GRICE E MARZOLO

 Repository istituzionale dell'Università degli Studi di Firenze La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Questa è la Versione finale referata (Post print/Accepted manuscript) della seguente pubblicazione: Original Citation: La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo / L. Savoia. - In: STUDI ITALIANI DI LINGUISTICA TEORICA E APPLICATA. - ISSN 0390-6809. - STAMPA. - 37, 3:(2008), pp. 511-548. Availability: The webpage https://hdl.handle.net/2158/356441 of the repository was last updated on Terms of use: Open Access Publisher copyright claim: La pubblicazione è resa disponibile sotto le norme e i termini della licenza di deposito, secondo quanto stabilito dalla Policy per l'accesso aperto dell'Università degli Studi di Firenze (https://www.sba.unifi.it/upload/policy-oa-2016-1.pdf) La data sopra indicata si riferisce all'ultimo aggiornamento della scheda del Repository FloRe - The above mentioned date refers to the last update of the record in the Institutional Repository FloRe (Article begins on next page) 18 December 2025 Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata, anno XXXVII, 2008, numero 3 LEONARDO M. SAVOIA  LA LINGUISTICA DI PAOLO MARZOLO E IL PENSIERO  SCIENTIFICO DEL SUO TEMPO Firenze La figura e lʼopera di Paolo Marzolo1, medico e linguista, dal 1862 pro fessore di Grammatica e lingue comparate allʼUniversità di Pisa, sono state  presto messe in disparte dai nuovi paradigmi dellʼindagine linguistica del  secondo Ottocento, quali la linguistica storico-comparativa e la geografia  dialettale. Su Marzolo ha pesato anche il giudizio liquidatorio di Graziadio  Ascoli (Ascoli 1877: 42, n. 8) che vi vede un ʻeterodosso genialeʼ, che mira  a un ʻtentativo di glottologia universaleʼ pur senza averne ʻmezzi adeguatiʼ.  La continuità che lega le tematiche della linguistica di Marzolo alla lingui stica settecentesca e ai motivi illuministici ancora ben presenti peraltro nella  linguistica italiana a lui contemporanea, configura quella debolezza metodo logica, quei ʻpericoli infinitiʼ, che Ascoli attribuisce alla grammatica compa rata ʻpsicologicaʼ, orientata cioè a stabilire i ʻdifferenti tipi idiomaticiʼ e ʻle  varietà etniche del pensieroʼ. Il giudizio di Ascoli influenzerà la storiografia  successiva; ad esempio, Tagliavini (1963: 138-135, 365) definisce Marzolo  ʻincurante dei nuovi indirizzi della linguistica storicaʼ e ne sottolinea lʼideale  ʻambizioso ed altissimoʼ. In realtà, le comprensibili riserve ascoliane per unʼindagine comunque  troppo speculativa e carente dal punto di vista metodologico finiscono per  oscurare non solo lʼarticolazione delle tematiche oggetto della riflessione  linguistica di Marzolo, ma anche il legame che la unisce al pensiero scien tifico del suo tempo. Questo contributo cercherà di approfondire entrambi  questi punti riportandoli al quadro della linguistica italiana della metà del lʼOttocento, allʼinterno del quale si collocano le prospettive e i metodi della  ricerca linguistica di Marzolo. 511 Leonardo M. Savoia 1. Linguistica illuministica e linguistica storica A partire dalla dissertazione di laurea De vitiis loquelae (1834) che  sostiene lʼunificazione dei fenomeni intellettuali con quelli organici, Paolo  Marzolo elabora una concezione naturalistica e organicistica del linguag gio. Alla sua opera principale, Monumenti storici rivelati dallʼanalisi del  linguaggio, prevista in 16 volumi, della quale furono pubblicati il primo  volume (Parte prima: Saggio di storia naturale delle lingue, Padova, 1847)  e parti del terzo e del quarto, Marzolo cominciò a lavorare quando, dopo  essersi laureato in medicina a Padova, svolgeva la professione di medico  di campagna. In essa sono presenti i punti fondamentali della sua riflessio ne, volta a fissare una storia naturale del linguaggio nella quale il formarsi  e lʼevoluzione delle lingue dipendono da dispositivi sensoriali e organici  connaturati allʼuomo e in questo senso universali. In Marzolo il naturalismo  universalistico e la grammatica generale dei filosofi del linguaggio illumini sti si combinano con una concezione positivistica della natura umana, di tipo  essenzialmente fisiologico, coerente con lʼantropologia della metà dellʼOtto cento. Un ruolo cruciale è svolto dallʼampia base di dati empirici compren denti i fenomeni patologici e marginali del linguaggio, la conoscenza dei  meccanismi fisiologici e anatomici, il confronto fra lingue. Così, nellʼIntro duzione ai Monumenti storici, le caratteristiche attestate dalle diverse lingue  sono messe in relazione con caratteristiche organiche dei parlanti: Oltre lo studio della lingua dei fanciulli, degli stolti, dei balbi, quello delle  classi inferiori del volgo, dei villici e dei selvaggi giovommi quindi a svilup pare la serie dei momenti che costituirono le lingue più perfezionate; perché  queste classi si mantengono in una condizione stazionaria, ove ciascheduna  corrisponde ai vari gradi che devono naturalmente percorrere … tutte le lingue  prima di arrivare al classicismo letterario. Non è che la facoltà del pensiero  differisca essenzialmente quanto al modo di svilupparsi e di agire in queste  condizioni diverse …ʼ (p. 15). Questo approccio delinea un modello unificante dei fenomeni linguisti ci, dellʼevoluzione e della differenziazione delle lingue, che si inserisce nel  dibattito che in quegli anni oppone la scuola medica organicistica, di cui lui  appunto si fa interprete, e le tendenze dei vitalisti (Barsanti, 2005). La sua  stessa chiamata alla docenza universitaria può essere messa in rapporto con  lʼintento del ministro della Pubblica Istruzione, il fisico Carlo Matteucci, di  dare impulso ad approcci scientifici per contrastare le dottrine metafisiche  del tempo (Ceccarel, 1870). Ci possiamo chiedere quindi come si collocano  le idee di Marzolo nel quadro della linguistica e del pensiero scientifico della  512 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo prima metà dellʼOttocento. Infatti, anche se a prima vista le tematiche che  caratterizzano il lavoro di Marzolo appaiono fortemente ispirate alla lingui stica settecentesca, tuttavia ad un attento esame risultano evidenti gli stretti  rapporti dellʼapproccio e degli interessi di Marzolo con il pensiero scientifi co del suo tempo. Gli orientamenti più accreditati alla metà dellʼOttocento nella ricer ca linguistica in Italia e in Europa si fondano sul paradigma storico comparativo fissato nei lavori di alcuni autori tedeschi, in particolare il  Conjugationssystem (1816) di Franz Bopp, la Deutsche Grammatik (1819,  18222) di Jakob Grimm, la Grammatik der romanischen Sprachen (1836 1843) di Friedrich Diez. Lʼaffermarsi di una metodologia storico-ricostrutti va mette in ombra la riflessione sui principi della grammatica generale, che  aveva caratterizzato gli autori illuministi come De Brosses, Turgot, Beauzée,  Court de Gébelin. La linguistica illuminista finalizzava infatti la comparazio ne fra lingue e la descrizione linguistica alla ricerca delle leggi e dei principi  razionali che governano il linguaggio. La nuova metodologia storica mira a  ricostruire i processi di evoluzione linguistica e i rapporti di parentela fra le  lingue ricorrendo al confronto dei dati e allʼindividuazione di corrispondenze  regolari e sistematiche nella fonetica o nella morfologia di lingue diverse,  affini per ipotesi, viste come prove di uno sviluppo storico fra lingue impa rentate. Anche se il passaggio fra la linguistica settecentesca e quella storico comparativa è stato riportato ad un vero e proprio salto dal punto di vista  concettuale, la cesura non è così netta. Negli anni di transizione alla lingui stica storico-comparativa, in mancanza di un modello descrittivo efficace,  la descrizione linguistica trova uno sbocco tipico nelle raccolte di dati e  di testi. Il Catalogo delle lingue conosciute e notizia della loro affinità et  diversità (1784) e il Saggio pratico delle lingue (1787) del gesuita spagno lo Lorenzo Hervas y Panduro (1735-1809), il Mithridates oder allgemeine  Sprachenkunde (1806-1817) iniziato da Johann Christoph Adelung e ter minato dal Vater, lʼAtlas ethnographique du globe (1826) di Balbi assol vono a un comparativismo approssimativo e nello stesso tempo affermano  procedimenti di tipo empirico. In particolare nel comparativismo dellʼinizio  del secolo si continuano alcuni punti teorici e alcune tematiche fissati dalla  linguistica illuminista, come lʼindagine comparativa, lʼorigine agglutinativa  delle flessioni, il rapporto fra ʻgenio della linguaʼ e nazione, accettandone in  genere anche gli ambiti di ricerca e la terminologia per quanto inseriti in una  diversa sensibilità storica e culturale (Kukenheim 1962, Timpanaro 1969,  2005 [1973], Diderichsen 1974, Savoia 1981, 2001, Aarslef 1984 [1982],  Morpurgo Davis 1994). Nel Conjugationssystem (1816) di Franz Bopp come  513 Leonardo M. Savoia in Undersøgelse (1818) di Rasmus Rask vi sono infatti gli schemi interpre tativi della ʻgrammatica generaleʼ e della comparazione che nella seconda  metà del settecento erano alla base della ricerca della lingua originaria, delle  lingue madri e delle parentele linguistiche. Il paradigma ufficiale della linguistica si allinea quindi allʼuniverso sim bolico, al sistema di idee e di valori che impongono alla cultura ottocentesca  uno schema interpretativo storico-evolutivo nellʼanalisi dei fenomeni antropo logici, sociali e naturali. Anche i modelli dellʼindagine biologica rispecchiano  lʼinteresse per la spiegazione storica, in primo luogo la teoria darwiniana della  selezione naturale, vista come la chiave di lettura più adeguata per trattare i  processi di trasformazione, nella società come nella natura: Darwin belonged to an age that had discovered historical explanations and  was becoming preoccupied with change and the reasons for it, as Europe  experienced encreasing rates of social and political transformation. In biolo gy, the continous accumulation of fossils made their history more and more  problematical … So here was the third ingredient [natural selection] that gave  Darwin the recipe for a dynamic theory of evolution … The different types of  organisms are just arbitrary groupings of continually changing of populations  into convenient categories … These categories are a result of the history of  adaptive response to changing environments and the accidents of heredity …  Now history begins to play a really significant role in evolution (Goodwin  2001: 20, 22). Allʼinterno di questo quadro epistemologico, non sembra così strano  che un autore come Marzolo, di formazione medica, concepisca il linguag gio in una prospettiva di storia naturale, nella quale il comportamento umano  è riportato ai meccanismi fisici sottesi ai fenomeni naturali. La figura di  Marzolo appare meno eccentrica di quello che il giudizio di Ascoli, riportato  sopra, suggerisce, dato che il formarsi del metodo storico dellʼindagine otto centesca si correla strettamente ai paradigmi che si affermano nellʼindagine  naturalistica (evoluzionismo, monogenesi/ poligenesi delle specie, ecc.).  Dʼaltra parte questi interessi non nascono improvvisamente ma sviluppano  riflessioni e teorie ampiamente dibattute nel secolo precedente. 2. La ricerca linguistica come filosofia della storia: la ricostru zione delle antiche culture Per quanto le tendenze di carattere positivistico diventino prevalenti  nella seconda metà dellʼOttocento, lʼeredità illuministica è ben presente nel  514 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo dibattito su questioni come quelle dei rapporti genetici fra le lingue e del lʼorigine del linguaggio; ad essa inoltre si deve il requisito fondante della  scienza moderna, cioè lʼunità del metodo scientifico (cf. pf. 4.4). In parti colare già nella linguistica del settecento lʼetimologia ha un valore euristico  cruciale “per la teoria generale del linguaggio, e per una ricostruzione della  storia filosofica dellʼuomo” (Morpurgo Davis, 1994: 46-47). Ad esempio per  De Brosses lʼetimologia può servire a “recouvrer en partie les anciennes lan gues, en écomposant les langues modernes” (De Brosses, 1765: 94). Turgot  rende esplicito il rapporto fra etimologia e teoria generale del linguaggio  nella voce Étymologie (1756) nel volume VI dellʼEncyclopédie. In esso  stabilisce il nesso fra etimologia, origine della specifica lingua e teoria del  linguaggio, assumendo che: Lʼapplication la plus immédiate de lʼart étymologique est la recherche des  origines dʼune langue en particulier: le résultat de ce travail … est une partie  essentielle … de la connoissance complete du sistème de cette langue … ces  préliminaires sont indispensables pour saisir … la théorie générale de la parole  et la marche de lʼesprit humain dans la formation et les progrès du langage  … Cette théorie est la source dʼoù découlent les règles de cette grammaire  générale qui gouverne toutes les langues (p. 99). Lʼetimologia si inquadra quindi in un indirizzo epistemologico di più  vasta portata che mira alla “ricerca delle origini di una lingua particolare”  come presupposto per “la teoria generale della parola e del cammino dello  spirito umano” (Formigari, 1972: 140), nei termini formulati in Réflexions  philosophiques sur lʼorigine des langues, et la signification des mots (1748)  da Maupertuis: Questo studio è importante non solo per lʼinflusso che le lingue hanno sulle  nostre conoscenze, ma anche perché nella costruzione delle lingue è dato ritro vare orme dei primi passi dello spirito umano. Forse per questo i gerghi dei  popoli più primitivi potrebbero esserci di maggiore utilità … e meglio ci inse gnerebbero la storia del nostro spirito … È vero che tutte le lingue … furono  semplici nei loro inizi … Ma ben presto le idee si combinarono fra loro e si  moltiplicarono; e furono moltiplicate le parole, … Poiché le lingue sono uscite  da questa loro prima semplicità … risaliamo allʼorigine delle lingue e vediamo  attraverso quali gradi esse si sono formate (in Formigari, 1971: 73-75). Oltre che dagli enciclopedisti la cultura italiana riprende idee di questo  tenore dal pensiero di Vico, che fissava questa particolare funzione conosci tiva delle lingue nei due assiomi seguenti: 515 Leonardo M. Savoia XVII I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi costumi  deʼ popoli, che si celebrarono nel tempo chʼessi si formaron le lingue. XVIII Lingua di nazione antica, che si è conservata regnante finché pervenne  al suo compimento, devʼesser un gran testimone deʼ costumi deʼ primi tempi  del mondo (Vico 1744, in Nicolini 1953: 441). Lʼindagine linguistica come mezzo fondamentale nella ricostruzione  delle antiche culture scomparse è al centro della riflessione linguistica del  primo Ottocento. Essa riveste più ruoli, correlandosi alla questione dellʼori gine delle lingue, della natura delle differenze linguistiche, del sostrato, del  processo storico che ha portato a differenti lingue. Carlo Cattaneo nel saggio  Sul principio istòrico delle lingue europèe (1841) definisce così i compiti e i  contenuti della linguistica: La linguìstica è surta naturalmente dalla contemporanea cognizione di molte  centinaia di linguaggi vivi e morti … Questo nuovo studio, indagando le ìntime  somiglianze e dissimiglianze delle varie lingue, tanto pel suono dei vocaboli,  quanto per le diverse maniere di derivarli, comporli e collegarli, le òrdina pri mamente in famiglie; e cerca poi nelle istorie dei pòpoli le remote cause per cui  si communicàrono fra loro quei particolari modi dʼannunciare i loro pensieri  … Intanto i dialetti rimàngono ùnica memoria di quella prisca Europa, che non  ebbe istoria, e non lasciò monumenti. Giova dunque raccògliere con pietosa  cura tutte queste rugginose reliquie; studiare in ogni dialetto la pronuncia e gli  accenti; notare quanto il suo dizionario ha di commune colla lingua nazionale e  quanto ha di diviso (Cattaneo 1841, in Opere scelte 1972: 160, 201-202). La concezione storico-sociale del linguaggio delineata dal Cattaneo  sul Politecnico è riproposta da Biondelli, nel Saggio sui dialetti gallo-italici  (1853): Sebbene principal nostro divisamento fosse il raccògliere in questo Saggio  le voci che, per la forma e la significazione loro, si pòssono riguardare come  rùderi degli antichi linguaggi itàlici … (Biondelli, 1853: XXXVII). Il Saggio del Biondelli condensa le linee metodologiche della linguisti ca descrittiva italiana della prima metà dellʼOttocento. In esso si combinano  la conoscenza della nuova glottologia comparativa, lʼinteresse per la raccolta  di documentazione empirica, componenti della riflessione linguistica sette centesca con riferimenti ad autori come Locke, Condillac, Rousseau, Herder,  degli approcci psicologici tipici degli ʻidéologuesʼ. Marzolo si colloca a sua volta in questo ambito di interessi, proponen do una teoria generale della parola, una storia naturale delle lingue, intesa  516 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo come chiave di lettura della storia dei progressi dellʼumanità, una storia  ʻdelle nazioniʼ. Questa prospettiva metodologica è già definita in Monumenti  storici, e ripresa poi nei lavori successivi. LʼOpera … deve servire di base collʼautenticare le etimologie alla dimostra zione dei temi storici ai quali si verranno applicando. Questa parte preparato ria avrà fatto passare la linguistica al rango di scienza naturale … Ma io noto  le leggi eterne dietro le quali si producono, crescono, si tramutano e perisco no; leggi comuni a tutte, perché tutte partite dalle stesse condizioni dellʼuma na natura e dei suoi bisogni in società. Perciò questa parte del mio lavoro si  potrebbe dirsi fisiologia delle lingue … (Marzolo, 1847: 22). Nel saggio Dellʼapplicazione della storia naturale delle lingue alle  investigazioni della storia delle nazioni (Marzolo, 1860:7) ribadisce il valore  conoscitivo dellʼetimologia, vista come ʻmezzo di investigazione storicaʼ,  per cui: le lingue come prodotti dello spirito dellʼumanità... rivelano una forma nazio nale per riconoscere la somiglianza o la diversità delle razze... Paragonate fra  loro le lingue, e considerate come aspetti della storia naturale dello spirito...  sono divenute una ricca sorgente del sapere storico... ci conducono... in un  oscuro passato, tale cui non arriva nessuna tradizione. La combinazione dello schema storico con le considerazioni di ordine  fisiologico e percettivo sono anche alla base del Brevissimo sunto della sto ria dellʼorigine dei caratteri alfabetici (Marzolo, 1857: 14): Dal momento in cui un disegno, dalla semplice rappresentazione dʼun oggetto  passa a pretendere invece alla ricordanza dʼun suono, tale disegno è una vera  nota vocale, fonetica … Dunque le rappresentazioni imitative dʼuna quantità  dʼoggetti poterono passare ad uso di note vocali; ed appunto di tali disegni  imitanti degli oggetti e quindi riguardanti i loro nomi si costituirà quellʼalfabe to nato tra un popolo di lingua semitica … La linguistica comparativa, i procedimenti etimologici e la ricostru zione linguistica e storico-culturale hanno un ruolo cruciale nellʼideologia  nazionale che investe lʼEuropa dellʼOttocento e del Novecento, in quanto  forniscono la base scientifica per la riabilitazione e lʼidentificazione delle  diverse lingue nazionali (Anderson, 2000 [1991]). Il metodo storico-rico struttivo risulta in questo senso funzionale alle idee nazionali che proprio  nei primi decenni dellʼOttocento alimentavano i movimenti di rinascita  nazionale facendo leva sullʼidentità e sullʼantichità storica dei diversi popoli  517 Leonardo M. Savoia e delle diverse culture. In effetti lʼaffermarsi di prospettive metodologiche  e strumenti di analisi è almeno in parte funzionale alle dinamiche culturali  che caratterizzano una società in determinati momenti storici. Ciò sembra  valere in generale per le idee e gli schemi interpretativi della scienza, esten dendosi anche ai paradigmi interpretativi applicati ai fenomeni naturali.  Specificamente, Anderson (2000 [1991]) correla le principali categorie che  classificano il mondo reale e le nostre esperienze in schemi basati sul contra sto tra identità culturali, sociali, storiche, diverse a costrutti concettuali che si  determinano col processo di formazione delle identità nazionali: La “trama” di questo pensiero era una griglia classificatoria totalizzante, che  poteva essere applicata con infinita flessibilità su qualsiasi cosa cadesse sotto  il controllo, reale o presunto, dello stato: persone, regioni, religioni, lingue,  prodotti, monumenti, e così via. Lʼeffetto di questa griglia fu di dare a ogni  cosa unʼidentità precisa: questo, non quello, qui, non lì (Anderson, 2000  [1991]: 207). Al collegamento fra schemi dellʼanalisi scientifica e orientamenti ideo logici non sfugge la formazione dei procedimenti etimologici e della rico struzione linguistica e storico culturale ad essa connessa che caratterizzano  gli studi linguistici nellʼEuropa dellʼOttocento e del Novecento. Ad esempio,  Rotsaert (1979) mostra che gli studi etimologici tedeschi della prima parte  dellʼOttocento si ricollegano alla ʻriabilitazioneʼ del tedesco operata dalla  ricostruzione indoeuropea applicando in ambito lessicografico una meto dologia basata sulla comparazione indoeuropea, come nel caso dellʼAltho chdeutscher Sprachschatz oder Wörterbuch der althochdeutschen Sprache  (1834-46) di Graff. Come sottolinea Rotsaert (1979: 311): ʻScoprire lʼetimo logia delle parole significa in effetti per Graff ritrovare lʼespressione origi nale dellʼanima e dello spirito del popolo tedesco [ʻDer Geist des Volkesʼ]ʼ.  Successivamente si afferma una prospettiva propriamente storica, indirizzata  ad una ricostruzione interna al vocabolario tedesco, che trova espressione ad  esempio nellʼEtymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache di Kluge  (1883, 1899), che rispecchia nuovi interessi di tipo puristico, volti alla riva lutazione del lessico tedesco. Questo particolare ruolo dellʼetimologia e in generale dei nuovi metodi  di indagine storica nella creazione dellʼidentità nazionale è messo in eviden za da Marzolo (1860: 8): Gli splendidi risultati che lo studio filosofico delle lingue fece in Germania  da quasi mezzo secolo facilitano le investigazioni sul carattere nazionale delle  lingue … 518 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Un altro interessante esempio nel quale la pressione delle ideali tà nazionali e lʼindividuazione di una specificità linguistica e culturale  sono preminenti è fornito dalla linguistica albanologica. In Sugli albanesi.  Ricerche e pensieri e in Studi etimologici della lingua albanese di Dorsa  (Dorsa 1847 e 1862), la debolezza metodologica e le procedure etimologiche  di stampo vichiano e gébeliniano lasciano trasparire un intento storico-cultu rale coerente con lʼispirazione civile della linguistica coeva: ... far risaltare lʼantichità antiomerica dellʼidioma albanese, mettendolo in  comparazione principalmente col greco e latino primitivi. Le autorità dei dotti  e in special modo di Malte-Brun, Court de Gébelin, Mazocchi, ci guideranno  per seguire alcun altro punto di affinità con gli altri idiomi indoeuropei, e  anche semitici derivati pure in origine da una madre comune. Seguiremo lo  svolgimento delle parole guidati dalle stesse leggi onde si svolgono le idee, e  invocando a maestro il Vico … forse ci sarà dato di tracciare in qualche modo  una storia ideale della lingua albanese … (Dorsa 1862: 8-10). 3. Temi della linguistica di Marzolo: la formazione delle lingue;  le lingue come sistemi di segni Il ricorso allʼetimologia e alle corrispondenze lessicali per la ricostru zione delle civiltà originarie, caratterizza fin dallʼinizio la linguistica stori co-comparativa; basti pensare a Les origines indo-européennes di Adolphe  Pictet, che lʼautore concepisce come un ʻsaggio di paleontologia linguisticaʼ.  Rispetto a questa impostazione storica Marzolo ha una finalità diversa. Pur  consapevole della nuova glottologia comparata e dei suoi risultati, mira  infatti ad una ricostruzione dei processi di natura fisiologica che portano alla  creazione delle parole; persegue cioè una finalità strettamente collegata a  questioni come appunto lʼorigine del linguaggio e la lingua originaria. A questo proposito in Monumenti storici Marzolo distingue tre cause  naturali nella formazione dei vocaboli: parole di origine automatica, come  le parole formate da elementi labiali per ʻmadreʼ e ʻpadreʼ, parole di origi ne patetica, cioè basate sulle interiezioni, parole di origine onomatopeica.  In realtà Marzolo concepisce lʼidea di ʻprima età linguisticaʼ non nel senso  di lingua primitiva e originaria, quanto come lʼinsieme de ʻi prodotti delle  disposizioni vocali dellʼuomo in contatto col suo simile, giusta le varie cir costanze organiche e quelle estrinsecheʼ. Lʼidea di Marzolo è che la maniera  in cui ora si producono nuove parole o cambiano quelle esistenti dipende  dagli stessi meccanismi fisiologici alla base dellʼipotetica prima lingua, per  cui la ʻstoria naturale delle lingueʼ è una prova della ʻcontinuità del proces 519 Leonardo M. Savoia so ideologico-foneticoʼ, cioè del processo attraverso il quale successioni di  suoni si abbinano a significati. Inoltre Marzolo fornisce una teoria dellʼorigi ne dei vocaboli, proponendo che sequenze di elementi fonetici sono prodotte  inizialmente in connessione con oggetti del mondo reale (onomatopee), con  stati emotivi (interiezioni) e con meccanismi automatici di articolazione  (parole infantili). Lʼespandersi e il convenzionalizzarsi dei significati è un  processo successivo, legato allʼuso dei termini via via introdotti: ʻla nomen clatura fu distribuita di mano in mano e progressivamente giusta i bisogni  dʼespressione dellʼuomo agli atti ed agli oggetti …ʼ (p. 237). È evidente la dipendenza della spiegazione di Marzolo dai testi fonda mentali della linguistica illuminista, per la quale i fenomeni linguistici riflet tono proprietà generali del linguaggio, e più precisamente si conformano a  dispositivi che sono universalmente presenti nella mente e nellʼorganismo  umani. Lʼindividuazione di tali dispositivi avrebbe permesso di ricostruire  proprietà della lingua originaria, o almeno di caratterizzare la base naturale  del linguaggio. Beauzée nella voce Langue (B.E.R.M. 1759, in Formigari  1972) individua tipi di suoni e di parole naturali: Un primo ordine di parole che possiamo considerare naturali, perché si ritro vano almeno approssimativamente eguali in tutte le lingue e dovettero far  parte del sistema della lingua primitiva, sono le interiezioni, effetti necessari  della relazione stabilita dalla natura fra certe affezioni dellʼanimo e certe parti  organiche della voce … Un secondo ordine di parole rispetto al quale tutte le  lingue hanno ancora unʼanalogia comune … sono le parole infantili determi nate dalla maggiore o minore mobilità di ogni parte organica dello strumento  vocale e insieme dalle esigenze dellʼanimo o dalla necessità di dare un nome  agli oggetti esterniʼ (in Formigari, 1972: 185, 186). Nella Grammaire Générale Nicolas Beauzée (Beauzée, 1767) assume  che le differenze fra le lingue siano semplicemente applicazioni differenti di  “principes généraux du Langage” che dipendono dalla natura stessa. In con clusione è possibile sostenere che tutti i popoli della terra, “malgré la diver sité des idiômes, parlent absolument le même Langageʼ. Particolarmente puntuale è la corrispondenza fra lo schema di Marzolo  e il Traité de la formation méchanique des langues, et des principes physi ques de lʼétymologie di Charles De Brosses (De Brosses, 1765). Nel Traité  (Libro I, cap. VI) le cause naturali che determinano la nascita di una lingua  primitiva sono riportate a cinque ordini di parole primitive: le interiezioni; le  parole necessarie nate dalla conformazione dellʼorgano (le parole infantili);  le parole quasi necessarie; le onomatopee; le parole che per natura sono ade guate a certe classi di cose. De Brosses commenta: 520 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Cʼest une chose curieuse sans doute que … de voir que ces rapports se trou vant les mêmes par-tout où il y a des machines humaines, établissent ici, non  plus une relation purement conventionelle, telle quʼelle est dʼordinaire entre  les choses et les mots, mais une relation vraiment physique et de conformité  entre certains sentiments de lʼame et certaines parties de lʼinstrument vocal …  La voix du doute et du dissentement est volontiers nazale hum, hom, in, non  … Je lʼai déja remarqué que le son nazal appartient naturellement à la négation  … (De Brosses 1765: 224 e sgg.). Lʼenfant commence donc à se servir des let tres labiales, puis des gutturales … Ainsi dans toutes les langues les syllabes,  Ab, Pap, am, ma sont les premiers quʼils prononcent.. Il nʼy a point de langue  en aucune contrée où les mots de Pere, mere, et mammelle ne viennent de ces  racines … Les mots Baba, Pappa, Mama, Atta, Tata, Gaga, Nana, sont des  racines primordiales nées de la nature humaine, et dont la naissance est une  conséquence absolue de cette vérité physique, lʼhomme parle … Il faut inférer  de ceci que ces petits mots Papa et Maman … sont primitifs et radicaux pour  toutes les langues du monde; quʼil nʼest pas besoin dʼadmettre ici de dériva tion dʼune langue à une autre … (De Brosses, 1765: 231 e sgg.). Se le parole hanno unʼorigine naturale, tuttavia il loro funzionamento  come segni costituisce il risultato della capacità umana di utilizzare suoni o  oggetti come segnali. La questione del rapporto fra segno linguistico, idee  e mondo esterno costituisce uno dei punti concettuali fondamentali della  riflessione di Marzolo. Nuovamente, si tratta di un interesse che certamente  ha importanti esempi nei filosofi illuministi. Basti pensare alle Réflexions  philosophiques sur lʼorigine des langues, et la signification des mots (1748,  in Formigari 1971) in cui Maupertuis formulò una teoria in cui le parole,  cioè i ʻsegniʼ, corrispondono alle percezioni e alle idee dellʼuomo e possono  influenzare la nostra conoscenza del mondo: I segni per mezzo dei quali gli uomini hanno designato le loro idee hanno tanta  influenza su tutte le nostre conoscenze, che io credo che ricerche sullʼorigine  delle lingue e sulla maniera in cui queste si sono formate meritino pari atten zione … (in Formigari 1971: 75). La natura dei sistemi linguistici come insiemi di segni è oggetto anche  della riflessione di Manzoni, in particolare negli scritti inediti Della lingua  italiana (Poma e Stella 1974; Savoia 1984). Manzoni mette a punto una  concezione della lingua come totalità di segni istituita e garantita dallʼuso  che applica nei saggi relativi alla questione della lingua. La teoria del segno  manzoniana ha al suo centro una precisa nozione del meccanismo di signifi cazione: 521 Leonardo M. Savoia E qui siamo portati a riconoscere … unʼidentità … essenziale, tra i vocaboli  e le regole grammaticali. Sono ugualmente mezzi di significazione, o in altri  termini, sono segni ugualmente … Per segno infatti sʼintende una cosa qualun que la quale serva a indicarne unʼaltra, per mezzo dʼuna relazione, o che abbia  naturalmente con essa, o che sia stata stabilita da una convenzione (Poma e  Stella, 1974: 632-634). Marzolo si inserisce quindi in una linea teorica indirizzata alla carat terizzazione delle lingue come sistemi che generano significati. Si tratta di  un tema che verrà ripreso alla fine dellʼOttocento mentre è generalmente  trascurato dalla linguistica storico-ricostruttiva prevalente ormai, come si  è visto, alla metà del secolo. Marzolo propone una teoria dei segni e della  conoscenza basata sullo schema a tre elementi, il concetto (lʼidea), la perce zione dellʼoggetto e il segno, sintetizzabile con le definizioni che ripropone  per esempio nei suoi scritti sul Politecnico, dove nota che: Le idee non si percepiscono per opera del mondo esteriore, ma sì sono atteg giamenti del centro sensibile indotti da una precedente azione dellʼoggettività  sul me … la parola non agisce sullʼascoltatore se non suscitando le idee che  già esistono in quello, cioè determinando … le associazioni delle altre sensa zioni che già furono contemporanee nelle volte antecedenti in cui ha udita la  parola (Marzolo, 1861b: 557, 558). La questione del segno, come strumento fondamentale della semiotica  umana, rappresenta una delle questioni principali della riflessione teorica di  Marzolo (cf. Marzolo 1857, 1861a, c) e trova nel Saggio sui segni (Marzolo,  1866) una compiuta trattazione. In esso la capacità umana di collegare segni  e significati viene riportata a una teoria generale del segno: Segno per sé assolutamente non esiste; ma sì ogni cosa può diventar segno  per certi rapporti di contingenza con glʼindividui; lʼessere segno non è una  condizione della cosa, ma sì unʼazione di questa sopra dato soggetto senziente  (Marzolo 1866, in Lauretano 2003: 112-113). 3.1. La linguistica applicata: osservazione empirica e teoria dei segni Lʼinterazione fra osservazione empirica e riflessione teorica costituisce  una costante nella ricerca linguistica di Marzolo e dà luogo a interessanti pro poste applicative. Questo vale per le sue ricerche sui sordo-muti su cui scris se negli anni ʼ60 alcuni interventi sul Politecnico, che concorrono a definire  alcuni punti del suo pensiero. In particolare Marzolo (1861b) critica le opi nioni sul linguaggio invalse fra i medici, per cui ad esempio le parole avreb 522 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo bero la capacità di introdurre le idee, mentre, secondo Marzolo, è corretto  assumere che il rapporto fra parole e idee è mediato dalle sensazioni di cui le  parole suscitano la reminiscenza. In questa prospettiva, Marzolo (1862b: 559)  sostiene il ricorso ai segni visivi come mezzo per sviluppare le capacità intel lettuali dei sordo-muti, dato che appunto gli oggetti costituiscono la prima  fonte di conoscenza. A questa concezione si richiamano le proposte sullʼin segnamento delle lingue in Marzolo (1861c), dove è sostenuta la validità di  un metodo che combini la parola con la conoscenza dellʼoggetto in quanto  appunto la parola non ʻha sensoʼ per se stessa ma ne facilita la reminiscenza: Per questo rapporto delle parole colle cose, senza del quale le parole stesse rie scono un suono ozioso, … si deve aver riguardo nellʼistruzione, che le parole  che si danno ad apprendere, e le loro serie riunite in discorso, dieno nozioni  vere, certe delle cose … Le parole pertanto non avendo rapporti colle idee, se  non per accidente, … ne avviene che lo studio della lingua per sé sola (come si  usa) riesce lʼesercizio più nojoso e grave ed inutile … Studio invece dellʼisti tutore sarà dʼimmedesimare la parola colle cose, sia immediatamente trattan dosi dellʼinsegnamento primitivo della lingua materna, sia mediatamente, se  trattisi di una seconda lingua, col mezzo della lingua conosciuta … Le lingue  si possono imparare in due maniere, primo conversando, secondo leggendo e  studiandole sui libri (Marzolo, 1861c: 579, 581-2, 584). La critica dei metodi dʼinsegnamento basati sullo studio libresco delle  forme si fonda sullʼosservazione, ripresa anche in altri suoi saggi, che i  significati delle parole sono interpretabili solo in rapporto alle circostanze  esterne che li hanno fissati, per cui ʻPer penetrare nellʼintelligenza intima di  una lingua nuova, non bastano le cognizioni che già si hanno della propria,  perché i significati delle parole sono un effetto degli eventi speciali occorsi  ad un dato popolo ed ad un dato tempo. Di qui viene la grande difficoltà di  apprendere le lingue morte in confronto delle viventi … (p. 593)ʼ. Il modifi carsi continuo del rapporto fra il segno e la reminiscenza che suscita, e dʼal tra parte, il ruolo cruciale che i segni hanno nel rendere possibili le ʻstesse  reminiscenzeʼ in qualunque tempo rappresentano in effetti questioni essen ziali della riflessione teorica di Marzolo, discusse in particolare nel Saggio  sui segni (Marzolo 1866, in: Lauretano 2003). 4. L’origine del linguaggio e la differenziazione linguistica: mono genesi e poligenesi Lʼesplicita collocazione in una prospettiva uniformista dei fenomeni  linguistici e lʼimpostazione della questione dellʼorigine del linguaggio deli 523 Leonardo M. Savoia neate da Marzolo costituiscono due punti concettuali strettamente connessi  con il dibattito scientifico contemporaneo: ... io sono persuaso che nel presente saggio di storia naturale delle lingue si  tocchi la continuità del processo ideologico-fonetico che mai non fu interrotta  nellʼumana società … Sotto il tema della prima età linguistica si considerano  in effetto i prodotti delle disposizioni vocali dellʼuomo in contatto col suo  simile, giusta le varie circostanze organiche e quelle estrinseche … Il mio con cetto di prima età linguistica non le assegna posto preciso nella serie dei tempi,  né avanza teoremi sulla località e sulla maniera di stato … Dove fu contatto  dʼuomo con uomo ivi fu ricambio dʼumana voce … (Marzolo, 1847: 80). Lʼidea dellʼuniformità dei fenomeni linguistici nel passato come nel  presente è ripresa in Marzolo (1860) nel contesto della discussione relati va alla possibilità di ricostruire tramite lʼetimologia la storia passata di un  popolo. Dopo aver criticato le riserve di Romagnosi sullʼefficacia di questo  metodo ricostruttivo, Marzolo (1860: 37, 39-40) osserva: Avvenne che le lingue … [l]a massima parte di chi le parla non ha il più  minimo sospetto, nellʼatto di adoperare le parole, del modo per cui arriva con  queste a farsi capire, che è dando i cenni dei fatti avvenuti nelle generazioni  precedenti … La disposizione [lo studio e lʼorganizzazione] delle parole nel  modo che giova a tracciare la storia ci produce una convinzione che non si  potrebbe ottenere dalla storia come finora si costituisce. Veniamo ad essere  contemporanei di ogni età trascorsa vedendo con certezza essere successo  quello che succede sotto i nostri occhi … La soluzione prospettata da Marzolo dà una risposta al problema del lʼorigine del linguaggio e dello statuto concettuale della differenziazione lin guistica, come vedremo sotto. Essa inoltre esclude differenze sostanziali fra  le lingue riportandole a principi di formazione uniformi, ricollegandosi allo  schema attualista e uniformista (cf. Barsanti, 2005) che in quel periodo si  afferma fra i naturalisti per lʼinterpretazione dei fenomeni naturali. È Charles  Lyell che in Principles of geology (1830-1833) individua nelle cause attuali  la spiegazione dei fenomeni geologici, ribaltando il paradigma tradizionale  che rinviava a un passato determinato da grandi catastrofi naturali. Gould  (2006: 123) osserva: ... il grande geologo Charles Lyell sostenne che … i suoi predecessori non  erano riusciti a costruire una scienza della geologia perché non avevano svi luppato procedimenti per inferire un passato inosservabile da un presente che  è sotto i nostri occhi … La sua soluzione, un aspetto della visione del mondo  524 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo complessa chiamata in seguito uniformismo, consistette nellʼosservare lʼope rare di processi presenti ed estrapolarne al passato i ritmi e gli effetti. Lʼimpostazione attualista di Lyell è logicamente contigua allo schema  evoluzionista, che con la Philosophie zoologique (1809) di Lamarck aveva  allʼinizio dellʼOttocento una prima esplicita formulazione. Lʼopposizione  di Lyell allʼevoluzionismo e alla sua applicazione allʼuomo ha una matrice  ideologica (Barsanti, 2005) e anticipa le polemiche che investirono il model lo evoluzionista sia nel campo della storia naturale sia in quello della lingui stica. Ragioni analoghe spiegano il catastrofismo e il creazionismo di altri  importanti naturalisti del tempo, come Georges Cuvier, uno dei fondatori  della moderna paleontologia e anatomia comparata (cf. Gould, 2006): Lʼerrore di Cuvier devʼesser dovuto al fatto di aver consentito al pregiudizio  di velare la verità oggettiva … le sue convinzioni non erano radicate in pregiu dizi irrazionali ma … derivarono entrambe dal contesto sociale e scientifico  del suo tempo (Gould, 2006: 97). I nuovi modelli di interpretazione della natura causarono profondi con trasti negli ambienti scientifici proprio in quanto, al di là della loro evidente  adeguatezza, mettevano in discussione non solo gli approcci tradizionali ma  le convinzioni e gli orientamenti ideologici ad essi sottesi. Omodeo (2004)  osserva a questo proposito che lʼevoluzionismo ebbe un energico risveglio  verso la fine del XVIII secolo, come applicazione dellʼanticonformismo e  delle idee di progresso dellʼilluminismo: Progresso ed evoluzione erano nozioni strettamente intrecciate che derivavano  entrambe da una visione storica delle vicende della società umana e dellʼin sieme degli esseri viventi, che traevano entrambe incentivo dalla fede nella  perfettibilità (Omodeo, 2004: 9). In effetti le opere di Lamarck (e lʼinsegnamento dei suoi discepoli ita liani, Sangiovanni e Bonelli), di Charles Lyell, la ʻNaturalphilosophieʼ, per  quanto non confluirono in una ʻvalida teoria scientificaʼ, furono combattute  dai regimi autoritari e reazionari dellʼEuropa del tempo (Omodeo, 2004). 4.1. Lʼorigine delle lingue e delle culture Consideriamo come si configura la questione dellʼorigine del linguag gio e delle differenze fra le lingue nel primo comparativismo e i suoi risvolti  ideologici. La discussione sulla possibilità che le diverse lingue o famiglie  525 Leonardo M. Savoia linguistiche potessero essersi formate in maniera indipendente (poligenesi)  si correlava in maniera cruciale al dibattito sullʼorigine dei diversi gruppi  umani (Timpanaro, 1969). In effetti lʼidea di unʼorigine naturale del linguag gio e del processo che ne determina le differenze è senzʼaltro ben presente  negli autori del settecento. Ad esempio nei Principj di Scienza Nuova Vico  forniva una chiave storico-evolutiva della differenziazione linguistica: Ma delle lingue volgari egli è stato ricevuto con troppo di buona fede da tutti  i filologi chʼelleno significassero a placito, perchʼesse, per queste lor origini  naturali, debbon aver significato naturalmente … Ma pur rimane la gran dissima difficultà: come, quanti sono i popoli, tante sono le lingue volgari  diverse? La qual per isciogliere, è qui da stabilirsi questa gran verità: che,  come certamente i popoli per la diversità deʼ climi han sortito varie, diverse  nature, onde sono usciti tanti costumi diversi; così dalle loro diverse nature e  costumi sono nate altrettante diverse lingue … (Vico 1744, in Nicolini 1953:  543-544). Un punto che accomuna, pur con diverse sfumature i filosofi del lin guaggio della seconda metà del settecento, è che lʼorigine del linguaggio  dipende dalla capacità di pensiero. Il linguaggio sarebbe cioè il risultato  della capacità propria dellʼuomo di avere idee fra di loro collegate e suscet tibili di una rappresentazione analitica (Aarlslef, 1982). Anzi, alcuni autori  proposero una concezione del linguaggio in cui è il linguaggio stesso che  organizza le idee in maniera specifica, diversa per ciascuna lingua, e comun que influenza il modo in cui lʼuomo organizza le sue conoscenze sul mondo.  Uno degli interventi più noti è quello di Maupertuis, che nella Dissertation  sur les différents moyens dont les hommes se sont servis pour exprimer leurs  idées del 1755 (in Formigari, 1971) riprende alcune delle conclusioni di  Condillac, almeno per quanto riguarda lʼesistenza di una fase primitiva in cui  gli uomini, privi di linguaggio in senso stretto, usavano un linguaggio ʻdei  gesti e delle grida naturaliʼ, ampliato poi con ʻgrida e gesti convenzionaliʼ. È  un processo di analisi delle idee indistinte inizialmente formatesi in rapporto  alle percezioni a portare alla distinzione fra verbi, nomi, aggettivi e avverbi.  In queste concezioni le parole corrispondono a idee e percezioni, piuttosto  che a oggetti del mondo reale. NellʼAbhandlung über der Ursprung der Sprache (Herder 1772; in  Formigari 1972: 235 e sgg.) presentato in occasione del dibattito sullʼorigine  del linguaggio promosso da Maupertuis in qualità di presidente dellʼAccade mia di Berlino, Herder vede nel linguaggio una facoltà connaturata allʼuomo.  Herder riconosce lʼesistenza di un ʻlinguaggio del sentimento che costituisce  una legge immediata di naturaʼ che gli uomini hanno in comune con gli ani mali, cioè lʼinsieme di segnali collegati agli stati dʼanimo e alle emozioni.  526 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Però questi suoni naturali ʻnon formano lʼordito del linguaggio umano, non  sono le radici vere e proprie del linguaggio, ma i succhi che ne avvivano le  radiciʼ. Lʼessere umano è caratterizzato dalla ragione, cioè dal ʻcomplesso  governo della sua natura sensitiva e conoscitiva e volitivaʼ; il linguaggio è il  risultato della capacità di ʻriflettereʼ, cioè della capacità dellʼuomo di rico noscere le proprietà distintive degli oggetti, concepite come un segno, una  ʻparola dellʼanimaʼ. Gli autori che assumono unʼorigine naturale e un pro cesso evolutivo nella formazione delle lingue, cercano di ricostruire quale  potevano essere le caratteristiche della prima lingua. Ad esempio Rousseau  nellʼEssai sur lʼorigine des langues (1781) osserva che: ... [nel]la prima lingua, se ancora esistesse, … i suoni sarebbero estremamente  variati, e le diversità degli accenti moltiplicherebbero le medesime voci; la  quantità, il ritmo sarebbero nuove fonti di combinazioni; di modo che le voci,  i suoni, lʼaccento, il numero che appartengono alla natura lascerebbero poco  da fare alle articolazioni, che appartengono alla convenzione, e si canterebbe  quindi invece di parlare; la maggior parte delle parole radicali sarebbero suoni  imitativi, o accento di passioni o effetto di oggetti sensibili; lʼonomatopea vi  si farebbe sentire continuamente. Questa lingua avrebbe molti sinonimi per  esprimere lo stesso essere nei suoi differenti rapporti; si dice che lʼarabo ha più  di mille parole differenti per dire cammello, più di cento per dire spada, ecc.;  avrebbe pochi verbi e parole astratte per esprimere questi medesimi rapporti.  Avrebbe molti accrescitivi, diminutivi, parole composte, particelle pleonasti che … avrebbe molte irregolarità e anomalie … (in Antomelli 1973: 142-143). Come ci aspettiamo, la questione dellʼorigine si lega con le ipotesi  riguardanti le caratteristiche collegabili ai meccanismi linguistici primordia li, su cui ci siamo soffermati al pf. precedente. 4.2. La spiegazione storica dellʼorigine delle lingue e la poligenesi Formulazioni come quelle appena considerate contengono i germi di  una spiegazione storica della differenziazione linguistica, che si afferma dal  primo Ottocento quando lʼattenzione si concentra sui meccanismi evolutivi  che hanno portato alle diverse lingue. In questo nuovo contesto culturale, la  ricostruzione dei rapporti di parentela fra le lingue è collegata alla ricostru zione dei rapporti fra i popoli, e la lingua è vista come il prodotto dellʼevolu zione storica delle singole popolazioni. Gli autori hanno difficoltà a trattare  i rapporti fra lingue come il risultato di processi evolutivi naturali allʼinterno  di un quadro concettuale che salda invece le diverse lingue con le caratte ristiche culturali e (nei termini dellʼantropologia del tempo) razziali delle  popolazioni. 527 Leonardo M. Savoia In questo quadro, le lingue flessive, in particolare il sanscrito, il greco  classico e il latino incarnano la sistemazione perfetta. In Über die Sprache  und Weisheit der Indier (1808, in Formigari 1977) Friedrich Schlegel inter preta le differenze formali fra le famiglie linguistiche come indizio di una  diversa origine e di un diverso meccanismo di formazione, prospettando  un quadro di tipo poligenetico, per cui le diverse lingue avrebbero origini  diverse in corrispondenza alle diverse condizioni di vita originarie degli  esseri umani. Quindi, alcune lingue sarebbero effettivamente dovute ad una  rielaborazione di suoni naturali e onomatopee, come ad esempio la lingua  manciù, mentre altre, come appunto quelle flessive, cioè lʼantico indiano e in  genere le lingue della stessa famiglia (greco, latino, persiano, lingue germa niche) rispecchiano ʻla riflessività più chiaraʼ. Secondo Schlegel: Le ipotesi sullʼorigine della lingua cadrebbero del tutto e assumerebbero un  aspetto diversissimo se, invece di abbandonarle allʼarbitrio della fantasia, le si  fondasse sulla ricerca storica. Ma un presupposto affatto arbitrario ed erroneo  è in particolare quello di ritenere che la lingua e lo sviluppo spirituale abbiano  avuto inizio ovunque allo stesso modo … Si sfogli ad esempio il dizionario  della lingua manciù, e si resterà sorpresi dellʼenorme numero di parole imi tative ed onomatopeiche, ché in effetti di esse consta una grossa parte della  lingua nel suo complesso … Ma allora come sono nate quelle lingue flessive  imparentate fra loro, comʼè nato lʼindiano … oppure comʼè nata la lingua che  fu la lingua originaria e fonte comune, se non di tutte le altre, almeno di quelle  della famiglia in esame? A questo importante quesito si può rispondere con  certezza almeno qualcosa: cioè che quella lingua non nacque da un grido pura mente fisico, da conati linguistici che variamente imitassero suoni … e su cui  si sarebbe poi innestata un poco di ragione o di forma razionale. Questa lingua  è invece un esempio di più … del fatto che la condizione umana non ebbe ini zio dovunque da uno stato di ottusità bestiale … Non è lʼorigine naturale delle  lingue che noi contestiamo, bensì … lʼaffermazione che tutte allʼinizio fossero  ugualmente rozze e selvagge (in Formigari, 1977: 168 e sgg.). La posizione di Schlegel è coerente con gli orientamenti fissisti e crea zionisti della vulgata scientifica del tempo, ed esprime una generale tenden za a rifiutare o limitare il quadro monogenetico e una visione evoluzionistica  del formarsi delle lingue. 4.3. Lʼagglutinazione come prova a favore della monogenesi In effetti, il modello di ricostruzione storica includeva linee di ricerca  e ipotesi diverse. Se lʼimpostazione di Schlegel corrispondeva agli schemi  più diffusi di interpretazione del mondo naturale e dellʼantropologia, emer 528 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo gono fin dallʼinizio impostazioni concettualmente più complesse e meno  conformate al pensiero prevalente. In particolare Bopp (1816) sviluppa molti  elementi della riflessione linguistica settecentesca (Timpanaro 2005 [1973],  Morpurgo Davis 1994) prospettando una teoria uniforme del processo di  formazione delle lingue. Il meccanismo dellʼagglutinazione come spiegazio ne dellʼorigine della flessione rientra in una lunga tradizione razionalista, a  partire dalla Grammaire générale et raisonnée (16763) di Arnauld e Lancelot  (Timpanaro 2005 [1973]), ed è ampiamente utilizzato dai linguisti della  seconda metà del settecento. In base allo schema agglutinante la flessione  verbale delle lingue classiche viene analizzata come la combinazione di una  radice attributiva con le forme del verbo essere. Lʼagglutinazione rappre senta per Bopp un procedimento di scoperta e un criterio fondamentale nella  ricostruzione delle relazioni fra i paradigmi delle diverse lingue, come illu strato dai passi qui riportati: Das erste Futurum der Griechen ist wie das indische, die Verbindung des  Futurum des verb.astract. mit der Stammsylbe. makh-ésô, ol-ésô gleichen den  lateinischen Futuren pot-ero, fac-so … (Bopp, 1816: 66). Amaris, glaube ich, steht für Ama-sis oder sus, amatur für ama-sut. Sut würde  die dritte Person des praes., seyn, … und su-s hiesse demnach die zweyte  Person … (Bopp, 1816: 103). Questo tipo di analisi continuerà ad essere sistematicamente utilizza to da Bopp, anche in opere successive, come in Die Celtischen Sprachen  (Bopp, 1839), come riportato nel passo seguente: ama-bo, mone-bo erkenne, dessen Schlussbestandttheil ich schon in mei nem Conjugationssystem … aus dem Wurzel von fu-i, fo-re erklärt habe.  Das Celtische gewährt mir nun für diese Zerlegung eine damals ungeahnte  Unterstützung … (Bopp, 1839: 45-46). Le prove comparative di unʼaffinità fra lingue come il greco e il latino,  o fra le lingue europee e il persiano erano ampiamente diffuse nel secon do settecento. A questo proposito, è interessante il confronto con lʼanalisi  delle forme verbali in greco e latino presentato in Court de Gébelin nella  Grammaire universelle et comparative (1774), illustrato nei passi qui ripor tati: La seconde méthode est celle des Grecs et des Latins … Par celle-ci, le Verbe  ETRE avec toutes ses personnes, se place à la suite du nom radical qui devient  ainsi un Verbe. Donnons-en un exemple. PHIL désigne en Grec toute idée  relative à lʼamitié et à lʼunion de deux personnes; ce mot devient un Verbe  529 Leonardo M. Savoia elliptique, en se faisant suivre du Verbe ETRE: et lʼon dit: PHIL-ei, il aime;  mot-à-mot, il est uni à lʼamitié - PHIL-eis, tu aimes, tu es uni etc. Lʼon voit le  meme usage dans la Langue Persanne. Le Verbe EST se joint à la suite de ses  noms, pour en faire des Verbes … (pp. 234-235). Lʼanalisi di Bopp a differenza di quella di Court de Gébelin collo ca i dati in una cornice storicamente motivata, che punta alla scoperta e  insieme alla ricostruzione di unʼorigine storica comune. Inoltre, nel quadro  della linguistica del primo Ottocento, in Bopp lʼagglutinazione implica una  concezione evoluzionistica e potenzialmente monogenetica del linguaggio  (Timpanaro, 1969). Nella lettura Über der Ursprung der Sprache (in Moretti 1991), pre sentata nel 1851 allʼAccademia di Berlino, Jacob Grimm ribadisce il rappor to fra ricostruzione linguistica e ricostruzione storica, per cui ʻla correlazione  delle lingue … ci offre chiarimenti ben più sicuri di ogni documento storico  sulla parentela dei singoli popoliʼ. La convinzione che ʻuno strettissimo  nesso tra la capacità umana di pensare e quella di parlareʼ rappresenta ʻil  fondamento e lʼorigine del linguaggioʼ si congiunge con lʼidea di tre tipi di  lingue, identificabili con diversi stadi di evoluzione: lingue con radici isola te, lingue flessive, lingue del tipo europeo moderno con un ordine delle paro le più direttamente legato alla struttura del pensiero. Anche Grimm identifica  nelle antiche lingue indoeuropee, oggetto privilegiato della grammatica stori co-comparativa un livello compiuto e ricco di organizzazione linguistica, pur  accettando lʼidea che i diversi livelli di organizzazioni siano confrontabili: Dobbiamo quindi supporre … tre stadi dello sviluppo del linguaggio umano:  il primo stadio sarebbe quello della produzione, di un attecchimento e di una  crescita delle radici e delle parole, il secondo quello della fioritura di una fles sione perfetta, il terzo invece quello della germinazione o della tendenza verso  il pensiero … Sanscrito e zendo, e in gran parte ancora il greco e il latino, ci  presentano lʼantico tipo di lingua, che mostra una ricca, piacevole ed ammire vole compiutezza della morfologia, ove tutti gli elementi sensibili e spirituali  si sono vitalmente compenetrati. Negli sviluppi e nelle forme successive di  quelle lingue antiche, come per esempio nei dialetti dellʼIndia odierna … nelle  lingue romanze, la forza e la duttilità interna delle flessioni si è in genere affie volita o è del tutto svanita, anche se viene in gran parte recuperata con lʼaiuto  di mezzi e rimedi esterni … (in Moretti, 1991: 53 e sgg). Un importante punto di distacco dallʼimpostazione di Schlegel risiede  nella ripresa di unʼipotesi già discussa nella letteratura settecentesca e, come  abbiamo visto, divenuta centrale nella ricostruzione morfologica di Bopp,  cioè il fatto che anche la flessione sia il risultato di un processo evolutivo: 530 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Ambedue queste tendenze non contrastano affatto fra di loro, poiché tutte le  lingue si presentano su livelli molteplici e svariati, certo simili, ma non identi ci … Persino nel caso del sanscrito è lecito supporre un precedente stadio lin guistico più antico, la cui ricchezza quanto a disposizione e natura si sarebbe  formata in modo ancor più puro … Dal confronto dei due periodi linguistici  nominati … risulta … che, così come la flessione cedette il posto ad una sua  dissoluzione, la flessione stessa sia necessariamente sorta da una congiunzione  di elementi verbali analoghi (in Moretti 1991: 53 e sgg). 4.4. Cattaneo, Biondelli e lʼantropologia italiana Friedrich Schlegel assume unʼasimmetria sostanziale fra i sistemi lin guistici, per cui le differenze formali fra le famiglie linguistiche sono trattate  come indice di una diversa origine e di un diverso meccanismo di formazione,  dando luogo ad una gerarchia che vede nella posizione più alta le lingue flessi ve (indoeuropee). Questa concezione ebbe larga diffusione fra i linguisti italia ni della prima metà dellʼOttocento (Timpanaro, 2005 [1973]). La discussione  sulla possibilità che le diverse lingue o famiglie linguistiche potessero essersi  formate in maniera indipendente (poligenesi) si legava al dibattito degli antro pologi sullʼorigine dei diversi gruppi umani (Timpanaro 1969, Puccini 1991).  Timpanaro (1969) osserva che molti autori ottocenteschi avevano difficoltà  ideologiche nellʼaccettare la monogenesi del linguaggio e quindi lʼinterpreta zione evoluzionistica del formarsi delle lingue. Questo infatti avrebbe signifi cato respingere la classificazione schlegeliana allora prevalente. Dʼaltra parte,  la diffusione della nuova grammatica comparata, pur escludendo una volta  per tutte la derivazione delle lingue dallʼebraico e le interpretazioni a sfondo  biblico della differenziazione delle lingue, introduceva procedimenti di tipo  naturalistico ed empirico, ben lontani dagli assunti spiritualistici di molti autori  dellʼepoca (cf. Timpanaro 2005 [1979]: 116 e sgg.). Gli aspetti più delicati  erano comunque altri: il punto di vista monogenetico implicava una riconside razione in senso analogo delle concezioni antropologiche correnti relative alle  differenze fra le popolazioni umane (Puccini 1991) inducendo una revisione di  tipo evoluzionista che andava contro le convinzioni fissiste in campo scientifi co e alle più diffuse posizioni ideologiche. Inoltre significava assumere lʼuni ficazione del metodo scientifico, estendendo anche al linguaggio i paradigmi  interpretativi delle scienze naturali. Carlo Cattaneo accettò una soluzione poligenetica debole, il cui punto  centrale era lʼattribuzione di un ruolo cruciale ai processi culturali. Così,  Cattaneo nella recensione al libro Types of mankind (1854) uscito negli Stati  Uniti a cura di Nott e Gliddon, accetta lʼimpostazione poligenetica sostenuta  dai contributi raccolti nel libro, affermando che: 531 Leonardo M. Savoia ... noi vorremmo riformare il detto dellʼillustre Agassiz, chen il genere umano  fu creatoin nazioni … dicendo piuttosto che il genere umano apparve pri mamente in piccole tribù, più o men diverse dʼaspetto, come appare dai loro  cranii più antichi: e più o meno atte a unirsi col favore dei luoghi e nelo corso  dei tempi in numerose nazioni … Noi collochiamo lʼuomo al supremo grado  dʼuna scala che comincia dalle monadi organiche per ascendere fino al sel vaggio, cioè allʼessere parlante … E dal selvaggio più vicino al bruto, per noi,  comincia unʼaltra scala, che ascende fino agli eroi della ragione e dellʼumanità  (Cattaneo 1972 [1862]: 380, 383). Il creazionismo di un autorevole naturalista come Agassiz (Gould,  2003) sosteneva una teoria basata sullʼesistenza di archetipi originari sem plici fra i quali non possono esistere rapporti evolutivi. A questo proposito  Gould (2001: 161) osserva che la disputa fra sostenitori della monogenesi e  sostenitori della poligenesi in realtà non prevedeva in nessun caso una vera  eguaglianza fra gli uomini: I sostenitori della poligenesi, e tra questi Agassiz, affermavano che ogni razza  era stata creata come specie separata; i sostenitori della monogenesi ribatte vano che tutte le razze avevano la stessa origine ma che le differenze erano  dovute al diverso livello di degradazione dalla perfezione originaria dellʼEden. I sostenitori della monogenesi comunque, come appunto Agassiz, rite nevano i bianchi ʻuna specie separata e superioreʼ. Agassiz giustificava le  sue conclusioni affermando il diritto della scienza ad ʻaffrontare le questioni  che sorgono dalle relazioni fisiche tra gli uomini dal punto di vista squisi tamente scientifico senza riguardo per i problemi religiosi o politici ad esse  collegatiʼ (in Gould, 2001: 161). Tuttavia, nei fatti, sostenere la poligenesi  significava avvalorare le soluzioni politiche orientate alla separazione fra  gruppi umani e alla disuguaglianza, correlandosi dunque in maniera signifi cativa con atteggiamenti ideologici e con particolari politiche sociali. Dʼaltra  parte Cattaneo accettava lʼidea che tutte le lingue avessero un sostrato natu rale comune: Adottato una volta … il supremo principio di Vico della commune natura dei  popoli dobbiamo riconoscere che qualche tratto dʼoriginaria simiglianza fra  le più disparate lingue deve sempre riscontrarsi. Da per tutto gli uomini pri mitivi, con istinti imitativi più o meno simili, e con organi vocali più o meno  simili, imitarono suoni naturalmente simili, che ferivano organi di più o meno  eguale sensibilità … La chiave di questa simiglianza primigenia non è a cer carsi nellʼAsia o nellʼAfrica, ma nella natura umana. (Cattaneo 1972 [1860]:  251-252). 532 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo In realtà gli interessi di Cattaneo furono prevalentemente storico-cul turali nel senso che miravano a spiegare la somiglianza fra le lingue come il  risultato di una progressiva assimilazione dovuta a processi storici. In parti colare il rapporto fra lingue e società trovò una base teorica nella nozione di  sostrato, che rappresentò un paradigma interpretativo centrale nella sua spie gazione della diversificazione linguistica. Così, nellʼarticolo Del nesso fra  la lingua valaca e lʼitaliana (1837) traccia una spiegazione storica rilevante  sia per la questione della parentela fra le lingue romanze sia per la tipologia  della comparazione. Cattaneo (1837) distingue fra “una simiglianza che  risiede nel dizionario; ed è affatto ovvia e materiale” e unʼ“Altra simiglian za” che “non risiede nel dizionario ma nella grammàtica”. Questo tipo di  somiglianza si osserva “fra due lingue dʼidèntica derivazione, ma sottoposte  dal tempo a vicende diverse e a diverso innesto di rami stranieri … Vʼè infi ne una parentela la quale abbraccia il dizionario ad un tempo e la grammàti ca; la materia e la forma. Questa maggiore … simiglianza si ravvisa appunto  fra il valaco e lʼitaliano …” (Cattaneo 1972 [1837]: 278). Tuttavia, anche in  questa prospettiva, rifugge da unʼapplicazione meccanica dellʼinfluenza di  una lingua su unʼaltra. Questa maniera di classificar le nazioni su la sfumata simiglianza dʼuna sola  forma grammaticale è troppo ardita. Altronde il supporre che avanti la con quista romana una sola purìssima stirpe occupasse tutta lʼimmensa valle che  si stende dallʼEmo ai Carpazi, è veramente assurdo. (Cattaneo 1972[1837]:  289-290). È interessante a questo proposito considerare brevemente la posizio ne di Bernardino Biondelli, che, come è noto, presentò sul Politecnico le  tematiche della nuova linguistica (Biondelli 1939) stimolando gli interessi di  Cattaneo (Timpanaro 1969). Anche Biondelli (Biondelli 1839, 1853), come  in generale i linguisti della prima metà del secolo, è sensibile alle teorie e  agli autori del secondo settecento. Tuttavia nel suo lavoro lʼinterpretazione  sostratica diviene il principio esplicativo fondamentale del cambiamento e  della differenziazione linguistica: Dallʼinsieme di queste considerazioni risulta un altro corollario importantìssi mo per il linguista, ed è che quandʼanche una nazione venga costretta da una  forza prevalente a cangiare il proprio dialetto, conserva sempre pressoché  intatta la nativa pronunzia (Biondelli 1839: 175). Ad esempio, distaccandosi dalla posizione più cauta e problematica di  Cattaneo (1837), Biondelli (1839) sostiene che certe proprietà grammaticali  533 Leonardo M. Savoia del rumeno (il “valacco”), come la postposizione dellʼarticolo e la declina zione nominale, siano dovute al modo di parlare latino da parte di popolazio ni di lingua originaria albanese ed estende il sostrato come criterio esplicati vo del formarsi delle varietà romanze: ... troviamo generalmente che, quando una nazione soggiogata da unʼaltra fu  costretta colla violenza ad adottare … la lingua del vincitore … adattò più o  meno il nuovo lèssico al genio ed alla grammàtica della lingua nativa … Su  questa base, viene ancora mirabilmente risolto il cèlebre problema sulla causa  della varietà dei nostri dialetti, la quale evidentemente risulta dalla originaria  varietà delle nazioni che li pàrlano; e di più ne viene precisata lʼorìgine, la  quale daterebbe dallʼèpoca in cui la lingua latina fu introdotta nelle rispettive  provincie (Biondelli 1839: 168, 170). Lʼipotesi dellʼinfluenza delle lingue originarie sul latino costituisce  uno dei principali strumenti interpretativi messi a punto dalla linguistica  preascoliana (cf. Timpanaro, 1969). Essa deriva, in ultima analisi dallʼidea  diffusa nella riflessione linguistica del tardo settecento in base alla quale  le differenze dialettali rispecchiavano le antiche lingue. Peraltro in autori  quali Cattaneo e Biondelli e in altri linguisti del primo Ottocento queste  idee si confrontano coi risultati del metodo comparativo e con le ipotesi  più attendibili relative alla natura delle lingue e al cambiamento linguistico.  Sia Biondelli che Cattaneo sono lontani da una concezione naturalistica del  linguaggio, almeno nel senso di una prospettiva vicina ai nuovi paradigmi  delle scienze naturali. Questo spiega la loro adesione ai presupposti teorici  della poligenesi. In particolare Biondelli (1839) riprende le conclusioni fis siste delle spiegazioni craniologiche proponendo lʼidentificazione di razza e  nazione: ... il complesso delle facoltà intellettuali dellʼuomo è strettamente collegato  agli òrgani materiali componenti il suo cervello; e questi organi, manife standosi nel complesso delle forme esterne del capo, costituiscono ciò che i  fisiologi chiamano tipo caratteristico e distintivo di ciascuna nazione. Così  è che al bel cranio ovale e simmetrico della razza caucasica va unito il più  ricco corredo di facoltà intellettuali, mentre la stupidità caratterizza dʼor dinario il povero negro dal cranio deforme e compresso … ciò premesso,  se, come ci attestano le osservazioni di tanti fisiologi, questo tipo impresso  dalla divina Provvidenza in ciascuna nazione si manitiene invariato, a tra verso lʼavvicendarsi dei secoli, e nonstante il cangiamento del suolo e del  clima, come potrà variare il tipo mentale, che è in certo modo il regolatore  del tipo sensitivo? … Da qui trarremo un nuovo canone per il linguista, che  cioè ogniqualvolta, decomponendo varj concetti di due lingue, ne risultano  534 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo elementi omogenei, collegati insieme da un sistema suimile di leggi, lʼaffini tàè dʼorigine tra le due nazioni che le parlano è assai probabile (Biondelli,  1839: 182-183). La diffusione della teoria darwiniana introdusse elementi decisivi nel  dibattito su poligenesi e monogenesi delle popolazioni umane e delle lingue,  superando il ʻfragile scientismo di matrice settecentescaʼ anche se ʻal tempo  stesso i piani del mentale e del fisico, del culturale e del razziale, sfuma no gli uni negli altri, con fraintendimenti concettualiʼ (Puccini 1991: 261).  Emblematica è la posizione enunciata da Mantegazza (Mantegazza 1876, in  Puccini 1991) in merito alla questione della razza: tutti gli uomini apparten gono ad una stessa specie, anche se è possibile individuare razze e varietà  diverse, classificabili in ultima analisi non tanto sulla base di caratteristiche  morfologiche quanto sulla base dellʼintelligenza, considerata come un ʻcarat tere organico come la pelle, come il cranioʼ, per cui si possono distinguere  razze basse, medie, alte. Secondo Mantegazza, queste ultime sono general mente composte da uomini bianchi e ortognati. Le classificazioni delle socie tà e delle popolazioni rimangono quindi in stretta relazione con unʼottica  eurocentrica e gerarchica delle differenze fra gli uomini. Fabietti (2005) nota  che nozioni come quello di etnia, nel senso di nazione potenziale, e di razza,  costituiscono corollari dellʼideologia nazionale ascrivibili allʼetà moderna.  Nel dibattito fra gli antropologi le posizioni più esplicitamente evoluzioni ste, come quelle di Lioy (1861) evidenziano con chiarezza il rapporto fra  concezione poligenetica e aspetti ideologici, in particolare il problema della  schiavitù. 4.5. La soluzione monogenetica di Marzolo In realtà, accanto alle concezioni che vedevano nel linguaggio un  fenomeno puramente o prevalentemente storico-culturale, emergono già nel  primo Ottocento approcci basati su una concezione naturalistica e mentali sta del linguaggio stesso. Ciò vale in particolare per proposte teoriche che  mettono al centro della ricerca linguistica il confronto fra le proprietà strut turali e i principi organizzatori delle lingue, in una prospettiva che richia ma quella della grammatica universale dei filosofi del linguaggio francesi  e che abbiamo visto emergere anche in autori come Bopp e Grimm. Sulla  base di unʼampia conoscenza di lingue diverse, in Über das vergleichende  Sprachstudium (1820) Humboldt concludeva che tutte le lingue, anche quel le dei popoli allora considerati primitivi, non solo sono perfettamente forma te ma rispecchiano gli stessi principi fondamentali: 535 Leonardo M. Savoia È un fenomeno degno di nota che non sia mai stato dato finora di trovare una  lingua che stesse fuori del campo delle formazioni grammaticali compiute,  che mai sia stato dato di sorprendere una lingua nel bel mezzo del mobile  divenire delle sue forme … Finora lʼesperienza personale mi ha però mostra to che anche gli idiomi cosiddetti rozzi e barbarici possiedono già tutto ciò  che occorre a un uso compiuto e, come si è visto nel caso dei migliori e più  importanti, sono forme in cui lʼintera vita spirituale può nel corso del tempo  incarnarsi per esprimere, in maniera più o meno perfetta, qualsiasi tipo di idee  … (in Formigari 1977: 182-183). La soluzione di Marzolo si accorda con le conclusioni di Humboldt,  uno degli autori cui si ispira. In particolare, per caratterizzare i rapporti fra le  lingue Marzolo si riferisce alla ʻcatena degli esseriʼ, cioè al modello corren te fra i naturalisti pre- e non-darwiniani per cui le varie specie si collocano  in una sorta di continuum dalla più semplice alla più perfetta (Gould 2007,  Barsanti 2005). Questa soluzione risulta complementare a unʼidea della  differenziazione linguistica, nella quale i diversi tipi linguistici non rappre sentano tanto il frutto di un processo evolutivo quanto il diverso risultato  dellʼapplicazione dello stesso insieme di principi. La mia Opera si può paragonare … ad un lavoro di musaico, di cui io ho trova to i pezzi … come per Buffon, che aveva scoperta la scala degli esseri, dove vano esistere i relativi esseri corrispondenti ad ogni gradino... un gradino nella  catena degli esseri non si troverà se non nei fossili … (Marzolo 1847: 24). La sua formazione nel campo medico sembra determinante nellʼindivi duazione delle corrispondenze fra scienze naturali e scienze del linguaggio,  suggerendogli una riproposizione dellʼunità del metodo scientifico: Ora sotto questo riguardo la presente opera tende a tracciare la via per porre  rimedio ai bisogni dellʼepoca; dove per la molteplicità delle divisioni accadute  nello scibile, riescono glʼinsegnamenti così distanti che sembrano del tutto fra  loro stranieri … (Marzolo 1847: 24-25). In effetti, Marzolo deriva la sua concezione monogenetica dalla carat terizzazione fisiologica che assegna al linguaggio. Questa concezione è  precisata in Marzolo (1861a), dove lʼautore rifiutata lʼidea che la genesi del  linguaggio si debba ad esplicito ʻprocedimento della ragioneʼ (p. 372) ripro pone la sua tesi che: ... applicando lʼesame oggettivamente sui fatti linguistici … ci accorgiamo  essere questi un lavoro automatico … Esplorando i rapporti delle forme delle  536 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo parole collʼintelletto, si trova che … la parola può servire bensì di segno dʼal tra cosa, cioè destare lʼintelletto a reminiscenze, ma per sé è se non una serie  di suoni (Marzolo 1861a: 372). Il meccanismo fisiologico sotteso al linguaggio giustifica il fatto che la  ricerca sul linguaggio ʻdeve cominciare sui parlanti, anzi che sui libri; e nelle  lingue vive a noi noteʼ (p. 375); di conseguenza: il punto di partenza più sicuro è dʼesaminare … tutti i fenomeni fonetici e  ideologici nellʼuomo che abbiamo sottʼocchio … Trovati questi si deve passa re allʼesame delle lingue meno note … e vedere se si incontrino fatti analoghi.  Se compajano pertanto fatti comuni nella struttura di tutte le lingue, qualunque  siano le classificazioni in cui si chiusero … tutto il resto, in cui per avventura  differissero lʼuna dallʼaltra, non deve accennare a processo di genere diverso  (Marzolo 1861a: 376). La critica alle classificazioni degli etnologi e dei linguisti in base alle  quali ʻsi danno le differenze fra ceppo e ceppo come originaliʼ si basa sul  fatto che: considerando senza prevenzioni scolastiche o scientifiche le lingue la si trova  in tutte … fenomeni i quali … si veggono essere manifestazioni necessarie  della natura dellʼuomo … costanti così per necessità dʼorganizzazione, come  le leggi fisiche … (Marzolo 1861a: 376). In questa prospettiva Marzolo (1861) rifiuta le ipotesi sostenute nel  dibattito a lui contemporaneo relative alle lingue monosillabiche, concepite  come il risultato di un lungo processo storico a partire da sistemi polisillabi ci, allʼipotesi di una fase iniziale puramente vocalica, e infine di fasi iniziali  in cui il linguaggio avrebbe contenuto solo sostantivi. Al contrario anche le  lingue più primitive dovevano avere categorie e dovevano essere comunque  derivate da processi di mescolanza: ... senza questo servigio della parola, per nome, per verbo, ecc. i parlanti non  avrebbero potuto intendersi… Ovunque sʼincontrassero viventi di umana  forma, qualunque fosse il clima, lʼaccidenza della loro dimora, e fosse pure  ferina la loro ignoranza, si trovarono servirsi di una favella promiscua fra loro  (Marzolo, 1861a: 385). Marzolo (1862) affronta la questione del rapporto fra le discipline  letterarie e umanistiche e le scienze; si tratta di un tema dibattuto in quegli  anni, che, come vedremo al pf. 5.1., è oggetto di un importante intervento  537 Leonardo M. Savoia del Lignana. Marzolo (1860c) sostiene in primo luogo il distacco fra scienza  e letteratura, anche se questa separazione è frutto di un processo storico. Il  punto essenziale è che la scienza si basa su dati oggettivi e indipendenti dai  segni (cioè dal linguaggio) utilizzati per parlarne. Marzolo riporta al metodo  scientifico discipline come la logica, la psicologia del linguaggio, la lingui stica, la matematica, che però distingue da quelle basate sullo studio di dati  oggettivi. Discipline come la linguistica mettono in gioco lʼanalisi della  ʻsoggettivitàʼ: Ma poiché nei materiali filologici, linguistici, non si tratta già del rapporto  dellʼoggettività col me dʼun solo individuo, ma sì col me di tutti gli uomini  inconsapevoli delle proprie cause soggettive nelle produzioni [linguistiche]  che hanno lasciato, e di più non interrogabili, perché quasi tutte avvolte nel lʼoblio dei secoli, veggasi come sʼimplichi la scienza linguistica, la filologia  (Marzolo 1862c: 14). Nel complesso, le sue conclusioni si distaccano sia da quelle degli approc ci storico-culturali, basati sulla poligenesi, che abbiamo visto formare il pensiero  prevalente fra i linguisti del suo tempo, sia anche da quelle degli autori che si  richiameranno a Darwin, come Lignana e Schleicher. Infatti, anche gli autori più  sensibili ai fondamenti naturalistici della ricerca linguistica non rinunciano in  ultima analisi a mantenere una concezione in qualche misura gerarchica e poli genetica delle lingue. A differenza di questi, la concezione di Marzolo, pur non  riferendosi esplicitamente a teorie evoluzioniste, assume che comunque la fase  originaria sia stata uguale per tutte le lingue e abbia incluso le categorie fonda mentali del linguaggio, risultando particolarmente in sintonia con una prospetti va evoluzionista simile a quella fissata dalla teoria darwiniana. 5. L’origine dell’uomo e del linguaggio nell’evoluzionismo scien tifico La nozione di evoluzione era già utilizzata dal pensiero illuminista  (Condillac, Rousseau, Diderot, De Brosses, Maupertuis) per spiegare il formar si delle facoltà umane, come appunto il linguaggio; in ambito naturalistico era  stato introdotto in particolare dal biologo francese Jean Baptiste de Lamarck.  La moderna teoria dellʼevoluzione elaborata da Darwin in On the origin of spe cies by means of natural selection (1859) e The descent of man, and selection in  relation to sex (1871) spiega la diversificazione delle specie assumendo che le  diverse specie non sono immutabili ma discendono da forme viventi più antiche  attraverso un processo di evoluzione. Come nota Goodwin (2001) la teoria di  538 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Darwin mette insieme due idee già condivise dal mondo scientifico e dalla cul tura del tempo, cioè quella dellʼadattamento, per cui gli organismi sono adattati  allʼambiente in cui vivono, e quella dellʼereditarietà dei caratteri, per cui la prole  somiglia ai genitori. Lʼelemento interpretativo nuovo è la selezione naturale.  In base ad essa gli organismi in cui sono emersi nuovi caratteri a seguito di  mutazioni, possono risultare meglio adattati allʼambiente di altri organismi già  esistenti, soppiantandoli nella lotta per la sopravvivenza e dando origine ad una  nuova specie. Quindi anche le facoltà intellettuali e morali, che da sempre erano state  considerate ciò che separava gli esseri umani dal regno animale, vengono assog gettate alle stesse leggi dellʼevoluzione, come i caratteri presenti in ogni altro  animale, e sono viste come il risultato dellʼadattamento allʼambiente, dellʼeredita rietà e della selezione naturale. Non solo, ma esse sono in un rapporto di discen denza evolutiva con caratteristiche presenti in forme animali meno evolute: La conclusione principale cui siamo giunti, ora sostenuta da molti naturalisti  ben capaci di formulare un giudizio valido, è che lʼuomo sia disceso da qual che forma meno organizzata … Questa creatura, se un naturalista ne esami nasse la struttura, sarebbe classificata tra i quadrumani, sicuramente quanto il  progenitore ancora più antico delle scimmie del vecchio e del nuovo mondo.  (Darwin 1977 [1871]: 639, 642). Lʼidea di Darwin è che le facoltà intellettive devono avere avuto unʼim portante funzione adattiva, nel senso che ʻlʼintelletto gli [allʼuomo] deve essere  stato di grande utilità, anche in un periodo molto remoto, in quanto lo ha messo  in grado di inventare e di usare il linguaggio, di fare utensili, armi, trappole, ecc.  con cui, con lʼaiuto delle sue abitudini sociali, fin da molto tempo è diventato il  dominatore di tutte le creature viventiʼ, e che ʻlʼuso continuato del linguaggio  deve aver reagito sul cervello e provocato un effetto ereditario, che a sua volta  deve aver reagito sul miglioramento del linguaggioʼ (p. 642, trad. it 1977). Più  precisamente, il linguaggio è caratterizzato da Darwin come una sorta di ʻistin toʼ, ʻpeculiare allʼuomoʼ. Esso è diverso dalle abilità apprese, le ʻartiʼ, in quanto  ʻlʼuomo ha una tendenza istintiva a parlare, come vediamo del balbettìo dei  nostri piccoli …ʼ (pp. 111-112, trad. it 1977). Coerentemente con lo schema evoluzionista, Darwin conclude che ʻil più  simmetrico e complesso [dei linguaggi] non sarebbe da classificare superiore ai  linguaggi irregolari, abbreviati e imbastarditi … Da queste scarse e incomplete  osservazioni concludo che la costruzione estremamente complessa e regolare di  molte lingue barbare, non è prova che esse debbano la loro origine ad un parti colare atto di creazioneʼ. Non vi sono quindi lingue più perfette di altre, né sem bra possibile individuare in alcuna lingua una forma linguistica primitiva. Vale  539 Leonardo M. Savoia insomma anche per le lingue il criterio delle scienze naturali per cui i naturalisti  considerano ʻla differenziazione e la specializzazione degli organi come prova  di perfezioneʼ (p. 642, trad. it. 1977). Infine, Darwin connette lʼevoluzione del  linguaggio non alla comunicazione, quanto piuttosto allʼ ʻuso continuato e [al]lo  sviluppo di questa facoltàʼ, definita ʻmacchina meravigliosa che identifica con  parole tutti i tipi di oggetti e qualità, e suscita concatenazioni di pensiero che  non sorgerebbero mai dalla semplice impressione dei sensi o, se anche sorgesse ro, non potrebbero mai avere un seguitoʼ (p. 642-643, tra. it. 1977). Al contrario  la capacità di avere concetti non sembra la caratteristica fondamentale del lin guaggio, e infatti è condivisa con altre specie animali: ʻRiguardo agli animali ho  già cercato di dimostrare che essi possiedono questa facoltà, sebbene a un livello  rozzo e primordiale …ʼ. È evidente che queste considerazioni scompaginano  le concezioni correnti sia in campo naturalistico sia nel campo delle scienze  umane. Non solo prospetta una visione compiutamente uniformista del linguag gio e una sua considerazione in un quadro scientifico unitario rispetto agli altri  fenomeni naturali, ma mette in discussione le più condivise idee sulla separatez za dei fenomeni linguistici, sullʼorigine e sullʼevoluzione delle lingue, e sulle  differenze fra lingue. 5.1. Evoluzionismo nella linguistica alla metà dellʼOttocento: una concezione  problematica Lʼaffermarsi dellʼevoluzionismo ebbe interessanti riflessi anche sul dibat tito relativo alle differenze fra lingue. Sono emblematici a questo proposito gli  interventi di Lignana (cf. Timpanaro, 2005 [1979]). La convinzione che il meto do di indagine linguistica rappresenti ʻla scoperta della filosofia della storia della  nostra schiattaʼ (Lignina 1866: 14, in Timpanaro 2005 [1979]: 146) è alla base  della prospettiva storicistica che ispira lʼunificazione di filologia e linguistica in  La filologia del XIX secolo (1868) viste come le due facce di un unico studio di  tipo storico della lingua e della civiltà indoeuropea: Non sono analogie, rissomiglianze, conformità, identità, che si fondino nella  così detta natura comune del genere umano, ma bensì in quella specifica di  una schiatta … Affermare lʼunità delle lingue Indo-Europee è lo stesso che  affermare lʼunità genetica di tutta la coltura Indo-Europea (Lignana 1868: 56,  57). La Grammatica Comparata è vista cioè come strumento che permette  unʼinterpretazione unitaria di fatti storicamente determinati (lingua e cultura  indoeuropea), mentre lʼipotesi di Humboldt di una ʻpluralità autonoma e coe sistente dei principi storiciʼ alla base di tutte le lingue è lontana dallʼessere  540 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo provata. Le questioni sollevate dallʼevoluzionismo darwiniano sono affrontate  in maniera esplicita nella prolusione romana del 1871 Le trasformazioni delle  specie e le tre epoche delle lingue e letteratura indo-europee (1871), dove  Lignana pur tentando di riportare i principi della classificazione linguistica ad  una concezione monogenetica di stampo darwiniano, paga un forte tributo al  pensiero prevalente e radicato di una differenza originaria e irriducibile fra tipi  linguistici: Che cosʼè questa grammatica di Bopp se non lʼanalogo della teoria di Darwin  nelle sue applicazioni ai fatti della linguistica? … Le lingue hanno combattuto  per la loro esistenza come gli organismi … La maggiore congruenza di certe  forme in due o più lingue dello stesso tipo stabilisce naturalmente la loro più  stretta affinità … Darwin vuol dedurre da una sola specie tutte le specie orga niche, nissuna eccettuata … Qui sta la grande differenza fra Darwin e Bopp.  Tutte le lingue Indo-europee rappresentano … una sola unità storica. Ma al di  là di questa sfera cessa la legge delle affinità e la continuità delle trasformazio ni … (Lignana 1871: 11, 12). Le lingue sembrano sottratte ad una stretta applicazione delle leggi naturali: La cellula primitiva, onde indifferentemente poteva prorompere o lʼuno o lʼal tro tipo linguistico è per ora … unʼipotesi che non può essere verificata dalla  scienza (Lignana 1871: 16). Il punto è che la linguistica non è ʻuna scienza puramente naturale, …  ma una scienza essenzialmente storicaʼ (p. 20-21). Appare quindi centrale una questione che abbiamo finora solo sfiorato,  cioè quella del posto occupato dagli studi linguistici nel quadro delle scien ze. Per quanto alcuni autori, come Max Müller, sostenessero che ʻla science  du langage a droit à occuper cette place [le couronnement] parmi le sciences  naturellesʼ (Müller 1867: 9), e vedessero il linguaggio umano in relazione  con le capacità presenti nelle altre specie animali, la prospettiva storica pre valente fra gli autori dellʼOttocento mette in discussione lʼunità del metodo  scientifico. È evidente la cesura con la riflessione illuministica delineata che  aveva già fissato i punti essenziali di un approccio naturalistico ai fenome ni mentali, superando il dualismo fra natura e mente, nel senso indicato da  Nicolas Beauzée, nella Grammaire générale (1767): ... traiter les principes du Langage, comme on traite ceux de la Physique, de  la Géometrie, ceux de toutes les sciences; parce que nous nʼavons en effet  quʼune Logique … 541 Leonardo M. Savoia La separazione fra scienze naturali e scienze umane caratterizze rà invece in generale la cultura dellʼOttocento e della prima metà del  Novecento. I fenomeni ascrivibili alla mente trovano unʼinterpretazione in  chiave storica, come nel caso della formazione dei diversi livelli di organiz zazione socio-culturale (testi, folklore, società, lingue) visti come il risultato  di processi storico-sociali. Non è un caso che Lignana (1868) criticasse il  ʻMonismo materialistico o idealisticoʼ, per cui ʻLa pluralità dei principii  non solo per ciascuna scienza, ma per le stesse singole discipline, onde si  compone la nuova filosofia, è la condizione preliminare per la possibilità  dei suoi progressiʼ (p. 7). Come sottolinea Timpanaro (2005 [1979]) le dif fidenze di molti studiosi italiani nei confronti del darwinismo derivavano  dalla convinzione della inapplicabilità dellʼevoluzionismo naturalistico ai  fatti umani, concepiti come un dominio del sapere autonomo rispetto a quel lo della natura. È noto che August Schleicher assume la prospettiva darwiniana come  chiave interpretativa della formazione delle lingue nei suoi lavori di indoeu ropeistica, in particolare sviluppando la teoria dellʼalbero genealogico (ripre sa dalla spiegazione evoluzionistica di Darwin), adottata nel Compendium  der vergleichenden Grammatik der indogermanischen sprachen (1861).  Teorizza la sua posizione nella lettera aperta allʼantropologo E. Häckel, Die  Darwinische Theorie und die Sprachwissenschaft (Weimar, 1863), ripresa  poi nel 1865 in Über die Bedeutung der Sprache für die Naturgeschichte des  Menschen, dove il linguaggio è visto come il prodotto delle proprietà degli  organi, fra i quali include il cervello. In Die Darwinische Theorie und die  Sprachwissenschaft, (trad. italiana in Bolelli 1965) Schleicher sostiene lʼuni ficazione del metodo scientifico, assumendo che la che la glottologia deve  ricorrere ai procedimenti delle scienze naturali, e che le lingue sono ʻorga nismi naturaliʼ che sorgono e si sviluppano senza lʼintervento consapevole  degli uomini, seguendo leggi ben definite: Il testo di Darwin … mi sembra armonizzare perfettamente con le fondamenta li concezioni filosofiche che incontriamo oggi più o meno chiaramente e con sapevolmente espresse nella maggior parte degli scritti naturalistici … Il pen siero dellʼepoca moderna tende inequivocabilmente al monismo … Il metodo  scientifico non è più quello di una volta … Lʼosservazione è la base del sapere  di oggi. Ma lʼosservazione ci insegna che tutti gli organismi viventi che pos sono essere controllati sufficientemente si modificano secondo leggi fisse …  la teoria di Darwin … si basa sullʼosservazione … Darwin ha realizzato per la  biografia degli abitanti della terra, ciò che Lyell ha fatto per la storia della vita  della terra (Bolelli 1965: 124-125, 126). 542 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Per quanto riguarda lʼorigine delle diverse famiglie linguistiche,  Schleicher adotta una soluzione per cui ciascuna famiglia ha avuto un proces so di sviluppo e di differenziazione interna indipendente dalle altre famiglie. ... Nessuno dubita più che lʼintera famiglia delle lingue indoeuropee … sia  sorta da unʼunica forma fondamentale, ovvero dalla lingua madre indoeuro pea; lo stesso vale per le lingue del gruppo semitico … nonché per tutte le  famiglie o ceppi linguistici … Ma come stanno le cose per quanto riguarda  lʼoriginarietà delle famiglie … Si ripete qui lo stesso fenomeno che riscontria mo per le lingue di unʼunica famiglia? Anche queste lingue fondamentali sor gono a loro volta da lingue fondamentali comuni le quali procedono, da parte  loro, da unʼunica lingua originaria? (Bolelli 1965: 128, 132). Infatti secondo Schleicher le differenze fra le lingue sono tanto pro fonde da escludere una comune origine. Al contrario sarà possibile assumere  che i principi alla base delle diverse famiglie linguistiche sono gli stessi.  In particolare la teoria dellʼagglutinazione suggerisce unʼoriginaria corri spondenza formale delle lingue attualmente più complesse con quelle che  Schleicher giudica più semplici, come il cinese. Questa fase originaria con sisterebbe nella essenziale capacità di combinare suoni e significati privi di  distinzioni di categoria: Innanzitutto la diversità delle varie famiglie linguistiche … è di tanta rilevan za che nessun osservatore sereno può pensare ad una loro comune origine …  Quindi non possiamo presupporre una derivazione per così dire materiale di  tutte le lingue da unʼunica lingua primitiva. La cosa però cambia per quanto  concerne la forma linguistica. Tutte le lingue più organizzate, ad esempio la  lingua madre della famiglia indoeuropea … grazie alla loro struttura mostrano  chiaramente di essere nate da forme più semplici per evoluzione graduale. In  tutte le lingue si nota come la forma più antica della loro struttura sia stata  essenzialmente uguale a quella che si è conservata in alcune lingue di struttura  semplicissima (ad esempio il cinese). Insomma lʼelemento da cui sono scatu rite tutte le lingue era rappresentato da suoni provvisti di significato, imma gini foniche semplici … in grado di fungere da qualsiasi forma grammaticale  (Bolelli 1965: 133). Poiché lʼelemento da cui sono scaturite le lingue corrisponde a una  pura capacità simbolica, priva delle proprietà morfosintattiche fondanti del  linguaggio, di fatto Schleicher ripropone una soluzione poligenetica che  attribuisce alle diverse famiglie linguistiche linee di sviluppo indipendenti.  Le differenze fra le lingue risultano quindi sostanziali e riferibili a una gerar chia che dispone le lingue in base al grado della loro organizzazione, più o  543 Leonardo M. Savoia meno complessa, che pone al suo vertice la famiglia delle lingue con mag giore grado di organizzazione, cioè quella indoeuropea. In questo contesto, la posizione di Ascoli risulta orientata su questioni  tecniche e metodologiche piuttosto che teoriche. In effetti, anche se lʼinteres se per la ricostruzione dellʼunità fra lingue semitiche e lingue indoeuropee lo  fa propendere per la monogenesi (Timpanaro 1969), il naturalismo ascoliano  si concretizza in un approccio pienamente empirico, che nella recensione  alla prolusione di Giacomo Lignana Della grammatica comparata di Bopp  (1866), è esplitamente basato sul valore epistemologico della ʻdimostrazione  scientificaʼ: Lʼetimologia divenne una scienza … Di certo la saldezza della nostra dottri na fonologica … ma offriamo costantemente tali prove, dalle quali … resulti  unʼevidenza apodittica, una convinzione che punto non dipende da alcuna pro pensione soggettiva o da alcun presupposto ideologico, ma è tale. Allʼincontro,  che debba essere unanimemente condivisa dal gran giurì del senso comune. È  la dimostrazione scientifica, resa ormai costante anche sul campo della storia.  E storia naturale, dimostrata con evidenza matematica; e la pianta di cui si  tratta, è la gemella del pensiero (in Ascoli 1977 [1967]: 39-40). La linguistica ascoliana è programmaticamente estranea a speculazioni  di teoria del linguaggio: Commentando lʼanalisi agglutinativa di Bopp conclude che: … non siamo più  limitati a rasentar lʼideologia solo per motivare la derivazione o i significati  di singole voci; ma assistiamo a tutto lo svolgimento che il pensiero consegue  per lʼorgano della parola. Possiamo discernere per quanta parte delle sue espli cazioni il pensiero sʼaffidi al processo veramente aggregativo … (in Ascoli,  1977 [1867]: 41). Il riferimento generico al ʻpensieroʼ e lʼimpostazione complessiva di  Ascoli, basata su una considerazione di tipo storico delle lingue, sembrano  anticipare la maniera di guardare al linguaggio da parte degli approcci di tipo  idealistico che si affermeranno nei decenni successivi. SUMMARY The linguistic work of Marzolo, professor of Grammar and Comparative  Linguistics at the University of Pisa from 1862, is an interesting document of the  relation between the general theory of language developed by illuminist scholars and  the nineteenth-century historical paradigm of linguistic research. Graziadio Ascoli,  544 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo the most representative historical linguist in nineteenth-century Italy, considered  Marzolo a ʻgenial heterodoxʼ who aimed at defining an universal theory of language  that however lacked an adequate scientific base. The methodological weakness indi cated by Ascoli seems to us to depend on the fact that the questions and the concep tual points raised by Marzolo take up fundamental aspects of the linguistic reflection  of illuminist authors, and this in a period in which the prevailing epistemological  perspective was historical in character. On the other hand the approach of Marzolo  is characterized by a crucial link with the scientific thought of his time and with the  conceptual framework of positivism; in particular, the entire reflection of Marzolo  is inspired by a naturalistic perspective in the study of language. This article aims  at examining the principal aspects of the linguistic analysis of Marzolo by relating  them to the scientific framework of the first half of nineteenth century, especially to  the new evolutionist ideas which influenced the domaine of natural sciences, anthro pology and linguistics. Thus, the conception of linguistic research as ʻphilosophy of  historyʼ and as key for the reconstruction of ancient cultures, the question of the ori gin of language and the debate on language monogenesis vs polygenesis, are themes  that largely emerge in nineteenth-century Italian culture and its scientific milieus,  involving influential linguists such as Cattaneo, Biondelli, and subsequently Lignana  and others. The work of Marzolo reflects this cultural and scientific context in a very  interesting way: in particular, Marzolo maintains a monogenetic approach even if he  does not explicitly refer to the Darwinian theory of evolution. NOTE 1  Paolo Marzolo nacque a Padova il 13 marzo 1811. Ingegno precoce seguì il corso di  filosofia nellʼUniversità di Padova a soli quattordici anni e continuò lo studio del greco e del latino.  Conseguì la laurea in medicina a 22 anni con la dissertazione De vitiis loquelae. Iniziò come chirur go a Padova; successivamente come medico condotto si spostò in altre zone del Veneto, dove rimase  molti anni cominciando a raccogliere i materiali per la sua opera principale. In questi anni studiò gli  enciclopedisti, gli scrittori latini e greci, diverse lingue (il tedesco, lʼungherese, lʼebraico e succes sivamente lʼarabo, il turco, il  cinese). Fu socio ordinario dellʼAteneo di Treviso. Passato a Milano  dopo il 1849, collaborò al Politecnico diretto da Carlo Cattaneo. Nominato professore straordinario  di Letteratura greca allʼAccademia scientifico-letteraria di Milano nel 1860, lʼanno successivo fu  chiamato a Napoli come professore straordinario di Letteratura latina. Per interessamento del mini stro della P.I. Carlo Matteucci, nel 1862 ebbe la cattedra di Grammatica e lingue comparate allʼUni versità di Pisa, dove il 17 novembre 1862 presentò la prolusione Della letteratura delle nazioni e  della loro comparazione. Morì a Pisa il 5 settembre 1868. 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