida, dalla loro regola. Oggi la tecnica è il fondamento della salvezza di ogni scopo e quindi ogni scopo, per salvare sé stesso, è costretto ad assumere come scopo il potenziamento del proprio Mezzo: per salvare sé stesso ogni scopo è costretto a rinunciare a sé stesso. Nel saggio di S. La tendenza fondamentale del nostro tempo (Adelphi), ma anche prima in Téchne (Rusconi), e in seguito in altri scritti ancora, si mostra in che senso e per quali motivi è necessario affermare, da un lato, che l’essenza - Inanima - della civiltà occidentale è il pensiero filosofico, e, dall’altro, che il pensiero filosofico del nostro tempo, quando si riesca a scendere nel suo sottosuolo essenziale, mette in luce l’inevitabilità del tramonto della grande tradizione dell’Occidente e l’altrettanto inevitabile destinazione della tecnica al dominio del pianeta. Ma, fino a che non si scorge il significato autentico di queste affermazioni, esse scadono al livello della semplice notizia. (Se non intende essere la semplice opinione di qualcuno, ogni affermazione dev’essere infatti argomentata. La parola argomento proviene dal latino arguo e dal greco argòs, che indicano il porre in chiara luce. Poiché la luminosità può essere maggiore o minore, per affermare qualcosa in modo adeguato bisognerebbe dire che cosa propriamente significa luce e qual è il grado di luminosità di cui la risposta si avvale. Da millenni l’uomo tenta di dirlo.) In che consiste l’identità dell’Europa? È stato indicato in molti modi. Come prendere posizione? Innanzitutto va messa in luce l’indicazione che è in grado di includere tutte le altre e che non è inclusa da nessun altra. È quindi inevitabile che essa sia la più astratta. In quanto è comune alla maggiore o minore concretezza di tutte le altre, tale indicazione sta infatti al di sopra della concretezza - senza tuttavia ignorarla. L’astratto non è qualcosa di negativo; è anzi il segreto in cui è riposta l’adeguatezza della diagnosi. Si tratta di portare alla luce ciò che è comune all’immensa varietà di eventi da cui è costituita la storia europea. Oggi il sapere diffida di ciò che è comune. Si ritiene, oggi, che la forma più rigorosa del sapere sia la specializzazione scientifica - che, appunto, è l’opposto della cura per ciò che è comune. Ma dal comune non ci si può liberare. Ogni sapere autentico - si dice - dev’essere specialistico e quindi il senso dell’Europa si spezza nella molteplicità di sensi che appaiono all’interno delle varie forme della specializzazione e del frammento. Ma se solo il frammento ha senso - se cioè il senso è frammentario -, allora tutti i frammenti hanno questo di inevitabilmente comune : di essere, appunto, dei frammenti. Inoltre l’Europa è, originariamente ed essenzialmente, tendenza e vocazione al frammento e all’isolamento delle cose. A un certo momento, in Grecia si incomincia a pensare che una cosa è ciò che è - l’ente - ed è come ciò che non era e non sarà, ossia è come ciò che era nulla e tornerà a esserlo. Ma ciò che è stato nulla non può avere alcuna relazione con ciò che già esiste, instaura relazioni provvisorie e accidentali che verranno meno quando ciò che è non sarà più. Questo significa che, nonostante ogni intenzione in senso contrario, ogni cosa è un frammento, è isolata da ogni altra. La specializzazione scientifica ha il proprio fondamento nella filosofia greca, che stabilisce una volta per tutte il significato delVesser-cosa, con un gesto che si rende sempre più presente e operante in ogni azione e in ogni conoscenza: in ognuno degli infiniti eventi, grandi e piccoli, che formano la storia dell’Europa, dapprima, e, ormai, dell’intero pianeta. In questo significato consiste Yidentità dell’Occidente. A esso sono essenzialmente legate la volontà di potenza e la violenza estrema. Si può voler annientare qualcosa solo se si crede che le cose (uomini e enti non umani) siano di per sé stesse figlie del niente e a esso destinate. E la violenza dell’annientamento inseparabile dalla violenza della creatività. Dapprima l’Occidente non si accorge del proprio essere volontà separante e costruisce le grandiose cattedrali della volontà unificante: il senso filosofico del Tutto, che raccoglie in sé le differenze e le opposizioni più marcate, il Dio di tutte le cose, l’eguaglianza cristiana tra gli uomini in quanto figli di Dio, la volontà di essere comprensibile da tutti, lo Stato che è il Dio in terra e dunque principio di unità, l’economia di mercato che mette in comunicazione i popoli, la scienza che, prima di diventare specializzazione, vuol essere a lungo unificazione delle leggi della natura, il comuniSmo che si rivolge ai lavoratori di tutto il mondo perché si uniscano, la globalizzazione del nostro tempo: sono alcuni degli esempi più rilevanti della volontà di unire ciò che, essendo stato concepito e vissuto come separato, non può essere unito. È innanzitutto il sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo a portare al tramonto la volontà unificante della tradizione. Dio muore e rimane la terra infranta. Su questa base, non solo ogni integrazione e interazione tra i popoli, ma anche tra gli individui dello stesso popolo, della stessa città, della stessa famiglia è velleitaria. Rimedi provvisori. Auctoritas, non veritasfacit legem (si dice da Hobbes a Cari Schmitt). Anche su base linguistica, lex è l’ordinamento imposto alle cose, che quindi le costringe a stare insieme. La verità è il mondo in cui nella tradizione occidentale si vuole legare ciò che è vissuto e inteso come originariamente separato. La verità è quindi destinata al tramonto. E auctoritas significa potenza (anche qui la linguistica lo conferma). La legge è il risultato dell’ auctoritas, ossia della costrizione che lega insieme le cose. La potenza della legge può essere maggiore o minore. Oggi la potenza maggiore è la tecnica guidata dalla scienza moderna. Il sottosuolo della filosofia del nostro tempo ha distrutto la verità e quindi autorizza la tecnica a facere legem. La specializzazione scientifica, Lisciamento e il frammento sono legati alla costrizione che con la propria potenza unisce i frammenti del mondo. Qui è il fondamento di ciò che vien chiamato globalizzazione. Ma se ogni volontà di unire ciò che non può essere unito è una costrizione destinata, prima o poi, a fallire, si apre il problema della configurazione dell’evento che è destinato a lasciarsi alle spalle la stessa civiltà della tecnica. Stiamo parlando a un pubblico composto soprattutto da giuristi. Che però sono anche filosofi del diritto e quindi comprendono bene l’opportunità che nel mio intervento tenga conto anche delle sollecitazioni che prima mi sono state rivolte. Innanzitutto è il caso che ci si chieda che cosa significhi filosofia. Se già qui non ci intendiamo, faremo poca strada insieme. Ne facciamo ben poca se concepiamo la filosofia come un sapere che dipende dalla scienza, se riteniamo cioè che la filosofia, per costituirsi, debba incominciare col tener conto di quanto si afferma nell’ambito del sapere scientifico. Alla filosofia è nota l’esistenza del mondo, e nel mondo c’è anche la scienza; ma ciò non significa che la filosofia debba fondarsi sulle sapienze del mondo (oltre alla scienza ce ne sono anche altre). Se ha bisogno di fondarsi sulla scienza, meglio lasciarla perdere, la filosofia; che non potrebbe andare molto oltre una specie di ricapitolazione del sapere scientifico. Meglio lasciar parlare questo sapere. Prima è venuto fuori il nome di Searle. Che, anche lui insieme a moltissimi altri (in ogni campo), dà appunto per scontato che esista quella forma di storia del mondo dove, in un primo tempo, l’uomo ancora non esiste, seguita da un tempo nel quale l’uomo esiste, e infine da un tempo in cui, con ogni probabilità, l’uomo non ci sarà più e il mondo continuerà a esistere più o meno a lungo. Certo, la scienza procede adottando la convinzione che la realtà esista indipendentemente dalla conoscenza umana di essa, breve parentesi nel corso degli eventi. Spesso (ma con eccezioni) gli scienziati (per esempio Max Planck) lo affermano esplicitamente. (Però Bertrand Russell, senza essere idealista, ammette la possibilità che il mondo intero sia incominciato a esistere da pochi istanti, corredato di tutte le esperienze che ne abbiamo, di tutti i nostri ricordi del suo più lontano passato e con tutte le aspettative e i progetti riguardanti il futuro.) Per Searle, poi, uno che non lo creda è un minus habens. Non credo tuttavia di esserlo, se affermo che la filosofia non può presupporre alcune delle pur mirabili costruzioni del sapere scientifico, anche perché si tratta di un sapere che, come l’amico Giorello sa benissimo, oggi riconosce il proprio carattere ipotetico. Ora, sarebbe sorprendentemente improprio che si desse credito (come mi sembra che Ferraris finisca col fare) al senso comune, e lo si sollevasse al rango di verità incontrovertibile, là dove il sapere scientifico, perfino il sapere logico-matematico, mette in questione la propria incontrovertibilità, la propria verità assoluta. La filosofia è critica radicale, radicale problematizzazione del sapere, e quindi non può procedere dando per scontati i risultati della scienza (o di qualsiasi altra sapienza, quella filosofica compresa). Per questo non è il caso di farsi riguardo ad affermare che la filosofia, autenticamente intesa, richiede una concettualità estremamente più radicale di quella scientifica. Altrimenti la filosofìa si limiterebbe a essere (ripeto) un panorama del sapere scientifico, o una specie di pattuglia in avanscoperta dove alcuni audaci, o incoscienti, si inoltrano nel deserto per tentar di vedere di sfuggita e approssimativamente come stanno le cose, in attesa che poi arrivino le truppe regolari, quelle della scienza, che stabiliscono come le cose effettivamente stanno e rimandano nelle retrovie le avanguardie filosofiche. No: sin dall’inizio la filosofia ha inteso essere 1’evocazione dell’innegabile, della verità in quanto innegabilità assoluta. Anche quando si contrappongono i fatti alle interpretazioni si tende a considerare il fatto come l’innegabile, come ciò che non può essere negato, mentre l’interpretazione - lo richiamava il professor Zaccaria - rende sì particolarmente significativo il fatto, ma immergendolo in un alone di controvertibilità, di non-verità, per cui da ultimo, nel confronto, è il fatto che prevale - e prevale in quanto, appunto, lo si ritiene innegabile. La filosofia evoca il senso radicale dell’innegabile unendolo al suo carattere di visibilità. Non c’è bisogno di leggere Heidegger: basta un vocabolario per sapere che i Greci chiamano alétheia la verità. A-létheia significa, alla lettera, non nascondimento. Ciò che è vero è il non nascosto. Heidegger però non rileva che, per il pensiero greco la verità, nel suo senso radicale, non è solo alétheia, ma epistéme tes alethéias (scienza della verità è una delle traduzioni correnti di questa espressione). Ciò che si disvela neW alétheia è il contenuto assolutamente stabile (epistémonikón ). Il tema -ste di epi-stéme, dalla radice indoeuropea -sta, nomina appunto lo stare di ciò che, disvelato, si impone su (epi) tutto ciò che vorrebbe spingerlo a essere diversamente da come è e sta. Si può dire che epistéme tes alethéias esprime sia un genitivo oggettivo (il sapere assolutamente stabile che ha come contenuto la verità), sia un genitivo soggettivo (la stabilità assoluta che è il contenuto del disvelamento). Questo senso radicale della verità - il contenuto manifesto che sta e che, proprio perché sta, è innegabile - è evocato una volta per tutte dal pensiero greco. Una volta per tutte, anche perché quando oggi, per esempio nel sapere scientifico o filosofico, si dichiara di non voler proporre verità assolute, incontrovertibili, definitive, ci si riferisce appunto al senso radicale della verità che i Greci hanno per la prima volta evocato, e da esso ci si allontana. A questo punto, che l’innegabile sia Yalétheia-epistéme, ciò che si mostra nella sua stabilità, significa che ciò che oggi è chiamato coscienza è il luogo dell’innegabile. È nella coscienza che le cose escono dal loro nascondimento e si rendono visibili. I Greci chiamano phàinesthai la visibilità, l’ apparire (phàinesthai deriva da phos, luce, e il visibile, essendo ciò che sta in luce, garantisce la propria esistenza). Ma come la semplice affermazione che X è X, o che a X non possono convenire Y e non-Y, non è sufficiente per poter affermare che il principio di identità e di non contraddizione sono innegabili, così la semplice affermazione che qualcosa appare non è sufficiente per rendere innegabile il principio della fenomenologia - che in effetti non riesce a essere che un presupposto, un dogma. Perché ciò che appare non può essere negato? Con questa osservazione alludo alla necessità di procedere oltre l’immediata elevazione del visibile al rango dell’innegabilità. Il senso greco deìYalétheia (da cui discende il principio di tutti i principi della fenomenologia) è ineliminabile, ma non può riuscire a essere l’assoluta stabilità e innegabilità richieste dal pensiero filosofico. Quando, sul Corriere della Sera, intervenni nella polemica sul cosiddetto nuovo realismo (cfr., nel presente saggio, sezione seconda) intendevo mostrare quali siano le possibilità del realismo e dell’idealismo, ossia di forme filosofiche che si presentano all’interno della storia dell’Occidente. I miei scritti indicano tuttavia la dimensione che mostra perché tale storia è il culmine de\Y alienazione della verità. I Greci evocano cioè una volta per tutte il senso della verità, ma aprono anche la strada al pensiero in cui si intende come verità ciò il cui contenuto è, in modo radicale, l’alienazione della verità. In quel mio intervento sottolineavo la potenza concettuale di Giovanni Gentile; ma non, ovviamente, perché il pensiero di Gentile sia libero da quell’alienazione. Ciò a cui quegli scritti si rivolgono è abissalmente lontano dal pensiero di Gentile. La potenza concettuale del pensiero di Gentile è massima perché tale pensiero è massimamente rigoroso nell’errare. Non tenendo conto di questa potenza dell’errare, il cosiddetto nuovo realismo (all’estero e in Italia) non fa cheriproporre (sembra senza rendersene conto) quel realismo della tradizione greco- medioevale che è stato messo in questione, e fuori gioco, dallo sviluppo fondamentale della filosofia moderna da Cartesio a Kant, all’idealismo fino, appunto, aH’idealismo gentiliano. Giacché - qui entriamo nel vivo della questione - più decisivo del problema del rapporto tra realismo e idealismo o tra realismo e ermeneutica, ben più decisivo è il problema della sorte della verità lungo la storia dell’Occidente. Infatti, altro è il contenuto che la verità (l’incontrovertibile, l’innegabile) ha assunto nella tradizione dell’Occidente, altro è il contenuto che la verità è venuta in seguito ad assumere - e inevitabilmente. Queste considerazioni coinvolgono anche la dimensione del pensiero giuridico. Quando si confronta il fatto con l’interpretazione, il fatto si presenta come ciò a cui per lo più compete il carattere dell’innegabilità, della verità. Tuttavia in campo giuridico il problema del rapporto fatto- interpretazione riguarda l’esigenza di porre tale rapporto in relazione con la norma : l’accertamento del fatto intende stabilire la compatibilità del fatto con la norma. E l’accertamento della convergenza o divergenza del fatto rispetto alla norma non è fine a sé stesso, ma è operato perché sia fatta giustizia. Il problema del rapporto fatto-norma rinvia al problema della giustizia; e tale problema riceve oggi (penso ad esempio a Rawls e a Kelsen) una soluzione essenzialmente diversa da quella che gli viene data lungo la tradizione filosofico-giuridica. Qual è la definizione tradizionale di giustizia? Nella Summa Theologica Tommaso d’Aquino scrive: Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi, la perpetua e costante volontà di assegnare a ciascuno il suo ius. Una definizione in seguito continuamente ripetuta (qualche volte con l’infinito del verbo invece del gerundio). Sono note le critiche che sono state rivolte a questa definizione - non solo tomistica, ma classica - di giustizia. Essa sarebbe un circolo vizioso perché nel definiens si ripresenterebbe il definiendum (iustitia è il definiendum, ma ius, che compare nel definiens sarebbe daccapo identico al definiendum). Eppure questa definizione non è un circolo vizioso. Si rifa a Platone, al secondo e quarto libro della Repubblica : giustizia è, sì, che ciascuno non abbia ciò che è di altri e non sia privato di ciò che è suo (IV, 433 e), ma quel che è decisivo è 95 che ciò che è suo è ciò che gli spetta in relazione all’Ordinamento assoluto della realtà che è compito dell’ epistéme della verità mostrare, indicando pertanto in che luogo di tale Ordinamento si trova ogni uomo e ogni cosa. La verità mostra incontrovertibilmente in che cosa consistono gli uomini e i diversi tipi dell’umano, e la giustizia è il riconoscimento, nel conoscere e nell’agire, di ciò che, in verità, ogni uomo è e di ciò che non può essere perché, in verità, è di altri. Lo ius che compare nel definiens della definizione qui sopra menzionata non è dunque la semplice ripetizione della iustitia in quanto definiendum. Poiché Yepistéme tes alethéias crede di poter mostrare in modo incontrovertibile l’esistenza di un Ordinamento assoluto e immutabile in cui ogni cosa prende posto (sì che ogni cosa è quello che essa è solo in quanto ha il posto che le spetta all’interno di tale Ordinamento), la giustizia è appunto il riconoscimento di ciò che incontrovertibilmente spetta a ogni cosa, e pertanto quella definizione della iustitia non è un circolo vizioso. (Né ciò significa che lungo la storia del pensiero filosofico quell’Ordinamento abbia avuto sempre la stessa configurazione.) Questa grandiosa concezione della giustizia illumina e domina anche la dimensione giuridica della tra dizione occidentale. Uno dei temi centrali in sede giuridica è oggi il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo. Il diritto naturale è il modo in cui l’Ordinamento della realtà, mostrato dall’epistéme della verità, si riflette nei rapporti tra ciò che nella società accade, i fatti, e le norme che la regolano. Tali norme si inscrivono in quell’ordinamento e stabiliscono ciò che spetta a ciascuno aH’interno di esso, ossia ciò che a ciascuno spetta per natura - la natura non essendo altro che tale Ordinamento. Si aggiunga che se il diritto naturale afferma che l’uomo ha un posto che gli spetta necessariamente, per natura, nell’Ordinamento complessivo e incontrovertibilmente immutabile della realtà, allora non le interpretazioni, ma le constatazioni (ossia ciò che è ritenuto constatazione), qui, hanno il compito di accertare se i fatti (ciò che accade) siano o no compatibili con le norme. Al diritto naturale si contrappone oggi il diritto positivo. Questa contrapposizione è la conseguenza, in campo giuridico, di un evento grandioso e spaesante: il tramonto delle forme sapienziali e pratiche della tradizione dell’Occidente, il tramonto cioè al cui fondamento agisce il tramonto dell ’epistéme della verità e dell’Ordinamento immutabile che essa ha inteso mostrare. Essenzialmente più decisiva del rapporto tra idealismo (o pensiero ermeneutico) e realismo - ognuno dei quali intende valere come il contenuto della verità - è, dicevo prima, la domanda: Che ne è della verità?; e quindi: Qual è la storia della verità?. Infatti il problema della contrapposizione tra realismo e idealismo può essere risolto solo accertando perché si debba tener ferma la verità dell’uno piuttosto che la verità dell’altro. Tutto ciò significa che il problema relativo a quella contrapposizione, e pertanto alla questione del rapporto tra fatti e interpretazioni, rinvia da ultimo alla questione di quale sia il contenuto che è necessario porre come verità, ossia come incontrovertibilità. Vado richiamando da tempo che l’autentico e profondo avversario della tradizione occidentale non è il relativismo (come ad esempio la Chiesa cattolica invece ritiene). Al di sotto del rifiuto appariscente ma impotente della tradizione occidentale, proprio del relativismo, al di sotto di tale rifiuto, ossia nel luogo che vado chiamando sottosuolo filosofico del nostro tempo, agisce un pensiero tendenzialmente nascosto, ma capace di mostrare Vimpossibilità che l’Ordinamento immutabile e divino della tradizione sia il contenuto dell’ epistéme della verità. Fra i pochi abitatori del sottosuolo, Giovanni Gentile, Nietzsche, e ancor prima di loro Leopardi. Nell’ epistéme della verità quell’ordinamento immutabile domina il mutamento degli enti del mondo, domina cioè il loro uscire dal nulla e il loro ritornarvi. L 'epistéme è il riconoscimento originario dell’esistenza del mutamento così inteso. Ma è appunto sul fondamento di tale riconoscimento che nel sottosuolo essenziale del nostro tempo si mostra (ne accenneremo tra poco) Vimpossibilità dell’esistenza di ogni dimensione immutabile. Ogni realtà e ogni sapienza sono pertanto storiche, temporali, contingenti, finite. Da ciò segue, e inevitabilmente, il prevalere del diritto positivo sul diritto naturale, cioè segue la necessità che ciò che spetta a ciascuno e ciò che non deve essergli sottratto è tale non assolutamente, ma in relazione a una certa epoca storica dove le forze sociali che sono riuscite a imporsi sulle altre stabiliscono (con una voluntas che quindi non è constans et perpetua ) che cosa sia ciò che in tale epoca spetta a ciascuno (ius suum unicuique tribuendi) e ciò che non gli può essere tolto. Hanno carattere storico, pertanto, non solo i fatti, ma anche i criteri in base ai quali i fatti sono individuati, interpretati e giudicati. E, questo, sia che i fatti vengano sia che non vengano considerati come indipendenti dal loro essere interpretati. Il tramonto di ogni realtà e sapienza immutabile è quindi l’orizzonte comune al realismo e all’idealismo - la cui contesa si risolve peraltro in favore dell’idealismo solo qualora quest’ultimo si sollevi alla dimensione che l’attualismo gentiliano (come altrove ho mostrato) ha saputo indicare. Il sottosuolo filosofico del nostro tempo e il positivismo giuridico Se si vuole richiamare in breve il senso essenziale della potenza concettuale del sottosuolo filosofico del nostro tempo (degli ultimi due secoli, si potrebbe dire) - se lo si vuole richiamare in breve e in una forma che possa valere come tratto comune agli abitatori del sottosuolo (che d’altra parte hanno elaborato in modi specifici e differenziati tale tratto) -, si deve innanzitutto richiamare la convinzione di fondo che incomincia con la vita stessa dell’uomo sulla terra, e che lungi dall’esser qualcosa di nascosto in un sottosuolo sta invece alla luce del sole, mostrando ciò che non viene in alcun modo messo in questione lungo l’intera storia dell’uomo: si tratta della convinzione che la terra si trasforma, e l’uomo con essa. La trasformazione è il diventar altro da parte delle cose, il loro diventare altro da ciò che dapprima esse sono. Le teogonie e le metamorfosi confermano il carattere archetipico di questa convinzione. Con l’avvento del pensiero filosofico il diventar altro da parte delle cose è interpretato in senso ontologico : il loro diventar altro si spinge fino al loro diventare quell’assolutamente altro che è il loro non essere, ossia il loro esser nulla, e le cose, provenendo dal nulla, diventano quell’assolutamente altro dal nulla che è il loro essere, ossia il loro esser enti. La filosofia evoca pertanto, una volta per tutte nella storia dell’Occidente e ormai del pianeta, non solo il senso della verità come assoluta incontrovertibilità, come epistéme tes alethéias, ma anche il senso ontologico del diventar altro delle cose; e una volta per tutte, lungo quella storia, l ’epistéme della verità pone tale senso come il proprio contenuto originario. È a partire da questo contenuto che, nella tradizione, Yepistéme della verità si porta oltre di esso (oltre, cioè metà, nella lingua greca) e si costituisce come metafisica, ossia come sapere che mostra la necessità di affermare, al di là delle trasformazioni del mondo, 1’esistenza dell’Ordinamento immutabile e divino dal quale il mondo è regolato e per il quale il diritto naturale si fonda su di un’etica assoluta. Il senso ontologico del diventar altro diventa in tal modo l’evidenza suprema delVintero Occidente: sia della tradizione dell’Occidente, sia del sottosuolo filosofico del nostro tempo, sia degli amici sia dei nemici di Dio. Ma è questo sottosuolo e il carattere della sua inimicizia verso il divino a costituire la forma più radicale e rigorosa della fedeltà a ciò che lungo l’intera storia dell’Occidente e ormai del pianeta - dunque anche all’interno del sapere scientifico, religioso, artistico e ormai dello stesso senso comune - è ritenuta la suprema evidenza del senso ontologico del diventar altro. (È per questa fedeltà che il diritto positivo si fonda su una forma storica di etica, su di una Grundnorm, che è tale solo in relazione a una certa epoca storica e che quindi - la tesi è resa esplicita da Kelsen - può avere qualsiasi contenuto.) Ebbene, da un lato, l’Occidente è convinto, sin dai suoi primi pensatori, che l’evidenza suprema sia il provenire degli enti dal nulla e il loro ritornarvi (e si può dire che anche Parmenide lo creda: nel senso che egli afferma l’esistenza di una regione dove si crede evidente il provenire e il ritornare nel nulla da parte degli enti, una regione che tuttavia egli qualifica come illusione, dóxa). All’interno di questa convinzione il futuro è l’ancor nulla, il passato è formai nulla. D’altra parte, in ogni sua configurazione, Yepistéme della verità, che lungo la tradizione dell’Occidente intende affermare l’esistenza di un Ordinamento (o Legge) immutabile, non può ritenere che tale Ordinamento domini soltanto il presente, ma deve ritenere che il suo dominio si estenda anche alla totalità del futuro e del passato, cioè che futuro e passato non possano sottrarsi al suo dominio e alla sua legislazione. Non può cioè ritenere che dall’ancor nulla del futuro possano provenire o che dall’ormai nulla del passato possano ritornare cose che si sottraggono a tale Ordinamento e siano per esso qualcosa di imprevisto. Nemmeno la libertà dell’uomo e la contingenza delle cose riescono a distruggere realmente la Legge. La Legge deirimmutabile è universale (e chi ha creduto di poterla violare si è ingannato, perché alla fine è raggiunto dalla Giustizia e dalla Punizione). Ciò significa che l’Ordinamento immutabile invade l’ancor nulla del futuro e l’ormai nulla del passato e gli prescrive tutto ciò che da essi può veramente (e non apparentemente e provvisoriamente) generarsi e tutto ciò che a essi è destinato ad appartenere. Ma questa invasione del nulla da parte deH’Immutabile rende essente il nulla, lo entifica e quindi cancella o rende apparente il senso ontologico del diventar altro, il senso che sussiste solo in quanto è un diventare dal nulla e un diventare nulla. E tale entificazione del nulla non soltanto nega l’evidenza del diventar altro l’evidenza che Yepistéme stessa dell’Immutabile è essa per prima a riconoscere -, ma nega e sopprime anche quella differenza tra il cominciamento e il risultato del divenire, senza la quale nessun divenire, e tanto meno il divenire ontologicamente inteso, può esistere. Così parla il sottosuolo essenziale (cioè filosofico) del nostro tempo. Se una qualsiasi Realtà o una qualsiasi Verità immutabile esistono, è impossibile che esistano quel divenire e quella volontà di far divenire le cose che per l’intera storia dell’Occidente (dunque anche per la tradizione epistemica) sono l’originaria, suprema e innegabile evidenza. È appunto nel sottosuolo essenziale del nostro tempo che l’Occidente giunge a scorgere, sul fondamento di tale evidenza, che l’autentica realtà e l’autentica verità immutabile sono il divenire di ogni realtà e di ogni verità immutabile e pertanto sono la volontà sempre più potente di trasformare il mondo. Non rendendosi conto del proprio carattere essenzialmente antinomico, la tradizione epistemico-metafisico-teologico- ontologica dell’Occidente elabora la pur potente struttura concettuale in cui si intende mostrare che gli enti divenienti esistono solo se esiste un Ente immutabile; gli abitatori del sottosuolo essenziale del nostro tempo, scorgendo il carattere antinomico della tradizione, si rendono conto che gli enti divenienti possono esistere solo se non esiste alcun Ente immutabile. E questa è conseguenza necessaria della fede che il divenire sia l’evidenza originaria e innegabile. Anche se il sottosuolo non ama questa espressione, esso è dunque la forma più coerente dell’ epistéme tes alethéias, perché esso mostra che il contenuto d éìl y epistéme incontrovertibile non è il rapporto tra il divenire e l’Immutabile, ma l’esclusione necessaria di ogni Immutabile. Appunto in forza di questa necessità tale sottosuolo non ha nulla a che vedere con le ingenuità del relativismo e dello scetticismo. Dalla potenza concettuale del sottosuolo deriva l’impossibilità di ogni diritto naturale; il prevalere del diritto positivo è inevitabile. Il tramonto della forma tradizionale dell’ epistéme (che si dispiega dai Greci a Hegel) è cioè anche il tramonto della configurazione giuridica di tale forma, ossia è il tramonto del diritto naturale. Il senso autentico del conflitto tra diritto naturale e diritto positivo può essere quindi compreso solo se lo si vede inscritto nella grandiosa vicenda che conduce al tramonto ormai planetario degli Immutabili. Tuttavia, anche per il positivismo giuridico la giustizia è volontà di ius suum unicuique tribuere: nel senso che ciò che spetta a ciascuno non è quanto viene mostrato dalYepistéme della verità, ma ciò che, all’interno di un certo gruppo sociale e in un determinato periodo storico, per le norme vigenti spetta a ciascuno. Ma poi, sul fondamento della distruzione dell ’epistéme della verità, a ciascuno e a ogni cosa di ogni luogo e di ogni epoca viene riconosciuto il loro essenziale divenire, il loro essenziale esser qualcosa che esce dal proprio nulla e vi ritorna; sì che la giustizia consiste nel salvaguardare e assecondare il divenire delle cose e del mondo umano e il loro diritto di oltrepassare ogni limite assoluto (e di non costituire un limite siffatto). In questa situazione, ogni forza si propone di prevalere sulle altre, ogni individuo sugli altri. Ma le grandi forze che guidano il mondo e gli individui si servono tutte, per prevalere, della tecnica moderna; e poiché la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo di tali forze, essa impedisce che l’anarchia totale prenda piede e, subordinando a sé ogni forza, stabilisce una gerarchia, riconosce a ogni forza e a ogni volontà di potenza ciò che loro spetta alFinterno di tale gerarchia e pertanto realizza la forma suprema di giustizia a cui l’Occidente è destinato a pervenire, la suprema volontà di ius suum unicuique tribuere. Realismo e idealismo Quanto alla contrapposizione tra realismo e idealismo (nella quale è coinvolto il rapporto tra fatti e interpretazioni), ho già rilevato che essa si inscrive nella vicenda, qui sopra tratteggiata, del tramonto degli Immutabili. Aggiungo che tale contrapposizione presenta, lungo la storia del pensiero occidentale, una complessità ben più profonda del modo in cui il realismo viene oggi sostenuto in ambito analitico e continentale e del modo in cui in tali ambiti Fidea-lismo viene conosciuto. Ad esempio si tende a ignorare la necessità che conduce dal realismo premoderno alla riflessione cartesiana sull’ impossibilità che - se la vera realtà è esterna al pensiero e indipendente da esso (come vogliono il realismo premoderno e lo stesso Cartesio) - la realtà pensata (il cogitatum), in quanto pensata (la realtà che peraltro è il mondo in cui l’uomo vive), sia indipendente dal pensiero. E si tende a ignorare l’ulteriore necessità (mostrata dall’ideahsmo) che la cosiddetta realtà esterna e indipendente dal pensiero sia pur sempre un pensato e sia dunque un concetto autocontraddittorio. (Nella tradizione l’idea è ciò attraverso cui è conosciuto l’oggetto reale, essa è id quo objectum cognoscitur; Cartesio mostra la necessità di intendere l’idea come ciò che è conosciuto, id quod cognoscitur, ma che, ancora, lascia al di là di sé la vera realtà l’essere formale: Kant vede l’impossibilità di conoscere la vera realtà, la cosa in sé; l’idealismo, rilevando l’autocontraddittorietà di ogni concetto di cosa in sé e di realtà al di là del pensiero, mostra la necessità che Vobjectum del pensiero sia idea, ma mostra insieme che l’idea è la stessa realtà in sé stessa, la stessa cosa in sé. Lo stesso sviluppo si ripropone nella riflessione sul linguaggio, che conduce alla cosiddetta svolta linguistica; lo sviluppo dove, dapprima, nella tradizione, la parola è intesa come id quo objectum 104 dicitur - e Yobjectum sta al di là della parola poi ci rende conto che, in quanto detto, è Yid quod dicitur a dover essere Yobjectum della parola, sì che il linguaggio parla del linguaggio, ma, ancora, lasciando al di fuori di sé la cosa; infine si intrawede che anche la cosa è in qualche modo detta e pertanto, non la cosa esterna al linguaggio, ma il linguaggio stesso è la cosa, che peraltro continua a esser concepita come ciò che esce dal nulla e vi ritorna). Ma anche il realismo premoderno è ben più complesso delle sue attuali configurazioni. Per il realismo greco, ad esempio, è propriamente solo quando Yepistéme della verità ha dimostrato l’esistenza della Realtà immutabile, è solo allora che può essere affermata l’indipendenza della realtà dalla conoscenza umana. Ne\YEtica Nicomachea si dice che quello che sappiamo epistemicamente non può essere diversamente da com’è; ciò che può essere diversamente da come è, quando esca dall’osservazione [ci] rimane nascosto se esso sia o non sia. La potenza di questa affermazione è tale da prefigurare e contenere l’essenza stessa del pensiero fenomenologico dei nostri tempi. Il testo greco dice: ho epistàmetha, che ho tradotto con quello che sappiamo epistemicamente, ossia ne\Yepistéme della verità. Ciò che sappiamo in modo epistemico met’endéchesthai àllos échein, non può essere diversamente [da come è]. Questo non poter essere diversamente è l’innegabilità, l’incontrovertibilità, la definitività deìYepistéme della verità. È in modo assoluto, non relativamente, che ciò che sappiamo in modo epistemico non possa essere diversamente; esso non può assolutamente essere diverso da ciò che l’epistéme è. Il testo continua riferendosi a tà d’endechòmena àllos, ossia alle cose che è possibile che stiano diversamente (e che quindi non sono contenuti àe\Yepistéme), e dice che, quando escono dall’osservazione ( hótan éxo tou theoreìn génetai), allora lanthànei, cioè rimane nascosto, ei estin e mé, se esse siano o non siano. L’osservazione, theorein, è la nostra visione delle cose del mondo, è il loro apparire, mostrarsi, il phàinesthai (Cartesio lo chiamerà cogitare). Ho tradotto theorein con osservazione perché theorein è costruito su theorós, ossia lo spettatore, colui che osserva e vede con i propri occhi. Quando le cose non epistemicamente note escono dall’apparire rimangono, appunto, nascoste, e quindi rimane nascosto se continuino a esistere o no. Ciò che invece continua a esistere anche quando non appare nella conoscenza umana è l’Ente immutabile la cui esistenza è dimostrata, all’interno deWepistéme, sul fondamento del principium firmissimum che nega la contraddittorietà degli enti. D’altra parte, l’apparire degli enti che possono essere diversamente è l’apparire del loro diventar altro; e tale apparire è ciò che innanzitutto il pensiero greco considera come l’evidenza originaria e supremamente innegabile e quindi come appartenente eàYepistéme della verità. Ciò si spiega, perché se quelli divenienti sono gli enti che possono diventar altro, tuttavia che essi possano diventar altro ed essere diversamente da come sono è qualcosa che, appunto perché appare, ossia è originariamente evidente e innegabile, non può diventar altro e non può essere diversamente da come è. Appunto per questo Leibniz potrà considerare come verità (ossia come epistéme della verità) non solo le verità di ragione (riguardanti ciò che non può essere diversamente perché è contraddittorio che lo sia), ma anche le verità di fatto (che appunto riguardano ciò che può essere diversamente perché non è contraddittorio che lo sia). Se la scienza afferma che il mondo esiste prima dell’uomo e continuerà a esistere anche quando l’uomo non ci sarà più, tuttavia la scienza è una fede; certo, oggi, la più potente. Ma la 106 potenza non è la verità. Il mondo che esisterebbe indipendentemente daH’osservazione e dallo sperimentare non è comunque qualcosa di osservabile e di sperimentabile. Questo anche se all’interno delle regole della fede scientifica si devono trarre (in base a certe altre regole non incontrovertibili) certe conseguenze, che conducono alla tesi dell’indipendenza del mondo dall’osservazione umana. Ma, appunto, si tratta di inferenze compiute all’interno di una fede. Sul fondamento della convinzione che le cose del mondo diventano altro è inevitabile che prevalga la sapienza del sottosuolo, in cui si mostra l’impossibilità di ogni Immutabile e quindi di ogni verità incontrovertibile che, da un lato, si ponga come Legge assoluta del divenire, e dall’altro differisca dalla verità assoluta che si mostra nel sottosuolo. Ma il destino della verità (così viene chiamato nei miei scritti) sta al di là della fede nel diventar altro delle cose e degli enti, ossia al di là deWintera storia del mortale e dell’Occidente, dunque al di là dello stesso processo che conduce dall ’epistéme metafisica della verità al sottosuolo essenziale del nostro tempo. Sta pertanto al di là dell’inevitabile prevalere, nella storia dell’Occidente, della negazione di ogni verità immutabile. Il destino sta al di là, nel senso che contiene, mostrandola, la storia del mortale e dell’Occidente. Il destino è l’apparire del senso autentico della necessità e della necessità che ogni essente sia eterno. E la testimonianza del destino non è né realismo né idealismo, perché sia il realismo sia l’idealismo affermano che alcune dimensioni dell’ente possono esistere anche se altre non esistono ancora o non esistono più; laddove, poiché tutto è eterno, né l’uomo può esistere senza il mondo, né il mondo può esistere senza l’uomo e senza la più irrilevantedelle sue parti. Poiché si obbietta - come anche in questo nostro incontro è accaduto - che l’affermazione dell’eternità di ogni essente nega ciò che incontrovertibilmente appare, ossia nega il diventar altro delle cose, concludo accennando al motivo di fondo per il quale l’affermazione dell’eternità di ogni essente non è in contrasto con il contenuto che appare incontrovertibilmente, e che, in quanto tale, appartiene alla struttura del destino - il contenuto la cui eco si fa peraltro sentire nei concetti di esperienza, osservazione, dato, fenomeno ecc. Quando si crede che gli enti che si manifestano non siano stati (totalmente o in parte) e tornino a non essere (totalmente o in parte), quando cioè si crede che escano dal nulla e vi ritornino, è impossibile (contraddittorio) che si creda che gli enti, quando ancora sono nulla, appaiano e si manifestino già così come appaiono e si manifestano quando incominciano a essere; ed è impossibile che si creda che essi, annientandosi, continuino ad apparire e a manifestarsi così come appaiono e si manifestano prima del loro annientamento. È impossibile, perché altrimenti, nel diventar altro, il prima non differirebbe dal poi e quindi non ci sarebbe qualcosa come un diventar altro. È quindi necessario che, quando si crede nell’uscire dal nulla e nel ritornarvi, si creda che, quando gli enti non sono, non appaiano nel modo in cui appaiono quando incominciano a essere, pur apparendo ed essendo in qualche altro modo nel loro esser attesi, sperati, temuti, supposti, previsti; ed è necessario che, quando vanno nel nulla, non appaiano più nel modo in cui appaiono quando ancora esistono, pur apparendo ed essendo in qualche altro modo nel ricordo, nel rimpianto, nelle varie forme in cui ci si riferisce al passato. Ciò significa che nella misura in cui si crede nel tempo in cui un ente è nulla (prima o dopo il suo essere), in questa misura si crede che tale ente non appare, ossia non appartiene alla totalità degli enti che appaiono - la quale include anche gli enti che, in quanto attesi e ricordati, non sono un nulla. Ma, allora, Yapparire, la totalità degli enti che appaiono in quanto tale non può nemmeno mostrare alcunché di ciò che non le appartiene ancora (quando esso è ancora nulla) e non le appartiene più (quando esso è ormai nulla); e pertanto l’apparire, in quanto tale, non può nemmeno mostrare che gl’enti escono dal nulla e vi ritornano, appunto perché il loro esser nulla non appartiene a ciò che è mostrato (come non gli appartiene nemmeno che gli enti sono già e continuano a essere anche quando non appaiono). Nella misura in cui qualcosa non è (ossia è nulla), in questa misura esso non appare e pertanto l’apparire non può mostrare il suo non essere. (Facendo corrispondere il cielo alla totalità degli enti che appaiono e il sole a uno di questi enti, allora, quando il sole non è ancora sorto e quando è ormai tramontato, non si può chiedere al cielo che ne sia del sole quando non si mostra nel cielo: in questo caso il cielo non può che tacere sulla sorte del sole.) Aristotele - si è rilevato - afferma che, quando un ente che può essere diversamente (ossia che diviene) non appare, rimane nascosto, cioè non appare se esso sia o non sia. Ma anche Aristotele crede, come l’intero Occidente, che certi enti che appaiono possano non essere. Eppure non può essere l’apparire a mostrare il non essere degli enti che, non essendo, non possono nemmeno apparire. Il non essere di ciò che ancora non è e di ciò che non è più è dunque una interpretazione, non una constatazione; una interpretazione che non solo richiede un fondamento, ma che è negata dal destino della verità, che scorge in tale interpretazione il culmine dell’estrema follia in cui l’uomo si trova. (Tale interpretazione non ha un fondamento incontrovertibile - anche se è sollecitata sia dal modo, spesso terribile, in cui ciò che all’uomo sta a cuore esce dall’apparire, sia dalla constatazione che ciò che esce in quel modo dall’apparire non ritorna più.) Ma qui ci si deve arrestare. Il linguaggio, ora, è di fronte al tema decisivo: l’impossibilità che Tessente in quanto essente non sia. (Sta al centro di tutti i miei scritti.) Il linguaggio è cioè, insieme, di fronte all’essenza dell’uomo, ossia alla dimensione, già da sempre salva, che circonda la follia del mortale e dell’Occidente. Dalla relazione tenuta al convegno fatti e interpretazioni rivolto a un pubblico di filosofi del diritto, tenutosi all’università di Padova, e presieduto dal magnifico rettore prof. Giuseppe Zaccaria, con la partecipazione dei proff. Maurizio Ferraris e Giulio Giorello, e con interventi, fra gli altri, dei Illetterati, Milanesi, Scilironi, Testoni. Da centinaia e migliaia di anni prima della nascita di Cristo, vi sono dodici giorni, in ogni ciclo delle stagioni, che i popoli arcaici considerano sacri. I giorni dedicati alla rifondazione del mondo. Nelle società cristiane sono quelli che vanno dal Natale all’Epifania. Nel loro mezzo, il Capodanno, festeggiato dovunque. Soprattutto in quei dodici giorni, già quei popoli agiscono per ricostituire l’integrità e la vita del mondo, consumate e perdute durante il tempo che veniva chiamato l’anno. Ripetono la creazione originaria compiuta dagli Dèi o dal Dio supremo. Oggi i popoli credono sempre meno nel divino; ma la loro cultura dominante ne ripropone, sia pure in modo profondamente diverso, i tratti essenziali. Tale cultura è la tecnica scientificamente orientata e controllata dalla produzione capitalistica della ricchezza. La produzione di beni e di merci richiede energia. Il consumo di energia ne richiede il rinnovo, la reintegrazione. Richiede la ricostituzione del suo fondo. La rifondazione del ciclo energetico ripropone la ripetizione umana della creazione divina. Il Capodanno può essere anche la festa del ciclo energetico. Noi capiamo subito che l’energia si consuma e dev’esser rinnovata. Ma perché quegli antichi sentono il bisogno di rifondare periodicamente il mondo? Se non si risponde, anche l’analogia tra tecnica e rifondazione mitica del mondo rimane sospesa nel vuoto. Eppure quel bisogno è molto meno stravagante di quanto possa sembrare. Per rispondere alla domanda che ci siamo posti incomincia a venire in aiuto il concetto di volontà (un 112 aiuto di cui non si approfitta adeguatamente non solo da parte delle scienze dell’uomo). Poi indicherò come le implicazioni di questo concetto siano in grado di spiegare il bisogno di cui stiamo parlando - che non è per noi irrilevante, ma è anche il nostro, e il più importante di tutti: il bisogno di vivere. Volere è voler fare diventar altro il mondo (le cose e sé stessi). Se non si vuole e si resta immobili, si muore. La volontà è la vita. Ma quando la volontà apre gli occhi non ottiene subito ciò che vuole. Si trova di fronte a qualcosa che non si lascia smuovere e trasformare: l’Inflessibile. Per il singolo è l’ambiente familiare e sociale; per i popoli arcaici è ciò che noi chiamiamo natura, ma che a essi si presenta, appunto, come la Barriera di fronte alla quale l’uomo si sente impotente e muore; e in cui la sua volontà deve tuttavia aprirsi un varco per riuscire a ottenere il voluto e dunque per vivere. Un varco nella Barriera dell’Inflessibile, che si presenta alla volontà come la dimensione della Potenza suprema, demonica, divina. Nell’atto stesso in cui l’Inflessibile acquista per l’uomo il volto del divino, in quello stesso atto l’uomo, per vivere, deve quindi flettere l’Inflessibile, forzarne e penetrarne la Barriera, spezzarlo, squartarlo. Deve ucciderlo. Volendo essere come Dio Adamo vuole uccidere Dio. Mangiando il frutto che lo rende come Dio Adamo mangia Dio. Accade così che, avvertendo il proprio essere deicida, l’uomo si senta colpevole, in debito. Il bisogno di vivere diventa bisogno di espiazione. Ogni giorno, ogni ora, ogni istante facciamo esperienza di ciò che, per vivere, la volontà richiede. Se il mondo ci stesse davanti come un unico blocco che non si lascia spezzare, ci spegneremmo subito. La volontà, per ottenere, ha bisogno di spezzarlo, di agire sui frammenti, sulle parti del blocco. L’agire richiede l’isolamento delle parti dal blocco e tra di loro. Oggi si crede che anche la conoscenza sia seria solo se fa conoscere parti del mondo, non il Tutto, vanamente inseguito dalla vecchia sapienza filosofica. La scienza chiama specializzazione la propria conoscenza delle parti. E la tecnica, da essa guidata, agisce sempre su parti. (Anche l’arte si chiude nel frammento.) Adamo che vuol uccidere Dio ha già un’anima tecnica. La tecnica ha un’anima teologica. E il senso di colpa affiora anche nell’uomo della civiltà della tecnica, ben al di là della preoccupazione per la propria incapacità di realizzare uno sviluppo sostenibile. Per quanto ci dicono le scienze storiche si può dire che ogni forma della religiosità arcaica (e monoteistica) abbia al proprio centro il mito in cui lo smembramento del Dio è la condizione dell’esistenza del mondo. Dall’Oceania alla Mesopotamia, dall’India alle popolazioni germaniche e alle società greco-cristiane i miti raccontano la creazione del mondo come effetto del sacrifìcio originario di un Dio, di una Dea, di un Eroe, di uno sposo o di una sposa del Dio: Hainuwele (Nuova Guinea), Tammuz, Dumuzi, Tiamat (Mesopotamia), Ymir (presso i Germani), Purusha e Prajapati (India), Osiride (Egitto), Dioniso (Grecia), Cristo. La creazione del mondo è lo squartamento del Dio, che diventa cibo dell’uomo. L’uomo vive solo in quanto usa, consuma, gode le membra, le parti del Dio. Anche la morte di Cristo sulla croce rende possibile la rifondazione, la rinnovata creazione del mondo che era andato consumandosi e morendo in conseguenza del peccato. E nel Genesi si dice che Dio si riposò nel settimo giorno da tutto il lavoro che aveva fatto e da cui era stato dunque consumato e indebolito. Ma il divino rimane pur sempre la fonte della vita. L’esaurirsi della fonte è la morte dell’uomo, così come lo era l’inflessibilità originaria del divino. E la morte è il pericolo estremo da cui ci si deve difendere. Diventa quindi necessario che si restituisca al divino quel che gli si è tolto e che tuttavia è stato consumato e non c’è più. È a questo punto che il genio religioso deve inventare il sacrificio compiuto dall’uomo (che assume anche la forma del sacrificio dell uomo) come ripetizione del sacrificio divino e dunque come rifondazione del mondo. Acquisterà le forme più diverse, nei tempi e nei popoli, ma l’essenza della ripetizione del sacrificio divino e della fondazione divina del mondo è la consapevolezza della necessità che, per continuare a vivere, non venga spenta la fonte della vita. Quando ci si convince che qualsiasi vittima offerta dall’uomo al Dio è radicalmente incapace di assolvere il compito gigantesco che le si assegna, allora diventa necessario credere che sia Dio stesso a farsi uomo e vittima con la quale Dio restituisce a sé stesso quello che la violenza e il peccato dell’uomo gli ha tolto. E quando la filosofia, volendo dire e fare cose vere, si porterà oltre il mito da cui è preceduta (e da cui sarà seguita), le sue prime parole (quelle di Anassimandro) diranno che il mondo, separandosi dal divino, dovrà necessariamente dissolversi in esso, scontando la pena dell’ingiustizia commessa con tale separazione - dove la separazione dal Dio è l’eco dello smembramento- sacrificio mitico del divino, e la pena da scontare è l’eco della ripetizione umana di tale sacrificio. Quando, infine, nel nostro tempo, non si crederà più né negli dèi del mito né in quelli della verità, e la lotta contro la morte sarà affidata soprattutto alla Potenza suprema della tecnica, allora al consumo di questa Potenza, cioè al suo Sacrificio, dovrà corrispondere una civiltà in cui le saggezze e sapienze del passato, per quanto grandi e nobili, dovranno sacrificare ogni loro aspirazione al dominio del mondo, e cioè non contrastare il potenziamento indefinito della Tecnica. Sin dagli inizi della storia deH’uomo il giorno del Capodanno, rifondando il mondo e aprendo un nuovo ciclo alla vita, si sbarazza dell’anno vecchio, della vecchia terra, ricolmi delle colpe degli uomini; e li lascia cadere nell’oblio. (Accade anche nel grande Capodanno de\YApocalisse di Giovanni, dove l’anno della vecchia terra viene diviso da quello della nuova.) Oggi il Capodanno rievoca soltanto le vicissitudini della volontà: non le rivive. Ma a questo punto la questione decisiva rimane ancora tutta da esplorare. Riguarda appunto il senso autentico della volontà - alla quale invece ci si affida come alla cosa più sicura del mondo. Non si scorge che la storia della volontà si svolge interamente al di fuori di quel senso. Ora si aggiunga che quando, all’inizio, si trova di fronte all’inflessibilità della Barriera, la volontà è insieme avvolta da essa. Infatti non può tornare indietro. Tornando indietro, riuscirebbe non solo a far diventare altro il mondo, ma a ottenere immediatamente tutto ciò che essa vuole, giacché tornare indietro è lasciarsi alle spalle la Barriera che le impedisce di trasformare il mondo. Ma la volontà riesce a vivere solo se fa breccia nella Barriera; e il far breccia implica un tempo in cui la volontà è bloccata e muore (è originariamente morta). E non può nemmeno, e per lo stesso motivo, muoversi di lato, a destra o a sinistra, o verso l’alto o il basso. Appunto per questo diciamo che all’inizio la volontà si trova di fronte all’inflessibilità della Barriera, la volontà è insieme avvolta da essa. Le metafore spaziali qui sopra sottolineate aiutano a comprendere perché, essendo di fronte e insieme avvolta dalla Barriera, il far breccia in essa sia insieme un uscire da essa. 116 Appunto per questo, all’inizio del pensiero filosofico, Anassimandro ripropone il rapporto tra la volontà e la Barriera, dicendo che le cose del mondo, separandosi dall’Uno, divino, ne escono - escono dal luogo da cui proviene la loro nascita ( génesis ). Far breccia dall’esterno è lo stesso far breccia dall’interno, uscendo da ciò da cui si è avvolti e commettendo ingiustizia (adikia). La volontà può riparare l’ingiustizia (e qui la volontà è il mondo stesso che si è separato dell’Uno) solo ritornando nel luogo, separandosi dal quale essa ha commesso ingiustizia: solo morendo le cose che hanno voluto separarsi dal divino possono rendergli giustizia per l’ingiustizia commessa ( didónai dìken tes adikìas). E così si comprende perché le cose debbano tornare là da dove son venute. Dove il sottinteso è che la morte subita dalla volontà fino a che non riesce a far breccia sulla Barriera del divino è diversa dalla morte a cui la volontà (ossia la totalità delle cose del mondo) va incontro ritornando nel divino. Tanto diversa da far dire, in seguito, che morire è incominciare a vivere la vera vita. Ma nel pensiero filosofico, e innanzitutto in Anassimandro, è un sottinteso anche la ferita del divino prodotta dalla breccia con cui la volontà riesce a uscire e a staccarsi da esso. L’intenzione esplicita della filosofia, sin dall’inizio, è di affermare, come dice Anassimandro, che il divino è eterno e non invecchia, è immortale e incorruttibile; eppure la Barriera che la volontà umana trova dinanzi e attorno a sé, a sbarrarle la strada, è sentita da essa come la Potenza dominante, sacra e divina come il Tremendum-Fascinans, l’Inflessible che dev’essere flesso, cioè corrotto, reso vecchio, ucciso in quanto Inflessibile, perché la volontà possa vivere. (D’altra parte la Barriera, smembrata, è anche la condizione perché la volontà possa cibarsi delle sue membra - e per questo, oltre che a essere il Tremendum, essa è anche il 117 Fascinans .) E che l’uscire delle cose dall’Uno divino sia inteso da Anassimandro come ingiustizia è il trapelare, nell’esplicito, del sottinteso che il divino è ferito e ucciso dall’avvento della volontà. Il pensiero della tradizione filosofica deve trattenere nell’inespresso il sottinteso, cioè la contraddizione per la quale il divino, in quanto trascendente il mondo, Altro dal mondo, è, insieme l’eterno e il perituro; il mito può permettersi di evitarla sia con la fede nell’unità del divino e del mondano (ripresa peraltro, in campo filosofico, dalle varie forme di immanentismo), sia con la fede nell’esistenza di una molteplicità di dèi (per la quale la morte riguarda uno o alcuni di essi ma non gli altri), sia con la fede che il divino non muore definitivamente, ma muore e risorge. Ma, detto questo, la questione decisiva rimane ancora tutta da esplorare. Riguarda il senso autentico della volontà alla quale invece ci si affida come alla cosa più sicura del mondo. Non si scorge che la storia della volontà si svolge interamente al di fuori di quel senso. Dai Greci a Hegel la tradizione filosofica è la volontà di indicare come si configura il contenuto del sapere che ha il carattere dell’assoluta incontrovertibilità e stabilità: Yepistéme (alla lettera: il sovra-stare) della verità. Tale epistéme è per Platone tò anamàrteton (Civitas - una parola che è negazione della negazione di màrtys, testimone, colui che essendo in presenza delle cose non può errare nei loro confronti). Dai Greci a Hegel, Yepistéme a cui compete il carattere delfincontrovertibilità ha un contenuto che non solo è ciò che è, l’ente (tò ón ), ma è l’ente che assolutamente (pantelós) e primariamente è, l’Ente immutabile ed eterno, il divino che è fondamento (trascendente o immanente) degli enti che sono ma non sono assolutamente, cioè divengono, vanno dal loro non essere al loro essere e viceversa. Per la tradizione filosofica Yepistéme è prevalentemente sapere metafisico. Con alcune rilevanti eccezioni (ad esempio lo scetticismo), la più profonda delle quali è l’antimetafisicismo kantiano. Che però intende mantenere il carattere primario àe\Y epistéme della verità, cioè l’incontrovertibilità, e che come immutabile pone la struttura a priori della soggettività finita (immutabile, quindi, sino a che il soggetto esiste). Si può dire allora che la tradizione filosofica è la storia delfincontrovertibilità dell’epistéme e del modo in cui l’ente diveniente ha il proprio fondamento nell’Ente immutabile - che nell’ epistéme metafisica è Dio. Vessenza della filosofia degli ultimi due secoli è invece la distruzione di questa grandiosa concezione della realtà. Distruzione, dunque, che - nella sua essenza, appunto - è a sua volta grandiosa. Purché la si sappia cogliere. Oggi come ieri, sia l’esistenza sia l’inesistenza di Dio sono per lo più affermate e vissute all’interno di una fede, cioè di una scelta che da ultimo è arbitraria (anche quando si presenta come ragionevole, rationabile obsequium). Sul piano filosofico, il modo in cui oggi si contrappongono amici e nemici di Dio non è per lo più consapevole della grandezza e profondità della lotta tra il presente e il passato della filosofia. Tanto più grande e profonda, questa lotta, quanto meno entrambi gli avversari si rendono conto che l’abbandono del passato non è una semplice scelta o una semplice constatazione storica, ma è la fondazione incontrovertibile delVimpossibilità del Dio metafisico. Nello stesso mondo filosofico la grandezza di quella lotta rimane cioè sullo sfondo, o addirittura sepolta. Non mancano certo forza e competenza, a quel mondo, che si usa ancora dividere tra analitici e continentali. Ma le due prospettive sono molto meno divise di quanto possa sembrare. Giacché per entrambe la fine deH’affermazione filosofico-metafisica di Dio è per lo più fuori discussione. Tanto che in entrambe è ormai quasi del tutto assente la discussione sull’autentico fondamento filosofico che ha condotto alla negazione di Dio. Una negazione che tende quindi a regredire, e nell’ambito stesso della filosofia, al livello che è proprio della fede. Accade quindi non di rado che oggi sia la filosofia stessa a dichiarare di non voler essere una fondazione dell’impossibilità di Dio, ma, ad esempio, di essere la semplice constatazione che la fede in Dio, almeno in certi luoghi del pianeta, va scomparendo; oppure di essere una scelta, una prassi - dunque una fede, che preferisce un universo in cui Dio non esista. Rinunciando a quella fondazione, e a ogni fondazione assoluta, la filosofia contemporanea si presenta come quel relativismo o nichilismo concettualmente inconsistente a cui gli epigoni della tradizione filosofica - tra cui la Chiesa cattolica - trovano comodo o tendono a ridurre tutto ciò che la filosofia ha pensato negli ultimi due secoli. Ma in questo modo quegli epigoni non riescono ad avere di fronte il loro autentico avversario, e gli avversari della tradizione filosofica ignorano la forza speculativa della tesi che essi sostengono. Da tempo i miei scritti mostrano la distanza tra Yessenza profonda e tendenzialmente nascosta del pensiero filosofico del nostro tempo e il fenomeno in cui tale essenza si presenta alterata e svigorita, e che è costituito appunto da quel relativismo e nichilismo di cui ci si può sbarazzare molto facilmente. L’avversario autentico della tradizione filosofico-metafisica è appunto quell’essenza. Tale essenza - si diceva - è la fondazione radicale delfimpossibilità di Dio. Radicale significa che procede dalla radice stessa della storia dell’Occidente, la radice che fa vivere sia gli amici sia i nemici di Dio, sia l’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo sia il fenomeno di tale essenza - non filosofi e filosofi, uomini di azione e di pensiero. Questa radice è la persuasione che le cose del mondo siano un divenire in cui esse escono dal nulla e dopo un provvisorio soggiorno nell’essere ritornano nel nulla. Per la filosofia che è amica di Dio questa oscillazione delle cose tra l’essere e il nulla non è un assurdo solo se esiste un Dio immutabile ed eterno; per Yessenza della filosofia del nostro tempo tale oscillazione non è un assurdo solo se il Dio immutabile ed eterno non esiste. È appunto sul fondamento della persuasione che le cose del mondo vengono dal nulla e vi ritornino che Yessenza del pensiero filosofico del nostro tempo mostra che Dio è qualcosa di impossibile - e che quindi è illusorio ritenere che il divenire del mondo sarebbe un assurdo se Dio non esistesse. Tale essenza è la fondazione radicale delfimpossibilità di Dio perché si fonda sulla radice che essa ha comune con la tradizione filosofica da essa distrutta. In questa radice consiste Yessenza autentica del nichilismo la cui forma più coerente si presenta nell’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo. Non è questa la sede per approfondire il senso concreto di questi cenni. Qui si può solo indicare il senso generale del discorso, rinviando, per quel suo senso concreto, agli scritti sopra menzionati - che mostrano la Follia estrema dell’essenza autentica del nichilismo e quindi mostrano che la persuasione che le cose oscillino fra l’essere e il nulla è soltanto una fede. Innanzitutto, ciò che è stato chiamato essenza della filosofia del nostro tempo ha un contenuto storico determinato: è un nucleo, circondato da un alone che più si distanzia dal nucleo più ne perde di vista la potenza. Per quanto è possibile guardare nel sottosuolo essenziale della filosofia del nostro tempo, il nucleo ha un perimetro breve. È costituito dalla dimensione centrale del pensiero di Nietzsche e daH’attualismo di Giovanni Gentile. E, prima di entrambi - e conosciuta da entrambi -, la filosofia di Giacomo Leopardi. All’alone appartengono invece pensatori che oggi sono ritenuti tra i più decisivi, come Heidegger e Wittgenstein. Non si tratta di mettere in questione la loro importanza, bensì di rendersi conto che, nonostante essa, in modi differenti lasciano aperta la porta a un Dio che ritorni dall’esilio in cui è fuggito. Una porta che invece non è lasciata aperta dai pensatori di quel sottosuolo essenziale (e dunque da Leopardi, la cui potenza filosofica, soprattutto nella filosofia anglosassone, è completamente sconosciuta). L’essenza della filosofia del nostro tempo consiste nel mostrare che se esistesse il Dio immutabile ed eterno della tradizione, esso sarebbe la Legge a cui dovrebbe adeguarsi anche il nulla da cui le cose provengono e il nulla in cui esse ritornano. Pertanto il nulla diverrebbe un ascoltatore e un suddito di tale Legge, cioè non sarebbe più un nulla, ma un ente. Ma la persuasione che gli enti provengono dal nulla e vi ritornano implica necessariamente che l’ente e il nulla differiscano - un’implicazione, questa, che sussiste anche se, nell’ambito dell’essenza della filosofia del nostro tempo, il principio di non contraddizione è visto come negazione del divenire e quindi è rifiutato. All’interno di quella persuasione, la negazione dell’esistenza del Dio immutabile ed eterno della tradizione è incontrovertibile perché tale esistenza implica necessariamente che il nulla sia ente - il nulla senza di cui è impossibile quel divenire degli enti che sta al fondamento non solo del pensiero metafisico (che procedendo dal divenire intende condurre al Dio eterno) e del pensiero che invece distrugge la tradizione metafisica, ma anche delle stesse opere e istituzioni che costituiscono la civiltà dell’Occidente. Se si ignora tutto questo - se si ignora cioè la grandezza della lotta tra tradizione e distruzione radicale di essa - anche il dialogo tra credenti e non credenti rimane alla superficie, ossia è un equivoco dove non si riesce a scorgere il dramma autentico del mondo attuale. L’essenza della filosofia del nostro tempo mostra l’impossibilità di porre limiti assoluti all’agire dell’uomo - e dunque a quella forma suprema dell’agire che è la tecnica guidata dalla scienza moderna e il supremo Limite assoluto è la Legge in cui consiste il Dio immutabile ed eterno. Oggi la tecno-scienza non è ancora in grado di ascoltare la voce dell’essenza della filosofia del nostro tempo. Nessuna meraviglia, visto che nemmeno la filosofia contemporanea e il cosiddetto laicismo sono in grado di ascoltarla e si riducono a essere una semplice fede nell’inesistenza di Dio. Ma quella voce e la tecnica esistono, ed è inevitabile che si finisca col comprendere che la loro unione consente la maggiore potenza di cui l’uomo abbia mai potuto disporre. È questa unione l’autentico avversario del Dio della tradizione: non l’incredulità dei popoli europei o il consumismo dell’Occidente. Ma il passo decisivo verso il dialogo autentico, quello tra le due grandi forze in lotta tra loro - l’essenza del passato e l’essenza del presente della civiltà occidentale, ormai planetaria - è il loro prender coscienza della propria anima comune: io. fede che le cose del mondo escono dal nulla e vi ritornano. Che non ci sia bisogno di un Dio perché ciò accada è la fede vincente rispetto alla fede che invece ritiene che di un Dio ci sia bisogno. Ma se ciò per cui le due fedi si oppongono è certo grandioso, esso è ciononostante qualcosa di subordinato rispetto all’esistenza di quell’anima comune, cioè rispetto alla fede che le cose hanno nel nulla la loro culla e il loro sepolcro. Abbiamo più volte chiamato fede quell’anima comune che invece, sia per gli amici sia per i nemici di Dio, è l’evidenza suprema. Infatti a questo punto si tratterebbe di volgersi verso il culmine del pensiero e di lasciarsi alle spalle anche quel passo decisivo, cioè anche il dialogo autentico tra il passato e il presente dell’Occidente. Volgendosi verso quel culmine si vedrebbe che in entrambi - cioè sia nell’affermazione sia nella negazione di Dio - è presente il senso più radicale del nichilismo, ossia la convinzione che le cose (ossia gli essenti, che non sono un nulla) sono nulla: proprio perché, intesi come divenienti, sono originariamente e conclusivamente nulla. E, come sopra si accennava, la convinzione che ha come contenuto l’Errore estremo, l’estrema Follia, non può essere che una fede. L’anima comune degli amici e dei nemici di Dio è l’essenza del nichilismo, cioè dell’eccidio dell’essere. E, insieme, è la forma fondamentale dell’omicidio. La convinzione che l’uomo, di per sé, sia nulla, e come le altre cose sia il prodotto di Dio o del Caso, è infatti il requisito essenziale perché si decida di rendere l’uomo un nulla. (Ma ogni decisione non è forse, ormai, la volontà di far passare le cose dall’essere al nulla e dal nulla all’essere? Non è forse, ogni decisione, un eccidio? Il linguaggio stesso non avvicina forse il de-cidere e l’uc-cidere?) Nonostante il riconoscimento altissimo e crescente della sua grandezza poetica e filosofica, il genio di Leopardi, insieme al genio di Eschilo, è forse quello di cui meno si è visto il carattere decisivo nello sviluppo storico della civiltà - dunque non soltanto della cultura - occidentale. L’accostamento dei due nomi non è casuale. Eschilo appartiene al ristretto convegno di sovrani con il quale incomincia la filosofia. Appunto per questo la sua poesia è tragica. La filosofia, infatti, porta alla luce il pericolo estremo: che il divenire delle cose del mondo è il loro venire dal nulla e il loro ritornare nel nulla, da cui non si ritorna più, sì che anche la morte dell’uomo assume il volto e l’anima tragici dell’annientamento. Se non ci si rivolge a questo, che è il passato essenziale dell’Occidente, si perde di vista il senso autentico di ciò che Leopardi ha inteso dire nelle sue prose e nelle sue poesie. Anche quel portare alla luce è qualcosa di assolutamente inaudito. La filosofia è la radice del tragico perché intende lo sta -re nella luce (nella quale essa stessa consiste) come la sta¬ bilità del sapere che non può essere in alcun modo scosso o smentito. La filosofia evoca il senso stesso della sta-bilità assoluta del sapere innegabile. La chiama, appunto, epi-sté- me (in cui risuona lo sta -re e che inadeguatamente traduciamo con la parola scienza). La stabilità dell ’epistéme è l’essenza della verità. Porta oltre i millenni dell’esistenza guidata dal mito. Ma proprio perché attribuisce questa stabilità al sapere che afferma il divenire dove le cose escono e ritornano nel nulla (proprio perché afferma che Tesser preda del nulla è verità), la filosofia getta l’uomo nelYangoscia più profonda, più profonda di quella di cui il mito è il rimedio e che ancora non si è imbattuta nel nulla. Il mito conferisce al mondo un senso che non si mostra nella luce, ma è voluto, e quindi, da ultimo, è una fede, un arbitrio, anche se chi vive nel mito non se ne avvede e crede che esso mostri la realtà. Tuttavia la filosofia è, insieme, la radice del senso che la tradizione dell’Occidente conferisce alla salvezza, perché fa sorgere nell’uomo anche la ricerca del saldo rimedio (secondo l’espressione di Eschilo) contro il dolore e l’angoscia. Sin dall’inizio il pensiero filosofico porta alla luce l’esistenza di un Principio {arche) divino, eterno e incorruttibile, sì che la nascita delle cose è dovuta al loro separarsi da esso e la loro morte è il loro farvi ritorno, lasciando nel nulla l’ingiustizia, ossia tutto ciò che nelle cose è l’effetto di quella separazione (Anassimandro). Il Principio custodisce da sempre e per sempre tutto ciò che preme all’uomo. Anche nel mito il rimedio che dà senso al mondo e al dolore è avvolto dal divino, e tuttavia non si mostra nella luce, non è saldo. Eschilo, per primo in modo esplicito, porta alla luce che Yepistéme della Verità, come coscienza del proprio contenuto divino, è il fondamento della salvezza e della felicità. Questo pensiero è il fondamento di ogni forma culturale e pratica della tradizione dell’Occidente. Ed è espresso da Eschilo con un linguaggio che non può essere quello comune e che solo impropriamente è riconducibile al teatro nel senso corrente della parola. Théatron, per Eschilo, è la ricerca che culmina nella contemplazione della Verità. Il dialogo di Platone, in cui la tragedia (e l’arte in genere) viene radicalmente condannata, non capisce di avere nel teatro di Eschilo il proprio più potente predecessore. Leopardi, per primo, rovescia tutto questo; dice tutto l’opposto. Porta alla luce l’impossibilità e l’illusorietà del quadro grandioso della tradizione occidentale. Un altrettanto grandioso, terribile e inevitabile gesto, quello di Leopardi, la cui potenza è rimasta incompresa anche da quanti (come lo stesso Nietzsche) hanno visto in lui uno dei culmini della cultura europea. Ma come è possibile capire questo gesto - presente in ogni verso, anzi in ogni parola di Leopardi - se non si ha dinanzi che cosa in questo gesto resta distrutto, ossia ciò che qui sopra abbiamo sommariamente tentato di indicare? A proposito di un passo di Diogene Laerzio, in cui si richiama il fondamentale principio di Socrate, Leopardi afferma: Oggidì possiamo dire tutto l’opposto. Possiamo: nel senso che dobbiamo, che è necessario, che è tutto l’opposto a dover esser portato alla luce dalla filosofia. Che cosa si dice in quel passo? Che per Socrate vi è un solo bene [ agathón ], Yepistéme, e vi è un solo male [kakón], il non sapere [ amathìan ], cioè la privazione di quel sapere (màthos ) in cui Yepistéme consiste. Ogni bene, infatti, è tale solo se è vero, se appare non nell’opinione, nella fede, nel mito, ma nella luce della epistéme della verità. Ed esiste un rimedio contro l’angoscia, il dolore, la morte, solo se esso è un vero, saldo rimedio; il Dio salva l’uomo solo se il Dio e la salvezza da lui data sono portati alla luce dall’ epistéme della verità. Quest’ultima è dunque la radice di ogni bene, e, in questo senso, è l’unico bene. Il male è il dolore, la morte e l’angoscia che ne deriva; il bene è la felicità e la salvezza del male, prodotte dalla conoscenza della verità, il cui contenuto è, da ultimo, l’Ordinamento divino del mondo. Ma, dicevamo, Leopardi mostra che è tutto l’opposto, cioè che Yepistéme è l’unico male e che il non sapere (amathia ) è l’unico bene. Alla base di quest’ultima, che è una conclusione decisiva, sta la scoperta angosciante che non può esistere alcun Principio eterno, incorruttibile, divino, e che quindi tutte le cose sono nulla, perché sono circondate dal nulla infinito che le precede, le segue e le attraversa. Se esistesse un Essere eterno e divino, incorruttibile custode di tutte le cose che nascono e muoiono - si è qui al cuore deirultrafilosofia di Leopardi -, il loro provvisorio sporgere dal nulla sarebbe una semplice e illusoria apparenza; laddove l’uscire dal nulla e il ritornarvi sta al centro della verità che per l’intero Occidente è l’assolutamente innegabile. Proprio perché l’esistenza del divenire è innegabile, la verità è che l’Eterno, l’Infinito è impossibile. Questa, la potente anticipazione, da parte di Leopardi, della nietzscheana morte di Dio. Ma, diversamente da Nietzsche, per Leopardi il nulla è il Principio di tutte le cose. Meglio allora per l’uomo non saperla, la verità, che saperla; meglio Yamanthìa che Yepistéme. (Soprattutto a questo punto vanno tenuti presenti Il nulla e la poesia, cit., e Cosa arcana e stupenda, cit., che ho pubblicato per Rizzoli, e, per quanto riguarda Eschilo, Il giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi 1989). Leopardi può in tal modo portare alla luce il legame profondo che unisce Yamanthìa, l’ignoranza della verità, alla poesia e all’arte in generale. Anche qui, molti decenni prima di Nietzsche, Leopardi mostra che la poesia è illusione, inganno, menzogna, senza di cui la vita sarebbe però impossibile. Non si tratta della poesia ridotta a fenomeno letterario, ma della poesia potente, dove ad esempio il poeta incita l’esercito dalla battaglia o di quella dove il canto fa sopportare il dolore e la morte. Nell’illusione poetica - che peraltro da gran tempo inganna la fantasia, non l’intelletto - l’uomo crede di essere in rapporto all’Infinito e aH’Eterno. In un primo tempo Leopardi crede che, per illudere, la poesia non debba mostrare la verità, cioè la nullità di tutto - e il canto L’Infinito è una delle espressioni più alte di questo primo atteggiamento, dove il naufragio nel mare delFInfinito è dolce. Ma poco dopo egli sviluppa la grande teoria del genio che unisce nella propria opera la verità terribile dell’esistenza e la potenza poetica: unione di filosofia e poesia. Qui l’Infinito e l’Eterno non costituiscono più il contenuto del canto, ma, sia pure provvisoriamente, convergono nella potenza del canto, in modo che l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose e sua propria. Infinita ed eterna è questa forza: non nel senso che il genio si sostituisca a Dio, ma nel senso che la forza, pur sempre finita e caduca, con cui egli riesce a esprimere la morte, cioè la finitezza e caducità di tutte le cose (e quindi di sé stesso) è l’unica forma di vita della cui infinità e eternità ci si può ancora illudere. E sono la suprema salvezza e consolazione concesse a chi non può salvarsi né essere consolato. La ginestra è il fiore del deserto. Il deserto è la morte e nullità di tutte le cose; il fiore è il genio. Egli è mortale, nasce per morire, e questa nascita è natura. Ma nobile. Nobil natura. La sua nobiltà è la capacità di tenere uniti il suo profumo (la potenza del canto) e Yepistéme della verità che vede il deserto. [...] di dolcissimo odor mandi un profumo, / che il deserto consola. Ora la dolcezza non si addice al naufragio nel mare dell’Infinito illusoriamente cantato come reale: l’Infinito è morto (è distrutto Iddio, scrive Leopardi, anticipando il Dio è morto di Nietzsche) e il deserto ne ha preso il posto. Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte. Il pensiero poetante del genio ha l’ardire di guardare con occhi mortali la morte (il comun fato), non nasconde la verità, non le detrae nulla. Egli non è l’uomo comune, per il quale Yepistéme è l’unico male e Yamanthia l’unico bene, ma è la nobile natura che unisce Yepistéme dXYamanthìa del canto poetico e che intende come vero amore il porgere agli uomini questa unione. Come vero amore e come unico rimedio di cui gli uomini, dopo quello di Dio e della Tecnica, potranno, sia pur fugacemente godere, prima che il fuoco del vulcano ardente abbia a distruggere la ginestra, il fiore del genio, che cresce vicinissimo al fuoco annientante, perché ne vede il vero senso, e insieme lontanissimo, perché il suo profumo consola il deserto. Il genio che consola il deserto non è la volontà dell’oltreuomo che, in Nietzsche, accetta il deserto e ne vuole l’eterno ritorno. Ma se si prescinde da questa tematica di Nietzsche, da questa vetta della contemplazione, come egli la chiama, che si porta ancora più in alto della vetta raggiunta dal pensiero di Leopardi (un pensiero il cui linguaggio sta tuttavia più in alto del linguaggio di Nietzsche), allora si può dire che sia come filosofia sia come poesia il pensiero di Leopardi è, di diritto, il pensiero che più si addice all’Occidente e, ormai all’intero pianeta. Se ciò che viene portato alla luce dall’ epistéme della verità è il vortice che getta le cose nel nulla dopo averle per un poco sottratte all’abisso del nulla, allora il pensiero di Leopardi indica la conclusione inevitabile della storia dell’Occidente e del mortale. Ma proprio a questo punto si fa innanzi la questione decisiva. Possiamo formularla così: è così indiscutibile che quel vortice - in cui crede sia la tradizione dell’Occidente, sia la distruzione di essa, avviata dal pensiero di Leopardi - appartenga all’evidenza assoluta, cioè all’assolutamente indiscutibile? Ogni linguaggio è problematico: non solo quel che esso dice lo dice all’interno di un’interpretazione, che non può mai essere una verità assoluta, ma lo stesso esser linguaggio del linguaggio è il contenuto di una interpretazione. Noi dialoghiamo perché, nonostante la problematicità dell’interpretazione - che non si riferisce soltanto al linguaggio delle parole, ma anche a quello del comportamento, ma poi a tutte le cose dalla terra e del cielo -, abbiamo fede (per lo più inconsapevolmente) che il nostro interlocutore (se esiste) sia a sua volta un interpretare e ponga a fondamento del suo interpretare le stesse regole che noi, e, daccapo, per lo più inconsapevolmente, poniamo a fondamento del nostro. Ma anche noi - e anch’io - siamo contenuti di una interpretazione. Di solito quelle regole non vengono messe in discussione. Ad esempio che esista un prossimo, una società, che certi eventi sensibili siano linguaggio, che un certo oggetto sia un libro e che sia scritto in una certa lingua. È all’interno di queste regole e del tipo di interpretazione che ne scaturisce in virtù di certe altre regole - analoghe alle regole di trasformazione di cui parla la logica - che appare qualcosa come Storia dell’uomo. Storia dell’Occidente, o come Aristotele o Nietzsche (o un certo Nietzsche). Con queste considerazioni non si intende affermare che ogni sapere sia interpretazione. Anzi, solo sul fondamento dell’apparire della verità autentica si può affermare che un certo ambito delle convinzioni umane è interpretazione, ossia non-verità. Nietzsche appartiene all’esito inevitabile della storia del pensiero occidentale - e della stessa civiltà dell’Occidente (cfr. E.S., L’Anello del ritorno, Adelphi). L’attenzione maggiore deve essere dunque rivolta all ’inevitabilità della distruzione del passato, a cui Nietzsche ha potentemente contribuito. Che Dio sia morto non è dovuto alla semplice circostanza che - come lo stesso Nietzsche qualche volta ritiene - la gente non crede più in Dio. La tendenza dei popoli è indubbiamente questa - nonostante il peso che le religioni hanno riacquistato negli ultimi tempi. Ma le tendenze, anche, si possono invertire. Se domani i popoli si rivolgessero di nuovo a Dio dovremmo forse dire che Dio è risorto? L’obbiezione storica decisiva, che per Nietzsche consisterebbe appunto nell’attuale incredulità della gente, non ha nulla di decisivo. La potenza del pensiero di Nietzsche sta altrove. Non la si trova nemmeno quando si riduce il pensiero di Nietzsche al prospettivismo - che sostanzialmente non differisce dallo scetticismo. (Che peraltro può presentarsi in forma non ingenua quando - di fronte ad avversari che si limitano a rilevare la contraddizione della sua tesi che sostiene la verità dell’inesistenza di verità - esso può replicare chiedendo per quale motivo non ci si debba contraddire; e a questa sua domanda ben pochi sono in grado di rispondere in modo adeguato.) Nella sua essenza autentica - tanto più autentica quanto più nascosta e quanto più rara - il pensiero del nostro tempo non è scetticismo. Non lo è, certamente, il pensiero di Leopardi e di Giovanni Gentile. Costoro, insieme a Nietzsche, seminano l’essenza del nostro tempo. L’essenza del nostro tempo conduce alla sua forma più rigorosa l’essenza dell’Occidente, cioè la fede nell’esistenza del divenire, inteso nella configurazione ontologica che i Greci una volta per sempre gli hanno assegnato: la fede nell’evidenza originaria e irrinunciabile di tale configurazione. Appunto sul fondamento della fede nell’evidenza del divenire - inteso secondo tale configurazione - Nietzsche (come Leopardi e Gentile) mostra l’impossibilità di Dio. Si tratta di capire l’incontrovertibilità - Yinevitabilità, appunto - di questa fondazione. Che Dio sia morto - cioè che non sia mai stato vivo se non nella volontà dei popoli - è una necessità. Si tratta di capire il senso di questa necessità. E, insieme, di capire che Nietzsche porta al culmine la storia dell’Occidente anche perché mostra che la forma di potenza che la tecnica è destinata ad assumere per essere la potenza suprema è la potenza della volontà che vuole l’eterno ritorno di tutte le cose. Capire cioè che, proprio perché è necessario che Dio sia un morto, proprio per questo è necessario l’eterno ritorno di tutte le cose ed è necessario che tale ritorno divenga il contenuto essenziale della volontà che costituisce la tecnica. Nel Così parlò Zarathustra di Nietzsche il Dio che non può esistere è chiamato da Zarathustra l’Uno, il Pieno, il Satollo, l’Immoto, l’Imperituro. La fede nel divenire, che accomuna tutti i pensieri e tutte le opere dell’Occidente, implica con necessità l’impossibilità dell’esistenza di questo Dio. Zarathustra dice: Affinché vi apra tutto il mio cuore, amici, se vi fossero degli dèi, come potrei sopportare di non essere Dio! Dunque non vi sono dèi ( Sulle isole beate). Ma nell’ Anello del ritorno si mostra che la premessa autentica di quel Dunque è quanto Zarathustra dice verso la fine del capitolo: Che cosa mai resterebbe da creare se gli dèi esistessero?. Ma nemmeno questa è un’affermazione che non abbia bisogno di essere compresa. Nietzsche aveva ragione ad affermare l’indispensabilità di una cattedra universitaria per la comprensione di Così parlo Zarathustra, da lui considerato il più importante dei suoi scritti. Se si vuole richiamare in astratto la sequenza essenziale che costituisce la grandezza del suo pensiero, ci si può esprimere così: la creazione e l’annientamento delle cose sono l’evidenza originaria. Tale evidenza implica con necessità l’impossibilità di ogni Dio. La stessa necessità che implica tale impossibilità comporta l’eterno ritorno di tutte le cose, il ritorno che in quanto voluto dalla volontà di potenza conferisce alla tecnica la potenza estrema (dove l’essenziale è la configurazione concreta di tale necessità). Questa è una indicazione astratta. Senza la concretezza corrispondente (a cui L’anello del ritorno si rivolge) si fa poca strada. Ma è l’indicazione della sequenza essenziale. Ciò significa che tale sequenza non esprime le molteplici tematiche che nel discorso di Nietzsche le sono più o meno strettamente connesse. Credo che l’interpretazione della sequenza essenziale presente neWAnello del ritorno esprima qualcosa che appartiene a Nietzsche: l’essenziale, appunto. Se ciò non fosse (ma non mi è nota alcuna alternativa che abbia la capacità di modificare questa mia convinzione), ebbene non avrei troppe difficoltà ad affermare - modestia invita - che quella sequenza non cesserebbe di essere essenziale, per la storia dell’Occidente (non cesserebbe di esserne il culmine), per il fatto di non appartenere a Nietzsche. b) Affinché vi apra tutto il mio cuore Che cosa mai resterebbe da creare se gli dèi esistessero? Nulla! Questa è la risposta richiesta dall’interrogativo retorico. Creare e annientare: sono gli aspetti fondamentali del divenire, secondo il senso che i Greci hanno assegnato al divenire: andare dal non essere all’essere e dall’essere al non essere. Creare: condurre nell’essere ciò che non era, che era nulla. Annientare: riportare nel nulla ciò che era riuscito a essere. Negare l’esistenza del creare e dell’annientare è negare 1’esistenza del divenire, ossia di ciò che per l’Occidente è l’evidenza suprema. Che cosa mai resterebbe da creare, all’uomo, se gli dèi esistessero? Nulla! L’esistenza degli dèi rende impensabile la potenza creativa e annientante dell’uomo cioè la vita dell’uomo - giacché è questa potenza a formare il centro di ogni divenire, e dunque il centro dell’evidenza originaria. Ma perché l’esistenza degli dèi rende impensabile e impossibile il creare e l’annientare dell’uomo? Incominciamo a rispondere dicendo il motivo per il quale Zarathustra attribuisce al dio i caratteri dell’esser l’Uno e il Pieno e l’Immoto e il Satollo e l’Imperituro. È ben più profondo di quanto non sembri a prima vista. Il dio è pieno e sazio. Pieno di tutta la realtà, che sta raccolta nell’immutabile e imperitura unità che lo costituisce e lo sazia. Il dio è questa unità anche se lo si pensa separato dal mondo. Il mondo non aggiunge nulla alla pienezza del dio, che dunque è sazio anche se ha lasciato al di fuori di sé il mondo. Pertanto il dio prescrive sé stesso a tutte le cose. Ne è la Legge. Egli non può non prescrivere sé stesso; non solo a tutto ciò che è già, ma anche a tutto ciò che sarà e a tutto ciò che è già stato. Se qualcosa, al di fuori del dio, avesse una propria legge, un proprio ordine e senso, una propria vita, diversi da quelli in cui il dio consiste, il dio non sarebbe ancora sazio, avrebbe ancora qualcosa di cui potersi saziare. Egli prescrive sé stesso al presente, al passato, al futuro, al tutto, prescrive la propria costituzione, cioè la legislazione in cui egli consiste e che egli proietta intorno a sé, nei secoli dei secoli, catturando e mantenendo tutto dentro di sé, sazio da sempre e per sempre. È già sazio di tutto. All’uomo e al divenire dell’uomo e della terra non resta dunque nulla. Nulla da creare e da annientare. Il divenire sarebbe impossibile, se vi fossero degli dèi. Se vi fossero, come potrei sopportare di non essere dio!?, dice Zarathustra. Non si tratta di una esclamazione vana e infine patetica. L’insopportabile non è tale per un individuo dalle molte pretese, ma per il pensiero che intende vedere la verità e che non può sopportare che l’esistenza del dio renda impossibile e impensabile la verità, cioè l’evidenza originaria e irrefutabile del divenire. Il dio è infatti la Legge suprema a cui tutto deve adeguarsi, che non può tollerare che dal nulla emerga una novità da lui non prevista, la quale sconvolga la sua legislazione e mostri che solo apparentemente egli era sazio e immoto. Con la propria pienezza e sazietà egli ha già raggiunto tutto e non può essere raggiunto e sorpreso da alcunché. È pieno perché ha riempito tutto di sé. Che cosa resterebbe da creare, che divenire resterebbe, se egli avesse tutto riempito con la Legge; in cui egli consiste e avesse raggiunto e occupato futuro, passato, presente, imponendo al futuro di non essere un futuro, un ancor nulla, ma di esser già una regione totalmente adeguata alla Legge; e, trattenendo a sé il passato, impedendogli di essere un ormai nulla e prescrivendogli quindi di non sottrarsi alla Legge, andandosene in una regione dove si possa essere liberi da essa? Che vita resterebbe all’uomo da vivere se tutto questo dovesse esistere? Nessuna. Eppure è evidente che l’uomo vive. Dunque dio non può esistere. Il divenire implica che esista un non essere da cui gli enti divengono e in cui ritornano. Ma un dio immutabilmente pieno e sazio ha già da sempre riempito tutti gli spazi vuoti del non essere: da essi non può provenire alcunché di cui egli non sia già sazio, e nemmeno nel vuoto in cui le cose si portano possono trovarsi mondi ed eventi di cui egli non si sia ancora impadronito o che si sia lasciato sfuggire di mano. Ciò significa - ecco il tratto decisivo e fondamentale - che 1’esistenza del dio, la cui legislazione si estende al tutto e alla totalità del tempo, trasforma il non essere, che è necessariamente richiesto dal divenire, in un ascoltatore e in un suddito dell’essere. Il dio identifica il nulla con l’essere, e quindi cancella il divenire, cioè l’evidenza originaria e suprema del pensiero e delle opere dell’Occidente. Molti a questo punto possono domandarsi se sia così scandaloso per Nietzsche che il nulla sia essere e l’essere sia nulla. Non è forse ben nota la spregiudicatezza di Nietzsche nei confronti dei principi logici? Eppure, chi crede nell’esistenza del divenire, quella spregiudicatezza non può averla - o ha un senso del tutto diverso da quello che comunemente le si assegna. Credere nel divenire significa infatti credere nella differenza tra il prima e il poi, tra ciò che ancora non è, ed è un nulla, è ciò che ormai è, tra ciò che è ciò che ormai non è più e daccapo è nulla. Tutte le forme di negazione del principio di non contraddizione proposte dal pensiero del nostro tempo negano tale principio in quanto esso si presenta ai loro occhi come negazione del divenire, ossia come negazione del senso autentico della non contraddittorietà, del senso consistente appunto nella ineliminabile differenza, nella struttura del divenire, tra il prima e il poi, tra l’essere e il nulla. Oggi si crede che i problemi dell’uomo possano essere risolti da un ritorno ai valori, alla tradizione dell’Occidente e soprattutto alla radice di tutti quei valori, che è Dio. Ma è un passato che agli occhi di Nietzsche si presenta come una foglia secca, ancora attaccata al ramo - una grande foresta disseccata che all’uomo della tradizione appare ancora come una vegetazione animata dalle linfe della terra e quindi ancora capace di guidare l’umanità. Ma se Dio è veramente morto 139 come è ancora possibile questa illusione? c) Eterno ritorno e tecnica La seconda parte di quella che sopra abbiamo chiamato la sequenza essenziale del pensiero di Nietzsche afferma che la stessa necessità che implica l’inesistenza di Dio implica anche l’eterno ritorno di tutte le cose. Si può esprimere questa tesi anche dicendo che in Così parlò Zarathustra non si deve perdere di vista la concatenazione essenziale di tre capitoli che nel testo compaiono invece separati l’uno dall’altro: Sulle isole beate, Della redenzione. La visione e l’enigma. La visione e l’enigma racconta l’eterno ritorno di tutte le cose. Zarathustra racconta che ci sono due strade, una che procede in avanti, l’altra all’indietro. Da come si presentano, non si dovrebbero mai incontrare; eppure, assicura Zarathustra, si incontreranno e tutte le cose che camminano su di esse si ripresenteranno, e infinite volte, così come una volta si sono presentate - ad esempio questo ragno e questo chiaro di luna e il colloquio tra Zarathustra e il nano. Zarathustra, qui, racconta. Eppure a Nietzsche è del tutto estranea la volontà di raccontar miti. La sua è una gaia scienza. Gaia; ma scienza. Non la scienza come epistéme che afferma resistenza di Dio, ma come conoscenza che tuttavia intende essere incontrovertibile e innanzitutto affermazione incontrovertibile dell’esistenza e dell’evidenza del divenire di tutte le cose e, su questo fondamento, conoscenza incontrovertibile della morte di Dio, ossia di ciò che rende impensabile e impossibile resistenza del divenire. Il pensiero di Nietzsche appartiene al culmine dell’essenza autentica del nichilismo - all’essenza cioè cui si rivolgono i miei scritti mostrando la Follia estrema -; ma, proprio perché è la forma più radicale del nichilismo, esso è anche la forma più radicale di fedeltà alla fede nel divenire. Gli amici di Dio, che pure fondano questa loro amicizia su tale fede, non posseggono tale fedeltà. Appunto per questo sono destinati al tramonto e a essiccare anche se sono attaccati ai rami. Il genio di Nietzsche sta nel rendersi conto che il rapporto fra la creatività dell’uomo e Dio è del tutto analogo al rapporto fra tale creatività e il passato. Come il Dio immoto, imperituro e sazio è immodificabile dalla volontà umana, così il passato si presenta all’uomo come immodificabile dalla sua volontà. Sul passato non si può più intervenire, non lo si può cambiare. Così fu. Ma questa - agli occhi della fede nel divenire - è la voce della non-verità; come è la voce della non-verità quella che afferma che Dio è vivo. Il passato possiede la stessa anima, la stessa essenza dell’anima e dell’essenza di Dio. Come l’immutabilità di Dio rende impossibile il divenire, così il divenire è reso impossibile daH’immutabilità del passato. Sebbene Zarathustra non usi queste espressioni, si può dire che anche il passato - quando sia visto da chi riesce a portarsi oltre l’uomo - è l’Uno e il Pieno e l’Immoto e il Satollo e l’Imperituro. La sua esistenza è infatti la legislazione che condiziona tutto il futuro. Non in senso deterministico, ma nel senso che anche quando ci si vuole liberare dal passato e dai suoi condizionamenti non si può evitare che esso sia stato così come è stato, sicché la liberazione da ciò che non può essere diverso da come è stato non può renderlo diverso da sé e non può non esserne condizionata. Una liberazione apparente. Ci si potrà proporre di evitarne le conseguenze, ma non si potrà evitare che la totalità del futuro si mantenga in relazione a ciò che non potrà mai diventare diverso da sé e a cui ogni futuro si dovrà quindi adeguare in questo senso più profondo. In nessun luogo del divenire si potrà evitare di rimanere in relazione con ciò che non potrà mai non essere più ciò che è stato. La coscienza umana può ricercare il passato - pensa la fede nel divenire -, ma è prigioniera della convinzione di non poter far sì che ciò che è stato non sia stato. La legislazione in cui anche il passato consiste potrà essere dimenticata ma non distrutta, e quindi anch’essa riempie di sé ogni spazio vuoto del nulla in cui il futuro consiste. Anche questo nulla diventa quindi un ascoltatore del passato, un passato esso stesso; così come il nulla implicato dal divenire diventa, con resistenza di Dio, un ascoltatore e un suddito di essa, diventa cioè un essere. Proprio perché non può essere modificato o annientato, il passato è il macigno che anticipa il futuro, e quindi lo annienta. Se esistesse un Immutabile, nessun evento, per quanto lontano nel futuro, potrebbe non tenerne conto, ossia potrebbe configurarsi indipendentemente da esso. Inoltre, da un lato il passato è ciò che è diventato nulla; dall’altro lato, tuttavia, ha un contenuto positivo che non rinuncia a sé stesso e al suo imporsi al futuro, così come non vi rinuncia Dio; sì che anche in questo senso il così fu è l’identificazione del nulla e dell’essere. Anche il futuro, quindi, sino a che l’uomo crede che il passato sia immodificabile, si presenta come qualcosa che non proviene più dal nulla - secondo quanto è richiesto dall’essenza del divenire -, ma proviene dal macigno del passato, da cui dipende come si dipende dal macigno di Dio. Come Dio, anche l’immodificabilità del passato implica la negazione del divenire, cioè di quella novità autentica che è la nullità di ciò che è ancora un futuro. Come Dio, anche il passato anticipa tutto, trasformando il nulla, senza di cui non ci può essere divenire, in un essere, in un ascoltatore del passato. Pertanto, come è necessario affermare che Dio è morto, così è necessario affermare che è morto anche il passato, in quanto esso è pensato e vissuto come l’assoluta immodificabilità del così fu. La creatività della volontà implica cioè necessariamente la sua capacità di trasformare il passato, di volere il passato come si vuole il futuro. Si tratta ora di indicare come ciò sia possibile. d) Volere Veterno ritorno e volere il passato Ancora sulla base di Così parlò Zarathustra - che nonostante i suoi tentativi di sviare il lettore contiene tutti gli elementi che rendono la dottrina dell’eterno ritorno una conseguenza inevitabile della fede nel divenire - richiamiamo dunque il modo in cui Zarathustra mostra come la volontà possa volere il passato (il che essendo già stato fondato da quanto è stato qui sopra rilevato), senza essere una semplice velleità. La volontà è il tratto essenziale del divenire. La sua libertà è innanzitutto il suo liberare da Dio e dal passato, e in generale da ogni forma che gli immutabili possono assumere. Proprio per questo, è libera nel senso che non è sottoposta ad alcun disegno prestabilito. Non solo essa è casuale: è il caso stesso. Se essa si presenta dapprima come volontà che vuole il futuro, ormai Zarathustra ha mostrato l’unilateralità di questo aspetto della volontà, cioè ha mostrato che essa è padrona del passato come del futuro. Essa vuole anche il passato. Ma essa non può volerlo separatamente dal proprio volere il futuro, perché altrimenti il futuro, una volta voluto e ottenuto, diventerebbe un passato su cui la volontà non ha potenza. È cioè necessario che il volere in avanti - il volere che vuole il futuro - sia lo stesso volere che vuole a ritroso, ossia che vuole il passato. Questa identità è possibile solo se volendo in avanti si percorre un circolo: un percorso in cui si finisce col ritornare al punto di partenza. Il percorso circolare - l’anello del ritorno - rende possibile che, volendo il futuro, si voglia per ciò stesso il passato. Solo se il divenire del mondo è un circolo, e un circolo che ritorna su di sé alfinfinito - un anello del ritorno -, la volontà che vuole il futuro vuole per ciò stesso il passato, e lo ottiene come ottiene il futuro. Ogni punto del circolo è un punto di partenza. Altrimenti, se esistesse un punto privilegiato, esso sarebbe il punto immutabile, Yarchè del processo: sarebbe, daccapo, un Dio immutabile che anticiperebbe in sé la totalità del divenire, vanificandola. Il circolo non ha né inizio né fine, nemmeno se inizio e fine sono il nulla (come invece pensa Leopardi con un rigore che è massimo all’interno di una prospettiva in cui, tuttavia, non si vede ancora la necessità dell’eterno ritorno di tutte le cose), perché anche in questo caso il divenire avrebbe una direzione, cioè sarebbe sottoposto a una legge che attribuirebbe al nulla i tratti che sono propri dell’anticipazione divina del tutto. Se il nulla stesso fosse l’origine unica e inamovibile da cui tutto proviene e il termine a cui tutto ritorna (anche la scienza e in particolare la cosmologia si muovono per lo più nei paraggi di questa tesi), il nulla preordinerebbe il futuro e riceverebbe il passato in modo analogo a quello in cui il futuro e il passato sono rispettivamente preordinati e conservati da Dio. Ciò non significa che il futuro non sia un uscire dal nulla e il passato non sia un ritornarvi: significa escludere che i nulla del futuro e del passato si distacchino dai punti del circolo dell’eterno ritorno e si configurino come dimensioni teologiche, immutabili, dominanti ed esterne rispetto alla casualità del divenire. Nemmeno il nulla può essere lo scopo e il riposo eterno dell’uomo. L’esistenza non ha senso. Che il divenire abbia un senso è un modo di affermare che il divenire è guidato da un Dio. Appunto perché è 144 impossibile che un qualsiasi immutabile esista, è necessario che il divenire - e cioè il tutto, la totalità di ciò che esiste - sia assolutamente senza senso. Come è impossibile un inizio assoluto, così è impossibile uno scopo assoluto. Il pensiero di Nietzsche mostra dunque non solo che ogni Dio, cioè ogni Immutabile, rende impotente la volontà, ma che la forma più potente della volontà è quella in cui la volontà vuole l’eterno ritorno di tutte le cose. Sino a che la scienza guiderà la tecnica assumendo la potenza come una volontà che vuole soltanto in avanti e che non sa di avere potenza anche sul passato, ossia non sa di essere, essa, l’eterno ritorno di tutte le cose, la tecnica non potrà raggiungere la potenza massima cui è destinata. Il destino della tecnica è di ascoltare la voce dell’eterno ritorno di tutte le cose e di realizzare l’epoca della potenza massima raggiungibile dall’esistenza (e a sua volta destinata a declinare, a ridursi, per poi ricomparire infinite volte). La tecnica è destinata a volere l’eterno ritorno di tutte le cose. Questa è la dottrina di Nietzsche che ancora è la più lontana dalla coscienza che scienza e tecnica hanno di sé stesse (anche se la possibilità di un recupero del passato è sempre più presa in considerazione aH’interno del sapere scientifico). Più vicina a quella coscienza è la dottrina che la morte di Dio toglie ogni limite alla volontà di potenza, anche se la morte di Dio non deve essere trattata come un dogma simmetrico a quello degli amici di Dio, ma deve essere vista nella sua necessità. Tutto ciò che qui è stato sommariamente tracciato trova il proprio significato concreto nelYAnello del ritorno. Qui si deve lasciar da parte, di quel mio scritto, la considerazione dell’aspetto speculativamente più rilevante del pensiero di Nietzsche, cioè il senso autentico della tragedia da cui esso è 145 avvolto e che può essere indicato dicendo che se la fede nell’evidenza del divenire implica necessariamente l’eterno ritorno di tutte le cose, tale fede implica necessariamente la negazione di sé stessa. Infatti, se l’eterno ritorno non è la riesumazione di un’antica dottrina metafisica, esso è tuttavia pur sempre un’eternità. Il tragico che il pensiero di Nietzsche non ha mai guardato in faccia (e che quindi non ha nulla a che vedere con le considerazioni di Nietzsche sulla tragedia attica) e che tuttavia grava sulle sue spalle è che la negazione del divenire appartiene necessariamente all’essenza del divenire: che il divenire non è divenire. Il genio di Nietzsche è infinitamente maggiore di quello che egli è disposto ad attribuire a sé stesso. Infinitamente maggiore, perché, senza volerlo - e anzi volendo l’opposto - mostra l’abisso senza fondo su cui si libra la fede che regge l’intera storia del mortale e, al culmine di quest’ultima, la storia dell’Occidente. Non si dovrà dire allora che il librarsi della fede nel divenire sull’abisso senza fondo della negazione di questa fede - il legame indissolubile che lega questa fede alla propria negazione - è il librarsi stesso della Follia - non quella che lacera la mente di un individuo che è stato un grande filosofo, ma quella che sta alla radice del modo in cui l’uomo ha abitato e tuttora abita la terra? Ricordo che due anni fa - Hans-Georg Gadamer era venuto a Venezia, e stavamo entrando a Ca’ Foscari parlando di Heidegger-, mentre ponevo termine alla nostra conversazione, perché la conferenza del professor Gadamer era imminente, volli avanzare quello che mi sembrava il punto decisivo, e gli dissi che tra Heidegger e l’essenza della tecnica c’era una sostanziale solidarietà. Al che Gadamer rispose con un no tanto perentorio quanto gentile. Ma è proprio su questo punto che vorrei un po’ soffermarmi; quindi mi è cara l’occasione per riprendere quel discorso interrompu con Gadamer: l’essenziale solidarietà del pensiero di Heidegger con l’essenza della tecnica, con quell’essenza che secondo Heidegger si colloca agli antipodi della sua posizione. Ieri si è parlato di differenza ontologica: vorrei prendere le mosse da questo concetto. Differenza ontologica significa che esiste una essenziale accidentalità nel rapporto tra l’essere e l’ente. Significa che l’ente non è essenzialmente legato all’essere e in questo senso è un evento che sopraggiunge improvvisamente e imprevedibilmente. Il concetto che è opposto a quello di differenza ontologica è la non- differenza ontologica. Questa lega l’essere all’ente; questo legame, per Heidegger, o la storia di questo legame, è la storia della metafìsica. Legare l’essere all’ente vuol dire assicurare le cose al loro essere. Assicurandole, le cose diventano stabili e arginano, bloccano, il sopraggiungere delle novità storiche. Allora, parlare della non-differenza ontologica è parlare delfimmutabilità, o dell’eternità delle cose. Recentemente, è uscita la traduzione di Was heisst Denken, dove viene sviluppato il concetto che al culmine di questa assicurazione degli enti all’essere, al culmine della non-differenza ontologica sta il pensiero di Nietzsche. Heidegger cita il frammento della Volontà di potenza, dove si parla della vetta della contemplazione: la vetta della contemplazione è il ritorno di tutte le cose. Questa, per Nietzsche, è l’estrema approssimazione del mondo del divenire al mondo dell’essere. Heidegger vede in Nietzsche, in quanto teorico dell’eterno ritorno, l’anticipatore della civiltà della tecnica, perché la civiltà della tecnica consiste nella programmazione che esclude la differenza ontologica; la programmazione che, stabilendo la routine, la ripetizione dell’inedito, esclude la possibilità del sopraggiungere del nuovo, del diverso. Heidegger si muove certamente verso l’espressione dell’essenza del pensiero occidentale, in quanto, allontanandosi dalla maggior parte delle forme del pensiero contemporaneo, capisce che l’essenza di tale pensiero va vista in termini ontologici. Ma è appunto in questa raffigurazione heideggeriana dell’aspetto ontologico della civiltà occidentale che si cela quella sostanziale solidarietà fra Heidegger e la tecnica, di cui avevo parlato prima. Perché? Il tema dell’eterno ritorno dice dunque che il nuovo è impossibile, ed eterno ritorno vuol dire estrema approssimazione del mondo del divenire al mondo dell’essere. Ecco, penso che tutti colgano il significato della parola approssimazione, che è estrema, ma è pur sempre approssimazione. Ciò vuol dire che la distinzione tra il mondo del divenire e il mondo dell’essere rimane; c’è sì l’estremo tentativo di identificarli, ma è tentativo che lascia inevitabilmente un margine dove il divenire non è l’essere. È il massimo che si può compiere per identificare i due mondi; ma il tentativo è uno sforzo, non riesce. Ora, il concetto dell’eterno ritorno finisce col bloccare il divenire, ma il divenire è bloccato solo in quanto se ne riconosce l’esistenza. Se teniamo ferma la vicinanza che Heidegger stabilisce tra tema dell’eterno ritorno e civiltà della tecnica, allora l’immutabile, cioè la non-differenza ontologica in cui consiste quell’immutabile che è l’eterno ritorno, è possibile soltanto sul fondamento del riconoscimento dell’esistenza del divenire. L’immutabile protegge dal pericolo della novità, precattura il nuovo, ma proprio perché è la difesa rispetto alla novità che il divenire porta con sé, appunto per questo l’affermazione dell’immutabile è il riconoscimento del divenire. Ma questo riconoscimento del divenire - che dunque è evidente in Nietzsche: proprio in quanto egli si vuole assolutamente cautelare dal divenire - questo riconoscimento del divenire non è nulla di diverso, nell’essenza, da ciò che Heidegger chiama differenza ontologica. Perché, se differenza ontologica significa accidentalità dell’ente rispetto all’essere, il non essere legato necessariamente all’essere da parte dell’ente, allora differenza ontologica vuol dire appunto il movimento di oscillazione delle cose, e la loro eventualità è il loro andare e venire - un processo in cui le cose sono lasciate nel loro andare e venire. Voglio dire che quel divenire, che è necessariamente riconosciuto da Nietzsche quando egli intende rendere radicale (e insieme difendersene) con 1’evocazione dell’eterno ritorno, quel divenire è altrettanto radicalmente riconosciuto da Heidegger quando egli lo esprime in termini puramente ontologici, come, appunto, differenza ontologica. D’altra parte è chiaro che quando Heidegger parla della programmazione operata dalla civiltà della tecnica, che impedisce la storia, dissente da questo acme che la metafisica occidentale raggiunge nel pensiero di Nietzsche e nella civiltà della tecnica. Voglio dire che quel modo di interpretare Heidegger per il quale egli verrebbe a equivalere simpliciter a Weber, non è quello che intendo sostenere. Dal punto di vista filologico è ovvio che Heidegger intende prendere le distanze dall’epoca in cui domina la civiltà della tecnica. Egli rivendica la possibilità del nuovo in contrapposizione all’eliminazione del nuovo. Allora, una prima domanda: qual è il fondamento dell’esigenza del nuovo? Perché ci deve essere il nuovo? Perché non ci può essere un sistema che predetermini la totalità dell’evento, precatturando appunto ogni novità e rendendo impossibile ogni novità? Che cos’è ciò che fonda questa esigenza del nuovo, che è l’esigenza dell’esistenza della storia? Lo so, è l’esigenza di tutti abitatori dell’Occidente: noi vogliamo che la storia esista. Ma perché deve esistere il non¬ sistema? Ecco, sostengo che Heidegger esprime semplicemente l’esigenza, ma non più che l’esigenza, della esistenza del nuovo: si limita a un’atteggiamento, che è proprio dell’intera cultura contemporanea, che non può escludere il sopraggiungere di un sistema il quale riesca a fare ciò che Hegel non è riuscito a fare. Per escludere il sistema, per riuscire a escludere la negazione della storia e della novità è necessario un approfondimento del senso ontologico del divenire, che rimane invece nel sottosuolo del pensiero di Heidegger (cfr., del mio saggio Gli abitatori del tempo, Armando 1978, il capitolo intitolato Gòtterdàmmerung). Seconda domanda: quando Heidegger polemizza contro la civiltà della tecnica, contro il piano, la programmazione, non si dimentica forse della caratteristica essenziale della scienza moderna, cioè del carattere ipotetico della scienza? L’anticipazione del futuro da parte d elYepistéme tradizionale è indubbiamente una cattura che elimina radicalmente la novità. Se è già aperto il senso del mondo, se il senso del mondo è già aperto all’interno di una epistéme, allora il nuovo è certamente impossibile. Ma la scienza moderna si è costituita proprio attraverso la distruzione d elYepistéme; quindi la programmazione, il piano, in cui consiste la civiltà della tecnica, è una anticipazione ipotetica del futuro: se teniamo presente il concetto di scienza come metodo sperimentale, allora, all’interno di questa prospettiva, la scienza, come sperimentazione, è una programmazione che però resta aperta alla smentita possibile operata dalla novità sopraggiungente. Vepistéme, sì, elimina la novità; dice alla novità: Io so già che cosa tu sei, io sono la tua regola; ma la scienza non fa questo, cioè la scienza realizza appunto a fondo quell’atteggiamento di apertura verso la novità storica, che Heidegger si limita a invocare. Questo sarebbe un primo senso secondo il quale la civiltà della tecnica è l’autentica erede dell’atteggiamento che Heidegger intende proporre. Ma vi è un senso più sostanziale. Il senso più originario e più nascosto della volontà di potenza è la volontà che la storia (il divenire, la differenza ontologica) esista. Solo se si stacca l’ente dall’essere e lo si fa oscillare tra l’essere e il niente è possibile il dominio dell’ente. Alla base della volontà di dominio sta la volontà che esista il campo del dominabile. Questa volontà originaria è l’essenza dell’Occidente. E in questa essenza convengono quindi anche la tecnica e il pensiero di Heidegger. Ma il pensiero di Heidegger, a differenza della tecnica, contraddice la propria essenza, perché mentre la tecnica, volendo il dominio dell’ente, porta a compimento l’originaria volontà di potenza (cioè la volontà che il dominabile esista), e cioè resta fedele alla propria essenza, Heidegger contrappone alla volontà di dominio il lasciar essere gli enti: quel lasciar essere che è stato originariamente violato (anche) dal pensiero di Heidegger, proprio perché la volontà che separa l’ente dall’essere - e che quindi vuole la nientità dell’ente - non lascia essere l’ente nel suo essere presso il suo essere, nel suo essere unito al suo essere. In questo senso, la volontà di potenza, nel pensiero di Heidegger, è incoerente (tradisce la propria essenza), mentre la tecnica si libera da questa incoerenza ed è quindi la coerenza del pensiero di Heidegger (e non solo di esso). In questo senso bisogna dire che il pensiero di Heidegger è unterwegs zur Technik, in cammino verso la tecnica. O anche: il pensiero di Heidegger esce dall’incoerenza solo se si pone come il lasciar essere le forze che si contendono il dominio dell’ente, e quindi come il lasciar essere l’organizzazione tecnologica del mondo, che ormai ha avuto il predominio su ogni altra forza. * Intervento al convegno su L’eredità di Heidegger, tenutosi all’università di Padova nell’inverno 1978 (con la partecipazione, tra gli altri, di Gadamer, A. De Waelhens, M. Riedel, G. Vattimo) e poi pubblicato in Verifiche. Le religioni soddisfano i desideri più profondi deiruomo. I miti gli dicono che può accostarsi e unirsi alle potenze supreme: possono salvarlo dal dolore e dalla morte e renderlo felice in un’altra vita. Dando ascolto a queste voci, per millenni e millenni l’uomo riesce ad anticipare qui sulla terra quella felicità, e a sopravvivere. Crede, ha fede in esse, ne è certo. Ma queste voci asseriscono, raccontano: non possono impedire che il dubbio si insinui e si faccia largo nella gran massa delle loro certezze. Il mito soddisfa il desiderio, ma è inaffidabile. La salvezza è il contenuto di un sogno. Nemmeno le religioni più evolute riescono a uscirne. Si fa avanti allora la religione. Intende mostrare come il dubbio possa esser vinto. La storia breve della religione: due millenni e mezzo. In essa, però, i criteri per accorgersi di ciò che è sogno sono andati sempre più perfezionandosi. E tuttavia il contenuto del sogno non è stato sostituito da una veglia altrettanto salvifica e beatificante. L’uomo ha voluto vedere - e, di assolutamente affidabile, ha visto soltanto l’assoluta precarietà della propria condizione. Scienza e tecnica fanno sì prevedere, qui sulla terra, l’avvento del loro paradiso. Ma fanno anche capire che nemmeno questo paradiso può uscire dal sogno. Sanno che, per quanto raffinate, le loro procedure razionali sono ipotetiche, fallibili. La condizione umana è precaria, perché precaria è ogni rassicurazione razionale dalla non precarietà dell’umano. Sia pure in modo diverso, la salvezza dal dolore e dalla morte continuano a essere qualcosa di sognato. In questa situazione, i miei scritti indicano qualcosa che non può non sembrare esorbitante e velleitario. Può essere espresso con l’affermazione di Eraclito: Sono attesi gli uomini, quando sian morti, da cose che essi non sperano né suppongono. Intendo: da cose che sono infinitamente di più di ciò che essi desiderano, suppongono, sperando di ottenere; infinitamente di di più di ciò verso chi vuole condurre la stessa speranza cristiana, e dunque di più di ogni immortalità e di ogni resurrezione della carne che a speranze di questo genere sono connesse - e infinitamente di più di ciò a cui lo stesso Eraclito poteva riferirsi. Siamo destinati a qualcosa che è infinitamente di più di tutto quanto il più insaziabile dei desideri può volere. Ma il carattere esorbitante di queste affermazioni è ancora maggiore, perché quel che esse indicano non si presenta, nei miei scritti, come il contenuto di un mito, ma come lo stare, in modo assoluto, al di fuori del sogno in cui rimane ogni mito e ogni forma della stessa ragione. In questo stare al di fuori del sogno non si tratta di attendere l’avvento dell’insperato: già ora, da vivi, gli uomini sono avvolti da una veglia assoluta che è infinitamente più radicale di ogni incontrovertibilità e di ogni procedura critica della ragione - dunque anche di quella delle scienze logico-matematico- naturali. È all’interno di questa veglia assoluta che si mostra la destinazione dell’uomo a cose che egli non spera né suppone. L’uomo non è ciò che il mito e la ragione gli fanno credere di essere, ma è lui stesso, nel profondo, a esser questa veglia assoluta. In essa appare l’infinito allargarsi di sé stessa, cioè la sua Gloria; il suo accogliere tratti sempre più ampi del Tutto, ossia della Gioia che l’uomo, da ultimo, è. Nei miei scritti tale veglia assoluta è indicata dalla parola destino, intesa come costruita in modo analogo a termini quali de-amare, de-vincere, dove il de esprime l’intensifìcazione dell’amare e del vincere, sì che il destino è l’intensificazione estrema dello stare, cioè dell’inamovibilità in cui consiste la veglia assoluta. Il destino è l’apparire di ciò che è, ossia degli essenti. Nel destino appare che ogni essente è sé stesso e non diventa altro da sé, e dunque è eterno; e appare che il variare del mondo è il sopraggiungere degli eterni nell’apparire, ossia è la Gloria dell’inesauribile sopraggiungere della Gioia; e, insieme, nel destino appare che la negazione del destino è negazione di sé stessa, una freccia che, volendolo colpire, colpisce sé stessa. Il destino è il senso autentico della verità. E, ancora, nel destino appare che l’uscire dal nulla e il ritornarvi non appaiono, ma appare il sopraggiungere di quegli eterni che sono il dolore e il piacere, la nascita, l’agonia. Il cadavere - gli eterni che sono oltrepassati quando tramonta l’isolamento della terra dal destino. Nell’isolamento della terra, la fede nel divenir altro porta alla luce la volontà di salvezza e di potenza. Nel suo significato essenziale la morte è il divenir altro (ossia è l’impossibile); e da sempre i mortali hanno tentato di vincere la morte diventando altro da ciò che essi sono: uccidendo il Dio, come Adamo, o diventandone gli alleati, come Gesù. Hanno tentato di vincere la morte con la morte. Certo, tutto questo, detto in questi termini, può sembrare un ennesimo mito che ripropone quanto la tradizione filosofico-metafisica dell’Occidente ha inteso essere: l’unità di quanto interessa l’uomo e di quanto la ragione può dire (l’unità tuttavia che non può essere realizzata né dalla coscienza religiosa né dalla configurazione che la religione è venuta ad assumere nel nostro tempo). Ma, lungo la storia stessa dell’Occidente, quella tradizione è tramontata. Sennonché è proprio nei miei scritti che si mostra l ’inevitabilità di tale tramonto, la quale va rintracciata in quella dimensione più profonda del pensiero filosofico del nostro tempo, che questo stesso pensiero per lo più non riesce a raggiungere. D’altra parte sin dal suo inizio la filosofia porta alla luce non solo l’istanza dell’incontrovertibilità, ma anche un senso radicalmente nuovo della salvezza: si tratta di salvarsi dal nulla da cui le cose del mondo sporgono improvvisamente. Il mito prefilosofico non pensa il nulla e dunque non vede nemmeno che la morte è annientamento. Non vede il pericolo estremo e quindi non salva da esso. Pensando l’eternità del divino, la tradizione filosofica crede che la salvezza dal nulla sia possibile. Ma se si sa scendere nella dimensione profonda della filosofia degli ultimi due secoli si scorge che qualsiasi Essere eterno è impossibile. Impossibile, quindi, anche ogni verità eterna, incontrovertibile, definitiva. Ciò significa che sia la tradizione filosofica sia la filosofia del nostro tempo, sia l’intero passato sia l’intero presente della civiltà occidentale, e dunque, ormai, planetaria, hanno in comune il grande mito - la grande Follia - in cui il variare del mondo è inteso come l’uscire dal nulla e il ritornarvi, da parte degli essenti. (Il mito che dunque accomuna non solo gli amici e i nemici di Dio, ma anche, per quanto riguarda la filosofia del nostro tempo, la cosiddetta filosofia analitica e la cosiddetta filosofia continentale). La volontà di salvezza - che è la stessa volontà di potenza - è la figlia di questo mito. Ma è inevitabile che si obbietti: Come può essere sostenibile un discorso che ritiene di essere l’unico a non appartenere al mito e alla follia? Il genio dell’uomo ha sempre fatto perno sul divenir altro delle cose; e proprio quel discorso, che pretende di smentire quel che l’uomo ha sempre pensato, e su cui si fonda tutto ciò che egli ha creato, dovrebbe esser l’unico detentore della verità?. Possiamo richiamare così la risposta a questa obbiezione - che peraltro è sempre stata rivolta ai filosofi e al campo di lotte senza fine (dice Kant) a cui essi hanno dato vita. Che esistano altre coscienze, oltre a quella che appare nel destino è, originariamente, un problema, non una verità assoluta. Originariamente, è un problema che l’uomo sia una società di individui umani. Ed è un problema anche ciò che i linguaggi dell’uomo intendono dire. Li si interpreta; ma l’interpretazione non è una verità assoluta. È dunque un’interpretazione anche Yesistenza del dissenso rispetto al linguaggio che indica il destino - del dissenso che si esprime dunque anche nell’obbiezione che stiamo discutendo. È una interpretazione anche l’esistenza della storia, di cui prima si è detto, che conduce dal mito alla ragione. Che il genio degli uomini sia sempre rimasto al di fuori del destino, e abbia sempre agito secondo questa sua alienazione, è interpretazione, cioè qualcosa di problematico. Il linguaggio che indica il destino dovrebbe propriamente dire: se c’è stato qualcosa come mito, e se c’è stato qualcosa come ragione, allora l’avvento della ragione esprime l’inaffìdabilità del mito, e la esprime nel modo sopra rilevato. Certo, al destino appartiene anche la necessità del suo essere presente in infiniti altri cerchi dell’apparire - e in questo senso gli appartiene l’affermazione che Tesser uomo è Tessere una molteplicità di modi di esser uomo, ossia è una società. Ma poiché è sul fondamento del destino che l’esistenza di questa molteplicità può essere affermata incontrovertibilmente, allora, se si scopre che tale molteplicità è tutta o in parte un dissenso rispetto al contenuto del destino, tale dissenso morde la mano che lo sorregge, nega ciò sul cui fondamento è affermata incontrovertibilmente la sua esistenza. Che esista il dissenso che si scandalizza o irride le esorbitanti pretese del linguaggio che indica il destino non è un fatto: è anch’esso un mito. Quando il destino mostra di essere presente in un’infinità di coscienze e mostra il loro dissentire dal destino, tale dissenso perde ogni verità. Che tale dissenso esista viene affermato infatti proprio in base a ciò da cui si dissente. La fantasia è l’insieme delle immagini originarie, delle forme di rappresentazione più antiche e più generali dell’umanità: gli archetipi (ad esempio il divino). Diffusa dappertutto, la fantasia appartiene ai misteri della storia dello spirito umano. Così scrive Cari Gustav Jung. Platone vede nelle idee le immagini originarie di tutte le cose, gli archetipi; così originarie da essere le stesse cose originarie. Ma per lui la conoscenza delle idee non appartiene ai misteri dello spirito umano, bensì alla scienza ( epistéme ) della verità a cui solo il filosofo è capace di sollevarsi e che dunque è l’opposto della fantasia intesa come evocazione misteriosa, e quindi da ultimo oscura e arbitraria, di mondi. Eppure è necessario risalire molto più indietro di ogni archetipo a cui l’uomo si sia rivolto lungo la propria storia. Ci si imbatte nella forma originaria della fantasia, di cui tutti quegli archetipi sono derivazioni. Da tempo chiamo terra la storia dell’uomo e delle cose che gli si fanno incontro. Infatti si può pensare che la più antica origine di questa parola indichi il venire e l’andare, l’insieme di ciò che va e viene: il seno e la voce materna, la luce e la casa, uomini e dèi, il dolore e il piacere: cose terrestri e celesti, giacché anche il divino raggiunge i mortali a un certo punto della loro vita e poi da molti di essi si allontana. La terra: gli stormi delle cose che vengono e vanno. Da che cosa è accolta la terra? Da che luogo si allontana? I mortali appartengono alla terra: nascono e muoiono. Ma l’uomo non è un mortale. Egli è il luogo eterno in cui appare ciò che da sempre la verità è destinata a essere: il destino della verità del Tutto; essenzialmente diversa da ciò che i mortali hanno inteso con le parole destino e verità. Nell’uomo sopraggiunge la terra. Ma insieme a essa sopraggiunge e si fa dominante la convinzione che l’uomo sia un mortale, e con lui tutte le cose; ed egli vive come se in verità lui e le cose lo fossero. Ma in verità ogni cosa è eterna. Non solo le anime, come invece pensa Platone, ma anche i corpi, e tutti gli stati delle une e degli altri. Anche la terra è eterna; e anche quella ingannevole convinzione che separa la terra dal destino della verità. Com’è lontano questo discorso da tutto ciò di cui sono convinti i mortali. Anche e soprattutto in questo caso la sua inevitabilità non può essere, qui, neppure lontanamente indicata. Qui si tratta solo di mostrare, e da lontano, in che senso è necessario risalire molto più indietro di ogni archetipo evocato dai mortali. Tanto indietro da poter scorgere che sia la verità dei mortali sia la loro fantasia hanno la stessa anima e che quest’anima è la forma originaria della fantasia. In una delle sue accezioni più comuni, la fantasia è la capacità di portare alla luce mondi diversi da quello quotidiano o da quello che è ragionevole ritenere esistente. Ma questi due tipi di mondi, cioè di andirivieni, entrambi evocati dai mortali, appartengono alla terra. Essa è il fondamento non solo della sapienza di questo mondo e della sapienza di Dio, ma anche della fantasia. E la terra si inoltra nel luogo eterno del destino della verità. Ma non basta. La maggior parte di coloro che leggono queste righe sta pensando che esse non abbiano nulla a che fare con la realtà e la serietà della vita. Fantasie, appunto. Ma anch’essi sanno infinitamente di più di quanto credono di sapere. Sono l’apparire del destino. L’autentica fantasia originaria è cioè la convinzione che la realtà con cui noi abbiamo sicuramente a che fare sia, appunto, le cose che vengono e vanno, terrestri o celesti, le cose della terra ; e ormai si pensa che tutte le cose vengano dal nulla e vi vadano. Tutto è avvolto dalla morte. Chiudendosi in questa persuasione i mortali vivono nella terra separata dal destino della verità, nella terra che appare sfigurata, irretita, trascinata in basso. La terra dei morti. La fantasia originaria è la separazione della terra dal proprio destino. Una metafora può forse aiutare a comprendere queste affermazioni - purché non si dimentichi che la filosofia autentica non è metafora, ma il pensiero più radicale, essenzialmente più radicale e inevitabile di ogni altra forma di sapere, scienza compresa. Quando i cacciatori vedono gli stormi di uccelli attraversare il cielo, non è che il cielo non lo vedano più. Non si produce in essi qualcosa come un oblio del cielo e del più alto dei cieli - quale invece secondo Platone si spalanca nelle anime che hanno perduto le ali e non riescono più a vedere gli archetipi che appaiono nella pianura della verità. Quei cacciatori, il cielo, lo vedono ancora, ma son tutti presi dal volo degli uccelli e se qualcuno parlasse loro del cielo direbbero che le sue son fantasie e che sono gli uccelli le cose con cui essi hanno sicuramente a che fare. Son tutti presi dal volo degli uccelli perché non mirano ad altro che a prenderli, gli uccelli; ed effettivamente li prendono, e gettano loro addosso le reti e li sfigurano e, separandoli dal cielo, li trascinano giù in basso e li uccidono. La fantasia originaria è il volo irretito degli uccelli. L’arte tenta di rievocare il libero volo, ma, per quanto splendente, rimane anch’essa aU’interno della rete, mostrando il volto sfigurato della terra. Giacché ora si può capire che, nella metafora, il volo degli uccelli corrisponde alla pura terra, il cielo al destino della verità. La rete dei cacciatori corrisponde dunque alla volontà di potenza che isola la terra dal destino della verità. Tale isolamento è la forma originaria della fantasia. Su di essa si fondano le forme derivate: religioni e miti, filosofia, arte, scienza, tutti i morti pensieri e le opere morte dei mortali. Discutere il destino della verità, concretezza delVerrare, isolamento della terra, linguaggio Anche oggi il tema di fondo del pensiero filosofico - nonostante i tentativi di eliminarlo, ma anche in seguito alla loro presenza - riguarda la verità di ciò che è conosciuto e voluto dall’uomo. Con diversi gradi di potenza e rigore la filosofia del nostro tempo rifiuta la possibilità di una verità assoluta e definitiva, capace di affermare qualcosa di Immutabile. Un rifiuto, questo, che è cosa ben diversa dal considerare superfluo il tema della verità; e che là dove è adeguato al proprio compito è un rifiuto inevitabile. Esso è tuttavia la coerenza estrema del nichilismo. Da quando abita la terra l’uomo intende le cose del mondo come un diventare altro; da quando la terra è abitata dalla filosofia la filosofia concepisce la cosa come ciò che è (ente) e definisce il suo diventar altro come passaggio dal suo non essere al suo essere e viceversa. La cosa che incomincia a essere è stata nulla nella misura in cui essa non era e incomincia, e la cosa che finisce di essere torna nel nulla nella misura in cui essa finisce e non è più. Procedendo da questo senso dell’esser cosa è inevitabile che la filosofia pervenga al rifiuto di ogni verità assoluta e definitiva e di ogni Ente immutabile e divino; e viceversa, tale rifiuto è inevitabile solo se procede da quel senso - che domina progressivamente non solo i pensieri ma anche le opere della civiltà occidentale e, ormai, dell’intero pianeta. (Ciò non significa che questa dominante inevitabilità stia davanti agli occhi di tutti i protagonisti della filosofia contemporanea: all’opposto, va invece rintracciata nel sottosuolo del nostro tempo.) Il senso greco dell’esser cosa domina la terra perché è ritenuto indiscutibile. Ma perché non può essere discusso? In questa domanda traspare la dimensione ignota alla storia della terra. Tanto più ignota quanto più tale dimensione si mostra non come un semplice domandare, ma come negazione di quel senso e quindi come negazione di ciò sulla cui base è inevitabile che si pervenga alla negazione di ogni verità incontrovertibile. Tale dimensione è il destino (inteso secondo il senso richiamato nelle pagine precedenti). Il destino è la manifestazione del differire degli essenti tra loro e del loro non essere. Essi sono le differenze. Proprio per questo il destino è la manifestazione dell’impossibilità che ciò che è, in quanto tale, non sia: è l’apparire della necessità che Tessente in quanto essente (e pertanto ogni essente) sia eterno. Le implicazioni di questa affermazione conducono molto lontano. Ma il destino è tale solo in quanto è la dimensione in cui appare incontrovertibilmente il senso dell’incontrovertibile e Tincontrovertibilità di tale dimensione: non è la fede nella propria incontrovertibilità. Con una espressione che, qui, non può che rimanere astratta, formale, si può indicare il senso delTincontrovertibilità e della necessità del destino dicendo che esso è la dimensione la cui negazione nega sé stessa. Il destino è la negazione della fede, cioè dell’errare. L’uomo di cui si parla all’interno della terra isolata dal destino è anch’esso il contenuto di una fede. Con ciò si intende qualcosa di essenzialmente più radicale dell’affermazione che l’uomo erra: si intende che la fede nell’esistenza dell’uomo della terra isolata è un errare, un sogno. La terra intera, in quanto appare separata dal destino, è il contenuto del grande sogno in cui consiste la vita e che è il grembo di ogni fede. (Ma in quanto è un essente, anche il sogno è un eterno.) La vera essenza dell’uomo è il destino. Essa non appartiene ad alcuno degli abitatori, umani o divini, della terra isolata. È all’opposto la terra isolata ad appartenere al contenuto che appare nel destino - giacché solo nel destino può apparire incontrovertibilmente l’esistenza dell’errare, della fede, del sogno, ossia della negazione del destino della verità. Discutere il destino è un modo di negarlo, sì che tale discussione nega sé stessa. Infatti discutere significa affermare una differenza: tra ciò che è discusso e ciò che in vari modi gli si oppone. E il destino - si è detto - è innanzitutto l’apparire del senso che compete alla differenza (ossia alla differenza dei differenti). Discutere e opporsi al destino è quindi un differirne. E proprio per questo è condividerne, più o meno inconsapevolmente, il tratto originario: l’affermazione della differenza. In questo differire - condividendo-ciò-da-cui-si-differisce si ripresenta l’indicazione, prima sommariamente richiamata, del senso dell’incontrovertibile, ossia Tesser la dimensione la cui negazione nega sé stessa. Discutere il destino è condividerlo; ma è anche negarlo, e pertanto è negare tale condivisione, sì che discutere il destino è negazione di sé stesso. È necessario affermare l’esistenza delle differenze non perché esse appaiono all’interno della fede e del sogno in cui consiste la terra isolata dal destino - e dunque, da ultimo, non perché si vuole che esse siano. È nel destino che appare la necessità della differenza dei differenti e la necessità della loro eternità e di tutto ciò che essa implica: nel destino - che già da sempre si apre al di là del percorso dove gli abitatori della terra pervengono inevitabilmente, sul fondamento della fede nel diventar altro, alla negazione di ogni verità e di ogni Ente immutabile. Discutere e opporsi al destino, quindi condividendolo, è pertanto solo il tentativo inconsapevole di condividerlo. Giacché altro è la negazione del destino, che gli appartiene essenzialmente in quanto esso è la negazione della propria negazione (e questa negazione del destino non è un semplice tentativo di esser negazione); altro è la negazione che appare nella terra isolata dal destino e che se (a differenza dell’altra negazione) si rende visibile agli abitatori di questa terra, tuttavia, in quanto è una fede, è solo un tentativo di essere negazione del destino. Già il vivere è trovarsi nelle differenze - è, appunto, credere, aver fede di trovarvisi. Forse la differenza più antica è quella che la volontà è convinta di esperire tra i propri desideri e le resistenze da essi incontrate. Oggi la tecnica guidata dalla scienza moderna è il modo più potente con cui la volontà domina le differenze. Ma nemmeno la scienza e la tecnica, nonostante il loro rigore concettuale, riescono a porsi al di là della fede e pertanto della fede nell’esistenza delle differenze. La filosofia, sin dall’inizio, è la volontà di liberarsi dalla fede - quindi dal mito, che è uno dei contenuti più antichi della fede e che a lungo ha raccolto in sé e dominato ogni altra forma di fede (e ancora permane in molte parti del mondo). Eppure la filosofìa conserva il tratto centraledella fede prefilosofica nelle differenze: conserva, appunto, la fede nel loro diventar altro. Il pensiero filosofico conserva in sé la fede che le differenze siano anche un differenziarsi, e nel modo più radicale. I miti raccontano cosmogonie, teogonie, metamorfosi: le grandi forme del diventar altro. La filosofìa, però, intende essere il vero racconto. La sua grandezza sta nell’aver evocato una volta per tutte il senso radicale della verità. La verità è il mostrarsi dell’assolutamente incontrovertibile. Si è poi trattato di stabilire il senso dell’assolutamente incontrovertibile e il contenuto di cui è necessario affermare tale incontrovertibilità. Ma lungo la storia dell’Occidente la fede è prevalsa sulla stessa filosofia: oltre a essersi sviluppata come fede nel differenziarsi delle differenze, la filosofia si è sempre più consolidata come fede nell’incontrovertibilità della manifestazione (esperibilità, osservabilità) di tale differenziarsi. Verità si dice in molti sensi anche perché molti ambiti della vita si presentano come verità - e per questo si parla di verità religiosa e morale, di verità degli istinti, degli affetti, dell’arte, di verità della filosofia e della scienza; e, complessivamente, di verità dell’esistenza della vita e della terra (quale appare nel suo essere isolata dal destino). Ma poiché queste verità non sono il destino della verità, esse sono tutte verità controvertibili - per quanto diversa possa essere la loro plausibilità (probabilità, ragionevolezza, potenza e coerenza concettuale) e potenza - e raffermarle è sempre una fede, anche quando esse hanno fede nella propria incontrovertibilità. La più plausibile è lontana dal destino tanto qua nto la meno plausibile: infinitamente. (Questo, anche se è appunto all’interno di questa infinita lontananza che tuttavia si presenta come inevitabile, nel pensiero del nostro tempo, la distruzione di ogni verità assoluta e di ogni Ente immutabile.) Si può chiamare filosofia futura il linguaggio che, invece, testimonia il destino della verità. Essa è futura perché se nel presente la sua voce è soverchiata dalle voci della terra isolata dal destino, tuttavia essa è destinata a mostrarsi come il linguaggio dei popoli. D’altra parte, testimoniando il destino, la filosofia futura si rivolge alla dimensione che, eterna, non è inclusa, ma - più antica del più lontano passato - include la totalità del tempo che viene affermato all’interno della terra isolata. Tuttavia, le stesse voci che si levano nella terra isolata, e sono quindi negazioni del destino, vanno rendendo anch’esse sempre più concreto il contenuto del destino. Infatti vanno rendendo sempre più concreta quella negazione del destino che essenzialmente gli è unita, e in questo senso gli appartiene, e quindi senza la quale il destino non potrebbe essere. Ciò significa che la discussione del destino non è soltanto l’opporglisi che, si è detto, proprio perché intende differirne condivide (ossia è il tentativo inconsapevole di condividere) l’affermazione della differenza che in esso appare: tale discussione è insieme l’arricchirsi della negazione del destino, quindi è insieme l’arricchirsi, il concretarsi di esso. In questo senso tutto l’infinito contenuto della terra isolata dal destino - il contenuto che è, tutto, negazione del destino - va rendendo sempre più concreta la negazione del destino e quindi il destino stesso, in quanto negazione di tale negazione. D’altra parte, la terra isolata, in quanto fede originaria, è interpretazione, ossia un conferir senso a qualcosa. Ma, proprio in quanto esso è un conferire, non gli può competere l’incontrovertibile necessità del destino, ed è quindi volontà di dar senso. È per tale conferimento di senso che, nella terra isolata che appare nel destino, certi eventi appaiono come linguaggi e come linguaggi che negano il destino. Tutte le negazioni del destino che appaiono nella terra isolata sono cioè contenuti dell’interpretare (cioè del sogno) che appare alfinterno del destino (e la cui esistenza è pertanto un tratto del destino). Gli eventi della terra isolata sono interpretati come linguaggi che, proprio perché testimoniano altro dal destino, ne sono la negazione. Che dunque esista la discussione del destino offerta dalla terra isolata, è qualcosa di voluto dall’interpretare (che appare nel destino). Né può essere diversamente, perché se nella negazione del destino il destino apparisse, essa apparirebbe come negazione di sé stessa, e l’apparire di tale autonegazione sarebbe l’apparire stesso del destino. Se il destino appare è impossibile esser convinti della sua negabilità e controvertibilità. Lo si può discutere e negare, se ne può affermare la controvertibilità e negabilità solo in quanto il discuterlo e negarlo è un linguaggio che nella terra isolata testimonia soltanto essa - cioè un linguaggio che nel destino appare come qualcosa di evocato dall’interpretazione. Sono così evocati anche i linguaggi che, all’interno dell’interpretazione, mostrano di essere affermazione del destino, o di condividere il linguaggio che lo testimonia - e questo stesso linguaggio è evocato dall’interpretazione in quanto esso appartiene al passato, mostrandosi con la proprietà dell’esser mio. Appunto a questo tipo di linguaggio (e non al mostrarsi del destino) si rivolge la discussione del destino nella misura in cui essa riesce a costituirsi - visto che essa riesce a costituirsi solo in quanto non si rivolge al destino, non ne contiene l’apparire, non lo capisce: solo in quanto non ha come contenuto il destino, nel quale la negazione-discussione di esso può apparire soltanto come negata. Diciamo dunque: nella misura in cui riesce a costituirsi la discussione del destino si rivolge al linguaggio che lo testimonia, perché non è non è un tratto del destino che tale linguaggio possegga tutte le condizioni richieste per essere capito dai linguaggi altrui. L’uomo vive soltanto se crede - nel senso più ampio di questa parola, rispetto al quale la fede religiosa è soltanto una specificazione, per quanto eminente. Vivere è innanzitutto credere di esistere e di agire nel mondo. E ogni credere, ogni fede, è volontà. La volontà non vuole soltanto cambiare il mondo e realizzare il futuro, ma innanzitutto vuole che le cose presenti e passate siano ciò che essa crede che siano e siano state. La fede-volontà è interpretazione. Tuttavia credere-volere-interpretare è stare al di fuori della verità non smentibile. Credere è errare. Ma se l’uomo fosse soltanto un vivere, cioè un credere, allora sarebbe soltanto un credere anche l’affermazione che vivere è credere e volere - affermazione condivisa peraltro da gran parte della cultura non solo filosofica del nostro tempo. E invece - ma al di fuori del modo in cui è così condivisa - questa affermazione non è un credere, ma è una verità non smentibile. Ciò significa che l’uomo non è soltanto vita, cioè fede, ma è, originariamente, l’apparire della verità non smentibile. È all’interno della verità che - in modo non smentibile, incontrovertibile - appare la vita, cioè la fede, la volontà. La verità a cui si è rivolta l’intera storia dell’Occidente non è riuscita a essere la verità non smentibile - la verità che d’altra parte s’illumina nel fondo più nascosto di ogni uomo (e ovunque qualcosa appaia). A volte il linguaggio la indica; la chiama destino della verità - come appunto nei miei scritti viene chiamata. Ma, anche qui, che questo linguaggio sia l’agire di qualcuno - che qualcuno ne sia l’autore, che tale linguaggio abbia il carattere dell’esser mio -, questo è daccapo uno dei contenuti in cui la vita può giungere a credere (come crede che l’uomo esista e agisca nel mondo e che sia l’autore dei linguaggi che parlano del mondo). Il nichilismo - inteso nel senso indicato nei cosiddetti miei scritti - è la forma più potente della vita, cioè della fede, cioè dell’errare. Lascia le sue tracce anche in questi scritti, che sono andati via via liberandosene. D’altra parte sono il contenuto di una fede sia Vesistenza del linguaggio che conduce oltre il nichilismo, sia quella forma di vita che è il voler dire e quindi anche il voler dire in cui consiste quel linguaggio. Ciò che sta oltre il nichilismo è il de-stino della verità. Esso mostra anche in che senso non è contraddittorio che quella duplice forma di fede (cioè di non-verità) possa condurre al destino della verità, ossia a ciò che, in quanto tale, non è un punto di arrivo, ma è il punto di partenza di ogni percorso. In un senso che è fondamentale i miei scritti hanno quasi subito guardato nella stessa direzione. Però il loro è stato un percorso, non un salto oltre il nichilismo. Il percorso è incominciato molto presto (nei primi anni Cinquanta), ma l’oltrepassamento del nichilismo è stato progressivo^ Anche ai miei scritti (sebbene, sembra, in misura consistentemente inferiore rispetto a molte altre scritture filosofiche) si può quindi muovere l’obbiezione, considerata nel paragrafo precedente, di essere uno sviluppo dove il linguaggio giunge a dire qualcosa che in qualche modo esso dapprima negava. E perché, allora, quel che ora esso dice non dovrebbe essere a sua volta negato da un suo ulteriore sviluppo? Tale obbiezione e la relativa risposta hanno in questo caso un peso particolare perché riguardano il rapporto tra il senso radicale della verità e il linguaggio che lo indica. I molti significati della parola verità, comunque, non tolgono di mezzo la differenza tra la verità, intesa come sapere il cui contenuto è l’assolutamente non smentibile e incontrovertibile - il destino della verità, appunto - e tutti gli altri sensi, nei quali, alla luce della verità così intesa, le diverse forme di verità appaiono invece come sapere il cui contenuto non è qualcosa che non possa essere in qualche modo negato. Saperi, si è detto (si pensi ad esempio alle espressioni verità morale, verità dell’arte, verità della fede, verità del cuore, ecc.), ma anche intuizioni, emozioni, certezze, fedi, impulsi profondi, desideri, costumi, tradizioni ecc. La gran questione è la determinazione del contenuto dell’incontrovertibile, ossia del non poter essere altrimenti (secondo la definizione aristotelica): il contenuto che lungo la storia dell’Occidente è stato qualificato come verità ( epistéme della verità) non è riuscito a essere l’assolutamente incontrovertibile. Rispetto all’incontrovertibile autentico, ogni modo di esperire le cose che differisca da esso è un modo del controvertibile, cioè tien stretto un mondo che d’altra parte può sottrarsi alla stretta ed essere diversamente da come è - per quanto alto e nobile o per quanto profondo e preteso dalle viscere e dal cuore. L’incontrovertibile autentico è il destino-, e la struttura originaria del destino è il centro da cui si irradia la multiforme pianura infinita del destino. Nella sua essenza autentica l’uomo - ogni uomo - ne è l’eterno apparire (e tale affermazione è una forma a sua volta appartenente a quella multiforme infinità). La risposta all’obbiezione che si sta considerando in questo e nel precedente paragrafo, si fonda sul rapporto tra destino e terra. Nel destino appare la terra - ossia tutto ciò che sopraggiunge nell’eterno apparire del destino ma appare nel suo esser isolata dal destino, appare cioè come il luogo originario del controvertibile - ossia del credere-volere - interpretare. AH’interno della terra isolata si crede inoltre che il linguaggio non parli d’altro che delle cose della terra (lo si crede, senza poter sapere che sono le cose - umane e divine della terra isolata dal destino). E tuttavia nello sguardo del destino appare che nella terra isolata anche il linguaggio che testimonia il destino riesce ad affacciarsi; e appare che non è impossibile che tale linguaggio sia presente anche in linguaggi che sembrano essere - nelle interpretazioni del mondo che crescono e dominano alfinterno dell’isolamento della terra - le negazioni più perentorie dei tratti del destino. Quella forma di testimonianza del destino che sono i miei scritti sono eventi della terra isolata, che nello sguardo del destino appaiono alfinterno dell’interpretare, ossia della fede che costituisce l’isolamento della terra - appaiono all’interno dello sconfinato contenuto dell’isolamento. L’obbiezione che si sta prendendo in considerazione è una voce dell’isolamento, cioè del controvertibile. Che la testimonianza del destino sia uno sviluppo dove il linguaggio giunge a dire qualcosa che prima negava è un presupposto controvertibile. Ma nessun controvertibile è qualcosa che - in quanto configurantesi così come attualmente si configura - potrebbe venire a mostrarsi come incontrovertibile: quella configurazione è una negazione dell’incontrovertibile. Tutte le più incrollabili certezze della vita (che appaiono tutte nella terra isolata) - tutte le forme del controvertibile - sono alienazioni della verità del destino. La risposta all’obbiezione consiste appunto nel rilevare che tale obbiezione non solo è un presupposto controvertibile, ma si costituisce all’interno di quella forma estrema dell’alienazione della verità che è l’isolamento della terra. In relazione allo sviluppo del mio discorso filosofico - quale appare all’interno della terra isolata - dell’intera storia isolata - sono peraltro complesse le articolazioni che conducono da La struttura originaria a La morte e la terra (Adelphi 2011), e nelle quali, tuttavia, il centro di quello scritto del 1958 permane lungo tutto il tragitto (e si era fatto innanzi già qualche anno prima). Nel tragitto, la svolta (così è stata chiamata) consiste nella sopraggiunta consapevolezza, per un verso, che quel centro richiede la messa in questione dell’intera storia dell’uomo e, per altro verso, che Yalienazione dell’uomo e, per altro verso, che Valienazione (del senso autentico della verità ) che domina tale storia lascia per un certo tempo le sue tracce anche neìYalone che nei miei scritti avvolge quel centro. L’alienazione del senso autentico della verità investe quindi anche il cristianesimo. Ma anche il cristianesimo, come ogni altro evento storico, appare all’interno dell’interpretare secondo cui si costituisce la terra isolata dal destino della verità. Che il cristianesimo esista e che degli uomini abbiano una fede cristiana è cioè il contenuto di una fede, della fede in cui consiste l’isolamento della terra. Nello sguardo del destino non è invece il contenuto di una fede l’esistenza di quella fede e dell’interpretare che compete all’isolamento della terra. L’esistenza di tutto ciò che chiamiamo la nostra vita è contenuto della fede interpretante. (Appare aH’interno di quella fede anche l’intera vicenda che è stata riassunta dal titolo redazionale di un mio libro: Il mio scontro con la Chiesa, Rizzoli. Questo scontro, che appare all’interno della fede della terra isolata, sussiste, sì, tra la testimonianza del destino della verità e quella grandiosa forma dell’alienazione della verità che è il cristianesimo e la sua configurazione storico-istituzionale, ma tale scontro è, innanzitutto e propriamente, la negazione, da parte del destino della verità, della verità di ogni contenuto della terra isolata - e quindi anche del cristianesimo, in quanto appartenente a tale contenuto.) Il mondo è interpretato. Non nel senso che l’uomo, quando voglia, abbia la facoltà di interpretarlo. Anche gli uomini e i loro rapporti appartengono infatti al contenuto dell’interpretazione. La quale, dunque, pur essendo volontà interpretante, non è a disposizione dell’uomo, ma dispone l’uomo e le cose del mondo secondo gli ordinamenti da essa stabiliti e modificati. È l’interpretazione originaria. Ma l’interpretazione non è verità: è fede, volontà, ossia errare. Il mondo in cui l’uomo crede di vivere è errare. Tuttavia l’interpretazione appare aH’interno della verità. Non delle verità del mondo - che sono a loro volta form e particolari di interpretazione -, ma di ciò che nei miei scritti è chiamato destino della verità, o semplicemente destino. L’interpretazione è errare perché separa il mondo dal destino. La terra isolata è ciò che appare in questa separazione. Anche le teorie dell’interpretazione, avanzate dalla cultura del nostro tempo, appartengono alla terra isolata. L’interpretazione, che evoca i propri contenuti sul fondamento di regole e di criteri (di cui essa è più o meno consapevole), può adottare (cioè volere) quell’insieme di regole e di criteri in base ai quali essa può affermare che l’uomo esiste come molteplicità di individui umani e che gli uomini interpretano il mondo in modi diversi e con un diverso grado di coerenza rispetto alle regole e ai criteri adottati. Ma anche e innanzitutto il destino della verità vede la differente coerenza delle interpretazioni evocate dall’interpretazione originaria. Che la storia dell’uomo sia storia del mortale, cioè della fede che, in modi estremamente diversi e complessi, le cose e l’uomo stesso diventano altro da ciò che essi sono e quindi muoiono via via ciò che sono stati, fino alla morte di tutto ciò che essi possono essere, questa è una interpretazione; che però si presenta come la più coerente, sino ad ora, rispetto a ogni altra interpretazione di quella storia (la cui stessa esistenza è un contenuto interpretato). Non è escluso cioè che - ad esempio in seguito a una svolta radicale delle discipline storiche, linguistiche, antropologiche, psicologiche ecc., si imponga una nuova forma di interpretazione, per la quale l’uomo non ha mai creduto che le cose siano un diventar altro. Sino a che quella svolta non si manifesta, l’interpretazione più coerente è tuttavia in grado di mostrare quell 'ulteriore coerenza, per la quale i diversi modi di pensare e di vivere il diventar altro delle cose è esso stesso un mostrarsi sempre più coerente a sé stesso, lungo il percorso che conduce dall’esistenza guidata dal mito all’esistenza guidata dalla verità e, in seguito, dalla distruzione della verità (ossia della verità che appartiene alla terra isolata) alla civiltà della tecnica. Il destino della verità mostra che questo è il percorso dove YErrare estremo perviene alla propria estrema coerenza; ma è anche questo stesso percorso, in quanto isolato dal destino e dunque con le proprie forze, a mostrare il proprio diventar sempre più coerente alla fede nel diventar altro, dalla quale tale percorso si sprigiona. Non potendo sapere di essere l’Errare, l’Errare stesso provvede cioè a rendere sempre più coerente (e, dal suo punto di vista, sempre più vera) la propria fede nel diventar altro, che all’inizio della storia dell’Occidente si presenta in forma ontologica, ossia come convinzione che le cose del mondo, corruttibili, escono dal loro non essere (dal loro esser nulla) e vi ritornano. E poiché questa convinzione - se il linguaggio si libera daH’incantesimo della terra isolata - è convinzione che l’essente in quanto essente sia niente, la storia dell’Occidente è storia del nichilismo - in un senso essenzialmente diverso da quello affermato da Nietzsche e Heidegger. Innanzitutto, l’intera storia della filosofia si costituisce il proprio costituirsi come sistema : non in senso hegeliano, come sistema della Verità, ma come sistema dell’Errare. Il compito gigantesco da cui è atteso il linguaggio che sul fondamento del destino mostra il nichilismo dell’Occidente è di allargare a tutte le dimensioni attraverso le quali si dispiega l’Occidente l’analisi in cui appare il suo carattere di sistema : allargarla alla dimensione religiosa, artistica, economica, politico-giuridica, a quella della historia rerum gestarum e delle res gestae, oltre che, appunto, a quella delle diverse forme della scienza in quanto sapere della natura e dell’uomo e in quanto sapere logico-matematico. Anche in queste dimensioni è possibile scorgere il percorso che rende sempre più coerente e visibile il nichilismo che in modo specifico le avvolge e sorregge, e la sua tendenza all’autodistruzione. La dimensione filosofica del nichilismo anima tutti gli altri luoghi dell’Occidente e ormai del pianeta - e tanto più quanto più essa è ignorata sì che innanzitutto all’esplorazione analitica del suo articolarsi dev’esser data la precedenza. Per indicare l’Errare è necessario esserne al di fuori: solo in quanto il destino della verità è già da sempre aperto qualcosa può apparire come l’Errare - che d’altra parte non è qualcosa di accidentale rispetto al Non Errare. Lo smascheramento del nichilismo non è una semplice confutazione di un errore che, esercitando una maggior attenzione e perspicacia, si sarebbe potuto evitare. La grandezza della verità richiede la grandezza dell’Errare e dell’errore. E la cura per la potenza delle configurazioni storiche del pensiero filosofico, per la loro inevitabilità - cioè per la loro capacità di andar oltre le forme storiche di volta in volta raggiunte, proprio perché sono queste stesse forme a richiedere di essere oltrepassate senza peraltro riuscire a soddisfare questo loro intento più profondo, è un modo di pensare la filosofia che troppo presto è stato messo in disparte col pretesto che Hegel ne aveva abusato. Recuperandone la forma (e non il contenuto, si è già detto), si dovrà comunque distinguere il senso che l’inevitabilità del processo storico presenta in quanto considerato alfinterno della logica dell’Errare e il senso di tale inevitabilità in quanto appare nello sguardo del destino. Al culmine della propria coerenza - e dunque nell’incombere della propria distruzione - il nichilismo si presenta come civiltà della tecnica. Come ho richiamato più volte, l’essenza della tecnica non è infatti il suo carattere scientifico-matematico (che peraltro, oggi, non si scorge come potrebbe venir sostituito da una concettualità più potente - anche se questa insostituibilità è una situazione di fatto, un fatto grandioso che ha alle proprie spalle tutti i successi della scienza). L’essenza della tecnica è la messa in opera del rapporto mezzo-fine: l’organizzazione di mezzi in vista della produzione di scopi, e propriamente di quello scopo che è l’incremento indefinito della capacità di produrre scopi. Se qualcosa riuscisse a servirsi della tecnica - se cioè riuscisse ad assumere la tecnica come mezzo, costituendosi pertanto come il supremo dominio e come la potenza suprema, tale qualcosa sarebbe la tecnica autentica, cioè la tecnica più potente. Infatti già ora la tecnica assume e usa come mezzo non soltanto le forze che si illudono di servirsi di essa come mezzo, ma si serve anche di sé stessa o di una dimensione parziale di sé stessa. Ormai (cioè dopo la fine di quell’illusione), che qualcosa si serva della tecnica significa che la tecnica, ossia ciò che oggi si presenta come la forma più potente del divenire, si serve e usa sé stessa o una sua dimensione parziale. Poiché la volontà di accrescere all’infinito la propria potenza è lo scopo della tecnica, questa volontà è la forma trascendentale del divenire, che servendosi di mezzi si serve anche di sé e delle forme particolari, empiriche del divenire. Detto in modo sommario: si serve di sé, in quanto potenza massima attualmente realizzata, per produrre sé in quanto potenza ancora maggiore - e servendosi di sé e usando sé stessa si serve e usa anche le forme di volontà di potenza che credono ancora di poter guidare la tecnica (e lo credono nella misura in cui la tecnica non riesce ancora a sentire la voce dell’essenza, peraltro tendenzialmente nascosta, del pensiero filosofico del nostro tempo, che mostra l’impossibilità di ogni limite assoluto alla volontà di accrescere la propria capacità di realizzare scopi). La tecnica - che può essere mezzo solo in quanto si propone innanzitutto come lo scopo supremo del divenire - è ormai la forma fondamentale del divenire, rispetto alla quale il divenire naturale si presenta come routine, staticità che tale volontà va sempre più sciogliendo. La civiltà della tecnica è, così, il culmine della coerenza del nichilismo (anche se ancora resta da esplorare, da un lato, il rapporto tra i contrapposti modi in cui Leopardi e Nietzsche intendono la forma trascendentale della volontà che si fa avanti alla fine dell’età della tecnica, e, dall’altro, il rapporto tra questi modi e l’attualismo gentiliano). L’anima dell’Occidente: la persuasione che le cose e gli eventi - gli essenti - escano dal niente e si annientino. Ciò significa che annientati sono niente, e che prima di uscire dal niente sono niente. Ma questa persuasione è la Follia essenziale, la più profonda che possa manifestarsi nel mondo dell’uomo e nel Tutto. È infatti la persuasione che un essente, un no n-niente, divenendo, sia, in quanto essente, niente (come passato e come futuro). In forme diverse, la Follia domina la storia della terra, ma al di fuori della Follia appare eternamente l’eternità di ogni essente: di ogni evento, di ogni stato del mondo, di ogni essente che non sia uno stato del mondo. Il mantenersi al di fuori della Follia essenziale non è una semplice fede, un mito, un desiderio vano, un dono divino, una filosofia, e non è nemmeno un atteggiamento scientifico: non perché non riesca a raggiungere il rigore delle scienze della natura e delle scienze logico-matematiche, ma perché, nel suo significato autentico, il mantenersi al di fuori della Follia ha un rigore, un’incontrovertibilità, una stabilità, e dunque una verità e necessità essenzialmente più radicali di quelli che competono al sapere scientifico, e a ogni altra forma di sapere e di coscienza. La negazione di ogni verità assoluta a cui è pervenuta la coscienza critica del nostro tempo è conseguenza inevitabile della persuasione che le cose e gli eventi siano divenienti, cioè possano uscire dal nulla e annientarsi. Ma in quanto appare, nella Non-Follia, la Follia di tale persuasione, quella conseguenza non è più inevitabile; cioè non si può impedire, al pensiero che si mantiene nella Non-Follia, di essere la verità e necessità essenzialmente più radicale di ogni verità e necessità della conoscenza scientifica, e di ogni altra forma di conoscenza. Destino della necessità si può chiamare questo senso estremo della verità e della necessità, che si mantiene eternamente presso di sé. Il destino della necessità è l’essenza autentica dell’uomo: come apparire eterno degli eterni, l’uomo è infinitamente altro dall’essere un che di effimero, preda del tempo e del nulla, più o meno raggiunto dalla grazia di un Dio o di un Salvatore. Nella sua essenza autentica l’uomo è il luogo eterno che accoglie la terra, ossia tutto ciò che sopraggiunge - e tutto ciò che sopraggiunge è il corteo degli eterni al quale appartengono non solo gli individui umani, ma la stessa Follia essenziale, cioè la stessa fede che gli essenti possano uscire dal niente e ritornarvi. Stando aH’interno della Follia, gli uomini chiamano storia del mondo e dell’universo il sopraggiungere degli eterni, ossia la terra. Al di fuori della Follia, la storia del mondo e dell’universo non è la produzione e la distruzione degli essenti, ma è il comparire e lo scomparire degli essenti, cioè degli eterni. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un evento interno al cerchio eterno dell’apparire degli eterni in cui l’uomo consiste. La morte non travolge e non disperde l’uomo, ma è l’uomo a comprenderla in sé stesso come parte della totalità in cui egli consiste. Da sempre e per sempre, quel cerchio è l’apparire della verità del destino. La terra sopraggiunge nel cerchio del destino - che dunque è una dimensione finita. L’uomo è sì l’apparire infinito del destino della verità, ossia l’apparire di tutto ciò che è, nella sua verità assoluta - e dunque è l’apparire in cui non può sopraggiungere alcunché (appunto perché esso è l’eterno apparire di tutto) ma l’infinito rimane l’inconscio del finito: nell’uomo, in quanto luce finita del cerchio del destino, l’eterna luce infinita è destinata a rimanere nascosta, pur affacciandosi, con la terra, 182 in quel cerchio. Come eterno oltrepassamento di tutte le contraddizioni del finito, l’apparire infinito del destino è la Gioia, l’inconscio dell’uomo, in cui egli è destinato a inoltrarsi, all’infinito. Ma che ne sanno, intanto, gli individui umani - o i popoli - di tutto questo? Nulla. Vedono in eterno la verità, ma i loro linguaggi tacciono di ciò che si mostra nella piena luce e parlano soltanto di ciò che sopraggiunge; e la terra appare come la dimensione in cui la volontà dell’uomo ha la potenza di trasformare e dominare cose ed eventi. Due anime abitano nel nostro petto: l’apparire del destino della verità e la separazione della terra da tale apparire. Il mondo in cui crediamo di vivere - il mondo del dolore e della morte - è il volto che la terra viene a mostrare nel suo essere così separata e isolata. Ma intanto, prima del tramonto della Follia l’uomo è rattrappito. Nelle sue certezze, innanzitutto. È infinitamente di più di quel che crede di essere. Rattrappito, perfino quando crede di essere Dio o il figlio di Dio, o che la sua anima sia immortale o che anche il suo corpo possa risorgere. È rattrappito anche nei suoi desideri: non perché debba desiderare di più, ma perché l’uomo desidera quando non è consapevole della propria infinita ricchezza e della necessità che tale ricchezza gli si faccia innanzi lungo un percorso a sua volta infinito al quale, dunque, si addice la parola Gloria. E, tutto questo, non certo perché sia io o tu o un popolo o un Dio a dirlo, ma perché appare, non smentibile, nel più profondo di ognuno di noi. Già da sempre, eterni, siamo oltre qualsiasi Dio e qualsiasi forma dell’esser uomo. L’isolamento della terra dal destino della verità è il fondamento, la radice più profonda della Follia essenziale. L’isolamento della terra non è una colpa, una decisione dell’individuo, ma è esso stesso destinato all’uomo in quanto cerchio finito del destino. Solo all’interno della terra isolata può apparire qualcosa come individuo umano, popolo, società. Sul fondamento della terra isolata si fa innanzi, nell’apparire, la Follia essenziale e la storia dell’Occidente, che è ormai storia del pianeta, destinata a culminare nella civiltà della tecnica. Quali sentieri la terra è destinata a percorrere nel cerchio finito dell’apparire? Il suo isolamento dalla verità è insuperabile? È destinata ad abbandonare quel cerchio? Quali spettacoli sono dunque destinati a mostrarsi in quel cerchio durante la vita e dopo la morte - che, comunque, non può essere l’annientamento di ciò che dell’uomo è andato via via apparendo? Nella sua essenza autentica l’uomo non solo è l’eterno apparire degli eterni e degli eterni della terra, ma è la luce che si allarga senza fine sulla distesa degli eterni: nel senso che ogni eterno che sopraggiunge (ossia ogni configurazione della terra) è destinato a essere oltrepassato dal sopraggiungere, nell’apparire, di altri eterni; sì che anche l’isolamento della terra - che tuttora domina i pensieri e le azioni dei mortali - è destinato al tramonto; e la Gioia, pur rimanendo inesauribile, è destinata a mostrarsi libera dal contrasto con la terra isolata. L’essenza autentica dell’uomo, come luce dell’apparire degli eterni, che si allarga senza fine, è la Gloria dell’uomo. L’uomo è destinato a questo rapporto tra la Gioia e la Gloria - che dunque non è un premio concesso a chi abbia usato bene la propria volontà libera -. È necessità che, dopo il tramonto dell’isolamento della terra - e dunque dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia - l’uomo sia l’inesauribile apparire della libertà della Gloria dalla terra isolata. Tale libertà non è oblio della terra isolata: tutto ciò che nel cerchio dell’apparire è oltrepassato è insieme totalmente conservato in quel cerchio. Se il dolore, che come ogni essente è anch’esso eterno, non fosse eternamente e totalmente conservato nel cerchio delfapparire, il suo oltrepassamento sarebbe una semplice immagine, un’astratta rappresentazione (cfr. E.S., La Gloria, Adelphi 2001). Poiché la Gloria - il dispiegamento infinito degli eterni nel cerchio finito delfapparire - è la Gloria dell’uomo, per un verso essa si dispiega nel cerchio in cui appare questa mia fede di essere una forza, individuo capace di trasformare consapevolmente le cose; per altro verso la Gloria è il dispiegarsi, in quel cerchio, e in ogni altro cerchio, degli infiniti altri cerchi finiti. In ogni uomo è destinata cioè a sopraggiungere, in carne e ossa, la totalità infinita dell’umano e dunque la totalità infinita dei modi in cui la terra è stata e sarà isolata. Questo è il venerdì santo che precede la pasqua della terra libera dall’isolamento. Si dice, di Cristo: Nonne oportuit haec pati Christum et ita intrare in gloriam suam? (Le., 24, 26-27). Ma volendo trasformare la terra per prendere su di sé il dolore del mondo, egli vuole qualcosa che invece è necessità che accada in ogni cerchio delfapparire, e il cui accadimento è richiesto con necessità dalla destinazione di ogni cerchio alla Gloria, oportet haec pati in Gloria - e nella Gioia. Cfr. su questo punto, per restare agli studi più recenti, i saggi di Leonardo Messinese L’apparire del mondo. Dialogo con Emanuele Severino, Mimesis 2008; Il paradiso della verità. Incontro con il pensiero di Emanuele Severino, ETS; Né laico, né cattolico, Dedalo 2013; e i saggi di Nicoletta Cusano, Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana 2011; Capire Severino. La risoluzione delVaporetica del nulla, Mimesis. A Messinese interessa valorizzare soprattutto il mio scritto del 1958 La struttura originaria (La Scuola) - e in generale la prima fase del mio discorso filosofico - e gli interessa valorizzarla anche perché, a suo avviso, essa sarebbe compatibile con la fede cristiana; alla Cusano interessa invece sottolineare quanto del nichilismo permanga in quella prima fase di oltrepassamento del nichilismo, e, questo, per valorizzare il modo in cui gli scritti successivi si liberano da quella permanenza: ma le interessa 185 anche sottolineare la differenza essenziale tra il modo in cui il nichilismo permane in quella prima fase e tutte le forme di nichilismo che invece non compiono il primo passo, compiuto appunto in tale fase, che è quello decisivo, perché spinge inevitabilmente verso tutti gli altri. Eschilo (E): Conosco quel che tu scrivi di me... che oltre a essere uno dei più grandi poeti sono anche uno dei più grandi filosofi che i mortali abbiano mai avuto... e che proprio perché la filosofia è in me così grande può esser divenuta in me così grande la poesia... Ma... c’è anche dell’altro... Interlocutore (I): Se tutto questo - ed è molto! - non ti può bastare... e non certo perché tu sia insaziabile... E. Certo! Tu mi metti in testa al grande Corteo della tradizione dell’Occidente. Ma poi, questo Corteo lo vede fermarsi (o muoversi per inerzia)... e credi che sia sorpassato da un più potente Corteo : quello della civiltà del vostro tempo: la civiltà della morte di Dio, come Nietzsche si esprime, la civiltà della tecnica... Non è così?... I. In qualche modo sì... ma, tu sai bene, ciò che più conta non è quel che si dice, ma la verità di quel che si dice... e la più gran questione, a partire dai Greci, è il senso della verità... Quanto al semplice dire, anche i bambini sono capaci oggi di dire che Dio è morto... E. ... e tu credi invece che si possa sapere il vero perché di questa morte! I. Ma se ti fermi qui non ci facciamo capire... E. Lo so... Perché poi, a tuo avviso, tutti e due quei Cortei di cui ho parlato, e che pure sono in lotta tra loro, sono uniti da una stessa cadenza... o, se preferite, dalla stessa Anima... Come se la loro marcia fosse scandita dallo stesso Canto... (che però richiede orecchie fini, tu dici, per essere udito)... e per te quest’Anima e questo Canto li accomuna più di quanto 188 la loro inimicizia li divida...: come se celebrassero un rito comune... che però è inviso al Cielo... (chiamiamolo così). I. Sì... purché ci si intenda sulla parola Cielo... Non la uso mai... ma forse, in questo nostro veloce colloquio potrebbe servirci... E. ... Ma vedi allora che non mi può bastare il riconoscimento che tu dai della mia grandezza poetica e filosofica! Ti sembra che mi ci trovi bene alla testa di un Corteo che, per quanto potente, non solo è superato da un altro ancora più potente, ma che insieme a quest’altro non ottiene il favore del Cielo? L Dipende da questo Cielo che le cose vadano così. Cioè né da me né da te... Ma, intanto, su questo possiamo esser d’accordo: che il Cielo di cui stiamo parlando non può essere il cielo di Dio (non si dice che Dio sta nell’alto dei cieli?)... ma nemmeno essere quello degli atei, che riabbassano il Cielo al soffitto delle loro case... Non credo che avremo tempo di parlare del significato del Cielo inaudito al quale ci si deve riferire. Ma ora lasciamo dire questo... E. Certo! E ... che se non ottenere il favore del Cielo significa essere nell’Errore, l’Errore è però prezioso come la verità... Soprattutto quando è grande come quello dei due Cortei di cui si parlava... Lo dico, un po’ nel senso in cui quell’altro grande che è Emanuele Kant osservava che senza la resistenza dell’aria le colombe non potrebbero volare... E. ... Intanto siamo al mio Cielo: il Cielo di Dio... che d’altronde non è nemmeno il cielo di Cristo... e non solo perché, quando io scrivevo, Cristo non era ancora nato... L Sì, tu ti rivolgi a Dio - ecco le tue parole - con un sapere che sta e non si lascia smentire; e questo sapere non può 189 essere la fede cristiana né alcun’altra fede. Avvolto nello splendore della tua poesia, è tuttavia il Dio dei filosofi e tu sei stato uno dei primi re del pensiero ad affermarlo. La grandezza di ciò che tu hai visto non poteva essere espressa che da un linguaggio potentemente nuovo, che ha attratto gli amanti della poesia ma ha fatto perdere di vista che lì stava nascendo la filosofìa, la più grande delle avventure del mortale... E. Di solito, quando si dice Dio dei filosofi si pronuncia questa espressione con un accento di più o meno larvato rimprovero, mentre il volto e la voce si rischiarano, quando a codesto Dio si contrappone il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e, soprattutto, il Dio di Gesù... I. Ma il rischiararsi di quei volti e di quelle voci è poca cosa rispetto al chiarore di cui parli tu quando ti riferisci al sapere che sta e non si lascia smentire! E. È il chiarore della filosofia. Quando pronuncio l’espressione phrenòn tò pàn intendo parlare del culmine della sapienza... (come tu traduci) ossia di ciò che noi Greci eravamo in procinto di chiamare filosofia. E il culmine della sapienza è il sapere che non si lascia smentire... Stando su quel culmine e in quel sapere, si abita en phàei, nella luce, nel vero chiarore... I. Sì, nella tua lingua luce si dice phàos e la parola filosofia contiene le parola sophia... che è costruita sulla parola phàos, e dunque suona come se dicesse: grande luce... E. ... Certo: quel so di so-phia è un prefisso che rafforza, intensifica e, appunto rende grande il significato della parola da cui è seguito, cioè, in questo caso, il significato della parola phàos. I. ... e quindi si deve dire che philo-sophia significa aver cura per ciò che sta nella grande luce, al culmine della luce... La cura per qualcosa che è essenzialmente più radicale del rigore del sapere scientifico e della dedizione di ogni fede. E. ... e che per questo, ma solo per questo, può essere detto sapienza... Forse ora si potrebbe incominciare a capire ciò che tu affermi del modo in cui io intendo la sapienza: quel che sta al culmine della luce è il sapere che sta e non si lascia smentire... L Ho dovuto usare quest’ultima lunga espressione per tradurre quel che tu esprimi rapidamente quando affermi di rivolgerti a Dio... E. Sì, io dico: rivolgersi a Dio pant’epistathmómenos ... che tradotto alla lettera nella vostra lingua significa ponderando bene tutte le cose... Ma tradotto così alla lettera dice ben poco... Se si è capaci di scendere nel senso profondo di queste mie parole greche, bisogna intenderle nella direzione in cui tu ti sei messo... In esse risuona una grande parola: la parola epistéme che alla lettera vien tradotta con la parola scienza, ma che nel suo significato originario significa lo stare (- stéme), dove lo stante non si lascia scuotere dalle forze che vorrebbero scuoterlo, abbatterlo e smentirlo. I. Ti ringrazio per quanto hai detto di me... A questo punto sarebbe forse il caso che tu richiamassi e facessi sentire quel tuo Inno a Zeus - l’Inno a Dio - che, parlando del culmine della sapienza, sta esso al culmine della sapienza che guida la tradizione dell’Occidente... QuellTnno è il contesto in cui compare la rapida e potente espressione che ho tradotto con il sapere che sta e non si lascia smentire... E. Ne ricorderò solo una parte... e non nella mia lingua, ma nella traduzione che tu nei hai dato, e con qualche ritocco... Se il dolore, che getta nella follia, dev’essere cacciato 191 dall’animo con verità, allora, soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia smentire, non posso pensare che a Zeus [...] che ha vinto tre volte. Chi ha la mente protesa verso Zeus e annuncia la sua vittoria perviene al culmine della sapienza. Guidando il pensiero dei mortali Zeus ha stabilito che il sapere acquisti potenza sul dolore. Quando, invece del sonno, goccia davanti al cuore l’affanno che ricorda il dolore, allora, anche senza che lo vogliano, sopraggiunge nei mortali un sapere che salva. Questo è un dono dei dèmoni che siedono potenti sul sacro seggio di Zeus. I. Quanto tempo occorrerebbe per portare alla luce la grandezza di queste parole!... Bisognerebbe mostrare, innanzitutto, che Zeus è per te ciò che la filosofia, nascendo, chiama Dio... e che tu sei tra i pochi che la fanno nascere... E. Zeus ha vinto tre volte: ha vinto per sempre la propria mente... quindi è il totalmente essente, come tu hai tradotto l’espressione pantelés, che compare nella mia tragedia Le supplici ... I. ... e, ancora, bisognerebbe mostrare che tu incominci a intendere la morte come l’andare nel nulla e dunque a pensare quel significato radicale del nulla che prima di Parmenide, di te e di pochi altri era rimasto nell’ombra... e portandolo alla luce avete fatto sì che gli uomini incominciassero a nascere e a morire in modo diverso da prima: nel modo estremo e più terribile... E. Morire sapendo di andare nel nulla dal quale non c’è ritorno è infatti qualcosa di essenzialmente diverso dalla morte di chi, la morte, non la può vedere legata al nulla perché ancora non sa nulla del nulla... I. All’estremo opposto di Zeus che ha vinto per sempre la propria morte e per questo è totalmente essente, c’è il panóles, la parola con la quale tu indichi Tesser totalmente distrutto di chi è spinto nel nulla dalla morte... E. Eppure... eppure nel mio Inno a Zeus dico che il dolore che getta nella follia deve essere cacciato dalVanimo con verità...! e il dolore getta nella follia quando lo si patisce come messaggero della morte!... Nel mio Inno io indico anche il Rimedio!... il Rimedio contro la follia in cui getta l’angoscia della morte!... il Sommo Rimedio! I. Sì, tu hai indicato il Rimedio... Di più: alTinterno della storia dell’ epistéme tu sei stato il primo a indicarlo a chiare lettere... Di più ancora! Il tuo Rimedio è il Riparo sotto il quale si sono rifugiati quasi due millenni e mezzo di storia dell’Occidente... e si semplificano troppo le cose dicendo che il tuo Rimedio è Dio!... E. Certo, si semplificano troppo, perché anche nel mio Inno dico che... con verità è necessario cacciare la follia del dolore... con verità!... cioè con un sapere che sta e non si lascia smentire... e questo sapere non può essere nessuna sapienza che il mito ha prodotto, e nessuna fede, nemmeno quella che per chi è venuto dopo di me è stata la fede cristiana o la fede nella tecnica del vostro tempo! Inchiodato dalle arti, cioè dalla tecnica del falso Zeus del mito e della fede, non è forse il mio Prometeo, a urlare: La tecnica è troppo più debole della Necessità? Sono io a pronunciarle, queste parole, perché la Necessità è proprio ciò che si manifesta alTinterno del sapere che sta e non si lascia smentire, e che nel mio Inno chiamo sophronéin, cioè sapere che salva, come tu hai tradotto... L Siamo al centro del tuo pensiero e del pensiero della tradizione occidentale: la verità salva - voi dite. Nel tuo Inno lo metti in piena luce. E. Guidando il pensiero dei mortali Zeus ha stabilito che il sapere acquisti potenza sul dolore e questo è il sapere che sta e non si lascia smentire. I. Ha in mente te e gli altri grandi filosofi greci, Gesù, quando dice: La verità vi farà liberi! Liberi da che cosa se non dalla incapacità di sopportare il dolore e la morte...? E. ... solo che in lui la verità è ormai diventata la verità della fede, la volontà che un sapere sia verità perché è lui a rivelarlo... I. mentre la filosofia ha cura per il sapere che mostri da sé stesso di non poter essere smentito... E. Su questo pensiero la filosofia si è curvata per millenni... L ... si tratta di aver cura per la luce che non inganni e della potenza che può essere suprema, divina, supremamente liberatrice solo in quanto essa appaia in questa luce... E. Saldi rimedi; saldi, cioè veri, invocano le Erinni alla fine della mia Orestea... Su questo pensiero la filosofia si è curvata per millenni... L ... e si è spezzata... e questo è insieme lo spezzarsi dell’intera civiltà occidentale, e ormai è la spezzatura del mondo... E. Tu vuoi dire che si è spezzata nei due Cortei di cui parlavamo all’inizio?... il Corteo della tradizione, della verità liberatrice, del divino... L Sì, e il Corteo del tempo presente, dove invece si scorge l’inesistenza di ogni Rimedio, di ogni Riparo dalla nullità dell’uomo. E. Sì, il mio Corteo ha pensato (e per primo) che le cose e i mortali sporgono provvisoriamente dal nulla, ma ha anche pensato che dall’angoscia in cui spinge il pensiero della nostra nullità, ci si può liberare solo con la verità che sta, non smentibile, e mostra il divino che ha vinto per sempre la morte e in cui in qualche modo restano salvate dal nulla tutte le cose mortali... I. ... ma una volta che il tuo Corteo ha evocato il canto terribile della nullità delle cose era inevitabile che il controcanto del Rimedio e della Salvezza dal dolore e dal nulla si rivelasse senza forza e si spegnesse, e si facesse innanzi l’altro Corteo, che in mille modi e anche contrastanti canta lo stesso Inno, diverso al tuo, ma figlio legittimo del tuo: l’Inno del nulla, della incapacità dell’uomo di salvarsi dal nulla... è inevitabile che il tuo Corteo sia seguito da quest’altro... E. ... ma tu dici anche questa inevitabilità non è a portata di mano e che molti cantori del mio Corteo credono che il mondo debba essere guidato da loro... I. Sì, lo credono... si illudono... perché sotto la cenere di Dio c’è il fuoco del nulla. Leopardi canta così: ... a noi presso la culla immoto siede, e su la tomba, il nulla e questo canto finisci col sentirlo anche al di sotto delle voci delle magnifiche sorti e progressive della tecnica... E. ... che tenta di allontanare il più possibile il dolore e la morte. L La tua sentenza che la tecnica è troppo più debole della Necessità deve essere rovesciata: oggi appare che la Necessità è troppo più debole della tecnica : considera allora quanto essa (cioè il canto del tuo Corteo) sia debole, se la tecnica stessa che è molto più forte è poi del tutto impotente rispetto al nulla che attende ogni cosa! E. Ma, poi, tu sostieni che l’anima più profonda di quei due Cortei è la stessa (l’abbiamo accennato all’inizio!). Mi sembra che tu voglia dire che essi intonano entrambi l’Inno del nulla, e che il mio Corteo si illuda, dopo averlo cantato di poter cantare anche quello a Zeus... I. Sì, ma ora è tempo che il nostro colloquio si concluda... E. ... e sostieni anche che tutti e due i Cortei e tutti e due gli Inni non riescano a ottenere il favore di quel Cielo di cui parli tu e che sarebbe abissalmente diverso sia da quello degli amici sia da quello dei nemici di Dio... L sì, ma ora dobbiamo salutarci... E. e in quel Cielo appare la Necessità autentica, non quella che si fa vincere dalla tecnica, ma la Necessità che tutto sia eterno - tutto: ogni gesto, ogni stato, ogni cosa, ogni vicenda, anche i due Cortei, e anche i due Inni... I. ... questo Cielo non è una dottrina che passi dalla testa di uno a quella degli altri. E. ... risplende in ognuno di noi anche quando non ce ne accorgiamo... I. Ti ringrazio di aver accennato a queste cose.. E. ... arrivederci, allora! I. Arrivederci! Parmenide 1 Interlocutore (I): Anche tu, gli uomini, li chiami mortali. Della loro mente dici che è plaktón. Dovrebbero riflettere a lungo su questa parola. Di solito la si traduce con errante. Non è sbagliato - purché si sappia che cosa spinge la loro mente a errare. Parmenide (P): Infatti. Sono spinti a errare perché credono che 1’esistenza della nascita e della morte, cioè l’uscire dal nulla e il ritornarvi, sia verità. Lo dico continuamente nel mio Poema. Ad esempio nei versi 39-40 di quello che voi chiamate frammento 8. I. Ma quando dici che la mente dei mortali è plaktón rendi ancora più profondo il senso dell’errare che viene espresso da questa parola. Infatti plaktón, che tu riferisci alla mente dei mortali (fr. 6), prima ancora che errante, significa colpita. E chi è colpito patisce. Il colpo fa soffrire. Spinge nel dolore e nell’impotenza. Si è impotenti quando non si riesce a ottenere ciò che si vuole. Quando ciò accade si è preda del dolore, e allora si vacilla, si va di qua e di là, si va errando, appunto. La mente dei mortali è errante perché è colpita. È colpita dalla convinzione non vera che nascita e morte esistano. E, preda di questa convinzione, patisce. P. Sì, con la parola amechame ho indicato appunto questa impotenza, angustia, mancanza, questo essere avvolti dal dolore quando non si segue - così lo chiamo - il sentiero della Verità. Amechame indica l’assenza di mechané, ossia della macchina (nel senso originario di questa parola), ossia del mezzo che consente di liberarsi dall’impotenza angosciata. La frase completa dove parlo della mente errante dei mortali dice infatti: Nei loro petti un’impotenza angosciata governa la mente colpita ed errante. I. Dunque tu dici che credendo nell’esistenza della nascita e della morte, nell’essere e non essere di ciò che è, la mente dei mortali è colpita e va errando nell’oscurità dell’angoscia... ! P. ... e che da questa Notte si esce andando verso la luce della Verità. I. Nietzsche ha scritto che tutto il pensiero filosofico, prima di lui, è stato al tuo seguito. Non sono d’accordo, anche se tu stai indubbiamente al centro della storia dell’Occidente. Un celebre filosofo della scienza ha sostenuto non molto tempo fa che tu sei il padre di quella roccaforte della scienza moderna che è la fisica e che tutti i grandi fisici del nostro tempo sono stati parmenidei. Di nessun altro Platone ha detto quel che ha detto di te: Venerando e terribile, l’espressione che Omero riferiva agli dèi. Sono d’accordo con Platone. Ma tu sei un grande dio bifronte... ne parleremo più avanti, se lo vorrai... P. Sentirò che cosa intendi dire. I. Ritorniamo, se ti va bene, a quanto stavamo dicendo prima della mia digressione. Quando parli dei mortali dalla mente errante, mostri le configurazioni della loro angosciata e dolorosa impotenza ( amechame ): essi, tu dici, sono ottusi, accecati, storditi. E sostieni che è necessario cacciare via dalla mente, con verità, tale impotenza, che li rende folli. P. Anch’io ho compiuto il gran viaggio verso la Verità, accompagnato dalle Figlie del Sole, e mi sono lasciato alle spalle le case della Notte, le case di quell’impotenza. I. Non è un caso che Eschilo dica lo stesso. Nell’Inno a Zeus, dell’ Agamennone, il coro canta: È necessario cacciar via dalla mente, con verità, il dolore che rende folli. P. Sì, son proprio le sue parole... I. ... e anche le tue; anche se tu, la mente, la chiami nóos e lui phrontìs; e il dolore che rende folli tu lo chiami amechame, mentre lui lo chiama àchthos. Ma quell’affermazione di Eschilo, e la tua, indicano la nascita stessa della filosofia - 198 anzi, sono questa nascita. P. Sì, la filosofia è il sentiero della Verità. Se lo si percorre si è capaci di cacciar via dalla mente l’angosciata e dolorosa impotenza che la rende folle. I. Anche prima della filosofia ciò che i mortali vogliono sopra ogni altra cosa è riuscire a vincere il dolore e la morte. Ed è, quello, il tempo del mito, cioè il tempo in cui essi credono nell’esistenza delle potenze demoniche e divine della terra e del cielo; e credono di salvarsi facendosele alleate. Ma, appunto, credono, hanno opinioni, si illudono e nutrono cieche speranze (anche queste sono parole di Eschilo), la loro è una salvezza sognata. P. Sì, per uscire dalla salvezza sognata è necessaria la vera salvezza, è necessario che la Verità venga incontro e si mostri all’uomo, e mostri in che consista la vera Potenza. Ma l’uomo può scorgerla solo se riesce a capire in che consista la Verità. Questo è il culmine della sapienza. I. Non deviamo dal nostro discorso se a questo punto ricordiamo che per Aristotele la filosofia nasce dalla meraviglia. Con questa parola si traduce solitamente il termine greco thàuma. Ma è una traduzione che porta fuori strada. Basta tener presente, per giustificare questa mia affermazione, che per Aristotele anche l’uomo del mito (l’amante del mito, philómythos) è in certo qual modo filosofo, perché anch’egli è preso dalle reti di thàuma. Ora, è ingenuo pensare che, nell’esistenza dominata dal mito, sia l’esangue sentimento della meraviglia a esser capace di far rivolgere l’uomo e di farlo alleare, per salvarsi, alle potenze che egli crede supreme. L’uomo del mito è il primo a lottare contro l’immane sorpresa del dolore e della morte. Thàuma è l’angosciato stupore, l’angosciata e dolorosa impotenza. P. Sì, thàuma è Yamechame. Infatti Aristotele afferma che la filosofia conduce nello stato contrario a quello da cui essa procede. Il viaggio che descrivo all’inizio del mio Poema conduce anch’esso allo stato contrario: dalla Notte delYamechame al Giorno della Verità, dove il mio animo vuol pervenire (fr. 1, v. 19). Lo stato contrario a thàuma, a cui la filosofia conduce, è per Aristotele la felicità, per quel tanto che essa è concessa agli uomini, è la loro salvezza. I. Ma, come tu avevi incominciato a dire, il pensiero che stabilisce il senso di ogni sapienza e di ogni agire - e dunque della salvezza e della felicità - è il senso della Verità. Che importa una salvezza se non è vera? E una virtù, una sapienza, una potenza che non siano vere? È un amore per il divino se l’amore e il divino non hanno verità? A te e a coloro che per primi con te filosofarono spetta questa gloria ineguagliabile: aver capito che l’avventura più alta dell’uomo consiste nel portare alla luce il senso della Verità. P. I più pensano ad altro. Lo dice anche Eraclito: I molti vivono come avendo una loro propria saggezza (fr. 2), che è del tutto estranea alla Verità di tutte le cose. I. Tutte le cose! Il Tutto! Tu e quel coro di dèi che voi siete - voi, i primi pensatori greci per la prima volta sulla terra avete incominciato a parlare del Tutto. È un evento infinitamente più decisivo di quello in cui, come si racconta, l’uomo si è rizzato sulle gambe e ha incominciato a guardare il cielo e le sue luci. Infinitamente più ampio e profondo è il Tutto rispetto al cielo stellato. P. Sì; e lo sguardo verso il Tutto è necessariamente richiesto dal senso della Verità. Infatti il cuore della Verità non trema (è atremés). Trema il cuore delYamechame; trema il cuore di tutto ciò che può essere negato da uomini o da dèi. Il cuore non tremante della Verità non può esser negato né da uomini né da dèi. Proprio per questo la Verità non può essere la verità di una parte del Tutto: se lo fosse, rimarrebbe esposta al pericolo che dalle altre parti si faccia innanzi qualcosa capace di smentire la verità di quella parte - la verità, cioè di dimensione particolare dell’essere -, e il cuore della verità non cesserebbe mai di tremare. P. Questo è uno dei motivi per i quali affermo che il Tutto non è divisibile, ossia non ha parti. I. Certo, ma su questa tua tesi, vorrei, ritornare tra poco. Ora vorrei aggiungere che la Verità non può essere negata né da uomini né da dèi, non perché per ora essi non siano capaci di negarla, ma domani o in un futuro più o meno lontano potrebbero diventarne capaci... P. ... ma perché è impossibile che lo diventino. I. Solo che è questo impossibile a dover render conto, ora, del proprio significato. Da questa impossibilità dipende infatti 1’esistenza di un cuore non tremante della Verità. P. Infatti, il Tutto è ciò che è, l’essente (tò eón). E al centro del mio Poema sta questa affermazione: È impossibile dire o pensare che Tessente non sia. L’impossibile è appunto questo: che Tessente (ciò che è) non sia. I. E qui tu ti sollevi sopra tutti gli altri. D’altra parte, mi sembra che tu voglia anche affermare che l’impossibile non ha un significato per proprio conto, indipendentemente dal significato dell’espressione Tessente non è; ma che impossibile significa proprio questo: il non essere dell’essente. O almeno mi sembra che nel tuo Poema le cose vadano così. La tua voce si leva su tutte le altre per quel suo dire che è impossibile che Tessente (il Tutto) non sia. Tu hai l’audacia di affermare che ciò che è, è ingenerato, imperituro, eterno dunque. E non è un’audacia avventata, ma dà da pensare ai millenni e a tutte le sapienze che son 201 venute dopo di te - a tutte, dico, anche quando esse non se ne sono rese conto e ancora per molto continueranno a non rendersene conto. P. Ma non ci sono quelle due affermazioni che tu hai lasciato in sospeso e che ora dovresti chiarire? La prima, che io sarei un grande dio bifronte; e, la seconda, la tua riserva - almeno così mi è sembrata - a proposito della mia tesi che il Tutto - Tessente - non è divisibile, cioè non ha parti. I. Andando avanti per questa strada - tu lo sai bene - ci avviamo verso una regione impervia e insieme grandiosa, che in questo nostro dialogo dovremo accontentarci di guardare da lontano. Si tratta, ancora una volta, di capire che cosa significa essente. P. Sì. Platone, nel Sofista, mostra con potenza mirabile perché io escluda che Tessente abbia parti. E affermo questa sua potenza pur sapendo che egli ha inteso compiere un parricidio, come lui dice, nei confronti del mio pensiero, cioè ha mostrato che Tessente è necessariamente molteplice, ossia ha parti. I. Diciamolo, intanto, che cosa significa che Tessente non ha parti. P. Significa che il mondo, in apparenza ricchissimo di parti nello spazio, nel tempo, nelle nostre anime e nei nostri affetti, non può essere Verità. Nel mondo, Tocchio non vede, l’orecchio è stordito, la lingua straparla. Le cose del mondo sono soltanto opinioni dei mortali, a cui non compete alcuna vera convinzione. Sono illusioni. Sono soltanto nomi. Dicevo all’inizio che i mortali sono spinti a errare anche perché credono che nascita e morte siano verità. Ma come è illusione la falsa ricchezza delle molte cose, così è illusione la nascita e la morte. I. E Platone mostra perché tu neghi che Tessente abbia parti 202 (terra, cielo, piante, animali): perché, se le avesse, ognuna dovrebbe differire dall’essente. Infatti cielo (o casa o altro) non significa essente, cioè non è essente, e il non essente non può essere. Quindi le molte cose del mondo non sono, e l’opinione che esse siano è illusoria. Se le cose del mondo fossero, il nulla sarebbe; ma, tu dici, come è necessario che Tessente sia, così è necessario che il nulla non sia. P. Questo non potrà mai venir imposto, che le cose che non sono siano. So che, secondo alcuni, io non avrei negato la molteplicità delle cose. Ma se fosse così dovremmo dire che pensatori come Platone, Aristotele, Hegel non abbiano letteralmente capito quello che ho detto. I. Sono d’accordo con te. Io sostengo da tempo che non è stata capita la potenza del tuo pensiero. Ma altro è affermare che tale potenza non è stata capita, altro è affermare che non si è capito quel che il tuo Poema ha esplicitamente affermato. P. Tu hai scritto anche più volte che il mio pensiero può sembrare il punto in cui l’astro dell’Occidente viene a trovarsi più vicino all’astro dell’Oriente. Come l’induismo e il buddhismo, dico anch’io che il mondo è illusione - maya, dice l’Oriente. Ma quale differenza! I. Infatti: sono simili le tesi. L’Oriente possiede tesi analoghe a quelle che si leggono nel tuo Poema, ma, separate dalla cura per la Verità, separate dal perché le si afferma, esse non sono filosofia, ma miti. P. Prima di noi l’Oriente è philómythos, non philosóphos. Poi rileggerà i propri pensieri - il cui splendore è indiscutibile - alla luce dei nostri. I. D’altra parte, proprio perché il tuo discorso sulTimpossibilità che Tessente abbia parti è ben comprensibile, non può evitare di confrontarsi con Platone, che mostra, all’opposto, la necessità che Tessente sia molteplice; e lo mostra portando alla luce un principio che resterà alla base dell’intero sviluppo dell’Occidente - dell’Occidente, dico, non della sola cultura occidentale. P. Lo so: Platone mostra che l’affermazione che Tessente è una molteplicità di essenti... I. ... l’affermazione che il mondo esiste... P. ... non implica, come invece io sostengo, che le cose che non sono siano... I. ... cioè non implica che il nulla sia. P. Di questo gran passo di Platone parleremo un’altra volta... I. D’accordo, qui vorrei allora restare alTinterno del tuo discorso, ed esprimerti quella che tu prima hai chiamato la mia riserva, invitandomi a non dimenticarla. I mortali, tu dici, vivono nell’opinione ( dóxa ), che è illusoria: credono che esista la molteplicità delle cose e la loro generazione e corruzione. P. Nascita, dolore e morte, infatti, non possono esistere se non esistono le molte cose del mondo. Questa illusione, che li fa errare lontani dalla Verità, li colpisce e li fa sprofondare nell’ amechanie. I. Ma tutto questo significa che, per te, l’opinione illusoria e Vamechanie e, infine, i mortali stessi sono, esistono, non sono un nulla. E allora, non è soltanto Tessente a essere, ma anche il mondo illusorio dei mortali - giacché, ripeto, quando dici che questo mondo non ha verità, nemmeno tu intendi dire che, dunque, è nulla... P. ... e allora tu mi stai obbiettando che dunque, ciò che è, Tessente, è costituito da almeno due parti: lui, Tessente, (che vorrebbe esser solo lui a essere) e il mondo dell’illusione, che poi è a sua volta costituito dalle molte cose illusorie che sono soltanto nomi - e, anche qui, tu diresti che per me i molti nomi non sono un nulla, ma a loro volta sono. Cosicché io stesso verrei ad affermare quella molteplicità delle cose che invece dichiaro impossibile. E potresti aggiungere che, oltre ai nomi che per i mortali sono cose, ci sono le parole che nel mio Poema indicano la Verità e si distinguono le une dalle altre e che io non sarei certo disposto a considerare inesistenti per il fatto che sono molte. Ma a questo punto puoi andare avanti e dirmi perché, prima, mi hai chiamato un grande dio bifronte - e, mi pare di aver capito, bifronte in un senso diverso da quello per cui sarei bifronte già per il fatto di affermare implicitamente quella molteplicità delle cose che invece esplicitamente nego. I. Ma innanzitutto un dio. In questo nostro dialogo non abbiamo il tempo per mostrarlo. Ciò che più conta dovremo quindi lasciarlo da parte - e ciò che più conta non è soltanto il senso del tuo essere un dio. Ebbene, ti dico bifronte rispetto all’essenza autentica del nichilismo, ossia dell’anima e del fondamento dell’intera storia dell’Occidente e, ormai, dell’intero pianeta. P. Se questo è il tema, allora so quel che sostieni. Tu dici che io sono colui che indica il Sentiero del Giorno e, contemporaneamente, spinge verso il Sentiero della Notte: colui che indica che cosa sia veramente il nichilismo e quale sia il senso autentico della sua negazione, ma che, insieme, apre la strada che conduce nel baratro del nichilismo. I. L’essenza del nichilismo è infatti affermare che ciò che è non sia. Non si pensa mai che ogni annientamento degli uomini e ogni devastazione della terra sono possibili perché, innanzitutto, si crede che ciò che è possa non essere. L’errore estremo è insieme l’estremo orrore. Ma poi anche tu - anche tu! -, anche la tua mente è colpita come quella dei mortali dalla doppia testa, dikranoi, come tu dici: anche tu affermi che ciò che è non è, ossia che le molte cose del mondo sono nulla - esse che invece non sono un nulla nemmeno per te, nella misura in cui sono il contenuto dell’opinione illusoria. P. E questo lo dici perché Platone ha mostrato che se una qualsiasi cosa del mondo, ad esempio la luna, non ha lo stesso significato di ciò che è, o di essente - se dunque la luna non è Tessente -, d’altra parte la luna non ha nemmeno lo stesso significato di nulla, luna non significa nulla, e pertanto non è un nulla... I. ... con la conseguenza che, affermando che la luna è, non si è costretti ad affermare; come invece tu sostieni, che le cose che non sono siano, ossia che il nulla è; ed è dunque necessario affermare che le molte cose sono. P. Ma so anche che, per te, Platone, salvando il mondo da me, si porta dietro, credendo di avermi ucciso, il veleno col quale io uccido (o almeno penso di uccidere) il mondo. Tu dici appunto che, col parricidio compiuto nei miei riguardi, Platone è il salvatore apparente del mondo, perché in realtà ne è il cattivo pastore, e che è alTinterno di questa cattiva cura del gregge che poi si farà innanzi, lungo la storia dell’Occidente, ogni buon pastore. I. Ma quando parlo del nichilismo che anima quella storia, non intendo dire che gli uomini avrebbero potuto pensare meglio di come hanno pensato - e qui mi riferisco innanzitutto a te: gli uomini hanno pensato e agito come era necessità che pensassero e agissero; e anche il cielo e la terra procedono nel modo in cui è necessario che procedano. In proposito non dico altro. Vorrei invece ritornare un momento su quel discorso che facevo a proposito della luna, cioè del suo non esser né Tessente né un nulla. Questo non significa che tra ciò che è e il nulla vi sia qualcosa di 206 intermedio (la molteplicità delle cose, appunto). Significa invece che quel ciò che è, separato dalla molteplicità delle cose che sono, è esso un nulla. Certo, luna non significa essente, ciò che è; ma Tessente non è il non composto, il semplice, ma è ciò che ognuna delle molte cose è, ossia è ciò che è presente in ogni cosa. P. Vedo dove il tuo discorso sta andando. Tu dici che, essente, è ogni cosa. Quindi Tessente è, propriamente, gli essenti. Ma, insieme, tieni fermo che è impossibile che Tessente non sia - e appunto per l’accecante splendore di questo pensiero mi chiami un dio; ma, tu aggiungi, Tessente è ogni cosa e quindi di ogni cosa è necessario affermare che è impossibile che non sia, è cioè necessario affermare che è eterna. I. Hai detto bene anche questo: che quello splendore è accecante. Ha accecato tutti, tutte le menti più alte dell’umanità. Era necessario che ciò avvenisse. Se Terrore non si dispiegasse totalmente e in tutta la sua forza e in tutte le sue luci, la Verità non potrebbe esistere; così come il Giorno non potrebbe esistere senza la Notte. Occorre quindi che il linguaggio parli e del Giorno e della Notte, ma che dica sì al Giorno, non alla Notte. P. Della Notte parlano i mortali, la cui mente, colpita dal dolore e dalla morte, è avvolta àd\Yamechame. Parlano della Notte credendo che sia il Giorno. I. Eppure, ai mortali dalla doppia testa, per i quali Tessente non è ed è necessario che non sia, il linguaggio della Notte gliel’hai messo in bocca proprio tu! P. Cioè? I. Voglio dire che, per quanto ne sappiamo, quei mortali sei stato tu a evocarli per la prima volta. P. Perché? I. Perché, per quanto ne sappiamo, tu sei stato il primo a pensare e a parlare dell’essente come di ciò che è assolutamente opposto al nulla. L’Oriente ignora la radicalità di questa opposizione. E se così stanno le cose, prima di te non potevano esserci quei supermortali per i quali Tessente non è ed è necessario che non sia. Esistevano i comuni mortali del mito, che ancora non potevano sapere che la morte è annientamento e la nascita è uscire dal niente. P. E quindi tu affermi che io non solo ho evocato per primo la Verità dell’essente, ma per primo ho anche evocato i suoi nemici, quelli che tu hai chiamato i supermortali. I. Che sono per davvero tali, perché, a partire dall’atmosfera aperta dalle tue parole, essi hanno incominciato a credere di morire dinanzi al nulla che li attende, sì che la loro morte ha incominciato a essere infinitamente più angosciante di quella del mito. Proprio per questo tu hai guardato alla Verità come sommo rimedio contro l’angoscia estrema. P. ... Abbiamo parlato di cose grandi, anche se abbiamo dovuto soltanto sfiorarle. Di molte altre, e grandi, che a gran voce chiedevano di essere dette, abbiamo dovuto tacere. Ora dobbiamo salutarci. A presto! Dal testo richiestomi da Pressburger per le Interviste impossibili, tenutesi nel 2007 al Teatro Stabile di Trieste. Dialogo richiestomi dal Corriere della Sera. Di tutti i miei possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e presenti anche, di quelli futuri) va detto che tutti, con maggiore o minore potenza sviluppano il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti. Questa affermazione non suona paradossale se si tiene presente quanto si è detto nel capitolo 6, della sezione prima. Non suona paradossale nemmeno se si aggiunge, e lo si deve, che tutte le possibili critiche al Contenuto dei miei scritti sono, tutte, sviluppi, più o meno rilevanti, di quel Contenuto (una parola, questa, che va con la maiuscola, miei scritti andando invece con le minuscole). Quel Contenuto è infatti la verità, il destino della verità. Immodesto non sono io: immodesta è la verità che ne ha il diritto perché non è cosa modesta e attira a sé il linguaggio imponendogli di testimoniarla. Ritorniamo brevemente su questi temi. La verità è sola in quanto nega l’errore. Senza errore non c’è verità. L’errore con-ferma, la verità la rende ferma, nel senso che essa ha il cuore che non trema - per usare un’espressione di Parmenide - solo in quanto mostra che essa è e significa errore e la necessità di negarlo. Essa vive, eterna (e l’uomo ne è l’eterno apparire), solo in quanto l’errore vive; ed è tanto più concreta quanto più l’errore è concreto e fiorisce ed è robusto, coerente, razionale, suggestivo, cioè quanto più sviluppa la ricchezza che gli compete. La verità ha cioè bisogno degli scavatori che portino alla luce questa ricchezza con la convinzione di portare alla luce la verità (una convinzione che è presente anche quando scrivono libri e libri per mostrare che la verità non esiste). È, il loro, un lavoro che invece chi scava per portare alla luce la verità non riesce a fare così bene, o non gli dedica il tempo e la convinzione dovuti. In questo senso va detto che tutti i critici e tutte le possibili critiche al Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti, sono, di questi scritti, sviluppi, e spesso originali. Anche tutte le critiche che possono essere mosse a proposito del discorso che qui si è appena fatto intorno al rapporto tra verità e errore, agli scavatori dell’errore e della verità, e alla loro indispensabilità. La magnificenza dell’Occidente, che ormai conquista la terra, è il tempo dell’errore, della sua fioritura e del suo trionfo. Ma la verità non abbandona a sé stesso l’errore: esso cresce secondo le leggi della verità. L’errore cresce secondo le leggi della verità anche perché ogni obbiezione che si possa fare a quel Contenuto (e l’ignorarlo è la forma preminente della negazione di esso) è convinta di affermare qualcosa che differisce da tale Contenuto. Non solo, ma crede anche che il fatto di differire non sia cosa di poco conto. E infatti è di tantissimo conto. Il Contenuto di cui si sta parlando è infatti la manifestazione del senso autentico e della necessità del differire dei differenti. È il punto infinitamente più stabile di quello che ad Archimede sarebbe bastato per sollevare la terra. Ben vengano dunque, daccapo, le obbiezioni, purché intendano essere per davvero obbiezioni; ossia intendano differire da ciò contro cui obbiettano e tengano quindi in gran conto la differenza dei differenti e l’impossibilità di negarla. E, una volta che avranno fatto tutto questo, capiranno di tenere in gran conto proprio quel Contenuto contro il quale esse vorrebbero andare. Gli scavatori dell’errore sono gli erranti - e come individui tutti sono erranti, anche quelli che scavano la verità. Nel tempo dell’errore - un tempo che coincide con il tempo deH’uomo, cioè con l’uomo quale è inteso all’interno della terra isolata dal destino della verità -, l’errore crede di conoscere ciò che ai propri occhi appare come errore; e si crede capace di distinguere questo, che gli appare come l’errore, dall’errante. Ma là dove domina l’errore che è tale agli occhi della verità, ed esso dice di voler combattere e distruggere ciò che ai suoi occhi è errore, ma non l’errante, là è inevitabile che ci si convinca che il fiorire degli erranti finisce con l’essere il fiorire dell’errore ai danni di ciò che è ritenuto verità, e si finisca col condannare, e punire e distruggere anche gli erranti. Questa confusione tra l’errore e l’errante attraversa tutta la storia del mortale. Eppure anch’essa contribuisce alla costituzione della concretezza dell’errore. Tutta la storia della sofferenza umana è richiesta da tale concretezza. Il destino della verità è destinato a oltrepassarla (cfr. E.S., La Gloria, cit., Oltrepassare, Adelphi, La morte e la terra, cit.). Il relativismo, si dice, nega che l’uomo riesca a conoscere una verità assoluta e irrefutabile. Se ci si ferma a questa definizione, tutta la cultura del nostro tempo, innanzitutto quella filosofica, è relativista. Ma allora va anche detto che quella negazione della verità era già sostenuta 2500 anni fa, e in grande stile, dalla sofistica. Dopo tutto questo tempo saremmo ritornati al punto di partenza per quanto grande fosse il suo stile? No; perché a quella definizione non ci si può fermare. Anche perché già il pensiero greco sapeva che chi afferma che non esiste alcuna verità assoluta afferma egli stesso che nemmeno questa sua affermazione è una verità assoluta. (Le cose non sono però così pacifiche, perché un negatore della verità potrebbe replicare che egli intende proprio negare e insieme affermare la verità, perché no?, visto che se gli si obbiettasse che in questo modo egli nega il principio di non contraddizione egli potrebbe daccapo rispondere che quel principio, così semplicemente affermato, è un dogma; e bisognerebbe allora darsi da fare per mostrargli che non lo è). Il relativismo degli ultimi due secoli è tutt’altra cosa. Nega tutto l’antirelativismo che c’è stato nel frattempo. Qualcuno crede che il relativismo possa appoggiarsi anche a Pascal, per il quale la verità assoluta non potrà mai esser trovata perché tutto muta col tempo. Ma Pascal non giunge a dire che, proprio perché tutto muta col tempo, non può esistere nemmeno un Dio eterno e assoluto. Lo dirà Nietzsche (per il quale Pascal era un genio rovinato dal cristianesimo). Pascal non giunge a tanto, perché per lui quel tutto che muta è, propriamente, il mondo. Nietzsche arriva a tanto perché, fondandosi sulla persuasione che nel mondo tutto muta, mostra Vimpossibilità dell’esistenza di un qualsiasi Essere eterno e assoluto, al di là (o all’interno) del mondo. Ma tale persuasione non è solo di Pascal e di Nietzsche: è di tutta la cultura e la civiltà dell’Occidente - e, ormai, del pianeta. Sin dall’inizio l’avanguardia dell’Occidente - la filosofia greca - è persuasa che il mutamento del mondo sia una verità incontrovertibile (e che il mutamento sia un passare delle cose dal non essere all’essere e viceversa, cioè abbia un carattere essenzialmente più radicale del modo in cui esso era stato precedentemente inteso dall’uomo). O gli odierni relativisti ritengono forse, contro i Pascal sui quali essi si appoggiano, che il mutamento del mondo sia il contenuto di una conoscenza fallibile, congetturale (per usare una nota espressione di Popper)? E la ricerca della verità, che i relativisti preferiscono al suo possesso, tale ricerca, dico, non è forse una forma rilevante di mutamento del mondo? E l’esistenza di tale ricerca è forse, per i relativisti, il contenuto di una conoscenza fallibile e congetturale? No di certo. (O vedano loro che cosa intendono sostenere.) Solo che è Nietzsche, insieme a pochi altri, a saper mostrare perché, dal fatto che nel mondo tutto muta, è necessario concludere che non esiste alcuna verità assoluta e irrefutabile oltre a quella che consiste nell’affermazione di quel fatto, e che non esiste alcun Essere eterno e assoluto oltre agli esseri che mutano nel tempo (cfr. sezione prima, cap. V). Nietzsche e pochi altri - abitando quello che chiamo il sottosuolo essenziale del pensiero del nostro tempo - sanno fare cioè quel che i relativisti d’oggigiorno non sanno fare; e non lo sanno anche perché, per lo più e più o meno consapevolmente, evitano di riconoscere che anche per loro è una verità irrefutabile e assoluta che nel mondo tutte le cose mutano col tempo. Antirelativisti sono invece coloro che lungo la tradizione dell’Occidente condividono sì la persuasione che il mutamento delle cose del mondo è una verità irrefutabile; ma, a differenza dei relativisti, ritengono che verità irrefutabile sia anche l’esistenza di un Essere eterno e assoluto al di là o aH’interno del mondo. Sono gli amici della metafisica. Nel sottosuolo essenziale del nostro tempo appare appunto l’impossibilità della metafisica. D’altra parte, ai relativisti che stanno fuori del sottosuolo, alla superficie, gli antirelativisti e i metafisici obbiettano quel che già abbiamo sentito, cioè che se tutta la nostra conoscenza è fallibile e congetturale, allora lo è anche Taffermazione che tutta la nostra conoscenza è fallibile e congetturale. Ed è quindi inevitabile che i relativisti di superficie non abbiano argomenti incontrovertibili contro la metafisica e la verità assoluta e incontrovertibile. Per trarsi d’impaccio, i relativisti più spregiudicati di superficie hanno finito col riconoscere che anche il loro relativismo è fallibile e congetturale. (Sembrerebbe il culmine dell’atteggiamento critico - ma allora non si vede perché si dovrebbe dar loro ascolto.) Il filosofo liberale americano Richard Rorty lo ha riconosciuto. In Italia lo aveva riconosciuto, e anche molto meglio, il filosofo Ugo Spirito, che però aveva il difetto di non essere americano e di essere fascista, come il suo maestro Giovanni Gentile - che invece, insieme a Nietzsche, è uno dei pochi abitatori di quel sottosuolo e ha quindi molto da insegnare a tutti i Popper. Comunque, se il relativista riconosce che tutto quel ch’egli sostiene è esso stesso una conoscenza fallibile e congetturale, pronta ad abbandonare i propri valori teorici e morali se altri si rivelano più credibili, lo ascolto con interesse (condividendo anche i suoi buoni sentimenti). Ma aggiungo che anche questa autocritica del relativista è apparente. Domando: chi si dichiara pronto ad abbandonare i propri valori se altri si rivelano più credibili è uno che dubita di esser così pronto? È uno che dice: Forse son pronto ad abbandonarli se ne vedo di più credibili?. È uno che dice: Forse son pronto, perché non escludo che anche se ne vedessi di più credibili non abbandonerei mai i miei?. Se si son capite le domande, la risposta non può che essere negativa. Anche questo relativista, cioè, non mette in dubbio, è sicuro del fatto suo: più o meno consapevolmente, considera come irrefutabile, indiscutibile e dunque assolutamente vero il proprio trovarsi nello stato in cui egli è disposto ad abbandonare le proprie convinzioni se ne vede di migliori. Infatti l’uomo non apre bocca se dubita di quel che dice. E se dice: Dubito di quel che dico, egli non dubita di dubitare. (Che è cosa del tutto diversa dal cogito cartesiano, perché se l’uomo apre bocca solo se non dubita, la maggior parte delle volte che l’apre dice però cose false; mentre le considerazioni di Cartesio sul cogito intendono pervenire alla suprema verità incontrovertibile.) A Popper che afferma il carattere fallibile e congetturale di tutta la nostra conoscenza va dunque replicato che, d’altra parte, l’uomo - dunque anche Popper e tutti i relativisti di questo mondo - è sempre convinto, più o meno consapevolmente, di conoscere verità assolute e incontrovertibili (anche se sbaglia quasi sempre). Come ne sono convinti anche quei logici che secondo certi relativisti avrebbero mostrato (e anzi dimostrato !) che non ci è possibile dimostrare vera, assolutamente vera, nessuna teoria. Come ne sono convinti anche i relativisti alla Popper e alla Hans Kelsen, che sostengono un’implicazione necessaria, cioè assolutamente vera, tra relativismo, libertà, democrazia. E allora? Allora, nella folla sterminata di coloro che - senza saperlo e anzi spesso negandolo - sono convinti di conoscere verità assolute, si trovano anche gli uomini dell’Occidente, per i quali la verità assoluta e incontrovertibile dominante è che le cose del mondo mutano col tempo; e son giunti a mostrare (nel sottosuolo del nostro tempo) la necessità che tutte le cose mutino, nascano e muoiano, quindi a mostrare che non esiste alcuna verità immutabile se non quella che afferma il divenire e il travolgimento di ogni cosa e di ogni verità. Restano travolte anche la politica e la morale che, lungo la tradizione antirelativistica dell’Occidente, consistevano nell’adeguare la vita dello Stato e dei singoli individui alla verità immutabile ed eterna. Quelle erano la politica e la morale convinte di parlare con verità. Se oggi qualcuno auspica una politica capace di parlare con verità, deve tener presente che quella della verità è, si è intravisto, una faccenda parecchio complessa. Per questo in un mio articolo sul Corriere avevo domandato a Ernesto Galli della Loggia, che cosa intendesse con la parola verità, avendo egli appunto auspicato una politica capace di parlare con verità. Glielo avevo chiesto anche perché, quando oggi i cattolici e la Chiesa ad esempio usano questa espressione, intendono un politica e una morale che, contro il relativismo, siano legate alla verità incontrovertibile e assoluta della metafisica tradizionale (aperta alla rivelazione di Gesù). E dunque intendono una democrazia che non sia, come invece lo è la democrazia procedurale, una libertà senza verità. La risposta di Galli della Loggia è stata fuori luogo, perché mi ha detto - c’era ancora il governo di centrodestra - che una politica che parla con verità è quella che non nasconde ma dice in che stato miserando si trova il nostro Paese. Un problema che certo ci tocca da vicino, ma che (a parte il fatto che non riguarda la verità, ma la sincerità, giacché se non c’è verità senza sincerità, si possono invece dire con sincerità cose false) è pur sempre subordinato alla gran questione del rapporto tra relativismo e antirelativismo - visto che l’accentuata corruzione della politica e della morale è una conseguenza dello stato di transizione in cui il mondo si trova: tra la tradizione, dove anche i corrotti si riconoscevano pur sempre sottoposti al giudizio della verità, e il tempo futuro: il tempo in cui - con l’inevitabile tramonto di ogni verità metafisica e di ogni eterno Signore del mondo - quella forma suprema dell’agire umano che è la tecnica viene autorizzata, a prendere in mano, essa, le sorti del mondo. La tecnica che sa ascoltare il sottosuolo, dico, non la vera buona politica. (Un processo, questo, in cui consiste il senso autentico dell’antipohtica.) Con la lettera del pontefice a Eugenio Scalfari il dialogo tra credenti e non credenti è giunto a una svolta di grande importanza e interesse.Che va accuratamente tutelata. Anche da parte di chi è soltanto uno spettatore - che però, come me, sia interessato al problema. Il pontefice ha un modo ammirevole di mettersi in relazione al prossimo. Ammirevole, anche, il desiderio dei due interlocutori, di confrontarsi con ciò in cui non credono. Proprio per fimportanza di questa inedita forma di dialogo è però altrettanto importante che non sorgano equivoci. Mi limito a due esempi. Il pontefice scrive a Scalfari: Mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Il pontefice risponde: Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Ma aggiunge: Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Si riferisce anche alla verità della fede. Ora, Scalfari aveva sì parlato di verità assoluta, ma intendendo non ciò che è slegato, ciò che è privo di relazioni, ma proprio la verità che non è variabile e soggettiva. E il papa gli risponde che no, non è variabile e soggettiva: tutt’altro. In questo modo, la domanda è elusa, e viene ribadita la posizione ufficiale della Chiesa (Cfr. la recente enciclica Lumen fidei, Editrica La Scuola 2013). A sua volta Scalfari, nella recente intervista a Otto e mezzo, ha lodato l’innovazione di papa Francesco rispetto alla costante critica rivolta al relativismo da papa Ratzinger, e fa addirittura passare per relativista papa Francesco (appunto per il suo rifiuto del concetto di verità assoluta). Ma lo loda per qualcosa che papa Francesco si è ben guardato dal sostenere. Chiedeva Scalfari: la verità è variabile e soggettiva? No, risponde il pontefice: Tutf altro! Una seconda possibilità di equivoco, tra i due interlocutori, vorrei segnalare, e ben più importante. Dopo aver scritto che la specificità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione, il pontefice aggiunge che da ciò consegue anche - e non è una piccola cosa - quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”, affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente. Non mi consta che finora Scalfari abbia chiesto chiarimenti in proposito. Mi permetto di dirgli che invece, proprio lui, dovrebbe chiederli. In questo caso sarebbe il silenzio a favorire l’equivoco. Da quasi cinquantanni (che rispetto alla storia dell’Occidente sono certamente nulla) vado mostrando che quel detto evangelico, lungi dal sancire la distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica, nega tale distinzione. Non ho mai ricevuto una risposta adeguata - e mi sembra grave mi sembra di averne parlato anche con Scalfari in quello che forse è stato il nostro unico dibattito pubblico, a Roma. Ne ho parlato anche sulle colonne del “Corriere della Sera”. Se qui debbo pur giustificare in qualche modo la mia tesi, che indubbiamente suona troppo perentoria, come d’altra parte non vergognarmi di doverlo fare ancora una volta? Domandiamo a Gesù se a Cesare - cioè allo Stato - si possa dare qualcosa che sia contro Dio. Risponderebbe di noi Assolutamente no! Ciò significa che le leggi dello Stato non potranno essere contro le leggi di Dio, del Dio di Gesù, della cui verità oggi la Chiesa si ritiene depositaria. Domandiamogli ancora se allo Stato si possono dare leggi neutrali, che cioè consentano ai cittadini sia di agire contro Dio, sia di non essergli contrari. Ancora una volta Gesù risponderebbe di no, e altrettanto risolutamente: si renderebbe lo Stato libero da Dio; si lascerebbe ai cittadini la libertà di vivere contro Dio. Con la prima risposta lo Stato sarebbe costretto a essere uno Stato cristiano (anzi cattolico); con la seconda lo si lascerebbe libero di non esserlo. Ma anche questa libertà è un modo di essere contro Dio. Quindi per Gesù le leggi dello Stato debbono essere cristiane (e cattoliche). Ma esistono leggi dello Stato la violazione delle quali non implichi una sanzione statale, terrena? Assolutamente no. Quindi - come spesso si dice, ma senza accorgersi della connessione tra questo dire e il detto di Gesù - è necessario che il peccato (l’agire contro Dio) sia anche delitto (l’agire contro lo Stato), una colpa che è punita in terra prima che nell’al di là. Ma in questo modo la distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica, che, anche secondo questo pontefice, dovrebbe essere conseguenza di quel detto, è invece radicalmente negata da questo detto. Certo, Yintenzione di Gesù, si può ritenere, è di separare quelle due sfere; ma il contenuto oggettivo di quello che egli afferma è inevitabilmente la riduzione della sfera politica a quella religiosa. O anche: Gesù vuole conciliare l’inconciliabile, vuol conciliare la distinzione tra politica e religione con la loro reciproca opposizione (giacché anche la politica che non crede in Dio non vuole che a Dio sia dato quel che è contro Cesare). Con quanto ho osservato non ho affatto inteso sostenere che, quindi, abbia senz’altro ragione il pensiero laico, che vuol tener separate quelle due sfere. Ho inteso mostrare che il comando di Gesù non conduce là dove comunemente si crede. Nel dialogo tra Scalfari e il pontefice i problemi che ho indicato non sono gli unici, i più importanti stanno più in fondo. Qui si voleva dare soltanto un contributo alla tutela della chiarezza del dialogo. Davanti alla filosofia molti scienziati alzano le spalle. Dato il modo in cui essa, per lo più, è loro presente, hanno ragione. Soprattutto se non sa essere altro che una riflessione sui risultati della scienza, o ha la pretesa di insegnarle che cosa debba fare. Ma i concetti fondamentali della scienza sono inevitabilmente filosofici: in un senso ben più radicale di quello a cui si allude quando ad esempio, per la profondità delle categorie filosofiche coinvolte, si paragona il dibattito tra Einstein e Niels Bohr a quello tra Leibniz e Newton (M. Jammer, The Philosophy of Quantum Mechanics, Wiley). E se il fisico Léonard Susskind, nel suo libro La guerra dei buchi neri (2008, Adelphi 2009), scrive di non essere molto interessato a quel che dicono i filosofi su come funziona la scienza, tuttavia la sua guerra, combattuta contro il collega Stephen Hawking, riguarda il tema a cui la filosofìa si è rivolta sin dagli inizi e che sta al fondamento di tutti gli altri. Per Hawking i buchi neri presenti nell’universo sono voragini in cui vanno definitivamente distrutte le cose che vi precipitano. Susskind vede in questa tesi la violazione del primo principio della termodinamica, per il quale la quantità totale di energia dell’universo rimane costante nella trasformazione delle sue forme. Ora la costanza dell’energia è il suo continuare a essere; e l’incostanza delle sue forme è il loro venire a essere e il loro ridiventare non essere, nulla. Certo, il fisico si disinteressa del senso dell’essere e del nulla, ma il primo principio della termodinamica non può disinteressarsene: lo ha dentro di sé, ne è animato, ed è aH’interno di quest’anima che cresce la scienza anche quando i suoi cultori alzano le spalle davanti alla filosofia, che a quest’anima si rivolge sin dall’inizio. Si ritiene tuttora che la teoria generale della relatività d’Einstein e la fisica quantistica di Heisenberg siano incompatibili. Ma Einstein e Heisenberg si contrappongono mantenendosi entrambi all’interno del senso greco¬ occidentale dell’essere e del nulla: per il determinismo di Einstein le forme di energia escono dal proprio esser nulla e vi ritornano seguendo un percorso inevitabile (determinato) e quindi prevedibile; per Heisenberg tale percorso non è né inevitabile né prevedibile; ma anche per lui le forme di energia escono e rientrano nel proprio nulla. Non è un caso che egli abbia ricondotto il concetto di onde di probabilità al concetto aristotelico di dynamis, potenza, cioè alla possibilità reale (non alla necessità) che uno stato del mondo sia seguito da un cert’altro stato). Freud ebbe a scrivere, di Einstein, col quale ebbe peraltro rapporti cordiali: Capisce di psicologia quanto io capisco di fisica. Eppure si capiscono benissimo sul fondamento ultimo, cioè sulla caducità delle cose del mondo, che oggi è data comunque per scontata. La filosofìa sostiene spesso la tesi del carattere controvertibile della scienza. La discussione è tuttora aperta. Anche al tema deH’incontrovertibihtà la filosofia si rivolge da sempre. Per il grande matematico David Hilbert il rigore nelle dimostrazioni, condizione oggigiorno d’una importanza proverbiale in matematica, corrisponde a un bisogno filosofico generale della nostra ragione. E II più grande spettacolo della terra di Richard Dawkins (Mondadori 2010), eminente biologo evolutivo inglese, incomincia così: Le prove a favore dell’evoluzione aumentano di giorno in giorno e non sono mai state più solide. Esse dimostrano come la “teoria” dell’evoluzione sia un fatto scientifico e in quanto tale incontrovertibile. Ma quel che rimane oscillante e alla fine oscuro in queste pagine è proprio il concetto di prova, di fatto scientifico, di incontrovertibilità, cioè la loro filosofia. Sono un buon paradigma di quanto tende ad accadere in molti scritti scientifici del nostro tempo. D’altra parte, l’evoluzione è un processo in cui le specie escono dal proprio non essere e vi ritornano così come accade per le forme incostanti della costante quantità totale dell’energia. L’evoluzione è un fatto, oltre ogni ragionevole dubbio, è la pura verità confermata da una valanga di prove, con la certezza assoluta che non ci sarà smentita. Come la certezza, intende Dawkins, che il sole è molto più grande della terra e che l’antica Roma è esistita; come la teoria eliocentrica e quella della deriva dei continenti. Si può certo convenire. Ma il punto sul quale va richiamata l’attenzione è il senso dell’inoppugnabilità e incontrovertibilità di tutte le teorie di questo tipo. Che in loro favore esista una valanga di prove nessuno lo nega. La questione è se tali prove e la loro abbondanza consentano di dire che le teorie così provate godano della certezza assoluta che di esse non ci sarà smentita. A meno che Dawkins - e allora il discorso potrebbe finire qui - non si proponga altro che allineare la teoria dell’evoluzione alle altre teorie dello stesso tipo, e per dare risalto al suo discorso si serva di un linguaggio enfatico e improprio, che però, tirate le somme, risulta inoffensivo. (D’altra parte egli sottoscrive il vecchio principio che a rigor di logica solo i matematici sono in grado di dimostrare davvero qualcosa. Parole che però debbono fare i conti con quest’altra sua dichiarazione: Nel resto del libro dimostrerò che l’evoluzione è un fatto inconfutabile. Infatti se solo i matematici sono in grado di dimostrare davvero qualcosa, allora il suo libro non matematico non dimostra davvero che l’evoluzione sia un fatto inconfutabile. Capisco che queste possano sembrare all’illustre collega considerazioni da pedanti e da sofisti, però è diffìcile sostenere che non siano a rigor di logica.) Ma che cosa intende Dawkins affermando che il suo libro dimostra che l’evoluzione darwiniana è un fatto? Egli sa bene che essa, come la deriva dei continenti, non può essere oggetto di osservazione diretta, la quale, come egli sottolinea, è inaffidabile. La sua dimostrazione vuol essere quindi un’inferenza che dalle tracce lasciate dal processo evolutivo risale all’esistenza di tale processo, al suo essere, appunto, un fatto. Egli sa bene che anche l’inferenza si deve basare, in ultima analisi, sull’osservazione. Sostiene però che l’osservazione diretta di un evento come un omicidio è meno affidabile dell’osservazione indiretta delle conseguenze di esso: È più facile che incorra in un errore di identificazione un testimone oculare piuttosto che un sistema di inferenza indiretta come il test del Dna . Sì, posto che sia più facile, non è però impossibile che in certi casi l’osservazione diretta sia più affidabile. Anche per Dawkins. Esser più facile non significa essere incontrovertibile, ossia è un’ipotesi (plausibile, se si vuole). Sennonché da questa ipotesi dipende, nel suo libro, la validità dell’inferenza con cui egli intende dimostrare che l’evoluzione è un fatto incontrovertibile. Ciò significa che anche questa inferenza, e pertanto l’esistenza dell’evoluzione, sono soltanto ipotesi. (Egli rileva inoltre che i cambiamenti evolutivi sono troppo lenti per poter essere osservati da un individuo nell’arco della sua vita. Ma chi si propone di dimostrare che l’evoluzione è un fatto non può presupporre l’esistenza di tale fatto e delle sue caratteristiche. E invece Dawkins fa proprio questo: invece di dimostrare che l’evoluzione è un processo lentissimo, afferma arbitrariamente che essa non può essere direttamente osservabile perché è un processo lentissimo.) Deludente anche il modo in cui egli si sbarazza di una nota ipotesi di Bertrand Russell, la quale, sino a quando non si mostri che nemmeno come ipotesi è accettabile, lascia aperta la possibilità che l’evoluzione, almeno come viene intesa dai biologi, sia qualcosa di inesistente. Dice dunque Russell: Può anche darsi che abbiamo cominciato tutti a esistere cinque minuti fa, completi di ricordi preconfezionati, calzini bucati e capelli incolti. A parte lo stile di molti filosofi anglosassoni, che preferiscono parlare di calzini bucati piuttosto che della Passione secondo san Matteo di Bach, e, questo, per far sapere che l’esistenza non è da prendere troppo sul serio - a parte cioè il senso che all’esistenza viene conferito dall’intero pensiero occidentale, che la ritiene caduca, effimera, storica, temporale, provvisoria abitatrice dell’essere e preda del nulla (dunque degna di esser cominciata cinque minuti fa) anche quando e appunto perché la si pensa nelle mani di Dio o della poesia o di altra nobile e austera dimensione - a parte tutto questo, come risponde Dawkins a Russell? Risponde scrivendo che sì, è possibile, a voler esser pedanti, che gli strumenti di misurazione e gli organi di senso che li interpretano siano rimasti vittime di un colossale inganno, cosicché, se l’evoluzione non fosse un fatto, sarebbe un colossale inganno del creatore, ipotesi a cui pochissimi teisti sarebbero disposti a dare credito. Risposta deludente. Innanzitutto perché la verità incontrovertibile dell’evoluzione sussisterebbe solo se non si fosse pedanti, ma nemmeno per Dawkins la pedanteria è qualcosa di scientificamente inaccettabile. In secondo luogo perché dal fatto che i teisti non darebbero alcun credito al colossale inganno non segue che tale inganno non possa esser perpetrato e che quindi l’ipotesi di Russell sia da respingere. Queste osservazioni non hanno il benché minimo intento di affermare che, dunque, i negatori dell’evoluzione abbiano ragione. Entrambi gli avversari si muovono nel campo delle ipotesi. Oggi, ciò che decide dove stia la verità non è il costrutto concettuale delle teorie contrapposte, non è la loro incontrovertibilità, ma la loro maggiore o minore capacità di trasformare il mondo conformemente ai progetti che l’apparato scientifico-tecnologico planetario si propone. Una scienza che si affanni a dimostrare la verità incontrovertibile dei propri contenuti combatte una battaglia di retroguardia. E quanto si sta dicendo delle scienze della natura vale anche per quelle logico-matematiche. L’esistenza delle geometrie non euclidee, ad esempio, implica che nel migliore dei casi la geometria euclidea sia una verità incontrovertibile solo in relazione ai postulati e agli assiomi su cui essa si fonda, e dunque non sia assolutamente ma relativamente incontrovertibile. Da quando nasce la filosofia pensa la verità come in-contro-vertibilità, ossia come ciò contro cui non ci si può rivoltare (vertere), ma che non intende essere una costrizione transeunte e quindi violabile. La connessione tra la verità e l’inviolabile principio di non contraddizione attraversa tutta la storia della cultura. Per Hilbert la questione più importante è dimostrare che basandosi sugli assiomi della matematica non si potrà mai arrivare a dei risultati contraddittori. Ma Kurt Godei dimostrerà che questa dimostrazione è impossibile. Cioè la matematica si sviluppa ammettendo la possibilità di essere un sistema concettuale contraddittorio e quindi controvertibile. Se lo dimentica Dawkins quando afferma che solo i matematici sono in grado di dimostrare davvero qualcosa. Infatti, dimostrare davvero, cioè incontrovertibilmente, significa essere in grado di escludere quella possibilità. Il primo grande libro di Darwin è intitolato L’origine della specie (The Origin of Species). Già dal punto di vista linguistico origine, che rinvia al latino orior (provengo da..., sorgo) corrisponde all’antico greco arché, la parola con cui, all’inizio della filosofia, Anassimandro indica il principio da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano. La filosofia ha voluto giungere in modo incontrovertibile all’affermazione dell’esistenza del principio, ma insieme ha reso estrema la fede che è radicata nell’uomo più antico: la fede che le cose, per stare dinanzi a lui - e quindi l’uomo stesso -, abbiano bisogno di qualcosa d 'Altro da esse, che le spinga sulla terra e le renda disponibili. Qualcosa d ’Altro che è il mondo degli antenati e dei fondatori della stirpe, il demonico, il divino, e poi, quando la filosofia appare, Yarché, appunto. L’immenso e tremendo sottinteso di questa fede è la convinzione (a cui prima si è accennato) che le cose, di per sé, sono incapaci di stare sulla terra - e poi, quando la filosofia incomincia a parlare, sono di per sé incapaci di essere, e sono preda del nulla. Cose morte. La morte e il nulla sono la loro culla naturale. Perché si alzino dal sepolcro occorre dar loro un’origine. Anche la scienza si muove all’interno della fede nell’origine (ormai divenuta fede filosofica). Dell’antica origine demonico-divina la concezione filosofica e scientifica sono trascrizioni mondane che di quell’origine conservano l’essenziale. Così accade per Yarché e l’origine della specie, per il big bang come origine dell’universo, per l’inconscio freudiano come origine della coscienza. E ancora: per il lavoro, la società, la storia, il linguaggio, il cervello, il corpo, la materia come origini della mente e della cultura. In generale, per le cause prossime e remote degli eventi. E perfino il nulla è un succedaneo dei vecchi e nuovi dèi - il nulla da cui i più oggi pensano, più, o meno inconsapevolmente, che l’esistenza abbia l’origine ultima. Sì, in queste forme dell’origine è presente l’intera sapienza dell’uomo. Ma proprio perché la fede nell’origine porta sulle spalle un fardello così gravoso, si è proprio sicuri che non le si debba chiedere se sia in grado di reggerlo? In Italia alcuni fisici e qualche filosofo hanno notato l’affinità tra la tesi centrale del mio discorso filosofico - l’eternità di ogni ente e pertanto di ogni stato del mondo - e la tesi di Einstein che per noi fisici, la distinzione tra passato, presente e futuro non è che una testarda illusione. Ho messo tra virgolette la parola tesi, per sottolineare che quando le logiche che conducono alla stessa tesi son diverse, son diverse anche le tesi che suonano apparentemente identiche. E la logica della fìsica einsteniana è essenzialmente diversa da quella secondo cui si manifesta la necessità dell’eternità di ogni essente a cui si rivolgono i miei scritti. Ciò non vuol dire che ci si debba disinteressare del rapporto tra le due tesi, soprattutto ora che molti fisici mettono in questione il concetto di tempo, che sta in piedi solo se il presente differisce dal passato, ossia dall’ormai nulla, e dal futuro, ossia dall’ancor nulla. L’esempio più recente e tra i più rilevanti di questa crisi del tempo nel mondo della fisica è il libro del fisico Julian Barbour, La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura (Einaudi). Che la filosofia abbia da imparare dalla fisica è un luogo comune. E sacrosanto. Perché se la filosofia intende comprendere il senso della scienza e della tecnica, scienza e tecnica deve in qualche modo conoscerle. Ma è vero anche l’inverso. In una fase in cui, ad esempio, un fisico come Steven Hawking prevede (1979) che la fìsica debba lasciare il posto a una Teoria del Tutto, si toccherebbe il fondo della povertà di pensiero se non ci si rivolgesse alla filosofia che, da sempre, è stata la Teoria del Tutto. Ma poi la filosofia giunge a indicare in concreto - nei miei scritti il linguaggio mira appunto a questa indicazione - in che senso essa non è un sapere ipotetico, esigenziale, metaforico, falsificabile ecc., ma è il sapere assolutamente incontrovertibile - in un senso essenzialmente diverso da quello che la tradizione filosofica attribuisce all’incontrovertibile e di cui la filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità. Barbour scrive: Da una quindicina d’anni un numero esiguo ma crescente di fisici, me compreso, comincia a considerare l’idea che il tempo non esista veramente. E lo stesso vale per il movimento. Posso invitarlo a tener presente che la riflessione sull’eternità di ogni essente e di ogni evento è presente nei miei scritti sin dalla metà degli anni Cinquanta e che a metà degli anni Sessanta la discussione su questo tema è stato un non trascurabile evento della filosofia italiana, che continua tuttora a essere vivo? Egli non è uno di quegli sprovveduti che non vedono relazioni tra fisica e filosofia: nella prima pagina del suo libro (di grande interesse e avvincente) scrive che ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno preso sul serio le idee di Parmenide; io invece sosterrò che l’eterno fluire eracliteo... non è che una radicata illusione. Dirò allora al professor Barbour che qui in Italia, da mezzo secolo, quelle idee sono state prese molto sul serio non solo da me, ma anche da chi ha creduto di dover dissentire. E son certo che al professore non interessa favorire quella sorta di incompetenza che c’è all’estero intorno alla filosofìa italiana. Letteratura, scienza e religione, confrontandosi con la filosofia, si danno spesso la mano. La Bellezza regna su queste pagine di Roberto Calasso, tra le sue più importanti e ricche della loro disincantata sobrietà: La letteratura e gli dei (Adelphi). Indicano la Bellezza che presenta sé stessa nella sua assoluta autonomia dalla Verità e dalla Bontà. E indicano insieme gli dèi pagani, soprattutto quelli greci, che si eclissano in oscurità variamente profonde, ma per ritornare in Europa, secondo diverse forme di evidenza. Ad esempio nella pittura fra il Quattrocento e il Settecento. Soprattutto tra la fine del Settecento e la fine dell’Ottocento: l’età eroica della letteratura assoluta che incomincia con la comparsa della rivista Athenaeum (Schlegel, Novalis...) e si chiude con la morte di Mallarmé. Letteratura assoluta perché indipendente da ogni legislazione esterna, soprattutto quella della comunità è alla ricerca di un assoluto e perciò non può che coinvolgere il tutto. Un anello - Calasso ne intende decifrare la lega - unisce letteratura, linguaggio, mitologia, poesia, arte e gli dèi che appaiono in queste grandi luci. Il sottinteso è che il cristianesimo non appartiene alla letteratura assoluta. Ma non è proprio all’assoluto e al tutto che la filosofia si è sempre rivolta con l’intento di preservare il proprio sguardo da ogni dipendenza da altro, innanzitutto dalla comunità e dal sociale? E, se è così, la discordia tra letteratura assoluta e filosofìa non è la discordia tra due forme della filosofia, sia pure lontane tra loro? Per indicare questa lontananza Calasso scrive ad esempio: La letteratura cresce come l’erba tra grigie, possenti lastre del pensiero. Ma è un accertamento poliziesco di identità (come dice Calasso dei tentativi concettuali di irretire la letteratura) chiedere se quelle parole di Calasso sono erba o lastra? Certo, l’esperienza degli dèi, in cui consiste la letteratura assoluta, intender non la può chi non la pruova. Ma o quest’ultima espressione non ha assolutamente senso, o, se lo ha, ed è innegabile tale senso, è la mano che incorona la testa di quell’esperienza, e pertanto la sovrasta. Calasso intende sfuggire a questo nodo che stringe il collo della proclamazione romantica della superiorità assoluta dell’arte. Ma se non è una possente lastra del pensiero a conferire assolutezza alla letteratura assoluta, allora, a conferirla, è erba che appassisce, semplice aspirazione all’assoluto. Oltre l’età eroica della letteratura assoluta, ma nel suo clima, si ricorda nel libro, Gottfried Benn scrive che al di sopra del linguaggio che raffigura vi è il linguaggio, cioè Nietzsche: E allora viene Nietzsche e incomincia il linguaggio, che non vuole (e non può) altro che fosforeggiare, luciferare, rapire, stordire. Calasso commenta: Nietzsche era stato il primo tentativo di evadere dalla gabbia delle categorie di origine platonica e aristotelica. Che cosa si estenda al di fuori di quella gabbia non è stato ancora accertato. Nemmeno da Nietzsche, dunque. Da parte mia, chiedo a Calasso se non gli sembra che su questo punto il suo discorso possa procedere soltanto perché ha messo tra parentesi il mio. E ancora: quel linguaggio, che come dice Benn, non vuole altro che... non è forse un volere? E non si dovrà allora tentare di comprendere, innanzitutto, che cosa il significhi, appunto, volere? (E, certo, l’affermazione che al di sopra del linguaggio che raffigura, vi è il linguaggio che stordisce vuole raffigurare o stordire?) Il rapporto teatro-scienza, e in generale arte-scienza è stato teorizzato da Brecht in Scritti teatrali (Einaudi). Una prospettiva, questa, che per un verso, è decisamente antiplatonica - il che non meraviglia in un marxista come l’autore delle tre versioni di Vita di Galileo -, per altro verso va incontro a una delle esigenze più profonde espresse da Platone: quella di parlare di cose di cui si è competenti. Platone, infatti, invita a diffidare dei poeti tragici e dell’arte in genere proprio perché l’artista può avere soltanto opinioni e non scienza intorno ai grandi temi della vita e della morte, dello Stato, della pace, della guerra, dell’amore e dell’odio, ai quali costantemente si riferisce in modo più o meno esplicito. Certo, Brecht riconosce che il piano della scienza e quello dell’arte sono diversissimi. Tuttavia non solo si rifiuta di considerare semplici hobby gli interessi scientifici di Goe¬ the e di Schiller, ma, con gli stessi esempi offerti da Platone nel libro X della Repubblica (grandi passioni, storia dei popoli, impulso del potere), sostiene che anche nell’arte i grandi e complicati avvenimenti non possono essere sufficientemente riconosciuti in un mondo di uomini che non si provvedano di tutti gli strumenti utili ad intenderli. Un dramma sulla vita di Galileo può essere quindi scritto solo da chi conosce da vicino la nascita della scienza moderna. E Brecht, che per la Vita di Galileo ebbe a ricorrere anche all’aiuto di alcuni assistenti di Niels Bohr, non esita a riconoscere che una quantità di letteratura è a uno stadio fortemente primitivo. Platone respinge l’arte perché non ha competenza di ciò a cui essa si rivolge; Brecht si fa banditore di un’arte che invece questa competenza ce l’abbia, lasciando al suo destino la sterminata quantità di letteratura che invece si trova, per la sua incompetenza, a uno stadio fortemente primitivo. Rimane il problema di come il contenuto scientifico che può essere racchiuso in un’opera poetica debba essere completamente risolto in poesia. Rimane anche ovviamente incolmabile l’opposizione tra Platone, che vede l’anima dell’uomo destinata a una vita immortale, e un Brecht, che in sintonia con il pensiero filosofico del nostro tempo, scrive: Lo confesso: io non ho nessuna speranza. I ciechi parlano di una via d’uscita. Io ci vedo. Quando gli errori sono esauriti siede come ultimo compagno di fronte a noi il nulla ( Poesie, Einaudi). Non è allora del senso del nulla che (anche) l’artista deve avere la massima competenza? Oggi si tende a considerare la scienza moderna come la forma più alta di sapere. Ma la scienza stessa riconosce ormai il proprio carattere ipotetico. Anche le scienze storiche lo riconoscono. Anzi, a questa consapevolezza sono giunte prima delle scienze della natura e logico-matematiche. In modo indiretto Giambattista Vico, nel XVIII secolo, ha aperto la strada in questa direzione. Ci è mancata sinora scrive una scienza la quale fosse, insieme, istoria e filosofia dell’umanità. Passa la vita a tracciare la configurazione di questa nuova scienza. Al di fuori di essa, esiste una istoria senza filosofia, cioè, per lui, senza verità: una conoscenza storica che mostra sì un immenso cumulo di notizie, ma senza indicare alcuna Legge immutabile, eterna che dia loro un senso unitario, e quindi lasciandole allo stato di ipotesi. La Scienza nuova deve procedere pertanto senza veruna ipotesi: senza le incertezze e dubbiezze che competono alle scienze storiche sino a che rimangono separate dalla filosofia. Ma il nostro tempo - e innanzitutto l’essenza (tendenzialmente nascosta) della filosofia del nostro tempo - esclude l’esistenza di una qualsiasi Legge immutabile ed eterna, sì che le scienze storiche si trovano oggi a conservare proprio quel carattere di incertezza, dubbiezza, ipoteticità che Vico aveva consapevolmente colto in esse in quanto separate dalla filosofìa. La Scienza Nuova è stata ripubblicata da Bompiani nelle tre edizioni, a cura di Manuele Sanna e Vincenzo Vitiello, con un importante saggio introduttivo di quest’ultimo. Il testo è riproposto secondo l’edizione fattane dallo stesso Sanna, da Fulvio Tessitore e Fausto Nicolini, con alcuni restauri per le edizioni del 1730 e del 1744. Un’imponente operazione culturale. Molto opportunamente, Vitiello mette in luce il carattere problematico della conoscenza storica e in generale della nostra memoria. Vico e tutte le successive riflessioni sulla conoscenza storica non mettono però in questione Yesistenza della storia. E nemmeno le scienze naturali mettono in questione Yesistenza della natura. Storia e natura sono cioè trattate come indubitabilmente esistenti: la loro esistenza è considerata una verità incontrovertibile. Ma a chi va affidato il compito di mostrare la verità non ipotetica dell’esistenza del mondo? Che esista il mondo è una conoscenza scientifica - quindi problematica -, oppure è una conoscenza innegabilmente vera, e quindi non scientifica? Né il senso comune può farsi avanti con la pretesa di saper lui rispondere, infatti non può avere la pretesa di possedere una conoscenza superiore a quella della scienza. Affermare che l’esistenza del mondo è una verità innegabile significa affidare alla filosofìa il compito di mostrarlo. È sempre stato il suo compito metter tutto in questione e spingersi in vari modi fino al luogo che non può esser messo in questione. Da questo punto di vista, non mettendo in questione l’esistenza della storia, lasciandola cioè implicitamente valere come verità innegabile, Vico rimane indietro rispetto al compito essenziale della filosofia. Ma per altro verso egli coglie nel segno intuendo che la filosofia non può, a sua volta, chiudere gli occhi di fronte alla storia, alla natura, al mondo. Proviamo a chiarire quest’ultima affermazione. Il senso comune, in cui si trova ognuno di noi da quando nasce, non ha dubbi sull’esistenza del mondo e della ricchezza dei suoi contenuti: vi crede con tutte le sue forze. (Vi crede anche la scienza, anche quando essa si discosta dal senso comune.) Ma, appunto, lo crede, ha fede nella sua esistenza, e non può fare a meno di crederlo - così come non può fare a meno di credere che il sole si muova da oriente a occidente anche se la scienza gli dice che è la terra a muoversi attorno al sole, che sta fermo rispetto a essa. Ma la fede non è la verità innegabile. La fede mette in manicomio o distrugge chi mostra di dissentire da essa; sebbene faccia questo quando il dissenziente ha meno forza del credente. Sennonché la verità non è una forza o violenza vincente. Quando la filosofia del nostro tempo lo sostiene, lo può sostenere sul fondamento di ciò che per essa è la verità innegabile: 1’esistenza del divenire del mondo, cioè del divenire le cui forze sono capaci di travolgere e vincere ogni verità che pretenda imporsi su di esse e regolarle. Affermando che la verità innegabile è il divenire del mondo (implicante l’inesistenza di ogni eterno e di ogni immutabile al di sopra di sé), nemmeno la filosofia del nostro tempo lo afferma perché è riuscita a mettere in manicomio o a distruggere chi la pensa diversamente da essa. In verità, il mondo non è il mondo (storia, natura, lo stesso altro dal mondo) quale appare all’interno della fede nella sua esistenza e nei suoi molteplici contenuti - ossia all’interno della non-verità. Tuttavia è necessario che nella verità appaia la non-verità: innanzitutto perché la verità è negazione della non-verità e per esserne la negazione è necessario che la veda. È necessario cioè che nella verità appaia la fede nel mondo, al cui interno si costituisce ogni altra fede (ad esempio la fede nella storia e nella natura, la fede religiosa), ossia ogni altra non-verità, ogni altro errare. Ciò significa che, in verità, il mondo è la fede nel mondo e che la non-verità della fede nel mondo appartiene necessariamente, come negata, al contenuto della verità. Quando Vico pensa una scienza la quale sia insieme istoria e filosofìa dell’umanità, non scorge che l’esistenza della storia (e del mondo) è il contenuto di una fede, ma crede che nell’unione di storia e filosofia la storia sia illuminata dalla verità della filosofia e divenga essa stessa verità; e tuttavia egli intuisce che la verità è inseparabile dal proprio opposto, cioè dalla fede, dall’errore. Quale volto deve avere la verità che si mette autenticamente in rapporto col proprio opposto? Nel capitolo conclusivo della sua introduzione, intitolato Prospezioni vichiane Vincenzo Vitiello scrive: Al presente spetta la cura della “possibilità” del futuro, che non solo, in quanto futuro, non è, ma neppure è necessario che sia. Sono d’accordo che questa sia una prospezione vichiana, un proseguire cioè lungo il sentiero percorso da Vico. Ma aggiungo che questo sentiero è solo un tratto del grande Sentiero aperto dalla filosofia greca e in cui consiste la storia dell’Occidente: il Sentiero per il quale il divenire delle cose (di cui sopra si parlava) è il loro uscire dal nulla del futuro e ritornare nel nulla del passato. E Vitiello sa bene che, servendomi di un’espressione dell’antico Parmenide, lo chiamo Sentiero della Notte - dove la Notte è l’errare estremo. Quella prospezione vichiana raggiunge il proprio culmine e la propria estrema coerenza in ciò che prima ho chiamato essenza (tendenzialmente nascosta) della filosofìa del nostro tempo, ossia nella distruzione di ogni Legge e di ogni Essere immutabile ed eterno. Da gran tempo vado mostrando la malattia mortale - l’essenziale non-verità del mondo - che sta al fondamento di quel Sentiero e che impedisce alla verità di essere l’autentica negazione dell’errore, cioè della malattia mortale che, appunto, fa dire a tutti gli abitatori del pianeta che il futuro e il passato non sono e non è necessario che siano. Ho detto che tutto questo vado mostrandolo da gran tempo? Mi son lasciato andare. Rispetto alla grandezza della posta in gioco quel tempo è minimo. Suicidio dell’Europa Lasciar da parte la brocca riempita di vino e porre al suo posto una cavità dove si trova del liquido. È quel che fa la scienza, secondo Heidegger, rendendo un che di nullo la brocca e tutte le cose. Ma già per Goethe la scienza lascia da parte gli aspetti più concreti e intimi delle cose; e questa astrazione è chiamata da Hegel intelletto. Non è nemmeno un discorso perentorio, perché si potrebbe replicare che anche la poesia annulla tutto ciò a cui invece si rivolge la scienza. E quella cosa che è l’Europa? Pietro Barcellona non si confronta con il passo di Heidegger, ma anche nel suo ultimo libro l’Europa è proprio come la brocca piena di vino che è stata annientata dalla scienza e dalla tecnica moderne: è stata sostituita con una cavità in cui si trova del liquido. E poiché la scienza è un fenomeno europeo l’annientamento dell’Europa è un autoannientamento. Il libro di Barcellona è infatti intitolato II suicidio dell’Europa (Dedalo). Da molto tempo Barcellona si dichiara d’accordo con vari aspetti del mio discorso filosofico. A modo suo, con sensibilità e acutezza. Del mio pensiero dice: Bisogna fare a pugni oppure aprire le braccia. Non mi sembra che le apra alla mia tesi che la dominazione della tecnica e della scienza è inevitabile (per un certo tratto - dunque finito - della storia dell’Occidente. Però lo invito a mostrare dove non lo soddisfano le pagine che ho scritto a proposito di tale inevitabilità. In esse si mostra che, lasciando il dominio alla tecnica, l’Europa non si suicida ma è un albero dove i rami più alti (tecnica e essenza profonda della filosofìa del nostro tempo), per respirare e vivere, fanno appassire quelli più bassi (tradizione teologico- metafisica-religiosa dell’Occidente), sebbene, come 240 quest’ultimi, traggano la loro linfa dalle stesse radici e dallo stesso tronco. Certo, scienza e tecnica non hanno l’ultima parola. E quello dell’Europa è l’albero della Follia. Anche Lucifero è folle, ma è il signore del mondo. Barcellona mi concede che gli eventi del mondo siano l’apparire e lo scomparire degli Eterni, i quali sono pace, guerra, amore, odio, albero, brocca, nubi e anche tutto ciò che non si lascia vedere e che culmina nella gioia e nella gloria a cui l’uomo è destinato. Ma Barcellona parla anche degli intervalli in cui l’Eterno della gioia, l’Eterno della gloria non si è ancora presentato. Nel bel mezzo di uno di questi intervalli, mi ci ritrovo io - scrive - che, non avendo (ancora) visto la gioia o la gloria, ma avendo visto la tecnica, sto male. Dice infatti che la tecnica distrugge avvenire, speranza, promessa, profezia, rende tutto presente, calcolabile, manipolabile. Riprende la tesi di Heidegger e Bloch. Che vale però per il pensiero filosofico tradizionale (i rami bassi dell’albero di cui sopra parlavo). Volendo essere tale pensiero incontrovertibile, ha infatti la pretesa di dire già tutto sull’essenza del futuro, ossia di ciò che ancora, per l’intero Occidente, è un nulla. Scienza e tecnica (i rami alti) sono invece un sapere ipotetico, che non adatta a sé l’esperienza, ma le si adatta, lasciandola vivere e aprendosi all’awenire. Inoltre la filosofìa del nostro tempo mostra l’impossibilità di ogni Eterno che stia al di sopra delle cose create e annientate, ma che non ha nulla a che vedere con gli Eterni, di cui parlano i miei scritti, che non sono i padroni che dominano e regolano quella creazione e annientano, ma sono le cose stesse. Questa sintesi di tecnica e filosofia del nostro tempo, alla quale ben pochi guardano, è animata da quella volontà di avvenire, la cui mancanza fa star male Barcellona e anche altri. Mi sembra che egli oscilli tra l’inconsapevole adesione allo spirito del nostro tempo - che, proprio in quanto tecnologico, e contro quel che di solito si pensa, intensamente vuole e promuove l’awenire - e l’adesione al mio discorso filosofico, dove anche la totalità del futuro è già, eterna, e attende di venire alla luce, oltrepassando quell’Eterno che è la Follia da cui è dominata la terra. A volte Barcellona mi dice che la sua è una fede. Troppo modesto. Alla base del suo discorso c’è invece una filosofia per la quale la verità non può essere che visione. È il principio della fenomenologia. Ma si può dare davvero un rapporto necessario con la verità scrive che non sia la visione? Rispondo: sì, perché la semplice visione non potrà mai essere necessità. Limitarsi, in un paradiso, a vedere Dio, significa esporsi al dubbio di essere vittime di una illusione. La semplice visione non mostra la necessità di quel che si vede. Nemmeno chi toccava Gesù toccava la necessità che egli fosse il Figlio di Dio. Tempo fa, in un editoriale di Liberal (n. 19, 1998) il direttore Ferdinando Adornato richiamava il problema delle nuove regole di un equilibrio mondiale e affermava la necessità che l’Europa abbia una propria autonomia politica di difesa e di sicurezza. Aggiungeva di non trovare saggio pensare che tale autonomia debba servire a riproporre un ordine mondiale basato su un “bipolarismo antagonista” nei confronti degli Usa. Poiché in un mio articolo pubblicato su quello stesso numero sostenevo una tesi che a prima vista sarebbe potuta sembrare affine a quella che l’editoriale non considerava saggia, nel numero successivo aggiunsi, in risposta, quanto segue. Siamo d’accordo che l’Europa si trova all’interno di un processo storico che la vede e continuerà a vederla alleata degli Usa. D’accordo, anche, che un alleato non è un suddito. Lo diventa se non ha potenza - se non ha l’autonomia di cui Lei parla. A meno che l’alleato debole abbia grande autorità su quello forte. Ma non è il caso dell’Europa rispetto agli Usa (che hanno tirato diritto anche di fronte alle esortazioni del Papa). Nel mio articolo rilevavo che il processo storico in cui si trova l’Europa la vede anche avvicinarsi alla Russia, nel senso che si profila la tendenza verso la collaborazione tra la potenza economica europea e la potenza nucleare russa. L’unione di questi due fattori fa nascere appunto quell’alleato degli Usa, che è tale solo se non è un suddito. Non si profila dunque un semplice antagonismo rispetto agli Usa. Perfino il bipolarismo Usa-Urss era chiamato dal sottoscritto, sin dagli anni Settanta, Duumvirato (l’espressione era piaciuta anche a Giulio Andreotti). Rispetto alla concordia discors del Duumvirato di allora, il Duumvirato che si sta profilando (e che il mio discorso si limita a constatare) vede considerevolmente ridotta la discordia. D’altra parte gli alleati sono veri, solo se ognuno dei due ha la forza di resistere alle possibili prevaricazioni dell’altro. Solo questa forma di alleanza tra Europa-Russia e Stati Uniti può consentire all ’Occidente di tutelare affìcacemente i propri valori rispetto al resto del mondo. Lei rileva invece che la logica della deterrenza nucleare è obsoleta. Il terrorismo è evanescente e asimmetrico. (D’accordo). Per Lei, mi sembra, sarebbe obsoleto anche un ombrello nucleare russo che sostituisse quello che gli Usa hanno tenuto e tengono aperto sull’Europa. Ora, contrapporre al terrorismo l’armamento nucleare è ovviamente insufficiente. Oggi esistono le armi chimiche e le cosiddette nano-tecnologie di basso costo e di altissimo potenziale distruttivo dalle quali è estremamente difficile difendersi. Ma perché i terroristi non le hanno usate, per esempio per difendere l’Afghanistan e l’Iraq? Se l’armamento nucleare è insufficiente, è però anche necessario. Alla fine, sono soprattutto degli Stati ad alimentare il terrorismo. Gli Usa non parlano forse di Stati canaglia? Rispetto a quest’ultimi la minaccia atomica (esplicitamente richiamata dagli Usa prima dell’attacco all’Iraq) non è obsoleta. E allora non si dovrà dire che il terrorismo si astiene dall’uso delle armi chimico-batteriologiche proprio perché certi Stati temono la ritorsione atomica su di essi da parte degli Usa (e della Russia)? Ma poi, la concreta risposta americana al terrorismo dell’11 settembre non è stata forse l’attacco a due Stati? E un articolo di questo numero di Liberal, scritto da un americano, non è forse significativamente intitolato E adesso l’Iran^ È proprio così obsoleto il possesso di un arsenale invincibile (e invincibile lo è tuttora e nonostante tutto anche quello russo), in un mondo dove la rincorsa all’armamento nucleare sta diventando sempre più pressante - come proprio in queste settimane stiamo constatando? A parte il riferimento alla potenza economica europea, che come già si è accennato nelle pagine precedenti si è nel frattempo notevolmente ridotto, le considerazioni presenti in quella mia risposta vanno tuttora tenute ferme. Non credo alla sopravvivenza Molte le pagine di Maurizio Ferraris da cui la comprensibilità del discorso di Jacques Derrida ha tratto, un notevole, giovamento. Anche quelle pubblicate da Bollati Boringhieri e affettuosamente intitolate Jackie Derrida. Ritratto a memoria (2006), dove egli scrive che per Derrida, cercare di far sì che non tutto scompaia è stato al centro delle sue preoccupazioni senza trasfomarsi in una meditatio mortis narcisistica (p. 20). A dar ragione a Ferraris, è lo stesso Derrida che dichiara: Non penso che alla morte, ci penso sempre, non passano dieci secondi senza che la sua imminenza mi sia presente. Analizzo continuamente il fenomeno della sopravvivenza, è veramente la sola cosa che mi interessi, ma proprio nella misura in cui non credo alla sopravvivenza post mortem. In fondo, è questo che comanda tutto, tutto ciò che faccio, sono, scrivo, dico (J. Derrida e M. Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza 1997). Nella cenere tutto viene annientato dice da qualche parte. Ma di quel continuo analizzare il fenomeno della sopravvivenza non trovo traccia nelle pagine di Ferraris. E lo si spiega; perché per quanto ne sappia, non la trovo nemmeno nelle pagine di Derrida. Egli dice, sì, che continua a pensarci, ma è difficile venire a sapere che cosa egli abbia pensato in proposito; o si viene a sapere ben poco più del fatto che egli non crede alla sopravvivenza post mortem. In questo senso, non solo Ferraris ha ragione a sostenere che in Derrida non c’è una meditatio mortis narcisistica, ma verrebbe da dire che non c’è affatto una meditatio mortis. Certo, a dirlo così nudo e crudo si sbaglierebbe, perché Derrida conosceva bene la meditazione di Heidegger sulla morte. E tuttavia doveva anche saper bene che è una meditazione fenomenologica, che cioè non si pronuncia sui problemi metafisici come 1’esistenza di Dio, la sopravvivenza dopo la morte ecc. Rimane dunque l’impressione che Derrida abbia distolto lo sguardo da ciò che maggiormente lo assillava. Che è certamente quel che più conta. Sono d’accordo. Ma sono d’accordo perché al tema della cenere in cui tutto viene annientato ho invece dedicato tutto quello che ho scritto. Tutto quel che ho scritto si riferisce alla necessità che ogni cosa (evento, stato ecc.) sia, eterna, cioè che nessuna cosa si annienti nel cosidetto suo diventar cenere. Vi si riferisce argomentandola e mostrando il senso della necessità e dell’argomentare. Peccato che in proposito Derrida non abbia voluto prendere posizione. Ma limitarsi a dichiarare la propria incredulità intorno a qualcosa non è il momento più alto della filosofìa. All’amico Ferraris vorrei pertanto proporre di non seguire, in questo, Derrida. Che, per quanto ne sappia, non si è mai interessato di Leopardi. Ma la meditatio mortis di Leopardi è grandiosa, straordinariamente potente, unica. E non è soltanto fenomenologia. Leopardi crede di poter mostrare che nessuna cosa è eterna. Ma come è alto e ricco, e argomentante il suo errare! Con questa meditazione devono fare i conti i credenti. Derrida li disturba ben poco. Se non si guarda da vicino il senso del pericolo, cioè dell’annientamento e dello scomparire, che stanno alla radice dell’angoscia, quale consistenza può avere la ricerca di un rimedio contro la morte ossia di quel far sì che nontutto scompaia? Per Derrida il rimedio era la scrittura, che trattiene ancora per un po’ le cose nell’esistenza. Proust questa tesi l’aveva già analizzata a fondo. Ma, anche qui, com’era ben più radicale Leopardi, che pensava alla scrittura nel senso più ampio, cioè, come opera del genio, ossia di chi sa dire con potenza la nullità di tutte le cose. Per le scienze del linguaggio il sacro è il separato: tiene lontano l’uomo; anche se insieme lo attira. Freud ha visto neH’inconscio la follia da cui la coscienza dell’uomo si è distaccata. All’inizio del suo bel libro Orme del sacro Umberto Galimberti scrive tuttavia che a conoscere questa follia non sono la psicologia, la psichiatria o la psicoanalisi, ma la religione. Ma la religione - osservo - è solo un credere; e se un sapere riuscisse a mostrare che l’occhio della religione vede più lontano degli altri e riesce a scorgere la profonda verità della follia del sacro, non sarebbe allora questo sapere (lo si è chiamato filosofia) ad avere l’occhio più acuto? Più in alto di una testa incoronata sta la mano che la incorona. Per Nietzsche al di là della ragione c’è il caos. Per Dostoewskij c’è Cristo. Per Freud l’inconscio è il luogo in cui non vige più il principio di identità e di non contraddizione. La contraddizione è il caos, è Cristo, la follia. La follia è la verità ultima dell’esistenza. In ognuno di questi casi, si apre alle spalle della ragione il mondo dell’indifferenziato, dove, scrive Galimberti, una cosa è questo e anche altro. La ragione, tuttavia, non trova scandaloso pensare che un vino possa essere forte e anche nero. I problemi incominciano quando si pensa che lo stesso vino sia forte e non forte, nero e non nero: indifferenziato, appunto. Platone e soprattutto Aristotele sostengono che il contenuto di questo pensiero non può esistere: cioè che il mondo della follia non può esistere. Qui mi limito a riproporre una domanda che può sembrare oziosa. Quella follia che, separata, sta al di là della ragione, è forse non separata? Se ne stata forse al di là, ma anche al di qua, dentro la ragione? No! - risponderanno gli amici della follia, 248 del caos, dell’inconscio, di Cristo, dell’indifferenziato. Ma la follia non, è forse, anche, non follia? A questo punto quegli amici perderanno la pazienza e diranno di aver già detto che la follia è follia - punto e basta. Ma, allora, non è forse molto, ma molto giudiziosa questa follia che se ne sta ben attaccata a sé stessa (e dunque al principio di non contraddizione), e non vuol essere anche altro, cioè non vuol essere ragione - e, dunque, tirate le somme, non si permette di essere folle? Secondo un principio consolidato della metafisica classica, il divenire richiede una condizione che lo trascende scrive Biagio de Giovanni nel suo studio, importante e suggestivo, dedicato a Hegel e Spinoza. Dialogo sul moderno (Guida) - e tale principio regola anche il pensiero di questi due grandi protagonisti del moderno. La complessità del saggio di de Giovanni, implicante notevoli conseguenze sul piano politico, richiede che qui si accenni solo ad alcuni punti. Quel principio della metafisica classica domina effettivamente sia l’antico, sia il moderno; non però il pensiero del nostro tempo, per il quale il divenire non richiede altro che sé stesso. Il mondo non ha bisogno di Dio. Che il divenire richieda una condizione trascendente, indiveniente, infinita, significa che essa salva il finito - il divenire (nascita e morte) essendo appunto il regno della finitezza. La tesi di de Giovanni, che l’intento di fondo di Spinoza e di Hegel è di salvare il finito, è quindi del tutto consequenziale. Ed egli, questo intento, lo fa proprio, ma dandogli un timbro nuovo, che insieme, a suo avviso, rende esplicito quanto nei due pensatori rimane invece velato. Semplificando molto il suo discorso, si può dire che il mondo è salvato solo da Dio, ma che il rapporto tra Dio e Mondo produce inevitabilmente un radicale spaesamento del pensiero, che non riesce e non può riuscire a sciogliere i problemi prodotti dalla coabitazione di quei due termini. Ciò significa che le difficoltà e le contraddizioni a cui va incontro il rapporto finito-infinito in Hegel e Spinoza non sono imputabili alla limitatezza del loro pensiero, ma sono strutturali. In una delle pagine decisive del suo libro de Giovanni scrive: I grandi testi della filosofia non sono grandi precisamente perché gravidi di altissimi contrasti, che sono il vero sale del pensiero?, e questo sale non è forse la profonda istituzione di una dualità che non aspetta vera conciliazione e che però ambisce a vincere la scissione senza poterla abolire?, sì che proprio questo paradosso è la stessa vita umana? Ritengo che i punti interrogativi non siano retorici. De Giovanni non presuppone arbitrariamente 1’esistenza delfinfinito, non ne progetta nemmeno la fondazione, né la richiede a Spinoza e a Hegel, dove, a suo avviso, Dio, cioè l’infinito e indiveniente Invisibile, è, non meno e anzi ancor più del finito, il luogo dove i problemi e le contraddizioni maggiormente si addensano. L’infinito-invisibile è infatti per lui il contenuto di una fede. Ma questa fede, mi sembra, appartiene a suo avviso all’essenza dell’uomo, ossia a quel paradosso che avvolge non questo o quel gruppo umano; non questa o quell’epoca, ma la stessa vita umana in quanto tale. E qui il paradosso indicato da de Giovanni è scavalcato, nel senso che diventa ancora più complesso, la fede nell’invisibile essendo appunto ciò che, come richiamavo all’inizio, è spinto al tramonto dell’essenza o sottosuolo della filosofia del nostro tempo, dove il Tutto resta identificato alla totalità del visibile-finito - diveniente. Egli vede sì l’unita sottostante all’antico e al moderno (e si tratta di millenni), ma non intende allargarla, e anzi prende le distanze dalla fede, indicata nei miei scritti, che unisce l’intera storia dell’uomo e che quindi sostiene sia la fede nell’Invisibile sia la fede dei nemici dell’Invisibile, amici della Terra. De Giovanni contrappone cioè il suo modo di considerare la storia dell’Occidente a quello dei miei scritti, che considera il pensiero dell’Occidente come preso in un unico solenne errore, che è un estremo, iperlogico (e a suo modo, certo, geniale) invito a escludere il significato delle differenze, ossia di ciò a cui non si può rinunciare (p. 117). Credo che qui de Giovanni si riferisca alle differenze intese come differenti modi di errare, non come differenze tout court - giacché l’affermazione dell’esistenza e anzi dell’eternità delle differenze (ossia delle molte cose e dei molti aspetti del mondo, innanzitutto) è una tesi costante del mio discorso filosofico. Ma è una sua tesi costante anche l’affermazione dell’esistenza di differenti, infiniti modi di errare; che però hanno questo di identico, di essere errori, cioè negazioni della verità. E l’avere in comune il loro esser errori non cancella i differenti modi dell’errare - così come, per i colori, l’avere in comune Tesser colori non è una monocromia, ossia non cancella il loro differire l’uno dall’altro. Nei miei scritti si mostra che la vita umana è il luogo in cui si manifesta ciò che vi è di identico in ogni errore, ossia il suo essersi separato dalla verità. De Giovanni mi gratifica di un riconoscimento che mi piacerebbe meritare (Sono convinto che la profondità speculativa di Severino sia assai alta e pressoché unica oggi in Europa), ma aggiunge che la pedagogia che nasce da questa profondità è muta, perché riduce la dialettica interna alla storia della metafìsica [...] alla monocroma ripetizione dell’errore. Nei miei scritti si mostra che l’Errore è la fede nella trasformazione delle cose, il loro diventar altro da sé. Chiedo a de Giovanni di indicarmi, per uscire dalla supposta monocromia, un solo punto, nella storia dell’uomo, dove non si creda nell’esistenza della trasformazione delle cose, ma si creda in una forma di errore diversa da questa fede. Poi, se vorrà, potremo discutere il punto decisivo, ossia i motivi per i quali affermo che questa fede, nonostante la sua apparente plausibilità ed evidenza, è l’Errore più profondo a cui l’uomo è stato destinato - ma dal quale l’Inconscio autentico dell’uomo è già da sempre libero. Cresce il rifiuto dell’affermazione di Nietzsche (peraltro in genere male intesa) che non esistono fatti ma solo interpretazioni. Nietzsche non è un realista. Ma implicitamente il bersaglio in Italia si allarga a Heidegger e a Gadamer, e anche a chi, come Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, ha lavorato sulla scia di questi pensatori, a partire appunto da Nietzsche. È ora - sostiene Maurizio Ferraris - di far rivivere su scala mondiale i fatti, la verità, il realismo. Se è lecito annotarlo, c’è anche chi, da più di mezzo secolo va dicendo che il senso autentico della verità non è investito dalla crisi inevitabile a cui è andata incontro la verità quale è intesa lungo la storia dell’Occidente, e quindi anche dal realismo. Ma Ferraris vuol far rivivere fatti, verità e realismo dando come cosa per sé evidente (almeno così sembra) che la realtà esista indipendentemente dalla coscienza umana, la quale sarebbe però capace di conoscerla con verità, scorgendo appunto i fatti, ed essendo quindi una certezza che ha come contenuto la verità. Con fatica, si potrebbe far rientrare questo modo di pensare in ciò che Hegel chiamava appunto identità di certezza e verità. Non dubito che Ferraris (e Eco) l’abbiano presente. Con fatica, dico, tuttavia, perché il senso comune non è la conferma filosofica del senso comune. Anche per le scienze della natura la realtà esiste indipendentemente dall’uomo. Da qualche millennio questo è anche il comune modo di pensare dei popoli, il loro senso comune. Ma ben prima della scienza è la filosofia, sin dai suoi inizi, a riflettere sul rapporto tra l’essere umano e la realtà - e sul significato di queste due dimensioni. Prevale, con la grande filosofia classica (Platone, Aristotele), la conferma del senso comune. E più tardi tale conferma sarà chiamata realismo. La prospettiva espressa dal principio di Protagora che l’uomo è la misura di tutte le cose (e che quindi la realtà dipende dal modo in cui l’individuo pensa e vuole) resta a lungo emarginata. Ma, proprio perché conforma il senso comune, il realismo filosofico non è il senso comune. La filosofia, infatti, viene alla luce evocando un senso prima sconosciuto della parola verità - il senso che domina l’intera tradizione dell’Occidente dai Greci a Hegel, a Einstein; cioè la verità come scienza (epistéme) incontrovertibile, fondata su principi primi innegabili e per sé evidenti e il realismo filosofico ritiene che il senso comune abbia verità. Ma è la filosofia a conoscere la verità del senso comune, non il senso comune. Per avere un esempio della potenza e complessità concettuale del realismo filosofico si tenga ancora sott’occhio (cfr. sezione prima, cap. Ili) questo passo deW Etica Nicomachea di Aristotele: Ciò di cui abbiamo scienza non può essere diversamente da come; delle cose che possono essere diversamente, invece, quando siano fuori dalla nostra osservazione, rimane nascosto se esistano o no. (La parola osservazione traduce la parola theoréin : l’osservazione appunto, la manifestazione del mondo, che accade con l’esistenza dell’uomo.) Si può dire che in questo passo sia addirittura anticipato quell’importante atteggiamento del pensiero contemporaneo che è la fenomenologia fondata da Edmund Husserl, per la quale è verità tutto ma anche solo ciò che è osservabile (manifesto, immediatamente presente, sperimentabile); e quindi non è possibile che, con verità, venga affermato qualcosa intorno a ciò che non è osservato. Proprio per questo la fenomenologia non è una conferma del nostro senso comune. Aristotele non riconoscerebbe ciò che pure si è sviluppato dal proprio seme; eppure la sua è una critica radicale del senso comune in quanto sussistente al di fuori della conferma che Yepistéme gli dà: tutto ciò che esso dice non è scienza (epistéme). Inoltre, per Aristotele, la realtà di cui c’è scienza e che quindi esiste indipendentemente dall’uomo è più ampia della realtà di cui, secondo la fenomenologia c’è scienza (e anche Husserl intende la filosofia come scienza rigorosa). La scienza è infatti, per Aristotele (come per l’intera tradizione occidentale) anche scienza di Dio, metafìsica. Il realismo filosofico greco si è sviluppato nella filosofia patristica e scolastica (Agostino, Tommaso tee.) e quindi nella dottrina della Chiesa cattolica e delle altre Chiese cristiane, e poi nel Rinascimento e nella stessa filosofia moderna prekantiana, che però procede a una forma più elaborata di conferma del senso comune. E il realismo è stato messo in questione da Kant e daH’idealismo, per poi riaffacciarsi in varie correnti della filosofia degli ultimi due secoli, Marx e marxismo compresi. Si continua a dire che ci si è liberati della cultura idealistica. Ma quanti conoscono l’idealismo da cui ci si deve liberare? Per l’idealismo (e il neoidealismo italiano) è fuori discussione (come per il realismo) che la natura esiste indipendentemente dalle singole coscienze degli individui umani. È dalla coscienza trascendentale (liquidata con troppa disinvoltura) che la natura non è indipendente. La scienza, si diceva sopra, è realista. E la filosofia analitica sostiene per lo più che per sapere come sia fatto il mondo bisogna rivolgersi alla scienza moderna (che non è più epistéme). Sennonché, se il realismo della scienza moderna non vuol essere semplice, ingenuo senso comune, allora è una tesi filosofica è cioè quel realismo filosofico la cui potenza e complessità concettuale e i cui rapporti con le concezioni non realistiche sfuggono completamente al moderno sapere scientifico - e sarebbe un peccato se sfuggissero anche al nuovo realismo, stando al modo in cui esso è stato presentato. Si aggiunga che la scienza intende fondarsi suh’osservazione. Ma la gran questione è che la realtà - che per la scienza esisterebbe egualmente anche se l’uomo non esistesse (l’uomo è dice la scienza, compare soltanto a un certo punto dello sviluppo dell’universo) -, in quanto esistente senza l’uomo è per definizione ciò che non è osservato dall’uomo, ciò di cui l’uomo non fa esperienza: non può esserci esperienza umana di ciò che esiste quando l’umano non esiste. Quindi l’affermazione che la realtà è indipendente dall’uomo finisce anch’essa con l’essere una semplice fede, o quella forma di fede che è considerata come altamente probabile. Comune al nuovo realismo e al pensiero debole di Vattimo e Rovatti è comunque l’istanza politico-morale, messa in primo piano. Si accusano reciprocamente di favorire il totalitarismo. Ora, la filosofia - come il mito e poi la scienza moderna - è nata, sì, per difendere l’uomo dal dolore e dalla morte dovuti alla natura e alla lotta tra gli uomini. In questo senso la filosofìa (come il mito e la scienza), nascendo dalla paura, è mossa da un’istanza politico-morale. Ma la filosofia si accorge che il rimedio non può essere quello inaffidabile del mito, ma deve avere verità, e la verità non può fondarsi sulla dimensione politico-morale. Per la sua assoluta spregiudicatezza la verità deve chiedersi perché la violenza dei più forti debba essere bandita. E deve saper rispondere. Altrimenti essa è semplice edificazione. Un’ultima osservazione a proposito di Nietzsche. La sua tesi che non esistono fatti ma solo interpretazioni non va intesa in senso assoluto: riguarda solo un certo insieme di eventi. Infatti, che il divenire del mondo esista non è per Nietzsche un’interpretazione affidata da ultimo alle decisioni storiche e quindi cangianti deU’uomo: che il divenire (la storia il tempo) esistano è per Nietzsche - anche per Nietzsche - l’incontrovertibile verità fondamentale in base a cui è necessario negare ogni realtà eterna immutabile, divina che sovrasti il divenire e lo domini e guidi. Questa verità è la Grande Fede al cui interno cresce l’intera storia dell’Occidente e, ormai, del pianeta. La fede che da tempo i miei scritti invitano a dar conto del suo incontrastato potere. Persiste il silenzio su uno dei tratti più importanti della cultura contemporanea. Da parte mia continuo a richiamare quanto sia decisivo il nucleo essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che fa diventar reale la dominazione del mondo da parte della tecnica - destinata a questo dominio nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica, religiosa, e anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel nucleo mette in luce che ogni Limite assoluto all’agire delfuomo, ci oè ogni Essere e ogni Verità immutabile della tradizione metafisica, è impossibile; e dicendo questo non solo autorizza la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale autorizzazione le conferisce la reale capacità di superarlo. Non si salta un fosso se non si sa di esserne capaci; e quel nucleo dice alla tecnica che essa ne è capace. Tra i pochi abitatori del nucleo essenziale c’è sicuramente il pensiero di Nietzsche. Ma anche quello di Giovanni Gentile, la cui radicalità è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il silenzio, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in quella continentale, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un potente alleato della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento frenante, reazionario, rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della tecno-scienza. Argomento di primaria importanza sarebbe quindi la chiarificazione dei motivi che producono quel silenzio. Qui vorrei però limitarmi - come ho incominciato a dire - al tema, molto più modesto, riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni. Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer ecc.), l’antirealista, cioè la critica alla concezione metafisica della verità sarebbe una scoperta di Heidegger (Della realtà, Garzanti 2012; p. 100). Si tratta della critica alla definizione di verità come corrispondenza tra intellectus e res, tra l’intelletto e la cosa. In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggior nitore, Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo hegeliano) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava - per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come esterna alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il pensiero confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene a essere conosciuta, non è esterna al pensiero, ma gli è interna. Ciò significa che il pensiero, per essere vero, non ha bisogno e non deve corrispondere ad alcuna cosa esterna. Solo che Vattimo si fa guidare, prendendolo alla lettera, da quell’appunto di Nietzsche in cui si annota - probabilmente per studiarne il senso - che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni e che anche questa è un’interpretazione, ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile. Poiché Vattimo intende tener ferma questa sentenza di Nietzsche dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità è un’interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la propria filosofìa soltanto come un’interpretazione rischiosa, una scelta, una volontà le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico- politiche (p. 53): Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica oggettivistica perché la sentiamo come una minaccia alla libertà e alla progettualità costitutiva dell’esistenza (p. 122, corsivo mio). In sostanza, come tanti altri, esclude ogni verità incontrovertibile perché altrimenti libertà e democrazia verrebbero distrutte; ma in questo modo mostra di considerare come verità incontrovertibile la difesa della libertà e della democrazia (la qual cosa è soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure - chiedo a lui e a tanti altri - anche l’affermazione che la libertà è costitutiva dell’esistenza è solo un’interpretazione revocabile? En passant, egli è stranamente fuori strada quando mi attribuisce l’intento di oltrepassare la metafisica attraverso la restaurazione di fasi precedenti del suo sviluppo e rifacendomi a Heidegger. Il quale però sostiene che l’Essere è evento (contingenza e storicità assoluta, assoluto divenire) e che anche le cose sono avvolte da questo carattere; mentre i miei scritti sostengono che ogni cosa è un essere eterno. E infatti essi indicano qualcosa di abissalmente lontano anche dalla filosofia gentiliana, che afferma la totale storicità del contenuto del pensiero (sebbene Gentile differisca da Heidegger perché, platonicamente, intende il Pensiero come indiveniente). Comunque, già l’idealismo classico tedesco, soprattutto quello hegeliano, è ben consapevole dell’impossibilità che la verità sia corrispondenza o adeguazione dell’intelletto a una realtà esterna, e tuttavia l’idealismo è una grande metafisica; sì che la critica a tale corrispondenza toghe di mezzo solo un certo tipo di metafisica. Per mostrare l’impossibilità di ogni Limite assoluto, metafisico, all’agire dell’uomo, e in generale al divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è sì presente in Nietzsche e in Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non in Heidegger. Né qui intendo indicare ciò che occorre e che sopra chiamavo il nucleo essenziale della filosofia del nostro tempo. Se Vattimo, che condivide la critica heideggeriana alla verità come corrispondenza, su questo punto è inconsapevolmente d’accordo con Gentile, invece un filosofo tedesco, Markus Gabriel,sostiene ora un nuovo realismo (che peraltro condivide con molti altri) al quale forse rinuncerebbe se conoscesse Gentile. Egli non è d’accordo con Heidegger, né quindi con Vattimo, ma è d’accordo con Maurizio Ferraris (non più allievo di Vattimo), che presenta in Italia il libro di Gabriel II senso dell’esistenza (Carocci editore 2012). Vi si sostiene subito un argomento che conduce alla tesi seguente: C’è qualcosa che noi non abbiamo prodotto, e proprio questo esprime anche il concetto di verità. L’argomento è che, una volta ammesso che noi produciamo qualcosa, noi però non produciamo il fatto consistente nell’esser produttori di qualcosa - il fatto che dunque è indipendente da noi. Gabriel lascia indeterminato il significato di quel noi (sebbene egli interpreti in modo a volte condivisibile l’idealismo tedesco). Ma l’idealista e quell’idealista rigoroso che è Gentile risponderebbero che, certo, questo o quell’individuo non producono il fatto consistente nella produzione umana di qualcosa, e tuttavia questo fatto è pensato (anche da Gabriel, sembra) e, in quanto pensato, non può essere, come invece questo libro sostiene, una realtà indipendente dal pensiero, ossia da noi in quanto pensiero. Io propongo di definire l’esistenza come l’apparizione-in- un-mondo, scrive Gabriel. Intendo: l’apparizione di qualcosa in un mondo. Ma nel suo libro non ho trovato alcun chiarimento sul significato del termine chiave apparizione. Chi legge quanto vado scrivendo ne conosce l’importanza. L’apparizione non è il qualcosa (o ente) che appare (anche se essa stessa è un ente). Se Gabriel intende che c’è apparizione di un mondo anche senza che appaia questo o queU’individuo empirico, allora, su questo punto, sono d’accordo con lui da più di mezzo secolo. Ma allora si dovrà dire che ciò che esiste è ciò che appare (e un caso di esistenza è l’apparire in cui tutto-ciò-che-non-appare appare, appunto, come tutto ciò che non appare). Ma Gabriel intende così l’apparizione? Per lui ciò che esiste esiste necessariamente all’interno di un campo di senso, cioè all’interno di un contesto. Se il motivo è (come mi sembra di capire) che qualcosa esiste solo in quanto differisce da ciò che è altro da esso, sì che questo altro è il contesto del qualcosa, sono d’accordo (ma esortando Gabriel a rendersi conto che egli, contrariamente ai suoi intenti, sta sollevando il principio di non contraddizione - ossia il differire dal proprio altro - al rango di assoluto principio incontrovertibile). Ma dalla necessità che l’esistente abbia un contesto egli crede di dover concludere che qualcosa come il Tutto, la totalità degli enti, non può esistere perché il Tutto non può avere un contesto, e non può nemmeno contenere sé stesso, giacché è necessario che il Tutto, in quanto contenente differisca dal Tutto in quanto contenuto. Mi limito a rilevare che, poiché il Tutto è l’apparizione del Tutto (anche per Gabriel dovrebbe esserlo), allora questa apparizione contiene sé stessa proprio perché il Tutto contenente è lo stesso Tutto contenuto: il contenente è insieme il contenuto e il contenuto è insieme il contenente. Da gran tempo i miei scritti si sono soffermati su questo tema come su quello del significato che compete all’affermazione che il nulla è il contesto del Tutto. (A proposito del tema del nulla è curioso che Vattimo, per il quale - come per Gabriel e l’intera cultura del nostro tempo - 263 tutto è contingente, neghi a un certo punto - p. 60 - l’annullamento delle cose. Curioso, dico, perché senza il loro annullamento e nullità iniziale non si vede in che possa consistere la loro contingenza e storicità.) L’idealismo assoluto di Gentile è poi un a ssoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma è la realtà in sé stessa. Un rilievo, questo, che potrebbe invogliare Gabriel e i vari neorealisti a studiare Gentile. Certo, la difficoltà maggiore è capire il carattere trascendentale del pensiero, che si è presentato in modo sempre più rigoroso da Kant all’idealismo tedesco e al neohegelismo di Gentile. L’al di là di ogni pensiero, l’assolutamente Altro, l’Ignoto, gli infiniti tempi in cui l’uomo non c’era e non ci sarà: ebbene, di tutto questo possiamo parlare solo in quanto tutto questo è pensato. Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere trasceso e che è esso a trascendere tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di esso e come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità. L’idealistica trascendentalità del pensiero è stata sostituita oggi dal consenso, cioè dall’accordo sociale su un insieme di convinzioni. Insieme a molti altri Popper vede nel consenso il fondamento della verità. È vero ciò su cui la comunità più ampia possibile è d’accordo. Anche Vattimo sostiene questo concetto della verità: per lui il linguaggio, entro cui tutto si presenta, è il linguaggio della comunità, giacché siamo esseri storici e la massima evidenza disponibile qui e ora si costruisce solo con un accordo, che può essere messo in questione e rinegoziato (p. 109). Ma, daccapo, questa sua affermazione è una verità incontrovertibile? Oppure che gli uomini esistano, ed esistano storicamente, accordandosi o discordando, è soltanto un accordo rinegoziabile? Rinegoziando, non ci si potrebbe forse trovar d’accordo nel far rivivere la metafisica e altre cose non desiderate dalla filosofia ermeneutica? Ma soprattutto a Heidegger (non solo a lui) andrebbe chiesto come mai, se il suo intento è di prendere le distanze da ogni evidenza oggettiva, la configurazione dello sviluppo storico (la sequela delle epoche dell’Essere) finisca col valere, nel suo discorso, come un’evidenza oggettiva e indiscutibile. La tecnica può riuscire a porsi alla guida del mondo solo se si è in grado dimostrare che ormai questo compito non può più essere assolto dalle grandi forze della tradizione (quali il capitalismo, le religioni, la politica e la concezione del mondo che sta al loro fondamento). Ma chi può mostrarlo? Non certo la tecnica e la scienza. È invece l’essenza tendenzialmente nascosta della filosofia del nostro tempo a mostrarlo (purché si sappia guardare). Mostra che non possono esistere quei Limiti assoluti, indicati dalle forze delle tradizione, di fronte ai quali la tecnica debba arrestarsi. Anche (ma non solo) per questo la filosofia ha un carattere decisivo. Di qui l’importanza di saper cogliere ciò che chiamo essenza della filosofia del nostro tempo - alla quale appartengono pensatori come Nietzsche e Gentile. Appunto a questo contesto si riferiva anche il mio articolo (Corriere della Sera, la Lettura, 16 settembre 2011), intorno al quale sono intervenuti vari interlocutori. D’altra parte, continuo a ripetere, quell ’essenza è la forma più coerente della Follia estrema da cui è avvolta l’esistenza dell’uomo - la Follia del nichilismo). Ben presto l’uomo si accorge degli ostacoli che limitano la sua volontà. E si convince che il mondo esista indipendentemente dalla coscienza che egli ne ha. Questa, la base di ogni forma di realismo. Se l’uomo è il singolo individuo umano, anche l’idealismo è una forma di realismo. D’altra parte, il mito, e il pensiero filosofico della tradizione (sia pure in modo profondamente diverso) vedono in quegli ostacoli una forma superiore, più potente, divina, di Volontà, capace di dominare la materia di cui le cose son fatte o addirittura capace di produrre ogni aspetto del mondo, come pensa anche l’idealismo classico, culminante in Hegel, che però indica i motivi per i quali quella Volontà divina e cosciente non sta al di là dell’uomo, ma gli è unita. Come Cristo, l’uomo autentico è Uomo-Dio. Il mondo è prodotto non dall’uomo singolo, ma dall’Uomo-Dio. Nel pensiero del neohegeliano Gentile questa tematica è fondata nel modo più rigoroso. Marramao (Il Secolo d’Italia) è limpidamente d’accordo con me circa questo rigore - osservando giustamente, tra l’altro, che uno dei motivi del disinteresse per Gentile sta nel suo stile pesante e ottocentesco. Che però, aggiungo, vanta un nitore concettuale estremamente superiore a quello del neohegeliani del mondo anglo-sassone. Contrariamente alle loro intenzioni (e nonostante i loro indubbi meriti), essi hanno offuscato e complicato la potenza speculativa di Hegel, determinando una reazione realistica non immune da consistenti ingenuità, che sarebbe stata di più alto livello se nel mondo anglosassone la presenza di quella forma di neohegelismo non avesse impedito la presenza di Gentile. Ma soprattutto - per quanto riguarda il predominio del realismo rispetto aH’idealismo - la tecno-scienza si presenta quasi sempre come realismo (assunto come ipotesi di lavoro o come tesi filosofica acriticamente accettata). Da parte sua il realismo filosofico dà spesso per scontato che la filosofia non possa procedere indipendentemente dalla scienza. In questo modo accade che la centralità della scienza nel mondo contemporaneo determini il predominio del realismo rispetto a ogni altra forma filosofica. Nell’intervento di Ferraris (la Repubblica) si afferma che nella prospettiva che va da Kant a Gentile, noi non abbiamo mai a che fare con cose in sé, ma sempre e soltanto con fenomeni, con cose che appaiono a noi. No: questo lo si può dire di Kant (e propriamente del Kant della Critica della ragion pura), non di Hegel o di Gentile. Per Hegel, come per Aristotele, il contenuto della ragione sono proprio le cose in sé. E a sua volta Gentile ribadisce che solo se si presuppone (arbitrariamente) che esistano cose in sé al di là del pensiero, si può affermare che i contenuti del pensiero siano soltanto fenomeni. Per confutare l’idealismo Ferraris richiama l’esistenza delle infinite cose che esistevano prima dell’uomo, gli ostacoli incontrati dall’uomo, l’imprevedibilità degli eventi. L’idealista risponde, a ragione, che di tutte queste situazioni non si potrebbe parlare se non fossero pensate e che quindi esse non stanno al di là del pensiero, indipendenti da esso, che invece include nel proprio contenuto gli stessi individui umani che nascono, subiscono quelle avversità e muoiono. I miei scritti stanno tuttavia al di là dell’opposizione realismo-idealismo - e Taddio ha richiamato opportunamente (Corriere) i loro temi centrali, che nel mio articolo avevo messo tra parentesi per non complicare troppo il discorso. Invece VATTIMO (vedasi) (Corriere) mi trova troppo affezionato al vecchio argomento antiscettico (se uno dice che non c’è verità sostiene peraltro che quel che lui dice è vero); argomento che poi non sarebbe altro, a suo avviso, che un giochetto logico-metafisico. Un giochetto che però (per richiamare solo due tra molti) Platone ( Teeteto) e Aristotele ( Metafisica) prendono molto sul serio. Platone scrive addirittura che quell’argomento è raffinatissimo (kompsótaton). Ma poi Vattimo dimentica che quel che qui egli chiama giochetto, nel suo libro (Della realtà) lo chiama invece giusta accusa di autocontraddizione. (Comunque nel mio articolo prendevo atto delle sue frequenti dichiarazioni di non voler dire cose vere, ma di voler soltanto esprimere desideri. E son d’accordo. Ma poi, non è proprio per non esser vinto dall’argomento contro lo scettico che Vattimo, per sostenere la propria negazione della verità, dichiara di non voler dire una cosa vera, ma di esprimere soltanto i suoi desideri - sì che quell’argomento ha un’importanza decisiva nel suo discorso?) Da parte mia ho scritto invece più volte che quell’argomento non è sufficiente contro lo scettico non ingenuo, giacché a chi gli obbietta che si contraddice egli può ancora replicare chiedendo perché mai non ci si debba contraddire - e qui il discorso prosegue in un territorio che Vattimo non sospetta neppure. (Sostiene anche che dialogare con qualcuno significa andare a braccetto con lui. Ora, vado sì dialogando con Gentile, con l’essenza del pensiero del nostro tempo, con la storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado a braccetto con loro. Dialogo anche con Vattimo...) Per GABRIEL (Corriere) il contenuto dei miei scritti è realismo e quindi, da realista, scrive che apparteniamo alla stessa famiglia, il cui capostipite fu Parmenide in persona. Infatti, a suo avviso, Parmenide afferma un essere indipendente dall’ambiente umano. Sennonché da più di mezzo secolo i miei scritti vanno mostrando che ciò che Parmenide dice dell’essere va detto invece degli enti : di ogni ente va detto cioè che è eterno (ossia è impossibile - è contraddittorio - che non sia), e quindi è eterno anche ogni ambiente e pertanto anche Cambiente umano. Negarlo è, appunto, la Follia estrema del nichilismo, che identifica l’ente e il niente. Nessun ente può essere stato o può diventare un niente. Se realismo significa che certi enti potrebbero esistere anche se non esistesse l’uomo, il realismo è allora una forma di nichilismo (cioè una tesi autocontraddittoria) - come l’idealismo. (Né l’uomo potrebbe esistere se non esistesse un qualsiasi altro ente.) Gabriel aggiunge che la realtà è parzialmente contraddittoria (e cioè che il principio di non contraddizione non regola tutta la realtà) perché gli uomini continuano a contraddirsi. Ma, anche qui, è più di mezzo secolo che vado distinguendo il contraddirsi, che invece è l’impossibile, il necessariamente inesistente (Cfr. sezione terza). Con una metafora: i pazzi esistono - e sono pazzi e non sani, cioè sono enti in contraddittorio -, ma (secondo coloro che si ritengono sani di mente) ciò di cui i pazzi son convinti non esiste. L’esistenza del contraddirsi non rende dunque parziale il dominio del principio di non contraddizione - che peraltro, in relazione al modo in cui è stato storicamente inteso, è ben lontano dal presentarsi come un sapere assolutamente intoccabile, ma è anzi una delle espressioni più decisive del nichilismo. Qualche chiarimento a proposito delle considerazioni (Giornale di Brescia 4 settembre 2012) che Massimo Borghesi ha dedicato al mio libretto-intervista Educare al pensiero, gentilmente propostomi da La Scuola editrice. Provo a indicare, con un po’ di esagerazione, il senso complessivo di quanto intendo dire. Supponiamo che si voglia dare un’idea della Divina Commedia affermando che essa è una illustrazione dell’Inferno (punto), e quindi, se non proprio evitando di citare l’ultimo verso della Cantica - E quindi uscimmo a riveder le stelle -, mormorandolo appena. (Per me la vita sarebbe cioè infeliceì ) Chiedo scusa per il paragone inverecondo, ma vorrei sfatare l’impressione complessiva che si può avere leggendo l’articolo di Borghesi. Sembra cioè, dal tasto su cui egli batte soprattutto, che il mio discorso consista nel sostenere che noi tutti siamo eternamente dannati e con noi tutte le nostre convinzioni (punto). E invece, se mi è concesso sfruttare la metafora dantesca, nei miei scritti si mostra che ognuno di noi è infinitamente di più di quel che crede solitamente di essere: è lo sguardo eterno in cui eternamente appare lo splendore delle stelle, l’eterno apparire del firmamento. Sennonché (lo mostro nei miei scritti), nella luce del firmamento che noi siamo si fa innanzi questa nostra terra, la quale, sì, corrisponde aH’Inferno del poeta. Infatti, abitandola, noi ci chiudiamo in quel che per lo più crediamo di essere e non vediamo il firmamento che noi siamo (al di sopra del quale sta un Firmamento ancora più infinito). Per quanto riguarda la parte dei miei temi considerata dal Borghesi troverei invece molto più adatte queste parole di Angelus Silesius: Uomo, smetti di esser uomo se vuoi raggiungere il Paradiso: Dio riceve solo altri dèi. Oppure, Uomo, se non hai dentro di te il Paradiso, non vi entrerai mai. Certo anche queste sono metafore: ogni loro parola indica e nasconde. Ad esempio è sommamente occultante Yimperativo (smetti di esser uomo), perché ogni uomo ha già smesso da sempre di essere quell’uomo che per lo più crediamo di essere, e già da sempre, necessariamente, ha dentro di sé il Paradiso che peraltro è destinato a raggiungere. Ma poi sono le parole uomo Dio, dèi, Paradiso a dover deporre il loro timbro mitico-metaforico - anche perché sapere che cosa significhi uomo non è per nulla più facile che sapere che cosa significhi Dio. Ancora un chiarimento. Borghesi scrive che il mio è un sistema di pensiero che rifiuta l’idea che l’uomo possa cambiare. Detta così, questa sua affermazione altera il senso del mio discorso, e, anche qui, perché ne mostra soltanto un lato. Proprio nella prima risposta dell’intervista dico: Invece gli eterni che costituiscono gli essenti [quindi anche gli uomini] hanno una essenziale mobilità; tanto che ho scritto da qualche parte che “solo l’eterno può divenire”. Nel senso che lo spettacolo che sta davanti, costituito dall’apparire degli eterni, è continuamente variante, è il variare che dapprima si mantiene all’interno di ciò che chiamo “terra isolata dal destino” [cioè l’Inferno di cui parlavo] e poi continua al di là della terra isolata dal destino della verità [dove il “destino” è l’apparire, che noi siamo, dello splendore delle “stelle”]. Questo proseguire della variazione degli spettacoli eterni è un proseguire aU’infinito in un percorso che chiamo “Gloria”. La Gloria è l’infinita adeguazione del finito all’infinito (p. 18). Ogni uomo è destinato a compiere questo percorso. Nel suo secondo intervento ( Ibid ., 16 maggio 2012). Massimo Borghesi dà, dei miei scritti, un’immagine certamente più adeguata di quella da lui proposta in prima battuta. In risposta avevo aggiunto qualche osservazione. Ma qualche altra è forse opportuno che ne aggiunga a proposito di questo suo nuovo articolo. Mi sembra che egli non condivida la tesi che Inesistenza dell’uomo sia tenebra, sogno, non-verità, errore. Però a lui, che è cattolico, posso ricordare che all’inizio del Vangelo di Giovanni si legge: E la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta. La luce è innanzitutto la verità; le tenebre sono l’esistenza dell’uomo nel mondo, e sono tenebre perché sono sogno, non-verità; errore, negazione della verità. Dicendo questo, delegittimiamo forse le tenebre, come Borghesi in sostanza sostiene, criticandomi? Si delegittima ferrare dicendo che è errare (con tutto ciò che ferrare implica)? Certo, il pensiero filosofico non può accontentarsi del senso che le religioni danno alla verità e alla non-verità; ma è anche chiaro che il cristianesimo non intende render luce le tenebre, ma condurre l’uomo fuori di esse. Si tratta allora di capire perché, nei miei scritti, si afferma che ogni uomo è già da sempre nella luce, al di fuori delle tenebre, e che ognuno lo è nel modo che gli è proprio e che lo distingue da ogni altro uomo. Ogni uomo è già da sempre Oltreuomo - anche se questo suo esserlo è contrastato dalla convinzione ottenebrante in cui tutti ci troviamo per lo più a vivere. E, ancora, si tratta di capire perché in quegli scritti si afferma che le tenebre sono essenzialmente più profonde ed estese di quelle a cui si riferisce Giovanni, e perché da quel contrasto siamo tuttavia destinati a uscire, e perché la luce lasci sotto di sé le tenebre. Borghesi dice che il mio discorso è un dualismo. E allora? Questo suo dire è solo una descrizione, non una confutazione. Ma la sua descrizione è ancora alterante - cioè mi fa dire cose che non ho mai detto -, soprattutto quando afferma che per me la vita dell’uomo nelle tenebre è l’inutile affaccendarsi di un formicaio. Ancora una volta, vorrei chiedere a Borghesi: ma la vita degli uomini che pensano soltanto al mondo (alle tenebre di Giovanni), e non a Dio, non è appunto, secondo il cristianesimo, l’inutile affaccendarsi di un formicaio? Tuttavia preferisco ricordare che il sogno nel quale consistono le tenebre di cui parlano i miei scritti non è quel vagare delle formiche che per chi non sa che cosa sia un formicaio è senza senso, un inutile affaccendarsi. Il grande sogno si svolge anch’esso secondo la necessità del destino (come peraltro lo stesso mio critico riconosce); e con un ritmo e secondo una struttura che in molti ma molti miei libri sono andato indicando, chiamandola storia del mortale (ossia dell’abitatore del sogno). La follia che produce il grande sogno è la persuasione che le cose si strappino da sé e divengano altro, invadendolo, dividendolo, spezzandolo. Quindi la follia sta al fondamento di ogni volontà di far diventar altro le cose. E anche qui si tratta di capire perché è necessario che la follia si presenti dapprima nei miti, poi nella storia della razionalità teorico-pratica dell’Occidente, e infine nella distruzione di questa razionalità e nella progressiva dominazione planetaria della tecnica. È necessità che nelle tenebre si proceda illuminati dalla luce di Lucifero. L’autentica educazione è il linguaggio che mostra tutto questo, e non invita a incrociare le braccia (anche il rinunciare a volere, sappiamo, è un volere), ma mostra che cosa, in quanto abitatori delle tenebre, i popoli sono destinati a volere. Altre volte Borghesi si è occupato dei miei scritti. Anni fa, su 30 Giorni, ebbe a scrivere che Severino su un punto ha ragione: la tecnica è l’orizzonte assoluto del nostro tempo. Ringraziandolo, con molto ritardo, per aver salvato uno dei miei punti, osservo che non per caso la tecnica è l’orizzonte assoluto del nostro tempo, ma lo è per la necessità che regola lo sviluppo delle tenebre, ossia lo sviluppo della struttura qui sopra indicata. Se la si studia, si può constatare che, nelFInferno dantesco, non aveva torto il Diavolo a dire al suo interlocutore: Tu non pensavi ch’io loico fossi. La vita dell’uomo incomincia con un Rifiuto. La vita cosciente, dico, cioè quella in cui il mondo si manifesta. Tale Rifiuto nega che il giorno sia notte, l’acqua aria, gli alberi stelle, il freddo caldo, la vita morte: nega che qualcosa sia altro da ciò che esso è. Già Platone avverte che questa negazione è presente anche nel sogno e perfino nella pazzia. Nei primi decenni del Novecento il sociologo-etnologo Lévy-Bruhl tende invece a sostenere la tesi che nella mentalità primitiva quel Rifiuto è assente o quasi. Bergson, Durkheim, Mauss mostrano in molti modi l’insostenibilità di questa tesi. E infatti come sarebbe possibile, per l’uomo, compiere il gesto più semplice, ad esempio bere dell’acqua, se la mentalità primitiva credesse che l’acqua sia pietra (o fuoco, aria)? Anche il primitivo può vivere perché si rifiuta di crederlo. Tale Rifiuto sta all’origine e alle fondamenta della vita umana, la domina e la comanda: tutte parole, queste, che corrispondono all’antica parola greca arché, che viene tradotta anche con principio. Già per la filosofia greca il Rifiuto che qualcosa sia altro da sé è Yarché di tutta la conoscenza. Ma la filosofìa intende il Rifiuto originario in un modo radicalmente nuovo. Prima di essa il Rifiuto è un voler negare che il giorno sia notte, l’acqua pietra, e così via. La filosofia sostiene che questa negazioni non sono semplicemente un volere, ma un sapere assolutamente non smentibile: il sapere che sta al fondamento di ogni altro sapere e di ogni agire e che quindi è la verità originaria. Aristotele dice appunto che tutte queste negazioni sono espresse da un’unica arché, che è la più salda di tutte le conoscenze. Più tardi questa arché sarà chiamata principio di non contraddizione. Più tardi ancora, tuttavia, varie forme del pensiero filosofico riterranno che il tentativo di separare questo principio dalla volontà, facendone la suprema verità incontrovertibile, è destinato a fallire. Ad esempio lo ritengono Nietzsche e Dostoevskij, e prima di loro Leopardi e (secondo alcuni) Hegel. Lo ritiene gran parte della filosofia contemporanea; e qualcosa di simile accade (sia pure con vistose eccezioni) nelle scienze, nell’arte, nella coscienza religiosa. Popper rileva sì che senza il principio di non contraddizione crollerebbe l’intero edificio della scienza: tale principio è il fondamento dell’atteggiamento razionale; sennonché, per lui, ciò che fa scegliere tale atteggiamento è una fede irrazionale, e quindi è innanzitutto il principio di non contraddizione a esser dominato e guidato da una volontà (fede) senza verità. 1 Al di sotto della propria maschera tale principio è in effetti, nelle sue diverse configurazioni e formulazioni storiche, un grande dogma, è appunto la volontà che le cose stiano nel modo da esso prescritto. (Anche la filosofia ha sostanzialmente trascurato l’unico grande tentativo, compiuto da Aristotele di sottrarre quel principio all’arbitrio della volontà.) Tale principio serve certamente a vivere, rileva Nietzsche, ma che una cosa serva e sia utile non significa che essa sia vera. Ma tutta la vicenda che abbiamo sin qui sommariamente richiamata - la storia cioè del Rifiuto originario - copre e nasconde qualcosa di essenzialmente più profondo e decisivo. Da un lato copre e nasconde il Rifiuto autentico, ossia l’autentica negazione che le cose siano altro da ciò che esse sono: il Rifiuto che dunque non è né volontà, né il fallito tentativo filosofico di liberare il Rifiuto dalla volontà. Dall’altro lato quella vicenda copre e nasconde il sapere più alto. Esso dice che proprio perché nessuna cosa può essere altro da ciò che essa è (proprio perché ogni cosa è sé stessa), proprio per questo ogni cosa è eterna. Ogni cosa - dunque ogni stato di cose, ogni stato del mondo e dell’anima, ogni situazione ed evento, e il contenuto di ogni istante del tempo. La teoria della relatività afferma sì che ogni stato del mondo (ossia del cronotopo quadridimensionale) è eterno, ma non lo afferma perché ogni cosa non può essere altro da sé: lo afferma invece sulla base della logica scientifica, che è ipotetica, e quindi controvertibile, falsificabile. Anche la teoria della relatività appartiene alla vicenda che copre e nasconde sia il Rifiuto autentico, sia YEternità (anch’essa da intendere autenticamente, cioè in senso essenzialmente diverso da quello che le compete lungo tale vicenda). Ci si è rivolti da tempo, e procedendo da prospettive diverse, ai miei scritti, che indicano il senso autentico del Rifiuto e delfEternità come un dito indica la luna. Restando in debito, verso molti miei critici, di una risposta adeguata alle loro osservazioni, mi limito qui a richiamare alcuni degli interventi più recenti. Suggestive e ricchissime le indagini contenute nel sesto tomo di Filosofia e idealismo di Gennaro Sasso (Bibliopola 2012). Che termina il suo libro con uno struggente Congedo dai suoi lettori. Vorrei invitare Sasso a rimuoverlo, quel congedo, a non restargli fedele, innanzitutto perché egli ha ancora molto da dire, e poi anche perché possa continuare il nostro colloquio - che generosamente, anche in queste sue pagine, considera importante per lo sviluppo delle sue ricerche. Egli sa bene che cosa intendo quando parlo del senso autentico del Rifiuto e delfEternità. Lo sa bene, e sostanzialmente lo condivide, anche Leo¬ nardo Messinese, che dopo altri due libri recentemente dedicati ai miei scritti, pubblica ora Stanze della metafisica. Heidegger, Lowith, Carlini, Bontadini, Severino (Morcelliana) e Né laico, né cattolico. Severino, la Chiesa, la filosofia 278 (Dedalo 2013). Messinese è un pensatore, e sacerdote, che tenta acutamente e coraggiosamente di porre la luna, indicata dal mio dito, alla base di ogni sapienza. Un tentativo compiuto anche da Francesco Totaro nel suo importante volume Assoluto e relativo. L’essere e il suo accadere per noi (Vita e Pensier). Molto interessante e ricco di spunti anche il modo in cui Nello Barile, nel suo Iperparmenide. Scienza, cultura e comunicazione. Oltre il postmoderno (Mimesis 2012) si rivolge alla luna e al mio dito. Carlo Sini scrive invece che, sì, io lo costringo ad arrendersi (perché lo colgo in contraddizione), ma che egli può replicare dicendo: Sì, mi contraddico, e allora?! (La verità è un’avventura, GruppoAbele). Allora, rispondo, se non gli importa contraddirsi non gli importa che la verità non sia un’avventura e nemmeno che ogni affermazione contenuta in questo e negli altri suoi libri sia la negazione di ciò che essa afferma. Sì che ad esempio, quando egli scrive che noi siamo quel che abbiamo e che per il fatto stesso di averlo siamo destinati a perderlo, egli è disposto a contraddirsi e a riconoscere che noi non siamo quel che abbiamo e non siamo destinati a perderlo. Certo, se si ha presente (come mi sembra che accada a Sini e a tanti altri) quella forma dogmatica dove il principio di non contraddizione è la semplice volontà che il mondo non sia contraddittorio, allora - se la cosa serve, se è vantaggiosa, se rende vincenti - ci si può certo disinteressare del proprio contraddirsi. A uno che gli aveva fatto notare che stava contraddicendosi, Stalin rispose appunto: Sì, compagno, mi contraddico, e allora?!. Raffinato e penetrante come gli altri scritti di Alessandro Carrera, anche La consistenza della luce. Il pensiero della natura da Goethe a Calvino (Feltrinelli). Scrive Carrera che questo suo saggio fa parte di un trilogia incominciata con La consistenza del passato: Heidegger, Nietzsche, Severino (Medusa 2007), dove si esamina, dopo Heidegger e Nietzsche, la radicale confutazione, da parte di Severino, di ogni ipotesi heideggeriana, nietzscheana o altrui, in base alla quale il passato sparirebbe nel non essere o non potrebbe sopravvivere se non manipolato dal presente e per i fini del presente. Sì, la consistenza del passato è implicata dall’Eternità di ogni cosa. Non nel senso che questa luce che viene dalla finestra debba esistere in ogni tempo, ma nel senso che il fluire del tempo non porta via con sé, nel nulla, questa luce, che invece è, eterna - e che, sì, ora è già scomparsa, ed è un passato, ma come ogni altra cosa è destinata a ritornare. Perché - mi domando, e domando a Severino - la tecnica come capacità indefinita di realizzare scopi (capacità velata di astratto e generico) sarebbe destinata a soverchiare la tecnica della forza, che è immanente al diritto e che accompagna ogni norma con la protezione di atti coercitivi? Perché quella volontà di potenza è più potente di questa? È la domanda che Natalino Irti mi rivolge anche nel suo libro più recente L’uso giuridico della natura (Laterza) che, egli ricorda, prolunga la pluridecennale discussione tra noi due sul tema della tecnica. E la prolunga in modo quanto mai felice, innanzitutto per l’importanza di queste pagine. Dedicate a me nella concordia discors del pensiero. Lo ringrazio di cuore. Con altrettanta generosità l’eminente giurista rileva di quanto si sia ridotto il suo sentirsi discorde. Rimane però quella domanda. Da lui rivoltami altre volte e a cui altre volte ho risposto. Dev’esserci quindi qualcosa che inceppa l’intesa, e che provo a snidare. Accennerò poi alla direzione delle motivazioni che costituiscono l’organismo della risposta (attendendo che Irti le consideri). Il mio discorso sulla tecnica non indica uno stato di cose già in atto, ma una tendenza (non priva di resistenze): all’interno delle diverse forme di tecnica è oggi in via di formazione il progetto che ha lo scopo di aumentare senza limiti la capacità umana di realizzare scopi, di dominare il mondo. Anche ma non solo per questo vado scrivendo che la tecnica, in quanto è tale progetto, è destinata a prevalere sulle forme di tecnica che a esso si oppongono. (La destinazione si riferisce al futuro.) Questa capacità è velata di astratto e di generico (come scrive Irti), ma solo nel senso che oggi l’uomo non può conoscere concretamente e specificamente le proprie capacità future. La sua volontà vuol diventare sempre più potente. Soprattutto oggi, nel tempo in cui i Limiti filosofico-religiosi posti dalla Tradizione all’agire umano vanno mostrando, soprattutto all’interno del pensiero filosofico, la loro impotenza pratica e concettuale. Volontà di potenza e tecnica sono sinonimi; ma la Tecnica che progetta Fincremento senza Limiti inviolabili della propria potenza differisce essenzialmente da tutte le forme di tecnica in quanto sottoposte a quei Limiti e che pertanto le si oppongono. Differisce da esse, spingendole altrove, ma agendo al loro interno. Si chiamano economia, politica, morale, diritto, arte, le stesse discipline scientifiche (fisica, biologia, astronomia ecc.) e le tecniche da esse guidate (apparati industriali, militari, burocratici, sanitari, scolastici ecc.). Anche il capitalismo è ancora, prevalentemente, una forma della Tradizione: pone come Limiti inviolabili (e pertanto come verità indiscutibili e naturali) l’uomo in quanto individuo isolato e libero, la proprietà privata di beni e mezzi di produzione, il mercato come dimensione che rende possibile il profitto e la sua crescita, la concorrenza e, anche, il sistema di leggi che garantiscono la perpetuazione di questi Limiti, il sistema cioè che nelle società capitalistiche viene chiamato diritto tout court. Invece, Irti è ancora convinto che, nel mio discorso, quella tra la Tecnica e le altre forme di volontà di potenza sia la contrapposizione tra una certa particolare forma di tecnica, quella fisico-matematico-biologica, e le altre forme, tra cui il diritto (la volontà capace di regolare altre volontà). E, appunto, si domanda perché debba prevalere Luna piuttosto che l’altra. Sennonché, dico destinata a prevalere non quella forma particolare (sebbene oggi emergente), ma la Tecnica in quanto progetto di incrementare all’infinito la potenza presente nelle tecniche esistenti e che mira a porre tale incremento come la norma suprema - la norma che è il più radicale superamento delle Norme e Limiti imposti dalla Tradizione. Un progetto dunque che non sta sopra la testa di quelle forme (astratto e generico), e non è nemmeno la loro semplice somma, ma tende a esser sempre più presente e dominante in ognuna (e, certo, in modo più avanzato, nella forma fisico-matematico-biologica) e a distoglierle dalla loro soggezione ai Limiti inviolabili che via via sono stati loro imposti. Nel diritto quei Limiti si incarnano nel cosiddetto diritto naturale. Che però tende a essere sempre più emarginato dalla convinzione che il diritto sia positivo, posto storicamente dalle volontà vincenti; non, quindi, espressione di una volontà che rispecchia una immodificabile Legge Naturale. Nel mondo occidentale (ma ormai sull’intero Pianeta, sia pure in modi molto differenziati e spuri) vincente è ancora, e nonostante le sue crisi, la volontà capitalistica, ed essa si impone come la Legge, lasciando sullo sfondo, quasi dimenticato, quel carattere positivo della legge che sta soppiantando la pretesa del diritto capitalistico, di essere naturale. La forza e la capacità coercitiva sottolineate da Irti non competono cioè a una pura volontà giuridica separata dalla volontà vincente, ma alla capacità di quest’ultima di rendere operante la forza e il carattere coercitivo della volontà giuridica. (La contrapposizione tra potere politico e potere giudiziario - o quella dove un gruppo economico è sottoposto al giudizio della magistratura - si svolge completamente all’interno dell’orizzonte giuridico che tutela i valori dell’economia di mercato). La volontà che progetta l’incremento indefinito della potenza non è quindi, come invece Irti mi obbietta, astratta disponibilità, generica forza di raggiungere risultati, indistinta e indefinita varietà degli scopi, nome con funzione riassuntiva - mentre il diritto avrebbe il vantaggio di essere decisione che impone certi scopi escludendone altri (pp. 53-54). Le cose non stanno così. Le decisioni del diritto sono le decisioni del capitale, o dell’economia pianificata, cioè delle forme di volontà di volta in volta vincenti. Le volontà di potenza che hanno come scopo la potenza di certuni e non di altri, di certe concezioni del mondo e non di altre, di certe forme di ricerca e non di altre, non possono avere come scopo la crescita senza limiti ed esclusioni della potenza, ma la ostacolano. (Il socialismo reale ha ostacolato lo sviluppo tecnologico dell’Urss; il capitalismo evita la produzione dei beni che, pur vantaggiosi per l’uomo o l’ambiente, non avrebbero mercato, e alimenta forse quella relativa scarsità delle merci senza la quale, cioè con la loro abbondanza e la caduta della domanda, non avrebbe nulla da vendere. E in ognuno di questi casi vengono ostacolate forme di potenza, quali, appunto, la tecno-scienza, il benessere dell’uomo e dell’ambiente, il superamento della scarsità.) Perché, dunque - riformulo così la domanda di Irti - la Tecnica è destinata a prevalere sulle forme particolari di essa nella misura in cui la ostacolano e che le si oppongono sia per il loro chiudersi nella loro particolarità, sia per Tesser ancora soggette ai Limiti della Tradizione? E quindi: perché la Tecnica è destinata a prevalere anche sul diritto in quanto le si oppone nel senso ora indicato (visto che, nella misura in cui sono invece il terreno in cui prende piede la Tecnica in quanto progetto di potenziare alTinfinito potenza, la Tecnica non prevale su di esse, emarginandole, ma se ne serve - o prevale nel senso che quel progetto è lo scopo che regola i loro scopi particolari)? Rispondo così. Oggi la tecnica (tecno-scienza e apparati) si presenta ancora come un mezzo, anzi come il mezzo più potente di cui si servono le volontà di potenza dominanti e tra di loro in conflitto: stati, concezioni politiche e religiose e, soprattutto la volontà oggi più potente, il capitalismo. 2) Ma nella tecnica si sta facendo largo, ravvivandola, la Tecnica in quanto progetto di incrementare ah’infinito la potenza, oltre ogni Limite assoluto. 3) Il fondamento di questa negazione è l’essenza - il sottosuolo essenziale - del pensiero filosofico del nostro tempo. 4) Nel conflitto, ogni volontà può prevalere sulle altre solo se rafforza sempre di più il mezzo tecnico di cui dispone. 5) Tale rafforzamento è ulteriormente rafforzato dal progressivo prender piede, nella tecnica, del progetto della Tecnica di aumentare all’infinito la potenza - e tale progetto è a sua volta rafforzato dalla volontà, quella capitalistica in testa, di potenziare il mezzo di cui essa dispone. 6) Pertanto lo scopo delle volontà dominanti si trasforma. Infatti, riferendoci ora al capitalismo, esso - e quindi il diritto che lo esprime e sancisce - tende a non aver più come scopo primario l’incremento del profitto, ma la sintesi tra tale incremento e il rafforzamento del mezzo: il rafforzamento che nella sintesi tende a occupare sempre più spazio rispetto a queU’incremento. 7) In tal modo la tecnica, da mezzo, tende a diventare lo scopo di quelle volontà - che quindi si trasformano e la cui configurazione originaria tramonta. La tecnica tende dunque a diventare lo scopo del capitalismo e del diritto capitalistico. E in questa tendenza consiste la destinazione della tecnica al suo prevalere su di essi e al dominio del mondo. 8) A questo punto si tratterebbe di richiamare il senso autentico di tale destinazione (cfr. ad es. E.S., La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi 1988, o Capitalismo senza futuro, Rizzoli). Ma, dicevo all’inizio, questo è solo un cenno alla direzione della risposta. Pieno di debiti nei Loro confronti, non mi è concesso nemmeno di esordire in modo originale. Perché anch’io, come tutti coloro che mi hanno preceduto, debbo incominciare con i ringraziamenti. Soprattutto io devo farlo - e, certo, mi è caro farlo. Mi rivolgo innanzitutto al dipartimento di Filosofia, all’università di Venezia e a chi ha preso questa iniziativa: i professori Mario Ruggenini e Davide Spanio; e poi c’è l’appoggio finanziario dato a questa iniziativa dal professor Luigi Ruggiu in qualità di presidente del progetto Prin. Mi ha fatto piacere anche quella sorta di preconvegno, organizzato dal professor Luigi Tarca, costituito da una serie di seminari dedicati ai miei scritti. Il professor Ruggiu ha anche opportunamente sottolinea-to il senso centrale di quanto è venuto fuori questa mattina, e cioè l’implicazione tra quello che a qualcuno del pubblico può essere sembrato un discorso.... algebrico, astratto, filosofico (nel senso del formalismo filosofico), e le implicazioni che invece tale discorso ha con la dimensione politica. Qui davanti ho appunto l’amico professor Pietro Barcellona e l’amico Natalino Irti, nei cui interventi questa dimensione è emersa in modo più visibile. Mi è capitato altre volte di essere oggetto di incontri come questo, e mi sono sempre sentito inferiore a coloro che li organizzavano e vi partecipavano. Vivo la qualità etica di chi festeggia come decisamente superiore alla mia condizione di festeggiato. E questo rende particolarmente ammirevoli i festeggianti. D’altra parte considero questo nostro incontro come manifestazione dell’amore per la filosofia. Perché è chiaro che, attraverso quanto si è detto intorno al mio discorso filosofico, emerge soprattutto l’interesse profondo per la filosofia da parte di coloro che di questa università costituiscono un vanto. Il dipartimento di filosofia dell’università di Venezia anche oggi spicca nel panorama culturale italiano, dato che (mi pare di aver dichiarato da qualche parte) anche per merito del dipartimento di filosofia di Venezia oggi l’Italia ha poco da invidiare alla filosofia straniera. L’Italia ha oggi pensatori di altissimo livello. Anche per questo il fatto di trovarmi qui festeggiato da una parte di loro mi riempie di gioia. La stessa che mi è data dalla presenza di pensatori che, venendo da altre università, contribuiscono ad alimentare la ricchezza filosofica del nostro Paese. Penso di non avere dimenticato nulla. Devo però un abbraccio al professor Spanio, in particolare, per l’amicizia con la quale si è impegnato per la realizzazione di questo nostro convegno, e in modo a mio avviso splendido: abbiamo sentito voci quanto mai rilevanti e variegate. Come quelle ben note, oltre a quelle dei professori Barcellona e Irti, dei professori Vitiello, Messinese, Berti, Visentin, Perissinotto e di tutti quelli che hanno parlato. Scusino se non li nomino tutti. Mi ricordo che qualche giorno fa mi hanno fatto un’intervista dove o si elencavano i partecipanti a questo convegno, e allora andava via tutto lo spazio per l’intervista, oppure bisognava rassegnarsi a non nominare nessuno, fuorché Italo Valent, che ci è mancato e che è stato ricordato dal professor Perissinotto, al quale rinnovo anche per questo i miei ringraziamenti in quanto egli è direttore del dipartimento di filosofia. Vorrei riprendere almeno uno spunto tra quelli che mi sono stati suggeriti; quello relativo all’implicazione indicata dal professor Ruggiu, alla quale ho già accennato. E vorrei rivolgermi soprattutto ai non addetti ai lavori, perché si può avere avuto l’impressione - avevo incominciato a dire - di una discrasia tra il tecnicismo filosofico e i problemi pratico-politici. Come eliminare questa impressione? Tento di rispondere. Che noi si viva nel mondo, e che il mondo sia fatto così come crediamo - mondo della natura e dell’uomo, e cioè con una struttura sociale nella quale esistono forze politiche, economiche, religiose, e industrie, fabbriche, Europa, Russia, America e via dicendo, che vanno storicamente sviluppandosi -, ecco che noi si viva nel mondo è la grande fede alla quale nessuno di noi vuole rinunciare. Noi ci troviamo ad avere questa fede. E non possiamo rinunciare a credere che ad esempio ci troviamo a Ca’ Dolfin e che stiamo parlando di filosofia, e che Ca’ Dolfin è a Venezia, e Venezia è in Italia, alfinterno di un sistema internazionale ecc. Ecco, questa fede (come ogni fede) è un attribuire un valore di verità (usiamo così alla buona la parola verità) a ciò che in quanto contenuto di fede non ha verità. E a cui, però, noi non sappiamo rinunciare; non sappiamo saltare al di fuori della nostra fede. Allora, una parte degli interventi - che qui ho sentito con estremo piacere e dai quali ho imparato moltissimo e che terrò presenti anche nel loro aspetto critico - si riferisce al contenuto di questa fede, al centro del quale sta la nostra civiltà occidentale, la quale, nell’interpretazione, ha uno sviluppo e un suo farsi progressivamente coerente. Coloro che vedono la storia del mondo come un susseguirsi di frammenti caoticamente giustapposti non vedono invece l’unitarietà dello sviluppo, l’implicazione tra le varie fasi dello sviluppo. Allora, una prima parte degli interventi è consistita (penso soprattutto a quello di Barcellona e di Irti, ma poi anche a quello di Goggi) nel mettere in luce il calcolo, presente nei miei scritti, della coerentizzazione delVOccidente. L’intento qui è di stabilire quali siano i motivi che spingono dalla forma iniziale della civiltà occidentale fino alla forma attuale, che è quella della civiltà della tecnica. Vorrei evitare che qualcuno dei non addetti ai lavori non si fosse raccapezzato sentendo, da un lato, ripetere così insistentemente l’affermazione dell’eternità dell’essente e, dall’altro lato (anche ieri il professor Spanio accennava a questa tematica), ad aver sentito la mia simpatia per le forme più radicali della coerentizzazione della storia dell’Occidente. Per quanto riguarda questo secondo tema, chiederei il permesso di essere un po’ immodesto - ma visto che siamo in un clima in cui la mia modestia è stata messa duramente alla prova, mi rendo conto di chiedere di incrementare questa prova, mostrandomi quindi ancora un po’ più immodesto. Allora posso dire che un lato del discorso filosofico del sottoscritto (ma è anche questa una fede: che io abbia scritto dei libri fa parte di quella fede nel mondo di cui parlavamo prima) ha dato una mano a ciò che ho chiamato coerentizzazione della storia dell’Occidente. Che, come è venuto in chiaro da parte degli amici che hanno parlato, è la coerentizzazione della Follia estrema. Nei laboratori ci sono scienziati che per accertare le capacità distruttive di un virus ne favoriscono lo sviluppo massimo, fino a che il virus mostra tutte le sue potenzialità. Una parte del mio discorso filosofico - qualcuno di loro prima richiamava i miei scritti su Eschilo, su Leopardi, su Gentile - tratta di quelli che sono i grandi nemici della verità. Ma la verità non è un qualche cosa che sia grande indipendentemente dalla grandezza della negazione della verità. La verità non è qualcosa di grande indipendentemente dalla grandezza dell’errore. Senza la grandezza dell’errore non c’è grandezza della verità. Se la verità è tale (è un po’ il tema di cui parlava l’amico Vitiello questa mattina) in quanto è negazione dell’errore, allora è la verità stessa a guadagnare forza dalla concretezza dell’errare. E se la storia dell’Occidente non è portata fino alle sue ultime conseguenze (consistenti nella dominazione definitivamente vittoriosa della civiltà della tecnica), se ci si ferma a metà strada rispetto a questo processo di coerentizzazione, allora la stessa energia negativa della verità risulta astratta. Da questo punto di vista potrei dire che tutte le osservazioni critiche che mi sono state rivolte così amabilmente da Berti, Vitiello, Visentin (chiedo scusa se in questo momento non mi ricordo altri nomi, ma ci sono), queste osservazioni critiche sono contributi alla verità. Nel senso, appunto - mi ripeto -, che la negazione dell’errore esige la concretezza dell’errore. Un primo lato di quanto abbiamo sentito in queste due giornate riguarda quello che sto chiamando coerentizzazione dell’errore, alla quale - ecco ripresentarsi l’immodestia - credo di aver dato una mano. Qualche amico mi dice: guarda che il tuo Nietzsche (adesso l’immodestia cresce ancora) è una tua invenzione. Ma siccome penso che quel cosiddetto mio Nietzsche sia in grado di eliminare la forza teoretica della grande tradizione dell’Occidente, se il Nietzsche storico non fosse stato o non fosse congruente col Nietzsche quale appare nei miei scritti, allora sarebbe il Nietzsche che appare nei miei scritti ad avere quella capacità di eliminare la tradizione dell’Occidente. Se fosse falsa la mia interpretazione, oltre che di Nietzsche, di Leopardi e di Gentile, be’ amen; vorrebbe dire che non son stati loro a essere vincenti rispetto al passato dell’Occidente, ma sono quel Leopardi, quel Nietzsche, quel Gentile che emergono nell’interpretazione che il sottoscritto ne ha dato. Si dovrebbe dire che se fossero qualcosa di diverso (ma non lo credo) peggio per loro: il loro discorso non riuscirebbe ad aver partita vinta sulla tradizione dell’Occidente, cioè non riuscirebbe a mostrare l’impossibilità degli eterni e dei divini che tale tradizione ha evocato, mentre questa capacità l’hanno il Leopardi, il Nietzsche, il Gentile che si manifestano nell’interpretazione che ne ho dato (e che finora non mi sembra che debba cedere il passo a un’altra). E qui siamo al centro della nostra riflessione, perché gli eterni dell’Occidente non sono gli eterni a cui si rivolgono i miei scritti. Siamo cioè al secondo dei due lati del mio discorso filosofico. Dicevo all’inizio: noi tutti abbiamo fede nell’essere al mondo, nel mondo così come crediamo che esso sia. È probabile che una parte di Loro dirà: questo è il mondo, quello in cui crediamo noi è il mondo vero; e quelle che sentiamo dai filosofi sono favole, fantasie. Ma a chi si ferma alla e nella fede nel mondo, va detto che la fede, in quanto tale, non giustifica l’affermazione dell’esistenza del proprio contenuto. Se lo facesse non sarebbe più fede. Se chi ha fede lo capisce, allora la sua fede tende a coincidere con lo scetticismo ingenuo. Egli pensa: non c’è altro che questo mondo in cui credo e da cui non mi so staccare, ma di cui non so dare ragione. E invece il mondo della fede è circondato dalla non-fede, cioè dalla verità. E solo per questo può esser qualificato (con verità) come mondo della fede. La fede non sa di esser fede. È nella verità che, in modo incontrovertibile, appare l’esistenza della fede, ossia del mondo isolato dalla verità. Discuto questo tema anche con gli amici cattolici (tanto interessante, la proposta del professor Messinese, di valorizzare la prima fase, la chiamava così, del mio lavoro filosofico). Ma l’uomo non è semplicemente e innanzitutto una fede (sia pure altissima), ma è innanzitutto ben di più, ossia è la manifestazione della verità. Ci stiamo movendo lungo il secondo lato del mio discorso filosofico. Gli interventi dei professori Vitiello, Visentin, Berti, e altri, riguardavano appunto questo secondo lato. Con un’altra metafora geometrica, i due lati corrispondono a due cerchi concentrici. Il cerchio inscritto è la nostra fede nel mondo. E a questo cerchio è stata dedicata una parte del convegno. Al cerchio circoscrivente, cioè alla non-fede, a quell’essere nella verità a cui accennavo prima, è stata dedicata l’altra parte. E abbiamo incominciato con quest’altra parte, con la relazione del professor Visentin. Mi rendo conto che rispetto alle accurate articolazioni concettuali che abbiamo sentito, queste mie considerazioni sono molto generiche. Qualche osservazione, quindi, va fatta a proposito delle obbiezioni. Possono avere un carattere problematico come quelle, mi sembra, del professor Vitiello: mostrano delle difficoltà, presenti nelle mie tesi, senza pretendere di essere, esse, inconfutabili. Per considerare il modo corretto di impostare l’obbiezione a ciò che chiamo struttura originaria del destino della verità, direi che rispetto a questa struttura la situazione è diversa da quella che in campo scientifico si produce quando si vuole assiomatizzare un certo tipo di discorso, per esempio quello matematico.Nella cosiddetta aritmetizzazione della matematica, l’intera complessità del sapere matematico è ricondotta all’aritmetica. È un’operazione problematica, perché esiste quell’impresa straordinaria di Godei, dove si mostra che partendo da un certo gruppo di postulati, o di ipotesi - che vengono assunti senza giustificazione, e che quindi non hanno un fondamento incontrovertibile, come appunto accade per i postulati dell’aritmetica -, non si può escludere che lo sviluppo di tali postulati conduca a una contraddizione. Cioè non si può escludere che la matematica, approfondendo il contenuto semantico dei propri postulati, venga ad accorgersi della contraddittorietà dei propri contenuti. Ecco, se si imposta in questo modo il discorso intorno alle obbiezioni alla struttura originaria del destino, allora ci si muove impropriamente, perché la mia più volte citata Struttura originaria (che si rivolge appunto a quella struttura) intende appunto escludere una situazione concettuale in cui si parta da postulati, che sono ipotetici, probabili, problematici ecc... È chiaro che partendo da postulati assunti semplicemente in base alla loro congruenza, ossia al loro non presentarsi come immediatamente tra loro contraddittori, è possibile che si deducano conclusioni o teoremi in sé stessi contraddittori. Sennonché, in relazione alla struttura originaria del sapere, cioè del destino della verità, è impossibile che si pervenga a mostrarne la contraddittorietà. Qui la situazione è del tutto diversa da quella gòdeliana, perché il fondamento è l’ incontrovertibile e partendo dall’incontrovertibile è impossibile dedurre qualcosa che sia una negazione di tale fondamento. Non ci si può appoggiare a questa base in modo da sviluppare conseguenze che ne siano la negazione. E allora l’obbiezione alla struttura originaria del destino deve partire dalla negazione di uno o più tratti di tale struttura, cioè dal chiedersi perché una certa dimensione concettuale ha l’ardire di proclamarsi come originaria e incontrovertibile. Altrimenti partire da mezza strada e mostrare le aporie che scaturiscono da questa base è un mostrare solo ipoteticamente (mi pare che con l’amico Vitiello fossimo d’accordo) l’insufficienza di questa base. Come giustificazione di quanto ho appena detto, chiedo: chi obbietta contro la struttura originaria della verità (mi rivolgo dunque non solo a Vitiello, ma anche a prospettive come quelle di Tarca sulla differenza) intende dire la stessa cosa di ciò contro cui egli obietta? Penso che tutti noi si risponda di no: altrimenti la sua non sarebbe un ob-iezione (ob vuol dire contro). Anche quando si proclama assolutamente problematica e ipotetica, l’obbiezione assume come indiscutibile - incontrovertibile! - la differenza tra quello che essa dice e ciò contro cui essa dice. Alla base di ogni obbiettare - ma ora interessa riferirsi alla struttura originaria - c’è la differenza dei differenti, cioè il riconoscimento che i differenti sono differenti - quella differenza che è appunto il contenuto primario della struttura originaria. Quindi l’obbiettare contro la struttura originaria è un incominciare a essere d’accordo con la struttura originaria (e pertanto l’obbiezione si rivolge contro sé stessa). Quindi, se la discussione dovesse proseguire, si dovrebbe proseguire - penso, o almeno mi auguro che prosegua - chiarendo questo punto. Ma ora è tempo che io ringrazi nuovamente tutti Loro, con ammirazione per il livello intellettuale degli interventi e direi quasi con invidia per la generosità che Loro hanno avuto nei miei riguardi. Grazie! Debbo tener presente, oltre alle considerazioni estremamente interessanti di Enrico Berti, quelle di Brianese, e del professor Pagani ieri (ottima la sua relazione), che hanno parlato dopo il mio primo intervento. Era solo per ricordare come sia rimasto interessato di questi tre interventi. A mezzogiorno, anzi, all’una, eravamo insieme, con Berti, e parlavamo della sua evoluzione verso la filosofia analitica. Gli chiedevo che differenza può produrre, tale evoluzione, rispetto all’affermazione di Aristotele, che il semantema (il significato) essere non solo non è detto monachos, ossia univocamente, ma non è nemmeno un significato equivoco. L’osservazione che facevo all’amico Berti era questa: il tuo avvicinamento alla filosofìa analitica è una ulteriore sottolineatura delle differenze di significato della parola essere. Anche se l’obiezione può sembrare formale (mi pare che la reazione dell’amico Vincenzo Vitiello volesse dire questo, cioè che facevo un’obiezione formale), però non possiamo prendere sottogamba la circostanza che le differenze (il lampadario, Ca’ Dolfin, il tavolo, io, le galassie ecc.) hanno di identico Tesser differenze. (Tra parentesi: perché le obbiezioni formali devono essere respinte?) È questa Yanalogia, alla quale ho sempre pensato parlando dell’on hei on di Aristotele: che ci sia qualche cosa di identico nelle differenze, che d’altra parte sono originariamente manifeste (ossia non c’è bisogno di dedurle). L’analogia dei molti sensi dell’essere, non è il risultato di una argomentazione, ma è il contenuto del phàinesthai. Ieri si parlava della mia distinzione tra essere e apparire. Apparire è appunto la parola italiana con la quale traduciamo phàinesthai. A questo senso dell’analogia non si sfugge, perché altrimenti (negando cioè l’identità dell’esser differenze delle differenze) il senso dell’essere diventa equivoco: non si sfugge a quell’elemento identico che c’è nel pelo della barba e, se c’è, in Dio. Qualcosa di identico. Invitavo a tener presente l’inizio del libro IV della Metafisica, dove quando Aristotele parla dell’essente in quanto essente (on hei on) dice che essente in quanto essente è qualsiasi determinazione, sia sostanza, sia accidente, e poi arriva persino a dire che anche il non-essere è un essente. Ecco, se noi dovessimo ancora - ma me lo auguro - continuare a discutere, penso che il rischio che corri tu, Berti, è quello di arrivare all’equivocità, per cui c’è una molteplicità di differenze del significato essere, che vorrebbero ma non riescono a essere pure differenze, nient’altro che differenze, appunto perché sono anche identiche nell’ esser differenze. Poi mi ha molto interessato quello che ha detto il caro Brianese. Molto intelligente. E anche con te spero che si continui a parlare di questo. Loro ricorderanno che Brianese accennava alla vicinanza tra il discorso di Spinoza e quello del sottoscritto. Ma vogliamo prescindere dal il concetto di causa (ben presente in Spinoza)? Adottando il concetto di causa sui - neWEtica Spinoza esordisce pressappoco con questa espressione causa sui - egli mostra di intendere le cose come effetto di un’azione che nel caso del Dio è un’azione del Dio su sé stesso. Ma le cose non hanno bisogno di causa. Quando ci si chiede la causa delle cose, è perché le si considera appunto come enti che possono esser nulla. Allora si tratterebbe di controllare questa espressione spinoziana. E poi anche il concetto di conatus essendi. Anche qui: le cose non hanno bisogno di essere un conatus. Cioè, è interessante che qualche volta Spinoza torni a riveder le stelle o vada a riveder le stelle, però la semplice tesi filosofica non è la fondazione di essa. Perché allora - hai citato mi pare qualche poeta - a me vengono in mente quelle bellissime pagine di Borges sull’eternità. Straordinarie. Viene fuori la tesi che tutto è eterno. Sì. Ma la semplice enunciazione di una tesi non ne è la fondazione - ed è la fondazione a dare significato alla tesi. Si tratterebbe dunque di vedere se in Spinoza ci sia quel tipo di fondazione che a noi due interessa, ma che a me non sembra che ci sia. Ancora un’osservazione, se posso. A proposito del mio più volte citato Ritornare a Parmenide, io ho continuato a dire che: primo, non ho mai usato per indicare quello che scrivo la parola neoparmenidismo - mai. Mai; anzi, è scritto sin da Ritornare a Parmenide che Parmenide è il primo nichilista (immenso anche nell’errore). È il primo nichilista, però è così essenziale e profondo, in questo suo intendere l’essere monachos, che anche se oggi, come ha ricordato il professor Ruggiu, si pensa che in Parmenide non ci sia la brutale e perentoria negazione della dóxa, però bisognerebbe inventarlo quel Parmenide tradizionale che la storiografia contemporanea toghe di mezzo per dire che no, che egli prende positivamente in considerazione la dóxa, che non si limita a qualificarla come illusione, non-verità ecc. Bisognerebbe inventario quell’altro Parmenide che oggi viene emarginato, ma che è il Parmenide che sta dinanzi agli occhi di Platone, di Aristotele, di Hegel (ma direi anche di Heidegger). Non si capisce come mai questi pensatori - grandi pensatori (chi più di loro?) - abbiano reagito rispetto a Parmenide nel modo in cui hanno reagito se Parmenide fosse quello oggi configurato dalla riflessione storico-filologica. Mi fermo qui. Poiché l’atteggiamento razionale è per Popper la decisione di accettare solo ciò che è fondato sulla discussione, l’argomentazione, l’esperienza, ne segue, per lui, che è incoerente la pretesa di fondare l’atteggiamento razionale sulla base di una procedura razionale, cioè in base a sé stesso. Ma, osserviamo, il rilevamento di questa incoerenza è a sua volta una argomentazione razionale, e quindi, stando a Popper, anche questa argomentazione, che conduce ad affermare che l’atteggiamento razionale è fondato su una fede irrazionale, è a sua volta fondata su una fede irrazionale, ossia non è una verità incontrovertibile. Due interventi alla tavola rotonda tenutasi a conclusione del convegno di studi Il destino dell’essere. Dialogo con (e intorno al pensiero di) Emanuele Severino tenutosi il 29-30 maggio 2012 nell’aula magna Ca’ Dolfìn dell’Università degli Studi di Venezia. Gli uomini chiamano male tutto ciò che essi non vogliono - innanzitutto la morte e i dolori che ne sono i battistrada. La vita è inseparabile dal male. Sin dall’inizio hanno tentato di difendersi costruendo Yimmagine della vita. L’immagine si libra al di sopra del dolore. In qualche modo se ne libera, rendendolo sopportabile. La più antica delle immagini è la festa. Nell’antica lingua greca la festa è chiamata theorìa, che significa contemplazione, immagine, appunto. Nella festa sono fuse insieme le forze che poi, separandosi, si chiameranno mito, arte, ekklesìa, tecnica, sapienza. In ognuna di queste forze separate si prolunga, sebbene affievolito, l’antico rimedio festivo. Anche nelle arti figurative, dunque. Ma l’immagine festiva e salvifica non può dimenticarsi del male. Nemmeno quando, più tardi, l’opera d’arte non mostra altro che lo splendore delle forme della scultura greca, delle Madonne col Bambino di Raffaello, dell’Amor sacro e profano di Tiziano. Se il male fosse dimenticato non si vedrebbe nemmeno la bellezza e la bontà che sembrano le uniche protagoniste della scultura e del dipinto. Non ne vedremmo la potenza, la capacità di tener lontano da sé il male, il brutto, il dolore. Dove la bella forma sembra dominare occupando l’intero spazio dell’immagine pittorica, c’è sempre l’altro protagonista della scena, il male, altrettanto intensamente visibile proprio per la sua assenza. Non vedere questo Assente è non vedere la bellezza del bene. Una mostra della rappresentazione visiva del male dovrebbe raccogliere tutte le immagini visive. Una mostra a Torino ha operato - né poteva, dunque, fare diversamente - una selezione relativamente al modo in cui il male si rende visibile nell’immagine. Ma tendeva (con le dovute eccezioni) a lasciare da parte il male in agguato dietro la scena, che provoca un’angoscia ancora più inquietante perché è lasciato dall’artista a sé stesso e aU’imprevedibilità dei suoi effetti nella coscienza dello spettatore - intendo riferirmi all’imprevedibilità addizionale rispetto a quella suscitata dalla parte visibile dell’opera figurativa. Se non vado errato. Credo che in quella mostra non fosse presente alcuna Madonna col bambino di Raffaello. Ma in queste figure - avvolte da una compiuta e ferma serietà, da una perentoria assenza del sorriso - lo sguardo mostra di aver dinanzi ciò che per Raffaello è il male assoluto, la passione e la morte del Figlio di Dio, che stanno fuori scena, e tuttavia ben presenti a coloro a cui il dipinto si rivolgeva. La mostra di Torino conteneva pitture, fotografie, film. Il criterio della raccolta non era il valore artistico, ma il contenuto deU’immagine: il male - presentato secondo la selezione di cui dicevo. Lasciando da parte la questione di come è possibile, oggi, parlare di valore artistico, è possibile indicare il senso autentico dello sviluppo storico dell’immagine? In quella mostra, il tragitto temporale era dal Beato Angelico ai grandi pittori del Novecento: dal tempo in cui il cristianesimo è vita reale dei popoli, al tempo del tramonto del cristianesimo. La pittura lo rispecchia. Come ogni altra opera dell’uomo occidentale. Dapprima la rappresentazione mostra la vittoria sul male compiuta da Cristo. Ha come scopo esplicito questa celebrazione. La serietà delle Madonne e le Deposizioni nel sepolcro rinviano alla luce invisibile che si dispiega, al di là del dipinto, nell’anima di chi lo guardava: la luce della Resurrezione e della Gloria. Il tratto salvifico dell’immagine è il Racconto cristiano. Colori, figure, prospettive hanno come scopo la celebrazione della salvezza cristiana dal male. Ma un poco alla volta si fa innanzi un atteggiamento nuovo. Lo si è mostrato anche contro le proprie intenzioni, anche l’artista figurativo, come il poeta, non dipinge più per celebrare Cristo, ma celebra Cristo per dipingere, per celebrare la potenza dell’arte. Il dramma dell’arte e dunque della pittura cristiane sta qui: nel progressivo rovesciamento dove il mezzo, cioè l’arte, diventa scopo di sé stessa e del rapporto a essa da parte dell’uomo, e lo scopo iniziale, cioè la celebrazione della salvezza cristiana, diventa mezzo, pretesto. In questo processo, rimane pur sempre incombente il male - di cui il contenuto cristiano dell’arte vuol essere il rimedio ma tale contenuto non essendo più lo scopo dell’arte, ridotto a mezzo e pretesto, va perdendo la propria potenza ed efficacia salvifica. E accade che le moltitudini, accostandosi all’opera d’arte cristiana si sentano salvate sempre più dalla potenza della forma pittorica e sempre meno dal contenuto cristiano di quelle forme. È il dominio della luce sull’ombra - o della forma sul difforme - a impersonare il dominio del bene sul male. Questo processo giunge al culmine quando anche la pittura del nostro tempo eredita il distacco dal divino - prodotto soprattutto dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli - e non può assumere il Racconto cristiano nemmeno come mezzo e pretesto per 1’evocazione della forma artistica. La quale si addossa tutto il compito salvifico che nella tradizione figurativa dell’Occidente gravava sulle spalle di quel Racconto. Il dipinto, ormai, mostra il difforme, il male, il dolore, la morte, il nulla senza il Salvatore; e la salvezza può esser data solo dalla potenza con cui il male è mostrato dall’immagine. La forma è tolta via dal contenuto dell’opera d’arte figurativa (e di ogni opera d’arte) e si riduce a essere la potenza dell’immagine che, ormai, ha come contenuto la dissoluzione della forma, il difforme, giacché la forma che prima apparteneva (anche) al contenuto rispecchia sul piano figurativo quell’ordinamento immutabile del mondo, evocato dalla tradizione filosofica e religiosa dell’Occidente, che è inevitabilmente condotta al tramonto dall’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo. Ma la salvezza dal male, separata dal divino, non può più avere la potenza del divino. Diventa un rimedio caduco, sempre più incapace di impedire che - al di là di ogni valore artistico - altre forme della rappresentazione visiva, come la fotografia e il cinematografo - attraggano a sé le moltitudini. Che quanto più si accostano, attraverso l’immagine, a un male che si presenta in carne e ossa, tanto più si illudono di salvarsi da esso. Tutte le arti hanno bisogno di diverse forme di tecnica - e nel Medioevo le stesse arti figurative non venivano considerate arti vere e proprie (arti liberali) ma arti meccaniche. Anche la semplice voce e la semplice scrittura della poesia richiedono mnemotecniche, tecniche della dizione, tecniche per la produzione del materiale richiesto dalla scrittura. E, già nel Rinascimento, soprattutto le arti figurative e architettoniche (e in qualche modo la musica) richiedono tecniche guidate dalla matematica, dalla geometria e dalle incipienti scienze della natura. La fotografia e il cinematografo si fanno innanzi quando il rovesciamento di mezzo e fine ha già preso piede. Ma qui, ancora, la tecnica produce immagini della realtà. Oggi la tecnica procede sempre più decisamente verso la produzione di una realtà nuova. Con la tecnica del nostro tempo l’immagine festiva si solleva al di sopra del proprio carattere di imma organizzavano e vi partecipavano. Vivo la qualità etica di chi festeggia come decisamente superiore alla mia condizione di festeggiato. E questo rende particolarmente ammirevoli i festeggianti. D’altra parte considero questo nostro incontro come manifestazione dell’amore per la filosofia. Perché è chiaro che, attraverso quanto si è detto intorno al mio discorso filosofico, emerge soprattutto l’interesse profondo per la filosofia da parte di coloro che di questa università costituiscono un vanto. Il dipartimento di filosofia dell’università di Venezia anche oggi spicca nel panorama culturale italiano, dato che (mi pare di aver dichiarato da qualche parte) anche per merito del dipartimento di filosofia di Venezia oggi l’Italia ha poco da invidiare alla filosofia straniera. L’Italia ha oggi pensatori di altissimo livello. Anche per questo il fatto di trovarmi qui festeggiato da una parte di loro mi riempie di gioia. La stessa che mi è data dalla presenza di pensatori che, venendo da altre università, contribuiscono ad alimentare la ricchezza filosofica del nostro Paese. Penso di non avere dimenticato nulla. Devo però un abbraccio al professor Spanio, in particolare, per l’amicizia con la quale si è impegnato per la realizzazione di questo nostro convegno, e in modo a mio avviso splendido: abbiamo sentito voci quanto mai rilevanti e variegate. Come quelle ben note, oltre a quelle dei professori Barcellona e Irti, dei professori Vitiello, Messinese, Berti, Visentin, Perissinotto e di tutti quelli che hanno parlato. Scusino se non li nomino tutti. Mi ricordo che qualche giorno fa mi hanno fatto un’intervista dove o si elencavano i partecipanti a questo convegno, e allora andava via tutto lo spazio per l’intervista, oppure bisognava rassegnarsi a non nominare nessuno, fuorché Italo Valent, che ci è mancato e che è stato ricordato dal professor Perissinotto, al quale rinnovo anche per questo i miei ringraziamenti in quanto egli è direttore del dipartimento di filosofia. Vorrei riprendere almeno uno spunto tra quelli che mi sono stati suggeriti; quello relativo all’implicazione indicata dal professor Ruggiu, alla quale ho già accennato. E vorrei rivolgermi soprattutto ai non addetti ai lavori, perché si può avere avuto l’impressione - avevo incominciato a dire - di una discrasia tra il tecnicismo filosofico e i problemi pratico-politici. Come eliminare questa impressione? Tento di rispondere. Che noi si viva nel mondo, e che il mondo sia fatto così come crediamo - mondo della natura e dell’uomo, e cioè con una struttura sociale nella quale esistono forze politiche, economiche, religiose, e industrie, fabbriche, Europa, Russia, America e via dicendo, che vanno storicamente sviluppandosi -, ecco che noi si viva nel mondo è la grande fede alla quale nessuno di noi vuole rinunciare. Noi ci troviamo ad avere questa fede. E non possiamo rinunciare a credere che ad esempio ci troviamo a Ca’ Dolfin e che stiamo parlando di filosofia, e che Ca’ Dolfin è a Venezia, e Venezia è in Italia, alfinterno di un sistema internazionale ecc. Ecco, questa fede (come ogni fede) è un attribuire un valore di verità (usiamo così alla buona la parola verità) a ciò che in quanto contenuto di fede non ha verità. E a cui, però, noi non sappiamo rinunciare; non sappiamo saltare al di fuori della nostra fede. Allora, una parte degli interventi - che qui ho sentito con estremo piacere e dai quali ho imparato moltissimo e che terrò presenti anche nel loro aspetto critico - si riferisce al contenuto di questa fede, al centro del quale sta la nostra civiltà occidentale, la quale, nell’interpretazione, ha uno sviluppo e un suo farsi progressivamente coerente. Coloro che vedono la storia del mondo come un susseguirsi di frammenti caoticamente giustapposti non vedono invece l’unitarietà dello sviluppo, l’implicazione tra le varie fasi dello sviluppo. Allora, una prima parte degli interventi è consistita (penso soprattutto a quello di Barcellona e di Irti, ma poi anche a quello di Goggi) nel mettere in luce il calcolo, presente nei miei scritti, della coerentizzazione delVOccidente. L’intento qui è di stabilire quali siano i motivi che spingono dalla forma iniziale della civiltà occidentale fino alla forma attuale, che è quella della civiltà della tecnica. Vorrei evitare che qualcuno dei non addetti ai lavori non si fosse raccapezzato sentendo, da un lato, ripetere così insistentemente l’affermazione dell’eternità dell’essente e, dall’altro lato (anche ieri il professor Spanio accennava a questa tematica), ad aver sentito la mia simpatia per le forme più radicali della coerentizzazione della storia dell’Occidente. Per quanto riguarda questo secondo tema, chiederei il permesso di essere un po’ immodesto - ma visto che siamo in un clima in cui la mia modestia è stata messa duramente alla prova, mi rendo conto di chiedere di incrementare questa prova, mostrandomi quindi ancora un po’ più immodesto. Allora posso dire che un lato del discorso filosofico del sottoscritto (ma è anche questa una fede: che io abbia scritto dei libri fa parte di quella fede nel mondo di cui parlavamo prima) ha dato una mano a ciò che ho chiamato coerentizzazione della storia dell’Occidente. Che, come è venuto in chiaro da parte degli amici che hanno parlato, è la coerentizzazione della Follia estrema. Nei laboratori ci sono scienziati che per accertare le capacità distruttive di un virus ne favoriscono lo sviluppo massimo, fino a che il virus mostra tutte le sue potenzialità. Una parte del mio discorso filosofico - qualcuno di loro prima richiamava i miei scritti su Eschilo, su Leopardi, su Gentile - tratta di quelli che sono i grandi nemici della verità. Ma la verità non è un qualche cosa che sia grande indipendentemente dalla grandezza della negazione della verità. La verità non è qualcosa di grande indipendentemente dalla grandezza dell’errore. Senza la grandezza dell’errore non c’è grandezza della verità. Se la verità è tale (è un po’ il tema di cui parlava l’amico Vitiello questa mattina) in quanto è negazione dell’errore, allora è la verità stessa a guadagnare forza dalla concretezza dell’errare. E se la storia dell’Occidente non è portata fino alle sue ultime conseguenze (consistenti nella dominazione definitivamente vittoriosa della civiltà della tecnica), se ci si ferma a metà strada rispetto a questo processo di coerentizzazione, allora la stessa energia negativa della verità risulta astratta. Da questo punto di vista potrei dire che tutte le osservazioni critiche che mi sono state rivolte così amabilmente da Berti, Vitiello, Visentin (chiedo scusa se in questo momento non mi ricordo altri nomi, ma ci sono), queste osservazioni critiche sono contributi alla verità. Nel senso, appunto - mi ripeto -, che la negazione dell’errore esige la concretezza dell’errore. Un primo lato di quanto abbiamo sentito in queste due giornate riguarda quello che sto chiamando coerentizzazione dell’errore, alla quale - ecco ripresentarsi l’immodestia - credo di aver dato una mano. Qualche amico mi dice: guarda che il tuo Nietzsche (adesso l’immodestia cresce ancora) è una tua invenzione. Ma siccome penso che quel cosiddetto mio Nietzsche sia in grado di eliminare la forza teoretica della grande tradizione dell’Occidente, se il Nietzsche storico non fosse stato o non fosse congruente col Nietzsche quale appare nei miei scritti, allora sarebbe il Nietzsche che appare nei miei scritti ad avere quella capacità di eliminare la tradizione dell’Occidente. Se fosse falsa la mia interpretazione, oltre che di Nietzsche, di Leopardi e di Gentile, be’ amen; vorrebbe dire che non son stati loro a essere vincenti rispetto al passato dell’Occidente, ma sono quel Leopardi, quel Nietzsche, quel Gentile che emergono nell’interpretazione che il sottoscritto ne ha dato. Si dovrebbe dire che se fossero qualcosa di diverso (ma non lo credo) peggio per loro: il loro discorso non riuscirebbe ad aver partita vinta sulla tradizione dell’Occidente, cioè non riuscirebbe a mostrare l’impossibilità degli eterni e dei divini che tale tradizione ha evocato, mentre questa capacità l’hanno il Leopardi, il Nietzsche, il Gentile che si manifestano nell’interpretazione che ne ho dato (e che finora non mi sembra che debba cedere il passo a un’altra). E qui siamo al centro della nostra riflessione, perché gli eterni dell’Occidente non sono gli eterni a cui si rivolgono i miei scritti. Siamo cioè al secondo dei due lati del mio discorso filosofico. Dicevo all’inizio: noi tutti abbiamo fede nell’essere al mondo, nel mondo così come crediamo che esso sia. È probabile che una parte di Loro dirà: questo è il mondo, quello in cui crediamo noi è il mondo vero; e quelle che sentiamo dai filosofi sono favole, fantasie. Ma a chi si ferma alla e nella fede nel mondo, va detto che la fede, in quanto tale, non giustifica l’affermazione dell’esistenza del proprio contenuto. Se lo facesse non sarebbe più fede. Se chi ha fede lo capisce, allora la sua fede tende a coincidere con lo scetticismo ingenuo. Egli pensa: non c’è altro che questo mondo in cui credo e da cui non mi so staccare, ma di cui non so dare ragione. E invece il mondo della fede è circondato dalla non-fede, cioè dalla verità. E solo per questo può esser qualificato (con verità) come mondo della fede. La fede non sa di esser fede. È nella verità che, in modo incontrovertibile, appare l’esistenza della fede, ossia del mondo isolato dalla verità. Discuto questo tema anche con gli amici cattolici (tanto interessante, la proposta del professor Messinese, di valorizzare la prima fase, la chiamava così, del mio lavoro filosofico). Ma l’uomo non è semplicemente e innanzitutto una fede (sia pure altissima), ma è innanzitutto ben di più, ossia è la manifestazione della verità. Ci stiamo movendo lungo il secondo lato del mio discorso filosofico. Gli interventi dei professori Vitiello, Visentin, Berti, e altri, riguardavano appunto questo secondo lato. Con un’altra metafora geometrica, i due lati corrispondono a due cerchi concentrici. Il cerchio inscritto è la nostra fede nel mondo. E a questo cerchio è stata dedicata una parte del convegno. Al cerchio circoscrivente, cioè alla non-fede, a quell’essere nella verità a cui accennavo prima, è stata dedicata l’altra parte. E abbiamo incominciato con quest’altra parte, con la relazione del professor Visentin. Mi rendo conto che rispetto alle accurate articolazioni concettuali che abbiamo sentito, queste mie considerazioni sono molto generiche. Qualche osservazione, quindi, va fatta a proposito delle obbiezioni. Possono avere un carattere problematico come quelle, mi sembra, del professor Vitiello: mostrano delle difficoltà, presenti nelle mie tesi, senza pretendere di essere, esse, inconfutabili. Per considerare il modo corretto di impostare l’obbiezione a ciò che chiamo struttura originaria del destino della verità, direi che rispetto a questa struttura la situazione è diversa da quella che in campo scientifico si produce quando si vuole assiomatizzare un certo tipo di discorso, per esempio quello matematico. Nella cosiddetta aritmetizzazione della matematica, l’intera complessità del sapere matematico è ricondotta all’aritmetica. È un’operazione problematica, perché esiste quell’impresa straordinaria di Godei, dove si mostra che partendo da un certo gruppo di postulati, o di ipotesi - che vengono assunti senza giustificazione, e che quindi non hanno un fondamento incontrovertibile, come appunto accade per i postulati dell’aritmetica -, non si può escludere che lo sviluppo di tali postulati conduca a una contraddizione. Cioè non si può escludere che la matematica, approfondendo il contenuto semantico dei propri postulati, venga ad accorgersi della contraddittorietà dei propri contenuti. Ecco, se si imposta in questo modo il discorso intorno alle obbiezioni alla struttura originaria del destino, allora ci si muove impropriamente, perché la mia più volte citata Struttura originaria (che si rivolge appunto a quella struttura) intende appunto escludere una situazione concettuale in cui si parta da postulati, che sono ipotetici, probabili, problematici ecc... È chiaro che partendo da postulati assunti semplicemente in base alla loro congruenza, ossia al loro non presentarsi come immediatamente tra loro contraddittori, è possibile che si deducano conclusioni o teoremi in sé stessi contraddittori. Sennonché, in relazione alla struttura originaria del sapere, cioè del destino della verità, è impossibile che si pervenga a mostrarne la contraddittorietà. Qui la situazione è del tutto diversa da quella gòdeliana, perché il fondamento è l’ incontrovertibile e partendo dall’incontrovertibile è impossibile dedurre qualcosa che sia una negazione di tale fondamento. Non ci si può appoggiare a questa base in modo da sviluppare conseguenze che ne siano la negazione. E allora l’obbiezione alla struttura originaria del destino deve partire dalla negazione di uno o più tratti di tale struttura, cioè dal chiedersi perché una certa dimensione concettuale ha l’ardire di proclamarsi come originaria e incontrovertibile. Altrimenti partire da mezza strada e mostrare le aporie che scaturiscono da questa base è un mostrare solo ipoteticamente (mi pare che con l’amico Vitiello fossimo d’accordo) l’insufficienza di questa base. Come giustificazione di quanto ho appena detto, chiedo: chi obbietta contro la struttura originaria della verità (mi rivolgo dunque non solo a Vitiello, ma anche a prospettive come quelle di Tarca sulla differenza) intende dire la stessa cosa di ciò contro cui egli obietta? Penso che tutti noi si risponda di no: altrimenti la sua non sarebbe un ob-iezione (ob vuol dire contro). Anche quando si proclama assolutamente problematica e ipotetica, l’obbiezione assume come indiscutibile - incontrovertibile! - la differenza tra quello che essa dice e ciò contro cui essa dice. Alla base di ogni obbiettare - ma ora interessa riferirsi alla struttura originaria - c’è la differenza dei differenti, cioè il riconoscimento che i differenti sono differenti - quella differenza che è appunto il contenuto primario della struttura originaria. Quindi l’obbiettare contro la struttura originaria è un incominciare a essere d’accordo con la struttura originaria (e pertanto l’obbiezione si rivolge contro sé stessa). Quindi, se la discussione dovesse proseguire, si dovrebbe proseguire - penso, o almeno mi auguro che prosegua - chiarendo questo punto. Ma ora è tempo che io ringrazi nuovamente tutti Loro, con ammirazione per il livello intellettuale degli interventi e direi quasi con invidia per la generosità che Loro hanno avuto nei miei riguardi. Grazie! Debbo tener presente, oltre alle considerazioni estremamente interessanti di Enrico Berti, quelle di Brianese, e di Pagani ieri (ottima la sua relazione), che hanno parlato dopo il mio primo intervento. Era solo per ricordare come sia rimasto interessato di questi tre interventi. A mezzogiorno, anzi, all’una, eravamo insieme, con Berti, e parlavamo della sua evoluzione verso la filosofia analitica. Gli chiedevo che differenza può produrre, tale evoluzione, rispetto all’affermazione di Aristotele, che il semantema (il significato) essere non solo non è detto monachos, ossia univocamente, ma non è nemmeno un significato equivoco. L’osservazione che facevo all’amico Berti era questa: il tuo avvicinamento alla filosofìa analitica è una ulteriore sottolineatura delle differenze di significato della parola essere. Anche se l’obiezione può sembrare formale (mi pare che la reazione dell’amico Vincenzo Vitiello volesse dire questo, cioè che facevo un’obiezione formale), però non possiamo prendere sottogamba la circostanza che le differenze (il lampadario, Ca’ Dolfin, il tavolo, io, le galassie ecc.) hanno di identico Tesser differenze. (Tra parentesi: perché le obbiezioni formali devono essere respinte?) È questa Yanalogia, alla quale ho sempre pensato parlando dell’on hei on di Aristotele: che ci sia qualche cosa di identico nelle differenze, che d’altra parte sono originariamente manifeste (ossia non c’è bisogno di dedurle). L’analogia dei molti sensi dell’essere, non è il risultato di una argomentazione, ma è il contenuto del phàinesthai. Ieri si parlava della mia distinzione tra essere e apparire. Apparire è appunto la parola italiana con la quale traduciamo phàinesthai. A questo senso dell’analogia non si sfugge, perché altrimenti (negando cioè l’identità dell’esser differenze delle differenze) il senso dell’essere diventa equivoco: non si sfugge a quell’elemento identico che c’è nel pelo della barba e, se c’è, in Dio. Qualcosa di identico. Invitavo a tener presente l’inizio del libro IV della Metafisica, dove quando Aristotele parla dell’essente in quanto essente (on hei on) dice che essente in quanto essente è qualsiasi determinazione, sia sostanza, sia accidente, e poi arriva persino a dire che anche il non-essere è un essente. Ecco, se noi dovessimo ancora - ma me lo auguro - continuare a discutere, penso che il rischio che corri tu, Berti, è quello di arrivare all’equivocità, per cui c’è una molteplicità di differenze del significato essere, che vorrebbero ma non riescono a essere pure differenze, nient’altro che differenze, appunto perché sono anche identiche nell’ esser differenze. Poi mi ha molto interessato quello che ha detto il caro Giorgio Brianese. Molto intelligente. E anche con te spero che si continui a parlare di questo. Loro ricorderanno che Brianese accennava alla vicinanza tra il discorso di Spinoza e quello del sottoscritto. Ma vogliamo prescindere dal il concetto di causa (ben presente in Spinoza)? Adottando il concetto di causa sui - neWEtica Spinoza esordisce pressappoco con questa espressione causa sui - egli mostra di intendere le cose come effetto di un’azione che nel caso del Dio è un’azione del Dio su sé stesso. Ma le cose non hanno bisogno di causa. Quando ci si chiede la causa delle cose, è perché le si considera appunto come enti che possono esser nulla. Allora si tratterebbe di controllare questa espressione spinoziana. E poi anche il concetto di conatus essendi. Anche qui: le cose non hanno bisogno di essere un conatus. Cioè, è interessante che qualche volta Spinoza torni a riveder le stelle o vada a riveder le stelle, però la semplice tesi filosofica non è la fondazione di essa. Perché allora - hai citato mi pare qualche poeta - a me vengono in mente quelle bellissime pagine di Borges sull’eternità. Straordinarie. Viene fuori la tesi che tutto è eterno. Sì. Ma la semplice enunciazione di una tesi non ne è la fondazione - ed è la fondazione a dare significato alla tesi. Si tratterebbe dunque di vedere se in Spinoza ci sia quel tipo di fondazione che a noi due interessa, ma che a me non sembra che ci sia. Ancora un’osservazione, se posso. A proposito del mio più volte citato Ritornare a Parmenide, io ho continuato a dire che: primo, non ho mai usato per indicare quello che scrivo la parola neoparmenidismo - mai. Mai; anzi, è scritto sin da Ritornare a Parmenide che Parmenide è il primo nichilista (immenso anche nell’errore). È il primo nichilista, però è così essenziale e profondo, in questo suo intendere l’essere monachos, che anche se oggi, come ha ricordato il professor Ruggiu, si pensa che in Parmenide non ci sia la brutale e perentoria negazione della dóxa, però bisognerebbe inventarlo quel Parmenide tradizionale che la storiografia contemporanea toghe di mezzo per dire che no, che egli prende positivamente in considerazione la dóxa, che non si limita a qualificarla come illusione, non-verità ecc. Bisognerebbe inventario quell’altro Parmenide che oggi viene emarginato, ma che è il Parmenide che sta dinanzi agli occhi di Platone, di Aristotele, di Hegel (ma direi anche di Heidegger). Non si capisce come mai questi pensatori - grandi pensatori (chi più di loro?) - abbiano reagito rispetto a Parmenide nel modo in cui hanno reagito se Parmenide fosse quello oggi configurato dalla riflessione storico-filologica. Mi fermo qui. Poiché l’atteggiamento razionale è per Popper la decisione di accettare solo ciò che è fondato sulla discussione, l’argomentazione, l’esperienza, ne segue, per lui, che è incoerente la pretesa di fondare l’atteggiamento razionale sulla base di una procedura razionale, cioè in base a sé stesso. Ma, osserviamo, il rilevamento di questa incoerenza è a sua volta una argomentazione razionale, e quindi, stando a Popper, anche questa argomentazione, che conduce ad affermare che l’atteggiamento razionale è fondato su una fede irrazionale, è a sua volta fondata su una fede irrazionale, ossia non è una verità incontrovertibile. Due interventi alla tavola rotonda tenutasi a conclusione del convegno di studi Il destino dell’essere. Dialogo con (e intorno al pensiero di) Emanuele Severino tenutosi il 29-30 maggio 2012 nell’aula magna Ca’ Dolfìn dell’Università degli Studi di Venezia. Gli uomini chiamano male tutto ciò che essi non vogliono - innanzitutto la morte e i dolori che ne sono i battistrada. La vita è inseparabile dal male. Sin dall’inizio hanno tentato di difendersi costruendo Yimmagine della vita. L’immagine si libra al di sopra del dolore. In qualche modo se ne libera, rendendolo sopportabile. La più antica delle immagini è la festa. Nell’antica lingua greca la festa è chiamata theorìa, che significa contemplazione, immagine, appunto. Nella festa sono fuse insieme le forze che poi, separandosi, si chiameranno mito, arte, ekklesìa, tecnica, sapienza. In ognuna di queste forze separate si prolunga, sebbene affievolito, l’antico rimedio festivo. Anche nelle arti figurative, dunque. Ma l’immagine festiva e salvifica non può dimenticarsi del male. Nemmeno quando, più tardi, l’opera d’arte non mostra altro che lo splendore delle forme della scultura greca, delle Madonne col Bambino di Raffaello, dell’Amor sacro e profano di Tiziano. Se il male fosse dimenticato non si vedrebbe nemmeno la bellezza e la bontà che sembrano le uniche protagoniste della scultura e del dipinto. Non ne vedremmo la potenza, la capacità di tener lontano da sé il male, il brutto, il dolore. Dove la bella forma sembra dominare occupando l’intero spazio dell’immagine pittorica, c’è sempre l’altro protagonista della scena, il male, altrettanto intensamente visibile proprio per la sua assenza. Non vedere questo Assente è non vedere la bellezza del bene. Una mostra della rappresentazione visiva del male dovrebbe raccogliere tutte le immagini visive. Nel 2005, una mostra a Torino ha operato - né poteva, dunque, fare diversamente - una selezione relativamente al modo in cui il 299 male si rende visibile nell’immagine. Ma tendeva (con le dovute eccezioni) a lasciare da parte il male in agguato dietro la scena, che provoca un’angoscia ancora più inquietante perché è lasciato dall’artista a sé stesso e aU’imprevedibilità dei suoi effetti nella coscienza dello spettatore - intendo riferirmi all’imprevedibilità addizionale rispetto a quella suscitata dalla parte visibile dell’opera figurativa. Se non vado errato. Credo che in quella mostra non fosse presente alcuna Madonna col bambino di Raffaello. Ma in queste figure - avvolte da una compiuta e ferma serietà, da una perentoria assenza del sorriso - lo sguardo mostra di aver dinanzi ciò che per Raffaello è il male assoluto, la passione e la morte del Figlio di Dio, che stanno fuori scena, e tuttavia ben presenti a coloro a cui il dipinto si rivolgeva. La mostra di Torino conteneva pitture, fotografie, film. Il criterio della raccolta non era il valore artistico, ma il contenuto deU’immagine: il male - presentato secondo la selezione di cui dicevo. Lasciando da parte la questione di come è possibile, oggi, parlare di valore artistico, è possibile indicare il senso autentico dello sviluppo storico dell’immagine? In quella mostra, il tragitto temporale era dal Beato Angelico ai grandi pittori del Novecento: dal tempo in cui il cristianesimo è vita reale dei popoli, al tempo del tramonto del cristianesimo. La pittura lo rispecchia. Come ogni altra opera dell’uomo occidentale. Dapprima la rappresentazione mostra la vittoria sul male compiuta da Cristo. Ha come scopo esplicito questa celebrazione. La serietà delle Madonne e le Deposizioni nel sepolcro rinviano alla luce invisibile che si dispiega, al di là del dipinto, nell’anima di chi lo guardava: la luce della Resurrezione e della Gloria. Il tratto salvifico 300 dell’immagine è il Racconto cristiano. Colori, figure, prospettive hanno come scopo la celebrazione della salvezza cristiana dal male. Ma un poco alla volta si fa innanzi un atteggiamento nuovo. Lo si è mostrato anche contro le proprie intenzioni, anche l’artista figurativo, come il poeta, non dipinge più per celebrare Cristo, ma celebra Cristo per dipingere, per celebrare la potenza dell’arte. Il dramma dell’arte e dunque della pittura cristiane sta qui: nel progressivo rovesciamento dove il mezzo, cioè l’arte, diventa scopo di sé stessa e del rapporto a essa da parte dell’uomo, e lo scopo iniziale, cioè la celebrazione della salvezza cristiana, diventa mezzo, pretesto. In questo processo, rimane pur sempre incombente il male - di cui il contenuto cristiano dell’arte vuol essere il rimedio ma tale contenuto non essendo più lo scopo dell’arte, ridotto a mezzo e pretesto, va perdendo la propria potenza ed efficacia salvifica. E accade che le moltitudini, accostandosi all’opera d’arte cristiana si sentano salvate sempre più dalla potenza della forma pittorica e sempre meno dal contenuto cristiano di quelle forme. È il dominio della luce sull’ombra - o della forma sul difforme - a impersonare il dominio del bene sul male. Questo processo giunge al culmine quando anche la pittura del nostro tempo eredita il distacco dal divino - prodotto soprattutto dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli - e non può assumere il Racconto cristiano nemmeno come mezzo e pretesto per 1’evocazione della forma artistica. La quale si addossa tutto il compito salvifico che nella tradizione figurativa dell’Occidente gravava sulle spalle di quel Racconto. Il dipinto, ormai, mostra il difforme, il male, il dolore, la morte, il nulla senza il Salvatore; e la salvezza può esser data solo dalla potenza con cui il male è mostrato dall’immagine. La forma è tolta via dal contenuto dell’opera d’arte figurativa (e di ogni opera d’arte) e si riduce a essere la potenza dell’immagine che, ormai, ha come contenuto la dissoluzione della forma, il difforme, giacché la forma che prima apparteneva (anche) al contenuto rispecchia sul piano figurativo quell’ordinamento immutabile del mondo, evocato dalla tradizione filosofica e religiosa dell’Occidente, che è inevitabilmente condotta al tramonto dall’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo. Ma la salvezza dal male, separata dal divino, non può più avere la potenza del divino. Diventa un rimedio caduco, sempre più incapace di impedire che - al di là di ogni valore artistico - altre forme della rappresentazione visiva, come la fotografia e il cinematografo - attraggano a sé le moltitudini. Che quanto più si accostano, attraverso l’immagine, a un male che si presenta in carne e ossa, tanto più si illudono di salvarsi da esso. Tutte le arti hanno bisogno di diverse forme di tecnica - e nel Medioevo le stesse arti figurative non venivano considerate arti vere e proprie (arti liberali) ma arti meccaniche. Anche la semplice voce e la semplice scrittura della poesia richiedono mnemotecniche, tecniche della dizione, tecniche per la produzione del materiale richiesto dalla scrittura. E, già nel Rinascimento, soprattutto le arti figurative e architettoniche (e in qualche modo la musica) richiedono tecniche guidate dalla matematica, dalla geometria e dalle incipienti scienze della natura. La fotografia e il cinematografo si fanno innanzi quando il rovesciamento di mezzo e fine ha già preso piede. Ma qui, ancora, la tecnica produce immagini della realtà. Oggi la tecnica procede sempre più decisamente verso la produzione di una realtà nuova. Con la tecnica del nostro tempo l’immagine festiva si solleva al di sopra del proprio carattere di imma e e tende a diventare la realtà nuova che sostituisce la realtà angosciante originaria, al di sopra della quale già si era sollevata l’immagine festiva. Ad esempio - ma l’esempio è tra i più significativi - la tecnica guidata dalla scienza moderna pensa già alla costruzione di una vita umana in cui la sofferenza e la morte siano allontanate il più possibile. La tecnica stabilisce la nuova aura festiva, più potente di ogni immagine festiva perché la festa, ora, è la produzione di una realtà nuova - la produzione che anticipa l’Apocalisse cristiana, dove la terra nuova e il nuovo cielo sostituiscono la vecchia terra e il vecchio cielo. Ma la logica della scienza, che sta al fondamento della tecnica, non è una logica della verità assoluta e incontrovertibile. È una logica ipotetica. La scienza stessa è un sapere ipotetico-deduttivo. La liberazione tecnologica dalla sofferenza e dalla morte, per quanto stupefacenti possano essere i suoi progressi, rimane pur sempre una liberazione ipotetica, esposta cioè in ogni momento alla possibilità che l’intera legislazione scientifica si mostri incapace di dominare le cose e che l’uomo ripiombi nell’antica indigenza di una vita semianimale o addirittura nella propria completa estinzione. La tecnica non salva l’uomo dal nulla. Ogni salvezza è ipotetica. Il pensiero filosofico del nostro tempo è destinato a farsi udire dalla tecnica, a farle sentire che nessuna potenza può salvare necessariamente, incontrovertibilmente dal nulla, e che dunque la minaccia del nulla rimane sospesa su ogni avanzamento tecnologico della liberazione dell’uomo dal dolore e dalla morte. La nuova realtà e la nuova vita, che la tecnica produce sostituendo l’antica immagine festiva della realtà e della vita, si presenta così a sua volta esposta al dolore e alla morte, tanto più insopportabili quanto maggiore è la felicità dell’aura festiva che la tecnica sia riuscita a produrre. È a questo punto che l’arte può riproporsi come l’ultimo barlume dell’immagine festiva, che per la seconda volta si solleva al di sopra della realtà - al di sopra cioè di quella nuova realtà che con la tecnica sta oggi sostituendo l’antica immagine festiva e salvifica della realtà originaria. È, questo, il pensiero di Leopardi: quando - dopo il tramonto della verità definitiva e assoluta della tradizione occidentale (cioè dopo il tramonto a cui appartiene quel che Nietzsche chiama morte di Dio) - appare che nemmeno la tecnica ha la potenza di salvare con necessità (ossia non ipoteticamente) l’uomo dal nulla, allora la potenza dell’immagine poetica che canta l’impossibilità di ogni salvezza non ipotetica dal nulla rimane l’ultimo barlume di quella forma di festa in cui la poesia e l’arte consistono - quella forma di festa dove è la potenza del canto, e non il suo contenuto, a salvare ancora per un poco dal nulla (cfr. E.S., Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, cit.). A volte, certi essenti che chiamiamo opere d’arte stanno in una relazione specifica con l’infìnito. Se non nel senso che essi rappresentano senz’altro l’infinito, nel senso che qualcuno crede che lo rappresentino. Ma, anche qui, ciò che la tradizione filosofica intende per infinito non può essere sempre presente, nel suo autentico e concreto significato, a chi crede in quel modo, ossia a chi ha quella fede. D’altra parte, anche se in tale fede l’infinito può apparire in modo indeterminato, ambiguo, inadeguato, a volte essa è tuttavia la fede di stare dinanzi a qualcosa di ultimo, non oltrepassabile, intoccabile. Sono i casi in cui anche l’uomo comune è disposto a parlare della bellezza di ciò che gli sta dinanzi; e sono i casi in cui l’uomo comune nomina come può l’infinito. Beati gli umili (gli uomini comuni), perché di costoro è il regno dei cieli - dove, in questo caso, il Regno dei Cieli è il regno della bellezza che appare aH’interno della fede (ingenua, umile) che qualcosa sia il senso ultimo delle cose, inoltrepassabile, intoccabile. Schelling, come Hegel, non parla di fede, ma di una rappresentazione che, sia pure per riflesso, è verità che essa abbia come contenuto l’infinito, cioè Dio. Si tratta della verità dell’intera tradizione filosofica, che giunge al suo culmine ma anche al suo compimento. Si può parlare di arte contemporanea prescindendo dalla tendenza fondamentale del nostro tempo? Si può parlare di un uccello migratore - sapere che natura abbia, da dove venga e dove vada - prescindendo dallo stormo che sta migrando? Oggi il grande stormo del nostro tempo sta migrando verso l’estrema lontananza da Dio. Il grande uccello dell’arte non può che andare nella stesa direzione. Schelling è ancora un grande amico di Dio, ossia dell’archetipo per eccellenza. L’arte contemporanea sta invece vivendo anch’essa ciò che Nietzsche chiama morte di Dio. Ci si accorge che la materia è senza luce, il reale senza ideale. Il contenuto della bellezza si trasforma radicalmente. La bellezza, ora, è innanzitutto, ma non unicamente, la capacità, da parte dell’opera d’arte, di suscitare in qualcuno la convinzione che in essa sia presente quel senso ultimo del mondo che è il trovarsi privi di Dio e la disperazione che ne consegue. Anche qui, ci si può rivolgere a questa terribile bellezza da uomini umili, poveri di spirito, che però questa volta non possono essere beati (o la cui beatitudine può consistere, come dice Leopardi, solo nella forza con cui vedono la propria infelicità, debolezza, nullità). Il tragico, la frantumazione dell’ordine e del sacro, il frammento sono aspetti della morte di Dio. Questa è la vertigine del moderno. Ma pensatori come Benjamin e molti altri del tempo presente hanno molto da imparare da Nietzsche - e innanzitutto da Leopardi non hanno qualcosa di essenziale da insegnargli o un’obiezione decisiva da muovergli. Proprio per questo il nostro tempo è tragico. Se la negazione nietzschiana di Dio fosse oscillante, la speranza nei vecchi valori non sarebbe spenta - mentre in verità è spenta, anche se molti sono ancora quelli che sperano. In quanto tendenza fondamentale del nostro tempo, lo stormo di uccelli di cui qui si è detto è l’ultimo degli stormi di cui prima si è parlato - o il penultimo, se si tiene presente che anche la civiltà della tecnica è destinata al tramonto (cfr. E.S., Oltrepassare, cit., cap. X). Del tragico le élites si sono accorte da tempo; le masse stanno accorgendosene. Infatti, come oltre ai modi adeguati di rivolgersi a Dio ci sono quelli inedeguati, così c’è adeguatezza e inadeguatezza nel rivolgersi al cadavere di Dio, cioè nel pensare che Dio è morto. Nel tempo della morte di Dio, la bellezza è la fede di qualcuno - ma è una fede in espansione - per il quale il tragico è, appunto, il senso ultimo del mondo e che crede che in certi essenti, detti opere d’arte, questo senso si manifesti. Si parlava prima dello stormo di uccelli che migrano. Migrano verso un tempo dove la Tecnica sostituisce Dio. I due si assomigliano molto più di quanto di solito si creda. Ma la questione decisiva è che cosa sia l’Aria in cui lo stormo si muove. Lo stormo non può saperlo. Vola verso la morte di Dio - come lo stormo della tradizione volava verso la vita di Dio. Sono accomunati (amici e nemici di Dio) dalla volontà di dominare gli spazi. Ma poi resta la questione di ciò che qui ci limitiamo a chiamare Aria - che è libera da ogni volo e sta al di sopra della vita e della morte di Dio. Qui, di essa, si può dire che non ha nulla a che vedere con i modi in cui, all’interno dei voli, si è voluto andare oltre Dio e gli dèi e si è pensato alla creazione come suicidio di Dio e alla terra come al suo cadavere. È tecnica il Dio demiurgo, ma è tecnica anche il Dio suicida. Li accomuna la volontà di manomettere l’essere. Nella nostra cultura, chi si vuole portare al di sopra dell’azione e della dimensione demiurgica crede pur sempre nella loro esistenza. L’arte lo ha sempre creduto. Oggi lo crede ancora di più. Svela la propria anima tecnico-demiurgica. L’Aria, di cui parlavo, è invece l’apparire dell’eternità di ogni essere. Appare allora, in questo apparire, che l’azione - anche l’opera d’arte, dunque - è soltanto un contenuto della fede. Cioè non soltanto la bellezza, ma anche Inesistenza dell’opera d’arte - ossia dell’opera che fa essere le cose che non sono (J.J. Bodmer) - è il contenuto di una fede. Dice Leopardi che, nelle opere di genio, l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua della cose e sua propria ( Zibaldone, 261). Una vita illusoria, ma che, sia pure per poco, rende possibile la sopravvivenza dell’uomo. Un tema centrale, questo, del pensatore-poeta che ha aperto la strada all’intera cultura del nostro tempo. La prima opera di genio è quella dei popoli più antichi: la festa, che è l’immagine della vita e dunque della morte. L’immagine si libra al di sopra del mondo: gli uomini festivi si identificano in essa e si sentono quindi salvi dalla morte. Più tardi la festa arcaica si dissolve e le sue membra diventano religione, tecnica profana, arte. Oggi la festa si celebra soprattutto in quelle sue deformanti e impallidite derivazioni che sono le folle delle partite sportive, della musica rock, delle visite dei pontefici romani e, in minor misura, del cinema. Si dice che nei precedenti film di Terrence Malick emerga l’indifferenza della natura rispetto alle vicende umane: al loro orrore come ai pochi momenti di felicità. Ancora più crudele la natura, nei film di questo regista, quando il massacro è circondato dalla struggente bellezza della terra, di cieli all’alba e al tramonto, di fiumi, di mari. Se si uccidono dinanzi a una natura che mostra a sua volta il proprio volto terribile, gli uomini possono sentire che in qualche modo essa partecipa ai loro tormenti. In ogni caso, non li rende sopportabili. Ma questa interpretazione va nella direzione sbagliata. Per lo meno è unilaterale. Certo, il timore è l’inseparabile compagno dell’uomo. Il dolore e la morte ne sono la radice. Ma, per quanto vissuta nei suoi derivati, la festa non ha cessato di illudere gli uomini. In questa direzione va detto che nei film di Malick la bellezza della natura non è l’indifferenza, 309 incapace di rendere sopportabile il dolore, ma è la forza con cui l’immagine festiva, facendo sentire la morte, dà vita airanima. Se non si guarda in questa seconda direzione, l’ultimo film di Malick, L’albero della vita, delude. Sembra battere, sorprendentemente, una strada del tutto diversa da quelli precedenti. La strada biblica (nominata quasi all’inizio del film). Per la quale chi segue la via della Grazia non avrà timore. Che poi è la strada di tutte le religioni. Infatti il timore è vinto, cioè reso sopportabile, solo quando ci si convince di riuscire a stabilire un’alleanza con quella che si ritiene la Potenza suprema - e il Divino è appunto questa Potenza. Perché ciò accada è necessario che essa accolga il desiderio dell’uomo; e poiché nulla può costringerla 1’accoglierlo è una Grazia, un dono. Si può dire che Inalbero della vita sia questa alleanza. L’anima riceverebbe vita da questa alleanza. L’intera tradizione dell’Occidente lo pensa. Se l’uomo è l’essere che crediamo di conoscere, la fede nella possibilità di questa alleanza è inestirpabile. Per questo la religione si riaffaccia continuamente nella coscienza umana. La cultura europea ha messo in discussione Dio, ma non il bisogno di allearsi con la potenza che si ritiene suprema. Oggi, nonostante tutto, si tende a ritrovarla nella tecnica guidata dalla scienza moderna. In Europa le masse avvertono più che altrove il disagio di un’esistenza che va sempre più allontanandosi da Dio e che d’altra parte non si vede ancora sufficientemente garantita da una tecnica ancora troppo confusa con la gestione capitalistica della tecnica. Continuando a seguire questa linea interpretativa, che conduce il film di Malick nella direzione sbagliata, esso può allora risultare sorprendente perché, prendendo le distanze dai contenuti dalla cultura europea del nostro tempo, dà voce, sia pure con un linguaggio elitario e con uno scarto che viene indicato qui avanti, ai contenuti tradizionali della religiosità americana. Non si tratta forse di un regista provvisto di una rispettabile preparazione filosofica? Tale cioè da averlo messo in grado di pubblicare la traduzione di una difficile opera di Martin Heidegger? Il che - si potrebbe osservare tra parentesi - metterebbe in luce qualcosa di più importante, cioè la porta che Heidegger ha lasciato aperta al divino; e che in qualche modo ha tentato di tener aperta anche per Nietzsche, che invece si rifiuta di venir sospinto lungo questa strada. Heidegger guarda infatti al passato della cultura europea come a qualcosa da cui non si può prendere un definitivo congedo. Solo un Dio ci può salvare, egli scrive - a differenza di pensatori radicali come Nietzsche, appunto, o Giovanni Gentile, o, innanzitutto, proprio Giacomo Leopardi, al quale Malick, si verrebbe a trovare vicino se lo sfondo del suo quadro poetico fosse l’indifferenza della natura per il dolore e la felicità dell’uomo. Il protagonista del film è un ragazzo che ama, anche morbosamente, la madre, dolcissima, e patisce l’esteriorità della fede religiosa e il carattere soffocante e a volte brutale del padre, e perde il fratello e non vede la ragione di esser buono quando Dio è cattivo; ma infine, fattosi adulto, varca la porta del dubbio e tra sogno e veglia si riconcilia con un mondo dove la madre offre a Dio il proprio figlio, i morti risorgono e tutti si amano. Ma allora - vien fatto di dire - che la fede sia una lotta continua col dubbio, la disperazione, il cedimento al peccato, il cristianesimo lo sa da duemila anni. La tradizione religiosa americana preferisce chiudere presto i conti con il dramma della fede: predilige la compostezza, dove però, il dramma, più che risolto è tenuto via dallo sguardo. In tal modo, lo scarto del film di Malick rispetto a quella tradizione si ridurrebbe a ben poco, cioè alla coscienza che quel dramma esiste. Sarebbe dunque un film edificante. Che però parlerebbe un linguaggio che per un verso è d’avanguardia ed enigmatico, per l’altro lascerebbe ampi e ben decifrabili spazi ai tratti più toccanti dell’amore e a una natura splendida e sovrana. La forma lussureggiante e innovativa dell’immagine non farebbe allora che mascherare il contenuto edificante, cioè l’aspetto scontato del film. Però l’interpretazione che abbiamo sin qui prospettato non rende giustizia a quell’immagine. La quale non esprime l’indifferenza della natura per l’uomo, ma ha il carattere festivo di cui si parlava all’inizio. Che il contenuto americano del film di Malick sia edificante e scontato non ha più importanza del fatto che i contenuti dell’antica tragedia greca sono una serie di miti che tutti gli spettatori conoscevano dall’infanzia, ben prima di recarsi al teatro dove se li vedevano riproposti. Sono i miti che parlano della vita, dunque della morte. Prometeo, Edipo, la guerra di Troia. Ma come li riproponeva il teatro greco? Riproducendo l’immagine festiva che solleva gli spettatori sopra la morte: l’immagine che è sentita più reale e più rassicurante dello stesso carattere salvifico del mito che in essa viene riproposto. E come il mito greco continua a salvare l’uomo evoluto della polis solamente quando esso si trasfigura nell’immagine festiva del teatro, così il mito cristiano continua a salvare il credente dell’Europa moderna soltanto quando anch’esso si esprime nell’immagine festiva della Divina Commedia, nella Cappella Sistina, nella Passione secondo san Matteo : soltanto nella fusione di rito e arte. Nella minore dimensione del cinema avviene qualcosa di analogo. In questo diverso senso, L’albero della vita è davvero un’opera edificante ( aedes facere ): costruisce la casa dell’immagine festiva e salvifica. L’imperatore Giuliano, l’apostata, si adopera perché tra il popolo vengano diffusi e difesi i miti e i riti pagani. E tuttavia non è altrettanto noto che, ai suoi occhi, essi appaiono non meno assurdi delle finzioni mostruose del cristianesimo. Che senso ha, allora, questa sua difesa del paganesimo? Scritto nel 1964, uno dei saggi che compongono II silenzio della tirannide di Alexandre Kojève (Adelphi 2004) aiuta a rispondere. Giuliano è filosofo autentico e grande imperatore. Spesso danneggiato dagli estimatori. Vince nelle Gallie e in Persia. Muore a trentadue anni in battaglia. Se è vero che il cristianesimo è uno dei maggiori fattori della crisi dell’impero romano, la volontà di Giuliano di riportare al paganesimo i popoli dell’impero è lungimirante. Ed è una volontà politica; non l’espressione di una fede religiosa. Per lui, sia il cristianesimo sia il paganesimo sono miti, cioè storie false in forma credibile. Però il mito pagano può ancora salvare l’impero. In ogni mito - egli scrive - il senso è contraddittorio (falso, indegno), mentre l’espressione o è capace di mascherare la contraddizione del senso - e in questo caso il mito ha come contenuto il divino, oppure, come nella poesia, l’espressione non si preoccupa di nascondere l’assurdo, ma si rivolge a chi, ancora bambino nel fisico o nella mente, può credere in esso. In entrambi i casi, la contraddizione è mobilitata per conseguire un fine utile o per divertire (Pascal parlerà di divertissement), per allontanare cioè lo spettro della morte. Affinché l’impero viva, al popolo bisogna nascondere la verità: che con la morte è tutto finito. Kojève qualifica giustamente come straordinario questo passo di Kojève: uno dei maggiori interpreti di Hegel. Anzi, per lui Hegel è il Filosofo oltre il quale non si può andare. E di Giuliano egli mostra più volte perché lo si debba considerare un “hegeliano” ante litteram. Proprio così. (Per esempio legge in Giuliano l’anticipazione del celebre tema hegeliano del riconoscimento del signore da parte del servo.) Ora, è notevole che lo straordinario discorso di Giuliano, intorno alla contraddittorietà del contenuto del mito, per Kojève non faccia una piega. Giuliano dice che, proprio perché il contenuto (il senso) del mito, cristiano o pagano che sia, è contraddittorio, proprio per questo esso è inesistente. Un discorso aristotelico. Ma è anche noto che il problema fondamentale dell’interpretazione di Hegel è stato ed è tuttora il rapporto tra questo pensatore e il principio di non contraddizione. Sono molti a ritenere incautamente (Popper in prima fila) che Hegel sia pervenuto alla negazione di questo principio, e cioè che per lui la realtà sia, alla lettera, contraddittoria. Quale occasione migliore dello straordinario discorso di Giuliano avrebbe avuto allora Kojève per allinearsi a quei cattivi interpreti, e dire con forza (lui, che invece vede nel pensiero di Hegel la Verità) che il discorso di Giuliano non sta in piedi, appunto perché identifica Yirrealtà con la contraddittorietà? E invece niente. Anche per questo silenzio Kojève è un grande interprete di Hegel. I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l’organizzazione, la continuità delle idee e del metodo; con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare; con l’impiego meditato, calcolato della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita, messe in atto simultaneamente o di volta in volta; con una risolutezza incrollabile nel sacrificare sempre tutto al prestigio, senza essere mai sensibili né al pericolo, né alla pietà, né ad alcun rispetto umano; con l’arte di alterare nel terrore l’anima stessa dei loro avversari, o di addormentarli con la speranza, prima di asservirli con le armi; infine con una manipolazione così abile della menzogna più grossolana da ingannare persino la posterità e da continuare a ingannarci. Chi non riconoscerebbe questi tratti? Una pagina vigorosa di Germania totalitaria (Adelphi 1990) che Simone Weil ha pubblicato nel 1940. Alla domanda finale la Weil risponde che in quei tratti tutti possono riconoscere la Germania di Hitler: il nazionalsocialismo non è una creazione specifica del popolo tedesco - come la propaganda nazionalsocialista sosteneva -, ma qualcosa di più profondo, cioè l’imitazione di un modello che va rintracciato molto più indietro nella storia europea, nell’Impero romano, appunto. In Simone Weil questo giudizio sull’antica Roma - che si estende al rapporto tra Hitler e il regime interno dell’Impero romano - è anche più pesante di quanto non appaia dal passo riportato, ma non è arbitrario (si pensi ad esempio alla condanna dei metodi di conquista romani da parte di uno storico come Jéròme Carcopino), o è arbitrario nella misura in cui non spinge sino in fondo il proprio significato. Ma intanto va completato l’intreccio proposto dalla Weil: rendendo esplicita una conseguenza - forse non adeguatamente sottolineata dalfautrice - che discende, da un lato, dal suo giudizio su Roma e, dall’altro, dalla sua tesi sullo stato attuale del capitalismo. Con molte ragioni, la Weil vede già presente, in Marx, la tesi che i lavoratori sono oggi sfruttati non tanto dal capitale privato, ma dal capitalismo di Stato, divenuto ormai, secondo l’espressione di Marx, una macchina burocratica e militare, che è presente sia nello Stato nazionalsocialista, sia nello Stato sovietico, sia nella democrazia americana di un Roosevelt influenzato dai nuovi tecnocrati. Il comun denominatore di queste tre forze è infatti la tecnica - la disumanità della tecnica che riduce a funzione della macchina statale l’individuo umano. La conseguenza è che l’impero romano è il modello non solo per la Germania di Hitler, ma per l’intera direzione fondamentale della storia. Non solo della storia contemporanea, ma di tutta la storia dell’Occidente. Il Sacro Romano Impero, gli Stati nazionali moderni, Richelieu, Luigi XIV, Napoleone, procedono sulla stessa strada. Per ulteriore disgrazia, scrive la Weil, a Roma si afferma il cristianesimo, che eredita il Vecchio Testamento, dove la disumanità verso i nemici vinti e il culto della forza si accordano straordinariamente bene con lo spirito di Roma soffocando ^ispirazione divina del cristianesimo. Il giudizio su Roma di Simone Weil, dicevamo, non rende esplicito il proprio significato più profondo. Ma avrebbe potuto trovare in Hegel un aspetto più profondo. Hegel non mette tra parentesi la virtù romana, ma mostra perché si trovi unita, come egli dice, alla durezza e all’atteggiamento compostamente risoluto dello spirito romano. Si tratta dello spirito che assume lo Stato come scopo supremo e ultimo. Tutto il resto è subordinato, a incominciare dalla stessa vita familiare e dai sentimenti dell’uomo romano. Se si pensa per davvero questa affermazione, si comprende l’inevitabilità di tutti gli aspetti negativi, denunciati da Simone Weil, attraverso i quali i Romani sono diventati i padroni del mondo. La Weil, più debolmente, scrive che i Romani sacrificano con risolutezza tutto al prestigio. Ma se si va più a fondo, il prestigio è l’aspetto assunto dallo Stato presso le genti quando vale come scopo ultimo dell’esistenza. Ciò non significa che questo spirito - la volontà di porre lo Stato al di sopra di tutto - non sia stato attraversato da forze opposte e potenti: significa che, nonostante le traversie a cui Roma è andata incontro, quello spirito è rimasto sullo sfondo anche quando sembrava svanito, e ha avuto la forza di imporsi perfino su quei barbari che stavano prevalendo ma che a lungo, nella maggior parte dei casi, non hanno pensato di distruggere l’Impero - che anche ai loro occhi era il vero Imperituro, l’orizzonte ultimo accessibile ai mortali -, ma hanno inteso diventarne essi la forza portante, e i loro capi hanno inteso porsi alla guida dei processi che continuavano ad assumerel’Impero come scopo ultimo dell’esistenza. Come si spiegherebbero altrimenti i dodici secoli di vita di Roma (giungendo a Giustiniano), se lo spirito romano non avesse esercitato un’attrazione così potente? Appunto alla volontà di potenza, da ultimo, ci si deve dunque rivolgere per comprendere perché quello spirito abbia avuto una tale forza di attrazione - pur non essendo certamente stato la prima forma di volontà di potenza nella storia dell’uomo. L’uomo sperimenta sin dall’inizio la potenza sprigionata dall’aggregazione dei singoli e che appare subito superiore alla somma delle loro forze. Lo Stato (l’aggregazione), deve apparire quindi qualcosa di divino. Inevitabile dunque che sin dall’inizio l’uomo assuma questa potenza come lo scopo ultimo a cui tutto debba essere subordinato. Sin dall’inizio la dimensione religiosa e quella politica si fondono, sia pure con intensità diversa e con diversa coerenza rispetto alla potenza che si vuole ottenere. Se lo Stato si mostra ben presto come lo strumento più efficace per avere potenza, tuttavia, proprio perché la potenza sia grande e crescente, lo Stato non può rimanere soltanto uno strumento nelle mani dei singoli e pertanto qualcosa che non può non risentire negativamente della loro impotenza. È cioè inevitabile che lo Stato divenga il loro scopo supremo, a cui qualsiasi interesse e scopo particolare deve essere sacrificato. Lo spirito delle monarchie assolute dell’Oriente riesce a sopportare a lungo la contraddizione per la quale il monarca è un individuo e, insieme, è lo Stato, ossia qualcosa di non individuale. Poi la contraddizione esplode, e la democrazia greca tenta di superarla. Senza riuscirvi, perché in Grecia la democrazia non può non sentire la voce della filosofia, cioè della coscienza che non solo non può identificare l’individuo a ciò che non è individuale, ma che, anche a proposito del non individuale in cui consiste lo Stato, denuncia l’impossibilità che uno scopo finito, quale è lo Stato, possa essere assunto come lo scopo supremo, e in questo senso infinito. La sapienza (il cui aumento, dice la Bibbia, aumenta il dolore) indebolisce lo Stato. La potenza di esso è maggiore quando cresce lontana dalla radicalità della sapienza filosofica. Proprio per la sua intenzione di dare la felicità, la filosofia indebolisce la fede dell’uomo negli strumenti di cui egli si serve per sopportare il dolore. È la filosofìa a voler porsi come scopo ultimo. (Poi sarà la fede cristiana.) I Romani dice Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della storia sono solidamente orientati all’attività pratica, ma non riflettono teoricamente su questo loro orientamento. Hegel non dice che appunto questa riflessione indebolisce il proprio oggetto, cioè Inattività pratica, come appunto accade alla polis greca. E non la sapienza radicale della filosofia, ma la sapienza del diritto rafforza la fede nello Stato, appunto perché a Roma il diritto si sviluppa esplicitamente, a differenza della filosofia, all’interno della convinzione che lo Stato sia lo scopo ultimo dell’esistenza, e contribuisce alla realizzazione di tale scopo. Per i Greci la tragedia è uno dei punti più alti della loro grandezza. Per i Romani l’anfiteatro è uno dei più bassi. In entrambi i casi si tratta però di porsi in rapporto al dolore e alla morte, per sollevarsi al di sopra di essi. E lo Stato appare ai Romani come la salvezza. Ma nella tragedia, che è grande filosofia, i Greci rappresentano il dolore mostrandone il senso e indicando il senso che il rimedio può avere. L’anfiteatro romano, invece, si limita a produrre realmente il dolore, e la riflessione tende a coincidere con quella povertà dello spirito che è il godimento suscitato dalla sofferenza altrui. Qui, la risolutezza romana raggiunge, insieme, il proprio apice imprevisto (muore ne ll’anfiteatro chi è stato vinto da Roma) e, insieme, la propria distruzione, che l’originaria e sobria lontananza romana dalla radicalità della sapienza filosofica aveva saputo evitare. Gl’ebrei hanno qualità positive di coesione e di solidarietà che mancano ai tedeschi. Affetti da eccessivo individualismo, i Tedeschi sono Ariani degenerati. Si trovano in uno stato di debolezza, di divisione, di estremo pericolo. Giudizi, questi, insieme a molti altri affini, che non sono espressi da un severo critico della Germania del XX secolo, ma da Hitler in persona, nel suo scritto Mein Kampf. Funestamente celebre; scritto tra il 1924 e il ’25; il libro più diffuso in Germania sino alla fine della seconda guerra mondiale. Per Hitler i Tedeschi di quel tempo erano un armento. Che non solo si era allontanato dalla creatività, volontà di dominio e genialità del vero Ariano (un giudizio, questo, ripetuto da Hitler poco prima di uccidersi), ma che aveva anche il torto di essere oggettivo, insensibile alla prospettiva nazionalistica (che appunto si pone al di sopra dell’oggettività), e dunque inferiore allo spirito dialettico degli Ebrei. Aveva anche il torto, Sarmento, di sottovalutare gli Inglesi e soprattutto di tollerare gli Ebrei. Chi ha letto Mein Kampf (La mia battaglia) non sta sentendo nulla di nuovo, ma è nuovo e interessante il modo in cui il libro di Hitler viene interpretato da Dora Capozza e da Chiara Volpato (cfr. Le intuizioni psicosociali di Hitler. Un’analisi del Mein Kampf, (Patron). All’enorme quantità di ricerche che da ogni punto di vista e con risultati di grande rilievo sono state condotte sul nazismo questo saggio aggiunge una dissezione del linguaggio di Mein Kampf operata con i metodi più recenti della psicologia sociale. In primo piano, l’analisi delle corrispondenze tra le espressioni più ricorrenti e significative usate da Hitler. I cui giudizi riportati all’inizio non risultano irresponsabili, ma appartengono a un piano ben preciso, che giustifica il successo di un uomo come Hitler in uno dei Paesi più civili del mondo. Stando ai risultati di questo saggio di Capozza e Volpato è già notevole che al centro delle pagine di Hitler non stia come ci si potrebbe attendere, la razza Ariana, ma quella Ebraica, considerata come il prototipo della razza aliena che ha di mira, alleandosi con i bolscevichi, la distruzione della civiltà ariana. Tutti gli insulti più odiosi e minacciosi sono usati da Hitler contro gli Ebrei, che tuttavia hanno ai suoi occhi alcune qualità positive che costituiscono per i Tedeschi il pericolo maggiore. Egli addita cioè ai Tedeschi il pericolo mortale in cui son venuti a trovarsi per colpa degli Ebrei; ma non li deprime, perché presenta loro quel Partito nazionalsocialista che sarebbe l’unica forza capace di salvar-li e farli diventare quel che essi sono nella loro essenza ariana. Il suo partito è unito, ha fede e pur lottando contro il marxismo capisce i problemi della classe operaia. Cioè Hitler scrivono le autrici suscitava antisemitismo non solo tramite la spiegazione dei fallimenti dei Tedeschi, ma anche presentando gli Ebrei superiori ai Tedeschi in una importante dimensione di confronto: coesione, solidarietà, omogeneità: una dimensione in cui non si vuole essere inferiori. Tanto che le autrici possono concludere che Hitler, capace di raffinate intuizioni sull’uomo sociale, per diffondere il suo programma ha operato sulle motivazioni e i processi previsti dalle teorie psicosociali. A loro avviso il testo è basato su tre idee: darwinismo sociale (lotta eterna tra forti e deboli, selezione naturale, spazio vitale ecc.), principio etnocentrico (al centro dell’esistenza c’è una certa razza, un certo popolo) e principio della personalità (l’individuo superiore guida la massa stupida e incapace). Qui vorrei rilevare che quei tre principi appartengono (in modo filosoficamente ingenuo) a una grande dimensione comune, che più o meno corrisponde ai due ultimi secoli della storia dell’Occidente. Quelli della morte di Dio. Tutto a posto, allora, ritornando a Dio? No; la morte di Dio è la figlia legittima, inevitabile, della vita di Dio. E invincibile sino a che non ci si sappia rivolgere al senso essenziale e non si sappia mettere in questione la creatività e la volontà di potenza dell’uomo ariano e non ariano che sia. Al capitolo III 8. Piazza della Loggia Trentanni fa c’era molta incomprensione per quanto stava accadendo in Italia con gli attentati terroristici. Pochi giorni dopo la strage di Piazza della Loggia osservavo quanto fossero inadeguate le interpretazioni fornite delle massime autorità della politica e della cultura. Il presidente della repubblica Giovanni Leone dichiarò che il fascismo, ritenuto responsabile dell’eccidio, era morto per sempre il 25 aprile 1945 e che di esso non sopravvivevano che squallide minoranze. Per eliminare le quali, aggiungevano altri, si trattava soltanto di rendere più efficienti polizia e magistratura. C’era anche, però, chi sosteneva la necessità di adeguare la legislazione al dilagare del terrorismo - il cui senso veniva peraltro lasciato nel buio -, ripristinando magari la pena di morte. Il giorno dopo la strage di Piazza della Loggia Alberto Moravia scriveva sul Corriere della Sera che gli esponenti del fascismo erano soltanto dei razionalizzatori per lo più inconsci e quasi sempre imbecilli delle proprie private tare. Nel suo insieme, questo modo di prendere posizione rispetto al terrorismo sottovalutava il fenomeno. C’era ben altro dietro le squallide minoranze o gli imbecilli che razionalizzavano le proprie tare private. C’era il problema dell’avanzata del Partito comunista italiano, che con i consensi elettorali ottenuti stava andando verso la conquista democratica del governo - e, questo, all’interno di una situazione internazionale dove la sfera di influenza degli Stati Uniti, alla quale l’Italia apparteneva, non avrebbe mai consentito che al governo, in Italia, ci andassero i comunisti. Nel 1974, al tempo del viaggio di Leone in America, Kissinger non solo minacciò il ritiro delle truppe americane dal nostro continente qualora gli alleati europei non si fossero allineati agli Stati Uniti nei confronti dei Paesi produttori di petrolio; ma a chi gli parlava di una troppo pesante ingerenza degli Usa nella nostra penisola Kissinger (è importante ricordarlo oggi) rispose che se l’Italia fosse passata sotto la sfera di influenza dell’Urss, il mondo democratico avrebbe poi rimproverato gli Stati Uniti di non aver salvato l’Itaha dal comuniSmo - dal che si capisce quanto fosse un bluff la minaccia di ritirare le truppe americane dall’Europa, che a sua volta, e a maggior ragione, doveva essere salvata dal comuniSmo. Negli anni Settanta ho dedicato una considerevole attenzione alle connessioni tra terrorismo e situazione politica internazionale. Il mio libro Téchne (Rusconi 1979, Rizzoli 2002) ne è la testimonianza. Ma solo un poco alla volta è maturata in Italia la consapevolezza che i fatti storici esecrandi, che a prima vista sembravano solo esplosioni di una ottusa brutalità, erano invece espressioni di quella dura vicenda in cui popoli si scontrano per assicurarsi la sopravvivenza e i privilegi in un mondo sempre più pericoloso. Il terrorismo che ha portato a episodi come quello di Piazza della Loggia non appartiene alla banalità o alla semplice dimensione defl’immoralità, per uscire dalla quale basta qualche pia intenzione delle anime belle. Un discorso analogo vale anche oggi. Rispetto al Partito comunista italiano il fascismo italiano degli anni Settanta è un nano. Che però ha alle spalle una forza enormemente più gigantesca di quella del Pei: il sistema democratico-capitalistico, con gli Usa al proprio centro. Di fronte alla possibilità di una conquista democratica del potere da parte del comuniSmo, tale forza agisce in modo che il Pei risponda agli attentati terroristici con azioni illegali, che avrebbero consentito il ripristino autoritario della legalità e, con la messa al bando del Pei, l’eliminazione del pericolo comunista. Di qui il rifiuto violento del Pei alla proposta di reintrodurre la pena capitale. Se il Pei non ha reagito illegalmente alla provocazione fascista non è stato per amore della legalità e della democrazia, ma perché, da un lato, ha capito che alla legalità e al carattere democratico del proprio operato era legata la propria sopravvivenza; e dall’altro perché il Pei era consapevole di non potere e dunque di non dovere prendere il potere in Italia. A quel tempo, scrivevo che al governo il Pei sarebbe andato quando non fosse più stato un partito comunista. Tasse e amnistia L’aumento della criminalità in Italia è, come si suol dire, un fatto. Dunque non solo in città come Brescia - dove il tasso di immigrazione, superiore alla media nazionale, è uno dei fattori di tale aumento. Non l’unico. Come l’atteggiamento caritativo della Chiesa nei confronti degli immigrati non è l’unico dei fattori da tener presenti nella discussione di questo problema. Non l’unico; e tuttavia molto importante. Dico questo, per l’analogia, apparentemente paradossale, che sussiste tra il problema delle tasse degli Italiani e il problema dell’amnistia nei confronti di migliaia di detenuti delle nostre carceri - un’amnistia voluta dal centro-sinistra del secondo governo Prodi e, direi, soprattutto e fortemente dalle forze cattoliche. Le quali hanno agito, guidate dalle decise sollecitazioni della Chiesa cattolica in quella direzione. Ed ecco quanto intendo rilevare. È molto probabile che, come a suo tempo aveva rilevato l’onorevole Visco, il clima determinato dal precedente governo di centro-destra in tema di tassazione avesse favorito e incrementato la propensione degli Italiani all’evasione fiscale. Quando l’autorità sembra andare incontro alle nostre inclinazioni individuali, quest’ultime tendono infatti a rafforzarsi e a espandersi. La televisione è ormai considerata un’autorità, e accade appunto che comportamenti televisivamente tollerati, o lasciati scorrere con indulgenza sul piccolo schermo, aumentino la propensione della gente a imitarli. Ma è anche difficile, a questo punto, evitare l’analogia tra il problema fiscale e l’amnistia carceraria che ha rimesso in strada anche persone il cui primo pensiero è stato di riprendere l’attività interrotta dalla reclusione. L’amnistia non aveva riguardato soltanto Italiani, ma anche immigrati extracomunitari. Difficile, allora, evitare il seguente ragionamento. Come è molto probabile che il clima prodotto dalla politica fiscale dei governi di centro-destra abbia favorito l’incremento dell’evasione fiscale, così è molto probabile che il clima determinato dall’amnistia carceraria abbia prodotto un clima che ha portato la gente a credere che l’autorità guardasse con una certa indulgenza l’evasione dal diritto civile e penale, un clima che quindi ha in qualche modo favorito ed esteso la propensione per quella diversa forma di delinquenza che consiste negli omicidi e nelle rapine. Inevitabile che chi ha subito questa forma di suggestione, determinata dall’amnistia, siano stati soprattutto gli immigrati e in particolare gli extracomunitari che, proprio perché tali, entrano nel Paese da cui sono accolti senza avvertire - come invece possono farlo coloro che in quel Paese son nati - la presenza e il carattere bene o male vincolante delle leggi in esso in vigore. Nel caso dell’amnistia la suggestione è stata ancora maggiore, perché il provvedimento era stato proposto non solo dalle forze politiche al governo, ma anche da quell’autorità della Chiesa, che nel mondo può certo vantare un’autorità maggiore delle forze politiche italiane. L’amnistia ha creato un’immagine pubblica del legame tra legalità e carità, che ha allentato il timore di trasgredire la legge. Pensando a questo e ad altri ordini di problemi avevo detto alla svelta, in un’intervista rilasciata al Corriere, che mi risultavano incomprensibili certi atteggiamenti caritativi della Chiesa bresciana. Si parlava dei delitti commessi a Brescia. Ma il mio discorso era rivolto primariamente alla Chiesa in generale, che tenta di seguire come può l’invito, rivolto da Gesù al giovane ricco, di dare ai poveri tutte le proprie ricchezze. Per seguire Gesù la Chiesa dovrebbe dire ai popoli ricchi di dare tutte le loro ricchezze a quelli poveri. La Chiesa non può seguire la sublime follia di Gesù. Non può permettersi di sembrare sublimemente folle. Tenta come può di seguire Gesù: con le forme tradizionali della carità. Le quali, per un verso, lasciano che i ricchi rimangano ricchi, e per l’altro si riversano, quando possono, alfinterno dei rapporti civili presenti nei singoli Stati e diventano opere assistenziali di vario tipo, su su fino a opere di grande portata come lo è stata appunto l’amnistia in Italia. Che certamente non è l’unica responsabile dell’aumento della criminalità nel nostro Paese, ma che, altrettanto certamente, responsabile è. Lo sport è importante. Perché - forse soprattutto - non è innocente. Tanto più importante quanto più simula le forme della lotta e del combattimento. La gente trova in esso quello sfogo delle proprie frustrazioni, che altrimenti indirizzato le procurerebbe gravi sanzioni civili e penali. Ma bisogna che la squadra in cui ci si identifica vinca e che la vittoria non sia ostacolata. Altrimenti lo sfogo straripa, diventa incontrollabile. Nelle società povere Finsoddifazione finisce col trasformarsi in massacro. Ma oggi anche quelle ricche hanno motivi per essere insoddisfatte. Si percepisce che il mondo dei valori tradizionali va franando. È la notizia che fa da sfondo a ogni altra. Ed è ormai un luogo comune rilevare che i mass media, diffondendola e moltiplicandola, la trasformano nel modello da imitare. Poiché la frana della tradizione è violenza, che acquista mille volti, l’imitazione del modello violento diventa a sua volta notizia, a sua volta diffusa e moltiplicata. I violenti si sentono pertanto ripagati di molte delle loro frustrazioni. Non è poi così banale l’affermazione che si esiste solo se si è in televisione. C’è sempre stato qualcosa di analogo. La violenza è una forma di potenza (o addirittura coincide con essa); e la potenza esiste solo se è pubblicamente riconosciuta. Non esiste un sovrano o un dio la cui potenza non sia stata o non sia pubblicamente riconosciuta. Non ci si sfoga delle proprie frustrazioni se non ci si sente in qualche modo potenti o violenti e se quindi non ci si rende il più possibile visibili. I mezzi di comunicazione di massa del nostro tempo sono la forma più potente di riconoscimento pubblico e quindi di produzione della potenza e della violenza. Alla messa in scena del progressivo disfacimento dei valori morali, civili, religiosi, estetici delle società avanzate si unisce la messa in scena del disfacimento di ogni regola di convivenza tra gli Stati. Hobbes rilevava che 10 Stato nasce per uscire dal belluino stato di natura (homo homini lupus), ma gli Stati hanno continuato a essere lupi gli uni per gli altri. Questo è l’esempio che gli Stati danno agli individui! Gli Stati, che pure dovrebbero rappresentare la ragione e la civiltà contro l’istinto e l’egoismo individuale! E anche di questa belluinità degli Stati i mezzi di comunicazione di massa danno continua notizia alla gente, dando la maggiore visibilità e quindi il maggior respiro alla violenza. In Italia è tempo di pensare alla riforma del diritto. Ripeto che come la politica finanziaria della destra incrementa l’evasione fiscale, così gli indulti e le amnistie della sinistra incrementano la violenza del crimine. Ma la gran ventura, che riguarda l’intero pianeta, e che (all’interno del dispiegarsi della civiltà dell’Occidente) non è necessariamente negativa, è 11 guado che dai valori del passato conduce al futuro. Ravaioli: La crescita produttiva continua a essere l’obbiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale, che so, al bar, in treno, al mercato; dato come una indiscutibile ovvietà, o addirittura come una verità di fede... A lei certo la cosa non è sfuggita, e vorrei chiederle che ne pensa: è d’altronde un avvio perfettamente calzante col discorso che ci proponiamo. Severino (S.) Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt’altro checondivisibile l’auspicio di una crescita indefinita. R. Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita? S. Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocché planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata (anche se poi si fa ben poco per controllarla). R. Non si direbbe proprio... S. Sì invece. Vent’anni fa, quando Lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti... e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni. R. In pratica però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi... S. Be’, in periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita... Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica. R. E intanto si verificano sempre più tremendi disastri, che inconfondibilmente denunciano la pericolosità della crescita... Dal Golfo del Messico a Fukushima... per citarne solo un paio dei più gravi e che hanno avuto massima risonanza. S. Certo. Ma, facendo un passo avanti, vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, ma alla gestione economico-politica della tecnica... Non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica... Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente). R. La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è fatto di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. Questa realtà in sostanza viene rimossa. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio ecc., spesso neanche citano il problema... Automobili, barche, indumenti, mobili, computer... tutto quanto esce dalle loro fabbriche... di che cosa credono che siano fatti? S. Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla... Poi si pensa al luogo dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle... Si verificano allora tutti i comportamenti che lei giustamente rileva. R. Scusi, non vorrei aver capito male... La sua è una giustificazione di questi comportamenti da parte di chi, poco o tanto, è responsabile dell’economia mondiale? S. No. Dicevo che è, purtroppo, costume umano non aver occhi che per i problemi immediati, ignorando quelli fondamentali - che magari gli stanno sotto il naso... È però una mancanza di consapevolezza che ha incominciato a incrinarsi anche prima di cataclismi come Fukushima. Sebbene ancora non se ne vedano conseguenze nelle scelte politiche... R. Ma il problema esiste da decenni... Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni Cinquanta, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato. S. Ecco, forse su quel completamente si può non essere d’accordo... Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile... Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria. R. Però nessuno di quelli che contano sembra rendersi conto che la crescita produttiva attualmente perseguita - che è continua aggressione agli equilibri ecologici - si identifica di fatto col sistema capitalistico. Anche celebri economisti (vedi Stiglitz, Krugman, Fitoussi... per citarne qualcuno) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano nemmeno a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo. S. Sono pienamente d’accordo con lei: è proprio questa la situazione... Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno produttivistica significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina... Nella situazione attuale, rinunciare alla crescita, cioè alla potenza economica, significa essere sopraffatti... E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo... È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata... distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi... con qualche milione di morti... Ma prima si tirerà la corda finché sarà possibile. R. Certo. Tutto questo che lei dice corrisponde a una lettura intelligente e del tutto esatta della realtà. Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata - in misura già oggi forse irrecuperabile - da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti. S. È da guardare con diffidenza - ma non voglio sembrare cinico - l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: Dovreste mettervi in discussione. Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi... Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tète- à-tète attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? Le pare verosimile? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così, inevitabilmente... Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale... R. Inevitabilmente... In base alla natura umana? Alla storia? S. In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo... Inevitabilmente: o il capitalistimo, andando avanti così, cioè volendo avere come scopo il profitto, distrugge la terra, la propria base naturale, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo. R. Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre - quel poco che ne rimane - sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. Che è l’idea per cui sono nate... Oggi in fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più povere... Ma no, anche le sinistre sono allineate sull’invocazione della crescita, di fatto preoccupate esclusivamente di occupazione e salari: ciò che certo è comprensibile, anzi necessario, ma che forse potrebbe non limitarsi (come per lo più sostanzialmente accade) a occuparsi di singole situazioni di crisi e magari tentare di spingere lo sguardo un po’ più lontano: dopotutto la globalizzazione è un fatto, che riguarda tutti e - anche se non ce ne accorgiamo - tutti per mille modi ci determina... S. Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, delfumanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo... Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo sia il marxismo e le sinistre mondiali - ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni visione del mondo e ideologia... - si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica ecc.)... Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simone Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare- burocratico-finanziaria ecc.. L’individuo - come il capitalista - si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione... R. Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili. S. Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo - ed essendo la condizione perché la terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione - è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi ideologici, per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, e ogni ideologia e visione del mondo, ogni movimento e processo sociale diventano qualcosa di subordinato, diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza... Perciò spesso dico che la politica vincente, la grande politica, sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica... La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Andiamo in una direzione dove, dunque, anche le sinistre - e il capitalismo, e tutte quelle forze in campo che ho menzionato - saranno costrette a rinunciare ai propri scopi e diventeranno esse i mezzi di cui la tecnica si serve. Non si tratta di un processo di deumanizzazione, o alienazione, come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno schiavo della tecnica; perché in tutta la cultura - anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo - l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. Certo, un futuro in cui anche la tecnica sarà destinata a rendere conto della sua primazia, ma non dovrà renderlo alle forze che ancora si servono di essa ma che sono forme deboli di tecnica. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo. R. Professore, mi permetta un’obbiezione. Già oggi la tecnica, da mezzo, sempre più sembra imporsi come scopo... E - ne abbiamo parlato poco fa - mi pare che in questa funzione stia dando prove quanto meno discutibili... S. No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica - è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari: e lì non c’entra la tecno-scienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. (Debbo però aggiungere - ma anche qui chiudiamo subito il discorso - che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo.) R. Rimane il fatto che le tecniche, anche le più avanzate e intelligenti, le più utili persino, finiscono per essere nei confronti dell’equilibrio ecologico naturale delle continue aggressioni, o quanto meno delle minacce. S. Di nuovo rispondo di no, e che è la volontà di profitto a rischiare oltre il livello di rischio denunciato nelle previsioni tecno-scientifiche. R. Ma non è la volontà di profitto a generare, o almeno a favorire, la creazione di tecniche? S. Sì, le ha favorite (e in qualche caso generate), ma allo scopo di favorire sé stessa. Ora sto dicendo che questo scopo è destinato al tramonto. R. Resta però il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici... E questo in qualche misura significa condizionarli... S. Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi è indebolire sé stessi... R. Si diceva che le sinistre - a parte l’impegno per la difesa del lavoro - non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio di quello che hanno le sinistre oggi... Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’ Internazionale... Tentare di guardare un po’ più lontano... Cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa? S. Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica. È un piccolo indizio del processo dove le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e ideologiche. R. Mi riesce difficile seguirla... la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo... S. Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale. R. In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica. S. Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla. R. Una tecnica che - insisto - porta alla devastazione della terra... S. Se la tecnica continua a essere gestita dal capitalismo, sì. Ma - insisto anch’io - sarà il capitalismo stesso ad accorgersi che devastando la terra devasta sé stesso (e cambiando rotta, cioè scopo, si distruggerà egualmente). R. È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità... Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no? S. Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i singoli capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale. R. Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire... operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica? S. È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non soltanto ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofìa si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile. R. Cambiando discorso. Lei ha dedicato un suo recente articolo, apparso sul Corriere della Sera, al modo in cui il Nordafrica va cambiando. Non crede che forse proprio dal Sud del mondo, non ancora interamente assimilato alle logiche e ai valori del capitalismo, possa muovere una critica, e magari una messa in crisi della cultura dominante? È qualcosa su cui più volte m’è capitato di riflettere. Ad esempio quando un anno fa, in Bolivia, durante il Social Forum di Cochabamba, un gruppo di campesinos lanciò uno slogan che diceva: Non si tratta di cambiare il clima, bisogna cambiare il sistema; aprendo un orizzonte enormemente più ampio di tutte le altre parole d’ordine correnti, che insistevano soprattutto sui mutamenti climatici, e di fatto denunciando un rapporto Nord-Sud che per mille aspetti ampiamente si attiene alle logiche del capitalismo, e le impone. È solo un episodio, ma non crede che proprio da questi mondi potrebbero partire spinte decisive alla messa in crisi delle logiche politiche dominanti? S. Be’, il fatto che questi popoli vadano riproducendo il modello occidentale dimostra che l’Occidente ha raggiunto la prospettiva più radicale: la destinazione della tecnica al dominio. Questi popoli stanno ripercorrendo l’itinerario compiuto dall’Occidente... L’autentico cambiamento di sistema è quella destinazione. R. Professore, certo è incapacità mia di seguirla fino in fondo... Ma più volte m’è capitato di riflettere, e anche di scrivere, in libri dedicati appunto alle questioni ambientali, su questo crescente prevalere della tecnica sui modi e i ritmi della natura... Spesso citando quello straordinario libro, firmato dal grande biologo americano Gould, che si intitola Gli alberi non crescono fino al cielo : una critica dell’intera vicenda umana, tutta centrata su una impossibile sfida alla natura. Nella quale peraltro sempre è evidente il senso di colpa... E infatti Icaro, Prometeo, i Giganti, Ulisse... tutti sempre vengono puniti... La tecnica, nella mitologia, è colpa... E lo è la scienza in assoluto, si direbbe, se si pensa ad Adamo ed Èva, cacciati dal paradiso terrestre per aver gustato il frutto dell’albero del sapere. S. Onorevole, non solo Lei segue benissimo, ma continua a proporre spunti estremamente interessanti. Quando parlo in termini positivi della tecnica, ne parlo nel senso che essa va ritenuta la forma più rigorosa della più radicale follia in cui l’uomo è caduto. Non intendo affatto fare l’apologià della tecnica ma intendo dire che l’errore, la follia, vanno progressivamente facendosi più rigorosi e coerenti... Pensi al discorso di Freud, che la religione è quella follia - grande, rigorosa follia - che assorbe e rende coerenti tutte le forme di follia dell’individuo... Nella tecnica l’errore è destinato a diventare massimamente rigoroso. L’errore nasce con l’uomo, è la volontà di potenza. Ma bisogna saper dire perché lo sia... Non lo sanno dire né i miti né le altre forme della sapienza umana. È vano combattere e incolpare Prometeo, che ha dato tutte le tecniche ai mortali, con strumenti che sono forme deboli di tecnica. Anche il capitalismo, il marxismo, il cristianesimo, l’islam, il totalitarismo, la democrazia ecc. sono forme deboli di tecnica. Ma con ciò non intendo dire che la tecnica sia la verità. No. È la forma più radicale dell’errore. Che però sembra la forza più potente. R. Una volta ancora non posso non apprezzare il suo pensiero... Non riesco però a non domandarmi se non ci sia nulla da fare, o per accelerare questo processo portandolo a una soluzione, o in qualche misura per mitigarne la distruttività. Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso... Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati... A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare? S. La ringrazio. Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Ecco perché parlavo prima della grande politica. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare. Intervista fattami da Carla Ravaioli e pubblicata sul manifesto nel luglio 2011. Al capitolo V 12. Non veritas, sed auctoritas facit legem- Per considerare il rapporto tra processo e tecnica si può certo rimanere alFinterno della specializzazione giuridica. Ma - chiediamoci - è ancora specializzazione Patteggiamento che non riflette sul senso della specializzazione? Si vive in una nave - la si vive come nave - quando non si sa che cosa sia una nave? Certamente no. E d’altra parte, riflettendo sul senso della specializzazione si è ancora alFinterno di essa? (Si profila così un’antinomia, che può essere il sintomo del carattere contraddittorio della specializzazione.) Ma, qui, non svilupperemo questo aspetto, peraltro fondamentale, del discorso. La tecnica riguarda il processo in relazione, innanzitutto, ai limiti entro i quali le competenze tecnico-scientifiche devono mantenersi nel determinare l’evoluzione e il compimento delle procedure giudiziarie. In questo caso, le competenze tecniche (mediche, psicologico-psichiatriche, chimico-fisiche, urbanistiche ecc.) servono da strumento - da mezzo - per quello scopo che è la conduzione e il compimento del processo. A sua volta, il processo stesso, come fatto giuridico, è scomponibile in un momento tecnico-strumentale e in un momento che è lo scopo di tale strumentazione. Momento tecnico-strumentale è, ad esempio, la formazione dei magistrati, e in genere, dell’organico, e il modo in cui sono formalizzate le regole in base a cui il processo si svolge; lo scopo è la verifica dell’applicazione della legge in rapporto ai casi intorno a cui verte il processo. Ma, daccapo, lo scopo di una società non è quello di verificare se la legge sia applicata: lo scopo è che la legge viga. Affinché viga è necessario verificare se ciò avvenga. E questo significa che la verifica giuridica si dispone a sua volta come strumento, come mezzo per la realizzazione di quello scopo che è il regno della legge nella società. Questo rinvio, il triplice rinvio qui sopra sommariamente indicato, dove lo scopo si dispone come strumento di uno scopo superiore, ha un prolungamento decisivo, che riguarda il concetto stesso di legge, sottoposto a una profonda trasformazione, dove l’atteggiamento giusnaturalistico, proprio della tradizione occidentale, viene spinto al tramonto dall’atteggiamento giuridico che è proprio del diritto positivo. E, anche qui, si tratterà di comprendere l’ultima sezione di questo capitolo che in tale tramonto il regno del diritto è a sua volta destinato a diventare, da scopo della verifica giudiziaria, mezzo, cioè strumento di uno scopo - la tecnica - verso il cui dominio il pianeta sta procedendo. A partire dal pensiero greco, e lungo la tradizione occidentale, in cui il giusnaturalismo si inscrive, non auctoritas, sed veritasfacit legem. La verità è il fondamento, il principio ispiratore della legge. Lo ius è dato dalla natura delle cose; e la verità è il luogo in cui tale natura mostra il proprio volto autentico. Il popolo greco porta alla luce, dopo i millenni del mito, un senso inaudito della Verità: la Verità come sapere incontrovertibile che mostra, manifesta (e pertanto è alétheia) un contenuto che non si lascia smuovere, un contenuto che sta e appunto per questo è chiamato epistéme ( epi-stéme ). La Verità mostra l’ordine immutabile al quale lo Stato (e il singolo) deve adeguarsi. Lo Stato si adegua alle leggi che si fondano sulla Verità che il sapere filosofico ha portato alla luce e alla quale si commisura la stessa rivelazione cristiana. Anche nell’Europa medioevale e moderna lo Stato (e l’individuo) è misurato dalla sua adeguazione alla verità, in quanto principio ispiratore della legge. Il valore della legge non è dato dalla pura forza, ossia da un auctoritas che sia pura forza, ma dalla sua dipendenza dalla verità. Ma dopo questa grande epoca della civiltà occidentale, dove verità e legge formano una unità indissolubile, si fa innanzi con sempre maggior forza il principio opposto, per la prima volta enunciato da Hobbes: non veritas, sed auctoritas facit legem. È il principio del diritto positivo, che acquista il proprio compiuto significato quando prenderà le distanze dal contesto in cui viene formulato nella filosofìa di Hobbes - in una filosofia cioè dove, nonostante tutto, resta ancora fermo il senso di fondo che il pensiero greco ha conferito alla verità. La transizione dal giusnaturalismo al prevalere del diritto positivo, ossia al positivismo giuridico, è un episodio emergente del grandioso processo storico-critico, in cui la tradizione dell’Occidente viene abbandonata dal pensiero, e pertanto dall’agire umano, e soprattutto e fondamentalmente dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli. Poiché il diritto positivo non si fonda su alcuna Verità assoluta, ed è positivo perché pone ciò che la volontà sociale dominante (del sovrano, dell’eletto rato, di una oligarchia economico- politica) vuole di volta in volta come legge, il processo giudiziario che si sviluppa alfinterno di questa forma di legge è compatibile con qualsiasi tipo di contenuto giuridico, di natura democratica o no. D’altra parte, la transizione al positivismo giuridico è analoga a quella che conduce dalle varie forme di totalitarismo alla democrazia del nostro tempo, che definisce sé stessa come semplice procedura, che di per sé non propone o impone alcuna Verità assoluta ai cittadini ed è pertanto compatibile con qualsiasi contenuto sollevato al rango di legge dalla maggioranza dell’elettorato. Ora diventa radicalmente fondata - e inevitabile, all’interno della storia dell’Occidente - l’affermazione che non veritas, sed auctoritas facit legem. Il fenomeno, grandioso, di cui la transizione al positivismo giuridico e alla democrazia sono aspetti particolari - e molti altri potrebbero essere menzionati - conduce al di là delle forme essenziali della tradizione occidentale. È il fenomeno che Nietzsche ha chiamato morte di Dio - sì che il passaggio dal giusnaturalismo al positivismo giuridico è la morte di Dio in ambito giuridico -, è la morte della forma assunta da Dio nella dimensione del diritto. Diciamo che quel fenomeno è grandioso, non solo per le sue proporzioni, cioè per il suo aver investito ogni aspetto del pensiero e dell’agire tradizionali, ma anche perché si presenta secondo una inevitabilità, per la quale tale fenomeno non è semplicemente un cambiamento di opinioni da parte della società e dei suoi membri. Solo cogliendo il senso di questa inevitabilità si può comprendere che oggi l’uomo non può più cercare la propria salvezza volgendosi verso la grande tradizione dell’Occidente - e dunque verso il modo in cui all’interno di essa viene realizzato e praticato il diritto. Certo, l’inevitabilità di cui stiamo parlando è l’inevitabilità del tragico; ma non le si possono voltare le spalle per il semplice fatto che non va incontro a certe nostre aspirazioni. L’espressione dietrologia è screditata. Ma può essere un sinonimo del concetto scientifico d’ipotesi: l’ipotesi esplora ciò che sta al di sotto di quanto si manifesta comunemente o immediatamente. Al di là del senso screditato della dietrologia, l’ipotesi scientifica ha cioè un carattere essenzialmente dietrologico. Nemmeno quel tipo di disciplina scientifica che è il diritto può evitare di formulare ipotesi, ossia di andare al di là di ciò che comunemente appare e che viene chiamato il fatto. Gli estimatori del fatto - anche tra i non giuristi - collocano spesso l’attività giuridica in un ambito improprio; cioè la considerano come la dimensione all’interno della quale il fatto riceverebbe uno dei più validi e autentici riconoscimenti della sua importanza e del suo carattere decisivo. Tuttavia è nota la tesi di Popper, per la quale la struttura del processo giudiziario è il modello dell’attività scientifica. Certo, egli non fa che trarre un corollario dalla tesi di Nietzsche, che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Ma tale corollario significa che alla base della scienza non esistono fatti, ma interpretazioni, e che tale circostanza rispecchia la struttura del processo giudiziario, sì che quest’ultimo - lungi dal presentarsi come il luogo in cui i fatti sono posti al di sopra di tutto, come fondamenti indiscutibili - è inteso invece come il luogo che si fonda su interpretazioni rivedibili e falsificabili. Gli estimatori dei fatti, che vedono nell’attività giuridica la più autentica valorizzazione dell ’infallibilità dei fatti, non si rendono conto che la scienza riconosce ormai senza complessi la propria fallibilità e che quando intende chiarirne il senso si riferisce proprio e precisamente all’analogia che sussiste tra procedura scientifica e procedura giudiziaria. L’analogia può essere così espressa: il sistema delle leggi scientifiche viene commisurato a un insieme di elementi che non sono fatti, ma interpretazioni di fatti; cioè risultati di decisioni che un gruppo qualificato di individui stabilisce di assumere come base (o come fatti) del sapere scientifico, in modo analogo alla commisurazione per la quale nel processo giuridico il sistema delle leggi viene applicato non a fatti incontrovertibilmente accertati veri, ma alla decisione di un gruppo qualificato di assumere un insieme di eventi come qualcosa di effettivamente accaduto. Il veramente accaduto è inesistente. Esiste veramente la decisione di assumere qualcosa come il veramente accaduto. Anche per questo motivo la storia di un popolo non può essere ricostruita in sede giudiziaria, appurando i fatti. Comunque, anche questa crisi della verità del fatto appartiene al processo, a cui prima ci si è rivolti, che conduce al tramonto inevitabile della tradizione e della tradizione giuridico-politica dell’Occidente, la tradizione dove il giudice è colui che mostra con autorità la Verità - giudice essendo parola composta da ius e dalla forma congetturale dix, riconducibile alla radice indoeuropea deic, che indica appunto il mostrare; sì che l’autorità del giudice gli deriva dal suo rapporto con la verità. È aH’interno della transizione inevitabile di cui stiamo parlando - cioè dalla vita alla morte della Verità e di Dio - che assume un significato particolarmente rilevante anche il tema della corruzione della società italiana e del conseguente conflitto tra magistratura e potere politico. In base a una logica diversa da quella che intende appurare i fatti, cioè in base alla logica dell’interpretazione, è possibile affermare che nella seconda metà del xx secolo è stata combattuta una lotta mortale tra capitalismo e socialismo reale, una lotta senza esclusione di colpi. Una situazione, questa, che, ovviamente, ha costretto ognuno dei due antagonisti a tenere nascosto all’altro l’organizzazione delle proprie forme di offesa e di difesa. Anche le società democratiche, dunque, sono state costrette, per evitare il suicidio, ad adottare questa strategia. Le democrazie parlamentari sono state cioè costrette ad agire in modo non democratico, giacché democrazia e trasparenza (e dunque quella trasparenza che avrebbe messo la democrazia nelle mani dell’avversario) sono inseparabili. La trasparenza democratica è il carattere pubblico delle decisioni essenziali di una società; e la democrazia, per sopravvivere, non poteva rendere trasparenti i propri piani di difesa e di offesa contro il socialismo reale. Ma questo clima di non trasparenza, di occultamento e di privatizzazione delle decisioni essenziali delle società democratiche era il terreno in cui non poteva non attecchire la corruzione. L’illegalità di alto profilo politico, cioè la necessità che per sopravvivere la democrazia agisse in modo non democratico, ha prodotto l’illegalità di basso profilo, cioè la corruzione per ottenere vantaggi privati, che ha accompagnato gli anni della guerra fredda (che si è prolungata sino ai nostri giorni e anche in futuro alimenterà il conflitto tra politica e magistratura) soprattutto in Paesi come l’Italia, più esposti al pericolo comunista sia per la loro posizione geografica sia per la consistenza dei movimenti politici che in tali Paesi erano guidati dall’Unione Sovietica. La fine di quel gigantesco fenomeno che è stato il socialismo reale - una fine che a sua volta appartiene al tramonto della tradizione occidentale - non ha lasciato il vuoto: sul terreno ha lasciato un gigantesco cadavere, con il quale ancora a lungo si dovranno fare i conti. Lo dicevo già, più di una quindicina d’anni fa, ben prima cioè che esplodessero i disordini nelle ex repubbliche dell’Urss. (Infinitamente più complessi di quelli, pur consistenti, che si devono fare quando un capofamiglia autoritario se ne va all’altro mondo.) Durante e dopo la guerra fredda c’è stato qualcuno che, pur di combattere il comuniSmo, ha agito illegalmente; e qualcuno che invece, pur di trarre vantaggio personale da azioni illegali, ha combattuto il comuniSmo. È stata cioè di alto profilo politico l’illegalità che la democrazia è stata costretta a praticare per combattere il comuniSmo e per la quale la democrazia si è avvantaggiata, ad esempio, dell’aiuto di forze illegali ma sicuramente anticomuniste. (Molto più sicuro, dal punto di vista anticomunista, il sistema mafioso che non i partiti della sinistra italiana.) Anche la corruzione italiana (ma il discorso può essere esteso ad altri Paesi dell’Occidente democratico) è dunque una conseguenza della morte inevitabile della verità, del diritto naturale, di Dio. Da un lato il sistema democratico, per sopravvivere, si è posto consapevolmente in contraddizione con sé stesso; dall’altro lato, ha sopportato l’immoralità privata come tributo da pagare alla sicurezza dello Stato democratico. Ed entrambi questi due lati si costituiscono perché, a differenza degli Stati totalitari, o etici, del fascismo, del nazionalsocialismo, del socialismo reale (che sono una versione secolarizzata e distorta del divino), la democrazia non crede più nell’esistenza di una Verità che regoli la vita sociale e individuale e che non possa essere in alcun modo violata. Come il giusnaturalismo sta al positivismo giuridico, così lo Stato totalitario, persuaso di possedere la Verità e di dover adeguare a essa la società, sta alla democrazia che si lascia la Verità alle spalle e si propone come procedura di per sé indifferente alla verità o falsità dei contenuti. Lo stato di cose che ho or ora indicato - e che a sua volta si presenta con i tratti dell’inevitabilità - dà luogo a un dilemma.Da un lato il sistema vincente è stato la democrazia, o, meglio, il capitalismo, in quanto unito alla democrazia parlamentare. Esso ha vinto il nemico mortale. È una forza che non può quindi rassegnarsi a essere sottoposta al controllo giuridico dei suoi atti - cioè a un controllo che non può tener conto, in quanto giuridico, della situazione storica eccezionale in cui il capitalismo democratico è venuto a trovarsi. È presumibile che, se questo controllo fosse condotto fino in fondo, il capitalismo italiano (e non solo) vedrebbe minacciata la propria sopravvivenza. Quando, dopo la seconda guerra mondiale, il fascismo è caduto, Togliatti ha evitato che la burocrazia fascista - che in quanto funzionale allo Stato fascista aveva agito in condizioni di illegalità - fosse incriminata e giuridicamente perseguita. E si trattava di incriminare chi aveva perso; non, come invece è il caso della democrazia capitalistica, chi ha vinto lo scontro mortale e ritiene un’ingiustizia essere punito per un’illegalità funzionale alla vittoria. Come incriminare certi nodi cruciali dell’assetto capitalistico vincente, operando con criteri giuridici che si fondano sul principio fiat iustitia et pereat mundusì Ma, dall’altro lato, non può essere dimenticata la situazione drammatica del giudice consapevole della propria funzione, perché a sua volta egli è e si sente obbligato a procedere contro tutto ciò che gli appare come illegale. Sembra che sino a che in Italia non si farà luce su questo dilemma e non si prenderanno le decisioni richieste per operare una chiara distinzione tra illegalità di alto profilo politico e illegalità di basso profilo, si perderà anche di vista che lo scontro attuale tra politica e magistratura è l’epifenomeno di una frattura ben più profonda - che tuttavia non è qualcosa di statico, ma è in evoluzione, come ora proverò a precisare, ossia si trova anch’esso su un piano inclinato che porta al tramonto tutto quanto si muove lungo di esso. S. inizia queste riflessioni mostrando una sequenza dove ciò che dapprima si pone come scopo, diventa in seguito mezzo e strumento. Si era detto che nella tradizione occidentale (ma ormai ogni altra sapienza appartiene alla preistoria dell’Occidente) il regno della legge, fondato sulla Verità, è lo scopo della vita sociale e individuale. Ma la Verità tramonta. Restano, tra l’altro, una politica e un diritto che sono entrambi positivi. Ogni sapere e ogni azione ormai sono positivi - o è in quanto positivi che essi guidano la storia del mondo che gli epigoni del sapere e dell’agire tradizionale tentano ancora di adeguare alla verità. Ogni grande forza oggi ancora in vita (sia essa una forza della tradizione o una forza che alla tradizione ha ormai detto addio) ha questo tratto comune: di servirsi della tecnica. Ognuna intende servirsi della tecnica, che è lo strumento più potente oggi esistente. Anche la dimensione politica e la dimensione giuridica intendono servirsi della tecnica. Ma la tecnica guidata dalla scienza moderna è destinata a diventare, essa, lo scopo di tutte queste forze. Ciò significa che tende a diventare obsoleta anche la conflittualità che contrappone le une alle altre: dopo il socialismo reale, il capitalismo, la democrazia, il cristianesimo, l’islam, il nazionalismo, le diverse forme di umanesimo laico, e la stessa ideologia scientistico-tecnicistica (che non è più capace delle altre forze di cogliere l’essenza autentica della tecnica). Ma intanto va richiamato un principio di cui spesso ci si dimentica, e cioè che lo scopo di un’azione determina e stabilisce il senso e la configurazione di essa; sì che essa diventa qualcosa di diverso da ciò che essa era, se viene ad assumere uno scopo diverso da quello che inizialmente la definiva e stabiliva. Un diritto, o una democrazia, che si pongono come scopo della tecnica sono qualcosa di essenzialmente diverso da un diritto, o da una democrazia, che hanno come scopo la tecnica e che si costituiscono come mezzi per la realizzazione di tale scopo. Una situazione conflittuale, come quella che sussiste tra le forze di cui stiamo parlando, richiede che ognuna di esse miri non solo al potenziamento crescente dello strumento - la tecnica - di cui si serve per imporre i propri scopi su quelli antagonisti, ma anche a non intralciare il funzionamento ottimale di tale strumento. Altrimenti soccombe. Ma quando ha di mira i due tratti che abbiamo indicato, essa è già sulla strada in cui, invece di assumere come scopo i propri valori, ha assunto come scopo la potenza dello strumento che dovrebbe realizzarli. Anche senza avvedersene, tende a uno scopo diverso. Anche senza avvedersene, sta diventando qualcosa di diverso da ciò che essa crede di essere. Andiamo verso un tempo in cui non saranno più la democrazia e il diritto a servirsi della tecnica, ma sarà la tecnica, nella sua configurazione autentica, a servirsi, se ciò varrà ad accrescere la sua potenza, della democrazia e del dir itto. I due avversari che oggi si combattono - dimensione politica e dimensione giuridica -, e la cui lotta dà luogo al dilemma che sopra abbiamo considerato, sono pertanto destinati a riconfigurare il loro conflitto in relazione alla circostanza che tale conflitto tende a essere di retroguardia, cioè a non essere più una lotta tra scopi, ma tra mezzi che hanno lo stesso scopo: il potenziamento crescente della tecnica - di una tecnica che non è la tecnica che intesa in senso tecnicistico, scientistico, riduttivistico, merita di essere soltanto un mezzo, ma la tecnica riduttivistica che tende a dare sempre più ascolto alla voce essenziale del pensiero che porta al tramonto la tradizione dell’Occidente. Mostrando la morte di Dio e della verità tale pensiero mostra l’assenza di ogni limite all’agire dell’uomo e soprattutto a quella forma suprema dell’agire in cui consiste l’apparato scientifico- tecnologico: la forma di volontà di potenza a cui va già sottomettendosi ogni altra forma di volontà di potenza apparsa lungo la storia della terra. (Dopo di che sarà la volontà di potenza a dover dar conto di sé - giacché le considerazioni che ho sviluppato non intendono certo sostenere che la tecnica abbia l’ultima parola.) Tecnica e pluralità delle tecniche 1 La gente si accorge che le leggi difendono spesso gli interessi dei più forti. Leggi cattive, dunque - anche se vogliono sembrare giuste. Però la gente crede ancora che ne sono fatte e se ne potrebbero fare di buone. Nelle scienze giuridiche tradizionali, buone e giuste sono innanzitutto quelle che rispecchiano la natura dell’uomo: leggi, appunto, del diritto naturale, per il quale la natura dell’uomo rispecchia a sua volta l’Ordinamento vero e divino del mondo, immutabile e inviolabile, portato alla luce dal pensiero filosofico sin dall’inizio della nostra civiltà e poi interpretato dal cristianesimo. Da uno-due secoli questa concezione giuridica è profondamente in crisi (sebbene non sia ancora morta). Si pensa cioè che non esista alcun diritto naturale e che ogni legge esprima un diritto positivo, posto, imposto dalla libera volontà dell’uomo. Anche alla radice di questa crisi si trova la filosofia, quella che mostra l’inevitabilità della morte di Dio e la conseguente morte di ogni natura che, in qualsiasi campo, intenda rispecchiare l’Ordinamento vero e divino della realtà. Anche il diritto (come la democrazia) diventa pertanto semplice procedura in cui può essere immesso qualsiasi contenuto - quello delle democrazie parlamentari, del capitalismo, del nazionalsocialismo, del socialismo reale, del cristianesimo, della grande e piccola criminalità. (La procedura correttamente praticata può anche sopprimere sé stessa.) Che una forza si imponga sulle altre non dipende dalla sua verità, ma, appunto, dalla sua forza. Con Natalino Irti, eminente giurista di grande e rara apertura filosofica, discuto da tempo questi problemi. Un nostro Dialogo su diritto e tecnica è stato ad esempio pubblicato nel 2001 da Laterza. Irti ha pubblicato in seguito il volume Nichilismo giuridico (Laterza), sul quale tra i temi centrali figura una consistente ripresa della discussione avviatasi tra noi due. Gli sono grato della grande attenzione e stima che anche in queste pagine mostra nei miei riguardi - anche se mi sembrava di aver già risposto a quanto egli mi obbietta. D’accordo con me, sostiene che il diritto, ridotto a procedura, è una tecnica. Tuttavia sembra che per lui l’essenza tecnica del diritto abbia già, di fatto, del tutto eliminato ogni diritto naturale e ogni Ordinamento vero e divino. E invece la situazione è diversa: di fatto, il passato sopravvive. Anche se è una foglia secca attaccata al ramo il punto è che può persino credere di stare alla guida del mondo - si pensi alle foghe secche che hanno determinato la vittoria di Bush alle elezioni americane. Per questo, da parte mia, si parla di una tendenza che, certo inevitabilmente, conduce dalla tradizione alla sua distruzione - e pertanto conduce alla civiltà della tecnica -, ma che ancora deve fare i conti con la sopravvivenza di fatto del passato. Per Irti, invece, il diritto è già tecnica e sono già tecnica almeno il capitalismo e le discipline fisiche e naturali. Non allunga l’elenco perché, credo, vede che, ad esempio, delle religioni, di certe forme dell’arte e della cultura, del comuniSmo, del nazionalismo, di larghi strati del comportamento umano non si può ancora dire che siano già tecnica. Nemmeno del capitalismo lo si può dire, che, proprio perché intende servirsi anch’esso, in quanto si serve, della tecnica, ne differisce. Non sono già tecnica: stanno diventandolo. Le forze del passato, che intendono servirsi della tecnica come mezzo, sono infatti sempre più costrette ad assumere come scopo non più i valori che esse perseguono, ma l’efficacia del mezzo di cui si servono per realizzarli, la quale è pertanto destinata a diventare il loro scopo. Ma Irti, ritenendo che tutto sia ormai tecnica, mi dice che la tecnica si scompone nella pluralità delle tecniche, in modo che la tecnica a cui io penserei si svuoterebbe di ogni contenuto. Egli non tiene ancora presente che quando dico che la tecnica non mira a uno scopo specifico e escludente, ma all’incremento indefinito della potenza, intendo che la tecnica (a differenza delle forze che mirano a servirsi di essa) tende a far sì che gli scopi da essa realizzati non impediscano la realizzazione di altri scopi che aumentano la potenza disponibile. Ad esempio tende a far sì che la produzione di farmaci che arricchiscono certe industrie non impedisca la produzione di farmaci non remunerativi ma indispensabili alla sopravvivenza di intere popolazioni; o che le istanze ecologiche siano soddisfatte evitando la catastrofe economica; o che le condizioni della libertà e quelle dell’eguaglianza non si limitino a vicenda. Irti vede solo lo scontro (il cui esito sarebbe imprevedibile) tra le forze che ormai sono già tecniche e mi obbietta che la tecnica non se ne sta al di fuori e di contro alle tecniche specifiche, come astratta capacità di produzione. Io gli rispondo che non ho mai pensato a una tecnica siffatta e che lo scontro fondamentale è tra le forme meno potenti della tecnica e la tecnica moderna, cioè tra le forze del passato - fra cui il diritto naturale - che ancora tentano di trattenere i loro apparati tecnici al rango di mezzi (illudendosi di dominarli), e l’inarrestabile tendenza di questi apparati a farsi strada e a diventare essi gli scopi di quelle forze detronizzandole. La tecnica moderna è il nostro destino perché è la forza oggi più potente, ed è la più potente perché avverte sempre più la voce della filosofia. Tale voce dice che davanti alla tecnica non esiste più alcun limite, alcuna natura da rispettare. Con ciò non si intende negare la presenza di qualsiasi forma di limite. Infatti, la tecnica si dà limiti che, pur non essendo espressione del diritto naturale, sono espressione del diritto positivo. E se in un primo tempo anche il diritto positivo può illudersi di assumere come mezzo la tecnica, nell’età della dominazione del senso autentico della tecnica nemmeno il diritto positivo può essere lo scopo che si serve della tecnica come mezzo, limitandone pertanto la potenza. Anche il diritto positivo è cioè destinato a diventare un mezzo che rende possibile il maggior incremento possibile della potenza tecnica. Il diritto positivo, peraltro, sa di non essere una verità necessaria, incontrovertibile; e quindi ancor meno della Verità della tradizione può avere la pretesa di porsi come scopo del potenziamento dell’apparato scientifico- tecnologico. In latino uccidere si dice anche mactare. Noi diciamo mattanza. In spagnolo uccidere si dice appunto matar. Ma la parola latina mactus significa ingrandito, rafforzato, innalzato, glorificato. Ha la stessa radice di magnus (grande): la radice indoeuropea magh, che è presente anche nel greco mechané (strumento). Una sorta di etimologia popolare latina sente in mactus qualcosa come magis auctus, cioè reso ancora più grande e più ricco. Su mactus si forma il verbo mactare, che significa appunto ingrandire, aumentare, glorificare, innalzare, e anche onorare, placare; ed è parola specifica del linguaggio dei riti, soprattutto di quello del sacrificio. Mactare sposta allora la propria mira dal dio, a cui si sacrifica ( mactare deus extis, rafforzare il dio con le viscere delle vittime del sacrifìcio), allo strumento del sacrificio, cioè alla vittima, e significa allora anche uccidere, ammazzare: accanto a mactare deum, compare mactare victimam. In qualche modo il linguaggio nasconde la violenza di cui parla; tenta di rovesciarla nel proprio opposto. Ma dai recessi dove il linguaggio costruisce le apparenze da cui sono guidati i mortali si deve risalire ben più indietro. Le trasformazioni del mondo gettano nel terrore i mortali. Essi sono appunto coloro che vedono le trasformazioni, cioè la morte delle forme. Fame e sazietà, freddo e caldo, dolore e piacere, tenebra e luce, comparire e svanire nelle costellazioni celesti, allegria e angoscia, vita e morte; e le metamorfosi dell’uomo in animale, insetto, pianta, roccia. Non appena il mortale si afferra a qualcosa, fuori o dentro di sé, le cose gli diventano altro da quello che sono. L’altro in cui si trasformano è l’imprevisto, dunque l’angosciante. Ci si difende dall’angoscia evocando come rimedio la forza più potente e rendendosela amica: la forza del dio. Agli occhi del popolo greco questo processo incomincia a mostrarsi nella sua intensità estrema: cose, eventi, stati incominciano a trasformarsi in quell’assolutamente altro che è il nulla. Al culmine della storia dell’Occidente, con la morte del vecchio Dio, si crede che la tecnica sia la forza più potente, cioè il dio, il rimedio efficace contro l’angoscia del divenir altro. La storia della fede nel divenir altro è la storia della Follia più profonda. Quella in cui si ha fede che una cosa sia il proprio altro, ossia ciò che essa non è, e infine si ha fede che le cose - gli essenti le cose che non sono un nulla - siano nulla. Affinché Dio ci salvi, bisogna che abbia forza. Bisogna che l’uomo la custodisca e l’accresca. All’inizio del rafforzamento umano del Dio domina il sacrificio: l’uomo offre al Dio sé stesso e quanto possiede. Poi il Dio è rafforzato vedendo in lui, con la filosofia, la forza che non si lascia strappare da sé, ed è quindi immutabile, eterna, e custode di tutte le cose che nella vicenda terrena son divenute cose morte. Anche in questo secondo caso - e proprio con l’intento di salvarsi dall’angoscia del divenir altro - l’uomo cede al Dio la propria eternità e immutabilità, il proprio essere.Un Dio che uccide, dunque - sia come Dio religioso sia come quel Dio tecnologico - che permane al di sopra del tempo degli individui, ma rifiutando l’eternità dal vecchio Dio. Per sopravvivere, l’uomo si fa divorare da lui. Da quando Feuerbach mette in tensione la sentenza di Moleschott: der Mensch ist, was er isst (l’uomo è ciò che egli mangia) con Laffermazione che Gott ist was er isst (cioè che anche Dio è ciò che egli mangia) il nesso tra ontologia e nutrimento - e tra nutrimento, sacrificio e annientamento - non ha più nulla di implicito. (Cfr. in proposito il saggio di Ines Testoni II Dio cannibale, Utet 2001, uno dei contributi più importanti in questa direzione e che insieme si porta al di là dell’ontologia da cui è dominata la storia dell’Occidente.) Il diventare Dio esprime in forma positiva il diventare nulla dell’uomo. Tale divenire è infatti un sacrificarsi al Dio. Hegel pensa che nella religione lo Spirito assoluto veda sé come Altro, ceda sé stesso all’Altro - al Dio, appunto. Feuerbach traduce questa tesi hegeliana pensando che è l’Uomo a cedere sé stesso al Dio. In entrambi i casi il Dio consuma l’essere dello Spirito assoluto e dell’Uomo. E anche Hegel e Feuerbach fondano l’alienazione dello Spirito e dell’Uomo sulla fede nel divenir altro. Tuttavia, in gran parte delle immagini del divino lo svuotamento dell’uomo che si aliena in Dio rispecchia lo svuotamento del Dio che crea e salva l’uomo e il mondo. Nonostante ogni intenzione contraria anche il Dio è un divenir altro. Lo svuotamento del Dio per la salvezza dell’uomo, che sta al centro del messaggio cristiano, sta al centro dei miti precristiani: la morte del Dio è creatrice del mondo. Il sacrificio del mactare victimam è preceduto dal sacrificio dove la vittima è il Dio (Prajapati, Dioniso, Cristo) che deve morire per creare o salvare il mondo. E ancor prima, all’inizio del tempo umano, c’è la lotta tra il Dio e l’uomo, dove il Dio è il Tremendum la cui inflessibilità non lascia vivere l’uomo, cioè lo uccide e dove l’uomo, per vivere, deve farsi largo e abbattere la divina barriera inflessibile, ossia deve uccidere il Dio - giacché abbattendo la barriera e facendo sempre più arretrare il confine dell’imbattibile (e collocando Dio nell’al di là e infine negandone l’esistenza) l’uomo uccide il Dio originariamente omicida (Cfr., ad esempio, E.S., L’intima mano, Adelphi). Particolarmente interessanti i rilievi critici rivolti a L’anello del ritorno da Vincenzo Vitiello e Francesco Totaro. Qui rispondo brevemente solo ad alcune delle obbiezioni sollevate (Cfr. gli atti del convegno su Nietzsche tenutosi all’università di Macerata). Riprendendo un problema già sollevato in quel libro, Vitiello osserva che la volontà, che nella dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale rivuole il già voluto, non vuole al modo del precedente volere, e quindi ciò che ritorna non è l’uguale, ma un che di diverso. L’interpretazione dell’eterno ritorno data in quel libro non riuscirebbe quindi a mostrare l’inevitabilità di tale dottrina. Ne L’anello del ritorno si rispondeva anticipatamente a questa obbiezione dicendo che il ritorno dell’uguale non può essere il ritorno dell’assolutamente identico, appunto perché un qualcosa differisce dal ritorno di tale qualcosa. D’altra parte, Nietzsche fonda la necessità che tutto ritorni; e Vitiello non prende posizione rispetto a questa fondazione, ma si limita a indicare l’assurdo che scaturirebbe qualora la si accettasse. Tuttavia, per Nietzsche tale necessità sussiste nel senso che è necessario che ciò che nell’eterno ritorno ritorna assolutamente identico sia la totalità del contenuto voluto (la totalità che dunque è finita), ma non la forma del contenuto, cioè il ritornare di esso, il suo ripetersi. (Pertanto è necessario che tale forma, ossia Inattività del volere cresca all’infinito. E poiché nemmeno ogni nuova ripetizione può costituirsi come un così fu, cioè come un passato immutabile e indipendente dalla volontà, è necessario che ogni nuova ripetizione sia essa stessa eternamente ritornante e ripetuta, eternamente rivoluta: l’attività è eterna, scrive Nietzsche. Il contenuto ritorna eternamente, assolutamente identico; la forma cresce all’infinito e ogni sua nuova configurazione incomincia a ritornare, aH’infinito, e in questo senso eternamente essa stessa.) La critica di fondo sviluppata da Totaro nel suo confronto con L’anello del ritorno riguarda la tesi, fondamentale anche in questo libro, che anche per Nietzsche l’esistenza del divenire - inteso come venire dal non essere e ritornarvi, da parte degli enti - è l’evidenza suprema, la suprema verità. Nella sua forma più generale questa tesi dice che, nel proprio sottosuolo essenziale, il pensiero filosofico degli ultimi due secoli (e Nietzsche è tra i pochi abitatori di tale sottosuolo) non intende essere un semplice scetticismo, relativismo, prospettivismo, ma intende essere anch’esso verità assolutamente incontrovertibile, ossia intende anch’esso come verità assolutamente incontrovertibile ciò che per l’intera cultura e anzi per l’intera civiltà dell’Occidente è la verità assolutamente e originariamente incontrovertibile: l’esistenza, appunto, del divenire, inteso nel modo indicato (e una qualsiasi forma di sapere che non intenda essere una verità assolutamente incontrovertibile è una forma di scetticismo). Anche per Nietzsche la rappresentazione del divenire è indubitabile. Totaro invece lo nega, sostenendo che anche per Nietzsche ogni rappresentazione, quindi anche la rappresentazione del divenire, è la posizione di un permanente cioè una inevitabile fissazione del divenire, una negazione di esso, un andare controcorrente rispetto al flusso del divenire. Sennonché - rispondo -, se per Nietzsche tutte le rappresentazioni metafisico-teologico- morali hanno questo carattere, non tutte le rappresentazioni lo hanno: per lo meno non l’ha quella rappresentazione che è la teoria delle rappresentazioni di quel primo tipo, giacché se qualsiasi conoscere avesse quel carattere, questa teoria non potrebbe nemmeno rappresentarsi il divenire come tale, cioè come quel flusso che viene fissato, negato da quel primo tipo di rappresentazioni controcorrente. È indubbio che in quella teoria il divenire è e appare come divenire, ossia è identico a sé e quindi permanente; ma se questa identità e permanenza non ci fossero, non ci sarebbe nemmeno divenire e, questa volta sì, il divenire sarebbe negato e fissato nel suo non esser divenire. Come ho già detto altre volte, a partire da L’anello del ritorno, il Nietzsche che si mostra nella interpretazione offerta da questo libro ha la straordinaria potenza (insieme a pochi altri abitatori del sottosuolo essenziale del pensiero filosofico degli ultimi due secoli) di mostrare fimpossibilità del Senso dell’essere che guida la tradizione metafisico-morale dell’Occidente. Ammesso e non concesso che questa interpretazione di Nietzsche sia insostenibile perché violerebbe le proprie regole, bisognerebbe dire che allora (modestia invita, ma inevitabilmente, quella straordinaria potenza compete al Nietzsche arbitrario che appare ne L’anello del ritorno. Ho detto anche altre volte che il mio discorso filosofico dà anche una o due mani affinché il pensiero del nostro tempo mostri tutta la potenza che gli compete - lasciandolo poi al suo destino, che è quello di essere la forma più coerente della follia estrema del divenir altro. Le altre interpretazioni di Nietzsche (e dei pochi che stanno al suo passo) non mostrano questa coerenza e potenza. Restando ad esempio nell’ambito del convegno a cui ci stiamo riferendo, un altro mio critico, Umberto Regina, scrive che per Nietzsche Dio è impensabile perché non consente all’uomo di poter “sperare” di far suo tutto il mondo. Ma - osservo - questo discorso non intimorisce Dio, che, rimanendo al suo posto, può rispondere invitando l’uomo a fare a meno di queste sue speranze, come appunto incomincia ad accadere col Dio veterotestamentario, che a W’erimus sicut dii - in cui si esprime la speranza del primo uomo di far tutto suo il mondo -, risponde deludendolo, cioè cacciandolo dal paradiso terrestre. Un Nietzsche che si fonda su tale speranza - o sulle varie forme di prospettivismo - per far morire Dio è ben debole. Il Nietzsche de L’anello del ritorno ha invece la potenza di farlo morire per davvero. (Per mostrare, poi, che la filosofìa di Nietzsche non ha nulla a che vedere con le critiche ingenue che vengono rivolte al principio di non contraddizione, ma, come in Hegel, è una critica del modo inadeguato di intendere tale principio, è sufficiente pensare l’espressione l’eterno ritorno dell’uguale - die ewige Wiederkunft des Gleichen. Come prima si è richiamato, ritorna eternamente l’ identico contenuto - ritorna ogni cosa... e tutte nella stessa sequenza e successione, scrive Nietzsche nella Gaia scienza - e una cosa può essere identica, la stessa, solo in quanto non è le altre cose, ossia non è contraddittoria: ritorna eternamente l’incontraddittorietà di tutte le cose.) Si parla di governi tecnici e di tecnocrazia. Ma il senso conferito oggi a questi termini è essenzialmente diverso dalla più profonda dimensione tecnica sulla quale (ancora una volta) inviterei a riflettere. I governi tecnici - ad esempio quello sperimentato in Italia oppure, a livello europeo, il governo costituitosi con l’asse Sarkozy-Merkel - sono soltanto epifenomeni di quella dimensione: così come l’immoralità e l’indifferenza religiosa delle masse sono soltanto un epifenomeno della morte di Dio a cui si rivolge il pensiero filosofico del nostro tempo. Dal punto di vista etimologico, tecnocrazia significa, certamente, il kratos (il potere) alla tecnica. Ma per lo più questo termine ha il senso di un ottativo, di un’aspirazione o di una deprecazione: di un esortare verso la realizzazione o di rifiutare o far rifiutare qualcosa che si ritiene più o meno realizzabile, più o meno incombente. Si può andare più indietro di Veblen o Spengler: si può arrivare agli inizi dell’Ottocento, a Saint-Simon, il quale comincia a parlare di necessità, di doverosità, di opportunità di dare il potere alla tecnica. Invece quella più profonda dimensione tecnica a cui mi riferisco non è in alcun modo qualcosa a cui si invita, un progetto, una ricetta, un’esortazione o un rifiuto, ma ha il carattere di una descrizione, di una constatazione - che peraltro si trova su di un piano ulteriore, e se si vuole astratto rispetto a quello su cui di solito la riflessione fenomenologica si mantiene (un’affermazione, questa, che sottintende quell’elogio dell’astratto che Hegel invita a condividere). Nonostante abbia l’apparenza di un tema specialistico, il discorso sulla tecnocrazia negli anni Trenta coinvolge qualcosa di profondamente essenziale, che travalica i confini geografico-temporali indicati da quel discorso, fino a presentare, addirittura, un carattere planetario e a costituire una svolta in cui ne va delfintera tradizione dell’Occidente e dei suoi valori. Quel discorso coinvolge la dimensione tecnica, di cui abbiamo incominciato a parlare: in essa la tecnica appare come destinata al dominio del pianeta. La descrizione e constatazione di cui prima si è detto è descrizione di una destinazione, cioè di una necessità. Si tratta di capire in che senso queste affermazioni non siano un’esagerazione arbitraria e incomprensibile, e in che senso la tecnocrazia negli anni Trenta possa coinvolgere una destinazione di questa portata. Natalino Irti ha parlato dell’importanza di Ugo Spirito in relazione alla situazione italiana di quel tempo. Ma prima e alle spalle di Ugo Spirito c’è la figura decisiva di Giovanni Gentile. Questo apprezzamento può stupire, perché (a parte le riserve che si possono avanzare sul piano politico) non solo si riferisce a una forma culturale che spesso vien guardata con sospetto - cioè la filosofia -, ma anche perché si può dire che la filosofia contemporanea ignori quasi completamente il pensiero di Gentile (e in generale la filosofia italiana). Ignora, però, ciò che essa ha di più decisivo ed essenziale. Non solo: può sembrare anche molto strano che, a proposito di tecnica e tecnocrazia, si parli di Giovanni Gentile, visto che in Italia il pensiero di Gentile (ma anche quello di Croce) è stato considerato radicalmente avverso alla scienza e alla tecnica e quindi estraneo al nuovo clima culturale postbellico. Si tratta di capire perché questa prospettiva è completamente fuori strada. Si incominci a rilevare che, sebbene ignorato, il pensiero di Gentile afferma ciò che nel nostro tempo è affermato, si può dire, ovunque (sia pure con tonalità e reazioni diverse): che non esiste alcuna realtà immutabile e alcuna verità definitiva al di là del mondo umano. Solo che, quasi sempre, questa affermazione non è altro che un dogma, un presupposto che vien dato per scontato, un’intuizione, un impulso, una fede, qualcosa che sta diventando senso comune; laddove il pensiero gentiliano (insieme a pochissime altre posizioni filosofiche) è la fondazione rigorosa di tale affermazione. Rigorosa, nel senso che è la più coerente al fondamento che è comune all 'intero pensiero dell’Occidente (quindi non solo alle prospettive della tradizione filosofica, artistica, religiosa che invece affermano l’esistenza di una Realtà immutabile e divina, ma anche alla prospettiva tecnico-scientifica). Tale fondamento è la convinzione che il divenire del mondo, il trascorrere delle cose dal non essere all’essere e daccapo al non essere, sia l’evidenza più indiscutibile e originaria. Gentile mostra che tale evidenza implica il divenire del Tutto. A questo punto, ciò che passa inosservato - per chi non sa scendere nel sottosuolo abitato dal pensiero di Gentile - è che la negazione fondata di ogni Immutabile è la negazione di ogni Limite assoluto e inviolabile che si innalzi di fronte all’azione dell’uomo e quindi a quella forma dell’agire umano, che oggi è la più potente, nella quale consiste l’agire della tecnica. Ciò significa che, di per sé, la tecnica non può sviluppare tutta la potenza di cui è capace, ma può svilupparla solo alla condizione che sappia ascoltare e capire la potenza concettuale di quel sottosuolo. È questo sottosuolo filosofico a dare potenza reale alla volontà di potenza della scienza e della tecnica. Appunto per questo vado ripetendo che solo apparentemente Gentile è stato fascista e che se c’è una forma di filosofia radicalmente opposta al fascismo essa è proprio la filosofia di Gentile. Il fascismo infatti, come ogni regime politico totalitario è uno degli Immutabili di cui il pensiero gentiliano ha mostrato l’essenziale impossibilità. L’impossibile è un sogno che per qualche tempo riesce a prevalere sulla veglia, ma dal quale è inevitabile che prima o poi ci si risvegli. Della fondazione gentiliana di questa impossibilità si può dare qui solo qualche cenno, formulandola in modo che possa venire alla luce la configurazione che è comune a tale fondazione e a quella operata dai pochi altri abitatori del sottosuolo filosofico del nostro tempo (quali Nietzsche e Leopardi). Gentile mostra che se esistesse una realtà immutabile - che quindi sarebbe una realtà esistente in sé stessa, al di fuori e al di là della nostra esperienza, cioè del nostro pensiero, indipendente da essa (e questo è il volto che il divino ha mostrato lungo la storia dell’uomo) -, il divenire delle cose, il loro uscire dal nulla e ritornarvi, non avrebbe quella serietà che invece gli compete per il suo essere l’evidenza originaria e suprema. Innanzitutto, se esistesse un Dio in cui ogni cosa è già contenuta prima ancora di essere prodotta o creata, allora l’uscire dal nulla e il ritornarvi, da parte delle cose del mondo, sarebbe una semplice apparenza, non avrebbe serietà. Ma l’uscire dal nulla e il ritornarvi è l’evidenza e verità fondamentale (è, questa, la suprema certezza dell’Occidente, quindi anche di Gentile). Dunque non può esistere alcuna realtà e quindi alcuna verità immutabile e divina, esistente al di là dell’esperienza umana. Si può riproporre così questo tratto decisivo della coscienza contemporanea: sulla base della convinzione originaria che, evocata dal pensiero filosofico, sta al fondamento non solo delle forme religiose, della scienza moderna e di tutta la cultura occidentale, ma anche delle stesse opere e istituzioni dell’Occidente, sulla base dunque della convinzione che le cose del mondo umano oscillano tra l’essere e il nulla, è impossibile che esista qualcosa di assoluto, immutabile, divino, perché esso, precontenendo tutte le cose, avrebbe già riempito tutti gli spazi vuoti che sono richiesti dal divenire, ossia avrebbe già riempito quel non essere che (come gli antichi atomisti avevano compreso) è necessario che competa alle cose quando ancora non sono e quando non sono più. Un Dio immutabile (pieno, satollo, dice Nietzsche) e quindi una verità assoluta in cui questo Dio sia eretto sono la Legge alla quale sia il futuro sia il passato più lontani devono adeguarsi, sì che l’ormai nulla e l’ancor nulla non possono più rimanere un nulla ma diventano degli ascoltatori della Legge, cioè diventano qualche cosa di positivo, un essere. Questo, sommariamente richiamato, il tratto decisivo della coscienza moderna. Come già si è detto, esso è anche la distruzione di ogni Limite (Legge) all’agire dell’uomo e quindi all’agire della tecnica. La legittima a oltrepassare ogni limite. La legittima quindi - essendo essa l’agire che di fatto è il più potente nel mondo contemporaneo - a subordinare al proprio scopo gli scopi di tutte le forze (politiche, religiose, economiche, giuridiche ecc.) che invece intendono servirsi della tecnica per realizzarli. Col compiersi di tale subordinazione quelle forze cambiano volto, tramontano. Richiamiamo ora, anche qui, e sommariamente, la giustificazione di queste affermazioni (rinviando ai miei scritti per il suo senso concreto). Ci si rivolga innanzitutto a un concetto che pur essendo ampiamente presente anche nelle discipline scientifiche va però esplorato al di là delle prestazioni da esso offerte in quei campi. Mi riferisco al concetto di mezzo e di scopo. Lo scopo di un’azione determina il modo in cui essa si costituisce: ne determina il senso e l’essenza. Se si decide di uscire di casa (o di fondare un impero), il contenuto di questa decisione fa sì che si compiano certe azioni e non altre, diverse cioè da quelle che si compirebbero se si decidesse di rimanere in casa. Lo scopo determina la struttura dell’azione. Pertanto, se lo scopo di un’azione cambia, l’azione cambia, è un’altra azione anche se in certi casi si può credere che sia rimasta la stessa. La tecnica guidata dalla scienza moderna è il mezzo di cui si servono o si sono servite tutte le forze dominanti (capitalismo, democrazia, cristianesimo, islam, comuniSmo e altri regimi totalitari ecc.). Intendono servirsi della tecnica per realizzare i loro scopi, cioè per realizzare, ognuna prevalendo sugli scopi delle altre, un mondo capitalistico, democratico, comunista, islamico, cristiano ecc. E la tecnica è il loro mezzo: non esiste oggi uno strumento più potente della tecnica. Il teorema sul quale va richiamata l’attenzione è che le forme di azione che perseguono gli scopi rispetto ai quali la tecnica moderna è il mezzo insostituibile, sono costrette ad assumere come scopo lo scopo che è proprio della tecnica, mentre i loro scopi iniziali sono costretti a diventare mezzi del loro nuovo scopo. Le forze che si servono della tecnica sono infatti tra loro conflittuali. Il capitalismo è in conflitto con la democrazia (sia di tipo classico sia procedurale), la democrazia procedurale con il cristianesimo, il cristianesimo col capitalismo e col comuniSmo ecc. La democrazia intende porre dei limiti alla volontà di profitto privato; questa volontà non vuol farsi limitare dal principio democratico e innanzitutto cristiano del bene comune; il cristianesimo e la Chiesa cattolica in particolare riconoscono al capitalismo il suo essere un mezzo di produzione della ricchezza più efficace dell’economia pianificata, e tuttavia gli ingiunge di assumere come scopo ultimo non il profitto privato, ma, appunto, il bene comune. In tale conflitto ogni forza mira quindi a che le forze antagoniste assumano come scopo uno scopo diverso da quello che le definisce e per il quale esse sono ciò che sono, e cioè mira a distruggerle. Quando la Chiesa dice al capitalismo di non assumere come scopo ultimo l’incremento indefinito del profitto privato, che invece deve essere soltanto un mezzo per realizzare il bene comune, essa sollecita il capitalismo a non esser più capitalismo. (E questo va detto anche riconoscendo che la Chiesa, spingendo oggettivamente il capitalismo al tramonto, non ha l’intenzione di distruggerlo e intende differenziare il proprio all’agire marxista-comunista, senza peraltro riuscirvi.) Nella conflittualità tra le forze dominanti, il mezzo di cui tutte si servono per prevalere sulle altre è oggi la tecnica: la tecnica, intesa in senso, per così dire, trascendentale, cioè come sistema dei sottosistemi (giuridico, sanitario, militare, burocratico, economico, scolastico ecc.) che coordinano razionalmente mezzi in vista della produzione di scopi tra loro non conflittuali. Ma, dato il rapporto conflittuale tra le forze dominanti, ognuna di esse, per prevalere sulle altre e non soccombere, è costretta a rafforzare sempre di più il mezzo di cui essa si serve, ossia la frazione dell’apparato scientifico-tecnologico da essa gestito. Questa volontà di rafforzamento del mezzo è crescente perché è continuamente alimentata dalla situazione conflittuale. Questa crescita toglie spazio, dunque, allo scopo iniziale di ognuna di tali forze; lo scopo di ognuna di esse viene cioè sempre più occupato dal potenziamento del mezzo. Fino a essere completamente occupato, in modo che lo scopo iniziale resta subordinato al nuovo e diventa un mezzo per la realizzazione del nuovo scopo. Ad esempio, se lo scopo è un mondo capitalista, allora, per realizzarlo vincendo le resistenze opposte dalle altre forze, è necessario che il capitalismo potenzi le possibilità tecnologiche di cui esso dispone; ma incrementando questo potenziamento è necessario che il capitalismo assuma come scopo non più soltanto l’incremento del profitto, ma l’incremento del potenziamento del mezzo tecno-scientifico. E come prima si diceva che quando la Chiesa esorta il capitalismo ad assumere come scopo il bene comune essa distrugge il capitalismo, così ora va detto che, quando l’area dello scopo del capitalismo a un certo punto viene completamente invasa dal potenziamento (promosso dal capitalismo stesso) dell’apparato della tecnica, la tecnica distrugge il capitalismo - appunto perché, assumendo uno scopo diverso da quello da cui è definito, il capitalismo non è più capitalismo (anche se si continua a chiamare con questo nome ciò in cui esso si è trasformato). E non più capitalismo anche quando l’area dello scopo capitalistico è anche solo parzialmente invasa. Quanto si è detto del rapporto tra capitalismo e tecnica va ripetuto anche in relazione a ogni altra forza oggi dominante. Le forze che non potenziano il proprio mezzo tecno- scientifico soccombono; ma soccombono anche le forze che prevalgono perché tale potenziamento l’hanno operato. Tuttavia il rovesciamento del rapporto tra tecnica e forze che se ne servono per realizzare i loro scopi dipende da una condizione decisiva. Sino a che gli scopi di queste forze sono da esse vissuti come imposti da una Verità immutabile e assoluta, esse eviteranno di alterarli e si opporranno al loro spodestamento da parte della tecnica. Ognuna di esse si farà spezzare piuttosto che piegarsi e la forza vincente della tecnica sarà giudicata illegittima, ingiusta, malvagia, prevaricante, tirannica, disumana, dissennata - priva di verità, appunto. E comunque, anche se non giungeranno a farsi spezzare, quelle forze renderanno il più possibile difficile il prevalere della tecnica e le imporranno, come Limiti che essa non deve oltrepassare, i valori della Verità in cui esse credono. (Limiti che non sono soltanto etico-religiosi, ma anche di carattere diverso, come quello economico. Ad esempio il capitalismo, oltre a porre come Verità assoluta e come Limiti inviolabili la proprietà privata e la libertà di intrapresa, proibisce alla tecnica di produrre beni che non possono essere venduti, o la cui vendita non produce un profitto ritenuto conveniente, anche se sono indispensabili alla sopravvivenza degli insolventi - e tale proibizione è inevitabile se il capitalismo vuol sopravvivere.) Ma oggi la fiducia nell’esistenza della Verità va tramontando. Questo è il clima che, procedendo dall’Occidente, sta diventando planetario - destinato com’è a travolgere fenomeni di crescente presenza del cristianesimo nei continenti extraeuropei. (Nell’Unione Sovietica i sacrifici richiesti ai cittadini potevano essere sopportati quando era più diffusa la convinzione che il marxismo fosse una Verità assoluta e che quindi la produzione tecnico-economica della ricchezza dovesse innanzitutto servire alla promozione e difesa di tale Verità e non alla riduzione di quei sacrifici. Ma, quando questa convinzione è venuta meno, è venuta meno, oltre alla disponibilità dei cittadini al sacrificio richiesto per realizzare la società giusta e senza classi, anche la disponibilità dell’apparato tecno-scientifico a essere il mezzo per tale realizzazione.) Ora, il fuoco sotto la cenere del progressivo allontanamento delle masse dalla Verità, divina o terrena, è il sottosuolo filosofico del nostro tempo (il sottosuolo abitato da pensieri decisivi come quelli di Gentile o di Nietzsche), dove - si è richiamato - si mostra Yimpossibilità di ogni Immutabile, quindi di ogni Verità immutabile, di ogni inviolabile Limite all’agire delfuomo e pertanto all’agire tecnico. E tale impossibilità è l’impossibilità che gli scopi delle forze ancora convinte di potersi servire della tecnica siano l’adeguazione dell’agire alla Verità immutabile, che ora (ma ancora, per lo più, sotto la cenere) si palesa come un sogno. La coscienza che l’Apparato scientifico-tecnologico ha ancora di sé stesso è ancora cenere, la cenere che copre il fuoco del sottosuolo, e quindi tende a essere ancora una fede nell ’inesistenza degli Immutabili e nella morte di Dio; ma, nella misura in cui quel fuoco si libera dalla cenere di tale fede, in questa misura la subordinazione della tradizione dell’Occidente (e del pianeta) alla tecnica è inevitabile. Si può richiamare un ulteriore aspetto del rovesciamento per il quale il potenziamento della tecnica diventa lo scopo delle forze che intendono servirsi di essa. Riguarda il rapporto tra capitalismo e tecnica - il capitalismo essendo ancora, nonostante la sua crisi profonda, la più potente delle forze che dominano il mondo, visto che è da essa che viene organizzata la produzione dei beni di consumo e della ricchezza. A un aspetto soltanto di tale rapporto qui si farà cenno. Non può esistere capitalismo senza perpetuazione della scarsità delle merci prodotte. Un bene di consumo totalmente disponibile non è merce, non è vendibile, nessuno è interessato a produrlo o ad acquistarlo. E il capitalismo, essenzialmente legato alla perpetuazione della scarsità, si serve della tecnica per produrre merce. D’altra parte la tecnica, proprio in quanto mezzo, ha un proprio scopo fondamentale e supremo: l’aumento indefinito della capacità di realizzare scopi. Questo scopo non è escludente - a differenza degli scopi delle forze che si servono della tecnica. Non è escludente anche perché esso è un mezzo capace di realizzare gli scopi tra loro conflittuali perseguiti da tali forze. (Lo scopo del capitalismo è invece un mondo capitalistico e non comunista, e viceversa; lo scopo del cristianesimo è un mondo cristiano e non ateo ecc.) Ora, se per sopravvivere il capitalismo deve perpetuare la scarsità delle merci e si serve della tecnica - la quale ha peraltro come scopo fondamentale l’incremento indefinito della potenza, ossia della capacità di realizzare scopi -, va ora rilevato che l’incremento indefinito della potenza implica Veliminazione progressiva della scarsità. La situazione è cioè quella di un padrone che si serve di un servo il cui scopo è l’ehminazione del padrone. Il capitalismo si serve di un servo (la tecnica) che lavora per lo spodestamento del padrone. Nella dialettica di servo e padrone, Hegel mostra appunto che la storia è fatta dai servi: per servire il padrone essi devono acquistare competenze, sollevandosi quindi al di sopra di quelle del padrone; elaborano tecniche e conoscenze scientifiche, gestiscono e quindi si impadroniscono di quella potenza scientifico-tecnologica che finisce per rovesciare, il rapporto feudale servo-padrone. Ma, anche qui, il servo può rovesciare il padrone solo se non crede più che egli sia il portatore della Verità - solo se la tecnica non crede più che il capitalismo, quindi la perpetuazione della scarsità delle merci, sia la vera e insuperabile condizione umana. La contraddizione in cui consiste il rapporto fra forze che si servono della tecnica e tecnica si acuisce e diventa estrema quando cioè viene in luce che gli scopi delle forze che si servono della tecnica non hanno una Verità assoluta. E a portare alla luce la morte della Verità e di Dio non può essere la scienza o la tecnica (che quando tentano di farlo sono soltanto cattiva filosofia) ma, si è visto, è il sottosuolo filosofico del nostro tempo. (Così come, d’altra parte, non può essere una fede a rifiutare quella morte e il principio che tutto ciò che si può fare sia lecito farlo.) Non ci si può dunque limitare alfawertimento che la tecnica non ha limiti. Il sapere che dà questo avvertimento è innegabile - è il sottosuolo di cui stiamo parlando -, solo in quanto mostra che è sul fondamento di ciò in cui da ultimo credono sia gli stessi difensori dei Limiti sia la tecnica stessa, è su tale fondamento che viene affermata l’assenza di Limiti. Da ultimo sia la tecnica sia i difensori dei Limiti all’agire dell’uomo credono, appunto, nell’esistenza dell’agire. Lo si crede lungo l’intera storia dell’uomo. Si crede che le cose possono essere smosse, controllate, prodotte, create e distrutte. Per la prima volta il pensiero greco intende la creazione (produzione) come l’uscire dal non essere e la distruzione come annientamento. Pensando per la prima volta l’essere e il niente conferisce un senso ontologico al creare e al distruggere. In modo sempre più diffuso lungo la storia dell’Occidente si crede che l’agire sia creare e distruggere in senso ontologico. Se non credesse in questo senso della creabilità e annientabilità delle cose, l’Occidente non esisterebbe: non esisterebbe, in esso, azione (umana o divina o della natura), quindi non esisterebbe nemmeno azione tecnico-scientifica. La scienza e la tecnica credono nel senso ontologico dell’agire anche quando sono convinte di non aver nulla a che vedere con l’essere e il niente. Nel suo senso più alto e autentico, la tecnocrazia è l’ascolto, da parte della tecnica, della voce del sottosuolo filosofico del nostro tempo - della voce che, sul fondamento della convinzione che l’agire esiste secondo il senso ontologico evocato dall’Occidente, fa sentire l’impossibilità dell’esistenza di un Limite assoluto all’agire così inteso, che peraltro è la forma radicale dell’agire. Nella misura in cui la tecnica dà ascolto a quella voce (e tale ascolto è un processo in corso, che ancora fatica ad affermarsi), lo scopo della tecnica, ossia l’incremento indefinito della potenza, è destinato al dominio del mondo, cioè a presentarsi come lo scopo delle forze che ancora vogliono servirsi della tecnica, trattenendola al ruolo di semplice mezzo. Poiché Gentile è uno dei pochi abitatori di quel sottosuolo il tema della tecnocrazia negli anni Trenta non solo non ha carattere specialistico, ma coinvolge, come si è già rilevato, il problema centrale del nostro tempo: dove sta andando il mondo? Ma, ora, si aggiungeranno soltanto alcune sottolineature e alcune precisazioni - rinviando al modo in cui nei miei scritti si configura l’affermazione che il mondo sta andando verso la dominazione della tecnica. (E comunque, si ripeta, non si tratta di consigliare al mondo dove debba andare, ma di osservare dove è destinato ad andare. È patetico voler dire ai popoli quello che devono fare: si tratta invece di capire che cosa sono destinati a valere e a fare.) Nel suo significato più profondo la tecnica non ha nulla a che vedere con la concezione scientifico-tecnicistica della tecnica (e tanto meno con i governi tecnici di cui oggi si parla). Mostrando l’inesistenza di ogni Limite inviolabile, il sottosuolo filosofico del nostro tempo non solo legittima la volontà di potenza della tecnica e il suo oltrepassamento di ogni limite, ma li rende possibili. Se non si sa di avere in mano una spada invincibile non ce se ne serve e non si vince. Di qui (anche di qui) il carattere radicalmente pratico del pensiero filosofico, ossia di ciò che è il più astratto. L’ascolto della voce del sottosuolo, da parte della tecnica, è un processo in atto che ancora è ostacolato dalle voci della superficie. La voce autentica dice che il vero tramonto degli Immutabili è dovuto alla necessità che la loro esistenza renda impossibile quel nulla del futuro e del passato, quel senso ontologico del divenire che ormai ovunque è considerato come l’evidenza suprema. La potenza della tecnica è dovuta al carattere pratico del sottosuolo filosofico, non alla praticità del sapere matematico (o fisico-matematico) che sta al cuore della tecnica. Il che va detto anche se oggi questo secondo carattere è il fattore per il quale la tecnica ha più potenza di altre forze. Tale maggior potenza è però una situazione storica contingente, perché se accadesse nuovamente che pregando si muovano le montagne e le si muovano più di quanto la tecno-scienza riesca a muoverle, allora la tecnica non sarebbe più quella fisico-matematica ma quella pregante, destinata dunque essa al dominio del mondo (e, certamente, diversa da quella che si rivolge alfimmutabile Verità di un Dio). Se la dimensione economica - la più potente delle forze che si servono della tecno-scienza - domina ormai la politica e le strutture statuali (si pensi al peso che grava su di esse in forza della globalizzazione capitalistica), ora è la stessa economia che sta per essere oltrepassata dalla tecnica. Non nel senso che non esisterà più economia, ma nel senso che, mentre per il capitalismo la tecnica serve per incrementare il capitale, si sta andando verso un tempo in cui il capitale servirà per incrementare la potenza tecnica. E l’uomo? Molte, le voci che accusano la tecnica di essere disumanizzante. Ma che cos’è l’uomo nella cultura occidentale, ormai planetaria? Al di sotto delle molteplici definizioni dell’esser uomo agisce un tratto a esse comune - e decisivo -, per il quale l’uomo è un centro di forze cosciente, capace di organizzare mezzi, in vista della produzione di scopi. (Anche l’uomo mistico è e intende essere questo centro. Il mistico è infatti il supertecnico: apre le braccia alla suprema e infinita potenza di Dio e crede, lasciandosi invadere da essa, di poter essere estremamente più potente deWhomofaber spesso dimentico di Dio.) Ma la definizione dell’uomo come centro cosciente di forze, capace di organizzare mezzi in vista della produzione di scopi, è la definizione stessa della tecnica. E allora non si dovrà forse dire che la tecnica è Yinveramento massimo dell’uomo, ossia che l’uomo trova nella tecnica la propria essenza più profonda, così come, nel tempo che precede la morte di Dio, è nella potenza, ossia nella tecnica divina che l’uomo trova e vive il più profondo esser sé stesso? Anche Dio è stato l’inveramento massimo dell’uomo, perché l’uomo, che da principio chiede a Dio di salvarlo, poi si rende conto che per essere salvo deve essere innanzitutto salvaguardata la potenza del Salvatore, perché se Dio diventa un mezzo nelle deboli mani dell’uomo, bisognoso di salvezza, allora anche Dio in quelle mani diventa un debole strumento di salvezza. Nello stesso modo, quando l’uomo si rivolge alla tecnica per essere salvato, e dopo averla assunta come mezzo nelle proprie mani si rende conto di poter esser da essa salvato solo se egli non assume come scopo la propria salvezza ma il potenziamento dello strumento salvifico, allora egli trova e vive nella Tecnica il più profondo esser sé stesso. E lo trova e lo vive solo se la tecnica si è posta in ascolto del sottosuolo essenziale del nostro tempo. La discrasia tra tecnica e uomo - la disumanizzazione dell’esistenza da parte della tecnica - riguarda quindi le diverse concezioni ideologiche dell’esser uomo, cioè l’uomo cristiano, l’uomo capitalista, comunista ecc.; non riguarda il tratto essenziale che è a esse sotteso. Tale tratto dice che l’uomo è azione, prassi, volontà cosciente e convinta di avere la capacità di trasformare le cose fino a farle diventare, da nulla, essenti e, da essenti, nulla. L’uomo ideologico viene certamente messo da parte dalla tecnica autentica, che ascolta il sottosuolo. La tecnica non ha come scopo il benessere o la felicità dell’uomo, ma quel potenziamento indefinito di sé stessa che peraltro dà all’uomo più benessere e felicità di quelli che egli otterrebbe se essi fossero lo scopo del suo agire. Sì che egli è messo da parte non come tratto comune ai diversi modi ideologici di intendere l’uomo, ma, appunto, come uomo ideologico che, da scopo, diventa mezzo per l’aumento indefinito della potenza tecnica. Anche la scienza e la tecnica sono ideologie, cioè non sono verità incontrovertibili, ma sono le ideologie più potenti - sebbene il sottosuolo filosofico che conferisce loro l’effettiva potenza sia, ormai per l’intero pianeta, e più o meno esplicitamente, la suprema e unica verità incontrovertibile. A questo punto è possibile intrawedere Yinizio del sentiero che conduce a un Sottosuolo essenzialmente più profondo di quello di cui si è parlato sin qui. Si può esprimere così tale inizio. In quanto unita al sottosuolo filosofico del nostro tempo, la tecno-scienza non è scetticismo ingenuo, appunto perché in questa unione si nega l’esistenza non di ogni verità, ma di ogni Verità immutabile che stia al di là di ciò che nel sottosuolo appare come l’unica verità incontrovertibile: l’agire del divino, dell’uomo, della natura, cioè l’oscillazione delle cose tra il loro non essere e il loro essere, per la prima volta evocata dal pensiero filosofico greco. Del carattere pratico della filosofia che abita il sottosuolo del nostro tempo, si è già detto. Ma quella evocazione ha un carattere pratico ancora più decisivo, perché solo se si crede nella disponibilità delle cose al loro oscillare tra il non essere e l’essere è possibile l’agire e quella forma estrema dell’agire che è l’agire in senso ontologico. L’evocazione greca di tale senso è il luogo nel quale soltanto è potuta e potrà crescere l’intera storia dell’Occidente. Tuttavia, se ovunque si è convinti della verità incontrovertibile di quel luogo, perché tale convinzione è verità incontrovertibile? Questa domanda suona assolutamente strana. Non è forse ovvio, e sin dagli inizi dell’uomo, che l’agire esiste e che le cose vanno dal non essere all’essere e viceversa? Non si perde tempo a prenderla in considerazione? È inevitabile che sembri strana. La si ascolta infatti stando all’interno del luogo che da tale domanda è messo in discussione. Ma perché è necessario rimanere all’interno di quel luogo? Innocenza del divenire e valore dell’uguaglianza Se spesso gli storici del pensiero filosofico vedono gli alberi - come si suol dire - ma non la foresta, non è certo questa una critica che si possa muovere all’imponente e poderosa ricerca di Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico (Bollati Boringhieri). Egli mostra come il pensiero di Nietzsche sia potentemente unitario e come in esso le variazioni non siano casuali. Anche per Leopardi si è dovuto attendere molto tempo prima che lo si capisse - e non è che oggi tutti l’abbiano capito. Sono d’accordo con Losurdo anche nell’individuazione del tratto o elemento che determina il carattere unitario del pensiero di Nietzsche. Egli considera Nietzsche filosofo totus politicus, ma questa espressione non riduce il suo pensiero alla dimensione specialistica della politica: all’opposto, intende “salvare” il filosofo nella sua interezza, cioè nella sua volontà di abbracciare e comprendere la realtà nella sua totalità e nel suo assillo di intervenire attivamente su di essa (p. 900). Solo non rimuovendo l’elemento che l’attraversa in profondità, solo tenendo ben presenti la critica e la denuncia militante della rivoluzione e della modernità, è possibile cogliere l’unità del pensiero di Nietzsche e la sua interna coerenza ( Ibid .). Losurdo scorge che per Nietzsche la modernità e la rivoluzione hanno un inizio lontanissimo nella storia dell’Occidente: incominciano con Socrate; e, da ultimo, il loro avversario autentico, al di sotto delle sue molteplici forme, è l’innocenza del divenire - quella in cui forse vive il più antico uomo greco, l’uomo dionisiaco, e nella quale intende consapevolmente abitare il superuomo annunciato da Nietzsche. Il divenire è innocente quando, liberato da ogni Verità assoluta e da ogni Dio immutabile che intendono assoggettarlo, è liberato anche da ogni colpa che gli deriverebbe dal suo non adeguarsi alle Leggi vere e divine. Il quadro presentato da Losurdo è tra i più fedeli e pregevoli. Ma quando si mostra il corpo di un lottatore, la rappresentazione è concreta - ossia non è un semplice dipinto -, quando riesce a mostrare la forza del lottatore, cioè la sua effettiva capacità di vincere gli avversari. Nietzsche appartiene al ristretto gruppo dei grandi lottatori che riescono a distruggere i nemici del divenire, i nemici che formano l’intera tradizione dell’Occidente. La ricerca di Losurdo è quanto mai pregevole, ma ancora non dà a Nietzsche quel che è di Nietzsche, cioè la sua straordinaria potenza speculativa, che esige di essere riconosciuta anche aH’interno della riflessione storica. Per cogliere tale potenza bisogna fare i conti con coloro che a essa si sono esplicitamente rivolti. Per esempio Heidegger. Ma qui sarebbe modestia fuori luogo se non mi riferissi anche a L’anello del ritorno. Sul quale inviterei Losurdo a riflettere - anche perché la scansione meno convincente del suo libro è proprio data dal modo in cui egli fa rientrare il tema deH’eterno ritorno nel Nietzsche totus politicus che lotta per la salvaguardia dell’innocenza del divenire. Losurdo, giustamente, dà valore al modo in cui Nietzsche intende sé stesso. Ma a un certo momento Nietzsche stesso ha posto al di sopra di tutte le proprie dottrine quella dell’eterno ritorno. Sembra che a questo fatto Losurdo non dia il peso dovuto e che, anche lui, si ritragga dal problema. Che certo, è gigantesco: il divenire, cioè la negazione deH’eterno, è un ritorno eterno! Ancora non si comprende che tale dottrina non è una stranezza, ma, come Nietzsche stesso asserisce, è quella nuova conoscenza che è necessità suprema, innegabile e incontrovertibile. Ma, daccapo, non basta asserirlo: bisogna mostrarlo in concreto. Nietzsche l’ha potentemente mostrato, mostrando l’implicazione necessaria tra divenire e eterno ritorno. Anche lo storico ha il compito di non nascondere tale potenza. Soprattutto la filosofia è equivocabile. Rivolge lo sguardo verso temi che tutti credono di conoscere. Grandi filosofi sono anche straordinari scrittori e, tra chi li legge, si crede che accostandosi al linguaggio letterario si abbia in mano il suo senso filosofico. Quasi sempre i mass media comunicano tesi, dominati dalla convinzione che ogni tentativo di discuterle le sbiadisca, le tolga di scena, le indebolisca. E invece c’è filosofia solo quando le tesi sono radicalmente discusse, fondate, argomentate. Si potrebbe continuare a lungo. Bene ha fatto dunque Luciano Canfora a riconsiderare (Corsera, 11/1) gli equivoci che possono nascere intorno alla filosofia di Nietzsche. Sostiene che i grandi pensieri hanno a che fare con le loro conseguenze; ad esempio il Vangelo con la storia della Chiesa; Marx con l’Unione Sovietica, Nietzsche con il nazionalsocialismo e il razzismo. Ma quasi a parare l’obbiezione che la luce del sole ha a che fare sia con l’azzurro del cielo sia con la putrefazione dei cadaveri, Canfora richiama il fatto che in Nietzsche i valori dell’uguaglianza (morale del dovere, democrazia, socialismo) sono rifiutati. E il fatto c’è indubbiamente. Tuttavia questi valori - che in parte sono anche cristiani - hanno a loro volta a che fare con le loro conseguenze, tra le quali le crociate, il periodo del terrore durante la rivoluzione francese, la stessa rivoluzione sovietica e il comuniSmo, la soppressione fisica di chi, di volta in volta, è stato ritenuto immorale. Nessuno è innocente, nemmeno i nemici del superuomo di Nietzsche. È però necessario che si capisca perché Nietzsche abbia questi nemici. Non si può affermare che egli è un ribelle aristocratico (Canfora riprende l’espressione dal libro di Domenico Losurdo) nello stesso modo in cui si dice che il nostro calzolaio vota per questo o quell’uomo politico (con tutto il rispetto per i calzolai). Si deve invece capire quale fondamento filosofico abbia condotto Nietzsche a quell’atteggiamento. Egli si ribella all’intera tradizione occidentale, perché ne mostra l’insostenibilità. Non vedo, ripeto da tempo, che si facciano o si siano fatti sforzi consistenti in tale direzione. Heidegger ha sostenuto che Nietzsche è rigoroso come Aristotele. Sono d’accordo. Ma si tratta di capire perché lo sia. In Nietzsche, si crede, c’è tutto e il suo contrario. Un eminente illogico. (Anche Leopardi è stato trattato come un dilettante che andava compitando la filosofìa. Il fatto è che quelli che lo leggevano, non capivano.) Se il nostro calzolaio si contraddicesse come spesso si crede che Nietzsche si sia contraddetto, non gli faremmo più aggiustare le scarpe. Nel suo Saggio sullo Hegel, Croce, (che giustamente è assunto da Canfora come affidabile punto di riferimento nel problema- Nietzsche) scrive, della Nascita della tragedia di Nietzsche: Per quel che concerne la logica, quale migliore propedeutica si potrebbe consigliare di questo immaginario antihegeliano per intendere la soluzione che lo Hegel propose del problema degli opposti?. La nietzschiana morte di Dio che sta alla base del superuomo appartiene al significato essenziale dello stesso pensiero crociano, anzi di tutta la filosofia (e quindi la cultura) contemporanea. (A tale significato appartiene anche quel Gramsci che incautamente sardonico riconduceva il superuomo di Nietzsche al conte di Montecristo e ai romanzi di appendice.) Nietzsche rifiuta i valori dell’uguaglianza perché essi sono legati al Dio che muore. Ma, soprattutto qui, si tratta di capire perché egli annuncia la morte di Dio. Rawls, Hegel, Kant John Rawls è molto conosciuto in Italia per iniziativa meritoria di alcuni studiosi come Salvatore Veca, Sebastiano Maffettone e altri. Nel 1982 Feltrinelli aveva pubblicato Una teoria della giustizia, l’opera maggiore di Rawls, e le sue Lezioni di storia della filosofia morale, apparse negli Stati Uniti nel 2000. Sono una gradita sorpresa soprattutto per l’ampia e approfondita attenzione che dedicano a grandi figure della filosofia moderna come Leibniz, Hume, Hegel e soprattutto Kant. Un riconoscimento dell’importanza della filosofia, osserva giustamente Veca nella Nota all’edizione italiana, non abituale nella tradizione che per mera convenzione possiamo chiamare analitica, entro cui la ricerca e l’insegnamento di Rawls si situano. Lo stesso Rawls riconosce le radici kantiane di Una teoria della giustizia, ma queste Lezioni si spingono sino ad affermare che lo stesso Hegel è un liberale riformista moderatamente progressista, che si muove lungo quella linea del liberalismo della libertà che da Kant (senza escludere Mill) giunge a Una teoria della giustizia. Rawls può sostenerlo, perché è convinto che buona parte della filosofìa morale e politica di Hegel possa reggersi da sola, cioè indipendentemente dal suo fondamento metafisico-speculativo. E, certo, qui c’è molto da discutere, anche perché è poi lo stesso Rawls a coinvolgere quel fondamento in momenti cruciali della sua interpretazione di Hegel. È chiaro che le cose vanno invece del tutto lisce nella parte più ampia e centrale di queste Lezioni, dedicata a Kant. Il gesto essenziale di Kant consiste infatti nel porre la filosofia morale e politica come, appunto, una dimensione indipendente dalla metafisica. Primato della ragion pratica. Non a caso, un saggio di Rawls tradotto recentemente in italiano da Edizioni di Comunità è intitolato Vindipendenza della teoria morale. Non sembra tuttavia che Rawls risolva il problema relativo alla genesi del teorema del primato della ragion pratica. In Kant questo teorema presuppone la critica del sapere metafisico. Se questa critica cade, cade anche quel teorema. Ad esempio non si potrà più dire che 1’esistenza di Dio, f immortalità delfanima, la libertà sono postulati della ragion pratica e non verità metafìsiche. Ma Fidealismo classico - Schelling, e Hegel in particolare - ritiene di aver messo in luce i presupposti arbitrari e da ultimo contraddittori che stanno alla base del rifiuto kantiano del pensiero metafìsico. Questa convinzione delfidealismo non è cosa da poco - e soprattutto non può esser messa da parte perché sembra trovarsi in contrasto col sapere scientifico. Purtroppo Rawls non entra in questo tipo di problemi. E questo può essere il limite (del tutto comprensibile) di questo suo magistrale interesse - per molti imprevedibile - per le grandi forme del pensiero filosofico.Possiamo riassumere la filosofìa di Bergson in una singola idea: il tempo è reale. Lo afferma Leszek Kolakowski alfinizio del suo studio del 1985: Bergson (Palomar dialoghi, che ricostruisce il pensiero di Kolakowski, dedicato soprattutto alla storia critica del cristianesimo e del marxismo). Kolakowski aggiunge subito che se l’affermazione il tempo è reale non suona particolarmente illuminante, originale o stimolante, essa è invece il nucleo di una visione del mondo del tutto nuova, perché dire che il tempo è reale equivale a dire che il futuro assolutamente non esiste - e questa tesi è invece stata in vari modi negata nelle forme di pensiero che credono in una qualche forma di anticipazione del futuro. In questa pagina Kolakowski si riferisce al determinismo e alla fisica, ma sa bene che per Bergson anche la concezione tradizionale del Dio onnisciente e immutabile è un modo di affermare l’anticipabilità del futuro. L’implicazione tra realtà del tempo e assoluta inesistenza del futuro è indubbiamente decisiva, come appunto ritiene Kolakowski, e conduce al rifiuto più radicale della tradizione dell’Occidente. Ma questo rifiuto che si basa sull’esigenza di prendere sul serio il senso del tempo, non è solo di Bergson, bensì è il tratto fondamentale del pensiero del nostro tempo. Non a caso Gentile parla di serietà della storia: la storia è seria, e va presa sul serio, precisamente nel senso che essa non può esistere insieme ad alcunché che (come il Dio della tradizione) la anticipi. Si vuole andare alla radice di questa volontà di serietà? Si incontra Nietzsche, e, ancor prima, la straordinaria critica che Leopardi rivolge alla concezione platonica dell’idea, la quale è il prototipo di ogni volontà di anticipare il futuro, negando la serietà del divenire e del tempo. Nel suo testamento Bergson, ebreo, scrive che si sarebbe convertito al cattolicesimo se non avesse visto l’ondata formidabile di antisemitismo che sta irrompendo sul mondo. Un gesto di grande nobiltà. Ma nel 1914 il Sant’Uffizio aveva messo le opere di Bergson all’indice dei libri proibiti e Kolakowski ricorda che tutti i principali filosofi tomisti francesi, con Maritain in testa, pensavano fosse Loro dovere combattere la dottrina bergsoniana. E Sant’Uffizio e filosofi tomisti coglievano nel segno per quanto riguarda il rapporto tra filosofia di Bergson e dottrina ufficiale della Chiesa. Alla fine della sua vita Bergson si è sentito cattolico. Ma non ha rinunciato alla propria filosofia, che in sostanza identifica Dio al tempo, ossia alla libera creatività di un agire, soprattutto per il quale il futuro è del tutto inanticipabile. Un agire senza scopo (come pensa Nietzsche), che solo dopo aver agito può scoprire dove è arrivato e che cosa ha prodotto: una negazione radicale, questa, del Dio della tradizione cristiana. Tuttavia, anche se ancora si stenta a capirlo, il cristianesimo del futuro dovrà dare sempre più ascolto al pensiero che tien ferma la serietà del tempo. In questo processo (dove tramonta la forma tradizionale del cristianesimo), dopo la consonanza tra il movimento cattolico del modernismo e la filosofia di Bergson, quest’ultima, insieme alla maggior parte della filosofia del nostro tempo, sembra destinata - ma non certo nel futuro prossimo - ad attrarre nuovamente su di sé l’attenzione della cultura cristiana. Non vi sono tesi somme, ossia principi, verità eterne che sovrastino la storia, il tempo, il divenire. A esprimere questo rifiuto, ormai, non sono soltanto le forme filosofiche del nostro tempo, ma anche la scienza: non soltanto la filosofia - che riferisce tale rifiuto a ogni pensiero e azione dell’uomo, dunque anche a sé stessa -, ma anche, e da tempo, la scienza, nella misura in cui essa si libera dalla illusione di essere, oltre che potente, assolutamente vera. La frase riportata all’inizio è contenuta nei Contributi alla filosofia (Beitrdge zur Philosophie) da Heidegger (Adelphi). Nonostante le profonde e suggestive innovazioni rispetto a Essere e tempo, anche nei Contributi la struttura di fondo del pensiero di Heidegger rimane immutata. A cominciare, appunto, da quel rifiuto di ogni tesi somma e di ogni verità eterna e soprastorica. In Essere e tempo si dice: Che ci siano delle “verità eterne” potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà stata fornita la prova che l’Esserci era, è e sarà per tutta l’eternità. Finché questa prova non sarà stata fornita, continueremo a muoverci nel campo delle fantasticherie. Heidegger sta dicendo che, fino a quando non si proverà che l’uomo (l’Esserci) è eterno - eterno non semplicemente immortale -, sarà solo una fantasticheria parlare di verità eterne. Ma per Heidegger è del tutto ovvio che l’uomo (come ogni cosa del mondo) non è eterno e che quindi quella prova non potrà mai esser data - per Heidegger, dico, come per tutti coloro che in qualsiasi campo hanno pensato e agito da quando, all’inizio della storia dell’Occidente, è apparso il senso del tempo e dell’eterno. Che nessuna cosa con cui l’uomo abbia a che fare sia eterna è diventata ormai la convinzione più profonda e scontata anche presso la gente comune, tanto che starvi a riflettere sembra una pura perdita di tempo. Il tempo perduto - che fortunatamente ha forme diverse - i miei scritti l’hanno aumentato di molto, mostrando invece che lo splendore delle cose (anche di quelle terribili) è infinitamente più luminoso di quanto si sia disposti ad ammettere. Hanno cioè indicato, quegli scritti, la necessità che non solo l’uomo, ma tutte le cose siano eterne. Tutte le cose: situazioni, configurazioni, modi di essere, relazioni, attimi, ombre, universi, pensieri, affetti, decisioni, stati visibili e invisibili, nessuna esclusa. Il tempo, la storia, è il comparire e lo scomparire degli eterni. E la necessità che ogni cosa sia eterna è qualcosa di essenzialmente più radicale di quella prova dell’eternità dell’uomo che per Heidegger non potrà mai esser data. Dall’inizio alla fine il tema di questo pensatore è stato la domanda dell’Essere (Seinsfrage). La domanda - che continua ad attendere la risposta, ma che in questa attesa mostra, per Heidegger, tutta la propria grandezza. L’Essere non è l’ente, non è alcuno degli enti (case, fiumi, stelle, pensieri, azioni, uomini, dèi), di ognuno dei quali si dice tuttavia che è e che è questo e quest’altro. Qual è il senso di questo è - ecco la domanda dell’Essere -, da cui tutto in qualche modo dipende? Dai Greci a Nietzsche la filosofìa è stata, per Heidegger, riflessione sul senso dell’ente, ossia è stata pensiero metafisico, e ha quindi velato la domanda dell’Essere, pur dando vita alla storia dell’Occidente. Quella domanda sta, per Heidegger, al di sopra di ogni asserire. Si trova alla sommità del pensare, ma non per questo è una tesi somma, una verità assoluta. Essa è storica. Anzi, come Nietzsche non ritiene di esser già lui il superuomo, ma di esserne il profeta, così Heidegger, nei Contributi, non attribuisce al proprio discorso nemmeno la capacità di costituirsi come l’autentica domanda dell’Essere, ma solo il carattere di pensiero transitorio, che ai fini della comunicazione deve spesso procedere ancora lungo il tracciato del pensiero metafìsico, e i cui sforzi saranno un giorno superflui e ricadranno nell’accidentale. In una conferenza pubblicata nel 1964, e intitolata La fine della filosofia e il compito del pensiero, Heidegger aggiungerà che al proprio pensiero non può esser riconosciuta alcuna azione immediata o mediata sulla dimensione pubblica dell’epoca industriale, improntata dalla scienza-tecnica, e che il suo compito ha solo un carattere preparatorio e nient’affatto fondante, giacché gli basta risvegliare una disponibilità dell’uomo per una possibilità, i cui tratti restano oscuri e il cui avvenire incerto. Va tuttavia anche detto che queste affermazioni non sono affatto, come Heidegger esplicitamente dichiara, espressione di una falsa modestia, giacché quell’oscurità e incertezza, quella incapacità di influire sul mondo della tecnica, quel carattere preparatorio e non fondante non sono per lui semplici caratteri della scrittura dell’individuo Heidegger, ma sono insieme, e addirittura, il modo in cui l’Essere stesso si vela e si ritrae dall’epoca presente. E lo stesso si può dire di quella superfluità e accidentalità che nei Contributi Heidegger attribuisce al proprio pensiero. I Contributi sono pertanto grandi prove di una filosofìa che vorrebbe allontanarsi dalla tradizione metafisica, pur riconoscendo tutte le difficoltà a cui questo tentativo va incontro, ma insieme essendo convinta che tali difficoltà non sono dovute alle carenze di un certo individuo, ma sono le difficoltà in cui le cose stesse si trovano. Ma queste non sono tesi somme? Destano sorpresa anche molte delle tesi, peraltro suggestive, che si incontrano nei Contributi. Sembrano andare troppo più in là di quanto secondo lo stesso Heidegger sia lecito. Ad esempio le tesi dei venturi, dell’ultimo Dio (Quello del tutto diverso rispetto agli dèi già stati, specie rispetto al Dio cristiano), del modo in cui l’Essere - vibrando, oscillando - si appropria del mondo. Heidegger intende rovesciare la metafisica senza abolirla (e il timbro della sua filosofia è fortemente neoplatonico), senza cioè abolire la fede di cui parlavo e che guida l’Occidente e ormai il pianeta: la fede che l’uomo e le cose non sono eterni. Tra i temi più in vista e operanti, nei Contributi, quello del creare, è essenzialmente metafìsico. (Quanto è lontano da noi il Dio, quello che ci nomina fondatori e crea-tori, perché di costoro ha bisogno la sua essenza?) Ma - dico - nessuna cosa creata è eterna. È creata proprio perché non è eterna. Nessun creatore crea l’eterno. E dell’Essere stesso Heidegger esclude che sia eterno. L’Essere stesso è storico. Ma questa fede nella non eternità di ciò che è non esprime forse la follia estrema? Non pensa forse che ciò che è, non è (appunto perché non è eterno)? Che il non niente è niente? Che gli esseri sono nulla? Certo, questa non è come la domanda di Heidegger. Qui la Risposta - positiva - è già da sempre data e non da uno di noi, ma dalla Necessità, e rende possibile ogni domanda. Fenomenologia e libertà La distruzione della tradizione filosofica occidentale, compiuta da Heidegger, non ha un significato semplicemente negativo. Soprattutto quando egli si rivolge a Platone e ad Aristotele. Piuttosto egli intende portare alla luce la dimensione implicita che rende possibile il loro esplicito dire. In questa direzione interpretativa si muoveva il mio libro, ahimè così antico da essere stato la mia tesi di laurea, composta negli ultimi anni Quaranta, discussa nel 1950 e in quell’anno pubblicata (e ripubblicata poi da Adelphi, insieme ad altri miei scritti di quel tempo, col titolo Heidegger e la metafisica). Ricordo queste cose per un certo e spero scusabile compiacimento da me provato leggendo l’imponente lavoro del filosofo tedesco Gunter Figai, ( Martin Heidegger. Fenomenologia della libertà, il melangolo 2007), che si muove sostanzialmente nella direzione di quel mio libro, vecchio, ma che ritengo tuttora valido nelle sue linee essenziali. Non intendo ovviamente confrontare l’esperienza filosofica di un ragazzo con il lavoro maturo di uno studioso di grande serietà (e tanto meno vantare priorità). Ma in filosofia hanno la preminenza i concetti, in nome dei quali vorrei dire a Figai, tra l’altro, che il suo modo di intendere la distruzione dell’ontologia tradizionale da parte di Heidegger si sarebbe ulteriormente rafforzata se anch’egli avesse richiamato quegli avvertimenti quanto mai sintomatici e abbastanza frequenti di Heidegger, nei quali, già a partire da Essere e tempo, egli dichiara che la propria indagine fenomenologica non pregiudica in alcun modo la soluzione dei grandi problemi della metaphysica specialis; quali l’esistenza o meno di una vita dell’uomo dopo la morte o l’esistenza o meno di Dio - i problemi, appunto, che ricevono le prime grandi risposte positive dalla metafisica di Platone e di Aristotele. E in effetti un’indagine che si propone come fenomenologia non può dir nulla intorno a questioni che per definizione stanno oltre la dimensione fenomenologica, ossia alla dimensione che, con qualche approssimazione, si può identificare nell’esperienza. È invece più difficile convincersi della tesi che Figai intende rendere più visibile e che è indicata dal sottotitolo del suo libro: Fenomenologia della libertà. Sono d’accordo sull’implicazione tra riflessione sul senso dell’essere (ontologia) e sul senso della libertà in Heidegger. Ma Figai si dice convinto che la filosofia di Heidegger dia modo di ripensare l’idea della libertà in modo radicalmente nuovo. Cosa che a me non sembra, perché se il senso ontologico della libertà significa da ultimo la finitezza e contingenza delle cose e quindi delle decisioni (cioè il loro essere qualcosa che sarebbe potuto non essere), allora tale contingenza dei contenuti mondani è pienamente affermata già da Platone e Aristotele. Anche per Figai la libertà si riferisce, nel discorso di Heidegger, a qualcosa che, come dice Figai, la si sarebbe potuta compiere in modo diverso (p. 411). Ma allora, come Kant sapeva (ma Figai, mi sembra, non tiene presente), l’idea trascendentale della libertà - dice Kant - non contiene nulla di derivato dall’esperienza ossia non è un contenuto fenomenologico), e pertanto rimane aperto il problema, che né Heidegger né il suo interprete hanno affrontato: quello di mostrare quale sia il fondamento deU’affermazione che è il contenuto di tale idea è anche qualcosa di realmente esistente. Nella bio-linguistica di Chomsky la lingua è considerata come un aspetto particolarmente significativo della mente e dunque del rapporto mente/cervello. Pertanto si inquadra ragionevolmente nella psicologia e, più in generale, nella biologia umana. Esplorazioni in questo campo, da lui peraltro già da tempo dissodato, sono Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente (il Saggiatore). Anche qui Chomsky dichiara di voler usare le parole mente e linguaggio senza una valenza metafisica. Così attento al significato delle parole, egli non dice nulla sul significato della parola metafisica; ma è chiaro che il suo intento è di considerare la mente e il linguaggio come oggetti naturali - senza però addossarsi l’onere di escludere ricerche filosofico-metafìsiche sulla mente, il corpo, il linguaggio. E, a prima vista, il proposito sembra del tutto legittimo. Analogamente, come può essere illegittimo l’intento di considerare la nona sinfonia di Beethoven semplicemente dal punto di vista delle scienze fisiche, quando la ricerca non intenda escludere la comprensione estetico-musicologica e nemmeno quella filosofico-metafisica di quest’opera? È lo stesso Chomsky a riconoscere che l’arte può ammaestrarci, intorno alla mente, molto di più di tutte le informazioni che intorno a essa possono esserci fornite dalla biolinguistica. Eppure, come era prevedibile, anche in questo caso la filosofia e la metafisica si insinuano nella dimensione scientifica che vorrebbe tenerle fuori dalla porta. Come il corpo, anche la mente e il linguaggio sono, per Chomsky, uno dei domini empirici analizzati dalla scienza. Anche la mente è una parte della totalità dei domini empirici, ossia della totalità dell’esperienza. Ma, come la parola metafisica, così l’espressione totalità dell’esperienza - o dei domini empirici - non riceve alcun chiarimento esplicito da parte di Chomsky. O, meglio, riceve un chiarimento implicito che rende esplicita la presenza di quella metafisica da cui egli vorrebbe tenersi lontano. Intendo dire che una certa metafisica (ben lontana dal mostrarsi come inoppugnabile) è presente proprio nel concepire la mente e il linguaggio come parti dell’esperienza. Infatti, anche per Chomsky la scienza non ha basi assolutamente certe (pur essendo affidabile e applicabile alla realtà), perché i segreti della natura, delle cose-in-sé, ci saranno per sempre celati. Il che significa che l’indagine scientifica si chiude prudentemente in sé - lasciando fuori di sé la metafisica - perché essa non accetta imprudentemente la metafisica della cosa in sé: quella cosa in sé kantiana, rispetto alla quale non solo la dimensione della mente non può essere altro che una parte, ma la stessa totalità dell’esperienza (che potrebbe essere la definizione più ampia del mentale in campo scientifico) si riduce a essere una parte della totalità degli enti. Chomsky si dichiara, per altri motivi, cartesiano, ma questo indicato, dove la res cogitans ha altro al di fuori di sé, è il motivo più profondo. Come tanti altri che ignorano l’insegnamento idealistico, non vede il carattere profondamente metafisico dell’affermazione dell’esistenza della cosa in sé. L’anima come totalità e come parte di ciò che appare L’anima è in certo modo gli enti: He psyché ta ónta pós estin. Questo, afferma Aristotele nel De anima. Gli enti (ta ónta ) non significa una certa parte degli enti, ma non le altre parti. Significa: tutti gli enti: pànta ta ónta. L’anima è in certo modo (pós) la totalità degli enti. In certo modo dalla tradizione aristotelico-scolastica a Brentano e alla fenomenologia questa espressione è intesa come già Aristotele sostanzialmente la intende: l’anima è gli enti, ma non nel senso che essa sia simpliciter (fisicamente dicono gli scolastici) gli animali, le piante, le case, la terra, il cielo e la totalità degli enti, bensì nel senso che essa è la loro rappresentazione, ossia il loro presentarsi, manifestarsi, apparire. Si interpreta: l’anima è intenzionalmente tutti gli enti; è il riferirsi a essi. Ma riferimento e intenzionalità sono innanzitutto l’apparire, il manifestarsi degli enti. E il pensiero greco chiama phàinesthai tale apparire. D’altra parte, la totalità degli enti non appare tutta insieme, compitamente, e quindi Aristotele non intende affermare che l’anima sia onnisciente, ma che essa è tutti gli enti che vanno via via manifestandosi, cioè di cui essa è la manifestazione; e insieme: che essa è sì la manifestazione della totalità degli enti, ma la totalità si manifesta come processo, sviluppo, generazione degli enti del mondo. E tuttavia, in quanto apparire della totalità degli enti (via via manifestantisi) l’anima non è un ente particolare appartenente a tale totalità. Ciò non significa che l’anima non possa apparire. In Aristotele questo aspetto del discorso sull’anima rimane implicito; ma la stessa affermazione che l’anima è in certo modo gli enti è proprio l’apparire di questa forma di identità dell’anima e della totalità degli enti, sì che tale affermazione è insieme l’apparire in cui l’anima ha come contenuto sé stessa. Ma, si sta dicendo, ha come contenuto sé stessa non come uno tra gli enti particolari che appaiono, ma come l’apparire della loro totalità. L’apparire degli enti è il fondamento di ogni ricerca, problema, conoscenza, scienza, opinione, fede, e di ogni progetto, deliberazione, decisione, azione: è il fondamento di ogni aspetto della vita dell’uomo: anche di quelle convinzioni e indagini che si rivolgono aU’anima (coscienza, mente, spirito), intesa questa volta come parte della totalità degli enti. Filosofia (e lo stesso pensiero aristotelico), religione, scienza, arte hanno imboccato questa strada, dove l’anima è uno degli enti particolari che appaiono. Per esempio, per millenni - e, dopo la parentesi idealistica, tuttora - quelle forme culturali (guidate da un sapere filosofico, che a sua volta si fa guidare dal senso comune) credono che, al di là del loro apparire, gli enti esistano in sé stessi, cioè indipendentemente dal loro apparire e dunque dall’anima in quanto sia intesa come il loro apparire. Solo sul fondamento di questa credenza possono farsi innanzi teorie come quella evoluzionistica, che concepisce i fatti mentali come risultato di un lunghissimo sviluppo delle specie viventi; o come quella in cui consiste la psichiatria, dove la psiche, intesa come oggetto di una iatréia, è circondata dalla cura come ogni altro ente particolare curabile, e dove la cura è a sua volta inscritta in un contesto sociale rinviante al mondo intero. In questo modo, si perde però di vista che queste e ogni altra teoria che considerano l’anima come parte - e innanzitutto quella credenza nell’indipendenza degli enti dal loro apparire, sulla quale esse si fondano - debbono peraltro da ultimo fondare ogni loro pretesa di verità proprio sull’apparire degli enti, cioè su quell’anima che lungo la storia del pensiero occidentale è sopravvissuta ed è stata pensata come phàinestai, cogito, Io penso, Spirito come atto puro, esperienza (in quanto esperienza della totalità degli enti che vanno via via mostrandosi). Per quanto riguarda il concetto di esperienza, si osservi che il metodo sperimentale è, per la scienza stessa, l’indagine che pone a proprio fondamento l’esperienza; sennonché dell’esperienza in quanto tale la scienza non si interessa: volta le spalle al senso fondamentale dell’anima per dedicare ogni sua attenzione all’anima come ente particolare. E se oggi si rivendica il carattere linguistico dell’esperienza, va detto che anche con questo carattere l’esperienza è il fondamento di ogni attività teorica e pratica dell’uomo. Ma anche Aristotele, oltre a intendere l’anima come apparire della totalità degli enti, la intende come parte della totalità. Tale apparire è infatti per Aristotele l’identità del conoscente in atto e del conosciuto in atto, ma questa identità è un risultato. Il cominciamento del processo che conduce a questo risultato è, da un lato, la capacità dell’anima di conoscere (ossia il suo esser conoscente in potenza), dall’altro lato è la capacità degli enti di essere conosciuti (ossia il loro esser conosciuti in potenza). Queste due capacità non sono lo stesso, non sono identiche. L’identità di conoscente e conosciuto si produce quando i due sono in atto ed essa è appunto il risultato del processo che conduce dalla potenza all’atto. Ma quando l’anima è conoscente in potenza (Aristotele parla in proposito di intelletto passivo) e differisce dal conosciuto in potenza - ossia dagli enti che hanno la capacità di apparire -, l’anima è una parte della totalità degli enti. L’anima diventa parte anche quando l’apparire della totalità degli enti è inteso come atto di un io (persona, soggetto), e si afferma, appunto, che io penso - dove il pensare è innanzitutto quell’apparire. Anche qui, e nonostante tutti i dubbi che si nutrono in proposito, è la filosofia greca, e dunque lo stesso Aristotele, ad aprire questa prospettiva. Si ritiene che esista un produttore del pensare e che tale produttore sia un io, una persona, un soggetto. (Variante di questa convinzione è la tesi, oggi centrale soprattutto in campo biologico, che a pensare sia il corpo, il cervello, la materia.) È manifesto che è quest’uomo singolo a pensare - manifestum est quod hic homo singularis intelligit, si afferma nel De unitate intellectus contro averroistas di san Tommaso. Quest’uomo singolo è l’io. Che quest’uomo singolo sia il pensante (Tommaso) e che il cogitare sia il cogitare di un ego (Cartesio) appartengono alla stessa prospettiva. Alla quale appartiene gran parte della cultura non solo filosofica - peraltro con notevoli eccezioni (ad esempio Nietzsche, Lichtenberg, Russell, Wittgenstein, Mach, Avenarius). In tale prospettiva, l’io, la persona, il soggetto (ma anche il corpo, la materia, il cervello) sono parti della totalità che appare. Vintelligere di quest’uomo singolo è il campo di ciò che è manifestum e quest’uomo singolo è una parte di questo campo - ossia dell’apparire della totalità degli enti. A questo punto, si tratterebbe di mettere in luce la contraddizione di questa prospettiva. Ci si limiterà qui a un’indicazione sommaria. Se in quella prospettiva io penso significa io sono produttore del pensiero, il pensiero non è d’altra parte inteso come qualcosa che sia ignoto all’io. L’io ha notizia del pensiero da lui prodotto. Ma l’aver notizia è l’apparire. E a sua volta il pensiero è innanzitutto l’apparire degli enti. L’io penso viene infatti quasi sempre unito (in modo più o meno esplicito) a gli enti appaiono a me: io, che penso, sono appunto l’io a cui appaiono gli enti. L’a cui è la notizia che l’io ha di essi. Dire quindi che gli enti appaiono a me significa dire che l’apparire degli enti appare a me - appunto perché a me non può non significare, in questa prospettiva, apparire a me; sì che dire che l’apparire degli enti appare a me significa dire che l’apparire degli enti appare all’apparire a me... et sic in indefinitum. In altri termini, che gli enti appaiano a me non significa, in quella prospettiva, che essi appaiono a un sasso o a un albero, ma che appaiono a una coscienza, cioè a un apparire; e se si intende tener fermo che l’apparire è sempre un apparire a un io, a una coscienza, allora l’apparire a me è l’apparire all’apparire a me, dove l’a me determina un progressus in indefinitum. Con la conseguenza che, se ciò a cui appaiono gli enti viene indefinitamente spostato e allontanato, gli enti non appaiono più a qualcuno, e chi crede che l’apparire possa essere solo un apparire a qualcuno è costretto a concludere che non appare alcun ente. E questa è la contraddizione della prospettiva per la quale io penso e gli enti appaiono a me. Nella variante riduzionistica di tale prospettiva, il cervello pensa (o il corpo pensa). Ma in questa variante non si intende sostenere che il pensiero - cioè gli enti che appaiono - è il loro apparire al cervello, e quindi in tale variante non è presente la contraddizione che invece compete alla prospettiva di cui il riduzionismo è, appunto, una variante. Al riduzionismo compete un’altra contraddizione, che ho considerato in altre occasioni e che è cioè Yanàlogon del riduzionismo teologico. La riduzione della mente al cervello è cioè Yanàlogon mondano della riduzione teologica del mondo a Dio. Infatti, se il mondo è totalmente riducibile a Dio, non c’è mondo; e se la mente è totalmente riducibile al cervello, non c’è mente. In entrambi i casi, se la riduzione non è totale c’è un residuo irriducibile. Ma se la riduzione è totale, essa nega ciò che essa stessa afferma: nega quella mente e quel mondo che essa riconosce esistenti proprio per la sua volontà di ridurli, rispettivamente, al cervello e a Dio. Testo, con alcune modifiche, dell’intervento alla tavola rotonda sul tema Tecnica e processo»; tenutosi a Venezia, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Articolo pubblicato sul Corriere della Sera. L’ultimo capoverso è aggiunto. Rielaborazione dell’intervento alla tavola rotonda La tecnocrazia negli anni Trenta» con Giuseppe Morbidelli, Natalino Irti, Guido Rossi. Firenze, Palazzo Strozzi. Già nel capitolo IV de La struttura originaria - dunque più di cinquantanni fa - avevo indicato quanto occorre per rispondere alle obbiezioni che in seguito mi sarebbero state rivolte intorno al modo in cui, in quel capitolo, viene risolta l’aporetica del nulla». Questa aporetica, sin da Platone, consiste nel rilevare che il nulla è pensato, e che quindi è qualcosa che appare e di cui il linguaggio parla continuamente, sì che il nulla non è il nulla. La radice di quelle obbiezioni è il pensiero che, sin dall’inizio della storia dell’Occidente, isola la terra dal destino e su questa base isola le cose della terra (le molteplici determinazioni del mondo) dal loro essere, ossia isola (in ciò che è, cioè nell’ essente) il ciò che dal suo è. Tale atteggiamento isolante si riflette, appunto, nel modo in cui l’Occidente pensa il nulla. L’isolamento delle cose dal loro essere incomincia con Parmenide - col Parmenide quale è interpretato nella tradizione platonico-aristotelico-hegeliana. E alcuni miei critici - Gennaro Sasso innanzitutto, e Mauro Visentin - sono giunti, attraverso l’esperienza del mio discorso filosofico, a riproporre in Italia la prospettiva originaria di Parmenide - del Parmenide, appunto, che è presente in quella tradizione e per il quale, al di fuori della verità dell’essere» che oppone l’essere al nulla, il mondo intero e l’intera storia dell’uomo sono soltanto dóxa, opinione, illusione, nomi», cioè sono, in quanto tali, non¬ essere, nulla. Per quei miei critici, e innanzitutto per Sasso, essere» significa, come per Parmenide, soltanto essere», senza alcuna proprietà oltre a quella di non essere il nulla. In questa prospettiva, la totalità delle determinazioni, ossia delle differenze che costituiscono il mondo naturale e umano, sono appunto il contenuto dell’opinione. Ne viene, allora, che anche tutte le considerazioni sviluppate da questi miei critici per sostenere le loro tesi e per criticare il contenuto dei miei scritti - considerazioni che formano a loro volta un sottoinsieme della totalità delle differenze del mondo - sono opinioni, non sono verità (assolute e incontrovertibili). E vedo che essi stessi, sia pure in modi diversi, riconoscono il carattere opinabile (Visentin) o addirittura contraddittorio (Sasso) delle loro proprie e pur interessanti e articolate riflessioni (cfr. G. Sasso, Il logo, la morte, Bibliopola; M. Visentin, Il neoparmenidismo italiano, Bibliopolis). La struttura originaria della verità è l’apparire dell’impossibilità che ciò che è non sia ciò che esso è. L’isolamento delle differenze del mondo dal loro essere implica infatti che qualcosa non sia ciò che esso è: implica (con Parmenide) che le differenze siano esplicitamente poste come nulla; e implica (con Platone e poi con l’intera storia dell’Occidente) che, essendo intese come ciò che esce dal nulla e vi ritorna, siano implicitamente poste - esse, che non sono un nulla - come nulla. Questa implicitezza custodisce il segreto dell’Occidente, cioè l’essenza del nichilismo. Tale essenza non può riuscire a scorgere che le differenze si distinguono sì dal proprio essere, ma non per questo sono nulla. La distinzione, infatti, non è separazione, isolamento. Anche quando intende essere la negazione più radicale della separazione - per esempio e soprattutto con Hegel -, l’essenza del nichilismo rimane prigioniera di ciò che essa nega, perché intende unire ciò che peraltro essa intende come originariamente separato; sì che ogni volontà di sintesi è destinata al fallimento. Ogni differenza del mondo - cioè ogni essente, o significato - è cioè destinata a esser pensata e vissuta come un nulla - anche quando si ritiene che un Dio eterno possa salvare il mondo dal nulla. Il modo in cui il nichilismo pensa e vive la nientità degli essenti determina il modo in cui esso pensa e vive la presenza del nulla. Nella Struttura originaria si mostra che il nulla è un significato contraddicentesi. Data la distinzione, indicata in quelle pagine, tra il contraddittorio», o rautocontraddittorio» - ossia l’impossibile, il nullo - e la contraddizione», che invece non è un nulla, in queste pagine si precisa - IV, 6 - che il significato “nulla” è un significato autocontraddittorio, ossia è una contraddizione» - un significato contraddicentesi», appunto. Affermando l’esistenza di quel significato autocontraddittorio» (cioè contraddicentesi), in tale scritto non si dice quindi che l’impossibile, il contraddittorio in sé stesso, sia, ma che la contraddizione è (e che la contraddizione sia non è impossibile - fermo restando che questo suo essere ha un fondamento», cfr. ad esempio Fondamento della contraddizione, Adelphi 2005, sul quale nei miei scritti si è sempre richiamata l’attenzione). I due momenti contraddicentisi del significato nulla sono, da un lato, il positivo significare» del nulla, ossia il suo essere nulla e l’ apparire di questo essere, e, dall’altro, l’assoluta nientità e assenza di significato del nulla che è positivamente significante. Da un lato, il positivo significare di ciò che, dall’altro lato, è l’assoluta negazione di ogni positività e significato. (Recentemente ho ripreso e approfondito queste tematiche nello scritto Intorno al senso del nulla, Adelphi). Questi due lati o momenti sono originariamente e necessariamente uniti perché la loro separazione, cioè Yisolamento dell’uno rispetto all’altro, implica l’essere dell’impossibile, ossia che il nulla sia un essente. Infatti, se i due momenti sono (più o meno esplicitamente) intesi come separati, l’assoluta nientità del nulla appare, e appare come significante, ossia è: il nulla appare inevitabilmente come un essente. Se i due momenti vengono separati, è inevitabile che il positivo significare del nulla (il primo momento) si ripresenti nel nulla - ossia nel secondo momento, cioè nel significato che è il contenuto di quel positivo significare -, sì che Y esito inevitabile di quella separazione è la constatazione che il nulla è un essente. Questo esito differisce essenzialmente dal significato autentico del nulla, ossia dal nulla come significato contraddicentesi. Infatti questo contraddirsi sussiste perché, in esso, nulla (il significato nulla) non significa essente, ossia non è un essente (e appunto per questo il significato nulla contraddice quell’essente che è la positività del proprio significare). Nell’esito della separazione dei due momenti del significato contraddicentesi, si è costretti invece ad affermare che il nulla, essendo significante, è, è un essente, sì che l’impossibile, il contraddittorio in sé stesso, ossia l’identità di nulla e di essere, è. In seguito alla separazione, l’aporia del nulla si presenta pertanto come insolubile. Il pensiero è definitivamente legato all’assurdo. L’isolamento-separazione conduce all’essenza del nichilismo, costringendola ad affermare che gli essenti sono nulla (in quanto escono e ritornano nel nulla); ed è ancora l’atteggiamento isolante a costringere l’essenza del nichilismo ad affermare, in relazione al nulla, che il nulla è un essente. Con la differenza (rilevata da Nicoletta Cusano in Capire Severino. La risoluzione delVaporetica del nulla, cit.) che nel primo caso il nichilismo non può vedere il proprio essere identificazione dell’essente e del niente, mentre nel secondo caso - in relazione cioè al modo in cui il senso del nulla si inscrive nella struttura originaria della verità (alla quale si rivolge il mio discorso filosofico) - il nichilismo, e propriamente quella sua forma che si è posta in relazione a quel mio discorso (la forma presente ad esempio negli scritti di Sasso, Visentin, Massimo Donà), porta esplicitamente alla luce il proprio identificare il nulla a un essente e intende questa identificazione come inevitabile (ossia come inevitabilità della negazione della struttura originaria della verità). D’altra parte il nichilismo può affermare l’inevitabilità di tale identificazione - ossia dell’assurdo e dell’impossibile, in cui appunto consiste Tessere del nulla - solo in quanto, dlYinterno stesso del nichilismo, appare che nulla non significa essere (essente). Se questo assoluto differire non apparisse non si potrebbe nemmeno affermare che l’identificazione di nulla e di essere è una contraddizione che secondo alcuni miei critici inficerebbe la struttura originaria del destino. Il nichilismo non si avvede che l’aporetica del nulla sorge non perché il nulla sia inevitabilmente un essente, ma per la logica isolante messa in atto dal nichilismo stesso, ossia perché quella inevitabilità è, ancora una volta, la conseguenza della separazione che, in questo caso, crede di poter prescindere dalla sintesi originaria del significato nulla e del suo positivo significare - sì che, presentandosi isolato, tale significato, proprio perché si presenta, non può che apparire come Tesser un essente da parte del nulla. Pertanto, che il nulla sia significante» non significa che il nulla esplichi una certa forma di attività, quale appunto sarebbe il significare. Il significare del nulla non appartiene al nulla, perché il nulla non è un essente a cui questo significare o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere. In quanto il significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser essente), il significare del nulla appartiene cioè all’essente, e propriamente alla totalità dell’essente in quanto essa appare nella struttura originaria della verità. E che il nulla sia un significato» non significa che il nulla sia qualcosa di passivo» rispetto all’attività significante dell’essere, giacché anche questo essere un che di significato» appartiene a quella totalità. Si aggiunga la seguente annotazione in rapporto al modo in cui Heidegger intende il problema del Niente» (soprattutto in alcune pagine de II nichilismo europeo, 1940, intitolate Nichilismo, nihil e Niente). L’intento di Heidegger è di mostrare che il Niente non è un ente, ma non è nemmeno mai ciò che è soltanto nullo»: il soltanto nullo» relativamente al quale il pensiero metafisico dà per scontati sia il suo esser contrapposto all’ente sia l’assenza di ogni altra forma di contrapposizione alla totalità dell’ente. In apparenza Heidegger vuol portarsi in una dimensione più profonda di quella in cui si dà per scontata la contrapposizione tra ciò che è soltanto nullo» - il nihil -, e l’ente; ma dicendo che il Niente» (che poi è per lui l’Essere» stesso) non è nemmeno mai ciò che è soltanto nullo» attribuisce una funzione decisiva al soltanto nullo»: la funzione di determinare la dimensione che include sia l’ente, sia il Niente» (l’Essere»). In tal modo, tutte le connotazioni del soltanto nullo» da cui Heidegger in quelle pagine intende prendere le distanze, e tutte le aporie che il soltanto nullo» solleva, ma che Heidegger qualifica come conseguenze dell’incapacità di sollevarsi al senso autentico del Niente, ritornano in circolazione, e vi ritornano nel loro non esser state chiarite e risolte - innanzitutto l’aporia, già pensata da Platone (ma Heidegger non lo rileva), per la quale ogni considerazione intorno al nulla fa del nulla un qualcosa», ossia un ente; l’aporia che tuttavia Heidegger include tra le riflessioni apparentemente acute. È probabile, stando all’andamento del testo, che per Heidegger sia solo apparentemente acuta» anche l’osservazione, da lui richiamata che se il Niente è niente [e qui il Niente è il soltanto nullo»], se il Niente non c’è, allora non può nemmeno darsi che l’ente sprofondi mai nel Niente e che tutto si dissolva nel Niente, allora non ci può essere nemmeno il processo del diventare-niente». Ma anche questa osservazione, che Heidegger sembra trattare con sufficienza e lasciare infine da parte, ritorna in circolazione nello stesso discorso di Heidegger, quando egli, come si è rilevato, di fatto assume il Niente, inteso come il soltanto nullo», come essenziale per poter affermare che il Niente, autenticamente inteso (ossia il Niente che è l’Essere» stesso) non è il nihil soltanto nullo», come d’altronde Heidegger ha sempre affermato nei suoi scritti. Un libro Nella successione» dei miei scritti, Destino della Necessità (cit.) sta al centro. Rende radicale il tema di fondo che si era presentato un quarto di secolo prima; apre i problemi che il filone primario degli scritti successivi intende risolvere. Il tema di fondo è, appunto, la Necessità : di ogni cosa, di ogni aspetto o stato del Tutto. Ma di necessità» gli uomini parlano da millenni. Al di là di ciò che ne dicono, in Destino della Necessità si fa innanzi» il senso innegabile della Necessità. Esso sta : nessuna forza può scuoterlo. La parola de-stino» indica questo stare. Appunto per questo è nel linguaggio che quel senso si fa innanzi», venendo a mostrarsi nel destino, cioè in sé stesso in quanto luogo che accoglie anche il linguaggio: nella già da sempre manifesta innegabilità dell’esser sé di ogni essente. L’esser sé: il non esser altro e tanto meno quelfaltro che è il nulla: l’impossibilità dell’essente di essere stato e di tornare a esser altro e quell’assolutamente altro che è il nulla: la necessità-eternità dell’essente in quanto essente. Tempo, storia, divenire del mondo umano e della natura non sono il venire dal nulla e il ritornarvi, ma l’incominciare ad apparire e il non apparir più, all’interno del cerchio eterno del destino, da parte degli eterni (quindi anche di quell’eterno che è il linguaggio - e anche il linguaggio che testimonia il destino). Da sempre e per sempre il destino è l’essenza dell’uomo. Ma non testimoniando il destino l’intera storia dell’uomo è alienazione della verità. Nel suo stato attuale, ossia nella forma finita del destino, l’uomo è pertanto il contrasto tra il destino e tale alienazione - la quale, nella sua configurazione più ampia, è l’isolamento della terra dal destino. Destino della Necessità rende radicale tutto questo, perché Essenza del nichilismo (Adelphi) lascia ancora aperto il problema relativo alla Necessità o non- Necessità del sopraggiungere e del modo in cui sopraggiungono gli eterni nel cerchio eterno, in cui il destino consiste, nelVapparire degli essenti: ogni essente è eterno; ma gli eterni sarebbero potuti non sopraggiungere in quel cerchio, o sopraggiungervi in modo diverso da quello che appare? Destino della Necessità mostra che la Necessità autentica implica anche la Necessità del sopraggiungere e del modo in cui gli eterni sopraggiungono nelVapparire del destino. La contingenza degli eventi e la libertà della volontà appartengono cioè all’essenza del nichilismo ossia alla persuasione che Tessente in quanto essente sia un esser stato e un tornare a esser nulla. La volontà ha quindi un significato essenzialmente diverso da quello che le è stato via via assegnato. Non è una potenza che determini liberamente l’oscillazione degli essenti tra il loro essere e il nulla, ma è la fede di avere tale potenza, la fede che quindi vuole l’impossibile, non sapendolo, ma essendo anche fede di ottenere, a volte, e a volte di non ottenere ciò che essa vuole. La volontà di potenza, che culmina nella tecnica moderna, si manifesta anche nel modo in cui le lingue indoeuropee, cioè il terreno in cui cresce il linguaggio del nichilismo, parlano del mondo) ( Destino della Necessità). Al di fuori dell’alienazione della terra isolata, la volontà» autentica e il destino, in quanto apparire della Necessità e libertà dall’errore (Verrare essendo peraltro anch’esso un eterno). Nella sua forma infinita il destino è l’eterno oltrepassamento di ogni contraddizione, ossia è la gioia. Nel suo inconscio» più profondo, l’uomo è la Gioia - il finito è l’infinito. Ma Destino della Necessità apre, insieme, i problemi fondamentali degli scritti successivi Nell’ultimo capoverso del libro ci si chiede innanzitutto: Ma quale sentiero la terra, inoltrandosi nel cerchio dell’apparire del destino, è destinata a percorrere? È destinata alla solitudine [all’isolamento dal destino] o all’oltrepassamento della solitudine?». Gli scritti successivi (soprattutto La Gloria, Oltrepassare, La morte e la terra, citt.) mostrano la destinazione della terra a questo oltrepassamento e le sue decisive implicazioni. Nietzsche e Freud insegnano a Hemingway quanto siano terribili gli impulsi più profondi dell’uomo. Ma già Sofocle, millenni prima, dice che l’uomo è deinótaton, cioè il più temibile» degli esseri. E si può ancora retrocedere. Hemingway concepiva la sincerità come il supremo comandamento morale. Anche e innanzitutto nella scrittura, che non deve nascondere quello che l’uomo prova veramente. Quindi il suo non era soltanto cinismo, esibizione della propria malvagità. Spesso si confonde la bontà con la conformità degli istinti alle consuetudini sociali. Li si nasconde perché è difficile che siano confessabili. La bontà non è la cosiddetta innocenza» dei bambini o la mansuetudine delle pecore - anche della quale si può peraltro dubitare come si dubita di quell’innocenza. Hemingway impara che il piacere della vita è inseparabile dal dolore: la vita è lotta - è guerra, dice l’antichissimo Eraclito. Ora, intendo dire che non c’è bontà che non sia lotta contro il male esistente fuori e dentro di noi. E da ultimo il male è il dolore, l’angoscia, la morte che l’impulso distruttivo dell’uomo produce negli altri e in lui stesso. L’uomo buono - soprattutto il santo - non è chi sia privo di inconfessabili impulsi, ma chi ne abbonda. Se ne fosse privo, sarebbe appunto l’innocente o il mansueto quadrupede. Forse per questo i veramente buoni e i santi sono spesso insopportabili. La loro indole è terribile. Sono buoni e santi perché, lottando contro di essa, la vincono. Tanto più buoni e santi quanto più la malvagità invade la loro natura. Se i cristiani sono convinti che Gesù sia il più santo, devono credere che natura, indole, impulsi siano in lui i più malvagi e che egli sia il più santo proprio perché, solo lui, riesce a vincerli. La crudezza di certe espressioni di Gesù può essere un sintomo. Il primo passo per vincere quanto di «terribile-temibile» è presente in ognuno di noi è guardarlo in faccia. Con sincerità. Hemingway la possedeva. Poiché credeva che i «valori supremi» della tradizione occidentale siano morti - e che uccidere gli uomini non violi dunque alcuna legge inviolabile -, gli restava come unico valore l’aspirazione alla sincerità, il desiderio di dire la verità (forse esagerando) intorno a quanto di malvagio c’era anche in lui e di cui egli godeva. Ci si può spiegare come alla fine non sia più riuscito a sopportare la vista di sé stesso e, forse per questo, si sia ucciso. Nietzsche scrive: «Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Che i valori si svalutino significa che essi restano distrutti, annientati. Lo stesso Nietzsche alimenta la convinzione che il vero senso del nichilismo sia la volontà di annientare - e gli uomini pensano che l’annientamento più nefando sia quello di cui son vittime essi stessi. Eppure, per quanto potente sia la riflessione di Nietzsche - e poi di Heidegger - sul nichilismo, essa non ne raggiunge il fondo. Le «guerre di annientamento» del XX secolo sono la conseguenza più vistosa di una persuasione che risale alle origini della nostra civiltà, cioè al pensiero filosofico dei Greci. Si tratta della persuasione che gli esseri possano esser stati e possano ridiventare niente; ossia che gli esseri possano esser non essere, cioè nulla. Il culmine dell’errore, qui, si unisce al culmine dell’orrore - anche se questa persuasione domina ormai l’intero pianeta. Se qualcuno dicesse che c’era un tempo in cui il cerchio era quadrato e ci sarà un tempo in cui il cerchio tornerà a essere un quadrato, tutti, o i più, protesterebbero e direbbero che un tempo siffatto non può esistere; ma nessuno protesta di fronte al pensiero che c’è un tempo in cui l’essere (che ora è) era ancora nulla e un tempo in cui tornerà a esserlo. Qui la sordità è totale. Troppo profonda perché sia imputabile alla semplice debolezza della mente umana. Ma intanto, come potrebbero, un uomo o un Dio, proporsi di annientare un qualsiasi essere, se non fossero convinti che l’essere da annientare possa diventare nulla e, una volta diventatolo, sia vero affermare che tale essere è il nulla? Il culmine della follia non è forse pensare che l’essere è il nulla? E «nichilismo» non è forse, innanzitutto, pensare che l’essere è nulla? E non è forse per questo antico pensiero che possono esser maturate tutte le radicali distruzioni che scandiscono la storia dell’Occidente? Nietzsche afferma che «Fannichilimento mediante la mano asseconda Fannichilimento mediante il pensiero». E invece è Fannichilimento dell’essere mediante il pensiero dei Greci che non solo asseconda ma è il fondamento essenziale di tutte le distruzioni estreme compiute dalla mano dell’Occidente - la più civile delle civiltà -, che ormai è la mano del pianeta. Emanuele Severino. Severino. Keywords: velino, velia, parmenide, zenone, scuola di velia. Zenone il velino, Parmenide il velino, divenire, GENTILE -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Severino” – The Swimming-Pool Library. Severino.

 

Luigi Speranza -- Grice e Severo: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He studies philosophy with Stilio (si veda). He becomes the principe di Roma when his cousin Elagabalo is assassinated. His principate is not however a success and he is himself assassinated not long after. So much for the line of succession. Nome compiuto: Severo Alessandro.

 

Luigi Speranza -- Grice e Severo: la ragione conversazionale del’amico lizio d’Antonino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A lizio, friend of Antonino. Nome compiuto: Claudio Severo.

 

Luigi Speranza --Grice e Severo: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma—filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Severo rules the Roman empire and it is said that he is well-versed in philosophy. Nome compiuto: Severo Settimio. 

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