LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z S SE
Luigi Speranza -- Grice e Sebasmio: la ragione conversazionale della
classe romana – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Sebasmio is a philosopher mentioned
on a list of philosophers belonging to the Roman aristocracy. SEBASMIO.
Luigi Speranza --Grice e Secondo: la ragione conversazionale della gnosi
romana – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. According to Ippolito di Roma, a
gnostic who believes that the world is divided into light and darkness. Secondo.
Luigi Speranza -- Grice e Secondo: la ragione conversazionale del cinargo
romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Tacito. A Pythagorean, he
acquires the nickname on account of a vow of silence he takes. Although some
regard him as a Pythagorean, he appears to have led the life of the Cinargo.
Even Adriano can not get to break his vow – although S. may have provided
written answers to some of the philosophical questions Adriano poses.
Luii Speranza -- Grice e Selinunzio: la ragione conversazionale della
scuola di Reggio – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Reggio). Filosofo
italiano. Reggio Calabria, Calabria. Pythagorean. Giamblico.
Luigi Speranza --Grice e Sellio: la ragione conversazionale dell’allievo
di Filone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Gaio Sellio. Pupil of Filo
at Rome. Gaio Sellio.
Luigi Speranza -- Grice e Sellio: la ragione conversazionale del
fratello – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Pupil of Filone at Rome – possibly Gaio Sellio’s
brother. Lucio Sellio.
Luigi Speranza -- Grice Selvatico: la ragione conversazionale estense –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. S. Estense.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semerari:
la ragione conversazionale e il principio del dialogo in Socrate – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo Italiano. Taranto, Puglia. Grice: “Whereas it
would be considered in bad taste at Oxford, the Italians pun on names – and
there is an essay on the ‘seme’ of ‘semerari’ Witty!” -- Grice: “Perhaps
Semerari is right and the philosopher MUST metaphorise. What better title to an
essay on Carabellese than ‘La sabbia e la roccia”?” -- Grice: “I like Semerari:
His ‘principio del dialogo in Socrate” is reprinted in his invaluable
collection on “Dialogo.”” – Grice: “In a way, we may say that Calogero,
Semerari, and myself, belong to the school of the philosophy of conversation –
not to mention Apel!”. Si laurea a
Roma sotto CARABELLESE. Insegna a Bari. Collabora ad Aut Aut, Critica storica,
Giornale critico della filosofia italiana, Clizia, Historica, Rivista di
filosofia del diritto, Rivista di filosofia, Il pensiero, Archivio di filosofia
e altre riviste specialistiche. Fonda Paradigmi. Si dedica per lo più a
Spinoza, a Schelling, alla fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty e al
materialismo storico di Marx. Altri saggi: Lo spinozismo,Vecchi, Trani; Storia
e storicismo: saggio sul problema della storia in CARABELLESEC, Vecchi, Trani;
Storicismo e ontologismo, Lacaita, Manduria, Dialogo, storia, valori: studi di
filosofia, Ciranna, Siracusa; Interpretazione di Schelling, Libreria
scientifica, Napoli; Esistenzialismo italiano (Grice: “This reminds me of
parochial Warnock and his “English philosophy,” or Sorley for that matter!” --
Cressati, Bari; “Questioni di etica, Adriatica, Bari; Responsabilità e comunità
umana. Ricerche etiche, Lacaita, Manduria; La filosofia come relazione, Quaderni
di cultura, Sapri; Natale, Guerini, Milano; “Scienza nuova e ragione, Lacaita,
Manduria; S., Guerini, Milano; Da Schelling a Merleau-Ponty; Cappelli, Bologna;
La lotta per la scienza, Silva, Milano; Valerio, premessa di Papi, Guerini,
Milano, Spinoza, Marzorati, Milano; Esperienze, Argalia, Urbino; La filosofia
dell'esistenza in Kant, Adriatica, Bari; Introduzione a Schelling” (Laterza,
Bari); Filosofia e potere (Dedalo, Bari); Civiltà dei mezzi, civiltà dei fini.
Per un razionalismo filosofico-politico, Bertani, Verona; La scienza come
problema: dai modelli teorici alla produzione di tecnologie” (Donato, Bari);
“Insecuritas. Tecniche e paradigmi della salvezza, Spirali, Milano); “La sabbia
e la roccia. L'ontologia critica di CARABELLESE” (Dedalo, Bari); “Dentro la
storiografia filosofica” (Dedalo, Bari); Sartre. Teoria, scrittura, impegno”
(Sud, Bari); Novecento filosofico italiano. Situazioni e problemi, Guida,
Napoli; “Scesi. Studi husserliani” (Dedalo, Bari); Filosofia Guerini, Milano
Confronti con Heidegger (Dedalo, Bari); La filosofia come scienza rigorosa,
Laterza, Bari, Frammenti di diario; l'anno di Istanbul, Schena, Fasano. “La
cosa stessa.” Seminari fenomenologici (Dedalo, Bari); “Dommatismo e
criticismo”, “Deduzione del diritto naturale” (Laterza, Bari); Pensiero e
narrazioni. Modelli di storiografia filosofica” (Dedalo, Bari); Frammenti di
diario; l'anno del Messico, Schena, Fasano); “Fenomenologia delle relazioni,
Palomar, Bari); “Ragione e storia. Studi in memoria” Tateo, Schena, Fasano;
Dalla materia alla coscienza. Studi su Schelling in ricordo, Tatasciore,
Guerini, Milano; ‘La certezza incerta” Scritti su Semerari con due inediti
dell'autore, S., Guerini, Milano; Ponzio, Il significato della filosofia per
S., in "BariSera", Niro, S.. Il problema morale, Atheneum, Firenze,
Silvestri, Il seme umanissimo della filosofia. Sul pensiero di S. (Mimesis,
Milano). Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Per la illuminata
iniziativa del Prof. Antonio Corsano e con il consenso della Signora Irene
Carabellese, appassionata e vigile custode dell’opera di uno dei più forti
pensatori italiani del nostro secolo, l’Istituto di Filosofia della Università
di Bari ha promosso e realizzato, con questo volume, la pubblicazione dei corsi
organicamente tenuti da Pantaleo Carabellese su La filosofia dell’esistenza in
Kant, negli anni accademici 1940-41, 1941-42, 1942-43, presso la Università di
Roma e mai editi finora. Nel piano delle opere complete di Carabellese,
annunciato il 1948 ma non più portato a compimento (uscirono soltanto i volumi
Da Cartesio a Rosmini e Critica del concreto), era previsto, coi numeri 16-18,
un « Kant (in parte inedito) ». Tale pubblicazione avrebbe dovuto comprendere
unitariamente e il volume del 1927, La filosofia di Kant. L’idea teologica —
frutto, con l’altro libro del 1929, Il problema della filosofia da Kant a
Fichte, delle lezioni degli anni 1922-1925 alla Università di Palermo — e i
corsi romani del 1940-1943, La presente edizione è stata condotta su un testo
conservato nella Biblioteca privata del Carabellese.e costituito da fogli
dattiloscritti relativi ai paragrafi 1-7 e 38-104 dell’opera e da un gruppo di
bozze di stampa corrispondenti ai paragrafi 8-37. Nel testo sono riprodotte
fedelmente le dispense autorizzate dei corsi svolti dal Carabellese quale
ordinario di storia della filosofia professore di filosofia teoretica a
Palermo, Carabellese ha la cattedra di storia della filosofia a Roma e passa
alla cattedra di teoretica, quando subentrò a Gentile. L’Autore non poté
riesaminare, ai fini di una regolare pubblicazione, il testo. Sono pertanto
restate, qua e là, delle ripetizioni Vv inevitabili, del resto, in un corso
universitario che si è sviluppato, sul medesimo tema, per più anni di seguito.
Anche lo stile della esposizione, talora un po’ trascurato, riflette la
immediatezza e quasi estemporaneità di un discorso al quale è mancato l’ultimo
ritocco letterario. L’approntamento del volume per la stampa è stato curato
dalla Dr. Valeria Novielli, che ha sottoposto il testo a un’attenta e paziente
revisione, rendendone più precisa la punteggiatura, emendandolo, nelle parti
dattiloscritte, di numerose sviste formali, controllando e rettificando tutte
le citazioni. Con la Dr. Novielli è doveroso ricordare i giovani, che con lei
hanno diviso la non lieve fatica della correzione delle bozze: Teresa
Angelillo, Teresa Massari, Cosimo Tinelli e Anna Verzillo. *o d*o* Nel
presentare al pubblico questa grossa e ardua opera kantiana del Carabellese, mi
corre l'obbligo di accennare brevemente al suo significato nel quadro del
pensiero teoretico e metodologicostoriografico dell'Autore, sì che quanti
vorranno studiarla o consultarla possano partire, nella lettura, col piede
giusto. Sulla formazione della filosofia personale del Carabellese
l’insegnamento di Kant ebbe influenza decisiva. Carabellese considerò sempre la
sua ‘critica del concreto’ o * ontologismo critico’ il risultato di un
ripensamento profondo e ostinato della dottrina kantiana. Nella Prefazione alla
seconda edizione della Critica del concreto, che è del 1939, Carabellese
dichiarava esplicitamente che Kant gli « fu d’aiuto » a scoprire la ‘critica del
concreto’ e aggiungeva: « questa mi fu poi d’aiuto a riscoprire Kant »!. Le
suggestioni ricevute da Kant per la scoperta e la strutturazione della ‘critica
del concreto” così come il ritorno a Kant attraverso tale critica precisano il
carattere di lettura teoretica, che rivelano gli scritti kantiani di
Carabellese. Convinto che il Kant della corrente tradizione storiografica, il
Kant cioè raffigurato quale punto di convergenza e di fusione di razionalismo
ed empirismo, fosse una falsificazione dell’autentico Kant e che, al contrario,
la verità di Kant fosse l’affermazione della inesauribilità dell’ ‘essere’ o
‘cosa in sé’ rispetto alla na 1 CARABELLESE, Critica del concreto, Firenze,
Sansoni tura, Carabellese ricostruiva Kant assumendo a criterio d’interpretazione
l’esigenze proprie della ‘critica del concreto’: l’essere in sé (Dio, Oggetto,
Idea) e l’essere in altro (Io, Soggetto, Esistenza). Il volume del 1927 era
dedicato appunto alla ‘idea teologica’ ed era concentrato nell’analisi del
processo onde Kant, pur nei limiti dogmatici e realistici del suo criticismo,
aveva posto la idea quale oggettività e ragione e, quindi, la schietta idealità
della ragione. Per intendere correttamente la relazione dell’opera del ’27 con
La filosofia dell’esistenza in Kant, è utile ascoltarne un passo: « Per ora
constatiamo che Kant ha finalmente scoperto la natura dell’oggettività nella
sua distinzione dalla esistenza. L’oggettività è risultata la necessità e
universalità di coscienza: ciò che nei singoli pensanti c’è di identico.
L’oggettività dunque è universale astratto nella coscienza. Ecco la grande
scoperta che Kant ha fatto, ma non ha visto. È l'America, che egli crede India.
E con la scoperta dell’oggettività, Kant ha scoperto anche l’esistenza nella
sua distinzione dalla oggettività. Infatti, l’oggettività, l’essere identico
della coscienza è astratto, perché ci sono le singolari qualificazioni della
coscienza nelle quali... ci è dato tutto ciò che di esistenziale può mai
risultare » Non diversamente da Colombo che, credendo di aver trovato una nuova
via per raggiungere un continente già noto, in realtà aveva scoperto un
continente prima sconosciuto, anche Kant — pensava Carabellese —, incamminatosi
nella ricerca critica intorno alla conoscenza, era approdato, senza rendersene
adeguatamente conto, alla individuazione della dimensione oggettiva o ideale
della coscienza e alla sua distinzione dall’altra dimensione, che è la
esistenza, la soggettività. Questa 1‘ America’ scoperta ma non riconosciuta da
Kant, che, « al di là di questa oggettività ed esistenza che ci risultano e che
costituiscono la coscienza », si intestardiva « ad ammettere ancora una
esistenza. che concretizza l’oggettività fuori della coscienza » 5.A giudizio
di Carabellese, Kant, impegnato a risolvere il problema capitale della
filosofia moderna, quello gnoseologico, aveva, di fatto, impostato vin nuovo
problema, il problema della coscienza nella concretezza della sua struttura e
delle sue esigenze trascendentali: universalità e singolarità, oggettività e soggettività,
idea ed CARABELLESE, La filosofa di Kant. L'idea teologica, Firenze, Vallecchi
CARABELLESE, La filosofia di Kant.ì esistenza, Dio e Io, ecc. Il ‘ vero’ Kant
era ritrovato da Carabellese nella ‘Dialettica Trascendentale’ della Critica
della ragion pura, dove etano stati definiti i grandi temi metafisici di Dio
(idea teologica) e della esistenza (idea cosmologica, idea psicologica). La
improponibilità di quei temi in termini conoscitivo-positivi, il loro eccedere
dai limiti della ‘ Estetica’ e dell’‘ Analitica’, che costituivano formalmente
il campo del ‘conoscibile’ e dello ‘scientifico’, davano a Carabellese la
conferma che, con Kant, era accaduto qualcosa di nuovo e di rivoluzionario.
nella storia della filosofia moderna, il passaggio di fatto, implicante un
rovesciamento prospettico, dalla filosofia del conoscere alla filosofia della
coscienza e del concreto, passaggio solo di fatto e non ancora di diritto, ché
Kant continuava a restare impigliato nella logica della filosofia del
conoscere, confondendo oggettività ed esistenza, di cui pur aveva sentito la
distinzione a livello di coscienza comune e di sapere concreto. La filosofia di
Kant « perciò s’incentra nei tre problemi della Dialettica, scrive Carabellese
nella Prefazione all'opera, Di questi tre problemi adunque noi faremo centro
per esporre criticamente il pensiero filosofico di Kant nella sua integrità,
prendendo ciascun problema dal momento in cui esso si formula nella mente
kantiana fino a quello in cui dal problema, risoluto o no, questa si libera.
L’avvertimento di quella che, per lui, era stata la più originale scoperta
kantiana e, insieme, dell’imzpasse logico in cui era stata bloccata dalle
contraddizioni della filosofia ‘storica’ di Kant metteva nelle mani di
Carabellese il filo rosso del suo incontrarsi e scontrarsi con Kant e fissava i
termini e il metodo del suo discorso critico, che si veniva organizzando nei
modi di una lettura, come oggi si direbbe, ‘sintomale’, di Kant, orientata a
valorizzare, contro il Kant letterale, la sua scoperta critica liberandone il
contenuto dall’involucro formale e linguistico della tradizione
precriticistica, che ne distorceva il senso e ne strozzava lo sviluppo.
Prescindere da Kant oggi, in filosofia, è fare opera nulla. Ora per una
determinazione di problemi che non prescinda da Kant, io credo che bisogna
rifarsi dallo stesso Kant senza trascurare quelle CARABELLESE, La filosofia di
Kant che sono le conquiste dal kantismo, e non dallo stesso Kant, già fatte.
Rifarsi quindi da Kant combattendolo nei suoi residui dogmatici. Ma per
combatterlo appunto bisogna intenderlo nella sua profondità, e per intenderlo
bisogna avere una concezione della realtà da contrapporgli (concezione sia pure
nata da Kant; che anzi deve esser nata da Kant), bisogna avere un pensiero con
cui indagarlo. Solo così si può fare la storia, sia essa della filosofia che di
una qualunque determinata attività concreta dello spirito. In tal modo,
Carabellese progettava la sua lettura di Kant come controllo di una più vasta e
generale interpretazione del rapporto tra la filosofia e la sua storia. La
filosofia, voleva dire Carabellese, non nasce se non sul terreno dei problemi
maturati storicamente (impossibilità di filosofare oggi prescindendo da Kant e
dalla storia del kantismo). La filosofia, nondimeno, non eredita passivamente
dalla propria storia (necessità di combattere Kant nel suo superstite
dogmatismo). Anzi gli stessi problemi proposti dalla storia non possono essere
compresi fino in fondo, nella loro verità, se non si sia in grado di fare uso
di un punto di vista diverso, andando al di là del giudizio strettamente
storico con un giudizio teoretico (Kant non può essere combattuto, cioè
proseguito e superato, se non venga prima inteso, e non può essere inteso, se
non si sia in grado di opporgli un differente pensiero). Insomma, se la
filosofia dipende dalla sua storia, questa, dalla sua parte, è anche
condizionata e anticipata dalle opzioni teoretiche della filosofia. Il
proposito di far emergere dall’interno della dottrina kantiana ciò che appariva
essere il suo contributo più originale e importante, dando, per questa via,
espressione a quanto Kant aveva lasciato inespresso, rendeva la indagine
storiografica di Carabellese altamente drammatica e rischiosa, provocava il
mutuo coinvolgimento dello storico .e del suo autore, al punto che il dovere di
capire l’autore finiva col coincidere col diritto di correggere, reimpostare o
risolvere i problemi da lui lasciati aperti, e sollecitava al salto al di là
dei limiti della filologia, quando ciò sembrava necessario alla risolutiva
espressione dell’inespresso. Lo stesso Carabellese era ben consapevole di ciò e
non fu certo un caso che, introducendo il volume del ’29, difendesse il suo
scrupolo filologico: « M’auguro che l’amore della tesi non abbia mai forzato
l’in- [CARABELLESE, La filosofia di Kant] dagine storica ad una interpretazione
che non sia quella voluta dalla intima coerenza logica dei pensatori studiati.
Certo ho messo in ciò la massima cura. E perciò mi son sempre rifatto direttamente
alla lettera stessa dei loro scritti, perché i concetti risultassero sempre
nella loro maggiore possibile determinatezza. In definitiva, ciò che
principalmente importa a una ricerca quale Carabellese proponeva e perseguiva
non è tanto la relazione, che Kant ebbe con le sue fonti e coi suoi
contemporanei, quanto la relazione che può instaurarsi tra Kant e i suoi
successori e, soprattutto, tra lui e noi nell’orizzonte della odierna
problematica filosofica. Era questo il senso della contrapposizione a un Kant
morto, congelato nel linguaggio delle sue opere, di un Kant vivo che, diceva
Carabellese, « io voglio rivivere e far rivivere, e col quale quindi io ho
bisogno di discutere scendendo nelle profondità del suo pensiero e analizzando
questo sia nei suoi germi nascosti, per i quali egli rivive in noi che con lui
discutiamo, sia nelle grossolanità esplicite dalle quali egli non seppe e non
poteva liberare la sua costruzione, e di fronte alle quali quindi egli deve
rinnegare se stesso e darci ragione. A questo punto può essere interessante
ricordare come un’analoga impostazione alla comprensione di Kant dava, due anni
dopo la uscita del saggio carabellesiano, ma in totale indipendenza da
Carabellese, Martino Heidegger con Kant e il problema della metafisica. Non è
questa la sede per istruire il confronto tra il Kant di Carabellese e il Kant
di Heidegger e illustrarne le differenze pur nella comune ispirazione ‘
metafisica ’ dei due approcci®. Vale, piuttosto, la pena di sottolineare la
identità, nel metodo, delle due letture, che risalta oggettivamente alla luce
della seguente dichiarazione di Heidegger: « Un’ ‘interpretazione ’, la quale
si limiti a ripetere ciò che Kant ha detto testualmente è destinata in partenza
a fallire il suo scopo, almeno finché il compito di una vera interpretazione
resti quello di rendere visibile proprio ciò che nella fondazione kantiana
traspare al di là delle CARABELLESE, Il problema della filosofia da Kant a
Fichte, Palermo, Trimarchi, CARABELLESE, La filosofia di Kant, Lo stesso
Carabellese volle precisare tali differenze in una lunga nota della Prefazione
alla Il edizione della Critica del concreto: cfr. Critica del concreto Xx
formule. È vero che Kant non è giunto a pronunciarsi direttamente in proposito,
ma è anche vero che in ogni conoscenza filosofica il fattore determinante non è
il senso letterale delle proposizioni, bensì l’inespresso immediatamente
suggerito dalle enunciazioni esplicite. Così, l’intento esplicito di questa
‘interpretazione’ della Critica della ragion pura era di rendere visibile il
contenuto decisivo dell’opera, tentando di porre in evidenza ciò che Kant ‘ha
voluto dire’. Nel seguire questo procedimento, la nostra interpretazione fa
propria una massima che lo stesso Kant voleva veder applicata alla ‘interpretazione’
di opere filosofiche (...). Naturalmente, per strappare a quel che le parole
dicono, quello che vogliono dire, ogni ‘ interpretazione’ deve necessariamente
usar loro violenza. Ma tale violenza non può esercitarsi a caso, per mero
arbitrio. L’interpretazione dev'essere mossa e guidata dalla forza di un'idea
illuminante e anticipatrice. Soltanto in virtù di una tale idea, una ‘
interpretazione’ può osare l'impresa, ognora temeraria, di affidarsi al segreto
impulso che agisce nell'intimo di un’opera, per essere aiutata a penetrare
l’inespresso e forzata ad esprimerlo. È questa una via, per la quale la stessa
idea direttrice giunge a rivelarsi pienamente, manifestando il proprio potere
di chiarificazione. Chi abbia presenti i passi dianzi riferiti di Carabellese,
ove si parla di discesa nelle « profondità » del pensiero kantiano, di « germi
nascosti », a cui fanno velo « grossolanità esplicite », della « concezione
della realtà » da contrapporre a Kant per capirlo e della necessità « di avere
un pensiero con cui indagarlo », può rendersi conto di come Carabellese e
Heidegger concepissero, entrambi, il lavoro storiografico, in filosofia,
fondamentalmente come interpretazione, interpretazione da tentare come sforzo
di esplicitazione del senso profondo e intenzionale, restato nascosto, delle
parole espressamente dette. Di tale sforzo, la cui realizzazione può anche
comandare l’esercizio della violenza sulla filologia, il pre L HEIDEGGER, Kant
e il problema della metafisica, tr. it, Milano, , Silva. Nella Prefazione alla
II edizione dell'opera, che è del 1950, così scriveva Heidegger: «C'è sempre
chi si sente urtato dalle forzature che riscontra nelle mie interpretazioni.
Questo scritto potrà offrire buoni argomenti per un'accusa in tal senso. Coloro
che dedicano le loro ricerche alla storia della filosofia hanno sempre il
diritto di muovere quest'accusa a chi tenta di aprire un dialogo fra pensatori.
Un dialogo di pensiero obbedisce a leggi differenti, rispetto ai metodi della
filologia storica, legata a un suo compito preciso. Più grave è, nel dialogo,
il rischio di fallire, più frequenti sono le mancanze. supposto è
un'anticipazione teoretica (non casuale, non arbitraria secondo Heidegger,
necessariamente derivata dal filosofo stesso del quale si fa la storia, secondo
Carabellese), capace di trasformare in parole chiare e determinate la
‘intenzione’ del filosofo oscurata e contraddetta dal suo stesso discorso
storicamente esplicito. Secondo Carabellese, il compito della filosofia dopo
Kant, nella misura in cui Kant veniva riconosciuto come ponte di passaggio
obbligato nella storia del pensiero moderno, era di andare avanti sulla strada
di una ‘metafisica critica’, che Kant aveva appunto dischiuso ma non percorso.
Sin dalla edizione, che cura, degli Scritti minori di Kant, il Carabellese
aveva fermamente battuto sul fatto che, a suo parere, il criticismo kantiano
non rappresenta la liquidazione della metafisica, bensì la esigenza e anche il
modello, in qualche maniera delineato, di una sua nuova, ‘ critica ’,
reimpostazione. « Nello sforzo tenace e fortunato che Kant ha fatto per
rendersi conto esatto della possibilità della filosofia come metafisica, cioè
come scienza, che ha oggetti non dati dalla esperienza, si possono distinguere
due aspetti: quello per cui lo sforzo tende, diciamo così, ad individuare con
la maggiore possibile esattezza questi oggetti nella loro essenza, e l’altro,
che è come il riflesso di quel primo, per cui lo sforzo torna continuamente a
misurare se stesso » 1°, L’errore di Kant, il suo limite storico, a giudizio di
Carabellese, era consistito nell’aver dimenticato che la Critica, nel suo
stesso programma, era destinata a fungere solo da propedeutica (‘prolegomeni ’)
a ogni futura metafisica e non poteva, perché non doveva, elevare se stessa a
filosofia. L’errore del pensiero postkantiano era stato quello di non
accorgersi dell'errore kantiano e di aver assunto come ovvietà non più
discutibile né problematizzabile la presunta negazione kantiana della
metafisica. Metafisica positivistica, criticismo metafisico idealistico,
storicismo, attualismo, esistenzialismo, ecc. — tale era la convinzione di
Carabellese — erano tutti prodotti diversi di un medesimo perseverare
nell’errore di Kant: la confusione del problema dell’oggetto della filosofia
(il problema cosiddetto esterno) col KANT, Scritti minori, a cura di P.
Carabellese, muova ed., Scritti precritici, Bari, Laterza. problema del
rapporto della filosofia con se stessa (il problema cosiddetto ‘interno.
Esauritosi nel mero esercizio della Critica, finita col diventare fine a se
stessa, Kant fu costretto a occuparsi unicamente del problema ‘interno’ della
filosofia e non vide come la sua soluzione sarebbe stata impossibile fino a
quando non si fosse affrontato e formulato correttamente, secondo le
indicazioni della Critica, il problema ‘esterno’. « Il problema che Kant
impostò riguardo alla filosofia », scriveva il Carabellese il 1929, «e che è
sostanzialmente il problema di tutta la Critica, non fu quello della essenza,
ma soltanto quello della possibilità di essa. L'essenza della filosofia come
scienza era presupposta e dogmaticamente accettata. Perciò il criticismo
kantiano non è la piena posizione di quello che abbiamo detto il problema
interno della filosofia; ne è invece la posizione consentita da un preconcetto
essere intellettualistico » !. In altre parole, Kant, nonostante la Critica,
non seppe rinunciare al pregiudizio pre- e anti-criticistico di un essere
sussistente al di fuori della coscienza e del soggetto e all’uno e all’altra
contrapposto e continuò a pensare la filosofia come uno dei modi, certamente il
più fallimentare, di raggiungere conoscitivamente questo essere. « Come
Cartesio aprì quello delle origini, Kant ha aperto soltanto il problema della
possibilità della conoscenza. E tutti gli indirizzi post-kantiani, che di Kant
veramente tengano conto, cercano di rispondere a questa domanda, ma solo a
questa. E a me paiono ora esauriti i tentativi per darle una risposta. È ora di
cambiar aria, di correre verso una nuova dimensione dello spazio speculativo. A
furia di dimostrare la possibilità della conoscenza, abbiamo finito forse col
dimenticare, o meglio possiamo cominciare a vedere che cosa è questa conoscenza
di cui vogliamo dimostrare la possibilità » 1. La ragione principale della
filosofia di Kant, alla luce della interpretazione carabellesiana, stava
proprio in quel bisogno di « cambiare aria », di conquistare « una nuova
dimensione dello spazio speculativo ». Il che, per Carabellese, significava che
Kant aveva toccato il limite estremo dello gnoseologismo moderno, da un lato
circoscrivendo, una volta per tutte, l’area del conoscibile, di ciò che può
essere ‘scienza’, e dall’altro provando che filosofare non è conoscere. li
CARABELLESE, Il problema della filosofia CARABELLESE, Il problema della
filosofia Che cosa la filosofia potesse mai diventare, dopo essere stata
affrancata da compiti di conoscenza — questo, secondo Carabellese, era il
problema posto da Kant, che Kant non ebbe la forza di risolvere, in quanto lasciò
che i potenti strumenti della Critica restassero inceppati dallo stesso
pregiudizio realistico messo in crisi appunto dalla Critica. Il pregiudizio
restò ancora abbastanza saldo per la svista di Kant, che non si accorse della
grande scoperta ‘critica’ e ‘metafisica’, da lui fatta, dell'oggetto quale
universalità e necessità della coscienza e non più suo ‘al di là”.
Proclamandola impossibile come scienza, Kant mostrava di considerare la
metafisica pur sempre come ‘scienza’. Per lui, gli ‘oggetti’ della metafisica
(Dio, anima, mondo) continuarono a valere come l’‘al di là’ della coscienza,
conoscitivamente inattingibile. Eppure il senso della Critica spingeva a
inglobare quegli oggetti nella coscienza, a ‘ immanentizzarli’ non quali ‘
contenuti” bensì quali ‘essere’ della coscienza, come la stessa coscienza nella
sua originaria e necessaria struttura !8, infine come l’apriori metafisico di
ogni determinato e concreto sapere, essere e fare. Dopo Kant, quindi, anzi
attraverso Kant, fare metafisica, fare cioè filosofia e non soltanto
propedeutica alla filosofia doveva voler dire, per Carabellese, null’altro che
riflettere (riflettere, non conoscere), sempre più a fondo, sulla coscienza
comune, sulla struttura del concreto essere/fare naturale e storico dell’uomo.
Nello spirito, anche se contro la lettera della Critica e contro la dominante
tendenza del pensiero postkantiano, Carabellese pensava tale struttura
immanente e trascendente allo stesso tempo: immanente, perché intrinseca al
concreto, trascendente, perché non esaurita né esauribile in alcuna
determinazione del concreto (la inesauribilità della kantiana ‘cosa in sé’
rispetto al fenomeno o natura). Per rivalutare a pieno il kantismo bisogna
guardare anche «.. coscienza è il sapere insieme, noi molti soggetti, un
oggetto, nella unicità del quale conveniamo » (CARABELLESE, La coscienza, nel
vol. collettivo Filosofi italiani contemporanei, Milano, 1946, Marzorati, p.
210). Oggetto umico e noi molti soggetti insieme costituiscono, per
Carabellese, la struttura o essere della coscienza. Fusi e, tuttavia, distinti
nella sinteticità originaria della coscienza, della coscienza l'oggezto è
principio 0 fondamento e noi molti siamo i termini esistenziali. Tutto ciò
Carabellese ricavava dalla Critica, ora direttamente ora mediandola
storicamente, ma sempre sostituendo all’abituale lettura di Kant in chiave
gnoseologistica la interpretazione ‘metafisica’ ossia, nel linguaggio di
Carabellese, ‘ ontocoscienzialistica '. questi oggetti della ragione pura, non
per tornare a ripetere la metafisica kantiana di noumeni sconosciuti e
inconoscibili e pur validi come regolativi, ma per guardarli nel nuovo concetto
di co- scienza maturatosi da Kant, e rivalutare così di nuovo il presup- posto
trascendentale della esperienza. Del nuovo concetto di coscienza, in cui
venivano trasposti e semanticamente rigenerati i vecchi oggetti metafisici
della ragione, La filosofa di Kant. L'idea teologica e La filosofia
dell’esistenza in Kant furono la riflessione, tematizzandone l’una l’aspetto
oggettivo (Dio, Idea) e l’altra l’a- spetto soggettivo (Io, Esistenza). Le due
opere furono i due tempi di una medesima ricerca, i due momenti di una medesima
analisi e anche le due direzioni diverse di una stessa polemica. Infatti,
ambedue — come, del resto, tutti gli scritti teorici e storici di Carabellese —
rappresentavano altrettante prese di posizione nei riguardi di quelle che
Carabellese pensa essere le conseguenze della mai denunciata svista di Kant e,
più in generale, le manifestazioni estreme, nel pensiero contempo- raneo, del
non ancora debellato realismo dogmatico. In partico- lare, il libro,
attribuendo a Kant, tradizionalmente fatto pas- sare per il progenitore
dell’idealismo moderno soggettivistico, la sco- perta della oggettività di
coscienza, serviva a Carabellese anche come arma di lotta contro l’attualismo
gentiliano — allora al culmine del suo successo storico —, che di
quell’idealismo si protestava l’esito più coerente e rigoroso e che fu appunto
il bersaglio permanente della polemica filosofica di Carabellese. Analogamente,
La filosofia del- l’esistenza in Kant, con il discutere la confusione kantiana
di esi- stenza e oggettività realisticamente intesa, consentiva a Carabel- lese
di contrastare l’esistenzialismo, che in quegli anni si andava diffondendo
anche in Italia, e di condannare in esso la sopravvi- venza del preconcetto
realistico e dogmatico « che il singolare sia fuori dell’essere, e che l’essere
sia al di là della singolarità » !9 e, soprattutto, l’errore teoretico di
presupporre la esistenza senza chie- dersi che cosa mai essa sia, a quale
esigenza strutturale del nostro essere/fare concreto essa risponda. Esula dal
compito assai limitato e modesto di questa introdu- zione l’esame critico della
ricostruzione carabellesiana della filo- KANT, Scritti minori, cit, p. VI. 15
CARABELLESE, L'esistenzialismo in Italia, in « Primato » 1943, p. 65. 16 V.
segnatamente i paragrafi 3, 13, 43’ e 84 di questa opera. sofia di Kant. Tale
esame, ove fosse tentato, implicherebbe l’apertura della discussione sulla
generale metodologia storiografica del Carabellese e, quindi, sulla sua
posizione teoretica, che di quella metodologia è motivazione, supporto e guida.
A me premeva solo di dare al lettore alcune indicazioni elementari e, a mio
avviso, es- senziali per un suo primo orientamento sull’impegno programmatico e
sul carattere di questa opera, indubbiamente originalissima e ri- gorosa, in
una epoca che, forse, non è la più favorevolmente di- sposta a comprendere un
lavoro storico condotto con la tecnica usata da Carabellese e ad accettare un
discorso teoretico redatto nel linguaggio che era proprio di Carabellese. Il
lettore vaglierà e giudicherà per suo conto. Quali che siano, però, le
conclusioni di ciascuno di noi, possiamo essere tutti sicuri che la intera
ricerca di Carabellese, nella quale, in primo piano, si pone la sua lunga
meditazione kantiana, è, per tutti noi, uno stimolo potente a li- berarci dai
consunti schemi storiografici e a tirarci fuori dai luoghi comuni in cui la
nostra intelligenza filosofica può essersi impigrita. Bari. Giuseppe Semerari.
Semerari. Keywords: fascismo, Gentile, neo-idealismo come intrinseccamente
fascista, Croce, Vico, intersoggetivo, io-tu, dialogo, dialogo autentico,
comunita, valore comunitario, comunita umana, vico. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Semerari” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semmola:
I FONDAMENTI DELLA PSICOLOGIA RAZIONALE --
la ragione conversazionale della filosofia come istituzione – la scuola
di Napoli – filosofia napoletana -- filosofia campagnese -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo napoletano. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I find it
difficult to decide if Semmola endorses formalism or informalism in his
monumental “Logica.”” Grice: “While Ayer never liked it, metaphysics is very popular in Italy,
as Semmola’s monumental “Metafisica” testifies.” Grice: “It’s good to see
philosophy as an institution, in the Italian way of using this word, as per
Semmola, “Istituzione di Filosofia.” Uno dei più grandi esponenti della scuola napoletana. Partecipa ai moti
di Marigliano. Saggi: “Istituzioni di Filosofia,” “Logica,” “Metafisica”, Biblioteca,
Napoli. Mente divinatrice ardente spirito investigatore che nello studio della
natura morbosa dell'uomo produsse miracoli di arte e di scienza scolare e
presto emulo del suo gran più ai giovann conchiuse alla novità delle dottrine
una sapienza antica procacciandosi fama in patria e fuori di sommo maestro in
medicina ne rifulse lo ingegno incomparabile dalla cattedra nell'università
napoletana nelle accademie e negli ospedali nei consessi legislativi e nei
congressi scientifici nella parola negli scritti membro della commissione
legislativa riunita in Firenze principale autore di un codice sanitario
italiano inviato unico plenipotenziario alla conferenza sanitaria
internazionale di Vienna deputato e poi senatore nel patrio parlamento onorato
due volte di medaglia d'oro dal proprio governo per le cure ai colerosi da
quello del Brasile per la guarigione del suo imperatore Socio di gran numero di
accademie italiane e straniere Insignito di molti tra i maggiori gradi
cavallereschi. Muore nella fede catolica avita. Questo marmo per voce del
comune Si fa eco della pubblica solenne onoranza cittadina. Le spoglie mortali
riposano nella cappella mortuaria di famiglia ove le vollero la vedova ed i
figliuoli a rendere vieppiù paghi la loro pietà ed il riconoscente affetto. INSTITUTIONES PHILOSOPHICAE
AUCTORE IN USUM SUORUM AUDITORUM I CONCINNATÆ INSTITUTIONES METPAHYSICES.
Napoli Micliaccio. Superiorum permijfu y i PRÆCLARISSIMO VIRO CORRADINO
marchiOni spectatissimo S. D. t T l itterario operi, PrjBclarifllme Vir jam jam
(in publicam lucem prodeunti, nihil majus, nihil honorificentius ab Au« ^ore
fuo exoptari poteft, et fehcius accidere, quam ut infigni aliquo nomina
decoratum emittatur. Jam vero nullum illufirius, ac vere inclytum nomen, niii ^
quod Mentis prsfiantia, ingeniique 2 felicitate 'fit comparatum t quod dein
integritate fumma, maxima lUe fapieQtia in graviflimis expediendis muneribus
fit et >'perfe6lum, atque firmatum.* quod tandem egregio animi candore,
atque incorrupta religione fit numeris omnibus abfolutum. Qui funt hujurce generis
Viri, (funt enitn vero admodum pauci) fummi. profefto funt, &, vere magni.*
hi cum ceteris emmeant, fintque de Societate be-. nemerentiffimi, jure ab
omnibus fincere colendi.* et cum xqui fint, atque idonei rerum zftimatores, in
'eorum fententiam libentiflime reliqui defcendunt, ut nec au-. dax
obtre£latorum manus alfurgere 'contendat. Solent et alia publicæ exiftimationis
capita percenferi :at cu 2 a proprio cujufque merito non repetuntur, et
fortunam, non jam virtutem comitem habent, natura fua et funt nimis fiuxa, et
eb omnibus, qoeis cor fapit, parvi penduntur. Certe, qui ftulte hifce
gloriantiir, haud recogitant Horatianum illud Ne cum forte fuas repetitum
•venerit olim '' Crex avium plumas, moveat cornicula rtjum Furtivis nudata
coloribus. Bene homines intelligunt, quid inter adfcitum, et proprium decus
interfit; et ut huic juftam, meritamque habent venerationem, ita illud
defpiciunt, et averfantur. Hinc fi qui fplendidis decepti_ nominibus aliquem
hujufmqdi Vmum honefti laboris fui patronum inconfulte deleeerint, tantum
abeft, ut bene rei fua! profpexerint, ut potius in fe publicam hominum
tontemptionem ftultiffime concitent. Hsc quum ita fint, nemo proteao non
probabit, cur tantopere exoptaverim, ut meus ifte labor qualiscunque Tibi,
Przclariifime Vir nuncuparetur | tantoque conceffo honore fummopere mi
caudeam', atque triumphem. Nomen enira tuum tot tantifque de caufis illuftre,
at^ que cohfpicuum, eo profero illujtriuf jure, meritoque celebratur, quod
mp*"* reliquorum hominum fortem, non nmofis imaginibus referta atria, non.
gia majorum facinora, fed tu*. Te virtutes unice extulerunt. Tu apriraauiqu
ætate fori curriculum ingrelfus, tantum ingenii acumine, legum fcientia,
gravitate, pfobifque moribus ceteris prsluxifti, ut inde aufpicium faaum fit,
Te ad ‘grandia natum, quod dein-mox comprobavit eventus. Re quidem vera, quum
tot, tantarumque virtutum tuarum fama diutius fori ambitu contineri non
potuerit, faftum eft, ut Ferdinanjjus providentiflimus ReXj nofter regiorum
Hetruriæ prasfidiorum AflTeflorem, et mox etiam Auditorem in Teates, et Aquilæ
Tribunalibus deftinaverit. Qua vero in hiice muneribus (apientia, integritatis,
ac folida probitatis argumenta praftiteris, ex eo plane intelligi poteft, quod
non multo poft Neapolim fis revocatus,, et in fupremo totius Regni Tribunali a
fapientilTimo Principe Criminum Judex conftitutus.^Per holce veluti gradus
fellinatis honoribus Te a fecretis Regni, Te Realis Camera Sanfla Clara
Confiliarium, Te ternum Confiliarium, et fupremum Sa* erarum Rationum Curatorem
vidimus. Tn vero omnibus hifce muneribus major, re olfendilli, Urenuam in
laborando alTiduitatem tuam nec fene6lute remitti, nec negotiis opprimi pofle. Hinc illa eadem Regis Sapientia, qua Tibi probe
cognito tanta demandaverat, ad majora protinus_ extulit. Te fibi a fecretis in
Ecclefiafticis, et Sacri Patrimonii rebus afllimiit,ut in ampliori theatro
collocatus clarius enitefceres. Qua duo graviffima omnium onera ira per Te
adminiftras, ut et Principi probanffima procuratio tua femper extiterit, et reliquis
omnibus admiratione digniffima. Tot, tantaqua dignitates cura honorum
continuatione habita, eo Tibi majori funt Ihudi, quod certum eft, non gloria
Majorum, non aliena ope, non caco /orruna 'impetu, non externis fubfidiis, fed
tuis virtutibus, et fapientiflimo 'Regis Cbnfilio efle • confequutmn.vin hac
tua tam multiplici, tara iolida honorum, 8c gloria fegete nihil fane erat, quod
operi meo melius potuiffem optare, nifi ut tuo nomine fuperbum, tua claritate
decoratum, patrocinio tuo tutum in manus hominum prodiret. Voti compos
effe6lus, reliquum nunc eft^ ut Te facilitatis in me tua non poenitear,
potiffimum cum Adolefcentium edu~ationr, cui tantopere, 8c fine intermif[ione
ftudes, fit illud infcriptum'; et ego 3e tanta in me indulgentia gratias. agam
immortales. Sis latus, et Te Deus virutum omnium exemplar fofpitet femper, ic
pro publico hujus Regni bono in avum 'ervet incolumem. I I IN UNIVERSAM
METAPHYSICAM PRAEFATIO. I. Icet MET^mSICES nomen forte olim fuifle cufum
videa*|h e W tur; tamen facultati, quam elucidandam fufcipimus, apprime 51 ^
confonum cflfc, nemo profecto ambiget. Si enimPhyfices nomine a Græco vocabulo
Sutrii tPhyJis, quod naturam fignificat, rerum fenlibilium pertractatio
infignita fuit ; jure Metaphyfica dicenda erat, (itrei Titr puur ^ (cientia
nimirum fupra Naturam, facultas illa, quæ res a materia (ecretas, neque
fenfibiles rimatur, abftractionis et ratiocinii ope. II. Equidem, cum noftræ
naturæ conditione fiat, ut prima; rerum omnium notiones e lenfibilibus, et
materia concretis exordiantur, tum gradatim progrediendo ad infenfibilia
afeendamus, et fecreta a materia; ordinis ratio poftularc videtur, ut nullus
Metaphyftces T^erxXva\\2i adeat, nifi Phyficis cognitionibus antea inftructus.
Atqui Majores noftri contrarium tenuere iter ; qui mos, poftquam ad nos ulqiie
devenit, veluti lacer fuit, et religiofe fcrvatus ; quantum enim icio, nemo
hactenus illum adgredi «ft aufus, five id nimia antiquitatis veneratione faftum
llr, five ex animi imbecillitate, five alia quacumque ex caulfa. Nolim rectas
licet sententias no-» •vitate in alicujus cadere offenfionem ; quilibet jure A
uta a Jn Unlverf. Metapb. utatur fuo, &, quam libuerit, fequatur fcmitam.
At illud faltem indigitare ex munere meo duxi, ut difcant Tyrones planum, et
magis profuturum emetiri, quem alias lalebrolum experiri folent, ftudiorum
curriculum. Quæ fupra fenfibilia adfcendunt, et a materiali compage funt
fecreta, diverfa (refpicere poffunt, atque ideo non immerito hinc Metafhyfices
partitionem defumemus. Nempe, quas fola mentis abftractionc affequuntur, fi
quidem generales rerum omnium proprietates fpectant, Ontosophia, prima fcilicet
Metaphysices parte, continentur, Quæ vero fpectant Mundum in genere, atque ideo
extra fenfuum aciem conftituta folius ratiocinii vi agnofei poflunt, alteram
ejufdem partem conftituunt, quam Cofmolagiam dicimus. Sunt vero quæ fuapte
natura ab omni materijB concretione funt fejuncta, Mens fcilicet humana, et
Deus, duafque alias fiftunt ejufdem facultatis partes, Pfycologiam fcilicet, et
Theologiam Naturalem. Poftrema tandem pars hominis relationes erga Deum,
feipfum, fuique fimiles expendens, quæ inde fequantur officia monet, morumque
præcepta decernit tum artem edocet re6fe vitam inftituendi-, ut felicitatem
confequamur j* eaque Jus natura y ifthæc Ethica nuncupari confuevit. Quinque
itaque partibus Metapbyftca continetur, quarum priores quattior modo vobis
exhibeo, Adolefcentes optimi, no» exuccas, nec vanis, garrulifque
fubtilitatibus fcatentes, Icd doctrinis, quæ veram redolent fapientiam, refertas.
Has partim quidem collectas, partim mihi in meis meditationibus fponte veluti
fua Pnefatle 3 fua occurrchtcs, elucubrare, et ingenio veftro, quantum cognovi
adcomodare fategi. Poftremain vero partem, favente Deo, mox ut otium ^ 8c vires
fuppetent, adjiciam. IV. Ex ipfa objecti explanatione, quam modo breviter
profcquuti fumus, abunde quifque intelligit, quanta fit hujufce facultatis,
quam per, quam pro^ ba, ac JubaHa mediocris ingenii cultura trihua's, quam
afiiduis, atque providentiffimis curis Praclarijftmi, ac beneficentifftmi
Nolani olim %4nti~ flitis, mox vero, benemereniifftmi Panormitani */irA
chiepijccpi, ac Sicilia Prafidis probatiffimi PHl~ LIPPI LOPEZ^Y ROYO in eodem
Nolano Se• minario ‘ alumnus excepi. Equidem fi quid in litteris y In morum
difciptma profeci y' libenti ac grato y/fnimd, ncc non ingenuo pudore fateor^
me Ei acceptum referre. Vale. \ jit ea pofita ponatur etiam id, cujus ed ratio
sufficiens, fecus rurfum infufiiciens foret : quippe præter illam rationem
aliud quidpiam modo requireretur ad ponendum illud, quod noa dum ed politum.
NIHIL ejl fine fufficlenti ratione. Hnjufcc principii indubia veritas cuilibet
fponte fua occurrere autumamus. Si quis vero demondrationem requirat ex
principio contradictionis facile eruemus. Sane infit enti A quasvis affectio N
præter effentiam, ita nempe ut Contradictoria affectio — N, vcl alia quavis
diverfa M eidem ineffe poffit. Ex duabus contradictoriis affe6lionibus N, et N,
quas feorfim in eodem Ente ineffe poffunt, nec non 'ex diverfis N, et M in
eodem Ente asque poffibilibus, vel aded fufficiens ratio cur altera infit, vel
non. Si primum, addruitur propofiti principii veritas.Si fecundum, A 4 quia
ONtOSOPHIA. quia contradictoriæ affectiones N, et N, nec non diverfx N,
&T'M lint in Ente A cx hypothefi seque pofTibiJes, vel utraque, vel neutra
infidere deberet: par enim eft pro utraque ratio Sed utrumque eft contra
hypotefim. Quare fi enti A infidet affectio N, cum, ejus infpecta natura, ex
sequo infidere poiTet vel contradi£ioria affectio — N, vel alia qusevis M, id
aliqua ratione, et quidem fufficienti, fieri oportet. Nihil ergo eft abfque
fufficienti ratione. Hujufce principii veritatem quam maxime commendat illa in
omnium animis ingenita prurigo quærendi femper cw hoc} cur illud} a qua numquam
conquiefeimus, nifi fufficiens hujus, et illius ratio non occurrat. Eft hxc
fine dubio tacita qusedam naturx vox, nihil effe fine fufficienti ratione. . §.
lo.Ex diftis liquet, nullum dari, nec dari poffe furum Cafum. Puri cafus nomine
intel-ligitur eventus, cujus nulla fit fufficiens ratio. Equidem hujufmodi
notio nullo prorfus pa£fo concipi poteft, et ex iliis eft, quæ omni humanæ
rationi pugnant. Quod fi quandoque plura cafu, et fortuna fieri dicuntur, id ex
eo eft, quod cauffas p rationefque, e quibus illa continuo, et certo nexu
pendent, minime pervidemus. Prop/er ohfcuritatem y fapienter Tullius ^q. *Acad.
l. 2. ignorationemque cauffn^ tum fortuna efficit multa improvifa, nec opinata^
et Juvenalis Sat. lo. fed te Nos facimus Fortuna Deam, Coeloque locamus. Nempe,
ne noftram ignorantiam fateamur, malumus fortuna inania verba proferre, et ita
nosmet-. p ipfos deludenfcs, ignorantiæ noflr* acquiefcere. Inveftigatio fane
cauflarum, et rationum mentis aciem exigit, et improbum laborem. Hinccft, ut
qui minus ingenio valent, vel funt laboris magis impatientes, plurima cafui, et
fortunæ tribuant, quæ acutiores, et laborioft per fuas rationes, et caulTas facile
expediunt. II. SufRcientes rerum rationes invefligare proprium eft Philofophi.
Nam ut inquit Genuen» iis „ populus renun phænomenis efl contentus/ „
philofophus in rerum cauflas, et principia in„ quire debet, quod egregie vocant
Platonici „ mundum intelligibilem, et populo ignotum „ vedigare. Qua
Philofopbia nihil validius eil, „ atque^ efficacius cum ad vitam pacate
ducen-,, dam t um quoque ad reipublicx tranquillU „ tatem. /frop. Xy II. El.
Met. par. prior, II. Caveant vero Tyrones I. ne aniles reputent fabulas omnia,
quorum incomperta ed,vel impervia fufficiens ratio. Meminerimus imbecillitatis
nodra;, et ingenue fateamur, innumera ciTe, quorum rationes neque perfpeximus
ha6lenus, neque in sevum comperiemus. Ecquis hactenus novit cur Magnes ferrum
trahit ? cur Gymnotus, non eseteri pifees, clectricitate polleat? cur Jovi
quatuor fatellites, non plures, neque pauciores fint conceffi, tum feptem
Saturno, nullus Marti, unus Telluri ? &c. Recogitemus vetus illud ac
lapiens Epicharmi decretum „ Nervos ede fapientia:, nihil temere cre„ dere „
fed neque oblivifcamur nimis temerarium, immo dultum ede, rerum veritates ex
xnodulo. nodro metiri. Itaque nihil gratis aderendum, aut gratis affirmanti
concedendum * at ubi prxfto fint exteriora momenta, quibus aliquid
fuperftruitur, hajc prius difeutienda funt, ne illud pertinaciter negantes
temeritatis notam merito incurramus, et veritati fponte contradicere velle
videamur. II- Haud putent Tyrones fufficientes rationes, quibus Cauflfæ ad
agendum determinantur femper ipfis cauffis extrinfecus quærendas effie, quum
pluries queant effe internæ. id quod præfertim de agentibus libero arbitrio
pr*ditis di£lum velim. Qua de re animadvertant, quod licet ultro fatendum fit,
fapientis elTe nihil agere, nihil deliberare, nifi ex omnium, quæ occurrere
poffiunt, rationum calCulo : haud tamen putandum eft, has. rationes veram, et
internam fufheientiam continere, qua liberarum cauflarum indeclinabilem live
flagitent, flve extorqueant aflenfum. Equidem fl ita res fe haberet ( id quod
vifum efl Leibnitianis ), cauflæ illæ nequaquam liberæ dici poflent. In ipfa
natura cauffarum liberarum, five in ipfo earum libero arbitrio ratio fufficiens
continetur, cur fe cieant, determinentque, quin ulla requiratur alia ratio.
Externæ rationes, fi qux adfunt, fuam sufficientiam ex ipfo libero arbitrio
confequuntur, fi quidem confequuntur. Sapienter Cicero de Fato c. I. Motus enim
vohntarius tam naturam in feipfo continet, ut fit in nofira potefiatty nokifque
pareat / nec id fine caujfa, ejus enim rei caujfa ipfa natura eji.De Ejfenfia ^
et Attrthuus, .Xj.y^Uamlibet nobis notam rem acutius per» 'V^/ luftrare velimus,
notio Menti obveriabitur plurcs conceptus complectens/ cumque nihil fit abfque
fufficienti ratione, mo« nemur hinc totidem veluti realitatibus rem ipfam
conflare, feu totidem didinctis notis. Has duplicis ede generis, nofcimus ;
aliæ Tiquidem perpetuo res fuas comitantur, aliæ non item : abeunt enim,
pereuntque ipfa tamen re perma» nente, queis aliæ fuccedunt, atque aliæ, vel
primæ iterum redeunt. Deinde notarum, quæ res perpetuo comitantur, quædam
videntur veluti primæ, quarum nempe fufficiens ratio nequit ab aliis derivari ;
et hæ appellantur profrie.tates rei ejfentiales. Aliæ, quæ ci primis fluere
videntur, et in ipfis habere lufficientem. rationem, attributa dicuntur. Notæ
vero rem non comitantes perpetuo, fed quæ continuo abeunt, et queis aliæ
fuccedunt, mox vel numquam rediturz, modificationes, affeQiones., qua. litates,
vel tandem accidentia folent nuncupari. Indivifibilis complexus omnium
proprietatum edfentialium, quæ rei cuique infunt, dicitur ejufdem rei E(fentia
^dc quandoque etiam Uatura, licet minus proprie. Effentia igitur inliar unius
coniideraiu^ venit, cui fcilicet nihil addi poted, nihil demi, quin ipfa res
pereat j et alia atque alia continuo fiat: atque adeo notio eflentix pendet ab
adsquata cognitione omeciei, et generis notione minime ingrediuntur ^ inter ie
diferiminentur, facile intelligitur, efsentias ctmeretas magis compoliras efse,
abftra^las autem fimpHciofres; feu, quod idem eft, primas plurium proprietatum
else 'complexiones, fecundas autenx pauciorum.. qualis a nobis concipitur, conftituit- Hæc me. i rito
fecernenda eft ab eflentia reali • quippe ip. Reales rerum dTentias omnes ad
unam nos latere, aut faltem certo non conftare, ultro ' fateri debemus. Ecquis
enim completam ullius rei notionem fibi comparaffe contendet ? Qui reddi
poffumus tuti vel in ipfis magis obviis rebus nullam ruperefle adhuc latentem
proprieta* tem ? Confer, quæ in Logica diximus. Deinde ea ipfa, quæ nolfe
putamus, non funt nifi mentis noflræ phænomena, pendentia quidem ab objectis externis
utpote renfuum fibras irritantibus ; fed quæ nulla prorfus ratione patefaciunt,
quid intrinfecus ipfa fint objecta externa * qua de re alibi opportunius. Hinc
quæ in Scholis definiri folent Effentiæ, notiones rerum fpeflant, non res
ipfas. Cum ergo noflræ notiones, pr*fertira fubfiantiarum, numquam fint
adæquatæ, tum varient quamplurimum pene pro numero mentium; facile
intelligitur, quantopere in hominibus effentiæ rerum notionales fint tum inter
fe diverfæ, quum a realibus diferepent. 7 iai»» De variis Entium generibus,
^.lO.^^Um Entis notio tum rebus, quæ actu exiftunt,;tum quæ non exiftunt
quidem, at exiftere pofsunt,ex sequo conveniat; hinc P“ Entis vocabulum
emphatice a Platonicis ufurpar tum w.^rOSOPHIA. IS prima, 5 c gcneraliffima
Entis divifio cfl: in Ens Icu exiflens ^ et potentiale ^ leu pojjihite» zi. Ens
actuale vel ita exiftit, ut tota fuat exiftentiæ ratio fufficiens in fua
efsentia contineatur, feu ut ejus exiftentia in Iu* cfscntiæ conceptu
includatur, et Ens a fe, feu Ens neceffarium appellatur. Hujuimodi eft foius
Deus. Vel exiftendi fufficiens ratio in altero Ente continetur, et Ens alio
dicitur, leu Ens cow-.'Hujufmodi funt przter Deum cætera quavis Entia -
Utriusque entis caracteres alibi opportunius expendendos rejicio, ^.22.
Quiecumque hujus Mundi Entia contemplari velimus, innumeris ea mutationum
viciffltudinibus perpetuo obnoxia efse deprehendimus : interim in tanta
pereuntium, ac fe invicem fuccedentium mutationum ferie, Entia illa adhuc
perdurare intelliguntur. Merito hinc conficimus, tot tantifuue mutationibus
aliquid perdurabile fubftare, cujus diverfæ fmt modificationes quotquot excipit
mutationes. Porro primum illud fubjectum perdurabile, ac modificabile
Subjlantia dicitur. Quod vero hujufce fubjecti modificatio efi, et concipitur,
Modus appellatur. astum legimus, pro eo fcHIcet, quod ærernum eft, et
perfeflilTimum ; hinc res facias non entia ^ fed entium umiras iidein
appellarunt. Hajc equidem loquendi ratio fublimior elt, et vere philofophica ;
Deus enim eft Ens abfolutiflimum omnes entitatis rationes in fe uno coniple« 5
lens. Quis ex
factis Scripturis illam hauftam no» dixerit ! fane Exod. . Ipfe Deus, quis
efset, fcifcitanti Moyfi refpondens, dis it: Ego Jam, qui fum. Primam
fubftantiæ notionem ex entium contigentium contemplatione mentibus noftris
informamus : hinc eft, quod fubftantiam concipiamus tamquam fubjectum aliquod
primum perdurabile ac modificabile. Cæterum nequit hxc fubdantiaz notio ex
azquo aptari Enti necefsario, nempe Deo, cui nullas inelsc pofsunt
modificationes. Deinde animadvertendum notionem fub* ftantias mox traditam
penitus abftractam efse: nullibi fiquidem reperire eft ejufmodi fubjectum, quod
nullas actu modificationes habeat. Quot quot exiftunt, funt undique
determinata, et fin» gularia ; univerfalia, qucd fxpe dictum eft, non 1 'unt
nili Mentis noftræ abftractioncs. Cum fubftantia primum fit fubjectum &c.
^.2a.quodvis aliud fubjectum, cui infit,& inhxreat, excludit,-( ipfa enim
fibifubftat, et fubjc6tum eft quarumvis modificationum, quas ei obtingere
pofsunt) non vero excludit quodvis aliud fibi externum fubjectum, in quo fola
infit fufficicns ratio fuas exiftentias. Quid enim implicat fubftantiam
principium fuas cxiftentijc extrinfecus habere, interim vero ipfam fibi
1'ubftare„quin indigeat eidem principio inhzrerc ad inftar modificationum ? Ex,
gr. decora Palladis forma, quam faxo infCliTp|am miramur, lui principium feu
fufticientem exiftentias rationem ab artifice petit ; at interim faxo, non
artifici inhsrret. Qui ergo fubllantia ab externo principio fufticientem fuas
exiftentias rationem petens eidem principio inhasrere debet? porro ad
differentiam modificationum ipfa fibi fubftare nihil vetat - f S' Dio»: V t/ E
contrario MqM nequeunt Jpfi fibi; fubdare, feci neceflTario natura fua alicui
Subjc£lo inhærere debent. Operæ pretium eft heic expendere impiam non minus, ac
abfurdam Subftantiæ deii* Ditionem, quam Benedictis Spinoza ex fuo je« cinore
c^mpo^’uit. Verfutus Homo pantheifti* eam molem flfuere contendens,
definitionum, theorematum, ac corollariorum exteriori appa« ratu Geometrarum
morem mentitus eB,utLe«, Cot ibus facile poffet illudere. Quare hanc præfniiit
Subflantiæ definitionem : per Subjiantiar» ^intdligo id j quod in fe eji ^ et
per fe- concipi’* tur ; tum explicationem fubdit. hoc efl, id, cujus conceptus
non indiget conceptu alterius rei f s quo formari debeat. Verbis illis quod in
fe efl duplex fubjicl poteft fenfus : i. quod in Je efl, nempe a fe% quamlibet
excludens externam caufam, a qua producatur; a. in fe efl ^ nempe flbi ipfum
Jubflaty quodvis intriniecum SubjeCum, cui in« hæreat, excludens, contra id
quod proprie Modorum efi. Hic fecundus Subfiantiæ conceptus» verus efl, fed
nihil Pantheifmo, cui fludet B Spi (a) Nemo mihi calumniam inferat eo, quod in
au» guflilKnio Eucarifti* Sacramento, permanentibus panis et vini accidentibus,
fide Divina tenendum fit, nullum re. manere panis, et vini fubjeflum. Nam, quos
vulpo mo» dos, et accidentia in hoc Ven. Sacramento appellamus, >ro meris
habeo adparentiis, et phsnomenis. Nen^, leficiente fubftantia panis', et vini,
Divina virrute fup.,Ienrur in fenfibus noAris illz ezdem impreffiones, ou^
ierent a reali panis, et vini TubHantia. Hinc profe^Q (l, ut ilU fe^biles
reprxfentationes oobis occiuraot. Spinoza, favet. Primus, cui foli
pantheifticam molem inzdificare fatagit, falfus e(l, qui neque ab ipfo Spinoza,
neque a quovis ejus Af* Iccla ha£lenus e(l demonfiratus. ir. Neque minus fallax
e(l explicatio definitionis ab eodem allata. ( inquit ) concep» tus non indiget
conceptu alterius rei, a 'quo foy mari queat, Si, conceptum Subfiantt^e
prafcindi poffe a quovis alio conceptu, ultro coBtedimus \ fi vero intelligat,
Sub/iant'ee cotf eeptum neceffario a-fs excludere conceptum alterius rei, a qua
ipfa Subflantiq producatur, feu in qua in/it fu-fficiens ratio, princprum fue
exijientia, et id gratis afferenti in zvutti negabimus. Tnterim ex allata
poenitenda definitione illa fua oracula depromit catus Homo. Unicam in Mundo
Subflantiam extare. Hanc unicam Subjlt.rt 'am ejfe Deum.’ Hujus deinde
modificationes ejfe quotquot in Univerfo cernimus f^c. Sed hac de re fuo loco.
27. Ut poflibilis notio fiatuatur, quot non repugnare dicuntur prznotanda funt.
Ea non mepugnare dicimus, quz
fimul effe polfunt. Ex. gr. Triangulum zquifaterum, Subfiantia cogitans &c.
non repugnare dicuntur, quippe triangulum *^cinn zqualitate laterum confiftere
potefi : SubfWntia cum cogitatione, tanquam ejus pro« p^ietate. ' 28. E
contrario, quæ fimuI effe nequeunt, ep quod unum eorum alterum excludat, et
atnbo fimul fe mutuo deleant, e4 repugnare dicuntur: ex. gr. Circulus
quadratus. nam notio circuli notioneni quadrati excludit, et ambas limuU. simul-fc
mutuo delent. zp. Pojfibile dicitur quidquid in fui essentia nullam includit
repugnantiam, quodque ade& concipi potcft. £x.gr.Mons aureus; triangulum
-æquilaterum. E contrario ImpojjibUe dicitur quidquid in fui edentia
repugnantiam involvit, quodque adeo concipi nequit ^ cujusmodi ed circulus
quadratus, qo- Pojftbilis notio diligenter difcriminanda cfl a notione
probabilis. Poffibilitas enim fpe£lat ipfam entis naturam/ Pxobabi^itas vero
refpicit rationum momenta,jqjuibus,;|Mens ad affirmandum aliquid, vel negandum^
^movetur; feu indicat datum Mentis judicaatis.de exidentia, natura,
proprietatibus &c. Entis. Hinc Probabilitas locum.habet in exidentibus,
poflibilibus, • infipoffibilibus &c. 31. Notio pdJifibills, pofitiva ed ;
sidit enim aliquid Menti contempianti.-£ contrario notio Impojfibilis ed
negativa, non enim fidit Menti aliquod ens, fed duo exhibet entia, quz fe mutuo
delent, adeoque aon ens, feu nibil. 32. Poffibilium numerus faltem duplus ed
numero impoflibilium. ImpofUbile enim coalefcit ex duobus, vel pluribus inter
fe pugnan. tibus: d hæc fingula fecernamus, feorfim non -pugnabunt, adeoque
erunt Ungula feorfim poflibilia. Numerus igitur poffibilium, ad minus im
poffibilium humero duplus ed^ . fmpoffibilinm duo datui folent genera Alia enim
funt intrinfecus, et abfolute talia ^ alia vero nonnifi extrinfecus^ et
hypothetice. Primi generis funt quotquot contradi£Uonem in B voi- Yolvunt, de
quibus ^.zp.ySc hxc metaphyjice int« ^olTibilia quandoque etiam dicuntur.
Secundi generis funt, quæ nullam quidem in i'ui elTen> tia repugnantiam
continent, pugnant vero ex> trinfecis quibusdam hypothesibus / ex.gr. prop*
ter imbecillitatem cauflæ producentis, propter conditiones loci, temporis,
&c. aliafque adpofi* tas circumftantias, Huc fpectant, quæ phy fiet
impoffibilia appellantur, quippe quæ phyficis Mundi legibus* pugnant. Ex.gr.
Lunam eccliplim pati extra oppofitionem cum Sole, hipotetibice eft
impolsibrie^in! hypothefi nempe, quod Mundi curllis jfrxfi' confuetas leges
cosmologicas pergat : flammam.in ære libero deorium dirigi: Virum obliteratum,
et rudem acute, &. erudite de rebus di^cilibus difputare &c., 34. Ad
Jiypotheticam impoffibilitatem ad cedit, quæ moralis nuncupatur. Illa nimirum
moraiiter impoffibilia' vocare confuevimus, quæ intrinfecus infpefta. funt
quidem poflibilia, non'nifi tambn raro, admodum difficulter effici queunt. Ex. gr. diuturna culpæ
declinatio ia xnediis, et maximis periculis. Diligenter advertant Tyrones,
quandoque in communi fermone fimpliciter impoffibilia appellari*, quæ folum
moraiiter ' funt impoffibilia / idque potiilimum recolant in facrorum Librorum
k£lione, ne in abfurdas incidant Sententias. 35. Sunt qui aliud impoffibilium
moralium genus agnofeunt, idque Dei refpectu * definiunt nempe Ea efle, qux in
fui natura. infpc£la, funt quidem poffibilia,at fieri pugnant 'Divinæ perfecti
0 imæ Naturas. £x* gr. mentiri in-. af inquiunt, cfl: quidem intrinfecus
poflibile, at Deo impoflibile moraliter, quia fummæ ejus Veracitati pugnat ;
fimiliter fe habet innoxium aternis addicere flammis, quod ejus Juflitiais op«
ponatur. Sed hi parum penficulate hoc impoffibilium genus introducunt, cum
revera ad im« pohfibilia abfoluta fpectent. Sane quid magis contradictorium,
quam ju(litia,& iniuftitia, veritas et mendacium &c. ? porro in nifee,
quæ vocantur moraliter impollibilia, collifio continetur inter juilitiam,
veritatem, fanctitatem &c., qux in quavis Divina actione abfolute, et
cITentialiter elucere debent, et inter injuditiam, iniquitatem, mendacium
&c., quz eidem confociari ponuntur. Quæ ergo moraliter impoffibitia
dicuntur, funt reapfc impolEbi lia mtr/w/ecMj, et fibfolute. Merito Divus
Anfelmus.* quodvis minimum inconveniens efl Deo impojjibile, Sed juvat hic
expendere quorumdam fententiam, qui poffibiie definiunt, omne id quod a Deo
effici potefl. Iftorum fententia, nulla ed quærenda intrinfeca pofdbilitas in
Ente, Ibla extrinfeca poffibilitas ex Divinæ Potentias menfura ed attendenda.
Verum qui ita philofophantur, (i recte de Deo fapiuot, nulla dari impoffibilia
Divinse Potentiæ refpectu datuant oportet' fecus enim, fi aliquid per ipfura
Deum impoiTibile agnofeunt, totam fimul evertunt Divinam Omnipotentiam. Sane, fi podibile idcirco ed pofilbile, quia a
Deo edici poted, erit a pari impoffibile, idcirco impodibile, quia a Deo eddei
nequit. Quare, fi Deus omnipotens habetur, nihil pro impoflibili ftatui poteft.
Quod fi c(l aliquid impoffibile, id nonnifi Divinæ Potentiæ defectu impoffibile
eft, atque adeo Dei Potentia non infinita. Hæc perfpecte vidit Cartefius, qui
propterea nihil Divinæ Potentiæ refpectu impoffibile effe affirmavit 38. At
nihil efle in fe, 8f fui natura impoffibile, omnem evertit humanam rationem, et
ad Pyrronifmum deflectit Ex. gr. Triangulum rotundum, Circulus quadratus
&c. quippe tam clare perfpicimus naturam, notio, nemque trianguli
corrumpere, 8 c excludere naturam, et notionem rotunditatis, et viciffim, ut de
hoc vel minimum dubitare, idem fit ac humanæ rationi valedicere, et in
Pyrronicorum caftra coin migrare. Dantur ergo intrinfecus impoffibilia, fui
nempe infpecta natura. Quare, quæ funt poffibilia, hujufmodi funt pariter
intrinfecus, et fui natura. Sed inquies ; Si funt aliqua intrinfecus, 8 c
natura fua impoffibilia, hæc neque per Divinam” Virtutem effici pofTunt -quf
ergo erit Deus omnipotens? Sed facilis eftrefponfio: Quod nequeat Deus efficere
quæ funt intrinfecus impofi i fibilia, id non ex imbecillitate, et virtutis
defectu, fed ex ipfius efi impoffibilis incapacitate, eo quod ejus componentia
per fui naturam fe mutuo excludant. Horum componentium repugnantia cohibenda
foret, atque delenda, ut pofTet, quod eft impoffibile, fieri; nempe delenda,
vel mutanda ipfa ejus componentia. Sed modo, quod inde coalefceret, fieret
intrinfecus poffibile, Sc omnino aliud ab eo,. quod impoffibile ponebatur. Sane
51. adverti muf Impofftbtle nfeo efle Ens, fcd Nihil, et negatio cujuslibet
Entitatis. Qui ccgo Divini Potentiæ impoffibiiia fubtrahit, nihil fubtrahit ;
cdque Divina Potentia femper infinita, quia omnia et Ungula» quæ iunt Entia,
attingit. De Relationibus Entium. Singula Entia ne dutn abfolute^Sc ir$,
trinfecusy qualia nempe funt in feiplis, confiderari queunt ; fed et
etigm.relative, 6 c extrittfecus, qualia nempi^^ aliorum refpeftu '
concipiuntur. Quid abfolute, et intrinfecus fint quævis Entia » negatum
mortalibus noffe; quippe intimas eorum effentias penitus latere totius
Philofophiæ decurfus edocebit. Confer quæ diximus -ip. Reflat igitur jllas
Entium' proprietates elucubremus quæ ex eorum ad invicem’ collatione
elucefcunt. Has nomine re, lationum continentur. Quæ hujus funt loci ad tres
clafles referri pofle videntur • ad relationes nimirum I. fimilitudinis : II.
coexijlentia : III. dependentia. De Relattonibus Simii ItuiUnis, ^ fw/ 7 w
appellantur Entia, quibus una, aut Mplures proprietates, qualitatesve ex
communi iniidere concipiuntur. Eft ergo Similitudo proprietatum in abflracto
confideratarum complexus, per quas Entia dicuntur fimilia. E contrario
diJJimUia dicuntur Entia, quibus una, vel plures proprietates, qualitatesve ex
communi non irteffe concipiuntuV. Ex quo facile intelligitur, quid
dijfimilitudinis nomine veniat^ 0.“° plures funt proprietates, quibus Entia
convenire deprehenduntur, eo major in eis elucet /imilitudo : minor, quo funt
pauciores. Ex.
gr. fi plures conferam figuras, quæ triangula appellantur, fimiies ftatim
appellabo: de communi enim habent, ut tribus lateribus claudantur, tribusque
angulis gaudeant. Si vero animadvertam ejufmodi effe illa triangula, ut
communem quoque habeant laterum rationem, proprius fimilia vocabo. Ex Entium
fimilitudine rationem de« fumimus, qua in determinatas clades illa re digamus.
Cum enim hujus Mundi Entium tanta lit multitudo, ut nequeant fingula Mente di,
iUncte complecti, ea ad certas clades redigere confuevimus : ita nimirum, ut
quæ determinatani inter fe fimilitudinem habere concipimus, ad unicam revocemus
cladem, et ad alteram clafiem rejiciamus,, quas aliam determinatam fimilitudinem
exhibent. Deinde, cum Entium ad eamdem claflem rejectorum alia, atque alia
intenfiorem, fen peculiarem inter fe fimilitudinem habere deprehendimus j
numerofiorem illam claffem in alias minores redigimus. tum primam Genus, has
fpecies appellamus. Ex.^r. Infinitas figuras tribus conclufas lateribus ad unam
Claffem revocamus, et triangulorum nomine infignimus : tum animadvertentes ex
hifce figuris quafdam majorem inter fe fimilitudinem habere, puta quod alia
fingula latera inter fe æqualia habeant, alia duo tantum, alia finguJa latera
inæqualia/ ampliflimam triangulorum classem in tres alias minores tribuimus,
quarum altera triangula scquilatera, altera ifofcclia, altera tandem fcalena
complectatur. Nihil vetat Entia, quæ fub aliquo rcfpectu fimilia funt, et
vocantur, fub alio diflimilia efle, et appellari. Sic triangula, quæ modo pro
figuris fimilibus habui ob communem proprietatem trium laterum, et angulorum,
diffimiles mox appellabo, fi animadvertam non æquales angulos habere, neque
eam. dem laterum rationem Quare intelligitur, ^ntium Genera, et Species, ex
cujufque Mente conflitui pofle, ut ita Entium Claflis,quas Uni Species eft,
Alteri fit Genus plures minores clafles, feu fpecies complectens. 4ec effe
fuura, in aliis atque aliis temporum, -Jocorum &c. circumftarrtiis
immutatum, feu non aliud habere, idem appellamus. Confidit ergo identitas
numerica in Unitate t» boc effe Entis in aliis, atque aliis temporum, locorum
&c.circumftantiis pofiti. Triplex
vero ed Identitas numerica, metaphyftca fcilicet, phyjica ^ et moratis.
ldentisas metapby/ica prædicatur de Ente, in quo nulla, vel ne minima, mutatio
accidit. Soli Deo idhæc identitas convenit. Identitas phyjica tribuitur Enti
cujus quidem qualitates mutationem Subierunt, led ejus elfentialia attributa
immutata permanent. Mentibus, et Materiie idhæc con^venit identitas. Identitas
tandem moralis confidit in unitate dnis, cui varia media.diriguntur, tum in
perfeveranti ad idem habitudine.. Sic Lupus gregi druens infidias, tum Vigilum
fugiens mi^ nas, idem moraliter lupus ed / non emendatus «nim fugit, et ed
redire paratus Vigilibus fomno correptis. 53. Animadvertendum ed, vocabulum
quandoque minus proprie in communi vitæ confuetudine ufurpari - -l^es enim
eadem perfeverare vulgo cenfetur, licet- ejus locU alia, atque alia
incontinenter iuccedat,!! tamen idhxc fuc cef- ccflio fenfibus noftris non
pateat. Ita 'flumen planta, animal eadem hodie dicuntur efle, qux decem retro
annis ; id quod proprie verum efle nequit.• fiemo noflrum idem ejl in /eneBute,
gui fuit Juvenis.* nemo efl mane y qui fuit pri^ eiie. Corpora noftra rapiuntur
fluminum more. Sen. epifl. 58. 54. Triplici expoflte Identitati . triplex
opponitur diflin6IiOy numerica yjpecificaf 8 c generica. Primam tribuimus
Entibus fu b eadem fpecie complexis/ alteram Entibus ad di« verfas fpecies
fpectantibus, fed quz 'fub eodem' genere continentur * tertiam tandem Entibus
ad diverfa genera relatis. Patet, adeo folam. Identitatem numericam efle
cujusvis diflinctionis nefeiam. Identitatem vero fpecificam cum numerica
diflin6Iione Identitatem genericant cum diflin6Iione fpeciflea optime copulari.
Rurfus diflinctio alia efl realis, aliar formalis. Primim tribuimus rebus, quæ
in feip« fis, et nemine adhuc cogitante funt diflin£læ. Quod n harum una
alterius flt modus, appellant; qualis efl diflinctio inter corpus, &. fuam flguram.Secundam
vero prædicamus de re^ bus, quæ in feipHs quidem unum, funt, fed quæ, diverfls
mentis conceptibus complectuntur, ip& rei natura, quæ multiplex efl
fuifleientera ratio* nem fubmihiflrante. Hujufmddi efl' diflinctio, quam
ponimus intellectum inter, et libertatemr Mentis, Quod fi diverfi ejufdem rei
conceptus nodt ex ejus natura, fed ex libidine intellectus ab*t definitione,
genere 'ticinpc ^ 8c difFcren-’ tia conftaot.'" p. Triplici cxpofit*
compofitioni triplex opponitur sJmpIicitks.liimirum physice jfimplex di. citur
Ens, quod pluribus realiter difiin^is. ca* ret; hujusmodi ex- gr. Mens cft
humana. Hanc abfolutam simplititatem efie, vari nominis nemo non videt.,Metapbysioe
vero simplex.yt cujus eiTentia haud confiat ‘ pluribus' attributis, formaiiter
difiin6Hs.* hanc fimplicitatsm Deot convenire arbitror ^ quidquid contra'
Scotistx fentiant. Logice tandem simplex dicitur, cujuS) conceptus non coidlat
genere, et differentia.tr hanc fimplioitatem de Geo prsedtcari pbfieplu* :
ritni autumant.-* ^o.Perdiligenter animadvertaritTyrones, phyfice Compofita non
nifi cx plfffice, et abfolute. fimplicibus elementis confieri ”,i Sane,
cujusvis. Compofiti elementa vel funt compofita, vellunt abfolute. iimplicia.
Sit hoc fecundum, con* liftit afferti veritas. Si primum, hujufrnodi) elementa,
quia compofita, aliis elementis con-' A ari debent. De hifce fecundis elementis
iterum qusBTO, funt ne compofita, an vere^ bc, ab-, folMe fimplicia Pquorfum
evadat dilemma iftud per fe patet ; nempe, vcl progreffum compofitionum in
infinitum comminilci debemus, vel exiftentiarn vere, et abfolute fimplicium
elernentorum confiteri. At progreffus compofitiojnum in infinitum abfque
fimplicibus elementis fecum ipfe pugnat ; in hoc quippe progrdfu' oecturrunt
perpetuo compofi^ fine componentibus Quæ ftint itaque phy/icc Compofita, ex
vtre, et absolute fimplicibus elementis conflari debent. » • !' • I ^.6i. Ex
qiR) facile- deduoi poteft,- quamlibet fingularetn Subftantiam Sub/eflum^.effe
pbyftca fimplex. Nam ' -• > Subflantiarum qualitates^ etfi e^dnOL liflt
generis ) vel fpeciei, aliat tamen aliis prJt* ilant,* moles tnfiniy ta
reputahitQr. ia.formica. Elephantis.rnoics magnitudineita' animakuli a P.
Francifco de JL.a> nir obfervati, ideo ' ’j i nfinities infinita rrfpectu prædicti
ianimalculi.r.Rurius (phse« nuy cujus diameter iGt.. intervallum t Saturni, a
Sole /.infinita haberi potefi'' refpectU'i|Tclluris atque adeoi infinities
infinita, refpecta.jElephaOr feu. InfinUttm ftcundi ordinlti dt iofinuies
•infinifies infinita reCpectu laudati pdmiitn ajoi« malculin, tertii
W/‘»/x.4'.Hujus^ modi comparationes longius proivehi pofifunt : ^et itaque :
dari pluces, immo infinitos Infinitorum'.relativorum. ordine» Porro;, in ferie
infinitorum Infinitum, -infensioris, onfinis tfi,in•finite parvum refpectu
Infinitr ondinis fuperioris\ quod propterea appellatur it^nittfimumySc
iafinittfintde. Poffibilis proinde, efi Scabies Infi> natefitBalium.y
InfinitoiUoi ex utraque parte in. infinitum producta,. ' »> Quantitates
reales.) qux fint. abfolute 4t)fwitæ' repugnant,;; Quantitas enim nihil,.
eft.«Itud quam plurium.* quæ funt eadem, c6l* lectio «. Sed qujacittnque
pofita^hujufmodi colJectione, fempcr.tui»las adjici poteft; Perrnovara wo
tUnitatis adjectionem Bd augumentum. Quantitas ergo natura fd» talis efl,
ut..perpetuo augeri poflit. Sed quod perpetuo augftri poteft, perpetuo limites
habet, (qjippe quodvis augumentumi fupponit (Imilem defectum antecedentem,
adeoque limitem )/& quod perpetuo limites habet, infinitum efle repugnat.
Quantitas ergo, quas fit actu infinita, repugnat. Ad rem fapienter Mosbemlus
Syjlem. intel.Cud. feSi. I. cap. 5. 24. ». a. de numero, qui fpecies eft
quantitatis, fic habet. Sciunt omnes numerum i» fe nihil effe, fed sd ires,.y.r.
>.':r^ i •.infinitusf id quod implicat.Nulla ergo dari potefi extensio
v^e.contanua * 8 c’ quam vulgo concipimus talem, pro phænomeno haberi debet.
Sed de hac re - copiosius io Cosmo-, • > - . • logia. Peculiaris, ac
detcrrninatus modus, quo res infiar totius confiderata aliis flmul
coexiftentibus coexiftit, dicitur ejus /ocus ; fitus vero appellatur
peculiaris, aC determinatus' modus, 'quo rei partes præcipuæ aliis llmul coe«
xiftentibus cnexiflunt. Si de libro A quæram ubi eft ? profefto locum flagito.
Refponfum, quod petitioni pratflabitur, efit hujufm^i; Liber A eft' in tali
bibliothfeci ordine, ferici primus, fecundus &c.. Si rurfufti interrogem,
qud litu } refpondebitur, reBus\ invcrfus &c. Primum refponlum innuit
determinat^um modum\ quo Jiber ’A aliis fimul coexiftentibus coexilTit.Secundum
vero refponfum"'^innuit determinatum modum, quo libri partes J^quæ
præcipu'e iii ipfq notantur, adjacentibus coexiflunt.'Quandoque tamen in communi
fcrmonc fitus, æque accipitur ac locus. i V ' . Locus, ut modo definivimus ^
realh quidem eft, fed relativus, non ahfolutus.’Philofophi, qui pro fpatio
vacuo rerum, omnium receptaculo communi pugnant, præter ‘ locum relativum,
alium abfolutum agnofeunt. Ex horum nempe fententia lodjs cujufque rei abfc^
lutus eft illa fpatii vacui pars, quæ ab ipfa re occupatur. Nos vero qui
fpatium vacuum abfolutum pro imaginario habemus . solum locum relativum
admittimus, et fpatii nomine intelligimus Ibcoruth omnium collectionem « 'Hoc
fenlu ipatium^reale quidem eft, sed relativum, non ablblufum, ut ita ablatis
rebus Jocatis, nihil reale amplius remaneat ; ' fcd^ fpatium, E. contrario in expcctationis
ftatu, vel tædii,,vel cujusvis doloris? breve clapfum tempus admodum longum
videtur. (a) Sane in,. ^ • ' hi 00 Hic illud Poetæ obtindt: mifero longa, ff
Itci Luvis, hifcc cafibus Animus raorjc, tædii, doloris impatiens, e molefta
fenlatione fe fubtrahere continuo conatur* at irritis conaminibus, moleftia
perpetuo recurrit. Adeft itaque velut interior colluctatio, et continuus conflictus mentis, et
doloris. Continuu^i hicce conflictus loco eft continuæ fucceflionis, longum
fluxifle tempus, exhibet. Quæ cum ita Gnt, continu is erroribus obnoxii
elfemus, fertempus ex noftrarum cogitationum, fenlationumque ferie dimetiri
vellemus. Hinc factum eft, ut tutiorem regulam, c^rtiulqus medium dimetiendi
temporis fit quæsitum. Kihil huic fcopo opportunius vifum eft motu æquabili:
oam licet quamplurimæ sint in Muhdo, luccefsivorum feries, hæ tamen, quia
æquabili continuitate carentia, ad rem non videntur. Atqui nullibi forsitan
rejjerire eft hujufmodi motum, qui sit vere æquabilis : conversiones attamen
Solis circa Tellurem ad fenfum faltem videntur æquabiles. Ipfa itaque velut
fuadente Natura, pro certa temporis mem fura, ad hujufmodi' conversionum
fericra ‘devenimus.* tum singulas conversiones in partes minorem tribuimus, per
motum artificialiter paratum, menfurabiles, Illas diximus dies natura* les,
harum partes horas denominavimus : tum lingulas horas in minutiores, æquales
partes tribuendo, mirtutortm cudimus.denominationem ad eas indicandas. §.8p.
Ens pluribus continua ferie fibi fuccedentibus coexiftens, durare dicitur : eft
proinde Duratio continu^ jTcu permanens eatis exi sten. . flentia, qua pluribus
in continua ferie flbi^ fuccedentibus coexiftit, aut faltcm coexiftere per fe
aptum eft, po. Duratio itaque non efl quid ab ipfa* rc durante rcaliter diftin£lum,
neque quid ab-‘ iblutum, fed relativum; est nempe ipsius rei coexidentia ad
plura fu^lsiva, sive hasc realia fuerint, sive tantum imaginaria. 5^r. Duratio
cum Tempore confundi non debet : hujus notio in atquabili rerum luc. cefsionc
consiftit ; illa e contraria in permanenti Entis, quod immutatum, et immobile
concipitur, exiftentia. Fingamus unicum Ens existere, et in eodem flatu
perpetuo manens nulli obnoxium mutationi : modo nullum fo. rct reale tempus /
adefl vero realis duratio, quæ fat intelligi ex eo potefl, quod Ens per fe
aptum efl coexiflere fuccefsivorum feriei. Triplex diflingui debet duratio. Vel
enim interminata c(l, et inHnita, principio nempe carens, et fine, et dicitur
^eteynhas. Hasc non nifi foli Deo
convenit. Vel duratio finita, feu terminata efl ex utraque parte, nempe
principio, 8 c fine clauditur, diciturque fimpliciter duratio. Ha;c durationis
fpecies optime tempore menfurari potefl. Cum enim tempus in æquabili, et
continua entium fucceffioæ confiflat, ex quantitate fucceffionis, cui Ens
aliquod coexiflit, hujus durationem certo determinare licet ; nec non unius
durationem, cum alterius duratione, conferre. 'Duratio limplex omnibus
naturalibus productionibus convenit. Tertia tandem durationis fpccies,, •. vum
bi^ :. vum dititap y 'eflque illa j qiuap, initium qi;idem habet'V' attfine*
careti. Hstt ad Materiam et Mentes fpectat, neque poicft tfcrnpore me«n
furari,) etfi. djus initium tempori alicui^ veniat * 'V r^ifl . r..'.: C..ruUbf f ;,.i >.i,i. De
relationibus dependentitr, i*ii de Cauffif », ;• I Efr qiMcpiam ab alta pendsre dicjtur.j
'X^‘ li huic infit quævis alterius ratio^.,* ifth^’verb unius ad alteram
relatio dspenden^ tia nomine. indicator. Ex. gri! Jiorologiijrnqtqs ab tappenfo
pondere, vel ab intus -in,clufo,..elai firo ptfwrfefe I dicitur, quia pondus
lappenruin., vel elaftrtrm rationem co.ntinei)t, cur in hpto^ logio motus-fiat.
‘ r«., *. Via, &c. Hujufmodi Cauffa remota, et media^ ta dicitur. E
contrario proxima, et immediata ^ laudit, quam inter. et effectum nuHa interce^
dit alia: hujufmodi in adducto exemplo eff organicæ plantarum flructuræ insita.
1^. Si Cauffa proxima, 8c immediata de*, lerminationem fubeat ab intermedia
præcedente, ^fimiliter iflhsc ab alta, Sc ita porro; Cauf* fm ftt^ordinata
^dicuntur t 8t connexam ferieiit i^nflituere. Hujus feriei prima appellatur,
quasnulli przcedenn fubordi natur, cztene vero in« tcnriedise mediata
nuncupantur. CauflTz in ferrem fubordiaata t]vSm6^ di ' funt vel effentiather,
vd æcidentaliter. £/• fentialiter fubordinat» dicuntur, fi fubfcquen* |iuax
actiones a præcedentibus fint excitz, dc M . P i2eterminat«. ^ccidentaliter
vero fubordinatv appellaotur, 11 fubfequentes a prascedentibus ia fola
exifleotia peodeaat, noo item in agendd. 1I4> De GmdSs ba^ potiflimum
tenenda funt- '• I. Ex nihilo nihil fi*. Nullum Jioc* antiquius axiomate in
pbysicis, atque cofmologi. cis facultatibus « magifque receptum communi
Philolophorum confenOone. Sed rectus e)us £enfus Qoo ab omnibus zque acceptus.
Ita pmrro antelligaat Tyrones c,IQibHnm nequit effe net tMuffa effieient, isrc
materialis^ nee formatis^ ««. fue finalis ulliur roi, Sane nihilo nulls, funt
proprietates, alias non effet nihil ; fi nulle proprietates nihilo conveniunt,
nulla caufialitadd Ipecica tribui poteft^*, Plures e Veteribus ita
intelligendum autumabant, ut cuilibet productioni præcedens fubjectum, tanquam
materialis caufia, ftatuenduna «tlTet. Hinc «ternum Cahos, e quo omnia ortum
haberent illi imaginabantur, et. crcatioi nem ex nihilo, ex nullo nempe prascedei^
fiib* jecto, impofiibilem decernebant. De fenfii axioip^ mati a nobis tributo,
nihil efi quod dubitq^ mus, fi indubium cfi contradictionis principium; at vero
fenfus ab hujurmodi hominibut excogitatus nulli certo principio efi
fuperexftructus. Creattonem ex nihilo in CofmolQgia vindicabimus ; illud
tantummodo heic monemus, gratis iupponere Adverfarios, omne quod fit,,ex ali^
quo præcedente fub jecto fieri debere. Certe mp/ tus ell aliquid : interim
contjnuo experimur, ipos varios motus de noyo in corporibus foln D 4 .
voluntate producere jecto, tanquam ex.cauifa naateria-li r repeti. Ecquid^
ergoavetabit,hGau(Tam inii* alita efficacitate prarditara' fola •voluntate 4
^ubftantias dt- nihilo condere? Certe nihil vetat, ficuti ex noto effectuum
diferimine par diferimen inter Cauffa? ponere, ita ex cognito Cauffarum
diferimine, funile dilcrimen inter effe» xtus iptereffe pofle, decernere. Id
quod contra xos dictum fit, qui incogitanter allato exemplo objici, pofle
putant, morum efle qualitatem, non fubdantiam 4 cum contra iubiiantiæ fint
illæ, de quibus' quæflio vertitur, utrum ex nihite creari' peffint'.’ - ^.11 d.
II. Omnis Cauffit debet effe prhr fuo effe. Siu. Sane Effectus exiftentiam luam
tfonfequi» lur ab actione Caufsæ efficientis. Itaque efftetus natura fua 'cfl
pofterior Caufla. «.•* e Duplicem diflinguunt Philofophi priol ritatemiif
natura nimirum, et temporis • Cuni Calilsa tempore prafcedit effectum, hanc
dicunt ^iifitatem temporis. Si vero ' nullo prorfus tvrtpore Cairlia fuum
pra?cedit effectum ^ feu iiumquam Caufsa’fuo effectu fejuncta «xtitit^ modo
nonnifi prioritate naturæ, feu ordinis gaudeti. Hæc naturæi'-priorit.s in eo
coniiftit, quod effectus fuam rationem, fuumque princi*. pium- e caufsa petens‘
fine caufsa exifteotiam conftquiunequit : deinde in noftrarum idearum ofrdinc,
taulfæ conceptus notionem effectus neceffario antecedit. • «. III. potefl effe
cauffa efficiens fui fpfitis. Revera, cui tribuemus caulsalitstein » rei non
adhuc productæ, vel rei )»m -effectæ? Non prjmuni, quippe res ^^on adhuc
exiffens nihil { agere, poteff 114. Non fecundum, canf faiitas'qiiip|X
præcedere debet, non fubfequi effectim; Quare Nthil poteft elTe cauisa
efficiens fui ipfms. .. tiip- IV; Nequeunt duo Entia fibi mutuo effe eduffa
ef^eientts, Sit primo -A caufsa efficiens B. 'A ‘erga:eft prius, B pofterius.
i.i($.Sit xnoda B taufsa efficieii& -A,. Erit A pofteriuss B. anterius';
idem ergo A erit anterhis ffmuiy posterius ^B,‘i(f quod implicat. Igitur
&Cv ' «xoi Vi^ j^Uqmd efi in effe&U y 'debet efi
fe^ht>:eayffai^^9^yfofttttdite0‘'.y vei eminenten-J i2oa^ ^ tineeii
f^rinutite^' OM " res iir ‘ altera ^ ‘ dicitur, fi illa irt hac continetur
fecunduui ifusm ooncre^ tam: effentiam ' ita formaliter * contineri in fii*
rnihe* dicimus futuræ •pI&ntai-^rndinTenta feri* cum in bombycis vifceribus
&c. 'Eminenter vc* fo ^ wtuaiiter ^ B nonnifi virtus," et poten«^ tia
' fufficrehs.aUieri' iniit ^condendi aliam &qui9 exv dnodrit mdtum
femaiiter in Anima, quas xllURl fiia ioluntate^ pradneip,- contineri ? equi^
defn folarViitus, &' ponnfia> motum; produceiid. di «iniiieff a^titBse
pofitis^ifffaliquid eft' in fectu V quod'"non fft 'iii (C^ifa, r» aliquid
vel^ efi mt alia caufla, vel ex nihilo. Hoc fecuifi «iuin r^giiAt t ^ 4 « Si'
primum, effectus it* ei^ non cx utiich, fed-«ex duabus cauffisfociis, et
confiftit veritas effati. IX f; -VI? Series 'omffdtium fuberdhtatarum^
q[MæU*dque ea fit, abfque ulla Cauffa prthha, et indeptn4ertti ^ muino
tepugnat, etfi in infinitam J.1 produB/t concipi velit. In hac infinita fcrie
qua* vis Cauffa cft cffe£Ius przcedcntis. Qui ergo fiatuit infinitam fcriem
caulTarum fubordinata* rum abiqæ ulla prima Cau(Ta,8c independente, ponit
infinitum numerum effe£luum -j- i ab* fi^ue ulla caufla; id quod evidentiflime
pugnat. •§ iiz.
Sed lubet Tyronibus, rerum mathematicarum fiudiofis, id ipfum alias exponere. In ierie caulTarum fubordinata rum, quziibet
Cauf* fa determinatur a præcedente five ad exifiendum, five ad operandum 112.
Nulla ergo caufia continet in fe ipfa fufficientem rationem fux exifientiæ, vel
a£Iioni$ : adeoque nulla cauf* ! fa fufficientem, et adæquatam continet
ratioæft | cau (Tz pofierioris. Itaque przdi6Ia feries in infinitum protenfa,
e(l feries cauflarum ejus natu- i rz, et conditionis, ut in earum fingulis
metum adfit nihil in ordine ad determinatam exiilen* ; tiam cauffarum
pofieriorum. Summa autem om> | nium nihilorum, utcumque numero infinitorum j
efi nihil. Jamdiu enim confiitit, illud Guidonis Grandi, ut ut fummi Geometræ,
paralo* gifmura fuiffe, quo, ex expreffione feriei paral* klz ortz per
divifioncra ~, intulit, fummam infinitorum zero effe revera squalem dimidio»
Series ergo illa, ut ut infinita, omni caret fuf. ficienti, Sc adzquata ratione
ad exifiendum, nifi ab Ente extra ipfam pofito, zterno, et a quovis alio independenti
ad exifientiam deter* minetur. irq. Contra Atheos hoc pofitum ell theo rema
delirantes, omnia in Mundo pendere [ab infinita cauffarum contingentium fcrie
per im* JDca* p- -J. SP nienfam aternitatem produfta ; quafi nempe, quo
longius, remotiufquc produ£tam imaginemur hanc commentitiam, fetiera, minus
opus fit Caufla prima, et independente. At contrarium Tana exigit Ratio. Rem
exemplo illuftrabimus, quo Atheorum dementia magis pateat.. Supponamus ferream
catenam ab alto derivantem horizonti normalem,quam, fi lubet, in infinitum
produ£tam imaginemur. Contendat vero aliquis, catenam iftam, immane quantum
ponderanteral nullo fulcro indigere, ne deorfum tota ^uat * fed hujufmodi pofitionem
perpetuo ex feipla fervare poffe, hoc herculeo a-rgumento. Primus, Sc infimus
catenæ annulus, '^.e ruat, detinetur a fecundo, nec ullo indiget fulcro,* hic
fecun» dus, quin et ipfe fulcro indigeat, detinetur a tertio, et ita deinceps
in infinitum. Igitur tota catena, quin indigeat fulcro extra iplam pofito,
perfe verare ex fe fola poteft in illa poutione. Profeao ita delirantem, non
adducis rationibus, fed praftito quam citiflime elleboro, curare fatageremus.'
En typus delirantium pariter Atheorum, qui feriem caufsarum fubordinatarum
infinitam abfque ulla prima Caufsa, et independente comminifeuntur. Una
eademque res p 9 te!} /tmuf ejfe Caujfa finalk, et effeBus. Eflfeaus nimirum
non adhuc obtentus, fed mente præcognitus,» volitus, ipfam movet ad agendum, ut
cfFe6Ium confequatur. Finis, irquiebant Scholaftici, ns intentione prior ^ in
exeqttntione po/lerior, iEger, ut fanitatem confequatur, pharmacis utitur ab
amico Medico præfcriptis. H«ic fauitas eft finis, qui in pharmacorum ufu
intenditur, et quam pofthac xger coniequetur j eadem vero fa« nitas eft Caufsa
asgrum movens, ac determinans ad pharmaca adhibenda contra fuafioncs guftus, et
oeconomiæ. Infcite itaque Spinoza decrevit Etif. p. p. app, ad prop. Omnes cau
fas finales, nihil, ntfi humana ejfe commenta: hanc de fine dbiirinam naturam
omnem evertere nam id, quod revera caufa eft, ut effeSum confideraty et contra
: deinde id, quod natura prius eft, facit pofterius. Nempe non diPtinxit
Spinoza in« ter eflfe£fura in actuali ftatu conftitutum, et eumd^T.on ftatu
ideali, feu in intelligentia Caulsæ efficientis comprehenfum. IZ5* Priufquam
hinc abeamus, celeberrimam qiteftionem, de qua acriter Philofophi jam inde a
Cartelii tempore decertarunt, paucis expendere juvat. Qjue vulgo dicuntur
cauffa fecund(e-, feu atuffa creata, funt ne revera cauffa efficientes }
gaudent ne infitts viribus, queis age» re Valeant, agant} Jfn ne' junt tantum
oc» cafiones, cur Deus per ipfas, et in ipfis ftm» mediate agat, eofqua
moliatur effeBus quos 0 vtrtbus creatarum caufjarum promanare putamus? Jz6.
Primum negant Cartefiani, ftatuuntque creatas cauPsas omni prorPus agendi vi
dcftitutas / nihil adeo ipPas agere, fed Deum omnia operari fecundum generales
a fe conftitutas leges pro variis illarum occafionibus, nempe juxta illasmet
leges, quas vulgo natur* dicimus. Impingat globus A in alium B* hic
protrudetur, ilPe vero vel lentius perget, vel quiefcct, vel refle6lctur juxta
Phyficæ leges. Ex *' 6i Cartefianorutn fentcntia truditur globus' B' non motu,
&. aftione irruentis globi A, fed immediate a Deo, qui, juxta generales a
Te fancitas leges, "pro occafione irruentis globi A,' alium B propellit :
tum idem globus A occurrens in- globum B, etiam immediata Dei actione
retardatur, ad quietem adigitur, vel reflectitur ; non ex reactione, vel
elafticitate corporis percufli. Pariter non ignis pyrio pulveri applicatus,
illum in flammam agit ' fed ‘ex oc>» calione admoti ignis, Deus pyrium
pulverem inflammat • tum ex occaftonc conflagrantis pulveris, pilam e tormento'
expellit, et pe^ parabolicam femitani ducit j qua in parietes impingente,'
iterum liac'*occafione ipfe Deus parietes disjicit; rurfu?, ex ^occafione
corruentium* parietum, fubftantert hominem perimit. Ita de cæteris
quibufciimque aliis’*. Neque corpus humanum aliquid ih 'animam agit, neque
anima in corpus / Deus lingulas in anima adfectiones gignit, quas e corpore
prodire putamus, fingui lolque motus in corpore juxta animæ voluntatem’. Non
moror Malebranchii opinionem ulterius pergentis, de qua alibi opportunius. • ^
lay. Cartefianorum sententiam ' longius, quam par erat, prolequuti fumus,
quippe illam cxpofuifse, confutafse reor - Sane communem illa hominum fenlum,
rationemque evertit. Tu ne, inquiet Cartehanus, præjudicia pro ratione
obtrucljs } Perbelle | ii tara conflantem, univerfalemque hominum, turi^
philofophantium, cum naturali rationis ductu judicantium, fententiam,
pnejudicii et falfitatis arguere velimus, o felices CartefKini, queis unice
bonus fenfus, 8c recta ratio ceffit ! Deinde, fi vel tantisper Advcrfariis demus
fententiam, quam tuentur, quan« tum ab Idtaltsmo ( putidum profecto
delirantiun^ fomnium ) diftabimus? Unde corporum noftrorum, totiufque Mundi
exiftentiam ultra rcfcicmus ? Sane in hoc fyftemate ^ cum nihil inter fe agant
entia creata, fed omnia agat Deus, pronum erit fupponerc, nihil exiftcrc» aliud
præter me, et iplum Deum. ^ iiS. Corporet Mundi exiftentiam noa aliunde, quam
ex Mentis noArz fenfationibus nofcimus. Si has fenfationes non ex aiAione
circumflantium, et ptementium corpo-‘ rum, fed ex Dei immediata adione fieri
ponamus, nullum dein fupererit argumentum, quo contra Idealiflas Mundi
exiflentiam vindicemus. Quod enim Occaflonaliflac fubdunt, fenfaticnes ex
occafione circumflantium corporum a Deo Mentibus imprimi, quas numcuam infet-.
ret nullis eircumexiftentibus corporibus, nimis leve eft, ^ et hypotheticum, e
quo Idealifla facili negorio fe expediet i ita enim regerere poteft. Unde
rejctvifii corpor0 extare * tum, juxta horum circumjltiniium varias occafiones,
Mentem varias ex a&ionh Dsi Jati Jenfationesi Equidem de nofiris
jenfationibus nulli dubitamus^ fed inquirenda tantum occurrit, quanam fit
noftrarum fenfatienum eaujfa. Has ego ex immediata Dei aSione ref eto, quin
quidpiam aliud extftere agnofcams quippe * illum fat potentem,^ Jdpientem ejje
intelligo, qui ideaiis mundi fpeSaculum et /dat, et valeat menti mex exhibere,
ProfeBo nec hilum prnfiat, aliquem realem mundum comminifci, qui et nihil ad
meas fenfationes conferre poteft, quo nullimode Deus indiget, quominus idealem^
mundum menti mea reprafentet. Quare fi nofti, haud Deum decere, entia
multiplicare fine wceffitate, UT fuos adfequatur fines; praclare me gero, dum
nihil prater me, et ipfum Deum extare fentie, Neque. . t%S. Sed quibus tandem
-argumentis Cartefiani hanc fuam conficere rentur opinationem? Duo præcipua
adferam, nam cætera (lomachum cient. L Nequit omnino iiitelligi quomodo entia
cneata jn fe agant, quidv^ fit illud, quod cjc uno tranfit in aliud, li. In
idea rpiritus non elucet profecto conceptus vis corporum motricis. ' lap- I. At
in primo uberiorem Logicæ peritum in Adverfariis eli, quod defideres. Nem
iuvabit Occaiionaliftafn reponere, idealifmum cum Divina Boniute pugnare; nempe
in ea fentenfia Deas grande Mundi rpc6laculutn Menti tam vivide repra^fentando,
ut omnes proclives Hmus, et quali cogamur ad Ivniiis xealis mundi exillentiam
adftmendam, nos profefto illuderet, fi nuilns exificret mundus ; Non,.inquam,
id Occafionaliflas juvat ; ita enim merito refumere poteli Idealifta, fiiamqu.*
cauisam conficere. Pape ! Ei tu adeo vecors, et audart, qui Deo tuos errores.,
ac deliria adjudicas \ eccur judicium tuum, me tibi exemptum prmbertte, haud
cohibes l certe quas vividas fenf asiones te fati ajfeveras, et corporum
extjlentiam, ut dicis, faseri quafi jubentes, et ego patiar s illud reliquum
efl, ut ratione teipfum cohibeas, et ab errore fetves immuitem, ficmti ratione
didicifti et alios plurimos profligate : ut ecce, te tua vi brachium, ac totum
movere corpus, hujus mundi corpora invicem inter fe agere, colores corporibus
inharere &c. Si hos errores Japienter rejicere Jategifti, neque unquam Deo
adjudicandos agnovifii, quippe ratione duce profligantur, ita pariter eadem
duce ratione veterem dedi f ce errorem, et prajudicatam expunge fententi emr,
realem nempe mundum exi flere: tuaque ofcitationi, aic infcitia tribuas,
nonDeo,q iod iu eam dementiam defcendifli: Itaque cum adeo facilisfit, ac
brevis ab Occafionalifmo ad Idealifmum defcenfus, eadem cenibra ambx lignanda;
filat fententia:, fcilicet inter furentium deliramenta reponenck. Nempe hsec
duo • fececoenda cr fuimus, uno conceptu complexis, emereant, compofita
dicuntur, Earum notiones, quippe quæ frequenter in tota Philofophia occurrunt,
feorfim heic exponere, operæ pretiuna duxi. Sunt autem hujusmodi Ordo, Bonitas
-, Perfecto, Pulchritudo. Plurium Entium five coexiftentium;, (Ive fe
confequentium ita' connexa feries., ut iibique eadem ratio deprehendatur in
'modo, quo juxta fe collocantur, aut fc' invicem excipiunt, ordinata dicitur J
ejufque abftraftum appellatur Ordo. Confiftit itaque' in fimiJitudine, qua
plura' Entia juxta'-(e collocantur, aut fe confequuntur. Si fecus illa. fe>
habeant, ita nempe fint Cohftituta, ut nulla- in eis eluceat fimilitudo five in
coexiftendo five ip fibi invicem fuccedendo, inordinata, leu eonfufa dicuntur.
Exemplum fumatis ex- bibliotheca. Et quoniam fimilitudoi, quam ordinerp dicimus
Entibus præter effentiam.convenit, ex aliqua 'profecto ratione pendere debet. E
Ratio ifthcc ' Printifimn ordinis dicitur et PROPOSITIO ENUNTIANS communem
illam rationem, ieu fimiliiiadioem, qua Entia co^xiftere iil» debeat, vel fe
confequi conformiter>huic principio, Rtgulo ordinis appellatur. Ex. gr.
Principium ordinis in bibliotheca cft :| Lilrros od comparandam eruditionem
aptos in promptu ba~ here. Regula vero ordinis eft hujufmodi : J^ihri ejufdem argumenti
Jimul componantur. igg. Atqui communis illa ratio, qua plura entia juxta le
collocari debent, vel fe confequi,ot ordo^io eis eluceat, potell eife liBiplex,
vel compofita. Hinc vel fimplex, vel compoHta eft ordinis regula, et ejufmodi
pariter Ordo iple. In præcedenti exemplo limplex pro bibliotheca eft >6rdo,
tum ordinis regula. Compofitus vero ^it, fi ifihaK compofita regula obfervetur
; jLihri ejufdem argumenti, /mgutSf ty retatis fimui collocentur. %• hibetur.
Sub Bonitatis abfoluta nomine venit quidquid reale in quovis Ente concipitur;
ejus nempe edentia, fingulæquæ proprietates. Huic opponitur Malum abfolutum,
quod confidit in deficientia cujufvis realitatk in Ente : id quod, ut patet,
nunquam fieri poted. Ipfe concep* tus entis, ed conceptus alicujus realitatis :
nui* ' lun^ Eoa fua edentia expoliari unquam poted. £ 2 Sufboc itaque fenfu
fingulia Euubua ahqua re/a./ua iis tant.m.ribm.ur ^ olinrum ablolutam bonitatem
con et peteciunt, vel confervare, et perlervani, ^ v immediate, five medtate. E
rela»;™» te]ligi potell, Mundi nomine intelligendum clTe Syftema Entium tum
permanentium ^ cum fucceffivorum continuo nexu iater fe conjugatorum f quodque
ad aliud Jimil e fyftema minime pertineat, ' Entium permanentium nexus eorum
refpicit fitum, feu coexiftentiam, et ex CJauffis finalibus repetendus
eft,*> feu ex fine, ad quem refpcxit Qui primo Mundum fabricatus efl, et
unum Ens ad aliud ordinavit. Ita ex. gr. Tellus in ea difiantia a Sole locata
efi eamque orbitam conficit, qua nec nimio ardo* fe metalla fundantur,
vegetabilia, 8c animantia enecentur* nec nimio frigore rigelcant omnia,
rurfumque pereant pjus viventia; fed ejufmodi in lingularum tempeftatum
vicifiitudinibus tem* peraturæ 'limites 'perpetuo ferventur, qui et
vegetantium,& animalium oeconomix conveniant. p. Entium vero fucceflivorum
nexus tempus fpectat, firque per CaulTas eificientes y internofei vero poteft,
quoties fubfequentis exiilentiæ fufficiens ratio in Entis antecedentis actione
continetur. Hujufmodi ex.gr. efi nexus, qui inter fructus, et flores plantæ
intercedit, tum ille, quem hos inter, et fuccos ab organica planta ftructura,
ejufque peculiari phyfi elaboratos, nofeimus. IO- Mundi ergo in genere Eflentia
pra?cipue confiflit in peculiari illo nexu, quo tum Entia permanentia, cum
fucceflfiva inter fe vinciuntur : iiquidem ex ^variato nexu alius atque alius
prodiret Mundus, licet Entia inter fe connexa eadem eflent. Ex. gr. fint A B C
O &c. N &c. ’fuis tandem limitibus concludi illam debere, quQS ultra
progredi nequeat, Nemo ambigere jpfbteft ^ Prima illa componentia, ex quorum
coagmentatione corpus phyficum primo conftituitur, quxque ex aliorum nexu non
funt conflata, Elementa corporum dicuntur r tum ipfa hxc elementa Mater'ut
mundana nOmine veniunt. (a) De hifce elementis, quzremus I. funt ne extenfa,
vel inextenla ? IX. similia, an diflimilia ? ACorpoYum Eltmtnta funt nt
tnttnja, vet inext$nfa} 1 T^Ifcrcpantcs Philofophorum fenteaI J tlx ad duas
QafTes, quod ad rem prxfentero attinet, referende videntur. Alii fiquidem
corporum elementa vere fimplicia ponunt . ( 4 ) ElementoFum nomen diveifo plane
Icnfu a Cbemi. cis ufurpatur. Defignant niminvn quafdam materiales fubfiantias
( non fenfu metaphfSco, fed vulgari fumunr fubflantijE nomen, vide ont. 6i. ),
omnino fimilarec, cum in fui toto, tum in fingblis partibus, quasque nulla
artis, naturzque vi confiat, ^folvi in alias diverfas fpeciei. Has folent
appellare etiam fn6ftaHti4$s fimpUees ; tum qwque prima carporum componentia.
Vide quantum obiant notiones Metaphyficonun, et Cheroicorun tidan Vocabulo
labjeAc ! So nunt, et inextenfa.• E. contrario alii extenft habent, et
figurata. : • i I. In prima chfCc veteres Cunt Z*»onifl/e\ qui corporum*
elementa punBa dixerunt fimplicia, et mathematica. At rifu a Sapientioribus
excepta.hac lententia, ZerWt/ur, Vir equidem lummi 'ingenii, Monades dixit,
fubftantias nempe vere flmplices, et omnino inexten* ias, natur^ fua aftivas,
Ic diffimiles. Tum poliremus omnium Bofcovikhts inextenforum elementorum et
ipfe Patronus punBa appellavit non mathematica, ut Zcnoniflas, fed realia ;
quas viribus per vices attractricibus, et expultricibus juxta certas, et
determinatas ad invicem diflantias gaudeant. Quid interfit difcriminis has im ter Icntentias,
probe advertant Tyrones. II. Ad alteram claflem fpe£lant veteres De» mocritki,
tum Epicurei, ^|.l' '. ' nere toitdem numero, quot idiomata funt, in quibus
Jingulis omnes ejujdem idiomatts voces re» •perirentur^ qua quittem numero
admodum pauca effent, difcrimine illo ingenti tot tam variorum librorum redaSio
ad 'illud ufque adeo mitius di» /crimen, quod contineretur lexicis illis,
haberetur in vocibus ipfa Icxica conjiituentibus. %^t inquijitione promota
facile adverteret, omnes il. las tam varias voces conflare ex 24 tantummo do
diversis litteris, difcrimen aliquod inter fe habentibus in duBu linearum,
quibus formantur, quarum combinatio diverfa pareret omnes illas voces tam
varias, ut earum combinatio libros efformaret ufque adeo magis a fe invicem di
f crepantes. Et ille quidem si aliud quodcumque sine microfcopio examen
inflitueret, nullum aliud inveniret magis adhuc simile elementorum genus, ex
quibus diverfa ratione combinatis orirentur ipfa littera ; at microfcopio
arrepto metueretur utique illam ipfam litterarum compositionem e punBts illis
rotundis prorfus homogtneis, quorum fola diverfa positio, ac dijlributio
litteras exhiberet. Deinde pp. ita concludit. Mac mihi quadam imago videtur
effe eorum, qua cernimus in natura. T
am multi, tam •varii illi libri corpora funt, et qua ad diverfa pertinent
regna, funt tamquam diverjis con/cripta linguis. Horum quidem chemka analysis
principia quadam invenit minus inter /e difformia, quam fint libri, nimirum
voces. Ha tamen ipfa inter /e habent difcrimen aliquod, ut tam multas oleorum,
terrarum, /alium /pedes eruit chemica analysis e diversis corporibus. Ultertus
analysis harum veluti vocum j litteras mi^ nus adhuc inter Je difformes
inveniret, et ulsi» mo jUxta theoriam meam deveniret ad homoge^ nea punBulay
qua ut illi circuli nigri litteras ^ ita ipfa diverfas diverjorum corporum
particulas per jolam difpesitlonem diverjam efformarent : ufque adeo analogia
ex ipfa natura consideratiem ne derivata non ad difformitatem, fed confor»
mitatem. elementorum nos ducit. ^5. Re quidem vera/ conflat inter Philofophos,
diverfas ac multiplices qualitates, quas vulgo corporibus tribuimus, nihil elTe
ali> ud, quam noflrarum renfationum phænomena * non vero fimiles entitates
corporibus revera in« hxrentcs: id quod et in Logica monuimus, tum in Psychologia
copiolius edocebimus. Rurfus condat, varias in mente gigni lenfationcs ex
diverfo corporum in fenfus incurrentium ta£lu, feu ex eorum diverfa in fenfus
no{lro^ a6lione. Atqui ex diverfo elementorum corpora conftituentium nexu, et
pofitione ad invicem., op« time intelligitur, diverfas in elementis noftros
fenfus conflantibus motiones cieri, quin et ele/• reriKX • licet rem alias
^explicarent, commentiti formarum lubftantialium theori* infiftcntes. Et diftis
patet, omnium qu* in corporibus infunt, vel ineffe poflunt fufficientem
rationem ex intima ipforum elementorum natura pendere, nec non cx diverfo
elementorum, ouo invicem copulantur, nexu. Cum vero inter ^ \ Phi Erii elementa
innumeros diverfos nexus, innumerasque varias inter fe pofiriones fubire queant
5 attamen quantum ex chemica corporum analyC haflenus datum ell nofse, videtur
faltem telluris noftrs refpedu, hanc eis 1* a fupremo Conditore legem
impofifam, ut nonnifi triginta tres primitivas combinationes, qus fint
fpecifice diverfe, fubire queant. Sicuti nempe punftula illa nigricantia, de
quibus §. 24., e quorum varia pofitione caraderes efticl pofsent, hanc debent
fervare legem pro Boftro alphabeto, et feriptura, ut nonnifi in 24..
combinariones abeant I Sane nonnifi 35* m^erialia cqmpofita haftenus novimus,
qu* fingula fibi femper fimilaria, et homogenea, nullo arris, et natura;
molimine in alia diverfi generis abire confiitit. Hujufmodi fnnt lux ^
caloricum, fluidum eUQricum, oxygenium, hydrogentumy gezotum, ( quod ab aljis
accuratius nitrogenium appellatur ) carbonium, fulphur, phofphorum., quinque
terra f ftptemdecim metalla, foda^ et fotajfa. Cætera corpora funt
combinationes fecundaria; ; nempe mixtiones, modi ficationes, vel tandem intimæ
compofitiones prodictarum 5?. conibinationum primariarum. Ita ex. gr. Aqua et
«ft intima corapofitio hydrogenii, oxygenii, et calorici. Acidum fulpburicum
eft intima combinatio fulphuris,oxygenii, et calarici &c. Philofophos
conveniat, ab ciTentia aufpicandam cfle fufficicntem rationem omnium, quat in
qua> vis re infunt, vel ineflc poffunt i 6. ont. • per fe liquet, corporum
effentiam in elementorum fimplicium natura, et vario inter fe nexu reponendam
effe. At quis elementorum naturam, variofque ipforum nexus plane perfpectos
habere præfumet ? Corporum itaque eflentia pro incomperta habenda, et verba
efFutiiflc quotquot contrarium audacter prxdicarunt. y De Legibus cofmologicis
T Egum cofmologicarum nomine veni^ unt certæ quædam naturales, ' ac infitæ
determinationes virium materiæ, juxta quas et elementa, et corpora hifce
conflata perpetuo in fe invicem agunt; tum gignuntur in Mundo omnia, pereunt,
moventur, modificantur, et quibus Univerfi ordo continetur. (a) Hæ genericis
quibufdam propofltionibus efferuntur, quarum præcipuas heic exponemus. zg.
Corporum elementa viribus per vices attrahentibus, repellentibus pro va^ riis a
fe dijlantiis gaudent ^ quibus in fe mutue agen Vis motrix in horologio certam habet
determinationem ex ipfa horologii mechanica ftruftura, qua determinatos motus,
et non alios, in indicibus gignit : ita vires elementorum infitas habent, ac
cettas agendi determinationes, a quibus, ne iulum quidem, recute pof fwt V
agentia in fensibiles, et extenfas moles concrefcunt - ( 1 Nifi enim hujufmodi
viribus gauderent, quam facile corpora ex illis cotrfiata di flbl verentur,
linde Univerfi moics in informe Cfaaos quam fubito abiret,^ Gaudent vero
viribus at. trahentibus in majoribus didantiis, repellenti* bus in minimis.
Primis fe >mutuo, petunt ad acceffum, ne fingula i diffluant, &*,
dilabantur : fecundis vetatur intima eorum penetratio, ne fcilicpt eorum
millena non majus occupent Ipatium, ^uam unum : id quod li folis attrahentibus
vjf ibus. gauderent, extemplo » et neceflario fieret. Cura inter liraites harum virium
cqrporuna elementa funt conftituta, conquiefeunt, et cohærent. Itaque hac lege
mathematicus elementorum contactus / vetatur, &..fimul efficitur, ut
coeuntibus illis ad minimas, &. inobfervabi^ les ; diffmtias, extenfa, et
phyficc continua moles noftris fenfibus objiciatur. • Has autemt vires pro
variis elementorum diftantiis pluries mutari, ut ita attractrices abeant in
expultrices, et vicissim, diverfa corporum 'denfitas, tumidi-' veflb
col^oefionis vis -exigunt ; id quod in Phy,fica uberius exponemus.•, 30. jLEX.
II. \Singula Univirsi corpora Junt' antitfpa. > r ^aatitypiam intelligimus
vim illam, qua corpus, quodvis alteri naturaliter refiftit, ne eumde,m occupet
locum ;feu ne unius materies cum alterius materie intime immifeeatur. Hanc
legem elfe cofrnologicam ex eo patet, quod antirypia e corporibi^. eorumque
clerflcntis fublata, fingula ad unum indivifibi le punctum redigerentur, et
Univerfi moles illico evanelceret, 31. Hæc fecunda lex corollarium eft
pra;cedentis. Etenim elementa j ubi ad minimas pervenere tliftantias, fe mutuo
repellunt, et ita ^ ut decrclcentibus ultra quemvis adfignabilem limitem
diikntiis, e contrario, creicant fimiliter vires repellentes. Hinc profecto
fieri d-bet, ut elementorum compenetratio fit naturaliter impolfibilis. Quavis
polita extrinieca vi corpui ad corpus apprimente, unius elementa ad alterius
elementa apprimentur, Sc quandoque utraque proprius accedent • at id nonnili ad
determinatas ufque diftantias: quippe his ad infinitum delcrelcentibus,
fimiliter augebuntur vires fingulorum repellentes. Singula Universi corpora
funt inertia. Cum dicimus corpora effe inertia \ intelligimus nulla gaudere vi,
qua fponte fua e quiete ad motum, et viciffim e motu ad quietem, vel^ ex una
motus directione, Sc gradu celeritatis, ad aliam directionem, vel celeritatis
gradum, tranleant. Si adeo 'fnoventur, nunquam, ni fi ob externas caulfas
actionem, e motu luo dcfiftunt • fi vtro quiefciint, quietem perpetuo iervanf,
donec imprefla extrinlecus vi moveri cogantur, Sane abique inci tia omnis
mundanus corporum ordo, vel Iponte fua, vel minima quavis vi deleri poflet.
Singula Univerfi corpora inertia else, quotidiana ^ edocet experientia. De
corporibus quidem quielcentibus, gg. Newtoniani vocabulo inertiie alium prsBtcr
expofitum, fubdunt lenfum* vis nempe, qua corpora five quiefcentia, live mota
externis renituntur caullis iplorum ftatum live quietis, five motus perturbare
conanfibus. Hac vi, ipfi inquiunt, fit, ut quarumlibet caudarum externas
a6iioni aqualis femper refpondeat, et contraria rratlio. Hujus equidem effati veritatem fingula motus phænomena
tedatam faciunt, ut de ca nullatenus dubitare liceat. Atqui non quod in materia
illam comminiftamur vim, ut prasfat* veritatis rationem reddamus. Nimi* rum
mufuis elementorum viribus repellentibus, quibus corpora ad mutuum, et
mathematicum contactum devenire vetantur 2p. ; optime intelligitur, corpus
quodvis in aliud incurrens, • ubi ad eam pervenerit vicinitatem, in qua vires
elementorum repulfivx fe exerunt, hilce viribus urgere, et propellere illud in
quod incurrit, unde flatus mutatio in illo neceffano iuboriatur. Similiter, cum
repulfivæ vires elc men quic perpetuo quietem fervant, donec 'aliqua
extrinfecus illata vi deturbentur, nullum forfitan movebunt scrupulum Tyrones 3
non item de corporibus ad motum aftis, qua: ad quietem alia citius, alia
tardius £ua veluti fponte redigi obfervantur. Atqui fedulum ii fi infiituatit
examen, deprehendent, corpora femel mota non fua iponte, fed' externis
obfiaculis,in qua; continuo incurrunt, a motu defifiere, et ad quietem redici.
Sane, quo adcuratius illa removentur, eo diutius in iuo perdurant motu ; ex quo
faris inrelligi datur i quod fi omnia adeuratimme removeri pofscnt obftacula,
perpetuo corpora in luo perdurarent motu. Sed de his- opportunius in Phyfica.
mentorum corporis in quod fit incurfio, æque fe exerant contra incurrentis
elementa, pariter in iftius motu mutatio fieri debet, et quidem in adverfam
plagam. Eli autem una, cademque virium lex in omnibus elementis. duantam ergo
(latus mutationem fubit corpus, in quod fit incurfio, ex repellentibus viribus
incurrentis • tantam fimiliter patitur hoc alterum ex viribus repellentibus
prioris : nempe Uniuf aBioni iC^ualis femper efl, et contraria alterius
reaUiio. 34 Sed quajrent Tyroncs^Qui funt inertia Univerfi corpora, fi horum
elementa activa vi attractionis, et repulfionis prasdita diximus? zg. Activa
quidem funt corporum elementa, fed ejufmodi naturas eft eorum vis, ut
ex'trinfccus fe exerat, non intrinfecus ; (eu ut ronnifi acce(Tum, et rcceffum
in extra pofita elementa juxta determinatam diftantiam moliatur. Nullum
elementum hac vi ad motum fe unquam determinabit ^ ab externo principio urgeri,
et determinari debet, ut directionem, et celeritatem alTumat. Num ne omnes
magnetem inertem fenfu lupra expolito 3 -. diciniDs ? attamen alterum magnetem
juxta certam viciniam, determinatumque (itum agitat, dum et ipfe viciflfim
agitatur, ad accelTum vel recelTum mutuo fe determinantes. Itaque elementa,
etfi vi motricc prædita,- funt tamen inertia, utpote qux nequeunt fponte faa ex
motu ad quietem, et e contrario, a quiete ad motum determinari; (ed
determinanda neceffario lunt ab aliis elementis in certa difiantia pofitis, vel
ab alia quavis Cauffa. Singula Univerii corpora et magna, et parva gravitate
pollent. Gravitatis nomine intelligitur vis, qua corpora ad datum punctum, quod
''appel latur, tendunt. Ita corpora terreflria gravia dicimus, quia fibi relicta
ad Telluris centrum di, riguntur retenta autem conantur delcendcre vi fuse
mairx proportionali, premuntque dcorfum corpora, quibus incumbunt • Id ipfum
di, cendum de corporibus in' Luna, Saturno, Jove 8 rc. exiftentibus,* tendunt
nimirum, et conantur ad Lunæ,.Saturni,‘ Jovis &c. centra. Sane nullum
hactenus corpus conftitit, quod gravitate fuse maflse proportionali non fuerit
præditum. Nifi ita fe res haberet, corpora terreflria ex -ipfius TeMuris
vertigine, vel ex quovis alio impulfu, per immenfa vagarentur fpatia, neque
reciderent in Tellurem • Hinc Tellus brevi, ex diflbciatis perpetuo corporibus,
minueretur, ac tandem evanefceret. Idem de Jove, Marte, Luna &c. dicendum.
Itaque Mundus in Chaos abiret corporum undequaque pergentium. . ^* (rf) Ita
quidem ad aniuATim res fe haberet, fi Telluris figura fphierica foret :. cum
autem oftenfum fit a Recentioribiis Phylicls et Mathematicis, Telluris figuram
fpha:toldalem efse, elevaram nempe fub atquatore, et deprelfain fub polis; id
nonhifi quamproxime l«cum habere potest. Sed alibi opportune hasc expediemus.
(^) Lux, caloricum fluidum eleSiricum nullum ha61 errus prxbuere gravitatis
fpecimen J fed temere hinc quis colligeret, isthjc fluida omnino efse
gravitatis expertia., ' Sed et magna Mundi corpora vl gra*^ vitatis 'fua petere
centra indubium eft. Nempe in noftro Syftemate Iblari Planeta? primarii S'ol«m
petunt; et lecundarii primarios. Ira Luna Tellurem, Jovis, Saturni, et Urani
1'atcllitcs, Jovem ipfum, Saturnum, et Uranum vi gravitatis refpiciunt. Tum
Mercurius, Venus, Tellus, Mars, Juppiter, Siiturnus, XJranus, aliaque 'ingentia
Corpora 'in Solem tendunt. Nifi enim^ yi, gravitatis continuo erga lua ccntr.i
Ibllicitarentur, nequirent curvas orbitas deleribere; Ijquidcm corpora curvas
de[cribentia continuo a rectilinca directione, deflectunt, id qucKllbonte fua,
line conamine gravitatis, nequeunt tfri. ccre. qy. Fit nempe tnotus curviliiieus,
ut Pby-' fici docent, ex conjugatione duarum virium, quarum altera lingiilis
momentis recta lirgct corpus per tangentem curva:, quam deferibit j altera Vero
indelinenter idetij lollicitat ad aliquod punctum in curvæ area comprehenfum.
Hauc'recundam v\vx\. centripetam dixere ; primam vero tangentialem^, qox fi
motus initio conlidcrari velit, proj e^ i uni s fibi vin dicat, quippe quæ per
projectionem corpori invprefla intellegitur, ab externa Caulla. Cum atitem
Secundarii erga Primarios, et Primarii erga Solem ita cieantur, ut arq^s
delcribant temporibus prop^ortlonales y hinc norunt Phyfici, v.im ce'nh-ipetnm
indelinenter Planctas Ibllicijantem ad Primarios dirigi, fi de Secunc|ariis
loquamiir, ad Solem vero fi de Primariis. Ambigi proinde non potefi gravitatem
ad fingula.! no. peditur, cogiturque fingulis momentis erga iilud immobile
punilum torqueri. Uaibus nempe viribus modo aj»I- > rur corpus, vi imprefsa
projedionis, qu$ per cur tangentem fe exerlt ^ et vi qua ad immobile punitum
per diftentam funem ' continuo retinetur. Hic fecunda vis ’ typus est et rniago
iiljus,..quam ia Planetis dicimas ) vim gravitatis. ^, eoharent, frve' intime
fommifcentur, aliis^ V^ ' ro non item. Eft vero duplex affinitas, aggregationU^
nimirum, Sc compo/ttionis. Prima co* haslioniem particularum ^fimiJari-um
molitur, ex qua totum emergit undique homogeneum. Secunda intimam parit unionem
particularum diverfæ fpeciei, ex qua. totum efficitur tertise fpeciei' omnino
divcriæ, quin tamen particulæ iUæ ob hanc unionem, lua le exuant natura,
ali^mque dijverfam fubeant.Ita ex. gr. Aqua aquæ cohæret 'affivitate,
aggregationis, Acidum fulphurieuna magnefiæ intime unitur affinitate
cOmpositidHIs y' 8 c,cottl\itu‘n folphatum magnefia, ( vulgo sai/anglicanum
),qii'vn acidum lulphuricurri, 8c m.ignefia naturæ lubeant mutationem* Si enim
^prsditio.iolphato. in aqua diluto potaf» fam fupereffundas, ex prævalenti
affinitate potaifam inter ^ Sc acidum lulphuricum, mox fiet folphatum potaffiK,
( valgo tortarum vitriolatum ), et reftiiUidtur magnefia. Porro 'utramque
affinitatem ad leges cofmologicas fpc6lare, nihil efl quod dubitemus. Sine
affinitate aggregationis omnia corpora ffimilaria diffiol verentur, ipla adeo
univerfi moles. Sine affinitate com politionis innumeras deficerent rerum fpecies
diverfas.* et omnia, quantum ex. chemica analyfi 'hactenus, noffie datum? eft»
faltem refpectu Telluris noftras, ad triginta tres fpecies* materialium,
combinationum redigerentur j et hasc ipfa, fublata aggregationis affinitate,
informem.-folutamque molem exhiberent. Vires tandem vegetationis, . s lot
animalixationis fexta cofmolo^ica lege con-* tiitentur. ' Plantarum vegetatio
foHs affinitatis viribus nequit expediri ; funt enim pjahf* corpora A’cre • '
organica, viventia, et feipifa ex femine reprodu* centia. In, viribus affinitatis, aliifque
'fupra ex-* ^ politis, hon inteffigitur fufficiens ratio' nec ve- ' ^ •.
getajionis, nec reproductionis plantatum ex femine. Similiter dicas de
animantibus, in quibus pra?ter vim affinitatis, 6c vegetationis, alia ' agnolicenda
efl, t:^\xx: animalt 9 :ationis nomine infignitur. Vires de quibus hactenus
haud exiflimandæ funt totidem di- • ftincta: vires materiei iniit», fed totidem
determinationes unius, ejufdemquc viis. Ncfnirumvis ' a ftlmmo Conditore
materiei, elargita ejufmQcli,eft'effiqta, et intrinfecus comparata, ut multi-
'' ' plices modi^caliones ipfa fuapte natura- fuheat.juxta diverfas
circumllantias, et occaliones. '. Cum porro intimam hujufce vis. naturam minime
calleamus ; hinfc haud perfpicientes, qui unica illa vis tot diverfas jdetermi
nationes affumat, facile nobis fuademus, has. totideni diftin£Iarum virium efic
caracteres. Atqui funt totidem fpccies, fcu. formæ, feu modificationes,
.unius,.ejuldemque vis ex jpfa ejus natura,flu» entes. Sicuti qx. gr. vis
ipotrix in horologio.^plurimas fubiens modificationes ex mechanica horologii
ftructura, multiplices gignit, ac diverlos effectus puta hofarum, et.minutorum
oftenfiones, phalium lunæ, dierum hebdomedæ, • &c., quos infeienter
profecto ex totidem viri G 3 bus, leu clateribus quis repcttrer. Vis tamen
mjii-^ntionis nequit ioii materiei tribui, fcd potifiimum repetenda,eft. ab
aiia fubfiantia ^ alius generis,, qua: materiei copulata illam modificat,^
agit, ^ evehit ad ipeciem animalem. Jllr
De Mu fidi, Materia crigir7e. * ^ 7" E te res on^nes, quotquot de Mundi V
origiite' philolophati l’unt,li folos ’ excipias Habreos KeVelationis lumine
edo£los, Mundi materiam' xternam, improduQam, " in» dependentem, a le
ipl'a, et natura,fua exiftentem poiuerunt. ('’ Epicurus, qui duplicem atomi*
tribuit motum, rectilineum nempe ex naturali * atomorum pondere 'derivantem, et
declinationi? alterum. 'Per inane' fpatium "concurfantes atomi duobus hifce
motibiis in varias,*congeftjE 'for' mas niundum geriuere.Fere’ hanc ipfam
fententiami jam obfoletam in fcenam feproduxit nuperus Auctor anonymus’impii'
Syflmatis natura y qui ex «ternx, '& improductee- materiætiatura, ac
viribus (ut ipfe inquit ) fæcundiflimis, Mundi machinationem, omniumque rerum
feriem auf picatur. ' 4 ^. Orientales hanc coluere fententiam ; Deum aternum
nempe, et actuofum principiuni æternam materiem undique pervadere, Sc cum ci
intime commifccri. Hinc iners materia to G 4, lius d : tius ordinatilTimi
mundi, Hngularumque proH^ 'ctionutn fascunda fit parens. At Xenophanes eleaticæ
fectæ inftitutor abfurdam hanc fentelJtiam abfurdiorem reddidit, ftatueos
unicam in Mundo exiflere iubffantiam asternam, immuta, 'bilem, immpbilcm^ tura
unica? hujus rub/lantise diverfas^ effe modificationes quotquot diftincta,
&’diverla Entia cernimus. Hoc paradoxon arripuit Benedictus Spinoza, quod
geometrica methodo exponere -fibi fuafit. Docuit itaque upi-cara effe
lubfiantiam actuofam, fimpHcem, in„divif]bilcra*f et infinitis prasditam
attributis, quam tum Deum, cum materiam, appellat » De'indtf ex duobus ejus
effentialibus attributis, infinita nempe cogitatione, et infinita extenfione
omnia effe 0nfiata. Nimirum interna- unicas hujus rubfiantia? actuofi^ate; Sc
natura; neceffitate, in varias, diverfarque evolvitur modifiqata^ nes tum
estt^nfio, tum cogitatio: ExtenO^s ^modificationn funt quas appellamur corpora,
cot • gitationis vero, quas funt entia cogitantia ^ $iicUti'..cera, quas.li
interna vi agitari ponatur, -io, vatias abeundo modificationes, varia poteff.
figilla exhibere. Abfurdiffima haBc fententia Pan- ttbifams audit, quippe ^uz
confundit Deum cum Univerfo.. Xns aliquod aternum natura fud neceffititte ' exi
flere ^ indubie demonflratur\ tum ejus ' pracipui carActeres expenduntur. . '
r- » $• * aliquod 'aternum exiflere, ^ quU dem fua necejfitate natura j, inter
primas veritates qua: fponte fua cuiHbet ?- Equidem hæc veritas adeo per fe conat, ut ii ipli, qui
de Divinitate peflime fenerunt, nec negare aufi fint. In determinanda natura
hujufmodj Entis ajterni hallucinati funt, vel ex cordis malitia aberravere /
fed aliquid aJtcrnum exiftere, omnes convenire oportuit. Nec leriem cauffarum
in infinitum commimlcuntur, et ipli fuifmet doctrinis aliquid æternum exifiere
revincuntur. Sane hi creationem ex nihilo impoffibilem ftatuentes, nomine
feriei caulTarum in infinitum nihil aliud intelJigere poflTunt, quam infinitam
feriem generationum, et corruptionum. Materia igitur, qu» iubje£furn efi harum
generationum, Sc corruptionum in infinitum, aiterna efl, Sc improdu-cta.
Coguntur itaque aliquid atternum, et improductum fateri. Atqui caracteres
hujusmodi Entis, quod' æternum e/l II. j&wr, quod, fua ruttura-.necejfitate
exiflit, omnibus 'pofftbillbus realitatibus., ftU perjekfionibus gaudere debet,
et quidem ipja fui natlurd feu effe infinite, per feBum' extenfive, ut
inquiunt, intensive. Id quoque cuilibet ingenue philofophanti'^ evidentiflimum-
eft, quippe- nihiLnobilius, nihil excellentias ifta,natura excogitari poteft.
At juvat metaphyficai^i demonftrationcm adferre. In Ente natur* fu* neceffitate
exj (lente.. • ’ ' nulla nec efle, nec concipi potcft.ratio eccur aliquam a fe
excludat entitatem, feu perfectionem. Nulla Entitas concidi ullo pacto. po*
teli, qus natura fua litpitem expofcat, Se quam tranfilicndo fiat non Entitas^
vel cfetrimentum aliquod ptiatur. Riirfus nulla veri nominis, et pura Entitas
alteri puræ Entitati repugnare. poteft,,,- earaque fe excludere. Igitur fi Ens
naturæ tfuæ neceffitate actu non cft infinite perfectum;, 8 c inten/ive, nihil
vetat per fici in infinitum poffe. At oftenfum eft præc efle intrinlecus
impoflibile, Ens natura; fuæ neceffitate exiftens perfici pofie. Igitur de- ' bet actu effe
infinite perfectum extenfive, inten/ive, » 54. Cum inter nobis notas.
perfectiones præcipue emineant Sapientia, Bonitas, Patentia, quin hifce gaudeat
Ens «ternum, ambigi nulliraode potcft, atque adeo effe beatiffimum. III. £«r fua natura neceffitate
exl/leht debet ejfe pbyjlce fimplex. Ens quodvis, compofitum eft natura fpa
mutabile : eft enim intrinfecus poffibile, fimplicia componentia alium, atque
alium nexum affumere poflfe, unde. Ens compofitum, quod inde conflatur, fiat
plane diverfum. Sed Ens fu« naturæ neceffitate exiftens eft intrinlecus
immptabile 51. Quare Ens naturæ fuæ neceffitate exiftens debet effe phyficc
fimplex. Deinde Ens phyfice corapolifum pendet a componentibus. Sed quod,fu«.
aaturac neceffitate exiftit cft^ independens • igitur Ens naturæ fuæ
neceffitate e:nfteDs debet effe phyficc iimplex. /» materia originem
inqdiritur^ eamque ex nihilo conditam vi, &" potentia fupte>ni
Na'minis inviæ df”^onJlratur. Entis
«terni, fu* neceflt X tate naturæ exiftentis expendimus caracteres ; hos modo
materiæ referamus, ut pateat, fi pro huiufmodi Ente haberi queat : Bru-' ta
materies, muItiplex'^, generationum, et cor* ruptionum fe mutuo, et perpetuo
excipientium, fubjectum, obftipa, iners, innumeris obruta defectibus, natur*
fu* neceifitate exiftit, atque adeo immutabilis eft, unica et fimplex-, perfe-
o ctiffima beatiflima, infinita fapientia, potentia, ^ bonitate pr*dita. Quid !
Cujus, h*c talia componendo ^ Mens non horret, Sc immanibus non refugit
abfurdis ?, Quisquis equidem, ut ut levem rationis particulam fortitus eft, vcl
ipfo primo obtutu agnofeit, ifth*c e genere cffe circulorum quadratorum,
tringulopum rotandorum. Materies igitur, 'ex qua Mimdus 'hic- ' ce coalefcit,, nequit e(Te Ens
*ternum,. natura fu* neceffitatc'exiftens, et improductum. Quare furentem hic
potiuf infaniam, an fummam impudentiam demirer, nefeib, Au- ' ctoris anonymi
Svflematit natura, nihil fef-. futire dpbitat, materiam exiftere necelfario,-ipfam
fu*, exiftenti* fufficientem continere ratio- nem. Certe ex Petro Baylio ipfi
non furpecto Auctore edifeere potuiffet exiflentintn necejfariam, ce« r D
'convenire pojfe fulfflanthe ( kilicet materui, de'qua fermo eft ), qits
catcroqmn' onitfia efl \ et »>ieiique prentitur defeSibus, et
imperfitiionibus, id efl quod evertit evidentijftmam 'notionem, nimirum Ent
abjolute indspendens, et aternum, effe debere infinite perfeSium.Difi. hifl.
art.Epicur. liem. T. 'Sed quibus tandem rationibus fuader» ^utat profanus
homo’, materiam neceiTario exiftcre, ipfam* Tuæ cxiftentiæ fufficientcm
rariorem continere ? Supponendo rnatcriam ( ha;c ha- 1 bet ) produElam y aut
creatam ab Ente ab ipfet dijiinilo^ ipfaque ma^is incognito, oportet Jentper
dicere, hujufmodi Enf, quodcumjue tandem' fit^ neceffarium jtffe, feu in fe
continere ca' dinem, eoncentum, quibus furrima et pulcKet*rima Univerfi
harmotiia, flabilis et ornatifTiina magnificentia cbhtinetut, nequit latis
admirari; Omnia fummo confilib, fummaque ratione ftatuta deprehendet / fingula
tum maxima, cum minima, numero, pondete, et menfura conflare, ultra quam
intelligentiflimus quisque adlcqui potefl, quam facile intelliget. Quum itaque
omnium quz funt, vel fiunt, nihil fi* ne fufficienti ratione fit vel fiat, •
prohuiri eft intelligere tyitam, tamque rhirabilem machinationerh j non
atomorum.iiullo confilio, nullaque ratione pergentium opiiS effe, fcd Mentis ^
lumma fapientia, fummaque ratibhe utentis * tiic e^o rion tnirey, elegantiisime
Tulhus fi Tu de nat. Deor. c. . effe queitiqudm, qui (jbi perfuadeat ^corpora
quadam foilda, atque indruidua, vi et gravitate feni, mundumque effici
ornatifftmum, et pulcherrimum ex eorum cor porum concurfione fortuita^ Hoc qui
exiftimat fie• fi poiuijfe , non intelligo, cur non idem putet, fi
innumerabilei unius et viginii forma literarum vel durea, vel qualeslibet,
altqUo conjiciatur, poffe ex his in terram exuffis apnales Ennii, ut deinceps
poffint, effici ‘ quod nejcio, anne in uno quidam verfu poffit tantum valere
fortuna. 6^. Sed
ajunt in poffibilibus atomorum combinationibus, hape, qua priefenS Mundus
conflatur, contineri. Quid ergo mirum’, atomos per immenfam æternitatem hac et
illæ concurfantes -, tandem aliquando in prafentem conformationem deveniffe ?,
. 'Non heic ?qu4ritur j utrubi in possibilibus atomorum combinationibiis, -hæc,
qat* præfens mundus conflatur, contineatur. Nifi enim contineretur, hiud
præfens Mupdus condi potuiflet. S^;d illud inq^uirimus, an przfens atomorum
conformatio, per cafum et fortqnam, ut Democrito placuit, fit poflibilis ; vel.
per ipfa« rum- atomorum naturale pondus, vfrefque, ut Epicuro adrifit. Et sane
primo vellem, fedoceret Democritus, vel quisvis ejus fectator, quid fi. bi
velit hujufmodi Cafus\ 8 z., qua du ce, atomorum facta efl concurfio ? Equidem
me non intelligeVe fateor, fatenturqu^ omnes', queis cor fapit,* iifcilicet
verba funt inania', quibus 'nulla iubeft. notio. Tum atomos Jeternas natur* lu*
vi exiftentes abfque lege vagari, et in-, vicem concurCari, fecum ipfum pugnat.
Siquidem h* atomi' nonnifi ingenitis viribus, et naturæ fu neceflitate cieri
poffunt, fi - quidem moventur. Deinde cum nulla omnium Iit origo, tum par
natura, et.neceflitas, iingula' eadem directione, et celeritate profecto
concurrere debent. Quid vero five
n\onftruofi, five ordinati moliri queant atomi commetoi directione, et
celeritate percit*, equidem non video. At"qui plura in hoc adfpecpabili
‘Mundo funt centra, circa qu* magna revolvuntur corpora :'tum> horum.
fingula totidem funt centra minorum corporum : nec non vegetantium., et
animantium elementa diverfis motibus cientur / finguJi tandem hi motus certis,
fummoqUe confilio ftatutis legibus perficiuntur. Non ergo cafu j et fortuna,
neq^ue c*ca nattr* fu* neceffitate’ in ordixiatiflimum fyftema coalefcere
potuerunt ^ H 2 Sa ilapienter Cicero de nat. Deot. c. a, »nim hunc hominem
dixerit, qut cum tam certos eali motus, tam^ ratoi aflrorum ordines, tamqut ’
om§^a inter Je conjiexd f apta viderit, neget in his uUam inejfe rationem ^
eaque cafu fieri di* . eat ^ qua quanto eonfiiio gerantur , nullo eotfiUi
affequi pofiumus ? ^5. Hujus argumenti t-obur optime per* fpexi^ Epicurus, quod
effugere fibi fuafit duplicem atomis tribuendo morurh j fectiilneurrl unum fcx.
proprio, et naturali pondere derivantem ^ declinationis alterum (c) Hifce
viribus* perfeverabunt quidem Pt anet a iif fufs orbitis, fed nioturn ipchqara
rrfinitpe ppj^tergnt.* Yi; Neyvt, Ppif nat. Sch. geq,,. n ^ hacjeiius
e^^pofutrous jabunde patet, nonnifi futnmi. et intelligentiffirrti Numinis
confilio, ?tqiie potentia brutam matc^ri^m in elegantiffirtium ordinem '
congeri potuiffe, 8c prjefenteni ordinatitemurn Mundum conftitui Scilicet ille
ipfe n^ateriaj Conditor omnipotens eft. Abundi rapientiffunus Molitor, et
Artifex • Spinosa Syflema abfurdorum et contradi&ionur^ effe.cumti/urri,
ojtettditur. d8. I. T^TNicam in Mundo dari fubftantiam fimplicem, et individuam
caput eft ipinoziani fyftematis. Id vero adeo falfum eft, quam certum innumera
efle corpora^ 3c hæe extenfa efte, et jdividua. Sane sive extcnfio pro
fnbftantia. habeatur j ftve.pro fubftantiæ attributo, five pro ph^nomeno e
plurium fubftantiarum coexiftentia derivante ( id quod) nobis arridet ), certe
corpora non funt unica, et fimplex fubftantiaj fed.tot» fubftantiarum con-,.
geries,, quot funt partes realiter diftinctaz in quas phyfice refolvuntur,
''vel,refoIvi tandem poflunt, • Juxta SpinoKatn, fubftantia hujus Mundi.uriica
eft, et fimplex, quæ tamen inter cætera oftentialia attributa extenfipne fit
prædita. Porro extenfionis natura fimplicitati opponitur, id quod norunt Omnes
: tum, eflentialia attributa -non funt quid a rei efientia, et fubftan • > t
• tia quot in decifi? habuimu? mpojjihih ejfe j /intui ejfe, et no» ejfe. ’, Sicuti unicæ, et
fimplicis fubftan*' tia utpote extenfe diyerfæ funt modificatione? Vni verfi
corpora, ita ejufdem fu.bftantjæ utpote cogitantis diverfse fupt
ippdificationes, quot ppyimus Entia, cogitantia, Facile intelligunt H 4 / Ty QuO. tempore cer® frustum fpsrica ex. gr. -
figura ptsdirum agnofeirnua, cubica, conica, vel alia quavis llmul affici adeo
ration; repugnat, ac unitatem efse mil- > lenarium : proinde fi 'quandoque
plures intueamur diftinT ftas diverfafque figuras, protinus nulli dubitamus,
totideni dfftinftis, diyerfifque fubjedis, leu fubftantiis illas adjudicare, ,.
Ty/ones.hoc fecundum* ejufdem fiufuris cflTc, ac illud primum, quod pra:c.
cxpofuimus. Itaque prselertim "vero Unica, eademque fubftantia cogitans
Igjta erit et triflis ; volens et nolens idem : amore et odio idem fimul
profequens objectum ; approbans et reprobans &c. Hxbreus ira mq^us, et
Spinozas cultri ictum infers, ipfe idem eft Spinoza ciolo-r rem^-^perferens, et
fanguinem ex vulnere emittens. ' . V, Tandem, ne diuturniori mora in hoc
abfurdiffimo confutando fydemate aliquid honoris eidem tribuere videamur, in
memoriam revocemus, materiam, feu fubftarttiam hujus Univerfi, fubjectum e0'e
infinitarum viciffitudinum, perpetuam 'gerere feriem 'generationum, et
corruptionum, perpetuis prtmi collifionibus, et op» pofitis agitari viribus.
Nil profecto ea vilius et deterius, ut ita omnes Philofophi veteres prope
nihilum eam pplucrint. At eamdem
divi'na conflate natura, perfectiffima, ik. immutabif Ii Spinoza edocere audet.
Tegatur Bayliu? erit. art. Spind?a i \. De neau omnium Mundi Caujfarum effe6luum : ubi de Fato Juxta Philofophorum
placita dijjferitur. "VTIhil in Mundo cafu, et fortuna ' J.\| fieri, nec
immo fieri poflTe, in» ter primas cosmologicas veritates reponendum efle, Nemo,
cui cor fapit, ambigere poteft. Omnia fane fuis fufficientibus rationibus,
cauffarumque nexu contineri debent, fi ex nihilo • nihil fieri pofle conflat,
nihiique cfie fine fufficienti ratione. Confer ont." 10. Sapienter Tullius
nat. Deor. 1. i. c. 4. E/l enim ad^ mirabilis qutedam continuatio, fericfque
rerum, ut alifB ex aliis nexa, et omnes inter Je apta,,, ^ colligataque
videantur. Cujulmodi vero fit hif ' Cauflaru'^, et effectuum nexus, expendere
modo juvat ; tum Philofophorum de f^atp fenteq», tias ad incudem revocare. Dt
nexu omnium.Mundi CauJfarunj, et effectuum. * /^Uotquot Cauflas in Mundo noviy
mus., ad duplicenv cladem recen fend* funt ; aliai fiquidem cogitatione ( ad
intimum confeientite fenfum appello j ^ ali% fola VI raotrice agunt •, (
quotidia* nat njB id edocent obfervationes ). Atqui^, confcien tia teftante,
cogitatio eft actio ipii cogitanti rei immanens • motus vero, experientia
edocente, eft U'an(iens. Drverfi ergo generis, diverlis-;, que naturæ habendæ fu
n{ Cauflæ cogitatione, et CauflTæ vi motricc agentes, Equidem alibi opportunius
oftendemus cogitationem non polTe motu abfolvi, adeoque Cauffas fola vi motrice
præditas non pofte cogitationem parere, Curn ergo,in Mundo motum, et
cogitationem agno, fcamus,' duas diverfi generi? cauflas popere co» gimur, ,
CqufTæ fola vi motrice agentes ad materiam Ipectaiit, At materiam fiputi vi
rno* trice’ præditam, ita.& inertem efte, fuo loco oftendimus §. Quotquot.
er^Q e materia? viribus gignuntur, juxta earumdem virium mo* tricium legem
efficiuntur, neque Jili^S ac pro-> deunt, fiuntque, per materije vjres
fieri, ac prodire poflTunt, Revera hujiifmodi lex, quat^ tumque tandem ea fif,
certa eft, ac determina-» ta live enim has vires e materi^ finu, na« tura emanare
putemus, et erjt earum lex certa 3? determinata, ficuti certa. v determinata, ^
ex feipfa immutabilis eft materias natura ; fiv? ex Conditoris arbitrio illas
vireq materias contingehter convenientes inditas, effe prbitremur, Sc neque
modo poferit materia ex feipfa ilH? exui, vel eaffiem ne minimum quidem m^difi’
care j quippe qua fubjectum mere paffivuna nullis agitur aliis viribus, præter
quas Condi-» tor indidit. Materia igitur fuarum virium le-» gem, ac naturam
perpetug feqwi debet, neq^uq . >, ii3 vel minimum reniti potefl : atque adeo
quotquot ex ea gignutur, fiuntque, nequeunt aliter gigni, ac fieri, q 6. Quff
cum ita Cnt, facile perfpicitur, quod pofita pro quovis tempore determinata, ac
certa elementorum coexillentia, quod deinde' gignitur, phyfica neceflitate (
a.virium motricii um lege, et e materiie inertia derivante ) c procedenti rerum
llatu tale genitum eft, neque alias gigni poterat. Hoc autem quod modo ge.
nitum efi:, undique determinatum eft tum reIpectu elementorum quibus conflatur,
cum reIpectu loci, et temporis, feu refpectu ad nexu rn, et politionem
coterorum corporum, quibus fti-^ patur. Qiiare quod fecundo hinc, gignetur,
rurlus certum erit, ac determinatum, et phyfice neceflarium, ficuti certa et
determinata eft corpot um mutua complexio, horum materiæ flatus, et nexus nec
non phyfice neceflaria vi. rium motricium lex. Et ita deinceps in con.
fequentibus generationibus - Nimirum quivis elementorum materiæ flatus gravidus
eft lubfcquentis, neque hic alias prodire, per miateriæ. vires poteft, ac
revera prodU : ut adeo, fi quis«^ vires ipfas, earumque legem adoquate
nofceret, tutn «elementorum numerum, eorumque.pro quo-, vis tempore
coejiiftentiam calleret, et ad calculum adducere fciret-, is fingulos
confequentes effectus," ac futuros eventus in anteceffum edifferere
poffet. Cum ex dictis quævis 'generatio phy^. fica neceflitate c præcedenti
corporum", et materiæ ftatu pendeat, nec non virium motricium le V» ,\
lege; fi cogitatione ad Mundi uique prlm^rcll^ afcenclamus, facile nobis
(uaclebimus, Unl-vtrfum, reJpeBu ad folam materiam habito, nihil e[pt aliud,
'quam eertum ordinem neceffariant Jet viem cauffanan, effectum, perpetuo, ac
nsi cejfarto fe Cdnfrquentlum ^ Hiec aurem feries haud gutanda eff abfolute
neccfiaiia, ut ita non potuerit alia effe, ab ea qua: modo efi:, aut femel
incæpta abfolu* te nequeat modo, vel in pofierum, commuta^ ri/ vel perturbari.
Cum enim quælibet genera* tio, fiatufque materiei pendeat o prascedenti, 8 $
rurlus hic ab alio antecedenti, et ita porro i nequeamus nutem in hoc progreffu
ad infinitum afeendere, confiUerc tandem debeiVius in aliqiia
Caufia^extramundana asterna, vi «fuaj natura exi* ftente, ctiju* imperio, et
voluntate.Materies primum nexum, primamque conformationem fufeaperit. Series
itaque ^ et ordo Caudarum qtfali^ modo exifiit, non abfoiuta neccffitate exiflh
^ Je4 tantur,} hypothetica, cx hypothefi n?mpe, quocj * Cauffa illa
extramundana talis fiuie feriei exordia fua iibera voiuntafg conceiferit, et
non alia, ^eis omnino diygrfe confequuta fuifiet Cauffarum, effectuiimque
feries. Id rurfus intelligi datur ex co, quod- neque materies improducta eft.
et æterna; vi nempe 'fuz naturas non exiftit 5utr 2 Equc in fe mutuo agere,
queant j,hinc eft, ut altera alteram quamlæpc- modificet, ut ita rerum fe* ries,
ac complexio, quts modo in Vniverjo pergit, aliqua Jaltpn fui parte diverfa ab
ea sit, qi4‘^ pergeret, fl nihil in fe mutuo Cauffte ilLt' agerent, atque
infiuerent. Sane v^. 8i. Humanos Animos non ceeea libidine, abique ulla omnino
fufficienti ratione feiplos / cie. il 6. tierc, et ad agendum determinare,
intimus cori« Icientiæ lenius abunde edocet. Fon-pis nempe rerum, quas ali^iiam
boni, vel mafi fpeciem exhibent^ ad ^t^eiulUM excitantur, atque alii ciuntur.
b« formas, quibus animus afficitur, a corporis fenfibilitatf, et
temperaftiento, l'enluum valetudine > et tiatura objefforum- fenfus
percellentium» pendent. Tum confilium rationis, quo actio vel non actio
decernitur, ex praScedenti animi flatu |,feu habitibus, et ideis adhuc pendet ^
habituS vero, et idcifi ex corporis, fenluumque temperamento’, et
circumllantium objectorum actione rurfus conflituuntur, vel modificantur. Cum
pofro corpOris fenfibilitas, et temperamentum, lenfuUm valetudo, et
circimvftantiuni objectorum natura e necelfariis Mundi Cauffis pendeaht j
liquet inter ipfas Hominum æfioheS, et phyficum Mundi ordinem nexum aliquem
interefTe ^ 8»; Hic autem nexus, quod fedulo animadvertatur velim, et multiplex
efle potefl, eo quod multiplices lunt cauffas,* quas in nos agere poffunt » et
nullus eft indeclinabilis, ac necefiarius.* id quod intimus confeientiæ fenlus,
et noflraram actionum experientia lat lu« culenter ollendunt k Sane formis
rerum non rapitur animus, utcumque percellatur etfi validioribus formis animus
concitatus ad agendum, non cogi fe luculenter animadvertit, et adhuc retinere
facultatem deliberandi,_quin immo a facta deliberatione, et ab ipfa jam
fufeepta ^actione d^fiftehdi, et aliam ‘quamlibet edendi. Merito Tullius tuse.
p^.l. i. Ck 23. Sentit ani. - / mus tif,kttts' fe y idque dum fentlty illud i
jt*a non aliena moveri. Accedit,, quod quandoque datuttt pecullatem nexum
Ivuraanas inter actiones, et fenfationcs ofrinino abhimpimus nulla alia ratione
perciti, quam ut noftratn ' experiamur libertatem ; mus contra id quod
temporis, rumqUe circumflantij^, et ipfaS fenfationes exigere videntur. Datur
itaque nexus inter hominum actiones phy/icunt Mundi ordinem, fed efusmodi, ui
illum moderari, fleflere^ determinate i abturnptre ^ tutn iterum tejlituere pro
arbitrio pojjimus 4 \ t Sicuti humanz actioneS^cum neceffarlis Mundi cauffis
connectuntur, ita materialium, Cb* necBfJariarum Mundi cauffarum series in
aliqua sui parte, perturbari, nioderari, et fieBi pote/i Cauffarum 'liberarum
labitu, O' providentia. Cum enim omne id, quod materialium cauffarum viribus
gignitur pro quovis tempoVe, e ftatu prxcedenti pendcat . ftatum autem harum
materialium cauffarum perturbare, & cOmmutare perfajpc valeant Caulis
liberæ fuO confilio, et providentia pro peculiati faltem locO, et tempore ;
quin, fimiliter futuri confequentcs effectus prafepediri, perturbari, et
commutari poffint, nemo^profecto non intelligit. Ita fulmen, quod neceffatiis
Mundi cauffis e nubibus excuUum regium palatium labefactaret, ibique degentes
ertccatet, humana poteff providentia avertere, fi Opportunos adhibeat
conductores 4 Agrum a i .puta, cum agi' loci, obiecto tis • 'dOSMpLOremum NinSm
res omnes zterna, et immutabili • lege, nullios^ei {labita ratione, dccrevrfle
docent; neque proptercSf qui^pian\ a/nobis libere fulcipi pb^e. Tertia cJaflis
illos complectitur, Djeum fapienter, quidem-. verum.fataliter ac necefliirjo
re» omnes' hujuS Univerfi dilpo • fuilTe fentiunt, Sc ex hac-, conffitutione
omnia quotquot {in Mundo 6 unt, neceflaria et perpetua ferre, proficifci. At
quia fati AflTertoresv divtfrfas,. quo 'quifque fuarVi fentehtiam
conft^i-liret, femitas freflerunt i klcirco hon pigeat prxcipuas' .exponere, jc
evekere ‘ vv. •- 'De Fat^i Democrifiip • ' ' Democritus (, e ‘quo fetura quod
demoeritkum dicitur nomen fufcepit) nihil aliud.' prxfer innumeras^ atomos
ihcreatas, Don fuerunt 'confequut*, hinc negatum drju ; nempee collapfi ftmt, .
• -I '. > ac • f. ac diflbluti finguli ijli veteres Mundi. Pofiremus tandem
omnium emerfit hic adfpeflabilis, et iple poft* fæcula diffblvendus. In hac
itaque. •fententia% cum nihil præter brutam niateriam neceffitate fuæ natura?
percitam exiftat/ 'omniaque fingularia Mundi entia neceflariæ fint illius
modificationes, immite, et indeclinabile fatum. omnia agere perfpicuum e!l. Hoc
fatum, quod, phy ficum alii appellant, definiri potefl ; Neceffaria, et bruta
feriys omnium Mundi cauffarum, • atque effe£luum e natura, Sc neceffitate
bciitæ materia; -manans.,. ! • Monftruofe hujus fententiæ refutatio longa non
indiget oratione* cfl ea quippe con» geftus abfurdorum. Nequit materia effe
increata /e^.II.Nequeunt fola; materiz vires ex ejys 'finu emanantes
ouklinatiflimam, et riun-^ quam fatis admirandam Mundi compagem moliri. et feq.
III. Praster maieriam aliæ alius, nalurte fubflantia; cogitatione, &• libero,
arbitrio prxditæ exi'lunt..79. et feq. Equidem hujus ffntentia; abfurditatem
Epicurus, atomorum cacteroquin feftatpr, agnovit ex’ ea parte, qu* humanam
lædit libertatem,Quare illam emendare conatus’, atomis tribuit declinationis,
motum, qui nec certo tempore, . nec- cerfa loci regione eveniret : ita nimirum
abfoluta, et indeclinabilis neceffitas a Democrito* indufta abrumpi opinabatur.
Hanc rationem ( declinationem fcilicet atomorum ) Epicurus induxit ad tam rem,
ne Ji femper atomus gra - ' vitate ferretur natural'i ac neceffaria ^ nihil
liheram pohis effet, cum' ita moveretur animus, ut atO" >morum motu.
cogereturvTuUiuti de' f^to c. 10. At quain vaBum, et inficetiira,fit ’ hujufmo 4 i
effugium, nemo non videt. Cdnfulatur 6 $. 1 De Spot(orum-Fato y.,« ' '>»
•..... Fatum Sfoicorutn vulgo 'definitur, "ine* Juftabilis, ’ac.neceffaria
rernn* omnium’ lefies.ex ne^efTaria,& immutabili -Dei voluntate •edo»
'ftituta v. fiuc ulla, ad hutftanam libertatctn accomodatione., '§• pi- Quid
fati homine,fibi voJue'rint- 5 foi^ ci, res eft perobfcura adeo: quam
«nequiverint haflenus Eruditi extricare ; id quod- partim ib' lit« bujus Se£la
diirentiohi, partim' locUtionir bus nefeio quid poetici, et erophatici
continentibus tribuendutfi videtur..Te«erzfignificatioriem, Itaque futurorum
eventuum præfagia in ftcllfs contineri, dicendum » .- quam, futile ifiud.fit,
nemo non ' videt. Sane non minus infeite, quam arrogan*. . ter cogitari potuit
I. Deum caslefiia figna, nonntJfiris propriis commodis infervienda condidiffe.
II. Cum confequi non valeamus quam utilitatem illa queant nobis afferre,
temere,^ incogitanter*colligitur,ad prafignificandos futuros eventus
confiitufa/& difpofita fuilTc.Num- • ne pluri maraim^ rerum ad ipfam tellyrem,no^am
pertinentium, quasque proprius nos fpectar^ putandæ fuiit, fines jiro^ynios
minus ex. Plo-. I. ij 5 ploratos- habemus? Certe quilibet fans Mentis libenter
affirmabit, plurima npftram Ip^Ure utilitatem, pofle,. quin refciamus modum,
ratiorfemqtie calleamus. IU Atqui lunt P^netas totidem incolarum fedes non
lecus ac Tellus iioftra, qjji omnes circa Sokm, tanquan^ commune centrum,
torquentur 5. Sunt ve-. ro inerrantia fidcra totidem Soles, nempe centra
filorum Syftematum planetanpru.m tbid. Sid de his in phyficis opportunitls, et
copiolius. " oS. Q.uarn vero fatuum, atqye commentitium putandum lit iid ^
^, oftendunt. I.. Nulla phyfica vi hominum Animt cngi-poffunt ; folis illi
percientur formis, nettipe boni, raalique notionibus; tum neque iftis rapiuntur,
nec indeclinahiliter Heauntur 79. et 8z. II. ^ quam lepida \ enim ef^, ^ ' fe
puto ntft pueroi, qui ad globos i Hos terraqueosy aut igneos hac ferio
referant. Omnem ve- • • ro leptditatem Juperat, quod, infani ampoflores
prcedicant, quum ingenium nojlroritm animarftium Artetis,Tnuri, Leonis, Capri,
atque id egenus altorum calejltbus conjlellationibus, attribuunt Cui. Calum,
Plancta, Stella fixa vel mediocriter nota fuerrnt qtiam ifibac perridkula, ac
putida videri debent. Ego vero nefcio, cur marmorefs fignts •, quibus aut
homines, aut animantia ars humana exprimit, non. fimilher mores nofirosf aut
brutorum animantium tribuamus}' uint.Gen. el. metaph. tom. i. SchoU prop. iSp.
Atqui in fnajodbus ‘Univerfi corporibus univ^faJem, et mutuam vim agnovimus,
qu* gravitat/onis vulgo dicitur! Hac equidem invicem Jntcr /e' agere queunt, et
generati^um feries', quas fingula illa geftant, invicem modificare.* f atemur
uniyerfalem. 'gravitatiobem corporum ' Umv^rfi ; fed nihil iftha»c fententiie
adverfariorum favet, quin immo eam evertit. I. Hjec vis corporum efi, et in corpora diffunditur /
fpiritus nullo pafto attingere poteft. II. Novimus' Illam fequi maiTariim
jlireaam, et diftantiarum duplicatam inver/am rationem ; fit profero hmc, ut fi
Solem,& Lunam exceperis, cztc. rorum planetarum nulla cenfenda fit in
Tellurem a6lib.*quid porro inerrantium fiderum? De i Soleni &. luminis
emiflione, et vi attraftionis in 1 ellurem ^^gendo quam maxime tprreftres
genorationes, corruptionefqiJe mqderari, res ell, qua omni dubio caret. oimile
regimen Lun* attribuerunt Majores poliri, De ‘Fato pantbeiflkq. ')• 100, Fatum
panfheifticum, fivc Spinozifti» cum eft tcrum omnium neceflaria, et immutabilis
feries ex ipfa-Dei natura per eflcntiajera emanationerfi neceffario prqfluens,
Nempe hu'jufce fati aiT^rtorCs^^micam exiftere fubftantiam ponunt,- quapi Deum
"appellant, sujus innume» » raj fiint modificationes quotquot Entia
Mundum^confiituunt ; ‘has’ vero modificationes, ca rum ut 'adeo fuerint
lunarium’ phafiitm diligentiflfimi pbferva-' tores : tum Gomeras, rrialorum'
colluviem in Tellurem fiV» pfjefagtentes, fiv% afTefent;ps,-habebant,
metuebantquie 'cane pe)us, angue.. At ex Kecentioribos 'plures utrarnque
feritentiam, prayudicii redarguentes ^ ludibrio. V exceperunt. Quid, fentiam
libere edifseram, I.. Qui' lunarem influxiun abfolute inter præibdicia
amandarunt, fatis animum non intendifse. videntur in rnaris, aflus, qui Lunie
motui circa Tellurem a.d amuflim, refpondentes, ex'ejiifdem attraftione in
aquas ufque maris protenfd,, einni procul dubio repetendi. videntur. Quod fi
ita fe 'haber, non video '«ccur ipfius l!uns vi ne-. queat terreftris
atmoiphiera; alternas’ pari viclfiitudines.Cum vero e ftatu ^ et conftitujione
atmofphaiftE pluri, muin modificari queant, qu£E in nofira Tellure fiunt
ptodufliones, prpfeflo prono veluti alveo fluit, Lunas, vim. phyfiers
produflionious aliqpid conferre pofse. Revera ærrefirem afmofphteram hmx vjjn
peffenrifcere ex teorolqgicis obfervationibus Gl. Virorum Abbatis Frlfii,• et
Thoaldl, aftronomias Prpfe.fsoris Patavini conftitit ; ut 'adeo nondifi ex
prsjudicio fententia luparis influxus abfolute inter ptiejilQicla recenfita
videatui'. Deinde, etfi me tniniinfe lateat, Lun$ plena» lucem cauftico
fpeciilo coi- ' lectam nullam in mobiliffimo thermometfo mutationem
afiS»rr&, tamen hgud confedum videtur, lucepi e Luna ih '. '. T-el e /
iigS. ' rumque feriem ex 'ejufdern.unitæ fubftantije na- ' tur^ effentialiter
et neceflTario fluere. • V-ide. 46. Hujufce fcediffimæ* labis parentem -faciunt
Xenophanem Eleaticæ IcftjB Principem, quam. de- • Tellurem repercufsani
nibvegerantiiim, et anlnianfium cecononliæ pri/lare pofse : nam rhermometrum
nonnili r«/or/c/ liberi aclionem ollendere, et metiu poteft; at novimus, lucem
aliud onmino efse a calorico, et jaluHmum.conferre vegetantium/, et aniluantium
phyli, ac' fedenus credidimus. Nolim' vero quis cx diclis inierat, me lunaris
influxus patronum eximium, referatque inter -adverlie immoderanrioris
-fenrentix tautories. Ecquis, cui cor ;l'apir, calculo luo probabit-,. qua:
eflutire folent infani et 'inficeri honiines ex fingulis.Luns.quadraturis,
terreftrium phænomenorum vel vicilfitudines, yel pri-fagia fumerttes Quam fego
‘Luna: adiofjeih in Tellurem, agnofeo, generalis prorfus, et liaruta fua
indeterminata, nec non una.eft, et qmdem minima ex innume-. ris caiilfis in.
Tellure hofpitantibus, *qu3E prsfertim in’ calculo' lingularium phxnorænorum
afsumenaa: perpetuo occurrunt. Quod vero Cometas fpeflat, nuMus certa,’ riifi
excors pavebit hæp corpora per oblongas ali ypfes incedentia, nec ab iis
quidquam, boni, inalive iperabit, nietlietque. • Fieri autem quandoque pofse,
ut in laudatum influxus fyftema aliquis eorum, adeenseri mereatur, ultro
fateor. Etenim fieri poteft i. ut aliquis eorum longa infignitus *cauda,fuam
trajiciens orbitam in Telluris vici; nia verfetur-; ex quo ‘fiet, ut mutuis
attra6lionibus eoJnm armofphxrx turbentur. Dudum fane Aflfbnomis c(^- •
ftitif-Saturni farellites’ab ‘artraflione Jovis in conjunflione^posirl, in fuis
rurbari motibus, et vicIUJm. Ita ex vijrinia Comets tiflbari poterit Telluris
muJP adeo nihil addere heic putemus, 'ne rem a£l»m reagere videamur.' . G A R
De Naturali y C* Supernaturali Ua*vis mutatio quæ cuilil^t rei continoere
'poteft, IT ex principio, fi. rei interno manat, a^io appel ; ipii. latnr ; e
contrario pajpo dicitur, G a principio eidem externo Gat, nempe ' ex principio
alteri Enti infito ; illud vero princi^um, e qiio a£lio manat, nun^ciipatur.
Singula fpc6Wbi!is Mundi Entia continuas fubire mutationes, equidem cuique conftat.
Quare Gmplices hujus rnundi fubGantize’ ejufmodi offe debent., ut in fuis
occurftbus, et. Gbus pati /jueant, et agere ; *feu patiendi potentia præditas
eflfie debent, et principiq aliquo aftivo’, fcu vi gaudere. Non moror quidquid
in contrarium* ^afferunt OccaConaliftæ. fecundæ hujus theorematis parti. Vide
Ont. feq. Cerre Univerfurrj Philofophd nuHis præjudiciis præoccupato in
fingulis fuis partibus perpetua objicit a6livitatis argumenta ; atque, adeof»..
dubitare nullo • pafto fas ell,* ejus ' ftamina^vi . aai. X .e oportet aliqua
pottat cx fequentibus conditionibus. T Nullam ede in > • univerfa natura
caudam tanta vi. prjBditain. qua! illi effectui producendo potis sit • If. Sal-
'*' • ' ' tem in’ dato cafu hujufmoldi.caudam defeqidc. - III. Effectum illum
ede contra notas natu ra^ Te-, 1 ges / IV. pr*ter notum, eonfuetumquc orqi nem.
Nam cum rerilm naturat cert». liat ac detcrmii ! natæ, certafque fingulæ fequantur l^ges^ a
qui- ^ bus ne hilum.quidem dehifcere poflunt-; quo- • -> ties una., aut
altera ex, dictis conditiomb.s in ' • dato effectu occurrat, certi.erimus ad
iiniverfam naturam illum haud pertinere. Q_iiare ite* I rum patet^ fedula opus
ede indagine, et accurata rerum naturali.um.notitia ubi decernendum • fit de
naturali, Si fupernaturaLi... MuJra; qaian- • doque infanum Vulgus inter
•fupernaturalia ad'. ! '. ceni rum hujus mundi vires cohiberi pofTe, quin fuos
edant effectus, nil vetat : ipfa fane experientia perpetuo edocet, contrariarum
cauffarum incurfibus vires collidi, ut ita vel effjctus earum præpediantur, vel
omninp alii confequantur. Quare, quin etiam intrjnfecus fubftantiatiarum
"Vircs deleantur, coerceri illas pofTe a Cauffa extra naturam univerfam
pofjta', ne fuos gignant effectus, intrinfecus eft poflibile. In hac porro
hypothcG effectuum confequutio plane contraria effet confueto nptur* ordini.
Quare iterum conficitur, miracula intrinfecus effe poflibilia. Quod vero
adextrinfecam miraculorum polfibilitatem adtinet, ille tantum negare eam
poteft, qui prxter materiam nll aliud exiflere fiulte præfumit, cujufmodi funt
Spinoza, et Athei csteri. Simulæ vero, recta cogente ratione popimus, præter
Ipectabilem mundum Mentem effe æternam ipfius Mundi Opificem, infinitam,
omnipotentem, pleno et fummo jure in res a fe creatas præditam, nihil dubitare
poffumus, hujus vi, et actione innumeros edi poffe effectus et contra, et fupra
Naturæ ordirem. Luce igitur meridiana clarius elucefcit cum interna, tum externa
miraculorum poflibilitas. Sed audiamus Rouifpjum adverfariis, quibufeum agimus,
non furpectom certe auctoi ctorem, 3. ^crlt. dt la Montaignt. fe. tejl ne Deus miracula
efficere ^ idefl poteft ne legibus ab ipfo ftatutis derogare ? H^e qutefiio ferto pertrahat» impia foret, nisi
»ffet abfurda. " M'. honoris, ei, qui silam negative folveret, flagris
tribueretur ‘ Jatis effiet inter infanientes eum concludere. Re quidem vera,
Ecquis unquam inficias ivit, Deum pofjfe miracula perpatrare ? oportebat
Htebreum effe, ut qiutreretur, an Deus pojfet in. defetSo menfam ‘parate, 118.
Atqui, quam futilia fint, ridicu la, quæ contra miraculorum poflibilitatem
objiciunt profani homines, operæ pretium eft expendere. I. Inquiunt, nfiracula
Dei op[)onuntur irrtmutabilitati : qui enimODeus immutabilis confiflerct, fi
naturæ ordinejn 3 fe fiatutum mutaret? Accedit quod majeftatis deminutio cft, et confcffio
erroris mutanda feciflTe. II. Miraculum eft legum mathematicarum, divinarum,
immutabilium, æternarum violatio; quare miraculum expreffam involvit
contradictionem. irp. Sed facilis ad hæc refponfio. I. Sicuti Deus æterno fuse
fapientix confilio, æternoque fuse voluntatis decreto natur* ordinem fancivitj
ita eodem conftituit, pro certo futuro tempore peculiarem jn aliqua univerf*
naturas parte ordinis mutationem* inducere. Summa equidem providentia, Sc
numquam fatis laudanda ! ut nimirum fopiti mortalium Animi, eventuum infolcntia
commoti/ tum eauffarum naturalium' impotentiam animadvertentes, quæ Supremum
Numen confilia panderet, venerabundi adorare moneantur.‘^Hinc patet, miracula
nedum nihil Divinæ immutabilitati Occurrere, fed infuper Divinart Sapientiam,
Majeftatem, ac Bonitatem iuminopere commendare. K 2 / %,; rumquc feriem ex
'eju(dern.unica» fubftantia» natur^ effentialiter et neccffario fluere. • V-ide
4(5. Hujufcc fcedilfimæ* labis parentem 'faciunt Xenophanem Eleaticæ dcAæ
Principem, quam. deTellurem repercufsani nil*vegerantiuin,'& animantium
cs(Jononli pri/iare pofse : nam titermDmetrnm nonnili cjiImici liberi aclionem
oHendere, et metiu potefl; at novimus, lucem aliud omnino efse a calorico, et
jalutimum jCon*'erre vegetantium/, et animantiuni phyli, ac *liadenus
credidimus. Nolim* vero quis cx dictis inferat, me lunaris influxus patronuni
eidmium, referatque inter • adverfte immoderantioris fententix fautores.
Ecquis, cui cor ;lapit, calculo fuo probabit-,, qua: efiutire folent in-. fani
et inficeti honiines ex fingulis.Lunie quadraturis, terreflrium phanomenorupi
vel viciflitudines,,yel priefagia fumerttes ? Quam fegd *Lunuf acteo nihil addere heic
putemus, 'ne a£lam rea» gere videamur.' Dff Naturali, O* Supernaturali... ^.loz./^Ua^vis mutatio quæ cuilibet
rei \Lr contingere ‘poteft, iT ex principio. • ipfi, rei interno manat, appel
lator ; e contrario pajfto dicitur, (i a principio eidem externo fiat, nempe
'ex principio alteri Enti infito ; illud vero princij^um, 'e qilo aftio manat,
^I^?/■z'K^M nur.cUpat^r.^ Singula fpcfWbiHs Mundi Enjia continuas fubire
mutationes, equidem cuique conftat. Quare fimplices hujus rnundi fubfiantia:'
ejufmodi effe debent., ut in fuis occurfibus, et iocurfibus pati /queant, et
sgere ; *feu patiendi^ potentia praidit® effe debent, et.principiej aliquo
a£livo\ fcu vi gaudere. Non moror quidquid In contrarium*.afferunt
Occafionaliftæ. fecund* hujus theorematis parti. Vide Om. i- 5 * 5 ^ feq. Certe
Univerfurt? Philofophd nuHis praijudiciis prazoccupato in fihgulis fuis
partibus perpetua objici|t adfivitatis argumenta ; atque adeof dubitare nullo*
pa^o fas eft,* ejus ' ftamina*vi aai. aftiva prodita cfle. Principium aQivum
Enti internum cum patiendi potentia copulatum, /dicitur *ejufdem ’Entis
:natura. Ita ex. gr.matufa planftB eft ‘principium ;feu' vis. a£tiva planta!
intimam fuam fubftatitiam pervadetis, qua vjget, efflorefeit, fru6lus* gerit'
&c., et patiendi potentia, qua fubditur aflionl' 'extcrnaru'hi caulfarum,
puta lucis, æris, &c. Natura gen&rattm, ubi quid sit naturale edocetur.
• ‘ i'T\Uoniam Univerfum inftar totius • confideratur complcftcntis omoia, . et
fingula entia : pronum eft, ex naturis fingiriorum Entium notionem effingere
uoiverfalis cujufoiam naturæ per omnia fufæ', &* 'Univerfum- percientis.
Hæc itaque''notio ( quod perdiligenter aniifnadvertatur velim ), nihil re. apfe
e(l- aliud, nifi generica quædam a6Iivitatis notjo ex a£li\itate‘fingularium*
mundi entium mentis abflractione comparata Tta, quam dicimus' plantæ, animalis
&c..naturam \ neque 'eft ani^a quædim fingutaris, et per fe con. ftans,
plancam, animal 5 cc. pervadens, et veluti fufa per ifth*c entia compolitaj fed
eft activjtas, qir$ conflatur ex activitatibus fe invicem modificantibus.
fingul 9 rum fimplicium fubftantia^rum, quæ p/antam,. animal &c;
coiiftituunt. $. io 5.* jatn * Aterq
qaamgluribus non fat cau- C (autis*^ a ^propriæ imaginationis illufiohe ab*
reptis, univerfalis natur* nqrfiine non idolum ^ noQræ ræntis intelligendum
efle placuit, fed* fubftantiam a fingulis mundanis rebus prorlus diftinctam,
per fe conftantem, intime, omnia pervadentem, &' Univcrlum percientem, Hanc
principium Hylarcbicum, t/frcheitra.Mundi, £»* ihelechiam y. Animam dcniqu*
mundanam appel*. læunt. Nimirum Philofophi iiU Mundum^ veluti iogens Animal
habuerunt ex Anima, et corpore conftantem ex ejus Anima fingu» las* fieri, quas
obfertramus, rerum generationes, atque corruptiones. -Sed* in.definienda.hac.
Natura, feu anima mundana ipfi ejus Patroni, in diverfas abiere lertteittias.
Fuerunt qui com.-. mentiti* anvm* genus mveiligantes ufque adeo Hallucinati
Vunt, ut eam Deum ipfum elfe de* finierint, ut ita Deus fit Mundi MenS, et
J^lundus Corpus Dei. Hos ji Paotheiftis aflidere firmes, profecto non falleris.
At Cudworthqs, doctiffimus equidem Vir, univerfali namr*Sc ' ipfc favens, genitricem
et fi^rit^err, hanc appellavit, elque id muneris a fuo Conditore coinmiffum
ftatuit, ut materi* difpofitionem,-tcm. perationem, et gubernationem fataliter
moliatur.* tum#ordine, et ratione omnia.gerere iftam genitricem naturam pofuit,
ipfam vero, confilio, ratione, et intelligenfia carere. S^d nihil folidi
protuliffe vifus eft Cl,. Vir, quo hanc ' . fuam . In Dijfertatione de natura
genitrice^ qua: legitur poft cap' j* Syji. intel. fuam conftabiliret
feiitentiam. ' Mofhe-. inius /Vi ^otis /toc? fit,, Quotidiana edocemur experientia Ungularum
rerum generationes, et corruptione? lub (hi^rminafis quibufdam, ac'
conflantibus coqditioriibus fieri, nec non determinato quodam, ac cti^flanti
modo. Determinatus hicce modus, rerum fiunt generatidnes atque corruptionesf,
determinatæ iftæ &. conflantes, qux requiruntur, cOnditiones, id. funt,
quod Ordinem natura appellamus / ^.cdnfequuti^nejja rerum, juxta hunc ordinem
evenidVitium, natura curjum dicimus. Cum nulkis fit Ordo abfque ordini» •
regula ^, 0«f., proniftn 'efl intelligere, da ri regulas' -leu normas quafdam,
jucra quas Yi* res Entium’ hujus muntii' perpetuo.agant. Equidem, fi nullæ
hujulnfddi flatura; ' forent norrnas a'Supremo CoYidinore nUllus confiflere
pofle.t ordo.’, Icd Chaos perpetuum regnaret. Hz norm»,^eu ordinis r$gn'!z leyts
rfatura ' a^jpellantur.ninc quivi^S effectus a naturjs, leu viribus . Cauffarum
ad' hocce Univerfum lpectantiun> -, et juxta •'præfatas leges Agentium
editus, wj-/»r mitlam peperiffe ^miratur y ts 'qucmodo, equa pariat y aut
omnino quomodo natura par -, tttm animantium^ faciat, ignorat, Sed quod crebro
L?'^?tur De*'a,Pira. Memoria /ulla
pioggia della Mt!7ma caduta /« Sicilia, yidesis Ablh Dominicum Tata. PioggiA dt
pietre mvvenuta nellji cartipagna Santst,. r X ( bvo vldety non miratur, cur
fiat ^ nefcit: ' quod ante non indit ^ id fi evenerit often*um ejje cenfet.
Secundum, quod ad miraculi notionem requiro, eft infolentia/ nempe non quofvis
etFe£tus fuperhatiiriles miracula appellare folemus, Ced qui ob ir/olentiam,
five ratione temporis, (ive adjunft iioim, extra omnem alias notum ordinem
vagantur, et in admirationem rapiunt fpeftatorem.Ex. gr.. ita nemo miraculum
appellabit animæ rationalis creationem et infulionem in humanum corpu,'^ jam
organizatum in matris utero degens, licet omnes fateantur eflfectum hunc
fupernaturalem effc. Graviflima licet folutu facillima heie occurrit quæftio de
miraculorum po/Iibilirate, quampravæ mentis Philofophi impio conlilio
exiufeitarunt. Hi nimirum non veritatis amore, fed revelatæ Religionis livqre
perciti, nihil- ex jecinore fuo decernere dubitant, veri nominis miracula
impoffibilia effe; quæque mitacula appellantur, phænomena naturalia elfe cen-’
fenda, ex ignotarum caulTarum naturalium concurfu genita. Longa equidem non
indigemus ‘oratione, quo ifthæc lalcivientia ingenia confringa- • ' mus. Sane
I. Subftantiarum hujus Mundi vires finitas efle tum intenlitate, cum
extenfione, extra omnem dubitationis aleam pofitum efl. Qua,^ re infiniti Innt
effectus intrinfecus poffibiles quos naturales fubftantiarum hujus Mundi vi!
res attingere non poffunt. Porro ad hujufmod* effectuum genus- miracula
fpectant. Miraculo ergo funt intrinfcchs poffibilia. II. ' Subfiantia- ru^m . f.- 14gulas adcurate, non perfpexiffe
leges ; fed peculiares aliquas et ignotas leges notis hactenus adverfari haud
poffe, nihil dubitare poflfumus. Qiiz cum ita fint, concedimus quandoque
incerta futura elTe noflra de miracu. lis judicia, adeoque cordatum Virunr haud
przcipitem hac de re fe gerere debere, immo animis fjepe pendere fummum effe
confilium j at alias tam clare patere miracula autumamus, 8c in ipfps veluti
oculos fponte fua incurrere, ut excors fit oporteat, qui de iis fuum velit
judicium cohibere, et irftcr ftupidps adcenfendus. Ut ecce fi Sol hominis
obtemperans voci e fuo ciirfu defiftat, neque occumbere feftinet. Si ma. ris
aquæ ex hominis imperio fcindantur, et con> tra naturalis aquilibrii legem
ftantes liberum, iter fugienti populo per imum fundum præbeant,: fi hominis
cadaver molle 8c jam fætens in vitam fanum et integrum revocetur abfque ullo
omnino apparatu, l’ed fola jubentis voce ; fi mare procellis, Sc tempeftate
jactatum quiefcat illico et indomabilem, qua furebat, iram deponens, ridentem
adfumat tranquillitatem.* 8c innumera hujufmodi, quibus Sacra: redundant
paginae. Si quandoque in mundo miraculum ^*^fi'^i'um, eflfectuumque feries, quæ
poft. hac lequetur, alia erit ab ea, qux futura fuiffet, miraculo non patrato.
Nam omnia, qu* in mundo fiunt, contexte, connexeque fiunt, et singula, qu«
confequuntur ex præcedentibus determinantur Si itaque in hujufmodi connexa
rerum ferie aliquid novi ingrediatur, quod fcllicct non fit ex ipfa fcrie, nova
huic adcedet" determinatio » qua equidem citra !T\iraculum caruiffet.
Subfequens ergo ferici |>ars propter novam fufeeptam determinationem non
poterit alia non efle ab ea, quæ citra' miraculum futura erat. «v lai. Si
itaque miraculo perpatrato fubfequens rerum feries eadem, ac qua; citra mira^
culupii fuiffet, pergere debeat j nonnifi novo miraculo reftitui poteft. Sane res,
quæ miracuio mutatæ fuerunt, alios atque alios natura fua edid iffent effectus,
alia»^ poflmodum feriern con %quentium conflitu^imt ; hæc ut deleatur, ^cipfque
loco reffituatur Hia prior feries, nifi novo ^llfaculo fieri“ non poteft. ^0
Juvabit, ^uæ mox diximus, ^exemplo ab horologia petito', illuftrare. Sifigulæ,
qu^ in horologio fiunt mutationes’ ex mech,a-' nica partium ftructura, et
politione fiuunt^tum connrxai funt inter fe, et continua'' ferie fiunt, ut
adeo, earum curfus hujus Mundi curfui conferri merito poffit.
Ponamus.minutorum' indicem a fitu, quem hoc momento obtinet, aliquot minutis
retorqueri : id ab ipfa mechanica horologii structura fieri quideni pugns^,
nihil vero vCTat, ab extefna caufia fieri. Deinde retorto eum in modum
minutorum indice, et horarius index proportionali ter retorquebitur, alia^que
fient interius mutationes. l*ofthac- minutorum', et horarumr fignattones pro
quovis tempore diverfæ omnino confequentiK*, ac fi nulla fact^ fuiffet in
utroque incfice ^mutatio •. Qiiod fi reftituenda fit prior otriufque indicis
poil. 1 poGtionum feries pro quovis tempore, illa Icilfcet eadem,.qu*
confequtura erat nulla fafta indicum retorfione, iterum ab externa cauifa
impellendi funt indices, et ad eam politionem con(lituendi) quam modo fponte
fua obtinuilTerit, fi horologio fibi rclifto', nulla unquam extrinfecus illata
fuiflct mutatio. Ita miraculum in mundo fieri et intrinfecus, et cxtrinfecus
pofr fibile eft IIJ*,Sed mirapulo patrato confequentium eventuum feries diverfa
occurret ^b ea', qiiz citra miraculum fuilfet izt. Hzc itaque fi reftituenda
fit, pariter per miraculum nova rebus inducenda efi mutatio, ut eadem, et eodem
ordine redeat rerum feries, qux per primum miraculum deleta' fuit. Fi»!s
CofmihgU» I pAo, p-^-^ f-^-1 r^-n r^ r^ r-^ ff.W/KfiW rit 7. et 8., nec non
fenfationum phænomena in noftra non furtt poteftate 18. Quod ad fecundum
fpectat, fenfationes non funt im mifliones qualitatum ex objettis externis in ‘
animam adeuntium iz.Sc ig., neque Mens in fuis fenfationibus- mere paffive fe
habet ^ Sed de hac re copioiius fuo loco. Qua sit [edes principii fensitiva
facultate praditi. 22. '["'Ibrarum irritatio in organis fenforiis X
excitata a quavis externa CauiTa, nifi ad cerebrum ufque propagetur, nullam in
Anima lenlationem gignit. Pridem do experientiam - Sane obtruncetur nervus, vel
fortiter ligamento comprimatur • quavis producta irritatione infra fectionem,
vel ligamen, nihil anima experietur^ illico tamen fenfationem patietur, five
ligamen relaxetur, five irritatio ultra nervi fectionem inferatur. Quare
principium fentiens, feu Anima non ubivis in corpore refidet, et in quolibet
organo fenlorio, led in cerebro, cx quo fuam originem nervi aj^fpicantur. At
dua! heic occurrunt qua»ftiones 1. Quænam eft illa cerebri pars hac prærogativa
c£bteris præftans, ut ad eam fint deferendæ fingulæ fcnfuum irritationes, quo
in Anima fenfationes^ant ? hanc cerebri partem, commune ftnjorium, et Animæ
fedem dixerunt. Qut fenfuum irritationes ex intimis corporis partibus ad
cerebrum, vel potius ad commune fenforium deducuntur ? Quod ad primam adtinet,
nulla cerebri pars pro communi Animæ fenforio flatui poffe videtur. Ut enim
aliqua hujufmodi cenferi queat, illud prius conflare debe^, lingulos’ nervos,
quot quot per fingulas cor poris partes migrant, et lon^e lateque diffunduntur,
ex ea primam originem ducere.-Al nullam cerebri partem hu>ufmodi effe \
recen» tiflime conftitit ex obfervationibus fumma fagacitate ab Ab. Toffoli
captis, {tom. Xlll- opujcoii fcelti [ulle feien^e, e Julle »Arti. ) Olfactorii
nimirum in duo priora cerebri Ventricula pergunt. Guftatorii ad tertium.
Acuftici e corporibus ftriatis labuntur. Optici e corpore calJofb emergunt.
Somniavit ergo Cartefius cum Anim* federa in glandula pineali locavit : quippe
ex pineali glandula nec unus nervus originem ducit’. 'Idem de Digby dicendum,
qui ex glandula pineali in feptum lucidum animx fe. dem tranftulit. Neque
adfentimur CJ. De la Peyronie, aliifque in corpore xallojo anima* fedem
conftituentibus licet enim hinc emergant aliqui nervi, veluti optici, non omnes
tamen. l6. Quo fecunda! qua*ftioni facerent fatis, Cdduxerunt Nonnulli exemplum
chordarum, qux altera fui extremitate perculf*, illico alteri, extremitati
motum fuum tribuunt ; at non fatis penficulate, Sane tremor in unam chordse extremitatem
illatus, ad extremitatem alteram illico’ propagatur, fi tenfa illa fuerit, et
in xjfcillando libera, ab omni fcilicet externo impedimento expedita. At neutrum de nervis dici
potefl:, nullam tenfionem habentibus, et in lui ductu undique irretitis. Alii
vero nervos ha. bent veluti totidem tubulos; quos purior, ac fubtilior
fanguinis p&rs, qpam Jluidum nerveum, et 5c fpiritus animales vocant,
perpetuo implet, ac pervadit. In hac porro hypothefi inquiunt, nequit nervus,
nervulu/que contingi, quin aliquatenus prematur ; neque potejl^ ullatenus
premi, quin ob dijlensionern fpiritus contentus' urgeatur, neque jpiritus il/e
sic urgeri ^ quin pellat ^ feu potius repellat vicinum inflantem, ac pari
ratione advcnientetn ex cerebro • neque ijle porro repelli, quin tota ferie ob'
repletionem, continuitatemque compulfa, fpiritus exi flens ad ipfam originem
nervi, nervulique in cerebrum quasi resiliat- Verba lunt Caffendi phyf, f.
membr. . c. 1. Hujus explicationis exemplum ex tremulis æris undis Ionum
deferentibus e corpore fonoro ad aures, facile eft defumere. Atqui hujulmodi
fententia licet comjnuni voto veluti cæteris verofimilior excepta Iit, Iblida
tamen caret demonftratione. Hac interea utemur, donec melior non occurrerit.
GAP. Nuperus Audior Thouriy in dIfsertatione'Lugdur)enfi Accademiie exhibita,
in qua qusftionem exiendir, utrum atmol'pha:ra eledricitas aiiquid in hunianum\
corpus influat &c. novum hac de re lyflema propofuit. Utraque, afserit, eledricitas, pofsttva nempe et
negativa ifeorfmi in cerebro hofpitarur. Siibflantia corticalis puta pofitivam
continet eledricitatem, negativam vero medullaris fubflantia. Utraque habet
luos condudores, nervos 1'cilicet, quorum alii politiva; eleflrlcitari
inferviunt, alii vero negativ*. Hi ex extremis corporis partibus eleilricitatem
deferunt ad cerebrum ; illi vero ex cerebro ad mufculos, et ad extreouis
partes. SenfatioiTes Menris fiunt ex appulfu ad cerebrum eledricitatis, quam
nervi negativa eledricitati inlerxientes a corporibus in lenfus incurrentibus
rapiunt, ocleruntque ad cerebrum. \iotus ve De Memoria. I j^.Uotidiana
experientia edocemur, Mentem etiam remotis objectis, quibus afficitur, adhuc
fibi prxlentem retinere poffe illorum ideam,. feu notionem. Hujusmodi Mentis
actus coram reti- I nendi ideas, notionesve objectorum, etiam il» lis remotis
ac absentibus, vocabulo contemplationis y^ockio duce, defignamus. Rursus
experientia pat.efacir, Mentem persæpe occafione externæ cauflæ, persæpe suo
veluti arbitratu, et imperio, antehabitas, con. sepultasque ideas, notionesve
revocare. Hunc mentis actum, reminlfcientlam appellamus. Eadem experientia
novimus, Mentem antehabituS ideas fibi recurrentes ut plurimum recognofeere,•
scilicet animadvertere, illas ideas notiooesque haud elTc recentes, sed jam
dlim habuiflTe. Hanc anima: conscientiam, seu anim.i.ivcr;ionem, recognitionis
vocabulo exprimimus. qo. Tres modo rccenfitos Ment;s actus vulgo Memoria nomine
complectimur. Itaque Me. mo vero mufculares cientur ab ele^trlcirate, quam
Anima in mufculos immittit per nervos pofitivs eleflricitati d-'dinatos. Atqui
clariffimus Au6lor in præfata difsertatione ar^qumentum ouidem fui ingenii
præbet, non vero fui fyfiemaris. Ipfemet videtur iftud proponere pro
imaginationis fpecimine ad rem perdifficilem, fi fuperis pbcfet, c:cp!ic
aridam.morla ell illa Anima: lacultas, qiia retinet-, revocatque antehabitas
ideas, ac recognofcit veteres effe. N • -De Contemplatione . *]A yCOtus ab
externis objectis in no-, J.VX ftri^ fenfibus exciti, et ad cerebri fibras
perducti Animam diverfimode 'modificant, live repræfeiitationem aliquam ( quam
dicimus ideam ) five affectionem ( quam notionem appellamus,.),.ingerendo.. j^Quare pronum cft intelligerc, fibrarum
cerebri commotionem eo ufque perdurare debere, quo illa notiq, vel
reprasfentatio Animam occupat. Animaie itaque contemplatio' ex continuatione
motionum in cerebri fibris efi repetenda/ atque adeo ad fentiendi facultatem
fpectat. At continuatio motionum in cerebri fibris duplici ex- cauffa fieri
poteft. 'Vel enim, fortior, et vehementior illata eft, concuflio in' fenfuum
fibras ab externis objectis, et modo cerebri fibræ vehementius commotæ in eadem
fufcepta commotione, etiam citra Animæ impc-' rium, diutius perfeverabunt. Hinc fiet, ut ea-' dem idea vel
notio Mentem five lubentem, five invitam occupabit, et qtfidem vivide. Vel'
fibræ leniter commotæ, ad quietem mox fu a' fponte redirent, quo cafu paullatim
evanefeeret ‘ idea, et notio ; et modo ut in inchoata com-^ motione, illæ
perdurent, Mentis quoddam velu-* M ti '• ' ti conamen adhibemus : hoc conamiiw
fibras in inchoata commotione veluti foventur, con^ fervantur; atque hinc
confervatur, et perdurat idea, et notio coram Mente. Vis, quas in plura
difcerpitur, languefcit ; at in unum colkcta potior efficitur. Quare facile
jntelligimus, eccur ad contempla* tionem faciliorem, diuturnioremqne
confequen> dam,Mens ne ab aliis ideis, et prasiertim fe«« iationibus
perturbetur, cavere debeamus. • r . MI. f » De Remintfcientia t 'I 'AIfficillima
occurrit de reminifcientia inquifitio-. Hanc ineptiffime ^videntur -Metaphyfici
vetcreS perlequuti fuilTe ; quasfierunt enim.* quo abeunt^ receduntqite ideat
nothnefve, cum ab earum contem^atione Mens feriatur ? In ^nima ne, vel in cerebro confepediuntur ad sAnima
imperium rediturai Ecquid funt confepuita idea ? Hiice quasftionibus ineptas
re* fponiiones fuppeditantes, illud quah fuadere vel* Jent, penes Animam
promptuarium eife, in quo ideæ conferventur iterum educendæ ex ejus imperio,
quoties opportunum eflfe judicat, vel ex alia quavis caulfa. Audiant hi Ciceronem
CICERONE (vedasi) egregie cos increpantem',*Qjiid igitur ? utrum capasitatem.
aliquam in xAnimo putamus ejfe, quo tan~ quam in aliquod vas^ea^ qua meminimus
infun~ dantur} %Abfurditm id quidem: qui enim fundus^ aut qua talis «Animi
figura intelligi poteft ? aut > quæ tanta 't/fnimo capacitas? %4n imprirnt
qua fi ceram, »^nimum putamus, et memoriam ejff fi' gnatarum rerum. in Mente
vejligium ? Qua pofi funt verborum qua^ rerum ipfarum ejfe vejligia? \ tufc.
qq. /. I. c.Ut frbi cavcanf Tyrones ‘ab hifce abi furdis opinionibus, fufficiat
recolere, ideas, notioncfve nihil effe aliud, quam Animæ modifi« catioiies ex
fibrarum cerebri commotionibus genitæ j ut ita ficuti fibris ad, quietem
redeunti-* bus, ftatim illæ Animæ modificationes definunt, ita et ideæ,
notionefve omnino evanefcunt. Cum ergo quæritur, quo abeunt-, receduntque ideæ,
cum ab earum contemplatione Mens feriatur, optimum refponfum erit/ evanefcunt.
Ubi confepeliuntur hi Anima ne, vel ip cerebro ? Nullibi.* nam ab Anima cui
inerant, evanuere. Ecquid funt confepultæ ideæ ? Nihil. De Recognitione. A
Memoriam proprie fpectat, quod jt\. dicimus idearum recognitionem^ Si enim
veteres ideas.Menti recurrentes percipiamus, minime vero nobis confcii fimus,
ilJas veteres effe, nempe eafdem quas olim percepimus, reiterata ifthæc five
notio five perceptio ad memoriam nonnifi improprie referetur. Licet
reminifcienti* cauffam incom pertam adhuc habeamus, recognitionis tamen idearum
facilem explicationem exhibere autumamus. Duo funt principia*, ex quibus illam
deriva, mus. r. Interior experientia, qua a teneris unguiculis novimus
diferimen quoddSm inter ideas, notionefve Menti recurrentes ex reminifeientia,
et ideas notionefve actuali fenfationc in Animam incurrentes. Licet enim verbis
non poffct explicari diferimen' iftud, interiori tamen fenfu difeimus, alior
prorfus modo Mentem affici Cx fenfatione objectorum prsfentium, ac ab 5 deis
notionibufve eorumdem abfentium. Videtur hoc diferimen in eo |»ofitum, quod
fenfatio Animam vividius, ac veluti intime afficiat* € contrario leviter
commoveant ideæ, notionefve objectorum ''ubfentium, et quafi a longe ei
exhibeantur. Lex ilia adfociatibnis idearum, qua fit, ut una recurrente idea,
vel notione, fi. mul recurrant Menti una vel plures aliæ, quo. cunque tandem modo,
priori adfociatæ. Sane recurrat Menti idea, vel notio objecti cujufvis j five
id fiat ex interiori quavis cauffa, five ex externæ caufTæ actione. Vel in
hujus \idea: recurfu excitantur in Mente ideæ ei adfociatæ ex priori
fenfatione, vel non. *Si primqtn • ejuidem objecti idea in duplici illitarum
ferie Menti obverfabitur ; in ferie lci*icet præfentium circumftantiarum
temporis, loci, aliorumque objectorum^ adftantium, et fenfus percellentium, et
in ferie idearum fociarum ex veteri fenfatione, qua; per reminifcientiam
refiaurantur. G,m ergo altera feries, ab altera interiori lehfu dignofcatur
prasc. n. i., facile eft recognofcere, objectum, quod modo Menti occurrit,
alias quoque occurri Ife. 45. Si vero ex alicujus ideæ recurfu ( quacumque ex
caufla hic fiat ), nullæ excitantur ideas focix temporis, loci &c., nulla
fit recognitio, vel incerta admodum, et obfcura, fi nimirum obfcure, et confufe
fuerint excitatæ ideæ focis. Experientiam appello. Hinc efi, quod fi hanc
recognitionem claram, et difiinctam reddere qusrimus, conamur veteres
circumftantias loci, temporis, perfonarum &c. revocare, vel ut alter
commemoret, flagitamus. Hs ides Mentem redeuntes lege adfociationis veluti
ftipantur illam, cujus recognitionem qu*. rebamus, ficque ipfa recognitio redit.
Eadem eft explicatio recognitionis idearum reflexione genitarum. De Facultate
attendendi, et reflectendi. 4^. "A ^^Entem a vividis, claHfquc five J.VX
(enfationibus, five ideis veluti pertrahi, atque occupari; nec non iifdem
libenter cedere, et conquiefeere, quilibet intimo fuo confeienti* fenfu
edocetur. Atqui et interiori experientia non minus conftat Mentem facultate
pollere vividis etiam, clarifqUe five fenfatlonihus, five ideis obnitendi,
quominus iis afficiatur, feque' convertendi ad alias five ideas, fjve
fenfationes etiam remiffiores, et hifcc elicito veluti conamine intenfius
vacandi. Iflud Mentis elicitum veluti conamen, ^uo ipfa fe determinat, ac
defigit in peculia, ri aliqua five fenfatione five idea perfequenda, attentio
nuncupatur; et attendendi facultas illa'met Animæ vis, e qua illud conamen
procedit. Attentionis vero translatio, quam feientes, et prudentes efficimus ex
uno in aliud fucceffive objectum, vel ex una in aliam ejufdcm obje. cti partem,
reflexio dicitur. Facultas adeo refleBendi illamet efl facultas quam attendendi
dicimus, quatenus, nobis animadvertentibus, ac volentibus ^ plura fucceffive
perluftrat objecta % ex uno ad aliud rimandum pergit, reditque ad alterum.
Attendendi facultas alia putanda efl a facultate featiendi, etfi hanc perpetuo
comitem ha. r ; r : tar ;;::tatem ad illam reflectendi revocandam eflc.
RATIOCINARI dicimur, cum idearum A puta et C convenientiam, vel repugnantiam,
vel quamvis aliam relationem intuitive non percipientes, iJIam deprehendere
fatagimus per ioterpofitionem medi* ideæ B. Media porro hæc idea nonni/i ex
reflexione', et analyfi primarum idearum A& C Menti occurrit. Hæc enim me«
dia idea, vel una efl ex limplicibus, quæ in compofifis ideis A et B
continantur • vel ejulmodi eft, ut dum alteram -puta A tontinet, ipfa tamen in
altera B contineatur ex quo inferimus «tiam A in B contineri. Alterutro modo
res fe habeat, evidens efl, Mentem fuam ratiocinationem nonnili reflexione
abfolvere. Facultas generalium idearum nexam, 2^ relationem clare pervidendi,
Ratio communiter appellatur. Hoc fane fenfu Tullius de ofF. 1. i. hoc vocabulum
ulurpavit. Homo enim^ quod rationis eji particeps, per quam confequentia
ctrnrt, caujfas rerum videt, earum progrefjus, et quafi antecejjiones non
ignorat, Jimilitudines compa^ rat, rebujque pr' Huc’ IpeAant ' Ciceronis
CICERONE (vedasi) verba /. 2. di divinat. Sanguinem piutffe ’ [enatui
renunciatum eji clatratum fitniiufn fluxi^^e /anguine : deorum fudaffe
fimulacra atque h(ec ;« lallo plura, ^ majora videntur ti^ mer^il^us ' eadem
non tam animadvertuntur tn pace. ' byterum qutmdam Rejiltutum nomine lauJat 'n
fuo tempore, viventem, qui, et fponte fua, et aly amicis rogatus adeo fe e
fenfibus evocabat, •Ut non folum coram loquentes non audiret, led neque
punctiones, neque inuftiones fuo cor* pori illatas lentiret, nifi cum ab
alienatione Mentis ad fe iterum redib?kt. ^Tandem cum imaginatio ex facili ^
cerebri irritabilitate dependeat,.confequitur, illam ex mutato corporis, et
cerebri ftatu obtundi polle, nec non obtufam revivifeere. Id cum ex pluribus fieri queat
cauffis, tum pras, cipue ex state, cibo, potuque plurimum pendet. At haud
prstereufidum eft, morbofa aliqua cauffa fieri quandoque, ut imaginatio, et
memoria alias obtufa, et difficilis', vivida fiat, ac facilis ex inducta' in
cerebri fibris fenfibilitate, feu irritabilitate' majori. Nempe,, quas cerebri
fibrs’ olim agitats propter craffiorem; conftitutionem, parvam aut nullam
mobilita tem fulcipientes, minus apt* erant quominus veterem commotionem
renovarent^ modo mobiliores, fenfibilioresque effects, illam diftin-^ cte
queunt renovare ; adeoque, qus olim obtufa difficilis, vel nulla fubjbat Menti
imagi-, natio, et memoria, clara fiet, facilis, et promota. Hinc ftupendi
prorfus phsnomeni rationem' depromere facile poffumus, eccur nempe Rudes, et
illiterati homines febri et delirio correpti plura quandoque loquantur erudite,
et irllomate antehac iplis prorfus iirtomperto; tum hsc iterum ignorant, fi
> N 3 I rio reliquuntur. » 6S. Ad vim imaginationis Mpjierum prægnantium
referunt Nonnulli monflruofos et informes, quos illæ edunt quandoque partus,
tum partuum infolentes macufas. Sed nolim ^ ego quidquam de hac re decernere. e
I i ^ I I. (Adolefcens quem Prarceptor
;nihil untjuam edocere poruir, quique nec callebat, ut vulgo dicitur, adjungere
adieAivum fubjedlivo, pofl aliquot dies febris jnalignx, latine loquebatur, nil
hsfitans; dodrinas antehac fibi ignotas recitabant, ideafque quibus eatenus
caruerat, egregie edilarebaf. Medici», fepten. r. i. p« 88. Huart ( !*.«»»«
«fcj’£/pr/>j)Ruflicum memorat bardum, qui ^lirio correptus, eloquenrlflimus
evaflt: nec non quemdam famplum, qui craflillima: licet minervz, et ideis
vacuus, morbo tamen laborans, cordatioris politicas eruditus apparuit. Erafmus
italum cognovit, qut in morbi acce^onibus germanicum idioma, quod nunquam
didicerat, loquebatur. Ac.. Hzc phænomena, et alia huiufmodi quamplura
imperite, A olcitanter inter miracula, rejicerentur, vel magicos efferus. Sola
fibrarum cerebri difpofitio vi mOrbi mutata hos omnes producit effedus. Nempe
imprefliones olim habitie, at debiles, quominus fentibilem gignerent efi^tiun
in cerebri fibris pamm mobilibus, novam majoremque vim nancifcuntur fibra
irritabiliori, ac mobiliori per morbum efledfaj iienti pondus^quod machins
rubiginofs adplicitum nullam in ea motum ciet, extenmlo tamen eamdem in morum
agit, f! rubigitie TOlita fuerit, ejufque axes ex inunco #!fO mobiliores
emciaotur. De Facultate appetendi, ejufque ' obje^o '. ubi de dffedibus
fummatim. De Facultate appetendi j ejufque ob/eSle. 6 p. ^^Uique ad intimum
fuas confcicntiæ fenfum attendenti fequentia liquent. I. Animus ex quavis Tibi
objecta boni, malivi fpecie agitatur * neinpb erga objectum quod bonum cenlet
incJinationem nilum vei ^ invitus experitur/ 'e contrario, declinationem a
malo, et veluti renifum quemdam ad ei ob« fidendum. Illa Animi inclinatio,'& veluti nifus ad bonum
", appetitionis nomine defignatur / Sc contra averfatio dicitur Animi
declinatio, æ renifu^ a malo ^ II. Quo majus Menti objicitur bonum, ma lumve,
eo vividior eft appetitio vel averfatio/ et contra, ut ita fint appetitiones et
averfationes in directa ratione bonorum, ' malorum ve Menti repræfentatorum., •
III. Appetitiones, et averfationes non fiint in noflra potedate, nili quatenus
Mentem ab objecta boni, maiive fpecie avertet^ polii m us. Cxterum licetd bonum
minime profequamur, malumve fugiamus, intrinfecus tamen »• quali polient
ratione, qua rerum naturam, re-. lationesque complectentes-,
illarum.bonitatem"' malitiamve affequantur. Proinde: in perfpicqo «ft*,
cctur tantum fit ijiter homines ' appetitio ' num >sVcHOlo6iA 4 T nnim,
atque, averfationum difcrimen.Sanc quod uni bonum apparet, alteri malum videtur,
et ^ Contra.'Quod uni voluptatem conciliat, alteri dolorem, tædiumque
ingenerat' 'Ipfi nos fententiam de bonitate et itoalitia cjusdetn objecti
pluries in hora, •& quafi momento tenii poris pronunciamus, et mox delemus.
QuJ in "tanta affectionum, idcarurti ', et calculi difcre‘pantia ftare
poffet appetitionum, averfationumque identitas? [Do not multiply idetities
beyond necssity – Grice e Semmola -- - Quæ appetitiones et averfationes Anima
excitantur ex confufa bonorum, malorum- ’ ve repra?fentatione ope fenfuurn et
imaginatio'nis facta, appetitiones carw/j/ex, feu animales
"^diQUtitMT.Rationales e contrario appellantur 'iJlaSjj' quas Mens concipit
ex clara, et diftincta bo-, noruni, malorumve fpecie ipfi exhibita 'a ratione.
Porro p^fæpe fit, ut‘qus veluti bo-T na vel mala Menti reprefentantur ’ fcnfuum
et imaginationis- ope, ea itidem' bona vel mala ex ratione dijudicemus. Hinc
'duplex iq Animo excitabitur appetitio vel avcrlatio, carnalis feu animalis
altera, altera ' rationalis j modo amba;,hæ convenient. Alias contra fit, ut
qua: tamquam bona Vel mala" Menti fiffuntur fenfibus et imaginatione,
tamquam mala vel bona ratio, decernat. Quare appetitio carnalis gum aVerfatione
rationali pugnabit, et viciffim ^‘adeoque Mens in diverfa, &.con-, traria
dillrahi experietur, et internum, luctamen, conflictumque patietur. Huc
fpectant illi^. ApoftoU verba : Sentio aliam, legem ^ in memltris jneif,
repugnantem legi Mentis Nem. Nempe in Apoftoli Anima ex fenfuum illecebris
appetitiones excitabantur, erga objecta", quæ ipfc Apoftolus averfabatur
ut mala ex monitu rationis. 75. Hanc pugnam ut explicarent vetcreg Philolophi
duplicem diffinxerunt appetitum, animalem et rationalem : tum non uni eidemque
fubjecto utrumque tribuerunt, fed diverfis. Opinabantur nimirum, duplici parte
Animam conftare, wtelie£liva, leu Juperiori, cui appetitum tribuerunt
rationalem, et fenjitiva altera, quam inferiorem dicebant, in qua animalem
appetitum pofuerunt. Has Animi partes et revera diftinctas efle, et fecum ipfas
pugnare, veluti Equus cum Equite fyquæ locutio Platoni in primis familiaris eft
j, /autumabant. Atqui- doctrina ifthæc fenfui intimo, quo eum conflictumMn, uno
eodemque individuo fubjecto ineffe experimur, repugnat. Accedit quod cum ^
Anima fit incorporea et fimplex lubftantia ( ut fuo loco evincemus ), vocabula
partium inferioris et fuperioris, vocabula funt nihili. De Jiffefiibut •. ' ^»
' A‘ Ppetitio, vel aversatio vehemenjCX tior, 8c cum infolenti naturæ humanat
commotione fociata,' affectus appellatur. Equidem quævis boni, vel mali
reprpfeatatio appetitionem, vel averfacionem ciet': at aon qu*vis appetitio, et
avcrfatio affectus nuncupatur / quæ incitatior eft, et intenfior hoc nomine
denotatur. Affectus itaque nonnifi ex rcpræfentatione boni vel mali, quod
gravioris momenti putamus, pendet, 70« Inlolens humanse natur* commotio, qua
affectum comitatur, ex actione Anima affectu percita in commune fenforium leu
cerebrum gignitur. Ex intimo enim vinculo, quo Anima, 5 c corpus conibeiantur,
quoad homo vivit, fit, ut ficuti fingula corporis commotiones nervorum ope ad
cerebrum traducta Animam afficiant, ita reciproce Anima commotiones ex
reprefentatione bonorum, malorumve genita nequeunt in cerebrum non derivare,
ipfumque determinato, quodam modo agitare. Cum porro e cerebro originem ducant
quotquot per corpus dilabuntur nervi ; hinc intelligitur cccur ex Animi
vehementiori appetitu vel averfatione, concitato cerebro, et nervis,
'infolentes natura humana commotiones oriantur (a). Ita ex terrore pereuHus
Animus faciei pallorem, cordis pal-, pitationem, artuumque tremorem comites
habet. Ex ira inflammatur Vultus, linguli tenduntur, atque convelluntur nervi.
Ex amor* per. Non quavis Anima commotiones io fm^Ias cerebri partes derivant,
neque eodem modo : fed fingula certas, ac.determinatas partes ceijelHi
afficiunt, tk de*terminato.modo. Hinc unguli Anima affe^us determinatos cient
in corpore motus, qui quandoque funt diverfi, quandoque prorfus oppofiti ^
Juxta affe^uum naturam ». et intenfitatem. ' ^ L (. I percurrit mollis flamma
medullas Scc. Hinc in numera phy fica mala, qux fapientes Medici norunt ' Cum
natura fua Mens in bonum te ratur, malumque refugiat, liquido conflat, aflectus
humanam naturam, qualis modo efl, necefsario confeqai. Quid ergo fibi volebant
Stoici, cum affectus, Animi morbos appd-. tlantes, in Virum Tapientem minime
cader^ pertinaciter autumabant ? Num ne fapientia eo, pertingere potdt, ut
hominem fua expoliet natura, 8 c alia prorfus commentitia induat ? At nemo unus
ex Stoicorum familia ad hunc fa-. pientiæ apicem deveni(. Equidem qui in humana
natura deleri affectus optaret, ille et vim qua Mens bonum naturaliter appetit,
refu^it'' ' qqe malum, radicitus ab ipfa Mente avmlfam vellet »,Hoc femel
conceffo, non video, quid, homo a crudo diflaret latere.* nempe hiccine erit
Stoicorum Sapiens ? ^•7p. Atqui human.'> natura, Sc ut fit,& bene fityfibi non fufficit
• bona proinde quibus caret, ^ profequitur oportet, declinetque ^ impendentibus
malis. Bona vero profequi non
potefl, Jiifl ipforum bonorum appetitu incitata j neque mala refugere, et
propulfare, nifi odio percita erga mala, quæ funt inimica felicitati. Sunt
itaque affectus nedum neceflaria humanæ naturæ -confectaria 70., fed ipfi 8 c
ut fit, et bene fit omnino neceffarii_ clatere?. Sunt præterea affectus inftar
vectium „ quorumdam, quibus mirifica in homine ex„.citatur, aliturque magnarum
rerum effectrix „ vis, nec fine magnis affectibus quidquam f gre ‘ « g**cgjutn
> et prsBcIarum unquam ab homini„ bus factum i R^tio in nobis recta, nullo
im« j, petuofiori affectu concitante, conftantius ope„ ratur, et
xquabilius,l'ed eximium qmdqbam, > „ et diftinctum ipfa per fc-fola efficiet
niin’„.quarn. Eadem, ubi natura vehementiffime „ affecta eft / velut erigitur j
ac, licet paullo' turbnlehrius efficit tamen quje mira viderf „ poffcnt’ nafurs
humanæ vires omnes ignoran> tibus. Itaque Plato fæpe fcribit magnorum
vircrufn fuifle neminem fine enthusiasmo ^ quodam^ ideft vehementio riaffectu;
xAnt. Gtnu- ^ T enfis Metbaph. part. tertia, Scbol. prop. 4 ^* Boni,malive
repraslentationes in Mente factæ five fenfuum renunciationibus, five rationis
adminiculo non femper funt ‘ex æquo' conformes realibus concretifque objectis,
qui- " bus ilias referimus. Quare neque., affectus ex. hujusmodi
repræfentationibus 'r geniti fempet* proportione refpondebunt bonis, malifque
realibus. Hinc duplex affectuum partitio ex eorum relatione» ad objecta Alii
nimirum "funt veri, alii vero /«/>/. Veri dicuntur, qui objecta realia'
refpiciunt, et ipfis realibus objectis proportione refpondent. F7 damus, quafi
nihil ^dhuc ab aliis traditura . Mentem.humanam infita vi, et natura fujc
neccffrtate bonum appetere, et aver.j ' ' fari malum, fuperius 70..,exporuimus
^ Mp»» nemur hinc, nos ita natura comparatos, >.ai; ad bonum in genere, feu
ad beatitatem necessario, et indeclinabili pondere feramur,v et miferiam'
relugiamus, quin valeamus vel-, „minirfium obfiftere. Perfpecte prpfecto. Divus
Au», guRinus inquiebat : Beati effe •^olumui, et nti' feri effe non fotum
nolumus fed nec velle -pofo /limus. At quid 'Anima contingat, quum aliqua boni
j malive fpecie afficitur, operæ prætmm eR ex intimo 'conicientiæ fenfu
perdili- ^ genter edtfcere : ipfo enim Magiftro in devia certe haud abibimus..
r. rntimus confeientiæ fenfus uberrime edocet, quod ficuti ex oblata boni,
malive fpe» cie mox tu Auimo cietur appetitus, vel aversatio A J ^49 fatto in
ratione ipfius boni, vel mali repræTentati, ita hoii rapitur ab illa fpecie
Animus, fed allicitur, vel t*dio afficitur. Non rapi ex eo I* intelligit, quod
cuique appetitui', averfationi, quoufque durat, efficaciter obfidere* poffe,
tum premjre, et infrenare, evidentiffime animadvertit : %. quod Ipfe fe ad
bo'num perfequendum ciet, fi quidfem perfequafUr, vcl ad malum fugiendum. Sentit Sinimur præclare Tuilius mare fuo tuf.
qq. 1. i. Cw 23. ‘Je moveri, idque dum fentit, illud una fentit, Je vi fua i
non aliena moveri. Animus ex oblata boni fpecie alle£las, ' crampentem mox
inclinationem quandoque extemplo fequitur j alias vero immoratur, &'
appetitum cohibet, ut rationis conHlio adhibito ejC{>fendat, num 'bonum ei
exhibitum revera bo-» /lum fit, atque amplexandum, afl %ero malum fub fpccie
boni, adeoque refpuendum. Inito tandem confilio, et de bp^itate, vel malitia
objecti monitus, fe ad illud perfequendum, vel avertendum ciet: animadvertit
vero i. ipfum fe ciere, hon rapi/ z, etiam 'poflquam perfequi rapit, facultatem
integram defillcndi penes fe, retinere, licet revera non dcfiftat; hanc ut
experiatur, fufeeptam determinationem ex ^rte, vel ex integro quandoque
remittit-, vcl, aliam omnino' diverfam, contrariamve elicit., Cum plura Menti
exhibentur bona, quorum uno tantum potiri liceat, vel plura media ad idem*
adfequendum bonum, rationis ad-' hibernus confilium • fingula undequaque
expendimus, et quidem quo efficere pofTumus accu ratius. et acutius / media
propoGta irfter h, et cum fine comparamus, ut. qu? Gnt aptioia perdilcamus. Hoc
demum inftituto examine Td id quod melius videtur, fe inclinare, feu allici
Animus perfentit; at inclinari, inquam, non 'i nam i. inclinatio illa m attum
non Jodit, nifi ipfe Animus fc cieat, detcrminetaue ad'id,quod melius vilum^
cft amplexandum; 1 quia quovis' pbfito rationis confilio, Mens ‘oildvertit. le
facultatem minus bonum fe determinandi ;.de hac facultate experimentum capere
potett, quoties libet, ut fui' juris eife plene perdifcat. _ V Ex diais
fequentia quam evidentiffime natent. I. Inefle Menti aaivara facultatem, qua
ipfa fe cieat, moveatque ad bonumx pecu?hre perfequendum, ipfa fe avertat. a
peculiari malo Hanc aftivam Anim* faculutem t^ohn^ " IMbulo dkliguamus.
II. Aa.vam fa.-ultatem, nempe Voluntatem ratioms confilio equidem regi, at ei
non lubeffe; rationem Ic«ui ducem et comitem, ipfam vero etfe fui Lminam,
ipfam, f.bi Di vus Bernardus, de grat. ratio data voluntati, ut tnfttuat tlUm,
non up ^cflruai ' deUræret auten /7 nece(fttatem ulla» i^roonere^. UI-
Voluntatem, ^ tionis confilio, deu incitamento, fuam deter minationem fufpendere
polTc,s’immo aliam pominationem mcitamen nere omnino contrariam ei, q * V. -
ritionifque confilium fuadent. LilLt/r momine.intelligimus eam aaiv/poteht.a,
indolem-..90,: nMlU natur* fo* ( V n^ceflState, nec ulla \extcrna coa6lione
invincibiliter determinatur, ad a£liorverq.; redjipfaj fe determinat, 'ut ita,
politis oninibus ^djiagpji^urn. requifitis, queat non agere,
vel,aliud;5^qU9dvi^. a politis requilitis alienum. Qfiandoq^ IJbertatU nomine ipla
a£Hva facultas, præfatx -indolis, et natur» intclligitur,.. f - 4 ' pt. Duplex
adeo Libectas., diftingui folet juxta duplicem neceUttatem ; cui activa poten?
tia fuhjacere poteft. Alia dicitur likfftfl cejfitaie y qu» confidit in
immimitate. a quavis naturali, et interiori vi rapiente» et determi^ nante ad
datam a£tiodem. Altera vero
dicitur iibirtas a, et hase ia. immunitate a aliquo motivo nihil unquam vult,
nihil advefatur. Sicuti ergo lanx ob impolita pondera inclinans nihil in fe
inclinando libera eft, ita nequi' humana Voluntas, quas a motivis perpetuo
determinatur. At
duo præcipue heic reprehendenda occurrunt I. Mentem a motivis determinari. ' ir
II. Lancis exemplum - Quod ad primum f|sew ctat, fedulo hæc duo' toto cælo'
cliverla fecernenda funt : Mentem a.mdtivis determinari; Mentem feipfam ex
calculo mottvonm determinare.Primurd' fi verum foret, actum eflfet de humana
libertate. Atqui’ illud 'ita evideq^ter f.iffum' eft, quam evidens Animum
lentire fe vi fua, non aliena moveri j fe. a' n?oti vis allici. quidem> 1’ed
non rapi ; fc facultatem integram habere cuilibet appetitui efficaciter
obljftendi/ ;fuiqtie juris perpetuo efle. Alterum vero utique At fjtram quadrare. Sane Lanx nulla
aftiva vi eft£x. gr. Qui tonos a nervo redditos in. ejus tremoribus confiituit,
nequit ‘multiplicium, ac diffimilium tono A norum rationem aliter expedire,
nifi per toti* dem diverlos, ac diflimiles ejufdemque nervi tremores. -Si ab
uno eodemque tremore plures^ac diflimiles tonos effici contenderet, infeite
profecto fe gereret, nec» feipfum intelligeret; quippe in illa hypothefi necelfe
eff^URum eumdemque tremorem unum eumdemque tonum perpetuo reddere. Ita profefto
in hypothefi, qua Mens humana pro materialis fubflantiæ temperatione ffa-^
tuitur: cum ideæ Sc notiones aliud nequeant eiffe nifi moriones, tot diflin£tas
puitiones, atque diverfas fubflantia cogitans fulcipii>t necefle eft quot
diyerfiis, ac multiplices h:vbet ideas, notionefque. Neqpie juvat' reponere',
Mentem ideam B, t. f:. B, 'qui coram adRat, poflc cum; idea A,cu-> jus
remimfcentiam, habet, conferre. Quid enim cft^iRuci ideæ alicujus
reminifeentiam habere,, nifi illam ideam habere præfentem ? Habebit igitur Mens
bmul prætentes ambas ideas A dc B. Datur ergo quod a nobis pofitum eR. Humanat»
Mentem haud effe temperatienem btu> mani corporis, ac pracipue cerebri^ inviBe
y demonfiratur. I. externa Objecta noRri cor?* poris fenfus percellunt, '6brar*
rumque irritationes ad* cerebrum ufque deducun»' tur, mox Anima (enCationes
fufcipit. Sed h». fenfationes phasnomena funt,^ quas tnihibeommune habent cum
fibrarum cerebri, St fenfuum* commotionibus, a -quibus toto c^l» differunt;
^^.iz.ij.Nequeunt ergo efTe ipfæ commotione^: atque^adeb nec Subjectum
cogitationum eR cerebrum, nec Principium cogitans feu Mens eft. cerebri,
humanique corporis temperatio. Ex intimo confeientiæ. fenfute.videntiflime
docemur, Subje6Ium fenrattoaura, quas five* per unum idemque organon, five per
fe invicem modificantibus, 5c collidentibus compofitam exprimi poteft, II.
Indicatio horarum eft indici prorfus' extranea : ' Nobis- comparantibus indicis
pofitionem ad va-, ria quolibet noftrum, haud foret unus et fimplex, fed adeo
multiplex, quot funt illæ partes A, B, C. ' IIL Tertia tandem 'hypothefis
evertit et judicii naturam ( num. I. ), et iotinram fenAita ( n. II. ) nec non
fimplicitatem, et ilidivifi•bilitatem perceptionum (» iia, ). Regeri haud
potefl, quo farta teffa fiat prior hypotKefis, illas partes A, B, C cpmmifeeri,
vel in unam coire, -atque hinc judicium emergere. Non enim, nifi fumnrKa'
ofeitantia, "effutiri ifta queunt. Quid fane iftud cft commifeeri ?
profecto particularum fitus, pofitiooes, et tactus ad invicem immutari, et pei^
turbari. At non video, qu? hinc fiat idearum particulis illis feorfim infitarum
collatio, et com. plexa omnium perceptio • adhuc enim funt illæ particulæ
totidem diflincta fubjecta, et feorfim 'cxifientia. Illud vero akerum in unum coire pugnat cum naturali
partium impenetrabil itate. Neque quidquam valet, quod incogitanter alii
reponunt, cogitationem non partibus corporea? fubftantiæ convenire, fed toti
fub* fiantiæ : non humani cerebri pattibus, fed ce* rebro,’ quod veluti unum
totum confiderandmfi venit. Revera, quod totius nomine’ defignatur non eft
aliud, nifi Mentis noftræ conceptus, plu* ra fimul fub communi aliquo figno, et
notione, complectentis : atque adeo, quod dicitur 'P-2 *. • ' unum o ^8
psychologia' unum totum eft quid tantum ideale, non reale. Quod reapfe notioni
totius refpondet, eft collectio plurium, qux propriam fingula, et ieparatam
habent exiflentiam, quzque - proinde æque fe habent, five colIe£live, live
feorfini cxillant. Ita' ex. gr. cum inquam, totus exercitus, totus populus
&c., reapfe hifce. notionibus plurium, et diflinflorum fub;e6Iorum
collectio refpondet, quat^, licet collecta,, adeo funt didi neta inter fe, ac
fi forent fejuncta. Si propterea fubjectum cogitationis eft fubftantia
corporea, plurium nempe realium fubjectorum collectio, jure, meritoque
inferenda veniunt abfurda f^ierius notata. Quævis materialis fubftantia naturar
fua eft iners,* modus autem agendi et cogitandi, qui humanæ Menfis eft
proprius-, inerti* omnino pugnat. I. Nonne Mens vi fua, et fua libera fponte
innumeros ii\ corpore gignit tn9tus, aliofque a caufta externa ipfi corpori
imprelTos, vel ex mechanifmo pendentes cohibet, ac deftruit ? Atqui quid efl
hoc, quod obluBatur corpori^ fi ni hU fumus prater corpus? cum fluvius decurrit
in hanc partem, non potefi fua V» aquas fifterey aut retro flevere in
contrariam partem. Materia nulla agit in je ipfam • nulla machina efl fuorum
motuum, confei a ^ ex illa confeientia fuorum errorum torreBrix, et refor*
matrix. Si errat, nefeia' pergit ^errare, donec ad‘ mota manu %Artificis, aut
Domini in flatum reBum ordinatur f et reflituitur. Thora. Burnet De stat, mort, O* refarr, c. J. II, Nonne
%Animus fenth fe moveri, iJque dum fentit, illud et una fenth, fe vi fua non
aliena moveri} Vividus'hic confcientiæ fenfus, cui contradicere nemo, nifi
efFrxnati Pyrronii poffunt, Juculentiflime oftendit, humanam Mentem haud elfe
poffe e genere fubftantiaruni materialium. Ipfe RoHflojus eo fenfu monitus, hanc veritatem
fateri, coa6lus eft. Natura cuique animali imperat, et Brutum obtemperat. Homo
eamdem Jentit imprefftonem,* at vero ft liberum agnofcit ad affentiendum ^ aut
contra obnitendum ; et in intimo fenju bujufce libertatis ^nimtr fpiritualitas
prafertim elucefcit In facultate volendi, vel potius eligendi, et in bujus
facultatis fenfu nibil eji, quod explicari queat mechanicarum legum ope . Lockius,
etfi non e grege Materiali-,ftarum, fententiam tamen coluit, qua non immerito
vifus eft pluribus, Materialiftarum cauffam indire6^e egiffe.'Haud nempe
conftare pronunciavit, num Deus vi cogitandi materiam ( subftantiam ex mente
iua extenfam, multiplicem, inertem ) inftruere poffit, ficuti vi vegetandi
ornaffe in comperto eft. Certe id opinans, aliquid humani paflus eft, nec fibi
compar extitit : animadvertere enim facile potuiflet, Animx humanæ
immaterialitatem ( fimplicitatcm ) fimili argumento conftabiJiri, quo ipfe,,Dei
naturam immaterialem evicit ., u8. Porro Lotkianæ fententiæ falfitas ex P 3 ha-
• * l, / J 'V /• V » ' ». Dircours sur l^inegalitedes iamiptefJ,part,p,'iQ^ (b)
SJfai pbllof, cone. i'*nttiid, 'hum, l. 4. liancnus dl£)is luculentiffime
patet. Rtvera » > cui no^
conflat, Deum non pqHe', qux fa«C intrinfecus iinpoffibilia efficere ? on$» ^8.
Jam vero cagitandi^ 8 c agendi modus^, qui hu« manx Mentis eil proprius, nequit
ulio pa£h> ConfiHere cum extenfione * foliditate, et drati ' diametros, elTe
inæquales, contra vero ^ æquales diametros circuli. Ita in re noftra, fuf'‘ikit
agnoviffe, cogitationem, fimplicitatem iqi 'Ente cogitante, requirere e
contrario extenfiQ* nem, e pluribus coagmentationem : agendi facul- ^ tatem fua
fponte, lua propria eIe6lione, et quidem libera ( qu* humanæ Mentis eft propria
)- f^X iis, quæ haftenus profequuti fumus, difficile non eft. Mentis hu« ' manæ
naturam et genus definire. Cum enim cogitationes, ac volitiones Hominis
nequeant ef-fc e temperatione ODrporis: Rurfus> cum neque cogitandi, ac
libere agendi vis, quæ hominis e ff propria, fubftantiæ extcnfæ, multi' plici,
inerti,cojufmodi lunt quot quot ad ftnfibilem Mundum (peffant, cohvenire poffit
( art. 3. ): Agnofcere hinc cogimur fubje£fum noftratum cogitationum, et
volitionum effe debere vere, & phyficc fimplex, ac alius prorfus generis,
quani lunt 'Entia quævis fenfibilia. Neque fuipicari 'pofTumus, humanarum
cogitationum, ac volitionum *fubje£lum e genere cfie elementorum corporflm.,
quæ ex noffra fentertia ( Materiali ftis tamen ncn accepta ), funt'& ipfa
phyficc fimplicia,co/. Nam I. corporum elementa fola gaudere vi motrice
ftatuimus, quemadmodum fingula phænomena edoctnt: cogitandi autem vis omnino
alia eff a vi motrice, neque ut ejus 'temperatio quævis interpretari poteft.
II. Corporum elementa funt natura lua inertia : inertiæ autem. pugnat illa
cogitandi,* et libere agendi iacultss, qua fua natu« psy:hologia ‘ ra Mens
humana juadet : id qiKxl ewncit quoI que, neque ex div na virtute corporum
elemeB-'* lis Subjlantia nuncipari. 125. Opponunt Epicurei : I. Anima in '
corpus agit, et viciflim corpus in Animam. Similis ergo eft utriufque
fubftantiæ natura: qut enim fubftantia extenfa in fimplicem, et viciflim, agere
poflet ? II. Animi ftatus determinatur a ftatu corporis : ægra quippe eft Mens,
triftis, lata, delira &c. juxta diverfos corporis ftatus • et e contrario,
pluries corporis ftatus ex Animi ideis et modificationibus pendet. 12 ( 5.
Refpondemus ; I. fubflantia extenja in Jimplicem agit ? (tf) Norunt’ ne melius
Ad I nui ' Ii—. II l 1 i a K V Juxta opinionem quam in onrdiogia §. fequut^,
fiimus, qu 2 v is fubftantia natura fua.fimplex eft, ipfa, corporum elementa
vere fimplicia funt §.i6wC^/' stantiam ( fcilicet "Mentem ) agunt? In
nostra ergo da* > fimplkitate elementorum tenrenria" evanefcftt omoino
iHa' apparens contradidio, quæ primo occurrit, cum invicem^ conferuntur
extenfio, qua; corporis est proprietas (( nem-^ pe_ phamomenun pendens ex
plurium C0mristenria)^&fimpUeius; qu£ est Mentis.. \ .1 ’. Adverfarii, quf
corpora invicon inter fe aganf, pufa, qu? magnes trahat ferrim ? Corpus equidem
in corpus agit, neque ttmen de hoc phænomeno adeo fenfibus obvio, tot tantifque
experimentis, et oblervationibu} undique expenib, probabilem, imrao verofimiicm
explicationem protulere. Quid ergo mirum, fi æque ignorare nos fatemur, quomodo
Mens ( fubftantia^firaplex ) in corpus, et corpus viciffim in 'Mejitem agat ?
Itaque infeite nimis Epicurei ex hac «oftra ignorantia contendunt, unam,
eamdemque naturam utrique fubftantiæ tribuendam. Simplicitas certe humanæ
Mentis apodiftice cft dcnionftrata. Evidentibus ne demonftrationibus vai
ledicemus, et in innumeras nos conjiciemus contradi6iiones, quia phænomenon,
cui explicando pares non lumus, occurrit, aftio fcilicet Mentis in corpus, et
corporis in Mentem ?( I -I ' * id) Mons fenfuuih confnetndir» abrepta nihil
follicita 4St rationem, investigate reciproca; corporum inter fk aiflionis^
feque intelligere putat, quod profoiAo non inf teJiipit"*» Deinde
reciprocæ aftionis notio, quam fenfuum ministerio nobis' comparavimus,*
perpetuo stipata occurrit cum' idea fimilitudinis -naturse, Teu generis Entium
inter /e a,{enrium. -ista idearum. adfociarione illuhs, tecl{HTOca Entium
diverii generis inter fe a^io extra communes ideas vagari videtur ; atqui
noonifi fumina infeitia, Si. temeritate inter impolIiblU» rejkl potest * $. *
invenire (a) ? Sed d 6 hac re uberius infra ۥ differam. II. Harmonia, quam
inter Animi, corporifque determinationes, et ftatus perpetuo experimur, non ex
natur* fimilitudine, fed ex qua* dam reciproca utriufque fubffantix
communicatione pendet. Sane cum Homo fit Ens mixtum, feu individuum ex Mente et
corpbre conflans, ejus Au^or Deus utriufque fubflanti* naturas cudit, ac
temperavit ejufmodi, ut mutuum inter eas intercederet commercium, alias biceps
monftrum effeciffet. Commercium i(lud,feu mutua iftæc ani-. mæ, corporisque
Temperatio in eo confiflit, ut nc- • queat Mens, quoufque in corpore degit,
inlitarum fibi facultatum a 6 liones edere, nifi concomitantibus. quibufdam
fibrarum cerebri motionibus.; et c- converfo, nihil queat in corpore ^effici,
nifi affines in Anima refpondeant affectiones. Hinp fit, ut Anima flatura
affumat corporis flatui affinem ; et e converfo, corporis flatus ab illo
lyientis modificetur. Quo Adverfariorum oppofjtionibus aliqua poffer vis
conGflerc, oftehdcn*. dum ipfis foret, impoffibile effe, fubflantias diverfi
generis, et natur* in fe invicem agere, 8c quidem evidentibus rationibus, non
infulfa, 8c ridicula captione : id haud concipi poteff, ergo eft impoffibile.
De Commereto Animam inter Cf, Corpus attentionem ad ea, qusc 'in nobis ij perpetuo
geruntur convertamus, deprehendemus I. Quoties renfuum organa rite funt
-confHtuta, et actione 'externorom objectorum pultantur, toties Menti etiam n»
appellatur. Præter hxc tria ^ nullum aliud lyftma nec eife, nec concipi poffe y
videtur..... 4. Tria Jsc fyljcmata copcinna >fimilitudine, e-x duobii
horologiis conlonantibus petita, illuftrari pount. Triplici equidem ratione
fieri poteft, ut do horologia lint inter fe con. lonantia: i. per ifLuxum ^ fi
nempe fecerimus, ut alterum in alrum 'agat ; alterum alterius motiones excitet
ac determinet. %. Si quadam præordinafione it fapienter eas machinas
perfecerimus, ut lingip luas exa£le legei fequentes, et quin in fe invjem
agant, barmoriite fihi perpetuo refpondeani 3. Si opificem operi cwnitcm
vigilem, ac perriuum 'adjiciamus, qiri fiugulis momentis alterii motum unius
motui» attemperet, 3 c alterurex altero dirigat Erit modo opifex harrniæ inter
utrumque horologium intercede s efficiens CaulTa, ipfa Vero horologia
cauffauafionales. ff i • / V'' i ' sAdfi flentia SyfleMa.expendhu* f' ac'
refutatHr. O Yftema adfiftw*ntk _^Malebranchium ‘ primum habet Aiflorem. Nc»
torporm ( ita ille )non poffunt vera Cauffa ul' ' lius rei, Mentes etiam[
uciiiflima i» eadem ' verfantur impotentia. Nihil loffunt cogttofcere, nifi'
Deus illas > illuminet. Nhil poffunt feriti're i nifi Deus- illas modijeet.
Nihil pof' JuMt velle'' ^ nifi Deus ipfas verjus Je moveat, l' ‘. Cauffa naturales nor. funt
vera eaufl ' t f a. Nihil funt \ quryn. Catffa oceafionales, qua non agunt, nifi vi, C? efficacia
voluntadivina.. Hinc igitur concludendum efl, homines quidem.velle (movere
trachium, fed Deum > Joium poffe, O" noffe illud nOvere. (a) r ^ 1^4. Alii
moderatius opinantes lolam vim fentiendi corporis modificationes Animæ dene* .
gant y et vira corporis motricem. Deus ; in* ', 'quittht, fenfationes Animat
ingenerat ex occa. ” ^iione motionum corporis, nec non. motiones in corpore ex
occafione volitionum, et affeflionum • Animæ, idque.conformiter legibus a.fe
fiatutis: ^ Cæteras vero ideas ex (enfuu!n motidnibus miinæ- pendentes ipfa'
libi Mens cudit meditatio ne, abfiaa^ione, ratiocinio ''&c. ex antehabiris
tdeis a Deo imprciTis occafione motionum corpo. * i ' t-i r (a) Hecher. de' la
veriti lib. fiuiem, chap, traif. /econd,>part. bG rfoph»nti vacuum, ac
prorfuS ebramentititim videri" iftud OceaGonalidarum fyfteln^i’hihil
dubito. Equidem, ut merito inquit Tullius, magna flultitia efi earumterum- Deos
facere effe£hores\ 'Cauffas 'rerum nort quterere - quidquid enim' oritur, '
quaUcunque ilm tud sJt, cauffam 'hSbeat a ' natura^ neceffe eji. Sane
Philolbphf V^ferum naturaliurii’' -cauffas ia« quirentes, haud Gbi proponunt
primam', et uni« verfalem Cauifam determinare ( ecquis ignorat) rerum omnium
Caudam primam, et univerfalem Deum eflel ), fed aliam pratter Deum quæ» runt,
quæ Geuti a ‘Deo ipfo exidenttem lufce* pit, ita et ageriiii" facultate’
ab-e^em> prajdjta i propria, et i m mediata -phyGca actione effectum
producat. ‘Porro in 'syflbmate-* adGftehtiæ" omnis bujurmodi caufla fubmovetur,
Deus in raa* chinam advocatur. Vacuum^ proiade eft. hujufjmodi (ydfema’^,
&“ philofopho indignum Nonno deridiculus eflet^^qui interroganti eccur
Magnes trahit ferrum* eoalr" Maris aquas pene lenis quibufque horis
'-intumefcaht, tu*!!! alternatim, ^tumclcant, gravittr refponderet, id ex ea ‘
Q.'' iti i, Dt' divinat.^ Si fieri, quod Deus, juxta ftatut.m fibi ipfi legem,
ad magnetis prælcntiam, ferrum ad magnetem ipfum propellat, aqu s vero maris
alternis vicibus elevet, ac deprimat ex occafione determinati aipe^us Luræ ?
Ecquid philolophia iflEæe muliercularum infciiia, omnia ad immedia« tam Dei
virtutem referentium, piæflaret? 1^6 Atqui, inquiunt, iniolubilis. alias eft
nodus commercium Animam inter^ et corpus. QuaG nempe in adnilentiæ fyftemate perdifficilis hic
nodus folvatur, non amputetur potius. Jam vero, quod Animæ, et corporis
commercium fit, phænomenon inexplicabile, id trguit quidem,noftram ignorantiam,
non, vero naturalis caiiOæ- deft£lum. Confer ont. - Deinde fi corpori.^
motiones nihil omnino conferunt ad diverias, Animi perceptiones, cui ufui
dicemus fabricata fenluum organa ? Nempe,! inquiunt, iunt fenfuum organa eo
refpe£fu, neceffana, ut ex. horum mutationibus, tanquam occsdk)nibus,.Deus
juxta generales a ie fancitas leges determinetur ad Animaro diverfifnode
modificandam:. Sed iUi^d yelim edoceant Occafionalilts,. mptationes, quas
fenfuum organa fubitura Junt fiupt ne asione circumflantium, ac prementium
corporum, tel immediate a Deo cx eorum occafione ? Si primum afTe> runt, jam
cau^m produnt :. tribuentes enim corporibus a£f ivam- vim, qua inter fc agere
queant, nuUo jure feofihus, deqegare pofTunt activam vim, qua in Animam agant.
Alterum vero fi- fateantur. ( ut fciiicct ipfi jGbj fint confentanei ),
inutilia efficiunt fenfuum, organa * quippe ex occafione circumflantium
corporum 'poteft Deus illico fenfationes in Animam immittere, quin fenfuum
motiones, ab iplb Deo>excitiaDdat intercedant. Nimirum in adverlariorum
fyftemate circumdantia corpora lunt occafiones, Deo, ut motiones in fenfuum
organis excitet ; deinde ha: motiones funt rurlus occafiones Deo, cur
fenfationes in Animam immittat. Non ne breviori via, &' fapientiori
confilio faftum. effet, fi 'leniationes immediate circumdantium corpo' rum
occafionem fequerentur ex ipfius Dei aftione, quin fenfuUm. motiones
intercederent ? Sane non funt multiplicanda, entia fine necelTitate, et
fi^uftra fit per plura, quod fieri poteft per pauciora. Vel ergo. Deus
inconfulto egit hominem fenfibus ornanda, vel noftrorum fenfuum, totiufque
corporis exiftentia ludrica rescft. Con^ fer quæ diximus in nota iTq. ont..>
; 1. iir.. ' i ' Harmonia praflabilita fyflema a Lelkniti», . propqfitum’
exponitur y atque rejicitur.. i tV.' 1 i ; ' r i » i ' . T Eibnrtius, Vir et acumine, et
fub^ ri*'-'!- limitare ingenii. nulli certe fe^ cUhdus, quo mirabilem Mentis,
et corporis hatH moniam expediret, ita philofophatus eft. t Et r. quod ad
Animas. fpe£lat, pofuit,i. Hominum Mentes vi fibi repræfentandi Univcrfum
prædiras efre,& quafi mappam cofmographicam. interius geftare ; Nempe efle
in continuata ferie cogitationum, et appetitionum ie ita excipiens Q, 2 tiura. PSYCHOLOGIA tium, ut
quævis cogitatio contineat fufficfentem rationem fubfequentis : et quivis
Animje flatus antecedens gravidus fit pofterioris. 2. Quamlibet Animam cx fua
effentia, ac natura propriam habere cogitationum, et appetitionum, leriem, et
cur potius talem, quam alteram.• Hinc Mentem automaton fpirituale dixit Leib;
nitius., II. Quod vero humana corpora, refpicit, cen- fuit, I. quod vis corpus
automaton effe vi, fibi. propria, et fua natura fingulas. fubiens motio-, nes
etiam in continuata ferie, ut adeo quzvis: antecedens motio lufficientem habeat
-rationem fabCequcntis : 2. nec noq ex fua natura habere, ut talem potius, quam
aliam feriem motionum ceperit, profequatur, modificcfque juxta varias
circumflantium corporum actiones, et cpnve-r njenter legibus mechanicis. III.
Hilce pofitis principiis ita profequutus eft. Deus infinitas numero Merttes, et
corpora fibi quam diftinftilfime repr*fentans, prxordinavit, eas': Mentes V
caque Corpora confociai^, .quorum feries. operationum ac.flatuum perpetuo
harmonicæ elfent, et apprime confentientes, Ex hat perfeftj operationupi
utriufquf autotna^ ton harmonia fieri cenfiiit, ut videatur Anima in
cqrpos-agerC, et vicilfim. At vero nihil inter fe mutuo agunt ; utrumque quam
cepit ex lua natura operationum feriera, camdem vi fua perfequitur, et
independenter a vi, et operationum Icrie alterius, quin nimirum, alterum in
alterum agat: et ita, quidem, ut ufraque fubflantia. feu Autpmatop4^ Mcns
fciJicct.^ corpus, eamdetn; operationum feriem cepiflTet, ac deinde
perfequeretur, etiam Ci fejun£lim' altera ab altera exifteret, vel nonnifi
alterutra tantum condita fuiflet. Ingeniofum equidem inventum, at extra
communes ideas ; et quod nulli fuperex» fru£lum rationi, mere eft hypotheticum
: Id quod et ipfe ejus Au£Ior, et acerrimi propugnatores WoJphius, et
Bilfingerus ingenue funt falli. Sed expendamus utrum hominis realis naturæ, et
phænomenis conveniat. 140. Principio ponitur in hoc fyftemate Mentem in
continua verfari cogitationum feriO, quarum quælibet rationem fufficientem
fubfequentis contineat / id porro eft, quod hominis realis phænomenis pugnare,
et fine fufficienti ratione pronunciatum efle, perpetua experimenta quemlibet
uberrime edocent. Adpofite Qe*. nuenlis ; fumat quis i» manus Itxkum aliquod
lingua alicujus, catalogum plantarum \ animan* tium, aut aliarum rerum,
di£iionaria artium, fcientiarum, bifloriarum j intra- horam percurre» re poteji
duo millia verborum idearum inter fs nullo modo connexarum, plantatum
dljffimilium. animantium y artium, faStorum, hominum illtiflri* um. Quis ia
omnibus his dixerit rationem pojte* rioris idea aut pereeptionis contineri in
anteric» re y et non potius in imprejfionihus in fenfibus \ aut cerebro faflls
? Ex. gr. lego hac verba y '%/fa» ron,,Ari/lides y ^ri/lippusy * 4 verrobs y
Buflris y Bucephalus, Binckerfoek, Bilfingerus y Cedrus Cafar y -Cefenates.^
Centaurus^.David y Delphus; Dido, Dantes, totidem,\obverfantur menti Q.‘i De
Commento Animam inter &. Corpus attentionem ad ea, qua; "in nokis iJ
perpetuo geruntur convertamus, deprehendemus I. Quoties fenfuum organa rite
funt -confHtuta, et actione 'externorum objedto» rum pullantur, toties Menti
etiam nolenti-* pras» fto occurrunt eorumdem notiones, et quidem > vivldai,
vel confufæ in ratione irritationum in ipfis fenfuum, organis factarum, et ad
cercbratn ufque productarum' II. Etiam Corporis.affe» ctiones in Animam
redundare videntur,-_Mens nempe (latum adfumit corporis (latui afHnem 4 ita ex.
'gr.' 'læta eft, et viribus erecta-, (i corporis temperatio vegetior (it, et
valeat • tridis e contrario, 5c veluti dejecta^^ corporis temperatione
'ientcfcente, torpentrbufque viribus; ha. bilis expedita in fuis obeundis
operationibus, vel e contrario tarda, ac incerta,' juxta æquilibratam', Vel
turbatam fui corporis conflitutioncm. ' III. VicifBm. Ex Mentis arbitrio
extemplo’ torporis membra' motiones lubeunt, quæ nie-'^ ^anicJt- eorum
(Iructutæ fuiit conformes, et io his r.|nvdiu durant, quatmdiu 'Menti libuerit.
• ly. Nec' non Anjmj jdta:,& affectiones pluTimum modificant corpus', ut
adeo in corpus ipfum manare videantur. Sic animo ira concitato rubent oculi, faciei
et totius- corporis niu, fculi^tcpJunrur. Invidus alterius macrefcit rckus
opirarn: &t..'-r, i»8. Hzc phainomena ne dum miram intercedere harmoniam
oftcndunt Animam inter et corpus; fed et mutuam dependentiam ftatuere videntur,
nec non arctiliimum vinculum, quo invicem inter fe con(ociantur. Equidem
vinculum iftud, quodcumque tandem fit, ficuti præter noftri arbitrium feniel
conftitutum cft:, ita prjeter noftri imperium, qupad vivimus, pergit, ac tandem
diflblvitur. Ffthæc liartnonia, qua Animi affectiones, notionelque'* apprime
rdpondent temperationi, ac motionibus corporis ab externa cauffa illatis,* et
qua vicifiim corporis motiones atque ftatus, ideas, affectionefque Animi,
feqUuntur, commercii nomine venit. Perdifficilis heic occurrit inquifitio; qui
Commercium iftud Mentis &' corporis ablolvitur? Difficultas maxima in eo
primum con* fiftcre videtur, quod Mens et corpus fint. naturæ toto cælo diverfæ
; deinde, quæ funt corporis, et fibrarum cerebri motiones, excitant in Anima
perceptiones, notionesque ^ et viciffim, quas funt Animi ideæ, et volitiones,
in corporis fibras, et membra, motum cient,. 'Definiuntur hypotbefes, ^ua hlfce
fuperjirui pojfunt Metapb/fieorum fyfiemdta ad exptieandum Mentis humana >
et Corporis commercium. y* mirabilem harmoniam Mentem humanam inter 8c corpus
expen^ ». dens, ejus rationes inquirere fa i * tagit, protinus agnofcit
jnonnifi alteram duarum sequentium 'hypothefiura pbfle affumi. I!, Vel nempe
realem quamdam, et reciprocam in« ter utram que Tubllantiam actionem intercedere
• ^ ut adeo Anima fua propria actione corpus mo» dificet, ac moveat: Sc
viciflim corpus in Ani®i^m agens illam di verfimode aihciat, variafque excitet
ideas : Vel II, nullum intereffe reale commercium • Animam inter et corpus, sed
1 tantum apparens • ut ita nulla fit Animai in, corpus a^io, et vicilSm
corporis in Animam, Jicet^ ftabilem in utriufque fubftantiæ ftatu harv^moniam
confiftere deprehendamus •'*, ' ^ Syftemata,qux priori hypothefi inædificantur
ve/ pbyfici influxus de nominari merito poffunt, Altera vero hypothefis ad duo
diverfi genens fyftemata abire cogit. V^l enim deveniendum eft ad quamdam
prseordjn^tioncni a fupremo rerum omnium Opifice faflaip, qua dua! fubftantije,
Anfma et Corpus, propri'i quidem vi, at fcorfim, quin altera ab altera ullo
pa£lp pendeat, Tuarum aftionum fimilem -.A. « • 8c confonjtn lenem perhcientes,
invicem lint confociatæ. et lyftema iftud harmoma ^rajlab‘f litte nomine
defjgfcatur. Vel ftatuendum cft, Animæ, et Cor|^ri perpetuo adefle. vigilem et
fatis potentem Cauffam, quse juxta corporis flatum', fingulafque fenluum
determinationes, Ani- mam fimiliter afficiat, et conlonas iii, ea gigrtaf ‘
notionesj ac vicifim, juxta diverfum ' Anirr.as ftatum, ejufque dverlas
determinationes limilitcr modificet corjbus, et varios in eo motus cieat' et
hoc syft ma adfiftentite, vel- caUffa» rum occafionalium appellatur. Præter hæc
triai,.» nullum aliud lyftema nec effe, nec concipi pofIc y videtur.., t. 4. 131. Tria h*c fyljcmata concinna \fimili- t
tudine, ex duobus horologiis conlonantibus petita, illuftrari poffunt. Triplici
equidem ratione fieri potefl, ut duo horologia fint inter fe coa» lonantia: i.
per influxum^ fi nempe fecerimus, ut alterum in alterum 'agat ; alterum
alterius motiones exciret, ac determinet, a. Si quadam præordinafione ita
lapienter eas machinas perfecerimus, ut lingulaz luas cxa 6 le leges fequentes;
et quin in fc invicem agant, barmoniee fihi perpetuo refpondeantj Si opificem
operi comitem ' vigilem, ac perpetuum 'adjiciamus, qui lingulis momentis
alterius motum unius mgtuir^ -attemperet, et alterum ex altero dirigat ‘. Erit
modo opifex harmoniæ inter utrumque horologium intercedentis efficiens Cauffa,
ipfa Vero horologia cauffa accafionaUs. n mod» ' corftrx ( ita ille )noa
poffunt 'effe verg Cauffa ullius rei, Mentes etiam' uobHijfima in eadem ’
wrfantaf' impotentia. Nibil poffunt cognofcere ^ nifi Deus itlas^ illuminet.
Nibil poffunt 'fentire / nifi Deus- illas modificet, Nihil pofjunt velle'- ^
nifi Deus ipfas verjus Je moveat. . Cauffa naturales non funt vhra eauf'V fie Nibil funt \
qutyn. Cauffa occafionaies, * qua non agunt, nifi vi, et efficacia volunii'
divina... Hinc igitur concludendum efi, ‘' homines quidem. velle ^fio ne
motionum corporis, nec non. motiones in corpoM ex occafione volitionum, 8? affeflionum
' •Animæ, idque^conformiter legibus a /e (latutis: ^ CaiTtras vero ideas ex
ienfuum motidnibus mi^ ^1» ime- pendentes ipfa fibi^Mans cudit meditatione,
abflEaSro&e, ratiocinio &c. ex antehabitis tfdeic a Deo impre,flis occaione
motionum cor poRecber'. de la veriti lib. fiteiem. chap, treif. fecotui.-Part,
t b,’.C *i’'‘i 8^ pdris Atqui Alii lyftemati caulTaruni occafio» nalium
tenacius ‘adhærentes, has ipfas ideas a Deo 'infundi perhibent oc inodi
lyftfema ; et philofopho indignum.' Nonno deridiculus effet'''qui interroganti
eccur -Magnes trahit ferrumi' eocilr” Maris aquas pene lenis quibufque horis
'-'intumefeant, tum alternarim ^tunfielcant, graviter refpohdcret, id ex ea ' '
Q ' " ' • -fie .(a) '• JL' i. De divinat. fieri, quod Deus, juxta ftatut,m
fibi ipfi legem, ad magnetis prælcmiam ferrum ad magnetem ipfum propellat, aqu
s vero maris alternis vjcibus elevet, ac deprimat ex occafione deter« minati
aipecfus Lunse ? Ecquid philolophia i Illise {nuliercularum infciiia, omnia ad
iromedia^ tam Dei virtutem referentium, pt*Haret? i^S Atqui, ir^uiunt,
infolubilis. alm eft nodus commercium Animam inter^ 8 c corpus. QuaG nem,pe in
adfiftentis^fyftetnate perdifficilis hic nodus Iblvatur, non amputetur potius.
Jam vero, quod Anim*, et corporis commercium fit,ph*nomenon, inexplicabile, id
trguit quidem vjnoftram ignorantiam, non,vero naturalis catUiæ defe£lum. Confer
ont. jzp. - J37. Deinde fi corpo^i$ motiones nihi^ omnino conferunt ad
diverfas, Animi perceptiones, cui ufuj dicem.us fabricata fenfuum organa ?
Nem{%,: inquiunt, iunt fenfuum organa eo refpe£lu. nccefTari», ut ex. horum
mutationibus, tanquam occafiunibus, Deus juxta generales a fe fancitas leges }i
MenS;fcili.cet et corpus, eamdem.: operationum feriem cepiflct, ac deinde
perfe* queretur, etiam fi fcjun£lim' altera ab altera exifteret, vel nonnifi
alterutra tantum condita fuiflet. Ingeniofum equidem inventum, at extra
communes ideas ‘ 8c quod nulli luperex» fruftum rationi, mere eft hypotheticum:
Id quod et ipfe ejus Auftor, et acerrimi propugnatores Wolphius, et Bilfingerus
ingenue funt fafU.Sed expendamus utrum hominis realis naturæ, et phænomenis
conveniat. §. 140. Principio ponitur in hoc fyftemate Mentem in continua
verfari cogitationum fcric', quarum quælibet rationem fufficientem fubfequentis
contineat,* id porro eft, quod hominis realis phænomenis pugnare, et fine
fuffirienti ratione pronunciatum efle, perpetua experimenta quemlibet uberrime
edocent. Adpofite Qe*ruenfis : fumat quii in manus lexicum aliquod lingua
aticujus, catalogum plantarum, animan* tium, aut aliarum rerum, di^ionaria
artium, fcientiarum, bifloriarum j intra- horam percurre» re pote/i duo millia
verborum idearum inter fe nullo modo connexarum, plantarum dlffimiliuni. animantium
y artium y fa Siorum y hominum illujlrt^ um. Quis in amnibus his dixerit
rationem pofie» rioris idea aut pereeptionii contineri in anteric» rcy et non
potius in imprejfionibus in fenfibus i aut cerebro faSlls ? Ex. gr. lego hac
verba, “i^a* tony tAri/lides, tAriftippuSy *AverroSsy Bufiris, Bucephalus,
Binckerfoek, Bilfingerus y Cedrus Cafar y Cefenates..y Centaurus^ Davidy
Delphus, Dido, Dantes, totidem.\obverfantur menti perceptiones y efl autem quis
Adeo ineptus qui di» cat y rationem Jufficientem notionis ^ 4 rijlidis efft in
perceptione fuwmi Sacerdotis » 4,ironis, */Triflippi notionis in i^rifiidey
-^-verrois in x^ri/lip^ po &c,.... niji hac componant Leibnitiani y fciant
y neminem effe adeo incogitantem, qui hac Jibi velit perfuadere. Sunt, inquiunt,
rationes ^ uf^ fidentes, quas non pervidemus,* fci licet ita lu» dere cum
pueris potuit renatus Pythagoras, ut jis una e(fet^.rat'Oy ipfe dtxit e at
philofophis ut nova doSlrlna perfuadeatur, rationes faltem pro habiles reddenda
junt rhefim rcfta in iciealifmum, tum et egoifi mum ducere. In animum quis
ponat luum, Mentem automatoA elfe ejulmodi, ut vi et na. tura fua independebter
a quavis extrinfeca cauffa in fua verfetur perceptionum fcrie, undcnam refcire
poterit, fpe£labilem Mundum, ipfum* que fuum corpus exiftere ? Perceptionum
feries, utpote ex Animi natura manans, eadem evolveretur etiam fa£la hypothefi,
qua nullus exifle* ret Mundus, nullum ^corpus, nulla alia Mens. Equidem Animi
ideæ realem libi vindicant exiftp^tiam, funt quippe iplius Animi
modificationes, quas interiori fenfu perfentifcimus atque adeo de ideali Mundi
exifientia certi efficimur. Sed cum hæ ideæ nullatenus ab extrinfeco pendeant,
nullatenus conftarc poterit, extra ipfam Mentem cogitantem aliquid reale
exifiere. Caujfalitatis jyfiema Peripateticum exponitur^ et exfufflatur.,. .,
AufTalltatis, feu phyfici influxu» V y iyflema a.Peripatericis peflime « Sc
portentole expofitura i. duplicem Animas tribuit intelle6Ium, agentem unum,
patientem alterum ; i. duplicem pojnit idearum, feu fpecierum naturam, quas
imprejjfas dicunt, et expreffas. Hifce pofitis principiis, ita rem expediri
putant. Externa objecta ftatim ac in corporis organa fenforia agunt,
commotionem in fibris excitant, quz ad* cerebrum illico perducitur. Hanc
fibrarum cerebri commotionem ideam materialem, et fpeciem imprejfam dicunt.
Imprefla ifth*Ec fpecies ab agente intelleHu arripitur, et fpiritualiratur, feu
in ideam vere talem, et perceptibilem convertitur, et in inteU ie$lu patiente
exprimitur, a quo propterea percipitur • et hasc vpcatur idea exprtffa • Simili
modo ungulas corporis affe£liones Animz communicantur. Quod vero fpe£lat
corporis motiones ex Animi imperio derivantes, inquiunt, vim quamdam ‘ex Anima
in corpus manare, et eorporatig^ari, ejufque membra agere juxta determinationem
ab Anima acceptam. 145. Portentofam opinionem expofuifle, confutafie eft :
neque enim operas pretium cft in ea diutius immorari. Alias ergo concipiendum
cft caulTalitatis fyftema. Cauffalltatts fyjlema novo conamine expomtut, quidque
tandem fentiendum fit de *^nima, Cr corporis commercio edocetur, 146. T Ictt
cAuflaiitatIs fyftema feffime Gj i A a Peripateticis expofitum, Gaud tamen ab
eo recedendum videtur j fed potius novo conamine, fi Superis placet purgatiori
philofophia duce adriiti debemus. in eo, adornando. Sane cujufque
phænomeni-'fua. fufficiens ratio effe debet. Cum ergo ratio fufficiens har*
moniæ Animam inter-& corpus nequeat aliunde derivari, quam ex altero trium
fyftemafum, feft cum coV. S cum ad hominem conftituendum natura fua fi
deftinata. ;a. ; /«mnrU in ir. Quod vero fpectat " Animam, quid pugnat
aflerere, A”'™" ' effe natur*, ut affici queat actione et tempe ratione
corporis, ejulque y.m terminari ad vi T l^cu c)us natura fluentes a modificat,
vl, et F^cu^ liari actione um ? (a) Nempe vis, qua fubftantia mate in alteram
ejufdem natur*, agens ; receffum ( fcilicet motum ) gignit, m ulKra fubftantiam
diverf* natur*, An virium, e qui“ if 1 r I I X.. ,^i, ' Nolim calumniam quis
milii inferat ex hoc ex>•mplo. Quorfum exempla fpe^ent, norunt quotquot equo
judicant )ove, quod femelmonuifle fufticiat. Quod ad prafens adtinet, aperte
dico, vim plantjc vegetari* vam ex fumma virium omniurti fimplicium
fubstantiarum, ftu elementorum, quibus planta coalefcit ) confla* ri i atque adeo
yel diflblutis- planta; elementis, vel extra Ordinem pofitis, violenter aftis,
diflbeiatis &c. v \s vegetariva deperit. Contra fe res habet de Anima,
qiiat cum fimplex fit fubstantia j et una, viia^liva cogitandi expoliari non
potest ; ad fummum in agendo obtundi poterit, neuriquam extingui j.
fubstantiarum quippe natur* mutuis inter fe aflionibus modificari" quidem'
poCftfht*J‘at deteri lifequeunt * i • bus actiones fluunt fubflantiarum, quibua
vires, ipfa infunt, mutuæque excipiuntur actiones. At virium quarumvis
incomperta nobis cft interior natura, et realis effentia, non fecus ac
fubflantiarum, quibus illæ inlunt. Et quod ad præfens adtinet., fufflciat
animadvertere, i,, fubflantiarum materialium nos 1 nihil aliud fci pe, nifi
quod invicem in:> fe ij^^pt, et in feni' fus noftros y atque hinc varia^
Meati percipien». ti phænomena occurrere.^ 2. fimilit^ Jiumanæ Meritis nihil
aliud no« fcire, nifi qnod.firnf* plex fit fubftantia, fentiens, attentjcns,
fibi confeia &c. Cum igitur intimam realem effentiam ignoremus utriufijue
generis fttbiftaqtiariHmyi. nec, non realem *:naturam virium ;iis
ipfitprwinlU*'' hint profecto fierlt neqyit *, quia inexj^caubilCf fjt
phænomenon commdrcium Animam inter et corpus, ejufque plendi foli^tio etttra
hutnai nas ideas vagetur, ' , C^uo cpgo, inquies, philofophorun\ fpectant
theoriæ, et fyftemata ? Nempe humanæ cognitiones jeapfe circa phænomena
verfan-' tur, non circa phæriomenorum caufiTas. Cum enim phænomena vel quamdam
inter ie habeant analogiam, vel qiKemdara nexum, tum alia fint aliorum
modificatioæs* ; in eo totius- philofoi pbiæ fumma verfatur, ut phænomena
peculia». rifl;.per pauca* quædam generalia, $c lingulis nota,' ex-po.oaraus,
vel per eis fimilia, quæ, magi^ patent. Analyfis,ope Philofophi ex peculipri^
bus phacnomeYiis generalia,: quorum illa lunt, niodificationes ;; colligunt :
tum inverfa metho»i do, quam fynthefim appellant, h?ec genepalifj phjEnomena
pro principiis ponunt, 8 c in com. binationes, quas fubire pofTunt, inquirunt •
atque hac methodo ratjonem adfignant peculiarium quorumvis phasnomenprum, qua;
per illas combinationes poflibilia funt. Theoriæ itaque, fyftcniata,
explicationes philofophorum &c. peculiaria refpiciunt phænomena ad certam
claffem fpeflantia, quatenus ex primitivis, et generalibus phxnomenis derivari
poffunt. Jam vero cuna quæritur, quomodo Anima in corpus, et viciffim corpus in
Aninaam agit, patet, primitivi et generalis phænomeni rationem quæri, (icuti in
phyficis fi quærerem, quomodo Planetæ in Solem, et Sol viciflim in planetas agit
; qui vegetantia, et animali^ feipia reproducant, et illa exhibeant phænomena,
quaj cujufque funt propria &c. Cum ergo r. virium interior natura lateat *
1. nec generaliora, et magis fimplicia nobis pateant ejus generis phznomena,
quorum reciproca Mentis, et corporis harmonia fit modificatio, nullam
adæquatam, vel fufficientem illjus explicationem adfignare poterunt
Metaphyfici. Quam ergo hac de re lupra expofuimus opinionem, et explicationem,
mancam effe, et tenebris circumfeptam, ultro fatemur* fed ab ea haud recedendum
putamus, neque ultra follicitos nos effe debere. 153. A£\ionem Animæ in corpus
negant aliqui eo permoti argumento, quod ipHs ignota fit fibrarum cerebri
textura, tum nervorum, et mufculorum per corpus dimanantium jorigo, quorum
fcilicet ope finguls motiones cieri debent. At id nihil vetat, quominus Animam
ex imperio (uum ciere corpus dicamus j quam enim ii£lioncm in corpus exercere
Anima de* beat, et in quam cerebri partem, experientia edocetur, quin corpofis
et cerebri texturam calleat. Sane videndus, pueros manus, pedelque &c. diu
inordinate geftare, ad objefta parum, aut nihil dirigere Icicntcs, demum fuoram
organorum ulum longa experientia edifeere. Concipe ab. ingeniafo qmdam
tArtifice fontem quemdam ad artis mechanica, et hydraulica amufjim ita
conJlruSum effe, ut quqmprjmum, ajfercuti, per quos aditus demum ad fontem
datur, incedenti* um grejfu deprimuntur, occulto mechanifmo variarum rotarum y
funiumque ope jub affer ibus a b-^ f condit orum, alia atqua aha mirifica f
pectes, e fonte conjejltm profiliant y quales v. g. fontes Kirc herus,
Sebottus, alii que dejeribunt. Concipe Jam tibi y puerulo ad hocce Jptbiaculum
edmifjo.y cum hac adeurrit, "Neptunum cum tridente minaci obviam fieri y
dum illæ, Nereides,* ex alia parte Glaucum marinum y alibi vero Delphinos 0“
fic porro. Puer ifle mechanifmi abfeonditi ignarus, nec ad omnia praf entia
attentus y non obfervabity fe revera asione fua producere bofce effe&uSy
obfervabit tamen, ft adverfus eam partem procefferit y jemper fibi hoc potius,
quam, aliud obviam fieri obJeCium : poterit igitur Jam pro lubitu hec
phtrnomena moderari, ac fi v. g. Neptuni, ac Jceptri e/ufdem tricipitis
contemplatione deleBetur y tff ere y ut prodeat y fi Jcilicet verfus certam
plagam adeurrat. Nemo dubitaverity puerum horum motuum cauffam effe, ac aflione
fua phre^ namena producere. Ve idearum, mfionumque nafura, afque origine. 154.
TNquifitio, quam modo adgredimur, J. idearum notionumque naturam, atr. que
originem expenfuri, adeo eft cum præce-’ denti, qu* commercium Animam inter, et
corpus ifpe^abat, copulata, ut altera ab altera fejungi nullo modo poffit / et
qui in una erra* veri t, in altera per devia pergat, oportet.
Multiplices,'dilcrepantefque hac de re philofophorum fententia; nequeunt
veritatis confecutionem difficiliorem, et abftrufiorem, quam reveræft, non
reddere Quare hifcc modo pofthabitis, tres animadverfienes, quæ ad veritatem
capeffendam fternunt viam, in anteceffiim exhibebo, tum rem ipfam expediemus;
tandem prasx cipuas aliorum fententias fummatim exponemus, ^ breviter
perftringemus,, \.. i ‘ t/^nimadver/tones • prallmtnares ad idearum, '
notionumque natufam^ atque originem. ^ i'A •' expifeandam, ‘ 155^^ A
J^trnadverfro I. Nihil Mens per’ " ‘jfjL cipere potaft nifi in feipfa. Id
equidem loco axioraatj^ haberi poteft; five enim perceptiones pro aflionibus,
live pro.paffioni» j- J bus Mentis haberi vcJint, funt profe£lo ) piius Mentis
modificationes, et immanentes, non^effluentes. Nequit ergo Mens quidpiara percipere nifi in feipfa. •
' X ’ 155. % 4 mmad. IL Cum dicimus; Menteirt objefta externa percipere, ifthzc
reapfe non* percipit. Si enim ita, cum nihil Mens pfercipere poflit nili in
feipfa, vel Objecta, quæ dicuntur externa, in Mente *formalitcr contineantur
oportet, vel ipfa Mens perceptis Objcftia intime fiat prasfens. Ambo hsc pugnant.
ergo dicimus, Mentem externa obje 6 la pt^eiperc, reapfe oon percipit ipfa
objcfta. §.rea' extra pofitas perci-^^ pere'. Nam i. Si ita: ubinam has rdeas,
fcu imagines refidere' dicemus in Anima ne vel in cefibro Haud quidem in
cerebro; nOi ^ * R quit l T> ai A( quit quippe Mens quidquam percipere,
nifi.iii fcipfa i’ ; a. quævis rei -imago nihil eft aliud ^ nifi talis partium
^ difpofitio, ordo, figura, magnitudo &c., quæ fimilis fjt rei,.cujus eft
imago. Si porro idtæ forent imagines rerum cerebro expictæ', minimæ cerebri,?
fibrillæ tali ordine,>figura tu, colore &c. componi deberent, ut
fimulacrutn rei Menti exhibere ppl^, fent. Sed nihil præter motum in, cerebri
fibris adeftjcum Menti adfunt ideæ.Neqoeunt* igitur ideas efle rerum imagines
cerebro expictæ.. Ad hæc g... qui Mens expictas cerebro imagines- iotuc'*
retur, ipfum vero cerebrum nullo, modo? qua» fi,, nempe pofTit quifpiam pictas
in tela figuras videre,. nec videre telanv ipfam, quæ eft figor»* rum
fubjectum, ' Sed neque poffunt, ideæ efle. imagines Men* ti percipienti
vinJi*ryites v Eft. «nim Mens fim pkx.fubftantia, icuinpfoinde addo pugnat. in
faa(H| rere^imagines exfitbente6,aoagn»tudi«em, fig«9 wm, 'colorem ^ partiup
ordindfn 8cc.^,. ac pu» gnat puncto gefwnetrico triat^lum, polygonum ^.&c.
infcribi 4..Deinde rerum ideæ, cum Menti primo occurrunt, vel ; perpetuo eidem
permanentes inhærent vel femel, perceptæ poft* hac pereunt, evanefcunt. Si
primum Mens ' perennes, ac indeficientes habi^it...pesceptio* nes rerum olim
perceptarum ; Qut -^aim.. fieri poteft, ut pictas, fibique adhærentes-, 8e
immanentes ideas non -advertat? >Si altecuBL, cum- n*i queat Mehs-objecta-
percipere nifi in ideis - hiic« cvanefcentibus, non poterit Mens ad eatumdem m
nun modo abfcntium contemplatiojMlblvdire^ntfi iiu r». js.ite« Malebranchius
omnem agendi vim Entibus creatis denegans, Mentibus etiam' ademit facultatem
fibi cudendi' ideas. Hoc autem potiflimum argumento rem conficere fibi fuafit. R 4 Ide» («)
Sed hac difficultas ipfum premit A uflorem ideas a perceptionibus fecernentem.
Quis enim ignoti objefU expreflam imaginem intuens, objeftum illud in imagine
recqgnofcere potest? Non magis profeCTio poterit Mens in idea feu imagine ipfi
oblata objeilum, quod ignorat, recognofcere et perpetuo ignorabit cujus fit
obj'efti iniago illa, qua ipfi obverfatur ^ nifi aliunde, feu extrinfe* cus
moneatur. to+ Idea: :unt ver* realitato: imrao funt realiti-' tes ipfis
corporibus nobiliores, quippe fpirituaJes. Harum itaque produaio nihii diftat a
creatione Nequit vero Entibus creatis facultas ereandi ullo paao convenire. Nec
iaitur humana’ p >*as libi cudendi. V Equidem Ide* funt ver* realitates. at
Wa/es ut inquiunt Pbiloiophi, non Mfiam. ah, : feu non funt totidem fubftan- '
•’.P" j', lid totidem Mentis coptantis affeaiones,, feu modificationes, cu
julmodi funt volmones, et nolitiones. CunC Itaque communi Phdofophorum fenfu
creatio fit fubfiamiaimm ptodua.o ea nihilo: idearum pro. duaio toto calo
dillabit a creatione, et „ihil vetabt.eam. Anima; tanquam effearici caufTa;,
adjudicare. Re
quidem vera, ide* refpcau Meo. tis perinde fe habent ac volitiones, nolitionef.
que r utr*que enim funt >/us, modificationes. Si Idearum Produaiva facultas
Animæ repugnat, que pugnabit ipfam Cbi ede iuarum volitiol num efreancera
caudam, eritque.Mens crudus, putufque later. Quod fi volitiones merito Ani' Z’
31 “"' f ‘"“'"d* veni, unt nihil profeao vetare poteft, qui„
eidem adjudicemus facultatem fibi ipfi cudendi ideas. Quadam Pbtlofopborum
placita, qttof idearum I JpeBant originem fy breviter exponuntur. \6j. idearum
origine communior xn« I ^ fer Peripateticos Tententia fuit, Nihil effe in
intelleBu, quod ^ius non fuerit in fenfu : omnes nempe ideas primam petere
ori», ginem ex fenfuum minifterio. Atqui fententiam iftam per duplicem
intelleftum agentem y ^patientem exponebant. ; qu* quidem hypothefis purum eft,
putumque figmentum a communi abhorrens ritione. Malebranchius de idearum
origine fingularem prorfus fententiam coluit. Hic fuo inh*rcns fydemati, etiam
nobiliffmas,in ea ' verfari impotentia, ut nequeant effe vera cauffa ullius
rei, commentus eft, nihil eas c»m gnofcere poffe y ni fi Deus illas illuminet
133. Nempe ut alibi {a) clarius.* Sciendum eft, Deum mentibus neftris prafentla
Jua arhlijpme uniri » adeo, ut Deus dici poffit locus fpirituum y quem» admodum
fpatium eft locus corporum. Mens itaque in Deo poteft videre opera Dei y
dummodo Deus velit ipfi retegere id^ quod in fe habet, quod illa reprafentat
opera y nempe ideas, quas in fe habet. i6p. Atqui Humanam Mentem omnia in Deo
videre, adeo communi fenfui occurrit, ut ne - ..4 •' dU . R^her. de la verit.
l. Jt p, z, ch. 6 4 nemo Sapicntum fententiam iftam adunco nor exceperit nafo :
nec fine ratione, etfi injuriofe. de eo d:clum fuerit, Ipje, qui omnia in Dec
cernit y haud videt fe injanire '{a). Quifque-^intciligit, fententiam iftam,
præter cætera, quid* piam ftatuere, quod cum Dei bonitate et fapientia minime
congruere potefl: *' tum rcfta ad pantheifmum ducere. Plures e Cartefianorum
familia triplex idearum genus (latuerunt:, qua* 'nimirum Menti occurrunt ex
occafione motionum in organis fenforiis excitarum ab externis '^objectis; quas
nempe Mens fibi cudit cx adventitiis ideis • tandem innatas, quas fcilicet, neque
fcnluum fubfidio, neque reflexione partas, rentur : fed a Deo Mentibus noftris
ab ipfo exordio veluti infculptas, ac perpetuo immanentes arbitrantur. Sed
innatas, quas dicunt, ideas, commentitias prorfus e(fe, binis verbis oftendi
poteft. Vel enim has ideas idem funt ac perceptiones, vel forms et imagines a
perceptionibus realiter diftinctas. Si* primum, inerunt Menti tot perennes, et
fimultaneæ perceptiones, quot funt ideas innatas j quod profecto interiori
experientias refragatur. Si alterum, contra faciunt, praster alia, quas §. 158.
monuimus. Deinde nulla cft fufficiens ratio, eccur præter adventitias, et
factitias ideas, alias, quas fint innatas, agnolcamus' cum conflet, nullam
omnino Lui, qui voit teut ^en DitUy nt^voit paSf\qu* il eji foH.. ’ J no ideam
Menti inefle, cujus exordia c fenlitiva, et reflexiva facultate nequeant quam
facile repeti. Vide, fi lubet, fufe hæc pertractantem Lockiinn. Efjftff philof. cone- l'
entend, htm. Q A p. X. Ve Animæ bumanæ origine. L ket humanæ Mentis natura, feu
potius genus, philofophia duce. li quido confiet, ejus tamen origo adeo
tenebris cft circumfepta, ut potius, quid fentiendum non Iit, qu»m quod tenere
debeamus, intelligere detur * V. E veteribus Pythagoras docuit, Deum cGo
•Animum per naturam rerum omnem inten~ commeantem,. ex q»o mflri animi car tum
perentur (4). Huic turpiflkno.errori adhæfiife videntur Stoicorum aliqui, ut ex
Seneca, et Epicteto difeimus/ eqmque jam obsoletum itenun exfufeitavit Spinoza.
Hujufce fententiæ abfurditas.tam clare patet, ut illam refutare nec.operæ
pretium duco,., Plato,. qui inter veteres cateris rc. ctius de Deo
philofophatus efi, Animas a Deo conditas docuit, licet eas quafi partes Animat'
Mundi totius habuerit Id vero Pythagoreis, et Platonicis commune erat, humanas
Animas primum aftra incoluiffe, et felicem ibi yitam du- Tullius lib, I. ile
nat. d«or. c. ii. tduxifle: hinc vero expulfas, et in humana corpora tanquatn
in carceres, detrufas, quo commiffi criminis pznas lucrent: tum ad adra iterum
redituras poft corporum diffolutionem, fi mortalem hanc vitam jufte, et fobrie
duxerint, vel in deteriora corpora migraturas, fi novis criminibus fe
obruerint. Hinc celebris apud ifios Philofophos Metemp^ycbo/is. Atqui Stoicis
nec Animarum incolatus in aftris, neque earum de corpore in corpus migrationes
arridebant ' fed illas pofl: terreni corporis fata ad Eteum, e ‘ quo'
dificerptæ erant, iterum redituras afferebant» ^ .i^Orlgene^ nimio e.^ga
platonicam philofophiam ametrtr’ abreptus Pythagoræ Plato, nis fententiam
emendare ftuduit. Docuit itaque, Ani mas' nec Dei emanationes effe, nec partes
ab Anima Mundi avulfas, fed a Deo ante corporeum Mundum’ oijines fimul conditas
fuiffe cum intelligibili Mundo • has vero peccaffe a CxmJitort feceiendo'. hinc
pro diverfitate peccatorum a Cteiis' ufqne ad terras diverfa corpora, qua fi
vincula, meruijfe. Et hunc ejfe mundum eamque cauffam Mundi fuiffe faciendi^
non. ut conderentur bona., fed ut mala cohiberentur. Sed hacc deliria funt, quæ
nec refutari merentur. Leibnitius, Animarum præxiftentiæ et ipfe favens, aliter
rem explicavit. Putavit nempe, Deum ab ipfo rerum initio omne$ Animas creaffe,
ac fingulas totidem organicis corDivus Augujt. De ejvitat. Dei cap.sj* lop
pufculis inferuiffe. Hzc iUnt germina humana, quJB juxta involutorum
hypothefim, olim in JEv» ovario pofita, e Matribus in filias tradu- cuntur.
Sententiam hanc Wolfius ambabus ulnis amplexatus eft.• tum Cl. Carolus Boanct
fuam fecit. Atqui licet primo adipectu, quo ab hifce Auftoribus commendatur,
haud philofopho indigna videatur, fedulo tamen pcrpcnfa, et fuas patitur
difficultates. v Tertullianus, et Apollinaris putarunt, humanas AninTas e
parentibus in filios per traducem propagari; hoc eft Animam >h ilii partem
efle Animaj parris,' quæ 'filii corpufculo in matris utero delitelcenti
communicatur, et /incffabilirer conjungitur. Sed ifthæc fententia cum Animæ
natura, quæ fimplex omnino eft, et cujuivis phyficæ coagmentationis nefeia,
nullo modo conciliari poteft. Communis tandem fententia, et profefto fanior,
eft, Animas humanas in dies a Deo creari, et cum tenera fetus corpufculo
copulari, cum iftud fufficientem partium evolutionem, et organizationem
obtinet, qua par fit ‘ad præcipuas vitales operationes obeundas*.-i ! f ’ ‘i.
Pa/igini/ff philofo^h. Annihilatio creationi, et confervationPe diarrietro
opponitur. Illa erqoCaufia folum. potest aliquod Eas annihilare, quæ illud
creavit, et perenni a^ioce confervat. Sed hujufmodi est tantum Deus: omnes '
tlniveiii Cauffie funt contingentes, quæ nec fuæ existenttæ, et confervationis
fufficientem in'fe habent rationem. Facultas igitur. quidpiam annihilandi
nequit ulli, naturafiuna cauffarum convenire. (c) Lib, L tufe, f. jp. ' •dubitare
non possumus, nl/i pla*tf plumbei fumus, quin nibil fit %dnhnls adrnix» tum,
ntbil concretwn, nihil copulatum, nihil ngmentatum ^ nihil duplex quod cum ita,
fit y qette nec jecerni, nec dividi, nec difcerpi^ nec diflrahi pote/i, nec,
interire igitur. EJI enim in» iefitus qua fi difcejfus,, &, fecretio, ac
diremptui^ earum partium, qua ante interitum jun^ione 'gl poribus funt
interfipta quod.rnimfdo : cum autem nihU erit prteter v/Ltimum, nulla res
objeBa im^ pediet y quo minus percipiat quale quidquam fit. Ita eleganter
Tullius tulc. 1. i. c. zo. l et R T. ir.
Mentem humanam ex fui Conditoris voluntate infpeBam immortalem effe, naturali ^
ratione affevitur, . T TUmanam Mentem natura fua in* J. X corruptibilem atque
immortalem clTe, neque ullis^ naturalibus cauffis fieri pofle ut pereat f jam
evicimus. Hzc ratio ingenue philofophanti fatis foret^ quominus de fuprerni
Conditoris voluntate, illam immortalem fervandi f non ambigeret: nullum enim
'in uni verTa Natura occurrit annihilationis exemplum j nec quidpiam efl,
quod^a fummo Conditore S z non (a) Plures eit antiquioribus Phiiofophis, et ex
ipfis Ecclefia; Patribus, quibus incorporalitatis, et iinmoitalitatis Animorunj
dogma probatum erat, opinaii funt, humanas Mentes nunquam omni corpore vacare:*
ut adeo, cum ex ifthoc cra^o, et corruptibili corpore diflolvuntur, adhuc
leviflfimum, ac tenuitTimuin, live æthereum, et incorruptibile corpus geftent,
eoque lint perpetuo amidse. Sententiam hanc inter Recentiores litam fecit CI. Vir
Carolus Bonnet, et communivit noti contemnendis rationibus ; quam, cum In
pluribus locis, tum pr^fertim parte XVI. paligenifie philof. et.-. pofuit. Si
quis in hanc fentenriam defeendere velit, ^ Adveriariis morem geret, et «na
fjmul objeilain didir «ultatem elevabit. itS non fervetur juxta propriam
naturam, et ad fuos non dirigatur fines. Atqui profani homines, eam non latis
effe, contendunt, nec non dolofe effutiunt, Animæ immortalitatem problema efle,
qjuod nequeat fola philofophia extricare: ad Divinam revelationem idcirco
confugiendum neceffario effe, ut conflare queat, Deum pod corporis obitum nolle
humanam Mentem delere, fed,''velle in æternum fervare. iSp. Ut iflorum
levitatem perflringamus, animadvertant Tyrones, quod quandoque etiam abfque
revelationis face, fed Ibla naturali ratione Divina Voluntas nobis conflare
potefl. Etenim ficut naturali ratione plura nobis patent Divina attributa, ita
conflat quoque, non pofTe Divinam Voluntatem ab illis attributis vel minimum
defcilcere, fed iis plane conformem perpetuo '•effe debere. Si adeo quidpiam
Divinis attributis repugnare clare nofeimus, tuto poffumus decernere, Deum
nunquam id velle : et e contrario perpetuo velle ea, fine quibus farta tc6la
conliftere eadem attributa non poffunt. Hujufmodi porro cfl immortalitas Animorum, quos fi pofl corporum
diflolutionem Divina Voluntas deleret, nequiret Dei Sapientia, Bonitas,
Juflitia, ac Providentia farta te61a permanere. Rem expendamus. ^ 1^. ipo- I.
Naturali ratione pleniflime nofejqaus, potiffimam Sapientiæ legem eam effe, ut
fingulorum Entium Naturæ fuis exa£le attemperentur finibus, ut ita nec a
præflituto fine, deficiant,- nec ultra redundent, vel extra vageUtur V Quare
ficuti ex noto fine, de Entium na Diuiii4tj . fuprerai Numinis revelationem.
Audi ut h«c eleganter profequitur Romanus Philosbphus tufc. qq. c. Maximum
argumentum ejl, naturam iffam de immortalifate Animorum tacitam judicare » quod
omnibus curttf funt y maxime ^quidem y qua poft mortem f utura Jint: ferit
arbores, qua alteri Jeculo projit, ut ajt St^tiut in Synephebis: quid fpetlans,
nifi etiam poflera fecula ad fe pertinere ? Ergo arbores feret diligens
agricola y quarum adfpiciet baccam ipje nunquam : Vir magnu» seges y injiuuta,
rempublicam non feret i Quid propagatio nominis l Quid adoptiones filiorum f
Quid teJlamentorum diligentia l Q*dd ipfa f^ultrorum monumenta f Quid elogia
figritficant, nifi nos futura etiam cogitarel.-- Quid in hac republica toty
tantof que viros ob rempublicam interfeSos cogitaffe arbitramur f iifdenx ne ut
finibus nomen fuum, quibus vita terminaretur f Ne/no unquam fine magna fpe
immortalitatis fe pro patria offerret ad mortem: licuit ejfe otiofo Themiftocli
\ 'Jicuit Epaminonda y licuit, vetera y Cb* externa •moram, mihi ; fed nefeio
quomodo inharet in trpinti%us quqfi feculorttm quoddam augurium futurorum;
idque in, maximis ingeniis, dltijfmifque animis ^ exiJiit maxime, iy adparet
facillime ; quo quidem demj)to y quis tam ejfet amens y qui femper in laboribuSy
iir periculis viveret' \ loquor de pfinctf ibus : quid poeto t nonne poji
mortem nobilitari volunt t Unde ergo illudf " Afpicite 0 cives ! Senis
Ennii imagini’ formam; Hic ve*»rum panxit maxima fafta parnm). Mercedem gloria
fiagttat ab iis, quorum patres ^ff)' terat gloria -, idemquey -• Nemo ire
lacrimis decoret, nec funera fletu > Faxit : Cur? Volito vivu’ per ora
virum. Sed quid poetas l Opifices pofl mortem nobilitari vaiunt quid emm
fhidias fui fimUetn fpeciem inculfit ‘ • • >,. 'in-. ' ip2. IV. Ad Divinam
Ipcflat JufHtiatn'^ atque Providentiam hominum virtutes muneribus ac prsEmiis
ex merito cumuIafC : ficut c contrario condignis' poenis '“eorum fl gitia
corripere. Eft enim duplex in Univerlo OrAn: phy~ ficus nempe, ac ^moralis 8c
ad utrumque Homines procul dubio,, fpt£Iant Si quis hæc in "Controverfiam
adducit, peflime fe de Deo.fendre^oflendit, quafi hic cardinem c*li ambulet, A
n.oftra non confideret: et \r\'*athe'tfmum fivO IJrolapfum elTe, five jam jam
prolabi. Sed experientia Pedante, Kominum virtutes, ac flagitia admodum raro
condigna pr^mia ac p»na« copfequuhtur : ut adeo vetus Iit iquærela', latos idiu
florere nocentes, vexarique pios. Divina ergo Juftitia ac Providentia utique
expoftulant * poft torporum obitum Mentes adhuc • lervari ia .vilam, ina qua
bene vel' male TaSIorum præmin /ecipiant, poenafve luant. Hajc cum naturali
conflent ratione, concludere non dubitamus., 'plurali quoque" ratione
conflare fu mmi Condi‘lofrs voluhtatem de ‘humana Mcnte in æternum servanda. '
/ *in ! "-. l '• J 'i' i . ' ! .au ' :v. ( I»^. 1.. III i mu iii m ^jWii
I. Tufe. qq. I. I.. f. , '., \ib) ^, fr) Jn fomn. Scip. /. I. e, X4, > •.,
(,d) "XmIUhs Iw. cit, f. 12,, 1, w P */f R S ilu ^.R T ^ y’ Ei ‘ nomine
inteJligimus Men» 'n 4 tcm naturæ fuæ nrceffitate ex i flentem, atque adeo
aster aW,®>S af^isiiaSce AK -omni materiali coneretione fejunfbm,
perfe^iffimam, effectricem et liberam Univerfi Cauffam, ' et omnia providentem.
Equidem Dei notio fu^ conceptu primas Cauffas efficientis Mentibus noflris
primum occurrit,* banc poflmodum rectæ rationis ope rimantes prolatamus, et attributis,
quæ omnimodam continent perfectionem, locupletamus. Atqui tantum abcfl, nos
adæquatam adfequi poffe pei notionem, eamqu.e verbis exponere, quantum finitum
inter, et infinitum intercedit. Quf verbis complectemur-; quem natura iua et
effentia undequaque infinitum nulla creata Mens comprehendere valet Hinc,
ingenue fatendum, aul%*’^ nulla definitione Dei naturam contineri pofle.
Facultas, quæ Dei exiftentiam, ejus«. que attributa rimetur, Theologia audit,
quæ in naturalem^ et difpdcitur. Prima de Deo differit quantum naturali ratione
adfequi poffumus. Secunda revelationis' face myfteria pandit, quæ ultra
naturalem rationem lunt pdfita. Priorem heic perfequemur, quippe quæ fola ad
Philofophos Ipectat, 4. Nobiliflimam vero, ac jucundiffimam hanc efle totius
Mctaphyfices partem, nulftr* ambigere poterit. Quid enim pracftantius, quid- ‘
>e jucundius, quam rerum omnium Opificem, præfentiflimum totius Univerfi
Moderatorem, ac noftri præferrim Parentem optimtim contemplari? Si quod ex
cæteris difciplinis folatium, atquC' in adverbs perfugium, in fecundis rebus
animi moderamen, et ornamentum capere poffumus.'inhatc profecto cynnia ex
eapotiflimum uber- / Merito Thales Milefius, ut Tertullianus refert, a Crefo
qua:fifus, quidvefTet Deus, post multas et multo, studio perquifitas
refponfiones, faffus est tandem, fe nihil adeurare, quod ad rem quadrarer,
dixifTe. Idem
de Simonide testatur Tullius de nat. Deor. 1. zi.' Roges me, quid, aut quale
fit Deus ? AuBore utar Simonide : de quo cum qu/efivijfet tyrannus Hiero,
deliberandi cauffa fibi unum diem pojiu/avit. Cum idem ex eo poflridie
quareret, biduum petivit. Cum fapius duplicaret numerum dierum, admiranfque
Hiero requireret, f«r ita faceret : Quod quanto^ inquit^ d’utius confidero,
tanto mihi res videtur obfcurior. Hinc perfpecte monuit divus Augustinus,
nihil, quod de Deo accuratius prsdlcemos, nobis occurrere poITe, aiC quod
U^oiopt^CniibUis fit. naturalis uberrime confequi poifumus, qu* omnium Lan.
gitorem bonorum, rerum omnium [nfpectorem, et Proviforem optimum pandit, et in
^uo nos efle, vivere, et moveri edocet. Tum nihil ea utilius in univerfa vita
civili.* nequeunt enim ! fine legibus, et religione in officio cives contineri
n arbitror^ inquit, multas ejje gentes fic immanitate efferatas, ut apud eas
nulla fufpicio deorum fit Cic. de nat. deor. c, 2 ^. Arbitrari fc, non noviffe,
aut fando faltem inteUexiff?, repoluit. Nullas proptcrea tunc temporis
innotuiflfc Gentes fine. Divinitatis perluafione, tacite fatetur. II. Lucianus,
acerrimus equidem Divinitatis, et cujufvis religionis ofor, in dialogo, cui
titulus Juppiter tragadus difputantem inducit Timoclem religionis cauflTam, et
afferentem Gentium omnium hac de re confenHira; at quid Timodi reponit pamides,
fub cujus nimirum nomine Lucianus 'latet ? Conftahtiffimam, percnnemque gentium
confeufionem fibi objectam ne carpit quidem ; ejus tantum vim ad demonftrandum,
et perfuadendum elevare conatur adductis futilibus omnino excogitatis, qua mox
exfufflabimus. Si quas Gentes exleges, et a religione extorres Lucianus
noviffet, aut fando audiviffet, nura ne fcirpum in ovo firaulaffet? illas
profecto objeciffet, cum nihil hoc opportunius ad extenuandum Timoclis
argumentum afferri potuiffet. Atqui in diverfa abit Lucianus dat ergo quod afflv.Tamus, nullum unquam
hominum genus Divinitatis notitia caruiffe. Adeo nimirum Eruditis quibusque
innotuit, quod Piutarchus clegantiflime contra Colotem difputabat: Si univerjam
peragraveris terram invenire quidem poteris urbes sim moenibus, sine litteris^
sine regibus, abfque teSio divitiis, abfque nummis, theatris, gymnasiis. urbem
sine templis, ^ sine Diis, ^quie precibus, jurejurando careat. nemo Videt, nec
vidit unquam. Quantum vero
ponderis ad demon» ftrandum, et perfuadendura univerfali Gentium omnium
confenfui tribuendum fit, in Logica aperuimus. Rc quidem vera, ea cfl hominum
indoles, 8 c ingeniofum conftitutio, ut, fi de re vel minimum obicura, dubiaque
judicium ferre de, beant, tot fere numerentur fententisE, quot capita : id quod
totius humani generis, fed et præcipue philofophantium hiftoria edocet. Si
itaque quandoque omnes Gentes quacumque tellus patet, omnefque Seftas', licet
in cæteris admodum difcrepantes, convenientes omnes ad unam deprehendimus ; id,
in quo conveniunt, vel communis naturæ lenium, yel naturalis rationis evidentiffimum
præceptum, habere debemus. Eft vero omnium ubique Gentium univerfalis et
perennis fententia, aliquem effe rerum omnium Opificem, et Rtftorem. Deum ergo
exiftere, inter prima humanæ rationis fcita, vel potius ad communem naturæ
fenfum referri debet. Ad rem noftram elegantiflime Balbus apud Tullium. Quid enim ejl hoc
evidentius ? Quod niji cognitum, comprehenfumque animis haberemus,, »0» tam
flabilis opt“ nio permaneret f nec confirmaretur diuturnitate temporis, nec una
cum jaculis, atatibufque hominum inveterare potuiffet. Etenim videmus cteteras opiniones
fi^as atque vanas diutuVnitatp extabuiffe. Opinionum enim commenta delet dies,
natura judicia confirmat \ 12. Neque fcrupulum faceffat Tyronibus, j. quod
quandoque penes hiftoricos athearum Gentium meotio occurrat. II. quod infignes
ex t Ve 'i:^o Veteribus Phllofophi inter Atheos reccnfeantur ; Uti ex. gr
Anaxagoras, Diagoras, Protagoras Anaximander &c., quæ fi vera lunt, haud
conflare videtur univcrlalis humani Generis confen» liis de Supremi aircujus
Numinis exiftentia. Hæc equidem nulJius funt momenti -I. Hiftorici etenim
grajci, et lati ni, dum Africanas, aut Afianas qualdam Nationes inviferent, nec
templa, idola, immenlumque externarum ca:rcmoniarum apparatum habere
animadverterent, Velut quæ antiquo more fub dio, et fine ulla pompa Deo
facrificarent, quemaamodum de veTuftis Parthis retulit Herodotus, in eam
venerunt fufpicionem, nullos ab iis Deos coli. Quid quod iidem Hiftorici idem
fecerunt cum Judæis, et Chriflianis ? Accedit eodem, veteres mercatores,
aliofque itineratores aut infeies morum earum Gentium de quibus feribunt, aut
non fatis peritos, ut pretium fuis mercibus, fuifque itinerariis adderent,
atheilmi, et irreligionis infamia illas prafpropere notafle ; qu* deinde
portentolse fabellæ novitatis amore, ut fit, creditæ funt Hujufce rei exemplum
temporibus prope noftris de Huttentottis habemus. Hi primum pro Atheis in
Europa vulgati funt, et habiti.* at fummum illos agnofeere Deum, reflatur
Andreas Kolbi in hiftoria ejus nationis, quacum decem annis familiariter uius
eft. Philolbphi veteres, qui inter atheos reputati funt Confulatur Johannes
Albertus Fabricius in ApoJogia Generis humani adverfus accufationem atheifnu
THEOLOGIA i?i funt, nonnifi fumma injuria hanc pafli funt infamiam. Conftat, Anaxagoram
atheum e ffe habitum, quod Solem e Deorum numero expunxerit, et ignitum
habuerit faxum. Conftat, Socratem de Divinitatis natura prx cacteris bene
fentientem, (limma invidia, et lethali calumnia atheifmi accufatum, cicutani
bibifle. Protagoras i inquit
Tullius 1: i. de nat. deor. c, xq. cum in principio fui Irbri sic pofuiffet. De
diis neque ut sint\ neque ut non sint, habeo di^ tere, ^Atheniensium juffu urbe
et ‘ttgro eft exterminatus y librique ejus in concione combufti, quippe— atheus
reputatus eft. Atqui, ut patet, Protagoras de diis, qui a plebe venerabantur
vulgo autem Philofophis, qui præjudicatis opinionibus haud tenebantur,
dcfpectui erant, lo» 'qjyitur; non de Divinitate, leu de Deo fummo rerum
Opifice. Idem de aliis dicas.♦ folum Epicurus inter atheos recenfendus videtur,
etfi de Epicureis nihil certo conftet, quippe Tullius 1. cit. c. qo ija habet,
novi ego Epicureos omnia stgiUa venerantes. Jam vero quilibet, cui coit fapit,
optime intelligit, hujufce gregis opinionem, etfi indubie Divinitati aveidam
fuifle jjonamus, nihil communem perennemque humani Generis fententiam
labefactare pofte. Sicuti enim in M-tindo phyfico peculiaria quædani monfira
quandoque occurrunt, qua; nihil de ordine totius detrahunt: ita fimiliter in
Mundo morali fieri poteft. Igitur inter opinionum monftra, febrientium
deliramenta ifthxc Epicureorum fententia reponenda eft^, quæ nihil de communi
humani Generis fenfu detrahere poteft. Allati fuperius ^ 10 argumenti vim non
fugit profanos homines* hinc omnes intendunt nervos ed earh elevandam. Quare
operæ pretium eft, quæ objiciunt potiora, referre, et explodere Inquiunt itaque
I. Si ex Gentium confenfu aliquid confici poffet, equidem potius conficeretur,
polytheifmum efle profitendum : nam huic coeno omnes infixas fuerunt • Atqui
nihil magis Dei naturam, quam polytheifmus, evertit. Quare.neque Dei exifientia
ex Gentjum confenfu adftrui poteft. Deinde quot quantæque et Gentium, et
Philofophorum diferepantes de Divinitate opiniones ? deos ejfe dixerunt, inquit
Tullius, tanta funt in varietate y ac diffentione ut torum “teflum sit
dinumerare fententias, .11. Hujufce confenfus origo petenda eft ex naturalium
phasnomenorum timore j quo peis culfi hominum Animi, quoddam terrificum Numen,
fupremamque Virtutem ^ illa phænomena producentem, fibi effinxere: • Primus in
orbe deos fecit timor, ardua cato Fulmina cum caderent. Petr. in fat. Ad hunc
adeeffit naturalium cauftarum ignorantia propterea quod Ignorantia caujfarum
conferre Deorum CogiV ad imperium res, et concedere rt» gnum: Quorum operum
cauffas nulla ratione vU dere Poffuntf bæ fieri divino numine rentur. LUCREZIO
(vedasi)., V. $1? Alias Divinitatis notio ex Legumlatorum calliditate conficta, et populis
inculcata. Nempe quo ifti facilius populos legum jugo fub« mitterent, et in
officio continerent, Deorum numine illas leges conferiptas efle, fibique
concreditas tradiderunt. Ita Livio tefte, Numas Pompilius nocturnos congreflus
cum Dea Egeria commentus eft, cjufque nurnine ritus diis gratiffimos fanxifle.
Eamdem adhibuerunt artem Ligurcus, Minos, aliique, Confenfus ergo Gentium, ita
concladunt profani homines., in' Divinitatis adftruenda exiftentia nullius eft
ponderis. Ad primum refpondemus. Licet concedere quis vellet, omnes Gentes
polytheifmi cceno volutas, nullo tamen pacto confici poffet, polytheifmum
profitendum efle. Ut iJ concedi poflet, demonftrandum foret, omnes ad unam Gentes
eofdem et numero, et fpccie D eos, et perenniter cognovifle ; hi enim funt veri
characteres perennis et univerfalis confenfus, quem natura; fenfum,8c veritatis
vocem efle autumamus. At vero Gentes omnes nec fibi unquam convenerunt, nec
quælibet fibi perpetuo conftitit, quot, qualefve Dii eflent colendi : ergo
nonnifi perperam conficitur, polytheilmum Gentium confenfione firmari. Itaque
Polytheifl* plures, diverfofque deos agnofeentes, Divinitatis declarant
exiftentiam, quippe de qua omnes conveniunt* at vero fibi invicem
contradicentes, tum in numero, tum in fpecie, et natura. deorum, fcipfos
fanatifmi arguunt, fuofque deos T 3 fua 1 1^4 ' fu a e fle commenta declarant,
Si.Phyficos de corporum eflentia, 'atque natura difputantes audiamus, non unas
numerabimus, nec fine moleftia difcrepantes fententias. Quid ? num ne ifti de
corporum cxiftentia dubitant ? Minime profecto,* exiftentiam corporum nifi
perfpectam exploratamque haberent, tot non inftituerent de eorum effentia, et
natura perpetuas concertationes ; jam vero, difcrepantibus fententiis, fatis
clare innuunt, harum nullam certo -ftarc talo. Sane non heic quærimus qUam recte
homines de Deofentiant,,fed fentiant quidquam, nec ne. Hæc duo mifcent Adverfarii rvon fine Logica imperitia,
quæ funt omni procul dubio fccernenda. Quum poflremum conflet inter omres,
invictum efl argumentum, cur Deum efle credamus. Ignorarunt enim vero, et
turpiter hallucinafi funt, qualis eflet habendus, habendum tamen omnes
conftanter tenuere. II. Atqui nonnifi fumma in Veteres injuria, vel faltem
fumma hiftoriæ imperitia affirmant Adverfarii, omnes ad unam Gentes polytheismi
ccsno infixas. Nam i. valde probabile efl, polytheifmum, et idololatriam
antiquiorem non fuiffe babelica turri, i. De hasbraica Gente unum Deum colente
nullus moveri poteft fcrupulus. De Gentilibus vero, fi ftupidam ple be-
Eleganter Tullius more fiw. Itaque inter omnes omnium gentium Jententia
conflat. Omnil/us enim innatum efl i ^ in animei quafi infculptum, effe Deos •
Quales fint, variurri' efl : efl» item» negat. I. a. Indi, Sinenfes, ne quid
dicam de Tureis, uni- ' cum fupremum Numen et Regem adorant. i^uttentotti, quai
Gens nullo alterius nationis com^ ^ j mercio unquam ufa. eft, fummum hunc Deum
intelligunt, etfi illi nullum offerant facrificium, nullas preces, quod ajunt,
quum fit beatiffimus, nulla re indigere. Priufquam ad II. et KL objectum,
refpondeamus, operæ pretium eft iummam, ac , pene incredibilem Atheorum
vecordiam in an, ' ' teceffiim indigitare. Affumunt hi ingenioli oi,
Iputatorcs, id de quo unice quxftio inftituitur nempe religionem commentum
effe, &; fabulam : tum ui cauffas inquirunt erroris, j^rius-, ^ quam
errorem effe demonftretit illud, cujus ori, j gines, et rationes explorant; quo
quidem «e- i Icio an vitiofius, et ineptius aliquid effe pol-. ! fit. Sed
expendamus utrum aliquid momenti infit in objectis.Si prima Divinitatis notio
fingulas ; Gentes e ftrepentibus per æra fulminibus per- ^. terrefa6Ias
invalit, quam profe£\o fortes Atheorum Animi, quos unice, nec fulmina terrent,
1 nec nubila fiftuntljam vero lemel pavore con cuffis hominum Mentibus,
perpetuo ab eis di-. '., fcelfit ratio, et tam longe abiit, ut nunquam '
fepofito terrore rediret, difcuteretque prajudicatam opinionem ? nec feri
Nepotes, iplis li-. ‘ ] w ig cet Atheis ducibus, et magiftris adnitentlbus,
commentum Avorum nec rejecerunt, nec agnoverunt ? Equidem, quum conflet, diem
hominum commenta delere, excutiifTent tandem aliquando Gentes prajjudicatam
fententiam, vel haftenys faltem ad cor rediiffent. Sed contra efl; quo enim cultiores
fuere Gentes et Religioni magis incurabuerunt, et tenacius adhjefere. Deinde
Divinitatis notio, quam ubique Gentes olim habuerunt, et modo habent, efl
Numinis Uiiiverfi Rectoris, benefici Patris^^hominum felicitati non modo non
invidentfs, fed cumulantis. Si ex terrore, e quo nunquam homines funt
expergefacti, ortum duceret Divinitatis notio, profecto hac foret Divinitatis
terrifica, hominum bono invidentis, eofque in tranfverfum agqntis : hujufmodi
fane funt idese, qu2 animis ex terrore informantur. Nec minimum prodefl
profanis, naturalium cauflTarum ignorationem afferre, quafi ex ea hominum
Mentes fupremam Virtutem, seu D um fibi effinxerint. Si ita foret, effet notio
Divinitatis, ac in hanc religio in inversa ratione feienti*, et cognitionis
cauffarum. At contra efl : fiquidem Gentes literis florentiorcs, et Divinatis
fludiofiores fuere.* fummi int^r ve^ teres Sapientes, Thales, Plato, Socrates
&c..accur.itius de Deo loquuti funt, et religiofius fentiere ; inter
recentiores Nevvtonus, Eulerus Scc. et fcripfere elegantiffime, et fumma
religione, coluerunt. Quod ad *Iir. fpectat, perbelle efl obfervare, quomodo profani
homines fuo fe jugulant gladio. Qui circumvenire alios fatagunt, ii Animorum
affectiones, quas in hominibus extare vident, in rem liiam convertere
adnituntur, non vero novas in eorum mentes introducere. Legumlatorum itaque
calliditas ac vcrlutia, qua Divinos congrefTus commenti funt, ne lubjecti
populi a legum propofitarum norma defcifcerent, edocet, populorum Animos ante
imperium imbutos fuine Divinitatis notio, nc, nec non religioni addictos
antequam de rebus publicis condendis quispiam cogitaret. Ita ex. gr. Numa
nunquam colloquia cum Egeria finxi flTet, neque leges ac inftituta fibi ab hac
Diva tradita fuiffe, mentitus effet, nifi in populo Ro nano animadvertiffet
notionem Dei alicujus, et propenlionem ad religionem > alias qui
impatientes, elafiicos, et fervitutis nefeios Romanorum Animos duplici
graviflimo jugo et legum latarum, et Divinitatis vindicis fubmittere potuiffet
? Deinde, fi ab imperantibus in populos derivavit Divinitatis, et religionis
notio, profecto omnibus retro fæculis ante conflitutionem civilis imperii
Gentes et Populi, fuiffent Divinitatis ignari • nec non religione carerent qui
nullis vivunt legibus, neque aliis parent. Atqui e contrario Nationes, quo
primis Mundi cunabulis viciniores, eo magis religiolæ fuiffe comp.riuntur ;
neque deficere religionis femina in illorum etiam populorum Animis, quos nulla
civilis focietas colligavit, penes Doctos omnes confiat. Delirationes itaque
funt, quæ ab Atheis afferuntur Cauflas univerfalis ^ ac perennis conienfionis
Gentium cie Divinitate, ac religio, ne. Quod fi, Cepofitis Animi Audio, ac
prai. judiciis, veras hujufce conlenfus cauAas inve. Aigare velimus, nullo
negotio deprehendemus, has fuifle, I. Gentium omnium ex communi fti. pite, et
protoparente originem.* II, Mirificum Univerli Ipectaculum fingulorum oculis
perpetuo præfens. Ex prima equidem factum eft, ut Filii, ferique Nepotes a
parentibus edocti, primam Divinitatis notionem lacte fimul exceperint. Ex fecunda, ne prima ifthzc notio parentum
traditione Animis informata in oblivio- ' nem abiret, quin immo firmaretur in
dies. Haic fecunda Caufia, profecto potior prima, et ipla fola focordes Animos,
vetcrifque traditionis vel immemores, vel indoctas ab Atheifmi fomno fortiter
difeutit, Deumque agnofeere cogit. De attrihufisy qva Dto ^ u^i Enti a . ' fe
conveniunt ', ; ' -v v t, » T~^Fi exiftentia fub notione primxre.1 J rum.omnium
Cauflas effectricis adverfus profanos homines vindicata, illius modo naturam
expendere, operæ pretium eft. Hant-equidem, utpote undequaque infinitam,
finitis Alentibus et brevi admodum intelligentia prædi, tis, vetitum complecti,
et adæquate introlpicere. Quare imbecillitati nofiras conlujentes theologia
variis illam adfpectibus feorlim '^contemplandam fufcipimus, ut quoad fieri
pottft, excellentio. rem iplius cognitionem aflequamnr. nue I ut Ens a (e ; II-
ut Mentem ; III. ut huius Mundi liberam efficientem cauffam conCderabimus, et
in pratcipua inculcemus atmbuta, feu* perfectiones, quæ ei tub hoc triplici
adfpectu conveniunt. Re autem vera, quz icuntur Dei attributa lunt una et
fimplex Dm na Elfentia : W vero nifiil vetat, quin leorfim ea expendenda
fumamus, ne (cilicet u in ni tate Divinz naturæ deficientes, cæcutiamus omnino,
nec dein quidpiam delibare valeamus. et Cum Deus fit prima rerum omnium CaulTa,
eft idcirco improductus : nequit pro^ inde cxifiere nifi fua vi, et neceffitate
luæ Naturæ - Si aliunde fufficientem fuæ exiltentiæ rationem peteret, non effet
prima rerum omnium CaulTa. Patet itaque Deum, efle Ens 9 fe et neceflitate -fuæ
naturæ exiftens. \ ni. Cum ex nihilo nihil fieri queat, neque quidpiam elTe
poflit caufla efficiens fui ipfius It. , et ; Ens, quod a fc eft, femper cxtitilTe neceffe
eft. Deinde cum neceflitate et vi fuæ natur* exiftat, nequit Ii* bi deficere,
et ficuti necelTario lemper extitit, ita et necelTario femper extabit. Deus
itaque eji teternus. r i. - JI. Cum Deus neceflitate fuæ naturæ exiftat,
quidquid ad Dei naturam fpectat, ne celTario pariter exiftit. Quare nihil, quod
Uei eft, nec defecit unquam, nec deficere ullo mo’ do do pofeft * Dsus adeo eft
immutabilis. Finge fane, Deum mutari pofle : necefle cft, cum aliquid de novo
pofle adfumere, vel aliquid, quod habebat, ex eo decedere poffe. Utrum vis
dicas, eflfet aliquid in Deo non æternum, nec neceflitate fuse natur* exiftens,
fed contingens. Id vero eft abfurdum §. zr. Efl proinde Deus omnino immutabilis
- Confer 51. cofmol, 24. Patet hinc i. nullos in Deo efle, nec effie pofle
modos. Sane modorum fufficiens ratio in parte 1'altcm ab externa caufla
repetenda eft ont. Eft vero Deus omnino independens, alias non eflet Eris a fe.
Nulli ergo funt in Deo modi. Quidquid proinde in Deo eft, ad ejus fpectat
naturam, et eflentiam, et neceflarium eft. Ex utroque mox expofito theoremate
patet 2., Deum actu efle, quidquid efle poteft, et neceffario, et ab sterno;
nec ullam realem fucceflionem in eum cadere pofflp, cujufcunquc generis ea
fingi velit. Sapienter
Plato in Timso ERAT, EST, ERIT partes Junt tem» porrs, male transferuntur ad
naturam ater^ nam. Huic EST tantum competit, ERAT vero, ERIT pertinent
folummodo ad res in tempore fluentes ; Junt enim, motiones. Illa fem» per
immutabilis Natura nec fenior, nec /unior ullo modo effe potej }., Contra
Divinam immutabilitatem fequentia obftare videntur.!. Cum Deus Iit æternus,
Mundus vero fit in tempore ab eo productus, ex non Creatore factus cft
Creator.' reu actionem in tempore edidit, qua ab *terno feriatus eft. II. Cum
tanta fit rerum hujus ;Univerfi novitas, 8c mutatio, caque Deum habeat
Auctorem, haud illum eadem femper velle, oec eadem femper nolle, dicendum eft.
III. Cum nihil Deus neceffitate fuæ naturæ velit, agatque, fed ex liberrima fua
voluntate ; profecto quæ voluit, nolle : et quæ noluit, velle po. test; id quod
certe cum abfoluta immutabilitate conciliari nequit. IV. Vel vanæ funt preces,
fupplicationefque, quibus homines in fua vota Divinitatem pertrahere latagunt.*
vel fi hac non inutiles fuum quandoque lortiuntur effectum, Deum mutari
dicendum eft j quippe fua confilia, fuamque in homines providentiam flectit,
attemperat &c. zy. Sed fingula ifthæc futilia funt, et bi. nis verbis
exfufflantur. I. Quam dicimus crea, tionis actionem, nihil eft aliud, nifi
Divinæ Voluntatis actus, quo Mundi exiftentiam efficaciter decernit. Hic
profecto Divinæ Voluntatis actus æternus eft, ficut ipfe Deus r at vero ejus
objectum, feu effectus a Deo intentus, Mundi fcilicet molitio, Tion pro
æternitate, fed pro tempore intendebatur. Nihil ergo novi egit Deus, cum Mundus
c nihilo apparuit. II. Tota rerum mutabilium feries, quanta quanta eft, unico,
et fimplici, et æterno Divinæ Voluntatis actu continetur. Deus ergo
immutabiliter vult mutabilia. III. Cum æterna fuerit in Deb ratio tum volendi
quæ voluit, cum quæ noluit nolendi, ctfi nihil necesfitate naturse velit, nolit
-V,. - it V ii VC • '.«i ve ; quz femel voluit, aut noluit ob camdem jtternjim
rationem perpetuo volet, noletve. Sane
incoftantisE, levitatis, vel infeitia e(l argu. mentum nolle quat olim funt
volita, et e contrario, velle qux noiita funt. Sed nihil horum in Deum cadit.
IV. Preces, fupplicationefque ad Deum, non Deum erga homines, fed homines erga
Deum fle unt. Perpetuo manet Deus in amore Juftitiffi, et ordinis : prout ergo
homines vel in ordine manent, vel abeo defeifeunt, vel ad eumdem redeunt, bona
vel mala experiuntur ab imperturbabili et immota Divina Natura juxta ordinis
leges agente. Nimirum preces, fupplicationefque &c. ad illum fpe£l:ant
ordinem, cui Divina Voluntas atque Providentia perpetuo, et immobiliter
adhasret. 28. III. Veus tft Etif infinite peyfeB^n extenrive, et intenfive. Si
non eft infinite per, feftum, eft profecto natura fua perfeilibile. Cum enim
Entitas entitati haud pugnet, quavis finita Entitas nova feraper augmenta
lufcipere poteft' tum extenfive, cum intenfive. Sed quod natura fua
perfectibile eft, hoc ipfo eft mutabile. Id ergo cum de Deo pugnet, necef. fc
eft, eum omnem poflibiiem entitatem complefti,* atque adeo infinite perfectum
efle et intenfive, et extenfive. Revera finis, feu limes non eft quid pofitivum, led
negativum ; eft nimirum defectus majoris entitatis. Fiat hypothefis, Deum haud
elTe infinite perfectum j et quoniam Is eft Ens necelfitate fua! naturæ
exiftens et irm mutabile 1. 2^, erit Deus Ens cjufmodi, ut natur* fu*
neceffitate fit finitum, et in fu finitionis flatu immutabile. Id vero abfurdum
cft. Concipi enim nequit Entitas, quæ naturæ fujc neceflitate certam fui
limitationem expofcat, certamque menfuram, quæque repugnet fui ipfius
augmertto. Deus igitur eft Ens infinite perfectum 8 fC. Confer cofmot. Deus efl
Ens fimpt}ci£imum. Ens compofitum pendet e comptinentibus. Deus vero eft Ens
omnirvp independens. Nequit ergo effe nifi phyfice fimplex. Deinde quodvis
compofitum natura fua eft mutabile. Deus autem cft immutabilis. Iterum ergo conficitur, Deum
effe ens fimplex. In Scholis difpufatum cft, an ntetaphyfica faltem. Vel logica compofitio Deo conveniat. Quod ad
primum Ipectat, affirmativam fententiam . Scotiftæ tenuerunt, alferentes Dei
attributa formalifer ex natura tei inter fe diftingar. At non fatis
penficulate, quippe qupdvis Divinum attributum natura fua nequit aliud effe
quam ipfa Divina effentia ^ in qua fapere ex. gr» idenr-profecto eft ac effe.
Quod fi diftinctiones inter Divina attributa ftatuere folemus, id quidem
efficimus imbecillitatis Mentis noftrs gratia, non quod fit quidpiam in Deo
multiplex. Verbo, funt ilfjE diftinctiones virtutis feu rationis in Mentis
noftras conceptibus fundamentum habentes, non formales in natura rei in
fidentes J Quod vero ad alterum fpectat, ad quaftionem nominis tota res mihi
perduci videtur. Cum enim iogica compofitio CX genere et differentia conffet ^
2. ont. Genera autem fint noftrx Men^
tis notiones abftractione confectæ appofitis nominibus defignatæ : has primum
notiones ac# curate funt determinandas, atque exponendas, critque poftmodum
facillima qujeftionis folutio. Ita ex. gr. li nomine quis intelligat, id quod
in quaque re fjibftat, et adjunctorum fulcrum eft-, Deus fub genere
liiblfantise haud comprehendi.poteft. Si vero illo vocabulo *intelligatur omne
id,f quod ‘per fe fubfiftit modo Deus ' fubftantia eft. qi..,V. De«/ immettfuf.
l. Quipiie pugnant Deo, utpote. Enti infinito, quavis mirationes ficati
effentias_, ita et exidentist; at» que adeo ficuti infinitus cft in elTchtia,•
ita iq exiftentia immenfus effe, debet.* II. Exifiat tenim vero Deus in- aliquo
tai»r tum loco, non ubique. rSufficiens ratio cur. iq hoc potius rloco, et non
in alio, nec ->ubivi| exifiat, vel in ipib loco.inefi, vel (ih Dei tura.
Utram vis dicatur, non r; foret Natura Dei omniraodfiiindependens ; ejufque
exiftentia cum iit d^termbato loco alligata, haudeffet' fibi fuiSr cientilfima
et a fe. Hoc autem repugnat. Deos Igitur ubiquq locorum exiftat) 4 ^us oportet
jfiiat immenfitate naturas., ^ qa. At opinemur illunt, fpatiofa magnitudiiie.. ubique
diffundi., Qpa de rp animadvertatipr, 00.-« tionem 'Divinis.immenfilatis non
pofTe ulfo pOf eto fecerni. a. notione fimplieitatis vetras, et ab# folutas :
'nequ«; Deum dici poffe ^imm.eofum, air ii et una J^ui fimplex habeatur 4 $ane
guævia c. roa l,magnitudo minor eft in lui parte, quam in toto ; Deus vero per
luam immenfitatem unus et idem ubique locorum eft, et rei cuilibet intime
præiens. Certe immeiifitas, et limplicitas duæ lunt perfectiones puræ : amb
adeo de Ente infinite per{pcto prædicandas veniunt. Cum vero utriutque
perfectionis nec adæquatas nec pofitivas habeamus notiones / hinc ratio, fibi
deficiens ab imaginatione exfuperatur,' quæ, immenfitatem cum fimplicitate
pugnare, faJfo repræfentat. Quod fi clare pervidemus immenfitatem non poffe nifi
Enti limplici convenire, ratio imaginationem corripiat, neque linat ab ea rapi.
^3. Deus ejl unus. I. Nulla adeft ratio eccur plurcs efle Deos putemus. Sane
Dei notionem ex neceflitate primæ alicujys CaulTæ effeflricis nobis compatamus:
lemcl ac (latuimus, aliquem exiftere Deum primam rerum omnium caudam, nulla
adefl ratio cur pl u res Deos comminifeamur. Deorum pluralitas manifclliffime
rationi contradicit. Quid lane Deorum nomine intelligi debet, nifi Entia natur*
fuæ neceffitate exiflentia, atque adeo infinite perfeSla? . cof. ^.zS-tieol.
Atqui duo infinita, non inquam plura, manifeftilfime repugnant. Sint, fi fieri
poteft, hæc duo infinita A, et B. Infunt ne Enti A illæ- cædem numero
perfe£liones, quæ infunt B, et viciiTim : vel non,? Si primum, illa duo Entia
A, et B non funt reapfe nifi idem, et numero unum Ens. (’quot yel ad idealem
coexiftentian>, vel ad idealerp fuccffljonem fpectant ex natura^ et
complexione tot is syflcmatis, nec nOn ex nataris fingulcrum Entium
syfleinaconfiantiura, V ‘ fiuc natur'alis fluere debent; nec aliter fluere,
quam i pix Entium naturx, mutuzque ad invicem relationes exigunt. Hinc profecto
efl, ut, vel ex ipfis exordiis cujufque Mundi intelligibilis, infinita Divina
Intelligentia, cui p^enitiflime patent et naturas, et relationes ut ut minimas
Entium ad illum Mundum fpectantium, perfpectiflime, et plenillinie nequit non
attingere lingulas fuccefliones, et evolutiones ad eumdem Mundum fpectantes.
Divina polTibilium fcientia, quam breviter modo expofuimus, fcientia fimplicis
in^ telligentia folet nuncupari. Ejus fons et origo, ut patet, ipfa eft
infinita Dei Entitas Divinæ Intelligentiæ pleniffime patens. Atqui gaudet
quoque Deus completa fcientia omnium futurorum, quæ ad certa quavis et
determinata tempora fpcctant ; quam vi/sonis fcientiam dixerunt. Hujus
fcientia:, eo quod et futura libera complecti debeat, ex humanis ideis
explicatio, acriter torfit Theologorum ingenia. Ita vero nobis exponenda
videtur. Mundus hifce realis, quantus quantus efl (8c duratione, et extenfione,
et intenfitate, expreffio eft et deferiptio uniiis ex illis infinitis
tntelHgibilibus Mundis Divinse Menti longe lateque ab ipfa æternitate
patentibus: illius feilidcf, cui JEterno, et efficaciflimo Divinæ Voluntatis
decreto adjudicata fuit exiftentia in tempore confequenda.Nihil profeqjo eft,
nec fuit, \ncc erit quidpiam in hoc reali Mundo, quod vel latum unguem ab illo
asterno exemplari re. ' C« ceiendo alterutram denegare, quam fui imbecillitatem
ingenii fatentes, utrique veritati acquielcere. Ho. rum nempe Alii, de humana
libertate nihil hslitantes,futurorum liberorum feientiam ab sternitate Deo
adimerunt. Alii vero, Divinam re, rum omnium certam et infallibilem prsfcien-.
tiam pro rata, Sc indubia ftatuentes', Mentibus agendi libertatem eripuere,. Hi
e Fataliflarum funt grege, qui Divinam prsfcientiam nobis neceffitatem imponere
agendi qusciinque agimus, contra intimum confeientis fenfum effutiunt. lif* '
dem ElegamitHme Boethius confoUt. T« cun6ia fuperno Ducis ab exemplo :
pulchrum, pulcherrimus IpP^ Mundum mente gerens ^ fimi lique in imagine
forma'*^') FerfeSla/que jubens ^ per f edum abfolvere partes, ' y dem pene
armis Utrique pugnimt,quo propSam tueantur fententi-sm. Hos audire et refutare
ma. xiniopere infereft,.Inquiunt: I. Gum Dei fcientia certa fit, et
infallibilis, quæ Deus prænovit, neque|int profecto non evenire. Sed qræ
nequeunt non evenire neceflario eveniunt. Quæ ergo futura Deus prænovit,
neceffario funt futura. Vel ergo ‘ nulla funt futura libera, vel fi aliqua funt
tujufraodi, a Deo neutiquam funt 'prævifa. II. Et revera, facta hypothefi, Deum
fingula ab æternitate prævidifllp,k ficuti fi modo aliquid fieret contra id,
qu^ Deus pwevidit, actu Dei prævifio errori obnoxia foret : ita profecto, fi
aliquid contra id. quod Deus prævidit, evenire poffet, Dei fcientia poITct
errori fubjacere. Quum ergo Divina prasvifro, nec unquam a veritate, aberret,
nec queat aberrare : dicendum' eft, rerum omnium et Cauffas, et effectus ne dum
ita pergere, rUt Deus prajvidit, fed nec aliter pergere poffe. firmatur ita.
que, vel nullam habere, Deum* certam feientiam futurorum : vel quæ dicuntur
futura libera non effe hujufmodi nifi vtrbo tenus, reapfe tamen Jieceflaria
efle. ' s? Ad singula respondemus. Ac I.
diftinctione indiget, quod principio ponunt: qute Detts tranavit^ y nequeunt,
non evenire." nequeunt profecto non.hypoihetice y 8 c confequen* ter y non
item abfolute ^ et antecedenter. Quæ diWnctio ut in propatulo ponatur,
fupponamus, me, omni illunonis periculo remoto, Petrum coram ambulantem intueri,
profecto,, quandiu 1\ theologia . iUum a Abulantera intueor, fieritne^uit i
^uin deambulet,* non enim fieri potcft, ut idctn fit fimul, et non fit» At nemo
non videt, 4ticirco fieri non-polfe, quin Petrus deambulet quia, ipfe fe
&.ad deambulandum determinavit, 5c adhuc in, eadem, determinatione manet ;
non quod neceflitatem aliquam tex.mea vifione paflus fit, vel actu, patiatur.
Neceifitas itaque, qua Petrus actu deambulans nequit non deambulare,
hypothetica eft, et co»/e^«»x, fluenS, nempe ex ejus libera^eterminatione, n
deambulantem. certo«intuear, et cur nequeat ille actualiter et de facto non
deambulare. lU porro tera (ejungi nulfo modo‘pofiit, patet, Deo Voluntatem
tribuendam -effe i Revera cum hicce Mundus e nihilo Iit conditus, nonnift
Divinæ Volitati ' tribui* poteft r, eccur inter « infiiiitos «lios «que
polfihiles et fit electus, et fit ad exiftentiam perductus. '• 54. Dei.;autem
'Voluntas nequit effe' niff rectiffima, fcilicet infinita; fuæ Sapientia;
iciris, æternifque rationibfus apprime* conformis. Cum enim Natura Dei
fimpliciffima fit, ac perfectilfima qo., equidem fieri non potefi, ut in Eo
aliud fit velle, aliud fapere. Sane qiitd magis ablonum quam, Voluntatem a
Sapientia defcifcere, ac' Sapientiam erroris, levitatis, vel ofcitanrias
Voluntatem' redarguere ? Profecto id everteret intimam Dei NatUram numeris
omnibus abfolutiflimam. Divina Volyntas, qua parte objecta. extra fe pofita
iritendir, lilxrrima eft, et immutabilis. Sane nulli externo fato potefi^ Deus
fubjici, eum fit'omnino independens^ et a fe^t neque ulla neceilTtate naturæ,
nulloque interno. impeto- rapi poteft ad profequenda (Ejecta extra fe, quum fit
intrinfecus Sc natura fua bea- « tiffimus, nullumque licet minimum bfatit^t»
nis augmentum advenire ei extrirtferuff poffit, Liberfima igitur Deus Voluntate
gaudere debet. Cum vero nequeat Divina Voluntas noa effe i ni mutabilibus, ac
asternis fua; Sapientiæ 'rationibus apprime conformis' præ., confeqiiens eff,
illam nec unquam mutari nec mutari poffe- - Qpæ Deus vult, aut non^v^t / ab ' I
æterno, ac lemper voluifle, aut noluiffe opor- ^ tet ; nec '^quidpiam ‘Deus
velle poteft, quod ab æterno noluit, aut fnodo nolle, quod ab æter- 1 no
voluit. Itaque Dei Voluntas non inftar facultatis concipi debet, fed infbarfimpliciffimi
actus pci^petuo, et immutabiliter permanentis, -quo • ab ipfa æternitate
voluit, noluitve fingula fi. ntul j, qux efie poterant fuæ Voluntatis objectum.
Patet hinc nonnifi cx imbecillitatis noftraj modulo pl ures Deo tribui
Voluntates, quibus res extra fe intendat, et quas Dei decreta appellare
confuevimus.... iir., De attnhuus, qu(t Dvo, utpote primee rerufn omnium
Caujfa, conveniunt : ubi dt confervittipne, bonitate, ' 0 providentid.De
Conjervatione. «^ fingulæ hujus Mundi fubftantiæ . j non ex fe, et vi fua, fed
efficaci Divina Voluntate olim exigentiam fint confequutæ^ fponte veluti fua
inquirendum modo occurrit, qua vi ha^enus in Tua perdurarint exiilcntia, feu
cui referenda veniat fuse exiflentise continuatio. I. inhæc exidentiæ codtinuatio
nequit Entibus contingentibus vi propriæ effeftiæ con.^e^ire. Si enim
cxiftent^id eorum effentiam pertineret, forent Entia illa immutabilia :
contradi£lorium fane e(l,^quidpiam fua effientia exiiientiam, vei
continuationem exiftentiæ obtine, re, et interim elTe, et beri pofTe aliud ab
eo quod effiSunt vero Entia quxvis hujus Mundi ut origine fuacontingentia ^ ita
&: ejulmodi in fuæ exiftentiæ continuatione. Exiflentiæ itaque continuatio
nequit Entibus contingentibus vi propriæ*^^ eflentiæ convenire : atque adeo
aliunde ejus fufficiens ratio repetenda venit. Ratio futiiciens continuationis
in exi ftendo nequit alia effe a ratione fufficienti exiftenti* primo temporis
momento confequutæ. Revera exiftentia fecundo, tertio 6cc. momento cjufmet
naturas eft, ac exifteotia primi momenti ; immo una eft eademque exiftentia;
nempe Entia contingentia fubfequentibus momentis {'uum ejfe haud aliud et
diverfum habent ab illo, quod primo momento obtinuerunt. Igitur fufiiciens
ratio continuationis exiftehtias Entium con fuam exiftentiam primo aufpicata
funt. In hypothefi, qua Ens sternum niWl curaret entia a fe olim condita, fed
ea veluti ipfa fibi relinqueret, nequirent profecto, ne minimo quidem temporis
intervallo, perdurare, in nihilum illico abitura. III. Quum exiftenti®
contiouatio, eofifervatio appellari foleat, liquet, illum ipfum“ rerum omnium
Conditorem effe Carumdem Coa* Jervatorem optimum. IV. Rerum confervationem haud
infcite continuatam creationem di£Iam effe: quæ phrafis haud ita intelligenda
eft, quafi De« us fingulis momentis. reiteratos edat creandi aftus, led quod
rerum confervatio non conliftit, nifr ex eodem Divinæ Voluntatis æterno, atque
efhcaciflimo actu, e quo ilis luam cxi6- Quoniam Bonitas mora Bs ‘ condUit in‘
conforraitatc actionum liberarum cum prasferipto legis » botio bonitatis
moralis fupponit legem a fuperiore latam ; potentiam in fubjecto morali
delciicendi ab illa ; 3, necefiitatem illam lequendi, ut fuam confequatur
felici-? tatem Atqui hx notiones • pugnant omnino^ cum Divina perfectiffima
Natura, quæ et abfolute independens efl, et intrinfecus ac per fe beatiflima.
Nequit igitur hujusmodi bonitas moralis Deo attribui. Divina bonitas eft
Ordinis, cft plena Voluntatis confbrmitas zterno rerum Ordini ab «ternis
infioitz Sap entiz fcitis atque re£liilimist, confiliis fluenti. Itaque non
Bonitas Sapientiz ac Potentrz imperat, fcd Sapientia Bonitatem et Potentiam
moderatur. Quare fi zternus ac iiqnentiflime conflitutus rerum ordo haud patia.
tur>, homines in ipfis exordiis fuz immortalis vitz ( nempe in hac vita
przienti ) plenam coflfequi perfcflionem, et beatitatem fu» nature congruentem
; fed exigat, refervandam eam ^e alteri feculo ; minime profecto Divinam
Bonitatem redarguere licet ^ quod nos non eflPecerit heie^enc
felices,.fiveritque plura mala obrepere. Ita porro rem fe habere, facili argu.
m«iu \ 6Oe malis, quz ex indeclinabili MiAidi ordine patimur, quseque
contectaria iunt legum coimologicarum, nihil efl, quod jufte conque. ri
poiTimus. I. enim ex ipfo Mundi ordine, iifderrique cofmologicis, legibus
noflra pendet exiflentia, 8c innumera illa bona fluunt, queia in præfenti vita
fruimur. II. Quod ita Mundi ordo ab initio (it conflitutus, ut omnium minima ^
pauciora mala irreperent, maxima vero, et plura bona : id quod pluribus demon*
ftrare poflTemus per totum Mundi orbem mente difeurrentes I (J^uod fæpe numero
voluptates doloribus adeq iinitimæ et conlequentes fint;po« fit*, ut hos fatis,
fuperque rependere videantur. IV. Quod mala illa optima fu nt media quibus a
nimio pr*fentis vit* amore revocemur, neve vit* voluptatibus irretiti ' faifq
nobis fua. . deamus, permanentem heic habere civitatem, nihil de futura
folliciti : tum legem fenfiium legi rationis praferamus. V. Quod>lunt illa
auf przparationes ad virtutem ne peccemus, aut juflz punitiones fi peccavimus,
ut a peccatis recedamus. Nulla fane utilior, atque eloquentior virtutis fchoia
> quam malorum perpaflio j nec capitalior virtutum peflis y quam perpetua
vit* profperitas; Mifyri/e toiSrantur, pcrfpcctc Tacitus inquit, felicitate
corrumpimur. Ilf. Mala, qu* ipfi nobis confeifeimus ma. lo' five corporis ^vc
Animi reginiine plurima equidem funt. Atqui h«c nequeunt certe D/o Sd'
adjudicari nifi fumma inicitiav et stolida temc. ritate, quæ non verbis, led
verberibus.corripienda foret. Quid enim, Deo ne tribuam fi doloribus, vel febri
laborem, ut id exempli loco auferam, ex ingefto cibo, potuque ultra quam natura
exigebat, et (lomachi vires patiebantur ? Profecto juRum eft, quod intemperan.
tia! poenas luam : -nec eft, quod Divinam bonitatem redarguam, cUm e contrario
maximopere commendanda veniat.. Hæc fane mala, mali nr ftri regiminis
confectaria, fræna funt, ne in vitia corruamus,. et ad virtutem colendam
caleatia tum juxtæ funt punitiones, fi hac contempta, in illa concc fieri mus. Reftant tandem mala, qusE
'e?c noftris fluunt præjudicatis opinionibus., ab effræna imaginatione. Quas ad
/hanc fp^ctant clafiem, maximam malorum partem capiunt, et ea præfertim', quæ
focialis vitæ felicitatem maximop,ere pertubant. Sed nihil hæc mala contra Dei
Bonitatem faciunt, quippe fepientia et prudentia profligantur, ficuti e
contrario sb inicitia et imprudentia gignuntur,-ScitifSme Epictetus in Encbir.
cap. V. Pet^tnrbant bomirtes non res ipfa, Jed de rebus opiniones Cum- igitur '
aut perturbantur aut trifiamur ^ nunquam alium irtcujemus., ^ed nos ipfos, boe
eji noflras opiniones. Verum vero inquient. Potuifict Deus in alia rerum
(Siconomia humanum Genus conftituere, e qua perpetua bona fluxifient, quin ulla
unquam irreperent mala /' Quod fi ita, haud fumme bonus-, in. bonitate, admodum
parcus Deus fuitje videtur, qui illa podhabita ceconomia banc przfeutem ^
condiderit pluribus Icateutem naalis. 'j6. Sed facilis ad hzc refnonGo • I.
‘Non heic quzrijtur, quid Deus potuerit efficere, fed quid efficere eum
decuerit ^ Jam vero, non, no« ' Ilrz caligantis intelligentiz e(l decernere a
priori, quznam ex poflibilibus oeconomiis przdet ceteris, fitque Dei Sapientia
ac Bonitate di« gnior. II. Nutn ne
tantum noftri ergo Deum condere mundum oportuit? Equidem Deum horni, num non'
demerentium felicitatem velle, i omni dubio vacat.* at Eum in Mundi creatione
noflram plenam felicitatem primario intendifle vel intendere debuiHe, id ed
quid' ^uidpiam ab illa ratione diverfum. Sed hanc rationem five verbis præclare
definire, five pura mente complecti pofie, certe negatum mortalibus effe
autumamus. Ecquis fane perfectiffimam, et undequaque infinitam Naturam Divinam
perluftraverit ? Quas rerum ideas, quasve notiones adeo puras, et præcellentes
mentibus noftris gerimus, queis Divina incomprehenfibilia arcana decentet
relerare audeamus? Verum vero, utut explicanda veniat Divina ifthæc
excellentiflima ratio, et finis
autumamus, creaturarum felicitatem, Divinæ- ^ que glorise
manifefiationem illa ratione ccrtc contineri. Revera, haud aliter decebat Deum
fe gerere, quam ejusmodi Mundum condere, In quo Hanc rationem et finem ut
expedirent Platonici, aifeverabant, Deum ipfa fua infinita bonitate percitum
fuilTe ad Mundum condendum, ut fcilicet effent, quos benignitatis, ac
famma:,qua ipfe fruitur, felicitatis participes etiiceret: quaf fententia
antiquis Chriftiani ccetus Dodorlbus non difplicuit. Procedente vero tempore
ufu ienfun invaluit inter Theologos, ut Deos glorix fpf caufla Mundum condidi
fle diceretur j quod rede explicatum, et intelledum, nec quidi-uam habet
offenfionis, nec cum priori illa fententia pugnat. Nam ut perfpedt Cudworfhus
Syflem. inrelled. . fed. . Neq:lTet vel minimum obflare. Q^ua igitur Deus voluntate finem
infendeb.it, profecto et optimum Mundum *legit ex infinitis poflibilibus, tum
et opere complevit. Revera finge, hunc Mundum non effe optimum^ feu fini
pr*4ituto non apprime congruentem ^ equidem vel defectui Sapienti, vel
Potenti*, vel Voluntatis in Deo tribui debet, quod non Iit conditus optimus
Mundus. At 'priora duo Divina: pcrfcctiffim nanif repugnant: ternum vero
contradictorium eft,,: media enim ad finem confequendum eadem voluntate,
continentur, qua finis intenditur. Quin ergo hic Mundus fit optimum, et ^ptifiTimum
medium ad confequcuf dum finem a Deo intentum nullo pacto ambi, gi potcft. Sed
hasc rerum Univerfitas fummd Divinas Sapientias confilio,'.ac pie niifima
omnium futurorum ptasfcientia plim a Deo condi* ta, incelfanti actione ab eodem
Deo perenniter confervatur, nec aliter confervatur, quam Men. te concepta fuit.
6 z, Deus 'igitur perenni ifthac confervatione curam oftendit, ut mun« danorum
entium, syfiema illum confequatur fi» nem, cujus» olam gratia mente conceptum,
tura reapfe conditum eft. Et
quoniam mediorum ad finem æcomodatiflimorum electio cura ne ab illo fine
deficiant, providentia vocabulo dcfignatur. Deum providentiffimum- plane effe
ex modo dictis 81. 82. evidentiifime patet..Equidem Dei Providentia cx ipla
ejus natura tam' arcte ac necefiario fluit, ut p^rfpecte Cicero de. Epicuro,
qui Deos nihil mundana curare fluite effutiebat, dixerit, Epicurus ve tollit,
oratione relinquit Deos (a). Certe omnes, Gentes, ficuti Sdpremi alicujus
Numinis 'exiflentiam agnovere, ita et ejusdem providentiam hffx funt, et
coluere.* quod adeo omnibus in eompertO/ efl ^ ut demonftratione non indigeat,
Di nat. D eor.'l. i, - v. - 'At circa Dei providentiam plura occurrunt, quæ
maximopere intereft animadvertere. I.. Dei providentiam. haud in eo confillcre,
ut per lingulos dies,pcrque fingulas. horas perfpiciat quid. factu opus ht, et
qua flectenda fit rerum feries, fi quuipiara erraverit, Abfurdiim id quidem, 8c
infinita Dei Sapientia indigniffirnum. Potiflima Divinæ providentiæ notio
codfiftit I. in illa rerum omnium præordinat io ne fapientiffime oliro
conftituta ex ad^uata omnium futurorupa prastcientia, qua præordinatione
fingula entia hujus Mundi fuas exacte leges fequentia tum ad fuos, peculiares
fines pergunt, cum ad ultimum illum fipem, qui in Mundi molitipne fuit a Deo
intentus. 1. Divina prexvidcHtia continetur in illa inceflanti actione, quam
confervatiooem dicimus, feu io perenni illa et efficaci voluntate, qua fit, ut
fingula Entia.perdurent, &“ pergere non definant juxta præordinationem in
principio, factam. II' Syftema Divinæ providentiæ pror fiis incomprehenfibile
haberi debet, ficuti enirn ' 3 * brutis., animantibus intelligi nullo modo
poffunt quæ ah hominibus conduntur fyfteniata politica, mathematica &c.,
ita profecto multo minus comprehendi ab hominibus poteft lyftema gubernationis
Mundi, quod eft opus ab infinita Sapientia attern* Mentis conditum. Revera
hujusmodi lyftema ferienti complectitur omnium temporum, omnium entium, omnium
eventuum fibi invicem cohærentium, et lele motuo. explicantium, duantum
profecto eft nu jusmodi fyftema, et qu«m la;c patet i at qu^tn exigua illius
pars efl, qux nobis innotdcit ! Tum, quantilla cft human* caligantis
inteJligentiæ et vis et extenfio 1 quam manca, quam perverfa de quavis ut ut
minima re noftra cognitio 1 Num ne rerum relationes, ac nexum vel longe
perfpeximus ? Quam plura funt, qnse de unaquaque re ignoramus, quam qus
novimus, vel potius quæ noviffe putamus? 86, III. Divinæ Providentiæ Syftema eo
magis adorandum, quo minus illud comprehendere valemus. Hinc enim i. in
admirationem rapimur Supremæ Dei Majeftatis, nec, fi lapimus, non poffumus
venerabundi non adorare altitudinem Scientia ac Sapientia Dei, cujus adeo
incomprehenjibilia funt judicia y invefli* gabiles via. a. Incerti de rerum
eventibus probamur, et ad fummas virtutes fidei, fpei, et omnimodæ religionis
excolendas incitamur. Totum Divinæ Providentiæ Sy-, Ilcma dno præfertim
peculiaria ac minora Syfiemata complectitur inter fe fapientiffime, et mirifice
connexa ; phyjicum nempe, quod ad brutam materiam fpectat, et morale, quod
Entia ratione, et libero arbitrio prædita refpicit. Phvficiim Mundi Syftema phyficis
legibus regitur, et ad pra^itutum a Deo finem recta pergit Sunt enirnvA-o
phyficæ leges nihil aliud, nifi certæ determinationes viribus materiæ a Supremo
Conditore imprelTæ, quibus phyfica neceflitate fiunt quæcunque fiunt, et hd
smuifim infinitæ præordinantis Sapientiæ. De hoc phy£co Syftemate fatis in Co/.
c. 4. Atqui Entia, Y quæ funt ratione et libero arbitrio prædita aliis omnino
legibus profecto regi debent, quæ lint eorum natur* conformes j leges quippe,
quas phydcas dicimus^ rationem et liberum arbitrium deftruerent.
Determinationes, qu* Entibus ratione Sc li- bero arbitrio prxditis conveniunt,
nequeunt aliæ cfTe, quam qu* ex illiciis bonorum, et amore felicitatis, vel ex
horrore malorum, et mife- ri* odio fufcipiuntur. Leges itaque, quæ En- tibus
libero arbitrio pr*ditis conveniunt, oc- queUnt aliud efle niti certa et
immutabilia tita- tuta Supremi Conditoria, quibus bonum et felicitatem
creaturis rationalibus in ordine n>a- nentibus præordinaverit, miferiam vero
et in- felicitatem creaturis ab ordine defcifcentibuS. Ifthæc flatuta /e^ef
morales naturales dicUntur^ . Leges morales haud cenferi debent creaturis
rationalibus extrinfecus et accidentaliter impotit*.* fed in ipfo Mundi ordine
intit*, et in creaturarum naturis. Neque putandum eft, ex folo Conditoris
arbitrio illas luam obtinere fan- ctionem, fed pr*fertim ex rectiffimis et
infle- xibilibus Sapienti* fcitis, quibus omnis mun- danus rerum ordo primum
conceptus fuit ^ tum demum Divina* Voluntatis efficacitate ad exi- ftentiam
perductus. Nimirum generale Mundi Sytiema ea arte ab infinita Divina Sapientia
conditum efl, ut indeclinabiliter ad felicitatem ducat Creaturas rationales ^
quæ fartas tectas fervant relationes, quas ad tingula qu*vis En- tia natura fua
habeat, fuasque illis attempe- rant actiones: ticuti c contrario ad miferiam et
in- lyp Sc infelicitatem efficaciter trahat illas Creaturas rationales, quæ eas
relationes violant, corrum- punt, fuifque actionibus peffumdant. Requ dem vera
nifi res ita le haberet, haud foret 'iVfua^ danum Syfiema ordioatiffimum,
infinitaque Dei Sapientia ac Majefia^e dignum, fed opus na- tura fua hians,
quod externis veluti prasfidiis pofimodum circumvallatum, infcitiam et im-
potentiam in Conditore argueret. * Sp. £ mox dictis patet I. generale Mundi
Syflema ne latum quidem unguem a præfiituto fine aberrare, five Creaturæ
rationales in fuo maneant ordine, (ive ab eo defcircant. In fuo enim ordiiie
manentes fuam confequuntur feli- citatem : a fuo ordine recedentes miferiam et
infelicitatem nancifeuntur, et quidem in ratio^ ne fuæ aberrationis - At
utrumque verum, et realen-i ordinem generalem confiituit : utrum- que ad
generale Mundi syftema æque fpectat, et mirifice conrpirat fini, quem ^us
munda- no syftemati przftituit. 2, Patet,Vmnem le- gum moralium naturalium
notitiam aufpican- dam pfTe cx relationibus, qu® rationales natu- ras ad
fingula quavis Entia nectunt. po. Contra morale syftema Divina pro- videntia
objiciunt profani homines maximam ac increciibilrm pene rerum humanarum confu-
fionem. Inquiunt,
aque omnia eveniunt omni, bus: nrobis et improbis, religionis contemptori- bus
et amicis idem imminet periculum, et aqua fors. Quin immo perjuri, facrilegi,
et criminoii homines non raro melioribus gaudent fatis, quam optimi, et
juftiifimi. Nullam er- Y 2. go naturalis go Deus, ita concludunt, humanarum
rerum procurationem habet. pi. Equidem vis huic objecto confifteret, fi inter
demonftrata foret noflrorum Animorum cum corpore mortalitas. Id autem cum
tantum abfit, ut contrarium recta ratione dcmonftre- tur, ruit propterea
objectum illud ipfa fui mo- le, tum facili refponflone exfufflatur. Ita præ-
clare Auguftinus ia).' Placuit Divina providen- tia praparare in poflerum bona
juflis, quibus non (ruentur injujli, mala impiis, quibus nofi excruciabuntur
boni . Ifla vero temporalia bona et mala utri f que voluit ejfe- communia ut
nec bona cupidius appetantur, qua mali quoque habere cernuntur ; nec mala
turpiter evitentur, t^tibut et boni plerumque afficiuntur ., . Dein fuhdit. Si
nunc peccatum (Deus ) manifefla ple&e- ret poena., nihil ultimo judicio
Jervari putaretur.' rurfus, Ji nullum peccatum nunc puniret aperte Divinitas .
nulla ejfe providentia Divina credere- tur . Similiter in rebus fecundis, Ji
non eas Deas quibufdam petentibus evidentijpma largi- tate concederet, non ad
eum ifla pertinere dice- remus itemque,fi omnibus ea petentibus daret nonnift
propter talia pramia ferviendum illi eJfe arbitraremur . pz. Qui Dei
providentiam vituperant, quod mala et impia facta non llatim plectat, equi- dem
fimillimi eorum (unt, qui videntes in fce- nsm prodire facinorofos ^
fceJeratofque homines, eof- de Ci vit. eofque per totum carmen in luis
criminibus exulMre, tragicum Poetam incunctanter convi- ciis petunt } totamque
fabulam ut Icclcratam rejiciunt . Tragoediæ exitum hos expectare opor- tet, mox
enim illos dignis excipi fuppliciis videbunt, fuorumque fcelerum meritas poenas
luere. Vera fabula prxfens est vita: quilibet no- Urum luam in hoc telluris
theatro perfonam fubflinet, et ita, ut de fuo femper aliquid ad- dat fabulæ .
Atqui Deus totam fapientiffime fabulam moderatur, et regit . Is lapientiflime
nectit noftras hujufce vitSB actiones cum fuis geftis, quæ in altera vita
lequentur : eruntqua futura cum pr®fentibus ita inter fe apte Sc con- cinne
connexa, ut fumma de rebus omnibus providentia eluceat . pq. Tandem, fi Deus in
humanis rebus moderandis ubique fusE providentiæ vim, 8c, præfentiam
extraordinariam oflendere vellet, ficuti Adverfarii infcitiflime et
arrogantiffime poftulant • profecto miraculis cuncta elfent re- plenda,
naturæque leges perenniter interpellan, dæ . At quæ fumma confufio rerum hinc
pro- diret, quæ maxima perturbatio ! Edifcant ergo Adverfarii rectius
philofophari : ficuti apparen- tes illa; perturbationes, et monftra, quæ in
fyftemare phyfico quandoque occurrunt, nihil de ejus ordine et harmonia
detrahunt, quippe ex ejusdem ordinis vi 3c legibus confequuntur, et in ipfum
ordinem redeunt : ita nihilo fecius divina de rebus humanis providentia
confiftit, licet quædam moralia monfira quandoque profilire et exultare
videantur. Moralis quippe y q or. NATURALIS ordo, 8c providentia ex harmonia
legum cosmologico-moralium, et ex nexu actionum hujus vitæ cum alterius futuræ
vitæ ordinatione refultare debet. Finis Theologia, TOTIUS OPERIS CONSPECTUS Jn
unlverfam Metaphyficam^ prafatio. i METAPHYSICARUM INSTITUTIONUM In Ontofopbiam
prolegomena De effentia, et attributis. De variis entium generibus De
relationibus Entium. Dff relationibus fimilitudinis. De relationibus, e
coexifletftia dependentibus . De relatio.nibus dependentiis, ubi de Catijfis.
De quib.usdam "relationibus compo/itis . INSTITUTIONUM METAPHYSICARUM PARS
ALTERA In Cofmologiam prolegomena. De Corporum elementis. Corporum elementa
Junt ne ex- tenfa, vel inextenja Similia Jint ^ qn diffimilia cor- porum
elementa expenditur . . niTT De Legibus cojmologicis . De Mundi, Materia
origine. sirr: Etis tttiquod aternutn natura fua necifjitate exi/iere, indubie
demon- firatur j tum ejus pracipui c&araSleres expenduntur .In materia
originem inquiri - tur, eamque ix nihilo conditam vi, potentia fupremi Numinis
inviBe demonflratttr . I op Democriti, et Epicuri fenten» tla refutatur ; ubi
Mundum potentia, et fapientia Entis aterni conditum effe evincitur . I £ 5
Spinosa Jyflema abfurdorum, et contradiBionum effe cumulum ofien - ditur . De
nexu omnium Mundi Cauf- Jarum et effeBuum : ubi de fato juxta . Pbtlofophorum
placita di [feritur De nexu omnium Mundi Cauf- /arum, effeBuum, lai P
bilofophorum de fato fenten* tia enarrantur, atque refutantur. ia8 De Naturali,
et jupernatu» De Natura gener at m ; ubi . quid fit naturale edocetur De
fupernaturaii : ubi de Mi’ vaculis generatim Pinis Cofinologia METAPHYSrCARUM
INSTITUTIONUM In Pfycbohgiam jtrole^omena . g CAPI L De Facultate fentiendi . j
Senjitiva facultatis indoles at» que natura expenditur ^ &“ plura fenfa ^
tionum do^lrtnam Jpe^antla enucleem tu* . Qna Jit fedes principii fenji- tiva
facultate praditi .De Memoria De contemplatione DV remintfcientta .De
recognitione De facultate attendendi ^ et refle^endi, zS De imaginatione, De
facultate appetendi ^ ejuf~ que objeElo : ubi de affe^ibus fummatim. De
facultate appetendi, ejuf- que objeblo . ibid. De affeBibus . at, De humana
Mentis Volunta* te, ac Libertate . De Mentis humane Natura.. nimadverfiones ad
invejiigandam %Anima humana naturam preeli- mtnares .Humanam Mentem haud esse
temperationem humani corporis, ac pra^ cipue cerebri inviate demonjiratur
Ct*tvU fubjlantite corporea in* trinfecus pugnare cogitationem, /Jw De idearum^
notionumque natura, atque ongtne %/inimadverfiones praliminares ad
idearum,netionumque naturam atque originem expijcandam. Idearum origo ac,
natura expenditur. Quadam Pbilofopbortm.placita, qua idearum /peliant originem,
breviter exponuntur . Df tAunue humana orij^tne’ .De Mentis humana Immorta-
litate . I loi Mentem humanam ex natura Jua infpe^am, immortalem effe, demon-
flratur . Mentem humanam ex fui
Con- ditoris voluntate infpeBam immortalem naturali ratione afferitur.
METAPHYSICARUM INSTITUTIONUM In naturalem Theologiam prolefromena . Deum
exi/lere invitiis rationibus demonflratur, et *Atheorum pracipua cavillationes
difpelluntur . Deum exi flere met a phy fice de - monflratur . ibid. ART. II.
Dei exiftentia morali demon- firatione vindicatur .De attributis, qua Deo, ut
Enti a fe y conveniunt. De attributis y
qua Deo y ut Menti, conveniunt . Dei Scientia expenditur . ibid. Ds Dei
abfoluta Beatitate, De Dei Voluntate. De attributis, qua Deo y ut - pote prim-rfetur, et
fi merito typis mandari pnfit . Ac pro executionc Regalium Or- dinum idem
Revifor cum Jua relatione ad nos di- rede tranf mittat etiam autographum ad
finem', Datum NAPOLI . FR. ALB. ARCHIEP. COLOSS. CAPP. M. S. R. M. J Uffu tuo
accurate legi docfl-flfimi Viri Sacerdo- tis D, Mariani iJcmitula in^itut ones
philofo- phtCas^ nempe infi/turiones metaphyfices, in qui- bus quxcunque a
ienfibus funt remota ) leu le- ruin naturam, feu univerfi ordinem, Icu nafU-
Tain animorqm, feu durina attributa, quantum i-tio »e adfequi licet, facili
methodo dilucide per- tvadlantur ; atque infitutiones logices quibus, qu.ie ad
hu minam mentem formandam fpeiflant, folide præcipiuntur, in his utrifque
inititutionibus bu8 omnia fumma eruditione, Ir dodlrina, neo minori pietate
explicanrur ; tantum abeft, ut qoidpiam aut juiibus Majeftati", aut boniS
mon. bus advei ium commeant ; quare edi pcffe cen» fto, nifl aliter Majcftati
Veftrae fuerit vifuin, NAPOLI MAJESTATIS VESTRAE. JlVmiliJtimuS addidi ffimus
6- obfequtl^ffimus, Jofephus Maffcjus Regius Profcffor. NAPOLI ec. Vifo
refcripto S. R. M, fub die 5. currentis 'fnenfis, cSr anni, ac relatione U, J.
Dodoris O, Jofephi lAafiei ^ de commijfione Reverendi ReffH. Cappellani
Majoris, ordiie pr^fau Regalis Majejiatts &C» Reffjlis Camera S, Clara
providet, decernit^ Mtque mandat, quod imprimatur cum inferta forma prafentis
/upplicis libelli, ac approbationis dtdi revi fotis . R erum no<» publicetur
ni fi per ipfun Revi/orem fada iterum reviftone, . ajir- metur, quod concordat
^fervata forma Regalium ordinum ^ ac ^etiam in publicatione fervetur' Re- gia
pragmatica» Hoc fuum ec, JARGIANNI PECCHENEDA VOLLARO V. A. R. C. Izzo
Cancelliere Rfg- fol, t?, tt u Pafcale Uluftris Marchio MAZZOCCHI P. S. C.&
ceteri Aularum Praefedi tempore lub. impediti . EMINENTISSIMO SIGNORE .M trhele Migliaccio pubblico
Stampatore fup- olicando efpone ali’ E. V. come defidera dare alle ftampe un’
opera tntitolata In/iitutionet, Philolophicte Auctore Mariano Stmmola . Prega
percio 1 ’ £. V. a commetterne la reviiionc a chi piu le piace • Admodum R«v,
Dominus D. Donatus GigUo St Th. Prof. revideat, et in Jcriptis referat. FRANCISCUS ROSSI CAN. DEP.
Institotiones Philosophicae appofite ad Tyrona u captum a S. concinnatas, ea
diligentia, qua tua juffa capeffere par eft. Princeps Eminentidime, perlegi, In
illis, prxterquam quud methodo meridiana luce clariore argumen- ta tum unde
unde exquidta, tum propriae penis depronua (apienter ad Philoruphiae firmanda
dog- mata congerit Audior, in i!l ud porro omnes lol- lertix nervos intendit,
ut et fandi di m a morum ratio redle libi condet, 8c jura Rei gionis, li unquam
antea fufque deque habita*, nunc ut cum maxime pedimo fato divexatx, farta tedla
fer- ventur . Qux cum ita le habeant, cumque nihil optimo Prxfult antiquius,
fan^iufque effe debeat, ? uam ut adolefcentes fandlionbus, minimeque iibdolis
fententiis imbuantur ( nam quo Jemel ejt imbuta recens, fervabit odorem Tejia
diu ) in publica commoda peccatum iri 'rcor, fi hujufmo- di Opus minime Typis
mandetur, Quare fi ita Z * Emi Sminenti* Tu® videbitur, publici jur» fieri pof-
fe cenfeo . l-)ab. ^Alib. Seminat ii Urbani XV Iil. EMINENTUE TU.E, AddidiJP
Obfequentijp, Ta/nuius iionatus Gigli, yy/ff ip is. Nome compiuto: Mariano Semmola. Semmola. Keywords:
istituzioni di filosofia, l’istituzione della logica, l’istituzione della
metafisica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semmola” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semprini: implicatura
cabalistica nel deutero-esperanto di Pico -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Giocodi H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bologna). Filosofo italiano. Bologna,
Emilia-Romagna. S. progetta una lingua internazionale su base latina che chiama
“neo-latino” – “Rubrica del movimento interlinguista” --- e l'anno successivo
ci prova anche LAVAGNINI (si veda) con l'Unilingue (o Interlingue)
pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'interlingue od Unilingue in sette
sezioni a Roma e ancora con MONARIO (si veda), dato alle stampe nel Corso
de Monario prima e nell'Interlexico Monario. Italiano-français.
English-deutsch poi. GIOVANNI PICO (vedasi) DELLA MIRANDOLA. LA
FENICE DEGL’INGEGNI -- saggio di
S. nella quale si raccontano i casi della vita del
principe-filosofo e s’espongono i segreti cabalistici magici e
astrologici della sua esoterica
filosofia. Con un esame delle sue poesie in volgare e un ritratto
fregiato da Carolis ALL'INSEGNA DELLA
CORONA DEI MAGI PRESSO ATANOR. TODI. Il saggio che offre
al suo C. non ha la pretesa d’essere una monografia e molto meno uno studio
completo della vita del Mirandolano. Esso, così come si presenta, porta l’impronta
dei sentimenti e dei pensieri non sempre contenuti che in me sorgeno via via
che il velo si discopre e la bellezza d’una vita intensamente vissuta per un
ideale l’appare nella sua immediata freschezza. Ciò che li mosse a scrivere di Pico non è, lo confessa,
quella preoccupazione pella verità storica che spinge molti a travagliare per
anni interi intorno a manoscritti, a cimeli, a documenti, pur di riuscire a
determinare colla massima certezza le date della vita d’una personalità o d’un
avvenimento storico. È stato il desiderio di conoscere, attraverso un
personaggio quelle altre verità che, non
essendo sempre dì dominio del pensiero riflesso, le chiamiamo con altri
nomi. Tale desiderio l’ha portato a
conoscere quanto Pico, al pari degl’uomini del suo tempo, fosse assetato di
verità, e come più di tutti i suoi contemporanei avesse il senso dell'inanità
degli sforzi umani e della vita stessa. Quanto egli, pur aspirando alla verità
come luce rasserenatrice, fosse convinto, anche prima di raggiungerla, che desso, purtroppo, non è
il fine ultimo della vita, che c'è qualcosa di più alto ancora che più della
cristallina chiarezza del vero esprime l'essenza della vita, e cioè l'amore.
Non è tragico tale sentimento che rende inquieta l'esistenza di quest’aristocratico
il quale, sotto la femminea placidezza del suo volto avvenente, nasconde
un'anima irrequieta e nostalgica, non
già agitata dalle passioni 0 dai
perturbamenti del senso, ma dal dubbio della ragione, dal contrasto che sorge
come nube procellosa negli spiriti meditabondi ogni volta che vedono
l'inconciliabile opposizione fra il reale e l'ideale? E ciò che nel Pico rende
insanabile questo dissidio interiore era il senso del mistero che in combeva su
ogni manifestazione del suo vivere, il senso dell'arcano per penetrare il quale s'illude, come gli
spiriti profondamente mistici, che al di là della conoscenza comune, al di
sopra delle nozioni volgari ci fosse una dottrina esoterica, accessibile a
pochi, per mezzo della quale l'iniziato potesse inoltrarsi nei sentieri
reconditi ove splende la luce che trasumana. Non so quanto sia riuscito nel suo
assunto che era di rappresentare Pico quale mi si rivela più che dai documenti d'archivio,
dalle sue opere e dalle lettere del suo epistolario. Certo sarebbe per lui
motivo di conforto poter constatare che il suo studio potrà essere stimolo ad
altri a darci di Pico quell'opera completa che tuttora ci manca. Bologna, Villa
Serena. In un'alba nasce nel castello della Mirandola Pico. Sua madre, in un
sogno di fiamma, n’aveva presagito la bellezza
superiore a quella delle sue splendide figlie, e l'ingegno e l'amabilità
che non aveva saputo riscontrare nei figli Galeotto e Anton Maria, in perenne
lotta pella supremazia del feudo. Muratori, Amali d'Italia; Tiraboschi,
Dizionario Top.; Bratti, Cronaca; Cronaca della Nob. Famiglia Pico, scritta d’autore
anonimo, illustrata con note e documenti da Molinari, pubblicata in Memorie
storiche della città, ecc. Mirandola;
Ceretti, Giulia Boiardo in Atti e Memorie della Deput. di storia patria
dell'Emilia, Modena; Burckardt, La civiltà italiana nel ri-nascimento, Firenze.
La prima biografia del Pico è quella scritta dal nipote Gianfrancesco e
premessa in tutte le edizioni delle opere. La contessa Giulia, che aveva nelle
vene un po'del sangue del cantore dell'Orlando innamorato, ci si presenta una di quelle donne meravigliose
del ri-nascimento, abilissime nei lavori muliebri e aperte a ogni
manifestazione dell'arte, capaci d’accudire alle cure più minute della famiglia
e di tener testa agl’affari più difficili dello stato. Questa donna, che
altrove ci appare energica e severa, accanto a PICO, rivela i caratteri più squisiti della
maternità. Ora la vediamo tutta compresa di
tenerezza nell'atto che la nutrice mostra il bimbo in fasce a Merula,
ospite durante il suo viaggio per Bologna delle figlie Lucrezia e Caterina. Ora
notiamo lo sforzo della sua maschia natura per condiscendere a certi capricci e
vizietti di PICO. Oh! la gioia di questa madre quando assiste alle prime rivelazioni
di quell'ingegno precoce, che era pronto a cogliere sul punto qualsiasi
istruzione impartita, che impara con rapidità sorprendente una poesia, che
rivela sin dai più teneri anni una memoria prodigiosa. L'indole dolce e
arrendevole che Pico aveva sortito da natura, l'aspetto quasi femmineo del
volto che si tinge di rossore o impallidiva ai fremiti insoliti dell'età
critica dell'adolescenza vicina, l’inclinazione agl’ardori d’un misticismo
incipiente, dovevano senza dubbio indurre la contessa Giulia a provvedere per
tempo all'avvenire del figlio, non senza quella trepidazione propria delle
madri che vorrebbero vedere immutata l'ingenuità delle loro creature. A Giulia
parve che lo stato ecclesiastico fosse il più adatto all'indole del piccolo
Giovanni che, da parte sua, era più che mai disposto ad abbracciare uno stato
in cui avrebbe potuto svolgere più agevolmente quei sogni che cominciavano già
ad agitarlo. Giulia s'interessò per ottenergli la elevazione a protonotario
apostolico, e appena il figlio ebbe raggiunto l'età di dieci anni, la contessa
ne celebrò solennemente l'investitura. Alcuni anni dopo, nel 1477, Io mandò a
studiare diritto canonico all'università di Bologna . La festante città dei
Goliardi, la cui vita politica era guidata in questo tempo dalla potente
famiglia dei Bentivoglio, poteva considerarsi per il suo Ateneo « il tramite
per cui le idee umanistiche passavano dall'Italia all'Europa. Da ogni regione
d'Italia e paese d'oltr'Alpe convenivano quivi numerosi gli studenti con le
caratteristiche e i linguaggi delle loro terre; e quivi formavano corporazioni
con statuti propri. Si deve far risa ci) SCARABELLI, Dell'antico studio
bolognese, Bologna, 54-55; Gavazza, Le Scuole dell'antico Studio bolognese,
Milano, 1896, 78. 4lire a questo periodo l'attrattiva esercitata sull'animo del
Pico dall'ordine domenicano, che finirà per essere una delle mete sospirate. La
chiesa di S. Domenico era il luogo in cui solevano radunarsi le corporazioni
dei « legisti », i quali erano tenuti a intervenire processionalmente alla
festa di S. Domenico e ad assistere dal coro alla messa dello Spirito Santo.
Tra quei frati predicatori che, per la loro dottrina e il loro ascendente,
avevano sì gran parte nelle cose dello studio, uno dovette attrarre
l'attenzione del Pico, per le maniere semplici e rudi, gli occhi vivissimi, la
fronte solcata da rughe e il colore bruno che contrastava col biancore del
lungo saio. Questi era Girolamo Savonarola, giovane allora venticinquenne, già
emaciato dai digiuni e dalle astinenze che a « vederlo passeggiare pei
chiostri, pareva piuttosto un'ombra che un uomo vivo. È dubbio se fin da allora
si stringessero rapporti fra i due, che dovevano in seguito legarsi coi vincoli
di reciproca stima; certo da quel momento i loro occhi si saranno incontrati,
non con l'indifferenza onde passano le innumeri fisonomie umane, ma producendo
quella recondita impressione che rifiorisce presto o tardi negli scambi di idee
e di sentimenti. VillAri, Savonarola, Monnier. È durante il tempo de' suoi
studi di filosofia a BOLOGNA che muore a Pico la madre, e ci duole di non
trovare alcun'eco ne' suoi saggi di questa sventura. Ma faremmo torto al suo
delicato sentire se volessimo ciò attribuire ad uno scarso attaccamento verso
la persona che pili di tutte lo ha amato. La contessa Giulia che si era portata
a Bologna per stare vicina al diletto figliuolo, fu colpita da un malore che la
trasse in breve, il 13 agosto 1478, alla tomba. La sua salma, trasportata il
giorno seguente alla Mirandola, fu tumulata accanto a quella del marito nella
chiesa di S. Francesco. Pico, forse perchè non si sentiva portato allo studio
del diritto canonico, decise di recarsi a Ferrara ove lo invitava il Duca
Ercole I, già imparentato con la sua casa, avendo sposato la sorella Bianca a
Galeotto, fratello del nostro Giovanni. Quando nel maggio del 1479 giunse a
Ferrara, che era allora una delle città pili popolose e ricche d'Italia, fu
assai lieto di poter frequentare la scuola di rettorica e di poesia di Battista
Guarino, che proseguiva con pari valore le direttive del padre suo, il celebre
Guarino Veronese. Come un'aura di poesia doveva respirare nella città che della
poesia cavalleresca ed epica stava per divenire il centro d'Italia, e come
un'ebbrezza 6materiata di sensualità doveva ispirargli la tragica storia ancor
recente di Parisina e gli amori un po' violenti del padre di Lionello e di
Borso d'Este . Il Pico trovò modo di appagare più di un desiderio come ci
attestano i frammenti delle sue poesie amatorie e Raffaello da Volterra ne' suoi
commentari in cui parla anche del successo che conseguiva nelle pubbliche
discussioni. Non ostante la simpatia ch'egli sentiva per Ferrara in cui aveva
contratto varie amicizie cogli Nell'interno del palazzo accadono fatti
spaventosi: una principessa, Parisina, è decapitata insieme col figliastro Ugo
per adulterio (v. Muratori, R. I. S. lib. XX); principi legittimi e illegittimi
fuggono dalla corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad
inseguirli, come accadde; oltre a ciò continue cospirazioni dal di fuori; il
bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede.
Ercole I ». BuRCKHARD. Cfr. Solerti, Ugo e Parisina in Nuova Antologia. Ivi il
Volterra dice di avere veduto il giovinetto Pico, vestito da Protonotario
apostolico, discutere fra le acclamazioni di tutti con Leonardo Nogarola.
Devono alludere a questo tempo le parole del nipote: « Prius enim et gloriae
cupidus, et amore vano succensus, « muliebribusque illecebris commotus fuerat,
foeminarum « quippe plurimae ob venustatem corporis orisque gratiam, « cui
doctrina amplaeque divitiae et generis nobilitas ac« cedebant, in eius amorem
exarserunt ». Opera, Vita, senza numerazione di pagina. uomini pili in vista
del mondo letterario come col Guarino e con Vespasiano Strozzi, il demone
dell'irrequietezza cominciò a fargli sospirare altre città, a comunicargli il
tormento comune a tutti gli umanisti di allora pei quali la più gran gioia era
quella di andare in cerca di nuovi codici, dì poter frugare conventi e biblioteche,
di scoprire qualche nuovo volume. Benché ormai rimanesse poco o nulla da
scoprire, dopo che, sull'esempio del Petrarca, il Filelfo, il Guarino, Giovanni
Lascaris erano riusciti a riesumare tante opere preziose dell'antichità, non
era peranco cessata la bramosia della scoperta di nuovi libri . Il Pico, spinto
da un ardore che nasceva da uno spiegabilissimo sentimento di emulazione, non
risparmiava spese nell'acquisto di libri, e intraprese anche dei viaggi per
raccogliere o rintracciare qualche codice antico. Nell'autunno del 1480
troviamo il Pico a Padova , dove in data 16 dicembre di quell'anno Sabbadini,
Le scoperte dei codici latini, Firenze, Sansoni. Cfr. specialmente i capitoli
IV, 72, VI, 114. Anche il Muntz, Precursori e propugnatori del Rinascimento,
trad. Mazzoni, Firenze, Sansoni. Pico rimase a Padova per un biennio. Cfr.
Della Torre, Storia dell'Accademia Platonica di Firenze, gli venivano rimesse
le patenti ducali con le quali si concedevano a lui studente di filosofia
nell'almo studio patavino, tutti i privilegi che vi potevano godere gli
scolari. Pare che l'indirizzo di studi che si perseguiva in questa città e
l'ambiente studentesco lo soddisfacessero molto, poiché in una lettera ad
Ermolao Barbaro dice che, fra tutti i «ginnasii» d'Italia, quello di Padova era
stato da lui frequentato più volentieri . Era il Pico allora in quell'età in
cui la vita sorride più che mai all'occhio dell'adolescente che,
nell'esuberanza delle proprie forze psichiche, non trova limiti al suo
pensiero, e il bene e il male rientrano in quella sfera che li assorbe, direi
quasi, li accomuna, cioè l'amore. Ciò che in altre età può sembrare scandaloso,
indegno dell'uomo, è nell'adolescente tollerato; e anche quando l'uomo avanzato
negli anni piange, come il Pico, i peccati della gioventù, sente nel-,
l'amarezza del rimpianto il rimorso di così cari ricordi! E il Pico era troppo
sensibile per non sentire questa vita fremente che gli s'agitava intorno, egli
ch'era così bello, colle chiome d'oro svolazzanti sul volto radioso, quasi
novello Ado « ex Italiae gymnasiis mihi sedem ad philosophiae « studium
diligerem... » opera, 376. Cfr. DoREZ et ThuaSNE, Pie de la Mirandole en
France, Paris, Leroux, ne, come ce lo dipinge il Ramusio in un carme latino.
Testimonianza di questa vita goliardica di Padova, è la raccolta dei carmi
latini di Girolamo Ramusio, ch'egli volle dedicare al Pico verso il quale si
sentiva attratto, oltre che da tenera amicizia, da identico amore per lo studio
delle lingue orientali e per la vita avventurosa , con un carme intitolato:
Illustrissimo loanni Mirandolae principi ac concordine corniti benemerenti,
Hier. Ramusius paiiper Ariminensis. Girolamo Ramusio, della cui memoria non c'è
traccia nelle opere del Pico, benché nella raccolta delle sue poesie si trovino
inseriti alcuni carmi di quel Donato col quale il Pico rimase in Ecco i distici
del carme Lusus in Venerem: Pacem vultus habet, facies exorat amorem Membraque
scytonia sunt magis alba nive. Cuncta dicent Divum, ut sydus ocelli, Et
volitant circum tempora amata comae. citati dal Flamini, Girolamo Ramusio, in
Atti e Memorie d. R. Acc. di Padova. Viaggiò in oriente in cui imparò la lingua
araba, fu a Damasco nel 1484, morì a 36 anni il 5 giugno 1486^ mentre si recava
da Damasco a Beiruth. Flamini, 1. e. Anche il Donato studiò a Padova, conobbe
Catta, amata dal Ramusio, e l'amore della fanciulla per l'amico gì' ispirò
versi di rimpianto per la immatura morte, e in essi cerca di riprendere il
Ramusio pe' suoi carmi lascivi. Assistendo alla laurea dell'amico nel 1476
scrisse una saffica per quell'occasione. Divenuto personaggio influente nella
Repubblica di Venezia, protesse letterati e umanisti. 2 10 rapporti epistolari,
era oriundo da Rimini dove fu caro a Pandolfo Malatesta; venuto a studiare a
Padova quivi si laurea, come dice in un carme dal titolo: Dum subirem artium
laurearti in collegio doctorum Ramusius pauper. Nelle sue poesie « di
un'oscenità da disgradarne VHermaphroditus del Panormita... e che sono
veramente nugae da giovani spensierati e scapestrati » canta gli amori per una
bella fanciulla di Narni, di nome Catta, morta in età immatura, da cui pare
fosse corrisposto. Al Pico indirizzò due carmi, nel primo dei quali si duole di
non poter essere sempre con lui, a cagione delle strettezze che lo costringono
a starsene a lungo in casa; nel secondo (ch'è una saffica all'oraziana) ne loda
la bellezza, la dottrina, la liberalità . Si deve attribuire senza dubbio a
questo periodo, in cui dovette influire non poco sulla condotta del Pico la
convivenza con studenti del temperamento di un Ramusio e di un Donato, la
composizione di gran parte delle poesie del nostro, le quali non dovevano
essere diverse Flamini, Flamini, Delle donne amate dal Pico, due sono celate
sotto lo pseudonimo di Marzia e di Fillide Peona o Pleona, morta quest'ultima
in Padova. Cfr. DoREZ et Th. op. cit., 16 e Della Torre, dalle nugae degli
altri, se in seguito il Pico le diede alle fiamme. Ma non tutti gli amici del
Pico erano del tipo suaccennato; ve n'era fra gli altri uno che per la sua
anima candida e mite, per la sua profonda conoscenza della filosofia
aristotelica, doveva lasciare traccie visibili sull'opera del Pico, e legarsi a
lui coi nodi della più dolce amicizia. Eia questi Ermolao Barbaro che da alcuni
anni era titolare di filosofia morale in quell'Università dove si era
addottorato a ventitré anni nelle leggi civili e canoniche . Benché nei periodo
in cui il Pico studiava a Padova, Ermolao stesse per lo più a Venezia, ove
copriva importanti cariche pubbliche , pure, le poche volte che poterono
vedersi, si sentirono subito due anime gemelle fatte per intendersi e per
amarsi. Conoscitore profondo della lingua greca, Ermolao ri Nei Fasti Gymnasii
Patavini, Patavii, del FacciOLATi, abbiamo Ermolao Barbaro prof, di filos.
morale; Fr. Io. Battista ex eremitis di S. Agost. prof, di logica nel 1480,
114; nello stesso anno era rettore degli artisti Benedictus Ariminensis, Colle,
Storia dell' Univ. di Padova, 1824. Apostolo Zeno, Disseri. Vossiane, Venezia, Causa
la peste a Venezia, ritornò in Padova ove si mise a disposizione dei giovani
che lo pregarono d'insegnar loro il greco. In quell'anno fu creato senatore.
Cfr. Colle, 12— poneva ogni suo intento a tradurre Aristotile, le cui dottrine
solide e profonde erano un pascolo per la sua mente costretta sovente a ben
altre faccende. Bisogna riconoscere che Padova, la quale era il centro del
movimento intellettuale del Nord-est d'Italia e per l'insegnamento filosofico
faceva tutt'uno con l'ateneo bolognese , esercitò sul giovane mirandolano un
influsso le cui traccie si scorgono qua e là nelle sue opere. Anzi tutto ciò
che vi è di scolastico e di medioevale nelle Tesi e in altri lavori filosofici
del Pico, è dovuto a questi anni di studio nell'università patavina che ha
continuato più a lungo di qualunque altra le abitudini del medioevo. Era Padova
la rocca forte dell'Averroismo e uno dei professori piìi ragguardevoli, non
privo di una certa originalità, fu Nicoletti Vernia che insegnò a Padova.
L'insegnamento di questo averroista, che sosteneva senza restrizioni la teoria
dell'unità dell'intelletto, non dovette svanire si tosto che il Pico, il Nel
1475 aprì nella sua casa alla Giudecca una scuola privata di filosofia, e aveva
in animo di tradurre tutto Aristotile; peraltro tradusse V Etica, la Rettorica,
la Dialettica e inoltre scrisse una parafrasi di Temistio. Cfr. Renan, Averroès et
l'Averroisme, Paris, 357-58; Burckhardt, op. cit., 242-244; Mandonnet, Sigerete
Brabant, Windelband, Storia della Filos. trad. it. Palermo II, 16-17; Petrarca, Opera» Basilea, cui
soggiorno a Padova coincide con gli anni scolastici 1480-1482, non palesasse
una certa indulgenza per l'arabismo da fargli vagheggiare l'accordo oltre che
fra Platone e Aristotile, fra Avicenna e Averroè. Durante i due anni di studio
a Padova si recava sovente nella natia Mirandola, la cui quieta e semplice vita
paesana gli tornava sommamente gradita e dove amava invitare amici e maestri.
Ma in quegli anni la pace del castello avito doveva interrompersi agli orrori
della guerra fratricida scoppiata fra veneziani e ferraresi. Anche il Duca di
Milano, i Bentivoglio di Bologna, la Repubblica di Genova e qualche altro
staterello, erano stati attratti nell'orbita del conflitto; e i soldati
mercenari coi loro cavalli e carriaggi taglieggiavano e smungevano, durante le
loro scorrerie, i pingui contadi della pianura padana. La piazza di Mirandola,
che era come una tappa sulla strada maestra, dovette senza dubbio subire tutti
gl'inconvenienti che derivavano ai piccoli comuni incapaci d' imporsi alla
forza dei più potenti, La visione di una realtà intrisa di sangue, quale può
essere in periodo di Per la guerra tra Venezia e Ferrara, vedi Marin Sanudo,
Commentari della guerra di Ferrara, Venezia, Muratori, Du Mont, Corpus Diplom.,
Ili, 2, 128. Cipolla, Storia delle Signorie Italiane dal 1313 al 1533,
Vallardi, Milano, 1881, 603-640. 14 guerra, così lontana da quella che i suoi
studi umanistici rendevano idealmente gentile, avrà certo contribuito a far
abbandonare al nostra ogni pensiero di partecipazione alla vita politica e di
scegliere tra l'instabile carriera di principe e la missione di dotto, questa
che gli apriva la via a una meta pili certa e duratura. Già fino dai primi anni
aveva sperimentato la precarietà della vita principesca, quando poco dopo la
morte del Padre, avvenuta nel 1468, i suoi fratelli vennero a contesa per la
supremazia del loro staterello, e di cui si ebbe il primo epilogo nel 1473,
avendo Galeotto fatto prigione il fratello Anton Maria. Questi, liberato dopo
due anni di, carcere, si vide spogliato dei beni paterni e costretto a cercar
asilo presso il Papa e il duca di Calabria, i quali con grandi sforzi e
soltanto^ mediante l'intromissione di Ercole, cognato di Galeotto, riuscirono
nel 1483 a farli venire a un accomodamento. Galeotto ebbe il dominio della
Mirandola e del territorio e il conte Anton Maria fu ammesso a condividere il
potere in moda che i due non dovessero pregiudicare alle ragioni della terza
parte dell'entrata di detta terra che spettava al loro fratello Giovanni. Il
nostro Cfr. Memorie stor. della ciità e dell'antico ducato della Mirandola,
tomo unico, Mirandola, 1874, IL 15 per essere più libero di attendere a' suoi
studi, declinò ogni inframettenza nelle cose che gli appartenevano, e
incaricando il fratello maggiore dell'amministrazione di ogni suo avere, partì
alla volta di Pavia col suo maestro di Greco, Manuello Adramitteno, mentre col
compatriota di questi, Elia del Medigo di Candia, con cui aveva già cominciato a
studiare ebraico a Padova, rimase in relazione epistolare. Il suo soggiorno a
Pavia dovette essere di breve durata, perchè alla fine del 1482, lo ritroviamo
ancora a Padova, di dove indirizza, il 22 dicembre, una lettera al Ficino, la
cui fama d'interprete e volgarizzatore delle opere platoniche e alessandrine si
diffondeva ovunque . Il Cassuto basandosi su alcuni passi ebraici di Elia,
ritiene non risponda al vero la congettura avanzata dal Della Torre (Storia
dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 752) che il Pico, partendo da
Padova, conducesse seco Elia. Gli Ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento,
Firenze, 1918, 286. Proprio in quell'anno usciva la neologia Platonica del
Ficino e il Pico nella sua lettera lo prega di inviargliene una copia e di
assisterlo nei suoi studi i quali come erano stati indirizzati al
peripatetismo, voleva d'ora innanzi integrarli col platonismo. Vi è in questa lettera
del Pico una frase che fa sospettare che egli abbia veduto il Ficino tre anni
innanzi e cioè nel 1479: « Cum enim apud te essem superioribus an« nis
adhortationes tuae nec unquam ardenter magis, quam 16 « ex illa in hanc usque
diem me totum literis addisci *, Ma dove aveva egli veduto il Ficino? Il Della
Torre nella sua opera afferma a Firenze, ma senza portare nessuna prova di
questo soggiorno del Pico nella città dei Medici. Egli stesso dice che Pico
scrive da Mirandola al Marchese Gonzaga che si recava a Ferrara e il 29 maggio
era in tale città. Se coi mezzi odierni di trasporto il fatto non avrebbe oggi
nulla d'inverosimile, non altrettanto può dirsi del tempo del Pico. Comunque il
quesito resta ancora insoluto. Pico dopo aver fatto una nuova visita a Pavia e
dopo avere soggiornato alquanto a Carpi, presso la sorella Caterina e il
nipotino Alberto Pio, del quale era allora precettore l'amico Aldo Manuzio, si
trasferì nella città di Firenze. L'Atene d'Italia si trovava allora in quel
mirabile meriggio in cui la vita sociale era fervida in tutte le sue innumeri
attività e l'arte splendeva in ogni angolo della città, in ogni manifestazione
del popolo. Lorenzo Magnifico aveva potuto, col suo tatto mirabile, rimettere
in equilibrio la bilancia dello stato che aveva Poliziano, Episi., lib. VII, 7;
Calori-Cesis, Vita, ecc., Modena, ; DoREZ et Thuasne, Pie de la Mirandole en
France, Paris, Berti, Rivista Contemporanea, 9; Della Torre, L'Accademia
Platonica, 747, n. 6. 18 momentaneamente tracollato con la congiura det Pazzi;
mentre i suoi cortigiani e tali erano il Ficino, Cristoforo Landino, Giovanni
Argiropulo cercavano di attuare un analogo equilibrio nel campo del pensiero e
della religione, mediante l'Accademia Platonica, e il Poliziano teneva alto il
nome dello Studio fiorentino con le sue affollate lezioni di letteratura greca
e latina. Quando il Pico arrivò a Firenze non vi giunse come straniero in mezzo
a gente sconosciuta, ma come un amico desiderato dal Magnifico e dal Poliziano,
e come il benvenuto in mezzo a persone che nulla piìi desideravano che il
vedere aggiungersi alla schiera dei ricchi borghesi e letterati un principe
umanista che veniva a fare pìit bella la corona dei Medici. Tra i tanti
letterati che convenivano nella casa medicea, molti facevano parlare di sé
oltre che per la loro erudizione e dottrina per le produduzioni poetiche,
filosofiche e letterarie. In Firenze il lavoro di preparazione, ormai matura
degli umanisti italiani, cominciava a fiorire in creazioni originali. Il Pico
sentiva la sua inferiorità, nonostante che i suoi tentativi poetici venissero
lodati dagli amici; s'avvide che la stoffa di umanista si era ormai invecchiata
e conveniva ristorarsi a quelle sorgive popolari cui attingevano il Poliziano e
il Magnifico. 19 Fra quanti avvicinava, nessuno gii pareva brillasse di pili
viva luce del Poliziano, e nessuno più degno d'essere preso a modello di un «
novizio e quasi scolaretto», com'egli si giudicava, E c'è quasi
dell'accoramento in alcune frasi della lettera critica alle poesie del
Magnifico in cui, dovendo fare da giudice di un poeta « adolescente » esclama:
«So purtroppo di non potere far parte « io pure di questo albo (di giovani
poeti), nò di « essere così maturo da arrogarmi il titolo di «critico». La
lettura delle poesie dell'amico lo aveva entusiasmato; scorgeva in esse i segni
dei tempi nuovi: una certa « vivida luce », una nativa freschezza che sembrava
scaturire in suolo vergine- In quelle poesie che toccavano tutte le corde della
vita: laudi mistiche e religiose, canti satirici e burleschi, canoni d'amore e
« carnesciali »., Lorenzo Magnifico gli si rivelava grande poeta. Tali poesie
gli ricordavano i due pii^i grandi poeti della letteratura italiana: Dante e
Petrarca. Aveva del primo la maestosa serenità del verso « aspro e stringato »
quale si addice a poesia di argomento filosofico, senza però essere come quegli
«impolito e rude»; del secondo la «molle tenerezza * propria della poesia
erotica con in pili la maschia robustezza (iorosus) dell'uomo d'azione. Ciò che
spiace nel Petrarca è il notare qualche freddezza e ridondanza nel verso e una
20 certa ostentazione nell'uso delle parole che tradiscono il lavoro di lima,
mentre in Lorenzo ogni parola appare al suo posto «con naturalezza». Dante vola
sublime e mesce con dignità severa le cose gravi dei filosofi cogli scherzi
degli amanti, ma Lorenzo nell'aver saputo cospargere qua e là versi ilari e
graziosi «sembra abbia superato Dante». Tuttavia se Lorenzo appare più fine,
Dante resta più grande. Questa lettera scritta a Firenze nel luglio del 1484
per l'acutezza di alcuni giudizi, incontrò favore presso molti amici e fu uno
dei primi passi verso la capacità critica del nostro autore il quale, se si è
lasciato prendere la mano dal calore della prima impressione e dalla simpatia
che lo faceva indulgere troppo verso Lorenzo bisogna del resto tenere presenti
le circostanze singolari in cui nacquero queste poesie di Lorenzo, le feste
pubbliche in cui giovinetti e fanciulle le cantavano, le mascherate in cui
venivano recitate rivela tuttavia un acume penetrante e misurato. La frase quo
mihi videris Dantem exsuperasse, potrebbe sembrare una Opera, . Cfr. Carducci,
Cavalleria e Umanesimo, t. XX delle opere; ROSCOE, The life of Lor., ecc.,
London, Thuasne et Dorez, op. cit., 15; Geiger, Renaissance und Humanismus in
It. und DeuL, Berlino. Vedi infine il bello studio di SCARANO, Le selve d'amore
in Nuova Antologia, voi. 131, 1893, 49-66. 21 recisa dichiarazione circa la
superiorità dell'ingegno del Magnifico, rispetto a quello dell'Alighieri,
mentre si riferisce solamente all'espressione formale in voga a quei tempi che
tenevano in gran pregio V hilaritatem gratiamque in cui Lorenzo era maestro.
Naturalmente il Pico non poteva rassegnarsi a rimanere semplice amatore di
poesia in mezzo a tanti dotti che avevano pagato piiì o meno il loro tributo
alle Muse; voleva anch'egli dare qualcosa di suo per sottrarsi a quel senso
d'inferiorità che gli era reso tanto piiì penoso quanto piii sentiva in sé lo
stimolo della gloria e il sentimento della propria ca pacità. S'indusse dunque
a pubblicare i suoi versi, distribuendoli in cinque libri, e inviò il primo ad
Angelo Poliziano perchè lo correggesse e criticasse. « Voglia tu essere, gli
scriveva, giudice equo non iniquo, cioè severo, non indulgente ». E il
Poliziano gli rimandava il manoscritto corretto di alcuni versi difettosi, con
questo giudizio che non è privo di grazia lusinghiera: «Ho corretto alcuni
versi non perchè li disapprovassi, ma perchè sembrano cedere ad altri più
belli». Il Pico lusingato sulle prime da simile benevolenza dell'amico per i
suoi componimenti poetici, dei quali in un'altra lettera aveva Opera, detto: .
Ecco la Conclusione Si quis in • opere prnecedentis conclusionls
intellectualiter operabi • tur, per mcridiem li^^abit septentrionem, si vero
mun • dialiter per totum operabitur, iudicium sibi opcrabitur ». . Conci. 21,
Opera, 107. Conci. 11. 105-10^1. (4) • Non potest operari per puram Cabalarli
qui non est « rationaliter intellectualis >. Id. 109. 112 mondo, compose il
suo Heptaplus o settemplice spiegazione dei sei giorni della Genesi. In
quest'opera del Pico, in cui l'elemento lirico prevale talvolta sulla serena
spiegazione cosmogonica, i tre mondi: il divino, l'angelico, e l'elementare,
sono legati da un'intima armonia. « Haec satis de tribus mundis, in quibus
illud in « primis magnopere abservandum unde et nostra « fere tota pendet
intentio esse hos tres mundos « mundum unum, non solum propterea quod ab « uno
principio et ad eundem finem omnes refe« rantur, aut quoniam debitis numeris
temperati et « harmonica quadam naturae cognatione atque or« dinaria graduum
serie colligentur ». L'uomo, in questo sistema, è il compendio dell'universo,
la sua figura rappresenta i tre mondi, l'intellettuale, il celeste e il
corruttibile; è quindi un piccolo mondo . Ma l'armonia non dev'essere solo una
legge dell'universo, un dato della realtà in tutte quante le sue
manifestazioni, essa deve regnare anche nel pensiero dell'uomo, e ogni prodotto
dell' in Heptaplus. Prefatio, id. 6. « Nam si homo est parvus mundus utique
mundus « est magnus homo, hinc sumpta occasione, tres mun« dos, inteliectualem,
coelestem et corruptibilem, per tres « hominis partes, aptissime figurai » tcllctto deve seguire la legge musicale. Come
nei mondo esteriore all'armonia si contrappone il disordine, cosi anche nelle
discipline intellettuali prevale molte volte la discordia, prodotta dalle basse
passioni. È scopo nobilissimo quello di cercare l'armonia e di far notare la
concordia anche nelle teorie più disparate. Questo scopo il Pico se lo prefigge
nell'opuscolo De Ente et Uno. Era vecchia la questione se Aristotile si opponga
a Filatone nella determinazione dell'essere e dell'uno. La scuola platonica
ammetteva la superiorità dell'essere sull'uno (unum esse superius), mentre
Platone nel Sofista ne proclama l'identità (!'. Com'è facile comprendere, i
primi avevano preso l' ipotesi per la tesi, e attribuivano come pensiero del
maestro ciò che non era in fondo che la loro erronea interpretazione. Quando
parliamo dell'essere, intendiamo con questo tutto ciò che è al di fuori del
nulla, e in questo senso Aristotile aveva detto che l'um» è uguale all'essere
2). « tnim vero in Sophistc in liane scntcntiam po« tius loijuitur esse unum et
ens aequalia •. 243. « Quomodo usus est Aristoteles cum uniens ae. quale fecit.
Nec dictionem absque ratione sic usurpavit. « nam ut vere dicitur sentire
quidcm ut pauci. loqui autein ut plures debemus. Contro quei Platonici moderni che presumonodi avere
dalla loro Dionigi l'Areopagita, possa affermare, soggiunge il Pico, che
Dionigi è piuttosto della mia opinione, e gli avversari si trovano nel dilemma
di dover dire che Dio è e non è nello stesso tempo. L'essere in sé che diciamo
Dio, non è l'essere che noi intendiamo, vale a dire l'essere concreto^ ma
quella superentità, che è la pienezza di ogni essere e che non procede altro
che da sé stesso . Noi dobbiamo ritenere l'uno superiore all'essere nel modo
stesso che si dà a Dio l'attributo dell'unità, principio di tutti i numeri.
Cosi si spiega se gli Accademici attribuiscono a Platone l'affermazione che
l'uno è superiore all'essere; senza dubbio intendevano parlare dell'uno
principio di tutte le cose, che è Dio. Nel V Pico espone i modi secondo cui
perveniamo alla divinità, i quali però sono sempre inadeguati a farci
comprendere piena Sed et Dionysius Areopagita quem qui centra « POS disputant
fautorem suae sententiae faciunt non ne• gabit vere a Deo apud Mosen dici Ego
sum qui sum ».. « Hac igitur ratione vere dicemus Deum non esse « ens, sed
super ens, et ente aliquid esse superius ». mente Dio (I). Questi modi sono
qiiatii i li f^ico li chiama gradi dell'ascensione dialettica a Dio; essi
corrispondono alle qualtro forme musicali che abbiamo analizzato. La prima
forma, poiché si rivolge ai sensi coi suoni, ci fa conoscere che Dio non ò
forma corporea, come insegnano gli epicurei e gli Stoici. La seconda che è
l'ars numeranJi, ci fa intuire nell'essenza divina qualche cosa che va al di \h
della vita, deirintelligibilitc^, e cioè la deità che 6 in sé. si raccoglie e
si unisce non come uno fra molti, ma come uno innanzi a molti (2. Colla terza
forma, che Pico fa corrispondere alla Magia naturale, c'imposessiamo delle
leggi stesse che presiedono ai destini umani e nell'ordine mirabile
dell'universo Dio ci appare non solo come la bellezza che traluce in ogni cosa,
come il vero che può essere frammentariamente presente nelle più differenti
dottrine, ma sopratutto come bontà, poiché l'universo rivela essenzialmente un
valore etico. La quarta forma, che nella gradazione pichiana e la Cabala pura,
ci • Deus enim nmnimoda et infinita pcrfectlo est. • Deus ipse sua unica
pedectione. quae est sua « infìnitas. sua deitas. quae ipsc est, in se unit et
colligit. « non sicut unum ex illis multìs, scd unum ante illa multa >.249.
116 mette in rapporto diretto con Dio, senza peraltro farcelo ben comprendere.
Dio infatti non è solo ciò di cui non può pensarsi nulla di più grande, come
dice S. Anselmo, ma ciò che è infinitamente pili grande di tutto ciò che può
essere pensato. In questo quarto grado la nostra mente è come ottenebrata da
caligine, si da poter appena intravvedere l'essenza di Dio elevantesi al di
sopra della stessa unità, bontà e verità, e innanzi a cui conviene solo, come
dice David, il silenzio: « Tibi silentium laus». Il silenzio! ecco la musica,
la sola musica che convenga a Dio. Al filosofo musicale, è subentrato il
mistico, l'uomo cioè che rinnega ogni armonia, ogni bellezza formale e si
ritira in quel mondo chimerico in cui la tenebra ha lo stesso valore della
luce, il silenzio ha uguale malìa del suono. Gli ultimi anni del Pico sono
caratterizzati da una vita di fervido misticismo unicamente spesa per l'amore
di Dio e il bene della Chiesa. A Dio egli dedicò lo scritto In Orationem
dominicam ex oEx quibus colligi illud potest non solum esse « Deum, ut dicit
Anselmus, quo nihil maius cogitari po« test, sed id esse, quod infinite maius
est omni eo quod « potest excogitari. « Ego vero dico Chimaeram quam mente
conci« pimus. positio; per la Chiesa
scrisse l'opera poderosa: In Astrologiam. Nella prima, che è un'analisi
dell'orazione domenicale, preceduta da un'enunciazione delle teorie del Pico,
l'elemento musicale è intimamente connesso a quel desiderio il cui obbietto è
il sommo bene. Diremmo che quanto più la preghiera è elevata e disinteressata,
tanto più è pura musicalità. Quando l'uomo prega non per chiedere favori o
qualche bene immediato, ma per essere purificato dai peccati, per raggiungere
la dolce contemplazione dei beati e conseguire la purezza degli angeli , allora
egli è in contatto di quel profondo io, che, come si esprime il Tagore rivela
l'intima natura dell'uomo « più che « il bisogno di sostentamento per il suo
corpo, « più che la sua avidità di onori e di ricchezze. « E quella preghiera
non proviene solo da lui, «essa è nella profondità di tutte le cose, è l'in •
Scimus autem illud esse sumnie desiderandum « quod est summum bonum •. Opera,
fol. a 1. Et monebimur ad petendum hoc efficacissime su« per omnia a Dee ut
praeservet nos a peccato. Nihil aut « de rebus huius mundi, aut de gratiis gratis
datis vel « desiderantes, vel a Dee petentes. Diximus igitur nihil « ex his
honis... adiumento esse sicut scientia et dulcedo « contemplationem... ^fol. a 2. «cessante stimolo in lui deW Avih,
dello spirito « di eterna manifestazione. Nell'opera contro gli astrologi, nel
mentre il Pico ribatte uno per uno gli argomenti degli avversari che si
erigevano a paladini dell'astrologia, prende occasione per esporre le sue idee
sulla forma e le leggi degli astri, e per far rilevare anche quella superióre
armonia in virtù delia quale si compone l'apparente disordine del cielo
stellato. Intanto fa risaltare subito che è assolutamente arbitraria la
configurazione dello Zodiaco, come fantastiche e ridicole sono le
rappresentazioni animali di cui gli astrologi popolano il cielo. Bisogna
premettere che l'opera del Mirandolano rispondeva a un bisogno del tempo in cui
era tutto un rifiorire di pregiudizi astrologici, magici e negromantici. Il
Pico che in questo tempo (1492) frequentava il Monastero di S. Marco, in cui
convenivano (5) Tagore, Sadhana, reale concezione della vita, tradCarelli,
Carabba, Lanciano. Cfr. S., La preghiera nell' Imitazione di Cristo e suoi
rapporti col misticismo, in Rivista di Psicologia. Quod nos in universum primo
declarabimus, tum « singillatim, quascunque aliquis Astrologorum signavit co«
niunctiones magnas, retulitque ad eventa rerum admi« rabilium, et falsas et
falso supputatas et ad effectus falso « relatas, luce clarius ostendemus lanti
ammiratori del Savonarola, dovette sentirsi stimolato dal frate ad impugnare
quell'arma potente contro la pretesa degli astrologi, che consisteva nel far
dipendere i miracoli dal potere diretto di Dio e quindi dalla sua grazia, non
già dall'influsso degli astri. Era ben vero che egli andava con questo un pò
contro le convinzioni care de' suoi amici, contro il fervore delle idee
astrologiche del suo tempo e in parte contro certe convinzioni sue
precedentemente manifestate. Ma appunto in questa serie di contrasti, la natura
sua battagliera trovava stimolo ad agire e a incanalare le aspirazioni del suo
cuore dietro le orme del Savonarola. Era propria dei popoli primitivi la
concezione che il mondo fosse un vasto organismo le cui parti sarebbero unite
da uno scambio incessante di molecole e di effluvi. Gli astri, generatori di
energia, agiscono costantemente sulla terra e sull'uomo, e l'uomo ha il suo
destino segnato in una delle tremolanti stelle che vibra nella sua corsa pei
cieli insondabili in armonia con quell'essere umano. Tale concezione
sopravvisse nel mondo greco, s'impose agli scrittori latini, ricomparve
arricchita di una vasta letteratura nel medioevo e nel Rinascimento. Al tempo
in cui il Pico scrisse la sua polemica il tema astrologico trovava dei cultori
120 appasionati e già Ambrogio Traversari, Paolo del Pozzo Toscanelli e Matteo
Palmieri avevano preparato, colle loro discussioni nel convento degli Angeli in
Firenze, la materia per i difensori e gli oppositori dell'astrologia. Era pur
sempre in questi lontani e talvolta semplicisti precursori della Astronomia
moderna, l'aspirazione a poter misurare il corso dei pianeti, ridurre in
numeri^ in intervalli di tempo la danza delle infinite stelle i cui movimenti
complessi producono « l'armonia delle sfere » . Ma il Pico, sebbene avesse
avuto un concetto così grande della potenza dei numeri e avesse propugnato la
sua ars numera/idi, quando vide con quale leggerezza fossero numerate le plaghe
del cielo (universas coeli partes) e con quale baldanza venissero attribuite ad
esse le diverse qualità della natura umana (diversas in rebus naturalibus
proprietates), reagì con la voce del buon senso. È impossibile trovare
un'affinità matematicamente determinabile fra le figure del cielo e le
affezioni umane, com'è anche assurdo voler determinare dai segni, dalle case e
dalle con Soldati, La Poesia Astrologica del Quattrocento, Firenze, Sansoni. «
Erraticae stellae per zodiacum aequo cursu non « deferuntur, hoc est non
acquali temporis intervallo... qui « igitur metiri illorum motus et dirigere in
numeros volu«erunt ».561. 121 giunzioni degli astri, il sesso, le qualità
fisiche e morali degli individui. Anzi il Pico sembra andar contro persino alla
sua favorita idea dell'armonia che gli faceva vedere rapporti musicali non solo
negli oggetti tra loro ma anche fra la natura e l'uomo. Egli crede che si
voglia correre troppo quando si applicano questi rapporti musicali agli astri,
poiché la loro infinita distanza rende impossibile qualsiasi esatta
determinazione. Vi sono dei moderni, egli dice, che vorrebbero trovare delle
dissonanze e delle armonie negli astri; come i musici le trovano fra le diverse
voci del suono. Troverebbero delle assonanze, come tra la terza e la quinta, o
dissonanze fra la quarta e la settima, anche tra i triangoli stellati della
quinta e i quadrati della quarta. Ma è un volere, soggiunge il Pico, prendere
per realtà ciò che non può essere che similitudine. Non vi sono spazi celesti
muti, altri dissonanti, altri armonici, perchè il cielo non emette voce alcuna.
Excogitata postremo neotericis quibusdam de « musicis consonantiis alia ratio,
ex qua radios planeta« rum tum concinnere invicem, tum dissonare harmonia« rum
quadam similitudine tradunt. Est enim, inquiunt, apud « musicos comprobatum
ratione et experientia tertiam vo« cem et quintam primae consonare, quartam
vero et sep« timam nequaquam. Nos vero ut omittamus istas in tam diversis re«
rum generibus similitudines, efficaciam, rationem decla Vi è sì l'armonia anche nell'universo
stellato, la legge musicale vige anche in mezzo alle erranti comete e
all'immobile fascia lucente della via Lattea. Ma questa musicalità è
avvertibile da ben altri orecchi che non siano questi sensibili, essa
appartiene a quel grado di cui la musica dei suoni è la forma più grossolana e,
per essere gustata, richiede un processo laborioso della mente umana,
un'elevazione spirituale che non a tutti è dato raggiungere. Nondimeno tale
elevazione fu raggiunta e quei pochi tra i mortali che hanno potuto gustare il
concento della sinfonia universale, si sono sforzati di tradurre le impressioni
in quelle forme del nostro linguaggio che obbediscono più visibilmente alle
leggi della musica. Nell'opera del Mirandolano contro gli astrologi si trova
spesso citato il salmo XVlll in cui il profeta Davide fa risaltare la grandezza
di Dio, richiamandosi all'armonia del firmamento. . E invero pochi brani delle
varie letterature possono rivaleggiare con questo salmo che sintetizza e rende quasi,
con sublime laconicità, il linguaggio' degli astri. « Coeli enarrant gloriam
Dei, et « opera manuum eius annuntiat firmamentum. « rabimus non habere atque
computationem et similitudi« nem non procedere... sed (coelum) nuUam vocem
emit« tit ». Opera, Non sunt loquelae, neque sermones, quorum « non audiantur
voces eorum. « In omnem terram exivit sonus eorum : et in « fines orbis terrae
verba eorum». Il suono della musica stellare è cosi diffuso e riempie di sé
ogni punto della terra, che non c'è creatura che non goda di una tale armonia e
non esulti alla vista del re degli astri che • spunta fuori qual gigante per
correre il suo cammino». La musica degli astri ha la sua scala e le note, di
cui questa si compone, risuonano in modo diverso nel cuore umano. L'uomo, se è
proclive ai beni frivoli della vita, non trova negli astri un'armonia diversa
da quella che ci descrissero gli astrologi. Se intende l'armonia degli astri da
un punto di vista naturalistico, considera il cielo alla stregua di tutte le cose
create soggette a trasformazione. Le stelle percorrendo le loro orbite sono
illuminate da altri astri a volte compagni inseparabili, a volte sconosciuti
che incontrano forse una volta sola per non più rivedere nel periodo
lunghissimo della loro esistenza, durante la quale mostrano la giovinezza nelle
iridescenze del verde aranciato, la pienezza matura nella chiarità bril «In
sole posuit tabernaculum suum: et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo
suo: Exultavit ut gigas ad currcndam viam •. Ps. XViiI, 5. 124 lante, l'agonia
nel tremulo guizzo di porpora. Ma se invece l'uomo cerca nel cielo un simbolo,
nelle leggi che regolano il corso delle sfere un termine di confronto per le
leggi eterne che sgorgana dal profondo del suo io, allora egli non può non proiettare
in questi mondi, così lontani dalla propria esperienza, la trama delle sue piij
squisite elucubrazioni. S. Agostino ci ha descritto in alcune pagine delle sue
Confessioni il momento in cui egli con la madre Monica, ragionando della
felicità eterna di fronte al mare di Ostia, fu compreso da quelle squisite
risonanze che sembravano provenire dall'alto. « Peragravimus gradis cuncta
corporalia et « ipsum coelum unde sol et luna et stellae lucent « super terram
». Dinanzi a quella musica tutto
quanto sapesse di suono era uno strepito^ anche il timbro della voce più cara
parlante di cose spirituali: «Et dum loquimur et inhiamus illi, at« tingimus
eam modice toto ictu cordis et suspi« ravimus et relinquimus ibi religatas
primitias « spiritus et remeavimus ad strepitum oris no« stri, ubi verbum et
incipitur et finitur. Tutto doveva finire e scomparire dinanzi a ciò che era la
vera realtà, la musica celeste. « Si cui AUG. Conf. « sileat tumultum carnis; sileant
phantasiae ter« rae et acquarum et aeris, sileant poli et ipsi * sibi anima
sileat et transeat se non se cogi« tando. Sileant sommia et imaginariae
revelatio« nes, omnis lingua et omne signum,et quidquid *transeundo fit, si cui
sileat omnino ». Ecco espresso con
linguaggio umano ciò che rappresenta la musica pura, il misticismo. Il silenzio
profondo, ottenuto con l'astrazione da ogni flusso del tempo, da ogni ritmo che
accompagna le cose viventi, da ogni procedimento verbale che esprime il
pensiero, è indispensabile per metterci in contatto con V Armonia, che, come
ben la definì il Pico, è quella legge suprema in cui si compone ogni discordia,
si rappacifica ogni contesa, si unifica ogni cosa dispersa. Tale è la dottrina
occulta del Pico, dottrina che, pur avendo nel suo autore diverse denominazioni
: ars numerandi, ars combinandi, alfabetaria revolutio, si riduce a un concetto
sempre chiaro nello spirito dell' autore: musicalità o armonia. Ciò che ci
riempe di ammirazione per il Pico è il vedere come abbia saputo valorizzare
tutto ciò che nel mondo e nella vita vi è di occulto € di misterioso, come
protendesse sempre lo {!> AuG., Con/., sguardo suo curioso al di là della natura
fenomenica e cogliesse da ogni dottrina, da ogni scuola, da ogni manifestazione
del pensiero anche meno evoluto, anche più avvolto nelle favole e nei miti,
quegli sprazzi di luce sulle arcane verità che accendevano ognora la sua
fervida immaginazione. Ed è bello vedere questo giovane dovizioso e fervente
compreso della verità di questa dottrina occulta che, pur essendo implicita
nelle più antiche filosofie, dalla Pitagorica alla Platonica, dall'Egiziana
(Ermete Trimegisto) alla Cabalistica, non ha mai trovato alcun assertore della
sua importanza metodologica, di scienza, cioè, atta a farci penetrare nel
sacrario delle segrete discipline. È bello pure vederlo sostenere la bontà
della sua dottrina contro gli oppositori e i giudici del santo uffizio. Egli si
sforza, è vero, di trovare qualche scappatoia per sfuggire alla condanna e si
rifugia nella casistica della scolastica, quando distingue una Cabala vera
(tradita) da una falsa, una Magia naturale, da una illegittima; ma, pur
attraverso i suoi distinguo, egli afferma solennemente la lealtà delle proprie
intenzioni, la sua sincera dedizione alla verità. Convinto che la sua dottrina
esigesse da parte degli esaminatori una competenza in materia occulta, cioè una
vera e propria iniziazione, egli prega gli amici e i nemici, i buoni e i cattivi, i dotti e gl'ignoranti che
vogliano leggere i suoi scritti, con quella purità d'intenzioni da cui era
stato mosso nel redigere le Tesi. E poiché molte cose da lui dette potrebbero
trarre in errore coloro che non hanno pratica di scienze occulte, spera che ciò
che è stato scritto per gì' iniziati non venga esposto pubblicamente a tutti,
perchè sarebbe come dare le perle ai porci e peggiorare la sua causa. Nel corso
della narrazione vedremo come venissero ascoltate queste parole, e come
rimanesse il nostro fedele alla sua dottrina esoterica . (Il «Oro igitur,
obsecro et obtestor amicos et inimi« cos, pios et impios, doctos et indoctos...
non explicitas « non legant, quando Inter doctos eas proposuimus di« sputandas,
non passim legendas omnibus pubblicavimus ». Opera, . Parte di ciò che formava
il contenuto di questo doveva essere pubblicato nella collana Ritmo f ndata da
Diego Ruiz, alle cui idee originali sul concetto di musica, benché contrastanti
con le mie, devo rendere qui omaggio. La pri:xioiiia del Pico in Francia.
8cc(MmIo soggiorni» a Firenze Pico clic riguardava la città di Parigi come un
luogo in cui sarebbe più facile ottenere quel successo che a Roma non aveva
potuto conseguire, s'incamminò sulla fine del 1487 alla volta di Francia.
Innocenzo Vili, non contento degli ordini impartiti alle autorità religiose
perchè denunciassero o impedissero ogni tentativo del Pico per divulgare le sue
Tesi e la sua Apologia, si rivolse anche all'autorità secolare, come fece con
un breve indirizzato ai sovrani di Spagna, fi) Bolctin de la Rcal Accademia de
la tìisioria, Madrid, Pico de la Mirandula y la inquisición cspanola. Breve
inedito di Innocenzo Vili, cfr. DoREZ et Th, perchè si procedesse all'arresto del Conte
recidivo. Nel Gennaio dell'anno seguente mentre il Pico attraversava il
Delfinato, veniva a conoscenza del breve del 5 agosto « essendo io nel cammino
di Pranza», e fatto arrestare dal Signore di Eresse, zio del re di Francia e
governatore del Delfinato. L'ordine di questo arresto si spiega subito: avendo
il papa inviato in Francia ai primi di Gennaio due nunci di valore Leonello
Chieregato , vescovo di Traìi e il protonotario Antonio Flores, per trattarvi
affari di grande importanza, come il processo dei vescovi che si erano
dichiarati contro la reggente, e il ritorno alla Prammatica Sanzione, incaricò
pure costoro di far ottenere l'arresto del Mirandolano. Ed essi con una tenacia
«degna di cagnotti polizieschi », riuscirono, malgrado che in favore del Conte
intercedesse presso il re l'ambasciatore del duca di Milano, a farlo trattenere
in carcere. La rocca di Vincennes nella quale venne rinchiuso il giovane conte,
dovette ispirargli ben tristi riflessioni sul proprio avvenire con la
prospettiva di una lunga prigionia. Forse allora piia che mai avrà sentita a sé
(1,1 BERTI, /. e. doc. I. Simeone Ljubic, Dispacci di Luca de Tolentis e di
Lionello Chieregato, Zagabria, DoREZ. et Th. 1 vicina l'ombra del grande
Origene, le esperienze della cui vita egli ripeteva con non poca somiglianza!
Ma se il Pico aveva dei nemici che tentavano ogni mezzo per perderlo, contava
altresì amici che sinceramente lo amavano, e che non l'abbandonarono nella
sventura. La figura del Magnifico assume, durante questa drammatica vicenda, un
aspetto del tutto nuovo e simpatico, forse perchè ci è meno noto, e tanto
meglio riconosciamo l'umanità del suo cuore, in quanto sta a lui di fronte
l'anima intransigente di Giambattista Cybo, che portò sulla Cattedra di San
Pietro i difetti della sua scarsa intelligenzaLa lettera che scrisse in questo
tempo (19 gennaio) Lorenzo al Lanfredini, il quale non appare molto ben
disposto verso il Pico, è una bella testimo (Ij Fu la sua bolla contro la
stregoneria (1482) che elevò, per dirla col Symonds, a metodo la persecuzione
contro disgraziate vecchie e idiote. Lo Sprenger nel Malleus maleficarum nota
che, nel primo anno dopo che quella fu pubblicata, 41 streghe furono bruciate nel
distretto di Como. Intorno alle persecuzioni contro le streghe nella
Valtellina, vedi Cantù, Storia della Diocesi di Como, e Folengo nella sua
Maccheronea. Non bisogna però disconoscere il debito che deve a Innocenzo Vili
l'Università di Roma «sotto il quale co« minciò a respirare, e a riprendere in
gran parte il vigore « e il lustro primiero ». RoviNAZZi, Storia dell'
Università degli studi di Roma, Roma, nianza dell' affetto che Lorenzo nutriva per
il giovane Mirandolano. Essa dice che le molte persecuzioni che in Roma si
tramano contro il Pico, potrebbero menarlo per disperazione a « qualche via
cattiva»; che è piiì facile riuscire nell'intento con le maniere dolci che con
bolle e scomuniche, che avendo fatto esaminare l'Apologia a persone religiose e
dotte e intelligenti, le quali non trovarono nulla contro la fede, non può
comprendere perchè si voglia essere così intransigenti, massime quando chi ha
scritto tali cose è un « giovane doctissimo et fresco su la doctrina». Meno
nota ancora è la parte che ebbe in favore del Pico Chiara Gonzaga, sorella del
Marchese Francesco di Mantova, la quale, andata sposa nel 1481 a Gilbert di
Montpensier della Casa Borbonica, cooperò con insistenza presso il consorte,
così che questi « motus praecibus et commendationibus « quae ex Italia
mittebantur » , ottenne che il re Carlo Vili, che non nascondeva le sue
simpatie verso l'illustre erudito, menasse le cose per le (Ij Berti, . (2i «
Numerose lettere gli arrivavano ugualmente dal« r Italia, in cui contava molti
amici, tanto alla Corte di « Milano che a quella di Roma, i quali lo pregavano
di « usare tutta la sua influenza sul re in favore della causa « del Mir. »
Dorez et th,. op. cit., 97. V. anche nella stessa opera appena, doc. V, 4, 133
lunghe. I nunci, frattanto, la cui opera svolta in rigida conformità ai brevi
pontifici, è ampiamente trattata col sussidio di preziosi documenti dal Dorez e
dal Thuasne nell'opera piìi volte citata, dovendo lasciare Parigi per
accompagnare la Corte « pour l'expédition des autre affaires dont ils étaient
chargés », incaricarono il vescovo di Grenoble, Laurent Allemand, di volerli
sostituire. Ma ormai era troppo tardi: il Pico, dopo una prigionia di circa un
mese, venne posto in libertà, e potè passare il confine. Corse allora la voce
ch'egli si fosse recato in Germania, avendo più volte espresso il desiderio di
visitare la biblioteca del Cardinale di Cusa e di fare acquisto di libri. Si
disse pure che fosse stato invitato dal re di Castiglia, Ferdinando, che si era
mostrato desideroso di riceverlo onorevolmente nel suo regno . il vero si è che
il Pico ripassò le Alpi e giunse all'ospitale Torino. Mentre attendeva a
riordinare in questa città le sue cose, libri e ba ll i DOREZ et Th. . Qual'era
il movente di questo re, si domanda il Dorez, la cui slealtà e perfidia sono i
suoi caratteri salienti, ad invitare nel suo regno il Pico? Forse per
impadronirsi della sua persona e consegnarlo al Santo Uffizio per ingraziarzi
Roma? l'ipotesi non è inverosimile. gagli, che durante la cattura erano stati
manomessi, e a scrivere in tal senso a Filippo di Bresse e ad altri personaggi,
di cui ora non aveva piiì nulla a temere 0); ricevette una lettera dal Ficino
(30 maggio) che gli offriva 1' amichevole protezione del Magnifico e lo
invitava a Firenze. Intanto nell'animo dei nunci si era prodotto un cambiamento
singolare, come lo dimostrano le parole con le quali terminano uno dei loro
rapporti al papa: « Existimamus qiiod bonum esset si Sanctitas Vestra « eius conversioni
et ad gremium suum reductioni « operam darei » . Tuttavia l'animo del pontefice
era lungi dall'essere placato e disposto a rimetterlo nella sua buona grazia;
forse gli suonava sgradita la frase con cui il Pico lo aveva qualificato
nell'Apologia: cui ab innocentia vitae nomen meritissimum. Si sa infatti che
Giovan Battista Cybo, prima di abbracciare lo stato ecclesiastico, visse nella
depravata Corte aragonese, conducendo una vita punto migliore dagli altri, ed
ebbe due figli naturali : Teodorina e Franceschetto. Sebbene, come osserva il
Pastor, non si abbiano testimonianze sulla sua condotta morale, allorché entrò
nello stato sacerdotale, pure quando fu divenuto papa, Docum. V, 6, cit. dal
DoREZ et Th., op. cit, 162 € anche -correvano voci sopra altri figli, ed è
notorio un epigramma del poeta Marnilo che taluno prese alla lettera: . Octo
nocens piieros genuit, totidenque puellas; Hunc merito potuit dicere Roma
patrem •. Del resto è con questo papa che si accentua quell'infausta politica
che produrrà la piaga del nepotismo da cui tanti guai derivano all' Italia.
Innocenzo Vili pone sulla scena politica il suo figlio Franceschetto, giovane
più che mai dissoluto, il quale « commetteva disordini tali, che in «un figlio
del papa doppiamente sconvenivano », a cui diede in isposa Maddalena de'
Medici, stringendo così parentela con Lorenzo il Magnifico (l). Questi perorò
insistentemente la causa del Mirandolano presso il papa, il quale da uomo
debole ed arrendevole com'era, si lasciava con dì Pastor, 1. e, 197. Se Sisto
s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di dignità, Innocenzo
e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali, nella quale dietro
il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi l'impunità per
qualsiasi assassinio o delitto: di ogni ammenda 150 ducati ricadevano alla
Camera papale, il di più a Franceschetto... Per Franceschetto la questione
principale era di sapere come avrebbe potuto piantare tutti con quanti tesori
poteva, nel caso che il papa venisse a morire. Burckhardt, vincere dai malevoli per intentare qualche
cosa di serio al Pico. Ad irritarlo maggiormente contribuirono alcuni
famigliari del Mirandolano, i quali, avendo « troppo temerariamente e super«
bamente parlato contro il papa » erano stati messi in carcere, recando così
pregiudizio alla causa stessa del loro Signore. Questo incidente impensierì non
poco il Pico, cui premeva che le dicerie esagerate a suo riguardo non finissero
per alienargli la simpatia di Lorenzo, e in questo senso chiedeva informazioni
al Salviati, fornendogli le prove della sua incolpabilità in tale faccenda. A
questa lettera rispose il Ficino rassicurandolo della costante benevolenza di
Lorenzo il quale soggiungeva « il tutto volentieri udì e per ciò po« temmo
considerare che nell'animo suo non era « odio alcuno verso di voi, ma tutto
amore » . Che così fosse lo vediamo in un'altra lettera del Ficino (30 maggio
1488) in cui narra che Lorenzo, pur nel dolore per la morte di una sua
figliuola, trova modo di pensare al Pico, la cui sorte travagliata gli pare
simile alla sua, quasi che un (1 « É ti fa l'effetto di un uomo il quale si
lascia consigliare da altri più anzi che da sé stesso », scrive l'ambasciatore
fiorentino il 29 Agosto 1484. 2' Come attesta una lettera del Ficino, lib.
Vili, trad. Figliucci senese, Venezia, fato gravi sulla vita dei principi e
degli uomini grandi, il medesimo, dopo aver accennato da «quanti pericoli sia
questo giovane minacciato», rivolgendosi al Ficino dice: «E voi avete mai di
questa cosa qualche più ascosa causa ritrovato ? » Al che il Ficino risponde,
conforme alle sue teorie, che la causa risiede nelle essenze che presiedono,
come ai vari ordini di uomini, alle congiunzioni dei pianeti; per cui essendo
tanto Lorenzo che il Pico nati sotto la «copula di Saturno», i demoni di questo
sono ostacolati da quelli di Marte. Tuttavia siccome Saturno è superiore a
Marte, così i demoni che presiedono alla loro sorte, avranno il sopravvento su
quelli avversari (1 ). Questa lettera illustra l'indole mistica e superstiziosa
del Ficino, il quale dilettavasi di predire il futuro agli amici, e a proposito
del Pico soleva dire che era nato l'anno in cui egli aveva posto mano alla
traduzione di Platone, ed era venuto a Firenze il giorno e l'ora stessi della
publicazione. Il Pico da parte sua si tenne sempre esente da queste
aberrazioni, grazie a quell'amabile ironia insita nella sua natura. Ecco
com'egli scherza sul significato del pianeta Saturno e sulla fede che l'amico
dimostra nell'influsso delle stelle. « Forse, 1» « dice, Saturno non è cosi propizio come voi
as« serite, perchè il suo moto retrogado comunica « la stessa direzione ai
vostri passi ogni volta «che v'incamminate per venire da me, perchè «per ben
due volte siete tornato indietro*. Ritornando a Lorenzo, questi non si lasciava
sfuggire nessun'occasione per rendersi utile al Conte. Essendo di passaggio per
Firenze Anton Maria, fratello del nostro Giovanni, che si recava a Roma,
Lorenzo lo incarica di « operare gagliar« damente per indurre il Pontefice a
far venire a « Roma il conte Giovanni. A me piacerebbe que« sta venuta perchè
forse (Giovanni) purgherebbe « questa sua calunnia et contumacia, et sua San«
tità lo raccoglierebbe in grazia » . Veramente nessuno sembrava più indicato a
perorare presso il Papa la causa di Giovan Pico del fratello Anton Maria, il
quale godeva la benevolenza di Innocenzo Vili, ed era dal medesimo protetto in
ogni contesa che, a causa della signoria della Mirandola, aveva col fratello
maggiore Galeotto. Ma non pare che quegli si desse molto d'attorno per
Giovanni, e il Papa era pieno di un si osti li) Epist. libr. Vili, 120. Dal
carteggio mediceo, riportato dal Berti nel suo studio nato rancore, che nulla valeva a migliorare la
situazione del Mirandolano. Tuttavia le insistenze del Magnifico riuscirono
alfine a smuovere l'animo di Innocenzo Vili, che accondiscese a permettere al
Pico di venire a Roma a discolparsi dinanzi a testimoni, riservandosi di dargli
quella penitenza che avrebbe creduta necessaria all'uopo. Il Mirandolano, cui
era pervenuta una lettera di Lorenzo che si dimostrava contento dell'esito
promettente delle sue premure, non sentendosi ancora disposto a fare il gran passo,
credette più opportuno di fermarsi a Firenze. Quivi, nella città che aveva dato
il primo spunto alla sua gloria, vicino agli amici che teneramente 10 amavano,
si senti rinascere alla gioia dello studio, una gioia però velata da un'intima
tristezza che gli derivava dal suo sogno svanito. 11 dissidio interiore che
qualche anno addietro aveva provato nella città fiorentina, si era approfondito
in un doloroso travaglio, che non toccava solo come allora una parte della sua
attività, oscillante da una forma di espressione a un'altra, ma investiva tutto
il suo essere, sì « Laurentius..., scrive il Ficino, praestantissimus, et «
metuetur et Picum ad Florentem revocat urbem ». Opera. da portarlo, attraverso
a una crisi spirituale, sulla via del misticismo. Pur in mezzo agli amici e
alle persone dotte di Firenze che ambivano la sua compagnia, si sentiva
inquieto come se qualcosa indefinibile ma necessaria gli mancasse; la parola
«eretico», ronzando insistente all'orecchio anche tra i conviti e le adunanze
allegre, gli dava un senso d'isolamento che lo rendeva malinconico. Gli amici,
che notarono, senza forse comprenderne i moventi, l'avvenuto cambiamento,
s'affrettavano a darne notizia agli altri lontani, in vario modo. « Il signor
Giovanni Pico scrive « il Ficino ad Ermolao Barbaro che ora in Fio« renza alla
filosofia attende, assai vi si racco« manda ». E Lorenzo che ha sempre per il
suo Pico parole di tenerezza, scrive: «Il conte « della Mirandola si è fermato
qui con noi, dove « vive molto santamente, ed è come un religioso, « ed ha
fatto e fa continuamente degnissime opere «in teologia; commenta i salmi; dice
l'officio or Knte et Uno». Appena il Pico ebbe terminato il suo Ettaplo l'inviò
per primo a Lorenzo al quale l'aveva dedicato, e il A\aj:;nifico si affrettò a
passarlo a Roberto Salviati, perchè lo facesse esaminare dai dottori, e poscia
pensasse alla pubblicazione. Il Salviati risponde che l'opera del Pico,
«primizia de' suoi studi', gli fece nascere un sincero affetto per il giovane,
ben degno dell'amore di Lorenzo; perciò, essendo stata giudicata
eccellentissima, sarà suo dovere di curarne l'edizione con la massima diligenza
perchè riesca utile agli studiosi. E infatti, tosto che V Ettaplo fu terminato
di pubblicare, venne dal Salviati distribuito a tutti i letterati di Firenze e
inviato agli amici delle varie città d' Italia. Quest'opera armonicamente
concepita, scritta in un latino 150 piano e scorrevole, non privo di colorito
nei passi più salienti; con la fusione ben riuscita delle varie teorie che s'imperniano
tutte intorno a un'idea centrale: la identità di pensiero che riusciva a
svelare nei misteri di Mosè col pensiero di tutti gli altri filosofi che hanno
fatto uso del velame arcano; infine con un'intuizione semplice e grandiosa del
cosmo, che dalla distribuzione dei cieli, delle cose create e delle facoltà
dell'uomo, accoglieva in una euritmica totalità il sistema cabalistico,
gnostico, neoplatonico e peripatetico, non poteva non destare unanime
ammirazione nei dotti di allora. Molte sono le testimonianze, specialmente
epistolari, che attestano il grande successo ottenuto dal Pico, che ormai era
ritenuto un vero portento dagli uomini piij rappresentativi di quel tempo. Al
Salviati, che era l'editore più importante di Firenze, scrivono con espressioni
d'entusiasmo per l'opera del Mirandolano da ogni parte d' Italia gli umanisti
che avevano ricevuto copia dell' Ettaplo. Nella raccolta delle lettere comprese
nelle Opere del Pico, troviamo quelle del canonico della Badia di Fiesole, di
Baccio Ugolino, di Giuliano Maio di Napoli, del Poliziano, che non si stima
degno d'essere avvici Opera nato al Mirandolano, di Ermolao , che confessa
d'aver letto Vexameron tutto d'un fiato, del vecchio Cristoforo Landino, al
quale pare di veder congiunte nel Pico la sapienza dei filosofi greci con la
dottrina dei Padri della Chiesa. E l'eco di questa unanimità di ammirazione per
V Ettaplo varca anche i confini d'Italia, come dimostra una lettera scritta al
Salviati da Bartolomeo Ponzio, addetto alla Corte di Mattia Corvino, re d'
Ungheria. Forse nessuna lode poteva tornare più gradita al Mirandolano di
quella tributatagli dal suo antico maestro, Giambattista Guarino, il quale,
scrivendogli da Ferrara, loda la vasta cultura profusa in picciol volume dal
suo ex allievo (ex tuo praeccptorc factiis sum tibi discipulus). Il Pico era di
quelli che nella gloria non dimenticano chi per primo ha aperto le porte
dell'anima, illuminandola alla luce del sapere. Rispondendo al vecchio
precettore, lo prega di non corrugare la fronte se lo chiamerà a partecipare
della gloria che gli deriva dal suo Ettaplo . Ed era sincero, perchè non c'è
soddisfazione più intima di quella che si prova al PoLiT. Epist. Opera Opera
riconoscimento del proprio valore da parte di quegli che, essendo stato maestro
nell'adolescenza, rimane impresso come un giudice equo e spassionato. Ma quanto
favore incontrò V EU apio fra i dotti umanisti, altrettanto severamente venne
accolto da parte dei teologi romani che vedevano in esso un'altra prova del
persistere del Pico nell'attitudine contraria alle dottrine ortodosse della
Chiesa. Non migliorava quindi la posizione del Mirandolano di fronte al
Pontefice, il quale^ facendo suo il giudizio della Curia, assumeva un
atteggiamento sempre più intransigente. Invano si adoperava Lorenzo per mezzo
del Lanfredini a mitigare l'animo di Innocenzo Vili, e invano gli faceva
pervenire uno schema di Breve, compilato dallo stesso Pico, per dimostrargli a
quali condizioni il conte si sarebbe sottomesso. Il Papa era irremovibile e rispondeva
al Lanfredini che « il caso del Pico era importantissimo » e che ben « altra
cosa era gratificare Lorenzo del « figliuolo (accenna al cardinale Giovanni) o
com« piacerlo non entra questi casi della fede». Berti, Op. cif. 39. Ecco parte
della lettera in cui il Pico dopo aver
espresso la gratitudine sua al Magnifico, seguita: « Quello ch'io desidero « è
un Breve, nella forma eh' io scriverò di sotto. Faccia » vedere la Sua Santità
se per concederlo, ne li può na 1 II fratello Anton Maria aveva riferito al
nostro Giovanni che un certo monsignore di Napoli lo accusava di due cose: che
cioè egli aveva sparlato della Bolla a Parigi e che continuava a trattare di
nuovo quelle cose che gli erano state vietate. II Pico allora si difende contro
la prima asserzione, chiamando a testimoni gli stessi « ora« tori che erano in
Pranza, se non vogliono tacere « el vero » : e contro la seconda che « non ho «
scripto altro di nuovo che quella expositione « sopra el Genesi ch'io ho mandata
alla M.^'^ Vo« stra, et Lei può far fede se è contra el Papa o « no, che tanto
è distante dalle materie di quelle «conclusioni, quanto è il cielo da la
terra». II Magnifico, infatti, faceva fede che l'opera era « stata veduta da
quanti religiosi dotti ci sono e « uomini di buona fama e di santa vita e da
tutti è « sommamente approvata, né io però sono si cat« tivo cristiano che
quando ne credessi altro, me •« scere o danno, o vergogna, o scandalo alcuno
nella Ec« desia di Dio, ch'io so gli sarà detto di no, se ne sa« ranno
domandati huomini non passionati. Il Breve voria « che fusse in questa forma:
Havendo tu già proposte per « discutere alcune conclusioni fu iudicato per noi
che « il libro di queste non fosse Ietto, come in una nostra «tale Bolla si
contiene ecc.». Dall'Appendice II, doc. I, nello studio del Berti, . Berti,
doc. I, Append. « lo tacessi o
sopportassilo. Sono certo se costui « (il Pico) dicesse il credo, cotesti
spiriti malvagi « direbbero ch'è un'heresia ». La lettera poi accenna alla
debolezza del Papa il quale, essendo occupato in molte altre cose, si lascia
raggirare da persone malevoli che, « come diavoli lo ten« tano con queste
persecuzioni e sono troppo cre«duti». Avverte che il conte è «un istrumento «
da saper fare il male e il bene » così che tormentarlo sarebbe farlo deviare
dal bene («e ul«timamente si era ridotto qui a vivere santamente «e con buoni
costumi e quetare l'animo suo *) e fargli tentare cosa che « potrebbe essere di
gran «scandalo». E conclude: «Se la forza gli farà « pigliare altra via, io ci
perderò poco perchè in « ogni luogo dove anderà, so mi vorrà bene, per« che ne
voglio assai a lui». Esorta quindi l'oratore a fare il possibile per riuscire
nell'intento « che non potreste mai stimare quanto questa cosa « mi è molesta e
che passione mi da » . Tutto inutile; il Papa era irremovibile e non sapeva capacitarsi
a veder persistere uno che aveva ancora l'aspetto di scolaro imberbe, a
sostenere cose di teologia, per le quali si richiede una lunga vita Lettera
conservata dal Fabroni Laurentii Medicis Magnifici Vita, voi. II 291. Cfr.
Berti di studio: «perchè, diceva il
Papa, non si mette « a fare della poesia ?» Questa gli pareva un'applicazione
più rispondente alla sua giovane età. Cotesta frase del Papa, che può parere
ironica, ed è invece sprezzante, dimostra quanto poco ei sapesse comprendere
quell'anima assetata di gloria e di luce, che coiu)Sceva tutte le ansie del
dubbio e il tormento di tante notti insonni per decifrare, nei libri degli
orientali, qualche sparso raggio della divinità. 11 Papa arrivò a dire, anzi,
che V Ettaplo peggiorava la causa del Pico « essendosi trovata questa opera
sopra il Genesi, « et vista per questi docti di Sacra Scriptura, «l'hanno
dannata, perchè in molte parti entra « nelle medesime heresie, et quelle
medesime cose * che sono state detestate per indirecto, lui le in« troduce in
questa opera in molti luoghi». Bisogna poi aggiungere che il libro del Pico
sortiva in un brutto momento per trovare in Innocenzo Vili un animo ben
disposto, essendo in quel tempo amareggiato dai gravi scandali che Cit. dal Berti,
I.. e. 39. Si deve convenire che contrariamente all'asserzione del Pico che
sosteneva non aver tenuto ncW Ettaplo parola del contenuto delle conclusioni,
abbonda invece di quelle idee che erano state condannate nelle Tesi. E noi
abbiamo dimostrato come l' Ettaplo sia la sistemazione delle varie teorie che
formano argomento delle conclusioni. 156 erano avvenuti proprio a Roma in seno
alla sua famiglia. Stando cosi le cose, il Pico si rassegnò per il momento a
rinunciare ad ulteriori pratiche e tutto s'immerse negli studi ch'erano forse
l'unica cosa in cui trovasse continue e pure soddisfazioni. Riprese con gioia
lo studio delle Sacre Scritture e in particolar modo dei Salmi, di cui voleva
continuare l'esposizione esegetica. A farsi aiutare nel lavoro di traduzione
dall'ebraico, il Pico teneva presso di sé un giovane ebreo, Clemente, il quale,
essendo stato convertito al cristianesimo e indotto a vestire 1' abito di S.
Domenico, è richiamato da Lorenzo come una prova dello zelo cristiano del Pico,
e un esempio per stornare la vana calunnia di eresia . Grande Nell'anno 1489
venne scoperta in Roma una lega d'impiegati senza coscienza,! quali
esercitavano un traffico lucroso con Io spaccio di Bolle papali falsificate.
Franceschetto Cybo dava l'esempio peggiore e getta uno sprazzo di luce sulle
condizioni morali della Corte pontificia. In compagnia di Girolamo Tuttavilla
percorreva nottetempo le vie e per futili motivi aggrediva le case dei
cittadini riscuotendo di necessità scherno e vergogna. Presso il cardinale Riario
perdette in una notte 1400 ducati e si lagnava poi col papa d'essere stato
raggirato. Pastor. L'accenno nella lettera di Lorenzo al Lanfredini è
testualmente così: tra gli altri segni di vita cristiana del Pico, vi è quello
« di aver convertito un ebreo, giovane 157 era l'aspettativa per questo lavoro
del Pico tra i letterati e gli amici, le cui lettere di questo periodo vi
alludono come a qualche cosa del genere dell' Ettaplo. « Ci aspettiamo davvero
qualche «cosa di delizioso, scriveva Matteo Vero al Sal*viati, dagl'inni di
David, ch'egli ò dietro a in«terpretare e a spiegare con grande premura. « A
compiere il qual lavoro mi compiaccio che «in questo momento abbia scelto la
quiete del « nostro Cenobio di Fiesole, dove il solo vederlo «e udirlo è una
vera gioia». Siccome all' infuori del commento al salmo XV, di cui abbiamo già
parlato, non ci rimane nulla, se non qualche frammento inedito, scoperto dal
Ceretti, che possa giustificare l'ipotesi che il Pico facesse un Commentario di
tutti i salmi, dobbiamo ritenere ch'egli continuasse lo studio dei salmi più
tosto per un bisogno suo particolare, per fare cioè una specie di esercizi
spirituali; e questo spiega anche perchè amasse ritirarsi nel Cenobio
fiesolano. Ad avvalorare questa nostra supposizione ci soccorre la lettera
ch'egli scrive « assai dotto in quella
lingua, al quale faceva tradurre « certe opere in casa sua e colle armi sue
medesime e « ridotto a farsi cristiano, che non sono opere da eretici ». Il
Berti corregge il Fabroni da cui desume questa lettera e che publicata con la
data del 1492 è invece del 1489. 1. e. 41. Cfr. anche Cassuto. Opera da Firenze
a un certo padre F. B. C. che lo esortava a una vita pia e virtuosa. « Vedrai,
sog« giunge il nostro, che, quando mi sarà dato di « ritirarmi nella
solitudine, allora potrò filosofare « piamente (pie philosophari) e congiungere
la «pietà alla sapienza. Anch'io sono convinto non « esservi vera sapienza
quando manchi la eterna, « poiché il trattare le varie discipline, può ben «
dare il colore alla pelle, ma non farci più belli. « Ma la mente sana, ferma,
gagliarda non si può «sperare che dall'integrità della vita, dai buoni «
costumi e infine dalla santa religione ». Non dobbiamo credere che i soli salmi
assorbissero il suo tempo; coltivava anche gli studi teologici e filosofici, certo
anche quelli poetici, come si ricava da una lettera datata da Firenze l'undici
febbraio dello stesso anno, indirizzata aManuzio. « Ti mando 1' Omero che mi
hai chie« sto tempo fa; mi trovo così stretto dalle occu« pazioni, Aldo mio,
che non ho neppure il tempo « di respirare. Mi sono dato alle lettere le cui «
esigenze sono cosi grandi che ho appena il «tempo di rimettermi in salute . Tu
che stai « per accingerti alla filosofia, ricordati che non Opera, 375. Questa
frase indica che la salute del Pico doveva essere alquanto scossa, e forse si
era ritirato a Fiesole anche per scopo di cura. « vi è nessuna filosofia che ci
dispensi dalia ve« rità dei misteri: la filosofia cerca la verità, la «teologia
la trova, la religione la possiede'». In queste tre sentenze il Pico ci dà, in
ct)mpendio, il programma de' suoi studi, i quali andavano orientandosi verso
quella fase finale della sua attività, che è, come in ogni processo della vita
umana, la liberazione dello spirito dagl'impacci del mondo esteriore. E così
avremo modo di notare come nel Pico questo processo si svolgesse con ritmo più
accelerato che in altri, e il ciclo si chiudesse proprio nel periodo che
d'ordinario separa il trapasso dallo spirito volitivo che cerca di fissarsi nel
limitato, allo spirito libero che aspira all'infinito. Durante la primavera,
per riprendere il vigore delle sue forze, usciva sovente con qualche amico a
passeggio pei dintorni di Firenze: e il Ficino ci ha descritto con insolita
semplicità, in una sua lettera a Filippo Valori, una di quelle passeggiate che
i due filosofi solevano fare insieme, ragionando con poetico fervore delle
comodità della vita . Ecco in che modo il Pico stesso faceva conoscere a
Battista Spagnuoli come Opera, 359. « Alli giorni passati andando a spasso il
nostro Pico « della Mirandola, uomo certamente meraviglioso e io per « gli
colli di Fiesole, riguardavamo cosi per il cammino tutto 160 passasse il suo
tempo. « Al mattino, dice, mi « applico assiduamente alla concordanza di Pla«
tone e di Aristotile, serbo le ore meridiane agli « amici, alla ricreazione
dello spirito mediante la « lettura dei passi e degli oratori, le ore della «
notte le ripartisco fra lo studio delle sacre carte « e un breve sonno». Come
si vede il Pico aveva intrapreso un lavoro che lo teneva occupato le ore
migliori della giornata, e cioè la concordia dei due massimi filosofi
dell'antichità. A tale intento domanda in prestito agli amici i libri che gli
occorrono e, se non li trova a Firenze, li chiede per lettera a quelli che
risiedono in altre città. Ringraziando in una sua Baldassarre Migliavacca di
Milano delle copie dei libri greci inviatigli, lo prega di acquistargli il
commento di Giovanni Grammatico sulla fisica di Aristotile e, se gli è
possibile, anche la metafisica dello stesso filosofo . Nel mentre che si fa
inviare dal carmelitano Battista Mantovano l'indice della Biblioteca di Bologna
in cui risiede, gli chiede ragguagli intorno alla vita di Filostrato « il paese
di Fiorenza, habitazione per certo felice, pur « che due soli incommodi si
schivassero, cioè la nebbia «che l'Arno cagiona e i gran venti del monte che
gli è « opposto ». Fi(;;iNO, Epist. voi. cit. lib. IX. Opera, 358-59. Opera,
370. 161 e del filosofo Zaccaria che il frate aveva conosciuto a Roma . Da
tutte queste lettere traspare il grande affetto che ormai legava il Pico al
Poliziano e nei saluti agli amici troviamo sempre congiunto il nome di lui.
Scrivendo agli ultimi di luglio a Ermolao lo prega, con dolce rimprovero, di
voler moderare le sue lodi {me iani qiiacso lauda modice) poiché gli è stato
riferito dal fratello Anton Maria che Ermolao, lo portava a cielo dinanzi a
lui, agli altri e « allo stesso Pontefice » : per altro lo prega di amarlo
senza ritegno {diun iamen anies immodice) e termina la lettera: «Ti saluta il
Poliziano amandoti e lo« dandoti sempre un immodico (immodicus) ". Ed
Ermolao rispondendogli a sua volta da Roma, dopo aver detto che a ciò è mosso
da un prepotente bisogno di essergli vicino col pensiero, con la voce, con lo
scritto, perchè trova più giocondo il dire che l'udire essere l'amico suo pieno
di candore, di bontà, di umanità, termina lo scritto: 'Vale cum Politiano
«meo^>. appunto perchè sa che così si rende più accetto all' amico . Anche
nell' epistolario del Poliziano abbiamo la testimonianza di lei. questo attaccamento reciproco dei due
letterati. Degna di nota è la lettera che il poeta scrive alla «fedele
Cassandra», dotta fanciulla di Venezia, la quale, desiderosa di mettersi in
corrispondenza col più celebre poeta del tempo, gì' invia alcuni suoi lavori
letterari (orazioni, epistole, versi, scritti di argomento filosofico ecc.); ed
il Poliziano trovandoli scritti con eleganza, con gravità, e con una certa
virginea semplicità, non priva di dolcezza, così la saluta: « Decus Italiae
virgo», nuova Aspasia, Saffo, Corinna, degna di stare accanto alle donne più
celebri dell'antichità. Ma non si appaga dell'ammirazione; egli vorrebbe
contemplare il volto castissimo della vergine, vedere il portamento e le
movenze della sua persona, bevere, quasi, con orecchi assetati, le parole
ispirate delle muse, poiché allora trasumanato (consuinatissimus) dall'aflato
suo, non temerebbe nel canto il Tracio Orfeo e la di lui madre Calliope. «
Certamente finora, soggiunge, soleva am« mirare Giovanni Pico della Mirandola,
come il « più bello e il più dotto dei mortali. Ed ecco « che ora. Cassandra,
io presi ad amare te ancora «subito dopo di lui, anzi insieme con lui». Come si
vede, c'era una differenza tra l'affetto del Pico e l'amore del Poliziano : in
realtà quello POLITIANI Episf. del primo era un'amicizia che derivava da
quell'ascendente che non può non esercitare un temperamento poetico,
quand'anche l'esteriorità della persona non abbia alcuna attrattiva e del
Poliziano si dice che fosse alquanto deforme — ; quello dell'altro, invece, era
quasi un amore ispirato dalla contemplazione estetica di un giovane dalle forme
squisite, tanto più ammirate in quel tempo in cui rinascevano, fra tante altre,
le preferenze classiche per la bellezza androgina. Un fatto che in questo tempo
tornò di sommo gradimento al Pico e a' suoi amici, fu la notizia dell'elezione
a patriarca di Aquilea di Ermolao Barbaro. A lui, che da Milano, dove aveva
rappresentato in qualità di oratore la Republica di Venezia presso Ludovico
Sforza, era passato a coprire lo stesso ufficio a Roma, presso Innocenzo Vili,
rivolge il Pico la seguente lettera: « Mi congratulo con te della nomina a
Patriarca « di Aquilea dove potrai dimostrare il tuo valore. «Vi sono tre
generi di vita: il civile, il contem Una nota simpatica di questo circolo di
dotti fiorentini, al quale apparteneva Pico, è l'assenza sia dalla loro vita
come dai loro scritti di quell'immoralità che imbratta come viscido fango i
nomi dei più celebri umaninisti delle altre Accademie. Per Pomponio Leto, che
fu imputato di Sodomia, vedi la monografia dello Zabughin, Grottaferrata «
piativo e il religioso. Esigiamo dal primo la « prudenza, dal secondo la
dottrina, dal terzo la «santità. E tu per l' innanzi nel trattare gli affari «
dello stato, ti sei dimostrato prudentissimo, e « gli studiosi, amandoti e
ammirandoti, ti tengono «per loro maestro nelle buone discipline: e non «
abbiamo dubbi di sorta che saprai del pari «svolgere le tue mirabili doti nella
Chiesa». Ermolao risponde con espressioni di rimpianto per il bel tempo speso
negli studi pei quali teme ora di non esser più libero di dedicarsi come nella
vita secolare, e sopratutto perchè teme che l'alto ufficio che ora deve
coprire, induca il Pico a tenere un contegno piii riservato verso di lui. E
questo non vuole che avvenga per nessuna ragione. « Ti scongiuro, esclama, per
quella be« nevolenza che mi hai sempre dimostrato di vo« lere far sì che anche
sacerdote io sia tenuto da «te, se è possibile, per quell'Ermolao che hai «
amato nel secolo e che ora, fatto soldato di « Cristo, desidero esserti ancor
più caro. Sappi che « Aquilone mi ha trasportato oltre la verità, che « Favonio
mi ha rapito oltre l'amore » . Chi avrebbe detto che il suo desiderio di poter
attendere alla filosofia lontano dalle occupazioni, Opera si sarebbe cosi
presto realizzato, ciie anzi, mentre egli diceva : Si hoc cveniut, ne avesse il
presentimenio ? Difatti il Senato veneziano che si arrogava il diritto di
nominare il Patriarca di Aquiiea, si sentì offeso dall'atto di Ermolao Barbaro,
il quale aveva accettato la nomina da Innocenzo Vili, senza prima chiedere al
governo il permesso voluto dalla legge; e per questo condannò il Patriarca
all'esilio. Questa sciagura che privava Ermolao della speranza di rivedere la
cara patria che tanto amava, fu però sopportata con stoica fermezza e
ricompensata dal piacere di poter riprendere i dolci studi. 1 suoi sentimenti
in proposito, che manifesta in una lettera al concittadino Calvo sono la fedele
espressione del suo animo puro ed elevato, uno di «Nulla vi ha di più preclaro,
nulla di più elevato della fortezza dell'animo. Essa brilla al disopra di ogni
• altra virtù; essa è la migliore fattrice di voluttà e di pace, e mentre tutte
le altre s'inchinano all'impero della • fortuna, la sola fortezza l'affronta e
la pone in ceppi. « Ma fingi pure che io abbia ricevuto una ferita più pro«
fonda ancora di quella che al presente mi grava; quanto « presidio, quanto
sollievo non credi tu che a me rima« nesse da queste tenui lettere che sin da
fanciullo ho coltivato? Godendo io sanità di mente e di corpo, quale • calamità
poteva sopravvenirmi che m'involasse il con • torto degli studi ? Essendo
questi sani e intatti la mia 166 quei nobili caratteri non abbastanza studiati.
Frattanto il Pico, per meglio attendere a' suoi studi, fece dono, di tutti i
beni che teneva nel Mirandolese, e della terza parte del Principato per la
somma di trentamila ducati d'oro, al nipote Gianfrancesco, il quale con tanto
amore doveva in seguito curare l'edizione delle opere dello zio e scriverne la
vita. In quel medesimo anno il Pico, in compagnia del Poliziano e del Crinito,
fece un viaggio nell'Alta Italia per visitare le biblioteche delle principali
città, Bologna, Ferrara, Padova, Vicenza, e i particolari di questo viaggio
sono riferiti dal Crinito(l). Senza dubbio il motivo di questo viaggio doveva
esser quello di procacciarsi i libri che riteneva necessari per condurre
innanzi il suo lavoro intorno alla concordanza di Platone e di Aristotile.
Nella vita del nostro si alternano con una certa frequenza periodi di vivacità
espansiva, con altri di calma e riposata solitudine. Così ora, mentre è tutto
immerso nello studio dei due sommi « vita non può essere se non tranquilla,
gioconda, ono« revole. Oh felice calamità che mi hai restituito alle let« tere
e le lettere a me, anzi a me stesso ! » Dalle Epìst. del Poliziano, la
traduzione è del CoRNiANi, / secoli della Letferat. Italiana, 279. Rassegna
Bibl. della Leti. Italiana. filosofi della Grecia, si sentiva di ritornare alla
pietà e al bisogno di quiete. Con minore assiduità prese a frequentare i
convegni e le feste, cui Lorenzo per le sue mire politiche dava largo
incremento; cominciò ad essere notata la sua assenza nei conviti in cui era
solito accompagnarlo il Poliziano. Questi prova rincrescimento e per lusingarlo
gli descrive ora lo spettacolo di una giostra {cquitum ccrtamcn hastis
concurrcntium), al quale partecipa il fiore della gioventù fiorentina e in cui
Piero de' Medici, ch'è divenuto il beniamino della moltitudine e la gloria
della sua famiglia, ottiene la palma della vittoria. Ora invece gli descrive un
banchetto offertogli da un certo Paolo Ursino, il cui figlio, bimbo di undici
anni, si rivelò un prodigio (un enfant prodigi diremmo noij sia nel suono e nel
canto, sia nella recitazione di prova oratoria, sia nel cavalcare un focoso destriero
in singoiar tenzone con Piero de' Medici. « 11 fanciullo, soggiunge il
Poliziano. « aveva dei capelli d'oro che gli scendevano mol POLITIANI Epist., «
I Medici con« cepiscono una vera passione per la giostra... Già ancor « sotto
Cosimo, e poi sotto Piero il vecchio ebbero « luogo in Firenze giostre
celebratissime; Piero il giovane « poi per tali esercizi, trascurò perfino il
governo e non « voleva essere dipinto se non rivestito dalla sua splen. dida
armatura». Burckhardt « lemente sulle spalle, gli occhi vivaci, lo sguardo «
intelligente, il portamento elegante e nel tempo « stesso marziale. E quando in
mezzo al convito « prese a cantare accompagnato dagli strumenti « musicali,
sentivo penetrarmi la sua voce soa« vissima nel cuore, e inondarmi di una
voluttà «quasi divina». Questo brano ci dice quale ammiratore fosse il
Poliziano della bellezza androgina; anzi quale affinità di sentimenti avesse
con gli esteti dell'antica Grecia e sopratutto di Roma imperiale di cui abbiamo
uno specchio nel Satyricon di Petronio. Ma il Pico era un mistico e non un
sentimentale; non amava i festini e la vita gaudente che per un poeta come il
Poliziano erano fonte di sempre nuove impressioni. Ormai il contatto delle cose
esteriori cominciava a nauseare il nostro assetato di quella bellezza che
trascende ogni forma sensibile. Pubblica il libro De Ente et Uno che volle
dedicare ad Angelo Poliziano il quale, appunto in quegli anni, soleva
intramezzare le sue lezioni di letteratura greca e latina con la lettura
dell'etica di Aristotile o di qualche brano filosofico di altri autori . A tali
lezioni inter POLIT. Epist. Isidoro del Lungo, Florcntia, Firenze, Barbera
veniva talvolta anche il Pico e la presenza del dotto principe tornava molto
lusinghiera al poeta di Montepulciano che all'amicizia univa una grande
ammirazione per le qualità dell'ingegno del Alirandolano. Nella dedica il Pico
ci fa sapere come l'argomento gli sia stato suggerito da una disputa sorta tra
Lorenzo e il Poliziano sul modo di considerare Vesscrc e V unità. Il Poliziano
stava con Aristotile che ne aveva sostenuta l'identità e il Magnifico coi
Platonici che si erano pronunziati per la disparità. Il Pico si schiera
decisamente coi primi e viene a dimostrare che anche Platone identifica
l'essere con l'uno. Dove egli trova la più rassicurante risposta alla sua tesi,
che nella mente d i Platone l'essere e l'uno si convertono, è nel dialogo del
Parmenide, ove Platone dimostra non già la superiorità dell'uno sull'essere, ma
la loro identità. Perciò Aristotile, che parte dal cuore della filosofia
platonica e vi scorge questa identità dei due principi, non dissente aflatto
dal suo maestro. Tuttavia il Pico che non era un superficiale conoscitore della
filosofia aristotelica, non poteva nascondersi che il pensiero dello Stagirita
è stato sempre su questo argomento ondeggiante, sia quando disse che « l'essere
non è assolutamente uno», sia quando, parlando dello stesso essere, l'ha
definito ora in un senso ora in un altro. Lasciando stare l'equivoco di
linguaggio a proposito della parola essere, che è impiegata in numerosi sensi,
e che quella di sostanza è impiegata almeno in quattro, sta di fatto che la
contraddizione è flagrante e ogni tentativo per eliminarla riuscirebbe vano. Ma
il Pico, tendendo alla conciliazione ad ogni costo, concepisce quella
superessenza che in sé comprende l'essere e l'uno, sorvolando sopra a tale contraddizione
con un ragionamento che non è privo di acume. L'essere, egli dice nel quarto,
si deve considerare come concreto e come astratto; nel primo caso l'essere,
come partecipazione di qualcosa, è inferiore all'uno; ma nel secondo, cioè
l'essere per sé, é un essere uno, superiore ad ogni ente (adeo est ut sit ipsum
esse, quod a se est et sit ipsum esse, quod a se et ex se est et cuius
partecipazione omnia sunt). È evidente che in questo caso l'essere è Dio, il
quale, come l'unità, é principio di tutte le cose (Tale autem est Deus qui est
totius plenitudo, qui solus a se est, et a quo solo nullo intercedente medio ad
esse omnia processerunt). Così il Pico si spiega non solo la convertibilità
dell'essere nell'uno, ma anche come l'essere e l'uno siano in Dio, il quale é
un superessere e un 171 superuno, e, come dice Dionigi, quia unice est omnia. V
indirizzo mistico dei suo pensiero porta il Pico ad operare la conciliazione di
Piatone e di Aristotile mediante Dionigi e a convertire l'ontologia in una
concezione teologica. Cosi l'assertore della dignità dell'uomo diviene il
paladino dell'infinita potenza di Dio, al quale l'unica lode checonvenga è il
silenzio. Poliziano fu molto commosso della dedica del libro e l'accolse con
espressioni tali che parrebbero esagerate, o per lo meno dettate da un senso di
adulazione, se non avessimo avuto agio fin qui di notare la sincerità della sua
ammirazione per il Pico. « Arsi sempre, dice il Poeta, arsi forse un po'
troppo, te lo confesso, dal desiderio di una perpetua fama, a! punto da
ritenere per un niente le ricchezze, la dignità, la potenza e i piaceri in
paragone di una gloria duratura. Ma poichò ciò che ho scritto non mi è valso
molto a perpetuare il mio nome tu, Pico, sei apparso a prestarmi ciò che non
avevo potuto da me, dedicandomi il tuo commentario De Ente et Uno, nel quale
richiami le accademie alla vera sorgente e congiungi in una due filosofie e la
nostra teologia. Che altro dovrei cercare per poter vivere nei campi Elisi, se
vivrò per mezzo tuo e insieme con te ? La posterità narrerà un giorno esservi
stato una volta un certo Poliziano, il quale fu tanto stimato da meritare che
il Pico, luce di ogni sapere, parlasse di lui nel bellissimo libro che tratta
di cose sublimi. Ti rendo, dunque per l'immortalità, grazie immortali». Questi
segni di affetto dei due letterati dovevano senza dubbio tornare graditi al
sofferente Lorenzo che, ammalato da alcuni mesi, era assistito dal Poliziano,
dal quale si faceva leggere ora alcuni passi del De Ente et Uno, ora
s'intratteneva a parlare delle virtìj e dell'ingegno del suo diletto Pico. «
Quanto desidererei, disse una sera l'infermo, passare quest'altro po' di tempo
che Dio si degnerà concedermi, negli studi filosofici con te, col Ficino e con
Pico della Mirandola. E quando fu presso a morire in Careggi (scriveva il
Poliziano a Jacopo Antiquario) guardandomi dolcemente, come sempre soleva, Oh
Angiolo, mi disse, sei tu qui ? — e insieme levando a stento le languide
braccia, mi afferrò strettamente ambo le mani. Io non poteva trattenere i
singhiozzi e le lagrime, cui nondimeno sforzavami nascondere, volgendo altrove
la faccia. Ma egli, senza punto commuoversi proseguiva a stringere le mie fra
le sue mani. Quando si avvide che il pianto m'impediva di parlargli, a poco a
poco, quasi naturalmente, mi lasciò libero. Corsi allora subito nel vicino
gabinetto ed ivi diedi POLITIANI Epist. ed. cit. 452. 173 « sfogo al mio dolore
e alle lagrime. Poscia asciu« gatomi gli occhi e tornato dentro, appena egli «
mi vide e mi vide tosto, mi chiama di nuovo « a se e mi chiede che faccia Pico
della Miran« dola, gli rispondo ch'era rimasto in città, per« che temeva
d'essergli molesto colla sua pre« senza. Se io, disse Lorenzo, non temessi che
« questo viaggio gli fosse di noia, bramerei pure « di vederlo e di parlargli
per l'ultima volta, prima « di abbandonarvi. Debbo io dunque, gli dissi, «
farlo chiamare ? Sì, certo, rispose, e il piij «presto possibile; così feci, e
già era venuto « il Pico e si era posto a sedere presso il letto. « E io ancora
mi ero appoggiato presso le sue « ginocchia per udir meglio per l'ultima volta
la « già languida voce del mio Signore. Con quale « bontà, Dio buono, con quale
cortesia, dirò an« Cora, con quali carezze lo accolse Lorenzo ! « Gli chiese
prima perdono di avergli arrecato « un tale incommodo, lo pregò a riceverlo
come «contrassegno dell'amicizia e dell'amore che « aveva per lui, e gli disse
che moriva piiì volen« fieri dopo aver veduto un sì caro amico». Il volto
gentile del Pico era valso a calmare l'agitazione convulsa di quell'uomo in
preda agli PoLiTiAN! Epist., . Vedi Berti, 1. e. 44-45. 174 ultimi strazi
dell'agonia, resa più triste forse dal ricordo dei falli commessi durante la
vita di principe; e gli occhi vitrei, prossimi a spegnersi per sempre, parvero
rischiararsi alla luce calma e celeste che riverberavano gli occhi azzurri del
Mirandolano. Il male di cui soffriva il Magnifico era di quelli che non
perdonano, e il grande mecenate, r astuto politico, uno dei primi poeti del
Rinascimento, moriva l'otto aprile all'età di quarantaquattro anni. Si
discuterà sull'opera sua di governo, sulla sincerità o meno della sua
liberalità e del suo mecenatismo, quel ch'è certo si è che Firenze e l'Italia
godettero sotto di lui di una prosperità come poche volte fu dato nella storia
della nostra patria; che tanti uomini d'ingegno lo amarono e lo riverirono non
sempre per adulazione (e la lettera del Poliziano è una prova della più sincera
devozione) ma perchè riconoscevano in lui oltre che un reggitore politico, un
uomo dì cuore e d'ingegno. Valga la considerazione di ciò che accadde
all'Italia dopo la morte di lui per dover ammettere che Lorenzo fu una delle
personalità più spiccate e complesse del Rinascimento, un uomo che, come pochi,
ha rappresen TiRABOSCHi, Storia della Letteratura Italiana, tato le sorti di una nazione. E il Pico fu di
quelli che esperimentarono la generosità disinteressata di Lorenzo le cui
lettere e documenti fanno fede dello spontaneo disinteressamento che sempre
animarono ogni suo atto verso il giovane filosofo, al quale si sentiva legato
da un affetto sereno e sincero. E se il Pico era sfuggito alle persecuzioni dei
propri nemici, se aveva potuto trovare in Firenze un asilo comodo e sicuro, se
era riuscito ad esplicare liberamente la sua attività di studioso, lo doveva a
Lorenzo che per lui fu non solo un amico ma un carissimo padre. IX. Il Pico a
Ferrara nel 14i>2. Crisi Uelii^iosa. L'Orazione Domenicale. Invitato dal
duca Ercole I, si recò il Pico a Ferrara per assistere alla disputa che doveva
aver luogo in occasione del Capitolo generale dei Frati Predicatori. Alcuni
anni addietro aveva partecipato a un altro Capitolo, a quello di Reggio, dove
era stato fatto segno all'aminirazione generale pel suo ingegno precoce. Né
anche ora dovettero mancargli i segni di deferenza e di ammirazione da parte
dei convenuti; ma mentre un tempo si sentiva accendere ai sogni della gloria e
«all'uso di Gorgia da Leontini cercava fama, sostenendo qualsiasi cosa » ; ora
molte foglie vedeva cadere avvizzite dalla sua corona, dopo che ne aveva
sperimentata la vacuità piena d'ama — 178 ritudine. Anzi adesso provava un
sentimento d'inferiorità davanti a quei frati il cui nome non sorpassava la
cerchia ristretta delle conoscenze personali, ma la cui vita al compimento
della quale mettevano in uso tutte le loro energie riteneva alla sua superiore.
Questi sentimenti del Pico li leggiamo in una lunga lettera, in data 15 maggio
1492, ch'egli scrive al nipote Gianfrancesco. Ivi lo consiglia di non dolersi
delle difficoltà che dovrà incontrare nella via del bene, giacché sarebbe
oggetto di meraviglia se a lui solo fra i mortali fosse dato di andare in cielo
senza fatica (sine sudore). E dopo avergli ricordata la massima di S. Giacomo:
Gaudete fratrcs cum in tentaiiones varias incideritis nec immerito quidem, gli
spiega come ogni stato sia irto di difficoltà e pericoli : così quello del
marinaio, del mercante, del principe. Per questo egli ha scelto la quiete del
suo studio, e nulla a mbisce in questo mondo i cui seguaci gridano unanimi:
laxati sumus in vias iniquitatis, perchè le innumerevoli cure della vita li
agita come un mare fervens quod quiescere non potestSiccome tutte le cose
terrene sono caduche, incerte e vili, lo invita a rompere i lacci delle
passioni, a rendersi piacevole più a Dio che agli uomini, a scegliersi la via
stretta della virtìi che mena al cielo. Per fare questo, 179 gli consiglia due
cose: a pregare, e pregare non solo con molte parole (multiloquio) si bene nel
segreto della propria mente e di ascoltare nei penetrali della coscienza la
voce divina che rischiara le tenebre ed unisce a sé coi modi più ineffabili: e
infine che la preghiera non sia lunga, ma ardente e interrotta spesso dai
sospiri. L'altro consiglio è di lasciare le favole dei poeti per aver sempre
nelle mani le sacre scritture (nocturna versare manu, versare diurna nelle
quali è nascosta una tal forza sovrumana, così viva ed efficace, che trasfonde,
in chi vi s’accosti umilmente, un'ammirabile amore divino. Termina la lettera
ricordandogli quanto gli ha detto altre volte, che cioè per quanto lunga possa
essere la vita, si deve pur morire e che il cavallo che ciascuno di noi cavalca
non ha da percorrere che un breve stadio. Quale passo ha fatto Pico di questa
lettera, da Pico dell'epistola critica a Lorenzo cosi piena d'entusiasmo e di
baldanza o dell'Apologia in cui scoppiettavano a volte un virulento sarcasmo, a
volte espressioni così ardite e per quel tempo insolite! Questa lettera sembra
scritta d’un padre religioso tanto è compenetrata di pensieri e di massime
divote: il distacco dal mondo, gl’orrori dell'inferno, l'e Opera, . 180
sortazione alla preghiera, trovano un accento cosi fervente, che ci sembra
d'avere innanzi un vecchio stanco della vita e anelante al riposo del sepolcro.
Pico era ancor giovane, eppure il suo spirito era invecchiato, 0 meglio, poiché
lo spirito non invecchia, era cambiato il contenuto della sua vita. Ciò che ora
lo attraeva non era più la poesia e le sue lettere e i suoi sonetti ci
attestano quanto egli avesse amato la poesia (omissis j'am fabulis nugisque
poetarum cosi consiglia al nipote neppure forse piiì la filosofia e questa era
stata la sua grande passione, quella per cui aveva rinunciato alla vita di
principe, per cui aveva sofferto persecuzioni e prigionia ciò che ora Io
attraeva era una vita più degna d'essere vissuta, per la quale voleva dare non
solo una parte della sua attività, l'intellettuale, ma quella affettiva, quella
pratica, insomma tutta l'anima. E dessa, è ormai evidente, era la vita
religiosa. Ma gli era d'uopo conciliarsi con la Chiesa, dare al Pontefice un
attestato persuasivo della sua nuova disposizione. Era quello l'anno nel quale
avvenne l'espulsione degl’ebrei da tutta la Sicilia e molti si sparsero in ogni
parte d'Italia. Uno di questi Opera (siculus quidam hebraeus) si era spinto
sino a Ferrara, portando seco gran copia di libri ebraici. Pico si senti
stimolato dall'antica curiosità ed attrattiva pel misterioso; per lui un libro
nuovo era un tesoro, e Io legge colla convinzione di trovare in esso ciò che la
sua anima vagheggiava e che tutti i libri precedenti non avevano saputo
accordare. Ricorda, non senza tristezza, quali orizzonti aveva intravveduto
nello studio della Cabala e quante notti aveva vegliato per decifrare gl’arcani
dell'antica sapienza. Chi sa che anche ora non potesse scoprire qualche verità
riposta nei libri di quel giudeo, il quale gli acuiva il desiderio di leggerli
coll'annunciargli la sua partenza da Ferrara entro venti giorni? Al nipote che
lo richiedeva di consigli, risponde che non si aspettasse per qualche tempo da
lui nessuno scritto essendo occupato notte e giorno, sino quasi a perdere
gl’occhi, su quei libri dell'ebreo, che conta di finirli prima della di lui
partenza. Addio, conclude, temi il Signore e pensa ogni giorno che devi morire.
Non Opera Alcuni giorni prima aveva scritto a Malvezzi ringraziandolo
dell'invio fattogli del suo libro De Sortibus che aveva trovato diligente in
quanto alla lingua, acuto nelle osservazioni e gli promette d'inviargli alcune
182 pare che da tali letture ne traesse il frutto che si era ripromesso e
nemmeno la benché minima soddisfazione dello studio per sé stesso. Ormai era
inclinato per quella via in cui si sentiva irresistibilmente trascinato. Si
ritrasse da quei libri con una specie di disgusto, e come da ciò che si
frapponeva alla sua vera méta. Riandando alle cause che determinarono il suo
attrito con la Chiesa e il suo capo, il Pontefice, s'avvide che «buona parte
della colpa era sua, « che aveva troppo amato la gloria del mondo e «trascurato
quella che sola proviene da Dio*, e sopratutto perché all'odio e alla nequizia
degli uomini, aveva reagito coli' impeto della passione, che é figlia di
Satana. Non aveva ascoltato il precetto di Gesù quando disse: «Si vos hodio
mundus habet, scitote quia priorem me vobis habuit»,e quindi aveva agito
ciecamente per la violenza della propria consuetudine, come coloro che sono
trasportati dall'impeto della corrente di un fiume. Non aveva riflettuto sulla
sentenza socratica che se i nemici uccidono il corpo, non possono nuocere
all'anima, e però non si era astenuto dalla vendetta che im sue quisquiglie
(forse alcuni di quegli inni che in questo tempo andava componendo per ricreare
lo spirito col suono della lirai, Opera pedisce all'anima di udir risuonare la
voce soavissima di Dio, unica guida alla verità e alla vita. Oh ! come gli
tornava spontaneo sulle labbra il gemito del profeta: «Delieta iuventutis meac
«et ignorantias meas ne memineris: sed secun« dum misericordiam tuam memento
mei propter « bonitatem tuam Domine » ora che, trovandosi a Ferrara, si
risovveniva del tempo della sua prima gioventù non scevra di quei trascorsi che
imbrattano la coscienza. " Pensa, figlio carissimo soggiunge rivolgendosi
al nipote che la vita ò un punto, un istante; che i piaceri, le ricchezze
avvelenano l'anima e la sottraggono al regno del cielo; che tutto ciò che forma
la nostra gioia di quaggiù è incerto, umbratile, falso; pensa che una grande
ricompensa sta preparata per colui che, disprezzando queste cose, sospira alla
vera patria, di cui Dio è il re, la carità la legge, l'eternità il modo. Occupa
l'animo in questi pensieri, che lo stimolano quando dorme, lo accendono quando
e tiepido, lo rafforzano quando vacilla, e gli apprestano le ali quando tende
al divino amore; di maniera che, quando verrai da me, che ti attendo con grande
desiderio, ti possa vedere non solo quale sei, ma come voglio che sia». Opera.
Questa lettera porta la data del 2 luglio, Ferrara. In questa lettera,
improntata a una maggiore unzione delle altre scritte al nipote, il Pico ci si
mostra ormai preso dal sacro fervore de! mistico. Ed è degno di nota il fatto
che il nostro, le cui lettere agli amici sono di sapore, diremo così, profano,
abbia scelto nel suo nipote il confidente delle proprie aspirazioni. Forse lo confortava
a questo, oltre il legame di parentela che lo univa al figlio del proprio
fratello, a cui non era del resto molto distante per l'età, la serietà di
questo giovane principe che si era rivolto a lui con un abbandono e una
devozione che non si smentì mai. Ad ogni modo il Pico, che pur tanti amici
annoverava, non si aprì mai con alcuno come co! nipote, non fece mai nessuno
partecipe delle sue ansie, dei suoi ardori delle note piìi intime che gli
vibravano nell'animo; né mai nessuno ebbe a chiamare metà della propria vita
(animae dimidium mcae) , perchè nessuno per r innanzi l'aveva compreso come il
nipote Gianfrancesco. È senza dubbio di questo tempo il commento all'orazione
domenicale che va sotto il nome: In orationem dominicam expositio. Il Pico fa rientrare
l'orazione domenicale, che per i cristiani è la preghiera per eccellenza, nel n
; Il nipote si era già sposato. (2ì Questa espressione si trova nella lettera
datata da Firenze, Opera quadro generale di una teoria della preghiera; quindi
prima di tutto la definisce, poi determina lo scopo per cui si deve pregare ,
infine dà la norma che deve seguire colui che prega . La preghiera, dice il
Pico, è sempre un desiderio, e ciò che si desidera è sempre un bene, e le cose
le amiamo in quanto esprimono un bene. Siccome poi, al dire degli stessi
teologi e filosofi, il bene sommo è Dio, dobbiamo perciò amare e desiderare
prima, e al disopra di ogni cosa, Dio, e insieme con lui le creature che più a
lui ci congiungono. Come dobbiamo regolarci rispetto a tante cose che pur ci
dilettano (come i beni della fortuna, la bellezza, la forza del corpo ed altri
obbietti sensibili) e nondimeno non ci uniscono a Dio? Col fuggirli, risponde Pico;
perchè non può essere buono ciò che ci allontana da Dio e ci fa peccare. E
quando ci sono concessi tali beni da Dio? Allora, incalza il nostro, dob [\)
«Orare non est aliud quam per elevationem men • tiset affectus excitationem sua
desidcria Deo notificare -. i2i « Si ergo debcmus scire, quoniodo sit orandum,
• oportet prius scire quid sit desiderandum. Scimus autem illud esse sumnie
desiderandum quod est summum bonum. L'
Esposizione di cui stiamo facendo l'esame è inserita in principio delle Opere
del F*ico, edizione Basilea già citata. Mancando la numerazione delle pagine,
citeremo per ordine numerico degli a che contraddistinguono i fogli. 13 186
biamo ricordare il detto di S. Paolo che ci consiglia di far uso delle cose di
questo mondo, tenendo da esse distaccato il nostro cuore. Chi vuole distaccarsi
da ciò che è caduco deve far uso della meditazione, della compassione, della
imitazione. Poiché solo meditando la passione di Cristo, noi sentiremo il
nostro cuore punto di compassione per le infinite sofferenze di Gesù ; ma a
nulla gioverebbero le nostre lagrime se non cercassimo di imitarlo nella sua
vita, nelle sue parole, nella sua inalterabile pazienza a sopportare i più
grandi dolori. E non solo dobbiamo sopportare le afflizioni della vita, ma anche
coloro che ci fanno del male. Se vogliamo che Dio rimetta i nostri peccati e ci
preservi dalle tentazioni, accordandoci la sua misericordia, la quale è come la
medicina per il corpo, perchè dovremmo negare al prossimo ciò che noi chiediamo
a Dio, vale a dire la misericordia ? Se è vero che è per essa che noi siamo
salvati e non già per i meriti nostri, a maggior titolo dobbiamo usare verso
gli altri questa grande benevolenza che distingue gli animi eletti. Quando
infine Cristo c'insegna adire al Padre, «liberaci dal male», non possiamo fare
a meno dal non raffigurarci, nella rappresentazione del Demonio, l'insieme di
tutti i mali, l'ipostasi di tutto quanto è triste e peccaminoso; ecco perchè
noi dobbiamo fuggire dal male, come da
una bestia orrenda e rifugiarci nel seno del Padre nostro in cui riposeremo
sempre che lo serviamo con santità e con giustizia. Il 28 luglio giunse a
Ferrara la nuova della morte di Innocenzo Vili, e pochi giorni dopo, quella
dell'elezione alla cattedra di S. Pietro del cardinale Borgia col nome di
Alessandro VI. L'avvento di questo nuovo Papa che, per la larghezza delle sue
idee e i suoi gusti estetici, era ben noto nel mondo letterario ed artistico,
produsse nel nostro un senso di sollievo poiché, essendosi rivelato di un
carattere del tutto diverso da quello del defunto Pontefice, sperava di
trovarlo meno restio a concedergli la sospirata assoluzione. Un'altra
circostanza si presentava intanto a lui favorevole: l'elezione del Rettore
dello studio di Padova, il cipriota Podocataro, a segretario pontificio. Il
Pico scrisse da Ferrara il 16 agosto una lettera di congratulazione al suo
vecchio professore, rimettendogli una supplica per il Papa, colla preghiera
d'intercedere per la sua causa . [\ I Opera, foL, a, 4. (2^ DoREZ, Giornal.
Star. d. ietterai. Italiana, voi. 25, 1895, 355. Egli intanto si mosse alla
volta di Firenze, per potere poi proseguire per Roma ove non gli mancavano
amici e ammiratori, tra i quali il suo affezionato Ermolao, patriarca di
Aquilea. A Firenze, essendosi imbaltuto in un fascio di libri greci (ex his
graecorum librorum fascibus extricavero) s'intrattenne per poterli consultare.
In questa città desiderava raggiungerlo il nipote che ormai non sapeva più vivere
da lui lontano. Ma lo zio l'ammonisce di rimanere per due motivi: primo perchè
potrebbe arrivare a Firenze nel contrattempo ch'egli sarebbe in viaggio per
Roma (ut illuc mihi eudum sit, causam nosti) oppure per Mirandola ; l'altro che
avrebbe dovuto lasciare per lui la moglie, verso la quale l'obbligavano dei
doveri inerenti al matrimonio, cui egli non potrebbe sottrarsi senza venir meno
al comando divino in cui è detto essere gli sposi un'anima sola. « Infatti,
soggiunge, 'non puoi es« sere più tutto tuo dal momento che hai voluto «
assoggettarti alle leggi nuziali, nondimeno puoi « essere tutto di Dio, al
quale sei meritevole nello « stesso tempo che lo sei a te stesso ». Lo esorta
infine a starsene in casa per attendere alle proprie occupazioni e alla
meditazione delle sacre scritture e in special modo del Vangelo. A vederlo non
istarà molto tempo, avendo in animo 189 di ritornare a Ferrara al cominciare
della primavera . Siccome non arrivava nessuna risposta alle pratiche che aveva
inoltrate a Roma, nò credeva riuscisse per niente proficua la sua andata in
quella città, decise di trattenersi ancora a Firenze ove poteva almeno
attendere agli studi. In questo periodo attraversava egli un momento di grande
sconforto; aveva molto bisogno di affetto e di parole buone e in questo senso è
improntata la lettera che scrive ad Ermolao nella quale gli chiede anche il
volume di Tolomeo sulla musica . Arriva un momento nella vita in cui la mente
nostra fa un cammino a ritroso e invece di guardare avanti e di sognare si
volge indietro e ricorda. Fra le persone che conoscemmo ed amammo ve n'è sempre
una che rimane nella nostra memoria coi caratteri indelebili di una bontà
semplice e gioviale. Felici noi se, mentre la contempliamo in immagine, tale
persona vive ancora e può accoglierci nel suo seno e ridirci la parola che
consola. Il Pico era cosi giovane quando questo periodo era per lui arrivato
che, si può dire, tutti coloro che aveva conosciuto nell'in Opera, 346-47 la
data di questa lettera è del 27 novembre 1492. (2 Opera, . fanzia, erano ancor
vivi e tra questi la persona che Io aveva palleggiato bambino tra le braccia, e
che ora ricorda con tenero affetto nella sua lettera che gì' indirizza senza
rivelarci il nome. « Nulla mi tornò più dolce e piij gradito, gli « scrive,
della memoria della tua antica famiglia«rità e soavità di costumi. Se la sede
dell'ami« cizia sta nell'animo, in noi allora essa è vera« mente, vale a dire,
non c'è motivo, come scrivono « Platone ed Aristotile, perchè in noi possa for«
mare un dissidio la distanza di luogo e di tempo. « Pensavo or ora in che modo
poterti essere « vicino, né altro mi venne in mente che il farti H pervenire la
mia elucubrazione de septiformi « in sex dies geneseos. Se noi partoriamo dei
li« bri quasi come dei figliuoli, e il padre è in gran * parte nel figlio,
vengo io ancora con esso lui « che ho generato. Ricevi dunque il mio figliuo«
letto che viene a te com' io soleva ilare e fe * stante bambinello. Ti piacerà,
lo so, perchè mi « ami, e ti dispiacerà anche perchè mi ami. Nam * eiusmodi pietatis
est et eorum errata qtios ama«mus signanter introspicere ut emendemus et
in*trospectis leviter undulgere ne vexemus*. Da ciò si vede che il Pico considerava V Ettaplo come
il suo lavoro prediletto; e invero esso Opera e proprio figlio del suo spirito:
tutto ciò che aveva studiato, sognato e amato, egli lo aveva trasfuso là dentro
e se in qualcosa sperava ripromettersi perpetuità al suo nome, era appunto in
esso, che rimane del resto anche per noi l'espressione più notevole del suo
ingegno. Frattanto non tardò a venire la lettera di risposta del suo Ermolao,
ch'egli trovava quale si era ripromesso, e cioè piena di sentimento e di parole
buone, vera immagine di quell'anima semplice e mite, che, pur cosi erudito
passava allora per uno dei più eletti stilisti latini — rifuggiva il plauso
esteriore, pago unicamente della stima degli amici. In verità questi gli
corrisposero e più di ogni altro il nostro che, esaltando i suoi meriti
letterari, esclamava: «Voglio, o dottissimo Ermolao, « che tu sappia che ti
sono amicissimo e che le • tue virtù mi accendono alla stima e venerazione •
per te, così che a nessuno, anche se ti fosse • consanguineo, permetterei di
amarti come ti • amo io». Ai primi del 1493 giunse a Firenze la notizia che Ermolao
era stato colto dalla pestilenza che serpeggiava allora nel Lazio; il Pico e il
Poliziano n'ebbero il cuore trafitto. Il Pico volle tentare di soccorrere
l'amico invian do Opera, . dogli per mezzo di un corriere uno specifico da lui
stesso comprato e che credeva atto a domare il morbo pestilenziale. Ma quando
l'espresso arrivò a Roma, Ermolao Barbaro era già spirato. Contava trentanove
anni; con lui spariva una delle figure più amabili del suo tempo e più che per
le sue opere letterarie fra cui le Castigationes plinianae erano meritamente
celebrate, egli emergeva fra i contemporanei per le squisite doti del suo
cuore, doti che solo in parte possono trasfondersi negli scritti e che la morte
porta inesorabilmente seco. Per far meglio intendere l'indole di questo
umanista, vogliamo riferire in parte la lettera che scrisse alcuni mesi prima
di morire ad Antonio Calvo, il quale gli annunziava la morte del padre suo
Zaccaria avvenuta in Venezia. Dopo d'aver detto il rammarico provato per non
aver potuto dalla terra d'esilio andare a porgere l'estremo saluto all'autore
dei suoi giorni, soggiungeva: «Forse egli andando sicuro incon« tro alla morte,
era solo sollecito del mio dolore; « sono certo eh' egli non sapeva con che
animo « sopportassi la mia sventura, perchè se mi avesse « veduto, oh allora,
senza dolore sarebbe passato « da questa vita. Del resto mi conforta il pen«
siero ch'egli abbia lasciato il mondo con la co« scienza d'avere fatto il
proprio dovere e di avere 193 « speso la sua vita per il bene della patria e
delia «famiglia. A te raccomando i miei fratelli, sii loro « consolatore in
vece mia e che continuino ad «amare il padre loro oltre la tomba». La perdita
di un sì caro amico gettò un velo di tristezza sull'animo del Pico; il pensiero
di rendersi utile alla Chiesa divenne ora il dominante fra ogni altro. A farlo
persistere in esso contribuiva notevolmente l'influsso che su di lui esercitava
la vita austera di Girolamo Savonarola. Dopo la morte del Magnifico, colui che
in Firenze aveva acquistato maggiore autorità era il frate predicatore, la cui
eloquenza dall'intonazione profetica, la cui vita rigida e intemerata,
cominciavano a guadagnargli le anime stanche della vita 0 desiderose di
purificazione. Il Pico, che già da tempo conosceva il frate , ora che sentiva
più urgente il bisogno d'una persona la quale piij che amica gli fosse guida
nel nuovo cammino, si rivolse al frate di San Marco come all'albero maestro.
Riprese con fervore le pratiche di pietà, passava le ore nella Biblioteca di S.
Marco a conversare col Savonarola di cose religiose, riceveva con piacere nella
sua abita li j Roma. Dalle Epistole del Poliziano. (2; Cfr. la Vita del nipote.
194 zione le visite di coloro che desiderassero intrattenersi in dotti e
cristiani argomenti. In questo tempo, si legge nella vita scritta dal nipote,
il portamento del Pico aveva assunto un fare più timido e contegnoso, il suo
volto, di solito ilare e calmo (vulio hilari semper erat et placido) , sembrava
ora trasfigurato dagli ardori mistici cui si abbandonava. Più volte fu veduto
col flagello in mano (meisque oculis saepius [cuncta in Dei gloriam redeant]
flagellum vidi) macerare le proprie carni per espiare i falli commessi e in
memoria della morte in croce di Cristo. Più nulla poteva ormai commuoverlo dal
suo proposito. Solo una cosa lo avrebbe irritato, se cioè vedesse andar perduti
certi scrigni {nisi scrinia quaedam deperirent) ripieni delle sue
elucubrazioni, frutto di lunghe veglie e che credeva tornassero di grande
utilità alla Chiesa di Dio. Se il paragone non fosse irriverente, diremmo che
uguale si presenta in intensità l'attaccamento per il denaro dell'avaro che
tiene sul cuore le chiavi dello scrigno ove sta il suo tesoro, e dell'umanista
per i libri e gli scritti che tiene nel suo studio : l'uno e l'altro ne
morrebbero di dolore se vedessero andare distrutto ciò che considerano metà
della loro anima, come. Cfr. la Vita del nipote. secondo Pontico Virunio,
incanutì dal cordoglio quell'umanista che perdette in un naufragio la cassa
contenente i libri che portava dall'Oriente. Maffei. Verona illustrata. Cosa
tenesse il Pico nei suoi scrigni ce lo dice il nipote: una farragine di lavori
incompiuti, scritti con carattere malagevole a leggersi «di modo che, come d'in
• gegno, cosi fu si celere di mano che, essendo stato da « giovane ottimo
calligrafo, finì quasi col non intendere • più egli stesso ciò che aveva
scritto. Soleva anche scri« vere or qua or là scrivendo cose nuove sopra le vec
• chie, molte opere interrompeva dopo d'averle incomin«ciate». Egli allora
attendeva con più di proposito a un'opera in cui si prometteva di combattere i
sette nemici della Chiesa: gl'increduli, i pagani, gli ebrei, i maomettani, i
cattolici non osservanti a quello cui credono, gli astrologi e gli eretici. Di
quest'opera solo la parte in cui prendeva a combattere gli astrologi « egli
aveva, come • dice il nipote, compiuto e limato in parte, e noi con • grande
fatica potemmo ricavare da un esemplare tutto • cancellato e stracciato »
(Vita). Poiché il lavoro contro gli astrologi, che si compone di dodici libri è
vastissimo, tenteremo di esaminarlo brevemente più oltre nel nostro studio. X.
L'assoluzione del Pico. Risolazioue della crisi nel misticismo. Le «
Disputationes » . Sua morte. Giunse al Pico, quasi improvvisamente, il
sospirato Breve di Alessandro VI che lo assolveva in seguito alla relazione di
una Commissione, composta di un vescovo, di due cardinali e del domenicano
Paolo da Genova, professore di teologia e maestro del palazzo apostolico da
ogni censura o nota di eresia- Il Breve, dopo aver fatto la storia della
esamina delle 900 conclusioni, di cui alcune erano state condannate sotto
Innocenzo Vili, perchè erronee e contrarie alla fede, viene alla considerazione
dell'Apologia. « Inteso poi il detto pre« decesssore che tu avevi pubblicato un
altro libro « apologetico, dove le medesime proposizioni in« terpretavi in un
senso migliore e cattolico, e ne chiarivi l'intendimento giusta la vera fede,
lo « stesso predecessore volendo impedire che le « premesse proposizioni
corrompessero in qualun« que modo i cuori dei fedeli, vietò la lettura del «
libro delle predette novecento proposizioni, però « dichiarando che tu non eri
incorso per tutto « questo in alcuna censura, siccome più ampia« mente si
contiene nelle stesse lettere, il te« nore delle quali vogliamo che qui si
abbia per « espresso * . Qui potrebbe affacciarsi la questione se il Breve di
Alessandro VI veniva a contraddire la Bolla di Innocenzo Vili,ma noi
non crediamo necessario indugiarci in
essa che ha
dato campo a
vivaci polemiche fra
alcuni pubblicisti rosminiani
e gesuiti della Civiltà
Cattolica. Ci basti dire che vera e propria contraddizione nei decreti dei due
Documento citato da Berti nella Rivista
Contemporanea Leone spedì a Pico un Breve col quale permette al nipote
di pubblicare le opere proprie e quelle dello zio. Per questo Breve vedi
Civiltà Cattolica. E per la Polemica vedi Rassegna Nazionale; Civiltà
Cattolica.Vedi anche Malavasi, Pico della
M. davanti al Tribunale della santa sede. Mirandola; Pagani, Rosmini (an.
Ili,, e Rassegna Nazionale pontefici non esiste; ciò che appai e invece e spiega tutto
è la diversità di temperamento nei due capi delia Chiesa. Il primo, invero, non
ha mai emesso un atto esplicito di scomunica contro Pico, ma soltanto tenne
sospesa questa minaccia come una spada di Damocle sul capo del Mirandolano, la quale vale a paralizzare
la sua attività e a tenere in angustia lo spirito di lui credente; Alessandro,
d'indole mono puntigliosa e meno proclive a cedere alle pressioni
degl'invidiosi di Pico, i quali sono per altro diradati, e che in fondo non
aveva nessun risentimento personale col
nostro (si ricordi la frase dei Pico a riguardo d'Innocenzo
nell'Apologia), era portato ad interpretare
nel modo più indulgente l'operato del medesimo, il quale, del resto, era venuto
sempre più accostandosi ai dettami di S. Chiesa con una vita veramente pia, e
ad indulgere tanto più verso quelli che, per nobiltà di sangue, per sapere, per
integrità di vita e religione ortodossa si raccomandano la cui quiete e
reputazione ci sta a cuore quando con Dio è lecito. Questo Breve colmò di giubilo il cuore del Mirandolano e valse a
togliere quella specie di op Multa itidem vasa argentea prcciosasque supellec«
tilis partes in pauperum usus distribuit. Vita ecc. pressione che gli si faceva
sempre più penosa di mano in mano che si accostava al centro della vita
religiosa. Questa era ormai l'unica sua aspirazione, l'ideale verso cui tende
il suo pensiero e con cui spera di dare
inizio a una nuova vita. Riduce quindi al puro necessario le sue
bisogna; la mensa rese parca e frugale, vendendo parte del vasellame d'oro e
d'argento per distribuire il ricavato ai poveri verso i quali comincia a
largheggiare in elemosine. Volle essere riconoscente coi fedeli famigliari,
lasciandoli usufruire liberamente dei suoi poderi. Lascia all'amico Benivieni
un fondo cospicuo onde all'occorrenza
alleviasse le persone piìi indigenti di Firenze, sopratutto dotasse le
fanciulle bisognose, acciocché potessero maritarsi. Considerando poi chiusa la
sua vita nel mondo decide di fare il proprio testamento che redatta e rifece il primo settembre dello stesso anno
e a cui fecero da testi Poliziano e Savonarola. Ivi dispone che l'Ospedale
di S. Maria Novella fosse erede
universale de'suoi beni immobili, mentre
di quelli mobili elegge a erede il fratello Antonio verso il quale non voleva
riuscire imparziale, avendo già soddisfatto largamente al figlio del fratello
Galeotto. Sciolto La vendita era stata
fatta con strumento. Ceretti, Sonetti inediti del C. G. P. Mirandola così da ogni legame
d'ordine finanziario, si trovò libero di dedicarsi a ciò che piìi gli sta a
cuore. Due erano le tendenze che si
contrastavano dentro di lui e l'imbarazzavano nella scelta: l'ordine religioso
dei frati predicatori cui appartene Savonarola, e la vita del pellegrino più
aspra di sacrifici e più libera nell'amore. Come luogo di ritiro pelle sue
meditazioni, si era scelto la villa della Fratta dove pochi ammette, per non
essere distratto dal suo raccoglimento: tra quei pochi era Gianfrancesco. Un giorno, narra questi,
mentre ci trovavamo a ragionare del divino amore in un giardino dal quale
l'occhio spazia lontano le prospettive verdeggianti, mio zio proruppe in queste
parole: Te lo confido in segreto, appena avrò terminato certe mie
elucubrazioni, darò il rimanente de'miei averi ai poveri, e, giunito d’un
crocefisso, scalzo, a piedi nudi, me n'andrò pellegrinando pel mondo a predicare Cristo alle città e
alle castella. Sembra che in questa missione egli trova la vera via alla sua
anima irrequieta e bramosa di agire in conformità delle sue libere aspirazioni.
Non altro che per questo egli si era
Spigolature in Giorn. stor. di L. I. Vita in negato una compagna, non
altro che per esser libero egli visse sempre errabondo senza una stabile
dimora, benché abitasse più spesso a
Firenze e talvolta a Ferrara. E quando gli ardori mistici s’acquetavano e
l'anima sua si ricompone in quell'equilibrio normale di cui la sua fisonomia
esteriore era la più soave espressione, pensa al bianco saio di fra Girolamo,
alla maestosa gravità che traspariva dalla magra figura del predicatore, quando
di sul pergamo del duomo colla mano che sembra scagliasse folgori, colla voce annunciante l'ira di Dio,
cogl’occhi accesi da quel furore profetico, suscita brividi di terrore sulla
folla degl’astanti; allora sentivasi trascinato nelle braccia di quell'ordine
che pare istituito per convertire a Dio
colla predicazione e la scienza teologica, gl’eretici e gì'increduli. A tale
scopo cerca Pico di cimentarsi con quelle discipline che suggerisce l'ascetica,
per mettere a prova la sua capacità e l’attitudini
richieste ad un apostolato. È forse in questo periodo ch'egli compose le dodici
regole per eccitare e dirigere l'uomo nel combattimento spirituale. L'idea
Vita, \n Regulae XII partim excitantes, partim dirigentes hominem in pugna
spirituali, in Opera centrale di queste regole è la seguente: Non si deve
rifuggire dalla via della virtù perchè il cammino è aspro e difficile, poiché
anche la via dei piaceri ò seminata di spine e d’avversità; se si deve
sostenere in questo mondo una battaglia perenne, dato che la vita dell'uomo è
una milizia – volontaria H. P. Grice --, tanto vale combattere per una causa
giusta e santa qual'è quella che ci fa simili a Gesù Cristo il quale non ascese
al cielo se non per il martirio. Perciò Pico viene a riconoscere che fra tutte le tentazioni dell'uomo
quella che si deve combattere e vincere è la superbia, radice di tutti i mali,
contro la quale vi è solo un rimedio, il pensare che Dio stesso s’umilia per
noi sino alla morte di croce. A\entre da una parte Pico per suo proprio uso
scrive queste regole e cerca di metterle in pratica, SI homiiii vidctiir dura via \ irtuiis, quia continue oportet nos pugnare advcrsus carncm. et diabolum, et
mundum recordetur, quod quamcunque elegcrit vitam, etiam sccundum mundum, multa
illi adversa, tristia, incommoda, laboriosa paticnda sunt. Rcf. I. Sicut et caput nostrum Christus, non
ascendit in coclum, nisi per crucem. Rcg.
Ili. Quare super omnes
tentationes, homo debet maxime se munire, contra tentationem superbiac, quia
radix omnium malorum superbia est,
contra quod unicum remedium est, cogitare semper, quod Deus se humiliavit prò
nobis usque ad crucem et mors. Rcg. XII.
non trascura dall'altra i suoi studi, massime in quanto potessero giovare in
qualche misura alla Chiesa. Si propone, come abbiamo detto, di combattere i
nemici della religione e in particoiar modo gl’astrologi, le cui
elucubrazioni piene di sofismi gli
parevano incompatibili col dogma e colla fede. Poliziano, venuto a sapere che
Pico s’era accinto a questo lavoro contro l'astrologia, s’adopera in qualche
modo per contribuire alle fatiche dell'amico. In quel tempo legge nello studio
agl’uditori il suo poema Rusticus in cui, fra le altre cose, fa menzione
degl'influssi della luna sui vari lavori dei campi, conforme ai dettami d’Esiodo. Ora, egli scrive a Pico, io
cominciai fra me a dubitare se cotali osservazioni non avessero qualche
fondamento nella legge della natura o piuttosto non fossero derivate dalla
superstizione del volgo. Siccome tu stai scrivendo un libro pieno di dottrina
contro gl’astrologi, dove tratti appunto argomenti che hanno affinità con
quelli da me svolti ad imifazione
dell'antico poeta, così mi è sembrato d\
fare cosa a te giovevole riassumere in una Quare quoniam tu nunc librum cum MAXIME
– regole – H. P. Grice -- componis adversus astrologos multiplici doctrina,
magnisque argumentis instructum. lettera ciò che si contiene nel mio poema e
insieme anche le ragioni che dei fenomeni ivi descritti sono date da Proclo, da
altri e da me stesso. Poliziano, che
dopo la morte di Lorenzo aveva rivolto tutta la sua devozione e il suo
affetto al principe della Mirandola poiché egli era del numero di quelli che,
avendo servito per tutta la vita, e si serve in tante maniere una persona, non
possono rassegnarsi a vivere senza un protettore scrivendo all'Antiquario, gli
dipinge così al vivo l'amabilità del Mirandolano, d’invogliarlo a sua volta a
conoscere l'uomo celebrato. Infatti
l'Antiquario in una lettera a Riccio, dopo aver accennato all’orazioni e all’opere
filosofiche di Pico, nelle quali si rivela un ingegno singolare, dice di
sentirsi pieno d’ammirazione per uno che pello studio abdica alle dovizie del
suo ricco casato. E Poliziano, rispondendogli subito dopo, gli dice d’aver
fatto leggere la sua lettera allo stesso Pico, come a quegli che era il vero
oggetto delle sue lodi, e che riceve dal Mirandolano quanto prima una lettera
doctani. Politiani et aliorum virorum illustrium, Epistolarum libri
duodccim, Basilea, POLIT., Epist.,
aciitam, cordatam, plenamqiie humanitatis. Il nostro infatti gli scrive
da Ferrara, ringraziandolo delle
benevoli espressioni a proprio riguardo, sicuro che Poliziano sa interpretare
il suo pensiero, poiché alle muse non s’addice lo strepito d’un picchio anzi
l'aspra voce d’un'anitra, com'è la sua, di fronte al canto di due cigni, quali
sono loro due. Il contenuto di questa lettera di Pico, tradisce uno stato
d'animo completamente estraneo a quello cui sono intonate le lettere di
Poliziano e dell'Antiquario; qui si sente dell'artificiosità, fors'anche
dell'ironia, prova che l'animo del nostro si è ormai ritratto d’ogni
attaccamento mondano e non vibra più a quell'entusiasmo che era si frequente
nelle lettere anteriori. Questo risalto deriva dalla comparazione della lettera
di risposta dell'Antiquario, in cui traspare quell'intima soddisfazione che
nasce ogni volta s’ottenga un attestato di deferenza da parte di qualche
personalità eminente. Egli dichiara che non ci tiene d'essere paragonato a Poliziano, desiderando solo
essere amato da Pico, per il quale nutre POLIT., Opera. un affetto e un'ammirazione
più antica di quel che non creda, e il suo nome d’Antiquario ne è una prova. Ad
ogni modo non nasconde questi sentimenti per non venir meno a ciò che l'animo
sente, e la lingua esprime, e, d'altra parte, la di lui gloria 6 sì solida, che
non ha bisogno di adulazione, egli ch’ha
conseguito tra i nati degl’uomini il nome di Fenice. Questo fascino ch’esercita
la persona di Pico, invece di scemare, sembra andasse crescendo cogl’anni. Ad
altri letterati si chiede un giudizio, un'espressione di simpatia, un
apprezzamento qualsiasi; a Pico si chiede un sentimento d'amore; non s’ambiscono
le sue lodi o la sua ammirazione, si desidera essere da lui amati. E che veramente fosse felice
l'Antiquario d'essere stato onorato d’una lettera di Pico quoniam me nuper tuis
littcris exornasti, Io vediamo nelle parole scritte a Poliziano subito dopo.
Dichiarandosi suo debitore per averlo messo in corrispondenza col Pico,
soggiunge: sapevo ch'egli è un amabile compagno, ma non potevo supporre che
divenisse così presto famigliare. Ho
proprio notato come le sue lettere rivelino, oltre ch’il sapere,
l'innata bontà del suo animo. Quando lo vedi, digli che riguardi nelle
PoLiT., Episf., , questa lettera e datata da Milano mie lettere non ciò che vi è
d'incolto, ma la mia devozione per
lui, e m’abbia come antiquario fra i
suoi amici, poiché la legge dell'affetto non può mai divenire antiquata. Il
movimento decisamente mistico che aveva per centro Savonarola, alle cui
prediche traevano in folla sempre piiì
frequenti gl’uditori, aveva poco per volta attirato nella sua orbita
tutti gl’uomini piìi in vista di Firenze. Benivieni, che diverrà in seguito il
poeta, per così dire, ufficiale delle pie solennità colle quali il priore di S.
Marco si studia di riformare i costumi, rimase così vinto dal fascino di
Savonarola che poco manca non desse alle
fiamme le sue poesie d'amore, che esprimevano un passato di vita leggera. Anche
Ficino si sente scuotere dall'eloquenza del predicatore, ch'egli chiama novello
profeta, e rimane suo seguace finché la fortuna fu favorevole al riformatore;
mentre quando si tratta di confessarlo nel
momento della sventura, egli l’abbandona vilmente con parole indegne d’un
filosofo. Pico piiì d’ogni altro subì l'influsso di Savonarola, al quale si
sente legato da vincoli d’ammirazione di lunga data, e per richiamare il quale
da Reggio a Firenze aveva speso i suoi buoni uffici POLIT., porta la stessa
data, Rossi, Il Quattrocento, Milano presso Lorenzo. Il frate aveva
acquistato tale impero sull'animo del nostro, da permettersi aspri rimproveri
al suo divoto che indugia ad entrare
nella vita religiosa, e gli presagiva gravi punizioni se non rispondesse al più presto alla voce che veniva
dall'alto. E Pico promette di vestire l'abito, appena avesse dato termine ai
suoi lavori in corso, che in fondo, dice, sarebbero tornati assai utili alla
Chiesa. Quasi tutti ormai sapevano dell'imminente pubblicazione dell'opera
polemica del Pico contro gl’astrologi di cui se ne faceva ovunque un gran
parlare; e Ficino che, come sappiamo
oltre essere filosofo era anche medico, e la sua medicina aveva per fondamento
molti postulati astrologici, comincia a pensare che l'amico suo non avrebbe
certo risparmiato alcune di quelle
teorie che gl’erano care e che aveva sostenuto negli scritti. Senza por
tempo in mezzo, scrive a Poliziano, che condivideva l’opinioni del Conte e collabora alle sue ricerche
bibliografiche, una lettera, nella quale, facendo le viste di convenire con
loro, cerca di difendere quanto gl’era possibile salvare. Riferiamo parte della
lettera singolare: Contro molti astrologi, che come già i Giganti a Giove il
cielo torre tanto invano quanto empiamente si sforzano meritamente, Pico,
figliuolo di Pallade e VlLLARI, voi figliuolo d'Ercole, spesso felicemente
combattete. E io, come in tutta la mia vita sempre sono stato del medesimo
animo che voi, in questo studio ancora con voi m’unisco. Gli platonici le
celesti imagini degl’astronomi descritte, non riprovano, né si studiano
approvare. Ma Plotino di tali cose al tutto si ride, e io ne'miei commentari
sopra di lui, come suo interprete ugualmente
me ne fo beffe, parte nella sua
autorità confidato, parte perchè nessuna certa ragione ho di tal cosa.
Ma nel mio libro della vita, com'io posso d'ogni luogo diligentemente ricerco;
non disprezzo al tutto quelle imagini, né tutte quelle regole refuto e quivi
narro le disposizioni dei segni e delle imagini non come appresso gli
Platonici, ma come appresso gl’astrologi ho osservato oltra di questo nel
libro del Sole non tanto cose
astronoonarola: il morto suo conhdente; egli che aveva reso acuto colle sue
recriminazioni quel dissidio interiore che aveva fatto penare per tutta la vita
il povero Mirandolano; egli che avevi esacerbato coi suoi V,
ultimi giorni ed alteralo colla sua
.^ta dall’astinenze lo sguardo dolce e mansueto del biondo. Ciò non basUva: ei dove perseguitare anche nel regn».
del riposo l'ombra di Pico e molestarla colle sue tetre predizioni. Ma
coloro che l'avevano amato sinceramente, ne sentirono tutta l'amarezza del
vuoto lasciato; e la sua morte immatura fa nascere più d'un sospetto. Si narra
che (ierolamo ! pel dolore della pi-rdila dell’amico, fosse sui .^i
darsi la morte. La frase di Savonarola non avrei mai creduto questo, la descrizione della malattia fatta dal nipote, in cui si parla
del gonharsi delle viscere e d’una febbre
insidiosissima, inhne la e tfatta alcuni anni dopo da e. ;;o di Casalmaggiore d’avere avvelenato (. lo tosegoc . dice il SA>arr() nei
Diari.) Pico di cui era
segretario, sono argomenti tutti che inducono a credere che la morte del
Mirandolano non sia stata naturale. Dorez che ha studiato sui vari documenti la questione, emette due ipotesi:
runa di carattere privato il cui movente era esclusivamente uno scopo
pecuniario; l'altra di natura politica, e connessa coi Utrbidi giorni del
94 in cui a Firenze si
contrastavano partiti e tendenze diverse che mettevano capo, alcune al papa,
altre a Pietro De' Medici o a Carlo Vili. Fra le molte vittime non è escluso
che anche Pico, un tempo amico di
Lorenzo ed ora seguace del Frate, sia stato preso di mira come uno che aveva
tradito la causa dei Medici, Giorn. Stor. ecc.
Un documento del vivo rimpianto che lascia dietro di sé il
Mirandolano, l’abbiamo in una lettera di
Ficino, proprio dell'uomo che, pel suo carattere incostante, ci parrebbe il
meno degno di fede. Se il medico-filosofo prova
mai il nostalgico affetto per una
persona amata, partita per sempre dalla vita, fu senza dubbio nei giorni che
seguirono la morte di Pico. Questa lettera ci mette a nudo pell'unica volta
forse, l'anima di Ficino, non spoglia però d’ogni finzione allegorica, parlante
nel suo linguaggio tronfio eppure
accorato. Oh! Germano, scrive al Presidente della Sorbona, desideri aver
la conferma della morte di Pico, vuoi
accrescere il tuo dolore, poiché
ora che non sei ben certo se sia morto, ti duoli amaramente, credo che ti
dorrai ancor di più quando te ne sarai accertato. Ah, perchè, mio Germano, mi
preghi di una tal cosa! Come vorrei essere ancora in dubbio, né posso compiere
questo pietoso ufficio senza piangere. Il nostro Mirandolano ci ha lasciato il
giorno stesso in «' cui re Carlo entrava in Firenze, e compensava i gemiti dei letterati
coll'esultanza del popolo ch'egli
liberava. Se non fosse stata la luce apportata dal re di Francia, forse Firenze non avrebbe mai veduto giorno
più oscuro di quello in cui si è spento il luminare di Mirandola. Con ilare
fermezza passa Pico dall'ombra di questa vita come se passasse dall'esiglio
alla patria celeste. Qualche rara volta i sacerdoti concedono per un poco, agl’occhi dei profani, i misteri
più riposti e tosto li nascondono, così
Dio concede ai mortali questo divino filosofo, Pico della Mirandola, e
lo tolge. La morte di Pico tronca molte speranze e lascia in sospeso molti
lavori di cui s’attende il compimento. L'erede spirituale di Pico, quegli che
pell'ingegno e la non poca coltura, sembra più indicato a continuare l'opera
del filosofo, era il nipote
Gianfrancesco; a lui s’appuntarono gli sguardi di tutti coloro cui sta a cuore
vedere publicate l’opere inedite. Infatti il libro contro gl’astrologi, di cui
il manoscritto era in caratteri cosi indecifrabili che lo stesso autore stenta
a leggerli, Gian« francesco, al dire di Ficino, così pio,
come intelligente, si sforza tuttora, quotidie,
di trarlo dalle tenebre, e il
medesimo scrive la vita e le opere dello zio. Da te,
poi, Gianfrancesco, gli
scrive fra Battista Mantovano, che
erediti le virtù dello zio, quasi che il suo spirito si sia trasfuso nel tuo
come quello di Elia in Eliseo, ci aspettiamo questo: che raccolga gl’opuscoli
suoi i quali, benché lasciati imperfetti, causa l'immatura morte, non possono
non essere dalla posterità degnamente letti, amati, adorati. Mantova. Il
medesimo in una lettera del 3 gennaio dell'anno seguente, narrandogli un sogno
avuto in una notte giocondissima, in cui il filosofo gli apparve, discutendo di
cose arcane del cielo e della terra, lo esorta a scrivere la vita dello zio
della quale nessuno è meglio informato di lui e più adatto a farlo, per essersi
proposto d'imitarlo come un esemplare di sapienza e di religiosità. Essa, conclude, riuscirà di
grande conforto a tutti coloro che, come
me, hanno amato il filosofo e sofferto per la sua perdita un dolore più grande
che per quella di qualunque altro. Mi sono doluto si della morte di Merula, mio
condiscepolo e precettore e di quella d'Ermolao e del Poliziano, due uomini
illustri; ma di gran lunga superiore fu il cordoglio per quella del nostro
Pico. Piangono la sua morte l'eloquenza, l'arte, la filosofia e ogni
speculazione, che trovarono in lui un
degno cultore; ma tuttavia egli non è morto invano, noi stimolati dal suo
esempio ci sforzeremo di pervenire là dov'egli gode già di essere pervenuto.
Tale era il rimpianto che lasciava dietro di sé il personaggio scomparso, tale
la somma di pensieri, d’affetti, di care simpatie che, a guisa di scia
luminosa, traccia nel percorso della sua breve vita. Egli scompariva dagl’occhi di tutti in quel mezzo in cui
s'incrocia col fascino della giovinezza non ancor sfiorita tutto ciò che vi è
di bello e di profondo nella vita dell'uomo; e non è a stupirsi se
nell'immaginazione dei contemporanei tanto alto assurgesse colui che, per la
bellezza della persona, pell'ingegno favorito da una memoria prodigiosa, pell
cuore sensibile a ogni impressione e per tutte quelle prerogative che non si possono tramandare
cogli scritti, dovette certo figurare uno di quegli uomini che sono il vanto e
la meraviglia di un secolo Fu osservato che il Rinascimento è l'epoca delle
forti individualità che spiccano con caratteri originali sull'amorfa
moltitudine. Quelle individualità che, come Farinata degli Liberti, il Conte
Ugolino, Pier delle Vigne, Francesca da Rimini,
emergono nel mondo delle ombre per opera del pensiero di Dante (e il
pensiero precorre sempre l'azione) si realizzano in carne ed ossa nei
condottieri, nei commercianti, negli artisti, negli uomini di Stato, nelle
donne celebri del Rinascimento. Non pochi di questi personaggi giunsero sino a
noi e sono ancor vivi nella storia, non tanto per quello che hanno lasciato,
quanto per quello che hanno fatto; non
tanto per quello che hanno fatto quanto per quello che hanno suggerito ad altri
di fare. Borgia non ha lasciato nulla che giustifichi la fama che rende celebre
il suo nome, ma le sue gesta, il suo carattere, hanno gettato il loro forte
riverbero nella mente del Macchiavelli, il quale fu tratto a scrivere il
Principe. E cosi dicasi di tanti altri uomini di quel periodo glorioso la fama dei quali giunge sino a noi per opera
di scrittori e di biografi. Altrettanto può dirsi di Pico della Mirandola, ir
quale, se lasciò non pochi scritti, non è già per questi che è ricordato, ma
per le lodi di cui è stato insignito dai contemporanei. Siamo qui dinanzi a un
problema che non sempre è stato valutato adeguatamente. È proprio vero che la
grandezza di un uomo si debba misurare da ciò che ha lasciato, da ciò che anche
per i posteri può essere materia di esame? Se si dovesse risolvere il problema
in modo affermativo, allora molte figure storiche dovrebbero relegarsi
nell'oblio, fuori del quale esse rimangono tuttavìa chiare e sempre splendide.
Ben disse il Balbo che Cesare appare piìi grande di Pompeo per quello che ha
lasciato, ma non per quello che ha compiuto;
certo in questa assegnazione del compito non sempre la storia si rivela
giusta e imparziale. E non ci sembra privo di significato il detto del Leopardi
quando afferma che la gloria di un uomo dipende più dal caso che dal merito. Ma
noi crediamo che la vera soluzione del problema si abbia quando si tenga conto,
oltre di ciò che può da noi essere giudicato, anche dell'elemento di quell'unanimità che è possibile riscontrare
nei giudizi dei contemporanei su di un dato personaggio. Perchè, torniamo a
ripetere, non tutto ciò che vi è di bello e di profondo nella vita può sempre
tramandarsi cogli scritti, nei quali molte particolarità che rientrano nella
componente di una personalità storica, possono essere trascurate o, comunque,
taciute. E nel caso del Pico non tutto ciò
che vi era di nobile e di affascinante in lui, che lo rendeva così
singolare in vita, si può vedere negli scritti suoi. Quindi il nostro giudizio
finale sul Pico oltre che da un esame della sua dottrina doveva essere
integrato da quanto scrissero e giudicarono i contemporanei. Ecco perchè nello
svolgere la sua vita e le sue opere, non potemmo trascurare anche le lettere e
i giudizi di alcuni uomini del suo
tempo, massime di quelli che vissero con lui nei pii!i intimi rapporti. Inoltre
per meglio ritrarre la figura del Mirandolano, abbiamo voluto seguire un metodo
che, contrariamente a quanto avviene negli studi d'indole storico-filosofica,
seguisse lo svolgimento del suo pensiero procedente di pari passo con lo
sviluppo storico della sua vita. Forse non saremo riusciti nel nostro intento, e la monografia-profilo tra
gli altri difetti presenterà quello di essere inordinata, sconnessa, e poco
chiara. Ma non dovremmo sperare indulgenza se in cambio potremo dare la
sensazione di essere rimasti sempre fedeli allo spirito del nostro autore? Noi
ci siamo adoperati a mettere in rilievo sopratutto ciò che nell'opera del
Mirandolano rispecchia fedelmente gli stati del
suo spirito, travagliato da una crisi interiore che si rivela piij
intensa che negli altri contemporanei. Il Ficino visse più del doppio del Pico
e pure, benché si parJi della sua conversione nel tempo in cui prese gli ordini
sacri, non offre esempio di quel doloroso dissidio che fece soffrir tanto il
nostro autore. Il Poliziano trasse sino alla tomba l'inalterabile serenità
della sua anima ellenica. Il Pico che si
era spinto col pensiero nei vari campi del sapere, perseguendo un ideale che
gli sfuggiva sempre, la concordia di tutti i filosofi e di tutte le scuole,
cominciò a provare quella specie di disillusione che subentra con la coscienza
dell'inanità dei propri sforzi. Dall'aere rarefatto in cui l'avevano portato
certe sue elucubrazioni, senti il bisogno di abbassarsi un poco più vicino
alla solida terra dell'esperienza e di
restringere i suoi studi a quegli argomenti che si fondano sulle incrollabili
basi dei pochi ma sicuri scrittori, le cui opere hanno sfidato i secoli. E
infine, non trovando più neFlo studio che aveva coltivato con tanta passione,
la pienezza cui anelava la sua anima irrequieta, pensò di darsi alla vita
attiva del religioso e di confondersi umile e negletto tra i semplici del volgo dai quali aveva cercato di
distaccarsi colle sue aristocratiche teorie. Non v'è figura forse nella storia
che, come quella di Pico della Mirandola, si contrapponga con tanta evidenza al
dottor Faust. Mentre questi, nauseato dei libri e degli alambicchi della sua
stanza solitaria in cui era invecchiato precocemente, abbandona lo studio al
quale invano aveva chiesto la soluzione
degli enigmi piij affannosi, e si slancia nella vita festante dove sorride il
volto soave di Margherita; Pico invece lascia giovane e bello la corte
principesca con le sue caduche frivolezze, per il fascino di ciò che vi è
d'imperituro e non declina come la luce del giorno, per le idee che illuminano
i nascosi sentieri della verità a coloro che sanno formare in se stessi gli
organi atti a contemplarle. Ciò che
infine piace nel Pico, è di vedere in lui compendiati molti caratteri singolari
della stirpe italiana, che più di ogni altra sente il fascino della bellezza,
della gloria e sa per esse immolarsi. Questa nostra stirpe ha sempre
dimostrato, fin da quando nel Pantheon dei Cesari accoglieva tutte le divinità,
di saper comprendere ed apprezzare le manifestazioni religiose degli altri popoli; e anche quando unificò gli
spiriti nella religione cattolica romana, diede prova della sua tolleranza in
quella stessa Roma, in cui all'ombra del Vaticano, potevano vivere indisturbati
gli ebrei, che altrove erano perseguitati e vilipesi. Ogni volta poi che questa
stirpe fu colta da quelle profonde crisi che non risparmiano alcun popolo, essa
ha saputo riformarsi senza cadere in
quegli eccessi che fanno rompere ogni rapporto col passato 0 che,
abbandonandoci al caos rivoluzionario, ritardano, invece di far avanzare, la
civiltà. E noi assistiamo sovente a questo fenomeno che come nella massa della
nostra gente, si avvera nei singoli, e cioè, che quanto più il volo della
fantasia o lo slancio dell'ingegno li porta a varcare i confini della
tradizione e delle leggi civili e religiose, proprio allora succede un ritorno
o, meglio, un più forte sentimento di amore e di venerazione per la religione e
le usanze dei padri. Se è vero che nell'individuo sono compendiati tutti i
caratteri della specie, possiamo ritenere che, come pochi, riesce il Pico a
compendiare queste caratteristiche della razza italiana. Onde, nel modo istesso
che egli soleva dire che, se fosse vera
la teoria pitagorica della
trasmigrazione delle anime,
avrebbe creduto che in Marsilio fosse redivivo Platone; cosi noi potremmo dire,
in senso metaforico, che in ciascuno di noi rivive un poco dell'anima
entusiasta e pugnace di Pico (iella
Mirandola. Concludendo, il nostro j^iudizio sarà diverso la quello pieno
di rimpianto che di lui e delle ne opere
formularono i suoi contemporanei, se)ndo
I quali la morte precoce impedì al suo ingegno di raggiungere la pienezza degli
anni maturi. La monografia -profilo che abbiamo tentato di fare del Pico, ci
induce a scartare, come assolutamente infondata, questa opinione che potrebbe
anche apparire a un esame superficiale ilella vita del Mirandolano. Noi siamo
del parere che il Pico non mori quando la sua carriera letteraria era a mezzo, ma piuttosto quando era
compiuta. Se la morte lo sorprese, fu soltanto tlla svolta della sua vita,
quando già egli era per intraprendere un nuovo cammino. Il Pico se fosse ancora
vissuto, si sarebbe dato alla predicazione, a una vita di apostolato in
servìgio della religione cristiana: egli insomma non avrebbe più lavorato per
la gloria del mondo e quindi per la scienza, ma
unicamente per la gloria celeste e cioò per la sua anima. Già gli ultimi
frammenti della sua produzione letteraria, accusano i sentimenti di un morituro
alla vita del mondo, di un nascituro a quel genere di vita che, rinnegando il
mondo e le sue comuni soddisfazioni, è
una preparazione a una buona morte. Il Pico poeta. Come abbiamo detto, tra la
farragine di scritti che teneva ne' suoi
scrigni, egli aveva le Disputationes e i versi raccolti in più libri i
presumibilmente cinque); a quelle egli diede pubblicità, e questi volle
consegnare alle fiamme. Tuttavia qualche cosa sfuggi all'incendio: una trentina
di sonetti in volgare che, scoperti contemporaneamente dal Dorez e dal Ceretti,
furono publicati sulla fine del secolo scorso; e in latino alcuni distici ad
esaltazione della Bucolica di Benivieni i2j;un
breve epigramma laudativo a Poliziano
i3), e un carme elegiaco. Dorez
li pubblica in una rivista romana la Nuova Rassegna e il Ceretti a
Mirandola. Sono stampati. ^Ac. 74b delle opere del Benivieni stampate a
Venezia per Nicola Zoppino e Vincentio
Conipapagno) e in Opera. Poliziano espresse il suo dolore in un
epiragmma slg "còv tcìxov perchè
il Pico diede alle fiamme le sue
poesie. In ed. Del LUNGO, pagina 217,
num. LUI. Opera, Dei quattro
carmi latini due: De expellendis Venere et cupidine e In martyrem Laurentium Hymnus publicati nei
Carmina III. Poet. appartengono al
nipote. L'elegia In Inudem Dei et prò oratione ad Deum facienda. Siccome poco o
nulla possiamo dire del Pico come poeta latino,
soffermiamoci alquanto sui suoi meriti come poeta italiano, attendendoci
all'edizione dei sonetti curata dal Ceretti. Il nostro scopo in questo breve
esame non è quello di risolvere una questione estetica e molto meno di offrire
un testo critico delle rime in volgare del Mirandolano; esso mira unicamente,
in coerenza all'indirizzo che abbiamo seguito nel corso del nostro studio, a
indagare se anche nei componimenti
poetici si rivela qualche nuovo "lato della personalità del nostro autore.
I sonetti del Pico appaiono più esercitazioni scolastìche che espressione di stati
d'animo; essi trattano per lo più argomenti d'indole filosofica e morale.
L'intonazione petrarchesca si rivela sin da principio: Ed io sono esemplo al
popol tutto il qual verso richiama il noto sonetto del Petrarca che incomincia: al popol tutto Favola fui
gran tempo. Cosi dicasi del primo verso di quell'altro sonetto: Spirto che
reggi nel terrestre bosco che ricorda il petrarchesco: Spirto gentil che quelle
membra reggi. Tuttavia anche in alcuni di questi sonetti come nel quarto della
raccolta citata, non è difficile notare qualche sprazzo di luce, un afflato
poetico che dimostrano come Pico sapesse
talvolta elevarsi colle proprie penne e l'ode Ad Pctrum Medicem =>
(che insieme all'epigramma per il Poliziano si trova nel cod. Laur. XC,
sup.) sono d'argomento religioso, moraleggiante. G. Bottiglioni, La
Lirica Latina neUa 2. metà del secolo XV
in Annali della R. Scuola Normale di Pisa, nel cielo della poesia 5 . Un indice che il Mirandolano era anche uno
studioso di Dante lo abbiamo nel sonetto V, in cui tenta di
esprimersi con lo stile forte e solenne del Poeta, come nella quartina: Quinci colei, da cui mai non iscampa Scese
nel mondo e in alto precipizio Guida chi del gran primo benefìzio Grata memoria
non riscalda e avvampa. Nel sonetto VI c'è un'eco delle sue ansie di mistico,
del suo sospirare alla patria lontana che forse il presentimento della
morte vicina rendeva tanto bella al
pensoso giovane: Non m'accorgeva, dico,
ahimè infelice! Esser qui in viaggio, esser qui posto in bando; Altrove esser
la patria e la mia stanza. C'è qui anche una visione tetra della vita che
oscura le cose più leggiadre, come i fiori che intristiscono sul loro stelo, le
balde esistenze discoloro che avanzano frementi di speranza e finiscono tòsto
per cadere: E che quando l'uom crede
ch'egli avanzi Spesso al suol cade ed e'gran sonno dorme, E che seccarsi e
diventar può informe Subito un fior che verdeggiava dianzi. Ma se il suo
pessimismo se così può denominarsi) è appena momentaneo, egli non poteva ancora
essere assalito dal dubbio assillante dell'autore di Amleto, ne da tutto il
travaglio del pensiero critico che troverà la sua espressione nelle poesie del Leopardi. 11 Pico era ancora
in quell'età in cui l'uomo appena s'inoltrava nelle vie del (5. Ci atteniamo airedizione del CERETTI,
Sonetti Inediti del Conte F G Mirandola, 189». Non hanno notevole interesse la
canzone e .1 sonetto che si trovano nella raccolta Delle Rime Scelte di GABRIEL G.OLITO, Vinesia, dubbio, sì ritraeva tosto
inorridito e abbracciava la croce come un'ancora di salvezza. E mentre al mio passato erro pensando Tengo fermo nel cor
l'alta radice Di carità, di fede, e di speranza. E ci descrive anche quando
egli si distilla il cervello per decifrare gli antichi codici cui spera di
carpire qualche segreto; e come al chiaror della lampada, nell'alta quiete
della notte, fisso in quei punti oscuri che arrestano ogni slancio del
pensiero, egli provasse l'ansia, il
dolore fino alle lagrime per ciò che invano sospirava di poter chiarire: Versan
lagrime sempre le mie luci E pur quand'
altri posa, il sol si parte, Non men quando al ritorno scuote l'ombra Mentre il
sudor distilla in qualche libro Pel caldo a cui non trovo aura né ombra.
Abbiamo accennato altrove come il Pico non fosse di forti passioni, se si
esclude quella per la gloria; non ebbe una forte passione per la donna, e anche
quando ne parla, non esprime nulla di suo e cade nella rettorica. Tale ci
appare il sonetto che incomincia: Era la donna mia pensosa e mesta nel quale il
Pico fa apparire il suo cuore nudo a guisa d'un messaggio a Madonna che, mossa
alfine a pietà, nell'umido suo seno allori'accolse. Né riesce più efficace
quando per colorire meglio dei sentimenti che non provava, ricorre alla mitologia. Così nel
sonetto fX) Per quel velo che porti agli occhi avvinto, pieno
d' invocazioni a Venere, a Psiche e a Cupido. Notevole nella sua forma
esteriore è il sonetto che
incomincia: "Io mi sento da
quello ch'era in pria Mutato da una piaga alta e soave, che, anche
tecnicamente, è uno dei meglio riusciti del nostro autore. Non privo d'interesse
è il sonetto a forma di dialogo tra Pa e Po, il quale appare anche nella
Raccolta di Poesie italiane inedite di duecento autori di Trucchi. Nel sonetto
XII sembra abbia coscienza della
sua incapacità a trattare di amore, perchè mettendosi a celebrare un grande
personaggio del tempo forse un Papa o
Lorenzo il Magnifico immagina che Apollo Io consigli a lasciare Amore e a cantare
d'un chiaro splendore che alluma l'universo; e riconosce che quando
vuole emulare altri Petrarca riesce meno abile: e fatto emulo altrui Spesso ad
altrui mi fa parer men chiaro. Non privo di grazia appare il sonetto nel quale
Pico, che si ora innamorato di una donna da altri amata, la paragona a una
cerva inseguita da due cacciatori e incerta se fuggire o gustare il dolce
miele. A\a il poeta, commosso della sua
sorte, poiché era In pericolo di cadere vittima del traditore, esclama: Ed io
di ciò me ne affanna molto Che m'accortala del ricoperto fele, E mentre me ne
doglio ella disparve. Forme e modi, come si vede, convenzionali, come
convenzionale è pure il sentimento della natura, non diverso da quello che ci
forniscono i modelli classici. Ecco come Pico
dipinge nel sonetto la campagna che si ridesta al soffio primaverile: Chiara
gemma più assai che chiaro Sole Quando apre l'anno verde, e rivi e colli Orna
di fresche e pallide viole! Ed ecco come parla dell'estate nel sonetto: Era
nella stagion quando il Sol rende A' due figli di Leda il bell'uffizio. Quando
ch'io giunsi all'ombra d'un ospizio Ove
natura le sue forze estende. L'amore ei
lo fa nascere: Quando la terra Si riveste di un verde e bel colore; 242 e questo amore è il dio platonico che non
muore mai: Ojfendeti la morte o la vecchiezza? No, che rinasco mille volte al
giorno. Ma quando il suo pensiero da soggetti frivoli o comuni, passa ad
argomenti più elevati, per esempio a quello di patria, allora pare che si ridestino
in lui i nobili sensi della sua stirpe
guerriera, e la sua penna sa foggiare parole taglienti come lama
acuminata. Dopo avere notato come il prestigio che un tempo aveva l'Italia stia
per passare oltr'Alpe, e specialmente in quella Gallia che doveva, proprio nel
giorno della sua morte, mettere il piede ferrato sull'Itali^ egli allora guarda la patria italiana come a
un'ombra dell'Inferno dantesco: Allora mi parca come del ceco Regno di Dite stanno i spirti bui; Che si
conosce un ben quando é perduto. Ed è pieno di reminiscenze dantesche la chiusa
del sonetto: E quando il danno tuo fìa conosciuto Intenderai, se avrem da
pianger teco. Dicendo: non sai più quella eh' io fui. Anche le competizioni di
parte, le lotte intestine, le guerre fratricide tra città e città, tra regione
e regione, trovano un'eco nel sensibile suo
cuore. Egli, che aveva studiato e agito per trovare una conciliazione
fra le idee, per perseguire il suo ideale di pace fra gli uomini, deve constatare
che questi non cessano di combattersi fra loro in forma violenta e
sanguinaria. II sonetto XVII è l'espressione del suo cuore angustiato
di figlio di questa misera Italia, e sebbene si senta l'ispirazione di Dante,
pure il Pico sa rendere abbastanza la
sincerità del suo sentimento. Misera Italia, e tutta Europa intorno Che il tuo
gran padre Papa giace e vende. Marzocho a palla gioca e lunge stende. La Biscia
è pregna ed ha in sul capo un corno. Fernando infuria e vendica il gran scorno, San Marco bada, pesca e poco prende,
La vincta Biscia ora S. Giorfiio offende, La Lupa a scampo veglia notte e
giorno. Nulla di notevole preserftano i
cinque sonetti che compaiono nella seconda parte della raccolta; prevale in
essi l'intonazione filosofica. Ciò che si rileva è l'aspirazione del poeta ad
elevarsi dagli amori frivoli e passeggeri di questo mondo a quell'unico amore
che arde sempre nella inalterata beatitudine. Egli che aveva provato le pene,
le gelosie, i languori degli amanti: Uno star divoto più che divino Basi, sussurri, risi: in un momento Mi han fatto servo: e dir non so di cui. ebbe
però anche la forza di dominarsi e di drizzare l'occhio alla contemplazione del
sempiterno bene: e degno obietto Nel guai ogni sua forza ha posto il Cielo E veramente pur me stesso lodo Che a tanta
electionc hebbi intelletto Levando totalmente a gli occhi il velo. Dopo questo
sommario esame dei sonetti, la figura
del Mirandolano ci rivela un altro lato della sua caratteristica personalità. E
se alle opere filosofiche egli deve maggiormente la sua celebrità presso i
contemporanei, e se per esse lo riteniamo degno di studio noi moderni, non
dobbiamo misconoscere anche i suoi meriti letterari. Noi riteniamo che non sia
lecito tacere del suo contributo, modesto quanto si voglia, alla letteratura italiana, le cui manifestazioni se furono
cosi splendide nel cinquecento, ciò si deve al solerte lavoro di preparazione,
di prove, di conati che caratterizzano il quattrocento, del quale il Pico se fu l'ultimo in ordine di tempo, non fu l'ultimo per merito e importanza.
Sul contenuto e sul valore delle poesie del Pico esiste un lavoro di Testa,
Pico della Mirandola e i suoi contributi in rima alla lirica del Quattrocento, Aquila, che noi
non riuscimmo, per quante ricerche
fatte, a trovare. In Rassegna
Bibliografica d. L.
Italiana, an. Vedi la recensione del Flamini alla publicazione dei
sonetti fatta da Dorez e da Ceretti. Cfr. pure Giornale stor. di Leti. Italiana, e la Rivista Abruzzese. Vedi
infine Giorn. stor. di Letteratura
Italiana. Giovanni Semprini. Semprini. Keywords: il deuteuro-esperanto di Grice,
PICO (vedasi). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semprini.” Semprini.
Luigi Speranza -- Grice e Senea: la ragione conversazionale della scuola
di Caulonia – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Caulonia). Filosofo italiano. Caulonia,
Reggio Calabria, Calabria. A Pythagorian cited by Giamblico.
Luigi Speranza -- Grice e Senocrate: la ragione conversazionale della
scuola di Metaponto – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. Metaponto, Calabria. Pythagorean. Giamblico.
Luigi Speranza -- Grice e Senofante: la ragione conversazionale della
scuola di Metaponto – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. Metaponto, Calabria. Pythagorean – Giamblico.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Serbati:
la ragione conversazionale del divino nella filosofia italiana – la scuola di
Rovereto -- filosofia trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Rovereto). Filosofo italiano. Rovereto, Trento,
Trentino-Alto Adge. Important Italian philosopher. Frequenta l’imperial regio ginnasio. Studia a Padova. A
questo proposito i famigliari raccontavano come, fin dalla più tenera età,
legge alla luce della sua aureola. E in occasione della venuta a Rovereto
del vescovo di Chioggia per consacrare le chiese di S. Maria del Carmine e di S.
Croce, appartenente all'omonimo monastero, che, prendendo parte alla cerimonia,
ottenne il diaconato. Mostra una profonda inclinazione per la FILOSOFIA,
incoraggiato in tal senso da Pio VII. Si trasfere a Milano dove strinse
un profondo rapporto d'amicizia con Manzoni che di lui ebbe a dire -- è una
delle sei o sette intelligenze che più onorano l'umanità. Manzoni assistette S.
sul letto di morte, da cui trasse il testamento spirituale "Adorare,
Tacere, Gioire". La sua filosofia destarono l'ammirazione, tra gli altri,
anche di Stefani, Tommaseo e Gioberti dei quali pure divenne amico. Dopo
aver dovuto lasciare il Trentino, per motivi di forte ostilità per le sue
posizioni incontrati da parte del vescovo di Trento fonda al Sacro Monte
Calvario di Domodossola la congregazione religiosa dell'Istituto della Carità,
detta dei "S.ani". Le Costituzioni della nuova famiglia religiosa,
contenute in un libro che cura per tutta la vita, sono approvate da Gregorio
XVI. A Borgomanero svolge la sua attività di insegnamento e di guida spirituale
in un collegio S.ano, il "Collegio S.", regolato dalla Congregazione
della Provvidenza S.ane. Svolge una missione diplomatica per conto del Re
di Sardegna Carlo Alberto presso la Santa Sede. E presidente
dell'Accademia Roveretana degl’Agiati ed il suo posto, anni dopo la sua morte fu
assunto da Paoli, suo segretario ed esecutore delle volontà, già direttore di
Casa S.. Tra le sue volontà del vi e anche quella di donare a Rovereto un terreno
nell'attuale zona di S. Maria per costruirvi l'ospedale cittadino, e Paoli onora
tale decisione. Porta avanti tesi filosofiche tese a contrastare sia
l'illuminismo che il sensismo. Sottolineando l'inalienabilità dei diritti
naturali della persona, fra i quali quello della proprietà privata, entrò in
polemica con il socialismo e il comunismo, postulando uno Stato il cui
intervento fosse ridotto ai minimi termini. Nelle sue teorie il filosofo seguì
le concezioni di Agostino e AQUINO, rifacendosi anche a Platone. I suoi esordi
filosofici si ricollegano a GALLUPPI, sia pure polemicamente, in quanto S. avverte
con ogni chiarezza come risulti insostenibile una posizione di integrale
sensismo gnoseologico. La necessità di concepire una funzione ordinatrice
dell'esperienza, e a questa precedente, porta S. a guardare con interesse la
filosofia di Kant. Tuttavia non è soddisfatto di ciò che lui chiama l'innatismo
kantiano, legato ad una pluralità imbarazzante e precaria di categorie. Le
quali, d'altra parte, gli sembrano fallire lo scopo di far conoscere il reale
quale esso è, per la necessaria introduzione di modifiche soggettive nell'atto
stesso del conoscere. Il problema filosofico di S. si configurava perciò
come quello di garantire oggettività alla conoscenza. La soluzione non potrà
essere trovata, stante il rifiuto della trascendentalità kantiana e dei
connessi sviluppi, se non in una ricerca ontologica, in un principio oggettivo
di verità, che riesca ad illuminare l'intelligenza in quanto le si proponga con
immediata evidenza, universalità e immutabilità. Questo principio è per S.
l'idea dell'essere possibile, che da indeterminato contenuto dell'intelligenza,
quale originariamente è, si fa determinato allorché viene applicato ai dati
forniti dal senso. Essa precede e informa di sé tutti i giudizi con cui
affermiamo che qualche cosa particolare esiste. L'idea dell'essere, dunque,
costituisce l'unico contenuto della mente che non abbia origine dai sensi, ed è
perciò innata (“Saggio sull'origine delle idee”). Ma qui i problemi del
kantismo, che sembrano superati o almeno messi da parte, si riaffacciano con
urgenza: di fronte al mero ricevere dati, di cui parlava il sensismo, ha
chiarito che la mente umana nel suo uso conoscitivo formula giudizi, in cui
l'idea dell'essere ha funzione di predicato, cioè di categoria, e la sensazione
è il soggetto, di cui si predica qualche cosa. Nel giudizio, inoltre, il
predicato si determina e la sensazione si certifica: se questa è la funzione
propria del giudicare, ogni concetto non può sussistere che come predicato di
un giudizio; né a questa necessità sembra potersi sottrarre il concetto di
essere, che è dato solo nell'attività giudicante, come forma del
giudizio. Tuttavia non accetta tale riduzione, ed esclude proprio il
predicato di esistenza della funzione del giudizio, continuando ad attribuirgli
una natura oggettiva e trascendente. È l'essere trascendente che si rivela
all'uomo, lo illumina e gli permette di pensare. Chi lo nega come il nichilismo
cade in una vuota posizione nullista. Accanto a questa ontologia la sua etica
si sviluppa come etica caritativa (Principio della scienza morale). Dedica alla
politica una breve ma intensa fase della sua vita. Seguì Pio IX riparato a
Gaeta dopo la proclamazione della Repubblica Romana, ma la sua formazione
attestatasi su ferme posizioni di cattolicesimo liberale e tale per cui e
costretto a ritirarsi sul Lago Maggiore, a Stresa. Tuttavia, quando Pio IX vuole
istituire una commissione incaricata della preparazione del testo per la
definizione del dogma dell'immacolata concezione, nonostante ben due suoi saggi
(Le cinque piaghe della Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale) sono
all'Indice. Chiamato a prendere parte a tale commissione, e favorevole allo stato
liberale (vagheggiando la monarchia costituzionale), al costituzionalismo e
anche alla separazione tra stato e chiesa, sebbene non assoluta. Critica lo
Statuto Albertino proprio per il suo porre ancora il cattolicesimo come
religione di stato, elogiandone comunque il tentativo distensivo nei confronti
della Santa Sede. Critica la legge laicista ed anti-clericale. Si convince della
sostanziale bontà della maggior parte delle conquiste dell'età moderna,
criticandone solo le modalità: in tale ottica, critica sia la rivoluzione
francese che l'Ancient Regime, riconoscendo invece la sostanziale bontà dei
princìpi sanciti, distinguendoli dalle successive de-generazioni rivoluzionarie,
in polemica con chi, da una parte e dall'altra, sostene una società perfettista.
Continua a vivere a Stresa, fecondo nel perseguire il perfezionamento del suo
sistema di pensiero con saggi come “Logica” e “Psicologia”. Ratzinger, quando
la questione S.ana era ancora ben accesa, nell'ambito di una serata organizzata
a Lugano, dice. Nel confronto con le parole classiche della fede che sembrano
così lontane da noi, anche il presente diventa più ricco di quanto sarebbe se
rimanesse chiuso solo in se stesso. Vi sono naturalmente anche tra i teologi
ortodossi molti spiriti poco illuminati e molti ripetitori di ciò che è già
stato detto. Ma ciò succede ovunque; del resto la letteratura dozzinale è
cresciuta in modo particolarmente rapido proprio là dove si è inneggiato più
forte alla cosiddetta creatività. Io stesso per lungo tempo avevo l'impressione
che i cosiddetti eretici fossero per una lettura più interessante dei teologi
della chiesa, almeno nell'epoca moderna. Ma se io ora guardo i grandi e
fedeli maestri, da Mohler a Newman a Scheeben, da S. a Guardini, o nel nostro
tempo de Lubac, Congar, Balthasar quanto più attuale è la loro parola rispetto
a quella di coloro in cui è scomparso il soggetto comunitario della
Chiesa. In loro diventa chiaro anche qualcos'altro: il pluralismo non
nasce dal fatto che uno lo cerca, ma proprio dal fatto che uno, con le sue
forze e nel suo tempo, non vuole nient'altro che la verità. Per volerla davvero,
si esige tuttavia anche che uno non faccia di se stesso il criterio, ma accetti
il giudizio più grande, che è dato nella fede della Chiesa, come voce e via
della verità. Del resto io penso che vale la stessa regola anche per le
nuove grandi correnti della teologia, che oggi sono ricercate: teologa
africana, latinoamericana, asiatica, ecc. La grande teologia francese non è
nata per il fatto che si voleva fare qualcosa di francese, ma perché non si
presumeva di cercare nient'altro che la verità e di esprimerla più
adeguatamente possibile. E così questa teologia è diventata anche tanto
francese quanto universale. La stessa cosa vale per la grande teologia
italiana, tedesca, spagnola. Ciò vale sempre. Solo l'assenza di questa
intenzione esplicita è fruttuosa. E di fatto non abbiamo davvero raggiunto la
cosa più importante se noi ci siamo convalidati da soli, ci siamo accreditati
da soli e ci siamo costruiti un monumento per noi stessi. Abbiamo
veramente raggiunto la meta più importante se siamo giunti più vicino alla
verità. Essa non è mai noiosa, mai uniforme, perché il nostro spirito non la
contempla che in rifrazioni parziali; tuttavia essa è nello stesso tempo la
forza che ci unisce. E solo il pluralismo, che è rivolto all'unità, è veramente
grande. Pio VIII dice a S., in udienza. È volontà di Dio che voi vi occupiate
nella filosofia. Tale è la vostra vocazione. Ella maneggia assai bene la
logica, e la Chiesa al presente ha gran bisogno di filosofi. Dico, di filosofi
solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugl’uomini, non
rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per mezzo di
questa condurli alla religione. Tenetevi certo, che voi potrete recare un
vantaggio assai maggiore al prossimo occupandovi nello scrivere, che non
esercitando qualunque altra opera del Sacro Ministero. Gregorio XVI, successore
di Pio VIII, in risposta alla lettera che S. gli aveva indirizzato. Diletto
Figlio, a te il nostro saluto e la nostra Apostolica Benedizione. Abbiamo
volentieri e con animo lieto ricevuto la tua lettera con i sensi della tua
devota sommissione a Noi e alla Sede Apostolica in cui ci parli della pia
Società, chiamata Istituto della Carità e che con le tue fatiche è stata
fondata nel territorio della diocesi di Novara con l'approvazione del Vescovo.
E soprattutto ci hai anche informato che il medesimo Istituto è stato da poco
chiamato anche dal Vescovo di Trento nella sua diocesi e che qui molti
ecclesiastici, di provate virtù, vi hanno aderito. Per questi fatti davvero
rendiamo il nostro umile grazie a Dio autore di ogni bene. E quantunque questo
Istituto non sia stato ancora confermato dall'autorità di questa Santa Sede, tuttavia
speriamo in bene di esso e ci allietiamo che lo stesso si dilati con il
consenso dei nostri Venerabili Fratelli nell'Episcopato. Quindi, per quanto
riguarda le Sante Indulgenze connesse a questo istituto, che domandi siano
concesse, ricevi diletto figlio il nostro Rescritto unito a questa lettera, da
cui sicuramente comprenderai che rispondiamo positivamente alla tua richiesta.
Ti assicuriamo anche che ci è pervenuto il libro sopra i Principi della
Dottrina Morale da te edito e mandatoci in omaggio e ti dichiariamo il grazie
del nostro animo per il dono. Tuttavia per la tensione nelle gravissime fatiche
del Governo Apostolico non abbiamo ancora letto lo stesso libro, ma siamo
certamente persuasi che esso sia in tutto conforme alla più sana dottrina e utilissimo
alla sua difesa. Continua dunque, diletto figlio, lo studio e prosegui a
spendere le tue fatiche ad onore di Dio per l'utilità della Chiesa; in Cielo
sarà copiosa la ricompensa per la tua opera. Frattanto la paterna carità con
cui ti abbracciamo nell'umanità di Cristo sia pegno dell'apostolica
benedizione, che sgorgante dall'intimo del cuore ti impartiamo.» (Da
Breve pontificio di Gregorio P.P.XVI,) Pio IX rivolgendosi al Vescovo di
Cremona dopo il decreto Dimittantur opera omnia parlando di S. disse:
«Non solo è un buon cattolico, ma santo: Iddio si serve dei santi per far
trionfare la verità. Leone XIII, al tempo delle aspre e dolorose lotte che si
svolgevano intorno al pensiero S.ano sul finire del diciannovesimo secolo, in
una lettera indirizzata agli arcivescovi di Milano, Torino e Vercelli, fra
l'altro scrisse: Ma non vogliamo che con questo abbia a patir detrimento
il religioso Sodalizio della Carità; il quale come per lo innanzi spese
utilmente le sue fatiche a beneficio del prossimo, secondo lo spirito
dell'Istituto, così è desiderabile che fiorisca in avvenire e prosegua a
rendere ognora più abbondanti frutti. Col decreto del Sant'Uffizio "Post
Obitum"firmato da Leone XIII, vennero condannate, in quanto "non
conformi alla verità cattolica", XL proposizioni contenute nelle opere del
S., le quali la sacra congregazione romana "giudicò doversi riprovare,
condannare e proscrivere, nel proprio senso dell’autore", chiarendo
inoltre che non era lecito "a chicchessia di inferire, che le altre dottrine
del medesimo Autore, che non vengono condannate per questo decreto, siano per
veruna guisa approvate". Giovanni XXIII, negli ultimi anni della sua
vita, meditò in ritiro spirituale le S.ane "Massime di Perfezione
Cristiana", assumendole come propria regola di condotta. Anche Paolo VI
prestò interesse nel S.: in occasione dell’anniversario di fondazione
dell'Istituto della Carità inviò un messaggio all'allora padre generale, in cui
elogiava l'intuizione del S. nel dare un grande peso alla missione caritativa
già nel nome del nativo istituto religioso, appunto l'Istituto della Carità.
Pubblicamente Paolo VI lo cita durante il discorso tenuto alla Federazione
Universitaria Cattolica Italiana
riguardante la cultura cattolica e l'Europa. Inoltre sotto il suo
pontificato venne tolto il divieto di pubblicazione dell'opera Dalle Cinque
Piaghe della Santa Chiesa. Alla morte di Paolo VI venne eletto Giovanni
Paolo I, laureato in sacra teologia alla Gregoriana con il saggio, “L'origine
dell'anima umana”. È bene precisare che Luciani e fortemente critico nei
riguardi del pensiero S.ano, solo successivamente cambiò opinione, rivolgendo
nei riguardi di S. parole di ammirazione e stima. Tuttavia fu con il
pontificato di Giovanni Paolo II che il pensiero S.ano ha potuto liberarsi
delle aspre critiche e delle condanne che accompagnavano l'Istituto della
Carità fin dai tempi della sua fondazione. Nella Lettera Enciclica Fides et
ratio, Giovanni Paolo II l’annoverato tra i pensatori più recenti nei quali si
realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio». Ne ha
inoltre concesso l'introduzione della causa di beatificazione, conclusasi nella
sua fase diocesana novarese.
Ratzinger da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
emana il famoso documento Nota ai Decreti dottrinali sul Rev.do sac. S.. La
nota si concludeva confermando la validità del decreto Post obitum sulle
quaranta proposizioni, e allo stesso tempo con la riabilitazione di S.:
«Il Decreto dottrinale Post obitum non si riferisce al giudizio sulla negazione
formale di verità di fede da parte dell'Autore, ma piuttosto al fatto che il
sistema filosofico-teologico del S. era ritenuto insufficiente e inadeguato a
custodire ed esporre alcune verità della dottrina cattolica, pur riconosciute e
confessate dall'Autore stesso. Si possono attualmente considerare ormai
superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali,
che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna di quaranta
proposizioni. E ciò a motivo del fatto che il senso delle proposizioni, così
inteso e condannato dal medesimo decreto, non appartiene in realtà alla sua autentica
posizione, ma a possibili implicanze. Resta tuttavia affidata al dibattito
teoretico la questione della plausibilità o meno del sistema S.ano stesso,
della sua consistenza speculativa e delle teorie o ipotesi filosofiche e
teologiche in esso espresse. Nello stesso tempo rimane la validità oggettiva
del Decreto Post obitum in rapporto al dettato delle proposizioni condannate,
per chi le legge, al di fuori del contesto di pensiero S.ano, in un'ottica
idealista, ontologista e con un significato contrario alla fede e alla dottrina
Cattolica. Il documento ribadisce la diversità di linguaggio e apparato
concettuale del sistema S.ano rispetto al tomismo, l'assenza di apparato
critico nelle opere postume e la permanente "difficoltà oggettiva di
interpretarne le categorie, soprattutto se lette nella prospettiva
neotomista". Benedetto XVI autorizza la Congregazione delle Cause
dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo della guarigione di Ludovica
Noè, attribuito alla sua intercessione. Tra quelli portati dalla postulazione
dei padri S.ani, si è scelto di dare maggiore impulso a quello della guarigione
della suora sopracitata, poiché il medico che la curò si convertì in seguito
all'accaduto. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, a
margine del Convegno sulla sfida educativa tenuto a Milano, ha tenuto un
intervento intitolato "Istanze educative e questione antropologica"
in cui riconosce le sue istanze pedagogiche. A. Bagnasco ha presieduto a Stresa
la celebrazione eucaristica per il suo Dies Natalis. Nel corso dell'Angelus
domenicale e ricordato per la sola carità intellettuale e perché testimonia la
virtù della carità in tutte le sue dimensioni e ad alto livello. Avversario del
sensismo e dell'illuminismo e mentore e maestro intellettuale di quattro pontefici
eletti consecutivamente: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II.
Nulla osta della Congregazione per la dottrina della fede che consente l'inizio
della causa di beatificazione. Apertura del processo informativo diocesano dopo
la nomina dei censori teologi e delle commissioni storiche in Novara. C. Papa diventa
postulatore della causa succedendo a Belti, storico dell'Istituto e già
Direttore del Centro di Studi S.ani di Stresa. Chiusura del Processo
informativo Diocesano. Consegna del Trasunto alla Congregazione per le cause
dei Santi. Apertura del Trasunto. Decreto di Validità del processo diocesano.
Schema per la stesura della Positio. Consegna del lavoro sul Post obitum curato
dal Postulatore. Il Relatore generale approva il lavoro sul Post obitum e il
lumen oculorum tuorum Consegna del lavoro sul Post obitum alla Congregazione
per la Dottrina della Fede.Il giorno dell'anniversario della morte di S. viene
pubblicata sull'Osservatore Romano la Nota della Congregazione per la dottrina
della fede sul valore dei decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere
del Rev.do sacerdote S., a firma del cardinal Ratzinger e di mons.
Bertone. Rilascio del Nihil obstare per
la Causa di Beatificazione. Il Relatore
approva e firma la Positio. Conclusione
della stampa e consegna alla Congregazione per le cause dei santi della
Positio. Consegna del Trasunto super miro alla Congregazione per le cause dei
santi. Validità dell'inquisizione diocesana sul processo super miro.
Presentazione fattispecie super miro. Revisa della fattispecie con firma del
sotto-segretario. Relatio et vota del Congresso Storico (con esito positivo).
Relatio et vota del Congresso teologico super virtutibus (con esito positivo).
Ordinaria della Congregazione per le cause dei santi: esito affermativo.
Ponente della Causa Fisichella. Benedetto XVI autorizza la Congregazione per
le Cause dei Santi a promulgare il decreto di esercizio eroico delle virtù. La
Consulta medica della Congregazione per le Cause dai Santi, si esprime con
esito affermativo (all'unanimità 5 su 5) circa l'inspiegabilità scientifica
dell'evento di guarigione avvenuto a Noè. Il presunto evento miracoloso è
avvenuto. Al termine del dibattito, i Consultori si sono unanimemente espressi
con voto affermativo (7 su 7), ravvisando nella guarigione in esame un miracolo
operato da Dio per intercessione Benedetto XVI autorizza la pubblicazione da
parte della Congregazione per le Cause dei Santi del riconoscimento della virtù
eroica di S.. A Novara si celebra la beatificazione dando lettura del decreto
di Benedetto XVI che l’iscrive tra i beati. La beatificazione è avvenuta a
Novara: appositamente è stato fatto allestire il Palasport della città, unico
luogo capace di raccogliere un numero di fedeli così significativo. Con
il pontificato di Benedetto XVI le beatificazioni vengono preferibilmente
celebrate dai cardinali, per rendere ancora più piena la comunione tra loro e
il successore di Pietro, e viene privilegiato il luogo in cui il candidato agli
onori degli altari ha vissuto. Così, in qualità di delegato pontificio, la
celebrazione è stata officiata da J. Martins,
allora prefetto della congregazione per le Cause dei Santi. A fianco
dell'altare erano disposti gli spalti da cui hanno concelebrato circa 400
sacerdoti, non soltanto S.ani. A prendere parte alla processione e
celebrare sull'altare, insieme al preposito generale Flynn c'era il segretario
generale dell'Istituto Domenico Mariani con gli allora componenti della Curia
Generalizia dell'Istituto della Carità, il Vicario per la Carità
SpiritualeCrish Fuse, il Vicario per la Carità Intellettuale Taverna Patron, il
Vicario per la Carità TemporaleDavid Tobin, l'allora preposito della Provincia
Italiana don U. Muratore (profondo conoscitore di S.) e il postulatore della
Causa di Beatificazione, Papa. Hanno partecipato alla celebrazione anche
il cardinale ex prefetto della Sacra Congregazione per i vescovi Re, il
cardinale arcivescovo di Torino S. Poletto, il vescovo di Novara, mons. R.
Corti, l'arcivescovo di Trento, mons. Bressan, il vescovo S.ano mons. Antonio
Riboldi e fra gli altri anche G. Zaccheo (che sarebbe improvvisamente scomparso
due giorni dopo), vescovo della Diocesi di Casale Monferrato, mons. Luigi
Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea (che durante la III sessione del Concilio
Ecumenico Vaticano II fece per primo il nome di S.), l'allora segretario
generale della Conferenza Episcopale Italiana G. Betori, G. Lajolo, presidente
del Governatorato della Città del Vaticano, l'allora rettore della Pontificia
Università Lateranense, mons. Rino Fisichella, il Vicario Episcopale per la
Vita Consacrata dell'arcidiocesi di Milano monsignor Ambrogio Piantanida e il
preposito generale dei barnabiti, padre Villa. Tra i numerosissimi fedeli
(più di diecimila) accorsi da diverse parti del mondo per presenziare alla
celebrazione, hanno preso parte anche personalità politiche. Tra queste
il senatore a vita Scalfaro, l'allora presidente del Senato, Marini, e Parisi,
al tempo Ministro della Difesa. S. è il primo beato della Provincia del Verbano
Cusio Ossola. In occasione della beatificazione sono stati moltissimi i
quotidiani e periodici italiani e esteri che hanno dedicato articoli, pagine e
interi numeri alla figura di S.. Sono numerosissimi i suoi saggi. Certamente
il più importante a livello ascetico e spirituale e le “Sei massime di perfezione”,
su cui anche Giovanni XXIII fa delle riflessioni prima di morire. Gli costarono
la messa all'Indice dei libri proibiti le opere "Delle cinque piaghe della
santa chiesa" e "Dalla costituzione secondo la giustizia
sociale". In filosofiia meritano di essere ricordato il “Saggio
sull'origine delle idee”. Altri saggi: “Principii della scienza morale”; “Filosofia
della morale”; “Antropologia in servigio della scienza morale”; “Filosofia
della politica”; “Trattato della coscienza morale”; “Filosofia del diritto”; “Teodicea”;
“Sull'unità d'Italia”; “Il comunismo e il socialismo”. Le sei massime di
perfezione sono formulate per definire il fondamento spirituale sul quale ogno
uomo puo avere un cammino nella perfezione. Siate perfetti come è perfetto
il vostro Padre celeste (Matteo 5,48). Desiderare unicamente ed infinitamente
di piacere a Dio, cioè di essere giusto. Orientare tutti i propri pensieri e le
azioni all'incremento e alla gloria della Chiesa di Cristo. Rimanere in
perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio
riguardo alla Chiesa di Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di
Dio. Abbandonare se stesso nella provvidenza di Dio. Riconoscere
intimamente il proprio nulla. Disporre tutte le occupazioni della propria
vita con uno spirito di intelligenza. Di particolare interesse e “Le cinque
piaghe della santa Chiesa". Mostra odi discostarsi dall'ortodossia
dell'epoca. Per tale ragione il saggio fu messo all'Indice e ne scaturì una
polemica nota col nome di "questione S.ana". L'opera eriscoperta al
Concilio Vaticano II. Il primo a parlare al Concilio di S. e Bettazzi. Mi sia
consentito ricordare S., molto legato ad Aquino. Ma anche studioso e amante del
suo tempo, e che certamente guadagna a Cristo non pochi uomini. Tutto questo mi
sembra si accordi con le cose che sono state già dette da non pochi padri su
questo schema in generale, che cioè gl’uomini non si aspettano dalla Chiesa
soluzioni particolari, ma piuttosto la presentazione di valori che li aiutino a
trascorrere questa vita umana più nobilmente e con maggiore sicurezza. Parlando
della libertà, esaltare i valori dell'umiltà. Parlando del matrimonio, il ruolo
della fortezza. Parlando dei problemi economici e di molti altri problemi,
l'efficacia di un certo disprezzo delle cose. Occorre dunque mettere in luce la
necessità dell'ubbidienza, della castità, della povertà, non solo nella vita e
nell'esempio (e nella Bozza di Documento!) dei religiosi, aiuto agl’uomini di
questo tempo, perché possano vivere la loro vita umana nel modo migliore e più
efficace. Il primo e principale compito dunque per gl’uomoni che coltivano la
sapienza dev'essere, alla luce del Magistero, l'amore delle Scritture e l'amore
di questo mondo in un colloquio franco e aperto. Paolo VI dice. I suoi saggi
sono pieni di pensiero, una filosofia profondo, originale che spazia in tutti i
campi: quello filosofico, morale, politico, sociale, sopra-naturale, religioso,
ascetic -- filosofia degna di essere conosciuta e divulgata. È stato anche un
profeta. Le Cinque piaghe della Chiesa (una volta la chiesa non aveva piacere
che si mettessero in luce le sue mancanze, le sue debolezze). Previde
partecipazione liturgica del popolo. La sua filosofia indica uno spirito degno
di essere conosciuto, imitato e forse invocato anche come protettore dal Cielo.
Ve lo auguriamo di cuore. “Delle cinque piaghe della santa chiesa” è suddiviso
in cinque capitoli corrispondenti ciascuna ad una piaga, paragonata alle piaghe
di Cristo. In ogni capitolo la struttura è la medesima: un quadro
ottimistico della Chiesa antica segue un fatto nuovo che cambia la situazione
generale (invasioni barbariche, nascita di una società cristiana, ingresso dei
vescovi nella politica) la piaga i rimedi. La prima piaga e la divisione del
popolo dal clero nel culto pubblico. Nell'antichità romana, il culto era un
mezzo di catechesi e formazione e il popolo partecipava al culto. Poi, le
invasioni barbariche, la scomparsa della lingua dei romana, la scarsa
istruzione del popolo, la tendenza del clero a formare una casta hanno eretto
un muro di divisione tra il popolo e i ministri di Dio. Rimedi proposti:
insegnamento della lingua romana, spiegazione delle cerimonie liturgiche, uso
di messalini in italiano. La seconda piaga e l’nsufficiente educazione del
clero. Se un tempo i preti erano educati dai vescovi, ora ci sono i seminari
con piccoli libri e piccoli maestri: dura critica alla scolastica, ma
soprattutto ai catechismi. Rimedio: necessità di unire scienza e pietà. La
terza piaga e la disunione tra i vescovi. Critica serrata ai vescovi
dell'ancien régime: occupazioni politiche estranee al ministero sacerdotale,
ambizione, servilismo verso il governo, preoccupazione di difendere ad ogni
costo i beni ecclesiastici, schiavi di uomini mollemente vestiti anziché
apostoli liberi di un Cristo ignudo. Rimedi: riserve sulla difesa del
patrimonio ecclesiastico, accenni espliciti di consenso alle tesi dell'Avenir
sulla rinunzia alle ricchezze e allo stipendio statale per riavere la
libertà. La quarta piaga e la nomina dei vescovi lasciata al potere
temporale. Compie un'approfondita analisi storica sull'evoluzione del problema
e critica i concordati moderni con cui la S. Sede ha ceduto la nomina al potere
statale (e, accenna prudentemente, per avere compensi economici). Rimedi:
propone un ritorno all'elezione dei vescovi da parte dei fedeli. La quinta
piaga e la servitù dei beni ecclesiastici. Sostiene la necessità di offerte
libere, non imposte d'autorità con l'appoggio dello Stato, rileva i danni del
sistema beneficiale, propone la rinuncia ai privilegi e la pubblicazione dei
bilanci. A Rovereto gli ha dedicato il liceo che frequentò quando ancora
si chiamava Imperiale e Regio Ginnasio. Borgomanero ospita l'Istituto S..
Domodossola ospita il liceo delle Scienze Umane "S. (istituto parificato).
Roma ospita la sede dell'Istituto Comprensivo. Torino ospita la biblioteca
Antonio S. del polo biomedico universitario che in passato fu un istituto
scolastico attivo fino alla fine del XX secolo. Trento, dove si trova il liceo
"S.". Farina, Prosser Prosser
Bonazza, L'Accademia Roveretana degli Agiati, su agiati, Accademia Roveretana
degli Agiati, «Paoli artefice della
rinascita dell'Accademia e suo president. Ragionamento sul comunismo e
socialismo, Grondona, Genova, Questa tesi fu messa in discussione da Abbà a cui
S. controbatté nel Diario filosofico di Adolfo, Riv. S.ana, Pagani Rossi. Nota
sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere). Angelus: S., esempio per la Chiesa, su
agensir, Biografia di S. su vatican. Istituto S., su S. borgomanero. Liceo delle
Scienze Umane su cercalatuascuola.istruzione. Istituto Comprensivo S., su ic-S.
Biblioteca S., su biomedico campusnet.unito. su vivoscuola. M. Farina, Gl’Agiati, Brescia,
Morcelliana Edizioni, Italo Prosser, El
pra' de le Móneghe: cronistoria del monastero di S. Croce nell'antico comune di
Lizzana, Rovereto (Trento), Stella, Approfondimenti Sciacca, La filosofia
morale di S., Torino, Bocca, Pusineri, S. (Edizione riveduta e aggiornata da Belti), Stresa, Edizioni S.ane Sodalitas,
Dossi, Profilo filosofico di S., Brescia, Morcelliana, Valle, S. Il carisma del
fondatore, Rovereto, Longo Editore, Marangon, Il Risorgimento della Chiesa.
Genesi e ricezione delle "Cinque piaghe" di S., collana Italia Sacra,
Roma, Herder, S., Frammenti di una storia della empietà, a c. di Cattabiani con
una nota filologica di Albertazzi, Trento, La Finestra, Giorgi, S. e il suo
tempo. L'educazione dell'uomo moderno tra riforma della filosofia e
rinnovamento della Chiesa Brescia, Morcelliana, Dossi, Il Santo Probito, La
vita e il pensiero di S., Trento, Il Margine, Gomarasca, La forma morale
dell'essere. La poiesi del bene come destino della metafisica, Milano, Angeli,
Paoli, S., Virtù quotidiane, Verona, Edizioni Fede e Cultura, Paoli, Maestro e profeta, Milano, Edizioni San
Paolo, Sapienza, Eclissi Dell'educazione? La sfida educativa nel pensiero di S.,
Roma, Libreria Editrice Vaticana, Giuseppe Goisis, Il pensiero politico di S. e
altri saggi fra critica ed Evangelo, S. Pietro in Cariano, Gabrielli, Comunità
di San Leolino, Una profezia per la Chiesa. Verso il Vaticano II, Panzano in
Chianti, Feeria-Comunità di San Leolino Muratore, S. per il Risorgimento. Tra
unità e federalismo, Stresa, S.nane Sodalitas, Bergamaschi, S. La perfezione
della vita cristiana, Stresa, S.ane Sodalitas, Malusa, S. per l'unità d'Italia.
Tra aspirazione nazionale e fede cristiana, Milano, FrancoAngeli,. Domenico
Fisichella, Il caso S. Cattolicesimo, nazione, federalismo, (Roma, Carocci); Muratore,
Apologia della fedeltà. In difesa dei valori etici e spirituali, Stresa, S.ane
Sodalitas, Malusa, Stefania Zanardi, Le lettere di S., un "cantiere"
per lo studioso. Introduzione all'epistolario S.ano, Venezia, Marsilio, Zanardi,
La filosofia di S. di fronte alla Congregazione dell'Indice Milano, Franco Angeli.
Treccani Dizionario di storia, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. In S.
l'attenzione ai fatti di lingua e la speculazione sul fenomeno del linguaggio
furono non meno vive di quelle di Manzoni, esercitate però con sensibilità,
impostazioni e modalità differenti26. L'origine del linguaggio, in particolare,
seppur poco appariscente, è un tema delicato e importante del suo sistema
filosofico e ricorre a varie riprese lungo tutta la sua opera, talvolta con
brevi cenni indiretti talaltra in forme più estese. Una trattazione piuttosto ampia si trova già
nel saggio Sui confini dell'umana ragione ne' giudizi intorno alla divina
Provvidenza che costitusce il primo libro della Teodicea, ai capitoli 17-21,
sotto la rubrica della 'quarta limitazione dell'umana ragione', la quale
recita: «La mente umana non può produrre
a sé medesima veruna scienza, senza che gliene venga dastraniera cagione
proposta la materia»27. Questo implica che prima della azione degli esseri
sussistenti' la mente umana è una tabula rasa, incapace come tale di astrarre
senza lo stimolo di segni che in qualche modo rendano sussistenti gli astratti
(88-89). In altre parole, «l'uomo conosce
solamente quello che a Dio piace di manifestargli naturalmente
soprannaturalmente, ossia il mondo fisico e i contenuti della
rivelazione. Dono di Dio non può che
essere anche il mezzo per passare dall'uno agli altri, ossia il lin-guaggio,
perché la rivelazione - principio paolino - si fonda sull'udito e inoltre
presuppone già esistente la facoltà di astrazione: pertanto «l'uomo non potea
dare a se stesso il linguaggio: onde egli ripete dal Creatore anche questo
mezzo di conoscere. La funzione semiotica
è condizione necessaria della conoscenza, in quanto l'uomo «senza i segni non
potea né pure concepire gli astratti; e qui, diversamente che altrove, segni
vuol dire senz'altro parole, e precisamente i nomi di qualità. È questo il
punto cruciale della questione: non c'è astrazione senza segni-parole, ma i
segni-parole presuppongono le astrazioni. Evidentemente, dunque, l'uomo riceve
dall'esterno, cioè da Dio, il primo nucleo motore, già formato, di
segni-parole. La tesi dell'origine divina, già nettamente delineata, trova così la sua enunciazione
esplicita: Erano necessarj all'uomo
segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le astrazioni: né egli
poteva dargli a se stesso, mentre per inventarli sarebbono state necessarie
quelle astrazioni medesime, che, senza i vocaboli, egli non può, come dicevamo,
possedere. Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli
insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti
all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate; queste voci poterono
chiamare a sé l'attenzione dell'umana
mente. Tali 'voci', prosegue S., poterono essere i nomi che, conforme al
racconto biblico, Dio attribuì a ciascuna delle opere della creazione al fine
di renderle conoscibili, e costituirono le prime astrazioni, in grado di
mediare tra il visibile e l'invisibile.
Non dovette trattarsi insomma di un insegnamento esplicito del
linguaggio, bensì della sua trasmissione indiretta unitamente alle verità della
salvezza: «Quindi le eterne verità furono, io mi credo, al linguaggio
incorporate e con esso insieme insegnate, e con esso altresì, «nella forma
materiale della lingua quasi in arca ben chiusa», custodite e tramandate di
padre in figlio pur nel variare storico dei sistemi linguistici. La sapienza e
il linguaggio,dunque, «furono dati all'uomo congiunti nella stessa guisa, sarem
per dire, come furon creati congiunti alla materia i suoi accidenti. Non per
nulla la Bibbia attribuisce allo Spirito santo il dono delle lingue: Pare
adunque che l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come
l'invenzione del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi
forze dell'uomo, giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di
vero, egli è tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed
inventarla senza che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare
l'umana favella, non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella
nominazione delle cose sensibili e sussistenti; ma un passo insuperabile, come
dicevamo, avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, giacché gli
astratti non li percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro
segno che a lui li mostrasse. Nel Nuovo saggio, com'è ovvio, quello delle
funzioni del linguaggio e della sua origine, nel senso gnoseologicamente ed
epistemologicamente più pregnante, è un tema cruciale che sarebbe interessante
seguire analiticamente lungo le quattro edizioni dell'opera curate dall'autore
stesso. Non potendo farlo in questa sede, e riconoscendo che «S. non è tutto
nel saggio», mi limiterò a qualche annotazione utile nel prosieguo del
discorso. Intanto, occorre rilevare che
la critica alla teoria sensista dell'origine del linguaggio non è sviluppata
nel capitolo espressamente dedicato a Condillac (del quale lì viene discusso
unicamente il Traité des sensations) bensì di fatto nel capitolo su Dugald
Stewart, dove S. avverte che il discorso svolto contro di lui, ovvero contro Smith,
vale né più né meno per tutti i sostenitori del romanzetto di questo selvaggio»
inventore e segnatamente per Condillac, al quale peraltro riconosce il merito
di «aver chiamata l'attenzione de' filosofi sulla mutua relazione della favella
e del pensiero. E notiamo per inciso che alcune delle contestazioni al «misterio
metafisico del lockismo, e il tono ironico con cui sono avanzate, torneranno
molto simili nelle pagine di Manzoni.
Per mostrare come nel 1830, data della prima edizione, l'impostazione S.ana
siaancora sostanzialmente quella del saggio poi confluito nella Teodicea,
riporterò soltanto due brani. Il primo è la conclusione di una nota facente
parte della lunga critica alla teoria della precedenza dei nomi propri sui nomi
comuni, sostenuta da Stewart sulla scorta delle Considerations concerning the
first formation of languages di Smith; il punto, osserva S., è sapere come la mente possa pervenire
alle prime astrazioni, e conclude: Ora
la mia opinione sopra di ciò la espressi già nel Saggio sui confini della
ragione umana. Io dimostrai in quel luogo, che l'uomo avea bisogno d'essere
ajutato e mosso a ciò da qualche segno esterno (lingua), che segnasse la cosa
astratta da se sola; e tale che fosse atto a eccitare e tirare la sua
attenzione e nella sola qualità astratta concentrarla. E fu di qui che io dedussi
l'impossibilità che avea l'uomo d'inventare da se stesso un linguaggio completo
e accomodato a' suoi bisogni. Il secondo
brano, anch'esso in nota, rientra nella dimostrazione del linguaggio quale
ragion sufficiente per l'astrazione, e accanto alla presa di distanza da
Bonald, presenta una distinzione molto importante. Avvertasi - scrive S. - che
qui non è mio intendimento d'investigare, se il linguaggio sia d'origine divina
od umana; avvegnaché da quanto fin qui ho ragionato la cosa manifestamente
apparisca»; ed ecco la nota: È
impossibile inventare il linguaggio da una mente umana che non possegga idee
astratte; perciocché nessuno può mai dare un segno ad idee che non ha. Quindi è
vera e bella la sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il
linguaggio, senza il linguaggio»; se non che conveniva restringerla entro i
confini di quella parte di linguaggio, che le idee astratte riguarda, la quale
è la più nobile, e formale parte delle lingue. Non essendo stata fatta questa
divisione, Rousseau potè intravedere una verità rilevantissima, ma non
dimostrarla; né a me è noto che alcuno n'abbia, dopo di lui (né pure il
sig. Bonald), data una rigorosa
dimostrazione. Ma restringendo la proposizione di Rousseau alle idee, e
vocaboli astratti, io credo che mi sia riuscito di dare quella dimostrazione
rigorosa che può tor via ogni dubbio dalla questione; ed il lettore può ben da
sé ravvisarla e comprenderla ne' principi che espongo in questo articolo sul
linguaggio, e da ciò che ho scritto nel Saggio sui confini dell'umana
ragione. La distinzione in realtà apre
nel tessuto teorico della tesi una smagliatura le cui conseguenze vedremo poco
oltre; e Manzoni avrebbe potuto ripetere che nelle 'condizioni necessarie per
essere una lingua' non si danno gradi, nemmeno di astrazione: si è o non si è
una lingua».apparire fra le pieghe del discorso nell'Antropologia
soprannaturale, dove l'autore sta al gioco condillacchiano di immaginare la
condizione umana primordiale, e scrive:
Supponiamo adunque l'uomo nelle pure condizioni naturali, non privo però
degli stimoli esterni, senza i quali le sue potenze inerti e quasi
raggomitolate in sé non avrebbero potuto avere nessuno sviluppamento; e fra
questi stimoli esteriori uopo è che gli supponiamo data altresì la favella
colla qual solo vien tratta all'azione la sua potenza di riflettere e
d'astrarre, e quindi esce in atto la sua libertà ligata senza di ciò e nulla
operante; la qual favella tale che gli bastasse, non potrebbe mai trovarla egli
medesimo. La fictio speculativa si
prolunga - poco manzonianamente, in verità! - in una minuta discettazione
intorno alla lingua primitiva dell'umanità, «argomento bellissimo. Basato
sull'ipotesi «che Iddio abbia il primo parlato all'uomo primitivo insegnando in
tal modo agli uomini ad astrarre, il gioco ha termine con la conclusione
secondo la quale «la lingua primitiva è parte divina, e parte umana. Una
conclusione conciliatoria e però rischiosa, ma che permette a S. di non entrare
in contraddizione con se stesso, perché se è vero che la parte umana è, come
aveva scritto nel Nuovo saggio, la più nobile e formale', la parte divina è
quella primaria e fondamentale. Pur con
qualche sfumatura, dunque, la posizione iniziale del saggio è mantenuta lungo
tutti gli anni Trenta, e la si ritrova immutata ancora al momento della
riedizione come primo libro della Teodicea. Senonché di lì a poco tale
posizione risulterà modificata in un modo assai significativo, se non
capovolta. Possiamo fare un primo tentativo di ricostruzione, se non di
spiegazione. Se torniamo ai due brani
già citati della Teodicea e li rileggiamo con le correzioni apportate a mano
dall'autore (praticamente le sole modifiche di contenuto in tutto il libro) su
un'esemplare dell'edizione Pogliani, troviamo un ragionamento più articolato e
in definitiva una tesi differente. Primo brano della Teodicea (le modifiche
sono evidenziate in corsivo): Erano
necessarj all'uomo segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le
astrazioni: né egli poteva dargli a se stesso fin ch'era solo, ché per
inventarli sarebbono state necessarie quelle astrazioni medesime, che, senza i
vocaboli, egli non può, come dicevamo, possedere. E dato ancora che, aggiunta
la sua compagna per le necessità del convivere, avessero i due coniugi trovati,
con un solo attocomplesso, i segni e gli astratti; qual lungo tempo ci sarebbe
bisognato ad arricchirsene in qualche copia? e con quella scelta che era
necessaria pel progresso morale, e per elevare le loro menti alle cose
invisibili? Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli
insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti
all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate; queste voci poterono chiamare a sé
l'attenzione dell'umana mente. Secondo
brano della Teodicea: Pare adunque che
l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come l'invenzione
del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi forze dell'uomo,
giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di vero, egli è
tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed inventarla senza
che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare l'umana favella,
non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella nominazione delle
cose sensibili e sussistenti; ma un passo difficilissimo, come dicevamo,
avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, ché gli astratti non li
percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro segno che a lui
si mostrasse. Come si vede, la conferma dell'origine divina si accompagna
all'ammissione di una pos-sibile, seppur poco probabile, formazione umana.
Resta fermo che ai segni-parole l'uomo non può pervenire con le sole proprie
risorse né da solo (entrambe le condizioni sono importanti); ma ai fini
dell'innesco della conoscenza, oltre all'intervento esterno da parte di Dio
mediante il dono dei primi segni-parole, in linea di principio è sostenibile
l'ipotesi che l'uomo acquisisca i segni-parole in società coi suoi simili
mediante degli atti unitari complessi semiotico-astrattivi. I due brani tratti dal Nuovo saggio, rimasti
inalterati lungo le prime tre edizioni, subiscono nell'edizione definitiva un
adattamento analogo, e anzi più marcato, per apprezzare il quale il solo
corsivo non è sufficiente ma bisogna leggere insieme le due versioni. Primo
brano del Nuovo saggio: Ora l'uomo ha
bisogno di essere aiutato a ciò da qualche segno esterno (lingua) che segni la
cosa astratta da se sola; e tale che sia atto a fissare la sua attenzione, e
nella sola qualità astratta concentrarla. Di qui l'impossibilità che l'uomo
solitario inventi da se stesso col suo puro pensiero un linguaggio, che a ciò
gli serva. Nel secondo brano del Nuovo
saggio cambia anche il testo a cui la nota è apposta: Avvertasi, che qui non è
mio intendimento d'entrare nella questione del fatto, se il linguaggio sia
d'origine divina od umana; e né pure nella questione filosofica della
possibilità»; ed ecco la nuova nota: È
impossibile inventare il linguaggio ad una mente umana prima che posseda delle
idee astratte; ché nes-suno può dare un segno a idee che non ha. Quindi la
sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il linguaggio senza il
linguaggio» si deve restringere entro i confini di quella parte di linguaggio,
che le idee astratte riguarda. Non essendo stata fatta questa distinzione, Rousseau
potè intravedere una verità, ma non dimostrarla; né a me è noto che alcuno
n'abbia, dopo di lui (né pure il sig. Bonald), data una rigorosa dimostrazione.
Restringendo dunque la proposizione del Rousseau alle idee, e vocaboli
astratti, ell'ha un fondo di verità. In primo luogo non si può inventare il
linguaggio da alcun uomo segregato dalla società de suoi simili, nel quale
stato né egli ha l'occasione di comunicare i suoi bisogni e pensieri agli
altri, né gli altri possono comunicar i loro. Ponendo poi un individuo umano
coesistente con altri uomini privi di linguaggio, due questioni si possono
fare. La prima, se quegli uomini potrebbero inventare un linguaggio prima
d'aver formate alcune astrazioni, o potrebbero formare queste astrazioni prima
d'avere inventato qualche linguaggio o de' segni, e rispondiamo negativamente.
La seconda, se potrebbero fare queste due cose contemporaneamente, cioè trovare
de' segni e coll'atto stesso formare delle astrazioni», e questo non lo
crediamo impossibile. Una considerazione
più attenta della natura costitutivamente sociale e altresì sistematica della
lingua ha condotto S. a modificare il proprio convincimento iniziale: non si
tratta più di singoli individui alle prese con singoli segni-parole, bensì di
comunità che danno forma a un sistema linguistico. Scrive infatti
nell'Antropologia soprannaturale: Se prendiamo una parola isolatamente
dall'altra non mostra veruna similitudine coll'idea, che per essa si esprime.
Ma all'incontro pigliando l'intiero discorso, cioè una serie di parole
avvedutamente ordinate, trovasi tosto una corrispondenza colla serie de'
pensieri. Egli è per questo, che le lingue sono sistemi di segni così
eccellenti che possono esprimere tutte le cose.
Può aver contribuito al ripensamento in questa direzione lo studio
attento delle prime produzioni linguistiche della nipotina Marietta, consegnato
nelle analisi e riflessioni - semplicemente straordinarie - del paragrafo del
Rinnovamento della filosofia. Ma non escluderei un'eco teorica dell'insistenza
manzoniana sul concetto di 'interezza' delle lingue; la si sente risuonare
ancora, per esempio, nella definizione di lingua data nella tarda Logica: un
sistema di segni vocali o vocaboli stabiliti da una società umana, adeguato a
significare i pensieri che i membri di quella società si vogliono comunicare
reciprocamente». Con il brano dall'edizione definitiva del Nuovo saggio siamo
già alla posizione assunta e sostenuta nella Psicologia, che del resto la
precede. Sappiamo già che la funzione dei segni è quella di «offerire dinanzi
allo spirito uno stimolo e termine che lo muova a concentrare e fissare
l'attenzione», permettendo in tal modo la formazione delle idee astratte. Ora S.
è interessato a scoprire come questo avvenga, a vedere cioè «con qual progresso
e fin dove l'uomo, o piuttosto gli uomini conviventi insieme, possano andare
nella formazione del linguaggio. Il
momento iniziale è dato dall'istinto, che spinge l'uomo ad esercitare le
proprie facoltà vocali naturali e, mediante esse, a produrre dei suoni
indipendentemente dalla loro capacità significativa, la cui scoperta avviene in
un secondo momento; «questo - osserva S. - è già un passo grande al suo
sviluppo intellettivo, ma l'astrazione propriamente detta non c'entra ancora.
Che tipo di parole sono queste prime emissioni verbali umane? Riprendendo la tesi lungamente sostenuta nel
Nuovo saggio, S. ripete che la loro natura è di nomi comuni, salvo a precisare
però che vengono u s a ti come nomi propri: una concessione di non poco conto
all'opinione che Stewart aveva tratto da Smith, precedentemente avversata. Da
qui la ricostruzione, al tempo stesso filogenetica e ontogenetica, di come «un
po' alla volta verrà a stabilirsi un suono, che sarà il nome comune di tutti
gli oggetti » di una stessa classe, un tipo di nomi che andrebbero definiti
sostantivi qualificati anziché aggettivi sostantivati. L'attribuzione dei nomi comuni però non
comporta ancora l'attività eminentemente intellettuale dell'astrazione, che è
successiva e richiede altre condizioni. Per illustrare le quali, S. esplicita e
spiega il proprio ripensamento sull'origine del linguaggio: Noi abbiamo altrove espressa l'opinione che
gli uomini non potessero venire a pensare e a denominare le pure astrazioni,
per non avere in natura alcuno stimolo che a ciò li muova; di che deducevamo la
divina origine di questa parte della lingua. Di poi abbiamo fatto più maturi
riflessi, ed ora non ci sembra quella dimostrazione irrepugnabile. Distinguiamo
adunque la questione del fatto da quella della semplice possibilità. È
indubitato, quanto al fatto, che il primo uomo ricevette l'avviamento a parlare
da Dio stesso, il quale, parlandogli il primo, gli comunicò una porzione della
lingua. Ma trattandosi d'una semplice possibilità metafisica, se l'umana
famiglia (non l'uomo isolato) potesse col tempo giungere a pensare almeno
alcuni astratti, contrassegnandoli nello stesso tempo e con una stessa
operazione complessa, colla voce o con altra maniera di segni, ci pare oggimai
di poter rispondere affermativamente di aver trovato quello stimolo che indarno
avevamo prima cercato, dal quale fosse mosso l'umanointendimento. I pochissimi astratti (forse di divina
origine) rinvenibili nelle lingue antiche non esimono insomma dal domandarsi
come «l'umana famiglia potesse giungere da se stessa agli astratti puri, almeno
ad alcuni di essi. La risposta di S. consiste sostanzialmente nel fare appello
al meccanismo cognitivo elementare della metafora a base metonimica: avendo già
gli uomini coniato un nome per il braccio in quanto arto anatomico, per
nominare la proprietà della forza che distingue quell'arto dagli altri, invece
di inventare appositamente un nuovo nome, adoperano la designazione primitiva
estendendone il significato. Un'illustrazione nobile di questo meccanismo
semiotico la si trova nel commento al prologo del vangelo di Giovanni: Pare, che primieramente gli uomini abbiano
nominata la parola esterna e sonante come quella che cade sotto i sensi. Più
tardi si sono fermati a considerare che la parola esterna non era che un segno
che esprimeva una cosa interna, un oggetto pronunciato dalla mente. Volendo
dunque nominare questa cosa interna significata in vece di imporle un nome
proprio, vi adattarono lo stesso vocabolo che significava la parola esterna,
lasciando, che il contesto del discorso chiarisse quando a quel vocabolo
convenisse dare il significato antico di parola, suono proferito cogli organi
della voce a significare; e quando gli si convenisse dare il significato nuovo
della cosa interna nello spirito colla parola significata. Questa maniera di estendere
alle parole vecchie il significato di mano in mano che gli uomini estendono le
loro cognizioni, è più comoda che inventare vocaboli nuovi, perché esigge uno
sforzo di mente minore e adattato a tutta la comunità degli uomini, oltrediché
le idee o cognizioni nuove ritengono in tal modo la relazione con le idee o
cognizioni precedenti onde furono derivate, e così meglio si conoscono, e più
agevolmente si prestano al ragionamento; giacché i nessi fra esse e le notizie
più antiche e più famigliari sono pronti. Solamente più tardi, quando la mente
è già sviluppata, e non ha più bisogno di tali dandine, ella inventa parole
nuove e proprie per quelle cognizioni che non le sono più nuove; ovvero le
parole vecchie da comuni diventano proprie perdendo il primitivo significato, e
ritenendo solo il nuovo 38. Ma restiamo
sul testo della Psicologia, che nel procedimento descritto vede la chiave
naturale per poter accedere alle astrazioni: Ed ecco già trovato il segno, a
cui la mente può legare veramente un concetto astratto; e via più apparisce che
quel nome già significa un astratto, quando quel nome vada perdendo, come
talora avviene, il suo primitivo significato, e rimanga unicamente
significativo dell'astratto. Giunge così a termine l'indagine sul modo in cui «comincia
a formarsi naturalmente una lingua. Ora, pervenuta la mente a fissare alcuni
astratti coll'aiuto di tali segni sensibili somministrati dalla natura,quindi
denominati, applicando ad essi il nome imposto da principio a cotali segni, già
il cammino della mente non trova più impedimenti insuperabili, e però tutto il
suo svolgimento rimane n a tu - ral ment
e spiegato. Nessun ostacolo logico
dunque impedisce di ritenere la lingua un prodotto umano, inventato al doppio
fine, cognitivo e comunicativo, di dare slancio al pensiero individuale e di
socializzarne le acquisizioni: Nel che - conclude S. - è da ammirare la
sapienza del Creatore, il quale non ha abbandonato questa invenzione della
lingua al solo operare libero e calcolato del pensiero umano; ma ne ha messo
nell'uomo l'istinto, e di più gliene ha egli stesso comunicati i primi
elementi. La conseguenza del nuovo atteggiamento di S. è che il linguaggio
sparisce progressivamente dal suo orizzonte speculativo. Anche a non volersi
spingere così oltre nella spiegazione del fatto, il fatto resta: non c'è
paragone tra la ricchezza e l'importanza delle riflessioni
semiotico-linguistiche disseminate nelle sue opere fino alla Psicologia, e — se
ho visto bene - la scarsità di spunti, pur interessanti, presenti al riguardo
nell'immensa Teosofia, che lo impegnò negli ultimi anni. Torniamo ora per
finire allo scambio epistolare da cui siamo partiti. La mia convinzione è che,
dopo il silenzio seguito, non sia stato Manzoni a convertirsi all'idea
dell'essere, della quale poteva già essere ben persuaso, salvo ad esitare
davanti alla 'question di cominciamento'; è stato piuttosto S. - messo in
allarme, grazie ai dubbi di Manzoni, circa il possibile esito pansemiotico
della propria posizione gnoseologica (evitato in maniera del tutto estrinseca
mediante il ricorso all'origine divina del linguaggio), che in sostanza avrebbe
identificato pensiero e linguaggio compromettendo la ricerca sulle idee la cui
origine, risolvendosi linguisticamente, non avrebbe più costituito un problema
- a ridurre la portata cognitiva del linguaggio esteriorizzandolo e tenendolo
sotto il controllo della ragione in modo da poterne postulare l'origine umana,
sia pure in uno con la capacità di astrazione.
Non per niente il ruolo del linguaggio ai fini della formazione delle
idee astratte passa dalla necessità nel Nuovo saggio («necessità del linguaggio
per muovere la nostra intelligenza a formare gli astratti) alla utilità nella
Psicologia («fu da noi provata l'utilità del linguaggio, o per dir meglio, di
segni per la formazione degli astratti), per di più con la restrizione:
«utilità che in altro non consiste se non. E pur considerando che questo
paragrafo della Psicologia iniziadistinguendo il problema della pensabilità di
un'idea dal problema della sua formazione, la sua conclusione sull'errore dei
nominalisti consistente nel ritenere che le idee astratte non siano «né
possibili a formarsi, né pensabili senza i segni del linguaggio» è in palese
contrasto con l'enunciazione netta di Teodicea 100 secondo la quale «senza i
segni non potea neppure con c e pir e [che qui equivale a formare] gli
astratti»; un contrasto non sanato e forse nemmeno rilevato, che del resto si
mantiene nella stessa Psicologia: «gli astratti sono pensabili per se stessi
senza bisogno dei segni, e contra: «le astrazioni hanno bisogno di segni per
pensarsi. S. passa così in qualche modo dalla coimplicazione di pensiero e
linguaggio, o quanto meno da una loro stretta correlazione, alla strumentalità
del secondo rispetto al primo, chiaramente attestata dalla Logica dove chiama i
segni, o meglio i sistemi di segni, le gambe e anzi le stampelle o i trampoli
del pensiero. Per quanto riguarda
specificamente il nostro tema, riprendendo i termini degli studi recenti di
storia del pensiero linguistico moderno, possiamo dire che, dietro la spinta di
Manzoni, S. parrebbe convertirsi dal 'genetismo' alla 'storicità'40; ne
potrebbe essere un indizio la progressiva presenza nelle sue pagine di diverse
sfumature: l'insistenza sulla socialità quale fattore costitutivo dell'essere
umano, l'accento sulla totalità strutturata del linguaggio, l'attenzione verso
il funzionamento del linguaggio in atto.
Si tratta però di una conversione non perfettamente articolata. Il suo
esito paradossale è infatti che nella Psicologia S. finisce col pervenire, come
s'è visto, a una tesi di sapore condillacchiano: il linguaggio nasce su base
istintuale dai segni (vocali) naturali, che solo in un secondo momento si
istituzionalizzano nella loro funzione semiotica, con applicazione
all'ontogenesi); e Manzoni avrebbe poturo ripetergli la stessa postilla apposta
a un passo di Condillac: «Si tratta proprio di sapere come le grida possono
diventare segni» (Postille) 41. Ciò facendo S. capovolge anche, di fatto -
malgrado la distinzione fra 'natura' e
'uso' di essi -, la successione dai nomi comuni ai nomi propri originariamente
sostenuta nel Nuovo saggio. Pur mantenendo l'opinione che i «pochissimi
astratti» delle lingue antiche siano «forse di divina origine, spiega
l'astrazione come un processo di metaforizzazione di metonimie dal referente
fisico: ecco «n a tu ralm ent e spiegato» il «cammino della mente. Questa
attitudine appare palese nella conclusione già citata di Psicologia, dove cerca
di salvare l'unione di entrambe le tesi genetiche asserendo che l'origine del
linguaggio è umana e che Dio ha assistito l'invenzi on e immettendone l'istinto
e fornendone «i primi elementi». In
conclusione, mentre la propensione storica orientata sui 'fatti' linguistici,
al fondo,faceva negare a Manzoni non tanto e non solo l'origine umana del
linguaggio ma in primo luogo la legittimità stessa di una questione di origine
a proposito del linguaggio, l'impulso alla confezione di un 'sistema' filosofico
complessivo fece passare S. da una tesi ad un'altra ma sempre all'interno di
un'ottica di ricostruzione genetica originaria delle 'proprietà' del linguaggio. Ma è la prima
prospettiva quella che nella svolta dal genetismo del Settecento alla storicità dell'Ottocento si è
rivelata vincente e ha dato nuovo impulso allo sviluppo delle scienze del
linguaggio.Antonio Francesco Davide Ambrogio Rosmini Serbati. Antonio Rosmini.
Rosmini. Serbati. Keywords: gl’agiati, Agostino, Aquino, la tradizione Latina
italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Rosmini e Grice,” per il Club Anglo-Italiano,
The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia. Serbati.
Luigi Speranza --
Grice e Sereniano: la ragione conversazionale del cinargo romano – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Sereniano was a philosopher who visits the emperor Giuliano. He
followed the doctrine of the Cinargo. Nome
compiuto: Sereniano.
Luigi Speranza --
Grice e Sereno: la ragione conversazionale dell’ondella tranquilità dell’animo –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He belongs to IL PORTICO and is a
friend of Seneca. Seneca dedicates some of his works to him. In the dialogue
“On the tranquility of mind,” Seneca depicts them discussing the problems S.
has with maintaining his firmness of resolve. Nome compiuto: Anneo Sereno.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Serra:
la ragione conversazionale dell’economia filosofica – storia dell’economia
romana – massoneria – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Dipignano). Filosofo
italiano. Dipignano, Cosenza, Calabria. Mercantilista. Considerato il primo
filosofo dell’economia politica in Italia, e uno dei primi in Europa. A lui va
il merito di avere composto per primo un trattato scientifico, seppure non
sistematico, sui principi e sulla politica economica. Poco si conosce della sua
vita: laureato probabilmente in utroque, imprigionato nelle carceri della vicarìa
di Napoli forse a causa della sua partecipazione al complotto architettato da CAMPANELLA
per liberare la Calabria ma più probabilmente dietro accusa di falso
monetario. Mentre e in carcere compose “Breve trattato delle cause che
possono far abbondare li regni d'oro e d'argento dove non sono miniere” e lo
dedica al vice-ré di cui spera l'aiuto. Riusce a farsi ricevere dal nuovo
viceré, III duca d’Osuna, per proporgli un programma di riforme utili al Regno.
L’incontro fu infruttuoso e e ri-mandato nelle carceri della vicarìa, dove
probabilmente muore. Essendo molto gravi le condizioni finanziarie del Regno di
Napoli -- esausto il tesoro pubblico e l'onere del fisco già così gravoso da
indurre molti a lasciare la città per sottrarvisi -- Santis propone di limitare
l'esportazione della moneta e di abbassare i tassi di cambio con le piazze
estere. La polemica con Santis è alla base della proposta di S. Dimostra con
esempi tratti dalla antica storia romana l'inutilità e anzi il danno di questi presunti
rimedi. Da ciò trae occasione per spiegare la vera causa della prosperità della
nazione italiana. Analizza la causa della scarsità di moneta nel Regno di
Napoli e il fattore che puo invertire questa tendenza economica. Il primo ad
analizzare e comprendere appieno il concetto di bilancia commerciale incluso il
bene di servizio e il bene del movimento di capitale. Spiega come la scarsità
di moneta nel Regno di Napoli e causata dal deficit della bilancia dei
pagamenti. Utilizzando le sue scoperte e in grado di respingere l'idea per cui
la scarsità di denaro e dovuta al tasso di cambio. La soluzione prospettata al
problema e indicata nella promozione attiva delle esportazioni. S. segna il
distacco dalla concezione moralistiche scolastica per passare ad una spiegazione
laica ed è assolutamente innovativa per l'epoca tanto che Croce la define
lampada di vita. Galiani a scoprirlo, tessendone un elogio in una nota del suo
celebre trattato Della Moneta. Chiunque legge questo trattato, scrive, resta
sicuramente sorpreso ed ammirato in vedere quanto in un secolo di totale
ignoranza dell’economia filosofica ha S. chiare e giuste le idee della materia
di cui scrisse e quanto sanamente giudicasse delle cause de nostri mali e de
soli rimedi efficaci. Galiani paragona S. a Melon e a Locke, considerandolo
superiore per avere vissuto molti anni prima in un'epoca di ignoranza dell’economia
filosofica. Egli, che in vita era stato del tutto trascurato e per
secoli, tranne appunto quell'elogio di Galiani, completamente dimenticato, dopo
molto tempo è stato finalmente riscoperto. Addante, Cosenza e i cosentini: un
volo lungo tre millenni, Rubbettino, Martelloni, Regno di Napoli e Terra
d'Otranto, Aspetti economici e sociali di una crisi, in Perrotta, La scienza è
una curiosità. Scritti in onore di Cerroni, Manni, Benini, Croce, Storia del
Regno di Napoli, Laterza. Avendo ottenuto di parlare al vice-ré duca d’Ossuna
per comunicargli cose utili allo stato, e udito, presenti i consiglieri, ma,
giudicandosi che avesse detto ciarle e chiacchiere senz'altro concludere, e ri-mandato
al suo carcere. Parise, Vita e pensiero del primo economista moderno, Ecra, Destefanis, Illuministi Italiani, Galiani,
Milano-Napoli, Galiani, Della moneta, Napoli, Salfi, Elogio, primo filosofo di
economia civile, in Addante, Patriottismo e libertà. L'Elogio di Salfi,
Cosenza, Custodi. Scrittori classici italiani di economia politica, Milano, Pecchio,
Storia della economia pubblica in Italia, Lugano, Narrazioni tratte dai
giornali del governo di Girone duca d'Ossuna vice-ré di Napoli scritti da Zazzera,
Archivio storico italiano, Savarese, Trattato di economia politica, Napoli, Ferrara,
Prefazione, in Trattati italiani, Torino, L. Bianchini, Della scienza del ben
vivere sociale e della economia pubblica e degli Stati, Napoli, Andreotti,
Storia dei cosentini, Napoli, Accattatis,
Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Cosenza; Fornari, Studii (Pavia);
Amabile, Campanella. La sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia” (Napoli);
Marco, Teorie economiche, Memorie del R. Istituto lombardo di scienze e
lettere, classe di lettere e scienze storiche e morali, Benini, Sulle dottrine
economiche, Appunti critici, in Giornale degli economisti, Economisti, Graziani, Bari, Arias, Il
pensiero economico di S., in Politica, Croce, “Storia del Regno di Napoli” (Bari);
Economisti napoletani, Tagliacozzo, Bologna, Einaudi, Saggi bibliografici e storici intorno
alle dottrine economiche, Roma, Schumpeter, Storia dell'analisi economica,
Torino, Rosa, I critici, Atti del Congresso storico calabrese, Napoli, Galasso,
Economia e società nella Calabria” (Guida); Nuccio, Rivista storica del Mezzogiorno,
Colapietra, Introduzione, in Problemi monetari negli economisti filosofici napoletani,
Colapietra, Roma, Aquino, L’approccio monetario all'analisi della bilancia dei
pagamenti, in Studi economici, Colapietra, Genovesi in Calabria, Rivista
storica calabrese, Manoscritti napoletani di P. Doria, Galatina, Toscano, La disputa sui cambi esteri del Regno
di Napoli, Rivista di politica economica, Rije, ed. anast., Napoli, Ricossa,
Cento trame di classici dell’economia, Milano, O. Nuccio, Il pensiero economico
italiano, Sassari, Il Mezzogiorno agli inizi del Seicento, Rosa, Roma-Bari, Alle
origini del pensiero economico in Italia, I, Moneta e sviluppo negli economisti
napoletani, Roncaglia, Bologna, Zagari, Moneta e sviluppo, Rosselli, La teoria
dei cambi, Landolfi, Valentia, A.
Placanica, Storia della Calabria (Roma); Roncaglia, Rivista italiana degli economisti,
Addante, Repubblicanesimo e mito di Venezia, Istituzioni e sviluppo economico,
Roncaglia, La ricchezza delle idee: storia del pensiero
economico, Roma-Bari, Grilli, Visto da Grilli, Roma, Villari, Politica
barocca. Inquietudini, mutamento e prudenza, Roma); Roncaglia, S., in Il
contributo italiano alla storia del pensiero. Economia, Roma, Villari, Un sogno di libertà. Napoli nel declino
di un impero, Milano; Parise, Vita e pensiero del primo economista moderno,
Roma; L. Addante, La politica del Breve trattato (Soveria Mannelli). Mercantilismo
Storia del pensiero economico. Treccani Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Economia. Antonio Serra. Serra. Keywords: massoneria, circolazione
degl’idee massoniche, mito di Venezia, economia romana, l’economia del liceo,
roma antica, antica roma, Machiaveli, mercantilismo. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Serra” – The Swimming-Pool Library. Serra.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sertorio: il
deutero-esperanto nella filosofia ligure – By Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. S. partecipa al dibattito pubblicando dapprima il saggio “Elementi di grammatica analitica universale,”
poi “Un esame filosofico della grammatica universale,” e, infine, “Il problema
della lingua universale.” In quest'ultimo saggio, a proposito dei diversi
sistemi inventati – incluso il deutero-esperanto di H. P. Grice, S. individua
tre fondamentali tipologie di lingue ausiliarie. Il primo tipo comprende quella
categoria di linguaggi che definiamo a posteriori che riprendono alcuni, o
tutti gli, elementi, non di rado modificandoli, da lingue storico- naturali, come
può essere l'italiano, il francese, il cinese, ecc.. Il secondo tipo è
costituito da quelle lingue che definiamo a priori con le quali è possibile
comunicare sia in via scritta che in via orale, ovvero che presentano una forma
ideografico-fonetica tale da permettere non solo la semplificazione della
scrittura, ma anche una sua agevole e veloce riproduzione tramite foni. L’ultima
tipologia è costituita da quelle lingue che adottano delle scritture
tipografiche, crittografiche, numeriche, nelle quali gl’elementi fondamentali
della lingua sono utilizzati per trasferire solo l'idea della cosa che si vuole
comunicare, ma che non presentano un reale metodo di comunicazione orale. Della
seconda categoria discute ampiamente nel primo saggio dedicato al problema
della lingua universale, che intende come lingua adatta alla comunicazione tra
persone adulte, che hanno già delle idee proprie sviluppate attraverso l'uso
della loro LINGUA MADRE – l’inglese oxoniano di H. P. Gice. Qui S. s’occupa
innanzitutto della definizione del sistema numerico della lingua ideale, e ne
propone di due tipi differenti, sia a base decimale che sessagesimale, e, poi, del
suo sistema GRAMMATICALE – cioe, morfologia, sintassi, morfo-sintassi –
(“Pirots karulise elatically”) e lessicale (“pirot, karulise, elatic”. Le
informazioni seguenti sono tratte da S., Elementi di grammatica analitica
universale, Porto Maurizio, Tipografia
Prov, di Demaurizi. Il sistema decimale romano
– I II III IV V VI VII VIII IX X -- S. associa ad ogni numero da 0 a 9 una
consonante, secondo le seguenti corrispondenze: 1 = b, 2 = g, 3 = d, 4 = c, 5 = 1, 6 = m, 7 =
n, 8 = p, 9 = 1, 0 = z. A partire dalla
virgola che separa i numeri interi dai decimali si pongono in ordine da destra
a sinistra le 5 vocali (a, e, i, o, u) e questo ordine è invariabile. Le vocali
vanno scritte al di sotto delle consonanti precedenti e, durante la lettura,
questi nessi di c+v (che possiamo allora intendere come SILLABA – ma, pa, da)
sono da pronunciarsi assieme (del tipo “be” e non “b – e” (prima
articolazione). Le cifre devono sempre essere raggruppate a gruppi di tre, secondo
l'ordine decine, centinaia, migliaia, milioni, ecc.) e laddove non vi sia
alcuna cifra a coprire le sedi di queste terne si inserisce lo zero. Si avrà
allora qualcosa di simile all'esempio successivo: 372,215,8976,340 -- 4 d n g .cgb.1pr.
n m d Z e a ・i a u i e a. Il numero così composto in italiano si dicee
"trecento-settanta-due miliardi, quattro-centovent-uno milioni, cinque-centottanta-nove
mila, sette-cento-sedici virgola trecento-quaranta.” Nella lingua di S.
solamente "denagu, cogibe, lapuro, nibema, ducozi.” I vantaggi sono
molteplici, come dice Frege – nella trauduzione di Austin per Blackwell,
favorita di Grice -- se si riconosce oltre all’evidente brevità – cf. Grice,
“Be brief (avoid unnecessary prolixity (sic))” -- anche il fatto che in un
sistema numerico-alfabetico di questo tipo le vocali che occupano un posto
fisso permettono d’individuare perfettamente l'ordine di grandezza di ciascuna
cifra senza dover ricorrere ad altre parole per indicarlo. Cosi si sa che la
combinazione c+e+c+a+u corrisponde sempre all'ordine dei miliardi, c+a+c+u+c+o
a quello delle centinaia, ecc. Il secondo sistema proposto è quello a base
sessagesimale in cui ad ogni cifra da 0 a 60 S, associa una sillaba cv, del
tipo 1 = ba, 2 = ge, 3 = di. Nonostante anche questo metodo assicuri una brevita
d’espressione considerevole (centoventitré › bagedi), risulta meno convincente
del precedente per il semplice fatto che quello prevede uno schema di
composizione RICORSIVO basato su POCHE semplici regole – la composizionalita
com’essenza d’una lingua come il suo oxoniano nativo, mentre questo aumenta
notevolmente il grado di difficoltà mnemonica associato ad ogni numero a causa
del maggior numero di combinazioni esistenti e
dell'arbitrarietà delle stesse.
Per quanto riguarda invece la parte della SINTASSI, LA MORFOLOGIA, e la
MORFO-SINTASSI – la grammatica ragionata -- e lessicale della sua lingua
ideale, S. indica delle caratteristiche fondamentali che questa deve possedere
per essere di semplice comprensione. La separazione d’un MORFEMA LESSICALE (‘be’)
d’un MORFEMA SINTATTICO – “Fido *is* shaggy; Fido e Rex *ARE* shaggy”; ‘Rex is
SHAGGiER than Fido’ (One pirot karulises elatically; therefore, pirots karylise
elatically – in an elatic way. L’esistenza di particelle SINTATTICHE nuove, più
semplici, meno *ambigue* -- cf. Grice, “Do not multiply the senses of ‘if’
beyond necessity, Strawson!” -- di quelle
esistenti. L’invariabilità delle parole – cf. Grice on word meaning –
shaggy’. A questi aspetti deve aggiungersi anche l'esistenza d’un vocabolario o
lessico in cui ogni elemento possede UNO E UN SOLO SIGNIFICATO (O STRETTAMENTE,
SENSO) – “Senses are not to be multipled beyond necessity”: Grice’s modified
Occam’srazor --. La sintassi verte intorno al verbo o PREDICATO (“... is
shaggy”, “kaurlise”), che da solo e opportunamente coniugato (Fido is shaggy,
Fido and Rex are shaggy; a pirot karulises, but pirot karulise -- è in grado di
descrivere non solo l'azione, ma anche il SOGGETO (cf. Grice on ‘the’ –
discussione con Sluga --) della stessa, il suo NUMERO – cf. Grice on Peano, (Ex),
“some, at least one”; il genere, e le circostanze di modo (modo indicativo,
ecc.) e di tempo (cf. Grice, “Actions and events,” basato su von Wright). A
questo, se necessario, si possono associare ulteriori complementi di pro-posizione,
anch’essi declinati, per descrivere
l'azione in MODO più particolareggiato (non volitivo, ma ottativo). L'alfabeto utilizzato è composto di
diciassette lettere, le stesse che sono state utilizzate per il sistema
numerico decimale visto in precedenza. Ogni particella sintattica o parte del
discorso presenta un ordine vcvcv ed esse sono riconoscibili a seconda delle
lettere che vengono poste in ciascuna
sede. I verbi sono riconoscibili dal fatto che presentano nella sede della
prima consonante una «b» o una «g» e questa, assieme alla seconda vocale, forma
il modo verbale -- diviso in: «ba» INFINITO (‘to be shaggy’), «be» PARTICIPIO,
«bi» GERUNDIO (‘being shaggy’), «bo» INDICATIVO (‘is shaggy’), «bu» IMPERATIVO
(please be shaggy, o ‘is shaggy, please’, «ga» SOGGIUNTIVO (‘that Fido be
shaggy’), «ge» CONDIZIONALE, i. e. con-dictum (‘si Fido e shaggy, Fido e
amato’), «gi» MORALE (“Jones is between Richards and Smith”, «go» FISICO
(“Jones is between Richards and Smith”), «gu» MATEMATICO O ORDINALE). La vocale
iniziale indica la forma del verbo («a» = verbo IN-transitivivo (“Fido IZZ
shaggy”, «e» = ri-flessiva, «i» = attiva (Paride ama Elena), «o» = passiva
(Elena e amata da Paride), «u» = neutra»). Le ultime due lettere, consonante e
vocale, indicano il tempo, il numero e la PERSONA (Grice, “Someone, i. e. I, is
hearing a noise”) a cui il verbo stesso si
riferisce, secondo ua tabella:129tem
0. Particelle numero d del e personal 1R28
22 มา สิ 1.ª
TO 3." Singolare
IP838a 아비아비비이 2 Plurale
130 3. Specificazione del Tempo = Più che perfetto = Passato anteriore =
Passato indefinito Passato
definito Imperfetto Presente
Futuro Futuro anteriore = •
Dipendente = Indipendente = Persona
Numero. Così ad esempio il verbo 'mangia!' (Grice, hobble) può divenire
«ibupe», dove «i» indica la forma transitiva (eat a nut – Grice, as ordered to
his pet squirrel, squarrel, Toby), «bu» il modo imperativo – cf. Hare, “The window
is closed, please -- e «pe» la seconda PERSONA persona singolare (you, not ye) del
tempo presente. Allo stesso modo si compongono i nomi. La prima lettera -
vocale - indica il genere (del tipo «a» comune – man --, «e» sessuale – flower
--, «i» maschile (aquila macchio), «o» femminile (“ship”), «u» neutro» (‘ship’),
la seconda - consonante indica la declinazione e il numero, ed esistono cinque
declinazioni. La terza e la quarta lettera - vocale e consonante - delimitano
l'idea in ordine alla quale si riferiscono le preaccennate qualità di genere e
numero, cioè costituiscono la parte che potremmo in qualche modo chiamare morfema
lessicale, RADICE (v this little piggy went to market) lessicale SIGNIFICANTE
(‘the shag of shaggy) della parola (cf. Grice, word meaning); l'ultima vocale
indica il caso di appartenenza. In questo modo poi si formano anche tutte le
altre parti del discorso. Il problema d’un sistema di questo tipo è che la
riuscita di una buona conversazione dipende in maniera non trascurabile dalle
capacità mnemoniche e combinatorie degl’individui interessati – Grice: “That’s
why I say: who cares?”. Oltre alla notevole mole di nessi consonantici e
vocalici esistenti, oltre al fatto che questi cambino significato se non SENSO in
base alla posizione, oltre all'enorme numero di combinazioni possibili, un
aspetto penalizzante e soprattutto la struttura stessa delle parole che,
indipendentemente dalla parte del discorso interessata, deve necessariamente
essere di cinque lettere o di sei lettere, in ordine VCVCV o CVCVCV. Per quanto riguarda invece la terza categoria
delle lingue inventate ad uso internazionale individuate da S., si riporta un esempio
di lingua puramente ideografica, numerica. Esempio: Ne Il problema della lingua universale, S.
propone la frase italiana. Il grammatico intelligente interpreta facilmente
questa scrittura; perchè il significato o SENSO unico di ciaschedun segno è
reperibile istantaneamente nella
trascrizione numerica seguente del terzo metodo: - 12. 111. 15. 2101. 1245 - 27. 33. 72. 2152.
1151 - 14. 114. 18. 0454. 3293 - 3 - 364 - 14. 111. 15. 1564. 4252 - 14. 112. 16. 0435.1555 -15. 33.72 - 1533. 1265 -
1. Ad ogni cifra associa una funzione grammaticale, sintattica o di senso (ad
esempio il numero «1» finale esprime il punto fermo, la fine della sentenza. Il
numero «3» corrisponde al punto e virgola. Il «111» significa 'soggetto della
proposizione. Il «15» il caso nominativo nella sua forma singolare. Il «364»
significa 'perché; ecc.. I trattini indicano l'inizio di ciascun termine e i
punti dopo le cifre separano i fattori che fanno parte di ciascun termine. Esempio
tratto da S., Il problema della lingua universale, Porto Maurizio, Berio. La volontà è quella di limitare (ma non del
tutto) la fusione dei morfemi e piuttosto apporre nuove cifre che siano ognuna
portatrice di un determinato significato (del tipo 'leone-femmina' e non 'leonessa', o ‘aquila macchio’ e non ‘aquilo’).
S. è perciò convinto che, tra quelli individuati, il più esatto dei metodi e
il terzo, visto che: La ragione
dell'evidenza, che ammirasi nel linguaggio algebrico e che spesso riguardasi
come un privilegio di questa scienza dell’arimmetica, si è che nei ragionamenti
algebrici o arimmetici non entra mai un segno il di cui valore assoluto e di
posizione non sia esattamente definito. Cf. Grice sul formalismo di Peano e
l’informalismo di suo alievo Strawson. La sintassi, che attualmente più
soddisfaccia alle esigenze filosofiche è la sintassi algebrica o arimmetica –
Frege, il concetto di numero, traslato da Austin, read by Grice -- ed i
precetti di questa dovrebbero essere
comuni ad una lingua universale. Di nuovo quindi, l'interlingua in grado di
descrivere in maniera conforme la natura delle cose è di tipo numerico e
algebrico o arimettico e per essere utilizzata necessita di tanti vocabolari
quante sono le lingue storico naturali esistenti. Giacomo Francesco Sertorio. Sertorio.
Keywords: Il deutero-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Sertorio”. Sertorio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Servio: la ragione
conversazionale VIRGILIANA – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Nei "Saturnali" di Macrobio,
rivolti alla glorificazione di VIRGILIO, S. appare uno degli interlocutori. La
sua attività filosofica ha per sede Roma. Predilesse Virgilio, che esalta
come il maestro di ogni sapere e che commenta in un’opera di cui rimangono due
redazioni. La più breve sembra tramandare lo scritto autentico di S.,
mentre la più ampia ("Servius auctus o plenior o Scholia Danielis",
dal Daniel, che la pubblica) pare derivata dalla prima e da una riduzione del
commento d’Elio Donato. Si discute se gl’appartengano l’Explanatio
dell'Arte Grammaticale dello stesso Donato e tre saggi di metrica. Il commento
include non poche dottrine di carattere filosofico, che però provengono dalle
fonti usate da S.. Si è voluto fare di S. un seguace dell’accademia. Ma,
da una parte, non è lecito attribuirgli una teoria filosofica organica, e,
dall’altra, le proposizioni che dovrebbero provenire da quella scuola non sono
proprie di essa, perchè appartengono all’accademia in generale, a Posidonio, o
anche alle credenze mistico-religiose di quell’età: natura divina dell'anima,
immortalità di essa quale principio di movimento, sue trasmigrazioni, suoi
destini dopo la morte, teoria delle sfere. Quando, oltre alle tre parti
dell'anima, l'anima vegetativa, l'anima sensitiva e l'anima razionale, ne
ammette anche una quarta anima, l'anima vitale, principio di movimento, si
allontana dalle teorie tradizionali inclusa l’accademica. Quando S.
afferma che nulla esiste salvo i quattro elementi (acqua, aria, fuoco, terra) e
il divino, che è uno spirito (o una mente, o un'anima) il quale, infuso in
essa, genera ogni cosa, sicchè uguale è la natura di tutte, accetta in
complesso la cosmologia del PORTICO esposta da VIRGILIO, che però cerca di
liberare dal suo materialismo originario. Del resto, esplicitamente S.
loda i filosofi del portico -- et nimiae virtutis sunt, et cultores deorum -- che
contrappone ai filosofi dell’Orto, che critica spesso. In S. mancano
un coerente e un indirizzo preciso, sebbene si affermino in lui le tendenze
mistiche dell’età sua. Un'edizione del XVI secolo di Virgilio con il
commento di S. stampato sulla sinistra del testo. S. Mauro Onorato. Grammatico
e commentatore romano. L'appellativo Deutero-S. o S. Danielino si
riferisce alla pubblicazione da parte di Daniel di un'edizione del commentario
di S. all’Eneide contenente alcune aggiunte rispetto all'originale serviano.
Tuttora è discussa l'autenticità del cosiddetto S. Danielino. S. ompare come
uno degl’interlocutori nella “Saturnalia” di Macrobio. Alcune allusioni
presenti nei saggi ed una lettera di Quinto Aurelio Simmaco indirizzata a S..
Saggi: “Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, Commentarii in Vergilii
Bucolica, Commentarii in Vergilii Georgica. Del commento alle opere di Virgilio
esistono due tradizioni manoscritte. Il primo è un commento relativamente breve
e conciso, attribuito di per certo a S., ed è chiamato “S. Minore". A una
seconda classe di manoscritti appartiene un altro commento, molto più esteso,
infatti le aggiunte sono abbondanti e in contrasto con lo stile di S.. L’autore
è ignoto. Questo secondo è chiamato "S. Auctus" o "S.
Danielinus" da Daniel, che lo pubblica. Esiste una terza classe di
manoscritti, composti in Italia, derivati dai primi due, a significare la
diffusione di questi commenti. Per quanto riguarda il "S. Minore"
è in effetti l'unica edizione completa esistente di un romano scritta prima del
crollo del principato in Occidente. È una vasta critica al testo di VIRGILIO,
con critiche anche ai commentatori prima di lui -- in un certo qual modo ci
fornisce il modo di pensare dei secoli precedenti. S. non usa un linguaggio
particolarmente elevato, ma è colorito e fantasioso qualora si tratti di
etimologie. Oltre all'aspetto grammaticale, i commentari di S. contengono
abbondante materiale filosofico, la maggior parte del quale probabilmente è
derivata da fonti di filosofi anteriori, con cui la poesia di Virgilio viene
interpretata nel suo aspetto filosofico.. Commentarius in artem Donati, Raccolta
di note grammaticali d’Elio Donato. De centum metris ad Albinum - Un trattato
di diverse figure metriche, dedicato a Cecina Decio Albino. De finalibus ad
Aquilinum - Un trattato di metrica sui finali. De metris Horatii ad
Fortunatianum - Un trattato di metrica di Orazio, forse dedicato ad Atilio
Fortunaziano. Vita Vergilii. Enciclopedia italiana. Funaioli, S., in
Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pellizzari, S..
Storia, cultura e istituzioni nell'opera di un grammatico (Firenze, Olschki); Ramires,
S., Commento al libro IX dell'Eneide di Virgilio; con le aggiunte del
cosiddetto S. Danielino, Bologna, Patron, su Treccani Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. S., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. S. su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. S. su
digilibLT, Università degli Studi del Piemonte Orientale Avogadro. S. Open
Library, Internet Archive. Opere complete di S., su forum romanum.org. V · D ·
M Grammatici romani -- Portale Biografie Portale Letteratura
Categorie: Grammatici romani Romani. The second version was named the Egyptian, which is a
puzzling name since the first reference to this particular descent/ascent
concept seems to come from a commentary on Book IV of the Aeneid of Publius
Vergilius Maro, or Virgil, by the commentator S. In S.’s version, each
planetary sphere is associated with one of the seven major vices. The list is
as follows: I avarice avarizia from Saturno; II desire for dominance and
gluttony from Giove; III violent passions or anger from Marte; IV pride from
the Sole; V lust from Venere; VI envy from Mercurio; and VII sluggishness from
the Luna. Some philosophers differ as to *which* vice to assign to which *planet*,
e. g., sluggishness is often assigned to Saturn instead of the Moon. It should
be noted that each of these seven vices, are all psychological characteristics
as is befitting of a soul. Roman philosopher and grammarian, commentator on
Donato and Virgilio There is some doubt as to his name. The commentator on
Donato in the Parisinus Latinus codex (GrL) is called _Sergio_, as is the
commentator on Virgilio in the Bernensis codex. In other manuscripts, the
commentator on Virgil is called S. but no mention is made of the rest of his
name (Marinone). In the Saturnalia, MACROBIO (si veda) gives a portrait of as him
an adulescens; and Daniel asserts, in a
note to the Bernensis codex that he is one of Donato’s students. If these
indications hold true, it would appear that he lives in Rome, where, according
to MACROBIO, he belonged to the intelligentsia of the ACCADEMIA. Of
considerable importance are his commentaries on Virgil's Aeneis, Eclogae and
Georgica, surviving in two ms. codices of varying length. The shorter is
published by Daniel, who adds several scholia -- the Scholia Danielis -- to it.
It is commonly known as the S. Danielinus. Critics disagree as to the contents.
Thilo holds that the additions are probably a fusion of an original text with
parts of Donato’s lost commentary on Virgil. His commentaries, based for the
most part on his predecessors (Donato in particular), enlarge on and enhance that
tradition by virtue of the quality of the grammatical observations and the
comparisons of Virgil with other philosophers. Various grammatical treatises
bear his name but modern criticism unhesitatingly ascribes to him only the
Commentarius in artem Donati (GrL). Prisciano mentions S. as the author in
Institutio de arte grammatica (GrL). Other attributions are uncertain. The two
books of the Explanationes in artem Donati (GrL) are apparently posterior to S.
(Schanz-Hosius). The tract De littera de syllaba de pedibus de accentibus de distinction
(GrL) gives "Sergius" as the author but seems to be an extract from
the Commentarius and thus not a work intended by S. to stand alone. Criticism
is divided over attributing to S. De centum metris (GrL), a treatise on
metrics: Müller excludes S. as the author while Marinone defends the opposite
view. The treatises De finalibus (GrL) and De metris Horatii (GrL) are
similarly controversial; see Müller. In his Commentarius in artem Donati, S.
brings home two points which characterize Roman grammatical thought, as seen in
the artes. First, grammar is intimately connected with all the disciplines
dealing with language – philosophy – GRAMMATICA FILOSOFICA – SEMANTICA
FILOSOFICA -- dialectics, and esp. rhetoric (GrL). Second, grammar has a
distinguishing subject matter which consists, according to S., of the analysis
of the VIII parts of speech – Latin does not have an article, but it has
interjection. S.’s admiration for Donato derives, in fact, from the latter's
unswerving conviction that a grammatical treatise ought to begin by defining
the partes orationis -- other grammarians were hesitant and inconsistent).‘That
is why Donato is wiser, who starts out with VIII parts of speech that concern
the grammarians – including the philosophical grammarians – specifically – UNDE
PROPRIUS DONATUS EST DOCTIUS, QUI AD OCTO PARTES INCHOAVIT, QUÆ SPECIALITER AD
GRAMMATICOS PERTINENT – Commentarius. S. holds, together with Donato, that the
study of grammar, taken to be the study of the partes orationis, is a
prerequisite for literary analysis, i. e., for commenting on poetic texts, such
as Virgil’s. Although S. contributes to enriching the discussions of the
grammatical distinctions formulated by Donato, by citing and criticising the
work of other philosophical grammarians, S. leaves unsolved the many problems
inherent in the categories handed down by tradition. For example, some
grammarians considered the 'future' tense to be a separate MODVS and not a
tense of the 'indicative' mode, given that, properly, one can 'INDICATE' only
what one knows and not the future, by definition an un-known. “And remember I’m
a philosophical grammarian!” Grice: “In Rome, grammarians simpliciter were
usually slaves!”. S. expounds the question clearly (GrL), but does not venture
an answer. "Martii Servii
Honorati Commentarius in Artem Donati" (GrL). "Commentarius in Artem Donati"; "De
finalibus"; "De metris Horatii"; repr. Hildesheim. S. Grammatici
qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, Thilo e Hagen eds., Lipsiae. Editio Harvardiana, Rand et al.
eds., Lancastriae, Ad Aeneam; Stoker/Travis eds., Oxonii (Ad Aeneam). Commento ai libri 9 e 7 dell'Eneide di
Virgilio, with introd., biblio. and critical ed. by Ramires, Bologna. BARATIN, La naissance de
la syntaxe à Rome, Paris. Id., CRGTL, BARWICK, "Zur S.-Frage",
Philologus; BRUGNOLI, "S.", Enciclopedia Virgiliana, Roma. KASTER, "Macrobio and S., Verecundia and
the grammarian's function", HSCP; MARINONE, "Per la cronologia di S.",
AAT; MÜLLER, L. "Sammelsurien", Jbb. für Klass.Philologie; SCHANZ, M.
e HosIus, Geschichte der römischen Literatur, München, TIMPANARO, "Note
serviane, con contributi ad altri autori e a questioni di lessicografia
latina", Studi urbinati di storia, filosofia e letteratura; WESSNER,
"S.", RE. Keywords: Virgilio, Donato. Nome compiuto: Servio Mario
Onorato. Servio.
Luigi Speranza -- Grice e Sestio: la ragione conversazionale del fallito
morale – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He founds his own school in Rome
that draws heavily on La Setta di CROTONE and IL PORTICO. S. preaches an
ascetic way of life, which includes vegetarianism, and exhorts his followers –
whom he called ‘Sestiani’ – to reflect at the end of each day on their moral
failings – “if any.” Upon his death, his son, also called Quinto S., inherits
the school, but it does not long survive him. One of the Sestiani is SOTIONE, who
becomes Seneca’s tutor – Seneca himself is influenced by the school’s teachings
for some time. Nome compiuto: Quinto
Sestio.
Luigi Speranza -- Grice e Sesto: la ragione conversazionale delle sentenze
trasformative – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. S. is a compiler – The “Sentences
of Sesto” are mainly of an ethical nature and show signs of a variety of
influences including traditional wisdom literature, and IL PORTICO. They
proclaim that wisdom is attained through the conquest of the passions. –
Chadwick, “The sentences of Sextus,” Cambridge. Grice: “Chomsky thought that
the sentences of Sextus were ‘transformational’!”
Luigi Speranza -- Grice e Sesto: la ragione conversazionale del’accademico
d’Antonino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Tutor to Antonino. Antonino regards
him as something of a role model and greatly admires the morality and humanity
of both his life and his teachings. Accademia. Suda thinks that S. is of the
scesi only because he confuses him with Sesto Empirico!
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Settala:
la ragione conversazionale dei problemi sessuali d’Aristotele -- desiderio e
piacere – la scuola di Milano – filosofia milanese -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Profisico. Studia a Brera
e Pavia. Insegna a Milano. Si prodiga in occasione della famosa peste dei “I
promessi sposi”. Manzoni lo nomina una prima volta quando parla del figlio, Senatore S., medico,
membro, insieme a Tadino del tribunale della sanità ai tempi della vicenda di
Renzo e Lucia. È tra i primi ad accorgersi che la strana malattia che si
diffonde nella zona lecchese, e la peste. Saggi: “In librum Hippocratis Coi de
aeribus, aquis, [et] locis, commentarii V. Appositus est Graecus Hippocratis
contextus ope antiquorum exemplarium, restitutus et emendatus cum indice rerum
et verborum locupletissimo una cum nova eiusdem in Latinum versione” (Colonia:
Ciotti); “Problemata di Aristotele” (“Commentariorum in Aristotelis problemata”
-- VII primas sectiones – secundam heptadem -- continens, ab eodem Latine
facta”) (Francoforte sul Meno: Wecheli, Marnio, Aubri); “Animadversionum et
cautionum medicarum libri VII quorum materiam sequens pagina indicabit”
(Milano, Bidell); “De peste et pestiferis affectibus libri V (Milano, Bidell);
“De ratione instituendae et gubernandae familiae libri quinque” (Milano,
Bidell); “Della ragion di stato” (Milano: Bidelli); “Cura locale de' tumori
pestilentiali, che sono il bubone, l'antrace, o carboncolo, ed i furoncoli
contenente tutto quello che si ha da fare esteriormente nellquesti mali tolta
dal libro della cura della peste” (Milano, Bidelli); “Preseruatione dalla
peste” (Brescia: Fontana); “Anti-rotario romano con l'aggionta dell'elettione
de semplice e prattica delle compositioni e di due trattati, vno della teriaca
romana, l'altro della teriaca egittia aggiontoui in questa vltima impressione
auertenze e osseruationi appartenenti alla compositione de medicamenti”
(Milano: Bidelli); “Avertenze, et osservationi appartenenti al curar le
ferrite” (Milano: Cardi); “Compendio per curare ogni sorte de tumori esterni et
cutanee turpitudini, raccolto da osseruationi fisice, e chirurgice” (Milano:
Monza); Statistica medica di Milano Milano, Guglielmini e Redaelli, Belloni,
Borromeo e la Storia della Medicina, in San Carlo e il suo tempo: convegno,
Milano. Edizioni di Storia e Letteratura, Bartolomeo Corte, Notizie istoriche
intorno a medici scrittori milanesi, Milano, Argelati, Bibliotheca scriptorum
mediolanensium seu acta, et elogia virorum omnigena eruditione illustrium, qui
in metropoli Insubriae, oppidisque circumjacentibus orti sunt, Mediolani,
Sangiorgio, Cenni storici sulle due Pavia e di Milano e notizie intorno ai più
celebri medici, chirurghi e speziali di Milano dal ritorno delle scienze sino
all’anno. Opera postuma, Longhena, Milano, Renzi, Storia della medicina
italiana, Napoli, Ferrario, Intorno alla vita ed alle opere mediche Cenni,
Milano, Capparoni, Profili biobibliografici di medici e naturalisti celebri
italiani, Roma, Cava, La peste di S. Carlo. Note storico mediche sulla peste,
Milano, Ricerche Firenze Ferro, La peste nella cultura lombarda, Milano,
Cosmacini, Il medico e il cardinale, Milano. Tiraboschi, Storia della
letteratura italiana, Firenze, Molini, Facchin, S.: un intellettuale barocco
fra scienza e arte Treccani Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Mellerio,S., in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, openMLOL, Horizons Unlimited srl. Patricio Milanese. ys id À
L904.7. V WM C th "s rex. fà vnm e LOOyV. n. Fe viu Leve. (ue » meéen ah
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ff: ypogi rrr dit Ihuilii. [628., LE Projlant apud Paulum Frambottum s. PER
ILLVSTRLE et Excellentiffimo Viro IOANNI PREVOTIO MEDICINÆ DOCTORE et
Professori Primario.Paulus Frambottus Bibliopola Patavinus. BAM A cít virtütis
pulchritudo;ut dd cxtemisctiam fenfibusfubtracta,ex veftigiis in precla« ro
pectore impreffis cluceJenscm/ r3 (cat, mirabiles fui exci» Ice leramor es. i
Mas abibo longius, Te te, Prevoti Perilluftris et Excellentiff. exemplum
ftatuo, in quo rarz virtutis,& folidz doMirinz grata quadam confpirat harm
9e inia, ut commiuni do&torum calculo, et falima: publice teftimonio apex
eruditionis limeritó audiaris. Nec enim fola Philofoliphia et Medicina, quam
cum fumma lauide doces et cxerces, tead unguem expoli vit fed ctiam alie
difciplinz tibi, affiduo i 2 Dre 9 2 £ 94 fuo culto; (ingularia orriamentá fe
debe-[U ic fatentur. udi res cm notior fit, quaàmu] üt ego tenui ftylo et
filoprodam et pro-Jij bemitum omnesin tui amorem tacita qua]; dani illecebra
pertrahit;. Ego vero; ut obi] fervaniriam, qua te colo et veneror ; pübli-4) ]
ce teftaret ; diu rnultumq; cogitavi : feci hufquam mihi cómodior fefe obtulit
oc: cafio, quàm cüm novam,eamq; lorige e; iiendatiorem editionem Cautiorium
me:] dicaium celeberrimi viri Ludovici Se ptalii pararé: quam proinde fub
felicis tui] nominis celebritate emitti cüravi, planis perfuaías,opufculum
hoc,mole quidem xiguum, pondere maximum, genüimump foetnm fummi viri;qui fibi
totícriptis moy numentis pofteritatem devirixit ; tibi virqi" do&iffimo,
et de Medicina preclaré meg. renti, gratiffimum fore. Quare fiferem]i; fronte
hoc quidquid cft libelli, argumeng tum niez in teobfervátia.fufceperis, mee]
folita beneuolétia amplexus fueris, candiifi...diore hoítia me litaffe
exiftimabo, V AL E AS VIE uM «Iq ena o e942* C6 dle: XA FT : NIST be ees; AS ears; ESSE ev
E£3£ t 223 2, $9 "2; €2, -. s[EReps: iis t 5 c» T3TU P SV: Iq s] Qe os
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fote,ut biclabot meus iri: h vatios (ctmones eorüm; qui itüt! tatioSeimm
averent cognofce hs s res vel ccgbitam improbatent; gp üt o hominum geneti pfe
tibfire era primm lom nium It anitno háb beo. Cüm ab juv enillbus an jnisa d
hofce jam e3 cXaCLz etatistertnibos, ita tneddicam ! lianc f2ctitavilfem
artemsut fimul alias lio fiiine libero dienasartesaff BieXpoitulavete mecum
amici fiotüni Iiéteratüm e2enere pius alic quantó Viderer Mponete labo tis;ac
itudii, quim 1n hac ipfa faculIlKite; dade nominis,ac virz z leaüdor nobis peti
qxur uai verfus. Q iipp ) €; 1] *baut,moftros in Hippo Ja ^ Cratem, et in cione
P MA ccn Corbin C. (cr v "m - et colertem homines, quód in t3» tATlIos. D»
tários,itemque de Ne vorum varietate Commer tarium » quaimyis ad ipfos Medicina
fontes haudij'" dubié pertinerent ; non tamen attingere confueesj o"
tudjnem,& ufum artis,& equum etfe; ut quadra:4i^ ginta
annorum,quotfermé contrivimus in how medico negotio, fructus aliquis ad
publicam utiifi" litatem exí(taret. luíta omnino,« piena fenfu
.humaniffimi vifa eft querela,fecimá ufq; libenté: ind uraninium,&
cogitationem à noftri: oble Games tisad commune beneficium avocaretmus. V
erümpiuz enimveró cum attenta meditatione mecum ipfi confiderafem, ecquis in
tanta librorum varietatufil vacuus locusinduftriz mea celictus foret, 1ta regu
periebam, otània, quecumque vel (cientiaé petu veítigatione, vcl differendi
tubtilitare trademdigji effent, exp icaffe inagnos viros, quorum nec virgi [1
gere, necequaregioriam poffem: ltznova cutdibis folicitabatanimum meum; et haud
fané medicis criterangebar. Nam neque placebat actum agegpiir do tempus
conterere,neque certandocum eXceepiü lentibus ingeniis mereri reprehenfionem ;
et capi villos;& recté monentibus ; atque cohortantib»] atoicis animuserat
fatisfacere. In bac fluctuanij apim1 folicitüdine di multumque volutátussari
madverti tandem »locis'aliis omnibusoccupat:) eum vacare,qui veluti moresartis»
et quotidilj nam diíciplinam contineret. Nam etfi partez hancipfam attigere
permu'tl» veriüs tamen at gere, quà ad plenum funt exíecut; : Et plerum que ità
variantopinionibus » atque fenrentilss haud fermé vera ratio poffit extricari
.Quamed geni [i sh ilperfa, vel contraria concilíando;vel omnia com tem vel
ínchoata perficiendo ; vel colligendo di» wiMPlectendo via quadam, et ratione;
videbar aliiu] id conferre poffe viciffim arti, que nobis et vi ujee die
nitatem,& commoda rei familiaris, et gra iliam ;& amicos, et vitam
denique ipfam confett, drelut zmula Fortunz, certé diving opis ad mint wlkra .
Cæterüm fcianr, quorum in manus hzc no ilEra cura pervenerit, fummam e(Te
voti,ut vergzen: 2 ihe jam ztate; patri& profimus extremo conattis iatera
concupi(cere ; vel fequi defitum mihi effe. «sciant item, quamvis certifima hzc
fit; et (impli«hiffima experimentorum difciplina ; quam táàm AMiu tractando
calamitates humani corporis,int ldpfo pta (ertim Valetudinario
Mediolanenfi,thea ro morborum omnium; haufimus, haud tamen dupuenaciter nos
defendere quidquam, et affirma idre.Sententiam mcam expono; inde fædum nce»
dpcusfædum exitu quod vitet, fumat juventus,que alprodit nunc primüm ad publice
valetudinis cu jram. Primus Liber zfeimad'verftomes et: Cautiones continet, qua
ad Medi cum pertinet quatenus AMedicusi e$t ; et proamait loco effe poterit .
Secundus, eas,quain reda vidus) vone,poti[simuin acutisocctmrat:) Tertiuseas,
qua ad pbarmaceutt-) cum negotium pertinent. UATtHs, £45, quatn fanguints mif
s: 7ene ob'ventunt, n Quintus;easquain curandis febr'vh bus obf erwari delent .
Sextus 2245s verfatur.qua ad mor9 bos partic nlares Acapite ad meti. bra
naturalia pertinent . Se eptimus eA$ conmpre! hendit, qui ka reliquis morbis
ob[e META Y i" REA T e y9 TITLE Bnimaduerfionum, et Cautionum Me. dicarum,
Continens eas, Que ad Medicum pertinent, quatenus Medicus ejV : quz proeezz
loco e [Je poterit - EDICVYVS pietatis, et relioionis .,M*4/* TÉ e. TAN c
pietatis cul "4 maxume fit cultor, arque ad ean- «n 4721/4. dem x2ros
ccnetur revocare. É 2. Habitu corporis in omnibtis. 5, ;,, rp, fanitatem
praíeferat,, quantunx prafeferat peculiaris ejus natura concefferit : putant
enim. plerique horminum,;fiqui minüs feliciter cc rp us difpofitum habeant; eos
neque aliis confülere poffe. Flipp. Zb. de Ædico. namajunt : Cauet primum fesct
tunc me illi daba. RÆ IR 3« Caveant igitur Medici, ne fe valetudina- ],;,,];:..
tios prædicent ;, et fi quando periodicis morbis. tentantur, cur illos eyirare
nequeant» often» dant ; quomodo autein fácilé illos evincant ; etiam doceant. .
Sit ftudiofus externz mundideismanibus Stadiofus ^ x : . Veg PE ?/^*
sotiffimüm, unguibus » capillis, et barba. Ex sonnditiet ) qum Hipp. //b. de
AMedico: oie Caveat tamen exceffum, ne in ttnolli-, / ; nsa datine,,
ticmncadat,neve excrementorum alvi, lotii, et excretorum "per- tüffim.
confpectum averfar1 credatur . nin ; 6. Veftitu utatur decoro . Hipp. l;b. de
7M eVeilitade-. 1; 9. Caveat, ne in fufpicionem ampullofi artifi£0Yf45 e A. pow
ccn cis cadat,& Sophiftz, quem depingit fuis coic ribus Hippocrates Jb. de
deceztzornatu, bis ver bis : Jem conventu faétosambitiosa queffuosa fna
profeffione decipientessia urbium circulis ver- fantur .- Quos ex vefhitu
(&* catevis ornamentas quis cognofceye poterit « Quin etiam, quà
[umptuofiusornari fuerit, eo majore odio ave r[andi, ab RSS o oc eisquieos
circum [pexerint, fusiendi. Ex u[n au- iu tem fuerit, contrarium in bis
fpettare ; quibus 102 zne[t exquifttus, neque curiofus ornatus» ui [eje c
cultus venuftate e frugalitate, non tam ad fuperflum curiofitatems quam ad
optimam ex fliimationem » prudentiam ; C animizaoderationem compavarunt . Càm
enimilli dodtrinà fibi au&torita- rem comparare nequeant, fplendore au
n,veftium cultu medico ; ac fervorum grege, eam A comparare ftudent ; quos
ridens Anftophanes p ram *- ip INebul. joco vocat cOpatyldoyv e pyo Xo TES. ar
adimi ' quód digitos ad ungues ufque annulis erpent. y? Odoratis utatur; cavcat
tamen, ne morbi r, o45,;7. inde concitentur : fepe enim mofchui, et fimi-
qualis. lia. redolentes, hyftc 'TIcas mulieres enecant . Sintigitur temperata omnia
. 9. Qualis effe debeat Medicus in omnibus y,,4;77; i ftans, non aliis verbis,
quim Hippocratis, o5 ibus defcribendus videtur, Jib. de deceztz orgatu . ti
pra]is reliquo vitz cultu muni mé fint diffluentes, auf quati ac fuperfiu1 ; id
eft . honefti in omnibus;f ftudentes, dicto, nec facto fuas actiones u]trà quàm
decet jactantes,; fed cum candore,veritate,& inteeri- tate, fepofità omni
fimulatione, finceré omnia reprefentantes; 1n hominum concurfibus oraves; ad
refp da dum, et docendum faciles,& appofiti ; ad altercantes graves, et pro
veritate conftantes ; in fimilium amicitiis con- trahendis s prof b 1C jentes ;
cum omnibus huma- n1, familiares, et affabiles ; in feditiofis contentionibus
taciturni, eofque audiant patientet, et us in refpondendo, fi effucere non
poffint, mode- A fti et quafi cogitabundi prudenter refpódeant; errores aliorum
ita corricant,ut non reprehen-- fionem, fed veritatem ob oculo sfib1 pra fixiff
e oftendant. In occafione prudenter capta indà, et coenofcendàoculati. In victu
fru cales, e paucis contenti; liberales fint, non fordidi ; aut petaces ..
Patientes fint in occafione exfpectan- dà, neque finantfe, aut deri,
aut.affiftentium precibus; aut importunis verbis vinci, ant'ad e entum ante
tempt Tene ores cibos ; vinümque concedendum .. Non à c / (4 m de À a fint i2
Qs fint taciturni, neque loquaces ; f-d in eàzemo- derationem fervenr ;;
promptitudinem tamen; datà occafione, ad ratiocinandum oftendant ; | nihil fine
demcnftratione proferentes;non bàr- ^ baré,aut populariter?oquantur, fed cum
affi- M ftentibus; et zero eleganter; et pure, cum Me-- dicis Lariné . R
ectefaaàt perfüadere ; nam Pfa AA ve m9 Qo pde Legibus,vodr, ut primum doceat,
et , Æ - perfuadeat Medicus quid fitxgrofaciendum, | i 4cnon priüs imperer, ita
promptiüs parebit..i Quare dicebat Ariftoteles: Parebo lubens; fi vera58
bacsqua dacts « effe.demion[lraveris. Xlonores per. fe contemnant, ambitione
ca£entes ; fed ob vir- tutem cujus comeseft edoria ;. pro1pfo.etiam et vtabtm -
honore certenz, virtutem tamen certà ratione "Non :nani gloria n 77. fmi
amore gentetur . ftabilitam Hibenier admittant ;ine opinionis fuæ nimiim
ftudiofi videantur. Caveantmaximó, ne inani elorià, aut ni- mio fui amore
rententur 5 1llà enim ; quod ne- fciuntdifcere prz pudore renuunt;neinfcitiam
cum rübore-prodant per ;dium vero có pervce- niffe fe rerfuadent fibi, quó
perzendum erat. 10. 'Ne fe alicujusfectz, tamquam 1nanci MIT À ; "i E ^ pu
fi pium, addicant; necjurent inalicujus auctoris feta. fententiam, fed nudam
rnaim fectenrur wer p «i Suvalis £z &walis £n e» rreffibas. tatem,
ilíquefchi fübfcribant . 11. "Medicorum cóngszeffus, et confultatio- : nes
libenter admittant; iltud cbfervantes s ut in| jis fuperflua omnia devatent,
nibil ad pompam i| proponant:contradicendi ftudio non ducantuz; fed ciun f. ]um
fibi finem prafigant;ut mc rbumy £vin- f. evincant, ac priftinam reftituant
fanitatem. Congretfus hi, et plurium Medicorum confültationes feclufis arbitris
fiant, neque affi- nes, et dometfticradmittantur: liberis enim fic proferuntur
fentent&e, atq; facta à primo Medico » fi quando correcte ne indieent,
corriot liberé potfünt, fine rtot$ ienorantiz; qu v fi fir- mis rationibus
erunt firmata, facilc à Medico admittentur; quz fi palàm, et domefticis au-
dientibus proponantur ; ab eodem mordicus defendentur, etiam fi falfum
defendere fe cos gnoverit, ne fi mors fubfequatur,iMlTius caufa in eunr
referatur. Vnde perpetva diffidia inter Medicosoriuntur, quod antiqui Patres
noftri ir hac noftri urbe, et noftro €cleeio obfervans tes, lege caverunt, ne
confültationes medic pu ibIice haberentur ; unde etiam tanta conccr- diainter
Medicos magna Rujus urbis fempet perfeveravit, ut in£er tam mu[tos vix unum re«
perias, qui altum ad medicas conífültatiores. non admittat 13« SyInam
medicamentorum: praffantiffiTorum ad morborum eenus quodcumq; prom ptamad manus
habeant ; ne ina2rverte morbo; ac inducias non faciente, veluti in fàlo harere
videantur. 14. Vtfelectiora quedam, et experta, fi- piifque ex perientià
confirmata habere eos có« venit ; 1ta 1l[a in arcanis ita habere non decet, ut
etiama iliis communia ncn faciant. 1j.Sit re ; et opere Medicus, non famá, avt
A 3 noml- $ Confalta-o Loz 65 fang feciufis are bitris » Sy'uam mo
4.€^826€5nf10e rumed ma 2/M5 habeot Secrefa Tr dia noz ) b sbeat, fedi CQÓaAunittf.
Qu enis de et exciledus- nomine tantüm.; quod ut affequatur,his omníbus
przditum effeoportet;de quibus Hipp. /b. Y: de Lege. Nam excoli optime debent
hominum ingenia, fi ad perfectionem in hac. facultate ;ervenire debeant. Qualis
enim in terris nafceuum eft culturastalis euam Medicine cognitio. Indigemus igitur IVatura » Dotlrina s Moribus
genero[is, Loco ad di[cendum accommodata, In[ltutione Apuero, Induflria s et
Tempore. Natura no[ftva veluti ager efl doemata vero docentium veluti femina
funt . Infliturio à puero refpondet opportuno tempori » quo [emina terra
committi debent » Locus flIudiis aptus eft veluti ambiens æv, à quo €
terrana[centibus nutvimentum accedit . Induflvia, € flndium cultura e[t .
"Tempus tandem bac omma eonfirmat, ut perfecte nutriantur . Exercitationem
medicam fub docto ; et ds perito viro facere non dedignetur, neque erud ha d
befcat difficilia queque perfcrutari, atque de icd "^ obfcuris interrogare
: fic peraliquod temporis intervallum in magnis urbibus fefe exerceat ; exa
codea. non ftatim in vilibus oppidis, ftipendio conftiA iwel. Lf. tuto, quod
plerique faciunt ; ad medicinam fa- E T ciendam fefe accingat. Modeftià. quàdam
accinctus zerotan- pus ingre titm. domos ingrediatur; quilibet enim horà
distar. Virgines,
matronz, occurrunt, ut continentiam ómnibus in rebus et habere, et reprzíentare
teneatur. Cg gl. 18. Cumimpernts,& mulierculis de mor- culis, chi» bor:m
caufis, aut prefidiis adhibendis non2 agat; E xerceat fe / 253 Mod» Íe ao Avw,
GCL C [LE € Bat ; fed neceffaria folüm proponat : folent peritis de; énim
imperiti Medici, ut gratiam apud multos rebus. snee aucupentut ;, hoc medio
mulieres et imp 'Cr1tos feducere; quafi illas multi facientes, ut fi quan- do
morbis tententur ; eos ad curationem accer- fà nt. 19. Gratisaliquando medendum
tum pau- peribus, tum veris amicis;ne aut fordidi animi, aut minus grati notam
fübire coeantur . o. Neque tamen velim Medicos mercedem aut datam no recipere,
aut oblatam quafi aver- fari, aut exhibitam quafi cum rubore, aut velu- t furtim
excipere : fi enim prompté mercedem recipere viderit ; fibieger perfuadebit,
Medicüm illius curationem libenter fufcepturum., neque quippiam eorum
omiífurum, quz pro anitate introducendà fuerint peragenda. Mer- cede autem non
receptà,aut dubitabit, inre ani- mo curationem non füfcepiffe,aut certé dignum
illum eà non fe cognofcere ; unde contemptus ; et exiftimationis non levis jdn
ra. Sunt enim, qui hac raüone multorum curationes aucupen tur, quibus cum
cxpeélationi pramium ncn. oftmodüm correfpondeat aut moleftiam, et I f],, onus
illud fine fructu fuftinere coguntur ; aut muffitantes, et in angiportu
deinerati animi vitio conquerentes, quafi ridiculi, amiffis la- boribus, et
laborum pramiis, deferuntur, aut euam exploduntur, alis in illorum locum. poets
. Impium eft ; magno morbo urcente A ; de A nie ditis non [ferat » Gratis ali
quando Cii. rand 26 ^ Mercedem. Bromptée ac. CibiAo De mirede non pa- mercede
pacifci:ut enim in nobih hacarte feres eifcatur. per hocindignuin videtüt, ita
urgente tDorbos impium : occafio enim mederidi fepeavolat ; dumdemercede z$er
dehberat : hujus enim opportunitatis momenta redire nequeunt, et cà elapsà,
inclinatio fitad mortem, autad de terius . Atneetiam, fi quem ingratum futurum
Ingeetos 1 arbitretur;in periculis deferat; fatis enim fern- seceffitati- per
fait, ingratos etiam fututos humanitate.» us non de (crvare ; quàm inhumaniter
obingratitudinis ferat inetum deferere: et nielius multó eft; à morbo
evalefcentibus exptobrare, quàm calamitose affe&tos deferere . Hipp. zz
Praceptionbus. M Neimmoderaté, aut immodetfté nimià Non fit i4. cy, ya tantià
ninrim polliceatur : nimia enim ét bund'h. tc cnrationem
pollicitatio;exculationem poft e» nm! cutam requirit. : pollicitator. N A dis
idein z4. Nec rationein curandis morbis folüm; Docheina, sitatar; nec ufu, aut
nüdà experienuà : claudi- C "[4p9l- cat enim Medicus alterutro horum crure
defti- sini tutus, Ratioigitur ab experienuà incipiat ; et in eam etiam definat
: Experientia autem du- cem habeat rationem, et 1n eam dentque termi- hetur 5
utra enim per fe indigzens;altera alterius auxilio'ecet. 2$. Non inhumaná
feverirate ubíq; utatur s Nox fii fe. led fecundum conditionem hominum fe
guber- . veru; net; nonnumquam eratis curet, vel ob eratitu- dinis memoriam,
vel pre(entem exiftimatione, né avaridü » notam incurrat ; Quod fi occafig
exclexercende liberalitatis fefe obtulerit, vel pere- erino, vel eeeno omnino
füccurrat: Si enim ad- fuerit benignitas, aderitetiam artificio cóm pa- ratus
artiamor. Adeó ut quidam eeri, etiam fi fentiant morbum fuum calamitofum éffe,
ta- men propter Medici benignitatem, fibi perfua- deant, fe ad fanitatemredire
poffe. Hipp.sz Preceprtozibus . Prolaborantiumvariá naturá, et condi- tione, in
congrefTibus, et fermonibus conferen- disorationeminftituat ; et materiam fibi
deli- gat : alio enim modo cum viro philofopho eft differendum,&
aliocumaulico;diverfa eft ratio alloquendi puellam vireinem, et matro- nam
gravem : cum bibacealiquid de vino loquetur, de frieide, et limpidz aqua
deliciis cum abftemio ;. et fic in fineulis., In fermori bus varius pro agreráá
VATRCÍATE o PEDI b MEDIOLANENSIS, Animaduerfionum, et Cautionum Me- -. dicarum,
Continens eas, Quein vetlavitlus ratione » potiffggum. 1n acutis occurrunt.
Vstlus 1n acatis te- 20H55 CHI» c Vamvis acuta febre. laboranti- E busvictus
tenuis conveniat, pro Xarietgte acutiel immutandus, ; E] Gut materie
coricoquenda na- ; turamæis poffit vacare, atque morbo et fymptomatibus
conflictata, cibo etiam et craffiori, et plurioppreffa, non fuc- cumbat.
Virtute tamen debili per fe1pfam exi- ftente, et ncn vimorbi, aut forma vià üs
per unum graduri aut faltem quantitas erit augé- da.Si veró vi morbi debilis
reddatur, ut aliquo Vidus'vtr- ule o fe dei b; d^ 4i-- ge duse: foi Y723* ; ff
vt bow folà modo quantiras.augeri poteft; Itánumquai quátitate . forma viclás
crit immutanda. In virium imbecillitate, alia fit ratio vi1- éüsin qua
intitate, fi 1 per refolutionem fiat et alia.fi 1 per acefava tic nem : in
hacenr np árüm, et raró;inillà parüm,& fepé cibus offeredus eft. ji V ictüs
forma, et quantitas, licecab Hip- pocrate et Medicis prafcribatur definita; pro
conditione morbi mpg cautio tamen ma- xima adh iben da eft, pectu naturalis
tempe- ramenti, cüm alios « di inedi. im minüsidoneos M idea imus, alios
Jejunio ne tantillum quidem debilitart: : Quareaugendam 1n illis quantita- em
dicimus; quin et formzx eradumaliquando immu tandum, ut in calidis, et calidis
et ficcis obfervamus;, in quibus nifiid fiat, et acuüntur ce bres, adgratirti
humores, et exliau- untur fpiritus ; unde in animi deliquia,fynconi et
maraífmum denique terminantur cori. 4. Cautio etiam adhibenda eftin victu
infii- ti iendo, qualis fit corporis habitudo, an mollis, laxa;poris pervia; an
folidior, torcfa;& durior: - : I 'U:rYidufo YAYO » [4 per aggrauatie (EP;
J/! be tal rcf p»? (0x e p? TY HZ, C 45€ € 6 Z4 7713 Viéiusiun- JTHARAMS
rattome 16é- peramone tora it i E Vicdlus ime mutandus rattonc ba- in i]l|à
enim quantitas erit cibiaugenda, inhac £was co;- potius minu crida L poris. $.
Habenda etiam maximé eft ratio ventri- V/«s imculi : $1 enim veegetus fit
calore, et multo fenfu przditus;aliquanto plus HH: erit concedendum: fiad
coctionem iners; et calore deftitutus ; füb- uahendum de qi lantitate erit. 6.
Viris, quàm mulieribus;iracundis, et ro- buftis, quàm poni animi ho
muncionibus;pl Us femper eft concedendum. 7. In&tatbus ; ut pueris; et
adolefcentibus plura mut TT Yattone diftofitionis ventrictlt e PS do ( ;bi.
quan IHto$ 2114 da vefteéin f Xs . M Ó / Puæris Co gm tesa e RE :£z.
adolefcensi plura funt concedenda,tum ob difflaüonem ni] gri &us pluse -
miam;Scob caloris robur, et ob teneram, mol-'1::: bicateden- lémque fübffantiz
compagem, tum quód per-.] i dum quà cnni quodamcorporis motu agitati, facile
ex-- eii fenibus-. hauriuntut:ita fenibus liberius etiam jejunium) i52 poteft
imperari. Cave tamer, ne inter fenes de- (ou: Decrepitis : áo abs e pe" i
Ai : parum, c. CEepltos collocaveris ; hrenim;cum virium ime jr fp. becillitate
tententur; ac fpirituum paucitate;utr| ui pauco: cibo fünt reficiendi, ne
paucus calor ài yiii multo füffocetur ; ita fepé cibandi, ne coníu--| iii
mantur.r. Z4pbor.14- griff ra. |. 9« Inquantitateveró, qualitate; numero ex-4
oi tiopyo va- hibitiorum,ac forma victüs, et confuüetudini 5 1 vietate con et
regioni multum tribuendum cenfebat Dicta-4 («« fuetudinis, tor nofter 1.4pbor.
17.quia quorum ventriculuss| cj €» regionis (emel, aut bis humefcere
intumefcere, et con-J c; eit mutan- coquere con(üevit, fr defraudetur ; muratà
con-4 ;j; di. füetudine,temperamentum;habitum;, et actio-4 nem immutat . Et fi
mufta et ingerere, et con-4 i. coquere folito aut potionem fimplicem;aut for-4
».; bitiunculam exhibeas, in marcorentcitó indu-4 Ces, ac vires vitales quàm
primüm deftrues . 9. Cavendum
etiam in quantitate cibr prz-4. fcribendà in febribus, nefemper, et
omnibus$),., gonceden-- » jade d n "T. Dun 4i;, fed r4. ARI temporibus
eandem definiamus,cum hye-4;. vius; 4ifta 86)& vere, quód ventres tunc
naturali calore. fe minus, làaximé abundent, vnica exhibitione plus fii! ftd
fapius . exhibend um :' hoc enim eff; quod docebatur alli s. Hippocrate, 1.
Zfphbor. 15. Æftateautem, S, autumno, cüm calor langueat, minor quantita:4?
fingulis vicibus erit concedenda ; fed fzepius re«4? p Hyeme pi? TA Mur 3 petenda, ut
calor, qui.diffolvitur, poffit inftau- rari : quódnfinuavit 1. Z4phbor. 18. IO.
Cautio tamenfit, ut zftate, fi partitas "A cfilate exhibitiones, et
quantitatem totam, autnius 44modo dici ;aut integri quatridui metirus eris
major PI eonce- fit quantitas, minar atizem hyeme: nam hyeme 4*24»m i» minor
adeftneceffitas quód tunc minüs refo]- partitis vicibus conceffo,&
imbecillirati caloris fatisfaciemus, minus fineulà vice exhibentes ; et miim
refotutioni, fzepiirs Gibiuexhibentes: quod Galenus infinuavit 1.4e rat. wit az
acut. 44. ubrenumerans, quzad:cibi in zeris fiibera- €tonem faciunt,unumid.effe
inter aliascribit, quód hycme quis laboret;minus.enim tunccibi erit offerendum
: recenfens autem quz ad cibi adjectionem faciunt, unum effe dixit, fi atate
laboret, quod Avic. 1.4.7 a£. 2.cap.8. de ciba- tione febricitantium in
generali æens confir- mavit. 11. Obfervandum autem, predicta non per- petuam
habereveritatem, neque ratione cor- porum, neque ratione temporum anni : vatur
corpus; etate autem coplofiori cibo, fed men "M^ * V7T^ ^V dt $ d o Hyeme
uandomi aliqua. 54; puryig enim dantur corpora, quorum natuiraliscalor dug.
adeo eft imbecillis;ut à frieiditate hyemis faci- lé cvincatur, calore veró
zftatis quafi fcveatur: alia etiam, five occultà quàdam, et nobis inco- gnità
proprietate, in aliquibus dictorum tem- porum annt; in robcre virium, aut
imbecillita- te; proportione non refpondent difpofitionibus £X ann] temporibus
profluentibus; aliquos enim í rci n Victus: for- a 12 4€H is variarda pro
vavietate véeft, nc tinuà.; vftate robuftiores reddi » quàm Ca lioe fortlotes
autumno, quàm vere. In his is ratione victüs inftituendà refpectu quantitatis,
1d; quod proximé dictum n erit fervan düm; tum in quantitate con- tà. Echyeme
pauciora, fed fiepiüs ;eftate plura;fed rariàs erunt conceden- «la ; et anni
tempora, fi fi naturalem non fervave- rint naturam, victum inftituendum
oftendent cujus naturam induerüt. enim Récid hvet Inc pro ratione tem poris;
tum in difcre potiffimu m 12. Forma etiam vids pro-regionum va rietate, et
locorum confuetu dine; aliquo modo eftimmutanda, et quidem càdem ferv atà
propor done per oradus rati inetempol 1 le laud andi IS. ÁÀ ver. 7 s,utip
quantitate variandà um obfervan dum dixin « Colieét.cap. 10. cim .Vnin
fuà.regiope. ;nemp ein Hifpaniz parte cali- dior, |, tenuilmam ditam effe aut
cremoremip hord a€1 l« s àl aut: dux mmum melice 3 X és fórma folà im] it angu
autincifu m; aut friatum ex: ; cüniantiquis, et Galeno potiffi- omnimoda
quatriduana ine dia ; fictamen, ut vi--Jiz : eradum unum i1mmute--Jffi rautem
ied fiat non à eradu ad era 1 dum, fed à.tenüi ad medium; &.aliavando eti
ip» ut pid aim n pof 280.48 ad E lenuü In, Qua fi Pea cpLEIdJJMDUS Dac VICI
jo^te Péceaph,quod in mu duis I Hp Hi " * Y e k AJpTpX CI ILE R4 iliz
nobilif-, et Gallos eEa dà veró s ium; etiam legendus eft pul]-J Ccher x ha
eatur ratio, WEINE Copfi chetrimusejus liber-De zere.. aquis, G' locis, qui
luftratus. 13. Ex vite inflituto, ex arte etiam, quam. exercent, defumenda erit
à Medic et formas quandoque victüs; et quantitas,càque utraque mutanda, prout
magis, minüfve et laborib folidiores partes colliquantur, et huimcres, fj
finifve exhauriuntur. r4« In quantitate ettam fu [us benda À ante- actz vitz
rationem habere ;nonTj 'arvi Y0noJr.enpt ti eft : fi enim laute altus fit, fi
plura ingeffefit) anres :: btrahenda erit quantitas : fi veró jejenaverit, et
pauca,c: aquec nCO ctu facillima afivimg pfit pr aliquod temporis intervallum
quantitas érit augenda, aut forma erad us. 1 $. Cuin à morbi lc ineitudipe, aut
brevitate diftantiaque flatus nx rb limaxime ác IDattr a EN rma victis, et alic
uie parte qu ántitas,tüt miris 1 d quam cinis victus rátio ; CUN TRC fultum
Medias, et Paris cenfemus, quod àb Avac. conftitutum eft: Cum jenoras egritudm
di » fubtilia recen. id enim in morbisà materi pendcnüibus cmnino intelligendum
eft: Bie eniti) lo tempcris in- tervallo materia ncn auccturinec virtus-diflra-
hiturà proprio furgendo murere agendi in. materiam: interim enim fuis fc fio
eple miciBus, et materia faciens morbum. facilét ficnect. 16. Vtveriffimum eft
Medicórüillvd pra- Céptum ; et commune tani ditturpis mcrbis . Bo95d- |! eiiam
luculentis Comm entariJs à nobis eft il- dab. vs y 9, €L ; is,9ui $e ali-, utm
banda e $ p Aser - EX! SÉ, ! e ien Acuttstn fóribus te nutus ciba dum quá 1
elus acutis Tenutfs. vi dla medz sn flatu se frg. Abb. 8S. veriffi-- 9 de ffa1u
benes f»mptoma- ?4. quàm acutis ; JI flatuytenuiori vicluutendum e[- .| v. e,
quam in principio; quoniam tamen fx penume- ro evenit;ob ingluviem in aliquibus
civitatibus; ventriculos primis ftatim diebus, qui principio || debétur, crudis
humoribus effe refertos,in lifde: etiam tenuiori victu, quàm per principium
li--| ;... ceret, uti, et aliquando etiàm tenuiori, quàm ini| ftatu, cüm et
inedia aliquando omnimoda con--| veniat, oportere cenfendum eft. Celfus /rb.
2..| cap. 16.dicebat: Jzgiria morborum primum [amem.»,| fitimque de[iderant .
17. Laudanda illorum eft. diftinctio, inte-1 : nui,aut craffo victu inftituédo
1n acutis, et d1u-! turnis morbis ; quód in febribus acutis tenuior) efTc
debet, datà càdem brevitate, quàm in aliiss] acutis morbis ; quodin illis magis
coctioni 1a-4 cumbendum fit; quàm virtuti;ac majora fubfinttj fymptomata : in
diuturnis autem. febribus mi-j fius tenuiter alenduni eft ; quàm in aliis
diutur--j nis morbis, quodin illismajor;quàm in his fiatt virium exfolutio, et
proptereà etiam magis im febribus virtuti eft profpjciendum.. m 13. Cüm
Hippocraus aphoriftice fententia]? quàm máximé univerfales etfe foleant; ea
itidé;J que lib.r. propofita eft numero 8. quà afferitur:j Cum morbus in [uo
vicore con[Iteyit., teutlfimon ^ vitlu utendum e[l. ut univerfalis
fityomnibüfqued, morbis conveniat;de ftatu intelligenda erit,quiil| " ex
magnitudine fvmpromatü fumitur : fic enim) tam vera erit.1n morbis non
fervantibus mate--«! riamad unam criucam expulfionem, quàm in, ícr- L4
fervantibus, fecüs quàm communiter Medici crediderint ; qui Aphorifmum illum
folüm ve- tum effe ce .nfüer int in morbis fervantibus ma- teriamad unam
criticam expulfionem, de ftatu. ^ arbitrantes Hippocratem loqui, quià coctione
céisndnit P fu mitur : in quc D bfervàrunt, Hippocratem Et. de vitiu acuit. 22.
1n morbo non fervante mate- riam ad unam criticam expulfi ionem,ut in plev-
ride, 1n ftatu sn ies coctionem plenius nu- ciendum ftatuiffe. Quod fi ftatum
penes ma- anitudinem fymp tomatum eti umin iis morbis fumamus, utin plevritide,
etiam tenuiffimo v1 tu utitur eogezs lib.tex.a21. Cümos amarefcit, et ficcus
morbus eft, tenuius ericalendum; tunc enim,.etiamfi fit principium, aut
augmentum. penes coctionem,in flatu tamen penes fympto- mata confütutus efti
morbus. Quamvis veriffima Hippocra tis fenten- A bu "x Tenuisi- tia I.
Zfp5or. 7. tenuiffimá. dira. utendum effe, 1530 "viélta ]t ubi morbus per
purse cít,ó TU EE soul bores; cxim end tamen ab his omnino erunt donsdas 458
fcbres peftilentes, in qi ET quamvis fummo raris, pe- fint fymptomata, et
ciaflime ad ftatum perve- gilestes ta niatur, quód vires in cis flatim quafi
collaba- se» feres Ícunt, lautiüs et uberiüs eft nutriendum, ipfo fut excie-
etiam v190ris tempore ; ut abundé demon(ftra- 2:c74«. vimus in noftro] ibro 4e
Peffe. t4 20. Ad formam victüsinfüituendam, puta, "(257 an Ver coena
tenul,anmediocri,anomni- "^ 'TST da li nedi ?1 ;al (o k )po yu all fo
rbition! bi IS,an c 64 £ercu lis, pU La ; UC Xtà pt lan à, pane coricifo, aut
LA COR - Ü * den ^. 4634€44, C" po 4 770A" contritoex jure;quamvis
virtus primum locum fibi vendicet; Galeno refte, 9. AMeth.smed.cap.11« (P 13.
1. de.vat. vitl. 1n cut. 44. quod cüm. morbus fui ablationem folum indicet,virtus
verofui cuftodiam ; hac potiífimüm victüs formam oftendet, morbi ramen
difpofitio etiam ad hoc concurrit: nam ZApbor.7.dicebat,//b: smorbus peracutus
eft, C fLatim extremos habet labores,extreme tem[[imo vitlu utendum e|! . pex
labores, acceffiones ; et fymptomata intelligens, que morbi difpofitionem
conftituunt, ut et colligi poteft ex 24phor. feq. C" 1. acut. 42. 43« 44-
(2. esic- dut, 36. ubi ad formam victüsinveftigandam.», bud qu^ xewndicit
neceffariam effe cognitionem et roboris E virium,& difpofitionis morbi; et 3.
acut. 61. Et jure quidem merito: quis enimncefciat, ex lon- cis, gravibüfque
acceffionibus, gra ibüfque íymptomatis formam victüs tenuiorem indica- ti,
nenatura tuncin refiftendo caufz morbificze, et (ymptomatibus detenta, ad
concoquendum cibum diftrahatur ? Verüm nec virtus fola fufti- cit, neque illi
conjuncta morbi difpofitio, nifi iis diftantie ftatüs pracognidonem adjunga-
mus; nam,etfi ex conftitutione morbi, et viadü robore folam potionem in prfenti
convenien- tem effe cognoverimus;perfedlé ramen hocífci- renon licebit, citra
ftatüs przecognitionem, an ciboillo in pofterum fufficere valeat ; Citra vir-
rutisincommodum .: Obid Hippocrates, poft- quàm morborum difpofitionem
recenfuiffet,. fi fubintnlit : Coz];cere atttem oportet » &gvotamtem, fi
feficiet, ANIM A4DFERS. LIB. II.
i9 fi [fficiat, cum vitlu perdurare, doge snorbus con- f ftat . Fi tcb 1d.
Hippocrates in cc onfidcratione virtutis, ftotüsn.eminit. A morbi igitur difpO«
sev» "Ad fincne victüs fcrmam ei iemus ; deindea Oro- ew. tantis virtutem
infpiciemus ; deinde ftatüs di» antiam conjlciemus ; demümzaftimabimus; an eo
victu, qvem mcrbi conftitutio indicat; virtus zgrctantis ad ftatum, citramagnum
vi rium incommodt :, durare queat; in quá fen- rentiam veniffc G: ehum videmus
r. "hor. 12. 21. Cümin vi& üsinflitutioneillud maximé fita pud et
antique esp atrcs noftros, et recentio- tes contr: verfum, cum d ces admodum
ne- presaléte S ectio et fermo vic iis ; et qvantitas determina- dicatióne ta
prafcribi r« f: t; ad quam partem przftet de- 555, Errores 45 tenunatiu,
clinare, vt minüs Izxdamus, an ad: iumpliorem, fas. ders. in ad tenuicrem ; cb
locos Hippocratis co ntfO- riores, f im Verícs, 1. 7 por. C07 2.derar.vict4z
acut. acfecia. al:0s .1n €à cif cultate has adhibeat cau e nes Medicvs, Cümà virtute
primó illa dicatur infütvi, et per fe, ; peradjectionem ; fecunda fio, !
peraccidens à morbo, per fü btrad 1onem., fi Medico 1n victüs ratione
inftituendà, tum i fcrmá,tum in quantitate, viribus non ma validis, nec morbo
multin n co intrà Indicante, contineataliqvantifpera recta victüsratione»
defiectere Paucis Ito eft, pauló pleni r vt) victu, et ad latus ( ut ajunt)
plenioris accedete, quàm ad t:nvicrem, prevalente indicaticne s virtitis . quàm
rc A lav ctiam exemp lo cc nfir- iEaVIt Gal.1.4cnt.a2 .Quc madmodum écontfà,
Preoalegte Bv a consoc .4ALII M EDIOL. anorbe funt contraindicatione morbi
fübtrahendi przva- deteriores lente, et viribus validis, ceteris enam morbum
fei exctffd- adjuvantibus, preftabitomnino ad tenuioremi deflectere, acfi
quando errando à recto illotra- mire recedat, minüs peccabit, fiad latus tenuio
risaccedet; fic enim ratio dictat, prevalente;có quód fübtrahendum effe
indicat;morbo, quod ibidem Galenus affirmavit. Ires ino 22. Obfervandumautem fi
pat fit indicatio forma vi-- à virtute, « contraindicatioà morbo, in victüs dius
pari i- formà inftituendà equale omnino effe pecca1 5c 545a gutant, qua
fortiora [untynocerent s qua debiltora, prode[Jent.facilis [ant ves erat :
Multum emm de fecuro detrahere oportebat, ut ad d ebiliffimum de- duceretur .
INunc autem uon minus delutum, nec oninus ladit hominem; ft pauciora,
defectuaftora, euàm [atis eft, affumantur : fames emm magnam potentiam in
naturam bhomims babet Ci famandisce dlbilitaudi, € occidendi : multaautema
etiam alia wala diver[aquimedlen ab ii:,qua ox veplettone fanty "mom quit
: $; quidem igitur [inapliciter, velut. aliqui ANIM.ADVERS. LIB. II. 2n gan
minus autem gravia, inanirionis [unt 5 quamee obremmulto variegatior eff, et
majorem diligen- tiam requirit s oportet enipa modum aliquem cone qePlare .
Modum autem, neque pondus, ueque ne Ier aliquem; ad quem referas,cogno[ces ;
Cer- titudinem enim exattam non veperies aliam, quati corporis fe fenfim...
Quayropter valde operofum eff, za exatte condi[cer e, ut parum 1n alterutram
pay- tem del ling "AS $ quamquam ego eam eum AM edi- cum vehementer
laudarem, qui parum delinquat ; Certitudinem enim exatiam varo viderc
contineit. Mox comparat malos Medicos malis na- ARA vium eubernatoribus ; qui
dum tranquillum. Je na mare, etiam fi aberrent;ncn fiunt mani» 7^9 . eft eorum
errores : atv bi tc mp inoru erit; »iHa eorum det tceit vriencrantia : Ita et
Me- dicorum errcres, dum falvbres my db OS CUFahts etiam 1fi n hirixime
celinavant, ncn fiunt manifefti :atubio raves m« rbifefei1llis cfferunt curan-
di,tunc manifefte d leprel enduntvr. Moxexem- plo (Litieiim docet, non mincra
1nccmmoda,s provenireà repletione, quàmab inanitione ; et loquitur non de
quantitate, - de formà vie étüs, ut patet ex pr imis, cum dk 151 que fortto- ya
[unt, "0cezt . quod ad fü nct ciborum pertinere conftat. 23. At veró
paribus, et ex virtute. et ex mor- bo vigentibusindica tionibus, fi quisin
metlen- ^ "m $ Z Krrores i5 JENNSMAM e dà quantitate à rectà ratione
recefferit, 1ita ut fip les plusin quantitate, quàm o pot teát, exhibest,
4445" quá aut et *a debità meníurza à aliquid ca letraha p^ P uta, (1 e
foy? P3 fex PT) ALII MEDIOL. fex uncias
fucci ptiffanz exhibere debeat, et aue . octo,aut quatucr prebeat,maj us
commtttet er- ratum, fi octo concedat, quàm fi quatuor folas propinet: hoc enim
eft;quod Hipp.zex. 57 lb. 2.4CHf. docebat: adjecticni autem cibcrü multó minüs
attendendum. Et rationem reddit,jnam quod plus eft;noxas affert inemendabil 65;
quod veró minus, facilé emendatur, nempe fi virtus labafcere videatur, cibi
exiguum poffum: is mi- niftrare; verüm fi in ventré cibus fit abforptus ; quod
füperfluit ; fialiàs, multó magis in acutis morbis, tollere eft difficile. Vbi et Hip pecra- tis, et
Galeni verba non de formà victüs, "s d de quantitate effe, manifeftum eft.
M [cüm veró id refert, quot niam viciüs f rme«&eradu, et fpecie diverfz
funt;cognofcique,& e iei, difcer- nique Medico, in Hippocraus, et Galeni
ope- ribus excrcitato poteri ^ SIQve in ea errores committantt: ir, neceffe
eft, freciem mutare» ; sícque mæ2na erit muta ee etiamfi per upum folum eradu
m,aut fpeciem tranfieris,ut à meli- crato ad inediam,vel fic um pütfanz ; unde
et parerrorcommittitur. Átin quantitate;cum» eonjecturà folà uti poffimus, an
macis, an mi- nus fit exhibendum, non eft rar ra tio; ; quia ; fil tantam
quantitatem exhibe eris primá cibatio- lt « nc, ut commode conficere poffit;
nullo morbi autin veh emen tià, aut In acceffionibus facto:| augmento,& eam
quantitatem facile ferat, Vi- dcatürq; majorem etizm quantitatem citra in-
commodum ferre poffe ; quia inde conjicis, te: minus, quàm oportet, exbibuiffe,
in fequena oblatione parüm adjicies, ita ; quod minus eft, facilé emendatur ;
quód fi plus exhiberemus ; quàm zerotantis natura ferre poffet, noxasma
emendare ita facile non effet : Nam hunc erro- rem hec fequuntur
incommoda,gravitas hypo- chondriorum, frequentia anhelitus, febriles in-
cenfiones, fitis, capitis dolores, et hujufmodi, quz omnia difficile tolli
poffunt; nam repletio- nem hanc dedi camento o tollere non 1 licet, eum. nem.
In formà veró fecüs ied; nam fi à debiri forma,vel fup rà, vel 1nfrà ctiam, per
unum eræ dum tantum deflexeris, egrum præcipitem. æes in mortem, ut longa
oratione docuerunt Wppdersteo! et Galenus 1. ACHT. 30.40. (P 44 Co" 2.
ACHf. 19. e ?* 49. Locus veró ^ "Apbor. $. qui » determinationi € directo
adverfari videtur, ull odi reptienat ; neque enim loquitur de tenulori
victu,quàm par fit, fed de erroribus,& Izefronibus 1n tenui victis ratione
evenientibus, dicens, efle majores læfiones, quz accidunt ex rroribus in tenui
victu accidétib js, quàm qua 5 x erroribus commiffisin pauló pleniori. Vel m
dici poteft, inillo $. Aphorifmoloqui de totà victis rationis formà in toto
morbo, quse multó periculofior eft, quia errores commifli maois lædüt:at
2.4€41.237.loquitur de unicá;aut alterà cibi exhibitione in quatitate, quz fi
plus fuerit quàm oportet, plüs lzdit,quàm fi minus. D 4 24.4 Ne LVD. SEPT ALII
AfEDIOL. Giuspem 24: Ne quis errorem cenfeat,fi Medicus ali- lb deterier quando
ex pluribus cibis non malis, minus bo- sod) f44- num feligat, et per totum
morbi decurfüum ino vtor conce fam ducat, fi multó magis palato zorotanus v iia
e arrideat five ex confüetu linefiveexnaturàpes |! Fielligédi - culiari, fiveex
appetitu in morbo : Docebat 2d enim Hippocratés id omnino preftandum 2.
"Apbor.58. Sed diligenter attendat,ne luxu, et intemperantià ægri in
Crrores ducantur, quod [itu paffim ab adulantibus Medicis fieri video ; qui ut
principum virorum cule tamquam manci- pia inferviant, abutentes utiliffimà
Hippocra- tis fententil;aut zgrotantes pracipites agunt in mortém,
intemperantiz, et dominandi cujuídabo prorogato libidinis poenas dantes ; aut
mor arumenas fuas omnino 1mplentes ; cüm fciants Hippocratem dixiffe non
abfoluté, fed pauló deteriorem prxftantiori, modo fuavior fit; effe
preferendum. ibit 25. Gratificandum preterea quandoq; cgris ibis grati docebat
Hipp.6. Epid. fett. 4-tex.S. At id aliquid ! amplius eft, unam enim, aut
alteram cibatione:j 24 cdit &gris ce dis Had Col eo eri contra. ÉCLpYCIC 1n
quà deje&toappetitu aut V1 morbt » reglas. aut longitudine ; aut
utobfequentem magis 3 reliquis habeamus; aliquid concedendutrb s4t jj; quod
extra limites inftituti victüs etiam fit po-4 i; (itum, modó modicum fit :
interim plura pol- liceantur, ut importunitatem cohibeant. Adoersstj». 26.
Aliquando tamen eó ufque dejecta eftin omaino vi- €grisappetentia,ut cibi eenus
omne refugiant: Ái aliquan. ac averfentur; quin etiam,ratione fuadete» cun v1m
e Vini fibi ipfis inferant cibos affumentes ; ftaum illos evomunt, et tunc
Medicus deterrima que- que concedere femel aut iterum debet, ut vires
cuftodiat, ne in certiffimam mortem cadant : fepé enim evenit;ut ex malo illo
cibo affum pto expetito natura inftauretur,& morbus omnino quafi
conclamatus fuperetur. 27. Caveantin averíantibus cibum, neali- menta
przparentur ipfis przfentibus ; aut enum major ex diuturnà vifione fübfequetur
verfio ; autreculàaliquà minüs illis arridente vis à, in» majorem cadent
abominationem .,8. Cüm Hipp.t.-dphor. 16. tebricigngum victum omnem puer n effe
d debere fcribat cave, ne cerfeas de humido folüm p iotentik ie qui ; quamvis
enim et illud requiratur, humi- dum tamen actu,five liquidum;effe debere ma-
nifeíté intellisit:nam alibi,ut 1.7e D£etz,cibum humidum effe debere, id eft,
potentià imbecil- lum;fits expertem, coctu facilem, et liquidum omnino
teftatur, qualem ibi ptiffanam confti- tuit: humidumveró potentia etiam
liquidum cí(e debere, docet et Cornel. C ii 5. 3. CAp.6. CU EI etiam rei
ratione m re ddit Gal. Jib. de gpr. Seta ad T brafib. 4.càm ait: Quoniam qua
conco- quuntur » effumduntur, ideo C mox diftvibu untur, 49 &grotantes
nonvuulto labore in cibis cor ncanes d /$ indieent. Et ab his praceptum
ua[citur, Iquidos ci- bos omnes f'ebrici qon comvezire . Quod con- firmavit t.
acut. 38.69 1. 4d Glauc. cap.13.de UHTA febr. cont. fine euctie ; ubi cibos
omnes fe^ bri. * a) do etia pep fima conte denda. Cibos 4- vexfant tss ne cibos
praparare videant « Vasiius Le tmidas fe- bricitantie bus ofai- àus Cconvute£e
nit acínu e£ "T 2115 talis bricitantium debere effe liquidos teftatür;quiz
humida actu, et facilis in chyli formam redu- cuntur, et ceteris paribus,
facilius multó con- coquuntur : cüm enim ex febrecalor naturalis imbecillior
reddatur, ea erunt exhibenda; que facile conficiuntur. V iderint ieitur, quàm
bene victum in febricitantibus inftituant, qui Pe- P2 AÀ tronam imitantes
folidiora concedunt, et non us folum clixatas carnes exhibent, fed affatas
etiá, Y in quibus vix humiditas in potentiá reperitur. Sed de hoc pofteà. ANS
29. Vtveriffimum eft, in acceffionibus, id ? agi "s eft, principio, au
gmento, et ftatu, abfünendü d», d de, declinatnionémque in continuis, et potius
quando cj 1ntervallum in incermittentibus commodum banda, tempus effe
nutriendi, ut colliei poteft ex 1. A phor.t1. C? za fige 1. de ratione vill. in
acut. ita. declinante febre acutà, fi viresurgeant;forma., aliquo modo erit mutanda,
ut fi ptiffana hor- deacea fit forma, in fine ftatüs, aut inchoante.;
dechnatione;primó potionem dabimus;ut cre- morem hordei, vel
jufculumrefrigerans, vel füllatum carnium cum aliquá aquá refrige- rante, mox
interpofitis tribus, aut quatuor ho- ris, cibum jam inftitutum concedemus, ut
in- nuit Hipp. 1.acur. zz fige. jo30. In Synochis veró, quz uniformes fint, In
$550- . Camdémque à principio morbi ad finem nfaue AS 242,- fetvant formam,
unicàqu e acceílione perficiun 72 cibsg--. tUt ; quandonam fit eger cibadus,
docuit-Gal. dam . Yr. eth. fed. cap. j.nempe quando xger faciJiüstolerare
morbum videtvr, et quando;dum fanitate frueretvr, cibum fimere confueverat:
fiigitur et facilior tolerantia cum folità horà ccincidat, hac erit eligenda :
fin minüs;femper pravalebit facilis tolerantia, quz fi immanife- fta modó
fuerit, à folà confuetudine tunc tem- pus nutriendi erit defumendum. 31. Quod
fi contingar, in intermittentibus om intervallum nullum effe, et declinante»
jorbo novam exfpectari acceffionem, ita üt tantum temporis à fine ftatüsad
novam inva- fionem non intercedat, u t cibus ingeftus coqui poffit, puta ; (p:
LC Jp trim horaru m tantüm» ia ut ne R^ m fit aut 1n fum mmo v19o renu- E, vel
fequenti accefficnioccurrere cibo in- co&o, et repleto ventricrlo, quod
fzpé in pra- xicxercend àoccurrit, quid in eo ca Mh £a |Cjen- dumerit? Anne fatius erit vieenteacceffione - cibv m pro
pin: I6, 2n potius viecreevitato, fa- tius erit ; Cibo in ventriculo exiftente,
febri oc- currere ? Con mp hiter ?b cmnibrs refponde- trr, deterius effe mu Itó
In principio cibum. exhibere, quàm in ftatu; quód nocumenta, principi! cim
aliis temporibus ccemmunican- tur, ncn fc: artem nocumenta ftatüás. Verümmvltó
fecüs Gal. 11. A erb. sued. ult. rem banc M eerivir ; ubi, cafu p ropofit
eodem, confide- randum effeid docet, o uo d mæis ureet,quod- que ma g1s noCituI
'um judicaverimus, fuoien- dum : dox cétque, eííe ccnfideranda locumaffe- (tum;
affectionem, princi pli et ftatüs naturam, tum Cibare bre f2af12 fine ffa1?, qu
prote tnos ffonem ; c» ouando. (4 / ul "424 h^. ya. tum et morem morbi .
Locus quidem, et affe- éctio;ut fi ventriculus, vel hepar afficeretur in-
flammatione, fi pauló ante acceffionem cibare- mus,omnino effet perniciofüm :
hepate enim affe &o alvi dejectiones unà cum acceffionibus folentinvadere :
ore autem ventriculi vexatos fyncopes fuperveniunt. Vbi veró abeft in-
flammatio, et vires debiles fuerint; ftatu om- nino evitato, propius principio
cibum iie cx pedit, potillimüm fi mos mor bi; princi pii et ftatüs mori refpondeat
; hic veró confideratur in vigore, et principio, fiannotaverimus im. fümmo
vigore, an citramagnitudinem febr T. caloris ficeus t. [fu dens, an citra
[qualorem nurenss Priorem namque h bumetlante vitlumade- facere quamprimum
oportet : In [ecundo.dum plu- vinum calovis remittat » e. vfpettare . In
principio vero acce [ponis morem &[imabis, at corporis ex- trema
perfrigeret, magna [anguimis revocatto- zen ad interiora corporis faciat, an
omutimo corpus zn premat : quippe [ecuedum bocscen faciles man- fietumve
contesanes y 1m priore diflinguas oportet. Nam [i ab[que vi[ceris pblegmone,
aut [uccorum. vedundantia, motus ad interiora tin acce[[iontbus pollet» zibil
offendes paulo ante cibans ; fin vel phleemone, vel redundantia [ubfit, cavenda
eff ante acce[Jfwnem cibatio, ceu vesss AXIE nóxia . Cüm tamen multó major fit
quantitas morbo- rum,& habitudinum corporis quæ expofcüt, ut potius in fine
ftatíis nutriamus, quàm prope principium nov acceflionis, mæis laudarem, Cal ||
eam propofiuonem medicam, quà aflereretur; urgente hac neceffhitate, praftare e
1n fine ftatüs nutrire, quàm etiam per duas horas ante prin- cipium, quód major
quantitas febrium fit ex genere iride ex obítructione ob abun- ;] dantiam
crafíorum humoru m, et ex interni, vel externa phleeg: mone; in quibus, Galeno
tc- I fte, prai (tat in fi ine fta tüs nutrire, quam p roximc :| ante
principium. EL . Commendandus tamen aliquando cibus X 1n 1 principlo, et
inauemento, et ftatu, et Booxined ante principium, ubi habitus COrpo-
iisaridusadmodum, à tque fc qual lens fuerit; et 9 in febre admodum ardente ;
biliofo humore, rante, atque ad ventriculi os trans- lit inedia, vigilias |i d^
qp ] ee o6. di 4 M - (* ] "m, c ws bu et .. ininoadecratasltrititia, c
folliatudo, auibus et exiiccatuim elit pius nilniO, c excaicractutin p - Tp ^
4^7 Ox "£X Ld "E" "e -. COI1 pus » ir ILICQtiC CODn9 C111
a3cr« y s EX HII jdaaces A et 1 ME e£ a. dai 141 N t^ i E qu E o inunmores:
proquarebpence inte iii£g ence Mii Àet aus cit. L3a1C€hlis noitcti,I x. IM eti
:2CG. eC |» 1»211í0« ve dob: e N- í f. inqgi 1lDuUus caàlibDiis pI. (tabit a nt
ein: y: 'nei L : a d "111 ! j &in l DEYi IC11 LG ASM-Æ Lu an |t Lt
Verum cum hoc rarius contingat, in caf pi /" ! » f1,, Z " Xf». (17 ^
44A Bm 1 $7175 *4 13^ 47 p 1 *Yy Poe polito, ub1 à itatu à DI1nci Ji nOV.
invalid nlsS nuum temporis Jntercedit, ut comqiTnock CIDLi n i1w vis
1illiitlooe«.iLA&LALCICCIC 3 Ai! liüs effe n n atüsnuütrlre, quàm pr
;Galen./z Com. multó plura referant incommo- da, fi quis in principio cibum
offerat ; quàm fi in ftatu. Et hoc eft, quod innuit 1. Zdphbor. 11. cüm dicit,»
acceffiomibus ab[Hinere oportetd eft; et ptoxime ante, X inchoante invafione .
Mugmotà 33. Quoniamautemaut incomplicatione» acc ejfinis duarum febrium, aut in
unà ediamyin qvàtem- minus in- pora adeo extenduntur, ut anteqv àm fup erve-
commod? Sat declinatio, nova acceffio fuperveniat, sic- ibat que neque
intervallum, neque declinatio repe- quá flatus: v rariin quibus cibum offerre
ex ratione pc ffi- mus,1n ambiguo Medicorum animus hzret ; r* quandonam cibum
offerre expediat. Auemen- ti tempus prusotes et minores fecum invehe- re
lzfiones cenferem ; quód nec ea immineant damna, quz fequi docvit Gal. € 11.
AMetb. 1.acut.penult. CÓ" 4.atnt. 39. neque eó ufque ca- lor, et
fymptcmata pervenerint ad fummum, utin vieore. Non negandum, noxas etiam ex
oblato ciboin augmento non parvas excitari 5 atindicatione à virtute
ur2ente,ccm modo teni pore. morbi importunitate füblatà, illud elit cendum
cenfemus, quod mincra fecum inves- prium hiti incommoda . Plorg tres D um CR
acuoatione 34. Cav eant,ne rempus trium horarum cen--|ii eant fufficere à cibi
oblatione ad novam inva-4ii: ad acc:fio fionem, quod pleriqve cenfrerunt,
Galeni au-Juj nem » 20 faf cord durer. 8. AMe: b. 4. lH bi: d f(Terit/fatis
effe, fiia. fities horas aqu inoctiales, quatuorve, inter] balneum,
acceffionffque tempus interpc »natntzj ibalneo enim cibum exhibere folebant ;
cümm alioqui Gal. 11. 2etb.1 s. docuerit; maxime in omni febre coctioni
1ncumbendum efle : quia fi adveniente acceffione, cibu s in eric ) non fit
confectus, ex retractione caloris ad in- terna febris omnino butsiiesü,;
pefimma illas fvmptomata producentur, de quibus Hipp.& Gal.4.4cut.. Et
Avic. 1. 4. T racf.2. cap. 6. 1tà in febribus cibandum praci pit, ut vacuo ven-
triculo occurrant : hzc veró concociio ne in fanisq juidem trium horarum fpatio
confici po teft, cumin xeris natura ex morbo d« cbilis red- dita feeniter
coctioni vacet. S1 igitur fuerit " forbitio, ut ptiflana, aut contrltus
pan ida tus ex jure,aut idem concifus,aut hujus 5qi isi WT i ., ; 211-3 4 1^
VEN NS I quinque;iox,al tetiam feptem ati onc eden- A [| daxíunt, plus minus,
prorcbcre ventriculi,«& :] A 22-594 I " - p! «conditione Tebris int
num [1$ pecccantlsS . fantiCcriun, aut niicuium aiteératum, tres aGul1 ! EB É
im MN 3 dem hor xquinoctiales fufncient; de qva re "4Q "EM locu us
eit 45» €ID.4. GC XCCCOCCO €nif1n 1 L| raaicum apiiioquitur,non dCIcIDIUCRhC,
aut ferculo, quz non exhibuifle ccpttat cb angu ftiam temporis ad fequentem
acccftionem;füb- dit enim : $7 vero ctrca ve[peram, aut duabus bo- yis cttius
acceffto iervadar um laville mane licea?, tum ciba[[e; ux
evitecillaincommoda,;qua fequi docet Hipp. 4.aczu£. 39. ubi cibis incocts in, *
ventriculo accefito fi ervenerit: Pezter emm; inquic cær, faflidit cibum,
1mtenditur bypochbonr J^4244912 6Y1477 ; drium, 1atlatur corpus propter
saterzam tuyba- tionem, quens fixamon eft, dolet. ager, lancimaturs
-pellicatur, vomere affeélat, c fi mala evomnuerit, dolet ipo me[- 3$.
Excipienda tamen ab hac tegulà, et ho- c»weaad- Yarum cibandi ante acceffionem,
et non ofte- do offre rendi alimentiautin principio;aut ante princi- eibi
er" piumacceífionis, ea corpora, qux et calidas 162,00 10. et ficca funt
temperamento, et habitu eracilt; jeibus^ quibus fpiritus facilé diffolvuntur,
quz ore» ventriculi admodum fentente, et in quibus acris humor, et mordax ad
ventriculum trans fufus ita egrum infeftat, ut inipfius etiam in- vafionisinitio
fvncope indudià, vcl etiamins fimplicibus tertianis intermittentibus fzpenus4
4A- meró mortem inducat; in llis enim ante inva- fionem,velin illius principio
cibandum cenfuit Gal.1o. 7Metb.cap.2.3.4.€9 f. CibusgnA- 36. Adhibenda tamen ea
eft cautio, quód;,| do offerédus fi animi deliquia in febrium initio
fupervencejn principio tint, affluente acri humoread ventriculum, &y
acceffion,. os iius mordicante, cibus vel immediaté ante c quand? acceíffionem,
velin ipfo principio erit exhiben-4 pauloante* dus, utadmixta cibo bilis minüs
mordicare. valeat. Si veró ex fpirituum fübtilitate exfolu-4i V tio fequatur in
principio febrium ; nutriendi erüntzeri per duas, tréfve horas cibis hujuf.
modi, qui citó inflaurare poffint fpiritus ; faciww rPa9vatm (couccommutarL, ut
funt ova forbilia, jufcula qux inftaurativa dicuntur ; et fimilia, quibu: 4
adítringents fi &onnihil addiderimus, ut fucc] era eranatorum, aurantiorum,
aut fimiliu m,opti- me illis confultum fore exiftimamus. ;7. Inacidis tamen iis
in ufum du cendis ;il- 4ciderZ s lud maximé cavendum exiftimo, ne nimio plus fs
iz febr: limonum fuccus, aut acidorum aurantioruma 45 acatis addátur, quod
paflim etiam à doctiffimis viris stilis fed fieri video; qui in acutis, et
malignis febribus, shOÆTAT- in omnibus ferculis, et jufculis fucci limonum Enn
quàm plurimum adjungunt, non animadver- voii tentes, tantá illi ineffe
acerbitatem, ut, fi modü excedat, aut coctione non temp eretur, quod in fvrupo
de limonibus, et de fucco citri fit, aut facchari mixtione non moderetur,
obftructio- nes in venis pariat inemendabiles, ideó mode- atéillo utendum ; in
quà menfura fi in ufum. veniat,refrieerabit, et incidet;altiüfque medi- catas
potiones exferere faciet. Aurantiorum., fuccus aliquanto minorem habet
aufteritatem; c proptereài non tantà liquoris miftione in- fier 38. Vidum omnem
aut craffum, aut tenué, aut tenuiffimum antiquos conftituiffe, docuit Hipp.
lib.de prifca Medicina, nempe cünrcraf-|. etu (à comedimus,cim forbemus, et cüm
bibimus: nw Quarttim Galenus victüs genus addidit, om- ^ e nimodam cibi, et
potüs abftinentiam, 4- Com. ui vecipi? I oleum ent [mum 2 ppellavit; 2u5, c qui
quód fi quz forbentur;bifariam partiamur,n£-. exclades- e in tenuem, et craffam
forbitionem, omnes 45. victüs habebimus ditfere ntias.Verim quatuor fünt, quz
acute febricitantibus conveniunt : E Craffa Vicdlus tt- nauis (n 4-- s di à
"e b y ma e ACERO, REDE 1 forbitio,de quà r. cut. 26. eftinteera ptiffana;
alica,panis lotus, five contritus, five conciíüs ; et conta carnium. Tenuis
forbitio eft, ut tiffana colata, aut fercula eàdem tenuiora. . buen funt
autoxymel antiquo more para- tum, mulfa, ftillatitius liquor ex carne, jufcula
cujuifquegeneris. Aquz veró frieide potus, ju aut omnimoda abflinentia, fümmé
illum te-.i nuffimum victum confütuunt. Quz omnes |i victüs rationes, ultimá
exceptà, vires augent, atque inftaurant, quamvis aliquando imbecil- las vires
reddere dici foleant, habito refpectu ad corpora fanorum,qui fi illis victibus
uteren- tur; ad marcorem ducerentur . Noftris tamen vidus ext e-temporibus
victus i1leextremé tenuiffimus, et me tenuit - quatriduana 1lla 1nedia,aut ob
confictudinem, we nee autobregionem, exterminari omnino debet ; $ ww. Utpote
periculi omnino plena, ex quà et mors E: zensinducitur, et Medicis infamiz nota
inu- ritur, fed loco illius potiones induci debent, fyrupus acetofüus, vel de
ficco citri, cum ftilla- ütio àliquo liquore, aut jufcu]a alterara, vel cremor
hordei . Viclus 39.. Cavendum tamen, netranfitvs fiat ad eraffns i victumillum,
qui extra limites victüs febrici- 4CHII5 "^ tantium continetur, ne
fcilicet que comedun- hi tine». ear, sáintquefolidiora, non liquida, concedan-
1 »! OS P eur gr panis, carnes, et quod deterius eft, ho- Orb ded [7- viri
fruétus, quod paffim extra hanc provin- t CUT gam fierividimus. Herdesm40. Cüm
nihil fit, quod inzerotantibuscibandis,; et apud anuquos ;.& apud recentio
Ies, antiquo more febricitantibus maximé recte yi- Ccumaünsftituentes, magis
inu fu m ducaturipsà putt. lana ho rdeaceà, o pame confultun |. Medicis in
hisameis Cautionibus pradicis cenfii ; fi ali- gna OC loco mterp ofüero de
rectà conficiendg puffanz ratione, de qna etiam Gal. 1. de al. facul.cap.9.ab
dep nf[anascapA. O mde Colicit. I. 11. et Dàul. /zb. 1. cap. 78. podffimüim cum
adeo varlare jn cà fcriptores dang 10s videam ; recentiorum autem aliquos.
doctiffimos etiam longé aberrare.In cà igitu1 Lprma fit in clectio- ne hordei
cautio, qt ód cüm Bardqum fit du- plex, alterum quod fpopte nudu n nafcitur, 1.
dc M æne cap. 13.2" lib. EC RN: yicin, cap.6. quod in Cappadccià naía
fcribit ; ut ali- cubi euam apud nos Infi; bres ; alterum vefti- tum, quod mæis
commune eft ; ; poftremum hoc eligi debet, deglubitum ta men, et à corti- ce
exutum; quamvis enim ulti primo illo po- tius utendum cenfeant, €à forté ducti ratione,
quod cüm Galenus arte corticem adimat;fatiüs videatur fponte tali nato uti ;
fed non bono arpro ptiffaAna quale eligend& » Hordeum «lind fine cortice
eraffo na- feitir, a- lttd veffs UG. eumento: ro ieenim illu dicium noverltl.4e
alim. facul. 13.e0 tamen non vtitur ; quin fpecie ab alio differre afferit,
f;rtéque etiam faculta- te : Vnde Herodctus. Galenoontüquior apud Oribafium r1.
Col/e£. dicebat ; illud plurimum Ruttre ; multum fuccum. habere, et proxime
1tritici naturam accedere ; quibus rationibus minimé in acutis convenit : quz
enim nimis E 4 multum inultum nutriunt, queve craffum, et eglutino- firm füccum
generant, ut triticum;inaácutisfe. bribus minimé convenire poffunt. 1.
dealipzfaa |i cult.cap.4. 4I. Sed quáarte preparandum fit; ut cum ^ fru&u,
fine damno in ufum duc poffi t; noh5 levem requirit diligentiam, multáque
cautio- ne indiget. Farinàaliqui utunturaquz,;aut ju- ri mifcentes, et pultem
efformantes ; quam. tamquam flatulentam, et excrementa multa producentem omnino
rejicit Gal. /jb. de atre- emuante vitfus vationescap. 6. Cf 1. de raf. vid. is
acut.cap. 18.Freffo alii, et fracto utuntur ; at re- felluntur 11 ab eodem Gal.
/zb. 1. de al TCI. cap. 9. ^ lib. de attezuante vithucap.6. 9 1. de 2 VAI.
Vitl. 12 acutis, cap. 18. quód tormina faciat hy pochondria diftendat, non
levis fit ; non Tu- brica, quód denique craffos fuccos producat . Leviter
torrefaciunt alri, ut faciliüs exter nà tu- nicà fpoliati poffit, et flatus
exuere: At fic ptif- íanam minüs humectantem reddunt, iminüfveuu aptat alvum folvere;
collieitur id ex Herodo- to, referente Galeno; 1. de alim. facult.cap.13.. fi
pritenam ex ze torrefactà alvum cohibere,af- di ferente : Vnde Oribafius, 4.
Collet]. cap. 7. ex. Dievche, hordevumin polentà rorrefa&um al- vum
cohibere atfferit5 quod confirmavit Gal. ) 1.de alizz.9. qninimó cap.2 2.
ejufdlen : frixa em- t n4 flatum quidem deponunt, fed di "fficile coquum-
iln uv, Co adftringunt, craffun yque fuccurm, cenerant. quód obfervans
Trallianus /&. 8. cap. 8. voluit in HKordeum quomodo jaradum fro puffana.
in dyfenterià hordeum torreri,ne fi fine frixio- piam ne uteremur, alvum
fübduceret ; non cohibee etum. ret. Braffavolus hordeum aqvà fz piüs mace- rat, mox
ficcat;& in mortario ligneo illud Con- rundens decórticat. Atfi pro primo
cortice» expurgando id facit, non eft, quód aquàail Illud prius maceret ; fi
pro fecunda briliori, malé facit, cüm coctione fol ^ eximatutr. Galenus igi-
vto vn ai cur capit hordeum Integrum» levi manu contu- fum, et hoc modo
decorticatum, atque mox panno afpcro pe erfricatum, ut reliquum corti- ^ cis fi
quid reliquum eft ; anod verifimile eft ; air levem ictum, to lli poffi t. .
Cautio autem 1n quantitate hordei ad zmerdei Pee m, &aquz ad etin m In pl
ra paratione quantita püffanz, maxima eft adhibenda ; cüm variafit ad. aqua de
his apud grauiffimos euam fcriptores fen- pre ptis tentia, aliis pro fingulà
hordei heminà decem. ^4paran" aqua adn ut Dievches apud Ori- bafium, 4.
Collect. 7. cenfuit, quam me fecutus eft Conftantinus Cafar,lib.de Re ruf. 9
Antvllus veró, eodem Oribafio teferente» ; Colle&£l. 11. pro fingulà hordei
heminà quin- decim aquz adhibet;quam fententiam fecutus e(t Paulus,
/ib.1.c2p.73. Braffavolus autem r.de rat vill. in acutis 18. pro fingula hordei
heminá trieinta, et triginta quinque aqua mifcebat . Galenus autem 1. de aliz.
facult.9. € 10. c Lb. de Priffana; nullius quantitatis aqua» aut ejufd&
proportio nis ad hordeum meminit. Neque yero id prater rationem, fed jure
merito,quód G4 obfer4uanésíÍnu/ ex obfervatfet hordeum pro varietate foli aliud
- facilius coqui, aliud difficiliàs,et docebat ípfez iet /ib. de cibis bomiCP
mmals [nci, cap. $. tum etiánt pro varietate nature illins erani ; ut paf-
fimi1n ciceribus excoquendisobfervamis; Sed et aqua non levis habenda eít
ratio, cüm aliam grana, et Cerealia omnia facillimé conficere » obfervaverimus
; aliam difficillimé, ut docui- mus 72 Com. 17 lib. de ære, aquis i loc. EH
ipp: Sitamen ejus eeheris affüumamus, quod intu- [ Ra .ICcat, et coquatur
facilé, apiid nos Infübres mE pro fingula hbeminàillius, quindecim, aut vi-
ginti aqua affumere poterimus; que quantita- tis aquz varietas erit pro várià
conditione hor- dei, et aqua. Propifa 45. Sed'in ptiffane præparatione quid ob-
na cóuie? fervandum ? et in condiendà quid cavendum ? da . 2^ Sané Galenus oleum,
et acetum addidit, et addenda, falem; illa quidem 1. de al». facul. 9. 4.
tuenda va T9 valer, 4. Cf $, equ]dem. 8. lib. de M arcove, ult. 7. :
Methb.med.6. S.eju[dem 2. 10.Mfetb.Y1.Orib. 4- Collect. 1. et Paulus rb.
1.cap.88. Salem etiam indendum conftat ex 1. 2//9.9.& Orib.& Paulo
loc.ctt. Sed quo tempore hec addenda ?. Gal. r. de alim. 9. acetum indendum
cenfuit, cüm ad füimmum intiimuerit hordeum, deinde etiam permittendum, utTento
igne in füccum diffol- vatur ; tumaddendum : falem autem addi vo- luit pauló
ante tempus diffolvendz ptiffans : olevmaddebat pro condimento ; nos, quibus
placuerit; concedemus.. Placet tamen potiüs; ut cx jure oprimo carnium
patetur,five integra paretur;five colata, addità aut levi portione » falis ;
autfacchari pauxillum plus; pavxillum enim mellis addebat ptiffanz, 5. rende
valet.S. cujus loco przftabit faccharum indere: aliqua- to plus illtüs
etiamaddentes admifceatur ; prohibemus enim admixtione» ilius nefaccharum 1n
bilem vertatur .. Quod fi quisaceti ufurn refugiat, licebit [oco illius aut
fuccum aurantiorum, aut citri, aut etiam. » fi aceti nonnihil . L limonum
indere, modo fuccus is aliquandiu guetud AC plus cum rcliquis ebulliat, fecus
quàm paffim. «^ v» fiat; cim indi foleat füccus immediate tempore ?e/&- e
Æ. affumptionis,qui ob cruditatem ; et acerbitaté folet nonnihil obeffe;
quamvis mixtio fine co- étione nonnihil terreftreitatis illius, ac adftri-
étionis foleat retundere». 44. In pane concifo, aut contrito, pro fercu- lo
parando hecadhibeatur cautio ; fi febrem. curemus acutam, aut ardentem, panem
omni. Op rius effe lav andum,. "us. n tatà frpiüs aquà aut füperinfpersà
fepiüs aquà ; fic enim et fer- menti vis retunditur,« cibüs paratur m inus
nutriens;potiffimüm fi paretur ex jure fimplici pu Il: gallinacei; fiiccóque
aurantiorum con- fpersatur, fic enim parata panatella minüs etiam nutriet, quàm
ptiffana. Cavendum veró, ne panis igne pris cremetur, mox abluatur, quod factum
ab Oribafio videmus ; fic enim, ienex partes concipiuntur in pane, sícque et
ficcius alimentum paratur, et calidius, quod E 4 per Panatella 1n ACHtis
quomodo paranda « C9 Cor fn 4«o per lotionem minimé corrigi poteft; poterit
tamen fic paratum convenire, fialvi profluvio cum febre eri tententur, addito
aut ficco li- monum, aut granatorum. In reliquis febribus ex pane conciío, aut
contrito ferculum conve- (niet; etiam non loto pane, et ex jurecarnium
aliquanto validiore. Confum- 45: In confumptis juribus ex carnibus pa- yu Mu
randis hzc obfervetur cautio ;. maximéà me; ex cargo lA dariea, que ex carne
vituli macrà conficiü- vittling, üt » quód vix in eis elutinofum illud reperia-
tur, quod paffim in juribus obfervamus, que » ex pullis conficiuntur ; cutis
enim circumve- ftiens; et nervofz multe partes alarum, et cru- rum, gluten
illud generare folent;quz vix pof- funt auferri : in vituli autem carne, licet
et fi- brarum,& nervorum ratione, et capitum mu- fculorum glutinofa aliqua
adfint, mrltó tamen pauciora fünt;atque ex parte etiam auferri pof- j funt.
Quód fi quifpiam gallinarum, ant ca po- num jus expetar ; cautionem
hancadhibeat, ut alarum duz extreme juncture auferantur, et coxarum ultima pars
; quód fi cute etiam pul- lum fpoliare poterimus, (alubriorem cibum et potum
procul d:bio parabimus. 46. Sedentes in lecto alantur;fi enim jacen- tes cibum
capiant, vix ad ventriculi fundum. cibum effundent ; deindeà cibo fümpto fe mi-
horà fedeant, vel (altem erecti aliquantulum. femiJaceant. 47. Ante cibum
memores fint expurgationis euem j- tum tenc- re debeat, dá ciban- tur. IL- os
alluen lhis oris: nam à febre plurimi vapores, et fuli- ipines furfum feruntur,
quz limum quemdam lin linguà efformant., .qui cüm guftum pertur- Ibet, cibos
etiam malà qualitate imbuit: quare li: et lingua; et os colluendum, et
osfophagus;qui TENIS. N lfzepe per febres areícit, madore aliquef1gan-. ex
acels e£ Jac idus, cui maxime infervit aqua etiam cruda €x - aw . aceto, et
faccharo. EA De potu aquz in febribus pro potu quo- . P^vs 4c Itidiano, non pro
medicamento ; hec fitobíeg- ;"^ qua- ratio: fi in xerum inciderimus,qui in
fanitate it affuetus fit aquz potul, etiamcitra noxam pof- Ife nos utiqu e Hone
nop tmam,aut fcntanam; BD obe aut pluvialem cifternin: mc ncedere, aut CCr--,,5
f po té decoctam fimplicem : fin minus affuetus poditn 2212 Qua cibus JL ma- AY
» 49Ha no 7u$1nacmAd tuaque zeer fuerit, ne 1n ea 1ncommoda 1nci- zi. dat, dc
quibuHipp. 4. de rat. viel. in acur. ali- qu id addi licebit ; quó facilis ex
hypochon- driis meet, cruditas reprimatur, atque etiam. «cea "M eevias
morbo, fi fieri poffit; A Hldd eios ve wis adver- 9e, : canedio femur; ut fi
add faccharum.cinnamomum, E . anifum,femen coriandrorum;authordeumin-- -. Ccoxerimus.
49. Deaquà hordei, quem ) potu Imantiquis 444a bar len Ar m pleri quec enfent,
quód nullibi Gale- deris æs nus ; Oribafius, Paulus, A?tius; &aliiillius
*5pro po- men tionem fec vei ; ita cenfeo, Hipp. 3. de 2 4 epiinide va) uiél.im
acut. 13. (f a. de ratione vilius, 71. po- "limum autem librà à . de
Morbis, ubi laboran- tibus tor pore c: 1pitis propin andamcenfet aqua
hordeaceam, de cà mentionem feciffe ; ubi eti 1n"aua bor Kein Of. nibus
amar 615 n0 Con venit. v qua ber dei Que pa 1Anda . gue intelligere non poteft
(accum hordei, quia illis! có fübjungit ; Maze. pro alimento. [uccum. bor--|vck
dez exhibeo, utnec in aliis duobus locis, cütmi en potum aquam hordeaceam
appellet, füccumaj autem hordei paffim non potum,. fed (orbitio] ji nem appellet
.. Neque veró rejicienda eft, po] jj tiffimüm in febribus exurentibus ; quod
flatu] ili lenta fit ; fi enim recte excoquatur, flatulenti&il "T
exuit; neque fi diutius excoquatur, falfedinemi] «1 contrahit, quod ab aliis
objicitur ; fi enim ins] s putfanà, quz longiori tempore elixatur, id nom] «s
veriti funt Hippocrates, et Galenus; nec expe-4 ui: rientia id oftendit, in quà
mæis hoc feqiiilo deberet,ob hordei majorem ad aquam propor--| tionem, et
quantitatem, quà ob craffitiem faT- fedo in elixatione loneà contrahi deberet,
cufil idinaquà hordei omninoaquosà, et potu ve--| tebimur ? Cautio tamen eft
adhibenda, ne eail In omnibus morbis, aur inomnibus febribus ini ufi m ducatur,
ut aliàs fieri foleba 5 fed in iis! folüm, in quibus magnus eftus fuerit, ut
ubiil. abfterfioneopus et. At veró in eà conficiendail ». magna adhibenda eft
cautio. Accipito hordei vcri, non fpeltz, feu zez, ut plerique faciunt, libram
unàm duodecim unciarüm, máceretür tantillumin aquà, mox panno admodum afpe--]
IO Oprimé confricetur,donec omnis arifta deci- derit, et quippiam etiam ipfius
corticis craffi fit deter(íiim;deinde optiméabluatur,& omniforditie
expureata, addantur aque libre quadra- Hi. ^ ginta, et tàmdiu claro ine
decoquatur, donec optime hordeum intumuetit, mox depofito de aMesua P ám lever.
1ene decocto, permittatur perfrigerari, deinde transfundatur, quod perfpicuum
eft, ac valde clarum decocti;in vas vitreum, in quofi quippiamiterum refederit,
denuó In altertim vas transfundatur ; quod perfpicuum eft, et relin- quendum donec
refideat ; quod pro potu in» paramus pro medicamento, aut faltem cibo medicato,
aut pro potu. Pro medicamento;aut cibo medicato, vel cruda erit, vel cocta;
Gal. cocha.Qinimó etiam coctarum alieinteoré co- (**^* étz fünt;alie imperfecte
; quz eciam magls ; && 4A. vavwe Fat ufiim duci poterit. d 1 : Mulfa di
jo. In mulfe melicrative compofitione ma: s A ; 77 (7; xima adhibenda eft
cautio: Vel enim mulfàm vj ^É pt an ''Ali0 » 3.de alim.f acult. 39. €? 12.
Afeth. cap. 3. Cruda.o -Á cds ! E, * . -Á eL. magis alvum [ubducit, munus
uutrtt ; contrá aute TLMN E . ec * minus et nutriunt, et dejiciupt, prout magis
aut minus coctionem füfceperint. Vtramque euam hanc aut meraciorem conftituit,
aut di- jutiorem Hipp. 3.4e rat.vit]. in acut.t.33immÓ 7... Gal.$. A etb.zzed. 4.
1n meraciffimam, medio. n 4»*« we S. 2 " " " . 1 $44 crem,&
dilutam dividit. Sed quanam eft mel- 77*^* lis ad aquam, quibus duobus folis
conftát mul- jin fa; omnino proportio ? Cenfentaliqui, mera- ell; 1) A ciffimam
efle ex una mellis, et duabus aqua, LE fic cenfiut. Avic. /ib. «. et Diofcor.
Mediocrem pum idi ex una mellis, et quatmoraquz, ex 4. de tuend. aud
vál.cap.6.Dilutam autem ex un mellis, et octo aquz, factà ebullitione ; et
defpumatis excre- mentis ; donecfupernatent, ex Paulo £/b.1.cap. 46.Sic vn b.
^£ ptu ex 06 Jh. cC s ^f yr t ou * Et .Sic Mefue, et Rafis 9. ad
"dIman[orem ; led: ante hos omnes Oribaf.4. Synop[eos; Cap.39. Hac 1T
communior eft recentiorumopinio. Eso verós ut veriffimam hanc effe opinionem
cenfeo. in» melicrato pro cibo fimplici . feu medicato : ita]; falfam exiftimo,
fi mulfíam fumamus pro potu: 'ad diftributionem cibi parando. Quin. ceníeos
dilutam illam, de quà 3. de ratzeze vitius ; 13] mentionem facit; eam effe
poffe, de quà Gal. 3. de vat. vicl.12 acut. 15. ubi dicit, mulfam dilu- tam
fieri;ubi pauxi illum mellis multz aquz ad- miícetur, ut aqua permeare queatad
diftribu- tionem, ne diutius in hypochondriis commo- retur; hoc enim munus eft
potüs;utpotus, non üt cibus ; ; quam fortaffe di iveríam à dilutà, de quà 8.
Metl-meminit;credere poterimus;quód diluta illa tamquam cibus effe poterit ; ex
unà mellis,& octo aqua: at quz diluta eft pro potu ad diftributionem
cibi,diluta magis effe debet, quàmutuna fit mellis ad octo aque, neque» enim
pauxillum mellis una eft uncia ad octo. Eritieitur mulfa pro potu, fi pro uncià
unamel lis viginti uncieaquæ fümant ur,pauló plus;aut. minus ; neque enim
determinataaque quanti- tas certó przícribi potett, ut etiam Galenum. videmus
feciffe 3 .acut. 13. 3. de alim. facul. 29.8. AMetb.cap.a.qui nullibi
quantitatis mellis ad a- quam meminit ; quód mellis videmus effe ma- enam
differentiam,càm fciamus, aliud effe bo- numsaliud m: idum. 3-40nt. 2.3. C7 4.
de tuend.val. 6. Bonum celerrimé coquitur, et celerrimé definit fi pumam
facere, inde minus aque abfimi- Contrà evenit in malo; et prc- I fum
effet;plusaqua a 'Inus;fimedium,medio modo. vandum eft,fi aqua forte crafficr
fucrit;ut apud lturin coctione. '[prereà in eo coquendo major indenda erit aque
']| copia, qua ab fümi poffit; quà in bonc;quód ex 'l|Philagrio colligitur,qui
referete Oribzf. s. Co/- letf.cap.17.in cofectione 2 poivelitis.fi mel craf-
ddi voluit; fi tenuius, mi- tiam obferVbie nos Infübres putealis efle folet;quz
in melicra- ti confectione fumitur, et optimum melindatUur,cüm ea aqua, ut
attepuetu r,lc nglori egeat elixatione, m el vero illud pau m antequàm illi
aliquantifper effe clixa ida um ttenuabitur,&in Sf mellis ft Gitan- im
recipiet, facil iüsqu e hy| mel indarur, 'leniméa tiam meabit. gr Sed cüm f: ;
fic cchondría peramfaccharum, ant iqu Is inCo1. dre CM fd enitu m, faltem
perfectum, noftrum in i ufüitn od Aj$* medicü, et inter delicias ouftüs
fittradvcium, ancx co mu] Iía parari poterit ? Vuq;,& Opti- ed part- 1na,
ci m non tantà poll ! immo in biliofisu ulior erit et fuavior.C extépc eat
acrimonia, ut m el, ilf aliqui;non nifi crudam mulfam ex facch laro pazari
poffe colliquatione, quod jam faccharv m.. attenuata aqu: i permeab i
hiinisarobo bus attenuatis. rur ea adhibeatur cautio, ut prius aqua clixeti Ó,
coctum fit. Ego veró et crudam colliqua i^f parari pofle crediderin., fed p
rzftantiorem éffe fue cocfa . V €octam ; quia Am cocüonem aqua permifcetnr
atione,&melius per dXpcenond rm quàm obtim.; 1 (UY 9 Cu cda ; quàm
illiindatur faccharum,& i in minori quam junii py . pitate; ita ut fepé
prouncià facchari libra aquai T fufficiat, potiffimum fi affectus non
admodumaliii a ftvans fuerit; 1n quo cafu fucci limonum non--joit nihilin
coctione addi poterit. ^^) )]; A2 5 $2. Oxymel, et Syrupus acetofus ad pen-Jn.:
paraci ra. m veniant;qui et pro pori ad fedádam fitimsdau 310 » et pro cib:
cibo in peracutis febribus, et pro medi-1u catà potione in ufüm medicum fe
penumero ve-4r«i piunt. Hiintriplici funt differentià pro varic]y) q^ de
ufu:vel enim funt valde acidi, vel mediocriter;? vel minimüm.De primo
Hipp.3.4041.26. dc fe-4 m cundo 3 .4cut.30. de tertio 3.4€4.57. locutus eta De
tribus iis omnibus Gal.4.de tuzd.val.6.d O38. cens illorum mixtionem ex aceto,
melle, et a quà ;aut faccharo loco mellis in fyr. aceto f| emm ec Minimé acidum
fieri afferens ex unà parte ace? EN ti, duabus mellis, aut facchari, et octo
aqua eDænl, De Mecium ex un ià aceti, duabus mellis,.& qua: tuoraqua :
Valde acidum ex duabus aceti. d ecu mellis, et quatuoraque. Galenum fecutus
etj, Oribaf. ;.Coll. 24. Paulus folius acris meminiifl..... lib.7. c. 11. Mefue
folius mediocris meminitij.. compofitic némq; tradidit. Sed animadverterg,,
dum,multüm i in cocturà à Grecis differre . Gad. ]enus enim ad quartam, aut
tertiam exccqtp.. debere dict. Plerig; i ita intellieendum cenfen]... donec
remaneat tertia, aut quarta pars, qv ibub. fübfcribere videtur Mefue, qui feré
hoc modi excoquit, ut pertotum forté annum confervtd tur, quod etiam omnes
Seplafiarii faciun cV rüm A rüm illud veriffimum eft ; cenfüiffe Grzcos, fo- ""tilamtertiam,
aut quartam partem effe abfiimen "dam:docuit enim Galenus; o xymcel efle
tempc- jrandum,ut vi inumibidem ; cüm autem vinum, inumquam meracum biberetur,
fed tempera- tum ; ut colligitur ex Plinio 14. AVaruralis Hiff. Wicap. ult.
Ib.2.3.cap.1.& hocipfum vario modo "temperaretur, aut pari aqu cum
vino quanti- "Rtate affump A t plusaqua addétibus :& hoc itriplici
modo i£ duabus vini tres aqua;aut u- mi vini vtm ruei ;autdeniqueuni vinl
tresa- uæ addentibus; ut docuit Plutarch. 2 3- Sympof. Meuse[?.9. Athenzus Zzb.
1o. cap.S. C" 9. Siigitur o- Ixymel ut vinum temperari dc ibba atjnumquam
jad duas tertias,aut ad tres ex quatuor excoqui Jporeft "- lioqüin non
modo du pla, aut n Ja ad lim cleri, fed tripl io;aut quadruplo à melle füpe-
Jirabitur : quoniam mellis R minus a- dqua ob craffitiem, et vifciditatem
abfimitur . Exemplo fint;una aceti, due mellis, quatuor a- quz unciz in qu:
irtam redigantur, erunt una illincia cm dimidià, sícquetota, aut penetota
"eric mel ; fi ad tertiam ;€runt reliqvz duzun- "rim,quarumuna cum
dimidià erit mel, media &ijincia erit a acetum; ncn gum ges duri imilec
erit vino; quód fi unica ex qvatuor, aut una ex tribusabfümatuor ;
optimétempera- Jfmento vini correfpondebit ; quód fi ! War decoctio cumaquá,vis
aceti et in fa flu odore cum melle " hnqvetur didiu coqueretur, mu po re,
lía fieret mexæifima . te .K » b e VM^ Aon! UA - MK, ; quód fi tam- mee
"v, yy in cra ^ . 46 evita m AAA ]- 9 quét note pode pod. Ps V. v
evæe"", e in extrinfecis erat in uft,non per interna. |! Ac Ox nei
wen m tg Animadvertendum pratereà, Pharma--| rbi 4; Copolas,ut diutiüs oxymel ;
aut fyr. « cetofüm-.| Is rela 4 confervare poffint;ex decreto Mefüz, pris a--
Galizico, quam et mel ufque adeo ex coquere;donec totajj quomod, aqua,aut pene
univerfa abfümpta fuerit ; mox i perttr,| acetum addere; et iterü coquere,
omnino quoc: aquz reliquum efta abfümentes; sícqueoxyme: non fieri ex aceto
mulsá. Vbiobfervandum. |1ii oxymel hoc ita paratum pro potu nutrien te Lin ub
ufim duci non poffe : eft enim potiüs forbitio,t: quàm potis. oxysel $4.
Cavendum prztereà,ne Medica coma] xi rix muni noftro oxymelite u tantur ad
humectani] Z0 btt dum ; cim exficcanti potiüs facultate conftet: a dd cümaquáà
carcat;in ufum tameneetiam hoc nof x p fs leote is ducitur, quod di uluatur;liquidümque,
et «a. PF i fluxile reddatur quadruplà fere parte aqua: E. aut ftillatitia,aut
decocti al licujus addità. Quar! $$. Obfervàndum praterei,in plevritide» T
"fot bi cra(fifcnt, et vifcidi humores, oxymel noo] zanbectlle " : ri
; fn m imbecilltus effe;quàm fit illud mediocreqi inaididad cut m in €o cafu
valde acri utendvr m docuerij ht »p.3 2.4C€HT.2. á $6. Obfervaridum pretereà,fi
per totum) nofirum morbi decurfum utédum fit oxvmelite; aut fyri] 3) acutis.
acetofo,neqs acricrineque mediocri effe utem] zit ac-, dum in acutis febribus,
quód non humectet comfnoda potiffimum noftrum ita paratum ; fed doce ad era[ia
"- Hipp. 3. 4CUt. 37.0tendum effc eo; in quo minii T y de Y - : J4À V^ vt
vi 6 mum CLI'A9M . cA MER w^ € h 3 zx - &* mum aceti fitadmixtum, ucmultüm
poffit hunectare.nec inteftinis noxam inferre. 57. Cavendum pratereà, ne in
oxymcelitis 5. autfyr.acetofi compofitione acetum illud acer- rimum
fümatur.;aut ex vino Cretico; vel alio potenti confectum : nam in acutis
febribus jin quibus, preter facultatem obftruc&iiones tollen
di;abftergendi,& incidendi;requirimus et lhu- mectationem,&
refrigerationem, po tiüs ficca- refolet;& excalefacere;quàm humectare: aut
fi taleacetum in ufvm ducatur,aquz cuantitas erit augenda ;tunc fortaffe
sentebaslenia des " 'erbis Galeni tolli pcffet;cóüm a.ze val.tuend.6.
voluerit; ex unà aceti, et duabus mellis fieri oxy mel mediocre ; acerrimi m
vcró ex zqualibus aceti, et mellis partibus:cüm in cófilio pro pue- ro
epilepticoacidiffimvm oxvmel ex una ace- )& quatuor mellis velit co nfici ;
miniméaci- di m ex unaceti,& octo mellis. Nificum doaceti pro oxysmnelie nó
ftt acer YImi,n6» que ex vis n0 pottne tffiano, echa ifa CM. &iffimo C
iealino dixerimus, libellum illuzi (pen t effe quidem Galeni ; fed multis in
locis depra- vatum : potiffimum cümoxymel ex favis confi- ci ibi tradiderit d.
9 oppofitum docuit (2 4.de val.tuend.6. € 2.de Fratt. 29. Qvod fi ex favis QUIS
dixerit doc ffe conficiendi m Gal. lib. dt med T her. ad Pa mbil. oxymel,1s
fciat,librum illum Galeni non effe, quod vel inde collieitur,quód diverfo modo
compofverit ibi Theriacam, ac lib.de T her. ad Pi[onemyac lib. de Aztid. Deinde
conf tat, confilium 11lud pro puero epileptico efle depravatum,quoód dies
Canicilarcs confti-, quat c E jo. tuat quadraginta, viginti ante exortum Cani-
cule, et viginti poft; quod Galeno repugnat, et Grzcis fimul,ac Latinis omnibus
fcriptoribus, Caniculares dies ab exortu hujus fideris in- choantibus, ut longi
oratione ; &" 72 Cons. lib. Hipp. de æve, aquis, (f locis, in Com.in
Probl. "Ariftorelis, docrimus . Colligitur ternó,men- dofibm effe libellum
illum ex eo, quód pueris epilepticis apium cócedendum, petrofelinutms
-abdicandum cenfet, quód petroíelinum lzdat epilepfià correptos ; cüm oppofitum
reperia- - mus apud omnes fcriptores ; apium epilepnicis obeffe,nullà fa&à
petrofelini métione : fic Plin. lib. 10.cap.r1.fic Alex. Trall.Izb.1.cap.1
$.(ic Avic. lib. 3. T raft. 2. cap. $$. fic Serapio /ib.Sigupl. cap. 190.&
Mefvezn fua Praxi,cap.16.de Dolore capi- tis. Nifidixerimus, corrigendum effe
locums illum in confilio epileptico; ut loco, seii: par- res o£fo, lecamus,
aqua partes oclo;fic enim ccn- veniec cum loco 4.4e tuezd. val-cap.6. $8. Cümin
vino concedendo in febribus, et Vin f? sotiffimüm acutis,tottantzg; controverfiz
ex- &ricitant! entur,ob varios Hippocratis et Galeni locos bus acut? ; v
ips zoterd. intet fe contrarios, de quorum conciliatione s; emdi per 755 : : fe
libi à nobis conftitutum eft, nempe, numquam "V ipuw in ratione morbi effe
concedendum, aliquando arqtiscur vero ratione caufz, et fymptomatum, tum eta
aliquando ceorum,que fecundum natutam dicuntur,& vi- concedz-. rium .
Quoniam autem alicubi concedi paffim Lar. intelligo; ut in agro Neapolitano, et
fortafle; frequen^ s, cádémque controverfià quid fentiendumffit, a s
frequentiüs,quàm debeat, atque non apparens Æneis parue tibus fignis cocticnis
eftuantéq; zgrotantes 5. 9udA-vvemes ve quàm felici facceffusi pfi viderint;
nos Infübres. 42447,/& »d laborantibus febre acutà, € malignà cmnino vinum interdicimus
; quod adeo felici fucceffü fit; ut ex viginti laboratibus maligná febre cum
maculis vix unus intereat, nifi forté, quod rarif- fimé evenit; ratione virium
aliquando conce- datur. $9. Cavendum tamen,quantum maximé pof vis »- |! fumus,
nein noftris his regionibus vinum con-. 4az ; ne cedamus;etiamfi coctionis
figna appareant ; vi-. 9Pparéti- demus enim plerofque ex quávis vini conceflio-
9! 4wi42 ne,quantumvis minimà, in deterius labi, atque en eH ^ . Y et éh9n15,
a- denuó materiam recrudefcere : quod cüm fx pé ni Teis- acfepiüs
confideráffem,viderémq; antiquos ad- dian eó frequenter vinum in febribus
conceffiffe,, dido, |! non folüm ratione virium vitalium,aut ÍymptO-. e; cur.
matum, fed enamad adjuvandam cocionem, vabcaomee Vi fud; materie morbifice ; atque
ad promovendamil- - lius per lotium evacvuationem, ut videre eft 11. 7 Meth. med. 9.5 1.2d Glauc. 1m curanda
tertiamay 73 C quartana febre;tumad fputum facilitandum, Ut I. AC4/. 22. 3.Aut.
1.C7 4. 4CHf. 37. non aliam horumaptud nos infelicium eventuum ex vini
exhibitione canfam effeconjcectavi; quàm vino-. «vsum, rum noftratium
conditionem, Rubra;& nigra vufAr«w foy - optima multa fint,quamvis primis
menfibus et q . auftera,& craffa,fed mfnüsaptaad febres,quód nec urinas
promoveant, necíputum facilitent. Qua alba funt; aut fiava, aut fünt potentia,
aut * e i imbeLN Vas ^ ^ ó1 €^ eot ue exéiu pa? n quet ^ D qua dijuatur; pel ne
itmbecilla: Potentia, quoniam maxime alba. ex- petuntur à noftris in aperto
vafe, ubi compreffis uvis reponuntursut fimul ebulliant,non permit- rüntür
tamdiu fitmari ; quamdiu oporteret ; uE debitam coctionem in fe conciperent ;
et id, ut álbo colore oculis ; auftero fapore, quem pican- tem vocant, palato
gratficentur hinc et aufte- titate coctioniofficiunt, obftructiones excitant, neque
urinas promovent, neque fputum adju- vant; pratereà veró caput petunt quàm
maxiime ; ieneis partibus validéin ipfo contentis, ob terreftres partes
admixtas : Vnde etiam primis»j menfibus eratiffima palato effefolent;,fi
dulce-: dinis aliquid cetinuerint,fübaufteris partibus cit: guftui
abblandientibus.. dulcibus duplicifapore Imbecilla veró et tenuia alba
hujufmodi funt» ut numquam máturefcant, nifi maximo zftatis calore
füperveriente, et ne tunc quidem aufterz: partes omnino co&tione evincuntur
; sicque m1nüsapta erunt et viresinftaurare ; et lotia. pro- movere:quod etiam
incommodum alterum ex- cipit, quód, ubi quafi. maturuerint ; aufterita- témque
depofuetint, aut ftatim ferà acefcát, aut evanida redda . hant,vnde ad ufüm
inepta redduntur . "dusigitur quàm maxime pueridis,maxime in acutis,
potiffimum enis, et etiam mæis in internis inflammationi- bus,utin pl
"debet, potentius potius eligaui, n malia ET. Cau60. ntür;.aut
corruptionem contrær Evitan-- B^ pud nos in febribus: evritide;viniufus; et fiin
ufum ducti 1 "ENS quod multa a-Cautio prztereà in bibendo adhibenda.
Bibende- eft, in febribus potiffimüm aftvantibus, quam. fap, en docuit
Ariftcteles 1; Problezz. $6. ut fzpe,& pau- paulatim latim aquam, et alios
potus frigidos ; ad fedan- "bdl. T dam fitim illam ex calore febrili
excitatam eon- M iria ceffos;affumant: potio enim mvlta;& conferum 5, e,
affumpta, nec exficcatas partes humedtat ; qui-. 5, c ca buseftus, et ficcitas
ineft,cü ftatim praterfluat; fori. nec fitim fedatzat fi (epis data fuerit; et
paula- tim pitiffando hauriatvr; os ventriculi; cefopha- eum, lineuam; et
palatuni, dum fenfim per eas tranfit,refrigerat, et humectatialiquà ex párte»
parictibus ; et turicisadhzrens: quin et paula- um fefe infinuansin carne
confcendit,'& venu- las exficcatas imadéfaciendo,& trrorando hume 7
&at;.. Quodaptiffimo exemplo docet :fi enim» c ri A. multa aqua.&
confertim aut decidat;maximé ft »/fe^ . ficca fit,in terram; aut aliunde per
cavum eorri- vetur., fuperficiem terra non permeat, fed prz- terfluit,nullam
noxam ducés ; at fi paulatimaut decidat, aut deducatvr, füuperficiem paulatimo
madefaciens,& ócclufos poros aperiens ; viatfiz fubfequenti ad
penetratiorem parat.]Id veró zepiba intellieendum eft deaquá in potim affumptà
gt ad fitim fedandam;non veró de eà,quz in multà quantitate affumpta ad
exauneuendam febremo ardentemaffutnitur,quz et multa,& affatim eft
affumenda;fed de hac rezz Cozz. noflris im Probl. 4 wel illud, quidauid
dicatadverfus Ariftctelem Hie- Mie S ua remias Triverius zz lrb. Hipp. de vitu
idtotarum.. ved. 61. Quamvis fomnus in acceífionum febriü ES v1 omnium E utens
p 7 E Suc P AI á S»m»»us Omnium principiis, confenfii omnium Medico--|
aliquando tüm, et mulus rationibus id perfuadentibus, fic] ^" in prizci--
fueiendus, animadvertendum tamen, aliquosi| ^ pio 4t'«[i? teperiri,quiadeó
fenfu exquifito in mufculis, &] /! nf "C esrpofis partibus fünt, ur
faperveniente effifio-| Pind ne materierum acrium ad illas partes, unde ri-| i
Tm" --gofem illüm concuffivum fieri Medici omnes: profitentur, tantis,
támque magnis doloribusi| 4! conficiantur, ut vitales vires profternantur,
&&| |! mots fepenumeró fubfequatur; iniis non folümz] UU in principio
fomnus, eft avertendus, fed potiàss omniingenio procurandus, ut fenfus ille exqui--
fitus retundatur,aut fopiatur,rigorque;& doloij 5i mitior reddatur. Somnus
62. Somnus in febribus potiffimum acutis, ff; immodt- -yyodum cxcefferít,licet
majori ex parte malo &«) 74/1? ^ erotantibus cedat, et proptereà fit evincendus ;) i
"aq : quoniam tamen,ut omnes alias à naturà factat! € " 2 : ida
€vacuationes cohibet, ita eam;quz perfüdorem] i fit, omnino promovet, fi in
fine ftatüs univerfa.]. i lis febris,ant in declinatione fapervenerit, eciafí
temporc modur excefferit, ita ut decem, aut e) tiam plures horas perduret, non
eft impedien«] ju . dus, potiffimüm fi indicatorià die imminere crisd i fim
perfudores commonftrarum fit:fit enim fæ] or penumeró, ut promotis per longum
illom fo;] mnum füdoribus ex univerfo corpore, et ex illeéd! ti /ode)e ves
lomno inftanratà naturà,& morbus fo]vatur, 8& nes eger convalefcat :
coenofcemus autem ex fienisdi i) * prafentibus bono ceffurum hujufmodi fomnum]
vornvwté $4. :, 4n T /^ -. longum.fifine tertore fit, fi lenis, fi denique il]:
t lum / Ó oil . y jum non imitetur, qui in lethargo, comatosisve affedibus
paffim confpicitur : Videmus enim, aliquando excitatos zerotantes hujufmodi,e-
tiam Medicorum confilio, impeditos in hujuf- -4r modi evacuatione recidivam
feciffe . Proptereà cauti maximé in hac re Medici effe debent. 63. Inaére frigido
admittendo in acutis, et 4er frigi- zftuantibus febribus,hec adhibeatur cautio:
Vt 4us acu? pro viribus frigidus quidem ær ambiens in cu- febricitan biculum
admittatur, et procuretur, utomnino tibus quo et infpirari poffit, et interna
vifcera xftuantia, "ede ce» refrigerare, et faciei oblectamentum boc
affer- eedendus re ; reliquo autem corpori ne nudo obveniat, omnino cavendum ;
quin ne etiam nimis tenui ftragulà;ac pervià operto: circumverfante enim acre
ambiente frigido aut flatu, et calidus va- por, exhalatiove,quz foras
perfenfumeffugien . N tem evacuationem promovebatur, ad interiora ^4? "
repelletur, et pori cutis pervii fcrtaffeadftrin- gentur, et internus fervor
adangebitur : immi- nuenda quidem in augmento, et mæis inftatu zn v^ erunt
cooperimenta, ut zftus ille imminuaturz ewe per univerfim, et natura
inftavreturàtantola- ^ bore; at fenfim id fiat,neque eó ufque, ut illa in-
commoda feqvi poffint. 64. Non placet tamen eorum confüetudo, Nà zii: qui quafi
eeris vim inferentes, plàüs nimio coo- cooperien- pertos,& ftragalis
obvolutos tenentfic et tran- 4; fregu- fpirabile mæis corpus reddere cenfentes
poffe, ^ 4c? et füdores prómovere : cüm alioqüi illud ni- f'^rieiran mium
effluxum fpirituum efficiat, et fübinde, '^*,, D 4 V)IeS eH) Viresimbecilles
reddat ; hoc autem violentiam naturz inferat, et aut ctuidum humorem extra-
hat; aut qui per alias partes exitum fibi quate- bat ad cutim vi quádam ;
naturá re pugnante s attrahatur, xc ELA LVDOVICI 4 PPTATITII.-. Baimaduerfi
ionum, et Cautionum Me- dicarum, diui Eas comprehendens ; vorige A2 Qua ad
Pbarmaceviscum negotium pertinent . e Ep Vamvistáquam veriffima fit Hip- Medica
pocratis fentéuia, 2.24pbor. $2.O7- materia "ia [fecundum rationem
facienti. [i nom mutáda s [nccedat
fecundum vatioriem,non e[f ^ tranfeundum ad aliud fiante eo, quod e principi o
vifum ef? . Cavendum tamen, ne diu- tius in eàdem materià medicá infiftamis,
potif- fimum fi in alterantibus verfemuür ; fit enim fz- penumeró,ut, dum longo
temp« re eodem remé : gue Pm dio utimur,natura illi affueta ita illud in
alimen/Æxsa Área. tum vertat,ut morbificam caufam evincerenon 7
valeat;potiffimum fi alexipharmacum fit; pecu- harique qualitateagat.
Immwutanda ieitur crit materia prafidii, et quantitas etiam ; quz adeó Certa
przfcribi non poteft : hac enim ratione et '| vii cxiftimationi noftrz
confülemus,& eegros obfe-qj quentes magis habebimus;ne tamen id frequen ||
ii tds fiat,ne ignorantiz notam per inconftantiam || i fubeamus. Puean- 2. In purgandis
humoribus per medicamen- |. dunagrg tum five [entens, fivefolvens ;ut multa
funt à irte. Medico et animadvertenda;& przcavenda ; ita exptd't,"
huic noftro Cautionum libro minimé inferen« q«o»do da,quód regule, et canonesilli
non nifi cautio- *45f? nesomnesfünt, quibus Medicum jam bene in- £derit«
fitutumfü pponimus : hé igítur in immeníum (ec e A erctef. cat liber, folüm cum
Hippocrate ;z fræmen " eile 4. t0 Ib.de medic-pareantibus,ilud
admonebo,;4ebe- TT re AM edicum pre[cripturum phaymacum quod far- frm» vel
deorfira purgat, prits £m '€YTOGAY€ y HHTA alias phavmacum pureans bau[erit ;
Cj num alvus ex pur eatoris deor[im f actle fe fol'vat, ac cst oberug
Parsvelporius dura fits hæc enim erit cautio pur- € l "T : 4 AFEA CIAM 1
gatorla 1n metu hvpercatha 1COS, ut naturam /!| WU eoo, e. on epa 1 tí peculiarem
cognofcat eerotantis,cümnullisno- tis idiofyncrafia cognofd poffit; quam fi
cogno-7. Ícere potuiffet Galenus, fe zqualem ZEfculapio cenfüiffer : adeó enim
aliqni faciles ad folutio- nem funt;ut vel primo pharmacorum odore tre- .oa,,
Pident, atque in fluxum folvantur ; aliiita duri: alvo fünt, ut vix
ullisremediis alvus refpódeat;^ fic enim ant mollioribus, et levioribus ;autvæ
lentioribus uti poterit. Purtame 3. Atfinüquám pharmacorum alvtm fübs |. dum
inter ducentium ufumfe inüffe affirmet, rum demum exquiANIM.ADVERS. LIB. III.
f9exquirendum, num, dum fanus effet,officii me- 7?s4re o mor alvus füerit, pro
conditione rerum affum- ertet; 2» ptarum, et numà pleniore cibofe in fluxum ef-
!riea fit fundere alvus foleat ; fic enim tutius zgrotanti pr confüleré poterit
Medicus. 4. In lenientium medicamentorum ufü, cüm LexientiZ videam Medicos adeó
diffentientes,& in quan- «f ati- titate; et in hora exhibitionis,&
inintervalloab !5s:?ri» exhibitione ad cibum,concedentibusaliquibus, 4?7mer-
puta, fucci caffiz ad minus unciam, tum et fe(- *91^?^ quiunciam, vel
electuarii lenitivi, vel dia pruni, per horamante cibum, et hunc potiüs matuti-
num, quàm vefpertünum, ut fomnum fugiant, quem poft medicinas imbecillas
fngiendum;au- &oritate magnorum virorum omnino probant, Je esce vc] eà
ratione, quód perfomnum et evaciatio-e Certo .| nes perfeceffum impediantur, et
medicamen- - tum naturz adeó familiare alimenti naturam. fübeat;quod in Italis
Medicis Francifcus Valle- riola;2.Ezarrat. c.$. maximé reprehendit: Nc- cantibus
aliis; aut hzc in principio morborum. effe concedenda;aut fané admodum raró;in
quo ; numero Mercurialem noftrum effe video JEgo ww ^^ de hacreita cenfeo:
Infebriumemnium, &a- liorum quoque morborum curatione,majori eX ;», (5,45
parte ab initio lenientium ufüm convenire; et UA wav excrementa;in ventriculo
contenta, et in vicinis |.,. A 7... partibus, evacuentur, et ut commodiüs,
fecu-. riüsque incidentia, tenuantia ; et abflergentia,, auxilia in ufum duci
poffint, fine periculo ; nez crudi fucci ad intimiores partes ducantur. Quà NOS
oe) : gras * mo lHh e urhe Kata VeTO quantitate ; diftantià à cibo; et dt
tempore ?. Sané nifi cautio adhibeatur et diftindo, in errore verfabimur : Aut
erífmin» T bs. princpio morbi ad. prefcriptum ufum exhiben- dz,diffg. tU; ut
progreffu morbi;ut alvus aliqua dejiciat éio. Andies,cum enemata, » quód aut
renuuntur, aut . leduntautnihil fübducunt;a aut alia causa; in u- füni venire
negueupr d 1$1 ob primm occafio- nem, et ad unciam, et ad id fefquiunciam
concedi zx. ; debent, et a aliquanto tempore ante cibum ; et potiüsmatutinum,
quàm vefpertinum tempus eligi debet, nifi aliter acceffio febrilis perfua-
deat. Colligiturid ex Gal.2. Ze em facul. cap. 31. de moris, mox etiam de
prunis agente, ubi alt : dl vups pruna movent,, Sinai f f prandium gon ftatim.
fed aliquamto poft in* ervallo inchoetur, capo t[ola comedantur ; hæc enim
communia, omnium laxantiumm przcepta meminiffe opor- Lax Iet ; ut enim
perfeinexiftentia excrementa fub- vunt edi qucant »fine cibo per fe concedi debent;ne
veró, tmc)en E ' cum naturz ea famil liari ia fint, 1n aPRSCHÉ Ver- E d «t
tantur, non multo poft cibus eft 4llis concedén- d Dx 4t - dus;ne veró
fomnuminterrumpant,dum alvum (s das p ád excretjionem movent.;c rd poft
quatuor;aut fex horas fieri folet - po tis ante prarídium erit Deb; .
exhibendum. 1Q: [Quod fiad ex xcrementa,que in. rsen jnteftinisa lagregaptur ex
quotidiano cibo,füb- ducenda ex thibe atur, cüm ld fepius fit oriítatt- we dum,
multó min or copia Mloru m erit conceden- da, puta, f (cmtu [uncias antea
deachnges dein facile folubili, &e2 quidem. jim- mediate (WW dd 4 121] /Á,
)1l eAVO (6: mediate ante cibum;vel cum ciboipfo;& porius; cum cana,. quàm
cum prandio: ficenim cibüs : emolliens;& lubricansredditur,& ferculum one
Jtvculn lud hquidum;aut ju fculum medicánmientofa m. UPC OBPINT induit
qualitatem lubricantem ; et felectaà nüs- turà parte nutriente, reliquum, quod
adanteftis: na transfunditur, et fxces contentas emollit; et ^
tunicasinteftinorum lu bricat neque .cruduma: fübducit; quoniam ; cüm naturz ea
familianas fint; illa non averfatur, aut cum crudis expellit; fec d co
ncoctione faétà, quod familiar '€ ma91s at aahit,reliquum.cum ex 'crementitià
parte ádin- teftina pellit; quod cum non fiat ; nifi celebratà : coctione ;
poft fo mnum folet fiéri : et vut millies p Jy OMA e2o ex pertus fum, et nof
ftrates Mc dici meoe exg« "2 Ja 1o cognoverunt ; hoc modo au t famiuncià ;
aut ctia un duabus dr achmis fierenumeró 1pajor ex- dg tetas crementorum copia
educitur, quàm cüm uncias ' &e etiam fcfquiuncia per horam;ut moris eft5ane
te prandium exhibetur : fomnus potius adjuvat: coctionem illam ; et
lubricitatem ; quàm impe» diat. Neqtie interrumpitur, quia quantitate» à tardius
agit,& non nifi poft cocticnem . Auctos - A ritas illius fententiz-&
VaHeriolà adducz ; aut. 2^* de primo modo exhibendi ea intellivitur ; vel v m
potius deveré purgantibus debilibus; de PME alis. G. :Ab affumpto autem
medicamento: veré 1 viec d * purgante;an fomnus co ncedendusamrerandüf- ZU AN z
91272 '4 vefit ala eft ratio ; neque unà refponfic né po«^ 4072 b] e?
eftíausfien ; aliterepim eft agenduniin medime quands. CoIento ; utenchitt
«améto lévi;aliter in valido:alia eft ratio, fi me« dicamentum fimplex
fitmedicamentum, alia ft venenofi infe quippiam contineat, ut hellebo- rus,
Colocynthis videntur : neq; idem imperan- dum.fi liquida exhibeantur;autin boli
formam mollioris, àutfclida concedantur, quales funt : pilulesfiex ex
blandioribus fuerint, et 1n formá li- quidà, vix eft füperdormiendum, nifi
ventricu- lusadmodum imbecillis fuerit;fi bolt molliores fuerint, et medicina
fatis potens ; aliquádiu fu- - él mela perdormire licet, potiffimum fi
naufeabundus emi 9 fit eær,aut debili ftomacho;fic enim faciliüs ad potnded
actum ducuntur, et non evomuntur. |A pilulis " £^ * optimum eft dormire,
et longiori tempore, ut PIS etus colliquatz, ad adtámque deduciz, facilé sol i
- D PUS fuum exferere poffint . A valentiffimis au- E tem medicamentis
affumptisjin « quibus virulen- ti: nonnihil ineft nullo modo dormiendum.
ceníeo, nevirusad principes partes, et potiffi- mümad cor per fomnum means, qut
ad cerebrü vapores transfufi nóxas pariant in&mendabiles . yin m Malé iis
confülitur, quibus ab affumpto -aMfumpto, pharmaco,;ne vomitus
fuperveniat,calidi panni 2e / 07A 7v M reet n - p 34A / 7" zeli cs hoc
autem et calorem naturalem à loco avocat, lida sop G fa penumeró flatus
excitando ex materià inis fentappli ventriculo contentá naufeam promover. Gulz
canda. igitur, et ecfophago potiüs frigida fatim sdmovcri debent;ventriculo
autem non r.ifi cüm dif- ficulterad actum deduci peteft, aut dolor à fia- ^ £u
congula y ant àut gule,aut regioni ventriculi applicantur ; il-. y.gioni yg 10d
enim potius vomitum trahendo conciliat. Concitatur, calida applicenuir.
Cavendum autem femper;ne calor excedat,revocatur enim -.| potiàs fic natura ab
opere. 8$. Cüm Hippocratem viderint aliqui ab ex! J| hibito helleboro, aliove
medicamento validio- rl,cremorem horde! exhibuiffe, E reliquie,fi ul quc adh
xererent medicamenti eefophago, fupe- ricribusq; ventriculi partibus,fü bh
erentur,aftüsq; ex medicamenti vi in ventre productus 'reprimerentur ; poft
quodcumque medicamen- !tumaffumptum poft tres horas, fiveevaciare, jam
ceeperit;five nullus adhuc motus fiat;jufcu- lum pulli propinant; adjuvari fic
cenfentes opus medicamenti. Quod
omnino cavendum ceníeo: ficenim medicamenti vis hebetatur, aut preter rationem
actio medicamenti confunditur. Ino ^2e44- aod un fine fané evacuaticnis fiquis
id pr rxftiterit, opa- me illi confulttim cenfeo;nam et fiti ccnfülitut, 5, -.
et reliquie medicamenti, aut humorum fübdu- cuntur, ehuitur ventriculus ; atque
vires aliquo modo inftaurantur. 9. Purgante medicaméto dato, fi fpatio qua-
tuor,aut quinque horarum non dejecerint egri, nec bene;nec tutó clyfima 1njici
poteft; quod paf- fim à Practicis fieri video; nam diftentis intefti- nis
pharmaco, ac ruentibus füccis ;aditu prohi- betur remedium; ;fepéque deorfum
pellente na turà, et furfum propellente clyfinate, pugnà ex- ortà,dolores
concitantur maximi, et aliquando volvulus.promovetur. Glandem ieitur prafü-
terit ex melle impofüiffe cum fcmidrachmá fà- lis, Pbhartna- €0 nj pto . son
femper in- fco p tres Loret exbsbéda. HH eth . Mu 8U.A. oí " € tædia.
PLarz;-- co no €? CHante s, chos 20 " dé sm, Jw Qo df. Cun m o $2 C^fA64
lis, fellis bubuli ; et fucci cyclaminis ; aut cum pülvere
trochif&orunvalhandal, fed cum filo . Quód fi clyfma indatur;fit acre quidem; fed fex«. |...
folüm unciarum. Praftattemen id promovere. |; cum hauftu octo;aut decem
unciarum juris pul-: |.., Ii;addito faccharorubro ad:dvas uncias; aut un^ |i.
ciàaddità mannz; aut fefquiuncià . : Vomitus ^. 10. EO ufque mollicies noftra
pervenit; ut: quet-NOmitivorum ufus feré exoleverit,ut vel eam ef^ 1 plex,
q'ii- fe caufam etiam credam ; ut raro rebelles morbi j.. £4; » C A nobis
evincantur;ne tamen id fineanimadver- . |. 4775? fione relinquam ;
animadvertendum ; cümdu- j. V^ uley fit vomitus, arte procuratus, Vniverfalis
u-, sese Dus; quototius corporis conipages, fi quid malt"
concepetit;evacuatur pervomitum : Particula- ex eactrisalter;quo ventriculus
autà collectis per fe» . excrémentis infe,autab affufis aliunde ;inani- tur...
In primoillo exercendo;cavendám ómni- no effc hyemem dicebat Hipp. 4.
Z4pbor.6.quod. «c cim czaffi humcres tunc exuberent ; et viz non. fintaperte ;
corporisque compages denfior fit ; juàm ut locum humoribus attractis concedat,
difficillimanireddunteam actionem;fecüs eft,fa. J. vacuare humores per fein
ventriculo ratos ten--. taveris : frequentius enim id przftare debemus |. ^ .
hyeme; auctore Hipp. /ib. de [alubr? Dietas quo- p). " mani inquitjboc
tempus ad pituitam f ecundins eft; V7 et quamviseo tempore ventres ftatuantur
cali. |. dicres;r.2fpbor. 15. quoniam taroen pituite me-.| tropolis ecerebrem,
ob aéris frigiditatem 1naXi- || iné pituita abundat; unde defluxus illius ad
pe- || ER Kus» bs étuss et ventriculum ; ideó vomitus hyeme ma- 21s conveniunt
blandis iis avxiliisqua naufeam promovendo partem illam folam poffunt eva-
cuare;ut docet Ga ld. $. denfupart. cap.a.Atfi he- pate fe exonerante, bilis
recipi turin ventricu- loquod ex amarore lineuz, et aliis confpicitur, quovisid
anni tempore ex eniat, evomi poteft; licet frequentius id eveniat xftate . 11.
Numquam tabidi;,aut in tabem propenfi Vemitz: cvomant,fi fieri p offit, fed per
infer DONC cag tabidis i- tur, ob graviorum fvmptomatum metum. nimtcus. 12.
Cavendus itidem eft« vomitus,quibus ca- ; 11 E re eren m put c tolet; nifi ex
recrementis in ventre collectis quibus no id fiat;a ut quos interna ph leo:
'neobfi idet;aut COWUeIT . qui laborant moleftà aliqu à ham )ptoii 1, aut O-
culorum morbis ; lipothy miz,aututerinz affeCüoni expofitis etam 1ncommoda eft
vomitio,; ut et 1is,qui fracto;nau ife tiri ndoque funt ftoma cho, et denique
cob ptis, et morboexhau- füus. Eoufque progreffa eft hominum tnolli- P2area-
ties,rt etiam in medicir is pureantibus affumen : ca vefrige disvoluptatem
qu£&rant, dum illas frigidas a- '4t4» vet ctu; quin etiam.fi Deo p
;lacet;glacie refrigeratas tlaciata n expetant,.X fzpé ab adulantibus Medicis
con- "Je c? cedantur, non animadvertentibus, et multum NS L de naturá
proprià per: glaciem corrumpi i,igne: as partes, in quibus maximé purcandi vis
ine extingui, difficillime ad actum deduci, dolos res fa epe excitari, tum ex
frieiditate; cum diminu actione medicamenti;& fe penumceró adl j: L h uinc-
humores in ventre cexiftentes,.dum adhuc denfat magis,contumaces etiam nimium
reddit,unde.» repugnamus actioni medicamenti ; indéq; tor-: mina,&
inteftinorum dolores . Phawnz- 14: Cüm noftris his temporibus,quibus Chy eor vali.
micis, et Hermeticez Medicine locus fepé datus dorum p eftillud inoleverit, ut
extracta virtutum medi- vinum, camentorum perinfufionem in vino;aut in aqua
aut. AqHÀ. Nitze fere fiant nifi diligens cautio adhibeatur, U/'4 eX"
errores fequentur inemendabiles: ut enim con- MK cedi hocutique poteft in
medicamentis blandis, lofa- et placidis;ut Senà,Ágarico,& fimilibus;ut etià
in fimpliciter alterantibus ad calidum:ita 1n venenofis,& fortibus non
femper eft tutum,;ut it Colocvnthide, Turpetho; Cataputià, et fimili--] »"
L L] . M bus;vis enim virulenta altius permeat,;& cordis] palpitationes
producit;aut fi virulentia non in- fit; fed mediantibusieneis partibus
vehementiam habeat, adeó medio harum mæpnus vi-] gor illisadditur, ut
füperpurgationcs, aut fané dyfenterias efficiant ; fitísque tanta exci-4 tetur
; ut difficillimum fit huic fymptomati oc-4 currére. nLabarha 2000s Quinimó,
vel ob hancipfam caufam aliá info qua funt etiam blanda medicamenrta,qua quód »
vino ex igneis maximé partibus conftent;ut R habarba- Eris k Y^ 2 llc i -
bibita fe-. Yum, fiinfufione facta 1n vino concedantur, fe. ; : »WE- "
bres exci- bres fepenumeró inducunt non parüm a ftuán t4t tes: irrorari udque
antequàm Infundatur R hat... barbarum debet,ut ignez partes terreftribu] multis
admixtz quodammodo ad füperticien trahana ie Re i P QA í trahantur ;
atinfufioin vino facta nullo modo laudari à me poreft . In. componendis
formulis medicamen- Pjarma- torum diligenter animadvertat Medicus, ne ea «4 d
mi« miíceat,quz multüm tempore differant in ope- frétur, fint ratione ede *ndà,
i ta ut unum ex iis fit, quz non, (* 75 2"4 nifi longo pófttempore et
humores peculiares 42^" fé OCC WIOSS: Pp re agite et attrahunt,&
fübducu nt; ahud ex uis; quie ve- locifiimé eadem praftant,ut fi quis
electuarium ex ficco rofarum cü pilulis maftichinis mifceat: quoc d enim citó
vires fuas exferit,i jinteerum füb-- ducet medicamenti im tardius ad æendum,
aut dum vix 1d humo res peculiares ag 'creffum erit at bali iere,sicqi ic
imperfecte rem idrieb Unt actic- nes medicamentorum, et tormina in inteftinis 5
ac dolores exorientur., 17. In pilulis concedendis, et fecundum ma- Pilula
Inem,aut parvitatem efforn andis, ma- quando " da eft cautio : fi enim à
capite, aut »magza,et longinq s partibus attrahere deb ent,craffiores qwando
mao páttyd ine formari debent, ut diutiüs in ven- ^orve con triculo
firmatz;& valentiüs $, et mæis à lo nein- ortén Otis attrahere poffint :
atfi ad excrementa fo- /!!If« pre lüm, qua füntin ventriculo, e XC utienda
voten. CAPMems 7 7s din Lorej, pro tur,ur folemus de pil.alt ph anginis,«&
aloe face- sdiadeula rc, minutulz femper effe debent ; utnon diuibi. hare ant,
fed qui àm primüm abftereant ; fic ad iium cicermm magnitud Inem eas pilulas
exh ?221720Y € $a bemus; quamvis ex aloe lotà cenfeéke pilla a- liquanto
craffiuftule concedi poflint, qu3m 1c ex non iota:cim erumrcbvr vosti2 Ra ; i
p. lil Pilula va ld:fima f 7/774 WO fmit. ma£4 Ciyfieves p £7 29 211 Js no f '£
[24 HY» HH Í indaut 5 yfeeres ? pragna ^ 2207 excedant « Clyfteres, por . laborant
bus ventb. [;2t
parva 8 ille foleant;aliqua mdiu etiá plàs reuneri debét. In validis veró
pilulis concedendis,nimis magnz fünt vità ande: cüm enim non nifi longo tempore
evincit à calore noftro poffint, atque» colli iquari; diutiüsibifirma tur; unde
nimis macna fzpé fitat tractio humorum, unde et fuper- purgatio. 19. Dealoes
frequ entiori afu, deillius affu- inendi cenfuetu dineà con 3»de ejufdem quan-
titate maximé varià, ac de ejufdem i in (cbtibus ufu,cautiones pluresaut
hic,autin aptiorem lo- cum erunt ad dendz,defcribende eodem ordine quo fu
perius (criptz funt. :o. Declyfteribus hz fint cautione s Ima, in eravidis non
mu Itàm frequens fit clyfterum ufüs: fi Veana ge e e fint, progref fi teitifo:
ris per communicationem partes uteri, et adja- entes nimiüm la bande hinezid'in
ferna reple- tus uterus prol abitur; fi acriores veró fuerint. et fetu noXxas
afferant magni momenti,& ex pref- (ii, quem in ducunt, prolapfum excitabt
partis, et fxpenumeró 1 cmorrhoidas maximé mole- ftas producunt " 21.
Ingravidis ?randiori feetu clyfterisnon multa fit quantitas, preterquàm enim
quód có- primit foetum, flatim quafi etiam comprimente feetu repellitur.
Renibus calculo ; vel infífammatio nela$55 PD LI, borantib us, parve itidem
fint quantitatis,ne repletis nimiàmiinteft inis compt imendo dolorem
adausgeant, In prepingvibus non multüm calentes r, pay pesada folent enim
inteftina habere fenfi ma- guibns, e ximé prædita ;ita ut ab injectione quafi
fübitó ;zzefhinis expellantur fine utilitate : hoc veró 1n omnibus subi fea
obfervetur, qui exquifiti fensüs habét inteftina. fusselyite- . In quibus
flatibus maximé inteftinatur- 7*5 7enim ent,qui enema injicit, blandé
admodumidfa- ^4"'w m neque cum impetu propellat ; inangvfta e- quens '
calentes e nim loca pro pulfi venti niln n mdiftendunt par Initcflinis 2 eS,
atque einde dolores Ízpenu meró v ehem Cn- turgetib? tiflimi et excitantur.
flatib. cly 25$. lantumdem damni iis evenit; qui et plus 62; LZ n1mio duratas
feces in inteftinis habent,quíaue 42 inácié inteftipna iis nimium repleta
habent; pavlatisns di. enim em ollise illas dcbent;atque mibdsacti qua-
Clyfferes titatc indita, et blandé admodum. violenter. 216 Ch 3 res,quos ex
malvà, alrhzà,mercue 79? s: riali, violarià, betà, et fimilibus decoctis parant
ciédi que Dhn: I TN DS OUS ffinis fece patiim Ll'harmacopcla quos Ccmmunes
appel$ al. ai. vcpletis « lant, vel- hac telis ne femper fü n ectos habui,
"prs, Bey iz. quod decoctum 1llud p: v- tum diu tius Confer- (25,55 ven i
Gc quamvis cleo diutiüis fervare incorru- incommq- hujufmodi decocta
rrofiteantur,fi tameno da. affim« cl ervaveris,putridas& malé olentia ef-
fc coencfces : quo nidore fxpenumeró uterus in mu heribus commoveri flet, in
aliis dolor capi- tis excitatur. Qvare pra ftarct mulsà bene mel- lita; et cleoid
pra ftare ; aut ex urinà cum melle defpvmato.& o leo e dem praparare, aut
fané recens fcmper decoctum 1l lud parare. 27.. Magis veró iidem cavendi erunt,
fi addle 4Jisd go Ea tà un 70 LVD. SEPT ALII MEDIOL. eumdem, tà uncià caffiz
fiftulz, quam vocant, aut diacaí- incomto- (iz; pro clyfteribus parentur : eam
enim paffim» dum. |." parari fcio ex recrementis caffiz abiutis face a-
liorum medicamentorum exoóletorum, et fyru- pis jam corruptis loco mellis, aut
facchari;ut fe- é et magnos dolores inteftinorum inducant; inalvo folvendà
nihil proficiant . Clyferes.
28. Quantitas enematum major fit in mulie- pro mlit- yibus. Oribaf.8.Colle&f.cap.24.funt enim ventri-
ti^45 44À. cof v meis,& ventre capaciori;ut cüm uterum. Htate T^
ferrentminüs premerentur . af 19. Salemrecentiores femperadjungunt, et $al
clyffe- a a [ .O v ribu: 45; f quis 11lum omiferit, tamquam fi piaculum»
indédum . Conuififfet; derident,fed prater ufum antiquo- yum,& rationem:
quoniam illo addito non d1u- tiüs detinetur; cüm etiam per noctem integram.
aliquando probé detineri fcribat Ætius 7 er. 2. fer-1.cap. 129..., Clyfferi-30
In puerorum clyfinatibus olei ufüs intet- bus puérá- dicatur, et ejus loco
butyrum füccedat ; ne ver- "i ole nó mes;fi qui funt;(urfum
ferantur:sícque Sebeften indatur. juri,autferoincocti maximé erunt ex ufü ; ex
Paulo //b. 4. cap. 53- Clyftere ;1. Vt ante vene fe&ionem optimum aliqua-
in indéd^ do eftalvum clyftere evacuare, neinanitz vene jid /*- crudamillam, et
feculentam materiam ad fe» P072 V 7 vci bant : ita non placet ftatim fere ab
injecto iln4) QU& 6b f: er VAMA . lo venam fecare: praterquàm enim quod et
fri- gore tentantur aliqui ex furrectione; et aliis de- liquia animi
füperveniunt ; fit etiam fzepiüs, ut naturá adminiculante, noa femel tantum,
fed bis, ter,& quater,& fiepiüs dejicerefoleant: un- de aut in ipfo:
fedtionis actu alvus perturbatur ; aut edam artifex in ipfo dejectionis actu,
ne» tempus conterat, ob lucrum vena fecticnem. exercet. 32. Cüm morbus caufe
implicetur ; cave; ne Morbs morbo evincendo infiftas causá poftpofità ; fi e-
caw/e com nim illud primó tentaveris,quamvis interdum. ?!tato, mitior reddatur
morbus;manente tainen caus, ^^^ vm aut non evincetur integre, aut fané
renafcetur fe T proximé majori cum periculo. biens 33. Incaufisremovendis,
externa priüstol- Cawfi; latur, fecundó antecedens; tertió continens : fi-
"mitis bra quidem cüm alia ex alià nafcatur.nifi in iis evin- tibus,
cendisis ordo fervetur, fruftra quod primó ex- € ie petitur, fed poftremó
intendimus, nempe mor- ^ ' itd bum füperare;obtinere tentabimvs . aL dai- eon
In comnliran diete endis ;4/ ferv&dnis 34. in compiiceus morbis
removendis,fiita ^, difiideant, ut variæfedes occupent, nec unius,,,;. 5.
curatio alterius curarioni officiat, fimul curari, plicatis et eodem tempore
poterunt, atit etiam diverfo, morbis y neque multum refert,ab utro curationem
exor- quomodo diaris. procedens 3$. Siveró unius curatio alteri incommodü 4v.
afleratrmaximé erit cavendum, ne dum vni ftu demus affecti, alterum exacerbemus
; SOUUNU. "rt merece att e15qui mæis ureet,miaximé infiftemus;alte-
?"!r25 - CDM AF $i " quomodo ro nén neglecto; autfàné (quod
potiffimum ob- ELE fervabitur,ubi zqué vrecant) otique mediocri-,,, tate
quàdam, et contratiorum permixtione erit fuccurrendum. A E 4 36. In rra 2&.
: ; 31^ Rd Y "osi 3» multis. 36. In decernendá remediorum copià he fint ji
remediis animadverfiones .. Prima 1n levictribusmmorbis jiu gio proct- par fit
remedium, ac (emel, universimque mor- :| é^ dendum - lumfübmovens; cüm enini
leve üt ; nullam na 115 ture viminferet. 2 nu Extrebis |. 37,
Atincxtremis,& periculofis morbis lineal morbis [^ eunte morbo przftat
valentiffimum aádhiberea 55i 2 7, remedium ; quia cim mortis immineat pericu-i:
yep lum;nifi univerfim remedio evincatur, præt pesi? rendum. CC in mortem
agemus . Hinc extremis morbis: ni extrema remedia adhibenda ; confülebat Ferdi
Mobi Ppocrates. auediotri- 39 Quod fi tnediocres fuerint.fenfim,& blà-4ic
bus las» dé melius depellentur; niillam enim fic contxa- ga d? occuy- rie
qualitas noxam corporiinurent. INec ta-4 rendum. ynenádeó lentz eorum
remediorum vires effe nte debent; ut illas morbus non fentiat; exafperatulfo
ixi enim fiepé morbus ; et acerbior fit; cüm morbüs €4lid; fo- talia remedia
facile füperet . ius nólon 0:39. Tn fovendis externé partibus, üt incaleej n go
tépore lcant; prudenter fe cerat Medicus, ne diucius 1r i» ufum utatur;fcripfit
enim Hippocrates: Calidüsfi quii ducendi. diu,multimq; eo utatur,zgris damnum
auget carnis effoeminationem invehit,laxatis. carnium] fibris, diffipatoque proprio
carnium pabulo; 54 indu&to humore excrementitio;unde etiam nerun voróm
fequitur infirmitas ; nà eorum robur in.Ji mediocri confiftit ficcitate .
Cerebri quoque affi, fert ftuporem,nam fensás,motüs,cmpiümque- Jio; cerebri
a&Hionum quafi refolutioné pari et hæ morrhagias concitat,laxatis
venis;& fanguine Jh. | fufos wj ma itf fufo; et lipothymias; diffipatis Ro
paient) &reil folutis membranis, qua mots 1pfa excipit. At veró nec multim
f rigidis diu utatur ; i| nam frigidum;ide manquit E Hippocrates, fi quis
incófideraté €o utitur, fpaífmos et r19i res affert; nam exitu omnia corporis
inquinamenta prohi- 1l ven et ofhibus;ac cerebro bellum indicit. Ad prohibendum
faneuinis flixum ubi- i] que osos frigida; nifiin pectore fue- sl zit malum:
fümmé enim frigida pectori fünt inimica; etenim fanguinis, et fpirituum vias
in- tercipiuntjlp fiüfque thoracis naturan n,que carulaginea eft, labefad ant ;
quod multo calore atad v Ita m fo )venca lam ^ 42 In yehem 1enti sok ^: vel ex
multà copià t C aig CCurrat;cavet dotspnerni ident O- ij rusutamvur;fed noni
mihl. eorum,que diícutiünt, eritadmifcendum : quz enim adf'rinsendo re- 4
pellunt, cum tunicas ficcando exafperent,majo- d rem inferunt dolorem, hinc
potius influxum. j| augentsquz v« TO ÍO là refrigeratio ine id przeftat, 4d.
ut: aqua f r1i?1da,nix,2lacies,narcotica,cüm ma- ] teriam nimis craffefacia nt
; Mb conden- M. fent;etfi dolorem minuant, curati. tamen diffi- ] ciema fec i
Im reddunt 43« INarcouica qua í J| ne temere in ufum ducantur s fed non s in
ve- I hementiffimis doloribus,vbivires concidunt;ut 4i cetfantibus doloribus
robur recollieant. Adi la Eori$ vero Medici erit auc auram momo 1 ^ /15 tu
poret Coma En CERT T) cn diia MN NEQUE T m Exterois f igid; $ di nom utendum.
AÀ (angus eb ios ns fiuxf frigidi. 0b1124 praterqua i2 thorace. Solis rgpel
leztibus in printr- pio quado A a, 7 0n fii£fie€ Je £144]73 9 Narcoti- ca nntm-
quam sp- plicanda fiétuvis ca ptis - IN arcot: cea mnum- quam in- 1Ya Are.
Narcott- ea num- quam in pueris Natura quo ver- git, 0 du- cere opor- i5 quo-
apado :inzellicedzt. &» ;4 . captántis ; ca in levibus doloribus in ufum
du- cere. 44 Numquam commiffurz cot 'onali, utin cxteris fit; ap plicentur in
vehementibus capitis affectibus.fed temporibus; et fronu. Numquam in aurium
doloribus intra auris meatum;furditatem enim fepe concitant ; quidquid R hafis
contrà fentiat. 46. In pueris narcoticorum ufus omnis füfpe étus:fi enim intüs
fümantur, cüm aneuftis venis Bi 4 adhuc conftent; quafi ftrangulantur;
extrinfecüs: lits .autemad fomnum conciliandum fi admovean--lj een reliquam
vitam me morie multam Jactu--bo: im faciunt. 747. In quácumque evacuatione
moliendà à Medicojfive non Operante naturafiv e imperfe--p« &e agente, qu
:amvis et quó maximé natura tüil s» partis,tum humoris verei it, có ducere
oporteat, per loca c »nvenientia, id eft poffunt;& à naturà etiamyf
tentione fünt inftituta, q aut inflammatione;aut alio morbo. Vnde Gal. 1. 4d Glauc. cap. 11. dicit teftina
laborent vel vulnere,vel infiamma non effe evacuandum per illa Joca. Tum etiam;
fi vicinus locus ille perfe conveniens parti ali- cui laboranti fuerit ; per :
fi ventriculus, velin-p tione; »per quz evacuartiflor tem fecundarià inc-e oni
eft ventriculus ;,d0/ vefica, inteftina : Cautio tamen adhibenda eft dii quia
fepe evenit; qua per fe fnnt convententia 5, ex accidenti talia non effe; ut fi
hecloca laborét: eciJe. accidens non erit con--P veniens;ut quamvis thorax, et
pulmones ad ex-4i cipie cnP € c ww 3 EE " WA. M reu im. iC s Pv lll Kipiendam
materiamà cerebro transfufam apti! Ifimi fint, aborante cerebro non eft per eam
viam "JEvacuandum;quia tracheg arteria, quz pulmo- '^ Ini juncta ef;
cerebro maxímo eft proxima; et fic Ipericulum effet, ne ad pulmones irruéret,
ut te- "^ Mtatur Gal. 2.27 6. Epid. 52. . Quamvis, que ab Hippocrate
Medicin? cj»; jparente r.24phor. 22.propofita eftfentétia:Coz- -edicari
"I:rotfa medicarz oportet, C" cruda non savere, nifi. opatercs,
Ipsateria rurgeat.qua alioqui raro turget;hujufmo- c eruda iii fit, ut maxima
curandorum morborum fatio 79» move "i lieà nitatur,ut felicitatem, quà in
curandis eeris Vogt? '"Jper quadraginta feré annos fruot;in obfervatio-
siu A inem hujüfce canonis maximé referre foleam.; dnd. [quoniam tamen unicam
hanc exceptionem ad- (æe "I Mgecit, mft materia turgeat. tunc enim cruda
funt eorlatieii- i ipurganda;cum alioqui et in plevritide HIpp.2. troverft
"acu. 11. 6c in anginasa. acut. 30. et cüm lotiutmo conciliati
"Wicraflum eft, et nebulofüm, 4. zcwr. 43. quod im- perfectæ coCtionis
fignum conftituit Galen. t.de » [iC rif. 17.& in quintá die, fi venter
murmuraveJitit; Hipp. 4- 4€Hf. 64. et in quartà in plevritide, (quz eft
principium, 4. 2c. 76. medicamento
yiflufus fit pureante: ut et Gal. 1. Ze differenti: feb. "i ja-in febribus
peftilentibus ; ($* 1. de compof. td. lier loca cap. 2. S.curans alopeciam; c
2. eju[- wilden, cap. de curatione doloris capitzs, (9 4. Metb. omlemed. c.
4.1n ulcere;fuperveniente eryfipelate; c qh1. Meth. 9. quod ita puttidum eft,
ut Corriei «Ainequeat;ab initio evacuandum;(£ c. 22. in óph- Wkhalmiàa; et
linguz inflammatione, ftatimi nitio 41 c firm t4 ÀA1ULA lo 6 LFKD. SEPT ALII
MEDIOL. fluxüs medicamentis purgantibus ab 1niti0 s. quod eft; ac dicere; crudà
exiftente materia, ufn funt;in quibus certum eft,non turgere materia 3; E bo ;
] 33 et forté eà ratione, quód praftet aliquid. cum. periculo experiri ; quàm a
grum defütutum re-4 mediis fineremori. Vndetamquam in falo ha-4., rent
Medici,cüm confirmari fententiam 111a mo «4... 232. 1. Sel. videant, 1. Zdpbor.
24. 4- zpbor.Con; 1o. 4. ACutt. 22. 2. Prorrbet. $8. 3. de diebus decret o.
Iib. Quos, C quando purgare oportet stum fine, pen), longum proceffumm. quomodo
in hoc negouo om: nium, quazad faciendam medianam faciunt maximi momenti, fe
gerere debeant ; dubii hæ: rent ;.& quid pro conciliandis contrariis iis
fen tentiis dicendum fit,dubitant. Ánigitur cum. antiquis Patribus evacuatione
diftinctà1n era epe dicativam, quam in crudà materia numquamy convenire;&
minorativam,quam convenire afí& ferunt, fatisfaciendum erit? minime; quód
unn ecríalis fit reaula cum unà f0là exceptione; e 4 ACHE. 22. dicit
univerfaliter,non convenire, qui cruda non cedunt ; at minüs cedent minoratiyl
debilioribus. Nec raró in acutis in principl uteremur medicamentis
purgantibus.Et ratio Gal.in Com. 22. tradita ; quód. non fit in crudi tate
feparatum bonum à malo, in minorantibu locum hàbet.. An potiüs canonem
intelligemt lo ewvacnatione 13145 fat C112 41 ert'à ET x "ep «c 28 de
evacuatione,qua fit curandi eratià? et præf vationis eratià cruda ab 1nitlo
evacuare poter mus? AtHipp. 4. acut. 22. reprehendenti Meq dicos cruda ab initio. evacuare
tentantes ob u fiamba f ! Euh 77 lamma itione;refponderemus;excufàti p Te eos,
Iiceremufq l1e;1d ili )s ME IP d pra cautionis erati preftitiffe non € à. At
nec placétiiqui cüm ivacuationem aliam conftituant evacuativam 3 1^ tationis,
Iblum;aliam revulfivam:1 PEE IV ànumquam Iruda in 1! » rincipio etit evacuanda
;in evacuati- à fimplic ialiqi ando pofk dif erunt ;cumin Mevritide;in anegirà,
et aliis inflammaticnibu [$5 Llamus eo tempore revvlfionis eratiàfieri eas 4
IVacuat iones. Pratereà,incommoda, quz fe- qu fcribit Galenusad crudorum
evacuationem, "I^ Ts iRAdlfi æm In evacuation ;VvCta fünt; lotiffimuüm
cumabfolute, et fimpliciter reeula 'to, nifi t urgeat, BI LL ciim dus A bobo £02
3 bDiubppocrare ponatur. Minus r« ecipi endi,qui ki À A Vacuatione cruaa
materla ] Ippecratemire]cere centent ». 2Z2pbor. 23. alibi IT M camdem
concedere,frà parte folum áliquà ia TT . " 213^ * f5 /5(« I T o: f C PN '
d'a Mat: Quoniam rationes Galeni non folüm 1n to-, ; TET UT j^w* I PP LEN. X. X
mer Ik IT conv eniunt,;fed et in partiali1. LUA.2CHT. 2.2, . leat m5 u'atione
ioquit L5 KCuUa c AITCG fit, i t11, ? f 4 Lf 1 Cieccw n * 1 CIICCLLI CIutcoo1
Cal 5 I. non ad totum evacvuandüum; fed ad n27teva ef non ad ictl1 L-
uandtiun;iéeaa«d partem ei- 1LP DS ] iuin eit.( jDCCctandaarm cvoraumm. vec
dicenc Y; DCctlonem ordinata C Lal üuratione ; coacta veT OW WM a 7 € )primatur
zeer,cruda poffe evacuari,ut E. - "* PTWORTAWN P7 2888 C5 on nid I1quibus
vifum eft . Nam
coactam effe tureen Scruda matel Lr paries pd ivo ; d s] A" là 4Hh^ lam in
22. Zdpbor. excepit, ni mini on d A Pm c E Jeperaddic. Minus etiam dic potefi n
liis numquam licere cruda evacuare, ififerte tureeat materia ; 1n morbis autem
fine febre ss f cruda poffe evacuari;quod aliis vifum eft . Con--fni vincit
enim eos Hippocratis auctoritas, 2. zcst« pi 11.qui in plevritide morbo cum
febre, five cur-- putt centiàà principio purgat. Vt igitur jam tandemnafam. in
difficillimà hac controverfià;quid aciendunmfan fit,eruamus,non pigebit
longiori uti oratione nsn &k preter inftitutum cautionum píacticarumnpui t
tradendarum;cüm res hzc bafis feré fit curatio-4oni num omnium, in quà tamen
omnes feré aberrà-4ul runt. In primis igitur memoria repetendum efti cruda, et
co&a in duplici effe differenti ; aliat enim cruda dicuntur; qua coctione
mutatà in. 4liti fubftantiam verti poffunt;alia veró non ves ré cruda, aut veré
coqui dicimus, fed per fimilupi idinem;nam licet nutrire cocta nequeant ; tod
melicrem tamen conditionem ducuntur . De. Bd duplici hac co&ione, et
cruditate etiam prime locutus eft Ariftoteles 4. /eteor. ubi non folürig cibum,
chylum, et fanguinem, cruda,& cocta; aprellavit fed et lotium, et
excrementa ; vt T Hipp. 2. 4cut. 44. ubi bilem crudam appellat hio et Gal. lib.
Quos ' quando rc. C lib.de conjMy art. med. 16. Diftinguuntur autem hzc,
quefhi, qua concoquuntur propric ut nutrianteamde-fi, qualitatem, et
fübftantiam nutritze partis fufcdfug., piunt;quaz veró improprie, et per
fimilitudinenps. cruda. cencoqui dicuntur, non. fufcipiunt ais qualitatem, aut
fubftantiam, fed fufci piunt tail cüm quádam fimilitudinem caloris concoqueqe,
tis:znam chvlus albus fit in bepate ruber, et faclo. culs feuis ruber albas
partes nutriens fit albus. Tn. iM brudo veró cocto, cüm putridum effet, non fit
4muratio fecundum fibftandiam, fed in qualità- "Jte; ut faneuis putridus
cru dus dicitur, pér co- j ctio nem albefcit in prs. Hinc Galenus varié illvariis modis
coclionem d efinivit. 2. enim de 5 aparurel. facul. cep. 4. Concotlio; inquit ;
eff alre- patio, C mutatio epus; quod putvit 2 [rli dier egus quod zutriir :
Quom ctiam recepit Hs. de fTrzpt. caufis y Cap. 3. Aiverfam tamen ab Ihac p
fiiit aliam 2.77 1. £ pid. cap. 46. cüm di- jJlcit ; C ocf10 eff viltoria
inbsds leden: 25$. Et 2225 uuedrte zzed. 89. inquit,Cozcoé lio eft -qua finit
purre- edulzzesz, manente [. «bf antia.Ter primam enim il- dam ver a coctio
definitur ; du: n Us 11 isalia ; qua uper fim:t; tudiné dicicur,quec; putridi
htimoris ir S. de coz zpo[. sed. 72 uridup 1 loc.ca 4p.7 dicit: li C oz coc? 70
eft, Al! era 40 fec: AH0Gb57277. kr 741 Fattoncem » iud /rriztudrmezz.ut
vtramcue cc n.prchenderer, Jiquód in utráq; fiat mutatio ad fimilitudinem; afed
1n p rimà fecundum fimilitudirem aualita- itis. et fubftantiz; in fecundà veró
tantüm fecun: pidum qualitates. Secundó füppcnendim eft; aAMiquód
inflammationes ex Gal.2. Ætb.zed. c. 3. diiduobus modis fiunt: vclà tranfiviffo
fà neuine» (ikb aliis partibus ad partem 1nflammandam: vel dnb attracto (a ing:
ine: à part eipflammatà. $1 in: ilflammationes primo modo fiant, ut faneuis ab
anliis parti busa vo - artcm In if: immandam tranf- qlimattatur,dupliciter
etiam fieri poffUnt;vel quia qpartes afficianturà multo fanguine : ve] quias
T)!)]!10 n. r eIAAZUCAÀA" puncantur ab acr rifanguine. Cüm enim multus KG
partes infurgunt ad illum expellendum, atjue ita expellunt ad partem
inflammandam ; n iuten a fangu 1$; SOM taræn dici nó déteste aptus eft, di
iguotiiteto x xced citt neque improprià cruditate, we P utre dini eft.qu ia
fiin toto abundaret, Íync hum ger nerarét; cüm tamen nulla præcedat f zepe
febris. 51 vcróin parte mittente 'compnutru ifi ;jat min eà parte
inflammationem produxi iffet; fanguis igi- cur ille transfüfiis crudus non exat
. Idem dicen- dum eft de fanguine ex pulfoà parte 9m punctio nem;ex acrimonià
bilis fanguini adimixtze;cru da enim nullo modo dici p oteft bi lis 11la:
neque» enim cruditate alimétali cruda dici poteft quia et ; f21 bili « nó
nutrit:neq; putredinaliquia antequàmi k fluat,facerct fcbrem ardentem, vel
eryfipelata 5;] non igitur crudus fanguis ille dici poteft. Vbi vero fangi iis
ifte'influxerit in partem inflam- mandam, cüm extra venas eft tcranfiniffus;
incipit caleficri, et putrefcere, tüncquecri udus ffi citur cruditate
putredinali fenfim veró à calore: natu rali cum €o,qui prater naturam eft,
pugnate incipit Conco qui,& ex rubro fit albus; u nde dl... oritur pus. Hancautem d li(tinéctionem elicimus cx fonte
Medicinz Gal.1. Proezoff. Cor. ult. ub reddensr ationem,quomoc do fiantin
flammatio nes,dicit,fansuinem,vel humorem non nutr 1e1 tem fanguim mixtum,
priufquàm influ xerit 1 cridumappellar non pofle :nam tum p rimün tántum
incipit alterat1, et à fia natvrà in al leni peumut AT1,c üminfluxer It; nam fa
nouis excidés propriis vafis, in priftinam naturam revertere non poteft. fed
putrefcit;& mox in pus vertitur, et proprer obftructionem ili calor
prarernatu- ram accedit; et immutat;càdem de cansa a. de pat " part.c.
Fexvfipelata ! LS preter nituram ex 1 turam fieri dicebar,quód ad retentionem
obftrn |éto fequatur;híncque cal rfequatur przter na- turam, qui ulibsieni
orfutmp It ; ex quibus hi- jyuftmodi affectiones producuntür ; ut I calidà ^ )|
propte er dictas caufas, M" vtr lereddità 1 cryfi- pelata generantur; et
qui priis male ol nsnon jberat; factida tandem redditur : de ACHT. 44. Quà p
(npp fitione etn CItur,t itin quib icumque infià- i: 1 A i mationibus à biliofo
ve hiceatàbinitio pur ] 1 é » ^ 1* ^ yedi2 sgare,quia humor non eft crudüs ; et
proptereà non comprehenditur fib Ar Sh rifmo 1llo 25. t. DIOIIl " Section:
b 077C( oCcta "eaicarz ó)CYUda verà nan i 9/70 vere oporter, quia bilis in
prin cipit ipflan nmatio«nis non eft Mone Ab initio ver« ) pure $. -cj E. Telle
in ervfinelare «| hovenos " nto 1 winteiii9go 1n Ccrynrpceiate, nerpete', et
ca teris InI flammationibus,& fimilibus;ubi minimum eft, f E - xit;
plurimum veró;auod influxutum apett; ut influxuri humoris pars mat r repcllendo
Biitic titt fi multura inttuxiffet; p lus peri-, pue ex "à bhai armaco
pbtean eretur;ob influ- nateriam, quàm commodi propter fluxt- td r Lili
dgrams;utdocuirl [tp] ). 4. AUCH. 2:2 i 1.€111 convenit materiam defluxam
detrahere ; quód pro materià noxià bona evacuetur,;vires debili- tentur,&
in morbumadducatur. Quibus pofi- tis,facillimum erit intelligere, cur in
plevriride abinitio purget, 2. 2C. 11. et cur in angina 4. ac4t. 30. quia
bilisin principio fluxionis non eft cruda. Át44.4- 4cut.in lotio craffo, et
nebulo- fo puzgat,quia jam«rat cocta materia. 1, vero de Crif. 17.càm craffum
louum cruditaus fignum dicir;intelligit de craffo,& turbido . Qnód ve- IO
4. 4CHf. 64. quintà die purgarit, crudo mor- bo.optimé fecit, quod ex hiftorià
conftat, fuiffe turgentem. Galeni etiam loci illi reeulz non. refragantur: nam
quod de peftilenuali dicit 1. de differentiis feb.4-nihil eft; preterquàm enim;
quód in peftemajori ex parte materia turget undequaque mota,;nullum przfigens
fibi locum determinatum;dico etiam,vere crudam non cf- fe,ut aliàs docebimus:
cruditas enim coctionem (üpponit ; atin pefte majoriex parte eó corru- ptionis
materia devenit, ut corrigi, concoqu ive 1 ^ nequeat;de quà putredine locutus
eft 2. Z4pbor..].i 17. lib. adver[us Iulia. cap.6.Galenus,quamesy. nonnifi
evacuauone tolli pofle docuit. Aucto-].. à . X " IR - » ritatesali: feré
omnes funraut de biliofo fan- euine, in principlo inflammaticnum, aut
ervíipelatis affluente,quem ab initio purgari poffe», jam docuimus, quód adhuc
crudus non fit aut à * ^A A l4 ' de materià alià, que nullo modo cruda dici po-
reft,quód non computruerit . in w/o 49. Cave ctiam, ne inter lenientia,
potiffimtj rs inbiliofis naturis, et febribus, tum veró maxi- mein acutis veris
mc js IS,fV FI im rcf. folitivi- zer Je2i6n recenfcas, qnodà rlcrifque Medicis
factum viz:ria n3 ca- dec; cum enun obfervasx IutivMus $vcrim fe penumeró, aut.
z,"era- fimplicem, aut ex fer idis ]: he mi tumtantam. 45/4 :m - » y fo 1
z bumcrüm copiam evacu: 'abtam vix inte- "t" f ves i ! ( 5 1 j."
ftina;m CIaralCz vene «X ventrici luscap ere £i-. 4o! [f L N ow 2419212 d mul
pofic nt.femper fum arbitratus ; ab nniver- CHO fo corpore ; et venis majoribus
humores attra- . 4 hcre. 59894 evi et $0. INc 'n negaverm tamen,in aliis
febribus, $4 AN * [T1 ul »inteítinls, é p rimis VC- ?A€ 287 niscrud. fun hi
mcrum cop1a fubfit, quód al- quando ia t1.:5 vires fuas exícrere nequeat.ta
mquàm abfter PA liS.. í«11..m za f Léntum,anel rcf.foclutivum in. Lai lí
CULICIH 1 (fc. da . NS .* $1. In fcri lacüs ufu: i uz eP rM plis modo feparetur
aquofa hzc lactis fubftantia à bunt es reliquis. Modus enim, quo paff: m no
firi utun-^ Jndkan QM Oo ET,Ut CC cl I3 f Da l'éntur,.ut facili icr eft, ita
mi. Bo. weit nus falibrr :; rzftat enimfeparare ut Diofc.do-. "7 * CCt;
Ib. 2. Cp. 276. quod fit ducbns modis : Pri- mo, fi dec qu: tur lac donec
effervefcat, dimo vcatürq; ramis ficuli iium S,& Ubi bis,aut ter defer e
bcerit;confpereati r oxymelite, pro fingulà he mina,quz eftoctovuncarum;cyathum
illius im- « aH^u/ esL mifcend: id eft, fefquiuir ciam . Secundo modo, r4 a1t;
ferum feparari, fi ei cffervefcentiimm erga- tur vas argenteum aqua frigidà
»lenum. Idem. docet Gal.4.zcut. 7.& Orlbaf.1. E ypor:[toz, cap. 9. Sed
multó diligéuus Accius 4b. 1. Quat.Serg. - e RÀ ^ m S4. 2: €. 96. qui tef it
efférvefcat, et ter defervefcat vafculo aquz frieidz pleno voluit;mox oxyme
lite, vel mulsà afpereendum,& percolandum effe,quod etiam docuit Paulus
lib. I.CAp. 99. 52. In ejufdem feri affumendi quantitate» B seriladis cautio
maxima efto,aut enim fv mitur ad univer Wni^;; ritas Perbiriasquo fum corpus
exp ru E et tunc maxima il- me lius quantitas hauriend: xeft,fic fecit Hipp.
48y.770de con EL act. 29. dbi cotylas isad minus duodecim propinandas voluit,
que tunt centum 2: cé&o uncim ; "* quód fi valide fif on 'es,etiam ad
fexdecim pet - venire pofle;id eft, cétum quadraginta quatuot iasyfcribit;fic
enim interpretabatur Gal. lib. iovorvas ex. dlc [adubri Díata, » Ap 28. ubi
Copeium. poticnis e Tiles am) fimilis propináffi t fcribit ; id eft, centum et
octo a pec uncias M ÆEEA 1 ad ventr pue «m,& inteftinao 44 velim
abftereenda ; evacuanda bibatvr fe erum, ea» £Mroevex Viii is fue quz tradita
eft A Diotc.z5. I. ct eh CA]. 276. nempe qu inque heming. Heminam Pvgon enim
prius hauriendam fcribit, iens deam- bulandum,rvrsus aliam bibendam ; iterum
de- N eLambulandum;ufque ad quinque. -Hánt (equi- Mace ace gnaviow tur Oribaf.
r. Evpori[foz ; cap. 9. addens, hanc ef o jen quantitatem T pos deratam. tam
Ætius 1r. Quat. Ser. 2. cap. 96. Paulus lib. 1. Cap. 43* tradit (xa quantitatem
dide em tenden remad Ihuc parcio- 4C Tem, tresaut quatuor henunas trà .dens; ps
Ic ex- -- plicans cap. 89.etate vieentibus,triginta fex un- cias;junioribus
folum decem et c&to, id cf,Ca- v/evam pyo tylas quat ER: t duasconcedens.
Aliquando nafta ww :atite m fero lactis utimur, tamquam materia i in£e ^ fufio
ini5 $; fufionis, aut maceraàtionis, tunc multó minot jl. lius « pla f
fufhiciet: et fic Mefüe lib. 2 : Cap. 9.à fex unciis ad duodecim concedit.
Neque objiciat else fn à quifpiam Gal. a. act. 7. aflerentrem,ferum inte- 777
ftina a folum fübire, illàque evacvare;qvod repu- enare 1]! videtur, quo ;d
primo dicebamus, ad unck is Cent!m et octo dariab Hip P. 4- 4€ut. 29. "T
ad univerfum corpus expureandum. Cum ew - menipfe tantam quantitatem non pr
obaret ; 1, conftat ex locis propofitis,cüm folüm inteftinao evacuare fcribit,
de moderatà alià intelligenLedicus, n declinatione febrium Purgap- puturidarnm
femper medicamento purgante» 45 55 natcria2,qua me se m facie bat,Cvacuationcin
femper 17. acere ; quamvis enim fzpe hocneceffarium fit, febris nequerelin
quuntur irs Mi ir 2. "Apbor. declinatio 12.Ía pc tamen in * udiciis naturz
nihil relinqui-: 7e: tur: iun À dotar indo, eciamfi nulla crifis fa- : 5 iir:
(A12. . cta fit,aut recta victüs ratione; et debità abftinen /| tà aut
infenfibili per habitum corporis factà evacuatione, aut paulatim er c]yfteres
cadem. martcrià evacuata, ^ evacuare1n fine medicamen per (] to tentaremus,
colliquatis humoribus bonis; et / carnibus, et fpiritibus cxagitatis, ac
excálefa- CLis; nribuqu c deftruciüs ; agrum præcipitem. aceremusin mortem. fai
JA 2. ndoigit r cognofcem lus, pureandü pz, (fe corpus in ü e 1 fcb ris?
Docuitid Pip poc. 2. quado i ad pbor.8.ci cit u8z quis a morbo cibum « Jj"
Wes declinatio non corrobor, ng ^ ium g [locorpus pleaoriuti ili: ge feria :
"L2 / 24 EP putridge mento. Quod fi nec capienti id cóptingat,vacuá- sm.
tionetumopuseffe procerto habendvm. Vbi ^ sdàome Gal.dicitintelliecre;fi i:bum
multum afiumat, é&cumappetenta;que fiadfit;non poteft abun- dare pravis
humoribus relictis:sicque non indigebit evacuatione;fi mültum cibum,& cumap-
; petentià affumpfcrit; et corrobcretur: fi veró nó n ge- multum cibutn fumens
non córroboretur, indi- raarua i eec evacuatione. Animádvérténdum tamen. !
2tela . corporis hanc confirmationem non ftátim coenofci, fed trium, aut
quatuof dicrem fpatio poft quos dies, nifi fequatur et apperentia, et
Co£toboratio,evacuationé per medicamentum. . purgari utendum eft. Purgate $$.
Animadvertendum tamen,pureaticnem diinibfa iam et ftatum morbi intermedio illo
tempore» delin* (ypponere,& apparcre fiena cocticnis perfecte t9 ^ Yn
ufina:fit enim quandoq; ur ceffante febre pér 2 diemwunum,autalterum, febris
ante quartz m» . fedeat; nion quód non défierit ex ratione conco- &à
materià, quod quandoque fit étiam per ccto fe cde, . 165 ; neqve tamencrmunatus
m. rbus dici po- 4. eb . teft; quia adhuc cruda eft materia : et 1n eo caftü FI
ficn eft in éofpatio pureandum, qnia nec cocta eft materia;néc feparata mala ab
uüili;tenc enim et totmmina,& vertieinés produceret evacuatios colliquatis
carnibus, et fpiriiibus evacuatis. 2. "Apbor. 3 $.«& 36. Vnde n
intermiffione hac fal- (flo fn. - sà putantes aliqui Medicieffe verám
declinatio T bem, poftcoctionem materi factam evacuan- tes, corum interimunt.
$6. In In iis, qui durà admodum fint alvo, aut crafsifque multüm füccispotiffimüm
in Ventricu ulo, et inteftinis ies ne medicamentum veré purgans concedatur,
quin priüs clyfma ve- Ípere injectum fit;ut facil liüs fübducat ; et dclo- res
non pariaG;,exitumque per inferna ncn inve: nientes humores, et medicamentum,
ad ventris cclum regrrgitent ; quod docuit Ruffus apud Oribaf. 6.Colle£t. 26.
Criucis diebus;qvarto, feptimo, vndeci- mo, decimoquarto, vieefimo, fi nihil
anté judi- catum fuerit ; re di bitet Medicvsavt purgare, f6. viícid lis
avtíonevinem mittere:critici enim tunc ii dicen dl ncn fi nt Tj LM :
ind1Caterio die menftratum fit, naturam cl |facturamsnectair en faciat.levi-
bus remedii, QqUæctian In mant noí ftrà eft f :b- trahere, manusadqutrices
porrigere eàdem die euam poterimus. $9. Cavetamen, nein deficiénte natvrl in,
materie motu per alvum id facias, ne major qvam fitfiatevac uatio;fi auxilium
medicamen- ti tencadjoneas, cüm femel hauftum pharma- cum revocari nequeat;nec
illud amovere liceat: natur& enim 1$ eft mos, ut aliquando cunctetur
aggredi evacuationem,& aliquando cunétanter moveat,mox ren validéalvum
excludat. Quare poftridie potiüs erit pbarmaco utendu m,quo manv sqnaf
adjutrices fatifcenti naturz porri- garus ut quod reftibile eft à crifi
imperfectà exclu iens k . Quid 3-; [ T 4; y Clyeseps indédum fp? in al- "Uo
daro» ante pnr- gationem. de Crincás d b. qua do purgan nU . Crifi defe Ciente S 240m edo proceden- dum. Cif
die Critica di- ficiéteyea- dé die zii- [il fnovesn dum . $8 LED. SEPT ALII
MEDIOL. 8ymptema |. 60 Quid fi natura ate codionem fy mpto- sic zatu- MOS LIGE
evacuauonem molitur? Die ud k intut ya obtran. hic Medici docáffimi. Ego fic
fenuc:fi fiat pet quid loca naturz diffentientia; omnino co hib endams Medo cum
Gal. 1. "Aphor. 21. At fi per co nfentanea. fe- Pref adé* eatur, cohiberi
non debere:nam.fallit interauni e *« : quz mala videri poterat» bene : iiquando
ce- ge dit.4. zdpbor.47. utin Metone cótigit, r. Epraczz- Sect. 3 X unde fi
cohiberetur, pravi humores co- pi, vcl qualitate ftimulantes, qui evacuantUr »
ad partem aliquam. princip em calamitcsé rapi poffent. Et licet et
cruditatis,& multitudinis ; et pravitatis hec e vacuatio fit argumentum.,
et fienum malum;rauocne tamen cavufe bonum eft, vel minus malum: nam minüs
malim cft,humo res educi.quàm p principem partem ferri, S1in otio quicfcerenti
1i fu cci, przfta ret eos ncn ex- cerni,fed cum pra viadeó fint, ut partes
irritents praftat eos exclud i. Symptoma &1. Cautio tamen adhibenda, quód
licet ta- lici natu- Æm evacuationem non convenia t cohi ibere, mi- va operan-
nimé tamenà Medico eft valde juvanda, cin, 16, cant? fiatà naturà non omnino
bene agente, etiamfi agetdum. fucrit diminuta. Imó ubi diutius perfeverave-
rirtalis evacvatio, et vires profternat, omnino erit cohibendas. giu AM. wf Ll
p C 4 Animadverfionum, et Cautionum Me- dicarum, S, Continens eas, Ova in
[angunis miffione obventunt : faneuinis evacuatione per fe. can quinis tam
venam, licet illi d fit obfer- miffioni andum, ut ventriculo, et venis ao»
séber mefcnteri] crrdis humoribus, premitten excrementis IC| letis ; DOhnL 4a
alvi le pni I hr t; quàm ea abftereentealiquo,aut le- 7t? niente fLbducantur:
cavendum tamei ne.fimor Ibusita ureeat, ut mortis periculum immineat, Mid
faciamus : ehe enim miffione fanguinis 1]li Joccurrendum eft;ut in anginà,&
vehementi ali- quà inflammatione, et febre : meliüs enim eft, 5 mmunenrem
mortem pravertere cum aliquo i damno, quàm czerotantem à morbo op pprimi fi-
nere; pouftimum cum Jevioribus iis noxis non, ditfioo difficili negotio
occurrere poffinus, Sovguime 2. In faneuine detrahendo cavendum maxi- ilo mi-
mé,ne quanto putrior em,& deterioris condi- er ditas tionis fanguinem é
vena p rofluere viderimus, "uanti'4s tanto majorem quanttatein effluere
finamus ; e»4c422- quod plurimos facere obíetvanuis : tali enim. jo$ exiftente
fà inguine, et pauci tores 1 fubetfe fpiritus VM i£, et vires facilltme folent
collabafcere. Coloris $n .. Coloris in fanguine, qui evacuatur, mutaf ^. gnune
dios qua in evacuatione revult fivà; potiffimum in muttio ? internis
Inflammationibus fp ectatur,,non fit ter- [1^ minus,& menfura quantitatis.
detrahendz;nam [22027755 in febribus fepe primus fanguis;qui detrahitur, ruber
eft,mox niger;atit [acidus;cujus mutauo- nem fi quis exfpectare voluerit,
pracipitemr- Cols, &grumagetin mortem. TY Puworb Quin nec in
1inflammationibus internis fanmuine iuidén perpetuo ilfa col oris mutatio
exfpectan ia inflam da eft vaut enim vix à parte, et circumfufis ob pittionib.
craffitiem quandoque extrahitur ; aut fané tan- on etiam tà. illius eft copia,
ut, fi cole ris mütationemo exfpectan exfpectare voluerimus, vires o mnino
fimus de- da. jecturi. Colois i^^ «, Mfutatio hieccoloris ab Hipp. 2. aca. to.
ioi tradita intellieatur; fi prinium albidicrilleflu- aii ite xerit, mox
purpurafcat ; vel cuim primüm pur- lirenda, PUfeus exierit poft livefcens fundatur
; tunc Colori; ji; €nim fupprimendus eft, modo dicto. fanguine 6. Hocautém
fervandum erit; vbi vena pro- aziutatioi xima eft affecto loco ; alioqui fi in
alns cafibvs reviilfrone Aaflamminationum 1dem quisæcre vellet, ni- inia séper
f, AP ex[becian da 4 ac Bed Lyc tios æt RN. ..... gr Ræ eros J| mia foret
evacuatio,antequàm fanguisà phlee- /gizqua, I moneabduceretur. - "am cxfpe
7. Inanginà tamen, et hepatis inflammatio- 474a. ne, copiof fiü: s fanguinem
extrahere potetimus, I» agma quàm 1n plevri tide, et pulmonià ; Guód 1n 11li
maxime et evacuate, et revellereopus fit; in hi le I vcro preterc A od reliquum
eft,vbi füppuratü "bos Mfuerit,excreti^ne UTI ERIE E ones olt Jetfi onvs
fit anim dlis pie UT lbeallà exiftenre, cenftareillanon p teft ; quàm im S. ni
pueris fecto venaz, qua evacvandi offi- alis, c cium folum adimplet,utrariüs In
ufi fumes de- eur. Ibect;ob eas,quas Galenus,& fequaces c is C bepatis /j
lamta- ATIS Quis CUAien 1m- Ccuart! fàt, usaddu- P»er's et xerunt caufas;non
tamen adeo perpetua hzcre- !*væuauo Mv J : T J " ora eula ette debet; quin
alicus rdi ante decimum- 7^ r4 "t1T11153 313244 E LI ^ (n ome e ^ At^ an--
quarium annum hoc remedium prafcribi pof- q dosis D. 2 2um atuar fit ; et
debeat: tum quód pu bertas fepé tern Inü j ; 4 s (2223: C12 all: m pra
veniat;potiffimüm in mulieribi s;tum P dd : à : : 2472 fca quod multos
folidicris habitüs, et VIgOFISantÉ,, porofi : e dM deci blu. 1 t "m pus c«
nfpiciamus ; tum quód a aliquos tanta fai nguinls COpJà rcfertos np "T L]
cbfervemus in. acutiffimos morbos incid Cre, quorum plenitu- bdinem, n1fi fectà
venà ftatim (olvanmius certum Jimortis impendere peria Tt cimus. Vnde» lI
tPpenumeró natura 1 przveniens (quam omnino Jibene operantem imitari debet M
edicus) copio- (" ia pcr nares Mon Rao pun (ubitó m Wbos-Ruz jufm
odif5lvit. Et euai nvis huic fententiz re- fracari vic ide atur Galenus,cum
tamen Cornelius ICclf fus, Mauritani féré omnes, Hifpani.& Galli
"Melerique, et ex Italis quàm ; lürimi in hanc., de1*9 o VvAlilils ei
Lvenerint fententiam;his affentiri potius plævia atque experi entis pftopemodum
in finitis; fpa- no quadraginta annorum,quo in nuign àhac vr- be,& in magno
hoc UG. Va igi 'udinario medi- Fund excrcui, firmare p lum. 9. Quód fi de
fanguinis mitlione per fectam.; Patris P? «cnam loquamur,qua revulforia.
eft,qualis ett ure qua adminiftr: atur pro internis UE umatoni- femi om bus
curandis ab initio,quales fü nt2 incina,phre- nitis,plevrits, peripnevmo )nlà;
hepatis inflam- matio,omnino in pueris ante quart Hunac cimum evacuari angnis
pacctam venam j rit,.cüm X ftatim, nifi xetr i atur f: antes ju verde cümimp
dry dee eire in tT: dixe vcríq; nequeat; neq; ex tra ifpiratione per mol- lem,
tranfpirabilémq; habitum fperari pofbig materiam retrahi pofle e,etiamfi
concedatur, per meabilem illum habitum evacuatonis vices füpplere pofle ;
revulfivum n tamen numquam. confütui ; otcrit veré reme di uim. ro.
Preftattamen in pueris a d fextum annu festen- hirudinibus vena: perta fu
guinem extrahere; à o 3 à x E 2 " 1 f sdi aan VAL zum pre cuin enin uíc q;
ad ieptimmnim annum ob excei- &at bira- fun humiditaus,vena;arteri |DCrvus
ferc fimul dizib4sconglobata png »ericulum fübeft;neloco vena, fanguine aut fi:
nul cum € À nervus aut arteria pertunda- goacaitar e, " 1 "o 2 Rudd s
rud PUcPT tuf. Qu Ó d fi eagam manie Íte 1€ exfera sl 1inCccoe9 CAY AU d. Ee ud
: : "i là pertundatur quidet nfed amplum potius,qua profundum vulnus fiat.
i Dm næ vore oer eve Tempore Ir. feb ribu S, fi tc tipo mittendi langute-4
anittezdi l jOI puce cnni, IFhoides fluant, quamvis doctiffimi aliqui viri
IFenfeant.non priüs quippiam à M edico effe mo- E ddun: quàm evacuationcs illz
defierint, etiam I fint im erfeéi 4 qi "Y nefciamus quantum. o IWelit
natura evacuare, et cüm imperfeáé ali- Inuando 1n principio: igat, verfus finem
autem. [uüppleat ; unde fi evacuaremus; periculum im- minerét, neex exceffu
vires deficerent : cenfen- Irium tamen,melhis effe; cum verfus rid vide- mus
naturam deficere ; manus adjutrices porri- Ibere,ut ex conjunctis natura, «
Mcdici. actioni|bus, facilius evacnemus quantum opus eft ; fic Nf ] AY. 31351
14 363 9913343533, Enim Méetoni aimiftivte fanevinem narium eva- I. 1t] l tX
v"3 H1 Loel-4 4 ( e« Ct 3. CAD. 24. F5 ( ] €C4K ] er11111 EX acu1 2 0, i (
O. 1)77 Sect. 2 vC. : ^ 3 3 " 1 n " exeuntem humorem unà,dicebat.debere
Me- r I l £21 ptt n ei CIC3quod etiam « .In Coma, x pitCcabat, Id eft, dum
imperfecte natura ope ] i "v^ d / "t 1 " l'atur:;non autem
dicit.pefft. Sc quod omnetmo Fall l4 ("n.f ! L FOI11C difiiculit: tcn, Asa
. js. ! Ci LZ D € Ubi nac - ! 2 1 A IDIOD ecu e Ct, quod 1n eo ca BE Lo
ecorncids4 f: todminic fecta Bit mus ilu imt! CLLIS 11 uen 1S aneulinl Ípect
Dnoaus cit.Qqtm? I fatis fore v rideb ütur,totum neectium permit- llrendum erit
natura;fin minüs,tantum Medicus IHetrahe tquantum fatis videbitur, ut ex c njun
ttis ambo bis tanta flat evacu atio, quanta pro Tbvincendo " it neceft
ria. Vbi duo funt, bx quibus facili : coll Ieitui rnc life esf ectare.» incm
motüs n2 ture,edamfi nperféctus fit.Pri- Inum.quoniam dict /; rir Fal vide "Dh
quod hon ceflatum motum oftendit, fed dum in motu eít; DE ( o I! aunnf, f! men,
fnere r " gtrit;j pt I C€UACitiaat an i a adeft A£ 001H$ o Grecibt. f Zdo
Í ed ie cce Id E £hr 4A ( át ZT« TT €t c RUP ÆRE mulium yum (lac e iu, 1f,
2901/8 d M P^ £ 9)4 LFD. SEPT ALII -MEDIOL. eft, conjectándum effe ex impetu,
an fv fficiens futura fitilla evacuatio: Secundum, qucpnic m» fruftra "x
impetu 1d con jectari doceret, fufhice- rct nien ceffato motu videre, an adhuc
et mcr- s magnus effet, f. ngrin isfubeffecabundan tia; MÁDS n: valétes: cüm
autem imp eium fiuen tis fanguinis sfpcétandum Jufl trit; id non alià de causa
à faciédum volvit, qu àmut ex impetu con- jectari poffimus;an fi ffeQ ura fit
hujuf modi na turalis evacuatio;ut, fi fuffectura fit; pi yen pater ono cemimpetu
effluat, totum negotium nàtu- ra relinquam us;fi veró lenté& guttatim,
ante- quàm-c 'cfinat manus ad jutrices porrigete va- leamus; ü rutrifque con)
junctis»ofhi mus tantum evacvare, aranrtumopus fit; ai à diligentià ad-
hibità,ea e" cjemus p rericulayqu eadcó vercban IUur;q" ] contfa fent
dunt. r2. In finevinis metiendà quantitate ex babitu corporis eracili, cartio
mæna adhibencai eft,atque diligenter confideran dvn |,ànànatt- à eracilitztem
nac ttus fit,an à confi Danis: l- u. me rbove.2.de Temper Tibe im avt obo.
vichüs parfimoniam, ap iml curas, au it fimiliass4l quia verifimile eft parum
fanguinis ip venis CCn-» tineri, minor extrah1 d teb jet euantitas. In 11s ve-4
rÓ Qui ales ft ntnaturà, quia fieri pcteft, vt et liberaliori victu ufi
fuerint; et pf ptercà fa neut ne abundent, plus detrahi poterit. 1.42 6 luc eft
à do^ i fincHbs . Idemin craffis animadvertendum:Difan] Oi ridi culi erunt
carnofi à pinguibus ; in car: nofis; «à G lau 14. cu iix inftituto video multos
Medicos rra: exrare, plus fanguinis in iis detrahentes, qui la- Msi s: boriofas
artes exercenr, utin fcfloribus,& fimi- i libus,quàm in iis; qui in artibus
fedentariis tcti bes da fun ntque iin illis plusinfit fanguinis; viribüfc jue
^^ 'aleant;n llispi iritus, et fanguinem exhauriri:róbur ve- in folidiori fu
prà repofitum effe, et ex quoudianoalimento fuppeditari, cim alioqui VCDa n n
multo faneu Inc rei erta fi lO px Ot1u« CAM períectan 1 I aiiquan l CUla C1
Cuerit (x; M X6.fi terti i nCccei (li 3 int L ftabit bis facere duo bus diebu:
1 Áni /* «u€;,inrev 1 NJ IM Al an repetitam fanguinis ternos cgi M f f lV cna
In Oeadem d 11^? T5 th: A&IkLIOLLhD tasm ittci P^ madvertendum, pra
MEMRUSol P. ue - de curaa. vat. per [aug. sail] .cap-21.fi repetitio fiat ulfk
OnlsS, ] «ütterendam. fe 1 d Quód f acta fit,interpoínto d1ein DNEERS. XAB.JXr.
of nofis,quia plüs fanguineabu: ndantp lus fangui7 nis deu ihi pe 'terit;contrà
in pinguibus. Gal ' 13 "i nt Lt1lO «ile, noir Lh Iib. .dátc £14 YaHnád
VaL. i £1 T» iq. nmt]. Cap. io mplex fuerit, Urgeat veró ían« termiffionis
fieri poterit feprem horarnm. fpati )( Peine, in terrium differri pc teft.In
quart I6. [^ evac aticnis gratidorer etenda n potiüs cadcm. ; B » h.n n ER Is
DA d 3/2 ) : ^ I*t* bins [27, CH» (d Qf41 1 te$ Lac ^ ani ) làdv ertrentes,
etiam in itridis febribus Curadis » £471 Saliqu indo Icquenzi, ahüs pet
terpofito, faciendam do- "à o Ulnls, biscadem die inpatio uentecm à hem
etla Im 'CIcr- i 1 du- joris invafionis, Iürtana veró pra- intermiflionis,
^47" 7 MED Po) rl auralterum efle, 2a. E I7. Cave Miffwnis fangumss
vevulfrua sepetttio quádo £a- denm die Pace uud jácienaa . In cruris dextri in-
; f. amma pone qua pena fece da pro »&- sulfione qai y ETNUNA A "HET
jan 9€AUTIS t ks É 2A04 tt[que dei: Cave tamen;ne in pracipiti morbo revul
fionem ex pofcente id ferves; cüm enim affiuxus fiat vehemens, utin effufione
fanguinis per na- res,aut uterom;,aut hemorrhoides;autin inflam. matione
gutturis, hepatis ; pilmonum, nifi eà- dem die fiat; fruftra fequenti die id
tentabimus ; quód cum fanguine anima fit effufa;aut füffoca- tio có
pervenerit;ut nulla amplius fübfit fpes fa lutis. 13. Cümin revul(ione
perfectam venam fa- Gà, et rectitudo obfervetur,& venarum confen- fus,unde
laborante inflammatione crvre dextro nunc fecandam jecorariam dextri brachii ;
nune faphenam internam cruris finiftr1 pracipiebat Galenus . Hac diftinctione
in harü alterutrà feE ^ ; L lisendà ego utendum cenfeo ; fi ex interna catt» o6
à, calido fanguine affluente, fiatinflammatio 5 feccanda omnino erit vena
jecoraria dextri bra chii; ficenim verfus originem, et fontem retra hemus
fanguinem.fervatà rectitudine, et à cor- pore extrahemus. At fi externa aliqua
caufas puta;vulnus;contufio,aut quid fmule inflamma tionem pepcrerit,
przftabitex crure fanguin mittere, ut fanguis, qui ex vicinis ad partem laLi
borantem affivit,faciliüs per venarum commue- p, nicationem et revellatur, et
evacuettur. Cüm fanguinis miffionem ad anim ufq; deliquium concedat Gal.2 5. 1.
Z4pbor. in arden- riflimis febribus,;maximis inflammationibus;& Inorbi a
sadimittédum efle hoc zenusau nifefte vehementiffimis doólotibus, nonnifi in
extremiss| xilii,ma-4 em. pi JNTM. ADVERS. . nifefté oftendit. Verüm cümad
illud exfequen- ro ja sa dum tot requirantur etiam conditiones,nem- ducendz, pe
ut adfit.atas juvenilis ; temperamentum. «$4 qtsi- calidum et humidum; regio
temperata, cor- às» et pus faniguinis miffiom affuetum, anni tempus. &^r*
temperatum; quas vix in unoxX eodem corpore reperiri poffe conftat;cavebit
juvenis Medicus ; fanguinis miffionem ad animi ufque deliquium aceredi, fed eam
perias Medicis; et plurimüns inarte verfatis relinquat;quia, cüm vix tot con-
ditiones in uno concurránt;& fiin. uno repérian- tur ; vix cognofci
poflint, potiffimum à juniori ; necdum multüm inarte exercitato, przftabit il-
]am omittere, et maturiori judicio relinquere . Non femperante fectionem venz
lenien- $474 Vena om da eft alvus; vel leniente medicamento, vélcly- 5 «Sn
ftere; fed ubi crudorum humorum colluviem in i aput |! ventriculo, et venis
mefenterij adeffe coznove- rimüs;aut ex praterità victüs ratione, velex co-
lore linguz, vel ex &ravitate partium illarum. jp juxta ea; qua tradita
funt à Gal. 4. de ?wzd.fa- aut. c. $.ócanté ab Hipp.4.zenr. r16.ubi dicit; $i
Wfecanda eff venas C al'vus fluat, prius effe adferin- E oim. At ft ad [tr
il/esihiol serere gal a fol- || vendam ;,nefczlicet inanitz venz crudos humo-
Morzo £y 165, aut etiam corruptos ab illis locis fugant; ac præcipiti
attrahant. fanguis 2r. Infebribus putridis,in quibus diturindu mici de tcn,
ptzmitti, ubiadfi int crudi illi humores; aut bep ante p putridi in primis veni
s, clvfteres debét;aut lenié 4!vi e*t daalvum:atin przcipitimorbosà
fluxionefan- !/* G
culnis beat facit inAnitto e "mas J*enis bua €bit in fe- viendis, qua cau-
iones ad- Libenda. Catutiones £2 mitten do faugut 2e alia,à quibus pe tenda
euinis facto,vená prius fecato;nó alvü emollíase 22. Caterüm; omnibusin
pertundendisina brachio venis hzc adfit cautio, utbafilica feria-
tur,poftquàmfe;junxerit cephalicz infrà eundo per digiti latitudinem ;
cephalica: contrà fuprà per diciti latitudinem ;'nam corporum fectio id doce:
nam maximis nervus qui ex cervice in- ter primam coftam;& claviculam
permeans;toto brachio fertur, bafilicz? fübeft eo loco,'quo ferit digiti
latitudo furtim eundo ; fi confocia- tioni bafilicz ;& cephalice imponatur
:? tunc fi digitkálterà latitudtinead axillas abieris,eo loco fuperd áreditur
bafilica eum nervum, dumnem- pe curfu fim ad cephalicá fl etit; ibi pericu-
ium. Quod/fi infrà pergas;in altum fe abditnervus. INecetia tutó in ipfa
cójunctione vtriufque |.vene fit (ectioscui plerumg; validiffimi tendines
fabfunt; cephalica auté fuperius, ut dictum eft; erit ferienda; nam ibiab.
arterià, qus ei vicitia eft; longus abeft ; nec quidquá periculi habet. QE»
Plures fi quis in fanguinis miffione,& ve-^1 nà fecandà expofcat cantiones,
et animadverfio- nes; Avic.legat 1.4. cap. 20. fed potiffimum .Nicolum
Florentini » Sermone 2.T vati. v. Summa 2.Capi 1.17.0 tn ' 18. et recentiores,
qui defangui-à nis miffione per íectam venam ex: profetfo fcri- [e píerunr. Dum
enimregulas quafdam ad hane:[^ materiam pertinétes tradunt, cautiones
pleras--|*& que attingunt, quas,neactumagamus;in prz. nm fentià
pratermittendas cenfemus, potiffimum, p cüminanimadverfionibus circa febres, et
raor-- pa bos particulares. quàm. plurimasad-hoe. nego- tum fpectantes infrà
fimus propofituksi. 24. Incucurbitularum ufu, frlocus fcarifican Cucurbi- dus
fit, nop adeó multo igneopuseft; nam prz- r4; pA 77 terquam quód fepenumeró
vefice. in cuuculà fzarifca- elevantur aqnà plenasqua fcatificationem cutis
tiene,sffi- intcgrz impediüt;attractum ét fanguinem adeó gaztnr ez condenfant,
ut mirum non fit, fi incisà cute fàn- £44ce d guis non effluat, potiffimü fi
diutiis adhxreant. £7*» et 25. Infcarificandà füb-cucurbitulis cute ad
Scarifica- evacuandum fanguinem,.non eodem modo fem- " quado per incidenda
eft cutis: nam in cute fuübtili et al- profunda, bà,intenul fanguine et bilicfo
non profundis ;; quan de incifuris eft utédum, fed fiper&cie tenus eft fca-
17v; f- rificandum : vbi veró in craffitm corium incide- ciezda. rimus et
nierum;crafstisque fanguis, et feculen- tus erit evacuádus,profundiüs crit
cütis,& fülz jacens caro incidenda, ne evacuationis fine fru-
ftremur;cümalicqui artifices quá plures videa- mus,qui in quovis corpore vix
cuticulá tráfetit, folümque ichorofum,tenuem, et in extrem fu- perfice
confiftentem fanevinem. extrahunt, ut Inanus 391115, et vix ferientis.nomé
adipifcantur. Caveant quàm maximé,ne diutiüs cucur Cuenré;- bitulam;carnofe
potiffimum: et molli part, ad- f4/a moa hære fipant : càm enim. vehemens fiat
attra- diutitis vf ctio, et multa carnofa fübftantia cucurbitulam., /*4 Pare
ingreffa fit, adeó coarctatur, ut fpiritbibus ncn, ^mi permeantibus pars
emcriatur, et eanorzna m, "^ quin etiam fphacclum fibeat; unde maxima vi-
tx pericula fequuntur. e z L VLl arm d" je?ri- bus interznittentiZ a DAS
f^ d üTHU) provo Y2yHiai$. Qontinais febribus top 2dior evAaCttalto La Lam per
lot: et à P, , Animadverfionum, et Cautionum Me. dicarum, Eas complectens ; Que
in F ebribus curandis ob[evvari debent . f. T vcrumeltin febribus putridis fiu-
doris,& urinz provocationem uti- lem effe ; ita in intermittentibus ;
maximé autem tertiànis, fudoris $99 ctülioremcenfemus quàm urine. [uu Nam cüm
fineulis harum acceffionibus videa- mus feréad ambitum corporis portionem ma-
terim transfundi à naturà per fudorem, motum| 4i illius imitari debemus.
Oppofitumin continuis fiat: quód in inti-0 miioribus venisineis humor
putrefcat, ex qui-- Jui ., N . - bus perlotium aptiffime ex pureatur;nifi
forfani«f ferofi nimium, et tenues humores praváleant »» Bs: et zftas cum
madórefit ; tünc enim etiam fudo--E ur fibus evacuatur . I c Alec REED F. IOr
Intertianà febre verà,& ardente, hecins Teriasis J| clyfteribus adhibeatur
cautio;ut ficut molles,& €$rden^1! refrigerantes potentià effe debent ; ita
actu vix. tib»s. elj- teporem habeant. feres ioc 4. Vtintertianà refpe&tu
fui; aut materieil- J"*e"tes lam facienus, numquam aab initio ante
coctio- ^as nem eft medicamento purgante evacuandum.; ita cüm quandoque ad
ventriculum bilis acris jh. icit transfundatur et mordens; eraviffima invehens
ionem pericula,& fzpe mor tem; po otiffimüm fi eger ad quádoque,vomendum i
Ineptus natura fuerit:ut illa preve- sargadz ; niamus,licebit purgatione uti
refpectu fympto-- e quado. matis, ut fyr.rof.folutivo ex fero vai odit "
vel cui incocti fint thamarindi ; aut et valentio- ribus, ut electuario rofato
Meu, aut de fucco rofarum ; quin inacceffione ipsà fymptorate» urgente, ant
liydkelz osten; velut vomitum adjuvemus;vel ut decrfi im ducamus;aut fané ut
acerrimam illam qualitatem à .ttemperemus . $- Vfusrh abarbari ut omnino Inter
principia V fus rba- harum febrium eft interdicendus, quód e eleétivé ^ar? (Stt
purget ; quod non licet crudà materià ; et quód cun calidum fit, «& ficcum,
qualia omnia evitaridaz, mod E ante concoctionem docebat Gal. 1. 2d Glauc. ita
ad deturbandos biliofos illos hum ores, et fyn- copen cx morfu cris
ventricult;& vehement n ma alia accidentia;in p rimis tribus, aut quatu«c
acceffionibus ante cocticnem cmnino fug len- dus : humores enim illos ferventes
ma?is exa- cuit; partem phlogofi quádam afficit; cbftrucio nes in venulis
mefaraicis poti&sadaucet, fit?cuE (GG ? (C^ et f TN s^ uci ix losofque
denique eeros redditi Inh 6. In purgatione 18 biliofis febribus molien-
febrions dà,caveat Medicuss;ne deciptatut.fiypoftafim ih pro pire». urinà
albam,;levem, et az: qualem exfpectis: cürn tione [aff epim im biliofis
affectibusfola nubes illas habes eit a". conditiones ad concoctionem
oftendendam füf- tubem es ficiat»fi exquifi aora illa figna exfpectaverit, re-
pea E e facilé occafionem prebebit, quitem^. . Inbilein eftuofiffimis iis
febribus evacos- Ya deeli- "Y licet rhabarbarum primasapud omnes Mc-
4atops; CYcosteneat;animadvertendutn tamen omnino küuA»HE CIIt, fl caloradhuc
vehemens in declinatione fibriz rba - v elin ventriculo, ve] in hepate, vel in
univerfo barbarum, Corpore, et folidis partibus relictus fit, et fitis ez pro
j3neens,quodin vehemenriffimis terrianis ali- bile. pur-- quandosfiepius in
continuis, et cavfbnecontin- ganda fu eit, preftareillonon uti ; undein illius
locom. fpium (übfirere poterimus decoctuim thamatindorü CH, . cum
fyr.ref.folütivo,& portione mannz,& fimi dibus. Rhabarbarum enim
caliditate fnà, et ficcitate;ac ieneis partibus, ut calorem peracci- deris
minuit, evacuatà calida materià ; 1ta per fe in hujufmodi corpetum condidone
"calorem, exacuit;ficcitacem adauget;ac fitim inducit:un- deaccenfis denuó
fpirinbus, denuó febies exci- tantur ; aut folidioribus magis ficcatis, hecticte
introducuntnt£, quod multi non animadverten- tes,non levem 1enominie notam
fübeunt, quod go vel declina ata; vel ceffata febris nova corüm Lione
excitetut'; GV uonedo Nujvandoautem etiam inis cafibus rhà bulbs. P wi EIS y
Würer iride case MEET c AS a0; barbaro uti placuerit, autintertianisipfisadeÓ
;j454724 || non ardentibus, ant in corporis temperie,aut e stipof-,J|
conftitutione fic catidà, et ficcà, quód praftan- //mus pro J| tiffimum
cholagoeum fit, ac maximé in biliofis purganda ;affectibusab omnibus, et à me
commendatum, ^» etis pe ts uA 1 torto ve xA $n «ff uofis potius dilutum, factà
in aquis refrigerantibus, bribus aut fero infufione,commendo,ut caliditas
illius, fei, et ficcitas retundatur. et ignez partes repriman tur ; aut ex
facchoro in fyrupum paratum cum cichoraceis,ut eft fvru pus de cichoreà cum
rha- barb.defcript. Gulielmi. Qvódfi potiones quit- piam averfetur, in. ufüm in
pulverem quic cm ducetur, fed ad mixtà caffià, ejüsve fuccoad un- ciam, facilé
enim fic ficcitas ejus retundetur,& lenez partes compefcentur. 9. Scammonil
ufüm ut in biliofis omnibus Scammo- febribus fifpe&tum habere convenit, et
non nifi ? &/vs à refracàillius caliditate mixtione aliorum me- 4 fe
Idicamentorum refrieerantium;, ut in electuario ion jr .Frofato Mefüz,& de
ficco rofaxum,& admodum po » raro ; ita in ardente febre omhino fugiendum
MM ieriet tcenfeo:hazc enim febris magls, quà quævis alia, hrefrigeranua
expofcit. Quapropter per caffiam, imannam,.fyr.rof.folutivum ex fero, violas, tha-
imarindos,fubducere hv mores peccantes conve- Imiet, vel etiam Actio Z'errab.
2. Ser.1. cap. 78. lid perfuadente. 10. Poft blanda hac medicamenta ;Optimé.
s/74; "T, Ifaadet Avic. dormirealiquantulum ; cm enlm. furis. lletiam
alimentofam habeant facultatem;etiamfi medica- iportio aliqua in alimentum
vertatur, refrigcra- mentis, pa G 4 bit, t f - v/ B AA. Caufone laborante T
Psrgato » J&€ € : (asi ardentierum la- ePi opti- 222473 « Sacchart vofati
ti- f5 » post pegato- zem in Qogadl 915 » ion qrebádus. Ju fbre 9» gerttana eti
mter e» [onis eie,vtilus à Gal. c^ alüs infi 11445, «- bud noftra zes pericu-
lofuts " xo4 bit; neque tamen evacuatio impedietur ; natura ;| 1^ per
fomnum refocillatà... 11. À purgato in caufone humore ; fi.quis la--| 0^ ctis
ferum ad frigidum alteratü per duosstrésve:| i dies fümpferit;vel lacafinz;illi
maxime confül--| iu tum cenferem:humedctat enim, et refrigerat corr] d pus;
fitim extinguit, atque fi forté hectica ince10 perit;omnino eam reprimit. NI
12. Vndeetiam non adeó probanda eft pra] ui &icantium confuetudo, altero à
purgatione diez] fem per faccharum rof. ex aliquà aqua refrige uiti rante
concedentium, ut calor, ficcitásque v1 ex-- tu purgantis medicamenti facta, et
ex febre reli-4 it &a et fitiscompefcatur ; càm experientiffimuss ux
Rhafis, 3. T rat. contin. 27. eos, qui calorem, &q qu ardorem in ventriculo
patiuntur;illud comede-4 it renullo modo debere teftetur,& maximé fi
eftass, ii fuerit;calefacit enim;inquit, et fitim inducit;idls jc quod-etiam in
multis experientia docet . Quareq a. praftabitautfero ; ut dixi, uti, aut aquà
horde] iu cum füccoaurantiorum, aut julepo rofato ; autij gui violato. 13.
Lauté etiam nimis, etiam intermiffionis] un .tempore;cibari mihi videntur
tertianà laborans]. .tesab omnibus feré;& à Galeno ipfo:qui cibarg ni; .di
modus fi apud. nos 1n ufum duceretur ; omne: qi ex tertianà fimplici in
duplicem, aut etam com] iy; tinuam duceremus. Atque hoc fépé; ac fepiu: un;
juniores Medici;&üm ex fcriptorum inftitutà vid oj Ctüs ratione victum
prafcriberent egrotantibus:| ex perti funt; cium egrotantium periculo, unde ld
uj; mutare WE. 3 A s P». "e
*. E n TO ix A S (1À5. mutare fententiam coacti funt . I4. Quinimo, fi vinum
pro potu incipiente» co&tione curh Galeno,& antiquis cócefferimus,
onines in deteriorem condit0nem ducemus ; ut ^ vixin ipsà declinatione
concedere illud poffi- mus ; five hoc corporum noftrorum conftitutio-
nitribuatur;five vinorum noftranum conditio- ni; five utrique; hoc unum fcimus
; fecurius per totum morbi decurfüumabdicari vinum. 15. In quotidianis curandis
febribus anim- advertendum eft; quód, licet in febribus aliis in principio
uberius fic nutriendum, paulatim ver- fiis ftatum progredientibus imminuendo;
;inilhs camen primo feptenario tenuiüs funt alendi z- ori, ut et crudz in
ventriculo contentz materiz attenuatz;excalefactz,& exficcatz;aut in bonü
fuccum vertantur, aut faltem abfumantur, aut per fe,aut ope Media, le
'nientibus,& abítereen- bus fübducantur;in quà re Rhafis, Avic.& re-
liqui omnes Mauritani conveniunt, ut nempe» primis feptem diebus tenuiori viu
utamur; quàm etiam in ftatu5qui omnes à Tralliano mu- tuari videntur. 16,
Siramenà falsà pituità fiat; potiàs vomi- tu in principio expulfa, aut
dejectorio abíter- gente per inferna educta, cum nutricatui inepta
fitevacuabitur ; neque dixta adeó ab initio erit attenuanda, ne incalefcat
magis, ficcetürque minüfque eductioni apta reddatur. Quamvis vomitum in hac
febre Galenus Jaudátfe vifus fit;apparentibus fignis ccétionis, quod Vino i€r-
tianarti apad nes per totum morbum interdicé- lw quoti- diamis i5 principia
fnniAus A- lesdum e- tamqua in ffatu. Pituita falfa ab danteyvte u$ ab ife 2it0
nom adeb attee nunndas » fid evæ cuanda « Iz fcre enuctidis« 2A "vem [^ X
e tus utilis ab tnittio, eo quomo do« Siwotilia na in bre, prater qUmiupn ab initio,
valenttor evenit i Satu,e€x Gal. . Mel.vof.fo dutivii,l- - «et £n bi- liofo ab
i- 3211:0 non €OQventat, 22 pituito Js optima eff veme- dium, c eur. "Aloe
15 quotidia- $5, C a- liis febri- £ns locis, optimum remediis. e/ P d ZI) Í ^
y^vs /9 €. :06 quod in ftatu evenit ; id tamen decà per vomi tum evacuatione
intelligit, quà univetfüm cor- puscvacuatur radiculà, cui veratrum album 1n-.
fixum fit: cümenim majori cx parte primis die- bus ventriculus pituità fit
refertus; fi ad vomen- dumneptus non fit; aut natora, aut. ftructurà
corporis;optimium erit,blando facili vomito- xio tentare illius
evacuationemsaut fi fit naufea- bundus;à cibo . 18: Quamvis mel, et fyrupum
rof.foluuvum in biliofis febribus,abinitio,cradà exiftente ma- terià,in ufüm
duci non poffe ad fubducenda ex- crementa communia,jam docuerimus;in quoti-
dianà tamen, ad abftereendos vifcidos à ventri- culo humores. przcipué mel
preftantiffimum remedium cenfendum eft: attrahens enim facul
tas.frigiditate,& vifciditate humoris primo oc- currentis evancfcit;&
quafi emoritur; valés au- tem maxime facultas abftergentibus relinqui- tur.
jars 19. Ne quis inamphimerinis füfpectum ha- beataloes ufum,ad.deturbanda
communia ex- crementa, et pituitam in ventriculo, et primis venis exiftentem
fübducendam, vel ob eam ra- tionem,quód bilem potiffimüm illam fubduce- re
fcribat Gal. 7. Æt
b. med. a4-& S.de compof. med. [ecundum loca, cap.2.. C lib.de T ber. ad
Pz- Jonem,4. et Paul. £b. 7. cap. 4.vel fané,quia eam- dem calidam in
primo;& fecundum eradum at- tngentem,& in tertioficcam;idem Galenus.có-
füituerit;quod quàm fit febribus inimicum,qui- libet; aloe efle facultatem:
alter NIMADFERS. libet, qui febris naturam examinaverit, facile poterit
intelligere: Animadvertat,dup P. 107 licem ih . 41e, dy 4 am à totà fübftantià
jx faci ductam;quá bilem potiffimüm,tum etiatn pitui ;as. tam,fi non à toto
corpore, faltem à venis etaim " ^, Circa hepar attrahere, et é corpore
pellere con- fievit ; de quà locis propofitis etiam Galenus z alteram
deterforiam,& attenuantem,quá et exe crementa, qua funt in ventre, et
inteftinis, cue jufcumque fint generis, per inferna fi bducit ; cümqe
potiffimum inter feces evacuantià», ÉxxbebeTiXxo d dicta,principem feré
locum.occu- pet facilé propofitas omnes difficultates fü peras re poterit. Cum
enim tamquam bilis pureatós rium medicamentü affimitur aloé ad drachmas i'edüam
duas, et non nifi raró, utalia medicamefta longé à cibo fummo mané,quin 4n
febribus biliofis concedi poteft : fi etiam raró veró aloén Hu letjectori
medicam 1 üÜte Humamus, ut dejectorium medicamentum, üt "- ique deterfione
quádam ac attenuatione, quid quid per viam invenit, fibducit, et frequentiüs
llafiumi, cum cibo permifccri, 1n mini ri quantiateaffumi, et febribus loneis;
tertianis hothis, »& quotidiánis, quàm maxime auxilio effe pote- Iit;
pouffimüm fi lota fuerit; nam quamvis jy. e£ IG. de ruend. val.Galenus 31 Oocf
neque ficcam, ne' l|Ique melleexceptam fenibus concedendam fta- ftuerit, nifi
maona aliqua neceffitas ureeat, c^ 8. Ie compof. med. fecundu loc. cap. 2. bili
fis,& ficIE15 corporibus alo€s ufüm non mediocriter infe- Ium docucerit;In
aliis (anc corporibus,five moctbo tenLorgis fe» byibHs a loes ufus cópmodus .
i^ MERIT æn gant ei (ix iQ1o8bo tentátis,five fanis, ub! vitlofis füuccls
utcumqs bent infeítentur, aloé non fine magno commodoin. ufim ducitur,
potiffimum ubi ventriculi villisii adhzreant:fic enim Oribaf.7.Col/e£l.cap.
27.abfinthio alo£n cóferens,ftomacho placidiffimam juu effe contendit et fumi
quotidie poffe à ceenà ; depu. aT ME aie quod. Ewporiffon cap.9.übi de
evacuanübus; eju in fanis corporibus conveniunt, agit; quan- titatem enimiis
przfcribit,qui quotidie eam afAAloes va- Pia quanti 345 [umen 8A s [7 pro
$urgato- o, C f $ro dei- éforiosat- dicatméete. fébducit euim.» Yaquit c
ciborum vis nou bebetat, Mi erattvea fitim uon inducit, C" bominem ad
cibos fu-. à anendos facit promptiorem ... Ex quoniam proximé f ante hzc verba
dixerat;aloén ad duas drachmas. furi fümptaio, pituitam,.& bilem fubducere:
cüma jen addit; [omi e riam quotidie poteff cama.non intel- i: licit de càdem
quáütate;fed alium ufum fumits Ki fümunt;trium cicerum mænitudine.Idem eti3; et
longiori oratione explicuit Aét. 7'etrab. 1. Serm. 3-c4p.24.cüm enim ad trium
drachmarumiJi;, etiam quantitatem ad multos demoliendos mot; ' bosoptimam effe
ftatuiffet, commodam etia malos. effe (cribit fanitati confervandaz;fi quotidie
antep... coenam fümatur,utante prandium mane: id au--]i... tem effe non poteft
in càdem quantitate, fed adi fcrupulum, aut femidrachmam. Sic ex Mauri-1,.
eàdem, ut medicamento purgante; agit, ut et apud Mefuen viderelicet. 511g1tur
tamquam... deterforium medicamentum, € ventriculum. i expurtanis Avic./ib. 2.
cap. 45.de iis.qui fecundà vale-4t. tudine conftituti alvum movere poffunt ; de
de-4.. terforià hac facultate loquitur; C Jib. 7. cap. a. ded. n h i ad LI
" » E- AA LM, Ixpurgans fümatur,& in minori 1llà quantitate, li ftatim
à cibo, vel etiam ante cibum ftatim fu-. fimatur, febricitantibus iis fepé
concedi poterit, "lin quibusaut crudi multi humores febres: pro-
fluxerint;aut certe ex diuzurnà febre debili red- flito calore ventriculi;multa
pituita congeratur, Int in longis febribus veni ire docet Gal. 1. ad IBlauc-
Sic 8. de compof. med.fecundum loca, bens 'JlBc Oribaf.Joco czt. in febribus
hujufmodi, potit- dMimuüm fi lota fucrit; aloén quàm maxime com- 'Ilmendàrunt,
non lotam tamen in iifdem, fi edu- 'Jcendi indicatio pravaleat; etiam
concedunt. '«KCócedacur igitur intrepide in iis febribus; cüm; Iguz ex febrili
calore defümitur ; indicatio nona 'Iprevalet ; fed qua ex craffis humoribus in
ven- lrriculo coneeftis o b diminutum partis calorem, Irum ubi roborandi
ventriculi viget indicatio, [quod in longis febribus;& ex pituità cenitis,
et lWtertianis fpuriis fepiffimé evenire dicebat Ga-- b en.1. 4d Glawc. Vnde v
^, cmus; Maurit; anos, à Weam fcholam fectantes; et pilulas ex hierà Gale- ni
comendare,& alephanginas bis in hebdoma- ddàin paucà quanutatc à 'canà
fümptas . 20. Ínufü attenuantium, et diureticorum.., hzc efto cautio, ne tiene
eorum ufi nimium jl fint calida attenuantia, fcd moderate aperiant; 4 neaut
materia nimis liquata;& fufa majori.mo 3 le tureeícat, et dolorem per
univerfum pariat ; :raut exhauftis tenuibus partibus,quz relinquun- ur fontiiob
esremancant;& quodammodo lapi- Wi defcant;& ininvictum fere malü gri
decidant, Als ill ud : (4€ I bÓA. Atenas
tia m p 2m ter calefa- Citntia s, Purgátia valeterra non multüm in febribus
ufum medicameétorum. Illud certiffimum eft, 1n Galeni doécteinà 14.4 *5i» Àri
pareantium commendari;cüium $.44erb. 1. abío» bus in 45 lutam putridarum
febrium curationem trades, VON . Purgatia Iivia repe nta sque ti dianis Covent . ne verbum
quidem de purgatione habuerit. Et Il. AMeth. inrefolutorià illà :methodo
curativà. earum, cüm putridum humorem evacuationeo effe propulfandum
doceat;ftatim fübdat, eligeix dà cffe medicamenta, qua fine calore educant ut
funt mulía ; ptiffana;clvfter.| Et
1. 22. G/ane. etiam in continuarum curatione purgantium., medicamentorum non
meminerit. In tertianà vero praftare ait medicamenta alterantia,quàm. ||
quomodolibet evacuare: id veró, quód fe penu- meró per urinarum copiam;aut per
füdores, in- fenfibilémque tranfpirationem morbifica caufa fit evacuata ; ;
quód, fi qua füperfünt, craffiores potiüs alique portiones erunt, non multz,
111a medicamenus noftris blandioribus non. calidis tolli poffunt;cüm in eà
quantitate effe conjecta- bimurquzad alios in putredinis communionem
attrahendos apta fit; cüm veró non fepe id in tertianis, continuis, et acutis
contingat, raró etiamin fine earum purgationem exercendam. cenfüit Hipp. 1.
Zdphor. . 2.2dpbor. 29. € lili. dé diua pura. . In febribusautemà pituità
venitis, qua : |." intermittunt, levia quafi medicamenta purgan- tia
tantum, eáque per iptervalla admittit Gale-. nus, quem fecutus eft Alex.
Trallianus; magna:^ vii aüctoritatis,/» I2«£ap. 7. d€ hacre differ €n$5, cüm
dicitzVerz oportet auteso ipfos tmiverfrm pur- ) [reete vices, C ftmplicioribus
medicament is. 1! €'c. Vnde fortaffe recentioresfuorum mmoran- 9 tiumufüm
defumpferunt. quod 1n aliquo cafü, et aliquibus febribus; et poft coctionem
conce- dituf ex arte, ad omnes febres, et quocumque, "f tempore, et in
principio malé traducentes J^ z3. Levius etiam;cautiüfque in febribüs om- '|
fibus purgandum efle conftat, quàm in alns vifcerum,cordis nempe, et hepatis
fervor, calor ex hiimorum motu contractus, et deleteria., vel faltem fatis
calens medicamentorum qualitas in causa fünt, ut cü timore in febribus
pureemus, in: morbo autem non febrilr audacter evacue- mus;id quod Hipp. Jib.
de rticuliss in fige, cla- rifhimis verbis o ftendit. 24. Verüm purgare corpcra
in febribus cüm opus eft, inclinante morbo, vel poft illum, quo "| tempore
vires majcr1 ex parte fü ntimbecillz, et E fpiritus multiüm exhaufti ; cavendum
maximc il Medico eft;ne ex affureendi frequenti; aut ex humorum evacuationein
fyncopen incidant fui M ueri quod vel in pureandis iis, qui à tertianà |fünt
évacuandi; niaximé timuit Averrocs. Qua- ] propter jubeat excrementa 1n lecto
exonerare », vafe aliquo huic ufti 1 accommodato füppofito, aut findone
plicatà, quod innuiffe vifus eft Gal, : 3.de Cri. cap.9. r s: et ( ÀÀ - E- HÁ
ÓMà Pureadg Mone 2 morbis à febre fejunctis : calidiffimorum enim. fZre 444 2:3
alus "orbis e? 471 Debiles dum pur- gantur, e leto 207 furgant. In
quartanc febris rectà victüs ratiorie », Quartana d&in quantitate;1lla fit
animadvcrfio; utin prin- rin prin CX plo £iplo va- yu; Ui- es, ch quemodo
sariadus. &alfatné- 42a quartz Jod: 2 944 LADOr a znuàbuscon- zcdenda,
"n parece ; emer. Quaia(cipio non in omnibus fit eadem;neque enim fefe per
à craffiori eft incipiédum, quod ex commu ni regulà 1. Z4pbor. colligunt
aliqui, in ftatu at- tenuantes. INeque etiam femper per primas tres hebdomadas
abftinendum erit à carnibus, et pullis gallinaceis, ut ctudi humores poflintat-
tenuari;& abfümi,quod magni alioqui nominis viris placuit; fed
diftin&ione opus eft. Saneui- nci,& carnofi, quique lautiàs vitam per
multos dies traduxerunt, et qui crudis multis fcatent fuccis, et qui ex
fanguinein melancholiam ver- fo febricitant, primis quatuordecim, aut viginti
diebus,tenuiüs alendi erunt,atque ctiam.fi fierl poffit ; ab ufu carnium funt
1interdicendi,ut et crudi humores in vétriculo,& primis venis exi- ftentes
concoquanturattenuati, et in fanguinem mutari queant, névealtius permeantes
obfttu- €tionesadáugeant. Qui veró in primà regione cruda non acervàrunt;&
biliofi funt;macri.faci- ]é refolubiles;tum et pueri; aliter funt in princi-
pioalendi,atque concedendze erunt carnes, ut diuturno morboobfiftere poffint ;
atque ad fta- tumufque cum viribus valentibus pervenire. Quód falfamenta iin
quartanis laudentir à Galerio,cavédum eft,ne multo eorum ufu mes Jancholicus
ficcus in corpore adaugeatur ; con- cedendá igitur erunt parcà manu,ut
medicamen tofa alimenta attenuante vi predita, et utappe- tentiam, quz primis
menfibus omnino folet effe dejecta.excitemiüs . 27. Sànguinem quidem in
quartaná miffufia pa per fectam venam, fi opportuné hoc auxilium xis vez
adminiftretur, Galenus cenfuit optimum reme- /eclio 2u& dium ; opportuné
autem fiet, fi multus in venis 4ecozve« fanguis fuerit; et craffus, et
fceculentus,niger et "^ craffus. 29. Vnde jure merito Medic prafentia ne-
Quarta- ccflaria eft,dum talis actio à venifecà exercetur, »3labora qui
qualitatem fanguinis confideret,ut eo infpe- bus di Cto, fi niger, et craffus
fit, liberaliorem permit- /?guis tat evacuationem,habità femper virium,atatis,
*"4^44- plenitudinis, temporis ratione . Quód fi potius //^» Mess
tenuis,& clarus fit, et potis ad flavum vergat, gere fupprimendus erit.
shi. . .Adhibenda tamen hzc eft cautio, ne fta- Sanguis 2 tm ac perrubentem
faneuinem,& bonum exire "miffione viderimus ; illum füpprimamus
fieillatà ven; fenguini fepius enim vidi primas illas duas uncias effluc- z:
quarta tes bonz conditionis, quód non ex penitioribus »i» zé fta educantur,fed
ex venis brachicrum, quorum //7 fuf- fanguis ob affiduum eorum motum,quandoque
PW, purior redditur ; progrediente veró evacuatio- '- ne,nigrum, et craffum
cffluxiffe. Quapropter ó Pes, faltem due, aut tres unciz vt effluant, finendz
funt ; antequàm certum de hac re feratur judi- Sauguts 7 e» guis optimus é venà
fluat, permitti debeat effc /^ 24? ;1 1 "v 3 A i - * ^ 22 54071 xe;neque
fif oporteat.fi forté ex antéactà vità, ^^^ et fignis plenitudinis ad vafa
cognoverirous, ^ - d tantam fanguinis copiam conoeftam in venis cf- dm Íe;ut
nifi folvatur, periculumaimmineat, ne avt. 7/ Á HOovVvuS LFD. SEPT ALII MEDIOL.
novus aliquis morbus magni momenti adjun- gatur,aut Certe ex multà illà
fanguinis congeftà copià obftructione genità aduratur fanguis, et inatrum fanguinem
mutetur, addatürque in, caufam quartana . Ságuitin ..31. Etlicet Galenus
deloco, unde in quarta- quartana p fanguis eft evacuandus, agens, cenfüerit ex
quád? ex Axillari,five internà brachii finiftri venà effe edu 4t? cendum, illud
fumés, quod majori ex parte eveFM. nit,originem quartanarum ex fplene pendere;
du, praftattamen hacin re Actium fequi, cenfen- tem, confiderandum effe
priüs,an potius vitio hepatis,multum melancholicum fuccum eignen ris,vel affato
fanguine;vel aliquà alià occafione» fiat:tunc enim potiüs ex dextro bracbio,;
quàm é finiftro;fanguis effet mittendus. dnpefefa .32- In peftilentibus
febribus,fic didis; quód j» mini pefüferas emulentur;ut verum eft,ma]ori ex par
potest fan te mittendum effe fanguinem fectà venà,confen[ élam vt- dictis,rariüs
id auxilium in ufum duci debet:nequa ex acris putredine, nifi magna fabfit
pleniperpenfis i gqnisper fe tientibus viribus:ita in pefte;peftiferífq; fic
vere fr. ), C queenim umquam, fi à pravis cibis in annonz '| : e " Md ^
quando, penurià fiat, fanguinem mittemus ; neque in cà tudo,& humorumzftus;
miffo enim fanguine »» |. et füperfluum fanguinem evacuabimus, et eftüij.
frenantes ; ceris occafionem fübtrahemus multi, 7 æris trahendi ; neque
periculum imminet tanti). " collapsüs virium, Át cum peftis
contagioaliun--j. ^ » de delato alicubi ferpit ; qualecumque fit primüij ^
nrincipiem, miu intrepide poteft ; 11s omnibus "tM perpenfis et
obfervatis, quz in reliquis febribus 5 8 putridis confiderari folentquód ezdem
vieeant "Rindicationes. Confentit
Gal. 3.7 1. Epid. 26. in Critone.& 3g 3.cap.76.in Calvo Lariffe, in qui- I
bus voluit miffionem fanguinis convenire ; cüm * E pefte laborarent, 2.77 3.
Eprd. iz proezz. Quin et ERuffus;referente Oribaf. 6.5yzopf. 2 5.in pefte», Abi
fanguis abundaverit ; vel ubi alii humores ']Rdmixu fintfanguini.fiátque genus
aliquod ple- Inicudinis,jubet effefecandam venam.Idem Æt. der. f. cap. 95. et
Paulus, b. 2. cap. 36. ex Ruffi )ffententià. Ex Arabibus Aver. Jib. 3.7 bezf- T
rad. dB- cap. 7. Rhafis 3.cont. T ratf. 13. cap. 2. c? libro / Me
Pefle;cap.6.8c Avic.lib.a.Fen.1.1 rat. 4«CAp«A. jit ii fatiseffe poffint
adverfus Fracaftorium, et Inovitios aliquos,etfi magni nominis. Neque ve- Jró
faceffit negotium, quód haufto veneno fàn- 1IIBuis ex venà non detrahatur,ne
bono faneuine ; "Ur IPX venis evacuato, in venas trahatur, et perfan-
"fBuinem difpergatur, non fecüs, quàm de feclá "lrenà crudis in venis
exiftétibus humoribus: Dif- ü)ffPar enim omnino eft ratio ; nam hauftum vene-
i'ifiuum quamprimum eft vacuandum,;dum in ven- eliriculo;& primis venis
continetur, quod vel vo- it /llnitu, vel pureatione fit, venz fectione fieri
non Uifboteft, quia fanguis bonus In venis exiftens, de- ullra heretur,venz
veró inanitz fugerent, et attra- ""ilrerent ad fe venenum in ventriculo,
et mcefcnte- i! RÓo confiftens, quo nihil perniciofius cffe poteft. silDuare
Diofc. b. 7.de curationeab haufto ver.e- jillloæens, non meminit venz
fectionis; quem fe- 5 H £ cutus Mri. -ec ln Pt le s 33 J : ; : gnisad a- nem,
et aliorum Mauritanorum fententiam ea-4t. nimi deli ynus,qui in aliquà pefte ad
animi ufq; deliquiunogiui quid no». fanguinem detrahunt;cüm in pefte potius
quanagui enittédus: tas minor effe debeat fanguinis detracu, quàmgu : &utus
eft Act. Ser.13.cap. 45.X Paul.//b. cap. 28. Ai Atin febre peftiferà venenum,
five materia pe-/7 - ftilens,non confiftit in ventriculo;aut primis ve-4t
nis,fed jam ineft in venis cum fanguine commix-Jur ta ; proptereáque detracto
fanguine, pars illiussiui materie peftilentis fimul cum fan guine inanitureduii
Hinc Paul. Jb. $.capit. 2. dixit, veneno in venissfii exiftente,(angmnem effe
detrahendum . Difpattjnu, jcitur eft ratio curandi haufti veneni, et febrissp)
peftiferz evincendz .: fu ;:. Cavendum tamen,nein Rhafis opinio«jtt: inaliis
febribus putridis,quód vitales vires in edm: magis. faciliüs concidant . i| In
poffe fo. ..2 4, QuinimO,ne detrahendus.eft fanguis pest in 9? H7 fe tam
venamdn brachio,fi morbus jam invaluufi; MM rit ; quód vires qua f in princi
pio miffus e(fedin, 2 jeg x fanguis,vegetiores factz effent;,exonerata ab ona,
re natur, jam ex virulentià fradte fint, et propteyri; reà refiftentibusmagne
putredini;& alexiphar TM macis potilis eritagendum. ! 3$. Quid
veró,erumpentibus,aut eru ptis maur, culisillis;aut puftulis? an mittédus erit
fan guisslius. 'an potius ex fpe&tandus exitus nature? an jamais, eruptis ?
Egofane, dumoperatur natura,à primfs.. -cipio fum fpectator ; mox ; fi feeniter
id agit ; 6. plenitudo magna adfit; et fervor humorum;eve., cuo fanguinem
fe&tà venà; et fe pe miteftit mor, bus ANIMADVERS. .: try jus, æftus
imminuitur, validiüfq; reliquum ad gutim expelli fepé animadverto . Neque enim
Wiericulum illud impendet, qucd vulgus etiatn» nigj-iedicorum umet, et adeó
exhorrefcit,neífcili- get humores ad cutim impetentes; aut delati re- ulrahantur
à circümferentiá ad centrum ; quod Wnifflione fanguinis fieri tamquam
certiffimum. Juffumunt;& tamquam affertü à Galeno 4. zuezd; Ital. 1o.
Miffio enim fanevinis per fe potis fane fjuznem à centro ad circumferentiam
revocat,ut "ixperientia docet, et Galenus apertis verbis tta dudit a. de
ruezda val.4.quód fi oppofitum c. 10. aMuu[æm libri atferit ; id de multà
fanguinis eva- quauone per accidens intelligendum eft. Cüm Jinim per fanguinis
mediocrem evacuationem.; ginguis;qui in venis internis reperitur,ad exter- J| »
€ extra corpus revocetur, utin intetpisin- qiammetionibus manifeftum eft ; fi
ulteriüs pro- Jirediatur evacuatio;cüm interne ille magnæ ves («hz
exinaniantur.natura provida; ne partes majo Jis momenti deftitutz remaneant
fanguine, ex gccidend, et fecüdarió à carnibus et venulis am- ditüs fanguinem
iterum contrà ad interna retra- liit. At i mediocris fiat evacuatio,tantum
abeft; Nit mifhio fanguinis per fectam venam kedat ; aut levocetut doceerit
Gal.6.Fpid. Sec. 2. Com. 30. in latis illis puftulis Simonis cujufdam;fanguinis
dniffionem maximé futuram proficuam.Neque : Niicant; Oribaf:7. Synopíeos 7. €)
3.ad Evnap. 21. jum hac verba ad verbum recenfet, omififfe feAMtionem vene; ut
proinde ceníeant additum effe "M .3 in Antbra eibus, t^ bubenib. apparent:
&us f«can da vena, € 4o do.LFD. SEPT-ALII MEDIOL. r1 in textu Galeni, cüm
in omnibus Galeni codici- || ci bus illa pe reperiatur, ut potius ab Oriba4 dti
fii colle&ore omiffam per oblivioné dicere poffi- «| 11) mus ; aut aliunde
defümpta verba illa effe, càümug m! cadé difficultasin purgatione etiá fubfit .
Quam] tuii opinionem confirmavit Æt. z. Quar.Serm.1 .cap-- Vit 126. puftulas,
five vibicesin principio peftiferæimo febris apparentes, fanguinis miffione
curans . 7 36. Inanthrace;furunculo, et bubone; potif- rs fimüm fi in
emunctoriis cordis;aut cerebri fiants, lunt nullum effe præftantius cognovi
remedium ; fiilüni vires conftent, &cin principio verfemur,maximé3 ji fi
plenitudo; et fanguinis copia adfit ; fanguiniss[ yn: evacuatione, tum ratione
febris peftifera, tum) ratione morbi particularis:càm enim fiant à fan- we;
guine craffo adufto, bili flava admixto; quidli equé fanguinem evacuabit
peccantem 1n totaxXir corpore, tum et dolorem illum intenfiffimuma d mitigabit,
qui fiepé vires dejicit, maximé cümzdliny partem nobilem obunuerit ; tum et
materiam; evacuativà revulfione à parte retrahet? Scio;hædin inre, ut et in
füperioribus experimentis certari sj; et contrariis quidem. Ego veró in
pefteillà in-4n. figni 1475. et 1576. noftrz hujus magnz civita-4fti, tis,
profiteri poffum;ex octo illis Medicis;quibuss, pefteinfectorum cura erat
demádata; inter quossii, et eco unus erá, càm unus;aut alter vene fectio-Juj.
nemin fuis zeris aver (aretur,Fracaftorii, et alio-4.. rum doematibus infiftens,
nec ex fententià cura-J». tiones füccederent, mutatà fententià ; aliorumz p,
exemplis, et felicioribus fücceífibus utique ex-J citati ^w Dd citati,quàm
przftaret fineuinem evacuare, tan- demcognovére. Vndeetiam comimuni confen.- fü
in pefte hujufmodi nobile remedium nullo 4 modo pretermittendum
effe,decreverunt,modó ftaumadminiftraretur, et parciori manu, cíáque adeffent,
quz in co remedioadminiftrando pet- i$ pendendaíünt. Eratautemnon ex acris
COrfil- ' 4 ptioneuniverfáli peftis ea.fed contæione,& có- d municata ; et
ferpens,falubrialioqui et cælo, &e anni conftitutione faluberrimà ; et
rerum om- nium, quz ad vicum faciunt, maxima adetat abundantia ; corpora autem
noftratia veré fucci 4 plena conftitui poffunt. 37. Caveant tamen, nefemper ex
ehdem aut. 4,5, ven, aut parte fanguinem hauriant;fi enim poft cius, eh d aures
parotides exoriantur,aut füb axillis buboe. 2u£ez;- nes, aut anthraces,
furunculíve in trunco füpes bus aptæ riori eruperint,ex brachio ejufdem
partisftatim *enióus tundetur vena. Quódfiininguinibus bubones ^ £4fe; gU
erumpant, et inflammatorium dolorem proei- p^» Pd d gnant,;intalo ejufdem pedis
fe&à vená faneuis - Wevacuabitur. Si veró anthrax, aut forunculus 5^
(fapparuerit, ex oppofito evacuabitur ; illà enim Mectione venz et naturam
onere levabimus, et qananus adjutrices natnrz porri&emus,ut ad emü détorium
illnd humores detrudat ; cüóm enim à dcorde plurimüm recedat, vidimus plurimos
ex jf f bubone in inguinibus curatos ; pauciffimos au- gJKem.fi poft aures per
parotides; ut fere nullos, fi JMfüb axillis materia detrudebatur. Atfi anthrax
dnaícebatur in dextro; puta ; crure, evacnandua H 4 erat - i Xe X rj - 1 E E
PLN 4 ULEIXBE 2e ZLPD. erat fanguis ex finiftto, ne majorem molem ma- teriead
locum affectum traheremus,unde et in« : flammatio major fieret; et dolor
inrenfiffimus ; unde vires collabafcerent ; praftatigitur in con- trarium
revellere, evacuando,fimülq;à princie fi pibus partibus virulentiam retrahendo.
Do&rn- : nam hanc licet
colligere ex 6. Epid. e£. 7. tex. tun ubi dicit;in anginà peftilenti fe venam
fecuiffe in 1 cubito. Scarifez- 38. Sed cm in pefteomnia fint inprecipiti. fut
tis cur occafione pofita, et aliquando Medicus ftatim . (ite in pefle [^ non
accerfetur ; aliquando etiam vene fedio ab [ui Iuberri-. 4]iquibus non admittatur,
cuperem ad manus j|: T4* artificem habete qui fcarificationem malleolo-
rumfciret adminiftrare : commodum enim effe remedium cenfüit Apollonius apud
Oribaf.7« |: Colle&l. c. 19. C 20. quo etiam, cüm aliquando jur pefte effet correptus,
afferuit effefanatum; quod. |ui remedium pro plenitudine curandà, quafi venz. .
pnr» fe&tioni zquiparaturà Gal.4. val. tuend.4«O 20«. fii Qua actio omnino
diverfa eftà noftrifcarifica- tione inloco cucurbitularum, ut conftatex Oris
pat baf:7. Collet?. 18.ex Anvylli fententià;fiquis ca- fun put illud, et modum
exercendz illius operatio- Bu; nis confideraverit, et quz à doctiffimo Profpero
Ju Alpino de hac re fcripta funt ; ib. de Medicina Wu. "Ægyptiorum,
quidquid contrà f enferint Avic.I. fü lib. Fen 4. cap. 22. et ceteri Arabes
Media. 1 Cueubi-39. Verümfi jam aliquátó progreffusfit mor-. fan tula feri
büsis peftilens aut nefciamus, an vitales vires fav. ficata ali- fixing fatis
fint; quod aut vereamur,ne pertenta- - P K1S alSfi: apr! ANIMADVERS. LIB. FL.
124 tis arteriis peftemin nobis contrahamus aut le- quiido vi- pe cautum fit ;
ne primis quatuor diebus Medic zs fe- Ipulfüsarteriarum tangant,ut apud nos
confütu- Zioz;s ve tum eft : certé folebam egoin noftrà pefte .aquà. z«.
-icalidà ablutis füris;in internà parte cu curbitulas linjungere cum profu
ndlori fcarificatione ; iom Ikca evacuare fangvinem ad fex, aut octo uncias ;
pro fienisaut plen tudinis, aut robore Yinubis Iquamvis enim immediaté f;
nguinem ex v cnis i fIhon detrahant, fed ex carnibns, neceffe tamen, Ie ft;ut
carnibus inanitis, ex venis fübeat alimenA4 ; fum, et confecuenter eiiam totum
1nanlatut . 40. Quinimó et frequétius,& tutiuseft prz-. c,;,,5;. Ifid: ium
hoi 'Cc,cum et evacuet fanguinem. Citra» re cum imultam fpirituum exfolutionem,
ab he pateau- f'arifica- ftem, et corde, ad longinquam partem vi irulen- tione
in fia j;ftiam avertat ; nec verum cft, quód non fint pro- 75 ? peffe
Futurz,quianimis diftent à corde ubie: na mina- f/equen- AN ft- Inità
plenitudine totius corporis ; ipfas quoque» p "i A72 €- [cordi vicinas
partes necefle eft inaniti., 1:21 0 4I. Quid fi inanito cor pore urgeant fy
DABIO: ou eniin [mata,& exanthemata lenté prori IDpant;COr V€-,,j, $ doy ro
aneuftiis prematur in pe efte, et animi eps fo qua ida Itieliquia, autin fie
nis do lor capis UIgeat, QUC zpJicam- Inmil lefvmp tO ma» quod fa penumeroó in
" efte» da, d jronungere videmus; erità nobis przftandum ? quádo ni. An «
cucurbitule dorfo erunt admovendz Quod ].deó con troverfum inter M edicos
video, aliisil- las omnino exhorrefcen übus;aliis paffim, et in, ljuocu mque
cafu illas in ufum ducentibus? Cen- jico;fi nihil aliud urgeat;non effe temere,
et fine. diíftnVeficitia i5 pesteo aliquado gn ufum duci pof- funt, fed ?AaYD.5
quande* Veficátin $m fobrie bus peiti- lentibus fone. tefle $n ufum duci non
debent . p f/" wt F.heitta pavtibus f'spevnts y comatofrs eff cliens - ia
$2 LES 5 diftinctione admovendas, fed negotium natur: effe permittendum. In
illisautem cafibus, turri (carificatis, tum fine fcarificatione uti nos poffe,
et debere judico; neq; periculum (übeft, ne ver- fus corattrahantur humores;
propter totius cor- oris premiffam jam evacuationem, potius enim é corde in
füperficiem hümores evocarent,cutm» manifeftà internarum partium utilitate .
42. Veficantia, utin huncufum antiquis ino pefte non funt ufitata, ita, fi
extremis partibus ; potiffimum füris,poft univerfalem corporis eva- cuationé
applicentur,non fpernerem,modó eftus illein corpore non adfit, peccétque potius
fero- fus humor, et pituitofüs;fic enimad inferna Viftle lenti humores
principibus partibus retrahétur. 43- In peftilentibus veró febribus, quz cum»
efte non fünt, fed fic dicuntur, quód infignem quidem habeant putredinem in
humoribus, fed non hujufimodi,ut veneni naturam jam fübietit; cüm putredo
corriei poffit, et per codtionem emendari, veficantia non in ufum ducerem ; fed
non fécüs, quàm aliz febres putride curande erunt;excellentis tamen putredinis
habitá ratio- ne,ex exficcantibus aliquo addito, et corde non mediocriter
roborato. 44. Animadvertendum tamen tam iniis fe- bribus improprié
peftilétibus, quàm in veré pe- ftiferis, ratione fymptomatum, potiffi muüm ]le-
tharei,& comatoforum affectuum,nullum effe» przítantius remedium
veficantibus ipfis ; aut parti brachiorum verfus humerum, aut etiam íca pu-
fcapulis applicitis: ferofos enim humores » et usse le- frieidos cerebrum
opprimentes citó, et facil- thargo cà limé et attrahunt;& extra corpus
evacuant:Con veziuzt. ftat hoc ex Antyllo,referente Oribaf.zb. ro. .1n
peftilentibus affectibus maximam fzpenu- meró effein fomnum propenfionem,in quà
fina- pifmos convenire (cribitymaximé in lethargo;& magná fané ratione :
nam in lethargo confiuxus fit materiz ad caput, unde opus eft revulfione »;
cümque perpetuo dormiant,expereefacere fimi li ?ravamine medicamentorum eos
oportet. Ide defendit Æt.-4rchbicene Ser.15.cap.181.& Paul; ain,
/[7b.7.c.18. Hinc Aretzus Medicus, his et GalenoantiquiorJibro 1. de curandis
morbis acu- 115, c. 2. curatutus lethareum, dixit, tibias urticis effe
verberandas, aut etiam valentioribus medi- camentis effe utendum, denique etiam
finapi. Cum veró ii omnia priüs tétari voluerint, quàm ad veficantia
veniretur,oftendunt, quanto 1n er- rore recentiores verfentur, qui protinus in
mor- biinitio veéficantia effe admini(tranda cenfüuerüt. 4f. Aliuseft cafüs, in
quo tutóin peftilenti- Veffcdtia bus veficantibus uti poffumus : cüm univerfum
ue corpus exterius aleet ; et egre calefieri poteft, ^ bases non quidem fi
refrigeratio fiatob virium extin- Pura venies ctionem; tunc enim inftaurantibus
Opis eft: fed: ^70 rore. Kain - . (07 p; PP fi ob alias caufas, tunc
adminiftrari poffe docuit V efic attin Antyllus apud Oribaf. b. 10. Colleé£].
CAp.13. et in beffilen Archigenes, Aétio tefte, Sy»zma a.c. IS$1. tüncq: tibus,
abi et tibiis, et brachiis funt adntovenda » Oribafio corbus alV referente;Zoco
addut£o, et Paulo 4E cin. lib.7.cap. getuiliaSce nT : ; ESO NST ME, Le ;.9 PNE
ni EE bor be diii Me n4 Quibus locis con fat duobus folis iis cafibus s in
acutis, et pefte, veficanubus nos uti poffe ; et hoc eft, quod Oribaf.ex Ruffo
//b.6.5 ynopf.- 2$» ocebat ; in pefte calorificis quandoq; effe uten- dum,ad
evocandum calorem ex profundioribus corporis partibus ad fuperficiem; ut et Æt.
5er. $.c.95.& Paul. lib.2. cap.36. Vndeneque inom- nibus peftilentibus ;
neque femperin pefte vet cantibus utendum cenfüerunt magni ii Medid; fed aut in
foporofis affectibus; vel cüm externa Veficztia a|oent,& interna
zítuant;cüm novatores ii fem- in peflilen Ser, Gcin omni pefte; peftilentíque
febre, quin dipsihar et fi Deo placet, in principio veficantia adhi- Lui 3d
beant. Sed non eft mihi in bacre tempus con- m pajfm terendum, cüm à
doctiffimis viris res hac abfo- ufurpata . lute, et ex profeffo fit pertractata
» et à nobis 1n» libro 4e Peffe; annis juvenilibus, dum totusin cà curandá in
patrie mez calamitate verfarer,com- pofito difputata;quem librum Amanuefis
meus, ; homo exterus, cüm emendatum meo juffu tran- fcripfiffetad
editionem;fuffuratus eft; nefcio quo confilio,cüm ftiret;apud mein fchedis ca
omnia T remanere,licet multis in locis defcedata . parenhe- «|. 46* Evacuatio
pravorum humorum, caco- me utendi Ch ymises per medicamentum purgans affumptü
in pefle, t On minüs,quàm fanguinis evacuatio,in pefteo [wj cur convenit, et
fortaffe frpiüsinufrm ducitur:ut [tn enim venz fectionumquamin pefte;que ex
pra» qu vi fücci cibis fit. convenit ; et non ita fepéineàs [|i qua ex corrupto
ære, fepiffiméineà,quecon- tagio ferpit: ita in lisomnibus purgatioinufüm [i
vcnire . 2j venire poteft, licet multó rariüs in eà, quz per contagium vagatur;quód
f penumeró virulen- ta communicetur hominibus fnis,& optimis humoribus
præditis ; quibus fi medicamenta, purgantia exhibuerimus, et carnes colliquabi-
mus, et bonos humores evacuabimus, fpiritus exhauriemus, et denique vires
vitales deftruc- inus. Quod firefertum pravis humoribus effe corpus
conjectabimur, purgatione omnino opus effe dicemus. In cà veró, que cx ingeftis
malis cibis fit; purgatione omnino opus eft; licet etiam ratione virium maxima
adhibenda fit cautio. In hancopinionem Medici omnes Graci, Arabes, et Laüuni
venerunt ; locis adductis ; ad demon- ftrandum venz fectionem convenire; inter
quos Gal.1.de diff. feb. 4. Vnus ex antiqvis Celfus I;b. 3- c4p.7.& ex
recentioribus pauculi medicamen- t15 uti purgantibus in pefte judicárunt inutile,
quód non putredinem, fed venencfam qualita- tem fimplicem in pefte fübeffe
putàrint ; quód veneni naturam medicameta propemodum om- nia, et igneam naturam
participare cenfeant ; quód alvi fluor iis concilietur, quo plerofque in pefte
illàinteriffe teftatus fit Gal.. Epid. J. cüim nequeCelfi auctoritas
przponderareo poffit tot magnorum virorum auctoritatibus, neque recentiorum
illorum rationes convincat ; quód atate noftrà tot medicamenta inventa» fint;
que nequevenena fint, avt venenatam na- turam participant,neque exceffi caloris
ieneum febris x(tum adaugere ; neque etiam alvi fluo- rem effe im z10 i 4)
DinvOniüit f Hnveca D ue rem concitare folent; cm non in otrini pefte» fymptoma
hoc füpervenire fcribat Galenus; fed in cà,quz fuo tempore vagabatur. In quam
pe- ftis conftitutionem fi quis inciderit ; cauté fe ge- ret, et iis uti
poterit; in quibus vis aliqua ineft et adftringendi,& roborandi. 47.
Invento auxilio in morbis, illius exhi- bendioccafio eft inquirenda, quod
maximé in pefte eft obfervandum : cüm enim 2. Z4phbor.do- cuerint Hippocrates
et Galenus ; vel ftatim ab initio, vel poftquàm matu rpnerint humores;co- fint;
in declinatione humores effe purgi- dos ; difficultas in hoc cafu maxima efle
folet etiam inter dociiffimos. Ego, quid prz- fiterim in hac noftrà
peftilentià, liberé dicam, et quibus ductus fu ndamentis; cui etiam even- cuim
felicem fücceffiffe, fàn&? poffum profi teri, quantum peftis effrenis
rabies cócedere poteft. Evacuandum igiturin principio ftaum aut (e- &5 veni
cenfto, faltem fecundaà die ; fi putrido- rum, autimalorum humorum copiam füb
effe coenoverimus . Neqve "Apbor. 22. 1. Sect. quo afferitur, Concotiæ ffe
ved: canda, €t cruda non movenda, nifi materia turgeatsraro autem tuveet ;
nobis repugnare cenfendum eft. Quod ut in- tellieatur, confiderandum folüm
erit, an fub evida, contineri poffint humores ilh 1 "mE ES: Ciique b ^41 0
CLAÀM 1(VV YT/^111 2 Cil il Tii t tia Nol d dcó putrefadii in principio febrium
peftifera- rim. Egofané non video; quomodo materia, qva nullam patitur concoctionem,
neque 4li- mentilem; neque impropriam quee pttride materix gmateriz convenit;
cruda dici poffit. Crudum., enim, et coctum correlativa fünt ;itautcrudum Ifit,
quod coqui poteft, fed nondum hanc perfe- I ctionem per coctionem eft affecutum
. Atqui fi gBradum eum putredinis affecutus eft humor is, jut peftem gignat,
quo major vix dari poteft, ut jam veneninaturam inducerit, et ad benignum
fgmplius reduci non poffit, certé eum numquam Iveré crudum dicere poterimus;
aut coctionem [ejus pro purgatione effeexfpectandam. Eóque [iagis, quód majori
ex parte materiam hanc, [turgentem effe obíervatum fit: quare càm tur- gentem
materiam excipit ; utique peftiferam., E materiam exceptam effe cenfendum eft,
Iquód fepenumeró primá dietureeat, aut pro- Ikimà die, aut alterà turgés fit
fütura;hancenim IFuam perturgentem intellexiffe Hippocratem Iconftat 4. Z4pZor. 1o. ft turgeat in
acutis, eadem fue effe purgandum, atierentem . At acutiffimum Imorbum efle
peftem, in quà materia plerumq; Iturgeat, quód acris fepé fit, ardens,
virulenta, IQueque undequaque mota principes partes im- Ipetat, quilibet, qui
morbos peftiferos viderit, jac diligenter obfervaverit, facilé cócedet. Nos lin
noftrà hac peftilentià fepenumeró vidimus in jtodem grotte, eodem tempore à
naturá mul- Jas.ac varias tentatas effe excretiones, per alvü, per vomitum,per
füdores, per urinas, per cutis Wefflore(centias, et per carbunculos quoque, et
»ubones. Docuit hoc Ruffus apud Oribaf. €. ]Wynop[eoscap-2.5. et Æt. Ser. $-
cap. 95. SON Q9 Peftis tnn feria turgens fapeDnuta2eràó. Jib.2. cap.36. qui
adeó varia, et vehemétiafyms- ptomata in pefte dum referunt ; nihil aliud re-.5
vrafentare videntur,quàm tureétem materiam hinc inde latam; nec certam
(edeníhabenteimn: j Quz fi, dum venenata eft, purganda ftatim eft.(iu abinitio,
ne repat ad princepsaliquod mem- [0 brum; multó magis tunc evacuandærit,cuümo
|t veneni natriram habet;cujus proprietas eft prin ful cipes partes petere.
Oftendunt 1d 1pfum pefti-| ti lentes cafüs, quorum libris de orbis vulgar. meminit
Hippocrates ; colligimus enim mate- jm zias in eis fuiffe virulentas,&
veneni participes; [itm væasitem, et certam fedem nó habentes : cám] aun enim
varias fedes peterent, varia etiam fymco-| var promata induxiffe fcribit; in
multis papule ap--j t; parebant, qua mox retrocedente materià adl t; internas
partes delitefcebant, quz pofteà alias» iti inducebant feva fvmptomata. Neque
quif-4 ui ! piam Hippocratem obiiciat dicentem.zz9 zz4-4 tui; Turg?5 -geyjag
rursere,nos autem afferere,in pefte fzepe-4 ui mæt, DUDmero tUTgere; fi namq;
confideraverimus; p e«t quomoto - A n raro evenire,utiq; materiam raró
turgerezdt peftz [epos &n peftefiepe türgere, non effe contraria, autif
ois. JE Contradictoria juidicabimus: tureget enim mate, ria,cüm natura à multà,
aut pravà qualitate afíjti c&ta.materià concitatà, tentatJnter initia
eamuaJi: v. xpellere ; qua mvis importu né: fcimusautemujlu, peftém femper
àpravà,& veneni naturam faxis, 'piente materià fieri: Non tamen credat
aliquissphuii. nos putare, ubi nonturgeat materia evacuanedly, à . . h dum
non.effe : nam cum virulenta fit materiai morbum y4r0,0ov 1n ra i c d d.
^" C- morbum faciens, et timendum fit, ne ultetiüé procedat, reliquos
omnes humorésin fidendo; venenique participes eofdem reddendo éx cori- tactu portionis
illius prim: ex contæltone ac- quifitz, pureandum ftatim erit;ne ad terminum
eum ducantur humores omnes, de quo locutus eft Galen. /ibró adver [us
Iulianum,cap. » Quod ubi totus fanevis putrefcit,vel alioqui vitiatur; morbi;
quiinde oriuntur, curari nequaquam; poffunt. Inquit enim: ZVoz pollictztur M
edici 3 Je omues morbos ex vitiato bumore, 0Hmmeizque pu- tredinem curaturos,
[ed eos tantum, quibus corpus t"dhbuc validum eft . C2 vires robu[le ; non aute,
quamdo [aneuis penitus corruptus, G" fachus arugi- nofnssut affumptum
alimentum in corruptelam tya- bat ; et quz feq. Cüm prétereà morbus is acn-
atffimus fit; fi declinationem exfpectare volueri- imus, inanis omnis noftra
opera erit, non folüm. quód fruftra exfpectetur coctio, quam nullate- nus humor
poteft admittere ; fed quoniam cüm J| declinatio tunc fübfequatur ; càm aut à
natur j| extra corpus pulfus fuerit humor,quácumque.; tandem v1à 1d fecerit,
aut ope Medici, aut mit- 1! fione faneuinis,aut alexipharmacis,& fudorife-
I ris,fruftra tunc Medicus tentabit in fine propel- lere. Non negeaverim
quidem,;aliquando ex pui- a eandum eftfe1n fine corpusà reduviis, ut renu.
di1riri poffit, atque à recidivis fefe vindicare qu 4 przfervatio hzc potiüs
erit,quàm vera curatio . Ij Purgandi igitur potius erunt ab initio humore: J
qnod cüm emendari nequeant; quamprimum. : ! exrclli Wes ctr tuta raa nns rs
crie RCM EE ette Matteo NE $5 ATDAIAC: S expelli debent : namapuffimo vini
exemplo ex* plicuit Gal. 2. d pbor. 17. quod ubi acefcere cce- peri5adhuc vinum
eft acidum;& tunc emenda- r1 poteít,& ad priftinam natnram reduci:fi
verà corrumpatur, et naturam propriam amittat, nó amplius vinum eft, fed
acetum; tuncinon am- pliusad prittinu m ftatum reduci poteft: Ita fan-
guis,caterique. humores,cüm pautrefcunt;ad be- nignum ircrum,autíaltem ad
conditionem,quz non multüm noceat.coctione.deduci poffunt; at cüm.
compurrucrunt, jam naturam mutarunt s ncque corrigi amplius den dy fed tamqua
om- nino deletetia ftatim.expelli à corpoze debent . Eít infuper prater morbi
cauíam conninentem ; quzeftaut in venis prope COE, aut 1D partibus cordi
communicantibus, alia quædam vitiofa., in ventriculo,inteftinis;&.circa
præcordia adhe- rens,dolore,colore,aftu;naufcà;amarore, aliísv e fignis
manifefta, quz. neceffarió quamprimum. purgationem. SREPI cH aMiquie
declinationem po- teft exfpectare. Qua fane.eriam efficit, ut alià rationein
principio euam expurgari debeat: nà fiin hoc morbo per totum ejus. decutfi fum
alexi- »harmacis., .& medicamentg à totà fubftantià utendumeft, ut etiam i1,.qui
fecus fentiunt de hac purgatione, concedunt nonne nccéffarió MES qe
concedent,in impuro corpore pracedere debere ps, gud purgationem ? Hxc namq;
vel 1pío Gal. tefte ; fit expui-. lib. $.de Janit. tucnd.cap.6.ante non fnt
affumen- qa? cr. da,quàm totum corpus inanitum fuerit : cüm po impuro torpore
nó Ju enim.€a vel itaanuüpharmaca;vel antidora dican [uL ., ANTAIADFERS. -tur,
quód totius(ut ajunt) fübítantiz diffidio 1mmutent yenenatam illam naturam,
frangant, obtundàntque, atque prorfüs cxftineuát;&. €Vàec cuenrtà corpore
per fudores, atque cutaneas ex- creüones ; nemini dubium effe poteft; in corpus
noftrum hzc minime praftari pofle, nifi prius Inanitum.fuerit corpus ;: non
enim ad cor vires fuas emittere poterunt, nifi meatus fint SEPhn eati; neque à
corpore per- cutaneas excretio venenum expellere poterunt, nifi pariter be fit
evacuatum .. Quin neq; e
atcuationem per cuum ullam effe diu in eg i totum corpus inanitum fucrit,ex
Gal, 8. IM eth. 4.
CQ" 11. M4 e- th.1o,at nec rarefaciendum prius, quàm fit eva- cuatum, 11.
74eth. 9. colligitur. Atinquiunbid fieri fanguinis miffione . Verüm quomodo vim
argumenu effugiunt;qui illam refpuunt? at om- nes faltem fatentur,in multis non
convenire, ut in pefte ex pravis cibis, et in cacochymis cor- poribus; in
quibus ex fpecta r1non poteft conco- €io ; faciendum igitur quod jubet Gal. 4.
dé 2 tuerrd. val. 4. Quod alienum à natura efl.nt ad pri- flinam bonitatem
vediei non poffit protmus evacue- |fwr. Huiusfententiz fuifle Galenum,
colligere, poffumus ex Ib. 1. de differentiis feb.4. ubi dicit, impura corpora
in principio ftatim effe purgan- da; et ad fanitatem deducenda . quod
manifeftis verbis confirmavit 2.77 $i de morb. vulg.in Si- monc;in quo late
puftulz efflorefcebant;idq; in libris Methodi medendi TInonftratum efle a f-
firmat;quod vel $.Ætb. sed. c.12. conftat, vbi * habet :
habetzCarerum,iiinpe[le facile [omari funt, pro- pterea quod præx[iccatn vis»
prepuratumdq; corpus otum fuerit;quizppe quod evomuerint ex Tis tonmul- li;
onmibus venter profiuxeritsatüs cum ita eva- euati effent qui evafuri evant
siis pu[Inle quas exan- phbemata vocant, mpra foto.corpore confertim mul- te
apparuerunt, ulcerofe à quidega plurimis, ommibus certe ficca. Cuibus ver bis
vel cecis mamfeftum eft ; pureanda etfe corpora ab initio in pefte». Quid.énim
per pureanda effe corpora fignificat, nift in principio effe-evacuanda
füedicainenm purgante? Nonne pratercà conftat ; excretio- nes has peftilentes
nuHas fere effe criticas, fed fymiptoníaticas; qua in principio;vel augmento
3ccidunt? Atnihilominus prepurgatum effe » déberefcribitcorpus, antequàm
apparerent; nó icitur exfpectavit coctionem. Secutus eft hanc fententiam
Avic./ib. 4 4. Fen 1-Tr.4.capit.4.cum inquit: Summa curatioms hurus febris eff
exficca- tio, C 1llaftat cum purgatione, à qua tocipere de- bens -& Kver.
3T bet1fit. T ratl. 3. cap.1.qui in, principio pilulas ex fimocolumbino, aloe,
et agarico commendatin pefte. Et R hafis tum 5. Continentis, cum lib. de Pefle
; quos pofteàfecu- tus eft Aver.2.Collett. 56. Éx recentioribus etiam plerique
feré meliorisnotz, inter quos Manar- dus Ferrarienfis, 5. Epi. 3. et 13. Eprff.
1. et Vi- &or Trincavellius zz l/bro de febre pe[ilentialin hane venerunt
fententiam. Quod experientia etiam confirmar e poffum: Mihi enim. &fociis
in 1nænà hac peftilentià magne hujus urbis fehet- CCY ; dag ter ceffiffe,
(ciunt et præfecti fanitatis, et cives noftri, publicéque etiam nos laudárunt
pro bo- nà,& fedulà preftità operá,cüm purgante medi- camento ab iniuo feré
curationis ufi fuerimus. Quod et Gentilis ille Fuleinas fibi experimento
conugifle teftatur 1.4. ubiinquit: Ego vidi focios zoftrossviros expertosqui 1n
prava pefhilentiaspri- pa » vel [ecunda die,"velin quarta ad [nummum s »
quam citius poterant, dabant pharmaca evacuan- L4, exfolueudo materias, ficuti
Rbabarbarum, vel "A garicum, aliquando dabant auedicinas Y1g0- ratas cum
pauca Scammonea ... Et vidimus plures evafilje per manus 1ftorum, quàm per
manus illo- VU, qui gon purgabaut, mfi cum levibus cly[fe- v115, C quandoque
[ola caffia.Neq; rationes, quas contrà adducunt, multüm urgent; quód enim A
phorifmü 22.objiciunt;jam docuimus;aut füb turgente comprehendi, aut fané veré
materiam 1llam crudam dic non poffe, quód nullam co- Cüonem admittat. Neq;
caliditas medicamen- torum vcrenda eft quz non avocavit Galenum ab corum ufu;ob
majorem utilitatem in turgen- te materia ; minus autem nos Impediet in pefti-
lenti;in quà fx pé minor eftus fübeft; potiffimum cum mitiora quàm plurima
medicamenta, mi- nus calida ; vel vix caliditatem attingentia, et fimplicia, et
compofita ncftris his temporibus fintinventa. Neque vercnda funt mala, et in-
commoda, quz fequi docet Gal. 1.24pbor. 2 24. € 2. pber.9.ubi quis crudam
materiam in prin €iplo,& non przparatis viis edu3 crit;cb majora E. :3 enin
"$a enim mala fugienda in tiizgente materià ; noti» veritus eft ftatim
evacuate, ;Ob eandem etiamo caufam nos in pefteidem preftabimus. Néque alvi
profluvia;quaz in pefte Hippocratis tempo- re ubi fipervenirent, mortem inferre
folebant, debentnosab cxhibitione niedicamen torum in principio deterrere:
namietfiin ea conftitutione |^ id.eveniebat; in aliis non femper eft cum pefte»
cotijunctum . Sed veró etiam nulfa vis eftargu- menti; nam fluxu illo siulti
interierunt, quod nimis oppt effa; acirritata natura fluxüsZ exone- taré tentabat
; fed et füccumbebat; et materias quafieffrenis facta plis jufto fluens vires
deji- ciebat,undem ors fubfequebatur; at ftatim pur- gatis himoribus. periculum
hoc evitabimiis . Sedatgumentantur preteteà auctoritate Gale- n19. de fimpl.
medic. facult. cap. de terra Letmnias tibiinquit, illos; qui tetre Lemniz;ant
Bohli Ar- inehi affumptione cnrari non potuefunt;plerof- queinternffe . Ovafi
Veróy five manifeftis agant qualitatibus, five cccultis;in ufum hac tutó du- ci
poffint, non praimifsà purgatione ; cüm jam. ji Galeniauctcfitate c onftitutum
fitjanupharma- €á ; et antidotos tutó exhiber! non pofle impuro corpore..
Peftiferz avtém, ac virulentze mate- rie cum venero coim parátio,quà probare
nitun- [ wir;in principio non effe purgandum, nclla eft ; 1 neque convincit:
Affumpto enim vencno, cim.» matcria.ea in ventriculo contineatur,vomitorils
quamprimüm ex xpelleretentamus; aut fi id ob- üncrinon poffit;emollientibus,
lenientibus, vel lubri* T Ex DRM LS od UBL. mts tte S sni eii e s in otn c lu
bricantibus per inferna ( fr bducere conamur. Ita 1n peftecüm primüm
corafficiatur,omni in- genio Gmnino tentandvm eft, 3 nobiliffimà parte 1llam
revocare, ac quamprimüm ex corpore» pellere. 13j 49. Caveat autem Medicus.ne;
quod iri pefte Peffilétes conftitutum eft, in iis feb ribus; qu et,quódinfi-
z/,, 5. gniorém habeant putredinem, ;quàm vulgares ze peffe » febres putridz,
quóodqvein aliqu ibus fyrnpto- cockienens matibus peftiferas veras aiu léritig
Peftlentes expe fttt s dicuntür; quales font;qua maculas, qua les puli-. vecz
prin- cum morfis »aliáfq; etiam cutis efflorefcentias cdd junctas habét;idem
obfervandum cenféat : cm £244 - en1m eó nfque non fit in eis progreffa putredo,
ut ad priftinam bo "nitatem revocari non poffint humores,;ait fané cü m
per co&tionenrad quam- dam temperiem et mediocritatem reduci pof- fint, ut
mitéfcente eorum ferocia, autà naturá, autarte a Iv Medic pelli poflint,
exfpectanda om- nino crit eorum ccncocto, sícque non in princi- pio » fed in
declinatione érunt vacuandi . 49. Qi 'dunvi Is autem eorum Opinlonern recee
Purvatia perimus, quiin peftein princ pio humores effe v4//2a ;» purgandos
cenfüerunt veré cathartico medicà- peffe sem mento, inter quos diximus fuiffe
Ar abes; et in- c?veziit. ter hos Zoarem,;& Avertocm: ; 'ecipi tamen ho-
rum duc rum op nio non debet, qui validiffiinis utendum, et calidiffimis
medicamentis cenfie- runt. Nam Avenzoar 3. 7 be; "JIr.cap.4. commen- dat
medicamentum ex ev phorbio, et aliud ex fimo colunibino,::Aver.veró 2.Colleél.
Cochias ]4 exhibet . Mediocria enim,necimpense calida, potius in ufum duci
debent, tum fimplicia; tum compofita ; in quibus etiamfi ícammonn nonni- hil
excipiatur ;adeó tamen aiiis ingredientibus orrigitur,ut ad mediocritatem
reducatur. Stibii vi- $0. Vitrum ftüibii ; quod tà »ntopere : probatur mm in
aliquibus, nullo modo admitti debet ; quód ve- p«fte P*[f nenatà fuà qualitate
majorem in humoribus in- 0471 . ducat malignit atem,& ferociam; tum quod
ex- perientià compertum fit ; infcliciffimo eventu omnes in bac noftrà idi e: qui
confilio Em- a ne um eo ufi funt; ad unum interiüiffe. . Neq; tamens ego fum,
qui multotutr. goeerroe crrorem fequar ;utrumque hoc vui magnum auxiliumin
pefte, ut &i in reliquis fe- purgatio, bribus putridis,cxe 'rcenüum; cüm
Hippocrates e fangui altero folüm- utendum fuadeat aliquando ; ali- nii mif.
quando autem utroque; aliquandoauté neutro . Suderum $2; Sudorümjn verá pefte,
peftilentibüfque provota- etiam aliis feb ribus promo tio, frnaturà duce fu tio
i» j*- (cepta fuerit ut tuta eft, et perplacet; ita difpli- fte: M cecomnino
cüm natvra prorfus defes, inérfq ue» ^/P2P4/7 wullatenus munere (uo fungitur,
videtürque» ii malo prope fu iccu mbere. Intempeftiva enim» et audax nimiüm
efteorum curatio, qui miferos zorotantes fruítra fatigant, alias excitatis toto
corpore fudo ribus; aliasadhibitis cucurbitulis ; aliove quovis ezeeza e :x9y
auxiliorum genere; quód aliud nihil facia int, quam inaniter egrotan tium
corpora vexare;incertámq; pro certà cura- tionem füfcipere:; que omnia
ocioforum funt homiPefe jte vantib. femper co tem i]lum gradum putredinis;ac ad
exftineuen1 ! E ma m "Y.
hominum,atque vires, valetudinem,vitámque alienam pro nihilo habentium.
Quantumvis 191turro buftz fuerinta erotantium vires, num- quam admittenda
füdorifera hacab initio cre- diderim, nec Medicus Galenicus sumquamJma-
Smudores $ turabit exp xilfionem per cutimtentare,exfpecta 7efzequa bit
potius,dum aliquid ipfa perfe natura molia- 4o promo- tür,animadvertétque
curiosé;quorfüm ipfa ver- vendi gat, quàve parte infenfz mareriz quarat exitü,
alioqu 1 naturz motus antevertere, incerta pro certis ageredi;contraria moliri,
et ab incepto re- vocare,non fine vite difcrimine poffet: quinimó, ne ftatim
quidem per eas partes cevacuare debet, féd folum ubi imperfecté operetur
natura. ] heriaca, et Mithridatica ma ignacom- TLeriaca pofitio, ut femper,
nifiautaftusineens autin i» peffe. cem pore;aut in corpore fuerit;ad p refe
rvandas quado uté corpora à pel íteà me commendantur; ita procà- 47 et quo den
Pn dà nonita frequens earum ufus effe modo, ien poteft: quamvis enim ad
cohibendum excellen- reis Triend&. dam^4 virulentiam convenirent ; fi tamen
ardens éebris (iib fit;a ftüfq; maxim "E humoribus, et Ccorpore,non ita
tutó concedi poffunt, ne, dum. venenoobfiftimus, ita febrilem calorem aucea-
mus, ut vel ex eo folo mors ipfa AQOISAGRIP S À Iquacumque vcró de causà mors
fübfequatur;idé cít. Obfervandui n Igitur erit, "PN valeat bilis kin COI
orgia eique putre do illi virulenta fit Iiconcitata, przftare femper,
poftpofità Thcria- lica. et Mesià ficcifa; antidotis iUis, C&fclls ut),
used DRE c Ft ah ma P str rre i iy i om aue T Mace Lapillorz jrecioforz uus 6d
s 0mmmino ve gtciendas, nrc paf- Mim yu* fit, Yecipiendus. Pulvtfen loru» CAaY
d acoyz117») ^ f. aJ p 8$[us ocu eibis y fed 14210 YLo 224€ bo re e CipleAus .
quz refrigerandi ; et fiecandi facultate, preter alexiphar macam, prædita f
unt, ut acido citri, la- pide Bezahar,margaritissX fimilibus. $1ve cro, quod in
plurimis obfervaviscalor £ebrilis fit nu- tis.nulloq; mmodoaftuans peccétque
aut pitui- tajaut melancholia,in iífq; cóceptà potiffimum fit putredo,vir üfque
inde en aftatur;tutó et The riacà, et Mithridatica compofitione, et fimili- bus
antidotis uti licebit ; quibus etfi calor febri- Iis nonnihil adaugeatur, major
tamen erit ex i]- lorum ufü utilitas, tum in evincendà vi veneni illius, tum in
attenuandaà materià;, &cad cuum, temi ; $4. Vt lapillis preciofis,&
gemimis non om- nino fidem detraho, Sapphiro,Smaragdo,Hya- cintho, &c. quód
multis, et magni quidem no- minis viris eorum ufus receptus fit, &in
multis; et magnis antidotis receptas.ilfas íciam,ut in. electuario de zemmis
dicto, et alioà Concilia- tore nomen fortito;ita nec eifdem mudltü tribuo; ob
eas rationes, quz à doctiffimo lo. Bapt iftà Svluatico, primo Medicine
Profeffore in Aca- demià Tícine enfi,amico fingulari ; inlibro huic rei dicato
propofitz funt . fos Si quandotatnen in ufüm Medicum dv- cendi funt, communis
error erit fugiendus ne ante cibum immediaté ejufmodi pulvifculi ex- hibeantur,
ut nec marearitarum: ex illis enum» cibo commixtis cementum quoddam obftructio
nibus e1enendis aptiffimu m 1n ftemacho eene- ratur. Preftabit igitur ; fi modo
iis uti volue ri- mus, € et - m mMENEEEE TALL 2 P GÀ mnÜáPmÜP pe mus, 1mmediaté
ante dulcoratas potiones ; aut fullatitios liquores, fummo manéfolitos propi-
hari;illos concedere. 56. Auri ufus et ad ADIHERTOCROTOM et adatra- Aaturi ufus
pllarios affectus antiquis et recentioribus com- Pres lai mendatur,quoód, citm
fpiritus recteet;cot, nobi- 447dns. uffimum vifcus,robora ire poteft: neq; enim
Det- [enil opinionem recipio, qui non nifi in aureà IM lexandrinà rec: ntiorum
Græcorum ant!do to, D. n fecipi, aut pro »poni afferit ; cum alioqui I
Nicandet;an tiquiffin nus et Poet a,& Medi- rus, auro peros affum pto in
alexiphartnacis vta tur; et Diofc. [;b. $.c. 69. de ateento vivo;auri li- atam
fcobem mirabili effe aüxilio fcribat. Mo- T lis Veró, quo uti oportet, eft, vel
eo i tenuiffi- 4^" E fii - "d es affumé niim pollinem redacto) et
comminuüto; hoc p4- j ni tto: Defæcatifffmum,& puriffimum autum eli- mal :
featur, et coptufüm tn foliorum form3, aquà ro- jaccà afpersa, fub Porphyrire,
aut matmore, ad pinimenti inftar redieatur. Sunt etiam,qui Pan- Phonicos
ducatos;u itpote ex purior e anro; fub la- Pide piclorum [xvieatos quàm
tenuiffimé acci- pant. Alnafperolinteo condnué affricant, et E s ;in quà
defcéndat. Quód fi I. hymicà indufttià in liquorem fólvatur, modó Wimis 1eneas
in (d non habeat partes, fortaffe ts 3 commehdari poffet : $7. Stultum veró,
meà fententia, eft, aureas T UE -Bionera s,annulos JAUT ca .tenas Intra
capones, ju- Wrula;aut ftillatiti s liquores;aliofve quofvis co- eà teræ;
J[uere ; cum in his nihil aliud abfumatvr,; quàm. món: multa$, ^ net aí $, Ex
avfent co placéta pro corde in pefle de tefland«. incequere, multarum manuum
fudor adharens;nihil enim abfardi. ponderi penitüs detrahitur poft illorum
elixa- tionem : necetiam quidquam aurum aqua im- primat, nec etiam faporem,
odorem, aliüdveo adjiciat.TE 58. Placentas Iacobi Carpenfis ex arfenici
cryftallini partibus duabus; unà autem parte» rubri, ex albumine ovi,&
tragacanthz mucagi- ne exceptis, quas facculo fericeo, aut ex aliqua tenuiffimz
texturz materia obvolutas,& cordis rceioni appofitas, anosà contagii labe
immu- nes, omninogq; illzfíos fervare ; «eris vcro ad fa- ]utem magnum momentum
attuliffe;creditu m. eft; neq; recipio, et longa experientià in noftra, hac
peftilentià doctus omnino rejiciendas con- fulo: neq; enim experientia ; cuiii
tantopere in- nitebantur, pollicitis refpondit ; quinimo gra- viffima aliquibus
fymptomata induxerunt,ut in aliquibus etiam mortem preci piti quodam im- petu
concicarint. Vidimus fervos ; quiin magno illo D. Gregorii Valetudinario ægris;
et infectis hoc morbo operam navabant, et Chirurgos hac placentáalioqui
munitos;brevi fatis conceffifíes, quinimó multos vi hujus remedii 1n graviaad-
có fymptomata, animi deliquia, fyncopales fe- bres, tremores cordis incidiffe
obfervatum eft » utfe per illud vim peftis effugiffe fomniarent in vehementiora
fortaffe accidentia, et mortem ex remedio incidiffe certó cognoverint. Multáq;
exempla in hac noftrà peftilentià afferrezs] poffem,nifi et ratio ipfa 1d
perfuaderet:nó enimesp qucd M ! S Ami Joiha CJ PP, 1 $t. Huod aliqui afferunt,
conferre poterunt ; quód arfenicum occultiore vi venenis tamquam vene- num
obfiftat, cüm arfenicum non occultiore vi, fed corrofione conftet effe
lethiferum. Ex quo etiam colligitur ; nullam eorum efferationem, Qui cà ratione
afferunt conferre, quód cor in pe- ite primo affici folitum, veneno fenfim
affuefa- rlat, undenec tam repente, nec fine negotio po- teft ceca, violentáq;
pernicie corripi; cüm ratio nzcnulla fit; quód et experientiam habeatad-
yerfantem, nec arfenicum hocmodo inter venc- 14 connu merari poffit. $9. In
variolis,. et morbiilis curandis, cüm Jecoctum lentium, paffimapud Medicos
AraLentiz de €ockur t2 »esmaximé commendatum, etiam apud mul- see, ge os in
ufum veniat; cum abuftm potiüs illum €^ ia vaenfeam, hocloco nonab re effe
credidi, etiam *ielis, ip;- iujus erroris inrer medicas 1ftas Cautiones me-
prebad . Ipiniffe. Arabesiegitut omnes fcriptores, inter [uos precipui R hafis
18. Coztinentis, € 10. ad IMlman[orem cap.18. et Avic.4. Cant. cap. de cu-
Wizndis variolis. ad materiam ad ctim ex pellen- 'Mam,& ad evocandas
variolas;ex lentibus folis, I ex rifdem, lacchà, caricis, tragacátho,& hu-
qiifimodi, decoctum parabát.ídque cetera omnia irefidia ad hoc munus obeundü
parata füpera- PÍcripferunt; quo etiam multi ex recentioribus à peftiferis, et
pefülentibus febribus ad mate- iam ad cutim propulfandam;acad fuüdores per-
novendos paffim uti folent : Verüm non fatis et Wpo conjicere poffum ; quà
ratione lenres aut I fudcres Lentium qu ilita- Ie5. fudores promovere
poffint;aut invariolis; pefte, peftilentibüfye febribus concedi ; nam fi earum
naturam recté confideremus;eas mali effe fucci ; atque melancholicum fanguinem
generare dice mus;inactivis qualitatibus mediam, in paffivis ficcam temperiem
in fecundo. gradu foruri ; 1n» fecundis veró qualitatibus varias ; imo contra-
rias habere facultates: nam primà earum adhuc integrarum, et non deglubitarum
elixatione cie ri alvus folet;quód in extimá füperficie virtus fit:
irritandi;& deturbandialvum;cüm é contrà ite- rata decoctio, aut tota
comefta alyum adftrin- gat;unáq; opera collectos in ventriculo, et inte ftinisfuccos
ficcet,ur que vires corticis internass et integram lentium fubftantiam reciptat
; que vim habent adftringentem;vehemenuus tamen lensin cibo fumpta fimul cum
cortice adftrin- citminus veró decorticata, Hzc funt, quz de» lentium naturà ex
Galeno, Gracis, et Maurita- nis fcriptoribus colligere potui . Galenus quide 3
frmpl. cap-1 5,9. eju]dæm cap.de..Lente.1.de com- pof omedic-local.cap.8.1.de
alim.cap-1.C7 1 8.2.e]u[- dem cap. X8. 44. $. 1n 6. Epid. 33» 1. de vitu tit
acut. Com. . 4. eju[dem y cap. 4: C lib. de [alub. Diata.cap.de Leute...
Oribaf, 2. Synopf.cap. 1-7 1. Collell. cap.17. et A€t.lib. 1.cap.de Lente.Pau-
Yus; /ib. 2." lib. 7.cap.de Lente, et Actuat, lib. de [pivit. animal.
nutrit. cap.5.Hos fecuti funt: f. in omnibus. Arabes, praterquàm in tempera»:
mento, quod frigidum, et ficcum ftatuunt » for». taíffe Hippocratis fententiam
fecuti,6..Epid. Sets. f j: LX TTA [- tex. 33. ubiléntem frieidiffimum cibum
fta- iuit; quà inte étiám à -Galeno eo loco arguitur Hippocrates; quód in
àctivis qualitatibus mce- lium tenereindé collisendum fir, quód et et ad-
tringenre,& (olvente facuftatefit pr&dita;cüm llioqui duplici ratione
frigidum cibum confti- 'uere potuerit Hippocrates: Primó, quód cim. tdftringens
fit facultas in pluribus partibus, et n majori mole fiibftanue,mæis frie1du m
ci- pum poteft conftituere : quód fi poucnes é.con- rà ex lente factàs
confideremus, quz folvunt, primam nempe jill: im càctionem validiüs cale- acere
dicemus,quà àm fecunda refrigeret; quód Qualirates calidæ facilius in aquá
exciplantur, juàám que terrenefürit;& frieide:Sect e for- C frigk dit
ffimam ftatuit lenteim Hipp. non ratio- e qualitatum primarum fed quód, cum hu
imo- em, et fanguinem proeignant relancholicum, dam.qt latenuscibi funt,
frieidiffimzx dici po- I. erunt,squod fuccum produc: ant 1n noftro cor- pore
friaidii (umum. Qus .cümita fint de puru- imis, e fecundis lentium qua htatibus
ftatuta,, lon video.quomodo Mauriranorum fententia, lhacin re admitti poffit.
Nam fi primumeorum Wilecoctum, non delibratis iis; pra beamus;.cüm. iklvum
moveat, potiüs à peripherià ad centrum. numores trahemus.,. Quód fi
decorticatas, ut JA vic.jubet.imponamus;cüm tale decoctum va- jenter alvum
füpprimat, atque fanouinem me- lancholicum reddat valentérque adftringat, at-
Ijue obftruat;maximé tragacantho X caricis admixtis, quando ad cutim
perfudores, vel aliquo.| alio modo humotes virulentos expellere queat4 non
fatis intelligo, cüm auftera qualitas, quæ im. lente perfentitur, etiam Galeno
tefte 1.4/77. 18. interreà maximé parte Confiftat,ex Gal. $.de |.,
fimapl.medic.facul.cap.26.V nde adftringen tüiqua- |." litate et
obítructiones augebit; et craffitiem hu- morum, qui ex eà generantur,
magisimpinget. jj Pratereà, fi crafsum, et melancholicum fuccum cenerat, fi
flatulenta eft, et eà ratione fzpenu- meró morbos comitiales excitat ; ad quid
1n pe- fte convenire ullus umquam affirmare audebit ? Quá ratione etiam ex
tragacantho,& lacchà de- coctum, aut fvrupus ab Avic. paratus ad materias
ad cutim propellendas, 1n., variolisrejici debet, quód hu- mores noxios potiüs
intüs obfepiat, quàm foras expellat, et cor- poris po- ros obftruat, non. laxet
. gud, 3E d , «ll Animadverfionum, et Cautionum Me. dicarum, 9S 1 X d. V. C
ontinerts eas, Qua; 4d 200r bos part: culares E capite ad membra. naturalia
pertinent . e A UG PR LG vOSQT E: ld lt Ne d De dolore Capitis. actu frivida
efle de bent L Oxyrbods natn capi N capitis dolore, ab zftu,.Sole, tis dolere
iene, et fimilibus, curando, cüm prosit ima oxyrhodina in ufüm veniant, et
£'»J^ ** frontalia;illa femper magis laudan ^ ' tur,quz ex alto dela pfa füper
fütu- ram corona lem decidunt, maximé fi ad intern cerebrum intem peries
pervenerit; quz zft alto deci- Ant» Oxyrbedt 4» pis appli- AlC cata ze frc Ce
Iu 47 ec 2. In u(dem ftupis;vel duplicatis linteolis ap- «x cif K ynaterta
mpplicen- $4r» Oxyrbod: sis narco fica vix admi[cen dla » NartoticA 8 Capitis
dolore vo- ? 2;€ doloris 20 adbibe dla. fed ali quado vo- ne vigilia THU.
INarcoricA 3m dolere capitisper fe per os zon a[fa- geuda. Infigaiter
vefrigerau da44C4 puta non fear. plicandis,caveant.ne craffiores applicentur,
aut exficcarz parri-nimis adhareants conttariuimL enimeffectum pariunt
excalefaciendo;& infen- fibilemevaporationem prohibendo. 3. Oxyrhodinis
narcotica non mifceantur ; vel leviora : frontalibus autem etiam valentiora
miíceri poffunt;ad cerebrum enim vix,& refra- &à vi per hanc. partem
perveniunt ; per illam veró, futurà viam prabente ; integrisviribusad cerebrum
pervadunt . Quinimó in oxyrhodinis,& fimilibus,num- quam narcotica admifcenda
effe cenfeo ratione» dolorum.fed cim vigiliz inde fuccedant;undes maxime vires
collabafcunt ;in ufum aliquando venire poffunt ; íed tamen futuris autznulla,
aut debilia applicari debent, fed fronti potius, et temporibus. $. Multoque
minüs fomnifera hzc per os erunt fümenda,in intemperie calidà fine mate-
rià,ratione doloris,càm inde nullum vite impen deat periculum. nec ullus fibi
ob capitis dolore manus intulerit, téfte Galeno, ut ex aurium, et oculorum
dolore ;'ob diuturnas tamen vigilias fumi poterunt. 6. Animadvertendum
autem;aliqua effe cor- pora ;'quorum cerebrum ferre non poteft ufum infieniter
refrigeratium;Pueri, ob exceffum huet miditatis,ne
congeletur;autincraffetur;indéque in morbos comitiales;& fimiles incidant,
tum et ob fübtile nimium craniü: fenes, ob imminutum calorem, et excrementorum
copiam: mu liczes molles; ANIM ADVERS. molles; et candidze:& qui cararrhis
fzpé tentan- tur,& qui laxas nimiü habétfuturas,ex us funt. 7. Aceti pars
in doloribus mitigandis cx in- temperie calidà fine materià.non major fit quar
acerrimum continebit ., Oleumitidem rofatum in eo dolore cali- do;ex olivis
maturis fitne fi ex acerbis fit, cutim et,ac difflatnionem impediat, potiffimum
cüm revulfione non egeamus, nullà affiuente» materià; in tali enim cafu omphacino
uti licet . Sitoleumrofatum eoanno paratum oleum fit ejufdem anni :illud.
quidem, ne rofa- rum vis refrigerans exfolvatur;hocautem,ne ex vetuftate
calorem contrahat r1. In dolore capitis à frigidà materià, qua ad mitiorem
reddendum dolorem applicantur ; non fint foetentia;2ravíve odore przdita;
reple- re enim craffis vaporibus cerebrum folent, et dolores augere . 2.
Indoloribus capiüs ex morbo Gallico, errhinorum ufus nullus fit: five enim ex
bile fit ; five ex pituità putri,ulcerain penitioribus nafi partibus ex iis
excitantur, et fubinde offium nafi COIrru pt lOoncs. . Inacutis febribus; LIB.
FT. n tà;cüm nullus hic fit ufus. repulfionis ;fed ad re- frigerandum addatur,
et ad penetrauonem, jus levis portio fufficiet, cum «& calida in eo partes
reperiantur. $. Obidacetum ne potentiffimo vino,igneas enim multas partes fic
Anh ah, op SERES LO, ando vehementiítK a fimi fit, neg; ex Dolete £x fite ex t5
téberie ca lida, acete porto im exyrhbodi- 2i$ fat par va. AAcetd 19 oxyrbodi-
no quale CO veni. Dolore ta- pits ex in téberte Ca^ ltda, olesi ofatum ft £X
0lí- Vl 5 VIAL Yi$. Ole
us vo fatum fnt Yeceo 5 » NO foeten ua fint, quá capit applican- Iu. Errbina perniciofa 17; dolorib. capins ex
"iorbo Gsllica. I )i ii . A44 gapitis; et xebemetif fimis,im- 9ninente
erif, fu- sieda ve- pellentia . Grifi im- tnpinente, quando à capite re-
peliendá e pilsle ca- " ^ puta: es 4 i 4:24 r4 ] GBA e M aflzeato yia
q4AD- dono con codenda. Errbina, € feauia8torta snala lakun Soo rx por A. 10113
FILAS L2 ; fimi dolores capitis füperyenetint pulfaüles, cü rubore faciei, non
ftatim oxyrhodinis repellen- tibus utédum, potiffimüm fi fie his coctionis prz-
fentibus: fepe enim füperveniunt inftante crifi» et faneuinis é naribus
profluvio proficuo ; quo in cafifi infrigidátibusrepellatur,optimo ope- re
naturzinm € aut augefcit morbus, aut 1n cerebro firmatur materia, et cerebri
mofbos 1n- vincibiles Spe 14. Quód fi enam crifis i eat dolore» magno
füperveniente, fed non ges fanguinem nariun fed per vomitum, ems quomodo di
Íícer natur, ex lib. de Cf. colliei p tei ; tancrepel- lentibus,quin et adt
Lringent abus uti licebic ne» per vomitum cerebro repleto; dolor per idiopa-
thiam reddatur. 15. Non recipienda eft communis multorum confüetudo, piluJas ad
humores à capite t: rahen- dos inftitutas exhibentium ftatim à coenà : aut enim
cibos corrumpunt, aut illorum vis retun- ditur,aut fimul cum cibo é ventriculo
eft fuo fruftrantur. Praftat igitur aut incen cedere, aut fummo ma iné
exhibere, fo autalterà horá concetfo. . Si dolor capitis fit à bile, vel àferofo
hu- more calido, et falfo; tenuíque, mafticatoria fu- ROT erunt ; pcr 1culum
enim umminet ;ina pulmones v ica influxa;aut phthifes p Adel cat, aut pu Imonum
alia vitia. 17. Siitem oculi imbecilles fint,'& fluxióotüi- bus obnoxii.
errhina ; et fternutatoria fugienda in ie ? j11 fine latis C con- mno una e** h
AAA ym TO 11 bmi vv et : DEÆ NUM. ANLM.ADVERS.. Incontumacibus,& diuturnis
doloribus; y«frcztie tbi non cederent aliis& potentibus quidem re- optima;
e£ mediis,antiqul et Greci& Arabesad puftulan- capit ap
tia,rubificantia,& dropaces,fi inapifmofve attra- p'icatasm : 1 hentes
confugicbant, ut ab internis evocarent vthemer dir. "vt tiffimis do ta(íam
materiam, atq; attenuatam perinfenfiloribus £5» bilem ev aporationcm
evacuarent:fed cim cutis ubt capitis craffior fit,c quàm ut liberum humori adi-
am tum concedat, ncque ulla fenfü patens fiat eva- cuatio himorum,.eco
fzepiffimé expertus fr m., pra ft: ure derafis cap illis vefican itiamponereaut
pa rü« lolenti,auttcti etiam Capiti ; fic enimat- Lracta ad exterpa materia
evacu res f maxime ea,quz tenuior eft, et calida, et acris; vix enims, etiamfi
ciuturnus dclor à craísà materià fiat, fie- i potefl DUEV chementa
dolorisadfit;nifi portio aliqua illius humoris fitadmixta . De Phrenitide. I;
Dhbreneti- I9 Ixin pbrerindelenienti perosaffumen ^. i à MCL$ flattors TOP T !
* cL » p " V RE L y. do;ad detu rban« 2 €3 (crementa, in. en imr tr1Culo,
et primis venis exiftentia, primà die lo- dæ cus datur, fed mclli clvfinate
injecto, fi ejus eniá commoditas deti r,m ittendus eft (anevis, fedà in brachio
venà : cüm enim influxus jam defie- Faut majori ex E factus fit, fruítra hocau-
Vosa lum tentamiüs Dbrenett^ 20. Caveautem,ne in Trollani et alicrvm. cis
fribra errorem Incida iS, Qui cüm ob maniacos motus «ebio sez fàncuin iem e
brachio detrabere pDequeunt,ve- feri 54 I Y» 4 na itte em qam RENE IDSU,.
dotdncap M ei poteit, noh fecam 8a eft ea, quainfio 18. Pbhrenett- €i5 SAgHIS
non mitte dus ad a- ntmi ufa5 gdoliquil In frontis vena fec da blandé gula aá-
f Y27 41v s Aut brevt z82p0Y€ . Pbrenetiz €is, CHCHY bitulis ap 4 E - politis,
qud fa&iendum . In bbrep huy T1 si run Ho ALII MEDIOL. ram frontis fecánt; fi enim copia
adfit fanguinis in láborante ; ut in hujufmodi morbo majoriex parte
cóntitigit;tantumabeft,ut laboranti opem feras, ut potius ; atttacto ad partem
laborantem fanguinesmorbum ádaugeas: revellendus jeitur potiüis, atr
fcarificatis cucurbitulis ;aüt ; quód melius effet,venis fedis apertis. ii.
Néqué etiam iri Hioc cafü ad animi ufque deliquium mittendus eft fanguis, quod
pleriíq; placuiffe video; quód; cüm repellentibus friei- dis ab initio etiam
ufi fimus, refrieerato toto; ac à capite rettactoadeó multofanguine calido;fe-
penuimeró aut phrenitis hectica inducatur cura- tu impoffibilis, aut lerhareus
fübfequatur . 23; In venà frontis fecanda adftrictio illa gu- [z?*, quz fit, ut
vena intumefcat, aut non multum fit violenta, aut quim breviffimo tempore per-
fidiatur ; ne quodammodo ad füperna repulfo fanguine, ubiad' cerebrum et
meninges perve- nerit, morbum adauceat, aut fané, eodem in- cratffato,eunderm
mætis contumacem efficiat . 25. Cucurbitula, qti breemati,fronti,& re-
liquis capitis partibus ; poft evacuatum corpus afficuntiir,ad extrà trahendam
matetiam, aren- tes non fint et cum flammà, fed ex aquá calida; nec loneiori
tempore hereant ; et fi fübjacens parsin rüborem abierit, leviter
eamfcarificabi- mus ; fin minüs, fpongiis exaquà tepente fub- ftratum, et
elevatum locum fovebrmus. 24. Cavendumin hoc morbo, ne in eorum. errorem
incidamus; quiab initio non effe purgandum cenfent, fed ex (pectand am effe
coctio- nem,maturatio enim putredinem jam factam. fupponit,quam corrigat; quo
in tempore ; facto dum ab £2ttio, C q440t23080» jam apoftemate, morbus evinci
vix poteft: eo- dem igitur,vela idtero die pu irgandá, vel ex Hip- pocratis
przcepto; 4. Z4pbor.10. imminet enimu periculum,ne tota 1lla effrenis materia fein par-
tem laborantem effundat t,apoftema perficiat t; et vires profternat. Neque tamen crudam evacua-
bii fade cei us preceptum Hippocratis. 1. . ve] enim turgens erit, vel nondum
putefadta; fic nec cruda fanguini admixta bibsin- tra propria conceptacula
adhuc confiftens, ut fecidle Hippocratem videmus 2. acur. 16. cm fluentem
humorem ad plevram ftatim ab initio medicameto purée fubduxit;tamquam non- aut
crudum, fed coctum. In iis, du 1alv o duzioti funt; R habarbaro non ita facilé
utendum: fi enim fimul cum biles effervefcentem m: 1e1s bilem red- eredi ay
rnis partibus;ob igneas pat- t:& ob hanc unam caufam dum ) putridun non edu
CItUr, tes,communicari Avic. ?ranaà cato aut fex fcammonii medi- 1ndidifle in
ph: quidauid dicant Grz- culi quidam, acriores Mauritanorum Íctipto- rum
reprehenf. res. camentis ex R habarbar: carandaà cenféndum eft, 26. Quamwvis in
hoc omnes feré conveniànt, fimpliciter refrio erantil bus primá tantüm dic Eur
ipifaébeiiepus a fime et par bus,f. PIRE repellenti- 1n utrepella- ris, et
influétium Rbabarbs rii tn phre auide ia ii54H dis riorz funt ALUO 422003
maltum im ufum ducendd o Solis repeb lentibus Aliqua do Sotds 775 eSI pt iit
"NE -U humorum temperetur; dolor fedetur;& affiictee arti robur
addatur, fequentibus veró diebus mifcenda effe aliqua refolventia ; fepiffimée
ta- men aliter faciendum effe,quód urgeant in aug- mentoadceó fymptomata, etus,
dolor;vigilia- et mania, ut frieidiffima etiam progreffu tem- poris in ufum
duci debean t, Aretzus admonuit . In phrene .. Cavendum tamen, ne nimis affidue
iis fiis nón. utamur frigidiffimis;aut narcoticis:tiam dicebat dintis fri
Aver.3. Colle£l.3. caput tutó calefit ; at non citra gi [imis pericula
refrigeratur ; periculum enim impen- utendum. det,ne quem dormire volumus,
poftea excitare non poflimus, ut ait Celfus:fepé enimain lethar- eum
calamitofimabire folet;ex folà mala cura- tione phrenitidis. ultraprin epum $ Q
PE 3 . » Á Eu * 28. Intop icis, etfi acetum 1n aliqua perucne get admifcere
expediat,ut et refrigeret repellat, et md penetrationcm adjuvet ; neque tamen
multum plicaydi « admifcendum eft,ne ficcauone vigilias ccncitcts neque acrius,
quod calide partes,& ficca ni- mium pravaleant . Acetiloco ;:.29:
Nequetamen placet, quod à plerifque» in oxyrbo ICCi pitur,ut aceti loco, acido
citri; aut limonum dinis aci- Atamursnimiüm enim adftringit; et ob acerbas,
d& citri, terreftréfq; partes neq; pervadio neq; admifto- vel l.mo- rum
penetrationem adjuvat : quinimó externos nem uo» wiestüs
conftringendo,refolutionem humoris 1n indendli ^ Jis temporibus omnino
impediet. F 22i DNI", E ibd » 4 TN "c De. Lethargo. v M MA .
lfiinlethargo.fi perfe, et cum febrefu- ropa gi- pervenerit, fanguinis
evacuatio per fe-. eis quado PEétam 1n brachio venam, viribus cenfenuenti-
fecanda f bus cmnino conveniat ; fi tamen, quod fxpius vez2 e: l'evenit ; vel
ad conunuamn febrem fübfequatur ; qu ádo n llvel ad phrenitim firpé etiam male
curatam, lomittendam ceníco, neq; fclum dejcétarum vi- Irium ratione, fed ob
materiam potiflimum à put. e fejunétam . S1 hecexerceri nequ cato bal ]UamcCaU-
(uen Ma: n ". apn it tamen repletu mfi t et nonnihilfían- ;4là in le-
lleuinis a« Im ixtum cognoveris, cucurb iru ]leino ££ me ufum venire
poterurt,nontamen dcrío, et hu- quado » Irmeris, aut fie bis, ut Md ain vifum
eft,fed licanda, li lateribus potiüs pone aures; prope venas applicitz: illa
enim fübtilem, m: iie ; fluxilem lian: guinem trahentes, rebellem maois, et frioi-
bdam, difficiliüfq; diffolubilem red lent in cere- bro contentam materiam .
Quód f € proximic ribus eo auxilio eamdeim talos ARCEM Jumpactz etiam frigide
materie aliquam à cerc- -Biorevelferni IS portionem. Eir32 C avendum maximé, ne
ab initio h iujus ilimorbi ad excitandum à fomno fternutatoriis Iiramur;ex
intempeftivo enim hujufmodi remc- d1o mæis funditu Ir materia, m. igifque
fubinde ;, 5ri»c;- limpingitur ; unde et ccntv max mcrbus fit ma- pio 10 » [Ei
nn .pople xlv fequuntur. Errbine- fs . Errhina in veternooptima funt; in iis
ta- pw» Afni» men Stermuta- fortis 20: utendum A IM ee os oir M : gum Tm m Er E
i LetLavgi- cis vepelle 3i barc applican- d&; et [ane «d[trin- gentibus. Vefrcatia 25 letbar- g^ opti- 722,0 qui bus
parti- bus appli€22da»s Memoria deperdita vemedia 3200» seper calida, fed
varianda, P YOvart - tate Catifa Y 4777. 6 r$4. men, qui longocollofünt, et
angufto pectore ; uno verbo dicamsqui proni funt ad phrhifim, et qui fepé
morbis oculorum tentantur, in ufum traduci non debent . Inrepellentibus
applicandis ; quz non nifi ab initio, et etiam non fumme frigida admi-
niftranda fünt, adftringentium ufas omnino 1n- terdicatur, ne et craffior pars
huraoris 1nfluxa-» reddatur, et ejufdem evacuatio,quz per infenfi- biles meatus
fit; impediatur. 3$. Dropaces,X finapifini, utin ufüm venire debentad
attenuandam materiam,eámq; à cen- tto ad circumferentiam attrahendam : ita
vefi- cantia mæis coràmendari debent,tum fcapulis, et humeris appofita, ad
extrahendamà cerebro pituitam,& aqueum humorem irrigantern;tum derafo
capite vertici,& fuper füturanrcoronale. De Cautionibus in la[a, aut
deperdztasmemoria curanda. "T. Icet abolita;aut imminuta memoria A,
folamfrigidam intemperiem referri vie B deatur à Gal. 2. de fyzapt. caufis, .
(e 3.dc.2 loc. affeél. 4. $* s.cüm tamen frigiditas hec non- jum numquá vera
fit cerebri intemperies frigida fim-. I plex fine materià;aliquando veró cum
materià [1 potiffimüm pituita ; aliquando veró ex defectu ||. caloris parti
infixi,aut fpirituum à corde immif. . f forum,& hoc caufas quàm plurimas
omnino in- Bii ter fe diftinctas,quin et fpe contrarias habeat : utà fümmo
externo frigore ambientis, fric iditatem pofitivaminducente;autab externo calo-
re,innatüm caloreém,& fpiritus;unde pars vivés calefcit;abfumente: in hoc morbo
curando pro- catarticas, et mediatas caufas Medici animad vertere debebunt ;
nec femper medicamentis. niant, càmoblivionem producit frigida mate- ra fimilem
in cerebro inte emperiem introduces Vbi veró fimplex fuerit intempeties
frieidà, et internis, et externis validé calefacientibus j et ficcantibus erit
agendum. Quod fi non pofiti- và frieiditatetentantur, fed défectu caloris in-
nati, aut fpirituum parte frieidà redditi oblivio fequatnr Loses: intibus fpi
iritus uti oportebit : In remedii ; vero habenda erit ratio caufze ante-
cedentis;cüm enim hac aliquando calida fuerit, bt 1][o, cujus meminit Galenis,
qui cüm ve colendis vitibus diutiüs füb Sole conttitiffet, inedia ufus effet,
in hunc affectum incidet: at; in conflatore vaforum vitreorum, qüi ex fi ith 1-
cis immenfo caloré memoriá amife 'fat;qui, cüm !in eo Medici calidisutereritur,
et imo rbus in de- Ecerius rueret,embrochis fr igidis ; Capiti à mme ap phatis,
ed Irt1o 3t!ol )e ex dec IS ju o frigido fadi à. D. cibis optimé
fanevinem,& fpiritus inftauran- s,ad fanitatem eft reftitutus. In aiidBiéer
n, I 1 O pA) Jeruinin mé? norie deperdi tione m nC] - Iderat.folüm
cenfirmatoantmo, 3€ fpiritibus vi- o « ais Optimi fici inftaur 4tl$ ; CUFAC1O
perfecte Ia memo"1A deper- purgantib us curationem uitio, aut caput- dita
curd purgis, fternutatc riis, errhinis, mafticatoriis 4a rar? utentur,cüm hiec
folüm in ufum commodé ve-. *vænat;o eff. Opus in COTHA:0 fis, primis diebus ma
lé oleum cbamame linum cx aceto Ab- plicatur. Comato[is fométa cx oleis nen £sto
adbtQe D» f a6 eftadimpleta. Non igitur íemper purgan- tibus, non femper cáput
purgantibus, non iem- per excalefacienubus utendum erit in curanda . Hors
memorià aut abolità;aut diminutà . In Comates C fopovo[ts affcétibus « m N.
iisaffectibus,ubi aliunde ad cerebrum delatisaut craffis vaporibus, aut ferofis
humoribus affectiones ez excitentur;non veren- dus eftufus oxyrhodini ; neq;
ftatim ad calefa- cientia et interna, et externa crit deveniendum; quinimó
aceti quantitas eft augenda, vel dupli- candaadoleumrofatum completum,vel ex
Avi- cenne et R bafis fententià,ad diem ufq; tertiam: quin et acriori in iis
2Ceto utendum eft,ut citra tefrigerationem validius repellere poffit. Neq;
placet Poffidonii fententia ab Actio relata, qui primisillis diebus chamemelino
ex aceto uteba- tur;cüm ab initio repelléda fola fint adhibenda, non autem
diaphorcticis fit utendum, fed poft- quàm affluxerit materia ; quo etiam
tempore 4 la addi debent valentiora,difcutienti,& ficcan LECCE e M u
facultate prædita, ut caftoreum, abrotanu mos;
lavendula;ferpillum;verbenaca;& fimilia . LI . . In.topicis 1n hoc morbo
applicandis, non Med. ^an [Tu $5 « 1Cacodlis,quia humectatio fiepé actualis ex
ole mbrochis quandoque vincit virtutem med n eó tutus eft ufus fomentorum ex
oleis; aut de-... E Eu imentorum incoctorum, nifi validà facultate £:c24 cante
predita fint;qualibus etiamfi utamur, peu- qe ló poft 4 D57 I[ó poft lineo;aut
cannabino panno caput erit ab- (tereendum. dn Pervigilio y[tve vieiliayuz ex
'ce[fa . Y N narcoticorum exhibendorum hcrá eli cenda E- S0nminui fa cüm
diflideant inter fe ferip tOres, "a qua bo aliis poft cbum é
ventriculolapfum, &anteex- ra exhiIhibiuonem alterius per "bus; alus
cum cær ; aliis veró poft coenam per 'lhoram. Egofic cenfeo ; fi ex fomniferis
fucrit 'Iwehementioribus, quale eft Philonium utrum- Ique;& recens T
heriaca, pizftabit priorem fen- Ireciam fequi;ne coctio turbetur, et cibis
admix- dra pom Apes at ' Cüm omnino medica- menti da fi in iss nullam nütriendi
facultatem. habeant. Sitamen maxime necceflitas üreeat., Etiam à coena per
horam concedi po (unt, v ipo- Aribu: s cibi fa cilius ded ucentibus vi m
íomniferam üd cerebrum: fic horà fomni P ilulàs ex.cynoglof- Ilo aliquando
propinamus. Si veró fomnifera. Kuerint leviora, aut etiam alimenti aliquid con-
Mineant;aut cum:cibo:exbiberi potfu unt, ut emul- IMBiones feminum papaveris
albi ex aquà lactuca, Iiolarum,nenufaris, et fimili m,.thvrfi latucze ffaccharo
conditi; autfanc à ceená per horam,ut |lyru pus de papavere,.de nymp Pha ex
aqua la- jd tucz:fic enim blanda illa cf fftumatio ex cibo Foi Wata nidiori
illi, et aliquo modo fr ig1dz ad- à fiepenumet 'ó fomnum con o «mm: ^deratas
1llas vigilias ex fumidà, et t CX h d tres horas concedenti- 2ez4a. exhalatione
productas; aut ex calidà et ficcà ce rebri intemperie factas demulcet, et
íomnuma convenientem introducit . 40. Quotidianus tamen, et frequentior illo-
rü nfüs,nifi nimius partis Caior id perfuadeat;fuSomifz- rortt Af45 frequéenor.
eendus eft ; ne, dum cerebro fuccurrere tenta- efft i02 4€ ius; et illius
fymptomati;aut contrarium. introedis ducamus affectum;aut ventriculi coctionem
im- PR minuamus. 6- . b f^ f T n 41. Pueris parce admodum formnifera hec per os
funt concedenda; rariüs fortaffe valentio- a;folent enim quam» ra extrinfecus
applicand maximé memoriam labefactare. 42. Non priüs inanito corpore;aut
repleto ni- mium capite;nó funtinufimm ducéda: contuma- vationem Ineptos » ya
parcins $n pueris 2n ufu "m ducenda. Somnuife- ya repeeto corporeo,
cesenim humores; et ad evac aut copi" peros fiexhibeantur, omnino reddunt
; fi veró: ,00» ^^ capitiapponantur. in comatofos affectus &gros minjir9
deducunt. somnife- VA d et - - f Mee) blanda evaporatione cibi meliüs officium
iuum la * : ^ » E . Átenul admodum cænà exhobeantur; ut! complere quean parcat
mole obtruatur. Narcotica o non Hàáda jn princi- turalis;atq; impeditur, ne
calor fecbrilis quam- pio pire- primümex pandatur. xy[mi í "ode t:ita
tamen ne aut coctio ci-j poff c0 A. que Pepe : Y bi impediatur à frigiditate,
aut vis remedii ài 44. Cave; nein principio paroxyfmi narcoti-JsT! oss "
«^v . A 0^ E ; ca exhibeas;ex iis enim fæpe fuffocatur calor na-4 In
Coneelatione . . T IN catalepfi; five congelatione, cüm vi- r» carale- AA. deam
Praécticos omnes ftatim abinitio ca- ;// coz- lefacientibus et ficcantibus
uti;in errore«eos cmc- zs. cal;- :[ nes verfari exiftimo : cm enim in iis
peccetma- Za ipea teria melancholica, ab eàque morbus is produ- 5?furen- '|
catur;fi in principio; et auemento morbi calidis ^* |iis impense,« ficcis
utemur,craffior reddetur ;'| materia, ficcior, et ad diffolutionem InCptior ;
'J pre ftabit igitur calidis temperate uti ; ac hume- Cctantibus, ut materia
attenuetur, fluxilis redda- tur, ad evacuationem magis apta, quin ut per -J
fenfum effugientem evaporationem difcuti ; et TJ evacuari queat; progrefTu
quidem tempcris cali- diora adhiberi poterunt ; ad rcliquias materiz
abfumendas,& intemperiem à parte auferendá. [99 quet 4: In catale. 46. In
topicisitidem remediisinchoclocoace 5,7 7^ i; eÍ ns. : bft aceti tumnullibi 1n
ufum veniat; tumne pauciquifü- : cet : j ]4g1e7»da., 'J| perfunt ;
fpiritusexfunguantur ; tum .ctiam, ne ifatri humoris ficcitas, et
acoradaugeatur. In Vertigiæ . i47. T Llud folum in hoc morbo curando obfer-
Veytigino A vandum, cavendum cenfeo;cüm ex hu- 55,7, immoribus in cerebro
contentis elevati va pores,& tatorias cin jexhalationes inotdinato motu, et
in eyrum cied- capurpur ftur;fternutatoria non effe in ufim ducenda, ne- gia
fagiz- que valenda illa per nares attracta caputpurgiaz da. quamvis enim aliqua
materig pars educatur, xr1*3^ iIVII YÀÀ ) Qr (91S NA OlS, Cv icrfiam m j y
"LA 2n pavoxyf 2320 0 CO catiendt. I bilepr:- / 1 £:$ caf ut Cot80" 2 4 uS nz
Fi6€3Ais. ilept iEt €1$. "'UO62213M5 "72vEpi'epti- €15t pa"T v0X
y[7720 liosu oot gon nden T». ea 0, ^ Ww fymptoma tamen fepe jJ E aceto;aut
finapi;aut fucco ruta perfric: augetur, concitatur ma- .x motu fübito materie
morbus isine piutatur. In Epilepfia . acet,quod [, "Ntempore paroxyfmi non
pl tif Pu paffim à plurimis fieri video, qui fta 4 VU. corpus concutiunt,quin
etiam ipfum caput : fe- u ad numreróenim magis recurrit ex eo mot pe lus
perdurat 1nobftruendum materia, et di vafio. 49. Fugiant etiam, et omnino
caveant, ne ; dum.turpitudinem faciei, et diftorfionem, ac fpumaumjoccultare
tentant, capite, et facie pan- no cooperta, refpiratione liberà impedità, zeros
füffocent. $o. Cave nein paroxyfmo vomitum provo- ces ; vidienim aliquos in
invafione hocrentan- tes,ftriptorum quorumdam auctoritate ductos; przcipitem in
mortem :egros duxiffe:ex violen- |, to enim illo motu, magis repleto capite, ac
con--| citatà materià in cerebro exiftéte, ad perfectam cbftructionem faciendam
deducunt, unde apo--,.i plexia fequi folet . «1. Vt mirificé placet in principlo
patoxy--], finiori aliquid, et mediis dentibus indere ; ttj: hiansos effe
poffit, ne lingua intercidatur; fpu--]. ma educi poffit, et palatum realiquà
attenuan-], te, puta, Mithridaticá compofitione, caftoreo exu, " iti
poffit; ita 1f ut Fw "RT iE E us Je VÍA ita lignum folidius 1mmittere
nonita tutum eft, Í» penumeró enim inde excifos dentes vidi. Pte- ftatigitur
facculum ex corio,vel ex craffioti telá, repletum. atrenuantibus multis, et
validioribus quidem, finapi, evphorbio, caftoreo, rutà, aut ejus femine, et
fimilibus, ita parare, ut illius vi- ces.poffit fupplere : fic enim et voti
noftri com- potes reddemur fine illo periculo, et morbo ad- verfabimur. In
brafei- $2. In prefervatione ab hoc morbo;hzc fitin- vatieze. fecandà venà
cauti j»fiinftentacceffiones,nifiex 4^ epile- fu pprefíis menftruis ;aut
hzmorrhoidibusori- P qu o)nem morbus fumat m uttendus erit faneuis ex gum bra-
venis brachii (fs veró femel aut iterum, vere, vel. ^^"? » e iutumfo
fipervenire foleant ; aut. hax motrhoides,aut menfes fint fuppretfi, fecanda
erit veria ; in talo. aud s lud. quádo cx talo f^x- gai ?21Íf- tendus. $i ex
aurà virulentà aliunde elevatà-ad. rpilepti- mel morbus fiat; nifi infignis
plethoraid «iex an- perfuadeat,mittifanguisnon d debebir. ra tieva- $4. Cüm plerofq;
videam; Aretzo,& Ttvieen fa » o0 nà duce,in-przcavend æpilepfià
validiffimisuri "7742s medicamentis purgantibus, tum per vomitum, /
"£5 tum per feceffüm ; ; egó longa experientà doctus Lys profiteorme
numquam morbum hunc, in quo- quam per proprium cerebri affectum producti HAPE
validiorib jus vomitoriis curáàtum vidiffe fed ex... :o 11s omnes ad deteriórem
ftatum deductos:valc: üora autem per feceffi e cducentia aliqua: proi "u
flec bfíerv AVl, nod ónon lta B EE uium ducta fuerint; à frequentiori epim
eorum A CLLA L ufu, . L/D. SEPT ALII MEDIOL. ufiexhauftis fpiritibus
animalibus,a poplexiz facpé concirantur . n yeéicia $5. 1n confirmata epilepfià
per proprium ce- in capire rebriaffectum, fi quis derafis capillis, veficanti-
eptimum. bus peruniverfumcaput utatuf, atque ad peri- epilepfie pheriam humores
virulentos trahat, diutius ul- setsedié - cufculis cuam capitis infeftantibus
relictis, ut perlongum tempus ferofiilli humores per ulcu- Ícula emanent,
optime curationem irftituet ; contumaciffimos enim capitis morbos hujuífmo-
diratione ctiam curatos vidimus. In poplexia. Ataplecii 56- Vamvis excrementis
alvorefertà, non eis flatim fit evacuandus fanguis. perfectam ve- voittédus
nam, ne ad venas crudi humores trafanguis. hantur;in apoplexià tamen, cum ex niorà
confir- metüur morbus, quamprimüm fecare venam ex- pedit, fi abundetfanguis,
aut rnixtus fit fan cuini humormorbum faciens. Apopleti $7. Quin
fiindicatiofecandz venzadfit;pre- cis repeti- (abit repetitóid agere: fic enim
neque refrige- £o [215 cA bitur corpus;aut vires imbecilles reddentur,&
mitius. id obtinebimus» quod maximé exoptat Actius; nempe,materiam morbificam
commovebimus. ;8. Concudiatur/ blandé corpus, perfricetur ^osdun Calidis, et
potiffimumbrachium, unde educen- 25 pof; dus eft fanguis, ut et revellatur, et
áttenuetur, emdum quicraffior perfe eft,& factusex refrigeratnione zu.
adhuccraffior, facilius effluere poflit . |. $9. Neq; Ap oplecii £s COnCL- Neq;
vulnus anguítum fiat quod aliqui- bus placet, uit motus diuriüs perduret, fed latum
fieri dcbet; nam craffior cüm fit (anguis, ftatim, quafi reftagnat. 60.
Venamifrontis aut pone aures ftatim ab Initio fecare quod aliquibus placet, ut
quampri- mum prafto fimus, non eft conveniens, nifi pra- cetTerio univerfalis
evàcuatiosfaltem per quatuor horas;admitti ramen aliquando poteritfi pletho rà
non adfit, et aliqua fübfit fanguinis copia in, capire. que tamen duas non
admittat fanguinis cyacuationes;. 61. In cucurbitulis in hoc morbo affigendis
cauto fit, ne parti pofteriori thoracis applicen- tur, ne rcfpiratio umpediatur
fed lumbis, bra- chiis,& fcapulis,quin et occipitio,& jugularibus
quandoque venis. fed poíftalias ;& tuncomnino Ícarificare cutem fübjectam
expedit. 62. Inligaturis-dolorificis non diutiüs perfi- endum,ne pars gangrznam
incurrat; fed partes modo ftringantur, modo laxentur,;precepto Ávi- cene,ut et
major fiat revulfio, et motus humoris. 63. Cauterium in commitfurà coronali,
quod laudat Actus, et alii, nó anvltüm probatur,quód przfentaneum pon fit
remedium, multáque alia - ^ E, Á € iam invehat incommoda, de quibus aliàs . 64.
Praítat, evacuatione factàsneque nimiüm in exrimis rübefcente
parte,cucurbitulam in ver- tice ponere, et repetere, abrafo capite, vel validum
medicamentum veficas excitans capiti ap-, poncre, L "A bopledts ct$ dn fec
da. vena vuln? fat ataplum . "A popleckt Cci$ "vena frotis qua do
fecanda . Apoplectz €t CHCHY- éitula quande,et quomodo Abplican- da. Apot lecis
Cis lgattt- r& QUALESo Apopleciz C$ CO MIC Ya? 1 Có mif[ura coromals nate.
Cucurlt- 'ula rs/0 '"titeyvel mie adpoplect; €i qua quantitas €byfteriz. In apople- fitis vo- enitus fu- giendus.
Antiimi- "minuta fa- £UODHHID. Purgátia frat ex va lentiorib. Gterzauta-
toria qua do adinim Sranda. Ilo inuduo oibus ab ipabecillio v btts m "EE
i4 Inclyfmateinjiciendo hzc fit animadver- fio; fiinjiciatur primó ut
revellamis, et peralvü fübducamus, ea quantitas erit infundenda, quie id
praftare poffit; et hociis obfervatis, quz aliás docuimus : fi veróutinteftina
mordicanübus, et valenter excalefacientibus vellicemus, et dolorem incutiamus
in dimidiatà quantitate 1nfundendum erit, ut diutiüs retineatur : quod fi diu-
tius retentum tormina, et inflatimationes in in-« teftinisexcitet;balano
elicietur. 66. Vonitus fugiendus;tum quód egerin hoc motu feipfum adjuv are nefciat
; tum quód, cüm fe erigere nequeat; potius fuffocar etür;tum quód in repleto
corpore vomitus caput replere folea t. . Sribii igitur ufus 1n hoc morbo,
potiíTi- mümin paroxyftx 10, eft fugiendus. 69. Sed valentiora tamen deje
dtoriá d: xhiben- da erunt, ut paucà quantitate affümipta etiam à longinquis
attrahere, et educere poffint. 69. Sternutamenta ut maximé ex ufü füntin., hoc
morbo, et quidem valenuffima ; ira-non fta- timadhibenda;nifi priàs corpus
fitinanitum .. $i caput. derafum oleis calidis inungen- dum fit; cautio fit ut à levi
oribus priüs 1ncipia- mus, ad valentiora progrec lentes . 71. Vt veró diutius
hæreant;ceré aliquid fem- per indendum crit. 72. In merin Chymicà arte in üfam:
duücendis hec fit animadverfio: non iis folis t tendum efle », fed ipis me
edicatis effe admifcenda : cim enim. ieneà fubftanua conftent ; 1n fuperficie
pofita ftatini "9c on. dc RE d RU ANIMADEERS:. im diffipantur,& in
halitusabeunt;nifi aéreis,&& 5/7; fj; oleaginofis quafi lieentur; ac
coérceantur . In Paralyft . Pf. fed. oleis zneédicatis VAIXTA e ] 73 ]Ifi monet
Avicennas, quem omnes fe- 7^fare^quuntur recentiores, in paralyfi in prin- ^
efle purgandi um, n ifi tranfactà quartà.; aut feptima. et netunc qu cos.
validioribus me- dicamentis, quod etiam cipionon c habet verit cítn )ateria rs
(lefacta, Iancas;cgt. 4- M VE TENUIT L] dicis in ads 4 promoventibu d fudcres
movent, de e $9.85 - ha P X l 111 uberiorem bum bhuncvrinis rerentén 11 »^, ki
7 ; rt ptrs- exío) naptibusin deterius rvei é ficra-qucouc edi tím. mon vePe* A
PEE tCnll lléXiolUutaà à Pa iltis, fudoribus autem : Queda m ! *noc et i €1l í
Q4 d res ;craíffior mæis C1 "Iles. 5 cum UID lo obfervatum vi1- demus;
jdtai nen,mée A (ententià; perpetuam non, : fv enim primà ipsà die accerfi- tus
Medicus fv ici m nondum nervis impacta adhucin motu eft;dum nondum ;] otf
Litmateriam quamprimum. e medicamento fatis va ve ai IC. Atu b )LJà m firmata f
alvum fubduce- It; perfectéque obítru- ctionem 1 (€CETA; priüsattenuanda erit,
et prapa- àm evacbetur. us comm ittiti r error paffimà Me- urandà,c um cmuffis
urinam. lea rromptiüs accedüno; quz coctum Guatiati 'etia1n .Sarza pari- p nea
artificia» alioqui eS 27 Nace wer doit InOr-,& ebundé pro- cónfcrtim. ma- A
» a crat- autem parte callefcat, cxaf fiot f quando ab initio purga o Paralyti-
€i$ fndors fera inu- ülta. roe LAYGUfI- jv, C5 dl ren i Paralyti- eis oleav$
fyeri ex oleis nimiümrcalidisj& ficcis,faltem folis; ?i$ Cali- dn mala. Olea ff:i- sata fola éputilia. Paralti- g1$
vera 115 utilia. Paralyti- : €i vubif- €atia qu do conve- PIAB? . Rubifican Ha
guo ufque cuis adbarere debeant . Paralyti- eis cuctur- àiule u:r56 D. fior
reddatur;magisobftruat;atq; difficilior red- datur ad motum;&
ad'evacuatióoriem . 7$. Quà etiam ratione inunctioncs non debent periculum enim
impendet;ne materia nervis ad- hietens nimis exficcetur,& la pidéfcat:
quarellis femper pinguia mifceri debent; unde edat vis ignea illorum
coercebitur;re exhalet, et diutius adhzrefcent, neque titium exficcando contu-
maciorem morbum reddent . 76. Vtin paralyfi curandà aliquando vefican- tia;
poftuniverfum corpüs' evacuatum, fca apuhs, aut brachusapplicat? debent, ut
materia à cere- bro,& principio fpinalis ad extetna attracta eva-
cuetur;ita rubificantia folüm poft illa& t progxef- fü temporis ( Avicennas
trieinta poft dies iis uti- tür ) fpinz dorfi applicare convenit, tim ut reli-
quias materia extrà vocemus fpiritus 1terum in partem revocerütus, ut ea
revifaneuinémque dod 7. Cavendum tamen tenc, re rvbificantia e e adhareant, vt
veficas, aut puftulas 1n cure indc cant;fic enim fpirittisa d partém non
revoca- rentur;fed diffolverentur: có vfque foitur finapi- fint, dropacéfvectti
adhærere quamdiu rubida pars prefía d1eito not fcd robida perfeverát. 78.
Cucurbitularutmufaüm quàm maximé com mendat Avicennas' poft ex purgatum corpus,
ca- pitibus mufculorum partis labcrantisápplicitaé permittendi fint, n albefat,
&,qui,- rum finefcarificatione;nen quidem ad extrahendam ."E 4 LOT oe
Jnireda, o eas aa SER: intus eos f nnm ANIMADFERS.]. :3€7 ; dam materiam morbificam,
ut cénfuit Geritilis, dot: qus fcd ad evocandos fpiritusad pártem fere demor-
texas ap- tuam:quod ut obtinere poffimus, animadverten-P/ieanda - dum,
cucurbitulas angufti oris effe debere, cima multo igne effe applicandas, ac
divtiüs non effe,, permittendum ut adhzreant;ne diffolvatur quod ab iis eft
attractum. De C onvulftone .. . Y N fpaífmo; motu irruentis materize ceffan-
Wie : v . es CHC tc, ut cucurbitulze mediis mufculis affixze, ^4 rhitie p ome
"- la quado, et fcarificatz extra ufi m funt ; ita cavendum eft, ubi af 3e
f£nibhns mufz Wr "n ! -- 5 bnious muículorum ubi tendines funt, affi
plicabdá. gantur. $c. Addit Aretzus, in illarum applicatione.» e 15], Cucurbi
parce ttammam excitari debere;nam que à lab cucurbitz fit
compreffio.dcloris,conv auctcr efTe folet:molliüsi adhareant. FIS (ule i
ulfionifque jj; fms gitur trahant; et diutiüs qZo zppl;- canda. Cavendumetiam,
ne pars fübjecta; detra- Ceci Cus cucurbitulissfrigore tentetur; pars enim
rare- '/!!s faé- facta facile frigido a£re admiffo riecret. latiss p^ $2.
Cuftodiendzautem quàm maximé ab am- ^um biente frigido partes, que calidis
balneis pro- visis xime 1mmcrfe fucrint ; qug perfricatz, quaii gatz,que deniq;
dropacibus,fina pifmis;aliífve » ingeniis ad ruborem deductz, au nes calr- t
quovis modo 4j, foe rarefacta; quód nervis frioidit aS fit 1nimica, ma- zz.
£eriamq; convulfionem facientem craflefaciat. $3. Quapropter etiam
fupervenierte füdore» ossis L. 4 cb dofe fador.fu pervene- rit, quid agendum.
LVD. SEPT.ALII 7MEDIOL. ob doloris vehementiam ; maxime obfervandum erit ; ne
mador ille adhæreat ; néve frigefcat, fed omnino abftergendus erit ; fed ne
rneatus 2 aperü frigiditatem admittat ; Béve effluens fudor virtutem exfolvat ;
calente aliquooleo partes erunt MelZcho- licis :pur- gantia li- quida ma gis
conve 9UADE S Cuando "altéAus fangnis 5, et qua do fappri- auendmus, f(E9A
JE54, ttnhá . delinienda blandé. In AM elanchelia . Vamvisnon negandum fit,in
hoc mor- bomedicamenta, qux exhiberi debent ad evacuandum humorem, füb quà-
cumque forma concedi pofle ; veriffimum tamen 94. -eft;fi liquida gunntegekuss
multó magis utilia effe;necin omhibus ufum pilularum admitti poffe, Ob
ficcitatem melancholie; quamvis contumacia materiz ad eas nos revocet : nam
robuftius agunt combinatà vi,diutiüfque in ventriculo hzrent; et vehementiüsà
capite prolectant . 8:. In miffione fanguinis per fcétam venam, quamvis fciam,
plerofque Galeni au&toritate in- nixos hac uti diftinctione, üt viribus
confentien- tibus, et morbo masno facto, fecetur vena, « fi ater fanguis effiüat;educatiür
ad debitam quanti- tatem ; fin fübtilis, et rubens ; ubiad tres uncias
effuxerit; fu pprimatur: petpetuo tamen ho cfer- vandum non eft; aliquando enim
aliquà datà oc- cafione, cüm ca perit morbus 1: sin cerebro ; opti- mo fanguine
exficcato, fiin univerfo ab undave- rit fanguis, et torofz fuerint venz,
(aneuífque in iis nüllam conceperit labem,;fed copi fc làm pec- cet MÓ M
-ANIM.ADFERS. FT. T cet, fecanda quidem ierit vena, et fanguis,ctiamfi
fübtilis, et rubens effluat,omnino in debità quai titate erit evacuándus, ut
revellat à ca Dite, 1m- pediatur, quó minüsin nleram bilem vertatur, aut
melancholefcat. Galeniieiturfentengia ve- « "P € ra erit ; ubi non adfint
fiena verz plethorz ;tunc D Y, enim pro revulfione expedit fecare venam, et f1*
n iorum cundi videris nus,Cümin venis mænis í abundare nierum fanguinen n
viderimus,cfflu cre finemus; fir veró fübulem, et rubrum, fiflemus : quod p«
otiüs: i ptus fit imclancholicum fanguinem in fupernis exiftentem attemperare,
et ad benionain naturam revocare, QCoffa 7 r D Ss $474 U y Leute ru ED D e 2 Y
eR ET iunt 56. Foramen tàmen femper amn»lurm fit, ut, fi, i i CIS nA210»T2c* In
craffum faneuiném incidamu: s,prompte efflue L3rbabess mw». cH i Ab. re
pofht;neque tumor circa fciffuram excitetur. Jit ampla. M e OW *K»TS P T714 ^ y
ad. 3 m 957. Admonendus etiam eft venifeca, ut difle- Fzz4547 A5 ven: TP
1113313 7? 3 ^ * lc la f 1^1 T Veto v wap Y incutu 111 mi iquai [a im ud AVL
;Lh€ Crai- vintuli $ fioris fanguinis effufio impediatur. incifa ve- 24,0 me hne
f ÆS 2L antLeli- In Epipboi A "IZ C6 p10J0 ad oculos bur u22101- lancholi
"hn . * 4/4 ATtflt1 4 C$ e Li ^ 3 Au LJ PUER MMPEAMCTOCNGI TEMOR b epibbo-
$8. Vamvis, cumocculi fluxibus humorum. p? f fle : " cenfherir Cial D 2 4
fA0Culort -4, tententur, cenfherit Galenus nmm 6.2d- qni, "we Db0or. 21.
Efi 13« AM eb. tilt. ob ad- t "mn " X ) X FIDUS tete) bd d^ 2d dd d í
AAA VA-LL4t wr LER, NEIDRU- ftrinzenuum ufo effe abfipendum ; 1n epiphoráa gz
As uet y ". : I E ED tamen multoófecus faciendum docet; poufimu "1 --
^ TR we ^A^31 E " Mood 441 EU in Lema Oo:cumenimailiuxus nuimorls iit
€exC» uy). P Re 014115, Ct" In fluxio et materia in Intimioribus
recipiatur,& ab exter--| sibus alii; nà tunica quodammodo repellatur.aut
faltem abi] ad oculos cà nonadmittatur, cui aqua ex rubi fümmitati- abitinen-
bus, ex foliis teneris quercüs, ex fragis, et (imili--| dum 45 ' bus, vel
compofitis, aut ferrata convenit :at ad--| «dri»? ftringens ficcitas numquam
admitti debet, ubi]. QÓAS. C conmimaciorem et folutu difficiliorem efficiunt
affectum, et fiepé etiam actioni visüs non leve af- ferunt detrimentum. 99.
Notant recentiores viri doctiffimi, et poft multiplici experientiàà me
comprobatum eft, in i Via 9laucis ocu l1s,ubi etiam vene ampla confpiciun-
agbla i, ; 'ü f mitioribus remediis agendum effe, quod forG'anmcis 1
"Herila, affe magis fint pervii. agendum.90. Mafticatotiis,&a
pophleegmatifmis uten- In epiplo dum.eft potius, quàm errhinis ; quæ tamen pro-
va errbi- grediente morbo, et frieidà affluente materià, ?5 ra^ modo validiora
non fuerint, in ufim aliquando venire poterunt: fic enim averfio materie fietà
æatibus canthorim oculi ad nafüm. 91. À fternutatoriis cujufcumque eeneris o-
mninoabftinédum: impetu enim propulfa mate- cul»us LTiàà Cerebro per nares, et
pereofdem meatusa poii; f, 9010s promovetur,& ab internis, et meatus ma-
gis aperiuntur, *, 247 t2au» SK FA dita- dPor:a $9 v gten ida» - humiditas ad
internas tunicas, et intra corpus; p^" T A In Opbtbalmia. . Y N. muliebris
lactis ex uberibus recenter emuléti;aut ftillaa ufüad demvlcendum.
vehementiffimum oculi dolorem, ut principem, ; locum inter hujufinodi prefidia
femper obtinuit; ita cautio adhibenda;ne eadem lactis portio diu- tius parti
àdlizreat: fepé enimab zftucc rromp- tur, et à vehementi calore oculi acrimoniam
ccn- Cipit;abítercenda Icitur blandé eric, aut novo la- Cte afperfo fn bluenda.
93. Opiinfusin inflammatis ocvlis neque fre- quens fiGneque multus:quamvis enim
ip eo prz- valeat refrieerand! vis,cüm tamen amarotis non- nihil habeat, fepé
mordet, et dolorem adauget. Qiód fi ex longiori morà prevalente frieiditate
fenfus torpefcit ; et fübinde dolor imnünaüitur, tum et per frigiditatem
temperatur zítus,craffe- facto tamen affluxo humore contumacior reddi- tir
morbus, curatüque difficilior ; tim et visüs actio hebetior fit, vt etiam
Galenus cbfervavit, 3- Meth. med. c. 2. GO" 2. de compo[. med. fecundum
Mocz; c.1. 94. Obquasetiam caufss rejicieb IAM etb.med. ult. ea,quæ vehementer
Jeuamfirefrigerent, et re Imibus oculorum,utaca t'Gat. J rineunt, ellantin
inflammatioad [0 I ciam, et hvpocyf ^ tin; n6.» fiuxit,exituü p EN "T
(31*5 ITOnlmateria morbifica ; qux eó in lbeatur. 9$. Et quemadmodum remedia in
hoc morbo ILeni: Ha effe debent;ita ullum lentcrem ha- bere Laéle ent liebri
qua cauttone utenda us obhtbal- UMA e (N n TWIA 06H tbalmia Obt! nfus 2e9u fi 4
Lj guens, 25€ Qt mult» $ Is, Adífrtn- gentia va lid 1 op L thalmia IL. gie da.
Leztortn LabentiA bereoportet, ne pertinaciüsadhzreant, néve, fiij epbtbal- 2
xulvifculum aliquem ex pompholyge ; Cadmià, 3C IH- esindda
plumbo;adjungamus,arefcant, acrimoniammye.»] vel ex admixtione acris humoris,
et calidi adíci- pun Allami- fcant: Quare licet albumii naovorum diutiüs
cone--jati Poi. quaffata cum aquà rofarum, vel my illnm Mis fondi va-
velfimiliunr, .acípuma yes atq; iterum detra--] i4 :io, € cZ. Ca, maxime
omnibus pro "bentur, acin ufum du-Joniic qu2 c4- Cantur, cum tamen
tenacins, adhereant ;ut huic "pene * . incommodo occurramus, foleo ego
ovum recenssit: ad duritiem quamdam c3 «coquere, et detractáil Andes - flavà
parte, per expr effionemex albo aquam ex-4» 1 - 4 À trahere et i illà uti
cumaliis; aut fané in loco cavonlile mA UE EV Ta cc iari albi, tutiz, et aqua
rofarum por rtione P impofità, in modum cementi ; per duplicem pe-tam expref
tione fact, aquam, fuccümve extra-y DESEE o BB li TRE tisocults fine moleftià,
&9 maximo cum. fructu utLfolco . ! pios Cod æreis cum Gal. 1j: ELS )
Emplafi jb onmbd.22. emplaftica um vimchabentia, et refri- fut eis in eph
cerantia in lHippit udine conyc 'nire., ut diu itzusad- d.) tbalmia Y ereant,
loi |gtoríque te porc refrieerando re-Jio pellant;ubi potifimim: iit ophthalmia
fit ficca «Jio. aut humor effiuens tenuis;necadharens; ubi vedi rÓ vi dior fit,
et mordens, füpcriorem cautio- nem adl übe bin BIEN FH: a9 Obf: Van zu pratercà,
Galenum e MEM eb nti»dü - AMeib. xit Ad de coni of. med. lecundum loc... 2 em
itpitu interlenientia do lorem in oculorum infian ^E 3n dine, nog tione,
cumalbumineovi,& lacte collocaffe deco feine. Cur. de xnu iugraci;id veró
plerique Medici paranij ex fek i1 1T S 1 Gianao utendum. 2 x femine; cüm dn mm
id mæis fit ca idv mi, nuam conveniat in oculo rum inflammatione »; [um calidum
in fecundo gradu, et ficcum in pri- jJmo pofüerit Galenus femen 8. de fmpl.
»td. fa- ^ s.d ind. affumi ieitur pro parando hoc decocto ad fc7147 YA Jrendos
oculos debebit herba pía, et ejus folia, AS Mond A ilioqui augebitiir
inflammatio. v 98. Quinimo in illius ufu hecfit cautio ex Ga- Fzzugrz-
enoibiderü, nein ufüm ducatur, nifi priüs ab- cz a&/sen uatur diligenter-;
ne pulverem admixtum ha- dum ante |beat; femináque etiam erunt excutienda :
sícque 244 Zeco- Iromimunem errcrem - E^; to 99. Infinita propemodum remedià,
aquas; |ptilveres ;&alia; cum videa im& paflim pro )jpe- 1l 5 et fcrib!
) placet iili ud h MC pro CaUutloneadnc- i 4ÀAC ; quod 1 Goctrliitno Mercato
lib. Iu Jepii: Aii orb. curasi. c. 30. fcribitur . In oculorem curat M vilia
ad- ie animadvertendum, quamvis pluri rima pra dpieiited lcripra fint remedia
nono '5, àut plurimis j aut femper effe utendum 'Serim boni promut- Jtunt; quàm
praftenr, ut a1 G ;alenus . Scio profe- I5, pl ures inom 'dam cocecit atem ded
" Ctos piles "vo Í^ p(le copia mdalium um potiüs, quàm defect tu 3 ex
Attn Jnequeunt enim ocoli ; quz. proficua fant, citra: Jdamnum perferre; ide Le
quz inordinate; et ci- Jtra rationem adhibentur rco. Iníüuffufione perfectà;
quam Cataractam I» eatara barbariappellant; curandà;4 aci removendà, 4a oculi
drautio hzc adfit, ut niinauam tali cutationl ma- 464 rere inum admoveamus,fi
tuffi xoer laboret. Si e- ve742 &o. Ph l1: Planen sleid SZICLA dina stes deed TE PTP RENS.
FEET inim acu introducia Íiupervenerit ; perf rationis $ LESE DCIlCll- jexicu
ide E Go CE "P A E, x T" ZU cdet ubl CENT AN e E -m w4Ot-periculum
impendet: fi veró tunicula depreffas ju: Bre Ciesa, ex.concuffione veheméa
dimota recurrit »ut WA.- Sternuta-
gneuto 1m pediente ; 90 1705?- dirtpoji. Catara- éfa, ante- quam aca cp 1-
"TP quid cavenda. Auribus. fS x si fim - 2106 labo vYaOAIlibus 'Ui Cone
nin! . ror. Si veró jam deprefsà fternutamentuma,u( immincre zger perfenferit;
unde aut recursüs pe--$io riculum immineat, aut inflammatonis in oculo s; «ri
fummitate dieit dextré majore oculi angulo có-- oui preffo, et perfricato,
periculum hoc evitabit im- do pedito fternutamento.. Quoniamante curationem
hanc per acüs fuii Medici fe pius ut periculum faciant, an fatis in--] i0
craffata fit, ut actioni per acum factz cedere pa- jeu rata fit fine ruptura ;
digito pupillam compri- Jii munt;cauté id facere debentne fi valentiüus id fa-.
fis: ciant, nimis tuniculam attenuent, facilémq; red b; dant ad difruptionem.
Cautiones ip " MAurium morbis curandis . N. aurium internà
curandàinflammatio- |». ne, à repellentibus,& oxyrhodino abfti-- nendum
omnino cenfeo ; cüm eniminternarumb. |... cerebri parcum repletarum foboles
effe foleattk c. materia eó detrufa, fi repellatur ; ad prinapemos.c partem
remeabit,& debrium quandoque pariet, kr... aliquando veró alios cerebri
affectus... Quód fij... Galenus, 3. de compo[. med.[ecundum loc.xepellene-...
tia, et oxyrliodinum in doloribus aurium ; et 1n». |. inflammationibus
earbimdem cócedere vifus eft j,5.. id intellizendum potiüs eft de phlogofi,quàm
de:j verà inflammatione. Si tamen non magna fuenit;;| atque non multam in
particulà,& cerebro fübeffe:| materiam cognoverimus, repelient ia aliqua in
ifum venire poterunt . 104. Qualiacumque tamen hac fuerint; qu. 5,5475
"lid leniendum dolcrem, et refrigeranduminfun- 44,245 "entur,edamfi
xíftus maximus in parte fue nt, applicita iumquam frigida appli licari d lebebunt
; nam cuüm a4 æm 'Janguiais fint expertes aures;facile ad fibi co 'gna- fsat
frigi-. " am
intemperiem frigidam flecti poffunt : tepen- 44 3a 1gitur fenpercum Galeno
adhibebusm. "y tof. Quód fi dolores contigerint à frigidà ma- /?, «urs
'erià partem extendente, qua actu calida funt, et 4^'»r/óws "potentia
omnino inftillabuntur : fic enim et fri- pu ridam intemp »eriem evincemus,
craffam mate- ume iam magis difcudemus, « penetrationem adju- lvabimus. Loth
ind 106. Intinnituaurium à lue Venere, alioqui 4ucezds. paturá fuà rebelli, et
vix fanabili, cauti fint Me- Tionieui lici; neque vehementioribus remediis
utantur : asm one& enim experientià obfervavi 1ma]jori ex par- f« morbo
re;dum tinnitum hujufmodi nimis cbftinaté evin. G?^"t? rere tentàffent,
omnimodam fürditatem induxif- "" ie. Siquod autem remedium illi
auxilio eft;uri- 1a afini,jn quà per noctem maducrit lienum. porem X pont]
caftorci, et mentaftri fafci-,,,;,, Ifrulus, diftillata; et auribus inftil
lata,aut per eva- ex »ior£o "dboratorium excepta ; maxime 1d praftat ; aut
Gallico e Apleum Gvajacinum eoffy pio exceptum ;4X auri- modium. pus bon nó . !
calefaci éra nó ap- plicanda. It221t43 Canter CO0YORA li fatuva 1 catarrlEo
Pun. ., j De Catarrhbo. 107 Vamwvis optime fciam ;.ab aliquibus etiam
praftantiffimis in arte 1 medicá viris in catarrho curando cantera proponi
inurc ndaad fituram coronalem,quo lo» co illi committitur faoi Ftajits ut et
caput expur- ectur ab excrementis,& ab infernis ad fupernas, et extra
corpus cadem revellantur : quoniam ta- men vix greg poteft, craffiora illa
excrementa» aícendere poffe, afcenfa vero per futuras permea- rc; vcrifimilius
autem eft, externe producta per cas deícendere pof dn omnino re ejicienda,&
7 ab ufu inedico repellenda effe videntur ; quod enim ali- qui (ibi fingunt tfufpendiyintercipique
materiam, ne ad pectus fiuat, tidia ufum eftzquo modo enim fufpendi queat ;
quod graveeft, nullo retinente ; ne mente quidem concipi poteft: cüm veró hic
neque occlufio adfit vafis sali icujus $, neque delica- tio, aut CO Vii lle nc
iba mor intercipi dici poteft. At veró nequetxev d eft,cüm nul- 1a fere fit
diftantia latera í zuleiteg E enim denudato cranto periculum nof : neque
derivatio, cum hac adl]. i&t- qiaminniius t cjuseritufus. Atabufuss].
cognofcat ? ? quis adufto pericranio fecuritatem.s] pollicebitur? quis 1nflamm:
interna periculum non vereb! ibi men ibas T externa cum inter "nis per
nervos, "2 D 1 T^ "£/51^*vrnmt c 1^5 (^17 dba venas, perat "V Ci
pericula viíà 2^ doc ntanum.Coz[ilio 36. pro atio nls et externa, Itür;aduíta
parteis. eria: sjunguntur ? Atl
:2end: met. io; ob multa» pro Nobili Veronen[e 143. C" 170. Hieronymum
Mércütia lem zz T omo 3. Con[iliorum; [aptus, 8c poft omnes Fabium Pacium,z
eruait:Jf[imis Com mentaris in lib. Adetb. med. "Appendice ad lib-7.omnino genus hoc
auxilii de- teftatos fuiffe. Ego veró libere affirmare poí- fum, me quadraginta
horum annorum fpacio s quo in magnà hac vrbe medicinam facio, nul- lum ex iis
quibus cauterium hoc inuftum eft,vi- diffe à tali remedio adjutum, fe d aliquos
etiam inflammatione in parte excitatà effe periclita- tos : potiffimüm primis
annisjuventutis mez» quo tempore aliqui adhuc ex iis vivebant ; qui barbaram
fectantes Medicinam, frequentiüs Catarvbo senus hocauxilii in ufum ducebant ;
fed fübfe- ad pulmo quenti tempore, Medicis fpe fuà feaitlitia fa. "t5 et tho
piüs,exoleícere tandem illud, et pofthaberi me- 74/0 1r I1to CC pit. Vente s
108. Vbiad pulmones, et thoracem, quin.Mam et ad fauces irruit materia, five
tenuis fit, five lofr, craffa, eargarifmi numquam 1n ufum veniant ; Gargari- ex
motti enim attracta materia fepe fuffocatio- fmata fa» nis infert periculum, .
Quin et ubi partes fpiritales jam reple- tx funt materià crafsà, à uad
abftinen- dum ; cüm non leve inde fuffocationis (ubfit pe- riculum. IIO. Quód f
fi homo tabi; aut afthmati obno- xius fuerit ; idem genus auxilii fugiet. Iri.
Solümtuncconvenient;cüm fluens ma- teria acris fuerit ; et autexulcerationisin
parti- bus M gienda, ve pleto bo- YaCe . Aft bmati aut tabi chbnoxis gargorifmmaf
fa 451 . Gar, ear ft ^5 ; eatarrlo. bus gule,aut aneinz periculum impenderit 5
quádo con t&ncque et blandé id erit preftandum ; et addi- veniunt -
tisrefrigerationi adftringentibus, Catari Y12. Quoniamaliquos effe fcio, qui,
ut con- non [ft^ timacem, et moleftum morbum brevi tempore di narcc!i (e curate
poffeoftendant, ftatim nullà urgente» 5» ?7^. geceffitate, ad fiftentia.
catarrhum accedunt ; $OAgDA HT nA a 31.5 : TET. d CV. Juste ue Theriacam novam,
Philonium, pilulas ce cy ecffitate. nogloffo, et fimilia exhibentes;
animadverten- dum erit, iis uti eosnon debere ante humorum expurgationem, et
revulfionem;tunc neque fa- ciléad hzc veniendum, neincratfata materia, óc
refricerata, fi diutiüsin cerebro contineatur;ce- rebrales aliquos magni momenti
morbos pa- tiat. Ad earamen erit veniendum, fi eravia ur- ceantfymptomata, ut
fiita effündatur humor in pulmones, ut graviffimam tuffim, metum.
fuffocationis, exulcerationis, vel rupturz vena, acerrimà viafferat; tunc enim
miffo fanguine, fi opis fit, vel enamillico, et ante purgationem fiftere licet
hünceffrenem motum. De Zdngina. PM Voniam in hocmmorbo miffionem quii,
loboranti dem fanguinis per fectam venam o--] bus que mnes neceffarium
auxiliumeefle fa--], vna [it tentur, fed in loco deligendo variàffe
video.aliiss], ficanda. ex brachiis femper emittendum cenfenübus;.f aüctoritate
Hipp. 4. de vif. acut. 30. et quodi] fecti$ in brachiis non folum univerfum
corpus:| prom- proniptiüs evacuatur, fed fimul.eiiam non pa- rum fanguinis à
faucibus revellitur:alus ex par- tibus infernis, faph hanà, vcl e.- venàtali,
quód fluentem fanguinem in fluxio nis initio non ÍC- lum ad contraria k ci
laborantis, fed et fontis transfundentus, «x ad OM i regula à Galeno tradita
revellen dum eíle OQ (tendant : cum.eitHr laborans pars fit collum, fons'autem
transíun- dens fit jecur, pracipua íanguinis officina ; fi fanguinem miíerimus
(célis venis 1n brachio, tantum abefi ut ad contraria fanguinem retra- hamus,
ut po ;tiüs ad partem laborantem av Oce- mus: vena fiquidem cava indelata in
duos ra- mos fcinditur, levium, &.dexuum, qui in jugu- lares, et axillares
dividuntur: at à jugi axbus externis lary n91s v afa ortum. ducunt . Sanguine
joiturex vei nis brachii tracto, certum eft, ad v e- ias juguli edam trahi ;
sicque potius morbum. augeri, attract o fanguine ad laboratem partem, vicinià.,
et inflammatione fanguinem trahente In hac controverfià ceníco ego,on nnino
animad- vertendum efle, an Corpus mk iximé affiuat fan- cuine,five natur "
mies ibanteactam vita mfive €x folità ali iquà evacti tione (up p reísà ; tunc
enim ce níeo; f inguinem velex vena pop nus; vel malleoli effe detrahendum,
eàdem autem die, urgente morbo, vel fequenti, Jecoraria, vel ce- phalica erit
fecanda ; et fi non cefferit morbus, rübor autemadfit faciei, amp »liüs etiam
venicn- dum erit ad fectionem venarum fub lingua Á Quód fitanta non premat
fanguinis cop la, In- M a Ltaci1s Mani om M tactis venis inferiorum partium,
przftare credi- derim, ftatim cubiti venas fecare; moxq; ad fu- pernas
incidendas accedere. Inamgina Repetendaautem et ex brachiis fangvi laboranti
31s miffio eft ; non folüm quód mæis revellat; &us iteri- minüfq; vires
debilitet ; fed quód obfervatuum, da fa? $*i 3t Ce pius ad partem laborantem
affluxus novos zismf?- Geri. aut parte aliquà ; ut onere; quo premitur,
levetur, transfundente ; autob dolorem, et ca- lorem laborante parte
attrahente. . Cümautem aliqui ex moleftià medica- Wrlires mentorum, aut quód
naturà medicamenta ab- potias dà horreant, facile medicamen ta evomunt; preftat
da, quà lemper potione uti, quàm bolis ; aut pilulis : fi in folida €nim-
contigerit pilulas, aut'bolos evomi, cm. foma. conferüm, et magno impetu ad
anguftias op- preffi ab inflammatione tranfitüs propelantur, fuffocationis, et
ftrangulationis periculum non leveafferunt. "ngincfis116. Quiad
difcutiendum ininflammationi- fæculi ex bus. aliarum partium ex arentibus
pulvifculis difcut:éi parantur facculi ; inanginà numquam in ufim., &ns
mali- ducantur, quód denfando externam cutim po- tiüs curationem impediant ;
humentibus igitur porius eft agendum. r L) A notpof[rs De Plevritide. qa
slewi-. Vamyvis in plevritide curandà fectà [ ^ . vide, dolo- venáà,majoriex
parte exfpectanda ve deften- fit coloris in fanguine mutatio, €x Hippocratis et
Galeni precepto; 2.404f.10.mO- dente, $5 .dó eger ferze poflit ; ficenim et
antecedentemo fa»guizis inflammationis c: .ufam avertemus, et conjun- miffone
ctam amovebimus; id tamen p erpetuó,autin, 79 e5 exe qu l'àcumque plevritide
obfervandum non eft: fiie aliàs enim docuimus, fervandumid effe;ubive-
"975 pa; quz fecatur, proxima eft loco affecto : pro- "P! prereà
dolore defcendente, et infimam thoracis partem cccupante, talis non exfpectatur
muta- t10: nam tales partes, ait Galenus,nutrimentum fuum bauriuntà venà füb
corde ; et cordis par- tes nimiüm Inaniremus, antequàm fanguinem. infiammauorem
facientem evacuaremus . ! Quin necfemper quidem in plevritide Neg. viri« partes
fu€rnas occu pante 1v itti eó ufquefan- bus debsli guis debet, quó coloris in
co fiat mutatio : fepe ws enim dum coloris exfpecta mus mutationem, Vle tales
vires concidunt ; nec zger valebit ea € pe- ctore vacuare, quæ aut refüd: int,
aut diftupta Vomicà in pu Imones defluxa collecta funt . ; . Etevenit etiam,
ut, etiamfi vitales vires Ne; ime confiftant, non exfpedtari poffit ulla
colorisin, P^per- fanguine mutatio, fi infederit loco firmiter fan-
"!/^"$4- guis, et in denfiorem membranam infederit . dn . Licet
plevritidis curationem primo ten- tandam docuerit H1pp.2. zest. fomentis, ut;
an iis curari morbus poffit, tentemus, et dolor miI» blevri- tide foti- |bus
quan tefat;idtamen neque femper, neq; in qui US doueer- plevriuüde, aut in
quàlibet corporis conftitutio- 44, ne,autquovis fctu praftai poteft ; fi enim
Jam qwinus morbus auctus cft; aut v ehemens cft inflamma- M 3 to, CZ tio.
&dolor; zftüfve magnus, aut corpusimul- to fanguine repletum, non alio
hujufmodi re- medio uti licet; quàm aquà repente ; ne 1na- jor eftus ; dolor
;.aut affluxus materie ad lo- cum fiat. 2r. Át magni etiam in iis fotibus; qui
ad nzo1 4emulcen dum dolorem in ufum veniunt ;adhi- x a. bendis cautione opus
eft: fi epim ad fupernas t^, fons DATUES pertingat ; et verfus claviculam ) dol
lor, ftntbug; €um et materia acrior, et maxime calida effe ; di. foleat;
calidis; et humidis actu potius res crit uanfigenda : fin ad inferna. vereat
dolor,qui Dolore 4; €tiara nonadeó pungeriseffe folet; quiquencn, Jeendetey
]eveus flatuum copiam adjunétam habet; ficca, f«ti- . ediaminufüm duci
poterunt, et fané commo- dius ; attenuant enim máagis, exficcant, et di2e-
runtzex humidis autém attentiatur quiden )ma- teria, fed crafliores flatus ex
fimili materià exci- tad non 1ta commodé difcüti folent. Sarculi fo ^ 122.
Sicciii fotus, üt ex i ii lici materia vétes [jg parari folent; ita ea mæis
prefertur, quz levis lv, lit5 ficmilium ceteris prafert Hippocrates, pa- nicum,
furfures, femina, et flores diftutientes ; : falis autem etiam portio aliqua ob
exficcatio- nem hcet admifceri aliquando poffit, minus ta- menilhus addendum.
quàm folet, tum ob gra- vitatem, tum ob àcrimoniam. Mirfeeg 123. Quod fi ex
fotu etiam dolor mitefcat ; zé dolore, DO proinde tamé ftatim evictum effe
morbum ni flatipg, Cerifendum erit, aut à eenerofis remediis ceffan- &[iia-
dum,puta.miffione finguinis;fepé enimad pri- mum Ix plevrt ! M À bum, paululum
etiam tuffis fuperfit, et corpo- ^7 mee | risadfitaliqua caliditas quz
aliquando magis jr infcítet ; quamprimum dandam effe operati; ut.que reliqua
eft; materia difcutiatur;aut enim quz relinquuntur recidivas faciunt, aut ad
füup- pes ohem convertuntur. EU 26. Non fünt hoc loco pretereunda preftam.,,,
[9 iff ma duo remedia, qux doloribus iis laterali- bs SM UL busadco uulia effe
cognovi, ut multos, qui j jam p, "aflanti PN jam fuffocari videba ntur, ab
hujufmodi pericu- 5»; e lis exemerim, Primum eft;fi poft miffü i hdariz gi hui
A : mum fotüs blandimentum mitefcit in phlegmo- 4^» 4 ne dolor, quód pars tenía
laxetur, fed revivifcit veris re- mox ardentiüs, novà affluxà materià : quare.»
mediis. fi et febris, et fpirandi difficultas enam perfeverent, non erit
cunCtandum, fed: affluens ma- teria quamprimum crtit revellenda. I24. In hoc
morbo maxime pleriq; qui Me- Exrerzis dicinam P rofitentur, arcana remedia
promu nt 7o indifiz externa, interna : in externis nullum committi &e æde.
poffe errorem omnes fibi perfiiadent, unguenta cx dialthaa fubuli;/butyro
veteri,& cumini pul- vcre patant; alii ex calce, et alus cerata, &cata-
plafmata ; alii ex pice, et rebusaliis quàm plu- rimis calefacienübus, cum
zgrotanuum detri- mento: cavenda hec maximé erunt, potiffim üm In prin C1p10 ;
calore enim fluxiones concitant atq; humores trahunt; alia veró prætereà etiam
Iaxant. 25. Obférvandum prztereà, quód optimé !»/Ievrisi annotavit Aretzus, fi
poft devictum hunc mor- ^5 relige M» 4 guinem ouinem exhibuerimus tres uncias
mellis ro f. fo2 lutivi, et tantumdem butyri recentis ; quód fi etiam
progreffus fuerit moibus ; .diffcile autem füppuretur ; aut difiuptá vomica
«gris pericu- ]umimmineat fuffocaticnis,maximé etiam cone 2. feret .|In
eumdemufi:m feliciter utor quinque 1! unciis olei aínvedalaru m recentis, cum
uncià . Hil unaàmannz. |In: eumdem ufüm duco infrà fcri- eu ptum :
Recipeoleiolivarum optimi, et maturi unc. viii. aqua fo ntis lib. 11.
excoquantur fimul fine cooperculo.in vafe terreo vitreato, ad con- fümptionem
totius aque, et póft olei illius unc. vii. dentur, dolorem mitigat ;
fuppuradonems adjuvat, alvum blande mollit ;acnon ignetcit ; autin bilem
vertitur. e Suppuratione . 127. Vn fuppurati ex difruptà vomicà vix alià vià
recté expurgentur, quàm per gar matis tuffim fcreatu, non multum fpei in evacua
indà siad Mo. €8 materià peralvum reponere debet Medicus; dice p al- quód ope
Medici hoc vix fieri poffit ;. praftat vnm ex-- 1d quandoque natura, quz nobis
incompertas furgari, vlàsinvenit ; et ad falutem zgri ftruit ; audacis tamen
potius eft officium,cüm non per alias vias excerni péralvum poffit, quàm per
cor, et jecur fibi tranfitum materia parante, quod periculi plenumnezotiü
femper cenfi; ; fyncopen enim, dum per cor tranfit, inducere poterit: cüm veró
euam heparattinget, et inteftina, et dyfente- riam 1» emt" 252416 n0n n M
tiam mordaci vi concitabit ; et fanguificatrice» hepatis facultate lzsà
hyvdropem faciet. Salu- briter id quandoque à naturà tentatum fcimus ; id
Arctaus teftatur: et nos in purulento ex plev- ritide jamjam cx füffocatione
moribundo vidi- mus in Mane hoc Valetudinario, qui cüm phlegmone laboraret ; et
propemc dum ftrane eularetur, (isdores: jam frieldi adeffent, 1ivefce- rent
omnia extrema, po tiffimüm fa cies, fubito alvi flucre fu perveniente, maximà
fanici copià effusa, brevi rem ipore conval luit:raró jieitur cum id faciat
natura, cüm eadem nobis incoenitas vias fibi ftruat cum p rxtereà non fit pet
loca convenientia, omnino ncn erit imitanda à Me- dico ; poti iffimóum quia, fi
leviori pureante ute- mur, noxii nihil evacuabimus; fin validiori, vi- res
imbecilles reddemus in qu ibus fclis falutis fpes pofita eft,ut et ferendo
merbo fintidonez; et materia per tuffim fcreatu cxpelli fatis poffit. 128.
Perurinam licet; quz 1n th hnic; pul- monibus continetur
materia,difficillimé,& mi- nis tutó educi poffit; promoventibus tamen lo-
tium tutó uti poffumus, ut Í alrem materia, quz in vomicà adhuccontinetur, et
quz denuó col- z ligitur, per veficam exccrni poffit :quód fciamus; vená azygos
interdum inferi ramulis arterie aor tz, interdum ca |vzt vena -bi furcatz ad
renes, 1n- terdum vena adipali, vcl em ileentibus,& prc- ptercà frequentior
etiam éft per v eficam ejuf- modi materic evacuatio, et proinde etlam 1mi-
tanda, cum etiam fit per vias conv - ntes. 1 Subburæ tis dinreti cA COvens re
foffunt, e^ CH T» Inuftione; et fectione faciendiin ems | pyticis hec fit
cautio;ne à ruptione vomice ftatim 1 fiat, fed cum Hipp. zz Coacis
pradictionibhs, dif- ferenda erit in decimumquintum diem, ut et materia
coctione ulteriori mitefcat magis, quin ab effaüfione extra locum, ubi:
maturuerat, ite- |]., rum alteretur ; et ulteriorrcoétione meliorred- | datur;
poft quem diem, fi inuftio facienda, om- nino maturandum. Placet enrm Oribaf.
9. Sy- nop[eos, cap.3.celeriter evacuandam effe;neque » multüm cunctandum, ne
virescollabafcant;in. quo caf omnino à tali actione abftinendum eft, ne in
ilTud incommodum incidamus, in quod cam certo mortis periculo incurrunt, qui in
afci te ad feéchionem numquam veniunt, nifi ceteris remediis omnibus primüm
inüfüm ductis, et ja s exhauftis,& morte pre foribus ftante. Supture- jo.
In fuppuratis vomitus plenus eft peri- "is vomi- E ;fi enim eodem tempore
vehemens tuffis, i As pericu et exfcre: andi neceffitas fü perveniat, fimülque
5 | le[15.. - evomantur impetti multo ex ventriculo cr affio« NT ra, vIX
evitari poteft fuffocatio, cc onfpir. ante ad fuffocationem et efophago, et
arterià af perii tum prztereà, quód conftrictis mufculis abdo- minis in vomitu,
puris copia multa in pectore » repleto ;magisinteeione venofr ar- teri
compulfa, fie pé cor ita füffocat ; ut ftatim, I, Supfrya. MOYOES fubf fequ: tuf. ns vsi- «131.
Proderiteamen inanem vomitum etiam. t5 9o 5, d1gito provocare, non tamen
promovere: fic. B vac £l; . €nim à recs abdominis mufculis ab infernis
parEmpnyc attando nsrédiaut f'eandi. partibus compreffo diaphragmate, matéria
pa- ratior facilius propelletur. In A flimate . C. Vim majorr ex
parte.difficultates ez re- fpirationis à craf:à, et vifcidà materià in fpirit A
s partibus contentà producantur, f pce 'tlam non leves errores à Medicis
commit- ti fol eant; dum illam pr reparantes ad evacuatio- nem attenuantibus
valentioribus utontur, et impense calidis;exhaufta enim fi penu imero pat te
tenulori, craflefcunt nimium rel 1Qt ule; Imcr- bum reddunt incurabilem. Cum ;
quod qu: Magi iid arefa- ! €tione pulmonum fit, coarctatis,8 frin elc- ! bum
ductis pulmonum alis, maona d dilisnria adhibenda erit, ne; dun rattenuare,
abftereere, ' 8 et incidere materiam ; quevt plerimüm ànhe- lationem producere
f flet, tentamus ; ficcitatein parte adducti, 5s rum1in mortem przcipitem.
ldcamus.. Vrinam promoventia tutó in hoc Ibi senere! in ufum ducin on] li
valida | fucrint ; fiepé enim |[pa rübus, quz füperfünt Bent Dliorem redd CUratioi
dunt " p UNT TR 2E. I3j Qu: mvis qua in C Imor- otfunt, po aftimüm acuatis
tenuibus di S thorace continetur ante evacuari * XN $ o» arte aliunde, Catonem
atud a € [materia, vix medicamento Nie EH ASIERE U aU t | "^ [UTC poffit;
botiffimà m à capite aftu AN r - I » !aoH 7^ 1n ff ]ima te attt-- 214A7111A y e
snbe- se calidas Ala. Aft Lmna- ticit ficca fa gtt zda, * A P La. Hct$ diuve
HCA724- 'ores reddite.difB. ! ecu pus Aftbmati [44 is 'iraan 1n J fum dar4 náA
^ cet, optimum eritmedicamentis anteceden tem] tti illam materiamstibi
przeparata füerit;evacvare,.t At id in magno paroxyfimo preftare, periculi:
plenum eft negotium ;neautfupervenjente vO-4 mitu eger fuffocetur, aut dejectis
viribus vitali-J te: bus, animalis, quz per tuffim excernit, fuc--iiur cumbat.
Aflbmatü 136. À vomitoriis, potiffimüm in vehementia eis vomi- fuffocatione,
abftinendum erit, quidquid dicattpu: tus ma. Rhafis ;3mminet enim periculum
füffocationissgoi abfolutz : mirum enim in modum nifus ille pe- Non é&us
affligit, metüfq; adeft, ne materia in cefo-- fimi phagum adducta afperam
arteriam opprimat.. ! . Ius galli veteris ex agarico, fenà, cnicos, ux; A B
bmati eis ius gal adiantho, marrubio, hyffopo, paffulis, femini-li veri; Uus
difcutientibus, duod paffim paratur, et ài malus,r Mauritanis primó inhoc
morbo, et colicis do--| Cur. loribus adeó commendatur, quodque ab anti-.|.
quis, et recentibus Pragmaticis paffim ufürpa--[i; tur, quod experientie non
correfpondcat, et rain tioni adver fetur, tamquam noxium re ici edumi eft :
cüóm enim fepiüs in magna hac vrbe à doe... Cu íflimis Medicis in ufum du ctum
cernereimmos, ji 244.5». potiffimum ex defcriptione Benec licti Faventi--fi, Wo
niz7 Emptrica ; cüm et ego aliquotiessirrito fuce-fi. ceffu,in Tgiiroogs morbis
cxhibuiffem.cur fru) ftraremur noftro £be, indagare cepi ; atque obf multas
raticnes cbeffe fzepiüs, prodeffe vix vm-- p... quam, mihi perfuafi. Ex lonoá
enim ebullitio--b.. ne nitroft illa partes, quibus maxime prodeffe. jus illud.
2alli vetens crediderunt ; tamquama terreftres fübfident, atque in percolatione
reji- "14 cuntur; vifcidz autem, elutinofz, craffz, tum. et perpingues,
excute, pedibus, alarum extre- rhis mufculofis denique; -& nervofis
partibus promanantes, maxime remanent. Vnde non. folum non adjuvabit materiz ex
pectore excre- tionem, fed craffiore, et vifcidiore materià,& antecedente,
et conjunctà reddità,contumacio- rem, mæífq; rebellem ad exfcreandum reddet.
Quód fi non juris fübftantiam, fed qua illi in- | Coquuntur confideremus,ne fic
quidem in hu- jufmodi morbo cum mult pituitz copià conveÁ /f ", A 4- q n
Amiet: qua enim pro folvendà alvoindu ntur,aga- ES - t'A€71F124 f^ /bxicus,
fena, femina carthami, omnino,cüm pat- "reca iflrmam adnuttante bullitio
nem, vim omnem. ifolvendi amittunt, ex longà ebullitione ienéis ix partibus
diffolutis ; d ge vero attenuantia etiam qadduntur, ut capillus Veneris,.&
alia, cüm in. gfoperficie vi ires fuas fortita fint, ex eàdem illas amittunt;
alia veró, ut origanum,.b trys, far- | longà ebullitione putrilaginofa reddun-
(rur, atque omnino exfolvuntur | 138. Sudorifera in hocmorbi e enere,qualia ,
AMfunt deco&ta Guajaci, Chinz, Sarza parilie,Sat- S/derezs ?20ventis Ma
fras, ut concedi poffunt in adthzidid ad iine : 2 2 ajE 59a amendam materiam
antecedentem, quin et con- Wi pas junctam; ita maximé cavendum eft;ne1 IDSTUCD-
4,422). Cn dg44240 rc magna fuffocationeinu fum veniant: fu iffocan EA Eur enim
magis ceri, et auctà neceffitate fpir adi, ec quide quandoq; magna fequuntur
jas ula,& venarü ze;. lio pulmonibus difruptiones; quin et morsapfa.; p |
139. Cum ro TER ;:9. Cümtamen exficcanti facultate infigni 4Tbmitt S lleant
hec,numquam in ufum venire debent, 2 je nifiadmixtis iis quz dulcore et afpera
arteriz fera 1n u- a : ij poffint abblandir, et humores in pectore nit [me pulmonibus
.contentos ad excreuonem qmagis dulcibus. paratosreddere. | Inparoxyf | 140. In
pazoxyfmo ne medicamento purean- viopurgas te utantur Medici, ne irruens
materia attracta.» zà eff pro vi medicamenti non ad ventriculum, fed ad lo-
pinand - cum 1mbecilliorem; et folitum, fubitó egruma Inaf bi? iterimat
fuffocando . su nó ve-, ) lay : 1 to bam I41. Sic quoque eodem tempore non eft
fic- | dion dum á à : ; candum; ne füffocetur zeer; blandiendum enim 4groimpa S
asco remporestefte Galeno,quàm curandü M /me. potiüseo tempore,tefte
Galeno,quam curandu.. Inparoxyf |. 142 Quin neclyftetibus quidem tunc locus m
afib-. eft: neque enim proftratis injici poteft citra fuf- stis ne focationis
periculum « | elyfterib. 143. Vomitus etiam;ut diximus, eo tempore3 quid u-
evitandus ; neque enim materia 1n fpiritalibus zndam. contenta evacuabitur,fed
quz in ventriculo;quq Nec v?! cm per cefophagum vi expellitur, ita arteriamg a
£u uéd- o (eram comprimit, ut füffocet . Non[upi- . Eodemtempore füpinus
vitetur decu. 2us ia- bitus; nam;utait Aretzus;ftraneulatonis peri« €tat culum
affert . Nonfricà o X45 Fricatio etiam pectoris codem tempore dé pecias, Omnino
fugien da. N««c fove- r46. Quinne fovendum quidem pectus fponjtt, 4 P di pilas.
elis cum laxantibus; calor enim 1lle fxpe flatij bus excitatis; fymptoma auget,
et quandoqu SR fuffocat . Quam- | [ To Bil ? 191i « Quamvisin omnibus feré
morbis illud Ó "y » cratis veriffimum fit, non effe mutanda libene
infüituta remedia, ftante.eo, quod ab 1 initio, I vifumeft;in hoc tamen, commüni
omnium fcri- | bentium opinione, cate a ad eumdem fco- [funipesta intibus eadem
fervanda fit intentio ; A varianda tamen erunt remedia . In afibrma te fap? mn
tanda me dicamen- tá. De Sputo fanguinis. | EE Vm infanguinis per tuffim
rejectauo- 7, farto ne foleant Medici ftatim optimo con- 55; c;uis Iilioad d
lio nem fanguinis per fectam vena1 gue vena in brachio poufti müm dextro ex
jecora rià recur /ecanda- rere, animadvertendum, fepenumero idin mu- 3anguinis
| licribus evenire ex fup preffis menftruis purga- ^ /putoex | mentis,
autaliaceffante evacuatione, quz. per^ dentis JJ hæmorrhoidas ; et in eo cafu,
fi fanguinem ex ^^ ifibns | brachii venis extrahemus; peffimé noftro egro- 7,,
J tanti erit confultum; po tius enim flinio ni adde- ^^ | mus occafionem,ad f
iu periQi arationevacu rt | euinemattrahentes E it1gltu r,fectà vena lin talo ;
ad inferna retr ahere fanguinem, mcx |repeuus vicibus ex brachio etiam
conveniet * ll'eumdem corrivare . 149. Sed ut in reliquis occafionibus 1n hoc,
" I morbo, dum ex venis brachii fanguinem eva- 5 ;,; icuantes re petitis
vicibus, et 10 non mu |tà quan- affatun ef fi ritate 1d à aft: umus ;ita dum ex
talo fane ineqa/7; gu:- Blob eas cauf: as detrahimus, copiosé, et affatim idaz
derra- 'd praítabiaaus ; ut sera fiat revulfio . b::dum Coqua ven& r2
'sanguin? Conanturaliquiin fanguinis peros re- veieclant jectatione
cucurbitulis aut illumad loca,unde 4|! bus cue-. effluit, revocare,aut in
lifdem retinere, feliiin- |^ eurbitula terdum füccetfu; aliquando cum zegrorum
cala- patti «ff- mitate ; proptercà diftinctione opus eft: namfi |^ x4 quà? ab
externaaliquà causa in his partibus vas fue- eonvetit * yic difraptum, indéque
per os fanguis rejecte- tur, fi cucurbitulà fluxum retinebimus, phleg- monem in
parte fine dubio concitabimus.Quod fi non rofo, aut difrupto vafe; fed reclufo
1d fiat; tutó cucurbitulz tuncadmoveti parti porerunt. 151. Cavendum maximóé,
ne, quod plerique. |*^ kii Á faciunt, à rejecto fanguine per difruptam ves |
guinis fu PATI glutinantibus ftatim utamur; ut enim hoc [Us 10 quando aliquando
confert, fi etfufüs à venà fanguis 1m. coveniat. pülmones,aut thoracem per
tuffim fit totus eva cuatus : ita. fi illius poruo adhuc conclufa, et |"
fluitans remaneat circa pulmones, tantum ab- | cft, ut elutinantia juvare poffint,ut
pocius zegrü precipitem ducant in mortem:vifcidiorem enim [e reddunt fanguinem,
et craffiorem, sícque 1ne- [i ptum magis reddunt ad excretionem; unde fuf- .|
focationes, anhelitüs interceptiones, febres ve- p» hementiffimz ;
inflammationes partis laboran--['u tis et fübinde mors. Grumi igitur prius erunti]/a
incidendi, et excernendi, et tunc glutinantiumi'ui ufus eritineundus. In fputo
152. Quod deglutinantibus dictum eft, adi] ii| fanguinis exficcantia, et
adftringentia omnino etiam erit adfiringe deducendum . Videas enim plerofque
ftam ac tia qua5- infpuentem fanguinem incidunt,non etiam be-3u;. "ET
nepetr i e perfpecto vcroloco laborante ; an thorax; et 4» utilia, 4 pulmones
illum per fe evomant ;anà capite ad && 422»- Il fpiritalia loca fanguis
feratur; neque 2rum1 ad- do won. huc adhzreant, et an fanguis adhucibi fiuitet
; adí(tringentia, X qvidem valenticra 1nj ingere et etiam lambendo propinare,
unde ne ales Tru nesoborivntur. | . Prafente febre vehemente, in adftrin- 4f
izgé id ous, et La Mig MD... temperati cffe de- "/2 fafre- I bemus 5;
potiffimum fiaut ab inflammatione;aut Geciniiw l| eiaminde a s fit: non minus
enim ex cà im- eite S £5 CH foc minet periculum, quàm ex fanguinis eruptione,
j,, . Vb1ab ero fione vafis, vcl euam aper-, li2onc ex acriori fanguine, ac
bile referto fangui- 5; q4jp s | nis fiat rejectatio, purgandus ab initio
ftatim, ex atri tu A erit biliofus ille humor, ne, dum att emperare» szore.
ffa- illum prius tentaverimus, coplà fua, et acerrie mm pu- [mà qualitate
perfectum producat fymptoma.; 2224s. ineque enim putrefactus eft, ut coctione
indi- Igeat, et cum tenuis fit; medicamentorum attra- lictiont facillime cedit.
^ buf In / 110 15$. Medicamenta tamen non fint valentic- In fputo fira, quod
ica calida cum fint ; acrimoniam 1 n hu- hier hes moribus adaugeant X valida
motione » nus mctu1ic Mfluxicnem co ncitent : hinc qua fcammmonium. licont un
ent; fueienda erunt ; non folum cb« Cam, í caufam, fed euam quód venas
aperiant. ^» 4 Quà etiam ratione et aloé,& ex cà Bar. ue ftiv AMrata
medicamenta 1n ufum duci: ncn Adag PAUTAS jc c quód 'enarum ora aperiants et
acriora fiüt » cannbus ji anm par fit ^ n 4la; a N 1/7. QiiRbabar- barum mm
fputo f[an- guinis fufpecium . 1n fpnto fanguiais quado va lenter fic- cantibus
utendum "ceti fo- ufas 172 f/puto fa»eguin:s linis falpeélus . Quinimó R
habarbarum aliquando inz hoc fymptomate noxium eífe folet ; cimenim igneis fuis
partibus altius fefe infinuet ;'& fan- guini mifceatur ; quod vel ex
lotioimpense fla- vo ab ejus affumptione perípicué«colligitur; ubi forcé non
pro ratione bilis educatur, acutior, et calidior fanguis redditus morbummasgis
acuet, et deteriorem reddet. rj$. Inífputofanguinis ex vafis, aut pulmo- nui
crofione, illud inaximé animadvertédum, an plus fanguinis exfpuatur ; an puris
: fi enim. plurimum fanguinis, ad ftringentibus maximé res érit agenda: fin
veró multum puris,& pa- rum fanguinis excerpatur, potenter ficcanubus erit
utendum; citra multam adftriéctionem;alio- qui pus perdit pulmones; fic Gal. $.
AZetb.6.fo- lis trochifcis Ándronis Polyidz, vel ex chartà combuftà utebatur.
Vnde et cüm pus merum. cxcérnitur, folis fimilibus trochifcis utemur . 1 $9.
Non placet eorum fentenua,. qui. The- mifonis, et Thetfali fententiam fequentes
ina rupto, velapezto vafefincerum acetum ad for- bendum, et lambendum
concedunt, uz aut ad- ftrineant, aut grumofam. fanguinem incidant ; certiffima
enim utentibus illo fincezo imniiet pernicies; partesctenim certiffimé
exafperat;ac ||; ubi per afperamarteriam rranfit,tuffim excitat; | nde nóvum
fluoren? promover: dulcórandumi oat erit aut melle, aut faccharo ; atque fic
ina ufum ducendum. 16c. Intopicis adhibendis placet Tralhliami] £275 uc Voli
confilium, ut emplaftra frequenter mutentuüf » 2565/5; ne incalefcarit ; 1d
enim, inquit, fanguinem eó vocat, proptercàirrigationes potius placent. t61.
Frigidiffima ramen actu hzc effe non. debent: przxrerquám enim quód talia omia
pes étoriinimica effe cenfui doctiffimvs Sener, fi externe etiam partes rubrx
et calentes foerint, fangwnenr ad interna propellendo fluorem. conctabunt. 162.
Qwvàmvis quz valenter adftringunt, et exficcánt, urgente morbo, maxime commen-
dentur ;cauté tamen étiam hacinre agendum eft, et incraffanua erunt adnufcenda,
ut amy- ]um, far, et lac: quód àmmoderatvs ficcantium ufüstuflim excitet
contvmacem, fed inanem ; undeant nova fluxio fanouinis promovetur,aur vena mæis
lacerantur. De Ph:hif. 165. Vm inter omnia prafidia ; quz 1n. phthifi in ufum
veniunt, Iac primum. fibi locum vendicet,ut mu ta de fpecie lactis,de
quantitate, detempore, de modo; ac mixtione, opum? à Gal. s. € 7. 7M'erb. szed.
propofita, recentioribus plerifq; recipienda ; et commen- danda judico ; ita
illud ; qwod ab omnibus fere recentioribusadditur, nufquam tarnen à.Galc- no
traditrm, non recipio, ut à lacte affumpto non dormiant zeri : cüm enim per
qvinque hc- ras ante cibum velint exhibeédum effe xeris lac, fi
fomnusinhibcatur, et preftanuffimo auxilio mA tabidi t0piCA fa» piis tnu-
tanda. Acin fri- gidiffima effe mon de bent, 944 tboraci 4p pliczantur.
SiCCAVtiA valeter 15 fgate fan- £141n15 em pla fits admi[cen da . l^ phbtbifs à
lséle ^f Su bto dora nmieaum Tr Phtb 'h ; ÆN y qp anunæ al );£$ ^ ^h "4$
7220. EU £t. litatis fomnus ille confe: tabidi deftituentur fomno nempe
matutino, pociffimüm cüm exficcati fepé noctes infomnes ducere foleant, autob
tuffim moleíftam fomnus impediatur; fi etiam eo tempore à fomno arcea- mus, et
ficcitatem augebimus,« vires vitales imminuemus ; per fomnum autem.&. vires
1n- ftaurabimus., et cor pus ficcatum humectabi- mus, coctionem lactis in
ventriculo accelera- bimus. Neque cnim valet ratio Mercurialis, quód fomno
majores fiant eva porationes; quód in tabe, five hecticà febre, five catarr
ho;& pul- monis ulcere, blandailla evaporatioiactis ma- xime ad fomnum
majori ex parte deperditum onferar; in verà autem phthifi cum diftillatio- ne
acri, et falfuginosà, et ulcere pulmonis, tem- perata hæc evaporatio utilis
erit ac. acriorum exhalationum calorem temperabit;phitfque uti- et tuffim cohibendo
: quàm damni evaporando ; maximé cüm tuflis concuflt ione lactis «tondodbio
amediat E 164. Cüm phthifi confümptis; fialuidluor fu. perveners lethale fit
maximà cautione uten. dum eft, fiin 115alvus non dejictatin ufu fubdu- centium;
blandé enim omnino agendum, neque caffram, prunorum dulcium decoctum, man-
na,mel violatum aut ad fummum, mel rofa- tum foluuvum tranfcerdesze debemus. De
Tuff. d Vód fcriptum fit ab aliquibus, et do- ctis quidem VAS: E [n ^ E [uriats
fitiat; vigilet, qui vbevmata curat . vigilan- in curanda tuffi quàm
piures:zgrotantes vigi- e. C liis macerant, ut fluxiones.impediatit ; peflimo
74474» fane confilio: ut enim fuperfluum fomnum ce- rebrumnimis replere
concedimus, ita 1mmode- ratas vigilias muito majora incommoda afferre experimur;
potiffimum cüm per eas vitales.vi- res corruant, quz in. hujufiriodi morbo
maxime neceffariz funt : vieilandum4ane eft cim: à ce- p a. rebro adeó affluit
materia, ut fubitz fuffocauo- fa dern nis peticn ilum immineat; «& tamdiu
vigiladum, quamdiu tàle imminet periculum: fecus in muíh x 4 moderatà;
dormiendum enim;ut concóquantur ALES Nn humores,«& quiete pectus firmetur
;fi enimo "v7 Galenus 1. de /12m.cap:28.ut citat Rabbi Moy- fes 213-.Se£t.
Aphor.ícribit, tuffim ; fternutatio- nem, et fingultum cutaria diquando;cüm
hcmo fuftinet ; atq; fefe abiis; quantum fieri poteft, motibus cfficiendis
abftinet, ( quoniam cum motus ifte fiat à voluntate, fed 1rritatà ; poteft quis
interdum volés non.tu ffir) cur etiam fom- num non commendabimus, in quo omnes fiftun
tur fluxiot nes, X tuflis quafi fufpenditur ? . Inufu pilulari im in tuffi,ad
evacuan- Pilula d dam materiam in capite exiftentem, non placet tu[f mal?
aliquorum fententia;inter quos fuit doctiflimus ?^/ cendi Mercurialis, qui
volüerunt; eas exhibendas effe 44" - perquatuor,aut quinque horas poft
cenam, «quando ventriculus nondum, ut ait Mercuria- E ai lis, ex toto vacuus
eft : quoniam tunc niagis fa- 7^ r pernatant, et facultatem mittuntin Pin Des,
4. I d et afpe et aíperam arteriam. Cüm contr illudcer- Giflimum fit ; ex hoc
modo exhibitionis multa. -d.. fequiincommoda;nam aur cum cibo cititis fib-
ducentur ad inteftjna ; quàm oporteat ; aut fané femiconcocrum ciburs deducent
ad inferna;aut ommum fiet confufio | Quare pra-ftat;autince- eM S natum illas
fümere, autíane fiummo mane jeju- peor 10; « vacuo ventriculo devorare,
procurato forno per ünam, aut a]jteram horam. De cordis Palpitatione . . T N
graviffimohoc morbocurandocaven dum maxime, ne Gal.verbis $.4e loc. ai siiid
affect. 1. ubi afferit, omnes, qui paffi funt palpi- e 34,,,. 'aUonem cordis, à
fectione venz juvamentum »us fan. &CCeptfIes.quem fecutus Avic. ratd. c. Cap. guis mi- 7:3n omni cordis morbo,
fcribens,utilem effe» tndus, Íanguinis miffionem:quifpiam adductus in om- ni
cordis palpitatione fanguinem per fectam ve- nam .evacuet; neq; eni: omni,
neque fempet Galenus fectione venz utendum ibi cenfuit, fed omnes, quibus
fübitó, cm fàni effent, fine ullo alio accidente cordis palpitatio füpervenit;
fanguinis eductionem juvifle: hos veró,quód inte: grà,& inculpatà
valetudine fruerentur, à fan- 2uinis copià, forfan. et calidioris, in eum mot-
bum incidiffe, mihi fit vetifimile;quod quilibet etiam ex Gal.2. de caufrs
pulf. cap. 2.collieere po- terit, càm dicit : Z4ccidsr ettam pulfuum imaqualz-
(45 Interim ex fanguinis Copia, qui aut in venas aut ertt. In.cordis palpitatio
abteriastp[as fit vufu[us; atq; bac quidem [anguimis aniffone fedatur
facillime. Hactenus Galenus. Caufæft, quia copia illain venis arteriasillis
vicinas premit, et coarctat ; qua fi venz fectio- ne tollatur; tumorem,
extenfionémve venarum tollit ;Jocàmque fübinde-dat ad motum arte- ris. Vnde
veriffimum eft, cuicumque cordis palpitationi, ex humorum copià in venis exi-
ftennum,optimum effe prefidium fanguinis pet venam detraétionem ; quod
confirmavit etiam Gal./;b. de veua fect. ad verus Evafiflrataos, cap. 4.
Quemadn odum etiam fi aut eftuatio;fervor- ve fanguinis, fiveervfipelas aut
coripfum ten- tare agoreffus fit, aut etiam venas;arteriáfque » vicinas
invadens, et palpitationém inducens, ad hoc auxilium ag2rediendum nos invitat. Precepit hoc Gal. 13. eth. cap.
11. € lib. ad- verfus Erafiflrareos, cap. 8. Atut hac veriffima,s funt ita
aflerendum ett, in veràillà cordis pal- pitatione, qua illi cum aliis
particulis commu- nis eft, quz que morbificz folius caufz foboles cft;non
conferente facultate, quz majori ex par te ex flatu eft, drminuto calore ; tum
etiam nz non verà, quz cordis propria eft, fi vel ex frigi- do humore; qualem
defcribit Hippocrates, vel f1 alio, /sb. de facro zsorbo cim fcribit: 57 porro
ad cor proereffvm fecerit af fluxus » palpitatie appre- hendst, C anbelarsones,
G7 corpora corrumpuntur, «liqui etiam cux: fiunt Cum enim dk dcenderit fi-
tiita frigida ad pulmonem aut ad cor, pevfrigerz- tur feng:isy vena autem
violentey perf icerate vd N 4 pulmonem, C cor affiliunt, &£ cor palpitar .
nullo modo fanguinis miffionem convenire, :Quins ne tunc.quidem fanguinis per
fectam^venam evacuatione utendum eft, cum cordis palpita- tioà virulentà
materià ccr imp etente fit; autà vapore; fuliginéve venenosà. Quód:fi Avicen-
riasin omnibus cordis affectibus venz fectionem utilem effe dixit; non
proptercà tamen in omni- bus caufis evincendis morborum cordis utilem cfle
pronunciavit; $1c etiam in palp ita tione» Conveniet, at non Íempcr, nequein
quàcumque -patpitationis.causà commendanda ; In paljita - 168. .Sedillud in
evacuando fanguine per fe- tne cor- &tam venam maximé anima dvertendum; fi
ma- dis,«bi in Ximam in corpore laborantis hoc morbo fübetfe fanguinis
fæguinis, et humorumabundantiam cognove- abundan Sina qu 12 non tantüm vires
premat, fed et i- tia mitt Wa quoq; vafa diftendat, tutó nosadillud auxi- lium
defcendere-non poffe nifi fanguinis mo- qu» 95 tum.cor verfus abendé
proficifcétis fimul com- X indo: peícamus, ac abipfo corde revellamus : cüm.,
enim cubiti vena.,.qua fecanda eft, ab axillari axillaris autem non longe ab
afcendentis venze cave ramo proficifcatur, unde 1n cor ramus in- fienis
coronarius divaricatur, abundantiorem. faneulnis copiam ex venacavà hauriri
contin- get; ex quà quidemre fiet ; ut plurimus fanguis Cor verfus iterar
ripiat, sícque cbn dis. viícus ma- 21s fuffocabit .. Ne igitur in hoc
incommodum incidamus, co ipfotempore,qno in brachio ve- na tundetur,
utrifquehypochondriis optimum erit us [ut sá- lerit cucurbitulas
affieere,;dextro quidem. 5 «uod inde vena cava exoriatur ; finiftro autem, quód
illic plurime terminentur arteriz, quz Mpirtuofum à corde fanguinem revellere
pos |rerunt : fic enim fiet ; ut qua:jamiavafura erat licor fanguinis copia,
cucurbirulis admoüs re l'vellatur ; quz vero influxit ;venà fectà exhau- P
riatur. . Quód fi humoris; et fanguinis tantas linon adfuerit copia, aut fola
fufficiet fanguinis l| per fectam venam evacuatio, aut fane poft illam
llapplicari poterunt cucurbitula .. Átubi infienis adfucrit fanguinis abun-
Idantia ;in utriufque brachii cubito venam ape- | rire, udliffimum erit tfi
veró non adeó magnas | fuerit; finiftri tantüm füfficiet fecto . 171. Quod fi
ne (ic quidem affectus ceffave- | ritarteriofum,;& fpiritibus plenü
fübtiliffimum | in arteriis potius abundare judicabimus;& tunc dis affects
j| cum Gal. Ze cur. rat. per fang. mni [[.11. íectiones arteriarum opus erit .
Sed in eo cafa non magnas, fed exiles || potius elizemus fecandas ; quales funt
ee, qua | per digitos excurrunt:licet enim parva fino ma- I ximum.tamen
juvamentum afferunt j atque fa I ciliis inductà cicatrice, fine anevrifimatis
peri- culo coaleícunt. 173. Cucurbitulas fcarificatas dorfo affixas cordis
palpitationem curare ; fcribit R hafis 7. Continents v At Avic. 4. Fen y 1.
Dotl.$. cap. de | Cucurbitulis ; eafdem dorío applicátàs aliquas | quidem Cczur
bi- (Hla i pale tttatione cordisqu& de appli- £anda. In pa:pita tone core di: a4 ve n3 fecan- da. Arterioté-
731A 472 COF bus guade C07) GEX1f » Arteria qua fecan d4127 cor- dis palpi-
tationt « Cucurbi- ) ] ^ t'i'a dorje ffxa& in x. m HII Cim rn. P cordisqua
9o profsat.? fi ! atit. cordis £ro- vdedut fistibus L^. tricals quidem bona
facere fcribit ; fed et vencericulum ledere, et cordis tremorem inducerc: fi
tamen cautio adhibeatur ; utrumque optime obfervát- fe dicemus, quidquid dicat
Mercurialis nofter in fta Praxt,capsite proprzo ; cüm fciamus ; peri- tum;
Medicum numquam. repleta corpore cus curbitulas ante totius ex purgationem
applica- turum .. Diftinctione igitur potiüs ali3opus eft; nam fi ex humoribus
palpitatio cordis prove- niat » fi dorfo € regione cordis, ur plerique fa-
ciunt cucurbitulz applicentur,id in manife- ftam vgri pernicienrfiet; augetu r
enim circa cor faneuinis Copia ob calorem, et dolotem : doce- bat enim Galenus
rr. A4eth. 17. übi 1n iis fit plethora, non magis ex pulmone in pectus. ali-
quam excrementi. partem transferri ; quàm.» ex toto corpore 1n utrumque. At ubi
palpita- tionis cordis flatus fuerit in causa » evacuatà materia, unde
elevantur, cucurbitularum ap-plicatio dorío é regionecordis. praftantiffimum
erit remedium. Quinimmó applicari etiam. commodeé. poterunt, ubi cum flatu
frigidus quifpiam humor-conjunctus fuerit: nam ven- tofus fpiritis admotà
cucurbitnlà digeretur; qui veró reliquus eft humor; facilis evacuaaione »
detrudetur. . Flaubus etiam cordis palpirationem. inducentibus ; femper humorum et in
ventri- culo, et inteftinis..& flatuum ibidem collecto- rüm maxime habenda
eft ratio, atque ii inde.» fubducendi ; quod. iis inanitis, fepiffimé folu- tos
ltos etiam eos obfervaverimus, qui circa cor ob^ Ivcrfabantur . . Fugiendum
veró quàm maxime illud, ;, jalpita ide quo nos Galenus 12. Math. ult. admonuit,
fuis mum fi adhuc in iis partibus fücci, ex quibus flatus 4; (s fia"
Ielevantur, continebuntut,à nullàre m: ac1s eí- tibus, sz- Ife metuendum, quàm
à calore, quod eos colli- ters zz Ijuet; atque in flatum vertat, fed digerere
ncn.o lids mon valeat: craffa et 1m, et ejutinofa dum calcfiunt, effe. men-
Iflariofum fpiritum gienetre folent, Gal. tefte» AMI Pr dv Inbidem . ftutr m ;
tertia. Vbi ad cor aut efferveícens fanguis ; laut bilis affluat; ut
phlegmones, ucl eryfipela- itis periculum adfit ;, quibus in corde productis;
54. Ideíperata omnino falus effe folet ; ftatim àfan- sellestia, Ipuine miffo,
vel dum mitdtur, circa cordis re- cordi Afm. Irionem repellentia adhibete convenit
: qua 9lsanda. Iquamvis 1n morbis pectoris omnino fueiendas e(Íc conftitucum
fit ; 1n hac tamen afflictione js irum, ad quamcumque partem materia fluens
Irepellatur, ea fitignobihor corde, necinde ad- Iro fibitó mors immineat, nullà
interpofità mo- Cere la- raapplicanda funt. bordite en 177. Vbi ex craffo
fanguine cor hujufmo- erafis hm Hi morbis laborat, à diureticis, et füdorife-
7». Dum mit 71;
fa*ii diMreticA "Is erit abftinendum ; nam hec exhauriunt fe- ? | : $» 6 à! beso yg É C
fudorie um faneuinis, et fanguinem craffiorem red- ! pela dun! Ld "^j 7
UEntHf, 178. Verüm, fi aquofus humor, et ferofus,,,, ;,, norbumillum producat,
nibil eft, quód facifé sobtitaa iius yuin hujus morbi poffit evincere . PLI,
2Difeutien dibus fia- in Cor- dis palpi- faftone, snifcenda fnbadfiri gentia o
In flatulentà palpitatione vehementer || rcfolventia damnanda fünt : nam fpi-
ritus vitales nimis exhauriunt. Quód fiin ufüm ea ducere .. neceffitas cogat,
ad- ftringentia ali- qua erunt admi- fcendaa . 20g LIBETIA Comprehendens eas,
JDe dolore l'entrictii. eiendum erit, lAnimadverfionum, et Cautionum Me.
dicarum, 4$ no 0908 Ousinvrelk qua. - 1/77 uUualium partium morbis fuat obfer
Yauda. SUN inflammatorio dolore, inflam- Dolente W| mationem partis, aut
eryfipelato- veztricu- fum affe&tum infequente, genus /^ v6 iz- omne
medicamenti pureantis fu- f^amma- nifi fimul affluxam '/?vé» par id ventriculum
bilem cognoverimus;in quo ca- i pureantia omnia evitabimus, ob innatam ca- 4
pienda. Iditratem, et nenovz fluxioni ad partem Ja1., fo! ore laborantem detur
occafio ; concedemus SIS, cantia fis ramen Sus vcuna $3 ufune daucend2-
Rbabarba yum 1n do love vexit: eui infla $9 X 0rto fsgiendz. Qiata n dolore vé- zriculitia- fl^mm TI, yio.
quan- do conc.- dcnda. Ventrieu- lo dolente có mflam »lomé . f icida po (as Co
ex- irà appofi n0,9Ha5- do cox vten.at. Ventricu- li ia dolore «o6. tamen
lenieritia, abftergentia,cumrrefrigerauóe | : t m ne aliqvà: tamarindi, fetum,
fyrupus violatus, | et fimilia concedi poterunt.;. R habarbarum, multis in hoe
familiare»; omnino fueiendum: nam et igneis qualitatibus nocet, et biliofi
humoris affluxum folet con- Citare. 3« Opium, et opiata, licet in omnibus vene
| triculi affectibus fugienda fint, urgente tamen» dolore inflammatorio, cum
lenientibus ca ad- mifceriin paucà quantitate poffunt ;fic enims neque actionem
impedient, dolori fuccurrent et intemperiem imminuent : etenim fic Gal. Ze:
compof. med. fecundum loc. circa medium, exayni-- F7 nans medicamentum quoddam
Afclepiadis adij* ftomaticos,quod recipit plura medicamenta, &:] ^"
inter hzc aloén,& opium; reddénfque utriufq;j 7 raticnem,inquit, alocn
vitiatos humores ex pur-4^ care, et infcrné peralvürn évacuare: opium ve«4 *ii
1o fenfum obftupefaciendo, mitigare moleftiamgr'i ortam ex acrimonià humorum;
erat tamen opi ad reliqua medicamenta dofis unius ad vigint quatuor; quam etiam
non improbat . 4. Im inflammatorio dolore ventricuh, aum incipiente
eryfipelate, aqua frigide potum; au^ [) frieidiapplicatlonem ut convenire
aliquand 4; concedimus; ita id faciendum ab initio maxim] cenfemus; affluxà
enim maseti, fi frigida exhiu'ic beretur, morbus curàtu difficilior redderetur
. | «. In doloribus autem ventriculi, et ineft]; zorumà frigidà materi,áutà
flatn ex. eà gem]i, tO5 fi | WIH. io; | to, fi contumaces fuerint, et multà
fübfitmate- ex. frg: ria, Hiera licet à Gal. commendetur, et à ple- 4a,«t crz/
ifque Medicis, quoniam tamen tardiffiméopes /2 mate| ratur, aC fepe dum ob
vifcidam materiam tuni- 1/2 Hrer« | auget,necéffarium effe cenfeo medicaméntum jaliquód
pureáns admifcere, quod et materiem cis ventriculi adlieret, attenuata, et in
halitus 4/44 ^, * » 1 " A ut converfa. materia ventrem diftendit,&
dolorem "^'^^ »n€n1147 Hryoans$ . n smifcendit. adjuvet fübducére,átque
Hierz vim intendat, ut diaphainicum;electuarium Elefcoph,& fimi: !lia ;
nequémultàm dubitandum eft, ne ad. partem laborantem fiat multus materix
affluxus, cum enim támmulta adfitcraffa, et vifcida materia, vim ombium
medicámeéntorum hebetat, i| et impedit, ne à longinquis trahat, materiam autem
etiam 1n éo exiftentéem, et attraéctam | quamprimüm fübducat,ita ut minima
ventriculo noxa inferatur ex affluxu materiz, utilitas '€ró maxima ex caufz
morbifice evacuatione s, j| potiffimum fedato dolore. De: Ventyiculi
irsbecillitate ex frigida ite npevié . 6. [ N $uellibonz cornftitucionis ; ave
catelli pu; 72 perpinguisapplicatióne reeióni ventris riculo.ap . E - x £^ ; PM
A culi, prima lizc fitanimadverfio ; quód cüm in »:4; ze J| tardà: coótione ex
friaidà intemperie; nihil fit fomnum quod niagis coctionem adjuvet ; quàm
IoBieus, (errim et riori interru ptus forinus, ánimadvertant. pá« P^" -
sicrites,Jieexanquietis fit pücr, qui ex affiduo motu motu fomnum patientis.
interrumpat-: majus eniminde damnum.ex impedito fomno feque- retur, quàm utilitasex
blandoillo calore; quod etiam ex catellis magis verendum ; potiffimum fi
patientes ex lis (int, qui et facile ex pergiícan- tur, et difficillimé in
fomnumrelabantur. puliin 7. Secundo illud etiam animadvertendum applicatio. ft,
Cepenumero ex hoc complexu t udcrem ex- gecaven- citari, quinifi affidué
detergatur, noxam affert dus fador. magni momenti : quare vel ab eo defiftendum
etit ; vcl- intermedio fübtüliffimo linteolo 1n eo períeverandum. Inm,b- $8,
Suntetiamaliqui adeó in Venerem pro- iiio? pi,utexcoamplexu in fomno polluantur
aut 45174- 3d Venereos congreffus conciteptur ;1n quibus omnino ab hujufmodi
remedio eft abfüncdum, De. INas[ca. € Fomitu. Vomitus 9. E Tfi quàm plurima ad
vomitum attinen- fugiendus, tiafuperius propofita fint ; hoc tamen, fieauez-.
loco aliquá non fünt omittenda imagbl momcn- tioryfed er tj, qug in vomitu
exercendo pro naufez, et vo- gente ^ *- qytüs curatione maxime funt et
animadverten- far tne da,& cavenda . Brirnàm igitut fir quód Iicet jio; fc.
ir adiquibus, qoibusautob ventriculi imbecil- ^. litatámsatitob afflexum
aliunde humorum col-.] lieitur. materia in ventriculo »concedendus fiti]
vomimis.frequentius tamen 1d non erit praftane:] dum fed femel; aut bisin
menfe, ne et in ma--], lam confuetudinem deducamus;naturam » patrz] tem ww À
rem imbecilliorem reddamus; et membrum co- éHoni ciborüm, et
nutridionirinferviens, fentina excrementorum efficiatur. : Cüm vomitu materia:
expellitur, five» p, pis fponte; five levivomitorio (numquam enim for | 4
4,4755 ti in hoc cafu utendum eft) non erit longiori tem. i4fjfgedz . pore in
eo infiftendum ; cüm alioqui cupiditas cvomendi fepe perfeveret; ne. ex nixu,
feu vo- mendi impetu, aut vena aliqua in pectore, aut in eulà difrumpatur . aut
affluxus.novus mate- riz potiflimum biliofie concitetur, infrà igitur potius
fub fi fttendun jT ' TRUM * x i. ?. (Orr Repe ità ctiam potiüs
evacuatione,:& petendis, 1nterrx iat | 1C fiat, quàm unica d. nua didi 12.
Quinimó prior magis protrahi poteft ;. ;,, ;; ;»/;- pofteriores autem breviores
fint; licet cum ali- gadauz r1; 11lud auidebi. ut multa Vezitus is hoc autem,ut
craffior repeti fex in fundo ventri- qnales efVonmitus €N pot 45$ TE^ ; m i
fubfidens educ qu e po Xflitsfed nullàalie- /e4e27, ni materie ad partem
attractione; 13. Si qi is on ex naufca neceffitatem vo- situs, mendi
commonftrante ad vomendum promo- 44: fé» yu veatur, fed quod feid effnsere non
pofle expe- /» se»fe rimento cognovetit ; ftatutum »» menfe diem., ft, non aut
terminum non prafigat ; p. nunc plures, habeant nunc pauciores dies
interponantur;ne 1n pra- diem $fa- vam, &inevitabilem confi etude lta dedu-
I catur sut fi fl pats, et quaframur | latutum terminum aliqua datà occa- fione
tranfcendat, in morbos aliquos incidat. 4, Quam 'ls autem; data hacoccafione;
VO- VFontt* OQ mitu qui apftj- itu evacuandi fint, fi tamé ad vomendum ine-
mei, ptfuerint, aut fi perpingues fuerint, aut angu- fto nimiüm pectore, aut fi
atiàs fputo fanguinis tentati fuerint, aut fi cerebro admodum imbe- cillo, aut
oculis debilibus prediti fint ; potius perinferna purgabimus. Womendà | 4$.
Vtconcedendum, vomitotia, quz vehe- quádoie- mentia funt, quibus humores ex
pelluntur à to- $450 vt- to Corpore,aut faltem à longinquisattrahuntur; tricalo
C Tejuno ftomachoeeffe exhibéda; ita in levioribus quando 4 concedendis, quz
contentos in ventriculo hu- «cds mores evacuant, ea diftinétio adhibenda eft:
quód fiquis ad vomendum non ita facilis eft praftatà cibo vomitum proritare,
potiffimum. ficraffi fuerint humores : fi veróad vomendum fuerit facilisynec
humores multüm rebelles fint; pratftabicid jejuno ventriculo tentare ; aut
levi- culo auxiliojuvare, Cras ba. 16... Quinimo, fi non folüm craffus fuerit
hu- soribus more ventriculo evacuandus, fed in paucà quan $n wertri- citate,
licet malus ; poft cibum erit vomitu €ji- «ul2(xi-7 ciendus ; admixtus enim
cibo facilius expelle- fence ' tur,etiam qui in fundo ventriculi confiftit,quod
m ^1, alioquinon ita facilé ventriculus in fefe contra- UU . hensillemelevare ;
et propellere poterit. . Cavenda tamen magna ventriculi ex ci- borepletio e1,
qui cibum ad vomendum affu- mit ; difficilior enim redditur vomitio, quód
ventriculus (ead expellendum, quod illi mole- ftem eft, vix tantà pofità
repletione contrahere pcteft. Y opitriri A09 21H $ replegtür. IS. At í11 At. ne
ftatim quidem ab affrmpto cibo »,,, ;,. aut evom;endum eft; aut vomitorium
fümendüs,;, ; 7, fed tantum tempcris intcrponendum, quantum sto, qua fufficere
pofle conjeceris, ut humor noxio ad- 4/4 vo- mifceri poffit, agitar.i,
circumvclvi, et verfusos mu» 25- ventriculi fiblevari ; id veró-fit fpacium
unius. Zendii hcrz, aut ad fu rini m duarum : 1d autem fem- per intelligendum
eft de vomitu ad evacuadum ciexcrementa, quz in ventriculo cconünentur ; et de
levibus vcntcrlis ; quid enim in vomitu vniverfüm corpus evacuante, et in
vehementi bis vomitcriis obfervandum fit, et alias dictum c(t, et ab Avicenna
petendum. De Siti izymoderatA I9. T fitis.ex immoderatà caliditate; .& 55;
;,,,, ficcitate ventriculi, aüt eam COGI. 75; 2547 prafen da h umorts calidi et
ficci,eqva frielde 4c frigida largo fa pé potu curatur, " aft m exfünguen-
&ibezda, do, et bilemob multam aquz copi lam inecftam C quado fr bducendo ;
ita maxime cbfervandum erit ; fi calida. fitis hzcinexhaufta ex falfa pitvitz
adhafu pa rictibus ventriculi, vel ejufíem n fundo illius $ mo rà producat!
r,frieida potum ncn fcre uti- ]em; quód cont: macem mæ?is cavfi m reddat ; et
craffiorem ; eam vcró ctiam fa cile potus pr rg terfluat : przfta ibit 1e1tur
tu aovà calidà ; qux maais penetrat, attenuat, divtiüfque in ventte.
commoratur, pouffimtm fi quidpiam 1lli ad- mixtum fit ; quod attenuanti
facultate. pra di- QD a tum 31»; tüm fit; fed et in paucà quantitate, et non
excedens. De Cholera. Cholera | 20. Vamvis in hocaffe&u, et per fuperna,
Jaborates et nim inferna humores excerri foleat, quédo per &impetu tali;ut
freno potiüs,quàm fupe ftimulo opus fit ; quoniam tamen aliquando ir- C^ 24542
vea tiones quidem adfünt;fed promultitudine» pe vba máteria non complentur ;
ideó adjutricem ma- vag4,, Dum Medicus porrigere debet : at tunc ambigi- tur,
an fuprà;an infrà. Primo ieitur confidera- bimus, an naturà ad vomendum zeri
fint faci- les, et an confueta fit aliquando talis evacuatio; tunccenim per eam
partem adjuv; ii am nt, hac diftinétione adhibità : fi cibi corrupti talem
niorbura produxerint, ftatim vomitu excerni pofle; uteuam fibiliofi humoresab
hepate, aut univerfo corpore fucrint transfufi, quód biliofa per fuperiora f.
aciliüs excetnantur »fin vero aut ad vomendum naturà ineptus fuerit ; aut craf-
fior fuerit materia ; praftabit. abftereentibus fubducerce. Von ^ 21. Sed fi
vomitoriis agendum, ea omnino ria in cbo €evitentur, qua vel aliunde attrahendo
vomitu lera fint attractam expellunt. ex. levib. . Sed cüm blanda illa mu!
vicem fint;aqua Fomiter te pida; hvdrelzeum, mulfa, ox vmel,quæv aria ria in
c)? vatjoneid petant; quomtódo ea in ahi F0424T7 s? Sibiliofa fit; et mordax ut
ctiam fyncopen inducat, aquam tepidam, vel jus pu Ili fim- riezate plex, vel
hydrelzum potiüs eligemus :Si craí- maierit fior fuerit materia, et picultz
admixta, pt rxeh- genda eritaut mulía, aut oxymel cum aquá : S1 trefactus
cibus, omnia hec convenient . 23: Per inferna, fiopus fit, id eft;fi moveatur
imperfecte, fi biliofa fuerit,à mannà cmnino abftinendum, et abftereenübus ex
melle; aut faccharo ; ftatim enim 1n CO rruptelam trahun- tur,&b jilefcun t
:fedfcrum lactis omnium erit oreftantiffimum remedium, aut caffre fucci por
tio, quz ardorem cohibet;mordicauonem com- primit, * blandé fübducit : quód fi
pituita pu- trefacta 1d excitabit, aut bilis craffa, nihil pre- iius rit melle
rofato, aut folvente ex fero lactis ; aut facto cum infufione rofarum rubea-
rum. 24. Vtvomitoria in aliis morbis curandisin Veste multà qu: inütate affumi
debent, ut etiam mole r:aiz cho natura ad vo cé" m proritetur;itain hoc
mor /e4 zen bo mincr copia fufficiet, vel Aretzo tefte: quód frat, mul- Ur
icmeiovss ventriculo, et difficilior exitus /4 2/2tà humorum acrium reddatur,
et major vis,& do- '^//* lor ftomacho inferatur. In repellentium, et
roborantium ufi hec adíit cautio ; numquam ftatim ab initio ea 1n. ufüm duci
poffe : fi enim ex copià ciborum, aut ;,,, quas humorum 1n ventriculo, et
vicinis pasbine Ü- qoid quo lis morbus provenerit, non prius ea concedi pc-
5,4» i5 terunt ; quàm materia 1]la majori ex parte fit. wap d gvacuata : quod
(i aliunde affluxerit, nifi vires cez4a . i4 exfolManna, (5 faccha 1? barata s
f"fecta $ cbolera* Repellen - tia1n cho it4 exíolvantur, permittendum
etiam erit, tit. pars illius evacuetur, ne illius impetu xepreffo ; aut febris
exitialis concitetur;aut ad menibrum ali- quod princeps repat ; fed non:
dierum. numero hec movenda erunt, quód morbus acutiffimus fit, et aliquando
uno;aut altero diezgrosinter- imat ; fed horarum dumtaxat, ut unius quan-
doque,.aut duarum horarum fpacio viderim. tantam humorum copiam evacuatam,.ur
vires conciderint,.& corpus quafi confumptum, et depreffum undequaque
apparuerit . De Cardialeia. Cardial-. 36, Vamvis quz adftringunt, aliquo modo
gi lahe- etàm repellart, in hoc tamen morbo rátibus in in principio repellentia
convenient, dri atn'dlo modoadftringentia : illa enim affluen- esvenii;, £5ad
0s ventriculi humores mordicantes, po- x2 41/1, ui ffimümin febrium principio
affluentesrepel- gea, lunt,adftringentiaautem, licet id praftare pof- fint, affluxos
tamen quafi retinent, atque parti impingunt: fecüs tamen evenit, fi repellens
ali- quod per os affi matvr ; repellitenim deorfum,
precipitatadvenienté;corrngat;adftringit.& in- durat, ut ficillimé;munità
parte interná,vim af- fluenus hum: risretüdere poffit, atq; repellere. Cadia. |
In vomitu promovendo in hoc morbo, gia labo- heec adfit cautio ; fiflu&tuet
materia, et proinde ga"tbu5 perinterval!la invadat, neqne nc va affluat, S
qnádo vo VOmitorlo, licet.blando; uti poffumus;ut a: rd aO, . aij , aquà tepida,
vel folà, vel cum fyrupoace- »sitoria,ee tofo, vel oxymelite : quód fi vel ab
hepate, vel 4444ode- alimmdeaffluat bilis, potiüsrevocanda erit à fu- *^*foria.
perioribus, et perinferna fübducenda. 6s cin 28. In biliofis, et acribus
fbducendisiis hu« "4d | ^ Cédis acr& rioribus, licet Galenus, et
Trallianus aloe; five, dis Hieràutantur, ut fi qua tuniciscris ventriculi jjj,
matetia adhafcrit,detergi poffit; alii autem 2,44; Rhabarbato: placet tamen
magis blandioribus ;a cardial uti, maximé cüm jam leniora commodiffimas
gia,lenio- noftrozvo inventa fint; fic decoctum tamariri- néss utes dcorum,
fyrupus rofatus fol. caffia, vel ex prunis 4&7. paratum medicamentum, aut
etiam addito fero lactis, ræi1s convenient. 29. Placet tamen magis bolovti,quàm
[liqui- S424ucess do medicamento ; quod diutiüs in ventre mo- f'^ &ilie-
ram trahens, non folüm commodiüs fübducet /^: ^»mo- tales humores;fed fimul
contemperabit illorum "777 cer" acrimonlam ; 1n quo genere et
caffiam, et pul- iss pam tamarindorum, fi premum [locum obtine- 77^ 747 rc
cenicrem . MT IDE E niant, c 30. Qnodfft1à pitvità fiatacidà, quod rariffi-,,
qua for me accidit, euamfi ufis Hiere à me commende- 52. tir, quód humceres
ilosattenuet., et fimul füb-: Here pre d'cat;cuoniam tamen et tardiffima eft in
aCtio- eardialgia ric,&frpéà materie vifciditate evicta etiam.
7"'/cesdiz imiæis retordatur, unde fiepé fymptoma adau- fter al getür,
optimum effe cenfeo, illi aliquod medi- 1*4 *»c- camen'rum admifcere, quod vim
illius acuar, et *'c4"»tr7 quamprimüm medicamentum cum infeftanti- * bus
bumoribus deor(um ducat. O 4 Ds $15 C0?7)U€i16. . De. INaufeas. Innaufea 31-
V1tos video in naufeà orani ftatim aut quado bn evacuantibus per vomitum ; aut
per mores vc- leceffum uti; felici aliquando fuccetlu ; aliquan- mt^; €
doinfelii: quod ut evitemus ; obfervandum. 2:449 P** erit, an inanis omnino fit
naufeay an cum aliquo ftf" vomitu: fi inanis; conjectandum,an aut infarcti
Anu tunicis fint humores, aut admodum adhate- a wnbs Ícant; tunc enim omntiio
preftabicillos attenua- praparas- 1€» abftergere, et incidere ; ut preparau
poflint A. educi facilius : quod fi 1n capacitate ventriculi contineantur, et
fymptoma maxime urgeat, ftatim aut vomitu educend? ; adjuto motu, fi ad vomitum
faciles finc;aut per feceffum erunt ab- fterzentibus evacuandi . De Hepatis
intemperaturis . 32. Y IN calidà hepatis intemperie;neque fem- per ab initio
medicamento purgante » jupe, Univerfum corpus, et jecur expurgandum eft, quando
Quod doctiffimi quidam viri, ex Archigene, et purcadzg, Galeno 8.de compof.
med. [ecundum loc. ad finem, €^ quádo colligunt ; neque femper ab hac
abftinendum.;, nen. rictüs folà ratione, &alterantibus ad frigidum
contentis, quod ex Tralliano; et Avicenna alii cenfent ; fed diftinctione
utendum : fi ex proca- tarticà aliquà causa fubito talis intemperies in-
troducta fit in corpore alioqui fano,detracto fan guine vena fedtà, et
refrigerandi totius ; ache- patis Hep tis £n cAlida Il trahat, neve calor, e s
patis causa, et revellendi ejufdem à parte labo- rante,ftatim ad alterantia
veniendum erit:quod fi corpus bile prius refertum fuerit, et paulaum
intemperies fit introducta, altiu(q; radices ege- rit, et quafi habitum contr
axerit, non. folum. fanguinis miffione erit utendum, fed medica- mento aliquo
blando calidi humores jaminde» 'niti erunt | pus exp urgandi, mox reírigeran-
bu s erit æendn m. . Neq; vero in ho c cafu fueie nd lus eft ufus Ain ccun i
fero, aut (vrupi rofati Í olutivi; guod docti fimo Matt; uie vifu m ef (tob eam
ratione quod cüm dulcia fint, periculum fitjne bilefcát: valet enim argumentum
in 1is, quz alte 'rando diugcüs in corpore moram turahu nt,non autcm magis
evincunt qu: àm ibdt icendo potiüs refri« 1n fubductoriis, qua c evincantur, et
bilem fi gerant. ;4. R habarbarum potius m ihi fufpectum eft 1n hOoC Cà cium
enim tardius o |peretu ir,19ne€as autem multas x artes habeat, quibus
penitiores partes í facilé adire potef s et ] jecur 1 maois excale- facere
poterit; ut ex lotio, quod ftaimab: Tum / pto me lican entof flavitiem affumit,
e ru ffum. / confp ICItUF, quii bet cognofcere po Jte ít. 3f. In externis ap]
licandis ea adf it cau tO refrigcrantia, et adítr in |gc ntia fint modera tai
tum actu, tum potci hv m conha fu: 'tla,ne vifcus fcirrl 1 port CS,q 1inde cx
halà ES I rerinceantur,ne etiam clau datur via fangu inl,aut LI denique
putredini detur occafio, De 2L7 Hepatitis i/i 2016277 perie £ali- ^a man- na
uon [wu fpectum . Hepati; 12 Intem- berie cali- da Rbhba- baybari£ f (fpe 7471
L4, Hepatis r1 E intéperie calida ve- rigeratia ett adffris Renta tm peu:?
fnfecil. De frigida Hepatis intemperie . In bepetis 36. | IN calidis et ficcis
externis applicándis |; intempe- ea fitanimadverfio; ne nimitininiisex- | |
"ie frigi- cedant: fitenim (lepenumeró,ut humidioribus 1» da, calda
pattibus abfumptis;aut e&ficcátis;fcirrhi in pàr- jen C^ fà "té
cohcitentur. f4/pacta . De Hepatis obflruttioge . Hepatis 37.| N topicisinufüm
ducendis, piimó hzc jk sn obitru- adfit cautio; ne attenuántibus umquam, éHone
4t- vitamur, nifi longo intervallo poft cibum affum- tenuantia ptum, ut non
modó in ventriéulo cibis in chy- eie Iummutatus fit, fed in hepate'etiam jam
mitita- dgio donem in fangninem nactus fit. Quapropter |; RA. cümà ceenáad
prandium multó majustempo- |i f rs 1ntervallum intercurrat, quàm à prandioad
coenam,commodifTimium tempus judicamus c(& fe, fi fiat perhoramante
prandium. Linimbiis .. 29 Animadvertemus pratereà,antequamo |... f (us cali-
linymenus,aut inunctionibus niramur, femper [s di ai fp;m V1ÍCus effe fovendum
decoctis attenuantibus, et [i gia pra- difcutientibus cum fpongià, ut et
inunctiones ittedi. altius penetrare poffint, et materia ab actuali »l» et
potentiali calore attennatà, aut per fe diffipa- . |... xi poffit; aut
medicamentis c corpore duci. RIIANII |.emone nó priàs applicanda erunt, quàm
fectio- | ne venz evacuatum fit corpus, et pars materiz ^. I revulía: fi enim
fecus fiat,vel fi ob abundantiam e E uo WA e 4 s *. cf ^ 5s Me - - A0. deu
SCORE M. - o. ERE UUS De Hepatts inflammatione . 39.Y cet repercetientia
extrinfecüs appofita. Hepate iz medicamenta in inflammationum prin //4mmmste
cipio adhiberifoleant,in hepatis tamen phle- repelletta "m prine p:o. ante
fe élioné ve- n4 non có ; "Y^ (o, EJ 3 *» F^ T* * e » ; ^ ' *p)o l 2, 1* |
repellere non poterunt, rebellis magis reddetur 1, . K ÁO Ó N e | timor, et
contumax, craffior reddetvr materia, et duritie coptractà fcirrham excitabit,
vel re- pulía ad cor, et fpiritalia membra impetu rues, mortem ftatiminducet.
40. Laborante concavà hepatis parte, licet p,;;f'ag; faciliüs fit, medicamento
purgante materiamo ;arne evacuare ;id tamen crudà exiítente materià, et
bepauisip in rrinciplo fieri non debet, fed ccncoQà, &in «ezva par-
decUinaticne. Qvamvisautem 1n phrenitide, !* megan aliquando ab initio, ad
revellendum, evacv2n- dum, [cd d: m fit medicamento pureante ; ficut docet in,
"* d.cina plevritide, defcendente ad hypochondraa dclo- «oi re, Hiep.
2.4cut. quia, ut aliàs docuimus, non-dum cruda eft materia, fanguis nempe
bibofus ; in hepatis tamen inflammatione nullo modo 1d,, infini pre ftandum eft
: quód, cüm pars 1!la labotec;,, sone humores, auià venis undequaque
evomunt"r 55,5; i adjecur,etiamfi aliquà ex parte evacuentur ; p«»cipio
per partem tamen laborantem feruntur ad ven- sos. 2a» triculum, sícaue et 1»
becilliorem reddunt, et 454a. reduviz craffiores remanent; magifque
impinguntur. 2 AI. | T e Hefatts gibba in- fidsaata, ante dta- retica le- -
ninda al UMS. In be 11:$ HZ fla ?2 2 311076 4 yebellentt Dus, itüprilcifi0
niteda . Hepnte tn femato, aciü f !?i da fic fd 7 d 4 la 9 Quz in gibbà hepatis
parte fit inflam- matio, et quz ad eam partem affluxa eft mate- ria, licet per
lotium commodiüs expurgari,com muniomnium doctorum fententià poffe confti-
tutum fit, antequàm tamen diuretica hec in. ufüm ducamus, optimum cenfemtus,
leniente» aliquo medicamento, aut etiam abftergente», materias in primis vHs
contentas evacuare, ne» ufi ducentium per urinam, quz in primà illà corporis
regione continentur,ad penitiora de- ducta, inflammationem adaugeant. 42. Licet
autem in principio inflammatio- pum aliarum partium fimplicia repellentia in
ufum venire debeant, in hujus tamen vifceris phlegemonealiqua etiam attenuantia
calidaad- miíceri poffunt, et debent, non eam folüm ob 220 7» caufam, quód
frigida, et adíftringentia ad penitlOres partes facilis devehant;fed etiam;quód,
cüm vifcus illud undequaque angufti iffimis ve- nis fit refertum, et illius
fübftantia ex iilis: fere folis fit comp ffitasut proinde parenchyma optimé
dicatur, fi frigida fola, et adftringentia aut exhiberentur, autapplicarentur,
facillime ad- ftrictis venulis, et craffatà materià; fcirrhus in, parte
concitaretur ; aut fane tumor per fe incu- rabilis fieret. 43. Vt proinde etiam
hzc eadem hepati non valde frigida actu applicari debeant, ob eafdem caufas;
tum eti: ime ne naturalis facultas noxam aliquam contrahat ; nativo calore
quafi exítincto. 44. 9i j| I: aon: 44. Si tamen nulla adhuc affluxerit mate-
zropatein Iia, fed affluxus certó impendceat ; ut in cafü » fz mdi I étu, aut
externa aliqu: à Causa, pura repell entia, f1se ate etiam cum aliquà
adfirictione,concedi po terüt. riasvepellé 4 $- Quinimo, i in ervfipelate vero
eadem pu- !/2/ela c9 ilta conceci poffunt ; cüm :& materia fit renuifhi- (€
15 efipe aMnpa, calidiffima, ut periculum non fit ; ne ni- eri 1 epa amis
craflefcat, &-obftruat venulas . tis, vegellé » Vnde etiam frieida actu
repellenua C3.» v fola ci Aapplicari regioni hepatis poterunt j CUm cns
eoninnt. Irenfiffima fit ibi caliditas ; qua ctiam medica- /5 er yfipe- Amenti
mntenfionem refringere facilé poterit. In. /a:e zepa- IQuo edam cafu pau» dllum
aceti indendum crit, ris, frigi- Jr frigidiffimi medicamenti penetratioadjuvas
44 2s Ar? px flit. abplican- 47. Et quemadmodum ratione partis ab jni- B |
bebati |, Ho dictum eft;non puis repel Hane. ieudu B. t "T" PA E: infamma
(Ie, fed attenuantia aliqua effeadmifcenda ; 1ta | à [102€ 5 17 lin declinauone
non pu risrefolv im us utédv I sch æcoiimatio docuit Galenus 15.4e:5. fed
nonaihil adftrin- ne puris re Ipentium admifcendumeerit ; ne laxatà nimiümo |
(juez j. parte, tonus illius deftruatur. bus non utedum . De Hyárope. 149. Varmwis illud et
veriffimumfit;& Gaost bydro- leni auctoritate confirmatum, /:7b. "
ferofr H0 $5 TUR que tao pur. CAYC oportet ic- Mast lrofos humoresab1 initio p!
Iro ari pc offe, quód. nul 44 ize ; illain eis exfpectari debeat coctio, quód
nullam purgarz cionem admittant ; cavendum tamen erit ; 5o, validis fed à levie
ribus tn- ehogdum. Poft bydra g^:^ vale 1:a ventri ciilus vobo YADUÁLS . 1n
Iydre- picis «tte- nudis tenda s nt butic- yes p wies mua du- "T poffint .
In bydvopt DEG m ear1té xWAII2HÍ dia no 1i- ff LCLPDP Iní y iret ín düweti cis
nà diu 57 fallenLVDb. SEPT.ALII MEDIOF. cOgIS ftatim ab initiojfed ]evao 222
validis uti hydræ rialiquo med icamento erunt prima excremen- ' ta educenda ;
et fic vie ad-validiores evacuatio- nes prxparabuntur. 49. In valenticrum
hydragogcrum ufü fem- per maxima ventriculi: ábenda eft ratio : cm., cnim
majori ex parte tonum illius I5befactent ; fi frequentiüs, u ità multis
foclet;jexhibeantvr;nisíque abillorim exhibitione ventriculi habea- türratio,
imminvtà aqvá flates cilicrem, fi Averrci credimus, zerum noftri m» inducemus.
jo. Vt veriffimum eft, ferofos hos et aqueos humores nvllà coéticne effe
preparandos ; )ta» cüm pctiffimüm perl-tiumfint evacüandi; via, per quas permeare
debeznt, infar&u funt hbe- randa: in quem ufim et decocta, &fvrupia
atte- nuantes, et abfteroentes, et incidentes maximé converient,ut
cráfficres,& limcfi humores vias cbfttventes, et effluxumvrinz ad renes, et
ve- ficam impedientes pra parentur, ac facile educi poffin at, $r. Nectamenin
horum ufu diutiüs infiften dum eft, ne dum 1d tentamus, morbificam cau-
famadauecamus. $2. Hocautem maximé in vfu vrinam proe [Hi mmcventium eft
animadvertendvm, et cavendü: vidimus enim quàm plurimos, dvm obftinaté nimis
per lotium humores hos fercft s deducere: 1! ec obfervarent,an co-- 1t
potionibus 11$ tentatent; pia augebitur, et in^ deteric remfpeciem hydrcgi is,
et curatu ciffi- la urinz augeretur, mortem a grc tis fuis acce- Ica petu [entà
il!à materi in corpore reten- IEà, et in morbificam caufam mutatà. $3. Praftat
igitur per tres, quatuorve dies, lipericulum facere, et potionibus rem hanc
tam- iquam aptioribus aggredi : quód fi pro voto hzc inon füccedant, aridis res
erit tranfigenda, fuccis Iconcreus, pulvifculis louum premoventibus ;
Itrochifcis, et fimilibus. $4. Rhabarbarum, quod in hydrope labo- Prantibus 2 à
mune. commendari video ; ut for- . [té aliis pro roborando hepate acmixtum
ccnce- lili poteft; ita fi frequentiusin ufum ducatur,aut licommanfum, aut in
pulveris formam affü m- | ptum, ad evacuandum numquam probarià me pee quód
talia a aprum non fit evacuare, qua- lia opus effet,quoc ique docuerit
Gal.Zb.de purg. I ozcd. f acul.eap. 2. quz flavam, vel nigram bilem purgant,
Amportuna efTe, et inutilia hydropicis. $5. NNon omittenda eft Galeni
animadverfio lex Afclepiade, 9. de compo[. sed. Jeeundum loc. et ; M à
Tralliano repetita ; cavendum effe à frequen- f uoribus, et iteratis vacu:
auonibus;qu iod hydra- j.o02a hac per fenoceanrz he pati corpi üfque uni-
ver(um reddant debilius, et plus phan quam. profint: itaque faris eft; ceftante
A lex./ib.9.cap. l| 2. paulatim, et tutó vacuare, quam fe finando,
perturbandoque,unà cum morbo agrum de» medio tollere : praftabit gitur, ev
acuatà parte materie per feceffum, hepar per aliquot dies ro- borare, moxque
yacuationcem repetere. 16. QuamM aum, £5 quando. Potulenta i» bydrope Ex ep?
fafüecin. Rbabarba ri Lbydro- picis inuts TH Hydropi- cis rebett- ta fapiss
bydrago-- gAnexia« vefeckHa ^ $6. Quamvis duos hydtope laborantes fana-
pydlropicis à viderim ; quom in cruribus perfe excitatis, eribus et
difrupus;& multà aquà ons eam partem eva- ephlicat^," caatà, exhibitis
pofteà multis hepar roboranti- pericula-. us; nullos tamen umquam fpacio h oc
quadra-- e cinta annorum,quo in magnà hac urbe medici- ' 'nam facio ; curatos
vidi, quibusà Medico vefi- cantia cruribus admota fuéte, fed fere femper
cangtznz fubfecutz funt cura itu impoffibiles; ;ut paümée etiam doctiffimus
Maffaria longà expe- rientlà obfervavit. e De Lenis obftruélione s C darstie.
$7.3 N fplenisobftru&tione non ftatim refol- Veleibis s,quin ne
quidemattenuanabus 'alidis medicamentis cftasen dum :cüm enim anenuan Vicus hoc
femper fesculenus, et craffis fuccis sibusagé- refertum fit, gi ulum impendet;
ne fubtilio- dum . ribus,& liquidioribus parabus abífumptis,craf- fiores,
quz remanent, per ea quafi lapidefcant; et verumfcirrhum inducant. Splene ob-
(8. Prineipio tetar emollientia adhibenda» Jffructo c (ui t; et fluxilem
materiam reddentia ; poft au- duroymil- tem difcutientia tuto adhibere
poterimus. dendi Uu. $9. Sed cautione hicopus eft, nó effe utrum- 220, post .
vefolven- gum, Splene ob- Firuclo,no validis :ue hocofficium femel tantüm
prxftandum;tedij repetitis vicibus;,punc emolliendum;nunc quod emolliítum eft
et fufim aifcuti tiendum ; itertimi-J que quod jam emollito fübeft;iteruin
emolhen-4. dum; mox ;élbtvendii S digas tota molers$ ditfipetur . . Nec z5j 6o.
Nec placet, quod plerifque ufiratum fci- 17 l'en nus, m initio emollientibus
attenuantia admi- ticis 9 l| fcere, ut illa incommoda evitemus : cüm eim
lentius. eodem tempore ducrum illorum operationes ^" "5^7 | perfici
nequeant, fed attenuantium,& difcu üen | rium ;ob caloris efficaciam, actio
multó citiüs ll abfolvatur zinillud femper incommodum inci- | demus, quód
difcuflis fubtilioribus part ibus, | qua fuperfunt ficciores evadent;ac
difficilius fu- perari poterunt. 6&1. Nullo modo Hier. Mercurialis
fententia 5?/enicis in obftructionis lienis curatione ; /b. 3. de cogn. '^Xàtións
| C c ramdigibuma n corporis aff eciibus, cap. 21. re- aliqua ad | E: ienda
eft, càm in lienis affectibus curandis, ^44 imu am neceffarium effe cenfuit, ut
medica- "^*^: I"menus laxantibus commifceantur adítringen- | tia, ob
eam rationem, quód, cüm viícus illud admodum fit 12no bile ;fuà naturà debet
effe la- xum, et latum, ut facile recipere pr fiit humo- I res melancholicos ;
cüm fententia hzcé directo | repugnet 13. Z44eth. cap. 17. fed maximé 2. ad E
ec. cap. $.& ratio id docet :cüm enim vifcus | fit non parvi momenti,multum
refert,nimiüm- ne fit laxatum; fic enim illius tono perfracto,fa-
cultatibüfque- naturalibus i edditis 1mbecilli- bus, minüs recte fanguinem
defecare po terit,& | hiepa r, corpüfque univer(um expuroare: minus | tam
en, quàm in hepate curando hac in re eri- ] mus folliciti, et in minori copià
emollientibus ] Bicuingenna admifcebimus. 62. Fruftraobíftructum,;aut duritie
tentatum Lies vix p lienem tuno O56 feenda « fe lot: poet PÜeyieióin € fr
ncifio TU gon Put- yofos Las 6 J quB s et 4 ob J 11] g'4paran- 20 di r
orediuntur ; cium enim mdflns ab hoc vifcere adl vias urina fit tranfitus,
Galeno etiam tefte, 15.. Meth. 17.1d fruftra tentare cenfendum cft, in. quo
Medicum fruftran fine contingit:per fecef-. fumieitur ea materia ducenda etu
Quód fi quan: do aliqui per lotium copiofum curati vifi funt, ut de Bicne
fcriptum eft j 2. Sec? 2. Epid. id vell; et per vias occultas factum]; recenfet
Hippocrates ;velf ane aliis adhibitis re--|, tamquam rarum; mediis emollie
ntibüs X diffipantibus, et per alvum fübducentibus,cüm multa feeculenta. per
venas pbi. materia, qua foveri;ant re- novari tumor ille poterat ; per urinas
ei fubdu- ét, pra quod imitari Medicus poterit ; ubi nigras craffas,
foeculentáíve urinas adetfe COgnOverit : P Jienem curare conantur ii ; qui. diureticisidag-.
expurcay i in? rfervatio potius, quàm curatio facta eft::| autt]. diureticis
enim tutó tuncuti poterit, adantece-.| &4cntem materiam per eam partem vacuandam..] De
lero. Icet Galenus nofter, Jib. OQ; 40$, C2 quando ; purgare eportet, doc uerit
; lenues, et feo j* initio efle évact icteritia biliofi fucci funt ftatim
evacuandi ; neiw que enim f: mper ten ucs funt «neque ferofi dicii] poffunt:
preparandi igitur ante evacuationem jl et,fi putrefacti, omnino concoquendi ;
vel exd K "I d. s ^ d - ! fh fent Ruffi fen -- Ww "2 wi 6 A. Á t :s
humores,nullà exfpectatà ccctione, abii 'andos,non proptercà tamen nah Med
imperfecto, un lequaque bile difpet: ieve- inert. &4. At veró cüm bilis
quàm minima copi: à» e. ida A clerici vA int nalliad inteftina crahifmifs ; ex
obítructio- ;, d n F II. 2257 1 [2 "P2: * S x Leltis ned ntiori- Ine
veficz fellee;torpida remaneat expultrix fa-. ;, 4j. cultas int eftinort um, va
le ntioribus femper mnc- Cc£ADRERTS ldicamentis erit utendum . ond. 6*. Cavenda
tamen. valentrora hec medica- C) a5 dà limenta erunt, fi aut ex hepatis
inflammatione» wvalentiec1 Íymptorma hoc fuperven« rit, aut motu c ririco, fa
furgan De Colicis doloribus . ^ i :, 3 1 anodvnorum in hoc morbo: lud 1s
ecolieis P W ha i primóanimadvc denied Bi iritio, fl dulorzbug in ufüm
ducantur,antequam evacuata lit mæ- initio teria, non effeadimifcenda valentet
difcutientia valere? flatus; ut rutaceum oleurb, autolea quibus ru- [citieita »
ta, baccz lauri, et fimilia incoctafint,etiamex ^^: Galeni oracepto 12. 74M
erb.8:cüm enim ob co- plam mate riz affidué flatus eenerentur;non va- lentia
illos difcutere, fap édok res augent, G7. Erranzimultó magis ; qui 1180 leis
vinum E aut fapam (tatim ab REPRE dmifcent; vfteribus infvpdunt: cruciatus ab n
fiepe aup» colicis clyfteves ab initio cum vinos eentur, excalefactis,
attenuatis nimiüm rai 3 fabA3 T Ó ot. ZEE . á vUeyí j"pyp" fis et
frieidis humoribus ; et in halitus ele- 55i. vatis. d. I" ^^?" 1 diss
A143 529 )' 6o. t quemaa modum catlidaiozà hact oten- colicis €8 tia,frive itf
351 five extra,!n prit pi lo non la uda- /ida va4l- mus ;itaáctu etiam nimis
calida concedendas 4» 44^ s cí C eocamiFt ; tpalá » Pa 69. Anime Chfte 69.
Ánimadvertendum euam ; ne clyfteres colicis ge 4ndantur, repleto adhuc
yentriculo: fic enim ci- indantay, Dus attraheretur apte ten pus,magi(que
impin- repleto ve gerentur crudi humores in intefünis, augeren- triculo. tur
dolores, et cvratio redderetvr difficilior . Stubéía- 70. Stu pefacientia
quamvis in omni dolore ttezt/27? colico convenire poffint ; frequentiüs tamen
in col'icis 9- nm duci poffunt,ubi materia morbum faciens Prom^.po- c lidior
fit,& acris : non folüm enim fic fenfim pol O btundim us,fed etiam caufz
morbum facientis ris e,Lj. au onem habemus... | dis. 71. S1quando tamen iis
utendum eft;eó ufq; Opiata i; ion funt differenda,donec vires vitales jam col-
eolicis, vi labafcant ; egérque non longe abfitab interitu : rió4s va- folet
enim fzeepenumeró fine dolore dormiendo denriéus . yita terminari . Colicis ip
| 72. Incolico dolore ex pituità, fi quis recen- dolor;5j; tàorum dogmata
fecutus lenientibus folis;aut ad furgani- fummum ftercorariis admixtis aloe,
aut. Hierá éus in ini Galeni ccntentus, à purcantibos veris abftinuc- fio utez-
rit tandem honoris jacturà factà;aut eeros mo- dum. ricum maximis cruciatibus
finet,aut alterius Medici acceffione, qui cum Grecis omnibus, et Mauritanis,
validiori medicamento pureante, et abftergente propinato,materiam ab inteftinis
deturbabit, ac eà ratione dolores aut imminuet, aut tollet, exiftimationis non
parvam jacturam faciet: non valente enim leniente medicamento vifcidam, et
craffam pituitam deturbare, et Hieràob tarditatem actionis diutiüs in intefti-
inis commorante, et fepiffimé non valente per- cranZ ^ ES wg. JERDL Q4 T: 2e C
RE--- 0 0 M ANIM-ADVERS. LIB. FII. 229 canfire, fed materiz illi craffe
adharente, ele7 vatis flatibus, validiffimi dolores excitantur ; et augentur.
Qr'are preftaret u rgenti dolori quam- primum r eductà materià fuüccurrere ; et
118 uti; qua cum attenuantibus mixta citó materiam» fubducere pcffent. Neg;
impedit, utad locum aftc 'ctum materiam deducanius: nam neque ve- 1e locus
affectus ita lafos eft ; ut hunc Serien non adizittat, cnód ad hoc à naturá
fint inftitu- ta inteítina ; et (i qua materia ad eas partes du- citur, fimi le
tiam cum præxiftente evacuaturj fi affecta cflet pars, fi inf! ammatlorne ten
Haste] tinc maximé peecaremus, fi talem 1n eo caíu evacuaticnem procuraremus.
Neque cruda» hac materia dicenda eft cà cruditate;que ab 1n1- tio, pracepto
Hippocratis; evacuari non debet; de cà enim ca fententia intellieenda eft ; qua
ex pt tredine fadià, Coéctlo nem requirit; qua putri- dis debetur hi moribus,
quales fu nt humocresin febribus putrefcentes.. Hxc extra venas eft; 1n locisad
evæuationcm inftitutis fine eenereillo putiredinis, ita ut folis attenuantibus
aliquibus ; et abftergenübus, tam peros fumptis,quam 1n fufis, preparariad
evacuationem pofhit ; quin- imo infu fis per clvífmata Pa U. atà vià,&
attenuan übus mediocribus difpofità materiá, fi ctia pureantibusattenuantia
admifcuerimus,; X eft Hiera, intceré omnibus fatisfacere. poteri- mus ; fic
enim fvbdv cà materià, et diícuffis, quin et expulfis flatibus; aut dolores
folventur ; 4 alt certe maitiores fient, Dp j 71, Olei i;0 V/ussli,- 73. Olei
velexamyedalis, velex femine lini ij: in colicis wis, ubi multaadfuerit materia
craffa ;inuulis;] i 205 €v4- C^penumceró effe folet,reünetur enimaliquan- | í
Bus ss do; et vifcidiorem materia reddit : et licet tam--| teria, i,, quàm
anodynum quandoque mitiores reddat] i: il. olores, quoniam tamen materiam
peccantem /] ii fubducere non valet ; folent non curari dolores ; |ui Íed fepe
denu ó infurgere. Oleum in. 74. Apertàig itur vià, et fübductà parte mæ] ui
cici; lerie,autenematibus ; aut medicamentis pure «du ou^»do gantibus, fradhuc
urgeant dolores ; preftandf--[n optimum fimum effe folet prafidium. préftdib.
^5. Sedíi vereamursautob craffitiem mate-.| rdg riz; aut ob ejufdem
quantitatem, ne poffit prz- ddodacs terfluere, admifieadunilli etit
nonnihilabíter- abfise, 8 gentium,ut meliis rofati folutivi;aut etiam pur- |
tibus, ay; gatum, ut diaphenici l;ve cl electuarit Elefcoph,,| purganti-
diffolutoru mcum aqua aut glandium Perfico- | y; éus . rum;autaniforum; aut
fimilium . Ín colis |. 76. Quod fia à flatibus.dolores provenerint, à flatuyo-
fine mulià copià materiz, nihil eft quod magis ha data exufit effe foleat eodem
oleo;etiam ab ii nitioauc | etiam. ab per fe fumpto aut ; quod: melius cííe
facpius ex- Jue sr ^- pertus fum, cum pradicus. | EI Seem 77. In ufu
vomitoriorum cauti fint maxime: [i A a fi enim ventticulus, et fuperna parces
inteftünoe | £olica. s. Tum replete nimium fuerint, ex ufü maxime li fvs, c» 4.
€rünt, ut medicamentis ad dejiciendum ingefts: [i éufus... locus detur
pertranfeundi: quód fi totus dolor; eiüfquecaufa infernas partes obfideat, non
fo- lum fruftra tentatur vomitus, fed aliquando fit. | cum ANILMADVERS. LIB.
cum zerotantium certà pernicie;vo Ivulofi enim fipe fiunt; ac cum certo mortis
periculo, etiam ftercora per eam partem evomunt . 78. In cucurbitule magne
appofitione regio- ni umbilici ea adhibenda cft cautio, ut ea ex illis fit; quz
funt in medio perforate: fit enim fzepe- numeró, ut cüm pars fub]ecta mollis
fit ac pan- eguis,multa illius rcoles inuró trahatur, qna fub-
tractionem-cucurbitulz impedire folet : unde» vel diutiüs retenta 1n fp! acclum
fübjectam par- tem deducit, aut fi frangatur, ut hocincommo- dum eviremus,
aliquando ex vitrorum fra- ementis cutis vulneratur. 79. Cüm pluribus, potiffimum
mollibus, et perpinguibus, hx: antes fere fintumbilici, et ex vi füperpofitz
cum igne cucurbitule pinguedi- dosis a portio aliquando trahatur per eati
partem, confalo;crifici o1lliut prius fü perponàt parvüm ceratum, puta,ex
cerufsà coctà ut tale incommodum evitent - Vrincolicis doloribus ex flatu
anodyna ftatim et interna, et externa concedenda funt; ut cruciatus illi
mitieentur ; matcria; unde elevantur, fitevacuata; ita ea fu- gienda effe
cenfeo cum Gal. 12.7 eth. qua infi- gniter calefaciendo difcut ere quàm maxime
va- lent: attenuata enim fnateria. majorem Jocum. occupans inteftina magis
diftendit, ac flaubus 1dauctis dolores auget. Cucurbitula etiam in iis
dolor'bus ex flaVII 3t eadamfi nondutn : Cucurbi- tale ma- £v4 inco lzcis appls
cand& cati £10 e V mlilic? mnunter- dus in ap- plicatione cucurbi(Ux 4.
Colicis ex f'atu Ta- lenter di- fcutienits An6XlA « Celieis ex tibus, ubi
urgeat fyroptoma, uti poffumus ; fed. f/4tu /a£o FP cctTante vàtes 441 Ce(lante
dolore, vel mitiore reddito ; materias; eucirbituunde elevantur, fübducenda
eft;alioqui redeüt, le ufam ut optimé docuit Gal. 12. Adethb. cap.8.Si tamen
P^44:- non adcó urgeat dolor, utomnem ad. fe trahat indicationem curativam,
preíftabit evacuatio- nem pramittere,prafertim fi multa fübíit mate- ria; aut
adhuc novaaffluat, ex 13. Z4eib. 19. 92. Contingit aliquando, ut colici dolores
adeó vehementes fint, ut omnem Medicorum 444 qu, Operam eludant, 4C quocumque
auxilio adhi- doque tet bito potitis augeantur, in quo cafu ad contraria dum.
€tittranfeundum:Cüm enim colici dolores ma- jori ex parte à materià frigidà
fiant, aut à flati- bus diftendentibus; fit aliquando, utaut ratione dolorum,
aut vi igiliarum, aut maroris, ob con- tamaciam aut incalefcant nimium
inteftina, accedentibus etiam calidis, et intrà,& forisappo- fitis remediis
aut phlogofi quadam tententur, autetiam verà inflammatione incipiant affici,
aut multa præxiftens bilis ibidem transfunda- tur; unde ad conrraria erit
cranfeundum ; et in- figniter refrigerandum. Quod mihi anno prz- teritoc
ont191t, primo in nobili Hifpano, peci- uum duce egregio ; poft in N. à
fecretis Iluftrif- fimi, et Excellentiffimi Marchionis Caravagil, qui cüm
colicis doloribus per aliquot d lies fuif- fent acerrime conflictati, et jamjam
mors efset pre foribus;nulli Jp /^ eget arteriarum pul- fus; fudores adefsent
refolutorii, nulla denique ampliüs fuperefset fpes falutis, ne quidem apud
Medicos cua prettantiffimos: accerfitus et ego, cum Golicis im delorióny
frigida a«x - A "use c EET 1. cim fitim inexftinzuibilem,linguz
fcabriciem, nierorem, ac.duriciem, pertactis autem hypo- chondriis, et ventre
inferiori, calorem in parti- bus illis eftuantem adetl c obfervàffem, Hifpano
aquam multam nive et: um refrigeratam biben- dàm exhibui, cüm naturà abftemius
efset, et multz aqua potator egregius ; in íomnum pro- lapfus eft, et quatuor
horan m fpatio cüm dor- miviíset, dolore quodam. inferioris véntris, à primo
maximé, ut ipfe referebat, diverfo exci- tatus à fomno, miram bilis flav copiam
evacua vit, et à doloribus liber evafit. Vndejcollegi; Me dicos, qui illius
curationem f fufce, "erant $ 1n Causa nx rbi illius longe deceptos bá e
cum. calidis remedus curationem inftituifsent, à fr1- gidà materià factum
morbum judicantes . Alte- rumautem, cüm jam agentem animam invenif- fem, non
alià ratione ftatim curavi, quàm lineo i|ds plicis in quadrati formam com- to,
hine immetfío ; ac mirantibus aftanti- bus quid facerem, ventri
füperpofito.cumque» ut dormiret injunxifsem, dnt itiüíq; edam fom4 poopp refsus
fine motu cum conquacte CICLU, VCrentes affines, et uxor,ne jam fatis
ceffifset,cum experge f ecif: ent, indign: inuitus s, quód tànto bonoe eum
privà sen t, quafi € lecto exiliit; à do- Lubin cmnino ibis : 85. Si1ex
Miiaienon inteftüni dolorem. fieri conueerit, caveat Medicus, ne ullo qvan-
tumvis levi medicam nento fubdi jcente utatur,ne attractisad parteminfiammatam
ab illzefis par1 i9 ee si I2 celíci (x inflar H ?97»at105H£ [^ purgatto )* yv
TEIZETTS tibus; calidis;aut pravis humoribus;aut inflam-, matio augeatur;aut
impedito tranfitu,in volvu- lum de(inat. Caffia dn | 94. Caflie tamen folius
ufum aliquando non eoiicis ex refpuerem in tali cafu;quód miti
illo,blando,& sfiam- humidocalore lie pé i inflammationem fe det, do-
745"* lorem ]eniat ; et fuppurationem tumoris ad- 1075. juvet ; Seu d 95$.
Quamvis venz fectioex brachio in
coli- Coco 9? 6o dolore x inflammatione, decreto Gal. 12. dolore ft- da bina
AMetbh. zzed. commendetur : sf tamen eó ufque » 514],,. P'orbus pervenerit, ut
urinim fü pprimat, fecta liquagdo Vena intalo maxime conferet; aut poft priorem
coofep:, Mlamy,fimultaadfuerit plenitudo, aut etiam fi talis non adfuerit, fi
ex talo loto fanguis primo mittatur,non erit preterrationem, d expteri- menta.
De lvi fluere [ N alvi profiuvioillud ma: ximé cavédum, epus ne,dum virium
maxime habere ratio- gui L nem voluerimus, confi et jurt- bis pinguibus
laxitatem ventriculi, et intefti- norum nimiam neenon: ius ; alvique fluorem jn
Iecamus. I» SN 97. Sunt fepenumeró noftrates Medici in., rf.io frigido potu
concedendo reftricti, ut rralint ^ gidaus cum manifefto detrimento tepente aqu
àfluxü, potus [epe laxitate introductà, alvi augere, eo confilio, convent. quod
frigidum nature inimicum cenfeát, quàm Juíto jufto teri defiderio faüsfacere,
quod tamen na- tura eti. am bene operant e fit; ut et adítrictioni Bt fni dumm
(atisfiat. $8.
Inflammatione tamen verá tentatis inte- ftu nis, frigide potus vitandus eft.
69. C Cavendum in diartheeà, quod plerifque video confuetum, ne femp er aut in
plerifque» ftatim abft erforium aliquo d exhibeant; ut mel; aut fyrupum rofatum
aut fimplicem, aut folu- tivum cum fero lactis, aut mannà;cüm enim ali- quando
bene Opcrante n. atura id. fiat,non erit aut irritanda, aut promovenda, fed
totum ne- 9otium natutz erit relinquendum: fin veró ma- là qualitate icritata
etiamid natura przftiterit; non etiam erit adjuvanda, ne calcaribus natuta
current addius, pt Izecipites in mortem agros igamus : 1peCctatores1g1tur p«
nus hu jus tnotüis nature aliquandiu erimus, et morbi morbifice- quecaufe
potiílimum rationem ha bebimus, Quod fi naturam hifCere, aut fuccumbete vide-
rimus,neque materiam poffe pfo rauone eva- cuare,irritari tamen pattes;
fzprüfque ad excre- üuoncm fere inaniter provocari ; tentiginem Hn ano; et
inane defiderium egetendi fubcíle ; tunc manus adjutrices petita 'ere coni
eniet, atque.» abítereentibus uti ; quin aliquando folventibus blandioribus; ut
matind,& (yup o,aut melle f£o- fato folutivo;ut quod pluribus egeftionibus
cum dolore, et natura labore evacuati tentatut, bre- viori t€empore,&
mincri moleftià educi poflit . De Frigida f'gien: dá .AABngB fla 375 72411058
inteftino- Yum OQuado ab fe '"geati- bus i diay vL&a uten dumIz dyfen-
geria qua do purga- dum, c^ a [£4 Jed bono viclu C facili ad alia 236 LVD.
SEPT.ALII MEDIOEL. De Dyfenteria. 90. Vmin curandà dyfenteri3 adeó diffidenr
tes fint etiam doctiffimorum virorum. fententiz, an reterto corpore pravis, et
acribus humoribus, laborante dyfenterià verà, ulcera- tis, aut abra fis
inteftinis,conveniat medicamen- to aliquo faltem blando, puta, Rhabarbaro,
myrobalanis ; tamarindis, manna, fyrupo rofa- to folutis vo, et fimilibus,
humores evacuare an potiüs omnino ab iis fit femper abftinendum,; qt ie in
mediciná faciendà maximi momenti effe conftat. Ego nonaliam hac in re fententiam in medium proferre
tentavi,quàm eam, quam no- bis tradidit doctiffimus Vallefius 4. Epid. cap.96.
qui ab utráque fententià extremé diffidens, ali- quando pureandum cenfüit,
aliquando omnino abfüinendum y voluit. Verba eius fünt : wt zn d'yfentertco ef!
cusa cacochbymiasmæna exulcera- FIO nondum Wai TAG aut cum exulceratzone magna
cacocbymia EXIGHAS AUT ut raqs exiguas aut utraque magna: $z pyimium, expureari
debet: S1 fecundum, miti o fe dad [i dores,ad urinam ; ant vomitus »o0t
"andum, e infa umaum loce alib Z7A1 777 C i ius 3 cu £X- tertius pro
ulcere curando : Si tertium,ue tunc qu. dena localibus admoduss, "eq;
purgatzone opus eff, f €UdCcHuA 107€ 5 6 €Yi- vatione : Si quartum, "aic
abilis eft, facies aut Hi. bil, aut omia tentandigvatia, velut 12 ve de[pera-
Tales enim etiam cui ationes aliquando pro- mihi femper difplicet illud Celfi :
ó&pe ] 4A. C iUcrant; : neqs;i JAXNTIM.ADVERS.. Sape quos vatiozon juvit,
remery i47 dia peyut à 91. Debet i1giuir quan primum hujufmodi 7» dyfen- humor
pravus ;& acris evacuari aliquo ex prz- teria, ubs dictis medi1camentis, fi
illius m: enam copiomo PA/*9Z4d, €X CIIS amalrcre, ventris ti his tione, avt
aliis qmm fignis fübeffe ccgnoverimus, antequàm ex fre- " id qt enti, fed
paucà excreticne ulcera adaugear- Heo e: [Ur,aut vires de ji ICIantu | 92.
Animadvcrterdvm tamen, fi fübeffe co- piam arrabilarii humcris
cognoverimus;,etiamfi exulcerauc adhuc magna 1n inteftrfüs facta non fit, non
ftatim purgeante medicamento cffe edu- ; cendam, cancerofa enim u Icera,&
peffima ex- citaret; fe dattemperar!, ejüfqu e ferocia delini- ;e, bris r1
prius debet.: quod ubi factum effe cognoveri- feroia il- mus, cmnino evacuari
debebit, fed blandiffimo iss tezzp medicamento ;, deccétione tamarindorum, vel
72454: jmyrobalarorum, cum fi rupo; vel melle violato f"'g26z. folutivo,
iifque fimilibus. 3. Rhabarbarum in dyfenterià ab Hs."qUi nLea BAS rt:
orum dogmata fectantur,qu1que pur- £227» || gandum fepein cà cenfüerunt
quamquàm vl- 4yfzate- I deam paffi m ad hunc finem in ufum duci. potif- ria
f/'sfpr- l| fimüm ubibiliofi,«& acres humores abundave- &- rnt;quod
tamen et tpa "Enos partes habeat, || quod in fübftantià affumptum, ut in
hoc affectu || pleremque fit tunicis intefünorum, et ulceri- | bus adharefcens
dolc res pariat implacabiles; ut I fa pius obfervavi, omn ino fuoi ndum cenfeo
c; I quamvis fvrupusde cichoreà Gulielml cum eo. ccu. cà | paratus ad/triélione
carere fatendum ft, cimo Zadar iamcn y 4») 7 C-0 terta, bue 530Y€ atra y'
bilario e, aAa0€Y 217*toG Gulielmt. 4-4 $2 tact» admit FN TS /2 19: &ji Rbhbaba pe bav
4 1er refackuim 2n dente eti at ei £ 164 à am. Df fentert £15 yao 47. s)0n1f
fan gHints ys!jf20; (e €Hvr » ramenà cichoreaceis igne illius partes reten-
'antur, fi cum decocto ramarindorum, aut my- robalanorum concedatur, non ita
rejictendum., cenferem.. 94. Sed 1agis etiam recentiores communi erróre decipi
iuntur, torrefactum R habarbarum in dyft enterià vagis,adftricüonem, et ex-
ficcationem augere volentes ; ut utràque facul- tate, purgatork à. .&
adftrictorià adauctà, melius intentioni fatisfacere poffint quodi innoc entitis
fieri torrendo putant ; cüm experientià conftet, medioctiter tot xefatutn
vehiementiüs,:à et mi- nori dofi purgare, quàm integrum ; 1eneas ta- men
partesadhuc magis vigere: et fi majorem. sd eto adhibuerimus, purgatorià
faculta- te penitüs deftituitur. 95. De mittendo faneuine per fectani vena, cüm
graviffimorum virorum fententiz é diame- troomnino inter fe fint
contrarizsaliis majori ex parte fanguinem mittentibus, aliis pumquatn.. Eco
hujus fii n fententia, fi fimpliater dyfente- riam confideremus, aut ejus
caufam, aut multa cx adjunctis, dolores, febres, 1inflammauones ; omnino
convenire miffionem fanguinis, quà& |^ fluentes hun ores ad partem
laborantem poffint retrahii,& plenitudo tolli, et jecur refrieerari ? fed
càüm fopiffimé à diarrhæà proc ducatur, illiüf- que edam perpetuo fit focia, in
quà,eti iamfi non fit pro mu ltitudine fufficiens, num quam mitten dum effe
fanguinem cenfui i Fil »p.& Gal.4 de 2 rat. yict, t5 acut. tie. ( I.4d
Glauc, CAD. 14- aubdi aut pl »1( it 11i "no AGE PCI y dg ima a AND aut
vires vitales fint imbecille reddite, aut pe- riculum 1mmineat, ne
profternantur ; ra ró cen- fendum eft occafionem dari fanguinis mittendi ;
potiflimum cüm majori ex parte in hujufinodi Caíu íciamus peccare humores à
fanguine diftin- ctos, et tales gros cacochymiá laborare, facil- liméque tum o
b evacuationem, tum ob vehe- men tiffimos dolores, vieiliáfque qu: afi
perpetuas,in fummam vitalium virium debilitatem bicidenc.. 96. Sitamen
aliquando mittendus erit.fían- Dyferre: euis,alvifluore non magno przefente »1r
inflam- cis quan- matà parte, urgentibus doloribus, hepate, 4»,c quo toto iua e
b febremzftuante ; aut o D Ca- fmodo[an Icfactos 1 humores in venis, viribus prefentübus,
fr confentrientibus, imminentis virium colla » is dicioni: penculi habitat
atione; r ec multu m,neque c fertim, et femel, fed parium per intérva
illa.& fx pius ev: 1CU: sÉ) ius, Aéti,& Alexandr etiam fententià: Ídque
non cà folàm rauicne, quód vi- res non 1ta dif : an ntur,, fed etiam quód
iteratà evacuatonce fangu inis meliüs revulfio perficia- tur,qua maxi re in hoc
atfectu expetitur,ut Ga- |! lenus auctor eft lib. de eur. vat.per [eciam venam,
cap. 12.fiquidc " | natura toties irritata majori cü 'J impetu et facil
Itate: affuefcit materiam, ad affc- 'J «tas partes confluentem .1n « ntrarios
locos de- pellere, et quafi per alios rivos transferre . 2, $45. ARTS TERR TES
Lathis 4 | Delactis ufu in dyfenterià cüm videam ; | Y p ied : Æ . oir furin d ddociiffimos
aliquos viros adeo iraffe, ob ^ " L1; 4c Q- mcm pr I " 4 b " j
Fev?n | AAÀIPpOCI2US, C izalcni AUCLOILIAUT $ p 70r. X . et Celfi, Ib.
3.cap.25.ut rariffimé in tali mor- boipfumin ufum ducant, quód dejectiones fere
femp er in cà fint biliofæ,& fc ebres non leves ma- jori ex parte
conjungantur ; cüm alioqui fciam maxime laudari à Gal. P de fémapl.smed.facul.
c 3«de alim. facul. cap. 1$. ubi non folüm dyfente- re,fed omnium ventris
fluxionum acrium opti- mum dixit effe remedium ; cenferem nullo mo- do, febre
prafente, et acribus fluentibus humo- fibus; lac convenire fimplex,& fine;
praparatio- nc; at paratum, ut faciebantantiqui,& ut docet Alex.
Trallianus, lapidibus; ferto, aut chalybe in co exftinctis frequenter ut et
ferofa abíuma- cuf fubftantia, et pinguis, butyrosáque corriga- turlgneis
abfümpts.certum eft; non nifi maxi- mas 1n boc affectu afferre poffe utilitates
; quód non accendi, et in bilem verti hoc modo para- tum certó fciamus ;alyum
autem fiftere poffe» certum fit, tum ob cafeofam máteriam incraí- fantem, et
frigidam ; tum quód ex candentibus lapillis aut chalybe adftrine entem
nanciícatur facultatem. in dies 98. Cümin principio difficultatis inteftinc-
zerici; cjy F0 » fepenumeró. mucofitatibus quibufdam fieri al apparentibus, p
affim Medici ad, Æ Eso a fférgentig €nemata deveniant, neadhzrefcente diutiüis
tu- "fas cugy nis inteftinorum hujufimodi humore falfo, ut €autioge . Ypfi
putant, exul Icerentur inteftina; fa 'penumeró etiam maximo in errore verfantur
: mucofitas enim hujufmodi non adventitia eft, neque præ ter naturam, fed
naturalis, quz à ipio inse nis indita eft; ut muniantür, ne à bile, qua cun
£icibus in dies evacuatur ; interna inteftinorun pars abradatur ; quz cüm in
diarrhocà ab acri- bus humoribus commota, et abraía exire inci- piat, fi
clyfimatibus magis abftergatur, denuda- tà tunica eo, quo munitur; faciliüs
exulcerari poterit : diligens igitur cura adhibenda eft ut mucofi, et vitiofi
humores ; aut à capite, aut à ventriculo defluxi ad inteftina; à naturali muco-
fitate inteftinorum difcernantur ; quod licet dif- fcile fit ; hzc tamen
frequentius cum pinguedi- ne junéta effe folet, et cem aliqvà rafürà internæ
tünicr, et tunc non folüm non eft abítergenda, fcd potiüs incraffanda;
pingeicribus,& vifcidio- ribrisinjectis tentanduim erit munire Ioca illa,
et acrimoniam fluentium hemorum reprimere, quod oleo rofato omphacino, aut
unguento ro- fato commodé praftari poterit. 99. Atin eodem errore verfanturii,
qui fluo-. C/yeriz re materiernm ceffante, dvfenterià tamen perfc- abifergem
verante, et ulcere in inteftinis,iifdemabftergen- */4 i2 fiæ tibus clvfteriis
utuntur, ex aqua hordei, vitellis dyséterie ovorum,& faccharo,impedicntes
hoc modo ag- an [Hs o eIntinationem, quód fic penumeró natura vifci- damin fine
materiam, nutrireaptam, ut repo- natur, quz naturalis erat jam abrafa,
eomittat., e 1 et1a72D rco. Tanta eft doloris 1n hoc morbo vehe- in riti
mentia, ut nullo tentato alio remedio narcoticis 5j, "ni fit f'atim
utendum, non folüm per os affumpts 5 4, cozve- fed etiam per inferna injectis.
, Iniüstamen diutiüs non eft perfeverane Nareoté Q, gum, Narcott pies 9 dum,
quoniam fiepé imponunt : cm enim fo- enterta Pon mnü conciliàrint, proinde
fluxiones futerint, et zendap, icfrigerando, et incraffando. humorum et acri-
moniam,« tluxilitatem imminuerint ;olore ) imminuto morbus curatus videbitur,
nifi tamen v lutinantibus, et ficcantibus uicus fanemus, re- crudefcet morbus,
et novo dolore fupervenien- te; nova fluxio excitabitur, et ulcere non curato
difficultas inteftinorum denuó fiet . Dyetei | 102. Pinguia cuam illa ; et
viícidà fübftanria eis pin- prædita ; ut in acerrimi humoris fluxione necef-
guia im- farla funt, ad Internam inteftinorum tunicam ssittere | vefüiendam,ne
magis abradatur, et ad munien- q4and» das udceratas partes, ne morbus augeatur,
et stile, et dcloresexacerbentur ; ;itainilsnon multüm cft ^ infiftendum, quód
fordidum ulcus efficiant, et itiniiss: progreffu temporis.curatu
difficilius;abfteræn- tia igitur funt 1nterferenda . | 103. Queadeo exficcantia
funt,ut arfenicum nimi; *X (t ochifcos recipiant corrodentes, et carnem,
fceántes in ulceribus fübcrefcentem altmem poffint, ut in dyfia- paffim à Rhafe
et .Mauritanis propcnuntur, teria om- numquam in ufum duci debere confülo ;
tum. zino reij- quodadeo quandoque valenter carnem nein cemdi,
mant,utreliquamanteftint füubftantiam confü- mentes perforare foleant;
;quamwvisenim paftilli Pafionis, Andronis, ex minio, et quz ex arfeni- Co etiam
fepiüs loto parantur, externis ulceri- bus; vrina et callofis applicentuz; fi
tamen fen- tienti mul tüm particule, aut nudz,:& non for- dida, nonve
callofe ; aut fane applicenrur, no- Xas Clyfferes * » dis b. am. vt. IDdpe pm o
| xas afferunt inemendabiles . Et erit; qui 1n abra- ! fis, cruentis, nudis
inteftinis, etiam fi ulcere la- ! borent fordido, audeat clvfmare infundere» |
acria hujufimodi, et corrodentia medicamenta ; | quibus et acerrimi dolores
excirantvr,& intéfü- ! na dilacerantur, et fepe perforaptur ? 104. Siqua
tamen acria,& valentet fccantia. Arrius infundenda font, ut mvria olivarum
; aqua na- efus in :urales Salmacidz, lixivium cum fapone, et fi- 4y/euteria |
milia, ftatim fuperindendus erit alius clyfter ex quid ffa- | oleo rofato aut
ptiffanà,aut decocto furfuris ^7 facié- | cum fyrupo de portulacà et ovis; ut
et dolor le- MT | niatur, et tunica veftiatur . 10$. Quoniamautem evenit, ut
injectus cly- Chyfer sut | fter ftatimaur exeat,aut propellatur, ftatim at-
retzzee- | queinjectus eft, fovendus erit anuslineo panno /^" quid !
intin&o in decocto rerum adftringentium, atq; 74/444 : etiam aliquo conatu
manu pars erit compri- menda. 106. Quamvis hepatitis fub morbis hepatis ratis !
collocari deberet,qvia tamen à Practicis fib dy- /imulare | fenterià curatur,
volui pra ftantiffimum reme- remediz » ' dium hoc loco docere, quo, fi alio
uMo, hepati- ! cos curari poffe experientià multiplici cognovi; ! coque
libétiüs,quód ev porifton eft medicamen- tum, et rationi conveniens: Sumitur
uva rubra, | quam Pignolam noftri dicunt ; acinis eft ncn. magnis, racemis
adftriciis ; ut tardiàs mature- | fcat, et vinum nobile, rvbellum, et quod
P;caz- ! te vocant, facit ; colligi debet dum media eft in- ter acerbitatem, et
maturitatem, quod folet Q 2 apud inermes e»ecAnti- Pss exhi- bendis quid pr«-
Jlandurm. apud nos effevetfus dieim feftum Nativitatis S. Virginis Marie;menfe
Septembri; Soli perqua- tuor dies primó exponitur, mox ia fvrno femi- calefacto
exficcatur, et fervatur ad ufüm: et ve- niente occafiope, quoniam emollefcit,
in vafe.» vitreato, aütad ienem, avtin furno iterrm ex-: ficcatur, adeó ut n
pulverem reduci poffit. Hu- jus drach. 1j. per duodecim,aut quindecim dies, ex
vini rübri potentis unc. iiij. fineulo die ; per quatuor horas ante prandium
exhibeo, et cum. hoc folo pra'fidio non paucos ad ptiftinam fani- tatem deduxi
. Nec mirum.fi femper non fiicce- dat, cüm;ubi radices eeerit,difficillimé
curetur. Ex vino autem concedemus, fi zeri careant fe-. bre ; qua fi conjuncta
fit, locovini fnmet deco- C donem rad. cichorii craffarmm, lone ebrlli- tione
cum expreffione, in quà fi chalybs ignitus fzpiüs exftingudtur, meliorem
effectum pro- ducet. De Vermibus. 107. Y N medicinis et per osaffumendis,&
per inferna 1nfundendis, fem per hzc adfit cautio,ut antequàm ea ipn ufiim
ducamus, dulcia aliqua, aut pinguia concedamus, ut iis allecti vermes faciliüs
ea comederc tentent, qui pro- pric; et veré et necare, et expellere € COrpore
eos poffunt. Melleieitur, faccharo, lacte ; avt pin- guibus przmiffis,
füccedent que enecandi vera mes facultatem habent. em | ! . Quin . -sa4g . Quin
ne hzc fola tunc danda erunt; ne à dulcibus ad amara, aut acria accedentes,
factà tatione in contraria, potiffimüm à gratis ad ingrata ; ab eis abfítineant
; cum dulcibus joitur admifícenda funt, aut pinguibus, utaliquá fimi- litudine
ducti, ac 2rato (pore allecti, iis etiam nutriartur, quz occidere eos folent.
rc9. Ob hancautem etiam caufam obfervan- dum erit, ut cüm unguentis, aut
emplaftris ad cos occidendos utendum erit, pxiüs Indansur clvfteres ex
dulcibus, aut pinguibus, ut iis alle- ét ad inteftina inferiora alliciantur,
ut. ventri inferiori illis applicitis, et enecari, et expelli faciliàs poffint.
110. In iis autem externis applicandis,ut quz ex farinà lupinorum,aloc, myrrhá,
ex fücco ru- tz,aurrutz caprariz five galege, vel aceto pa- rantur, cavendum,
ne rcgioni ventriculi appli- centur, fed circa regionem umbilici, et ventris
infcrioris:i!Ia enim fepe ventriculo infefta funt; et cavendum etiam, ne;fi ad
ventriculum afcen- diffent, in eo loco enecenturz, folent enim ex tali
occaficne qvàm plurima, et graviffima lympto- mata prodncl: przftabit 1gitur
ventriculum. fovereadfirinsentibus, et acidis, ut roborata parre, deorfum
pulfis vermibus ;applicaus ven- tri inferiori remediis, illos cvincere ; et
enecare poffimus .. Iniis,qve per osaffumütur, illud omni- no obfervadum eft;ut
fi ex iis fuerint; que et ene- Care, et € corpore propellere poflunt, ut
eftaloe,; Uu coloVerimes enecanti- bus. dul- Cia, vel pinguia admtifcen dà . Ante en blafira e-
necantta, VEFIACS, ciyfd eres dulces ip dendi. In vermi- bus enece dis emplea
flra nbt applicanda. Vete e»tcanit^ óns ger 9 fumptis, qutd fa- ^ eendum.
Hamor- tboidibus feperf'a? evactany- HPHT, n oàs occlti- denda,a? tna reli
'qu*nda, fententia A3sGoris. colocynthis,& fimilia,ea fatis effe;fo]hüm
q'ein- digere aut re aliquiabftergente;áut etiam refri- ectante ebibità: at fi
ex iis fuerint; qus eriécan- te facultate f5là przdita funt, aliqua poft fiper-
bibenda funt; qu: abftersendo eos jam enecatos expellere poffünt . De
FHæsorrboidibu: . r12.] N hemorrhoidum curatione, quia ubi fuperflæ fanguinem
emiferint, Medi- Cos iri contrarias fententias abire, cum maxima. eétotantium
calamitate, quotidie obfervamus; aflerenübus plerifque cum Hipp. 6.
"Apbor. 12. non omnes occludendas effe, fed unam faltem, effe apertam relinquendam
; fic enim et immo- deráti fluxüs fanguinis rationem habebimus;ca- fum
virtiitis vitalis impediemus, et morbis ex immodicà hzmorthagià imminentibus
contri ibimus ; neque camen morbis illis occafionem. dabimis, qui ex
foeculento, et atro humore.» oriuntur, qui per illas partes evacuari folet :
Aliis é contrà cuni Actio defendentibus, ubi fi- perfluus fit fanguinis fluxus,
omnes omninooc- cIudendas effe; et rectà victüs ratione inftitutà, ftatífque
temporibus et ex purgandum effe cor- pus, et fánguinem per fe&tam venam
evacuanJ/ ^ étnh dum . [E20 veró hujus fim fententiz,obi fanJuly... guis per
easvenasimmodicé effluat,ita ut et vi- : res vitales dejiciantur ; pallor
feqvatur magnus, fubtumida confpiciatur facies, ad malum habitum tendat corpus,
omnes omnino effe, fi fieri | poffit; occludendas ; quia virtutis füpra omnia.»
habenda eftratio, nequeullam apertam relin- quendam ullo modo efie, cium 1n ct
rativis indi- cationibus ab ec, quod magis urget, femper fi fit inchoándum. Ne
veró res hzc Hippocrati adveríari, et communi feré omnium lv. edicorü fententia
videatur, cbfervandum eft ; fanguinis per has venas effuficnem aliquando etle«
onfue- tam;ut ftatis quibufdam temporibus, puta; fin- | gulo menfe, aut ctiam
frequentiüs, vcl bis, vel ter 1n anno, feri confüeverit; aut c crte vimorbi; p^
3, In magna febre, cum fura; à plenitudine femel, aut iterum acciderit ; aut
denique quód cum ftatis temporibus moderate effunderetur fanguis, v) morbi, aut
ali& occafione fuperfluas tunc fverit. Secundó obfervandum ett, anti- quos
in immoderata cx veris fedis effuficne.ve- nas ilfasaut [ieaffe, aut fuiffe,
aut, uffiffe, ita ut numquam per ligatam aflutam aut ufta m ve- I nam ius
fanguis evacuari pc ffet, ut apud | Grccos, Arabes, et Latinos ; et antiquos;
et re- centes conftat ; quz tàmen curandi ratio noftris E temporibus exclevit,
pulvifculis cemplafti- cs, et adftringentibus contentis ; aut ad fum- Hmumu
ftio ne. His fic ftantibus, fi excetfus is hz- orrhagiz mfoFitus fit; et vi
morbi, et plenitu- |dinis fuperven erit, cenfeo mpino effe fuppri-, mendum,
nullà ap ertà vena reliétaàme vena fan- guinemevoimente, in propofita incommoda
in- lcidamus. Quod fi ftatis temporibüs, aut quan Q a ritate ne / netu 72... "A79 y
s feides et m7 (3n€794L nqlla AAUC 0^ HE Cf A Cn » n, j «A40 "07 P 4, Yt
Tuntn | bg titate excedens;aut qualitate infeftans,aut utrà-]/ » queratione
moleftus; à naturà per eas venas ex| - purgari folitus aliquando modum
excetfetit, uti] et vitales vires profternantur, et alia incommo-:
daindücantur, aut etiam fipngulisevacuationiss| / ; temporibus, puta; per duos
;aut tresillos diess| :folitz evacuationis füperfluat, aut fi frequentiuss| /
exiens, quàm foleret; aut oporteret; illa inducatt| incommoda, fi, ut
illiscbfiftamus, occludere»] venas illas velimus, fi caufticis medicámentis,,]
licaturis; ab&iffione,ati ferro candenteid prz--j ftare quis tentaverit ;
càm ex 1llà curandi ratio--] nenon folum tranfitus prefenti tempore fangui-] y
ni interclufüus fit, fed omnis via eriamimped 1a-]i turin pofterum, per quam
tranfire poffit ; ne ini eaincommoda zeri póft incurrant, de « quibus: itp. G.
Epid. et Gal.ibidem. c& 6. Mpbor. va. c7] 3. 1/ 3.ltb. de Humor. necetarium
eft;edam aliiss] 5 uflis; atfutis; abífciffis ligatis ; unam relinquere
apertam,ut per eam excrementitiusfanguis;quij incorpore in dies ageregatus;
ftatis temporibus:f ij, evacuari folet, expurgari ex more poffit ; ne af-- Jl
fectus illos melancholicos, maniam;melancho--] ii liam, ulcera; cutis
defeedationes, et alia produ--] ii cere valeat. Sed fi folüm pulvifculis
adftringen-.| übus; emplafticis; aut et urentibus resagendas fit; et
eumcurationis modumfequamur, qui &: facilior eft .& fecurior ; licet
aliquando recidi-..| vas admittat ; fi ad eum terminum evacuatio:] « fanguinis
pervenerit, qui jam defcriptus eft; omnino via omnis erit intercludenda, ut
praesentibus incommodis eccurramus ; cm per hác «curandi rationem non ita
obfignentur venz, ut humore denuó-éxuberante, iterum natura fibi viam invenire,
et ftruere non poffi;aut ope Me- dici aut perfricauone cum rebus afperis, aut
fcalpello, aut hirudinibus aperiri denuo vena nequeant. De Renuum
samflammatione, Lii Vm in curandis renum affectibus evaLaborancuatione
fanguinis perfectam venam t» reni opus eit, à Quà parte mittendus fit fangvis,
non una eft connium Medicorum fentenua ; quód Galenus tb. de cur. rat. per
[ettam venam, partie bus fupra renes laborantibus, € parübus fupe- ri: ribus,
nempé brachiis, mittendum effe fan- guinem docuerit; infernis autem atfectis,
puta, utero, veficà, et coxis, é venà vel fub poplite», velin talo; cüm renes
laborant, pene ambigat: libro autem 13. Meth. med. in renum affectibus fecandam
venam effe doceat in poplite;aut talo; aliis majori ex parte fu prà ; alus
infrà, aliis fine diftinétione alterutram partem eligenübus.Ego cum do&iffimo
Trincavellio, habità ratione» communicationis venarum, majori ex parte ex
infernis mittendum cenífcrem ; cüm et evacua- tionis eratia;nifi forté
plenitudo ad vafa prefens fuerit, et derivationis, certiffimum fit, à parti-
bus laborantibus, et vicinis, fectis illis venls ; fanguinem evacuari pofle .
At cüm in inflam- matione bus au4 vena fe- £cAnda Tto xd Ee EC. 4: Luc aia oU
MES 1j -matrone renum, cüm revulfione opus fit, potif-- fimüm in principio, in
contraria retrahi fà debeat, et ex parteà fonte fanguinis verf perna
retrahendo, pouffimüm fi (fanguinis mul- tà:Copta refertum fit corpus,à
jecorarit brachii dextri,aut finiftri fanguinem extrahemus: quin-- imo, fi
etiam in principio inflammationis nons verfemur, fed jam affluxerit (aneuis,
fed magna ;| tamen adíit plenitudo, ab iis locis fanguinem. extrahemus, mne fi
ab infernis evacuetur, cüm ex motu fanguinis in venis, quiin fonte eft, et in
fupernis confertis, verfus locum incifim affa aüam aftluens, per locum
affectum, et vicinas partes tranfiens, et dolores augcat., et inflammatio- nem,
Quod fiinflammationon fücrit, fed ali- quis ex aliis affectibus, aut renum; aut
aliarmm., illarum partium, nec plenitudo magna adf t;in- dicátio tamen mittendi
fanguinis concurrat, ab 1n rez, internis,ob venarum conjunctionem et rectiti-
ipfam. dinem,mstendum effe fanguinem judicamus., Home,bf? 114. Áb 1n renum
inflammatione in princt- [«clam ve p15, potillimüm fi multa fübfit plenitudo,
licet, "a ^ ut dictumeft, mitti debeat fanguis ex brachio; ^t? f &-
prooreffü tamen temports ex talo mitti etiam, "9 Fin poterit, bt quiin
vicinis aut in parte confiftit, ». evacuart, et derivari commode poffit. | Reb.
cobPRpVX OI clyfteres in di folent ad refrigeran- lorarióu; C010, et
emolliendas £rces, ex ptiffanà, violari chiftesg malva oleo rofàt dæra ds to,
aut violato, fyru po violato, fft Ypau et fimilibus, quantitate mediocres fint
ca quan -Xepletione fübjecti inteftini re tfta. t,ne per nes comprimant. IIG.
Quam- " nguis: [iz i^fü--M i we Quamvisin principio aliarum inflam- J^renw
'lmaaonum mnateriam fli;entem medicaméto pur aj nne- |Bante evacuari poffe
aliàs docuerimus, quód ad- (14:9 fac cruda non tit materia, et dum fluit,
revul- nod ut- lione evacuau và à párte, quz ftatim eam füfce- 5,, Jptura erat,
recràhatur, ut in plevritide docuit 7; Hid; dIfaciendum, dolore de(cendente,
Hippoc. 1.40€. Irzr. vicd 22 acit. et ain inflammadaone lingue Ga- fenus t3. ME
erb.med. in renum inflammatione, Ki aliqua jam ad partem fluxerit, omnino
abfti- inendum, ne perinteftina fluente matcrià cum limedicamento, ma9is renes
exardefcant ; quare principio i iena: ^2 7 llcatfià fiitulari contenti, au
tfyrupo vi a to folu- lI:kivo, aucf lis;aut mixtis, aut fero lactis ex mal-
Iva, violai là, endivià, vel jujubis, fi evacuauone opus fit, ad alias comp
lendas indicationes de- Ifcendemu. ; eorum enim etiamfi parsaliqua,in-
lIreftina Ri Wes ad renes pervenerit, utili- acem afferetnon mediocrem . 117.
Khabarbari ufus in hoc morbo, ut et in. rsfzzza- Jurinz ardore, femper mihi
fuit inipectus s et fl n5 rent quando ab aliquibus in ufüm ductus eft .fem-
r^z^era Iper male ceffi ile vidixquamvis enim ap uüffimum "t »/» /2 fit
inedicamentum adi bile m evacuancam, quiz Peasiduos hos affectus plerumq;
producit;quoniam- amen ob 1gneas pattes,q! ibus pollet, per venas kiffundi
videmus, et (ubfeque nter ad renes, iIquód lotia crocea poft illiusaffumptionem
often Ilunt, merito fugiendus videtur. 118. In m: ERI hoc inchoante, licet ufüs
re-. gs. pellentium externé applicandorum conveniat; ;.F, L| : '] Rb 115 tamen,
Lx nimiumimpensereirigerant, £55 tæ cem da. cendum . : A í nme I) see, :
Adidautem preftandum, licet qua ex-venum v, fiCcante facultate przdita funt,
maximé inaliissii lid? ef; Conventant, 1n renum, et veficz ulceribus 0«4
€dnt;,*, Wnthno fugienda fünt, ob mordacitaté, cujus oc-. n[us ea». Cafione
excitati dolores novam fluxionem con- lus. citarent; quz blandé
igiturabftereunt, et dolo-.] io, s$ refrige- abftinédum eft, Alexandri etiam
monitu:quáme-. vantium vis enim, cüm ex parte repellatur materia af-, w/45:
eti» fluens,& calor partis eftuans retundatur,videasd, Princi
vuraffe&tus mitefcere, et omnia fymptomatazsl,.. ""l5. imminui,
quz tamen jamaffluxit matería, autt] ... in fcirrhum vertitur, vel craffefacta
indolentenm! . quafi tumorem producit, qui proceffü temporiss] fuppuratus ulcus
in parte producit, et morbum)... incurabilem . De Renus ulceribus . Viens ve-
aum cito bus, precepto Galeni curandum eft. ut fit maximé foHicitus Medicus,
rit ulcus quim. citiffimé ad cicatricem deducatur. ad citatri ris mitigatoria
funt, convenient, qualis eft mul--Jt fa, et fyrupus de jujubis, vel ex rofis
ficcis, cum portione fyrupi de portulacá . L:Be im I2I. In renum ulceribus
curandis, cüm &; ronctden- ynl(à conveniat, et lac;nifi diligens
adhibeatur] do in re- num ulce vibtis qua CATEO » cura, et in tempore
exhibitionis, et in lacte feliz] gendo, et inillius quantitate, aut fruítra
ccnce- di, aut cum detrimento coenofcemus. In prin- cipio enim, poft dift ptam
vomicam, aut ulcus: ab acribus humoribus excitattim,cüm ulcus for; didum 1I9.
Biautem ulcus fit excitatum in reni. : à ^? i didum fuerit, lac conveniet
ferofum, quodque» abftergzere magis valeat, quale afininum :zillud vero ex
lotio cognofci poteft, fi in. eo pus fubfit copiofiim, feetens, et fordidum . V
bi veró ulcus! meliorem acquirit conditionem, ac à fordibus repureatum fuerit,
quod cosnofcemus; fi pusin Urinaà contentum, album à et zquale fuerit, lac
Conveniet, quód mipüs abftergat; et trægis car- hem producere valeat, quale eft
caprinum. Vb3 autem ulcera expureata rité fverint; ut lotium. non ampliüs
purulentum appareat, tunc potius lacus eenus conveniet craffius, mæis nutriens
; carnémque gererans, quale eft: villv m,aut-bu- bulum; in primisillis
pauxillum mellis, autfacchari, aut julepi rofati,aur violati adjiciendum
erit:in poftremo minimum facchar, aut julepi rofati, cüm levi quantitate
tragacanthbz . r22. Quantitas lacis neque vno inomnibus 55; modo metienda eft.
R atione loci laborantis, multa conveniret, et potiffimüm fi ad abfterfio- |
nem exhibeatvr lac afininum, potiffimum fi la- Qi veeraffuetus fit nec ex ejus
ufü moleftiam fentiat, libram concedemus: fin non affuetus fit; q tta titat t2
YCH UTD tlceribtés LLL ab unciis quinque ve] fex incipientes, Pine ad majorem
quantitatem accedemus . Caprilfi minorem femper qu antitatem concedemus, nceqr
euncias fex excedemus, quód diutiüs in ventriculo cüm commoretur, fi mültum
illius cen- cédemus, aut acefcet; aut in grumos concrefcet ; ob quam rationem
ovilli& bubuli etiam mino- iem folemus quantitatem concedere, x od De
Calculerenum cum. dolore acerrime . Vamvis in calculo renum curando ; vbi
dolores non adfint acerrimi, ea» curandi ratio convenlat, quz ab Avicennà, et
Mauritanistradira eft; quámque. [uu recentiores plerique fecuti funt ; »
repleto ven- . jriti triculo vomitus provocetur, mollibus clyfteri-. pus bus
fceces fubducantur, aliis itidem emollieng- f: bus laxatà parte leniantur
dolores, et fi quas . fau, materia in intefünis confiftens., unde eleventur:
puto flatus diftendentes, abítereatur,& evacuetur; juu mox emollientibus,
laxantibus, et anodynis, S& fui mitgetur dolor,dilatentvr vi ix à calculo
diften- . tt, quod f. mentis, inuncüonibus,emplafuis,& pi id genusaliis
etiam tentar dcbet ; mox conte- | renübus lapidem, et eundem propellentibus
diureticis curatio prcfeqvi debet.: quinimo fi Me: evacuarl ventriculus non pou
perfe- AT, peros etiam ad fimilia preftanda exhibent [ir iei fiftularis
medullam aut per fe, aut ex levi portione olei amvedalarum dulcium, aut diafe-
beften ron folutivum, aut diaprunum; mox ab- ftergentibo s, incidentibus, et
atem bed aptecedentem,& conjunctam materiam ad evas-- f.i. cuationem pra
parant ; numquamautem ab in1--4t«.. tio folvente, et veré purgante
medicamentoop,.. utendum judicárunt, ne aut cruda materia aboli initio hon
ptzparata evacuetur, aut deorfum latalaborantem partem magis affügat. Quo«m.
niam inI3m tamen fepiffimé evenit in noftris hi$ regio- nibus, et potiíffimumin
m æna h ac urbe,ut et nimium Genió indulgeant, multàque affidué ingerant,&
multis tententurà capite diftillatio- nibus, ut ventriculu s,Inteftina;&
venz mefàrel urefertze fint niultis crudis humoribus, à quibus per venas ad
renes delatis adeó frequentes fiunt «lolores renales, et podagrz ; qui nifi
cevacuen- ur, nequetutó anodynis üti poterimus, neque Iconterentibus lapidem,
neque eundem prop cl- llenübus, quin nec diureticis. Cüm pretercà fz- ipe adeó
urgeat dol. r,urlongam illam curatic- inem exfp c&tare nec velint
&erotantes, nec poffint, nec exp ediat ob collabentes vires ; Menos Ifima
vero illa lenrentia, vel lubricant; fzpi ffi-. Ite muneriilluevacuandi
materiasanultas, cráf- iS,& vifcidas fatisfacere non valeant,fed reten-- la
et 1pfa,:& per fe mclem augendo,«€ com- iIprimendo dolcrem aueeant ; aut
elevatis& ex le, et ex commortàa;non ex pul:à materià multis IHatibus,
cenfeo fep iffime exyedire,medicamen- out folvente, pro varietate materia
benedictà lixativa, dia phanico elec gv ario Elefccph, ele- Ltuario de fucco
rofarum, Indo,& finiilibus, ad. .Ilità portione caffiz, vel du com amc]le
ro- [to fo lutivo; fic enim et crudas illas materias in JAyentriculo, et
inteftinis confiftentes, et fi quc suntin primis viis tamquam caufe
antecedentes; Mrvacuabimus, eafdémque, X& fizniles revelle- (fous, molem et
fecum, et htmotrum in intefti- dusrene s comprimentem, et doloremaugentem
immiLenitniia fola ia cal culo non fufficiant. imminuemus anodynis,
mollientibus, laxanti-]: bus, diureticis ; conterentibrs lapidem, et pro-] am
ftruemus . Quà curandi ratio-] te,cüm fzcpiüis ad eos acci effemus;qvi nephri-4
pe lenribus v1 tico dolcre laborantes curabanter, priori illoo 1o, clvfteribu
llibus videlicet, et bolis exx InOciO,; C1 eribus mo hbbos viIdCilCet,c« DO IS
CXI3 caffix medullà, avt lenitivo, avt fchs; aut cumul portiunculà
Hierz,medicamento folvente exhi-]: bito,mocx anodynis,
mollientibus,laxantibus,&j lapidem propellentibrs adjunctis cito, et feli--
citer; cum mæná meà glorià ac invidià, curationem abfclvi. Cüm veró curandi hac
ratic rationibus lis nitatur, quz proximé enarratax] funt, Hippocratem, et Galenum,duo
Medicined vera Inmina, habet et doctores, et affertores; Epid. Se&. 1. tex.
6. ubi poftquàm tradidit Hip: pocrates figna, quibus nephriticus affectus coo)
enofci poffit; breviffimis ettam verbis totam cuj rationem abfolvit, et juvenes
etiam helleborcej pureandos docet : et 27 Com. Galenus, dum. unamquamque vocem varia praffidia medica.
continentem fieillatim explicat, dum de puri" cando corpore agit,
medicamento purgante-[ tamquam vecte effe propellendum.docet . Ned que veró
cruda tunc evacuare, et pureare dice mur, contra przceprum Hipp.r. "Apbor.
Conc Bá medicavi, C c.coctio enim illa.de quà in Aphi] rimo, illa eft, quz
humori putrido convenit] in potiffimum in febribus, cci coétio illa conventi
quz fecundo loco defcribitur ab Atiftotele 44^ Jdeteor. quam putridis humoribus
mentig | | et exeredi ug mentis convenire docebat, fecundum quam bi- lem crudam
dicimus, et lotium crudum, tam- quam fienum in febribus putridis: at cruda» s
qua alimentalem cocü 'nem (ubterfugerunt ; aut P er inediam ad bo nam frugem
duci debet ; aut fi plura fint, quàm fuperari | poffint ; atque. àcalore
ventric "uli evinci, aut conco qui; ;quam- - primum funt evacuanda aut t
lenientibus; &ab- ftergentibus, aut etiam,fi in venulis mefaraicis; et
altis infarcta fint, purgantibus; qualia hac e(fe cruda cenfemus, quz in neph
isis exubcrant. Neque vero | per evacuationem per infer- naad renes materiam
trahimus, fed ab illis re- vellimus, et per inteftina ft ubdu cimus;quamvis
enim in tranfitu adfit vicIp1a.non adeft tamen. con] ncl1o; neque periculum
eftin tranfitu, nc LA Í noxam renes fentiant,utin rénum inflamma tiohe in
tranfitu bilis, quia neque hic inflari. mpatio in parte c adeft, necne calidus
eft humor ; quimovetur,fed laboranti parti etiam füuccurri- mus, inanitis
inteftinis que ob repleanonemu. comprimebant renes à lapillo undequaque»
compretios. 124. Incalcrlorenum curando, ubi acerbif- fimi fuerint dolores, et
ex fitu coznoverimus, jam lapillm ureteres occu páffe, fi quis divre- ticis
tentaverit calculumà loco dimovere, 15. mænum (ie pen umero periculum
zerotantem., deducet.nefcilicetin urinz (uppreflionem eum ] ] » »- r1, » ^4
p»,47, deducat ET oruente afk t!m ad Obfiru ctum 1 lo- Clu1n lot 10 5 e fcp c
culi arenulis " fz lus Cuts T5 R craí$à, Diuretica ?roprafe - "aAtione
calculi f« pé "0XIA « crafsa,& vifcidà materià . Quare prxftaret runc
emolhentibus, et laxantibus decoctis uti;cx ca- ricis, malvà, althase, et
maálvze feminibus,femi- nibus item frigidis majoribus, liquiritià, juju- bis;
febeften paratis. Quód fiad pe netrationem aliquid diuretici: addere voluerint
in pauca quantitate; non repugnarem .. Ad. qvem ufim., etiamoptimum^femper
jidicavi olei m amyg- dalinum dulce, ex levi vinialbi tenuiffimi por- tone».
125. Commwuni feré hominum confenfu re- ceptiim eft, proavertendis, et
pricavendis do- loribus ex calculo, et impediendà lapidis gene- ratione, ex Men
bisaut rer1n menfe diureti« cum aliquid a(lumere, ant in fyru pl longl, aut
julepi, decocti, aquarum füillatitiarum;aut ele2598 étuariorum, aut pa
dvifculorum formam, quo materie, quz indiesin renibus agercegartur paulatim
expellantir, et abftereantut, necaloreaccedente renum indu rentur,& ]
lapidefcant : quod inftitutum. ut omnino non eft imprcban- dum;fi cum rauone
fiat;ita quàm plurimis per- niciofum effe folet;(i enim ab homine continen- te
Ó aticoopbiiil rimaffumptionem leniens, t abítereens medicamentum fiimptum fit;
uti ditata afferre poteft. Atí1 cule 1s deditus fit; aut cruda mvlra in primis
viisæerecare foleat, vt folent majori ex parte Ape æ et cal- culofi, tantum
abeft; ut illorum a (fumpt t1O €os prefervetà calculo, ut potius frequc illi
przbeat occafionem, et fepe 'nüorem. etiam 1n füppreti- x ANIM ADFERS. |
preffionem ur in: deducat, et graviffimos alios | morbos, &f [ymptomata,
deductà materia, quie in ventriculo erat, et in primis viis, ad vias urinc.
126. Cüm quàm plurimi pro lapillis exre- T/;:"; nibus propellendi s aquis
'Thermalibus utan- les tur, ut illarüm ufum aliquando laudamus,cüm. cur;
impaócti nimiüm in renibus fuerint;necaliis ce-. caleuL dant remediis;fic enim
refrigerats illis aliquà- /* do dehiícentes locum cedunt Ja ipidic commoto,
€&4* quin et quantütate aqua pro] ulfüs aliquando deícendit; ita rarius
eedem concedenda erunt, quod de deb ero batiteli ad locum lapilli d fepe etiam
morbus redditur contumacior, et liquando ad füppreffionem urinz omnimo' ?
" lo " 7t* 111" dam per illas egrotantes deducuntur. Lsatid is
E22 5 De lapide Vefica.. Q' Cioe2o, et antiquos, et recentes fcri- iJ ptores
infinita propemodum, et fimveficà; at horum auctoritate etiam ício quàm 7/2
plurimos ærotantes in perniciem à Medicis ' ts nimiüm credulis deduc bos Æ
grotantes cüm ex /?* lapidis per incifionem ex tractione quàm P ;luri- mos mori
obfervent, omnia malunt prius ex- periri, quàm cenus illud carnificinz etiam pe
riculo "um Medici partim experientia deftitu- ti, promiffis fcriptorum
adducti, et fpe przmi ob avaàrit iartiall Cii, curationem pro trahun AK 3?
cmnia vlicia, et c mpofita medicamenta tradidiffead czeztu: comminuendum, et
frangendum lapidem in fzz Lapidis in veftca a- oatca cura 2/0,EXIYAde f 2 P ^ ,ALII.
MEDIOL. omnia experiuntui ur,.& denique aut fpe defrau- dati,aut]am
curationi füccumbentes, ;tandem non aliam fe viam invenire curandi, quàm pe
fcctionem, profitentur:fe fed interim zeer crume- nl exhauftà, ob dolores ; et
vieilias confumptis arnibus, viribus vitalibus etiam. ob v1 igil as CO! ifi
imptis, exará lefcentibus renibus, vefica, et vrina ipsa, ta pcne mirror hanc
curationem confentit, et eam etiam ob rem ma- jori ex parte moriuntur diffeéu .
Quare p ret ab initio. Lca4 13 etia 1n in vp(ta4 Lc, dum vires vitales v iced
COr- pus adhuc car: Yofum, et fucci plenum eft,dum. veficaadhuc mucosà materlà
veftita eft, non- dum aut perfric atione l: apidis;a utvicalidorum
dicamentorum, et acrium abf ería, unde» Ó acerbi funt; dum deni- dum ad magram molem
ex- Crevit, Cul hanctentare, yop timo arti- fice electo; qua les hoc temporea
aliquos excel- lentes cogno fcimus ; cüm enim prim 1s etatis mez annis plerique
ex hujufinodi curandi ra- ne per (ectionem interirent, triginta abhinc nis
eorum major pars füpet ftes evadit, co- rum, quià Ioanne Acorombo no à Nurcià
paores non adeo Is non itlO ne ln S Lo &, 4 tre, jam hocannowità functo, et
Ioanne eA nto- nio filio curati fuerunt. Quarum A rom tan- qua minftaromnium
hiftoria mp ul chis errimam hoc ; » co réfatoe utiliffimum effe duxi. Comes
"un roius Ir ite Senator, et Equ es, bona- rum Td rarum patro nus, cum fl
rangu rià p à liquot rimnen (es 1: labo xratfet Hs in canali urinz rio
Ccarneuim ert ANLM. ADVERS. carneum aliquod impedimentum perfenfiflet ; inillud
omn E moleftiz caufam referebat;ut la- pidisin vefic: à,quantum pofl et,
fufpicio nem. declinaretme femper reclamante,& maximam la pidisin veficà
concreti fufpici ionem fubefle » aflerente .. Cüm antem aliquando ad ameniffi-
mal m Sancti Flo rani fuz ditionis villam fecef- fifl c t.in eraviffimos, et
acerbiffimos dolores incidit; qvi cüm per quadraginta horarum fpa- tuum fine
intermiflione p 'erfeveraffent, citatis equis ego accitus fum, et cün : omnes
fübeflenc note, quibus pertu iaderi poteramus, lapidem. icà, faltem prob
abiliter,cüm nullum;icnum path ognomon icum lapidis 1] fi seti ad vrbem
remigraret, ut certam rei hvjus habere poffemus im miffo cathetere coonitionem.
Advenit,fed càm carun- cula impedimento effet, ne catheter in veficam immitti
poffer, priàs auferendum fuit impedir ?| (1 i l e qerwer m Qs d disas, e orsa
sibisie att ndr cA ai X zi: mentum, « fttata catheteri via,cumque a peri- Á *(
2» Avr11l In M (leo Te invoentnue : d L c 1i L1CC 111 n 1111 S €elicts lapi
;ilVCHLuLuS5CcILt. C)vrarect | nità, utaliauando fe ab acerbiflii n 13 i ^3 ui
: le CO! ril us eximeret vir clarifiimus, omn1a qttra- prit;um paranda
cenítuit, ut ad fectionem veniret, expurearemus nos corpus,dixit;ic animum. '
/^1 "^ 1; : vIVPITOATMTDI:1».230C 1me011 I r11 113360 101m L1 C [1 A17 at
Li C |i N hlliüan ) 1C 11 Ine» C dienis firmaturum, et teftamento de rebus fuis
difpofiturum . Nos diem felieeremus ad placi- E | -, fe1 10.c die ftatul c1 e
(1 nibus pa- ratis accederemus, fe fcmper paratum fore». Oni IDUS I1(C paratis
a CCCOLIIEL $S,alacr1 aniino, f16Sq ^2 LFD. SEPT. ALII 7MMEDIOL. nos excipit,
et nosadopus adhortatur, et fe » omnia intrepidé paffurum profitetur: fit
fectio, nulla vox querula, nullus ejulatus; adhortatio- nes folum ad artificem,
ut intrepidé negotium. perficeret; unus primó forcipe extrahitur lapis
magnitudinis magnz caftanez ; alium adhuc füpereffe extrahendum artifex profert
: ne du- bitet, extrahat ; iterum adhortatur : (ecundum extrahit, tertium;
quartum, quintum, et deni- que fextum ejufdem magnitudinis, fpatio me- die
horz; nullaumquam querela, nullus eju- latus, celfi animi omnia indicia, (ola
poft actio- nem Deo gratiarum actio. In lecto repofitus, refectus de more,
omnia bene cefferunt, nulla, febris fupervenit;nulla inflammatio,nullus do- lor
; fomnus poft tantas vigilias (uavis ; ulcus iermino quindecim dierum pro medià
parte optime ad cicatricem deductum; ecce cà die fu- pervenit febris
vehementiffima continua, nul- là occafioneà vulnere habità, quz adeó ardens
fuit, introductà etiam hecticà febre, ut brevi temporead tabem,& extremam
ficcitatem cor- pus deductum fit ; in quà adeó carnea fübftan- t11 confümpta
eft, ut etiam cutis exaruerit, ita it extrema cuticula 1n corpufcula
furfuraceas per omnem corporis ambitum diffolveretur, et excideret; cutis autem
vera tamquam ftorea to- ta fiffuris diftincta confpiceretur, et afpera, du- r3,
et ficca tangeretur;ulcus exaruerat, et labia in calli modum exficcata
confpiciebantur,nulla amplius fanies, nullus ichor promanabat. Et cum res fere
cflet ccnclamata, refpectu ad has res habito ; nulla fpes falutis fere
fuperetle videretur, cum ali qui vitales vires adhuc atis valiiz confifterent,
ezoq; humceétantibus, et retrigerantibus calori febrili contrairem, et in-
ftaurantabus naturaleni calorem foverem, tum humidum fuübftanuficumoptimis
cibis repone- Moueynlstiginn fe prcma Meine qa tiin acerille tebrilis calor
dafinbpiie ctio cta- quanto À lior reddita eft ; et quod majorem, parere poteft
admirationem, majoremque ía- luusípem Vr mri onec rece pore aridum, et quáfi
callofum, 1terum recru- duit ; dolere aliqi peuleumb itai micéptii- pem
emittere, mox ichorem; póftaliquam etia faniem, deinde per te, nu] adhibito
przfidio exierno,1ta convaluit, ut ad | | fanita- tcim fit reftititus, anno
aatis fu: xage Silio rertuo,cumadl:uc octvæena RENE. vat,adeo litteris deditus
hac etiam atate, ut perpetuo fcré in inftrucütlima fi à Bibliot theca
véerfetur, perpetuo etianz cum mortuis v1vens Ccolveéctari videatur.
Admirabilem aliam fortafle hiftoriam, n propofitum, fi "0 amí, | l EL » T3
ou^ Ins^3 recenfeam. Nobilis Henricus l'eccnius; Roeetsferidiodshenito viet ft
Aoid ribus ex lapide in vef'ca eflet corfitctatus, nec umquam curati rem pcr
exiraéilonem admi- fiffet) cim acerbi(Timis doleribusanoctretur, vr fatius
moricerferet, avàm huj: fime di tormen. rpetuoóaffiig1, cumqueextractum proxi Á
1n mé lapidem trium unciarum feliciffimé ab Il- luftri viro Cefare Pagano
fexagenario obfervàaf- fet,à quo ad hancadmittendam curandi ratio- nem proprio
experimento erat incitatus ; tan- dem me accivit ; qui D. Pagani
curationiadfti- teram,feomrninoexperiri fortunam füam etia inillà atate velle ;
et fe autabacerbiffimis illis doloribus eximere, aut ut fortem vitüm mori »
profeffus eft ; càóm uridiq; anguftias fübeffe cer- nerem, quód pauciffimis
diebus cum tot ; tan- tí(que cruciatibus, vigiliis,& virium viralium»
imbecillitate füpervicturum obfervarem ; eaf- dem tamen vires imbecillas, ztaté
jam effetam, et mænitudinem lapidis tanto tempore auétà ; illi operationi
repugnare,anceps, et animo du- bius, quid confulerem, hzrebam tamquam 1n» falo,
et tandem fux voluntati totum negotium commifi. Oui tandem omnibus expenfis,
de- -revitfe huic curationi committere. Excifus ; et extractus ab eodem
artifice lapis feptem un- ciarum, et drachmarum quinque ; et quamvis per loneum
tempus vulneris curatio tum ob mænitudinem, et dilacerationem ; et angul- nis
multi in grumos concteti in veficam colle- &ionem, tum ob «tatem, protracta
fit, conva- luit tamen poft duos menfes, et per annum» etiam fupervixit; felix
eo tempore, quód dolo- ribus careret, quibus per tot annos fuerat con»
flictatus . p '", 4*4 /3« . * e » Q 115 [ 10 fluxu et c st gin » e curando
Medicos video à rectà vià aberrare,ut necef129. À Deófepéin feminis
hocinvolunta 3 i farium fit, aliqua etiam hac in re annotare». Cum autem morbus
1s ob varias externas occa- fiones olivenire (Gents et ex congreftu V enerec
Íacpenume ró communicetur, c Fi di iP eüsmaridum erit, an ex lue G.; oricinem
duxerit, an potius ob exceffum 1n "c" Cta,an ex congrefiu cum muliere
eo morbo laborantes; e Ci | I] ^ X1* 4 11 11 fine fufpic nc Gallici morbi: fol
t enim eti21n»o communicari 1$ morbis (ine Iue Venerea: diffi bro artee 4 ! l »
? 12? e bw de 9? C &fs Gonoybaa G ] lica n8 fla f«pbruneda . 7 Ganor- rhoi
mtt- fatur Dm f uxum 2! DI) e Yy-£&a altauando minalia, ut tempore debito
femen contineant, ex continuo enim affluxu partes ille ret rtz na- turà adeó
laxantur; nt diutiüs duret fluxio illa ob illam folam caufam. Vndeetiam, cümex
diuturno feminis effluxu acrimonia, et calor materiz refrixerit ; [e penimacró
decipiuntur Medici, refrigeranti- busin eo cafu utentes,cüm excalefaciendum fit
aliqua Vea femper autem adítringendum : in; quem ufüm ut fiepé foleo decocto ex
ligno len- üfcino, aut ex ligno cupretli, aut decoctione maftiches, et aliorunrex
aquà chalvbeatà, aut mincr. ic 1s aquis ex ferro . . De cipit v eró et fepe
peritos Medicos ; q: id. cümab initioab externà aliquà causa ex- calefaciente,
et lixante 15 morbus inceperit, ex longà auté fluxioa e fpiriibus multis inanis
et malto femine evacuato, et corporis habitus í It refrieeratus, et multus
humoraquofüs, et fri- e1dus genitus, mul Aq; pituita pr« ducta, cum. in primis
Illis remediis infiftant; omma in dete- rius ruant, et aneeatur fluxio. In
quocafu teme perad contraria erit tranfenndum,& iis n ten- dum Lec en
faciunt, et ficcant cmm aliquà fubadfirictione ; 1n quem ufum co coctum cx
Giiajaco, cum pa rtione igsbenæe 1fcinlut 1n nlperi, aut cupreffi;aut maí
ftiches: nno verbo dicam.;ea omis curatio etiam conventet,, qua prafcribitur
mul laborantibus. veniet de- Bu ribus albis purgamentis:f i De Menfium
[uppre[[ione, -diminutzone . T infüppreffis menfibus, ubi fan- guinis miflione
per fectam venam. | opus eft; (emper Galeni decreto à venis crurum ' evacuandus
eft, lib. de cur. rat. per fang. m. cap. 11." 18. itaubi hzc c eadem
fuppreflio cu- randa eft, cum magnà fanguinisabundantià, in dubium verti video,
an hzceadem curandi ra- btts i tic ofequen da fit, afferente Ætio ; /;b.
16.cap.$7- | prius extrah« andium efe fanguinem ex cubiti vena, mox veró ex
venà tali, neaffatim ad 1n- |ferna ob copiam irruente fanguine, magis ac |
magis venz uteri repleta bítrüerentur ; ;quam opinionem, tamquam etiam à Galeno
non dit- íentientem ; fequuntur Altomarus, T rincavel- | lius, Mercatus, &alii
multi. Mercurialis au- al tve vitcho. Item, et Maffarias, etiam fümmà prafente
pleinitudine;in fuppreffis menfibus numquam cen- Lfuerunt à cubito mittendum
effe fanguinem;fed tfemperab infernis,quód etiam per illam fectic- knem
plenitudinem tolli poffe cum Galeno cre- iliderint; et fi qua fanguinis copla
per venas ute Iri fertura fupernis artracta ; et am per eandem viam ad inferna
attracta evacuetur per infernas lMllas venas. ( rediderim tamen ego przeftare,
dum; Vene. - .Atibi plenitudo ad vafa in corpore acervata füe- Iit; illius
habità rationc, primó,antequàm füp- IprefTi lonis curationem æerediamur ; fectà
venà lin cubit ) 5 illam folvere,In1OX VCIO interpofito | I " | * vrbs
debito tempore, fectis Aids tal firppreffioni menfium opitilari ; et cüm prima
illa non fit facta ad curationem füppreffionis menfium, fed ad folvendám
plenitudinem, hac O ; conveniet "vao Ga Í one operi inrenon repugnabimus
Ga le no cenfenti,fem- c .f47 He. 1 (La jw" £/7€ perin fappreffis menfibus
curandis fecandas ef- fe venas crurum. Æit tamen non placet fenultio e tentia,
quem alii recentiores (equuntur;cenfen2e21i2 Y€f N tis,primó mittendum effe ex
cubit nsnnen ls "M / . ; mox ftatim ex pede, ut per primam folvatur [ec
Ir'one k 7?) cr prir vera is plenitudo, per fecundam, fi qua ab ute ro ad fii
menfibus perna facta fit pet primam evacuationem re- fasrc[fis. tracto, iterum
ad confuetam viam uteri retra ^hatur; fic enim et habenas equo retraheremu et
poft calcaribus ftimularemus, cüm fieri Gof- fit,ut m M Mie fecta vena füperiorad
impe- diendum, quàm altera inferior ad promoven- dum m. MA uas pureationes. Ven: fe- y22 Si avis qua
traduntur à a Gal. Zi ). dc ..À Hoi bra- cur. vat. per fola "m Yenam cap.
y6.ubiin Biden fe- Pens Clodi M talo. pro curatione füppreffarum pur- sationum
menftruarum, tempus folitum, eva- 4 €uatio nisilla rum effe obfervandum docet,
atq; HI J^ pertres,aut quattior anté dies effe evacu andum s fimguinem, dilige
enter confideraver hi facile in1b 1 I l n Iecov- 2 elu æ, tellioet, 1 1bi plen
tudo talis ad vaía ; n c«( X rpore 1 Coah doped 11, quo fuppreffi funt [ibit ci
i, non effe TTL TAM Yam exfpecta midst) npus purga tionis folitum adl
'Vacuatione cubito faciendam : tunce NEN 7 PY € cuati CImnocx to faciendam ;
tunc enim ) Oo CAL V. -À " T . ? ^ ( iupnprettiol adillyaremus «
Ineaincomtnnw« Ubpreitioneadcj;uvyarcinus, ecin vLincomÓos- VOSR 1M. à |] M CL
i 1^5 «a 11 1 et avocaretur in contrarium fanouis, et potius H. ANIMADVERS. . a
da incideremus, qua d Ma rcuriali, et Maffarià proponuntur; fed iliud przftandum
erit in medio menfe, poft decem, aut quindecim dies Z termino : fic enim et
plenitudo tolletur, edm confuetus motus, cüm eo tempore nullus fit, avertetür.
eia nj uu aulus ZEeineta 1ntelle- Ti juod tamen intellexiffe vix fieri poteft,
efie quid illiin mentem venerit, hoc morbo cu rando dixit, non efle fecan im
venam ante prafnitum menfium tempus; d per dicet. dies poft. n promoven« is
menfibus diminutis ; licet preceptum Gal. /zb. de cur. vat- per [ang. 995i
[[.cap. 19. maxime mihi probetur, ut per tres; aut quatuor diesante tempi
fanouinem mittamus ; y Penes tamen expertus fum, mæis proficere, fiftatutum
tempuz pur- eaticnis finamus adventare, 32 ibi diminuté operari vide povenuni
defabiiair: of Pass evacua- tonem, veríus finem motüs manus adjutrices
porrigemus naturz, et motum illus promovc- bimus,ut fimul cumpaturà defence
totu1no opus perficiamus, juxta Galeni decretum 9. po i" MEC ed. Ó hac
dere «eh fentiant ; quunt,aut maxi1i1no timcre c íectione vene ten- tant vi)
moms tse endo pcríeccrtam venam » 11 1^ " - ; t1f1 in talo;per er
tres,.aut qu. |LULOT gi1es ance ænnituig NEN "WO Kid a Je Doo "ve p ^
"X4 £x Decio 7 MA ee fe yw Kt, 4uA 40 €^ € € . ^to. [WP AT Vez IZOHS J
dimuirttis | )Y0?A0- i ^ * f -,F£ " Len Ü. 90 65 *v2t !j L], ;;0- illud
tempus, cum Galeno ; fi enim fluente fan- cuine fanguis mittatur, non folàüm
non promo- vetur fà inguis menftruus; fed ex animi deliquio, aut timore ita
fiftitur, ut amplius per illum ter- "t minum effluere non foleat . Meis
15$. In promovendis menfibus (c&tà venà in pn qrom* exqu, femper praftabit
repetitis vicibus,bis;ter, Fu - s aut etiam quater fanguinem evacuare, quàm. vs
os: unà cvacuatione fol totum negotium abfolve- [5 - re:fic enim melius fanguis
ad motum incitaus mi«- $27 tur, et fepius motus facili üs ad fluxum invi Sechto
ve- tatur. lossqézsexialo 136. Placet magis füb noctem ex pede fan- Lex inh.
volue fot guinem detrahere, ut ex affiduo motu ; aut fta- fab mo- tione et
humores facilis defcendant,& ex mo- PREPSURCUUNQ QE attenuati faciliüs
profiuant. fob ixi: : 137; Per duos tamen, aut tres dies ante ab- W- rof
luantur crura. ex decoctis attenuantibus;& aro- dfricla. 4. ant X.
matibusafperfis, et mox longà fricatione deor- * | fectionem - AV uon € cuini ;
| Li onda I 5$. Faciliüs etiam fiet voti compos . fi ante cx ialeti«
hecomnia,aut diebus prepara tionis exercitiis 2 dere 4«- ytatur aut univerfi
cor poris yat inen par- éet CX?rC! tium infernarum, maxime autem | ]jumborum.;
f / fione fan aut fanguinem ejufdem conditionis obftructio- nem inutero facere
cognoverimus, priüs fo: culis ex »] ; zai0 oven yuln ' |; regio Tnentis, X emp
laftris reeioné uteri fovere; quo» fum trahendo invitetur fanguis ad
fluxí9nemi[: adinferna,44 artenuentur humores mixti fans-B: DW 74 139.
Praftabit aurem etiam ante fanguini: 1 PoE/14- 221] : miflionem, fi craffum, et
v iícidum humoremo.Jnm ANIA ADVERS. . l'rum materia, cüm provectioribus hzc
fcriba- | mus; tylva autem prafidicrim apud fcriptores reperiatur paffim, et
fit extra noftrum pro po- fitum, apponere non opportunum effe cenfui- mus. 140.
In decoctis menfes promovertibus ex- hibendis hzc adfit animadverfio, ut 1llcru
m. jmagnam quantitarem concedamus, ut integris viribus ad uterum pervenire
poffint; atq; n« n. tolum fanguineman venis exiftentem craflio- Irem
attenuaxe,fed et eum, quiin utero 1mpa- ctus, et cbftrvens, impedimento eft
fluxui, fe- cernere, et fübtilemreddere., De lAI. Q Fluxu zeen[iruorum immodtco
. Vemadmodum in fü ppreffis menfi- bus, dum repetità utimur fanguinis fep endn
e emaul yn. A leg evt 1x . Méfes pro 7200€2114 per os fint 2 mmulta quanti [n f ^ n xà nie fium mifflicne, dictum eft,
praftare », PR mon eadem die 1llá repetere, ut modico illo tem li peris fpatio
imminutà materia, et o1iis interpo- Mitis et attenvanribus, et attrahentibus,
natura JMmeliusaffuefcere potfet ad materian n per illa jf partem de more
evacuandam : ita é contrà m, ! hr evulfionehacab utero per fupcrras partes bis,
| et ter eadem die rep ctendum cerfercm ; qvód h& cevacuatio fanguinis
vreeat ; et retractà qvà- primum materiá, fluxio citius fiflatur,neg; tcm pus
Intermeditim neceffarium fit conc dti,Uut lun Pp) reffione, 2d parandam
materian 2. ]n hoc« medi 0 fangut "i$ mio epe !iia 7 F att a MP d E ACCQ
AA ifectu video multos vereri i fum : medicamentoru E folventium, quód "-
fum digpé'ty latus humor biliofüus, ac commotus, unde faépé gandum . is morbus
provenit, ad uterum etiam fet ratur 1 aut compreffion ne, quz in regerendo
humore fit, venz dehifcant magis, atq; magis profundatur faneuls: quoniam
tarnen per eam partem eva- cuatio aut revulfiua eft. fi fluentis ab hepate;
autàliene, velà toto materia motutm confide- yaverimus; aut
derivativa,ubiautactri,& cali- do per admixtionem bilis fanguine fiat, aut
à illámqué revocare à .parte;ad quam fluit.Quod ompreffione mufculorum ventris
inciderit, cüm breviffimum fit et humoris irritantis evacuatione, Á egpen [mnt
REIN "entium aliquorum. fFriclimr. dici 1 ; quia,et fa dftringentes
aliquas partes hadatum, fcrofo, aut psi jc )paümum femper erit, ex- purgato ab
use nentis f: inguine, minüs fuz qu xilem reddere, mini (foli acrimonià
irricantem, f hs iod incommodum ex motu eveniat .autil ilo sueiusibot et
revulfione y^ | Midica- Sint tamen n medicamenta hc aut per] | spenta tz- fe
cum aliquà adftrictione; aut adjectione ad-4 n aü- 4 R hab arbarum ín hoc cafü
fugiant Me-] i ! [ r^ abat- beat: potiffim! üm fi non multüm maturum fue: 62 7
7 vit, quoniam tamen, inquam; tota illius folvem | fup. [lis di visinieneis et
tenuiffiriis partibus pofita Jii Cie eit. qtux facillime venas uic cd c etlam !
faneuinem fuo colore tingunt;& eàrationeacu tiem illiaddunt, et calorem
;càüm tot alia ; 8X fi nplicia, et compofita fup erint, fatius fempe | duxi
abillo abftinere ; potiffimum cum ab alii lic, cüm ei, quz aut -i icraffanti
facultates aut 774//22* lipEniraspropémodem mulieres ab hoc morbo Incmdton. et
facillime P: arabile. Recipit àutem Gor deme 4. iy datvm, obíervàrim, multa in
hoc morboattu- life incomimodao.Poft hujt re remedia ea ratione fa(a Pire feri
b rdaxitbe corveniant;unumanr pre- /, (ena cnirtema iato Bodo effe cenfiisquo
"^ di ;interfecreta "Jn udo refe rvattim. clefcehtibas ; áui fub
noftrà tütel: id pPraximi me K Am addiféendàm exercéntur;etia Icomimiimicatum
nb&hcomhníbus;ad communem Hiliitenm cc mmune iit ;Qquo feré& nunm-
iquam friftra ufus füm,modo exulcerato aliquo vaíe in ütero fluxus as
menftruorum aliquaiu.; kon habeareccaficohem-: eftautem omnino eva? ^ aqva
libras feptent; 1n'quà 1ncoquo cortüces lerium aurentivm acidorum ; aliouanto
adhuc fiubviridiom,'&i1llas in philyras incido ; et exiccanoàd duarum pártium
confumptionem; et factà colatrri, vhicias novem vel octo potanda Imane dé: euod
fi vay medicamentum paliorebiccirf:m volo;nunrpalum herbz pilofel- 1 31li«c £g
*1 . E 11 like 1n fne exccquendum addo : Ines adhuc redditur; fi ie aqvà
Villenfi decoctio fiat, aut fi in octo "Hbris aqui fiat? vbi duz terti?
partes pér coctiopen abf mypta fverint,& excolatumm ldciimiyehalybetdito
ignito fepius 3 PUT 7 roborettir. Boethi u- xoris albo profievio laboratis
biftortec o explicata et Gal.lib, de praco- gn. ad Poflbu22H?7 « az De albis
per uterum purgamentis. 146. C Vmillud mihi femper fit perfuafum, | |. | in hoc
morboeaiterum non laborare.» per fe, mifi cüm ex longo «lefluxuetiam pars ea;,
1;, aut laxatur nimiüm ., aur refrigeratur, aut; jy, cetiamaliquando ulceratur
fed vel à totocore. f; pore, aut à ventziculo;aut ab hepate; aut eriam. |i
àcapite materiam 1llam transfundi, laudare.» fatis. non poffum,quod Galenus
//b. de -pracog.ad Poflhumurz, maxime necetfarium, effeduxit; ut aut totius,
aut partis laborantis,& tranfmitten- | |. tis rationem habeamus ;.nec
fufficere humores divertere, et evacuare et per alvum, et per uri- ps, ut fecit
eo loco. Galenus ; qui non folum... diureticis, afaro, et apio, et hydragogis
ufus]... eít, fedlongà, et forti fricatione, ciun non abi]; hepate, aurà
ventriculo tumor ille ventrisinfe- rioris, et fluxusaquofus per uterum
originem. duxerit, fed ex refrizerato nimiàm,& humente: habitu corporis, et
potiffimum carnibos par... tium infernarum,unde per longam, et validam;
fiicationem, et fimplicem,& cum melle cocto | EUR. » "e .non folàüm
revocabatur ab utero ferofailla af]. fluens humiditas ; fed incalefcebat
habitus cor--J poris, et ira ficcabantur carnes, ut (anguis adi]; appofitionem,
et renutritionem tranfiniffuss] non ampliü s recrudefceret, autin pituitam,
fe--] . rofümve humorem abiret, fed nutrirer,sícque |. optimé nobilis illa
matrona convaluerits nona, Jguur [^ 'J vocare «Quod fi af ANIM-ADFERS.: .
Igitur oportuit alia etiam adhibuiffe, et exhi- buiffe prarcr ea, qua tradidit
eo Iibroad aufe- rcndam intemperiem à tcto; aut parte, üt cen- fuit t
doctiffimus laffarlas meus, cm non alia» labcraret: unde excalefaétà; et
ficcatà par- t€, ne denuo m aterja e enerayrecur, faris fuit;ges nitam et
peralvum, en perurinas ab utero re« '0 &apioufus eft, ad du- cendam
materiam " er i mofadd àm,qua tamen etia 27$ 4| perm,enfes, et uterum
folent evacua re; ncn vl"A P * f detur mihi reprehendendus;s qui nt và
cencra| rione humoris inhibità, rectà victüs ratione; | potiflimüm pottis
parfimonia,iX füblatà intem- J| petieà parte laborante; nó ahud habebat;quod | faceret
pro eàcurandà ; quàm genitam jam a- | quam evacuare,& à partéad quam tota
fereba! div reticis » tur, derivare ; nempe hydræoeis per alvum. per veficam,
et iis quidem;que fimul menfes prolicere poffunt; qualia effeafarum,& apic
m docuerat 5. C $ xfi med. facul. ^ut etiam fi qua excrementa picultof. | uteri
veris, et utero 1pfo i ferofa in, rent;aut ob craf- fitiemretincrentvr, neaut
corrumperentur re- tenta, aut iptcanperiem 1n utero 1nducerent, tandem etiam
quamp rimum expurearentur, . Ex quacvrandiration e illu d primo col- ligendum
eft, ncn hac 3" làin cedendum effe in curando fli xv mulIicbi ahbà enim và
1ncef- fife et alios Medicc: n. cmanos,& Galenum ipfum, ex Hi Medicis
anuquvis dcíompt refide pocrate, et optimis qvibufqveo à,Cccnftatex cap1teo $ à
illo: Albg bro. fiii fa- bé CHYAV- dut vtría ra- Moe à di tradita et », ls l;b.
de pr&cog. ed. Pofl bu 322/4772 . lx arena yanarina fepe: e 2nalum, £9
contra G a. Albi bro- finvi vc- YA CHYAL- Ai TAL.illo: mutàffea item poftcà
Galenum fentétiam; poftquàminundià ftomachi regione. ex unguen to nardino
precordia perfenfit frizida,& humi- da, ac mollia; ncn fecüs quàm lac
coaguíiatum ; nondum tamen in càfeum concretum ; ut ex hi- fori illà tradità
Zib.de pracog. ad Poflbusmum.», eap. 8. colligia 129. "XN etroris
'arcuendi. funt ; qui piocurando eo moi rbo ;mulieres in calidá ma- risarenà
fepeli endas ex Ga leni. decreto cenfent; cim tamen Galerius fateatur aperte;
et ce tcros omnes d C feipfum non firié errore hoc remedium attentàffe: ut
magis ii finr. deridendi; qui etiam in divi arena Soli aftivo nudas mulieres
exponentes, ac deméreerites ; tentà- runt mbrbutá huncevincere. 149. C urari
igitur poterunt fim iles ur orbi, derivatà, et fimulevacuatà materià per vias
fe cefsüs ydrago?is; diureticis per viàsu rinz, eo modo, quem docuit Gal. cap.
illo o.de pracog. ad Poftb. Inter hvdragoga noftrotempore pri- mum fibi locum
vendic at Mechoacani kann fialiquaadmixta fit bilis; £x Jappa,tum ola Q tertüm
cum pilu lis ak epha iginis, fuccüs 1reoss potiffimum, f. Bie I? decoctum; et
Pa m aj fylv 'CitI1S 14 )a- 541- Ixt il« LI t (imilibus« alia.aut ex 115:2* .
Dofita. tiffimum witbid, &'prafentaneum remiedium funt; aque T bermales
falíz. vt T'ettuciana ; et fimiles, quód per vias fecefsüs hunziditates de4? " Do v .À d S S asi es AUI
FEMA ^ M. ducant. Tot ner hanc viam naturam attuetcat eoi- cCrC. Incafi lium
tam een haco n inl daa fient dem tranfimitt y77 Gent, nifi partis cenerantis
hos humores ratic- pem habuerimus aut, ftà toto eenerentur;to- uus; propterea,
in ufum e. CURED dug intem- periem partis aut touus tollere poflint; puta» EL:
| e MN wd fi frioe1da et humida fuerit; quod 1a pius evenit; je. aut
ventticuli,aut hepatis, aur toti s,excaiefa- cientibus,«& ficcantibus
conabimur evinccre ? commodiora autem hazcerunt, f15ü88nrhoc prc1-4 331311
" ; (^v 1taàlnLls 3 a Vt( Lt : assise ap, o e« 1ncontrarum tractam
eCvacliaic co i LHl- C15 potiliiniulu lia totoad uterum trans fundaa- - h 1 * T
decoótum Guajaci: aut fi1ntemperies bec frigii Q | :, 1*3 ^ 14 : vw da « humida
jecur etiam att1gccr1t; quo d Cx Ia- dice, vel. ilgno oafiairas paratur; ex
quorum hr ES, * $^ "s " 14* T^ we 4 | Qe» T C XCInD] l ) CU 111 P xin
rima aiia | roponl px (tunt. 1 E I $C. Animadvert« naun Lt 1d Cn,n ja fempet1
aut íerofuin humorem, aut pitu1tcium peccare; peque ícmpernunc cíic. Cx pl
rcandum neque 423311 " I ! À ' E a^ bor d x c4 femper calidis cczr1endam
efie caufam efncien Puross:8 2 mulie by 12 20) 75ber "t £ J 7 ,211 CALtis
Ci 4avanáa o Adftrictus enim locis ; aut nobiliota meinbtáà in-. 1: vadent
molefta illa excrementa; aut retenta in., malum habitum ; aut. hydropem
laborantes] ducent. De. Vteri prafocatione . Prfoa- 132 f leri prefocatio ut
morbus eft per-- 1^ Vis air dn niciofus, ita cutn folis mulieribus,,! tento fei
et fepe ex Iimprovifo adveniat ; curationem fe-- [4 ne,odova- X6 € fola
fibiadfciverunt, ut inde quàm] j]uri--p £5 vulva 1naà errata introducta
e(ífenon fit titm : Inter nen inn quz lllud primum locum obtinet ; quodi
infuf-- pun gea. ^ focatione matricis ex retento femine, in matiriss|
virginibus, et viduis ; internas vulva partes ;1n--[' ungunt odotatis cleis, ex
Zibeto, Mofcho,& fi--|' milibus, aut peffaria talia imponunt;quibus,licet
ob fuavem odorem, uterus füpetnas partes: petens deorfüm allictatur ; quoniàtm
cunen et titillatio excitatur, et appetitus Veneris promovectr;quaft in furorem
viregineum coricitan-- p turmulieres, &à comprefhio ne diaphragmatis
retracto utero in proprio loco extenfus, quaft turzente materia undequaq;
movetur, ac fynt- ptomata p ropemodum ind icibilia producit; Le- fo cetebro, et
corde: hinc cordis palpitationes, et fyncope, hinc pulfüum deperditaiones,
hinc:] dementis, lío cerebro, concuffiones omnium partium, convulfiones, et
fimilia. Prafota- 153. Quare pra ft arct fuaves illos odotes co- tiséeze o
X1$in párte internà prope. puderda alligare, quam onum intrudere, fic enim
beneficio fuavis olen- ! tie fruerentur,nec in illa tam magna incom- 1 | modi
inciderent . r$4. Nutriquam faciem frigidà in tali Cau afperzant.
Minüsautemodoratis aquis. r$6. Quinimó ne vino quidem facies erit abluenda.
157. Quamvis enim vini nonnihil vietiam adapertoore infündi poffit; cum
Hipp.Z/b.dc» | morb. mul. cra tamen. eodem tempore malé ! olentia naribus
admoveat, vino faciem làvan- I dam non efle docet . 158. TitiHationes
aut'dieito medioimpofi- | to, et perfricante os uteri,aut aliis inftrumen-
tis,ut femine excreto füblevetur mulier,à Chri- ! füano homine omnino
ablegentur . 1f9. Quametiam ob caufam peffi illi ex ali- | ptà, lienoa |Joe,eca
ryophyllis, Zibeto, et fi fimili- Pbus parata, licet difcurere flatus uter:
valeant, !quin et fermen promovere;quoniam tamen ten- J'tizinem maximam
promovent, et Saty riafim. fepe inducunt, in hac fuffoc ationis fpecie ex re- I
rento femine non ita tutó in ufum duci poffunt, MEC Cerata ex Tacahamach&,
Caragnà, fGalbano, et fimilibus, utin hoc morbo ex re- litentis menfibus ob
craffitiem, aut putrefacts, llrron refrieeraris excrementus, ac ex flatibus à
Wl proprià fede dimoventibus; proficua funt ; ita, I[mb: ex femine.retento, et
putrefacto ortum du- Ixerit; non 1ta fecura erunt, nifi cum exftinguén- S ^
tibus lentia to xis appli- canda . F scies frs qida n9 æ fhergeda. Nec a- quis
ode- pyAf:'fe Nec vinos Pauxilis viniconce dendum mai? olem tiba$ na- ribus
Appo- fitis « In prafeos catis ex fe mine reti ciéda titi latione. Pe[ft odos
raulpra- LUUD e femine reiitiédi » GCeratæx Caragna» galbano » gc. tpr et
focatis (ex f 1oine y. Gucarcoi- z ZéLá. 1 " r&- /* J« jocis Za d fit
P €? ü4 E tibus femen,aut refrieeran ub us; ficcantibuss uteítagn 15
caftus&« Sorallium»aliquid adjun- ol 1l ^ AX61I«. Scio multas, quo ri Pe.
ev t TE 7 emo NE S TEN in locc Pp OpEh yretinea nhtL,Uu6 DnVItCLLiCA alieettio
23 x Ln en excitentur; hujufinodi ceratisex T acahátnach uti,41n.umbilici
autem, Cay itate 11 1 f56snere q10n1 nponecie quo aut tria grana Mofchi: fe C 1
quàm ] ehci fucceffu, 1 ipíz viderint ;ex calore enim corporis et lec elevatis
bene olenübus vaporibus;fepe in pi focaüones incidunt ., 162. Cucurbitule ut infernis
parti ris, et coxis, quin et 1pfi publ appofitz profi- ciünt ia reeioni
umbilici | Te» parte Obefle ic lent. adis. In 3 Vero y ftot A nx 3 - Q5 ; 1€ CX re tenti: d inen 1
/ ^14 e! * ^x/11133 1140 7 T gor 3 44A Cu iquo n yd. Xxumque appo lli 29 PP!
OXAS bi alliüi Lil 1 US E 1 lm. LJ Cc 291 Db 11C5 Li Tas 13 EIU 3x4. 1 ders: s Lou. PLUS 5 ctiam in par:
X VilllO a mo s COI LI » poris totus refrigeretur ; Don j« LU 1n DatOoxy. Y ibe
enda eft dili S4NIMADFERS:- LIB.FIF .281 T2) 166. Incaauteém, quT Cx Hagone (
Ag ine D o0» fla- T p^des v ducit, cucurbitulà magna umbilici regioni apa ;;,
c55- lic rel 3 toin (1617 qo ^ 1 : Prtifi » VCI intcf uroblücum E ul em
pl&G- as tadffimum;fi quod aliud,remediun efleíclet. zza ati- ^ 2 Hac
tamencautione,utaut €x aGUa ca- 5/75. ÓH 1^ !1 »li "etr! . 111 "Y 1^
' id-erxa30mnme 13 61 T5 bruvbpi- ldáaapp ICCI1 L5 41 LCI m non nil m 19n€;,
pocti- gu Ve» - : E ! "1 : nia : 24/3 7H inum jn pra pinguibus mullcribus
. IH: a . Sitex iis,qua perforatx funt 1n furn- 5 mitate. j : 3 m. d P m E di 1
2 t 5214 169. Diutius non permittaptul adherere.ne, - - LI * a " MoqT1 48
Í3 t: 4 «1171 1^ 1 (11 ^ if impegito kA AlilLL 2 lllLUl £1l5| D I |) ill «CC 2
]I1lo 1$ ^^] v m lI13carr- anmod alia p Qe qu oa n91 4Enaln CL. aLLiI 3 quod et
iiti LIII «idl . )Yali$ et j i j 1 Z»^r: I * f. Y : | D, ! )! 3 up 1410 J 420A
A20 n2^77 : ] Lc 14154 E aud A40, i AF
LH222 07-1 A. MI e«LcoATL a Ter 4 Le per mient e j«€?t E m, Medicorum 1n partu
naturail ; præ JÆcuncdi, dicorum. Canones veró curationiim omnium morboram
muliebrium: diligentiffimé -profe- cuti funt; przterantiquos Patres noftros,
Graz- cos, Arabes, et Latinos, ex ecentioribus Mer- catus, Mercurialis, et
Maftfarias ; fofüm aliqua attingamad munus füfceptunvattinentia . Obfetrici
Primóanimadverto, et frequenti experien- £us non te tià Obfervavi, nons effe
temeré credendum ob- mtré cre- ftetricibus aut aftruentibus graviditatem, aut
dendil, fea negantibus;,ubi agituraut de promovédis men- Mec Gus aut de fecandà
venà ; aut purgando cor- dd ed pore, ob urgentem aliquem morbum; fed Me- Hla
iljg,; dicus diligentiam fuam adhibeat, conjecturis expendos, 4$aG has cum
dictis obftetricum congu negat, et agar, lufpenfofemper pede in re-admodum
judicatu 8 difficili incedat; ne, fi dicta folümobftetricum, 1 aut mulierum
fequatur; nimis fecuré incedens, abortum inducat;aut remediis deftitutam lan-
guentem finat. Obffetvici | 371. SYumquamtamen in fimilibus cafíbris bus sfferé
aperiendi (untoculi, tunc fáné quàm minimum tibus fe- obftetricibus eft
credendum,etiam jurejurando tum mor- afferentibus, cüm mortuum effe fætum
teftan- P489 59 tur, et valentibus medicamentis excludendum ice . Perfüadent;
cüm fepenumeró multas videri- erts mus, à quibus feet!m ramquam mortuum, aut
excludendim;aut, quód pejus ett, ferramentis extrahendum effe cenfebsnt
obftetrices, et fub füà, ut ajebant; conftientià jurabant, quz non., ita muftó
póít vivum,& bene valentem fcetiim pepererunt. E HÁÉÓ € acerbit ter
efflæitant à Medi potrigant, pulveres, decocta, àquás füllaauas potrige endo :
; quibi 1S 1 (æp Vta ate dol " utem non ita óbftetricibus; ita aures non f
tirientibus, qui aifficatéa de partis ue: Na orm commortz precibus inftanC1: K
datur, autirritata natul tcvc T5 i 4* n! dd i cit nac Ale Ob hat tanta rtat
undeaut acerbu clu(iis ante temptts à natura cotil fervet ndtur m fitum 1i 1C
ipfam cà difficiltàs, unt pra facile SENCASCI éit eben ; ut mahuüs adjuttrice
ftit n exe indo. ifaycun laxantib P emolltentibus res erit triti fizenda ati
folemus ad expellénd üm fetum 1mnor q mbus tuiim; I74. aut fecur Quod f 1
placidi ráfémpér in aum parturien infantis éxclt Occidàtmus. 17;. multerit
neque i enim CO ee A mentes; fueéverint, énim fuübfequuntir fübv« alvus
xliquándo citatur : tó convenit, quód dolores 1l foleant,n eet üm . dated. ter
er, nin dà df no iearuue I^ [ r1 aus 1ftofi uerih n Ira 1 ^"r41 G "i
1 n T u ; ad]: imyoda arcu CUUccl ! 11€ nfe t d bl CX nil ^ Mc À. a» V $^ CXP
^( 5 5 Xlt loratunm laritm,d Da [im iciimque c fiiper ione exl TÍI nc
primipatris 1s fi 1 I 1 uo ) JUS V "f. Cxnh1Dc $ ventric lt s iabeamus,
quar e fit; ut infans aut occi- "i tenifpus debituman- cegcto datur;aut
ex- utum, non» n partüs ad- OUS » Gt laln 11$ etiam ad hic eft venien« á UL. um
ip: ci debebunp ivaré » DC, 'élymus;, " li pfius Im, (ofüinia aut étiam ip
d : noftris exhiben video n fluxerti it,neque vc he venit: nire c De
"EPIIT fe pc LA o9 E | CC 1l Qui DadIp iCrvenirc non P parParttut »o [rà
Uth- vA PTS á Medico ob fprttes parturien I A7 Paviu dm ains vt29 tja fati s bi
07220 Et [cam dAs, 4p 20X1A . Fét& ex- cLedentt- $ QHA7 do dun; - Qieu?n 4^
mys dali. |onü A par- tu hegue femper,ze gue ou Uentt s 4at6Hn)11- ? Us cg
Febrttit Li LoUs.a bart : LI ag mut jeans [AU * gz 4 [u- ht f par, 2 201ÉS e.
gv i, - piod qua purgatio C07 din et "i ndo obofd, qu. ex £ontvoverY fia
b«c til lez d: a . exp eme. A! com
bue E ) . LFVD. SEPT.ALII um fiuere velit materia. "176. Sifüpervenerit
febris, aut inflammatio aliqua, numquam à fuperioribus venis extra- hehdus erit
fanis, qn dgad alu fentiant;ne » retrahantur purgamenta: fed ab infernis fem-
pereritevacuandus. M EDIOL.: Aag pe ud De AMforlbis articularibus... ( 7s Íciam
maximé. contre um efle, an incipi Sn eplc varticulorum,potufflimüm.po ex ufu
fit medicamento elective purgante iid motes evacüarc, multis 1d affirmantibus,
quód ;, humores fluxionem facientes evacuentur, re- vocentüf£, et ab articulis,
ad quos fluunt, rev Sy lantur; evacuatà enim materias cn urnores fuc- céldent
dolores ;& brev lori tempore pii ura- bunt: experientiam bac inre iunltoru
m etiain. afferunt ; in quibus expurgatis humoribus me- dicamento, et dolores
leviores fuerunt, et bre- v1evanueru nt. B epugna nthuicopiniontali,
afferentes, ci dicamento purgante res ad inf iürihantur,*« devehantur;, fpe
humores per íé € à medicamento com- motos vehementius irruentes, majori etiam»
impetu, majori A ug et magis affatin culos pedum ; et ad 2enua affiuere et
vehementiores cfl dcc re dolores : et ob hanc unà caufam, dicunt, et Galenum;
et omnes fcripto- restam Gf£zCos, quàm nos« 1 Á IT. [| bns iiLilnoO4p Ccrna e a
SICQUuc 1ad arti-4 * Maurit 2QI3060S C lat IOS. m e Crraturos;cu dloribus adfit
et expellentis ; à UCTIt COp1a ANIM ADI Dæiscommendáàfle evacuationem factam
per contraria humores eoe £T? L| ime. Cij us i cum dili- Zenter caufam
1inveft1io irem; ceno iictl1onem hacin re QC materias Savocare,1d vero au
IDnatcria inque'qdquandatrate La ad 111a: RQARSM VEPPE erimenta; ul ex] crie tà
cc Ec Cas a l11q l 3 M ic fiuens 5 CX 3 'Clilltas recipientis de,ant rob:
controverfiam .düàn fias evacua dà ex £diftin- 2uluc ho . )pri - ü1m. i8 mS
"m pr E E ", 26. LED. SEPT ALII MEDIOEL. Ead ut ex fignis debilitas
arücnlorum. Facilids Gxtvonviip autem difcernemus, an purgante medicamento ^...
utendumfit.an abftinendum, ex experimento facto : fi enim femel aur itezum
tentatà purga tione, &ingravefcant dolores ; et diutius per- durent, ab
illà in pofterum abftinere oportebit: fin autem melius fe habuerit ; aut faltem
bre- vicr faétus fit morbus, omnino intrepide erit corpus purgandum. Purpusio
x79. Cum vero, fi purgandum eft; in princi- zpwdsgra piold faciendum fj.
freftra preparaturfytupis cü facit. materia; cüm nec putrida fit, ut: cocticne
indi- day etl l4 coat; tantem aucferofa., et rennis,queftaum; Us um [466
expureari poteft, Galeno magiftro, Jib. Qwoss:. 9 | da, r Qj quatido
purgareéxpediat, avt fané bilicfa.; te- ph wv^^^ quls, non potrida, qua facilé
expurgatur;nec. |? Becy)wM coctione indiget, quód fit fine putredine: cum. |.
"von netóf v tamen craffa aliquando fb perfit præparari po- pc terit, et
atcenuaris ut facilis, fi non refolvatur Acum per infenfibilé evaporationem,
cvacuari pofht . 179. Miflio (aneuinis per fectam venam ut / : A T7ÉATCUAAMA .
Ppodagri "- A 1 É - : ^ dg quA A: gmaxll ne lauda CUT, ad praca vendam
podærà 5. MN (C
sis - | JC -irgdus, goinefit refertum ; et ad eandem curandam, ft. |! an guin-
bumores mixti fint cum fanguine : ita fi fercft: [uy jJ" dozen. fucrint
humores,& frigidi, &frà parübusexe-- pu cernis capitis defluat materia,
fruftra tentatut: pni tale remedium, quód. habitum corporis refrie- | ecret, et
hujufmodi humori: prftet occafic-- [1t nemo . Pedaga X80, Quin ubi frequentiüs
hujufimodi pce] dagrice» [q" ód crudis humoribus tunc det occafionem 5q« |
elagricz acceffiones homines invadunt fie piüf- ^ f | quealiquem affüixerint,
nifi fumma adfit ple- vei fim- Initudo qui alis inebriofis, et vinofis
aggreearl,,;, ji e | folet, hujufmodi remedium erit omittendum, tendus uius
/feffatis d vvv eL- eda | habitum corporis refrigeret, nec curfum hu--* yis |
morim extra venas«ohibere poffit . E- $1. Repellentia quamvis paffimin princi
Podagre | p1o, Ccvacuato tamen p rlüs corpore aut fangui- lalerax f | nis
miffione, aut purgatione, commendentur à £u ridiou Jaffirmare,raró tutó in ufum
duci poffe ;. fi enim ró Con"ve- ntt Í .lidolores vehementes articulorum
non prius ps "6o | zefícunt quàm ubi :materia illa maxime calida, i'Galeno,
Acuo,Pau lo,&. Ceteris; aufim tamen. Jeztia va Lin. hu C34Y ^ ad externa
prol. abitur, tumorem, et ru Pocos Y m 1p partc excitans,quc modo repulfa
refrigeratis »«Æ clot | externis partibus non morbo occoficnem augc- | bit;
exitum impediens ? Quód fiadítridio Ten hleigendes | pu lion juncta fit, magis
eriam ledet .. Sed ve- - | 1o jam ex parte f'uxa amate ria dolorem excitás, |
nonne etiam, fi cà ref riger à dolor imminu: tur, craffeícet magis, magi f ue
impingetur; et 2. ad fubind e€contumaciorem mo yrbum efficiet? Non po P»
nifrigitur feviffimis doloribus ; omnem ad fe; " curationem trahentibus,
verisrepellenübvsu- J| C0. LL a. remur, frigidà, aceto, farinis admixtis,
pfyllio, lenticulà pafnftri ex aquà.& accto.& fimilibus; Securius eft
oleum rofaccum, quod vocant Com o dos. "- pletum, quamvis enim refrigeret,
et alique eec. modo repellat, vi tamen olei laxante tranfpira- c^ tionem non
impedit, neque partem conftipat; atit [Let ano WSLGii quatre prat joy: !] -! *
v cr el Tn ex Cut: $e), LC piam 2! 3 Í AG eui; articulos po X | CAT. Q. C 4 A
do fricart'r,; 1D ^47 Li Ü no» " 4
l (t, difcutit nre iatiifa P ter praulel-. 1 IOX123.». Ep: 1,€0 nequaten ^11 v
emm Ve V ( nimad A Pa P Oo ^et / Q "C e E tS. EUEM u pti b tione ir
dolores li1ttt 1 wi n iupra mí tis enim c [ n di aue huimo* 1naíor 1 Of9f! C |
p [: J *eo( (0 CM A 1 1 1117€ p nts 1!! Phvl E 41 [1 ntifl 6€ co" ^nbi 4
LI L idià 1 * Qu tentia, et el | "11 ET A A. 7 [2 ris. (:3Hs^w1S I
UETTICIL soni e «& vix falfedo oleo communicatur, foleo ego fa- lem tritum
M A EERATE in vini calidi leviffimà poruone pat] aum colliquare, mox falem
illum | cciliquatum affidue fpatulà cum oleo agitare »; I et ficoleum
falíedinem contrahit: Velin fübti- | liffimum pollinem falem contritum, et oleo
ad| mixtum femper ; antequàm 1n ufüm ducatur | dilicentcr concutiemuls . De
AMorbo Gallico. - ^ 136. N Venereà hac ]ue cura inda multa fa- À néannotare
potero, cüm illud veré af- firmare aufim, poft delatü à novo Qrbe ad nos I|
hunc morbum, me fortaffe multo plures hoc I morbo laborantes curáffe, quàm qu
ifquam. alius, quód prater innumeros in magna hac urI be paffim curatos, per
quadraginta annorum. fpauum magni illius Hofpitalis Brolii,in quo, ll folus 1s
morbus curatur ; et fzpenumeró vere I folo fepringentis, quà decoctis, quà
inunctioni- l| bus, et fuffumiegis curato adhibetur ; reliquo vero tempore
faltem ducent ex ulceribus femJ| per crrantur, purgato diligenter corpore, et
Ili multis etiam et pulvifcul 1$, et elec tuariis,alexipharmacis praterea
exhibitis ; curam in adole- fcentià mihi demandatam fcmper retinuerim., et
adhucin hac tate retineam, ob FRUIR cau- fas ; rtüm potiffimum, ut
adolefcertes, et novi- tiosin hoc morbo cerrando poffem exercere ». Vnde
cuamanno praterito ; multis poftulantiT bus, adzmifce- tur s fi fal oleo no?»
qa idus 04 Lol CÓ voa / p Æ ra pn. Gallici morbi cu- ratio du clort Quo- 7modo
frequens, c in ea mal ta obfer- vare quo- 72049 po- tuerit. mw M A MorlLi gal
]l:wei cura- 20 diver- f?» morbo vix 1- €boante, FR mento aliquo füperficiei
penis, atit feminei pu- 0e bus, diebus, quibus à Moralibus,& politicis ii
meis lectionibus vacare conceffum erat ; pluttbus fermonibüstotam hanc de Iué
Veneftea tra- étationem comprehenfis fum. Ex quibus ali: qua, quain curatione
hijus morbi finguilaria occurrunt, excerptà hocloco annoranda miht fumpfi. |
Primó ieitur illud annotandutm;non eándem eífe curationem luis hujus primis
diebus com- municatz, et übi altiüs radices egerit, fedém- que, quam hepar
femper cenfüt, occupaverit 2 . ^oi A fiepé enim malà illà qualitate mediante
recre--déndi; communtcatà,externas folüm partes oc--J. cupat; ulcufculo
cariofo, aut fimilibus excitato; quo exficcantibus curato, aliquando penitiorés
partes noh attinet, eu occafioné neque mittendus erit fanouis; néque purgandum
corpus ; 4; ne, quz externis partibüs folis adhæret conta: cio;agitata magis diffundatur,
magífque ad in- terna trahatur, urndé veré morbus contrahatuür Neque veró
timendim eft ; ne contta medica- tzcepta agamus, quibus cavetur, ne umquam
localibus utaviur,anteduàm erirverfum fit inásJ, nitum: Id enim veriffimum
eftin morbis à cauw si interni ortur ducefitibus, non autem in iis S &. qui
ab externis ; tiani 1m miorfü venenatorutns] 4nimaltum ómninoad externa
evocamus, fiftt] mus, acad cutem trahimus, denique non. pürn camus; ut comode
in fcabie recenter ccntadt . » - N . 4 communicata, in quà fxpiffimé citra
purgauea ncm ANIMADFERS. LIB. FII. 394 nem cuti emendanda, et fcabiei tollenda
folüm unfiftimus . Neq; tamen placet,quod ab Empiricis paffim commendari video,
ut indiftin&é qui- bufvis cibis ; et cujufceumque conditionis utan- ' Iur,
multaque paffim ingerant, poriffimüm ubi I:bubones appareant, nec ita facilé
eleventur ; uomodo enim naturam opiailantem ad expul f1onem habebimus, aut ad
foi confervationem, fiillam multitudine ciborum;aut malà qualita- ite cbruemus?
Át neinecià etiam macerandum eft cor pus. neinternz partes 2]imento debito
deftitu- Ita, ab ambitu corporis, et externis partibus at- T trahànt. 199.
Exercirium, quod alii injungunt, po- tiffimüm in bini bone promovendo, ut non
pof- fum non commendare, ita fi excedat ; f peoffi- 'Teere poteft, apertis
nimiiim meatibus ss ex- 'THhaufüs intern2rim partium fpiritibus, quà oc-
Ieafione virus exrernem fepcad interna remeat: "FQ rows ab exercir1o füdor
promoveatur;abij | fter. 'ebet. neaperiis meaubuscumrecremen tis oualitate mala
infectis remeet, et interna Tinfciat.. Átveró ne decipiamvr, dilieentet in» 4
carie apparente obfervandum eft, fi à congretfa Babont- bus nàe- XL bas $ n0n
"male ta ingeré- da,neque quibufvis vefcendti, cotra Em pirieos. Morbo gal
lito. in- ChoADte » tenuis vte« ? malus. Gallico t cboante exércitim valdum fap
made lssta Carte gallica atpaI4 Venerco p er quatuoraut quinque dies caries i]-
rente; T f laar paruerit . creffn tempcris : fi cilenim primun 4 efle ex
fordibus communicatis, et tunc nullà 1 a prean po ;tiüs sr illud
evererit,fionum erit,crram mode tr& "7 enda DEAN c9 06? &n1//€ .
precedente corporis univerfali evacuatione s exficcantibus folm totum negotium
trarfige- mus: fi véró ex labe hepati communicat illud fieri judicabimus,
tuncevacaato corpore, ale- : xipharmacis rem abfolvemus ; ingow- | 191.
Sic& in gonorrhoeá procedendum:ali- vhs (^ quandoenimà concubitu ftatim
evenit ; validà $0763 49? exi(tente natura, et ftatim propeliente per cam enodo
pro- artem virulentiam contractam; et tunc nullo cededit « ; f à . à modo per
raultos dies erit cohibenda, fed finen da, fübluendum folüm quod adharet . At
pro- erediente tempore fi non definat;aut fi novum. aliquod fymptoma
füperveniat jam providendum eft fedi, et evacuato corpore ; alexiphar- |j macis
edomare vim morbi, vel potius malamo qualitatem tentabimus . Quomos 192. Idemin
bubone apparente:fi enim pri--] do proct- mis diebus apparuerit ; quoniam robur
arguit] dendw fAcultatis propellentis luem illam ad ignobi-4. £2 €/4* lem partem,
omnino actioilla eritadjuvanda ;4, fione, bu- &one gall £o appare gt. nec
purgatione; àut faneuinis;miffione evacuan düm erit corpus, ne revocemus
naturam à mo- tu illo : et fiepé talem evacuationem aperto bunémque virulentiam
evacuáaffe. Ya 193. Obfervatum tamen eft aliquando, tan) 32 bubo-. ^ iyole
humorum premi naturam,& adeo craf! ze contu- à snati alina. As aggrediatur
natura tale opus,fuccumbat ta ; men oneri, nec dd elandularum locum poffi!]
purgandi . à : materiam totam propellere ; inchoatumque- J opus COYbM S » (4m,
et contumacem effe materiam, ut, quam bone totam vim morbi edomáffe conftat,
ome«4 y | opus relinquat ; 1n quo | I fum,füblevatà naturàà mole, et farcinà,
eva- | cuato corpore, foeliciàs omnia ceffiffe, tumo- ! rem in debitam menfuüram
effe elevatum, et ! materiam duram, et contumacem ad fuppura- |! tionem effe
deductam. nj X n r2 . PUO I r^ ood ac NLLTTISSERPNXEMS LL LS ud cafü fzepiffimé
expertus . Vbi virulenta bac qualitas fedem jam| occupaverit,& morbus
Gallicus jam factus fit, | radicéfq; jam egerit; edomari illa debebit; atq; N
alexipharmacis evinci: expurgarr autem ante | corpus debebit, fed nonab initio
folis lenientibusagendum ; cüm enim ii humores veram» coctionem non admittant,
fed in eo eenere fint; | utfolàüm pre parariad evacuationem debeant, I
lenientibus et abftergentia funt adjungenda,& aliqua etiam veré
purgantia;fed in minori quan ritate; et hzc veré funt minorantia . Quin, fi in
aliquo morbo, in hoc maxi- mé validicribus eft agendum ; tum quód fpé rebellis,&
contumax eft materia, puta, lentas; et vifcida, et fzpiüs adufta;tum
maximé,quia, cüm per exrerna prorepferit, et jam bonà ex parte extra venas ad
carnes, et folidas partes pervenerit; non potcft nifi validis medicamen-
üuseducd. . In decoctis pro diluendis fvrupis;autin fyrupisipfis variis pro
varià materlà, cul potif- fimüm infidet virulentia illa; femper admifcen- dum
eriraliquid ex iis, quz alexipharmacá fa- cultate x j a" Gallico »orbo pro
greffo pur ga ndum In eallico morbo 15 principio lenietibus abífergen I7 N72
ganrtia ad i 06A o In gallico mo bo v4 lidis pur qantibus ACenatmm, T e Iv
fyrupis pro morbo gallico zd denda 4- lexiphar» "afa. na, aut faponaria;
ex quorum ufü.fepiüs exper- tus fun, poft repegitam purgationem ; et mul- tos
affumptos fyrupos adeo imminuta fuitfe ac- cidentia, ut mult fe jam convaluiffe
cenfentes, cztera auxilia refpuerent, X ni(i admonuiffem; refractam folüm effe
vim. morbi, non. convul- fam, vix alia auxilia amplius admififfent . Pilula ia. 197. Poítremum quod in purgatione
repeti» fine perga c fumitur medicamentum, placet effe in formá 10515. 12
/fo]idà, qualia funt füb pilularum formà ; quód enorbo gel Sc)
longioribusattrahant, et fi qua à medica- licobF^f- entis, aut (yrupis commota
fint recrementa»; rehda . facts ooi dd cs acilius poflint educere. Syvupifol
198. Inrepetità preparatione humorum lau ventt$ i? doadmiícerefyrupos
compofitosfolventes ; ut gporbo gal fyrupum Montani, de fumarià compofitum,de ?
?"* bolypodio, decichoreà Nicoli ; vel Gulielmi ; dans e. : tiores, et pouffimüm
Maffarias doctiffimus ; neque enimimpeditur coctio;quz nullibi in ta limaterià
exípectatur ; fed paulatim. prepata- |J tam materiam, cui virus infidet,
evacuamus. Palvfcu . Quinimó,ubi maximam fupereffeads li fc!ve- Syacmaterke
coplam cognoverimus, optimtrm. 26$, (9 e Eg uo wiain alli : atico ANT ^ir n 2 5
rs,; aut fuffumigia, pu 'vifculis, aut confectis ex! znendaz-: folvéntibus
paratis ; Senà, Mechoacano, Ziapro varietate materie, quidquid dicant recen- |
; effe cenfeo, antequàm ad vera alexipharmacaz.] véniamis,potiífimum autem ante
1nunctiones,,| lr. lappà, Turpetho, Hermodactylis,& fimilibus, : " s
*À ^ pro varietate materie exuberatis; add1tà zqualiferéad omnia quántitate
Sarzg panilie pulvee;] I1z4l4 5 NT € B t " tC s e ais tunc SDN a. «i vta
lora sow ruis cate Se 0" ANIMADVERS. LIB.VIL a9$ d rizatz, exhibitis,
materiam illam imminuere 5 uc qua rel iqua erit, aut per fudorem propelli
poflit, faciiufque dieere e per univerfum cor- | pus difpet(a edomari, atq;
evinci ; aut f1 per os expure zanda fit, peculiari argenti vivi faculta- | te,
mole (uà. no * füffocet, aut gravi (fima lla; | quz aliquando folet; fymptomata
non inducat. 100. In decocüs ex 1is paratis, qua alexite- Guaiacs ||| ria
facultate ; et antipa thia quàdam virus illud fpecies. in | evincunt,.& ex
corpore pellunt ; ut quod ex vagos || Guajaco paratur ; primó veniat
cófiderandum, 7 Mola illüdque p rimüm animadvertendum, non effe Ie illud inufüm
ducendum, quod annofum eft;ni- i| miscraffos truncos habens; ataue peromnia, i|
vetuftatem Niediolebes quod paffim Empurici fa- i| ciunt, utacrimonià illà
perfectionem medica- i| mentiareuentes a2ris (uis 1m ponant; cüm calor natur
disin tali ligno jam fere fit abíumptus,& .|| vis ejufdem effeta dedidit
ta; Vimoiridum (hbétantis yn oleaginofa pars abfümpta, aucta ficci- | ta5 »
five potius ariditas fine pinguedine ; nam. | ob has caufas,cüm multas partes
terref fttes de- i| coctum rale habeat; numquam clarefcit de ter- j| reftres
iile partes cama wifteritate quàdám acres yh eram pe: (entiuntur 201. Neque
tamen etiam truncos illos mi-,, (l| nores laudo ;. minimus cnim illis ineft
vigor, et,,,,; i»- Ji calor h uoi litate füperfluà hebetatur, et fücitlt 2,
4;d;i . |i tas illa à tota fübftangià tamquam in-infante eft imbecilla . 202.
Efttamen fpecies quedam Guajaci que Gaaiaci 4 n'meGsaiacs, LÀ b. 9^. dass EL. 3
eie W numquam in ufum ducenda eít, qua nierorem.» cis, c VErumin medio non
habet, fed colcris cft íub- sb Obícuricum quádam viriditate, que decc cvm
decoclumy facit omnino tur bidum, quod numquam clare- faciens, fcit, tum maximà
acredine et in eulà, et fauci- reiicióda . bus ardorem excitat; ob craffas
autem, et terre- ftres partes majori ex parte in fplene, nonnum« quametiam in
hepate obftructiones inducit ; Empirici fylveftre lignum fandtum appellant fed
cüm apud fcriptores nullibi reperiam dupli cem hancífvlvef tris, et domeftici
differentiam, potius ratione foli has qualitates acquirere cen- ferem. Guaiaci
03. Ánimadvertendum etiam, ne aut m» Jobs neq, ciafiær particulas, aut in nimis
fabtilem pol- erf ]inem minuatur; illud enim impedit, ne virtus fi (nes ligni
bene aquz impertiatu IE hoc autem efficit, Sec 7? wt difficillime clatefcat
decodhum, fed femper ^' feréebibatur turbidum, undeobftructiones in fplene, aut
hepate. Virg opi . 2104. Abfu rdum eft, quód viri quidam alio- mimatc- qui
doctiffimi etiam firiptis editis cenfierunt, "4 »1? ^ yon poffe fieri
decocta ex vino,aut faltem ex v i4 5 et nof, fed infufionem fieri debere ex
aquà ; qan OR Harc diutiüs Reb ime effe, adden- Fives dümque in fine vinum,
quod hoc cenfe 'antine- : ptam effe materiam infuftoni; quodque tamdiu cxcoqii
nequeat, quamdiu opor teretad clicien dam Enc medicamenti : certum eft enim, et
in chymicis extractionibus experientià come probatur, nihil effeaptius ad
extrahendas me- dica. coéiis 1n Idicamentorum facultates ipfo vino, aquá vini ;
I& aceto; quód igneis, et calidis, fubtilibut que partibus renitiora queque
permeans ; intimi rem ise Kun facultatem pcterit extrahere; et lin fc concipere
: verum quidem eft, non adeó longam pau coctionem, f fed aut longà infufione id
compet fati f let, aut in d ici vafe folet ex- Eoqvi. Parare ego decoctum foleo
1n morbo in: 4^ Iveterato, cum mal VRRBET- : » materia frigida pr dominan te,
ex vino; quo aliqucs a pud alios tos ertcéte curavi. Paraturautem hoc ; ea
infufione corticis ligni fancti OpUd C | CI: ihmodoe: iml,cra de 'contufi unc.
xviij. in vinl alb |ppem |, ut gt od dpbdfid Vernatia dicitur;boc- ica æ Isn
(catibos decem et octo / funt auteni: Ilibrz medicineles xxxx1j.) per duos CES
exca- lcfacto prius vino, et femper per duos illos dà lin duplici vafe, vel cin
ribus cale: 16d í lento iene vel in duplici Và apes IÆ n- ilfüumptionem rertic
partis j quo utàturagrotus li& mane loco fv1 upi, et c pro potu in cibis;
fümet NEN ac mier Mr nh ie ds mne iid Imane unc. v1]. pot ram proliciantvr
fudo- Dr t (d les: in 'xceda linc.xiv.Vti D the [0] M 'O autem, et 1n ceena »
nOn ( vid a 444 44 a u-ipett rt oo i i(Timum eft etiam 1n1s, aui inunctioLE
LULA 48A p M [A Jecoloss Jo üraaadà fzve P T m » medi [^ bro xir ? gallice .
erdum "Y Ie factà ex vicia: v1vo non C nvaluc nt; I& portdoaliqua
argenti vivi relicta eft in 76 c; ada "More l^ 2o« Sunt,quiutuntur dccocto
folvente ex pc; I3 ta1aco, Sorzà, vcl etiam Chinà, ex Sen, 5 Il'urpetho,
Hermodaéctvylis ; aliquand iaim lveratro ni2ro,additofemper carduo benedi pL ^
yo 12 Hil quA, Sudores proliciedi aat i2 by- pocaufto., aut in le- &o, fed
qu4 caH- t0 ad pibe Ev1tbora- feriis t5 calidis c fiecis na- furi utem dum.
Inter fa- dandum nó freque fer purga dum. Sudores 3 0an a aff umpto ie i^ favo
EI lici odit. Chin ras ut Brafavolus, et Matthaolus, et aliu. Hzcía- né in
robuftiffimis, et quibus fuüdores aut non» profunt, aut pr olici non poffunt,
meà quidem. fententià, in ufüm venire poffunt:fi enim pulvifcülis, et
clectuariis aliquando, fi non ad reftineuendam, ad imminuendam faltem labem
feli- c fucceffu utimur, cur id etiam cum decoctis praftare non poterimus ? non
tamen adeó eft fecurum, cüm aliquando infequi foleant 2ravif- fimz dyfenteriz.
S PIER 206. In fudore proliændo, fi fponteab at- fümpto decocto non fluat;uti
tutó poffumus aut DX poca ta aut capfülà cum 1gne in lecto : fed n pofteriori
hoc diligentia adhibenda eft, mu- cda effe. liftéimina,ne fordes infecbz jam
ex- pulfz iterum remeent, quodà paucis obferva- tim vidco: quapropter
hypocauftorum ufus, fi tolerari poteft,.multó tutior effe folet. 207. ln
calidis, et ficcis temperaturis, et e- maciatis vi morbi, füdores commode
evapora- torio proliciemus . 208. Vbifudores commodé proffuunt, non. adeo frequenter
intermediis medicamentis cor pus per feceffum evacuabimus; revocatur enim
liumoresà füperficie verfus ceatrum,impediüt- que faltem,aut difficiliorem
proptereà reddunt füdorem, corpüfque rmbecillius faciunt. 209. Non ftatimab
affumpto fudoriferoat- te promovendurs eft fi üdor, fed pel th Drop ln-
tercedente, fi fieri poflit, omn ? cec (Krnon. 210. Inradicis Chine decocto
parandó,cüm foleant, tid ih £2. 9 !foleànt; fi recens fuerit; et noncariofa ;
unciám unamillius in decem librisaqua, vel fi felecta non fuerit, et antiqua,
duas ejufdem uncias 1f libris duodecim aqua. excoquere; multi etiam. * cf mat ote Ritt i a ent ehe
aaa tg ERREUR Yn, Cem cAvi^ 0e. 0A P ili
v ü. à (a0 Á& foe * / dicis deco &o inpa- rando có- munis er- ror
MediMedia, ut nimie impente rationem habeant ; corum. ! cüm multi totam illam
decoctionem unicá die» abfumere nequeant,vercanturautém,fi 1n alte!rum dicm
confervent ; né acefcat, dimidiam Chinz ? portionem in dimidiatà aqua quanttæ
te excoquunt, et aut dimidias, aut duas tertias confumunt, fic cenfentes et
indemnitati crümee . le confiluitfe ; et decoctum xqué validüm pàá« | raile:
fed maximé decipiüntur,& (1 suftüs udi I cium non fübtraxerint,facilé
coenofc ent, poten ius multó effe primum illud decoctum ; quàm | fecundum; et
rauo * in A Don a: tis eft dari proportio ! | fpectáidum maxim éte 'mpus
coctioni js «& actio-, et reactuonis aquz. m dca chapa aquz communicandam ;
cüm l| quatuor, puta; horarü fpatium intercedere de- | beat ; quantum
confuümetur in abf ümendis pet I elixationerm fex, aut ock | '] diatà qu:
intitate im cià, libris fex aqi ue, dimidium c ytiftittiere finà- v Lert e
irtes,m ino ride ) qti: I nis caloris igni hendam enum facultate: &-
ficcifIima, et mtus; aut du duarum horarü al ni 19nls I cere ] 1m IAdl1CI1S ad
libris aQU£s:; pofi C hin: ilente ? Nequ Ie vc eró quis di- is quantitate, et |
magis lento igne fi fat €oslio; poffe nos PM 'eTow etifcer« au deat, da
incommodo contrà venire : nam ad extrahen- ; e. . A E dam vim hanc ex folidiori fubftantia, debita quoqueignis
quantitas concurrere debet . " x P j . A 2aw. Sar[opt'i yir. In Sarzz
parilie, quam in edomand$ rd 7*-Gui^i (enpertenere cenfui ; decocto, illud
obfervans (ofa. 9e Qeeacls ; (L84 &£« de «Af liz decotlo hac ]ue, et
fuperandis fymptomatibus primas prs seper . €? dum, numquam folam in ufum
ducendam effe; uitfíceda.cüm enim laxante quàdam facultate preditas fit; et
fapore fatuo, adeó eos, qui illà utunturj, naufeabundos reddit, ucob
imbecillitatem vi- rium ex ciborum averfione multa illius ufum omittere
cogantur; adjicienda igitur tertia, vel quarta pars ligni Guajaci; quinimó apud
nos : Mediolanenfes decoctum Guajaci folius vix in L ufum duci poteft;ob
temperamentum calidum, et humidum, et ob hepar ejuídem tempera- tura. pisa deci
So Obfervandum autem, cüm zftate pa- d ds, CAtür, cumminor quantitas decocti
paranda» ; fit ; majorem effe debere aque quantiratem, EY e . : A ci msior; quàm hyeme; utloneiori cocturà tota
vis Sarze guiatita. communicari poflit ipfi aque ; nam quemad- 'e 4444 modumin
decocto Chinz dicebamus, non fo- fier? de-. ]àm eftobíervanda proportio aquæ ad
medica- et » C menta, quz fimul excoquentur, fed etiam pro- ENT portio temporis
coctionis, tum ut communicetur vis aqua, tum ratione actionis ienis calidi-
tate et ficcitate,tum reactione aquz cum humi- ditate, et frigiditate. Guaiati
213. Curautem Guajacum, cüm durius fit ; deccéluno ex Ííolidius non tantam aqua
quantitatem exe» poi1cat; "ML AM ^ " - Vr ennt ir a ier ardere o eel
ai Tees nma ra cx c ESL 1T 3ci Ipofcat; nequetam longam cocturam pro extra-
Ictione virtutis alexipharmacz,ut China et Sar- za, fecüs quàm cenfuerit
doctiffimus Rudius,, [qui temporiscoctionis rationem non confidera- vit; in
caufa eft humidit: 1s Mla ærea, et oleagi- Inofa Guajacd, in quà potiffimum
facultas illa, álexiteria refidet, quz facilis et extrahitur,&
Icommunicatur aqua, quàm qua in Sarzà eít | quz quamvis rariori fi fübftz ntià,
et minüs fo- I1idà, ex(ucca tamen eft, et arida; et in hac tcta. | pofita eft
facultas S Sarzz. Chinat tamen multó | majoriindiget et aquà, et cod turà tum
quo- | niam duriffima eft, tum qu1a;,arida cum fit,nul- Ilametiam habet
oleæinofam fübftantiam. 214. Sed quoniam fepenumeró evenit, ut aliqui vel vi
morbi;vel procraftinatis remediis; vel Medicorum infcitià,ab hoc morbo macera-
|! ti; et ad extremam tabem deduc fint, ut nulla amplius f fupereffe falutis
fpes videatur, ne etia n ope medicá deftituti remaneant, remedium quoddam
proponam, quo quàm plurimos ex | 3isad optimum ftatum deduxi, fimülque viru- |
lentiam exftinxi, &àtalitabeomnino curavi. | Eft veró confumptum
quoddam;quod folà ale- | xipharmacà qualitate;fine fudore ullo, fed me- I
eliantibus pinguedinofis carnis partibus, ali- '|! menti vim fumens, et in
fübftantiam aliti ver- '] fum, et vim illam virulentam evincit, et abfu- | mit,
et fanguinem eenerat alexipharma ica illà '] qualitate præditum,ut malàillà
iqualitate : l- | tà, inaliti bonam fubftantiam vertatur. Sic autem t Ó' P €HY
foiads longa €p- ura igo v 1 at, cum düritás fit Sar[a deco i mira- bile adta
&idos ex »jorbo gal lico. gebe bk echt Px Anat - Inte; ;o0. erswxbÁma autem
paratur: Rec. Sarzz pàáriliz electa mi- vi tola nutim incifz unc.vj. infundatur
per horas vigin ad feq mac .ti quatuor in libris quindecim aquz calentis;ita E
1 utlenem calorem confervet, et operculo bene occludatur vas, mox lentoigne
decoquatur, it4 ut nihil exhalet, donec quinque libre abfume pte fint, et tunc
cochleari perforato extrahatut Sarza,& tundaturin marmoreo mortario, moX
eidem aque reimponatvr ; addendo carnis vi- tuli macrz libras tres, feminum
coriandrorum preparatorum, unc.1, aut eorum loco aut ligni (an&i rafi
tantundem, aut fantalorum citringos rum minntim inciforum drach.1j. pro varià
ho. ft minum, et przdominantium humorum condis : [| tione, et benc operto vafe
; iterum lentoigne»] fimul ebulliant, donec remaneant libre quin--["
que.& in fine aromatizentur cum drach.iij.cin--[ pamomi electi mox fiat
colatura cum fort! ex ar preffione, et refervetur in vafe vitreo, vel vi- Jud
del cov - treato ; de qnà furimo mané per quatuor horassf i emat - apre cibum
capiat zegerunc, vj. aut vij. vefpernp autem iiij.aut y. unciasante cenam, vcl
per tre:gqi horasanté ; aut fi tempus non intercedat come modum, immediaté
antealios cibos: quód fij * inaftate verfemur ; autfebris hectica adjunctaqlut
PeaL' ve tulelt fit, fimulcum Sorzà parilià indere foleo hordesphar 5
excorticati uncias Mij. atque in affumptione-Jpt uri huis decocti per quàm
plurimos dies perfeve 3 geb m AN randum eft, jitaut ad Centefimum quandoqu qd j
ote dicm perveniam. 11j. NNonomittendus hoc loco ufus altering decoch
ANIMADFERS. LIB. FH.) e inecocti alexipharmaci fa icilé parabilis; pro pau (p
fperónth Iperibusoptimi, €x fa pon: arià, herbà vulgari; et safor A omnibus
notà, parandi ; quin 1n conturaciffi-- ARN mo morbo áliquando u fus fum eo,
felici fuccef- lusfed guftui inoratum eft; et propterceà páupe- - libus
refervatum . Accipiantur fapona js viri- afe Iis M. 1j. infundantur per noctem
in lib. viij aqui mox excoquanttur ad coctura fàpc nada Lteinde librauna cum
dimidià aquæ cum herbá jam coctà excoletur cum expre flione, Q )uz Ire-
lervétur prof potione matutinàad fud resp roli- (ad Iriendos, fum endo uncias
viJ.aut viij. quod ve- Iro fuperet rotulvereRor cum paffulis;autfa iccha- ko,
pro potü cum cibis; æftate; et bilicfisratu- IKis;addi poterit aut fonchi,aut
cymbalarie Mj."Valet et pro tulieribus ad menftrua alba ab- » hé frt. i
fiimenda, cum M.s.cvmbalariz; et addiro tan- ma es nl iirundem
filipendulz.Inventum ef efttz apate;Em- aliscmatlo. ipirici Hifpani. Egoautem
fzj pé ac fe pius illo Rifus fum. Doct &iffimu s Rudius meus, /jb. $.de2
aptorbis occultis, 4?" venenatis, cap.18. de Sapon: Aria, et ejus decocto
facit mentionem; fed vereor féum numquam ufum efTe decocto ilo;ctm pu- ipeillos
vj. decoqu átfaponariz inTib.xvj.aqui ad Mdirnidias ; cüm aquz ad fapcnaria m
nimia fit pqtianutas : et quod majoris eft momenti, tenel- Aa herba virens non
1nd ciget tam lone elixatio- "line, jienéz enim et acrez partes c Iuninc
evanecent; et in nihil iab ibunt; in quibvs temáhn "héértum eft, vim
falteni fudoriferam «ffe pofiZitan V [ , Eoi4 LED. SEPT.ALII. MEDIOL. Avv.
Eorum,quz ex argento vivo parantur, A JO» medicamentorum due cüm fint formule;
qui- tod bus vim. malz hujus quahtatis ; qua 1n mo rbo ef gnenta ai Gallico
reperitur x cw ref. lemus, aut é cor- 4C in ufum pore pellere humores malaillà
qualitate infe- duci pof- ctos: quorum altera in formam fuffumigiorum, 5 Boa.
/5* » € altera inunctionum applic ari folet. Duos hos dii quando. remediorum m:
xlos ad evincendum hunc mor- 1; bum experientia Haygptossesubis magniquie jut
dem viri,tumexantiquioribus, tum ex recens |t: Dbys,numquamin ufum Pete dos
cenfent, jb multas noxas, quas ex argento v ivo in cot--[ lo poribus humanis
excitari à fcriptc ribus tradi- tum eft; et (epe experientia oftendit. Alii
nullài factà diftinctione, ftatim ad fuffitus. hos ex cinnabari,autad uncliones
ex hvdrareyro de-4 i ícendunt, ut faciunt Empirici i. Alii hacin re» fu fpenío
q idem pede eunt.p riüs reo11s alexi- | ph: armacis evincere l:em illam
tentantes, fed ubi tamquam hydra denvó novum caput emit«| | ] | tereluea :
Veneream vid erint, experiri altert irum exiis medicamentis permittunt, fed
uni]; dr ver(nm neeotium Empiricis, et ba rbitonfcril;... "m bus
committunt; ne fcrm:-]oim quidemaut fuf: é REC t unguenti, qn Auf ri fint;
przcognofcer y. es,;quinimo, f fi ab es fc mulam aliquam expo fcas, obmutefcunt
; là timé id Empiricos fcire. re [popdentes . Ego hacin re ita cenfeo, et ita];
apes pax procedo : fiin p! inci pi: » fuerit. morbus, atu, eA uolo caamfi
progreffu aia iüs radices egerit, nom. v7. dum tamen ufus fit re elis remediis
« alexi phar macls s» I F- ^ nd wd L gue pe c «f ANIAt ADVERS. LIB. FII. 305
nacis, omiffis illis ; quid cum veris alexiphar- Inacls! preftare pæem
experior, et quandoque rei »etità üac curan Idiratione, omni ingenio tali id em
tento 5 ftc emm et ma ilam illam qual Itaté evincere foleo,& laneuetr entib
us particulis robur addo : $in vcro fic vis morbi evinci nequit fed hic nos
'eludit ; Su€ fi cb sis iitatem rei fami- liaris illa 1n ufum duci non
poftuünt; tutó;« : ia- cricer ad hiec remedia tranféundum cenfeo ; et ecofzpce
illa remedia in ufum duco. 217. Sed cavendum, ne totum id neectium E In pil
r1Cl1S I; LE OH CH NN comn Ittàn t5'€ inc m inibus eodem calopodio titentes,
autin. multus imperfectum relin quunt neeotium, aut pracipites &grotantes
aguntin gr: iffima pe- ricula,aut edam In mortem. 218. Maxi n Crro! reverfantur
ii, qui poft omnia adhibita r reoia remedia, cüm zerotan- tcs jam imbecillos
videant, M rtüute vitali, et quafi universa carne confumptà ; nec aliam. » Jue
e ml m RE e den os! mri Rr mme ee n A fm Intinélto fumigia 04b Eta fries, fsd à
fert tis Medi- cis ad mi^ niftvari debent ; nuncio fun ereí lef] Cc)n, qua min
ren led iis x hydrarey- l "n 7 rA end Ern Cimes 7 : nes ex ar to paratis ;
1 lla quidem ncedut -. ed debilia, aut quantitate arcenti vV1IVj, aut numero aut
inunctionum, aut foftituum;& fp 'cnumeró fti- en olant. Ai t cnim omnino
duo hec remedia xcludenda funt, avt omnino valentia conce- fent, et quantitate
hvdrargyri, et numero inunctionum, aut fuffituum; alioqui attenuata, et loco
motà quidem materi, dolores, et fym- ptomata imminuta viderentur, fcd cóm ea
non expellatur ; alium locum quarens, fxpe nobi- | V liorem qento vi- vo a no
admint- firanda » att vali- de, trm quantis te COZfi-- nua, PilCrtL A Á liorem partem impetit, potiffimum
caput, EN hydrargyro, et cinnabari na ura fua ten dente $ " et fecum
attenuatas materias ducente;quinimo . cümargentum vivum veneficam habeat
qualitatem, eoà corpore non evacuato, egrotantes duplici morbo laborant, eo,
qui fità qualitate» luis Venerez, et aliis fymptomatibus ; quz ab hydrargyro
fiunt. Quoetiam fit ; ut tales feré numquam curentüur, fed infeliciffimam vitam
ducant, et tandem tabefcentes marcefcant. Inundlio 4119. Ex duabus formulis
femper et tutio- uádopra rem, et quæ meliüs morbum exftirpat, eam eí- ferenda,
fe cenfeo, quz cum inunctione perficitur : ino ch 142- emaciatis enim, fi ccis
naturis, 1n ftricto pecto" $2 31 do f4ff^- xe,3nanh lofis magis convenit,
et in omnibus ængi^- (ymptomatibus magis eft proficua. In caden- tibus tamen
capillis; 3n cruftofis, externis ulce- ribus, praferre foleo fuffumigia.
Suffumi - 2,20. Abfurdum ett fuffumigiis ilis uti ina gia levia € ncendo hoc
morbo; quz levia à doctiffimis Fallopii, Fallopio, Mercato, et ahis dicuntur,
in quibus e^ M*r'à noninereditur cinnabaris;exficcant enim exter zin m?'- nas
partes laborantessat «im morbi interni not £o FOR cxfüneuunt, neque materiam,in
quà virulentia p «nutu Ma refidet, expellunt. " 221. Bafis fit cinnabaris
; addita. portione» 9j t es Antimoenil Wa March efitæ:ut prouno æorotan- £5
"7. tecinnabaris fint uncie tres, Antimonii,& Mar- fo mds chefite ana
drachme tres, auripigmenu drach. s. aromatum ad penetrationem additorum, pro
yarià cerporum condiücne variantium quanti- tas v1 1 i ck T. ANIM-ADVERS 1 VAR
E: 9 d pon. dus caterotri LIB.FVIL. 3 Q im: &[ ichmis fex, v« aiuti di eria
f per prunas, corpus in hypo- auftoinclufum univerün piat, C anna ac. ans, sif
firanhelo- liquando I| tas it ferea lius frnou] lie dr: es n exci Infpirans, et
exípi um tamen erit, Íus, aut aneuft nem illiu sfun 45 1222 j$ Antequam ta
IOTacl5s,42 "hs 31 17/3 lexcipere B j 'mie1a caleícat aliquandiu
zeer,& p O off i fudores Pic 'O- fluant, non ^ Inutile », . Inunctiones ex
hydrarevro: apud me»funt multó frequentior prouna curatione,iteratis inun t131
It1Ont Inus tri | quatuor unciis hydrarey i | s falis lgO mw 1n nw Ct1OI 1
35:10. ingeicc l GG CD s nlus tan naxti rta già, qu : "ut: laceo,& fi
n «X pulv cribus: Ini, et Gmilibu S alique m Case Marciatiaddü nt; lIidere,; ut
aliquibus vifun b feriat. 215. In fricidiffimis natur rià przfente,quz vix
attenvar b p CO moveri, 1 Ibi! eft preftantiu aqua | | | aniforum, vel
ale,portionem un- placet crocum ad-, quod caputinimis et crafsa mate- ffit; aut
de Io- $, quàm fi portio portiuncula olei Gq I 1i 226. Vlratftabit
"multàan T Í v 3 catis dofibus, ul OICp OrtiOoibusad fpu bus, vel ber ona
., Ex- | hominis ; commu- 10 Cum. elIn n du plicata dofi e(fe debet, addi-
pica,lili ni- "15,1: iaftic em S, benzoi- 07 ulverisil- [uncia unà 1n,
Suffü "mi- giA ét ove * aliquado eXCipiei da. Saffuni- g*4 aAZIÍE- quam
fiat calor 1g corpore ex [4 71 A A5 LI H»dárar / s,1n quarum una dofi 7 JU
prouno bomine Cr AW, v Lr OHAT Hs, £^ VL et 4d a- &a propor 10. CYOCH 1 26i
le Ch tones ex bydrar gyro 7:0 i egrediatur. A2uA vis !&, yel 0» lea calida
Cbynica, quado "Án £uentis addenda. Vrguente so6 LPD. SEPT ALII A4EDIOL.
Iruncédt e»ultam bus multam illius copiam] Pharmacopola ali- quie. quis
diligens, fidelis fi fimul prz paret;ut axun- FXericah gla vett iftate cc nt
tacta attenuationem adjuva- i urs poffit: at quoties dofis neceffaria eft
extrahen "æg da, fpatulà, qua: deoríum erant partes fuprà ponantur,,&
piftilli L ongàin gyrum com mmotio- ne optime de novo commifceantur ;
gravitate.» enim fuà hydrargyrum femper vafis continen- tisinfimas partes
petit. Sudorife- | 217- Peccant communitet practicantes ; 'e ya alexi-
graviffimi quoqu e fcr ipto res, quia ante hanc in- pharma- unctionem pr ropinant
(iid lorificum aliquod me- cawuipra- dicamentum a alexipharmacum, fic cenfentes
affuméda igmminui fymptomata illa fà eviffima, quz poft (ded inundionem
illaminfequi f epenumero folent ; ÉH006* cym illud potius fequatur, ut fübtili
per f füdo- rem parte cductà, contumacicte crafsa reddita, non moveatur loco;
neque ados feratur; vest hydrargyrumn maximáà egrotantium pernicie corpore non
ex lens, perpetuam illislafferat mo- "dex leftiam «i infu perabilia; fere
fymptomata . abarmaca 238. Preftabitigitur decoctis iis alexiphar- soft inus.
WX icis utl poftquàm inunctioneevacuata fue- eg iones c-. Tit materia, five per
fputum, five pe r feceffum puma. Áiveper lotium, ut vifcera à malà illà qualita
tei fi« anaréuen erii liberentur. 229. À pedibus aícendendo ad os facrum |
modas. Qupui nd fiatinunctio, &à carpo vc er(us fcapulas, et per inungex. Ípinam ad collum ufque : nu wt
m caput in- | dum. X ungatur,quod peífime aliqui iaciunt. Junto i30.
lnunganturadfputi prafilicdns ec] tunc c PER. M * 4 T» - treno t TR i oii BER e e e cati nto tem
ANIMADVERS. LIB. VII. 3069 quando cunc per diemintermtttatur ; et fi lenté
moveri Edi fputum viderimus;iterum unà ; aut alterà inun- 77 P 4" ctione
inCitetur ny s Sjuto zs 231. Si nimis affatim, et cum impetu przci- jj; 4f...
pirari materiam ad os viderimus, periculüm- siad di que fübeffe inflammationis,
aut füffocationis ; effiwentes deturbanda erit; et ad inferna períeceffum me-
c» periei dicamento aliquo erit ducenda ; id tamen raró /» inflam faciendum
erit, et non nifi magnà urgente ne- 74/0975» ceffitate . C fuffow €8110/$75
grafente FI MAI. XX quid pra f'andum FOR V:M; Quz in hocopere conamnentur. . P
?" " ! cerum im exyrbodinis mon ftt acerrimum, aut € * 3 2 Ad : C
vino potenti[[nmo. lib.6. hi "Aceti loco in oxyrbodimis [uccus citri aut
limonum non iudendus. libro 6. 2! "etum pro oxymelite non [it acerrmmm nec
ex vino potentif[mo-.-lib.z. $7 JAceti folius ufus im. [puto fanguinis [u[pectus . libro
"A cidorum uus 12 acutus. febribus utilis ; fed zodtvandus, C quamodo.
lib. 2. 37 ge cerkoodte 2ur-2iddat : Mert PNE A cribus imus 1 dy Hi EY1A, quid
fta um prejram- dum. ' b a7 L Í O $ 1eutic in febribus tenui ens M orant
-Acutis 1n | eUriDus. TOHWIMS CibAHQO Hm quam 17,5 alitis acutis. . [ LI T . e /1 ' L ecu
Acute l'ebricitantes [Hragulis nom numis cooperien- a /.. Ps ZI / AA e7 14 277
lk / c5 ULL 23 ! DAL Ü CH inflamma- Md ^" n^ ] ^ Y ; -J - 1207€ (9 f €t
/€» fi Í»ecta. I1b..6. I j 3 n * .
cs r* . ] * Adfieinrentia 1n [puto [anguimis quando conve- niunt, quando non.
lib.6. 152 Jer frigidus acuce febricitantibus quando conce- dendus. lib.2.. 63
| e Ld nc flate quomodo ip acutis plus cibi concedendum . IQ etu IWNSDMESVY
"etii fententia vefutata, in [anguinis miffione ; enim [uppreffione. lib.
I3I Albi pr ofi Yit vera curandi vatio que . lib.7. 149 «Albo m fluvio
laborantes arena fc peli re malim.» ;b. 145 4lboi 1H Pluoye adftr ingentia
omnino fugienda . [ib; 07. IfI uA b: mp: ofiuwvium curatum A Galenotaz uxo €
Boetbi 377,eularis fuit cafus ; (9" curatio TAYO "uitanda. lb.7. I46
"Album profs !"PIUm apis us curandum aiver[Aa Ya- Vincula T. radit ;G
al £7 / 7 LE l1 jf I "muuaane ovt 7 Voopidibd roa ral 10 5 eo Catttimes.
lb. 9$ " LLexipbarmacts vmpuro corpore non utendum. li- rà 0 f. 7
"lots dofts varia, fi p*o pureante [umatur, cft f pro atjeBori. ij I9
"L: oes duplex faculta: 3 fastahorbikana C abfler- feria etrenans eresa
les I9 l| Jdtoes Jonmumenm relettantibus mala. lib.c. 156 loes ulis dr riti
libi. I9 ah locs ulus in fobribu: quotidtantt » C longis opti- - Ls 27145,
C7" quama oeauteuaum . lLb.«. I9 MUI Tx YU T Lb! 2 T] ! JA vi profiuvto
laborantibus frigida potus fape con- Yeztt. lib. 7. Q7 Gp), «neotna
laberantibus, C b petis "fi (922241 1022€, copiofrus fanmuis evacuart
pote[ff, quam in alüs 17 fi. Uy pmeaionbuss € cur. Ant ; '
Aneoiza laboranti bus g (4l Feci PN [7 iz laborantibus repe! 'cida [c£ 10 Y€Z hi . h b. Ó. Æ Cant. v Caut.
174 "nein laborantibus pra[lat potiones dare; quam medicamenta [olida.
lib.6. I1j "Angiofts [2cculi ex di[curientibus mali busenutia pra[tave.
ib.G. 116 Animi deliquio [uperveniente in principio ex af- fluxu bumorum acrium
ad os veutriculiin prin- cipio «cce [[7onum eft autriendum; ff ex refolutt ne
[pirituum aliquanto ante . lib.2.. 36 Antbrace, et bubose apparente;pro varietate pav tis à
diver[is venis [anguis mittendu rlib.$. 37 aut braces furimenlo, C bubone im pe
fle apparcu- te; fécanda vena, et quando. tib. 5. 36 A:uimenium in apoplexia fugiendum. dntimonium in pefle veyiciendum . lib. s. $o
Apborifmus quinis prima Sect. quomodo intelli- SCIAMUS. LIU 2. 23
"M:popletlicis aimiimmonitm mon dandum. lib.6....67 JdApople£licis
cauteriam in comnailjura coronali 1n- utile. "Apople£fieis ely[levzum
quantitas varia. lib.6. 65 Ci pU corpus. l'ib.6. "Apoplett:cis cucurbitula
fiucipiti appo[ita utilis. lt4, POETA. rho zi) 2 rA» ddr nesrlisitte HG "p
'DLOCUTCLS COHCHII1CHAMUIP » perjricanaum eft | $8 i Lj bát bro] "A
popletitets 12 ficanda vena vuluus. fiat apaplum. "Apopleiticis 1a ctirandis
votaitus fugiendus. lib.6 Caut."Ayopletticis ligatura quales
adhibenda.lib.6. ..6. "d popletlicis quaudo » C quomodo cucurbitula apiye:
plicauda plicanda. lib.6 6i Jd pc aple&icis repetizà fc "euis mittendus.
lib. 6. $7 jetpoplectteis, ft [2 net: ei[[oconveniat.flaiin
admitni[handa.lib.6. $6 dpoplecztcis p ezaf ontis qua do [« cazaa.l:b.6.60
ledpoplechicus veficantia caput rafoappoft tau ite. Jdpoplexia i curanda,
valida meaicemen a coti- veutunt. lib.6. 69 Idpoplexia 1n curandas[ternutatorta
quanao ednui- mftranda. lib.6. 69 IVdpoplex:a 12 curanda » ab oleis minus
waltáts 1n- choandum. lib.6. 70 Mdqua bordet 12 acutzs febribus optimus eft.
potus - lib.2 p : 49 vAqua bordei non comventt 12 ommbus suarbis .h- bs 0 2.4
A9 ^ kdgua bor "dei quo 077 odo paranda. lib. 3 49 liqua op ciflerninas
aut fomiana, jop! mius potus 17 ACHI JA lib. p Á 49 T L/ IL4daua vita, € olea
calida Cbymica arte parat a» quando cum utilitate wiguentis ex bydrara)ro |.
adauntur.lb.7. 22$ Mr: n&murtna, Yel fluviali, laborantes war em 0- flivio
zudas [zb Sole fepelire malum effe » et ex Ww ^ NY X a& o de ad Galezo
repugnans. Iib; 7. L4 | wr fenico
p braparate placenia pro favendo corde, im Fe eflc le. lib. s. (9 duetrrevia
qua [ecenda in palpitatrome. cordis . lib. 6. C. 172 «ilti 20ft Zia 1 "77
palp itatione C07 diquando C0AH- Y€AL. ILXLNGUAVEX i 9. id ] b yenit. lib.6.
fyI JA[cite laborantibus poft bydvagoga valida, ven- triculus roborandus. "Afcite laborantibus bydragoga [aptus
vepetit as, noxia.lib.7.. $5 ftbmati ai tenuantia, OQ" impense calida,
mala». lib.6. I2X "Af omat: obnoxii gargarifpata f l'neiant.lib.6.110 At
omaticis diuretica mala.lib.6. 124 zifhoma icis, fomentis calidis gon fovendum pe-
eD&us. lib.6. 146 VAflbrnaticis c Hi veteris jus naxium.lib.6.. 137
"A: flbmatiecis sa pa rox [mo medicamenti m purgansi mon propimaud um.
lib.6. I40 Af bmaticts iu paroxy[noo nibil violentum f acien--| ies lib.6.
IA4I![ Jl (omaticorum im parox "ox ymo ue clyfleribus uten- dun. lib. I42 A flbmaticis in par oxyfmno nom
perfricandum pe-4 Cus. lb.6. L4 55] Lh mat icis medicamenta purgantia que
opaodo 12.4] a funr ducen da. Irb.5 T E A: batis quomodo, C' quando ladorifera
con-4, : 1 J d YeRIuut. lib.6 : I3 "A febmatteis ficcamtta fugienda.
lib.6. 133 Aftbmaticis fit 745 [ "pin u$,72alus.lib.6. I4 flbznatici
[udorif iferisnon utantur fine dulcibus lib.6. 1j: "All omatteis vornitus
pericn dois. lib.6. I 3f A fl bmaticis vonzius 1a paroxy[mo fugiendus. lbi] ^
Cut Hl. I4 A ft hma2 1 L € TD h ww : d WT "* A o ral ep c 0, S BUE oo
caliber à Mie E£MA COD. E 3 I bmatteis varta remnedia mutaada,ct mes lib.6. I
47 l'rzennantta tz ^! 1€ comventunt ad deob[lruendas | vias uriza. lib.7 9)
M'rtenuantia 12 princ: 'pio quottdzanarum non ftnt J| valeztey catefacinita.
ib.s. 20 I vc | L0 0PIZILIAO cibum aliquando d ætervrima | aueaue concederfa.
lib.1. 2:6 Iugoentum acce[[mongs: gmimus incommodeum ciba- quam fLaiusurmente
nece[fiiate. lib.a.. 3 TE €a5 722207€ £A, Gc L0 ques quribus 27C0 quer €» ab-
" IU furdum. lib. $. (9 Inribus vera inflammatione laboi antibus vepelle
" ] 114 ULX C07 D€ZILHM v b b.6. IO3 luribus applicanda vemedia menit alla
fricida. ; | Ib.6. IO NES s al us 7 ]1 urium dolor: | "materia frigida,
remedia ia- fait vr ftii: IO$ moz ufus per os aamaittendus. lib.«. $6 lurz per
os alJuzmendi varii modi. lib.g. $6 ) b bendum [. p €, fed paulatim 1n et
fuantibus fel mi bes, mon affattm, C confertim. lib.a. 6o i |] p^ a P ], |
febribus, ad offen dendum pureand a» c» pe E 77220* €772, | "vfhcit 1 7
lotio 4ac []e P [/A dir 2Z alba H m p»€?2,C7?' &Qud. pa. lib.,- G andis
iedicamæntis alumptts s ' vus [omms po- A JJ Ec[t concedis. Itb. s. IO i T2947
ux 0i All [^ profiu y:o l. "bora "ntis bi "[Toria Xplicata, Q'
rao reddita curationis llus . lib.7. Cant. 146 Bubone F.y NS IMESXI Zubone
contumaci exiftente ; aliquando purgattomeM y utendum. lib.7. 19551: Bubone
Gallico apparente, ques "podus CHYATOHTE enl Bubone non exeutzte, non
multa ingerenda neque dd quibu[vis ve[cendum» contra E mpiricos. lb. 7-4 Caut.
; C Calculo ureteres occupante,diuretica mala. lib. 77 Cat. 122d Caragna, T
acabamacha, Galbanum, 1n forma cep vati applicata, in prafocatis ex femine »
nul aid ) Cardialeia laborantibus quando yonmitoria;et quad do dete&loria
conveniunt. I1b.7. 2i Cardialgia laborantibus dejettoria [int 1t forma); boli.
Lib.7. 121] Carie Gallica apparente, qua cautione proceden, dum in curatione.
ltb.7. 19)| Carnofts.quam pinguibus;plus [anguis detvaben.. dug. lib.a. I
Cel[ia ia colicts ex taflammatrone utilis .. Ca:alepfi laborantibus calida P
fteca fugiendax),.. lib.6 - 4A Catalepft laborantes aceto intus * foris iutevam
cendi. lib.6. " Cataratla oculi in vemovenda, cavendum ne tu[/h. ad[it.
hb.6. Id Catavalla oculi antequam deponatur » quid. cavet dum. lib.6. 1d
Gatarrbo ad thoracem, C pulmones srruente cam gari[mii| . gari iri
periculofi.Inb. 6. 108 Wetarrbt non fi lends narcotzets, nifi magna trgeu da E
te. l1b.6. 1124 Vufts rui hissoufüo t bu; quis ordo t2 illis evsa^ C7 er
vendus. iib * 2» j: liaufone laboranti purgato [ers exbibitio poft, op
ma.lib.5. II iutione s qui multas babere voluerit circa Jangti- nis 7H, fionem
T quibus petere dichos, 2€ acta ab aliis &gere vta lcaptr. lib.a. v os uidi
Mm 1n futu: a coronal ; cata D0,T€ cien (9 52.0. 9^ Un REMEC - repe aso wt
"P | YAiclti17 GCCOCIO p«uranao COPMZZHPEAS error 4 ]fec do tinens
"mt Ps , 1 7L cac HT027 LÍD«. /« 2JlIO j "Aalt) OC ) Ibole: Í 0Yantes
qaiuaniao pet tpe? 2 € aq 540 ! t? / /Lat f "p - Le. [D.7 B 2 M, AI
DAI20H€C 17 HA, AH ALÍ€Ya CT! Leandauma &OoY0oÍtjs Ld E, 4 d I3 DU AUECY
1a? 3 4€ C1005 " £barare Yiæant. lib. 2.Canut. 27 v Y^, ri 4 )4 ; RETOURS
KL onspsa osse v T Apb: 17 «Ctt 0KHE OQUAHGOO 0] eT€HAMS ; (d quanao ] ] i JS
[2 1 «^ ]4), " [ 5 * " per áuas bores ABC HU. *, ; da " E
"P ! "n, ! pons pauio ætertoi,24000 [MAYIOY » COZC CaoHnattse OT Q
NOUTT CN Sete PL E b 2. À pl CI.245.010H/0« C etit V2 490977 » LE Un, 4 7 Y J H
Wrbu: querido o erre æUet 1» y? "etpio acce) Duy. ub dib.». jj ' J 3 £e
ÉL. " d nutaseuutanda YAUDHC lexus, € YoUOTLLS j r Ma, - Uu Col ! À, e 6 f
bun 0p €! 15À2 DY1À ctt 10 2 (2 "Zl 4994€510 act efi:g- ] d «hl ?7 j
"., "J^ /2 i si j D. : 2 2 y : v ubtes Kroxexes ERI "T IM UTE 7
0j et / c yr&[rat perju J/4€82 [ftaius » € -- Rt Io : juftante acce[fran e
CP auando. lib.2. 21 Ci eres abflergentes in dyfeuteria quandoinden- ] aài.lb.
7* 98 cif cerium abflergentium in fine dy[enteria abufus. lib (7. 99 Cly[leres
l lande inWiciendi, turgentibus flatuinte- fini Yo. 2» 24. Clyfleves communes
cum. decottione folita zzmvete- Válaty 707 let "Idadi ib. 4j. 26
Cl»(lerium commumum frequentes abu[us.lib. 3.277 Cif eres etam refr:, COT AHICS
inflammat 25 Y€Hids, fint pauce quantitatis. lib.7. 11j Chyfleres ia effetiibus
vepum quantitatis parva. li- bro 2 3* AR Clyfleri in indendo ante fcBlionem
venaqua. obfer- vanda.lib.3. 3l |j Clyflerem aute indendum in alvo dura,
validum..| muedicamentum exbibendum.lib.. $651 Clyfleres in pragnantibus
grandtori | fetu,quanti- tate non excedant .Atb.3. 2I! Cl feres NUM €: fícce
antes in dyfentericis rejiciemi di Mib.7. 1044 Clyfieves prapinguibus
uonindantur multum calem ) tes. lib. 3. 2.33. Clysieves pragnantibus non
frequenter 3ndantur /V lib. T 2 CQ, C! jfrere pro mulieribus quantitate majores
effe A. ) iig ID, 2t Clyfleribus puerorum oleumnon indendum.lib. 388 Chysleves
violenter non injiciendi, snteffinis facd, oM MUR: PL 2'8 Cly[ler FHAXNTSU
Vvfter ut retineaturquid pre[landum. lib.7.. og piscis a flatu olea data ab
aito etiam ut ilia.lib.7 . Cant. 76 plicis caltda valde atiu, uoxta.lib.7. 68
plicrs cly[Teres ab initio cum vino, vel [apa noxii. lib.7. 67 pl;cis clr[leres
ne zndantur, repleto ventriculo.li- br ME 69 Wicis ex flatua valenter di[cutie
€t4 nox 7 J[ib.7 . 60 Up/zers ex flatu laborantes ante u[um cucurbitula
puregands. lib.7 i SI E WA 3 TIPIRAS in dolori ibus aqua frigida quandoque
utilis ; e Ce quama NH, jJ. 72 92 APIZCLS L7 doi lO0Y 10145 .£ i flammat 1071€»
"mca 1 A122 CH - : T j L Q Jzo purean t1, let baie.lib.7 92, LJ. ] 35 »-
p/ E 'oyt lecta YYCeAA 277 talo. ]14 "dado confert i " p - " E
ss i - Izcis 172 aotoribus non Legientibu. Jolissaut ft Ji 'erco- FAVILIS., «H
'Aræ agentibus med pem C7 1$, Aat ILI zrautegdum Jed pere pur gaumtiuns » (cur.
I /b.7. 7 rcr s 172 121110 vale nterdi[cutietia mala. lib.7.66 qWNzczs [T upc
facientia potilTipouma con vcaiunt jfi fimt Wa calida mat eria.li ib.7, 70 Meus
SEupef acientia concedendas viribus confi flem Sirebus. y2C1$ uftes ok orum ab t1a:t:0,202 ali 4
grecede c2 CHAT » Muiuttlis.lb.7. 73 ' | boatna compen C" ion5 ^P MV 0o 4
O0^^ mn zs 742 na44 1 f444^ / FAAULO[L S ! 092€/2: 4 €X olets 208 Iutt 7
"4 bibeg A4 vLlbro IV NS DEM PA. Ais 3$] ( dii io male primis diebus oleum
cl« onamcli- ? ex aceto applicati m. lib.6. 37! C inc oCta médicari,cruda ncn
movere, c'e Fin pocva 1i fent €fii 1a expHeatz ; loc Hi "ppocratiss! i (C
alen: con: roverfi coz ciltati-lib. 3. 48i "on [udi ar iones meæ debent
fieri feciufrs arbi-- tris (P eur-liba. I2 Cos[ mpsaqui a porius ex carme vi
tulina.lib.2. 4$] Con mp quom odo parcatur«F. | Convt jr partes omnes ca. TUE
fo? enda. lib.6. 92, f«do ove [uper Y€81€5H:€ s quid á (enam i (un Q. ;41 4 ib.
o: Cordis in palpt'« attore zum ob fers 29 41015 is wbunaa 7 QU x1 z ram
mitiendus fi [anguis » qua caurto adf biben da. i;b. 6. 16 Code laboramte ex
craffis bumoribus, diuretica.A c fedorifera non cor vertunt. cfi 6. 177] Coáe
laborante ob fer ofó buroves, diuretica » C [udov:fera optima. Iib. 6. 17
Cordis] palpitattoni quando, G1" quo cafn fangu "m 'cndus.lib.6. IC E
vi ft d fia fente quomodo proct ede dum.lb.s. fi in iamper[ecía ; codem die
sibil à AMedicomml, E: €/ don bs 25 Crift immiutntes quando à capite eff
repellendum l:b.6. ] Critici: diebus quando sædicamentum purgans eA Crocum
inuutliones ex bydrargyro non ingred. 2 Crura Hi PY. liD. 7. IA DX Ey Crura.
[unt perfricanda, ' abluenda per tres dies eunte [ethionem tali.lb.7 137
Cucurbitule zn fpa[mo q ducimio applicanda.lib.6.8e Cucurbitule12 dor[o,
"E 107 cordi5.quando comvemant.lib.6. 173 Cucurbitule in palpitatione
cordis quando applican- da. Cucurbitula in pefle dorío quando applicanda, is
quando ag0n.lib.$. Cucurbitule im. prafocatis ex enenfibus famreffis ventri applieite,mala.
lib.7. 163 Cucerbitule in
prafocatis nbi affigenda.lib.7. 162 Cucurbitula magna in colicis applicanda
cautio. Libro 7 y 78 Cucurbinul 4ARAQUHA ventri a pi heit, fi ff f CHZ paunco
z2ene.lib.7. 167 Cucurbitulamagna [it ex perforatis.lib.7. . 168 Cucurbitula
magna ventri appoftta diu 20 bareat . Cucurbitula noa diutius afhxa parti
permittatur . Iib... 26 Cucurbitula [carificata ia pefle aliquando vicarie
fechionis vena.libro 5. 29 Cucurbitula [Gavificata in [uris in pe[fle
frequenter in ufus venire [olent.lib.s. 40 Cucurbitule, fi cum [carificationes
cum pauco 1gue fent afficenda.lib.4. 2 Cucurbitulis [ablatis 1a [pafmzo,
fabietla paries fo vezda.lib.6. oI D Debiles dum purgautur.aon ex[uraant. X A
-- i Dec CÜINDEM. Decotta folventia in morbo Gallico rarà in ufum yeniant. Decrepiti parum, C fepe cibandi; € cur.lib.a.
7 Diapboretica 1n flatibus cordis aur 1n ufum. nca ducenda, aut sllis
admi[cenda fabad fl ringentia. Diarrbea
laborantibus pinguia [n[pecta. lb.7. 8$ Diarrbea laborantibus quando
ab[lergentium ufus conventt.ltb.7. Diureticain a[tbzaate mala.lib.6. 134
Dinretica ia calculo venum in uretevibus mala. libro 7. 124 Diuretica in
pra[evvatione à calculo; [epe moxta.». lib.7. 12j Diuretica potulentá won diu
in lydropicis in u[um ducenda, G cur.lib.7. $2 Dolente capite ex intemperte
calidasaceti portio it ox »yrbodrnis frt parva. Dolente capite ex intemperie
calida fine materia, oleum vo[atum 1a oxyrbodinis fit ex olivis maturis, C cur.
Doloribus capitis etiam
vebementiffimisyimmninen te criftsvepellentia fugtenda.lib.6. Ij Dyfentericis
clyfleves abflergentes quando conventant.)l. i TU Pi Dy[enterici ex atra bile
antequam purætur, fero--| cia illius bumoris prius attemperanda.; Dyfentericis
in decltmatione ab[lergentia malas. Dyfentericis per fe convenit [zngurmis
»ui[io;fed oll, adjuntla raro convenit. Dyfen- Dy[entericis pinguia in Jict
quando utile, noxium. . C" quando Dyfentericis quando purgans medicamentum
cosn- vent, C? quando non.lib. 7. $9 Dy[entevicis quando, * quomodo Janguis
mitten- dur.ltb.7. 96 Dyleutevicit quomodo, cf quando narcoticis uten-
dup.lib.7. IOt Dyfentericis KR babarbar: ZZ Jufpettus. lsb. 7. 93 Dyfenterici
ubi psrcadi,flatim id pra[ladul.1 £z EmplafHicis in ophthalmia quando utenda.
Empyii a na' ura curari per evacuatiouem mattri& per
[eceffumsexemplum.lib.G. I27 Empyiei quando wrendi;aut [ecandi. lib. €. f:,
Epileptici in paroxy[mo non concutiendi.lib6. 45 Epitepriets ex aura
virulentælevata raro gmitten dies [anguis.lib.G. í3 Epilepticis in paroxy[mo
caput non ceoperiendum.». lsb.6. j Eytlepricis lignum ori nom ind£dum fed quid
aliud. lib.6. f1 KEpilepticis pralervaudi quando ex brachio, cf quando ex talo
mittendu: Janguis. lib. 6. $5 Eptlepticis pra[eyvandis valida purgantta fepe no-
xam afferunt.lib.c. | $4 Epileptiets veficantia capiti de vafo applicata, optt
mum remeditm.lb.. 33 Epilepticts vomitus malus.lib.G. $o KE pilepricis vom orta
fempe y mala.lib.6. $4 Epiphbora i2 curanda tn princrpio «dftringentibus
Aytendum. $5 KÉypiphbora in curanda eyrbinorü rarus ufus.lib.6.90 Errbina;et
flernutatoria aal laborantibus oculis. lib.6. ! 17 Errbina in letbargo optima
»18 emultis tamen fu- gienda, et 1n quibus .lib.G. 33 Errbina funt pe[[ima in
dolore capitis ex- morbo : Gallico.lib.6. ! I1 Errovescommi[fi ig ten
yillu;pravalente indica tione à virtute, funt majores » fi peceetur minus
dando.lib.2. 21 Errores commi[fi in tenui victu in formapari indi catione
virtutis C£ morbi exiflenre ; pares fant s c «qualia inducunt pericula.Iib. 2-
22 Errores commi [i ia tenni vitium quan "tates pars exiflente indicatione
virtutis CP morbi, pe]ores unt fi plus quàm par frt concedamus.lio.1. 23
Errores 1 tenui vitlu p valete mdicatione à sorbo fabtrabed:, majores»fi
peccetur plus dado.l. 2.21 E yacuandum [anguimis mi[fione, antequam motus
defierit ; fi tempore mit endi [anguimis men[es fluere contigerit »[ed
impevfetie lib. a. II Evaporatorus in calidis,có frecis naturis, ad [udo- res
utendum.lib.7. 207 Ex argento vivo inuntliones parate»? fuffumigits zon ab
Empiricis, fed à peritis pra fcribi debere; UR yariari.lib.7. 217 Ex bydrargyro
parata vestediapro morbo Gallico, an im ufum duci po[fint. C quande.lib.7. ^ 216
Febricitantibus à partu ummquam mittendus [au- 4/721 e guis à f[upevnis.lib.7.
1768 Febribus in continuis evacuatto per lotium comma- dior, quam per
[udorem.lib.5. à Febribus in intermittentibus, potiffrmum tertia pis,fudoris
provocatiopraflats qua urina.lib. s.t Febribus longis aloes u[us commodus, C
quomodo e lib. 5. 19
Fiuentibus ad oculos bumoribus ; ab[linendnm ab ad [lringentibus. lib.6. $8
Fonngraci in lippitudine utendum decocto, mon fe- mins. lib.6. 97 Fanugracum
abluendum antequam in ufum duca- tur .lib. 6. 9 Fotidanon [int,qua capiti [unt
applicada. lib.G.11 F gium excludentibus quando utendum, Gi quomo- do. libro 7.
174 Fomentis calidis non diutius utendu et cur.l.3.39. Fomentis frigidis a&bu nü dinutenduset cur.
Fontanella in [tura coronali in catarrbo ve]iciente da.lib.6. 107 Formam vittus primo virtus
o Bendit,[(ecundo [ym P | Die p'omata ertio flatus d:flantia. lib.2.. 20 Forma
vitlus qua doceant 1n acutis morbis. Frigida potus [ugiendus in inflammatione
inte jfeinorum. lib.7. 98 Frieid:fima atu e[fe nom debent, qua tboracs apple
cantur.ltb.6. 161 Frigida «d fiflendum [anguinis fuxum optima... | praterquam
[i ex tborace fluat. lib.5. AI Frontis in vena [écanda » blande gula
ad[Iringen- dax brevi tempore .lib.G. X 3 Frue . E rullus bovarii in acutis vejiciendi. Galeni con[ilium
pro puero epileptico depravatiam . Galli veteris jus aflbmaticis noxium. lib.
6... 137 Gallico12 7ovbo curando, quomodo zAutlor plura s quàm alii ober vare
potuerit.lib.7. 186 Gallico iz »orbo in principio lententilss abflergen- tia C
purgantia admijcenda.lib. 74.194, Gallico in morbo curando alexipharmaca
mi[cen- da.lib. 7. 196 Gallico1n morbo proeve]fo purgandum. lib.7.. 194 Gallico
in morbo pargantibus validis agendum; c9 cur.libro 7. 19$ Gallici morbicuratio
diver[Aa » inchoante ; pro- ere[[osmorbo.lib.7. 186 Gallicosmorbo incboante C$
bubone vix exeunte 2, tenuis vitlusnalus.lib.7. 18$ Gallicoyaorbo
incboantesetuam ad bubonez promo- vendumsexercitium validum malum- Gallicus
yaorbus inchoans,ftze purgatione exteris quandoque folis curatur. " ",,
Garczavifmata fugiendasis, qui repleto [unt tbera- ce.Iib.6. 109 Gargar:[matain
catarrbo quado co veniat.l.6.111 Glaucis 12 oculis s(£ latas-venas babentibusy
smittoræxterna comveniunt.lib.G. Glutinantia in [anguinis (puto quando utilia,
quando noxia. 11.6. IjI Geonorrhbea Gallica non fLatim fupprimeda. 1.7.1 18
Generrbea Gallica in curanda,quomodo 1t curatio- ne pro- FINE IROBS X se
procedendum.lib.7. 19] Gonorrbeamuta:ur 15 f'uxun albu.fi diutius per-
feveret., et mnc quomodo curanda. libro 7. 130 Gonorrbea quando calef
acientibus curada.l.7,129 Gracilibus quibus plus [anguinis detrabendum, c
quibus muixus.dib. 4. 11 Cua]aci decoblum cum dura fit illus fob[litia, qua
nodo minus lonea cotitone zndiget. lib. 7. 213 Guajaci ligni fpecies qua in
Cura done morbi Gallici re]ciende. lb.7. 260 Cua]aci lignum quod in ufum
ducttur,non [ft anno- durm-lib.7. 200 Guajac: [pecie s rejiciatursque eft mimi
acris,et tur b1au decoétu facit, pumquam clarefcens.1.7.202 Guajaci fcobs neque
craffor, neque im pollinem du&a.lib.7. 203 Gya]aci rune non [int umoris
ligzi, neq; parvi, nam [unt in validi.lib.7. 201 H Flemorrboietbus [sperflue
evacuantibus, am omnes occiudenda » an una velinqueuda, fententia AA4uCloris.lib.7.
II2 Heyate evyfipelate laborantes frigida atla comve- "nunt .lib.6. 46
Hlepate evyftpelate laboraa*e, vepellentza [ola con- veniunt . lb.7. 4j Hlepate
f 712:do; calida t? ficcamedicamentæxier na fufpetta.lib.7. 3$ Hepati:
eibbainflamata, ante ufum diureticorum alvus lenienda. lib.7. I FHepatico
fiuxuis remedium fineulare.lib.7. 106 Ne d Hepaf ND E'zx. Wgepatis in
calidaintemperie quando purgandum » ci quando non. lib.7- 3 Hepatis in calida
integperie manna uo [ufpe£tum - Hlepatis
in intemperie calida ref[rigerantiaumpen- se, e adfiringentia [u[petta- Hepatis
in inflammarne in principio non purgan- dun- Hepatis ia inflammarione
repellentibus attenuan tia etiam in principio mi[cenda . Fiepátis in
inflammatione attu frigidafugienda . (im [bi Hiepatis inflammatatava purgandum.
fed in decli». fis nationes cotla materia. MH Hepate inflamma:o [ime mate
ria,repellentia fola conveniunt Hlepatis in iuflammatione in declinatione mon
puris. | vefolv entibus urendum. Hepatis in ob[lruttione attenuantia cur dnte
pran- «| dium applicanda. Horde: ad aquam proportio pro pti[Jana paranda .. |l,
m Ó dj Hordeum aliud [læ cortice, ve[hrum aliud. lib. 2..11i Caut. ] Hordeum
pro ptifana quale elicendum.lib.a. | 4p Hordeum quomodo parandum pro pti[Jana
confi--| cienda.lib.z. ATi Hora tres à cibatione ad principium acce[[wumis nom.
| fifficere. lib.a. 344] Elunores effc ducendos quo aatura vergit.quomodcià
gntellimendum. H»yárarFIXNYXDOcBGI | Ei ydrareyri prouno bomine 1numgendoque
quati- tas." qu& ad aliasmar edientta proportio J| Jd
ydropicisattenuatia no diu in usu duceda. | Hydropicis Rhabarbarum inutile.J|
Hydropicis bumores [erofl à principio purgari po[- fuat; fed à et levioribus
tncboandum. li ddyeme plus concedendum. [ed variussa[late miuus; fed
[apius.Iib.2. H yeme quando minus nutriendum.lib.z: I1 "i Ilerici inprincipio
non purgandis[ed praparandao eft materia. Iilerici valetioribus medicametis
evacuadi. Jélevicis valida non danda medicamenta, [i ex ix. patis
inflammatione.lib.7. 65 In cardialeia ex vituitaatida dejecloria fiat cum
purgantibus. lib. 7 30 Is cardtaleia 1n SrinGSpuA vepellentia conveniunt, non
ad[ ringentia.lib.7. 216 In cardia dia fbduiloria fim blanda. Iu empyemate no
tentanda materia expurgattio per Po fece[furn. I| Jnflammato bepatesrepellentza
ante fecélionem vene non comveniunt. lib.7. 29 IIo palpitatione cordis curanda
que vena f[ecanda,. | libro 6. 176 In palpitatione cordis ex flatu pr
"ovidendum flati- bus ventricult. Jn palpttatione cordis ex flatibus,
exterats calidis non e[[e utendum pra[cuie adbuc materta. 5 In
plevriticiseexterms no indi[Lintie utedul.G. Inter Jntev [udandum ton adeà [ape
purgandu.lib.7.208 Inunéiiones ex argento vrvo aut non [unt 1m u[uino duccudas
aut ft in ufum ducantur valide efJc de- bent. cur-Àib. 7. iid Tnunélio in morbo
Gallico magis laudanda. Inuntlio ex argento vivo quando1nte rpolanda. Inuntlio
fi fiui praferenda in curatione morbi Gal lici. Jnwungendi roodus.Lac in
d'y[entevicis am conveniat » quando, C quomodo parandum Lac in renuma wlceribus
qua. diflinélione dandum. Late a[fempto in phibift, dormiendum. Latle muliebri
qua di[Hntlione utendum in ophtbal VU, »mia. Latlis quantitas rn ulceribus
venum qu&. Lapidem in vefica frangentia medicamenta fiétittia.Lapidis in
vefica unica curatio, excifio. Layidum ex vefica extrattorum bifloria due
admiranda. Àhu Lapillorum precioforum [us neq omnino ve ficien- dus,nec
pe[[amsut fitsrecipiendus. Lenientia:n morborum principio majori ex partem,
comvenunt. Bi P Lenientia quo tempore, qua bora, C quantum ane cibum
exbibenda.lib.5. $i Lens quomodo Fitppocrati frigidiffima.lib.g.. ye8
LenILentium decobtuma, C f)rupus inpe[le, C vartolis vepiobasdum ie Y MLentium
qualitates, variazatura.lib. D? $9 J erbargicis cucurbii ula applicanda | Lei
bar. eicis quando [ecanaa veuas C£ quando mon 0 Letbargieis vepellentiaparce
applicanda. C fiue 2 aa[tvitlione 4: | Lezimeniis hepatis 1a obflru£lione fotus
calidi pra- ?ALTi endi. vs ; cS FS ): Jt, P". ; sc E P - V aLippiiudigi
valide ad[Lringentta contraria. d !' MM azrea s, co Jp ccharo parata, 14 chole
va fn f Cla» !j M aflicatoria 12 doloribus a calidis, €? temubus bumoribus
quando non concedenda. LM edicamen: ovum altevautium materiam t [fc mutandam..
I JM edieus commre]Tus medicos amet, C quopzodo [e 12 €15 gerere debe. l1b.1.
I1 aM edicus cum mulierculis, C imperitis de rebus medici non differat |abyo dM
edicus de mercede non paci[catur. Mad edteus C do£irizasC ufu inflrutius
artemexer eat lib.i. 24 IdM edicu: fuaiat mollitiem exteruer.lib.t. $ uiuM
edieus eratis aliquando curare debet. uM edicus tznan glortasaut nimo [ui amorc
aon ten- Ji tetur-lib.x. 9 dub edicu: gratos erian1n nece[[itaizbus non defc-
ab -rat.lb.1. 21 AM cdiI'N*JDS.E Medicus in omnibus praftans qualis.lib.t. 3
Medicus im oratione, C farmonibus varius, pro | jo agrorum varia natura.lib.1.
26 lu Medicus juvenis fab datto M edico praxim. addi. Lim fcat Medicus morbos
[uos excujet. Medicus nom inbumana [evermate utatur. li Medicus aon fit
jattabuudus, amt nimium pollici- 4. w( tator. |l M:edicus gulli [ctt fít additinus s fed nudam
fequa-. Mais rur veritatem.» M edicus pietatis cul tor. Ii Medicus qualis in
veftitu.lib.1. 6; Medicus qualis
in odorati sfe vendis.lib.t1. 7] Medicus quomodo excolendus.lib.1. HET dicus
Jamtatem pra[efe vat.lib.t d v Medicus [ecreta remedia non profiteatur, [cd
alis I, communicet.lib.1. Medicus ftt [Fudiofus munditiei.lib.1. Medicus
[ylvasm medicamentorum prompi am ha beat. lib.1., Avfel vof fol.licet im
bilioft : febribus ab initio 20 CCo vyeniat,in quo'iduanis opiimu eff
vemedin.l.s-YÀy, AMelancbolicis liquida macis.quam arida vIEAICUA qenta
comvemunt.lib.6. «q €Melancholicis quando fineuis spittendus,quani,.
fupprimendus, et quado finendus.hb.G. Mellis ad aqua propor!10 pro paran da sul
[a.l.2..] Memoria deperdira remedta non famper calidas cet Galenus ejus caulum
frieidam faciat.l.G. .| Memoria deperdita curanda varii modi et contio. rii.) Vit.
Lib. 6. jJ Memoria deperdita quomodo à
frigiditate; fi fepe à caufis calidis. lib. 6. 36 ^l] Memoria curada rara
evacuatione op eff.l.6.36 | | Men[es promoventia pev os fumpta debent effe i2
multa quantitate. lib. 7. -I40 | AMenfibus immodicis in iflendis repetita
[angurauts silhofiat endeen die. VAM ez
fibus mimodice fluent ibus; aliquando medica- men! o purqante utendum . AM ez
fibus promovendi, Jecari pote[t vena in. à ante tempus motus cum Galeno, C?
verfus finezo motus TAM enfibus 12 promovendis mon eff [ecarda ver a dum
diminu: € fant tibi mulier aut t1207€ iui afficiatur. aut animo folea: AT
lficei re. . | Wa enfibu:: 15 i pramoy enais pra[lat repetere [25gu:-1$ 9i Jf
oneza. $ p^ n[tbus [uapevfiuisscum v "edicement opurgaute o | uilcenda.
aa[tringentia. [; MR I4 "T enfibus [up ci finis remedin "o
"lare m7 e libus fupp: ejfcs LU e
Pene yox naa. D
ies Mercedem oblat am Mediceus prompte,
uon qu gi s] 2 furtim capiat. Irb. I. 2C Map. onem [aneuinis ex talo pracedere
debet exer- jn CLUMm RA "me partium m fern un. l7 ode[Ha aceintius Medicus
domos dngrediaiur . WM orbis complicatis ton contvrartis, quomodo pro- cedendum
WWACER S j "Morbis complicatis eontrarus quomodo provi- acndum
dendum.lib.5. ær Morbis extremis; flatim extremms vemediis utendum Morbo
cau[& complicatostau[a primo vationem bæ qu bebomus. Morbis mediocribus
blande; cum tempore occur ; vendunz.lib.5 Morbo jn pracipiti [anguis prius
mitti debet,qu& Vu alvus [ubducatur. jd Morbus cum 1gnoratury attenuandus
victus . cur »»1) . quomodo.lib.1. AMofthus in umbiliai cavitate
pr&focatione gignt «vina . zGXul Mulfa alia crudasalia coéfa.lib.». $c
AMul[a aliapro medicamentosaliapro potu. cc (m; 7Mulfa alia meraci[[mmasalia
mediocris » alia dilus ta.lib.z. $« ib Mul[a ex faccbaro optima quomodo
paretur. AM ufa svekmelicrati d.
fEnetro ; e£ conficiendi rad) in IN H10.. Narcoricaim capitis dolore ratrone
doloris ix aad) am pibenda, fcd aliquando vatione vieiliarum.l.6- i r
Narcotica:n dolore captis pev fe vix per os concad ai denda.lib.6. Narcotica in
dy[entevia parce adhibenda.. Narcoiicasumaua applicada f uris capiti., Narco'
ica numquam aurvibu: emmittenda.lb.3 v Narcotica numqua iu puerts in usu
ducenda.l.3. Narcoticis varo utendumsQ quando. Naufca laborantes quando
purgandi, C quado sid, INatn-li TT 1] li Is Do EY ] AMaufea prefente, vomitu
excitato,in co sion veul- tum infiflendum ie d Obffetricibus eut
affeventibus.aut negatitibus gra- viditatem, Medicus non temere credat.
FOb[lerricibus remeré non credendt.cy afferunt fe- tum e [fe mortuum se
»iexclidenat, ef[c.l.7. 171 ipOlea in colicis data adjuvanda cum ab[lero ibus,
vel pureantibus. WOlca f'nllata in wfism mon venient » mft aliis alliez-
ta.TOleis cur cera cddenda. .G. yÀ: WOleum amyedaltmum a partu ntq; femper.neq;
qui busvis coz venit qOlcum per os [umptum quando zn colicis optimum. 4o
prafdim. aiOleum rofatum pro oxyrbodinis fft vecens. JOpb: balmta in curanda
opii vfus neq multus, neq; A frequens JOph!baimia 1n curanda, qua lentorem
babent A comrmoda.lib.c. 75 UOpb:balmicis paucif[ma externa vemedia adbiben |
da. Dpiatasut 7n alitis ventriculi affctlibus fugienda, sta in dolore
inflammatorio eju[Æm concedenda, b C quomodo.lb.7. 3 WOp: ufus frequens im
lippztudrme malus. 4D: colluendum anrequam æri cibu [smant. | qDo mel no[t-u
imbecille ad cra[faincidéda. 1.2. AQ. ymel H0 ferum ACUETS f bribus non fat 15$ 44CCom eodatum.
lib.a« j Oxymel iN Oxymel quamdiu excoquendum. Qxymel feplaftariorum diveríum à
Galenico ; C Gracerum. lib. 2. $2 Ox*ymel feplafiariorum fimplex nom eft potus
» fed forbitio . Q:ymel feplafrariorum
non bumetlat. Q»ymellis parandi ratto Oxyrbodina applicata ne ficcentur. » aut
ex affa zmateria applicentur. lib.6- 2 Qiyrbodina n capitis dolore magis
proficere » ft ex alto decidant.Ox yrbodinis narcotica vix adpiifcenda
Panatella an [emper ex pane loto.lib. 2. A4 Panatella quomodo paranda 1
acutis.lib.3. ^ 44 Pazalytici quando ab initio purgandi.lib.6. Paralyticis cucurbitula ubi; quamdáo pn A. ra
Paralyticis diuretica optima . lib.6. 744]. Paralyticis olea diflillata
folainutisa p Paralyticis oleanmmis calida mala Paralyticis rubificantia quando
comveniant.5m Paralyticis fedorifera non enultum comada. Paralyticis vc
ficantia utilia.itb.6. za Partus non accelerandus ob preces parturientium |
partu in diffcils varó exbibenda promoventia fei cukdas.lib.7. iz Peffi odorati
impoftti in pr efocatis ex femine » ve IL. LA ciendi.I:Pete affecti medicamento
purgandi. lib.5- m Pefle !| Peffe laborantibus ex diver [rs caufis, quando
smit- rendus fane s.lib. s. ji |! Pefle laborantibus mon [emper conveniunt
purga- ros fangumis mito. lib. s. fI | Peffe laborantibus numquam mittendus
[anguis ad ammideliquium. | Peffe laborantibus folum im principio [angws mnitti
poteft. cur. lib.g. 34 |Peftis materia ab initio puyanda. Peflis materia
crudadici non poteft. LPeffis materia majori ex parte turgéns. lib.g. 4
KPe[Hlentes febres, licet peracuta, non requirunt te- nuifhmum vitium .
MPeflilentes. febres frne peffe coElionem expo[cunt in "HAI€YIA » nec 1n
principio 1u dis purgandu.A MPeflilenti in febre, maculis evumpentibus, [anguis
|... fecta vena poteft evacuari Ci quomodo.lib.$. 3 r APharmaca glacie, vel
aliter vefrigerata pe[[ime à quibu[dam conceduntur /MPbarmaca » que mifcentur,
non ffztt ex dis, qua difpari tempore operantur. IPbarmaco a[wmpto, non
dormiendum, cr in qui- buss e quando. IPbarmaco aJumpto, eule, aut vemionz ventriculi
calida non [unt applicanda. "dMPEarmaco non évacuante, uon [emper poft
tres bo- ] ras pufculapropinanda. lib.5. dPbarmaco non evacuante;clyfena mo
indendsz.1. 2.9
Jbarmacorum validorum extratla per vinum; aur aquam vite, periculi plena.
JPbrenetict in principio purgandi. WPbreneticis acetum in oxyrbodimis parce
adbibene v Y 9 um. e Phreneticis cucurbitulis appo[itis quid faciendum
Phreneticis in curandis mon diu narcoticis uiendum. Phreneticis in curandis
vepellentiætiam folaultra principium comy emunt Phreneticis non e[l enittendus
[anguis ad ammi ufq; deliquium. Phreneticis
fi inbrachio fecari vena non poteft, non fécanda easquein fronte. Phreneticis
[latim vena fécanda.lib.6. 19 Phtbifi laborantes latte ajumpto dormire debent
Phthifi laboratibus blande alvus mollieda.. Y64 Piluleta Gallico morbo
laborantibus purgandis in fine praferenda.lib.7. 197 Pilula in tufi f capitis
ajfectibus ; male dantur poft cenam. Pilulepro capite expurgando majores » pro
ventyt- culo minores. lib.3. Pilule pro capite purgando à cea 40 danda. Pilule
valid:f[ima forma non fiut magna (cur. Dituita fal[a quotidianam producente »
plenius mu rriendum in principio, [éd 4 ventriculo deturbaui y; da e[ materia.
lib. $. ? Plevrifictí; c€ ante fomentis dolore, non confe[tim| defi flendum A
veris remediis. plevriticis, dolore a[cendente » fotus fimt bumidi ||
defcendente [icci. p DPlevriticis » dolore def[dendente ; iH feclione vez) 1] ILLA EX OEAZXA son efe exfpeclanda coloris
[anguimis mutatio Plevriticis quando fomenta anodyna conveniunt.Plevriticis
[acculs fovetes ex levi materia.. Pleuriticis, viribus imbecillbus, nou
ex[pettanda coloris ia [anguine mutatio.. Plevriticorum reliquia omnino
abfamenda.l.6. Ya y Pleyrsticorum triapraclarif[Timaremedia. Podæra laborantibus varo repellentia
conveniunt. Podagra laborantibus am ab suitiomedicamentum purgans dandum
scontrover[ia cociliata Pi Podæra laborantibus quando mittendus eft. [anqurs.Iib. Podagra
laborantibus frequenter [ecanda varà ve- ZA.ltb. Podagrofís fmunttto ex oleo
falito ante declinatio- nem aAla. Podærofi non. [olum oleo. [alito snungendi ».
[ed etiam yperfricands. Podævofis oleum [alitum 1m declinatione Optitum.
Potulenta 12 bydrope a[cite [epe fu[petla. Potus acutarum f ebrium quis, C
qualis. [ib. Prafocatis bene olentta coxis applicanda .lib.7. 153 Prafocatis ex flatu ; cucurbitula magna
ventri in- eriori applicitA » praftanti[umum remedium Prefocatisex retento
[emine bene olentibus vulva non 1nungenda. Prefocatts f acie: bene olentibus
non e[t a[pereenda.3 libra. . : r$? Prafocatis facies frigida non
afpergenda.lib.7.14* Prafócatispauxtllum vini concedendum » [ed vmale
elentianaribus tunc apponénaa. Prafocatis quando etiam im pároxy[mo po]fit
fecars pena. lib.7- nsn , Prafocatis quando mon lscet fecare venam. Prefácatis
vino facies non abluenda. Preanatibus clyfteves no frequeier indatur.
Pregenantibus erandiori fetu cbyfferes quantitate non excedant. Prapinguibus,
et fenfu exauifito praditis inte fhinis, clyfteves non indanter »ultum calentes
Principio morbi cur aliquando tenui[[ime ciban- dum.lib.2. 16 Priffanæx quo
genere bo ydei paretur PuJana ut condiatur » que addenda, quando quomodo.
lib.2. 43 Prj[ana ut paretur s quomodo hordeum praparabixinus Puelliin applicatione
'cavendu: fior. lb.7. 7 Puelli in applicatione caveda pollutio nocturna. Pueris
ante decimum quartum annumyevacuationtis eratia,aliquando [ecari yote[t vena.
lib.a. 8 Pæris ante feprenmum yra [lat bi rudimbus [angui- nem mittere, et cur.
lib.4. IO Puevis, c adole[centibus plus cibi concedendum, quam fenibus. lib...
7 Pueris numquam concedenda narcotica. lib... 46 Pueris pro revulfione fecari
omnino «ena débet .. | 5m, lib. Pulverei C eletluarias qua etiam fol'vant; n;
bo PUN DV bo Gallico comvenive Pulvifculi cardiaci non cum cibis, fed cum
potioni- bus fepunis dandi. Purgamenta muliebria non [emper frigida, nec ca-
lids curanda... 1j0 Purgandum egrum quid interrogare oportet.1.3.2. Purgandum
in principto n pe[fle, Difputatio. lb.g. Cut. Purgandum interrogare oportet »
an alvo [it lubri- c4,an dura. Purgandum in vera declinatione . Purgandum non
[emper in declinatione febrium pu-. tridarum.lib.3. $3 Purgandum quando in
barum declinatione. , Purgantia debilta repetita im. quotidianis. comvenut.
Purgantia fint leviora 1n febribus, quam in aliis oorbis, € cur.lib.s.
"" Purgantia valenter apud Galenum in febribus varà ia ufum
veniunt.lib.s. 3I Purgattone impe[le utendum. lib.s. 46 Purgantia valida in
pe[fe non comveniunt. Purgatto in podagrofis fi f acienda» [latim facienda
Purulentis nom tentanda efl evacuatio materia per feceffum medicamento.Putrida
non omnis materia coquenda Quartana laborantibus vitlus in principio varian-
dus CP quomodo. lib.s. 2j Quartana laborantibus [al(amenta concedenda; [cd
parca manu. Quarutat laborantibus dum [ecatur vena, prafen« S 5a Medici nece
[[avia.lib.s. 1 uartana laborantibus quando et dextro brachio extrabendus
[anguis. Quartanis vena [ectio quando convert. Ouartanariis dum [anguis mittitur
y non flatim. -fupprimendussetuamfi bonus.lib. 5. 29.(2* 30 Quibus maxume in
acutis os colluendum. uotidiana in febre. ab imtio vomitus utilis, qualis.
Quotidianain febre quomodo Galenus commenda- yit vomitum validu pofl [rema
cocottionis. Y7 Quotidianis in febribus tenuis etiam, quam iz. flatu alendum in
principio Refrigevantia in[igniter qua capita no ferant. Renædiis in multis
quomodo procedendum.lib.3.36 Remedium pra[tantiffimum ad wen[es [uperfiuos. j
Renibus inflammatis;po[t [etlam venambrachi ea etiam [ecandæ[L, qua 1n talo.
Rembus mflanmatis, Rbabarbari wfüs [u[pettus Renibus laborantibus, clyfleres
quantitate parva Renibus laborantibus, qua vena [ecanda: Renibus
ulceratislattis admunifltrandi ratio varia. Renum 1n inflammatione non purgandum,
fed le- niegdum blande. Renum in inflammatione 17 principio ) impense re- WM,
Cc frigeranziamala Reuun Ü - UIT PMI E^Zi Renum calculo laborantibus lemientia
ab snttzo" ape non [ufficiunt ; itaq; etiam purgandi Renum tn ulceribus
valide exftccatiamala. Renum ulcera quam primur o Jm Repellentia in cholera
quomodo, Cj quando in u[um ducenda. Repellentia in podagra, [nfpetta.lib.. 181
Repellentia 1n palpitatione cordis, dum mittitur Janguissregtont cordis
applicanda. lib.c. 176 Repelle ntibus folis in doloribus in principio quando
10n utendum Repetitio fanguinis mi[fiomis quando eadem die, €& quando
altero. Repetitio
[anguis milTionis vevul[iue, contra Galenum [ape eodem dte repetenda eur"
quan- do: ] Revul[1o ree. [célam venam quando requirat vecli- Iudinem partium
(t quando con [en [um YOnat-Yum. Itb. a. 18 I Rbabarbari safu[lo vino exbibita
febres eftuan- te$ excitat. lrib.a. Ij I Rbabarbart ufus £n eflnofis febribus
[nfpettus.l.s-g IL Rbabar bar: ulus 12 [puto [auguinis [epe [ufpettus
LRhabasbari ufus dy[entericis fnfpettus...Rbabarbarum bydr optcis 10utile. I
Rbabarbarum im dolore inflammatorio ventriculs fueieudum.lib.7 x WRbabarbarum
12 in nflamnratione renum fu[peétum- y lo ebarbar H2 menfibus [opevfluis noxzu.
E Mhatar barum pro purganda bile, 12 dévirmtione | Y D &[tuan- | effuatium
febriumsmalum, C quando eo uti pof- famus. Rhabarbarti phreneticis no multu
utendum. Rhabarbarum [n[petium in intemperie calida be- patis. Rhabarbarum
torrefatium in dy[enteria rejicienadum Rubificantia quou[que cuti adbarere
debent. Ay Sacchari ro[ati exbibitio poft purgatum corpus ardentibus febribus,
non multuprobanda.l. 5.12 Sal clyflevibus non ita frequenter tndendus.l.3.. 2.9 Sal oleum quomodo [al [um reddat, ft oleo
nom liqua- tur . [i Sara et decotlo portio Guajaci cur indenda. Sara decotlum
a[late cum majori quantitate aque. |o parandum; C cur. Sarza parilia mirabile
decoblum ad tabidos ex Gal | i; lico s2orbo.Itb. Sanguine malo fetla vena
exeunteminor quantitas iio; illius evacuanda . lib.a. 1 Sanguinis in colore
zutatio in evacuatiua. eUACHA- i) tione mon vevulfrvas non ex[peclanda. ).
Sanguinis in colore mutatio nec in vnflammationi- bus etiam perpetuo
exfpettanda. lib.a. T Sanguinis in colore mutatio quomodo intelligendai| lib.
4. Mn Sanguinis in colore mutatio ua vevul[tone a longimsyds, quis non
ex[pectanda. lib.4. T Sanguinis 1m colore mutatio in plevritide non ei
ex[petlanda, impa 1o in parte bumore. . Yi] Sanguimis gatffiomi non. [emper p
Aldi; eni- J lenitio. .a. 1 Sanguinis mi[[io ad animi deliquium raro inu[um.
ducenda.a quibus, C? cur.lLb.a Sanguinis mi[io quando per [es quando per
accidens A centro ad circum[ erentiam trabit, quomo- do.lib. $. 3$ Sanguinis
mi[[ionem quando pracedere debeat fa- cum [ubductio. Sanguinis minus
detrabendum i1s,qui artes laborio fas exercent .lib.a. I Saguinis repetita
evacuatio quomodo facieda.] 4g Sanguinem ve ectantibus cucurbitula parti affix
ao quando conventat . lib.G. I1$O Sanguinis [puto ex retentis men[ibus, qua
vena [c- veda. Saponarie decoélum pro
pauperibus 12 morba Gal- lico. Scammonii u[us im e[luofts febribus [nfpetlus, e
quando eo titendum . lib.s. Scarificatio crurum tn pe[le [aluberrima. lib.g. 33
Scar: ficatia quando proj unda factenda, G' quando Ww leviter.ib.4. T Gellio
venain talo ad movendos men[es melius jit fub noctem.. Semis in curando profluit diver[a ratto
[ervan- da »pro varietate magna occaftoms .lib.7. . X38 Seri € lalle [egreg
and: veramdica v mds ie. $1. Seri quantitas varte 4 uarias tradit a.quomodo
con- cilianda.lib.5. ! $i Siccanttbus valenter in [puto [anguinis empla[lica o
mi[cenda.l:b.6 (6 2, Siti in magna calidas G quando frigidabi- bcn-
Symptomatice narra operante quid à Medice moliendum. Symptomatice natura
operante » caute agendum. | Iib.ss 61. [s Synocha labcvantibus quando cibus o
fferendus.lib.2. Cant. jo Syrupi acetoft parandi ratio. Syrupus » c mel.vof.
fol. quando in principio conce- denda.lib. 3. $a. f, Syrupus ex cichorea cum
Rhabarbaro Guliclmi, 1t dyfenteriaadmittendus |y, Syrupis pro morbi Gallici
materia paranda alexi-- V, pharmaca mi[cenda. Syruptes vof.(ol.inter lemientia
non connumerandus», y. fed 1n*ev [olventia.] Syrupi [olventes in cura morbi
Gallici commendaniy, di. T'enui[fcmo vitta in ftatu acutorum utendum fem-. per.
1. Aphor. 8. quando verum . lib.2. 18: T enui[fimo vitlu utendum. in peracutis
omnibus :) i exceptis pestilentibus.ltb.2. 114 T'ertiana in febre ante
cotlionem quandoque pur: n eandum, quando. . T T erttana im febre, etiam
intermi[[ionis die; victim [. à Galemo, cà aliis infhitutus apud noftrates
perti eulofus. lib.s. ij T'ertianis € ardentibus in febribus clyfleres vii
tepentes indendi.lib. s. T beviaca in pe[fle quado tendit, ci quomodo.. [^
"Tiggitui aurium. ex morbo Gallico valentia remit " dizuon
applicanda.lib.6. icd] 7 in- d E;AN8 Dx Exe X ! T igmitut aurium ex morbo
Gallico remedium pr4- ftanti[J[ymur.itb JT uillatwüesureri prafocatis ex femine vejicien- d&. I Y
urgens materia quomodo varo, € in pefle [ape ruygens. l IT ufft laborantibus
quando, &$ quatenus vigilan- dum. p WMPenis brachii in feriendis » qua
cAMLOHES, vA'100€ Suc funt babenda.lib.4 22 Weza [ettio 1n wedalieliediois fit
ampla. Wene fe£htaun brachio menfibus [uppre[/zs quando admini 'Jferanda. Wena
fetta 1m talo in fanguinis puto, affatim [angus neo e fe detrabendtuim. iib..
149 W/entriculi im dolore a frigida, c erafla materias, purgans aliquod
medicamentum Hier a aliquan- do «ddendaum.
$ M'entviculi im imbecillitate, in puellis, aut catellss ventricult reet
0771 eiie » CAY endum, Hnc» Joma us interrumpatur. G eutriculo dolezte ob
"mfi ammationcm purgantia fugienda.. I yos A Abe ob LZ miemationem » In
mida po- | $57 €Xt appof 10 quedo c ZH 'UCHIA jt... ("M7 nodi
inflammatopre[enti bile quibus vacuam de b I (0«BoPerzmes enecantibus dulcia
mi[cenda Aib.7. 108 WVermes enecantibus erzplaftris cly[fleres dulces pra-
ponenas. WMerzzes
enecantibus fumptis peross quid. facien- z aum.: dum.lib.7. III.(?' Veymibus
pro enecandis emplaftra ubi applicanda. . IIO Vertiginofis flernutatoria,
caputpurgia fugien- da.lib.6. 47
Veficantia etiem [uper caput applicata, im. "vebe- sueuti[femis doloribus
optima.. [^ Veficania in febre pefhlentiali [rne pe[ffe sm ujuma. 1 duci nou
debent. Veftcantia in febre peHlentiali in letbargo optima. .]^ V«ficantta
bydropicorum eruribus applicatamoxia, V Vificantia in letbargo optima, C quibus
partibusi| applicanda. lib.6. 357] Veficantia: tn pe[le aliquando in ulum duci
po[[unt »)/ C quando.lib.s. 421] Veficantiaia ye[Hiferis » cum extra corpus
alget 4! utilia.lib.5. 4$ Veficantia in peflilentibus peffreme pa [form
ufurpata Ati Itb. $. $! Ve ficantia in principio febrium peflilentialium noii]
i. conveniunt. lib. s. T Vitus cra[fas 1n acutis rejtciemdus.lib.a. jt Vitlus
formatn acutis paffim corrupta y ve '(peCtu ves | cionis mutanda. lib.2.. I:
Vitus bymidus febricitantibus confert, bumidwl!n, atu. c potentia.lib.2. PH
Vitius immutandus, vatione temperamentorum CO quomodo. IHb.. Y. c4 30 9v2141*
772 J, * ; L bi *, f Vibius mmutanaus, vatiome babitu corporis » CA
terperamenti ventrigulilib.a. 4G] lt-ION DoESLY. Vicius mttandus in acutis
obanteatla vitam.La. I4 Villus ratto pro vartetate con[netudipis » Ci vegio-
"s wautanda. lib.z. Victus tenus pro acutis antiquis quotuplex, Cb qui 4A
nobis reciptendus . lib.a. Vicius tenuts 12 acutis cur. lib.a. I Vinculum
laxandum, [e£la wena 1m melanchalicis. lib.6. 87 Vinum 1n acutis per fe numquam
concedendum.», præfertim apud Infubres Vinum: acutis quando concedendwum Vinum
In[ubriues ineptum pro potu acute febrici- tantum .lib.3. $9 Vini medicati
formula praflanti[ima pro aliqia.. Jpecie morbi Gallici.lib.7. 204 mum optima
materia pro paraudis aliquando de- coctrs pro.quorbo Gallico. 1b.7. 204. Fino
terttana laborantes Apud no[lrates per torum morbum interdicendi-lb.g. ' I4
Virtute per [e debili, vitlus ativezicus ct 72 forma ; ft vi wor bi, folum
quantitate. ! Virtute debili ob aeevavationems, parten. C varo ; » M inf n 6n
gnat pee ob reíolutzozt Wn paruTC i&pecióaraum.l.. i Vite "mhi
u""umua lormevitie:i ecutrt.l.a. jg / . -P pawlir *4h 4 Vomendnm A
cibo, cra[]75 in ventriculo exz[lentibi bus huno ribu;.dib.7. 16 Vomcndum
quando 1e]uno ventriculo, C quands 7 epleto.lib.7. | r$ Vomitorio ab allumpto,
quam diu a vosnttu abfti- nendum .lib.7. 1o OO QS€, m mq 4 P o osa a £5 pi
"p LIFE. Kk. 0721IMS TTCOHOEAT10? | 4£;:€/2a13 "deu C27? " PE WT
Vomitus in men [e determinati non habeant dies» flatutum Jib.7. 13 Vomitus
potius repetendus, quam diu in eo infi 'ften- dum.lib.7. II Vomitus quibus noxas afferat
inemendabiles.l.3. 12. Vomitus vepetiti quales effe debeant.lb.7. I2 Vomitus
quomedo frequentius byere promovendt ; C quomodo rarius, € im quibus
ca[ibus.l.3.. 10 Vomitus tabidi: inimicus lib.;. II Voritu qui
ab[Linendi.lib.7. I4 Vomiturinon debent nimium cibo vepleri. Voritoria in cholera fint ex levioribus » nec
multe quántitatis.lib.7. 11.e£ 24 Vomitoria in cholera varianda, pro varietate
ma- teri& Vomitu in colicis quando utendum.. M» Vmbilicus aliquando
mumiendus im applicationc.2 cucurbitula.lib.7. 79 Vnguenti ex bydrargyro
preftare »multam quanti- tatem parare, C" cautio ante illius u[nm. Veri
regio fovenda attenuantibus ante. [anguims wi [tonem ex talo.lb.7. 139 Laus Deo; Deiparzque
Virgini ep" E Hez ^ MACC gs NI Aer: ce EO Edd iR c aq. dpa did. Nome compiuto: Ludovicus Septalius. Ludovico
Settala. Settala. Keywords: ragion di stato, lizio, sesso. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Settala” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Severino:
la ragione conversazionale del velino -- oltre il linguaggio, oltre l’aporia di
Parmenide – la scuola di Brecia -- filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Brescia).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Intende collocarsi
oltre ogni filosofia permeata dal nichilismo. Si laurea a Pavia come
alunno dell'almo collegio borromeo, discutendo una tesi su metafisica, sotto la
supervisione di BONTADINI. Insegna a Milano e Venezia. Lincei. Critica sia il
capitalismo sia il comunismo, fonti della vita inautentica in quanto
espressioni di dominio della tecnica, come d'altronde il FASCISMO, ma anche la
sinistra in quanto non è più social-democrazia, rilasciando anche dichiarazioni
sul suo punto di vista sul passato e sull'avvenire dell'Italia. Le spiegazioni
della crisi del nostro tempo rimangono molto in superficie anche quando
vogliono andare in profondità. Il fenomeno di fondo, che non viene
adeguatamente affrontato, è l'abbandono, nel mondo, dei valori della tradizione
occidentale; e questo mentre le forme della modernità dell'Occidente si sono
affermate dovunque. Un abbandono che si porta via ogni forma di assolutoe
innanzitutto Dio. Muore, dicevo, ogni forma di assolutezza e di assolutismo,
dunque anche quella forma di assoluto che è lo stato, che detiene il monopolio
legittimo della violenza. Questo grande turbine che si porta via tutte le forme
della tradizione è guidato dalla tecnica ed è irresistibile nella misura in cui
ascolta la voce che proviene dal sottosuolo del pensiero filosofico del nostro
tempo. Il turbine travolge anche le strutture statuali. Investe innanzitutto le
forme più deboli di stato. La trasformazione epocale di cui parlo non è
indolore: il vecchio ordine non intende morire, ma è sempre più incapace di
funzionare, soprattutto in paesi come l'Italia. E il nuovo ordine non ha ancora
preso le redini. È la fase più pericolosa (non solo per l'Italia). Criticando
"l'assolutismo religioso e comunista", oltre che tacciando la
magistratura di "ingenuità", poiché processando una classe politica a
fondo ha rivelato la contiguità anche con la criminalità organizzata, figlia
della guerra fredda e, secondo S., impossibile da debellare integralmente in
pochi anni senza debellare lo Stato stesso, causando notevoli problemi.
«L'Italia è uno stato acerbo. Ha 150 anni su per giù. Ma soprattutto ha alle
proprie spalle una storia di frazionamento politico-economico-sociale, dove si
sono imposte forze che hanno avuto nel mondo un peso ben maggiore di quello
dell'Italia unita.. Sull'evasione fiscale: Una tara storica, come prima le
dicevo. L'evasione fiscale è un furto ai danni di tutti. Se c'è da costruire
una strada io devo metterci anche la parte degli evasori. Certo, molti
artigiani e piccoli imprenditori, se non evadessero, fallirebbero. Tutti sanno
queste cose. Però conosco anche tanti cattolici ai quali molti uomini di chiesa
facevano capire che se non avessero ritenuto "giusto" pagare le tasse
dello stato, avrebbero fatto bene a non pagarle. Questo Papa, da buon pastore,
sta cercando di cambiare le cose. Ma non vorrei che si perdesse di vista che la
"corruzione" di fondo è l'"evasione" del mondo dal passato
dell'Occidente. Oltre alle citate critiche, Heidegger parlando con FABRO a Roma
ha a dire a proposito di "Ritornare a Parmenide" di S. Immobilizza il
mio Dasein. Già da molto prima prima, alcuni appunti di lavoro heideggeriani
testimoniano come Heidegger seguie S. (da uno studio di ALFIERI e HERMANN -- è
stato criticato da ODIFREDDI, in risposta a un giudizio critico su un'opera di
ODIFREDDIi, ovvero l'introduzione scritta all’ABC della relatività di Russell,
dove venneno citati alcuni filosofi (tra cui S. e CROCE) in maniera non congrua
e "alla rinfusa l’ODIFREDDI l’ accusa invece di non considerare
l'importanza della scienza, come già fecero i neo-idealisti, come CROCE e
GENTILE, a differenza di filosofi che studiano a fondo alcune teorie. Nel
dialogo con Chiara, “Oltre l’umano e oltre il divino” la filosofia della
necessità si contrappone alla filosofia della libertà. Fa spesso riferimento a
pensatori come PARMENIDE di VELIA, LEOPARDI, e GENTILE. LEOPARDI e GENTILE sono
all'apice della follia del nichilismo. Considera LEOPARDI e GENTILE come i due
più grandi geni che hanno portato all'estremo la concezione del mulla ovvero
l'entrare e l'uscire degli enti dal nulla. Affronta il problema dell'essere.
Tutte le filosofie costituitesi precedentemente sono caratterizzate da un
errore di fondo: la fede del divenire. Sin dagli antichi, infatti, un ente
(ovvero un qualcosa che è) e considerato come proveniente dal nulla, dotato di
esistenza e successivamente ritornante nel nulla. Rifacendosi a VELIA, è stato
definito come un neo-veliano, di cui sarebbe l'unico esponente, peraltro
criticato in senso anti-metafisico da SASSO e VISENTIN, i quali sostengono,
rovesciando la sua tesi, come, contrariamente all'opinione diffusa, in VELIA
esiste invece un deciso rifiuto della metafisica.. Riflettendo sull'opposizione
assoluta tra essere e non-essere, dato che tra i due termini non vi è nulla in
comune, ritiene evidente che l'essere non può non rimanere costantemente uguale
a se stesso, evitando di rimanere alterato dall'altro da sé. Anzi, essendo
l'essere la totalità di ciò che esiste, non può esserci altro al di fuori di
esso dotato di esistenza (S.rifiuta, quindi, il concetto di differenza
ontologica così come è stato avanzato da Heidegger). Per S., quindi, tutta la
storia della filosofia occidentale è basata sull'errata convinzione che
l'essere possa diventare un nulla, sebbene alcuni filosofi tentano di negare
tale assunto. Ma, mentre VELIA tenta di risolvere il conflitto tra il divenire
e l'immutabilità dell'essere affermando l'illusorietà del divenire (negando
l'esistenza delle cose del mondo e cadendo quindi in un'aporia), sceglie una
via differente, portandolo a delle tesi estreme. Dato che l'essere è, e non può
mai diventare un nulla, ogni essente è eterno. Ogni cosa, ogni pensiero, ogni
attimo e eterno. Il di-venire non può, quindi, che rappresentare l'apparire
degli eterni stati dell'essere, così come i fotogrammi di una pellicola si
susseguono sino a formare lo svolgimento completo di un film. Gl’essenti
entrano ed escono del cerchio dell'apparire. Quando un essente esce dal cerchio
dell'apparire, non diviene un nulla, ma si sottrae semplicemente all’inter-soggetivo.
Dunque, l’essente esiste anche quando scompaie ovvero non si perceive. Vedere
senza vedere, dice Sperduto in una tragicommedia. Afferma che il di-venire
dell’essente è come lo scorrere dell’essente sulla superficie di uno specchio.
L’essente, infatti, esiste prima di entrare nel campo inter-soggetivo dello
specchio e ovviamente continua ad esistere anche dopo esserne uscite. Il
di-venire e l’ immagine inter-soggetiva dell’essere. Questo si estende anche a
ogni essente che nel divenire si manifesta. La dimostrazione dell'eternità di
tutti gli essenti, si basa sostanzialmente sul principio di non contraddizione,
ma non nella versione che ne dà Aristotele nel “De Interpretatione”. In essa
anzi il discorso del tramonto del senso dell'essere trova la sua formulazione
più rigorosa e più esplicita. Bisogna invece ritornare a VELIA correggerne
l'esito aporetico, dimostrando che l'evidenza fenomenica non è in contrasto col
principio di non contraddizione, ma scoprendo anche che il divenire così come uscire
dal nulla e ritornare nel nulla, non appare affatto, non è affatto evidente. Di
qui si potrà proseguire su una via -- quella indicata da VELIA, il sentiero del
giorno. Consideriamo la proposizione di VELIA -- è infatti l'essere, il nulla
non è. Tale proposizione esprime l'opposizione assoluta tra i
"essente" e "non essente". Pertanto ogni essente, in quanto
ent-e, è assolutamente opposto al nulla e non ci può essere uno stato in cui un
ente non sia, come pensa invece il principio di non contraddizione aristotelico
-- è necessario che l'essente sia, quando è, e che il non-essente non sia,
quando non è". Quest'enunciato esprime il pensiero di una condizione, in
cui l'essente è nulla, in cui essere = nulla. Questa impossibile ed impensabile
contraddizione costituisce una follia essenziale. Infatti il pensiero
occidentale pensa sì, consapevolmente, l'essente come essere, ma insieme come
di-veniente, cioè che esca dal nulla e ritorni nel nulla. Ad esso sfugge invece
che ciò equivale a pensare l'ente come nulla; e questo è il nichilismo più
proprio, la follia che si annida nell'inconscio della filosofia. L’essere non è
un ente tra gli enti. Esso rappresenta piuttosto l'apparire ontologico degli
enti, e per questo motivo viene definito un transcendens rispetto all'ente.
Rigetta questa concezione. Afferma che la totalità dell'essere è costituita
dalla totalità degli enti. La vera differenza ontologica è quindi quella che si
costituisce tra l'essere (l'ente) diveniente e quello immutabile. L'essere che
appare e scompare non è lo stesso essere immutabile, ma è anch'esso eterno.
Entrambi esistono, ma in differenti dimensioni. L'essere come fondamento è una
struttura eterna e non soggetta ad alcun mutamento. Tutto è avvolto (fino alla
morte) dal nichilismo Un po' tutti i filosofi che l'hanno avuto sottomano hanno
inteso il nichilismo come allontanamento dalla verità, e l'hanno dunque
declinato a seconda dell'idea di verità a cui stavano pensando. Nella
prospettiva severiniana dell'eternità di tutte le cose, il nichilismo è dunque
il credere che le cose siano mortali, ovvero che l'essere possa non essere,ed
uscire e rientrare nel nulla, ovvero credere nel di-venire delle cose. Credere
infatti che le cose escano dal nulla e vi ritornino equivale ad identificare
l'essere con il nulla: quindi si parla di pura "follia". Al di fuori
della follia appare l'eternità di ogni cosa e di ogni evento. Al di fuori del
nichilismo il sopraggiungere dell'ente è il comparire o lo sparire dell'eterno.
Il divenire dell'essere è un'opinione senza verità. L'Occidente non domina il
mondo casualmente o perché ha una possibilità offensiva superiore; ma, al
contrario, ha una possibilità offensiva superiore perché domina il mondo che
crede nelle sue stesse imprescindibili idee guida (scienza, potenza, tecnica,
salvezza, ecc.) e quindi in una cultura che ritiene più avanzatae dove dunque
l'avanzamento non è una virtù morale, ma la capacità di capire e fare più cose
per sopravvivere all'imprevedibilità dell'esistenza. Ritiene che la filosofia
abbia sempre cercato riparo contro il terrore che scaturisce
dall'imprevedibilità dell'esistenza perché innanzitutto si è sempre creduto
nell'evidenza del divenire degli enti, del loro uscire dal nulla e rientrarvi.
Anche le grandi forme di epistème che tendono a dare un ordine ed una
configurazione prestabiliti all'esistenza, si muovono sullo stesso terreno.
L'intera storia della filosofia italiana è quindi storia del nichilismo. La
radicale distruzione dell'epistème operata da parte della filosofia e la rapida
ascesa della scienz ai vertici del sapere sono conseguenze inevitabili di
questa forma di pensiero (la civiltà della tecnica è, infatti, la forma estrema
di volontà di potenza). Tutto ciò che appare appare in maniera necessaria ed il
progressivo manifestarsi degli eterni non segue, quindi, una sequenza casuale.
Ciò significa che la libertà dell'uomo non esiste, ma appare all'interno di
quell'essente (anch'esso eterno) che è il nichilismo. Ed è proprio all'interno
dell'Occidente che appare il "mortale" come noi lo conosciamo. Ma
l'Occidente è destinato al tramonto, per fare spazio al destino della verità,
la verità che testimonia la follia della fede nel divenire. Solo all'interno
del destino della verità la morte acquista un significato inaudito: in realtà
la morte è la persuasione dell'assentarsi dell'eterno. Da quanto detto
precedentemente appare chiaro come non ci sia posto per il divino comunemente
inteso. Nel corso della storia della filosofia, l'affermazione dell'esistenza
di qualcosa di immutabile (tra cui il divino in tutti i diversi modi nei quali
filosofia e religione lo hanno concepito) è sempre stata fatta partendo dal
presupposto che il di-venire non significhi necessariamente la nascita dal
nulla e il tornare nel nulla delle cose che in esso si presentano.
Quest'affermazione è, inoltre, sempre avvenuta con l'intento di risolvere le
varie contraddizioni che quel presupposto implica e di inventare un rimedio per
l'angoscia che il pensiero dell'annientamento provoca. Questo genere di
immutabilità è, quindi, di segno diverso da quella che compete agli enti sulla
base dell'impossibilità assoluta che qualcosa si annulli. Per questo motivo è
impossibile che esista un divino. A maggior ragione è impossibile che esista un
dio dotato della capacità di creare gli enti dal nulla e di mantenerli in
esistenza grazie alla sua libera volontà (altrettanto libero potrebbe essere,
pel divino, l'annichilimento"diverso dal concetto fisico di annichilazione
-, e cioè la volontà di far cessare la durata della loro esistenza per farli
ritornare nel nulla). Essendo ogni ente eterno, non può esserci né creazione né
annientamento, e quindi neanche un Dio comunemente inteso. Alla luce del
destino della verità, ogni ente, anche il più insignificante, acquista un
significato inaudito. L'uomo si porta quindi radicalmente al di là del
super-uomo e della volontà di potenza. L’uomo è un super-dio, ben più grande
del divino della tradizione religiosa. L'inconciliabilità fra la dottrina
dell'Essere e AQUINO è stata sostenuta da Fabro. BARZAGHI, con cui ha più volte
dialogato pubblicamente, ha mostrato la possibilità di utilizzare le intuizioni
sull'eternità dell'essente proprio per affermare l'esistenza di Dio e
ricondurre il pensiero del filosofo all'alveo cristiano da cui si è staccato
(entrambi sono stati alunni, all'Università Cattolica, del filosofo cattolico e
apologeta BONTADINI). Pur non rivedendo pubblicamente il suo punto di vista
sull'esistenza del divino, apprezza ed elogia la proposta di BARZAGHI. Con “La
Gloria” giunge, tra le altre cose, alla dimostrazione necessaria dell'esistenza
degli "altri". Quando Cartesio infatti scopre che la carta vincente
della scienza è la conferma delle ipotesi da parte dell'esperienza, e cioè da
parte della presenza certa a me da parte delle cose, si apre il problema della
fondazione dell'esistenza appunto di altre dimensioni che come la mia accolgono
l'accadere del mondo, ma che a differenza della mia non sono apparenti, non
sono cioè da me visibili. I fallimenti dei tentativi di soluzione a tale problema
(eminentemente proposti ad opera della fenomenologia, sì che questo problema fu
certamente uno dei più cogenti all'interno del discorso filosofico di Husserl),
a cominciare da quello di Cartesio, si determineranno essenzialmente per
l'assenza del senso autentico dell'essente e del senso dell'oltrepassamento.
L'oltrepassamento dell'attualità nella costellazione infinita di cerchi finiti
dell'apparire del destino è necessità dell'esistenza di un altro apparire
finito, diverso da quello attuale. Nella Gloria, perviene alla fondazione del
senso autentico dell'oltrepassamento, dopo aver stabilito nelle opere
precedenti che il divenire autentico (cioè non nichilistico) non è il crearsi e
l'annullarsi dell'essente, ma il comparire e lo sparire di ciò che è eterno. Ma
è in questa sede innanzitutto fondamentale precisare, a partire da
considerazioni svolte dallo stesso S. in Destino della Necessità (che le cose
della "terra" (termine con il quale S. designa la dimensione degli
essenti che via via appaionoe che, per contro, il nichilismo pensa come
fuoriuscenti dal nulla ed al nulla ritornanti) "incominciano" ad
apparire (il loro apparire esce cioè dall'ombra del non-apparire ed entra nel
cerchio dell'apparire). Con "cerchio dell'apparire" si intende, qui,
la totalità degli enti che appaiono: è, cioè, l'apparire in quanto ha come
contenuto tutto ciò che appare (ossia è l'apparire "trascendentale");
l'apparire delle cose della terra, quell'apparire incominciante di cui sopra,
è, perciò, la relazione tra il cerchio dell'apparire (l'apparire
trascendentale) e una parte del suo contenuto. È altrettanto fondamentale
precisare che l'incominciare della terra (a sua volta eterna), non aggiunge
alcunché al tutto eterno che è, con VELIA, appunto, “non incompiuto” (ouk
atelePombaon), “non manchevole” (oulon achineton). Anche l'incominciante
apparire, difatti, è eterno: il suo incominciare è il suo entrare nel cerchio
dell'apparire. Entrandovi, naturalmente, apparema questo apparire dell'entrare
è lo stesso entrare, ossia è quello stesso di cui si dice che, eterno, entra
nel cerchio dell'apparire. E, così come ogni ente, anche l'appartenenza della
terra al cerchio dell'apparire è eterna. L'eterna appartenenza al cerchio
dell'apparire entra nel cerchio eterno dell'apparire. Entrandovi, appare, e
quest'ultimo apparire è lo stesso apparire incominciante in cui consiste
l'incominciante appartenenza della terra al cerchio dell'apparire. L'apparire
incominciante è cioè apparire di sé stesso (e di tutte le altre cose che
incominciano ad apparire), ed è questa autoriflessione dell'apparire
incominciante ciò che entra nel cerchio dell'apparire e incomincia a far parte
del contenuto di questo cerchio. Ma ogni essente che incomincia ad apparire
(ogni oltrepassante) è destinato ad essere oltrepassato: diventerebbe,
altrimenti, condizione indispensabile dell'apparire degli essenti e quindi
originarietà che sarebbe dovuta apparire già da sempre. Un oltrepassante che
sia non oltrepassabile è impossibile, perché altrimenti esso dovrebbe iniziare ad
appartenere allo sfondo (e intende, con questo termine, quel complesso di
significati, o costanti persintattiche costanti sintattiche di ogni significato
–, senza i quali non apparirebbe nulla, motivo per cui non possono non essere
sempre presenti. Tra questi ad esempio vi sono i significati esseree e nulla.
Inoltre, la serie progressiva degli essenti che via via appaiono è
necessariamente finita; infatti, se in direzione del passato fosse estensibile
all'infinito, ci vorrebbe un percorso infinito, e quindi mai concluso, per
giungere al momento attuale. C'è quindi un primo passo compiuto dalla terra. La
totalità attuale di ciò che è destinato ad apparire è, per quanto sopra
esposto, necessariamente oltrepassata. Ma in che senso? Essa non è, difatti,
oltrepassata dall'apparire infinitogiacché l'apparire infinito (l'infinito
oltrepassarsi da parte delle forme proprie dell'apparire finitodove la Gloria è
proprio questo infinito dispiegarsi) non è un oltrepassamento incominciante, ma
è l'oltrepassamento già da sempre ed eternamente compiuto della totalità del
finito. La totalità attuale dell'incominciante è, dunque, necessariamente
oltrepassata da un incomincianteil quale non può apparire attualmente, ma è
tuttavia necessario che appaia (in quanto l'incominciare è incominciare ad
apparire), e che quindi è necessario che appaia sopraggiungendo in un cerchio
diverso, altro, dal cerchio originario dell'apparire. La totalità simpliciter
degli essenti-che-sono-degli-oltrepassanti (la totalità dell'oltrepassante,
cioè, che include come parte la totalità attuale dell'oltrepassante) non può
essere a sua volta oltrepassata, perché ciò che la oltrepasserebbe sarebbe un
oltrepassante non incluso nella totalità dell'oltrepassante; e se
l'oltrepassante (cioè l'incominciante) che oltrepassa la totalità degli
oltrepassanti non fosse a sua volta oltrepassato, esso sarebbe quel contenuto
impossibile che è, appunto (per quanto sopra esposto), l'incominciante
non-oltrepassabile. Poiché la terra oltrepassa anche l'attualità dell'apparire
del cerchio originario, sopraggiungendo in un cerchio diverso, il contenuto
incominciante che appare nel cerchio originario dell'apparire attuale, è
oltrepassato (infinitamente) in due direzioni: (a) In quanto contenuto
incominciante, esso è oltrepassato lungo il dispiegamento infinito del
contenuto attuale del cerchio originario (o, per utilizzare il suo lessico,
lungo la Gloria del dispiegamento infinito della terra che si inoltra nel
cerchio originario). Ma non è in quanto tale contenuto è attuale che esso viene
oltrepassato lungo il dispiegamento infinito del contenuto attuale. (b) In
quanto contenuto attuale (in quanto, cioè, alla sua attualità) il contenuto
incominciante è oltrepassato invece in un altro cerchioe in un'infinità di
altri cerchi dell'apparire. L'oltrepassante-incominciante, qui, entra
nell'apparire non attuale. Anche questa seconda direzione dell'oltrepassamento
è un dispiegamento infinito nella Gloria, ma, appunto, nella gloria che
consiste nell'infinito sopraggiungere, nel cerchio originario, della
costellazione infinita degli altri cerchi. La gloria è l'unità di queste due
dimensioni. La dimensione dell'essente, che incomincia cioè ad apparire nel
cerchio originario, è necessariamente oltrepassata da un'altra dimensione
dell'essente (perché l'incominciante non può incominciare ad appartenere
all'essenza dello Sfondo, non incominciante e non tramontante, del cerchio
originario); ma anche l'attualità dell'essente che incomincia ad apparireossia
anche l'apparire (che, in quanto tale, è apparire attuale) dell'essente che
incomincia ad apparireincomincia ad apparire, sì che (per lo stesso motivo) è
necessariamente oltrepassata in un altro cerchio dell'apparire; e anche la
sintesi tra l'attualità del cerchio originario e l'attualità in sé dell'altro
cerchio incomincia ad apparire nel cerchio originario, quando in esso
incomincia ad apparire ciò che ne oltrepassa l'attualità; e dunque (per lo
stesso motivo) tale sintesi è oltrepassata in un terzo cerchio (e, cioè,
l'attualità in sé dell'altro cerchio non è oltrepassata solo nel cerchio
originario, ma necessariamente in un terzo cerchio)e così all'infinito. In
definitiva, l'oltrepassamento dell'attualità di un cerchio non avviene solo
lungo la dimensione "verticale" del singolo cerchio, ma anche
lungoquella "orizzontale" della costellazione di cerchi del Destino.
L'oltrepassamento hegeliano, invece, conserva "idealmente", cioè
astrattamente, ciò che oltrepassa, e non realmente, determinandone la
distruzione. In un contesto siffatto è fondata l'impossibilità dell'esistenza
degli "altri", perché l'altro, che è il mio oltrepassante,
determinerebbe il mio superamento, e mi consegnerebbe ad una dimensione
puramente ideale. Infatti nel sistema hegeliano l'esistenza degli altri
significa l'esistenza di soggetti empirici, sensibili, che è quindi comunque
interna all'esistenza produttiva dell'unico io. Il nichilismo è un essente che
incomincia ad apparire, ed è quindi destinato ad essere oltrepassato. L'essente
che oltrepassa il nichilismo è l'essente che porta al tramonto l'isolamento del
senso delle cose dalla verità. Il nichilismo è, infatti, pensare e vivere le
cose come nulla in quanto delle cose non appare il legame alla struttura
originaria della verità, e quindi non appare l'eternità. L'essente, o la
dimensione di essenti, che porta al tramonto l'isolamento del senso delle cose
dalla verità è la gloria (cioè la manifestazione) della verità stessa.
L'ampiezza dell'isolamento non coinvolge solo il legame tra i singoli essenti e
la verità, ma anche il legame tra gli infiniti cerchi dell'apparire, il loro
passato e il futuro del percorso che la terra è destinata a compiere in essi.
Nella Gloria non si è il divino, perché il divino crea ed annienta le cose
anche e soprattutto quando ama; e dunque appartiene al regno dell'errore perché
l'amore è volontà e la volontà è voler alterare il senso proprio ed eterno,
cancellarne l'identità. Il divino è, quindi, infinitamente meno della più
umbratile tra le cose vere. Tutto è oltre il divino e oltre ogni forma di mortalità,
compresa la vita umana come credenza nel poter creare e annientare gli essenti.
Saggi: “La struttura originaria” (Brescia, La Scuola; Milano, Adelphi);
“Fichte” (Brescia, La Scuola, poi in Fondamento della contraddizione, Milano,
Adelphi); Filosofia della prassi, Milano, Vita e Pensiero, Milano, Adelphi);
“Ritornare a PARMENIDE di VELIA” -- Rivista di filosofia neoscolastica», poi in
Essenza del nichilismo, Brescia, Paideia, Milano, Adelphi, Ritornare a
Parmenide. Poscritto -- «Rivista di filosofia neoscolastica», poi in Essenza
del nichilismo, Brescia, Paideia, Milano, Adelphi, Essenza del nichilismo.
Saggi, Brescia, Paideia, Milano, Adelphi, Gl’abitatori del tempo.
Cristianesimo, marxismo, tecnica (Roma, Armando, Téchne); “Le radici della
violenza” (Milano, Rusconi, IMilano, Rizzoli); “Legge e caso, Piccola
Biblioteca Milano, Adelphi,); “Destino della necessità. Κατὰ τὸ χρεών,
Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi); “A Cesare e a Dio” (Milano, Rizzoli, La
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Milano, Adelphi, La filosofia contemporanea. Da Schopenhauer a Wittgenstein,
Milano, Rizzoli, Traduzione e interpretazione dell'«Orestea» d’Eschilo, Milano,
Rizzoli, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Milano, Adelphi, “Il giogo.
Alle origini della ragione: Eschilo, Biblioteca Filosofica n.6, Milano,
Adelphi); “Antologia filosofica dai Greci al nostro tempo, Milano, Rizzoli);
“La filosofia futura” (Milano, Rizzoli); “Il nulla e la poesia. Alla fine
dell'età della tecnica: LEOPARDI, Milano, Rizzoli); “Filosofia. Lo sviluppo
storico e le fonti” (Firenze, Sansoni); “Oltre il linguaggio” (Milano,
Adelphi); “La guerra” (Milano, Rizzoli); “La bilancia” (Milano, Rizzoli); “Il
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(Milano, Rizzoli); “Metafisica” (Milano, Adelphi); “Pensieri sul Cristianesimo”
(Milano, Rizzoli); “Tautótēs, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi, La filosofia
dai Greci al nostro tempo” (Milano, Rizzoli); “La follia dell'angelo” (Milano,
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(Milano, Rizzoli); “La buona fede” (Milano, Rizzoli); “L'anello del ritorno”
(Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi); “Crisi della tradizione occidentale”
(Milano, Marinotti); “La legna e la cenere, ovvero, dell’esistenza” (Milano,
Rizzoli); “Il mio scontro con la chiesa” (Milano, Rizzoli); “La Gloria. ἄσσα
οὐκ ἔλπονται: risoluzione di destino della necessità (Biblioteca Filosofica,
Milano, Adelphi); “Oltre l'uomo e oltre Dio” (Genova, Melangolo, Lezioni sulla
politica. I Greci e la tendenza fondamentale del nostro tempo” (Milano,
Marinotti); Tecnica e architettura” (Milano, Cortina); Dall'Islam a Prometeo,
Milano, Rizzoli); Fondamento della contraddizione, Milano, Adelphi,. Nascere. E
altri problemi della coscienza (Milano, Rizzoli, Milano, BUR,. Sull'embrione,
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Milano, Rizzoli); Ricordati di santificare le feste” (Milano, AlboVersorio);
“L'identità della follia” (Milano, Rizzoli). “Oltrepassare” (Biblioteca
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Immortalità e destino, Milano, Rizzoli, La buona fede. Sui fondamenti della
morale, Milano, Rizzoli, Volontà, fede e destino, Grossi, Milano-Udine,
Mimesis); L'etica del capitalismo e lo spirito della tecnica, e sulla pena di
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L'identità del destino. Milano, Rizzoli, Il diverso come icona del male,
Torino, Boringhieri, Democrazia, tecnica, capitalismo, Brescia, Morcelliana,
Discussioni intorno al senso della verità, Pisa, ETS, La guerra e il mortale,
Taddio, Milano-Udine, Mimesis. Macigni e spirito di gravità. Riflessione sullo
stato attuale del mondo, Milano, Rizzoli,. L'intima mano, Biblioteca
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dell'Occidente, Perone, Torino, Rosenberg e Sellier, Istituzioni di filosofia,
Brescia, Morcelliana); Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Milano,
Rizzoli,; Milano, BUR,. La bilancia. Milano, BUR, Del bello, Milano, Mimesis,,
La morte e la terra, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi,. Capitalismo senza
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Milano, Mimesis, Intorno al senso del nulla, Milano, Adelphi,. L'etica del
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Bertoletti, Brescia, Morcelliana,. In viaggio con Leopardi. La partita sul
destino dell'uomo, Milano, Rizzoli,. Dike, Biblioteca Filosofica, Milano,
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Testimoniando il destino, Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi, Ontologia e
violenza. Milano, Mimesis, Aristotele, I principi del divenire. Libro primo
della Fisica (Brescia, La Scuola). Filosofo dell'eterno. Il mio ricordo
degl’eterni. Autobiografia, Milano, Rizzoli, “Parmenideo” -- VELIA, su la
Repubblica, Scianca, Addio a S.: ecco chi era il grande filosofo dell'essere,
su Il Primato Nazionale, Bovegno, il filosofo cittadino onorario, su giornale
di brescia «L'esperimento di Barzaghi è importante e va seguito con attenzione.
Immerso nell'alienazione, il cristianesimo è come una casa invisibile di cui
qualcuno dice, indicando un banco di nebbia: "Là c'è una casa". Che
cosa si riuscirebbe a vedere se la nebbia (l'alienazione) diradasse? Forse una
casa. Ma forse nulla. Nel primo caso, il cristianesimo avrebbe ancora qualcosa
da dire, e di grande» (S., Nascere. E altri problemi della coscienza
religiosa). «Rigoroso fino alla fine. Solo un po' più triste», in Brescia oggi,
Emanuele Severino, il tributo si celebrerà a Palazzo Loggia, in Bresciaoggi.
Ecco perché la giovane Italia va in malora", su il Fatto Quotidiano,
Odifreddi, La scienza sotto tiro, su la Repubblica, Fusaro e Didero,
Filosofico. Miligi et al., "Sguardo su S.", su filosofia.) "filosofo
poetante" cf. La Guerra, occorre riconoscere che le sue posizioni,
qualunque sia il giudizio che si pensa di dover dare su di esse, non sembrano
aver avuto, perlomeno fino ad ora, un vero e proprio seguito tra coloro che si
occupano professionalmente di filosofia.» (Cfr. Visentin, Il neo-parmenidismo
italiano. Le premesse storiche e filosofiche, Napoli, Bibliopolis)
Neo-parmenidismo, su filosofia. Se noi potessimo mai non essere, già adesso non
saremmo. La prova più certa della nostra immortalità è il fatto che noi ora
siamo. Perché ciò dimostra che su di noi il tempo non può nulla: in quanto è
già trascorso un tempo infinito. È del tutto impensabile che qualcosa che è
esistito una volta, per un momento, con tutta la forza della realtà, dopo un
tempo infinito possa non esistere: la contraddizione è troppo grossa. Su questo
si fondano la dottrina cristiana del ritorno di tutte le cose, quella induista
della creazione del mondoche si ripete continuamente a opera di Brahma, e dogmi
analoghi di Platone e altri filosofi.» (A. Schopenhauer) Sperduto, Vedere senza
vedere ovvero Il crepuscolo della morte, Schena ed., Fasano di Brindisi,
"Ritornare a Velia", in Essenza del Nichilismo, Brescia, Aristotele,
Liber de Interpretatione, essenza del nichilismo, follia estrema ed
estremamente nascosta: la persuasione che gli essenti, in quanto tali, escano
dal loro non essere e vi ritornino: la persuasione che vi sia un tempo in cui
l'essente (prima di essere e dopo il suo essere) sia nulla, che il non niente
sia niente: la persuasione che è il culmine in cui si mantiene l'intera storia
dell'Occidente. Destino della necessità, Milano, Adelphi, L'alienazione
dell'Occidente. Quadrivium, Genova); “La struttura originaria, Milano, Adelphi,
Sito web Amadori F., Il libero arbitrio, "Filosofia" Antonelli,
Verità, nichilismo, prassi. Roma, Armando, Berto F., La dialettica della
struttura originaria, Padova, Poligrafo, Crapanzano, L'immutabilità del
diveniente. Roma, Gruppo Albatros Il Filo, Cusano, Capire S.. La risoluzione
dell'aporetica del nulla, Milano, Mimesis Cusano N., S. Oltre il nichilismo,
Brescia, Morcelliana,. Sasso, Dal divenire all'oltrepassare. La differenza
ontologica, Roma, Aracne, Dal Sasso A., Creatio ex nihilo. Tra attualismo e
metafisica” (Milano, Mimesis); Giovanni, Sul divenire. Gentile e S., Napoli,
Scientifica, Paoli, “Furor Logicus” (Milano, Angeli); Aporia del fondamento,
Napoli, Città del Sole); Fabro, L'alienazione Genova, Quadrivium, Goggi, Al
cuore del destino. Milano, Mimesis Goggi, Vaticano. Magliulo, Quaestiones
disputatae, Milano-Udine, Mimesis, Mauceri, La hybris originaria. Cacciari
Napoli-Salerno, Orthotes, Messinese, L'apparire del mondo. sulla struttura
originaria Milano, Mimesis, Messinese, Il paradiso della verità. Pisa, ETS,
Messinese, Stanze della metafisica. Carlini, Bontadini, Brescia, Morcelliana,.
Messinese, Né laico, né cattolico. S., la Chiesa, la filosofia, Bari, Dedalo,
Petterlini, Brianese e Goggi, Le parole dell'essere. Per S., Milano, Mondadori,
Poma, Necessità del divenire. Una critica a S., Pisa, ETS,. Saccardi,
Metafisica e parmenidismo – I veliani, Il contributo della filosofia
neoclassica, Napoli-Salerno, Orthotes,. Scilironi, Ontologia e storia, Abano
Terme, Francisci, Scurati, Pensare l'identità. Milano, Alboversorio, Simionato,
Nulla e negazione. L'aporia del nulla (Pisa, Plus); Soncini, Il senso del
fondamento in Genova, Marietti, Spanio, Il destino dell'essere. Brescia,
Morcelliana,. Sperduto, Vedere senza vedere ovvero Il crepuscolo della morte,
Fasano di Brindisi, Schena, Sperduto, Maestri futili? Annunzio, Levi, Pavese,
Roma, Aracne, Sperduto, Il divenire dell'eterno. Su S. (ed ALIGHIERI),
Prefazione di Messinese, Roma, Aracne,. Testoni, S., La follia dell'angelo,
Milano, Mimesis, Tarca, Verità, alienazione e metafisica. Rilettura critica
della proposta filosofica di S., Treviso, Mevio Washington, Valent, Cura e
salvezza. Saggi dedicati, Bergamo, Moretti & Vitali, Visentin M., Tra
struttura e problema. Note intorno al pensiero di E. Severino, Venezia,
Marsilio [ora in Il neoparmenidismo italiano, Dal neoidealismo al
neoparmenidismo, Napoli, Bibliopolis, Metafisica Ontologia Episteme Nichilismo
Leopardi Velia Valent Galimberti. Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Associazione spazio interiore ambiente, Ursini. EMANUELE SEVERINO LA POTENZA
DELL'ERRARE Sulla storia dell'Occidente Alle radici della storia
dell’Occidente, in concetti come azione, volontà, potenza, si trova
l’alienazione più profonda della verità, ossia l’estremo disfarsi della verità:
nel senso in cui ci si libera di una ricchezza rimanendo impoveriti. A questo
principio cruciale della filosofia di Emanuele Severino è dedicato questo libro
che, parlando di arte, cristianesimo, politica, diritto, economia, mostra in
azione l’essenza del nichilismo, il più potente dei meccanismi dell’errare.
Quando si parla di “nichilismo”» scrive l’autore si intende per lo più il
crollo dei valori tradizionali. Inoltre, solitamente, il nichilismo è una crisi
soltanto descritta, ossia è presentato come un fatto che accade, ma che sarebbe
potuto o potrebbe non accadere.» Queste pagine ci esortano invece a prestare
ascolto alla spinta che ha provocato l’inevitabile accadere della resa al
nulla. Da Dante e Leopardi fino allo stato-azienda e ai governi tecnici, la
riflessione di Severino svela il meccanismo oscuro che culmina nel
rovesciamento del mezzo in scopo. Il risultato è un’analisi che porta allo
scoperto come lo “scambio delle parti” derivi dall’origine di ogni alienazione
del destino della verità e che dimostra — con nuovi scorci e riferimenti — come
la malattia nascosta (il culmine dell’errare) sia la persuasione che le cose
siano nulla, e il viverle come un nulla. Accademico dei Lincei, è autore di
saggi fondamentali. Scrive regolarmente sul “Corriere della Sera”. Tra i suoi
sagi più famosi ricordiamo l’autobiografìa 1/ mio ricordo degli eterni
(Rizzoli, ora in BUR), Capitalismo senza futuro (Rizzoli) e Intorno al senso
del nulla (Adelphi) e La potenza dell’errare Sulla storia dell’Occidente RCS
Libri S.p.A., Milano. In copertina: Art Director: Francesca Leoneschi Graphic
Designer: Andrea Cavallini / f/zeWorldo/DOT rizzoli.eu La potenza dell’errare.
Per richiamare e introdurre Anche la storia dell’Occidente presenta un insieme
di processi in cui il mezzo di cui ci si serve, agendo in modo più o meno
complesso, diventa lo scopo (il nuovo scopo) di tale agire e lo scopo iniziale
diventa il mezzo per realizzare il nuovo scopo. Si può dire che tale
rovesciamento è uno scambio delle parti. Altri saggi di S. si rivolgono a questo
tema. La sezione prima del saggio intende tuttavia mettere in luce la relazione
tra alcuni luoghi apparentemente distanti in cui quel rovesciamento si
manifesta: arte, cristianesimo, politica, diritto, economia. Ma intende anche
richiamare che alla radice non solo di tale rovesciamento, ma dello stesso
rapporto tra mezzo e scopo, cioè dello stesso concetto di
azione-volontà-potenza si trova Yalienazione più profonda della verità, ossia
il disfarsi della verità, in modo estremo, da parte della storia dell’Occidente.
Disfarsi, nel senso in cui ci si disfa di una ricchezza rimanendo impoveriti,
disfatti. Appunto per questa alienazione il rovesciamento in cui consiste lo
scambio delle parti di cui si è detto appartiene all’ essenza del nichilismo (a
sua volta richiamata nella sezione prima). Tale essenza è il più potente dei
meccanismi delVerrare. Quanto più l’errore è profondo, tanto più è cresciuta la
potenza. L’errore è potenza. E viceversa. Non può quindi esistere un potenza
buona e una cattiva: la potenza è, in quanto tale, errare e ferrare è la forma
originaria di ogni violenza e malvagità. L’impotenza, tuttavia, non è altro che
la volontà di potenza fallita, frustrata. E la potenza ottenuta e vincente è
soltanto l’ illusione di aver ottenuto e di aver vinto. L’essenza del
nichilismo esprime nel modo più radicale un evento che è essenzialmente più
profondo di ogni peccato originale. L’illusione estrema è la fede (posseduta da
uomini e dèi) di avere la potenza di condurre le cose dal nulla all’essere e dall’essere
al nulla. È però possibile parlare di errare e di errore, di alienazione della
verità, solo se la verità appare, solo se si manifesta ciò che è opportuno
chiamare destino della verità per indicare qualcosa il cui contenuto è
abissalmente diverso da tutto ciò che, lungo Vintera storia dell’Occidente, è
stato chiamato verità. Il capitolo VI della sezione prima richiama appunto la
configurazione di fondo di tale diversità. Con questo si sta insieme dicendo
che l’alienazione della verità non è soltanto un evento che appartenga alla
storia del pensiero filosofico, ma è il terreno in cui vanno via via crescendo
le opere, le istituzioni, le res gestae - e quindi anche, e certo innanzitutto,
le molteplici forme culturali - dell’Occidente e quindi anche ogni historia
rerum gestarum. E forse è il caso di avvertire già qui che, anche queste
pagine, per lo più, intendono parlare delle cose segrete, delle più segrete, a
lettori che non hanno la filosofìa in cima ai loro pensieri giacché le cose più
segrete sono peraltro manifeste, e in piena luce, nel più profondo di ogni uomo
(e forse non solo), ed è inevitabile che trapelino nel deserto in cui l’uomo è
gettato dall’alienazione della verità. La forma in cui oggi culmina lo scambio
delle parti rimane quella che altre volte ho indicato, cioè il rapporto con la
tecnica, dove tutte le forze oggi dominanti (i luoghi indicati all’inizio) sono
destinate ad assumere come scopo l’aumento indefinito della potenza, lo scopo
cioè nel perseguimento del quale la tecnica consiste (cfr. E.S., Capitalismo
senza futuro, Rizzoli). Tuttavia quest’ultima forma è preceduta e accompagnata
da altre forme dove tale scambio si costituisce tra quelle forze stesse (ognuna
peraltro destinata alla fine, come si sta dicendo, a rinunciare alla volontà di
essere lo scopo che subordina a sé gli altri e ad assumere come scopo l’aumento
indefinito della potenza). Ad esempio: lo scambio esistente tra felicità e
verità - per cui dapprima la verità viene ricercata per essere veramente felici
e poi si vuole esser felici per poter contemplare la verità con una felicità
diversa da quella che serve a produrre tale contemplazione (cfr. E.S., La buona
fede, Rizzoli 1999, 5-6; Dall’islam a Prometeo, Rizzoli 2003, 7). Altri esempi:
lo scambio che si produce tra cristianesimo e arte cristiana (cfr. sezione prima,
cap. I), tra individuo e Stato, tra individuo e capitale, tra merce e denaro -
lo scambio marxiano, questo, che ripropone lo scambio aristotelico tra economia
e crematistica (dove l’uso del denaro non ha come scopo l’acquisto e il consumo
della merce, ma l’aumento indefinito del denaro stesso). In generale: nella
storia dell’Occidente la verità sta alla felicità come l’arte cristiana sta al
cristianesimo, come Dio o lo Stato stanno all’individuo, come il denaro sta
alla merce, come la tecnica sta al diritto (naturale e positivo) e, infine, sta
a tutte le forze che ancora oggi intendono servirsi della tecnica come mezzo
per realizzare i loro scopi. Il primo termine di queste coppie è ciò che,
assunto inizialmente come mezzo per realizzare il secondo termine, diventa lo
scopo di quest’ultimo, che diventa il mezzo. Come volontà di aumentare
aU’infinito la propria potenza, e riuscendo a essere la potenza suprema, cioè
vincente su ogni altra, l’Apparato scientifico-tecnologico non può non essere
planetario, destinato quindi a subordinare a sé ogni forma politica dello Stato
e ogni trust sovranazionale che sul fondamento della potenza economica sia
riuscito a subordinare a sé tale forma. L’Apparato è cioè destinato a
costituirsi come Superstato planetario, essenzialmente diverso dalle logiche
politiche che hanno condotto a organizzazioni internazionali come la Società
delle Nazioni e l’Onu. La forma politica dello Stato nasce come scopo che gli
individui o i gruppi sociali si danno per sopravvivere, rinunciando ai propri
impulsi (il cui soddisfacimento costituiva il loro scopo iniziale) e
riconoscendo nello Stato il monopolio legittimo della violenza-potenza. In modo
analogo, la conflittualità oggi esistente tra gli Stati (che ripropone il
bellum omnium contro, omnes) spinge verso la forma estrema di Superstato, il
Leviatano supremo in cui consiste l’Apparato della tecnica (e di cui il
Duumvirato Usa-Urss è stato una prima, ancora acerba ma significativa
anticipazione). Esso riesce a essere il supremo monopolio legittimo della
potenza quando riesce a comprendere il senso autentico della propria potenza
perché sente la voce del pensiero filosofico che mostra fimpossibilità di ogni
Limite assoluto all’agire dell’uomo e quindi all’agire tecnico, che più di ogni
altra forza è capace di oltrepassare i limiti dell’uomo. Ascoltando quella
voce, l’Apparato ha la capacità di mostrare l’illegittimità di ogni Limite
assoluto e di ogni altra forma di potenza. Anche ma non solo in questo senso la
filosofia è la madre della potenza estrema. Ancora una volta la filosofia degli
ultimi due secoli - e propriamente il suo sottosuolo essenziale e per lo più
inesplorato (cfr. sezione prima, cap. II) - è il fondamento della più grande
trasformazione storica del pianeta: quella appunto dove la tecnica, ricevendo
dalla filosofia la coscienza della propria forza, riesce a subordinare a sé
ogni altra forza. Questa, sommariamente indicata, è la configurazione
complessiva di ciò che abbiamo chiamato scambio delle parti e dell’alienazione
nichilistica della verità che sta alla radice di esso. Ad alcune delle forme di
tale scambio si rivolgono queste pagine. Quando si parla di nichilismo si
intende per lo più il crollo dei valori tradizionali. Inoltre, solitamente, il
10 nichilismo è una crisi soltanto descritta, ossia è presentato come un fatto
che accade, ma che sarebbe potuto o potrebbe non accadere. Questo libro mette
appunto in risalto (richiamandosi ad altri miei scritti) l’incapacità di
prestare ascolto alla spinta che lo ha fatto inevitabilmente accadere, e al
significato di questa inevitabilità. Ma mette in risalto anche qualcosa di ben
più decisivo, giacché la definizione usuale di nichilismo, nonostante la sua
visibilità, è soltanto una conseguenza del senso autentico, ossia di ciò che abbiamo
chiamato Yessenza - peraltro nascosta del nichilismo. Inutile ogni rimedio se
si ignora la natura della malattia. La malattia nascosta (il culmine
dell’errare) è la persuasione che le cose siano nulla, e il viverle come un
nulla. Tanto più profonda, la malattia, quanto meno si riconosce di esserne
affetti. Ma una volta accertata la vera malattia anche il senso del rimedio
mostra un volto essenzialmente diverso. Questo tema sta al centro di tutto il
mio lavoro filosofico, ma è prevalentemente accessibile a chi ha già una certa
confidenza con il pensiero filosofico. Come già ho accennato, questo libro
intenderebbe invece coinvolgere nella riflessione su questo tema - che è la
radice più profonda di ogni attualità - i lettori che tale confidenza non hanno.
Intenderebbe, appunto, avvicinarli all’essenza del nichilismo e della potenza -
quindi al destino della verità, cioè allo stare autenticamente oltre tale
essenza. Il linguaggio di queste pagine proviene da un gruppo di scritti
(alcuni inediti e altri rielaborati), pubblicati prevalentemente sul Corriere
della Sera e sul settimanale Liberal. Il tema di S. si rivolge alla poesia di
Dante e di Leopardi può lasciare perplessi. Il fiore! Che serietà può avere
rivolgersi alla poesia - e per di più con un’immagine così scontata come il
fiore - in un tempo tragico ed enigmatico come il nostro, dove i popoli poveri
intendono non essere esclusi dalle ricchezze dei ricchi e dove la tecnica sta
avviandosi al dominio su tutte le altre forze della civiltà? La lotta contro il
dolore e la morte si è fatta troppo dura perché sia ancora lecito rivolgersi
alla poesia e ai fiori. Ma dobbiamo subito chiederci qui: la poesia non ha
proprio nulla a che vedere con la lotta contro il dolore e la morte? È così
scontato che la poesia appartenga al regno del superfluo? Queste domande non
intendono alludere al luogo comune che, dopo aver chiuso la poesia nella
dimensione dell’estetica, crede che la poesia sia qualcosa di indispensabile
per le anime belle. Oggi, indebolendosi, la poesia è diventata anche questo. Ma
alVorigine la poesia appartiene invece al gesto essenziale che l’uomo compie
contro il dolore e la morte. Appartiene al rimedio essenziale. In principio, il
gesto e il rimedio essenziale sono la festa arcaica. All’origine la festa
unisce e fonde in sé ciò che in seguito si separa e diventa canto, mito, rito,
danza, poesia, arte, sapienza, saggezza, filosofia, tecnica, scienza (cfr.
E.S., Dall’islam a Prometeo, cit., 8). Quanto più la poesia si allontana
dall’originaria casa festiva, tanto più si indebolisce e diventa oggetto di
godimento estetico - cioè qualcosa che può certamente sembrare superfluo
rispetto ai bisogni primari dell’uomo. E invece, nell’antica lingua greca
poesia - poìesis - significa produzione. La poesia appartiene cioè all’ambito
della potenza. Come gli altri fattori della festa. Anche in seguito la grande
poesia conserva le tracce di quell’antica potenza. Nel Paradiso ALIGHIERI (vedasi)
si rivolge così ai beati: O perpetui fiori de l’eterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti i vostri odori. Sono, i beati, i perpetui fiori della
letizia divina. Fioriscono dall’albero della letizia eterna, che li unisce in
modo che i loro odori, per i quali essi si distinguono l’uno dall’altro, paiono
e sono tuttavia un unico profumo: pur uno. Mezzo millennio dopo, Leopardi
compone La ginestra o il fiore del deserto. Rivolgendosi alla ginestra il canto
dice (w. 32-37); Or tutto intorno una ruina involve, dove tu siedi, o fior
gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi
un profumo che il deserto consola. Il riferimento a Leopardi e a questo suo
canto può sembrare estrinseco. Eppure il pensiero di Leopardi porta al tramonto
l’universo in cui si muove il pensiero di Dante. Leopardi, prima ancora di
Nietzsche, e nel modo più radicale, mostra l’impossibilità di ogni eterno, di
ogni Dio, di ogni eterna letizia. Non si tratta dell’opinione, della fantasia,
del sentimento di un poeta infelice e deluso. Leopardi, come altrove ho
mostrato, apre la strada della filosofia del nostro tempo: un percorso
inevitabile che tuttora è in attoed è la radice del distacco del nostro tempo
dalla grande tradizione occidentale, che a sua volta ha la propria radice nel
pensiero filosofico dei Greci. Di questa radice Dante è pienamente e
potentemente consapevole. Quando all’uomo non basta più la letizia della festa
arcaica, nasce la letizia della filosofia, che per i Greci è la massima di cui
l’uomo possa godere sulla terra. Ma, in precedenza, la festa è il primo rimedio
c ontro la paura del dolore e della morte perché è l ’immagine della lotta
umana contro di essi. Nella festa l’uomo si identifica a questa immagine.
L’immagine si solleva e si libra al di sopra della lotta: già per questo
librarsi si sente libera dal pericolo e dalla paura, ossia è vittoria, lotta
vincente, godimento della salvezza. La paura che è vinta dalla festa è più
originaria e angosciante della paura di chi, ormai all’interno del regno della
ragione e della fede cristiana ha paura perché si è allontanato dalle leggi
divine, dalla diritta via della salvezza. Lo dice anche Dante all’inizio
deìYInferno. La selva oscura è la lontananza da Dio, dalla quale proviene la
paura; ma questa selva paurosa Tant’è amara che poco è più morte. ( Inferno, I,
v. 7) È tanto amara che la morte è poco più amara. Il che vuoi dire che la
paura della morte è ancora più amara della paura suscitata dalla lontananza di
Dio. È questa ancor più amara paura a essere inizialmente vinta dalla festa
arcaica. Il deserto della morte è dunque ancora più originario del gran diserto
(Ibid., v. 64) della selva dove Dante incontra Virgilio. La paura che non è
ancora raggiunta e vinta dall’evocazione dell’immagine festiva è essenzialmente
più radicale di quella di chi, dopo aver abitato quell’immagine, se ne è
allontanato credendo di trovare altrove il rimedio, e teme le conseguenze di
questo suo gesto - e tuttavia, anche e proprio per questo suo timore è pur
sempre in rapporto con la dimensione festiva e salvifica. Di quel più
originario e pauroso deserto, da cui l’uomo ha sempre tentato di salvarsi,
parla il canto della Ginestra. Il fiore del deserto il deserto consola. Nel
mondo di Dante i perpetui fiori dell’eterna letizia sono lo stato più alto
dell’uomo. Ma Leopardi vede l’impossibilità di questa letizia: dal deserto che
è il regno della morte non si può uscire. La ginestra è il poeta stesso; il
poeta è insieme il filosofo; il genio è l’unità di poesia e filosofia, e questa
unità è lo stato più alto che l’uomo può raggiungere prima di essere afferrato
dal nulla della morte (e dopo che la tecnica ha invano tentato di salvarlo).
Leopardi vive e sa di vivere questo stato supremo, effimero paradiso terrestre;
sa di essere il genio. Il genio della ginestra consola il deserto perché sa che
non ci si può salvare dal deserto della morte. La consolazione consiste nella
poesia pensante, nel pensiero poetante. (Cfr. E. S., Il nulla e la poesia. Alla
fine dell’età della tecnica: Leopardi, Rizzoli 1990 e Cosa arcana e stupenda.
L’Occidente e Leopardi, Rizzoli 1997). Nell’incontro di Dante col cielo,
all’inizio del viaggio nell’oltretomba, la parola consolazione è invece assente
in quanto riferita alla paura del poeta. Dal cielo giunge per lui la salvezza.
Quando Virgilio glielo dice, Dante si sente come i fiori che escono dal gelo
notturno - e questo suo stato è la prima prefigurazione della rosa dei beati:
Quali i fioretti, dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che ’l sol li imbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo tal mi fec’io.(Inferno) Dalla paura del
gelo notturno al calore eterno - un sol calar di molte brace -, da cui si leva
l’unico odore dei fiori dell’eterna letizia. Volendo essere il rimedio contro
la paura originaria del dolore e della morte, la festa arcaica vuol essere
sempre più potente. Questa volontà attraversa l’intera storia dei mortali e
oggi si presenta come civiltà della tecnica. Potenziamento crescente della
festa, che è potenziamento delfimmagine festiva della lotta in cui la vita
consiste. Il potenziamento delfimmagine festiva procede lungo due vie: quella
del contenuto delfimmagine e quella della forma, cioè del modo in cui
l’immagine esprime il contenuto. Ma appunto perché la potenza originaria della
festa sdoppia la via della propria crescita, appunto per questo l’originaria
potenza festiva si indebolisce. Il potenziamento del contenuto è il sorgere e
l’articolarsi del mito; il potenziamento della forma è il sorgere e
l’articolarsi di ciò che sarà chiamato arte, poesia, tecnica. Gli abitatori
originari della casa festiva tendono a separarsi e la separazione diviene
violenta e irreparabile quando il contenuto sapienziale del mito non sa
resistere alla propria volontà di sapienza e diventa lògos, ragione, filosofìa.
Il mito, infatti, vuole sapere per salvare. Ma la volontà di salvezza è
massimamente esigente: richiede che il sapere sia capace di resistere a
qualsiasi dubbio; e ciò che possiede in modo assoluto questa capacità è la
verità, intesa come i Greci per la prima volta l’intendono, cioè come sapere
che non può essere in alcun modo smentito. Questo il senso della verità che,
lungo l’intera tradizione dell’Occidente, giunge fino al XIX secolo - fino a
Leopardi. In questo senso della verità il pensiero di Dante è essenzialmente
immerso, e in modo pienamente consapevole. È questo senso radicale della verità
a separarsi dal mito e a scorgere e insieme a produrre il differenziarsi; il
separarsi e dunque l’indebolimento degli abitatori dell’antica casa festiva. Li
separa da sé e gli uni dagli altri. Separati, è inevitabile che si trovino
estranei gli uni agli altri, dunque sostanzialmente in conflitto e pertanto
privati della forza a essi conferita dalla loro unità originaria. Arte, poesia,
tecnica, sapienza incominciano a vivere di vita propria. La loro capacità di
salvare dal dolore e dalla morte si prolunga, ma indebolita. Pochi oggi credono
che la poesia o la filosofia possano salvare dal dolore e dalla morte. E il
discorso può essere esteso in consistente misura alla religione. Eppure, per
quasi due millenni e mezzo la verità evocata dalla tradizione filosofica è la
via lungo la quale procede non solo Finterà cultura, ma l’intera civiltà
dell’Occidente. È la diritta via, la verace via di cui parla Dante. Nascendo,
la filosofia porta alla luce la forma estrema di ciò che per il mortale è il
pericolo: intende il dolore come l’andare nel nulla da parte dei piaceri, e la
morte come l’andare nel nulla, da cui non c’è ritorno, da parte della vita
intera. E per poter così intendere il dolore e la morte la filosofia deve
pensare il significato radicale del nulla e dell’essere. La filosofia salva il
mortale perché essa crede che la verità esiga che quanto più conta, nella vita
dell’uomo, sia già da sempre salvo dal nulla, cioè sia in quell’Essere, o
addirittura sia quell’Essere, già da sempre salvo dal nulla, che è il divino.
In questa concezione del divino si inserivano l’esperienza cristiana e la
riflessione teologica su di essa. Dante è uno dei massimi testimoni di questa
inscrizione. Ma i testimoni non aggiungono alcunché al testimoniato. Questo
significa che Dante non è soltanto un testimone. Si sa che il concetto che
Dante possiede della poesia va in direzione opposta al suo fare poetico. Egli
non fa quel che pensa. Pensa che la poesia sia soltanto bella menzogna qualora
non si faccia banditrice del vero, testimone della verità che sta nascosta
sotto il velame della favola e il favoloso e ornato parlare. Dante pensa della
poesia quello che pensa Platone. E anche di tutto il gran volume della sapienza
greco-latina- cristiana - comprendente anche la configurazione dell’oltretomba
e i viaggi che in esso si possono compiere -, anche di tutto questo egli pensa,
nella sostanza, quel che è già stato pensato, per quanto rilevanti siano alcune
sue prese di posizione. Scrive allora la Commedia solo per esprimere in un
favoloso e ornato parlare la verità già pensata da altri? Per questo impegna e
consuma tutta la sua vita? Impegna e consuma tutta la sua vita per qualcosa di
essenzialmente più decisivo. Anche senza rendersene conto, con la Commedia egli
intende produrre la nuova immagine salvifica della festa: intende rinnovare la
festa che salva, consentendo ai mortali di sopportare il dolore e la morte.
Questo suo gesto scuote fino alle radici il grande albero della tradizione. Che
Dante scriva la Commedia significa cioè che per lui la grande sapienza della
tradizione greco-cristiana e la stessa vita a essa conforme hanno una potenza
salvifica inferiore a quella della dimensione dove la verità e la vita adeguata
alla verità sono il contenuto del canto e della poesia. Bella menzogna e velame
della favola, la poesia, quando il suo contenuto non è la verità; ma più
potente della nuda verità quando, avendo come contenuto la verità, le
conferisce una potenza salvifica ben superiore a quella che la verità possiede
di per sé sola. La poesia della verità parla inoltre a tutti, anche agli
indotti. La difesa di Dante della lingua volgare, su cui egli fa crescere il
proprio linguaggio poetico, non è un fatto semplicemente letterario o
astrattamente culturale, ma esprime la coscienza che ad attendere e a tendere
alla salvezza della verità sono tutti i mortali, e coloro, tra essi, che sono
gli indotti, possono identificarsi a quella rinnovata immagine festiva, che è
la verità della filosofia, solo se tale immagine si presenta non nella sua
cruda e astrale concettualità, ma, attraverso un ulteriore rinnovamento, con le
parole terrene della poesia. Unendo poesia e filosofia (e, sul tronco della filosofia,
il cristianesimo), Dante fa cenno all’antica festa di ritornare presso i
mortali. Ciò significa che troppo flebile rimembranza è per lui la liturgia
cristiana - in cui peraltro si sente ancora forte l’eco della festa arcaica.
Dante pensa che dalla poesia non possa separarsi la festa della verità e della
cristianità - cioè il luogo dove sulla terra il mortale sperimenta la propria
salvezza e la propria destinazione all’eterna letizia. La liturgia cristiana
deve diventare liturgia poetica. Questo pensiero di Dante non si mantiene
dunque sotto la protezione della cattedrale del passato: scava a fondo nel
terreno del suo tempo e sbuca in un altro emisfero. In tale pensiero si dice
che lo scopo dell’esistenza è l’immagine festiva come unità di poesia e di
filosofia. Dante non si limita a essere un grande testimone della situazione
dove lo scopo dell’esistenza, sulla terra, è la verità cristianamente
concretantesi e la vita a essa adeguata: al di là delle sue convinzioni sulla
poesia, Dante, nel suo agire poetico, evoca la poesia come fattore
indispensabile all’immagine festiva che consente all’uomo di sopportare il
dolore e la morte. Certo, la poesia è terrena; a differenza della nuda verità
parla, oltre che ai sapienti, anche agli indotti; mentre nella letizia eterna
del paradiso nessuno è indotto. Nell’eterna letizia la poesia, in quanto
indispensabile alla verità, è cioè destinata a scomparire come scompare la fede
- giacché la fede è l’assenso alle cose che non si vedono (non apparentia, dice
l’apostolo Paolo), mentre nel paradiso le cose si mostrano e non hanno bisogno
della fede. Ma perché qui, sulla terra, si libri l’immagine festiva e salvifica
è necessario che alla fede, che cresce sul tronco della verità filosofica, si
unisca anche la poesia. E Dante è pur sempre un essere terreno quando giunge al
cospetto dei fiori dell’Eterno e della candida rosa. Rispetto alla verità che
si mostra nel paradiso, le forme visibili della rosa sempiterna dei beati - Il
fiume e li topazii / ch’entrano ed escono e il rider de l’erbe ( Paradiso) -
sono forme esterne, preamboli, prefazioni - prefazi - della loro verità, che in
qualche modo esse coprono d’ombre (son di lor vero umbriferi prefazi, ibid., v.
78), mentre i beati la contemplano in sé stessa. Ma nella condizione terrena -
all’interno della quale Dante pur sempre rimane compiendo il suo viaggio
nell’oltretomba - è l’ombra terrena della poesia a illuminare la sapienza del
contenuto, a rendere potente l’immagine che salva: a rendere potente la sua
forza salvifica e a rendersi quindi indispensabile alla potenza dell’immagine:
E vidi lume in forma di rivera fulvido di fulgore, intra due rive dipinte di
mirabil primavera. Di tal fiumana uscian faville vive, e d’ogni parte si
mettean ne’ fiori, quasi rubin che oro circunscrive. Poi, come inebriate da li
odori, riprofondavan sé nel miro gurge; e s’una intrava, un’altra n’uscia fòri.
Come semplice verità della ragione e della fede, l’immagine terrena della
beatitudine del paradiso impallisce e dunque non dispiega la propria potenza
salvifica se i beati non appaiono insieme nelle forme della poesia: come i
perpetui fiori dell’eterna letizia che ora, in questa più alta regione del
cielo, formano le due rive, dipinte di mirabil primavera, del fiume, fulvido di
fulgore, da cui escono di continuo le scintille degli angeli della vita eterna,
api che sui fiori depongono rubini nell’oro e che restano a loro volta
inebriate da li odori. Imponendo la propria presenza alla liturgia sacra, la
liturgia poetica, si è detto, scava nel terreno del tempo in cui Dante vive - e
sbuca in un altro emisfero. Di che cosa si tratta? La Commedia apre uno spazio
nel quale lo scopo del mortale è l’immagine festiva dove la poesia si unisce
alla filosofia - e dove la sophla si dispiega nel kérygma cristiano. Anche se
Dante deve chiamare commedia e non tragedia il proprio poetare cristiano,
tuttavia la commedia, sulla scia della tragedia attica intende riproporre il
clima della festa arcaica - sebbene ormai la festa non possa più prescindere
dalla filosofìa, che è peraltro il principio della separazione degli abitatori
della casa festiva. Dante pensa come scopo dei mortali la festa, nella forma
poetica della commedia filosofico-cristiana. (La tragedia infatti si arrende al
dolore e alla morte, dice Platone nel libro X della Repubblica e quindi è la
commedia la forma poetica adeguata all’eterna letizia cristiana). San Pietro
gli dice: E tu, figliuol, che per lo mortai pondo ancor giù tornerai, apri la
bocca, e non asconder quel ch’io non ascondo. (Paradiso, XXVII, w. 64-66) Il
riferimento immediato è alla corruzione della Chiesa, ma il contesto
imprescindibile di tale riferimento è tutto il contenuto della Commedia : su
tutto questo contenuto Dante è convinto di dover aprire la bocca e non
nascondere quel che in cielo non è nascosto. Non nasconderlo è proclamarlo
appunto scopo dell’uomo. E se lo scopo è il dispiegarsi dell’immagine festiva,
nella quale il contenuto filosofico- cristiano deve stare unito alla poesia,
allora, questo contenuto, in quanto separato dalla poesia, non è più lo scopo a
cui l’uomo deve mirare. Ma quando la filosofia, che già si è fatta innanzi, si
unisce al messaggio cristiano, è soprattutto questo messaggio a parlare alle
genti, e a dir loro che la salvezza si ottiene seguendo Gesù e nient’altro.
Ogni altro che si voglia seguire è un secondo padrone; e non si possono servire
due padroni. Quaerite primum regnum Dei. Il messaggio cristiano non dice di
tendere all’unità del regno di Dio e della poesia. La primarietà che compete al
regno di Dio in quanto scopo non include la poesia. La bella menzogna della
poesia, il velame della favola poetica, il favoloso e ornato parlare non sono
necessari per andare in cielo. La Commedia di Dante, già con la sua semplice
esistenza, intende invece mostrare che il viaggio dalla terra al cielo è
autentico solo se è avvolto, espresso, sorretto dalla poesia. Unita alla
filosofia cristiana, la poesia salva. In quanto separato dalla poesia, il
contenuto filosofico-cristiano cessa quindi di essere lo scopo: diventa, nella
Commedia, il mezzo per poter cantare la verità, cioè per raggiungere quello
scopo che è l’unità della verità e del canto. Cercate per prima l’unità del
regno di Dio e della poesia. Separato dalla poesia, il regno di Dio non salva.
Questo è lo straordinario pensiero di Dante - anche se in lui tale pensiero può
aver evitato di guardare in faccia sé stesso. Tale pensiero è infatti la
perentoria negazione del mondo sapienziale e morale - cioè della filosofia e
del cristianesimo - che pure è cantato nella Commedia. Nel pensiero di Dante la
salvezza può presentarsi all’uomo in un’immagine salvifica che dev’essere
guidata da due padroni, cioè dal mondo cristiano e dalla poesia; e pertanto il
mondo cristiano, come id quod primum quaeritur, dunque come indipendente e
separato dalla poesia, non appartiene allo scopo dell’esistenza. Tale mondo può
essere cioè presente solo come mezzo per raggiungere lo scopo, ossia l’unità di
mondo cristiano e di poesia, e dunque resta negato, essenzialmente negato,
nella sua pretesa di essere l’unico padrone a cui l’uomo debba affidarsi - che
è la pretesa evangelica. La Commedia si rivolge al divino - al salvifico - per
cantarlo; non canta per rivolgersi al divino. Non canta per rivolgersi al
divino, inteso come l’unico padrone che si serve della poesia per mostrare la
propria gloria al di sopra di tutto, anche della poesia. Così inteso, il divino
non salva. Certo, il canto della Commedia canta il divino, ma, appunto, è il
divino che appare nella sua inscindibile unità alla poesia - e che è salvifico
solo in quanto è cantato. Questo che si è indicato è il tratto comune di tutta
la grande arte cristiana, da Giotto a Bach e oltre ancora, lungo un processo
dove il divino diventerà sempre di più il pretesto perché il canto si levi come
unico padrone di ciò che rimarrà dell’immagine festiva sapienzialmente e
religiosamente salvifica. Diventa sempre più intenso e perentorio il processo
in cui, per il grande artista cristiano, al di sopra di tutto - anche al di
sopra del messaggio di Gesù - finisce con Tesserci l’arte; nell’arte egli vede,
sempre di più, la salvezza. Quando non si sentirà più cristiano, l’artista
crederà di essere lui il vero creatore del mondo. La negazione oggettiva -
ossia non intenzionale - del mondo sapienziale della tradizione greco-
cristiana è quella esercitata dall’arte nel tempo della dominazione di tale
mondo. Sussiste, questa dominazione, anche quando le forze della terra, specie
quelle pratico- economico-politiche agiscono in direzione contraria alla sapienza
e alla morale filosofico-cristiana. Anche questo agire è una negazione di tale
sapienza, ma è una negazione che avviene alTinterno del riconoscimento
esplicito, da parte dei potenti, che tale sapienza è l’inviolabile guida del
mondo. È quindi una negazione in malafede. Video meliora proboque, deteriora
sequor. Invece la grande arte cristiana, dunque anche la poesia di Dante, non
nega in malafede la sapienza filosofico-cristiana, perché ancora non sa o
ancora non rende esplicito che il suo sentirsi indispensabile a tale sapienza,
e alla evocazione delfimmagine salvifica, è in effetti la negazione perentoria
del modo in cui il cristianesimo, cresciuto sul tronco della filosofia greca,
intende sé stesso. È una negazione che dal sottosuolo preme sul pavimento della
coscienza, ma che ancora non lo frantuma e non si rende visibile. L’anima
riceve vita. Negazione perentoria ma implicita, dunque; e non solo implicita ma
an che soltanto sentita, voluta, vissuta, cioè senza sostegno e fondamento che
non sia appunto la prepotenza con cui il nuovo modo di sentire del poeta si
contrappone al vecchio, sapienziale - il vecchio modo che però ha alle proprie
spalle il fondamento costituito dalla grande tradizione filosofica. Per quanto
innovatrice, la negazione della verità della tradizione, da parte della poesia
e dell’arte, attende ancora che venga alla luce la necessità di lasciarsi alle
spalle la verità che la filosofìa ha portato alla luce e in cui si manifesta il
vero senso del divino. Nel tempo del dominio della verità filosofico-cristiana,
l’arte cristiana apre la porta alla morte di Dio, ma senza ancora sapere quel
che sta facendo e senza riuscire a scorgerne la legittimità e la necessità. È
Nietzsche a parlare della morte di Dio - e a fondarla. Ma è innanzitutto il
pensiero di Leopardi a scorgere questo fondamento a mostrare la necessità di
questa morte, cioè Yimpossibilità di ogni eterno, di ogni divino, di ogni vita
perpetua che fiorisca dall’eterna letizia. Nonostante tutto, la gigantesca potenza
filosofica di Leopardi rimane oggi ancora celata, sebbene fosse stata
intravista da Nietzsche e Wagner. Di questa gigantesca potenza, qui, non si può
dir nulla di determinato e pertanto rinvio ancora una volta ai miei due scritti
sopra ricordati, Il nulla e la poesia: Leopardi; e Cosa arcana e stupenda. Si
deve però richiamare che il carattere indissolubile dell’unità di poesia e
filosofìa, al quale Dante guarda per primo nel mondo cristiano, forma uno dei
temi più esplicitamente, potentemente e diffusamente presenti nel pensiero di
Leopardi. Ma è presente nella sua innegabile necessità - cioè appoggiandosi al
fondamento, di cui qui sopra si parlava, che invece è assente nella negazione
del mondo sapienziale cristiano da parte dell’arte cristiana e dunque della
poesia di Dante -, cioè nella negazione che è soltanto volontà di negazione,
soltanto volontà di autoaffermazione. E va aggiunto che l’unità di poesia e
filosofia è presente nel pensiero di Leopardi con il senso radicalmente nuovo
che la filosofia assume quando essa si rende conto delfimpossibilità della
verità e del divino evocati dalla tradizione dell’Occidente. Leopardi mostra
per primo, aprendo la strada della filosofia del nostro tempo, che l’uomo non
può salvarsi dal nulla. La verità, ora, è questa, terribile. Ci si è anche
rallegrati, nella cultura degli ultimi due secoli, della morte di un Dio
divenuto più angosciante della paura da cui egli avrebbe dovuto liberare.
Ciononostante l’angoscia diventa massima quando ci si rende conto che nessuna
opera umana potrà mai salvare l’uomo dal nulla. Il contenuto del mito consente
al mortale di sopportare il dolore e la morte: è il tratto sapienziale che,
sebbene unito agli altri tratti dell’immagine festiva, più le conferisce la
potenza salvifica e dunque la letizia per la quale la festa si configura come
lo scopo supremo del mortale. La filosofia porta il mito al tramonto, ma nella
tradizione dell’Occidente ne diventa anche l’erede. La filosofìa della
tradizione è la suprema theoria - e in origine questa parola significa appunto
festa. Ma quando la filosofia scorge, e innanzitutto nel pensiero di Leopardi,
che la verità innegabile è l’impossibilità, per l’uomo, di salvarsi dal nulla,
allora la verità della filosofia non può più dare alcuna letizia. Leopardi vede
dapprima che la conoscenza della verità rende estrema e insopportabile
l’angoscia dell’uomo e che se per il mortale può esserci, sia pur breve, un
tempo di letizia, cioè di festa, questo deve nascondere la verità e non essere
altro che bella menzogna - che dunque può essere solo umbrifera, apportatrice
di ombre che oscurano e che non possono essere, come in Dante, prefazii della
verità. Ma dopo questo primo modo di intendere la poesia Leopardi si avvede
anche, ben presto, che ormai non solo rintelletto, ma nemmeno la fantasia può
lasciarsi ingannare dalla poesia e che dunque è inevitabile che anche e
soprattutto nella poesia la verità terribile si mostri. Il risultato di questa
consapevolezza è che l’unico tratto festivo e caducemente salvifico concesso al
mortale è la potenza con cui la poesia esprime la nullità dell’uomo. Il genio è
il produttore: gignens. Genera quanto ormai, eco lontana, è possibile
ripristinare dell’immagine salvifica della festa. Volgendosi all’opera del
genio, - dice Leopardi nel pensiero 259-61 dello Zibaldone - l’anima riceve
vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente la morte
perpetua delle cose e sua propria. Questa vita è appunto quanto rimane
dell’antica letizia della festa - le opere del genio, scrive Leopardi in quel
pensiero dello Zibaldone, riaccendono l’entusiasmo, sono consolazione che apre
il cuore e ravviva ma tale vita e forza festive posseggono la potenza
dell’immagine in cui il genio presenta la terribile verità innegabile della
filosofia, cioè la morte e la nullità dell’uomo e di tutte le cose. L’immagine
prodotta dal genio unisce la poesia alla filosofia, ma è la potenza della
poesia a consentire al mortale di sollevarsi ancora per un poco al di sopra del
nulla che si mostra nella verità terribile della filosofia. Nel genio, l’unione
di filosofia e poesia è l’ultimo modo in cui, col disincanto rispetto alla
tradizione cristiana, è concessa al mortale l’aura festiva di una passeggera
letizia. Il pensiero di Leopardi mostra cioè che quando sarà manifesta
l’incapacità della tecnica di salvare l’uomo dal nulla, resterà quell’ultima
forma di tecnica che è la poesia pensante del genio, l’ultima festa - l’ultimo
quasi rifugio, dice Leopardi - a cui tendere prima del silenzio nudo e della
quiete altissima della morte. Il genio è la ginestra, il fiore del deserto. La
ginestra siede tra le rovine del deserto che il vulcano ha steso attorno a sé:
una ruina involve dove tu siedi, o fior gentile. come il genio, cioè Leopardi,
siede a notte sulle rive del flutto indurato della lava: Sovente in queste
rive; che, desolate, a bruno veste il flutto indurato, e par che ondeggi, seggo
la notte. Il lume divino, le scintille del fiume di fuoco dell’amore divino
fulvido di fulgore, intradue rive dipinte di mirabil primavera. è ormai
divenuto il flutto indurato della lava, sepolcro che sigilla, copre e a bruno
veste la vita annientata dal fuoco del vulcano. La mirabile primavera delle
rive del paradiso è vestita a lutto. La ginestra, cioè il genio, siede tra le rovine
delfeterno. Esse sono il deserto. Ma Inodorata ginestra, che è la nobile natura
del genio, è contenta dei deserti: guarda in faccia il deserto del nulla e,
sapendo di non potervisi sottrarre, ne è contenta, cioè non si illude di poter
aver altro, non si sente il perpetuo fiore dell’eterna letizia che d’eternità
s’arroga il vanto. La nobile natura del genio della ginestra tien ferma dinanzi
agli occhi la verità terribile, non le sottrae nulla, non distoglie lo sguardo
dal fato comune del nulla: Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce gli
occhi mortali incontra al cumun fato, e che con franca lingua, nulla al ver
detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale.
Non detrae nulla dal vero in cui appare l’essenziale nullità deH’uomo; ardisce
sollevare lo sguardo mortale sulla verità: questa forma intransigente di
volontà di verità è l’essenza della filosofia del nostro tempo. Leopardi la
inaugura. Ma la franca lingua che nulla detrae alla verità è la libera lingua
della poesia, la potenza dell’immagine che mostra l’impotenza dell’essere e
dell’uomo. Senza la potenza poetica l’uomo è subito risucchiato nella
pietrificata contemplazione nel nulla. Riesce a persistere ancora per un poco
nell’ultima eco dell’aura festiva, unendo dunque filosofia e poesia. La
ginestra non detrae alcunché alla verità angosciante della nullità del tutto; e
tuttavia il can i. C’è uno scambio delle parti già a partire dal fiore della
poesia, che da mezzo per mostrare la verità diventa fine; per arrivare alla
tecnica, che, da mezzo per realizzare gli scopi delle grandi forze
dell’Occidente è destinata a diventare il loro scopo. Anche le pagine che
seguono possono essere lette come un contributo a una fenomenologia, finora
solo abbozzata nei miei scritti, di questo scambio delle parti. Il problema del
fiore della poesia conduce dunque al problema della tecnica. Oggi se ne
continua a discutere. Ma se ne discute rimanendo all’interno della dimensione
che ha reso possibile qualcosa come la festa, la tecnica, la poesia, il mito,
la filosofia, il cristianesimo, la scienza. Si rimane all’interno della
dimensione dove l’uomo percepisce sé stesso come un mortale, che in preda alla
morte e al nulla ha bisogno di salvarsi. Siamo proprio sicuri che questa
dimensione, in cui l’intero pianeta è ormai completamente immerso, non debba
finalmente esser messa essa stessa in questione? Siamo proprio sicuri che
l’eterna letizia non possa avere altro significato che quello che la tradizione
le ha conferito? Al di là di questo significato, noi siamo perpetui fiori
dell’eterna letizia, ma non nel senso che è stato inevitabilmente distrutto dal
pensiero e dalla cultura del nostro tempo. Il senso autentico dell’eternità del
Tutto è abissalmente lontano dal senso che l’eterno possiede nella tradizione
filosofico-cristiana; e non è nemmeno qualcosa che possa essere rintracciato in
qualche altra forma di civiltà, diversa da quella dell’Occidente - anche se
esso risplende nel fondo di ogni uomo. Nel paradiso della tecnica, la tecnica può
essere guidata e animata o dalla scienza moderna o dalla poesia che si unisce
alla filosofia del tempo della tecnica. Ma in entrambi i casi, per quanto alta
possa essere la luce del tramonto, è inevitabile che ci si renda conto
dell’essenziale incapacità del mortale di vincere il nulla - ossia di vincere
il divenire, il contenuto della fede, cioè della volontà che le cose siano un
uscire dal nulla e un ritornarvi. Comunque si configuri, il paradiso della
tecnica è cioè destinato all’angoscia estrema. Può essere quello, allora, il
tempo in cui l’uomo incomincia a volgersi verso il senso inaudito dei fiori
dell’eterna letizia. Esso non è un futuro da produrre e da creare. Già da
sempre attende di essere condotto fuori dall’ombra: già da sempre attende che
tramontino le ombre che attirano su di sé la cura dei mortali, lasciando fuori
del linguaggio (e, in questo senso, nell’ombra) la luce piena di quel senso
inaudito. Nella sua essenza il cristianesimo è una grande religione della
salvezza. Ma - Gesù è esplicito - solo chi crede in lui sarà salvo. La fede,
peraltro, può ottenere la salvezza solo se la vuole, e solo se, d’altra parte,
questo volerla non è un atto di imperio ma è un chiederla a Dio. Chiedere a Dio
la salvezza è pregare. Nella sua essenza il cristianesimo è quindi la
preghiera, così intesa. Appunto per questo Tertulliano dice che la preghiera
insegnata da Gesù è veramente la sintesi di tutto il Vangelo. Alla fine del
Vangelo di Marco (16, 16-17) Gesù dice: Chi crederà sarà salvo, chi non crederà
sarà condannato. Ma prima di questa sentenza il testo (Me., 11) racconta come
Gesù abbia unito strettamente e sorprendentemente il tema del credere a quello
della preghiera. In quanto inseparabile dalla fede, la preghiera sta dunque al
centro di ciò che più conta: la salvezza eterna. In quel testo Gesù dice.
Abbiate fede in Dio. In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna:
“Togliti di lì e gettati nel mare”, e non avrà alcun dubbio nel suo cuore [et
non haesita = verit in corde suo], ma crederà che quel che dice s’abbia a
compiere [fiat], questo gli accadrà [fiet ei]. Perciò vi dico: tutte le cose
che chiederete nella preghiera abbiate fede [credite] di ottenerle e le
otterrete [et evenient vobis]. E quando vi accingete a pregare, perdonate, se
avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro che è nei cieli vi
perdoni i vostri peccati. Marco accenna subito dopo a quello che a suo avviso è
il centro della preghiera insegnata da Gesù, ma non lo sviluppa. Essa è invece
compiutamente riportata nel Vangelo di Matteo. In questa concezione della
preghiera è presente un grande sottinteso. Supponiamo che un uomo chieda a Dio
qualcosa, per esempio di essere aiutato in una certa circostanza, ma che in un
primo tempo Dio ritenga di non dargli ascolto; e che tuttavia quell’uomo
insista, sino a che, alla fine, riesca a ottenere quel che voleva. Se ci si
chiede che Dio sia mai questo, la risposta è scontata: non è il Dio delle
religioni monoteistiche; non è il Dio di Gesù. E non può esserlo, perché se
alla fine egli cambiasse parere ciò accadrebbe o perché quell’uomo è più
potente di lui, oppure perché alla fine Dio si renderebbe conto di aver avuto
torto a non dargli ascolto subito. Ma un Dio che è meno potente di un uomo o
che può aver torto non è, appunto, il Dio del monoteismo, non è il Dio di Gesù.
Chiedere a Dio qualcosa è pregare. Se si prega Dio di avere da lui qualcosa che
egli non vuol dare, non si potrà mai essere esauditi. Egli è l’Onnipotente. A
Dio si può chiedere dunque solo quel che egli vuol dare. Si può volere solo
quel che egli vuole. Appunto per questo, Gesù insegna a dire, nella preghiera:
Sia fatta la tua volontà. È sul fondamento di questo decisivo sottinteso che va
interpretato il senso deH’affermazione paradossale che la fede muove le
montagne e che, se uno riesce ad avere la forza (si potes) di credere, tutte le
cose sono possibili per lui (omnia possibilia sunt credenti, Me., 9, 23). Se
avendo fede si ottiene il massimo, cioè la salvezza eterna, si può anche
ottenere tutto il resto. Purché sia voluto da Dio, l’Onnipotente. Già Platone,
dando forma filosofica al mito biblico, afferma che Dio è tecnica divina, cioè
la più potente. Inoltre, se Gesù dice che chi crede sarà salvo, egli vuole la
salvezza dell’uomo. Quel suo dire è cioè un comandare all’uomo di credere. Non
lo lascia solo, dunque, a trovare la forza che lo porti a credere. Vuole che
creda. E quindi, pregando, l’uomo deve innanzitutto chiedere, senza aver dubbi,
di credere, e otterrà di essere un credente, cioè salvo. (Chiedendo di credere,
chiede insieme di non aver dubbi intorno a questa sua richiesta. Si può
mostrare che chiedere con fede di aver fede non è una contraddizione?) Dal
punto di vista cristiano, se l’uomo vuole ciò che Dio vuole, non può non
ottenerlo, perché Dio è l’Onnipotente. Da quel punto di vista, la fede che
muove le montagne non è un paradosso. Pregando nel modo voluto da Gesù, l’uomo
non solo ottiene ciò che vuole, ma sa di ottenerlo, perché non può non sapere
di voler quello stesso che è voluto da Dio, che è l’Onnipotente. E non spezza
nemmeno in due quella preghiera, come se nella prima parte di essa egli voglia
che sia fatta la volontà di Dio, ma nella seconda gli dica quel che vuole lui -
il pane quotidiano, la remissione dei debiti; la liberazione dal male ecc.
Infatti, se Gesù gli comanda di chiedere il pane, è perché sa che il Padre
vuole che l’uomo abbia il pane. Lo stesso si dica per gli altri doni richiesti.
Anche per quello che è espresso dalle parole e perdona a noi i nostri debiti,
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Infatti nella preghiera
autentica l’uomo può chiedere di essere perdonato solo se sa che Dio vuole
perdonarlo. E lo sa per lo meno perché crede che sia il Figlio di Dio a
comandargli di chiedere al Padre di essere perdonato, e il Figlio non potrebbe
comandarglielo se sapesse che Dio non vuole perdonare l’uomo. La preghiera di
Gesù contiene dunque anche l’implicazione, vincolante e compromettente, tra il
perdono per i propri debiti, che un uomo chiede a Dio, e il perdono, da parte
di quest’uomo, dei debiti che gli altri hanno nei suoi confronti. Perdonami
come io perdono, dice quell’uomo. Egli chiede perdono perché sa che Dio vuole
perdonarlo. Ma il suo perdonare i debiti che gli altri hanno contratto nei suoi
confronti? Questo suo perdonare gli altri può essere un gesto che riguardi lui
solo, cioè dove Dio lo lasci solo a compierlo? No. Lasciarlo solo vorrebbe
dire, per Dio, non volere che l’uomo perdoni e non volere nemmeno che non
perdoni: starsene in disparte lasciando che sia l’uomo a trovar la forza che lo
può salvare eternamente - visto che se non perdona non è perdonato. Ma in
questo modo l’uomo dovrebbe volere qualcosa che Dio o non vuole o rispetto a
cui è indifferente. Verrebbe meno, allora, il principio per il quale l’uomo può
ottenere soltanto ciò che Dio vuole. È dunque impossibile che Dio, dopo aver
detto all’uomo che se non perdonerà non sarà perdonato lo lasci solo a
raccogliere le forze che gli occorrono per riuscire a perdonare le offese
ricevute dal prossimo. Tutto questo significa che - quando, nella preghiera di
Gesù, l’uomo chiede a Dio di perdonare i propri debiti come egli perdona quelli
dei propri debitori - è necessario che l’uomo creda che Dio vuole che egli
abbia la forza di perdonarli. Anche il perdono delle offese è dunque qualcosa
che l’uomo chiede a Dio, sapendo che anche questa sua capacità di perdonare è
voluta da Dio, e che quindi egli otterrà anche questa capacità (più diffìcile
da avere che non la capacità di muovere le montagne). L’uomo è salvo solo se ha
fede nel Liglio di Dio. Ma la fede è inseparabile dalla volontà che vuole
quello che è voluto da Dio, e la preghiera è quel mettersi in rapporto con Dio,
dove non solo si dice di volere quel che Dio vuole, ma lo si vuole
effettivamente, cioè si perdona il prossimo, lo si ama, e si fa tutto ciò che
Dio prescrive. E volendo tutto questo si è convinti di ottenerlo, giacché chi
crede di volere quel che è voluto da Dio non può pensare che Dio non sia capace
di ottenere quel che vuole. Chi vuole che sia fatta la volontà di Dio è il
giusto, il buono, il santo, ossia è quel che Dio vuole che egli sia. Ma è anche
necessario che egli sia convinto di essere il giusto, il buono, il santo,
perché se fosse incerto di esserlo sarebbe in dubbio anche sul proprio star
volendo quel che Dio vuole. Chi si trova in questo dubbio ammette la
possibilità di star volendo qualcosa di non voluto da Dio; dunque non vuole
quel che Dio vuole e quindi non può nemmeno credere di ottenerlo. Volere
qualcosa, infatti, è credere di volerlo. Se non si crede di volerlo non lo si
sta volendo ma si resta incerti se lo si voglia o meno, non ci si trova cioè
nella condizione di chi, pregando, riesce a muovere le montagne. Convinto di
essere il giusto che perdona le offese e ama il suo prossimo, chi prega nel
modo dovuto agisce nel mondo e si imbatte in situazioni via via diverse,
portando sempre con sé quella convinzione. (Altrimenti abbandonerebbe
l’insegnamento di Gesù.) Agisce nel mondo, cioè nella polis. La politica è
appunto questo suo agire tra gli individui, le istituzioni, i gruppi sociali.
Per Gesù la politica è innanzitutto perdonare le offese e amare. Ma che una
certa azione sia un’offesa, una cert’altra sia un perdono e una cert’altra
ancora sia una forma di amore è chi agisce nel mondo a doverlo decidere. A
questo punto chi presta ascolto alla parola di Gesù si trova davanti a due
strade. O rinuncia a credere che il modo in cui egli decide di considerare
offesa, perdono, amore certe azioni sia esso stesso un volere ciò che Dio
vuole; oppure non compie questa rinuncia e crede che tutto quello che egli
vuole e fa sia voluto da Dio. Nel primo caso, non può più credere - in
relazione alle valutazioni e decisioni che egli, da solo, deve adottare nel
mondo - nell’identità tra la volontà propria e quella di Dio: rinuncia a
credere e quindi a pregare nel modo autentico; rinuncia pertanto alla propria
salvezza (perché solo chi crede sarà salvo). Sul piano politico è la rinuncia a
ogni progettazione cristiana della politica. Nel secondo caso crede che ogni sua
azione privata o pubblica sia la volontà di Dio e che quindi egli sia il
giusto, il buono, il santo che sa capire quando un’azione è offesa, perdono,
amore e dunque sa realizzare il regno di Dio in terra. Non ammette che sia per
un equivoco che egli giudica come offesa un’azione; né può ammettere che nel
proprio agire non sia presente il vero perdono e il vero amore, conciliabili
con la punizione del colpevole che non può essere che giusta. Sul piano
politico è, questo, il passo decisivo verso la teocrazia, che è il regno di Dio
in questo mondo, mentre Gesù assicura che il suo regno non è di questo mondo.
Certo, chi ha l’intenzione di essere cristiano tenta di ritrarsi da ciò a cui
conducono entrambe queste strade (anche se entrambe sono una tentazione costante).
Tenterà di camminare un po’ sull’una e un po’ sull’altra. Ma anche in questo
modo tradirà la propria fede, non ne salverà la coerenza. Non sono infatti,
quelle indicate, le conseguenze del rapporto che nei Vangeli viene istituito
tra il credere e il pregare? Lo scambio delle parti che si presenta nella
preghiera di Gesù è una delle più potenti anticipazioni dello scambio in cui la
tecnica, da mezzo, sta diventando scopo. Prima di Gesù l’uomo prega Dio, la
Potenza suprema, per salvarsi: la salvezza è lo scopo, la Potenza divina il
mezzo. Ma anche Gesù fa capire che lo scopo determina, condiziona, configura il
mezzo, e che quindi uno scopo umano, cioè assunto da un essere bisognoso di
salvezza, quindi debole, finito, mortale quale è l’uomo, indebolisce e vanifica
il mezzo (la Potenza) e pertanto pregiudica la propria realizzazione. Anche
Gesù fa capire che l’uomo deve porre come scopo non il soddisfacimento dei
propri bisogni ma la volontà di Dio (Sia fatta la tua volontà). In questo modo
gli sarà dato tutto il resto. È, questo, uno dei modelli più rilevanti della
situazione in cui l’uomo, dopo aver tentato di servirsi della tecnica, capisce
che, per salvarsi, deve dire anche alla Tecnica: Sia fatta la tua volontà, non
la mia, che, posta come scopo (volontà capitalistica, comunista, cristiana,
democratica ecc.), non ha la potenza della Tecnica e quindi, condizionandolo,
indebolisce il proprio mezzo, ostacolando in tal modo sé stessa. Sennonché,
ponendo come scopo la Tecnica, la volontà cessa di essere ciò che intendeva
essere, giacché per essere ciò che intendeva essere doveva essere scopo. Nello
stesso modo, si è visto, pregando autenticamente, il cristiano è costretto a
imboccare quelle due strade che lo portano a non esser più cristiano. Proprio
per aver fede in Gesù e quindi per pregare autenticamente, per salvarsi, il
cristiano non può più essere cristiano. Non lo è, sia facendo la propria sia
facendo la volontà di Dio. È indubbio che chi vorrà salvare la propria vita la
perderà, ma non è nemmeno vero che chi perderà la propria vita per amor mio
[héneken emou, cioè avendo me come scopo, dice Gesù, Me., 8, 35] e del Vangelo,
la salverà. Lo scambio delle parti dove la Potenza, da mezzo, diventa scopo e
quindi salvifica, non salva, giacché la vita, intesa come vita autentica, cioè
cristiana, è perduta anche quando, dopo che la si è perduta, Gesù assicura che
la si sia salvata. È perduta lungo entrambe le strade, qui sopra indicate, che
chi vorrebbe esser cristiano è costretto a imboccare. Proprio perché, per
raggiungere la salvezza, ci si serve di ciò che si considera come la Potenza
suprema (teologica o tecnologica), proprio per questo non ci si può salvare; ma
non ci si salva nemmeno assumendo come scopo la Potenza suprema, perché,
rispetto alla Potenza teologica, la volontà che intenderebbe esser cristiana
non può esserlo e, rispetto alla potenza tecnologica, la volontà che vorrebbe
essere scopo, cioè volontà capitalistica, comunista, democratica, totalitaria,
cristiana ecc., cessando di essere scopo, non può più essere ciò che essa
intende essere. Continua ad aumentare la pressione dei popoli poveri su quelli
ricchi. Non si tratta solo di spostamenti di masse umane, determinati dal
bisogno elementare di sopravvivere. Da sempre, infatti, l’uomo interpreta la
propria sofferenza. Il modo in cui soffre nel corpo e nell’anima e tenta di
uscirne dipende da ciò che egli crede di essere, dal modo in cui interpreta la
propria vita. Cultura è innanzitutto questo credere. Per quanto ne sappiamo, in
questo credere sono sin dall’inizio presenti gli dèi. L’uomo crede di essere un
vivente che è in pericolo e che sta in rapporto con misteriose potenze che lo
possono aiutare o schiacciare. Il senso della cultura è legato a quello della
coltivazione e del culto. La pressione dei poveri sui ricchi è cioè un fenomeno
eminentemente culturale. Gran parte dell’immigrazione è islamica. Il culto dei
poveri è diverso da quello cristiano in cui, almeno formalmente, i Paesi ricchi
si riconoscono. Dopo l’Unione Sovietica, è l’islam a essersi posto alla guida
dell’interpretazione della sofferenza e della fame dei poveri. In quest’ultimo
decennio si è reso altrettanto visibile - sebbene non nelle forme drammatiche
della protesta islamica contro l’Occidente - il rinnovato vigore della Chiesa
cattolica. Si tratta di un fenomeno ambivalente, perché da un lato la Chiesa
non può non vedere nell’islam un alleato contro l’ateismo della modernità,
dall’altro non può non avvertire che l’islam è anche l’avversario dove la
religiosità dei fedeli è molto più convinta di quella cristiana (non dice forse
la Chiesa che l’Europa è terra di missione?), tanto da alimentare quel
fondamentalismo che convince individui a immolare la propria vita per il
trionfo della causa. D’altra parte non è nemmeno possibile affermare che
l’ambivalente tensione tra islam e cristianesimo è il fenomeno culturale che
più determina la fisionomia degli ultimi decenni. Se non altro perché la
modernità, contro cui cristianesimo e islam si trovano alleati, esiste. La
tecnica, che è impensabile senza la cultura moderna, stupisce il mondo.
Tuttavia la tecnica sta procedendo senza guardarsi le spalle, cioè senza
sapersi difendere dalle critiche della tradizione occidentale, che la accusano
di violare limiti inviolabili. Un gigante, la tecnica, che tocca il cielo, ma
che rimane incapace di interloquire con chi gli dice che il cielo non va
toccato. Intendo dire che chi potrebbe rendere il gigante capace di replicare è
la punta estrema della modernità, ossia quella essenza, prevalentemente nascosta,
della filosofìa del nostro tempo che è in grado di mostrare l’inesistenza di
ogni inviolabile e che quindi il gigante è legittimato a toccare il cielo. E
tuttavia quell’essenza è come l’arco di Ulisse, che nessuno dei Proci è in
grado di tendere. Da un lato, pertanto, la potenza cieca della tecnica;
dall’altro lato quegli sguardi impotenti del laicismo contemporaneo, che
andando avanti così non riuscirà mai a possedere Penelope, cioè a dominare il
mondo, lasciando ancora a lungo la scena alla coscienza religiosa. Nel nobile
modo in cui Benedetto XVI ha espresso la sua rinuncia è indicato esplicitamente
il problema centrale del cristianesimo: il cristianesimo si trova oggi in un
mondo soggetto a rapide mutazioni e turbato da questioni di gran peso per la
vita della fede (in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et
quaestionibus magni ponderis prò vita fidei perturbato ). Rispetto a questo
problema, che un pontefice dichiari di non avere più le forze per affrontarlo è
un tema che, nonostante la sua rilevanza e pertinenza, passa in secondo piano.
Nel testo, la parola pondus (peso) compare tre volte: come peso delle questioni
riguardanti la vita della fede, come peso del gesto di rinuncia e come peso del
ministerium che viene lasciato per il venir meno delle forze. Ma solo il primo
peso vien detto grande: la vita della fede è oggi gravata da questioni di gran
peso ed è essa stessa turbata dal turbamento del mondo. Il mondo cristiano
(tanto meno un pontefice) non può riconoscere che il turbamento della fede è
ben più profondo di quello visibile, dovuto alla corruzione alfinterno della
Chiesa. Il turbamento del mondo, tuttavia, riguarda non solo la fede religiosa,
ma anche quelle altre forme di fede ancora dominanti (e che non amano sentirsi
dire che sono a loro volta fedi). Mi riferisco soprattutto al capitalismo, alla
democrazia, al capitalismo-comunismo cinese, o, in Iran, alla mescolanza di
teocrazia e capitalismo; e il comuniSmo sovietico, come il nazismo, era tra le
più rilevanti di queste forze. Ognuna delle quali avverte la necessità di
eliminare le proprie degenerazioni, ma si rifiuta di ammettere l’inevitabilità
del proprio tramonto. Non è una metafora né un’iperbole fuori luogo affermare
che ognuna di esse si sente un dio che deve distruggere gli infedeli. Ma, come
la fede religiosa, anche la vita di queste altre forze è gravata da questioni
di gran peso - da questioni che fanno intravedere l’inevitabilità di tale
tramonto. Certo, un pontefice deve credere che il cristianesimo durerà fino
alla fine del mondo. Ma la gran questione è se quelle forze - dunque anche il
cristianesimo - si rendano conto del loro vero avversario, che le scuote e le
travolge. Il relativismo è stato l’avversario di Benedetto XVI. Lo sforzo di
combatterlo ha avuto un carattere soprattutto pastorale. Il semplicismo
concettuale e l’ingenuità del relativismo ne favoriscono infattila diffusione
presso le masse, e tale diffusione è tutt’altro che irrilevante per la vita
della fede. Giovanni Paolo II si avvicinava maggiormente all’avversario
autentico quando individuava negli inizi della filosofia moderna (Cartesio) la
matrice di tutti i grandi mali del XX secolo, quali le dittature del comuniSmo
e del nazionalsocialismo, o l’egoismo dell’economia capitalistica. In questa prospettiva,
lo stesso relativismo può essere inteso come un parto di quella matrice. Ma
tutte queste interpretazioni non riescono ancora a guardare in faccia
l’avversario autentico. Riusciranno le varie forme di fede ad alzare lo sguardo
affinché, se vogliono vivere un po’ più a lungo, non accada loro di combattere
i nani, quando invece il gigante pesa già su di esse e toghe loro il respiro?
Il gigante che possiamo chiamare Prometeo. Anche qui, è ovvio, mi limiterò ad
alcuni cenni; doppiamente insufficienti perché a chi sta per morire, e non
vuole, è estremamente difficile fargli alzare lo sguardo sulla propria morte.
All’inizio dei tempi è invece un altro gigante a togliere all’uomo il respiro,
impedendogli di vivere. L’uomo può incominciare a vivere solo se vuole
trasformare sé stesso e il mondo da cui è circondato. Se non fa questo non può
nemmeno compiere quella trasformazione di sé che è il respirare in senso
letterale. E muore. Vive solo se si fa largo nella Barriera che gli impedisce
di trasformare sé e il mondo. La Barriera è l’Ordine immutabile della natura.
Solo se la penetra, la sfonda, la squarta, e comunque la fa arretrare, può
liberarsi un poco alla volta dal suo peso e ottenere ciò che egli vuole. La
Barriera è l’altro gigante: il Tremendum (per servirci, ma per altri scopi,
dell’espressione di Rudolf Otto). Ma è anche il Fascinans (ancora Otto), perché
l’uomo può incominciare a vivere solo se domina le parti della Barriera
frantumata, e se ne ciba - così come Adamo, cibandosi del frutto proibito,
frantumando cioè l’icona stessa del divino, può diventare Dio ( eritis sicut
dii, sarete come dèi, dice il serpente). E infatti il tremendum-fascinans è il
tratto essenziale del sacro, del divino, del Dio. La Barriera divina vive
inviolata solo se uccide l’uomo; l’uomo vive soltanto se uccide Dio. Il fuoco è
il simbolo essenziale della potenza divina; e Prometeo ruba il fuoco - uccide
l’inviolabilità degli dèi - per darlo all’uomo. Prometeo è l’uomo. Soprattutto
da due secoli egli è l’avversario della tradizione. Mostra infatti che il
divino merita di tramontare e che su questo meritarlo si fonda tutto ciò che
più salta agli occhi, ossia l’allontanamento della modernità e soprattutto del
nostro tempo dai valori della tradizione e dunque dalla vita della fede. (In
questo contesto, la corruzione della Chiesa è più grave di tutte le forme
passate del suo degrado.) Se Dio esistesse, non potrebbe esistere l’uomo, ossia
ciò la cui esistenza è considerata innegabile anche da chi si è alleato con
Dio. Giacché, dopo l’inizio dell’uomo, la Barriera si è ritirata, ha lasciato
spazio al mondo, Dio è diventato trascendente, e l’uomo della tradizione lo ha
trovato meno tremendum e più fascinans, e gli si è alleato, diventando uomo di
fede, non solo cristiana ma anche quella degli dèi - delle barriere - in cui
consistono le forze (sopra menzionate) via via dominanti nel mondo. Prometeo,
ora, ruba il fuoco dell’alleanza dell’uomo con Dio. È la potenza di questo
furto a nascondersi, per lo più inesplorata, sotto le rapide mutazioni del
nostro tempo, turbato da questioni di gran peso per la vita della fede. Una
delle radici dello Stato moderno è il desiderio dell’uomo di sottrarsi
all’imprevedibilità della vita facendo funzionare lo Stato come una macchina
tecnicamente razionale a cui viene riconosciuto il monopolio della forza e che
quindi consente a ognuno di calcolare in anticipo le conseguenze delle azioni
proprie e altrui. Così si esprime Max Weber; ma questa constatazione risale a
Hobbes. Allo Stato si chiede di eliminare il più possibile il rischio del
vivere. Anche il capitalismo è un calcolo razionale (a differenza delle forme
violente di acquisizione della ricchezza). Tuttavia è anche rischio, scommessa,
imprevedibilità delle conseguenze dell’agire. Due componenti inseparabili, fino
a che il capitalismo esiste nella sua forma tradizionale. Il talento
dell’imprenditore sta nell’indovinare ciò che dal punto di vista scientifico è
imprevedibile: la forma relativamente più remunerativa di investimento. A sua
volta, il talento è inseparabile dalla fortuna. Il più capace degli
imprenditori, se è sfortunato, non è veramente capace. È vero: oggi si sa che
una teoria scientifica non è valida se non è confermata e che tale conferma è
una forma di fortuna, una circostanza felice. Ma l’imprenditore capace deve
avere una fortuna incomparabilmente più grande di quella sinora richiesta per
le teorie scientifiche: egli ha tanto più successo quanto più rischia, cioè si
lascia alle spalle - in base alle proprie intuizioni - le precauzioni della
razionalità scientifica - che essendo di dominio pubblico, sono tra l’altro
adottabili anche dalla concorrenza. Sebbene siano entrambi macchine
tecnicamente razionali, Stato e intrapresa capitalistica vanno dunque in
direzioni opposte: azzeramento e moltiplicazione del rischio. La tendenza verso
lo Stato-azienda - o l’azienda-Stato - non è soltanto un fenomeno italiano.
Alla sua base sta il crescente potenziamento dell’economia e il crescente
indebolimento dello Stato moderno. Ciononostante, a quel potenziamento
corrisponde non solo l’indebolimento dello Stato, ma anche quello della
produzione economica legata principalmente al rischio, al talento e alla
fortuna del singolo imprenditore. La macchina economica tende cioè a diventare
l’erede della macchina statale e del compito, proprio di quest’ultima, di
garantire gli individui dal rischio del vivere. Contro l’oppressione di uno
Stato sempre più obsoleto rispetto ai bisogni della società civile, le destre
mirano invece, ancora, a un’azienda-Stato diretta da ultimo (sebbene non
esclusivamente) da uno o più superimprenditori capaci di rischiare, e
soprattutto fortunati. Ma in questo modo si mira a qualcosa che corre a sua
volta il rischio di diventare obsoleto prima di nascere. Lo Stato-azienda, così
inteso, è uno Stato a rischio. Certo, in democrazia l’elettorato ha il diritto
di rischiare e di imporre il rischio alle minoranze, credendo che la fortuna
continuerà ad accompagnare i superimprenditori statali. Però è opportuno sapere
quel che si sta facendo. La difesa dello Stato tradizionale contro le
prevaricazioni dell’economia è invece propria delle sinistre. Che a loro volta
stentano a comprendere la tendenza, di cui si è detto, che conduce dalla
macchina tecnicamente razionale dello Stato a quella di una economia sempre più
simile alle procedure scientifiche e sempre meno bisognosa del carisma e della
fortuna di certe persone - la presenza delle quali può peraltro costituire un
passaggio obbligato. Ormai, anche le sinistre credono nella necessità di rafforzare
l’iniziativa privata; e la concezione minimalista dello Stato non equivale, per
le destre, alla soppressione di esso. Tuttavia le sinistre continuano a credere
nella capacità dell’apparato giuridico statale di guidare i popoli. Per esse la
crisi dello Stato può essere superata restando all’interno della politica. Ma
si vuol riflettere sul fatto che la macchina dello Stato e quella economica
sono tecnicamente razionali? Non è già significativo che tanto lo Stato moderno
quanto il capitalismo siano considerati delle macchine? Si tratta di
comprendere che è la tecnica a conferire potenza agli Stati e alle economie. E
si è richiamato che nel suo significato più autentico la tecnica è la potenza
che presta ascolto alla voce del pensiero filosofico degli ultimi due secoli -
alla voce cioè che mostra l’inesistenza di ogni limite assoluto all’agire
dell’uomo e innanzitutto all’agire tecnico. Tale ascolto non va confuso con un
ozio astratto: è la condizione che consente all’operatività tecnica di
accrescere indefinitamente la propria potenza. Andiamo verso un tempo in cui, a
eliminare il rischio del vivere, non sarà più né la forma tradizionale dello
Stato, né lo Stato-azienda, ma la tecnica, di cui entrambi hanno così bisogno
da doverla togliere dalla sua funzione di mezzo per assegnarle quella di scopo.
Non più lo Stato o lo Stato-azienda che si servono della razionalità
tecnologica, ma quest’ultima che si serve di ciò che rimane di essi una volta
che da scopi siano diventati mezzi: mezzi di cui la tecnica può servirsi per
accrescere il proprio dominio sul mondo. Se a questo punto si vuol usare ancora
la parola politica, si può dire che la grande politica è destinata a restare
estranea alle destre e alle sinistre mondiali sino a quando non comprendono
l’inevitabilità della rotazione che dalla dominazione dello Stato e
dell’economia conduce alla dominazione della tecnica. In uno dei suoi
significati economici più importanti la collaborazione -- di Grice, ‘the
principle of conversational helpfulness – efficenza e solidarieta -- riguarda
oggi, nel sistema capitalistico, il rapporto tra datori di lavoro e lavoratori
(nel senso più ampio di questo termine). Con la fine del socialismo reale è
finita anche, nelle società avanzate del pianeta, la volontà di soffocare questa
forma di collaborazione e di sostituirla col suo opposto, cioè con la lotta di
classe. La collaborazione riguarda il rapporto tra gli interessi di chi lavora
e quelli del capitale. Quest’ultimo collabora con gli interessi dei lavoratori
quando non si propone soltanto il proprio interesse, cioè l’aumento del
profitto, ma anche la salvaguardia di un dignitoso tenore di vita del
lavoratore. A sua volta, il lavoratore collabora con gli interessi del capitale
quando non si propone soltanto di aumentare il proprio tenore di vita, ma anche
il rafforzamento dell’intrapresa in cui egli si trova ad agire. Il primo tipo
di collaborazione conduce alla solidarietà; il secondo all’effìcienza. Fino a
questo punto, si può credere che, sia nell’ambito del capitale sia in quello
del lavoro, quando esiste la collaborazione di cui stiamo parlando, ci si
proponga, in egual modo, la sintesi di efficienza e solidarietà - la sintesi in
cui, appunto, consiste tale collaborazione e si può credere che il centro del
problema stia nel saper realizzare le condizioni che conducono alla
collaborazione. Ma in questo modo si va fuori strada: non si scorge la
configurazione autentica del problema e ci si priva degli strumenti per poterlo
affrontare. Visibilissima in tutte le società avanzate, la lotta tra capitale e
lavoro ha quasi completamente perduto i connotati della lotta di classe
marxista; ma non si estingue con la realizzazione di quella sintesi di
efficienza e solidarietà che sarebbe perseguita in egual modo dalle forze
lungimiranti del capitale e del lavoro: non vi si estingue, perché essa si
ripropone a causa del diverso modo in cui tale sintesi è perseguita da queste
due forze. Oggi si tende a mascherare questa diversità. Per esempio dicendo che
efficienza e solidarietà devono alimentarsi in una circolarità virtuosa - una
espressione che si è fatta strada tanto nel mondo imprenditoriale, quanto nel
mondo cattolico (o, in generale, cristiano) e in quello delle sinistre. Nella
alimentazione circolare i due elementi in circolo sono posti sullo stesso
piano. Ma è un’apparenza, come è un’apparenza la virtù del circolo. Infatti,
dal punto di vista del capitale i livelli di solidarietà (quelli cioè fino e
non oltre i quali può essere spinta la solidarietà) sono stabiliti dai livelli
al di sotto dei quali il capitale ritiene che l’efficienza (cioè l’incremento
del profitto) non possa scendere. Ma dal punto di vista del lavoro i livelli di
efficienza (cioè fino a che punto debba essere promosso lo sviluppo economico)
sono stabiliti dai livelli al di sotto dei quali chi lavora ritiene di non
poter far scendere il proprio tenore di vita e la qualità della propria vita.
Nel primo caso la collaborazione di efficienza e solidarietà ha come scopo
primario e dominante l’efficienza; nel secondo caso la collaborazione ha come
scopo primario e dominante la solidarietà. Nel primo caso la solidarietà è un
mezzo per realizzare l’efficienza; nel secondo l’efficienza è un mezzo per
realizzare la solidarietà. In entrambi i casi le due semicirconferenze della
circolarità virtuosa sono diseguali, si alimentano in modo diseguale, la
circolarità è claudicante, cioè viziosa. I due avversari possono gettarsi a
vicenda polvere negli occhi, invocando ed elogiando la collaborazione. Ma
quando la Chiesa cattolica dichiara che il profitto deve avere come scopo il
bene comune della società pensa a una sintesi di efficienza e solidarietà, cioè
a una forma di collaborazione, dove lo scopo dell’agire economico è la
solidarietà e l’efficienza è il mezzo per realizzarla. E quando il capitalista
afferma che non si può dire a un capitalista “limita il tuo guadagno”, perché
un imprenditore deve produrre ricchezza e quanto più lo fa, più opera per il
bene della società, il capitalista che parla così pensa a una sintesi di
efficienza e di solidarietà, cioè a una forma di collaborazione dove invece lo
scopo dell’agire economico è l’efficienza e la solidarietà è il mezzo per
realizzarla. In entrambi i casi, come si è detto, la collaborazione è una
circolarità viziosa, dove ognuno dei due fattori circolanti tende a fare
dell’altro il proprio alimento evitando di diventare a sua volta l’alimento
dell’altro. Ciò significa che la collaborazione è un paravento, una maschera
che più o meno consapevolmente nasconde il proprio opposto, ossia la lotta,
l’opposizione, il conflitto irrisolto. Si evita di riconoscere che se la
collaborazione tra interessi del capitale e interessi del lavoro esistesse per
davvero, allora ognuno dei due limiterebbe sé stesso per far posto all’altro, e
pertanto non esisterebbe più né il senso autentico dell’intrapresa
capitalistica, né il senso autentico del lavoro; e che se invece questi due
fattori esistono per davvero - come in effetti esistono storicamente per
davvero -, allora ognuno dei due vuole diventare lo scopo dell’altro e ridurre
l’altro alla funzione di mezzo, e in questo caso il loro alimentarsi in una
circolarità virtuosa svanisce, cioè svanisce la loro collaborazione. Si tratta
infatti di comprendere che se lo scopo dell’agire economico è la sintesi di
quei due fattori - ossia è la sintesi costituita dalla loro collaborazione -,
allora, in questa loro sintesi, ognuno dei due limita l’altro, gli impedisce di
espandersi sino a diventare l’unico scopo, e quindi ne distrugge la
configurazione originaria. Se un uomo (fuor di metafora: l’agire economico) ama
due donne (fuor di metafora: la crescita del profitto e la solidarietà), e
crede che il suo amore per l’una e il suo amore per l’altra abbiano a
collaborare, cioè ad alimentarsi in una circolarità virtuosa, quest’uomo si
inganna, perché l’amore che darebbe a una se non ci fosse l’altra non può
esserci più quando oltre a quell’una ama anche l’altra. Se i due amori si
alimentano virtuosamente e collaborano, ognuna delle due donne è meno amata,
l’amore vero, esclusivo che ci sarebbe potuto essere per lei è andato perduto;
se invece questo amore vero ed esclusivo rimane, allora esso non potrà più
dividersi tra le due donne e cioè l’amore vero ed esclusivo per l’una finirà
inevitabilmente col detronizzare e vanificare l’amore vero ed esclusivo per
l’altra. Fuor di metafora: o efficienza e solidarietà collaborano, ma allora
non ci sarà più né capitalismo - cioè volontà di non limitare il proprio
guadagno - né dottrina sociale della Chiesa o delle sinistre, che, sia pure in modo
diverso, non intendono limitare la realizzazione del bene comune,
sacrificandone parti o aspetti al profitto; oppure efficienza e solidarietà
mantengono i caratteri che storicamente sono loro propri e per i quali ognuna
di queste due forze intende essere lo scopo primario dell’agire economico, ma
allora non ci potrà essere collaborazione tra i due, ma urto, lotta, conflitto
più o meno mascherati. Per ora, si può dire che ognuno dei due antagonisti
tende a predicar male e a razzolar bene. Cioè predica la collaborazione con
l’altro (e dunque predica, più o meno consapevolmente, la propria rovina - e
questo è appunto il predicar male), ma in effetti persegue il proprio scopo
tentando di ridurre a mezzo lo scopo dell’antagonista (e questo è appunto il
razzolar bene). Ci sono avvisaglie, nel mondo, che oltre a predicar male i due
avversari incomincino anche a razzolar male, e cioè incomincino a collaborare.
Ma questo fatto vorrebbe dire che i due avversari - efficienza capitalistica e
solidarietà cristiana o progressista - stanno avviandosi al tramonto: così come
va al tramonto quel vero amore per una donna quando esso viene a trovarsi in
compagnia dell’amore per un’altra. Stanno avviandosi al tramonto perché
rinunciano al proprio scopo, cioè rinunciano a sé stessi. Che cos’è oggi un
governo tecnico in Europa - e, con qualche riserva, nel mondo? È un insieme di
decisioni, vincolanti per un popolo, che, guidate dalla competenza scientifica,
si propongono il benessere di quel popolo. Ma tale benessere non è lo stesso
per le destre, le sinistre, la Chiesa cattolica, il comuniSmo cinese, l’islam
ecc.: in generale, per le diverse concezioni culturali dell’uomo e del bene.
Appunto per questo, quando si produce un forte condizionamento politico dei
partiti che sostengono un governo tecnico (come ad esempio è accaduto in
Italia), le decisioni vincolanti sono guidate da una mescolanza di competenza
scientifica e di volontà politica, e la competenza scientifica è soprattutto il
mezzo per realizzare il concetto che forze politiche quasi sempre contrapposte
hanno del benessere del popolo che esse intendono guidare. Tale concetto non ha
un carattere scientifico. L’azione politica non è la scienza politica. Si dice,
appunto, che la politica (Yazione politica) è un’arte, avvolta quindi da
quell’alone di arbitrarietà che compete a ogni arte. Accade quindi, al governo
tecnico così inteso, che la scienza serva per realizzare una forma di
non-scienza, tanto più lontana dalla coerenza scientifica quanto più accentuato
è il contrasto delle forze politiche che sostengono tale governo. È vero che
per Max Weber la scienza ha un carattere puramente strumentale, il cui scopo
non ha un valore scientificamente appurabile; ma è anche vero che in questo
modo la ragione vien posta al servizio della non-ragione, alla quale viene
affidata la sorte del mondo. (Certo, si dovrà poicapire che cosa sta dietro la
ragione scientifica.) Ma nei governi tecnici che agiscono nelle economie di
mercato il benessere del popolo, perseguito attraverso il condizionamento
politico, è il benessere quale è inteso, appunto, all’interno delle categorie
della produzione capitalistica della ricchezza. In questa situazione, il
capitalismo è la condizione ultima della politica e del governo tecnico: la
politica è un mezzo di cui il c apitalismo si serve. Chi si propone ancora, nel
mondo democratico, una economia non capitalistica? Tolta qualche eccezione,
anche le sinistre vogliono essere ormai lontanissime da ogni forma di marxismo
o di economia pianificata. La contrapposizione tra destra, sinistra, centro ha
un consistente denominatore comune, è una lotta all 'interno del sistema
capitalistico. Parlare dunque di un condizionamento capitalistico dei governi
tecnici e della politica sembra soltanto un’owietà. E lasciarsi alle spalle la
distinzione tradizionale di centro, destra, sinistra significa, innanzitutto,
adottare correttamente e seriamente le regole dell’economia di mercato. Nulla
di strano che il riformismo del governo di Monti si sia rivolto a (quasi) tutte
le formazioni politiche, rendendo più visibile che (quasi) tutte, ormai, si
muovono all’interno della logica capitalistica. Tecnica e politica sono un
mezzo di cui il capitalismo si serve per realizzare i propri scopi. Sennonché
nemmeno il capitalismo è scienza. La scienza economica può sostenere che esso è
la forma più efficace di produzione della ricchezza, ma all’essenza del
capitalismo appartiene il rischio, Yazzardo, mentre la scienza è essenzialmente
la volontà di evitare che le proprie leggi siano leggi a rischio, azzardate, e
dunque arbitrarie. Joseph Schumpeter, amico del capitalismo, ha sostenuto che
la sua crisi è dovuta alla progressiva sostituzione del rischio con la routine
delle procedure tecno-scientifiche. D’altra parte, anche per il carattere
rischioso del proprio agire, il capitalismo si sente autorizzato a porre come
scopo primario non già il benessere del popolo ma il continuo aumento del
capitale 61 privato. Anche per il capitalismo si deve dunque affermare che
esso, assumendo come mezzo la tecno-scienza, fa sì che la scienza serva a
realizzare la non-scienza: che la ragione (ossia ciò che oggi è considerato
come la ragione per eccellenza) serva a realizzare la non-ragione. Tuttavia, la
situazione si complica ulteriormente quando accade che la dimensione tecnica
del potere sia condizionata non soltanto dall’economia capitalistica, ma anche,
e magari fortemente, dalla dimensione religiosa, per esempio dalla Chiesa
cattolica. In questo caso, l’intento, lo scopo, è di tenere insieme
capitalismo, politica e cattolicesimo (evitando le degenerazioni dell’agire
economico e politico e anche religioso), servendosi della tecno-scienza. La
situazione si complica ulteriormente perché, mentre per il capitalismo lo scopo
primario dell’agire economico e quindi del governo è l’incremento del profitto
privato, per la Chiesa lo scopo primario di tale agire e di un governo giusto
non deve essere il profitto, ma il bene comune quale è appunto concepito dalla
dottrina sociale della Chiesa. Il capitalismo deve essere cioè un mezzo per
realizzare questa forma del bene comune. Mezzo, e non scopo. La pretesa della
Chiesa (vado ripetendo da tempo) che il capitalismo abbia come scopo il bene
comune e non il profitto è volerne (inconsapevolmente?) la distruzione. A sua
volta il capitalismo, assumendo come scopo primario il profitto, vuole, a volte
non rendendosene conto, la distruzione della società cristiana. È un problema,
questo, che non riguarda soltanto l’esperienza governativa Monti, ma tutte le
presumibili coalizioni che governeranno l’Italia. (Quasi vent’anni fa, in un
articolo sul Corriere poi incluso in Declino del capitalismo, Rizzoli 1993,
avevo preso in considerazione la proposta di Monti al convegno di Cernobbio di
quell’anno, di tenere insieme efficienza capitalistica - e solidarietà -
cristiana - e avevo mostrato le difficoltà a cui va incontro non solo tale
proposta, ma ogni progetto politico che intenda conciliare democrazia,
capitalismo, cristianesimo.) Dico questo per rilevare come anche, ma non solo,
in Italia si renda percepibile quella gigantesca trasformazione del mondo che è
costituita dalla crisi del capitalismo (e del cristianesimo - e della
politica). Un governo che assuma come scopo primario sia l’efficienza sia la
solidarietà, assume infatti uno scopo che non può essere né quello del
capitalismo né quello della Chiesa, i quali non intendono avere al loro fianco,
in posizione paritaria, alcun altro scopo (ma dove l’efficienza subordina a sé
la solidarietà, servendosene, e la solidarietà, a sua volta, subordina a sé
l’efficienza, servendosene). Se tale governo crede di poter mantenere in
posizione paritaria sia l’efficienza capitalistica sia la solidarietà cristiana
si illude, cioè si propone di realizzare una contraddizione. Ciò non significa
che tale proposito non abbia a realizzarsi, e magari con risultati
soddisfacenti: significa che tali risultati saranno inevitabilmente provvisori,
instabili, ossia che quel proposito non potrà mai ottenere ciò che crede di
poter ottenere. Come di regola accade lungo il corso storico. Comunque, sia
illudendosi di unire efficienza capitalistica e solidarietà cristiana (e
politica) sia evitando questa contraddizione, dando quindi vita a un nuovo
senso dell’efficienza e della solidarietà e dunque della loro unione, proporsi
come scopo tale unione servendosi delle competenze tecno-scientifiche è pur
sempre un agire in cui la forma oggi ritenuta la più rigorosa della razionalità
umana (la tecno- scienza, appunto) è posta al servizio di forme meno rigorose
di tale razionalità. Cioè la potenza di quell’agire è posta al servizio della
non potenza. E la potenza, la capacità di realizzare scopi, è insieme la
ricchezza di un popolo. Proporsi, come accade nei governi tecnici d’oggigiorno,
di eliminare le degenerazioni della politica e dell’economia è però un passo
avanti nella direzione lungo la quale si finisce col capire che le società
diventano potenti e ricche non eliminando la cattiva politica e la cattiva
economia, ma mettendo la buona politica e la buona economia (che anche risanate
sono pur sempre forme meno rigorose dell’agire razionale) al servizio della
tecnica guidata dalla scienza - della tecnica, il cui scopo è precisamente
l’aumento indefinito della potenza. Difficile smentire, nel loro insieme e nel
loro senso più corrente e generale, le osservazioni proposte nel 2003 dalla
rivista Liberal (n. 19) per la discussione intorno agli Stati Uniti d’America.
Esempio. Dall’Europa, dalla sua cultura politica prevalente, si guarda sempre
più all’America in modo semplificato. C’è la tendenza a sottovalutare i valori
della sua democrazia e a sottolinearne, al contrario, i limiti. Se le
espressioni Europa e sua cultura politica prevalente indicano soprattutto gli
umori dell’opinione pubblica europea, allora è un fatto che mentre alla fine
della seconda guerra mondiale gli Americani erano per gli Europei i liberatori,
oggi vengono piuttosto sentiti come i cittadini di uno Stato che ritiene di non
dover dar conto a nessuno del proprio operato. Questo è un problema di
psicologia delle masse, facili a dimenticare i benefìci ricevuti (anche perché
il ricambio generazionale fa sì che i dimentichi di oggi non siano più i
beneficiati di ieri). Se invece Liberal intendesse affermare che oggi in Europa
è in atto una critica dei valori espressi dalla Costituzione americana, questa
affermazione vorrebbe dire che in Europa cresce la preferenza (o la nostalgia)
per lo Stato autoritario. Ma questo non è vero (in Europa i partiti di estrema
destra e di estrema sinistra sono piccole minoranze); e non sembra nemmeno che
Liberal voglia sostenere questa tesi. Fuori discussione, invece, che quella
americana è la prima costituzione liberal-democratica apparsa nel mondo moderno
- la prima, cioè, dove il principio della libertà dal potere politico si unisce
al principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E fuori
discussione, inoltre, che gli Stati Uniti sono nati da una grande decisione
collettiva di proteggere gli interessi e il bene comune, definiti soprattutto
in relazione a ciò che essi significano nella cultura illuministica. Qui va
aggiunto che tale decisione è tanto più rilevante quanto più essa ha inteso
arginare (con maggiore o minore successo) gli interessi e il bene dell’economia
di mercato, dove l’agire capitalistico non ha e non può avere di mira
l’interesse e il bene comune, ma l’interesse e il bene privato, cioè
l’incremento del profitto (sì che l’interesse e il bene comune, nell’intrapresa
capitalistica, non sono lo scopo dell’agire economico, ma una conseguenza, un
sottoprodotto di quell’incremento). Relativamente allo sfondo (o al
contenimento) liberal- democratico del capitalismo si può dire, con Liberal,
che è la natura della democrazia americana a presentarsi come un fenomeno unico
anche nel contesto più generale dell’Occidente. La domanda centrale (e, se non
mi inganno, retorica) di Liberal suona comunque: Non è forse questo - americano
- l’unico modo di vivere una democrazia, che altrimenti si limiterebbe ad
essere un insieme di procedure...?; e tale domanda è preceduta dalla affermazione
della capacità della democrazia americana di credere in sé stessa e di
assumersi le proprie responsabilità. Queste affermazioni riguardano un insieme
di questioni eterogenee: da un lato, la tesi che la condotta storico fattuale
degli Stati Uniti è sostanzialmente fedele al proprio ordinamento
costituzionale; dall’altro lato, la tesi che l’Europa avrebbe il miglior
ordinamento costituzionale se adottasse quello statunitense; e, anche che gli
Europei condurrebbero la miglior vita politica se sul piano storico-fattuale si
adeguassero alla propria rinnovata costituzione così come gli Americani vi si
adeguano. Tesi, queste ultime, che possono essere veramente discusse, ma che
lasciano fuori campo la questione preliminare e decisiva (alla quale abbiamo
già accennato), che peraltro è venuta sempre più in luce dopo la risposta
americana, in Afghanistan e in Iraq, all’attacco terroristico dell’11
settembre: che cosa significa, che cosa implica, quali reazioni produce uno
Stato che agisce in base alla convinzione di essere di fatto rimasto l’unica
Superpotenza alla guida del mondo e a proposito del quale si teorizza anche il
diritto a esserlo? La risposta americana all’attacco subito era inevitabile
(come in altre sedi ho motivato), ed era inevitabile che la risposta avvenisse
nella forma della guerra preventiva concepita come legittima difesa. Ma,
nonostante tutto quel che si è detto in proposito, non sta qui il problema - il
problema preliminare e decisivo. Esso riguarda il contesto delle convinzioni
con le quali gli Usa stanno vivendo questa fase della loro storia. Altro è
infatti credere che i supremi interessi dello Stato americano richiedano che
esso si difenda adottando misure come la guerra preventiva, ma lo si creda
sapendo che tali misure, prese in modo così fortemente autonomo, sollevano il
problema, non meno grave di quello del terrorismo islamico, del rapporto tra
l’autonomia americana e il resto del mondo, e cioè sapendo che tale problema è,
appunto, problema e non soluzione; altro è che gli Usa trattino come soluzione
questo problema e siano convinti che, poiché sono di fatto venuti a trovarsi
alla guida del mondo, o hanno il compito di porvisi, allora l’autonomia
esercitata nella loro risposta al terrorismo è la conseguenza naturale della
loro primazia planetaria. Due atteggiamenti profondamente diversi, questi due,
e, soprattutto negli ultimi tempi, tra loro in contrasto negli stessi Stati
Uniti. Il contrasto è alimentato dalla coscienza crescente che gli Stati Uniti
non possono reggere da soli il peso immane di cui il secondo, e trionfalistico,
di quei due atteggiamenti vorrebbe caricarli. Affermare che l’unico modo di
vivere una democrazia è quello americano significa certamente che l’Europa non
può mettersi in rotta di collisione con gli Usa. Ma significa anche che
l’Europa deve stare a loro soggetta? Il bon ton della riflessione politica
auspica che l’Europa non allenti i legami con gli Usa e che d’altra parte non
ne sia succube. Ma può l’Europa non essere succube senza essere forte - cioè militarmente
forte, o addirittura competitiva rispetto agli Usa - e continuando ad affidare
aU’America la propria difesa? Sembra che vi sia stata la tendenza a
sottovalutare l’asse Parigi-Berlino-Mosca (e Madrid), costituitosi in
contrapposizione alla guerra Usa contro l’Iraq. Ma si parla anche
dell’opportunità dell’ingresso della Russia nell’Unione eu-ropea - sia perché
la Russia muove i primi passi verso l’economia di mercato sia per la rinnovata
visibilità della Chiesa ortodossa. Una ventina d’anni fa avevo scritto (il
testo è stato poi incluso ne II declino del capitalismo, cit., col titolo
L’Europa tra America e Russia ): Ciò a cui si presta troppo poca attenzione è
che la Russia, una volta aiutata dall’Occidente a uscire dalla crisi economica
in cui si trova attualmente, è anch’essa in grado di offrire all’Europa quella
protezione militare, contro le minacce del Sud, di cui gli Stati Uniti hanno
oggi il monopolio - e in nome della quale possono pretendere che l’Europa stia
in posizione subordinata, perché non può restituir loro un vantaggio di egual
peso. Scambio che invece è possibile nel rapporto tra Europa e Russia, perché
l’Europa ha sì bisogno di aumentare sostanzialmente il livello della propria
potenza militare, ma anche la Russia, che può consentire questo aumento, ha a
sua volta bisogno del sostegno economico che l’Europa occidentale può darle. Un
processo che d’altra parte già allora si presentava tutt’altro che agevole,
soprattutto per quanto riguarda il controllo dell’arsenale moderno russo, giacché
l’Europa potrebbe sostenerne economicamente l’efficienza solo se la gestione e
il controllo di esso fossero effettuati, oltre che dalla Russia, anche dagli
altri Stati europei. Certo, a distanza di vent’anni, la situazione è cambiata:
la crisi economica dell’Unione europea rende quest’ultima molto meno forte
nella contrattazione con una Russia che ha superato il trauma dovuta al
tramonto del marxismo e dell’economia pianificata. Da ciò si spiega l’aumento
della diffidenza dell’Ue (perfino della Germania) nei riguardi della Russia.
Sino a che la crisi economica dell’Europa non verrà superata, il processo che
conduce a una più stretta collaborazione politica tra Europa e Russia subirà un
inevitabile rallentamento. Da satellite degli Stati Uniti - per i quali diventa
peraltro sempre più pesante il compito di contenere anche in Europa la
pressione del mondo arabo -, l’Europa non intende diventare satellite della
Russia. D’altra parte è nella natura della storia dei rapporti secolari tra
Europa e Russia, della situazione geopolitica e degli attuali rapporti
economici tra le due aree, che esse vengano a formare un unico sistema
euroasiatico di controllo della conflittualità internazionale, insieme a Stati
Uniti, Cina, India. E se da un lato è nell’interesse della Russia che la
decadenza dell’Europa venga arginata per non essere coinvolta, dall’altro lato
la Russia non può non capire che gli Stati Uniti non accetterebbero mai che per
tale decadenza la Russia divenga arbitra delle sorti dell’Europa. Pertanto, se
oggi l’Europa è più debole che in passato nella contrattazione con la Russia,
esistono tuttavia le condizioni perché il rapporto tra queste due aree tenda a
riequilibrarsi. Non si tratta qui di auspicare (o temere) la simbiosi
Europa-Russia, ma di constatare una tendenza che è nell’ordine delle cose,
anche se contrastata da molte forze, innanzitutto da quanti, ancora,
concepiscono gli Usa come l’unica Superpotenza che non può rinunciare a questo
suo status e che in ultima istanza deve rispondere soltanto a sé stessa. (Tra
quelle forze va annoverata anche la Chiesa cattolica, che vedrebbe
ridimensionata la sua presenza in Europa ad opera della Chiesa ortodossa russa,
e che tempo fa, per bocca dell’allora ministro degli Esteri vaticano Tauran ha
manifestato perplessità circa l’entrata della Russia nell’Unione europea,
aggiungendo che prima si dovrebbe pensare all’entrata di Stati come l’Ucraina e
la Moldavia.) Per mezzo secolo il bipolarismo Usa-Urss ha assicurato la pace
nel mondo, nonostante l’insanabile contrasto ideologico delle due superpotenze.
Alla guida dei popoli poveri, l’Urss ha anche contenuto e controllato la loro
aggressività. Impensabile, in quel tempo, un terrorismo islamico. Per quanto
paradossale possa sembrare, l’Urss ha contribuito in modo decisivo ad
assicurare la pace delle società democratico-capitalitiche. Da quando si è
creduto che il bipolarismo fosse ormai tramontato, gli Usa si sono trovati
sulle spalle un fardello troppo pesante, reso ancor più pesante dal fatto che
la Russia, avviandosi verso la democrazia e l’economia di mercato, si è sempre
meno presentata come guida delle rivendicazioni dei popoli poveri e si è sempre
più schierata in favore delle popolazioni slave contro quelle mussulmane. Il
bipolarismo Usa-Urss è stato (come da vent’anni sostengo) la prima incarnazione
dello Stato mondiale - ossia del monopolio legittimo della violenza esercitato
su scala mondiale (cfr. E.S., La tendenza fondamentale del nostro tempo,
Adelphi 1988); e sin dalla caduta del muro di Berlino sostengo che la scomparsa
del bipolarismo è un’apparenza che ha illuso e illude molti. Infatti, il
bipolarismo ha un carattere primariamente militare, che non è certo venuto meno
per il fatto che l’arsenale nucleare russo, tuttora concorrenziale rispetto a
quello Usa, non è più gestito da una ideologia totalitaria (Cfr. E.S., Il
declino del capitalismo, cit.). Se il bipolarismo gestito da irriducibili
avversari ideologici ha salvaguardato per mezzo secolo la pace (ho spesso
rilevato l’ingenuità della convinzione che le due maggiori potenze della terra
considerassero seriamente la possibilità di distruggersi a vicenda), si
presenta ora la tendenza reale verso un bipolarismo costituito da due
dimensioni economico- politiche (Usa e Europa-Russia), che, in parte già omogenee,
per quanto riguarda l’Europa, vanno sempre più avvicinandosi e che, insieme,
possono costituire quel centro dello sviluppo storico sulla terra, che non può
essere gestito da una sola delle due. È nello stesso interesse di quest’ultimi
che tale nuova forma di bipolarismo prenda piede. Ed è prevedibile che alla
fine gli Usa prendano coscienza dei loro autentici interessi. Degno di nota, in
proposito - ripetiamo - che in Italia il presidente del Consiglio del governo
di centrodestra abbia più volte proposto l’entrata della Russia nell’Unione
europea. Le considerazioni qui sopra sviluppate indicano il contesto in cui
tale proposta può avere fondamento. E forse è interessante anche (e non
paradossale, come a prima vista potrebbe sembrare) che quella proposta sia
accompagnata dalla volontà di mantenere un asse preferenziale con gli Usa. Se
non è una contraddizione, quella proposta può essere infatti condotta a
significare che l’Europa può essere la vera alleata e dunque non subordinata
ah’America, solo se essa possiede, oltre alla potenza economica, anche quella
militare, che oggi continua ad avere il suo fulcro in un arsenale atomico
invincibile, cioè in un apparato che sarebbe velleitario per l’Europa costruire
(nonostante la chance nucleari di Francia e Inghilterra), ma che la Russia
realmente possiede, e la cui perpetuazione diventa tuttavia sempre più onerosa
per la Russia - premuta, quest’ultima, da un lato dalla consapevolezza che in
un mondo sempre più pericoloso l’invincibihtà atomica è un bene irrinunciabile,
e dall’altro dalla tentazione di intaccare il capitale atomico cedendone
porzioni in cambio dei vantaggi economici che i compratori, più o meno
affidabili, potrebbero assicurarle. L’entrata della Russia in Europa pone
indubbiamente enormi problemi - soprattutto, si è già detto, per quanto
riguarda la gestione dell’apparato nucleare russo -, che però sono pur sempre
inferiori a quelli dell’alternativa costituita da un mondo sempre più complesso
(anche per l’affacciarsi di nuove grandi potenze come la Cina) ed esplosivo,
dove gli Usa fossero convinti di poterne da soli determinare le sorti e dove le
difficoltà economiche della Russia potrebbero farle perdere il controllo del
proprio apparato nucleare a vantaggio del terrorismo islamico. Il problema del
rapporto tra popoli ricchi e poveri si risolve riducendo il loro dislivello
economico; ma la tendenza verso l’entrata della Russia nell’Unione europea e il
conseguente rinnovato bipolarismo stabilizza l’organizzazione globale dei Paesi
ricchi e rende quindi efficace e sicura la loro indifferibile decisione di
ridurre la loro distanza economica dai Paesi sottosviluppati. La costituzione
americana è un grande modello di società liberal-democratica, ma è
un’astrazione proporlo all’Europa senza tener conto del processo storico reale
che spinge l’Europa a confrontarsi col problema-Russia. È un’astrazione anche
perché il sottinteso dei sostenitori della democrazia e dell’economia di
mercato è che quest’ultime, dopo la fine del socialismo reale, non abbiano
alternative. Ma, anche qui, debbo rinviare a quanto vado sostenendo da molto
tempo. Infatti il Meccanismo inaggirabile - richiamato anche nelle pagine
precedenti - per il quale le grandi forze che oggi guidano il pianeta
(capitalismo, democrazia, cristianesimo, islamismo, nazionalismo ecc. - e,
ieri, socialismo reale), e che lo guidano servendosi, come mezzo, della tecnica
moderna, sono destinate a diventare mezzi del potenziamento del proprio mezzo,
cioè della tecnica, la quale dunque è destinata a diventare il loro scopo. Ma
la tecnica destinata a diventare scopo non è la tecnica scientisticamente
intesa, ma è l’apparato scientifico- tecnologico in quanto esso va unendosi
all’essenza della filosofia contemporanea, ossia alla struttura concettuale che
negli ultimi due secoli ha mostrato l’impossibilità di ogni limite assoluto
all’agire dell’uomo. La tecnica, così intesa, è guidata dal risultato
essenziale del pensiero filosofico dell’Occidente. In quanto tale pensiero la
guida e le fa scorgere l’impossibilità di ogni limite assoluto dell’agire, la
tecnica acquista una potenza essenzialmente superiore a quella di ogni tecnica
che invece sia assunta come mezzo e pertanto sia limitata e frenata dagli scopi
delle forze della tradizione occidentale. E la superiorità della sua potenza la
destina - in un mondo che crede sempre di meno nei valori assoluti della
tradizione - a prevalere su ogni forma di tecnica che funzioni come mezzo per
la realizzazione di tali valori. Già da questo ordine di considerazioni si può
capire che lo strumento vincente conduce a una situazione dove la sua tutela e
Fincremento della sua potenza sono destinati a diventare lo scopo delle forze
che invece vorrebbero trattenerlo nella sua funzione di mezzo. Oggi anche la
democrazia si serve della tecnica, ma il mondo procede verso un tempo in cui
sarà la tecnica (intesa in quel suo significato complesso) a servirsi della
democrazia (e delle altre forze prima menzionate), ossia a utilizzare
l’organizzazione democratica della società per realizzare Fincremento della
propria potenza - a utilizzare la democrazia, dico, e non quell’assolutismo
politico che appartiene all’insieme dei limiti assoluti di cui il pensiero
filosofico del nostro tempo mostra l’impossibilità. Ma la democrazia come scopo
della tecnica è qualcosa di essenzialmente diverso dalla democrazia che diventa
mezzo della tecnica. Così come la ricchezza al servizio della vita buona, cioè
dell’etica, è qualcosa di essenzialmente diverso della ricchezza che ha l’etica
al proprio servizio; e l’etica che si serve della ricchezza è qualcosa di
essenzialmente diverso dall’etica di cui la ricchezza si serve. Ho in più modi
indicato perché il Meccanismo che conduce a questo rovesciamento di scopo e
mezzo sia qualcosa di inaggirabile - un rovesciamento, peraltro, che pur non
dicendo affatto l’ultima parola, è destinato a dominare per lungo tempo la
storia del pianeta (cfr., oltre ai miei due scritti prima citati: E.S., Il
destino della tecnica, Rizzoli 1998; Crisi della tradizione occidentale,
Marinotti; e N. Irti - E. Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Laterza 2001;
E.S., Capitalismo senza futuro). La democrazia europea e americana continuano a
concepire la tecnica come mezzo per realizzare un mondo democratico. Stando
all’interno di questa convinzione, si può vedere nella costituzione americana
il modello stesso della vita democratica. Ma se, in forza di quel Meccanismo,
la democrazia è destinata a perpetuarsi solo nella misura in cui diventa mezzo
della tecnica, e se la democrazia come mezzo è qualcosa di essenzialmente
diverso dalla democrazia come scopo, allora il problema dell’adeguazione della
democrazia europea al modello americano diventa obsoleto, perché a questo punto
viene in primo piano il problema di quale nuova configurazione venga ad
assumere - negli Stati Uniti, in Europa, in Russia - la democrazia, una volta
che essa sia ridotta, appunto, alla funzione di mezzo. Il Meccanismo di cui
stiamo parlando avvolge cioè e coinvolge lo stesso problema, prima considerato,
relativo al rapporto tra Usa, Europa, Russia. Il processo che conduce verso il
nuovo bipolarismo democratico è inscritto cioè nel più ampio e più profondo
processo che conduce al rovesciamento dove l’indefinito potenziamento della
tecnica - in quanto unita alla consapevolezza filosofica che non esistono
limiti assoluti all’agire umano (Dio è morto) - diventa lo scopo delle forze
che tuttora si illudono di servirsi della tecnica e dunque diventa lo scopo
della stessa democrazia. La rivista Liberal rileva che la democrazia americana
crede anche nelle responsabilità che si assume e nella sua capacità di
difendere i suoi principi di riferimento. A fondamento di questa fede si trova
la volontà di non cedere agli avversari; e tale volontà è concreta solo in
quanto potenzia il più possibile l’apparato scientifico-tecnologico che le
consente di non cedere. Ma sino a che tale apparato è mezzo, strumento, esso è
soggetto al logoramento a cui ogni mezzo è soggetto; sì che la democrazia
stessa non può permettere che abbia a logorarsi lo strumento che le assicura la
sopravvivenza e la primizia. Ma quando e in quanto evita che la tecnica, ossia
il proprio strumento, attualmente insostituibile, abbia a logorarsi, la
democrazia è già sulla strada del Meccanismo a cui abbiamo accennato, la strada
dove la democrazia stessa rinuncia a porsi come lo scopo dell’agire sociale e
assume come scopo del proprio agire la tutela e rincremento indefinito della
potenza del proprio strumento. Lo stesso discorso va fatto a proposito di tutte
le altre forze che, come la democrazia, intendono servirsi della tecnica come
mezzo per la realizzazione dei loro scopi (reciprocamente escludentisi).
D’altra parte la liberal-democrazia americana è unita all’economia di mercato e
già da tempo quest’ultima non è più lo scopo dell’azione storica degli Stati
Uniti. Essi cioè, in quanto superpotenza planetaria, non intendono sviluppare
la propria potenza, e guidare il mondo, allo scopo di incrementare il profitto
dei grandi trust del capitalismo americano, ma, all’opposto, intendono servirsi
del profitto che l’economia capitalistica va accumulando, allo scopo di
sviluppare la propria potenza e dominare il mondo. Infatti, anche questi due
scopi sono tra loro conflittuali; ed essere potenti per essere ricchi
indebolisce da ultimo la potenza e quindi la stessa ricchezza che dalla potenza
è resa possibile e sostenuta. L’inevitabile percezione di questa conseguenza
spinge l’America verso un atteggiamento dove essa vuole essere ricca per essere
potente, cioè per incrementare la potenza del proprio apparato tecnologico, di
cui ci si illude ancora, negli stessi Usa, di servirsi. Peraltro, l’illusione è
tanto più giustificata quanto meno viene percepita l’inevitabilità del tramonto
dei valori della tradizione occidentale - tra i quali, va sottolineato, vanno
annoverati gli stessi valori dell’islamismo. In questa situazione, lo scopo
dell’agire non è più l’incremento capitalismo del profitto, e quindi non è più
la liberal-democrazia in quanto a esso unita: lo scopo diventa la tecnica; e la
democrazia, cambiando volto, assume tratti che sono ancora tutti da decifrare.
Ma già qui è opportuno rilevare (e l’osservazione vale per tutto quanto ho
scritto sulla tecnica) che il rovesciamento in cui la tecnica, da mezzo,
diventa scopo - il meccanismo cioè del rovesciamento - è un movimento che si
costituisce alVinterno della fede che esistano mezzi e scopi - e questa fede
appartiene alla follia estrema del mortale. Come tale follia diventa coerente
quando essa nega ogni immutabile e ogni verità che pretendano porsi al di sopra
del divenire, per dominarlo, così la follia estrema diventa coerente quando la
volontà di far diventar altro le cose esce dalla situazione in cui essa si
serve della tecnica come mezzo ed entra nella situazione in cui il
potenziamento infinito della tecnica diventa lo scopo dell’uomo. Proprio perché
appartiene al contenuto della fede nel divenir altro delle cose, e pertanto
della volontà di farle diventare altro, il rovesciamento di cui stiamo parlando
appartiene alla volontà interpretante, ossia alla non-verità. Nello sguardo del
destino, invece, appare che, commisurato alla verità autentica ossia al destino
della verità, il contenuto della follia - cioè della fede, della volontà e
della volontà interpretante - è il nulla - non essendo invece un nulla la fede,
la certezza che tale contenuto non solo non sia un nulla, ma sia l’evidenza
suprema. Nello sguardo del destino della verità appare cioè che l’apparire di
quelVeterno, che è la fede di assumere la tecnica come mezzo, è seguito da
quell’altro eterno che è la fede che la tecnica da mezzo diventa scopo - dove
questo rovesciamento, cioè questo scambio delle parti, ha un carattere
vincolante, ossia è qualcosa di inevitabile, aU’interno della logica e delle
regole secondo cui si costituisce il contenuto della volontà interpretante,
ossia della fede. In altri termini, è lasciando parlare la fede nel divenir
altro, che essa, diventando coerente alla propria logica, afferma la necessità
che quella volontà di far diventar altro le cose, in cui la tecnica consiste,
divenga, da mezzo, scopo. Il discorso va esteso all’intero contenuto della
volontà interpretante: l’intero contenuto di tale volontà è il nulla, ma tutte
le determinazioni che restano evocate dalla volontà intepretante sono degli
eterni che appaiono con necessità così come appaiono - dove questa necessità è
essenzialmente diversa da quella che compete alla logica che guida la fede e la
volontà interpretante. Si richiami qui uno dei motivi fondamentali per i quali
in queste pagine si afferma che lo scambio delle parti - ossia il rovesciamento
del rapporto mezzo-fine - è, all’interno di tale logica, inevitabile (cfr.
E.S., Capitalismo senza futuro, cit.). Nell’agire, lo scopo, come idea - ossia
come primum in intentione, come presenza ideale nella mente di chi agisce -
determina il mezzo da cui è realizzato: lo configura, lo orienta e gli assegna
i limiti oltre i quali esso non sarebbe più idoneo a realizzare tale scopo. Lo
scopo, come fatto reale - ossia in quanto è Yultimum in executione -, è
prodotto dal mezzo; ma, prima e durante questa produzione, la presenza ideale
dello scopo guida, controlla, regola la produzione del mezzo. (Ad esempio, la
decisione di far guerra guida, controlla, regola la produzione delle armi che
sono il mezzo con cui tale decisione è realizzata, cioè sono il mezzo di cui
quella decisione si serve per realizzarsi?) Se uno scopo è in conflitto con
altri scopi e non intende farsi sopprimere da essi, e anzi intende prevalere e
sopprimerli, l’agire che mira a farlo prevalere non può evitare di potenziare
il più possibile il mezzo di cui tale agire si serve per far prevalere tale
scopo. Ma non può potenziarlo oltre i limiti al di là dei quali il mezzo non è
più guidato, controllato, regolato dallo scopo. Ad esempio l’agire che ha uno
scopo non può concentrare tutte le proprie energie nella produzione e nel
perfezionamento e potenziamento del mezzo, altrimenti non resterebbero più
energie e tempo per la realizzazione dello scopo dell’agire. Proprio la volontà
di perfezionare e potenziare il più possibile il mezzo con cui ci si propone di
realizzare uno scopo sottrae il mezzo alla guida, al controllo, alla regola che
lo scopo stabilisce per la produzione del mezzo. Se, nel conflitto tra scopi (e
nella storia dell’uomo nessuno scopo si è trovato al di fuori dell’elemento
conflittuale), uno di essi, per prevalere sugli altri, rinuncia alla propria o
a una parte della propria determinazione del mezzo e potenzia il mezzo oltre il
limite che rende coerente il mezzo allo scopo, gli scopi antagonisti saranno
certamente vinti, ma il vincitore non sarà nemmeno lo scopo che, per vincere,
ha rinunciato a determinare il proprio mezzo, ossia ha rinunciato a sé stesso.
Sfuggendo alla guida di ciò che dovrebbe essere il suo scopo, il mezzo che ha
vinto non ha realizzato il proprio scopo perché andato oltre i limiti che
determinano il mezzo e che, insieme, definiscono lo scopo, ha realizzato uno scopo
diverso da quello che inizialmente intendeva servirsi di tale mezzo per
realizzarsi. Propriamente, lo scopo che è stato realizzato è diventato il
potenziamento del mezzo che doveva realizzare un certo scopo, e al nuovo scopo,
costituito da tale potenziamento, il vecchio tenta di restare aggrappato per
poter mantenere ancora la propria funzione di scopo. Ma invano, perché la fine
di un conflitto è solo una parentesi nella conflittualità che è ineliminabile
perché è dovuta all’esistenza stessa dell’agire e della volontà; sì che viene
alla luce che lo scopo autentico dell’agire è un potenziamento del mezzo, che
non consente ai vecchi scopi di restargli aggrappati per sopravvivere come
scopi. Anche lo Stato parassitario che dà loro l’apparenza di scopi è destinato
a tramontare. Una situazione, poi, in cui nessun agire oltrepassi i limiti che
determinano i propri mezzi e definiscono i propri scopi sarebbe una situazione
non conflittuale, cioè una situazione impossibile, perché le cose che la
volontà di una certa forma di agire vuol trasformare per ottenere un certo
scopo sono le stesse che la volontà di una cert’altra forma di agire vuol
trasformare per ottenere uno scopo diverso, e quindi il conflitto tra le due
volontà è inevitabile. Quando si afferma che il fine non giustifica i mezzi, si
intende che i mezzi devono essere coerenti al fine voluto. Il fine giustifica i
mezzi che sono coerenti a esso. Ma la giustificazione dei mezzi è anche la loro
limitazione. La giustificazione dei mezzi da parte del fine è la loro
mortificazione, il loro freno. Poiché ogni scopo si trova in una situazione
conflittuale, l’agire, cioè l’assunzione di mezzi per realizzare scopi, è una
contraddizione, dove, da un lato, lo scopo guida il mezzo da cui è realizzato
e, dall’altro, per prevalere sugli scopi che impediscono tale realizzazione, lo
scopo non guida il mezzo. Da un lato il mezzo è potenziato fino a un certo
punto, dall’altro è potenziato oltre quel punto. La libertà dell’individuo
moderno è la facoltà di realizzare una serie di scopi, e nella democrazia la
libertà di un individuo si estende sin dove arriva la libertà degli altri
individui. Lo Stato moderno dovrebbe garantire l’equilibrio, cioè i limiti che
definiscono le diverse serie di scopi, cioè la libertà di ogni individuo. Ma
anche all’interno dello Stato moderno queste diverse serie sono tra loro
conflittuali, e pertanto l’agire individuale è esso stesso una contraddizione.
La libertà del cittadino è contraddizione. All’interno della contraddizione si
trova tuttavia anche la schiavitù e la servitù, che è totale o parziale a
seconda che chi si impone abbia una signoria totale o parziale sul vinto. Nel
conflitto, chi ha vinto un avversario autentico - cioè che non si limita a
subire lo scopo del potente, ma intende a sua volta prevalere sull’avversario -
ha dovuto potenziare i propri mezzi oltre i limiti che determinano i mezzi e
definiscono lo scopo del vincitore. Ma lo stesso ha dovuto fare chi ha perso,
perché per non perdere ha dovuto a sua volta oltrepassare il più possibile i
limiti che determinano i mezzi di cui disponeva e che definiscono gli scopi a
cui mirava. L’avversario autentico non perde (diventando in tal modo servo o
schiavo) perché non ha oltrepassato quei limiti, ma perché, oltrepassandoli non
ha ottenuto dai propri mezzi la potenza che dai propri è riuscito a ottenere il
vincitore. L’agire del vincitore è contraddizione proprio perché è
contraddizione anche l’agire del vinto. Poiché l’agire dell’uomo è
coordinazione di mezzi in vista della realizzazione di scopi, e si trova
essenzialmente all’interno di una situazione conflittuale, l’agire umano in
quanto tale è contraddizione. È contraddizione dallo stesso punto di vista di
chi non vede l’alienazione dell’agire in quanto volontà che qualcosa divenga e
sia altro da ciò che essa è. Tutte queste considerazioni sono ora da riferire
alla situazione conflittuale di particolare rilievo storico, dove le grandi
forze dell’Occidente intendono realizzare i loro scopi conflittuali servendosi
ognuna di una certa frazione dell’apparato scientifico-tecnologico, divenuto
ormai il Mezzo supremo per la realizzazione di ogni scopo dell’uomo. La
filosofia del nostro tempo mostra infatti, nella propria essenza, che non può
esistere alcuna dimensione divina e immutabile che possa essere raggiunta con
un mezzo diverso da quello tecnologico, cioè da ciò che nella tradizione
filosofica era l’adeguazione dell’uomo e dello Stato alla verità svelata dal
sapere filosofico. All’inizio, ognuna di quelle grandi forze dell’Occidente
intende guidare, controllare, regolare e quindi limitare il mezzo tecnologico
di cui essa dispone. Ma nella situazione conflittuale è inevitabile che il
limite che determina il mezzo e definisce lo scopo di ognuna di tali forze sia
oltrepassato e che il potenziamento della tecnica divenga lo scopo supremo di
tutto l’agire umano. Qui si produce la forma più imponente dello scambio delle
parti e, insieme, la forma più imponente della contraddizione dell’agire.
Capitalismo, comuniSmo, democrazia, cristianesimo, islamismo, nazionalismo sono
(o sono stati) costretti da un lato, a potenziare sempre di più il Mezzo
tecnologico a loro disposizione, e, dall’altro, sono (o sono stati) costretti a
indebolirlo, cioè a limitarne il potenziamento, per evitare di farlo uscire dal
loro controllo, dalla loro guida, dalla loro regola. Oggi la tecnica è il
fondamento della salvezza di ogni scopo e quindi ogni scopo, per salvare sé
stesso, è costretto ad assumere come scopo il potenziamento del proprio Mezzo:
per salvare sé stesso ogni scopo è costretto a rinunciare a sé stesso. Nel
saggio di S. La tendenza fondamentale del nostro tempo (Adelphi), ma anche
prima in Téchne (Rusconi), e in seguito in altri scritti ancora, si mostra in
che senso e per quali motivi è necessario affermare, da un lato, che l’essenza
- Inanima - della civiltà occidentale è il pensiero filosofico, e, dall’altro,
che il pensiero filosofico del nostro tempo, quando si riesca a scendere nel
suo sottosuolo essenziale, mette in luce l’inevitabilità del tramonto della
grande tradizione dell’Occidente e l’altrettanto inevitabile destinazione della
tecnica al dominio del pianeta. Ma, fino a che non si scorge il significato
autentico di queste affermazioni, esse scadono al livello della semplice
notizia. (Se non intende essere la semplice opinione di qualcuno, ogni
affermazione dev’essere infatti argomentata. La parola argomento proviene dal
latino arguo e dal greco argòs, che indicano il porre in chiara luce. Poiché la
luminosità può essere maggiore o minore, per affermare qualcosa in modo
adeguato bisognerebbe dire che cosa propriamente significa luce e qual è il
grado di luminosità di cui la risposta si avvale. Da millenni l’uomo tenta di
dirlo.) In che consiste l’identità dell’Europa? È stato indicato in molti modi.
Come prendere posizione? Innanzitutto va messa in luce l’indicazione che è in
grado di includere tutte le altre e che non è inclusa da nessun altra. È quindi
inevitabile che essa sia la più astratta. In quanto è comune alla maggiore o
minore concretezza di tutte le altre, tale indicazione sta infatti al di sopra
della concretezza - senza tuttavia ignorarla. L’astratto non è qualcosa di
negativo; è anzi il segreto in cui è riposta l’adeguatezza della diagnosi. Si
tratta di portare alla luce ciò che è comune all’immensa varietà di eventi da
cui è costituita la storia europea. Oggi il sapere diffida di ciò che è comune.
Si ritiene, oggi, che la forma più rigorosa del sapere sia la specializzazione
scientifica - che, appunto, è l’opposto della cura per ciò che è comune. Ma dal
comune non ci si può liberare. Ogni sapere autentico - si dice - dev’essere
specialistico e quindi il senso dell’Europa si spezza nella molteplicità di
sensi che appaiono all’interno delle varie forme della specializzazione e del
frammento. Ma se solo il frammento ha senso - se cioè il senso è frammentario
-, allora tutti i frammenti hanno questo di inevitabilmente comune : di essere,
appunto, dei frammenti. Inoltre l’Europa è, originariamente ed essenzialmente,
tendenza e vocazione al frammento e all’isolamento delle cose. A un certo
momento, in Grecia si incomincia a pensare che una cosa è ciò che è - l’ente -
ed è come ciò che non era e non sarà, ossia è come ciò che era nulla e tornerà
a esserlo. Ma ciò che è stato nulla non può avere alcuna relazione con ciò che
già esiste, instaura relazioni provvisorie e accidentali che verranno meno
quando ciò che è non sarà più. Questo significa che, nonostante ogni intenzione
in senso contrario, ogni cosa è un frammento, è isolata da ogni altra. La
specializzazione scientifica ha il proprio fondamento nella filosofia greca,
che stabilisce una volta per tutte il significato delVesser-cosa, con un gesto
che si rende sempre più presente e operante in ogni azione e in ogni
conoscenza: in ognuno degli infiniti eventi, grandi e piccoli, che formano la
storia dell’Europa, dapprima, e, ormai, dell’intero pianeta. In questo
significato consiste Yidentità dell’Occidente. A esso sono essenzialmente
legate la volontà di potenza e la violenza estrema. Si può voler annientare
qualcosa solo se si crede che le cose (uomini e enti non umani) siano di per sé
stesse figlie del niente e a esso destinate. E la violenza dell’annientamento
inseparabile dalla violenza della creatività. Dapprima l’Occidente non si
accorge del proprio essere volontà separante e costruisce le grandiose
cattedrali della volontà unificante: il senso filosofico del Tutto, che
raccoglie in sé le differenze e le opposizioni più marcate, il Dio di tutte le
cose, l’eguaglianza cristiana tra gli uomini in quanto figli di Dio, la volontà
di essere comprensibile da tutti, lo Stato che è il Dio in terra e dunque
principio di unità, l’economia di mercato che mette in comunicazione i popoli,
la scienza che, prima di diventare specializzazione, vuol essere a lungo
unificazione delle leggi della natura, il comuniSmo che si rivolge ai
lavoratori di tutto il mondo perché si uniscano, la globalizzazione del nostro
tempo: sono alcuni degli esempi più rilevanti della volontà di unire ciò che,
essendo stato concepito e vissuto come separato, non può essere unito. È
innanzitutto il sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo a portare
al tramonto la volontà unificante della tradizione. Dio muore e rimane la terra
infranta. Su questa base, non solo ogni integrazione e interazione tra i
popoli, ma anche tra gli individui dello stesso popolo, della stessa città,
della stessa famiglia è velleitaria. Rimedi provvisori. Auctoritas, non
veritasfacit legem (si dice da Hobbes a Cari Schmitt). Anche su base
linguistica, lex è l’ordinamento imposto alle cose, che quindi le costringe a
stare insieme. La verità è il mondo in cui nella tradizione occidentale si
vuole legare ciò che è vissuto e inteso come originariamente separato. La
verità è quindi destinata al tramonto. E auctoritas significa potenza (anche
qui la linguistica lo conferma). La legge è il risultato dell’ auctoritas,
ossia della costrizione che lega insieme le cose. La potenza della legge può
essere maggiore o minore. Oggi la potenza maggiore è la tecnica guidata dalla
scienza moderna. Il sottosuolo della filosofia del nostro tempo ha distrutto la
verità e quindi autorizza la tecnica a facere legem. La specializzazione
scientifica, Lisciamento e il frammento sono legati alla costrizione che con la
propria potenza unisce i frammenti del mondo. Qui è il fondamento di ciò che
vien chiamato globalizzazione. Ma se ogni volontà di unire ciò che non può
essere unito è una costrizione destinata, prima o poi, a fallire, si apre il
problema della configurazione dell’evento che è destinato a lasciarsi alle
spalle la stessa civiltà della tecnica. Stiamo parlando a un pubblico composto
soprattutto da giuristi. Che però sono anche filosofi del diritto e quindi
comprendono bene l’opportunità che nel mio intervento tenga conto anche delle
sollecitazioni che prima mi sono state rivolte. Innanzitutto è il caso che ci
si chieda che cosa significhi filosofia. Se già qui non ci intendiamo, faremo
poca strada insieme. Ne facciamo ben poca se concepiamo la filosofia come un
sapere che dipende dalla scienza, se riteniamo cioè che la filosofia, per
costituirsi, debba incominciare col tener conto di quanto si afferma
nell’ambito del sapere scientifico. Alla filosofia è nota l’esistenza del
mondo, e nel mondo c’è anche la scienza; ma ciò non significa che la filosofia
debba fondarsi sulle sapienze del mondo (oltre alla scienza ce ne sono anche
altre). Se ha bisogno di fondarsi sulla scienza, meglio lasciarla perdere, la
filosofia; che non potrebbe andare molto oltre una specie di ricapitolazione
del sapere scientifico. Meglio lasciar parlare questo sapere. Prima è venuto
fuori il nome di Searle. Che, anche lui insieme a moltissimi altri (in ogni
campo), dà appunto per scontato che esista quella forma di storia del mondo
dove, in un primo tempo, l’uomo ancora non esiste, seguita da un tempo nel
quale l’uomo esiste, e infine da un tempo in cui, con ogni probabilità, l’uomo
non ci sarà più e il mondo continuerà a esistere più o meno a lungo. Certo, la
scienza procede adottando la convinzione che la realtà esista indipendentemente
dalla conoscenza umana di essa, breve parentesi nel corso degli eventi. Spesso
(ma con eccezioni) gli scienziati (per esempio Max Planck) lo affermano
esplicitamente. (Però Bertrand Russell, senza essere idealista, ammette la
possibilità che il mondo intero sia incominciato a esistere da pochi istanti,
corredato di tutte le esperienze che ne abbiamo, di tutti i nostri ricordi del
suo più lontano passato e con tutte le aspettative e i progetti riguardanti il
futuro.) Per Searle, poi, uno che non lo creda è un minus habens. Non credo
tuttavia di esserlo, se affermo che la filosofia non può presupporre alcune
delle pur mirabili costruzioni del sapere scientifico, anche perché si tratta
di un sapere che, come l’amico Giorello sa benissimo, oggi riconosce il proprio
carattere ipotetico. Ora, sarebbe sorprendentemente improprio che si desse
credito (come mi sembra che Ferraris finisca col fare) al senso comune, e lo si
sollevasse al rango di verità incontrovertibile, là dove il sapere scientifico,
perfino il sapere logico-matematico, mette in questione la propria
incontrovertibilità, la propria verità assoluta. La filosofia è critica radicale,
radicale problematizzazione del sapere, e quindi non può procedere dando per
scontati i risultati della scienza (o di qualsiasi altra sapienza, quella
filosofica compresa). Per questo non è il caso di farsi riguardo ad affermare
che la filosofia, autenticamente intesa, richiede una concettualità
estremamente più radicale di quella scientifica. Altrimenti la filosofìa si
limiterebbe a essere (ripeto) un panorama del sapere scientifico, o una specie
di pattuglia in avanscoperta dove alcuni audaci, o incoscienti, si inoltrano
nel deserto per tentar di vedere di sfuggita e approssimativamente come stanno
le cose, in attesa che poi arrivino le truppe regolari, quelle della scienza,
che stabiliscono come le cose effettivamente stanno e rimandano nelle retrovie
le avanguardie filosofiche. No: sin dall’inizio la filosofia ha inteso essere
1’evocazione dell’innegabile, della verità in quanto innegabilità assoluta.
Anche quando si contrappongono i fatti alle interpretazioni si tende a
considerare il fatto come l’innegabile, come ciò che non può essere negato,
mentre l’interpretazione - lo richiamava il professor Zaccaria - rende sì
particolarmente significativo il fatto, ma immergendolo in un alone di
controvertibilità, di non-verità, per cui da ultimo, nel confronto, è il fatto
che prevale - e prevale in quanto, appunto, lo si ritiene innegabile. La
filosofia evoca il senso radicale dell’innegabile unendolo al suo carattere di
visibilità. Non c’è bisogno di leggere Heidegger: basta un vocabolario per
sapere che i Greci chiamano alétheia la verità. A-létheia significa, alla
lettera, non nascondimento. Ciò che è vero è il non nascosto. Heidegger però
non rileva che, per il pensiero greco la verità, nel suo senso radicale, non è
solo alétheia, ma epistéme tes alethéias (scienza della verità è una delle
traduzioni correnti di questa espressione). Ciò che si disvela neW alétheia è
il contenuto assolutamente stabile (epistémonikón ). Il tema -ste di epi-stéme,
dalla radice indoeuropea -sta, nomina appunto lo stare di ciò che, disvelato,
si impone su (epi) tutto ciò che vorrebbe spingerlo a essere diversamente da
come è e sta. Si può dire che epistéme tes alethéias esprime sia un genitivo
oggettivo (il sapere assolutamente stabile che ha come contenuto la verità),
sia un genitivo soggettivo (la stabilità assoluta che è il contenuto del
disvelamento). Questo senso radicale della verità - il contenuto manifesto che
sta e che, proprio perché sta, è innegabile - è evocato una volta per tutte dal
pensiero greco. Una volta per tutte, anche perché quando oggi, per esempio nel
sapere scientifico o filosofico, si dichiara di non voler proporre verità
assolute, incontrovertibili, definitive, ci si riferisce appunto al senso
radicale della verità che i Greci hanno per la prima volta evocato, e da esso
ci si allontana. A questo punto, che l’innegabile sia Yalétheia-epistéme, ciò
che si mostra nella sua stabilità, significa che ciò che oggi è chiamato
coscienza è il luogo dell’innegabile. È nella coscienza che le cose escono dal
loro nascondimento e si rendono visibili. I Greci chiamano phàinesthai la
visibilità, l’ apparire (phàinesthai deriva da phos, luce, e il visibile,
essendo ciò che sta in luce, garantisce la propria esistenza). Ma come la
semplice affermazione che X è X, o che a X non possono convenire Y e non-Y, non
è sufficiente per poter affermare che il principio di identità e di non
contraddizione sono innegabili, così la semplice affermazione che qualcosa
appare non è sufficiente per rendere innegabile il principio della fenomenologia
- che in effetti non riesce a essere che un presupposto, un dogma. Perché ciò
che appare non può essere negato? Con questa osservazione alludo alla necessità
di procedere oltre l’immediata elevazione del visibile al rango
dell’innegabilità. Il senso greco deìYalétheia (da cui discende il principio di
tutti i principi della fenomenologia) è ineliminabile, ma non può riuscire a
essere l’assoluta stabilità e innegabilità richieste dal pensiero filosofico.
Quando, sul Corriere della Sera, intervenni nella polemica sul cosiddetto nuovo
realismo (cfr., nel presente saggio, sezione seconda) intendevo mostrare quali
siano le possibilità del realismo e dell’idealismo, ossia di forme filosofiche
che si presentano all’interno della storia dell’Occidente. I miei scritti
indicano tuttavia la dimensione che mostra perché tale storia è il culmine de\Y
alienazione della verità. I Greci evocano cioè una volta per tutte il senso
della verità, ma aprono anche la strada al pensiero in cui si intende come
verità ciò il cui contenuto è, in modo radicale, l’alienazione della verità. In
quel mio intervento sottolineavo la potenza concettuale di Giovanni Gentile; ma
non, ovviamente, perché il pensiero di Gentile sia libero da quell’alienazione.
Ciò a cui quegli scritti si rivolgono è abissalmente lontano dal pensiero di
Gentile. La potenza concettuale del pensiero di Gentile è massima perché tale
pensiero è massimamente rigoroso nell’errare. Non tenendo conto di questa
potenza dell’errare, il cosiddetto nuovo realismo (all’estero e in Italia) non
fa cheriproporre (sembra senza rendersene conto) quel realismo della tradizione
greco- medioevale che è stato messo in questione, e fuori gioco, dallo sviluppo
fondamentale della filosofia moderna da Cartesio a Kant, all’idealismo fino,
appunto, aH’idealismo gentiliano. Giacché - qui entriamo nel vivo della
questione - più decisivo del problema del rapporto tra realismo e idealismo o
tra realismo e ermeneutica, ben più decisivo è il problema della sorte della
verità lungo la storia dell’Occidente. Infatti, altro è il contenuto che la
verità (l’incontrovertibile, l’innegabile) ha assunto nella tradizione
dell’Occidente, altro è il contenuto che la verità è venuta in seguito ad
assumere - e inevitabilmente. Queste considerazioni coinvolgono anche la
dimensione del pensiero giuridico. Quando si confronta il fatto con l’interpretazione,
il fatto si presenta come ciò a cui per lo più compete il carattere
dell’innegabilità, della verità. Tuttavia in campo giuridico il problema del
rapporto fatto- interpretazione riguarda l’esigenza di porre tale rapporto in
relazione con la norma : l’accertamento del fatto intende stabilire la
compatibilità del fatto con la norma. E l’accertamento della convergenza o
divergenza del fatto rispetto alla norma non è fine a sé stesso, ma è operato
perché sia fatta giustizia. Il problema del rapporto fatto-norma rinvia al
problema della giustizia; e tale problema riceve oggi (penso ad esempio a Rawls
e a Kelsen) una soluzione essenzialmente diversa da quella che gli viene data
lungo la tradizione filosofico-giuridica. Qual è la definizione tradizionale di
giustizia? Nella Summa Theologica Tommaso d’Aquino scrive: Iustitia est
constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi, la perpetua e
costante volontà di assegnare a ciascuno il suo ius. Una definizione in seguito
continuamente ripetuta (qualche volte con l’infinito del verbo invece del
gerundio). Sono note le critiche che sono state rivolte a questa definizione -
non solo tomistica, ma classica - di giustizia. Essa sarebbe un circolo vizioso
perché nel definiens si ripresenterebbe il definiendum (iustitia è il
definiendum, ma ius, che compare nel definiens sarebbe daccapo identico al
definiendum). Eppure questa definizione non è un circolo vizioso. Si rifa a
Platone, al secondo e quarto libro della Repubblica : giustizia è, sì, che
ciascuno non abbia ciò che è di altri e non sia privato di ciò che è suo (IV,
433 e), ma quel che è decisivo è 95 che ciò che è suo è ciò che gli spetta in
relazione all’Ordinamento assoluto della realtà che è compito dell’ epistéme
della verità mostrare, indicando pertanto in che luogo di tale Ordinamento si
trova ogni uomo e ogni cosa. La verità mostra incontrovertibilmente in che cosa
consistono gli uomini e i diversi tipi dell’umano, e la giustizia è il
riconoscimento, nel conoscere e nell’agire, di ciò che, in verità, ogni uomo è
e di ciò che non può essere perché, in verità, è di altri. Lo ius che compare
nel definiens della definizione qui sopra menzionata non è dunque la semplice
ripetizione della iustitia in quanto definiendum. Poiché Yepistéme tes alethéias
crede di poter mostrare in modo incontrovertibile l’esistenza di un Ordinamento
assoluto e immutabile in cui ogni cosa prende posto (sì che ogni cosa è quello
che essa è solo in quanto ha il posto che le spetta all’interno di tale
Ordinamento), la giustizia è appunto il riconoscimento di ciò che
incontrovertibilmente spetta a ogni cosa, e pertanto quella definizione della
iustitia non è un circolo vizioso. (Né ciò significa che lungo la storia del
pensiero filosofico quell’Ordinamento abbia avuto sempre la stessa
configurazione.) Questa grandiosa concezione della giustizia illumina e domina
anche la dimensione giuridica della tra dizione occidentale. Uno dei temi
centrali in sede giuridica è oggi il rapporto tra diritto naturale e diritto
positivo. Il diritto naturale è il modo in cui l’Ordinamento della realtà,
mostrato dall’epistéme della verità, si riflette nei rapporti tra ciò che nella
società accade, i fatti, e le norme che la regolano. Tali norme si inscrivono
in quell’ordinamento e stabiliscono ciò che spetta a ciascuno aH’interno di
esso, ossia ciò che a ciascuno spetta per natura - la natura non essendo altro
che tale Ordinamento. Si aggiunga che se il diritto naturale afferma che l’uomo
ha un posto che gli spetta necessariamente, per natura, nell’Ordinamento
complessivo e incontrovertibilmente immutabile della realtà, allora non le
interpretazioni, ma le constatazioni (ossia ciò che è ritenuto constatazione),
qui, hanno il compito di accertare se i fatti (ciò che accade) siano o no
compatibili con le norme. Al diritto naturale si contrappone oggi il diritto
positivo. Questa contrapposizione è la conseguenza, in campo giuridico, di un
evento grandioso e spaesante: il tramonto delle forme sapienziali e pratiche
della tradizione dell’Occidente, il tramonto cioè al cui fondamento agisce il
tramonto dell ’epistéme della verità e dell’Ordinamento immutabile che essa ha
inteso mostrare. Essenzialmente più decisiva del rapporto tra idealismo (o
pensiero ermeneutico) e realismo - ognuno dei quali intende valere come il
contenuto della verità - è, dicevo prima, la domanda: Che ne è della verità?; e
quindi: Qual è la storia della verità?. Infatti il problema della
contrapposizione tra realismo e idealismo può essere risolto solo accertando
perché si debba tener ferma la verità dell’uno piuttosto che la verità
dell’altro. Tutto ciò significa che il problema relativo a quella
contrapposizione, e pertanto alla questione del rapporto tra fatti e
interpretazioni, rinvia da ultimo alla questione di quale sia il contenuto che
è necessario porre come verità, ossia come incontrovertibilità. Vado
richiamando da tempo che l’autentico e profondo avversario della tradizione
occidentale non è il relativismo (come ad esempio la Chiesa cattolica invece
ritiene). Al di sotto del rifiuto appariscente ma impotente della tradizione
occidentale, proprio del relativismo, al di sotto di tale rifiuto, ossia nel
luogo che vado chiamando sottosuolo filosofico del nostro tempo, agisce un
pensiero tendenzialmente nascosto, ma capace di mostrare Vimpossibilità che
l’Ordinamento immutabile e divino della tradizione sia il contenuto dell’
epistéme della verità. Fra i pochi abitatori del sottosuolo, Giovanni Gentile,
Nietzsche, e ancor prima di loro Leopardi. Nell’ epistéme della verità
quell’ordinamento immutabile domina il mutamento degli enti del mondo, domina
cioè il loro uscire dal nulla e il loro ritornarvi. L 'epistéme è il
riconoscimento originario dell’esistenza del mutamento così inteso. Ma è
appunto sul fondamento di tale riconoscimento che nel sottosuolo essenziale del
nostro tempo si mostra (ne accenneremo tra poco) Vimpossibilità dell’esistenza
di ogni dimensione immutabile. Ogni realtà e ogni sapienza sono pertanto
storiche, temporali, contingenti, finite. Da ciò segue, e inevitabilmente, il
prevalere del diritto positivo sul diritto naturale, cioè segue la necessità
che ciò che spetta a ciascuno e ciò che non deve essergli sottratto è tale non
assolutamente, ma in relazione a una certa epoca storica dove le forze sociali
che sono riuscite a imporsi sulle altre stabiliscono (con una voluntas che
quindi non è constans et perpetua ) che cosa sia ciò che in tale epoca spetta a
ciascuno (ius suum unicuique tribuendi) e ciò che non gli può essere tolto.
Hanno carattere storico, pertanto, non solo i fatti, ma anche i criteri in base
ai quali i fatti sono individuati, interpretati e giudicati. E, questo, sia che
i fatti vengano sia che non vengano considerati come indipendenti dal loro
essere interpretati. Il tramonto di ogni realtà e sapienza immutabile è quindi
l’orizzonte comune al realismo e all’idealismo - la cui contesa si risolve
peraltro in favore dell’idealismo solo qualora quest’ultimo si sollevi alla
dimensione che l’attualismo gentiliano (come altrove ho mostrato) ha saputo
indicare. Il sottosuolo filosofico del nostro tempo e il positivismo giuridico
Se si vuole richiamare in breve il senso essenziale della potenza concettuale
del sottosuolo filosofico del nostro tempo (degli ultimi due secoli, si
potrebbe dire) - se lo si vuole richiamare in breve e in una forma che possa
valere come tratto comune agli abitatori del sottosuolo (che d’altra parte
hanno elaborato in modi specifici e differenziati tale tratto) -, si deve
innanzitutto richiamare la convinzione di fondo che incomincia con la vita
stessa dell’uomo sulla terra, e che lungi dall’esser qualcosa di nascosto in un
sottosuolo sta invece alla luce del sole, mostrando ciò che non viene in alcun
modo messo in questione lungo l’intera storia dell’uomo: si tratta della
convinzione che la terra si trasforma, e l’uomo con essa. La trasformazione è
il diventar altro da parte delle cose, il loro diventare altro da ciò che
dapprima esse sono. Le teogonie e le metamorfosi confermano il carattere
archetipico di questa convinzione. Con l’avvento del pensiero filosofico il
diventar altro da parte delle cose è interpretato in senso ontologico : il loro
diventar altro si spinge fino al loro diventare quell’assolutamente altro che è
il loro non essere, ossia il loro esser nulla, e le cose, provenendo dal nulla,
diventano quell’assolutamente altro dal nulla che è il loro essere, ossia il
loro esser enti. La filosofia evoca pertanto, una volta per tutte nella storia
dell’Occidente e ormai del pianeta, non solo il senso della verità come
assoluta incontrovertibilità, come epistéme tes alethéias, ma anche il senso
ontologico del diventar altro delle cose; e una volta per tutte, lungo quella
storia, l ’epistéme della verità pone tale senso come il proprio contenuto
originario. È a partire da questo contenuto che, nella tradizione, Yepistéme
della verità si porta oltre di esso (oltre, cioè metà, nella lingua greca) e si
costituisce come metafisica, ossia come sapere che mostra la necessità di
affermare, al di là delle trasformazioni del mondo, 1’esistenza dell’Ordinamento
immutabile e divino dal quale il mondo è regolato e per il quale il diritto
naturale si fonda su di un’etica assoluta. Il senso ontologico del diventar
altro diventa in tal modo l’evidenza suprema delVintero Occidente: sia della
tradizione dell’Occidente, sia del sottosuolo filosofico del nostro tempo, sia
degli amici sia dei nemici di Dio. Ma è questo sottosuolo e il carattere della
sua inimicizia verso il divino a costituire la forma più radicale e rigorosa
della fedeltà a ciò che lungo l’intera storia dell’Occidente e ormai del
pianeta - dunque anche all’interno del sapere scientifico, religioso, artistico
e ormai dello stesso senso comune - è ritenuta la suprema evidenza del senso
ontologico del diventar altro. (È per questa fedeltà che il diritto positivo si
fonda su una forma storica di etica, su di una Grundnorm, che è tale solo in
relazione a una certa epoca storica e che quindi - la tesi è resa esplicita da
Kelsen - può avere qualsiasi contenuto.) Ebbene, da un lato, l’Occidente è convinto,
sin dai suoi primi pensatori, che l’evidenza suprema sia il provenire degli
enti dal nulla e il loro ritornarvi (e si può dire che anche Parmenide lo
creda: nel senso che egli afferma l’esistenza di una regione dove si crede
evidente il provenire e il ritornare nel nulla da parte degli enti, una regione
che tuttavia egli qualifica come illusione, dóxa). All’interno di questa
convinzione il futuro è l’ancor nulla, il passato è formai nulla. D’altra
parte, in ogni sua configurazione, Yepistéme della verità, che lungo la
tradizione dell’Occidente intende affermare l’esistenza di un Ordinamento (o
Legge) immutabile, non può ritenere che tale Ordinamento domini soltanto il
presente, ma deve ritenere che il suo dominio si estenda anche alla totalità
del futuro e del passato, cioè che futuro e passato non possano sottrarsi al
suo dominio e alla sua legislazione. Non può cioè ritenere che dall’ancor nulla
del futuro possano provenire o che dall’ormai nulla del passato possano
ritornare cose che si sottraggono a tale Ordinamento e siano per esso qualcosa
di imprevisto. Nemmeno la libertà dell’uomo e la contingenza delle cose
riescono a distruggere realmente la Legge. La Legge deirimmutabile è universale
(e chi ha creduto di poterla violare si è ingannato, perché alla fine è
raggiunto dalla Giustizia e dalla Punizione). Ciò significa che l’Ordinamento
immutabile invade l’ancor nulla del futuro e l’ormai nulla del passato e gli
prescrive tutto ciò che da essi può veramente (e non apparentemente e
provvisoriamente) generarsi e tutto ciò che a essi è destinato ad appartenere.
Ma questa invasione del nulla da parte deH’Immutabile rende essente il nulla,
lo entifica e quindi cancella o rende apparente il senso ontologico del
diventar altro, il senso che sussiste solo in quanto è un diventare dal nulla e
un diventare nulla. E tale entificazione del nulla non soltanto nega l’evidenza
del diventar altro l’evidenza che Yepistéme stessa dell’Immutabile è essa per
prima a riconoscere -, ma nega e sopprime anche quella differenza tra il
cominciamento e il risultato del divenire, senza la quale nessun divenire, e
tanto meno il divenire ontologicamente inteso, può esistere. Così parla il
sottosuolo essenziale (cioè filosofico) del nostro tempo. Se una qualsiasi
Realtà o una qualsiasi Verità immutabile esistono, è impossibile che esistano
quel divenire e quella volontà di far divenire le cose che per l’intera storia
dell’Occidente (dunque anche per la tradizione epistemica) sono l’originaria,
suprema e innegabile evidenza. È appunto nel sottosuolo essenziale del nostro
tempo che l’Occidente giunge a scorgere, sul fondamento di tale evidenza, che
l’autentica realtà e l’autentica verità immutabile sono il divenire di ogni
realtà e di ogni verità immutabile e pertanto sono la volontà sempre più
potente di trasformare il mondo. Non rendendosi conto del proprio carattere
essenzialmente antinomico, la tradizione epistemico-metafisico-teologico-
ontologica dell’Occidente elabora la pur potente struttura concettuale in cui
si intende mostrare che gli enti divenienti esistono solo se esiste un Ente
immutabile; gli abitatori del sottosuolo essenziale del nostro tempo, scorgendo
il carattere antinomico della tradizione, si rendono conto che gli enti
divenienti possono esistere solo se non esiste alcun Ente immutabile. E questa
è conseguenza necessaria della fede che il divenire sia l’evidenza originaria e
innegabile. Anche se il sottosuolo non ama questa espressione, esso è dunque la
forma più coerente dell’ epistéme tes alethéias, perché esso mostra che il
contenuto d éìl y epistéme incontrovertibile non è il rapporto tra il divenire
e l’Immutabile, ma l’esclusione necessaria di ogni Immutabile. Appunto in forza
di questa necessità tale sottosuolo non ha nulla a che vedere con le ingenuità
del relativismo e dello scetticismo. Dalla potenza concettuale del sottosuolo
deriva l’impossibilità di ogni diritto naturale; il prevalere del diritto
positivo è inevitabile. Il tramonto della forma tradizionale dell’ epistéme
(che si dispiega dai Greci a Hegel) è cioè anche il tramonto della
configurazione giuridica di tale forma, ossia è il tramonto del diritto
naturale. Il senso autentico del conflitto tra diritto naturale e diritto
positivo può essere quindi compreso solo se lo si vede inscritto nella grandiosa
vicenda che conduce al tramonto ormai planetario degli Immutabili. Tuttavia,
anche per il positivismo giuridico la giustizia è volontà di ius suum unicuique
tribuere: nel senso che ciò che spetta a ciascuno non è quanto viene mostrato
dalYepistéme della verità, ma ciò che, all’interno di un certo gruppo sociale e
in un determinato periodo storico, per le norme vigenti spetta a ciascuno. Ma
poi, sul fondamento della distruzione dell ’epistéme della verità, a ciascuno e
a ogni cosa di ogni luogo e di ogni epoca viene riconosciuto il loro essenziale
divenire, il loro essenziale esser qualcosa che esce dal proprio nulla e vi
ritorna; sì che la giustizia consiste nel salvaguardare e assecondare il
divenire delle cose e del mondo umano e il loro diritto di oltrepassare ogni
limite assoluto (e di non costituire un limite siffatto). In questa situazione,
ogni forza si propone di prevalere sulle altre, ogni individuo sugli altri. Ma
le grandi forze che guidano il mondo e gli individui si servono tutte, per
prevalere, della tecnica moderna; e poiché la tecnica è destinata a diventare,
da mezzo, scopo di tali forze, essa impedisce che l’anarchia totale prenda
piede e, subordinando a sé ogni forza, stabilisce una gerarchia, riconosce a
ogni forza e a ogni volontà di potenza ciò che loro spetta alFinterno di tale
gerarchia e pertanto realizza la forma suprema di giustizia a cui l’Occidente è
destinato a pervenire, la suprema volontà di ius suum unicuique tribuere. Realismo
e idealismo Quanto alla contrapposizione tra realismo e idealismo (nella quale
è coinvolto il rapporto tra fatti e interpretazioni), ho già rilevato che essa
si inscrive nella vicenda, qui sopra tratteggiata, del tramonto degli
Immutabili. Aggiungo che tale contrapposizione presenta, lungo la storia del
pensiero occidentale, una complessità ben più profonda del modo in cui il
realismo viene oggi sostenuto in ambito analitico e continentale e del modo in
cui in tali ambiti Fidea-lismo viene conosciuto. Ad esempio si tende a ignorare
la necessità che conduce dal realismo premoderno alla riflessione cartesiana
sull’ impossibilità che - se la vera realtà è esterna al pensiero e
indipendente da esso (come vogliono il realismo premoderno e lo stesso Cartesio)
- la realtà pensata (il cogitatum), in quanto pensata (la realtà che peraltro è
il mondo in cui l’uomo vive), sia indipendente dal pensiero. E si tende a
ignorare l’ulteriore necessità (mostrata dall’ideahsmo) che la cosiddetta
realtà esterna e indipendente dal pensiero sia pur sempre un pensato e sia
dunque un concetto autocontraddittorio. (Nella tradizione l’idea è ciò
attraverso cui è conosciuto l’oggetto reale, essa è id quo objectum
cognoscitur; Cartesio mostra la necessità di intendere l’idea come ciò che è
conosciuto, id quod cognoscitur, ma che, ancora, lascia al di là di sé la vera
realtà l’essere formale: Kant vede l’impossibilità di conoscere la vera realtà,
la cosa in sé; l’idealismo, rilevando l’autocontraddittorietà di ogni concetto
di cosa in sé e di realtà al di là del pensiero, mostra la necessità che
Vobjectum del pensiero sia idea, ma mostra insieme che l’idea è la stessa
realtà in sé stessa, la stessa cosa in sé. Lo stesso sviluppo si ripropone
nella riflessione sul linguaggio, che conduce alla cosiddetta svolta
linguistica; lo sviluppo dove, dapprima, nella tradizione, la parola è intesa
come id quo objectum 104 dicitur - e Yobjectum sta al di là della parola poi ci
rende conto che, in quanto detto, è Yid quod dicitur a dover essere Yobjectum
della parola, sì che il linguaggio parla del linguaggio, ma, ancora, lasciando
al di fuori di sé la cosa; infine si intrawede che anche la cosa è in qualche
modo detta e pertanto, non la cosa esterna al linguaggio, ma il linguaggio
stesso è la cosa, che peraltro continua a esser concepita come ciò che esce dal
nulla e vi ritorna). Ma anche il realismo premoderno è ben più complesso delle
sue attuali configurazioni. Per il realismo greco, ad esempio, è propriamente
solo quando Yepistéme della verità ha dimostrato l’esistenza della Realtà
immutabile, è solo allora che può essere affermata l’indipendenza della realtà
dalla conoscenza umana. Ne\YEtica Nicomachea si dice che quello che sappiamo
epistemicamente non può essere diversamente da com’è; ciò che può essere
diversamente da come è, quando esca dall’osservazione [ci] rimane nascosto se
esso sia o non sia. La potenza di questa affermazione è tale da prefigurare e
contenere l’essenza stessa del pensiero fenomenologico dei nostri tempi. Il
testo greco dice: ho epistàmetha, che ho tradotto con quello che sappiamo
epistemicamente, ossia ne\Yepistéme della verità. Ciò che sappiamo in modo
epistemico met’endéchesthai àllos échein, non può essere diversamente [da come
è]. Questo non poter essere diversamente è l’innegabilità,
l’incontrovertibilità, la definitività deìYepistéme della verità. È in modo
assoluto, non relativamente, che ciò che sappiamo in modo epistemico non possa
essere diversamente; esso non può assolutamente essere diverso da ciò che
l’epistéme è. Il testo continua riferendosi a tà d’endechòmena àllos, ossia
alle cose che è possibile che stiano diversamente (e che quindi non sono
contenuti àe\Yepistéme), e dice che, quando escono dall’osservazione ( hótan
éxo tou theoreìn génetai), allora lanthànei, cioè rimane nascosto, ei estin e
mé, se esse siano o non siano. L’osservazione, theorein, è la nostra visione
delle cose del mondo, è il loro apparire, mostrarsi, il phàinesthai (Cartesio
lo chiamerà cogitare). Ho tradotto theorein con osservazione perché theorein è
costruito su theorós, ossia lo spettatore, colui che osserva e vede con i
propri occhi. Quando le cose non epistemicamente note escono dall’apparire
rimangono, appunto, nascoste, e quindi rimane nascosto se continuino a esistere
o no. Ciò che invece continua a esistere anche quando non appare nella
conoscenza umana è l’Ente immutabile la cui esistenza è dimostrata, all’interno
deWepistéme, sul fondamento del principium firmissimum che nega la
contraddittorietà degli enti. D’altra parte, l’apparire degli enti che possono
essere diversamente è l’apparire del loro diventar altro; e tale apparire è ciò
che innanzitutto il pensiero greco considera come l’evidenza originaria e
supremamente innegabile e quindi come appartenente eàYepistéme della verità.
Ciò si spiega, perché se quelli divenienti sono gli enti che possono diventar
altro, tuttavia che essi possano diventar altro ed essere diversamente da come
sono è qualcosa che, appunto perché appare, ossia è originariamente evidente e
innegabile, non può diventar altro e non può essere diversamente da come è.
Appunto per questo Leibniz potrà considerare come verità (ossia come epistéme
della verità) non solo le verità di ragione (riguardanti ciò che non può essere
diversamente perché è contraddittorio che lo sia), ma anche le verità di fatto
(che appunto riguardano ciò che può essere diversamente perché non è
contraddittorio che lo sia). Se la scienza afferma che il mondo esiste prima
dell’uomo e continuerà a esistere anche quando l’uomo non ci sarà più, tuttavia
la scienza è una fede; certo, oggi, la più potente. Ma la 106 potenza non è la
verità. Il mondo che esisterebbe indipendentemente daH’osservazione e dallo
sperimentare non è comunque qualcosa di osservabile e di sperimentabile. Questo
anche se all’interno delle regole della fede scientifica si devono trarre (in
base a certe altre regole non incontrovertibili) certe conseguenze, che
conducono alla tesi dell’indipendenza del mondo dall’osservazione umana. Ma,
appunto, si tratta di inferenze compiute all’interno di una fede. Sul
fondamento della convinzione che le cose del mondo diventano altro è
inevitabile che prevalga la sapienza del sottosuolo, in cui si mostra
l’impossibilità di ogni Immutabile e quindi di ogni verità incontrovertibile
che, da un lato, si ponga come Legge assoluta del divenire, e dall’altro
differisca dalla verità assoluta che si mostra nel sottosuolo. Ma il destino
della verità (così viene chiamato nei miei scritti) sta al di là della fede nel
diventar altro delle cose e degli enti, ossia al di là deWintera storia del
mortale e dell’Occidente, dunque al di là dello stesso processo che conduce
dall ’epistéme metafisica della verità al sottosuolo essenziale del nostro
tempo. Sta pertanto al di là dell’inevitabile prevalere, nella storia
dell’Occidente, della negazione di ogni verità immutabile. Il destino sta al di
là, nel senso che contiene, mostrandola, la storia del mortale e dell’Occidente.
Il destino è l’apparire del senso autentico della necessità e della necessità
che ogni essente sia eterno. E la testimonianza del destino non è né realismo
né idealismo, perché sia il realismo sia l’idealismo affermano che alcune
dimensioni dell’ente possono esistere anche se altre non esistono ancora o non
esistono più; laddove, poiché tutto è eterno, né l’uomo può esistere senza il
mondo, né il mondo può esistere senza l’uomo e senza la più irrilevantedelle
sue parti. Poiché si obbietta - come anche in questo nostro incontro è accaduto
- che l’affermazione dell’eternità di ogni essente nega ciò che
incontrovertibilmente appare, ossia nega il diventar altro delle cose, concludo
accennando al motivo di fondo per il quale l’affermazione dell’eternità di ogni
essente non è in contrasto con il contenuto che appare incontrovertibilmente, e
che, in quanto tale, appartiene alla struttura del destino - il contenuto la
cui eco si fa peraltro sentire nei concetti di esperienza, osservazione, dato,
fenomeno ecc. Quando si crede che gli enti che si manifestano non siano stati
(totalmente o in parte) e tornino a non essere (totalmente o in parte), quando
cioè si crede che escano dal nulla e vi ritornino, è impossibile
(contraddittorio) che si creda che gli enti, quando ancora sono nulla, appaiano
e si manifestino già così come appaiono e si manifestano quando incominciano a
essere; ed è impossibile che si creda che essi, annientandosi, continuino ad
apparire e a manifestarsi così come appaiono e si manifestano prima del loro
annientamento. È impossibile, perché altrimenti, nel diventar altro, il prima
non differirebbe dal poi e quindi non ci sarebbe qualcosa come un diventar
altro. È quindi necessario che, quando si crede nell’uscire dal nulla e nel
ritornarvi, si creda che, quando gli enti non sono, non appaiano nel modo in
cui appaiono quando incominciano a essere, pur apparendo ed essendo in qualche
altro modo nel loro esser attesi, sperati, temuti, supposti, previsti; ed è
necessario che, quando vanno nel nulla, non appaiano più nel modo in cui
appaiono quando ancora esistono, pur apparendo ed essendo in qualche altro modo
nel ricordo, nel rimpianto, nelle varie forme in cui ci si riferisce al
passato. Ciò significa che nella misura in cui si crede nel tempo in cui un
ente è nulla (prima o dopo il suo essere), in questa misura si crede che tale
ente non appare, ossia non appartiene alla totalità degli enti che appaiono -
la quale include anche gli enti che, in quanto attesi e ricordati, non sono un
nulla. Ma, allora, Yapparire, la totalità degli enti che appaiono in quanto
tale non può nemmeno mostrare alcunché di ciò che non le appartiene ancora
(quando esso è ancora nulla) e non le appartiene più (quando esso è ormai
nulla); e pertanto l’apparire, in quanto tale, non può nemmeno mostrare che
gl’enti escono dal nulla e vi ritornano, appunto perché il loro esser nulla non
appartiene a ciò che è mostrato (come non gli appartiene nemmeno che gli enti
sono già e continuano a essere anche quando non appaiono). Nella misura in cui
qualcosa non è (ossia è nulla), in questa misura esso non appare e pertanto
l’apparire non può mostrare il suo non essere. (Facendo corrispondere il cielo
alla totalità degli enti che appaiono e il sole a uno di questi enti, allora,
quando il sole non è ancora sorto e quando è ormai tramontato, non si può
chiedere al cielo che ne sia del sole quando non si mostra nel cielo: in questo
caso il cielo non può che tacere sulla sorte del sole.) Aristotele - si è
rilevato - afferma che, quando un ente che può essere diversamente (ossia che
diviene) non appare, rimane nascosto, cioè non appare se esso sia o non sia. Ma
anche Aristotele crede, come l’intero Occidente, che certi enti che appaiono
possano non essere. Eppure non può essere l’apparire a mostrare il non essere
degli enti che, non essendo, non possono nemmeno apparire. Il non essere di ciò
che ancora non è e di ciò che non è più è dunque una interpretazione, non una
constatazione; una interpretazione che non solo richiede un fondamento, ma che
è negata dal destino della verità, che scorge in tale interpretazione il
culmine dell’estrema follia in cui l’uomo si trova. (Tale interpretazione non
ha un fondamento incontrovertibile - anche se è sollecitata sia dal modo,
spesso terribile, in cui ciò che all’uomo sta a cuore esce dall’apparire, sia
dalla constatazione che ciò che esce in quel modo dall’apparire non ritorna
più.) Ma qui ci si deve arrestare. Il linguaggio, ora, è di fronte al tema
decisivo: l’impossibilità che Tessente in quanto essente non sia. (Sta al
centro di tutti i miei scritti.) Il linguaggio è cioè, insieme, di fronte
all’essenza dell’uomo, ossia alla dimensione, già da sempre salva, che circonda
la follia del mortale e dell’Occidente. Dalla relazione tenuta al convegno
fatti e interpretazioni rivolto a un pubblico di filosofi del diritto, tenutosi
all’università di Padova, e presieduto dal magnifico rettore prof. Giuseppe
Zaccaria, con la partecipazione dei proff. Maurizio Ferraris e Giulio Giorello,
e con interventi, fra gli altri, dei Illetterati, Milanesi, Scilironi, Testoni.
Da centinaia e migliaia di anni prima della nascita di Cristo, vi sono dodici
giorni, in ogni ciclo delle stagioni, che i popoli arcaici considerano sacri. I
giorni dedicati alla rifondazione del mondo. Nelle società cristiane sono
quelli che vanno dal Natale all’Epifania. Nel loro mezzo, il Capodanno,
festeggiato dovunque. Soprattutto in quei dodici giorni, già quei popoli
agiscono per ricostituire l’integrità e la vita del mondo, consumate e perdute
durante il tempo che veniva chiamato l’anno. Ripetono la creazione originaria
compiuta dagli Dèi o dal Dio supremo. Oggi i popoli credono sempre meno nel
divino; ma la loro cultura dominante ne ripropone, sia pure in modo
profondamente diverso, i tratti essenziali. Tale cultura è la tecnica
scientificamente orientata e controllata dalla produzione capitalistica della
ricchezza. La produzione di beni e di merci richiede energia. Il consumo di
energia ne richiede il rinnovo, la reintegrazione. Richiede la ricostituzione
del suo fondo. La rifondazione del ciclo energetico ripropone la ripetizione
umana della creazione divina. Il Capodanno può essere anche la festa del ciclo
energetico. Noi capiamo subito che l’energia si consuma e dev’esser rinnovata.
Ma perché quegli antichi sentono il bisogno di rifondare periodicamente il
mondo? Se non si risponde, anche l’analogia tra tecnica e rifondazione mitica
del mondo rimane sospesa nel vuoto. Eppure quel bisogno è molto meno
stravagante di quanto possa sembrare. Per rispondere alla domanda che ci siamo
posti incomincia a venire in aiuto il concetto di volontà (un 112 aiuto di cui
non si approfitta adeguatamente non solo da parte delle scienze dell’uomo). Poi
indicherò come le implicazioni di questo concetto siano in grado di spiegare il
bisogno di cui stiamo parlando - che non è per noi irrilevante, ma è anche il
nostro, e il più importante di tutti: il bisogno di vivere. Volere è voler fare
diventar altro il mondo (le cose e sé stessi). Se non si vuole e si resta
immobili, si muore. La volontà è la vita. Ma quando la volontà apre gli occhi
non ottiene subito ciò che vuole. Si trova di fronte a qualcosa che non si
lascia smuovere e trasformare: l’Inflessibile. Per il singolo è l’ambiente
familiare e sociale; per i popoli arcaici è ciò che noi chiamiamo natura, ma
che a essi si presenta, appunto, come la Barriera di fronte alla quale l’uomo
si sente impotente e muore; e in cui la sua volontà deve tuttavia aprirsi un
varco per riuscire a ottenere il voluto e dunque per vivere. Un varco nella
Barriera dell’Inflessibile, che si presenta alla volontà come la dimensione della
Potenza suprema, demonica, divina. Nell’atto stesso in cui l’Inflessibile
acquista per l’uomo il volto del divino, in quello stesso atto l’uomo, per
vivere, deve quindi flettere l’Inflessibile, forzarne e penetrarne la Barriera,
spezzarlo, squartarlo. Deve ucciderlo. Volendo essere come Dio Adamo vuole
uccidere Dio. Mangiando il frutto che lo rende come Dio Adamo mangia Dio.
Accade così che, avvertendo il proprio essere deicida, l’uomo si senta
colpevole, in debito. Il bisogno di vivere diventa bisogno di espiazione. Ogni
giorno, ogni ora, ogni istante facciamo esperienza di ciò che, per vivere, la
volontà richiede. Se il mondo ci stesse davanti come un unico blocco che non si
lascia spezzare, ci spegneremmo subito. La volontà, per ottenere, ha bisogno di
spezzarlo, di agire sui frammenti, sulle parti del blocco. L’agire richiede
l’isolamento delle parti dal blocco e tra di loro. Oggi si crede che anche la
conoscenza sia seria solo se fa conoscere parti del mondo, non il Tutto,
vanamente inseguito dalla vecchia sapienza filosofica. La scienza chiama
specializzazione la propria conoscenza delle parti. E la tecnica, da essa
guidata, agisce sempre su parti. (Anche l’arte si chiude nel frammento.) Adamo
che vuol uccidere Dio ha già un’anima tecnica. La tecnica ha un’anima
teologica. E il senso di colpa affiora anche nell’uomo della civiltà della
tecnica, ben al di là della preoccupazione per la propria incapacità di
realizzare uno sviluppo sostenibile. Per quanto ci dicono le scienze storiche
si può dire che ogni forma della religiosità arcaica (e monoteistica) abbia al
proprio centro il mito in cui lo smembramento del Dio è la condizione
dell’esistenza del mondo. Dall’Oceania alla Mesopotamia, dall’India alle
popolazioni germaniche e alle società greco-cristiane i miti raccontano la
creazione del mondo come effetto del sacrifìcio originario di un Dio, di una
Dea, di un Eroe, di uno sposo o di una sposa del Dio: Hainuwele (Nuova Guinea),
Tammuz, Dumuzi, Tiamat (Mesopotamia), Ymir (presso i Germani), Purusha e Prajapati
(India), Osiride (Egitto), Dioniso (Grecia), Cristo. La creazione del mondo è
lo squartamento del Dio, che diventa cibo dell’uomo. L’uomo vive solo in quanto
usa, consuma, gode le membra, le parti del Dio. Anche la morte di Cristo sulla
croce rende possibile la rifondazione, la rinnovata creazione del mondo che era
andato consumandosi e morendo in conseguenza del peccato. E nel Genesi si dice
che Dio si riposò nel settimo giorno da tutto il lavoro che aveva fatto e da
cui era stato dunque consumato e indebolito. Ma il divino rimane pur sempre la
fonte della vita. L’esaurirsi della fonte è la morte dell’uomo, così come lo
era l’inflessibilità originaria del divino. E la morte è il pericolo estremo da
cui ci si deve difendere. Diventa quindi necessario che si restituisca al
divino quel che gli si è tolto e che tuttavia è stato consumato e non c’è più.
È a questo punto che il genio religioso deve inventare il sacrificio compiuto
dall’uomo (che assume anche la forma del sacrificio dell uomo) come ripetizione
del sacrificio divino e dunque come rifondazione del mondo. Acquisterà le forme
più diverse, nei tempi e nei popoli, ma l’essenza della ripetizione del
sacrificio divino e della fondazione divina del mondo è la consapevolezza della
necessità che, per continuare a vivere, non venga spenta la fonte della vita.
Quando ci si convince che qualsiasi vittima offerta dall’uomo al Dio è
radicalmente incapace di assolvere il compito gigantesco che le si assegna,
allora diventa necessario credere che sia Dio stesso a farsi uomo e vittima con
la quale Dio restituisce a sé stesso quello che la violenza e il peccato
dell’uomo gli ha tolto. E quando la filosofia, volendo dire e fare cose vere,
si porterà oltre il mito da cui è preceduta (e da cui sarà seguita), le sue prime
parole (quelle di Anassimandro) diranno che il mondo, separandosi dal divino,
dovrà necessariamente dissolversi in esso, scontando la pena dell’ingiustizia
commessa con tale separazione - dove la separazione dal Dio è l’eco dello
smembramento- sacrificio mitico del divino, e la pena da scontare è l’eco della
ripetizione umana di tale sacrificio. Quando, infine, nel nostro tempo, non si
crederà più né negli dèi del mito né in quelli della verità, e la lotta contro
la morte sarà affidata soprattutto alla Potenza suprema della tecnica, allora
al consumo di questa Potenza, cioè al suo Sacrificio, dovrà corrispondere una
civiltà in cui le saggezze e sapienze del passato, per quanto grandi e nobili,
dovranno sacrificare ogni loro aspirazione al dominio del mondo, e cioè non
contrastare il potenziamento indefinito della Tecnica. Sin dagli inizi della
storia deH’uomo il giorno del Capodanno, rifondando il mondo e aprendo un nuovo
ciclo alla vita, si sbarazza dell’anno vecchio, della vecchia terra, ricolmi
delle colpe degli uomini; e li lascia cadere nell’oblio. (Accade anche nel
grande Capodanno de\YApocalisse di Giovanni, dove l’anno della vecchia terra
viene diviso da quello della nuova.) Oggi il Capodanno rievoca soltanto le
vicissitudini della volontà: non le rivive. Ma a questo punto la questione
decisiva rimane ancora tutta da esplorare. Riguarda appunto il senso autentico
della volontà - alla quale invece ci si affida come alla cosa più sicura del
mondo. Non si scorge che la storia della volontà si svolge interamente al di
fuori di quel senso. Ora si aggiunga che quando, all’inizio, si trova di fronte
all’inflessibilità della Barriera, la volontà è insieme avvolta da essa.
Infatti non può tornare indietro. Tornando indietro, riuscirebbe non solo a far
diventare altro il mondo, ma a ottenere immediatamente tutto ciò che essa
vuole, giacché tornare indietro è lasciarsi alle spalle la Barriera che le
impedisce di trasformare il mondo. Ma la volontà riesce a vivere solo se fa
breccia nella Barriera; e il far breccia implica un tempo in cui la volontà è
bloccata e muore (è originariamente morta). E non può nemmeno, e per lo stesso
motivo, muoversi di lato, a destra o a sinistra, o verso l’alto o il basso.
Appunto per questo diciamo che all’inizio la volontà si trova di fronte
all’inflessibilità della Barriera, la volontà è insieme avvolta da essa. Le
metafore spaziali qui sopra sottolineate aiutano a comprendere perché, essendo
di fronte e insieme avvolta dalla Barriera, il far breccia in essa sia insieme
un uscire da essa. 116 Appunto per questo, all’inizio del pensiero filosofico,
Anassimandro ripropone il rapporto tra la volontà e la Barriera, dicendo che le
cose del mondo, separandosi dall’Uno, divino, ne escono - escono dal luogo da
cui proviene la loro nascita ( génesis ). Far breccia dall’esterno è lo stesso
far breccia dall’interno, uscendo da ciò da cui si è avvolti e commettendo
ingiustizia (adikia). La volontà può riparare l’ingiustizia (e qui la volontà è
il mondo stesso che si è separato dell’Uno) solo ritornando nel luogo,
separandosi dal quale essa ha commesso ingiustizia: solo morendo le cose che
hanno voluto separarsi dal divino possono rendergli giustizia per l’ingiustizia
commessa ( didónai dìken tes adikìas). E così si comprende perché le cose
debbano tornare là da dove son venute. Dove il sottinteso è che la morte subita
dalla volontà fino a che non riesce a far breccia sulla Barriera del divino è
diversa dalla morte a cui la volontà (ossia la totalità delle cose del mondo)
va incontro ritornando nel divino. Tanto diversa da far dire, in seguito, che
morire è incominciare a vivere la vera vita. Ma nel pensiero filosofico, e
innanzitutto in Anassimandro, è un sottinteso anche la ferita del divino
prodotta dalla breccia con cui la volontà riesce a uscire e a staccarsi da
esso. L’intenzione esplicita della filosofia, sin dall’inizio, è di affermare,
come dice Anassimandro, che il divino è eterno e non invecchia, è immortale e
incorruttibile; eppure la Barriera che la volontà umana trova dinanzi e attorno
a sé, a sbarrarle la strada, è sentita da essa come la Potenza dominante, sacra
e divina come il Tremendum-Fascinans, l’Inflessible che dev’essere flesso, cioè
corrotto, reso vecchio, ucciso in quanto Inflessibile, perché la volontà possa
vivere. (D’altra parte la Barriera, smembrata, è anche la condizione perché la
volontà possa cibarsi delle sue membra - e per questo, oltre che a essere il
Tremendum, essa è anche il 117 Fascinans .) E che l’uscire delle cose dall’Uno
divino sia inteso da Anassimandro come ingiustizia è il trapelare,
nell’esplicito, del sottinteso che il divino è ferito e ucciso dall’avvento
della volontà. Il pensiero della tradizione filosofica deve trattenere
nell’inespresso il sottinteso, cioè la contraddizione per la quale il divino,
in quanto trascendente il mondo, Altro dal mondo, è, insieme l’eterno e il
perituro; il mito può permettersi di evitarla sia con la fede nell’unità del
divino e del mondano (ripresa peraltro, in campo filosofico, dalle varie forme
di immanentismo), sia con la fede nell’esistenza di una molteplicità di dèi
(per la quale la morte riguarda uno o alcuni di essi ma non gli altri), sia con
la fede che il divino non muore definitivamente, ma muore e risorge. Ma, detto
questo, la questione decisiva rimane ancora tutta da esplorare. Riguarda il
senso autentico della volontà alla quale invece ci si affida come alla cosa più
sicura del mondo. Non si scorge che la storia della volontà si svolge
interamente al di fuori di quel senso. Dai Greci a Hegel la tradizione filosofica
è la volontà di indicare come si configura il contenuto del sapere che ha il
carattere dell’assoluta incontrovertibilità e stabilità: Yepistéme (alla
lettera: il sovra-stare) della verità. Tale epistéme è per Platone tò
anamàrteton (Civitas - una parola che è negazione della negazione di màrtys,
testimone, colui che essendo in presenza delle cose non può errare nei loro
confronti). Dai Greci a Hegel, Yepistéme a cui compete il carattere
delfincontrovertibilità ha un contenuto che non solo è ciò che è, l’ente (tò ón
), ma è l’ente che assolutamente (pantelós) e primariamente è, l’Ente
immutabile ed eterno, il divino che è fondamento (trascendente o immanente)
degli enti che sono ma non sono assolutamente, cioè divengono, vanno dal loro
non essere al loro essere e viceversa. Per la tradizione filosofica Yepistéme è
prevalentemente sapere metafisico. Con alcune rilevanti eccezioni (ad esempio
lo scetticismo), la più profonda delle quali è l’antimetafisicismo kantiano.
Che però intende mantenere il carattere primario àe\Y epistéme della verità,
cioè l’incontrovertibilità, e che come immutabile pone la struttura a priori
della soggettività finita (immutabile, quindi, sino a che il soggetto esiste).
Si può dire allora che la tradizione filosofica è la storia
delfincontrovertibilità dell’epistéme e del modo in cui l’ente diveniente ha il
proprio fondamento nell’Ente immutabile - che nell’ epistéme metafisica è Dio.
Vessenza della filosofia degli ultimi due secoli è invece la distruzione di
questa grandiosa concezione della realtà. Distruzione, dunque, che - nella sua
essenza, appunto - è a sua volta grandiosa. Purché la si sappia cogliere. Oggi
come ieri, sia l’esistenza sia l’inesistenza di Dio sono per lo più affermate e
vissute all’interno di una fede, cioè di una scelta che da ultimo è arbitraria
(anche quando si presenta come ragionevole, rationabile obsequium). Sul piano
filosofico, il modo in cui oggi si contrappongono amici e nemici di Dio non è
per lo più consapevole della grandezza e profondità della lotta tra il presente
e il passato della filosofia. Tanto più grande e profonda, questa lotta, quanto
meno entrambi gli avversari si rendono conto che l’abbandono del passato non è
una semplice scelta o una semplice constatazione storica, ma è la fondazione
incontrovertibile delVimpossibilità del Dio metafisico. Nello stesso mondo
filosofico la grandezza di quella lotta rimane cioè sullo sfondo, o addirittura
sepolta. Non mancano certo forza e competenza, a quel mondo, che si usa ancora
dividere tra analitici e continentali. Ma le due prospettive sono molto meno
divise di quanto possa sembrare. Giacché per entrambe la fine deH’affermazione
filosofico-metafisica di Dio è per lo più fuori discussione. Tanto che in
entrambe è ormai quasi del tutto assente la discussione sull’autentico
fondamento filosofico che ha condotto alla negazione di Dio. Una negazione che
tende quindi a regredire, e nell’ambito stesso della filosofia, al livello che
è proprio della fede. Accade quindi non di rado che oggi sia la filosofia
stessa a dichiarare di non voler essere una fondazione dell’impossibilità di
Dio, ma, ad esempio, di essere la semplice constatazione che la fede in Dio,
almeno in certi luoghi del pianeta, va scomparendo; oppure di essere una
scelta, una prassi - dunque una fede, che preferisce un universo in cui Dio non
esista. Rinunciando a quella fondazione, e a ogni fondazione assoluta, la
filosofia contemporanea si presenta come quel relativismo o nichilismo
concettualmente inconsistente a cui gli epigoni della tradizione filosofica -
tra cui la Chiesa cattolica - trovano comodo o tendono a ridurre tutto ciò che
la filosofia ha pensato negli ultimi due secoli. Ma in questo modo quegli
epigoni non riescono ad avere di fronte il loro autentico avversario, e gli avversari
della tradizione filosofica ignorano la forza speculativa della tesi che essi
sostengono. Da tempo i miei scritti mostrano la distanza tra Yessenza profonda
e tendenzialmente nascosta del pensiero filosofico del nostro tempo e il
fenomeno in cui tale essenza si presenta alterata e svigorita, e che è
costituito appunto da quel relativismo e nichilismo di cui ci si può sbarazzare
molto facilmente. L’avversario autentico della tradizione filosofico-metafisica
è appunto quell’essenza. Tale essenza - si diceva - è la fondazione radicale
delfimpossibilità di Dio. Radicale significa che procede dalla radice stessa
della storia dell’Occidente, la radice che fa vivere sia gli amici sia i nemici
di Dio, sia l’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo sia il fenomeno
di tale essenza - non filosofi e filosofi, uomini di azione e di pensiero.
Questa radice è la persuasione che le cose del mondo siano un divenire in cui
esse escono dal nulla e dopo un provvisorio soggiorno nell’essere ritornano nel
nulla. Per la filosofia che è amica di Dio questa oscillazione delle cose tra
l’essere e il nulla non è un assurdo solo se esiste un Dio immutabile ed
eterno; per Yessenza della filosofia del nostro tempo tale oscillazione non è
un assurdo solo se il Dio immutabile ed eterno non esiste. È appunto sul
fondamento della persuasione che le cose del mondo vengono dal nulla e vi
ritornino che Yessenza del pensiero filosofico del nostro tempo mostra che Dio
è qualcosa di impossibile - e che quindi è illusorio ritenere che il divenire
del mondo sarebbe un assurdo se Dio non esistesse. Tale essenza è la fondazione
radicale delfimpossibilità di Dio perché si fonda sulla radice che essa ha
comune con la tradizione filosofica da essa distrutta. In questa radice
consiste Yessenza autentica del nichilismo la cui forma più coerente si
presenta nell’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo. Non è questa la
sede per approfondire il senso concreto di questi cenni. Qui si può solo
indicare il senso generale del discorso, rinviando, per quel suo senso
concreto, agli scritti sopra menzionati - che mostrano la Follia estrema
dell’essenza autentica del nichilismo e quindi mostrano che la persuasione che
le cose oscillino fra l’essere e il nulla è soltanto una fede. Innanzitutto, ciò
che è stato chiamato essenza della filosofia del nostro tempo ha un contenuto
storico determinato: è un nucleo, circondato da un alone che più si distanzia
dal nucleo più ne perde di vista la potenza. Per quanto è possibile guardare
nel sottosuolo essenziale della filosofia del nostro tempo, il nucleo ha un
perimetro breve. È costituito dalla dimensione centrale del pensiero di
Nietzsche e daH’attualismo di Giovanni Gentile. E, prima di entrambi - e
conosciuta da entrambi -, la filosofia di Giacomo Leopardi. All’alone
appartengono invece pensatori che oggi sono ritenuti tra i più decisivi, come
Heidegger e Wittgenstein. Non si tratta di mettere in questione la loro
importanza, bensì di rendersi conto che, nonostante essa, in modi differenti
lasciano aperta la porta a un Dio che ritorni dall’esilio in cui è fuggito. Una
porta che invece non è lasciata aperta dai pensatori di quel sottosuolo
essenziale (e dunque da Leopardi, la cui potenza filosofica, soprattutto nella
filosofia anglosassone, è completamente sconosciuta). L’essenza della filosofia
del nostro tempo consiste nel mostrare che se esistesse il Dio immutabile ed
eterno della tradizione, esso sarebbe la Legge a cui dovrebbe adeguarsi anche
il nulla da cui le cose provengono e il nulla in cui esse ritornano. Pertanto
il nulla diverrebbe un ascoltatore e un suddito di tale Legge, cioè non sarebbe
più un nulla, ma un ente. Ma la persuasione che gli enti provengono dal nulla e
vi ritornano implica necessariamente che l’ente e il nulla differiscano - un’implicazione,
questa, che sussiste anche se, nell’ambito dell’essenza della filosofia del
nostro tempo, il principio di non contraddizione è visto come negazione del
divenire e quindi è rifiutato. All’interno di quella persuasione, la negazione
dell’esistenza del Dio immutabile ed eterno della tradizione è
incontrovertibile perché tale esistenza implica necessariamente che il nulla
sia ente - il nulla senza di cui è impossibile quel divenire degli enti che sta
al fondamento non solo del pensiero metafisico (che procedendo dal divenire
intende condurre al Dio eterno) e del pensiero che invece distrugge la
tradizione metafisica, ma anche delle stesse opere e istituzioni che
costituiscono la civiltà dell’Occidente. Se si ignora tutto questo - se si
ignora cioè la grandezza della lotta tra tradizione e distruzione radicale di
essa - anche il dialogo tra credenti e non credenti rimane alla superficie,
ossia è un equivoco dove non si riesce a scorgere il dramma autentico del mondo
attuale. L’essenza della filosofia del nostro tempo mostra l’impossibilità di
porre limiti assoluti all’agire dell’uomo - e dunque a quella forma suprema
dell’agire che è la tecnica guidata dalla scienza moderna e il supremo Limite
assoluto è la Legge in cui consiste il Dio immutabile ed eterno. Oggi la
tecno-scienza non è ancora in grado di ascoltare la voce dell’essenza della
filosofia del nostro tempo. Nessuna meraviglia, visto che nemmeno la filosofia
contemporanea e il cosiddetto laicismo sono in grado di ascoltarla e si
riducono a essere una semplice fede nell’inesistenza di Dio. Ma quella voce e
la tecnica esistono, ed è inevitabile che si finisca col comprendere che la
loro unione consente la maggiore potenza di cui l’uomo abbia mai potuto
disporre. È questa unione l’autentico avversario del Dio della tradizione: non
l’incredulità dei popoli europei o il consumismo dell’Occidente. Ma il passo
decisivo verso il dialogo autentico, quello tra le due grandi forze in lotta
tra loro - l’essenza del passato e l’essenza del presente della civiltà
occidentale, ormai planetaria - è il loro prender coscienza della propria anima
comune: io. fede che le cose del mondo escono dal nulla e vi ritornano. Che non
ci sia bisogno di un Dio perché ciò accada è la fede vincente rispetto alla
fede che invece ritiene che di un Dio ci sia bisogno. Ma se ciò per cui le due
fedi si oppongono è certo grandioso, esso è ciononostante qualcosa di
subordinato rispetto all’esistenza di quell’anima comune, cioè rispetto alla
fede che le cose hanno nel nulla la loro culla e il loro sepolcro. Abbiamo più
volte chiamato fede quell’anima comune che invece, sia per gli amici sia per i
nemici di Dio, è l’evidenza suprema. Infatti a questo punto si tratterebbe di
volgersi verso il culmine del pensiero e di lasciarsi alle spalle anche quel
passo decisivo, cioè anche il dialogo autentico tra il passato e il presente
dell’Occidente. Volgendosi verso quel culmine si vedrebbe che in entrambi -
cioè sia nell’affermazione sia nella negazione di Dio - è presente il senso più
radicale del nichilismo, ossia la convinzione che le cose (ossia gli essenti,
che non sono un nulla) sono nulla: proprio perché, intesi come divenienti, sono
originariamente e conclusivamente nulla. E, come sopra si accennava, la
convinzione che ha come contenuto l’Errore estremo, l’estrema Follia, non può
essere che una fede. L’anima comune degli amici e dei nemici di Dio è l’essenza
del nichilismo, cioè dell’eccidio dell’essere. E, insieme, è la forma
fondamentale dell’omicidio. La convinzione che l’uomo, di per sé, sia nulla, e
come le altre cose sia il prodotto di Dio o del Caso, è infatti il requisito
essenziale perché si decida di rendere l’uomo un nulla. (Ma ogni decisione non
è forse, ormai, la volontà di far passare le cose dall’essere al nulla e dal
nulla all’essere? Non è forse, ogni decisione, un eccidio? Il linguaggio stesso
non avvicina forse il de-cidere e l’uc-cidere?) Nonostante il riconoscimento
altissimo e crescente della sua grandezza poetica e filosofica, il genio di
Leopardi, insieme al genio di Eschilo, è forse quello di cui meno si è visto il
carattere decisivo nello sviluppo storico della civiltà - dunque non soltanto
della cultura - occidentale. L’accostamento dei due nomi non è casuale. Eschilo
appartiene al ristretto convegno di sovrani con il quale incomincia la
filosofia. Appunto per questo la sua poesia è tragica. La filosofia, infatti,
porta alla luce il pericolo estremo: che il divenire delle cose del mondo è il
loro venire dal nulla e il loro ritornare nel nulla, da cui non si ritorna più,
sì che anche la morte dell’uomo assume il volto e l’anima tragici
dell’annientamento. Se non ci si rivolge a questo, che è il passato essenziale
dell’Occidente, si perde di vista il senso autentico di ciò che Leopardi ha
inteso dire nelle sue prose e nelle sue poesie. Anche quel portare alla luce è
qualcosa di assolutamente inaudito. La filosofia è la radice del tragico perché
intende lo sta -re nella luce (nella quale essa stessa consiste) come la sta¬
bilità del sapere che non può essere in alcun modo scosso o smentito. La
filosofia evoca il senso stesso della sta-bilità assoluta del sapere
innegabile. La chiama, appunto, epi-sté- me (in cui risuona lo sta -re e che
inadeguatamente traduciamo con la parola scienza). La stabilità dell ’epistéme
è l’essenza della verità. Porta oltre i millenni dell’esistenza guidata dal
mito. Ma proprio perché attribuisce questa stabilità al sapere che afferma il
divenire dove le cose escono e ritornano nel nulla (proprio perché afferma che
Tesser preda del nulla è verità), la filosofia getta l’uomo nelYangoscia più
profonda, più profonda di quella di cui il mito è il rimedio e che ancora non
si è imbattuta nel nulla. Il mito conferisce al mondo un senso che non si
mostra nella luce, ma è voluto, e quindi, da ultimo, è una fede, un arbitrio,
anche se chi vive nel mito non se ne avvede e crede che esso mostri la realtà.
Tuttavia la filosofia è, insieme, la radice del senso che la tradizione
dell’Occidente conferisce alla salvezza, perché fa sorgere nell’uomo anche la
ricerca del saldo rimedio (secondo l’espressione di Eschilo) contro il dolore e
l’angoscia. Sin dall’inizio il pensiero filosofico porta alla luce l’esistenza
di un Principio {arche) divino, eterno e incorruttibile, sì che la nascita
delle cose è dovuta al loro separarsi da esso e la loro morte è il loro farvi
ritorno, lasciando nel nulla l’ingiustizia, ossia tutto ciò che nelle cose è
l’effetto di quella separazione (Anassimandro). Il Principio custodisce da
sempre e per sempre tutto ciò che preme all’uomo. Anche nel mito il rimedio che
dà senso al mondo e al dolore è avvolto dal divino, e tuttavia non si mostra
nella luce, non è saldo. Eschilo, per primo in modo esplicito, porta alla luce
che Yepistéme della Verità, come coscienza del proprio contenuto divino, è il
fondamento della salvezza e della felicità. Questo pensiero è il fondamento di
ogni forma culturale e pratica della tradizione dell’Occidente. Ed è espresso
da Eschilo con un linguaggio che non può essere quello comune e che solo
impropriamente è riconducibile al teatro nel senso corrente della parola.
Théatron, per Eschilo, è la ricerca che culmina nella contemplazione della
Verità. Il dialogo di Platone, in cui la tragedia (e l’arte in genere) viene
radicalmente condannata, non capisce di avere nel teatro di Eschilo il proprio
più potente predecessore. Leopardi, per primo, rovescia tutto questo; dice
tutto l’opposto. Porta alla luce l’impossibilità e l’illusorietà del quadro
grandioso della tradizione occidentale. Un altrettanto grandioso, terribile e
inevitabile gesto, quello di Leopardi, la cui potenza è rimasta incompresa
anche da quanti (come lo stesso Nietzsche) hanno visto in lui uno dei culmini
della cultura europea. Ma come è possibile capire questo gesto - presente in
ogni verso, anzi in ogni parola di Leopardi - se non si ha dinanzi che cosa in
questo gesto resta distrutto, ossia ciò che qui sopra abbiamo sommariamente
tentato di indicare? A proposito di un passo di Diogene Laerzio, in cui si
richiama il fondamentale principio di Socrate, Leopardi afferma: Oggidì
possiamo dire tutto l’opposto. Possiamo: nel senso che dobbiamo, che è
necessario, che è tutto l’opposto a dover esser portato alla luce dalla
filosofia. Che cosa si dice in quel passo? Che per Socrate vi è un solo bene [
agathón ], Yepistéme, e vi è un solo male [kakón], il non sapere [ amathìan ],
cioè la privazione di quel sapere (màthos ) in cui Yepistéme consiste. Ogni
bene, infatti, è tale solo se è vero, se appare non nell’opinione, nella fede,
nel mito, ma nella luce della epistéme della verità. Ed esiste un rimedio
contro l’angoscia, il dolore, la morte, solo se esso è un vero, saldo rimedio;
il Dio salva l’uomo solo se il Dio e la salvezza da lui data sono portati alla
luce dall’ epistéme della verità. Quest’ultima è dunque la radice di ogni bene,
e, in questo senso, è l’unico bene. Il male è il dolore, la morte e l’angoscia
che ne deriva; il bene è la felicità e la salvezza del male, prodotte dalla
conoscenza della verità, il cui contenuto è, da ultimo, l’Ordinamento divino
del mondo. Ma, dicevamo, Leopardi mostra che è tutto l’opposto, cioè che
Yepistéme è l’unico male e che il non sapere (amathia ) è l’unico bene. Alla
base di quest’ultima, che è una conclusione decisiva, sta la scoperta
angosciante che non può esistere alcun Principio eterno, incorruttibile,
divino, e che quindi tutte le cose sono nulla, perché sono circondate dal nulla
infinito che le precede, le segue e le attraversa. Se esistesse un Essere
eterno e divino, incorruttibile custode di tutte le cose che nascono e muoiono
- si è qui al cuore deirultrafilosofia di Leopardi -, il loro provvisorio
sporgere dal nulla sarebbe una semplice e illusoria apparenza; laddove l’uscire
dal nulla e il ritornarvi sta al centro della verità che per l’intero Occidente
è l’assolutamente innegabile. Proprio perché l’esistenza del divenire è
innegabile, la verità è che l’Eterno, l’Infinito è impossibile. Questa, la
potente anticipazione, da parte di Leopardi, della nietzscheana morte di Dio.
Ma, diversamente da Nietzsche, per Leopardi il nulla è il Principio di tutte le
cose. Meglio allora per l’uomo non saperla, la verità, che saperla; meglio
Yamanthìa che Yepistéme. (Soprattutto a questo punto vanno tenuti presenti Il
nulla e la poesia, cit., e Cosa arcana e stupenda, cit., che ho pubblicato per
Rizzoli, e, per quanto riguarda Eschilo, Il giogo. Alle origini della ragione:
Eschilo, Adelphi 1989). Leopardi può in tal modo portare alla luce il legame
profondo che unisce Yamanthìa, l’ignoranza della verità, alla poesia e all’arte
in generale. Anche qui, molti decenni prima di Nietzsche, Leopardi mostra che
la poesia è illusione, inganno, menzogna, senza di cui la vita sarebbe però
impossibile. Non si tratta della poesia ridotta a fenomeno letterario, ma della
poesia potente, dove ad esempio il poeta incita l’esercito dalla battaglia o di
quella dove il canto fa sopportare il dolore e la morte. Nell’illusione poetica
- che peraltro da gran tempo inganna la fantasia, non l’intelletto - l’uomo
crede di essere in rapporto all’Infinito e aH’Eterno. In un primo tempo
Leopardi crede che, per illudere, la poesia non debba mostrare la verità, cioè
la nullità di tutto - e il canto L’Infinito è una delle espressioni più alte di
questo primo atteggiamento, dove il naufragio nel mare delFInfinito è dolce. Ma
poco dopo egli sviluppa la grande teoria del genio che unisce nella propria
opera la verità terribile dell’esistenza e la potenza poetica: unione di
filosofia e poesia. Qui l’Infinito e l’Eterno non costituiscono più il
contenuto del canto, ma, sia pure provvisoriamente, convergono nella potenza
del canto, in modo che l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla
stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose e sua propria. Infinita
ed eterna è questa forza: non nel senso che il genio si sostituisca a Dio, ma
nel senso che la forza, pur sempre finita e caduca, con cui egli riesce a
esprimere la morte, cioè la finitezza e caducità di tutte le cose (e quindi di
sé stesso) è l’unica forma di vita della cui infinità e eternità ci si può
ancora illudere. E sono la suprema salvezza e consolazione concesse a chi non
può salvarsi né essere consolato. La ginestra è il fiore del deserto. Il
deserto è la morte e nullità di tutte le cose; il fiore è il genio. Egli è
mortale, nasce per morire, e questa nascita è natura. Ma nobile. Nobil natura.
La sua nobiltà è la capacità di tenere uniti il suo profumo (la potenza del
canto) e Yepistéme della verità che vede il deserto. [...] di dolcissimo odor
mandi un profumo, / che il deserto consola. Ora la dolcezza non si addice al
naufragio nel mare dell’Infinito illusoriamente cantato come reale: l’Infinito
è morto (è distrutto Iddio, scrive Leopardi, anticipando il Dio è morto di
Nietzsche) e il deserto ne ha preso il posto. Nobil natura è quella che a
sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca
lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte. Il
pensiero poetante del genio ha l’ardire di guardare con occhi mortali la morte
(il comun fato), non nasconde la verità, non le detrae nulla. Egli non è l’uomo
comune, per il quale Yepistéme è l’unico male e Yamanthia l’unico bene, ma è la
nobile natura che unisce Yepistéme dXYamanthìa del canto poetico e che intende
come vero amore il porgere agli uomini questa unione. Come vero amore e come
unico rimedio di cui gli uomini, dopo quello di Dio e della Tecnica, potranno,
sia pur fugacemente godere, prima che il fuoco del vulcano ardente abbia a
distruggere la ginestra, il fiore del genio, che cresce vicinissimo al fuoco
annientante, perché ne vede il vero senso, e insieme lontanissimo, perché il
suo profumo consola il deserto. Il genio che consola il deserto non è la
volontà dell’oltreuomo che, in Nietzsche, accetta il deserto e ne vuole
l’eterno ritorno. Ma se si prescinde da questa tematica di Nietzsche, da questa
vetta della contemplazione, come egli la chiama, che si porta ancora più in
alto della vetta raggiunta dal pensiero di Leopardi (un pensiero il cui
linguaggio sta tuttavia più in alto del linguaggio di Nietzsche), allora si può
dire che sia come filosofia sia come poesia il pensiero di Leopardi è, di
diritto, il pensiero che più si addice all’Occidente e, ormai all’intero
pianeta. Se ciò che viene portato alla luce dall’ epistéme della verità è il
vortice che getta le cose nel nulla dopo averle per un poco sottratte
all’abisso del nulla, allora il pensiero di Leopardi indica la conclusione
inevitabile della storia dell’Occidente e del mortale. Ma proprio a questo
punto si fa innanzi la questione decisiva. Possiamo formularla così: è così
indiscutibile che quel vortice - in cui crede sia la tradizione dell’Occidente,
sia la distruzione di essa, avviata dal pensiero di Leopardi - appartenga
all’evidenza assoluta, cioè all’assolutamente indiscutibile? Ogni linguaggio è
problematico: non solo quel che esso dice lo dice all’interno di
un’interpretazione, che non può mai essere una verità assoluta, ma lo stesso
esser linguaggio del linguaggio è il contenuto di una interpretazione. Noi
dialoghiamo perché, nonostante la problematicità dell’interpretazione - che non
si riferisce soltanto al linguaggio delle parole, ma anche a quello del
comportamento, ma poi a tutte le cose dalla terra e del cielo -, abbiamo fede
(per lo più inconsapevolmente) che il nostro interlocutore (se esiste) sia a sua
volta un interpretare e ponga a fondamento del suo interpretare le stesse
regole che noi, e, daccapo, per lo più inconsapevolmente, poniamo a fondamento
del nostro. Ma anche noi - e anch’io - siamo contenuti di una interpretazione.
Di solito quelle regole non vengono messe in discussione. Ad esempio che esista
un prossimo, una società, che certi eventi sensibili siano linguaggio, che un
certo oggetto sia un libro e che sia scritto in una certa lingua. È all’interno
di queste regole e del tipo di interpretazione che ne scaturisce in virtù di
certe altre regole - analoghe alle regole di trasformazione di cui parla la
logica - che appare qualcosa come Storia dell’uomo. Storia dell’Occidente, o
come Aristotele o Nietzsche (o un certo Nietzsche). Con queste considerazioni
non si intende affermare che ogni sapere sia interpretazione. Anzi, solo sul
fondamento dell’apparire della verità autentica si può affermare che un certo
ambito delle convinzioni umane è interpretazione, ossia non-verità. Nietzsche
appartiene all’esito inevitabile della storia del pensiero occidentale - e
della stessa civiltà dell’Occidente (cfr. E.S., L’Anello del ritorno, Adelphi).
L’attenzione maggiore deve essere dunque rivolta all ’inevitabilità della
distruzione del passato, a cui Nietzsche ha potentemente contribuito. Che Dio
sia morto non è dovuto alla semplice circostanza che - come lo stesso Nietzsche
qualche volta ritiene - la gente non crede più in Dio. La tendenza dei popoli è
indubbiamente questa - nonostante il peso che le religioni hanno riacquistato
negli ultimi tempi. Ma le tendenze, anche, si possono invertire. Se domani i
popoli si rivolgessero di nuovo a Dio dovremmo forse dire che Dio è risorto?
L’obbiezione storica decisiva, che per Nietzsche consisterebbe appunto nell’attuale
incredulità della gente, non ha nulla di decisivo. La potenza del pensiero di
Nietzsche sta altrove. Non la si trova nemmeno quando si riduce il pensiero di
Nietzsche al prospettivismo - che sostanzialmente non differisce dallo
scetticismo. (Che peraltro può presentarsi in forma non ingenua quando - di
fronte ad avversari che si limitano a rilevare la contraddizione della sua tesi
che sostiene la verità dell’inesistenza di verità - esso può replicare
chiedendo per quale motivo non ci si debba contraddire; e a questa sua domanda
ben pochi sono in grado di rispondere in modo adeguato.) Nella sua essenza
autentica - tanto più autentica quanto più nascosta e quanto più rara - il
pensiero del nostro tempo non è scetticismo. Non lo è, certamente, il pensiero di
Leopardi e di Giovanni Gentile. Costoro, insieme a Nietzsche, seminano
l’essenza del nostro tempo. L’essenza del nostro tempo conduce alla sua forma
più rigorosa l’essenza dell’Occidente, cioè la fede nell’esistenza del
divenire, inteso nella configurazione ontologica che i Greci una volta per
sempre gli hanno assegnato: la fede nell’evidenza originaria e irrinunciabile
di tale configurazione. Appunto sul fondamento della fede nell’evidenza del
divenire - inteso secondo tale configurazione - Nietzsche (come Leopardi e
Gentile) mostra l’impossibilità di Dio. Si tratta di capire
l’incontrovertibilità - Yinevitabilità, appunto - di questa fondazione. Che Dio
sia morto - cioè che non sia mai stato vivo se non nella volontà dei popoli - è
una necessità. Si tratta di capire il senso di questa necessità. E, insieme, di
capire che Nietzsche porta al culmine la storia dell’Occidente anche perché
mostra che la forma di potenza che la tecnica è destinata ad assumere per
essere la potenza suprema è la potenza della volontà che vuole l’eterno ritorno
di tutte le cose. Capire cioè che, proprio perché è necessario che Dio sia un
morto, proprio per questo è necessario l’eterno ritorno di tutte le cose ed è
necessario che tale ritorno divenga il contenuto essenziale della volontà che
costituisce la tecnica. Nel Così parlò Zarathustra di Nietzsche il Dio che non
può esistere è chiamato da Zarathustra l’Uno, il Pieno, il Satollo, l’Immoto,
l’Imperituro. La fede nel divenire, che accomuna tutti i pensieri e tutte le
opere dell’Occidente, implica con necessità l’impossibilità dell’esistenza di
questo Dio. Zarathustra dice: Affinché vi apra tutto il mio cuore, amici, se vi
fossero degli dèi, come potrei sopportare di non essere Dio! Dunque non vi sono
dèi ( Sulle isole beate). Ma nell’ Anello del ritorno si mostra che la premessa
autentica di quel Dunque è quanto Zarathustra dice verso la fine del capitolo:
Che cosa mai resterebbe da creare se gli dèi esistessero?. Ma nemmeno questa è
un’affermazione che non abbia bisogno di essere compresa. Nietzsche aveva
ragione ad affermare l’indispensabilità di una cattedra universitaria per la
comprensione di Così parlo Zarathustra, da lui considerato il più importante
dei suoi scritti. Se si vuole richiamare in astratto la sequenza essenziale che
costituisce la grandezza del suo pensiero, ci si può esprimere così: la
creazione e l’annientamento delle cose sono l’evidenza originaria. Tale
evidenza implica con necessità l’impossibilità di ogni Dio. La stessa necessità
che implica tale impossibilità comporta l’eterno ritorno di tutte le cose, il
ritorno che in quanto voluto dalla volontà di potenza conferisce alla tecnica
la potenza estrema (dove l’essenziale è la configurazione concreta di tale
necessità). Questa è una indicazione astratta. Senza la concretezza
corrispondente (a cui L’anello del ritorno si rivolge) si fa poca strada. Ma è
l’indicazione della sequenza essenziale. Ciò significa che tale sequenza non
esprime le molteplici tematiche che nel discorso di Nietzsche le sono più o
meno strettamente connesse. Credo che l’interpretazione della sequenza
essenziale presente neWAnello del ritorno esprima qualcosa che appartiene a
Nietzsche: l’essenziale, appunto. Se ciò non fosse (ma non mi è nota alcuna
alternativa che abbia la capacità di modificare questa mia convinzione), ebbene
non avrei troppe difficoltà ad affermare - modestia invita - che quella
sequenza non cesserebbe di essere essenziale, per la storia dell’Occidente (non
cesserebbe di esserne il culmine), per il fatto di non appartenere a Nietzsche.
b) Affinché vi apra tutto il mio cuore Che cosa mai resterebbe da creare se gli
dèi esistessero? Nulla! Questa è la risposta richiesta dall’interrogativo
retorico. Creare e annientare: sono gli aspetti fondamentali del divenire,
secondo il senso che i Greci hanno assegnato al divenire: andare dal non essere
all’essere e dall’essere al non essere. Creare: condurre nell’essere ciò che
non era, che era nulla. Annientare: riportare nel nulla ciò che era riuscito a
essere. Negare l’esistenza del creare e dell’annientare è negare 1’esistenza
del divenire, ossia di ciò che per l’Occidente è l’evidenza suprema. Che cosa
mai resterebbe da creare, all’uomo, se gli dèi esistessero? Nulla! L’esistenza
degli dèi rende impensabile la potenza creativa e annientante dell’uomo cioè la
vita dell’uomo - giacché è questa potenza a formare il centro di ogni divenire,
e dunque il centro dell’evidenza originaria. Ma perché l’esistenza degli dèi
rende impensabile e impossibile il creare e l’annientare dell’uomo? Incominciamo
a rispondere dicendo il motivo per il quale Zarathustra attribuisce al dio i
caratteri dell’esser l’Uno e il Pieno e l’Immoto e il Satollo e l’Imperituro. È
ben più profondo di quanto non sembri a prima vista. Il dio è pieno e sazio.
Pieno di tutta la realtà, che sta raccolta nell’immutabile e imperitura unità
che lo costituisce e lo sazia. Il dio è questa unità anche se lo si pensa
separato dal mondo. Il mondo non aggiunge nulla alla pienezza del dio, che
dunque è sazio anche se ha lasciato al di fuori di sé il mondo. Pertanto il dio
prescrive sé stesso a tutte le cose. Ne è la Legge. Egli non può non
prescrivere sé stesso; non solo a tutto ciò che è già, ma anche a tutto ciò che
sarà e a tutto ciò che è già stato. Se qualcosa, al di fuori del dio, avesse
una propria legge, un proprio ordine e senso, una propria vita, diversi da
quelli in cui il dio consiste, il dio non sarebbe ancora sazio, avrebbe ancora
qualcosa di cui potersi saziare. Egli prescrive sé stesso al presente, al
passato, al futuro, al tutto, prescrive la propria costituzione, cioè la
legislazione in cui egli consiste e che egli proietta intorno a sé, nei secoli
dei secoli, catturando e mantenendo tutto dentro di sé, sazio da sempre e per
sempre. È già sazio di tutto. All’uomo e al divenire dell’uomo e della terra
non resta dunque nulla. Nulla da creare e da annientare. Il divenire sarebbe
impossibile, se vi fossero degli dèi. Se vi fossero, come potrei sopportare di
non essere dio!?, dice Zarathustra. Non si tratta di una esclamazione vana e
infine patetica. L’insopportabile non è tale per un individuo dalle molte
pretese, ma per il pensiero che intende vedere la verità e che non può
sopportare che l’esistenza del dio renda impossibile e impensabile la verità,
cioè l’evidenza originaria e irrefutabile del divenire. Il dio è infatti la
Legge suprema a cui tutto deve adeguarsi, che non può tollerare che dal nulla
emerga una novità da lui non prevista, la quale sconvolga la sua legislazione e
mostri che solo apparentemente egli era sazio e immoto. Con la propria pienezza
e sazietà egli ha già raggiunto tutto e non può essere raggiunto e sorpreso da
alcunché. È pieno perché ha riempito tutto di sé. Che cosa resterebbe da
creare, che divenire resterebbe, se egli avesse tutto riempito con la Legge; in
cui egli consiste e avesse raggiunto e occupato futuro, passato, presente,
imponendo al futuro di non essere un futuro, un ancor nulla, ma di esser già
una regione totalmente adeguata alla Legge; e, trattenendo a sé il passato,
impedendogli di essere un ormai nulla e prescrivendogli quindi di non sottrarsi
alla Legge, andandosene in una regione dove si possa essere liberi da essa? Che
vita resterebbe all’uomo da vivere se tutto questo dovesse esistere? Nessuna.
Eppure è evidente che l’uomo vive. Dunque dio non può esistere. Il divenire
implica che esista un non essere da cui gli enti divengono e in cui ritornano.
Ma un dio immutabilmente pieno e sazio ha già da sempre riempito tutti gli
spazi vuoti del non essere: da essi non può provenire alcunché di cui egli non
sia già sazio, e nemmeno nel vuoto in cui le cose si portano possono trovarsi
mondi ed eventi di cui egli non si sia ancora impadronito o che si sia lasciato
sfuggire di mano. Ciò significa - ecco il tratto decisivo e fondamentale - che
1’esistenza del dio, la cui legislazione si estende al tutto e alla totalità
del tempo, trasforma il non essere, che è necessariamente richiesto dal
divenire, in un ascoltatore e in un suddito dell’essere. Il dio identifica il
nulla con l’essere, e quindi cancella il divenire, cioè l’evidenza originaria e
suprema del pensiero e delle opere dell’Occidente. Molti a questo punto possono
domandarsi se sia così scandaloso per Nietzsche che il nulla sia essere e
l’essere sia nulla. Non è forse ben nota la spregiudicatezza di Nietzsche nei
confronti dei principi logici? Eppure, chi crede nell’esistenza del divenire,
quella spregiudicatezza non può averla - o ha un senso del tutto diverso da
quello che comunemente le si assegna. Credere nel divenire significa infatti credere
nella differenza tra il prima e il poi, tra ciò che ancora non è, ed è un
nulla, è ciò che ormai è, tra ciò che è ciò che ormai non è più e daccapo è
nulla. Tutte le forme di negazione del principio di non contraddizione proposte
dal pensiero del nostro tempo negano tale principio in quanto esso si presenta
ai loro occhi come negazione del divenire, ossia come negazione del senso
autentico della non contraddittorietà, del senso consistente appunto nella
ineliminabile differenza, nella struttura del divenire, tra il prima e il poi,
tra l’essere e il nulla. Oggi si crede che i problemi dell’uomo possano essere
risolti da un ritorno ai valori, alla tradizione dell’Occidente e soprattutto
alla radice di tutti quei valori, che è Dio. Ma è un passato che agli occhi di
Nietzsche si presenta come una foglia secca, ancora attaccata al ramo - una
grande foresta disseccata che all’uomo della tradizione appare ancora come una
vegetazione animata dalle linfe della terra e quindi ancora capace di guidare
l’umanità. Ma se Dio è veramente morto 139 come è ancora possibile questa
illusione? c) Eterno ritorno e tecnica La seconda parte di quella che sopra
abbiamo chiamato la sequenza essenziale del pensiero di Nietzsche afferma che
la stessa necessità che implica l’inesistenza di Dio implica anche l’eterno
ritorno di tutte le cose. Si può esprimere questa tesi anche dicendo che in
Così parlò Zarathustra non si deve perdere di vista la concatenazione
essenziale di tre capitoli che nel testo compaiono invece separati l’uno dall’altro:
Sulle isole beate, Della redenzione. La visione e l’enigma. La visione e
l’enigma racconta l’eterno ritorno di tutte le cose. Zarathustra racconta che
ci sono due strade, una che procede in avanti, l’altra all’indietro. Da come si
presentano, non si dovrebbero mai incontrare; eppure, assicura Zarathustra, si
incontreranno e tutte le cose che camminano su di esse si ripresenteranno, e
infinite volte, così come una volta si sono presentate - ad esempio questo
ragno e questo chiaro di luna e il colloquio tra Zarathustra e il nano.
Zarathustra, qui, racconta. Eppure a Nietzsche è del tutto estranea la volontà
di raccontar miti. La sua è una gaia scienza. Gaia; ma scienza. Non la scienza
come epistéme che afferma resistenza di Dio, ma come conoscenza che tuttavia
intende essere incontrovertibile e innanzitutto affermazione incontrovertibile
dell’esistenza e dell’evidenza del divenire di tutte le cose e, su questo
fondamento, conoscenza incontrovertibile della morte di Dio, ossia di ciò che
rende impensabile e impossibile resistenza del divenire. Il pensiero di
Nietzsche appartiene al culmine dell’essenza autentica del nichilismo -
all’essenza cioè cui si rivolgono i miei scritti mostrando la Follia estrema -;
ma, proprio perché è la forma più radicale del nichilismo, esso è anche la
forma più radicale di fedeltà alla fede nel divenire. Gli amici di Dio, che
pure fondano questa loro amicizia su tale fede, non posseggono tale fedeltà.
Appunto per questo sono destinati al tramonto e a essiccare anche se sono
attaccati ai rami. Il genio di Nietzsche sta nel rendersi conto che il rapporto
fra la creatività dell’uomo e Dio è del tutto analogo al rapporto fra tale
creatività e il passato. Come il Dio immoto, imperituro e sazio è
immodificabile dalla volontà umana, così il passato si presenta all’uomo come
immodificabile dalla sua volontà. Sul passato non si può più intervenire, non
lo si può cambiare. Così fu. Ma questa - agli occhi della fede nel divenire - è
la voce della non-verità; come è la voce della non-verità quella che afferma
che Dio è vivo. Il passato possiede la stessa anima, la stessa essenza
dell’anima e dell’essenza di Dio. Come l’immutabilità di Dio rende impossibile
il divenire, così il divenire è reso impossibile daH’immutabilità del passato.
Sebbene Zarathustra non usi queste espressioni, si può dire che anche il
passato - quando sia visto da chi riesce a portarsi oltre l’uomo - è l’Uno e il
Pieno e l’Immoto e il Satollo e l’Imperituro. La sua esistenza è infatti la
legislazione che condiziona tutto il futuro. Non in senso deterministico, ma
nel senso che anche quando ci si vuole liberare dal passato e dai suoi
condizionamenti non si può evitare che esso sia stato così come è stato, sicché
la liberazione da ciò che non può essere diverso da come è stato non può
renderlo diverso da sé e non può non esserne condizionata. Una liberazione
apparente. Ci si potrà proporre di evitarne le conseguenze, ma non si potrà
evitare che la totalità del futuro si mantenga in relazione a ciò che non potrà
mai diventare diverso da sé e a cui ogni futuro si dovrà quindi adeguare in
questo senso più profondo. In nessun luogo del divenire si potrà evitare di
rimanere in relazione con ciò che non potrà mai non essere più ciò che è stato.
La coscienza umana può ricercare il passato - pensa la fede nel divenire -, ma
è prigioniera della convinzione di non poter far sì che ciò che è stato non sia
stato. La legislazione in cui anche il passato consiste potrà essere
dimenticata ma non distrutta, e quindi anch’essa riempie di sé ogni spazio
vuoto del nulla in cui il futuro consiste. Anche questo nulla diventa quindi un
ascoltatore del passato, un passato esso stesso; così come il nulla implicato
dal divenire diventa, con resistenza di Dio, un ascoltatore e un suddito di
essa, diventa cioè un essere. Proprio perché non può essere modificato o
annientato, il passato è il macigno che anticipa il futuro, e quindi lo
annienta. Se esistesse un Immutabile, nessun evento, per quanto lontano nel
futuro, potrebbe non tenerne conto, ossia potrebbe configurarsi
indipendentemente da esso. Inoltre, da un lato il passato è ciò che è diventato
nulla; dall’altro lato, tuttavia, ha un contenuto positivo che non rinuncia a
sé stesso e al suo imporsi al futuro, così come non vi rinuncia Dio; sì che anche
in questo senso il così fu è l’identificazione del nulla e dell’essere. Anche
il futuro, quindi, sino a che l’uomo crede che il passato sia immodificabile,
si presenta come qualcosa che non proviene più dal nulla - secondo quanto è
richiesto dall’essenza del divenire -, ma proviene dal macigno del passato, da
cui dipende come si dipende dal macigno di Dio. Come Dio, anche
l’immodificabilità del passato implica la negazione del divenire, cioè di
quella novità autentica che è la nullità di ciò che è ancora un futuro. Come
Dio, anche il passato anticipa tutto, trasformando il nulla, senza di cui non
ci può essere divenire, in un essere, in un ascoltatore del passato. Pertanto,
come è necessario affermare che Dio è morto, così è necessario affermare che è
morto anche il passato, in quanto esso è pensato e vissuto come l’assoluta
immodificabilità del così fu. La creatività della volontà implica cioè
necessariamente la sua capacità di trasformare il passato, di volere il passato
come si vuole il futuro. Si tratta ora di indicare come ciò sia possibile. d)
Volere Veterno ritorno e volere il passato Ancora sulla base di Così parlò
Zarathustra - che nonostante i suoi tentativi di sviare il lettore contiene
tutti gli elementi che rendono la dottrina dell’eterno ritorno una conseguenza
inevitabile della fede nel divenire - richiamiamo dunque il modo in cui
Zarathustra mostra come la volontà possa volere il passato (il che essendo già
stato fondato da quanto è stato qui sopra rilevato), senza essere una semplice
velleità. La volontà è il tratto essenziale del divenire. La sua libertà è
innanzitutto il suo liberare da Dio e dal passato, e in generale da ogni forma
che gli immutabili possono assumere. Proprio per questo, è libera nel senso che
non è sottoposta ad alcun disegno prestabilito. Non solo essa è casuale: è il
caso stesso. Se essa si presenta dapprima come volontà che vuole il futuro,
ormai Zarathustra ha mostrato l’unilateralità di questo aspetto della volontà,
cioè ha mostrato che essa è padrona del passato come del futuro. Essa vuole
anche il passato. Ma essa non può volerlo separatamente dal proprio volere il
futuro, perché altrimenti il futuro, una volta voluto e ottenuto, diventerebbe
un passato su cui la volontà non ha potenza. È cioè necessario che il volere in
avanti - il volere che vuole il futuro - sia lo stesso volere che vuole a
ritroso, ossia che vuole il passato. Questa identità è possibile solo se
volendo in avanti si percorre un circolo: un percorso in cui si finisce col
ritornare al punto di partenza. Il percorso circolare - l’anello del ritorno -
rende possibile che, volendo il futuro, si voglia per ciò stesso il passato.
Solo se il divenire del mondo è un circolo, e un circolo che ritorna su di sé
alfinfinito - un anello del ritorno -, la volontà che vuole il futuro vuole per
ciò stesso il passato, e lo ottiene come ottiene il futuro. Ogni punto del
circolo è un punto di partenza. Altrimenti, se esistesse un punto privilegiato,
esso sarebbe il punto immutabile, Yarchè del processo: sarebbe, daccapo, un Dio
immutabile che anticiperebbe in sé la totalità del divenire, vanificandola. Il
circolo non ha né inizio né fine, nemmeno se inizio e fine sono il nulla (come
invece pensa Leopardi con un rigore che è massimo all’interno di una
prospettiva in cui, tuttavia, non si vede ancora la necessità dell’eterno
ritorno di tutte le cose), perché anche in questo caso il divenire avrebbe una
direzione, cioè sarebbe sottoposto a una legge che attribuirebbe al nulla i
tratti che sono propri dell’anticipazione divina del tutto. Se il nulla stesso
fosse l’origine unica e inamovibile da cui tutto proviene e il termine a cui
tutto ritorna (anche la scienza e in particolare la cosmologia si muovono per
lo più nei paraggi di questa tesi), il nulla preordinerebbe il futuro e
riceverebbe il passato in modo analogo a quello in cui il futuro e il passato
sono rispettivamente preordinati e conservati da Dio. Ciò non significa che il
futuro non sia un uscire dal nulla e il passato non sia un ritornarvi:
significa escludere che i nulla del futuro e del passato si distacchino dai
punti del circolo dell’eterno ritorno e si configurino come dimensioni
teologiche, immutabili, dominanti ed esterne rispetto alla casualità del
divenire. Nemmeno il nulla può essere lo scopo e il riposo eterno dell’uomo.
L’esistenza non ha senso. Che il divenire abbia un senso è un modo di affermare
che il divenire è guidato da un Dio. Appunto perché è 144 impossibile che un
qualsiasi immutabile esista, è necessario che il divenire - e cioè il tutto, la
totalità di ciò che esiste - sia assolutamente senza senso. Come è impossibile
un inizio assoluto, così è impossibile uno scopo assoluto. Il pensiero di
Nietzsche mostra dunque non solo che ogni Dio, cioè ogni Immutabile, rende
impotente la volontà, ma che la forma più potente della volontà è quella in cui
la volontà vuole l’eterno ritorno di tutte le cose. Sino a che la scienza
guiderà la tecnica assumendo la potenza come una volontà che vuole soltanto in
avanti e che non sa di avere potenza anche sul passato, ossia non sa di essere,
essa, l’eterno ritorno di tutte le cose, la tecnica non potrà raggiungere la
potenza massima cui è destinata. Il destino della tecnica è di ascoltare la
voce dell’eterno ritorno di tutte le cose e di realizzare l’epoca della potenza
massima raggiungibile dall’esistenza (e a sua volta destinata a declinare, a
ridursi, per poi ricomparire infinite volte). La tecnica è destinata a volere
l’eterno ritorno di tutte le cose. Questa è la dottrina di Nietzsche che ancora
è la più lontana dalla coscienza che scienza e tecnica hanno di sé stesse
(anche se la possibilità di un recupero del passato è sempre più presa in
considerazione aH’interno del sapere scientifico). Più vicina a quella
coscienza è la dottrina che la morte di Dio toglie ogni limite alla volontà di
potenza, anche se la morte di Dio non deve essere trattata come un dogma
simmetrico a quello degli amici di Dio, ma deve essere vista nella sua
necessità. Tutto ciò che qui è stato sommariamente tracciato trova il proprio
significato concreto nelYAnello del ritorno. Qui si deve lasciar da parte, di
quel mio scritto, la considerazione dell’aspetto speculativamente più rilevante
del pensiero di Nietzsche, cioè il senso autentico della tragedia da cui esso è
145 avvolto e che può essere indicato dicendo che se la fede nell’evidenza del
divenire implica necessariamente l’eterno ritorno di tutte le cose, tale fede
implica necessariamente la negazione di sé stessa. Infatti, se l’eterno ritorno
non è la riesumazione di un’antica dottrina metafisica, esso è tuttavia pur
sempre un’eternità. Il tragico che il pensiero di Nietzsche non ha mai guardato
in faccia (e che quindi non ha nulla a che vedere con le considerazioni di
Nietzsche sulla tragedia attica) e che tuttavia grava sulle sue spalle è che la
negazione del divenire appartiene necessariamente all’essenza del divenire: che
il divenire non è divenire. Il genio di Nietzsche è infinitamente maggiore di
quello che egli è disposto ad attribuire a sé stesso. Infinitamente maggiore,
perché, senza volerlo - e anzi volendo l’opposto - mostra l’abisso senza fondo
su cui si libra la fede che regge l’intera storia del mortale e, al culmine di
quest’ultima, la storia dell’Occidente. Non si dovrà dire allora che il
librarsi della fede nel divenire sull’abisso senza fondo della negazione di
questa fede - il legame indissolubile che lega questa fede alla propria
negazione - è il librarsi stesso della Follia - non quella che lacera la mente
di un individuo che è stato un grande filosofo, ma quella che sta alla radice
del modo in cui l’uomo ha abitato e tuttora abita la terra? Ricordo che due
anni fa - Hans-Georg Gadamer era venuto a Venezia, e stavamo entrando a Ca’
Foscari parlando di Heidegger-, mentre ponevo termine alla nostra
conversazione, perché la conferenza del professor Gadamer era imminente, volli
avanzare quello che mi sembrava il punto decisivo, e gli dissi che tra
Heidegger e l’essenza della tecnica c’era una sostanziale solidarietà. Al che
Gadamer rispose con un no tanto perentorio quanto gentile. Ma è proprio su
questo punto che vorrei un po’ soffermarmi; quindi mi è cara l’occasione per
riprendere quel discorso interrompu con Gadamer: l’essenziale solidarietà del
pensiero di Heidegger con l’essenza della tecnica, con quell’essenza che secondo
Heidegger si colloca agli antipodi della sua posizione. Ieri si è parlato di
differenza ontologica: vorrei prendere le mosse da questo concetto. Differenza
ontologica significa che esiste una essenziale accidentalità nel rapporto tra
l’essere e l’ente. Significa che l’ente non è essenzialmente legato all’essere
e in questo senso è un evento che sopraggiunge improvvisamente e
imprevedibilmente. Il concetto che è opposto a quello di differenza ontologica
è la non- differenza ontologica. Questa lega l’essere all’ente; questo legame,
per Heidegger, o la storia di questo legame, è la storia della metafìsica.
Legare l’essere all’ente vuol dire assicurare le cose al loro essere.
Assicurandole, le cose diventano stabili e arginano, bloccano, il
sopraggiungere delle novità storiche. Allora, parlare della non-differenza
ontologica è parlare delfimmutabilità, o dell’eternità delle cose.
Recentemente, è uscita la traduzione di Was heisst Denken, dove viene
sviluppato il concetto che al culmine di questa assicurazione degli enti
all’essere, al culmine della non-differenza ontologica sta il pensiero di
Nietzsche. Heidegger cita il frammento della Volontà di potenza, dove si parla
della vetta della contemplazione: la vetta della contemplazione è il ritorno di
tutte le cose. Questa, per Nietzsche, è l’estrema approssimazione del mondo del
divenire al mondo dell’essere. Heidegger vede in Nietzsche, in quanto teorico
dell’eterno ritorno, l’anticipatore della civiltà della tecnica, perché la
civiltà della tecnica consiste nella programmazione che esclude la differenza
ontologica; la programmazione che, stabilendo la routine, la ripetizione
dell’inedito, esclude la possibilità del sopraggiungere del nuovo, del diverso.
Heidegger si muove certamente verso l’espressione dell’essenza del pensiero
occidentale, in quanto, allontanandosi dalla maggior parte delle forme del
pensiero contemporaneo, capisce che l’essenza di tale pensiero va vista in
termini ontologici. Ma è appunto in questa raffigurazione heideggeriana
dell’aspetto ontologico della civiltà occidentale che si cela quella
sostanziale solidarietà fra Heidegger e la tecnica, di cui avevo parlato prima.
Perché? Il tema dell’eterno ritorno dice dunque che il nuovo è impossibile, ed
eterno ritorno vuol dire estrema approssimazione del mondo del divenire al
mondo dell’essere. Ecco, penso che tutti colgano il significato della parola
approssimazione, che è estrema, ma è pur sempre approssimazione. Ciò vuol dire
che la distinzione tra il mondo del divenire e il mondo dell’essere rimane; c’è
sì l’estremo tentativo di identificarli, ma è tentativo che lascia
inevitabilmente un margine dove il divenire non è l’essere. È il massimo che si
può compiere per identificare i due mondi; ma il tentativo è uno sforzo, non
riesce. Ora, il concetto dell’eterno ritorno finisce col bloccare il divenire,
ma il divenire è bloccato solo in quanto se ne riconosce l’esistenza. Se
teniamo ferma la vicinanza che Heidegger stabilisce tra tema dell’eterno
ritorno e civiltà della tecnica, allora l’immutabile, cioè la non-differenza
ontologica in cui consiste quell’immutabile che è l’eterno ritorno, è possibile
soltanto sul fondamento del riconoscimento dell’esistenza del divenire.
L’immutabile protegge dal pericolo della novità, precattura il nuovo, ma
proprio perché è la difesa rispetto alla novità che il divenire porta con sé,
appunto per questo l’affermazione dell’immutabile è il riconoscimento del
divenire. Ma questo riconoscimento del divenire - che dunque è evidente in
Nietzsche: proprio in quanto egli si vuole assolutamente cautelare dal divenire
- questo riconoscimento del divenire non è nulla di diverso, nell’essenza, da
ciò che Heidegger chiama differenza ontologica. Perché, se differenza
ontologica significa accidentalità dell’ente rispetto all’essere, il non essere
legato necessariamente all’essere da parte dell’ente, allora differenza
ontologica vuol dire appunto il movimento di oscillazione delle cose, e la loro
eventualità è il loro andare e venire - un processo in cui le cose sono
lasciate nel loro andare e venire. Voglio dire che quel divenire, che è
necessariamente riconosciuto da Nietzsche quando egli intende rendere radicale
(e insieme difendersene) con 1’evocazione dell’eterno ritorno, quel divenire è
altrettanto radicalmente riconosciuto da Heidegger quando egli lo esprime in
termini puramente ontologici, come, appunto, differenza ontologica. D’altra
parte è chiaro che quando Heidegger parla della programmazione operata dalla
civiltà della tecnica, che impedisce la storia, dissente da questo acme che la
metafisica occidentale raggiunge nel pensiero di Nietzsche e nella civiltà
della tecnica. Voglio dire che quel modo di interpretare Heidegger per il quale
egli verrebbe a equivalere simpliciter a Weber, non è quello che intendo
sostenere. Dal punto di vista filologico è ovvio che Heidegger intende prendere
le distanze dall’epoca in cui domina la civiltà della tecnica. Egli rivendica
la possibilità del nuovo in contrapposizione all’eliminazione del nuovo.
Allora, una prima domanda: qual è il fondamento dell’esigenza del nuovo? Perché
ci deve essere il nuovo? Perché non ci può essere un sistema che predetermini
la totalità dell’evento, precatturando appunto ogni novità e rendendo
impossibile ogni novità? Che cos’è ciò che fonda questa esigenza del nuovo, che
è l’esigenza dell’esistenza della storia? Lo so, è l’esigenza di tutti
abitatori dell’Occidente: noi vogliamo che la storia esista. Ma perché deve
esistere il non¬ sistema? Ecco, sostengo che Heidegger esprime semplicemente
l’esigenza, ma non più che l’esigenza, della esistenza del nuovo: si limita a
un’atteggiamento, che è proprio dell’intera cultura contemporanea, che non può
escludere il sopraggiungere di un sistema il quale riesca a fare ciò che Hegel
non è riuscito a fare. Per escludere il sistema, per riuscire a escludere la
negazione della storia e della novità è necessario un approfondimento del senso
ontologico del divenire, che rimane invece nel sottosuolo del pensiero di
Heidegger (cfr., del mio saggio Gli abitatori del tempo, Armando 1978, il
capitolo intitolato Gòtterdàmmerung). Seconda domanda: quando Heidegger
polemizza contro la civiltà della tecnica, contro il piano, la programmazione,
non si dimentica forse della caratteristica essenziale della scienza moderna,
cioè del carattere ipotetico della scienza? L’anticipazione del futuro da parte
d elYepistéme tradizionale è indubbiamente una cattura che elimina radicalmente
la novità. Se è già aperto il senso del mondo, se il senso del mondo è già
aperto all’interno di una epistéme, allora il nuovo è certamente impossibile.
Ma la scienza moderna si è costituita proprio attraverso la distruzione d
elYepistéme; quindi la programmazione, il piano, in cui consiste la civiltà
della tecnica, è una anticipazione ipotetica del futuro: se teniamo presente il
concetto di scienza come metodo sperimentale, allora, all’interno di questa
prospettiva, la scienza, come sperimentazione, è una programmazione che però
resta aperta alla smentita possibile operata dalla novità sopraggiungente.
Vepistéme, sì, elimina la novità; dice alla novità: Io so già che cosa tu sei,
io sono la tua regola; ma la scienza non fa questo, cioè la scienza realizza
appunto a fondo quell’atteggiamento di apertura verso la novità storica, che
Heidegger si limita a invocare. Questo sarebbe un primo senso secondo il quale
la civiltà della tecnica è l’autentica erede dell’atteggiamento che Heidegger
intende proporre. Ma vi è un senso più sostanziale. Il senso più originario e
più nascosto della volontà di potenza è la volontà che la storia (il divenire,
la differenza ontologica) esista. Solo se si stacca l’ente dall’essere e lo si
fa oscillare tra l’essere e il niente è possibile il dominio dell’ente. Alla
base della volontà di dominio sta la volontà che esista il campo del
dominabile. Questa volontà originaria è l’essenza dell’Occidente. E in questa
essenza convengono quindi anche la tecnica e il pensiero di Heidegger. Ma il
pensiero di Heidegger, a differenza della tecnica, contraddice la propria
essenza, perché mentre la tecnica, volendo il dominio dell’ente, porta a
compimento l’originaria volontà di potenza (cioè la volontà che il dominabile
esista), e cioè resta fedele alla propria essenza, Heidegger contrappone alla
volontà di dominio il lasciar essere gli enti: quel lasciar essere che è stato
originariamente violato (anche) dal pensiero di Heidegger, proprio perché la
volontà che separa l’ente dall’essere - e che quindi vuole la nientità
dell’ente - non lascia essere l’ente nel suo essere presso il suo essere, nel
suo essere unito al suo essere. In questo senso, la volontà di potenza, nel
pensiero di Heidegger, è incoerente (tradisce la propria essenza), mentre la
tecnica si libera da questa incoerenza ed è quindi la coerenza del pensiero di
Heidegger (e non solo di esso). In questo senso bisogna dire che il pensiero di
Heidegger è unterwegs zur Technik, in cammino verso la tecnica. O anche: il
pensiero di Heidegger esce dall’incoerenza solo se si pone come il lasciar
essere le forze che si contendono il dominio dell’ente, e quindi come il
lasciar essere l’organizzazione tecnologica del mondo, che ormai ha avuto il
predominio su ogni altra forza. * Intervento al convegno su L’eredità di
Heidegger, tenutosi all’università di Padova nell’inverno 1978 (con la
partecipazione, tra gli altri, di Gadamer, A. De Waelhens, M. Riedel, G.
Vattimo) e poi pubblicato in Verifiche. Le religioni soddisfano i desideri più
profondi deiruomo. I miti gli dicono che può accostarsi e unirsi alle potenze
supreme: possono salvarlo dal dolore e dalla morte e renderlo felice in
un’altra vita. Dando ascolto a queste voci, per millenni e millenni l’uomo
riesce ad anticipare qui sulla terra quella felicità, e a sopravvivere. Crede,
ha fede in esse, ne è certo. Ma queste voci asseriscono, raccontano: non
possono impedire che il dubbio si insinui e si faccia largo nella gran massa
delle loro certezze. Il mito soddisfa il desiderio, ma è inaffidabile. La
salvezza è il contenuto di un sogno. Nemmeno le religioni più evolute riescono
a uscirne. Si fa avanti allora la religione. Intende mostrare come il dubbio
possa esser vinto. La storia breve della religione: due millenni e mezzo. In
essa, però, i criteri per accorgersi di ciò che è sogno sono andati sempre più
perfezionandosi. E tuttavia il contenuto del sogno non è stato sostituito da
una veglia altrettanto salvifica e beatificante. L’uomo ha voluto vedere - e,
di assolutamente affidabile, ha visto soltanto l’assoluta precarietà della
propria condizione. Scienza e tecnica fanno sì prevedere, qui sulla terra,
l’avvento del loro paradiso. Ma fanno anche capire che nemmeno questo paradiso
può uscire dal sogno. Sanno che, per quanto raffinate, le loro procedure
razionali sono ipotetiche, fallibili. La condizione umana è precaria, perché
precaria è ogni rassicurazione razionale dalla non precarietà dell’umano. Sia
pure in modo diverso, la salvezza dal dolore e dalla morte continuano a essere
qualcosa di sognato. In questa situazione, i miei scritti indicano qualcosa che
non può non sembrare esorbitante e velleitario. Può essere espresso con
l’affermazione di Eraclito: Sono attesi gli uomini, quando sian morti, da cose
che essi non sperano né suppongono. Intendo: da cose che sono infinitamente di
più di ciò che essi desiderano, suppongono, sperando di ottenere; infinitamente
di di più di ciò verso chi vuole condurre la stessa speranza cristiana, e
dunque di più di ogni immortalità e di ogni resurrezione della carne che a
speranze di questo genere sono connesse - e infinitamente di più di ciò a cui
lo stesso Eraclito poteva riferirsi. Siamo destinati a qualcosa che è
infinitamente di più di tutto quanto il più insaziabile dei desideri può
volere. Ma il carattere esorbitante di queste affermazioni è ancora maggiore,
perché quel che esse indicano non si presenta, nei miei scritti, come il
contenuto di un mito, ma come lo stare, in modo assoluto, al di fuori del sogno
in cui rimane ogni mito e ogni forma della stessa ragione. In questo stare al
di fuori del sogno non si tratta di attendere l’avvento dell’insperato: già
ora, da vivi, gli uomini sono avvolti da una veglia assoluta che è
infinitamente più radicale di ogni incontrovertibilità e di ogni procedura
critica della ragione - dunque anche di quella delle scienze logico-matematico-
naturali. È all’interno di questa veglia assoluta che si mostra la destinazione
dell’uomo a cose che egli non spera né suppone. L’uomo non è ciò che il mito e
la ragione gli fanno credere di essere, ma è lui stesso, nel profondo, a esser
questa veglia assoluta. In essa appare l’infinito allargarsi di sé stessa, cioè
la sua Gloria; il suo accogliere tratti sempre più ampi del Tutto, ossia della
Gioia che l’uomo, da ultimo, è. Nei miei scritti tale veglia assoluta è
indicata dalla parola destino, intesa come costruita in modo analogo a termini
quali de-amare, de-vincere, dove il de esprime l’intensifìcazione dell’amare e
del vincere, sì che il destino è l’intensificazione estrema dello stare, cioè
dell’inamovibilità in cui consiste la veglia assoluta. Il destino è l’apparire
di ciò che è, ossia degli essenti. Nel destino appare che ogni essente è sé
stesso e non diventa altro da sé, e dunque è eterno; e appare che il variare
del mondo è il sopraggiungere degli eterni nell’apparire, ossia è la Gloria
dell’inesauribile sopraggiungere della Gioia; e, insieme, nel destino appare
che la negazione del destino è negazione di sé stessa, una freccia che,
volendolo colpire, colpisce sé stessa. Il destino è il senso autentico della
verità. E, ancora, nel destino appare che l’uscire dal nulla e il ritornarvi
non appaiono, ma appare il sopraggiungere di quegli eterni che sono il dolore e
il piacere, la nascita, l’agonia. Il cadavere - gli eterni che sono
oltrepassati quando tramonta l’isolamento della terra dal destino.
Nell’isolamento della terra, la fede nel divenir altro porta alla luce la
volontà di salvezza e di potenza. Nel suo significato essenziale la morte è il
divenir altro (ossia è l’impossibile); e da sempre i mortali hanno tentato di
vincere la morte diventando altro da ciò che essi sono: uccidendo il Dio, come
Adamo, o diventandone gli alleati, come Gesù. Hanno tentato di vincere la morte
con la morte. Certo, tutto questo, detto in questi termini, può sembrare un
ennesimo mito che ripropone quanto la tradizione filosofico-metafisica
dell’Occidente ha inteso essere: l’unità di quanto interessa l’uomo e di quanto
la ragione può dire (l’unità tuttavia che non può essere realizzata né dalla
coscienza religiosa né dalla configurazione che la religione è venuta ad
assumere nel nostro tempo). Ma, lungo la storia stessa dell’Occidente, quella
tradizione è tramontata. Sennonché è proprio nei miei scritti che si mostra l
’inevitabilità di tale tramonto, la quale va rintracciata in quella dimensione
più profonda del pensiero filosofico del nostro tempo, che questo stesso
pensiero per lo più non riesce a raggiungere. D’altra parte sin dal suo inizio
la filosofia porta alla luce non solo l’istanza dell’incontrovertibilità, ma
anche un senso radicalmente nuovo della salvezza: si tratta di salvarsi dal
nulla da cui le cose del mondo sporgono improvvisamente. Il mito prefilosofico
non pensa il nulla e dunque non vede nemmeno che la morte è annientamento. Non
vede il pericolo estremo e quindi non salva da esso. Pensando l’eternità del
divino, la tradizione filosofica crede che la salvezza dal nulla sia possibile.
Ma se si sa scendere nella dimensione profonda della filosofia degli ultimi due
secoli si scorge che qualsiasi Essere eterno è impossibile. Impossibile,
quindi, anche ogni verità eterna, incontrovertibile, definitiva. Ciò significa
che sia la tradizione filosofica sia la filosofia del nostro tempo, sia
l’intero passato sia l’intero presente della civiltà occidentale, e dunque,
ormai, planetaria, hanno in comune il grande mito - la grande Follia - in cui
il variare del mondo è inteso come l’uscire dal nulla e il ritornarvi, da parte
degli essenti. (Il mito che dunque accomuna non solo gli amici e i nemici di
Dio, ma anche, per quanto riguarda la filosofia del nostro tempo, la cosiddetta
filosofia analitica e la cosiddetta filosofia continentale). La volontà di
salvezza - che è la stessa volontà di potenza - è la figlia di questo mito. Ma
è inevitabile che si obbietti: Come può essere sostenibile un discorso che
ritiene di essere l’unico a non appartenere al mito e alla follia? Il genio
dell’uomo ha sempre fatto perno sul divenir altro delle cose; e proprio quel
discorso, che pretende di smentire quel che l’uomo ha sempre pensato, e su cui
si fonda tutto ciò che egli ha creato, dovrebbe esser l’unico detentore della
verità?. Possiamo richiamare così la risposta a questa obbiezione - che
peraltro è sempre stata rivolta ai filosofi e al campo di lotte senza fine
(dice Kant) a cui essi hanno dato vita. Che esistano altre coscienze, oltre a
quella che appare nel destino è, originariamente, un problema, non una verità
assoluta. Originariamente, è un problema che l’uomo sia una società di
individui umani. Ed è un problema anche ciò che i linguaggi dell’uomo intendono
dire. Li si interpreta; ma l’interpretazione non è una verità assoluta. È dunque
un’interpretazione anche Yesistenza del dissenso rispetto al linguaggio che
indica il destino - del dissenso che si esprime dunque anche nell’obbiezione
che stiamo discutendo. È una interpretazione anche l’esistenza della storia, di
cui prima si è detto, che conduce dal mito alla ragione. Che il genio degli
uomini sia sempre rimasto al di fuori del destino, e abbia sempre agito secondo
questa sua alienazione, è interpretazione, cioè qualcosa di problematico. Il
linguaggio che indica il destino dovrebbe propriamente dire: se c’è stato
qualcosa come mito, e se c’è stato qualcosa come ragione, allora l’avvento
della ragione esprime l’inaffìdabilità del mito, e la esprime nel modo sopra
rilevato. Certo, al destino appartiene anche la necessità del suo essere
presente in infiniti altri cerchi dell’apparire - e in questo senso gli
appartiene l’affermazione che Tesser uomo è Tessere una molteplicità di modi di
esser uomo, ossia è una società. Ma poiché è sul fondamento del destino che
l’esistenza di questa molteplicità può essere affermata incontrovertibilmente,
allora, se si scopre che tale molteplicità è tutta o in parte un dissenso
rispetto al contenuto del destino, tale dissenso morde la mano che lo sorregge,
nega ciò sul cui fondamento è affermata incontrovertibilmente la sua esistenza.
Che esista il dissenso che si scandalizza o irride le esorbitanti pretese del
linguaggio che indica il destino non è un fatto: è anch’esso un mito. Quando il
destino mostra di essere presente in un’infinità di coscienze e mostra il loro
dissentire dal destino, tale dissenso perde ogni verità. Che tale dissenso
esista viene affermato infatti proprio in base a ciò da cui si dissente. La
fantasia è l’insieme delle immagini originarie, delle forme di rappresentazione
più antiche e più generali dell’umanità: gli archetipi (ad esempio il divino).
Diffusa dappertutto, la fantasia appartiene ai misteri della storia dello
spirito umano. Così scrive Cari Gustav Jung. Platone vede nelle idee le
immagini originarie di tutte le cose, gli archetipi; così originarie da essere
le stesse cose originarie. Ma per lui la conoscenza delle idee non appartiene
ai misteri dello spirito umano, bensì alla scienza ( epistéme ) della verità a
cui solo il filosofo è capace di sollevarsi e che dunque è l’opposto della
fantasia intesa come evocazione misteriosa, e quindi da ultimo oscura e
arbitraria, di mondi. Eppure è necessario risalire molto più indietro di ogni
archetipo a cui l’uomo si sia rivolto lungo la propria storia. Ci si imbatte
nella forma originaria della fantasia, di cui tutti quegli archetipi sono
derivazioni. Da tempo chiamo terra la storia dell’uomo e delle cose che gli si
fanno incontro. Infatti si può pensare che la più antica origine di questa
parola indichi il venire e l’andare, l’insieme di ciò che va e viene: il seno e
la voce materna, la luce e la casa, uomini e dèi, il dolore e il piacere: cose
terrestri e celesti, giacché anche il divino raggiunge i mortali a un certo
punto della loro vita e poi da molti di essi si allontana. La terra: gli stormi
delle cose che vengono e vanno. Da che cosa è accolta la terra? Da che luogo si
allontana? I mortali appartengono alla terra: nascono e muoiono. Ma l’uomo non
è un mortale. Egli è il luogo eterno in cui appare ciò che da sempre la verità
è destinata a essere: il destino della verità del Tutto; essenzialmente diversa
da ciò che i mortali hanno inteso con le parole destino e verità. Nell’uomo
sopraggiunge la terra. Ma insieme a essa sopraggiunge e si fa dominante la
convinzione che l’uomo sia un mortale, e con lui tutte le cose; ed egli vive
come se in verità lui e le cose lo fossero. Ma in verità ogni cosa è eterna.
Non solo le anime, come invece pensa Platone, ma anche i corpi, e tutti gli
stati delle une e degli altri. Anche la terra è eterna; e anche quella
ingannevole convinzione che separa la terra dal destino della verità. Com’è
lontano questo discorso da tutto ciò di cui sono convinti i mortali. Anche e
soprattutto in questo caso la sua inevitabilità non può essere, qui, neppure
lontanamente indicata. Qui si tratta solo di mostrare, e da lontano, in che
senso è necessario risalire molto più indietro di ogni archetipo evocato dai
mortali. Tanto indietro da poter scorgere che sia la verità dei mortali sia la
loro fantasia hanno la stessa anima e che quest’anima è la forma originaria
della fantasia. In una delle sue accezioni più comuni, la fantasia è la
capacità di portare alla luce mondi diversi da quello quotidiano o da quello
che è ragionevole ritenere esistente. Ma questi due tipi di mondi, cioè di
andirivieni, entrambi evocati dai mortali, appartengono alla terra. Essa è il
fondamento non solo della sapienza di questo mondo e della sapienza di Dio, ma
anche della fantasia. E la terra si inoltra nel luogo eterno del destino della
verità. Ma non basta. La maggior parte di coloro che leggono queste righe sta
pensando che esse non abbiano nulla a che fare con la realtà e la serietà della
vita. Fantasie, appunto. Ma anch’essi sanno infinitamente di più di quanto
credono di sapere. Sono l’apparire del destino. L’autentica fantasia originaria
è cioè la convinzione che la realtà con cui noi abbiamo sicuramente a che fare
sia, appunto, le cose che vengono e vanno, terrestri o celesti, le cose della
terra ; e ormai si pensa che tutte le cose vengano dal nulla e vi vadano. Tutto
è avvolto dalla morte. Chiudendosi in questa persuasione i mortali vivono nella
terra separata dal destino della verità, nella terra che appare sfigurata,
irretita, trascinata in basso. La terra dei morti. La fantasia originaria è la
separazione della terra dal proprio destino. Una metafora può forse aiutare a
comprendere queste affermazioni - purché non si dimentichi che la filosofia
autentica non è metafora, ma il pensiero più radicale, essenzialmente più
radicale e inevitabile di ogni altra forma di sapere, scienza compresa. Quando
i cacciatori vedono gli stormi di uccelli attraversare il cielo, non è che il
cielo non lo vedano più. Non si produce in essi qualcosa come un oblio del
cielo e del più alto dei cieli - quale invece secondo Platone si spalanca nelle
anime che hanno perduto le ali e non riescono più a vedere gli archetipi che
appaiono nella pianura della verità. Quei cacciatori, il cielo, lo vedono
ancora, ma son tutti presi dal volo degli uccelli e se qualcuno parlasse loro
del cielo direbbero che le sue son fantasie e che sono gli uccelli le cose con
cui essi hanno sicuramente a che fare. Son tutti presi dal volo degli uccelli
perché non mirano ad altro che a prenderli, gli uccelli; ed effettivamente li
prendono, e gettano loro addosso le reti e li sfigurano e, separandoli dal
cielo, li trascinano giù in basso e li uccidono. La fantasia originaria è il
volo irretito degli uccelli. L’arte tenta di rievocare il libero volo, ma, per
quanto splendente, rimane anch’essa aU’interno della rete, mostrando il volto
sfigurato della terra. Giacché ora si può capire che, nella metafora, il volo
degli uccelli corrisponde alla pura terra, il cielo al destino della verità. La
rete dei cacciatori corrisponde dunque alla volontà di potenza che isola la
terra dal destino della verità. Tale isolamento è la forma originaria della
fantasia. Su di essa si fondano le forme derivate: religioni e miti, filosofia,
arte, scienza, tutti i morti pensieri e le opere morte dei mortali. Discutere
il destino della verità, concretezza delVerrare, isolamento della terra,
linguaggio Anche oggi il tema di fondo del pensiero filosofico - nonostante i
tentativi di eliminarlo, ma anche in seguito alla loro presenza - riguarda la
verità di ciò che è conosciuto e voluto dall’uomo. Con diversi gradi di potenza
e rigore la filosofia del nostro tempo rifiuta la possibilità di una verità
assoluta e definitiva, capace di affermare qualcosa di Immutabile. Un rifiuto,
questo, che è cosa ben diversa dal considerare superfluo il tema della verità;
e che là dove è adeguato al proprio compito è un rifiuto inevitabile. Esso è
tuttavia la coerenza estrema del nichilismo. Da quando abita la terra l’uomo
intende le cose del mondo come un diventare altro; da quando la terra è abitata
dalla filosofia la filosofia concepisce la cosa come ciò che è (ente) e
definisce il suo diventar altro come passaggio dal suo non essere al suo essere
e viceversa. La cosa che incomincia a essere è stata nulla nella misura in cui
essa non era e incomincia, e la cosa che finisce di essere torna nel nulla
nella misura in cui essa finisce e non è più. Procedendo da questo senso
dell’esser cosa è inevitabile che la filosofia pervenga al rifiuto di ogni
verità assoluta e definitiva e di ogni Ente immutabile e divino; e viceversa,
tale rifiuto è inevitabile solo se procede da quel senso - che domina
progressivamente non solo i pensieri ma anche le opere della civiltà
occidentale e, ormai, dell’intero pianeta. (Ciò non significa che questa
dominante inevitabilità stia davanti agli occhi di tutti i protagonisti della
filosofia contemporanea: all’opposto, va invece rintracciata nel sottosuolo del
nostro tempo.) Il senso greco dell’esser cosa domina la terra perché è ritenuto
indiscutibile. Ma perché non può essere discusso? In questa domanda traspare la
dimensione ignota alla storia della terra. Tanto più ignota quanto più tale
dimensione si mostra non come un semplice domandare, ma come negazione di quel
senso e quindi come negazione di ciò sulla cui base è inevitabile che si
pervenga alla negazione di ogni verità incontrovertibile. Tale dimensione è il
destino (inteso secondo il senso richiamato nelle pagine precedenti). Il
destino è la manifestazione del differire degli essenti tra loro e del loro non
essere. Essi sono le differenze. Proprio per questo il destino è la
manifestazione dell’impossibilità che ciò che è, in quanto tale, non sia: è
l’apparire della necessità che Tessente in quanto essente (e pertanto ogni
essente) sia eterno. Le implicazioni di questa affermazione conducono molto
lontano. Ma il destino è tale solo in quanto è la dimensione in cui appare
incontrovertibilmente il senso dell’incontrovertibile e Tincontrovertibilità di
tale dimensione: non è la fede nella propria incontrovertibilità. Con una espressione
che, qui, non può che rimanere astratta, formale, si può indicare il senso
delTincontrovertibilità e della necessità del destino dicendo che esso è la
dimensione la cui negazione nega sé stessa. Il destino è la negazione della
fede, cioè dell’errare. L’uomo di cui si parla all’interno della terra isolata
dal destino è anch’esso il contenuto di una fede. Con ciò si intende qualcosa
di essenzialmente più radicale dell’affermazione che l’uomo erra: si intende
che la fede nell’esistenza dell’uomo della terra isolata è un errare, un sogno.
La terra intera, in quanto appare separata dal destino, è il contenuto del
grande sogno in cui consiste la vita e che è il grembo di ogni fede. (Ma in
quanto è un essente, anche il sogno è un eterno.) La vera essenza dell’uomo è
il destino. Essa non appartiene ad alcuno degli abitatori, umani o divini,
della terra isolata. È all’opposto la terra isolata ad appartenere al contenuto
che appare nel destino - giacché solo nel destino può apparire
incontrovertibilmente l’esistenza dell’errare, della fede, del sogno, ossia
della negazione del destino della verità. Discutere il destino è un modo di
negarlo, sì che tale discussione nega sé stessa. Infatti discutere significa
affermare una differenza: tra ciò che è discusso e ciò che in vari modi gli si
oppone. E il destino - si è detto - è innanzitutto l’apparire del senso che
compete alla differenza (ossia alla differenza dei differenti). Discutere e
opporsi al destino è quindi un differirne. E proprio per questo è condividerne,
più o meno inconsapevolmente, il tratto originario: l’affermazione della
differenza. In questo differire - condividendo-ciò-da-cui-si-differisce si
ripresenta l’indicazione, prima sommariamente richiamata, del senso
dell’incontrovertibile, ossia Tesser la dimensione la cui negazione nega sé
stessa. Discutere il destino è condividerlo; ma è anche negarlo, e pertanto è
negare tale condivisione, sì che discutere il destino è negazione di sé stesso.
È necessario affermare l’esistenza delle differenze non perché esse appaiono
all’interno della fede e del sogno in cui consiste la terra isolata dal destino
- e dunque, da ultimo, non perché si vuole che esse siano. È nel destino che
appare la necessità della differenza dei differenti e la necessità della loro eternità
e di tutto ciò che essa implica: nel destino - che già da sempre si apre al di
là del percorso dove gli abitatori della terra pervengono inevitabilmente, sul
fondamento della fede nel diventar altro, alla negazione di ogni verità e di
ogni Ente immutabile. Discutere e opporsi al destino, quindi condividendolo, è
pertanto solo il tentativo inconsapevole di condividerlo. Giacché altro è la
negazione del destino, che gli appartiene essenzialmente in quanto esso è la
negazione della propria negazione (e questa negazione del destino non è un
semplice tentativo di esser negazione); altro è la negazione che appare nella
terra isolata dal destino e che se (a differenza dell’altra negazione) si rende
visibile agli abitatori di questa terra, tuttavia, in quanto è una fede, è solo
un tentativo di essere negazione del destino. Già il vivere è trovarsi nelle
differenze - è, appunto, credere, aver fede di trovarvisi. Forse la differenza
più antica è quella che la volontà è convinta di esperire tra i propri desideri
e le resistenze da essi incontrate. Oggi la tecnica guidata dalla scienza
moderna è il modo più potente con cui la volontà domina le differenze. Ma
nemmeno la scienza e la tecnica, nonostante il loro rigore concettuale,
riescono a porsi al di là della fede e pertanto della fede nell’esistenza delle
differenze. La filosofia, sin dall’inizio, è la volontà di liberarsi dalla fede
- quindi dal mito, che è uno dei contenuti più antichi della fede e che a lungo
ha raccolto in sé e dominato ogni altra forma di fede (e ancora permane in
molte parti del mondo). Eppure la filosofìa conserva il tratto centraledella
fede prefilosofica nelle differenze: conserva, appunto, la fede nel loro
diventar altro. Il pensiero filosofico conserva in sé la fede che le differenze
siano anche un differenziarsi, e nel modo più radicale. I miti raccontano
cosmogonie, teogonie, metamorfosi: le grandi forme del diventar altro. La
filosofìa, però, intende essere il vero racconto. La sua grandezza sta
nell’aver evocato una volta per tutte il senso radicale della verità. La verità
è il mostrarsi dell’assolutamente incontrovertibile. Si è poi trattato di
stabilire il senso dell’assolutamente incontrovertibile e il contenuto di cui è
necessario affermare tale incontrovertibilità. Ma lungo la storia
dell’Occidente la fede è prevalsa sulla stessa filosofia: oltre a essersi
sviluppata come fede nel differenziarsi delle differenze, la filosofia si è
sempre più consolidata come fede nell’incontrovertibilità della manifestazione
(esperibilità, osservabilità) di tale differenziarsi. Verità si dice in molti
sensi anche perché molti ambiti della vita si presentano come verità - e per
questo si parla di verità religiosa e morale, di verità degli istinti, degli
affetti, dell’arte, di verità della filosofia e della scienza; e,
complessivamente, di verità dell’esistenza della vita e della terra (quale
appare nel suo essere isolata dal destino). Ma poiché queste verità non sono il
destino della verità, esse sono tutte verità controvertibili - per quanto
diversa possa essere la loro plausibilità (probabilità, ragionevolezza, potenza
e coerenza concettuale) e potenza - e raffermarle è sempre una fede, anche
quando esse hanno fede nella propria incontrovertibilità. La più plausibile è
lontana dal destino tanto qua nto la meno plausibile: infinitamente. (Questo,
anche se è appunto all’interno di questa infinita lontananza che tuttavia si
presenta come inevitabile, nel pensiero del nostro tempo, la distruzione di
ogni verità assoluta e di ogni Ente immutabile.) Si può chiamare filosofia
futura il linguaggio che, invece, testimonia il destino della verità. Essa è
futura perché se nel presente la sua voce è soverchiata dalle voci della terra
isolata dal destino, tuttavia essa è destinata a mostrarsi come il linguaggio dei
popoli. D’altra parte, testimoniando il destino, la filosofia futura si rivolge
alla dimensione che, eterna, non è inclusa, ma - più antica del più lontano
passato - include la totalità del tempo che viene affermato all’interno della
terra isolata. Tuttavia, le stesse voci che si levano nella terra isolata, e
sono quindi negazioni del destino, vanno rendendo anch’esse sempre più concreto
il contenuto del destino. Infatti vanno rendendo sempre più concreta quella
negazione del destino che essenzialmente gli è unita, e in questo senso gli
appartiene, e quindi senza la quale il destino non potrebbe essere. Ciò
significa che la discussione del destino non è soltanto l’opporglisi che, si è
detto, proprio perché intende differirne condivide (ossia è il tentativo
inconsapevole di condividere) l’affermazione della differenza che in esso
appare: tale discussione è insieme l’arricchirsi della negazione del destino,
quindi è insieme l’arricchirsi, il concretarsi di esso. In questo senso tutto
l’infinito contenuto della terra isolata dal destino - il contenuto che è,
tutto, negazione del destino - va rendendo sempre più concreta la negazione del
destino e quindi il destino stesso, in quanto negazione di tale negazione.
D’altra parte, la terra isolata, in quanto fede originaria, è interpretazione,
ossia un conferir senso a qualcosa. Ma, proprio in quanto esso è un conferire,
non gli può competere l’incontrovertibile necessità del destino, ed è quindi
volontà di dar senso. È per tale conferimento di senso che, nella terra isolata
che appare nel destino, certi eventi appaiono come linguaggi e come linguaggi
che negano il destino. Tutte le negazioni del destino che appaiono nella terra
isolata sono cioè contenuti dell’interpretare (cioè del sogno) che appare
alfinterno del destino (e la cui esistenza è pertanto un tratto del destino).
Gli eventi della terra isolata sono interpretati come linguaggi che, proprio
perché testimoniano altro dal destino, ne sono la negazione. Che dunque esista
la discussione del destino offerta dalla terra isolata, è qualcosa di voluto
dall’interpretare (che appare nel destino). Né può essere diversamente, perché
se nella negazione del destino il destino apparisse, essa apparirebbe come
negazione di sé stessa, e l’apparire di tale autonegazione sarebbe l’apparire
stesso del destino. Se il destino appare è impossibile esser convinti della sua
negabilità e controvertibilità. Lo si può discutere e negare, se ne può
affermare la controvertibilità e negabilità solo in quanto il discuterlo e
negarlo è un linguaggio che nella terra isolata testimonia soltanto essa - cioè
un linguaggio che nel destino appare come qualcosa di evocato
dall’interpretazione. Sono così evocati anche i linguaggi che, all’interno
dell’interpretazione, mostrano di essere affermazione del destino, o di
condividere il linguaggio che lo testimonia - e questo stesso linguaggio è
evocato dall’interpretazione in quanto esso appartiene al passato, mostrandosi
con la proprietà dell’esser mio. Appunto a questo tipo di linguaggio (e non al
mostrarsi del destino) si rivolge la discussione del destino nella misura in
cui essa riesce a costituirsi - visto che essa riesce a costituirsi solo in
quanto non si rivolge al destino, non ne contiene l’apparire, non lo capisce:
solo in quanto non ha come contenuto il destino, nel quale la
negazione-discussione di esso può apparire soltanto come negata. Diciamo
dunque: nella misura in cui riesce a costituirsi la discussione del destino si
rivolge al linguaggio che lo testimonia, perché non è non è un tratto del destino
che tale linguaggio possegga tutte le condizioni richieste per essere capito
dai linguaggi altrui. L’uomo vive soltanto se crede - nel senso più ampio di
questa parola, rispetto al quale la fede religiosa è soltanto una
specificazione, per quanto eminente. Vivere è innanzitutto credere di esistere
e di agire nel mondo. E ogni credere, ogni fede, è volontà. La volontà non
vuole soltanto cambiare il mondo e realizzare il futuro, ma innanzitutto vuole
che le cose presenti e passate siano ciò che essa crede che siano e siano
state. La fede-volontà è interpretazione. Tuttavia credere-volere-interpretare
è stare al di fuori della verità non smentibile. Credere è errare. Ma se l’uomo
fosse soltanto un vivere, cioè un credere, allora sarebbe soltanto un credere
anche l’affermazione che vivere è credere e volere - affermazione condivisa
peraltro da gran parte della cultura non solo filosofica del nostro tempo. E
invece - ma al di fuori del modo in cui è così condivisa - questa affermazione
non è un credere, ma è una verità non smentibile. Ciò significa che l’uomo non
è soltanto vita, cioè fede, ma è, originariamente, l’apparire della verità non
smentibile. È all’interno della verità che - in modo non smentibile,
incontrovertibile - appare la vita, cioè la fede, la volontà. La verità a cui
si è rivolta l’intera storia dell’Occidente non è riuscita a essere la verità
non smentibile - la verità che d’altra parte s’illumina nel fondo più nascosto
di ogni uomo (e ovunque qualcosa appaia). A volte il linguaggio la indica; la
chiama destino della verità - come appunto nei miei scritti viene chiamata. Ma,
anche qui, che questo linguaggio sia l’agire di qualcuno - che qualcuno ne sia
l’autore, che tale linguaggio abbia il carattere dell’esser mio -, questo è
daccapo uno dei contenuti in cui la vita può giungere a credere (come crede che
l’uomo esista e agisca nel mondo e che sia l’autore dei linguaggi che parlano
del mondo). Il nichilismo - inteso nel senso indicato nei cosiddetti miei
scritti - è la forma più potente della vita, cioè della fede, cioè dell’errare.
Lascia le sue tracce anche in questi scritti, che sono andati via via
liberandosene. D’altra parte sono il contenuto di una fede sia Vesistenza del
linguaggio che conduce oltre il nichilismo, sia quella forma di vita che è il
voler dire e quindi anche il voler dire in cui consiste quel linguaggio. Ciò
che sta oltre il nichilismo è il de-stino della verità. Esso mostra anche in
che senso non è contraddittorio che quella duplice forma di fede (cioè di
non-verità) possa condurre al destino della verità, ossia a ciò che, in quanto
tale, non è un punto di arrivo, ma è il punto di partenza di ogni percorso. In
un senso che è fondamentale i miei scritti hanno quasi subito guardato nella
stessa direzione. Però il loro è stato un percorso, non un salto oltre il
nichilismo. Il percorso è incominciato molto presto (nei primi anni Cinquanta),
ma l’oltrepassamento del nichilismo è stato progressivo^ Anche ai miei scritti
(sebbene, sembra, in misura consistentemente inferiore rispetto a molte altre
scritture filosofiche) si può quindi muovere l’obbiezione, considerata nel
paragrafo precedente, di essere uno sviluppo dove il linguaggio giunge a dire
qualcosa che in qualche modo esso dapprima negava. E perché, allora, quel che
ora esso dice non dovrebbe essere a sua volta negato da un suo ulteriore
sviluppo? Tale obbiezione e la relativa risposta hanno in questo caso un peso
particolare perché riguardano il rapporto tra il senso radicale della verità e
il linguaggio che lo indica. I molti significati della parola verità, comunque,
non tolgono di mezzo la differenza tra la verità, intesa come sapere il cui
contenuto è l’assolutamente non smentibile e incontrovertibile - il destino
della verità, appunto - e tutti gli altri sensi, nei quali, alla luce della
verità così intesa, le diverse forme di verità appaiono invece come sapere il
cui contenuto non è qualcosa che non possa essere in qualche modo negato.
Saperi, si è detto (si pensi ad esempio alle espressioni verità morale, verità
dell’arte, verità della fede, verità del cuore, ecc.), ma anche intuizioni,
emozioni, certezze, fedi, impulsi profondi, desideri, costumi, tradizioni ecc.
La gran questione è la determinazione del contenuto dell’incontrovertibile,
ossia del non poter essere altrimenti (secondo la definizione aristotelica): il
contenuto che lungo la storia dell’Occidente è stato qualificato come verità (
epistéme della verità) non è riuscito a essere l’assolutamente
incontrovertibile. Rispetto all’incontrovertibile autentico, ogni modo di
esperire le cose che differisca da esso è un modo del controvertibile, cioè
tien stretto un mondo che d’altra parte può sottrarsi alla stretta ed essere
diversamente da come è - per quanto alto e nobile o per quanto profondo e
preteso dalle viscere e dal cuore. L’incontrovertibile autentico è il destino-,
e la struttura originaria del destino è il centro da cui si irradia la
multiforme pianura infinita del destino. Nella sua essenza autentica l’uomo -
ogni uomo - ne è l’eterno apparire (e tale affermazione è una forma a sua volta
appartenente a quella multiforme infinità). La risposta all’obbiezione che si
sta considerando in questo e nel precedente paragrafo, si fonda sul rapporto
tra destino e terra. Nel destino appare la terra - ossia tutto ciò che
sopraggiunge nell’eterno apparire del destino ma appare nel suo esser isolata
dal destino, appare cioè come il luogo originario del controvertibile - ossia
del credere-volere - interpretare. AH’interno della terra isolata si crede
inoltre che il linguaggio non parli d’altro che delle cose della terra (lo si
crede, senza poter sapere che sono le cose - umane e divine della terra isolata
dal destino). E tuttavia nello sguardo del destino appare che nella terra
isolata anche il linguaggio che testimonia il destino riesce ad affacciarsi; e
appare che non è impossibile che tale linguaggio sia presente anche in
linguaggi che sembrano essere - nelle interpretazioni del mondo che crescono e
dominano alfinterno dell’isolamento della terra - le negazioni più perentorie
dei tratti del destino. Quella forma di testimonianza del destino che sono i
miei scritti sono eventi della terra isolata, che nello sguardo del destino
appaiono alfinterno dell’interpretare, ossia della fede che costituisce
l’isolamento della terra - appaiono all’interno dello sconfinato contenuto
dell’isolamento. L’obbiezione che si sta prendendo in considerazione è una voce
dell’isolamento, cioè del controvertibile. Che la testimonianza del destino sia
uno sviluppo dove il linguaggio giunge a dire qualcosa che prima negava è un
presupposto controvertibile. Ma nessun controvertibile è qualcosa che - in
quanto configurantesi così come attualmente si configura - potrebbe venire a
mostrarsi come incontrovertibile: quella configurazione è una negazione
dell’incontrovertibile. Tutte le più incrollabili certezze della vita (che
appaiono tutte nella terra isolata) - tutte le forme del controvertibile - sono
alienazioni della verità del destino. La risposta all’obbiezione consiste
appunto nel rilevare che tale obbiezione non solo è un presupposto
controvertibile, ma si costituisce all’interno di quella forma estrema
dell’alienazione della verità che è l’isolamento della terra. In relazione allo
sviluppo del mio discorso filosofico - quale appare all’interno della terra
isolata - dell’intera storia isolata - sono peraltro complesse le articolazioni
che conducono da La struttura originaria a La morte e la terra (Adelphi 2011),
e nelle quali, tuttavia, il centro di quello scritto del 1958 permane lungo
tutto il tragitto (e si era fatto innanzi già qualche anno prima). Nel
tragitto, la svolta (così è stata chiamata) consiste nella sopraggiunta
consapevolezza, per un verso, che quel centro richiede la messa in questione
dell’intera storia dell’uomo e, per altro verso, che Yalienazione dell’uomo e,
per altro verso, che Valienazione (del senso autentico della verità ) che
domina tale storia lascia per un certo tempo le sue tracce anche neìYalone che
nei miei scritti avvolge quel centro. L’alienazione del senso autentico della
verità investe quindi anche il cristianesimo. Ma anche il cristianesimo, come
ogni altro evento storico, appare all’interno dell’interpretare secondo cui si
costituisce la terra isolata dal destino della verità. Che il cristianesimo
esista e che degli uomini abbiano una fede cristiana è cioè il contenuto di una
fede, della fede in cui consiste l’isolamento della terra. Nello sguardo del
destino non è invece il contenuto di una fede l’esistenza di quella fede e
dell’interpretare che compete all’isolamento della terra. L’esistenza di tutto
ciò che chiamiamo la nostra vita è contenuto della fede interpretante. (Appare
aH’interno di quella fede anche l’intera vicenda che è stata riassunta dal
titolo redazionale di un mio libro: Il mio scontro con la Chiesa, Rizzoli.
Questo scontro, che appare all’interno della fede della terra isolata,
sussiste, sì, tra la testimonianza del destino della verità e quella grandiosa
forma dell’alienazione della verità che è il cristianesimo e la sua
configurazione storico-istituzionale, ma tale scontro è, innanzitutto e
propriamente, la negazione, da parte del destino della verità, della verità di
ogni contenuto della terra isolata - e quindi anche del cristianesimo, in
quanto appartenente a tale contenuto.) Il mondo è interpretato. Non nel senso
che l’uomo, quando voglia, abbia la facoltà di interpretarlo. Anche gli uomini
e i loro rapporti appartengono infatti al contenuto dell’interpretazione. La
quale, dunque, pur essendo volontà interpretante, non è a disposizione
dell’uomo, ma dispone l’uomo e le cose del mondo secondo gli ordinamenti da
essa stabiliti e modificati. È l’interpretazione originaria. Ma
l’interpretazione non è verità: è fede, volontà, ossia errare. Il mondo in cui
l’uomo crede di vivere è errare. Tuttavia l’interpretazione appare aH’interno
della verità. Non delle verità del mondo - che sono a loro volta form e
particolari di interpretazione -, ma di ciò che nei miei scritti è chiamato
destino della verità, o semplicemente destino. L’interpretazione è errare
perché separa il mondo dal destino. La terra isolata è ciò che appare in questa
separazione. Anche le teorie dell’interpretazione, avanzate dalla cultura del
nostro tempo, appartengono alla terra isolata. L’interpretazione, che evoca i
propri contenuti sul fondamento di regole e di criteri (di cui essa è più o
meno consapevole), può adottare (cioè volere) quell’insieme di regole e di
criteri in base ai quali essa può affermare che l’uomo esiste come molteplicità
di individui umani e che gli uomini interpretano il mondo in modi diversi e con
un diverso grado di coerenza rispetto alle regole e ai criteri adottati. Ma
anche e innanzitutto il destino della verità vede la differente coerenza delle
interpretazioni evocate dall’interpretazione originaria. Che la storia dell’uomo
sia storia del mortale, cioè della fede che, in modi estremamente diversi e
complessi, le cose e l’uomo stesso diventano altro da ciò che essi sono e
quindi muoiono via via ciò che sono stati, fino alla morte di tutto ciò che
essi possono essere, questa è una interpretazione; che però si presenta come la
più coerente, sino ad ora, rispetto a ogni altra interpretazione di quella
storia (la cui stessa esistenza è un contenuto interpretato). Non è escluso
cioè che - ad esempio in seguito a una svolta radicale delle discipline
storiche, linguistiche, antropologiche, psicologiche ecc., si imponga una nuova
forma di interpretazione, per la quale l’uomo non ha mai creduto che le cose
siano un diventar altro. Sino a che quella svolta non si manifesta, l’interpretazione
più coerente è tuttavia in grado di mostrare quell 'ulteriore coerenza, per la
quale i diversi modi di pensare e di vivere il diventar altro delle cose è esso
stesso un mostrarsi sempre più coerente a sé stesso, lungo il percorso che
conduce dall’esistenza guidata dal mito all’esistenza guidata dalla verità e,
in seguito, dalla distruzione della verità (ossia della verità che appartiene
alla terra isolata) alla civiltà della tecnica. Il destino della verità mostra
che questo è il percorso dove YErrare estremo perviene alla propria estrema
coerenza; ma è anche questo stesso percorso, in quanto isolato dal destino e
dunque con le proprie forze, a mostrare il proprio diventar sempre più coerente
alla fede nel diventar altro, dalla quale tale percorso si sprigiona. Non
potendo sapere di essere l’Errare, l’Errare stesso provvede cioè a rendere
sempre più coerente (e, dal suo punto di vista, sempre più vera) la propria
fede nel diventar altro, che all’inizio della storia dell’Occidente si presenta
in forma ontologica, ossia come convinzione che le cose del mondo,
corruttibili, escono dal loro non essere (dal loro esser nulla) e vi ritornano.
E poiché questa convinzione - se il linguaggio si libera daH’incantesimo della
terra isolata - è convinzione che l’essente in quanto essente sia niente, la
storia dell’Occidente è storia del nichilismo - in un senso essenzialmente
diverso da quello affermato da Nietzsche e Heidegger. Innanzitutto, l’intera
storia della filosofia si costituisce il proprio costituirsi come sistema : non
in senso hegeliano, come sistema della Verità, ma come sistema dell’Errare. Il
compito gigantesco da cui è atteso il linguaggio che sul fondamento del destino
mostra il nichilismo dell’Occidente è di allargare a tutte le dimensioni attraverso
le quali si dispiega l’Occidente l’analisi in cui appare il suo carattere di
sistema : allargarla alla dimensione religiosa, artistica, economica,
politico-giuridica, a quella della historia rerum gestarum e delle res gestae,
oltre che, appunto, a quella delle diverse forme della scienza in quanto sapere
della natura e dell’uomo e in quanto sapere logico-matematico. Anche in queste
dimensioni è possibile scorgere il percorso che rende sempre più coerente e
visibile il nichilismo che in modo specifico le avvolge e sorregge, e la sua
tendenza all’autodistruzione. La dimensione filosofica del nichilismo anima
tutti gli altri luoghi dell’Occidente e ormai del pianeta - e tanto più quanto
più essa è ignorata sì che innanzitutto all’esplorazione analitica del suo
articolarsi dev’esser data la precedenza. Per indicare l’Errare è necessario
esserne al di fuori: solo in quanto il destino della verità è già da sempre
aperto qualcosa può apparire come l’Errare - che d’altra parte non è qualcosa
di accidentale rispetto al Non Errare. Lo smascheramento del nichilismo non è
una semplice confutazione di un errore che, esercitando una maggior attenzione
e perspicacia, si sarebbe potuto evitare. La grandezza della verità richiede la
grandezza dell’Errare e dell’errore. E la cura per la potenza delle
configurazioni storiche del pensiero filosofico, per la loro inevitabilità -
cioè per la loro capacità di andar oltre le forme storiche di volta in volta
raggiunte, proprio perché sono queste stesse forme a richiedere di essere oltrepassate
senza peraltro riuscire a soddisfare questo loro intento più profondo, è un
modo di pensare la filosofia che troppo presto è stato messo in disparte col
pretesto che Hegel ne aveva abusato. Recuperandone la forma (e non il
contenuto, si è già detto), si dovrà comunque distinguere il senso che
l’inevitabilità del processo storico presenta in quanto considerato alfinterno
della logica dell’Errare e il senso di tale inevitabilità in quanto appare
nello sguardo del destino. Al culmine della propria coerenza - e dunque
nell’incombere della propria distruzione - il nichilismo si presenta come
civiltà della tecnica. Come ho richiamato più volte, l’essenza della tecnica
non è infatti il suo carattere scientifico-matematico (che peraltro, oggi, non
si scorge come potrebbe venir sostituito da una concettualità più potente -
anche se questa insostituibilità è una situazione di fatto, un fatto grandioso
che ha alle proprie spalle tutti i successi della scienza). L’essenza della
tecnica è la messa in opera del rapporto mezzo-fine: l’organizzazione di mezzi
in vista della produzione di scopi, e propriamente di quello scopo che è
l’incremento indefinito della capacità di produrre scopi. Se qualcosa riuscisse
a servirsi della tecnica - se cioè riuscisse ad assumere la tecnica come mezzo,
costituendosi pertanto come il supremo dominio e come la potenza suprema, tale
qualcosa sarebbe la tecnica autentica, cioè la tecnica più potente. Infatti già
ora la tecnica assume e usa come mezzo non soltanto le forze che si illudono di
servirsi di essa come mezzo, ma si serve anche di sé stessa o di una dimensione
parziale di sé stessa. Ormai (cioè dopo la fine di quell’illusione), che
qualcosa si serva della tecnica significa che la tecnica, ossia ciò che oggi si
presenta come la forma più potente del divenire, si serve e usa sé stessa o una
sua dimensione parziale. Poiché la volontà di accrescere all’infinito la
propria potenza è lo scopo della tecnica, questa volontà è la forma
trascendentale del divenire, che servendosi di mezzi si serve anche di sé e
delle forme particolari, empiriche del divenire. Detto in modo sommario: si
serve di sé, in quanto potenza massima attualmente realizzata, per produrre sé
in quanto potenza ancora maggiore - e servendosi di sé e usando sé stessa si
serve e usa anche le forme di volontà di potenza che credono ancora di poter
guidare la tecnica (e lo credono nella misura in cui la tecnica non riesce
ancora a sentire la voce dell’essenza, peraltro tendenzialmente nascosta, del
pensiero filosofico del nostro tempo, che mostra l’impossibilità di ogni limite
assoluto alla volontà di accrescere la propria capacità di realizzare scopi).
La tecnica - che può essere mezzo solo in quanto si propone innanzitutto come
lo scopo supremo del divenire - è ormai la forma fondamentale del divenire,
rispetto alla quale il divenire naturale si presenta come routine, staticità
che tale volontà va sempre più sciogliendo. La civiltà della tecnica è, così,
il culmine della coerenza del nichilismo (anche se ancora resta da esplorare,
da un lato, il rapporto tra i contrapposti modi in cui Leopardi e Nietzsche
intendono la forma trascendentale della volontà che si fa avanti alla fine
dell’età della tecnica, e, dall’altro, il rapporto tra questi modi e
l’attualismo gentiliano). L’anima dell’Occidente: la persuasione che le cose e
gli eventi - gli essenti - escano dal niente e si annientino. Ciò significa che
annientati sono niente, e che prima di uscire dal niente sono niente. Ma questa
persuasione è la Follia essenziale, la più profonda che possa manifestarsi nel
mondo dell’uomo e nel Tutto. È infatti la persuasione che un essente, un no
n-niente, divenendo, sia, in quanto essente, niente (come passato e come
futuro). In forme diverse, la Follia domina la storia della terra, ma al di
fuori della Follia appare eternamente l’eternità di ogni essente: di ogni
evento, di ogni stato del mondo, di ogni essente che non sia uno stato del
mondo. Il mantenersi al di fuori della Follia essenziale non è una semplice
fede, un mito, un desiderio vano, un dono divino, una filosofia, e non è
nemmeno un atteggiamento scientifico: non perché non riesca a raggiungere il
rigore delle scienze della natura e delle scienze logico-matematiche, ma
perché, nel suo significato autentico, il mantenersi al di fuori della Follia
ha un rigore, un’incontrovertibilità, una stabilità, e dunque una verità e
necessità essenzialmente più radicali di quelli che competono al sapere
scientifico, e a ogni altra forma di sapere e di coscienza. La negazione di
ogni verità assoluta a cui è pervenuta la coscienza critica del nostro tempo è
conseguenza inevitabile della persuasione che le cose e gli eventi siano
divenienti, cioè possano uscire dal nulla e annientarsi. Ma in quanto appare,
nella Non-Follia, la Follia di tale persuasione, quella conseguenza non è più
inevitabile; cioè non si può impedire, al pensiero che si mantiene nella
Non-Follia, di essere la verità e necessità essenzialmente più radicale di ogni
verità e necessità della conoscenza scientifica, e di ogni altra forma di
conoscenza. Destino della necessità si può chiamare questo senso estremo della
verità e della necessità, che si mantiene eternamente presso di sé. Il destino
della necessità è l’essenza autentica dell’uomo: come apparire eterno degli
eterni, l’uomo è infinitamente altro dall’essere un che di effimero, preda del
tempo e del nulla, più o meno raggiunto dalla grazia di un Dio o di un
Salvatore. Nella sua essenza autentica l’uomo è il luogo eterno che accoglie la
terra, ossia tutto ciò che sopraggiunge - e tutto ciò che sopraggiunge è il
corteo degli eterni al quale appartengono non solo gli individui umani, ma la
stessa Follia essenziale, cioè la stessa fede che gli essenti possano uscire
dal niente e ritornarvi. Stando aH’interno della Follia, gli uomini chiamano
storia del mondo e dell’universo il sopraggiungere degli eterni, ossia la
terra. Al di fuori della Follia, la storia del mondo e dell’universo non è la
produzione e la distruzione degli essenti, ma è il comparire e lo scomparire
degli essenti, cioè degli eterni. La morte appartiene alla manifestazione degli
eterni, è un evento interno al cerchio eterno dell’apparire degli eterni in cui
l’uomo consiste. La morte non travolge e non disperde l’uomo, ma è l’uomo a
comprenderla in sé stesso come parte della totalità in cui egli consiste. Da
sempre e per sempre, quel cerchio è l’apparire della verità del destino. La
terra sopraggiunge nel cerchio del destino - che dunque è una dimensione
finita. L’uomo è sì l’apparire infinito del destino della verità, ossia
l’apparire di tutto ciò che è, nella sua verità assoluta - e dunque è
l’apparire in cui non può sopraggiungere alcunché (appunto perché esso è
l’eterno apparire di tutto) ma l’infinito rimane l’inconscio del finito:
nell’uomo, in quanto luce finita del cerchio del destino, l’eterna luce
infinita è destinata a rimanere nascosta, pur affacciandosi, con la terra, 182
in quel cerchio. Come eterno oltrepassamento di tutte le contraddizioni del
finito, l’apparire infinito del destino è la Gioia, l’inconscio dell’uomo, in
cui egli è destinato a inoltrarsi, all’infinito. Ma che ne sanno, intanto, gli
individui umani - o i popoli - di tutto questo? Nulla. Vedono in eterno la
verità, ma i loro linguaggi tacciono di ciò che si mostra nella piena luce e
parlano soltanto di ciò che sopraggiunge; e la terra appare come la dimensione
in cui la volontà dell’uomo ha la potenza di trasformare e dominare cose ed
eventi. Due anime abitano nel nostro petto: l’apparire del destino della verità
e la separazione della terra da tale apparire. Il mondo in cui crediamo di
vivere - il mondo del dolore e della morte - è il volto che la terra viene a
mostrare nel suo essere così separata e isolata. Ma intanto, prima del tramonto
della Follia l’uomo è rattrappito. Nelle sue certezze, innanzitutto. È
infinitamente di più di quel che crede di essere. Rattrappito, perfino quando
crede di essere Dio o il figlio di Dio, o che la sua anima sia immortale o che
anche il suo corpo possa risorgere. È rattrappito anche nei suoi desideri: non
perché debba desiderare di più, ma perché l’uomo desidera quando non è
consapevole della propria infinita ricchezza e della necessità che tale
ricchezza gli si faccia innanzi lungo un percorso a sua volta infinito al
quale, dunque, si addice la parola Gloria. E, tutto questo, non certo perché
sia io o tu o un popolo o un Dio a dirlo, ma perché appare, non smentibile, nel
più profondo di ognuno di noi. Già da sempre, eterni, siamo oltre qualsiasi Dio
e qualsiasi forma dell’esser uomo. L’isolamento della terra dal destino della
verità è il fondamento, la radice più profonda della Follia essenziale.
L’isolamento della terra non è una colpa, una decisione dell’individuo, ma è
esso stesso destinato all’uomo in quanto cerchio finito del destino. Solo
all’interno della terra isolata può apparire qualcosa come individuo umano,
popolo, società. Sul fondamento della terra isolata si fa innanzi,
nell’apparire, la Follia essenziale e la storia dell’Occidente, che è ormai
storia del pianeta, destinata a culminare nella civiltà della tecnica. Quali
sentieri la terra è destinata a percorrere nel cerchio finito dell’apparire? Il
suo isolamento dalla verità è insuperabile? È destinata ad abbandonare quel
cerchio? Quali spettacoli sono dunque destinati a mostrarsi in quel cerchio durante
la vita e dopo la morte - che, comunque, non può essere l’annientamento di ciò
che dell’uomo è andato via via apparendo? Nella sua essenza autentica l’uomo
non solo è l’eterno apparire degli eterni e degli eterni della terra, ma è la
luce che si allarga senza fine sulla distesa degli eterni: nel senso che ogni
eterno che sopraggiunge (ossia ogni configurazione della terra) è destinato a
essere oltrepassato dal sopraggiungere, nell’apparire, di altri eterni; sì che
anche l’isolamento della terra - che tuttora domina i pensieri e le azioni dei
mortali - è destinato al tramonto; e la Gioia, pur rimanendo inesauribile, è
destinata a mostrarsi libera dal contrasto con la terra isolata. L’essenza
autentica dell’uomo, come luce dell’apparire degli eterni, che si allarga senza
fine, è la Gloria dell’uomo. L’uomo è destinato a questo rapporto tra la Gioia
e la Gloria - che dunque non è un premio concesso a chi abbia usato bene la
propria volontà libera -. È necessità che, dopo il tramonto dell’isolamento
della terra - e dunque dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà
e dell’abulia - l’uomo sia l’inesauribile apparire della libertà della Gloria
dalla terra isolata. Tale libertà non è oblio della terra isolata: tutto ciò
che nel cerchio dell’apparire è oltrepassato è insieme totalmente conservato in
quel cerchio. Se il dolore, che come ogni essente è anch’esso eterno, non fosse
eternamente e totalmente conservato nel cerchio delfapparire, il suo
oltrepassamento sarebbe una semplice immagine, un’astratta rappresentazione
(cfr. E.S., La Gloria, Adelphi 2001). Poiché la Gloria - il dispiegamento
infinito degli eterni nel cerchio finito delfapparire - è la Gloria dell’uomo,
per un verso essa si dispiega nel cerchio in cui appare questa mia fede di essere
una forza, individuo capace di trasformare consapevolmente le cose; per altro
verso la Gloria è il dispiegarsi, in quel cerchio, e in ogni altro cerchio,
degli infiniti altri cerchi finiti. In ogni uomo è destinata cioè a
sopraggiungere, in carne e ossa, la totalità infinita dell’umano e dunque la
totalità infinita dei modi in cui la terra è stata e sarà isolata. Questo è il
venerdì santo che precede la pasqua della terra libera dall’isolamento. Si
dice, di Cristo: Nonne oportuit haec pati Christum et ita intrare in gloriam
suam? (Le., 24, 26-27). Ma volendo trasformare la terra per prendere su di sé
il dolore del mondo, egli vuole qualcosa che invece è necessità che accada in
ogni cerchio delfapparire, e il cui accadimento è richiesto con necessità dalla
destinazione di ogni cerchio alla Gloria, oportet haec pati in Gloria - e nella
Gioia. Cfr. su questo punto, per restare agli studi più recenti, i saggi di
Leonardo Messinese L’apparire del mondo. Dialogo con Emanuele Severino, Mimesis
2008; Il paradiso della verità. Incontro con il pensiero di Emanuele Severino,
ETS; Né laico, né cattolico, Dedalo 2013; e i saggi di Nicoletta Cusano,
Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana 2011; Capire Severino. La
risoluzione delVaporetica del nulla, Mimesis. A Messinese interessa valorizzare
soprattutto il mio scritto del 1958 La struttura originaria (La Scuola) - e in
generale la prima fase del mio discorso filosofico - e gli interessa
valorizzarla anche perché, a suo avviso, essa sarebbe compatibile con la fede
cristiana; alla Cusano interessa invece sottolineare quanto del nichilismo
permanga in quella prima fase di oltrepassamento del nichilismo, e, questo, per
valorizzare il modo in cui gli scritti successivi si liberano da quella
permanenza: ma le interessa 185 anche sottolineare la differenza essenziale tra
il modo in cui il nichilismo permane in quella prima fase e tutte le forme di
nichilismo che invece non compiono il primo passo, compiuto appunto in tale
fase, che è quello decisivo, perché spinge inevitabilmente verso tutti gli
altri. Eschilo (E): Conosco quel che tu scrivi di me... che oltre a essere uno
dei più grandi poeti sono anche uno dei più grandi filosofi che i mortali
abbiano mai avuto... e che proprio perché la filosofia è in me così grande può
esser divenuta in me così grande la poesia... Ma... c’è anche dell’altro...
Interlocutore (I): Se tutto questo - ed è molto! - non ti può bastare... e non
certo perché tu sia insaziabile... E. Certo! Tu mi metti in testa al grande
Corteo della tradizione dell’Occidente. Ma poi, questo Corteo lo vede fermarsi
(o muoversi per inerzia)... e credi che sia sorpassato da un più potente Corteo
: quello della civiltà del vostro tempo: la civiltà della morte di Dio, come
Nietzsche si esprime, la civiltà della tecnica... Non è così?... I. In qualche
modo sì... ma, tu sai bene, ciò che più conta non è quel che si dice, ma la
verità di quel che si dice... e la più gran questione, a partire dai Greci, è
il senso della verità... Quanto al semplice dire, anche i bambini sono capaci
oggi di dire che Dio è morto... E. ... e tu credi invece che si possa sapere il
vero perché di questa morte! I. Ma se ti fermi qui non ci facciamo capire... E.
Lo so... Perché poi, a tuo avviso, tutti e due quei Cortei di cui ho parlato, e
che pure sono in lotta tra loro, sono uniti da una stessa cadenza... o, se
preferite, dalla stessa Anima... Come se la loro marcia fosse scandita dallo
stesso Canto... (che però richiede orecchie fini, tu dici, per essere udito)...
e per te quest’Anima e questo Canto li accomuna più di quanto 188 la loro
inimicizia li divida...: come se celebrassero un rito comune... che però è
inviso al Cielo... (chiamiamolo così). I. Sì... purché ci si intenda sulla
parola Cielo... Non la uso mai... ma forse, in questo nostro veloce colloquio
potrebbe servirci... E. ... Ma vedi allora che non mi può bastare il
riconoscimento che tu dai della mia grandezza poetica e filosofica! Ti sembra
che mi ci trovi bene alla testa di un Corteo che, per quanto potente, non solo
è superato da un altro ancora più potente, ma che insieme a quest’altro non
ottiene il favore del Cielo? L Dipende da questo Cielo che le cose vadano così.
Cioè né da me né da te... Ma, intanto, su questo possiamo esser d’accordo: che
il Cielo di cui stiamo parlando non può essere il cielo di Dio (non si dice che
Dio sta nell’alto dei cieli?)... ma nemmeno essere quello degli atei, che
riabbassano il Cielo al soffitto delle loro case... Non credo che avremo tempo
di parlare del significato del Cielo inaudito al quale ci si deve riferire. Ma
ora lasciamo dire questo... E. Certo! E ... che se non ottenere il favore del
Cielo significa essere nell’Errore, l’Errore è però prezioso come la verità...
Soprattutto quando è grande come quello dei due Cortei di cui si parlava... Lo
dico, un po’ nel senso in cui quell’altro grande che è Emanuele Kant osservava
che senza la resistenza dell’aria le colombe non potrebbero volare... E. ...
Intanto siamo al mio Cielo: il Cielo di Dio... che d’altronde non è nemmeno il
cielo di Cristo... e non solo perché, quando io scrivevo, Cristo non era ancora
nato... L Sì, tu ti rivolgi a Dio - ecco le tue parole - con un sapere che sta
e non si lascia smentire; e questo sapere non può 189 essere la fede cristiana
né alcun’altra fede. Avvolto nello splendore della tua poesia, è tuttavia il
Dio dei filosofi e tu sei stato uno dei primi re del pensiero ad affermarlo. La
grandezza di ciò che tu hai visto non poteva essere espressa che da un
linguaggio potentemente nuovo, che ha attratto gli amanti della poesia ma ha
fatto perdere di vista che lì stava nascendo la filosofìa, la più grande delle
avventure del mortale... E. Di solito, quando si dice Dio dei filosofi si
pronuncia questa espressione con un accento di più o meno larvato rimprovero,
mentre il volto e la voce si rischiarano, quando a codesto Dio si contrappone
il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e, soprattutto, il Dio di Gesù... I.
Ma il rischiararsi di quei volti e di quelle voci è poca cosa rispetto al
chiarore di cui parli tu quando ti riferisci al sapere che sta e non si lascia
smentire! E. È il chiarore della filosofia. Quando pronuncio l’espressione
phrenòn tò pàn intendo parlare del culmine della sapienza... (come tu traduci)
ossia di ciò che noi Greci eravamo in procinto di chiamare filosofia. E il
culmine della sapienza è il sapere che non si lascia smentire... Stando su quel
culmine e in quel sapere, si abita en phàei, nella luce, nel vero chiarore...
I. Sì, nella tua lingua luce si dice phàos e la parola filosofia contiene le parola
sophia... che è costruita sulla parola phàos, e dunque suona come se dicesse:
grande luce... E. ... Certo: quel so di so-phia è un prefisso che rafforza,
intensifica e, appunto rende grande il significato della parola da cui è
seguito, cioè, in questo caso, il significato della parola phàos. I. ... e
quindi si deve dire che philo-sophia significa aver cura per ciò che sta nella
grande luce, al culmine della luce... La cura per qualcosa che è essenzialmente
più radicale del rigore del sapere scientifico e della dedizione di ogni fede.
E. ... e che per questo, ma solo per questo, può essere detto sapienza... Forse
ora si potrebbe incominciare a capire ciò che tu affermi del modo in cui io
intendo la sapienza: quel che sta al culmine della luce è il sapere che sta e
non si lascia smentire... L Ho dovuto usare quest’ultima lunga espressione per
tradurre quel che tu esprimi rapidamente quando affermi di rivolgerti a Dio...
E. Sì, io dico: rivolgersi a Dio pant’epistathmómenos ... che tradotto alla
lettera nella vostra lingua significa ponderando bene tutte le cose... Ma
tradotto così alla lettera dice ben poco... Se si è capaci di scendere nel
senso profondo di queste mie parole greche, bisogna intenderle nella direzione
in cui tu ti sei messo... In esse risuona una grande parola: la parola epistéme
che alla lettera vien tradotta con la parola scienza, ma che nel suo
significato originario significa lo stare (- stéme), dove lo stante non si
lascia scuotere dalle forze che vorrebbero scuoterlo, abbatterlo e smentirlo.
I. Ti ringrazio per quanto hai detto di me... A questo punto sarebbe forse il
caso che tu richiamassi e facessi sentire quel tuo Inno a Zeus - l’Inno a Dio -
che, parlando del culmine della sapienza, sta esso al culmine della sapienza
che guida la tradizione dell’Occidente... QuellTnno è il contesto in cui
compare la rapida e potente espressione che ho tradotto con il sapere che sta e
non si lascia smentire... E. Ne ricorderò solo una parte... e non nella mia
lingua, ma nella traduzione che tu nei hai dato, e con qualche ritocco... Se il
dolore, che getta nella follia, dev’essere cacciato 191 dall’animo con verità,
allora, soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia
smentire, non posso pensare che a Zeus [...] che ha vinto tre volte. Chi ha la
mente protesa verso Zeus e annuncia la sua vittoria perviene al culmine della
sapienza. Guidando il pensiero dei mortali Zeus ha stabilito che il sapere
acquisti potenza sul dolore. Quando, invece del sonno, goccia davanti al cuore
l’affanno che ricorda il dolore, allora, anche senza che lo vogliano,
sopraggiunge nei mortali un sapere che salva. Questo è un dono dei dèmoni che
siedono potenti sul sacro seggio di Zeus. I. Quanto tempo occorrerebbe per
portare alla luce la grandezza di queste parole!... Bisognerebbe mostrare,
innanzitutto, che Zeus è per te ciò che la filosofia, nascendo, chiama Dio... e
che tu sei tra i pochi che la fanno nascere... E. Zeus ha vinto tre volte: ha
vinto per sempre la propria mente... quindi è il totalmente essente, come tu
hai tradotto l’espressione pantelés, che compare nella mia tragedia Le supplici
... I. ... e, ancora, bisognerebbe mostrare che tu incominci a intendere la
morte come l’andare nel nulla e dunque a pensare quel significato radicale del
nulla che prima di Parmenide, di te e di pochi altri era rimasto nell’ombra...
e portandolo alla luce avete fatto sì che gli uomini incominciassero a nascere
e a morire in modo diverso da prima: nel modo estremo e più terribile... E.
Morire sapendo di andare nel nulla dal quale non c’è ritorno è infatti qualcosa
di essenzialmente diverso dalla morte di chi, la morte, non la può vedere
legata al nulla perché ancora non sa nulla del nulla... I. All’estremo opposto
di Zeus che ha vinto per sempre la propria morte e per questo è totalmente
essente, c’è il panóles, la parola con la quale tu indichi Tesser totalmente
distrutto di chi è spinto nel nulla dalla morte... E. Eppure... eppure nel mio
Inno a Zeus dico che il dolore che getta nella follia deve essere cacciato
dalVanimo con verità...! e il dolore getta nella follia quando lo si patisce
come messaggero della morte!... Nel mio Inno io indico anche il Rimedio!... il
Rimedio contro la follia in cui getta l’angoscia della morte!... il Sommo
Rimedio! I. Sì, tu hai indicato il Rimedio... Di più: alTinterno della storia
dell’ epistéme tu sei stato il primo a indicarlo a chiare lettere... Di più
ancora! Il tuo Rimedio è il Riparo sotto il quale si sono rifugiati quasi due
millenni e mezzo di storia dell’Occidente... e si semplificano troppo le cose
dicendo che il tuo Rimedio è Dio!... E. Certo, si semplificano troppo, perché
anche nel mio Inno dico che... con verità è necessario cacciare la follia del
dolore... con verità!... cioè con un sapere che sta e non si lascia smentire...
e questo sapere non può essere nessuna sapienza che il mito ha prodotto, e
nessuna fede, nemmeno quella che per chi è venuto dopo di me è stata la fede
cristiana o la fede nella tecnica del vostro tempo! Inchiodato dalle arti, cioè
dalla tecnica del falso Zeus del mito e della fede, non è forse il mio
Prometeo, a urlare: La tecnica è troppo più debole della Necessità? Sono io a
pronunciarle, queste parole, perché la Necessità è proprio ciò che si manifesta
alTinterno del sapere che sta e non si lascia smentire, e che nel mio Inno
chiamo sophronéin, cioè sapere che salva, come tu hai tradotto... L Siamo al
centro del tuo pensiero e del pensiero della tradizione occidentale: la verità
salva - voi dite. Nel tuo Inno lo metti in piena luce. E. Guidando il pensiero
dei mortali Zeus ha stabilito che il sapere acquisti potenza sul dolore e
questo è il sapere che sta e non si lascia smentire. I. Ha in mente te e gli
altri grandi filosofi greci, Gesù, quando dice: La verità vi farà liberi!
Liberi da che cosa se non dalla incapacità di sopportare il dolore e la
morte...? E. ... solo che in lui la verità è ormai diventata la verità della
fede, la volontà che un sapere sia verità perché è lui a rivelarlo... I. mentre
la filosofia ha cura per il sapere che mostri da sé stesso di non poter essere
smentito... E. Su questo pensiero la filosofia si è curvata per millenni... L
... si tratta di aver cura per la luce che non inganni e della potenza che può
essere suprema, divina, supremamente liberatrice solo in quanto essa appaia in
questa luce... E. Saldi rimedi; saldi, cioè veri, invocano le Erinni alla fine
della mia Orestea... Su questo pensiero la filosofia si è curvata per
millenni... L ... e si è spezzata... e questo è insieme lo spezzarsi
dell’intera civiltà occidentale, e ormai è la spezzatura del mondo... E. Tu
vuoi dire che si è spezzata nei due Cortei di cui parlavamo all’inizio?... il
Corteo della tradizione, della verità liberatrice, del divino... L Sì, e il
Corteo del tempo presente, dove invece si scorge l’inesistenza di ogni Rimedio,
di ogni Riparo dalla nullità dell’uomo. E. Sì, il mio Corteo ha pensato (e per
primo) che le cose e i mortali sporgono provvisoriamente dal nulla, ma ha anche
pensato che dall’angoscia in cui spinge il pensiero della nostra nullità, ci si
può liberare solo con la verità che sta, non smentibile, e mostra il divino che
ha vinto per sempre la morte e in cui in qualche modo restano salvate dal nulla
tutte le cose mortali... I. ... ma una volta che il tuo Corteo ha evocato il
canto terribile della nullità delle cose era inevitabile che il controcanto del
Rimedio e della Salvezza dal dolore e dal nulla si rivelasse senza forza e si
spegnesse, e si facesse innanzi l’altro Corteo, che in mille modi e anche
contrastanti canta lo stesso Inno, diverso al tuo, ma figlio legittimo del tuo:
l’Inno del nulla, della incapacità dell’uomo di salvarsi dal nulla... è
inevitabile che il tuo Corteo sia seguito da quest’altro... E. ... ma tu dici
anche questa inevitabilità non è a portata di mano e che molti cantori del mio
Corteo credono che il mondo debba essere guidato da loro... I. Sì, lo
credono... si illudono... perché sotto la cenere di Dio c’è il fuoco del nulla.
Leopardi canta così: ... a noi presso la culla immoto siede, e su la tomba, il
nulla e questo canto finisci col sentirlo anche al di sotto delle voci delle
magnifiche sorti e progressive della tecnica... E. ... che tenta di allontanare
il più possibile il dolore e la morte. L La tua sentenza che la tecnica è
troppo più debole della Necessità deve essere rovesciata: oggi appare che la
Necessità è troppo più debole della tecnica : considera allora quanto essa
(cioè il canto del tuo Corteo) sia debole, se la tecnica stessa che è molto più
forte è poi del tutto impotente rispetto al nulla che attende ogni cosa! E. Ma,
poi, tu sostieni che l’anima più profonda di quei due Cortei è la stessa
(l’abbiamo accennato all’inizio!). Mi sembra che tu voglia dire che essi
intonano entrambi l’Inno del nulla, e che il mio Corteo si illuda, dopo averlo
cantato di poter cantare anche quello a Zeus... I. Sì, ma ora è tempo che il
nostro colloquio si concluda... E. ... e sostieni anche che tutti e due i
Cortei e tutti e due gli Inni non riescano a ottenere il favore di quel Cielo
di cui parli tu e che sarebbe abissalmente diverso sia da quello degli amici
sia da quello dei nemici di Dio... L sì, ma ora dobbiamo salutarci... E. e in
quel Cielo appare la Necessità autentica, non quella che si fa vincere dalla
tecnica, ma la Necessità che tutto sia eterno - tutto: ogni gesto, ogni stato,
ogni cosa, ogni vicenda, anche i due Cortei, e anche i due Inni... I. ...
questo Cielo non è una dottrina che passi dalla testa di uno a quella degli
altri. E. ... risplende in ognuno di noi anche quando non ce ne accorgiamo...
I. Ti ringrazio di aver accennato a queste cose.. E. ... arrivederci, allora!
I. Arrivederci! Parmenide 1 Interlocutore (I): Anche tu, gli uomini, li chiami
mortali. Della loro mente dici che è plaktón. Dovrebbero riflettere a lungo su
questa parola. Di solito la si traduce con errante. Non è sbagliato - purché si
sappia che cosa spinge la loro mente a errare. Parmenide (P): Infatti. Sono
spinti a errare perché credono che 1’esistenza della nascita e della morte,
cioè l’uscire dal nulla e il ritornarvi, sia verità. Lo dico continuamente nel
mio Poema. Ad esempio nei versi 39-40 di quello che voi chiamate frammento 8.
I. Ma quando dici che la mente dei mortali è plaktón rendi ancora più profondo
il senso dell’errare che viene espresso da questa parola. Infatti plaktón, che
tu riferisci alla mente dei mortali (fr. 6), prima ancora che errante,
significa colpita. E chi è colpito patisce. Il colpo fa soffrire. Spinge nel
dolore e nell’impotenza. Si è impotenti quando non si riesce a ottenere ciò che
si vuole. Quando ciò accade si è preda del dolore, e allora si vacilla, si va
di qua e di là, si va errando, appunto. La mente dei mortali è errante perché è
colpita. È colpita dalla convinzione non vera che nascita e morte esistano. E,
preda di questa convinzione, patisce. P. Sì, con la parola amechame ho indicato
appunto questa impotenza, angustia, mancanza, questo essere avvolti dal dolore
quando non si segue - così lo chiamo - il sentiero della Verità. Amechame
indica l’assenza di mechané, ossia della macchina (nel senso originario di
questa parola), ossia del mezzo che consente di liberarsi dall’impotenza
angosciata. La frase completa dove parlo della mente errante dei mortali dice
infatti: Nei loro petti un’impotenza angosciata governa la mente colpita ed
errante. I. Dunque tu dici che credendo nell’esistenza della nascita e della
morte, nell’essere e non essere di ciò che è, la mente dei mortali è colpita e
va errando nell’oscurità dell’angoscia... ! P. ... e che da questa Notte si
esce andando verso la luce della Verità. I. Nietzsche ha scritto che tutto il
pensiero filosofico, prima di lui, è stato al tuo seguito. Non sono d’accordo,
anche se tu stai indubbiamente al centro della storia dell’Occidente. Un
celebre filosofo della scienza ha sostenuto non molto tempo fa che tu sei il
padre di quella roccaforte della scienza moderna che è la fisica e che tutti i
grandi fisici del nostro tempo sono stati parmenidei. Di nessun altro Platone
ha detto quel che ha detto di te: Venerando e terribile, l’espressione che
Omero riferiva agli dèi. Sono d’accordo con Platone. Ma tu sei un grande dio
bifronte... ne parleremo più avanti, se lo vorrai... P. Sentirò che cosa
intendi dire. I. Ritorniamo, se ti va bene, a quanto stavamo dicendo prima
della mia digressione. Quando parli dei mortali dalla mente errante, mostri le
configurazioni della loro angosciata e dolorosa impotenza ( amechame ): essi,
tu dici, sono ottusi, accecati, storditi. E sostieni che è necessario cacciare
via dalla mente, con verità, tale impotenza, che li rende folli. P. Anch’io ho
compiuto il gran viaggio verso la Verità, accompagnato dalle Figlie del Sole, e
mi sono lasciato alle spalle le case della Notte, le case di quell’impotenza.
I. Non è un caso che Eschilo dica lo stesso. Nell’Inno a Zeus, dell’
Agamennone, il coro canta: È necessario cacciar via dalla mente, con verità, il
dolore che rende folli. P. Sì, son proprio le sue parole... I. ... e anche le
tue; anche se tu, la mente, la chiami nóos e lui phrontìs; e il dolore che
rende folli tu lo chiami amechame, mentre lui lo chiama àchthos. Ma
quell’affermazione di Eschilo, e la tua, indicano la nascita stessa della
filosofia - 198 anzi, sono questa nascita. P. Sì, la filosofia è il sentiero
della Verità. Se lo si percorre si è capaci di cacciar via dalla mente l’angosciata
e dolorosa impotenza che la rende folle. I. Anche prima della filosofia ciò che
i mortali vogliono sopra ogni altra cosa è riuscire a vincere il dolore e la
morte. Ed è, quello, il tempo del mito, cioè il tempo in cui essi credono
nell’esistenza delle potenze demoniche e divine della terra e del cielo; e
credono di salvarsi facendosele alleate. Ma, appunto, credono, hanno opinioni,
si illudono e nutrono cieche speranze (anche queste sono parole di Eschilo), la
loro è una salvezza sognata. P. Sì, per uscire dalla salvezza sognata è
necessaria la vera salvezza, è necessario che la Verità venga incontro e si
mostri all’uomo, e mostri in che consista la vera Potenza. Ma l’uomo può
scorgerla solo se riesce a capire in che consista la Verità. Questo è il culmine
della sapienza. I. Non deviamo dal nostro discorso se a questo punto ricordiamo
che per Aristotele la filosofia nasce dalla meraviglia. Con questa parola si
traduce solitamente il termine greco thàuma. Ma è una traduzione che porta
fuori strada. Basta tener presente, per giustificare questa mia affermazione,
che per Aristotele anche l’uomo del mito (l’amante del mito, philómythos) è in
certo qual modo filosofo, perché anch’egli è preso dalle reti di thàuma. Ora, è
ingenuo pensare che, nell’esistenza dominata dal mito, sia l’esangue sentimento
della meraviglia a esser capace di far rivolgere l’uomo e di farlo alleare, per
salvarsi, alle potenze che egli crede supreme. L’uomo del mito è il primo a
lottare contro l’immane sorpresa del dolore e della morte. Thàuma è
l’angosciato stupore, l’angosciata e dolorosa impotenza. P. Sì, thàuma è
Yamechame. Infatti Aristotele afferma che la filosofia conduce nello stato
contrario a quello da cui essa procede. Il viaggio che descrivo all’inizio del
mio Poema conduce anch’esso allo stato contrario: dalla Notte delYamechame al
Giorno della Verità, dove il mio animo vuol pervenire (fr. 1, v. 19). Lo stato
contrario a thàuma, a cui la filosofia conduce, è per Aristotele la felicità,
per quel tanto che essa è concessa agli uomini, è la loro salvezza. I. Ma, come
tu avevi incominciato a dire, il pensiero che stabilisce il senso di ogni
sapienza e di ogni agire - e dunque della salvezza e della felicità - è il
senso della Verità. Che importa una salvezza se non è vera? E una virtù, una
sapienza, una potenza che non siano vere? È un amore per il divino se l’amore e
il divino non hanno verità? A te e a coloro che per primi con te filosofarono
spetta questa gloria ineguagliabile: aver capito che l’avventura più alta
dell’uomo consiste nel portare alla luce il senso della Verità. P. I più
pensano ad altro. Lo dice anche Eraclito: I molti vivono come avendo una loro
propria saggezza (fr. 2), che è del tutto estranea alla Verità di tutte le
cose. I. Tutte le cose! Il Tutto! Tu e quel coro di dèi che voi siete - voi, i
primi pensatori greci per la prima volta sulla terra avete incominciato a
parlare del Tutto. È un evento infinitamente più decisivo di quello in cui,
come si racconta, l’uomo si è rizzato sulle gambe e ha incominciato a guardare
il cielo e le sue luci. Infinitamente più ampio e profondo è il Tutto rispetto
al cielo stellato. P. Sì; e lo sguardo verso il Tutto è necessariamente
richiesto dal senso della Verità. Infatti il cuore della Verità non trema (è
atremés). Trema il cuore delYamechame; trema il cuore di tutto ciò che può
essere negato da uomini o da dèi. Il cuore non tremante della Verità non può
esser negato né da uomini né da dèi. Proprio per questo la Verità non può
essere la verità di una parte del Tutto: se lo fosse, rimarrebbe esposta al
pericolo che dalle altre parti si faccia innanzi qualcosa capace di smentire la
verità di quella parte - la verità, cioè di dimensione particolare dell’essere
-, e il cuore della verità non cesserebbe mai di tremare. P. Questo è uno dei
motivi per i quali affermo che il Tutto non è divisibile, ossia non ha parti.
I. Certo, ma su questa tua tesi, vorrei, ritornare tra poco. Ora vorrei
aggiungere che la Verità non può essere negata né da uomini né da dèi, non
perché per ora essi non siano capaci di negarla, ma domani o in un futuro più o
meno lontano potrebbero diventarne capaci... P. ... ma perché è impossibile che
lo diventino. I. Solo che è questo impossibile a dover render conto, ora, del
proprio significato. Da questa impossibilità dipende infatti 1’esistenza di un
cuore non tremante della Verità. P. Infatti, il Tutto è ciò che è, l’essente
(tò eón). E al centro del mio Poema sta questa affermazione: È impossibile dire
o pensare che Tessente non sia. L’impossibile è appunto questo: che Tessente
(ciò che è) non sia. I. E qui tu ti sollevi sopra tutti gli altri. D’altra
parte, mi sembra che tu voglia anche affermare che l’impossibile non ha un
significato per proprio conto, indipendentemente dal significato
dell’espressione Tessente non è; ma che impossibile significa proprio questo:
il non essere dell’essente. O almeno mi sembra che nel tuo Poema le cose vadano
così. La tua voce si leva su tutte le altre per quel suo dire che è impossibile
che Tessente (il Tutto) non sia. Tu hai l’audacia di affermare che ciò che è, è
ingenerato, imperituro, eterno dunque. E non è un’audacia avventata, ma dà da
pensare ai millenni e a tutte le sapienze che son 201 venute dopo di te - a
tutte, dico, anche quando esse non se ne sono rese conto e ancora per molto
continueranno a non rendersene conto. P. Ma non ci sono quelle due affermazioni
che tu hai lasciato in sospeso e che ora dovresti chiarire? La prima, che io
sarei un grande dio bifronte; e, la seconda, la tua riserva - almeno così mi è
sembrata - a proposito della mia tesi che il Tutto - Tessente - non è
divisibile, cioè non ha parti. I. Andando avanti per questa strada - tu lo sai
bene - ci avviamo verso una regione impervia e insieme grandiosa, che in questo
nostro dialogo dovremo accontentarci di guardare da lontano. Si tratta, ancora
una volta, di capire che cosa significa essente. P. Sì. Platone, nel Sofista,
mostra con potenza mirabile perché io escluda che Tessente abbia parti. E
affermo questa sua potenza pur sapendo che egli ha inteso compiere un
parricidio, come lui dice, nei confronti del mio pensiero, cioè ha mostrato che
Tessente è necessariamente molteplice, ossia ha parti. I. Diciamolo, intanto,
che cosa significa che Tessente non ha parti. P. Significa che il mondo, in
apparenza ricchissimo di parti nello spazio, nel tempo, nelle nostre anime e
nei nostri affetti, non può essere Verità. Nel mondo, Tocchio non vede,
l’orecchio è stordito, la lingua straparla. Le cose del mondo sono soltanto
opinioni dei mortali, a cui non compete alcuna vera convinzione. Sono
illusioni. Sono soltanto nomi. Dicevo all’inizio che i mortali sono spinti a
errare anche perché credono che nascita e morte siano verità. Ma come è
illusione la falsa ricchezza delle molte cose, così è illusione la nascita e la
morte. I. E Platone mostra perché tu neghi che Tessente abbia parti 202 (terra,
cielo, piante, animali): perché, se le avesse, ognuna dovrebbe differire
dall’essente. Infatti cielo (o casa o altro) non significa essente, cioè non è
essente, e il non essente non può essere. Quindi le molte cose del mondo non
sono, e l’opinione che esse siano è illusoria. Se le cose del mondo fossero, il
nulla sarebbe; ma, tu dici, come è necessario che Tessente sia, così è
necessario che il nulla non sia. P. Questo non potrà mai venir imposto, che le
cose che non sono siano. So che, secondo alcuni, io non avrei negato la
molteplicità delle cose. Ma se fosse così dovremmo dire che pensatori come
Platone, Aristotele, Hegel non abbiano letteralmente capito quello che ho
detto. I. Sono d’accordo con te. Io sostengo da tempo che non è stata capita la
potenza del tuo pensiero. Ma altro è affermare che tale potenza non è stata
capita, altro è affermare che non si è capito quel che il tuo Poema ha
esplicitamente affermato. P. Tu hai scritto anche più volte che il mio pensiero
può sembrare il punto in cui l’astro dell’Occidente viene a trovarsi più vicino
all’astro dell’Oriente. Come l’induismo e il buddhismo, dico anch’io che il
mondo è illusione - maya, dice l’Oriente. Ma quale differenza! I. Infatti: sono
simili le tesi. L’Oriente possiede tesi analoghe a quelle che si leggono nel
tuo Poema, ma, separate dalla cura per la Verità, separate dal perché le si
afferma, esse non sono filosofia, ma miti. P. Prima di noi l’Oriente è
philómythos, non philosóphos. Poi rileggerà i propri pensieri - il cui
splendore è indiscutibile - alla luce dei nostri. I. D’altra parte, proprio
perché il tuo discorso sulTimpossibilità che Tessente abbia parti è ben
comprensibile, non può evitare di confrontarsi con Platone, che mostra,
all’opposto, la necessità che Tessente sia molteplice; e lo mostra portando
alla luce un principio che resterà alla base dell’intero sviluppo
dell’Occidente - dell’Occidente, dico, non della sola cultura occidentale. P.
Lo so: Platone mostra che l’affermazione che Tessente è una molteplicità di
essenti... I. ... l’affermazione che il mondo esiste... P. ... non implica,
come invece io sostengo, che le cose che non sono siano... I. ... cioè non
implica che il nulla sia. P. Di questo gran passo di Platone parleremo un’altra
volta... I. D’accordo, qui vorrei allora restare alTinterno del tuo discorso,
ed esprimerti quella che tu prima hai chiamato la mia riserva, invitandomi a
non dimenticarla. I mortali, tu dici, vivono nell’opinione ( dóxa ), che è
illusoria: credono che esista la molteplicità delle cose e la loro generazione
e corruzione. P. Nascita, dolore e morte, infatti, non possono esistere se non
esistono le molte cose del mondo. Questa illusione, che li fa errare lontani
dalla Verità, li colpisce e li fa sprofondare nell’ amechanie. I. Ma tutto
questo significa che, per te, l’opinione illusoria e Vamechanie e, infine, i
mortali stessi sono, esistono, non sono un nulla. E allora, non è soltanto
Tessente a essere, ma anche il mondo illusorio dei mortali - giacché, ripeto,
quando dici che questo mondo non ha verità, nemmeno tu intendi dire che,
dunque, è nulla... P. ... e allora tu mi stai obbiettando che dunque, ciò che
è, Tessente, è costituito da almeno due parti: lui, Tessente, (che vorrebbe
esser solo lui a essere) e il mondo dell’illusione, che poi è a sua volta
costituito dalle molte cose illusorie che sono soltanto nomi - e, anche qui, tu
diresti che per me i molti nomi non sono un nulla, ma a loro volta sono.
Cosicché io stesso verrei ad affermare quella molteplicità delle cose che
invece dichiaro impossibile. E potresti aggiungere che, oltre ai nomi che per i
mortali sono cose, ci sono le parole che nel mio Poema indicano la Verità e si
distinguono le une dalle altre e che io non sarei certo disposto a considerare
inesistenti per il fatto che sono molte. Ma a questo punto puoi andare avanti e
dirmi perché, prima, mi hai chiamato un grande dio bifronte - e, mi pare di
aver capito, bifronte in un senso diverso da quello per cui sarei bifronte già
per il fatto di affermare implicitamente quella molteplicità delle cose che
invece esplicitamente nego. I. Ma innanzitutto un dio. In questo nostro dialogo
non abbiamo il tempo per mostrarlo. Ciò che più conta dovremo quindi lasciarlo
da parte - e ciò che più conta non è soltanto il senso del tuo essere un dio. Ebbene,
ti dico bifronte rispetto all’essenza autentica del nichilismo, ossia
dell’anima e del fondamento dell’intera storia dell’Occidente e, ormai,
dell’intero pianeta. P. Se questo è il tema, allora so quel che sostieni. Tu
dici che io sono colui che indica il Sentiero del Giorno e, contemporaneamente,
spinge verso il Sentiero della Notte: colui che indica che cosa sia veramente
il nichilismo e quale sia il senso autentico della sua negazione, ma che,
insieme, apre la strada che conduce nel baratro del nichilismo. I. L’essenza
del nichilismo è infatti affermare che ciò che è non sia. Non si pensa mai che
ogni annientamento degli uomini e ogni devastazione della terra sono possibili
perché, innanzitutto, si crede che ciò che è possa non essere. L’errore estremo
è insieme l’estremo orrore. Ma poi anche tu - anche tu! -, anche la tua mente è
colpita come quella dei mortali dalla doppia testa, dikranoi, come tu dici:
anche tu affermi che ciò che è non è, ossia che le molte cose del mondo sono
nulla - esse che invece non sono un nulla nemmeno per te, nella misura in cui
sono il contenuto dell’opinione illusoria. P. E questo lo dici perché Platone
ha mostrato che se una qualsiasi cosa del mondo, ad esempio la luna, non ha lo
stesso significato di ciò che è, o di essente - se dunque la luna non è
Tessente -, d’altra parte la luna non ha nemmeno lo stesso significato di
nulla, luna non significa nulla, e pertanto non è un nulla... I. ... con la
conseguenza che, affermando che la luna è, non si è costretti ad affermare; come
invece tu sostieni, che le cose che non sono siano, ossia che il nulla è; ed è
dunque necessario affermare che le molte cose sono. P. Ma so anche che, per te,
Platone, salvando il mondo da me, si porta dietro, credendo di avermi ucciso,
il veleno col quale io uccido (o almeno penso di uccidere) il mondo. Tu dici
appunto che, col parricidio compiuto nei miei riguardi, Platone è il salvatore
apparente del mondo, perché in realtà ne è il cattivo pastore, e che è
alTinterno di questa cattiva cura del gregge che poi si farà innanzi, lungo la
storia dell’Occidente, ogni buon pastore. I. Ma quando parlo del nichilismo che
anima quella storia, non intendo dire che gli uomini avrebbero potuto pensare
meglio di come hanno pensato - e qui mi riferisco innanzitutto a te: gli uomini
hanno pensato e agito come era necessità che pensassero e agissero; e anche il
cielo e la terra procedono nel modo in cui è necessario che procedano. In
proposito non dico altro. Vorrei invece ritornare un momento su quel discorso
che facevo a proposito della luna, cioè del suo non esser né Tessente né un
nulla. Questo non significa che tra ciò che è e il nulla vi sia qualcosa di 206
intermedio (la molteplicità delle cose, appunto). Significa invece che quel ciò
che è, separato dalla molteplicità delle cose che sono, è esso un nulla. Certo,
luna non significa essente, ciò che è; ma Tessente non è il non composto, il
semplice, ma è ciò che ognuna delle molte cose è, ossia è ciò che è presente in
ogni cosa. P. Vedo dove il tuo discorso sta andando. Tu dici che, essente, è
ogni cosa. Quindi Tessente è, propriamente, gli essenti. Ma, insieme, tieni
fermo che è impossibile che Tessente non sia - e appunto per l’accecante
splendore di questo pensiero mi chiami un dio; ma, tu aggiungi, Tessente è ogni
cosa e quindi di ogni cosa è necessario affermare che è impossibile che non
sia, è cioè necessario affermare che è eterna. I. Hai detto bene anche questo:
che quello splendore è accecante. Ha accecato tutti, tutte le menti più alte
dell’umanità. Era necessario che ciò avvenisse. Se Terrore non si dispiegasse
totalmente e in tutta la sua forza e in tutte le sue luci, la Verità non
potrebbe esistere; così come il Giorno non potrebbe esistere senza la Notte.
Occorre quindi che il linguaggio parli e del Giorno e della Notte, ma che dica
sì al Giorno, non alla Notte. P. Della Notte parlano i mortali, la cui mente,
colpita dal dolore e dalla morte, è avvolta àd\Yamechame. Parlano della Notte
credendo che sia il Giorno. I. Eppure, ai mortali dalla doppia testa, per i
quali Tessente non è ed è necessario che non sia, il linguaggio della Notte
gliel’hai messo in bocca proprio tu! P. Cioè? I. Voglio dire che, per quanto ne
sappiamo, quei mortali sei stato tu a evocarli per la prima volta. P. Perché?
I. Perché, per quanto ne sappiamo, tu sei stato il primo a pensare e a parlare
dell’essente come di ciò che è assolutamente opposto al nulla. L’Oriente ignora
la radicalità di questa opposizione. E se così stanno le cose, prima di te non
potevano esserci quei supermortali per i quali Tessente non è ed è necessario
che non sia. Esistevano i comuni mortali del mito, che ancora non potevano
sapere che la morte è annientamento e la nascita è uscire dal niente. P. E
quindi tu affermi che io non solo ho evocato per primo la Verità dell’essente,
ma per primo ho anche evocato i suoi nemici, quelli che tu hai chiamato i
supermortali. I. Che sono per davvero tali, perché, a partire dall’atmosfera
aperta dalle tue parole, essi hanno incominciato a credere di morire dinanzi al
nulla che li attende, sì che la loro morte ha incominciato a essere
infinitamente più angosciante di quella del mito. Proprio per questo tu hai
guardato alla Verità come sommo rimedio contro l’angoscia estrema. P. ...
Abbiamo parlato di cose grandi, anche se abbiamo dovuto soltanto sfiorarle. Di
molte altre, e grandi, che a gran voce chiedevano di essere dette, abbiamo
dovuto tacere. Ora dobbiamo salutarci. A presto! Dal testo richiestomi da
Pressburger per le Interviste impossibili, tenutesi nel 2007 al Teatro Stabile
di Trieste. Dialogo richiestomi dal Corriere della Sera. Di tutti i miei
possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e presenti anche, di
quelli futuri) va detto che tutti, con maggiore o minore potenza sviluppano il
Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti. Questa affermazione non suona
paradossale se si tiene presente quanto si è detto nel capitolo 6, della
sezione prima. Non suona paradossale nemmeno se si aggiunge, e lo si deve, che
tutte le possibili critiche al Contenuto dei miei scritti sono, tutte,
sviluppi, più o meno rilevanti, di quel Contenuto (una parola, questa, che va
con la maiuscola, miei scritti andando invece con le minuscole). Quel Contenuto
è infatti la verità, il destino della verità. Immodesto non sono io: immodesta
è la verità che ne ha il diritto perché non è cosa modesta e attira a sé il
linguaggio imponendogli di testimoniarla. Ritorniamo brevemente su questi temi.
La verità è sola in quanto nega l’errore. Senza errore non c’è verità. L’errore
con-ferma, la verità la rende ferma, nel senso che essa ha il cuore che non
trema - per usare un’espressione di Parmenide - solo in quanto mostra che essa
è e significa errore e la necessità di negarlo. Essa vive, eterna (e l’uomo ne
è l’eterno apparire), solo in quanto l’errore vive; ed è tanto più concreta
quanto più l’errore è concreto e fiorisce ed è robusto, coerente, razionale,
suggestivo, cioè quanto più sviluppa la ricchezza che gli compete. La verità ha
cioè bisogno degli scavatori che portino alla luce questa ricchezza con la
convinzione di portare alla luce la verità (una convinzione che è presente
anche quando scrivono libri e libri per mostrare che la verità non esiste). È,
il loro, un lavoro che invece chi scava per portare alla luce la verità non
riesce a fare così bene, o non gli dedica il tempo e la convinzione dovuti. In
questo senso va detto che tutti i critici e tutte le possibili critiche al
Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti, sono, di questi scritti, sviluppi,
e spesso originali. Anche tutte le critiche che possono essere mosse a
proposito del discorso che qui si è appena fatto intorno al rapporto tra verità
e errore, agli scavatori dell’errore e della verità, e alla loro
indispensabilità. La magnificenza dell’Occidente, che ormai conquista la terra,
è il tempo dell’errore, della sua fioritura e del suo trionfo. Ma la verità non
abbandona a sé stesso l’errore: esso cresce secondo le leggi della verità.
L’errore cresce secondo le leggi della verità anche perché ogni obbiezione che
si possa fare a quel Contenuto (e l’ignorarlo è la forma preminente della
negazione di esso) è convinta di affermare qualcosa che differisce da tale
Contenuto. Non solo, ma crede anche che il fatto di differire non sia cosa di
poco conto. E infatti è di tantissimo conto. Il Contenuto di cui si sta
parlando è infatti la manifestazione del senso autentico e della necessità del
differire dei differenti. È il punto infinitamente più stabile di quello che ad
Archimede sarebbe bastato per sollevare la terra. Ben vengano dunque, daccapo,
le obbiezioni, purché intendano essere per davvero obbiezioni; ossia intendano
differire da ciò contro cui obbiettano e tengano quindi in gran conto la
differenza dei differenti e l’impossibilità di negarla. E, una volta che
avranno fatto tutto questo, capiranno di tenere in gran conto proprio quel
Contenuto contro il quale esse vorrebbero andare. Gli scavatori dell’errore
sono gli erranti - e come individui tutti sono erranti, anche quelli che
scavano la verità. Nel tempo dell’errore - un tempo che coincide con il tempo
deH’uomo, cioè con l’uomo quale è inteso all’interno della terra isolata dal
destino della verità -, l’errore crede di conoscere ciò che ai propri occhi
appare come errore; e si crede capace di distinguere questo, che gli appare
come l’errore, dall’errante. Ma là dove domina l’errore che è tale agli occhi
della verità, ed esso dice di voler combattere e distruggere ciò che ai suoi
occhi è errore, ma non l’errante, là è inevitabile che ci si convinca che il
fiorire degli erranti finisce con l’essere il fiorire dell’errore ai danni di
ciò che è ritenuto verità, e si finisca col condannare, e punire e distruggere
anche gli erranti. Questa confusione tra l’errore e l’errante attraversa tutta
la storia del mortale. Eppure anch’essa contribuisce alla costituzione della
concretezza dell’errore. Tutta la storia della sofferenza umana è richiesta da
tale concretezza. Il destino della verità è destinato a oltrepassarla (cfr.
E.S., La Gloria, cit., Oltrepassare, Adelphi, La morte e la terra, cit.). Il
relativismo, si dice, nega che l’uomo riesca a conoscere una verità assoluta e
irrefutabile. Se ci si ferma a questa definizione, tutta la cultura del nostro
tempo, innanzitutto quella filosofica, è relativista. Ma allora va anche detto
che quella negazione della verità era già sostenuta 2500 anni fa, e in grande
stile, dalla sofistica. Dopo tutto questo tempo saremmo ritornati al punto di
partenza per quanto grande fosse il suo stile? No; perché a quella definizione
non ci si può fermare. Anche perché già il pensiero greco sapeva che chi
afferma che non esiste alcuna verità assoluta afferma egli stesso che nemmeno
questa sua affermazione è una verità assoluta. (Le cose non sono però così
pacifiche, perché un negatore della verità potrebbe replicare che egli intende
proprio negare e insieme affermare la verità, perché no?, visto che se gli si
obbiettasse che in questo modo egli nega il principio di non contraddizione
egli potrebbe daccapo rispondere che quel principio, così semplicemente
affermato, è un dogma; e bisognerebbe allora darsi da fare per mostrargli che
non lo è). Il relativismo degli ultimi due secoli è tutt’altra cosa. Nega tutto
l’antirelativismo che c’è stato nel frattempo. Qualcuno crede che il
relativismo possa appoggiarsi anche a Pascal, per il quale la verità assoluta
non potrà mai esser trovata perché tutto muta col tempo. Ma Pascal non giunge a
dire che, proprio perché tutto muta col tempo, non può esistere nemmeno un Dio
eterno e assoluto. Lo dirà Nietzsche (per il quale Pascal era un genio rovinato
dal cristianesimo). Pascal non giunge a tanto, perché per lui quel tutto che
muta è, propriamente, il mondo. Nietzsche arriva a tanto perché, fondandosi
sulla persuasione che nel mondo tutto muta, mostra Vimpossibilità
dell’esistenza di un qualsiasi Essere eterno e assoluto, al di là (o
all’interno) del mondo. Ma tale persuasione non è solo di Pascal e di
Nietzsche: è di tutta la cultura e la civiltà dell’Occidente - e, ormai, del
pianeta. Sin dall’inizio l’avanguardia dell’Occidente - la filosofia greca - è
persuasa che il mutamento del mondo sia una verità incontrovertibile (e che il
mutamento sia un passare delle cose dal non essere all’essere e viceversa, cioè
abbia un carattere essenzialmente più radicale del modo in cui esso era stato precedentemente
inteso dall’uomo). O gli odierni relativisti ritengono forse, contro i Pascal
sui quali essi si appoggiano, che il mutamento del mondo sia il contenuto di
una conoscenza fallibile, congetturale (per usare una nota espressione di
Popper)? E la ricerca della verità, che i relativisti preferiscono al suo
possesso, tale ricerca, dico, non è forse una forma rilevante di mutamento del
mondo? E l’esistenza di tale ricerca è forse, per i relativisti, il contenuto
di una conoscenza fallibile e congetturale? No di certo. (O vedano loro che
cosa intendono sostenere.) Solo che è Nietzsche, insieme a pochi altri, a saper
mostrare perché, dal fatto che nel mondo tutto muta, è necessario concludere
che non esiste alcuna verità assoluta e irrefutabile oltre a quella che
consiste nell’affermazione di quel fatto, e che non esiste alcun Essere eterno
e assoluto oltre agli esseri che mutano nel tempo (cfr. sezione prima, cap. V).
Nietzsche e pochi altri - abitando quello che chiamo il sottosuolo essenziale
del pensiero del nostro tempo - sanno fare cioè quel che i relativisti
d’oggigiorno non sanno fare; e non lo sanno anche perché, per lo più e più o
meno consapevolmente, evitano di riconoscere che anche per loro è una verità
irrefutabile e assoluta che nel mondo tutte le cose mutano col tempo.
Antirelativisti sono invece coloro che lungo la tradizione dell’Occidente
condividono sì la persuasione che il mutamento delle cose del mondo è una
verità irrefutabile; ma, a differenza dei relativisti, ritengono che verità irrefutabile
sia anche l’esistenza di un Essere eterno e assoluto al di là o aH’interno del
mondo. Sono gli amici della metafisica. Nel sottosuolo essenziale del nostro
tempo appare appunto l’impossibilità della metafisica. D’altra parte, ai
relativisti che stanno fuori del sottosuolo, alla superficie, gli
antirelativisti e i metafisici obbiettano quel che già abbiamo sentito, cioè
che se tutta la nostra conoscenza è fallibile e congetturale, allora lo è anche
Taffermazione che tutta la nostra conoscenza è fallibile e congetturale. Ed è
quindi inevitabile che i relativisti di superficie non abbiano argomenti
incontrovertibili contro la metafisica e la verità assoluta e
incontrovertibile. Per trarsi d’impaccio, i relativisti più spregiudicati di
superficie hanno finito col riconoscere che anche il loro relativismo è
fallibile e congetturale. (Sembrerebbe il culmine dell’atteggiamento critico -
ma allora non si vede perché si dovrebbe dar loro ascolto.) Il filosofo
liberale americano Richard Rorty lo ha riconosciuto. In Italia lo aveva
riconosciuto, e anche molto meglio, il filosofo Ugo Spirito, che però aveva il
difetto di non essere americano e di essere fascista, come il suo maestro
Giovanni Gentile - che invece, insieme a Nietzsche, è uno dei pochi abitatori di
quel sottosuolo e ha quindi molto da insegnare a tutti i Popper. Comunque, se
il relativista riconosce che tutto quel ch’egli sostiene è esso stesso una
conoscenza fallibile e congetturale, pronta ad abbandonare i propri valori
teorici e morali se altri si rivelano più credibili, lo ascolto con interesse
(condividendo anche i suoi buoni sentimenti). Ma aggiungo che anche questa
autocritica del relativista è apparente. Domando: chi si dichiara pronto ad
abbandonare i propri valori se altri si rivelano più credibili è uno che dubita
di esser così pronto? È uno che dice: Forse son pronto ad abbandonarli se ne
vedo di più credibili?. È uno che dice: Forse son pronto, perché non escludo
che anche se ne vedessi di più credibili non abbandonerei mai i miei?. Se si
son capite le domande, la risposta non può che essere negativa. Anche questo
relativista, cioè, non mette in dubbio, è sicuro del fatto suo: più o meno
consapevolmente, considera come irrefutabile, indiscutibile e dunque
assolutamente vero il proprio trovarsi nello stato in cui egli è disposto ad
abbandonare le proprie convinzioni se ne vede di migliori. Infatti l’uomo non
apre bocca se dubita di quel che dice. E se dice: Dubito di quel che dico, egli
non dubita di dubitare. (Che è cosa del tutto diversa dal cogito cartesiano,
perché se l’uomo apre bocca solo se non dubita, la maggior parte delle volte
che l’apre dice però cose false; mentre le considerazioni di Cartesio sul
cogito intendono pervenire alla suprema verità incontrovertibile.) A Popper che
afferma il carattere fallibile e congetturale di tutta la nostra conoscenza va
dunque replicato che, d’altra parte, l’uomo - dunque anche Popper e tutti i
relativisti di questo mondo - è sempre convinto, più o meno consapevolmente, di
conoscere verità assolute e incontrovertibili (anche se sbaglia quasi sempre).
Come ne sono convinti anche quei logici che secondo certi relativisti avrebbero
mostrato (e anzi dimostrato !) che non ci è possibile dimostrare vera,
assolutamente vera, nessuna teoria. Come ne sono convinti anche i relativisti
alla Popper e alla Hans Kelsen, che sostengono un’implicazione necessaria, cioè
assolutamente vera, tra relativismo, libertà, democrazia. E allora? Allora,
nella folla sterminata di coloro che - senza saperlo e anzi spesso negandolo -
sono convinti di conoscere verità assolute, si trovano anche gli uomini
dell’Occidente, per i quali la verità assoluta e incontrovertibile dominante è
che le cose del mondo mutano col tempo; e son giunti a mostrare (nel sottosuolo
del nostro tempo) la necessità che tutte le cose mutino, nascano e muoiano,
quindi a mostrare che non esiste alcuna verità immutabile se non quella che
afferma il divenire e il travolgimento di ogni cosa e di ogni verità. Restano
travolte anche la politica e la morale che, lungo la tradizione
antirelativistica dell’Occidente, consistevano nell’adeguare la vita dello
Stato e dei singoli individui alla verità immutabile ed eterna. Quelle erano la
politica e la morale convinte di parlare con verità. Se oggi qualcuno auspica
una politica capace di parlare con verità, deve tener presente che quella della
verità è, si è intravisto, una faccenda parecchio complessa. Per questo in un
mio articolo sul Corriere avevo domandato a Ernesto Galli della Loggia, che
cosa intendesse con la parola verità, avendo egli appunto auspicato una
politica capace di parlare con verità. Glielo avevo chiesto anche perché,
quando oggi i cattolici e la Chiesa ad esempio usano questa espressione,
intendono un politica e una morale che, contro il relativismo, siano legate
alla verità incontrovertibile e assoluta della metafisica tradizionale (aperta
alla rivelazione di Gesù). E dunque intendono una democrazia che non sia, come
invece lo è la democrazia procedurale, una libertà senza verità. La risposta di
Galli della Loggia è stata fuori luogo, perché mi ha detto - c’era ancora il
governo di centrodestra - che una politica che parla con verità è quella che
non nasconde ma dice in che stato miserando si trova il nostro Paese. Un
problema che certo ci tocca da vicino, ma che (a parte il fatto che non
riguarda la verità, ma la sincerità, giacché se non c’è verità senza sincerità,
si possono invece dire con sincerità cose false) è pur sempre subordinato alla
gran questione del rapporto tra relativismo e antirelativismo - visto che
l’accentuata corruzione della politica e della morale è una conseguenza dello
stato di transizione in cui il mondo si trova: tra la tradizione, dove anche i
corrotti si riconoscevano pur sempre sottoposti al giudizio della verità, e il
tempo futuro: il tempo in cui - con l’inevitabile tramonto di ogni verità
metafisica e di ogni eterno Signore del mondo - quella forma suprema dell’agire
umano che è la tecnica viene autorizzata, a prendere in mano, essa, le sorti
del mondo. La tecnica che sa ascoltare il sottosuolo, dico, non la vera buona
politica. (Un processo, questo, in cui consiste il senso autentico
dell’antipohtica.) Con la lettera del pontefice a Eugenio Scalfari il dialogo
tra credenti e non credenti è giunto a una svolta di grande importanza e
interesse.Che va accuratamente tutelata. Anche da parte di chi è soltanto uno
spettatore - che però, come me, sia interessato al problema. Il pontefice ha un
modo ammirevole di mettersi in relazione al prossimo. Ammirevole, anche, il
desiderio dei due interlocutori, di confrontarsi con ciò in cui non credono.
Proprio per fimportanza di questa inedita forma di dialogo è però altrettanto
importante che non sorgano equivoci. Mi limito a due esempi. Il pontefice
scrive a Scalfari: Mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun
assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità
relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Il pontefice risponde: Io
non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che
assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la
verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Ma
aggiunge: Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva,
tutt’altro. Si riferisce anche alla verità della fede. Ora, Scalfari aveva sì
parlato di verità assoluta, ma intendendo non ciò che è slegato, ciò che è
privo di relazioni, ma proprio la verità che non è variabile e soggettiva. E il
papa gli risponde che no, non è variabile e soggettiva: tutt’altro. In questo
modo, la domanda è elusa, e viene ribadita la posizione ufficiale della Chiesa
(Cfr. la recente enciclica Lumen fidei, Editrica La Scuola 2013). A sua volta
Scalfari, nella recente intervista a Otto e mezzo, ha lodato l’innovazione di
papa Francesco rispetto alla costante critica rivolta al relativismo da papa
Ratzinger, e fa addirittura passare per relativista papa Francesco (appunto per
il suo rifiuto del concetto di verità assoluta). Ma lo loda per qualcosa che
papa Francesco si è ben guardato dal sostenere. Chiedeva Scalfari: la verità è
variabile e soggettiva? No, risponde il pontefice: Tutf altro! Una seconda
possibilità di equivoco, tra i due interlocutori, vorrei segnalare, e ben più
importante. Dopo aver scritto che la specificità di Gesù è per la
comunicazione, non per l’esclusione, il pontefice aggiunge che da ciò consegue
anche - e non è una piccola cosa - quella distinzione tra la sfera religiosa e
la sfera politica che è sancita nel “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare
quel che è di Cesare”, affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente,
si è costruita la storia dell’Occidente. Non mi consta che finora Scalfari
abbia chiesto chiarimenti in proposito. Mi permetto di dirgli che invece,
proprio lui, dovrebbe chiederli. In questo caso sarebbe il silenzio a favorire
l’equivoco. Da quasi cinquantanni (che rispetto alla storia dell’Occidente sono
certamente nulla) vado mostrando che quel detto evangelico, lungi dal sancire
la distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica, nega tale
distinzione. Non ho mai ricevuto una risposta adeguata - e mi sembra grave mi
sembra di averne parlato anche con Scalfari in quello che forse è stato il
nostro unico dibattito pubblico, a Roma. Ne ho parlato anche sulle colonne del
“Corriere della Sera”. Se qui debbo pur giustificare in qualche modo la mia
tesi, che indubbiamente suona troppo perentoria, come d’altra parte non
vergognarmi di doverlo fare ancora una volta? Domandiamo a Gesù se a Cesare -
cioè allo Stato - si possa dare qualcosa che sia contro Dio. Risponderebbe di
noi Assolutamente no! Ciò significa che le leggi dello Stato non potranno
essere contro le leggi di Dio, del Dio di Gesù, della cui verità oggi la Chiesa
si ritiene depositaria. Domandiamogli ancora se allo Stato si possono dare
leggi neutrali, che cioè consentano ai cittadini sia di agire contro Dio, sia
di non essergli contrari. Ancora una volta Gesù risponderebbe di no, e
altrettanto risolutamente: si renderebbe lo Stato libero da Dio; si lascerebbe
ai cittadini la libertà di vivere contro Dio. Con la prima risposta lo Stato
sarebbe costretto a essere uno Stato cristiano (anzi cattolico); con la seconda
lo si lascerebbe libero di non esserlo. Ma anche questa libertà è un modo di
essere contro Dio. Quindi per Gesù le leggi dello Stato debbono essere
cristiane (e cattoliche). Ma esistono leggi dello Stato la violazione delle
quali non implichi una sanzione statale, terrena? Assolutamente no. Quindi -
come spesso si dice, ma senza accorgersi della connessione tra questo dire e il
detto di Gesù - è necessario che il peccato (l’agire contro Dio) sia anche
delitto (l’agire contro lo Stato), una colpa che è punita in terra prima che
nell’al di là. Ma in questo modo la distinzione tra la sfera religiosa e la sfera
politica, che, anche secondo questo pontefice, dovrebbe essere conseguenza di
quel detto, è invece radicalmente negata da questo detto. Certo, Yintenzione di
Gesù, si può ritenere, è di separare quelle due sfere; ma il contenuto
oggettivo di quello che egli afferma è inevitabilmente la riduzione della sfera
politica a quella religiosa. O anche: Gesù vuole conciliare l’inconciliabile,
vuol conciliare la distinzione tra politica e religione con la loro reciproca
opposizione (giacché anche la politica che non crede in Dio non vuole che a Dio
sia dato quel che è contro Cesare). Con quanto ho osservato non ho affatto
inteso sostenere che, quindi, abbia senz’altro ragione il pensiero laico, che
vuol tener separate quelle due sfere. Ho inteso mostrare che il comando di Gesù
non conduce là dove comunemente si crede. Nel dialogo tra Scalfari e il
pontefice i problemi che ho indicato non sono gli unici, i più importanti
stanno più in fondo. Qui si voleva dare soltanto un contributo alla tutela
della chiarezza del dialogo. Davanti alla filosofia molti scienziati alzano le
spalle. Dato il modo in cui essa, per lo più, è loro presente, hanno ragione.
Soprattutto se non sa essere altro che una riflessione sui risultati della
scienza, o ha la pretesa di insegnarle che cosa debba fare. Ma i concetti
fondamentali della scienza sono inevitabilmente filosofici: in un senso ben più
radicale di quello a cui si allude quando ad esempio, per la profondità delle
categorie filosofiche coinvolte, si paragona il dibattito tra Einstein e Niels
Bohr a quello tra Leibniz e Newton (M. Jammer, The Philosophy of Quantum
Mechanics, Wiley). E se il fisico Léonard Susskind, nel suo libro La guerra dei
buchi neri (2008, Adelphi 2009), scrive di non essere molto interessato a quel
che dicono i filosofi su come funziona la scienza, tuttavia la sua guerra,
combattuta contro il collega Stephen Hawking, riguarda il tema a cui la
filosofìa si è rivolta sin dagli inizi e che sta al fondamento di tutti gli
altri. Per Hawking i buchi neri presenti nell’universo sono voragini in cui
vanno definitivamente distrutte le cose che vi precipitano. Susskind vede in
questa tesi la violazione del primo principio della termodinamica, per il quale
la quantità totale di energia dell’universo rimane costante nella trasformazione
delle sue forme. Ora la costanza dell’energia è il suo continuare a essere; e
l’incostanza delle sue forme è il loro venire a essere e il loro ridiventare
non essere, nulla. Certo, il fisico si disinteressa del senso dell’essere e del
nulla, ma il primo principio della termodinamica non può disinteressarsene: lo
ha dentro di sé, ne è animato, ed è aH’interno di quest’anima che cresce la
scienza anche quando i suoi cultori alzano le spalle davanti alla filosofia,
che a quest’anima si rivolge sin dall’inizio. Si ritiene tuttora che la teoria
generale della relatività d’Einstein e la fisica quantistica di Heisenberg
siano incompatibili. Ma Einstein e Heisenberg si contrappongono mantenendosi
entrambi all’interno del senso greco¬ occidentale dell’essere e del nulla: per
il determinismo di Einstein le forme di energia escono dal proprio esser nulla
e vi ritornano seguendo un percorso inevitabile (determinato) e quindi
prevedibile; per Heisenberg tale percorso non è né inevitabile né prevedibile;
ma anche per lui le forme di energia escono e rientrano nel proprio nulla. Non
è un caso che egli abbia ricondotto il concetto di onde di probabilità al
concetto aristotelico di dynamis, potenza, cioè alla possibilità reale (non
alla necessità) che uno stato del mondo sia seguito da un cert’altro stato).
Freud ebbe a scrivere, di Einstein, col quale ebbe peraltro rapporti cordiali:
Capisce di psicologia quanto io capisco di fisica. Eppure si capiscono
benissimo sul fondamento ultimo, cioè sulla caducità delle cose del mondo, che
oggi è data comunque per scontata. La filosofìa sostiene spesso la tesi del
carattere controvertibile della scienza. La discussione è tuttora aperta. Anche
al tema deH’incontrovertibihtà la filosofia si rivolge da sempre. Per il grande
matematico David Hilbert il rigore nelle dimostrazioni, condizione oggigiorno
d’una importanza proverbiale in matematica, corrisponde a un bisogno filosofico
generale della nostra ragione. E II più grande spettacolo della terra di
Richard Dawkins (Mondadori 2010), eminente biologo evolutivo inglese,
incomincia così: Le prove a favore dell’evoluzione aumentano di giorno in
giorno e non sono mai state più solide. Esse dimostrano come la “teoria”
dell’evoluzione sia un fatto scientifico e in quanto tale incontrovertibile. Ma
quel che rimane oscillante e alla fine oscuro in queste pagine è proprio il
concetto di prova, di fatto scientifico, di incontrovertibilità, cioè la loro
filosofia. Sono un buon paradigma di quanto tende ad accadere in molti scritti
scientifici del nostro tempo. D’altra parte, l’evoluzione è un processo in cui
le specie escono dal proprio non essere e vi ritornano così come accade per le
forme incostanti della costante quantità totale dell’energia. L’evoluzione è un
fatto, oltre ogni ragionevole dubbio, è la pura verità confermata da una
valanga di prove, con la certezza assoluta che non ci sarà smentita. Come la
certezza, intende Dawkins, che il sole è molto più grande della terra e che
l’antica Roma è esistita; come la teoria eliocentrica e quella della deriva dei
continenti. Si può certo convenire. Ma il punto sul quale va richiamata
l’attenzione è il senso dell’inoppugnabilità e incontrovertibilità di tutte le
teorie di questo tipo. Che in loro favore esista una valanga di prove nessuno
lo nega. La questione è se tali prove e la loro abbondanza consentano di dire
che le teorie così provate godano della certezza assoluta che di esse non ci
sarà smentita. A meno che Dawkins - e allora il discorso potrebbe finire qui -
non si proponga altro che allineare la teoria dell’evoluzione alle altre teorie
dello stesso tipo, e per dare risalto al suo discorso si serva di un linguaggio
enfatico e improprio, che però, tirate le somme, risulta inoffensivo. (D’altra
parte egli sottoscrive il vecchio principio che a rigor di logica solo i
matematici sono in grado di dimostrare davvero qualcosa. Parole che però
debbono fare i conti con quest’altra sua dichiarazione: Nel resto del libro
dimostrerò che l’evoluzione è un fatto inconfutabile. Infatti se solo i matematici
sono in grado di dimostrare davvero qualcosa, allora il suo libro non
matematico non dimostra davvero che l’evoluzione sia un fatto inconfutabile.
Capisco che queste possano sembrare all’illustre collega considerazioni da
pedanti e da sofisti, però è diffìcile sostenere che non siano a rigor di
logica.) Ma che cosa intende Dawkins affermando che il suo libro dimostra che
l’evoluzione darwiniana è un fatto? Egli sa bene che essa, come la deriva dei
continenti, non può essere oggetto di osservazione diretta, la quale, come egli
sottolinea, è inaffidabile. La sua dimostrazione vuol essere quindi
un’inferenza che dalle tracce lasciate dal processo evolutivo risale
all’esistenza di tale processo, al suo essere, appunto, un fatto. Egli sa bene
che anche l’inferenza si deve basare, in ultima analisi, sull’osservazione.
Sostiene però che l’osservazione diretta di un evento come un omicidio è meno
affidabile dell’osservazione indiretta delle conseguenze di esso: È più facile
che incorra in un errore di identificazione un testimone oculare piuttosto che
un sistema di inferenza indiretta come il test del Dna . Sì, posto che sia più
facile, non è però impossibile che in certi casi l’osservazione diretta sia più
affidabile. Anche per Dawkins. Esser più facile non significa essere
incontrovertibile, ossia è un’ipotesi (plausibile, se si vuole). Sennonché da
questa ipotesi dipende, nel suo libro, la validità dell’inferenza con cui egli
intende dimostrare che l’evoluzione è un fatto incontrovertibile. Ciò significa
che anche questa inferenza, e pertanto l’esistenza dell’evoluzione, sono
soltanto ipotesi. (Egli rileva inoltre che i cambiamenti evolutivi sono troppo
lenti per poter essere osservati da un individuo nell’arco della sua vita. Ma
chi si propone di dimostrare che l’evoluzione è un fatto non può presupporre
l’esistenza di tale fatto e delle sue caratteristiche. E invece Dawkins fa
proprio questo: invece di dimostrare che l’evoluzione è un processo lentissimo,
afferma arbitrariamente che essa non può essere direttamente osservabile perché
è un processo lentissimo.) Deludente anche il modo in cui egli si sbarazza di
una nota ipotesi di Bertrand Russell, la quale, sino a quando non si mostri che
nemmeno come ipotesi è accettabile, lascia aperta la possibilità che l’evoluzione,
almeno come viene intesa dai biologi, sia qualcosa di inesistente. Dice dunque
Russell: Può anche darsi che abbiamo cominciato tutti a esistere cinque minuti
fa, completi di ricordi preconfezionati, calzini bucati e capelli incolti. A
parte lo stile di molti filosofi anglosassoni, che preferiscono parlare di
calzini bucati piuttosto che della Passione secondo san Matteo di Bach, e,
questo, per far sapere che l’esistenza non è da prendere troppo sul serio - a
parte cioè il senso che all’esistenza viene conferito dall’intero pensiero
occidentale, che la ritiene caduca, effimera, storica, temporale, provvisoria
abitatrice dell’essere e preda del nulla (dunque degna di esser cominciata
cinque minuti fa) anche quando e appunto perché la si pensa nelle mani di Dio o
della poesia o di altra nobile e austera dimensione - a parte tutto questo,
come risponde Dawkins a Russell? Risponde scrivendo che sì, è possibile, a
voler esser pedanti, che gli strumenti di misurazione e gli organi di senso che
li interpretano siano rimasti vittime di un colossale inganno, cosicché, se
l’evoluzione non fosse un fatto, sarebbe un colossale inganno del creatore,
ipotesi a cui pochissimi teisti sarebbero disposti a dare credito. Risposta
deludente. Innanzitutto perché la verità incontrovertibile dell’evoluzione
sussisterebbe solo se non si fosse pedanti, ma nemmeno per Dawkins la
pedanteria è qualcosa di scientificamente inaccettabile. In secondo luogo
perché dal fatto che i teisti non darebbero alcun credito al colossale inganno non
segue che tale inganno non possa esser perpetrato e che quindi l’ipotesi di
Russell sia da respingere. Queste osservazioni non hanno il benché minimo
intento di affermare che, dunque, i negatori dell’evoluzione abbiano ragione.
Entrambi gli avversari si muovono nel campo delle ipotesi. Oggi, ciò che decide
dove stia la verità non è il costrutto concettuale delle teorie contrapposte,
non è la loro incontrovertibilità, ma la loro maggiore o minore capacità di
trasformare il mondo conformemente ai progetti che l’apparato
scientifico-tecnologico planetario si propone. Una scienza che si affanni a
dimostrare la verità incontrovertibile dei propri contenuti combatte una
battaglia di retroguardia. E quanto si sta dicendo delle scienze della natura
vale anche per quelle logico-matematiche. L’esistenza delle geometrie non
euclidee, ad esempio, implica che nel migliore dei casi la geometria euclidea
sia una verità incontrovertibile solo in relazione ai postulati e agli assiomi
su cui essa si fonda, e dunque non sia assolutamente ma relativamente
incontrovertibile. Da quando nasce la filosofia pensa la verità come
in-contro-vertibilità, ossia come ciò contro cui non ci si può rivoltare
(vertere), ma che non intende essere una costrizione transeunte e quindi
violabile. La connessione tra la verità e l’inviolabile principio di non
contraddizione attraversa tutta la storia della cultura. Per Hilbert la
questione più importante è dimostrare che basandosi sugli assiomi della
matematica non si potrà mai arrivare a dei risultati contraddittori. Ma Kurt
Godei dimostrerà che questa dimostrazione è impossibile. Cioè la matematica si
sviluppa ammettendo la possibilità di essere un sistema concettuale
contraddittorio e quindi controvertibile. Se lo dimentica Dawkins quando afferma
che solo i matematici sono in grado di dimostrare davvero qualcosa. Infatti,
dimostrare davvero, cioè incontrovertibilmente, significa essere in grado di
escludere quella possibilità. Il primo grande libro di Darwin è intitolato
L’origine della specie (The Origin of Species). Già dal punto di vista
linguistico origine, che rinvia al latino orior (provengo da..., sorgo)
corrisponde all’antico greco arché, la parola con cui, all’inizio della
filosofia, Anassimandro indica il principio da cui tutte le cose provengono e
in cui tutte ritornano. La filosofia ha voluto giungere in modo
incontrovertibile all’affermazione dell’esistenza del principio, ma insieme ha
reso estrema la fede che è radicata nell’uomo più antico: la fede che le cose,
per stare dinanzi a lui - e quindi l’uomo stesso -, abbiano bisogno di qualcosa
d 'Altro da esse, che le spinga sulla terra e le renda disponibili. Qualcosa d
’Altro che è il mondo degli antenati e dei fondatori della stirpe, il demonico,
il divino, e poi, quando la filosofia appare, Yarché, appunto. L’immenso e
tremendo sottinteso di questa fede è la convinzione (a cui prima si è
accennato) che le cose, di per sé, sono incapaci di stare sulla terra - e poi,
quando la filosofia incomincia a parlare, sono di per sé incapaci di essere, e
sono preda del nulla. Cose morte. La morte e il nulla sono la loro culla
naturale. Perché si alzino dal sepolcro occorre dar loro un’origine. Anche la
scienza si muove all’interno della fede nell’origine (ormai divenuta fede
filosofica). Dell’antica origine demonico-divina la concezione filosofica e
scientifica sono trascrizioni mondane che di quell’origine conservano
l’essenziale. Così accade per Yarché e l’origine della specie, per il big bang
come origine dell’universo, per l’inconscio freudiano come origine della
coscienza. E ancora: per il lavoro, la società, la storia, il linguaggio, il
cervello, il corpo, la materia come origini della mente e della cultura. In
generale, per le cause prossime e remote degli eventi. E perfino il nulla è un
succedaneo dei vecchi e nuovi dèi - il nulla da cui i più oggi pensano, più, o
meno inconsapevolmente, che l’esistenza abbia l’origine ultima. Sì, in queste
forme dell’origine è presente l’intera sapienza dell’uomo. Ma proprio perché la
fede nell’origine porta sulle spalle un fardello così gravoso, si è proprio
sicuri che non le si debba chiedere se sia in grado di reggerlo? In Italia
alcuni fisici e qualche filosofo hanno notato l’affinità tra la tesi centrale
del mio discorso filosofico - l’eternità di ogni ente e pertanto di ogni stato
del mondo - e la tesi di Einstein che per noi fisici, la distinzione tra
passato, presente e futuro non è che una testarda illusione. Ho messo tra
virgolette la parola tesi, per sottolineare che quando le logiche che conducono
alla stessa tesi son diverse, son diverse anche le tesi che suonano
apparentemente identiche. E la logica della fìsica einsteniana è essenzialmente
diversa da quella secondo cui si manifesta la necessità dell’eternità di ogni
essente a cui si rivolgono i miei scritti. Ciò non vuol dire che ci si debba
disinteressare del rapporto tra le due tesi, soprattutto ora che molti fisici
mettono in questione il concetto di tempo, che sta in piedi solo se il presente
differisce dal passato, ossia dall’ormai nulla, e dal futuro, ossia dall’ancor
nulla. L’esempio più recente e tra i più rilevanti di questa crisi del tempo
nel mondo della fisica è il libro del fisico Julian Barbour, La fine del tempo.
La rivoluzione fisica prossima ventura (Einaudi). Che la filosofia abbia da
imparare dalla fisica è un luogo comune. E sacrosanto. Perché se la filosofia
intende comprendere il senso della scienza e della tecnica, scienza e tecnica
deve in qualche modo conoscerle. Ma è vero anche l’inverso. In una fase in cui,
ad esempio, un fisico come Steven Hawking prevede (1979) che la fìsica debba
lasciare il posto a una Teoria del Tutto, si toccherebbe il fondo della povertà
di pensiero se non ci si rivolgesse alla filosofia che, da sempre, è stata la
Teoria del Tutto. Ma poi la filosofia giunge a indicare in concreto - nei miei
scritti il linguaggio mira appunto a questa indicazione - in che senso essa non
è un sapere ipotetico, esigenziale, metaforico, falsificabile ecc., ma è il
sapere assolutamente incontrovertibile - in un senso essenzialmente diverso da
quello che la tradizione filosofica attribuisce all’incontrovertibile e di cui
la filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità. Barbour scrive: Da
una quindicina d’anni un numero esiguo ma crescente di fisici, me compreso, comincia
a considerare l’idea che il tempo non esista veramente. E lo stesso vale per il
movimento. Posso invitarlo a tener presente che la riflessione sull’eternità di
ogni essente e di ogni evento è presente nei miei scritti sin dalla metà degli
anni Cinquanta e che a metà degli anni Sessanta la discussione su questo tema è
stato un non trascurabile evento della filosofia italiana, che continua tuttora
a essere vivo? Egli non è uno di quegli sprovveduti che non vedono relazioni
tra fisica e filosofia: nella prima pagina del suo libro (di grande interesse e
avvincente) scrive che ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno
preso sul serio le idee di Parmenide; io invece sosterrò che l’eterno fluire
eracliteo... non è che una radicata illusione. Dirò allora al professor Barbour
che qui in Italia, da mezzo secolo, quelle idee sono state prese molto sul
serio non solo da me, ma anche da chi ha creduto di dover dissentire. E son
certo che al professore non interessa favorire quella sorta di incompetenza che
c’è all’estero intorno alla filosofìa italiana. Letteratura, scienza e
religione, confrontandosi con la filosofia, si danno spesso la mano. La
Bellezza regna su queste pagine di Roberto Calasso, tra le sue più importanti e
ricche della loro disincantata sobrietà: La letteratura e gli dei (Adelphi).
Indicano la Bellezza che presenta sé stessa nella sua assoluta autonomia dalla
Verità e dalla Bontà. E indicano insieme gli dèi pagani, soprattutto quelli
greci, che si eclissano in oscurità variamente profonde, ma per ritornare in
Europa, secondo diverse forme di evidenza. Ad esempio nella pittura fra il
Quattrocento e il Settecento. Soprattutto tra la fine del Settecento e la fine
dell’Ottocento: l’età eroica della letteratura assoluta che incomincia con la
comparsa della rivista Athenaeum (Schlegel, Novalis...) e si chiude con la
morte di Mallarmé. Letteratura assoluta perché indipendente da ogni
legislazione esterna, soprattutto quella della comunità è alla ricerca di un
assoluto e perciò non può che coinvolgere il tutto. Un anello - Calasso ne
intende decifrare la lega - unisce letteratura, linguaggio, mitologia, poesia,
arte e gli dèi che appaiono in queste grandi luci. Il sottinteso è che il
cristianesimo non appartiene alla letteratura assoluta. Ma non è proprio
all’assoluto e al tutto che la filosofia si è sempre rivolta con l’intento di
preservare il proprio sguardo da ogni dipendenza da altro, innanzitutto dalla
comunità e dal sociale? E, se è così, la discordia tra letteratura assoluta e
filosofìa non è la discordia tra due forme della filosofia, sia pure lontane
tra loro? Per indicare questa lontananza Calasso scrive ad esempio: La
letteratura cresce come l’erba tra grigie, possenti lastre del pensiero. Ma è
un accertamento poliziesco di identità (come dice Calasso dei tentativi
concettuali di irretire la letteratura) chiedere se quelle parole di Calasso
sono erba o lastra? Certo, l’esperienza degli dèi, in cui consiste la
letteratura assoluta, intender non la può chi non la pruova. Ma o quest’ultima
espressione non ha assolutamente senso, o, se lo ha, ed è innegabile tale
senso, è la mano che incorona la testa di quell’esperienza, e pertanto la
sovrasta. Calasso intende sfuggire a questo nodo che stringe il collo della
proclamazione romantica della superiorità assoluta dell’arte. Ma se non è una
possente lastra del pensiero a conferire assolutezza alla letteratura assoluta,
allora, a conferirla, è erba che appassisce, semplice aspirazione all’assoluto.
Oltre l’età eroica della letteratura assoluta, ma nel suo clima, si ricorda nel
libro, Gottfried Benn scrive che al di sopra del linguaggio che raffigura vi è
il linguaggio, cioè Nietzsche: E allora viene Nietzsche e incomincia il
linguaggio, che non vuole (e non può) altro che fosforeggiare, luciferare, rapire,
stordire. Calasso commenta: Nietzsche era stato il primo tentativo di evadere
dalla gabbia delle categorie di origine platonica e aristotelica. Che cosa si
estenda al di fuori di quella gabbia non è stato ancora accertato. Nemmeno da
Nietzsche, dunque. Da parte mia, chiedo a Calasso se non gli sembra che su
questo punto il suo discorso possa procedere soltanto perché ha messo tra
parentesi il mio. E ancora: quel linguaggio, che come dice Benn, non vuole
altro che... non è forse un volere? E non si dovrà allora tentare di
comprendere, innanzitutto, che cosa il significhi, appunto, volere? (E, certo,
l’affermazione che al di sopra del linguaggio che raffigura, vi è il linguaggio
che stordisce vuole raffigurare o stordire?) Il rapporto teatro-scienza, e in
generale arte-scienza è stato teorizzato da Brecht in Scritti teatrali
(Einaudi). Una prospettiva, questa, che per un verso, è decisamente
antiplatonica - il che non meraviglia in un marxista come l’autore delle tre
versioni di Vita di Galileo -, per altro verso va incontro a una delle esigenze
più profonde espresse da Platone: quella di parlare di cose di cui si è
competenti. Platone, infatti, invita a diffidare dei poeti tragici e dell’arte
in genere proprio perché l’artista può avere soltanto opinioni e non scienza
intorno ai grandi temi della vita e della morte, dello Stato, della pace, della
guerra, dell’amore e dell’odio, ai quali costantemente si riferisce in modo più
o meno esplicito. Certo, Brecht riconosce che il piano della scienza e quello
dell’arte sono diversissimi. Tuttavia non solo si rifiuta di considerare
semplici hobby gli interessi scientifici di Goe¬ the e di Schiller, ma, con gli
stessi esempi offerti da Platone nel libro X della Repubblica (grandi passioni,
storia dei popoli, impulso del potere), sostiene che anche nell’arte i grandi e
complicati avvenimenti non possono essere sufficientemente riconosciuti in un
mondo di uomini che non si provvedano di tutti gli strumenti utili ad
intenderli. Un dramma sulla vita di Galileo può essere quindi scritto solo da
chi conosce da vicino la nascita della scienza moderna. E Brecht, che per la
Vita di Galileo ebbe a ricorrere anche all’aiuto di alcuni assistenti di Niels
Bohr, non esita a riconoscere che una quantità di letteratura è a uno stadio fortemente
primitivo. Platone respinge l’arte perché non ha competenza di ciò a cui essa
si rivolge; Brecht si fa banditore di un’arte che invece questa competenza ce
l’abbia, lasciando al suo destino la sterminata quantità di letteratura che
invece si trova, per la sua incompetenza, a uno stadio fortemente primitivo.
Rimane il problema di come il contenuto scientifico che può essere racchiuso in
un’opera poetica debba essere completamente risolto in poesia. Rimane anche
ovviamente incolmabile l’opposizione tra Platone, che vede l’anima dell’uomo
destinata a una vita immortale, e un Brecht, che in sintonia con il pensiero
filosofico del nostro tempo, scrive: Lo confesso: io non ho nessuna speranza. I
ciechi parlano di una via d’uscita. Io ci vedo. Quando gli errori sono esauriti
siede come ultimo compagno di fronte a noi il nulla ( Poesie, Einaudi). Non è
allora del senso del nulla che (anche) l’artista deve avere la massima
competenza? Oggi si tende a considerare la scienza moderna come la forma più
alta di sapere. Ma la scienza stessa riconosce ormai il proprio carattere
ipotetico. Anche le scienze storiche lo riconoscono. Anzi, a questa
consapevolezza sono giunte prima delle scienze della natura e
logico-matematiche. In modo indiretto Giambattista Vico, nel XVIII secolo, ha
aperto la strada in questa direzione. Ci è mancata sinora scrive una scienza la
quale fosse, insieme, istoria e filosofia dell’umanità. Passa la vita a
tracciare la configurazione di questa nuova scienza. Al di fuori di essa,
esiste una istoria senza filosofia, cioè, per lui, senza verità: una conoscenza
storica che mostra sì un immenso cumulo di notizie, ma senza indicare alcuna
Legge immutabile, eterna che dia loro un senso unitario, e quindi lasciandole
allo stato di ipotesi. La Scienza nuova deve procedere pertanto senza veruna
ipotesi: senza le incertezze e dubbiezze che competono alle scienze storiche
sino a che rimangono separate dalla filosofia. Ma il nostro tempo - e
innanzitutto l’essenza (tendenzialmente nascosta) della filosofia del nostro
tempo - esclude l’esistenza di una qualsiasi Legge immutabile ed eterna, sì che
le scienze storiche si trovano oggi a conservare proprio quel carattere di
incertezza, dubbiezza, ipoteticità che Vico aveva consapevolmente colto in esse
in quanto separate dalla filosofìa. La Scienza Nuova è stata ripubblicata da
Bompiani nelle tre edizioni, a cura di Manuele Sanna e Vincenzo Vitiello, con
un importante saggio introduttivo di quest’ultimo. Il testo è riproposto
secondo l’edizione fattane dallo stesso Sanna, da Fulvio Tessitore e Fausto
Nicolini, con alcuni restauri per le edizioni del 1730 e del 1744. Un’imponente
operazione culturale. Molto opportunamente, Vitiello mette in luce il carattere
problematico della conoscenza storica e in generale della nostra memoria. Vico
e tutte le successive riflessioni sulla conoscenza storica non mettono però in
questione Yesistenza della storia. E nemmeno le scienze naturali mettono in
questione Yesistenza della natura. Storia e natura sono cioè trattate come indubitabilmente
esistenti: la loro esistenza è considerata una verità incontrovertibile. Ma a
chi va affidato il compito di mostrare la verità non ipotetica dell’esistenza
del mondo? Che esista il mondo è una conoscenza scientifica - quindi
problematica -, oppure è una conoscenza innegabilmente vera, e quindi non
scientifica? Né il senso comune può farsi avanti con la pretesa di saper lui
rispondere, infatti non può avere la pretesa di possedere una conoscenza
superiore a quella della scienza. Affermare che l’esistenza del mondo è una
verità innegabile significa affidare alla filosofìa il compito di mostrarlo. È
sempre stato il suo compito metter tutto in questione e spingersi in vari modi
fino al luogo che non può esser messo in questione. Da questo punto di vista,
non mettendo in questione l’esistenza della storia, lasciandola cioè
implicitamente valere come verità innegabile, Vico rimane indietro rispetto al
compito essenziale della filosofia. Ma per altro verso egli coglie nel segno
intuendo che la filosofia non può, a sua volta, chiudere gli occhi di fronte
alla storia, alla natura, al mondo. Proviamo a chiarire quest’ultima
affermazione. Il senso comune, in cui si trova ognuno di noi da quando nasce,
non ha dubbi sull’esistenza del mondo e della ricchezza dei suoi contenuti: vi
crede con tutte le sue forze. (Vi crede anche la scienza, anche quando essa si
discosta dal senso comune.) Ma, appunto, lo crede, ha fede nella sua esistenza,
e non può fare a meno di crederlo - così come non può fare a meno di credere
che il sole si muova da oriente a occidente anche se la scienza gli dice che è
la terra a muoversi attorno al sole, che sta fermo rispetto a essa. Ma la fede
non è la verità innegabile. La fede mette in manicomio o distrugge chi mostra
di dissentire da essa; sebbene faccia questo quando il dissenziente ha meno
forza del credente. Sennonché la verità non è una forza o violenza vincente.
Quando la filosofia del nostro tempo lo sostiene, lo può sostenere sul
fondamento di ciò che per essa è la verità innegabile: 1’esistenza del divenire
del mondo, cioè del divenire le cui forze sono capaci di travolgere e vincere
ogni verità che pretenda imporsi su di esse e regolarle. Affermando che la
verità innegabile è il divenire del mondo (implicante l’inesistenza di ogni
eterno e di ogni immutabile al di sopra di sé), nemmeno la filosofia del nostro
tempo lo afferma perché è riuscita a mettere in manicomio o a distruggere chi
la pensa diversamente da essa. In verità, il mondo non è il mondo (storia,
natura, lo stesso altro dal mondo) quale appare all’interno della fede nella
sua esistenza e nei suoi molteplici contenuti - ossia all’interno della
non-verità. Tuttavia è necessario che nella verità appaia la non-verità:
innanzitutto perché la verità è negazione della non-verità e per esserne la
negazione è necessario che la veda. È necessario cioè che nella verità appaia
la fede nel mondo, al cui interno si costituisce ogni altra fede (ad esempio la
fede nella storia e nella natura, la fede religiosa), ossia ogni altra non-verità,
ogni altro errare. Ciò significa che, in verità, il mondo è la fede nel mondo e
che la non-verità della fede nel mondo appartiene necessariamente, come negata,
al contenuto della verità. Quando Vico pensa una scienza la quale sia insieme
istoria e filosofìa dell’umanità, non scorge che l’esistenza della storia (e
del mondo) è il contenuto di una fede, ma crede che nell’unione di storia e
filosofia la storia sia illuminata dalla verità della filosofia e divenga essa
stessa verità; e tuttavia egli intuisce che la verità è inseparabile dal
proprio opposto, cioè dalla fede, dall’errore. Quale volto deve avere la verità
che si mette autenticamente in rapporto col proprio opposto? Nel capitolo
conclusivo della sua introduzione, intitolato Prospezioni vichiane Vincenzo
Vitiello scrive: Al presente spetta la cura della “possibilità” del futuro, che
non solo, in quanto futuro, non è, ma neppure è necessario che sia. Sono
d’accordo che questa sia una prospezione vichiana, un proseguire cioè lungo il
sentiero percorso da Vico. Ma aggiungo che questo sentiero è solo un tratto del
grande Sentiero aperto dalla filosofia greca e in cui consiste la storia
dell’Occidente: il Sentiero per il quale il divenire delle cose (di cui sopra
si parlava) è il loro uscire dal nulla del futuro e ritornare nel nulla del
passato. E Vitiello sa bene che, servendomi di un’espressione dell’antico
Parmenide, lo chiamo Sentiero della Notte - dove la Notte è l’errare estremo.
Quella prospezione vichiana raggiunge il proprio culmine e la propria estrema
coerenza in ciò che prima ho chiamato essenza (tendenzialmente nascosta) della
filosofìa del nostro tempo, ossia nella distruzione di ogni Legge e di ogni
Essere immutabile ed eterno. Da gran tempo vado mostrando la malattia mortale -
l’essenziale non-verità del mondo - che sta al fondamento di quel Sentiero e
che impedisce alla verità di essere l’autentica negazione dell’errore, cioè
della malattia mortale che, appunto, fa dire a tutti gli abitatori del pianeta
che il futuro e il passato non sono e non è necessario che siano. Ho detto che
tutto questo vado mostrandolo da gran tempo? Mi son lasciato andare. Rispetto
alla grandezza della posta in gioco quel tempo è minimo. Suicidio dell’Europa
Lasciar da parte la brocca riempita di vino e porre al suo posto una cavità
dove si trova del liquido. È quel che fa la scienza, secondo Heidegger,
rendendo un che di nullo la brocca e tutte le cose. Ma già per Goethe la
scienza lascia da parte gli aspetti più concreti e intimi delle cose; e questa
astrazione è chiamata da Hegel intelletto. Non è nemmeno un discorso
perentorio, perché si potrebbe replicare che anche la poesia annulla tutto ciò
a cui invece si rivolge la scienza. E quella cosa che è l’Europa? Pietro
Barcellona non si confronta con il passo di Heidegger, ma anche nel suo ultimo
libro l’Europa è proprio come la brocca piena di vino che è stata annientata
dalla scienza e dalla tecnica moderne: è stata sostituita con una cavità in cui
si trova del liquido. E poiché la scienza è un fenomeno europeo l’annientamento
dell’Europa è un autoannientamento. Il libro di Barcellona è infatti intitolato
II suicidio dell’Europa (Dedalo). Da molto tempo Barcellona si dichiara
d’accordo con vari aspetti del mio discorso filosofico. A modo suo, con
sensibilità e acutezza. Del mio pensiero dice: Bisogna fare a pugni oppure
aprire le braccia. Non mi sembra che le apra alla mia tesi che la dominazione
della tecnica e della scienza è inevitabile (per un certo tratto - dunque
finito - della storia dell’Occidente. Però lo invito a mostrare dove non lo
soddisfano le pagine che ho scritto a proposito di tale inevitabilità. In esse
si mostra che, lasciando il dominio alla tecnica, l’Europa non si suicida ma è
un albero dove i rami più alti (tecnica e essenza profonda della filosofìa del
nostro tempo), per respirare e vivere, fanno appassire quelli più bassi
(tradizione teologico- metafisica-religiosa dell’Occidente), sebbene, come 240
quest’ultimi, traggano la loro linfa dalle stesse radici e dallo stesso tronco.
Certo, scienza e tecnica non hanno l’ultima parola. E quello dell’Europa è
l’albero della Follia. Anche Lucifero è folle, ma è il signore del mondo.
Barcellona mi concede che gli eventi del mondo siano l’apparire e lo scomparire
degli Eterni, i quali sono pace, guerra, amore, odio, albero, brocca, nubi e
anche tutto ciò che non si lascia vedere e che culmina nella gioia e nella
gloria a cui l’uomo è destinato. Ma Barcellona parla anche degli intervalli in
cui l’Eterno della gioia, l’Eterno della gloria non si è ancora presentato. Nel
bel mezzo di uno di questi intervalli, mi ci ritrovo io - scrive - che, non
avendo (ancora) visto la gioia o la gloria, ma avendo visto la tecnica, sto
male. Dice infatti che la tecnica distrugge avvenire, speranza, promessa,
profezia, rende tutto presente, calcolabile, manipolabile. Riprende la tesi di
Heidegger e Bloch. Che vale però per il pensiero filosofico tradizionale (i
rami bassi dell’albero di cui sopra parlavo). Volendo essere tale pensiero
incontrovertibile, ha infatti la pretesa di dire già tutto sull’essenza del
futuro, ossia di ciò che ancora, per l’intero Occidente, è un nulla. Scienza e
tecnica (i rami alti) sono invece un sapere ipotetico, che non adatta a sé
l’esperienza, ma le si adatta, lasciandola vivere e aprendosi all’awenire.
Inoltre la filosofìa del nostro tempo mostra l’impossibilità di ogni Eterno che
stia al di sopra delle cose create e annientate, ma che non ha nulla a che
vedere con gli Eterni, di cui parlano i miei scritti, che non sono i padroni
che dominano e regolano quella creazione e annientano, ma sono le cose stesse.
Questa sintesi di tecnica e filosofia del nostro tempo, alla quale ben pochi
guardano, è animata da quella volontà di avvenire, la cui mancanza fa star male
Barcellona e anche altri. Mi sembra che egli oscilli tra l’inconsapevole
adesione allo spirito del nostro tempo - che, proprio in quanto tecnologico, e
contro quel che di solito si pensa, intensamente vuole e promuove l’awenire - e
l’adesione al mio discorso filosofico, dove anche la totalità del futuro è già,
eterna, e attende di venire alla luce, oltrepassando quell’Eterno che è la
Follia da cui è dominata la terra. A volte Barcellona mi dice che la sua è una
fede. Troppo modesto. Alla base del suo discorso c’è invece una filosofia per
la quale la verità non può essere che visione. È il principio della
fenomenologia. Ma si può dare davvero un rapporto necessario con la verità
scrive che non sia la visione? Rispondo: sì, perché la semplice visione non
potrà mai essere necessità. Limitarsi, in un paradiso, a vedere Dio, significa
esporsi al dubbio di essere vittime di una illusione. La semplice visione non
mostra la necessità di quel che si vede. Nemmeno chi toccava Gesù toccava la
necessità che egli fosse il Figlio di Dio. Tempo fa, in un editoriale di
Liberal (n. 19, 1998) il direttore Ferdinando Adornato richiamava il problema
delle nuove regole di un equilibrio mondiale e affermava la necessità che
l’Europa abbia una propria autonomia politica di difesa e di sicurezza.
Aggiungeva di non trovare saggio pensare che tale autonomia debba servire a
riproporre un ordine mondiale basato su un “bipolarismo antagonista” nei
confronti degli Usa. Poiché in un mio articolo pubblicato su quello stesso
numero sostenevo una tesi che a prima vista sarebbe potuta sembrare affine a
quella che l’editoriale non considerava saggia, nel numero successivo aggiunsi,
in risposta, quanto segue. Siamo d’accordo che l’Europa si trova all’interno di
un processo storico che la vede e continuerà a vederla alleata degli Usa.
D’accordo, anche, che un alleato non è un suddito. Lo diventa se non ha potenza
- se non ha l’autonomia di cui Lei parla. A meno che l’alleato debole abbia
grande autorità su quello forte. Ma non è il caso dell’Europa rispetto agli Usa
(che hanno tirato diritto anche di fronte alle esortazioni del Papa). Nel mio
articolo rilevavo che il processo storico in cui si trova l’Europa la vede
anche avvicinarsi alla Russia, nel senso che si profila la tendenza verso la
collaborazione tra la potenza economica europea e la potenza nucleare russa.
L’unione di questi due fattori fa nascere appunto quell’alleato degli Usa, che
è tale solo se non è un suddito. Non si profila dunque un semplice antagonismo
rispetto agli Usa. Perfino il bipolarismo Usa-Urss era chiamato dal sottoscritto,
sin dagli anni Settanta, Duumvirato (l’espressione era piaciuta anche a Giulio
Andreotti). Rispetto alla concordia discors del Duumvirato di allora, il
Duumvirato che si sta profilando (e che il mio discorso si limita a constatare)
vede considerevolmente ridotta la discordia. D’altra parte gli alleati sono
veri, solo se ognuno dei due ha la forza di resistere alle possibili
prevaricazioni dell’altro. Solo questa forma di alleanza tra Europa-Russia e
Stati Uniti può consentire all ’Occidente di tutelare affìcacemente i propri
valori rispetto al resto del mondo. Lei rileva invece che la logica della
deterrenza nucleare è obsoleta. Il terrorismo è evanescente e asimmetrico.
(D’accordo). Per Lei, mi sembra, sarebbe obsoleto anche un ombrello nucleare
russo che sostituisse quello che gli Usa hanno tenuto e tengono aperto
sull’Europa. Ora, contrapporre al terrorismo l’armamento nucleare è ovviamente
insufficiente. Oggi esistono le armi chimiche e le cosiddette nano-tecnologie
di basso costo e di altissimo potenziale distruttivo dalle quali è estremamente
difficile difendersi. Ma perché i terroristi non le hanno usate, per esempio
per difendere l’Afghanistan e l’Iraq? Se l’armamento nucleare è insufficiente,
è però anche necessario. Alla fine, sono soprattutto degli Stati ad alimentare
il terrorismo. Gli Usa non parlano forse di Stati canaglia? Rispetto a
quest’ultimi la minaccia atomica (esplicitamente richiamata dagli Usa prima
dell’attacco all’Iraq) non è obsoleta. E allora non si dovrà dire che il terrorismo
si astiene dall’uso delle armi chimico-batteriologiche proprio perché certi
Stati temono la ritorsione atomica su di essi da parte degli Usa (e della
Russia)? Ma poi, la concreta risposta americana al terrorismo dell’11 settembre
non è stata forse l’attacco a due Stati? E un articolo di questo numero di
Liberal, scritto da un americano, non è forse significativamente intitolato E
adesso l’Iran^ È proprio così obsoleto il possesso di un arsenale invincibile
(e invincibile lo è tuttora e nonostante tutto anche quello russo), in un mondo
dove la rincorsa all’armamento nucleare sta diventando sempre più pressante -
come proprio in queste settimane stiamo constatando? A parte il riferimento
alla potenza economica europea, che come già si è accennato nelle pagine
precedenti si è nel frattempo notevolmente ridotto, le considerazioni presenti
in quella mia risposta vanno tuttora tenute ferme. Non credo alla sopravvivenza
Molte le pagine di Maurizio Ferraris da cui la comprensibilità del discorso di
Jacques Derrida ha tratto, un notevole, giovamento. Anche quelle pubblicate da
Bollati Boringhieri e affettuosamente intitolate Jackie Derrida. Ritratto a
memoria (2006), dove egli scrive che per Derrida, cercare di far sì che non
tutto scompaia è stato al centro delle sue preoccupazioni senza trasfomarsi in
una meditatio mortis narcisistica (p. 20). A dar ragione a Ferraris, è lo
stesso Derrida che dichiara: Non penso che alla morte, ci penso sempre, non
passano dieci secondi senza che la sua imminenza mi sia presente. Analizzo
continuamente il fenomeno della sopravvivenza, è veramente la sola cosa che mi
interessi, ma proprio nella misura in cui non credo alla sopravvivenza post
mortem. In fondo, è questo che comanda tutto, tutto ciò che faccio, sono,
scrivo, dico (J. Derrida e M. Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza 1997).
Nella cenere tutto viene annientato dice da qualche parte. Ma di quel continuo
analizzare il fenomeno della sopravvivenza non trovo traccia nelle pagine di
Ferraris. E lo si spiega; perché per quanto ne sappia, non la trovo nemmeno
nelle pagine di Derrida. Egli dice, sì, che continua a pensarci, ma è difficile
venire a sapere che cosa egli abbia pensato in proposito; o si viene a sapere
ben poco più del fatto che egli non crede alla sopravvivenza post mortem. In
questo senso, non solo Ferraris ha ragione a sostenere che in Derrida non c’è
una meditatio mortis narcisistica, ma verrebbe da dire che non c’è affatto una
meditatio mortis. Certo, a dirlo così nudo e crudo si sbaglierebbe, perché Derrida
conosceva bene la meditazione di Heidegger sulla morte. E tuttavia doveva anche
saper bene che è una meditazione fenomenologica, che cioè non si pronuncia sui
problemi metafisici come 1’esistenza di Dio, la sopravvivenza dopo la morte
ecc. Rimane dunque l’impressione che Derrida abbia distolto lo sguardo da ciò
che maggiormente lo assillava. Che è certamente quel che più conta. Sono
d’accordo. Ma sono d’accordo perché al tema della cenere in cui tutto viene
annientato ho invece dedicato tutto quello che ho scritto. Tutto quel che ho
scritto si riferisce alla necessità che ogni cosa (evento, stato ecc.) sia,
eterna, cioè che nessuna cosa si annienti nel cosidetto suo diventar cenere. Vi
si riferisce argomentandola e mostrando il senso della necessità e dell’argomentare.
Peccato che in proposito Derrida non abbia voluto prendere posizione. Ma
limitarsi a dichiarare la propria incredulità intorno a qualcosa non è il
momento più alto della filosofìa. All’amico Ferraris vorrei pertanto proporre
di non seguire, in questo, Derrida. Che, per quanto ne sappia, non si è mai
interessato di Leopardi. Ma la meditatio mortis di Leopardi è grandiosa,
straordinariamente potente, unica. E non è soltanto fenomenologia. Leopardi
crede di poter mostrare che nessuna cosa è eterna. Ma come è alto e ricco, e
argomentante il suo errare! Con questa meditazione devono fare i conti i
credenti. Derrida li disturba ben poco. Se non si guarda da vicino il senso del
pericolo, cioè dell’annientamento e dello scomparire, che stanno alla radice
dell’angoscia, quale consistenza può avere la ricerca di un rimedio contro la
morte ossia di quel far sì che nontutto scompaia? Per Derrida il rimedio era la
scrittura, che trattiene ancora per un po’ le cose nell’esistenza. Proust
questa tesi l’aveva già analizzata a fondo. Ma, anche qui, com’era ben più
radicale Leopardi, che pensava alla scrittura nel senso più ampio, cioè, come
opera del genio, ossia di chi sa dire con potenza la nullità di tutte le cose.
Per le scienze del linguaggio il sacro è il separato: tiene lontano l’uomo;
anche se insieme lo attira. Freud ha visto neH’inconscio la follia da cui la
coscienza dell’uomo si è distaccata. All’inizio del suo bel libro Orme del
sacro Umberto Galimberti scrive tuttavia che a conoscere questa follia non sono
la psicologia, la psichiatria o la psicoanalisi, ma la religione. Ma la
religione - osservo - è solo un credere; e se un sapere riuscisse a mostrare
che l’occhio della religione vede più lontano degli altri e riesce a scorgere
la profonda verità della follia del sacro, non sarebbe allora questo sapere (lo
si è chiamato filosofia) ad avere l’occhio più acuto? Più in alto di una testa
incoronata sta la mano che la incorona. Per Nietzsche al di là della ragione
c’è il caos. Per Dostoewskij c’è Cristo. Per Freud l’inconscio è il luogo in
cui non vige più il principio di identità e di non contraddizione. La
contraddizione è il caos, è Cristo, la follia. La follia è la verità ultima
dell’esistenza. In ognuno di questi casi, si apre alle spalle della ragione il
mondo dell’indifferenziato, dove, scrive Galimberti, una cosa è questo e anche
altro. La ragione, tuttavia, non trova scandaloso pensare che un vino possa
essere forte e anche nero. I problemi incominciano quando si pensa che lo
stesso vino sia forte e non forte, nero e non nero: indifferenziato, appunto.
Platone e soprattutto Aristotele sostengono che il contenuto di questo pensiero
non può esistere: cioè che il mondo della follia non può esistere. Qui mi
limito a riproporre una domanda che può sembrare oziosa. Quella follia che,
separata, sta al di là della ragione, è forse non separata? Se ne stata forse
al di là, ma anche al di qua, dentro la ragione? No! - risponderanno gli amici
della follia, 248 del caos, dell’inconscio, di Cristo, dell’indifferenziato. Ma
la follia non, è forse, anche, non follia? A questo punto quegli amici
perderanno la pazienza e diranno di aver già detto che la follia è follia -
punto e basta. Ma, allora, non è forse molto, ma molto giudiziosa questa follia
che se ne sta ben attaccata a sé stessa (e dunque al principio di non
contraddizione), e non vuol essere anche altro, cioè non vuol essere ragione -
e, dunque, tirate le somme, non si permette di essere folle? Secondo un
principio consolidato della metafisica classica, il divenire richiede una
condizione che lo trascende scrive Biagio de Giovanni nel suo studio,
importante e suggestivo, dedicato a Hegel e Spinoza. Dialogo sul moderno
(Guida) - e tale principio regola anche il pensiero di questi due grandi
protagonisti del moderno. La complessità del saggio di de Giovanni, implicante
notevoli conseguenze sul piano politico, richiede che qui si accenni solo ad
alcuni punti. Quel principio della metafisica classica domina effettivamente
sia l’antico, sia il moderno; non però il pensiero del nostro tempo, per il
quale il divenire non richiede altro che sé stesso. Il mondo non ha bisogno di
Dio. Che il divenire richieda una condizione trascendente, indiveniente,
infinita, significa che essa salva il finito - il divenire (nascita e morte)
essendo appunto il regno della finitezza. La tesi di de Giovanni, che l’intento
di fondo di Spinoza e di Hegel è di salvare il finito, è quindi del tutto
consequenziale. Ed egli, questo intento, lo fa proprio, ma dandogli un timbro
nuovo, che insieme, a suo avviso, rende esplicito quanto nei due pensatori
rimane invece velato. Semplificando molto il suo discorso, si può dire che il
mondo è salvato solo da Dio, ma che il rapporto tra Dio e Mondo produce
inevitabilmente un radicale spaesamento del pensiero, che non riesce e non può
riuscire a sciogliere i problemi prodotti dalla coabitazione di quei due
termini. Ciò significa che le difficoltà e le contraddizioni a cui va incontro
il rapporto finito-infinito in Hegel e Spinoza non sono imputabili alla
limitatezza del loro pensiero, ma sono strutturali. In una delle pagine
decisive del suo libro de Giovanni scrive: I grandi testi della filosofia non
sono grandi precisamente perché gravidi di altissimi contrasti, che sono il
vero sale del pensiero?, e questo sale non è forse la profonda istituzione di
una dualità che non aspetta vera conciliazione e che però ambisce a vincere la
scissione senza poterla abolire?, sì che proprio questo paradosso è la stessa
vita umana? Ritengo che i punti interrogativi non siano retorici. De Giovanni
non presuppone arbitrariamente 1’esistenza delfinfinito, non ne progetta
nemmeno la fondazione, né la richiede a Spinoza e a Hegel, dove, a suo avviso,
Dio, cioè l’infinito e indiveniente Invisibile, è, non meno e anzi ancor più del
finito, il luogo dove i problemi e le contraddizioni maggiormente si addensano.
L’infinito-invisibile è infatti per lui il contenuto di una fede. Ma questa
fede, mi sembra, appartiene a suo avviso all’essenza dell’uomo, ossia a quel
paradosso che avvolge non questo o quel gruppo umano; non questa o quell’epoca,
ma la stessa vita umana in quanto tale. E qui il paradosso indicato da de
Giovanni è scavalcato, nel senso che diventa ancora più complesso, la fede
nell’invisibile essendo appunto ciò che, come richiamavo all’inizio, è spinto
al tramonto dell’essenza o sottosuolo della filosofia del nostro tempo, dove il
Tutto resta identificato alla totalità del visibile-finito - diveniente. Egli
vede sì l’unita sottostante all’antico e al moderno (e si tratta di millenni),
ma non intende allargarla, e anzi prende le distanze dalla fede, indicata nei
miei scritti, che unisce l’intera storia dell’uomo e che quindi sostiene sia la
fede nell’Invisibile sia la fede dei nemici dell’Invisibile, amici della Terra.
De Giovanni contrappone cioè il suo modo di considerare la storia
dell’Occidente a quello dei miei scritti, che considera il pensiero
dell’Occidente come preso in un unico solenne errore, che è un estremo,
iperlogico (e a suo modo, certo, geniale) invito a escludere il significato
delle differenze, ossia di ciò a cui non si può rinunciare (p. 117). Credo che
qui de Giovanni si riferisca alle differenze intese come differenti modi di
errare, non come differenze tout court - giacché l’affermazione dell’esistenza
e anzi dell’eternità delle differenze (ossia delle molte cose e dei molti
aspetti del mondo, innanzitutto) è una tesi costante del mio discorso
filosofico. Ma è una sua tesi costante anche l’affermazione dell’esistenza di
differenti, infiniti modi di errare; che però hanno questo di identico, di
essere errori, cioè negazioni della verità. E l’avere in comune il loro esser
errori non cancella i differenti modi dell’errare - così come, per i colori,
l’avere in comune Tesser colori non è una monocromia, ossia non cancella il
loro differire l’uno dall’altro. Nei miei scritti si mostra che la vita umana è
il luogo in cui si manifesta ciò che vi è di identico in ogni errore, ossia il
suo essersi separato dalla verità. De Giovanni mi gratifica di un
riconoscimento che mi piacerebbe meritare (Sono convinto che la profondità
speculativa di Severino sia assai alta e pressoché unica oggi in Europa), ma
aggiunge che la pedagogia che nasce da questa profondità è muta, perché riduce
la dialettica interna alla storia della metafìsica [...] alla monocroma
ripetizione dell’errore. Nei miei scritti si mostra che l’Errore è la fede
nella trasformazione delle cose, il loro diventar altro da sé. Chiedo a de
Giovanni di indicarmi, per uscire dalla supposta monocromia, un solo punto,
nella storia dell’uomo, dove non si creda nell’esistenza della trasformazione
delle cose, ma si creda in una forma di errore diversa da questa fede. Poi, se
vorrà, potremo discutere il punto decisivo, ossia i motivi per i quali affermo
che questa fede, nonostante la sua apparente plausibilità ed evidenza, è
l’Errore più profondo a cui l’uomo è stato destinato - ma dal quale l’Inconscio
autentico dell’uomo è già da sempre libero. Cresce il rifiuto dell’affermazione
di Nietzsche (peraltro in genere male intesa) che non esistono fatti ma solo
interpretazioni. Nietzsche non è un realista. Ma implicitamente il bersaglio in
Italia si allarga a Heidegger e a Gadamer, e anche a chi, come Gianni Vattimo e
Pier Aldo Rovatti, ha lavorato sulla scia di questi pensatori, a partire
appunto da Nietzsche. È ora - sostiene Maurizio Ferraris - di far rivivere su
scala mondiale i fatti, la verità, il realismo. Se è lecito annotarlo, c’è
anche chi, da più di mezzo secolo va dicendo che il senso autentico della
verità non è investito dalla crisi inevitabile a cui è andata incontro la
verità quale è intesa lungo la storia dell’Occidente, e quindi anche dal
realismo. Ma Ferraris vuol far rivivere fatti, verità e realismo dando come
cosa per sé evidente (almeno così sembra) che la realtà esista
indipendentemente dalla coscienza umana, la quale sarebbe però capace di
conoscerla con verità, scorgendo appunto i fatti, ed essendo quindi una
certezza che ha come contenuto la verità. Con fatica, si potrebbe far rientrare
questo modo di pensare in ciò che Hegel chiamava appunto identità di certezza e
verità. Non dubito che Ferraris (e Eco) l’abbiano presente. Con fatica, dico,
tuttavia, perché il senso comune non è la conferma filosofica del senso comune.
Anche per le scienze della natura la realtà esiste indipendentemente dall’uomo.
Da qualche millennio questo è anche il comune modo di pensare dei popoli, il
loro senso comune. Ma ben prima della scienza è la filosofia, sin dai suoi
inizi, a riflettere sul rapporto tra l’essere umano e la realtà - e sul
significato di queste due dimensioni. Prevale, con la grande filosofia classica
(Platone, Aristotele), la conferma del senso comune. E più tardi tale conferma
sarà chiamata realismo. La prospettiva espressa dal principio di Protagora che
l’uomo è la misura di tutte le cose (e che quindi la realtà dipende dal modo in
cui l’individuo pensa e vuole) resta a lungo emarginata. Ma, proprio perché
conforma il senso comune, il realismo filosofico non è il senso comune. La
filosofia, infatti, viene alla luce evocando un senso prima sconosciuto della
parola verità - il senso che domina l’intera tradizione dell’Occidente dai
Greci a Hegel, a Einstein; cioè la verità come scienza (epistéme)
incontrovertibile, fondata su principi primi innegabili e per sé evidenti e il
realismo filosofico ritiene che il senso comune abbia verità. Ma è la filosofia
a conoscere la verità del senso comune, non il senso comune. Per avere un
esempio della potenza e complessità concettuale del realismo filosofico si
tenga ancora sott’occhio (cfr. sezione prima, cap. Ili) questo passo deW Etica
Nicomachea di Aristotele: Ciò di cui abbiamo scienza non può essere
diversamente da come; delle cose che possono essere diversamente, invece,
quando siano fuori dalla nostra osservazione, rimane nascosto se esistano o no.
(La parola osservazione traduce la parola theoréin : l’osservazione appunto, la
manifestazione del mondo, che accade con l’esistenza dell’uomo.) Si può dire
che in questo passo sia addirittura anticipato quell’importante atteggiamento
del pensiero contemporaneo che è la fenomenologia fondata da Edmund Husserl,
per la quale è verità tutto ma anche solo ciò che è osservabile (manifesto,
immediatamente presente, sperimentabile); e quindi non è possibile che, con
verità, venga affermato qualcosa intorno a ciò che non è osservato. Proprio per
questo la fenomenologia non è una conferma del nostro senso comune. Aristotele
non riconoscerebbe ciò che pure si è sviluppato dal proprio seme; eppure la sua
è una critica radicale del senso comune in quanto sussistente al di fuori della
conferma che Yepistéme gli dà: tutto ciò che esso dice non è scienza
(epistéme). Inoltre, per Aristotele, la realtà di cui c’è scienza e che quindi
esiste indipendentemente dall’uomo è più ampia della realtà di cui, secondo la
fenomenologia c’è scienza (e anche Husserl intende la filosofia come scienza
rigorosa). La scienza è infatti, per Aristotele (come per l’intera tradizione
occidentale) anche scienza di Dio, metafìsica. Il realismo filosofico greco si
è sviluppato nella filosofia patristica e scolastica (Agostino, Tommaso tee.) e
quindi nella dottrina della Chiesa cattolica e delle altre Chiese cristiane, e
poi nel Rinascimento e nella stessa filosofia moderna prekantiana, che però
procede a una forma più elaborata di conferma del senso comune. E il realismo è
stato messo in questione da Kant e daH’idealismo, per poi riaffacciarsi in
varie correnti della filosofia degli ultimi due secoli, Marx e marxismo
compresi. Si continua a dire che ci si è liberati della cultura idealistica. Ma
quanti conoscono l’idealismo da cui ci si deve liberare? Per l’idealismo (e il
neoidealismo italiano) è fuori discussione (come per il realismo) che la natura
esiste indipendentemente dalle singole coscienze degli individui umani. È dalla
coscienza trascendentale (liquidata con troppa disinvoltura) che la natura non
è indipendente. La scienza, si diceva sopra, è realista. E la filosofia
analitica sostiene per lo più che per sapere come sia fatto il mondo bisogna
rivolgersi alla scienza moderna (che non è più epistéme). Sennonché, se il
realismo della scienza moderna non vuol essere semplice, ingenuo senso comune,
allora è una tesi filosofica è cioè quel realismo filosofico la cui potenza e
complessità concettuale e i cui rapporti con le concezioni non realistiche
sfuggono completamente al moderno sapere scientifico - e sarebbe un peccato se
sfuggissero anche al nuovo realismo, stando al modo in cui esso è stato
presentato. Si aggiunga che la scienza intende fondarsi suh’osservazione. Ma la
gran questione è che la realtà - che per la scienza esisterebbe egualmente
anche se l’uomo non esistesse (l’uomo è dice la scienza, compare soltanto a un
certo punto dello sviluppo dell’universo) -, in quanto esistente senza l’uomo è
per definizione ciò che non è osservato dall’uomo, ciò di cui l’uomo non fa
esperienza: non può esserci esperienza umana di ciò che esiste quando l’umano
non esiste. Quindi l’affermazione che la realtà è indipendente dall’uomo
finisce anch’essa con l’essere una semplice fede, o quella forma di fede che è
considerata come altamente probabile. Comune al nuovo realismo e al pensiero
debole di Vattimo e Rovatti è comunque l’istanza politico-morale, messa in
primo piano. Si accusano reciprocamente di favorire il totalitarismo. Ora, la
filosofia - come il mito e poi la scienza moderna - è nata, sì, per difendere
l’uomo dal dolore e dalla morte dovuti alla natura e alla lotta tra gli uomini.
In questo senso la filosofìa (come il mito e la scienza), nascendo dalla paura,
è mossa da un’istanza politico-morale. Ma la filosofia si accorge che il
rimedio non può essere quello inaffidabile del mito, ma deve avere verità, e la
verità non può fondarsi sulla dimensione politico-morale. Per la sua assoluta
spregiudicatezza la verità deve chiedersi perché la violenza dei più forti
debba essere bandita. E deve saper rispondere. Altrimenti essa è semplice
edificazione. Un’ultima osservazione a proposito di Nietzsche. La sua tesi che
non esistono fatti ma solo interpretazioni non va intesa in senso assoluto:
riguarda solo un certo insieme di eventi. Infatti, che il divenire del mondo
esista non è per Nietzsche un’interpretazione affidata da ultimo alle decisioni
storiche e quindi cangianti deU’uomo: che il divenire (la storia il tempo)
esistano è per Nietzsche - anche per Nietzsche - l’incontrovertibile verità
fondamentale in base a cui è necessario negare ogni realtà eterna immutabile,
divina che sovrasti il divenire e lo domini e guidi. Questa verità è la Grande
Fede al cui interno cresce l’intera storia dell’Occidente e, ormai, del
pianeta. La fede che da tempo i miei scritti invitano a dar conto del suo
incontrastato potere. Persiste il silenzio su uno dei tratti più importanti
della cultura contemporanea. Da parte mia continuo a richiamare quanto sia
decisivo il nucleo essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene
possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che fa diventar reale la
dominazione del mondo da parte della tecnica - destinata a questo dominio
nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica,
religiosa, e anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado
di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel nucleo mette in luce
che ogni Limite assoluto all’agire delfuomo, ci oè ogni Essere e ogni Verità
immutabile della tradizione metafisica, è impossibile; e dicendo questo non
solo autorizza la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale
autorizzazione le conferisce la reale capacità di superarlo. Non si salta un fosso
se non si sa di esserne capaci; e quel nucleo dice alla tecnica che essa ne è
capace. Tra i pochi abitatori del nucleo essenziale c’è sicuramente il pensiero
di Nietzsche. Ma anche quello di Giovanni Gentile, la cui radicalità è ben
superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia
continuamente si parla. Invece su Gentile il silenzio, in Italia, è
preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi).
All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in quella
continentale, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è
interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui
accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un
potente alleato della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento
frenante, reazionario, rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della
tecno-scienza. Argomento di primaria importanza sarebbe quindi la
chiarificazione dei motivi che producono quel silenzio. Qui vorrei però
limitarmi - come ho incominciato a dire - al tema, molto più modesto,
riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni. Per Gianni
Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer ecc.),
l’antirealista, cioè la critica alla concezione metafisica della verità sarebbe
una scoperta di Heidegger (Della realtà, Garzanti 2012; p. 100). Si tratta
della critica alla definizione di verità come corrispondenza tra intellectus e
res, tra l’intelletto e la cosa. In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma
ben prima di Heidegger, e con maggior nitore, Gentile aveva già mostrato
(rendendo radicale l’idealismo hegeliano) l’insostenibilità di quella
definizione. In sostanza egli argomentava - per sapere se l’intelletto
corrisponda alla cosa, intesa come esterna alla rappresentazione che
l’intelletto ne ha, è necessario che il pensiero confronti la rappresentazione
dell’intelletto con la cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto
viene a essere conosciuta, non è esterna al pensiero, ma gli è interna. Ciò
significa che il pensiero, per essere vero, non ha bisogno e non deve
corrispondere ad alcuna cosa esterna. Solo che Vattimo si fa guidare,
prendendolo alla lettera, da quell’appunto di Nietzsche in cui si annota -
probabilmente per studiarne il senso - che non ci sono fatti, ma solo
interpretazioni e che anche questa è un’interpretazione, ossia una prospettiva
che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile. Poiché
Vattimo intende tener ferma questa sentenza di Nietzsche dovrà dire allora che
anche la critica alla concezione metafisica della verità è un’interpretazione,
ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la
propria filosofìa soltanto come un’interpretazione rischiosa, una scelta, una
volontà le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico- politiche (p. 53):
Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica oggettivistica perché la
sentiamo come una minaccia alla libertà e alla progettualità costitutiva
dell’esistenza (p. 122, corsivo mio). In sostanza, come tanti altri, esclude
ogni verità incontrovertibile perché altrimenti libertà e democrazia verrebbero
distrutte; ma in questo modo mostra di considerare come verità
incontrovertibile la difesa della libertà e della democrazia (la qual cosa è
soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure - chiedo a lui e a tanti
altri - anche l’affermazione che la libertà è costitutiva dell’esistenza è solo
un’interpretazione revocabile? En passant, egli è stranamente fuori strada
quando mi attribuisce l’intento di oltrepassare la metafisica attraverso la
restaurazione di fasi precedenti del suo sviluppo e rifacendomi a Heidegger. Il
quale però sostiene che l’Essere è evento (contingenza e storicità assoluta,
assoluto divenire) e che anche le cose sono avvolte da questo carattere; mentre
i miei scritti sostengono che ogni cosa è un essere eterno. E infatti essi
indicano qualcosa di abissalmente lontano anche dalla filosofia gentiliana, che
afferma la totale storicità del contenuto del pensiero (sebbene Gentile
differisca da Heidegger perché, platonicamente, intende il Pensiero come
indiveniente). Comunque, già l’idealismo classico tedesco, soprattutto quello
hegeliano, è ben consapevole dell’impossibilità che la verità sia
corrispondenza o adeguazione dell’intelletto a una realtà esterna, e tuttavia
l’idealismo è una grande metafisica; sì che la critica a tale corrispondenza
toghe di mezzo solo un certo tipo di metafisica. Per mostrare l’impossibilità
di ogni Limite assoluto, metafisico, all’agire dell’uomo, e in generale al
divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è sì presente in Nietzsche e
in Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non in Heidegger. Né qui
intendo indicare ciò che occorre e che sopra chiamavo il nucleo essenziale
della filosofia del nostro tempo. Se Vattimo, che condivide la critica
heideggeriana alla verità come corrispondenza, su questo punto è
inconsapevolmente d’accordo con Gentile, invece un filosofo tedesco, Markus
Gabriel,sostiene ora un nuovo realismo (che peraltro condivide con molti altri)
al quale forse rinuncerebbe se conoscesse Gentile. Egli non è d’accordo con
Heidegger, né quindi con Vattimo, ma è d’accordo con Maurizio Ferraris (non più
allievo di Vattimo), che presenta in Italia il libro di Gabriel II senso
dell’esistenza (Carocci editore 2012). Vi si sostiene subito un argomento che
conduce alla tesi seguente: C’è qualcosa che noi non abbiamo prodotto, e
proprio questo esprime anche il concetto di verità. L’argomento è che, una
volta ammesso che noi produciamo qualcosa, noi però non produciamo il fatto
consistente nell’esser produttori di qualcosa - il fatto che dunque è
indipendente da noi. Gabriel lascia indeterminato il significato di quel noi
(sebbene egli interpreti in modo a volte condivisibile l’idealismo tedesco). Ma
l’idealista e quell’idealista rigoroso che è Gentile risponderebbero che,
certo, questo o quell’individuo non producono il fatto consistente nella
produzione umana di qualcosa, e tuttavia questo fatto è pensato (anche da
Gabriel, sembra) e, in quanto pensato, non può essere, come invece questo libro
sostiene, una realtà indipendente dal pensiero, ossia da noi in quanto
pensiero. Io propongo di definire l’esistenza come l’apparizione-in- un-mondo,
scrive Gabriel. Intendo: l’apparizione di qualcosa in un mondo. Ma nel suo
libro non ho trovato alcun chiarimento sul significato del termine chiave
apparizione. Chi legge quanto vado scrivendo ne conosce l’importanza.
L’apparizione non è il qualcosa (o ente) che appare (anche se essa stessa è un
ente). Se Gabriel intende che c’è apparizione di un mondo anche senza che
appaia questo o queU’individuo empirico, allora, su questo punto, sono
d’accordo con lui da più di mezzo secolo. Ma allora si dovrà dire che ciò che
esiste è ciò che appare (e un caso di esistenza è l’apparire in cui
tutto-ciò-che-non-appare appare, appunto, come tutto ciò che non appare). Ma
Gabriel intende così l’apparizione? Per lui ciò che esiste esiste
necessariamente all’interno di un campo di senso, cioè all’interno di un
contesto. Se il motivo è (come mi sembra di capire) che qualcosa esiste solo in
quanto differisce da ciò che è altro da esso, sì che questo altro è il contesto
del qualcosa, sono d’accordo (ma esortando Gabriel a rendersi conto che egli,
contrariamente ai suoi intenti, sta sollevando il principio di non
contraddizione - ossia il differire dal proprio altro - al rango di assoluto
principio incontrovertibile). Ma dalla necessità che l’esistente abbia un
contesto egli crede di dover concludere che qualcosa come il Tutto, la totalità
degli enti, non può esistere perché il Tutto non può avere un contesto, e non
può nemmeno contenere sé stesso, giacché è necessario che il Tutto, in quanto
contenente differisca dal Tutto in quanto contenuto. Mi limito a rilevare che,
poiché il Tutto è l’apparizione del Tutto (anche per Gabriel dovrebbe esserlo),
allora questa apparizione contiene sé stessa proprio perché il Tutto contenente
è lo stesso Tutto contenuto: il contenente è insieme il contenuto e il
contenuto è insieme il contenente. Da gran tempo i miei scritti si sono
soffermati su questo tema come su quello del significato che compete
all’affermazione che il nulla è il contesto del Tutto. (A proposito del tema
del nulla è curioso che Vattimo, per il quale - come per Gabriel e l’intera
cultura del nostro tempo - 263 tutto è contingente, neghi a un certo punto - p.
60 - l’annullamento delle cose. Curioso, dico, perché senza il loro
annullamento e nullità iniziale non si vede in che possa consistere la loro
contingenza e storicità.) L’idealismo assoluto di Gentile è poi un a ssoluto
realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione
fenomenica della realtà esterna, ma è la realtà in sé stessa. Un rilievo,
questo, che potrebbe invogliare Gabriel e i vari neorealisti a studiare
Gentile. Certo, la difficoltà maggiore è capire il carattere trascendentale del
pensiero, che si è presentato in modo sempre più rigoroso da Kant all’idealismo
tedesco e al neohegelismo di Gentile. L’al di là di ogni pensiero,
l’assolutamente Altro, l’Ignoto, gli infiniti tempi in cui l’uomo non c’era e
non ci sarà: ebbene, di tutto questo possiamo parlare solo in quanto tutto
questo è pensato. Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere trasceso
e che è esso a trascendere tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di esso e
come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità. L’idealistica
trascendentalità del pensiero è stata sostituita oggi dal consenso, cioè
dall’accordo sociale su un insieme di convinzioni. Insieme a molti altri Popper
vede nel consenso il fondamento della verità. È vero ciò su cui la comunità più
ampia possibile è d’accordo. Anche Vattimo sostiene questo concetto della
verità: per lui il linguaggio, entro cui tutto si presenta, è il linguaggio
della comunità, giacché siamo esseri storici e la massima evidenza disponibile
qui e ora si costruisce solo con un accordo, che può essere messo in questione
e rinegoziato (p. 109). Ma, daccapo, questa sua affermazione è una verità
incontrovertibile? Oppure che gli uomini esistano, ed esistano storicamente,
accordandosi o discordando, è soltanto un accordo rinegoziabile? Rinegoziando,
non ci si potrebbe forse trovar d’accordo nel far rivivere la metafisica e
altre cose non desiderate dalla filosofia ermeneutica? Ma soprattutto a
Heidegger (non solo a lui) andrebbe chiesto come mai, se il suo intento è di
prendere le distanze da ogni evidenza oggettiva, la configurazione dello
sviluppo storico (la sequela delle epoche dell’Essere) finisca col valere, nel
suo discorso, come un’evidenza oggettiva e indiscutibile. La tecnica può
riuscire a porsi alla guida del mondo solo se si è in grado dimostrare che
ormai questo compito non può più essere assolto dalle grandi forze della tradizione
(quali il capitalismo, le religioni, la politica e la concezione del mondo che
sta al loro fondamento). Ma chi può mostrarlo? Non certo la tecnica e la
scienza. È invece l’essenza tendenzialmente nascosta della filosofia del nostro
tempo a mostrarlo (purché si sappia guardare). Mostra che non possono esistere
quei Limiti assoluti, indicati dalle forze delle tradizione, di fronte ai quali
la tecnica debba arrestarsi. Anche (ma non solo) per questo la filosofia ha un
carattere decisivo. Di qui l’importanza di saper cogliere ciò che chiamo
essenza della filosofia del nostro tempo - alla quale appartengono pensatori
come Nietzsche e Gentile. Appunto a questo contesto si riferiva anche il mio
articolo (Corriere della Sera, la Lettura, 16 settembre 2011), intorno al quale
sono intervenuti vari interlocutori. D’altra parte, continuo a ripetere, quell
’essenza è la forma più coerente della Follia estrema da cui è avvolta
l’esistenza dell’uomo - la Follia del nichilismo). Ben presto l’uomo si accorge
degli ostacoli che limitano la sua volontà. E si convince che il mondo esista
indipendentemente dalla coscienza che egli ne ha. Questa, la base di ogni forma
di realismo. Se l’uomo è il singolo individuo umano, anche l’idealismo è una
forma di realismo. D’altra parte, il mito, e il pensiero filosofico della
tradizione (sia pure in modo profondamente diverso) vedono in quegli ostacoli
una forma superiore, più potente, divina, di Volontà, capace di dominare la
materia di cui le cose son fatte o addirittura capace di produrre ogni aspetto
del mondo, come pensa anche l’idealismo classico, culminante in Hegel, che però
indica i motivi per i quali quella Volontà divina e cosciente non sta al di là
dell’uomo, ma gli è unita. Come Cristo, l’uomo autentico è Uomo-Dio. Il mondo è
prodotto non dall’uomo singolo, ma dall’Uomo-Dio. Nel pensiero del neohegeliano
Gentile questa tematica è fondata nel modo più rigoroso. Marramao (Il Secolo
d’Italia) è limpidamente d’accordo con me circa questo rigore - osservando
giustamente, tra l’altro, che uno dei motivi del disinteresse per Gentile sta
nel suo stile pesante e ottocentesco. Che però, aggiungo, vanta un nitore
concettuale estremamente superiore a quello del neohegeliani del mondo anglo-sassone.
Contrariamente alle loro intenzioni (e nonostante i loro indubbi meriti), essi
hanno offuscato e complicato la potenza speculativa di Hegel, determinando una
reazione realistica non immune da consistenti ingenuità, che sarebbe stata di
più alto livello se nel mondo anglosassone la presenza di quella forma di
neohegelismo non avesse impedito la presenza di Gentile. Ma soprattutto - per
quanto riguarda il predominio del realismo rispetto aH’idealismo - la
tecno-scienza si presenta quasi sempre come realismo (assunto come ipotesi di
lavoro o come tesi filosofica acriticamente accettata). Da parte sua il
realismo filosofico dà spesso per scontato che la filosofia non possa procedere
indipendentemente dalla scienza. In questo modo accade che la centralità della
scienza nel mondo contemporaneo determini il predominio del realismo rispetto a
ogni altra forma filosofica. Nell’intervento di Ferraris (la Repubblica) si
afferma che nella prospettiva che va da Kant a Gentile, noi non abbiamo mai a
che fare con cose in sé, ma sempre e soltanto con fenomeni, con cose che
appaiono a noi. No: questo lo si può dire di Kant (e propriamente del Kant
della Critica della ragion pura), non di Hegel o di Gentile. Per Hegel, come
per Aristotele, il contenuto della ragione sono proprio le cose in sé. E a sua
volta Gentile ribadisce che solo se si presuppone (arbitrariamente) che
esistano cose in sé al di là del pensiero, si può affermare che i contenuti del
pensiero siano soltanto fenomeni. Per confutare l’idealismo Ferraris richiama
l’esistenza delle infinite cose che esistevano prima dell’uomo, gli ostacoli
incontrati dall’uomo, l’imprevedibilità degli eventi. L’idealista risponde, a
ragione, che di tutte queste situazioni non si potrebbe parlare se non fossero
pensate e che quindi esse non stanno al di là del pensiero, indipendenti da
esso, che invece include nel proprio contenuto gli stessi individui umani che
nascono, subiscono quelle avversità e muoiono. I miei scritti stanno tuttavia
al di là dell’opposizione realismo-idealismo - e Taddio ha richiamato
opportunamente (Corriere) i loro temi centrali, che nel mio articolo avevo
messo tra parentesi per non complicare troppo il discorso. Invece VATTIMO
(vedasi) (Corriere) mi trova troppo affezionato al vecchio argomento
antiscettico (se uno dice che non c’è verità sostiene peraltro che quel che lui
dice è vero); argomento che poi non sarebbe altro, a suo avviso, che un
giochetto logico-metafisico. Un giochetto che però (per richiamare solo due tra
molti) Platone ( Teeteto) e Aristotele ( Metafisica) prendono molto sul serio.
Platone scrive addirittura che quell’argomento è raffinatissimo (kompsótaton).
Ma poi Vattimo dimentica che quel che qui egli chiama giochetto, nel suo libro
(Della realtà) lo chiama invece giusta accusa di autocontraddizione. (Comunque
nel mio articolo prendevo atto delle sue frequenti dichiarazioni di non voler
dire cose vere, ma di voler soltanto esprimere desideri. E son d’accordo. Ma
poi, non è proprio per non esser vinto dall’argomento contro lo scettico che
Vattimo, per sostenere la propria negazione della verità, dichiara di non voler
dire una cosa vera, ma di esprimere soltanto i suoi desideri - sì che
quell’argomento ha un’importanza decisiva nel suo discorso?) Da parte mia ho
scritto invece più volte che quell’argomento non è sufficiente contro lo scettico
non ingenuo, giacché a chi gli obbietta che si contraddice egli può ancora
replicare chiedendo perché mai non ci si debba contraddire - e qui il discorso
prosegue in un territorio che Vattimo non sospetta neppure. (Sostiene anche che
dialogare con qualcuno significa andare a braccetto con lui. Ora, vado sì
dialogando con Gentile, con l’essenza del pensiero del nostro tempo, con la
storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado a braccetto con loro.
Dialogo anche con Vattimo...) Per GABRIEL (Corriere) il contenuto dei miei
scritti è realismo e quindi, da realista, scrive che apparteniamo alla stessa
famiglia, il cui capostipite fu Parmenide in persona. Infatti, a suo avviso,
Parmenide afferma un essere indipendente dall’ambiente umano. Sennonché da più
di mezzo secolo i miei scritti vanno mostrando che ciò che Parmenide dice
dell’essere va detto invece degli enti : di ogni ente va detto cioè che è
eterno (ossia è impossibile - è contraddittorio - che non sia), e quindi è
eterno anche ogni ambiente e pertanto anche Cambiente umano. Negarlo è,
appunto, la Follia estrema del nichilismo, che identifica l’ente e il niente.
Nessun ente può essere stato o può diventare un niente. Se realismo significa
che certi enti potrebbero esistere anche se non esistesse l’uomo, il realismo è
allora una forma di nichilismo (cioè una tesi autocontraddittoria) - come
l’idealismo. (Né l’uomo potrebbe esistere se non esistesse un qualsiasi altro
ente.) Gabriel aggiunge che la realtà è parzialmente contraddittoria (e cioè che
il principio di non contraddizione non regola tutta la realtà) perché gli
uomini continuano a contraddirsi. Ma, anche qui, è più di mezzo secolo che vado
distinguendo il contraddirsi, che invece è l’impossibile, il necessariamente
inesistente (Cfr. sezione terza). Con una metafora: i pazzi esistono - e sono
pazzi e non sani, cioè sono enti in contraddittorio -, ma (secondo coloro che
si ritengono sani di mente) ciò di cui i pazzi son convinti non esiste.
L’esistenza del contraddirsi non rende dunque parziale il dominio del principio
di non contraddizione - che peraltro, in relazione al modo in cui è stato
storicamente inteso, è ben lontano dal presentarsi come un sapere assolutamente
intoccabile, ma è anzi una delle espressioni più decisive del nichilismo. Qualche
chiarimento a proposito delle considerazioni (Giornale di Brescia 4 settembre
2012) che Massimo Borghesi ha dedicato al mio libretto-intervista Educare al
pensiero, gentilmente propostomi da La Scuola editrice. Provo a indicare, con
un po’ di esagerazione, il senso complessivo di quanto intendo dire. Supponiamo
che si voglia dare un’idea della Divina Commedia affermando che essa è una
illustrazione dell’Inferno (punto), e quindi, se non proprio evitando di citare
l’ultimo verso della Cantica - E quindi uscimmo a riveder le stelle -,
mormorandolo appena. (Per me la vita sarebbe cioè infeliceì ) Chiedo scusa per
il paragone inverecondo, ma vorrei sfatare l’impressione complessiva che si può
avere leggendo l’articolo di Borghesi. Sembra cioè, dal tasto su cui egli batte
soprattutto, che il mio discorso consista nel sostenere che noi tutti siamo
eternamente dannati e con noi tutte le nostre convinzioni (punto). E invece, se
mi è concesso sfruttare la metafora dantesca, nei miei scritti si mostra che
ognuno di noi è infinitamente di più di quel che crede solitamente di essere: è
lo sguardo eterno in cui eternamente appare lo splendore delle stelle, l’eterno
apparire del firmamento. Sennonché (lo mostro nei miei scritti), nella luce del
firmamento che noi siamo si fa innanzi questa nostra terra, la quale, sì,
corrisponde aH’Inferno del poeta. Infatti, abitandola, noi ci chiudiamo in quel
che per lo più crediamo di essere e non vediamo il firmamento che noi siamo (al
di sopra del quale sta un Firmamento ancora più infinito). Per quanto riguarda
la parte dei miei temi considerata dal Borghesi troverei invece molto più
adatte queste parole di Angelus Silesius: Uomo, smetti di esser uomo se vuoi
raggiungere il Paradiso: Dio riceve solo altri dèi. Oppure, Uomo, se non hai
dentro di te il Paradiso, non vi entrerai mai. Certo anche queste sono
metafore: ogni loro parola indica e nasconde. Ad esempio è sommamente
occultante Yimperativo (smetti di esser uomo), perché ogni uomo ha già smesso
da sempre di essere quell’uomo che per lo più crediamo di essere, e già da
sempre, necessariamente, ha dentro di sé il Paradiso che peraltro è destinato a
raggiungere. Ma poi sono le parole uomo Dio, dèi, Paradiso a dover deporre il
loro timbro mitico-metaforico - anche perché sapere che cosa significhi uomo
non è per nulla più facile che sapere che cosa significhi Dio. Ancora un
chiarimento. Borghesi scrive che il mio è un sistema di pensiero che rifiuta
l’idea che l’uomo possa cambiare. Detta così, questa sua affermazione altera il
senso del mio discorso, e, anche qui, perché ne mostra soltanto un lato.
Proprio nella prima risposta dell’intervista dico: Invece gli eterni che
costituiscono gli essenti [quindi anche gli uomini] hanno una essenziale
mobilità; tanto che ho scritto da qualche parte che “solo l’eterno può
divenire”. Nel senso che lo spettacolo che sta davanti, costituito
dall’apparire degli eterni, è continuamente variante, è il variare che dapprima
si mantiene all’interno di ciò che chiamo “terra isolata dal destino” [cioè l’Inferno
di cui parlavo] e poi continua al di là della terra isolata dal destino della
verità [dove il “destino” è l’apparire, che noi siamo, dello splendore delle
“stelle”]. Questo proseguire della variazione degli spettacoli eterni è un
proseguire aU’infinito in un percorso che chiamo “Gloria”. La Gloria è
l’infinita adeguazione del finito all’infinito (p. 18). Ogni uomo è destinato a
compiere questo percorso. Nel suo secondo intervento ( Ibid ., 16 maggio 2012).
Massimo Borghesi dà, dei miei scritti, un’immagine certamente più adeguata di
quella da lui proposta in prima battuta. In risposta avevo aggiunto qualche
osservazione. Ma qualche altra è forse opportuno che ne aggiunga a proposito di
questo suo nuovo articolo. Mi sembra che egli non condivida la tesi che
Inesistenza dell’uomo sia tenebra, sogno, non-verità, errore. Però a lui, che è
cattolico, posso ricordare che all’inizio del Vangelo di Giovanni si legge: E
la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta. La luce è
innanzitutto la verità; le tenebre sono l’esistenza dell’uomo nel mondo, e sono
tenebre perché sono sogno, non-verità; errore, negazione della verità. Dicendo
questo, delegittimiamo forse le tenebre, come Borghesi in sostanza sostiene,
criticandomi? Si delegittima ferrare dicendo che è errare (con tutto ciò che
ferrare implica)? Certo, il pensiero filosofico non può accontentarsi del senso
che le religioni danno alla verità e alla non-verità; ma è anche chiaro che il
cristianesimo non intende render luce le tenebre, ma condurre l’uomo fuori di
esse. Si tratta allora di capire perché, nei miei scritti, si afferma che ogni
uomo è già da sempre nella luce, al di fuori delle tenebre, e che ognuno lo è
nel modo che gli è proprio e che lo distingue da ogni altro uomo. Ogni uomo è già
da sempre Oltreuomo - anche se questo suo esserlo è contrastato dalla
convinzione ottenebrante in cui tutti ci troviamo per lo più a vivere. E,
ancora, si tratta di capire perché in quegli scritti si afferma che le tenebre
sono essenzialmente più profonde ed estese di quelle a cui si riferisce
Giovanni, e perché da quel contrasto siamo tuttavia destinati a uscire, e
perché la luce lasci sotto di sé le tenebre. Borghesi dice che il mio discorso
è un dualismo. E allora? Questo suo dire è solo una descrizione, non una
confutazione. Ma la sua descrizione è ancora alterante - cioè mi fa dire cose
che non ho mai detto -, soprattutto quando afferma che per me la vita dell’uomo
nelle tenebre è l’inutile affaccendarsi di un formicaio. Ancora una volta,
vorrei chiedere a Borghesi: ma la vita degli uomini che pensano soltanto al
mondo (alle tenebre di Giovanni), e non a Dio, non è appunto, secondo il
cristianesimo, l’inutile affaccendarsi di un formicaio? Tuttavia preferisco
ricordare che il sogno nel quale consistono le tenebre di cui parlano i miei
scritti non è quel vagare delle formiche che per chi non sa che cosa sia un
formicaio è senza senso, un inutile affaccendarsi. Il grande sogno si svolge
anch’esso secondo la necessità del destino (come peraltro lo stesso mio critico
riconosce); e con un ritmo e secondo una struttura che in molti ma molti miei
libri sono andato indicando, chiamandola storia del mortale (ossia
dell’abitatore del sogno). La follia che produce il grande sogno è la
persuasione che le cose si strappino da sé e divengano altro, invadendolo,
dividendolo, spezzandolo. Quindi la follia sta al fondamento di ogni volontà di
far diventar altro le cose. E anche qui si tratta di capire perché è necessario
che la follia si presenti dapprima nei miti, poi nella storia della razionalità
teorico-pratica dell’Occidente, e infine nella distruzione di questa
razionalità e nella progressiva dominazione planetaria della tecnica. È
necessità che nelle tenebre si proceda illuminati dalla luce di Lucifero.
L’autentica educazione è il linguaggio che mostra tutto questo, e non invita a
incrociare le braccia (anche il rinunciare a volere, sappiamo, è un volere), ma
mostra che cosa, in quanto abitatori delle tenebre, i popoli sono destinati a
volere. Altre volte Borghesi si è occupato dei miei scritti. Anni fa, su 30
Giorni, ebbe a scrivere che Severino su un punto ha ragione: la tecnica è
l’orizzonte assoluto del nostro tempo. Ringraziandolo, con molto ritardo, per
aver salvato uno dei miei punti, osservo che non per caso la tecnica è
l’orizzonte assoluto del nostro tempo, ma lo è per la necessità che regola lo
sviluppo delle tenebre, ossia lo sviluppo della struttura qui sopra indicata.
Se la si studia, si può constatare che, nelFInferno dantesco, non aveva torto
il Diavolo a dire al suo interlocutore: Tu non pensavi ch’io loico fossi. La
vita dell’uomo incomincia con un Rifiuto. La vita cosciente, dico, cioè quella
in cui il mondo si manifesta. Tale Rifiuto nega che il giorno sia notte,
l’acqua aria, gli alberi stelle, il freddo caldo, la vita morte: nega che
qualcosa sia altro da ciò che esso è. Già Platone avverte che questa negazione
è presente anche nel sogno e perfino nella pazzia. Nei primi decenni del
Novecento il sociologo-etnologo Lévy-Bruhl tende invece a sostenere la tesi che
nella mentalità primitiva quel Rifiuto è assente o quasi. Bergson, Durkheim,
Mauss mostrano in molti modi l’insostenibilità di questa tesi. E infatti come
sarebbe possibile, per l’uomo, compiere il gesto più semplice, ad esempio bere
dell’acqua, se la mentalità primitiva credesse che l’acqua sia pietra (o fuoco,
aria)? Anche il primitivo può vivere perché si rifiuta di crederlo. Tale
Rifiuto sta all’origine e alle fondamenta della vita umana, la domina e la
comanda: tutte parole, queste, che corrispondono all’antica parola greca arché,
che viene tradotta anche con principio. Già per la filosofia greca il Rifiuto
che qualcosa sia altro da sé è Yarché di tutta la conoscenza. Ma la filosofìa
intende il Rifiuto originario in un modo radicalmente nuovo. Prima di essa il
Rifiuto è un voler negare che il giorno sia notte, l’acqua pietra, e così via.
La filosofia sostiene che questa negazioni non sono semplicemente un volere, ma
un sapere assolutamente non smentibile: il sapere che sta al fondamento di ogni
altro sapere e di ogni agire e che quindi è la verità originaria. Aristotele
dice appunto che tutte queste negazioni sono espresse da un’unica arché, che è
la più salda di tutte le conoscenze. Più tardi questa arché sarà chiamata
principio di non contraddizione. Più tardi ancora, tuttavia, varie forme del
pensiero filosofico riterranno che il tentativo di separare questo principio
dalla volontà, facendone la suprema verità incontrovertibile, è destinato a
fallire. Ad esempio lo ritengono Nietzsche e Dostoevskij, e prima di loro
Leopardi e (secondo alcuni) Hegel. Lo ritiene gran parte della filosofia
contemporanea; e qualcosa di simile accade (sia pure con vistose eccezioni)
nelle scienze, nell’arte, nella coscienza religiosa. Popper rileva sì che senza
il principio di non contraddizione crollerebbe l’intero edificio della scienza:
tale principio è il fondamento dell’atteggiamento razionale; sennonché, per
lui, ciò che fa scegliere tale atteggiamento è una fede irrazionale, e quindi è
innanzitutto il principio di non contraddizione a esser dominato e guidato da
una volontà (fede) senza verità. 1 Al di sotto della propria maschera tale
principio è in effetti, nelle sue diverse configurazioni e formulazioni
storiche, un grande dogma, è appunto la volontà che le cose stiano nel modo da
esso prescritto. (Anche la filosofia ha sostanzialmente trascurato l’unico
grande tentativo, compiuto da Aristotele di sottrarre quel principio
all’arbitrio della volontà.) Tale principio serve certamente a vivere, rileva
Nietzsche, ma che una cosa serva e sia utile non significa che essa sia vera.
Ma tutta la vicenda che abbiamo sin qui sommariamente richiamata - la storia
cioè del Rifiuto originario - copre e nasconde qualcosa di essenzialmente più
profondo e decisivo. Da un lato copre e nasconde il Rifiuto autentico, ossia
l’autentica negazione che le cose siano altro da ciò che esse sono: il Rifiuto
che dunque non è né volontà, né il fallito tentativo filosofico di liberare il
Rifiuto dalla volontà. Dall’altro lato quella vicenda copre e nasconde il
sapere più alto. Esso dice che proprio perché nessuna cosa può essere altro da
ciò che essa è (proprio perché ogni cosa è sé stessa), proprio per questo ogni
cosa è eterna. Ogni cosa - dunque ogni stato di cose, ogni stato del mondo e
dell’anima, ogni situazione ed evento, e il contenuto di ogni istante del
tempo. La teoria della relatività afferma sì che ogni stato del mondo (ossia
del cronotopo quadridimensionale) è eterno, ma non lo afferma perché ogni cosa
non può essere altro da sé: lo afferma invece sulla base della logica
scientifica, che è ipotetica, e quindi controvertibile, falsificabile. Anche la
teoria della relatività appartiene alla vicenda che copre e nasconde sia il
Rifiuto autentico, sia YEternità (anch’essa da intendere autenticamente, cioè
in senso essenzialmente diverso da quello che le compete lungo tale vicenda).
Ci si è rivolti da tempo, e procedendo da prospettive diverse, ai miei scritti,
che indicano il senso autentico del Rifiuto e delfEternità come un dito indica
la luna. Restando in debito, verso molti miei critici, di una risposta adeguata
alle loro osservazioni, mi limito qui a richiamare alcuni degli interventi più
recenti. Suggestive e ricchissime le indagini contenute nel sesto tomo di
Filosofia e idealismo di Gennaro Sasso (Bibliopola 2012). Che termina il suo
libro con uno struggente Congedo dai suoi lettori. Vorrei invitare Sasso a
rimuoverlo, quel congedo, a non restargli fedele, innanzitutto perché egli ha
ancora molto da dire, e poi anche perché possa continuare il nostro colloquio -
che generosamente, anche in queste sue pagine, considera importante per lo
sviluppo delle sue ricerche. Egli sa bene che cosa intendo quando parlo del
senso autentico del Rifiuto e delfEternità. Lo sa bene, e sostanzialmente lo
condivide, anche Leo¬ nardo Messinese, che dopo altri due libri recentemente
dedicati ai miei scritti, pubblica ora Stanze della metafisica. Heidegger,
Lowith, Carlini, Bontadini, Severino (Morcelliana) e Né laico, né cattolico.
Severino, la Chiesa, la filosofia 278 (Dedalo 2013). Messinese è un pensatore,
e sacerdote, che tenta acutamente e coraggiosamente di porre la luna, indicata
dal mio dito, alla base di ogni sapienza. Un tentativo compiuto anche da
Francesco Totaro nel suo importante volume Assoluto e relativo. L’essere e il
suo accadere per noi (Vita e Pensier). Molto interessante e ricco di spunti
anche il modo in cui Nello Barile, nel suo Iperparmenide. Scienza, cultura e
comunicazione. Oltre il postmoderno (Mimesis 2012) si rivolge alla luna e al
mio dito. Carlo Sini scrive invece che, sì, io lo costringo ad arrendersi
(perché lo colgo in contraddizione), ma che egli può replicare dicendo: Sì, mi
contraddico, e allora?! (La verità è un’avventura, GruppoAbele). Allora,
rispondo, se non gli importa contraddirsi non gli importa che la verità non sia
un’avventura e nemmeno che ogni affermazione contenuta in questo e negli altri
suoi libri sia la negazione di ciò che essa afferma. Sì che ad esempio, quando
egli scrive che noi siamo quel che abbiamo e che per il fatto stesso di averlo
siamo destinati a perderlo, egli è disposto a contraddirsi e a riconoscere che
noi non siamo quel che abbiamo e non siamo destinati a perderlo. Certo, se si
ha presente (come mi sembra che accada a Sini e a tanti altri) quella forma
dogmatica dove il principio di non contraddizione è la semplice volontà che il
mondo non sia contraddittorio, allora - se la cosa serve, se è vantaggiosa, se
rende vincenti - ci si può certo disinteressare del proprio contraddirsi. A uno
che gli aveva fatto notare che stava contraddicendosi, Stalin rispose appunto:
Sì, compagno, mi contraddico, e allora?!. Raffinato e penetrante come gli altri
scritti di Alessandro Carrera, anche La consistenza della luce. Il pensiero
della natura da Goethe a Calvino (Feltrinelli). Scrive Carrera che questo suo
saggio fa parte di un trilogia incominciata con La consistenza del passato:
Heidegger, Nietzsche, Severino (Medusa 2007), dove si esamina, dopo Heidegger e
Nietzsche, la radicale confutazione, da parte di Severino, di ogni ipotesi
heideggeriana, nietzscheana o altrui, in base alla quale il passato sparirebbe
nel non essere o non potrebbe sopravvivere se non manipolato dal presente e per
i fini del presente. Sì, la consistenza del passato è implicata dall’Eternità
di ogni cosa. Non nel senso che questa luce che viene dalla finestra debba
esistere in ogni tempo, ma nel senso che il fluire del tempo non porta via con
sé, nel nulla, questa luce, che invece è, eterna - e che, sì, ora è già
scomparsa, ed è un passato, ma come ogni altra cosa è destinata a ritornare.
Perché - mi domando, e domando a Severino - la tecnica come capacità indefinita
di realizzare scopi (capacità velata di astratto e generico) sarebbe destinata
a soverchiare la tecnica della forza, che è immanente al diritto e che
accompagna ogni norma con la protezione di atti coercitivi? Perché quella
volontà di potenza è più potente di questa? È la domanda che Natalino Irti mi
rivolge anche nel suo libro più recente L’uso giuridico della natura (Laterza)
che, egli ricorda, prolunga la pluridecennale discussione tra noi due sul tema
della tecnica. E la prolunga in modo quanto mai felice, innanzitutto per
l’importanza di queste pagine. Dedicate a me nella concordia discors del
pensiero. Lo ringrazio di cuore. Con altrettanta generosità l’eminente giurista
rileva di quanto si sia ridotto il suo sentirsi discorde. Rimane però quella
domanda. Da lui rivoltami altre volte e a cui altre volte ho risposto.
Dev’esserci quindi qualcosa che inceppa l’intesa, e che provo a snidare.
Accennerò poi alla direzione delle motivazioni che costituiscono l’organismo
della risposta (attendendo che Irti le consideri). Il mio discorso sulla
tecnica non indica uno stato di cose già in atto, ma una tendenza (non priva di
resistenze): all’interno delle diverse forme di tecnica è oggi in via di
formazione il progetto che ha lo scopo di aumentare senza limiti la capacità
umana di realizzare scopi, di dominare il mondo. Anche ma non solo per questo
vado scrivendo che la tecnica, in quanto è tale progetto, è destinata a
prevalere sulle forme di tecnica che a esso si oppongono. (La destinazione si
riferisce al futuro.) Questa capacità è velata di astratto e di generico (come
scrive Irti), ma solo nel senso che oggi l’uomo non può conoscere concretamente
e specificamente le proprie capacità future. La sua volontà vuol diventare
sempre più potente. Soprattutto oggi, nel tempo in cui i Limiti
filosofico-religiosi posti dalla Tradizione all’agire umano vanno mostrando,
soprattutto all’interno del pensiero filosofico, la loro impotenza pratica e
concettuale. Volontà di potenza e tecnica sono sinonimi; ma la Tecnica che
progetta Fincremento senza Limiti inviolabili della propria potenza differisce
essenzialmente da tutte le forme di tecnica in quanto sottoposte a quei Limiti
e che pertanto le si oppongono. Differisce da esse, spingendole altrove, ma
agendo al loro interno. Si chiamano economia, politica, morale, diritto, arte,
le stesse discipline scientifiche (fisica, biologia, astronomia ecc.) e le
tecniche da esse guidate (apparati industriali, militari, burocratici,
sanitari, scolastici ecc.). Anche il capitalismo è ancora, prevalentemente, una
forma della Tradizione: pone come Limiti inviolabili (e pertanto come verità
indiscutibili e naturali) l’uomo in quanto individuo isolato e libero, la
proprietà privata di beni e mezzi di produzione, il mercato come dimensione che
rende possibile il profitto e la sua crescita, la concorrenza e, anche, il
sistema di leggi che garantiscono la perpetuazione di questi Limiti, il sistema
cioè che nelle società capitalistiche viene chiamato diritto tout court.
Invece, Irti è ancora convinto che, nel mio discorso, quella tra la Tecnica e
le altre forme di volontà di potenza sia la contrapposizione tra una certa particolare
forma di tecnica, quella fisico-matematico-biologica, e le altre forme, tra cui
il diritto (la volontà capace di regolare altre volontà). E, appunto, si
domanda perché debba prevalere Luna piuttosto che l’altra. Sennonché, dico
destinata a prevalere non quella forma particolare (sebbene oggi emergente), ma
la Tecnica in quanto progetto di incrementare all’infinito la potenza presente
nelle tecniche esistenti e che mira a porre tale incremento come la norma
suprema - la norma che è il più radicale superamento delle Norme e Limiti
imposti dalla Tradizione. Un progetto dunque che non sta sopra la testa di
quelle forme (astratto e generico), e non è nemmeno la loro semplice somma, ma
tende a esser sempre più presente e dominante in ognuna (e, certo, in modo più
avanzato, nella forma fisico-matematico-biologica) e a distoglierle dalla loro
soggezione ai Limiti inviolabili che via via sono stati loro imposti. Nel
diritto quei Limiti si incarnano nel cosiddetto diritto naturale. Che però
tende a essere sempre più emarginato dalla convinzione che il diritto sia
positivo, posto storicamente dalle volontà vincenti; non, quindi, espressione
di una volontà che rispecchia una immodificabile Legge Naturale. Nel mondo
occidentale (ma ormai sull’intero Pianeta, sia pure in modi molto differenziati
e spuri) vincente è ancora, e nonostante le sue crisi, la volontà
capitalistica, ed essa si impone come la Legge, lasciando sullo sfondo, quasi
dimenticato, quel carattere positivo della legge che sta soppiantando la pretesa
del diritto capitalistico, di essere naturale. La forza e la capacità
coercitiva sottolineate da Irti non competono cioè a una pura volontà giuridica
separata dalla volontà vincente, ma alla capacità di quest’ultima di rendere
operante la forza e il carattere coercitivo della volontà giuridica. (La
contrapposizione tra potere politico e potere giudiziario - o quella dove un
gruppo economico è sottoposto al giudizio della magistratura - si svolge
completamente all’interno dell’orizzonte giuridico che tutela i valori
dell’economia di mercato). La volontà che progetta l’incremento indefinito
della potenza non è quindi, come invece Irti mi obbietta, astratta
disponibilità, generica forza di raggiungere risultati, indistinta e indefinita
varietà degli scopi, nome con funzione riassuntiva - mentre il diritto avrebbe
il vantaggio di essere decisione che impone certi scopi escludendone altri (pp.
53-54). Le cose non stanno così. Le decisioni del diritto sono le decisioni del
capitale, o dell’economia pianificata, cioè delle forme di volontà di volta in
volta vincenti. Le volontà di potenza che hanno come scopo la potenza di
certuni e non di altri, di certe concezioni del mondo e non di altre, di certe
forme di ricerca e non di altre, non possono avere come scopo la crescita senza
limiti ed esclusioni della potenza, ma la ostacolano. (Il socialismo reale ha
ostacolato lo sviluppo tecnologico dell’Urss; il capitalismo evita la
produzione dei beni che, pur vantaggiosi per l’uomo o l’ambiente, non avrebbero
mercato, e alimenta forse quella relativa scarsità delle merci senza la quale,
cioè con la loro abbondanza e la caduta della domanda, non avrebbe nulla da
vendere. E in ognuno di questi casi vengono ostacolate forme di potenza, quali,
appunto, la tecno-scienza, il benessere dell’uomo e dell’ambiente, il
superamento della scarsità.) Perché, dunque - riformulo così la domanda di Irti
- la Tecnica è destinata a prevalere sulle forme particolari di essa nella
misura in cui la ostacolano e che le si oppongono sia per il loro chiudersi
nella loro particolarità, sia per Tesser ancora soggette ai Limiti della
Tradizione? E quindi: perché la Tecnica è destinata a prevalere anche sul
diritto in quanto le si oppone nel senso ora indicato (visto che, nella misura
in cui sono invece il terreno in cui prende piede la Tecnica in quanto progetto
di potenziare alTinfinito potenza, la Tecnica non prevale su di esse,
emarginandole, ma se ne serve - o prevale nel senso che quel progetto è lo
scopo che regola i loro scopi particolari)? Rispondo così. Oggi la tecnica
(tecno-scienza e apparati) si presenta ancora come un mezzo, anzi come il mezzo
più potente di cui si servono le volontà di potenza dominanti e tra di loro in
conflitto: stati, concezioni politiche e religiose e, soprattutto la volontà oggi
più potente, il capitalismo. 2) Ma nella tecnica si sta facendo largo,
ravvivandola, la Tecnica in quanto progetto di incrementare ah’infinito la
potenza, oltre ogni Limite assoluto. 3) Il fondamento di questa negazione è
l’essenza - il sottosuolo essenziale - del pensiero filosofico del nostro
tempo. 4) Nel conflitto, ogni volontà può prevalere sulle altre solo se
rafforza sempre di più il mezzo tecnico di cui dispone. 5) Tale rafforzamento è
ulteriormente rafforzato dal progressivo prender piede, nella tecnica, del
progetto della Tecnica di aumentare all’infinito la potenza - e tale progetto è
a sua volta rafforzato dalla volontà, quella capitalistica in testa, di
potenziare il mezzo di cui essa dispone. 6) Pertanto lo scopo delle volontà
dominanti si trasforma. Infatti, riferendoci ora al capitalismo, esso - e
quindi il diritto che lo esprime e sancisce - tende a non aver più come scopo
primario l’incremento del profitto, ma la sintesi tra tale incremento e il
rafforzamento del mezzo: il rafforzamento che nella sintesi tende a occupare
sempre più spazio rispetto a queU’incremento. 7) In tal modo la tecnica, da
mezzo, tende a diventare lo scopo di quelle volontà - che quindi si trasformano
e la cui configurazione originaria tramonta. La tecnica tende dunque a
diventare lo scopo del capitalismo e del diritto capitalistico. E in questa
tendenza consiste la destinazione della tecnica al suo prevalere su di essi e
al dominio del mondo. 8) A questo punto si tratterebbe di richiamare il senso
autentico di tale destinazione (cfr. ad es. E.S., La tendenza fondamentale del
nostro tempo, Adelphi 1988, o Capitalismo senza futuro, Rizzoli). Ma, dicevo
all’inizio, questo è solo un cenno alla direzione della risposta. Pieno di
debiti nei Loro confronti, non mi è concesso nemmeno di esordire in modo
originale. Perché anch’io, come tutti coloro che mi hanno preceduto, debbo
incominciare con i ringraziamenti. Soprattutto io devo farlo - e, certo, mi è
caro farlo. Mi rivolgo innanzitutto al dipartimento di Filosofia, all’università
di Venezia e a chi ha preso questa iniziativa: i professori Mario Ruggenini e
Davide Spanio; e poi c’è l’appoggio finanziario dato a questa iniziativa dal
professor Luigi Ruggiu in qualità di presidente del progetto Prin. Mi ha fatto
piacere anche quella sorta di preconvegno, organizzato dal professor Luigi
Tarca, costituito da una serie di seminari dedicati ai miei scritti. Il
professor Ruggiu ha anche opportunamente sottolinea-to il senso centrale di
quanto è venuto fuori questa mattina, e cioè l’implicazione tra quello che a
qualcuno del pubblico può essere sembrato un discorso.... algebrico, astratto,
filosofico (nel senso del formalismo filosofico), e le implicazioni che invece
tale discorso ha con la dimensione politica. Qui davanti ho appunto l’amico
professor Pietro Barcellona e l’amico Natalino Irti, nei cui interventi questa
dimensione è emersa in modo più visibile. Mi è capitato altre volte di essere
oggetto di incontri come questo, e mi sono sempre sentito inferiore a coloro
che li organizzavano e vi partecipavano. Vivo la qualità etica di chi festeggia
come decisamente superiore alla mia condizione di festeggiato. E questo rende
particolarmente ammirevoli i festeggianti. D’altra parte considero questo
nostro incontro come manifestazione dell’amore per la filosofia. Perché è
chiaro che, attraverso quanto si è detto intorno al mio discorso filosofico,
emerge soprattutto l’interesse profondo per la filosofia da parte di coloro che
di questa università costituiscono un vanto. Il dipartimento di filosofia
dell’università di Venezia anche oggi spicca nel panorama culturale italiano,
dato che (mi pare di aver dichiarato da qualche parte) anche per merito del
dipartimento di filosofia di Venezia oggi l’Italia ha poco da invidiare alla
filosofia straniera. L’Italia ha oggi pensatori di altissimo livello. Anche per
questo il fatto di trovarmi qui festeggiato da una parte di loro mi riempie di
gioia. La stessa che mi è data dalla presenza di pensatori che, venendo da
altre università, contribuiscono ad alimentare la ricchezza filosofica del
nostro Paese. Penso di non avere dimenticato nulla. Devo però un abbraccio al
professor Spanio, in particolare, per l’amicizia con la quale si è impegnato
per la realizzazione di questo nostro convegno, e in modo a mio avviso
splendido: abbiamo sentito voci quanto mai rilevanti e variegate. Come quelle
ben note, oltre a quelle dei professori Barcellona e Irti, dei professori
Vitiello, Messinese, Berti, Visentin, Perissinotto e di tutti quelli che hanno
parlato. Scusino se non li nomino tutti. Mi ricordo che qualche giorno fa mi
hanno fatto un’intervista dove o si elencavano i partecipanti a questo
convegno, e allora andava via tutto lo spazio per l’intervista, oppure
bisognava rassegnarsi a non nominare nessuno, fuorché Italo Valent, che ci è
mancato e che è stato ricordato dal professor Perissinotto, al quale rinnovo
anche per questo i miei ringraziamenti in quanto egli è direttore del
dipartimento di filosofia. Vorrei riprendere almeno uno spunto tra quelli che
mi sono stati suggeriti; quello relativo all’implicazione indicata dal
professor Ruggiu, alla quale ho già accennato. E vorrei rivolgermi soprattutto
ai non addetti ai lavori, perché si può avere avuto l’impressione - avevo
incominciato a dire - di una discrasia tra il tecnicismo filosofico e i
problemi pratico-politici. Come eliminare questa impressione? Tento di
rispondere. Che noi si viva nel mondo, e che il mondo sia fatto così come
crediamo - mondo della natura e dell’uomo, e cioè con una struttura sociale nella
quale esistono forze politiche, economiche, religiose, e industrie, fabbriche,
Europa, Russia, America e via dicendo, che vanno storicamente sviluppandosi -,
ecco che noi si viva nel mondo è la grande fede alla quale nessuno di noi vuole
rinunciare. Noi ci troviamo ad avere questa fede. E non possiamo rinunciare a
credere che ad esempio ci troviamo a Ca’ Dolfin e che stiamo parlando di
filosofia, e che Ca’ Dolfin è a Venezia, e Venezia è in Italia, alfinterno di
un sistema internazionale ecc. Ecco, questa fede (come ogni fede) è un
attribuire un valore di verità (usiamo così alla buona la parola verità) a ciò
che in quanto contenuto di fede non ha verità. E a cui, però, noi non sappiamo
rinunciare; non sappiamo saltare al di fuori della nostra fede. Allora, una
parte degli interventi - che qui ho sentito con estremo piacere e dai quali ho
imparato moltissimo e che terrò presenti anche nel loro aspetto critico - si
riferisce al contenuto di questa fede, al centro del quale sta la nostra
civiltà occidentale, la quale, nell’interpretazione, ha uno sviluppo e un suo
farsi progressivamente coerente. Coloro che vedono la storia del mondo come un
susseguirsi di frammenti caoticamente giustapposti non vedono invece
l’unitarietà dello sviluppo, l’implicazione tra le varie fasi dello sviluppo.
Allora, una prima parte degli interventi è consistita (penso soprattutto a
quello di Barcellona e di Irti, ma poi anche a quello di Goggi) nel mettere in
luce il calcolo, presente nei miei scritti, della coerentizzazione delVOccidente.
L’intento qui è di stabilire quali siano i motivi che spingono dalla forma
iniziale della civiltà occidentale fino alla forma attuale, che è quella della
civiltà della tecnica. Vorrei evitare che qualcuno dei non addetti ai lavori
non si fosse raccapezzato sentendo, da un lato, ripetere così insistentemente
l’affermazione dell’eternità dell’essente e, dall’altro lato (anche ieri il
professor Spanio accennava a questa tematica), ad aver sentito la mia simpatia
per le forme più radicali della coerentizzazione della storia dell’Occidente.
Per quanto riguarda questo secondo tema, chiederei il permesso di essere un po’
immodesto - ma visto che siamo in un clima in cui la mia modestia è stata messa
duramente alla prova, mi rendo conto di chiedere di incrementare questa prova,
mostrandomi quindi ancora un po’ più immodesto. Allora posso dire che un lato
del discorso filosofico del sottoscritto (ma è anche questa una fede: che io
abbia scritto dei libri fa parte di quella fede nel mondo di cui parlavamo
prima) ha dato una mano a ciò che ho chiamato coerentizzazione della storia
dell’Occidente. Che, come è venuto in chiaro da parte degli amici che hanno
parlato, è la coerentizzazione della Follia estrema. Nei laboratori ci sono
scienziati che per accertare le capacità distruttive di un virus ne favoriscono
lo sviluppo massimo, fino a che il virus mostra tutte le sue potenzialità. Una
parte del mio discorso filosofico - qualcuno di loro prima richiamava i miei
scritti su Eschilo, su Leopardi, su Gentile - tratta di quelli che sono i
grandi nemici della verità. Ma la verità non è un qualche cosa che sia grande
indipendentemente dalla grandezza della negazione della verità. La verità non è
qualcosa di grande indipendentemente dalla grandezza dell’errore. Senza la grandezza
dell’errore non c’è grandezza della verità. Se la verità è tale (è un po’ il
tema di cui parlava l’amico Vitiello questa mattina) in quanto è negazione
dell’errore, allora è la verità stessa a guadagnare forza dalla concretezza
dell’errare. E se la storia dell’Occidente non è portata fino alle sue ultime
conseguenze (consistenti nella dominazione definitivamente vittoriosa della
civiltà della tecnica), se ci si ferma a metà strada rispetto a questo processo
di coerentizzazione, allora la stessa energia negativa della verità risulta
astratta. Da questo punto di vista potrei dire che tutte le osservazioni
critiche che mi sono state rivolte così amabilmente da Berti, Vitiello,
Visentin (chiedo scusa se in questo momento non mi ricordo altri nomi, ma ci sono),
queste osservazioni critiche sono contributi alla verità. Nel senso, appunto -
mi ripeto -, che la negazione dell’errore esige la concretezza dell’errore. Un
primo lato di quanto abbiamo sentito in queste due giornate riguarda quello che
sto chiamando coerentizzazione dell’errore, alla quale - ecco ripresentarsi
l’immodestia - credo di aver dato una mano. Qualche amico mi dice: guarda che
il tuo Nietzsche (adesso l’immodestia cresce ancora) è una tua invenzione. Ma
siccome penso che quel cosiddetto mio Nietzsche sia in grado di eliminare la
forza teoretica della grande tradizione dell’Occidente, se il Nietzsche storico
non fosse stato o non fosse congruente col Nietzsche quale appare nei miei
scritti, allora sarebbe il Nietzsche che appare nei miei scritti ad avere
quella capacità di eliminare la tradizione dell’Occidente. Se fosse falsa la
mia interpretazione, oltre che di Nietzsche, di Leopardi e di Gentile, be’
amen; vorrebbe dire che non son stati loro a essere vincenti rispetto al
passato dell’Occidente, ma sono quel Leopardi, quel Nietzsche, quel Gentile che
emergono nell’interpretazione che il sottoscritto ne ha dato. Si dovrebbe dire
che se fossero qualcosa di diverso (ma non lo credo) peggio per loro: il loro
discorso non riuscirebbe ad aver partita vinta sulla tradizione dell’Occidente,
cioè non riuscirebbe a mostrare l’impossibilità degli eterni e dei divini che
tale tradizione ha evocato, mentre questa capacità l’hanno il Leopardi, il
Nietzsche, il Gentile che si manifestano nell’interpretazione che ne ho dato (e
che finora non mi sembra che debba cedere il passo a un’altra). E qui siamo al
centro della nostra riflessione, perché gli eterni dell’Occidente non sono gli
eterni a cui si rivolgono i miei scritti. Siamo cioè al secondo dei due lati del
mio discorso filosofico. Dicevo all’inizio: noi tutti abbiamo fede nell’essere
al mondo, nel mondo così come crediamo che esso sia. È probabile che una parte
di Loro dirà: questo è il mondo, quello in cui crediamo noi è il mondo vero; e
quelle che sentiamo dai filosofi sono favole, fantasie. Ma a chi si ferma alla
e nella fede nel mondo, va detto che la fede, in quanto tale, non giustifica
l’affermazione dell’esistenza del proprio contenuto. Se lo facesse non sarebbe
più fede. Se chi ha fede lo capisce, allora la sua fede tende a coincidere con
lo scetticismo ingenuo. Egli pensa: non c’è altro che questo mondo in cui credo
e da cui non mi so staccare, ma di cui non so dare ragione. E invece il mondo
della fede è circondato dalla non-fede, cioè dalla verità. E solo per questo
può esser qualificato (con verità) come mondo della fede. La fede non sa di
esser fede. È nella verità che, in modo incontrovertibile, appare l’esistenza
della fede, ossia del mondo isolato dalla verità. Discuto questo tema anche con
gli amici cattolici (tanto interessante, la proposta del professor Messinese,
di valorizzare la prima fase, la chiamava così, del mio lavoro filosofico). Ma
l’uomo non è semplicemente e innanzitutto una fede (sia pure altissima), ma è
innanzitutto ben di più, ossia è la manifestazione della verità. Ci stiamo
movendo lungo il secondo lato del mio discorso filosofico. Gli interventi dei
professori Vitiello, Visentin, Berti, e altri, riguardavano appunto questo
secondo lato. Con un’altra metafora geometrica, i due lati corrispondono a due
cerchi concentrici. Il cerchio inscritto è la nostra fede nel mondo. E a questo
cerchio è stata dedicata una parte del convegno. Al cerchio circoscrivente,
cioè alla non-fede, a quell’essere nella verità a cui accennavo prima, è stata
dedicata l’altra parte. E abbiamo incominciato con quest’altra parte, con la
relazione del professor Visentin. Mi rendo conto che rispetto alle accurate
articolazioni concettuali che abbiamo sentito, queste mie considerazioni sono
molto generiche. Qualche osservazione, quindi, va fatta a proposito delle
obbiezioni. Possono avere un carattere problematico come quelle, mi sembra, del
professor Vitiello: mostrano delle difficoltà, presenti nelle mie tesi, senza
pretendere di essere, esse, inconfutabili. Per considerare il modo corretto di
impostare l’obbiezione a ciò che chiamo struttura originaria del destino della
verità, direi che rispetto a questa struttura la situazione è diversa da quella
che in campo scientifico si produce quando si vuole assiomatizzare un certo
tipo di discorso, per esempio quello matematico.Nella cosiddetta
aritmetizzazione della matematica, l’intera complessità del sapere matematico è
ricondotta all’aritmetica. È un’operazione problematica, perché esiste
quell’impresa straordinaria di Godei, dove si mostra che partendo da un certo
gruppo di postulati, o di ipotesi - che vengono assunti senza giustificazione,
e che quindi non hanno un fondamento incontrovertibile, come appunto accade per
i postulati dell’aritmetica -, non si può escludere che lo sviluppo di tali
postulati conduca a una contraddizione. Cioè non si può escludere che la
matematica, approfondendo il contenuto semantico dei propri postulati, venga ad
accorgersi della contraddittorietà dei propri contenuti. Ecco, se si imposta in
questo modo il discorso intorno alle obbiezioni alla struttura originaria del
destino, allora ci si muove impropriamente, perché la mia più volte citata
Struttura originaria (che si rivolge appunto a quella struttura) intende
appunto escludere una situazione concettuale in cui si parta da postulati, che
sono ipotetici, probabili, problematici ecc... È chiaro che partendo da
postulati assunti semplicemente in base alla loro congruenza, ossia al loro non
presentarsi come immediatamente tra loro contraddittori, è possibile che si
deducano conclusioni o teoremi in sé stessi contraddittori. Sennonché, in
relazione alla struttura originaria del sapere, cioè del destino della verità,
è impossibile che si pervenga a mostrarne la contraddittorietà. Qui la situazione
è del tutto diversa da quella gòdeliana, perché il fondamento è l’
incontrovertibile e partendo dall’incontrovertibile è impossibile dedurre
qualcosa che sia una negazione di tale fondamento. Non ci si può appoggiare a
questa base in modo da sviluppare conseguenze che ne siano la negazione. E
allora l’obbiezione alla struttura originaria del destino deve partire dalla
negazione di uno o più tratti di tale struttura, cioè dal chiedersi perché una
certa dimensione concettuale ha l’ardire di proclamarsi come originaria e
incontrovertibile. Altrimenti partire da mezza strada e mostrare le aporie che
scaturiscono da questa base è un mostrare solo ipoteticamente (mi pare che con
l’amico Vitiello fossimo d’accordo) l’insufficienza di questa base. Come giustificazione
di quanto ho appena detto, chiedo: chi obbietta contro la struttura originaria
della verità (mi rivolgo dunque non solo a Vitiello, ma anche a prospettive
come quelle di Tarca sulla differenza) intende dire la stessa cosa di ciò
contro cui egli obietta? Penso che tutti noi si risponda di no: altrimenti la
sua non sarebbe un ob-iezione (ob vuol dire contro). Anche quando si proclama
assolutamente problematica e ipotetica, l’obbiezione assume come indiscutibile
- incontrovertibile! - la differenza tra quello che essa dice e ciò contro cui
essa dice. Alla base di ogni obbiettare - ma ora interessa riferirsi alla
struttura originaria - c’è la differenza dei differenti, cioè il riconoscimento
che i differenti sono differenti - quella differenza che è appunto il contenuto
primario della struttura originaria. Quindi l’obbiettare contro la struttura
originaria è un incominciare a essere d’accordo con la struttura originaria (e
pertanto l’obbiezione si rivolge contro sé stessa). Quindi, se la discussione
dovesse proseguire, si dovrebbe proseguire - penso, o almeno mi auguro che
prosegua - chiarendo questo punto. Ma ora è tempo che io ringrazi nuovamente
tutti Loro, con ammirazione per il livello intellettuale degli interventi e
direi quasi con invidia per la generosità che Loro hanno avuto nei miei
riguardi. Grazie! Debbo tener presente, oltre alle considerazioni estremamente
interessanti di Enrico Berti, quelle di Brianese, e del professor Pagani ieri
(ottima la sua relazione), che hanno parlato dopo il mio primo intervento. Era
solo per ricordare come sia rimasto interessato di questi tre interventi. A
mezzogiorno, anzi, all’una, eravamo insieme, con Berti, e parlavamo della sua
evoluzione verso la filosofia analitica. Gli chiedevo che differenza può produrre,
tale evoluzione, rispetto all’affermazione di Aristotele, che il semantema (il
significato) essere non solo non è detto monachos, ossia univocamente, ma non è
nemmeno un significato equivoco. L’osservazione che facevo all’amico Berti era
questa: il tuo avvicinamento alla filosofìa analitica è una ulteriore
sottolineatura delle differenze di significato della parola essere. Anche se
l’obiezione può sembrare formale (mi pare che la reazione dell’amico Vincenzo
Vitiello volesse dire questo, cioè che facevo un’obiezione formale), però non
possiamo prendere sottogamba la circostanza che le differenze (il lampadario,
Ca’ Dolfin, il tavolo, io, le galassie ecc.) hanno di identico Tesser
differenze. (Tra parentesi: perché le obbiezioni formali devono essere respinte?)
È questa Yanalogia, alla quale ho sempre pensato parlando dell’on hei on di
Aristotele: che ci sia qualche cosa di identico nelle differenze, che d’altra
parte sono originariamente manifeste (ossia non c’è bisogno di dedurle).
L’analogia dei molti sensi dell’essere, non è il risultato di una
argomentazione, ma è il contenuto del phàinesthai. Ieri si parlava della mia
distinzione tra essere e apparire. Apparire è appunto la parola italiana con la
quale traduciamo phàinesthai. A questo senso dell’analogia non si sfugge,
perché altrimenti (negando cioè l’identità dell’esser differenze delle
differenze) il senso dell’essere diventa equivoco: non si sfugge a
quell’elemento identico che c’è nel pelo della barba e, se c’è, in Dio.
Qualcosa di identico. Invitavo a tener presente l’inizio del libro IV della
Metafisica, dove quando Aristotele parla dell’essente in quanto essente (on hei
on) dice che essente in quanto essente è qualsiasi determinazione, sia
sostanza, sia accidente, e poi arriva persino a dire che anche il non-essere è
un essente. Ecco, se noi dovessimo ancora - ma me lo auguro - continuare a
discutere, penso che il rischio che corri tu, Berti, è quello di arrivare
all’equivocità, per cui c’è una molteplicità di differenze del significato essere,
che vorrebbero ma non riescono a essere pure differenze, nient’altro che
differenze, appunto perché sono anche identiche nell’ esser differenze. Poi mi
ha molto interessato quello che ha detto il caro Brianese. Molto intelligente.
E anche con te spero che si continui a parlare di questo. Loro ricorderanno che
Brianese accennava alla vicinanza tra il discorso di Spinoza e quello del
sottoscritto. Ma vogliamo prescindere dal il concetto di causa (ben presente in
Spinoza)? Adottando il concetto di causa sui - neWEtica Spinoza esordisce
pressappoco con questa espressione causa sui - egli mostra di intendere le cose
come effetto di un’azione che nel caso del Dio è un’azione del Dio su sé
stesso. Ma le cose non hanno bisogno di causa. Quando ci si chiede la causa
delle cose, è perché le si considera appunto come enti che possono esser nulla.
Allora si tratterebbe di controllare questa espressione spinoziana. E poi anche
il concetto di conatus essendi. Anche qui: le cose non hanno bisogno di essere
un conatus. Cioè, è interessante che qualche volta Spinoza torni a riveder le
stelle o vada a riveder le stelle, però la semplice tesi filosofica non è la
fondazione di essa. Perché allora - hai citato mi pare qualche poeta - a me
vengono in mente quelle bellissime pagine di Borges sull’eternità.
Straordinarie. Viene fuori la tesi che tutto è eterno. Sì. Ma la semplice
enunciazione di una tesi non ne è la fondazione - ed è la fondazione a dare
significato alla tesi. Si tratterebbe dunque di vedere se in Spinoza ci sia quel
tipo di fondazione che a noi due interessa, ma che a me non sembra che ci sia.
Ancora un’osservazione, se posso. A proposito del mio più volte citato
Ritornare a Parmenide, io ho continuato a dire che: primo, non ho mai usato per
indicare quello che scrivo la parola neoparmenidismo - mai. Mai; anzi, è
scritto sin da Ritornare a Parmenide che Parmenide è il primo nichilista
(immenso anche nell’errore). È il primo nichilista, però è così essenziale e
profondo, in questo suo intendere l’essere monachos, che anche se oggi, come ha
ricordato il professor Ruggiu, si pensa che in Parmenide non ci sia la brutale
e perentoria negazione della dóxa, però bisognerebbe inventarlo quel Parmenide
tradizionale che la storiografia contemporanea toghe di mezzo per dire che no,
che egli prende positivamente in considerazione la dóxa, che non si limita a
qualificarla come illusione, non-verità ecc. Bisognerebbe inventario
quell’altro Parmenide che oggi viene emarginato, ma che è il Parmenide che sta
dinanzi agli occhi di Platone, di Aristotele, di Hegel (ma direi anche di
Heidegger). Non si capisce come mai questi pensatori - grandi pensatori (chi
più di loro?) - abbiano reagito rispetto a Parmenide nel modo in cui hanno
reagito se Parmenide fosse quello oggi configurato dalla riflessione
storico-filologica. Mi fermo qui. Poiché l’atteggiamento razionale è per Popper
la decisione di accettare solo ciò che è fondato sulla discussione,
l’argomentazione, l’esperienza, ne segue, per lui, che è incoerente la pretesa
di fondare l’atteggiamento razionale sulla base di una procedura razionale,
cioè in base a sé stesso. Ma, osserviamo, il rilevamento di questa incoerenza è
a sua volta una argomentazione razionale, e quindi, stando a Popper, anche
questa argomentazione, che conduce ad affermare che l’atteggiamento razionale è
fondato su una fede irrazionale, è a sua volta fondata su una fede irrazionale,
ossia non è una verità incontrovertibile. Due interventi alla tavola rotonda
tenutasi a conclusione del convegno di studi Il destino dell’essere. Dialogo
con (e intorno al pensiero di) Emanuele Severino tenutosi il 29-30 maggio 2012
nell’aula magna Ca’ Dolfìn dell’Università degli Studi di Venezia. Gli uomini
chiamano male tutto ciò che essi non vogliono - innanzitutto la morte e i
dolori che ne sono i battistrada. La vita è inseparabile dal male. Sin
dall’inizio hanno tentato di difendersi costruendo Yimmagine della vita.
L’immagine si libra al di sopra del dolore. In qualche modo se ne libera,
rendendolo sopportabile. La più antica delle immagini è la festa. Nell’antica
lingua greca la festa è chiamata theorìa, che significa contemplazione,
immagine, appunto. Nella festa sono fuse insieme le forze che poi, separandosi,
si chiameranno mito, arte, ekklesìa, tecnica, sapienza. In ognuna di queste
forze separate si prolunga, sebbene affievolito, l’antico rimedio festivo.
Anche nelle arti figurative, dunque. Ma l’immagine festiva e salvifica non può
dimenticarsi del male. Nemmeno quando, più tardi, l’opera d’arte non mostra
altro che lo splendore delle forme della scultura greca, delle Madonne col
Bambino di Raffaello, dell’Amor sacro e profano di Tiziano. Se il male fosse
dimenticato non si vedrebbe nemmeno la bellezza e la bontà che sembrano le
uniche protagoniste della scultura e del dipinto. Non ne vedremmo la potenza,
la capacità di tener lontano da sé il male, il brutto, il dolore. Dove la bella
forma sembra dominare occupando l’intero spazio dell’immagine pittorica, c’è
sempre l’altro protagonista della scena, il male, altrettanto intensamente
visibile proprio per la sua assenza. Non vedere questo Assente è non vedere la
bellezza del bene. Una mostra della rappresentazione visiva del male dovrebbe
raccogliere tutte le immagini visive. Una mostra a Torino ha operato - né
poteva, dunque, fare diversamente - una selezione relativamente al modo in cui
il male si rende visibile nell’immagine. Ma tendeva (con le dovute eccezioni) a
lasciare da parte il male in agguato dietro la scena, che provoca un’angoscia
ancora più inquietante perché è lasciato dall’artista a sé stesso e
aU’imprevedibilità dei suoi effetti nella coscienza dello spettatore - intendo
riferirmi all’imprevedibilità addizionale rispetto a quella suscitata dalla
parte visibile dell’opera figurativa. Se non vado errato. Credo che in quella
mostra non fosse presente alcuna Madonna col bambino di Raffaello. Ma in queste
figure - avvolte da una compiuta e ferma serietà, da una perentoria assenza del
sorriso - lo sguardo mostra di aver dinanzi ciò che per Raffaello è il male
assoluto, la passione e la morte del Figlio di Dio, che stanno fuori scena, e
tuttavia ben presenti a coloro a cui il dipinto si rivolgeva. La mostra di
Torino conteneva pitture, fotografie, film. Il criterio della raccolta non era
il valore artistico, ma il contenuto deU’immagine: il male - presentato secondo
la selezione di cui dicevo. Lasciando da parte la questione di come è
possibile, oggi, parlare di valore artistico, è possibile indicare il senso
autentico dello sviluppo storico dell’immagine? In quella mostra, il tragitto
temporale era dal Beato Angelico ai grandi pittori del Novecento: dal tempo in
cui il cristianesimo è vita reale dei popoli, al tempo del tramonto del
cristianesimo. La pittura lo rispecchia. Come ogni altra opera dell’uomo
occidentale. Dapprima la rappresentazione mostra la vittoria sul male compiuta
da Cristo. Ha come scopo esplicito questa celebrazione. La serietà delle
Madonne e le Deposizioni nel sepolcro rinviano alla luce invisibile che si
dispiega, al di là del dipinto, nell’anima di chi lo guardava: la luce della
Resurrezione e della Gloria. Il tratto salvifico dell’immagine è il Racconto
cristiano. Colori, figure, prospettive hanno come scopo la celebrazione della
salvezza cristiana dal male. Ma un poco alla volta si fa innanzi un
atteggiamento nuovo. Lo si è mostrato anche contro le proprie intenzioni, anche
l’artista figurativo, come il poeta, non dipinge più per celebrare Cristo, ma
celebra Cristo per dipingere, per celebrare la potenza dell’arte. Il dramma
dell’arte e dunque della pittura cristiane sta qui: nel progressivo
rovesciamento dove il mezzo, cioè l’arte, diventa scopo di sé stessa e del
rapporto a essa da parte dell’uomo, e lo scopo iniziale, cioè la celebrazione
della salvezza cristiana, diventa mezzo, pretesto. In questo processo, rimane
pur sempre incombente il male - di cui il contenuto cristiano dell’arte vuol
essere il rimedio ma tale contenuto non essendo più lo scopo dell’arte, ridotto
a mezzo e pretesto, va perdendo la propria potenza ed efficacia salvifica. E
accade che le moltitudini, accostandosi all’opera d’arte cristiana si sentano
salvate sempre più dalla potenza della forma pittorica e sempre meno dal
contenuto cristiano di quelle forme. È il dominio della luce sull’ombra - o
della forma sul difforme - a impersonare il dominio del bene sul male. Questo
processo giunge al culmine quando anche la pittura del nostro tempo eredita il
distacco dal divino - prodotto soprattutto dal pensiero filosofico degli ultimi
due secoli - e non può assumere il Racconto cristiano nemmeno come mezzo e
pretesto per 1’evocazione della forma artistica. La quale si addossa tutto il
compito salvifico che nella tradizione figurativa dell’Occidente gravava sulle
spalle di quel Racconto. Il dipinto, ormai, mostra il difforme, il male, il
dolore, la morte, il nulla senza il Salvatore; e la salvezza può esser data
solo dalla potenza con cui il male è mostrato dall’immagine. La forma è tolta
via dal contenuto dell’opera d’arte figurativa (e di ogni opera d’arte) e si
riduce a essere la potenza dell’immagine che, ormai, ha come contenuto la
dissoluzione della forma, il difforme, giacché la forma che prima apparteneva
(anche) al contenuto rispecchia sul piano figurativo quell’ordinamento immutabile
del mondo, evocato dalla tradizione filosofica e religiosa dell’Occidente, che
è inevitabilmente condotta al tramonto dall’essenza del pensiero filosofico del
nostro tempo. Ma la salvezza dal male, separata dal divino, non può più avere
la potenza del divino. Diventa un rimedio caduco, sempre più incapace di
impedire che - al di là di ogni valore artistico - altre forme della
rappresentazione visiva, come la fotografia e il cinematografo - attraggano a
sé le moltitudini. Che quanto più si accostano, attraverso l’immagine, a un
male che si presenta in carne e ossa, tanto più si illudono di salvarsi da
esso. Tutte le arti hanno bisogno di diverse forme di tecnica - e nel Medioevo
le stesse arti figurative non venivano considerate arti vere e proprie (arti
liberali) ma arti meccaniche. Anche la semplice voce e la semplice scrittura
della poesia richiedono mnemotecniche, tecniche della dizione, tecniche per la
produzione del materiale richiesto dalla scrittura. E, già nel Rinascimento,
soprattutto le arti figurative e architettoniche (e in qualche modo la musica)
richiedono tecniche guidate dalla matematica, dalla geometria e dalle
incipienti scienze della natura. La fotografia e il cinematografo si fanno
innanzi quando il rovesciamento di mezzo e fine ha già preso piede. Ma qui,
ancora, la tecnica produce immagini della realtà. Oggi la tecnica procede
sempre più decisamente verso la produzione di una realtà nuova. Con la tecnica
del nostro tempo l’immagine festiva si solleva al di sopra del proprio carattere
di imma organizzavano e vi partecipavano. Vivo la qualità etica di chi
festeggia come decisamente superiore alla mia condizione di festeggiato. E
questo rende particolarmente ammirevoli i festeggianti. D’altra parte considero
questo nostro incontro come manifestazione dell’amore per la filosofia. Perché
è chiaro che, attraverso quanto si è detto intorno al mio discorso filosofico,
emerge soprattutto l’interesse profondo per la filosofia da parte di coloro che
di questa università costituiscono un vanto. Il dipartimento di filosofia
dell’università di Venezia anche oggi spicca nel panorama culturale italiano,
dato che (mi pare di aver dichiarato da qualche parte) anche per merito del
dipartimento di filosofia di Venezia oggi l’Italia ha poco da invidiare alla
filosofia straniera. L’Italia ha oggi pensatori di altissimo livello. Anche per
questo il fatto di trovarmi qui festeggiato da una parte di loro mi riempie di
gioia. La stessa che mi è data dalla presenza di pensatori che, venendo da
altre università, contribuiscono ad alimentare la ricchezza filosofica del
nostro Paese. Penso di non avere dimenticato nulla. Devo però un abbraccio al
professor Spanio, in particolare, per l’amicizia con la quale si è impegnato
per la realizzazione di questo nostro convegno, e in modo a mio avviso
splendido: abbiamo sentito voci quanto mai rilevanti e variegate. Come quelle
ben note, oltre a quelle dei professori Barcellona e Irti, dei professori
Vitiello, Messinese, Berti, Visentin, Perissinotto e di tutti quelli che hanno
parlato. Scusino se non li nomino tutti. Mi ricordo che qualche giorno fa mi
hanno fatto un’intervista dove o si elencavano i partecipanti a questo
convegno, e allora andava via tutto lo spazio per l’intervista, oppure
bisognava rassegnarsi a non nominare nessuno, fuorché Italo Valent, che ci è
mancato e che è stato ricordato dal professor Perissinotto, al quale rinnovo
anche per questo i miei ringraziamenti in quanto egli è direttore del
dipartimento di filosofia. Vorrei riprendere almeno uno spunto tra quelli che
mi sono stati suggeriti; quello relativo all’implicazione indicata dal
professor Ruggiu, alla quale ho già accennato. E vorrei rivolgermi soprattutto
ai non addetti ai lavori, perché si può avere avuto l’impressione - avevo
incominciato a dire - di una discrasia tra il tecnicismo filosofico e i
problemi pratico-politici. Come eliminare questa impressione? Tento di
rispondere. Che noi si viva nel mondo, e che il mondo sia fatto così come
crediamo - mondo della natura e dell’uomo, e cioè con una struttura sociale
nella quale esistono forze politiche, economiche, religiose, e industrie,
fabbriche, Europa, Russia, America e via dicendo, che vanno storicamente
sviluppandosi -, ecco che noi si viva nel mondo è la grande fede alla quale
nessuno di noi vuole rinunciare. Noi ci troviamo ad avere questa fede. E non
possiamo rinunciare a credere che ad esempio ci troviamo a Ca’ Dolfin e che
stiamo parlando di filosofia, e che Ca’ Dolfin è a Venezia, e Venezia è in
Italia, alfinterno di un sistema internazionale ecc. Ecco, questa fede (come
ogni fede) è un attribuire un valore di verità (usiamo così alla buona la
parola verità) a ciò che in quanto contenuto di fede non ha verità. E a cui,
però, noi non sappiamo rinunciare; non sappiamo saltare al di fuori della nostra
fede. Allora, una parte degli interventi - che qui ho sentito con estremo
piacere e dai quali ho imparato moltissimo e che terrò presenti anche nel loro
aspetto critico - si riferisce al contenuto di questa fede, al centro del quale
sta la nostra civiltà occidentale, la quale, nell’interpretazione, ha uno
sviluppo e un suo farsi progressivamente coerente. Coloro che vedono la storia
del mondo come un susseguirsi di frammenti caoticamente giustapposti non vedono
invece l’unitarietà dello sviluppo, l’implicazione tra le varie fasi dello
sviluppo. Allora, una prima parte degli interventi è consistita (penso
soprattutto a quello di Barcellona e di Irti, ma poi anche a quello di Goggi)
nel mettere in luce il calcolo, presente nei miei scritti, della coerentizzazione
delVOccidente. L’intento qui è di stabilire quali siano i motivi che spingono
dalla forma iniziale della civiltà occidentale fino alla forma attuale, che è
quella della civiltà della tecnica. Vorrei evitare che qualcuno dei non addetti
ai lavori non si fosse raccapezzato sentendo, da un lato, ripetere così
insistentemente l’affermazione dell’eternità dell’essente e, dall’altro lato
(anche ieri il professor Spanio accennava a questa tematica), ad aver sentito
la mia simpatia per le forme più radicali della coerentizzazione della storia
dell’Occidente. Per quanto riguarda questo secondo tema, chiederei il permesso
di essere un po’ immodesto - ma visto che siamo in un clima in cui la mia
modestia è stata messa duramente alla prova, mi rendo conto di chiedere di
incrementare questa prova, mostrandomi quindi ancora un po’ più immodesto.
Allora posso dire che un lato del discorso filosofico del sottoscritto (ma è
anche questa una fede: che io abbia scritto dei libri fa parte di quella fede
nel mondo di cui parlavamo prima) ha dato una mano a ciò che ho chiamato
coerentizzazione della storia dell’Occidente. Che, come è venuto in chiaro da
parte degli amici che hanno parlato, è la coerentizzazione della Follia
estrema. Nei laboratori ci sono scienziati che per accertare le capacità
distruttive di un virus ne favoriscono lo sviluppo massimo, fino a che il virus
mostra tutte le sue potenzialità. Una parte del mio discorso filosofico -
qualcuno di loro prima richiamava i miei scritti su Eschilo, su Leopardi, su Gentile
- tratta di quelli che sono i grandi nemici della verità. Ma la verità non è un
qualche cosa che sia grande indipendentemente dalla grandezza della negazione
della verità. La verità non è qualcosa di grande indipendentemente dalla
grandezza dell’errore. Senza la grandezza dell’errore non c’è grandezza della
verità. Se la verità è tale (è un po’ il tema di cui parlava l’amico Vitiello
questa mattina) in quanto è negazione dell’errore, allora è la verità stessa a
guadagnare forza dalla concretezza dell’errare. E se la storia dell’Occidente
non è portata fino alle sue ultime conseguenze (consistenti nella dominazione
definitivamente vittoriosa della civiltà della tecnica), se ci si ferma a metà
strada rispetto a questo processo di coerentizzazione, allora la stessa energia
negativa della verità risulta astratta. Da questo punto di vista potrei dire
che tutte le osservazioni critiche che mi sono state rivolte così amabilmente
da Berti, Vitiello, Visentin (chiedo scusa se in questo momento non mi ricordo
altri nomi, ma ci sono), queste osservazioni critiche sono contributi alla
verità. Nel senso, appunto - mi ripeto -, che la negazione dell’errore esige la
concretezza dell’errore. Un primo lato di quanto abbiamo sentito in queste due
giornate riguarda quello che sto chiamando coerentizzazione dell’errore, alla
quale - ecco ripresentarsi l’immodestia - credo di aver dato una mano. Qualche
amico mi dice: guarda che il tuo Nietzsche (adesso l’immodestia cresce ancora)
è una tua invenzione. Ma siccome penso che quel cosiddetto mio Nietzsche sia in
grado di eliminare la forza teoretica della grande tradizione dell’Occidente,
se il Nietzsche storico non fosse stato o non fosse congruente col Nietzsche
quale appare nei miei scritti, allora sarebbe il Nietzsche che appare nei miei
scritti ad avere quella capacità di eliminare la tradizione dell’Occidente. Se
fosse falsa la mia interpretazione, oltre che di Nietzsche, di Leopardi e di
Gentile, be’ amen; vorrebbe dire che non son stati loro a essere vincenti
rispetto al passato dell’Occidente, ma sono quel Leopardi, quel Nietzsche, quel
Gentile che emergono nell’interpretazione che il sottoscritto ne ha dato. Si
dovrebbe dire che se fossero qualcosa di diverso (ma non lo credo) peggio per
loro: il loro discorso non riuscirebbe ad aver partita vinta sulla tradizione
dell’Occidente, cioè non riuscirebbe a mostrare l’impossibilità degli eterni e
dei divini che tale tradizione ha evocato, mentre questa capacità l’hanno il
Leopardi, il Nietzsche, il Gentile che si manifestano nell’interpretazione che
ne ho dato (e che finora non mi sembra che debba cedere il passo a un’altra). E
qui siamo al centro della nostra riflessione, perché gli eterni dell’Occidente
non sono gli eterni a cui si rivolgono i miei scritti. Siamo cioè al secondo
dei due lati del mio discorso filosofico. Dicevo all’inizio: noi tutti abbiamo
fede nell’essere al mondo, nel mondo così come crediamo che esso sia. È
probabile che una parte di Loro dirà: questo è il mondo, quello in cui crediamo
noi è il mondo vero; e quelle che sentiamo dai filosofi sono favole, fantasie.
Ma a chi si ferma alla e nella fede nel mondo, va detto che la fede, in quanto
tale, non giustifica l’affermazione dell’esistenza del proprio contenuto. Se lo
facesse non sarebbe più fede. Se chi ha fede lo capisce, allora la sua fede
tende a coincidere con lo scetticismo ingenuo. Egli pensa: non c’è altro che
questo mondo in cui credo e da cui non mi so staccare, ma di cui non so dare
ragione. E invece il mondo della fede è circondato dalla non-fede, cioè dalla
verità. E solo per questo può esser qualificato (con verità) come mondo della
fede. La fede non sa di esser fede. È nella verità che, in modo
incontrovertibile, appare l’esistenza della fede, ossia del mondo isolato dalla
verità. Discuto questo tema anche con gli amici cattolici (tanto interessante,
la proposta del professor Messinese, di valorizzare la prima fase, la chiamava
così, del mio lavoro filosofico). Ma l’uomo non è semplicemente e innanzitutto
una fede (sia pure altissima), ma è innanzitutto ben di più, ossia è la
manifestazione della verità. Ci stiamo movendo lungo il secondo lato del mio
discorso filosofico. Gli interventi dei professori Vitiello, Visentin, Berti, e
altri, riguardavano appunto questo secondo lato. Con un’altra metafora
geometrica, i due lati corrispondono a due cerchi concentrici. Il cerchio
inscritto è la nostra fede nel mondo. E a questo cerchio è stata dedicata una
parte del convegno. Al cerchio circoscrivente, cioè alla non-fede, a
quell’essere nella verità a cui accennavo prima, è stata dedicata l’altra
parte. E abbiamo incominciato con quest’altra parte, con la relazione del
professor Visentin. Mi rendo conto che rispetto alle accurate articolazioni
concettuali che abbiamo sentito, queste mie considerazioni sono molto
generiche. Qualche osservazione, quindi, va fatta a proposito delle obbiezioni.
Possono avere un carattere problematico come quelle, mi sembra, del professor
Vitiello: mostrano delle difficoltà, presenti nelle mie tesi, senza pretendere
di essere, esse, inconfutabili. Per considerare il modo corretto di impostare
l’obbiezione a ciò che chiamo struttura originaria del destino della verità,
direi che rispetto a questa struttura la situazione è diversa da quella che in
campo scientifico si produce quando si vuole assiomatizzare un certo tipo di
discorso, per esempio quello matematico. Nella cosiddetta aritmetizzazione
della matematica, l’intera complessità del sapere matematico è ricondotta
all’aritmetica. È un’operazione problematica, perché esiste quell’impresa
straordinaria di Godei, dove si mostra che partendo da un certo gruppo di
postulati, o di ipotesi - che vengono assunti senza giustificazione, e che
quindi non hanno un fondamento incontrovertibile, come appunto accade per i
postulati dell’aritmetica -, non si può escludere che lo sviluppo di tali
postulati conduca a una contraddizione. Cioè non si può escludere che la
matematica, approfondendo il contenuto semantico dei propri postulati, venga ad
accorgersi della contraddittorietà dei propri contenuti. Ecco, se si imposta in
questo modo il discorso intorno alle obbiezioni alla struttura originaria del
destino, allora ci si muove impropriamente, perché la mia più volte citata
Struttura originaria (che si rivolge appunto a quella struttura) intende
appunto escludere una situazione concettuale in cui si parta da postulati, che
sono ipotetici, probabili, problematici ecc... È chiaro che partendo da
postulati assunti semplicemente in base alla loro congruenza, ossia al loro non
presentarsi come immediatamente tra loro contraddittori, è possibile che si
deducano conclusioni o teoremi in sé stessi contraddittori. Sennonché, in
relazione alla struttura originaria del sapere, cioè del destino della verità,
è impossibile che si pervenga a mostrarne la contraddittorietà. Qui la
situazione è del tutto diversa da quella gòdeliana, perché il fondamento è l’
incontrovertibile e partendo dall’incontrovertibile è impossibile dedurre
qualcosa che sia una negazione di tale fondamento. Non ci si può appoggiare a
questa base in modo da sviluppare conseguenze che ne siano la negazione. E
allora l’obbiezione alla struttura originaria del destino deve partire dalla
negazione di uno o più tratti di tale struttura, cioè dal chiedersi perché una
certa dimensione concettuale ha l’ardire di proclamarsi come originaria e
incontrovertibile. Altrimenti partire da mezza strada e mostrare le aporie che
scaturiscono da questa base è un mostrare solo ipoteticamente (mi pare che con
l’amico Vitiello fossimo d’accordo) l’insufficienza di questa base. Come
giustificazione di quanto ho appena detto, chiedo: chi obbietta contro la
struttura originaria della verità (mi rivolgo dunque non solo a Vitiello, ma
anche a prospettive come quelle di Tarca sulla differenza) intende dire la
stessa cosa di ciò contro cui egli obietta? Penso che tutti noi si risponda di
no: altrimenti la sua non sarebbe un ob-iezione (ob vuol dire contro). Anche
quando si proclama assolutamente problematica e ipotetica, l’obbiezione assume
come indiscutibile - incontrovertibile! - la differenza tra quello che essa
dice e ciò contro cui essa dice. Alla base di ogni obbiettare - ma ora
interessa riferirsi alla struttura originaria - c’è la differenza dei
differenti, cioè il riconoscimento che i differenti sono differenti - quella
differenza che è appunto il contenuto primario della struttura originaria.
Quindi l’obbiettare contro la struttura originaria è un incominciare a essere
d’accordo con la struttura originaria (e pertanto l’obbiezione si rivolge
contro sé stessa). Quindi, se la discussione dovesse proseguire, si dovrebbe
proseguire - penso, o almeno mi auguro che prosegua - chiarendo questo punto.
Ma ora è tempo che io ringrazi nuovamente tutti Loro, con ammirazione per il
livello intellettuale degli interventi e direi quasi con invidia per la
generosità che Loro hanno avuto nei miei riguardi. Grazie! Debbo tener
presente, oltre alle considerazioni estremamente interessanti di Enrico Berti,
quelle di Brianese, e di Pagani ieri (ottima la sua relazione), che hanno
parlato dopo il mio primo intervento. Era solo per ricordare come sia rimasto
interessato di questi tre interventi. A mezzogiorno, anzi, all’una, eravamo
insieme, con Berti, e parlavamo della sua evoluzione verso la filosofia
analitica. Gli chiedevo che differenza può produrre, tale evoluzione, rispetto
all’affermazione di Aristotele, che il semantema (il significato) essere non
solo non è detto monachos, ossia univocamente, ma non è nemmeno un significato
equivoco. L’osservazione che facevo all’amico Berti era questa: il tuo
avvicinamento alla filosofìa analitica è una ulteriore sottolineatura delle
differenze di significato della parola essere. Anche se l’obiezione può
sembrare formale (mi pare che la reazione dell’amico Vincenzo Vitiello volesse
dire questo, cioè che facevo un’obiezione formale), però non possiamo prendere
sottogamba la circostanza che le differenze (il lampadario, Ca’ Dolfin, il
tavolo, io, le galassie ecc.) hanno di identico Tesser differenze. (Tra
parentesi: perché le obbiezioni formali devono essere respinte?) È questa
Yanalogia, alla quale ho sempre pensato parlando dell’on hei on di Aristotele:
che ci sia qualche cosa di identico nelle differenze, che d’altra parte sono
originariamente manifeste (ossia non c’è bisogno di dedurle). L’analogia dei
molti sensi dell’essere, non è il risultato di una argomentazione, ma è il
contenuto del phàinesthai. Ieri si parlava della mia distinzione tra essere e
apparire. Apparire è appunto la parola italiana con la quale traduciamo
phàinesthai. A questo senso dell’analogia non si sfugge, perché altrimenti
(negando cioè l’identità dell’esser differenze delle differenze) il senso
dell’essere diventa equivoco: non si sfugge a quell’elemento identico che c’è
nel pelo della barba e, se c’è, in Dio. Qualcosa di identico. Invitavo a tener
presente l’inizio del libro IV della Metafisica, dove quando Aristotele parla
dell’essente in quanto essente (on hei on) dice che essente in quanto essente è
qualsiasi determinazione, sia sostanza, sia accidente, e poi arriva persino a
dire che anche il non-essere è un essente. Ecco, se noi dovessimo ancora - ma
me lo auguro - continuare a discutere, penso che il rischio che corri tu,
Berti, è quello di arrivare all’equivocità, per cui c’è una molteplicità di
differenze del significato essere, che vorrebbero ma non riescono a essere pure
differenze, nient’altro che differenze, appunto perché sono anche identiche
nell’ esser differenze. Poi mi ha molto interessato quello che ha detto il caro
Giorgio Brianese. Molto intelligente. E anche con te spero che si continui a
parlare di questo. Loro ricorderanno che Brianese accennava alla vicinanza tra
il discorso di Spinoza e quello del sottoscritto. Ma vogliamo prescindere dal
il concetto di causa (ben presente in Spinoza)? Adottando il concetto di causa
sui - neWEtica Spinoza esordisce pressappoco con questa espressione causa sui -
egli mostra di intendere le cose come effetto di un’azione che nel caso del Dio
è un’azione del Dio su sé stesso. Ma le cose non hanno bisogno di causa. Quando
ci si chiede la causa delle cose, è perché le si considera appunto come enti
che possono esser nulla. Allora si tratterebbe di controllare questa
espressione spinoziana. E poi anche il concetto di conatus essendi. Anche qui:
le cose non hanno bisogno di essere un conatus. Cioè, è interessante che
qualche volta Spinoza torni a riveder le stelle o vada a riveder le stelle,
però la semplice tesi filosofica non è la fondazione di essa. Perché allora -
hai citato mi pare qualche poeta - a me vengono in mente quelle bellissime
pagine di Borges sull’eternità. Straordinarie. Viene fuori la tesi che tutto è
eterno. Sì. Ma la semplice enunciazione di una tesi non ne è la fondazione - ed
è la fondazione a dare significato alla tesi. Si tratterebbe dunque di vedere
se in Spinoza ci sia quel tipo di fondazione che a noi due interessa, ma che a
me non sembra che ci sia. Ancora un’osservazione, se posso. A proposito del mio
più volte citato Ritornare a Parmenide, io ho continuato a dire che: primo, non
ho mai usato per indicare quello che scrivo la parola neoparmenidismo - mai.
Mai; anzi, è scritto sin da Ritornare a Parmenide che Parmenide è il primo
nichilista (immenso anche nell’errore). È il primo nichilista, però è così
essenziale e profondo, in questo suo intendere l’essere monachos, che anche se
oggi, come ha ricordato il professor Ruggiu, si pensa che in Parmenide non ci
sia la brutale e perentoria negazione della dóxa, però bisognerebbe inventarlo
quel Parmenide tradizionale che la storiografia contemporanea toghe di mezzo
per dire che no, che egli prende positivamente in considerazione la dóxa, che
non si limita a qualificarla come illusione, non-verità ecc. Bisognerebbe
inventario quell’altro Parmenide che oggi viene emarginato, ma che è il
Parmenide che sta dinanzi agli occhi di Platone, di Aristotele, di Hegel (ma
direi anche di Heidegger). Non si capisce come mai questi pensatori - grandi
pensatori (chi più di loro?) - abbiano reagito rispetto a Parmenide nel modo in
cui hanno reagito se Parmenide fosse quello oggi configurato dalla riflessione
storico-filologica. Mi fermo qui. Poiché l’atteggiamento razionale è per Popper
la decisione di accettare solo ciò che è fondato sulla discussione,
l’argomentazione, l’esperienza, ne segue, per lui, che è incoerente la pretesa
di fondare l’atteggiamento razionale sulla base di una procedura razionale,
cioè in base a sé stesso. Ma, osserviamo, il rilevamento di questa incoerenza è
a sua volta una argomentazione razionale, e quindi, stando a Popper, anche
questa argomentazione, che conduce ad affermare che l’atteggiamento razionale è
fondato su una fede irrazionale, è a sua volta fondata su una fede irrazionale,
ossia non è una verità incontrovertibile. Due interventi alla tavola rotonda
tenutasi a conclusione del convegno di studi Il destino dell’essere. Dialogo
con (e intorno al pensiero di) Emanuele Severino tenutosi il 29-30 maggio 2012
nell’aula magna Ca’ Dolfìn dell’Università degli Studi di Venezia. Gli uomini
chiamano male tutto ciò che essi non vogliono - innanzitutto la morte e i
dolori che ne sono i battistrada. La vita è inseparabile dal male. Sin
dall’inizio hanno tentato di difendersi costruendo Yimmagine della vita.
L’immagine si libra al di sopra del dolore. In qualche modo se ne libera,
rendendolo sopportabile. La più antica delle immagini è la festa. Nell’antica
lingua greca la festa è chiamata theorìa, che significa contemplazione,
immagine, appunto. Nella festa sono fuse insieme le forze che poi, separandosi,
si chiameranno mito, arte, ekklesìa, tecnica, sapienza. In ognuna di queste
forze separate si prolunga, sebbene affievolito, l’antico rimedio festivo.
Anche nelle arti figurative, dunque. Ma l’immagine festiva e salvifica non può
dimenticarsi del male. Nemmeno quando, più tardi, l’opera d’arte non mostra
altro che lo splendore delle forme della scultura greca, delle Madonne col
Bambino di Raffaello, dell’Amor sacro e profano di Tiziano. Se il male fosse
dimenticato non si vedrebbe nemmeno la bellezza e la bontà che sembrano le
uniche protagoniste della scultura e del dipinto. Non ne vedremmo la potenza,
la capacità di tener lontano da sé il male, il brutto, il dolore. Dove la bella
forma sembra dominare occupando l’intero spazio dell’immagine pittorica, c’è
sempre l’altro protagonista della scena, il male, altrettanto intensamente
visibile proprio per la sua assenza. Non vedere questo Assente è non vedere la
bellezza del bene. Una mostra della rappresentazione visiva del male dovrebbe
raccogliere tutte le immagini visive. Nel 2005, una mostra a Torino ha operato -
né poteva, dunque, fare diversamente - una selezione relativamente al modo in
cui il 299 male si rende visibile nell’immagine. Ma tendeva (con le dovute
eccezioni) a lasciare da parte il male in agguato dietro la scena, che provoca
un’angoscia ancora più inquietante perché è lasciato dall’artista a sé stesso e
aU’imprevedibilità dei suoi effetti nella coscienza dello spettatore - intendo
riferirmi all’imprevedibilità addizionale rispetto a quella suscitata dalla
parte visibile dell’opera figurativa. Se non vado errato. Credo che in quella
mostra non fosse presente alcuna Madonna col bambino di Raffaello. Ma in queste
figure - avvolte da una compiuta e ferma serietà, da una perentoria assenza del
sorriso - lo sguardo mostra di aver dinanzi ciò che per Raffaello è il male
assoluto, la passione e la morte del Figlio di Dio, che stanno fuori scena, e
tuttavia ben presenti a coloro a cui il dipinto si rivolgeva. La mostra di
Torino conteneva pitture, fotografie, film. Il criterio della raccolta non era
il valore artistico, ma il contenuto deU’immagine: il male - presentato secondo
la selezione di cui dicevo. Lasciando da parte la questione di come è
possibile, oggi, parlare di valore artistico, è possibile indicare il senso
autentico dello sviluppo storico dell’immagine? In quella mostra, il tragitto
temporale era dal Beato Angelico ai grandi pittori del Novecento: dal tempo in
cui il cristianesimo è vita reale dei popoli, al tempo del tramonto del
cristianesimo. La pittura lo rispecchia. Come ogni altra opera dell’uomo
occidentale. Dapprima la rappresentazione mostra la vittoria sul male compiuta
da Cristo. Ha come scopo esplicito questa celebrazione. La serietà delle
Madonne e le Deposizioni nel sepolcro rinviano alla luce invisibile che si
dispiega, al di là del dipinto, nell’anima di chi lo guardava: la luce della
Resurrezione e della Gloria. Il tratto salvifico 300 dell’immagine è il
Racconto cristiano. Colori, figure, prospettive hanno come scopo la
celebrazione della salvezza cristiana dal male. Ma un poco alla volta si fa
innanzi un atteggiamento nuovo. Lo si è mostrato anche contro le proprie
intenzioni, anche l’artista figurativo, come il poeta, non dipinge più per
celebrare Cristo, ma celebra Cristo per dipingere, per celebrare la potenza
dell’arte. Il dramma dell’arte e dunque della pittura cristiane sta qui: nel
progressivo rovesciamento dove il mezzo, cioè l’arte, diventa scopo di sé
stessa e del rapporto a essa da parte dell’uomo, e lo scopo iniziale, cioè la
celebrazione della salvezza cristiana, diventa mezzo, pretesto. In questo
processo, rimane pur sempre incombente il male - di cui il contenuto cristiano
dell’arte vuol essere il rimedio ma tale contenuto non essendo più lo scopo
dell’arte, ridotto a mezzo e pretesto, va perdendo la propria potenza ed efficacia
salvifica. E accade che le moltitudini, accostandosi all’opera d’arte cristiana
si sentano salvate sempre più dalla potenza della forma pittorica e sempre meno
dal contenuto cristiano di quelle forme. È il dominio della luce sull’ombra - o
della forma sul difforme - a impersonare il dominio del bene sul male. Questo
processo giunge al culmine quando anche la pittura del nostro tempo eredita il
distacco dal divino - prodotto soprattutto dal pensiero filosofico degli ultimi
due secoli - e non può assumere il Racconto cristiano nemmeno come mezzo e
pretesto per 1’evocazione della forma artistica. La quale si addossa tutto il
compito salvifico che nella tradizione figurativa dell’Occidente gravava sulle
spalle di quel Racconto. Il dipinto, ormai, mostra il difforme, il male, il
dolore, la morte, il nulla senza il Salvatore; e la salvezza può esser data
solo dalla potenza con cui il male è mostrato dall’immagine. La forma è tolta
via dal contenuto dell’opera d’arte figurativa (e di ogni opera d’arte) e si
riduce a essere la potenza dell’immagine che, ormai, ha come contenuto la
dissoluzione della forma, il difforme, giacché la forma che prima apparteneva
(anche) al contenuto rispecchia sul piano figurativo quell’ordinamento
immutabile del mondo, evocato dalla tradizione filosofica e religiosa
dell’Occidente, che è inevitabilmente condotta al tramonto dall’essenza del
pensiero filosofico del nostro tempo. Ma la salvezza dal male, separata dal
divino, non può più avere la potenza del divino. Diventa un rimedio caduco,
sempre più incapace di impedire che - al di là di ogni valore artistico - altre
forme della rappresentazione visiva, come la fotografia e il cinematografo -
attraggano a sé le moltitudini. Che quanto più si accostano, attraverso
l’immagine, a un male che si presenta in carne e ossa, tanto più si illudono di
salvarsi da esso. Tutte le arti hanno bisogno di diverse forme di tecnica - e
nel Medioevo le stesse arti figurative non venivano considerate arti vere e
proprie (arti liberali) ma arti meccaniche. Anche la semplice voce e la
semplice scrittura della poesia richiedono mnemotecniche, tecniche della
dizione, tecniche per la produzione del materiale richiesto dalla scrittura. E,
già nel Rinascimento, soprattutto le arti figurative e architettoniche (e in
qualche modo la musica) richiedono tecniche guidate dalla matematica, dalla
geometria e dalle incipienti scienze della natura. La fotografia e il
cinematografo si fanno innanzi quando il rovesciamento di mezzo e fine ha già
preso piede. Ma qui, ancora, la tecnica produce immagini della realtà. Oggi la
tecnica procede sempre più decisamente verso la produzione di una realtà nuova.
Con la tecnica del nostro tempo l’immagine festiva si solleva al di sopra del
proprio carattere di imma e e tende a diventare la realtà nuova che sostituisce
la realtà angosciante originaria, al di sopra della quale già si era sollevata
l’immagine festiva. Ad esempio - ma l’esempio è tra i più significativi - la
tecnica guidata dalla scienza moderna pensa già alla costruzione di una vita
umana in cui la sofferenza e la morte siano allontanate il più possibile. La
tecnica stabilisce la nuova aura festiva, più potente di ogni immagine festiva
perché la festa, ora, è la produzione di una realtà nuova - la produzione che
anticipa l’Apocalisse cristiana, dove la terra nuova e il nuovo cielo
sostituiscono la vecchia terra e il vecchio cielo. Ma la logica della scienza,
che sta al fondamento della tecnica, non è una logica della verità assoluta e
incontrovertibile. È una logica ipotetica. La scienza stessa è un sapere
ipotetico-deduttivo. La liberazione tecnologica dalla sofferenza e dalla morte,
per quanto stupefacenti possano essere i suoi progressi, rimane pur sempre una
liberazione ipotetica, esposta cioè in ogni momento alla possibilità che
l’intera legislazione scientifica si mostri incapace di dominare le cose e che
l’uomo ripiombi nell’antica indigenza di una vita semianimale o addirittura
nella propria completa estinzione. La tecnica non salva l’uomo dal nulla. Ogni
salvezza è ipotetica. Il pensiero filosofico del nostro tempo è destinato a
farsi udire dalla tecnica, a farle sentire che nessuna potenza può salvare
necessariamente, incontrovertibilmente dal nulla, e che dunque la minaccia del
nulla rimane sospesa su ogni avanzamento tecnologico della liberazione
dell’uomo dal dolore e dalla morte. La nuova realtà e la nuova vita, che la
tecnica produce sostituendo l’antica immagine festiva della realtà e della
vita, si presenta così a sua volta esposta al dolore e alla morte, tanto più
insopportabili quanto maggiore è la felicità dell’aura festiva che la tecnica
sia riuscita a produrre. È a questo punto che l’arte può riproporsi come
l’ultimo barlume dell’immagine festiva, che per la seconda volta si solleva al
di sopra della realtà - al di sopra cioè di quella nuova realtà che con la
tecnica sta oggi sostituendo l’antica immagine festiva e salvifica della realtà
originaria. È, questo, il pensiero di Leopardi: quando - dopo il tramonto della
verità definitiva e assoluta della tradizione occidentale (cioè dopo il
tramonto a cui appartiene quel che Nietzsche chiama morte di Dio) - appare che
nemmeno la tecnica ha la potenza di salvare con necessità (ossia non
ipoteticamente) l’uomo dal nulla, allora la potenza dell’immagine poetica che canta
l’impossibilità di ogni salvezza non ipotetica dal nulla rimane l’ultimo
barlume di quella forma di festa in cui la poesia e l’arte consistono - quella
forma di festa dove è la potenza del canto, e non il suo contenuto, a salvare
ancora per un poco dal nulla (cfr. E.S., Il nulla e la poesia. Alla fine
dell’età della tecnica: Leopardi, cit.). A volte, certi essenti che chiamiamo
opere d’arte stanno in una relazione specifica con l’infìnito. Se non nel senso
che essi rappresentano senz’altro l’infinito, nel senso che qualcuno crede che
lo rappresentino. Ma, anche qui, ciò che la tradizione filosofica intende per
infinito non può essere sempre presente, nel suo autentico e concreto
significato, a chi crede in quel modo, ossia a chi ha quella fede. D’altra
parte, anche se in tale fede l’infinito può apparire in modo indeterminato,
ambiguo, inadeguato, a volte essa è tuttavia la fede di stare dinanzi a
qualcosa di ultimo, non oltrepassabile, intoccabile. Sono i casi in cui anche
l’uomo comune è disposto a parlare della bellezza di ciò che gli sta dinanzi; e
sono i casi in cui l’uomo comune nomina come può l’infinito. Beati gli umili
(gli uomini comuni), perché di costoro è il regno dei cieli - dove, in questo
caso, il Regno dei Cieli è il regno della bellezza che appare aH’interno della
fede (ingenua, umile) che qualcosa sia il senso ultimo delle cose,
inoltrepassabile, intoccabile. Schelling, come Hegel, non parla di fede, ma di
una rappresentazione che, sia pure per riflesso, è verità che essa abbia come
contenuto l’infinito, cioè Dio. Si tratta della verità dell’intera tradizione
filosofica, che giunge al suo culmine ma anche al suo compimento. Si può
parlare di arte contemporanea prescindendo dalla tendenza fondamentale del
nostro tempo? Si può parlare di un uccello migratore - sapere che natura abbia,
da dove venga e dove vada - prescindendo dallo stormo che sta migrando? Oggi il
grande stormo del nostro tempo sta migrando verso l’estrema lontananza da Dio.
Il grande uccello dell’arte non può che andare nella stesa direzione. Schelling
è ancora un grande amico di Dio, ossia dell’archetipo per eccellenza. L’arte
contemporanea sta invece vivendo anch’essa ciò che Nietzsche chiama morte di
Dio. Ci si accorge che la materia è senza luce, il reale senza ideale. Il
contenuto della bellezza si trasforma radicalmente. La bellezza, ora, è
innanzitutto, ma non unicamente, la capacità, da parte dell’opera d’arte, di
suscitare in qualcuno la convinzione che in essa sia presente quel senso ultimo
del mondo che è il trovarsi privi di Dio e la disperazione che ne consegue.
Anche qui, ci si può rivolgere a questa terribile bellezza da uomini umili,
poveri di spirito, che però questa volta non possono essere beati (o la cui
beatitudine può consistere, come dice Leopardi, solo nella forza con cui vedono
la propria infelicità, debolezza, nullità). Il tragico, la frantumazione
dell’ordine e del sacro, il frammento sono aspetti della morte di Dio. Questa è
la vertigine del moderno. Ma pensatori come Benjamin e molti altri del tempo
presente hanno molto da imparare da Nietzsche - e innanzitutto da Leopardi non
hanno qualcosa di essenziale da insegnargli o un’obiezione decisiva da
muovergli. Proprio per questo il nostro tempo è tragico. Se la negazione
nietzschiana di Dio fosse oscillante, la speranza nei vecchi valori non sarebbe
spenta - mentre in verità è spenta, anche se molti sono ancora quelli che
sperano. In quanto tendenza fondamentale del nostro tempo, lo stormo di uccelli
di cui qui si è detto è l’ultimo degli stormi di cui prima si è parlato - o il
penultimo, se si tiene presente che anche la civiltà della tecnica è destinata
al tramonto (cfr. E.S., Oltrepassare, cit., cap. X). Del tragico le élites si
sono accorte da tempo; le masse stanno accorgendosene. Infatti, come oltre ai
modi adeguati di rivolgersi a Dio ci sono quelli inedeguati, così c’è
adeguatezza e inadeguatezza nel rivolgersi al cadavere di Dio, cioè nel pensare
che Dio è morto. Nel tempo della morte di Dio, la bellezza è la fede di
qualcuno - ma è una fede in espansione - per il quale il tragico è, appunto, il
senso ultimo del mondo e che crede che in certi essenti, detti opere d’arte,
questo senso si manifesti. Si parlava prima dello stormo di uccelli che
migrano. Migrano verso un tempo dove la Tecnica sostituisce Dio. I due si
assomigliano molto più di quanto di solito si creda. Ma la questione decisiva è
che cosa sia l’Aria in cui lo stormo si muove. Lo stormo non può saperlo. Vola
verso la morte di Dio - come lo stormo della tradizione volava verso la vita di
Dio. Sono accomunati (amici e nemici di Dio) dalla volontà di dominare gli
spazi. Ma poi resta la questione di ciò che qui ci limitiamo a chiamare Aria -
che è libera da ogni volo e sta al di sopra della vita e della morte di Dio.
Qui, di essa, si può dire che non ha nulla a che vedere con i modi in cui,
all’interno dei voli, si è voluto andare oltre Dio e gli dèi e si è pensato
alla creazione come suicidio di Dio e alla terra come al suo cadavere. È
tecnica il Dio demiurgo, ma è tecnica anche il Dio suicida. Li accomuna la
volontà di manomettere l’essere. Nella nostra cultura, chi si vuole portare al
di sopra dell’azione e della dimensione demiurgica crede pur sempre nella loro
esistenza. L’arte lo ha sempre creduto. Oggi lo crede ancora di più. Svela la propria
anima tecnico-demiurgica. L’Aria, di cui parlavo, è invece l’apparire
dell’eternità di ogni essere. Appare allora, in questo apparire, che l’azione -
anche l’opera d’arte, dunque - è soltanto un contenuto della fede. Cioè non
soltanto la bellezza, ma anche Inesistenza dell’opera d’arte - ossia dell’opera
che fa essere le cose che non sono (J.J. Bodmer) - è il contenuto di una fede.
Dice Leopardi che, nelle opere di genio, l’anima riceve vita, se non altro
passeggera, dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua della cose e sua
propria ( Zibaldone, 261). Una vita illusoria, ma che, sia pure per poco, rende
possibile la sopravvivenza dell’uomo. Un tema centrale, questo, del
pensatore-poeta che ha aperto la strada all’intera cultura del nostro tempo. La
prima opera di genio è quella dei popoli più antichi: la festa, che è
l’immagine della vita e dunque della morte. L’immagine si libra al di sopra del
mondo: gli uomini festivi si identificano in essa e si sentono quindi salvi
dalla morte. Più tardi la festa arcaica si dissolve e le sue membra diventano
religione, tecnica profana, arte. Oggi la festa si celebra soprattutto in
quelle sue deformanti e impallidite derivazioni che sono le folle delle partite
sportive, della musica rock, delle visite dei pontefici romani e, in minor
misura, del cinema. Si dice che nei precedenti film di Terrence Malick emerga
l’indifferenza della natura rispetto alle vicende umane: al loro orrore come ai
pochi momenti di felicità. Ancora più crudele la natura, nei film di questo
regista, quando il massacro è circondato dalla struggente bellezza della terra,
di cieli all’alba e al tramonto, di fiumi, di mari. Se si uccidono dinanzi a
una natura che mostra a sua volta il proprio volto terribile, gli uomini
possono sentire che in qualche modo essa partecipa ai loro tormenti. In ogni
caso, non li rende sopportabili. Ma questa interpretazione va nella direzione
sbagliata. Per lo meno è unilaterale. Certo, il timore è l’inseparabile
compagno dell’uomo. Il dolore e la morte ne sono la radice. Ma, per quanto
vissuta nei suoi derivati, la festa non ha cessato di illudere gli uomini. In
questa direzione va detto che nei film di Malick la bellezza della natura non è
l’indifferenza, 309 incapace di rendere sopportabile il dolore, ma è la forza
con cui l’immagine festiva, facendo sentire la morte, dà vita airanima. Se non
si guarda in questa seconda direzione, l’ultimo film di Malick, L’albero della
vita, delude. Sembra battere, sorprendentemente, una strada del tutto diversa
da quelli precedenti. La strada biblica (nominata quasi all’inizio del film).
Per la quale chi segue la via della Grazia non avrà timore. Che poi è la strada
di tutte le religioni. Infatti il timore è vinto, cioè reso sopportabile, solo
quando ci si convince di riuscire a stabilire un’alleanza con quella che si
ritiene la Potenza suprema - e il Divino è appunto questa Potenza. Perché ciò
accada è necessario che essa accolga il desiderio dell’uomo; e poiché nulla può
costringerla 1’accoglierlo è una Grazia, un dono. Si può dire che Inalbero
della vita sia questa alleanza. L’anima riceverebbe vita da questa alleanza.
L’intera tradizione dell’Occidente lo pensa. Se l’uomo è l’essere che crediamo
di conoscere, la fede nella possibilità di questa alleanza è inestirpabile. Per
questo la religione si riaffaccia continuamente nella coscienza umana. La
cultura europea ha messo in discussione Dio, ma non il bisogno di allearsi con
la potenza che si ritiene suprema. Oggi, nonostante tutto, si tende a
ritrovarla nella tecnica guidata dalla scienza moderna. In Europa le masse
avvertono più che altrove il disagio di un’esistenza che va sempre più
allontanandosi da Dio e che d’altra parte non si vede ancora sufficientemente
garantita da una tecnica ancora troppo confusa con la gestione capitalistica
della tecnica. Continuando a seguire questa linea interpretativa, che conduce
il film di Malick nella direzione sbagliata, esso può allora risultare
sorprendente perché, prendendo le distanze dai contenuti dalla cultura europea
del nostro tempo, dà voce, sia pure con un linguaggio elitario e con uno scarto
che viene indicato qui avanti, ai contenuti tradizionali della religiosità
americana. Non si tratta forse di un regista provvisto di una rispettabile
preparazione filosofica? Tale cioè da averlo messo in grado di pubblicare la
traduzione di una difficile opera di Martin Heidegger? Il che - si potrebbe
osservare tra parentesi - metterebbe in luce qualcosa di più importante, cioè
la porta che Heidegger ha lasciato aperta al divino; e che in qualche modo ha
tentato di tener aperta anche per Nietzsche, che invece si rifiuta di venir
sospinto lungo questa strada. Heidegger guarda infatti al passato della cultura
europea come a qualcosa da cui non si può prendere un definitivo congedo. Solo
un Dio ci può salvare, egli scrive - a differenza di pensatori radicali come
Nietzsche, appunto, o Giovanni Gentile, o, innanzitutto, proprio Giacomo
Leopardi, al quale Malick, si verrebbe a trovare vicino se lo sfondo del suo
quadro poetico fosse l’indifferenza della natura per il dolore e la felicità
dell’uomo. Il protagonista del film è un ragazzo che ama, anche morbosamente,
la madre, dolcissima, e patisce l’esteriorità della fede religiosa e il
carattere soffocante e a volte brutale del padre, e perde il fratello e non
vede la ragione di esser buono quando Dio è cattivo; ma infine, fattosi adulto,
varca la porta del dubbio e tra sogno e veglia si riconcilia con un mondo dove
la madre offre a Dio il proprio figlio, i morti risorgono e tutti si amano. Ma
allora - vien fatto di dire - che la fede sia una lotta continua col dubbio, la
disperazione, il cedimento al peccato, il cristianesimo lo sa da duemila anni.
La tradizione religiosa americana preferisce chiudere presto i conti con il
dramma della fede: predilige la compostezza, dove però, il dramma, più che
risolto è tenuto via dallo sguardo. In tal modo, lo scarto del film di Malick
rispetto a quella tradizione si ridurrebbe a ben poco, cioè alla coscienza che
quel dramma esiste. Sarebbe dunque un film edificante. Che però parlerebbe un
linguaggio che per un verso è d’avanguardia ed enigmatico, per l’altro
lascerebbe ampi e ben decifrabili spazi ai tratti più toccanti dell’amore e a
una natura splendida e sovrana. La forma lussureggiante e innovativa
dell’immagine non farebbe allora che mascherare il contenuto edificante, cioè
l’aspetto scontato del film. Però l’interpretazione che abbiamo sin qui
prospettato non rende giustizia a quell’immagine. La quale non esprime
l’indifferenza della natura per l’uomo, ma ha il carattere festivo di cui si
parlava all’inizio. Che il contenuto americano del film di Malick sia
edificante e scontato non ha più importanza del fatto che i contenuti
dell’antica tragedia greca sono una serie di miti che tutti gli spettatori
conoscevano dall’infanzia, ben prima di recarsi al teatro dove se li vedevano
riproposti. Sono i miti che parlano della vita, dunque della morte. Prometeo,
Edipo, la guerra di Troia. Ma come li riproponeva il teatro greco? Riproducendo
l’immagine festiva che solleva gli spettatori sopra la morte: l’immagine che è
sentita più reale e più rassicurante dello stesso carattere salvifico del mito
che in essa viene riproposto. E come il mito greco continua a salvare l’uomo
evoluto della polis solamente quando esso si trasfigura nell’immagine festiva
del teatro, così il mito cristiano continua a salvare il credente dell’Europa
moderna soltanto quando anch’esso si esprime nell’immagine festiva della Divina
Commedia, nella Cappella Sistina, nella Passione secondo san Matteo : soltanto
nella fusione di rito e arte. Nella minore dimensione del cinema avviene
qualcosa di analogo. In questo diverso senso, L’albero della vita è davvero
un’opera edificante ( aedes facere ): costruisce la casa dell’immagine festiva
e salvifica. L’imperatore Giuliano, l’apostata, si adopera perché tra il popolo
vengano diffusi e difesi i miti e i riti pagani. E tuttavia non è altrettanto
noto che, ai suoi occhi, essi appaiono non meno assurdi delle finzioni
mostruose del cristianesimo. Che senso ha, allora, questa sua difesa del
paganesimo? Scritto nel 1964, uno dei saggi che compongono II silenzio della
tirannide di Alexandre Kojève (Adelphi 2004) aiuta a rispondere. Giuliano è
filosofo autentico e grande imperatore. Spesso danneggiato dagli estimatori. Vince
nelle Gallie e in Persia. Muore a trentadue anni in battaglia. Se è vero che il
cristianesimo è uno dei maggiori fattori della crisi dell’impero romano, la
volontà di Giuliano di riportare al paganesimo i popoli dell’impero è
lungimirante. Ed è una volontà politica; non l’espressione di una fede
religiosa. Per lui, sia il cristianesimo sia il paganesimo sono miti, cioè
storie false in forma credibile. Però il mito pagano può ancora salvare
l’impero. In ogni mito - egli scrive - il senso è contraddittorio (falso,
indegno), mentre l’espressione o è capace di mascherare la contraddizione del
senso - e in questo caso il mito ha come contenuto il divino, oppure, come
nella poesia, l’espressione non si preoccupa di nascondere l’assurdo, ma si
rivolge a chi, ancora bambino nel fisico o nella mente, può credere in esso. In
entrambi i casi, la contraddizione è mobilitata per conseguire un fine utile o
per divertire (Pascal parlerà di divertissement), per allontanare cioè lo
spettro della morte. Affinché l’impero viva, al popolo bisogna nascondere la
verità: che con la morte è tutto finito. Kojève qualifica giustamente come
straordinario questo passo di Kojève: uno dei maggiori interpreti di Hegel.
Anzi, per lui Hegel è il Filosofo oltre il quale non si può andare. E di
Giuliano egli mostra più volte perché lo si debba considerare un “hegeliano”
ante litteram. Proprio così. (Per esempio legge in Giuliano l’anticipazione del
celebre tema hegeliano del riconoscimento del signore da parte del servo.) Ora,
è notevole che lo straordinario discorso di Giuliano, intorno alla
contraddittorietà del contenuto del mito, per Kojève non faccia una piega.
Giuliano dice che, proprio perché il contenuto (il senso) del mito, cristiano o
pagano che sia, è contraddittorio, proprio per questo esso è inesistente. Un
discorso aristotelico. Ma è anche noto che il problema fondamentale
dell’interpretazione di Hegel è stato ed è tuttora il rapporto tra questo
pensatore e il principio di non contraddizione. Sono molti a ritenere
incautamente (Popper in prima fila) che Hegel sia pervenuto alla negazione di
questo principio, e cioè che per lui la realtà sia, alla lettera,
contraddittoria. Quale occasione migliore dello straordinario discorso di
Giuliano avrebbe avuto allora Kojève per allinearsi a quei cattivi interpreti,
e dire con forza (lui, che invece vede nel pensiero di Hegel la Verità) che il
discorso di Giuliano non sta in piedi, appunto perché identifica Yirrealtà con
la contraddittorietà? E invece niente. Anche per questo silenzio Kojève è un
grande interprete di Hegel. I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà,
la disciplina, l’organizzazione, la continuità delle idee e del metodo; con la
convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare; con l’impiego
meditato, calcolato della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della
propaganda più ipocrita, messe in atto simultaneamente o di volta in volta; con
una risolutezza incrollabile nel sacrificare sempre tutto al prestigio, senza
essere mai sensibili né al pericolo, né alla pietà, né ad alcun rispetto umano;
con l’arte di alterare nel terrore l’anima stessa dei loro avversari, o di
addormentarli con la speranza, prima di asservirli con le armi; infine con una
manipolazione così abile della menzogna più grossolana da ingannare persino la
posterità e da continuare a ingannarci. Chi non riconoscerebbe questi tratti?
Una pagina vigorosa di Germania totalitaria (Adelphi 1990) che Simone Weil ha
pubblicato nel 1940. Alla domanda finale la Weil risponde che in quei tratti
tutti possono riconoscere la Germania di Hitler: il nazionalsocialismo non è
una creazione specifica del popolo tedesco - come la propaganda
nazionalsocialista sosteneva -, ma qualcosa di più profondo, cioè l’imitazione
di un modello che va rintracciato molto più indietro nella storia europea,
nell’Impero romano, appunto. In Simone Weil questo giudizio sull’antica Roma -
che si estende al rapporto tra Hitler e il regime interno dell’Impero romano -
è anche più pesante di quanto non appaia dal passo riportato, ma non è
arbitrario (si pensi ad esempio alla condanna dei metodi di conquista romani da
parte di uno storico come Jéròme Carcopino), o è arbitrario nella misura in cui
non spinge sino in fondo il proprio significato. Ma intanto va completato
l’intreccio proposto dalla Weil: rendendo esplicita una conseguenza - forse non
adeguatamente sottolineata dalfautrice - che discende, da un lato, dal suo
giudizio su Roma e, dall’altro, dalla sua tesi sullo stato attuale del
capitalismo. Con molte ragioni, la Weil vede già presente, in Marx, la tesi che
i lavoratori sono oggi sfruttati non tanto dal capitale privato, ma dal
capitalismo di Stato, divenuto ormai, secondo l’espressione di Marx, una
macchina burocratica e militare, che è presente sia nello Stato nazionalsocialista,
sia nello Stato sovietico, sia nella democrazia americana di un Roosevelt
influenzato dai nuovi tecnocrati. Il comun denominatore di queste tre forze è
infatti la tecnica - la disumanità della tecnica che riduce a funzione della
macchina statale l’individuo umano. La conseguenza è che l’impero romano è il
modello non solo per la Germania di Hitler, ma per l’intera direzione
fondamentale della storia. Non solo della storia contemporanea, ma di tutta la
storia dell’Occidente. Il Sacro Romano Impero, gli Stati nazionali moderni,
Richelieu, Luigi XIV, Napoleone, procedono sulla stessa strada. Per ulteriore
disgrazia, scrive la Weil, a Roma si afferma il cristianesimo, che eredita il
Vecchio Testamento, dove la disumanità verso i nemici vinti e il culto della
forza si accordano straordinariamente bene con lo spirito di Roma soffocando
^ispirazione divina del cristianesimo. Il giudizio su Roma di Simone Weil,
dicevamo, non rende esplicito il proprio significato più profondo. Ma avrebbe
potuto trovare in Hegel un aspetto più profondo. Hegel non mette tra parentesi
la virtù romana, ma mostra perché si trovi unita, come egli dice, alla durezza
e all’atteggiamento compostamente risoluto dello spirito romano. Si tratta
dello spirito che assume lo Stato come scopo supremo e ultimo. Tutto il resto è
subordinato, a incominciare dalla stessa vita familiare e dai sentimenti
dell’uomo romano. Se si pensa per davvero questa affermazione, si comprende
l’inevitabilità di tutti gli aspetti negativi, denunciati da Simone Weil,
attraverso i quali i Romani sono diventati i padroni del mondo. La Weil, più
debolmente, scrive che i Romani sacrificano con risolutezza tutto al prestigio.
Ma se si va più a fondo, il prestigio è l’aspetto assunto dallo Stato presso le
genti quando vale come scopo ultimo dell’esistenza. Ciò non significa che
questo spirito - la volontà di porre lo Stato al di sopra di tutto - non sia
stato attraversato da forze opposte e potenti: significa che, nonostante le
traversie a cui Roma è andata incontro, quello spirito è rimasto sullo sfondo
anche quando sembrava svanito, e ha avuto la forza di imporsi perfino su quei
barbari che stavano prevalendo ma che a lungo, nella maggior parte dei casi,
non hanno pensato di distruggere l’Impero - che anche ai loro occhi era il vero
Imperituro, l’orizzonte ultimo accessibile ai mortali -, ma hanno inteso
diventarne essi la forza portante, e i loro capi hanno inteso porsi alla guida
dei processi che continuavano ad assumerel’Impero come scopo ultimo
dell’esistenza. Come si spiegherebbero altrimenti i dodici secoli di vita di
Roma (giungendo a Giustiniano), se lo spirito romano non avesse esercitato
un’attrazione così potente? Appunto alla volontà di potenza, da ultimo, ci si
deve dunque rivolgere per comprendere perché quello spirito abbia avuto una
tale forza di attrazione - pur non essendo certamente stato la prima forma di
volontà di potenza nella storia dell’uomo. L’uomo sperimenta sin dall’inizio la
potenza sprigionata dall’aggregazione dei singoli e che appare subito superiore
alla somma delle loro forze. Lo Stato (l’aggregazione), deve apparire quindi
qualcosa di divino. Inevitabile dunque che sin dall’inizio l’uomo assuma questa
potenza come lo scopo ultimo a cui tutto debba essere subordinato. Sin
dall’inizio la dimensione religiosa e quella politica si fondono, sia pure con
intensità diversa e con diversa coerenza rispetto alla potenza che si vuole
ottenere. Se lo Stato si mostra ben presto come lo strumento più efficace per
avere potenza, tuttavia, proprio perché la potenza sia grande e crescente, lo
Stato non può rimanere soltanto uno strumento nelle mani dei singoli e pertanto
qualcosa che non può non risentire negativamente della loro impotenza. È cioè
inevitabile che lo Stato divenga il loro scopo supremo, a cui qualsiasi
interesse e scopo particolare deve essere sacrificato. Lo spirito delle
monarchie assolute dell’Oriente riesce a sopportare a lungo la contraddizione
per la quale il monarca è un individuo e, insieme, è lo Stato, ossia qualcosa
di non individuale. Poi la contraddizione esplode, e la democrazia greca tenta
di superarla. Senza riuscirvi, perché in Grecia la democrazia non può non
sentire la voce della filosofia, cioè della coscienza che non solo non può
identificare l’individuo a ciò che non è individuale, ma che, anche a proposito
del non individuale in cui consiste lo Stato, denuncia l’impossibilità che uno
scopo finito, quale è lo Stato, possa essere assunto come lo scopo supremo, e
in questo senso infinito. La sapienza (il cui aumento, dice la Bibbia, aumenta
il dolore) indebolisce lo Stato. La potenza di esso è maggiore quando cresce
lontana dalla radicalità della sapienza filosofica. Proprio per la sua
intenzione di dare la felicità, la filosofia indebolisce la fede dell’uomo
negli strumenti di cui egli si serve per sopportare il dolore. È la filosofìa a
voler porsi come scopo ultimo. (Poi sarà la fede cristiana.) I Romani dice
Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della storia sono solidamente orientati
all’attività pratica, ma non riflettono teoricamente su questo loro
orientamento. Hegel non dice che appunto questa riflessione indebolisce il
proprio oggetto, cioè Inattività pratica, come appunto accade alla polis greca.
E non la sapienza radicale della filosofia, ma la sapienza del diritto rafforza
la fede nello Stato, appunto perché a Roma il diritto si sviluppa
esplicitamente, a differenza della filosofia, all’interno della convinzione che
lo Stato sia lo scopo ultimo dell’esistenza, e contribuisce alla realizzazione
di tale scopo. Per i Greci la tragedia è uno dei punti più alti della loro
grandezza. Per i Romani l’anfiteatro è uno dei più bassi. In entrambi i casi si
tratta però di porsi in rapporto al dolore e alla morte, per sollevarsi al di
sopra di essi. E lo Stato appare ai Romani come la salvezza. Ma nella tragedia,
che è grande filosofia, i Greci rappresentano il dolore mostrandone il senso e
indicando il senso che il rimedio può avere. L’anfiteatro romano, invece, si
limita a produrre realmente il dolore, e la riflessione tende a coincidere con
quella povertà dello spirito che è il godimento suscitato dalla sofferenza
altrui. Qui, la risolutezza romana raggiunge, insieme, il proprio apice
imprevisto (muore ne ll’anfiteatro chi è stato vinto da Roma) e, insieme, la
propria distruzione, che l’originaria e sobria lontananza romana dalla
radicalità della sapienza filosofica aveva saputo evitare. Gl’ebrei hanno
qualità positive di coesione e di solidarietà che mancano ai tedeschi. Affetti
da eccessivo individualismo, i Tedeschi sono Ariani degenerati. Si trovano in
uno stato di debolezza, di divisione, di estremo pericolo. Giudizi, questi,
insieme a molti altri affini, che non sono espressi da un severo critico della
Germania del XX secolo, ma da Hitler in persona, nel suo scritto Mein Kampf. Funestamente
celebre; scritto tra il 1924 e il ’25; il libro più diffuso in Germania sino
alla fine della seconda guerra mondiale. Per Hitler i Tedeschi di quel tempo
erano un armento. Che non solo si era allontanato dalla creatività, volontà di
dominio e genialità del vero Ariano (un giudizio, questo, ripetuto da Hitler
poco prima di uccidersi), ma che aveva anche il torto di essere oggettivo,
insensibile alla prospettiva nazionalistica (che appunto si pone al di sopra
dell’oggettività), e dunque inferiore allo spirito dialettico degli Ebrei.
Aveva anche il torto, Sarmento, di sottovalutare gli Inglesi e soprattutto di
tollerare gli Ebrei. Chi ha letto Mein Kampf (La mia battaglia) non sta
sentendo nulla di nuovo, ma è nuovo e interessante il modo in cui il libro di
Hitler viene interpretato da Dora Capozza e da Chiara Volpato (cfr. Le
intuizioni psicosociali di Hitler. Un’analisi del Mein Kampf, (Patron).
All’enorme quantità di ricerche che da ogni punto di vista e con risultati di
grande rilievo sono state condotte sul nazismo questo saggio aggiunge una
dissezione del linguaggio di Mein Kampf operata con i metodi più recenti della
psicologia sociale. In primo piano, l’analisi delle corrispondenze tra le
espressioni più ricorrenti e significative usate da Hitler. I cui giudizi
riportati all’inizio non risultano irresponsabili, ma appartengono a un piano
ben preciso, che giustifica il successo di un uomo come Hitler in uno dei Paesi
più civili del mondo. Stando ai risultati di questo saggio di Capozza e Volpato
è già notevole che al centro delle pagine di Hitler non stia come ci si
potrebbe attendere, la razza Ariana, ma quella Ebraica, considerata come il
prototipo della razza aliena che ha di mira, alleandosi con i bolscevichi, la
distruzione della civiltà ariana. Tutti gli insulti più odiosi e minacciosi
sono usati da Hitler contro gli Ebrei, che tuttavia hanno ai suoi occhi alcune
qualità positive che costituiscono per i Tedeschi il pericolo maggiore. Egli
addita cioè ai Tedeschi il pericolo mortale in cui son venuti a trovarsi per
colpa degli Ebrei; ma non li deprime, perché presenta loro quel Partito
nazionalsocialista che sarebbe l’unica forza capace di salvar-li e farli
diventare quel che essi sono nella loro essenza ariana. Il suo partito è unito,
ha fede e pur lottando contro il marxismo capisce i problemi della classe
operaia. Cioè Hitler scrivono le autrici suscitava antisemitismo non solo
tramite la spiegazione dei fallimenti dei Tedeschi, ma anche presentando gli
Ebrei superiori ai Tedeschi in una importante dimensione di confronto:
coesione, solidarietà, omogeneità: una dimensione in cui non si vuole essere
inferiori. Tanto che le autrici possono concludere che Hitler, capace di
raffinate intuizioni sull’uomo sociale, per diffondere il suo programma ha
operato sulle motivazioni e i processi previsti dalle teorie psicosociali. A
loro avviso il testo è basato su tre idee: darwinismo sociale (lotta eterna tra
forti e deboli, selezione naturale, spazio vitale ecc.), principio etnocentrico
(al centro dell’esistenza c’è una certa razza, un certo popolo) e principio
della personalità (l’individuo superiore guida la massa stupida e incapace).
Qui vorrei rilevare che quei tre principi appartengono (in modo filosoficamente
ingenuo) a una grande dimensione comune, che più o meno corrisponde ai due
ultimi secoli della storia dell’Occidente. Quelli della morte di Dio. Tutto a
posto, allora, ritornando a Dio? No; la morte di Dio è la figlia legittima,
inevitabile, della vita di Dio. E invincibile sino a che non ci si sappia
rivolgere al senso essenziale e non si sappia mettere in questione la
creatività e la volontà di potenza dell’uomo ariano e non ariano che sia. Al
capitolo III 8. Piazza della Loggia Trentanni fa c’era molta incomprensione per
quanto stava accadendo in Italia con gli attentati terroristici. Pochi giorni
dopo la strage di Piazza della Loggia osservavo quanto fossero inadeguate le
interpretazioni fornite delle massime autorità della politica e della cultura.
Il presidente della repubblica Giovanni Leone dichiarò che il fascismo,
ritenuto responsabile dell’eccidio, era morto per sempre il 25 aprile 1945 e
che di esso non sopravvivevano che squallide minoranze. Per eliminare le quali,
aggiungevano altri, si trattava soltanto di rendere più efficienti polizia e
magistratura. C’era anche, però, chi sosteneva la necessità di adeguare la
legislazione al dilagare del terrorismo - il cui senso veniva peraltro lasciato
nel buio -, ripristinando magari la pena di morte. Il giorno dopo la strage di
Piazza della Loggia Alberto Moravia scriveva sul Corriere della Sera che gli
esponenti del fascismo erano soltanto dei razionalizzatori per lo più inconsci
e quasi sempre imbecilli delle proprie private tare. Nel suo insieme, questo
modo di prendere posizione rispetto al terrorismo sottovalutava il fenomeno.
C’era ben altro dietro le squallide minoranze o gli imbecilli che
razionalizzavano le proprie tare private. C’era il problema dell’avanzata del
Partito comunista italiano, che con i consensi elettorali ottenuti stava andando
verso la conquista democratica del governo - e, questo, all’interno di una
situazione internazionale dove la sfera di influenza degli Stati Uniti, alla
quale l’Italia apparteneva, non avrebbe mai consentito che al governo, in
Italia, ci andassero i comunisti. Nel 1974, al tempo del viaggio di Leone in
America, Kissinger non solo minacciò il ritiro delle truppe americane dal
nostro continente qualora gli alleati europei non si fossero allineati agli
Stati Uniti nei confronti dei Paesi produttori di petrolio; ma a chi gli
parlava di una troppo pesante ingerenza degli Usa nella nostra penisola
Kissinger (è importante ricordarlo oggi) rispose che se l’Italia fosse passata
sotto la sfera di influenza dell’Urss, il mondo democratico avrebbe poi
rimproverato gli Stati Uniti di non aver salvato l’Itaha dal comuniSmo - dal
che si capisce quanto fosse un bluff la minaccia di ritirare le truppe
americane dall’Europa, che a sua volta, e a maggior ragione, doveva essere
salvata dal comuniSmo. Negli anni Settanta ho dedicato una considerevole
attenzione alle connessioni tra terrorismo e situazione politica
internazionale. Il mio libro Téchne (Rusconi 1979, Rizzoli 2002) ne è la
testimonianza. Ma solo un poco alla volta è maturata in Italia la
consapevolezza che i fatti storici esecrandi, che a prima vista sembravano solo
esplosioni di una ottusa brutalità, erano invece espressioni di quella dura
vicenda in cui popoli si scontrano per assicurarsi la sopravvivenza e i
privilegi in un mondo sempre più pericoloso. Il terrorismo che ha portato a
episodi come quello di Piazza della Loggia non appartiene alla banalità o alla
semplice dimensione defl’immoralità, per uscire dalla quale basta qualche pia
intenzione delle anime belle. Un discorso analogo vale anche oggi. Rispetto al
Partito comunista italiano il fascismo italiano degli anni Settanta è un nano.
Che però ha alle spalle una forza enormemente più gigantesca di quella del Pei:
il sistema democratico-capitalistico, con gli Usa al proprio centro. Di fronte
alla possibilità di una conquista democratica del potere da parte del
comuniSmo, tale forza agisce in modo che il Pei risponda agli attentati
terroristici con azioni illegali, che avrebbero consentito il ripristino
autoritario della legalità e, con la messa al bando del Pei, l’eliminazione del
pericolo comunista. Di qui il rifiuto violento del Pei alla proposta di
reintrodurre la pena capitale. Se il Pei non ha reagito illegalmente alla
provocazione fascista non è stato per amore della legalità e della democrazia,
ma perché, da un lato, ha capito che alla legalità e al carattere democratico
del proprio operato era legata la propria sopravvivenza; e dall’altro perché il
Pei era consapevole di non potere e dunque di non dovere prendere il potere in
Italia. A quel tempo, scrivevo che al governo il Pei sarebbe andato quando non
fosse più stato un partito comunista. Tasse e amnistia L’aumento della
criminalità in Italia è, come si suol dire, un fatto. Dunque non solo in città
come Brescia - dove il tasso di immigrazione, superiore alla media nazionale, è
uno dei fattori di tale aumento. Non l’unico. Come l’atteggiamento caritativo
della Chiesa nei confronti degli immigrati non è l’unico dei fattori da tener
presenti nella discussione di questo problema. Non l’unico; e tuttavia molto
importante. Dico questo, per l’analogia, apparentemente paradossale, che
sussiste tra il problema delle tasse degli Italiani e il problema dell’amnistia
nei confronti di migliaia di detenuti delle nostre carceri - un’amnistia voluta
dal centro-sinistra del secondo governo Prodi e, direi, soprattutto e
fortemente dalle forze cattoliche. Le quali hanno agito, guidate dalle decise
sollecitazioni della Chiesa cattolica in quella direzione. Ed ecco quanto
intendo rilevare. È molto probabile che, come a suo tempo aveva rilevato
l’onorevole Visco, il clima determinato dal precedente governo di centro-destra
in tema di tassazione avesse favorito e incrementato la propensione degli
Italiani all’evasione fiscale. Quando l’autorità sembra andare incontro alle nostre
inclinazioni individuali, quest’ultime tendono infatti a rafforzarsi e a
espandersi. La televisione è ormai considerata un’autorità, e accade appunto
che comportamenti televisivamente tollerati, o lasciati scorrere con indulgenza
sul piccolo schermo, aumentino la propensione della gente a imitarli. Ma è
anche difficile, a questo punto, evitare l’analogia tra il problema fiscale e
l’amnistia carceraria che ha rimesso in strada anche persone il cui primo
pensiero è stato di riprendere l’attività interrotta dalla reclusione.
L’amnistia non aveva riguardato soltanto Italiani, ma anche immigrati
extracomunitari. Difficile, allora, evitare il seguente ragionamento. Come è
molto probabile che il clima prodotto dalla politica fiscale dei governi di
centro-destra abbia favorito l’incremento dell’evasione fiscale, così è molto
probabile che il clima determinato dall’amnistia carceraria abbia prodotto un
clima che ha portato la gente a credere che l’autorità guardasse con una certa
indulgenza l’evasione dal diritto civile e penale, un clima che quindi ha in
qualche modo favorito ed esteso la propensione per quella diversa forma di
delinquenza che consiste negli omicidi e nelle rapine. Inevitabile che chi ha
subito questa forma di suggestione, determinata dall’amnistia, siano stati
soprattutto gli immigrati e in particolare gli extracomunitari che, proprio
perché tali, entrano nel Paese da cui sono accolti senza avvertire - come
invece possono farlo coloro che in quel Paese son nati - la presenza e il
carattere bene o male vincolante delle leggi in esso in vigore. Nel caso
dell’amnistia la suggestione è stata ancora maggiore, perché il provvedimento
era stato proposto non solo dalle forze politiche al governo, ma anche da
quell’autorità della Chiesa, che nel mondo può certo vantare un’autorità
maggiore delle forze politiche italiane. L’amnistia ha creato un’immagine
pubblica del legame tra legalità e carità, che ha allentato il timore di
trasgredire la legge. Pensando a questo e ad altri ordini di problemi avevo
detto alla svelta, in un’intervista rilasciata al Corriere, che mi risultavano
incomprensibili certi atteggiamenti caritativi della Chiesa bresciana. Si
parlava dei delitti commessi a Brescia. Ma il mio discorso era rivolto
primariamente alla Chiesa in generale, che tenta di seguire come può l’invito,
rivolto da Gesù al giovane ricco, di dare ai poveri tutte le proprie ricchezze.
Per seguire Gesù la Chiesa dovrebbe dire ai popoli ricchi di dare tutte le loro
ricchezze a quelli poveri. La Chiesa non può seguire la sublime follia di Gesù.
Non può permettersi di sembrare sublimemente folle. Tenta come può di seguire
Gesù: con le forme tradizionali della carità. Le quali, per un verso, lasciano
che i ricchi rimangano ricchi, e per l’altro si riversano, quando possono, alfinterno
dei rapporti civili presenti nei singoli Stati e diventano opere assistenziali
di vario tipo, su su fino a opere di grande portata come lo è stata appunto
l’amnistia in Italia. Che certamente non è l’unica responsabile dell’aumento
della criminalità nel nostro Paese, ma che, altrettanto certamente,
responsabile è. Lo sport è importante. Perché - forse soprattutto - non è
innocente. Tanto più importante quanto più simula le forme della lotta e del
combattimento. La gente trova in esso quello sfogo delle proprie frustrazioni,
che altrimenti indirizzato le procurerebbe gravi sanzioni civili e penali. Ma
bisogna che la squadra in cui ci si identifica vinca e che la vittoria non sia
ostacolata. Altrimenti lo sfogo straripa, diventa incontrollabile. Nelle
società povere Finsoddifazione finisce col trasformarsi in massacro. Ma oggi
anche quelle ricche hanno motivi per essere insoddisfatte. Si percepisce che il
mondo dei valori tradizionali va franando. È la notizia che fa da sfondo a ogni
altra. Ed è ormai un luogo comune rilevare che i mass media, diffondendola e
moltiplicandola, la trasformano nel modello da imitare. Poiché la frana della
tradizione è violenza, che acquista mille volti, l’imitazione del modello
violento diventa a sua volta notizia, a sua volta diffusa e moltiplicata. I
violenti si sentono pertanto ripagati di molte delle loro frustrazioni. Non è
poi così banale l’affermazione che si esiste solo se si è in televisione. C’è
sempre stato qualcosa di analogo. La violenza è una forma di potenza (o
addirittura coincide con essa); e la potenza esiste solo se è pubblicamente
riconosciuta. Non esiste un sovrano o un dio la cui potenza non sia stata o non
sia pubblicamente riconosciuta. Non ci si sfoga delle proprie frustrazioni se
non ci si sente in qualche modo potenti o violenti e se quindi non ci si rende
il più possibile visibili. I mezzi di comunicazione di massa del nostro tempo
sono la forma più potente di riconoscimento pubblico e quindi di produzione
della potenza e della violenza. Alla messa in scena del progressivo
disfacimento dei valori morali, civili, religiosi, estetici delle società
avanzate si unisce la messa in scena del disfacimento di ogni regola di
convivenza tra gli Stati. Hobbes rilevava che 10 Stato nasce per uscire dal
belluino stato di natura (homo homini lupus), ma gli Stati hanno continuato a
essere lupi gli uni per gli altri. Questo è l’esempio che gli Stati danno agli
individui! Gli Stati, che pure dovrebbero rappresentare la ragione e la civiltà
contro l’istinto e l’egoismo individuale! E anche di questa belluinità degli
Stati i mezzi di comunicazione di massa danno continua notizia alla gente,
dando la maggiore visibilità e quindi il maggior respiro alla violenza. In
Italia è tempo di pensare alla riforma del diritto. Ripeto che come la politica
finanziaria della destra incrementa l’evasione fiscale, così gli indulti e le
amnistie della sinistra incrementano la violenza del crimine. Ma la gran
ventura, che riguarda l’intero pianeta, e che (all’interno del dispiegarsi della
civiltà dell’Occidente) non è necessariamente negativa, è 11 guado che dai
valori del passato conduce al futuro. Ravaioli: La crescita produttiva continua
a essere l’obbiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti,
imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti
invocato anche nel discorrere più feriale, che so, al bar, in treno, al
mercato; dato come una indiscutibile ovvietà, o addirittura come una verità di
fede... A lei certo la cosa non è sfuggita, e vorrei chiederle che ne pensa: è
d’altronde un avvio perfettamente calzante col discorso che ci proponiamo.
Severino (S.) Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in
buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravedendo l’equazione
tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt’altro
checondivisibile l’auspicio di una crescita indefinita. R. Professore, sta
dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative
della crescita? S. Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una
crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa
capitalistica - la forma ormai pressocché planetaria di produzione della
ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata
(anche se poi si fa ben poco per controllarla). R. Non si direbbe proprio... S.
Sì invece. Vent’anni fa, quando Lei scrisse quel suo bel libro che interpellava
numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli
intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed
ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più
cauti... e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o
trent’anni. R. In pratica però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno
nominarne i rischi... S. Be’, in periodo di crisi economica, di fronte al
pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità
della crescita... Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue
dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica. R. E intanto si
verificano sempre più tremendi disastri, che inconfondibilmente denunciano la
pericolosità della crescita... Dal Golfo del Messico a Fukushima... per citarne
solo un paio dei più gravi e che hanno avuto massima risonanza. S. Certo. Ma,
facendo un passo avanti, vorrei precisare che prendere atto della gravità di
fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in
quanto tale, ma alla gestione economico-politica della tecnica... Non sono
disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e
della tecnica... Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che
l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per
l’ambiente). R. La mia impressione però è che quanti insistono a invocare
crescita continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è
fatto di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e
non dilatabili a richiesta. Questa realtà in sostanza viene rimossa. I grandi
industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio ecc., spesso neanche citano
il problema... Automobili, barche, indumenti, mobili, computer... tutto quanto
esce dalle loro fabbriche... di che cosa credono che siano fatti? S. Ma è un
atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi
immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che
spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è
tappare la falla... Poi si pensa al luogo dove approdare. Certo, ci sono quelli
che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel
complesso diventa inutile tappare le falle... Si verificano allora tutti i
comportamenti che lei giustamente rileva. R. Scusi, non vorrei aver capito
male... La sua è una giustificazione di questi comportamenti da parte di chi,
poco o tanto, è responsabile dell’economia mondiale? S. No. Dicevo che è,
purtroppo, costume umano non aver occhi che per i problemi immediati, ignorando
quelli fondamentali - che magari gli stanno sotto il naso... È però una
mancanza di consapevolezza che ha incominciato a incrinarsi anche prima di
cataclismi come Fukushima. Sebbene ancora non se ne vedano conseguenze nelle
scelte politiche... R. Ma il problema esiste da decenni... Il deperimento
dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni
Cinquanta, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato. S. Ecco,
forse su quel completamente si può non essere d’accordo... Penso ad esempio a
Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha
parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica
sostenibile... Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha
fatto propria. R. Però nessuno di quelli che contano sembra rendersi conto che
la crescita produttiva attualmente perseguita - che è continua aggressione agli
equilibri ecologici - si identifica di fatto col sistema capitalistico. Anche
celebri economisti (vedi Stiglitz, Krugman, Fitoussi... per citarne qualcuno)
riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano nemmeno a
soluzioni che mettano in discussione il capitalismo. S. Sono pienamente
d’accordo con lei: è proprio questa la situazione... Ma occorre anche dire che
oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una
politica economica meno produttivistica significherebbe mettersi dalla parte
dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da
Paesi come l’Iran o la Cina... Nella situazione attuale, rinunciare alla
crescita, cioè alla potenza economica, significa essere sopraffatti... E sembra
difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento
nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la
potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo... È un
problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli
che la crescita incontrollata... distrugge la terra. Per arrivare a un impegno
adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri
giganteschi... con qualche milione di morti... Ma prima si tirerà la corda
finché sarà possibile. R. Certo. Tutto questo che lei dice corrisponde a una
lettura intelligente e del tutto esatta della realtà. Mi domando però fino a
quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata - in
misura già oggi forse irrecuperabile - da un agire economico fondato su una
crescita produttiva che non prevede limiti. S. È da guardare con diffidenza -
ma non voglio sembrare cinico - l’intellettuale che dice alle grandi potenze
mondiali: Dovreste mettervi in discussione. Le grandi potenze non cambiano le
loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro
interessi... Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica
vincente, e al proprio tète- à-tète attuale con Stati Uniti, Russia, Europa,
per rispetto dell’ambiente? Le pare verosimile? E ormai anche in Europa la vita
va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti
così, inevitabilmente... Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro
di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento
capitalistico a cambiar strada in modo radicale... R. Inevitabilmente... In
base alla natura umana? Alla storia? S. In base alla priorità che per lo più
vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più
perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole.
Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi
definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato.
Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo
agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia
della terra, allora non sarà più capitalismo... Inevitabilmente: o il
capitalistimo, andando avanti così, cioè volendo avere come scopo il profitto,
distrugge la terra, la propria base naturale, e quindi sé stesso, oppure assume
come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge
egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità
del tramonto del capitalismo. R. Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni
del genere. Le stesse sinistre - quel poco che ne rimane - sembrano aver
definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. Che è l’idea
per cui sono nate... Oggi in fatto di ambiente non hanno alcuna politica
propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze
dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più povere... Ma no,
anche le sinistre sono allineate sull’invocazione della crescita, di fatto
preoccupate esclusivamente di occupazione e salari: ciò che certo è
comprensibile, anzi necessario, ma che forse potrebbe non limitarsi (come per
lo più sostanzialmente accade) a occuparsi di singole situazioni di crisi e
magari tentare di spingere lo sguardo un po’ più lontano: dopotutto la
globalizzazione è un fatto, che riguarda tutti e - anche se non ce ne
accorgiamo - tutti per mille modi ci determina... S. Quando parlo di declino
del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del
marxismo, delfumanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la
sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo... Ma il
discorso va completato. Sia il capitalismo sia il marxismo e le sinistre
mondiali - ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le
religioni e ogni visione del mondo e ideologia... - si sono illusi e si
illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che
la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri
scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del
profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica ecc.)... Anche la sinistra è
cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la
forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simone Weil diceva che
il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di
controllare la macchina tecnologico-statale-militare- burocratico-finanziaria ecc..
L’individuo - come il capitalista - si illude di poter controllare l’apparato
tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione... R. Una prospettiva
che dovrebbe poter contenere tutti i possibili. S. Invece andiamo verso un
tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della
sopravvivenza dell’uomo - ed essendo la condizione perché la terra possa esser
salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione - è
destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata;
e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente
tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi ideologici, per quanto
grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è
destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo,
sinistra mondiale, democrazia, religione, e ogni ideologia e visione del mondo,
ogni movimento e processo sociale diventano qualcosa di subordinato, diventano
essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è
insieme l’incremento indefinito di tale potenza... Perciò spesso dico che la
politica vincente, la grande politica, sarà delle forze che capiranno che non
ci si può più servire della tecnica... La grande politica è la crisi della
politica che vuole servirsi della tecnica. Andiamo in una direzione dove,
dunque, anche le sinistre - e il capitalismo, e tutte quelle forze in campo che
ho menzionato - saranno costrette a rinunciare ai propri scopi e diventeranno
esse i mezzi di cui la tecnica si serve. Non si tratta di un processo di
deumanizzazione, o alienazione, come invece spesso si ripete, dove l’uomo
diventerebbe uno schiavo della tecnica; perché in tutta la cultura - anche in
quella che alimenta ogni più convinto umanesimo - l’uomo è sempre stato inteso
come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche
remoto. Certo, un futuro in cui anche la tecnica sarà destinata a rendere conto
della sua primazia, ma non dovrà renderlo alle forze che ancora si servono di
essa ma che sono forme deboli di tecnica. In questo senso appunto parlo da
decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo. R. Professore, mi
permetta un’obbiezione. Già oggi la tecnica, da mezzo, sempre più sembra
imporsi come scopo... E - ne abbiamo parlato poco fa - mi pare che in questa
funzione stia dando prove quanto meno discutibili... S. No, perché come dicevo
prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica -
è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali
nucleari: e lì non c’entra la tecno-scienza, ma la gestione capitalistica di
essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di
centrali. (Debbo però aggiungere - ma anche qui chiudiamo subito il discorso -
che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o
scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce
essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere
limiti assoluti all’agire dell’uomo.) R. Rimane il fatto che le tecniche, anche
le più avanzate e intelligenti, le più utili persino, finiscono per essere nei
confronti dell’equilibrio ecologico naturale delle continue aggressioni, o
quanto meno delle minacce. S. Di nuovo rispondo di no, e che è la volontà di
profitto a rischiare oltre il livello di rischio denunciato nelle previsioni
tecno-scientifiche. R. Ma non è la volontà di profitto a generare, o almeno a
favorire, la creazione di tecniche? S. Sì, le ha favorite (e in qualche caso
generate), ma allo scopo di favorire sé stessa. Ora sto dicendo che questo
scopo è destinato al tramonto. R. Resta però il fatto che molti istituti
scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi
potentati economici... E questo in qualche misura significa condizionarli... S.
Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra.
Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo
momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo,
perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la
tecnica per promuovere sé stessi è indebolire sé stessi... R. Si diceva che le
sinistre - a parte l’impegno per la difesa del lavoro - non dicono, né
propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno
sguardo ben più ampio di quello che hanno le sinistre oggi... Dopotutto non a
caso l’inno dei lavoratori era l’ Internazionale... Tentare di guardare un po’
più lontano... Cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe
portare a una proposta alternativa? S. Questo allargamento va imponendosi da
solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo
sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a
proposito dei problemi più importanti: Non è questione né di destra né di
sinistra, è una questione tecnica. È un piccolo indizio del processo dove le
soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e ideologiche. R. Mi riesce
difficile seguirla... la tecnica viene solitamente vista come uno strumento
usato dal capitalismo... S. Questo è lo stato attuale che il mondo
capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo
non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La
liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione
della tecnica dal capitale. R. In definitiva Lei vede il capitalismo
sopraffatto dalla tecnica. S. Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.
R. Una tecnica che - insisto - porta alla devastazione della terra... S. Se la
tecnica continua a essere gestita dal capitalismo, sì. Ma - insisto anch’io -
sarà il capitalismo stesso ad accorgersi che devastando la terra devasta sé
stesso (e cambiando rotta, cioè scopo, si distruggerà egualmente). R. È insomma
l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza
dell’umanità... Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche
da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?
S. Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di
sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà
politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e
animando la volontà così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima
la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i singoli
capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il
modo in cui la tecnica prende il posto del capitale. R. Lei si riferisce a un
movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire... operante e
avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica? S. È
una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque
non soltanto ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofìa si
riferisce all’autenticamente operante e avvertibile. R. Cambiando discorso. Lei
ha dedicato un suo recente articolo, apparso sul Corriere della Sera, al modo
in cui il Nordafrica va cambiando. Non crede che forse proprio dal Sud del
mondo, non ancora interamente assimilato alle logiche e ai valori del
capitalismo, possa muovere una critica, e magari una messa in crisi della
cultura dominante? È qualcosa su cui più volte m’è capitato di riflettere. Ad
esempio quando un anno fa, in Bolivia, durante il Social Forum di Cochabamba,
un gruppo di campesinos lanciò uno slogan che diceva: Non si tratta di cambiare
il clima, bisogna cambiare il sistema; aprendo un orizzonte enormemente più
ampio di tutte le altre parole d’ordine correnti, che insistevano soprattutto
sui mutamenti climatici, e di fatto denunciando un rapporto Nord-Sud che per
mille aspetti ampiamente si attiene alle logiche del capitalismo, e le impone.
È solo un episodio, ma non crede che proprio da questi mondi potrebbero partire
spinte decisive alla messa in crisi delle logiche politiche dominanti? S. Be’,
il fatto che questi popoli vadano riproducendo il modello occidentale dimostra
che l’Occidente ha raggiunto la prospettiva più radicale: la destinazione della
tecnica al dominio. Questi popoli stanno ripercorrendo l’itinerario compiuto
dall’Occidente... L’autentico cambiamento di sistema è quella destinazione. R.
Professore, certo è incapacità mia di seguirla fino in fondo... Ma più volte
m’è capitato di riflettere, e anche di scrivere, in libri dedicati appunto alle
questioni ambientali, su questo crescente prevalere della tecnica sui modi e i
ritmi della natura... Spesso citando quello straordinario libro, firmato dal
grande biologo americano Gould, che si intitola Gli alberi non crescono fino al
cielo : una critica dell’intera vicenda umana, tutta centrata su una
impossibile sfida alla natura. Nella quale peraltro sempre è evidente il senso
di colpa... E infatti Icaro, Prometeo, i Giganti, Ulisse... tutti sempre
vengono puniti... La tecnica, nella mitologia, è colpa... E lo è la scienza in
assoluto, si direbbe, se si pensa ad Adamo ed Èva, cacciati dal paradiso
terrestre per aver gustato il frutto dell’albero del sapere. S. Onorevole, non
solo Lei segue benissimo, ma continua a proporre spunti estremamente
interessanti. Quando parlo in termini positivi della tecnica, ne parlo nel
senso che essa va ritenuta la forma più rigorosa della più radicale follia in
cui l’uomo è caduto. Non intendo affatto fare l’apologià della tecnica ma
intendo dire che l’errore, la follia, vanno progressivamente facendosi più
rigorosi e coerenti... Pensi al discorso di Freud, che la religione è quella
follia - grande, rigorosa follia - che assorbe e rende coerenti tutte le forme
di follia dell’individuo... Nella tecnica l’errore è destinato a diventare
massimamente rigoroso. L’errore nasce con l’uomo, è la volontà di potenza. Ma
bisogna saper dire perché lo sia... Non lo sanno dire né i miti né le altre
forme della sapienza umana. È vano combattere e incolpare Prometeo, che ha dato
tutte le tecniche ai mortali, con strumenti che sono forme deboli di tecnica.
Anche il capitalismo, il marxismo, il cristianesimo, l’islam, il totalitarismo,
la democrazia ecc. sono forme deboli di tecnica. Ma con ciò non intendo dire
che la tecnica sia la verità. No. È la forma più radicale dell’errore. Che però
sembra la forza più potente. R. Una volta ancora non posso non apprezzare il
suo pensiero... Non riesco però a non domandarmi se non ci sia nulla da fare, o
per accelerare questo processo portandolo a una soluzione, o in qualche misura
per mitigarne la distruttività. Sono tante ormai le persone che si preoccupano
per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e
rischioso... Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati... A
tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare? S. La ringrazio. Per ora
siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da
favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Ecco perché parlavo
prima della grande politica. Per praticarla è necessario incominciare a
guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso
cioè della volontà di potenza: il senso del fare. Intervista fattami da Carla
Ravaioli e pubblicata sul manifesto nel luglio 2011. Al capitolo V 12. Non
veritas, sed auctoritas facit legem- Per considerare il rapporto tra processo e
tecnica si può certo rimanere alFinterno della specializzazione giuridica. Ma -
chiediamoci - è ancora specializzazione Patteggiamento che non riflette sul
senso della specializzazione? Si vive in una nave - la si vive come nave -
quando non si sa che cosa sia una nave? Certamente no. E d’altra parte,
riflettendo sul senso della specializzazione si è ancora alFinterno di essa?
(Si profila così un’antinomia, che può essere il sintomo del carattere
contraddittorio della specializzazione.) Ma, qui, non svilupperemo questo
aspetto, peraltro fondamentale, del discorso. La tecnica riguarda il processo
in relazione, innanzitutto, ai limiti entro i quali le competenze
tecnico-scientifiche devono mantenersi nel determinare l’evoluzione e il
compimento delle procedure giudiziarie. In questo caso, le competenze tecniche
(mediche, psicologico-psichiatriche, chimico-fisiche, urbanistiche ecc.)
servono da strumento - da mezzo - per quello scopo che è la conduzione e il
compimento del processo. A sua volta, il processo stesso, come fatto giuridico,
è scomponibile in un momento tecnico-strumentale e in un momento che è lo scopo
di tale strumentazione. Momento tecnico-strumentale è, ad esempio, la
formazione dei magistrati, e in genere, dell’organico, e il modo in cui sono formalizzate
le regole in base a cui il processo si svolge; lo scopo è la verifica
dell’applicazione della legge in rapporto ai casi intorno a cui verte il
processo. Ma, daccapo, lo scopo di una società non è quello di verificare se la
legge sia applicata: lo scopo è che la legge viga. Affinché viga è necessario
verificare se ciò avvenga. E questo significa che la verifica giuridica si
dispone a sua volta come strumento, come mezzo per la realizzazione di quello
scopo che è il regno della legge nella società. Questo rinvio, il triplice
rinvio qui sopra sommariamente indicato, dove lo scopo si dispone come
strumento di uno scopo superiore, ha un prolungamento decisivo, che riguarda il
concetto stesso di legge, sottoposto a una profonda trasformazione, dove l’atteggiamento
giusnaturalistico, proprio della tradizione occidentale, viene spinto al
tramonto dall’atteggiamento giuridico che è proprio del diritto positivo. E,
anche qui, si tratterà di comprendere l’ultima sezione di questo capitolo che
in tale tramonto il regno del diritto è a sua volta destinato a diventare, da
scopo della verifica giudiziaria, mezzo, cioè strumento di uno scopo - la
tecnica - verso il cui dominio il pianeta sta procedendo. A partire dal
pensiero greco, e lungo la tradizione occidentale, in cui il giusnaturalismo si
inscrive, non auctoritas, sed veritasfacit legem. La verità è il fondamento, il
principio ispiratore della legge. Lo ius è dato dalla natura delle cose; e la
verità è il luogo in cui tale natura mostra il proprio volto autentico. Il
popolo greco porta alla luce, dopo i millenni del mito, un senso inaudito della
Verità: la Verità come sapere incontrovertibile che mostra, manifesta (e
pertanto è alétheia) un contenuto che non si lascia smuovere, un contenuto che
sta e appunto per questo è chiamato epistéme ( epi-stéme ). La Verità mostra
l’ordine immutabile al quale lo Stato (e il singolo) deve adeguarsi. Lo Stato
si adegua alle leggi che si fondano sulla Verità che il sapere filosofico ha
portato alla luce e alla quale si commisura la stessa rivelazione cristiana.
Anche nell’Europa medioevale e moderna lo Stato (e l’individuo) è misurato
dalla sua adeguazione alla verità, in quanto principio ispiratore della legge.
Il valore della legge non è dato dalla pura forza, ossia da un auctoritas che
sia pura forza, ma dalla sua dipendenza dalla verità. Ma dopo questa grande
epoca della civiltà occidentale, dove verità e legge formano una unità
indissolubile, si fa innanzi con sempre maggior forza il principio opposto, per
la prima volta enunciato da Hobbes: non veritas, sed auctoritas facit legem. È
il principio del diritto positivo, che acquista il proprio compiuto significato
quando prenderà le distanze dal contesto in cui viene formulato nella filosofìa
di Hobbes - in una filosofia cioè dove, nonostante tutto, resta ancora fermo il
senso di fondo che il pensiero greco ha conferito alla verità. La transizione
dal giusnaturalismo al prevalere del diritto positivo, ossia al positivismo
giuridico, è un episodio emergente del grandioso processo storico-critico, in
cui la tradizione dell’Occidente viene abbandonata dal pensiero, e pertanto
dall’agire umano, e soprattutto e fondamentalmente dal pensiero filosofico
degli ultimi due secoli. Poiché il diritto positivo non si fonda su alcuna
Verità assoluta, ed è positivo perché pone ciò che la volontà sociale dominante
(del sovrano, dell’eletto rato, di una oligarchia economico- politica) vuole di
volta in volta come legge, il processo giudiziario che si sviluppa alfinterno
di questa forma di legge è compatibile con qualsiasi tipo di contenuto
giuridico, di natura democratica o no. D’altra parte, la transizione al
positivismo giuridico è analoga a quella che conduce dalle varie forme di
totalitarismo alla democrazia del nostro tempo, che definisce sé stessa come
semplice procedura, che di per sé non propone o impone alcuna Verità assoluta
ai cittadini ed è pertanto compatibile con qualsiasi contenuto sollevato al
rango di legge dalla maggioranza dell’elettorato. Ora diventa radicalmente
fondata - e inevitabile, all’interno della storia dell’Occidente -
l’affermazione che non veritas, sed auctoritas facit legem. Il fenomeno,
grandioso, di cui la transizione al positivismo giuridico e alla democrazia
sono aspetti particolari - e molti altri potrebbero essere menzionati - conduce
al di là delle forme essenziali della tradizione occidentale. È il fenomeno che
Nietzsche ha chiamato morte di Dio - sì che il passaggio dal giusnaturalismo al
positivismo giuridico è la morte di Dio in ambito giuridico -, è la morte della
forma assunta da Dio nella dimensione del diritto. Diciamo che quel fenomeno è
grandioso, non solo per le sue proporzioni, cioè per il suo aver investito ogni
aspetto del pensiero e dell’agire tradizionali, ma anche perché si presenta
secondo una inevitabilità, per la quale tale fenomeno non è semplicemente un
cambiamento di opinioni da parte della società e dei suoi membri. Solo
cogliendo il senso di questa inevitabilità si può comprendere che oggi l’uomo
non può più cercare la propria salvezza volgendosi verso la grande tradizione
dell’Occidente - e dunque verso il modo in cui all’interno di essa viene
realizzato e praticato il diritto. Certo, l’inevitabilità di cui stiamo
parlando è l’inevitabilità del tragico; ma non le si possono voltare le spalle
per il semplice fatto che non va incontro a certe nostre aspirazioni.
L’espressione dietrologia è screditata. Ma può essere un sinonimo del concetto
scientifico d’ipotesi: l’ipotesi esplora ciò che sta al di sotto di quanto si
manifesta comunemente o immediatamente. Al di là del senso screditato della
dietrologia, l’ipotesi scientifica ha cioè un carattere essenzialmente
dietrologico. Nemmeno quel tipo di disciplina scientifica che è il diritto può
evitare di formulare ipotesi, ossia di andare al di là di ciò che comunemente
appare e che viene chiamato il fatto. Gli estimatori del fatto - anche tra i
non giuristi - collocano spesso l’attività giuridica in un ambito improprio;
cioè la considerano come la dimensione all’interno della quale il fatto
riceverebbe uno dei più validi e autentici riconoscimenti della sua importanza
e del suo carattere decisivo. Tuttavia è nota la tesi di Popper, per la quale
la struttura del processo giudiziario è il modello dell’attività scientifica.
Certo, egli non fa che trarre un corollario dalla tesi di Nietzsche, che non
esistono fatti, ma solo interpretazioni. Ma tale corollario significa che alla
base della scienza non esistono fatti, ma interpretazioni, e che tale
circostanza rispecchia la struttura del processo giudiziario, sì che quest’ultimo
- lungi dal presentarsi come il luogo in cui i fatti sono posti al di sopra di
tutto, come fondamenti indiscutibili - è inteso invece come il luogo che si
fonda su interpretazioni rivedibili e falsificabili. Gli estimatori dei fatti,
che vedono nell’attività giuridica la più autentica valorizzazione dell
’infallibilità dei fatti, non si rendono conto che la scienza riconosce ormai
senza complessi la propria fallibilità e che quando intende chiarirne il senso
si riferisce proprio e precisamente all’analogia che sussiste tra procedura
scientifica e procedura giudiziaria. L’analogia può essere così espressa: il
sistema delle leggi scientifiche viene commisurato a un insieme di elementi che
non sono fatti, ma interpretazioni di fatti; cioè risultati di decisioni che un
gruppo qualificato di individui stabilisce di assumere come base (o come fatti)
del sapere scientifico, in modo analogo alla commisurazione per la quale nel
processo giuridico il sistema delle leggi viene applicato non a fatti incontrovertibilmente
accertati veri, ma alla decisione di un gruppo qualificato di assumere un
insieme di eventi come qualcosa di effettivamente accaduto. Il veramente
accaduto è inesistente. Esiste veramente la decisione di assumere qualcosa come
il veramente accaduto. Anche per questo motivo la storia di un popolo non può
essere ricostruita in sede giudiziaria, appurando i fatti. Comunque, anche
questa crisi della verità del fatto appartiene al processo, a cui prima ci si è
rivolti, che conduce al tramonto inevitabile della tradizione e della
tradizione giuridico-politica dell’Occidente, la tradizione dove il giudice è
colui che mostra con autorità la Verità - giudice essendo parola composta da
ius e dalla forma congetturale dix, riconducibile alla radice indoeuropea deic,
che indica appunto il mostrare; sì che l’autorità del giudice gli deriva dal
suo rapporto con la verità. È aH’interno della transizione inevitabile di cui
stiamo parlando - cioè dalla vita alla morte della Verità e di Dio - che assume
un significato particolarmente rilevante anche il tema della corruzione della
società italiana e del conseguente conflitto tra magistratura e potere
politico. In base a una logica diversa da quella che intende appurare i fatti,
cioè in base alla logica dell’interpretazione, è possibile affermare che nella
seconda metà del xx secolo è stata combattuta una lotta mortale tra capitalismo
e socialismo reale, una lotta senza esclusione di colpi. Una situazione,
questa, che, ovviamente, ha costretto ognuno dei due antagonisti a tenere
nascosto all’altro l’organizzazione delle proprie forme di offesa e di difesa.
Anche le società democratiche, dunque, sono state costrette, per evitare il
suicidio, ad adottare questa strategia. Le democrazie parlamentari sono state
cioè costrette ad agire in modo non democratico, giacché democrazia e
trasparenza (e dunque quella trasparenza che avrebbe messo la democrazia nelle
mani dell’avversario) sono inseparabili. La trasparenza democratica è il
carattere pubblico delle decisioni essenziali di una società; e la democrazia,
per sopravvivere, non poteva rendere trasparenti i propri piani di difesa e di
offesa contro il socialismo reale. Ma questo clima di non trasparenza, di
occultamento e di privatizzazione delle decisioni essenziali delle società
democratiche era il terreno in cui non poteva non attecchire la corruzione.
L’illegalità di alto profilo politico, cioè la necessità che per sopravvivere
la democrazia agisse in modo non democratico, ha prodotto l’illegalità di basso
profilo, cioè la corruzione per ottenere vantaggi privati, che ha accompagnato
gli anni della guerra fredda (che si è prolungata sino ai nostri giorni e anche
in futuro alimenterà il conflitto tra politica e magistratura) soprattutto in
Paesi come l’Italia, più esposti al pericolo comunista sia per la loro
posizione geografica sia per la consistenza dei movimenti politici che in tali
Paesi erano guidati dall’Unione Sovietica. La fine di quel gigantesco fenomeno
che è stato il socialismo reale - una fine che a sua volta appartiene al
tramonto della tradizione occidentale - non ha lasciato il vuoto: sul terreno
ha lasciato un gigantesco cadavere, con il quale ancora a lungo si dovranno
fare i conti. Lo dicevo già, più di una quindicina d’anni fa, ben prima cioè
che esplodessero i disordini nelle ex repubbliche dell’Urss. (Infinitamente più
complessi di quelli, pur consistenti, che si devono fare quando un capofamiglia
autoritario se ne va all’altro mondo.) Durante e dopo la guerra fredda c’è
stato qualcuno che, pur di combattere il comuniSmo, ha agito illegalmente; e
qualcuno che invece, pur di trarre vantaggio personale da azioni illegali, ha
combattuto il comuniSmo. È stata cioè di alto profilo politico l’illegalità che
la democrazia è stata costretta a praticare per combattere il comuniSmo e per
la quale la democrazia si è avvantaggiata, ad esempio, dell’aiuto di forze
illegali ma sicuramente anticomuniste. (Molto più sicuro, dal punto di vista
anticomunista, il sistema mafioso che non i partiti della sinistra italiana.)
Anche la corruzione italiana (ma il discorso può essere esteso ad altri Paesi
dell’Occidente democratico) è dunque una conseguenza della morte inevitabile
della verità, del diritto naturale, di Dio. Da un lato il sistema democratico,
per sopravvivere, si è posto consapevolmente in contraddizione con sé stesso;
dall’altro lato, ha sopportato l’immoralità privata come tributo da pagare alla
sicurezza dello Stato democratico. Ed entrambi questi due lati si costituiscono
perché, a differenza degli Stati totalitari, o etici, del fascismo, del
nazionalsocialismo, del socialismo reale (che sono una versione secolarizzata e
distorta del divino), la democrazia non crede più nell’esistenza di una Verità
che regoli la vita sociale e individuale e che non possa essere in alcun modo
violata. Come il giusnaturalismo sta al positivismo giuridico, così lo Stato
totalitario, persuaso di possedere la Verità e di dover adeguare a essa la
società, sta alla democrazia che si lascia la Verità alle spalle e si propone
come procedura di per sé indifferente alla verità o falsità dei contenuti. Lo
stato di cose che ho or ora indicato - e che a sua volta si presenta con i
tratti dell’inevitabilità - dà luogo a un dilemma.Da un lato il sistema
vincente è stato la democrazia, o, meglio, il capitalismo, in quanto unito alla
democrazia parlamentare. Esso ha vinto il nemico mortale. È una forza che non
può quindi rassegnarsi a essere sottoposta al controllo giuridico dei suoi atti
- cioè a un controllo che non può tener conto, in quanto giuridico, della
situazione storica eccezionale in cui il capitalismo democratico è venuto a
trovarsi. È presumibile che, se questo controllo fosse condotto fino in fondo,
il capitalismo italiano (e non solo) vedrebbe minacciata la propria
sopravvivenza. Quando, dopo la seconda guerra mondiale, il fascismo è caduto,
Togliatti ha evitato che la burocrazia fascista - che in quanto funzionale allo
Stato fascista aveva agito in condizioni di illegalità - fosse incriminata e
giuridicamente perseguita. E si trattava di incriminare chi aveva perso; non,
come invece è il caso della democrazia capitalistica, chi ha vinto lo scontro
mortale e ritiene un’ingiustizia essere punito per un’illegalità funzionale
alla vittoria. Come incriminare certi nodi cruciali dell’assetto capitalistico
vincente, operando con criteri giuridici che si fondano sul principio fiat
iustitia et pereat mundusì Ma, dall’altro lato, non può essere dimenticata la
situazione drammatica del giudice consapevole della propria funzione, perché a
sua volta egli è e si sente obbligato a procedere contro tutto ciò che gli
appare come illegale. Sembra che sino a che in Italia non si farà luce su
questo dilemma e non si prenderanno le decisioni richieste per operare una
chiara distinzione tra illegalità di alto profilo politico e illegalità di
basso profilo, si perderà anche di vista che lo scontro attuale tra politica e
magistratura è l’epifenomeno di una frattura ben più profonda - che tuttavia
non è qualcosa di statico, ma è in evoluzione, come ora proverò a precisare,
ossia si trova anch’esso su un piano inclinato che porta al tramonto tutto
quanto si muove lungo di esso. S. inizia queste riflessioni mostrando una
sequenza dove ciò che dapprima si pone come scopo, diventa in seguito mezzo e
strumento. Si era detto che nella tradizione occidentale (ma ormai ogni altra
sapienza appartiene alla preistoria dell’Occidente) il regno della legge,
fondato sulla Verità, è lo scopo della vita sociale e individuale. Ma la Verità
tramonta. Restano, tra l’altro, una politica e un diritto che sono entrambi
positivi. Ogni sapere e ogni azione ormai sono positivi - o è in quanto
positivi che essi guidano la storia del mondo che gli epigoni del sapere e
dell’agire tradizionale tentano ancora di adeguare alla verità. Ogni grande forza
oggi ancora in vita (sia essa una forza della tradizione o una forza che alla
tradizione ha ormai detto addio) ha questo tratto comune: di servirsi della
tecnica. Ognuna intende servirsi della tecnica, che è lo strumento più potente
oggi esistente. Anche la dimensione politica e la dimensione giuridica
intendono servirsi della tecnica. Ma la tecnica guidata dalla scienza moderna è
destinata a diventare, essa, lo scopo di tutte queste forze. Ciò significa che
tende a diventare obsoleta anche la conflittualità che contrappone le une alle
altre: dopo il socialismo reale, il capitalismo, la democrazia, il
cristianesimo, l’islam, il nazionalismo, le diverse forme di umanesimo laico, e
la stessa ideologia scientistico-tecnicistica (che non è più capace delle altre
forze di cogliere l’essenza autentica della tecnica). Ma intanto va richiamato
un principio di cui spesso ci si dimentica, e cioè che lo scopo di un’azione
determina e stabilisce il senso e la configurazione di essa; sì che essa
diventa qualcosa di diverso da ciò che essa era, se viene ad assumere uno scopo
diverso da quello che inizialmente la definiva e stabiliva. Un diritto, o una
democrazia, che si pongono come scopo della tecnica sono qualcosa di
essenzialmente diverso da un diritto, o da una democrazia, che hanno come scopo
la tecnica e che si costituiscono come mezzi per la realizzazione di tale
scopo. Una situazione conflittuale, come quella che sussiste tra le forze di
cui stiamo parlando, richiede che ognuna di esse miri non solo al potenziamento
crescente dello strumento - la tecnica - di cui si serve per imporre i propri
scopi su quelli antagonisti, ma anche a non intralciare il funzionamento
ottimale di tale strumento. Altrimenti soccombe. Ma quando ha di mira i due
tratti che abbiamo indicato, essa è già sulla strada in cui, invece di assumere
come scopo i propri valori, ha assunto come scopo la potenza dello strumento
che dovrebbe realizzarli. Anche senza avvedersene, tende a uno scopo diverso.
Anche senza avvedersene, sta diventando qualcosa di diverso da ciò che essa
crede di essere. Andiamo verso un tempo in cui non saranno più la democrazia e
il diritto a servirsi della tecnica, ma sarà la tecnica, nella sua
configurazione autentica, a servirsi, se ciò varrà ad accrescere la sua
potenza, della democrazia e del dir itto. I due avversari che oggi si
combattono - dimensione politica e dimensione giuridica -, e la cui lotta dà
luogo al dilemma che sopra abbiamo considerato, sono pertanto destinati a
riconfigurare il loro conflitto in relazione alla circostanza che tale
conflitto tende a essere di retroguardia, cioè a non essere più una lotta tra
scopi, ma tra mezzi che hanno lo stesso scopo: il potenziamento crescente della
tecnica - di una tecnica che non è la tecnica che intesa in senso tecnicistico,
scientistico, riduttivistico, merita di essere soltanto un mezzo, ma la tecnica
riduttivistica che tende a dare sempre più ascolto alla voce essenziale del
pensiero che porta al tramonto la tradizione dell’Occidente. Mostrando la morte
di Dio e della verità tale pensiero mostra l’assenza di ogni limite all’agire
dell’uomo e soprattutto a quella forma suprema dell’agire in cui consiste
l’apparato scientifico- tecnologico: la forma di volontà di potenza a cui va
già sottomettendosi ogni altra forma di volontà di potenza apparsa lungo la
storia della terra. (Dopo di che sarà la volontà di potenza a dover dar conto
di sé - giacché le considerazioni che ho sviluppato non intendono certo
sostenere che la tecnica abbia l’ultima parola.) Tecnica e pluralità delle
tecniche 1 La gente si accorge che le leggi difendono spesso gli interessi dei
più forti. Leggi cattive, dunque - anche se vogliono sembrare giuste. Però la
gente crede ancora che ne sono fatte e se ne potrebbero fare di buone. Nelle
scienze giuridiche tradizionali, buone e giuste sono innanzitutto quelle che
rispecchiano la natura dell’uomo: leggi, appunto, del diritto naturale, per il
quale la natura dell’uomo rispecchia a sua volta l’Ordinamento vero e divino
del mondo, immutabile e inviolabile, portato alla luce dal pensiero filosofico
sin dall’inizio della nostra civiltà e poi interpretato dal cristianesimo. Da
uno-due secoli questa concezione giuridica è profondamente in crisi (sebbene
non sia ancora morta). Si pensa cioè che non esista alcun diritto naturale e
che ogni legge esprima un diritto positivo, posto, imposto dalla libera volontà
dell’uomo. Anche alla radice di questa crisi si trova la filosofia, quella che
mostra l’inevitabilità della morte di Dio e la conseguente morte di ogni natura
che, in qualsiasi campo, intenda rispecchiare l’Ordinamento vero e divino della
realtà. Anche il diritto (come la democrazia) diventa pertanto semplice
procedura in cui può essere immesso qualsiasi contenuto - quello delle
democrazie parlamentari, del capitalismo, del nazionalsocialismo, del
socialismo reale, del cristianesimo, della grande e piccola criminalità. (La
procedura correttamente praticata può anche sopprimere sé stessa.) Che una
forza si imponga sulle altre non dipende dalla sua verità, ma, appunto, dalla
sua forza. Con Natalino Irti, eminente giurista di grande e rara apertura
filosofica, discuto da tempo questi problemi. Un nostro Dialogo su diritto e
tecnica è stato ad esempio pubblicato nel 2001 da Laterza. Irti ha pubblicato
in seguito il volume Nichilismo giuridico (Laterza), sul quale tra i temi
centrali figura una consistente ripresa della discussione avviatasi tra noi
due. Gli sono grato della grande attenzione e stima che anche in queste pagine
mostra nei miei riguardi - anche se mi sembrava di aver già risposto a quanto
egli mi obbietta. D’accordo con me, sostiene che il diritto, ridotto a
procedura, è una tecnica. Tuttavia sembra che per lui l’essenza tecnica del
diritto abbia già, di fatto, del tutto eliminato ogni diritto naturale e ogni
Ordinamento vero e divino. E invece la situazione è diversa: di fatto, il
passato sopravvive. Anche se è una foglia secca attaccata al ramo il punto è
che può persino credere di stare alla guida del mondo - si pensi alle foghe
secche che hanno determinato la vittoria di Bush alle elezioni americane. Per
questo, da parte mia, si parla di una tendenza che, certo inevitabilmente,
conduce dalla tradizione alla sua distruzione - e pertanto conduce alla civiltà
della tecnica -, ma che ancora deve fare i conti con la sopravvivenza di fatto
del passato. Per Irti, invece, il diritto è già tecnica e sono già tecnica
almeno il capitalismo e le discipline fisiche e naturali. Non allunga l’elenco
perché, credo, vede che, ad esempio, delle religioni, di certe forme dell’arte
e della cultura, del comuniSmo, del nazionalismo, di larghi strati del
comportamento umano non si può ancora dire che siano già tecnica. Nemmeno del
capitalismo lo si può dire, che, proprio perché intende servirsi anch’esso, in
quanto si serve, della tecnica, ne differisce. Non sono già tecnica: stanno
diventandolo. Le forze del passato, che intendono servirsi della tecnica come
mezzo, sono infatti sempre più costrette ad assumere come scopo non più i
valori che esse perseguono, ma l’efficacia del mezzo di cui si servono per
realizzarli, la quale è pertanto destinata a diventare il loro scopo. Ma Irti,
ritenendo che tutto sia ormai tecnica, mi dice che la tecnica si scompone nella
pluralità delle tecniche, in modo che la tecnica a cui io penserei si svuoterebbe
di ogni contenuto. Egli non tiene ancora presente che quando dico che la
tecnica non mira a uno scopo specifico e escludente, ma all’incremento
indefinito della potenza, intendo che la tecnica (a differenza delle forze che
mirano a servirsi di essa) tende a far sì che gli scopi da essa realizzati non
impediscano la realizzazione di altri scopi che aumentano la potenza
disponibile. Ad esempio tende a far sì che la produzione di farmaci che
arricchiscono certe industrie non impedisca la produzione di farmaci non
remunerativi ma indispensabili alla sopravvivenza di intere popolazioni; o che
le istanze ecologiche siano soddisfatte evitando la catastrofe economica; o che
le condizioni della libertà e quelle dell’eguaglianza non si limitino a
vicenda. Irti vede solo lo scontro (il cui esito sarebbe imprevedibile) tra le
forze che ormai sono già tecniche e mi obbietta che la tecnica non se ne sta al
di fuori e di contro alle tecniche specifiche, come astratta capacità di
produzione. Io gli rispondo che non ho mai pensato a una tecnica siffatta e che
lo scontro fondamentale è tra le forme meno potenti della tecnica e la tecnica
moderna, cioè tra le forze del passato - fra cui il diritto naturale - che
ancora tentano di trattenere i loro apparati tecnici al rango di mezzi
(illudendosi di dominarli), e l’inarrestabile tendenza di questi apparati a
farsi strada e a diventare essi gli scopi di quelle forze detronizzandole. La
tecnica moderna è il nostro destino perché è la forza oggi più potente, ed è la
più potente perché avverte sempre più la voce della filosofia. Tale voce dice
che davanti alla tecnica non esiste più alcun limite, alcuna natura da
rispettare. Con ciò non si intende negare la presenza di qualsiasi forma di
limite. Infatti, la tecnica si dà limiti che, pur non essendo espressione del
diritto naturale, sono espressione del diritto positivo. E se in un primo tempo
anche il diritto positivo può illudersi di assumere come mezzo la tecnica,
nell’età della dominazione del senso autentico della tecnica nemmeno il diritto
positivo può essere lo scopo che si serve della tecnica come mezzo, limitandone
pertanto la potenza. Anche il diritto positivo è cioè destinato a diventare un
mezzo che rende possibile il maggior incremento possibile della potenza tecnica.
Il diritto positivo, peraltro, sa di non essere una verità necessaria,
incontrovertibile; e quindi ancor meno della Verità della tradizione può avere
la pretesa di porsi come scopo del potenziamento dell’apparato scientifico-
tecnologico. In latino uccidere si dice anche mactare. Noi diciamo mattanza. In
spagnolo uccidere si dice appunto matar. Ma la parola latina mactus significa
ingrandito, rafforzato, innalzato, glorificato. Ha la stessa radice di magnus
(grande): la radice indoeuropea magh, che è presente anche nel greco mechané
(strumento). Una sorta di etimologia popolare latina sente in mactus qualcosa
come magis auctus, cioè reso ancora più grande e più ricco. Su mactus si forma
il verbo mactare, che significa appunto ingrandire, aumentare, glorificare,
innalzare, e anche onorare, placare; ed è parola specifica del linguaggio dei
riti, soprattutto di quello del sacrificio. Mactare sposta allora la propria
mira dal dio, a cui si sacrifica ( mactare deus extis, rafforzare il dio con le
viscere delle vittime del sacrifìcio), allo strumento del sacrificio, cioè alla
vittima, e significa allora anche uccidere, ammazzare: accanto a mactare deum,
compare mactare victimam. In qualche modo il linguaggio nasconde la violenza di
cui parla; tenta di rovesciarla nel proprio opposto. Ma dai recessi dove il
linguaggio costruisce le apparenze da cui sono guidati i mortali si deve
risalire ben più indietro. Le trasformazioni del mondo gettano nel terrore i
mortali. Essi sono appunto coloro che vedono le trasformazioni, cioè la morte
delle forme. Fame e sazietà, freddo e caldo, dolore e piacere, tenebra e luce,
comparire e svanire nelle costellazioni celesti, allegria e angoscia, vita e
morte; e le metamorfosi dell’uomo in animale, insetto, pianta, roccia. Non
appena il mortale si afferra a qualcosa, fuori o dentro di sé, le cose gli
diventano altro da quello che sono. L’altro in cui si trasformano è
l’imprevisto, dunque l’angosciante. Ci si difende dall’angoscia evocando come
rimedio la forza più potente e rendendosela amica: la forza del dio. Agli occhi
del popolo greco questo processo incomincia a mostrarsi nella sua intensità
estrema: cose, eventi, stati incominciano a trasformarsi in quell’assolutamente
altro che è il nulla. Al culmine della storia dell’Occidente, con la morte del
vecchio Dio, si crede che la tecnica sia la forza più potente, cioè il dio, il
rimedio efficace contro l’angoscia del divenir altro. La storia della fede nel
divenir altro è la storia della Follia più profonda. Quella in cui si ha fede
che una cosa sia il proprio altro, ossia ciò che essa non è, e infine si ha
fede che le cose - gli essenti le cose che non sono un nulla - siano nulla.
Affinché Dio ci salvi, bisogna che abbia forza. Bisogna che l’uomo la
custodisca e l’accresca. All’inizio del rafforzamento umano del Dio domina il
sacrificio: l’uomo offre al Dio sé stesso e quanto possiede. Poi il Dio è
rafforzato vedendo in lui, con la filosofia, la forza che non si lascia
strappare da sé, ed è quindi immutabile, eterna, e custode di tutte le cose che
nella vicenda terrena son divenute cose morte. Anche in questo secondo caso - e
proprio con l’intento di salvarsi dall’angoscia del divenir altro - l’uomo cede
al Dio la propria eternità e immutabilità, il proprio essere.Un Dio che uccide,
dunque - sia come Dio religioso sia come quel Dio tecnologico - che permane al
di sopra del tempo degli individui, ma rifiutando l’eternità dal vecchio Dio.
Per sopravvivere, l’uomo si fa divorare da lui. Da quando Feuerbach mette in
tensione la sentenza di Moleschott: der Mensch ist, was er isst (l’uomo è ciò
che egli mangia) con Laffermazione che Gott ist was er isst (cioè che anche Dio
è ciò che egli mangia) il nesso tra ontologia e nutrimento - e tra nutrimento,
sacrificio e annientamento - non ha più nulla di implicito. (Cfr. in proposito
il saggio di Ines Testoni II Dio cannibale, Utet 2001, uno dei contributi più
importanti in questa direzione e che insieme si porta al di là dell’ontologia
da cui è dominata la storia dell’Occidente.) Il diventare Dio esprime in forma
positiva il diventare nulla dell’uomo. Tale divenire è infatti un sacrificarsi
al Dio. Hegel pensa che nella religione lo Spirito assoluto veda sé come Altro,
ceda sé stesso all’Altro - al Dio, appunto. Feuerbach traduce questa tesi
hegeliana pensando che è l’Uomo a cedere sé stesso al Dio. In entrambi i casi
il Dio consuma l’essere dello Spirito assoluto e dell’Uomo. E anche Hegel e
Feuerbach fondano l’alienazione dello Spirito e dell’Uomo sulla fede nel
divenir altro. Tuttavia, in gran parte delle immagini del divino lo svuotamento
dell’uomo che si aliena in Dio rispecchia lo svuotamento del Dio che crea e
salva l’uomo e il mondo. Nonostante ogni intenzione contraria anche il Dio è un
divenir altro. Lo svuotamento del Dio per la salvezza dell’uomo, che sta al
centro del messaggio cristiano, sta al centro dei miti precristiani: la morte
del Dio è creatrice del mondo. Il sacrificio del mactare victimam è preceduto
dal sacrificio dove la vittima è il Dio (Prajapati, Dioniso, Cristo) che deve
morire per creare o salvare il mondo. E ancor prima, all’inizio del tempo
umano, c’è la lotta tra il Dio e l’uomo, dove il Dio è il Tremendum la cui
inflessibilità non lascia vivere l’uomo, cioè lo uccide e dove l’uomo, per
vivere, deve farsi largo e abbattere la divina barriera inflessibile, ossia
deve uccidere il Dio - giacché abbattendo la barriera e facendo sempre più
arretrare il confine dell’imbattibile (e collocando Dio nell’al di là e infine
negandone l’esistenza) l’uomo uccide il Dio originariamente omicida (Cfr., ad
esempio, E.S., L’intima mano, Adelphi). Particolarmente interessanti i rilievi
critici rivolti a L’anello del ritorno da Vincenzo Vitiello e Francesco Totaro.
Qui rispondo brevemente solo ad alcune delle obbiezioni sollevate (Cfr. gli
atti del convegno su Nietzsche tenutosi all’università di Macerata).
Riprendendo un problema già sollevato in quel libro, Vitiello osserva che la
volontà, che nella dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale rivuole il già
voluto, non vuole al modo del precedente volere, e quindi ciò che ritorna non è
l’uguale, ma un che di diverso. L’interpretazione dell’eterno ritorno data in
quel libro non riuscirebbe quindi a mostrare l’inevitabilità di tale dottrina.
Ne L’anello del ritorno si rispondeva anticipatamente a questa obbiezione
dicendo che il ritorno dell’uguale non può essere il ritorno dell’assolutamente
identico, appunto perché un qualcosa differisce dal ritorno di tale qualcosa.
D’altra parte, Nietzsche fonda la necessità che tutto ritorni; e Vitiello non
prende posizione rispetto a questa fondazione, ma si limita a indicare
l’assurdo che scaturirebbe qualora la si accettasse. Tuttavia, per Nietzsche
tale necessità sussiste nel senso che è necessario che ciò che nell’eterno
ritorno ritorna assolutamente identico sia la totalità del contenuto voluto (la
totalità che dunque è finita), ma non la forma del contenuto, cioè il ritornare
di esso, il suo ripetersi. (Pertanto è necessario che tale forma, ossia
Inattività del volere cresca all’infinito. E poiché nemmeno ogni nuova
ripetizione può costituirsi come un così fu, cioè come un passato immutabile e
indipendente dalla volontà, è necessario che ogni nuova ripetizione sia essa
stessa eternamente ritornante e ripetuta, eternamente rivoluta: l’attività è
eterna, scrive Nietzsche. Il contenuto ritorna eternamente, assolutamente
identico; la forma cresce all’infinito e ogni sua nuova configurazione
incomincia a ritornare, aH’infinito, e in questo senso eternamente essa
stessa.) La critica di fondo sviluppata da Totaro nel suo confronto con
L’anello del ritorno riguarda la tesi, fondamentale anche in questo libro, che
anche per Nietzsche l’esistenza del divenire - inteso come venire dal non
essere e ritornarvi, da parte degli enti - è l’evidenza suprema, la suprema
verità. Nella sua forma più generale questa tesi dice che, nel proprio
sottosuolo essenziale, il pensiero filosofico degli ultimi due secoli (e
Nietzsche è tra i pochi abitatori di tale sottosuolo) non intende essere un
semplice scetticismo, relativismo, prospettivismo, ma intende essere anch’esso
verità assolutamente incontrovertibile, ossia intende anch’esso come verità
assolutamente incontrovertibile ciò che per l’intera cultura e anzi per
l’intera civiltà dell’Occidente è la verità assolutamente e originariamente
incontrovertibile: l’esistenza, appunto, del divenire, inteso nel modo indicato
(e una qualsiasi forma di sapere che non intenda essere una verità
assolutamente incontrovertibile è una forma di scetticismo). Anche per
Nietzsche la rappresentazione del divenire è indubitabile. Totaro invece lo
nega, sostenendo che anche per Nietzsche ogni rappresentazione, quindi anche la
rappresentazione del divenire, è la posizione di un permanente cioè una
inevitabile fissazione del divenire, una negazione di esso, un andare
controcorrente rispetto al flusso del divenire. Sennonché - rispondo -, se per
Nietzsche tutte le rappresentazioni metafisico-teologico- morali hanno questo
carattere, non tutte le rappresentazioni lo hanno: per lo meno non l’ha quella
rappresentazione che è la teoria delle rappresentazioni di quel primo tipo,
giacché se qualsiasi conoscere avesse quel carattere, questa teoria non
potrebbe nemmeno rappresentarsi il divenire come tale, cioè come quel flusso
che viene fissato, negato da quel primo tipo di rappresentazioni controcorrente.
È indubbio che in quella teoria il divenire è e appare come divenire, ossia è
identico a sé e quindi permanente; ma se questa identità e permanenza non ci
fossero, non ci sarebbe nemmeno divenire e, questa volta sì, il divenire
sarebbe negato e fissato nel suo non esser divenire. Come ho già detto altre
volte, a partire da L’anello del ritorno, il Nietzsche che si mostra nella
interpretazione offerta da questo libro ha la straordinaria potenza (insieme a
pochi altri abitatori del sottosuolo essenziale del pensiero filosofico degli
ultimi due secoli) di mostrare fimpossibilità del Senso dell’essere che guida
la tradizione metafisico-morale dell’Occidente. Ammesso e non concesso che
questa interpretazione di Nietzsche sia insostenibile perché violerebbe le
proprie regole, bisognerebbe dire che allora (modestia invita, ma
inevitabilmente, quella straordinaria potenza compete al Nietzsche arbitrario
che appare ne L’anello del ritorno. Ho detto anche altre volte che il mio
discorso filosofico dà anche una o due mani affinché il pensiero del nostro
tempo mostri tutta la potenza che gli compete - lasciandolo poi al suo destino,
che è quello di essere la forma più coerente della follia estrema del divenir
altro. Le altre interpretazioni di Nietzsche (e dei pochi che stanno al suo
passo) non mostrano questa coerenza e potenza. Restando ad esempio nell’ambito
del convegno a cui ci stiamo riferendo, un altro mio critico, Umberto Regina,
scrive che per Nietzsche Dio è impensabile perché non consente all’uomo di
poter “sperare” di far suo tutto il mondo. Ma - osservo - questo discorso non
intimorisce Dio, che, rimanendo al suo posto, può rispondere invitando l’uomo a
fare a meno di queste sue speranze, come appunto incomincia ad accadere col Dio
veterotestamentario, che a W’erimus sicut dii - in cui si esprime la speranza
del primo uomo di far tutto suo il mondo -, risponde deludendolo, cioè
cacciandolo dal paradiso terrestre. Un Nietzsche che si fonda su tale speranza
- o sulle varie forme di prospettivismo - per far morire Dio è ben debole. Il
Nietzsche de L’anello del ritorno ha invece la potenza di farlo morire per
davvero. (Per mostrare, poi, che la filosofìa di Nietzsche non ha nulla a che
vedere con le critiche ingenue che vengono rivolte al principio di non contraddizione,
ma, come in Hegel, è una critica del modo inadeguato di intendere tale
principio, è sufficiente pensare l’espressione l’eterno ritorno dell’uguale -
die ewige Wiederkunft des Gleichen. Come prima si è richiamato, ritorna
eternamente l’ identico contenuto - ritorna ogni cosa... e tutte nella stessa
sequenza e successione, scrive Nietzsche nella Gaia scienza - e una cosa può
essere identica, la stessa, solo in quanto non è le altre cose, ossia non è
contraddittoria: ritorna eternamente l’incontraddittorietà di tutte le cose.)
Si parla di governi tecnici e di tecnocrazia. Ma il senso conferito oggi a
questi termini è essenzialmente diverso dalla più profonda dimensione tecnica
sulla quale (ancora una volta) inviterei a riflettere. I governi tecnici - ad esempio
quello sperimentato in Italia oppure, a livello europeo, il governo
costituitosi con l’asse Sarkozy-Merkel - sono soltanto epifenomeni di quella
dimensione: così come l’immoralità e l’indifferenza religiosa delle masse sono
soltanto un epifenomeno della morte di Dio a cui si rivolge il pensiero
filosofico del nostro tempo. Dal punto di vista etimologico, tecnocrazia
significa, certamente, il kratos (il potere) alla tecnica. Ma per lo più questo
termine ha il senso di un ottativo, di un’aspirazione o di una deprecazione: di
un esortare verso la realizzazione o di rifiutare o far rifiutare qualcosa che
si ritiene più o meno realizzabile, più o meno incombente. Si può andare più
indietro di Veblen o Spengler: si può arrivare agli inizi dell’Ottocento, a
Saint-Simon, il quale comincia a parlare di necessità, di doverosità, di
opportunità di dare il potere alla tecnica. Invece quella più profonda
dimensione tecnica a cui mi riferisco non è in alcun modo qualcosa a cui si
invita, un progetto, una ricetta, un’esortazione o un rifiuto, ma ha il
carattere di una descrizione, di una constatazione - che peraltro si trova su
di un piano ulteriore, e se si vuole astratto rispetto a quello su cui di
solito la riflessione fenomenologica si mantiene (un’affermazione, questa, che
sottintende quell’elogio dell’astratto che Hegel invita a condividere).
Nonostante abbia l’apparenza di un tema specialistico, il discorso sulla
tecnocrazia negli anni Trenta coinvolge qualcosa di profondamente essenziale,
che travalica i confini geografico-temporali indicati da quel discorso, fino a
presentare, addirittura, un carattere planetario e a costituire una svolta in
cui ne va delfintera tradizione dell’Occidente e dei suoi valori. Quel discorso
coinvolge la dimensione tecnica, di cui abbiamo incominciato a parlare: in essa
la tecnica appare come destinata al dominio del pianeta. La descrizione e
constatazione di cui prima si è detto è descrizione di una destinazione, cioè
di una necessità. Si tratta di capire in che senso queste affermazioni non
siano un’esagerazione arbitraria e incomprensibile, e in che senso la
tecnocrazia negli anni Trenta possa coinvolgere una destinazione di questa
portata. Natalino Irti ha parlato dell’importanza di Ugo Spirito in relazione
alla situazione italiana di quel tempo. Ma prima e alle spalle di Ugo Spirito
c’è la figura decisiva di Giovanni Gentile. Questo apprezzamento può stupire,
perché (a parte le riserve che si possono avanzare sul piano politico) non solo
si riferisce a una forma culturale che spesso vien guardata con sospetto - cioè
la filosofia -, ma anche perché si può dire che la filosofia contemporanea
ignori quasi completamente il pensiero di Gentile (e in generale la filosofia
italiana). Ignora, però, ciò che essa ha di più decisivo ed essenziale. Non
solo: può sembrare anche molto strano che, a proposito di tecnica e
tecnocrazia, si parli di Giovanni Gentile, visto che in Italia il pensiero di
Gentile (ma anche quello di Croce) è stato considerato radicalmente avverso
alla scienza e alla tecnica e quindi estraneo al nuovo clima culturale
postbellico. Si tratta di capire perché questa prospettiva è completamente
fuori strada. Si incominci a rilevare che, sebbene ignorato, il pensiero di
Gentile afferma ciò che nel nostro tempo è affermato, si può dire, ovunque (sia
pure con tonalità e reazioni diverse): che non esiste alcuna realtà immutabile
e alcuna verità definitiva al di là del mondo umano. Solo che, quasi sempre,
questa affermazione non è altro che un dogma, un presupposto che vien dato per
scontato, un’intuizione, un impulso, una fede, qualcosa che sta diventando
senso comune; laddove il pensiero gentiliano (insieme a pochissime altre
posizioni filosofiche) è la fondazione rigorosa di tale affermazione. Rigorosa,
nel senso che è la più coerente al fondamento che è comune all 'intero pensiero
dell’Occidente (quindi non solo alle prospettive della tradizione filosofica,
artistica, religiosa che invece affermano l’esistenza di una Realtà immutabile
e divina, ma anche alla prospettiva tecnico-scientifica). Tale fondamento è la
convinzione che il divenire del mondo, il trascorrere delle cose dal non essere
all’essere e daccapo al non essere, sia l’evidenza più indiscutibile e
originaria. Gentile mostra che tale evidenza implica il divenire del Tutto. A
questo punto, ciò che passa inosservato - per chi non sa scendere nel
sottosuolo abitato dal pensiero di Gentile - è che la negazione fondata di ogni
Immutabile è la negazione di ogni Limite assoluto e inviolabile che si innalzi
di fronte all’azione dell’uomo e quindi a quella forma dell’agire umano, che
oggi è la più potente, nella quale consiste l’agire della tecnica. Ciò
significa che, di per sé, la tecnica non può sviluppare tutta la potenza di cui
è capace, ma può svilupparla solo alla condizione che sappia ascoltare e capire
la potenza concettuale di quel sottosuolo. È questo sottosuolo filosofico a
dare potenza reale alla volontà di potenza della scienza e della tecnica.
Appunto per questo vado ripetendo che solo apparentemente Gentile è stato fascista
e che se c’è una forma di filosofia radicalmente opposta al fascismo essa è
proprio la filosofia di Gentile. Il fascismo infatti, come ogni regime politico
totalitario è uno degli Immutabili di cui il pensiero gentiliano ha mostrato
l’essenziale impossibilità. L’impossibile è un sogno che per qualche tempo
riesce a prevalere sulla veglia, ma dal quale è inevitabile che prima o poi ci
si risvegli. Della fondazione gentiliana di questa impossibilità si può dare
qui solo qualche cenno, formulandola in modo che possa venire alla luce la
configurazione che è comune a tale fondazione e a quella operata dai pochi
altri abitatori del sottosuolo filosofico del nostro tempo (quali Nietzsche e
Leopardi). Gentile mostra che se esistesse una realtà immutabile - che quindi
sarebbe una realtà esistente in sé stessa, al di fuori e al di là della nostra
esperienza, cioè del nostro pensiero, indipendente da essa (e questo è il volto
che il divino ha mostrato lungo la storia dell’uomo) -, il divenire delle cose,
il loro uscire dal nulla e ritornarvi, non avrebbe quella serietà che invece
gli compete per il suo essere l’evidenza originaria e suprema. Innanzitutto, se
esistesse un Dio in cui ogni cosa è già contenuta prima ancora di essere
prodotta o creata, allora l’uscire dal nulla e il ritornarvi, da parte delle
cose del mondo, sarebbe una semplice apparenza, non avrebbe serietà. Ma
l’uscire dal nulla e il ritornarvi è l’evidenza e verità fondamentale (è,
questa, la suprema certezza dell’Occidente, quindi anche di Gentile). Dunque
non può esistere alcuna realtà e quindi alcuna verità immutabile e divina,
esistente al di là dell’esperienza umana. Si può riproporre così questo tratto
decisivo della coscienza contemporanea: sulla base della convinzione originaria
che, evocata dal pensiero filosofico, sta al fondamento non solo delle forme
religiose, della scienza moderna e di tutta la cultura occidentale, ma anche
delle stesse opere e istituzioni dell’Occidente, sulla base dunque della
convinzione che le cose del mondo umano oscillano tra l’essere e il nulla, è
impossibile che esista qualcosa di assoluto, immutabile, divino, perché esso,
precontenendo tutte le cose, avrebbe già riempito tutti gli spazi vuoti che
sono richiesti dal divenire, ossia avrebbe già riempito quel non essere che
(come gli antichi atomisti avevano compreso) è necessario che competa alle cose
quando ancora non sono e quando non sono più. Un Dio immutabile (pieno,
satollo, dice Nietzsche) e quindi una verità assoluta in cui questo Dio sia
eretto sono la Legge alla quale sia il futuro sia il passato più lontani devono
adeguarsi, sì che l’ormai nulla e l’ancor nulla non possono più rimanere un
nulla ma diventano degli ascoltatori della Legge, cioè diventano qualche cosa
di positivo, un essere. Questo, sommariamente richiamato, il tratto decisivo
della coscienza moderna. Come già si è detto, esso è anche la distruzione di
ogni Limite (Legge) all’agire dell’uomo e quindi all’agire della tecnica. La
legittima a oltrepassare ogni limite. La legittima quindi - essendo essa
l’agire che di fatto è il più potente nel mondo contemporaneo - a subordinare
al proprio scopo gli scopi di tutte le forze (politiche, religiose, economiche,
giuridiche ecc.) che invece intendono servirsi della tecnica per realizzarli.
Col compiersi di tale subordinazione quelle forze cambiano volto, tramontano.
Richiamiamo ora, anche qui, e sommariamente, la giustificazione di queste
affermazioni (rinviando ai miei scritti per il suo senso concreto). Ci si
rivolga innanzitutto a un concetto che pur essendo ampiamente presente anche
nelle discipline scientifiche va però esplorato al di là delle prestazioni da
esso offerte in quei campi. Mi riferisco al concetto di mezzo e di scopo. Lo
scopo di un’azione determina il modo in cui essa si costituisce: ne determina
il senso e l’essenza. Se si decide di uscire di casa (o di fondare un impero),
il contenuto di questa decisione fa sì che si compiano certe azioni e non
altre, diverse cioè da quelle che si compirebbero se si decidesse di rimanere
in casa. Lo scopo determina la struttura dell’azione. Pertanto, se lo scopo di
un’azione cambia, l’azione cambia, è un’altra azione anche se in certi casi si
può credere che sia rimasta la stessa. La tecnica guidata dalla scienza moderna
è il mezzo di cui si servono o si sono servite tutte le forze dominanti
(capitalismo, democrazia, cristianesimo, islam, comuniSmo e altri regimi
totalitari ecc.). Intendono servirsi della tecnica per realizzare i loro scopi,
cioè per realizzare, ognuna prevalendo sugli scopi delle altre, un mondo
capitalistico, democratico, comunista, islamico, cristiano ecc. E la tecnica è
il loro mezzo: non esiste oggi uno strumento più potente della tecnica. Il
teorema sul quale va richiamata l’attenzione è che le forme di azione che
perseguono gli scopi rispetto ai quali la tecnica moderna è il mezzo
insostituibile, sono costrette ad assumere come scopo lo scopo che è proprio
della tecnica, mentre i loro scopi iniziali sono costretti a diventare mezzi
del loro nuovo scopo. Le forze che si servono della tecnica sono infatti tra
loro conflittuali. Il capitalismo è in conflitto con la democrazia (sia di tipo
classico sia procedurale), la democrazia procedurale con il cristianesimo, il
cristianesimo col capitalismo e col comuniSmo ecc. La democrazia intende porre
dei limiti alla volontà di profitto privato; questa volontà non vuol farsi
limitare dal principio democratico e innanzitutto cristiano del bene comune; il
cristianesimo e la Chiesa cattolica in particolare riconoscono al capitalismo
il suo essere un mezzo di produzione della ricchezza più efficace dell’economia
pianificata, e tuttavia gli ingiunge di assumere come scopo ultimo non il
profitto privato, ma, appunto, il bene comune. In tale conflitto ogni forza
mira quindi a che le forze antagoniste assumano come scopo uno scopo diverso da
quello che le definisce e per il quale esse sono ciò che sono, e cioè mira a
distruggerle. Quando la Chiesa dice al capitalismo di non assumere come scopo
ultimo l’incremento indefinito del profitto privato, che invece deve essere
soltanto un mezzo per realizzare il bene comune, essa sollecita il capitalismo
a non esser più capitalismo. (E questo va detto anche riconoscendo che la
Chiesa, spingendo oggettivamente il capitalismo al tramonto, non ha
l’intenzione di distruggerlo e intende differenziare il proprio all’agire
marxista-comunista, senza peraltro riuscirvi.) Nella conflittualità tra le
forze dominanti, il mezzo di cui tutte si servono per prevalere sulle altre è
oggi la tecnica: la tecnica, intesa in senso, per così dire, trascendentale,
cioè come sistema dei sottosistemi (giuridico, sanitario, militare,
burocratico, economico, scolastico ecc.) che coordinano razionalmente mezzi in
vista della produzione di scopi tra loro non conflittuali. Ma, dato il rapporto
conflittuale tra le forze dominanti, ognuna di esse, per prevalere sulle altre
e non soccombere, è costretta a rafforzare sempre di più il mezzo di cui essa
si serve, ossia la frazione dell’apparato scientifico-tecnologico da essa
gestito. Questa volontà di rafforzamento del mezzo è crescente perché è
continuamente alimentata dalla situazione conflittuale. Questa crescita toglie
spazio, dunque, allo scopo iniziale di ognuna di tali forze; lo scopo di ognuna
di esse viene cioè sempre più occupato dal potenziamento del mezzo. Fino a
essere completamente occupato, in modo che lo scopo iniziale resta subordinato
al nuovo e diventa un mezzo per la realizzazione del nuovo scopo. Ad esempio,
se lo scopo è un mondo capitalista, allora, per realizzarlo vincendo le resistenze
opposte dalle altre forze, è necessario che il capitalismo potenzi le
possibilità tecnologiche di cui esso dispone; ma incrementando questo
potenziamento è necessario che il capitalismo assuma come scopo non più
soltanto l’incremento del profitto, ma l’incremento del potenziamento del mezzo
tecno-scientifico. E come prima si diceva che quando la Chiesa esorta il
capitalismo ad assumere come scopo il bene comune essa distrugge il
capitalismo, così ora va detto che, quando l’area dello scopo del capitalismo a
un certo punto viene completamente invasa dal potenziamento (promosso dal
capitalismo stesso) dell’apparato della tecnica, la tecnica distrugge il
capitalismo - appunto perché, assumendo uno scopo diverso da quello da cui è
definito, il capitalismo non è più capitalismo (anche se si continua a chiamare
con questo nome ciò in cui esso si è trasformato). E non più capitalismo anche
quando l’area dello scopo capitalistico è anche solo parzialmente invasa.
Quanto si è detto del rapporto tra capitalismo e tecnica va ripetuto anche in
relazione a ogni altra forza oggi dominante. Le forze che non potenziano il
proprio mezzo tecno- scientifico soccombono; ma soccombono anche le forze che
prevalgono perché tale potenziamento l’hanno operato. Tuttavia il rovesciamento
del rapporto tra tecnica e forze che se ne servono per realizzare i loro scopi
dipende da una condizione decisiva. Sino a che gli scopi di queste forze sono
da esse vissuti come imposti da una Verità immutabile e assoluta, esse
eviteranno di alterarli e si opporranno al loro spodestamento da parte della
tecnica. Ognuna di esse si farà spezzare piuttosto che piegarsi e la forza
vincente della tecnica sarà giudicata illegittima, ingiusta, malvagia,
prevaricante, tirannica, disumana, dissennata - priva di verità, appunto. E
comunque, anche se non giungeranno a farsi spezzare, quelle forze renderanno il
più possibile difficile il prevalere della tecnica e le imporranno, come Limiti
che essa non deve oltrepassare, i valori della Verità in cui esse credono.
(Limiti che non sono soltanto etico-religiosi, ma anche di carattere diverso,
come quello economico. Ad esempio il capitalismo, oltre a porre come Verità
assoluta e come Limiti inviolabili la proprietà privata e la libertà di
intrapresa, proibisce alla tecnica di produrre beni che non possono essere
venduti, o la cui vendita non produce un profitto ritenuto conveniente, anche
se sono indispensabili alla sopravvivenza degli insolventi - e tale proibizione
è inevitabile se il capitalismo vuol sopravvivere.) Ma oggi la fiducia
nell’esistenza della Verità va tramontando. Questo è il clima che, procedendo
dall’Occidente, sta diventando planetario - destinato com’è a travolgere
fenomeni di crescente presenza del cristianesimo nei continenti extraeuropei.
(Nell’Unione Sovietica i sacrifici richiesti ai cittadini potevano essere
sopportati quando era più diffusa la convinzione che il marxismo fosse una
Verità assoluta e che quindi la produzione tecnico-economica della ricchezza
dovesse innanzitutto servire alla promozione e difesa di tale Verità e non alla
riduzione di quei sacrifici. Ma, quando questa convinzione è venuta meno, è
venuta meno, oltre alla disponibilità dei cittadini al sacrificio richiesto per
realizzare la società giusta e senza classi, anche la disponibilità
dell’apparato tecno-scientifico a essere il mezzo per tale realizzazione.) Ora,
il fuoco sotto la cenere del progressivo allontanamento delle masse dalla
Verità, divina o terrena, è il sottosuolo filosofico del nostro tempo (il
sottosuolo abitato da pensieri decisivi come quelli di Gentile o di Nietzsche),
dove - si è richiamato - si mostra Yimpossibilità di ogni Immutabile, quindi di
ogni Verità immutabile, di ogni inviolabile Limite all’agire delfuomo e
pertanto all’agire tecnico. E tale impossibilità è l’impossibilità che gli
scopi delle forze ancora convinte di potersi servire della tecnica siano
l’adeguazione dell’agire alla Verità immutabile, che ora (ma ancora, per lo
più, sotto la cenere) si palesa come un sogno. La coscienza che l’Apparato
scientifico-tecnologico ha ancora di sé stesso è ancora cenere, la cenere che
copre il fuoco del sottosuolo, e quindi tende a essere ancora una fede nell
’inesistenza degli Immutabili e nella morte di Dio; ma, nella misura in cui
quel fuoco si libera dalla cenere di tale fede, in questa misura la
subordinazione della tradizione dell’Occidente (e del pianeta) alla tecnica è
inevitabile. Si può richiamare un ulteriore aspetto del rovesciamento per il
quale il potenziamento della tecnica diventa lo scopo delle forze che intendono
servirsi di essa. Riguarda il rapporto tra capitalismo e tecnica - il
capitalismo essendo ancora, nonostante la sua crisi profonda, la più potente
delle forze che dominano il mondo, visto che è da essa che viene organizzata la
produzione dei beni di consumo e della ricchezza. A un aspetto soltanto di tale
rapporto qui si farà cenno. Non può esistere capitalismo senza perpetuazione
della scarsità delle merci prodotte. Un bene di consumo totalmente disponibile
non è merce, non è vendibile, nessuno è interessato a produrlo o ad
acquistarlo. E il capitalismo, essenzialmente legato alla perpetuazione della
scarsità, si serve della tecnica per produrre merce. D’altra parte la tecnica,
proprio in quanto mezzo, ha un proprio scopo fondamentale e supremo: l’aumento
indefinito della capacità di realizzare scopi. Questo scopo non è escludente -
a differenza degli scopi delle forze che si servono della tecnica. Non è
escludente anche perché esso è un mezzo capace di realizzare gli scopi tra loro
conflittuali perseguiti da tali forze. (Lo scopo del capitalismo è invece un
mondo capitalistico e non comunista, e viceversa; lo scopo del cristianesimo è
un mondo cristiano e non ateo ecc.) Ora, se per sopravvivere il capitalismo
deve perpetuare la scarsità delle merci e si serve della tecnica - la quale ha
peraltro come scopo fondamentale l’incremento indefinito della potenza, ossia
della capacità di realizzare scopi -, va ora rilevato che l’incremento
indefinito della potenza implica Veliminazione progressiva della scarsità. La
situazione è cioè quella di un padrone che si serve di un servo il cui scopo è
l’ehminazione del padrone. Il capitalismo si serve di un servo (la tecnica) che
lavora per lo spodestamento del padrone. Nella dialettica di servo e padrone,
Hegel mostra appunto che la storia è fatta dai servi: per servire il padrone
essi devono acquistare competenze, sollevandosi quindi al di sopra di quelle
del padrone; elaborano tecniche e conoscenze scientifiche, gestiscono e quindi
si impadroniscono di quella potenza scientifico-tecnologica che finisce per
rovesciare, il rapporto feudale servo-padrone. Ma, anche qui, il servo può
rovesciare il padrone solo se non crede più che egli sia il portatore della
Verità - solo se la tecnica non crede più che il capitalismo, quindi la
perpetuazione della scarsità delle merci, sia la vera e insuperabile condizione
umana. La contraddizione in cui consiste il rapporto fra forze che si servono
della tecnica e tecnica si acuisce e diventa estrema quando cioè viene in luce
che gli scopi delle forze che si servono della tecnica non hanno una Verità
assoluta. E a portare alla luce la morte della Verità e di Dio non può essere
la scienza o la tecnica (che quando tentano di farlo sono soltanto cattiva
filosofia) ma, si è visto, è il sottosuolo filosofico del nostro tempo. (Così
come, d’altra parte, non può essere una fede a rifiutare quella morte e il
principio che tutto ciò che si può fare sia lecito farlo.) Non ci si può dunque
limitare alfawertimento che la tecnica non ha limiti. Il sapere che dà questo
avvertimento è innegabile - è il sottosuolo di cui stiamo parlando -, solo in
quanto mostra che è sul fondamento di ciò in cui da ultimo credono sia gli
stessi difensori dei Limiti sia la tecnica stessa, è su tale fondamento che
viene affermata l’assenza di Limiti. Da ultimo sia la tecnica sia i difensori
dei Limiti all’agire dell’uomo credono, appunto, nell’esistenza dell’agire. Lo
si crede lungo l’intera storia dell’uomo. Si crede che le cose possono essere
smosse, controllate, prodotte, create e distrutte. Per la prima volta il
pensiero greco intende la creazione (produzione) come l’uscire dal non essere e
la distruzione come annientamento. Pensando per la prima volta l’essere e il
niente conferisce un senso ontologico al creare e al distruggere. In modo
sempre più diffuso lungo la storia dell’Occidente si crede che l’agire sia
creare e distruggere in senso ontologico. Se non credesse in questo senso della
creabilità e annientabilità delle cose, l’Occidente non esisterebbe: non
esisterebbe, in esso, azione (umana o divina o della natura), quindi non
esisterebbe nemmeno azione tecnico-scientifica. La scienza e la tecnica credono
nel senso ontologico dell’agire anche quando sono convinte di non aver nulla a
che vedere con l’essere e il niente. Nel suo senso più alto e autentico, la
tecnocrazia è l’ascolto, da parte della tecnica, della voce del sottosuolo
filosofico del nostro tempo - della voce che, sul fondamento della convinzione
che l’agire esiste secondo il senso ontologico evocato dall’Occidente, fa
sentire l’impossibilità dell’esistenza di un Limite assoluto all’agire così
inteso, che peraltro è la forma radicale dell’agire. Nella misura in cui la
tecnica dà ascolto a quella voce (e tale ascolto è un processo in corso, che
ancora fatica ad affermarsi), lo scopo della tecnica, ossia l’incremento
indefinito della potenza, è destinato al dominio del mondo, cioè a presentarsi
come lo scopo delle forze che ancora vogliono servirsi della tecnica,
trattenendola al ruolo di semplice mezzo. Poiché Gentile è uno dei pochi
abitatori di quel sottosuolo il tema della tecnocrazia negli anni Trenta non
solo non ha carattere specialistico, ma coinvolge, come si è già rilevato, il
problema centrale del nostro tempo: dove sta andando il mondo? Ma, ora, si
aggiungeranno soltanto alcune sottolineature e alcune precisazioni - rinviando
al modo in cui nei miei scritti si configura l’affermazione che il mondo sta
andando verso la dominazione della tecnica. (E comunque, si ripeta, non si tratta
di consigliare al mondo dove debba andare, ma di osservare dove è destinato ad
andare. È patetico voler dire ai popoli quello che devono fare: si tratta
invece di capire che cosa sono destinati a valere e a fare.) Nel suo
significato più profondo la tecnica non ha nulla a che vedere con la concezione
scientifico-tecnicistica della tecnica (e tanto meno con i governi tecnici di
cui oggi si parla). Mostrando l’inesistenza di ogni Limite inviolabile, il
sottosuolo filosofico del nostro tempo non solo legittima la volontà di potenza
della tecnica e il suo oltrepassamento di ogni limite, ma li rende possibili.
Se non si sa di avere in mano una spada invincibile non ce se ne serve e non si
vince. Di qui (anche di qui) il carattere radicalmente pratico del pensiero
filosofico, ossia di ciò che è il più astratto. L’ascolto della voce del
sottosuolo, da parte della tecnica, è un processo in atto che ancora è
ostacolato dalle voci della superficie. La voce autentica dice che il vero
tramonto degli Immutabili è dovuto alla necessità che la loro esistenza renda
impossibile quel nulla del futuro e del passato, quel senso ontologico del
divenire che ormai ovunque è considerato come l’evidenza suprema. La potenza
della tecnica è dovuta al carattere pratico del sottosuolo filosofico, non alla
praticità del sapere matematico (o fisico-matematico) che sta al cuore della
tecnica. Il che va detto anche se oggi questo secondo carattere è il fattore
per il quale la tecnica ha più potenza di altre forze. Tale maggior potenza è però
una situazione storica contingente, perché se accadesse nuovamente che pregando
si muovano le montagne e le si muovano più di quanto la tecno-scienza riesca a
muoverle, allora la tecnica non sarebbe più quella fisico-matematica ma quella
pregante, destinata dunque essa al dominio del mondo (e, certamente, diversa da
quella che si rivolge alfimmutabile Verità di un Dio). Se la dimensione
economica - la più potente delle forze che si servono della tecno-scienza -
domina ormai la politica e le strutture statuali (si pensi al peso che grava su
di esse in forza della globalizzazione capitalistica), ora è la stessa economia
che sta per essere oltrepassata dalla tecnica. Non nel senso che non esisterà
più economia, ma nel senso che, mentre per il capitalismo la tecnica serve per
incrementare il capitale, si sta andando verso un tempo in cui il capitale
servirà per incrementare la potenza tecnica. E l’uomo? Molte, le voci che
accusano la tecnica di essere disumanizzante. Ma che cos’è l’uomo nella cultura
occidentale, ormai planetaria? Al di sotto delle molteplici definizioni
dell’esser uomo agisce un tratto a esse comune - e decisivo -, per il quale
l’uomo è un centro di forze cosciente, capace di organizzare mezzi, in vista
della produzione di scopi. (Anche l’uomo mistico è e intende essere questo
centro. Il mistico è infatti il supertecnico: apre le braccia alla suprema e
infinita potenza di Dio e crede, lasciandosi invadere da essa, di poter essere
estremamente più potente deWhomofaber spesso dimentico di Dio.) Ma la
definizione dell’uomo come centro cosciente di forze, capace di organizzare
mezzi in vista della produzione di scopi, è la definizione stessa della
tecnica. E allora non si dovrà forse dire che la tecnica è Yinveramento massimo
dell’uomo, ossia che l’uomo trova nella tecnica la propria essenza più
profonda, così come, nel tempo che precede la morte di Dio, è nella potenza,
ossia nella tecnica divina che l’uomo trova e vive il più profondo esser sé
stesso? Anche Dio è stato l’inveramento massimo dell’uomo, perché l’uomo, che
da principio chiede a Dio di salvarlo, poi si rende conto che per essere salvo
deve essere innanzitutto salvaguardata la potenza del Salvatore, perché se Dio
diventa un mezzo nelle deboli mani dell’uomo, bisognoso di salvezza, allora anche
Dio in quelle mani diventa un debole strumento di salvezza. Nello stesso modo,
quando l’uomo si rivolge alla tecnica per essere salvato, e dopo averla assunta
come mezzo nelle proprie mani si rende conto di poter esser da essa salvato
solo se egli non assume come scopo la propria salvezza ma il potenziamento
dello strumento salvifico, allora egli trova e vive nella Tecnica il più
profondo esser sé stesso. E lo trova e lo vive solo se la tecnica si è posta in
ascolto del sottosuolo essenziale del nostro tempo. La discrasia tra tecnica e
uomo - la disumanizzazione dell’esistenza da parte della tecnica - riguarda
quindi le diverse concezioni ideologiche dell’esser uomo, cioè l’uomo
cristiano, l’uomo capitalista, comunista ecc.; non riguarda il tratto essenziale
che è a esse sotteso. Tale tratto dice che l’uomo è azione, prassi, volontà
cosciente e convinta di avere la capacità di trasformare le cose fino a farle
diventare, da nulla, essenti e, da essenti, nulla. L’uomo ideologico viene
certamente messo da parte dalla tecnica autentica, che ascolta il sottosuolo.
La tecnica non ha come scopo il benessere o la felicità dell’uomo, ma quel
potenziamento indefinito di sé stessa che peraltro dà all’uomo più benessere e
felicità di quelli che egli otterrebbe se essi fossero lo scopo del suo agire.
Sì che egli è messo da parte non come tratto comune ai diversi modi ideologici
di intendere l’uomo, ma, appunto, come uomo ideologico che, da scopo, diventa
mezzo per l’aumento indefinito della potenza tecnica. Anche la scienza e la
tecnica sono ideologie, cioè non sono verità incontrovertibili, ma sono le
ideologie più potenti - sebbene il sottosuolo filosofico che conferisce loro
l’effettiva potenza sia, ormai per l’intero pianeta, e più o meno
esplicitamente, la suprema e unica verità incontrovertibile. A questo punto è
possibile intrawedere Yinizio del sentiero che conduce a un Sottosuolo
essenzialmente più profondo di quello di cui si è parlato sin qui. Si può
esprimere così tale inizio. In quanto unita al sottosuolo filosofico del nostro
tempo, la tecno-scienza non è scetticismo ingenuo, appunto perché in questa
unione si nega l’esistenza non di ogni verità, ma di ogni Verità immutabile che
stia al di là di ciò che nel sottosuolo appare come l’unica verità incontrovertibile:
l’agire del divino, dell’uomo, della natura, cioè l’oscillazione delle cose tra
il loro non essere e il loro essere, per la prima volta evocata dal pensiero
filosofico greco. Del carattere pratico della filosofia che abita il sottosuolo
del nostro tempo, si è già detto. Ma quella evocazione ha un carattere pratico
ancora più decisivo, perché solo se si crede nella disponibilità delle cose al
loro oscillare tra il non essere e l’essere è possibile l’agire e quella forma
estrema dell’agire che è l’agire in senso ontologico. L’evocazione greca di
tale senso è il luogo nel quale soltanto è potuta e potrà crescere l’intera
storia dell’Occidente. Tuttavia, se ovunque si è convinti della verità
incontrovertibile di quel luogo, perché tale convinzione è verità
incontrovertibile? Questa domanda suona assolutamente strana. Non è forse
ovvio, e sin dagli inizi dell’uomo, che l’agire esiste e che le cose vanno dal
non essere all’essere e viceversa? Non si perde tempo a prenderla in
considerazione? È inevitabile che sembri strana. La si ascolta infatti stando
all’interno del luogo che da tale domanda è messo in discussione. Ma perché è
necessario rimanere all’interno di quel luogo? Innocenza del divenire e valore
dell’uguaglianza Se spesso gli storici del pensiero filosofico vedono gli
alberi - come si suol dire - ma non la foresta, non è certo questa una critica
che si possa muovere all’imponente e poderosa ricerca di Domenico Losurdo,
Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico
(Bollati Boringhieri). Egli mostra come il pensiero di Nietzsche sia
potentemente unitario e come in esso le variazioni non siano casuali. Anche per
Leopardi si è dovuto attendere molto tempo prima che lo si capisse - e non è
che oggi tutti l’abbiano capito. Sono d’accordo con Losurdo anche
nell’individuazione del tratto o elemento che determina il carattere unitario
del pensiero di Nietzsche. Egli considera Nietzsche filosofo totus politicus,
ma questa espressione non riduce il suo pensiero alla dimensione specialistica
della politica: all’opposto, intende “salvare” il filosofo nella sua interezza,
cioè nella sua volontà di abbracciare e comprendere la realtà nella sua
totalità e nel suo assillo di intervenire attivamente su di essa (p. 900). Solo
non rimuovendo l’elemento che l’attraversa in profondità, solo tenendo ben
presenti la critica e la denuncia militante della rivoluzione e della
modernità, è possibile cogliere l’unità del pensiero di Nietzsche e la sua
interna coerenza ( Ibid .). Losurdo scorge che per Nietzsche la modernità e la
rivoluzione hanno un inizio lontanissimo nella storia dell’Occidente:
incominciano con Socrate; e, da ultimo, il loro avversario autentico, al di
sotto delle sue molteplici forme, è l’innocenza del divenire - quella in cui
forse vive il più antico uomo greco, l’uomo dionisiaco, e nella quale intende
consapevolmente abitare il superuomo annunciato da Nietzsche. Il divenire è
innocente quando, liberato da ogni Verità assoluta e da ogni Dio immutabile che
intendono assoggettarlo, è liberato anche da ogni colpa che gli deriverebbe dal
suo non adeguarsi alle Leggi vere e divine. Il quadro presentato da Losurdo è
tra i più fedeli e pregevoli. Ma quando si mostra il corpo di un lottatore, la
rappresentazione è concreta - ossia non è un semplice dipinto -, quando riesce
a mostrare la forza del lottatore, cioè la sua effettiva capacità di vincere
gli avversari. Nietzsche appartiene al ristretto gruppo dei grandi lottatori
che riescono a distruggere i nemici del divenire, i nemici che formano l’intera
tradizione dell’Occidente. La ricerca di Losurdo è quanto mai pregevole, ma
ancora non dà a Nietzsche quel che è di Nietzsche, cioè la sua straordinaria
potenza speculativa, che esige di essere riconosciuta anche aH’interno della
riflessione storica. Per cogliere tale potenza bisogna fare i conti con coloro
che a essa si sono esplicitamente rivolti. Per esempio Heidegger. Ma qui
sarebbe modestia fuori luogo se non mi riferissi anche a L’anello del ritorno.
Sul quale inviterei Losurdo a riflettere - anche perché la scansione meno
convincente del suo libro è proprio data dal modo in cui egli fa rientrare il
tema deH’eterno ritorno nel Nietzsche totus politicus che lotta per la
salvaguardia dell’innocenza del divenire. Losurdo, giustamente, dà valore al
modo in cui Nietzsche intende sé stesso. Ma a un certo momento Nietzsche stesso
ha posto al di sopra di tutte le proprie dottrine quella dell’eterno ritorno.
Sembra che a questo fatto Losurdo non dia il peso dovuto e che, anche lui, si
ritragga dal problema. Che certo, è gigantesco: il divenire, cioè la negazione
deH’eterno, è un ritorno eterno! Ancora non si comprende che tale dottrina non
è una stranezza, ma, come Nietzsche stesso asserisce, è quella nuova conoscenza
che è necessità suprema, innegabile e incontrovertibile. Ma, daccapo, non basta
asserirlo: bisogna mostrarlo in concreto. Nietzsche l’ha potentemente mostrato,
mostrando l’implicazione necessaria tra divenire e eterno ritorno. Anche lo
storico ha il compito di non nascondere tale potenza. Soprattutto la filosofia
è equivocabile. Rivolge lo sguardo verso temi che tutti credono di conoscere.
Grandi filosofi sono anche straordinari scrittori e, tra chi li legge, si crede
che accostandosi al linguaggio letterario si abbia in mano il suo senso
filosofico. Quasi sempre i mass media comunicano tesi, dominati dalla
convinzione che ogni tentativo di discuterle le sbiadisca, le tolga di scena,
le indebolisca. E invece c’è filosofia solo quando le tesi sono radicalmente
discusse, fondate, argomentate. Si potrebbe continuare a lungo. Bene ha fatto
dunque Luciano Canfora a riconsiderare (Corsera, 11/1) gli equivoci che possono
nascere intorno alla filosofia di Nietzsche. Sostiene che i grandi pensieri
hanno a che fare con le loro conseguenze; ad esempio il Vangelo con la storia
della Chiesa; Marx con l’Unione Sovietica, Nietzsche con il nazionalsocialismo
e il razzismo. Ma quasi a parare l’obbiezione che la luce del sole ha a che
fare sia con l’azzurro del cielo sia con la putrefazione dei cadaveri, Canfora
richiama il fatto che in Nietzsche i valori dell’uguaglianza (morale del
dovere, democrazia, socialismo) sono rifiutati. E il fatto c’è indubbiamente.
Tuttavia questi valori - che in parte sono anche cristiani - hanno a loro volta
a che fare con le loro conseguenze, tra le quali le crociate, il periodo del
terrore durante la rivoluzione francese, la stessa rivoluzione sovietica e il
comuniSmo, la soppressione fisica di chi, di volta in volta, è stato ritenuto
immorale. Nessuno è innocente, nemmeno i nemici del superuomo di Nietzsche. È
però necessario che si capisca perché Nietzsche abbia questi nemici. Non si può
affermare che egli è un ribelle aristocratico (Canfora riprende l’espressione
dal libro di Domenico Losurdo) nello stesso modo in cui si dice che il nostro calzolaio
vota per questo o quell’uomo politico (con tutto il rispetto per i calzolai).
Si deve invece capire quale fondamento filosofico abbia condotto Nietzsche a
quell’atteggiamento. Egli si ribella all’intera tradizione occidentale, perché
ne mostra l’insostenibilità. Non vedo, ripeto da tempo, che si facciano o si
siano fatti sforzi consistenti in tale direzione. Heidegger ha sostenuto che
Nietzsche è rigoroso come Aristotele. Sono d’accordo. Ma si tratta di capire
perché lo sia. In Nietzsche, si crede, c’è tutto e il suo contrario. Un
eminente illogico. (Anche Leopardi è stato trattato come un dilettante che
andava compitando la filosofìa. Il fatto è che quelli che lo leggevano, non
capivano.) Se il nostro calzolaio si contraddicesse come spesso si crede che
Nietzsche si sia contraddetto, non gli faremmo più aggiustare le scarpe. Nel
suo Saggio sullo Hegel, Croce, (che giustamente è assunto da Canfora come
affidabile punto di riferimento nel problema- Nietzsche) scrive, della Nascita
della tragedia di Nietzsche: Per quel che concerne la logica, quale migliore
propedeutica si potrebbe consigliare di questo immaginario antihegeliano per
intendere la soluzione che lo Hegel propose del problema degli opposti?. La
nietzschiana morte di Dio che sta alla base del superuomo appartiene al
significato essenziale dello stesso pensiero crociano, anzi di tutta la
filosofia (e quindi la cultura) contemporanea. (A tale significato appartiene
anche quel Gramsci che incautamente sardonico riconduceva il superuomo di Nietzsche
al conte di Montecristo e ai romanzi di appendice.) Nietzsche rifiuta i valori
dell’uguaglianza perché essi sono legati al Dio che muore. Ma, soprattutto qui,
si tratta di capire perché egli annuncia la morte di Dio. Rawls, Hegel, Kant
John Rawls è molto conosciuto in Italia per iniziativa meritoria di alcuni
studiosi come Salvatore Veca, Sebastiano Maffettone e altri. Nel 1982
Feltrinelli aveva pubblicato Una teoria della giustizia, l’opera maggiore di
Rawls, e le sue Lezioni di storia della filosofia morale, apparse negli Stati
Uniti nel 2000. Sono una gradita sorpresa soprattutto per l’ampia e
approfondita attenzione che dedicano a grandi figure della filosofia moderna
come Leibniz, Hume, Hegel e soprattutto Kant. Un riconoscimento dell’importanza
della filosofia, osserva giustamente Veca nella Nota all’edizione italiana, non
abituale nella tradizione che per mera convenzione possiamo chiamare analitica,
entro cui la ricerca e l’insegnamento di Rawls si situano. Lo stesso Rawls
riconosce le radici kantiane di Una teoria della giustizia, ma queste Lezioni
si spingono sino ad affermare che lo stesso Hegel è un liberale riformista
moderatamente progressista, che si muove lungo quella linea del liberalismo
della libertà che da Kant (senza escludere Mill) giunge a Una teoria della
giustizia. Rawls può sostenerlo, perché è convinto che buona parte della
filosofìa morale e politica di Hegel possa reggersi da sola, cioè
indipendentemente dal suo fondamento metafisico-speculativo. E, certo, qui c’è
molto da discutere, anche perché è poi lo stesso Rawls a coinvolgere quel
fondamento in momenti cruciali della sua interpretazione di Hegel. È chiaro che
le cose vanno invece del tutto lisce nella parte più ampia e centrale di queste
Lezioni, dedicata a Kant. Il gesto essenziale di Kant consiste infatti nel
porre la filosofia morale e politica come, appunto, una dimensione indipendente
dalla metafisica. Primato della ragion pratica. Non a caso, un saggio di Rawls
tradotto recentemente in italiano da Edizioni di Comunità è intitolato
Vindipendenza della teoria morale. Non sembra tuttavia che Rawls risolva il
problema relativo alla genesi del teorema del primato della ragion pratica. In
Kant questo teorema presuppone la critica del sapere metafisico. Se questa
critica cade, cade anche quel teorema. Ad esempio non si potrà più dire che
1’esistenza di Dio, f immortalità delfanima, la libertà sono postulati della
ragion pratica e non verità metafìsiche. Ma Fidealismo classico - Schelling, e
Hegel in particolare - ritiene di aver messo in luce i presupposti arbitrari e
da ultimo contraddittori che stanno alla base del rifiuto kantiano del pensiero
metafìsico. Questa convinzione delfidealismo non è cosa da poco - e soprattutto
non può esser messa da parte perché sembra trovarsi in contrasto col sapere
scientifico. Purtroppo Rawls non entra in questo tipo di problemi. E questo può
essere il limite (del tutto comprensibile) di questo suo magistrale interesse -
per molti imprevedibile - per le grandi forme del pensiero filosofico.Possiamo
riassumere la filosofìa di Bergson in una singola idea: il tempo è reale. Lo
afferma Leszek Kolakowski alfinizio del suo studio del 1985: Bergson (Palomar
dialoghi, che ricostruisce il pensiero di Kolakowski, dedicato soprattutto alla
storia critica del cristianesimo e del marxismo). Kolakowski aggiunge subito
che se l’affermazione il tempo è reale non suona particolarmente illuminante,
originale o stimolante, essa è invece il nucleo di una visione del mondo del
tutto nuova, perché dire che il tempo è reale equivale a dire che il futuro
assolutamente non esiste - e questa tesi è invece stata in vari modi negata
nelle forme di pensiero che credono in una qualche forma di anticipazione del
futuro. In questa pagina Kolakowski si riferisce al determinismo e alla fisica,
ma sa bene che per Bergson anche la concezione tradizionale del Dio onnisciente
e immutabile è un modo di affermare l’anticipabilità del futuro. L’implicazione
tra realtà del tempo e assoluta inesistenza del futuro è indubbiamente
decisiva, come appunto ritiene Kolakowski, e conduce al rifiuto più radicale
della tradizione dell’Occidente. Ma questo rifiuto che si basa sull’esigenza di
prendere sul serio il senso del tempo, non è solo di Bergson, bensì è il tratto
fondamentale del pensiero del nostro tempo. Non a caso Gentile parla di serietà
della storia: la storia è seria, e va presa sul serio, precisamente nel senso
che essa non può esistere insieme ad alcunché che (come il Dio della
tradizione) la anticipi. Si vuole andare alla radice di questa volontà di
serietà? Si incontra Nietzsche, e, ancor prima, la straordinaria critica che
Leopardi rivolge alla concezione platonica dell’idea, la quale è il prototipo
di ogni volontà di anticipare il futuro, negando la serietà del divenire e del
tempo. Nel suo testamento Bergson, ebreo, scrive che si sarebbe convertito al
cattolicesimo se non avesse visto l’ondata formidabile di antisemitismo che sta
irrompendo sul mondo. Un gesto di grande nobiltà. Ma nel 1914 il Sant’Uffizio
aveva messo le opere di Bergson all’indice dei libri proibiti e Kolakowski
ricorda che tutti i principali filosofi tomisti francesi, con Maritain in
testa, pensavano fosse Loro dovere combattere la dottrina bergsoniana. E
Sant’Uffizio e filosofi tomisti coglievano nel segno per quanto riguarda il
rapporto tra filosofia di Bergson e dottrina ufficiale della Chiesa. Alla fine
della sua vita Bergson si è sentito cattolico. Ma non ha rinunciato alla
propria filosofia, che in sostanza identifica Dio al tempo, ossia alla libera
creatività di un agire, soprattutto per il quale il futuro è del tutto
inanticipabile. Un agire senza scopo (come pensa Nietzsche), che solo dopo aver
agito può scoprire dove è arrivato e che cosa ha prodotto: una negazione
radicale, questa, del Dio della tradizione cristiana. Tuttavia, anche se ancora
si stenta a capirlo, il cristianesimo del futuro dovrà dare sempre più ascolto
al pensiero che tien ferma la serietà del tempo. In questo processo (dove
tramonta la forma tradizionale del cristianesimo), dopo la consonanza tra il
movimento cattolico del modernismo e la filosofia di Bergson, quest’ultima,
insieme alla maggior parte della filosofia del nostro tempo, sembra destinata -
ma non certo nel futuro prossimo - ad attrarre nuovamente su di sé l’attenzione
della cultura cristiana. Non vi sono tesi somme, ossia principi, verità eterne
che sovrastino la storia, il tempo, il divenire. A esprimere questo rifiuto,
ormai, non sono soltanto le forme filosofiche del nostro tempo, ma anche la
scienza: non soltanto la filosofia - che riferisce tale rifiuto a ogni pensiero
e azione dell’uomo, dunque anche a sé stessa -, ma anche, e da tempo, la
scienza, nella misura in cui essa si libera dalla illusione di essere, oltre
che potente, assolutamente vera. La frase riportata all’inizio è contenuta nei
Contributi alla filosofia (Beitrdge zur Philosophie) da Heidegger (Adelphi).
Nonostante le profonde e suggestive innovazioni rispetto a Essere e tempo,
anche nei Contributi la struttura di fondo del pensiero di Heidegger rimane
immutata. A cominciare, appunto, da quel rifiuto di ogni tesi somma e di ogni
verità eterna e soprastorica. In Essere e tempo si dice: Che ci siano delle
“verità eterne” potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà stata
fornita la prova che l’Esserci era, è e sarà per tutta l’eternità. Finché
questa prova non sarà stata fornita, continueremo a muoverci nel campo delle
fantasticherie. Heidegger sta dicendo che, fino a quando non si proverà che
l’uomo (l’Esserci) è eterno - eterno non semplicemente immortale -, sarà solo
una fantasticheria parlare di verità eterne. Ma per Heidegger è del tutto ovvio
che l’uomo (come ogni cosa del mondo) non è eterno e che quindi quella prova
non potrà mai esser data - per Heidegger, dico, come per tutti coloro che in
qualsiasi campo hanno pensato e agito da quando, all’inizio della storia
dell’Occidente, è apparso il senso del tempo e dell’eterno. Che nessuna cosa
con cui l’uomo abbia a che fare sia eterna è diventata ormai la convinzione più
profonda e scontata anche presso la gente comune, tanto che starvi a riflettere
sembra una pura perdita di tempo. Il tempo perduto - che fortunatamente ha
forme diverse - i miei scritti l’hanno aumentato di molto, mostrando invece che
lo splendore delle cose (anche di quelle terribili) è infinitamente più
luminoso di quanto si sia disposti ad ammettere. Hanno cioè indicato, quegli
scritti, la necessità che non solo l’uomo, ma tutte le cose siano eterne. Tutte
le cose: situazioni, configurazioni, modi di essere, relazioni, attimi, ombre,
universi, pensieri, affetti, decisioni, stati visibili e invisibili, nessuna
esclusa. Il tempo, la storia, è il comparire e lo scomparire degli eterni. E la
necessità che ogni cosa sia eterna è qualcosa di essenzialmente più radicale di
quella prova dell’eternità dell’uomo che per Heidegger non potrà mai esser
data. Dall’inizio alla fine il tema di questo pensatore è stato la domanda
dell’Essere (Seinsfrage). La domanda - che continua ad attendere la risposta,
ma che in questa attesa mostra, per Heidegger, tutta la propria grandezza.
L’Essere non è l’ente, non è alcuno degli enti (case, fiumi, stelle, pensieri,
azioni, uomini, dèi), di ognuno dei quali si dice tuttavia che è e che è questo
e quest’altro. Qual è il senso di questo è - ecco la domanda dell’Essere -, da
cui tutto in qualche modo dipende? Dai Greci a Nietzsche la filosofìa è stata,
per Heidegger, riflessione sul senso dell’ente, ossia è stata pensiero
metafisico, e ha quindi velato la domanda dell’Essere, pur dando vita alla
storia dell’Occidente. Quella domanda sta, per Heidegger, al di sopra di ogni
asserire. Si trova alla sommità del pensare, ma non per questo è una tesi
somma, una verità assoluta. Essa è storica. Anzi, come Nietzsche non ritiene di
esser già lui il superuomo, ma di esserne il profeta, così Heidegger, nei
Contributi, non attribuisce al proprio discorso nemmeno la capacità di
costituirsi come l’autentica domanda dell’Essere, ma solo il carattere di
pensiero transitorio, che ai fini della comunicazione deve spesso procedere
ancora lungo il tracciato del pensiero metafìsico, e i cui sforzi saranno un
giorno superflui e ricadranno nell’accidentale. In una conferenza pubblicata
nel 1964, e intitolata La fine della filosofia e il compito del pensiero,
Heidegger aggiungerà che al proprio pensiero non può esser riconosciuta alcuna
azione immediata o mediata sulla dimensione pubblica dell’epoca industriale,
improntata dalla scienza-tecnica, e che il suo compito ha solo un carattere
preparatorio e nient’affatto fondante, giacché gli basta risvegliare una
disponibilità dell’uomo per una possibilità, i cui tratti restano oscuri e il
cui avvenire incerto. Va tuttavia anche detto che queste affermazioni non sono
affatto, come Heidegger esplicitamente dichiara, espressione di una falsa
modestia, giacché quell’oscurità e incertezza, quella incapacità di influire
sul mondo della tecnica, quel carattere preparatorio e non fondante non sono
per lui semplici caratteri della scrittura dell’individuo Heidegger, ma sono
insieme, e addirittura, il modo in cui l’Essere stesso si vela e si ritrae
dall’epoca presente. E lo stesso si può dire di quella superfluità e
accidentalità che nei Contributi Heidegger attribuisce al proprio pensiero. I
Contributi sono pertanto grandi prove di una filosofìa che vorrebbe
allontanarsi dalla tradizione metafisica, pur riconoscendo tutte le difficoltà
a cui questo tentativo va incontro, ma insieme essendo convinta che tali
difficoltà non sono dovute alle carenze di un certo individuo, ma sono le
difficoltà in cui le cose stesse si trovano. Ma queste non sono tesi somme?
Destano sorpresa anche molte delle tesi, peraltro suggestive, che si incontrano
nei Contributi. Sembrano andare troppo più in là di quanto secondo lo stesso
Heidegger sia lecito. Ad esempio le tesi dei venturi, dell’ultimo Dio (Quello
del tutto diverso rispetto agli dèi già stati, specie rispetto al Dio
cristiano), del modo in cui l’Essere - vibrando, oscillando - si appropria del
mondo. Heidegger intende rovesciare la metafisica senza abolirla (e il timbro
della sua filosofia è fortemente neoplatonico), senza cioè abolire la fede di
cui parlavo e che guida l’Occidente e ormai il pianeta: la fede che l’uomo e le
cose non sono eterni. Tra i temi più in vista e operanti, nei Contributi,
quello del creare, è essenzialmente metafìsico. (Quanto è lontano da noi il
Dio, quello che ci nomina fondatori e crea-tori, perché di costoro ha bisogno
la sua essenza?) Ma - dico - nessuna cosa creata è eterna. È creata proprio
perché non è eterna. Nessun creatore crea l’eterno. E dell’Essere stesso
Heidegger esclude che sia eterno. L’Essere stesso è storico. Ma questa fede
nella non eternità di ciò che è non esprime forse la follia estrema? Non pensa
forse che ciò che è, non è (appunto perché non è eterno)? Che il non niente è
niente? Che gli esseri sono nulla? Certo, questa non è come la domanda di
Heidegger. Qui la Risposta - positiva - è già da sempre data e non da uno di
noi, ma dalla Necessità, e rende possibile ogni domanda. Fenomenologia e
libertà La distruzione della tradizione filosofica occidentale, compiuta da
Heidegger, non ha un significato semplicemente negativo. Soprattutto quando
egli si rivolge a Platone e ad Aristotele. Piuttosto egli intende portare alla
luce la dimensione implicita che rende possibile il loro esplicito dire. In
questa direzione interpretativa si muoveva il mio libro, ahimè così antico da
essere stato la mia tesi di laurea, composta negli ultimi anni Quaranta,
discussa nel 1950 e in quell’anno pubblicata (e ripubblicata poi da Adelphi,
insieme ad altri miei scritti di quel tempo, col titolo Heidegger e la
metafisica). Ricordo queste cose per un certo e spero scusabile compiacimento
da me provato leggendo l’imponente lavoro del filosofo tedesco Gunter Figai, (
Martin Heidegger. Fenomenologia della libertà, il melangolo 2007), che si muove
sostanzialmente nella direzione di quel mio libro, vecchio, ma che ritengo
tuttora valido nelle sue linee essenziali. Non intendo ovviamente confrontare
l’esperienza filosofica di un ragazzo con il lavoro maturo di uno studioso di
grande serietà (e tanto meno vantare priorità). Ma in filosofia hanno la preminenza
i concetti, in nome dei quali vorrei dire a Figai, tra l’altro, che il suo modo
di intendere la distruzione dell’ontologia tradizionale da parte di Heidegger
si sarebbe ulteriormente rafforzata se anch’egli avesse richiamato quegli
avvertimenti quanto mai sintomatici e abbastanza frequenti di Heidegger, nei
quali, già a partire da Essere e tempo, egli dichiara che la propria indagine
fenomenologica non pregiudica in alcun modo la soluzione dei grandi problemi
della metaphysica specialis; quali l’esistenza o meno di una vita dell’uomo
dopo la morte o l’esistenza o meno di Dio - i problemi, appunto, che ricevono
le prime grandi risposte positive dalla metafisica di Platone e di Aristotele.
E in effetti un’indagine che si propone come fenomenologia non può dir nulla
intorno a questioni che per definizione stanno oltre la dimensione
fenomenologica, ossia alla dimensione che, con qualche approssimazione, si può
identificare nell’esperienza. È invece più difficile convincersi della tesi che
Figai intende rendere più visibile e che è indicata dal sottotitolo del suo
libro: Fenomenologia della libertà. Sono d’accordo sull’implicazione tra
riflessione sul senso dell’essere (ontologia) e sul senso della libertà in
Heidegger. Ma Figai si dice convinto che la filosofia di Heidegger dia modo di
ripensare l’idea della libertà in modo radicalmente nuovo. Cosa che a me non
sembra, perché se il senso ontologico della libertà significa da ultimo la
finitezza e contingenza delle cose e quindi delle decisioni (cioè il loro
essere qualcosa che sarebbe potuto non essere), allora tale contingenza dei
contenuti mondani è pienamente affermata già da Platone e Aristotele. Anche per
Figai la libertà si riferisce, nel discorso di Heidegger, a qualcosa che, come
dice Figai, la si sarebbe potuta compiere in modo diverso (p. 411). Ma allora,
come Kant sapeva (ma Figai, mi sembra, non tiene presente), l’idea
trascendentale della libertà - dice Kant - non contiene nulla di derivato
dall’esperienza ossia non è un contenuto fenomenologico), e pertanto rimane
aperto il problema, che né Heidegger né il suo interprete hanno affrontato:
quello di mostrare quale sia il fondamento deU’affermazione che è il contenuto
di tale idea è anche qualcosa di realmente esistente. Nella bio-linguistica di Chomsky
la lingua è considerata come un aspetto particolarmente significativo della
mente e dunque del rapporto mente/cervello. Pertanto si inquadra
ragionevolmente nella psicologia e, più in generale, nella biologia umana.
Esplorazioni in questo campo, da lui peraltro già da tempo dissodato, sono
Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente (il Saggiatore).
Anche qui Chomsky dichiara di voler usare le parole mente e linguaggio senza
una valenza metafisica. Così attento al significato delle parole, egli non dice
nulla sul significato della parola metafisica; ma è chiaro che il suo intento è
di considerare la mente e il linguaggio come oggetti naturali - senza però
addossarsi l’onere di escludere ricerche filosofico-metafìsiche sulla mente, il
corpo, il linguaggio. E, a prima vista, il proposito sembra del tutto
legittimo. Analogamente, come può essere illegittimo l’intento di considerare
la nona sinfonia di Beethoven semplicemente dal punto di vista delle scienze
fisiche, quando la ricerca non intenda escludere la comprensione
estetico-musicologica e nemmeno quella filosofico-metafisica di quest’opera? È
lo stesso Chomsky a riconoscere che l’arte può ammaestrarci, intorno alla
mente, molto di più di tutte le informazioni che intorno a essa possono esserci
fornite dalla biolinguistica. Eppure, come era prevedibile, anche in questo
caso la filosofia e la metafisica si insinuano nella dimensione scientifica che
vorrebbe tenerle fuori dalla porta. Come il corpo, anche la mente e il
linguaggio sono, per Chomsky, uno dei domini empirici analizzati dalla scienza.
Anche la mente è una parte della totalità dei domini empirici, ossia della
totalità dell’esperienza. Ma, come la parola metafisica, così l’espressione
totalità dell’esperienza - o dei domini empirici - non riceve alcun chiarimento
esplicito da parte di Chomsky. O, meglio, riceve un chiarimento implicito che
rende esplicita la presenza di quella metafisica da cui egli vorrebbe tenersi
lontano. Intendo dire che una certa metafisica (ben lontana dal mostrarsi come
inoppugnabile) è presente proprio nel concepire la mente e il linguaggio come
parti dell’esperienza. Infatti, anche per Chomsky la scienza non ha basi
assolutamente certe (pur essendo affidabile e applicabile alla realtà), perché
i segreti della natura, delle cose-in-sé, ci saranno per sempre celati. Il che
significa che l’indagine scientifica si chiude prudentemente in sé - lasciando
fuori di sé la metafisica - perché essa non accetta imprudentemente la
metafisica della cosa in sé: quella cosa in sé kantiana, rispetto alla quale
non solo la dimensione della mente non può essere altro che una parte, ma la
stessa totalità dell’esperienza (che potrebbe essere la definizione più ampia
del mentale in campo scientifico) si riduce a essere una parte della totalità
degli enti. Chomsky si dichiara, per altri motivi, cartesiano, ma questo
indicato, dove la res cogitans ha altro al di fuori di sé, è il motivo più
profondo. Come tanti altri che ignorano l’insegnamento idealistico, non vede il
carattere profondamente metafisico dell’affermazione dell’esistenza della cosa
in sé. L’anima come totalità e come parte di ciò che appare L’anima è in certo
modo gli enti: He psyché ta ónta pós estin. Questo, afferma Aristotele nel De
anima. Gli enti (ta ónta ) non significa una certa parte degli enti, ma non le
altre parti. Significa: tutti gli enti: pànta ta ónta. L’anima è in certo modo
(pós) la totalità degli enti. In certo modo dalla tradizione
aristotelico-scolastica a Brentano e alla fenomenologia questa espressione è
intesa come già Aristotele sostanzialmente la intende: l’anima è gli enti, ma
non nel senso che essa sia simpliciter (fisicamente dicono gli scolastici) gli
animali, le piante, le case, la terra, il cielo e la totalità degli enti, bensì
nel senso che essa è la loro rappresentazione, ossia il loro presentarsi,
manifestarsi, apparire. Si interpreta: l’anima è intenzionalmente tutti gli
enti; è il riferirsi a essi. Ma riferimento e intenzionalità sono innanzitutto
l’apparire, il manifestarsi degli enti. E il pensiero greco chiama phàinesthai
tale apparire. D’altra parte, la totalità degli enti non appare tutta insieme,
compitamente, e quindi Aristotele non intende affermare che l’anima sia
onnisciente, ma che essa è tutti gli enti che vanno via via manifestandosi,
cioè di cui essa è la manifestazione; e insieme: che essa è sì la
manifestazione della totalità degli enti, ma la totalità si manifesta come
processo, sviluppo, generazione degli enti del mondo. E tuttavia, in quanto
apparire della totalità degli enti (via via manifestantisi) l’anima non è un
ente particolare appartenente a tale totalità. Ciò non significa che l’anima
non possa apparire. In Aristotele questo aspetto del discorso sull’anima rimane
implicito; ma la stessa affermazione che l’anima è in certo modo gli enti è
proprio l’apparire di questa forma di identità dell’anima e della totalità
degli enti, sì che tale affermazione è insieme l’apparire in cui l’anima ha
come contenuto sé stessa. Ma, si sta dicendo, ha come contenuto sé stessa non
come uno tra gli enti particolari che appaiono, ma come l’apparire della loro
totalità. L’apparire degli enti è il fondamento di ogni ricerca, problema,
conoscenza, scienza, opinione, fede, e di ogni progetto, deliberazione, decisione,
azione: è il fondamento di ogni aspetto della vita dell’uomo: anche di quelle
convinzioni e indagini che si rivolgono aU’anima (coscienza, mente, spirito),
intesa questa volta come parte della totalità degli enti. Filosofia (e lo
stesso pensiero aristotelico), religione, scienza, arte hanno imboccato questa
strada, dove l’anima è uno degli enti particolari che appaiono. Per esempio,
per millenni - e, dopo la parentesi idealistica, tuttora - quelle forme
culturali (guidate da un sapere filosofico, che a sua volta si fa guidare dal
senso comune) credono che, al di là del loro apparire, gli enti esistano in sé
stessi, cioè indipendentemente dal loro apparire e dunque dall’anima in quanto
sia intesa come il loro apparire. Solo sul fondamento di questa credenza
possono farsi innanzi teorie come quella evoluzionistica, che concepisce i
fatti mentali come risultato di un lunghissimo sviluppo delle specie viventi; o
come quella in cui consiste la psichiatria, dove la psiche, intesa come oggetto
di una iatréia, è circondata dalla cura come ogni altro ente particolare
curabile, e dove la cura è a sua volta inscritta in un contesto sociale
rinviante al mondo intero. In questo modo, si perde però di vista che queste e
ogni altra teoria che considerano l’anima come parte - e innanzitutto quella
credenza nell’indipendenza degli enti dal loro apparire, sulla quale esse si
fondano - debbono peraltro da ultimo fondare ogni loro pretesa di verità
proprio sull’apparire degli enti, cioè su quell’anima che lungo la storia del
pensiero occidentale è sopravvissuta ed è stata pensata come phàinestai,
cogito, Io penso, Spirito come atto puro, esperienza (in quanto esperienza
della totalità degli enti che vanno via via mostrandosi). Per quanto riguarda
il concetto di esperienza, si osservi che il metodo sperimentale è, per la
scienza stessa, l’indagine che pone a proprio fondamento l’esperienza;
sennonché dell’esperienza in quanto tale la scienza non si interessa: volta le
spalle al senso fondamentale dell’anima per dedicare ogni sua attenzione
all’anima come ente particolare. E se oggi si rivendica il carattere
linguistico dell’esperienza, va detto che anche con questo carattere
l’esperienza è il fondamento di ogni attività teorica e pratica dell’uomo. Ma
anche Aristotele, oltre a intendere l’anima come apparire della totalità degli
enti, la intende come parte della totalità. Tale apparire è infatti per
Aristotele l’identità del conoscente in atto e del conosciuto in atto, ma
questa identità è un risultato. Il cominciamento del processo che conduce a
questo risultato è, da un lato, la capacità dell’anima di conoscere (ossia il
suo esser conoscente in potenza), dall’altro lato è la capacità degli enti di
essere conosciuti (ossia il loro esser conosciuti in potenza). Queste due capacità
non sono lo stesso, non sono identiche. L’identità di conoscente e conosciuto
si produce quando i due sono in atto ed essa è appunto il risultato del
processo che conduce dalla potenza all’atto. Ma quando l’anima è conoscente in
potenza (Aristotele parla in proposito di intelletto passivo) e differisce dal
conosciuto in potenza - ossia dagli enti che hanno la capacità di apparire -,
l’anima è una parte della totalità degli enti. L’anima diventa parte anche
quando l’apparire della totalità degli enti è inteso come atto di un io
(persona, soggetto), e si afferma, appunto, che io penso - dove il pensare è
innanzitutto quell’apparire. Anche qui, e nonostante tutti i dubbi che si
nutrono in proposito, è la filosofia greca, e dunque lo stesso Aristotele, ad aprire
questa prospettiva. Si ritiene che esista un produttore del pensare e che tale
produttore sia un io, una persona, un soggetto. (Variante di questa convinzione
è la tesi, oggi centrale soprattutto in campo biologico, che a pensare sia il
corpo, il cervello, la materia.) È manifesto che è quest’uomo singolo a pensare
- manifestum est quod hic homo singularis intelligit, si afferma nel De unitate
intellectus contro averroistas di san Tommaso. Quest’uomo singolo è l’io. Che
quest’uomo singolo sia il pensante (Tommaso) e che il cogitare sia il cogitare
di un ego (Cartesio) appartengono alla stessa prospettiva. Alla quale
appartiene gran parte della cultura non solo filosofica - peraltro con notevoli
eccezioni (ad esempio Nietzsche, Lichtenberg, Russell, Wittgenstein, Mach,
Avenarius). In tale prospettiva, l’io, la persona, il soggetto (ma anche il
corpo, la materia, il cervello) sono parti della totalità che appare.
Vintelligere di quest’uomo singolo è il campo di ciò che è manifestum e
quest’uomo singolo è una parte di questo campo - ossia dell’apparire della
totalità degli enti. A questo punto, si tratterebbe di mettere in luce la
contraddizione di questa prospettiva. Ci si limiterà qui a un’indicazione
sommaria. Se in quella prospettiva io penso significa io sono produttore del
pensiero, il pensiero non è d’altra parte inteso come qualcosa che sia ignoto
all’io. L’io ha notizia del pensiero da lui prodotto. Ma l’aver notizia è
l’apparire. E a sua volta il pensiero è innanzitutto l’apparire degli enti.
L’io penso viene infatti quasi sempre unito (in modo più o meno esplicito) a
gli enti appaiono a me: io, che penso, sono appunto l’io a cui appaiono gli
enti. L’a cui è la notizia che l’io ha di essi. Dire quindi che gli enti
appaiono a me significa dire che l’apparire degli enti appare a me - appunto
perché a me non può non significare, in questa prospettiva, apparire a me; sì
che dire che l’apparire degli enti appare a me significa dire che l’apparire
degli enti appare all’apparire a me... et sic in indefinitum. In altri termini,
che gli enti appaiano a me non significa, in quella prospettiva, che essi
appaiono a un sasso o a un albero, ma che appaiono a una coscienza, cioè a un
apparire; e se si intende tener fermo che l’apparire è sempre un apparire a un
io, a una coscienza, allora l’apparire a me è l’apparire all’apparire a me,
dove l’a me determina un progressus in indefinitum. Con la conseguenza che, se
ciò a cui appaiono gli enti viene indefinitamente spostato e allontanato, gli
enti non appaiono più a qualcuno, e chi crede che l’apparire possa essere solo
un apparire a qualcuno è costretto a concludere che non appare alcun ente. E
questa è la contraddizione della prospettiva per la quale io penso e gli enti
appaiono a me. Nella variante riduzionistica di tale prospettiva, il cervello
pensa (o il corpo pensa). Ma in questa variante non si intende sostenere che il
pensiero - cioè gli enti che appaiono - è il loro apparire al cervello, e
quindi in tale variante non è presente la contraddizione che invece compete alla
prospettiva di cui il riduzionismo è, appunto, una variante. Al riduzionismo
compete un’altra contraddizione, che ho considerato in altre occasioni e che è
cioè Yanàlogon del riduzionismo teologico. La riduzione della mente al cervello
è cioè Yanàlogon mondano della riduzione teologica del mondo a Dio. Infatti, se
il mondo è totalmente riducibile a Dio, non c’è mondo; e se la mente è
totalmente riducibile al cervello, non c’è mente. In entrambi i casi, se la
riduzione non è totale c’è un residuo irriducibile. Ma se la riduzione è
totale, essa nega ciò che essa stessa afferma: nega quella mente e quel mondo
che essa riconosce esistenti proprio per la sua volontà di ridurli,
rispettivamente, al cervello e a Dio. Testo, con alcune modifiche, dell’intervento
alla tavola rotonda sul tema Tecnica e processo»; tenutosi a Venezia,
all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Articolo pubblicato sul Corriere della
Sera. L’ultimo capoverso è aggiunto. Rielaborazione dell’intervento alla tavola
rotonda La tecnocrazia negli anni Trenta» con Giuseppe Morbidelli, Natalino
Irti, Guido Rossi. Firenze, Palazzo Strozzi. Già nel capitolo IV de La
struttura originaria - dunque più di cinquantanni fa - avevo indicato quanto
occorre per rispondere alle obbiezioni che in seguito mi sarebbero state
rivolte intorno al modo in cui, in quel capitolo, viene risolta l’aporetica del
nulla». Questa aporetica, sin da Platone, consiste nel rilevare che il nulla è
pensato, e che quindi è qualcosa che appare e di cui il linguaggio parla
continuamente, sì che il nulla non è il nulla. La radice di quelle obbiezioni è
il pensiero che, sin dall’inizio della storia dell’Occidente, isola la terra
dal destino e su questa base isola le cose della terra (le molteplici
determinazioni del mondo) dal loro essere, ossia isola (in ciò che è, cioè
nell’ essente) il ciò che dal suo è. Tale atteggiamento isolante si riflette,
appunto, nel modo in cui l’Occidente pensa il nulla. L’isolamento delle cose
dal loro essere incomincia con Parmenide - col Parmenide quale è interpretato
nella tradizione platonico-aristotelico-hegeliana. E alcuni miei critici -
Gennaro Sasso innanzitutto, e Mauro Visentin - sono giunti, attraverso
l’esperienza del mio discorso filosofico, a riproporre in Italia la prospettiva
originaria di Parmenide - del Parmenide, appunto, che è presente in quella
tradizione e per il quale, al di fuori della verità dell’essere» che oppone
l’essere al nulla, il mondo intero e l’intera storia dell’uomo sono soltanto
dóxa, opinione, illusione, nomi», cioè sono, in quanto tali, non¬ essere,
nulla. Per quei miei critici, e innanzitutto per Sasso, essere» significa, come
per Parmenide, soltanto essere», senza alcuna proprietà oltre a quella di non
essere il nulla. In questa prospettiva, la totalità delle determinazioni, ossia
delle differenze che costituiscono il mondo naturale e umano, sono appunto il
contenuto dell’opinione. Ne viene, allora, che anche tutte le considerazioni
sviluppate da questi miei critici per sostenere le loro tesi e per criticare il
contenuto dei miei scritti - considerazioni che formano a loro volta un
sottoinsieme della totalità delle differenze del mondo - sono opinioni, non
sono verità (assolute e incontrovertibili). E vedo che essi stessi, sia pure in
modi diversi, riconoscono il carattere opinabile (Visentin) o addirittura
contraddittorio (Sasso) delle loro proprie e pur interessanti e articolate
riflessioni (cfr. G. Sasso, Il logo, la morte, Bibliopola; M. Visentin, Il
neoparmenidismo italiano, Bibliopolis). La struttura originaria della verità è
l’apparire dell’impossibilità che ciò che è non sia ciò che esso è.
L’isolamento delle differenze del mondo dal loro essere implica infatti che
qualcosa non sia ciò che esso è: implica (con Parmenide) che le differenze
siano esplicitamente poste come nulla; e implica (con Platone e poi con
l’intera storia dell’Occidente) che, essendo intese come ciò che esce dal nulla
e vi ritorna, siano implicitamente poste - esse, che non sono un nulla - come
nulla. Questa implicitezza custodisce il segreto dell’Occidente, cioè l’essenza
del nichilismo. Tale essenza non può riuscire a scorgere che le differenze si
distinguono sì dal proprio essere, ma non per questo sono nulla. La
distinzione, infatti, non è separazione, isolamento. Anche quando intende
essere la negazione più radicale della separazione - per esempio e soprattutto
con Hegel -, l’essenza del nichilismo rimane prigioniera di ciò che essa nega,
perché intende unire ciò che peraltro essa intende come originariamente
separato; sì che ogni volontà di sintesi è destinata al fallimento. Ogni
differenza del mondo - cioè ogni essente, o significato - è cioè destinata a
esser pensata e vissuta come un nulla - anche quando si ritiene che un Dio
eterno possa salvare il mondo dal nulla. Il modo in cui il nichilismo pensa e
vive la nientità degli essenti determina il modo in cui esso pensa e vive la
presenza del nulla. Nella Struttura originaria si mostra che il nulla è un
significato contraddicentesi. Data la distinzione, indicata in quelle pagine,
tra il contraddittorio», o rautocontraddittorio» - ossia l’impossibile, il
nullo - e la contraddizione», che invece non è un nulla, in queste pagine si
precisa - IV, 6 - che il significato “nulla” è un significato
autocontraddittorio, ossia è una contraddizione» - un significato
contraddicentesi», appunto. Affermando l’esistenza di quel significato
autocontraddittorio» (cioè contraddicentesi), in tale scritto non si dice
quindi che l’impossibile, il contraddittorio in sé stesso, sia, ma che la
contraddizione è (e che la contraddizione sia non è impossibile - fermo
restando che questo suo essere ha un fondamento», cfr. ad esempio Fondamento
della contraddizione, Adelphi 2005, sul quale nei miei scritti si è sempre
richiamata l’attenzione). I due momenti contraddicentisi del significato nulla
sono, da un lato, il positivo significare» del nulla, ossia il suo essere nulla
e l’ apparire di questo essere, e, dall’altro, l’assoluta nientità e assenza di
significato del nulla che è positivamente significante. Da un lato, il positivo
significare di ciò che, dall’altro lato, è l’assoluta negazione di ogni
positività e significato. (Recentemente ho ripreso e approfondito queste tematiche
nello scritto Intorno al senso del nulla, Adelphi). Questi due lati o momenti
sono originariamente e necessariamente uniti perché la loro separazione, cioè
Yisolamento dell’uno rispetto all’altro, implica l’essere dell’impossibile,
ossia che il nulla sia un essente. Infatti, se i due momenti sono (più o meno
esplicitamente) intesi come separati, l’assoluta nientità del nulla appare, e
appare come significante, ossia è: il nulla appare inevitabilmente come un
essente. Se i due momenti vengono separati, è inevitabile che il positivo
significare del nulla (il primo momento) si ripresenti nel nulla - ossia nel
secondo momento, cioè nel significato che è il contenuto di quel positivo
significare -, sì che Y esito inevitabile di quella separazione è la constatazione
che il nulla è un essente. Questo esito differisce essenzialmente dal
significato autentico del nulla, ossia dal nulla come significato
contraddicentesi. Infatti questo contraddirsi sussiste perché, in esso, nulla
(il significato nulla) non significa essente, ossia non è un essente (e appunto
per questo il significato nulla contraddice quell’essente che è la positività
del proprio significare). Nell’esito della separazione dei due momenti del
significato contraddicentesi, si è costretti invece ad affermare che il nulla,
essendo significante, è, è un essente, sì che l’impossibile, il contraddittorio
in sé stesso, ossia l’identità di nulla e di essere, è. In seguito alla
separazione, l’aporia del nulla si presenta pertanto come insolubile. Il
pensiero è definitivamente legato all’assurdo. L’isolamento-separazione conduce
all’essenza del nichilismo, costringendola ad affermare che gli essenti sono
nulla (in quanto escono e ritornano nel nulla); ed è ancora l’atteggiamento
isolante a costringere l’essenza del nichilismo ad affermare, in relazione al
nulla, che il nulla è un essente. Con la differenza (rilevata da Nicoletta
Cusano in Capire Severino. La risoluzione delVaporetica del nulla, cit.) che
nel primo caso il nichilismo non può vedere il proprio essere identificazione
dell’essente e del niente, mentre nel secondo caso - in relazione cioè al modo
in cui il senso del nulla si inscrive nella struttura originaria della verità
(alla quale si rivolge il mio discorso filosofico) - il nichilismo, e propriamente
quella sua forma che si è posta in relazione a quel mio discorso (la forma
presente ad esempio negli scritti di Sasso, Visentin, Massimo Donà), porta
esplicitamente alla luce il proprio identificare il nulla a un essente e
intende questa identificazione come inevitabile (ossia come inevitabilità della
negazione della struttura originaria della verità). D’altra parte il nichilismo
può affermare l’inevitabilità di tale identificazione - ossia dell’assurdo e
dell’impossibile, in cui appunto consiste Tessere del nulla - solo in quanto,
dlYinterno stesso del nichilismo, appare che nulla non significa essere
(essente). Se questo assoluto differire non apparisse non si potrebbe nemmeno
affermare che l’identificazione di nulla e di essere è una contraddizione che
secondo alcuni miei critici inficerebbe la struttura originaria del destino. Il
nichilismo non si avvede che l’aporetica del nulla sorge non perché il nulla
sia inevitabilmente un essente, ma per la logica isolante messa in atto dal
nichilismo stesso, ossia perché quella inevitabilità è, ancora una volta, la
conseguenza della separazione che, in questo caso, crede di poter prescindere
dalla sintesi originaria del significato nulla e del suo positivo significare -
sì che, presentandosi isolato, tale significato, proprio perché si presenta,
non può che apparire come Tesser un essente da parte del nulla. Pertanto, che
il nulla sia significante» non significa che il nulla esplichi una certa forma
di attività, quale appunto sarebbe il significare. Il significare del nulla non
appartiene al nulla, perché il nulla non è un essente a cui questo significare
o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere. In quanto il
significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser
essente), il significare del nulla appartiene cioè all’essente, e propriamente
alla totalità dell’essente in quanto essa appare nella struttura originaria
della verità. E che il nulla sia un significato» non significa che il nulla sia
qualcosa di passivo» rispetto all’attività significante dell’essere, giacché
anche questo essere un che di significato» appartiene a quella totalità. Si
aggiunga la seguente annotazione in rapporto al modo in cui Heidegger intende
il problema del Niente» (soprattutto in alcune pagine de II nichilismo europeo,
1940, intitolate Nichilismo, nihil e Niente). L’intento di Heidegger è di
mostrare che il Niente non è un ente, ma non è nemmeno mai ciò che è soltanto
nullo»: il soltanto nullo» relativamente al quale il pensiero metafisico dà per
scontati sia il suo esser contrapposto all’ente sia l’assenza di ogni altra
forma di contrapposizione alla totalità dell’ente. In apparenza Heidegger vuol
portarsi in una dimensione più profonda di quella in cui si dà per scontata la
contrapposizione tra ciò che è soltanto nullo» - il nihil -, e l’ente; ma
dicendo che il Niente» (che poi è per lui l’Essere» stesso) non è nemmeno mai
ciò che è soltanto nullo» attribuisce una funzione decisiva al soltanto nullo»:
la funzione di determinare la dimensione che include sia l’ente, sia il Niente»
(l’Essere»). In tal modo, tutte le connotazioni del soltanto nullo» da cui
Heidegger in quelle pagine intende prendere le distanze, e tutte le aporie che
il soltanto nullo» solleva, ma che Heidegger qualifica come conseguenze
dell’incapacità di sollevarsi al senso autentico del Niente, ritornano in
circolazione, e vi ritornano nel loro non esser state chiarite e risolte -
innanzitutto l’aporia, già pensata da Platone (ma Heidegger non lo rileva), per
la quale ogni considerazione intorno al nulla fa del nulla un qualcosa», ossia
un ente; l’aporia che tuttavia Heidegger include tra le riflessioni
apparentemente acute. È probabile, stando all’andamento del testo, che per
Heidegger sia solo apparentemente acuta» anche l’osservazione, da lui
richiamata che se il Niente è niente [e qui il Niente è il soltanto nullo»], se
il Niente non c’è, allora non può nemmeno darsi che l’ente sprofondi mai nel
Niente e che tutto si dissolva nel Niente, allora non ci può essere nemmeno il
processo del diventare-niente». Ma anche questa osservazione, che Heidegger
sembra trattare con sufficienza e lasciare infine da parte, ritorna in
circolazione nello stesso discorso di Heidegger, quando egli, come si è
rilevato, di fatto assume il Niente, inteso come il soltanto nullo», come
essenziale per poter affermare che il Niente, autenticamente inteso (ossia il
Niente che è l’Essere» stesso) non è il nihil soltanto nullo», come d’altronde
Heidegger ha sempre affermato nei suoi scritti. Un libro Nella successione» dei
miei scritti, Destino della Necessità (cit.) sta al centro. Rende radicale il
tema di fondo che si era presentato un quarto di secolo prima; apre i problemi
che il filone primario degli scritti successivi intende risolvere. Il tema di
fondo è, appunto, la Necessità : di ogni cosa, di ogni aspetto o stato del
Tutto. Ma di necessità» gli uomini parlano da millenni. Al di là di ciò che ne
dicono, in Destino della Necessità si fa innanzi» il senso innegabile della
Necessità. Esso sta : nessuna forza può scuoterlo. La parola de-stino» indica
questo stare. Appunto per questo è nel linguaggio che quel senso si fa
innanzi», venendo a mostrarsi nel destino, cioè in sé stesso in quanto luogo
che accoglie anche il linguaggio: nella già da sempre manifesta innegabilità
dell’esser sé di ogni essente. L’esser sé: il non esser altro e tanto meno
quelfaltro che è il nulla: l’impossibilità dell’essente di essere stato e di
tornare a esser altro e quell’assolutamente altro che è il nulla: la
necessità-eternità dell’essente in quanto essente. Tempo, storia, divenire del
mondo umano e della natura non sono il venire dal nulla e il ritornarvi, ma
l’incominciare ad apparire e il non apparir più, all’interno del cerchio eterno
del destino, da parte degli eterni (quindi anche di quell’eterno che è il
linguaggio - e anche il linguaggio che testimonia il destino). Da sempre e per
sempre il destino è l’essenza dell’uomo. Ma non testimoniando il destino
l’intera storia dell’uomo è alienazione della verità. Nel suo stato attuale,
ossia nella forma finita del destino, l’uomo è pertanto il contrasto tra il
destino e tale alienazione - la quale, nella sua configurazione più ampia, è
l’isolamento della terra dal destino. Destino della Necessità rende radicale
tutto questo, perché Essenza del nichilismo (Adelphi) lascia ancora aperto il
problema relativo alla Necessità o non- Necessità del sopraggiungere e del modo
in cui sopraggiungono gli eterni nel cerchio eterno, in cui il destino
consiste, nelVapparire degli essenti: ogni essente è eterno; ma gli eterni
sarebbero potuti non sopraggiungere in quel cerchio, o sopraggiungervi in modo
diverso da quello che appare? Destino della Necessità mostra che la Necessità
autentica implica anche la Necessità del sopraggiungere e del modo in cui gli eterni
sopraggiungono nelVapparire del destino. La contingenza degli eventi e la
libertà della volontà appartengono cioè all’essenza del nichilismo ossia alla
persuasione che Tessente in quanto essente sia un esser stato e un tornare a
esser nulla. La volontà ha quindi un significato essenzialmente diverso da
quello che le è stato via via assegnato. Non è una potenza che determini
liberamente l’oscillazione degli essenti tra il loro essere e il nulla, ma è la
fede di avere tale potenza, la fede che quindi vuole l’impossibile, non
sapendolo, ma essendo anche fede di ottenere, a volte, e a volte di non
ottenere ciò che essa vuole. La volontà di potenza, che culmina nella tecnica
moderna, si manifesta anche nel modo in cui le lingue indoeuropee, cioè il
terreno in cui cresce il linguaggio del nichilismo, parlano del mondo) (
Destino della Necessità). Al di fuori dell’alienazione della terra isolata, la
volontà» autentica e il destino, in quanto apparire della Necessità e libertà
dall’errore (Verrare essendo peraltro anch’esso un eterno). Nella sua forma
infinita il destino è l’eterno oltrepassamento di ogni contraddizione, ossia è
la gioia. Nel suo inconscio» più profondo, l’uomo è la Gioia - il finito è
l’infinito. Ma Destino della Necessità apre, insieme, i problemi fondamentali
degli scritti successivi Nell’ultimo capoverso del libro ci si chiede
innanzitutto: Ma quale sentiero la terra, inoltrandosi nel cerchio
dell’apparire del destino, è destinata a percorrere? È destinata alla
solitudine [all’isolamento dal destino] o all’oltrepassamento della
solitudine?». Gli scritti successivi (soprattutto La Gloria, Oltrepassare, La
morte e la terra, citt.) mostrano la destinazione della terra a questo
oltrepassamento e le sue decisive implicazioni. Nietzsche e Freud insegnano a
Hemingway quanto siano terribili gli impulsi più profondi dell’uomo. Ma già
Sofocle, millenni prima, dice che l’uomo è deinótaton, cioè il più temibile»
degli esseri. E si può ancora retrocedere. Hemingway concepiva la sincerità
come il supremo comandamento morale. Anche e innanzitutto nella scrittura, che
non deve nascondere quello che l’uomo prova veramente. Quindi il suo non era
soltanto cinismo, esibizione della propria malvagità. Spesso si confonde la
bontà con la conformità degli istinti alle consuetudini sociali. Li si nasconde
perché è difficile che siano confessabili. La bontà non è la cosiddetta
innocenza» dei bambini o la mansuetudine delle pecore - anche della quale si
può peraltro dubitare come si dubita di quell’innocenza. Hemingway impara che
il piacere della vita è inseparabile dal dolore: la vita è lotta - è guerra,
dice l’antichissimo Eraclito. Ora, intendo dire che non c’è bontà che non sia
lotta contro il male esistente fuori e dentro di noi. E da ultimo il male è il
dolore, l’angoscia, la morte che l’impulso distruttivo dell’uomo produce negli
altri e in lui stesso. L’uomo buono - soprattutto il santo - non è chi sia
privo di inconfessabili impulsi, ma chi ne abbonda. Se ne fosse privo, sarebbe
appunto l’innocente o il mansueto quadrupede. Forse per questo i veramente
buoni e i santi sono spesso insopportabili. La loro indole è terribile. Sono
buoni e santi perché, lottando contro di essa, la vincono. Tanto più buoni e
santi quanto più la malvagità invade la loro natura. Se i cristiani sono
convinti che Gesù sia il più santo, devono credere che natura, indole, impulsi
siano in lui i più malvagi e che egli sia il più santo proprio perché, solo
lui, riesce a vincerli. La crudezza di certe espressioni di Gesù può essere un
sintomo. Il primo passo per vincere quanto di «terribile-temibile» è presente
in ognuno di noi è guardarlo in faccia. Con sincerità. Hemingway la possedeva.
Poiché credeva che i «valori supremi» della tradizione occidentale siano morti
- e che uccidere gli uomini non violi dunque alcuna legge inviolabile -, gli
restava come unico valore l’aspirazione alla sincerità, il desiderio di dire la
verità (forse esagerando) intorno a quanto di malvagio c’era anche in lui e di
cui egli godeva. Ci si può spiegare come alla fine non sia più riuscito a
sopportare la vista di sé stesso e, forse per questo, si sia ucciso. Nietzsche
scrive: «Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si
svalutano. Che i valori si svalutino significa che essi restano distrutti, annientati.
Lo stesso Nietzsche alimenta la convinzione che il vero senso del nichilismo
sia la volontà di annientare - e gli uomini pensano che l’annientamento più
nefando sia quello di cui son vittime essi stessi. Eppure, per quanto potente
sia la riflessione di Nietzsche - e poi di Heidegger - sul nichilismo, essa non
ne raggiunge il fondo. Le «guerre di annientamento» del XX secolo sono la
conseguenza più vistosa di una persuasione che risale alle origini della nostra
civiltà, cioè al pensiero filosofico dei Greci. Si tratta della persuasione che
gli esseri possano esser stati e possano ridiventare niente; ossia che gli
esseri possano esser non essere, cioè nulla. Il culmine dell’errore, qui, si
unisce al culmine dell’orrore - anche se questa persuasione domina ormai
l’intero pianeta. Se qualcuno dicesse che c’era un tempo in cui il cerchio era
quadrato e ci sarà un tempo in cui il cerchio tornerà a essere un quadrato,
tutti, o i più, protesterebbero e direbbero che un tempo siffatto non può
esistere; ma nessuno protesta di fronte al pensiero che c’è un tempo in cui
l’essere (che ora è) era ancora nulla e un tempo in cui tornerà a esserlo. Qui
la sordità è totale. Troppo profonda perché sia imputabile alla semplice
debolezza della mente umana. Ma intanto, come potrebbero, un uomo o un Dio,
proporsi di annientare un qualsiasi essere, se non fossero convinti che
l’essere da annientare possa diventare nulla e, una volta diventatolo, sia vero
affermare che tale essere è il nulla? Il culmine della follia non è forse pensare
che l’essere è il nulla? E «nichilismo» non è forse, innanzitutto, pensare che
l’essere è nulla? E non è forse per questo antico pensiero che possono esser
maturate tutte le radicali distruzioni che scandiscono la storia
dell’Occidente? Nietzsche afferma che «Fannichilimento mediante la mano
asseconda Fannichilimento mediante il pensiero». E invece è Fannichilimento
dell’essere mediante il pensiero dei Greci che non solo asseconda ma è il
fondamento essenziale di tutte le distruzioni estreme compiute dalla mano
dell’Occidente - la più civile delle civiltà -, che ormai è la mano del
pianeta. Emanuele Severino. Severino. Keywords: velino, velia, parmenide,
zenone, scuola di velia. Zenone il velino, Parmenide il velino, divenire,
GENTILE -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Severino” – The Swimming-Pool
Library. Severino.
Luigi Speranza -- Grice e Severo: la ragione conversazionale del
principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He studies philosophy with Stilio
(si veda). He becomes the principe di Roma when his cousin Elagabalo is
assassinated. His principate is not however a success and he is himself
assassinated not long after. So much for the line of succession. Nome compiuto:
Severo Alessandro.
Luigi Speranza -- Grice e Severo: la ragione conversazionale del’amico
lizio d’Antonino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A lizio, friend of
Antonino. Nome compiuto: Claudio Severo.
Luigi Speranza --Grice e Severo: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma—filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Severo rules the Roman empire and it is said that he is well-versed in philosophy. Nome compiuto: Severo Settimio.
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