GRICE E MARZOLO

 

Luigi Speranza -- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marzolo: la ragione conversazionale del segno – filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo italiano. Padova, Veneto. Abstract. H. P. Grice: “When I delivered my lecture on ‘meaning’ for the Philosophical Society at Oxford, I knew that some of my pupils – to which I had burdened with my seminars on ‘meaning’ would be attending. I was paying little attention to Marzolo. When Cairo wrote his ‘Dictionary of Symbols,’ way before Vienna, and other events with which we were familiar at Oxford, Cairo makes an effort to trace his research – and he provides three references: Ferrero, Marzolo, and Marchesini – “amongst us Italians” – he adds. Now Ferrero was more of a lawyer and his ‘I simboli’ only tangentially approaches ‘simbolo’ and ‘segno,’ or the phenomenon of ‘voulere dire’ alla Grice – but what is important is that he leaves Marchesini behind, and indeed OVER-stresses the LEGACY of Marzolo. Unlike myself – who dismiss in “Meaning” talk of ‘sign,’ Marzolo entitles his ‘essay’ an ‘essay on signs’ – and he is indeed into ‘words’ – he held a profeessor of letters at Pisa. But his words are what these words ‘voule dire’ – ‘signare’ – as quoted by both Marzolo and Ferrero – as when Cicero says that a signum signat – in the zodiac. But Marzolo’s examples are RARELY about what a given expression MEANS, or is a sign of – he takes this for granted. Now, if you read my ‘Meaning’ you will find NO reference to what a word – or group of words means – I approach this later in my career, under pressure, and I give only ONE example ‘shaggy’ – shaggy shaggy reduplicated, as Ferrero has it to mean that the utterer means that the referent is hairy-coated. When it comes to indicare that’s our ‘say’ – as when I say ‘Peccavi’. But can I say that I said THAT peccavi? Surely not. So ‘say’ primarily applies to the utterer, but what the utterer says may not be an instance of his saying THAT – cf. MAD magazine cartoons on what people say and what they actually mean. On the other and, when I give the example of ‘He hasn’t been to prison yet’ – the first one of ‘imply’ – I do point out that I will use ‘implicate’ as a term of art as a way of avoiding me the necessity to select to use ‘mean’ and other words in that range. So, my point, against Austin and Witters, is that whatever the utterer meant – THAT his colleagues were dishonest – it would be otiose – and almost false – to say that what he means is that C hasn’t been to prison yet. ‘C hasn’t been to prison yet’ is the OPTIMAL way to be a sign for ‘He hasn’t been to prison yet.’ One may intoduce the explicit/implicit distinction. The utterer, by displaying a bandaged leg, EXPLICITLY conveys that he’s leg is bandaged, but what he means – i. e. that of which his ‘utterance is a SIGN (as Marchesini, Marzolo, and Ferero would have it – is, as I put it, that he cannot join his co-conversationalist in a game of squash. When I published my WoW:5 in Philosophical Review, I ellided the section on ‘saying,’ and ‘meaning’ – my proposal was so tricky that I decided that my readers could do without it!”. Keywords: Marzolo, Marchesini, Ferrero, FUSINIERI. The author of  Saggio sui segni -- often simply referred to as “Segni” -- is Paolo M., an Italian physician, physiologist, and linguist. M. spent much of his career in the Venetian region and Lombardy, where he bridges the fields of medicine and the emerging science of semiotics. M. is primarily known for his work connecting linguistic analysis with physiological and medical observations. His other major works include: Monumenti storici rivelati dall'analisi della parola. Considered his most monumental publication, this work explores the evolution of languages as a reflection of human history and biological development. Prolegomeni allo studio storico e comparativo delle lingue. This text focuses on the transition from physical gestures to spoken language and the geographical factors influencing linguistic development. Medical and Physiological Treatises: Given his dual profession as a medical doctor and scientist, M. contributes to the "semiotic-medical" tradition that influenced later figures like LOMBROSO (vedasi).  Francesco M. was Paolo's brother and a surgeon. A later Francesco M. was a notable hydraulic engineer whose publications focus on technical hydraulics and hydroelectrics.   Paolo Marzolo (Padova, 13 marzo 1811 – Pisa, 5 settembre 1868) è stato un medico e linguista italiano.  fotografia di Paolo Marzolo Paolo Marzolo Biografia Figlio di Antonio e di Francesca Casagrande, dimostrò una notevole precocità: a soli 14 anni prese a seguire il corso di filosofia dell'università di Padova e a ventidue anni conseguì la laurea in medicina.  Inizialmente lavorò come chirurgo a Padova, quindi fece il medico condotto in varie località venete, trascorrendo il periodo più lungo a Trevignano, vicino a Treviso. Nel frattempo continuava ad approfondire le sue conoscenze di linguistica, studiando gli enciclopedisti, i classici latini e greci e le lingue moderne (tedesco, ungherese, ebraico, arabo, turco e cinese); analizzava, inoltre, le differenze dialettali, anche attraverso i propri pazienti.  Spostatosi a Treviso, dall'aprile 1848, dopo la cacciata degli Austriaci e la costituzione della Repubblica di San Marco, fece parte del comitato provvisorio della città. Dopo il 1849 si portò a Milano.  Nel 1860 fu nominato professore straordinario di letteratura greca all'Accademia scientifica letteraria. Collaborò inoltre al Politecnico di Carlo Cattaneo, pubblicandovi diversi lavori.  Nel 1861 si trasferì a Napoli in qualità di professore straordinario di letteratura latina. Nel 1862, grazie all'interessamento del ministro Carlo Matteucci, gli venne assegnata la cattedra di grammatica e lingue comparate all'università di Pisa. L'ambiente pisano, di ampie vedute, gli fu particolarmente favorevole dal punto di vista scientifico, anche se questo periodo fu segnato da un peggioramento della sua salute. Morì nella città toscana nel settembre 1868 a 57 anni.  Opere Sin dalla sua dissertazione di laurea (De vitiis loquelae quaedam exposita quum medicinae lauream coronam assequeretur, 1834), il Marzolo sposò la tesi secondo cui i fenomeni intellettuali vanno unificati a quelli organici e, più in particolare, che il linguaggio e la sua evoluzione più essere impiegato come strumento per definire la storia naturale dell'uomo.  Già nelle sue prime pubblicazioni emerge la nozione di segno, vista non come «una condizione della cosa», bensì come «un'azione di questa sopra dato soggetto senziente»; secondo l'autore la conoscenza avviene mediante tre diversi elementi cioè il concetto, la percezione dell'oggetto e il segno stesso.  Le sue idee vennero sistemate definitivamente nella sua opera principale, i Monumenti storici rivelati dall'analisi del linguaggio. Secondo il progetto iniziale, essa doveva comporsi di sedici volumi, ma uscirono solo il primo (1847) e, ben più tardi, il secondo (1859), cui si aggiunsero parti del terzo (1863) e del quarto (1866).  Bibliografia Leonardo Savoia, Paolo Marzolo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 71, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2008. URL consultato il 30 dicembre 2014. Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Paolo Marzolo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Paolo Marzolo Collegamenti esterni Marzòlo, Paolo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Bruno Migliorini, MARZOLO, Paolo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934. Modifica su Wikidata Controllo di autorità     VIAF (EN) 235540809 · ISNI (EN) 0000 0003 8553 9963 · LCCN (EN) nb2004018674 · BNF (FR) cb12648903r (data)   Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Medici italianiLinguisti italianiMedici del XIX secoloItaliani del XIX secoloNati nel 1811Morti nel 1868Nati il 13 marzoMorti il 5 settembreNati a PadovaMorti a PisaStudenti dell'Università degli Studi di PadovaProfessori dell'Università degli Studi di Napoli Federico IIProfessori dell'Università di Pisa[altre]  Nacque a Padova il 13 marzo 1811 da Antonio e da Francesca Casagrande.  Ingegno precoce, a quattordici anni seguì il corso di filosofia nell’Università di Padova continuando lo studio del greco e del latino. Conseguita la laurea in medicina a ventidue anni, iniziò l’attività come chirurgo a Padova; successivamente come medico condotto si spostò in varie località venete, tra le quali Trevignano, presso Treviso, dove rimase a lungo cominciando a raccogliere i materiali per la sua opera principale. Furono anni di studi: lettura degli enciclopedisti, di scrittori latini e greci, apprendimento delle lingue tedesca, ungherese, ebraica e successivamente araba, turca e cinese; investigò con attenzione sulle differenze che riscontrava nei dialetti. Fece tesoro anche delle sue esperienze nell’osservazione dei malati.  Trasferitosi a Treviso, nell’aprile 1848, dopo l’allontanamento degli Austriaci, fu uno dei membri del comitato provvisorio cittadino; fu socio ordinario dell’Ateneo locale e pubblicò vari lavori nelle Memorie dell’Istituto veneto. Stabilitosi a Milano dopo il 1849, nel 1860 fu nominato professore straordinario di letteratura greca all’Accademia scientifico-letteraria; collaboratore del Politecnico di C. Cattaneo, vi pubblicò diversi saggi. Nel 1861, fu chiamato a Napoli come professore straordinario di letteratura latina. Per interessamento del ministro della Pubblica Istruzione, il fisico C. Matteucci, intenzionato a dare impulso ad approcci scientifici per contrastare le dottrine metafisiche del tempo, nel 1862 gli venne affidata la cattedra di grammatica e lingue comparate all’Università di Pisa, dove il 17 nov. 1862 presentò la prolusione Della letteratura delle nazioni e della loro comparazione (poi in Politecnico, 1862, vol. 18, pp. 203-221). Gli anni pisani, per quanto angustiati dalle cattive condizioni di salute, offrirono al M. un ambiente accademico particolarmente aperto alla libertà di pensiero, e a lui più congeniale. Autore per il Lavoro di vari articoli sullo sviluppo delle razze umane, pubblicò negli Annali delle Università toscane (1866, vol. 9, pp. 53-130) il Saggio sui segni, sua ultima opera (nuova ed., a cura di B. Lauretano, Napoli 2003).  Il M. morì a Pisa il 5 sett. 1868.  A partire dalla dissertazione di laurea De vitiis loquelae quaedam exposita quum medicinae lauream coronam assequeretur, Patavii 1834, in cui sostiene l’unificazione dei fenomeni intellettuali con quelli organici, il M. sviluppa una concezione naturalistica e organicistica del linguaggio che configura un modello interpretativo coerente dei fenomeni linguistici, dell’origine e della differenziazione delle lingue. Sin dai primi lavori (Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri alfabetici, in Atti dell’I.R. Ist. veneto di scienze, lettere e arti, s. 3, 1856-57, vol. 2, pp. 643-685; Del cangiamento di rapporto tra l’azione e la conoscenza nel progresso dell’uomo, in Politecnico, 1861, vol. 10, pp. 367-386; Saggio di applicazione della storia naturale delle lingue alle investigazioni della storia delle nazioni, ibid., pp. 577-596, 615-635) uno dei temi centrali della sua riflessione teorica è la nozione di segno. Nel Saggio sui segni la capacità umana di collegare segni e significati viene riportata a una teoria generale del segno e della conoscenza basata su uno schema comprendente tre elementi, il concetto (l’idea), la percezione dell’oggetto e il segno: «Segno per sé assolutamente non esiste; ma sì ogni cosa può diventar segno per certi rapporti di contingenza con gl’individui; l’essere segno non è una condizione della cosa, ma sì un’azione di questa sopra dato soggetto senziente» (ed. 2003, pp. 112 s.). -ALT  Il M. offre una sistemazione definitiva della sua concezione del linguaggio nella sua opera principale, i Monumenti storici rivelati dall’analisi del linguaggio, prevista in 16 volumi, di cui uscirono soltanto il primo (Saggio di storia naturale delle lingue, Padova 1847) e, a distanza di tempo, il secondo (ibid. 1859) e parti del terzo (ibid. 1863) e del quarto (ibid. 1866).  L’opera delinea una storia naturale del linguaggio nella quale il naturalismo universalistico di ispirazione settecentesca si integra con il paradigma positivista dell’Ottocento. In questo quadro concettuale il formarsi e l’evoluzione delle lingue sono determinati da dispositivi di tipo sensoriale e motorio connaturati all’uomo e in questo senso universali. Nel M., la cui impostazione si distacca dal modello storico-comparativo fissato da autori come Fr. Bopp, J. Grimm, Fr. Diez, avente come fine la ricostruzione dei rapporti di parentela linguistica sulla base di corrispondenze regolari e sistematiche nella fonetica o nella morfologia, il confronto di parole di lingue diverse mira a mettere in luce meccanismi e principî universali piuttosto che a ricostruire i rapporti storici fra le lingue. Egli riprende quindi i temi, ormai emarginati nel clima culturale del suo tempo, della riflessione dei linguisti illuministi, come N. Beauzée, Ch. de Brosses, R.J. Turgot, A. Court de Gébelin, per i quali la comparazione fra lingue è strumento per indagare i principî fondamentali e universali del linguaggio e della natura umana. Nell’Ottocento la ricostruzione dei rapporti storici fra le lingue risulta in particolare funzionale alle istanze di rinascita nazionale in quanto fornisce una conferma scientifica alla ricerca di identità e antichità storica dei diversi popoli e delle loro lingue e culture. Il paradigma ufficiale della linguistica è quindi allineato all’universo simbolico, al sistema di idee e di valori che fin dall’inizio dell’Ottocento impongono una chiave interpretativa storico-evolutiva all’antropologia, ai fatti socio-culturali e, nei termini della teoria darwiniana della selezione naturale, ai processi naturali (B. Goodwin, How the leopard changed its spots: the evolution of complexity, Princeton 2001). Nello stesso tempo il comportamento umano è riportato ai meccanismi fisici sottesi ai fenomeni naturali. Se si tiene conto di un simile quadro complessivo, la figura del M. non è particolarmente eccentrica; il giudizio limitativo di chi vede in lui un «eterodosso geniale» che mira a un «tentativo di glottologia universale» pur senza avere «mezzi adeguati» (Ascoli, p. 42 n. 8; giudizio poi ripreso da Tagliavini) riflette piuttosto le riserve verso un’indagine speculativa e carente dal punto di vista metodologico.  Le idee del M. si inseriscono nel dibattito che in quegli anni oppone la scuola medica organicistica, di cui egli si fa interprete, alle tendenze dei vitalisti, trovando nei fenomeni patologici e marginali del linguaggio un’importante base empirica per l’analisi del linguaggio. Le ricerche sui sordomuti (Studii di medicina pubblica del dottor Pietro Betti, in Politecnico, 1861, vol. 11, pp. 544-561; Sull’educazione dei sordomuti e sulla loro condizione intellettuale, ibid., 1862, vol. 16, pp. 51-69) gli suggeriscono l’importanza dei segni visivi come mezzo per sviluppare le capacità intellettuali dei sordomuti, dato che secondo il M. la conoscenza è in primo luogo il risultato delle sensazioni prodotte dagli oggetti e non del rapporto fra parole e idee.  A tale concezione si richiamano le proposte sull’insegnamento delle lingue contenute nel Saggio di applicazione della storia naturale delle lingue, in cui è sostenuta la validità di un metodo che combini la parola con la conoscenza dell’oggetto in quanto appunto la parola non «ha senso» per se stessa ma facilita la reminiscenza delle sensazioni. La critica dei metodi d’insegnamento basati sullo studio libresco delle forme si fonda sull’osservazione, ripresa anche in altri saggi del M., che i significati delle parole sono interpretabili solo in rapporto alle circostanze esterne che li hanno fissati, per cui: «Per penetrare nell’intelligenza intima di una lingua nuova, non bastano le cognizioni che già si hanno della propria, perché i significati delle parole sono un effetto degli eventi speciali occorsi ad un dato popolo ed ad un dato tempo» (p. 593).  La connessione fra la storia linguistica e quella culturale è una delle questioni più discusse da studiosi e intellettuali italiani anche in rapporto agli ideali nazionali e all’individuazione di lingue nazionali. Così Cattaneo, la cui concezione storico-sociale del linguaggio influenzò la linguistica italiana di questo periodo, nel saggio Sul principio istòrico delle lingue europèe (1841) assegna all’indagine linguistica un ruolo euristico fondamentale nella ricostruzione delle antiche culture scomparse. Anche dal M. la storia naturale delle lingue è intesa come chiave di lettura della storia dei progressi dell’umanità, una storia «delle nazioni», che «deve servire di base coll’autenticare le etimologie alla dimostrazione dei temi storici ai quali si verranno applicando. Questa parte preparatoria avrà fatto passare la linguistica al rango di scienza naturale» (Monumenti…, I, p. 22). Tale tesi fu poi sviluppata in Dell’applicazione della storia naturale delle lingue alle investigazioni della storia delle nazioni (Venezia 1860), in cui l’etimologia è vista come mezzo di investigazione storica e le lingue come prodotti dello spirito dell’umanità.  La nozione di lingua coincide qui con quella di nomenclatura, cioè di un insieme di termini la cui formazione nei Monumenti storici è riportata a tre cause naturali: parole di origine automatica, parole di origine patetica (basate sulle interiezioni) e parole di origine onomatopeica.  In particolare il M. sostiene che nel passato come nel presente valgano gli stessi meccanismi naturali e che le diverse lingue formino una serie simile alla «catena degli esseri» assunta dalla scienza naturale predarwiniana per cui le specie formerebbero un continuum dalla più semplice alla più perfetta. La «prima età linguistica» non coincide quindi con quella di lingua primitiva o originaria né ha «un posto preciso nella serie dei tempi», ma coincide piuttosto con l’insieme dei «prodotti delle disposizioni vocali dell’uomo in contatto col suo simile, giusta le varie circostanze organiche e quelle estrinseche» (Monumenti…, I, p. 80).  La soluzione uniformista del M. si collega al dibattito scientifico ottocentesco contrapponendosi all’idea che le differenze fra le lingue implichino un diverso meccanismo di formazione, come suggerito da Fr. Schlegel in Über die Sprache und Weisheit der Indier (1808). La discussione sulla possibilità che le diverse famiglie linguistiche si fossero formate in maniera indipendente (poligenesi) si collegava al dibattito degli antropologi sull’origine dei diversi gruppi umani. Nel saggio Del cangiamento di rapporto tra l’azione e la conoscenza nel progresso dell’uomo, in Politecnico, 1861, vol. 10, pp. 367-386, la concezione monogenetica è fatta derivare dalla caratterizzazione fisiologica che il M. assegna al linguaggio, escludendo che la sua genesi «si debba ad esplicito procedimento della ragione» (ibid., p. 372). Il meccanismo fisiologico sotteso al linguaggio richiede che la ricerca su di esso «deve cominciare sui parlanti, anzi che sui libri; e nelle lingue vive a noi note» (ibid., p. 375).  La critica alle classificazioni degli etnologi e dei linguisti in base alle quali «si danno le differenze fra ceppo e ceppo come originali» si basa sul fatto che «considerando senza prevenzioni scolastiche o scientifiche le lingue si trova in tutte […] fenomeni i quali […] si veggono essere manifestazioni necessarie della natura dell’uomo […] costanti così per necessità d’organizzazione, come le leggi fisiche» (ibid., p. 376). In tale prospettiva il M. rifiuta l’ipotesi corrente nel dibattito contemporaneo che vedeva le lingue monosillabiche come il risultato di un lungo processo storico a partire da sistemi polisillabici, e l’ipotesi di fasi iniziali in cui le lingue avrebbero contenuto solo sostantivi, osservando che «senza questo servigio della parola, per nome, per verbo, ecc. i parlanti non avrebbero potuto intendersi» (ibid., p. 385). La soluzione del M. si accorda con le osservazioni avanzate nel 1820 da uno dei suoi autori preferiti, W. von Humboldt, in Über das vergleichende Sprachstudium… (1820).  Fonti e Bibl.: M. Ceccarel, Della vita e degli scritti di P. M., Treviso 1870; G.I. Ascoli, Studj critici, II, Milano-Roma 1877, p. 42; C. Tagliavini, Panorama di storia della linguistica, Bologna 1963, pp. 128-135, 365; B. Lauretano, Nota introduttiva, in P. Marzolo, Scritti sui segni, cit., pp. 5-103.Ti problema dei segni fu già nella curiosità di molti, che a questo vennero condotti teorizzando a priori, e poichè s' erano accorti che fra i tanti argomenti, che non avevano ancora avuto uno studio esplicito, v'era ancor questo. Già l'Istituto di Francia propose queste tesi 1. Se nelle scienze, dove la verità viene ricevuta senza contrasto, ciò si debba alla perfezione dei segni II. Se le questioni interminabili nella scienza derivino dalla inesattezza dei segni III. Se siavi mezzo di correggere i segni mal fatti e rendere tutte le scienze suscettibili di dimostrazione. Come si vede, l'Istituto di Francia si limitò all'indagine dell' eficacia dei segni nelle scienze. Il Fusinieri, nella Memoria che scrisse in quella occasione, considerò i segni solo come rappresentanti della soggettività (e con quella li confuse) e come rimanenti in essa, non nello scambio tra individuo e individuo. FUSINIERII (vedasi) stesso. Ecco due asserzioni della sua Memoria dalle quali appare il punto di vista sotto cui considerava i segni. ‹ Essendo suo carattere (dello spirito) l'atto di coscienza, tutto ciò che in quell'atto è compreso gli è perfettamente cognito, e tutto ciò che in quell'atto non è compreso gli è affatto straniero » (dove nega la conoscenza di tutto ciò ch' è fuori di noi) e l'altra asserzione ‹ Questo suo carattere (dello spirito) ci conduce all'importante conclusione che lo spirito conosce sè medesimo nella maniera la più immediata e la più perfetta delle possibili » pag. 8 ec. Sulla influenza del segno nella formazione delle idee. Atti dell'Istituto Veneto.matici) parti appunto dalla sua abitudine ai segni di quella specie, cioè cominciò ad uno stadio posteriore al naturale nell'uso dei segni, non dal fatto del processo per cui un oggetto qualunque diventa segno o si istituisce. Ma nel segno interessano altri problemi I. In che consiste, cosa è, Il. Sua genesi, M. Suo servigio, e qui a) soggettivo in un identico individuo, 6) tra individuo e individuo. Di questi temi si dovrebbe fare una dottrina estesissima, utile per sè stessa come ogni scienza, necessaria poi come di rapporto alle cognizioni tutte delle cose, e dovrebbe ridursi a teoria d'applicazione ed appunto per l'uso dell'intel- La conoscenza del modo d'azione dei segni è quella del processo intermedio tra l'azione oggettiva sull'uomo e le operazioni successive della mente. Senza la conoscenza di quest'azione, resta interrotto il tratto di continuità dopo la sensazione avvenuta, dalla sua riproduzione: perciò ogni certezza scientifica dell'ideologia è impossibile, ed impossibile la spiegazione dei suoi prodotti, cioè di tutto ciò che l'uomo ha pensato. Si può dire che la dinamica intellettuale sia messa in giuoco da due fattori: 1. dall'azione dell' oggettività, cioè dalle impressioni originali subite per opera degli oggetti esterni: 2. dalla riproduzione di qualche parte soltanto di quella presenza oggettiva precedente. Ora i segni ridotti all'ultima investigazione non sono, se non appunto qualche parte soltanto dell'intera scena oggettiva che altre volte fu causa delle impressioni da noi subite. Le contingenze di presentazione posteriore imperfetta della oggettività, per cui si sono subite date impressioni sono l'occasione indispensabile dell'esercizio intel-lettuale. Se uno rivedesse sempre o provasse per le cose tutti gli altri generi di sensazioni di rapporto ai varii atrii nell'identico modo perfettamente, il giuoco intellettuale si spegnerebbe tosto: non sarebbe possibile farsi nozioni analitiche, si crederebbe che tutto ciò che entra in una data scena oggettiva costantemente identica fosse solidario: se fosse possibile che un uomo non vedesse mai altro se non dallo stesso punto ottico un albero, crederebbe che le accidenze delle foglie e dei rami ec., quali si presentano in prospettiva fossero così nell'albero stesso, non altrimenti che negli alberi dipinti sui quadri. Nella conoscenza esatta, sicura dei segni, della loro azione, nella decomposizione di ciò che è loro proprio, da ciò che con quelli da noi si confonde, , sta la guarentigia della mente. lo era giunto all'adolescenza e non aveva ancora distinto tra i miei criterii realtà da segno: quando sui 17 anni sentii il bisogno di sfogarmi esprimendo sulla carta quello che provava in me; e allora ricorsi a quelle maniere dietro iperciò che le mie composizioni erano state altre volte approvate dal maestro. Ma in quel bisogno, collo stile appreso non riusciva a segnar nulla che corrispondesse al mio sentimento. Allora fu che m'accorsi di aver imparato dei segni sonori, senza che fossi informato dell'entità cui si riferivano, e senza sospettare che occorresse appunto questa cognizione per poter servirsene davvero. In fatti per me fino allora p. es. amore e cuore erano due nomi sostantivi che andavano benissimo per finire con l' uno il verso penultimo e coll'altro l'ultimo d' una strofa, ed io credeva che, ovunque fossero combinati così in due versi giusti per sillabe e per accenti, era un pezzo di poesia, senza bisogno di sapere cosa fosse amore e cuore. Colla passione pertanto venni a sentire la differenza dal parlare al conoscere, e quindi già aveva distinto largamente una intera categoria imensa di segni da tutto ciò ch' è soggettivo. Ma poi, ad un' altro stadio più lungo della mia vita, l'esercizio d'attenzione prestata senza mai inter- mettere a tutto ciò ch' era d'interesse della parola mi fece accorto dell' importanza dei segni, e tenendo lor dietro, al loro modo d'azione e alla loro natura, queste nozioni adunando, venni al giorno in cui vidi che potevano coordinarsi in un certo seguito, pel quale si simplificherebbe e si definirebbe il modo di considerare un immenso numero di fatti di rapporto oggettivo e soggettivo. La scienza analitica dei segni, cioè della loro entità, la conoscenza delle leggi di trasformazione di una immensa categoria di segni, cioè dei prodotti fonetici, e la conoscenza del modo in cui riuscirono segni, cioè acquistarono significati, fa relativamente per questi, quello che il telescopio e il microscopio fanno assolutamente per le qualità ottiche dei corpi impercettibili dall' apparato sensorio visivo naturale; poichè, come quegli strumenti, ci rende capaci di distinguere e di definire la costituzione delle parole, p. es. delle lingue a noi affatto straniere, che parevano sottrarsi alla nostra comprensione. ENTITÀ DEL SEGNO, MODO DI AZIONE, EFFICACIA. La ripetizione delle impressioni già subite può essere completa, p. es. i ientro in una camera dove sono stato altre volte, e trovo i mobili nello stesso sito in cui erano. Può essere incompleta in varii gradi, p. es. rientro in una camera dove prima aveva osservato stare un orologio: ed ora non v' è più. Al rientrare, ricordo che in quel posto era un orologio: la mia reminiscenza completa la scena del-l’impressione precedente Ma un'altra volta vedo, fuori di quella camera, uno dei mobili che v' erano, p. es. un quadro; io allora, se questo aveva osservato nella volta antecedente, ricordo il sito dove era e i rapporti in cui trovavasi cogli altri mobili, e quindi la stanza completa. Poi un' altra volta vedo una stampa che riproduce quel quadro. Allora ricordo il quadro: quindi aggiungo al disegno della stampa le reminiscenze delle tinte e delle proporzioni dell'originale, e già i rapporti di posto nella stanza, quindi la stanza. La sensazione attuale ha una quota minima nella scena ch' io completo mnemonicamente. Finalmente veggo p. es. un pezzo solo di quel quadro, o della sua cornice ch'io aveva ben notato; se questo è capace di farmi ricordare il quadro intero, il suo posto, e i rapporti che aveva colla stanza, l' impressione attuale è ancora in un rapporto minimo in confronto di tutte le reminiscenze che valse a suscitarmi. Per questo tramite le parti costituenti una data scena, riproducendosi alla nostra sensibilità, vengono a riuscire segni: i quali quindi possono riuscire più o meno eflicaci in ragione della corrispondenza più o meno esatta alla scena oljettiva od alle impressioni che si provarono antecedentemente, ed in ragione dell' attenzione prestata anteriormente alla scena omologa, e della forza mne-nonica dell'individuo dinanzi cui si riproducono. Quando l'impressione attuale è una frazione assai piccola della impressione che ho subito altre volte, l'oggetto che la produce si considera come segno, e non si pensa alla entità sua per cui riesce segno, cioè di essere una parte della oggettività che agisce come quella che ha prodotto la sensazione anteriore completa. Ma in fatto non v' ha linea di demarcazione da questa impressione attuale alla riproduzione anche intera della sensazione precedente: non si può definire le proporzioni tra la parte oggettiva riprodotta ai nostri sensi e la scena anteriore per le quali questa parte oggettiva cominci, da riproduzione di scena oggettiva già altre volte subita, a considerarsi come segno. Dalla vista di un bue vivente intero, alla vista p. es. della parte sua anteriore, (se il punto di prospettiva non mi permette di vedere il resto) alla vista della sua testa soltanto, meno ancora, delle sue corna, poi al vedere queste corna staccate o dipinte, non v'ha diversità di processo nel rapporto tra la scena attuale e la sua efficacia a far sì ch'io aggiunga a quella le mie reminiscenze relative. Ma sì l'uomo, riguardando il grado d'azione nella propria coscienza, non dice già segno del bue, quando rivede solo la metà anteriore di quello, nè quando vede soltanto le corna; ma dice segno quando vede queste corna staccate dal bue o dipinte. Processo per cui una cosa riesce segno. Segno per sè assolutamente non esiste; ma si ogni cosa può diventar segno per certi rapporti di contingenza con gl' individui: l'essere segno non è una condizione della cosa, ma sì un'azione di questa sopra dato soggetto senziente, o, per meglio dire, si tratta d' una condizione soggettiva di un essere senziente all'occasione di percepire una parte della oggettività. Qualunque oggetto o feno-meno esperito, percepito una seconda volta può diventar segno di tutto ciò che si è esperito o percepito in concomitanza od in coincidenza con quello nelle volte precedenti. P. es. la boccia che si mette fuori per insegna nelle osterie è pure uno dei fatti sensorii che entrano in ciò che si fa all' osteria: vi si mette il vino, in quella si porta, da quella si versa. Il processo per cui diventa segno è quello dell'associazione, perchè cioè, quando esperisco la seconda volta quella cosa o fenomeno, mi suscita la ricordanza delle circostanze notate quando l'ho percepito la prima: cioè, data un' impressione uguale ad una già subita, il centro sensibile, toccato per uno dei suoi atrii in un modo quale fu altre volte, si atteggia completamente, come se fossero state toceate anche tutte le altre parti sensibili, come allora che altre volte ricevette quella impressione. Qualunque possa essere il rapporto del segno colla cosa significata, non è questo essenziale perchè agisca come segno: invece il vero rapporto necessario è quello colla soggettività, colla preparazione mnemonica dell'individuo cui si presenta. P. es. il rapporto delle arti imitative colle cose che vogliono imitare è nullo: che ha a fare un ritratto fatto sulla tavola o sulla tela con chiari e scuri o con materie coloranti colla persona vivente in cui sono vasi, nervi, e funzioni continue di scambio col-l' esterno? Eppure a noi serve di segno per farci venir in mente appunto quella persona. Al contrario dal vedere le ceneri di quella persona, non si potrebbe immaginare quale fosse. In una scena oggettiva, in un processo nel tempo, può servire di segno qualunque suo momento, p. es. la parola è il prodotto dei gesti degli organi arti-colatori, è un effetto sonoro superstite a quelli. Ebbene agli uomini che hanno tutti i loro sensi è quest' effetto sonoro che serve di segno: ai sordo-muti invece servono di segno gli aspetti del viso per necessità contemporanei ai gesti arti- colatori, che sono la causa di questi fenomeni sonori. Quando esista un centro senziente in continuità ai sensi, è impossibile che le cose non agiscano sopra di questo in modo da riuscir segni: basta che un fenomeno qualunque si presenti a questo centro una volta posteriore ad un'altra data circostanza qualunque, che quel fenomeno viene ad agire su quello come segno. Quando io, avendo dimenticato il filo del mio discorso, od una qualunque mia intenzione, ripassando sul luogo dove era allora che aveva quell' intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od il concetto che aveva: quel dato oggetto ha agito sopra di me come segno; nè certo alcuno lo aveva collocato là perchè avesse a servirmi in un dato istante della mia vita in quel modo. Qualche volta ci avviene di accorgerci della causa oggettiva che ci fa riprodurre le nostre reminiscenze p. es. quando si tratta di un'impressione avvenuta per gli occhi. Ma e il senso degli occhi non è se non uno degli atrii pei quali ci arrivano le impressioni; ve ne sono altri esterni specifici, e poi altri generali, quello del dolore, il senso comune, cioè diffuso in tutto il nostro corpo (coenaesthesis) e i sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove sono le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a () DE BRossEs Méch. Langues I, 307.sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove sono le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a () DE BRossEs Méch. Langues I, 307.sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove sono le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche d’una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. così dicasi delle altre orazioni, e a DE BRossEs Méch. Langues  sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove sono le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a () DE BRossEs Méch. Langues I, 307.posto (fatti ottici e tattili) traevano in associazione mnemonica le parole che ave vano sentito pronunciare e avevano pronunciato (fatti acustici, e di moto dal centro alla circonferenza, reagenti poi sull'atrio acustico dell'individuo identico da cui si eseguivano). E similmente gli oratori tra i selvaggi dell'America settentrionale nelle loro concioni, ad ogni periodo del discorso gittano un oggetto p. es. una scure, una collana, una clava ec., perchè poi questi oggetti raccolti fanno ricordare i concetti e l'ordine del discorso. Nell'intelletto contemporaneamente non può essere se non un dato atteggiamento, ch' è una manifestazione della capacità di reagire, quando viene toccato in date e date maniere, come il cla-vicembalo, in cui certo non sono le suonate che in quello vengono eseguite. E come è necessario pel clavicembalo il tocco e l' ambiente aereo, così è necessaria per l'intelletto l'oggettività e la comunicazione dei suoi tocchi pel sistema nervoso centripeto. Egli è per non aver fatto attenzione ai suscitatori mnemonici contingenti che si sconobbe, che l'entità intellettuale sta in una successione nel tempo e non in una dimensione negli organi, come se tutta fosse contemporaneamente nella capacità cerebrale (maniera di figurarsi il pensiero di Aristotile, di MURATORI (vedasi)  ec.) per la quale sconsideratezza Cabanis stesso fu sedotto a dettare imprudentemente che « il pensiero viene secreto dal cervello, come il succo gastrico dal ventricolo ». Lo stesso oggetto pertanto o fenomeno può riuscire segno ad un individuo, e ad un altro no. Pereiò si spiega come i fanciulli imparino più presto a scrivere che a leggere; perchè, per iscrivere, copiano dall' esemplare di calligrafia, nè occorre altro se non che riproducano la sensazione attuale, mentre, per leggere, bisogna che alla vista dei caratteri associino di mano in mano le reminiscenze dei fatti acustici e quindi degli atti articolatori relativi. Nell'esercizio di copiare dal modello calligrafico, non si tratta che di imitazione, atto che può essere primitivo (come p. es. nell' onomatopeia): nel leggere, si tratta di svolgimenti mnemonici i quali hanno il loro rapporto nel passato. Le lettere da leggersi agiscono come segni d'altri fatti nei quali e l'entità cui si mira: i caratteri dell' esemplare da copiarsi hanno tutta l' entità in loro. Contingenze di rapporto tra il segno e l'entità sua. Nel rapporto tra l'entità d' una cosa e il suo servigio come segno, può darsi che non c' interessi se non questo, e che la cognizione della sua natura avvenga ad altra epoca posteriore. P. es. in algebra trovansi le lettere alfabetiche RAYNAL Hist. Établ Indes Della Forza della Fantasia umana.come rappresentanti occasionali di date condizioni di quantità e di estensione, dove quindi non si ha alcun riguardo alla loro natura fonetica: credo che pochissimi fra i matematici che dicono sempre a +, ec. saprebbero dirci come si produce il suono a, b ec. Tante volte nei rapporti di calcolo con quelle lettere cade il segno di eguaglianza () che si riferisce non a ciò che sono esse, ma a ciò che rappresentano. Ora in linguistica si usa lo stesso segno (=) colle lettere per indicare il rapporto reale che è tra i suoni stessi articolati p. es. 6 =m, cioè questi due meccanismi della pronunzia si sostituiscono l'uno all'altro, come b di lacobus si è cangiato in m, Giacomo. Può darsi che l'entità a cui si riferisce ciò che si usa come segno vada perduta, sia inutile, e resti superstite la sua efficacia significativa. P. es. la parola pronunciata dai sordo-muti da essi non è udita, non vale quindi per la sua entità reale ch' è acustica: di più usano degli alfabeti grafico e digitale che non sono se non segni ottici dei fenomeni sonori ch' essi non percepiscono, e quindi non avrebbero mai potuto tradurre dal senso dell'udito a quello della vista. Nel rapporto tra l'entità ed il suo segno, può darsi che questo faccia più impressione che quella. Tali che fanno azioni inique, delittuose, se avvenga che si sentano definire ciò che fanno, specialmente dagli offesi, prendono in abbor-rimento più che se si reagisse con fatti. Allora si fa palese quella natura notata da Terenzio « Nisi me in illo credidisti esse hominum numero, qui ita putant Sibi fieri injuriam ultro, si quam fecere ipsi, expostulant, Et ultro accusant» (Adelph. A. IV. Sc. 3, v. 3). Può darsi che l'entità riceva il nome dal suo segno. P. es. figure (fr.) viso, volto, e figura (it.) = statura dell'uomo, taglia, sono la parola latina figu ra = immagine plasmata, da figo fingo. E verba (lat.) mi pare essere tratto da verbera i colpi dati sulla schiena ai mancipii, alle cui striscie lasciate si paragonarono le righe degli scritti (') (anche noi diciamo vergar carte ec.). La parola dunque ricevette nome dal suo segno grafico. Il senso comune trova una somiglianza tra le tracce dei colpi di verga e la scrittura. Pl. Pseud. A. I. Sc. Quasi in libro cum scribuntur calamo litterae, Stilis me totum usque ulmeis conscribito • e nei Fragment. p. 800, v. 189 Edit. Comin. « Corpus tuum virgis ulmeis inscribam›. E Catullo ad Thallum Ep. 25. • Ne laneum latusculum natesque mollicellas Illusa turpiter tibi flagella conscrivillent ».Avviene nel rapporto tra il segno e la sua rappresentanza, che si apprenda prima questo che la nozione cui si riferisce: p. es. quando nella scrittura araba ci si esibiscono i caratteri senza determinazione delle vocali. Contingenza nell' istituzione dei segni. Lo zero apposto alle cifre numeriche ne decupla il valere: 1 isolato vale = unó, con apposto uno zero vale = dieci. L'occasione per cui il numero dieci non ebbe un segno grafico appropriato come gli altri (1, 2, 3, 4, J, 6, 7, 8, 9) ma sì venne adoperato lo stesso segno dell'unità (coll' apposizione dello zero, che è già tra gli apici di Boezio) deve essere stata la pratica di numerare per decine, onde ad ogni decina si poneva da parte uno degli oggetti omogenei numerati, come p. es. presso gli Ebrei pagando il tributo ai sacerdoti; ogni dieci capi di hestiame, uno si separava per loro, d'onde la decima passata in uso di tanti popoli: i sacerdoti stessi pagavano al sommo sacerdote la decima delle decime da essi raccolte. La cifra 1 quindi ricollocata nel decimo posto, contando anche sulle dita rappresenta il complemento del conto che non si poteva oltrepassare, senza cedere una parte delle cose che si avevano. La costituzione decimale del computo deve essere stata determinata dall' esistenza delle dita delle mani, ognuna delle quali ne ha cinque. Altre nazioni per altro contano a quattro, a sei, a undici. ec., onde il calcolo decimale Perciò litteratus per ischerno detto uno schiavo per aver la schiena piena di cicatrici. Pl. Casina A. II. Sc. Si hic literatus me sinat ». E nella Rudens A. III. Sc. III. v. 47. « Ni offerumentas habebis plures in tergo tuo, Quam ulla navis longa clavos › dove paragona le ecchimosi ai donarii che avevano delle iscrizioni, litterati. E nei Menaechmi A. V. Sc. VI. v. 30, Messenione dice « Nimis autem bene ora commentavi ». Perciò, se allora che lo scrivere era già d'uso, si paragonavano ai caratteri le lesioni fatte dalle verghe: parmi probabile che ai tempi in cui la scrittura era una novità, si potesse nominarla col nome delle lesioni, poi che il loro aspetto era fra le reminiscenze più ovvie. N. Calodonia. Cook. Balbi Atl. Ethn. Una nazione della Tracia. Aristotile Probl. Sect. XV. T. M. p. 751. Orenoco Amazoni Maypure. E pare anche presso gli abitatori dell'isola Ende, poichè fa (Tonga) vuol dire quattro e molto, affat (Madagascar) = quattro effa = finito: e così in tutte le lingue Malesi (Humboldt Kawi. E in sanscrito astar = olto sembra essere un duale, cioè voler dire etimologicamente = due quattro (Grimm. Wort.). Nel dialetto della Sonda. Humboldt Kawi . N. Zelanda. Humboldt Kawi III. 763.non è già una necessità ideologica. Le operazioni aritmetiche si potrebbero fare ugualmente anche se la serie semplice non arrivasse al dieci, o se invece lo supe-rasse: allora, ogni volta che nella somma risultasse compito il numero massimo dei semplici, bisognerebbe riportarla nella serie dei primi composti. P. es. se non si arrivasse se non al sei, il numero ventisette si significherebbe così 43 perchè la cifra a sinistra rappresenterebbe, non già quattro volte dieci, ma sì quattro volte sei: sommando, da 51 22 si scriverebbe 113, e si leggerebbe quarantacinque. L'operazione si eseguirebbe ngualmente. Intenzione diversa nello studio dei segni. I segni costituiscono interamente alcune maniere di studio ora come mezzo, ora come scopo. Come Mezzo. Le matematiche sono un' arte di collocazione dei segni. La loro difficoltà dipende dal tenere in mente il rapporto di collocazione di quei segni fra loro. Questa memoria difficile si va ratforzando dall' interesse che si può prendere allo scopo che con quel giuoco di segni si può prefiggersi, quindi coll'attenzione che loro si presta, e di mano in mano dall'abitudine ossia dalla pratica. Ecco perchè gli uomini appassionati che hanno quindi capacità d' artista non possono riuscire in matematica; perche durante quest' applicazione di segni, vengono distratti dai proprii sentimenti e dall'azione dell' oggettività cui sono esposti. Questi segni, dei quali si costituisco la matematica, si sostituiscono alle nostre reminiscenze definite e ai nostri giudizii e ne rappresentano brevissimamente delle lunghe serie: e coll'uso di questi segni, potendo farne un simulacro oggettivo esposto in un tempo assai più breve di quello che si possano svolgere sogget-tivamente, ci ajutiamo a trovare i rapporti delle nostre reminiscenze stesse. Dice La Caille, che per risolvere i problemi che si propongono sopra i numeri o sulle quantità astratte, non si ha da far quasi altro che tradurli dal linguaggio ordinario in linguaggio algebraico, cioè in caratteri propri da esprimere le nostre idee sui rapporti delle quantità. Può darsi talvolta che il discorso in cui il problema è proposto non possa essere espresso algebraicamente: la difficoltà che può incontrarsi in questa traduzione viene unicamente dalla differenza degli idiomi come nelle traduzioni ordinarie (*). In tutte le altre maniere di studio i segni entrano alternativamente colle cose stesse in vario rapporto, cioè ora preponderando l' applicazione sulla cosa ora sui segni: ed a questo intrecciamento dell'azione sensoria, quella determinata dalla presenza delle cose, e dell'azione mnemonica, che si continua alla percezione dei segni, si deve il procedimento della scienza. Come Scopo. Tutto il materiale di studio della filologia consta di monumenti lasciati dal-l'uomo, non da riguardarsi per loro stessi, ma come segni di ciò che pensavano e di cid che avvenne alle generazioni. La filologia è l'ermeneutica appunto di questi segni. di questi prodotti fonetici e vuole conoscere in qual maniera riuscissero segni e quale sia la rappresentanza speciale d'ogni segno, come avvenne che corrispondesse a quella tale condizione data soggettiva od altra oggettiva. La filologia perciò è solo scienza. La letteratura ha una parte scientifica ed una artistica. Come scienza, fa la storia della diversa maniera di adoperare, di applicare questi materiali fonetici che servono di segni; ma non li riguarda soltanto nel loro etfetto significativo, sì pel modo migliore relativamente allo scopo di presentarli in mezzo ai popoli di cui si esaminano le produzioni. Viene ad essere per l'uso della parola quello ch' è l'estetica per le belle arti. La parte artistica della letteratura dà i precetti per conferire all'uso della parola le condizioni di venustà e di convenienza per l' effetto che si vuole ottenerne tra la gente della lingua che si adopera. Direzione diversa nel trattamento dei segni. l'una per la sensazione attuale I. Coll' intendere d'imitare le cose stesse a cui devono servire di segno (nelle arti imitative, scultura, disegno  Matematiche. l'altra per la reminiscenza Così fu nell'architettura egizia: il pil piccolo ornamento si riportava direttamente all'idea che aveva dato origineec.). Cosi fu nelle decorazioni dei templi alla costruzione di tutto l' editicio (*). greci e latini: si riferivano all'occhio e nulla più: nulla avevano di mnemonico (*). II. Per rendere gradito il segno stesso per sè (arti della parola, metrica, ritmica, armonia del periodo, ela Trascuranza delle forme non attendendo che a far capire ciò che si vuole: lingua scientifica. quenza). Questa elaborazione costituisce per sè stessa gran parte integrante della letteratura. Di più essendovi varii sistemi di segni, chi preferisce l'uno, chi l'altro per loro stessi: p. es. la scelta della lingua in uso in un dato tempo, arcaismo, trecentisti in Italia; chi si appassiona pel latino, chi pel greco ec. Poi che esistono le maniere di scrittura Elaborazione dei caratteri. Calligrafia. Il calligrafo non ha in mente se non che le lettere piacciano alla vista; per nulla si cura che possano o non possano servire al pensiero, che è suscitare delle reminiscenze. Abbreviamento delle figure che rappresentavano le cose, così che se ne perdette il rapporto imitativo, caratteri, scrittura, alfabeti. Dopo essendo già in uso i caratteri alfabetici, si trascura ogni finitezza nello scriverli, così come fanno gli algebristi: se le lettere si potessero fare ancora più semplici e che servissero alla distinzio-ne, lo farebbero: altronde dove questo si pote, lo si fece, tachigrafa. Per l' elaborazione dei segni vige sempre l'istinto della natura umana che avvicina più che può tutto quanto è di suo interesse a sensazioni già subite od almeno a reminiscenze di sensazioni le più ovvie, che quindi sono le più pronte a suscitarsi. Fenomeni di quest'istinto sono le miniature dei codici antichi e lettere iniziali dei capitoli, e capitelli disegnati nelle prime edizioni a stampa: gli abbecedarii pei fanciulli, dove ogni lettera si riduce a qualche figura di oggetti sensibili p. es. A un uomo colle gambe divaricate, S una biscia ec., nomi delle lettere alfabetiche cangiati in parole aventi un significato secondo la lingua serviana nell'alfabeto glagolitico A as = io, D dobro = buono, M misliti = pensare ec. Come si vede, questi due rapporti l'uno alla sensazione attuale, l'altro alla (') Champollion, Précis s. Hiérogl. p. 332.reminiscenza, vanno sempre riproducendosi: una cosa che serve per destare remi-niscenze, dopo si può far agire solo nell'intenzione che dia sensazioni attuali. Così arti simboli passati nelle mode vengono portati dalle donne come ornamento ià ch'era destinato per le reminiscenze, viene preso per la sensazione che pro duce esso stesso. er la scienza il segno ha il solo scopo mnemonica, si riferisce al passato er la letteratura prepondera lo scopo sensorio attuale Perciò la scienza non cura la forma del segno con cui si ajuta, ma ha sempre in mente il soggetto. La letteratura invece elabora la forma del segno. Nella stima del segno, chi preferisce la sua azione mnemonica, e chi arriva a perdere così la nozione della sua maggior efficacia, che fa più calcolo della sua azione attuale. Nello studio artistico dei prodotti fonetici già passati ad uso di segni si può perdere di vista il servigio che si riporta al concetto, od alla oggettività, onde si perde tutto l'utile significativo p. es. col purismo coll'ar-caismo che riportano in uso parole che non possono suscitare le reminiscenze, perchè non furono mai udite contemporaneamente alle sensazioni cagionateci dall'oggettività. E a tanto arriva il calcolo fatto della parola per sè, che i puristi, adottata una data categoria di parole, d'un dato tempo o d'un dato paese, se loro occorresse di nominare oggetti o nozioni che non avessero parole in quella, piuttosto tralasciano di riferire l'oggetto o la nozione. Ai tempi di CICERONE (vedasi) e da lui stesso, si fa più stima dell'arte oratoria, cioè della maniera di porgere I SEGNI dei concetti, del discorso, che non dell'eccellenza dei concetti cioè della sapienza p. es. della scienza del diritto. Infatti così parla di SERVIO (vedasi) suo condiscepolo con cui andò insieme a Rodi Non enim facile quem dixerim plus studii quam illum et ad dicendum, et ad omnes bonarum rerum disciplinas adhibuisse, nam et in iisdem exercitationibus ineunte aetate fuimus et postea una Rhodum, ille etiam profectus est, quo melior esset et doctior, et inde ut redit videtur mihi in secunda arte primus esse maluisse, quam in prima secundus. Atqui haud scio an par principibus esse potuisset, sed for-tasse maluit id quod adeptus est, longe omnium, non ejusdem modo aetatis, sed eorum etiam qui fuissent in jure civili esse princeps » (*). Il segno elaborato ha un' efficacia maggiore o diversa dalla realtà, cui si riferisce. Specie dei Segni. I segni sono diversi per due condizioni: per loro stessi e pel loro uso, cioè per la loro rappresentanza. De Claris Oratoribus Diversità dei segni quanto alla loro natura. Siccome il fatto che una data cosa riesca segno è nell'individuo a cui viene esibita, quando cioè sia capace di destarlo a date reminiscenze: a destare queste reminiscenze può servire tanto la cosa che ha indotto le relative sensazioni ori-ginali, quanto un' altra che per qualche rapporto di contingenza sia capace di riprodurre nell'individuo alcuna di quelle sensazioni originali. Nel primo caso pertanto il segno può essere identico colla realtà. Così p. es. a Berna per arme parlante della città servono degli orsi viventi mantenuti in una fossa: e ciò per allusione al fatto storico che la città fu edificata da Berchtold sul sito dove aveva preso alla caccia un orso. Se l'orso stesso preso avesse potuto durare, avrebbe potuto servire esso medesimo per segno di ciò ch' era successo tra Berchtold e lui: a quell'orso perito si sostituirono altri suoi simili. I testi-monii della caccia e della edificazione della città, alla vista degli orsi mantenuti a spese pubbliche, aggiungevano la ricordanza della caccia ec. ma bisognava saperlo: nessuno, cui si dica che a Berna si mantengono degli orsi in una fossa e che Berna ha nome da Bären = orsi, potrà venire a sapere, senza che alcuno glie lo dica, il fatto della caccia dell'orso in rapporto col sito della città. In una data cosa può servire per segno qualunque sua parte che abbia potuto essere avvertita. Così p. es. si fanno varii ritratti della stessa persona, secondo i varii atteggiamenti in cui fu osservata. Questo può dipendere da contingenze dell'in-dividuo, che quando veniva veduto presentava tali parti della superficie piuttosto che altre; ma può dipendere anche dalla maniera individuale di colui che perce-pisce, p. es. le varie maniere pittoriche che pure prendono a copiare gli stessi soggetti mostrano la prevalenza d'un dato effetto della oggettività: ora l'azione della pittura è mnemonica, cioè come quella dei segni; solo che quanto più è eccellente, tanto più determina alcune sensazioni affatto simili a quelle che si sono già subite per opera dell'oggetto reale. Quanto alla loro origine i segni sono eventuali od istituiti. I primi hanno la loro definizione nel processo pel quale un oggetto diventa segno. I secondi sono o cose già esistenti e applicate esplicitamente ad uso di segno, o prodotti d'invenzione a questo scopo. Esempio della prima maniera abbiamo i sassi ammucchiati dai viandanti nei deserti per segnare i luoghi pei quali sono passati e poter ritrovarli ad altra occasione: esempii della seconda le parole artificiali p. es. le desinenze fissate nella nomenclatura chimica. Quanto all'invenzione dei segni è spontanea nell'uomo, dietro l'accorgimento assai ovvio della capacità di richiamare alla mente un dato fatto per la riproduzione dinanzi ai sensi di qualche oggetto che a tal fatto fosse contemporaneo: perciò i Greci nominarono suußolou da suußála = paragonare, questo oggetto. E Si tratta di un’analogia tra la cosa presentata e quella a cui si doveva penabbiamo veduto quegli artificii mnemonici inventati dai Peruviani e dai nativi dell'America settentrionale. E questi mezzi significativi si trovano estemporanea-mente: un sordo-muto in Milano, per indicare i Francesi, si toccò prima i calzoni e poi mostrò la parte interna delle labbra; voleva accennare ai loro calzoni rossi. Nel progresso sociale poi l'invenzione dei segni sempre più produce, come li troviamo nelle singole arti e scienze, e tuttodi si moltiplicano p. es. in matematica quelli ultimamente introdotti dal Gauss ('), dall' Hamilton (*), dal Bella- vitis (*). Tra tutte le cose d'onde vengono impressioni agli atrii sensorii esterni, una gran parte significativa vengono a ricevere i prodotti fonetici dei quali si costituiscono le lingue. L'uso loro continuo come segni, tanto di rapporto tra individuo e individuo, quanto nelle rappresentanze intellettuali svoltesi in una persona stessa, per cui quasi sempre vanno di paro coi concetti (negli uomini non nati sordi), implica il problema sui rapporti nel tempo tra parola e concetto. Chi dice « fu prima la parola e poi il concetto » chi al contrario « fu prima il concetto od idea e poi la parola». Per farsi una nozione chiara del modo in cui la parola diventa segno, bisogna al solito distinguere la sua entità reale oggettiva, ch' è il suono, dall'uso a cui serve, cioè di segno. Siccome niuna cosa può servire di segno, se non dopo che abbia esistito un fatto da poter ricordare, così il significato della parola è sempre posteriore al concetto od idea, sempre occasionato da una percezione e da quella qualunque maniera di sentirsi della coscienza, anche dipendente dalla vita propria cioè dai sensi interni, dalla cenestesi. Dato un fatto pertanto, se esiste una parola, qualunque significato abbia, che possa aver avuto un qualche rapporto di contemporaneità, coincidenza di pronuncia con quel fatto, quella parola può passare a ricordarlo; nel qual caso assume un nuovo significato. Questo significato è dunque posteriore a quel fatto e quindi alla sua percezione nell'individuo, quantunque il suono della parola preesistesse al fatto. Dato che il fatto fosse nuovo, non esistesse alcuna parola in quella lingua per indicarlo, il fatto potrà attaccarsi per qualche condizione reale sua a qualche altro da cui derivi od a cui somigli, ovvero soggettivamente in noi può attaccarsi a qualche altro, col quale per le contingenze della nostra storia percettiva d'una scena oggettiva. (') I simboli i, j, k nell'applicazione del calcolo alla geometria a tre dimensioni. (*) Il segno = nella teoria dei numeri interi. (*) Il segno già astronomico applicato all'equipollenza e quello detto ramuno &. per indicare V-1 (radice meno uno).-individuale ci sembri aver relazione: ora quel fatto anteriore a cui lo si attacca probabilmente avra una parola che serva ad indicarlo e allora, o gli si applica quella stessa anche a questo, onde quella assume il nuovo significato, o da questa se ne deriva un'altra dietro l'analogia propria di quella lingua; e allora quindi si plasma una parola nuova, ch' è posteriore al fatto ed alla percezione nostra relativa, anche quanto alla forma, al suono. In fatto di creazione e d'uso dei segni si accorda assai più autorità al popolo che al dotto. Se p. es. il dotto ha bisogno di adoperare un verbo in valore attivo o factitivo che fino allora sia usato solo in valore intransitivo, va a guardare nel dizionario, e se non trova esenpii di quest'uso, non si prende la libertà di adoperarlo in una nozione nuova: e da chi è stata fatta la lingua raccolta nel dizionario, se non dal popolo? Diversità, varietà der Segni in rapporto al loro servigio. I segni sono equivalenti e differenti. Segni equivalenti in parallelismo più o meno continuo sono i caratter di forma diversa presso le varie nazioni, molti dei quali rappresentano lo stesso suono p. es. alfabeti greco e latino: l'alfabeto arabo si scrive in diversa maniera secondo i paesi dove si usa quella lingua, tanto che gli abitanti d' un paese non sanno leggere lo scritto arabo d'un altro. Le note numeriche indicanti un dato numero sono di figura diversa nelle varie maniere di scritture, ed anche in una stessa maniera di scrittura p. es. nell'uso dell' alfabeto greco pel computo, dove le lettere ora valgono semplicemente in ragione del posto che hanno nella serie alfabetica (così = 21): ora secondo il posto, valendo per decine dopo l'I e per centinaja dal P in poi (*): ora valendo come indicazioni del nome del numero di cui erano le iniziali p. es. X = 1000, perchè iniziale di Xí2.cor. Così coll' alfabeto greco nell'uso di numerare, E e Il erano equivalenti; si l'uno che l'altro carattere volevano dir = J; l'uno, E, perchè quinto nella serie alfabe-tica, l'altro, Il, perchè iniziale di léve. In Italia, prima che Fibonacci da Pisa portasse le cifre cosi dette arabiche, le diverse città avevano modi abbreviativi di computo diversi; questi modi dunque nell'effetto del computo erano equivalenti. Quando i segni non hanno una rappresentanza comune con altri, sono diffe- renti. Eyries Viaggi. In questa maniera d'uso si aggiungono all'alfabeto tre altri caratteri é (episema) •j (coppa) € (sampi).  Li portò a Pisa da Búgia d'Africa dove era andato di 14 anni, con suo padre, ad apprendere la mercatura.Vi sono segni costanti, cioè rappresentanti sempre la stessa entità, e mu- tanti, cioè che passano da una rappresentanza ad un' altra. 1 primi sono quelli che fanno parte dell' entità stessa, con quella sono con-nati p. es. l'inclinazione dell'ago magnetico con quel tal grado di latitudine. Di mano in mano che le cognizioni si accertano, ogni fatto naturale ben percepito può essere segno d'altri fatti occulti: così dagli imperfetti suoi primordii va avviandosi sempre meglio la semiotica in medicina. I secondi sono tutti quelli che stanno in arbitrio dell'uomo, quindi le parole, le cifre ec. Il cangiamento di significato della parola non è altro se non il passaggio d'un segno a far ricordare cose diverse da quelle a cui prima serviva. Tra le contingenze dei segni mutanti, una assai ovvia è quella del passaggio parallelo di segni equivalenti al altre rappresentanze. Così (gr.) vergog = morto (cimbro) kranck = morto (lat.) aeger (1) = ammalato (ted.) kranck = ammalato Avviene talora che dei segni ed interi sistemi di segni si rimettano in uso sotto circostanze nuove, e servano a rappresentanze diverse da quelle che prima avevano. Così p. es. in Inghilterra (A. 1688-1745) i presbiteriani usavano i nomi proprii personali e topografici che sono nella Bibbia e le frasi riferenti fatti di quelle epoche, intendendo invece le cose d'interesse della loro setta. Queste riproduzioni di segni entrano nei gerghi. Effetti del passaggio dei segni da una rappresentanza ad un' altra. Se ogni segno restasse costantemente fisso al suo ufficio specifico di far ricordare quella data entità e non altra, col mezzo delle parole si avrebbe la cognizione certa di ciò che nel passato fu avvertito dalle generazioni, senza bisogno di apposito studio, poichè non riescono ad essere segni se non pel fatto della concomitanza associata di quanto si è percepito le volte precedenti che si udirono: cioè i loro significati sono reminiscenze aggiunte dall'individuo le volte posteriori che le ode. Ma appunto perciò che, pel sussistere esse parole in seguito ad essere pronunciate in altre circostanze, passano a far ricordare secondo le contingenze queste circostanze posteriori, servono quindi ad altre rappresentanze, vanno queste moltiplicandosi di mano in mano sull'identica parola, onde riescono segni incerti; e di più le rappresentanze precedenti vanno in dimenticanza, non servendo più le parole a quel primo loro ufficio, il loro additamento storico va perduto e vi vuole Trovasi in Festo necritu per agritudo, evidentemente da vexpòs, Lanzi S. Etr. I, Sulle cause di cangiamento di rappresentanza delle parole Monum. Storici ec. Ricomparsa di parole antiquate, ed uso di lingne morte.un' arte apposita ermencutica e la dimostrazione esatta della genealogia d' ogni parola per riuscire alla scoperta delle rappresentanze antiquate, d'onde si può ricostruire la serie delle reminiscenze di cui fu intermittenza per tante generazioni. In questo passaggio dei segni da una ad altra rappresentanza si possono di più perdere le relazioni dei segni tra loro: p. es. i nomi dei numeri passati ad indicare numeri diversi da quelli di cui erano nomi (sir.) →2 thren = due ¿ certo la stessa parola (sanscr.) tri = tre, e (gr.) s (episema) che valeva = sei passò al essere la 5 (cifra detta arabica) che vale = cinque. Vi sono segni sufficienti, quelli che determinano una reminiscenza precisa: insuficienti che iniziano la mente in una data categoria di reminiscenze, resta a determinare quale fra queste p. es. la parola aoristo dei grammatici, dove si sa trattarsi di un tempo di verbo, ma non si sa quale. Vi sono segni negativi, quelli che indicano l'esclusione di date maniere di romuniscenze, p. es. di quelle di misura, la parola immenso, quelle di fine, infinito. Vi sono segni diretti e segni indiretti: i primi hanno in loro la rappre-sentanza, i secondi avvertono di una modificazione nella rappresentanza del segno cui sono aggiunti. Lo zero nella serie, quando si scrivono i computi, non fa altro se non arvertire il posto che occupano le altre cifre, poichè dal loro posto dipende la loro rappresentanza, il loro valore. Lo zero non pote aver origine se non dopo che si era trovato l'artificio di fare che le cifre rappresentassero valori diversi secondo il posto relativo nel quale esse cifre si ponevano. Deve aver avuto origine dall'ara latina od etrusca, o dal suanpan chinese, per segnare che in un dato ordine della serie non v'era nulla. P. es. poniamo che nella prima serie si notassero le unità, nella seconda le decine, nella terza le centinaja: per riferire si doveva mettere 304. Se p. es. ogni ordine di numeri nel computo fatto colle cifre avesse avuto un posto proprio, una colonna, il segno zero sarebbe stato inutile p. es. = 304 il rosso, le decine il giallo, le unita il verde, lo zero sarebbe stato inutile: 3 4= 304. Dunque lo zero che figura come un segno negativo (e lo è alludendo a data e data serie di numeri) segna in fatto una condizione positiva delle cifre vicine: e un segno indiretto. Vi sono segni immediati e segni mediati o segni di segni. I jeroglifici, i caratteri chinesi sono segni immediati delle cose o delle nozioni: le lettere alfabetiche sono segni dei suoni costituenti le parole, quindi segni mediati delle cose o nozioni che da tali parole voglionsi indicare. Vi sono segni oggettivi e segni soggetti. I segni oggettior servono alla rappresentanza delle impressioni avute per opera del mondo esteriore, le quali noi traduciamo come enti oggettivi. I segni soggettivi servono alla rappresentanza di sentimenti, di lavori intellettuali successivi all'azione oggettiva. Il segno del meno (-), quello dello zero (0) non hanno alcuna corrispondenza colla realtà, servono per ricordare un fatto soggettivo, un giudizio sopra impressioni già provate. P. es. veggo cinque dita in una mano, il segno 5 corrisponde a quella realtà: poi vedo una mano con un dito di meno (p. es. il pollice, come usavasi di troncarlo ai prigionieri di guerra) ('), il segno 5-1 non mi rappresenta una realtà (oggettiva), cinque dita non esistono (oggettivamente): esiste bensì la mia ricordanza di aver veduto altre volte cinque dita, e il risultato d' un mio confronto tra quella sensazione già subita, ed ora riprodotta mnemonicamente, e la sensazione attuale, per cui giudico che quella non è affatto uguale all'altra prima, e non è uguale per difetto, e quindi l'altra non era uguale a questa per eccesso: così il segno di ugunglianza = si riferisce al risultato di un confronto fra due fatti. Tutti quelli che si riferiscono alle astrazioni sono segni soggettivi. condizioni in l'arche detaletale si, golge, tana prer ate dei net titi dall- minante la riproduzione mnemonica più o meno vivace e succedente in varii ordini, i servigii di rappresentanza oggettiva e soggettiva si alternano sull'iden-tico segno, e ora occorre l'un genere di segni, ora l'altro. I segni numerici ora rappresentano dei fatti reali, ora delle operazioni intellettuali sulle sensazioni subite per opera di quelli: p. es 4 rappresenta un fatto reale, 5 - 1 rappresenta una operazione intellettuale. Il progresso delle scienze matematiche è dovuto al- V. Iudic. c. I, v. 6, 7. Adonibezoch, e CICERONE (vedasi), De Officiis, riferendo che gli Atoniesi così trattarono gli Egineti fatti prigionieri.agiscono parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi rappresentino fatti soggettivi, e viceversa. segui negottivi si diversiano in rapporto catto e occasionalmente pos 1 sono segni rieria all ucrto, alla vista. sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto. Segni riferiti all'udito sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa come segno. nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe dal senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante volte può riuscir segno. Parola e jeroglifico sono due generi di segni indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico ricco e coordinato quanto qualunque lingua. Segni riferiti al tatto. Alcuni linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu- tui, e vi ha un alfabeto di tocchi ch' è una traduzione di quello grafico. Perciò che « Serius allectant animos demissa per aurem, Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus », parrebbe che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. VI. v. 8. « Plus est oculatus testis unus, quam auriti decem: Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt ». Il rapporto qui è tra segno e sensazione attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade nell'efficacia dalla sensazione attuale. Se si trattasse della sola sensazione attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò cheagiscono parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi rappresentino fatti soggettivi, e viceversa. segui negottivi si diversiano in rapporto catto e occasionalmente pos 1 sono segni rieria all ucrto, alla vista. sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto. Segni riferiti all'udito sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa come segno. nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe dal senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante volte può riuscir segno. Parola e jeroglifico sono due generi di segni indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico ricco e coordinato quanto qualunque lingua. Segni riferiti al tatto. Alcuni linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu- tui, e vi ha un alfabeto di tocchi ch' è una traduzione di quello grafico. Perciò che « Serius allectant animos demissa per aurem, Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus », parrebbe che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. VI. v. 8. « Plus est oculatus testis unus, quam auriti decem: Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt. Il rapporto qui è tra segno e sensazione attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade nell'efficacia dalla sensazione attuale. Se si trattasse della sola sensazione attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò cheagiscono parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi rappresentino fatti soggettivi, e viceversa. segui negottivi si diversiano in rapporto catto e occasionalmente pos 1 sono segni rieria all ucrto, alla vista. sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto. Segni riferiti all'udito sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa come segno. nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe dal senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante volte può riuscir segno. Parola e jeroglifico sono due generi di segni indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico ricco e coordinato quanto qualunque lingua. Segni riferiti al tatto. Alcuni linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu- tui, e vi ha un alfabeto di tocchi ch' è una traduzione di quello grafico. Perciò che « Serius allectant animos demissa per aurem, Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus », parrebbe che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. Plus est oculatus testis unus, quam auriti decem: Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt ». Il rapporto qui è tra segno e sensazione attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade nell'efficacia dalla sensazione attuale. Se si trattasse della sola sensazione attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò chesegno, e che oculis subjecta fidelibus sono le cose che agiscono quasi continuamente su noi per la parte loro visibile, cioè dando impressioni per l'atrio visivo; così che gli altri introiti sensoriali, cioè pel gusto, per l' olfatto, che sono intermittenti a lunghi intervalli, non si contano; e che quelle riferibili al senso del tatto, il cui uso è ancora più continuo della facoltà visiva, non può comprendere che ristrettissima estensione, quella del punto di contatto immediato di questo e di quel tratto della nostra superficie coi corpi, sicchè non possiamo arrivare per questo ad avere impressioni complesse di fenomeni estesi nello spazio, quali riceviamo colla vista. P. es. in una scena teatrale mentre noi vediamo tanti personaggi e tanti aspetti di cose, noi non arriviamo a toccarne nessuna. Passaggio di servigio dei segni oggettivi dal rapporto ad un senso, ad un altro. La scrittura è un trasporto di relazione dal senso acustico al senso ottico, o una permutazione di suoni contro delle figure: la scrittura non può prodursi se non da individui che hanno il senso dell'udito. Il jeroglifico passando per gli accidenti di coincidenza dalla rappresentanza ideologica a servigio di nota fonetica (per quel processo dei rebus) si allontana dal suo rapporto al fatto mnemonico complesso che vuole destare, si fissa invece al rapporto di reminiscenza acustica (*). Grado diverso di efficacia dei Segni. (a) Per parte delle condizioni loro. Vi sono gradazioni infinite nell'efficacia mnemonica dei segni, per la determinazione maggiore o minore della loro forma e pei rapporti di luogo del loro posto. P. es. una pagina ripiegata in un libro non fa se non avvertire che la dovete fermarvi e guardare o rivedere qualche cosa, senza pure che sospettiate cosa sia che ivi interessa: un groppo nel fazzoletto vi fa risovvenire d' un dato proposito. La scrittura vi fa riavere quasi perfettamente una qualunque serie, per quanto lunga si voglia, di nozioni e di concetti. Perciò ch' è di somma importanza la collocazione relativa delle nozioni nell'intelletto, è di somma importanza la collocazione dei segni, che a quelle si riferiscono, e che devono loro parellellamente (') La stessa scrittura chinese riesce in qualche caso fonetica p. es. nel rappresentare i nomi proprii « Signes réellemment idéographiques, mais détournés de lenr expression ordi-naire, pour leur faire accidentellement représenter des sons (chez les Chinois comme chez les Égyptiens) » Champollion, Précis Hiérogl. p. 17.eccitatrice e coordinatrice che non se sia in un posto secondario ed accessorio (1). Segni già esistenti e che hanno servito altrui, se agendo sui nostri sensi non possono trarre in noi le associazioni mnemoniche per destar le quali devono essere efficaci, si capiscono per induzione nelle circostanze date, perchè noi, avvertiti delle circostanze, svolgiamo le nostre reminiscenze che vi si riferiscono e di mano in mano analogamente a quelle traduciamo i segni. P. es. nella traduzione d'una comedia di qualche elassico antico, la scena fa indovinare il valore preciso di date parole nella circostanza data, il qual valore è relativo e in assoluto non si può definire. Questo è il processo per cui si viene a capire il signiticato di molte parole della lingua materna stessa, perchè non sempre la scena esterna può corrispondere a quella per cui in origine quelle tali parole ebbero quel significato, molte essendo cenni di concetti assai complicati: e raro è il caso che venga spiegato a chi non sa il preciso rapporto di rappresentanza di quelle date parole. Perciò gran parte della lingua parlata comunemente resta per molti indefinita. (b) Per parte delle persone cui sono esibiti. C'è una grande distanza tra i gradi di comprensione di ciò che intendono i segni, secondo gli individui a cui vengono presentati, dalla nulla aggiunta di proprie reminiscenze, per cui non vengono compresi, fino a svolgerne catene lunghissime che conducono a giudicii innumerevoli. In questo riguardo la gradazione è indefinibile. Nell'uso delle parole d'una lingua anche notissima, all'uno può bastare qualche breve periodo, mentre l'altro nulla può capire: dipende dalle nozioni preesistenti in quello che le parole ascolta o legge. Prendete gli argomenti delle comedie di Plauto posti in principio di ciascuna; ed io credo che poco o nulla capirete di ciò che nella comedia si rappresenta: dopo letta la comedia, rileggete l'argomento, e allora vi apparirà la sua relazione abbastanza esplicita. Egli è che quegli argomenti erano fatti per richiamare alla memoria quello che già si aveva veduto sulle scene, o letto; non già per dire a priori ciò che si andrebbe a vedere. Tanto più si fa palese questa gradazione, quando si esibiscano delle opere dove le relazioni colle cose abituali della vita v' abbiano di capirlo e s' ingannano da capo a fondo, o perchè non possono entrarvi, lo giudicano assurdo, contro l'ordine intellettuale: quelli poi persuasi di capirlo coine (') Vedi Monum. Storici T. VIII. Ideologia dedotta dalla Storia naturale delle Lingue.6:50 100 books.googleusercontent.com che sentano l'entità di quel vero (*). Può avvenire per mezzo dei segni una specie di comprensione fittizia, la quale non conviene con ciò che quelli intendevano riferire. Parmi che un esempio di questo processo sia nelle traduzioni delle opere di serittori animati dalle circostanze del tempo in cui vivevano fatte da letterati di tutt' altre epoche e tenore p. es. la traduzione di Pindaro fatta in odi latine dal Costa. Come mai il buon prete che visse sempre in Seminario a Padova, ch' era d'una innocenza da parvolo, poteva essere penetrato nella passione di giuochi, di corse di cavalli, di gare nazionali che diedero occasione a quelle .odi? Perciò che l'eflicacia significativa dipende dalla disposizione mnemonica dell'individuo a cui il segno si esibisce, può darsi che lo stesso segno susciti reminiscenze di diverso ordine per tempo e per circostanze delle impressioni originali a cui si riferiscono, e quindi venga ad avere significati diversi contemporanea-mente. P. es. in Plauto (Stichus A. IV. Sc.1), mentre Epignomo sta parlando con suo fratello sul conto del parassito Gelasimo, costui entra: allora Epignomo dice « Atque eccum tibi lupum in sermone, praesens esuriens est » Epignomo lo disse lupum per due significati d'origine affatto diversa: l'uno alludendo al proverbio « lupas in fabula » che dicevasi, quando, mentre che si parlava d'una persona assente, questa compariva: l'altro riferivasi alla voracità di quel Gelasimo, per cui appunto dopo commenta l'applicazioue del nome lupus « praesens esuriens est ». (c) Per ragione composta delle condizioni dei segni e delle disposizioni delle persone cui vengono esibiti. La differenza di forma tra segni equivalenti allontana la mente dalle associazioni solite a suscitarsi pure dall'una o dall'altra forma fra queste varianti. P. es. la diversità della scrittura araba dall'ebraica distoglie dal rimarcare la parentela, i rapporti etimologici tra parole comuni a queste due lingue: se invece di leggerle si odono pronunciare, la somiglianza tosto si avverte. Perciò che l'effetto significativo non istà nella natura degli oggetti, ma sì si compie nella soggettività di chi li percepisce, può avvenire che fenomeni ed (') Il profondo autore del discorso preliminare ai Pensieri di Pascal aveva pure dinanzi alla mente queste gradazioni, per cui poi prevedeva a quanto pochi si ridurrebbero quelli che potessero competere a quella lettura. ‹ Il est aisé de voir combien il y en aura Disc. sur les Pensées etc. p. 119).oggetti percepiti infatto per la prima volta agiscano come se fossero stati contemporanei ad impressioni provate anteriormente, cioè facciano associare reminiscenze di sensazioni alle quali non firono mai coincidenti. Un ritratto di persona nota, presentato la prima volta, la fa ricordare: una onomatopeja creata in quell'atto fa ricordare suoni uditi altre volte (1). In questo modo i suoni bruti p. es. le varie voci degli animali si prendono per parole che abbiano significato, cioè agiscono come se fosse già almeno la seconda volta che si odono dopo di averli uditi in rapporto a date impressioni. In questo modo certi accidenti delle apparenze di cose inorganiche, stalattiti, rocce, ec. rappresentano corpi organizzati, oggetti artificiali, come istrumenti, prospettive architettoniche ec. (*). Quanto scade la conoscenza dei segni da quella delle cose. Si suol dire che l'educazione inavvertita che si riceve conversando con persone colte è assai più efficace di quella che si riceve esplicitamente nelle scuole. La causa di questa preminenza sta in ciò che, conversando, tutto quello che si va conoscendo, gli è per azione immediata sui sensi, anzi che per segni, che per riuscire efficaci esigono l'aggiunta nostra mnemonica. Ell'è ben differente azione sulla vostra mente se uno vi dice in tali ore della scuola p. es. un precetto del galateo, o se invece voi lo vedete sempre praticare. Sicché questa educazione che dicesi inavvertita in fatto è quella diretta, perchè agisce dando sensazioni, e invece quella che si dà esplicitamente è indiretta, perchè non agisce se non suscitando reminiscenze. Si osservi pure che i contadini di buona mente e gli artigiani hanno la coscienza definita di ciò che sanno: cioè non credono di conoscere se non ciò che realmente conoscono. Quelli invece che sono andati alle scuole hanno la persuasione di sapere moltissime cose, ma non saprebbero definire ciò che intendono quando ragionano di tanti argomenti. La differenza tra lo stato mentale degli uni e degli altri dipende da ciò che quelli che non sono stati alle scuole, od hanno veduto gli oggetti, i fatti, e li conoscono; o non li hanno veduti, e nessuno diede loro i segni di quelli, od altri segni riferibili a cose qualunque non percepite. Quelli che sono andati alle scuole hanno ricevuto per la massima parte dell'istruzione assai più segni di nozioni, anzi che siensi fatti loro stessi le nozioni originali sulle cose; p. es. impararono la geografia sulle carte geografi-che. Credete voi che l'alunno delle scuole abbia potuto farsi sulle carte geografiche le stesse nozioni di quei tratti di terra che gli hanno fatto imparare, del () V. Monum. St. T. IV. Trattatoviaggiatore che ha percorso quei tratti stessi? lo vi dico che se l'alunno vedesse quei tratti e non gli dicessero che sono quelli che ha studiato, e sui quali ha fatto gli esami, non arriverebbe mai ad indovinarlo. Ora a che giova la geografia che ha imparato, se gli dà un fantasma intellettuale affatto estranco alla realtà? Ebbene gli alunni delle scuole inferiori apprendono i segni senza che alcuno mostri loro la cosa a cui si riferiscono, e neppure riflettono che non sono se non segni: li imparano per loro stessi come se in essi si esaurisse il sapere. Da ciò la superiorità del senso comune sopra i dettati dei dottori, in certi casi dove quello può riflettersi sulle proprie esperienze, come già osservarono giavi pensatori. P. es. Destutt de Tracy « Il buon senso pubblico, e, direi quasi, l'istinto generale, si è allontanato sempre meno dalla strada retta che non le prime speculazioni scientifiche, perchè questo parte dalla pratica dei fatti » e Féréal « Le peuple se trompe marement; ses jugements sont quelquefois plus sûrs que ceux de la science. Il y a une philosophie tonte particulière à Inquelle il serait hon de se rapporter quelquefois. Cosi avviene non di rado che le espressioni volgari relative al modo di sentirci contengano la diagnosi della sede di tale e tale nostro senso interno. Bichat osservò che la sincope dicesi dal volgo mal de coeur, e appunto là è il disordine; che, se il cervello sospende le sue funzioni, gli è perchè non gli viene più il sangue che il cuore gli trasmetteva. E così pure il popolo in Francia dice « le charbon entête, porte à la tête » e infatti il vapore del carbone determina l'asfissia agendo sul cervello e non sul cuore (*); onde Bichat segue « souvent le peuple qui voit sans le prestige des sistêmes observe mieux que nous, qui ne voyons quelquefois que ce que nous cherchons à aperce-voir d'après l'opinion, que nous nous sommes préliminairement formés ». Appunto gli è nell'osservazione il vantaggio sull'opinione, ch' è un parto di conghietture su ciò che noi abbiamo creduto di conoscere, perchè abbiamo sentito parlarne. Il senso della moltitudine erra per troppa diffidenza nei proprii mezzi, e per troppa stima altrui, quando si riporta come a tanti assiomi, alle baje che gli hanno dato ad intendere. Chi mai degli alunni di umane lettere, nell'imparare i pezzi di CICERONE (vedasi), di VIRGILIO (vedasi), ec., sospetta che siavi altro da studiarvi, che quelle parole coordinate in quella maniera, e quinci trarre gli esempii del modo di coordinarle? chi di quei ragazzi può pensare che invece in quelle non istà se non una forma mediata, per la quale dobbiamo sforzarci d'indovinare il soggetto in cui è l'entità? Intanto vengono pure per buona ventura a questi alunni opportunità, fuori della scuola, di farsi delle nozioni delle cose da loro stessi (e non sui segni). Ma questi concetti legittimi restano nell'intelletto promiscuamente con quei concetti composti  Ideol.  Volontà.  Vie et Mort p. 178. ( Myst. de l' Ingrisition p. 353.di parole di significato per quegli alunni indefinito, dove il massimo interesse e spesso unico è quello acustico, cioè della collocazione di quelle parole in quel modo, senza la conoscenza del fatto, oggetto o fenomeno a cui si riferisce, e perfino senza che sospettino che abbia il servigio di rappresentare una cosa che pur esiste, da loro non conosciuta . Di più nelle scuole si apprendono formule di classificazione o di teorica ec. coercenti fatti che spesso nella pratica della vita si vedono essere aflatto estranei ed anche opposti alle maniere loro attribuite; eppure la coscienza «lei più, punta ogni volta in queste opportunità contingenti per accorgersi della con-traddizione, non vi abbada: succede la sensazione, ma non viene così avvertita da fermarvisi e confrontare l'avversione del fatto di propria esperienza con quello che si era imparato che doveva essere; quindi non arriva alla conseguenza di togliere quel fatto dalla categoria dove l'ha dettato il maestro E così si fa l' abitudine di tenere confuse e nozioni di propria esperienza e concetti indovinati da segni di cose che non si percepirono, e segni presi invece delle cose, come se l'interesse fosse in loro stessi, e massime affatto opposte a ciò che in fatto succede; e perciò che tutti questi materiali diversi del magazzino intellettuale stanno nella nostra coscienza, si trattano come se fossero omogenei, e dalla somma di questa colluvie si costituisce la persuasione di sapere. Parallelamente alla differenza di grado delle nozioni, da quelle acquistate coi nostri sensi, a quelle imparate da narrazioni, ossia per mezzo dei segni, procede la ditferenza tra le operazioni intellettuali fatte su quelle avute per sensazioni e quelle per segni. Tali sono i rapporti tra la meditazione e la lettura. La meditazione è un esercizio diretto sulle impressioni provate dalla persona stessa. La lettura è un esercizio di comprensione del valore dei segni dati da altri, relativi alle impressioni provate da quelli che scrissero. E dunque un esercizio indiretto d'interpretazione. Nella meditazione si ha la sicurezza dei soggetti sui quali si rivolge. Nella lettura vi ha sempre incertezza che i segni corrispondano a quei soggetti che si credono essere, e non ad altri. Questa differenza di nozione tra quella procurata dalle sensazioni originali e quella per precetto, cioè per segni, non può mancare di palesarsi nelle azioni, che da tali maniere di nozione dipendono, e quindi nella pratica della vita. Ovviamente ebbi a meravigliarmi della imperturbabilità con cui alcune tra le donne educate commettono azioni immoralissime, di quelle definite dalla dottrina cristiana come pecenti mortali, mentre sono piene di rimorso se sieno state costrette a trasgredire qualche precetto di quelli di pratiche di disciplina. E ogni volta ch'io a questo rifletteva, finiva troncando il problema, col giudicar quella loro condotta come inconseguente. Ma non si tratta d' inconseguenza: le norme della morale e (') Non parlo poi di tutte le favole, come quelle della Mitologia, perchè nell'insegnarle si avverte che sono favole.mente le une ebbero una genesi diversa dalle altre, e la comprensione della moralità è imperfettissima in confronto della comprensióne delle pratiche. Queste, obbligo di udire la messa, di astenersi da dati cibi in dati giorni, di confessarsi, di comunicarsi ec. le vedono farsi dagli altri, le apprendono coi sensi, quindi le fanno esattamente come hanno veduto fare, e vi si abituano così che la loro esc-cuzione diventa una necessità. Al contrario, ciò che si riferisce alla morale viene insegnato non riferendosi alla vista od ai sensi che possono esservi interessati, presentando le scene relative a quei concetti, ma sì colle parole, cioè con segni che si riferiscono a fatti non veduti, non provati nell'età della fanciullezza, tanto più quanto maggiore sia la moralità della famiglia, dove si tiene occulto con ogni cura tutto quanto è degli istinti sessuali. Questi divieti pertanto della dottrina cristiana vengono imparati come il pater noster od il credo per parole, od astrat-tamente, senza quindi farsi una nozione delle contingenze a cui alludono. Intanto, poichè le ragazze furono istruite in chiesa, si crede che sieno ben avvisate sulla propria virtù; ma venuta la passione e la contingenza, se anche possano sospettare che quei capitoli della dottrina cristiana abbiano ora applicazione al caso, l'indu-zione d'avviso alla loro coscienza è affatto impari alla novità della circostanza e del loro intimo senso. Ecco quindi che, se delinquono, non provano quel rimorso che avrebbero per la trasgressione d'una pratica costante in tutta la loro vita: vanno quindi senza ribrezzo al confessionario, come andavano in ogni tempo ad accusarsi di qualche scempiaggine (). Altre maniere d'agire delle cose che servono di seyno, n/uore da quella di significare. I segni stessi, in fuori dall'interesse di ciò che rappresentano, agiscono come stimolo a mettere in attività l'intelletto, come i suoni tentati dal compositore di musica sul clavicembalo, quando si vuol porre a creare, o come i moti dei piedi che fanno i ballerini per preludio alla danza. E la causa è evidente; poichè i segni coll'azione loro attuale mettono in giuoco le associazioni mnemoniche nelle quali consiste il processo intellettuale: sono pel sistema sensibile, quello che pel sistema motore l'impulso eccitatore cui si continuano le maniere di moto in cui si ha maggior esercizio (ballerini). (') La reità poi viene forse per lo più taciuta a quel tribunale di penitenza, per la natura della donna, che subisce tacendo quei fatti stessi, dei quali non tollera i discorsi. Che se in seguito non venga fuori ciò ch' ella ha fatto, vedendo che nulla le succede d Janno, l'esperienza la fa sempre meno timida, per le tresche e per tutti i mezzi criminal che per quelle possono occorrere, continuando scrupolosamente tutte le pratiche di religione, soddisfatta di sè stessa; d'onde la sorpresa di noi che abbiamo la cognizione chiara deisentire trae da quella, e quindi non costituisce l'entità dell'oggetto: può darsi • che la cosa, che serve di segno, possa anche avere altri rapporti coll' essere capace di sentire. E il primo rapporto delle cose con tal' essere è nella sensa-zione: dopo può determinare la reminiscenza. Così è dei prodotti fonetici, nella efficacia loro nel commercio dialogico; l'azione attuale sensoria, la suscitazione mnemonica cioè del passato. Nel progresso delle società e delle loro lingue il primo fattore v'ha sempre meno parte. Le parole in origine, la cui natura patetica e imitativa è marcatissima, vanno di mano in mano perdendo questi caratteri soprattutto per l'ace rciamento, per cui si riducono a monosillabi, nei quali non si troverebhe aleun rapporto collo stato soggettivo del parlante e coi fenomeni sonori che intendevano in origine d'imitare p. es. nell'inglese e più nel chinese, dove invece tutta la loro azione è significativa, mnemonica, cioè capace di destare lunghe serie definite di reminiscenze nell' ascoltatore che conosca la lingua. La Moneta non è solo un segno. L'azione del segno finisce col destare date reminiscruze: la moneta determina anche delle azioni, lo scambio di quella colle cose. La moneta in origine servi come segno: forse non era se non una capura non equivalente al prezzo della cosa che si aveva acquistato: si lasciava la moneta, ma solo pel momento, dopo si andava a prendere la cosa acquistata portando l'equivalente in bestiame od altri mezzi di scambio. Ma ora la moneta non serve tanto come segno, quanto si adopera pel valore suo come una merce. Come non potrebbe dirsi servire di segno qualunque cosa che si scambiasse. con un' altra p. es. una stola contro un giojello, così non si può dire che serva di segno la moneta che si scambia contro qualunque merce. Il segno può non essere una proprietà: una iscrizione, una colonna mi serve di mezzo di ricordanza, anche senza possederla. La moneta è per se stessa una entità utile che ha il suo valore indipendentemente dai cambii con altre cose: la materia di cui è fatta, metalli, metalli preziosi, è capace d'altri usi, servire per utensili e ornamenti. La carta monetata ha le due qualità di servigio, l'una di segno, l'altra di mezzo di cambio, per cui ha un valore convenzionale, riferita alle cose da acqui-starsi, ma non oggettivamente, cioè nel materiale di cui è fatta. I segni stessi, di cui non si conosce la rappresentanza, possono essere presi come enti e come tali trattati: così avviene la personificazione delle parole. La somiglianza nella forma a quella dei nomi femminili o maschili decide allora del sesso dell'ente che s' immagina. Il latino futa nome pl. neutro di fatum, i per la sua desineuza in a fu preso nei bassi tempi per un nominativo singolare femminile (*) e quindi ne venne la Fata: perpetua felicitas formula d'augurio dei Romani (*) Come te Begria Biblia, orum divenne (b. lat.) Biblia, ac e quindi in italiano la Bibbia (fr.) la Bible (sp.) e (port.) la Biblia (ted.) die Bibel ec.formula d' augurio « quoci felix faustumque sit» le parole eransi già trasformate in due enti mascolini Felix e Faustus fratelli di Giano (*). È lo stesso processo per cui le parole, dopo stabilita l'abitudine di analogia grammaticale, secondo la loro cadenza passarono ad un genere od all'altro. In grammatica, prima ciò che determina i tipi è la nozione che si ha di ciò che si deve nominare; ma poi è la forma della parola che la fa entrare in questo od in quel tipo. Il segno stesso agisce come entità per sè. Per quella stessa cagione per cui le cose possono diventar segni, possono, non servire più come tali. Ogni volta che ciò che ha servito di segno perda il suo rapporto con altre date concomitanze oggettive o soggettive che poteva far ricordare, cessa di valere come segno relativamente a quelle. P. es. nel giuoco della tombola o del lotto la cifra che trovasi sulla palla, ch' è certo segno relativo alla condizione numerica di date cose, cioè d' essere in dato numero, non concerne più il concetto numerico: interessa per se, indipendentemente da ogni associazione mnemonica. Quindi, nel moto perenne delle cose, il cangiarsi continuo delle cir. ostanze fa perdere ai segni il loro valore. Così p. es. le opere dei classici latini che si riferivano alle circostanze della società romana nei tempi della repubblica e dell'impero, trovate dai monaci, viventi nei cenobii, non potevano valere se non come formule per parlare, quindi come modelli di retorica, di ritmica, di dialettica, ma giammai far capire le abitudini di quella maniera sociale e domestica. NOZIONE FALSA DELL'ENTITÀ DEI SEGNI, STIMA ESAGERATA DEL SEGNI. FUSINIERI (vedasi) define che il simbolo o segno è una cosa equivalente ad un' altra cosa simile p. es. due finestre eguali, delle quali posso sostituire l'una all'altra. Il simbolo o segno non ha la sua efficacia riferendosi alle cose oggettive -- sia loro uguale o simile, o no. I suoi rapporti sono colla condizione soggettiva – l’utterer di H. P. Grice – l’addressee di H. P. Grice – a triadic relation -- di quello cui si esibisce: una cosa affatto eterogenea ad un'altra può far venir in mente quella, cioè agire come segno relativamente a quello. Il concetto che la gente si fa della memoria e tutto riferito alla ripetizione dei segni, anzi che alla ripetizione delle sensazioni originali determinate dalle scene oggettive. P. es. diranno aver un tale grande memoria, se, sentendo a dire un discorso, saprà ripeterne dopo dei tratti, così precisamente come erano, o se leggendo poche volte un pezzo da imparare, vi riuscirà: s'intende che basta saper ripetere queste parole, che servir devono di segni per altre associazioni, senza che tali associazioni si destino, od anche essendo impossibile che si destino per Martyrol. Martii. Plutarch. Parall. Mem. non aver avuto luogo le sensazioni originali p. es. nel caso che un cieco nato dicesse a memoria la descrizione d'un paesaggio o d' un tratto anatomico. Degerando dichiara necessarii i segni per ottenere le idee astratte. Io non lo credo. Le idee astratte – H. P. Grice: hairy-coatedness -- pur troppo si formano senza bisogno di segni, quando le reminiscenze d'impressioni simili si moltiplichino così che non si possano distinguere le circostanze di tempo e di luogo proprie d’ogni volta che si subì quella impressione: il segno vi è affatto indifferente. Il segno è piuttosto un rappresentante di queste astrazioni già successe. FUSINIERI (vedasi) attribuisce ai segni la formazione delle idee. Quindi seguito come gl’altri a parlare di comunicazione d’idee, del qual beneficio dà la benemerenza ai segni, e dice che senza simboli non si ottengono idee singolari. Il segno nel servigio ideologico non fa se non sollevarci dall’obbligo di tenere a mente tante serie. Fa come, se avendo noi molti oggetti di nostra proprietà, invece di portarli indosso, andiamo deponendoli qua e là in luoghi sicuri, pel qual atto, se anche nel momento stesso ce ne priviamo, abbiamo la confidenza di poterli riavere ogni volta che ci piaccia: fa come, scambiando una quantità di moneta piccola, il cui peso ci molesta, contro una moneta grossa che equivalga alla somma di quella, onde possiamo contare con questa assai più lestamente quel qualunque numero che si abbia, p. es. invece di contare due mila centesimi, pongo un pezzo da venti franchi e così via. I segni pertanto potranno riprodurre alla mente ciò che già si è esperito, ma formare le idee giammai. Se p. es. uno ha nel suo giardino un numero dato di piante, e, di mano in mano che passa per quelle, mette nella sua borsa un sassolino per poi a suo agio a casa sua contare questi sassolini e quindi differire fino a quel momento la nozione della somma di queste piante; questi sassolini hanno formato l'idea astratta di questa somma? no! furono le piante, e avrebbe potuto sapere quante erano nell'atto stesso in cui passava per quelle: egli coi sassolini non fece se non sostituire all'attualità delle sensazioni un lavoro di reminiscenza basata sull' analogia; poichè sapeva che ogni sassolino corrispondeva ad una pianta, poteva risparmiarsi la sensazione ottica, cioè di osservare ogni pianta, considerando dopo tutti i sassolini come il primo che appunto aveva sostituito alla comprensione ottica della pianta; e senza differire il computo, avrebbe potuto immediatamente nel luogo tenere a mente le piante una per una. Che se non fosse andato egli stesso nel giardino e uno gli avesse dato quella borsa di sassolini dicendogli senz' altro contate, egli non avrebbe mai saputo che si tratta di piante, nè i sassolini gli FUSINIERI (vedasi) Infl. dei Segni ec. Simboli vocali o scritti servono di comunicazione fra gl’uomini delle loro idee e col mezzo dei loro valori virtuali -- necessario alle idee in quanto per questo s’intenda un fatto oggettivo che dia una sensazione simile ad altra già provata; per cui queste idee, cioè reminiscenze, si destino, non mai perchè si formino. Il segno è un mezzo che determina e coadjuva i lavori della mente, ma i lavori mentali sono processi propri di essa. Il Fusinieri dice che col mezzo dei segni « si può rendere esatte tutte le scienze ed estendere senza limite le umane cognizioni » conclusione dedotta da nozione falsa del modo d' agire del segno: rendere esatte tutte le scienze il segno non lo può, se le scienze stesse non constino già di nozioni precise; e meno può estendere senza limite le umane cognizioni: il segno non potrà mai far trovare le forme dei corpi che possono esistere: tutta la matematica non sarebbe stata capace di far sapere che esistevano gli esseri paleontologici. Fusinieri (*), dietro quella maniera di considerare i segni, aveva concluso: È dunque dalla perfezione dei segni e dall'invenzione dell'arte caratteristica (cifre, numeri, disegni ec. come in matematica) che si deve attendere la possibile perfezione dello spirito umano». lo credo che la perfezione da lui intesa non possa dipendere dalla maniera di far succedere le reminiscenze (ciò che appunto si determina dai segni) ma sì che occorre la cognizione originaria che si ottiene coi sensi, cognizione che non può mai oltrepassare i rapporti dell' essere senziente, quindi mai assoluta. Tra le varie categorie di segni, siccome i più ovvii, e di cui quindi provasi continuamente l'utilità, sono i prodotti fonetici, si considerarono con prevenzioni in onta alla loro natura. La costituzione delle lingue già sviluppate e che passarono per molte generazioni, abbarbaglia così la mente umana che non abbia pazienza e si ostini a non voler investigare le cagioni, che pare che sieno fatte a priori dietro teorie providenti a cui si allineino: la moltiplicità dei fatti analoghi, che si trovano in tanto maggior copia quanto più le lingue sono adulte avvalora questa illusione. Ma tutto ciò succede per l'abitudine dell'orec-chio, e della pronuncia delle generazioni che sopravvennero all' esistenza di date forme, che in origine si produssero contingentemente. Per avvertire che tutta questa coordinazione, dove sembrano appajate costantemente forme e rappresentanze ideologiche, è un prodotto di contingenze, e non di piano a priori, basta tener conto delle eccezioni: e infatto appunto per l'incostanza di questi ordini, è impossibile colla grammatica imparare le lingue, e la prova si può fare ad ogni momento colla lingua greca. Da quel falso concetto, od anche da prevenzioni ancora più ingenue, l'idolatria di dati sistemi di segni fonetici. Tale è per utte le maniere di studio delle parole che fa il monopolio degli umanisti vene ratori di queste piuttosto che di queste altre: come se questi segni fonetici fosser fatture artistiche; ma gli oggetti d'arte, statue, dipinti ec. furono fatti esplici- Mem. cit. p. 32.necessario alle idee in quanto per questo s'intenda un fatto oggettivo che dia una sensazione simile ad altra già provata; per cui queste idee (cioè reminiscen-ze) si destino, non mai perchè si formino. Il segno è un mezzo che determina e coadjuva i lavori della mente, ma i lavori mentali sono processi propri di essa. Il Fusinieri dice che col mezzo dei segni « si può rendere esatte tutte le scienze ed estendere senza limite le umane cognizioni » conclusione dedotta da nozione falsa del modo d' agire del segno: rendere esatte tutte le scienze il segno non lo può, se le scienze stesse non constino già di nozioni precise; e meno può estendere senza limite le umane cognizioni: il segno non potrà mai far trovare le forme dei corpi che possono esistere: tutta la matematica non sarebbe stata capace di far sapere che esistevano gli esseri paleontologici. FUSINIERI (vedasi), dietro quella maniera di considerare i segni, aveva concluso: È dunque dalla perfezione dei segni e dall'invenzione dell'arte caratteristica (cifre, numeri, disegni ec. come in matematica) che si deve attendere la possibile perfezione dello spirito umano». lo credo che la perfezione da lui intesa non possa dipendere dalla maniera di far succedere le reminiscenze (ciò che appunto si determina dai segni) ma sì che occorre la cognizione originaria che si ottiene coi sensi, cognizione che non può mai oltrepassare i rapporti dell' essere senziente, quindi mai assoluta. Tra le varie categorie di segni, siccome i più ovvii, e di cui quindi provasi continuamente l'utilità, sono i prodotti fonetici, si considerarono con prevenzioni in onta alla loro natura. La costituzione delle lingue già sviluppate e che passarono per molte generazioni, abbarbaglia così la mente umana che non abbia pazienza e si ostini a non voler investigare le cagioni, che pare che sieno fatte a priori dietro teorie providenti a cui si allineino: la moltiplicità dei fatti analoghi, che si trovano in tanto maggior copia quanto più le lingue sono adulte avvalora questa illusione. Ma tutto ciò succede per l'abitudine dell'orec-chio, e della pronuncia delle generazioni che sopravvennero all' esistenza di date forme, che in origine si produssero contingentemente. Per avvertire che tutta questa coordinazione, dove sembrano appajate costantemente forme e rappresentanze ideologiche, è un prodotto di contingenze, e non di piano a priori, basta tener conto delle eccezioni: e infatto appunto per l'incostanza di questi ordini, è impossibile colla grammatica imparare le lingue, e la prova si può fare ad ogni momento colla lingua greca. Da quel falso concetto, od anche da prevenzioni ancora più ingenue, l'idolatria di dati sistemi di segni fonetici. Tale è per utte le maniere di studio delle parole che fa il monopolio degli umanisti vene ratori di queste piuttosto che di queste altre: come se questi segni fonetici fosser fatture artistiche; ma gli oggetti d'arte, statue, dipinti ec. furono fatti esplici-  Mem. cit. p. 32.fra gli uomini, senza che alcuno avesse intenzione di fare una cosa bella. Il pregiudizio arriva a falsare il rapporto tra l'intelletto e questi suoi mezzi: si preterisce la capacità intellettuale degli alunni, per farli plagiarii doi modi di dire di questo e di quel tempo od autore, secondo l' avvezzamento del pedagogo: quindi il divieto di adoperare altre parole che non sieno nei testi di lingua: disciplina ch'è una vera spilorceria di cose che non costano nè danari nè fatica: mi pare di sentire quel contadino di Preneste il quale, interrogato perchè dicesse rhabo- nem invece di arrhabonem, risponde « ar lucri facio » (*•. Fallacie della mente occasionate dai segni. Perciò che il segno è intermedio tra la presenza oggettiva e i nostri atteggiamenti soggettivi, accade che noi per una parte lo confondiamo coll' oggetti-vità, e per l'altra colla nostra coscienza, con ciò che succede nel me. Scambio del segno colla entità oggettiva. Questo sbaglio di prendere il segno per la cosa succede anche alle persone che fanno continuo esercizio dell'intelletto, agli scienziati. Così sorprendiamo la confusione dei simboli numerici colla esistenza assoluta. Leibnitz sosteneva essere gran simbolo e prova della creazione ex nihilo, il sistema binario che con l'unità, lo zero e il valore di posizione può esprimere tutti i numeri immaginarii (*). Dove quindi faceva gli accidenti dei segni (*) solidarii coll' entità oggettiva. E così la confusione dei segni grafici coi suoni articolati cui si riferiscono: Leibnitz stesso nella sua Arte combinatoria computò le combinazioni possibili dei ventiquattro suoni dell'alfabeto (ch' egli prese allora per tutti gli elementari possibili) e ne ottenne un numero che sorpassa il quadrillione (*). Qui Leibnitz ha preso i segni grafici, pei suoni stessi. I segni sì dei suoni potranno combinarsi così; ma non i suoni stessi che dipendono da gesti dell'apparato articolatore, molti dei quali non possono succedersi immediatamente l'uno all'altro p. es. è impossibile di far succedere cinque o sei consonanti, senza delle vocali tra l' una e l'altra. Altro esempio di sbaglio tra i segni grafici e i suoni da essi indicati. Nei modi imperfetti della scrittura di certe nazioni, come dei galli, e dei britannici, avviene che le stesse maniere grafiche rappresentino secondo le varie circostanze Plauto Truculentus. A. IM. Sc.  Cantor. Martin. Diario di Sc. Matematiche. Roma. Lo zero non fa se non segnare un rapporto delle altre cifre, non corrisponde ad alcuna realtà esistente. Adeluug Mithridates. nello scritto si pronunciano l'una in una maniera diversa dall'altra. In questi casi, le due desinenze si considerano come rimanti insieme, rimes pour les yeux: mentre in fatto pronunciate non si somigliano per nulla. È evidente che i caratteri non sono la parola, ma sì una rappresentanza ottica che serve a richiamare la reminiscenza dei suoni che costituiscono davvero la parola. Il prendere quindi due serie di suoni diversi per due rime è una goffa fallacia che può essere smentita dall'uomo più semplice. D’un difetto della rappresentanza, si vorrebbe costringere ad essere la realtà come nón è. Per questa confusione del segno con ciò cui si riferisce – H. P. Grice: “I hardly have this problem: what is meant, SIGNIFICATUM, ‘significans,’ – the VEHICLE of meaning --, quando esista un dato segno in uso attuale che è usato anticamente, si può errare credendo che ha sempre la stessa rappresentanza. P. es. ho sentito sostenersi che perciò che & OT dera (sansc.) passa nelle lingue nostre e restò dopo il cristianesimo, sia rimasta la nozione che quella parola ha. La persistenza d'uso d'una parola non è prova della persistenza delle idee che con quella s' intendeno. Dunque ‘disc’ – H. P. Grice --, papier (fr.) Papier (ted.) paper (ingl.) papel (sp.) vogliono dire che noi usiamo per iscrivere la canna papiro d'Egitto? H. P. Grice: “It’s even worse with my tutee Strawson when he meant that I meant that he meant ‘NEWSpaper!” La nostra fallacia di prendere il segno pella cosa stessa è un effetto dell'associazione, perchè ogni volta che ci è presentato il segno succede tale o tale entità, oggettiva -- quando il segno è uno degl’elementi stessi entranti in quella entità -- e soggettiva, quando, sottratta tutta la concomitanza,  è capace di farla ricordare. La moltitudine poi crede il segno integranti colla cosa. Questa debolezza della mente appare nella stima che si fa di certi oggetti che fecero parte di fatti contingenti riusciti poi famosi, p. es. del cappello di Gustavo Adolfo conservato a Vienna, ed ora della posata e della salvietta di Napoleone dimenticata da lui a Wachau, dopo la battaglia di Lipsia. fhe altro momento possono avere tali oggetti nell'entità, se non d’essere capaci di far ricordare quei fatti? Ma più. Si crede che il SEGNO è efficace come agente per lui stesso direttamente sulla cosa. Sicchè è un anacronismo nell’apprezzamento della loro natura. P. es., ai tempi degli imperatori bizantini, si usa di ricevere i parti delle imperatrici sulla porpora, credendosi che questa desse diritto all'impero, d'onde il soprannome di “Porphyrogenitus,” ‘nato nella porpora.; La porpora non puo certo far altro che distinguere quelli che dell'impero sono in possesso. E il segno s’usa come equivalente all’azione che esso indica. Maometto, alla battaglia di Bedr e alla battaglia di Honein slancia contro i nemici Inbelfeyer zu Leipzig Ottobre, festa che si fa ogni cinque anni. Allg. Zeit. 19 October  ec. Costantino Porfirogenito. Corano Sur.  un pugno di sabbia, con che quelli fuggirono: il cominciamento d’un'azione indicante un atto capace di offuscare la vista d’una persona si prende come se l'azione sta eseguita sopra ogni singolo individuo. Questo è riuscito se la polvere fisse andata negl’occhi d'ogni singolo combattente nell'oste. l'erciò LA PAROLA, che è SEGNO [contro H. P. Grice], si crede efficace a dare l’effetto che s’ha in mente. Presso gl’ebrei, alcune parole sanano, e fanno morire; e la parola s’ usa per medicina p. es. l'“abracadabra” ec.: in arabo del aiat, segno, versetto del Corano, vuol dire anche miracolo, azione, fatto prodigioso. La benedizione del padre sui figli s'intende come efficiente gl’eventi futuri in realtà al figlio nel senso che importa, anche se pronunciata imprudentemente. La benedizione in ebraico ,7279 beracha dà tutti i beni, è quella che fa tutto. Per riscontro M7yaD mignl'éred è pure sinonimo di estrema rovina. E, in latino, “fatum,” destino non è che il participio di for faris, ciò che si è pronunciato. Forse il senso di destino gli venne dalle sentenze pronunciate o dagli articoli delle leggi letti nelle sentenze. Poichè alle cose, anche affatto ignote, siensi imposti dei nomi contingentemente secondo le nostre maniere di ricordare, viene un tempo in cui, dimenticato che il nome fi dato da tale e tale per tal coincidenza, si giudica dal nome che quelle cose debbano essere ed agire in dati modi giusta il significato in corso del nome. Cosi, l'astrologia traeva gl’oroscopi dal nome dei segni del zodiaco; p. es. Vergine, chi nasce sotto questo segno zodiacale, sarà casto. Libra: chi nasce sotto questo segno, sarà giusto ec. Ora, Vergine si disse quel segno perchè, per ricordare quella costellazione all'apparir della quale sull'orizzonte si fa la messe, disegnasi una ragazza mietitrice. Libra si disse paragonando ad una bilancia in bilico il punto astronomico in cui tanto è il tempo del giorno, come quello della notte. Libra dies noctisque pares ubi fecerit horas. indicano, che per mezzo curativo usano di cangiar nome all'ammalato, come se, cambiato il nome, si cangiasse la persona. In una scena di Plauto, si (') Corano Sur. Comment. Storia di Giacobbe che si finge Esau e riceve, da Isacco, la benedizione che questi intende di dare ad *Esaù* -- H. P. Grice: I solve this via numerical subscripts! -- Genesi  Deuter. Dio comandera alla benedizione che sia teco nei tuoi granaj arabo vuol dire = versure una pioggia dirotta, ch'è ciò che più si desidera in quei climi dove la siccità è la causa della carestia. Deuter. = exitium.  Petron. Satyricon spiegazione data da quello che aveva convitato i commensali, Trimalcione. Trinummus A. IV. Sc.  sorprende questa confusione del nome colla persona che lo porta. Poichè Sicofanta Pax non sa dire il nome di colui ch'egli dice essere suo amico e avergli dato la commissione, di cui dicesi incaricato, e dice “devoravi nomen imprudens modo,” il suo interlocutore dice “Non placet qui amicos intra dentes conclusos habet,” cioè facendo equivalere il nome di quel tale alla persona di quello. E così v. 76 poichè tra i nomi suggeriti dall'interlocutore, il sicofanta trova quello che cerca, dice Hem! istic erit, qui istum di perdant, cioè impreca contro lui assente, perch’egli non s’èricordato il suo nome. E ancora, sempre con questo scambio del segno -- cioè del nome proprio -- colla persona, poichè l'interlocutore lo corregge di quella sua imprecazione, dixi ego jamdudum tibi, Te potins bene dicere aquum st homini amico, quam male, il sicofanta seguita Satin' intra labra atque dentes latuit vir minimi pretii? onde l'interlocutore da capo continua a correggerlo. Ne male loquare absenti amico,” il Sicofanta rende ragione dicendo: “quid ergo ille ignavissimus Mihi latitabat?” Cioè, dando colpa della propria dimenticanza, alla persona assente di cui aveva dimenticato il nome. Dunque prendendo il segno (nome) pella persona da nominarsi e lo stato soggettivo della propria mente, cioè la dimenticanza, per l'oggetto, la persona, quasi è essa che non voleva comparirgli. Vi saranno di quelli a cui queste analisi degli scherzi d'un comico parranno incompetenti nello studio dei processi dell'intelletto umano. Ma il comico è inteso dal popolo. Questo simpatizza coi personaggi che ragionavano così, perche ragiona come sente di ragionare esso stesso. E questi momenti entrano nell'umana mente spessissimo con falso rapporto della realtà. Che se si possa definire il lor numero fra tutte le varianti, si troveranno gl’elementi semplici ed eterni che, aggiunti gli uni sugli altri e intrecciati, fanno tutto il magazzeno di falso e di vero ch' è nella mente dei singoli individui e nelle biblioteche. In assoluto poi la parola fu concepita dai mistici come identica colla realtà universale: il 20705, Verbum, dei Cristiani: ٱللَّهِ Kelam ullaih=para ال . di Dio, degli Arabi, Corano non creato, coevo, cocterno con Dio ('). Quello che avvenne alle parole fu poi trasferito ai loro elementi, le lettere, quando si ebbe un alfabeto: sicchè i segni grafici elementari distribuiti collocati in certe maniere dovevano far arrivare alla conoscenza delle cose: così è costituita tutta la Cabbala (3). Nel Zoar le lettere dell'alfabeto si presentano a Dio, ognuna per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. Ora qui si (') Trad. Fr. Corano XXXI (*) Cabbala i7}2) doctrina orotenus tradita, et specialius scientia illa abstrusior, quan rabbini in Mosis et Prophetarum libris investigant per litterarum et syllabarum, praesertim nominum Dei, numerum, collationem, et transpositionem; unde nascitur, si eis fides, rerum arcanarum multiplex cognitio (Du Cange v. c.).alle parole, che fanno da segni delle cose. Le virtù che si attribuivano alle parole intere passarono quindi anche alle loro abbreviazioni, fino alle loro iniziali. A Napoli i frati di S. Severino e Sosio distribuiscono per preservativo dai mali le iniziali della formula « In conceptione tua Virgo immaculata fuisti, Ora pro nobis patrem cujus filium peperisti » che sono appunto I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P. impresse in carte, delle quali chi vuole approfittare per salvarsi da qualche disgra-sia o guarire da qualche male, taglia una riga e poi inghiottisce in una cuc-chiajata d'acqua, o di minestra, o con un hoccone di pane, come si usa delle pillole (*). L'efficacia dei segni secondo la fede delle nazioni vince le leggi della natura: così p. es. il segno del Tau o della croce, ch' era già di Serapide e di Harpocrate, che i Greci presero dall'Egitto e comunicarono, dopo l'era volgare, ai varii popoli; libera da ogni male ec. Eppure quella croce altro non era che la figura rappresentante il fatto astronomico della sezione equinoziale fatta dalle due linee dell' equatore e dell'eclittica (*), come resta palesato dalla lingua araba che chiama quel punto illill cuba salio ul felete = eroce del cielo (*). Su questa via l'istinto di feticismo presceglie più spesso i segni che non la realtà stessa: l'idolatria in fatto non si riferisce se non a segni, statue, pitture ec. Scambio della propria soggettività col segno: si crede essere nel segno e da quello importarsi in noi, ciò che si scolge entro di noi all'occasione di percepire il seyno. Questa fallacia si sorprende nei casi in cui i segni riferiti ad un sensorio si credono contenere una entità, che si riferisce ad un altro sensorio. Un tale, poichè assistè alle mie lezioni sulla storia dell'origine e dello sviluppo dell'alfa-beto, mi domandò la ragione del suono proprio a ciascun carattere; credeva che nella scrittura fosse la ragione del suono, cioè che un fatto che dava un' impressione ottica avesse in sè un' entità acustica; credeva che nella figura stessa fosse (') Così fanno le donne per guarire i loro bimbi ammalati. I camorristi hanno sempre indosso di questi amuleti (Torino Gazz. del Popolo. Camorristi e Frati). Dupuis Orig. . Note, e in altra ediz. V. Nota nn p. 576. () Anche i Cumani presso al Perù in vicinanza al mare si facevano il segno della croce contro le apparizioni dei demonii, e mettevano la croce addosso ai loro figli appena erano nati. Gomara cit. da ROMGAGNOSI (vedasi) Antichità Messic. Op. impossibile; che siamo noi, che, al vedere quelle figure, ricordiamo i nomi che contemporaneamente e paralellamente al mostrarci quelle figure ci furono fatti sentire e fummo ammaestrati a ripetere: andò via indispettito, attribuendo a me l'incapacità di spiegare il fatto, secondo il suo concetto, che consisteva in una confusione dell'oggettività, che gli dava nell'atto delle impressioni ottiche, colle reminiscenze acustiche che da quelle impressioni ottiche gli si suscitavano. Per questa via, come al segno riferito ad un atrio sensorio si attribuisce una entità riferibile soltanto ad un atrio sensorio eterogeneo, si credono esistere nel segno le condizioni d'azione sensoriale riferibili a tutti i sensorii ed al nostro centro sensibile percipiente. Il fatto è rivelato dalla determinazione di quel Turco analfabeto che, andato nella bottega d' un ottico per comprarsi degli occhiali, non trovava mai quelli che gli accomodassero, perchè si aspettava di trovarne un pajo che, posti dinanzi gli occhi, gli comunicassero quello ch' era scritto sui libri, cioè gli dicessero per gli occhi le parole, e i concetti, che, se avesse saputo leggere, egli avrebbe di mano in mano ricordato dietro la vista di quei caratteri. Ma e il concetto che si fa la massima parte degli uomini dell' entità dei caratteri, cioè dei segni grafici, implica pure la confusione dei segni colla reminiscenza che da quelli si suscitano. L' efficacia dei caratteri fatta palese dalla comprensione, che per mezzo di quelli si effettua in tali che sanno leggere, riempie di meraviglia, perciò che pajono introdurre essi i concetti, cioè appunto si prende il segno come se fosse esso l'entità primitiva assoluta, mentre, nella sua efficacia come segno, è sempre dipendente e relativo alle conoscenze già esistenti in quello che legge. La meraviglia tanto più e grande in quelli che non sanno leggere, vedendo l'efletto che lo scritto fa su quelli che sanno leggere. In fatto cos' ha da pensare l'idiota, che sente dietro la lettura d'una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto a centinaja di miglia di distanza, e poi vede agire secondo la volontà di quello che l'ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la carta parli. Questo concetto deve far giudicare esservi una causa portentosa: perciò i Negri tengono le carte scritte per talismani, e, quando possono arrivare ad averne, come tali le portano indosso. Perciò troviamo nel Corano parlarsi sempre di libro conservato in cielo, donde si regolano poi tutte le cose. Dove si iscri- (') Napoli 1862. Quegli che mi fece quest' interrogazione non era un idiota; insegnava umane lettere.  Chiamasi ebúr = libro dei decreti misteriosi: lo stesso nomo che danno al libro dei salmi. Chiamasi anche Ellech ul — malfuz = le tavolette misteriose. Corano Sur. III,che anzi l'eccellenza di Dio sta nell'interpretare il libro (3); Dio ha dato a Maometto un libro che contiene la spiegazione d'ogni cosa (*). Quindi Dio insegna il libro (a Gesi) (8). Quindi in cielo è il prototipo del Corano in un libro conservato da Dio (*). Quindi in cielo v'è na cancelleria d'angeli occupati a copiare dietro la tavola del prototipo (*). Quindi Dio fa discendere dal cielo i libri, nei quali è la sua (') Corano Sur. XLIV. v. 80 « Dio dice che sa tutti i secreti degli uomini, perchè tiene i suoi inviati in mezzo di loro che mettono tutto in iscritto › Sur. XXI. 22 « Dio mette in iscritto le buone opere dei credenti ». Sur. Dio scrive nel suo libro le azioni di tutti ». Sur.  Dio mette in iscritto le macchinazioni degl’empii. Sur. Dio mostrerà agli uomini nel giorno della risurrezione un libro aperto, 15 gli dirà - basta ora che tu oggi legga e faccia il tuo conto ». Sur. XXIII. 64 € Presso Dio è il libro che dice il vero ». C. XXXVI. 3 « Prototipo evidente o libro evidente, o la tavola ben custodita in cui sono iscritte le azioni degli uomini •. Sur.  ‹ tutto è consegnato in quello ». Sur. XVIII. 47 « Nel giorno del giudizio universalo, il libro in cui sono iscritte le azioni di ciascuno sarà nelle mani di Dio ». Sur. XXI. 94 « Dio mette iu iscritto le buone opere › Sur.  « Dio mette in iscritto tutto ciò che gli uomini fanno ». Sur. LXXXII. v. 7. siggin libro dove si scrivono le azioni degli uomini v. 18 'illiun libro dove si iscrivono le azioni degli uomini e sito elevato presso il trono di Dio > (7 ° cielo, Dict. Turc.) v. 21 • quelli che sono presso il Signore sono testimonii di ciò che si scrive nel libro delle azioni degli nomini ». Sur.  « Tutto è registrato nel libro ch' è nel cielo ». Sur. XLIII. v. 80 «S' immaginano essi (è Dio che parla) che noi non conosciamo i loro secreti, le parole che si dicono all'orecchio! Sì, i nostri inviati che sono in mezzo di loro mettono tutto in iscritto». Lo stesso concetto facevansi pure i Greci, come si vede nel Prologo della Rudens di Plauto v. 21. ‹ Iuppiter (dice l'astro Arturo) Is nos per gentes alium alia disparat, Hominum qui acta, mores, pietatem et fidem Noscamus; ut quemque adjuvet opulentia: Qui falsas lites falsis testimoniis Petunt; quique in jure abjurant pecuniam, Eorum referimus nomina exscripta ad lovem: Bonos in aliis tabulis exscriptos habet ». (*) Sur. XX, v. 54 e Sur. LXIX, 47 ‹ Hanno essi la conoscenza delle cose nascoste e la trascrivono dal libro di Dio? > Sur. III. v. 8 ‹ Dio manda il libro: in questo sono dei versetti metaforici: molti ne disputano, ma Dio solo ne sa l'interpretazione ». Sur. Sur. Sur.  e Sur.  nominasi questo libro ommo' l kitab = la madre del libro. Sta presso Dio, Surate XIII. 29. (*) Sur. LXXX. 15.Quindi nessuno degli inviati da Dio è senza libro. Dio dice a Giovanni Battista « prendi questo libro (il Pentateuco) (3) » e Gesù appena nato dice alla famiglia di sua madre « io sono il servo di Dio: egli mi ha dato il libro (e la profezia. Perciò fra le altre condizioni, che quelli che non credevano a Maometto gl' imponevano per ridursi alla fede, avvi « che faccia discendere dal cielo un libro che tutti possano leggere (3) ». Quindi gli inviati di Dio non hanno se non da leggere e spiegare questo libro. In Daniel VII 10, il vecchio dei giorni (Dio) siede a giudicio e « si aprono i libri»; e il sapiente della China, Fohi, vede le leggi che poi dà al suo popolo scritte sul dorso di un serpente alato. In somma in tutto ciò che si riferisce all'intelletto, si esigono sempre dei caratteri egli è in essi che si concepisce stare l'essenza delle cognizioni, mentre in fatto non soro se non un mezzo di suscitare le ricordanze di ciò che già è passato per la mente di quello che legge. E nelle leggende parlasi di caratteri scritti da mano invisibile (convito di Baldassare) nella Bibbia; e nel Corano « Dio nella distruzione di Sodoma e Gomorra piovette dal cielo dei mattoni di terra cotta segnati da lui stesso » per cui s' interpreta che ogni mattone aveva iscritto il nome di quello che doveva colpire. Di qui la venerazione dei varii popoli pei loro primi libri, che sono sempre sacri; e gli Arabi dicono kutiba = sta scritto, per dire cosa pre- destinata, fatale. Nei popoli civili, dove il concetto della scrittura non si perde nel miracolo, vige però sempre la falsa nozione che l'essenza del sapere, della scienza, sia nei libri, e che da questi (e non altrimenti) si venga ad imparare. Questa stima è pure anche un effetto dell'associazione delle reminiscenze (') Sur. VI. v. 9. Dio dice che ha mandato dall'alto il pentateuco. Così pure Sur. Sur.  Dio ha dato il libro a Mosè, Dio ha dato a David i salmi. Sur. IV. 135 • O credenti, credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro ch' egli ha mandato e nelle Scritture discese prima di lui ». Sur. VI. 156 Dio ha fatto discendere il Corano Sur. II. v. 36, IV. 113, fa discendere sopra Maometto il libro, VII. 1. Corano disceso dall'alto a te (o Maometto),  Dio ha fatto discendere il libro,  Dio ha inviato il libro che contiene la verità. Dio ha fatto discendere dal cielo il Corano in lingua araba, XIX. 97. Dio dice di avergli dato il Corano nella lingua di Maometto, . v. 111 Dio ha fatto discendere dal cielo il Corano parte per parte, XVIII. 1 Dio ha mandato al suo servo il libro dove non è tortuosità, Corano Surate.  Sur.  Un inviato dalla parte di dio legge, agl’ebrei ed agli infedeli, le pagine che inchiudono la vera Scrittura Sur. Dio invia i suoi apostoli con miracoli o con dei libri, e un libro da pure a Maometto perchè egli lo spiega ec. Sur. Dio manda l'apostolo per istruire gli uomini sul libro. Corano mantiene sempre per quanto reale è, cioè ottenuta direttamente sulle cose, coll'adoperare lettura e scrittura: il geologo, il botanico, il chimico, quantunque imparino davvero studiando sulle cose, e l'architetto, e l'artigiano che più aspira all'eccellenza, adoprano libri, e scrivono, civè segnano, fanno segni dei loro Conseguenza della nozione falsa del modo d'agire dei segni nella mente dell'uomo e dei segni più usati, cioè quelli della scrittura, per cui si prendono essi per l'entità della cognizione, di cui non sono se non mezzi di ricordanza, si è la disistima in cui hassi la mente di quelli che non sanno leggere; come che, perciò che non versano tra i libri, non potessero esercitare i loro sensi, che sono l'atrio vero d'ogni sapere, e non avessero la facoltà di meditare. V' ha invece tale illetterato che conserva nativa la forza intellettuale, meglio d'un bibliotecario: basti ricordare quegli idioti, giunti, senza sapere d'aritmetica, a fare dei millioni. La facilità di viaggiare sempre più procurata, facendo che una grande quantità di persone possano vedere le cose stesse, di cui prima non era dato se non di leggere, od al più sentir parlare, farà che cessi la riverenza ai libri perchè sono libri: si accorgeranno che da quelli, per quanto sieno hen fatti, non possiamo mai formarci nozioni paragonabili a quelle che ci vengono dai sensi; ognuno avrà potuto osservare che, se prima abbia imparato come fosse un monumento od un dato luogo, poichè abbia avuto occasione di vederlo, d' esservi li dinanzi all'oggetto che conosceva per istruzione ricevuta, avrà provato sensazioni affatto nuove, estranee a quanto si era preparato. I LiBRi non varranno, se non in quanto possano farci meditare e combinare ciò che abbiamo provato noi stessi. VANTAGGI PORTATI DAI SEGNI. Vantaggi dei segni, in fuori dal loro serrigio di comunicazione fra uomo ed uomo. I segni prestano somma utilità soggettivamente, riferendosi alla coscienza di quello stesso individuo che li fissa e li adopera. Il Fusinieri (Nem. eit.) dice « che i segni danno vigore di memoria agli atti dell'immaginazione » cioè possono servire, come pei fatti oggettivi, per quelli soggettivi. Egli osserva che i (') In ebraico MA od - lettera dell'alfabeto, segno: in sanserito 3 @*N udanta = cognizione, notizia: in italiano, da segno, insegnare. L'istruzione sempre si portava prima di tutto sulla conoscenza dei segni, e crederei che si alludesse specificamente per questi segni ai caratteri della scrittura.segni danno forma a tutti i giudizii singolari e generali. Infatti avviene spesso che studiandoci noi di spiegare agli altri ciò che pensiamo, dopo aver parlato, abbiamo il concetto più chiaro di prima: ci troviamo acquetati sul quella comprensione nostra propria. Questo ajuto dell'espressione a rendere chiari i proprii concepimenti dà per grande quota il vantaggio che si ha nell'istruire gli altri, che, com'è noto, generalmente giova a sè stessi per imparare. Altro elemento sta nelle domande del discepolo che possono far avvertiti di altri modi di vedere, o di altri problemi nell'argomento; le quali domande, quando sono capite, non sono se non serie di segni che suscitano le nosire reminiscenze. Dice il Fusinieri che « i segni fanno le veci delle idee generali » cioè raggruppano sotto un solo stato della coscienza tante reminiscenze: ne abbiamo l'esempio palese nella nomenclatura dei numeri complessi che rappresentano la somma, invece della serie dei componenti. I segni non solo servono a fissare le reminiscenze, ma danno occasione dopo a far succedere nel nostro intelletto altre serie di reminiscenze in altri ordini, per cui ne vengono dei risultati intellettuali nuovi. Lo scrittore nell'atto che pone sulla carta i proprii pensieri, dalla vista, o dalla lettura di ciò che ha già scritto, trae impulso al lavoro intellettuale ulte riore: tante volte noi cominciamo uno scritto, anche una semplice lettera, e ad un certo punto, non sappiamo più cosa dire: quando, rileggendo quello che abbiamo già scritto, troviamo nuovi pensieri. I segni, scrivere, servono anche a definire le nozioni che possediamo, rendendone gli elementi oggettivi, (solita necessità per definire la nostra coscienza). lo posso avere un concetto abbastanza sentito, ma non definito, circoscritto, distinto specificamente; comincio a metter giù qualche cosa sulla carta: a mano a mano che ho scritto, quello che ho scritto, e su cui riposo (nella sicurezza che non vada perduto) mi giova allo svolgimento d'altri elementi, pei quali si era costituita la coscienza di questo vago concetto, finchè arrivo a forza di scrivere, colle espressioni stesse usate a rendere perspicuo, definito il concetto dinanzi alla mia coscienza, che pure certo vi versava potentemente. Lo scrivere di più giova tante volte a sviluppare delle serie nostre ideolo-giche, delle deduzioni, alle quali, senza mettere in iscritto di mano in mano ciò che ci si volge nella mente, non arriveressimo. In questo caso la scrittura delle parole corrisponde nell' etfetto alle note numeriche ed algebriche poste sulla carta, le quali dopo date disposizioni ci fanno sapere, ci danno dei responsi indubitati ' su quello che cercavamo, e di cui avevamo per altro in noi stessi gli elementi, p. es. il risultato di una somma. Avviene precisamente che nel mettere giù le parole, od anche nel pronunciarle, si riesce ad un risultato in qualche parte nuovo, come nei processi matematici. Gli è che la mente non può tenere in un dato spazio di tempo un dato numero di reminiscenze compresenti, e che perciò le giova di liberarsi di alcune di questo, sustituendovi ua mezzo sensibile, il segroscritto, il quale può risuscitarle, quando si voglia, a piccole partizioni. Questa capacità poi di tenere un numero maggiore o minore di reminiscenze compre senti varia nei diversi individui: mentre i più, per fare una breve somma, hanno bisogno di distenderne i dati sulla carta, vi sono altri che fanno computi lunghissimi a memoria: ed esempi di questi abbiamo negli illetterati che divennero ricchi, pei quali l'ignoranza della scrittura fece che sforzassero il travaglio mne-monico, mentre noi, per la certezza di poter fare i segni, schiviamo questa tensione cerebrale, e, per mancanza d'esercizio, avviene che non ce ne troviamo capaci. Vantaggi delle contingense di successione dei fatti mnemonici, determinate dalla varia disposizione dei segni. Il Fusinieri nella Mem. citata dice che « i segni compongono tutti i ragionamenti che possono subire una costruzione analoga alla natura degli oggetti che segnano». Questa bella definizione mostra che i segni giovano per l'ordine in cui si ponno disporre, parallelo ai fatti oggettivi e soggettivi dei quali facciamo studio, o parallelamente alla direzione del nostro scopo: che essi servono per fissare i nostri accorgimenti, così da non perderli: cioè sollevano la mente dallo sforzo di tener compresenti e svolgibili in tali ordini definiti le sue reminiscenze che l'interessano in dati esami. La sola trasposizione dei segni, la loro collocazione diversa, come si farebbe in un giuoco di solitario, dando opportunità contingenti di nuove combinazioni, serve di stimolo a ritmi diversi di reminiscenze e quindi di accorgimenti. P. es. ponendo una nota vicina ad un dato concetto in un fascicolo, piuttosto che lasciata in fascio con tante altre: sicchè nella traspo sizione d'un segno o più, da un luogo all'altro, è il fatto stesso d' un avanzamento nella nozione. Nella lettura, si può trovare espressi dei proprii pensieri che non si sapeva esprimere: e talora avviene anzi che possiamo meglio definirli a noi stessi (*). Nella maniera di successione dei segni sta l'efficacia delle cose che si odono e si leggono, costringendo la mente a far succedere le reminiscenze in quegli ordini in cui li ha disposti il parlante o scrittore: in questo modo succede l'istruzione, che pare essere cosa del tutto nuova, mentre è un prodotto della mente di quello che i segni esibiti percepisce. Colle maniere di collocazione dei segni si possono trovare certi rapporti delle cose (Matematica): che altrimenti non si sarebbe data occasione alle reminiscenze di svolgersi in quei tali ordini per riuscire a  P. es. trovai in Longet Physiol. e sensations consécutives » espressione che mi serve benissimo a nominare la persistenza delle sensazioni, dopo sottratta la causa oggettiva.questo. Si consideri che i computi che noi facciamo colle cifre arabiche si cominciano da destra e progrediscono verso sinistra, cioè si fanno secondo il metodo di lettura dei popoli semitici; eppure i numeri stessi si scrivono da sinistra a destra; ciò che avvenne perchè gli Arabi li ricevettero da popoli che scrivevano da sinistra a destra, e li lessero poi secondo erano soliti a leggere la propria scrittura: e noi che li abbiamo avuti dagli Arabi facciamo i conti come ci hanno insegnato essi, cioè leggendo alla semitica. Questo processo, dando il comodo di riportare i risultati di somma e di sottrazione che superano il rango dei numeri d'una linea nella linea successiva a cui sono omogenei, fu il mezzo più utile alla speditezza dei calcoli. Allora il progresso dell' aritmetica sarebbe dovuto a questa contingenza di passaggio delle cifre da un popolo che leggeva da sinistra a destra, agli Arabi che leggono da destra a sinistra. Così si vede come, per un accidente di passaggio dei segni dalla loro disposizione ad una inversa, possano acquistare un servigio diverso ed una utilità assai maggiore della loro originaria. Non solo la combinazione dei segni, ma la loro segregazione stessa è un momento di somma importanza pel travaglio soggettivo: il poter staccare il segno d'un dato fatto dalla serie in cui trovasi, giova a sciogliere secondo gli speciali interessi il concetto ed a definirlo. Perciò tanto più si potrà giovarsi di questa segregazione, quanto più il mezzo sia pronto: si consideri perciò di quanto questo mezzo siasi agevolato, dal tempo in cui i caratteri si scolpivano sulle pietre, sulle tavole, poi s'incidevano sugli strati di cera, all'uso invece della tinta sulle membrane, sulle foglie, ed ora sulla carta. Il cangiamento d' un sistema di segni con altro ha pure un influsso nel procedimento delle cognizioni. P. es. la lettura di opere scientifiche, anzi che nella nostra lingua, in un'altra meno affine, come per noi la telesca, è un fattore nelia maniera diversa di esprimere, nella sintassi ec., per cui il concetto non si presenta affatto uguale come si presenterebbe nella nostra lingua. Ora può avvenire che questa varictà determini delle combinazioni intellettuali diverse da quelle cui siamo abituati, in corrispondenza alle nostre maniere d'espressione: può succedere la manifestazione del concetto in una continuità meno intermittente. Forse dagli Indiani, ma forse meglio da popoli di lingua greca, perchè certo molte di quelle cifre dette arabiche sono lettere dell'alfabeto greco. Si riporta il verso di Sacro- • Talibus Indorum fruimur bis quinque figuris », e le cifre arabiche somigliano pure alle sanscrite che servono per numeri; ma potrebbe darsi che anche gli Indiani le avessero avute direttamente od indirettamente dai Greci. Fatto è che sono diverse dalle lettere che servono per iscrivere le parole, il che mostra una diversa origine, e certo esotica; perchè le lettere della scrittura hanno sempre servito, tanto pei suoni costituenti le parole, come pei numeri.Un'segno qualunque, perchè tale sia, ha sempre origine dal passato ed a quello si riferisce. Ma una volta che i rapporti dei segni sieno fissati parallelamente a certi fatti, per rappresentare i quali si prendono, le coordinazioni consecutive derivate necessariamente dalla prima posizione dei segni devono fare indovinare altri rapporti. Così le cifre numeriche poste in quelle tali maniere fanno scoprire i fatti della sottrazione, e dell'addizione ec., che, senza di quelle, a memoria non si sarebbero potuti protrarre cosi da far calcoli esattissimi. E tutte le invenzioni matematiche succedono per coercimento di segni in date coordinazioni p. es. la scoperta dell'estrazione cubica dall' esame dello sviluppo del cubo d'un binomio, quale fece Fibonacci da Pisa. In questo modo col mezzo dei segni si può arrivare alla scoperta della realtà e dei possibili, ma sempre di • rapporto, mai assolutamente. Egli è vero che in matematica si danno segni alle incognite; ma in questo caso il segno rappresenta in fatto uno stato sogget- tivo, la curiosità, il dubbio nella circostanza data: e si arriva poi a cangiare quel segno in una nozione, col mezzo degli altri segni che rappresentano le cognite: se non si lavorasse che sopra segni d'incognite, non si riuscirebbe a nulla. Avviene pure che per mezzo del segno di una data cosa a noi ignota andiamo a riconoscerla e ad aver rapporti con quelle. P. es. il numero civico datovi d'una casa di una contrada, dove non siete mai stato, fa che con sicurezza poi la riconosciate per quella: l'indirizzo d' una persona che non conoscete vi fa presentare a lei, o vi fa anche trattare con lei senza mai vederla; ma il numero civico, e 1 nome della persona erano già riferiti prima a questi soggetti esistenti. Da questo servigio del segno nel futuro non si può dedurre che fosse possibile stabilire a priori un sistema di segni che potesse servire dappertutto e sempre tra gli uomini, ciò che pensano quelli che si propongono di istituire una lingua universale. Qui non si tratta di scoprire rapporti ulteriori ad altri già noti, nè di arrivare alla conoscenza delle cose per mezzo dei segni già loro dati, che a quelle ci guidino: per istituire una lingua universale, bisognerebbe avere l' onniscienza di tutto ciò che sarà per succedere in modo che abbia rapporti cogli uomini. La sostituzione dei segni alla realtà può riuscire di maggior vantaggio pel progresso delle nozioni, che non la presenza della realtà stessa. Egli è perchè nelle nostre ricerche può interessare solo una delle condizioni connate nella realtà, p. es. il peso, l'estensione, la figura ec. Ora coi segni noi possiamo tendere  Politecnico. costantemente a questo nostro proposito segregato da tutte le altre condizioni coesistenti nella cosa in cui è il soggetto della nostra ricerca: che, se avessimo a trattare colle cose stesse, le altre condizioni oggettive, e che quindi non possono fare a meno di agire sui nostri sensi, potrebbero distrarci dallo scopo circoscritto della nostra considerazione: ci sarebbe difficile di resistere a quest' azione successiva dell'oggettività, per continuare invece nel nostro filo mnemonico, a cui • sempre ci riconduce il segno: in ciò consiste la prerogativa della matematica. Vantaggi dei segni rendendo oggettivo il tema della speculazione. Qui sono da riferirsi i due metodi di multiplicazione chiamati dagli Indiani vajrâbhyása: = multiplicazione a zigzag = multiplicazione per crocetta o per caselle di Fra Luca Pacioli: e shabacah (*) = multiplicazione a rete = multi- plicazione per gelosia o per craticola di Fra Luca Pacioli, che consiste nel delineare una scacchiera rettangolare, che abbia tante fila verticali di case quante cifre vi sono nel multiplicando, e tante file orizzontali quante cifre sono nel multiplicatore: collocare ogni cifra del moltiplicando al disopra della colonna verticale dello stesso rango ed ogni cifra del multiplicatore a lato della colonna orizzontale dello stesso rango: a dividere le case per diagonali, a scrivere nell'uno dei triangoli rettangoli così formati la cifra delle unità, e nell'altro la cifra delle decine del prodotto delle due cifre che corrispondono simultaneamente ad ogni casa, ed a fare delle somme secondo le colonne oblique formate dalle diagonali: e così la multiplicazione per quadrilatero, multiplicazione per scaletta, multiplicazione per, castelluccio, che sopprime la casa, ma cominciando dal basso pone gli uni sopra gli altri i prodotti parziali del multiplicando intiero e riempie con tanti zeri i posti vuoti a destra dei prodotti superiori: e la multiplicazione per scacchieri che non differisce dalla multiplicazione per scaletta, se non perchè traccia una casella per ogni cifra ec. (*). Si vede che l'opportunità di variare la posizione dei numeri nell'abaco od cera (dei Romani) fece avvertire certi rapporti di calcolo: che quindi le operazioni di addizione, sottrazione multiplicazione e divisione hanno avuto origine indiretta, cioè non per mezzo dei concetti numerici, ma sì per la maniera di notarli gra-ficamente: cioè che i processi aritmetici sono un effetto dell'uso dei segni per far ricordare i numeri. Se non avessero esistito le cifre numeriche (quelle di Boezio) e l'abaco, per cui secondo il posto dove ponevansi crescevano di potenza decimale, nessuno di questi processi formulati ora in aritmetica si sarebbe dedotto. () La parola è araba. (*) Martin Ann. Matem. Roma T. V.. ma anzi effetti di accorgimenti, poi fissati in regola, accorgimenti determinati dalle contingenze di collocazione mutua dei segni numerici. Di qui si vede l'utilità che viene dal rendere oggettivo alla mente il suo suggetto. Le serie mnemoniche non potrebbero mai essere così lunghe, quanto occorre per arrivare all'esito d'un dato computo: a questa brevità soccorre il segno (fatto oggettivo) che di tratto in tratto ritocca dall'esterno e fa svolgere nuovi tratti delle serie • mnemoniche, liberando dall'obbligo di tenere a mente quelle già svolte. Ora quel processo stesso che giova all'individuo, facendogli operare secondo le regole consuete, arriva di più a far succedere nuove combinazioni d'accorgimenti in dati intelletti, per cui si trovarono regole nuove che sempre più facilitarono l'arte che dà per esito la conoscenza dei rapporti.- Per la stessa necessità dell'azione oggettiva per determinare le azioni intel-lettuali, quando si sottraggano i segni, le azioni intellettuali si rendono nulle, e si perde non solo la capacità al progresso, ma ben anche la ragione di ciò che si è ereditato di avanzamento fatto dagli antichi. Così io credo che quelle formule di numerazione mnemonica per parole simboliche messe in versi (con valore decimale) che esistono nell'India fino dal V secolo (*), e che non potevano essere se non dopo che si erano trovati gli artificii aritmetici, sieno state causa dell'arresto a quel punto della matematica nell'India, e che, mentre con quelle sciolgono i problemi numerici, non sanno rendere conto del perchè; cosi che ora parrebbero essere state prodotte da enti di capacità infinitamente superiore agli uomini attuali. L'esattezza dei segni nella loro corrispondenza certa, incapace di essere confusa con altre rappresentanze, assicura la conservazione delle nozioni acquistate: come nei processi matematici, definita la posizione d'un a o di un b, non ci si pensa più, e questa sicurezza serve a procedere. Cosi le parole nelle lingue, applicate esattamente a rappresentare le nozioni, fissate colla scrittura di mano in mano dell' avvantaggiare nella conoscenza, ci servono come i gradini che abbiamo superato in una scala, stabiliscono la nostra stazione all'ultimo punto del nostro progresso, sicchè non e possibile perdere alcun che di ciò che si è acquistato, finchè non si sciolga la continuità nell'uso dei segni da individuo a individuo: il progresso futuro si continua a questo limite estremo, anzi che a qualunque altro punto già varcato dalla nostra coscienza. Importa quindi che i segni sieno applicati precisamente, perchè dieno all'intelletto tutto il profitto possibile del tempo.  Martin. A. Matem. p. Roma T. V. Mentre le nostre reminiscenze non possono suscitarsi a volontà, perchè sono determinate dalle ripetizioni contingenti di qualche impressione provata, i segni stabiliti e depositati fanno sì che rendasi possibile la suscitazione delle reminiscenze in qualunque tempo: fissano nella continua successione del tempo certe cause esteriori delle nostre impressioni e quindi, per queste, la capacità di aggiunte mnemoniche: vincono quindi un fatto necessario, fatale, cioè l' intermittenza dei nostri atteggiamenti soggettivi. Così, mentr' io posso non essere capace di farmi venire in mente una data parola d'una lingua, che quindi in quel momento non esiste, ed anzi quello stato della mia coscienza ch'io cerco è impossibile, ogni volta voglia, vado a cercare nel dizionario di traduzione di quella tal lingua e questo esiste sempre, e là trovo la parola che cercava. I segni stabili dunque fissano le cause labili dei nostri stati soggettivi. I segni di più possono tradurre la successione nel tempo in un fatto esteso nello spazio, e quindi simplificare la comprensione. Così p. es. si approfitta delle tracce lasciate sulla polvere dal piede d'un passeggero, d' un animale, di una ruota che abbia fatto quel cammino. Su questa esperienza, s' inventarono delle macchine indicatrici, come lo sfigmometro, dove appunto si traduce in una forma oggettiva, presentabile all' occhio in un istante, la successione di fatti di diastole: si imitarono i corsi dei corpi, p. es. le orbite degli astri e le vicende meteorologiche con linee che, mantenute le proporzioni col modo di quelli, segnano parallelamente tutti gli accidenti di quelle successioni nel tempo. Utilità dei segni nei rapporti tra gli uomini. I segni sicuri, che cioè hanno una rappresentanza definita, precisa, incon-trovertibile, fanno gran parte nell'andamento del vivere sociale: alla pratica di fissare con segni dati interessi, è dovuto l'ordine e l' equità. Tutta l'amministrazione degli stati può dirsi aver progredito pei segni: la stipula fessa, una delle cui metà teneva una delle parti, e l'altra l' altra, la tesseva, la terra colta sul terreno contestato, poi i registri, i protocolli, i giornali, gl' indici, le firme, le ipoteche assicurarono le leggi, le proprietà, le transazioni: senza segni, il giudice più integerrimo sarebbe ridotto ad una sfera di attività assai circoscritta. si giugnesse a scoprirli. I matematici s'intendono bene, appunto per la precisione dei segni. I segni rendono più agevoli certe investigazioni: così in matematica il linguaggio algebrico rese più facili le dimostrazioni delle relazioni tra le rette,elatura di Lavoisier aggiunse alle scoperte il trattamento scientifico. Pei segni si stabiliscono perfino dei rapporti fra le generazioni preterite e le venture; poichè, quantunque non possa esservi reciprocazione di scambii, le une sempre esibiscono, le altre sempre ricevono, onde si può moltiplicare l'attualità di una qualunque per le altre che più non sono, in onta alla necessità, per cui la loro coesistenza in somma è impossibile. SEGNI DANNI PER IMPERFEZIONI E PER ABUSO. pure di dan, o e ci peo da eagioni, 'una in essi si, ris rora di tita, ni laltra nel modo di servirsene. Indaghiamo le condizioni sì dell'una maniera, inerente nei segni, sia del- l'altra, dipendente dal modo di usarli. I segni per loro stessi possono essere insufficienti, e pel contrario soprabbondanti: possono non fungere l'ufficio relativo alla loro rappresentanza, e per questa parte riuscire inutili, indefiniti, ambigui, falsi. Il mal uso, od abuso dei segni, può cadere nel loro apprendimento, nei loro rapporti con ciò che rappresentano. IMPERFEZIONI DEI SEGNI. Insufficienza dei segni. L' interpunzione non è assegnata minimamente ai bisogni di distinguere le modificazioni della parte soggettiva del sentimento e della comprensione, le gra-dazioni, le maniere del sentimento sono ancora da definire: la interpunzione non segna che vagamente alcuni gruppi di queste maniere: il punto interrogativo? è promiscio a moltissime: il punto ammirativo! pure: la virgola poi si pone a gradi di divisione, da seguito di parole a seguito di parole, differentissime. Occorre un segno più forte tra la virgola e i due punti. P. es. quando la prima parte di una proposizione si cominci in modo dubitativo, con un se, il secondo membro deve (*) Bellavitis Ling. Univ. p. 2.facile, per difetto della mia mente o per qualche prevenzione dovuta alla pro-vincia, in cui vivo, alla scuola in cui crebbi, io m' allontanerò dal vero, —— le objezioni di chi sia esente da questi peccati mi faranno accorto del mio errore, e potranno con me illuminare anco altri che sbagliassero ugualmente (1) ». Egli è certo che al tratto del periodo in cui ho segnato la linea, la voce prende un altro tono, vi e una sospensione assai più lunga che non nei posti segnati dalle virgole precedenti, e comincia una specie di opposizione alla parte precedente del concetto. Nella scrittura della lingua italiana gli accenti sono segnati solo nel caso che la parola polisillaba sia accentata nell' ultima sillaba; ma occorrerebbe distinguere in tutte le parole trisillabe, ed oltre, il posto dell'accento, se sulla penultima o sulla terzultima ed anche più indietro p. es. ricordati 2. p. sing. pres, imperativo, aggettivo o participio passivo pl. Maschile. Nel primo caso ha l'accento sulla terzultima, nel secondo sulla penultima: polizza, quantunque ha due consonanti dopo l'i, che quindi per eredità dell'abitudine latina -- dove i in questo caso sarebbe lungo -- dovrebbe pronunciarsi olizza, si dice pólizza – cf. H. P. Grice, CONtent, conTENT --. Chi avverte il lettore degl’accenti che sono qualch olta nella quartultima sillaba p. es. in « schieratemio? Soprabbondanza dei segni. Danno dell'esistenza di molte lingue. Dappoichè si formarono tanti sistemi di spiegarsi con mezzi fonetici, sepa-ratamente, così che chi conosce l'uno sistema non capisce l'altro, le circostanze ponno dare il bisogno di conoscerne varii, per intendere e farsi intendere tra persone appartenenti alle nazioni che usano tale e tale sistema: imparando le varie lingue pertanto, non si fa se non apprendere varie serie più o meno parallele nell'equivalenza di segni. Niente perciò s' impara della realtà: questa bisogna conoscere altronde. Ecco quanto tempo perduto per l'apprendimento originale delle cose. Danno della moltiplicità di sistemi di segni grafici. L'ignoranza in cui sono i più di certi segni, quali sono i caratteri e i modi di lettura di certe lingue, i caratteri sanscriti, zend, armeni, samaritani, siriaci, etiopici ec., l'ambiguità dell'uso di certi segni, come nella punteggiatura araba, nella scrittura siriaca, la falsa applicazione dei segni p. es., per l'uso dell'alfabeto latino, in molti casi della scrittura francese ed inglese, sono gran parte di (') Studiati. Intorno all'Ordinamento degli Studi Medico-chirurgici pag. 1. 7scienza esoterica. Leggere, dove gli altri non vedono che dei ghiribizzi, domanda una specie d'iniziazione che segrega dal resto comune dei professori di studii; ma questo è tutto uno studio di lucro cessante e danno emergente. Se si facesse la trascrizione generale, fissando tutti i segni che occorrono per tutti i suoni dell' apparato articolatore di tutti gli uomini, e quindi di tutti quelli usati nella somma dei linguaggi che si parlano: si restituirebbe alla vita umana gran parte del tempo che di quella si suole sciupare. Basterebbe, per quelli che volessero leggere i codici antichi, fare i ragguagli di equivalenza della serittura universale con quei caratteri usati nella lingua data, e la prima inutile barbara fatica dell' apprendimento sarebbe tolta: il primo giorno, si potrebbero imparare le parole arabe, sanscrite, chinesi e che so io, anzi che passare per la lunga preparazione imposta per poterle leggere. Segni inutili. Ogni cosa passata ad uso di segno pnò per questo suo uso continuarsi illu-soriamente; non avendo rapporto con alcuna nozione suscitabile nella mente di quello a cui il segno si presenta. Così avviene di certe parole che non si cosa vogliano dire e che pure si parlano p. es. (it.) acalico (3) che si aggiunge ad indaco. Spesse volte questo è un effetto inevitabile del moto, per cui si cangiano le contingenze delle cose, e non conoscendosi più queste alle quali i segni si rife-rivano, i segni restando, a nulla servono; non possono più agire come eccitatori mnemonici, e quindi non vengono capiti. Così i nomi e i segni grafici relativi degli spiriti lene ed aspro in greco, cosi la distinzione delle quantità lunghe e brevi in greco ed in latino, p. es. in che il primo a di mala = i mali e il primo a di mala = le mele ditferiscano tra luro, sicchè là dicasi breve, e qui lungo, nessuno capisce (3). Cosi le lettere che si trovano in principio dei varii capitoli del Corano (Sur. fici, nessuno sa cosa vogliano dire. (*) Questo fenomeno fu beo riconosciuto da VICO (vedasi). Nessuno conosce il senso di questa parola. MURATORI (vedasi), Dissert. IL. Antiquit. Italic. •Qua olim arte, quave pulsatione vocis antiqui Graeci et Latini distingnerent verborum praecipuo dissyllaborum brevitatem et longitudinem, incompertum mihi fateor Frustra enim intenta aure nunc quaero, cur vor Mala sive res malae diversam tempori rationem habeant a Jala idest Poma aut Gena, quum atriusque vocis sonus idem mihi, alius autem secundum prosodiae leges babeatur ›.si riferiscono scade d'assai; p. es. ciò successe colla mitologia dei tempi d'Ome-ro e d'Esiodo, ch' era creduta come cognizione di fatti reali, continuata poi dopo il cristianesimo dagli scrittori, specialmente di poesie, come finzione convenzionale: poi, ai nostri tempi colle leggende del cattolicismo, entranti negli scritti letterarii da Chateaubriand, Manzoni ec. fino ai nostri giorni. Segni di cui non è definita la rappresentanza. Di questo genere sono molte parole d'uso comunissimo e che pure certamente non rappresentano un concetto chiaro, definito, nella mente di chi le ado-pera, p. es. nello stile ascetico visitare, edificare, scandalez are, epistola cattolica. Queste parole, come si usano dagli individui senza riferirsi ad una nozione distinta, così passano senza rapporti fissi con idee di generazione in generazione, e mantengono tratti di discorsi, dove si crede d' intendersi, illudendosi vicende- Diamo ora l'origine dell'uso di quelle parole nell'ascetismo, e apparirà come pochi sieno quelli che la conoscessero, e quindi le adoperassero con cognizione del rapporto che potevano avere col discorso in cui le facevano entrare. Visitare - Siccome quando gli Ebrei stavano sotto i Giudici, non v'erano tribunali stabili, in certi giorni il capo di dati tratti di paese cisitara un dato sito, ed ivi giudicava le differenze (*) e puniva. Passato tutto il linguaggio di quei libri al misticismo, quella parola (TD) visitare venne a voler dire = punire, e quindi affliggere ec. sul qual ultimo senso si arrestò l'uso ascetico. Edificare - si riferiva pure dagli Ebrei all'accrescere le famiglie, come si vede in Rut c. IV. v. ll. e poi, quando il tempio era stato distrutto da Nebucad-netsar e le abitazioni, sia della capitale, sia degli altri paeselli, dopo la schiavitù erano desolate, si riferiva alla ricostruzione di questa: quindi edificare (123) la casa d'Israele si trasportò poi al cooperare in qualunque modo al bene della nazione israelitica. Questa parola pure continuando a servire nel misticismo passò a riferirsi alla celeste Gerusalemme, ed ai mezzi appunto di fabbricarla, cioè colle buone opere. Scandalessare - è gravialitex (gr.) da cávialou, nome derivato da oráça (*) V. p. e8. I. Samuol c. VII. v. 16. I giudici appanto, per poter trasportarsi di luogo in luogo, tenevano degli asini; per cui nel C. XII. v. 14 Iudic. è detto che i figli e nipoti d’Abdon, giudice d'Israele, cavalcavano sopra degli asini.per tradurre 559 (ebr.) micsciol = inciampo, offendiculum, pietra posta in mezzo della strada che fa cadere; in italiano, in spagnuolo, in portoghese, in francese questa parola passò in un uso frequente, ma che non corrisponde ad alcun concetto. Infatti prendiamo il v. di Matteo, dove, dopo aver narrato che quelli dello stesso paese di G. C. si meravigliavano della sua sapienza, che pare loro impossibile, poichè lo conoscevano fino da bambino e conoscevano sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle, dice « sai ¿exvdalifouro èn durai » ivi éTRava)iouto (= inciamparono) vuol dire: “ed essi, che avrebbero dovuto essere i primi a sostenerlo, furono i primi a mancargli, a mancare al suo partito, ad essergli infedeli.” I traduttori dal testo greco e dal latino -- et scandalizabantur in illo -- restarono in questo concetto indefinito, come si vede: “Ed erano scandalezzati di lui” – Diodati. “De sorte qu'ils se scandalisaient en lui -- Bible Française -- « Y se escandalizaban en el » (Bibl. Spagn.) « Ed elle tomavao occasiao para se escandalizarem» (Bibl. Port.) Pare che tutti questi traduttori intendano per scandalezzare, formalizzarsi (*). Ma allora non c'è senso comune, perchè non si può formalizzarsi se non di cattivi esempii, non mai di opere buone e di prodigi. E così dove si narra che G. C. predisse che sarebbe rinnegato, non può voler dire se non che si mancherebbe alla fede. S. Matth. XXVI. 31 « Tóre Déjei auTois ó I'nsous llávre; jueis наі діютеортидітетсь та провата тіс поника ». = Illorn disse loro Gesù: Tutti voi sarete scandalezzati in me (= mancherete alla fedeltà a me, mi abbando-nerete) perchè sta scritto io colpirò il pastore e si disperderanno le pecore del-l'ovile (Diodati). Onde v. 33 conseguentemente Pietro risponde «Ei dè márTes TRaNDaGENTONTaL Én Goi, ¿yl dudéTorE gravÒa)IJSÁIouaL» = avregnachè tutti sieno scandalezzati in te, io non sarò giammai scandalezzato (cioè = se pur tutti ti mancheranno di fede, io non ti mancherò giammai) (Diodati). E sempre nel senso di mancar di fede, perchè v. 34. Gesù dice « aux léga GOL, OTI EN TaiTA i vURTi, tpiN aéRopa puNicaL, tis arapuion ue» = Eppure ti dico davvero che in questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. E così in ogni altra occasione p. es. A daguo dà toy 2óy0r, Eútins TAxuda)içOUtar» S. Marc. IV. 17. = Ma non hanno in sè radice, anzi son solo a tempo: e poi, arvenendo tribolazione o per- (') In questo senso fu intesa la parola oxavôeliçe anche dai traduttori che non la importarono nelle loro lingue, ma la tradussero con parole esistenti in quelle: p. es. Lutero ‹ Und ürgerten sich an ihm › e la Bibl. Inglese ‹ Aud they where offended in him ».ô'xiova = mancano alla fedeltà, riescono infidi (per paura). Vulgata « Et non habent radicem in se, sed temporales sunt: deinde orta tribulatione et perse- cutione propter verbum, confestim scandalizantur ». E in S. Matteo c. V. v. 29, dive si dice « ei de o ota),uis diu é defiò; trau-datiça DE» sexvialife non può voler dire se non, che dia occasione di mancare di star fermi (nel proposito di seguire la virtù) p. es. facendo prendere diletto a guardare ciò che non si deve. E in S. Luca VII. 23 « Kai parao's ¿otiv os ¿àn un axavidrati èn ¿noi» a proposiio dei prodigi operati, non può voler dire se non = e beato quegli che, avendo veduto queste mie meraviglie, non sarà mai per disertare da me, per mancare alla credenza in me. La parola importata pertanto, in latino scandalizare, in it. scandalezzare, fr. escandaliser (sp.) e (port.) escandalizar è una di queste che si usano senza sapere cosa intendessero di dire con quella coloro che ce l'hanno insegnata. Essa verrebbe tradotta esattissimamente in latino per caspitare, in it. scappucciare, in fr. broncher, in sp. tropezar, in port. tropicar, in tedesco per stolpern, in inglese per stumble. Epistola cattolica. Dopo l'uso già antichissimo di quest'aggettivo nel significato in cui l' adoperiamo noi, p. es. distinguendo la chiesa cristiana che riconosce il papa dalle altre dissidenti, io credo che pochissimi sieno quelli che abbiansi formato un concetto di ciò che s'intende per Epistola cattolica, titolo apposto ad una epistola di S. lacobo a due di S. Pietro, a tre di S. Giovanni ad una di S. Giuda. Qui è il significato etimologico = universale, in riguardo all'indirizzo di queste epistole; poichè, mentre le altre sono indirizzate a date e date nazioni e persone, ai Colossensi, ai Filippensi, ai Romani, ai Corintii, agl’Ebrei, a Timoteo, a Tito ec., queste lettere non sono dirette ad alcuno. Qui dunque cattolica vuol dire = senza indirizzo; eppure nelle traduzioni del N. Testamento italiana si pone cattolica, e nell’altre non si traduce il greco sawo) tin, perchè si vede ch'erano imbarazzati ad indovinare cosa volesse dire. Segni ambigui che servono promiscuamente a rappresentanze diverse. Gli autori di grammatiche arabe vi dicono nella prima pagina, dove intendono darvi precetti di lettura dei caratteri in cui si scrive quella lingua, che quel dato segno ora vale a, ora e, (Fetha) (') e quell'altro ora e, ora i (Kesra) (°), quell'altro ora o ora u (Damma) (°), senza dirvi come possiate fetha. (*) = kesra. () 2 damma.che o, e senza esibirvi neppure una pagina di qualche pezzo scritto in arabo e trascritto, perchè almeno possiate indovinare dalla pratica, quando un'altra volta v'incontriate in quelle parole scritte. Così nella scrittura sirinea, la linea orizzontale segnata sotto una lettera -- ora serve a dinotare che tal lettera si omette nella pronuncia p. es. che dovrebbe essere eno, si pronuncia no, e allora questa linea dicesi linea occultans; ora serve a dinotare che una lettera, quantunque non abbia segno vocale, si deve pronunciare p. es. lASa?, che sarebhe dechltho, si dere pronunciare decheltò, e allora questa linea chiamasi mehagyono; ora serve ad indicare sivo dall'infinito e dal preterito p. es. llat  Dunque lo stesso segno serve ad indicare modi di pronuncia, e valori grammaticali; e lo stesso segno serve a vietare la pronuncia d'una lettera ch' è scritta, comandare la pronuncia d'un suono che non è segnato nella scrittura, cangiare la pronuncia d'una lettera scritta. Nella puntuazione ebraica, il sceva ora indica che si deve pronunciare una e, ora che non si deve pronunciare: il daghese, che marca una pronuncia speciale, ora si pone nel ventre delle lettere, ora non si pone, e si deve intendere che vi sia. Maggiore ambiguità è nelle lettere alfabetiche di tutte le scritture semitiche prima della puntuazione. Prendiamo per mostra quelle dell'alfabeto ebraico: N poteva rappresentare ognuno di questi suoni a, e, i, o, « а, е, і, о, и і, іа, ie, io, iu 0, и, 0 Segni falsi. Nella scrittura di varie nazioni, le figure che servono di segno fonetico si pongono pure oziosamente, cioè in certi casi non hanno alcuna rappresentanza fone-tica, non indicano modi di pronuncia. Esempio di lettere oziose è l'elif I nella scrittura arb, quando distingue il fine di una parola dal principio della susse-guente: e nella puntuazione ebraica il mappick in alcuni casi, p. es. in i di mi2xeloà nella • di mrabs malcuid (*). Qui dunque stanno fra i segni, e classificati coi segni, fatti oggettivi che non hanno alcun ufficio mnemonico, non devono servire a suscitare alcuna associazione nella mente di chi li percepisce: stanno dunque in una serie in cui non devono stare, e, perciò che sono cogli altri che invece devono servire di tocchi mnemonici, portano confusione a quello cui si presen-tano, poichè per lo meno si avvezza a considerare come della stessa categoria fatti operanti in un modo e fatti a quelli omogenei per origine e per qualità, ma non operanti come quelli, onde si lede il senso naturale di riunire i fatti analoghi; ma di più quegli cui vengono esibiti può credere che servano di segni, e perdersi in conghietture. Altro esempio di segni falsi è l'applicazione di parole accettate in date nozioni a cose, la cui natura nulla ha a fare con queste nozioni: così il nome di cerebrali dato dai grammatici di lingua sanscrita a certe lettere, mentre, che il cervello dia fenomeni di voci articolate, è impossibile. Segna che inducono in fallacia la mente, indicando come positivi concetti in onta alla realtà. P. es. la parola onnipotenza comprende in sè una proposizione che non si può sostenere: uno potrebbe dirvi « dunque in tale facoltà è di fare che una cosa sia e non sia nello stesso tempo: che ciò che fu, non sia stato. Per difetto delle lingue si ponno congegnare delle espressioni assurde. Segni la cui rappresentanza è fallace, per mutamenti accaduti nelle cose a cui si riferivano. Quando il primo segno del Zodiaco è il Toro, chiamossi Leone e si dipinta un leone in corrispondenza al tempo in cui il sole si fa sentire nella sua maggior forza, cicè quando viene il terzo mese dopo l' equinozio di primavera. Dopo la prima precessione degli equinozii che è avvertita, il segno del leone vienne a cadere nel quarto mese dopo l' equinozio di primavera. Dopo la seconda precessione degli equinozii avvertita, il segno del leone viene realmente a cadere nel quinto mese dopo l'equinozio di primavera, cioè in Agosto, benchè nei calendarii si continui a porlo in luglio. Ora il popolo attribuisce la siccità e le malattie, che sono della stagione, cioè dell' ardore solstiziale a questo leone: onde le massime igieniche e terapeutiche sono applicate esattamente al tempo tra l'entrare del sole in questo segno e il passaggio suo in quello successivo; ') Nella prima parola, sotto la 7 v'è già il patách che segna doversi pronunciare a nella seconda, poi che la ' non sussegue nè a tsere, nè a segol, nè a chirik, non c' bisogno di segno per farla pronunciare.dario mette l'entrata del sole in quel segno; se nella vigilia di quel giorno fossero le stesse condizioni di calore eccessivo, non si curano. Così il proverbio « Sol in Lione, • Lasciar i libri e le donne ». Dietro questo processo dell'azione dei segni, per perdita del loro valore, dopo la precessione degli equinozii ventura, potrà darsi che non si cavi sangue in Set-tembre, perchè appunto da qui a due mille e quarantasette anni il sole sarà in Lione in questo mese. Effetti dei segni falsi. I segni possono non solo passare ad altra rappresentanza diversa da quella che avevano, ma sì mantenere anche la prima; allora può succedere lo scambio fallace della loro interpretazione, secondo che si prendano nella rappresentanza antica, quando invece si debbano prendere per la nuova, e viceversa. Possono accadere tutte quelle contingenze d'errore a cui espone l'ambiguità; si può venire a giudizii falsi sulla realtà, pensando che fosse in un dato modo, mentre era tutt'altra: e dal falso giudizio ne può venire l'uso erroneo dei segni. P. es. le lettere alfabetiche e le loro successioni, passate a nazioni di lingua diversa, servirono ad indicare suoni diversi da quelli che rappresentavano in patria; quindi queste nazioni, trovando quelle lettere alfabetiche nello scritto d'altre lingue, lessero alla propria maniera, che non era quella delle lingue medesime; e cosi pronunciarono in modo diverso da quello legittimo quelle lingue stesse dalle quali erano state tolte le lettere alfabetiche p. es. il (lat.) e pronunziasi s dai Francesi, il suono gn pronunciasi come i due suoni gh ed n dai Tedeschi. Cosi quindi presentandosi ai Francesi il nome latino Cicero, poichè essi giusta le abitudini della scrittura della loro lingua, dove vedono c susseguito da e od i leggono s, lo cambiano in Sisero: e ai Tedeschi presentandosi il latino magnus, poichè nella loro scrittura gn non può valere se non pei due suoni gh ed n, lo leggono magh-nus. L'esistenza di segni puù indurre a credere l'esistenza reale, dore non è. asta ricordare tutte le mitologie. Il contadino crede ai diavoli, alle stre-rhe ec. perchè ha sentito nominarli, cioè gli furono esibiti segni come rappre sentanti degli enti oggettivi che non esistono. Lo stesso avviene quando siasi perduto di vista il rapporto di un segno, dimenticato il suo valore. P. es. per indicare il tempo, si disegnò un vecchio, prendendo quindi il tipo dell'aspetto di chi esiste da un' epoca remota, che visse lunga età, Kpvos, Saturno: gli si diededario mette l'entrata del sole in quel segno; se nella vigilia di quel giorno fossero le stesse condizioni di calore eccessivo, non si curano. Così il proverbio « Sol in Lione, • Lasciar i libri e le donne ». Dietro questo processo dell'azione dei segni, per perdita del loro valore, dopo la precessione degli equinozii ventura, potrà darsi che non si cavi sangue in Set-tembre, perchè appunto da qui a due mille e quarantasette anni il sole sarà in Lione in questo mese. Effetti dei segni falsi. I segni possono non solo passare ad altra rappresentanza diversa da quella che avevano, ma sì mantenere anche la prima; allora può succedere lo scambio fallace della loro interpretazione, secondo che si prendano nella rappresentanza antica, quando invece si debbano prendere per la nuova, e viceversa. Possono accadere tutte quelle contingenze d'errore a cui espone l'ambiguità; si può venire a giudizii falsi sulla realtà, pensando che fosse in un dato modo, mentre era tutt'altra: e dal falso giudizio ne può venire l'uso erroneo dei segni. P. es. le lettere alfabetiche e le loro successioni, passate a nazioni di lingua diversa, servirono ad indicare suoni diversi da quelli che rappresentavano in patria; quindi queste nazioni, trovando quelle lettere alfabetiche nello scritto d'altre lingue, lessero alla propria maniera, che non era quella delle lingue medesime; e cosi pronunciarono in modo diverso da quello legittimo quelle lingue stesse dalle quali erano state tolte le lettere alfabetiche p. es. il (lat.) e pronunziasi s dai Francesi, il suono gn pronunciasi come i due suoni gh ed n dai Tedeschi. Cosi quindi presentandosi ai Francesi il nome latino Cicero, poichè essi giusta le abitudini della scrittura della loro lingua, dove vedono c susseguito da e od i leggono s, lo cambiano in Sisero: e ai Tedeschi presentandosi il latino magnus, poichè nella loro scrittura gn non può valere se non pei due suoni gh ed n, lo leggono magh-nus. L'esistenza di segni puù indurre a credere l'esistenza reale, dore non è. asta ricordare tutte le mitologie. Il contadino crede ai diavoli, alle stre-rhe ec. perchè ha sentito nominarli, cioè gli furono esibiti segni come rappre sentanti degli enti oggettivi che non esistono. Lo stesso avviene quando siasi perduto di vista il rapporto di un segno, dimenticato il suo valore. P. es. per indicare il tempo, si disegnò un vecchio, prendendo quindi il tipo dell'aspetto di chi esiste da un' epoca remota, che visse lunga età, Kpvos, Saturno: gli si diedeche, la costellazione in cui tramontava il sole al tempo della messe, con un toro, la costellazione in cui era il sole al tempo dei lavori agricoli ec. Queste incisioni o disegni intendevano di far ricordare le divisioni del tempo nell'anno; qualunque fosse la figura che presentavano i gruppi delle stelle interessate (per associazione nella mente dell'uomo) con quelle stagioni, a quella non si riferivano. Poi ad altra epoca, cresciute le cognizioni cosmografiche e astronomiche, si costruirono delle sfere rappresentanti il concetto che erasi formato dei rapporti della terra cogli astri. Allora presero quei disegni che ricordavano oggetti coincidenti colla presenza di quei tali astri, e li disegnarono in quelle sfere sopra gli astri stessi. Quelli che vennero dopo, vedendo quei disegni sulle sfere astronomiche, credettero che realmente qualche cosa di simile a quelli fosse nel cielo, d' onde si fossero tratte quelle figure: così che in cielo vi fosse un gruppo di stelle che avesse la figura di un toro, un altro che avesse quello d'una donna con una spica ec. Ora l'istruzione che si dà nelle scuole di cosmografia comincia sempre da quelle sfere artificiali, non già dal condurre gli alunni sul levare del sole ed al tramonto a vederlo nell'orizzonte, e ad osservare i gruppi di stelle diverse nelle diverse epoche dell'anno in cui esso si trova al levarsi e al tra-monto. Si tratta quindi di apprendere i segni, senza conoscere la realtà cui si riferiscono, ed è impossibile indovinarla. Il fanciullo, per quanto bene sappia la cosmografia, non può che ricordare le sensazioni prodottegli da quelle sfere artificiali ec. ed associare le figure simboliche disegnatevi alla costituzione cosmica. Che se un'altra volta gli arvenga di esperire da se medesimo questi fatti sul-l'orizzonte, la sua coscienza nulla prova di simile a quello stato in cui era apprendendo la cosmografia dal maestro: in quel momento sente di conoscere nell'ordine di tutto ciò che ha conosciuto pei proprii sensi gli aspetti della natura: quello che aveva appreso sotto il titolo di scienza cosmica, gli pareva una lezione dogmatica, come le conjugazioni dei verbi o la storia sacra. Per questo processo tra generazioni, dove l'una non sa dell'altra, poichè le più antiche ricevettero le impressioni sensorie e istituirono i segni per fissarne la ricordanza, le generazioni sopravvenute trovando i segni, nè sapendo l'originale a cui si riferiscono, restano illuse sulla loro entità. Dell'apprendimento di questi segni, per se stessi, fanno una dottrina, che, se fosse continua colla realtà da cui i segni ebbero origine, profitterebbe per la cognizione; e così invece, staccatane, e sbagliandone l'interpretazione, non solo fa perdere il tempo, ma si il suo fantasma la credere che in quell'argomento già si sappia, e quindi non si ricorra al metodo unico di conoscere, attendendo alla natura.Preponderanza enorme dell'insegnamento dei segni, in confronto di quello della conoscenza delle cose. Può dirsi che fino a poco tempo prima degli Enciclopedisti, l'educazione che ricevevasi generalmente consisteva quasi per intero nell'apprendimento dei segni (parole), e nulla nella nozione delle cose. Infatti fino allo studio delle facoltà non si insegnavano se non lingue, grammatiche, retorica, prosodia, poe-tica, ritmica; e gli istrumenti d'uso per la mente erano le raccolte di eleganze, le regive oratoria, le regia Parnassi, i rimarii: un barbarismo, una breve per una lunga o viceversa rovinavano la riputazione di qualunque galantuomo. V' era la storia romana e greca, imparata a memoria come cosa letteraria. Poi veniva la filosofia, dove era quasi tutto maneggio di segni, la dialettica, le figure di sillogismo. Nelle facoltà, la Giurisprudenza quasi tutta basata sulla interpretazione dei libri di testo. La Teologia non poteva se non versare sui libri accolti come testi, e quindi sull'interpretazione di segni (parole). La Matematica, che quantunque abbia per fine la ricerca del vero, non adopera percio se non i segni. Non è che la medicina che, oltre i divagamenti teorici, introduce di prima mano, l'investigazione dei fatti e quindi iniziava all'uso più proprio dell'intelletto per via dei sensi. Alla seduzione dell'uso dei SEGNO sono tolte le classi più avvilite, quelle degl’artigiani, che maneggiavano le cose, anzi che i libri, per l'uso della vita, e gl’artisti che si studiano di procurare diletti ai più agiati, applicando la potenza affettiva – musici --, e imitando la natura, più o meno modificata idealmente -- pittori, scultori ec. Da quelle scuole, comuni a tutti quelli che avevano poi gl'impieghi e sono il fiore della società, portano questi l' abitudine della stima solo a quella maniera di studio: a pochissimi poteva venire il sospetto che quelle non fossero le sole indispensabili ed ottime. I letterati quindi componevano dietro l'apprendimento dei segni, e pei segni erano le accademie di verseggia- tori, di inquisitori di lingua ec. In alcuni pochi appena qui in Italia, la natura poteva vincere l'educazione e l'esempio, onde spiegarono concetti e passioni: sorsero a dispetto dell'uso autori originali che scrivevano, non per esercitarsi in cio che avevano appreso nelle classi d'umanità, ma perchè si sentivano urgere da affetti e pensieri. Fuvvi il Vico che s'accorse che l'abitudine scolastica di studiare i testi per la lingua, per la frase, pel verso ec. aveva del tutto fatto smarrire il vero interesse ch' era in quelli ioè la conoscenza delle cose del mondo antico. Poi Cesarotti capì che la vera fonte del bello letterario era nel sentire individuale, non nell'applicazione delleregole imparate a scuola: senti l'Ossian e, invaghitosene, ruppe la rotaja ada-mantina, fuori della quale non poteva escire chiunque volesse pretendere rango di letterato. Poi Parini vide che le lettere avevano una virtù pratica nelle contingenze dei bisogni sociali: e ne fece prova. Quindi Alfieri e Foscolo, quantunque assai ligii ai divieti della scuola, eransi già sciolti dal concetto scolastico della poesia e della eloquenza. Ma le scuole fino alle facoltà restarono scuole di segni, e non di cose. lo non so come sia ora, ma quando studiai io, in tutte le sei classi di ginnasio non s'insegnavano se non i modi di usar la parola: appunto la storia s' imparava a memoria e consisteva in serie di nomi di dinasti coi rapporti delle loro parentele, date di battaglie ed altre filastrocche: così la geografia sulle carte e sui libri, dove si imparavano a memoria le produzioni del suolo, senza sapere cosa fos-sero, p. es. torba (1). Insomma s' imparavano prima i segni, senza sapere a quali realtà dovessero servire: la grande premura era d'imparare quelli, come se dopo l'esperienze sensorie potessero mancare; mentre pel fatto della contemporaneità delle impressioni diverse e della legge di solidarietà centrica nell'individuo sen-sibile, sono inevitabili. Tutta l'educazione in somma era in opposizione al processo eterno della mente, per cui bisogna prima subire le impressioni: in esse è il fatto ESSENZIALE; poi il segno di queste, ch' è sempre fatto ACCESSORIO, di cui si potrebbe anche far a meno. Ora l'applicazione esclusiva sui segni, anzi che sulle cose, è deleteria per la mente. Gli nomini che avrebbero delle facoltà potenti, non avendo conosciuto il vero campo dove usufruttuarle, le sciupano in artifizii di sottigliezza: in que-st' epoca stessa in cui abbiamo veduto ingegni educati a quella maniera sciolti dai pregiudizii, non seppero se non darsi alle speciosità metafisiche. Versando sempre sopra gruppi mnemonici, idee astratte, anzi che riposarsi sulla osservazione fatta coi sensi, arrivano a certe distinzioni illusorie da smarrire la nozione della propria coscienza, a persuadersi di conoscere ciò dove è impossibile il più lontano iniziamento p. es. l'idea dell'essere assoluto e di staccarla dal tempo e dallo spazio. Come è possibile vedere, toccare gli oggetti ec., senza provare nello stesso tempo il fatto della loro esistenza? L'idea dell'essere non è se non una reminiscenza nostra relativa a tali e tali modi in cui le cose ebbero a cagio-narci delle impressioni, è come l'idea della bianchezza che non può se non comporsi delle sensazioni provate per opera dei corpi bianchi, è una qualità ch'io ho suggettivamente staccato dalla sostanza, ma che in fatto oggettivamente non può di quella staccarsi, e che sempre fu necessario che prima la sostanza operasse sopra di me, perchè l'astraessi. Può dirsi che l'idea d'essere è affatto soggettiva (') lo l'ho ripetuta certo delle centinaja di volte, quando era chiamato dal maestro, senza aver mai saputo cosa fosse.propria, fame, sete, dolore ec. e delle sensazioni di relazioni cagionate dai contatti avuti coi corpi esterni. I metafisici portano per argomento dell'esistenza delle idee per loro stesse che p. es. io posso avere un corpo presente, vederlo e nello stesso tempo pensare a quello stesso corpo. In questo caso non si tratta se non di reminiscenza della sensazione stessa continuata immediatamente a quella, ed alla quale reminiscenza si associeranno probabilmente reminiscenze d'altre sensazioni provate per opera di quel corpo in altre occasioni fuori di quella della sua presenza, p. es., se si tratta d'un cubo, la ricordanza delle sue sei faccie, che contemporaneamente è impossibile di vedere. Ai danni venienti dal predominio dei segni si riferisco la tirannide nella prescrizione di certi segni soltanto, e nella proscrizione di altri dati, ammini- strata dai puristi. Segni giù esistenti applicati erroneamente, nomenclatura e classificazione dei suoni articolati affatto estranca al meccanismo che li produce. In sanscrito chiamasi sibilante della classe cerebrale il suono & (*) rappresentato in italiano scrivendo sc, in tedesco sch, in inglese sh, in francese ch (*), in ebraico u scin, in arabo i, che si pronuncia spingendo l'aria vocalizzata tra l'acie dei denti incisivi combacianti. Qual nozione si può fare uno di questa nomenclatura, cerebrale, mentre si tratta d' un suono eflettuato dai denti? Mentre A p, 9 ph, a b, 27 bh, E m chiamansi labiali, a o si pone fra le semivocali (3) con U y, ¿r, a l. Qual idea si può farsi di questo nome? Non pel fenomeno, perchè non saprei per qual cagione non potesse dirsi semivocale il b od il t: non per l'organo che le produce, perchè r, l sono prodotti dalla lingua, o dalle labbra o dalle labbra coi denti; non pel modo d'azione, perchè per y s' innalza il dorso della lingua, per r si fa vibrare l'apice, e per 1 si posa l'apice contro l'arcata alveolare degli incisivi superiori. Dicesi semivocale pure l'j (*). Bopp chiama il o tönend = intronante e l'f dumpf = ottuso: certo gli è ch'è lo stesso meccanismo ed effetto simile, ma inveco lieve pel v, forte per l' f; chiama il b tönende labial (°), e p (gr.) tenue, e b media (*); anche qui p è l'effetto forte, b il debole dello stesso meccanismo. Il c palatino si definisce per lettera tenue e g palatino per lettera media (*); ma gli è certo che per c si hatte con più forza, e per g con meno. Bopp Vergl. Gramm.  Come in chien, chasse. Bopp ivi p. 44, 184, 262. (*) Vorrede ivi XIV. (*) Vergl. Gramm. I, 156, g. 93. (*) ivi I, 171.  ivi 182.  ivi I, 6t.dove è sempre tutto l'opposto. § (sanscr.) si definisce « eine tönende (intro-nante) d. h. weiche aspirata » = cioè un' aspirata molle (;). Bopp dice che in bröthrs, bröthr (got.) si può considerare come vocale, quasi colla stessa ragione come in brâtr-byas (sanser.). I grammatici siri classificano l'i fra i suoni dentali; dove, per pronunciare i, i denti non hanno alcun disturbo, sono in perfetta vacanza, ponno stare al loro posto e ponno allontanarsene quanto li portano le mascelle: dicono il t semivocale. Nella classificazione delle lettere zend, si confonde il loro valore attuale con quello che avevano prima e che più non hanno p. es. nei dittonghi si pone 0, E e insieme con du ai: Ai è appunto un dittongo (duo @Jóyyos) perchè risulta da due suoni a ed i; ma,é, è un suono unico. Che sia risultato dei due suoni a ed i, che cioè le parole che ora si pronunciano per é una volta si pronunciassero per ai, questo non ha a fare colla sua entità attuale. Così si pone l fra i suoni sibilanti (*) forse perchè è il resto d'un suono sibilante, come è un resto di quello lo spirito aspro dei Greci. Così Bopp (°) chiama vocali FEr Fi dopo aver definito che sono il resto di ar, ma che il suono è r: sicchè in realtà non sono se non forme grafiche che servono all'etimologia, accennando che una volta, oltre il suono r, c'era una vocale, ma che ora non si pronuncia. Dunque la classificazione di questi suoni fra le vocali rappresenta una fallacia. Il nome applicato è contro la realtà della sua natura. Effetto di quelle vecchie classificazioni, la cui nomenclatura non dà nozioni reali, si è di smarrire la vera pronuncia; p. es. si crede che (gr.) si pronunciasse ds (*): ¿ è un suono semplice di posa dell'apice della lingua contro la parte interna inferiore dei denti incisivi superiori. Poichè le classificazioni dei suoni non hanno un dato costante, come p. es. la parte dell'organo artico-latore agente, o la maniera di gesto di quello, od il grado di forza, ma sì sono classificati insieme suoni il cui processo è diverso, è falsata la loro definizione ec.; così le teorie delle leggi degli scambii tra un suono e l'altro, non basandosi sopra un fatto naturale, ma sopra una divisione arbitraria, ponno appena convenire con ciò che succede. P. es. si mettono sotto una sola classe detta delle liquide 1, m, n, r, dove la prima è linguale sostenuta dell'apice della lingua, la seconda labio-nasale, nella terza si comprendono due gesti diversi, uno naso-linguale del-l'apice, l'altro naso-linguale del dorso della lingua; la quarta è effetto d' una vibrazione della parte libera della lingua. Ora, per quanto questi suoni si pon- (') Vergl. Gramm. I, 258. (*) ivi 171. (*) ivi I, 4. (*) Bopp V. Gr. I. 92. (*) ivi I. 234. (*) Nella nota ivi ripete appunto che e è la contrazione di ar. Bopp V. G. L, 117.le leggi dedotte da quelle classificazioni non si avverano, p. es. la legge d'equi-librio, d'onde cangiamento della tenue in media ec. ('). Nella nota stessa apposta sono le eccezioni che mostrano abbastanza l' insussistenza di quella teoria; quantunque alcuni fatti sieno veri, p. es. che o (lat.) si cangia in i, ciò che Bopp dice indebolimento (*). Di queste applicazioni di segni che non convengono colla entità che devono rappresentare, succedono esempii tuttodi nelle nomenclature scientifiche, dove si compongono parole prendendo dal fondo del lexicon. La ragione risulta dal processo per cui succede questa composizione, riferito da Raspail: poichè gli scien-ziati, naturalisti, chimici ec., per dare un nome alle loro scoperte, ricorrono a qualche membro dell'accademia di archeologia o ad un filologo, che spesso non può capire ciò che si vuole indicare, perchè gli mancano le nozioni della scienza relativa. In questo modo p. es. parole che non hanno se non valore intransitivo si pongono per indicare un'azione d'un corpo sopra d' un altro ec. (*). Abuso nei rapporti tra il segno e cio che da quello si rappresenta. Confusione del segno con ciò cui si riferisce. Di questa specie sono continui esempii nelle grammatiche, dove si trattano in solido fatti relativi alla lingua e abitudini di scrittura: come se parola e maniera di farla ricordare per segni ottici fossero coeve e solidarie. Nelle grammatiche delle lingue semitiche si comincia dal dire che le radicali sono trilittere, per-chè moltissime parole nella forma più semplice si scrivono con tre sole lettere: ma in fatto possono nel suono essere costituite da cinque o sei, ed anche da meno di tre p. es. 72% si scrive con tre lettere, ma la parola pronunciata è sciamár che vuol dire è di cinque suoni, Tie si scrive con tre lettere, ma la parola pronunciata è or, cioè consta di due suoni. Nelle grammatiche di lingue comparate col sanscrito si mesce pure il fatto fonetico coi segni grafici: si rende ragione delle forme anteriori alle parole, anche attuali delle nostre lingue, per guna (segno di rinforzo) per anuswara ec.. Ragionando a questa maniera dovremmo fidare nell' ortografia delle varie nazioni per giudicare delle forme originarie: p. es. in francese, dove si trovi accento circonflesso, si dovrebbe credere che fosse andata perduta una lettera, in dôme si crederebbe che prima fosse stato dosme; in italiano, trovando pt nella Iapide del 1247 ch'e in Pisa (per tt) nelle parole che hanno fatto l' assimilazione Bopp V. G. Chimie Organique Diastase Bopp V. Gr.  ivi I, 287.di ct si dovrebbe credere che prima fosse pt, p. es. che si dicesse lapte quello che ora è latte (da lacte lat.). I grammatici di lingua greca applicarono il nome di un segno grafico appropriato ad un suono, ad un altro suono eterogeneo: due gamma (=g) ('); e invece si è, perchè il gamma rappresentasi con due linee l'una verticale e l'altra posta orizzontalmente da sinistra a destra sulla sommità di quella T, e quest'altro suono ha per segno, oltre questa linea oriz-zontale, un' altra parallela a quella inferiormente, F, onde parrebbe corrispondere alla figura di due I' (gamma) uno sotto l'altro f. Nell'alfabeto cipto dicesi shima (certo fatto da aiqua) un carattere che rappresenta il suono g (gutturale): sicché nel nome non entra il suono che vuole indicare. Trattamento del segno come se fosse esso la cosa stessa, che a noi deve far ricordare. In questo processo consiste il Logogrifo p. es. « Mitto tibi navem prora puppique carentem»: dove la parola navem si considera come se fosse la cosa nave, e si chiama prora la prima sua lettera, e poppa l'ultima. Pervertimento esplicito della forma del segno, così che si cangi in un altro. Anagramma. Dappoichè il significato non va riferito se non a quella forma che ha il segno, è chiaro che, se anche adopero gli stessi elementi di cui si costi-tuisce, ma che li componga in altro ordine, così che il composto sommario venga ad assumere la forma d'un altro segno, questo è un uso del tutto illegittimo, per cui la rappresentanza che va ad acquistare nulla vale: non potrà mai un anagramma avere un proposito significativo equivalente alla realtà. Paronomasia. Lo stesso dicasi quando, invece di trasporre gli elementi dei quali si costituisce il segno, per ridurlo alla forma d'altro, se ne aggiungono o se ne tolgono per la stessa intenzione. Perciò chi per anagramma o paronomasia intendesse di dare un dato significato ad una parola, mentre crederebbe di far prova di spirito, mostrerebbe di non sapere perchè servano le parole: quindi gli uomini di senno, se anche non ne definiscano a loro stessi la cagione, in questi giuochi di parole sentono un che di falso che li disgusta. Intrusione di segni non necessarii. L'abitudine dei pedanti di parlare inserendo frasi di autori: per questi passi sostituiti alla forma corrente, relativa al (') Immaginatevi che in italiano si nominasse l'f due Ge.distrazione, perchè è quasi impossibile che il pezzo intarsiato corrisponda esattamente al concetto; ne può essere espresso od inteso più o meno di quello o con qualche varietà o non con l'identica intenzione. • Applicazione di segno incompetente, fuori di proposito. Una vera impostura è nell'abuso dei segni, come se indicassero ciò che in fatto non intendono. A questa si presta la lassezza dei rapporti che le parole e le loro combinazioni hanno coi concetti. Questa specie d'abuso talora è nelle cita-- dove la mente non è buona, è malvagio anche l'animo » (d' onde si dedurrebbe che quindi chi lavora a render retta la mente, contribuisca anche a rendere migliore l'animo), mentre questi due membretti non sono in alcun rapporto di premessa e di conseguenza: Terenzio non si sogna neppure di enunciare una sentenza. Ivi il vecchio Simone interrogato da Sosia (a cui egli raccontava tutte le cospirazioni del servo Davo, alleato a suo figlio contro di lui) perchè il servo lo facesse così arrabbiare, dice che lo fa così « per sua mala indole, per cattivo cuore». In questo modo si fa dire agli autori tutto quello che si vuole, e così le parole trovate nei testi servivano di sostegno e di prova alle tesi, specialmente dove l'uditorio era già preparato alla credulità. Interpretazione preconcetta. Lo stesso processo d'abuso si manifesta nell'interpretazione dei testi tenuti come autorità a cui non si può ribellarsi, secondo l'opportunità d' una qualche maniera di considerare. le cose. N' ebbimo esempii continui nella nostra età, quando si voleva conciliare le scoperte naturali colla cosmogonia del Berescid. Gli autori ponevano ogni studio per mostrare che le ultime teorie scientifiche erano in accordo con quella e che qualunque espressione della Bibbia poteva confrontarsi colle cognizioni dei naturalisti. Quella specie d'internunci si era formato il concetto che tali espressioni fossero come formule comprendenti sentenziosamente da una parte i fatti generalissimi della costituzione del mondo, e dall'altra parte, per necessità, fossero come tanti enigmi profetici che volevano procurare la sorpresa della loro spiegazione precisamente in un tal anno per un tal Membro della Accademia Reale o Imperiale; presso a poco per quel processo Ciò che d'altronde è vorissimo; non ha bisogno dell'autorità d'una sentenza,canone della suprema autorità di Roma, per essere letto nel 185.3 da SECCHI (vedasi), che, visitando il tesoro della basilica marciana in Venezia, guarda sotto l'orlo di quel sedile marmoreo. La concisione di quegli oracoli risguardanti la fisica, e la latitudine data ai commenti, fanno per buona sorte che, come si sono interpretate le epoche geologiche di Cuvier (*), potrebbero servire ancora per altre venti volte per attestato di lealtà ai naturalisti venturi. Penserei pure che, se venisse la curiosità di interrogare in proposito di scienza il Corano, poco più, poco meno, di rado si troverebbe che desse delle mentite scoraggianti. Infatti, se p. es. una delle sei giornate della creazione, composta di sera e mattina, può voler dire delle miriadi d'anni, perchè non potrebbe In giumenta Borak essere figura delle specie paleontologiche? l'so prepostero dei segni. Fissazione dei segni, prima d'avere i concetti e le nozioni, per costringere in quelli i concetti futuri. Apprendimento dei segni prima delle nozioni cui si riferiscono. Partiamo dal fatto eterno che il segno, perchè possa servire, deve essere posteriore alla cosa cui si riferisce. Esempio di questa maniera d'abuso abbiamo nelle rime obbligate, e tante volte con esasperamento delle condizioni p. es. in quelle canzoni del Petrarca, dove per tutte le sestine si ripetono sempre le medesime parole finali, ma sempre in un altro ordine nella serie dei versi. Come è possibile che a questi ordini preposti di maniere d' esprimersi esistano sentimenti e pensieri corrispondenti in quello che a tal legge si sottomette? In tutti questa casi il concetto che appare è l'ultimo risultato del coercimento delle parole in quelle condizioni di numero, di pieli, di accenti e di posto nella serie. Altro fatto d'uso prepostero dei segni è nel metodo d'insegnare le lingue straniere la cui scrittura è diversa da quella a cui è avvezzo lo scolare. La scrittura è segno grafico dei fenomeni acustici prodotti dall'apparato vocale articolatore dell'uomo. Deve dunque usarsi in rapporto a dati fenomeni acustici già noti. E in fatto così si stabili il suo servigio primieramente. L'uomo, vedendo dati segni, era portato a ricordare dati suoni o successioni di suoni già noti: altrimenti, se quei segni si fossero riportati a suoni da lui non conosciuti, mai La Cattedra di S. Marco Evangelista e Martiro conservata in Venezia entro il tesoro marciano dello reliquie, riconosciuta e dimostrata dal P. Giampietro Secchi della Compagnia di Gesù. Venezia Tip. Naratovich. Moyse et la géologie. ( 2 7avrebbe potuto capire che volevano indicare appunto quelli. E così quando s'insegna ai fanciulli a leggere, essi sanno già una quantità di parole della propria lingua, e i caratteri che apprendono si fissano nella loro mente riferendosi a quelle; sicchè esiste l'addentellato di reminiscenze di suoni, alle quali si continuano le nozioni delle corrispondenti lettere. Ora, quando s' insegnano lingue la cui scrittura è con caratteri diversi da quelli che già conosce chi la studia, il primo giorno gli si presentano appunto le scritture nuove che fanno rabbrividire, come i caratteri delle lingue semitiche, della sanscrita, della chinese ec., e si comincia dal volere che impari a leggere quelle, dove, oltre la novità assoluta dei segni, v' e la complicazione nel loro uso, e l'incertezza talora della loro rappresentanza. In questo modo per lo studente va perduto tutto il profitto, che trarrebbe dall' identità o somiglianza di parole della nuova lingua con quelle che già conosce. Egli comincia dall' imparare segni di ciò che non sa cosa possa essere: perciò l'inte- resse primo si rivolge a questi segni, come se stesse in essi l'entità, perchè la loro relazione non può conoscersi se non molto tempo dopo. Per seguire pertanto il processo naturale, e quindi diritto, dell'apprendimento, farebbe d'uopo presentare prima i testi di queste lingue trascritti, onde il primo giorno tosto potessero gli studenti far pratica col materiale stesso della lingua, che non consiste già nella scrittura, ma nella voce: andrebbero via riconoscendo una quantità di parole uguali o simili a quelle che già conoscono: cosi si restituirebbe tutta quella parte di continuità che di fatto esistesse fra la lingua nuova e quelle che già si sanno, per identità o per somiglianze etimologiche: poi dalla conoscenza di queste, venendo la persuasione che non si tratta di studio eterogeneo, spietato di cose diverse da quelle che si sono apprese, si andrebbero imparando parole nuove pel loro succedersi contingentemente a quelle che si sono già capite; e poi, quando si avesse gia un fondo lessicale, si potrebbe passare alla lettura nei caratteri originali; perchè la conoscenza delle parole condurrebbe a capire, come si debba leggere, dove si trovassero scritte; e certo farebbero molto indovinare, dove i segni grafici lasciano nella incertezza, perchè incompleti o di varia rappresen-tanza. Così p. es. noi, vedendo le cifre di abbreviatura, indoviniamo l'intere parole che con quelle si vogliono indicare, perchè già queste parole conosciamo; ma altrimenti come potremmo riuscirvi? Se invece si volesse imparare la sola maniera di leggere quei tali caratteri (e non le lingue relative) ciò che p. es. potrebbe bastare volendo istituire degli impiegati alle biblioteche; si dovrebbero scrivere coi sistemi grafici della lingua sconosciuta opere scritte nella lingua che già si conosce. In somma sempre mantenere la continuità, in quel primo modo, col mezzo della scrittura nota, alle parole nuove; in questo, col mezzo delle parole note, alla scrittura nuova. Il posto nella serie dei segni, e nel loro uso, è forse il fattore della massima importanza nell'educazione. In tutta quella parte di sapere che non si ap-prende direttamente coi sensi (come nei fatti fisici e quindi nelle scienze naturali nella maggior loro estensione) quando s' insegnano come si deve, tutto si fa col mezzo dei segni. Bisogna pertanto che i segni si riferiscano a nozioni reali che già si hanno, e che sempre si continuino a queste: onde i segni da quelle più lontani si congiungano ad altri, pei quali retrocedendo si arrivi fino alle nozioni reali stesse, senza delle quali, il segno appreso per sè non può che ingombrare la mente, e danneggiarla, pervertendo la sua direzione, ed illudendola. Il segno è una parte qualunque d'un tutto, che ripresentasi ai nostri sensi, e quindi inizia a ricordare il resto che manca per essere uguale al tutto: questa parte dunque, perchè abbia l'effetto mnemonico, deve sempre succedere all' esperienze sensorie che s' ebbero del tutto. E sarà impossibile che, presentata prima del tutto, possa far conoscere quello. Ebbene questo processo prepostero, per cui si vuole che il frammento faccia conoscere il tutto che non si è veduto, è quello che vige nell'istruzione: dove si fa precedere la teoria alla pratica: dove s'inse-gnano le lingue, senza dar nozioni delle cose: dove s'insegna la grammatica delle lingue straniere, senza conoscerne il fondo lessicale: dove s' insegna a leggere i caratteri d'imperfettissima rappresentanza fonetica di lingue, di cui non si sanno le parole. Forse l'uso dei segni, in un'epoca cosi distante dall'occasione dei fatti reali cui si riferiscono, che si perdette la continuità dai segni a quella, è la cagione più estesa degli errori della mente e della sua falsa direzione. Nell'apprendimento dell'aritmetica s' imparano i segni, senza sapere la ragione reale della esistenza cui corrispondono, e s'imparano certe leggi di collocazione di quelli per venire alla scoperta di fatti reali, senza aver visto prima come questi fatti reali succedano. P. es. imparando a memoria le formule della moltiplicazione, la tavola pitagorica, lo scolare, che vi sa dire che cinque via sei fa trenta, non ha mai preso, supponiamo cinque sassetti e poi aggiunti a quelli cingue, per altre cinque volte, onde si sarebbe accorto del fatto appunto che vi sa dire: nel dirvelo dunque egli non ha in mente se non IL SEGNO, cioè le parole colle quali s’esprime, non la necessità naturale, ch'egli narra come s’è qualche cosa di dogmatico. Così, imparando le regole di collocazione delle cifre arabiche per fare le operazioni p es. della somma, cominciando a contare a destra, non ha mai messo tanti mucchi nella serie, quanti corrispondono al loro valore di unità, di decine, di centinaja ec., p. es. decine una unità sei = 16decine due unità due ,= 22, onde, fatta la somma, dovendo conservare l'ordine di collocacazione, si sarebbe accorto che, per fatto necessario nella prima linea a destra non sarebbero restati se non otto di quelli oggetti, p. es. sassolini, e che quindi a sinistra erano già trenta, sicchè il risultato in cifre, 38, non & se non il fatto stesso. Ora questo è grandissimo vizio nell'educazione. Il fanciullo, che impara que ste regole di aritmetica, d'una necessità eterna assoluta, contemporaneamente p. es. alle regole di sintassi, del bel dire ec., dove è autorità che può variare ad ogni momento, e dove sono più le eccezioni che le regole,, non può distinguere ciò che è necessario e vero, da ciò che può mutarsi: mette tutto nella stessa linea, obbligo d'imparare e conoscenza sicura, e non può definire la scienza, non può capire la corrispondenza della nozione colla realtà: e di più crede che la superstizione della potenza dei numeri; se gli uomini avessero continuato a contare sulle dita o coi sassolini, non sarebbe nata la cabala. Le scuole che danno l'insegnamento dei segni, senza che si abbia da chi li apprende la cognizione della realtà cui si riferiscono, e che non fondano questa istruzione sulla conoscenza del processo naturale dell'intelletto, sono le officine d'onde escono i pedanti che hanno la missione di far dispettare gl'ingegni, e di fare che la capacità degli uomini si consumi in iscrupoli. Tali sono le scuole di grammatica, di retorica, di storia, come ora si danno ai fanciulli, che non sanno cosa sieno fatti umani, e ai quali non si fa riflettere sulla naturalezza dei fatti, d'onde furono redatti quei precetti, di cui non sospettano altra ragione, se non l'obbligo loro imposto di apprenderli.Segni di cose fantastiche, adoperati per ricordare cose reali. Tra gli abusi dei segni e da riferire l'applicazione simbolica di favole per servire di segno a cose reali, p. es. nei jeroglifici egizii il Cigno, per indicare un musico vecchio, la Fenice per rappresentare il sole (*). Questa applicazione è un effetto della miscela che si fa nella mente delle percezioni avute per mezzo della oggettività, colle reazioni intellettuali succedute a quelle. Quantunque queste sieno posteriori e conseguenti, s'identificano nell'atteggiamento della coscienza cosi da non distinguere più le due origini, una oggettiva concreta, l'altra soggettiva di composizione contingente, sicchè le percezioni reali e queste reazioni si fanno soli-darie; come quelle determinano queste, gli effetti di queste sono capaci di riprodurre mnemonicamente quelle. Di più, una volta che siavi un linguaggio signifi-cativo, cioè capace di suscitare le reminiscenze, le narrazioni ricevute hanno la stessa efficacia delle nozioni che ogni individuo si procura coi proprii sensi, quindi mnemonicamente si fondono; si risuscitano tanto quelle, come queste. Nessuno certo degli Egizii vide la fenice; ma poichè fin da fanciullo ogni Egiziano senti nominarla, parlarne come se qualche altro l'avesse veduta, la mente di chi aveva sentito parlarne trattava questo concetto, come quelli delle cose percepite coi proprii sensi: il segno, destando reminiscenze di sensazioni proprie, si equipara alle sensazioni stesse. Intanto l'esistenza del segno mantiene nella falsa nozione; nè si pensa ad abolire l'uso imprudente: sul basso rilievo della tomba di Vaccà Berlinghieri, ch' è nel Campo Santo di Pisa, fatto da Thorwaldsen, per simboleggiare la valentia del defunto nelle operazioni d' oculistica, è scolpito Tobia che per ridare la vista al padre, gli applica sugli occhi il fiele del pesce trovato. COROLLARII DELLA CONOSCENZA DELL'ENTITÀ DEI SEGNI. Rettifcazione di giudizii. alla cognizione del rapporto unico possibile del segno colla mente, perchè succeda l'intelligenza, che cioè fa d'uopo che susciti delle ricordanze, e quind non è efficace se non in quanto si riferisce al passato: ne viene la riflessione dell' assurdità di tutte le spiegazioni dei fatti avvenuti anteriormente a dati altri, come se quelli volessero significare questi, come si fa nel misticismo. Ancorchè quei fatti fossero successi per questo scopo, chi poteva capirli? e se nessuno li capiva, perchè continuare a farli? un chinese che venisse in uno dei nostri. Phoenix in hieroglyphicis Hori dicta solis symbolum. Spanhew. Us. et Praest. Yumism. Diss. p.villaggi e che si mettesse a parlare, poichè si fosse accorto che nessuno lo intende, si darebbe pace, risparmierebbe « amplius aures Vocis inauditos sonitus obtundere frustra. Profitto dei segni. Dal modo d'azione dei segni si deve trarre il profitto maggiore possibile, evitando tutti i danni che a quest'azione aderiscono. Il primo mezzo si è la conoscenza precisa, definita di tutti questi danni, avvertendo il processo per cui si originano. In questo modo si rettificano tutti gli errori che da quest' azione si sono già prodotti negli individui, e fissati si tramandarono col frutto sopra il capitale di generazione in generazione; e si preserva l'umanità dall' incorrere in altri per la continuazione dello stesso processo. Dalla nozione adeguata dei segni, della loro origine, del loro modo d'agire sull' uomo, si può dedurre gran parte dell' educazione con sicurezza assiomatica. E prima di tutto, che, per apprendere, bisogna agire sui sensi, anzi che dirigersi all'intelletto. La diversa efficacia mnemonica dei segni può servire allo studio d'analisi dei diversi gradi delle reminiscenze: prendiamo per esempio il segno in una data pagina d' un libro. Viene in mente che si è messo il segno in quella: Ma non si ricorda più cosa si volesse notare. Si ricorda ciò che si voleva notare, ma in confuso: p. es. non si sa se la proposizione sia positiva o negativa. Si ricorda il senso, ma non si ricordano le espressioni, o si ricorda qualche parola entrante, ma non il senso. Non solo dalla nozione adeguata dei segni si deve dedurre il metodo di usarne con maggior profitto, ma sì rettificare tutto ciò in cui è difetto proveniente dai segni. E prima di tutto si deve ridurre al numero necessario tutti quelli che esistono, quindi togliere tutti quelli inutili, e dove esistono varii equivalenti, serbarne uno solo, quindi, quanto ai segni grafici, di tutte le varietà di forma che esistono nelle maniere di scrivere delle varie nazioni, si deve serbarne una sola, la quale comprenda tanti esatti rappresentanti grafici, quanti sono i suoni prodotti dall' uomo col suo apparecchio aereo-articolatore. In ogni altra applicazione di segni, si deve sgomberare più che si può la via, come fanno i matematici moderni, che tendono a rendere l'uso dei segni più raro, affidando molti processi al raziocinio; quindi si simplificano le formule. Poiche i segni non hanno efficacia nelle nostre operazioni intellettuali se non indirettamente, cioè in quanto si riferiscono alle sensazioni originali che abbiamo subite, bisogna sempre dimostrare, in tutte le maniere d' istruzione che si danno coi segni, la realtà cui si riferiscono; e, nel caso, che col mezzo questi segni si arrivi a risultati nuovi per la mente, così che questi si attribuirebbero ai segni, bisogna far vedere come succeda prima questo nella realtà, e per quali ragioni si arrivi a conoscere queste verità reali col mezzo dei segni. I computi che prima si imparava a fare coi sassolini, dove il numero delle pietruzze corrispondeva al numero reale delle cose delle cui quantità premeva conoscere il rapporto, si apprendono ora, come abbiamo notato, ciecamente per formule di segni collettivi di differente valore secondo la loro collocazione, la pratica delle quali formule dà risultati veri, cioè perfettamente uguali a quelli che succedono nei rapporti di aggiunta e di sottrazione alle quantità in natura. Si apprendono quindi le formule dogmaticamente, senza domandarsi come avvengano •quei risultati che ci fanno scoprire più brevemente coi segni arabici delle nozioni che si potrebhero acquistare coi sensi. Quelle formule servono per l'uso della vita e questo si crede bastare; ma non si pensa al difetto della mente di chi adopera quelle formule senza conoscere perchè l'uso di quei segni in quella data maniera (durante l'impiego dei quali il computante si abbandona a quelli come un cieco alla sua guida fedele) dia risultati corrispondenti alla necessità reale. Dal fatto reale a ciò che si ottiene col mezzo delle formule evvi un abisso, per l'ignoranza tanto del perchè cosi succeda con quegli schemi di cifre, quanto, e più, del modo come si pervenne ad inventarli. Quest' ignoranza, come in ogni caso, è già un gran danno per sè assolutamente, ma qui si aggiunge quello d'indurre una soggezione alla cieca abitudine nell'accettare dei precetti, soggezione dannosissima, e in questo caso appunto, perchè questi precetti, di cui non potete spiegarvi la ragione, vi conducono a soddisfare la vostra curiosità infallibilmente, onde vi trovate oppresso da una specie di mistero potentissimo: non è meraviglia che perciò nelle idee e nei terrori che gli idioti hanno della magia c'entrino sempre i numeri. Tanto più è dannosa, quanto l'apprendimento di quelle formule misteriose e possenti succede nella prima età, e, continuando a servire nei bisogni della vita, di rado viene il momento di porsi a ritlettere su quelle formule, ad investigare la ragione per cui danno quei risultati. Tutto succede perchè è tronca per lunghissimo tratto la continuità dalle origini di quegli accorgimenti delle generazioni antichissime sui fatti di rapporto delle quantità reali tra loro, e dalle origini dei segni per rappre-sentarle, col progresso del servigio diverso attribuito a quei segni, d' onde la speditezza nelle deduzioni. È per l'apprendimento di quelle formule così senza che se ne spieghi la ragionevolezza analiticamente e storicamente, che i giovanetti di vivace ingegno per lo più in matematica restano indietro; se anche non hanno l' esplicita conoscenza della causa della loro avversione, quell' obbedienza meccanica ad operare sopra le cifre per le cifre stesse non può che disgustarli: invece vi riescono i giovinetti pazienti che non istudiano, se non perchè il maestro dà la lezione da imparare a memoria. La restituzione quindi di questa continuità dall'origine, , e la dimostrazione analitica del modo in cui i risultati delle formule cifre vengano a convenire con ciò che succede nella necessità, toglierebbe l'inerzia intellettuale per questa parte, e invece di approfittare di un enigma, segnerebbe il parallelismo tra i fatti esteriori oggettivi e le operazioni della mente che giunge ad ajutarsi con monumenti temporarii. Si dovrebbero analizzare i rapporti tra la realtà numerica, i fatti di somma e di sottrazione, e le pratiche di calcolo coi segni arabici. Nella sottrazione, quando il numero dal quale si deve sottrarre è inferiore a quello da sottrarsi, si toglie da quello che lo precede una decina. p. es. in 27 19 sottraggo il 9 al 17 e quindi resta del 2 solo 1. In natura il numero che sottrae non va oltre al saziarsi sui numeri positivi, non prende di più; p. es., se da ventisette debbo sottrarre nore, oltre prendere tutto il sette, tolgo due dal venti, ma non già dieci. Come avviene questa diversità di processo tra la na-tura, e il calcolo fatto coi segni, mentre il risultato si nell' una maniera che nell'altra è identico? Egli è pel valore differente accordato agli stessi segni secondo il posto che occupano, onde ogni numero è solo confrontabile con quello che gli è sovrapposto, p. es. in 27 19 7 e 9 rappresentano delle unità, ed 1 e 2 rappresentano delle decine. Se dunque nella sottrazione fatta col calcolo a segni arabici io, per pareggiare il conto pel 9 da sottrarsi, togliessi oltre il 7, due dal 2, che là rappresenta 20, resterebbero nel posto delle decine otto unità, onde quando fossi a sottrarre 1 dal numero restato dieciotto, vi sarebbero otto quantità d'altro ordine, da quelle a cui può confrontarsi quell' 1 rappresentante una decina, e queste otto quantità sono dell'ordine delle unità, cioè di quelle che devono pel valore della collocazione dei segni essere poste a destra. E la stessa ragione per cui nella somnia, quando i numeri sommati nella prima linea a destra superano la decina, si riportano a mente per la somma della linea contigua a sinistra: p. es. in 39 sotto alla prima linea pongo, anzi che 21, e sommo il 2 con 3, 5, 2, onde pongo il risultato dodici, segnando intanto il 2 nel posto delle decine, e istituendo una nuova linea a sinistra delle due che già vi sono, nella quale i numeri rappresentano un nuovo valore, cioèvigio si devono dedurre delle massime per l' apprezzamento di quelle, e per guardarsi dai danni del loro uso. Bisogna pertanto attendere di non essere illusi dalle fallacie esibite dalla lingua, dove gli stessi segni servono tanto per indicare i fatti soggettivi come gli oggettivi. Che se noi prendiamo questi segni rifo-ribili solo alla soggettività, cioè alla coscienza speciale di dati individui, per segni corrispondenti alla realtà oggettiva, siamo sulla via dello smarrimento, nella quale è tanto più difficile che ci accorgiamo d' essere, quanto più vi siamo inol-trati: e allora prendiamo per cosa sublime quello che è effetto di disattenzione il modo in cui abbiamo subito le percezioni. Cosi avviene tante volte che delle trasi sinceramente parlate vengano poi a riuscire tesi di assurdità, per colpa di chi le riceve; mentre chi le ha prima proferite non intendeva se non d' indicare fatti naturali. Ora poi su queste interpretazioni sbagliate ostinandosi, non solo si piantano gli assurdi che da tali interpretazioni immediatamente derivano, ma sì si tesaurizzano come dei precedenti che servono di modello e d'autorità per crearne degli altri scientemente. Dalla conoscenza dell'entità dei segni, ne viene la rettificazione della stima che si fa della forma, dai pedanti di lingua, in rapporto del concetto. Conosciuta l'entità della parola come segno promiscuo, che tale riesce per la contemporaneità del suo uso colle impressioni subite, si determina lo scopo di studio nelle lingue morte; deve cioè essere per la conoscenza della rappresentanza di quei segni, per capire gli antichi; ma deve arrestarsi là, non farne un' applicazione d'uso, cioè per parlarle, perche sarebbe tempo perduto, non facendo bisogno per intendersi coi vivi. Non sarebbe da esercitarsi nell' uso di quelle, se non nel caso che per convenzione universale se ne sciegliesse tra tali lingue una per lingua universale in date opportunità, come in commercio, in diplomazia, in scienza. La rettificazione fondamentale che occorre nel metodo d' istruire si è, che, mentre ora si comincia dall' apprendere i segni (grammatica, aritmetica, storia, letteratura ec.) prima delle cose; non si deve mai apprendere nessun segno per sè solo, ma o deve aver preceduta la conoscenza quanto più completa è possibile della cosa a cui il segno si riferisce, o si deve ad ogni occasione del segno far conoscere la cosa nella miglior maniera, immediata, se è possibile, come p. es., se si tratti del nome d'un animale che si possa aver qui, mostrare l'animale, • se l'animale non vive nei nostri climi, mostrarlo imbalsamato, od uno fatto iul arte simile al vivo. Così in aritmetica, nessuna operazione s' insegnerà per formula, se prima non siasi mostrato il fatto necessario con tanti corpi reali d'una data forma, p. es. per i numeri singoli, tante palle, pei decupli, tanti aggregati di dieci pallottoline ec. Quando con questo metodo siasi fatta vedere la necessità dei risultati (che poi si trovano colle formule) nelle quantità più piccole, è chiaro che si può far dedurre che lo stesso succede in quelle grandissime dimilioni, trillioni ec. ed in quelle indefinite, quando si conosca il rapporto dei loro dati. I segni non hanno tutti lo stesso grado d'efficacia: essi vanno scadendo in questa di mano in mano che si allontanano dal fatto sensorio. P. es. razione d'un fatto di cui si ebbero altre volte esperienze sensorie serve di segno mnemonico assai più efficacemente che non una regola, la quale pure sia dedotta da date categorie di fatti già noti. Perciò in ogni insegnamento, finchè è possibile, se questi fatti sono sensibili, si devono riprodurre innanzi agli atrii sensorii a cui possono riferirsi: nella loro cognizione sta la scienza maggiore possibile: chi ha quella, ha la scienza: chi invece ha la regola senza i fatti, ha un ingombro senza conoscere i fatti da cui fu dedotta. Se i fatti non sono sottoponibili ai sensi, p. es. fatti storici, la narrazione avvicina alle sensazioni relative (per la grande associazione di quelle parole che servono a narrarli, coi fatti sensorii singoli di cui si costituisce l'avvenimento narrato) onde è sempre più efficace della regola, la quale riassume queste narrazioni in astratto e quindi è molto lontana dall'azione sensoria, senza della quale non v ha nozione. Dalla nozione esatta dell'ufficio delle parole, ne viene l' apprezzamento adeguato che si deve fare della lettura, la quale ora si stima assai più della sua utilità: dappoichè, essendo segno di segno, scade indefinitamente dal vantaggio dell'applicazione immediata dei nostri sensi o della nostra mente ai fenomeni oggettivi e soggettivi. La lettura non può considerarsi se non come una sostituzione imperfetta, manchevole, all'applicazione diretta dell'individuo coi propri mezzi. Noi impariamo le parole e cosa vogliono dire, perchè dassi di quando in quando l'opportunità di coincidenza di udire quelle date parole e vedere succe dere tali fatti o indicarsi tali oggetti. E in ogni origine di significato delle parole, si è perchè furono pronunciate contemporaneamente a date circostanze, od alla presenza di dati oggetti, onde, al riudire quelle parole, ci s’associa la memoria delle circostanze in cui furono da noi idite. Quando s'ha quindi ad imparare una lingua straniera, il mezzo vero, naturale è quello di versare fra quelli che la parlano, per l'opportunità appunto di questo processo di udire le parole contemporaneamente alla vista delle cose e dei fatti, alle esperienze sensorie in somma che tali parole vogliono dire, indicare. Quegli invece che non può se non istudiarla sui libri, non ha compresenti le cose e i fatti in serie paralella alle parole che legge; sicche, quando si affaccia ad un libro scritto in lingua straniera, la scena contemporanea è affatto indifferente a quello che vuole indovinare, e tutte le sue reminiscenze gli sono inutili, perchè non sa quali di queste che versa tra la gente che parla la lingua straniera, molte volte non ha di nuovo se non il suono della parola, perchè il significato lo indovina dalla circostanza. Quegli pertanto che non ha opportunità di conversare colle persone parlanti la lingua straniera ch'egli vuole apprendere, deve cercare di avvicinarsi con arti-lizii a far sì che la lingua ch'egli vuol apprendere agisca sopra di lui secondo il rapporto unico per cui viene capita ogni lingua, cive che le parole agiscano sopra di lui come segni, che quindi si riferiscino a cose ch' egli già conosce, gli suscitino delle ricordanze, e quelle stesse che suscitano alla gente di quella lingua. Deve quindi nei principii affacciarsi a libri dove sa periodo per periodo quello che vogliono dire. So p. cs. in un dato periodo sa che deve entrare il nome d'un dato oggetto e che in un altro periodo pure si ripete, egli audra a trovarlo dal fatto di vedere una data parola stessa nei due periodi, e confermerà il suo sospetto cercando in tutti gli altri loghi dove tal oguctto si nomini, e così, moltiplicandosi i fatti di riscontro tra le nozioni che ha e le parole che devono essere in quel libro, egli si porrà nello stesso easo di colui che sente a nominare un oggetto e nello stesso tempo vede l'oggetto cui si riferisce il nome. Ma di più quegli che impara la lingua sui libri, oltre questo discapito che ha in confronto di quello che l'apprende versando tra la gente che la parla, ne ha un altro accessorio, che non ha a fare coll'entità della lingua. Uno che non sa una lingua ha due incognite integranti nella parola, il sumo delle parole e i loro significati. Quegli che è costretto ad imparare la lingua ignota sui libri, può avere una terza incognita, il modo in cui una parola si pronuncia: egli vede dei segni grafici che vogliono indicare una data successione di suoni, ma non sa quali sieno. Questo è ovvio anche conoscendo i caratteri di date nazioni, che lasciano incerti, come p. es. il turco. Per rendere più avvicinabile anche questa incognita, che fa più aspra l'introduzione stessa prima di arrivare a ciò che si cerca, bisogna valersi sempre del processo naturale stesso dei segni nell'intelligonza, cioè che i segni sono sempro posteriori a ciò che sta nella mente dell'individuo. Perchè i Turchi leggono bene nelle eircostanze relative quei caratteri che per sè sono ambigui, dovendosi ora aggiungere, ora togliere, ora dare un suono differente alle stesse figure? Perchè già sanno prima la parola, onde quei segni imperfettissimi non ponno far dir loro in quel dato sito se non quella tale parola. E questo fu appunto il processo per cui di mano in mano si andò leggendo nelle lunghe epoche degli stadii d'imperfezione degli alfabeti. Ebbene, il lettore dunque straniero di faccia a scrittura straniera st deve preparare così che quella scrittura serva a lui di segno di parole che già sa: perciò egli andrà a cercuro nei libri i nomi proprii a lui noti. Non v' ha libro che meglio possa serviro a questi profitti dolla Bibbia. Le sue narrazioni, i suoi concetti sono tra lo più antiche suppelleitili della nostra mente: è divisa per piccoli mombretti, numerati, onde si può fissare la corrispondenziprecisa di data parola della lingua che si vuol apprendere, con data altra: ha una copia lessicale ricorrente di ciò ch'è più ovvio nell'umano consorzio; ha migliaja di nomi proprii. Pel rapporto unico del segno colle cose, che cioè deve essere posteriore alla conoscenza delle cose stesse, si deduce che nell'insegnare a leggere al discepolo, si deve porgere parole a lui già note e possibilmente che gli sieno pur note le cose nominate p. es. mamma, babbo, e i nomi proprii delle persone di casa, poi degli oggetti di maggior uso. Credo che i mici lettori avranno cominciato a sospettare quanto guasto abbi portato e porti nell'intelletto umano il modo d'educazione che si ¿ usato finora: serva questo di avviamento a penetrare nella dimostrazione esplicita di un'altra tesi che a questa si continua, cioè della eterogeneità delle dottriue dalla scienza.volto fu prima nome delle immagini delle persone (lat.), cerae, perchè face-vansi di cera (Plin. N. H.): onde in luvenale Sat. Tota licet veteres exornent undique cerae Atria, nobilitas sola est atque unica virtus. Figure (fr.) e cera, ciera (it.) alludono ad una occasione identica: l'artista in cera dicevasi fictor. Cic. De Nat. Deor. L. III, Fragm. conservato da Lactant L. II. c. 9 « fictor e cera» la prima forma del verbo fingere è quella persistente in figere = congelare, appunto relativo alla natura della cera, che dallo stato liquido e molle passa per l'abbassamento di temperatura allo stato solido.  1. 6 dopo - facevano morire; si noti - Clement. Alex. Stromat. I c. V, , nota. Neppure l'orecchio dei Latini, già fino dal tempo di Plauto, distingue, in simili casi di mala e mala, lunga da breve. Nel Miles Gloriosus. A. IV. Sc.  si giuoca sulla parola amare, verbo, come se fosse à mare Maris caussa hercle istoc ego oculo utor minus. Nam si abstinuissem amare, tanquam hoc uterer ».  1. 15 dopo — spica - La persuasione che i gruppi di stelle di cui risultano le costellazioni avessero figure corrispondenti ai loro nomi di Toro, di Leone ec. è esplicita nei versi di CICERONE (vedasi). Fragm., dove parla delle stelle che sono tra il Timone della Nave e la Lepre: his neque nomen, Nec formam veteres certam statuisse videntur. Nam quas sideribus claris natura polivit, Et vario pinxit distinguens lumine formas, Has ille astrorum custos ratione notavit, Signaque signavit calestia nomine vero: Has autem, qua sunt parvo cum lumine fusa Consimili specie stellas, parilique nitore, Non potuit nobis nota clarare figura. MONUMENTI STORICI RIVELATI DALL'ANALISI DELLA PAROLA OPERA DI PAOLO MARZO LO Paolo Marzolo ili DigitLzed by Google MONUMENTI STORICI RIVELATI DALL'ANALISI DELLA PAROLA OPERA DI PAOLO MARZOLO Dum referti ariai Ubi de pulitone revello. Pcrsiu*. R»lyr. V. PADOVA TIPOGRAFIA DEL SEMINÀRIO Ouuti poche pagine non comprendono che la prefanone dell' Optra che in tequila $i i Digitized by Google INDICE PARTE PRIMA Siiggio di storia naturale delle lingue. P ARTE SEC ON D A Storia dimostrata da ragioni etimologiche. PARTF PRIMA Tomo I. Origine delle lingue. r 11. Progresso nel loro sviluppo. n 111 Ragguagli eufonici . » IV. Compimento delle lingue. n V. Trattato ideologico, ossia dei rapporti della parola col pensiero _yjLÌ Storia naturale della grammatica i Vili Varii temi d'argomento linguistico, applicazioni della storia naturale delle lingue e conclusione. Atlante d' alberi epogonici ossia genealogici delle parole, due grandi vo- lumi in folio. TOMO PRIMO I. Ini e min zi un e. S. Apparecchio uell' untano organismo per l'articolazione dei suoni. 3. Meccanismo che vale a produrre ogni singolo suono articolato. 4. Occasione per cui originariamente si emette ciascun suono. 5. Prima età linguistica 6. Dizionario automatico. 7. Dizionario interiettivo. 8. Dizionario onomatopeico. 9. Nomenclatura primitiva. 10. Considerazioni generali sulla prima età linguistica. INTRODUZIONE IL atomo fatto centro d'affinità si costituiste occasione, origine di cristallizzazioni le più complicate ; un piccolo aggregato di molecole d'una tal forma sotto quelle tali condizioni produce la più oscura criptngama, d' una tal' altra, sotto tali altre condizio- ni, l'Àdansonia; una goccia appena calcolabile nel regno microscopico può generare sotto date circostanze il rettile più «ile, l'ape, la scimmia, l'uomo; il fanciullo può divenire un Otlenloto ed un Newton: lutto è sintesi nella natura, perchè anche gli edotti più apparenti di analisi non sono se non un effetto secondario del rifiuto di altre sintesi. La morte stessa è effetto di aintesi: se si osseni il processo della morie fisiologica, cioè per decrepitezza, questa è un prodotto di maggiore elaborazione dei tessuti, donde le li- tiasi, le ipertrofie, la rigidità dei nervi ec. ; così pure succede nella gotta ; le varie morii patologiche sono pure l'ultimo atto di la\ori sintetici, p. e. tutti i processi flogistici, l'introduzione e le colonie di nuovi esseri nell'animale microcosmo, cntoaoarii, mia- smi, ec. Quanto alle altre malattie dissolutive, esse sono l'effetto d' un'analisi forzata, cioè per mancanza di nutrimenti efficaci da introdursi, dove il ni««estatihus una Raucisonos eantus, comicum ut savcla vetusta Corvorumque greges, ubi aquam dicuntur et imbres Poscere, et interdum vento» aurasque vocare. Ergo si vani sensus animalia cogunt, Muta tamen cum sint, \arias emitterc voces; Quanto mortale» magi» aequum est tum potuìsse Dissimile» alia atque alia res voce notare? « (Lib. V. 1040). Platone nel Cratilo intende essere il liuguaggio opera divina, io stimo ch'egli intenda però indiretta, cioè per parte degli organi c del pensiero dell'uomo. S. Gregorio di Nazianza dice espressamente: «Volens Deus nomine» diversi» uti lingui» naturam dimi- sit ut porgerei prò arbitrio apud singulos sonum articulare ad explanationem nominum» (contro Eunomium). Nello stesso suo scritto egli sostiene che Iddio non fece il roac- Digitized by Google inerente, continua egli, alla natura ragionevole della specie cbe intentò tutte le lingue Nel Beresdd ai parìa di lingue diverse già esistenti prima del capitolo di Babele. tradotto così dalla Vulgata (Genesi c. x. v. 5): «Hae sunt generationes filiorum Noe: ab his divisac sunt iusulae genlium in regionibus suis, unu$qui$que stcundum liti' guani suam et tainilias suas in nationibus >uis- Seeondo alcuni metafìsici, nel primo linguaggio ogni parola doveva essere una de- finizione . Cosi il nome cbe corrisponde a cavallo doveva dinotare un quadrupede colla sua criniera, la sua coda, la cervice, la celerità e la sua fona; la parola corrispon- dente ad elefante esprimere la sua statura, la sua proboscide, la sua intelligenza ce. (f'olt. Metaph. 3. 345). Simile falsiseima idea dell'essenza e del valore delle parole si era formata l'autore della prelazione al dizionario ottolingue d'Ambrogio Calepino (Edit. di Lione 1663), nella quale arriva a porre a livello la conoscenza delle voci con quella dell'essenza delle cose; «nec nisi soli Deo convenit vocum omnium ac rerum i>erfecta scicntia» : dove invece questa delle cose è impossibile, la storia delle parole è affatto d'umana competenza. E Bacone di Verulamio pensa: «Vestigia certe rationis verna sunt; itaque vestigia eliam aliquid de corpore indicant; bujus igitur rei adumbratio- oeni quandam tenucm dabimus. Primo autem minime probamus curiosam illam inqui- sitionem, quam tamen Plato vir eximius non contempsit; nimirum de imposilione et originali ctymologia nomili uni: supponendo ac si illa jam a principio ad piaci t uni in- dita minime fuissent, sed ratione quadam et significanter derivata et deducta: mate- riam certe elegantem et quasi ceream, quae apte fingi et Aceti possit; quoniam vero antiqui taluni penetralia perscrutari videtur, etiam quodammodo venerabilem; sed nini- lominus parce veram et fruclu cassano» De Jugmtn. Scienliarum Lib. 6 c. 4 tom. FU. p. 859). La massima parte degli uomini e dei dotti ha pensato c pensa ancora come Plo- tino -che la parola proferita sia l'immagine del pensiero- (Plotino, Marsil. /Veni Commetti, ad Ennead. S, I, 9, c. 6, 7) (Dup. Ori. 5, 369). Ciò che è fatassimo, perché anzi, come proveremo senza lasciar dubbio, la parola non fu mai capace di rap- anteriore relativa, o sforzandolo a nuovi lavori se si riferiva a relative cognizioni esi- stenti nell'ascoltatore. La teorica dell'applicazione delle lingue ad investigare la sto- ria ebbe ed avrà molti oppositori anche fra gli uomini più dotti, ai quali sembrano essere le lingue l'effetto vago dell'arbitrio e del capriccio, e non s'immaginano potersi avere argomento sicuro dalla forma delle parole, come si espresse Cicerone: -Nuli uni — 40 — possis una li Itera explicarc» : ma arbitrio, capriccio sono parole che indispensabile devonsi attribuire; ed assai rari sono i rasi in cui riesca così inverisiniile ed impossibile un raziocinio per {spiegarci i fatti di forma e di senso delie voci, da do\erle riporre per la loro orìgine tra questa progenie disperata: tutto nella natura ha una ragione di causa e di efficienza , sempre si tratta di molo comunicato c da comunicarsi; e più si conosce la posizione e i rapporti delle cose più si sotto- pongono all'intelligenza dell'uomo, e tanto più si riduce ogni fenomeno dal caos in cui nuota pel volgare, ad un posto determinato tra gli anelli irrequieti della necessità. Relativamente alle lingue le leggi loro ponno passare inavvertite dai più. Primo perché fa d' uopo di studiarle non singolarmente, né coi melodi gretti, servili, ciechi, municipali; la quale abitudine diffusa dal primo momento d'istituzione e sempre continuata, e presa dagli uomini nei primi anni e colle prime impressioni coincidente, cui si aggiunge l'uso d' effelUiarsi continuo del linguaggio, quasi come di ogni altra funzione animale che succede cosi facilmente e ci serve senza alcuno stento a spiegarci, soggioga il pensiero, o lo distrae dalle occasioni di prestarsi all'esame del processo dei suoni, della pronuncia, dei valori ; e per questo trattamento ossequiato per millenaria prescrizione pochi furono che non credessero i temi linguistici convenir solo alla ferula dei ludimagislri , e filo- logo ed uomo di lettere fu sovente la diagonale antitesi di filosofo e di scienziato. E co- me?... hi storia delle alghe, dei fuchi, dei graniti, delle sabbie sarà degna del nome di scienza; e la cognizione delle cause, del meccanismo, degli effetti della parola, della sua rappresentanza, eh' è quanto a dire di quella facoltà par cui l' uomo ha trionfato della natura, dappoiché per essa si unì in istabili forme sociali c progredì nei suoi utili, non otterrà questo rango? In secondo luogo ciò che ammaestra 1' uomo si è il confronto, e nella materia delle lingue anche ai più colti non si presentano in generale queste op- portunità di confronto; perchè poche sono le lingue che si coltivano, o se anche sieno molte si trattano come mezzo e non come scopo, e si può sapere assai bene una lin- gua per parlarla e per iscriverla francamente, anzi esserne maestri, eppure trovarsi ganica di quella: perchè l'oratore, il poeta, lo storico tutti i sensi sanciti alle parole ed alle frasi e sanno aggradire al- l'orecchio pel numero, per l'armonia, per la giustezza relativa del modo d'espressione col concetto che vogliono far palese, ed abbiano reso omaggio al gusto prescritto dalla qualunque autorità, essi hanno pienamente raggiunto il loro scopo, ed i più non so- spettano nei loro fondi di recondite mine. Tali dotti sono artisti e non scienziati per della lingua, sono nel caso d'eccellente artista che non conosce già l'umana eco- quanto sappia esattamente e sento con vivacità le proporzioni dell'Apollo di Belvedere o della Venere di Clcomene. Che se si studiino varie lingue, per lo più sono queste troppo simili tra loro per parallela o per contatto, o troppo adulto ed anzi provette per potersi accorgere dei Digitized by Google fatti di genesi c di sviloppo: difetti poca glie i cultori delle moderne; per le molta parte che vi ebbe la latina, ma si presentano parole troppo composte e ridotte, troppo lontane dal loro ceppo, e quanto più uno si scosta dall'atrio e dagli aditi, e tanto più si moltiplica c si complica il viluppo del labirinto. Così arriva al letterato, come al chimico, che non si avrebbe mai procacciata una giusta nozione della sua scien- za, se si fosse arrestato all'analisi delle combinazioni ternarie o quaternarie di quarto e dì quinto ordine. Cosi Vairone d logica, basadonsi Boll* opinione ebe tutte le origini delle cose e delle voci latine da cercarsi nel Ijun'o, e partendosi per questa ricerca senza cognizione dei processi ideo- logici dell' umano intelletto, per cui cominciò dall' attribuire alle voci più semplici delle cose origini d'artificiosissima astrazione, errore curiosamente riprodotto ai nostri giorni in tanta luce delle scienze naturali; tanto ottenne il mostruoso anacronismo delle ten- denze ontologiche ! Meno facilmente però accader potrebbe pertanto di non poter accor- gersi dei fatti naturali della linguistica e del suo parallelismo colla storia, se si studias- sero soltanto le lingue antichissime : tale diversità vi sarebbe dalle prime espressioni alle odierne, risultato di tanti attriti, composizioni e risoluzioni, che non potendo sup- plire nemmeno a forza di conghietture a tanta distanza, non si supporrebbe mai la spontaneità nel giro dei secoli della linguistica genealogia. Perciò l'amor proprio dei dotti, la dinastia dei pregiudizii d'antichissima e cosmica prescrizione, la legge d'iner- zia hanno unanimemente l'un l'altro a lungo patteggiato di negare all'umano intel- er altro che fecero loro studio severo, conscienzioso il problc- s' accorsero di questa via d' investigazione e vi si attennero. Olao Rud- la sua vita in queste ricerche; e il Vico che comprendeva e confes- sava mancare a lui i materiali per non essere dotto in tante lingue, l'additava confi- dentemente, e molti seguivano questo filo che li avrebbe guidati a più franche sco- perte, se per lo più non vi si fossero dati con qualche preconcetta opinione, od aves- tutto chiedeva al fenicio; Enrico Stefano. Leone Trinnaut. Joaehim Perion e una folla d' altri hanno domandato le origini francesi direttamente al greco, Pietro Le Loyer e Stefano Guichart volevano dappertutto l'origine ebraica. Le Loyer pretendeva a soste- gno di questo suo sistema che una coionia fosse venuta dalla Palestina in Francia al tempo dei Patriarchi c voleva che quelli d' Angiò fossero Edomiti . La conoscenza di poche lingue rende impossibili simili lavori, perché i membri che vanno a costituirle e quanto è più ristretto il numero dei fatti da confrontarsi e greca, della francese si troverebbe ad ogni — 19 — «ielle origini e rapporti delle parole che entrano nel suo uso. Nessuna cosa può mag- giormente opporsi al raziocinio, che la ricerca esclusiva in una sola lingua come fosse la prima; gli elementi sono rinvenibili quali in una, quali in altra: perciò gli stessi materiali linguistici esibitici negli ultimi tempi dalle antichissime orientali Zend, Paoli, Kawi e Sanscrito non sono da ritenersi sempre anteriori e fonti di tutte le odierne ; né credo logico il segregare alcuna lingua od alcun sistema di lingue con un alto muro dalle altre, come le si divisero in analitiche e sintetiche (metodo di divisione ricono- sciuto falso anche da Humboldt-tfaiei 8. 1 91 ), in semitiche, in Urtare ec ; cioè que- ste classi gioveranno fino ad un certo segno e soltanto per temporaria concessione utile all'umano intelletto che ha bisogno di sminuzzarsi le raccolte delle sue cognizioni. Il lavoro eh' io mi propongo approfitta dei tesori riuniti dai grandi degli scorsi secoli e del presente, come dell' Adelung che applicando il suo vasto intelletto allo studio dei temi linguistici ne regalò la tedesca letteratura di settanta volumi di fatti e di pensieri; ed ora le recenti opere dell' Eichhoff del Vùllner, di Lanci, di Bopp, di Rapp, di Wocher, di Humboldt, i lessici accuratissimi di tutte le nazioni, i prodotti della società di Cal- cutta, i rapporti dei viaggi e le statistiche, e i panorami che ci elaborano tutte le scien- ze, si prestano ad ogni utilità, presentando in prospetto e contemporaneamente, in quan- to maggior numero si possa, e componenti e rapporti dell' immenso tutto concatenato e solidario nel quale esistiamo. Nei temi grammatici trattati per iscopo ideologico e con estensione e profondità i filosofi filologi partirono il più delle volte da argomenti a priori; e questa è la ragione per cui le loro opere riescono assai lunghe con intralciatissime questioni e spesso oscure, divagando per gì' infiniti del possibile. Court de Gebelin stesso, investigatore geniale e sublime di tanta miniera, non sempre si tolse da questa via; anzi se ne professa persuaso: - Lorsq' on cherche la verité et qu'on veut avoir des idées nettes des choses, il ne faut jamais partir de ce qui s'est fait, ou de ce qui s'est dil; mais de ce qui devait se fai re ou se dire» {Grammaire universe/te 194). Io invece, comuuicando le mie opinioni, mi rivolgo a contemplare la via medesima per cui a queste venni condotto, cioè quella dei fatti incon- trati in copia nello studio delle lingue; partito perciò a potteriori enuncio come base del mio trattato ciò che per me è già corollario: quindi da meschini principi! procedo, poggian- do su quanto accadde anziché su quello che poteva accadere, con economia rigorosa di tempo; mentre il pacifico passo per questo sentiero schiva i dialettici duelli, rispondendo senza sfiatarsi alla maniera di Diogene, quando assistè alla lezione in cui si negava il moto. Quest'opera d'altronde, nella vastissima sfera d' azione in cui versa, è pur sempre compita anche nella maggiore sua povertà; perchè appunto seguendo questo principio, che ora esposi quanto ai temi grammatici, anche in ogni altro soggetto, lungi dallo sta- bilirsi una tendenza a eui trarre gli argomenti, non si applica allo speciale trattamento di alcuna cosa se non dopo di aver già ritrovato i materiali di prova, ebe fecero me avvertito della relazione tra le parole ed i fatti; perciò dopo di aver ricercato come tra Digitized by Google gli «avi, offre le medaglie e le anliehilà che potesse aver avuto la fortuna di scoprire, e lungi dalla pretensione di spiegare qualunque enigma sopra quanto rinvenne, riferi- sce le analogie che colpiscono e le induzioni che possono persuadere negli sparsi argo- menti, sempre memore del modo in che operò il riscatto dell'umana mente Bacone, sem- pre memore della leva di Locke e di quella face che dettò che » la philosophie ralionnelle analytique doit commencer à marcher d'après les faits à l'exemple de toutes les parties de la science bumaine qui ont acquis une vcrìtable certitude» (Cabanit, Bop. Jtitt. de, *maa l'origine dicendo che quando folybole gigante nella guerra che fece agli Dei fuggi traversando i flutti del mare ed arrivò all'isola di Cos, che n é distante 60 miglia, Nettuno staccò con un colpo di tridente una parte di questa isola e ne coprì il corpo di Polybotc (C. Geb. 3 — 18 — 4. iiS—Jpotlod., Bibliot. degli Dei lib. I.) Molile Hemu$. Tifone sradicò una mon- tagna dalla Tracia c la slanciò contro di Giove, e Giove la ricacciò contro di lui; il sangue di cui fu coperta la fece chiamare Tifone ritirossi in Sicilia, ove fu fracassato sotto il monte Etna; fu Tifone che vomitò dalla sua bocca i fuochi dell'Etna (Ovid , Met. V. t Fati. IV.). Silio Italico chiama il monte Etna Tifone. Encclado è coperto dall'isola di Si- cilia oppostagli da Minerva (C. Geb. 4. 888). Spiegazione dell'origine di molte monta- gne c Pichi a Java. Sang Vuang Guru trovò che la terra pendeva verso ponente; la divi- nità del pouente gli disse che questo dipendeva da un gran monte che in quella parte pesava, premeva sulla terra; Guru risolse di far portare questo monte verso levante e comandò agli Dei di trasportar velo. Poiché essi eseguirono tal ordine col trasportare pezzi di monte isolati, ne si produssero piccoli e maggiori monti. Due righe di monti sulla costa meridionale e settentrionale si producono dai piccoli frammenti che cadono di mano agli Dei nell'atto di trasportare la mole dall'Ovest all'Est. (Humboldt, Kawi I. 70). L'inverno era il tempo di sonno di Ormuzd.dal quale si risvegliava nella state. I Frigii avevano la stessa idea dei Magi sul riposo del loro Dio, di cui fissavano il risvegliarsi al ritorno del sole all'emisfero superiore, per cui celebravano quest'epoca con orgie ed ini- ziazioni (Ptut. de Iside. 378). Ho insistito su questi esempii presi da epoche e luoghi affatto diversi, per dimo- strare l'universalità del fatto ideologico inerente nella condizione intellettuale delle masse da ine di sopra enunciato. So bene che in molli casi tali espressioni erano antichissime maniere allegoriche, con le quali cercavano di farsi intendere i primi osservatori negli argomenti di fisiche cognizioni, e che il dotto sembrava personificare ogni cosa non potendo altrimenti esprimersi per la strettezza del linguaggio di cui gli era dato di disporre. Ma qui la nostra lesi riguarda il volgo, e questo volgo selvaggio ce. mantenne e giurò sempre sul senso letterale di queste spiegazioni. Qui il teina si è del come si soddisfi la curio- sità del volgo. Ora nelle epoche posteriori, ove sarebbe stato possibile un altro linguag- gio con cui intendersi precisamente, tal volgo avrebbe forzato quelli, a cui domandava la ragione delle cose, a spiegarsi nei mezzi più adatti allo sviluppo della lingua; e quindi colle espressioni avrebbero cangiato anche le teorie mitologiche che in origine furono fisiche, se tal volgo non si fosse contentato della solita risposta di pretesa dilucidazione ai suoi quesiti, la (piale secon che quelle parole erano accettate nell'epoche di progresso linguistico non valeva se non nel senso materiale, rozzo, in cui appunto dal volgo II. La massa delle cognizioni e le arti per cui queste si accumulano o che ne sono i corollarii si perfezionano e si facilitano in ragione diretta del loro progresso già acca- duto, e della copia e della specie dei mezzi disponibili; e quindi le classi che si trovano nei ranghi superiori hanno sempre più facile la via a separarsi dalle altre in tanto più enorme distanza, in quanto che cominciano dal più alto gradino, per arrivare al quale, senza la diretta comunicazione per mezzo dell'insegnamento dovrebbero passare per le razze isolate parecchie migliaia d anni, come di fatti passarono per tutu l'umanità prima che giungesse all'odierna civilizzazione. Cosi la lingua, arte s|»ontanea, cioè sviluppata per l'effetto indispensabile, iudivisibile dell'umana natura e degli avvenimenti, segue le stesse demarcazioni, e perciò la lingua dei selvaggi del Brasile non arrivava a duecento parole; la lingua all'opposto del dotto è indeterminabile. HI. La qualità e il numero degli oggetti sui quali versano le abitudini dell'uomo fanno sviluppare più o meno e in una tal data e tal'altra maniera la sua intelligenza i quindi la lingua. Adamo Smith riinarca che un contadino ha assai più idee di un artigiano di città, perché egli ha l'abitudine di considerare una più grande quantità d'oggetti (L. I. partir. S. 2 dopo il tratt. Sur l'apprentì*$age). Egli è per la stessa causa che la gran- de divisione del lavoro, tanto favorevole al perfezionamento dell'arti, ristrìnse sempre più l'intelletto degli operai {Cabanin, Rapporti. Infitteli, du regime 869). IV. Sono da calcolarsi gli alimenti dei quali fanno uso gli uomini nelle diverse loro condizioni. In certi paesi dove la classe indigente vive quasi dei tutto di grano sarà- ©^*J10 O flit T*! rOctJ^oLflUi , !*T!ttiirCfl \ 1 1 1 i I IcJÌ t tUfl i_ l i 1 ^ o l J f*^_ lì 1u 1 1 dctci*ni 1 1) il ZI Ol I I (2 nei movimenti. Gli uomini vi sono tanto più stupidi e inerti ch'essi vivono di tali so- stanze, e i ministri osservarono che i loro sforzi per dar a quelli idee di morale e di re- ligione erano ancora più infruttuosi nel tempo in cui essi mangiano le castagne imma- ture. Nei paesi dove abbondano le viti, gli uomini sono in generale più gai, più spiri- tosi, più socievoli, hanno un tratto più aperto e cortese. L'unione della carne e l'uso d'una quantità moderata di vini non acidi sembrano diminuire gli effetti della stupidità indotta dall'uso delle castagne. La differenza è più grande ancora tra gli abitanti dei paesi dei castagni e quelli della vigna, che non tra i primi e quelli delle terre più fertili in biade. Qui adunque bisogna aver presente per l'istoria linguistica ed ideologica le varie condizioni dei popoli nei tempi scorsi dalle lunghe epoche e vaste regioni in cui pativano la fame e si cibavano di ghiande « Concussaquc famem frustra solaberc quereli- Ano alle cene degli Apici! ee. V. Finalmente le cagioni gentilizie. L' impero delle abitudini non si limita alle pro- fonde e incancellabili impronte ch'esse lasciano sovra ogni individuo; esse sono ancora almeno in parte suscettibili d'essere trasmesse per la via della generazione. L'na più grande attitudine a mettere in azione alcuni organi, a far lor produrre certi moti, ad eseguire certe funzioni, in una parola delle facoltà particolari sviluppate ad un più alto gnulo possono propagarsi di razza in razza. Giorgio Le Roy nelle sue lettere siigli ani- mali osserva che quantunque il cane non fermi naturalmente l'animale da cacciarsi, le cagne da ferma eccellenti partoriscono catelli che soventi volte fermano il selvaggiume, senza che abbia preceduto alcun ammaestramento (Gioia, ideal. I l 79 preta da Cabam» Rapporti ec ). Se le cause determinanti dell'abitudine prima non cessano di agire per molte generazioni successive, si forma una nuova natura acquisita, la quale può a vicen- — 20 — ad «sere cangiala in quanto che queste medesime cause cenino di agire per lungo tempo, e sopra tutto ebe delle cause differenti vengano ad imprimere all'economia animale un'altra serie di delerminationi. Delle impressioni particolari ma eostanti e sempre le rime sono dunque capaci di modificare le disposizioni organiche e di rendere le loro modificazioni fisse nelle razze. Di più concomitante della causa gentilizia è per la massi- ma parte delle volte quella dell'esempio e dell'abitudine. Tutti gli esseri sensibili imi- tano i movimenti sui quali l'osservazione loro ebbe occasione di fissarsi, eglino imitano sopra tutto se stessi, cioè a dire hanno una tendenza rimarchevole a ripetere gli atti erfetta in molti dettagli, dove l'occasione si presenti, porge materiali da continuarsi Digitized by Google all'addentellato di tutte le scienze, e dove presenta essa stessa dopo questi servigi dei nuovi vani e dove fortunatamente sembra comporne la simmetria e l'apparecchio. * Mul- timi egerunt, qui ante nos fuerunt, sed non peregerunt; multum adhuc rcstat opcris multumque reslabit; nec ulti nato post mille saccula praccludetur occasio aliquid adbuc adjicicndi" (Senec. Epitt. 64). Le umane cognizioni rappresentano i rapporti vicendevoli delle cose coli' umano pensiero, e le scienze non sono se non aggregati in date serie di tali cognizioni. Ma siccome da una sola cosa si mostrano rapporti molteplici e svariati eoll'uomo che con- temporaneamente da quella identica «-osa, per esprìmermi, emanano, non potendosi segregare un oggetto dalle sue accidenze; poiché se esiste un corpo egli potrà essere considerato per la sua forma, pel suo peso, pel suo colore, pel suo moto, pc'suoi componenti ec. ne avviene che tali aggregati di cognizioni ripartite in classi che sono porzioni dell' intera raccolta dello scibilo conosciuto, non ponno isolarsi in cate- gorie precise: fra le quali tutte anzi non vi può essere linea di demarcazione, come i rapporti di quell'oggetto dato colPumana percettibilità non sono per loro stessi divisi, derivando essenzialmente inerentemente la loro esistenza ed uniunc dalla natura stessa dell'oggetto. L'universo per chi sapesse concepirlo d'un sol punto di vista, non sa- rebbe, s'egli è permesso di dirlo, che un fatto unico ed una grande verità (D'Alem- bert, Dite. Encycl.). La natura non è composta che d'individui, i quali sono l'og- getto primitivo delle nostre sensazioni e delle nostre percezioni dirette. Noi rimarchia- mo in vero in questi individui, delle proprietà comuni per le quali noi li confron- tiamo, e delle proprietà dissimili per le quali noi li distinguiamo, e queste proprietà designate per nomi astratti ci hanno condotto ad istituire differenti classi, dove sono collocati questi oggetti. Ma soventi volte un tale oggetto, che per una o più di que- ste proprietà fu collocato in una tal classe appartiene ad un'altra per altre proprietà, e avrebbe potuto pure ivi avere il suo posto. La disposizione la più naturale sarebbe quella per cui gli oggetti si succedessero per le tinte insensibili che servono nello stesso tempo a separarli c ad unirli. Ma il piccolo numero d'esseri, che ci sono noti, non ci permette di marcare queste gradazioni. L'universo non è che un vasto oceano, sulla di cui superficie noi distinguiamo qualche isola più o meno grande, i di cui rapporti col continente ci sono nascosti {D'Alembert, Dite. Encycl. 22). Cosi non potrà essere conosciuto un falto storico appieno senza la cognizione del luogo ove successe, nè potrà essere creduto e giudicato se invcrisimile: quindi per quella parte vedesi come la scienza storica non può disgiungersi dalla geografica anzi topografica, nè per questo potrà an- dar disgiunta dalla critica; e la conoscenza dei luoghi a vicenda non potrà starsi senza la cognizione dei loro eventi, nè la critica potrà esistere senza temi su cui esercitarsi; cosi dicaM di tutto il sapere. Ora sotto questo riguardo la presente opera tende a trac- ciare la via per porre rimedio ai hisogni dell'epoca; dove per la moltiplicò delle di- visioni accadute nello scibile, riescono gì' insegnamenti cosi distanti che sembrano del — 26 — lutto fra loro stranieri; questa ricchezza lussureggiante ampollosa, questo sfarzo svariato di mostre sempre della medesima stoffa, questa sinonimia non conosciuta e dissimulala e senza parallelismo nello stesso argomento, questo caprìccio di classi è sempre un difetto, prodotto dottamente dall'umana misura, ch'è più dannoso assai di quello che sogliasi volgarmente riflettere al progresso unico e sommario della scienza: accadendo pedino che le varie maniere di ricerca delle cognizioni, ad ognuna delle quali si ac- cordò a parte un nome speciale di scienza, mentre s'ignorava la maniera di ricerca delle altre scienze, mentre una non sapeva dell'altra, spieghino i falli della natura unica e universale e promulghino prìncipii già autorizzali e fatti legittimi nelle loro rispettive solitarie coordinazioni, mentre invece si sono tanto aulipalici da distrug- gersi a vicenda fino dalla base uno o l'altro sistema, p. e. la fisiologia e la psicologia nel modo in che questa venne fino ad ora trattata (ade a proposito l'osservazione di Destull de Tracy (Log. T. 2 p. 165). Egli dice: -Vedeva io che le nostre cognizioni si suddividono in una moltitudine ih rami i quali paiono estranei gli uni agli altri; che ciascheduno di essi pareva avere una cagione di certezza particolare e una maniera di giungervi sua propria; che lutti, anche i meglio coordinati nel loro complesso, la- sciano dietro ai loro primi prìncipii parecchie incognite ». Per opera dei Dizionarii Automatico, Interiettivo, Onomatopeico ed Ideologico, de- gli Alberi epogonici, dei Ragguagli di Eufonia, delle Tavole cronologiche delle parole e pel Trattato dell' Omofonie accidentali sarà tolto quel ribrezzo che allontana dallo studio delle lingue straniere e specialmente da quelle meno simili alle conosciute; mostrandosi con tali mezzi non essere del tutto diverse; per cui anzi si comincia a farsi famigliari, a prendere confidenza con quelle percórrendo i punti di contatto tra le ignote e le note, e cosi procedendo secondo il mclodo più naturale e dirò istintivo, al quale fiuo ad ora poco hanno pensato i precettori. Segnati questi punti di comu- nicazione, l'apprendimento deve procedere con franchezza; dappoiché veniamo fatti persuasi che le lingue le più lontane ebbero le loro origini ed il progresso, non solo sem- pre secondo l'umano triviale ideologico e fonetico impulso, ma che vi sono relazioui di parentela e di simpatia dalle più antiche alle ultime, dalle parlate negli estremi con- fini alle eollissime d'Europa centrale ce Siccome le parole si formano per l'occasione e si riportano ad eventi ed alle cose; così io stesso seguendo questo processo della natura ho latto sempre compagna l'espo- sizione «Ielle ragioni, delle forme, dei tipi ce. delle parole alla narrazione delle cose che ebbero rapporto di causa o d'effetto o di coincidenza con date parole: e pel fatto che appunto l'imitazione dei processi naturali è la via migliore nelle arti; sembrami che per tal metodo l'apprendimento riesca assai facile, e per nulla noioso; mentre in questa maniera si viene ad apprendere quasi conte avvenne la prima volta per tali uomini dai quali e sotto i quali dati suoni articolali e carichi di rappivscnlanzc ideologiche si produssero o furono uditi, e come accade tutto giorno delle persone illetterate che ap- Digitized by Google — 27 — prendono lingue nuove (ter commerci dialogici coi nazionali delle detle lingue nuove e coli' impressione contemporanea sui loro sensi degli oggetti ai quali nella lingua nuova tali dati nomi o frasi corrispondono: tutto all'opposto di quanto si praticò general mente finora; dove si aveva innalzata una muraglia chinese tra P istituzione nel fatto delle parole e quella delle cose. Nelle prime dieci classi di studio si apprendono le pa- role, e per la curiosità dei fanciulli che domandano avidamente la cognizione delle cose, questa è contrabbando; dopo le dieci classi di studio delle parole allora lo studio delle cose, e questa separazione della scienza delle parole da quella delle cose persistè (Up|xii anche nella distribuzione delle professioni sociali, ed anzi ancora in mólti luoghi sussi- ste; chi professa scienza di cose e chi di parole; P uno appartiene ad una casta del tutto segregata, e talora i membri dell'una guardano sdegnosamente sull'altra: e questa scienza delle parole scevra da ogni contatto con quella delle cose fermò l'umano intel- letto ahimè quanto tempo col purismo, coi centoni, colla dialettica, coli' Arcadia! Questo studio delle parole segregato da quello delle cose fu tutta o quasi tutta la scienza dell'antichità. A Gellio domanda ad un grammatico cosa s'intenda per bidente» dette così per lo più le pecore ed altri animali, e questo grammatico risponde: «Quaere ca potius quae a grammatico quaerenda sunt; nam de ovium dentibus opiliones per- conlantur » {A. Geli. XFl. 6). Un altro grammatico domandato cosa volesse dire «ex jurc manu conserlum - risponde dispettosamente: uAut erras adoleseens, aut ludis; rem cnim doceo grammaticam, non jus respondeo. Si quid igitur ex Virgilio, Plauto, Ennio quaerere liabes, quaeras licei © i Digitized by Google i RIVELATI DALL' ANALISI DELLA PAROLA. PARTE I. SAGGIO DI STORIA NATURALE DELLE LINGUE. ORIGINE DELLE LINGUE. apparato deir articolazione dei suoni neir umano organismo. La voce umana è un suono emesso dal- l'aria, (I) che non può prodursi se non seguen- do le condizioni generali delle leggi fisiche che i ruolini» i fenomeni sonori, e che > iene modifica- to a norma della figura e materia dei corpi pei quali deve passare o coi quali viene a contatto; c l'umana organizzazione relativa alle manifesta- zioni vocali si presta squisitamente all'armonica e svariala applicazione delle leggi acuslico-fonichc. L'apparato inserviente alle emissioni vocali ed alla loro articolazione, che viene a costituire la parola, si compone di varie parti concordemente disposte, e con somma economia ad altri usi, oltre Tali parti divisamente considerate si chiama- no : trachea , laringe , epiglottide , lingua , fa- ringe, fosse iiasaii, velo pendalo, volta palatina, denti, gengive, labbra, guancie, mascelle. (I) Deslull de Tracy, Oramai. II, dicp: « Le voci e le articolazioni no (i ai suoni. * VOL. I. ÌSella tavola qui annessa si rappresentano tutte queste parti in sezione verticale, giacendo il cadavere sul lato sinistro: colla succinta descrizio- ne di questa tavola si dimostra la sintassi di tutto l'apparecchio. Cominciando dalla parte inferiore (A) vedesi il canale della trachea, per cui passa l'aria, sia entrando sia uscendo dai polmoni, i quali per la mantici estendibili e compressibili ; essi sono rin- chiusi nella cavità del petto e comunicano col- l'asper'arteria o trachea che serve come di tubo a questi mantici. K la trachea un tubo costituito da sedici a venti anelli cartilaginei, incompleti, perchè inter- rotti nel terzo posteriore, collocati orizzontal- mente uno sopra l'altro e separali da intervalli membranosi^ ristretti. Questo tubo si continua con la cartilagini- cricoidea , eosi delta perchè fatta a guisa di anello e che forma tui cerchio esatto con cui co- mincia la laringe. (B) La laringe è un organo cavo, cartilagineo ed elastico; nel suo insieme ha la forma d'un co- 5 Digitized by Goc - 34 — no rovescialo, |>erchò più largo nella parte supe- riore, che non in quella che si continua colla tra- chea. Formasi oltre che della cartilagine cricoi- dea, al dinanzi di una cartilagine composta di due porzioni quadrilatere unite ad angolo a- culo e che vanno a costituire quella sporgenza, vi- sibile specialmente nell'uomo maschio adulto sot- to la strozza, detta volgarmente pomo d'Adamo; tale cartilagine si trovò somigliante all' antico scudo dei Greci per cui fu detta da «upe'o?, thy- reoidea. Di dietro unisconsi coi lati di questa car- tilagine altre due dette arilenoidi, cioè simili ad una cazzuola da muratore. Verso il mezzo della faccia interna della la- ringe vi sono due rialti, uno a destra, l'altro a si- nistra, formati da fibre elastiche e parallele, che si dicono corde vocali, o legamenti inferiori della glottide. (') Qui non si vede che la parte sinistra. Sopra queste corde vocali vi sono due piccole in- fossaturc delle seni o ventricoli della laringe, stesi dalla cartilagine lircoidca alle arilenoidee e que- sti sono sormontali da una piega che diecsi le- gamento superiore delia glottide. (') L'intervallo (C) compreso Ira i legamenti suiKM'iorc e inferiore d'un lato e quello del lato opposto e d'onde esce od entra l'aria nelle vie re- spiralorie è la glotlide. Quest'apertura oblunga «lai di dietro al davanti ha circa dieci od undici lince di lunghezza nell'adulto, posteriormente ne ha due o tre di lunghezza, anteriormente essa si ristringe pei legamenti stessi che la costituiscono : variano però le dimensioni secondo l'età, il sesso e le differenti circostanze della vita pei movimen- ti delle cartilagini aritcnoidi. La glottide è la parte essenziale della larin- ge ; essa è veramente l' organo della voce : se si pratichi una ferita inferiormente a questa, la voce si estingue; se si ferisca trapassandola al di sopra, si perde la parola, ma non la voce. L'apertura della glotlide si apre e si serra nella vita con moti isocroni al respiro: nel mo- mento in cui l'espirazione cessa, il rilassamento termina; la voce è quasi sempre un fenomeno espiratorio ; effettuasi per la contrazione dei mu- scoli intrinseci della laringe, per cui i lati della glottide e la sua apertura cangiano di posizione. La glottide si ristringe nell'atto di produrre un suono: (1) basta che la glottide resti aperta da una dodicesima ad una decima parte (2). Se la colonna d'aria incontri nel suo passag- gio attraverso la glottide tutte le parti rilasciate e poco capaci di vibrare, il suono cessa di produr- si ; ogni ingorgo della superficie della glottide, come succede nei reumi, nelle infiammazioni di quelle parli agisce ugualmente togliendo e dimi- nuendo la loro capacità di vibrare; nella vec- chiaia la voce si fa tremolante per l'ossificazione delle cartilagini, e per la tenuità della colonna aerea che può esservi tramandala dai polmoni ; sicché non arriva ad empire il lume del tubo del- la trachea e della laringe. L'estremità superiore della laringe si coutinua dinanzi e ai lati per mez- zo di una membrana assai larga e densa fino al- l'osso ioide (cioè fatto come un u greco) che se- gue colla sua forma quasi paralcllamente la can- na tracheo-laringca. L'apertura superiore della laringe collocata al di sopra della glotlide ha la figura d'un trian- golo di cui la base è dinanzi, e la sommità di die- tro, la sua direzione è un poco obbliqua dal di dietro in basso. L'epiglotlidc (D), specie di coperchio mobile adattabile all' apertura superiore della laringe, elastico, ili natura fibro-carlilaginca, continuo al- la base della lingua e libero dalla parte diretta posteriormente ; la sua (accia iariugea rivolta in basso è concava dal basso in alto e c omessa dal- l'alto in basso, la faccia linguale è concava e con- vessa in senso opposto al precedente. La direzio- ne dell'epiglottide varia nelle diverse circostanze della vita; è verticale nello slato ordinario, oriz- zontale nell'alto d'inghiottire. (E) Ci rappresenta uno spaiio vuoto detto faringe, che oltre di essere l'atrio per cui discen- dono i cibi, serve al meccanismo d'alcuni suoni. (1) Slavo. Outlines of human phvsiologj. London. 1833. (2) Kempekn Ludolphi. Meclianiamus der meo- schlichen Surache, pag. MI. Digitized by Google - 35 - Estendcsi dalla base del cranio discendendo dinan- zi al corpo delle vertebre che sostengono il capo, ai lati limita varie parti molli; trovansi in pro- spetto alla sua powione vertebrale superiormente le fosse nasali, inferiormente la faccia posteriore del velo penduto; più in basso l'apertura gut- turale della bocca, la base della lingua, l'epi- glottide, l'entrata della laringe e la sua faccia po- steriore. La lettera (F) ci rappresenta la vòlta del pa- lato costituita da una lamina ossea sottile dispo- sta orizzontalmente e in cui si considerano due faccie, l'una inferiore arcuata, visibile sopra un uomo vivo, terminata dalla fila supcriore dei den- col velo pendulo, specie di sipario teso tra la ca- vità della bocca e la parte media della faringe; il velo pendulo termina liberamente nel suo orlo in- feriore e in mezzo con un corpicciuolo simile ad un grano d'uva, per cui dicesì uvola, lateralmen- te da due arcate tese da due muscoli che servono a stirare a destra od a sinistra il velo pendulo stesso. L'altra faccia palatina superiore orizzon- tale serve di base lateralmente alle fosse nasali e nel mezzo al setto del naso. Questa è una parete ossea sottile, cbc sorgendo verticalmente dal di dietro al dinanzi dalla superficie accennala del- le ossa del palato cougiurigcsi presso la {Nirte ante- riore con una lamina ossea che discende dalla parte anteriore della base del cranio e costituisce un tramezzo esalto teso dalla vòlta palatina alle narici anteriormente e superiormente fin oltre la radice del naso, cioè fino alla base anteriore del cranio. Levato questo setto vedesi la fossa nasale destra, una delle cui pareli sarebbe costituita dal- la faccia destra del setto che si è levato, l'inferio- re è la faccia superiore destra delle ossa costi- tuenti la vòlta platina ; la parete che si ha dinan- zi opposta a ({tifila del setto presenta tre specie di vòlte sorgenti (G) orizzontalmente dalla parete stessa, tre grondaie rolla convessità rivolta supe- riormente e la concavità inferiormente, cosi che vanno a dividere in tre portici inferiore, medio e superiore parte della vacuità delle fosse nasali; le fòsse nasali si continuano sempre ristringendosi uella direzione superiore ed esterna dove termi- Superiormenle in continuità coll'epiglotlide si rappresenta la lingua (H) attaccata inferiormente alla base fino al frenulo ; essa è costituita da stra- ti muscolari in diversa direzione, pei quali può piegarsi inferiormente, superiormente ed ai lati, ritorcersi, accorciarsi e sporgere e stendersi fuori della bocca. Narrasi che i Negri possano arrove- sciarla così verso la gola da giungere per tal ma- niera a soffocarsi. La lingua può graduare i suoi moti dalla somma alla minima violenza e adattar- si alle superficie dei corpi si da modellarsi sulla loro forma. 1 denti (I) appartengono a due arcate opposte, l'una superiore, l'altra inferiore; i denti anteriori incisivi e canini hanno una parie attiva neh" arti- colazioni' dei suoni. La mascella ( J ) inferiore si arti- cola dinanzi all'orecchio e si può discostare dalla supcriore per un angolo acuto che anteriormente tra l'acie dei denti incisivi superiori ed inferiori potrebbe misurarsi nella distanza maggiore pos- sibile di circa due pollici. La mascella si muove anche in senso orizzontale, ma tale moto non importa all'articolazione dei suoni. L'estremità molle anteriore della bocca è co- stituita dalle labbra (L), anello muscolare odcsoalle ossa hi distanza d'un |H>llicc dai suoi orli e dove terminami otto paia evmelriclie di muscoli, per cui s'incresjjano, si abbassano, s'innalzano, si av- vicinano e si allontanano le labbra stesse, e si gonfiano e si contorcono le gote. Le guancie con- tinue colla regione delle labbra costituiscono le pareti laterali molli della cavilà della bocca. Tutte queste parli descritte generalmente, solo per quanto si credè necessario per l' intelli- genza dei fenomeni vocali e d'articolazione dei suoni, sono tappezzate da una membrana conti- dalie labbra e dalle narici si addossa alle pareti ed a tutti i meati di questi organi solo lasciando scoperti i denti dei quali orla le parti inferiori costituendo le gengive. Tutte queste parli mante- nute in vita dalla circolazione c dal sistema dei nervi della vita propria, si muovono nelle forme Digitized by Google enunciate per ispeciali muscoli che contraendosi ite cangiano gli atti e le pose e le stirano nei sensi della loro contrazione, i quali muscoli rice- vono l'influsso dai nervi della vita di relazione. Le labbra sono da considerarsi come un lembo mobile, espansibile e retrattile, che getta il suono, gli dà più o meno forza, lo modifica, lo costringe, Io estingue; la lingua, come un raar- lello ondeggiante che attacca i tasti con asprezza o li sfiora; i denti come lambrette ferme acute e stridenti; il palato come un timpano grave e so- noro. Kempelen chiama canale orale io spazio compreso tra la laringe e il palato. La voce umana si forma nella glottide: la rtcria si comporta come il tubo d' un L'ilio a mantici : questo tubo comunica col- la glottide. Nella parte superiore della cavità la- ringea i legamenti inferiori della glottide, l'epi- glottide, la cavità nasale ed orale corrispondono ai corpi di tubo di quest'istrumento che modifica- no bensi il suono ma non lo producono (Miiller, Physiol. IL iW). 1 varii difetti di questi organi inducono l'in- capacità o l'imperfezione nell'efficienza di qualche suono articolato. Entrano in questa serie, il labbro leporino con divisione perfino di tutta la vòlta palatuia e del velo penduto; le deformazioni artificiali in uso presso alcuni popoli selvaggi come quelli che si forano il labbro inferiore, quelli che tagliano le labbra per lasciare allo scoperto i denti , il costume di strapparsi i denti in qualche occasio- ne, come nella morte di qualche consanguineo ; perciò la perdila naturale o mancanza dei denti presso qualunque individuo ; i vizii della lingua per perdita di sostanza, come per ferite. Un Damerò di fatti dimostrò per altro che varii suoni potevauo ristabilirsi in questa circo- stanza; (1) lo strato carneo che forma la parete inferiore della lingua e specialmente ciò che ri- mane di genioglosso ponno in qualche parte so- stituirsi alla Uugua. ;l) Io ho conosciuto una signora alla quale man- cava il terzo anteriore della lingua ; desiderava*! por lei la pronuncia dei suoni r. q, 3, I. rf, r. - 36 - Di più l'aderenza eccessiva della lingua alla parete inferiore della bocca, e talora i margini della lingua aderiscono alle gengive, e finalmente la lunghezza del frenulo. « Balbuzie. Quella specie detta esitazione di- pende da imperfetta influenza nervosa nell'appara- to nrticolatorc dei suoni ; dove se ne ripetono spe- cialmente alcuni come co co, ta ta ec. Trovasi nei l, ninnili, negli uomini rozzi che non hanno eser- citata la funzione della loquela ed in tutte le affe- zioni die occupano il centro 0 le dipendenze del- la innervazione relativa. Questa spiegasi più evi- dentemente nei suoni effettuali per opera della lin- gua, i di cui moli più rapidi e composti esigono maggiore attività. La balbuzie speciale, cioè per qualche singolo suouo, dipende da imperfezione degl' istrumcnli che per effettuare tale determina- lo suono agir devono. Il mutismo è per lo più effetto di sordità, quale! i>- rara volta di vizii organici nelT apparalo articolatore ; talvolta per difetto di sviluppo cere- brale. Non a questa sola umana forma dell'appara- to vocale e della loquela e dato di articolare i suoni di cui l'uomo è capace ; abbiamo l'esempio di certi ammali, specialmente di alcuni volatili, co- me delle specie dei pappagalli e delle piche, che sono capaci d'imitare l'umana voce e di ripetere le parole degli odierni linguaggi. La loro boera considerata generalmente offre delle parti che agiscono come animelle tra le pareli estensibili, cosi da potersi paragonare al canale orale. Di più, vi hanno certi suoni proprii di alcuni ammali che somigliano ai suoni dati dagli organi vocali dell'uomo. Il Francolino, Tetrao Lagopus (Linneo), spesso colla sua voce sembra die rida (Diz. di Napoli Tramater). I galli nella stagione di calore mandano certe grida che somigliano al gemito mfanlile, lai altra prolungano una voce che potrebbe scriversi miiaaaooo. Si possono ottenere suoui analoghi agli umani articolati con mezzi artificiali costruiti dietro le teorie del meccanismo fisiologico che effettua tali voci. Rcmpelen e Wiilis si occuparo- no di questo artificio ; le macchine erano imper- Digitized by Google — 37 — felle perchè richicdcvasi un apparecchio speciale per ogni vocale ed ogni consonante ; perciò era difficile di unirli ad un solo mantice per la produ- zione delle parole. Nel 1779 Kratzcnstein aveva ottenuti i suoni delle vocali trasmettendo l'aria attraverso le canile piegate in certe forme ango- lari. Kempelen combinò di poi un apparato dal quale si ottenevano parole e sentenze limitale ai più semplici suoni. Finalmente si arrivò a pro- durre coU'imitazione dell'apparato fonetico uma- no un automa parlante. Il professore Faber, ma- tematico di Vienna, arrivò a tanto dopo 25 attui di occupazione: egli presentò il suo automa in Londra neU'Egyptian Hall 4846. (i) « L'appa- rato è messo in movimento da ima tastiera, che, suonata per mezzo d'un mantice, produce a piace- re tutti i suoni delle vocali e delle consonanti, e per mezzo di una destra combinazione delle chia- vi, le sillabe c le parole. La bocca della figura è fornita di una lingua di gomma elastica e di lab- bra movihili a cui viene data azione per un mec- L'iiilera serie dei suoni elementari essendo assi- curata, il discorso artificiale può essere continua- to, e l'automa può esprimere qualunque sentenza che sia a proposilo. Col contrarre o collo espan- derne le glotte artificiali aggiungonsi diversi re- gistri di tono, e la testa canta ariette, dice parole e tutto con accuratezza e politamente. Essa an- che ride e bisbiglia. Gli organi in somma dell'ar- ticolazione riproducono qualunque dei fenomeni vocali. La voce che viene dalle labbra della figura è aspra e penetrante, e la cauta maniera in cui so- no pronunciate le frasi si assomiglia a quella di un fanciullo die imita un istruttore (2) ». (I) Il dottor Brewslcr aveva già predetto ebe le conquiste della scienza avrebbero contato una mac- china parlante e cantante. fi) (Daily .New», e Gaiz. Priv. di Milano. Gazzetta Veneta 14 agosto 1846). Meccanismo /Velia produzione d'ogni àngolo suono articolato, di cui è capace l' umana organizzazione nello slato di vita, nelle varie condizioni in- trinseche di tetto, età, temperamento, abitu- dine, e nelle esterne di clima, stagione, suolo, posto sociale, ec. Descritti gli organi inservienti all'articola- zione dei suoni, osserveremo a parte come questi organi singoli od in unione debbano agire nel- l' atto di produrre ciascuno di questi suoni, quali nelle nazioni colte si souo ormai riconosciuti ele- mentari e semplici ed ottennero più o meno pre- cisamente appropriati grafici segni. Comincian- do dalle parli posteriori e più interne esplo- riamo il meccanismo efficiente i suoni gutturali, i quali si considerano come distinti dalle vocali r dalle consonanti (1). ' L'aspirazione più forte, della cui manifesta- zione sicno capaci gli uomini, si eseguisce col- l'applicazione violenta della estremità libera del velo pendili» e sua appendice uvola, sulla parie posteriore della base della lingua, mentre in pari tempo la base stessa della lingua tende ad incon- trare il velo pcndulo, che mettendo l'aria per le due fessure ristrettissime che lateralmeutc al- l'uvoia si lasciano, ne risulta un suono, quale al- lorquando vogliasi escreare. Yacquemont l'ha |w- ragonato al suono che si produce nell'alto di vo- ler liberarsi da ima spina di pesce che fosse nella gola (2). Tal suono è ignoto agli Europei, eccet- tuati gli Spagnuoli, i Turchi, gli Ebrei ed i Zin- gari. Vi ha pure nella lingua boema. Mùllcr par- la di questo suono nominandolo x posteriore ch'e- gli trova nella Svizzera, nel Tirolo e noli' Olan- da (Physiol., t. II). Presso le nazioni orientali viene rappresentato con questi segni, dalla lette- ra n (ched) dell'alfabeto ebraico, dalla lettera £ (1) Luzzato. Prolegomeni alla Grammatica Ebrai- ca. Pag. 80. (2) • Lalla-Roockh di cui tu non saprai pronun- ciare il nome in persiano a meno di non (strangolar- li espressamente con una spina di pesce per dir be- ne il ftn persiano » (Viaggi nell'India T. II. ±M). Digitized by Google (kha) degli Arabi, dei Persiani, dei Turchi ^ (I) sanscrito: cosi in copio £>, così in ispagnuolo X. Nei caratteri Iriiicii così Nel \ vaca rana del P. Paolino trovasi notato Ira i gutturali il suono d% *r della lingua san- scrita. Lo stesso meccanismo del precedente eser- citato con minor grado di forza senza la violenta applicazione del velo pendulo contro la base del- la lingua, da un suono aspirato meno aspro, im- |terfel temente espresso nella scrittura tedesca dal- l'unione dei due segni c ed h, eh, e con segni ap- propriali da alcun- nazioni : dagli Ebrei per la 2. Il chiarissimo Luzzato la classifica certo fra le gutturali (2). Questo suono è comune agli Arabi, ai Persiani ed ai Turchi che così Io rappresenta- no d. 1 Greci moderni usano questo suono che rappresentano per y.. Anche i Francesi usano d'un'aspirazionc clic si av v icina a questa, è però meno intensa : viene rappresentala la medesima dalla lettera h come nelle parole Ilari*, Ilarpie (3). I bordi del velo |>eiidiilo coulraggoiisi ed il velo |>eiidulo presenta uno spazio più concavo che "oh in istato d'inerzia, si ritira posteriormente e | s'innalza; la lingua si appiatta dall'apice verso la [ base clic va innalzandosi verso la linea mediana ; | In spazio vuoto, lasciato dal velo pendulo e dalla lingua, è maggiore che nelle due articolazioni precedentemente descritte; emettendosi il fiato, (1) Eichhoff.WC Parali.^ (P. Paolino, S. Dai 111. Vvacarana. 6). (2) « La lettera 3 ha un che di gutturale, non sen- za qualche affinila coltali 1 (Proleg. 194). (3) Mùller comprende sotto il nome di z — eh tre suoni, che qui si nominarono colla H e colla 3 Egli dice elio la lingua si avvicina al palalo per produrre il x e l'aria passa per uno stretto lasciai) tra la lingua e il palalo : vi ha Ire specie di * se- condo il punto ove la lingua si avvicina al palato: t anteriore uguale qualche volta al « (ted.) come in liehlkh, selig. La parte anteriore della lingua si av- vicina al palalo. x medio: il dorso della lingua si avvicina alla parte media del palato, come nelle parole Tag, sa- «yen, tuchen, Aachen, ach. papachen. mamaehen: que- sto suono trovasi anche nella lingua polacca. x posteriore : il dorso della lingua si avvicina al- la parte posteriore del palalo o velo pendolo, e Mùller lo uguaglia alla n ebraica. ne esce il suono che usasi nelle voci francesi ha- reng, hardi, Uavrtec. rappresentato dall'// dell'al- fabeto latino, che fra i popoli italici sogliono proferire più frequentemente i Toscani ( 1 ). Il ru- more dell'aspirazione esprime la semplice risuo- nanza delle pareti della bocca durante l'aspirazio- ne dell'aria. Rappresentasi colla n (he) in ebraico, ^ in fenicio, a (sh\), £ copto, e (arab., per»., turco). Tal suono è cosi naturale e facile ai popoli orientali ch'essi dicono che Dio creò il mondo col solo pronunciare questa lettera, per esprimere la spontaneità dell'onnipotenza. I suoni gutturali si formano tra lo stretto formato dall'epiglottide e dal velo pendulo. Sebbene i nostri occhi arrivare non possono ad esplorare l'azione dell' epiglottide nell'aspira- zione, si giudica per l'uguaglianza del suono emesso nella pronuncia dell'aspirata più forte ri- tenuta la n in ebraico clic servir ci deve come tipo deciso, col suono che si produce nell'atto di escreare ; onde si deve conchiudere che l'organo che più agisce neh" emissione di questi suoni sia l' epiglottide, giacché è dessa che uell' atto di escreare deve riprendere la mucosità che dalle vie aeree per gli atti della tosse si slanciano con- tro le pareti costituenti la regione delle fauci ; es- sa è perciò sommamente operosa nelle flogosi reumatiche della mucosa bronchiale e laringea, dove si vedono separarsi nell'ultimo periodo por- ziom di muco ghilinoso, concreto, che aderiva te- nacemente alle mucose stesse e più spesso alla superficie inferiore della medesima epiglottide. I>es Brosses aveva giudicato che i suoni gutturali fossero proprii dei climi caldi ; e di fatti trov ansi nelle li nguc semitiche nate e svolte sotto cielo meridionale. Sotto quelle circostanze non riesce incomoda l'iulroduzionc dell'aria per l'apertura della bocca, nel quale atteggiamento sogliousi proferire. Trovansi per altro i suoni gutturali anche nelle lingue del Nord, e non è iti- ti) « li conlractis paulum faucibus venlus exha- lat . (Marlian. Captila, GrammaL L. HI, Do format lille ramni). Digitized by Google - 39 — dispensabile di tenere la bocca aperta per Tare agire gli organi vocali più interni. La lettera V si eseguisce mentre la base della lingua s'innalza verso Fu vola e il velo pen- duto, e l'aria si avvia in parte per questo stretto die ne risulta e in parte per le fosse nasali ; sicché il suono si genera propriamente Ira la parete |>o- slcriore del velo penduto addossato alla base del- la lingua e l'opposta parete faringea nella sua parte superiore e l'adito delle fosse nasali. Si rende marcatissinio questo meccanismo chiuden- do le narici, dove si sente jicnelrare fino al punto delle cartilagini die si tiene compresso. Questo suono è ovvio uci soggetti che furono privati di ima parte del velo pcndulo, o che abbiano in «niello una soluzione di continuo interessante tut- ta la spessezza del medesimo, e cadono viziosa- mente in questo suono quando occorra loro di l«-oferire la A. La ragione è evidente : in questi rasi non può l'aria, spinta fuori dalla glottide, diri- gersi con tutta la sua colonna nel senso del pala- to ; ma una parte si fa strada sotto il sipario del velo pendulo e va a dirigersi verso la faringe e nel senso degli aditi posteriori del naso in assai mag- gior copia di quello che per la pronunda dell'/V si richieda, per cui si produce questo suono che po- trebbe dirsi faringo-nasalc. Questo suono è pro- prio degli Orientali e specialmente degli Arabi e degli Ebrei ; più dolcemente si pronuncia andie dai Turchi. Qui la ragione della frequenza di tal suono è da ricercarsi in parte nel clima per cui s'induce l'abitudine di tenere la bocca aperta, e inoltre per l'uso più frequente delle parti più intente Rappresentasi tal suono nell'alfabeto arab., pera., turco cosi e . cosi in fenicio \J Questo suono odesi pure nell'atto del ronchcggianicnto. €3 Nel Vyacarana del P. Paolino (pag. 7) tro- vasi con questo segno nominato un suono della lingua sanscrita (nga) ch'egli dice prodursi colla lingua ritratta indietro, un poco arrovesciata e fe- rente cou dolcezza il ]>alato, sicché riesce suono nasale e balbo. focali. Kratzenstein e Kempelen fecero vedere che le condizioni ricercate per la produzione d'una o d'altra delle vocali riduconsi al grado di ampiezza del canale orale (Kcuqielrn chiama cosi lo spazio compreso tra la laringe e il palato) e l'orificio buccale. Certe vocab esigono che 1* orificio buccale e il canale orale sieno larghi, altre che tutti due sieno stretti, altre che l'uno sia largo e l'altro stretto : A ed E dipendono principalmente dalla (brina dello spazio compreso tra la base della lingua e la faringe (Purkinje). Questo spazio è grande. Sembrami che per VA il velo pendulo si ritiri presentandosi in forma concava come min vela con vento in favore. A produrre il suono E richiedesi la stessa azione del velo pendulo, ma la base e il dorso della lingua s'innalzano orizzontalmente un poco, sicché lo spazio, la capedine tra il velo pendulo. il palato e la lingua tassi un po' più ristretto che nel suono A e d'una curva come d'una grondaia colla concavità guardante il tetto (1). Se questa specie di cunicolo cosi formato si prohmghi per opera della lingua coli' applicarsi contro l'arcata dentale supcriore producesi il suo- no E stretto. La posizione delle labbra per questi suoni è indifferente (2). Se questo cunicolo ancor più si prolunghi per opera delle guancie addossate contro lo sche- letro osseo che ricoprono e pel ristringimcnto delle labbra sporgenti nello stesso tempo, come rimboccatura d'una tromba, mentre i denti incisi- vi superiori non distami dagl'inferiori che po- che lince, l'aria emessa in quell'alto produce quel suono vocale simile alT£ marcalo dai Francesi coU'uiiioue delle due lettere E ed U eu, e dai Te- deschi e dagli Ungheresi coli' & /. Questo cunicolo formato dalla volta pala- lina e posteriormente dal velo pendulo rendendo- ci) « A sub hialu oris congruo solo spirilu ine- moramus (Maruan. Capella, Grainmat. L. IH. De for- mat. Liltcr.) CD « E spirilus facit lingua parum pressiore • (Marlian. Capella. L. c.) Digitized by Google — 40 — si ancora più angusto per opera della lingua che colla parte inedia tocchi la vòlta del palato, e se si emetta l'aria in tale atteggiamento ne esce il suono I (1). Forse la necessità del contatto della lingua col palato fece considerare tal suono an- chc come consonante. Gli Orientali che non ave- vano un KgH0 speciale per ogni vocale, hanno per altro un carattere apposito pel suono I. La distinzione dell'I, d'I vocale ed 1 consonante è fal- lace, i>crchè il suono comandato dalle lettere cosi distinte non può effettuarsi se non collo stesso meccanismo ed è identico. Caratteri con cui si di- stingue in varii alfabeti "> (ebr.), ^ (arab., pcrs., ■orco), - (sir.), J (sanscr.), i (gr). Per remissione del suono O largo non è in- dispensabile la coopcrazione delle labbra, ma la maniera più naturale di pronunciarlo si è atteg- giando le labbra in forma rotonda. 0 rotundi ori* ipirilu comparutur (Nnriìau. Capella I. e); per 1*0 stretto tendono ad avvicinarsi ancora più. Il suo- no U si produce innalzando un poco il dorso del- la lingua verso il palalo e lenendo le labbra più a\ urinale c ristrette che non per la pronuncia dell'0 stretto. V ore cotulricto labritquepromulis rxhibctur (Marlian. Gap. I c.) Un suono più acuto, nolo sotto il nome d'« lrance.se, comune agli Ungheresi che lo marcaro- no coll ii, si produce applicandosi la lingua pi suoi tre quarti posteriori contro la vòlta palatina, lasciando sulla linea inedia un interstizio vacuo triquetro piramidale (ormato dal dorso della lin- gua un po' incavalo nella sua linea media e la vòlta palatina. Ma il calibro dell'onda aerea così preparato, passando per questo stretto, effettua, compie il suono solo all'uscire per la rima delle labbra, mentre stanno orizzontalmente applicate l'uno coutro l'altro e raggrinzate agli angoli, la- sciando un'apertura quasi orizzontale. Sembra aver voluto intendere di parlare di questo suono sotto la lettera T Marziano Capella, dicendo « T appressi» labri* spiriluque procedit » (1. c.) (I) Spiritus propc denùbus pressi? (Marlian. Ca- pella, L c.) Un suono ancora più esile si è quello deli' ù tedesco p. e. in Blùthe; dipende da ciò che la lingua applicandosi contro la vòlta palatina de- scrive col suo dorso un solco piramidale ancora più ristretto, per cui l'onda aerea giunge ancora più tenue a soffiare per la fessura labiale posta cosi orizzontalmente come nell'u francese, ma ancora più stirata dietro agli angoli. Le vocali per la facilità della loro produzio- ne abbondano nella lingua dei fanciulli. La fre- quenza delle vocali si osserva specialmente nel termine delie parole nelle lingue dei popoli che hanno bisogno di farsi intendere da lontano ; per- ciò ovvia nei sili di regioni isoUri o di spiaggia marittima o fiumana; perciò l'iato vocale nelle lingue greche, proprie di abitatori delle isole del- l'Arcipelago e delie spiagge dei continenti Jonico. Tracio ed EpiroUco: cosi osservasi nei dialetti Napoletano, Genovese e Veneto, specialmente del- le isole che a Venezia appartengono, cosi nella lingua slava della costa Illirica l'accento vocale si prolunga, e nelle lingue della Polinesia come in Tahiti, nella costa della Nuova Zelanda e nelle Marchese le vocali abbondano (Viaggi di Cook, di Bougainville ec). Nella lingua olandese trovansi raddoppiate le vocali di parole di varia prove- nienza, ma specialiuenle nelle teutoniche ; questa varietà devesi alla posizione isolare o di spiaggia di quelle provincic. Nella più naturale emissione dei suoni vocali A, 0, E y usandosi tenere la bocca aperta, abbonda- no questi nei climi caldi, in confronto dell'I/, u e dell'/ ; anzi si osserv i come l'i non è proprio se non delle lingue settentrionali delle razze dei Celti, dei Teutoni e dei Magyari, e di questi li- origini si ricercano nel Nord dell'Asia (1). (i) Disse delle vocali Varrone nei commeoUrn grammatici * A el 0 sera per principe^ sunt: / et V setnper subdilae: £ et subii et pracil. In Euripo praeit, subii in Atmilio. Si qnis putat praeire V in verbis Valerius, Vmnonius, Yolusius ani / in bis jampridem,jecur,joctim,jvcutKlum errabit; quod lue litterae cuoi praeunl ne rocales quidem sint. Digitized by Google Linguali. La lingua si presta neh' efficienza dei suoni in vane maniere, o semplicemente poggiando contro una tal data parte della cavità in cui si trova, o battendo contro una tal data por/Jone dell'apparecchio slesso : nel primo caso produce quei suoni che dai fisiologi chiamansi consonanti sostenute come /, s, s, 9, t/i (inglese) ; nel secondo caso produce i suoni esplosivi d, t, k, gh, c, g; fi- nalmente la lingua si presta vibrando irrequieta- mente contro il palato e allora produce il suono r. Suono L: produce si poggiando Torlo ante- riore libero della lingua umettata e composto a scodella, contro la parte anteriore della vòlta pa- latina alla distanza di poche linee dal sorgere dei denti incisivi, mentre l'aria non passa che dai due lati tra lei e le guaucic; si può formare que- sto suono da un solo lato (1). Questo suono è as- sai raro nelle lingue del Canada, del Brasile e del Giappone. Miiller dice che manca alla lingua zend. (Phvsiol. T. H.) E assai frequente nelle lingue del- le isole della Società e degli Amici. Si rappresenta cosi in greco A )., in ebraico *?, in copto Js. (sanscr.) ^ (sir.) GÌ italiano corrispondente all'/ mouillé dei Francesi come in paglia, coglici*. La lingua deve essere mollo umettala, il meccanismo è analogo a quello dell'/; ma la lingua agisce con qualche urlo contro la parie del palato opposta. Z. L'estremità della lingua si tiene applicata ed immobile presso le gengive interne dei denli incisivi superiori e si appoggia colla sua superfi- cie continua contro la superficie interna dei denli stessi, le file dei denli combaciano, ma all'apice la lingua lascia un piccolo intervallo Ira se stessa ed il palato, l'aria uscendo per quell'interstizio pro- duce il suono = (2) dolce spingendosi l'aria dolce- mente come in zoilo, zona, rozzo; se con violen- za il suono z aspro come in ozio, Azio, due suo- ni che meritano un segno distinto per ciaschedu- no. Sono suoni sconosciuti alla lingua francese, (I)/. lincila palatoque dulcescil(Marti»n.Cap.l.c.) [ì) Z. Idcirco Appi us CI. delesUlur qnoil dcnlc ? morlui dum exprimit irailalur (Martini. Gap. I. r ] Vou I. il - dove il seguo che loro si era applicalo preso dal- l' alfabeto latino vale invece pel suono «. Questo suono è distinto co' seguenti caratteri ì (ebr.) ; (sir.)^ (ar. pers. turco) £ (copto) £ Z (greco) ; ecc. Questo suono è assai frequente nelle lingue settentrionali , per la ragione del clima; tenendo- si i\i chiusa la bocca e serrati i denti, come più di tutto osserviamo negP Inglesi, la lingua ope- rosissima nel meccanismo dei suoni presenta nel termine di molti movimenti, poiché fu innalzata, iiell' atto di riposarsi questa posa nella quale ap- poggia contro i denti incisivi e che si presta al- l' effetto di sibilo nell'uscita dell'aria. S. Le file dei denti avvicinale od in contatto, l' orlo Ubero della lingua poggia contro P arcala alveolare dei denti incisivi superiori, od un poco più alto contro il palato; non vi ha bisogno che il resto della superficie inferiore della parte libe- ra della lingua si adatti alla faccia interna dei denli incisivi stessi: ciò facendo si produce il suo- no s; sicché pel suono s in confronto che pel s si esige uno stretto più corto per cui passar deve l'aria tra il palato e la superficie mobile della lin- gua. La lingua forma una linea curva concava el- littica in opposizione alla vòlta palatina e nel mez- zo in corrispondenza all' apice della lingua non poggia questo contro il |»alato, lasciando una pic- cola fessura come d' un fischietto di len-a cotta di quelli con cui giuncano i fanciulli. La maggior lòrza nell'atto di spingere l'aria coutro questa léssura produce l j forte come in Sogno, Santo, la minore produce l'i dolce come in ! Ilota, Casa. S dolce somiglia al sibilo ( I ), la forte al fischio. La S da alcuni Grammatici si conside- ra come sibilo, ne si conta fra le lellcre (Gramui. Giacca. Semiti, l'alav.) Il suono ,v è assai frequente nei vecchi, ed anzi prolungasi talora la sua pronuncia in tali soggetti con un sibilo, diléllo prodotto dalla pri- j vazione dei denti incisivi, per cui l'aria dopo l'o- missione normale dell'* non si trattiene ma sfug- ge per la fessura lasciata dai denti |*t l'orlo mol- (I) S giliilum rjcit denlilius rnrlwralis (Marlian. ! Cip. I. c.) ti Digitized by Google le delle labbra. Alcuni invece dell' j pronunciano un i, il quale difetto chiamalo iotacismut, dipen- de dal poggiare il dorso della lingua, anzi che l'orlo anteriore, contro la vòlta palatina. 5 rappresentasi in ebraico per D ed anche per w" in sanscrito ff e nel carattere ar. pers. turco j», in greco S 3. 6 (greco). Le labbra nello stalo naturale, i denli inferiori e superiori lasciano fra l'una e l'al- tra serie uno spazio bastante a comprendere l'a- pice della lingua o la parte più vicina all' orlo anteriore di quella, che vi si frappone. Se si spin- ga leggermente Paria in quella piccola fessura che appare tra la parie superiore dell'apice della lingua in quiete e i denti incisivi superiori si pro- duce il suono 6 cosi espresso dall'alfabeto greco, e pure proprio della lingua inglese. Se si spinge l'apice della lingua tra i denti anzi un poco fuori, si comprima questo contro l'arie dei denti su|w- riori senza toccare gl'inferiori e si ritragga nello stesso tempo la lingua dietro i denti, si produrrà il suono che dai Grammatici di lingua inglese scri- vesi th e si distingue col nome di th dolce. Stan- do gli organi nella stessa posizione, se prima di ritrarre la lingua si mandi un semplice fiato anzi che uii tono, si avrà il th aspro (1). Stando la lingua col suo dorso elevalo verso la parte media del palalo lasciando passare tra la sua convessità e la vòlta palatina l'aria produ- cesi il suono A, CU italiano, come in chi, e rappre- sentato dal c come in caso, corso e che è affatto uguale al suono q come in quale (i.'). In questa |>osa il momento importante è la chiusura del ca- nale orale nell'applicazione del dorso della lingua contro la vòlta del palato che le sovrasta, la qua- le chiusura si apre poi passaggio del fiato. Miiller dice che può prodursi il suono anche nell'atto di chiudere invece che in quello di aprire queste vie. Il suono viene a prodursi nella parte do\e tra la vòlta palatina ed il dorso della lingua resta uno spazio semilunare. L' estremità della lingua può (1) Ebers. Theor. utid praktisciie Gramm. ikr En- glisrlien SpracDC, 1X12. ('!) K bucibni pjlaloque fornialur Q appulsu pa- lati ore rcslriclo [Marlin. Gap. L c.J i tanto giacere quanto ripiegarsi verso il palato e poggiarvi; per questo suono tal porzione linguale è indifferente. Un errore continuato nelle nazioni euro|)ee fece servire per questo suono il segno c che e promiscuo ad un suono del tulio diverso e che si produce dall'apice della lingua battente contro l' arcata alveolare degl' incisivi superiori p. e. nelle parole rio, cero ; mentre il suono che qui si è indicato si eseguisce non già battendo ma poggiando colla lingua nella posa descritta; e questo è un suono sostenuto mentre il vero c p. c. in cera non si può continuare. Il q poi rappresenta affatto l'identico suono prodotto col dorso della lingua come si può ac- certarsi nelle parole che si scrivono si con V uno che con l'altro segno; p. e. gli antichi Latini scri- vevano arquus, arquatut e poi si stilò arau, ar- cuatus (Calep. Ambros. in voce arquatus). Corrispondono a questo suono i caratleri D (nella punluazioue con daghesch) p (cbr.) . ( ar. pers. turco) Sfi (sanse.) K (copto) R, x (gr.)ecc. Gh (ledesco). G seguito da mia consonante o da una delle vocali a, o, u questo suono diver- sifica solo dal Q o GH sopra indicato; perchè nel GH viene spinto il fiato con minor grado di for- za ( 1 ). Secondo Miiller il gh diventa koq aggiun- gendovi un'aspirazione; egU chiama il k esplosi- va aspirala. È suono assai frequente nelle lingue Malesi e in tutte quelle dove si usano molto le gutturali. Sia il Q al GH come il C italiano al G : le pose nel Q e nel GH sono eguali, e cosi nel C e ! nel G. Solo il pxado e diverso. Caratteri che vi cor- rispondono. Oltre quelli comuni al G dolce negli alfalieti europei, (in ebraico) 1, (in pers. ar. tur- co) i ÌS. L'orlo della lingua si posa contro la vòl- ta palatina come pel suono /, ma vi poggia con maggior forza, anzi urta contro. La Iwcca può slare sì chiusa come aperta. L'aria penetrando in quell' atlo produce il suono n mentre esce poi ca- nale del naso. I soggetti nei quali per qualche di- fello le carità nasali sono oblilerate od in qualche (1) C spiritus cum palati» (Martian. Gap. I. c.) Digitized by Google - 43 - parte ristrette, invece del snono A suono assai vicino al D. Varronc pretese che ia lettera A si pronunciasse diversamente quando vi seguiva ia G e la C: « Inter litteram A' et G et C est alia vis ut in nomine anguis et angaria et an- cora incrtpat incurvii et ingenutu. In omnibus enim his non verum A sed adultcrinum ]>ouitur. Nani A T non esse lingua judicio est. ISam si ea lat- terà essct lingua palatum tangere!. » (AuL Geli. Varrò in Granunaticis) (1). Caratteri J J (ebr.) fi (sanscr.) ^ (ar. pers. ture, hind.) Gn italiano, $ spagnuolo, nh (Portoghese). Per pronunciarlo si esige che le arcate dentali non dislino una dall'altra più di poche linee, e se combacino tanto meglio; l'apice della lingua spor- ge c si avvicina alla fessura dell'arcata dentale, mentre la sua superficie superiore presso 1' orlo balte mollemente contro la parete interna dei den- ti incisivi superiori e la continuila concava pre- sentata dall' interno dell' arcata alveolare e parte anteriore palatina. Richicdcsi sempre la Ubertà delle narici ; altrimenti, emettendo l' aria, invece del suono richiesto se ne produce mio tra il G ed il C italiano; perchè per questo suono l'aria tra- versa semplicemente il canale nasale. Nel Vyaca- rana P. Paul. p. 7 trovasi notata come corrispon- dente a questo suono la nona consonante u§ gna. Tal suono manca alla lingua tedesca. Il Saghyr Ann sordo dei Turchi è prodot- to dallo stesso meccanismo dell' A', compartendo mi maggior calihro d' aria per le uarici. La cavità orale presenta nei suoni sopra rife- riti mi foudo rieco od un diverticolo più o meno lungo, e l'aria attraversa il canale nasale, essendo la cavità orale chiusa sia per le labbra sin jht la lingua applicata af palato. D. Canale orale chiuso dalla lingua applicata colla sua faccia inferiore alla parte anteriore del palato od all' arcata dentale e s' apre pel passag- gio del fiato. Moller dice che può prodursi tal suo- no anche noli" allo di chiudere colla lingua il ca- nale. Gap. lingua denlibus appulsa collidit (Martian. Se V aria si spinga con più fona e la lingua urli con maggiore rigidità verrà il suono T. La situazione delle parti della bocca che servono a formare questi suoni cangia in una maniera subi- tanea (1); il T chiamasi da Moller esplosiva aspi- rata, dice che è il D cui si aggiunga un'aspirazio- ne (Ph)siol. IL) Caratteri del T P (ebr.) a (ebr.) T (gr.) Questi suoni nou si ponno prolungare a vo- lontà, perchè cominciano applicandosi a quella parte che toccano e terminano staccandosene. Tali due suoni si ottengono con maggiore difficoltà an- che volgendo Y apice della Ungua su|tei tormente all' origine dei denti contro la parete palatina. La somma versatilità della lingua può sostituire una posizione all' altra per olteuere quei suoni che normalmente si producono come qui si descrisse; solo che batta in senso analogo. Il D è suono raro uelle Ungile del Cnnadà, del Brasile e del Giappone. INel Yyacaraua si nota il suono da (sans.) grave da pronunciarsi come balbo colla Ungua inflessa, uguale a ~T iudostano. Caratteri. A, 8 (gr.) T (ebr.) » ( sir. ) ^ (sanscr.) ò (pers. ar. turco). INel Vyacarana (pag. 8) si nomina un suono detto dna grave 4£ che sembra essere mi d a cui si aggiunga un' aspirazione con qualche sforzo uguale all' indostano (2). C italiano. L' apice della Ungua balle contro la faccia interna dei denti incisivi superiori (3). Il suono c manca alla Ungua francese, anzi è celebre nella storia l'incapacità dei Francesi di pronun- ciarlo ; poiché i Siciliani ai tempi del Vespcro ri- conoscevano i Francesi alle due |wrole reci e ci- ti) D appulsu linguae circa superipres dentea in- nascitur. T appulsu linguae denlibus impulsi* excu- dilur (Maruan. Gap. I. c.) (Si) Nel carattere usalo dagli Arabi comune ai Persiani ed ai Turchi il suono d, quello t ed il Ih: 9 (grec.) non sono distinti procisamenlc, ma a vicen- da il segno subitilo per l'uno serre Ulura per l'al- tro; cosi p. e. j dello dal dovrebbe servire pel suo- no d ma talura serve per /, come quando é prece- duto da una lettera dura ec Ma delle imperlczioni degli alfabeti si tratterà a parie nel trattalo intitolato Storia dell'origine e sviluppo della scrillura. (3) C super raolaribus linguae estrema appulsis exprimitur (Martian. Gap. I. c.) Digitized by Google - u ceri dove il c ripetuto cosi da vicino loro riusciva tanto difficile, e pur ora ivi se alcuno venga a ris- sa coti un Francese è solito dirgli « bada che non (i taccia dir ciceri. » 11 suono c italiano somiglia a quello di lamine metalliche sottili p. e. di spade d'acciaio battute una con l' altra, ed al grido dei passerotti. Tal suono rappresentasi talora per K x in greco come xe'vTpov, nei caratteri arabo, pers., turco cosi , nel Vyacarana trovasi la sesta let- tera consonante ciò _cj p. 7. Il G italiano si eseguisce collo stesso mecca- nismo , solo spingendo V aria con minor impeto. Manca alla lingua tedesca; rappresentasi in greco jrt T, t segno promiscuo come in italiano anche al gh sopra notato: cosi in ar. pers. turco _. Nel Vyacarana si dice corrispondere sque- sto suono la settima consonante detta già e già indostano (£. Ty ungherese. La lingua s* inserisce tra le lile dei denti, sporgendo anche ad ambi i suoi lati e col suo apice ; il suono si effettua emettendo l' aria tra Y acie dei denti incisivi superiori e lo strato molle che presenta la superficie della lin- gua su cui poggiano. Somiglia assai al c italiano, ma non è l'identico. Gg ungherese. L'estremità della lingua pog- gia sull'ade dei denti incisivi inferiori, la sua su- perficie deve battere dolcemente contro l'acie dei denti incisivi superiori e la continua loro parete interna e la pure continua vòlta palatina anteriore. C aspirato Granthamico -ùJò (Vyacarana). si dice essere uguale al eia italiano, ma con forte aspirazione. R. Il suono rè dovuto ad un molo irrequieto dell' apice della lingua che vibra con grande ce- lerilà vergendo in allo mentre la colonna d' aria tende a passare Ira l' apice stesso e la vòlta del palato (1). Le file dei denti denno combaciare o non distarsi l' una dall' allra più di poche linee. Le vibrazioni sono tremili impressi dalla corrente dell' aria alla lingua che vi resiste, e si ponno pa- ragonare a quelli delle labbra quando si faimo (1) R spiritura lingua crispantc uan. Gap. L c.) (Mar- fremere. Mailer calcolava la rapidità dell' ) nervosa da questi tremiti della lingua i quali sono invece passivi, cioè si operano neh" alto di cedere dell' estremila della lingua all'onda aerea: vi vuo- le piuttosto qualche grado di forza a resistere a quest'onda; perciò in questo senso il suono r può servire di misura dell' energia dell' organo della lingua. Certo eh' è mi suono che esige tutta la li- berta neh" azione della lingua ; e nella balbuzie è uuo di quelli più difficili ed anche impossibili. De- mostene, eh' era sommamente balbo, non poteva pronunciarlo. Cum ita balbus e«e( Demotthenet ut ejtu ipsiu* arti» cui studeret ( PijSwpexTj) pri- mari» litteram non pnssct dicere. ( Cic, de Orai. II ). È curioso che anche Socrate aveva già osser- vato che I' r era un prodotto di sommo movimen- to. — P 9«i'veT«t wsirep òpravov et vai r.iar^ ttj? xjvtjsew? — (in Cratylo). Questo suono si calca nell' ira, si produce dai cani nell' atto di sommo irritamento, quando mo- strano i denti ( .... «mot hic de nore canina Lit- tera. Persio, Sat. 1) e dicesi ringhiare questo loro suono. Nei caratteri jcroglifici fra i varii disegni per indicare il suono r, v' ha pure mi sciato. Si schiva tal suono dalle pera te che per lo più vi sostituiscono la /. Le* petitt maitres grastayent et changent r en 1. Vircy . B\- ron e Rousseau, fecero la stessa osservazione. Perciò nelle capitali si osserva questo diletto reso quasi di moda ; cosi a Roma tale vizio che chia- mavasi lallatio e lanibdacismus, viene notato da Persio, Sat. I. » Eliquat et tenero tupplantal rer- ba palato. « Come i Romani posteriormente stag- gissero l' r sostituendovi l'i (lambdacismtu o lal- latio) Ovidio (Fast. L. V. v. 480) dice espressa- mente che IV si è cangiato in' l a proposito del nome Lemuria eh' egli deriva da Remuria (a ca- gione di Remo fratello di Romolo poiché « luctm- que Remuria dixit Illam qua positi» jutta /erun- tur avis). ■ Esperà mutata est in lenem tempore longo Littera quac toto nomine prinui full. Cosi ora a Parigi ed a Vienna osservasi lo Digitizedby Google Sii Il suono r si ode distintamente nella regione precordiale negli stringimenti degli orificii del cuore per indurimento delle valvule (2). Caratteri che vi corrispondono -j (ebraic.) j (ar. persian. ture.) P (grec.) R (latino). Alcune di queste consonanti nelle quali entra la lingua agente nella cavità della bocca nell'atto di chiudere in qualche punto il tramite orale co- me / * r trovami nei linguaggi degli abitatori de" climi freddi dove si soddisfa al bisogno di farsi intendere facendo agire gli organi articolatori al di qua dei denti, tenendo questi chiusi, ed evitan- do per quanto si possa l'ingresso dell'aria per la Si osservino le bngue teutoniche. Des aveva già notato che gli abitanti dei paesi freddi nell'articolazione dei suoni si servo- no molto del naso e delle labbra. - 45 - stesso vezzo. Mad. Sand: « son demi grassa) e- ment annoncait un Parisien. » I Chinesi non pon- no pronunciare la r, per cui essi non articolano bene la lingua russa, ciò a che valgono i Calmuc- chi e i Mongoli (1). I Negri non pronunciano la r, essi hanno i denti più obbbqui e prominenti; si osservò che sono meno coraggiosi. I Tartari non hanno r, la lingua ricassa pure manca del- l' r, così pure i selvaggi delle isole Marchesi quando furono scoperte da Cook non potevano pronunciare questo suono, e i Malesi in geuere tralasciano quanto possouo la r delle parole eu- ropee. In Italia i Ceuovesi della plebe non usano IV. Molti tra gli Ebrei diflicilmeute eseguiscono questo suono : la causa in loro è per lo studio della lingua ebraica dove ricorre frequentemente la pronuncia' del suono H gutturale, nel quale vi- bra il velo penduto mentre la lingua sta in ripo- so, e colle vibrazioni del velo pendulo si produce un r ma non il puro linguale nella di cui pronun- cia il velo pendulo sta in riposo. E cosi abituan- dosi ad agire meno colia lingua e più col velo pendulo, quando si esige l'esecuzione di questo suono linguale ne sostituiscono uno gutturale che Dentali. (1) Virey. HisL Nat. du Genre humain. (2) (Bouìllaud. Maladies du coeur}. I denti in genere sono essenziali ai suoni nei quali la lingua batte contro la loro faccia interna o si spinge fra l'acie delle loro file, come vedem- mo; ma oltre ai varii suoni nei quali li vedemmo agire in unione alle diverse pose ed ai tocchi drl- la lingua, si riconoscono due circostanze d'artico- lazione nelle quali i denti incisivi operano da se stessi opponendo una sie|>e all'aria che uscir vuo- le tra gl'interstizii che rimangono ad onta che le due file dei denti combacino. Il primo suono è quello rappresentato in italiano cou questi carat- teri se, come in sciocco, sciupare, scipito. Per eseguire tal suono le labbra si allonta- nano sporgendo e lasciando scoperte le arcale dei denti incisici che devono combaciare perlèlla- mente : la lingua posa col suo orlo anteriore die- tro la mandibola fin dove può giungere tenendosi presso i denti senza toccarli, cioè lino all'estre- mità mascellare del frenulo, mentre il suo dorso s'innalza turgendo nel mezzo; il fiato spinto tra gl'interstizii lasciati dai denti incisivi combaciarti emette il suono indicato. Gli Ebrei chiamarono onomatopeicamente \& scien il dente dal suono che per loro si effettua, e chiamano sci» la lettera che corrisponde all'indicazione di tal suo- no. Tal suono è caratteristico di alcune nazioui, mentre per altre è impossibile. Nel Veneto le per- sone incolte stentano a pronunciarlo, in Westfalia si pronuncia invece 9% (Muller. Physiol. II.). È ce- lebre la storia biblica dell'impotenza di pronun- ciare tal suono presso gli E (ratei, ai quali si pro- poneva la parola 5cibolelh H? 2tf (spica) |>cr di- stinguerli dagU Ebrei, mentre gU Efratei pronun- ciavano .ftbolelh per cui venivano conosciuti, on- de ne perirono 42 mila. Si asserisce che questa incapacità di pronun- cia si mantenga ancora dopo 30 secoli nelle op- poste rive degli stessi guadi del Giordano. Caratteri die vi corrispondono * (ungh.) sch (ted.) sh (ingl.) eh (fr.) # (cbr.) jt, (ar. ture, persian. hind.) 5J (sanscr.) II G francese che rappresentasi in ungbere- Digitized by Google — 46 - se da ss è un suono che si produce collo stesso del suono jc solo emettendo il impeto. Le dentali non ponno aversi che nella se- conda età della vita organica del fanciullo, cioè dopo la dentizione. DenMabiali. Il labbro superiore appoggiato sui denti in- feriori o meglio i denti superiori sul labbro infe- riore, spingendosi in tal atto con impeto l'aria fra questa fessura tra il contatto della parte acu- minala dei denti incisivi e il labbro combacianle ne verrà il suono F (1); Mailer dice che per VF le labbra .si atteggiano come per soffiare, e che l'apertura delle labbra è più ritondata per V. Se nella stessa posizione che pel suono F si spinga solo più leggermente il fiato, ne verrà il suono V. Questa è la ragione per cui alcune persone deboli, molli, effeminate cangiano V F in V, cioè perchè l'aria con minor forza jVirey. Hist. du umain) Les petits - maìtres changent la F en V, Questi due suoni si ponno ottenere con maggiore difficoltà, coprendo l'acic dei denti in- cisivi superiori e quelli inferiori col labbro cor- rispondente , quasi tappezzandoli e spingendo l'aria Ira questo lembo stirato delle labbra. Si giunse ad imitare il suono V versando un fluido in un tubo cilindrico che si tura e si stura alter- nativamente colla mano ; questo tubo deve avere una linguetta membranosa. (Mùllcr. Physiol.) Il suono F è assai raro nelle lingue del Canada, del Brasile e del Giappone. F rappresentasi in ebraico dal carattere g, in ar. ture. pers. vj, in sanscrito Cf, in gre- co * 9. r in ebraico ì, in ar., ture, persian. } , in sanscrito ^, in greco 0 T. (1) F denles labrum inferius deprimenles lingua palaloque dulcescil (Martian. Cap. I. c.) Labiali. Chiuse le labbra, se queste si stacchino, nel- l'atto del passaggio dell'aria ne succede il suono B ( 1 ) ; questo suono odesi nell'alto di fumare la pi- pa e di baciare. Il suono B fu imitato in maniera simile a quella del / ' versando un fluido in un tu- bo cilindrico che si tura e si stura alternativamente. Se le labbra si stacchino con maggior impeto ne succede il suono P (2). Sono suoni esplosivi non continuabili, per- chè succedendo un cangiamento di posa neh' atto di staccare le labbra, per produrre il desimo bisogna tornare ad unirle, e 1 mi intervallo di tempo tra il primo suono e la ri- produzione del medesimo. MùUer chiama il suo- no P esplosivo aspirato, dice che produecsi ag- giungendo un' aspirazione al B (cosi in un suo trattato edito nel 1827). Se nell'atto di staccare le labbra oltre l'aria che si spinge traverso a quelle, se ne faccia usci- re anche per le cavità nasali, ne verrà il suono M (3). Se le cavità nasali non sieno libere, inve- ce di M si proferisce una B. Miiller uella sua fi- siologia (T. II) insegna che l'in non è labiale, che la bocca chiudesi per mezzo delle labbra per m, che non è l'alto della chiusura della bocca che le dà origine; che non si torma se non se dopo questa occlusione pel semplice passaggio dell'aria a traverso il canale nasale con risuonanza del fondo cicco delle cavità orali. Mi pare che l'esame della bocca nell'atto di pronunciare m dia risul- tati diversi da questa teoria. Si provi a pronun- ciare mamma, amo, me ce. e si vedrà se lo si pos- sa senza le labbra. Tali suoni facilissimi sono propini della fanciullezza e costituiscono gran parte del dizionario infantile d'ogni nazione. I suoni proprii delle labbra mancano nelle lingue di molli selvaggi, cioè di tutti quelli che hanno il costume di modificarsi la forma delle labbra cosi da renderle incapaci dell'articolazione di tali (lì B labris per spiritus impelimi reclusis edici- ( Martian. Cap. I. c.) (2) P labris spiritus erumpit (Martian. Cap. L c.) (3) H labris imprimitur (Martian. Cap. I. c.) Digitized by Google — 47 — suoni: così come presso i Botocudos del Brasile che hanno il costume di tagliarsi o di forarsi il labbro superiore e d'inserirvi nella spessezza dei pezzi di legno come i turaccioli da botte. Il B è assai raro presso i Peruviani, nelle lingue del Ca- nada, del Brasile e del Giappone ed è frequente nelle lingue semitiche. Le lingue caraibe fanno pochissimo uso del P. WM deve riuscire di sten- tata pronuncia presso quei selvaggi che si trapas- sano con ispine di pesce o con ossctti il setto e le cartilagini gnomoniche del naso; VM è comunis- simo nelle lingue selvagge di Tonga Tobboo. Caratteri B (grec.) 3 (ebraic.)  (ar. pers., ture.) ^"f (sanscrito). Caratteri P n (grec.) 3 (ebraic.) o (ar.,pcrs., iure.) T( (sanscrito). Caratteri M M (grec.) £3, q (ebraic.) ^ (ar., persian., ture.) T[ (sanscr.) Nel Vyacnrana pag. 9 trovasi riferito un suono detto hha ^ indostano che si produce con aspirazione. In tutti questi suoni, se bene si esamina, la cavità orale agisce come un tubo attraversato da valvule di varia densità, resistenza e struttura po- ste a maggiore o minore distanza lungo la cavità e chiudenti più o meno parte del diametro di questo tubo già vario nelle regioni diverse. Tali valvule sono: la prima e più interna la epiglotti- de, la seconda, che si porta a varie distanze, la lingua dalla sua origine fino all'apice , i denti e le labbra. In tutti questi suoni l'aria è attiva e le vo- cali rappresentano la sua uscita libera |mt un ca- nale più o meno largo dalla laringe fino alla bocca. Le consonanti invece rappresentano la resistenza più o meno continua od intermittente all'aria in varii punti della cavità orale (1). Sicché veramente iteli* atto di cedere di qua- lunque di questi punti di resistenza esce un suono consonante, ma sempre nello sprigionarsi dell* a- ria odesi una vocale rudimentale, che si rappre- senta nella puntuazionc ebraica per un scievà, cioè (I) C de Gebclin dice che le consonanti SODO Ioni prodotti dalla voce e dalla pressione delle diverso par- li che costituiscono la cassa dell'islromento vocale. una specie di suono vocale leggero, come l'e muto dei Francesi ; così p. e. tre è come th, re: eth come ethe (1). Questo rudimento di vocale per altro non si distingue se non quando vogliasi pronunciare una consonante separata p. e. d, /. v ecc. Le impressioni abituali d' ogni genere influi- scono come sovra ogni parte dell'organismo, an- che sugli organi della voce e dell'articolazione dei suoni, e quelle cause che agiscono sull'individuo nello sviluppare, nel muovere ed all' incontro nel frenare alcuni atti ponno determinare delle modi- ficazioni organiche costanti nelle razze, od ahne- uo persistenti fino alla durata delle stesse cause; il clima p. e. influisce decisamente : ne abbiamo un fatto chiarissimo nella perdita dell'abitudine di ab- baiare che succede ai cani nelle regioni pi il uri. Dì più per l'attitudine dell'uomo ad imitare, la na- tura circostante coi suoi fenomeni sonori ha un'al- tra influenza diretta sopra gli organi della favella determinando certi moti reattivi |>cr riprodurre questi suoni uditi. Quindi la predilezione d' alcuni suoni in ccrle regioni e non in altre, e la vibra- zione ed il tono div erso dì voce e le varie propor- zioni tra le vocali e le consonanti. Ecco una delle grandi cause della diversità delle lingue. Di più per queste disposizioni organiche sia nella strut- tura, sia nelle abitudini dei vari! moti s'induce l'in- capacità di produrre alcuni suoni ; cosi che se av- venga che si esibisca una parola di genio Ionico diverso da quello abituale, questa non si proiiun- (1) (Rapp. Physiol. del Sprache. I- 337)Prisc.ha paragonato lo vocali all'anima e le consonanti al corpo (C. Gebclin HI. H5); certo cosi voleva egli indicare essere le consonanti passive e aver bisogno dello vo- cali; mentre le vocali non abbisognano delle conso- nanti. Nella sillaba (dice Humboldt) non esistono, come potrebbe apparire dalla nostra maniera di scri- vere, due 0 più suoni, ma propriamente uno solo espulso in una tale maniera. La divisione della sillaba semplice in una consonante ed una vocale, in quanto si considerino queste come stanti per se, é solo artifi- ciale. Consonante e vocale in natura sono in tale rap- porto tra loro ch'esse formano per l'orecchio una indi- visibile unita. (Humb. Kawi Inlr. 88). Se la scrittura deve disegnare questa naturale condizione, egli è più conveniente, come fanno varii alfabeti asiatici, di trat- tare le vocali non come lettere proprie, ma nome mo- dificazioni di consonanti (Humb. Kawi Intr. 85). Ma d'altro canto io opporrci che la vocale può stare per se; forma sillaba senza bisogno di consonanti. Digitized by Google eia esaltamento, ma invece o si sostituiscono altri suoni o si tralasciano. Cosi dunque si svolgono molti) lin i forme delle parole, la di cui causa pros- sima si è nell'inesatta esecuzione, ripetizione, imi- tazione dei suoni uditi, sbagliando il meccanismo che si esige per ottenerli, p. e. usando di posare la lingua dove invece si tratta di muoverla o di lasciarla vibrare e viceversa. Ecco quindi una del- le origini feracissime della molti plicità delle lin- gue, come si dimostrerà nel Trattato dei Raggua- gli Eufonici. Questi sono i suoni più generali onde si co- stituiscono tulle le parole delle lingue più colte ; alcuni altri si trovano in lingue meno note i quali si accennano soltanto da quelli che ne parlano, ma non se ne descrive il meccanismo, ne si può dare quindi a chi non li ode una sensazione cor- rispondente; produconsi pure alcuni rumori, oltre questi suoni indicati da caratteri, nella bocca e nella laringe, oca esplosivi ora continui o soste- nuli, mangiando, gargarizzandosi, gemendo, ster- nutando, sospirando, movendo vivacemente la lin- gua da un lato all' allro, tracannami» a piccoli tratti, facendo vibrare le labbra colla lingua, coi denti o col palato; alcuni di questi rumori entrano pure nella lingua parlata d'alcuni popoli, p. e. que- sto di battere la lingua coi denti e col palato nelle lingue degli Ollentoli e d'altri popoli dell'Africa (Licbtenstein e Sali), altri sono aliali » simili a quelli ch'entrano nelle lingue a noi note, p. e. quello del- l'atto di baciare simile al suono b, quello del sospi- ro che si Icrmina in modo simile all'aspirazione, o Tatto di staccare delle mucosità dal fondo della gola, che trovammo simile al suono fi- In corrispondenza ad ogni suono si è posto qui il carattere che lo rappresenta, olire che ncl- I' alfabeto latino già comune a tutte le lingue col- to moderne di Europa, il carattere greco, l'ebrai- co, il sanscrito , e quello usato dalla scrittura de- gli Arabi, dei Turchi e dei Persiani ; e talora qual- che allro. Si sono scelti questi pochi caratteri tra i moltissimi esistenti, come il fenicio, il zend, il birmano, il manciù, il tibetano ec, perchè non è qui il luogo in cui interessi di studiare la ragione della loro forma e i rapporti d'applicazione a tali o tali suoni; questo tema sarà svolto nel Trattato della Storia dell'origine e dei progressi della scrit- tura. Qui si sono rassegnati i caratteri corrispon- denti nei pochi alfabeti citati solo perchè consti trattarsi dell'identico suono, benché indicato con segni diversi nelle varie nazioni più illustri, come in mia nomenclatura scientifica vi si pone la sua sinonimia. Qui in somma l'interesse è tutto del suono e non della figura, è fonetico e non grafico. Oltre questi segni stessi negli alfabeti riportati, ve ne sono pur altri che qui non si veggono, perchè rappresentano suoni composti; tali sono l'x (1) nell'alfabeto latino, il 2 ed il + del greco, e molti del sanscrito, p. e. quelli riferiti nel Vyararana. la ( 4 consonante nella serie riportata Ana S3 quasi doppio n da pronunciarsi similmente al ^ «un (ar.) e corrispondente al no J3" imi ostano, e l'altro 1 n doppio. Un altro segno rappresenta un «no nnnii quadruplicato e da proferirre con maggior forza del doppio e il Granlhamico v\ ntma eh' è un doppio ni e pure Ila (Granlhamico) che rappreseuta li doppio. Cosi i dittonghi non sono già suoni semplici, ma ossia rapide successioni d'una vocale ad un'al- tra, o nella scrittura, come in francese, sono im- proprie unioni di vocali diverse per segnare un suono semplice come AI — e, Ou = u ecc. Per- ciò devesi ricorrere alla descrizione del meccam- smo d' ogni singolo suono che vogliouo rappre- sentare. L' accento è un' intonazione più elevata che si dà a certe sillabe ed a certe parole. Alcuni in- nalzano la sillaba accontala più di mi semi-tono, altri meno. Altre volte per accento intendonsi gli al- ti di riposo più o meno prolungato dopo l'emissio- ne di un suono, od il prolungamento del suono vocale come in ungherese à, ó, ù, i, 6, u. In alcu- ne lingue p. e. nella turca non potrebbero mar- carsi distintamente di accento in alcun punto de- tcrminato neppure* le parole più lunghe per la lentezza con cui pronunciasi ogni sillaba, e per I" uguaglianza di posa che si fa succedere ad ogni (1) x Quicquid e et .>, domandar pane « |iat(iu.ÌM tf'av atTtjv àv àptov (Arislof. iNc^Xai). Finalmente iu bocca della madre queste pa- role si distinguono uei numerosi loro significali c diventano i nominativi rappresentanti gli og- getti che si riferiscono al fanciullo, perchè jier lei servono questi di segni di quei bisogni. Que- sti suoni slessi, il di cui significato in origine è evidentemente relativo alla sfera di azione e di sofferenza degF infanti, ponno acquistarne altri diversi j>cr opportunità d' impressioni e di asso- ciazioni l l J ); quindi in varie lingue compariscono a servigio di differenti idee, p. e. Mónta (Tonga) luce, mondo; Mammi (Java) schiavo. Quanto al senso dato nella maggior parte delle lingue all' automalico aba, babà, ab, papa, apa, cioè di rappresentare il padre, considerando la separazione bi quasi tutti gli stati di società, (1) C Gebelin, Vili, M5, 469. (2) Vedi IralUto ideologico, ossia dei rapporti della parola col pensiero, in quest'opera. dalla selvaggia alla più civile, del neonato dal pa- dre, io ritengo che sia effetto dell' amore e della adulazione della sposa verso il marito, che deter- mina colle prime voci inarticolate del bambino il v ocativo per la persona a lei più cara c da cui il bambino ebbe v ita ; non essendo naturale che il lattante, intieramente affidato alla femmina e che del maschio per nulla abbisogna, si pensi mai di chiamare chi non conosce ; chè anzi si osserverà eh' egli rifugge all' aspetto virile, e tanto più in uno slato di famigUa vicino alla selv atichezza, do- ve quest' as|>ctto è terribile. In alcune lingue afri- cane e tartare fu applicato inversamente il nome di papa, papai (i) alla madre, e quello di marna, marnai al padre, riò che deriva dalla maggior forza con cui si esprimono i suoni labiali da quei neonati, per cui il primo suono è piuttosto mi p che un b od un ni. Esistono ] «reio in tutte le lingue i nomi de- gli oggetti di prima relazione dei fanciulli pro- dotti per automatismo , e veramente quelli affatto primi sono labiali. Rapp, anzi, quanto al successi- vo sviluppo della facoltà di emettere i suoni arti- colati cronologicamente nell'individuo, dice che sono i primi suoni quelli delle labbra, anzi fra questi, quelli che vanno uniti al passaggio dell'a- ria pel naso come F m , poiché la prima sillaba pronunziala dal fanciullo è ma ; e dopo questa F altra pa ; ma egli pretende che tali suoni si pro- ducano dal fanciullo per imitazione , cioè eh' egli muova prima degli altri organi le labbra, perchè vede le persone che muovono queste parti ester- ne visibili e in pari tempo riceve le impressioni sonore coincidenti con tali moti (2). Rapp am- mette |>er unica causa dell'articolazione dei : F imitazione ; ciò che i automatico eh' io (1) Adriano Dalbi, Atlante etnografico fi) Rapp, op. ciL I, 106. Digitized by Google - 52 - Esemph di tali sioxi automatici labiali NEL LIKCUACCIO DI VARIE NAZIONI. Madre. Mamma (lat.) e lingue Hai , valacc. , pori. , spagn. ec. LtLo maina (turco). Marnili: Mamma (ted.) (sved.) (ingl.). Mamma (ili.). Marne (Epiro). Mania (Perù). Marna (Mollicene). Mappa, Ma'ppq, Mri|ir.? (Grecia). Mani (Gallesi). Mani (Celti). Meni (Fiamminghi). Mamman (frane). Em OX (eb.). Padre. Babà Bap (sanscr.) ? apa (nelle varie lingue malesi). Bappa x Babà (turco) UU. Bab (pers.) Bab (lingua del Cairo). Boab (Mogol). Kitr.a. (greco). (Callimaco, Hymn. Dian.) Aba K3K (sir.) 3 d'onde -2H (cbr., cald.). Apa (ungh.). Ebn (arab.). lisina, «a'nnaj, (gr.), nanna (vocativo che qui e la forma radicale). Ilanav pt xaXei" (Aristof., KxxXt)ut«c, a due terzi circa). Papa (lat.). Cum cibum et pottonem bua* et papa* vocent, matrem mammam, pai" rem papam. (Cat., De liber. educandi*). Papà (fr.) Papà (il.) Babbo (it.) Pappo (il.) Bap (lingua dei Grigioni). Ilam'a, papà (Aristof. EtpTjvrj in principio). w nania (I^xe? in principio). IlaiTttàJu (gr.) chiamare il Abarc (lat. presso Ausonio) il (ra- teilo, dirsi fratelli. ti -l'i (gr.) vagire. Papa (lat), cum cibum et potumem bucu et papas comi/. (Cat., De liberi» educandi*). D onde pappare mangiare (Plaut. Pera., Sat. III.) Pappa (it.) Poppa (it.) Poppellina. Poppare. Hanno? (gr.) avo. Babà (fr.) Pupus, pupa (laL) d'onde i diminutivi pupu- Im, pupula, pupillut, pupilla ; ragazzo o ra- gazza, fanciullo o fanciulla. Poupon, bambino. Soeur Jeanne ayant fait un poupon (La Eontaine, ! Bube (ted.) Pnpae (lat.) Pujm (it.) Pupjte (ted.) Poupée, poupon (fr.) | Buba (ungh.) Ba^a (gr.) voce inarticolata. Babc (ingl.), il bambino e i suoi derivati ba- bixh, babble, ec. Ba'ptK (sir.), fanciullo neonato. Ba'jita Si oc Stipai xat paXiaxa ot tv Aapa- o-xw t« vjwywì xaXao-c natòH'a; fldS) òV xai xa pstpa'xta and Tifo nap auToì? vopi£opivT)sBap«a? ita (Damascius, In vita Isidori apud Photium, cod. CCXL1I). nS^J (cbr.) babà, pupilla dell'occhio, il qual nome è quello di fanciulla; pupo ecc. in varie lingue. Bàba (ung.), levatrice. Bambabo (lat.) BotfaXiov (Orai. Calcni, 0- rat. Cicce). Bambolo , rimbambire, babbaleo, babbusco. Bulio (il.) fuoco (ling. dei fanciulli). Bobó (it.) cavallo (ling. dei fanciulli). Bobó (fr.), dolore (ling. infantile). Digitized by Google - 53 - fiibi (Ir.) Bimba (sanscr.), idolo. Bimbo (it.) Bua (laL), vino (ling. infantile). Bua (iL) dolore (id.) Bua (lat.ì, cibo minuto, trito, masticato pri- ma. Aba fQX (cbr.), volere. Babbeo. Babbuino. Babbasso, babbaccio. Babil ( ii .) BabiUer. Babillard. Pepe (it., bug. dei fanciulli), scarpe. Pepe (it., lùig. dei fanciulli), polte. Mtp.ai (gr.), scimia. Maujiou'a (gr.), nutrice. M«r« (gr.) nutrice. A'p-atj (cbr.) confusione— (Hesychius in voce •Ajot). Sckl., D. Syr. II, 297). Mimma (it.), piccola ragazza. Mammare (it.). Mammolo, mammola (it.) Marnilo (illirico), lusingare. HD'K amma (Svr.), madre. A'wuìfi, nonn della madre degU Dei. Dea Si- ria (Seldeui, Syr. Il, 256). Ama (spagn.), nutrice. Amme (led.), nutrice. Maupta, madre. « xaXtic Ttjv ju»|tjMav e gri- da un fanciullo, pappfa, ^a^ia, papaia (Aristof. AuaiaT a due terzi circa.) Munme (ted.), zia. 0">D maini (ebr.), acqua. McJpo; ( gr. ), seberno , vergogna , d' onde McJps; Dio del riso, della beffa, e popdopai bur- lare, liwpaojiat, vituperare, riprendere. Babà (ungb.), fava. 11 aba (ani. lai.), fava, uno dei cibi di primo uso. Bapat (syr.), confusione. ( Hesychius, Sel- den, D. Syr. II, 297). Bonbon (Ir.). Questa parola non è veramen- te automatica, boro boro; significa propriamente buono buono, e riusci facilissimo ai fanciulli di ri- Intere la parola. (Hclvét. Ilonime I, 190). Bambin (fr.). Bpùv (gr.), bruu (dial. ven.), voce con cui i fanciulli domandano da bere. Aristof. eXai ver- so il fine, cosi parla Strepsiade a suo tìglio « it ju'v Y£> Tutu, thuthu (turco), nome vezzeg- giativo delle ragazze. Tutu, acqua, in Ancora provincia del Mada- gascar Tutu ranu, tela che contiene acqua, slofTc di cotone che si fabbricano in Ancora , così dette perche sono si fitte e serrate che l'acqua difficilmente le traversa. ( Gioja Filos. d. Statisti- ca, III, 272). Tele (il.), cane. Totò (il.), percosse. Dindi (ital.), nome dei quattrini , usato dai fra- di voce con ISénc (ungh.), sorella più vecchia INawTi. Sorella del padre o della tello. Nenc jUJ (turco), madre. NanA (lingua lluasteca); boldtj btr. Kawi, 283). Nana, nanna (it.), letto. M - Nanu yi\j (turco), canto o i cui una il lumina addormenta un Nin (cald.), fanciullo. Nino (spagn.), fanciullo. Ninna fanciulla. Ninnoli (it.), pupe, giuochi dei fanciulli. Ninnolare (it.). Ncwos (gr.), avo. Nomi us (lat.)_, avo. * onna (it.), nonno.(Cimbri sette Comuni). Nonno Navo's (gr.), nano. Neni (turco), canto delle nutrici. Nsnìa (lat.). Ani "ONt (eb.). — Io, pronome. Anya (ungh.) madre. Caca (fr.), sterco. Caca (it.), sterco. Kaxa(gr.) sterco. KaxaSi 9 «vo'ux e^fo ?pa- atti xa'fw XapwvSopa^e ti;0(p£jwv. Aristof., Ne^Xac verso il fine. Kaxxa. Supa£« f,' a'XV aÌTrottvero'juvos auT» r.oir,n» xaxxav. Aristof., ivi. kaxxT). A'«ó |it'v xaxxT]; njv pfv' a«ex wv - Aristof., Eipijv»), in principio. Tanto è vera l'origine automatica eterna come elemento fecondissimo delle lìngue, che al- lorquando, per la composizione, storpiamento e metamorfosi d'ogni genere che le medesime pa- role subirono col lungo corso del tempo, non so- no queste più riconoscibili, si riproducono costan- temente le primilixc forme radicali nel linguag- gio dei fanciulli. Cosi dopo il tramulamcnto nel- le lingue europee del papa in pater, Valer, padre, pere, folher, fadur, abbiamo il sempre receute pa- pa, popa, pope, babà, babbo, e la madre molher, Mutter, mater, iitJtt.p ec. si chiama mamma dai fanciulli delle diverse nazioni, la nutrice chiama- ta ornine, nena ec. Cane e chien chiamasi fruitoti e tetè, e téttst itta tata usavansi sempre con- fidenzialmente dai giovani verso i maggiori, cosi tatat, tata ec, e noi riduciamo continuamente a suoni automatici i nomi propri i di persone latti diminutivi e vezzeggiativi specialmente quando Digitized by Google — 55 — sono imposti a qualche fanciullo. Quelli di Otaili ridussero i nomi propini di persona europei degli Inglesi come segue: di Gook fecero Toute, di Ro- berto Boba. (Cook, viaggi t. II, pag. 38) t (l). ESEMPII DI PAROLE Cu' ORGANIZZATE RIDOTTE A FORMA AUTOMATICA. Da tondeo, tonsut, tonta, fecesi nei bassi tem- pi roto e tota, e quest'ultimo si ridusse a tota ri- masto nel dialetto Piemontese, die vuol dire ra- gazza da marito di ciril casato (2). Gomma arabica divenne bómbaraca. Cade- pronunciasi dai fanduM del Veneto chechi. Culter in valacco fu ridotto a cutitu ; Toròk buza, cioè grano turco, fu ridotto a kukuritza in ungherese, quindi cucuruta in valacco, Kuku- ruts (tedesco). L'italiano articiocco ( di ni. veneto) corru- zione di cardut, cocut, carciofo (it.) BrdartUcho- ke (ted.) si ridusse in ungherese a csictoka, pro- nuncia cicioka. Il tedesco Gurke, corruzione di cucurbita, di- venne ngorka in ungherese e poi bubnrka. Kibits (ted.) nome dell'uccello Gania vutga- rit, pavonccllo, derivato da kiantt (B. sassone), fu ridotto in ungherese a bibUs. RIDUZIONI DI KOM1 monili di persosa A FORMA AUTOMATICA. In italiano. Zanobi Bobi (3). Luigi Gigi (3). Gualtierotto Tolto (4). Angelotto Toto (5). (1) Forse che gl'Inglesi lo pronunciarono già in diminutivo Bob come si usa, e quindi riuscì facile a quelli di Tahiti di ripeterlo facendono Boba. f2] Manno, Fort delle parole, pag. 360. (3) Varchi L. X, Slor. 448 e Giusti Vestiz, cavalle- resca. (4) «Tolto mio fratello» (Machiav. V1U, 101). (5) « Toto del Nunziata Pittore (Lanzi Si Pitto- rica). Giuseppe nepo (1). Filippo, a li;,.,-,, M IO\ rippo, a |X|> ungile uno Ul 1111)11 1 \o). Francesco, a une eco, a (4). uiccio UIC* Il/ii ueni io. ( '■ .inni lì il II 1 Md Til» l'ili 1 Ila \y f* Girolamo Momolo. Irene Nene. E lena Nena. Maddalena Bernardo Nano. Laura Lalla (7). Domenico Mimi. In itpagnuolo. Joachim Coco (8). in /rancete. Barbara ■Ubi Desiderio Didier In ingltte. Bai). Battista Bah. In ungherese. Giovanna Nina. Succedono suoni automatici, oltre che nel- l'infanzia propriamente detta, anche in tutto il (K'riodo successivo della vita, suoni emessi dietro un movimento non razionale negli atti della vita propria, come il singhiozzo, il rutto, lo sbadi- glio, rescreamento, il riso nei suoi vani gradi. (1) Machiav. Tom. IX, 30.1 (2) Pippa. Lasca, Cena II, Nov. X, 541. (3) Varchi L. XV, 403. « Guglielmo dello Meno- mo Martini. » (4) Sembra die oltre alla riduzione automatica v'abbia avuto per incentivo a questo storpiamento l'e- sistenza di un nome proprio di persona antichissimo in Italia, di pari suono A 4/ 3 3 Checa (Etnisco), no- me trovato duo volto in una statuetta e due volle nel fanciullo Corazziano (Lanzi, S. Etr. II, 412). Lanzi leggeva pure ceeha in questa iscrizione (5) Diz. Tramater. (6) Anche questo nome si é ridotto ad una tor- ma già esistente. f\ Jf \ f . Tita (Etr.) g f j \ \. Ti- te, che è lo stesso che Tilus Mat.l (Lanzi, S. Etr. IL 221»). (7) Diz. Tramater. (8) Myst. Inquis. 7. Féreal. Digitized by Google 10 sternuto, il gemito, il fremito, il grido come nel delirio, il rantolo, il roncheggiamento ec. Tali suoni riescono pur essi clementi delle lingue ar- ticolato, in quanto che colla riduzione interio- re ed imitazione successiva artificiale dei medesi- mi si ricordano i sentimenti soggettivi per cui verniero emessi altra volta istintivamente e per le associazioni d'idee coincidenti o concomitanti ed in somma d' ogui genere possono passare a diffe- renti significati. L'automatismo torna ad operare e contri- buisce mollo come elemento linguistico, nelle condizioni della vita che più si avvicinano all' i- stinto o ne dipendono, perchè apptmto allora me- no dominando la volontà, Parte e la facoltà di ri- cordarsi, si manifestano nella loro semplicità i la- vori spontanei dell' organismo, perciò il linguag- gio deh' amore si costituisce di suoni automatici e d'altri patetici, perciò i nomi delle fanciulle a- mate imposti dagli amanti sono automatici ( nina, nana, nene, lalla) o a tali si riducono per vezzo quelli che esse già hanno ce. L'esame di molte 'parole volgari, relathc ad argomenti erotici, può farci avvertiti di questo latto. L'elemento automatico delle lingue corri- sponde per una gran parte alle produzioni vocali delle bestie, muggito, belato, sibilo, fischio, rug- ghio, pipilainento ec. finche tali fenomeni vocali derivano dall'istinto per sè, primitivo, senza ima causa esterna agente, o senza intervento o dire- zione della coscienza; dove quindi non si effettui- no per reazione, uè esprimere vogliano appetiti o sensi di dolore, di collera ce. L'elemento automatico non manca ai sordi- muti. Essi non ponno arrivare alla lingua artico- lata, le di cui radici sono |ht una terza parte da cercarsi noli' automatismo, soltanto per non aver coscienza acustica, per non poter quindi istituire conlrouti fra tali suoni che essi pure emettono e 11 valore attribuito a questi dalla nazione, dalla società, dalla casta in cui vivono. A tale coscienza acustica non potendo essi inai arrivare, quelli fra loro che per ispecialc educazione giungono anche perfino a pronuncia- re jiarolc articolate, ottengono tale effetto sosli- 6 - turni lo l' osservazione che prestar dovrebbero al- le impressioni che odio stato di normalità tra- ma ridere b bersi dal senso dell'udito, sostituendo tale attenzione invece ai movimenti ed alle pose degli organi della loquela che nel precettore osservano, ed alla loro corrispondenza esterna nell espres- sione dei tratti del viso ed alla forma d'imitazione che loro si prescrive ; sostituiscono cioè il senso della vista a quello dell'udito, appunto come per tutti gli uomini avvenne della scrittura, che ha sostituito figure ai suoni della loquela. La privazione d'un organo coincidendo as- sai spesso col maggiore sviluppo organico od ar- tificiale ( per educazione) degli altri sensi, o for- se il maggior grado d'attenzione prestata dal cervello di un tale a cui manchi un senso in con- fronto degli altri che contemporaneamente rice- vono impressioni da tutti i loro sensi, fa si che i sordi osservino quelle più leggiere modificazioni della fisonomia che accompagnano in più o meno costante rapporto la pronuncia dei singoli suoni. Secondo elemento. Patema. Vicino all' automatismo, di prodotto uguale assai spesso e talora di difficile distinzione da quello si è l'elemento eterno delle lingue che qui chiamasi patetico ed anche interiettivo e che si definisce per quel suono vocale che si emette dal- l'uomo dietro mia subita forte impressione dal! e- stcnio. Tale elemento si presta alla produzione linguistica in tutti gli stadii della vita dell' uomo, dalla prima esposizione de' suoi sensi al mondo esteriore fino alla morte fisiologica o d'altro ge- nere. Avviene cioè eh' egli trovisi per l'azione de- gli oggetti esterni nello stato di sorpresa, di spa- vento, d'affetto, di vergogna, di pietà, di dolore, eppure per parte della sua vita intima provi impubi dati, onde scosso nel suo sistema cerebro-spina- le improvv isamente ed in modo gagliardo rife- ribile a sensazioni di vario genere, cioè piacevoli od ingrate, si atteggia nel suo apparecchio inser- viente alla loquela in ragione di quest'impulso, talora non av vertendolo la coscienza cosi da diri- gente i inoli, e in tale o tal altro atteggiamento Digitized by Google uscendo il fiato produce una voce quale la posi- zione degli organi pei quali passa permette che esca; sciogliesi quindi in aspirazioni, in vocali, ed anche in suoni consonanti, giusta la maggiore o minore dilatazione dell'apparato fonetico arlico- latore nei varii punti del suo tramite e giusta le pò- se delle varie porzioni che agiscono come valvule passive o battenti nelle varie distanze delle cavità gutturale, orale e nasale, e questi suoni ponno es- sere più o meno prolungati o ripetuti, o diversi, secondo la durata del fremito impresso alle parli articolatici e la successione più o meno varia do- gi" interni sentimenti. Questi suoni, che origina- riamente non sono clic interiezioni brute, offrono una seconda serie di radicali feracissime di geni- tura in tutte le lingue; poiché queste interiezioni serviranno di poi a ricordare la circostanza in cui furono aspirate e quindi baseranno la nomencla- tura di quelli oggetti che ne componevano la sce- na, e delle interne sensazioni succedute in quel momento. Da una parte quindi avranno il valore di nomi delle cose agenti in tale occasione, dal- l' altra narreranno la propria maniera di essere in quell'atto e per la legge di associazione passar I lui ino a differenti significati (I). Perciò gl'identi- ci suoni qui pure sono in origine promiscui a si- gnificati soggettivi ed oggettivi ed a varii valori grammaticali. Questi suoni pure osservami nei sordi e muti (2) e corrispondono ai varii suoni delle bestie costanti nelle singole specie ed emessi die- tro una causa esterna determinante, come la vista di un animale nemico, la vicinanza della femmina o viceversa del maschio nel tempo di calore, il pericolo della prole ec. Le interiezioni poco diversificano pel genere (1) Vedi Trallalo Ideologico, ossia dei rapporti della parola col pensiero, in quest'opera. (2) Io rividi dopo molto tempo un muto ch'io conoscerà ; poiché s accorse e mi riconobbe, aperse la bocca, e dopo una forte inspirazione in alto di gioia emeUendo il Dato, proferì forte ààh. Nella sera 29 luglio 1845 fra i rematori della diligenza da Mestre a Venezia v* era un sordo muto, il quale ogni volta che accennare voleva o riferire ai suoi compagni qualche cosa, emetteva suoni distintis- simi e forti di tale pronuncia /i/o /a/a /e/a. qua qua. che si succedevano con somma rapidità. VOL. I. dei suoni, ma la forza, la rapidità, il tono accom- pagnati da speciali attitudini del volto servono ad espressioni caratteristiche, e determinano neh' u- ditore organizzalo in simile mauiera moti reattivi consensuali. Ut ridentibut arrident ila fleittibus adsunt Humani vullus; onde .... si vis me fiere, dolendum esl l'rìmum ipsi Ubi etc. perciò e la fisonoinia degli astanti e talora la vo- ce coiTÌs|K>udono a quello che parla. La interiezione è simile all' automatismo per la sua origine istintiva, non razionale; ma è le- gata alla sensibilità di cui è un prodotto: l'auto- matismo rientra nella legge più generale, è un prodotto acustico del contatto dei varii organi vocali ed artieolatori relativo alla loro struttura; nella primissima sua condizione più semplice si considera indipendente dalla coscienza ; noli' au- tomatismo è la corda che vibra per sua intrinseca natura, nclT interiezione vibra perchè venne toc- cata; in rango e l' automatismo inferiore all'in- teriezione: quello può appartenere ad una mac- china, questa non si ottiene che da un essere sen- ziente. vi progresso della civilizzazione le impres- sioni riuscendo più deboli, l'elemento patetico va perdendosi; per la conoscenza della natura cir- costante, per l'analisi dei fenomeni ecc. illangui- discono i moti reattivi. Per l'espressione patetica stessa del dolore tale elemento scapita nélla sua influenza nella produzione di suoni in quanto che presso alcuni, come p. e. i Cacassi, i ìSntchi, imal- sc come punto d' onore il proposito di non mo- strare di soffrire. Elvezio credette che l'interiezione fosse l'uni- co elemento delle lingue (er l' umano convegno. 'clla voce parlata v'ha qualche intonazione che scuote lutto l' essere sensibile riempiendo di possenti emozioni, considerando il semplice suo- no senza il significato, poiché tale azione si è ve- duta presso umane riunioni che il significato non intendevano, ma soltanto percepivano la maniera di grido, di accento. Sappiamo con qual furore fu seguitato s. Bernardo nei villaggi di lingua ale- manna, dove egli parlava latino, ed esempii ana- loghi abbiamo nelle missioni presso i selvaggi persuasi dalle grida minacciose o commoventi (1) dei missionarii ; e i tragici greci, conscii della na- tura, con semplici grida inarticolate operavano impressioni d'effetto tremendo nel leatro, come allora che le Furie rispondono all'ombre di Gli- tennestra solo con ululi e russando. Cosi Eschilo nelle Eumenidi e nelle Supplici, dove si formano dei traiti di verso conseguilo di questi suoni bruti, per esempio : f • • • * CI SI CI SI 01 oca «aia, 109, à|i ai di di di vai vac, eie. Egli è ovvio di osservare la produzione di questi suoni sollo varie sensazioni nei fanciulli; essi dicono ha he quando veggono un qualche oggetto che li colpisce, hi hi quando piangono, ai ai quando vengono percossi, hu hu oh uh quan- do si burlano di alcuno (2), ba nello schifo. I suoni patetici trovatisi presso tutte le na- zioni ed in lulle le lingue. Nelle lingue che durarono lunga eia e con molto uso è più difficile di riscontrare nelle pa- role organizzale e classificate grammaticalmente le origini interiettive brute, perchè per tanti at- triti si composero, si deformarono e passarono 0 fi abord èlre trèt-courte et se reduire à ett premieri sons (Esprit. Disc III (eh. IX). Anche lk-slull de Trary osserva clic le interiezio- ni, eh' irli dice gridi aggiunti prima 0 dopo, diven- tano i nomi degli oggetti (Logica 1, 48). (I) Cabanis. Kapp. Svinpalhie 477. % V. Dici. Phil. 1, -25 (Wocher. Phonol.). significati lontani dai primitivi, che veramente non esprimevano se non date sensazioni soggetti- ve e non idee (i). Ma restano sempre pure le stesse grida bru« te nella loro condizione inorganica e dette dai grammatici interiezioni. Nelle lingue dei selvaggi appare evidente- mente il passaggio degli stessi suoni patetici ad usi ideologici, essendo queste grida in pari tempo interiezioni e parole organizzate, p. e.: Ai (N. Zcl.), ae (Hawei), e (Tahiti), - si hae (Hawai). Ae, ha dato origine al verbo ae, accordare. Oìa (Tahili, Hawai.), vero, veritiero, egli, questi, quello, ciò, verità (2). lya (Malese), iyo (Bugis), si. lo (Tonga), bene, sì, invero, ja (Hawai) vero. A (Hawai), vedi, ecco. IS'a (Zelanda), ascolta, vedi, ecco. Jio (Tonga), sguardo, guardare; hio (Tahi- ti), imperativo di hio, guardare, vedere. Ahi (Tahiti, N. Zelanda), fuoco (3), ahi, ahi, sera, perchè allora si accende il fuoco. Oe (Tahiti), pronome di seconda persona; tu, spada. Molle parole si compongono di questi suo- ni interiettivi; cosi nelle lingue malesi «io io, veri- tà, si compone di oi'a (verità) e io vero, anzi ar- rivano a costituire degl'interi periodi ; p. e. nel mare del Sud ed in Hawai, ua oìa au, e ue ae oe ia ia, si, e i ae oe, ia iu, ua, io sono quegli, sa- luta tu, si, apprendigli, di' a lui ecc. (4). Restano lestimonii del primo elemento pate- tico i di cui prodotti passarono |joì a parole di varii sensi e diversi ranghi grammaticali in tutte le lingue. Cosi le particelle negative in molle lin- gue hanno ancora V impronta di suoni bruti in- teriettivi. M lala (turco), no X)Ì lo («'•"•.), no. No (iL). (I) Trall. Ideologico in quest'opera. {2) II. Kawi. Butdunann 111. 10*2 hu (ebr.), egli, quegli ; o rj (gr.) quegli, quelle, ni, hoc questi queste, il verbo essere in molle lin- gue, come nelle semitiche ed in altre. Et (gr.) è, andava, 3. pers. sing. imperf. E et* particelle condizionali, d' ugual radice con quelle flessioni del verbo essere (2). Le affermative ja jo je (leut.) presso i Gre- ci « negativa, no. La voce eo (lai.) vado, H wo? (gr.) aurora, grido con cui si chiamavano. Così Àho (Df. Zel.), giorno, deve avere mi' origine analoga, quantun- que separatamente dal greco, tata le cose utili (3). Parole che hanno significato nel latino classico, e che in origine erano suoni bruti interiettivi. Pax, interiezione di chi impone silenzio (Plaut., Act. HI, se. I.) Pai., Glyceram. PI., nempe eamdem,quae dudum constituta est. Pai., pax ahi; ecco come questo suono bruto divenne poi nomi- nativo singolare, pax, pacis, ecc. Anzi la stessa interiezione aveva un senso ancora più vicino a quello di pace, voleva dire, va bene, siamo perfettamente d'accordo; cosi in Plauto dopo d'essersi concertati sul modo da con- dursi Sticho c Sagarino, Sticho dice pax ! Sag. Qui Ionicus aut cinaedicus, qui hoc tale facere possiet ? (1) Iablonski Panili. Aegypt. II. 29. (2) Anche in Ialino si particella condizionale, sim sis sii eia flessioni del verbo essere. (3) »toTnp£5 «ac'wv (Homer.) datori di tutte le cose buone, cioè gli Dei. 59 - Si istoc me mrsu viceris, alio me provocato. Fac tu hoc modo. Stich. Al tu hoc modo. Sag. Babae ! Si idi. Tatae ! Sag. Papati Stich. Pax ! La nostra parola gioia (it.), joje (Ir.), è deri- vata da jo jo esclamazione nei riti di Bacco. Hoch (tcd.) alto, Uòhe, altezza, bl ai (tur.), interiezione in origine, per chia- mare e per ammirare, vuol dire anche palma della mano (gesto concomitante l'ammirazione presso i Turchi). Hai (ungh.) capello. Quanto ai riferiti pronomi e verbi, di cui so- lo qualche flessione o caso e persona può fare al nostro argomento, bisogna considerare in tali persone o casi la radicale, l'origine di tutto il re- sto della declinazione o coniugazione prodotta in seguilo col progresso del tempo o dell' aggiunta d' altri elementi, p. e. desinenze abituali o modi- ficazioue della stessa radice rozza, onde ne venne la moltiplicazione delle forme, dette tempi, per- sone, casi ecc., dopo la quale ricchezza, effetto di lunga vita sociale ed estesa in varii punti, venne V opportunità ad ale uni di accorgersi che certe parole seguivano tali e tali cadenze, ed altre altre, e che a tali cadenze andavano unite tali determinazioni di significato; e queste maniere notarono e classifica- rono ciò che costituì i vari codici di grammati- ca ; ma sotto queste categorie non poterono ordi- narsi tulli i fatti linguistici, e allora si chiamo eccezione ed anomalia tutto ciò che già esisteva, sfuggendo a questi letti di Procuste ai quali solo gli scrittori sopravvenuti ai grammatici dovettero obbedire , mentre la lingua di piazza non ne sep- pe mai nulla (1). Le interiezioni pertanto nel loro valore ori- ginario di sentimento, d'istinto, d'impulso si man- tengono pure semplici in tutte le lingue e si ri- producono eternamente. (I) Vedi Storia Naturale della Grammatica in que- st'opera. Digitized by Google nessuna Esempi. E (Tahiti), interiezione ammirativa. Mi (Tonga), ammirativa. Ai (Tonga), di dolore, di compassione. Oiao (Tonga), di sorpresa. Oiau (Tonga), di dolore, di compassione. Ova (Tonga) A'ene (Tonga) Ita (Tonga), d'ira. Sèuke (Tonga), di sorpresa. SeSke seiikele (Tonga), di dolore, di compas- sione. Ahah (N. Zcl.), di //o.'//a/(\. Zel.),di Au è (IS. ZeL), ali ! E tai (>. ZeL), ah ! A (Tahiti), di sdegno improvviso, di rahbia, di dispetto, con altra pronuncia, alla scoperta im- provvisa di cosa non attesa. Aha (Tahiti), d'improvviso dispiacere od in- quietudine. Alte (Tahiti), di sorpresa o di pena per cosa cui non si può ostare nè giovare, come caso di morte. Aite (Tahiti), di sorpresa, ammirazione, do- lore, cordoglio : ah. Vhu (Tahiti), di aspettazione delusa in un C- vento. //ce (Tahiti), di dispiacenza e inquietudine. Haeve. (Tahiti), di sdegno, contrarietà, dis- prezzo. Aitoa (Tahiti), di contentezza in un evento. In sanscrito. Tata colà, da quel luogo. (P. Paul. Vyacara- na, U6). In turco. I a, (breve) affermativa. L^.f tii'uha, eh, ebbene, andiamo. »jj tp» poh! poh, bravo! e aH pui pU ì> P ronlamcnle - «j beh, |>er ammirare cou enfasi. t jJLa. hi iihr:n. bravo ! bì». x» kha,khakha, di ammirazione, di lode. 60 - uf, uf, di collera, esprime anche la noia, ^jéf ahi, oh ! eh f si ah, interiez. di dolore e di tristezza, s J ace, gli auve, ah ! b( 01, per chiamare e per ammirare, rappre- senta anche l'atto di battere la palma della mano. ^1 ei, oh, buono, bene, approvo. £ fi, esprime il disgusto, l'avversione, fi donc (fr.) fuori, via di qua, nou me ne parlate più. In ebraico. ■>K e, dove? (Genesi, c. IV, v. 9). Hi"! ah, interiez. di dolore. nns ah ah, interiez. di dolore, heu, op{>urc di ribrezzo. (Come in Ezechiel, c. IV, v. U. n^ao ^'flj nari nifi* ^n* np« ->dk} Et dixi Aaa, Domine Deus, ecce anima meo non est poltuta. Vulgata). )jl o, di dolore, )'n vae vae. VI «, di chiamata. (S. Ilieron. traduce ho ho dicent ho ho, heu). ">ìh oi. In greco. i i grido di paura e di allontanamento, (i i TYjv 8*8J w JJ Ju JJ cosi esclama nn attore nel veder grande quantità di roba). u w, esclamazione o I (Aristof. 8uj|i in prin- cipio). ài ai oh oh. (\r. fcep, a due terzi), art ai «t at ahimè! t w, esclamazione d'allegrezza, [in, ùi -rt'xvov) (ftc?£Xat verso il line). ioti toù ohimè! esclamazione di dolore e di sen- so d'incomodo, (t'so tou tì xarrv», Arist. Aiutar ad un quarto). «Jij, grido per chiamare alcuno, cuat vai, (Eschilo Ixì —'fi, iij- catiuv). ecJ, interiezione di allegrezza, tei' eu ai eu ol, e-J al, eù al, tv al, tv al, tv af, sJ al (Arislof. ExxXip in fine). t$ ol, tv al, grido di allegrezza, vedesi che eu avverbio, che vuol dire felicemente, in origine è questo grido bruto. tai, grido di allegrezza. (Arislof. Ausici in line e ExxXijs in fine). «#>«, grido con cui s'indica di rallentare, di approdare, ecc. usavasi dai marinai: w'o« Se, cuor oc, cosi grida Caronte avvicinandosi colla barca alla riva |*r prendere quelli che devono passare, nella commedia Baipassi d'Aristofane in principio, eccitando le rane a cantare. ha, su' via e/o (lai.), w ita (Arist. Eipijvrj ad un terzo circa). t'auot, grido di approvazione, tiravo! bene! 6 %opii 8' eu£u$ ra* y.itp' cJ$t £ a ; y eìcev iauof (Aristof. Barpa^ot o tre quarti). ai poi, grido di disapprovazione, oibù. (ArisL A^apv in principio). aXtjXai, grido d'allegrezza. (Aristof. Auo-to-r in fine). «ai irai dai daigli ! grido bruto, d'onde il verbo caia> percuotere, (cai «ai, òa/li batti, dai- gli. Aristof. - ir. / / •; ! in mezzo). caiwv, grido d'allegrezza, (iij cawiv ecc. Arislof. ©£C7|i ad un terzo). coi «or, grido riempitivo. (Aristof. llXaros). cananaica!! grido di godimento, di delizia. (Arislof. euji verso il fine). cacai, grido di ammirazione spesso deriso- ria, ironica. (Arislof. 2 in principio). Tarai, grido bruto per intercalare. arrarai, Tarrarat. (Aristof. Seco, a due ter- zi circa). àrrara arra rat. (Aristof. Oecp. in principio). iaTTarai tarTarai, interiezione di dolore, a'rra carrara ì suoni senza significato. (Aristof. arra Xarrara J Ayapv in fine). In latino. Eho. rah! Vae ! allontana da vista disaggradevole. Heu c/ieu. Tatae! esclamazione (Plaul. Stichus acl. V. se. 8). Pafme ! cap|>eri ! Babae ! (Plaut. Pseudolus acl. I, se. 3 e pas- sim; p. e. Slichus act. V, se. 8). Ài, di gemito. Flosque lumu» scripto gemitìi» imitabere nostro*. Ipse suos gemitus foliis inscribit et ai ai Flos habet inscriptum, fnnestaque littera ducta est. (Ovid. Metani. X, 215). (11 fiore nato dal sangue di Giacinto, amato da Apollo , portò sui petali ai, ai che Apollo pian- gendolo pronunciava). Hau, interiezione di chi castiga. (Plaut. Sli- chus acl. I, se. 3). St, voce che impone, indica di lacere (Plaul. passim e poeta antico citato da Vairone IV, L.L.) Isis et Harpocrates digito qui significat st. l'hui, interiez. esprimente che si detesta, di sputare dietro. Bombax, interiez. di un uomo che si burla delle ingiurie che gli vengono delle. (Plaut. Pseu- dolus act. I, se. 3). Digitized by Google — 62 — Cai Fur. Ball, babae. Ps , fugitive. Ball, bombar. Cai., fraus populi. Ball, pianissime (1). Hem, di affetto amoroso. hem, voluptatem Ubi ! Hem mei! hem cor! hem labellum! hem sa- lulem ! hem savium ! (Plaut. Poenulus Act. 1, se. 2, 169). In italiano. Oh ! di ammirazione, di disapprovazione. Eh, di domanda, di chiamala. Ahi, di dolore. Oibi), di disapprovazione. Hum hum, intendo, capisco. In francese. Min n' hum!, intendo. Jou jon, di gioia. Ta-la-la (2), basta. Bah! bah!, di disapprovazione. In tedesco. Bst! zitto. Pfui! di disapprovazione. Ps! si! Ba! pa ! di sdegno. jfch ! di profondo dolore. Hm, hum! hom! u! non! (3). La varietà dei sensi primitivi delle intcrie- zioui dimostra eh' esse sono l' effetto spontaneo della emissione dell'aria durante l'impressione del sensorio ; per cui possono variare nel suono, a- vendo pure lo stesso motivo, per la varia posizio- ne degli organi della loquela nell' atto della loro emissione, socialmente secondo la maggiore o minore dilatazione di tutto l' apparato dalla re- gione più interna limitata dall' epiglottide e poi dal velo penduto, ecc. fino alle labbra. Le parole già organizzate si riducono, giu- sta l'opportunità, ad interiezioni, come abbiamo veduto che le parole organizzate possono ridursi talora a suoni automalici. Questo succede quando le parole organizzate sia per la loro frequenza nelle frasi date, vanno perdendo il significato loro (1) E una scena simile a quella del Indro di Uon. (2) Myst. de Paris T. 4. Madem. de Kermoal. {o, \V weber. 39'J. etimologico, sia quando pronunciandosi sotto for- ti commozioni si sostituiscono ad un grido qua- lunque ; p. e. capperi, nome appellativo plurale, è divenuto in italiano interiezione capperi! nel pro- nunziare la qual parola si ha tutt' altro in mente che d' indicare il vegetabile od il testaceo cappero. Cosi in francese vois, (vedi) In (là), le http (il lupo), si ridusse ad interiezione vlau (1) ebe si usa nella caccia , quando si è veduto un lupo , e per ispecificare che queir animale è un lupo. Questo passaggio delle parole organizzate ad uso di grida, di suoni bruti , si svelerà nella Sto- ria naturale della Grammatica. Tebzo eleberto. — Imitazione. Tale elemento non può svilupparsi nell'uma- no organismo, se non allora che oltre la maggio- re capacità passiva di ricevere le impressioni, quella pure si manifesta di reagire e quindi d'imi- tare. Questa natura dell' uomo imitatrice è pie- sala da tutti i suoi prodotti e riconosciuta dai fi- losofi. Quanto alla speciale tendenza ad imitare i suoni, osservisi come egU è ovvio di udire lo scur- rile vezzo fra le persone mal educate che raccon- tano o riferiscono le parole di alcuno , come esse imitano la frase stessa, V accento e i difetti della pronunzia della persona che fanno parlare, spe- cialmente se la sua voce sia marcata dall' uso co- mune. Aristofane nella sua commedia Z?i;iuc, imita la maniera di parlare di Alcibiade che non sapeva pronunciare la r, ma invece diee\a /. E'Wxei 9i |iot 6eci>po~ «uttjs «Xt)tìov Et t' AXxt^ia^rj- etTre itpój ju TpaoXì-ras O'Xài ee'wXs-, Tijv x£9aXTj'v xdXaxos ìjr,et P P P Aristofane nell' AxapvTj- imita il parlare per- siano con suoni senza significato , mescendo que- sti suoni a paronomasie ingiuriose, per esempio, ooXìi^txpuJoxaov o *p in principio e a due terzi circa); il suono emesso dalle tigri si esprime dal verbo roncare (2). Kp»£w xp, chiocciare. BXv)-/3's}iac, belare. Mijxacu.at, belare delle capre. nàTTTrai, voce imitante il suono prodotto nell' emettere i gas intestinali (Aristof. N£ade. Inian, imitazione del grido dell'asino nel dialetto di Parigi (Rabelais, 413). In illirico. I onomatopeia del Gallo conservasi in Co- codick. Kakocuti, scliiamazzo delle galline. Amorfi, gridar delle rane. In ispagnttolo. Triquetraque, scriccliiolata. In ungherese. Kukurìkol, cantare del gallo. -Vinti miog, gatto. Presso i selvaggi dell'America settentrionale. Chichikoue, strumento musicale. bell'Africa. Roa, questo serpente non fischia come 1' a- spide, il siuaki e la più jwrte dei serpenti, nè si annunzia col tintinnio delle scaglie della sua coda Digitized by Google come il siringa : egli mugge, uria, reboa (Nodier, Linguist. 57.) In Tahiti. TàroaleihetoomoOj nome della Divinità di Tahiti, produttrice dei tremuoti. (Cook, Piaggi, t. II, p. 103). Giughi dicono i Zingani per indicare il gal- lo d'India. Un numero assai copioso di onomatopeie si troverà nel Dizionario onomatopeico che daremo dopo qualche fascicolo , dove si registrano nel- l'interesse di fissare le radicali. Cosi per le vo- ci delle altre due origini primitive si porgerà il Dizionario automatico e il Dizionario inter- iettivo. Le lingue di rado mancano di voci riferenti i suoni della natura relativa circostanti-, p. e. degli animali del paese, e per ogni suono nuovo si spiega il mezzo produttivo dell' imitazione : così ogni clima, ogni località ha le sue date voci modellate ai suoni che ivi si fanno intendere ; nelle lingue americane vi sono delle consonanti stridule for- mate dietro il fischio di certi serpenti ignoti alle nostre regioni, cosi i gorgheggi degli Ottentotti ricordano gridi particolari alle tigri. Nelle lingue dei selvaggi si riscontrano in gran copia le |>aro- Ic imitative, cosi, p. e., in quella dei Crccmun o Botocudos del Brasile, e nelP Algouchina, nella Siussa e nella Hurona (1). E la poesia che cerca d' interessare i sensi, va in traccia di parole il di cui insieme jrroduca un effetto onomatopeico, sapendo di colpire mag- giormente e di destare cosi più viva P imagine voluta, facendosi intendere per due vie ; ciò che farebbe il filosofo in seguilo di una conoscenza profonda delle più essenziali disposizioni dell' uo- mo. Sono celebri perciò alcuni versi nei classici, come : Quadrupedanle putrem tonitu quatti ungula rampimi. Un incalzar di cavalli accorrenti, ecc. (t) Itaynal, llist élabliss. Ind. T. VI. I c. 15. p. 435. Vol. L 65 - Cesarotti nella sua traduzione dell' Iliade in dieci volumi fa succedere ad ogni canto serie di versi greci d' Omero scelli per armonia imitativa, ciò che viene a costituire mia onomatopeia artifi- ciale. L' onomatopeia ò qnindi mi elemento etemo delle lingue; così che anche nelle lingue recenti, derivate da altre morte, si producono sempre pa- role imitative che si sostituiscono a quelle che in- dicando oggetti il di cui suono è imitabile, non hanno in se stesse questo carattere imitativo; co- si, p. e., dopo il latino latrare che usossi continua- mente nei tempi classici, si ebbe in italiano abbaia- re e in francese aòoj/erch'è una nuova parola crea- ta |*cr onomalopeia. Noi ancora continuiamo sempre a creare suoni onomatopeici non classificabili in nessuna parte della grammatica , p. e. , tic tac , per dire che si picchia, Un Un, din din , per esprimere il suono del campanello, ecc. OlNOBATOPEIE CREATE nAGU AUTORI, CHE SERVOLO A PROVARE L'tftlMfO VOCALE IMITATIVO SEMPRE ESISTESTE RELL* UOMO. Autori greci. 0' Atiì&toi ùar.tp «pspatTOv 0rj N ae'ywv Litidio come una pecora va dicendo, bee bee (Inlerpr. Etymologic. Kirker, Obelitc. l'amphy- Ho ). Omero nell' Odissea L. IX vuole esprime- re colla parola ?ìZ {si") t»  fi |*ó (A- Digitized by Google ristof., Ircrcets, Prologo. Imitazione del lamento; e nella commedia Btauoi?, Mnesiloco si lagna fa- cendo questo suono |it> jmJ ed Euripide gli dice ti jiojets (che brontoli tu ?) ©kjji in principio. Imitazioni delle varie mei degli uccelli. Nella commedia intitolata Gli iteceli i (O'pvtfo ;) di Arisi' il, me se ne fanno dei versi intieri. TtO TW TW TIO TW Tt'yè TIO TtO TIO TW T«YÌ TIO TtÓ TIO* Tto' TO TO TO TO TO TO TO TO TO TO TtY;; TO TO TO TO TO TO TO TO TO TO TtYfe TW TtO TtO Tt'Yé TtO TtO TtO TIO Utyi TIO TtO TIO TtO Tt'Y* TIO* TtO TtO tiò (verso il mezzo). Imitazione del canto dell'upupa. ETito^ E"iroTto? in greco : osservisi come il suo nome è un'imitazione della sua voce MTOKOt, 1SOI1TO, ttOirOTTOt, KOKOl tft» IW tTW tTti) ITO) tTW* Et» TtO TW, TIO' TtO, T13 TIO, TIC TIO* ( in prin- cipio). TpiOTO, TptOTO*, TOOTIOTÒ, TO^pt^ aTT«Y«S «tt«y*S Topo Topo Topo Topo TSpO Tt'yi; Imitazione della voce della civetta. xotxafìau xtxxa^au Topo Topo Topo TaXiXiXtyé Topo Ttyi Topo Tt'-fj; (ivi verso il principio). Imitazione dell' abbaiare. *t> aù (Aristofane 1 • . a tre quarti). Imitazione del grido del porco. xd xot xoi, trovasi quattro volte nella com- media d'Aristofane Ax«pvqs, a due terzi circa ; di più trovasi questo suono imitativo ridotto a for- ma verbale YpuXXt£ctTC xat" xot££T3t (ivi); vederi che dal suouo xof si fece in greco il nome xoìpos (|>orco). tòpa jia&gtcv «1J5 d xtjpu* ap*Tt»{ T)|Mi>V ITpOO-tOVTWW, fatmpOV xixxo'xxuxtv (A- ristof., ExxXtjosquacchera (Pulci jUorgunte. Mag. c. 27. Stanza 55). Digitized by Google Paff imitazione del dalla percossa del - 67 fatto dall'urto,  je le battrai comme une platre » dice Rigolette nei Myst. de Paris. T. III. Amitié. « On l' entelli ili rouler au bas de l'escalier de pierrc . . . kiss . . . kiss . . . kiss (Must, de Paris T. DI. la Chmiettc). Zest. Imitazione dello scroccare del cane di un'arma da fuoco « zest et s'est fait « ( tri T. II. Dejeuner de garcons). fin, fin fin imitazione del suono che fa il danaro nel cadere nel bacile o nella cassetta delle elemosine. (Helvetius, Esprit, T. I. Disc. IL c. 49 p. 230). Ha ha ha hi hi, hi imitazione dell'atto di rì- dere. (Ilelvel. ivi). Drelin dindin imitazione del cadere di mat- toni uno sull'altro : « Hcureusement la patrouille avait entendu le drelin dindin des carrcaux » (Sue. Mijst. T. IV Délivrance). Qui pure coli' elemento onomatopeico accade ciò che colle parole automatiche; cioè, quando in una lingua le parole onomatopeiche si sono per- dute o trasformate in maniera da non più ricono- scere le prime radici rappresentanti quell' oggetto coi suoni relativi alla sua condizione onomatopei- ca, non solo si riproducono nuove parole sul pri- mo modello dell' oggetto da indicarsi, ma si mo- dificano quelle esistenti fino a ridurle imitative. Cosi in latino la parola 7bmtru rappresentava, specialmente nell'ultima sua sillaba tru, il rumore del tuono ; poiché Tonitru fu ridotto a fonare, e passò questo in Ispagna. non riscontrando più l'immagine che la natura voleva riferirv i per ono- matopeia , si aggiunse istintivamente al f la r e si fece Trueno, e cosi pure nel dialetto parlato nel Messico Trueno Truenos (1), e pure in Italiano trovasi TVwono (2), dal quale si fece intronare e i Portoghesi fecero Trorno. Perciò dagli Europei che tennero in maggiore o minore porzione la lingua dei Latini , quando si ebbe Tuba, la di cui eti- mologia nou bene corrispondeva alla specie di ru- more che da tale istromento soffiato si produce, la corrup|>ero in maniera da avvicinarla alla speri* (I) Humb. Kosmos, I, 216. l'I) Grassi, Sinonimi, e varii lessici Italiani. Digitized by Google - 68 - di suono udito |>er quella, frapponendovi dopo il t un r facendo Tromba (il.), quindi Trompe (fr.), Trotnpa (sp.), T rompe (led.), d'onde pel diminuti- vo Trombetta (it.), le forme Trompelle (fr.), Trum- pette (ted.), Trunwet (ingl.) ecc. Nodier fa la stessa osservazione e riporta T evento del nome Luscinia eh' egli deriva da lu- scus, die si ridusse imitativo in Ruy$enor (sp.) Parole già esistenti con senso stabilito e ri- dotte a forma imitativa dietro la legge segnata in questo trattato. In Ilaliaiw. Da guttur feeesi gozzo, e poi gargozzo gar- gozza gorgozzule avvicinandolo al suono che fan- no i liquidi nel!' entrare ncll' esofago, per cui pri- mitivamente le fauci in ebraico dicevansi ÌTUT4 garghcra Y«PY«p£wv (gr.) Gurgulio (lai.). Cosi nei dialetti veneti si fece Gargatto Gargotta. Da Rott, Rotte teutonico fecesi in italiano Rotta e poi Frotta: quel suono fr è un'imitazione rappresentante rumore, scorreria. Il latino Vespertilio il cui senso si riferisce al suo comparire, svolazzare sul vespro, sulla se- ra, fu ridotto in italiano a Pipistrello, dove la pri- ma metà della parola è una riduzione ad imitare il suono della sua voce pi pù Da acqua aguazzo, guazzo, guazza, fecesi sguazzare e sguazzo, andar per l'acqua battendo i piedi dentro si da venirne bagnati. Quell'i aggiunto si è per istinto imitativo del suono prodottosi appunto movendo l'acqua. In valacco dal latino bttllio si e fatto bulbùcu bollire. Ranuncula in francese si è ridotta a Grtuo- ville; giusta le leggi eufoniche francesi si avrebbe dovuto ridurre a Rainoville ; ma quel g aggiunto in principio, sicché si produsse il suono gre, fu per riduzione onomatopeica, avvicinandosi alla voce della rana che fu rappresentata similmente dai suo» ni br, fr, p. e. in greco fcixzx>*, in inglese Frog; l' imitazione sta nei suoni gr, cr. Riduzione di (iW it t? X'oy»5 iiravTa) tfeópo foupo tftCpo Stipo Topo xopo Topo Topo Topo ti'y£ (Aristofane Opv&e; verso il principio). Quel faópo che vuol dire venite qui, ripetuto cosi quattro volte e continuato dal suono primiti- vamente imitativo Topo Topo ecc., tende pure ad imitare una specie di canto d'uccelli. I n oggetto può essere imitato peli . più o meno facilmente, perciò può questo medesi- mo oggetto ottenere diversi nomi giusta la varia maniera con cui fu imitato. Di più un oggetto può essere capace di varii suoni ; può quindi alcuno studiarsi d' imitare uno di questi suoni, ed altri un altro ; per questa jwrtc quindi può esso oggetto ottenere nomi diversi. Cosi abbiamo |>er le rane una delle loro voci espressa per Ko'otj; in greco, quacken in tedesco, coower (fr.) e un'altra p>èxexe£ (gr.), Frog. (ingl.) e Reg (ungh.). Cosi il Bue diede poo« (i) (gr.), Bos (lai.), Foo (ili.), cioè coli' imitazione del suo suono oo, Ao (inalabar., kirenri, B. sass., sved., isl.), Aoe, (dan.), e diede |iuxati> (g.) , mugio (lai.) , muhen (ted.); per imitazione del suono uu, cosi Kuh (ted.), Amo (russo), Cu (A.sass.), timo (in INolker) la vacca; onde possono darsi parole d' origine o- nomatopeica indicante lo stesso oggetto od atto, eppure essere differenti fra loro , come difatli a\- venne presso varie nazioni. Onomatopeia diversa dello stesso oggetto, cioè imi- tazione di diversa maniera più o meno riu- scita. tìttjì, tyo? (gr.), ricada ( lat. ) 33 H ghav (ebr.). T5v*opt>> To«Sopt£w (gr.), brontolare (lat.) (I) GeniL sing.,ma il nominativo p\>iJs è una for- contralla. Digitized by Google Cicindila (Ut.), minaraina (samcr.). Kaukilas (sanscr.) , K Ksxxo4 (gr.) , ( l' origine del nome dal grido che fa il cuculo xdxxu si dice ingenuamente in Aristofane i O X9XX01; ettroi xs'xxo tJt' àp »X£tv a'i.t)2cu; xa'xxo 4*>Xot r.t9tovSt (Arìstof., 0 • " . a mezzo circa). Cuctilus (lai.), Cuculo (it.), Kokuszka (russo), Coucou (fr.), Cuckoo (ingl.), Guguck (ted.). Gallo. Rukkutas (sanscr.), Coczct (russo), Kokolich (ili.), Cok (cell.), Coq (fr.), Gòckcl (ted.). Corvo. jjU glwq (ar.), a^j- (cb.), Kcpa* Kdpa- xo{ (gr.), Corvus (lat.), Rabe (ted.). Uccelli. V) ziz, CpTfiy tsip tsep (cbr.), pipi (il.), pi- pio (lat.). ycf civ civ (turco), grido della passera, pipi/ore (lat) fare il grido della passera. Civetta. Uyf Kiuf , yD hu hu ( pers. ) , Vyì (ol.), Weule (poeti Svcvi) , Uwila (Glosse di Boxùoru) , Hiuuuclu (Notkcr), L'ule (B. sass.) } Owl (ingl.), ligie (norv.), Ugla(sved.), Ulula (lat.), Uhn (ted.),Huuue(Nolker), lluhu, Huw, Hu (dialet- ti ted.), llulottc (fr.),Urhuh, Lhu (Calmucchi), Schu- hut (B. sass.), Uf(sved.), (llibou fr.), Bub (lat.). Quella specie di civetta detta Ulula Chaleis da Klein, il di cui grido e u/iu uh ho hu. (Adelung, Diz. in voce Uhu e Eule). iJ^uLe dq dq (ar.). Gazza. Le onoiuatopcie compariscono in minor nu- mero nelle lingue provette, gli perchè oggetti che prima ebbero nome per questa via ile vanno acqui- stando qualche altro relativo ad altri rapporti, e quindi il primo va in dimenticanza. A questa ma- inerà svani dall'uso nella lingua latina il primiti- vo baubare dei cani, dopo che fu introdotto il la- trare che si riferisce all' uso del cane domestico, da latro (lalel Xa'àpa) avvisare che vi sono i ladri. Altre onomatopcic si trasportano per analo- gia ovvero si estendono e si generalizzano ad al- tri oggetti coi quali non può esistere questo rap- porto di somiglianza di suono, e quindi la ragione della forma della parola resta un arcano. Cosi H0n3 beemà in ebraico vuol dire ani- male in genere, ma più specialmente il bestiame pecoriuOj p. e. nel Levitico I, v. 2 : òeé è il grido della pecora watwp «pspa-rwv pij £tj (1). Il nome della pecora passò a tutti i quadrupedi da pascolo in genere «pó^a-rov; iràv tstp«'«isv $óaìa\yjt (Lan- zi S. Etr. III. 648), p. e. in Erodoto 11^ 41; e i Latini chiamavano pecudes (col nome della pecora) le bestie in genere che si pascolano, p. e. i buoi, gli asini, i cavalli, camelli, le capre e gli elefanti (2). Altre volte le onomatopcic furono travisate col progresso per corruzione di pronuncia o per composizione con altre parole; p. e. si accorciò la voce imitativa del gallo, che è cocó, in coq (fr.) Considerando la natura delle voci ch'ebbero origine dall' imitazione dei suoni, si vedrà che in origine servivano per mia parte da nomi veramente proprii, perchè si riferivano a quel dato individuo soltanto: quando il fanciullo ode p.e. il gatto a mia- golare od il cane ad abbaiare, se imita poi quel ge- nere di voce intende di nominare quell'animale indi- viduo per parte di cui gli venne l'impressione; e se immediatamente dopo per la ripetizione della vista di animali simili, per la conoscenza che il fanciullo fa della medesima o simile proprietà in altri indi- vidui, ]miò comprendere pure coli' imitazione di quella voce, non queir individuo primo solo, ma gli altri simili, questa sua onomatojieica voce al- lora serve di nome sostantivo; che se mira a ri- cordare qualche proprietà di quel dato animale, questa sua onomalopeia serve da aggettivo; o se voglia ricordare le sue azioni, i suoi moti ecc., giova questa voce come verbo, ed è pur sempre la bebé, il lete ecc. che fa tutte le parti dell' ora- zione giusta l' intenzione del fanciullo e la con- ghietlura che vi aggiunge V ascoltatore. Il NVullner non ammette l'elemento ononial.»- (t) lnterpr. Elymologic. [21 Plinio « Qui cum elephanlo congrt-ssus ge- mino icUi pecudem exanimaviL > Digitized by Google iwico nella produzione dei linguaggi : egli non ammette imitazione, ma emissione di suono cor- rispondente per continuità della sensazione col moto ; « quando si sbadiglia o si ride, vedendo gli altri a sbadigliare o ridere ». Tale imitazione non sarà sempre volontaria, ma l'effetto è sempre d' imitazione, si fonde con questa, come per molti alti non saprebhesi una linea segnare di demarca- zione dall' origine istintiva o dalla meditata. E questo potrà avvenire noi caso di riprodurre i suo- ni umani ; perche una stretta simpatia si lega col- I' organizzazione da cui derivano, siamo nel raso di clavicembali accordati all' unissono ; ma come spiegheremo le parole di prerisa rassomiglianza eoi suoni degli altri esseri della natura ? Avendo riguardo all'uso del linguaggio, cioè di l'arsi intendere ( tale è certo lo scopo ) bisogna ridursi anche a priori alla necessità di quest' ele- mento ; che se V imitazione non fosse di un certo grado di evidenza, non avrebbero inai gli uomini potuto intendersi vicendevolmente. Quando si tratta di ricordare gli oggetti c- slcnii, quanto in somma si considera oggettiva- mente e non soggettivamente, quando p. e. io vo- glio dir cane, s' io non abbaio, ma solo ripeto, come vorrebbe il Wiillncr, i moti che in quell'atto di aver ascollato il cane io stesso eseguii cogli or- gani della loquela, ninno saprebbe ciò eh' io vo- lessi indicare ; quando non fosse stato per avven- tura presente egli stesso alla scena scorsa a cui volessi riferirmi. L'elemento onomatopeico fu sem- pre generalmente riconosciuto. 1 Greci retori e grammatici lo riconobbero come lo prova il nome 5vo|wtToirottat che abbiamo rimarcato; e dai La- lini chiamasi Xominatio; anzi le parole tratte per imitazione dei suoni della natura si dicono da'Gre- ci stessi r.tKotripiv* svolta™ cioè nomi fatti, crea- ti, quasi artificiali (Bolzano Gramm. Gr. 154). Destutt de Ti acy (Logica, 100) ammette solo le origini del linguaggio nell'onomatopeia e nelle in- teriezioni. Adelung n'è persuaso e Nodier dice anzi che la parola ha dei tocchi che corrispondono a tut- te le voci della natura ; che se la necessità costringe il fanciullo a creare una parola, ciò che gli accade sopra tutto nei viaggi neh" incontrare qualche og- getto che lo sorprenda, questa parola è certo una viva onomatopeia. Il P. Paolino dopo l'asserzione di Quatremerc-Disjonval Quc les langues se for- mèreut d'abord par l' imitation du bruii de l'eaii, du bruii des instrumcnts, qui la procurent, » se ne burla dicendo « Non tinnii, Mecastor, haec taro- fanfara sitularum in auribus meis, ut ex ea lin- guarum originem deduccre possim ; » ma poi gli bisogna dire « Al vero ex vocibus animnliura, ex sono quem eduut, ex natura rerum iiuiumcra vo- rahula fliixissc mini certum et exploratum est (1 ). >• Vi ha inoltre una specie d' imitazione riferi- bile alla maniera soggettiva del parlante od alla impressione che fanno sopra di lui gli oggetti, in fuori dalle loro qualità di suono per una specie di analogia tra le qualità dell' oggetto e gli atti, i modi della voce. Cosi tutti gli oggetti e gli atti aggradinoli espressi da suoni fluenti, gli aspri ed ingrati da suoni ruv idi ; gli oggetti mobili e scor- revoli con Ioni di simile carattere, gli oggetti lenti e gravi con toni gravi. Questa specie d' imitazione fu riconosciuta dai Filologi e da alcuni fusa con l' altra generale che diciamo imitare i suoni. Altri come C. Gebelin (Gramm. univ. T. 11. V. 81 Mon- de prim.) e Nodier la distinsero specialmente; a quest' appartiene la qualità dei suoni delle parole relativa ai temi, come allora ebe si dice che la lin- gua cicassa nelle espressioni della natura è piena ili dolcezza e di pompa (ChAlcaubriand. Viaggi Amer. T. II); in questa maniera alcune parole si dicono pittoresche. Questa specie d' imitazione per cui si esprime, per quanto è nei nostri mezzi vocali di manifestarci, la natura del senso nostro intimo, è pure spontanea ed istintiva ed ha stretto rappor- to coli' elemento patetico, p. e. Platone aveva os- servato clie l' i pel suono suo più esile di qualun- que altro elemento vocale è proprio ad esprimere le cose sottili e penetranti : perciò quando Virgilio volle rappresentare il senso di ridere, invece di i/fi pose olii « Olii subridensetc. » (AEueid. L. L). perchè l' o si presta meglio colla pienezza che esi- ge di suono che non l'i a rappresentare idee ilari; P i perciò sembra prescelto nelle idee tristi ap- (L Vjacarana, 170. Digitized by Google - 71 punto da Virgilio : « Eruerint Danai quaequc ipse miserrima vidi Et quorum pars magna fui. ( Ca- lep. in litera 1). Cosi T r impiegasi negli atti d' ira e trovasi nelle parole di varie lingue ad indicare tale stato p'oìjw p'ii^w rabies rasenti (ted.) Questa specie di imitazione che può dirsi di simpatia varrà iu origine a produrre pure qualche parola, ma più io credo che influisca a modifica- re le già esistenti, dacché il dialogo, il tema del discorso può costringere ad usare di qualunque parola sotto qualunque affetto. Allora per tale riguardo quest'elemento d'imitazione, che voglia- mo distiuta col nome di simpatica, si fonde col- l'enfasi, colle maniere d'accento, col grado di tciv- sionc con cui si fanuo v ibrare le varie parti del- l' apparecchio articolatoti e col tempo che si fa durare una posa o ripetere un tono. EsEJtPI DI OXOMATOFEIA DEL SECOKDO CEKE RE, CHE QUI CHIAMASI SIMPATICA. Il lampo non dà suono, ma il suo nome in varie lingue si pronuncia con una rapidità che conviene allo sfuggire del lampo. Blitz (ted.), glitz (cimbro), ziz Vi (ebraico) , splendore, lampo, e chaziz, ciancialà (sans.). Siateli, in inglese vuol dire istante. ChisfKU (sp.) scintilla. Miachvuuch, per indicare mescolanza; ta- le voce non imita precisamente alcun modello in natura, ma questa specie di suono incondito rife- risce una confusione nel movimento degli organi articolatori. Leseli lasch tjJLaJ (ar.), agitato. Kcsciakesc (pers. e turco), guer- ra, stiramento, querela, combattimento, rissa, sti- racchiatura. Ghaz ghàz)l*)U. (pers.), disperso, dissi- pato. jtli |jiU qasch qasch (turco), disperso, con- fuso, in disordine. iYomt di cose minute rappresentate pel suono i gùu gjik cik jSisf. gjiguiz (turco), par- ticelle che fanno il diminutivo quando si pongono in fine dei nomi. jx* gigi (turco), giuoco dei fanciulli, ba- gattelle. f\J nin (assiro), fanciullo. nVfl'D ( eDr -)> P'piod, punte acutissime, spa- da a due tagli. Aino (sp.), fanciullo, i/enino (portoghese), fanciullo lattante. Tip ini.':, punta. Pie (fr.), punta di montagna. Klip klippe (ted.), scoglio, punta sporgente. Biribi, un giuoco (Volt., Corresp. I, 93). Greco. rpu, una cosa minima. Digitized by Google Cincinniti. Crinis. Pilus. Filum. Titio, verj>a, 4/wXtj, membro virile. Cilium. Suono i usato per espressioni dolci di rezza, vezzeggiative. -»~) l'ibi (pers.), padrona di casa. hibi (fr.), cuffia piccola e graziosa, orna- mento di capo. Mimino (ar.), elin che l' r entra nelle paro- le che rappresentano uiovimeuli rozzi e forti, quelli che sono rumorosi, quelli che vanno per iscossc, per salti e riporta gU esempii pdyu pr^vuo» p'e'w p't^w p'u'w p'dw pòste p'i'ktw po^po?, p'oipdw p'diayoq, p'daata etc. Suono st nelle voci rappresentanti la stabi- lità. Stati (ili.), ittaden (pers.), stha (sansc.)aTaw (gr.), ttehen (tcd.), stare. Per questo istinto d'imitare foneticamente 72 — tutti i snoni della natura, avviene che l'uomo ten- de ad imitare i suoni stessi dei quali egli è capa- ce^ e tende ad imitarli ogni volta che vuol far ca- pire altrui eh' egli ha in mente i medesimi suoni; sicché nei linguaggi esistono delle vere onomato- peie che vogliono indicare dei suoni automatici ed interiettivi. Cosi, p. e., il russare, il ridere, il piangere, l' escreare, il recere ecc. (i)piny tK ~ cìtoq, riso , pflX tsachaq, ridere, pHÌV sachaq, riso pr\y sachoq, riso, (eb.); per ridere, cachin- ni (lai.), xaT7.^»'w, x*x*>, x*a*K«>, xt X - MC*»> fari^i'it» > yapfaXi%uì (gr.) , kakkàmi, gangami (sauscr.). Parole imitanti il suono dell' ulto di leccare. pph laqaq, "]nS lachach (cb.). Aet'xti) Xarcat^fo "(\i-fo\uxt (gr.) , lieo Ungo (lai.), lécher (Ir.), lecken, schlappen (tcd.). Parole imitanti il suono della tosse. Woclier crede che il suono della tosse si possa rappresentare con queste lettere : kà-hà, kà-chà, kù-chù, bii-ìtu quindi riporta le parole indicanti tosse in varie lingue e che gli pare convengano a questi suoni : husten (tcd.), kiirhen (Westfalia), kagàmi, kàni, ja kit, cà c-si cu (mongolo) bùken (Westfalia), Ptìxw, Pt)a7ti), fai, fa-fpi (gr.), tosse, tussis. Kuhkh kuhkh (turco), suono che si fa tossendo. Così lutti i difelti della loquela furono : nati per onomatopeia : p. e., la pronuncia guttu- rale dell' r detta schnarren nella Germania del nord e nella meridionale, in francese grassatjer. Nei dialetti veneti chiamasi sgnanfo chi ha la pronuncia nasale. Borelli fa una classe a parte delle parole che gli organi arlicolatori e che ebbero ori- ti) Wocher crede che il suono nell' alto di re- cere sia ók ti*, à kà. ò kò ò kù, ùà kà ita ka. Digitized by Google ginc dal suono che tali organi producono, p. e, deus, denti» (lai.) o««, o#ovto«, *ov*e (gr. mod.), dandoti (pers.), dentano (zend.), dite (lurco), tand (oland.), toth (sassone antico), tooth (ingl.) ecc., e così egli dice delle labbra. Io ritengo ebe sieno prodotte per onomatopeia ; nominandole in que- sta maniera è lo stesso che imitare il suono che esse producono. Cosi, p. e., teien |C in ebraico dente, e abbiamo veduto come si richieda l'azione dei denti per la produzione del suono se. IS'omi dati ai difetti della pronuncia dal tuono che in tali difetti ti produce. F FwT«xt(7jws rìtotacismus, la ripetizione del suono p r; ?'$axi stesso impulso è quello che da movimenta ai muscoli delle varie parli del corpo e quindi anche a quelli dell'apparalo fonetico - loquenlc; i movimenli iiuindi di questo sono contemporanei e coevi a quelli d'ogni altra sistema subordin ilo ai nervi del moto nel- lo slesso individuo. Ma l'azione dei movimenli degli al- tri muscoli si spegne nel molo stesso; soUo i movi- menti dell'apparato fonetico articolalo™ succi de di più un suono, ed è questo prodotto del suono ( che é un effetto del medesimo impulso gener.de ) che da noi sol- tanto si osserva, mentre la causa che lo produsse sluj:- ge, ed e essa un' azione pirallela a quella dei gesti ; sic- ché la causa della voce e della parola è una specie di gesti parte visibili e parte succi denti entro le porzioni non visibili dell'apparato. (-2) Cook. Viaggi. coli' inflessione della voce compiono e suppliscono a quanto non arriva il discorso (1). Più rozzo è un uomo, più gestisce. Gli Slavi accompagnano cogli atti delle numi le loro parole, e così presso noi i villici. Di più quanto più caldo c il clima tanto più si gestisce, questo è ovvio confrontan- do i popoli di varie latitudini o da varie latitudini oriundi. Questo fallo si riscontra nei Napoletani, ' più nei Siciliani, negli Spagnnoli e nei Portoghe- si; osservisi che questi ultimi, oltre il gestire colle I braccia e col corpo, muovono mentre parlano al- ! cuni muscoli del viso che presso i settentrionali restano inoperosi, cioè specialmente gli elevatori del labbro supcriore, gli elevatori delle pinne del naso, i zigomatici e gli elevatori dell' angolo del- la bocca. I n curioso contrasto si forma quindi dalla conversazione d'un gruppo d'Inglesi ed un altro d'Italiani del mezzodì. La ragione è chiara, il calore dà non solo maggior impeto alla circo- lazione e quindi maggiore stimolo al sistema ner- ! voso die si comunica al muscolare; ma le stesse masse dei tessuti sono più libere, più molli, più flessibili, più scorrevoli nella loro sintassi e v'ha maggiore fluidità nel tessuto cellulare, nelle guaine i ec, e quindi cedono più agevolmente ai moti del- le masse che avviluppano. Cosi i più destri acro- bali, giuocolalori, mimi ce, sono gl'Indiani, e i loro discendenti fra noi i Zingani, e gli abitanti delle spiagge infuocate , gli Arabi di Marocco, i d'Algori ce. Bisogna considerare anche la provenienza della razza, perchè devono scorrere varie gene- razioni prima che V abito corporeo venga profon- damente modificalo. Perciò i Turchi, nazione tarta- ra e di clima temperato, conservano ancora qual- 1 che parsimonia nel gesto: vi si aggiungono forse altre cause di aftievolimento della mobilità, I' uso cioè dell' oppio. Il calore del clima a circostanze uguali rnnlribuisco alla ricchezza dcllé lingue? Si potrebbe citare in appoggio di tale asserzione 1' araba e la sanscrita ; quella di Tahiti si diceva da Cook abbondantissima di suoni ; sta per i me- (I) Raynal Hi* Poi. et Phil. dei Ktahl, des Euro- péens daus Ics deus Indea. t. VI, I. XV. pag. Digitized by Google ridiouali il vantaggio nella loro disposizione di somma eccitabilità del sistema nervoso, pei set- ten Inoliali si presta in compenso l' occasione del- le lunghe e folte adunanze per riscaldarsi, e quin- di il più frequente coutatlo ideologico ed esercizio della loquela. I gesti nel più lato senso, cioè comprenden- do sotto tale denoininazioue ogni moto del cor- po, quindi anche l'atteggiamento fisionomico, si distinguono in Ire origini, elle corrispondono ai tre elementi automatico, patetico ed imitativo; cioè 1, o rappresentano lo stato naturale interno del soggetto seuza riferirsi ad impulso per sentilo commovimento sia pei sensi interni, sia per reazio- ne ad impressioni esteriori; li, o sono provocati dagli oggetti esteriori e da moli interni di slimo- lo sentito; III, o tendono ad imitare appunto gli oggetti e le azioni d'onde ebbe prove sensorie il soggetto. I - automatismo del gesto, meno pronunciato nei muscoli degli arti, si palesa a preferenza nei movimenti del uso e accompagna l'umana esi- stenza in tutte le sue fasi; frenasi dall'educazio- ne, ma di rado e in poche persone si sopprime assolutamele. L'elemento patetico e sviluppatissimo nei selvaggi, ai quali tocca di sentire passioni forti e di vivere Ira costumi feroci. Un gesto ossia un at- to muscolare istintivo e tradotto presso tulli gli uomini come espressione di disprezzo, di sdegno, si è il moto della bocca neh" atto di sputare: fu os- servato che g|* inquisiti sotto Y esame sputano di spesso. Quindi quest'atto valse in origine a riferire il senso interno di nausea, di disprezzo, di avver- sione, di dispetto; e vale per formula di disappro- vazione. I Peruviaui quando pronunciavano Cupat, nome del genio malefico, sputavano tosto dopo (Du- puis, Orig. I, G94). II linguaggio jierciò poteva fare a meno di tutta la combinazione di parole che occorrereb- bero per la manifestazione di questi sensi. Due persone di qualunque lingua e reciprocamente ignota tradurrebbero quest'atto di sputare violen- temente collo speciale aspetto della lisonomia pei v arii sensi enumerali. S — L* imitazione degli oggetti e delle azioni col mezzo dei gesti, equivalente alla mimologia ossia all'onomatopeia nei suoni, è di un uso necessario, I estesissimo e costante nell'infanzia dell'individuo e delle nazioni, ed anzi questi due modi di espres- sione furono allora sempre uniti partendo dallo stesso motivo per Io stesso scopo; mentre cioè gli atli dei gesti tendevano ad imitare oggetti e pro- prietà riferibili al senso della vista la voce per parte sua valeva a rappresentare oggetti e pro- prietà riferibili ai suoni; sicché allora l'onomato- peia propriamente detta era soltanto ausiliaria della mimica. Nella danza di caccia i selvaggi del- l'America settentrionale imitano i movimenti, i co- stumi, le grida dell'animale da inseguire, vanno carponi come l'orso, fabbricano come il castoro, galoppano a tondo come il bisonte, saltellano co- me il capriolo, ululano come il lupo, schiattiscono come la lepre (1). E Ut danza dei selvaggi, ora arte mimica, dramma, rappresenta scene della vita di una età ancora più semplice. Le danze che cominciano dall'elemento più ineducato e spontaneo dei gesti, si arricchiscono e migliorami come le lingue; i segui ricordanti prima cose ed alti locali speciali di dato luogo e tempo poi generici vanno servendo appresso a precise allusioni. Nella stessa maniera che una parola in una lingua dotta serve a ricor- dare una precisa riunione d'idee, un passo, un at- teggiamento basta per richiamare non solo varli dati sentimenti ma associazioni di pensieri, ap- punto come vedremo succedere quanto alle lingue : per allusione, per analogia e per coughiettura. Il gesto imitativo si continua, con assai par- simonia per altro, anche nella civilizzazione avan- zata; quando ci sia forza rappresentare un ogget- to del tutto nuovo, specialmente rivolgendoci ad uditori non istruiti nelle formule di misura, d' or- dine, di classificazioni importate dalle scienze, ci aiutiamo coll'imitazione dell'oggetto come col di- segno per quanto possiamo arrivarvi. La povertà delle lingue di popoli che non furono mai colti, oltre che dipebdere da povertà ideologica, si mantenne per causa dei gesti che (I) Chàteaubr. Viaggi in America L II, pag. i(W. Digitized by Google — 76 — equivalevano ed esprimevano a sufficienza per quei bisogni sociali un numero moltiplico di sensi, che poi a poco a poco furono sostituiti dalle parole e dalle frasi, le quali frasi in certi servigi devono quindi considerarsi come equivalenti vocali alle forme rappresentate prima per gesto mimico, cioè una sostituzione di suoni alle ligure. Il suono del- la parola si sostituì in alcuni casi alla figura del gesto, come successe di poi che la figura, il dise- gno, che quindi diede origine alla scrittura, si è so- stituito ai suoni delle parole; anzi neir artificiosa educazione dei sordi muti i gesti delle dita si so- stituirono da capo ai suoni (alfabetici); cosi i sen- si dell'udito e della vista sempre nell'umana so- cietà fecero le veci uno dell'altro, e questo tras- porto degli slessi ufficii dn un mezzo di espres- sione e di ricordanza all'altro fu mia delle cause del misterioso già scorso tramite del progresso sociale. Ma prima della lingua parlala, che si so- stituì a poco a poco a grande copia di gesti assu- mendone i valori , poiché non esisteva altra ma- niera d' espressione, dirò, altra sinonimia, do\clte necessariamente protrarsi l'ufficio dei gcsli come accade nei fanciulli. ì\cc alia longe ratione ac i})$a videtur Pnìlraherv ad gestttm puerox infunila linguae. ( Lucret. L. V, 1051) ) Sicché la facilità congenita di esprimersi coi gesti non favorisce lo sviluppo dei linguaggi, e l'insufficienza dei linguaggi si erige di nuovo in causa a min tenere il servigio dei gesti. Ma alla fine l'opera dei gesti va cedendo e la prevalenza dei suoni in conlronto dei gesti devesi : I. a dimi- nuzione d'esercizio nel progresso di società onde non è più d'uopo muoversi rapidamente, violen- temente talora per ottenere un qualche efletto; come radiamo i periti nelle arti eseguire i lavori relativ i con economia di moto, di tempo e di spa- zio, con agilità e indifferenza, mentre gli uomini rozzi vi si applicano con dispendio inutile di for- ze e di mottipUd moti confusi; li. a vivacità d'in- duzione, per cui da un atto appena accennato si intenda dagli astanti una lunga ser ie di espressio- ni; III. a raffinamento dei sensi, cosi da essere av- vertiti delle minime differenze; IV. a maggiore co- pia di cognizioni sulle proprietà degli oggetti del mondo circostante, per cui si potranno dislingue- re accennando qualche minuta varietà dell'uno dall' altro ; V. molti suoni ricordanti oggetti od azioni imitabili con fenomeni sonori poterono ser- vire per legge d' associazione a ricordare altri og- getti, proprietà od azioni non riferibili alla sensa- zione acustica; VI. per pigrizia, minore essendo la fatica nei movimenti dell'apparato articolatort- fo- netico che non negli altri moti muscolari, special- mente del tronco e degli arti. Questa sostituzione quasi universale dei suo- ni a tutta la pronuncia dei gesti fu però opra graduata e lentissima, e a forza d' eventi, per cui ad esprimere i nostri sensi interni, i nostri pensie- ri, giovarouo di mano in mano cernii di ricordan- ze comuni agi' interlocutori ; questa condizione che le ricordanze fossero comuni tra il parlante e l'uditore, perchè gli stessi mezzi per cui in imo si la la specificità d'ogni lingua in tale o tale esten- sione di spazio e di tempo, per cui gli stessi suoni, fuori di quel tale circolo, non valendo più a de- stare ricordanze, non ponno avere più senso che è un effetto di quelle, quindi per quanto si odano non vengono intesi Mi. Il gesto coordinato in varie serie con varii attori fu tramandato come la tradizione orale a fissare fatti avvenuti, come si osservò presso i sel- vaggi, ed anche a precetto di norme di ceremonie da seguirsi negl' interessi di quelle semplici fami- glie, come nella caccia, nella preghiera, nelle noz- ze, nei funerali, rosi che fu coi gesti tramandata una s|MTie di norma di morale e di civiltà. Tale mimica di storia e d'istruzione si è conservata nel- le danze solenni di quei |M»poli. Presso i popoli ci- vili slessi rimasero ancora in diverse circoslanze monumenti dell'uso dei gesti. Il gesto del silenzio si pronuncia applicando il dito indice in linea verticale attraverso le labbra: 1 \ edi franato id alogico. Digitized by G( t Isti et Harpocrales digito qui tignificat st ( Pinta antico citato da Garrone lf \ de L. Latina ) Aui tua Sigalion Egyptius oscula signet. (Ausonio) Quique prcmit vocem digitoque silentia model. ( Ovid. Melainorph.) Nei parlamenti militari l'alzar le mani e di- stendere il braccio è segno di approvare e di con- sentire. Cosi vedesi in Senofonte pastini; così ve- deri farsi dagli Svizzeri al discorso di Mollino (1513), al quale ferocemente gridò tutta la molti- tudine approxando ciascuno col braccio disteso il detto suo (1). Alla Mecca, oliando i mercanti se ne stanno intenti a conchiudere un contratto alla presenza di jH'rsonc alle quali non amano di far sajiere i lo- ro affari, congiungono le loro mani destre sotto il lembo dell'abito o dentro la manica di uno di essi, e toccandosi mutuamente le giunture delle dita in- dicano le somme che sono disposti a sborsare, e finiscono a questa maniera il loro contratto senza dir parola (2). Presso i selvaggi dell'America si usano varie pantomime di ceremonia che si descrivono dai viaggiatori sotto il nome di danze. Nella danza del supplicante questi si avanza qualche passo, poi si arresta guardando il suppli- cato, poi torna indietro ed un fanciullo lo conduce per mano alla capanna; l'ospite va a sedersi sul fo- colare, e gli si presenta una pipa colla quale fuma tre volte. Danza del bisonte : uno fa da toro aggiran- dosi attorno alla femmina; essa sta in mezzo muggendo. Danza nuziale: vi si fingono combattimenti pel tentativo d'un ratto delle donne, poi vi si rap- presentano in pantomima scene della vita domesti- ca; le donne fanno un giro in senso contrario al sole, i giovani secoudu la via del sole. Danza di guerra con pantomime descriventi alti guerreschi dalla disfida lino alla vittoria. (1) Guicciardini I..X1, e 5. OS. Eryes; Viaggi voi. 43. j.ag. 326. 77 — Cosi nella danza della morte che si usa nei funerali, dove s' imita il falegname, il mietitore, il cacciatore che fende l'arbore, recide la spica, feri- sce l'augello (Chàteaubr., Piaggi in America, t 1. eNatchi.) Come si vede tali gesti esprimono tante fra- si, p. e. che la morte ha mietuto quella vita, co- me una spica, o troncato, come un làlegname re- cide la pianta ec. GÌ' Itelmi nel Ramtschatka imitano pure con le danze i varii usi e movimenti di alcune specie d'animali. Nella danza dell' orso imitano tutto ciò che appartiene all'orso, il suo camminare, le sue proprietà esterne, come si vada alla caccia, come egli si comporti nella difesa ec. (1). Molte ceremonie e molti riti di popoli civili erano pure rappresentazioni in atti di teorie spe- cialmente astronomiche c cosmogoniche, quelle stesse che si esprimevano in numeri armoniosi. Cosi nelle feste equinoziali i combattimenti avevano per iscopo, giusta l'autore della Cronaca d'Alessandria, di narrare l'azione della natura in- tiera, del cielo, della terra e dell' acque. Vi si rap- presentavano le dodici case del sole, le Orse ed il cocchiere si famoso per le pugne nel!' occasione della Pleiade Ippodamia, di cui Pclope, figlio del Serjientario, era amante. Fisiologia fonetica comparata. Risulta da quanto si è finora esaminato che una delle cause della differenza radicale esistente fra il linguaggio articolato e quello monotono dei bruti consiste per la maggior parte di questi nella privazione di ritrarre serie di voci dalla fonte ono- matopeica ; per cui il loro linguaggio è sempre espressione soggettiva, non importa mai la narra- zione degli oggetti esterni che agirono sopra di loro, ma soltanto gl'intimi loro sensi ; questo lin- guaggio di qualche estensione appartiene quindi all' elemento automatico ed al patetico ; dislingoc- si il pipilare dei catelli dall'urlo dello sdegno, del- l' amore, della pena, dello spavento ec. Quanto a (1) Galleria univ., Venezia T. I, '279, 1838. i Digitized by Google - 78 - quegli animali poi che sono capaci ò" imitare i va- ni suoni che loro si esibiscono, come le piche, i pappagalli ec._, quei suoui non valgono a commer- cio dialogico per l'incapacità di tali volatili di sta- bilire confronti tra i suoni dagli uomini emessi ed offerti alla loro imitazione e la rappresentanza ideologica di tali suoni, ciò a cui li condurrebbe T osservazione accurata dei rapporti di causa e d' effetto, data una maggiore suscettività mentale. Per altro questa capacità d' imitare e di ap- prendere dai loro simili non è assolutamele tolta agli animali, che anzi questi sino ad un certo pun- to sono istruiti dai più provetti, nè restano abban- donati affatto alla sola esperienza |>ersonak. (De- stati de Trac> . Ideol II. ). Osservisi che maggior intelligenza si scorge negli animali sociali che nei solitarii, gli uccelli viaggiatori, le formiche, i ca- stori, i sorci ce. ; in parte bisogna vedere in que- sto modo di vivere una frequenza d'opportunità nd imitare le azioni degli altri congeneri. I coni- gli dell'isola di Sor vicino al Senegal non s'inta- nano nella terra, sicché sospettasi che il loro sca- varsi delle tane, coinè fanno nel clima freddo d' In- ghilterra, sia un'arte acquisita, appunto come il loro segno sonoro d'allarme, di pericolo che si dan- no battendo con una delle zampe posteriori il ter- reno (Adanson. /'iaggio al Senegal). Diverse spe- cie d' animali* domestici viventi sotto lo stesso tet- to apprendono le mie dalle altre particolari abitu- dini. I gatti imparano dai cani l'uso dell' AgrotlU canina, l'impiego della quale è istintivo presso i primi, e i cani a vicenda imitano talvolta i gatti nettandosi il muso colle zampe davanti, il che, a- vuto riguardo alla mancanza della clavicola, non è analogo alla lor organizzazione (Darwin. Zoono- mia). L'abbaiar dei cani in alcune circostanze sembra essere uu grido acquisito. iNell'isola di Juan Fcrnandez i cani che vi si trovavano non abbaiavano punto, sino a che essendo stali posti tra di essi alcuni cani europei, eglino cominciaro- no a poco a poco ad imitarli, anzi sulle prime goffamente, come se si fossero posti ad apprende- re cosa ad essi non naturale (I). I giovani usi- li) Viaggio nel Sud dell'America di Don G Juan c D Antonio de llloa t 2, c. 4. gnuoli che sono allevati sotto la covatura d'altri uccelli, giammai cantano se prima non s' istruisco- no in compagnia d'altri usignuoli (li. e Jonston afferma che gli usignuoli di Scozia non hanno un canto cosi armonioso come hanno quelli d'Ita- lia (2), ciò che fa nascere sospetto che il canto de- gli uccelli abbia una parte d'artificio come la mu- sica degli uomini, e non sia nuda espressione pa- tetica (3). Io direi che si sviluppano talora ed m parte le loro facoltà sonore ed in parte si miglio- rano per imitazione. L'elemento onomatopeico non manca dunque del tutto agli animali, special- mente quando si tratta d'imitare quelli della loro specie. Ma, oltre l'indefinita distanza degli altri ani- mali dall' uomo pel centro massimo, la rapacità d'imitare è distribuita nelle varie specie cosi che in quelle che hanno la maggiore disposizione nel- l' apparato vocale per produrre suoni svariati ed imitare quelli esibiti, tutto il resto dell'organismo srade senza proporzione da tale fucata eccellen- za; e all'incontro gli animali la cui compagc più si avvicina all' umana, come le scimie, e che tendono ed arrivano ad imitare gli atteggiamenti specialmente dell' uomo, perla struttura dell'ap- paralo vocale, non ponno seguire l'umana voce e neppure modulare di molto la propria. Cosi dica- si di tutti gli altri animali più rinomati, anzi che per l'istinto d'imitare, perle prove d'intelligen- za; sicché negli uni e negli altri manca il mezzo per dare il prodotto dei suoni articolali. Ora tra le funzioni fisiologiche dell'uomo la funzione vo- cale dà prodotti superstiti all'individuo, fruttanti per uno spazio ed un tempo di cui non si ponno vedere i confini presso l'umana famiglia che ne creda; ogni suouo articolato emesso da un indi- viduo, con le ricordanze (idee), che per questo suono si destano, è un fatto individuale; ma que- sti prodotti vocali pei loro rapporti coli' ideologia valgono come segni di cambio nei commerci dcl- rintelligeiiza; per gli eventi pei quali passano e pei quali solo ricev ono significato, sussistono essi ;l) Mtuurgia de Lusuniis. Kirker. (2 Pennant, Zoologia. Vili, pag. 255. (3) Darwin, Zoonomia Ut, pag. '231,251. Gioia. Ideol. 1,18. Digitized by Google — 79 ingenui documenti della storia, c per questa na- tura di custodire il {«issato, di tener viva e spi- rante la mente delle generazioni rimescolate nella polvere, e di ministrare il contatto più intimo tra uomo ed uomo, ammucchiandosi sempre nuovi prodotti sugli antichi già di tanta benemerenza, costituiscono l'addentellato dell'umana perfettibt Iti. In questo trattato si porsero le condizioni d'una epoca preparatoria alla costituzione delle lingue, come dalla critica fondata sulla natura del- l'uomo si possono ricevere, perché queste to narrano latti innegabili. PRIMA ETÀ LINGUISTICA. Nella teoria della stona naturale linguistica che qui si espone si considerano quasi cronologi- camente in varie epoche, l'una d'origine, l'altra di progresso ed una di compimento, gli stadii delle lingue; mentre quella assegnabile alla re- trogressione risulta dagli stessi elementi che si contano nello sviluppo. Ogni voce, ogni parola ed ogni lingua con- siderala nella storia speciale d'una singola nazio- ne o d'un perìodo di tempo realmente subisce questo processo di emettersi, di prendere forma grammaticale, cioè di adattarsi ad un sistema grammaticale relativo al luogo ed al tempo giu- sta le abitudini della nazione che la parla, di comporsi, di elaborarsi, di arricchirsi di sensi, di moltiplicare le proprie forme ec. e poi di corrom- |K>rsi e discendere cosi da riuscire mostruosa e perciò irriconoscibile, e d'altra parte perdere i pioprii significati ed il proprio rango grammati- cale, e finalmente di andare in dimenticanza jmt la sostituzione fallale di un'altra parola, od in massa di un altro sistema di parole, di un'altra lingua. Ma tali sladii come qui si demarcano non sono in natura distinti. Fino nei primi momenti di una lingua esistono già le slesse cause di cor- ni zinne di (òrme e di pervertimento dei sensi per ogni singola parola, come persistono anche nel- l'epoche più avanzate e perfino in quelle di clas- sicismo ; pure i loro risultati si fanno palesi nella barbarie della nazione, perchè allora non resta al- cun asilo dove si preservino le forine antiche, e tutto quindi obbedisce all'urto più violento; men- tre a vicenda nell'epoche di barbarie esistono già le medesime cause della vita progrediente e di elaborazione sia per parte della lingua di nuovo contatto, se alcuna si fosse introdotta, sia col ri- parare e riordinare in qualche nuota maniera i materiali già guasti e decrcpili di quella che va spegnendosi. Difatti, dappoiché le fonti di origine delle parole automatismo, patema, imitazione so- no eterne, dappoiché per queste si riproducono ad ogni epoca gli stessi suoni, quando esiste uomo ed umana società, anzi dappoiché le parole già organizzate si riducono, si traggono, si avvicina- no per l'umano istinto a tali origini, egli è impos- sibile di considerare in assoluto un'epoca di estin- zione delle lingue. Tal epoca esiste per gl'indivi- dui (voci) e per le umane società relativamente ; onde prevarrà certo l'elaborazione nell'epoche ci- vili, e la corruzione in queUe d'ignoranza; ma l'una e l'altra condizione esistono già iu ogni epoca in rapporti però varii tra loro; ma lo stes- so nisus di elaborazione allontana dall'origine tanto più una voce e quindi la sua lòrma si can- gia; e d'altro cauto gU eventi cou esibire nuove opportunità di allusione tendono a cangiare il si- gnificato: questi dunque sono clementi di vec- chiezza e di deperimento avuto riguardo al siste- ma iu corso di voci, tanto che col tempo il travi- samento delle forme e dei sensi e dei valori gram- maticali per quesla sola via sarebbe tale che, con- Irontali gli ultimi prodotti di una voce con sè me- desima, non si crederebbero aver alcim rapporto di derivazione, e perciò, data una simile mela' morfosi nella massima parte delle voci d'una lin- gua, si dovrebbe ammettere che quella che si par- lava a qualche disianza di tempo era diversa del tutto e quindi considerarsi come perita. Sicché in questa vita delle lingue, quantun- que divisa in origine, sviluppo progressivo e com- pimento, si considerano pel fallo leggi sempre co- stanti in rapporto delle lingue qualunque sia la loro età ; poiché succede in esse ciò che forse i Digitized by Google — 80 nella generale economia della natura, che quegli elementi ebe sembrerebbero negai» i riescano fe- condi e valgano a ricreare; cosi p. e. la corruzio- ne delle parole produce talora molteplici forme di una sola e la sinonimia, ed il travisamento zotico e fallace di un senso serve a destinai , un posto preciso a ciascuna di varie parole eh' erano equi- valenti, ed oltre a questo arricchirsi di sensi e svolgersi di forme pomio le parole risorgere dopo secoli e migliaia di anoi di silenzio e rivivere nel commercio popolare sotto nuovi climi. Sarà facile ad ognuno raccertarsi che, quan- to alle lingue, non v'ha per alcuna un punto de- ciso di morte, considerando che la continuità d'iu- leUigenza e quindi di linguaggio tra gli uomini di una stessa nazione non fu mai interrotta; che quindi mentre una parola mancava, v'era gin un'al- tra che equivalevate, se l'idea continuava ad esi- stere, e nel caso che la parola maucata non fosse immediatamente sostituita, bisogua credere che mancasse, assai tempo prima della parola, l'og- getto o l' idea che con tale parola indicavasi; sic- ché mentre alcune parole crescono, si perfeziona- no, si corrompono, deperiscono, altre nascono e percorrono le stesse fasi ; che se l' impoverimento di una lingua succede per difetto ideologico, la morte di una lingua non è compatibile se non coli' estinzione delia casta* o della nazione che la parla; ma nella somma del tempo le trasforma- zioni graduate arrivano a tal punto che la lingua che esiste nulla somiglia a quella che esisteva nel- l'origine della nazione, e quindi queste due con- dizioni della lingua, la primitiva eia recente, si ponno ammettere come due cose separate e di- stinte — la primitiva che non esiste si può para- gonare ad un individuo perito, la secondaria che esiste può dirsi produzione, genitura della prima. Ecco in qual senso si dice la lingua italiana figlia della Ialina, la greca moderna figlia della greca dei tempi tellerarii ce, mentre in realtà la lingua italiana e la latina accresciuta d' alcune voci, pri- vata d' alcune altre, modificata nella figura d' al- cune parole c nei loro sensi ; altrettanto dicasi delia greca moderna rispetto all' antica ; uè \" ha un piinio negli annali d'Ualia in cui i Romani non si capissero l' un l' altro, nè tal punto trovasi nel- la storia reale d' alcuna nazione. D'altro canto le divisioni che si sogliono istituire neir esame di qualunque tema, per quan- to sieno opportune per lo scopo speciale che l' au- tore si propone , restano sempre manchevoli pel loro rapporto rolla realtà delle cose, che non esi- biscono mai un esatto parallelismo con tali divi- sioni. Qui p. e. nella storia naturale linguistica io ho trovalo di dividere assolutamente lo studio delle forme delle parole da quello dei significati, |>crchò di fatto sono indipendenti gli uni dalle al- tre, ma dovendo cominciare dalla posizione pin semplice, è pure necessario ch'io mi spieghi sui rapporti di significalo delle voci nella prima età linguistica, e quindi sono costretto ad anticipare i risultali delle vedute delle quali si trova la ra- gione nel Trattalo, ideologico. In ogni modo io sono persuaso che nel pre- sente saggio di storia naturale delle lingue si toc- chi la continuità del processo ideologico-fonelico che mai non fu interrotta nell'umana soeietà ; loc- chè corrispondendo a quanto succede in natura, in cui tutto esiste ed appare in una catena di pro- cedenza e di susseguimento, sarà il fatto dimo- strato teoria e prova di se stesso e quindi si con- giungerà all'assoluto mostrandosi omogeneo, ar- monico, necessario coli' essenza delle cose: vc- drassi p. e. che le stesse leggi eufoniche, che In- dussero lo sviluppo della lingua latina fino al suo classicismo, sempre continuarono e produssero la modificazione di deterioramento della stessa lingua latina qui in Italia che si disse volgare ed ora dicesi italiana; la continuità della maniera d'articolare le \ocinon fu mai sospesa, ed il travisamento è solo effetto sommario nel tempo di modificazioni omogenee alla razza abitatrice dell' Italia ed alla sua condizione fisica. Sotto il teina della prima età linguistica per- tanto si considerano in effetto i prodotti delle di- sposizioni vocali dell'uomo in contatto col suo si- mile, giusta le varie circostanze organiche e quelle estrinseche ; servendosi sempre dei falli ri- masti nelle lingue parlate o custodite dalla Iette- rai ira. Digitized by Google — 81 Il mio concedo di prima età linguistica non le assegna posto preciso nella serie dei tempi, nè avanza teoremi sulla località e sulla maniera di stato tra cui si svolgesse, come fecero alcuni che p. e. stabilirono V origine del linguaggio artico- lato nella pastorizia od altronde (1). Do>e fu con- tatto - bero pel ripetersi d' una slessa sensazione di qua- lunque altro genere, anzi che l' acustico, p. e., pel rivedere d' un oggetto o pel ritoccare d' un corpo. Tra questi due elemeuli, l'uno di produ- zione, 1' altro d'uso del già prodotto, si stabilisce in ogni terra, in ogni stagione , una maniera vo- cale d' intendersi, fra umani individui di qualun- que razza, che nulla sappiano nè di voce, uè di idea. Questa è la condizione della prima età lin- guistica, la quale cioè si definisce nel concorso protratto d' uomini ignari della umana capacità fonetica e del suo uso. Nè questi limili definiti in circostanze possibili e non localizzali, praticano perciò un sulterfugio d' onde intrudere per pezzi del musco naturale plastici capricci ; questa con- dizione potrà trovarsi in diverse età, sia per iso- lamento primitivo, sia per abbrutimento poste- li) Gioja, IdeoL I, 184. VOL. I. riore , sia per contatto nuovissimo d' uomini di nazione diversa, gli uni agli altri ignoti ; onde i linguaggi rispettivi a nulla giovano loro in co- mune ['l'i primi incontri : quindi anche nella esi- stenza di linguaggi organizzati sono compatibili i fatti di processo primitivo. Per poco che alcuni uomini sieuo stati iusieme, questi due elementi, cioè Pope mule e il suo prodotto, sono immedesi- mali ncll' uso di reciproca intelligenza , e in que- sta ragione composta trovansi in tulle le lingue ; solo variano le proporzioni relative di questi ele- menti, cioè quanto più una lingua è avanzata tanto più serve il prodotto che già si possedè e tonto meno si mauilesta la funzione produttiva, e all' opposto quanto più una lingua è manchevole lauto più al bisogno si palesa il nisus produttivo. Qui |>ertantn nel presente trattato si neglige l'uso che si fa .del prodotto e si esplora invece la fun- zione dell' elemento produttivo sia ne' suoi primi germogli, sia alla superfìcie di piante perenni. li' ignoranza assoluta dell' uso mutuo della voce non può durare olire il primo contatto tra uomo ed uomo ; perchè appunto per I' effetto im- mediatamente operato dopo le prime grida e spe- cialmente al ripetersi di nuove opportunità, si ge- nera la nozione della sua efficacia e quindi si usa con un inlento : ma la durezza del meccanismo pei moli inusitati non si riduce cosi in breve ; on- de per qualche tratto dell' età primigenia uno dei fattori della produzione dei suoni resta quasi nel medesimo sialo d' allora quando ne fece le pri- missime prove. Pel seguito poi, cioè per la ripro- duzione costatile di genesi fonetica primitiva so- pra gli antichi prodotti, questa succede ogni vol- ta che per dati individui si mantenga la ina- zione negli organi : a qualunque epoca anche ci- vile essa cominci a sciogliersi si avranno le stesse maniere d' articolazione come nella nativa comu- ne imperizia. Egli è chiaro per ciò che si possono raccogliere fatti fonetici di tipo primitivo, che ora stanno sparsi e confusi insieme a prodotti com- plicatissimi, e di questi giovarsi logicamente per dedurne la scena storica d' allora che ogni lin- guaggio si sviluppò 11 Digitized by Google Della Voce. TrnUando della voce sola per sé senza i suoi rapporti d'opportunità di emissione, v'hanno dif- ferenze tra uomo ed uomo per In speciale slrul- lura e per le abitudini contratte talora espressa- mente, tal altra inavvertitamente, sempre in ac- cordo col carattere dei suoni del sito abitato. Certi suoni, certi accenti, certe aspirazioni, le va- rietà di proporzione tra il numero delle conso- nanti e quello delle vocali distinguono le lingue proprie a diverse latitudini ed anzi alle diverse circostanze tìsiche prese tutte insieme e conside- rate nei casi dove la loro influenza deve avere più d'intensità. Qui manifestasi nella voce l'azio- ne combinata dell'istinto clic corrisponde all' ele- mento patetico ed automatico, e dell'imitazione che corrisponde all'elemento onomnto|veico ; tale imitazione si manifesta vagamente e non nello studio preeiso d'un tal oggetto o d'un tal suono, ma sì gli organi vocali sono traili a seguire, a ri- petere la speciale maniera di cadenze ricevute dall'orecchio. Generalmente, (pianto più le lingue sono vicine alla loro origine, tanto più sono accen- tale e cantanti (I). Quanto alla speciale struttura si trovano esempi degli estremi opposti nelle diverse umane famigliej il Caraibo negro di S. Vincenzo, grande e robusto, di razza doppiamente selvaggia, cioè generata da Negri Africani con Caraibi rossi, par- la con una veemenza che sembra dipendere da collera ; cosi pure le donne Africane dell'Est han- no un carattere di suoni di accento duro e secco conveniente alla compage loro sgarbata ; mentre invece le Africane del Niger hanno un'inflessione di voce di cui i nostri organi non potrebbero se- guire la dolcezza, cosi che i loro nomi di Zemc, di Zilie, di Fauni ce. pronunciali da esse riescono nomi di voluttà (2). La lingua di Tahiti è per sè stessa un can- to (5). Dampierre trovò che gli abitatori d'un'iso- la che non produceva ne albero né arbusto e che (I) Diluii de Tracy. Giammai. II. n. 53. (■>} Ramai. HisL Et Ind., T. I., 1.11, 220. (3) W.cland, T. XXIX. p. 374. vivevano dei pesci loro gettati dai flutti nelle pic- cole baie di quella, usavano di suoni simili al gri- do del gallo d'India. In generale la vita rozza ed aspra mantiene simile natura nei suoni delle lin- gue relative; i dialetti del linguaggio celtico era- no orridi: l'Imperatore Giuliano, sotlo del quale ancora si parlava tale linguaggio, dice nel suo Mi- sopogon che rassomigliava al gracchiare dei cor- vi (I). Vedasi come la civiltà ha cangialo l'accen- to e la modulazione della voce nei paesi che ora sono occupali dai Celli. Così erano le lingue etnisca, osca, sabina e la dorica : uno scoliaste di Teocrito dice di questa ch'era Tpaysfa, - óit-:p5ris$, »x twir\zo^ (2). Quanto all'inflessione della voce, all'accento ee. bisogna notare che l'uomo straniero ad una lingua la prima volta che l'ode erede tutto conti- nuo, dello e pronunciato nel medesimo tono, sen- za alcuna inflessione né prosodia ; non si comin- cia a distinguere le parole, le sillalte, ad accor- gersi che le une sono più acute od hanno più o meno di durata, se non dopo una lunga esperien- za; così par la melodia d'un popolo essa deve sempre essere subordinata alla sua lingua: per giudicarne si ricerca una speciale attenzione ed abitudine ripetuta e continua. Cosi al Francese la lingua indiana di G ialina sembrava d'un suono si- mile a quello che si produce ballendo noci (.»). La lingua dei Trogloditi si dice da Erodoto essere un cigolio come quello dei pipistrelli (4). Dicono i Zingani di sè stessi che parlano come gli uccelli cantano; che gli altri uomini cantano come i leoni ruggiscono. Nell'Agamennone d'Eschilo Clilenneslra pa- ragona il linguaggio di Cassandra, ch'era troiana e parlava una lingua non greca, alla voce della rondine che in greco dicesi TpatA», cioè balba. In questo senso gli antichi Greci dissero che erano colombe le prime sacerdotesse di Dodona e (1) Voltaire. Essai sur Ics moeurs, T. I, p. 217. (2) Lanzi S. Elr. I. il». (3) Sue. Le Juif erranl, traduat. led. Der ewige Judo T. V. p. 194. (4) . . . yXwsyav fi rfuteptiff ixXrj ?r»po|ioi*]v V£v3|u'xa7!, a'U* T£TpiY«7t, xarairep ai vvxT£pi- Sì ; . L. IV, 183. Di gitized by Google di Giove Aminone, perché parlavano la lingua egizia che da essi non era intesa (I). Cosi ogni lingua non inlesa la un'impressio- ne come d'un seguito di suoni che non ahbiano scopo uè rapporto col pensiero : onde giudicano gli uomini, non disingannati dalla conoscenza dei significali di tali suoni, che le voci degli altri po- poli di lingua assai differente non sieno parole. Quelli delle isole M arianne sono persuasi che la loro lingua sia la sola nell'universo (2). e che gli altri uomini non sappiano parlare. Polluce chia- ma gli altri popoli barbari mufi «yXwt^oi (,>). Gli Slavi, i Russi chiamano i Tedeschi ne- metz, che vuol dire muto, e questo fu il nome ge- nerico dato altre volte a tutti gli stranieri, men- tre lo Slavo chiamò se slesso slavo, cioè l'uomo della parola (\): anche in scrviano Nemats, Gne- matz, muto. Gli Egizii chiamavano barbari tutti quelli che non avevano la loro lingua (3). Cosi pure i Greci chiamavano £s>0apo« ogni straniero; questa pa- rafa era un'imitazione dispregiativa del parlare appunto dei forestieri, che loro riusciva monotono e privo di senso. I Tedeschi chiamano gì' Italiani Walscher, parola che si riferisce al linguaggio ; vorrebbe di- re quelli che /Milano in modo che non s'intende; walsch difatti vuol dire gergo, parlar secreto co- me nelle parole Hotlmalsch, Kauderwalsch. L'accento dei diversi dialetti segna il carat- tere vivo o lento dei popoli (G). Miiller dice che i (1) Erodoto D, 57. (S) Botai Esprit. T.I. Disc. IL 91. Yoyago de la Compagni*: des lndes Hollandoises. (o\ Romboidi, Kosmos IL ^t». MJ Golowinc. Li Russie sou> Nicolas I, 170. (5) Erodoto 11. 158 » Bappatasu; 9ì *ra'vT«s oì AiY'JKTWt xzXiuji T8? (irà aao»i: » qui la parola £«p£apss devo riguardarsi come iradu/.io- ne di quel qualunque termini' che gli Egizi avranno adoperalo per lignificare quelli che non sapevano par- lare egiziano, perchè 1 origine della parola £«pP«po? è ateniese. (6) Vi ha pure diverse maniere d'accento duella- to, diverso da quello dui popolo tra cui si vive; ma tali leziosaggini, di cui v'hanno esempii frequenti nel- le grandi alta, non possono essere contemplate nel- l'argomento in cui versiamo. Tedeschi non hanno un accento generale come i Frocesi, i Danesi, gli Svedesi, ma si uno speciale , giusta i luoghi (1). Quanto all'azione della voce umana sull'uo- mo, oltre i rapporti generali acustici, altri ve ne sono di simpatici relativi all'omogeneità dell'uomo coll'uomo. L'infante ascolta con attenzione e con piacere il discorso ch'egli non intende. >elle lingue poverissime bisogna aver in mente che molto coadiuvava la mutua intelligenza hi diversa mo- dulazione delle slesse scarsissime parole, l'intona- zione ; come p. e. tra quelle nazioni selvagge che si trovarono non avere per tutto linguaggio se non cinque o sei suoni o gridi. Questo l'atto si può osservare nel volgo di oggi il cui discorso è molto più animato c va- rio, quanto all'intonazione, di quello che il discor- so degli uomini colli, poiché questi^ usando di una lingua assai più ricca, colla quale per le pa- role di senso già sancito possono esprimersi più precisamente che non colla diversa inflessione della voa-, non hanno d'uopo d' affaticare gli or- gani vocali dando loro forli e svariati impulsi. Anche nel liuguaggio più colto possiamo farci un'idea del valore diverso delle parole in origine secondo l'accento con cui erano pronunciate, considerando quanto importa al senso d'una sles- sa parola se sia della positivamente, negativa- mente, in modo ironico o d'ammirazione, titu- bando, piangendo, con grido più o meno appas- sionato, in atto di sorriso, di ghigno, o tra le risa. Della pronuncia nella priha età' linguistica. Lo stento c la rigidità degli organi artico- latoli danno prodotti che si risentono dell'attrito e dell'imbarazzo in cui versano per far succedere gli svariati movimenti delle diverse parli dell'ap- parecchio: gli eseinpii di tale stato li abbiamo pure oggidì nella maniera di parlare delle popo- lazioni rozze, che c tronca ed a scosse (2). Osservasi di più una inesattezza presso le popolazioni più incolte, per cui la pronuncia non (1) Mùller. Manuel de Phjsiol. T. II. 250. (2) llombohll Kawi. liuschmann T. HI, 567. Digitized by Google ha alcuna stabile norma: p. e. nel Madagascar la stessa parola può essere pronunciata in sci o set- te maniere diverse, cosi pure in Tahiti (1). Le cause di questa licenza della pronuncia sono a ricercarsi nell'abitudine di apatia e d'iner- zia di quella gente, molto più che nessuno si è pensato fra quella di redigere le regole e le con- suetudini prevalenti in fatto di lingua. Un'altra causa si è quella della separazione, della lonta- nanza degli abitatori gli uni dagli altri, d. in- quinili ogni famiglia fa da sè, rari sono i contalli della moltitudine e quelli tra individuo e indivi- duo, mentre ognuno provvede a tutti i bisogni proprii od al più a quelli della famiglinola; la quale segregazione opera con tal efficacia in que- sto senso che fluisce coli' indurre massime diffe- renze tra il linguaggio delle tante piccole socie- tà, sicché in ultimo le une non intendono le al- tre, onde figurano tra i selvaggi quasi tante lin- gue quante sono le borgate (2). Noi al contrario abbiamo centri di conversazione, ed istruzioni continue in fatto di linguaggio, come nelle chiese, nei teatri, nelle adunanze pubbliche, nei mercati, nei caflè ce, oltre le scuole di cui approfittano quasi tutti nella prima età; pei molti nostri biso- gni abbiamo persone diverse colle quali entrare in dialogo, p. e. gli artieri, i commercianti, i do- mestici, i villici. Le cause di segregazione induco- no la diversità di pronuncia anche nelle uazioni più civili tra i varii paesi, le varie contrade ed anzi tra le diverse classi degli abitanti d'uno stesso luogo. Brescman osserva che in Danimarca vi sono tre maniere di pronuncia, quella dell'uomo educato, quella del popolo, quella oratoria usala nelle accademie, nelle chiese, nei teatri (3) ; que- ste tre maniere si ponno avvertire in ogni paese. Un fenomeno costante nel sistema fonetico degli uomini che non abbiano esercitato conve- nientemente l'apparecchio arlicolatorc si è quello della reduplicazione delle sillabe, che è messo a (I) Humboldt, Kawi, ti, 327. {2) Nel Brasile ogni pìccolo popolo aveva il suo idioma particolare (Raynal Hisl. I, p. Et. Ind. T. IV, L. 9, 358. Specialmente i Tapuiya. (Georg. Marcgrav. Brasil. p, E). (3) Tydsk, bJtisk Parlcur p. 1 17. 84 - nudo nei suoni automatici p. e. mania papa, ed anche la ri|H?(izione della slessa sillaba si molti- plica. Gl'istitutori di professione, per non aver tenuto dietro coll'osservazione a quanto succede in natura, non hanno poluto render conio del- l'origine delle parole di forma più semplice ; cosi Ambrogio Calepino deriva papa da pa, che poi (dice) si reduplicò: ma p.rchè? se avesse posto alleuzioue alla loquela infantile avrebbe sentito che il fanciullo non si arresta poiché ha pronun- cialo pa, ma continua papa, papapa : altrettanto gli accadde colla parola marna (1) ec. La causa di questo fenomeno si è che gli organi arlieola- lori dei suoni non sjiio capaci se non di rozzi e golii movimenti che non sanno complicare, e meno ponno ad un atteggiamento dato farne succedere immediatamente un altro ; ed anche al- lora che la volontà diriga i loro moli determina- ti che sono, l'impulso è maggiore di quello ba- stante: accade come in una corsa, dove non si può arrestarsi tulio d'un tratto, ma si fanno al- cuni passi di più di quelli die si vorrebbe, nella direzione del moto impresso giusta l' intento. La reduplicazione della sillaba iniziale d'una parola o dell'intera parola stessa si trova per esplicito valore di rinforzo (2). In altre lingue, come in quelle del ceppo Malaico, non sempre viene ripe- tuta la vocale della radice, ma occasionalmente una alfine; (5) questo dipende dal grado diver- so di forza con cui si eseguisce il meccanismo già determinato, p. e. quando invece di b si pro- nuncia p come nella lingua Malese, dove invece di papa si dice bapa (il padre) o (mando una parte dell'apparecchio manca al suo posto, come quan- do si pronuncia f invece di p; perchè cioè le labbra, anzi che restare iu mutuo combaciameu- lo, si abbandonino, onde allora l' aria della voce emessa, non trovando altra siepe che le si o|>- ponga, è già libera quando ha superalo la fes- (1) Anche i muli quando sodo dale cornino/io- ni emettono suoni, dei qu.ili essi stessi non sono conscii, li ripetono p. e. ba bà bà be be be. 02) Humboldt. Kawi, Inlr. CLXVIL Di questo fe- nomeno ideo-fonelico parleremo nel Trattato della composizione «Ielle parole. '3) Humboldt, I. e. Digitized by Google stira costituita dal lombo del labbro e dall'ade opposta dei denti incisivi, e quindi l'ultimo pro- dotto del meccanismo fonetico è un suono den- ti - labiale, anzi chi: labiale. La reduplicazione primitiva predomina nelle voci d'origine auto- malica, ma succede anche nelle parole d'altra origine, p. e. in quelle d" elemento patetico ed anche in quelle onomatopeiche: in queste for- se v'entra |>er qualche carato l'esplicita volon- tà, si ripete cioè il suono perchè venga avver- tito più sicuramente dall'uditore e quindi arri- vi a capire qual cosa sia quella che s'intende d'imitare. Gli esempii della reduplicazione primitiva si troveranno nei dizionari! sotto le varie categorìe di voci d'orìgine automatica, patetica ed onoma- topeica. Qui pertanto osserveremo come questo fe- nomeno della reduplicazione, ch'è una delle ma- niere più semplici di pronuncia, e che trovasi co- me patologico in certi individui presso le nazioni civili, si mantenne nell'avanzamento delle lingue, anche allora ch'erano succedute le composizioni delle parole. Vi sono pcrlaulo nelle varie lùigue molte parole organizzate le quaU hanno l'ultima sillaba raddoppiata, altre la prima, altre alcuna delle intermedie : la forma più ovvia di redupli- cazione si trova nella prima sillaba, o neh" ulti- ma. In molte parole rimase perfetta, cioè senza alcuna modificazione, in altre si scorge la redu- plicazione della consonante con variante nella vocale; p. e. in sanscrito bibathsam ridere — bibartni portare ; in altre si trova sostituita la consonante stessa da una di meccanismo analogo o dal succedaneo nel caso di cangiamento di vo- cale, p. e., g dinanzi e ed t cangialo in ga o go dove invece di far operare l'apice della lingua, battendo con quella l'orlo dell'arcala dentale su- periore, esce un suono tra il palato e quella por- zione qualunque della lingua che alzandosi coar- ta il tramite buccalc in corrispondenza al fornice palatino: come p. e. in sanscrito gigonmi = odoro gegaman = vacillante. In altri casi si tratta di aggiunta d'una con- sonante oltre la reduplicata, p. e. in sanscrito dadartha = vide sasargia = usò In altri si tratta di ripetizione della sola consonante tralasciando la vocale, come iu molte finali ebraiche p. e. bh® malal = parlò DDD musa» — liquefece, disciolse. In tulli questi falli di reduplicazione imper- fetta trattasi sempre di quel fenomeni >. ma mode- rato sia dall'organizzazione dell' intera parola tra i componenti della quale s'incontri, sia da succes- siva deformazione della parola. Humboldt aveva osservato che in sanscrito la reduplicazione vie- ne modificata cosi esattamente giusta l'interna fabbrica della paro'a che si può contare cinque o sci differenti forme della medesima distribuite nella lingua (i). Veggasi solo per questo effetto d'inerzia degli organi articolai uri qual occasio- ne continua di varianti d'ima stessa parola e quindi di arricchimento nel capitale d'una lin- gua ! Questo mezzo proprio della condizione ideofonelica inferiore, per la natura della sua causa, si riproduce quando le parole organizza- te, per qualunque evo abbiano scorso, giungono ad essere usate da persone rozze; cosi p. e. suc- cesse alle parole latine cadute nella specie di deteriorazione che costituì la lingua valacca; p. e. in alcune parole successe il raddoppiamento del- la prima sillaba cosi da gelu gegeru da turgeo durducu da tnrqueo turtacu nelle sillabe intermedie da min fecesi iiutoejcu, appropriare nell'ultima sillaba da cutter cnltro (lat.) cntifu (vai.) da tabula tablele da dia di/eie da cutneo cununu da tniror minunu Qui si riferiranno varii esempi! di reduplicazione (I) Kawi, Inlr. CLXVII. Digitized by Google - 80 - rimasti nelle lingue che pervennero alla cogni- zione della nostra età, distribuendo tali eseiupii giusta il sito relativo della sillaba reduplicala nella paiola di cui la parie e giusta la maggio- re o minore esattezza del raddoppiamento. ReDIPLIC AZIONI Ul > MONOSILLABO. Lingue del Man- del Sud. Il il, succhiare. /ih ini, chiudere (usasi della bocca). Sac sui- (lingua lagalica), fermare, saldare qualche cosa, cacciare dentro, riempiere, gettar entro. Vc//c Indie orienlfdi. Cutis eoa», nome di un animale marsupiale in Amboina ( I ). In /Miro. yi yi ler ter. nome di Dio, altissimo, /n Intinn. Furfur. Hturmur. In ispagnunlo. Borro, bambino in fasce. Reduplicazioni della prima sillaba. Lingua dei selvaggi del Brasile. (Jacaba, passare (2). Cacapvnwnga, nome di uu' erba usala come antidoto (3). Kakara, frutto simile ad una noce, che si mangia cotto (4). Vamanga, frutice dello dai Portoghesi la- vapratas (3). l'apatia, pesce commestibile che ha il capo si- mile ad un cuore ((»). Papay, albero detto anche Pinoguacu il cui fintilo chiamasi dai Portoghesi Maniaon, perchè (!) Gulk'liii. Pison., (lisi. Nat. et Mcd.. I. V. fi) Georg. Marcgravii de Brasilia*, Regione p. ~2Z. (3) Culielini Pisonis, llist. Nat. el Med., I. V, SU». M) Georg. Martgrav. i)« Itras., p. 13. (5l Gulielm. Pisoli., Ilist. Nat. ci Mcil., L IV, 183. [6] Cui. Pisou.. llist. fi.u. ,>| Med, I. VI. I>endc in forma di mammella dalla pianta, perciò mameira; maina, papa, non la mammella (I). /ferreo, avere (2). Totocke, rrutto d' una specie di palme (3). Lingua dei selvaggi del Chili. Cuchuleiu, giacere (4). Lingua di Java. Cacap, pesce commestibile (5), detto da- gli Olandesi Steen Braessems. Lingua delle Motucche. Popoua, spica (u). Lingue del .Vare del Sud. Bubula (Tonga), gonfiare. Babaio (tagal.), parlare. Bebck (Mal.), rostro, becco d'anitra. In sanscriti». Bubukshà, fame. Dadadi, dare. Fatami, sorgere. Titiksha, pazienza. Shishiram, freddo. In persiano. tcjUb labari , pepe, cybb babat, felice, forte, potente. In turco. SLòCò zcczel, vociferazione, grido. ikàRJtf zahzuhel, ondulazione. ■i^i^ zamzamel, coraggio, bravura. aU-fiuU> zafsafelj truppa d'uomini, folla. In ebraico. nOf'l* tsitsid, riccio, lembo della veste. In greco. Bat^agw, gridare. BafkiXtov, cuna. BajizXcv. forame, porta. BefoXs?, profano. (I) Cosi si nnmina da Dodonto o da Clusius: è simile tlt'Arbor Helooifcra «lì Boniius. ('!) G-org. M.ircgr. lira», p. 24. (3) De Lacl cil da Cui. Pison., Mantissa Aroms- liea, -2-J5, (I) Georg. Harcgravii de Chili, Regione p. 33. 5 Jacob. Bonlius., llist. NaL el Med., 1. I, c. V. (G) Gol. Pison. Mantissa Aromatica, CVIII, 183. Digitized by Goo - 87 - Varfdrutt gagate, specie di pietra. rersio?, antico. Aeffi|Mtt, era legato. ±r„ Dodona. K.axxatfo, pentola. Kt'xivv--, riccio. Ivs'Jxsupi?:, cocoina. \aXd%t», gridare. \nXayitu, tumultuare, cantare. \\ir.ipt, pepe. ntTrijxw. dar da bere. SiOcXi, nome di un 1 erba. fu /«/ino. Baiare, garrire. Bubulcus, bifolco. Cicilendrum, specie di aroma (4). Cicindela, lucciola. Cucumer, cocomero. Cucurbita, zucca. Dudum, or ora. Lilium, giglio. Sci$citar, interrogare. Teter, tetro. ri/iZ/o, tu, titillare. TilwUilium, peluria della tela. In ispug ittiolo. Buharà, specie di carrozza. In polacca. Coconu, a, giovinetto, a, nobile. Cicilia, cardine. Duduescu. scacciare. In illirico. Popolai, pianta del piede. Redcplicaziose ti elle SILLABE IRTSIIMEDIE. brasile. Cururùca, nome d' un pesce (2). l'otiquiquiya, una specie di gambero (.>). Sararaca, vipera (4). Uiapapacaba, scarpe (5). {I) Planlo-Pseiidolus. acl. Ili, se. 3. v. 12. h) Gulielm. Pisrm., HisL Nat. et Me I . .111 3) Gulielm. Pison., HisL IftL el HtA, I. IH. (4) Gul. Pisi.n , II. Pi., I. V. (5) Georg. Marcgrav. do Brasil.. Reg. p 15. Sanscrito. NrpOpati, regina. Anunuijum, cosa ragionevole. Avivica, imprudenza. Esempi di beduplicazioxe dell' ultima sillaba. Lingua dei selvaggi del Brasile. Araguaguu, nome d* un pesce (I). Taubimuma, il diavolo (2). lanipapa, una specie d' albero. Statuititi ) .. ... ... Curiràca ) **" *•* * ^ (3) labùba, fuggire (4). Porara, mentire. Arara, specie di uccello e specie di frutto (5). Cururù, un rospo velenoso. Curucunì, un serpente. Lingua dei selvaggi del Chili. Ponona. rospo (G). Lingua della nuova Zelanda. Pakuku, pigliaiv. Banana, fratto detto Pysang in Java (7). Sanscrito. Stanano, tuono. Bhudunana. (reninolo. Prinana, atto di dare cosa grata, di diletta* re, diletto, godimento. Munana, fantasia. fumana, descrizione. Khranuna, invito. Aitala, acqua. Paiola, paglia. filala, gatto. Sciandada, mollezza, carezza, dolcezza. Svathato, salute, sanità. Alcune parole trovansi con HI finale olire la reduplicazione. (I) Gulielm. Pison , HisL Nat. et Med., I. Ili (3] Georg. Marcarav. de Brasiliae, Reg. IO (3) Gulielm. Risoti., HisL Nat. et Med , I. IV. 217. (tX* a'dcd, numero. .>4Xi* "uttded. idolo, voce, cammina subub, attaccarsi, incollarsi. o^jUm *a(uf, nome d* una pianta. \j\j}e thafaf, tramonto del sole, oscurità della notte. Joiai qathath, che ha i capelli crespi. ,jLi* y'nun, redini, nuvole, ^jjie u'nun, orizzonte, parte del ciclo, clii naghagh, vaso per bere, osso, giuntu- ra del collo. Jt^i a'teiese, magrezza. ghulieb, pagliuolu, pelle sotto la gola dei buoi o dei galli. a'siz, uomo illustre, caro, venerabile, prezioso. Verbi. /» eòrtriro. hbj> qalùl, fu leggiero, avvili, 7711 laidi, accumulò. 77D salùl, accumulò, innalzò. galól, rotolò, aggirò. pJ53 batfùg, vuotò, ppì zaqtiq, versò, liqueiece. - T "HJ nadùd, fuggi. (1) Gul. Pisoli., HisL Nat. et Med., I. III. VOL. I. "UT nidóri, estese. - T *WB sciadad, guastò, rovinò. r*r>2 padàd, speziò. DDp pasóSj mancò, fu diminuito. DtH rasùs, asperse. DDy nh'asàs, (1) ralcò, conculcò. tt'Ji'l rcicióic, fu impoverito. PIPO mojiiiusc., palpò. sui'«t'_, girò attorno, circondò. yi*j? qatsùts, troncò, mutilò. l'JH ranh , hanh\ ruppe. TU tjarór, tagliò, ruminò. 1*13 barar, purgò. Tin cltarar, arse, fu abbruciato. TìD «irór, fu disobbediente. - T nnr haschach, fu nitido. - r nn* sochne/., tolse via, alzò, si mosse *T"l& tided, solcò, fece solchi, ÌÌC3 posas, si cousoUdò. t?t?J ghisciexc, |wlpò. Nomi. \ÒV'r\ chaxciàsc, guscio, pagliuzza, spazza- 7.^n c/él, Lucifero, la stella del p^pJ nckik, buco, PI?? □3117 «ciniw, frammento. T 1 fjt3ìtf> «cmlel, flagello, sferza. (1) Credo che il suono che più imiti la y sia un n nasale aspirato; perciò, quantunque si soglia tra- scriverlo per A soltanto o per nt. Nal. el Med. L I, 13. (8) Bonlius H. N. et Med.. L. VI, c. 43, p. 134. 142, e, 58. p. 155. è una onomatopeia imitante il suono confuso di parole senza applicar loro alcun senso. In basso sassone. Tiesketaske, ) llna donna balorda . iieske zaaske,') In inglese. Fidilte faddle, oibò, ciaiicie. In isvedese. ff'illerwalle, In islandese. Finìbili famble, inalto. In ungherese. Terriere, chiacchiere. Tèlctél, portata in tavola. Kelekola, curvo, incurvato. Herehura. varie specie d'erba simili al trifo- glio. In ispagnuolo. Zipezape, contesa chiassosa. In italiano. Ti ritera, parole monotoue, filastrocca, discor- so noioso. Per parte dell'elemento interiettivo le paro- le per la maggior parte si compongono di suoni vocali unici o succedeutisi in qualunque ordine : altre sono costituite da monosillabi con consonanti, p. e. ma! fi! net tu, du, me, «ij, \Bpen TtXijv ec. ed anche gli stessi suoni che si producono auto- maticameute si formauo pure per occasione pa- tetico ; quindi si riscontra la reduplicazioue anche in questi, anzi molte volte si ripetono, p. e. in gre- co fafaiai canchero! maledetto! (Aristof. A X apv verso il line). list tt5Ì (Aristof. IttaTOj). A'r.xr.rai iraTrat iranitaia^ (Aristof. Zv*i XJ « in principio). Interiezioni di gaudio. A"TT«TaÌTTaTai (Aristof. desp. in principio). l'aTTaxat t'af Taxat (ttu). Interiezioni di dolore. A'ttstus T*TT*Tat (Aristof. ©esp a due terzi). Ilarairat (Aristof. Oeaji. verso il fine). Interiezioni di meraviglia, n aitai e in latino papae ' TaTat fatue' Digitized by Google Per l'elemento onomatopeico, siccome trat- tasi dell'imitazione dei suoni della natura che pon- ilo essere varii, complicati, molliplici e lunghi, il numero dei suoni che si emettono per seguirli è indeterminabile; perciò vediamo nelle lingue dei selvaggi parole lunghe di sillabe eterogenee e che si riferiscono a quest'origine: p. e. in Tahiti la su- prema divinità dicesi TuntataihtUxmwo, produt- trice dei tremuoti (Cook. Viaggi). Succede pertanlo la ripeti/.ionc non solo dei suoui più semplici e più facili, ma anche di silla- be composte di consonanti eterogenee; ne abbia- mo già riportato qualche esempio, e qui. a me- glio fissare l'attenzione su questo Tatto, ne porge- remo una scric separatamente. micmac (fr.) ì Vischmasch (ted.) / Mishmnsh (ingl ) ? mescolanza disordinata Miskmask (dan.) i Miskmask (b. sassone) J forse la radicale è misero (lai.) die ha già un si- gnificato; ma la secouda sillaba è un prodotto nuovo aggiunto, puramente fonetico. Cosi : In talesco. Fickfacken, 1 Schnick tchnak \ chiacchiere, inutile discorso. Fischmateh \ In basso sassone. Hinkhanken, zoppicare. Tkktacken, toccare s|H.-sso. Tirlarren. In tonfete. Pickpark, bagagli. In inglese. Dinnì danni, il movimento vacillante, ondeg- giante. Slip shp, cattivo liquore, vino ec. Si deve ricercare dietro a questi fatti delle lingue odierne l'origine delle parole di simile scul- tura, ma che hanno già un rango grammaticale e corrispondono ad idee fissate, servendo ad indi- carle, come p. e.: molti bisillabi costituiti dal rad- doppiamento d'una sillaba trilatera con vocale in- termedia : 91 - Cosi : In ebraico. TTY1 dardar, cardo, tribolo. TViì sarzir, cane da caccia, leopardo, cinto. hshs chilchél, sostentò, dispose. In persiano. wUo f»fr, porpora. jjj* ferj'er, premura. In arabo. ff \ ]t f r i P ar, ° di ™pra, di pecora, o di vac- ca selvaggia. La ripetizione dello slesso suono li deve far sospettare primitivi, e probabilmente onomato- peici. Un altro fenomeno prodotto di un eerto stento nei moti dell'apparecchio arlicolatore si è quello della ricorrenza di un dato suono costante sia nel principio, sia nel fine d'una parola. Si os- servi che i participii passati della lingua tedesca e della olandese invece della reduplicazione del. la prima sillaba, conservano costantemente una sillaba, che ora sembra ad essi aggiunta , ma che ci rappresenta l'epoca di questa balbuzie, on- de uno dei suoni più facili dei moti articolatori, serviva di preludio alla pronuncia, all'emissione di I qualunque altro suono. Tale sillaba si è la ghe, la quale trovasi per Io più aggiunta ai verbi, ma an- che ai nomi : talora è il solo suono g (ted.) : cosi Ans ( I ) radicale, d'onde Anas (lai.), N» mr m » \, ti ii p jétìtiM fi i' i filaivaìì Uditi i ~v L'i/' 1 1 d À ti Ifl Ititi s* ut UIHU j/Ih'IVI lllfl MI. f li II SU Israel /s-eraex (i aititi) wr 1 f/f 111 /iPWI ~ * n IwMWVI // 1 i Jì iV ' 1 1 r J ir Prussia Austria ^iwefim'a Stadio Setadio Detjree fingi.) Dcgeri London Lonedoita (Tahiti) t rance Farani Sosthene Sosetene lirilannia Bcriluniu Spati ia Sepali ia Profeta Peroj'ela Marco Marckn (Tahiti) Bibita Bibilia (Tahiti) Ecclesiu Ekalesia(Mawai) Ebree MvU-ra (Marnai) Agrippa Ageripa Aeijtjptus Aiyipnta Umiltà Muncri Sijrth Sunti {Tahiti, liawai) (I) C. G"Min M. Priw. Vili. :>05. lo nel trascri- vere uso l'orlofrrafia italiana. C. de Gehclin «crive |>. e. Bouirnucou. t'vuloubtra. fìakabmichou. piusla l'or- lografià francese, ma credo the |» trascrizione da me usala corrisponda por (d'Italiani ii suoni indicali da C. Gdielin. Apvtov Pentecoste Bread Ttvmsand Pritchurd Arsiw (Tahiti) Penetekola (Marnai) Barena (M. del Sud.) Tansanì (Marnai) Peritati (Tahiti) (1). Neppure potino pronunciare le lettere dop- pie della stessa specie ; allora una la tralasciano, così Mista Misa (Taijul) Messia Mesia (Muivai). Altre volte invece di lare la dialisi tralascia- no una delle due consonanti elerogeucc unite, p. e. ncll'ng tralasciano il q Angelo Anela Evangelio Etvnelia (Tahiti). Anche la lingua turca lece la dialisi delle sillabe di alcune parole straniere, dove fossero due consonanti eterogene unite, così p. e. Flótte (ted.) divenne in turco minta «kJU Flanunand (fr.) divenne Fileinenk »ìJUIU Francia (it.) Firancia fc^->lji TptrcoXt; Thyrabolos ,^LlJe Trinchetto (it.) Dirinchela L£j>,5. Sarte, (it.) corde di vele. Sarei «^L» (2). Anche la lingua ungherese ha fatto la diali- si di consonanti unite da Crnx (lat.) fece Christianut (lat) Kraijlie (ili.) Airu/y Biotto (lai.) Balùs (5) (irob (ted.) Goromèo. Anche il volgo d'Italia fece la dialisi di qual- che sillaba dove fossero due cousonauli in con- tano, cosi rTw/,3; divenne pitocco. Se si osserverà uclla pronuncia dcgl' infanti (piando s'ingegnano a ripetere le parole che ab- biano tali concorsi di consonanti, non imitano inai (".attamente tali successioni di suoni, ma sempre dopo la prima consonante fanno una po- sa la (piale fa sortire l'aria che dovrebbe ancora (1| Gazzella Vi-ncla i % 2 agosto ÌHìi. l'i) \hr.. Diandri in voce. Marion, fjpgr. Sprechi, p. i'.tt. Digitized by *GoogIe - 94 trattenersi fino al compiuto cangiamento dell'atto articolalo^, e perciò si ode la prima consonante accompagnata da un e e poi la seconda, special- mente se la seconda consonatile sia r. A compiere il parallelo tra la pronuncia in- fantile e quella dei popoli rozzi si dove osservare che tanto negli uni come negli altri abbondano i suoni labiali : oltre tutti quelli clic abbiamo rife- rito trattando dell'elemento automalico si ricordi la frequenza del b nelle lingue semitiche, p. e. nelle parole a noi più note link. Baal. £v,iXo;. Be- el. Bed. Babel. Babyfan ce. In seguito, per la maggior destrezza acqui- stata dagli organi articolalori, la reduplicazione va perdendosi; oltre l'attività maggiore dell'uo- mo è anche da considerarsi come causa di que- sta semplificazione il genio di brevità per cui premendo all'uomo di farsi intendere, se si ac- corge che tale scopo sia già avvenuto nel suo in- terlocutore, non compie la frase, ma passa avanti con altri cenni relativi all' intelligenza ulteriore: lier questo stesso motivo le parole onomatopei- che perdouo alcuna parte di loro e a poco a po- co tanto meno si conserva l'imitazione cosi che in ultimo paragonala la voce imitativa col suo tipo primo non serberebbe più tale somiglianza da sospettarne il primo rapporto, per quanto ne fosse in origine una copia fedele. E tempii di onomatopeie accorciate; d'onde ne venne leso il rapporto imitatiti. In antico tedesco la cornacchia dicevasi kchràcha (I) che è precisamente la sua maniera di gridare : ora nella parola modificatane tanto che si ridusse all'attuale Arane, l'imitazione è ap- pena sensibile. la gotico ridere dicevasi chlachan. ora ne rimase nel tedesco lachen. In latino l'atto di ridere diceva>i codi l'urna, ora ne rimase in italiano ghigno. Per questi accorciamenti successivi pertanto il suono originario può scambiarsi iu varie ma- 1) Hjpp. Physiol. d. Spraclie, T. II. nicrc giusta l'età della parola venendo ridotta a molte riprese. Questa opportunità di accorcia- mento, cioè per premura di farsi intendere, ur- gendo l'espressione d'altra idea, si sorprende nel- le lingue del Mare del Sud dove si trova redupli- cata la sillaba nelle parole, quando si pronuncino sole, e si trova semplice quando tali parole si compongono. Avviene pertanto che in una lingua trovisi la forma reduplicata, cioè la più antica d'uua da- ta parola, ed iu altra lingua trovisi la forma ri- dotta a semplicità; cosi nella lingua dei selvaggi del Brasile Boi cinininga ~ il serpente a sonaglio iu francese dicesi Boicininga ; cosi in caldeo nDO"» tornami = giorno in ebraico OT ioni, giorno (I) in arabo oU> memat, morie in ebraico j-flo mod, morte PD ined, morto. In persiano itili» ninnane' (8), cuore e «jULk giuliane 1 (•>), amante, amala. In turco ^jUk gian, anima. In mongolo gagalaku chiocciare in Ialino gloria, in greco xXftjge*. In Ialino titillare titillo, in greco ti'XXq». In greco TETp^iat'vetv (4), tremare in latino /remare. In greco flsTTavsv = focaccia in Ialino panis = pane In turco y3 Mia — fuoco in ungherese tùz - (5) fuoco. In latino upupa iu francese Iluppe. Avviene pertanto che in alcune lingue si trovino semplificale quelle parole primitive auto- fi) La forma semplificata Q\> ' om trovasi già an- che ih ci Ideo. l'i) Anima e cuore furono idee sempre promiscue, e che ebbero pure espressioni promiscuo. (5j La forma yiananc col significalo di amante, amata, amorosa vuole esprimere la stessa idea cuore applicala ili' oggetto amalo per tenerezza, come noi diciamo cor mio, anima mia. (i) Aristofane [Nt^eXat a due terzi circa. (5) Si ptonuiicia come u francese prolungalo. Digitized by Google - 95 — (natiche che si riproducono ctcrnamcnlc presso tutte le nazioni. Così papa, suono della lingua infantile, ap- plicato ad indicare, fra gli altri interessi di quell'e- tà, il cibo, restò semplificato in sanscrito po,(l) nutrire, manta restò ma (sauscr.) madre. Così babà, suono analogo a /rapa, trovasi in persiano ridotto a L> ba, brodo, latte coagulato, Questo fatto di semplificazione delle sillal>e reduplicate, si può dimostrare cronologicamente, riportando reduplicate nelle lingue più antiche quelle sillabe nelle stesse parole che nelle lingue derivatene sono semplici. Cosi in sanscrito moina, me (pronome accus. sing. e genit. sing.), me (lat.). minarlo, nardo va'ptfo? (gr.). lottimi, sciolgo X'jti) (grec.) palala, paglia paleo (lat.) in latino cachinnut, riso, ghigno (it.) Annerito. Putatri, uccello, poi l'atri Shoàm, cane, poi shva' Egaga, unico, solo, poi Ega {'2) Pipesha, uccise, poi pissjati, uccide b, toccò, palpò, poi spennati tocca. palpa Huróda, pianse, rodati, piange. Lingue del Mare del Sud. Mania (mal.) masticare, poi ma (Tongn) (long.) masticare, boccone (tagal.) una bocconala (3) bapa (mal.), padre, poi pa babaio (tagàl.), parlare, poi baia »atwyi(tagal.), douna,poi bai (Bugis), donna. Annua no. pan pan, essere stanco, esaurito, poi (1) EichholT, Parallele 440, creile invece che quejta sia la radicale e deriva ma, madre, dal v.jrbu md, sten- dere, abbracciare; Parallèle 176. (2) Yyacartni, p 253. (3) Romboidi Kavvi. T. NI pan [»"'n H.) krà kran, cercare, guardar dietro a qualche cosa, poi kràn raro (N. Zelauda), cervello, poi PD, materia, marcia, pus Ebraica. dalai, fu estenuato, ?1 dal, estenualo, - T povero. DOn tamam, fu compito, 031 tam, |»erfelto. - T ^93 capapj curvò, iucurvó, fp cap } palma della mano, d'onde copi», is, (lai.) ec. 33*? levav, cuore, 3^> lev, cuore. pp*l daqàq, diminuì, peslò, tritolò, pi daq, minuto, tenue, gracile, cosa minuta. 113 Itadàd, solo, -12 bad, solo. ODn chamam, si riscaldò, DH cham, caldo. hjxtsalàl, fu adombralo, hi tsel, ombra, nj gazaz, svelse, tagliò via, via goz, que- gli che taglia o svelle. ^2 Caldi, intieramente fini, regolò, ^3 col, lutto. 33*1 ravàv, moltiplicò, 3*1 rati, molto. - T T H33"ì revavà, diecimila, \2,1 ribòy dieci- TT: ' . mila. ìt}? nh'azàz, fortificò, indurò, XV nhaz, ro- busto. ODN umdm ì - - : Jj, DDK ameni \ 03D sevamt (a poi 53D sabù (ebr.) (2). Turco. Uli faefae, balbo, poi ai /è/i, balbo ihul) soraar, gemente, afflitto, piangente, gemito, lamento, tristezza, poi Jj zar, gemente, afflitto. \jày» ghavgha, disputa, rissa, tumulto ; poi (t) Luzzalo, Prolegomeni n. 132. (2) Ivi, 118. ,madre, poi 0K cm, madre ( I ). Digitized by Google - 90 - yi. tjhm\ tumulto, grido di guerrieri nella zuffa, voci (eri si otte, tuono. v-ilafUs. ginfgiaf, perento, cortigiana, don- na pubblica, delitto; poi sjL> ginf, cortigiana, donna publilica; vagabondo, errante, secco, arido. vilLk JU>. ciak ciak, rumore di spade, rat- tissimo, cosa stracciata. JU> ciak, alto di stracciare, stracciato, messo in pezzi, fessura. blif iuta, no', non: e poi il fri, no', non jjlsL» khaqm, imperatore, monarca, e poi ^U. khan, imperatore, monarca. In greco. àmpidmtt poi Wwcei O'XmXtj poi dXodg Ba^Ju poi A'prjpa congrucre, conipactus sum, poi rip* M\ir.).ri\ii riempiere, poi rcXrjSai Madiata (I) H«jùn« mamma, madre, poi p.aia Tvreu'vu estendo, tendo, poi Tit'vw Maqia w desiderare ardentemente, poi u.a'rp(2). I Greci Grammatici avevano già considerato questo fatto e lo chiamarono Apji;, clic definiva- no: Ablazione nel principio della parola della sil- laba reduplicata. Screvelio invece attribuisce , come Calepino, la reduplicazione a costume atti- co, e posteriore. Egli non aveva osscrvoto la leg- ge linguistica che i suoni col progresso ideofo- nctico vanno sempre accorciandosi, e die. quando si accrescono, egli è per composizione con altri e con isviluppo di nuovi sensi e di nuove forme e valori grammaticali : ovvero |>er ragioni eufo- niche. (t) Ammonius citalo da Calep. Ambrogio. (2) Msjiaa quindi che sembra rediiplirarionn vo- lontaria di |uìm per dargli il valore di preterito, si vede che è la forma radicale: ed all'opposto versa- si come p^XVj^ai, che si vorrebbe dai grammatici essere una reduplicazione udonlaria collante per fissare la condizione ili tempo prrfetto. ha perduto questo ch'essi chiamano aumento s segna quindi in ogni caso cronologicamente I' anteriorità della forata re- duplicata. In latin», dedo fialidi poi do dedi dedico,  (7) I semi del papavero unisconsi in Toscana al- le paste dolci dette in lui caso Parerata ( Mattinoli Comincili, in Diuscor.), ila Papavero l'ecesi natural- mente Papaverata e poi si tralasciò il primo ;»a, si semplificò la reduplicazione, c in questa forma rima- se nella lingua scrina. Digitized by Google - 97 - In tedesco. Kchaàchan (I) poi kann kenitm Mehrere (nominativo plurale di me/ir) paralivo, si usa dai più ora indire gegen i moderni usano spesso yen. EsENPH DI REDlPLICAZIO\E RIDOTTA A SEMPLICITÀ* «SELLE LUCIE DEL MARE DEL SUB SELL'aTTO DEL COMPORSI DELLE PAROLE. Aon lab, ritirala, palude, mucchio di stereo, d'onde poi lab sàc, gettare qualche cosa nel fall- irò, nel eesso ; da questo ed asàs labàs masturbarsi ai al poi tac ài Bac ferir, cavare la scorza, perdere ; às ti*, fregarsi {usato d'abiti o d'altre cose); bar às traccia, vestigio d'uomo, di fiere, se- gno rimasto di qualche impressione fisica, di la- grime, di percosse ; da bac bàc c las làs perdendo la reduplica- zione bac la», ferita, togliere le foglie ed il tetto ( usato anche del distruggere dei rami e dei letti dal vento: dicesi anche bac lis da lis lis, strap- pare erba, sarchiare) ; al ài, donde ri* ni uso tòta, stringere amicizia, essere concordi, ot- tenere il suo scopo in parlare ed agire ; lo/o (N. Zelanda) fiume ; da questi e da bit- buia (Touga), gonfiare; tutto, germogliare, nascere di piante; lac tàc, marra li» lis, distruggere, strappare, piante inutili tac lis, aguzzare, poi modificalo in tulis e -Hs pi* pis, purgare, nettare, scopare; d'onde pie li», purgare il grasso per la semina là la, tessere tappeti ; (I) Antico tedesco (Rnpp. l'Iiysiol. d. Sprache, T. Il, p. -239). Vol. I. baijbay, andare, d'onde là bay, un lascio di seta, filo o cotone , d'onde annaspare ; sac «oc ( lingua tagalica ) , fermare , sal- dare qualche cosa, cacciare dentro, riempiere, gettar entro; bagbàg (lingua tagalica) arenarsi, rompere un campo seminato, poi in composizione con sac sàc, bagsàc. gettare qualche cosa con forza in terra. La perdila della sillaba reduplicata succede in varii tempi. La prima a perdoni è la vocale finale della seconda sillaba. Cosi in sanscrito: prima maina, me (pronome) poi moni, me poi ma, me. In ebraico. prima njjy nVananà. nube. poi \3V nh'anàn, nube. Da questi falli io sarei tratto a credere che spesse volle le forme di parole frequentissime in ebraico, che terminano con una eonsouaute si- mile a quella che precede 1' ultima vocale, sieno rimaste in questo primo atto di transizione, nel processo di perdere 1' ultima sillaba raddoppiata, avendo intanto perduto la > scale : tali io giudi- cherei i monosillabi costituiti dalla intromissione d'una vocale fra due consonanti uguali, p. e.: : - gag . tetto. "H rar, salivo, T rir, salivo. Ì1 uncino. T DD sas, tarma. Hì zuz, alimento. si rallegrò, giubilò. Questa mia maniera di vedere si quella dei grammatici siri, i quali tengono per pri- mitive le forme desinenti in vocale e jmt contratte quelle più corte desinenti per consonante, p. e. 13 Digitized by Google - 98 t023 gami per essi è primitivo c 13; gerórn'é la contrazione: gli ebrei |>ensano all'opposto clic get«r sia primitivo e gtwrà un allungamento po- steriore (1). Kgli è eerto però clic alcune parole ebraiche le «piali finiscono per consonante, aveva- no perduta una vocale che compiva la desinenza; p. e. av (padre) prima dicevasi US abu (2). Lo stesso accadde iu latino, p. e. nelle voci pateti- che stesse vali! ah!: queste pronuuciavansi prima rafia alia (.7). Cosi pure molle parole desinenti con vocale in gotico, la perdettero nelle forme odierne tede- sche, inglesi ce, p. e. : Xrtinja (got.) Rein (ted.) Fora far Sparva Spar (iati dei** Badi Bad hana Hahn Dori} Thor Stern» Stern Àerto Heart (ingl.) Quino Qttecn (ingl.), regina. Nel processo di semplificazione succede pure la perdita della vocale se anche non sia in fine. Cosi in sanscrito Pndnti, esercito pedestre, poi patti, «love do- po la perdita dcll'o, restando d a conlalto con t, fu assimilato da quello (4). In gotico. Prima cheehat, poi clicchi. (5) Succedono pure sostituzioni di vocali e di consonanti nell'atto della semplificazione: cosi in sanscrito giusta le opportunità eufoniche Paltatiri, dottore di diritto, giurisperito: poi Patteri (C). !1) Luzzato, Prolog H7. 42] Ivi. \M. (3) Prisrianus, 518. (1) Le leggi dei cangiamenti nella forma delle parole si esibirono nel Trattalo dei ragguagli ew fonici ;5) Rapp.. l'hysiol. d. Spr., T. IV, p. -'ai. (ti) Vyaearana iòTy In ebraico. amaro, poi IO mar, amaro. Vn erer, monte, poi "IH ar monte. ni3C in'cgagó, errore, ignoranza, poi nel plurale che trovasi semplificato, n*hOJC7 scie- ghiod, errori. In gotico, si riportano da Rapp. Plujsiol. d. Sini- che, T. IV, p. 2.H, i seguenti fatti: /.e/«*, poi Lèolk. Rcret, Reort. Ulèt, Lèorl(l). In ungherese. Kelekola, curvo, curvalo, poi kukoru. Succedono poi accorciamenti generici, anche dove non si traila di reduplicazione, cosi in e- braico: J-03 aenad (2), figlia poi D3 bad, figlia. In inglese. Tomtilj cingallegra, poi tif, cingallegra. Questa semplificazione succede anche dove si Ittita di ripetutali della slessa parola polisillaba. In turco i nomi distribuiti erano prima costituiti da una parola della due volle, che poi si pronun- ciò unica, tralasciando cioè la sua ripetutone, per } yi )ji birci- , MfW, • uno a uno, e poi ^ birer. yj)S\ ikiscier, ikàcier, a due a due, e poi^ii'l ikiscier. jt*-y\ ^*.jt licer, licer, a tre a Ire, e poi licer. jfyè jfyù dórder, dorder, a quadro a quat- tro, e poi diirtler, ecc. E cosi sempre anche ih-ì numeri più compli- cali, p. e. : yiji qyroar, uyraur, a quaranta a qua- ranta, e poi jjyi tjijnjar, yCxi jiJfi binèr. binèr. a mille a mille, e poi yóo binèr. Questo tallo generico di accorciamento nella pronuncia, influisce pertanto sul senso delle pa- li! Sostituzioni di suoni c melatesi. Uzzato, Prolegomeni, p. 118. Digitized by Google - 99 - role, in quanto che storia i frammenti delle parole e l' unica parola rimasta a rappresentare il senso di una parola intera o di due parole uguali inte- re; è un processo nella \ia medesima che pro- duce l'ellissi nelle frasi; cosi p. e. negli esempii turchi citati una di quelle torme semplificate equi- valendo alle forme doppie fa si che p. e. la parola che vuol dire quattro venga a voler dire invece un numero indefinito di cose coordinate a quat- tro a quattro; nel qual caso dunque restano sulla medesima parola due significati, il primo che ave- va per sé, ed il secondo che era l'effetto del suo combinarsi colla propria ripetizione ; poiché tale ripetizione si tralasciò. Oltre la causa generica d' accorciamento de I- b parole, altre cause persistono a far perdere la traccia della loro origine. Per le parole imitative, p. e , l'imitazione si va sempre più negligendo: vi vorrebbe una tal dala maniera di tono, di melodia per disegnare perfetta nen le la voce di un dato animale; ora in- vece tal parola che abbia avuto simile origine si pronuncia senza t;ile accompagnamento di misu- ra di tempo e di note, p. c. V Aram, uccello del genere dei pappagalli, fu nominato cosi nel Bra- sile per imitazione del suo grido, che non si può graficamente esprimere, ma che somiglia ad un r con accompagnamento d' azione gutturale e con una pausa prima della sua ripetizione ; io lento di tarmi capire scrivendo cosi rrrhù. rrrhù ; ora nel- la maniera piana che si pronuncia Amm quasi nulla resta che ricordi il grido per cui tale uccel- lo ebbe nome. Le modificazioni successive di forma quali subiscono le parole collo scorrere dell'età, coli' ni- trito delle masse parlanti e col passaggio per lin- gue diverse tolgono loro il carattere primitivo; cosi r imitazione del mugghio del bue che resta in £35; (gr.) (che nell'epoca classica figura rome genitivo siug. ) ed in Bus (lai.) non si riconosce più in Boeuf (Ir.) ed in Beef (ingl.) ; in tedesco dall' imitazione della voce della pecora re/» si die- de il nome al bestiame in genere ; ma dopo si modificò in Vieh (I) e cosi rimase. (1) Michaelis. Disserl. Einfluss d. Sprachen {«. 'J7. Più volte va smarrito il rapporto imitativo per essere stalo esteso il nome di un dato oggetto ad mi altro, p. e. col passaggio da una specie ad un ge- nere; cosi Robe, nome derivato dal grido d'una specie di corvi, si applicò in tedesco a tutti i cor- vi (I): Mark, imitazione del fracasso latto dal rom- persi delle lastre di ghiaccio, rimase nel suo sen- so specifico in svedese Rak ed in finlandese Rako, il rompersi del ghiaccio; ma pure fu generalizza- to ad indicare il rom|>ere di qualunque rosa, come appare dai significati delle parole derivatene nelle lingue del ceppo teutonico orafa (sved.), scoppia- re: briikke (dan.), bncan (angl. sass.), t»refcei» (b. sass.), fcreUreii (ol.), break (ingl.), orerhew (ted.) rom- pere (U). Molte parole ricordavano sensazioni che ora più non si provano per essersi cangiate le circo- stanze, p. e. Michaelis ritiene che buhlen (ted.) in origine volesse dire muggire, e quindi essere in calure degli animali, perché gli animali in questo tempo mandano fuori urli relativi alle loro spe- cie ; ora questi falli erano sensibili nella selvati- chezza, come oggidì in Tarlarla ove d'inverno si lasciano andare gli animali nei boschi, per man- canza di stalla e di foraggio; quindi queste grida si sentivano allora intorno alle loro capanne (5). Per queste disposizioni fonetiche generali comuni a tutti gli uomini accade facilmente che s'incontrino nel produrre parole uguali o simili, in luoghi diversi ed in circostanze diverse, nulla sapendo gli uni degli alil i ; rosi trovasi labiali nel Mare del Sud, ritirata, mucchio di sterco-, tablab in egiziano, una specie di pianta i di cui semi so- no alimentari (4) ; leblab in arabo ed in turco edera. Onesto fenomeno dell'uguaglianza di due pa- role nate in lunghi diversi e per occasioni diver- se, senza contatto dell" una coli' altra, io lo chia- (1) Michaelis. 1. e. 101 (2) Adclung. Diz. in voce brecheu. (3) Diss. Einfl. d. Spr., cosi egli deriva ti» galle n chiamare geil lascivo. (i) Dolichos Labiali. Svsl. I.innwio Dnlens et Méral Diti. Mal. méJ. in voce; e la Cumandatia del Brasile. Prosp. Alpino. Caro!. Clusius. Bar. Plani, p. tri. Digitized by Google — 100 — imo Dinofoniu accidentate; lale fenomeno non so- j prima età linguistica, obbligando a servirsi debc 10 si forma nella prima produzione di una pa- rola, ma anche nelle varie epoche di composi ZÌO- ne e di metamorfosi ( I ). La più parte dei suoni che abbia'mo dimo- stralo essere primitivi, sono composti non solo per reduplicazione e per ripetizione eli polisillabi co- stituiti da sillabe eterogenee ; ma altri sono il ri- sultato di molti elementi fonetici eterogenei, e co- si in tutte le tre condizioni di voci primitive, cioè automatiche, patetiche ed onomatopeiche. Ricor- deremo per gli automatici buttutiata (lat.) arns- X*TT3Ta, a.-.-.ir.txzi-.'x (iì); per gl'interiettivi Sa- ^«^^(Sj^oii^i^sii^aXs^iiifioi^i); per gli ono- malo|K'ici Kikidibi, gallina ; CrcavacUCtt (sanscr.) gallina selvaggia, evidentemente costituiti di suoni svariati e di molle sillabe. Di più abbiamo dimostralo cronologicamen- te, come i suoni reduplicati dopo si semplificano, le voci ripetute restano uniche ; e i suoni lunghi si accorciano ; bisogna dunque conchiudere che il mouosillabismo non può essere per iiiun conto considerato come carattere primitivo delle parole e quindi come criterio per trovare la lingua primitiva; ne il polisillabismo può assicurare es- sere già compita una qualche civiltà, come per lai fatto voleva che si giudicasse Nodier dei sel- vaggi di Cook e dei Messicani di Cortes, Trovasi 11 mouosillabismo come predominante nella lin- gua chinese , eppure quella nazione ha già supe- rato da gran tempo e d'assai la civiltà dei selvag- gi della Polinesia e del Messico. Humboldt dice a proposito del mouosillabismo della lingua chinese che questo non è elemento di dilferenza assoluta ; crede per altro che le lingue partnuo da radici monosillabiche, e solo per >ia degli all'issi o della composizione arrivino al polisillabismo (o), al che non corrispondono i fatti che si esposero. La scarsezza dei mezzi fonetici adunali nella (I ) Per questo fenomeno si troverà uno speciale Trai iato nel volume 11 di quest'opere. (2) Arislof. A/ipv. m line. (3) Arislof. B»T?a/3i. e Auccst ad un quarto, (il irietof. ^"H- in principio. ;5) Kawi, Ir.trod, CCCXCIII. medesime voci per varii bisogni di senso perfino opposto, costringe il parlante a inarcare lo slesso suono, sia con aspirazioni più o meno lunghe, onde si richiami l'attenzione dell'ascoltatore a cui coll'aiuto di altri movimenti, come dei gesti, o col- Paggiunta di altre voci, cerca quegli che parla di far dislinguere il senso preciso ch'egli in quel momento vuole sia inleso; jwrciò scorgonsi mini- me modificazioni nelle parole, di lingue antichis- sime, di un'origine sola e diversificate in seguito pel significalo di cui si accrebbero : cosi vediamo in ebraico diversificare i sensi di una parola per sostituzione d' una vocale ad un' altra, ov\ ero di una consonante ad un'altra solo per grado di for- za diversa come D p e H, la sostituzione del se- gno a.spirativo H al segno vocale 8, e delle varie- tà puramente ortografiche nella scrittura. La pro- va di queste modificazioni per cui una data paro- la viene a cangiar di qualche lettera, l'abbiamo in alcune voci che nel singolare vanno scritte con qualche lettera integrante diversa dal plurale, op- pure passando da valore e forma di nome a quel- la di verbo; mentre il senso resta il medesimo. Il più delle volte per altro tali modificazioni di forma, od ognuna delle «piali restò una specifi- cità di senso, non di|>cndono da volontà ne da previdenza : esse sono le varie maniere di pro- nuncia di diverse borgate od anche caste; ad o- gnuna rimase un senso specifico, perché a speci- fiche circostanze alludono; entrarono poi tutte nella lingua comune per qualclic opportunità, e tali forine e tali sensi specifici mantennero, per- ché rimanevano loro quelle allusioni, Questo latto si vedrà chiaramente altrove (I); per ora. per far intendere il mio concetto, esibisco iid esempio, schiene questo non abbia a fare colla prima età linguistica. La parola latina Ejthalatin, ohi* ha generato due forme di sé stessa in francese, cioè exhalai- ton ed cxhalatiun, ma ognuna di queste ha un S|H'CÌflCO. (I) Cioè nella Storia Naturale dei Sinonimi che la patte del Trattalo ideologico. Digitized by Google - 101 - Exhatauons diconsi I' esalazioni dell' aria. Erhalations, chiamami i prodotti fisiologici espulsi dalla luii/.ione della cute e delle mcmhra- ue. Come avvenne questa specificità di senso ? perché la forma più corrotta, exhalaitont, era quella della pronuncia volgare, ed a\ veniva che si usasse parlando di cose di cui cade 1' opportu- nità di osservazione frequentemente al comune degli uomini. La seconda forma pura, tratta diret- tamente dal latino, rimasta nella pronuncia meno corrotta, perchè tra scienziati medici, fisiologi, ecc., ed adorata in argomenti di tisiologia, di patologia, ecc., trasse quindi l'allusione della cir- costanza del suo uso. .\on fu \kì volere di alcuno che si stabilisse questo senso specifico ad una forma, e I' altro ad un' altra : fu la circostanza dell' uso. Così pure io stimo che avvenisse il più delle volte la fissazione dei sensi ad ogni speciale (òrma di voci che in origine erano indistinte. ESEMPI! UI VARIETÀ DI FORMA IO* varietà' di se>so. In sanscrito. Badali, dare. Dadhati, ricevere. /n fornico. HQX «imi. sena (I). nOS amò, cubito (1). PQn ama T r tumultuò, risuonò, gemette (I). C|D3 capàp. curvò, incurvò. Cjfin cltapùp, copri, nascose, prolesse. nxj? f/an, rivetta, (I) Tulli Ire questi seiiìi dentano ugualmente, anzi stino I" identica parafi automatica. .4 ma villo dire serva e cullilo, braccio, perchè si calcolavano i servi comi; Inule braccia per la loro capacità a servi- re: così in loik'Kco Ann buccio, arm povero, e in italiano dicoosi braccianti, in Lombardia braccanti iptellc persone che aiutano nel lavoro dei campi, scrii avverili /il, Yu'lis dire tumultuò, xlrepitù. gemrttf. per- chè questa erauo le condizioni dello sialo servile: sire- pitare, luihiilluaro pel lolte le varietà di formo non corrispon- dono a variali di scusi, il qual latto comprova la origine identica delle forme diverse e la loro spontaneità : dova cioè non si fecero tali modifi- cazioni previdentemente per servigi s|ieeiali ideo- logici, ma accaddero per deviazione da una prima maniera di pronuncia, p. e.: lule (in persiano ed in turcoi tulipano, si Scriva pure mXmÌ dove si sostituisce all' f (eli() f m (ala), egualmente J^J (/«/) mulo e rubino «mìo. Eppure UJ (lui per».) roll'aspirazione, i lo e ni Uh a russo. (l i Bianchi e KitITer Dict.Turc, io voce. Digitized by Google VALORE BELLE PAROLE SELLA PRIMA ETa' LINGUISTICA, Nella prima eia linguistica, per conto del- l'elemento automatico c del patetico, bisogna con- siderare gli uomini come muti, cioè come tali che nulla abbiano appreso lino allora per mezzo del senso dell'udito e ebe quindi per nulla abbia- no dirozzato il loro apparecchio fonetico, per es- sere loro mancata la scuola che avrebbe ad essi appreso ad imitare i sunni. Ora tali muli emetteranno l'identico suono in una quantità di occasioui diverse, e quindi il senso di questo suono, l'intenzione di ehi lo e- mette e a cui si riferisce, ciò che volgarmente si traduce pei suoi significati, è indeterminato e con- dizionale, relativo cioè all'occasione; p. e. per l'automatismo sarà egli il padre che potrà Inten- dere cioè indovinare il linguaggio del bambino,, di cui il scuso uou è certo definito, uè emesso con conoscenza di citello? Esso non è se uou un fe- nomeno vocale coincidente con un tale slato sog- getto del bambino; ma il rapporto colla sua causa interna non può essere se non indo* inalo istintivamente da un altro soggetto che si trovi in una coudizione di tale simpatìa col banibiuo da avere in sè un'esuberanza corrispondente alla di lui deficienza, per cui tale soggetto sia attrailo istintivamente a soddisfare ai bisogni del ueona- to e tro\i insè medesimo una soddisfazione, men- tre soccorre il neonato, e gli cede della propria sostanza, e svolge e scarica parie delle proprie forze eseguendo date maniere di movimenti a di lui vantaggio; fai lale condizione trovasi appunto la madre o la balia. F.gli avvenne per la condizione dei signifi- cali delle parole sempre relati\a alla speciale cir- costanza siili' allusione della «piale per più o meno lungo spazio di tempo durano, che le va- rie nazioni producessero le lingue cosi diverse, che ad ognuno dei nazionali la lingua degli stra- nieri non s'intende ed anzi non sembra neppur linguaggio perchè in una successione di suoni non arri\a a trovare alcun rapporto colle pro- prie idee alle quali i>er abitudine ci ede corrispon- 102 - dere esattamente la propria lingua, perchè con le parole di quella può tali idee ridestare a sè slesso ed ai suoi nazionali. 1 linguisti al contrario, invece di considerare gli uomini come muli, ai quali sia dato all' im- provviso la facoltà di udire per poter imitare, fis- sarono per principio un senso determinato ori- ginario coevo od anzi preposto ai suoni primiti- vi, per la quale preconcetta opinione perdettero il filo del labirinto; perchè questi suoni primitivi non ebbero alcun senso , non si riferivano ad idee, erano manifestazioni vocali che coincideva- no con tali o tali atteggiameuti del centro sensi- bile e della locali l,i dell' apparato aerco-buccale ; ed a questi si attribuirono significati e rapporti colle idee soltanto giusta le speciali circostanze in cui erano emessi, per la conghicltura che ne faceva l'ascoltatore, ed in seguilo valendo come cenni capaci di ricordare le circostanze stesse del- l'atto in cui furono emessi, riuscivano a corrispon- dere a' segni delle medesime. Perciò bisogna di- stinguere due coudizioni affatto diverse nelle vo- ci; nella prima esse non hanno alcun significato, valgono come fenomeni sonori e niente allro ; nella seconda, oltre che valere, per la loro natura generica, come fenomeni souori, hanno anche rap- porti ideologici. Ci sena d'esempio la voce pa- pa: iu questa bisogna distinguere l'epoca in cui si emette dal bambino per la prima volta: allora essa non è che un semplice fenomeno sonoro: nella seconda epoca, quando il bambino dielro gli accorgimenti della sua esperienza intende d'indi- care con questa voce il padre o la minestra, al- lora questa voce pupa ha un rapporto ideologico, ciò che viene a costituire il significalo ; la condi- zione d'essere un fenomeno sonoro è assoluta, quella di avere un rapporto ideologico è relali- a(l). Tulle le parole primitive appartenenti all'e- lemento patetico rappresentavano un'interna ma- niera d'essere del parlante, erano uno sforzo (I) Nel Traiti la Ideologico ù svilupperà ia tutu l'tslerisione piallile, per Iu mia maniera di sentire, questo teorema da me fissai >. che dà la chiave di mol- li misteri IìiiumuIìcì. Digitized by Google reattivo alle impressioni subite sia |>ei nervi della vita propria, sia per quelli del sistema di relazio- ne; e palesavano l'assenso, consenso o dissenti- mento del soggetto giusta 1' opportunità. Qual si- gnificato può a\ere, p. c., in origine la particella negativa? Essa non comprende alcuna idea, essa non può riferirsi ad alcuna cosa, |htcIiò in rap- porto a quel dato argomento non ne concede l'e- sistenza o l'opera; tale particella non può essere quindi se non un grido di disapprovazione. Nelle lingue che già hanno progredito, la condizione negativa dell'esistenza si esprime determinando prima l' itica positiva cosi niuno ss ne uno kein = k ein nulla ----- ne ul ux ( unitili* in origine ) «cimo = ne nomo pensonne (Ir.) indica un soggetto di condi- zione umana, e si usa per intendere l'assenza as- soluta di umani individui. In somma il nulla e un'i- dea relativa, posteriore all'idea d'esistenza di tali o tali cose in tali o tali maniere. La particella affer- mativa pure non racchiude alcuna idea; essa non può essere se non un grido di compiacimento. 1 suoni prodotti dall'elemento patetico indu- cono neh' ascoltatore uno stato simpatico a quel- lo di colui che li emette ; hanno dunque un effet- to certo d' intelligenza. Per questo troviamo le stesse interiezioni in varie lingue, ognuna di esse venire usata per quella tale espressione di pale- ma; cosi ah ahi per espressione di dolore. Per que- sto rapporto costante di suono e di espressione di sentimento, bisogna conchiudcre esistere una continuità tra il centro senziente e l'apparato ar- ticolatole fonetico, per cui sollo quelle tali condi- zioni si comunichi in quella data maniera un mo- to la di cui ultima estremità abbia ricevuta l'on- da emessa in corrispondenza esatta di quantità, di estensione e di figura colla parte del dicastero centrico emettente; come il suono d'una corda è in rapporto della maniera in cui fu toccata ; e per questo rapporto dal eentro alla siqwrfìcie ade- quato con quello dalla superficie al centro, come il dolore nel centro effettua il suono ahi alla su- perficie dell'esclamante, il suono ahi ricevuto dal- lo — la superficie acustica genera una specie di dolore nel centro di chi ascolta. Per questa medesima ragione suoni analo- ghi rappresentano l' affermazione in lingue diver- se ( senza bisogno di ammettere alcuna parentela ( o contatto fra queste), ed altrettanto succede dei suoni negativi : quella specie di l»cn essere che co- stituisce la soddisfazione deva comunicare un ta- le atteggiamento agli organi fonelieo-articolalo- ri per cui ne escano quei dati suoni; ed all'oppo- sto quello stato di mal essere, di disgusto, al (pia- le si cerca di sottrarsi, deve atteggiare dal centro fino all'estremità loquente in quella tale specifica maniera 1 ' apparalo loquente. Qui bisogna bene determinare il processo di questa concordia, di questo consenso onde ne ri- sulla una specie d'intelligenza tra quello che e- melte la voce e l'ascoltatore; qucsla succede per opera di simpatia, restando sempre la voce nella sua condizione generica di fenomeno sonoro, sen- za rapporti ideologici; bisogna ben guardarsi dal confondere l'azione sensoria con quella uuiemc- nica, cioè che suscita una ricordanza. Fin qui frollasi sempre di sola azione sensoria con effetto simpatico. Il rapporto ideologico è tuli" altro; per questo devono già essere precedute dale sen- sazioni da poter ricordare. La negazione si riferi- sce da suoni costituiti da n e da / che sono pro- dotti dallo stesso meccanismo nana (sanscrito). ^ loia (arabo turco), lo (ebr.), non, ni. ne (lai.) e nelle lingue di tal ceppo, no (ingl.), netti (led.), nem (ungh.), ne (slavo). Questa specie d'intelligenza che si ottiene coi suoni patelici è quella che succede fra gli animali congeneri nei loro dialoghi, la prima volta che s'incontrano: in seguito poi per la ripeti- zione in altre opportunità di quote grida stesse, non può a meno di non destarsi in es*i la remi- niscenza di (pianto loro accadde nella prima vol- ta che tali grida udirono, e quindi tali grida ac- quistano un vero significato ideologico, susci- tando E immagine di quell'oggetto d'onde tali grida uscivano e tutta la concomitanza delle sociazioni . come accade di qualunque altro >uo- no. come in quelli pei quali gli animali amma- Digitized by Google estrati eseguiscono le varie manovre, perché le parole usate suscitano le reminiscenze che vi si associano dei tormenti o delle soddisfazioni dei loro appetiti, che durante la disciplina stettero in rapporto di coincidenza con tali suoni. Ma la pri- ma azione generica d'intelligenza è quella per con- tinuità simpatica che i suoni patetici percorrono. Questa è la specie di senso che trae seco la musica ; per cui l'uomo che non l'abbia mai udi- ta, la sente per (pianto nuova dovesse riuscire e si atteggia in mo lo corrispondente ai di lei suo- ni. Perciò la musica è un prodotto tutto dell'ele- mento patetico: essa non può confondersi colle belle arti imitative : questa è la grande differenza fra essa c le arti belle che con la medesima si sogliono nominare. Gli artisti delle arti imitative traggono da tipi fuori di loro, oggettivi, il loro esercizio : il compositore di musica non ha alcun tipo in natura, egli obbedisce ad una direzione soggettiva ; la sua creazione non è copia, è un originale prodotto del suo centro sensibile.' quindi qualora la musica si studi! d'imitare, sviandosi dalla sua natura istintiva patetica, que- sti suoi artilicii riescono friv oli : non succede per essa quel consenso nell'uomo che ascolta, nel qual effetto sta il carattere della sua natura. Mentre per le altre belle arti del disegno e delle forme esse sono imitative e tali si manifestano appunto nella loro maniera d' azione, perchè, se non destano nell'uomo una ricordanza identica o modificala o composta, non hanno alcun effetto; se p. e. in un quadro comparisse un uccello, e tal quadro si presentasse ad un uomo che non aves- se mai veduto uccelli, l' immagine non sarebbe capila; al contrario, se un uomo senta per opera della musica suoni a lui affatto nuovi, li com- prende intimamente. La musica agisce diretta- mente, immediatamente, il suo effetto si compie determinando una data sensazione: le arti ini ila- live determinano una sensazione bensi, ma il lo- ro effetto non si compie là ; se hi si arrestasse riuscirebbero di poco interesse : la sensazione si opera certo, ma essa non è se non il mezzo; il fine è la reminiscenza che |>cr tal sensazione si riesce a destare. L'entità «Iella musica è in sé slessa ; è essa l'unico interesse ; la cosa è in lei ; le altre belle arti sono invece segni più o meno vivaci d'altre cose. La potenza della musica sul- l'uomo in confronto delle belle arli imitative è di tanto superiore in quanto che la sua azione ha i un rapporto attuale, non nel passato : nella viva- cità dello stimolo sul centro sensibile di tanto supera le altre di quanto la sensazione supera la reminiscenza, ed è una vera correlile di comuni- cazione soggettiva tra individuo e individuo. Ciascuno dei suoni interiettivi nella loro condizione primitiva semplicissima di rappresen- tare un'interna maniera di sentire di chi li emet- te può peraltro servire a diverse espressioni, ciò che si traduce pei varii sensi; perciò lo stesso suono interiettivo può in una lingua rappresen- tare una condizione soggettiva ed in altra un'al- tra. La qual cosa potrebbe apparentemente op- porsi a quanto si è detto siuora ; si potrebbe di- re al contrario della teoria qui cuunciata, che, dappoiché gl'identici suoni che qui si ammetto- no primitivi, portano varii sensi, rappresentano varii sensi, non sono in necessario rapporto col- la condizione dell'organismo che, per emettere lo stesso suono, dovrebbe essere atteggiato alla stessa foggia. Intanto si osservi che jier gli altri modi di espressione dei turbamenti morali acca- , de lo stesso: si piange di dolore e si piange di gioia : il riso può essere prov ocato per allegrez- za come per dispetto, per ischcrno e per atroce interna sofferenza come nei falli patologici. Egli è clic lo slesso grido ha tante maniere specifiche di accento, di enunciazione, di tenore, di calibro, di v oce, di tempo musicale secondo la causa interna I che lo produce, come il riso e coinè il pianto, e que- sta speciale maniera non vagliamo noi a distin- guere coi caratteri (alcuna parte si potrebbe de- finire con note musicali ). Rapp ha rimar- calo che ha ha vuol dire *1 ; ha Mia ss no. Una ■leggerissima varietà d'accento gli fa cambiare del lutto il significato (1). Un'altra parte potrebbe venire espressa coi mezzi che abbiamo d'interpun- zione; ma questi sono assai scarsi in coufrouto del- (IJ Ripf MysM d. Spracht. I, Ì6& Digitized by GoogI le vnrie chiavi (se cosi posso esprimermi) solto le quali uno slesso semplice suono può essere emesso; p. c. abbiamo il punto / che noi chiamiamo ammi- rala o e i Tedeschi dicono Hufzeirhen (!) e ,/mj- ruf cioè esrlamazinne; *ajno per rhiamun. Q se- sto M'^na un grado maggiore di l'orza nel con- cedo sentilo; è un mezzo generico per (scuotere il lettore a maggior interesse, ma può dinotare lauto preghiera come comando, dolore, compas- sione, scherno od ironia ee. ; c, come osserva Buttinann, noi avremmo dovuto avere speciali se- gni per tulle queste condizioni soggettive: in- tanto il lettore deve conghielturarne if vero al ca- so ( I ). Ugualmente non vagliamo a dar segni grafici di tanti alici suoni, p. e. di quelli coi quali si anima- no i cavalli batlendo colla lingua in un lato della cavità buccalc:iua nou per questo (cioè per non po- ter noi definirle e contraddistinguerle graficamen- te, per l'impericziouc dei nostri allabeli) tali dille- renze mancano. Di più la speciale circostanza, il concorso dell'atteggiamento del viso ce. guidano all'interpretazione specifica. L'identico suono iu- terieltivo pertanto può, nella stessa lingua ed emesso dalla medesima (tersona nella stessa epo- ca, rappresentare appunto le coudizioni affettive più disparate, p. e. vah! trovasi in Plauto I. per insultare alcuno : « vah quid illa pu- test pejus quidquam mulier memorarier? » (Mo- stellaria); II. di meraviglia:" mh quid mirare? • (Curcull ); III. di esultanza:»* vah salus mea servasti me « (bacchid.) ; IV. di carezza : « vah quam benigne. » Oh viene usala I. per ammirazione con qualche disprez- zo:» oh libi ego ut rredam lurciler? » (Te- rent. Anùria); II. quando s'incontra alcuno nolo che man- chi da qualche tempo « oh qui votare? » (Te- rent. Àdeluh.) ; III. come affermativa: « oh qui egomet pro- duxi n (Terent. Eunurh.) ; (I) R.pp. Physiol. d. Sprachc IV. 81. Voi. I. IV. si usa da chi si duole e riprende : u oh im'quus e» qui me tanta postille! » (Terent. Ihuut.); \. di chi si duole e viene sul latto sco- perto : « oh perii manifeste teneor miser » (Plani. Las.) ; \ 1. di esultanza : « oh probus homo sum » (Plaut. Mostellaria Se. 3. Art. II.); VII. di lamento «. oh oh oh oh cjulalus haud opus est » (Plaut. Capi. Se. 2. Ac. I). Questa moltiplicila di sensi si trova quindi immediatamente nei suoni più semplici e nelle lingue meno sviluppale. ■ nella INuova Zelanda significa esistenza universale, animazione, potere, azione, posses- sione ec. ed anche esistenza presente, luce di un ente, di una cosa ec. (Tomaso Rendali). Humboldt (Ravvi, Inlrod.) se ne meraviglia; a me pare naturalissima cosa, a è uu suono pa- tetico , un' interiezione che acquista qualunque senso dalla circostanza, hmhm (1) (nasale) inter- iezione nostra italiana comuiiissima e, credo, di tutte le nazioni, colla quale si mostra di aver udito, quando uno è impegnalo in un discorso con noi; essa Tale per approvazione, per mera- viglia, per ar consentimento, per dubitazione, se- condo la circostanza ed anche secondo la nota musicale in cui si emette: iu tedesco Ina hm ha valore affermativo (2). Si trovano (lercio i suoni interiettivi in uso per diversi lignificali sotto varia categoria gram- maticale; p. e. la semplice aspirazione r, (grCC.) I cbl>c tulli quesli sensi e valori che si mantennero perfino nei tempi classici di Grecia. I. articolo prepositivo, cioè precedente una quantità di suo- (I) Scrivo con quesli caratteri perchè ini sembra ch'essi più si avvicinino .ni indicare il suono ch'io in- tendo, ni.i veramente non ha esso se^ni corrisponden- ti negli air.ilieii. Il |. Kore meglio indovinerà di quel- lo che io possa graficamente additargli. IJ" 1 si» suono si usa quasi coinè equivalente di *i «1 »i *i, bene be- ne: vuol dire talvolti • progredite nel vostro discor- so, cli^ fin qui ho già ini s; • spesso rappresenta una CCfla impazienza, usandosi, se si d.bba seguire col- l' orecchio, il discorso altrui, quando importuno, e quando siamo interessali tacitamente con qualche no- stra meditazione. (•-') Rapp Physiol. d. Spesene L 16C. Digitized by — 106 — ni ; era come il preludio per far agire gli organi della pronuncia; allora voleva dire questa, altre volte la quale; II. particella disgiuntiva 'ò omero, o, ossia; III. VJ — ha ha era voce proibitiva che comandava di desistere ; IV. 3.a pers. sing. aor. 2. congiuntivo, del verbo che fu poi tr^u, che mef- tesse, t5 sia, cioè 3 para. sing. pr. congiuntivo; V. 3 pers. sing. aor. 2. indicativ o rs disse ; VI. avverbio Vj certo, damerò ; VII. 3. p. sing. imper- fetto indicativo i[ ~ era. E', questo semplice suono vocale aveva tanti significali in greco, che essendo iscritto sul tempio di Delfo diede luogo a molle interpre- tazioni, per cui Plutarco fece un intero opuscolo in proposito (1). fi (ebr.) ha, he è interiezione : allora si pro- lunga nn Il è articolo che indica generalmente il valo- re che da noi si esprime col caso genitivo ; indica pure il vocativo, e si usa come dimostrativo nel caso nominativo (2) : è pure lettera formativa (heemantica) ; essa si aggiunge in fine delle pa- role facendoue dei derivali : talora, secondo alcuni, riesce formativa anche in principio (3); segna pu- re il genere femminile : talora si mette in priit- cipio come formativa. In somma è un suono bruto che acquista senso, o specie d'ufficio dal- la circostanza in cui si pronuncia e dalle parole con le quali si trova. Et' nel solo suo servigio di particella dubita- liva — se famosa nel laconismo |>er la risposta di quello Sparlano, può valere una serie di sensi ad enumerare i quali si esigerebbero molte pagine l>erchè potrebbero corrispondere a qualunque proposizione, a qualunque serie di proposizioni; p. e. dopo aver fatto a taluno una lunga rela- d'un patto da incontrarsi ce. con gran di condizioni, quegli che rispondesse in tuono positivo semplicemente Et' (se) I. ricorde- rebbe con questo tutli i sensi prima uditi ; II. la loro intelligenza; III. la propria approvazione re- ti) Scaliger. in Euseb. p. 1121. Vi) Bellarmin.. C.ramm. Hebr. p. 33. (3) Bellarmin., ibid p. 60. latta alla precisa posizione di quei patti. Dun- que Et (se) ha sopra di sè la possibilità di corri- spondere ad un numero indefinito di espressio- ni. Ai nostri giorni chi rispondesse ad una lun- ga proposizione colla particella Et' (se) farebbe anellazione di reticenze, perchè abbiamo migliaia di parole per intenderci distintamente ; ma nei primi tempi di condizione sociale, il laconismo è forzato per deficienza di mezzi. Et' è pure 3.a pers pres. sing. del verbo ««ere (et vate) = é: ed è la stessa particella che venne ad aver forza d'af- fermazione e poi quella d'indicare esistenza, per- chè quando 1 taluno pronuncia un cenno d'appro- vazione od afferma, è come se dicesse sia cosi, così i, lo credo. Prendiamo, per renderci ragione di questo laconismo primitivo, un fanciullo che abbia uu dolore in una tal dala parte, o che si senta ma- le in tutta la persona, egli gridando pronunce- rà uhi!; e questo suo grido sarà tutto quanto gli sia dato d'esprimere e corrisponderà ad una narrazione di molti periodi, quale p. e. farebbe ai nostri giorni un uomo colto ed assai più an- cora se dotto nelle scienze mediche. Ma questa narrazione, quale farebbe d' uopo e quale ora si può facilmente dare, è un vantaggio, risul- tato complicatissimo da lunghissimo progresso delle lingue. Questo stento d'espressione, questa epoca in cui le lingue erano costituite da pochi rozzi suoni di valore indeterminato, né avevano regole fisse per congegnarli a tante riunioni ar- moniche e coordinate, si può in qualche modo concepire dietro l'esame del modo di parlare de- gli uomini più rudi e goffi come i bevitori ; ossi vi pronunceranno con isforzo e vi getteranno quasi anzi due o tre parole guardandovi fissi e domandandovi sempre se avete capito; perchè ognuna di quelle parole è appena un cenno di sentimenti, d' idee che esigerebbero lunghissimi discorsi per venire espressi, ed ognuna di quel- le parole ha un valore solo condizionato per quella circostanza in rapporto reciproco di quel- lo a cui si dirige il discorso e del parlante 11 Vico aveva già bene indovinato questa comli- [ zionc ferina degli antichissimi umani. Digitized by Google 107 - A lire particelle conservano ancora una plo- rasti di sensi, p. e. in greco : pd giura, spesso nega, talora afferma: non era se non un suono bruto che acquistava senso dalla circostanza e forse spesso dall'accompagna- mento del gesto : forse passò assai tempo prima che si precisasse il suo valore negativo. Oggi ancora siamo molto imbarazzati per {spiegarci assolutamente in qualche caso in maniera nega- tiva od affermativa: supponiamo che vi si fac- cia uua relazione e poi vi si domandi non è ve- ro? se voi gli dite no per nulla spiegale il vo- stro parere; bisogna che diciate no che ce. ag- giungendo molta parte della proposizione falla- vi, ovvero si che ce. colla stessa aggiunta; vai nw : certamente, anzi, ancora, ve' suono assai simile, in composizione nega ; itti : di fuo- ri; in nettun modo, come, in qualche modo ; ta- lora interroga «Xijv, eccetto, eccettochè, ma, ma toltanto,pure, però, che anzi, del retto, pertanto; vtj afferma, giura e talora nega: ja (led.) ora vuol dire sì soltanto, ma in antico nella po- vertà di linguaggio voleva dire pure cosi, come, ionio, quanto, uja Land ja Liudi » (so Land als Leule) (1) ; nanu (sanscr.) no, niente affat- to, vuol dire pure certamente, ansi (2). Le particelle che si dicono aggiungere for- za, e che precisamente per se non hanno alcun senso, svelano quest'epoca dove i suoni non avevano valore preciso, ma erano moli violenti, istintivi della persona, nel qual impeto entrava anche l'apparalo fonetico, e quindi pur sua par- te ne usciva un suono: tali sono in greco foì, {l) Rapp. II, 1C9. i-ì Un Francese mi domandava perchè un suo ni- potino infante rispondesse sempre no quando gli si proponeva qualche cosa , che accettava di huon grado, anzi desiderava. La ragione si è perchè tal suono è facilissimo, spontaneo, ed il fanciullo nel far agire gli organi arlicolalori dei suoni trova- va la maggior facilita nel produrre il suono no che egli aveva osservato usarsi anche dagli altri (nè for- se aveva notato che usavasi per opporsi , per ne- gare ec.) mentre il suono affermativo otti gli era più difficile, nè forse l'aveva ancor bene afferrato per poterlo imitare, né bene osservalo le occasioni nelle quali si emetteva , perchè potesse aver compreso il suo uso in valore negativo. èpe, «t«v, particelle che valgono quindi quelle altre particelle greche si spesso oziose in Omero e nei primi poeti, pleonastiche od espletive, come 9», 8rj, ju'v, p'« ec. (1). Tali particelle mantengonsi in segnilo, anche quan- do la lingua è già formala e le parole hanno sensi noti alla speciale società ove hanno corso, per la rozzezza individuale degli organi e quin- di per l'esitazione che succede, escono intanto tali particelle vuote di senso facili ed abituali mentre si prepara V impulso a determinare negli organi altri moti più complicati e più artificiosi: si possono paragonare per l'effetto alla redupli- cazione delle sillabe, quindi vediamo in latino il pie ch'è il r.à-zt (grec), il mei ce. di che facemmo cenno, accompagnare od unirsi ad una quantità di parole di uso antichissimo, come i pronomi p. e. sitante, egomef ec. Un'altra cagione della frequenza di tali par- ticelle oziose si è la mancanza d'idee nel par- latore, per cui mentre pensa a ciò di cui de» e parlare emette tali suoni indifferenti, ma che con- tinuano il discorso; cosi gl'ignoranti come i balbi inseriscono nei loro discorsi una quantità d'iuteriezioni e d' intercalari di niun senso pre- ci o ed affatto indifferente al tema; perchè, men- tre pronunciano tali suoni loro abituali e facili, preparano il seguilo del pensiero (2): altrettanto (t) All'incontro finn ad ora si credette cho tali particelle avessero un significato «d una derivazione astratta, p. e. ScrevoJio, deriva dhrj da Saitu sapere, p'tx da pitti parlare: esse invece sono nel loro primo stalo generico di fenomeni sonori senza rapporti ideo- logici. Talora alcune di queste particelle sono pure resti di parolo che avevano significalo, ma che sono decadute pel loro continuo uso ed abuso da questo lo- ro rango ideologico; sicché loro non restò altro se non la condizione generica inalienabile di agire come feno- meni sonori. Questo processo di decadimento, per cui le parole rientrano nella loro condizione bruì», si ve- drà nel TraUato della Storia Naturale della Gram- matica. Per la stessa condizione mentale, nei raccon- ti che l'anno i Itcduini nelle loro adunanze delle Mu- sicarci, il narratore usa frasi e numerosi pro- verbi! che scrvongli per intervalli di riposo e gli dan- no tempo a proseguire nell'invenzione od a ripiglia- re il bandolo delle reminiscenze. Cosi p. e. dove l'Eu- ropeo direbbe semplicemente» ed essi continuarono il loro viaggio « l'Arabo dira invece « ed essi cmlinua- Digitized by Google succede per mancanza di mezzi di espressione (ancorcliè l'idea esista) come si può osservare in quelli che cominciano a parlare una lingua stra- niera ; ed ora |kt l'ima causa, cioè la delicieuza di idea, ora per l'altra, cioè la deficienza d'espres- sione adatta alle condizioni di metro, succede lo -stesso fenomeno nei verseggiatori e rimatori j estemporanei. Il Genovesi al contrario (Logica p. 5G) altri- liuisce la presenza di tali particelle a scopo di energia e di grazia negli scrittori, ed incolpa nei d'averne perduto il senso, riferendosi agli anti- chissimi libri, p. e., di Omero. I primi suoni d'elemento interiettivo dive- nuti aggettivi od avverbii di qualità, se derivano da un sentimento di ammirazione acquistano il senso in bene ma relativo alla natura dell'og- getto a coi si applicano; quindi ritengono anco- ra, quantunque applicati ad oggetti esterni, i rapporti della sensazione del parlante; quindi in origine non vorrebbero dire se non io approvo ; sarebbero dunque una prima persona singolare presente d'un verbo; ma siccome epiesto senso del parlante è euuuciato in rapporto alle qualità dell'oggetto in cui cade il giudizio, (ale giudi- zio corrisponde agli epiteli, alle qualità dell'og- getto stesso: cosi p. e. in arabo [Si (cii'ah vuol dire i'«*/o, cslvso (se venga applicato al mare), vuol dire pronto alta corsa (se attribui- scasi al cavallo), vuol dire insomma la eccel- lenza d'una tosa qualunque relativa alla sua na- tura : cosi qualità Iodata i!c! cavallo è la velo- cità, e la magnificenza del mare viene dalla sua grandezza, Ter questo stesso ^Lo Mah vuol dire predo, bollino, caverna, perché cioè con tale • rono la loro strada a traverso di numlnguc, di valli, » di buschi, di campi coltivili, di ridoni! praterie o • di desini dal levarsi del sul" f mì •* ;d suo tra meo- » lo. ■ M3?0*V M*J (1). Im» (grec.) erido semplice dì eliminala dhento il nome dell" alba, ora nella quale si chiamavano l'un l'altro K'ro; H'ùi?; cosi pure in sanscrito aha interiezione di chiamata Ahum = giorno (lì). Una delle prime rappresentanze ideologiche che assumono i suoni interiettivi e quella di pro- nomi, come quello di prima persona singolari'; [11 Mairob. s..iurn. I. I. r. XVIII. ri) Vvararana, p MS. tr.X. Digitized by Google cosi il ine in tanto lingue : questo in origine non era se non l'istintiva emissione dell'aria dall' ap- paralo fonetico articolatoli nell'alto in cui il viso, composto ad approvazione, presentava la persona come garante, come memore ovvero come pron- ta ad un tal alto o ad un accordo. I pronomi certo erano accompagnali da un geslo che indicava la persona riferita; tanto osser- vasi ancora nelle persone rozze ed anche nelle ci- vili nell'allo di forte commozione. Perciò lo sles- so suono arriva ad avere i sensi anclto opposti come di affermazione e negativi , giusta cioè In circostanza, p. e. jie (gr.) me: |nj (gr.), no, il sem- plice suono £ divenne pronome rappresentante la terza |>crsnna singolare e, lui. cJ è prouome genitivo singolare = di tè , di cui. otJ è avverbio =- dove. cJ è verbo = mandasti. od è particella negativa — non. In ebraico WH n egli, t' (gr.) egli, K\*1 i, ella. Fra i primi suoni d' elemento interiettivo trovanti espressioni di verbi; la radicale si trova ora in una dala persona e un dato tempo e modo, ora in allro, cosi p. e. niemitii ha la sua radicale nella I.* pers. sing. del passato indie.: omo invece nella l.« pers. sing. pres. indie. ; i nella 8.» pers. sing. dell'imperai, ce., come avviene pure nei no- mi pei quali In radicale non è già nel nominati- vo e nel singolare, ma ora in un caso ora nel- l'altro, ora in un numero ora noli' nitro. I suoni inleriellivi riuscendo un fenomeno di reazione, col quale talora si esprimo agli uomi- ni una qualche necessita inule s' invitano a gio- varci, ponno caricarsi «li varii sensi giusta l' op- portunità, e passare quindi in pari tempo da una categoria grammaticale all'altra, p. e. /e è pro- nome personale, di 2. pers. sing. od in origini' ó un grido di chiamala; ora le dala l' occasione diviene yerbo con un significato adatto nuovo, p. e. « le idissegli) fa compiutamente » ec. ( Dc- rameroite Giorn. \,Nov. IV.); le vuol dire to\ lo- gli, esso è il pronome stesso passalo quindi a valore di 2. p. sing. dell'imperativo. I suoni prodotti per origine automatica rie- scono contemporaneamente a servire da nomi in vocativo ed in nominativo, di vario numero, e verhi di prima persona singolare in varii tempi e di seconda persona dell' imperativo di vario nu- mero ; valgono a rappresentare gli atti d'istin- to, p. e. in impaglinolo mimo, carezze, mtrnoso, effeminato, mimar, lusingare. Il significalo di tali suoni è accidentale, uè v' ha relazione di fallo Ira i medesimi e gli og- getti ai «piali si applicano : p. e. supponiamo un fanciullo allidalo a persone a lui del lutto stra- niere e che venga allattato artificialmente; egli non (ralaseiera per questo di emettere i solili suo- ni lahiali spontanei ed i palatini; quindi prnnun- cierà maina, babà, papa, ec.: ora questi suoni verranno distribuiti in seguito come nomi appel- lativi degli oggetti che lo circondano, e di quel- li che soddisfanno ai suoi bisogni, e quindi le persone a lui vicine si chiameranno infimo e /mp«. quantunque nessuna relazione di parentela e di generazione esista tra lui e tali persone, e quindi tali nomi in «piel oaso saranno nomi proprii spe- ciali di quelle persone in rapporto al fanciullo, nò rappresenteranno il fatto di paternità e di mater- nità per quelli; mentre vengono a rappresentarlo generalmente per tutti quelli che realmente sono i genitori di tali dati fanciulli. Allretlaiito succe- derà quanto al nutrimento artificiale, esso deve acquistare ima nomenclaliua dal fanciullo per mezzo dei suoni dei quali è rapace, quella che in altri casi serve ad indicare il nutrimento natu- : rale, cioè le mammelle ed il latte, e sostituendosi ' a questo ne subirà il nome.- cliiamernssi quindi tetto, litli, mamma, paitna ec. Dunque per parti dell clementi nuli inatico non v' ha alcuna r. Ia- sione generale necessaria di dipendenza, di proce- denza ce., tra i suoni v ocali e V essenza delle co- se; anzi neppure tra i suoni e i rapinili delle i cose coli' uomo. Riescono poi a nomenclatura di-li oggetti j di primo interesse nei bisogni della famiglia; cosi, olire lutti Quelli già applicati a nominale la ma- dre e il padre, si vanno distribuendo altri di n- nalug.i natura ni varii membri della famiglia, p. e. Vj'vvt), tjs, (gr.), la sorella del padre o della Digitized by Google madre, od il fratello; Panava, Nanau (sanscr.) la moglie del fratello in riguardo alla sorella di lui; la cognata di lei : t\anasu (valacco), padrino; fra- nosa (vai.), madrina ; dai (turco), zio mater- no; 1*1 dod (ebr.), zio paterno mi dada (ebr.), zia. Deda (Dial. Yen. Alpi), zia. Muhmc (ted.), zia. 1 suoni automalici si distribuiscono quindi ai cibi in generali' e a quelli maggiormente in uso, p. e. Amba (uugh.), fava, //obo (lai.), fava. Papaver (lai.) il papavero i cui grani servirono di primo nutri- mento, onde figli ravasi Cerere col papavero; li usa- vano i Persiani. Ippocrale lo riferisce fra le piante alimentari. 1 Romani ne facev ano delle stiacciate coi semi tumefatti e impastati col miele. I sansi an- cora nell'Oriente come alimentari ; i Persiani ne cuoprono la su|H«rficie del pane; in Ungheria, in Polonia, in Moravia servono di giornaliero alimen- to. A Genova Tournefort dice die le donne man- giavano i semi del papavero bianco coperto con zucchero; in Toscana unisconsi alle paste dolci, alle focacce e mangiami in varie parti della Fran- cia e nelle v icinanze di s. Quintino. Perciò un suo- no automatico serve di nome al papavero in ara- bo ebu j>\ che è lo slesso suono che vuol dire padre, appunto come in Ialino popò (padre), pa- paver. Papyrus rarrops;. Altra sostanza alimentare picsso gli Egizii che ne mangiavano la lècola e facevano arrostire la porzione del ramo che vi a- derisce; di più serviva a molti usi, p. e. se ne fa- ceva tela, battelli, corone ce, c per usi medicina- li (I). Bv,: papiro. Le parti del corpo umano più apparenti ed in uso, quiudi papa (lat.), mammella, mommo mammella, tot (egizio) mano. Per l'elemento onomatopeico avranno in o- rigine i suoni per lo più il valore di nomi, cioè indicheranno gli oggetti come Bubo (Ut.), Bua« (gr.), Upupa (lat.),'E«o4. (gr ),Br,pT> ecc. cioè in- dicheraimo gli oggetti da cui partono le voci che (I) Mallbioli, Commenl. Diosc. e De L*ns elMé- raL DkL de. Mal. uiéd. voglionsi imitare, ed altre volte avranno valore di verbi, cioè rappresenteranno la maniera di agire di quei tali corpi nell'emettere quei tali suoni, co- me bauban (lat.), mugin (lai.), 0e>a'w (gr.;, fare xóai e PM, belare (il.) Per l'elemento onomatopeico dunque le pa- role ricevono in origine un senso preciso e qua- si assoluto più che per gli altri due; si tratte- rà cioè d'indicare quel tale oggetto; se non che sarà più o meno facile l'intelligenza per par- te degli ascoltatori in ragione della più o meno imperfetta imitazione con cui il parlante sta capa- ce di seguire l'oggetto. Per altro neppur qui havvi un rapporto di necessità tra la parola ed il suo significato; tal parola non definisce l'og- getto ; essa imita uno dei feuomeni sonori che da tal oggetto poimo provenire, e quindi neh" inten- zione di chi prouuncia tal parola versa la remini- scenza d elio sensazione provala per opera di tal oggetto e del medesimo che si repula esserne la causa; neh" uditore si può destare la reminiscen- za medesima, se gli sia noto che tal suono da ta- le oggetto si produce, cioè se conosce l'oggetto medesimo e questo suo fenomeno sonoro che ora s'imita. Nodier vorrebbe che vi fosse un rapporto tra i suoui differenti, dei quali un oggetto in na- tura, p. e., un animale esibisce le mauiere, ed il numero dei nomi coi quali tale oggetto si appel- la; egli dice « le rossiguol a reni dix noms qui difTèrent daus leurs racines. Bechslein figura vingt arliculalions qui lui sont proprcs, Ics animaux qui n oni qu'un cri n'out qu'un noni. » Ma io osserverò che vi souo tante altre opportunità di nomenclatura olire quella per imitazione, nè mi pare che questa legge enunciala possa dimostrar- si coi falti. Egli è vero per altro che l' uomo usa per servigio ideologico degli atti fonetici dei qua- li è capace, sempre in ragione delle sue sensazio- ni ; non pensando all'analogia delle cause, ma si alla maniera dei fenomeni ; sicché se per una cau- sa stessa abbia provato impressioni diverse, ri- corda ciascuna a parte ; cosi il selvaggio indica il cadere di una pietra diversamente dal cadere di mi uccello, il cadere sopra un corpo molle di- Digitized by Google — Ili - versamento dal cadere sopra un corpo duro, per- chè il rumore clic se ne produce è diverso. Per la parte imitativa quindi si producono parole che hanno allusioni adatto specifiche, si riferiscono cioè ad una ristrettissima circostanza; e cosi i primi significati delle parole, per qualunque ele- mento si producano, sono specifici, indicano un tal dato fallo in un punto dello spazio e del tempo. In seguito le parole passano f per analogia e per le associazioni possibili, le quali sono in una ra- gione parallela all'esistenza delle cose ed all'uma- na percettività) ad applicazioni di ricordanze d'al- tri oggetti e quindi a significali sempre più este- si; e per le nozioni diverse passano dall'indizio del fenomeno a quello delle cause o dei rapporti suppostigli. Si producono pure volontariamente delle vo- ci senza impulso patetico nè imitativo, e che per la struttura loro apparterrebbero all'elemento au- tomalico, se non che la causa di origine non è affatto la medesima essendo emesse con conoscen- za e con iscopo; ma lale scopo è puramente sono- ro, e di tali voci se ne mantengono in tulle le lingue; tali sono in francese trillala tralleralera talaleri tatalera (I). In italiano Mitra là lalleralà; torototella to- rototà ( DM. Yen. ). In greco quelle che Irovnnsi in Aristofane a'TT»X*T»TTa «TTarraTTSTa in turco «A^a J jj «J «J yuy Fcn- lir Itntir ielelelele li dott. Si osservi come tali suoni sono composti polisillabici di clementi ete- rogenei. Vi ha dei suoni che restano senza senso fin- ché rimangono isolali ed acquistano un valore i- deologico solo unendosi ad allre parole o frasi; la loro origine è oziosa, eppure dopo riesce di scr- v igio ideologico, cosi p. e. in turco ap parti- cella che posta dinanzi agli aggettivi dà loro fi) Questi .lue suoni corrispondono accidentalmen- te ad un seguilo di parole organizzale elio costituisco- no una frase » tùia le ris » (tastò, assaggiò il riso); sicché in un i c erta c anzone popolari- servono doppia- mente, cioè l> c ome suoni ritmici insignificanti e come* inchiudcnli questo senso, nel qu ile «loppio rapporto consisto il giuoco della canzone. maggior estensione, amplifica il loro significato; p. e. ^1 v->! ap aq, tutto bianco ^j^l ap aciuq, tutto affatto aperto, cosi pure ■_>.! eup p. e. v_»«f eup ttzun, lunghissimo- Altrettanto accade per altri suoni d' origine imitativa, cioè che restano senza un senso preci- so per sè soli, nè sono ancora classificabili fra alcuna delle categorie grammaticali: tali sono p. e. in turco ^L*f» eski buski che si usa con intenzione di spargere il ridicolo sopra qual- che cosa come vieta, come mi' anticaglia, co*a da vecchi. \y)y* jt}ll 'j nr neh muriseli — confusamen- te, ec. ; tali parole sono veramente produzioni fo- netiche volontarie dell'uomo di quella specie d'o- nomatopcia ehe abbiamo voluto distinta col no- me di simpatica; non imitano cioè alcun tipo di suono esterno, ma seguono per una qualche spe- cie di analogia dei moli articolatoci l'impressio- ne ricevuta per opera di date cose, anche se l' im- pressione non fu acustica. Questa condizione di rapporto ideologico indeterminato rimase a po- chissime parole nelle lingue molto sviluppale; ma questo è uno stadio di transizione che toccò in origine a tutti i prodotti fonetici dell'uomo, pri- ma di riuscire segni definiti dei pensieri e di fi- gurare come membri grammaticali ; in tale con- dizione, se pur si dovessero definire, si direbbe- ro intercalari, e sarebbero per la maniera di col- locamento nel discorso simili in rango alle in- teriezioni, occuperebbero cioè l' infuna classe tra i suoni in rapporto al loro ufficio ideologico, ap- pena, per un minimo contallo colla mente, sepa- rati dal semplice materiale greggio fonetico. Occorrendo toslo fra le prime necessità so- ciali di dover indicare e distinguere le persone colle quali si tratta, delle quali si ha da narra- re qualche cosa, avviene che toslo i suoni primi- tivi servano a nomenclatura delle persone, onde diventano nomi proprii personali. Trovatisi già dunque nomi proprii di perso- na costituiti da suoni automatici, patetici ed ono- matopeici; pei primi due clementi sono in ori- gine i gridi di chiamata con cui si appellaro- no tali persone; per l'elemento onomatopei- Digitized by Google - Ufi - co sono imitazioni di una qualche maniera di qualità o di allo della voce, della pronuncia, di qualche difello Specialmente,, per la quale imita- zione più a meno fclied ricordi quegli che ascol- la la persona a cui si allude. I nomi propri! di perdona neil' origine pri- ma assoluta non hanno alcun senso: valgono so- lo come suoni applicali a quella persona per in- dizio di chiamala, .se a lei diretti, o come cenno di reminiscenza se di lei si parli. Molti nomi pro- prii per altro di forma primitiva furono imposti dappoiché tali parole clic servivano di nomi ave- vano un senso, p. e. A'p.|is (I), nome dato alla madre degli Dei, a Rea è automatico; ma io cre- derei che fosse slato applicalo a tale divinità nel senso di madre, o di nutrice, poiché k'ppà KON imma, ritinto (siriaco) v uol dire madre. Cosi Ja\ja (sauscr.), nome proprio d'un re, e il grido di acclamazione in ia come tw tw (gr.) io io (lai.) che quindi volle dire vittoria, e dopo a\cr ricevuto questo significato passò ad uso di nome personale. (Jutju liaya) (2). Molli nomi propi ii di primitiva origine arri- varono a noi più spesso nelle forme di desinen- za relative alle date lingue, p. e. Titus, rsifiiro?, e nelle forme derivate, come nei patronimici, p. e. Titiu.%, ilimus, Buvbius. Questi- (orme primitive si riproducono pu- re e si applicano continuamente anche quando le lingue souo giù sviluppalissime; cosi spesso i soprannomi di scherno si formano dietro questi elementi primitivi, p. e : Bombai fo, nome del suocero di Marc'Anto- nio, fu così dello per la sua halhuzie. Cucu : cosi era solila Anna Coinnena a no- minare Pietro d' Aiuieus. Nomi proprii personali di forma primitiva. A'fói (.1), nome proprio di persona in au- lico egizio. (1) noclurl Geogr. Sacr (1. ò~'2) A>|a« ij Tps^s; Xit tj jiTjTirjp. (2) Humlioldl Kiwi I. (ó)A'js£i A'Wp. iJaMonski Panili. Aftf. IH, I7> Ma 4'po, figlia di Senofane (I). A"£s?, avrò;, duodecimo re degli Argivi. A^'jj^s cosi si chiamava Adone dai Per- siani (2). A"^ Ma (lat.), figlia di Uecalomno. Adad, nome della somma divinità degli As- siri \7>). f\-Yf\ /ita (etrusco), nome pr. pers. (4). Babà. Nome d" un uomo passato in prover- bio per la sua sciocchezza ai tempi di Seneca: deve essere un soprannome impostogli. Babai. Nome di un re dei Sarmali, vinto ed ucciso da Tcodorico ostrogoto (5). Babnlin ((»). Bubone (7). Bah pi. Nome egizio di Tifone (8). Baji^fJ nome della nutrice di Cerere. Bebius Massa, celehre delatore al tempo di Vespasiano. CViucoii, quegli che ha .stabilito il culto di Cerere in- Andamea presso Messene (0). Xwy/ov. in egizio nome d' Ercole (IO). Dido un n. pr. non solo della regina di Car- tagine, celebrala nell'Eneide, ma anche d'uomo. Turn, Tj?, nome pr. di un re di Lidia (il). Ja, nome pr. di donna che compare nel Mar- tirologio ai 4 agosto. ///«fi (chin) famiglia che ottenne per quattro secoli ffinpero della China. Ino, nome del primo imperatore dei Mommo, n. pr. di uomo (12). (I) Cìlep. in voce, l'i) Husyeliiiis. S. l.len. D. Sjr. 11. 553. [3) M. ululi S.ilnrii. 1. I, (.20. (41 Lanzi S. Btr. 11. SOR (ii) Giannini.'. Si. Civ. H. Napoli L. Ili, c. 2. p. 330. (a, città in America, nella Provin- cia di (Juito, distrutta dal terremoto (7). Vasi Bambù presso Syuraoma) o nelle Cor- ■UgUerc (S). (!) Polibio «*'• Epitome. (i) •■ l'rl's in AfriiM Pliaunuriuin •• (Plinio X.HÌSt.) (Si Sch.ili.ifL in Thucidide L. 1, p. ti Edil Illu- ne. Su-phan. Iùsh. il) Plinio L V, c. L (5) Humboldt, Koanios II. 188. ((>) C. Geuflin. M. Piim IX, 03. m Humboldt, Kotnrot I, -221. (8j Allgc». Zi-iliing. y Annusi. 1850. Ilriefe eines Rciscndm aus Perù. J'ambarra, luoghi nell'Africa (Viaggio di Mungo Park). B*0uf>a$, fiume al mezzo giorno di Messene nella Grecia antica (1). Mer babu, monte nell'isola di Java (2). Ambio, fiume nel Chili presso hi Concezione. Bomba, paese nell'Africa presso i monti del- la Luna. Bombo», fiume di Cilicia : « Praeterea inter (lumina Liparis Bomba» paradisus » (3). Booby, isola tra la Caledonia e la N. Olanda gr. 22 l lai. nord, 158 long. est. Imbabura (Perù), montagna nelle Ande. Bubatu», provincia della Caria. Bubiada, fiume nel lato orientale d'Hyber»i« (Ptolemaeus). Bubejum, nazione e paesello di Cirene. Chaco, paese in America (4). Coca chachra, luogo nel Perù. Cbocn. paese in America (5). Moror.iocn, miniera nel Perù. Cocolo, paese nel Vieculino (ti). Cuccai, paese 42 miglia distante da Bre- scia (7). AwSwvt) = Dodona. Kikiaij isola nel grande Oceano boreale gr. 128 longit. est, latit. nord. A>Ar, — Lyle città in Arcadia. AcU-rqiS — Mileto. Marna, città d'Etiopia. Marna, nome di due riwere nella Russia asialiea. Majijà? Mamuut, fiume nel Peloponneso. Marnai , luogo sulla eosta S. E. del Mar Nero J/omndisca, città nel Kazan. ;V«morsina, città dell'Ausonia. Mainiate, paese nella N. Zelanda (8). (I) Dopai*. Ori?. IV, 74. (-/i iiiiinUiiH. tawi, 1, 503. (3) Plin. L. V, c. '27. (i.i lluinbiiidi, Kosmoa I, 1-25 (.">) IloiiihuUIt, Ki *mos. (lì) Giiii'i ninlini Vili. e. 5, 518 » Cocolo paese presso basi-inno (Massino del Vicentino). ;7) Guin ì.iriluii. L. XII, e ti, -211. (8) Aligero. Zeilung, 14 Augott IK'.C, Beila?.». Digitized by Google — 115 — Nivo't] Ainoe. Paese di Caria dello anche A - trucia? Aphrodysia. nome d'origine aulomaliea vezzeggiativa, forse riferibile a \ enerc cui era sa- cra : come dire amabile, cara. Papa nell'Egitto antico presso Tebe. /*opers. sing., HDK (ala), fu, te, ce. iu laute altre lin- gue, pronome di 2 pers. sing. Ahau (fi. Zel.), pronome 1. pers. io. Aham (sauscr.), pron. 1. pers. io. Ahe (N. Zel.), pron. i. e 3 pers. io, quegli. Hai (Hawai), pronome, uno, un altro, usa- si di persona assolutamente. Marna (sanscr.), me, io, pronome di 1. pers. sing. Mai (N. Zel.), me ; me (in tante lingue). Meo (N. Zel., Hawai, Rarol, Toug), cosa, persona, oggetto, oggetti, alcuno, pronome di 3 pers. ; è il me che trovasi in tante lingue siccome pronome della i.' pers. É da ritenere die deve essere scorso lun- go tempo prima che gli uomini arrivassero a spie- garsi esattamente coi mezzi vocali, dappoiché og- gi pure per molte idee si stenla a renderle pie- si, ed anzi molte forse per taluni non accadde mai che se le traducessero in parole. D'Alembert riflette che per la più parte quelli che esercitano le arti meccaniche non operano se nou per istin- to; che appena se ne trova una dozzina capace di esprimersi con qualche chiarezza sugl'islnimenli ch'essi impiegano e sugli oggetti che fabbricano; dice di aver conosciuto degli artieri che lavora- vano da quaranl' anni senza couosccrc niente del- le loro macchine ; egli dice di più che può asse- verare che gli artigiani s' intendono, assai più che per mezzo delle parole, pel ricorso di congiuntu- re di opportunità ; nelT officina è il momento rhe parla e non I' artista; dice pure che molle nozio- ni sono comuui a quasi tulli gli uomini e ch'essi (I) Erodoto, IV, 110. Oigitized by Google — m - le hanno nella niente con più chiarezza assai di quello che possano ricevere dal discorso ( Di- scours Encyclop. (il ). Se si volesse distendere per intero la narra- zione di qualche arte sola, vi vorrebbero dei vo- lumi di discorsi (ivi). Questa (orza di conghiettura, la somiglianza dei bisogni c degli organi per soddisfarli faceva si che gli uomini s'intendessero per quaiito pote- va occorrere imperiosamente ; ma per conto dei mezzi d' espressione essi erano radi cenni e spes- sissimo ambigui ; una descrizione un po' detta- gliata, p. e., come si vorrebbe da un naturalista nelle lingue dei selvaggi, sarebbe impossibile, ed anzi i mezzi di espressione restano sempre indie- tro di qualehe passo dall' essenza delle cose an- che d' arte. D'Alembert stesso confessa il suo im- barazzo a parlare con qualche precisione di tanti mestieri e manovre, per le quali gli avrebbe latto d'uopo di Inv orare egli slesso, di muovere eolle proprie mani le macchine ce, (Disc. Enrycl.). Egli assicura che al tempo dell' Enciclopedia, quantun- que ogni arte avesse una propria lingua, questa lingua era assai imperfetta. L' uso dei gesti continuò a longo ad accom- pagnare le parole; e, senza di questi, i sensi sa- rebbero stati ancora più ambigui ; ed abbiamo pa- role e (rasi die ci attestano quest'uso : p. e. il toc- carsi il petto in atto di attestazione di verità, «fl- eto pectore, i varii alti della mano p. e. Dettene foedera perchè il giuramento facevasi stringen- dosi mutuamente la mano destra; Manu miuio jierchè si prendeva per la mano e si abbandona- va quegli che si dichiarava libero giuridicamen- te; cosi eiii«rinporc,cioè e manu capere: inanu le- vare, d'onde matterà re, mallemdore, malleveria ce. perchè tale allo prestavasi alzando la mano; cosi in greto /.iiosTÓvito dare il suffragio, eleggere alcuno, perche si stendeva la mano per dare il proprio volo. « Ex j tire munii consertimi » per- chè si prendeva per mano l'avversario, la contro- parte (XII Tabulue ) dinanzi al pretore (l). il) Aul. Cell. (XX, c. 9). Il battere le mani in segno di approvazione o di gioia, in uso specialmente nel teatro. Aristo- fane Ntfdai, ad un terzo circa, parlando egli stes- so all' uditorio e facendo la propria apologia, gli dice f«J yiipz xp»STe battete le mani, e nei comici latini si termina dicendo plaudite, cioè battete, fa- te strepilo colle mani ( ni anche coi piedi ), ap- plaudite. Del qual atto, come segno di gioia in genere, fa cenno Orazio, L. II. Ode XVII, quando dice che al comparire in teatro di Mecenate dopo una gravissima malattia, il popolo battè le mani ... cu m populut frequen* Laetum theatris ter crepuit sonum. L'atto di promettere col pollice, d'onde pol- liceor, eri*, promettere; similmente il dilo indi- ce chiamasi in turco tckhadel parmanhi ^u^i «y^Lfrà, cioè dito della testimonianza, perete al- zasi nella formula di professione di fede. Ila barn do. Il vinto coglieva dell'erba sul terreno dove erasi lottato, ed in seguo di cedere al vincitore gliela porgeva, dicendo herbam do, ch'era rome dire: sei rimasto tu padrone del ter- reno (I). Tal uso dei gesti risparmiava lunghe (rasi anche nei tempi in cui avrebbero avuto mezzi fo- ncliri da spiegarsi. Dice Svctonio di Cajo Caligo- la: Cajtu Chaeream te tcniorem jam ut nmllem et effoeminatum denotare orniti protro cousuerat; et modo petenti Priapum aut /'enerem dare, mo- do ex uliqua caussa aijenli gratiat otculandam manum offerre formatam commotamqUe in ob- icoenum modum (2). Il gesto serve ancora ad indicare i rappor»' di luogo e le persone ; fa quindi gli uffici! degli avverbii, delle preposizioni e dei pronomi. Relazioni fra le forme automatiche, pateticlie ed imitative. Molle parole appartengono nello stesso tem- po all' elemento automalico ed al patetico perchè Io stesso suono può appunto essere emesso, sia (I) Plin. L. XXII. c. I. (•2} Svclon. in Caligola 56. Digitized by Google — 419 — per essere provocato da una impressione ester- na od anche interna, sia oziosamente; sicché per molli di questi suoni non è se non l' occasio- ne | K-r cui si eiuellouo che serve di dato per clas- sificarli; p. c. LI aba (pers.), acqua e minestra, in questo senso io lo ritengo d'origine automatica ; LI aba (pers.) ugualmente è avverbio d'ammira- zione, che corrisponde al nostro ah f, ed allora io lo dico di origine patetica. Potrebbe pur darsi che qualche suono della natura che si volesse imitare fosse simile ad alcu- no di quelli spontanei nell'uomo, ov vero che l'imi- tazione riuscisse ad incontrarsi con alcuno di tali suoni spoutanei. Di più uu individuo può emettere una voce una seconda volta ed in uguale od in diversa op- portunità dalla prima; può emetterla cou ricor- danza di averla emessa altre volte, od essere de- tcrminato a tale emissione senza riferirsi a tale re- nùuisccnza. Data la reminiscenza, se la voce in origine fu automatica , ripetendola collo scopo di ottenere ciò che la prima volta successe alla sua emissio- ne, tal voce riesce rispetto allo scopo volontaria, iu quanto che si riferisce agli oggetti eslerni e intende di agire su quelli; rispetto al mezzo è ono- matopeica, perché è una ripetizione volontaria, un imitazione di un suono altre volte prodotto; cosi se la voce in origine era interiettiva, nella se- conda volta è volontaria, e certo l'individuo imita un suo proprio atto pregresso. Vi è poi l'imitazio- ne dei suoni de' quali è capace F uomo ; allora mentre questi suoni dalla persona imitala si pro- dussero per patema o per automatismo, dall' imi- latore si producono per espressa onomatopeia. Questo caso d'imitazione degli alti sonori dei qua- li è capace l'uomo è frequentissimo sia per la maggiore simpatia Ira uomo ed uomo, che con lutti gli altri Oggetti circostanti , sia per ne- cessità di contatto. Abbietto già riferito nel trat- tato dell' onomatopeia come gli atti animali di louclicggiamculo, di vomito, di escreato, di sin- ghiozzo, di respiro, di sospiro e di articolazione dei suoni sieno molivi di produzione di nuove vo- ci che tendono ad imitarli; ma non solo questi, sì le speciali maniere di pronuncia e di voce vengo- no riprodotte per imitazione; p. e. tulli i suoni la- biali babà, maina ecc., sono proprii dell'infante ; ora l'uomo adulto che v uole indicare l'infante, e imitarlo, usa dei suoni ch'egli è solilo a produrre. Bimbo, Bambolo , Bambino 0a^at vwec; ora que- ste voci considerate come imilazioui di suoni souo onomatopeiche, mentre i suoni che loro serviro- no di tipo sono automalici. In questo modo nelle varie lingue trovansi parole imitanti i difetti della pronuncili e gli atti intemperanti della loquacità e della voce; p. e. btilbiu, bègue, bég,ajer,£ai?fa?3;, bavarder, tv, babure. Nelle varie lingue trovansi parole offensive 0 di scherno nel senso di fatuità, d'imbecillità ce. costituite da suoui automatici, perchè con questi s'intende d'imitare la maniera di parlare di tali tatui, o di paragonarli ai fanciulli che tali suoni emettono, cosi bubumtM, babigsr (lai ) ss stollo, babbione, babbeo, babbaceio (il.), 6a- bouin (fr.) ce Tra i suoni più facili e proprii della liugua dei fanciulli sono 1' n e I' /. Ora con / raddoppiato si formò iu greco per questa legge slessa istintiva ideo-lònctica una parola con significato offensivo XciAc; stolto. Ora queste parole considerale come pro- dotte dai non fatui nè dai fanciulli, collo scopo d'imitare tali soggetti di condizione intellettua- le inferiore, sono onomatopeiche. L'umano orga- nismo è capace di tali e tali suoni, le occasioni per cui e nelle quali egli li emette sono diverse, ma 1 suoni restano gli slessi. Il dato di classificazio- ne essendo preso dall'opportunità clic pad varia- re, avviene che lo stesso suono può trovar luogo si nell'una che nell'altra classe. Molte tra le parole originariamente automa- tiche e passale per questo processo nella classe onomatopeica si espongono nel Dizion.ii io Auto- matico per F opportunità di mostrare la loro origine ed attaccarle al punto di continuità natu- rale; dietro le osservazioni pregresse potrà il lettore considerarle anche sollo il "IV rio imi- tativo e quindi ricordarsi nel Dizionario Onoma- topeico che tutti quei suoni v'hanno diritto. Digitized by Google Nei dizionarii automalico , interìettivo ed onomatopeico che seguono molte parole non sa- ranno in tutta la loro forma nativa, perchè a noi non poterono giungere se non modificate dal* 1* organizzazione subita nel progresso , relati- va al sistema della lingua a cui appartengono, ciò che costituisce le desinenze, le flessioni in quelle parole che furono declinate e coniugale; p. e. dadati (sanscr.) : qui dada è la radicale auto- matica, ti è la desinenza che fissa la 3 pers. sing. pres. indicatilo. In greco nrnix dove la ra- dicale è itinr.*, il resto è la desinenza che pre- cisa la condizione di nominativo maschile. La ra- gione delle desinenze si troverà nel Trattato del- la composizione delle parole ed in ([nello della Storia naturale della Grammatica, dei quali fa d'uopo anticipare i risultati in questi dizionarìi, perchè bisogna offrire le parole quali si trova- no; queste per la loro composizione e modifi- cazione organica apparterrebbero ad uuo stadio posteriore, mentre per la base, per la compage costituzionale appartengono alla prima età lin- guistica. Ma quando si avrà privata ogni parola di tale modificazione, specialmente per la desi- nenza, apparirà la loro origine ingenua, sponta- nea nella classe a cui fu riferita, e la radicale si mostrerà essere la medesima presso le varie pa- role che pongonsi nel luogo a confronto. Altre parole appariranno primitive giusta questa teoria, ma vedendole affatto ugnali presso varie nazioni o di poco dissimili, si potrebbe giu- dicare che una nazione le avesse ricevute dall'al- tra, onde si diminuirebbe il numero degli esem- pli notali sul luogo. Talvolta si tratta pure di evento ; p. e. nella parola Bomba che si trova nello stesso senso e quasi nella stessa for- ma in tutte le lingue d'Europa: in fatto tale paro- la passò, colla nozione della cosa, coli' oggetto che ricordava, d'una in altra nazione: si manten- ne nella forma di snono imitativo per la facilità ch'ebbero gli organi umani vocali articolatoli fonici, a ripeterlo, per cui a tali sistemi potè resi- stere : e forse fu sentita istintivamente la conve- nienza, la verità dell'imitazione col rumore che produce tale proiettile, l'analogia del suono della parola colla cosa; onde per quella stessa causa naturale, per cui la parola si produsse, ancora si mantenne. Le leggi eufoniche tendendo sempre ad alterare le forme delle parole giusta le specia- lità di paese e di razza parlante, il mantenimen- to d'un suono straniero puro o quasi intatto in molte nazioni lo dimostra spontaneo e naturale alle disposizioni fonetiche essenziali dell'uomo. Altre volte i suoni uguali con rapporti ideologici uguali in differenti nazioni sono affatto indigeni, perchè cause uguali o simili devono dare uguali o simili effetti. Digitized by Google RACCOLTA DI PAROLE D'ORIGINE AUTOMATICA ESISTENTI IN VARIE LINGUE. Le voci che hanno luogo in questo dizionario si disposero modificando la successione delle let- tere dell'alfabeto, ed a quello solo attenendosi lassamente tanto per avere dei punti fissi di ag- gregazioue. Tali modificazioni verniero suggerite dallo scopo di riunire ove si possa i fatti che danno opportunità a confronti, sia per trovare l'ugua- glianza o l'analogia almeno dei prodotti primi della natura (per l'identità o somiglianza delle cause) come i veri rapporti genealogici. Tra le parole vi sono rapporti di forma, e rapporti di significalo, fra le quali specie non vi ha parallelismo: si nella categoria delle forme, come in quella dei significati v'hanno rapporti di parentela, e rapporti di somiglianza, e questi ora per contatto ed ora isolali. Per cogliere pertanto queste specie d' approssimazione diverse, cioè di forma o di senso, e di genesi, di agnazione, od indipendenti, bisognava togliersi alia legge della serie alfabetica. Una parola può avere varii significati in una data lingua : una parola di suono afTatlo uguale in un' altra lingua può avere tutti questi significati medesimi, può sovente avere qualche significato soltanto uguale od analogo a questa e Vol. L gli altri diversi : allora bisogna porre queste due identico, e riporle separatamente per gli altri si- gnificati indifferenti. Queste parole pertanto in origine uguali ponno trovarsi in qualche grado di trasformazio- ne o composizione e decomposizione, ma, serban- do le tracce dell' ideutira orìgine e i rapporti di significato, devono stare vicine per utilità della logica linguistica. Fra le varietà di forma ve n'ha alcuna ap- pena percettibile, e la quale si perde e si riacqui- sta continuamente. Tale e l'aspirazione: perciò qui non si fa alcun conto della medesima, e le parole che cominciano da h si pongono nella se- rie giusta la vocale che le succede; p. e. Haba si Molti suoni che si seguono nell'alfabeto so- no affatto eterogenei l'uno dall'altro per loro na- tura e pel meccanismo. Qualche lettera alfabetica è promiscua a due suoni del tutto diversi; p. e. il c sccondocltè si suole scrivere unito ad a Ca, o come si suole scrivere con l'i Cia. E d'allro canto lettere di for- ma diversa servono ad indicare un identico suo- no, p. e. Qa. Ka. Ca. In questi pertanto non si 46 Digitized by Google - 122 - ha alcun riguardo alla loro apparente diversità grafica, e si pongoao indifferentemente l'uno presso l'altro. Molti suoni distanti nell'alfabeto sono invece affatto simili, prodotti da uno stesso meccani- smo, modificato leggermente pel grado di forza; per es. B. P. F. V. T. D. G. C. oppure per concomitanza dell'azione di qualche parte dell'apparato, p. e. II. in rapporto a B. o P. Molli suoni si somigliano non per meccani- smo, ma per l'effetto che (anno sull'orecchio del- l'uditore; p. e. G. Se. Z. Molli suoni si sostituiscono per varii difetti di pronuncia. Per tutte queste circostanze onde le condi- zioni della serie alfabetica non convengono ai rapporti naturali di fatto che hanuo i suoni; si modificò nel dizionario che esibiamo, ove occor- resse, la successione delle lellere, p. e. dopo il B viene 1' Jtt ed il P; dopo il /' viene il D, dopo il V l'F, ec nell'interesse di promuovere i critcrii sulle forme e sui rapporti delle parole primitivo o vicine all'origine. Molle volte i monosillabi automalici sono resti della loro reduplicazione : ma qualche volta pouno essere primitivi; d'altronde non sempre si trova la loro forma reduplicata (già perduta), quindi si poogono uel loro rango alfabetico e uou nel supposto di derivazione; p. e. si troverà Mù (sanscr.) = madre in principio della serie e non dopo Marna di cui è la semplificazione. Ab v' «o (arab.), agosto. ^,7 «6 (turco pers.), acqua, luce, chiarezza, la- grima, bellezza, splendore, dignità, buona gra- zia, preghiera, dimanda, intenzione. Da t_,T ab nel significato di acqua derivano _jì obi (pers.), acquoso, a, umido; cotoguo; anitra. juf abth (pers.), chiaro, limpido. y>\ abu (pers.), acquoso, a, Ncnuphar. Aba (laL), vocativo con cui anticamente il più giovine parlava al più vecchio, o lo chiamava ; corrisponde all' tì^i? dei Greci. (Calep. in voce ). ^«(selvaggi ) mV(1) . Aba ( del Brasile ) ' V ' Aba isclv. Brasile), cadili (1). [ Aba (sanscr.), madre, poi Amba (2). Abba (antico Groenlandese), padre (3). aba (siriaco), padre (4). Da questo deriva Aj3j»« (greci Abba (lai.), forme del vocativo, nelle quali sta la radice , d'onde Abbus abbati* e tutte le sue figliazioni in tulle le lingue nelle quali influì il cristianesimo, p. e. Abbate, Aba- te (iL), Abbai (ingl.), Abt (tcd.), Abbé (frane), Abad (sp.) ce Uf ab (arab.), padri Da Aba S2S'. deriva poi (5) ì2K Abù , o Avù padre d'onde la forma Atm». Avia (laL) e tutti i derivati ApuiìcuIus ec. e nelle altre lin- gue moderne figlie della Ialina, Avo (il.), A- buelo (sp.), Ayeul (frane.) ec. Da ì3K rimase (ebraic.) Av y padre. LI aba (pers.), minestra. Aba (sanscr.), malattia, anche Ubai. . 22. (2) EiihhotT. (Sì C. Gfbelin. M. iirim. Vili, fi] Bochait I, r»72. (5) Luzzalo Prole?. 152. (lì) C. Gebclin, Vili, 509. Digitized by Google — Ì23 — rOX aba (ebraic), volere, contentarsi, deside- rare : d'oude omo et (lai.) Haba (Java), voce, suono, rumore. Haba (Tagal), allagare. Haba (lat. aulico), fava, poi detta Faba. Haba (sp.), fava (i). babb (arab.), bacca, piccolo fruito, molle gran», pillola, d onde vsyl?j«* hububat (arab.), legumi vo lii. Ixc hàba (arab.), stoffa grossolana che serve ai Denis e che si usa pei mantelli. Abba (Orenoco, Rio delle Amazzoni), uno. Hub (ungh.l, onda. Hutto, riflusso, inondazione, spuma, nube in una pietra preziosa. uLo. iiububè (arab.), bolla d'acqua, poi sAx* hubab (arab.), bolla d'acqua v Uc ubab (arab.), acqua die straripa plur. ^jy g ubub. AUuba (sp.), papavero selvatico. Abada (sp.). femmina del rinoceronte. Abaiba (Selv. Brasile), sposo (2). Abare (lat.), a'^X^eiv (3'. 'àfét{gKC.),'\?!Ìi presso i Tarantini. Abas{M.), stollo, bartlus. Abé (Tonga), forse. Ali (Touga), abitazione. 3&j| abla,abula (ture), sorella maggiore, moglie, donnetta: termine dispregiativo. Abobaru (port.), zucca, cilrouiUe. Abobar (port.), coudire. Aboti (Madagascar), grande, ^òou (Canada), succo (4). Abouijou (Carrubi), schiavo, domestico (5). ,j^f abtjq (arab.), fuggitivo (schiavo), mercurio, argento vivo. Ad Ada (Africa, fam. Acanthia Felou), giorno. Adda (.Monomolapa Sowaiel), sole. (1) Questa parola riacquistò la sua antica (orma passando dal latino, dove era l'alta Faba, nella lingua spagnuola, la di cui ( tifoni» cangia \'F iniziale in //. ì Georg. Marcgrav. de Brasiliae Reg. p. '22. 3 Apud Ausonium. 4 C. Gebelin, Vili, 503. 5 C. Gebelin, Vili, 509. Ada rnn (ebraic), introdusse, estese. Ada |,>f (ture.), isola, penisola *Jel. Ada* (lat.), Libra. Segno del Zodiaco. Ad i\ (ture.), nome. />/ (lai.), preposizione che aggiunge. Adhiduda (sanscr.), arcaugelo. Ljf afa (pers.), padrona della casa. A J (Africa Shilio), bocca. Jjf (Africa, fam. Gallas), bocca. Akaka (llawai), svenimento, mancanza di spirito, estasi, visione. A'xaxalis (grec), seme d'un frutice d'Egitto. Al Jl (turco), straniero, d' altri. Jf al (turco), il, la, egli, il/e, olii (lai.); il, arli- colo. Jf 0/ (turco), frode, astuzia, stratagemma. Jf al (ar.), posterità, famiglia. W ala (turco), lebbra, di diversi colori ; »JI alò, Jl al, color di porpora, vermiglio, ili ala (turco), se non, eccetto che. Alai hb»ì (ebr.), impazzi, infuriò, celebrò, diso- norò, rese pazzo. Alti (Chili), fiamma (1). Alo Al Halàl (uogh.), morte. Halal Jik». (ar.), sposo, sposa legittima, permes- so, cosa legittima. baiale (turco), specie di stoffa leggera di seta e di cotone. Hali Ju». (ar.), ornamento, abito; jui». hiliet, bilie. Halil JuJL». (turco), sposo, sposa, compagna di abitazione. • muliebri. (Polinesia occidcnl.), sole. Oy (ebr.), AWam, j.1 mn (turco), parti „U ani (ar.), anno. (I) Georg. Marcgrav., de Chili Regione, p. ó± Digitized by Google - 124 Ama (Sumatra Tidor), Ama (Basco), madre. Ama (Terra de Labour), Amai (Tamul), madre. Anta (malese), madre ; ma' (Java), ed il madre. Ama (Dannano), madre, donna, sorella maggiore o sorella in genere. Ama (sanscrito), madre. Ama (saiiscr.) e om, onorare. Forse è la stessa parola che vuol dire madre e che passò a que- sto significato pel l'atto naturale e pel precetto di onorare il padre e la madre. Ama (sp.), padrona di casa, proprietaria, balia ! anche questi significati sono conseguenti a quello di madre. Ama (Tagal), padre. Ama (Java), padre (1). Ama (Dugis), padre. Ama (Sasak Oceania), padre. Ama (Abac o Capul), padre. Ama (Manciù, Tongns di Ciapogires), padre. Amaa (Timor Freycinet), padre. Amah (Nias Sumatra), padre. Amahun (Bissavo, Filippine), padre. Amai (Bissavo, Filippine), padre. Ama (egizio), Dio (2). Ama (ungb.), quegli, quella. Ama (Mongol), bocca. Ama (China), bocca. A"(i« (gr.), insieme. U.I ama,ema(ar.), 1 ama (turco), cieco ; nD^t ama (ebr.), ancella, serva. HO% amà (ebr.), cubito. HOK amà (ebr.), il dito medio. nDp amà (ebr.), tumultuò, strepitò, gemelle, ri- suonò. A,wu*, ^moeo (lai.), nel dialetto di Trezene, Ce- rere, dea degli alimenti : io credo che il primo significato di tal nome fosse madre, appunto lot. (1) Humboldt, Kawi, I, 75. (2) Champollion, Figiac. Mag. Univ., 1839. Juiì- oonsiderandola come porgitrice d'alimento, co- me nutrice; di più come agli Dei davasi V epi- teto di padre, alle Dee davasi quello di madre. Amam DDK (ebr.), amem ODK (ebr.), madre, forma primitiva, donde poi Dn ern, madre (4). Amama (Groenland Parry od isola dell' inverno), madre. □OPtamàm (ebr.), abbattè, rovinò, ruppe, ridusse in polvere. Uxt amam (ar.), zìi ; amm, zio paterno. J.U». amam (ar. e turco), colomba, tortora ed o- gni uccello con collan mé (turco), colomba. Ltl»». hamama (ar.), amomo. Amamak (Groenland), mammella (2). Amamsa (sanscrito), uomo debole. A'|ia>u* (gr.), specie d' uva (5). Amba (sanscrito), madre. Amba (ostiaco), madre. Atnbu (Africa, fam. lingue Watye), Amba (Sumenap Java), madre. Ambui (Tidor), madre. Ambo (Bugb), padre, jwt ami (pers.), scrittoio, i A'jit) (gr.), falce, bicchiere. Amema KDOH (cb.), crusca. imi (sanscrito), figlia. k'pi* (gr.), nome di un pesce (4). ftt*» amìm (ar.), ^ i munita. lil amma, emma (turco), ma, nullameno. Amma (Malabar), madre. Anima (America del Nord, Ougalikmoutzi KinaT), madre. Amma (Jcnissci), madre. A"(i|i!x (gr.), madre, nutrice (5). A"|i|i3, la terra. Amah (Minetabe o Gros Ventre in America), In terra. I I) Lunato, Prol-s-, ló'i. C. Gebelio, Vili, 4D4. Schrcv. 4) Scbrev. 5) Hcsycbius. C. Gobelin, Vili, 18& Digitized by Google - 125 - A" mia, nesso, vincolo. Amma (Battock Sumatra), padre. Amma (Mindanao, Filippine), padre. Amam (Tunisi), acqua. hammam (turco), bagno ; hamim, pioggia d' estate, acqua bollente, sole d' estate; Dn cham (ebr.), calore. Amme (tcd.), balia. noi. _ « p\ ammet (ar.), zia paterna ; amita (lai.); ame- da (dia), trivigiano. Alpi); amia (dial. ven.). A" (itti, specie d' erba e di seme no(l). A mini (Tongus Mangaseja), padre. Ami (v. lingue Tongus), padre. (Okbotsk), padre. del ^s. ammu (turco), zio paterno. Amma (Africa, Tarn. Shibo Dankali), Ammo (reg. del Nilo), testa. A"jijis{ (gr.), sabbia. Amo (Pi. Zelanda) , stanga , portare sulle spalle con una stanga. Amo (sp.), padrone. Amo (portogli.), padrone. A>o S (Dial. Eolico e Dorico ), nostro (2). Amu ( N. Zelanda e Tahiti ), mangiare. yt\ amu (pers.), gelosia, zelo, tumore, infiamma- (sanscrito), questo (accusativo maschile). An ^1 an (ar.) tempo, ora., forse radice di Annui (lat.^ Li ano (arabo)., quegli là, quello. Ano Ut (turco), madre. Ano (Caucaso Gierkesch), madre. Ana (Kumuk), madre. Anali (lingua Hurona), madre. Anha (Botucudos), madre. Anna (America del Nord, Kinai), madre. Anna (Baschkir), madre. Annaa (Nigrizia marittima), Annanotha (Grocnland Dobb), (1) Scbrev. (2) Theocr. Idyll. Anna (Pcnsilvania), madre (t). • Anya (ungbcr.), madre : Anyo vecchierclla, è la slessa parola che vuol dire madre (2). Anya (Lamat), madre. Agno (Grocnland), Anya (sanscrito), altro. Anam (Cclebi), sei (il //nonni pigrizia ritUma), Kah Enna A' nana Ananam quattro. ., volto, faccia. (sanscr.), grandezza della Ananahi (Tahiti), domani. Hananam (sanscr.), uccisione. Anego, a (cimbro, 7 Comuni), nipote (maseb. e femm.). Anena (sanscr.) eppure Enena, questo (accusa- tivo). Anona (sp.), frutto delle Indie. Ani ^JK (ebr.), io. Ena Uf (»r.) io, me. B'n (ungh.), io. A P Ap, uf- Ap aq, tutto bianco Ap aciuq v , tutto affatto aperto. Apa (ungti.), padre. Apa (svedese), scimia. Questo nome della scimia de- ve essere lo stesso di quello che vuol dire padre, applicato nel significato che tal parola ha di fra- te, di monaco; come appunto alcune scinde chia- mami cappuccine: cosi in inglese la scimia chiamasi monkey da monk, monaco, frale, ed in illirico munì o munna dalla stessa voce mo- nachiti jiovax 0 ?» Da Apa derivano quindi le altre forme di questo nome nelle lingue del cep- po teutonico: Aape (bas. sassone)., Abe (danese), 4* (ingL), Affé (ted.) ed Opice (boemo). Apa (California), fronte (5). (1) C. Gtbelin, Vili, 523. (•2) Pronunciasi agnia. 13) C. Gebelin, Vili, 554. Digitized by Google Apa (sanscrito), ottenne (1). Apah (Missouri, Colombia, Sioux), naso. Hapa (Hawai), parte. Àpap Sjfiijt (ebr.), circondò. 'Ani? Apis (egizio), il bue ed il nume; probabil- mente era nel senso di padre ebe aveva tal no- me, cosi pure A"tu$ Atys, Dio della Frigia, vo- leva dire padre. Appo (sanscr.), madre. Appiu (scitico), madre. Kr.T.i (gr.). padre (2). Appn (America Reg. Atlantica o dei laghi), padre. Appu (Asia setlentr., Koryckc), padre. Appan (America [Nord Rimiseli), padre. X't.t'x (gr.), vezzeggiatilo di sorella e di (rateilo. Appo (Perù) ^ cìDOj padrone, signore (3). Appocac f Apù (Chili), generale d'armata (4). Apu (Pe- rii!, capo, padrone, signore (5). Queste parole Appo, Appocac, Apò, Apu devono prima aver significato padre, e da questo senso, pel fatto che i padri, i capi di famiglia erano pure i ca- pi della pubblica cosa, come nel regime patriar- cale^ per analogia d'istituto di difendere, di tutelare come fanno i padri, {tassarono a voler dire, capi, padroni, signori; cosi Potrei chia- mavansi in Roma i senatori e Patroni i protet- tori, che facevano cioè come da Patre» (6). Ap\Msm (sanscr.), focaccia. Al (ture), cavallo. Forse «y| et (turco), carne, deriva da At, cavallo: la carne di cavallo era il cibo delle nazioni tartare, ét (ungh.), cibo, étet, nutrire, foraggiare, sembrano in qualche rapporto con At ed Et (ture). (1) Vyarar.ina 3'21. (•2) Callimach. llymn. Bian. v. 6. Ao? p.oi r.apìt- vi't]v atwvtsv Sfitta qioXassiiv Jauluusky. Panili AegjpL II, 01 e EWI.ari L, 372. (5)CGeb«lin,VIII,53& (4j Geor*. Marcnr.iv. Ile Citili Regione pag. Sì (5) C. Gobelin, Vili, MG. (li) Queste figliazioni di significali, necessarie per la natura delle cose, e dimostrale coi ducuiuenli dei sensi delle parole nelle varie lingue, si troveranno nei DitioHario Ideologico che va unito al Trattalo Ideolo- gico in quest'opera. - 126 — Ath, ateh, uth, a** (ar.), delirio, alienazione, ar- Ata bt (ture), padre. Ala begli Jbbl (pers.), padre, principe, titolo del re o del primo ministro presso gli antichi Per- siani. Ala (ungh.), padre: più usato ora Atija. Atai (v. lingue di Cam. turca), padre. Ala (N. Zel.), mattino. Ala (sanscr.), di poi, ipdi. Ala (Bugis), io (pronome di K. persona sing. ). Ala nr?K (ebr.), tu (pronome di 2. persona sin- golare). Ala n^X, desiderare. T T Ata tark (Crocidami), padre (I). Ali ^\ (arabo), futuro, che deve Alii iar.), fiero, orgoglioso, «ybf Alai (arabo ture), pompa, i Atala (vai.), tanto, solamente. Atità (sanscr.), una volta, oJim. A"tt« (gr ), voce con cui si chiamava la balia, la nutrire. A"tt3 (gr.), vi.ee con cui i giovani chiamavano il padre (2). Atta (lat.), voce con cui i giovani chiamavano i provetti. Alta, padre, presso i popoli Sabini. A"*tfl (gr.), padre. A"ttix (frigio), padre,d'onde A'tuj (frigio),*ATTU{, il Dio Ali, il sole. Alta (Bythinia), Giove, cioè padre, epiteto comu- nissimo a Dio; perciò Jupiter, Diespiter, Mar*' spiterecc, nomi fatti coll'aggiuntn della parola pater alle varie voci Jovit, Die», Man. A"tt« Alta (Bacco), padre (3). Atta (gotico), padre; Atta unsar, cosi comincia il Palei noster di filila. Otacs (illirici), è una modificazione delia stessa radice. Dal gotico. (I) CGehelin, Vili, 41)4. [» Schrev. (5) G. Gcbelin,lV,568. Digitized by Google — 427 Atta resta ancora Etti (padre) nel dialetto tede- sco della Svizzera (1). Atta, padre, presso i selvaggi del Canadà e della Virginia (2). Veramente nel Canada pronuncia- si Aihtaa. Atta (America Nord, Capo Tchoukthi), padre. Aitata (Grocnland), padre. Aitata (Parry o Isola dell'inverno), padre. ^«e(Tangut), (Czercmissi) come Otte (Sla- vi), padre (3) devono derivare dall'automatico otta, padre. A"tt* (gr.), alcuna cosa, qualche volta, o/im Attah (Africa Dagwtimba), tre. Atto (Pigrizia mariti., fam. Ardrah), cinque. A'tta Jì* (ture.) Jì». Matta, finché, fino a. Matta (Pensilvania), avere (4). AUja (ungh.), padre. Atja (Africa, fam. Aranlia), padre. Atyatch (America Selteutr. Tarahumara), padre. Av. ax (cbr.), padre, avo, d'onde il latino Avus e tutti i derivati nelle altre lingue. Av. y\ (turco), caccia, seh aggiunte, preda. Ava \y\ (pers.), minestra, llimeotO, eco, usi- gnuolo. Avagava (sanscr.), membra. Ba Ba i N. Guinea), padre. iVba (Africa Mandingo), madre. Ba lj (pers.), brodo, minestra, latte coagulato, con (particella prepositiva). finii (ungh.), fava d'onde i derivati babka, picco- la fava, baboaka, favella, babó, Vida faba. Babuga, fagiuolo d'Egitto : e sono della sles- sa radice bob (ili.), fava, e boba (valacco), fava. Bab wLt (arab.), porla, corte, capitolo d'un li- bro, affare, oggetto, materia. Bab (pers.), padre. Bab ,Ìingua dei Grigioni), padre. (l)Rapp. Phvsiol. Spr.IV, 113. tt] C. Gebelin, Vili, 516, eppuru Vili, 501. Ìò)C Gobelin, Vili, 51 (i. (4) C. Gebelin, Vili, 523. Babà (Caraibi), padre, zio paterno (1). Babà (sanscr.), padre, e bop, padre. Bal>a (Madag.), padre. Babà Lio (arab. I. infantile), padre. Babà LI* (ture), padre d'onde i derivati «iLb babek, |>adrc (in diminutivo) ^LLL babaibn (pers.i, i padri, gli anlcuati, (JjJUL babaltjq * (turco), padre adottivo, paternità, suocero: nome dato dai figli al secondo marito della lo- ro madre e da tutti ad una persona vecchia e benefica. Da babà nel significato di padre deri- va aq babà. LL jp* (turco), nome d'una specie d'Astore, uccello di preda, veneralo dai Mao- mettani per la sua longevità. Babà (Senegal), padre (2). Babà (Algeri), padre. Babà (Bassora), padre. Babà (varie provincie della INigrizia marittima), padre. Balm (Madagascar di Tatuatane), padre. Baia (Madag., d' un nativo allievo della Propa- ganda), padre. Babà (Ternati Molucche), padre. Babà (Orenoco Amazzoni, Capo Nord, Caribo p.), patire. Babà (Guyana francese), padre. Babà (Avaro, lingua Akusha), padre. Babbo (Orenoco Amaz. Saliva), padre. Baliaiuman (Gitadalupa), padre. Babuk (Java mod.), padre. Babama (Nigriz. mariti.), padre. Bobina (lingue Nigriz. interna), padre. JBabi (Orenoco Amaz. Yaruba), padre. Bùpa (malese), padre. tìapa (Java), padre. Bapa (Kawi), padre. Bupa (Sangir Molucche), padre. Bupa (Sumatra Malayou Ictter.), padre, poi sem- plificato pa, padre. Bapa i famuli, padre. Bapa (Bali volg.), padre. Bupa (Isola Zubu, Filippine), m C. Gehdin, Vili, 5 (grec), voce inarticolata: d' onde Boipog», emettere voci inarticolate, fa- BdxTtj?, loquace, garrulo, che parla di scioc- chezze, nugator. Dalla stessa voce papa in questo senso deriva baburt (lat.), garrire. Co- si ?jij/.!tv (grec), cuna, £a£aXtcT)pta, cune, derivano da babà nel significato di bambino, che tal voce emette. Uni": (ingl.), bambino. Babia (siriaco), fanciullo (1), infante. Babioles (Irauc), giuochi da fanciulli, ninnoli, nu- gae, cose relative a boba (nel significato di fanciullo). niL3 Babà (ebraic), pupilla dell'occhio. Da que- sta forma deriva bebek. ■j ^A t (ture.), pupilla del- l'occhio. Deriva dal significato di bambina, fan- ciulla, come da pupa pupilla (fanciulla), pupil- la (lai.) e da xo'pa (greco), fanciulla, xópa, pu- pilla, e nei dialetti veneti dicesi la puttina, cioè fanciulla ; ed in ebraico stesso dicesi D3 Bad che vuol dire figlia, senso vicino e spesso usa- to promiscuamente per fanciulla: cosi in fran- cese fillet per ragazze. Babà (Nigrizia mariti., fam. Ardrah), uno. Babà (sp ), bava, d'onde i derivati : Babaza, bava densa ed abbondante. Babosa, lumacone ignudo. Bóbeo, il far bava (sostantivo). Babaso, bavoso. Babùsillo, un po' bavoso. Babimear, coprir di bava. Babero, babador, babadero, bavaglia. Babera, balxrol, pezzo di tela al meulo delle maschere. Ba ba è il suono prodotto dal contatto delle lab- bra bagnate: restò nome dell' umore (bava) che umetta le labbra stesse. In italiano pro- nunciavasi pure babà (per dire bava) , co- me si deduce dalla parola babbajuola , che vuol dire quel pezzo di tela che si pone al collo dei fanciulli perchè non s'imbrattino . la veste. Bobine (frane), labbro di vacca deri- (1) Daraascius in Vita Isidori apud Pholium. Digitized by Google - m - va dall' automatico ba ba nel significato di bava. Babaio (tagal.), parlare. Abbiamo veduto babare (lai.), garrire. Babalu (Java Madura), otto, d'oude balu sempli- ficato (Sumeuap), otto. Babar (Java), partorire. Si ricordi babà, fan- ciullo io tante lingue, e bùba, levatrice in un- gherese e 13 bar ( sir. ), figlio, forma che corrisponde alla parola babar, poiché abbia perduta la reduplicazione. Tali voci riuscirono simili nella forma e nel senso perchè prodotte primitivamente in occasioni simili. In relazione con babar, partorire, vi è pure babaui (Java, Tagal). donna. Babà (indiano), mimosa, scandens. Babari ^Lb (pers.), pepe nero. J?fl6&tìcci0 (il.), bahbacrione. BalAmno i il.). Babat (frane), sciocco (I). Babazorro (sp.), goffo. Babieca (sp.), idiota. Queste e le altre parole simili babbala, bal>- balta, babbeo, babbione, babboccio, babbuuo, babbuino, babbuasso (idiota) sono parole di scherno, alcune delle quali formate dal suono ba ba ba che si produce applicando la faccia palmare della mano presso l'origino delle dita contro le labbra leggermente aperte, mentre si emette l'aria, e levando alternativamente la mano stessa, il qua! atto chiamasi dare la baja e baja. Quest'origine automalica deve avere babà nome proprio d'un uomo di stoltezza proverbiale al tempo di Seneca: tal nome de- ve essergli stalo imposto per derisione. Anche oaòt'a (sp.) usato nella frase ettar e* babia, (star colla menle altrove) deve derivare automa- ticamente ed indicare un momento di stupidità. Babat «>bb (pers.), felice, forte, potente. Babér (ungh.), alloro. Babhru (sanscr.), donnola, Babimoa (sanscr.), fu. (1) MysL de Paris. Vol. |. (Java), porco (1). Babi (Mal.), porco. Babys (egizio). Nome proprio di Tifone, genio del male, nel cui mito entra il porco (2). Babiles jJLjb (pers.), specie di papavero, velo di donna. Bobini (~ , .) . _ , . /Cafri { due. Biihen l / (fam. Kaylca), due. Babion (fr.), piccola scimia. Bùbirkói (ungh.), grattarsi, fregarsi; Bàbirkùlósj il grattarsi, Tatto di grattarsi. Babit (lai.), insuperbisce. Babizan Jlyxilf (pers.), che risponde, garante, cauzione. Babole» (fr.), le niufe dell'apparato genitale mu- liebre (3). Bàbos (ungh.), cavallo, chinea ambiante, che va di passo. Babas t babotan (ungh.), di varii colori; pomato. Babouin (fr.), scimia grande, babbuino (it). Babral (ungh.), grattare, Babrólàt, il grattarsi. Babullyq (jpjjob (ture), osteria, taverna. tifili babuné (pers.), camomilla: questa voce è zione (cosa da comare levatrice). La camomilla si usa moltissimo nelle condizioni di puerpe- rio, onde fu detta Malricaria, cioè adatta al- l'utero, alla matrice. Babùrrus Baburra (lat.), sciocco, stollo, ineptui. i Aj bai (lurco), ricco. Bahi (Filippine), acqua. Baia (gr.), nana, femmina piccola. Baja (it.) nel senso di beffa, e Baja seno di ma- re, paragonalo alla più vasta apertura della bocca, d'oude Bajae (lat), Bahia (portogh.), Baie (fr.),Bay(mgl), 0ai/e (oland.^ 6ayer(fr.), tener la bocca aperta, quindi bayeur, bayetue. bayard. (I) Bontius, HisL Nat et Med. L. V, 67, lo seri- ve Baby. BA Jablonski Pantheon Aegypt HI, 102. Plutarch. d* Iside. (S) Venclle. Trattato della generazione, trad. te- desca, pag. 80. Al Digitized by Google - 430 - Baiback (Astracan), specie di grandi marmotte (1). Baiai ^3 (sir.i, confondere. Batbagia (sansrr.), canna da zucchero. BaX^t? (gr.), catenaccio, barriera, carcere di ca- malli. Barn Barn j»L» (turco), tetto, alba. fittimi \S. Olanda), colon-, nomo. Bomba (ungh ), stollo, macaco (dial. ven.). Ba>jja (gr.), riduzione automatica di acc- io, salsa, tintura; deriva da W«9«. Bambalina (sp.), la parte supcriore della decora- zione del teatro. Ba^aiVo (gr.), parlare come i fanciulli inartico- latamente. Bambino (il.), Bombiti (fr.), rimbambire. Bamboccio (il.), Bamboche (fr.), pupa, immagine di ianeiullo. Bamltoozle (ingl.), corbellare. giare. Binubo (portogli.), vile, làche. Bnmbalear, bambanear, bambolear($p.), vacillare. Bambolleo, Bamboneo (sp.), vacillamento. Forse in origine avrà significato cullare il bambino, nel qual atto si fa vacillare la cuna. danti* (Taili), canna, Mambu (Taiti). Pianta del genere Bambousa. Bambou (Caraihi), cauua (2). Bamboo (ingl.), canna di zucchero. Bambù Bambrn (lingue indiane), canna, bastone. Baobab o Bahobab (lingue d'Africa,), così chiama- si l'Adausonia digitata che e l'avo della vege- tazione. Prospero Alpino scrive Boabab: è la stessa pianta che i selvaggi del Brasile cliia- Jraticuponhe (3). (1ì Viaggio del coni' Polucki ad Astracan. {■!) C. G ■l.otin. Vili. BOft F.trsc è la slessa parola d'origine indiana ripetuta Bella lingua dei Caraibi, per- die introdottavi colli conosceau della collari J-llo cuccherò, (T.. rVintiiu. Hi*t. Nat. I. VI. pelo del viso e del mento. Barba (lat.) Barba (il.) Barba (sp.) Barbe (fr.) Barbidau (fr.), la clitoride (I), Barba (dial. veneti), zio. Barbaglio (il), abbarbagliare. Bargìglio (il ), sciocco, delirante. Bai Bui bai (Molucche), terra. Bau Baubau (il.), voce mata per far paura ai I ni (per lo più per ischerzo) coprendosi il v ol- io; d'onde il Baubau spettro, fantasma, nomi- nando il quale si fa paura ai bambini. Rei dia- letti veneti si ridusse a semplicità el Bao: cor- risponde ali Acca dei Latini. Dicesi pure der Baubau c /f'aumau in varii paesi della Ger- mania dove più generalmente dicesi der .Vunv mei da mum mum, suono con cui s'imita la pre- tesa voce di tal essere fantastico (2). Similmen- te in greco dicevasi Mop|ia>. lo rileugo che da questo suono bau bau, usato collo scopo di far paura e quindi fare star cheli i bambini, derivi il greco £au{3aw, assopire, e quindi dormire : e forse BaojSoi (5) Baubo, nome della nutrice di Cerere che dicesi averla assopita, è lo stesso che il nostro speltro Baubau, cioè la voce òom bau personificala. Be Bè (America, Anahuac, Othouii), madre. Bebado (port.), sazio, satollo. Bs'^ats; (gr.), stabile, fermo. Bebé (selv. Brasile), ala (4). Bebedi ^4X0 (pers.), maliziosamente, da mal- vagio. B;£nXa |gr.), cose sacre, alle quali era proibito l'accesso ai profani. Beben (led.), tremare. (l)Venelle. Trattalo della generazione. Traduzio- ne ledwa, pag- «0. \i) AdelUOg. Diz io voc> Mummel. i3) Schrev. in voce, che la deriva da j3«u;iati>,sopi- re, dormire. (t) Georg. Marcgrav. de Brasiliae reg. pag. 19. Digitized by Google - 431 _ r jaj (turco), animale feroce. Bebtriè ajyx» (turco), rosmarino. Bs'pptjxes (gr.), quella parte che è tra le mascelle. BeburjAi (|>ers.), disposizione, amministrazione. Bebé ( ronfi), parlare. Belbèkè aXxJL» (turco), butirro fresco. Bh Bha (sanscrito), raggi del sole. m Bibate (ungh.), balordo, goffo, sciocco. Biber (led.), castoro. Biber (turco), pepe ; biber (ili.), pepe, venne direttamente dal turco. Biblu- li (sanscrito), teme. Bibel (Senegal), matrona provetta (I). BibeliJdes (ungli.), giuoco, scherzo, minchionerie. Bibelòdik, scherza, giuoca. Bi>> (ingl.), bavaglio. Bibi (ungh.), cicatrice, anche bibt. Bibi (Guvana francese), madre. Bibi (Guadalupa), madre. Bibi (per».), padrona di casa. Bibi (Ir.), specie di ornamento di capo per don- na, cuffia. Bibi (ted.) (2). Bili (lat.), ho bevuto. Bibigi (Tonga), fanciullo, bambino. Bibirctó (ungh.), eruzione alla cute, pustola, fo- runcolo ; bibirkél, grattare. Bibit (Java), seme, origine. Bimbam (sanscrito), simulacro, idolo. Bimbo ni.), fanciullo. Bimbo (ungh.), gemma di fiore, bottone, boccia, boccinolo. Il imi ir (it. ), capre che allattano i bambini (bim- bi ), nelle quali determinasi la secrezione del latte artificialmente coli' orticazione. Bimbin (dia), ven.), i) pene, forse nel sij di bambino, a cui si paragona. Bit e piv (turco), sposa. Km Boa (Tonga), parlare, ffoau. Bob (ingl.), briglia (t. nautica). 1) Adclung. Diz. in ma Papa. Le Juir erranl Trai. Bob (ungh.), mazzo di penne nel)a testa degli uc- celli, vertice, ciuffo, pennacchio ; oppure bùb, d' onde bòbita, ciuffo, cuffia, pappo dei frutti. Bób (ili), lava. Bobbin (ingl.), rocchetto. Bobina (sp.), rocchetto. Bobó (it., lingua dei fanciulli), cavallo. Bobo i pori.), buffone. Boba, boba (sp.), sciocco, buffone da commedia ; d' onde bobear, dire sciocchezze ; bobaso, bo- bole, scioccone ; bobon, bobona, l>obitto, bobnu- eillo, scioccherello; embobar, abobar, bobamen- te, sbalordire, stupire. Bobitla, bocca panciuta, gala. Boberia, bobada, sciocchezza. Bobaltas, scioccone ; bobaron, bobalicon, bobati- co, dello, fatlo goffamente, òoòaitcameiife. Bobetosh (ChipewaLs), fanciullo (1). Boboola (Touga), prigioniero. BobilU, bobilis (sp.), senza cura, senza pena. Bobhugiatc (sanscrito), divora ancora. Bobhujate (sauscrilo), è in copia. Boi (turco), taglia, statura. Boia «jjj (turco), colore, tintura. Bombo (it., bug. dei lanciulli), bevanda, vino (2). Bs(i£adicuv, £op.j3aXt£e(v, na|XfaXu^«tv. Bs(i^ai.twv, bombalio (lat.) (3). Booby (ingl.), balordo, nigaud. Br Bruti (it.), lingua dei fanciulli, bere. Bpùv (gr.), voce dei fanciulli che domandano da bere (4). Forse da questa radice automalica deridano ter "IN3 cisterna, beer BOftaa, Brttnu, Bninnen (led.), pozzo, fontana, e bor (unghcr.), v ino. Questo suono automatico è un prodotti) necessario dell'aridità di tulio il canale dall'esofago alle labbra, nella quale condizione spingendo V aria pel canale della bocca, come per cercare di rinfrescarsi, vibrano passivamen- te la lingua e le labbra. (!) C. Gobelin, Vili, 522. (2) Lasca, Cena II, N. 2, 154. (3) Orai. Caleni, Orai. Cicer. (4) Schrev. Ltx. Digitized by Google Bh yj (turco), amore, speranza, concupiscenza naturale, carattere, imitazione, odore, profu- mo ; oppure bui ^j. Bu (teutonico), fabbrica, d'onde flou, òauen. Bua (lat.), cibo minuto e trito, praeniansu.%, be- vanda, d'onde exbuo esinanire, esaurire, im- buo. Exbuae, fanciulli slattati, « exbuae quac cbiberunt quasi epotne. » Bua (it., ling. d. fanciulli), dolore, male, soffe- renza. Bùb (tmglt.), capo, vertice ; d'onde derivano Bùbos (ungh.), che ha il ciuffo, fliifcos (ungli.), prendere alcuno per il ciuffo, azzuffare. Buba (Tibet), spuma (1). Buba (ungh.), pupa, fantoccio. Buba (sp.), enfiato, bolla, lue, sifilide (2). Bube (ted.), ragazzo, giovinotlo. Botjbe (valdese), un piccolo ragazzo (5). Bubba (illir.), baco da seta. Bubbe (illir.), verme da seta. Puppe (ted.), crisalide, ninfa. Bulmlui (lat.), bufalo. Bubby (ingl.), poppa, mammella. Bùbànat (ungh.), affanno, dolore, cura. Bubinare (lat ), lordare di sangue mestruo. Imbutitore (lat.), lordare con lo sterco di fanciullo. Bo^trew (grec.) e f3oX£t'?ov, sterco di fan- ciullo. Haer te imbubinat at hir contro te imbubitat. (Lucil. apud Nonium). Bublinuni, specie di vino ili Bmftn (grec), inguine, anguinaia, d'onde flufro (lat.), Buboju (vai.), Bubbone (il.), flubon (fr.) Bubo (il., L d. fanciulli), il fuoco, flubo (ingl.), tincone. Bub«niii,», un'erba. (t) Wùllner. Verwantltschart d. Indogcrm. ec. pag. 19Ó. (3) Forse è una forma derivala da jj^tov, ingui- ne, e Bubo, nit, Inibitone, gonfiezza degl'inguini, fe- nomeno l'reqiienlissiino in lata maialila. (3) C. Gobelin, Vili, 509: « Un pelit goujat. « (4) Feslo. Bubhukta (sanscr.), fame, bubhùk$haU, vuote divorare. Bubonk (ungh.), bolla d'acqua. BoX^o; (grec), bulbut (lat.), bulbo (it), Bulbt (ted). Ma Ma (sanscr.), madre (1), d'onde Mà (sanscr.), moglie di Yishnù, forse la luna. Ma (Tidor), madre. Ma (Perù Morihii), madre. Ma (Indostan), madre. Ma (Pigrizia), madre. Mah *L, (pers.), luna, mese. Mah (Kamul e Turfan), luna. Mai (Asia Osset), luna. Ma (teutonico), parente, consanguineo (2). Mà (sanscr.), luce. Mà (IN. Iti), netto. Ma Le (pers.), noi. Ma (Irai Esthonio), terra. Ma (Wogul), terra. Mma (Fiunlaudia), terra. Maha (Colombia), terra.' Ma (Rcg. del Wilo), bocca. Ma  la lerra. Méuuz E'U«? (Grecia). J Tal nome davasi al paese nativo ed alla ter- ra in genere nel significato di madre e di nutri- ce, come dicevasi alma, cioè che nutre come la mammella; perciò figura vasi anche con tante mammelle. La stessa analogia, sentita da popoli diversi, fece dare lo slesso nome al paese dove si vedevano essere nati c alimentati. Marna (Tonga, Tagal, malesi ), masticare. Marnali (Java), masticare, d' onde mamulac (Madag.), ronqiere (5). Mamma (Tahiti), brodo (i). Mamà'liga (vai.), polenta. Mapiisv (gr. ling. de' I. ninnili), mangiare. Mammut (Esquimesi), nutrimento (5). Maina (Briiuswic), birra (fi). Mammat (sanscr.), ebbrezza deliziosa , carezza, diletto : dicesi pure mainante, manmatha. Mamor (migli.), ebbrezza. Marnilo (illir.), lusingare, allettare. Maini (Madag.), dolce. Forse in origine voleva dire latte. Maina (Tonga), luce, mondo, fiaccola (7). (1) C. Gclu-lin, Vili, 5Ó0. (2) Genovesi, Logica ordinatrice, LXVH. (3j Humboldt, Kawi 11,227. (4) Grbelin, Vili, 515. (5) C. Gebelin. Vili 49tt (6) Li-ibnit/.. script. Rrnnsvic. L II, pag. 90. Cerevisia quam marna appellali!. (7) Humboldt, Kawi, II, 227. Marnata (N. Zel.), vedere. .Vania (sanscr.), me, a me (pronome di I. p. sing. nei casiobbliqui); dicesi pure mom, me, poi ma. Maame (Madag.), essere. Marnalo (Moluccho Guebé), lingua. Marnano (Touga), amare. Mamacun (Molucchc), braccialetti di quegli iso- lani. Mamafa (!S. Zel.), leggermente. 1 Mamàra (sanscr.), sono morto. Maineingo (N. Olanda), testuggine femmina. Que- sta parola deve essere in relazione con marna nel senso spontaneo di madre, e con mania (Ton- gn) nel significalo di mondo, luce; nell'Oceania la carne della testuggine si considera come sa- cra, e nei lipi indiani la testuggine sostiene l'e- lefante sul quale poggia il mondo (I). Maiupoi (gr.), sorla di medicamento; diecsi pure 3la(iT,psì. Mamita LìaxL» (turco). Iva moscata (pianta). Mommi (Java), schiavo. Vàmmog (ungh.), fare qualche cosa adagio e da se soli. Mammoni (ingl.), pezzi, frammenti; maifn, stor- piare. Mattinati (Tahiti), distruggere, stritolare. Manto (dia), ven.), sciocco, babbaccio. Mammola (it.), piccolo ragazzo, d'onde mnmma- l ino, puerile: torse deriva da mamma, mam- mella, come a dire bambino clic dovrebbe anco- ra poppare. Mamma (Ilawai), dinanzi, prima. Maijima (sanscr.), temperatura, mollezza nei me- talli, oro, ferro, e nell'animo. Manto (malese), discendenti. Mamm (Tahiti), silenzio. Mmn (ungh.), ortica. .Vaino (Madag.), ammazzare. Muntola (sp.), |>assar la mano sotto il mento. Mumona (sp ), rosa, succio, arrossamento della pelle del viso per bacio od altro, contatto. Mamotrclo (sp.), libro di ricordi. Mamuri (Tawghi Samojedi), terra. (I) Romagnosi. Tradii. Oceaniche. Opere, t. H, p. I, pag. 652 Digitized by Google Mammina (sanscr.), onore. Maou (Chinese AnaiuiUco), Mau (Cafri), madre. iìlaau (Egitto), madre. Mar VarmaJìi ^t^Lo (ture), anguilla, pronunciasi anche murimahi. Marmaille (fr.), numero di piccoli fanciulli; d'onde marmaglia (it.) Marmane ail^l» (pers.), serpente femmina (av- vero.), come mi serpente. Marmaseli (cimbro), midolla. Marmai (fr.), scimia a lunga coda, d'onde mar- mmuet, figura grottesca, piccola figura di fan- ciullo. Marmuhrc t^jt^jt (ture), pietra che dicesi tro- varsi nella testa dei serpenti e dei draghi. Matoto (Monomotapa), sole. Me Me (Africa Australe, Hurrur), acqua. Me (Tibet), fuoco^ Me (lat.), pronome. Mi, s'ju (grec), me. Me (Zingaui), io. Me ut (ture.) e ma, tenete, ecco, guardate. Me m (pers.), luna, mesi, oppure «Lo ma, luna. Meh (ungli.), ape. Mehnm ^ (ture), tutte le volte, che. Mejo, a» (iat.), pisciare. Msjiaa (grec.), io fui pronto. Memal _>L^ (arab.), morte. -Venie (ture), mammella. Meme -T3r>Q (ebraie), acque (1). Meni (Frisia), madre. Meme (Orenoco, Amaz. Moxos), madre. Miime (ted.), madre (2). f madre, donna vecchia, mammuc- Màmme ted. I cinj e uonio v ile,pollrtm (fr.), vi- Memme ted. ) ghacco, cioè paragonato ad una (!) P. e. Exod. VII, v. 19, IV, v. 9 plurale co- struito. Questa a me sembra la forma più vicina al- l'origine. (V. Su della Grammatica in quest" opera). (2) Pronuncia mime quasi e stretto (Adelung. Ili*, in voce Muhme). — 435 — •Venie (dial. veu., ling. d. fanciulli), zia. Memo memo (sp.), sciocco, inesjierto. Memma (it.), tango oppure Melma e (Ingl.), : Memer 1DD (ebr.), amarezza. .Vernini, memor (lai.), io ricordo, M'uso (gr.), io rimasi. iVcn ^ (pers.), me, quegli, io. Menn (pers.), bontà, benevolenza, favori, bc- neficii, peso, misura (arab.), alimento, misura di biada, manna. Men ^ (arab ), di dentro, iu fatto, in mezzo. Meninos (pori.), piccolo. Mermar (sp.), calare. Mi Mi (danese), io. Mi (ungh), noi. Mi & (ture), particella che aggiunta all'aoristo dei verbi gli dà il significato di presente , ag- giunta al preterito gli dà il valore d'imper- fetto. Mia (basco), lingua. jVia la* (arab.), intestino. Mie (fr.), nome che danno i fanciulli alla loro go- vernante. Min aw«, particella che dà la forza di presente al- l'aorislo, dà forza ah"im|>eralivo ed interroga. Mihi (lai.), a me: da questo deriva mi (il.), a me mii (sp.), me, mi, io, mio. Mìm (chinese), congiurare, far patto (I). Mìni (chinese). piccoli vermi che corrodono le biade ('_>). Mim (America N. Spago., lingua Huasteca), ma- dre. Minieh (Bali volg.), madre Vtma (Asia Korycke di Kolima), acqua. Mimai Mimi (fr.), termine vezzeggiativo generico per giovine donna(5). M) Bayer. Confuc. (2) Bayer. Confuc. (3) In un dramma allegorico, rappresentato ad Amsterdam nel 1743 intitolato La Prèsomption punte, figura Maria Teresa sotto il nome di Mimi (Voltaire. Com-snond. 111. 356). Digitized by Google — 136 — Mi ti (grec), da p.cu.eo|uxt imitare, fare smorfie, d'onde mimu$ (lat.), mimo (iL) Mt(ioi (grec.),*scimia, d'onde moima (valacco) e maimuca, scinda. Majom (ungh.), scimia, e mniiiwl, imitare, e maimun, ^jy+H» (ture.), sci- amo (pori), carezze, d'onde mirnoso, dolce, de- licato. Mimo (port.), presente, regalo. Mimo (ili.), oltre, lungo, vicino, rasente. Min ^jjjt (arali.), io, me. Min (aiMh.'i . di dentro, in fatto, in mezzo. Minne (oland.), balia (B. Sassone). Minne (ant. tedesco), amore. Misch { j t ^jo (pers.), pecora. Misch misch (arab.), specie d' albicocca comune in J>iria ed in Africa, che al tempo delle Crociate prese il nome di ammazza bian- chi per la mortalità che cagionava negli Eu- ropei che se ne cibavano. Mo Moach (ebraic.) Hfi, midolla. Moej (oland.), zia, nonna, aia. Moj (egizio antico), acqua (1). Moje (b. tedesco), bello (2). Moiu (Club), mammella (3). Mom (oland.), specie di birra. Momak (ili.), il paggio. Momcich (ili.), fanciullo. Mnmar (aulico siciliano), stolto (4). Moine (ingl.), matto, sciocco. Monto (sp.), smorfia. Slama* (pori.), sberleffo. McJ(ao« ( grec. ) , disonore , vergogna , d' onde Momo. MrJ|io{, momus il dio della beffa, dello scherno, del riso, e *y„>w.\ii: burlare, schernire. Momus (lat.), ignominia, disonore, riprensione. Momerie (frane), Mómmery (ingl.), buffoneria. Momeria (sp.). Momiers (fr.) : cosi chiamansi in francese per i- t) Joseph. Flarius in Apion. 507. 2) Rapp. 3) Georg. Marcgrav. C , Siculi sliillum vocml. Festus. sclierno i Metodisti. Questa parola restò positi- vamente come nome dei Quaccheri ai quali fu applicata per derisione alludendo alle loro convulsioni, al loro tremare. Momoco (Tonga), freddo. Momong (Java), nutrire. Moo (Cafri), terra. i * w . (Asia, Piavo o Karaya), sole. Moot Mootnatj (Asia, Parsockoo, Burina), sole. Mu Mu (Fani. Tongus), acqua. Mu (Manciù e Tongù). acqua. Muja Mu y* (pers.), capello, pelo. Mu (lat.), qualunque minima cosa. Multa £.L* (arab.), Mui ^ut (arab.), ' Muj (Ziugani), bocca. *J (Tombuctoo), bocca. Mtjje Mùy (sp.), molto. Mum (pers., ture ), cera, Munta (arab.), candela. Mini (copto), petroleo, asfallo. Da questo Mum (copto), petroleo o Mum (pers.), cera, deriva Lusjjo Mumia (arab.), petroleo e ìjjìj* mu- mì'et, d'onde Mummia (il.), Momie (fr.), Mumie (led.) ec. cadavere imbalsamato. Momio, i (sp.), magro. Munta (Mingrelia), padre. Mu (Suan), padre. Munmo (Karelia), madre. Mum (Permiano proprio), Muimj (I rai Wotieco), Vinari (valacco), madre. Mumma (lingua del Grigioni), madre (1). Munta (cimbro), zia materna. Muhme (ted.) Muoma (Glosse di Monsee) Miimmel (led. secolo XIV) Muentel (poeti avevi) Munta jpjo (ar.), suddetto, e particella die serve di (t)C GebelinJH. Eufonie. zia Digitized by Coogle — 137 — congiunzione nel discorso; è di un uso assai indelenninalo (1). Mnmi (ar.), ebe dà ad intendere, che fa al- lusione ad una cosa, (ted.), maschera, (ted.), birra di Brunswick. ^luminerò (Sicilia e Calabria), testa. Mùu.» (gr.), specie di cibu preparalo colle carni e col d' occhi. Pa Po' i Y Zelanda), vocativo per la madre e per il padre. È evidentemeute la scmpUGcazionc del- l'automatico popò. Pa (sauscr.), bere, nutrire, semplificazione di papa; da questo deriva «a'a>, pao, d' onde panca. Pa li (pers.), piede, vestigio, causa, pretesto, ba- se-' pai ^ (ture.), porzione, parte, grado. Pa (elu'nesc), ottavo. Pa (sanscr.), stuoia. Pah (Missouri, Colombia, Wincbago o Puants 0- mawah), testa. Pah (Missouri, Colombia), naso. ni (varie lingue Sioux), naso. Pau Paha (Tahiti), forse. Papa (peruviano), patata ; dicesi pure Papas. Papa (lat.) e Pappa minestra, cibo dei fanciulli, d'onde pappare, mangiare (Plauto), mangiare il cibo masticato e rammollito colla saliva qua- le sogliono preparare colla propria bocca le balie ai bambini (2) ; pappare (it.) mangiare smoderatamente, e pappata; impappotare, spor- care, sporcarsi colla pappa ; pappolata, gran panciala : pappatore, mangiatore: pappatoria: ingordigia, il mangiare assai: pappalecco, ghiot- to, leccornia: pappino, custode di ammalati (che distribuisce le pappe). Papa (sp ), pappa. Sono suoi derivali empapar, imbeversi d' una scienza, (1) Cioè è un suono automatico, che non ha ancor beno ricevuta un'allusione precisa, dalla quale solo può giungere un primo senso. Vedi Trattolo ideologico. fi)... pappare minulum Potei* . . (Pers. sai 111.). Vol. L colla pappa; papar, pappare, poco. Papa (pori.), pappa, minestra dei fanciulli. Da questo dcriv a forse papar, prendere, buscare. Papa (ol.), pappa dei fanciulli; diecsi pure Pop. Pappe (ted.), pappa: anche der Papp e Pappe e in basso tedesco pompe e pimpe, i>appen, nutrire, e nutrirsi con pappe. Pappe, pasta, volle dire anche cartone, perchè fatto incollando varii fogli di carta uno sopra l'altro, dove la colla si chiamò col nome della pappa per la sua somiglianza; quindi pappen, unire con colla due fogli di caria. /*op (ingl.), pappa. Papa (sanscr.), cuocere. Il primo significato sarà stato quello di minestra, ovvero di qualche ci- bo cotto. Ne derivano papaschiate, si cuoce di nuovo, pipakthali ) vuole cuocere, e in greco ite««tvw e «e'itTu, cuocere. Pappo (it., ling. intani.), il pane. Papa (lai.) radicale, d' onde il diminutivo esisten- te nel latino classico, Papulu e papilla, mani-* niella, d'onde papiilatm, papillari», ecc. Si ri- cordi babag (uugh.) mammella. Papp (svedese), capezzolo della mammella (1). Papa (llawai), membro virile, stipite. Papa (llawai), tavola, asse, piallo di legno, una pietra piatta, riga, serie, classe, ordine, divisio- ne di uomini, piauo di casa. Papa (lat.), padre, d*onde popputo, chiamare il papà, Papias (Bulcng ), padre. Papà (il.), padre. Papa (ir.), padre. fopa (ingl.), padre, babbo. Papa (ted.), babbo. Pappa (sved.), padre (2). Delira (gr.) e Haiti?»?, padre (3), d'onde «ait- i?9Ì£co, chiamare il papà. Papa (frigio), padre, e n. proprio di Alys secon- do Diodoro Siculo (4). (1) Adulung, Diz. in voce PfafT. Ì-) Adelung, Diz. in voce papa. (S) Arislot Efprjvij in principio e ExxXijc (4) Dici Académie Ir. Aggiunte io voce papa. Digitized by Google Papa (Brasile, Tupi), padre. Papa (America, Tamanaco), padre. Papa (Orcnoco, Amaz., Moxos), padre. Papa (iNigrizia inarill., Bullani), padre. Papa (Siberia), padre. Papa (Tidor), padre. Papa (Mollicene), padre. Marcito; Papaeus (Sciti), Giove, cioè padre (1). Marcito? (gr.) , a\ o, d'onde pappus (lat.) lanuggine dei cardi paragonata alla canizie frequente ne- gli avi che sono spesso assai vecchi: ne derivano pure rcarcrcws;, pap\xm* (lai.), avito, e «arcrct- frtav (gr.), vecchierella. Papa (India), nome dato da molti popoli ai loro sacerdoti sovrani (2). Papa» (Perù), cosi chiamavasi il sommo sacerdote. Papa» (armeno), prete, sacerdote (.1). / > «/>«e,/Hi/«ir(lslaiula),sacertloti monaci, elerìci(4). Pupa (a. sassone), prete, pape (h. sass.), prete. Papa, papas, rcarci; (Medio Evo, tempi Bizantini), prete, cioè padre: allora chiamavasi papa in scuso di somma dignità ecclesiastica ogiu* ve- scovo (5). Lo slesso pontefice di Roma dava questo titolo al patriarca di Costantinopoli. Tutti i patriarchi al concilio di Costantinopoli ottavo ecumenico sono detti papa. Gregorio VII, condecreto del sinodo romano, ristrinse al sommo pontefice di Roma questo titolo. Da papa (lat.) nel senso di prete deriva Pfaff (led.), che nelf antico poema sopra s. Aimo trovasi Puff. Paap (oL), parroco. Da rcarc»; (gr.) nel senso di prete deriva Pope (slavo) : anche in \allese dicesi pope. Puipai (Brasile, Muuducus), padre. Pape ( America, Yaoi, fiume Cajana). padre. Papai (Chili, Araucan), madie. Ipapu (Perù Chiquilos), madre. (I) llerodol. L. IV. Alberti, Diz. in voce. (3) Aliti rti dici Ir. in voce 14] Dicuil Dementura Orbis lei-rat citalo da Hum- boldt, AWnos,II.274. [51 Si scriveva loro con rpiesla formula Damino papaeX. salutem, p.es. s. Agostino Ep. 13, IS.fci'ViOC o s. Hieronymo cp. ad s. Augustin. ecc. Papa (sanscr.), peccato. Te papa (Tahiti), ombra: comparisce pure nella loro teogonia siccome una divinità, ma è sem- pre l'ombra stessa (i). Pappacchione (it), sciocco, stupido, babbaccione. Popò (sp.), gozzo, soggiogata, d'onde papudo, gozzuto. Papiuoiu (vai.), zea mais. fiacri^ (gr.), farina, polvere. Hat r (gr.), luoghi scoscesi. Palapal JL^b (pers.), rapido, parlando d'un fiu- - me, d'un torrente; ba/aòa/ JLi^U (pers.) fermo, fortissimo, veementissimo, modificazione di pa- lapal. Palpare (lat.), palpum, d'onde palpito, as, are e nelle lingue derivatene palpare , palpita- re (it.), pipaire, pipaitu (vai.) e pipaetcu ecc. ; a palpar (pori.) andar lentamente, piattola- re (dial. ven.), patiner (fr.). Palpebra (lai.), palf>ebra. Pampa* (America), pianure d'erba (2): le» pam- pas argentili* de l'Amérique. Pumpcr (ingl.), ingrassare, trattare delicatamente. Papa (llawai) prefisso verbale: forma dei numeri cardinali i distributivi e i multipli (5). Papa (America settentrion., Plateau d' Anabuac), luna. Pa (fam. Panis), luna, deriva da papa semplifi- cato. He papach (Isole del Sud), guancie. Aipacofe (sp.), cometa. Papada (sp.), soggiogo. Papatlai (Java), paragonare. Papatlilla (sp.), parte carnosa sotto il mento. ftipag (Knwi), incontrare. Papalanqi (Touga), giuoehetto, ninnolo. Pa}wlu (Malabar), specie d'albero di cui le frutta sono commestibili. Poponi (Tahiti), chiudere, strappare (A). Papapara (America), nome del frutto del Sapindo* safmiiaria. (\) Romagnosi, T. II. P. I,p.fi35. Viaggi Kolzebue. (3) Humboldt, Kosmot. (3) Humb., Kawi, HI, 690. Buschmann. (4) C Gobelin, Vili, 546. Digitized by Google - m — rapan (sanscr.), Papangho (Madagascar), uibbio. Papangaye, cucumù, acutangulut, Syst. Limi. Paparu papera, antichi nomi dell'oca giovine (1). Paparea (\ Zel.), guancie (2) (Tahili). Paparinga (N. Zel.), guancie. Papasal (sp.), bagattella. Papaya (India), frutti che si mangiano, e che han- no la forma d'una zucca. Papah (Madura), quattro. Papat (Java), quattro, forse in orìgine nel signi- ficato di piede , gamba (degli animali) : pa vuol Papeta (Orenoco, Amaz., Pareri), uno. Papilo (Java, Madura), sette. Pitti (Gr. Oceano), sette. Peto (Java), sette; forme derivate da popi/o ridot- to a semplicità. nanau, itairTocivw (3), guardare intorno. Papaver (lai ), uno dei primi cibi, di cui si man- giavano i semi, per ciò delti eesca : la radicale è papa automatico ; come in ispagnuolo dicesi a- baba (il papavero selvatico); babà e papa sono produzioni fouetiche dello stesso In inglese diccsi Poppy, o Poppey e in portoghese. Papazzino (it.), Molacilla regulus (Syst ZooL). Pupe (Tahiti), acqua (4). Papeeta (India), faba Strychnos Ignatii. Papelina (sp.), coppa. Papiiio (lai.), farfalla, d' onde papillon (fr.). Papion (fr.), specie di scimia Papio (Syst. Zool.). Papian (ted.), macaco, specie di scimia. Papirote (sp.), buffetto, colpo colla palma della mano, d'onde papirotada, papirolada, pompi- rolada, Papian (ungh.), coperta. Pupo (portogli ventriglio, jabot. Papolghaha (Ccylan), Paponge (fr.), Gucumis (« (2) 5 4 De Leni? el Meni Dici. C. Gobelin. Vili. 54». EichlmlT. 546. Humboldt, Kawi, II, 241, tabella 111,539. Tu papoie (Tahiti), capanna (I). Pappel (ted.), pappele (cimbro), malva (2). Papu (Tahiti), piano, pianura, (rancamente (5). Paptu (sanscr.) llixnos, pappus. n**uX te 5v (gr.), Papylaeon (lai.), tenda, d onde partii, >u (fr.). /topi/nu (lai), rcdimpsc (gr.), canna egizia su cui scrive» asi; preparavasi carta colla sua midolla; si mangiava cruda e cotta, inghiottendone il succo ; se ne facevano dei vasi col ceppo, se ne arrostiva la porzione del ramo aderente alla fecola; delle varie sue parti facevansi corone per gl'idoli e battelli; si usavano i piccoli per dilatare le fistole ecc. Paspenha (sanscr.), palpare. Palpai (Tahili), felici successi (4). Paypay (IN. Zelanda), trae le idee di scapola, taglio, ombrello. In tutte v'ha l'idea di i sione. Pt pe (ebraie), bocca, faccia. Pè (sanscr.), parole sciocche, il diavolo. Pei' (pers.), piede, arra, pegno. Pèie tou (pers.), palpebra. Pép (ungh.), polenta, pépes, misto con polenta, pépez, pappen (ted.). Pepe (il., ling. d. fanciulli), polenta. Pepi (it., ling. d. fanc), scarpe. Pepe (Asia scttentr., faro. Korycke), padre. Pepe (Celcbi, Macassar), fuoco. Pepine (vaL), popone. Pepino (port.), cocomero. Pépin (fr.) pépinière. Pépin, seme di mellone. Pepo, onw (lai.), mellone, popone. Pepel (ili.), fuliggine. Pepeino (llawai), orecchio. Pepel (Java), coprire. ni*wv (grec), molle, ignavo. (1) De Lens et Mérat Dici (2) Adelung in voce c. pronone varie etimologie che non mi soddisfanno: io credo che derivi da pappe (pappa) per t'uso comunissimo di farne cataplasmi. (3) Humboldt, K;.wi. 111.545. (4) Humboldt, Emi, IH, 5G0. Digitized by Google Mr.los, ». rUriov, » (grec.), Peplum, il Peplo (il.), veste muliebre. Pi « ^ (pan.) ^ pei, il grasso. fi (sanscr.), bere, abbeverare. Pi •»£) (ebraic.), bocca, kaì fi« (arab.), bocca. Pi (Brasile. Guarani), piede (1). Pi (Peni), piede. Pip (olandese), pipila, pépie (fr.) Pijp (olandese), pipa. Pipai (ind.), Ficus Bengalcnsis (Syst. Liuti.) Pipali (sanscr.), pepe, pipcr (lat.) ce. Pfèfler (ted.) Pipas, nome d'un rettile. Pipata (sanscr ), sete, bibo (lai.). Pipi (Tahiti), discepolo (2). Pipi (Java, Mal.), guancia, gota. Pipi (Hawai), spruzzare con acqua. Pipi (Hawai), bue. Pipila (sanscr.), fico d'India. Pipiiica (sanscr.), formica. flirt 3*o> (grec.), potimi praebco, bibo. rhrX.T)|j.t (grec.) «t|iitXtjp,t «t>tr>.ij, riempiere, im- ple (lai.). Pimple (ingl.), cnfiatello, pustula. PimpUwj (ingl.), enCatcllo, rufìianesimo, vile, meschino. Pipiter (ungh.), camomilla. ntTTTto (grec), cadere. Pid (sanscr.), padre. Pilpit (osco), quidquid (lai.) (o). Po (S. Zel., Tahiti, Hawai), notte. Po (Brasile, Maiali), occhio. Pah (Brasile, Kiriri), occhio. Po j j foo (varie lingue del Brasile), mano, firn ( ) Po (America, Sapiroconi), mano. Poh (Brasile, Palacho), piede. htept ( ) Ipoupou (Oreuoco, Amaz., var. lingue), piede. lioubouruu ( ' (1) Georg. M.trc«mv. d« Brasilia»» Reg. p. 23. (•i) Huinboldl, K.iwi, HI, 558 (3) Lanzi, S. Etr. IH, 718. Poapoa (Oceania, Endcavour, Porkìnson), terra. Poipoi (Tahiti), mattino. Pompimi. Pontpkin, Pumpion, Pumpkin (ingl), zucca. Pompon (oland.), mellone. Pompont (fr.), ornamenti da donna. Poo (Hawai), testa. no'ù» (grec), bere. Pop (ingl.), sopravvenire. Pop (olmi* I , fantoccio, poupée. Popptgoed (oland.), giuoco di fanciulli. Poapa (Asia setteutr., Koi yeke), padre. Pòp (illir.), padre, d'onde Pope (slavo), prete (sempre nel senso di padre). Pope (ted.), prete russo. Papa (lat.) quello che legava e uccideva le vitti- me presso l'altare e ne vendeva le carni; papa, goloso : da questo derivano popina (lai) botte- ga di pizzicagnolo, osteria, taverna, e quindi popinali», popinonet, popinerim, popinari, po- pinalor. popinatio. Papa (sp.), poppa. Iloravov (grec.), Pttpanum (lai.), focaccia larga e rotonda. Poplava (ili.), alluvione, fop/c* (lat.), poplite. toppa (il.), mammella, d'onde poppare, popputo, a, poppellina ec. fo/jpe (America Beg. AUantica, dei laghi Chele- chi), lesta. listai Popfta (Bitinia), Giove, cioè padre. Pop- paeuM (lingua degli Sciti), Giove, cioè padre. Puppela (cimbro), bottone del fiore. Poppij (ingl.), papavero. Popò (X Zel.) maltiua, popò (IN. Zel.), domani; a papa (llawui), mattino; a bobo (Hawai), di mat- tina, domani. Popò (Hawai), imputridire. llarst (lingua dei Driopi), gli Dei. « *ò»rot hi Omero passim: proh Dii! probabilmente nel significato di jMidri. Popona (Bugis), aliterò. Popula (lat.), verruche eminenti. Popnìm (lat.), il pioppo. Populogo (lat.), tossilaggine. Digitized by Google - Hi - J'nupa (pori), fiocco, nappe. toupc (fr.,, fanciulla (1). i'uupée (fr.), Tautoccio. ftmpa» (St.) j Poupin (fr.) ) fanciullo che allatta. Povpon (fr.) ) Poupoui (Tahiti), aUa vela (2). Pu Puj (ortogr. fr.)jjj puf (pere.), inascella i'ulpa (lat.), Poulpe (fr)., Pufp (ing.), ^uipa (vai.), ì*olpa (A.), pulpy, pulpou» (ingl.), l'ùp (ungh.), gobba, pupot, gobbo. /*up (ingl.), figliare d'una Pupa (sanscr.), rame, Pupa (sanscr.), pane. Pupa (lat.), fantoccio dei Pupa (ungh.), poppatola, fantoccio, bamboccio, bambola, burattino. Pupa (sp ), crosta, bua, puposo. Pupnk (UL), ombcUico. Pupich (ilL), pampino. Pupik (Esquimesi), lebbra (3). Pupta (turco) «Jb^j, letto di piuma, edredon. Puppe (ted.), pupa^puppen^ bamboleggiare. Puppet (ingl.), burattino. Pupu», a (lat.), ragazzino, lancili llino piccolo e tenero, ragazzina, d'onde pupuluM,pupula,pu- pillu», o, pupilla, pupior, irit, iti, far da gio- vaui, juvenor, ari*. Pube* (it), gioventù. l'ali' l (cimbro), ragazzo, giovinotto, è della stes- sa radine che Bui* (ted.) che in qualche dia- letto germanico pronunciasi Pube e Pubel in forma diminutiva (4). Pupu (Tahiti), folla, quantità, (N. Zcl.), pienezza (5). fi) • Ma poupe . Volt TbéAl. LVI, t.57. (2) C. Gebclin. Vili, 547. (3) C. Gd.elin, Vili, 497. (4) Si confronti con questa categoria delle vo- ci automatiche in p quella delle voci automatiche in (eoi troverà un parallelismo nelle forine e nei sen- si; pel (piai*- è evidente essere d'un' identica natura, a solo l'ima variatili' dell'altra p«l grado di forza. (5) Humboldt. Ka»i, III, 529. (Hawai), insieme. Populut. Pnplut (lai.), popolo, d'onde Popellus (lat.), Popolo (it.), Ptuple (fr.), «opu (vai.), l'ueblo (sp.), Pam (pori.), PSbel (ted.), Peo- pie (ingl.) ec. I*uppU (laL), poppa della nave, d'onde Poupe (fr.), poppa di vascello, ondata, maroso. Poop (ingl.), pooping, poppa, scoreggiare. Puppets (ingl.), colombieri. Puppij (ingl.), cagnolino. Cia Ciak si» (pers.), pozzo, fossa. • Cac (sanaci-.), saltare, d'onde caca» (sanscr.), le- pre, coniglio. Chjachko (ili.), padre. Chiachie (ili.), padre, si pronuncia ciace. Ciani (ungh.), asino, si pronuncia ciuci. Ciak t»L>. (pers.), membro virile. Cini ^L» (turco), fiume, riviera (pers.), thè. d'ut (Ziugani), ragazzo. Citimela (turco), cienicié, scodella di legno. Chacho (sp ), volo nel giuoco dell'ombra. Chacoli (sp.), vino debole. diacono (sp.), la ciaccona, ballo. Ce o ciak *». (pers.), pozzi, fosse. Ce (Messico), uno. Csecs (ungh.), mammella (pronuncia ree) (c ita- liano anche il secondo, còme se si avesse n pronunciare ecce tralasciando l'ultimo e), d'on- de csecseino (pron. cecemé), fanciullo, rész (pron. cecereés), scherzare, le mammelle, nrcmjt't. mal avvezzato. Cicca (ungh.), pronuncia ceéc (c ita!.), vainolo: la prominenza, la pustula dell'eruzione paragona- ta al capezzolo della mammella : cosi da papa (mammella, d'onde il diminutivo papilla) pa- pula, eruzione cutanea rilevata. Caerses (ungh. lingua dei fanciulli), bello, pulito, (pron. ceceèic.) Caecus, a, uni (lai.), d'onde cieco (it), cecia (vai.), caligine. Kau'xca? (gr.), caeciat (lai.), cecia* (sp.), vento greco. Cecial (sp.), baccalà. Digitized by Google — U2 - Cidi (ungh.), (pronuncia ciék), membro, inguini, pudende. Cekek JjC^- (pcrs.), legamento, legaccio, Cencen'o, n'a (sp.), sottile, minuto. Cencio (it), straccio. - Cencido (sp.), inculto. Kew xettu (grec.), spaccare, giacere, abbruciare. Ci Cih «» (ture), rugiada c Cica (vai.), mammella, letta. Cycek (ili.), mam- mella, tetta. Ciccia (it. L d: fanc), carne (1), d'onde ciccione, figliolo, e Chichon (sp.), ciccione in capo fatto da una percossa. Cicin (dial. veu. dei fanciul- li), carne e diminutivo di ciccia. Cecina (sp.), carne salata, e cicciolo (it.) pezzo di carne poiché se n'è tolto lo strutto. Cicer- (lai.), cece, d'onde cicer (vai.), csicscr (un- gher.) (pronuncia cicer). I derivati di cicer (lat.) ctcercii/a, cicerbita. Cicek dL*-^ (ture.), fiore, vaiuolo. Cìcelr » yy (ture.), fanciullo, catello, picco- lo d'altri animali. Ciocca (it.), riccio, unione di capelli. Ciancia (it.), pudende muliebri. Chocho (sp.), chocha, barboglio, deliro. Ciu Ciu y^. (pers.), come, quando, allora che. Cucu (vai.), bacio. Ciuciem (pcn.), specie di calzari. Ciucsor (ungh.), ombra notturna, solano (pro- nuncia ciucior). Csuctot (ungh.), che ha cicatrici. Ctuc-ml (ungh.), dormire, ctucsulas, sonno (pro- nuncia ciuciti/, ciuciulatc). Cnictontdà» ctuctorodik (ungh.), sporgere fuori, gonfiarsi, crescere (prouuucia ciuciti rodate, ciuriorodilr). Ciuco (it.), asino. Ciul J*>. (pers.), membro virile. Czucza (uugh.), l'amorosa. Czuczalg (ungh.), peso, fagotto. Già Già U. (pcrs.) e Giai ^L*., luogo, sito. Giàh »L> (ture), prosperila, dignità, posto, uf- ficio, magnificenza, potenza. Giaiì U> (arai».), nfinmato. Giajate (sanscr.), nasce. Ge Gegel (sanscr.), mondo, anche genite/ e gtgati ; forse da questo deriva Tij (grec.) e Taìa terra. Gegaman (sanscr.), che si muove. Digitized by Google — U3 — Gi Gì ì 0) fi) (P« M - *««*•)> «o™, «UeU vigoroso. Giengie ui» (pers.), grano d'uva, acino, cate- naccio. Giengiek éÀs». (pers.) e «•r'-jjn'rA- J^x*>. specie di pianta, il trifoglio. Gig (ingl.), trottola, palèo. Gigi^fk+ (ture.), bagattella, giuochetto, joujou (frane). Gigi (Java), dente. Gigi (Madura), dente. Gigi (Moluccbe), dente. Gigi (Sumenap), dente. Gigi (Sasak), dente. Gigi (Bali), dente. G/iigi (Sumatra), dente. Gigira (Sirang), dente. Gigi/li (Tonga), contraddire. Gigeria (lai.), intestini delle galline. Giiginr ^LsXa. (pers.), camaleonte. Giigiem ^aas» (turco), Giigyiiget (migli.), sedurre. Giìl Jua. (arab.), nazione, gente. Giiel Jua. (arab.), jena. Gingiva (lai.), gengiva. Girgillus (lat.), arcolaio. Gio Gyogy (ungh.), guarigione, cura Giù Giù (pers.Jj fimne, giogo; pronunciato gicu, orzo, grano d'orzo. Giù £y>. (arab.), fame. Giugiè i>^> (iure.), nano: scriveai anche j*>^> Giumgiuìne (ture.), il cranio, e coppa di vino. Giungiul (pers.), legume simile agli ragì, Joujou (frane), giuoco da fanciulli, bagattella. (I) Ho seguilo questa trascrizione usata no] Di Turco-Francesis Bianchi e KielT. r. Bisogna pro- e. se l'osse scrino Gige. In lai suono perchè Co Kha U. (pers.), spalla. Qah gU (ar.), pianura, campo. Qah 5U1 (turco), obbedienza, potere, dignità, prontezza, vita comoda e agiata. Caà fina (ebr.), si offuscò , si oscurò , contrasse rughe. Kaaìs i ì. guancia. Khàk vlJLs. (pers.), terra, polvere. A'iA- (sved.), kak (b. Sassone), fcaag (dan.) , kake e kaak (ol.), berlina, gogna (1). Qaq  (turco), pesce secco , affumicato , stupi- do, deforme per grandezza smisurata. Kak (oland,), sterco. Caca (lat.), coca e cacca (it.), caca (sp.), caca (fr.), sterco, d'onde caco, a, are, e cacabulum, luogo dello sterco. Kaxxa xsixxrj (gr.), sterco , d'onde xaxxa'w e xa- xs'w, e d' onde xaxò;, cù. Kaka (ungh.), sterco d'uomo, d'onde fcrflraoéiu, che ha gì' intestini (6é/), lo stomaco debole. Qaqa «£5 (pers. e turco), fi! via ; voce che si usa per ispirare ai fanciulli avversione per qualche cosa : come in italiano eh f caca .' Il primo sen- so deve essere quello di sterco. Usasi pure qo- gagi g& (turco), come qaqa. Kacke (ted.), caca, sterco. Keké jJJ (pers.), e Àfefci, caca, sterco di uomo, d'onde kickiez (turco), giovine pas- sivo nella sodomia, pathicus. Caca (lat.), specie d' uccello. Kaka (malese), fratello e sorella. Aaka (tagal), fratello maggiore. Kiùkià U=b' (pers.), nome con cui il fratello mi- nore chiama il maggiore. Kaka (Java), il maggiore tra i fratelli o le so- relle. 1 Kàka (sanscr.), laniiggiue. | Kaki (Java), giovinetto. • Kàka paksha (sanscr.), fam I Kiak (pers.), uomo, fanciullo, pupilla alla francese: quindi il 3 francese, p. non posso espn- alla nostra lingua. (t) AoYlung., Dici, in voce. Digitized by Google chio, maestro che insegna (contiene tutti i sen- si delle parole simili nella lingua di Java ecc.) knkki (Java), vecchio, canuto, nonno. Kiaku y=tf (pers.), rio materno. Cack (zingani), zio. Cheché (Chili), avo (1). Kekè (N. Zel.), zio, zia, ascella. Kak (Caucaso Kaszi Kumuk), mano. Aakh (Borneo), piede. Kaki (Sumatra), piede. Kaki (Molucchc, Ternati), piede. Cachi (Perù), piede. Aafcora (Brasile, Camacan, Haconi), piede. Kaak (America Sellentr. Konega), naso. Kaaka (Oukeh), naso. Keka (KnmUciatka), naso. Kakua (Huroue), occhio. Kaukauhah (durone), occhio. Kcchékoue (durone), occhio. Kake (Oreuoco, Ainaz., Pareni), bocca. Aakfeee (Dagwumba Africa), uno. Aoko (ftgriz. mariti.), uno. Àoko (Play o Rara v a presso le Kurili), terra. Cacha (Perù), albero ; cacha cacha , lòrcsta (2). Aùko (ungh.), canna, giunco , d'onde l'aggettivo kàkàa, di giunco. Kiakh jj& (turco), capanna di canne. Cacano (H. Zel.), alberi. Cacazu (Madag.), albero. Cacala (Tonga), fiore. Kakàra (R. Zel.), fiore. Caconi (Malese), specie di Dolichos commestibili. Cacari (Brasile), farina ottenuta dal Manioc. Cacha (Chili), erba (3). Coire (ingl.), focaccia dolce. Kacka (Tartaria), spedo di sostanza nutritiva. Cachi (Malahar), albero che dà una mandorla commestibile. Aofco (Giappone), altezza, eminenza. Coca (Perù), altezza. AieÀie (Havai), alto, altezza. (I G.nr;.'. MarcRnv., Chili, Rig., p. 32. (2 C. ClM-lin. Vili, 528. (3 Gvoi i'. Harcgmr., Chili, R-g., p. 32. Khaqan ^[Aà. (ar., per., turco), monarca, impe- ratore, titolo preso prima dai principi del Tu- rali. Qahqab ers. e turco), uovo, testicolo. Qaqule *JLi'U (arab.), cardamomo. Qolq (turco), levati (imperativo). Khalkhal JLAsa (ar.), anello d' oro o d' argento che usano le donne. (M/gn« ^UJU (turco), scudo. (tonga/ JJW (nr.), gran misura di grani, corona di Cosroe re di Persia. Cancan (Chili), cotta, bollita, allessata (2). (1) Humboldt. Kiwi, l 257. (2) G.'org. Warcgrav, Chili, Rag., p. 32. Digitized by Google Chach nn (ebr.), amo, fibbia, pendente. Chan (Brasile), padre. Cascus (osco), vecchio, antico. Kaska (ungh.), piccola corba. kauxaXc; (gr.), Dauco Silvestre. Caucalia (egizio antico), vasi iu Alessandria nei quali si depurava l'acqua faugosa del Mio. Kiak (pers.), disco della luna, crusca, biscot- to, pane seccato. Kinkh (arabo), capanna di canne o senza fi- nestre. Kiahah Jj» (ar.), lichene. Kialtiè «IÌ (turco), maestro di casa, agente. Qua' I» (ar.), grande amarezza. U «e fieli tS" (pers.), paglia. Aó (ungh.), pietra. A'ei' JT (turco), grande. Keuhj kilt jjj' (pers.) , collina , foresta , monta- gna; tyf gueuh (pers.), escremento uma- no, monte. Aèfcare (sanscr.), monco nel piede o nella mano. Cltekeke (America sett., varie lingue), terra. Kekiuh (America Reg. Atlantica dei laghi llline- se), madre. Aeui" (turco), villaggio, ticinanza; (pers.), strada, stradella, cui de sac, contrada senza esito. Aéfe (ungh.), bleu, d'onde kéhes, che tende al blen. Aefc JLT (pers.), biscotto. Aecfc (tcd.), temerario. Keckle (ingl.), l'asciare la gomena. T. naut. Aei'k ^ìIaT turco), pulce; pronunciato gueik (tur- co), cervo. A'ò'ke (b. tedesco), saccoccia. Kèrèkè (turco), mantello d'onore che \ iene ■ distribuito nelle udienze del Gran Signore e del Visir. Gttierguier (turco), trono, operante, a- gcnle ; è un attributo di Dio. Kiakiav (pers.), nome d' un giuoco. Aiekik JUCT (turco), piani*, puleggio. VOL. I. Ai Ai/» (pers.), piccolo. Qiji S (ar.), deserto, riva, costa, spiaggia. Quii (turco), pozzi, spesso, carico ( parlan- do di colori). Qijf (turco), la parte superiore d' una cosa, poppa di vascello (pronuncia c ita!.). Aifcfca (ili.), ciocca di capelli. Aitai ^jixS" (pers.), oscurità. Chichi (Tonga), facile, molle, tenero, in grado moderato. Qtjqijm fjui (turco), biasimo. Ai*ÌHyC*r (pers.), lago, slagno. Khyk JLa». (pers.), otre. Kikh .^S (turco), malattia d' occhi, cispa. Kikiz ytXjf (pers.), eruca, ruchetta, pianta. Ainfcet (cimbro Sette Comuni), grano saraceno. Qymqijm ^0+5 (ar.), secco, siccità. Qjnqyn ^JU* (ar.), conchiglia di mare, guidato- re destro, ecc. 0 rqijliq ijASJf (turco), tonsura, tosatura. Co Ao/i (ungh.), fornace da fondere. Coaks (ingl.), dadi di puleggia. T. naut. Coca (Perù), l'Oceano, adorato sotto il nome di 'Vanta coca. Coca (Perù), specie di pianta (sp.). A'ó*o (ungh.), piccolo, gambo, manico. Kókal (ungh.), bastonare. Xukela (cimbro), giglio rosso, selvatico. Kókkad (ungh.), appassire. Aofto (Hawai), sangue. AoJko (Congo), mano. Coco (Loango), mano. Forse orco (Orenoco Amaz. Paringotos), due, è in relazione colla forma e col senso, coro Aoco, mano. Spessissimo iìkoc aspro iniziale andò perduto, c le mani hanno servilo per tipo della dualità; trovandosi in qualche lingua la stessa parola, che vuol dire mano, voler dire anche due. Forse anche hakka (Ottentoti), quattro, e iu relazione con occo e cocco. foco(dial. ven.), termine di carezza senza significa- to espresso, che usasi verso i fanciulli, da cui il diminutivo ornilo, d'onde cocolare, accarezzare. Coco (sp.), spauracchio dei bambini, verme. Cocar (sp.), fare smorfie. Coconu, a (vai.), fanciullo, a, Qoqonu Uy^a (lurco), dama, signora di casa. Kókonya (ungh.), cibo consacralo. Cocoio, a (sp.), bucato dal coco. Cocote (sp.), occipizio. Coccoveggia (il.), civetta. Coco bolo (sp.), albero delle Indie. Coco liste (sp.), malattia della Nuova Spagna. Cocymelium (lai.), pomo, mela. Qnqu JUt (lurco), e ququ odore. Cocutjo (sp.), lucciola delle Indie. Quoque (lai.), ancora. Coìa (Perù), imperatrice. Kongkong (Timor), giorno. A'o (Awaro, Auzuch, Kabusch), giorno. Cr Kreko kreken (cimbro), cispa, cacok. Cu Qu yS (pers.), perdita, rovina. Kuh £ (arab.), di pura razza. Quhàh (ar.), puro, parie più pura. Khuk d^i. (pers.), porco. Chuchah (Tuppahs, p. la China), fuoco. Cucu (Java, isola del principe, malese), chiodo (i). Kucub (sauscr.), regione. Cucubha (sanscr.), regione. Kukui (Ilawai), fiaccola. Kukus (Sa\a) } turno. Kukuli (Ilawai), inginocchiarsi. Cucuilus (lai.), Cucurucho (sp.), cartaccio, co- colla. Cucura (sanscr.), cane. Cucurbeu (vai.), iride. Augura* L>w±=j.r (|>ers.), zollo. Cucuzzn (il), zucca. fiukiircs (ung.), anemone. Aiuta a— yi (lurco), specie di bastimento an- tico. (I) C. G«belin, Vili, 549. i) — Cuccio (il.), cucciolo piccolo, cagncllo da signore. AuA (illir.), scoglio. Quqa tiyì (turco), berretto di piume. Cucco (il.), fanciullo prediletto. Quqaba Li* (pers.), nome di una pianta, elet- luario lassativo. AuAre proat (cimbro), trifoglio. Aoolruc** fcrooJ (fiammingo), alkluja, trifòglio a- celoso. Quqla ik»y> (turco), pupa, fantoccio. Culcum pSJf (pers.) , arco celeste , catapulta, macchina da guerra. Curcuba (lai.) curculia } corcum, K»pxoue da canto, da un lato, si mette in quiete. Helhel J^Ap (ar ), crivello, tamiso fino, delicato, versi, canto, veleno mortale. Ilelel LLp (ar.), cominciar della pioggia, tela di ragno, timidità, pusillanimità. Uetn (ar.), sollecitudini, pene. Em (ebr.), madre. Etna (Finnland.), madre. Etne (Manciù), madre. Emi (Perù), madre. Emmi (Nigrizia ini. o del Soldano), madre. Omnia (Esllionio), madre. l'emina (Algeri), madre. l'mma (Africa Shclluh), madre. Enie (Manciù), madre. Enne (Finnico), madre. Ena (Giorg.), lingua. Ev (gr.), in (preposizione). En (turco), in, ciò, che: larghezza. Enna Gl (turco), d'onde Epe (Asia settentr., Karaga), padre. Etotiih (America settentr., Panis), padre. Ev 3bt (chr.), virgulto, verdura. / ì'iabba (Reg. del Nilo), padre. I r aha (Tombuctoo), nove. yoga (Molucche, Temati), madre. Jeje (America settentr., Tarahmnara), madre. J'aya (Java), padre. l'agi (Java), fratello 0 sorella minore. Iaje (ili.), uova, testicoli. lalul J,Jbo (ar.), bolla d'acqua, JyJUu ieolil. lam 0} (cbr.), mare; Ternm ^ (ar.) , mare , o- ceano, nel plurale lumum ^ ( t (ar.). J'amam (sanscrito), regola. Jap, iap (turco), a poco a poco, lenta- mente, dolcemente; d'onde il diminutivo jt^ob tsJoL (apcè, iapcé. '/'d (>ap (w,), ritorno, fetta. Idus (lai.), metà del mese. lem ^ (turco), alimento, foraggio, misura d' or- zo per un cavallo, esca per gli uccelli. Jeyeh (balchi 0 fan», della Florida), piede. Ima (Avaro, Andi), padre. I/gtnam p[+t> (ar.). morte. Iman (sanscrito), questa (pronome sing. fem. ac- cusativo). /n ^1 (ar.), se (congiunzione). Ina Ul (turco), vaso, urna. It va>| (turco), cane. l'uyuba (sp.), giuggiola (il frutto). Giuggiola (it.), giuggiola (il frutto). Jujukthati (sanscr.) vuole congiungere. La La (Tibet), luna. La (Sigriz. marit.), fuoco. Lia (Nigr. marit.), fuoco. I a (Polinesia oricnt.), sole. Lai (Wogul), piede. Lai (sanscr.), desiderare, d' onde làlanà, lùla- nam, blandizie, carezze, e lalanà, donna volut- tuosa, lussuriosa. Lai JjJ (ar.), rubino, labbro rosso. ImI JjJ (pers.), muto, rosso, rubino. Lai (Dukan), sandalo rosso. Lai (India), Capticum , Ijala (Hawai), asciugare al sole. Làlà (sanscrito), saliva. iMla cìVjJ (ar.), timido, pusillanime. Lala (turco).. ISenuphar, giglio di stagno. Loia y$ (turco), incomparabile; (pers.), aio, go- vernatore d' un principe, che alleva il figlio di un prìncipe, consigliere del sultano. Il sultano dà il titolo di lala ai suoi Visir ed ai consiglie- ri intimi, egli li chiama ^ lalam, mio go- Digitized by Google veruatore , precettore ( è un termine d' af- fetto). Lalla lalla lolla (lat.), così solevano dire le balie quando volevano far dormire i bambini, cul- landoli, cantando loro la nonna; d'onde venne il verbo lallare, dormire dei fanciulli: /'•'•' simiiis regum pueris pappare minutimi Pnxcis et iratus mammae lallare recutat. Pers., Sai. HI, d'onde lallum (lai.), cantare ad lallum, cantare la nanna ai fanciulli; Loffia, Dio delle nenie. Restò in valacco lalaescu. Ixila (lat.), nome proprio d' una divinità, delta pure Lara. Laladam (sanscr.), fronte. Lalael (Madag.), uomo. balaqui (Madag.), uomo. Lalaqui (Java), acqua. iMlage (lai), schiamazzo. baila Tl^h (cbr.), notte, oppure lail, in ara- bo JjJ IeB, notte, d' onde beilo JuJ, nome proprio di donna. Lalajati (sanscr.), onora. balani (Java), strada. I^tlàinacam (sanscr.), serto nella parie dinanzi del capo. Lalangia (GÌ. A. L.), crosta. baie aJLaJ e ti"} (turco e pers.), tulipano; d'onde lalrzar (pers.), parterre di tulipani, c forse lalesar jL»«JJ ipcrs.), nome di un uccel- lo di canto armonioso. baie (Madag.), profondo. Lalei (MaL), essere disattento. Lakk JJ^ (pers.), frittura di pasta , sandalo , j scarpa. bali (Java), addormentarsi, negligere, impigrire, dimenticare. bali (Sumbava Timor), nove. ImIìu (Malese), TermùiaUa calappa, Lino. Latino, oni» (lai.), asino selvatico, puledro del- ' 1' onagro. A a Àio» (gr.), parlare, d'onde alala (lat.), infau- zia, condizione di non poter parlare ; lalage schiamazzo. balleii (ted.), balbettare. Alalia (Tahiti), parlare (i). Loie (Madag.), profondità, profondo (2). baio (Hawai), abbasso, profondità , fondo d' una cosa. U bè (ungh.), brodo, zuppa, succo. Le, abbasso; in composizione equivale alle |>arli- celle ent, ver, um (ted.). Leocò (ar.), abbondanza d'acqua. Lefcf6 limbicco (turco), saggio, prudente, intelligente. beblab i_»3kJ (ar.), edera, arboscello. bebleb t r *LJ (ar.), obbligante coi vicini e coi d ri- mestici; pronunciasi anche Lubfu». beh (ungh.), fiato. Lek (Inn o . Dio, a lui, a. bèi (uugh.), spirito. bel (ungh.), trovare, incontrare. bela (Madag.), lingua. bélau (Madag.), lingua. belo (Hawai), afe/o, efefo, lingua, olelo (Hawai), parlare. beelah (Sumatra Minlawei), lingua. Alelle (Polinesia occid., Fidj), lingua. Alello (Sandwich), lingua. Elelo (Polio, occid., Rotoumah), lingua. IMo (Bellos Frcycinct), sole. Lodo/» (Rolli), sole. beUinga (Cafri), sole. bela (Kamtschatka), occhio. belle (Kamtschatka), occhio. bilet (Abasso, Caucaso), occhio. l'Hall (Abasso, Caucaso), occhio. beh (Hawai), volare, saltare abbasso. belin (malese), cera. bellore (it.), titubare, esitare. betletrt fcJlJ (turco), spergiuro, falso giura- mento. bcola )iyì (ar.), a meno che, se non, eccettualo. (I) Humboldt, Kawi, IH, 727. {•!) Busclimann, Humboldt, Kawi. Ili, «i'25. Digitized by Google Lwleb t»JjJ (ar.), catenaccio, stanghetta. Letf/er jp (pers.), leggiero, incostante. Li Lil (oland.), brodo. Lila (Bugis), lingua. Lila (Macassar), lingua. Lila (Romeo), lingua. Lilà (sanscr.), giuoco. Lilar ^ULJ (ar.), un arbusto, Liliacum Liguttrum Pena rum. Lilat (fr.), Syringa vulgaris. Gligliak (ili.), nottola. Glieglien (ili.), cervo. Li//é(N. Zcl.),bene. Lille (Tonga), buono. Lilek (Boemo), belladonna. Liti (Ir.), rimedio arcano (1). LUÌ (Tonga), ira. Lilid Wjfó (cbr.), strega. Li/inni (lat.), giglio. Lilo (Hawai), arrivare, possedere. Lo Lò (ungh.), cavallo. Lo (ebr.) ^ a lui ( pronome di 3.* p. sing. da- tivo). Lolade (malese), Colocasia. Ló/am (sanscr.)^ incostante, cosa mobile, d' onde lulitam, cosa mobile. Lofer^jp (pers.), Dio, Tallissimo. Lolin (Amboina), Diospyros Ebenaster. Lin. Lolium (lai.), Lollio, Lolle» (cimbro). Lolium (lat.), il pesce detto anche Loligo. Lolla (il.), loppa, guscio del grano, buccia. Lollo (lingua dei Zingani), rosso. Lo/o (India), frutto della Carica Papaya. Lo/o (lingua dei sclv. del Chili), cervello (2). AwXcr (greco barbaro), stolto. Lo/» (Ceylan) Cordia Myxa. Limi. Lu Lui (Ostiaco), bocca. (1) Trovasi negli antichi autori di materia medi- ca; forse deriva da JwJ leil (ar.), notte, o Torse da Li- lid (ebr ). strega ; trovasi riportato da De Lena et Mé- rat. Dici, in vote. (2) Georg. Marcgrav. De Chili Reg. pag. 3'2. 149 - Lui (ingl.), ninnare, accarezzare. Lui JyJ (pers.), onta, pudore. Luhuja (sanscr.), toro. Lule «JJ (pers.), tubo, sifone, robinctto. Lulla (it.), doga. Lulu (polacco), giusquiamo, oppure Luk. Lulu (ar.) PP perla. Lulu (Hawai), severo. Lulut (Java), amare. Aa A'a(Guatcmala Yucatan), madre. A'o (Brasile, Ge o Geico), madre. Aa pigrizia mL), padre. Ani (Africa, fam. Ardrah), madre. Naye (Africa, fam. Vatyc), madre. Jnna (Africa. Fouhah di Sackatou), madre. Aerino (Timor), acqua. Aomont (sanscr.), nome, d'onde Aomeu (lat.) O\op) Nota alla pag. 143. I) Marion. Lngr. Sprachlehre, pag. 118. Digitized by Google - Voi Netné ULwJ (ture.), cosa, coso, espressione che si usa quando non viene in lucute il nome d' un tale o d' «ina qualche cosa : dicesi anche *i»J nesté. Ni Ni 1J (cbr.), lamento. Mah Uj (ar. ture, lamentazioni, pianti sui morti. Aia Uj (pers.), avo. Nibabara (Molucche Sirang), padre. Ain pj (caldeo), fanciullo (siriaco), figlio (1), d' onde NÌH uome proprio di persona, Auto, A'i- nus (lai.) ecc. Nfne« nome pr. presso quelli di Cipro. Mouùnasi da Macrobio >'tvoxpseuv ISino- (Saturnal. I, c. iO), nome composto i nino e xpewv, re. Ani (China), giovine, tenero; pronunciasi pure Uhm (2). Aini (Java) oppure A'i'nuì, titolo che si dà in vo- cativo alle persone giovani d'alto rango (3). Aini Mnin (il.), vezzeggiativo applicato a qua- lunque fanciullo. Aiwo (sp.), fanciullo, tMna, fanciulla, d'onde Al- no, pupilla dell'occhio. Aines, fanciullezza, Ai- nero, chi ama i ragazzi, Aifìear, pargoleggia- re, Ninada, ragazzata, Nineria, bambineria, cosa da fanciulli, N inalo 3 vitello trovato uel ventre d'una vacca, e Ninhada (pori.), cova- tura. Aini (Madag.), madre. A'inn (Molucche Sangir), madre. Aiwa (Caucaso Kazi Kumuk), madre. Alino (Timor Bcllos Freycinct), Ainua» (Molucche Sirang), Aino (Perù Amara), fuoco. A ina (Peni Quiteria), fuoco. Aina (Mingrelia), lingua. Aia (Suan Caucaso), lingua. Ain (ISigriz. int.), mano. NininLschin (America Setlentr. Ainni (ingl.), Ninna i il. i. bambina. Ritma (il.), il (1) Diction. Hist. in (2) C. Gobelin, IH. 40. (3) Humboldt, Kawi i, 257. il dormire dei d onde Amnereiia, munen ti nv far la ninna nanna. Ninnare, rullare. Ninada (sansa*.), voce. binati (Mare del Sud. Hawai), domandare. Aine**/» (Tahiti), specie d'esequie. Ajfon» (Molucche Snpaboua), dente. Aéono (IN. Guinea Arcipel. Britan.), dente. Ninisai (N. Irlanda), dente. Njonja (Mgrizia hit. Mobba), piede. Ain (|kts.ì, intelligente, dotto, bellicoso, pru- dente, potenza, forza, islromento, apparecchio. Ayn (ungh.), verme. A r o No (lai.), ego no, io nuoto. Nocni (Orenoco Amazoni Yarura), due. Afon (egizio aulico), figlio (i). Non (sp.), numero impari. Afona (lai.) la parca. Afono (America Setlentr. Tarahumara), padre. Amino ftonna (it.), avo, ava; Nummi (cimbro), avo. Nonnut (egizio), maggiore, su|>eriore d' un mo- nastero. Questa parola si usava in scuso di ri- verenza in riguardo all'eia: Nonnos vocamus majorvs ob rewrentiam, nani intelligitur pa- terna reverentia (Papias); e nella regola di san Benedetto : Juniores attieni priore* suo* Non- nos twertt, . Annoili (Java), sei (il numero) C ( i). Annoi» (sanscr.), portato via. mC.Gel.elin, Vili, 514, adii .ig. 'li. [2) Forse ne deriva dalla forma ruroda accorcia- ta rideo (lai). Alcuni rideranno davvero di questo mio sospetto; ma si rifletta per ora che cali (led.), fred- do, R calidus (lai.) caldo sono la stessa parola; in se- guito allorché si troveranno le ragioni ch'io esibirò delle varietà e dei contrasti dei significali, spero che i miei lettori sempre più mi si avvicineranno. In ogni ramo dello scibili! v'ha argomento d'accorgersi che talvolta il vero non pare verisimile. Digitized by Google — m - Sa ^L* (ar.), vallata, coppa, Saltai jLaJLo (ture.), argilla. Saltai JLJLu (ture.), acqua dolce. Sanuatn fS*a+>o (ar.), sciabla tagliente, nome della sciabla di un eroe arabo. Sampsa (lai.), nocciolo dell'oliva. Sanar ycyje (ar ), vento freddo, violento. Sarmtmaq ^jjcye (ture.) e tartamaq ^j^^a (ture.) agitare, scuotere. Sa» bt) (ebr.), tamia. T ' Sahsah -.L&SS (ture.), piano, ugnale, vasto. Sassah (Madag.), crescere, sasa (fanciullo). 50*50 (ili.), mammella. Sasa (Reg. d. Nilo. Dizzehla), nove. Sammja (Java Sumennp), nove Sasangah (Madura), nove. Sanga (Java moderno), nove. 5o«oo (Java, Cr. Oceano), nove. Shatana (sanscr.), provvidenza. Sfiatati (sanscr.), castiga. Sasea flKPbtD (ebr.), misura; poi tXtf) misura, staio. Saxyam (sanscr.), frutto. Tsattat (Madag.), lucertola. 5ciiccMHiedra (it.), cavallaccio (Boccaccio). Se Se tV& (ebr.), agnello, capretto, pecorella. Sete (lat.) sè (pronome 3 pers. accus. sing.). Semscm ^. m ,»» » (ar.), sesamo. SeVeXt (gr.) Scseli (lai). •Seio (sp.), ecnello, mera, cervello. Szetz (ungh.), spirito, odore, pretesto. Szò (ungh.), tessere, operare. Szdtz (ungh.), stoppia, tzòszol, pettinare il lino. Si Sieh «x~ (pers.), nero, infelice. Sietu (vai.), luogo piano. Simm (sanscr.), piombo, anche tisacam. Sitarun ^U»*^ radice di papaveri neri. Niel- le (fr.). Sitarum, Siser (lat), specie d'erbe. 2t7t>5 (gr.), pelle di capra, vestito vile, d'onde £(?ti'pa, saio di pelle. Vol. I. Ziovfos (gr.), fimbria. ZiaJp^pwv (gr.), specie di pianta, lujwv (gr.), seme simile all'appio. Snonam (sanscr.), lavatura. So So (ted.), cosi. Soì (tare.), razza, famiglia. Soto (sp.), insipido. Ssó (ungh)., suono, voce (1). SU Su yo (turco), acqua. Su y* (pers.), vantaggio, loce, emolumento, gua- dagno, profitto. Su y* (ar.), il male, disgrazia, malizia, catti* c- ria, cattivo, malvagio. Suqsuq «ìJLjCw (ture.), leggiero, pronto. Sui tttD (ebr.), cavallo. Susanina (ted.), canto per cullare i fanciulli (2). Szu (ungh.), cuore. Scio Scia „l£ (ar.), albero fruttifero, luogo, volle. Scia bLà (pers.), principe, re, d'onde sciehi (ture), regio, dignità reale. Sciaha (ar.), avaro. 5cia*cm g& (ture.) uccello, di volo rapido, ge- loso, assiduo, zelante. Sciasciak dLiLà (ture.), specie di pernice. Sciatasa' XoLa-i (ture), indigenza, povertà, av- tersità. Sciasciè ,vJ__ (ture), orina. Sciatci jyiL*" (ture), losco. Sciasciu (ture), specie di pianta medicinale. Scie Scieh «jyi (pers.), nitrito. Sciei (ture), cosa. Sci Sci «.A (pers.), vestibolo : pronunciasi anche teiu. Sci ^ (pers.), angolo, cantone. Scisc (ture), tumore, spada, spiedo. Scitcit kAaA (ture), vetro, bottiglia, lastra di (1) Forse è derivato da ton (fr.). 1*2) Adeluog. Diz. in voce. 20 Digitized by Google Sciscick .iLa-i (ture), agnello d'un anno. Semiti yi^xA (pers.), animale che somiglia alla scinda. Shhhu (sanscr.), ragazzino, animaletto, cosa pic- colo. Shishya (sanscr.), discepolo; forse da questo de- riva il Ialino kìsco, scio e stisritor, aris, dove resta la reduplicazione più intatla. Seni Sciu yt. (ture), colestui, lava (imperativo del ver- bo), sia. Sciu tui (Iure.), imprecazione, maledizione. Sciuh ^3 a (Iure.), avarizia. Seiui i^yì, (ture), marito. Scinse (pera.), polmone. Sciusc j}y *■ (ture), sarmento di vigua. Scitacian j£' V«&' (cbr.) , giglio, anche in fenicio 2*ezzo di legno, grappolo, collina di sabbia. Sciuscitt yjtéym (pers.), miglio (specie di grano). Za la \Jb (ture), femmina, con grandi mammelle. Za (Awari), fuoco. Zaha (ar.), parte del giorno in cui il sole si avvicina al punto più elevato prima del mezzo giorno. Zaha'ta Lls? (ture.), offerte, sacrifizii, vittime of- ferte a Dio. Zaizen ^j&ò (ture.), rivale, che fa la corte alla stessa uonna di suo padre. Zamacuco (sp.), babbaetionc. Zaza (Madag.), fanciullo, Sassah (Madag.), Cre- scere. Ze Zeltzad tfytj (pers.), razza, linea, d'oude poi al) zad, nato, saltts (lai.). Zemztm ^ (ar.), pozzo sacro alla Mecca. Zi Zifzuf vjj^i) (ar.), giuggiola, d'onde Zi&»fat, Zt'v^oip*, Zt^t9S{ (gr.), Zisiphus (lat.) e Ziztj- | pha , Zizzifo , Zizzifa , Ziszibo , Zissiba , (iL), Jzufafo, Azufajfa, Azufayfo, Azu- fayfu e Azuftcifa (sp.), Ittjubt (Ir.), lujou* ba (boemo). I Zinzino (il.) Zinzinnare, bere a sorsi. Zir ^ (ture), squilla, Scilla, cipolla marina. Zt^avtov(gr.), zizanium (lai ), zizzania (il. c sp.). Zizek Jus (pers.), una spina. Zo Zonzo (il.), andare a zonzo. Zu Zu (ar., ture), padrone, possessore, dotato. Zttz (|)ers.), rimprovero. Zùz (ungh-), tritolare, sn>intizzare. Zùz (ungh.), brina, brinala, guazza, gelala. Z»$* (gr), dramma o denaro (drachma seu dc- narius). Zùsa (ungh.), scrofola. Zuztnù (ungh.), treccia, graticcio. Zuzè (pers. e ture), gemito, lamento. Ta Ta (ebr.), letto nuziale Ta \j (Iure), dopo che, finche, dappoiché. Tta (Africa Dar Runga), acqua. Tai (Africa Papaa Fan». Ardrah), padre. Thaam (ture), atto di maugiarc,di nutrirai. Thabib i^aaÌo (ar.), medico. Tliaha' LaUfl («e-), pianura estesa e larga. Taltat (Tahiti), uno. 77mi' ^jLfc (Iure), puledro. Tltaih ^| U (ar.), perdila, rovina, errare. Tìtaii (5 *VÉ (ar.), atto di piegare qualche cosa, atto di traversare un paese. 77iolii ^lie (ture), cuoco. Thaialhui JJeiLb (ture), morte. Thallhal JJaJLis (Iure), disgrafia, infortunio; pronunciato Thnllhui, ammalaticcio. Tatìtus a, utn (lai.), tanto. Tautii (ingl ) mollo, motteggiare Tut (Barmano) essere abile in qualche cosa. Digitized by Google — 155 — Thal ((ed.), Tatto, azione ; (eli (ungh.), fatto. Tal (ungh.), spalancare la bocca, d'onde tòta* star a bada, rimanere sbalordito. Tat (ungh.), la parte inferiore uau-. Taht c«i (pera.), parte interiore, di sotto. Timi (ture.), gustare, d'onde ^JLsUo thatlu, dolce. Tììat ^Lb (ar.), lungo, alto, che cerca liti. Tata (Talliti), padre. Tata (V Zel.), padre. Tuia (sanscr.) e Tùtat, padre. Dhùta (sanscr.), padre. Tata (lai.), |tadre. Tata (Epiro), padre (o). Tuta (vai.), padre. Tata (it., dial. rom.), padre (1). Tata (ili.), padre. Tuta (boemo), padre. Tuta (polacco), padre, anche Tolti* (o). Tata (Orcuoco, Amazoiri Movos), padre. Tata (Perù Sapiboconi), padre. Tata ( ' Tatai (Napoli), padre. Tatan (Brasile Minas Novas), padre. Tate (Europa Scttentr. Bcresow), padre. Tato (Eiunico), padre. Twatta (Karelia), padre. Tautha (Istmo Daricn), padre. Tutta e Tutte (in molti dialetti della Germania superiore e della interiore), così ì fanciuUì so- gliono chiamare il padre (a); ed anche come so- stantivo Tutte, il padre. Dat (Zingani), padre. Tayta (sp.), padre, babbo. Teiìa (Erisia Aunover), padre (a). Tata (lai.), zia. Tatas (sanscr.), zio. (a) Adeiung. hit. in voce latta. (crs.), simile. Tattau (Tonga), simile, ugnale. Talaroz (ungh.), migliorare. Tataranieto (sp.), pronipote, /«(orodciirfo (sp.), parente vecchissimo, antenato limolissimo, ta- tarabuelo (sp.), terz'a\olo. Vedesi che la parola tatara indica una parentela con qualche lonta- nanza, la quale si determina dalle parole che con tatara si compongono. TàlÙM (ungh ), spalancare. Tatau (Tahiti), contare, numerare. Tatttr (ingl.), cencio. Tatihj JkjLS (pers), salvietta da tavola. Taton (sausci .), colà, in quel luogo. Tattoo (ingl.), ritiro. fui min (sanscr.), velocemente. Tatù (Brasile), armadillo. È una specie di por- co con corazza nella quale si avvolge come il porco spino (2). Tatvam (sanscr.), esistenza, è composto di tat e della desinenza t) Aligera Zeilung. 14 ttugusl I8tt> Bettole. Te (ungh.), tu. Te (Mandingo Sousou), fuoco. Tó (ungh.), radice. Teatta (Tahiti), terra. TìTra (gr.), voce di benevolenza e di onore con cui il più giovine chiamava il più vecchio. Tete (Monomotapa), padre. Atteate (Monjouc Monomotapa), padre. Telka (ili.), zia. Dédé tó>> (ture), padre, nonno. Déd (ungh.), nonno. Djed diti (ili.), nonno. Tute (basso tedesco), cavalla, d'onde Stulle e 5/ee (pers.), eosta del corpo, j Tr,-n) (gr.), penuria. ! Tr;»r, (gr.), nutrice, babà, 2ttì&«} (plur.) (gr.), mammelle, il petto, -.Trj-TT) donna. Tetta (il.), Lettolina, tettare. J'da (sp.) ledila, Mona, tetuda, aletar. Tette ((r.) téline, téton, teliti, mammella, téter. Tetlerin (cimbro, Selle Comuni), donna clic al- latta. La radicale è Mie, TiT^sf (gr.), tetta, mammella, ti't^t) znZf h di* minutivo tit^isv. Da questo suono primitivo Ttr^r, nel senso già acquistalo di mammella e latte, derivano a mio parere TtSe'w, uulrire in casa, addomesti- care, Tt&ajjs; » o -nSasó?, addomesticalo, nutrito in casa, e TtSaaci-jw, mansuefare, ad- domesticare (si riferiscono all'allattamento), Stai friabili e Tt~at jBtojstu, fare il miele (para- gonato al latte per la sua dolcezza : cosi nomi- nasi latte, il succo della bambusa, eh' è mia specie di zucchero, in persiano Tebatchir ed in sanscr. Tvakksrhirù. latte di scorza (3) ), op- fll Rapp. Phvsiol. Spr. infin- iti) Ccnrg. tf.iregrav. dn Br;i«ili.ie Rei;, p. *22. (3) Humboldt. Kosnv's t. il. Nola alh pag 1.15. Digitized by Google — 137 — pure che le api che Io producono si paragonas- sero alle nutrici TiSijShj. Tt'TSt) , Tt^Ti'vir] , Ttàijvo's ( gr. ) , balia , nutri- ce, d'onde TiSr,ve'w fare la nutrice, allatta- re , e tiSyjiu servire come le nutrici , come quelle che hanno cura dei fanciulli, come quel- le che danno la mammella; in fatti di questa ra- dice è St)'?, to'?, seno, operaio, mercenario, e Sijsaa, ancella, e pure.àijaat, aver allattalo, e Sito, nutrire. Titti (Dial. Lombardi, ling. di fanciulli), latte. Qixti ( gr. ), (Tethis), il mar*, la Dea del mare. G. Gebeliu vuole applicato questo nome et mare nel senso di madre, nutrice. • Thétys est femme de l' océan, l'cau nourricière des élrcs, celle que letleu l en quelque sorte tous Ics ètres sans l'épuiser jamais ». (AUég. Orient. Hist. de Saturile). Osservisi che mania, che vuol dire mammella in tante lingue, vuol dire mare o- eeawo in peruviano dei selvaggi. Trfiti (gr.), terra. Telò (ungh.), punta, d'onde telony, teténij, pira- mide, Ictus, coprire, tetés, ammucchiare, co- prire, moltiplicare. Teter, a, um (lat.), tetro, sporco. Tefemmef Z*X3 (ture.), compimento, appendice. Tettet (ungh.), simulare, essere ipocrita. Tetik vsLa (ture), caduta, alto di cadere. Telo (Tahiti), ladro. Telu (ungh ), pidocchio. TVJtXov (gr.), bietarn\a. T*«»«Xi'« (gr.) teuthalis (lat.), specie d'erba. TsuStj (gr.) teulhu (lat.), un pesce. Tsots'^w (gr.), affaccendarsi. Ti Ti (sp.), tu. Ti (ungh.), voi. Tih mS (pers.), bastone, verga, parte, lato, piega, vestigio. Tih *jy (Iure), deserto vasto, immenso. Tililtj (Africa. Fam. Troglodit.), TU (Canada), dire (I). TU ETt? (ebr.), fango. I) C. Gebelio, Vili, 501. Ttxs'v (gr.), il sole. Ttra'vT) (gr.), regina. TtTtjvec ninni, figli della terra (i padri, gli avi, gli autoctoni). Titi (America, Aoahuac, Cora), madre. Titi (Java), vedere. Hìd, (Iure), veduto, Didi. Didé o sìXji> (pers.), che ha veduto, provalo. Titi (Messico, Perù, Chili) piombo (I). Titi (sp.), specie di scimiolto. Titi (lai.), colombe selvatiche (2). Tifi (Java), credenza, credere. Titi ^s^S (pers.), presto. Thithik (Java) e didik, poco. Tito (sp.), fagiuolo, pitale, quadro. Titok (ungh.), secreto. Ttrpa'w, ?i'?pTì|«, Tirpat vtD (gr.), ferire; Tpaw, che si dice radicale, io lo ritengo semplificazione di TiTpa'u. Titti (Madag.) sette, 7 (il numero) (3). Titulus (lai.), titolo, la desinenza ulu$ è Uva. Tittle (ingl.), punto. TtTuijxsfiat (gr.), collimare, dirigere Tlaté (America, Anahuac), padre. Tlatl (Totonaca), padre. 77e/l (Anahuac, America), fuoco. Tlatla colli (Messico), peccalo; diecsi anche cla- clacolli. To To tffa (ebraie), bufalo. Ti» (ungh.), lago, palude. Ts (grec), questo, perciò, per questo, ciò che è. Tot (ili.), dunque; to» (gree), a te, to« lalura e ozioso, pleonastico. Tooi (Tonga), g inocchio. Toy (ingl-), bagaltella. Toad (ingl.), rospo. 7oat/i (ingl.), dente. Tot tot (S. Zel.), disegna, di|>inge. Tot ^j- (ture), gallo d'India selwitico, Asio , onis (lai.), ebete. (I) Georg. Jlarcgrav. c'e Ubili n-g |i ó">. {'2) Cilep. in voce. (7,)C. Gobelin, Vili. ..i0. Digitized by Google — m - Tot» (il., 1. il. fanciulli), percosse. Toltili (Tagal), cerume degli orecchi. Toionu (Tonga), diretto, appunto, chiaro, pate- aemente. Tstì (grec), allora, talora. TsSe (grec), dove, ivi. Toitja, Myrna (ungh.), lento, pigro, adagio, un tale che la adagio. Totul (ili ), cantori degli Unni. Tot (ungh.), sla- vo, slovacco, totiil, da slavo, slavescamentc (5). Tom tow (Tahiti), domestici, l'ultima classe dei nazionali. Tallitesi-. Tr Trina (il.), pesce, Trout (ingl.) Toi (Kurili), terra. 7V*t (Kurili), terra. 7**0/0 (Congo), terra. Tota (America, Anahuac, Totonaca), tre. Itoata (Brasile Guaycurus), due. Tot (olandese), a, ad (preposizione, articolo). Tot (lai.), totus, a, uni, tutto. Tot (egizio), mano, d'onde 7V»ol, seguo, e Mercu- rio, detto anche 77ieu» e nome del primo gior- no dell'anno e del primo giorno del mese, e Thot nome d'un mese che corrisponde al se- gno del Zodiaco Libra, nel quale succede l'e- quinozio, uno dei primi (Theon) (1) (Settembre». Da 7V.cn/ o Toth Mercurio (Dio) derivano ' Tad Taad ; Thevatat (siam.), Thevtat (gallico antico) e Tatjete (etrusco) che passano come nome proprii di jiersonc che realmente abbia- no esistilo ed abbiano ammaestrato le nazioni. Molti popoli indicano col nome TVid o 7'ood la facoltà del linguaggio (2); Tota (Zingani), Dio. Tòta (cimbro), padrino. TMta Thtta (cimbro), matrina. 7We (Tahiti), Tu (1) Mag. Univ., 1859. (2) Nodier, M. (3) r'urstì è uoa imiUzione dispregiativa del loro parlare. Tu p (pers.), (pronome di seconda persona siug.) Tu (tal.), tu (il.), tu (fr.), Ili (sp.), du (ted.), tbou (ingL) (pronome di seconda persona sing.), tu (Zingani) ; dal francese tu deriva lutoier, tu- towment ; dal tedesco du, dutsen, dar del tu. Tu (ungh.), ago. Tu'i ^j- (turco), pelo, piuma. Tal (ar., |)crs., turco), gelso, moro, mora, frutto del moro. 77iul «yji> (turco), tenere, avere. Timi iejSe (ar.), serpente, cotone, valorosi. Tutahj, tutan (ungh.), fodero, zattera. Thtttam f\Jyk (turco), pugno, fagotto, covone. Thutaraq (j^U^ta (turco), epilessia. Tutatio (portogli.), (sp.), midolla. Tiitte (ted.), Dulie, poppa, letta, mammella. 7wllo Tutten (cimbro), capezzolo delta mam- mella. Tu// (Zingani), latte. Tute (pers.), verruca, porco : osservisi la sua vicinanza con fnllo, tutten (cimbro), ca- pezzolo delta mammella. Cosi papilla (tal.) mammella, e piccola elevazione della cute, es- crescenza, papuiae. Tute (tat.), tu slesso, «e (pleonastico). Tiidò (ungh.), polmone. Tbiile (fr.), termine di carezza automatico anco- ra senza significato, che si usa colle ragazze; p. e. « ma tonte » (Volt Théàtre LXI, 522, Les Originau* Ad. I. Se. Ili), nulla ha a fare coti tout, toute che deriva da lotm, a, uni (lai.). Di- cesi anche toutou come termine di carezza, applicato a persona di sesso maschile: «jc vous ai déjà dtt, mon toutou, que notre astrolo- gie ec. » Eh mais! que vois-je, mon !oit!oit?un hom- me dans uotre jardin « ivi. Volt. Les Originaux. Questo non deriva da loiilou nel significato di cane. Thutij .s-Ap (turco), nome dato, a Costanti- nopoli e nelle scale di Levante, alla figlia mag- giore ili casa : pronunciasi pure jOj* Questo termine d'affetto è specialmente in uso presso i Greci ed i Franchi. Digitized by Google Tutta Iajjj (ar.), calamita, ralamina (mine- rale), d onde Tutia (sp.), Tutie (fr.), Tuzia (it.) Tullij (ingl.), mazzetto di fiori. Toutou (Ir. I. d. fanciulli), cane. T»T5 (grec), questo. ySyio Thutu (turco), ostaggio, pegno, se non de- riva da lutus, a, uni (lai.), sicuro. Thutu (tur- co), vuol dire anche allo di statura. Tutu (Tonga), tagliare. Tutu (Tagal), abbruciare. Tutù (Talliti), villano. Tutuc ,j^is (pers.,), velo, cortina, zenzalicra Jjjy (turco), cortina. Thutuc ijpyb (turco), ostacolo, ciò che ritiene. Tatuili*, (lai.), ornamento del capo della moglie del flamine; benda purpurea inserita nei ca- pigli ed eretta in alto. Tutuinpha (leg. longobard.), dolo, insidie. Tutup (America Meridionale), tabacco (1). Tutu» ijJjJ (turco) e ^j^sò o ^S^ dutun, ta- bacco da Rimare, fumo. Duo* ,>.,> (turco), fumo. Tutu (ungh.), pipa. Tutur (malese), lingua, dottrina, discorso. 77ii (turco), perduto, smarrito. Dendan ^LjJd (|«rs.), dente; d'onde dews (lat.) Dedan (Kurdo), dente. Dandan i,Kurdo), dente. Di Di ^ (turco), jeri. Dih 90 (pers.), villaggio. Aet'ffw (gr.), temere. AtSa'^xf.) (gr.), apprendere. La desinenza oxto è posteriore ; io crederei che la prima forma fos- se SiVatv, poi ffat'w che resta nel greco clas- sico. XJiwdc (Africa Dagwumbo), mano. Dindi* (Malabar), sole. Do Do (Nogah, Iudia orientale), specie di ronca (2). Doh (migli.), odore di muffa, tanfo. Doh (Kurili), giorno. Dm (Africa Mandingo), giorno. Joo (lesso), giorno. Dod (eb.), zio paterno, amico diletto. Dod (cbr.), D'HIT amori. Dodo npT (cbr.), o nnn zia, cugina (3). t) Lexicon di Nicol. 2) Rotnagnosi, t. Il, p. I, pag. 672. 3) Ezod VI, -10. Dodo nnìn ( cl, r.), balestra. Dodder (iugl.), Androsacc. Dodo (N. Zel.), s|iccic d' uccello (1). Dodo (Isola Rodriguez), specie d' uccello (2). Dodo (fr.) , dormire dei fanciulli ; ninna , tono |x>r addormentare i bambini, sonno, alto di ad- dormentarsi (3), d'onde dodiner , cullare un fanciullo, atto che si accompagna appunto col suono monotono do do : dwline, andare e veni- re della bilancia ; dodeliner, muovere la testa. Dodu (fr.), grasso, tondo, pienotto. Doe (ingl.), damma. Dondon (fr.), donna grassa ed allegra (4). Dondolo (it.), pendolo ; forse è onomalojieia del sunno della campana don don di cui il batac- chio tentennando è la causa. Du Dm )à (per*.), due. Dù (migli.), bottino, ruberia. Dnh »,> (pers.), coda. ììiìh (ungh.), furore. Dud O^a (turco), afflizione, dolore. Dud T,"T (ebr.), canestro, bacino. Dùda (sanscrito), legato, «in. Dttda (ungherese), cornamusa. Dhudaq jjto^fe (turco), e (jf^O labbro. Diidé 5 4>ji> (turco), famiglia; ? 0ji> (pers.), fami- glia, popolo, razza. Duhnda (Tiniguska taf.), terra. Dùmlo (ili.), zio dal lato del padre. Dudor (ungh.), scrigno, gobba ; d' onde dndoro- dik, dudorodas, gonfiarsi, crescere, sporgere. Dudu (ungh.), goffa, balordo, gaglioffo. 7>ndum (lat.), ora, poco fa (particella riempitila). Va U ne tf 'oe (N. Zel.), gamba. Jt'ateae (Hawai), gamba; forse irniroi (malescj, propriclà, è fa stessa parola che in Hawai e nella N. Zelanda vuol dire gamba (mettere una zampa, occupare, arrivare a possedere). (I) Allgem. Zeitung. 14 august 1840, Beilage. [ì, Humboldt, Kosnios, I. 303. (3) C Gè belin, OicL Fr., in voce. (4) C. Gebelin, Dict. Fr., in voce. Digitized by Google - m - Faj (ungh.), butirro. Faj (ungi).), scavar fuori. Fao (Madag.), capo, testa. Fageegec (ÌS. Olanda), capo, testa. Fava (Madag.), bocca ; d'onde wava (N. Zcl., Ha- wai, Tahiti), bocca. Fàva (sanscrito), luna piena o luna nuova ed il suo giorno. Favoriate (sanscrito), si dice. Fuvara (sanscrito), grazia. Favi (sanscrito), fonte. n Ferrar (turco), trono, sala, vestibolo. n Fiath JoUj (ar.)j rosa rossa o gialla. t'ita Fivaaha (sanscr.), deliquio, impotenza. Fivaila (sauscrito), contesa. Fivaham (sanscrito), matrimonio. Fivere (sanscrito), matrimonio. rivere (lat.), vivo, vivisco ecc. Fiverra (lat.), donnola. Fivictam (sanscrito), arcano, decreto. rividha (sanscrito), varietà. riviki (sanscrito), prudente. rivikam (sanscrito), prudenza. Fivùhacar (sanscrito), uccello. n r ovo (Madag.), rete da pescatore. Fu fi umi (Java), parlare. ff'awakshati (sanscrito), vuol dire. Fa Fa fa (Giappone), madre. Fafe (Africa, Kong), padre. Fa (Afr. Maudingo), padre. Fu (China), padre. Fahfuh _Là^ (ar.), fiume del paradiso, raffred- dato. C Fafine (R. Zel.), donna, portare. Al (alfa (sp.), raslro, medica. Farfadcl (fr.), spirito folletto. Fu Furfur (lat.), crusca. V Ugiagi ^l^f ( ar -)j MflM salmastra, salmastro. Ilukuk JjX». (turco), raschiatura di un atto. Humam ^ (ar.), eroe, principe liberale, gnifiro. Unum (ar.), popoli. Vmm 1\ (ar.), madre, principio, l mma (Licoukieou), madre. Uhtna (Cafri), madre. I «irne (Africa, Dar Four), madre, /oiimma (Nifrrizia mariti.), madre. VOL. I. L>l Digitized by Google Digitized by Google J DIZIONARIO INTERIETTIVO OSSIA RACCOLTA DI PAROLE D' ORIGINE PATETICA ESISTENTI 0 VARIE IfflNfflt Anche nel dizionario interiettivo ci scostam- mo dal rigore dell'ordine alfabetico, per lo scopo accennato nella piccola prefazione che precede il Dizionario automalico. Qui non si fa alcun conto dell'aspirazione. Le parole di sensi simili, seppure non sieno uguali affatto nelle forme, si posero vicine. I suoni uguali si disposero in contiguità, non avendo alcun riguardo alle maniere grafiche con cui s' indicano nei varii sistemi alfabetici. Cosi C, in precedenza ad A, 0, V, si troverà promiscua- mente al A ed al Q. Cosi pure i suoni simili si posero in una so- la serie. Tali sono quelli espressi ortograficamente in varie lingue per le lettere Ps, Z, Sch, Se, Ch, C (francese avanti e t o con cedille), St. Anche i suoni D e T si posero in una mede- sima serie. 4 A (Perù), esclamazione (i). A nn ( CDr 0> esclamazione di duolo, ah! A (aut. ted ), acqua (2). (tìCGebelin, Vili, 510. (2) Adelung, Diz. in voce Eiland. A (it.), eh? si usa per domandare, o rispondere quando si viene chiamati. A (lat.) (preposizione) da, per mezzo, indica pros- simità di luogo. A (vai.) interiezione di dolore; vah (lat.). A (Hawai), interiezione. A privativo, in sanscrito, in greco ed in latino (avius, aniens ecc.) , è in origine un grido di disapprovazione , quello stesso che usiamo noi Italiani, p. e. quando ci si narra o ci si propo- ne qualche cosa che noi rifiutiamo, p. e., « a ! giusto nè anche per sogno ». A epitatlico, cioè quando aggiunge forza, accresce, è pure in ori- gine un grido bruto. Questo suono a non fa che determinare l'attenzione di chi ascolta mar- cando, calcando presso la |*arola a cui ora sem- bra unito; il senso poi derha dalla circostanza in cui si pronuncia: e quanto al dare od al to- gliere del grado del significato, molla parte vi ha lo speciale accento, il tono, la nota ed il tempo. Aa (llawai), radice. Aa (Dan.), guai! Aa nn (ebr.), heul hem! A" i (gr.), interiezione di spavento, di paura, di desiderio, di sorpresa; al al (lat.). Digitized by Google A" A (gr.); ha ha (lai.), interiezione di lamento. Aaa nnfc), di gemere, di dolersi, ha ha di sospirare. Ah (vai.), ah!, ah!, interiezione di doloro. Ah interiezione di dolore. Jha (UU), interiezione di sorpresa. A Un (sanscrito), interiezione di chiamata. Alia nnH (ebr.), ah! HUS ahaa, di dolore. Aha (lat.), che prouuuciossi ah (4), interiezione. Aha (uugh.), vedi ecco; anche Aliò. Aha (ungh.), iuterieziouc di scherno. Aha (Tahiti), perchè? Aha (Tahiti), chi? cosa? (pronome). Aha (M. del Sud.), società. Aha (ted. antico), acqua (5). ./ha (sanscrito), interiezione di chiamala. Aha (sanscrito), giorno. (1) Humboldt, Kawi, III, Sii. (2) Michtelis, Lhss. Kintluss dei Spi li ben, Ber- lin. (3) Calep. in voce (i) Prisciaiuis, p. M8. (5) Wachler. Adelung, Di/, in vote Eitand. Aha (sanscrito), io. Aha (Orenocn, Amazoni), bocca (1). Ahaha (sanscrito) , interiezione ammirativa ed anche di doloro, oh! Ahun (Garaibi), respirazione forzata (2). Ahan (fr.), affanno (3). Jlahana (Hawai), caldo. Ahàna (sanscrito), sacrificio, Ahala (sanscr.), percosso (cioè che grida aha!). Haliam (Hawai), flagellare, anche hahau. Ha (oland.), interiez. di gioia. Ha ha ha (valacco), interiez. di allegrezza. Ha (sanscr.), vali ! oh ! interiez. di stupore, di ab- bominazione, di chi si rattrista. Ha nn (ebr.), heui! heu (4). Ha (ungh.), interiez. di domanda, coinè, qualora. Ha (Hawai), particella di senso non bene determi- nato: sembra un'affermativa (5). Ha Lp (turco), interiez. usata da quello che assente ad una dimanda o comprende l' intenzione di un altro. Ha, he (lat.), interiez. con cui si mostra di aver in- teso, p. e. Plauto Pseudol. Act. IV. Se. 5. Anche in tedesco ha ha si usa come segno di aver inleso, p. e. « ha ha nun weiss ich ; » ha ha, adesso iutendo (G). Uu (ted.), interiez. di sorpresa mista ad ira e sde- gno : di dispetto , di ammirazione, di domanda, cosa? che dite? come in italiano, a? cosa ? Si usa quando non si ha inteso o capito quello che alcuuo ha detto : oppure si risponde cosi quando si viene chiamali : corrisponde ad ah ! ahil ehi (II). Ha (fr.), ah ! heu I Ha (lai.), interiez. di chi grida come in greco ■ i. Ha (sp.), ah! ohimè 1 Ha (sanscr.), io (pronome) (7). (1) Adriano Balbi, Aliante Etnogr. America. (2) C. Gobelin, VHI,5iiH. (Ti) • Sucr d'almi • (Volt Cunvsp. II, 28CI 11 sensi» è anal> n > a quello che ha nella lingua dei Coraibi ~ anelilo (4) Pi Iraeus Mnsae Heliraeorum. (5) Humboldt, Kavvi, III, 054 ? 486. (li) Adelung, Hi/., in voce c (7) VelàiapanVavisuti. Trad. del chiarissimo Bor- tolazzi. Digitized by Google Ha (sanscr.), mancare, abbandonare. Ha (N. ZeL), respirare, espirare. Ha (Tonga), apparire, mostrare. Ila (N. lei), quattro. Ha (Hawai), quattro, Uea (Tahiti), quattro. Haa (Isola di Pasqua), cinque (i). Haa (liawai), prefisso verbale. Hah (ungh.), intcricz., ha ! (tcd.). Hah (Giappone), sole (2). Haha (led), intcricz. per mostrare sorpresa o pia- cere della presenza d* una cosa alla quale si ave\a |>eusato, p. e. « lui ha ist cs so zu ver- stehen, ha ha da ist es » ce, ha l ha l si ha da intendere cosi, ha ha egli è qui. Haha (iugl.), apertura nella siepe d' un giardino sull'orlo d'una fossa (3). Ha ha HKn (ebr.), intcricz. di riso. A" a a (gr.), inlciicz. di riso; p. e. •vedi Sofocle nel 4>iXoxTYjTT^ : anche Z i. Ha, ha, he (lat.), intcricz. dell'atto di ridere; p. e. Plaul. Pscudolus. Se. I, Act. IV, v. 50. Ps. Ul ego te hodie accipiain lepide ubi effeceris hoc opus! Siin. ha ha he le Terent. iu Eunuch. — ha ha he. Thr. quid rides? Gita, istuc quod dixti modo. Ha ha he (it.), interiez. dell'alto di ridere ; p. c. Machiavelli Mandragola Allo IV, Se. l.Ligorio. no : gli è lui: ha, ha, ha, he I . . Siro ... tu ridi. Ha ha (fr.), intcricz. dell'atto di ridere, p. e. Vol- taire Canine AcL 11, Se. 6. Blatte (riant), ha ha. fUaite (riant cncorc), ha, ha, ha, ha qu'ellc ett bien allrapée. Haha (led.), interiez. che imita il ridere (i). Uahahu hach (ol.), interiez. per indicare il riso. Queste interiezioni si emettono alle volte con certa affettazione per imitare l'atto di ridere, mentre in fallo non si ride: allora sono da con- siderarsi come onomatopeie. (1) C. Gebclin. Vili. filo. (2) A dr. Balbi. Ali. EtflOgr. Asia, (ó) Adclimg, biz. in vote c (4) Adelung, 1)«. in vwu c. L' interiezione dell' atto di ridere, sia spon- tanea, sia affettata, diventò verbo nella lingua del Madagascar nel significato del suo atto, della sua espressione generica: Hehé (Madag.), ridere. Haha (Tahiti), santo. Hàhà (sanscr.), cavallo. W aah 1 aa (M. del Sud), basso. Hahàtt (Tonga), rugiada. Aha LI (pers.), ahi particella ammirativa. ^6oK^in(ebr.), interiez. vieni, agc (i), ava tQH sul (2), aòii venite, agite. Aboi (cbr.), intcricz. di dolore. Habe, /ir ( re. ave (lat.), addio (il saluto). Hnbbezzù I jy^- (turco), bravo! ^/"«/OU* (ar.), astinenza, continenza, atto di astenersi da ciò che è proibito. 'Xr.itar.ai (gr.), interiez. di assenso, di consenso. Ave (pers.), ahi; scrivesi anclie acce Am (ingl.), guai ! Ave . timore. Ava nin (ebr.), disgrazia, pravità, avvenimento improvviso. Ava HIH avvenimento, avvenne, fu. T T Ava niS (ebr.), desiderio : aveo,e,s (lat.), desidero. At t 3H (eh (Madag.), dare: ireh (Java), dare. Awe (Isola del Prìncipe), bambù (ó). Ava 1^1 ( pers. ), alimento, nuuestre, eco, usi- gnuolo. Awa (Tonga), buco. Away (iugl.), via! fuori I Ach Ach è il suono che produce il fiato emesso da un petto oppresso. Ach (led.), intcricz. di dolore., di desiderio, d' im- pazienza : deh 1 ohimè, ahimè. ,/rn (olaud.), interiez. di dolore e di tristezza. Ach j.| (ar.), ah ! Ach (turco), ah I (1) Exod. e L v. 10. (2) Numeri IV. 48. (5) C Gebelin, Vili, 518. Digitized by Google Ach Pìi (ebr.),heu,eheu interi, di dolore, ah! (1). Ach *\ (turco), fratello. trh ffS (ebr.), fratello. T L'interiezione passò a nomenclatura del fra- tello, esprimendo uno stalo in cui si domanda aiuto. In seguito ach HK (ebr.), fratello, fu appli- cato ai parenti in genere «eh HS aguato. Achia (Canadà), fanciulli (2). Acha rTflfct (ebr.), ben, eheu. Ach (ebr.), uullameno, peraltro, ma, soltan- to, certamente, in vero. Acaj (Perù), esclamazione nell' atto di scottarsi a xaéw (gr.), abbruciare. Aga (fr.), interi., vedi ! guarda ! oh ecco qua, p. e. Voltaire ( Théàtre, LVI, 490. L'tlchangc Ad. II. Se. 5.). « Aga, uvee tvtre mari; cu contai blcus-lù me futiguent ». At Ae (Hawai), permettere. Aeì (Brasile), errare (3). A'it (gr.), sempre. Ahea (N. Zel., Hawai), quando. Altea (Tahiti), serve a formare il participio del hi turo. Aliec (Tahiti), fr uito simile alla fava e del sapore della castagna. Ah eh (ili.),. interiezione d'ironia. Hae (Hawai), stracciare, lacerare. tlahè (fr.), grido di caccia per fermare i cani che errano nella traccia, o che vanno con troppa furia ( i). Ahew (S. Zelanda, Talliti), naso. Ileeih (Isola del Sud), naso. Ai *S (ebr.), interiezione di dolore, ah guai [ Ai jo| (turco, persiano), oh! eh! Ai Ci (turco), grido per chiamare e per ammira- ti; Petrnei, NomaT« mi «Xe'ovi al ai Xàtfavi  pauroso. Hai (M. del Sud, Hawai), parlare, dire, t Ilaj (ungh.), ahi! ah! ahimè! Hajh (ungh.), ahi ! ah ! ahimè 1 Haj (ungh.), capelb. ZUVij (ungh.), strigolo: per l'uso d'ungersi con questo i capelli. Hai (chincse), mare (1); Ai (Ja\aSasak), acqua. Hajó (ungh.), nave, bastimento; probabilmente tanto il nome del mare iu chiuese, quanto quel- lo della nave in ungherese derivano dall' in- teriezione hai nell'espressione di dolore come relativo al pericolo della navigazione. Molte nazioni antiche avevano in orrore il mare e se ne serbano ancora le memorie. Gli Egizii lo chiamavano Tifone, che è il nostro diavolo. I Persiani non intraprendevano viaggi maritti- mi ( per divieto religioso ) (2) ; anche oggidì di- cono atei ai navigatori, perchè espongono la loro vita sopra un elemento si perfido (3), e molti nativi dell' Indostan ricusano perciò d' im- barcarsi (4). Gli Arabi, quando intraprendeva- no i viaggi marinimi Cuori dello Stretto di Ba- bel Mandeb, si vestivano a lutto; ed è perciò che cosi lo chiamarono^ poiché vuol dire porta del- l' 1 afflizione ; un porlo non mollo distante chia- masi .Ve/e, morie, una punta adiacente Carde- fan, funerali (5) ec. 7/o;'a huja (ungh.), e heja huja, far allegrìa, giu- bilare. Forse tale interiezione intende d" imitare la parola ailcluia (tf^VVtO notissima e pro- verbiale presso tulle le nazioni di cullo cri- stiano. Hd"ihu'i\^yg> ^Ije (ture.), imitazione di grida con- fuse di una lolla qualunque di combattenti. So- no le esclamazioni ai tu'. Heulen (led.) (pronunciasi hailen), urlare, pian- gere. (1) C. Gebelin, L ni, 519. (2) Pli linio. H. Nat.. XXX, c. II. (5) Umile de l'Inde, p. 517, Gioja, Fil. d. stica, I, 578 Stali- S4) Hvde. Robertson, India, p. I, gei. I, nota IX Bruce. Viaggi. L I, p. e altrove. Digitized by Google — 468 Aia (Hawai), perchè. Aia L^f (|)crs.), se, per caso, forse che. Aia TVìl (ebr.), fu, avvenne. Aiav 3* (ebr.), odiò. At'PoT (gr.), hen, bei, (ebr.), ah! guai! oibò (it.), inleriezione composta dì due suoni inarticolati, distinti e senza senso. Mie (fr.), interiezione di dolore, di tristezza. Aije (fr.), interiezione di dolore (1). ,/ien»ler chiamare : quin- di Aia 1^1, palina della mano; perchè i Turchi per chiamare alcuno battono le palme della mauo una contro l'altra. Aye (Timor Suiubaya), piede (2). Ajah (chinese), interiezione di sorpresa (5). Aia Lx((urc, ar.), dilfìcile a guarirsi (malattia). talai >^{^nn (ebr.), utinam per la 3. pers. Ala (sp.), olà, eh! oh! Dio. Halà (sp.), olà. Ala (Perù), infelice (5). Atà 5J| (pers ), turbamento, che torba, che in- sozza. 'Ala nSt (ebr.), giurò, esecrò, giuramento, im- precazione. (t) Voltaire, Tbéalrc, t. L1V. p.285, L'Indiscret, acte I. se 3. (2) Balbi, Ali. Etnogr, Oceania. (ó) Allgi m., Zìitting, Bricfe, aus China, Beila^e, 13 october 184G. Mi Pclraei, Nnmenclator. (5, C Gebclia, Vili, 526. Allah ajjf (ar.), (ture), Dio. Ala (Madag.), bosco, Baia» (Ja\a). A XaXj, A XaXtj, JXzUZu (gr ), chiamare, escla- mare. A'XaXa (gr.), Alala (lat.), acclamazione, schia- mazzo militare, prima della battaglia, vocife- razione dei villani. aYXaXafij (gr.), ululo dei soldati, giubilo, bar- rito, grido d'allegria. ATLaW-rpa (gr ), Alalagma (lat.), grido lieto dei soldati. Alalatj (Perù), esclamazione.. Mas (1). Alan (Perù), esclamazione, héias. Alalak fungh.), maschera. Ala nS7H (ebr.,), oltre, di là, più oltre. Alel ^»^n ( enr -)j canto lugubre. Alti (iiu»h.), cade in isvenimeoto. Alelai >J?$ (ebr.), guai! ahi! clelcu (lai), hei mi hi! Alò tÒT\ (ebr.), là, forse non? Alò liVn (ebr.), forse non? Chalila rÒÒO (ebr.), absit! Dio non voglia (2). Ana (ebr.), interiezione di carezza e di do- manda (3). A'4- (gr.), indietro! di nuovo, tosto. Anist (iugl.), basta! termine nautico (4). A nò (sanser.), come? si usa in atto di dubbio e d' interrogazione. Ao (Tahiti, N. Zel.), luna, luce, mondo. Ao (Hawni), nuvola. Alio (Tonga), nuvola, diecsi anche Aoo (5). Alio (N. Zel.), giorno. Alto (Tonga), giorno (C). Ayou (Africa Iudah), giorno (7). IIoou (Egillu), giorno (8). (t) C. Gehclin, Vili, 546. ('!) Pelraei, N'orm-nclator. (ój BrlLirmin., Gramm. Hebr., p. 219. (4) Potrebbe essere l'italiano arresta. (5) Humboldt, Kawi, III, 228. (ti, Adr. Balbi, Ali. Etnografico, Oceania. (7) Balbi, op. cit. Africa. (8) Balbi, op. cit., Africa. Digitized by Google Ao (Hawai), tentare, diecsi ancbe hoao. Aho (Hawai), fiato. A*w (gr.), spirare, io spiro, d*ondc arj|it. Hao (Hawai), prefisso verbale. Aho» (Isole Marchesi), manto. Ai 13fc e pronunciasi òe. Ba Li (persiano), con. Bi (gr.), voce di quelli che si chiamano l'un l'al- tro. Bai, Btj (gr.), va, vanne, d' onde Sri&i, Sa'St, vade (lat.). Bah (it.), interiezione di meraviglia e di disap- provazione, oibò. Bah! bah! (Ih), interiezione di disapprovazione, oppure di meraviglia ; d'onde ébahir, s'ébahir, sbaire (it.), meravigliare. Bah! bah! (ted.), interiezione di disapprovazione e di fastidio. Bah (sanscrito), crescere. Bafiai (greco), babae (lai.), -arai (gr.), papae (lat.), voci d'ammirazione, capperi! cappila! Bai (pers., turco), ricco. Bhnj (sanscrito), dividere, ripartire. Bàk JL (pers.), timore, sollecitudine. 1» »-'/.: j:- ì (gr.), esclamazione nei sacrificii di Bacco (2). Bai (lat.), voce usata quando si vuole sgridare alcuno ed imporgli di tacere, p. e. Plaut. Pseu- dolus, Act. I, se HI: Calidorus. Quid opus est? Pteud. Polin' aliam rem ut cures? Calidorus. At. Pseud. Bai. Cai. Crucior. Pseud. Cor dura. Be Beh (nngh.), ah t quale, come, ah come ! Bah (ted.), usasi spesso coi fanciulli invece di pfui, p. e., « bah bus es stelien ». (1) U.ipuis, Or , VI, 2, 293. (2) Euslatli. 22 — 170 — Behi (ar.), bello, prezioso Bei (leti.), per, per appresso (preposizio- ne) (1). Béi'à Lo (pers., turco), come? Beszegh (ungh.), aha! interiezione di scherno. Bi Bi »3 (ebr.), di grazia, quacso, obsecro. Bi (pers.), senza. Bih ju (pers.), buono, migliore. Bihi (pers.), bello. Bo Bo (sanscrito), heusl (2). Bs (gr.). Hèu (fr.), orca, specie di vascello. Heu (chin.), governatore di provincia (3). Heus (lai.), iutericzione di chiamata. Ei Ei (it.), interiezione di chiamata: avverte. Ei (cbr.), dove? VT& dove ed anche 7\# «Té, dove ? fii^l (ture), interiezione, oh, eh! bene, buo- no (avverbio). Ei (ted.), ei ei interiezione di chiamata, d' inco- raggiamento, di sdegno, di scherno, di compia- cimento, di desiderio. Ey (ted.), deh ! oh ! eh ! Ey (ingl.), oibò. Ei (ol.), interiezione di preghiera o di adulazione. Ei (valacco), hui! Ejej (ungh.), su via! Ej (ungh.), notte. Ei (Ilawai), ora, già, se, qualora (4). Ei (Tonga), porse. Eli ^ (ar.), chi, qualunque, il quale, che? chi? quale? Ei (lat.), a lui (dativo sing. del pronome it, ea, id), oi (gr.). Ehi (sanscr.), ascendi, monta! (eo, w, ire, lat.) Eii (ture.), costa, le coste, ossa dei lati del torace. I) C. Gobelin, Vili, 5. % C. Gebelin. Vili, 544. Uti ^> (arab. ture), esclamazione di un uomo che prova qualche dolore o che avverte. Hei (lai.), interiezione di chi piange od ha paura. Héj (ungh.), ahil, oh!, qua!, olà!, calore, ah! Hei hei ^ ^> (pcrs.)> grido, tumulto nel i timento, gran coppa piena di vino. Heìahu y&Lj» (ture), grido durante il combat- timento. Hei ^ (ture.), interiezione di chiamala, olà. Hei (sanscr.), interiezione di chiamata, //ii, heus (lat.). Ei (it.), interiezione di avvertimento. Hei (vai.), interiezione di chiamata = heus di chia- mata ; esclamazione. Hei (ol.), interiezione di gioia. Zfeii' ^g*» (pers.), l'essere, esistenza, sostanza, sus- Héj (ungh.), corteccia, copertura, scorza, fodere di coltrice, pelle, guscio, mantice, loppa, lolla. Uey day (ingl.), espressione di gioia. Heila (ol.), intericziouc di gioia. Ech "yVl (ebr.), come ? scrivesi pure "^IT Efa (gr.), particella ammirativa e che eccita al- l'attenzione. F.ja (lat.), su! via! animo, vi prego! Eija Col.), iutericzione di allegrezza. F.jaha (Tahiti), no, non, nè. Z/t'i'a / mirai ^( arab -)> ohlch! Fjaye (ungh.), oh! ei! Ueiìab _>ILe (arab.), timido, pauroso. Ueìhat v^A^ajb (arab.), lungi da ine! (particella di ripulsione), deserto estesissimo. Heìat *s,\S# (arab.), che fa molto rumore, che grida molto. Heit (pers.), grido, tumulto, gran rumore. Ueìiet &U» (arab ), forma esterna, aspetto, faccia, i ,) B iyer, Confuc Diss- Acad^Polrop, t. VII, p. 424. ;4) Uùmboldl, Kawi. Ili, 654. Ein ^1 (arab.), dove? d'onde? Uein (fr.), interiezione, plait il? Eìu y»\ (ture), buono, bello, bene. iM «t^f (ture), ah! ohimè! hélat. EchahìiyR (ebr.), hi qual maniera? Digitized by GoogI Eyea (Isola del Sud), pesce. Elio (lai.), avverbio di chiamata. HùJj (gr.), aurora. Eo (lai.), vado. E"w (gr.), io sono, ch'io sia. L"u> (gr.), mando, avrei mandato, colloco, vesto. E'w (gr.), io cucisco. Elù }M (ar.), benefizio, grazia, Ila y\ *J| (ar.), Dio. £/ 51 (turco), mano. Jjb^Hj» Belahel (ar.), mortale, che dà la morte. Halal (ungh.), morte. EXtXeo (gr.), grido , esclamazione, schiamazzo guerriero ( l). E'XeXeó; (gr.), chimi (lat), il sole. HXsXrjts (gr.), eleleù (lat.), donna baccante. fieni (lat.), interiezione d' ammirazione, di «le- gno, di avvertimento, di rimprovero a sè stesso. //em (fr.), interiezione di ripiglio (2). Hem (ol.), interiezione per chiamare alcuno. Emmo (Chili), cosi (3). Emoe (Tahiti), è morto, dorme. E'v (gr.), entro, in (lai.), in composizione priva come in amici», inimicus: ha forza di con- tenere in hutris, illustra, e di possedimento. Enim (lat.), congiunzione è derivata da ev. En ^| (ar.), in, tana, caverna di bestie feroci, larghezza. En (lat.), ecco, tjvt (gr.), ecco. En (sp.) animo ! orsù I En (lat.), interiezione di esultanza. E'u (gr.), interiezione di giubilo, di approvazione, scrivesi anche eo (4), d' onde eo felicemente (avverbio). Evam (sanscrito) j interiezione di approvazione annuendo =: in questo modo, con questo me- todo. (1) Schrcv. (2) Voli. Théàt-, t. LV. 52. Nanine, act II, se. 13. Le Comle, Tranquillement! Le Marquine, Hem! de qui parlez vous! (3) Georg., Marcgrav., Chili, Reg. p. 52. (4) Aristofane ExxXij? in Cne. Ew (resta in celtico) (teutonico), sempre: trovasi nel latino aevum. Evvàho «f~f (ar. pers.), che sospira , che trae gemiti. Hevahii Jt>\y» (turco), sciocchezze. 'Eusiv (gr.), heu I Evan (lat.), Bacco. "Eotos (gr.), Evhyus (lat.), Bacco. E vai (lat.), provoca, etti re. Evax ( lat. ), 'Eua$ (gr.|, interiezione di esul- tanza. Evge (lat.), 'Euft (gr.), interiezione di esultanza, di congratulazione , di allegrezza, di assenso, di lode, di approvazione. EW (gr.), interiezione di allegrezza (I), evhoe, evoe (lat.), evviva 1 proprio dei Baccanti, come evax. Eooa (Tahiti), pioggia. //eooo (Isola del Sud), capegli. Eoee (gr.), canzoni (2). Ehol (ungh.), ecco! vedi! Eou (Tahiti), mammelle (3). Eu (Tahiti), petto (4). Eouau (Tahiti), rubare di furto, dérober (5). Eeoui (Tahiti), ruttare (6). Fa. Fa (ungh.), albero. Faftr jjjOi (pers.), giunco di cui si fanno le stuoie. Fai (ungh.), legno. Fój (ungh.), fa male, fàjlal, soffre dolore. Faj (ungh.), specie, maniera. Fahi ^>\j (ar.), chiacchierone, futile, millanta- tore. Fai/ (ar.), che è in collera, eccessivo, esorbi- tante. Fayh (ar.), che esala un profumo. Fath (ar.)e Few/i, grandezza , estensione, (I) Eurypides in Cyclope. (2 Pausanij, I. IV. Bianchini, Si. Cniv , l. V, iH. (5) C. Gobelin. Vili, 544. 4) C Gcb., ivi, 548. 5) C. Gebelin, Vili, 544. (G) C. Gcb., ivi. Digitized by Google - 174 - abbondanza d' erbe o di pianle in una vasta coulrada. Faij (ingl.), conguagliare (T. nautico). Fe. ♦r; (gr .), disse. Fedftd JkiiXi (ar.), terra estesa, uguale ed unita; pronunciato fudfud, fondo, beni. Fthe iyj (pers.), emulazione, invidia, gelosia. Fej (ungh.), muugere. Feiah ^U» (ar.), preda, bottino, caverna. Ftifah ^lli (ar ), vasto, esteso (il mare), pron- to alla corsa (cavallo). Feifa LU* (ar.), deserto sprovvisto d' acqua. Feri igyi (turco) (pers.) particella d'approvazio- iic, bene I, bravo !, coraggio ! ♦iti (gr.), interiezione prah! heuì £w (gr.), /leu, eheu, papae ! capperi ! interiezio- ne di chi si lamenta, di ehi ammira, d' onde qi$op*t } c poi 9o{k'&> fugare , e (finita fug- go, fi (lai.) , fugio (lai.), afufar (sp.), fug- gire. Feev 3 Li (ar.), sentiero per sili difficili, contrada montuosa, spazio tra due montagne. Féud (pronunc. francese), oo (ar.), morte. F6 (ungh.), bollire, cuocere. Fi", (ungh.), testa, scrivesi anche Fej. Fi. Fi (valacco), interiezione di avversione, di fa- slidio. fi (fr.), interiezione di avversione, fi donc. Fy (dan.), interiezione di avversione. Fi £ (turco), interiezione di biasimo, esprime il disgusto, P avversione, fuori! via di qua! non me ne parlate più I Fi (ungh.) , interiezione per ischernire alcuno, pfui (led.). Fij (ol.), interiezione di disprezzo fi, fotti. Fi (lat.), interiezione di chi sente puzza, phy. Così pure fi fi (lat.), voce con cui si allontana alcuna persona che pule. Fifi (il.), fi (Ir.). Fy (ingl.), oibò. Fi £ (turco ), in, dentro, a, contro, sopra, in mezzo, per. Fie fie (ingl.), vergogna ! Fic*± (ar.), particella ammirativa, Phy (lai.), interiezione di maraviglia : « phy do- mi habuit, phy malam crucem » (Tercut ). Fif sjyj (ar.), sito, luogo, deserto, sito privo d' acqua. Fi fio (dial. ven.), paura. Fifar (dial. ven.), piangere, guaiolare. Fu. c uderiezione quando uno si Fu fu (lat.), 1 fa orrore e fugge daqualche t cosa fetente. Forse da Fu fu, derivano ♦uicrs.), memoria, sconosciuto. Jaj (ungh.), ahi ! guai ! d'onde ;'a/os, miserabile, infelice. laìi (pers.), infermo, ammalato. Jay (ingl.), ghiandaia. Jai^ì (ture), estate, arco, costellazione dell'ar- co ossia del Sagittario. Jàoh (il).), interiezione di dolore, ahimè, ohimè ! tao (chin.), essere, aia H»H (ebr.), fu, avvenne. / ao (Canada), corpo, sostauza. Japach HD' (ebr.), ansò, sospirò, parlò con la- j meuto, spirante : scrivesi anche HD' iapeach. l'aTTaTai i'*TT«Tata£ (gr.), interiezione d'inde- gnazioue, di sdegno. Uiath JeU» (arab.), grido, rumore, tumulto, an- che Hit oujs (pers.), grido, tumulto, gran ru- more. Jauh (malese), orzo. IVJ (gr.), iuteriezione, olà! eh! ah! di risposta (4). Ìt) Velàlapan'da vinati. •2) Humboldt, Kawi, I. (7> Enld>>ck. im Reiche, d. Geistes, Aligero. Zei- tung. Beilage, 8 julius 1847. (t) Aristofane fJaTpax 01 '° principio: così rispon- de Xanthia chiamalo da Bacco. Jaav 3K> (ebr.), desiderò. Fare (ingl.), mascella, ganascia. /air/ (ingl.), urlare, gridare. /'airi (ingl.), barca, canotta (T. nautico). J'aw (inpl.), imbardata, guinata (T. nautico). Javó «13» (ebr.), verrà. Jb Jbaba (lagal.), abbasso. Jbabao (tagal.), in alto (i). Jch Jch (ted.), con tono prolungato e ripetuto più volte è interiezione di meraviglia , p. e. « icn, ich, tch, wie schon singst du nicht » (2). Je le «j (turco), o, ovvero, ebbene! vediamo! inter- iezione di sorpresa e di meraviglia. Je (ted.), mai, giammai. Je è talora riempi tiva ; alle volte corrisponde al qttanto, in rapporto a tanto nella prima parte d' una proposizione, p. e., « je kiirzer desto besser » quanto più corto, tanto meglio. le (Zingani), è. "li (gr.), va ! (2.a pers. sing. prcs. imperativo). Jàh (ted.), ripido, erto, scosceso, dirapato, subi- taneo, jack. Hiè ^> (ar.), ella è dessa. J e (ingl.), voi, i/oh. / e (chin ), occhio (3). J t (chin.), ulla, villaggio (4). J'ea (inglese), si. Hit (fr.), istrumento per battere il pavimento. Hieb (ted.), colpo. lees (ar.), disperazione^ dolore, ciò di cui si dispera. leg Jb (turco), buono, migliore. lek «ib. (pers.), uno, una volta. lekek JL^ (pers.), lago, staguo. Jth (Bali volg.) , acqua (5). (I) Buschmann, Humboldt, Kawi. Ili, 621. (*2) Ilemmcr, Gramm. Ted, 406. (5) Bayer, l.cx.Sin. Uiss. Acad.. Pelrop.. I. VH.p. 355. [4 Bayer, Lex. Sin., L VII. Diss. Acad., Pelrop., L Vi), p. 34C. (5) A. Balbi. Ali. Etn., Oceania. Digitized by Google - 177 - Vii (gr.), voce di minaccia; hui! (lat.). Jei (ili.), gufo, hi è un grido di dolore simile al- l' Ae» (lat.), esso servi di nomenclatura all'uc- cello celebre nei pregiudizi delle nazioni per essere di pessimo augurio. Mi »n* (ebr.), sia, sarà. lei'u (turco), alimento; d' onde ìeìegick xfJLsc^ (turco), pasto, alimento, viveri , ciò clic sarà o può essere mangiato. Osservisi come è simile a jejunus (lat.) e jentaculum. lei (turco), vento, soffio, flato del venire. For- se jT/ b (turco), aniio, deriva dal nome ge- nerico dei venti, dallo spirare dei quali si di- stinguono le stagioni. J'eij (Azteco), tre (1). /eou (Virgin., Caraibi, Algoncliino), quattro (2). J'ou (Abenaquis), quattro. J'aou (JSoridgewalk), quattro. Iluaeia (America, Cora), tre (5). l'cù (gr.), heu, interiezione di derisione. lem \yj, (pers.), perdita, atto di smarrire un og- getto. lenm njiT (ebr.), Dio ; d' onde poi Jovis (lat.), e juvai-e etc. Im Min (fr.), interiezione di dubbio, d' interrogazio- ne, di stupore, come hom e hou. In In ^jì\ (pers.), questi, questo, 'Firn (ar.), lana tinta in in diversi colori. l'u (gr.), Imi ! Ioli (illirico), oimè. lob 3ì*K, il nome Job, Giobbe, vuol dire gemente, dolente : sembra derivare dal suono patetico io nella espressione del dolore. lo (lai.), interiezione di chiamata c di dolore. Iw iw (gr.), interiezione di chiamata. lai fai r.n- Tvta po\t rp:^po|xos,heus heus veneranda pro- gredere (i). (1) A. Balbi, Ali. Rlno^r , America. (2) C. Gebelin, Vili, 519, 514. (3) A. Balbi, Atl. Eln.. America. (i\ Eurypid. in I VOL. I. lo (ung.), viene. Iw uó (gr.), interiezione di giubilo. loh ioh, d'onde le parole celtiche e teutoniche io/, iol, che si riferiscono alla gioia (1). lo, io (lat), interiezione di giubilo , d' onde jubi- lart, e da io, iocus, jocori eie. (2). Io (lat.), è interiezione di chi salta per allegrezza. Valerio Fiacco, Argon, v. 71 5, dice che Apollo stesso cantava iw ratav io paean (lat.), per la vitto- ria riportata sul serpente Pitone, c che le Nin- fe del fiume Pleisthus avevano applaudilo ri[M>- tendo queste parole d' incoraggiamento io, io, che passarono nei canti c nei riti del suo trion- fo. Il fallo è che questo grido naturale d' alle- grezza si udiva nelle feste di Bacco, d'Apollo trionfatore ecc., cioè in tulle quelle nelle quali si giubilava. Da questo io, io, dei riti di Bacco e d'Apollo deriva la parola j'oie (frane), gioia (il.), e ajonjoli (sp.), allegria, e in francese- an- cora più perièlio si serbò nel grido ;ou, jou, gioia, e in portoghese joyo, nome del Lolium che produce Pubbriaeliezza. 16 (ung.), buono, bene. lo (copto), nome sacro della luna, d' onde tw, io, (lai.), la luna (nella lingua mistica degli Ar- J'o' (chinese), caro (.»). lo ((-airi), padre (4). Jo (dan.), particella affermati nia, si Ioh (ili.), no. J'o (sanscrito)., qui (5). Fo (chinese), ivi (6). Ilio (M. del Sud), lo stesso, il medesimo. J'o (cbinesc), luogo da lavare (7). J'o (chinese), gemma, gioiello (8). ( I ) Nodier, Dici. Onomat. Francais, in voce riolou l'i) Mirimeli*;. Diss. Einfluss. il. Sprachen. (3) Baver, Lev Sin., U VI, Acad. Pelrop., p. 346 (4) Ad'r. Balbi, Al!. .Eln.. Africa. (5) Vetalapancaris.ili. ((»» Baver, L.xic. Sin., 345, 1. VI, Acad. Pelrop. (7) Bayer, Confucii Liber , l. VII, Acad. Pelrop talora con Iro- P .4! '«) Bayer, Lex. Sin , 315. 23 Digitized by Google lo (Hawai). come. Joa (Tahiti), nome. Job (ingl.), lavoro, piccola opera. Jou jou (oh), interiezione di scherno. Ilio, cr- sona singolare. Me (lat.), pronome indicante la prima persona singolare. Me (ita).), pronome indicante la prima persona singolare. Me (spago.), pronome indicante la prima persona singolare. Me (port.), pronome indicante la prima persona singolare. Me (vai.), pronome indicante la prima persona singolare. Me (ingl.), pronome indicante la prima persona singolare. Meoh (ÌNaudow in America), me, io (4). AfeM (pers.) (turco), me. Mi (b. sassone), me. Min (svedese), me. Mik (presso Ulfila), me. Mich (ted.), me. Vi (angl. sassone), me. Ma Lo (pers.) (turco), noi. Men ^y» (ar.), chi ? questi, colui. Mi (ungh.), noi. Ma proibitivo in tre diversi ceppi di lingue, in sanscrito, in lagalico, in messicano (5). Ma (sanscrito), non, no, nè. Ma ma (sanscrito), non, no; questo suono ripe- luto si modifica in matma per eufonia. (1) Vi potrebbe essere un rapporto ira imi (Tahiti) mangiare e mah (sanscr.) Crescerei cosi in Ialino da alo nutro, alitu» atlus (cresciulo). (2) Georg: Marcprav, Chili Rcg., p. 33. (3) C.Gebelin. Vili. 515, 54fi. (4) C Geb.lin, V1IL 5*2. (5) Humboldt, KawUll."7. 179 - M D (cbr.) quando si unisce ai verbi per dare lo- ro il valore di modo congiuntivo spesso esprime negazione: « nè, non » p. e. lloVp (milemod), affinchè non impari ; mentre TìoV (lemod) vuol dire imparare. (gr.)., uoo. Mahhah ^Gtf (ar.), mentitore (cioè che nego quel- lo che è). Mai (Hawai), nè, uon. Come si vede il suono m vale istintivamen- te come espressione negativa. Qui osserveremo un altro fatto di quella legge che riconduce I' uomo nelle produzioni ideo-fonetiche ai primi rapporti spontanei. Ma- (jis (lat.) che vuol dire « di più » si cangiò in italiano in mot : ora questa parola, che in o- rigine >olcta dire « di più > per la natura del suono che istintivamente serve all' espressione negativa, passò a valore negativo relativamente al tempo — mai in italiano — in nessun tempo, e nei dialetti veneti acquistò scuso negativo assoluto : equivale perfettamente a ho: p. e uno domanda « hai veduto il tale? » I alini rispon- de « inni » cioè no. La stessa parola magi* si ridusse a ma (ital.), me* (sp.), «noi» (Ir.), ec. ed acquistò un senso vicino alla negazione, cicè di dubbio e di opposizione, ino = sed. at (laL). Ma (ungh.), presto. Mà (sanscr.), interiezione di meraviglia e di stu- pore. Mà (sanscr.), luce. .¥« (sanscr.). Laksbmi Dea moglie di VLshnù. Mah sLo (pers.), luna. Ma (N. Zcl.), chiaro come il color bianco. Ma (ungh.), oggi. Mahà (sanscr.), grande, maggiore; ma (sanscr.), estendere, misurare. Maha (N. Zel.), molto, molti. Mai (celtico), grande. J/oi (Tahiti), di più (1). (1) C. Gebelin, VII, 545 Digitized by Google — 180 Vau (Talliti), mollo. Mau (Tahiti), montagna ; dicesi anche Moua (1). Meo (Hawai), essere grave ali mi. Vea HipO (ebr.), cento, in origine esprimeva una ! i quantità grande indeterminata come si vede dalla parola "1KQ meód che vuol dire, assai,- grandemente, ed e simile nel suono alla forma plurale di meo ; come se si dicesse : » centi. Marlin ! ìlarhà (antica lingua dei Limiganti, po- polo sarmalico) grido col quale si precipitaro- no sopra Costanzo Imperatore verso il 357. E. | V. Secondo altri il grido era /f 'arha /far- hn! (2). .Vernini (lat.) e memor, ricordare, memore. Ve (Hawai), e (3). Ve «4 (ture), ma, ecco, guardale. Ve (Tonga), da (preposizione) a quo. Vch (Java), quasi, presso — bei (ted.), apud (lat.). Vo (Tonga), con (preposizione di compagnia) (4). .ilo (il. dial. Veneti), particella, dubitativa, di ri- flessione, di pentimento : ebbene ! dunque ! pur troppi ! È pure talora enfatica. ilerhaba Uay» (ar.), interiezione usala come for- mula di sanilo. .Vimo (ili.), \icino, rasente. .Voe (Hawai), dormire. -Vo*/i (il, Zelanda) parola clic pronunciavano quei selvaggi quando avevano desiderio di qualche cosa. Mu Vu/i (Chili), non, no (5). Mu (lai.), particella che significa il terrore. PlauL in Cacco, quis tu es qui duci» me? mu, peri hercle. Aferest.Mu facerc (mul ire) Lucil. satyr. L 3. Me non laudare hominem quenquam ne- que mu /«cere unquam. Amu (Perù), muto (6). Vm, una cosa da niente, (tu ( Varrò, I. 1. de L. L.c\ Ennio) quod nimirum est. ncque ut ajunt j (I C. Gobelin, Vili. 511». (■2 Gibhoo, Ihsi Decline, eie. T. Il, c. XIX, p '282. (."► Humboldt, K..«i. III. ÙM. (i llumboldi, Kawi, HI, 589, g ",± (.*>; Georg. >larc).Tav., Chili, Reg., p. o'2. (ti) C. Gebdin, Vili, M6. li'j facerc audeat, Mul face re (Apuleius Plato- nica), di quelli che non osano murire, -Vnm (ingl.), sta zitto ! Mi (sauscr.), comprimere, serrare. Da mul (lat.), deriva mutus ecc. Muhadi ^Ls? (ar.), coraggio! andiamo! A a Ao L* (pers.), no. Ao (zingani), no. Ao na (sanscr.), no, non. Nana UU (ar.), no, uè. IVanà (sanscr.), interiezione di chi resiste. Nànà (sanscr .), senza, absque, citra = - W lata (turco), no. IS'anu (sanscr.), niente affatto, nequaquam, nun- quidl bene, bene! certamente, va bene (1). Ao (cbr.), interiezione di carezza e di do- mauda Ana di grazia, eja, quaeso. .Vamii (sanscr.), gratitudine (I). Acni (sanscr.), ringraziamento. (M. del Sud), qua, cola, egli (2). Ao (Tonga), indica il passato (.">). Ao (Tahiti), guarda! (4). Ao (ot), dopo. A'a (ili.), sopra, in. A'a/i (ar.), debole, languente. Aoi (gr.), une (lat.) inleriezione affermativa. Al Ac «j (pers.), non, no. Ae (ili.), no, non, nè. Ale (ungh.), niente. Afe (lai), particella negativa, proibitiva. Aè (IL), particella negativa. Acni (ungh.), no. Aeeii (ol.), no. Acmi (lai. aulico), no (5). ì\e «_> (ture), che, come, quale ? (I) Vvacirana 2) lluinlwldl, K,uu. Ili, «17 (3) Busclimann, Kawi Humboldl, IH. 597. (4) Bumboldl, Kawi, HI. òóó. (5) Per e. in Lucrezio, libi III. v '20(1 Al cantra lapiiium conjecUwt tpiclorumqnt Ncnu /«ile»/. Digitized by Google — 481 Ae ( Cirn il me, io (I). Ae(angh.), ecco, vedi! ecco qui, tu lo hai da- vanti. Ae (Citili), ocelli (2): lo crederei d'origine inter- iettiva, quasi volesse dire vedi! guarda! come in ungherese. Ae (ungh.), la donna, la signora; scrivcsi an- che wS. A3 (ungh.), crescere. Aehuh y*j (ar.), crudità degli alimenti. Acise .' (ungh-), ecco qui ! Aelek! (ungh.), eccovi! a voi! Ai- Ai (lat.), nè, no, se non. Ai (fr. ■, nè. Ai (sp.), nè, neppure. Ai (ili.), nè. Aift «j (pers,), metti in sito (2. p. sing. piva. imperai» o ). Air»» (ungh.), vedi! vedi! ecco! guarda! Ao (cbr.), annullò, rese Aon (lat.), no. Ao (it.), particella negativa. M (sp.), no, Aon (fr.), no. ,'Vo (ingl.), no. Ao (vai.), interiezione d'i Ao (ungh.), ora! adesso; nun (tcd.), vedi! Ao (Hawai, Tahiti, Nuova Zel.), da, dal. Aojsa (ungh.), ebbene! A« Au (ili.), interiezione di esclamazione. Vii nu (ili.), interiezione di disprezzo. Au nu nù (ili.), interiezione di derisione ; ■ nu vèlika cjò\jèka » oh che grand' uomo! Aij/i sj (pers.), tyi nove (il numero). Anni (lat.), perchè? ora, come, numquid, forse è la stessa parola pwv (gr.). AlMMMI (sanscrito), certo (3). (1) G Gobelin. Ili, 514. Georg. Marcgra?. Vyacarana, '252. 1 il |2J Georg. Marcgra?., de Chili, Reg. 32. Nuvt* (gr.), e vuv ora, adesso, d' onde, nunc (lat.), che è nun unito al suono espletivo ce come in hicce haecce, ec. (1). Ann (ted.), ora, adesso : d' onde nu che si fa an- che sostantivo Au attimo, momento di tempo. O 0" (gr.), interiezione di meraviglia , d' ammira- zione. 0 (laL), interiezione d' ammirazione, talora co» disprezzo. Oh (sanscrito), interiezione di ammirazione, Ira- scrivesi anche Ho (2) ed Ho hi. Oh (ili.), interiezione di meraviglia. O (ol.), di ammirazione. Olio (tcd.,), ed anche Hoho, interiezione di ammi- razione. Ho (fr.), interiezione enfatica, « /io! ceci uest pas un conte » (5). O (lat.), interiezione d'irrisione : « o praeclarum custodem ovium, ut ajunt, lupum! » ha vera- Oon (lat.), grido di allegrezza, d' onde il verbo ooore, eu«£eiv (gr.). Oho (lat.), iuleriezione di meraviglia, quando si ammira qualche cosa avvenuta all' improvviso e si riconosce con gioia . Così pure oh interie- zione di esultanza; deprthendenlis, depreltenti, exultantis (4). Ho /io (fr.), alto di ridere (5). Hohotescu (vai.), ridere, cachinnari. Ofw (gr.), va via! apogei (G). 0 (Hawai), niente di ciò! 0 (Hawai), segno dell'imperativo dinanzi al ver- bo (7). 0 (ili.), di, intorno, nel, al, alle (preposizione). IT (gr.), io manderei, metterci. (I) Aristofane scrive sempre vuv. non vuv; p. e. Ittici; ad un ter/o. (2l Vyacarana, 150. (3) Diderul., Rfligieuse. (t)Calep., in voce Oh. (5) Vullaire, Tliéatre, t. LV., p. ti. Nanine, ael. Ili, se. II, Blaise (ri-mt) H ((») Rurvpides. HpaxX. (7) Huniboldl. Kawi. IH. Old Digitized by Google - 482 — O O vocativo in tutte le lingue. Oh od Ho IH (ebr.), grido di chiamata UT (gr.), oppure O" grido di chiamata. O (lat.), grido di chiamata: » 0 Ctesipho, o Syre, o regina ». (Plaut.) 0 (il.) ed Oh grido di chiamata. O (vai.), eli! 0 (tcd.), grido di chiamata; olà i il. i. Ho («land.), grido di chiamala. 0 (Hawai), rispondere (1). Ho (chincsc), nome (2). O (Hawai), suonare, suono d' una campana : es- tendere (la mano, le dita) (5). Credo che il gri- do o nel suo scopo istintivo e nel suo effetto di cliiamare sia divenuto nome del suouo della campana, e del suono in genere, siccome mez- zo per chiamare, per avvertire ; come pure in- dicò l' estendere della mano o delle dita, per- chè tali gesti erano equivalenti ai grido di chia- mata o di risposta. #/»/io (migli.), vedi, guarda!; grido che determina l'attenzione. Oh oh (it.), grido di avvertimento. 0 (IL), eli Oh (lat.), interiezione affermativa veemente. U (gr.), interiezione affermativa. O (vai.), grido di approvazione. Oo (Tagal), si; no: (lai.). 0 quindi da (mesto suo servigio interiettivo di chiamare e di accennare che si ha capito, di- venne pronome. 0 (lin eo), egli, quegli, lui. O (pera.), quegli, 1' altro, il suo, di lui, quel- lo là. O' (gr.), il. il quale. U' (gr.), al quale, a chi, cui. 0 (ungherese), egli, ella. Ho (Tonga), tuo (4). fl)llu (gr.), j)ioto. Hoa (chincse anamitico), fuoco (3). Ou (Oceania Oualan), fuoco (4). Oeie (America reg. Atlantica), fuoco. Fati (Wocons, reg. Atlantica e dei laghi, Ameri- ca), fuoco (5). Oho (Hawai), capello; lo derivo dal grido di do- lore o come appunto haj, grido di dolore, volle dire capegli in ungherese. Uoo hoo (Tonga), mammelle, petti. 0 (Hawai), viltuaglie pel viaggio (6). Hoo (llawai), digiunare. Hoo (Tahiti), vendere. Ooh (Egitto), luna (7). Hoh (ted.) hoch, alto. // ' (ted.), altezza. Hohonu (Hawai), profondo, profondita. HooUio (llawai), far discendere. Oah (America settentrionale), grido che ripctesi tre volte nelle feste da quei selvaggi (8). Nei (1) Bayer, Lex. Sin.,DÌ8s.Acad. Petrop,l.Vl,p.545. (•i.i Questa promiscuità «li nome alla luce ed all'ac- qua si vedrà nel Dizionario Ideologico. (3) Adr. Italbi.Atl. Etn.,Asia. (4) Adr. Balbi. Ali. Etti., Oceania. (!>; Adr. Bulbi, Ali. Etn.. America. (6) Humboldt, Kawi, III, Ut 7. (7) Adr. Brflbi, Atl.Etn.. Alnca. (8) Raynal. L I, Élabl. Européens, pag. «5. consigli dei Natchi, l' oratore ad ogni pausa viene applaudito collo stesso grillo oah ! oah!(i) Tal grido da quei selvaggi si profe- risce in varie occasioni, p. e. quando i loro canoti inoltrano difilati, sulla prora del primo sta in piedi ritto un capo che ripete onn, la pri- ma vocale sopra una nota alta e corta, la se- conda sopra una nota sorda e allungata (Cha- teaubriand, viaggi in America). Oa (Cafro), padre (2). Oa (IN. Zel.), amico, amare. Hoa (Isole di Società), amico. Oaoa (M. del Sud), sembra voler dire nessuno (3). Ooon (Tonga), non, nè. Hoa (vai.), interiezione di fastidio. Hoaif ( ingl. ), grido con cui si chiama (T. nau- tico). Oha (Hawai), germogli dell' Arum etculentum. O a (gr.|, |>el]c di pecora, sorbola. 0", a, w a (gr.), voce emessa alla vista di per- sone note che mancavano da qualche tempo. Oaf (ingl.), baccellone, sciocco, che tiene la boc- ca aperta e fa 1' allo di stupore 0 A. Hoahu { Hawai ), raccogliere , dicesi anche hoou luulu, Ahu raccolta. Hoauau (Hawai), lavare : avau. Ohao (Tagal), sete. Och. Och (ol.), interiezione di desiderio, och.' of. Hoch (ted.), allo, Hòhe, altezza. Ocò (it.), iutericzionc di giubilo, jucWie (ted.). Oc. 0 ri (gr.), grido di chiamata (4), d onde U orecchio. OY (gr.), esclamazione di dolore, d'onde il ver- bo ù%o> esclamo e 0'yp.o; Ohe (lai.), esclamazione di dolore. Oe (Tahiti), lu, spada. (I) Chateaubriand .Naichi. [» Adr. Balbi. Ali. Elnogr., Africa (5) Humboldt, Kawi. HI, 'J31. (4) OVj, T, S £v froXawt Swjia'Twv Xuptf : (Eurypid. in 4»otvtTT) Ohe «pjis ad porla» JoOHU est' Digitized by Google Oc (Is. d. Oceania), si (1). Olir (lai.), interiezione rbe dimostra sazietà fino alla noia e impone di finirla (2). Oe (dial. ven.), interiezione che chiama, e si usa imperiosamente. Hoc (fr.), grido di esultanza. Hoc (ol.|, come interiezione d' ammirazione. Hoc (ingl.), zappare, sarchiare. Ohea, Oheii (Hawai), zappare, sarchiare. Houer (fr.), zappare, //oe (chin.), fendei*. Houw (ol.), colpo di sciabola, d' accetta, d' onde hauen (led.*, fendere, colpire. Uoe (Tonga), primo. Oi. Oi *ln (ebr.), interiezione di minaccia, di dolore, ahi! guai ! oh ! ohi ! ohi!, me! Cosi Geremia, cap. XXIII, v. \ btnv* >jh m nln» >jìs -tc» ria Ot (gr.), interiezione di disapprovazione e di do- lore (3). Hot (lai:, interiezione di lamento, di chi deplora, di pianto. Hai (Hai.), ohi ! ahi ! Hoi (Hawai), ancora, in fallo (t); Oi (Hawai), su- perare. //oi (Tahiti), ancora. It»i ( Hawai )., voltarsi indietro , andare indie- tro {A). Noi (Hawai), è uua specie di radice (4). Iloi (sic), quella. Oi oi (Hawai), riposare. (Il C. Gihelin, Vili, 5. (À, .O/iejaiii salisi ohe librile» (Marlial. IV) « Quis ni'Étrjs sic trangis forcs ohe inquara si- quid audi* (Plani. Asis., sr. 111. acl- 11). «Accede rtiaui mine etisia none: ohe nunc « (PlauL Aulul., se I, ad. I). (5) Arislof. Eipiqvt) a due terzi: iicitiq9|( y' t v ' tv ttìJ ixxXrjsfiat , w ? 7J>i\ «oXe|Utv, Xifu Tt?, ot xaàrj|A£vi: •Jtts tb *6»s X.e'f(i>T' INVOnSc ot. (4) Humboldt, Rawi, III. «",'2. ^ 157. (2). Oioib. — 484 — Oi" (Tobolsk), luna {{). Hoia ÌT1H (ebr.), Oia (Tahiti), sì. Hmnia (Hawai), verità, Hooi (ol.), fieno. Oiev (ebr ), nemico, 3*X aio», odiò, s' inimicò, Inowaha vahaoe (Hawai) odiare. Oiun ^jl (turco*, intrighi, inganni, farsa, « media ; scrivevi anche .  (gr-lj quantunque, quando, ancorché (parti- cella riempitiva). Pi. Pi fili.), interiezione di Pi pi (ili.), interiezione di Piti ) PHiah ) (""?"•>> vcr gogna' Puh (ingl.), pxh (tcd.), interiezione, via f via di qua! (1) Musus Uni v. an. 7, p. 351. (2) A. Ball i, ah. Em., Africa. (3) Voti , T I V. p. Il, Théat, Nanine, acteJI.sc. V. 14) llun l. I,li. K..WÌ. HI, o5t. (5)An>t. stella, Stern (ted.), ee. a tale origine. Chut (fr.), interiezione di avvertimento. Schuck (ted.), interiezione con cui uno si lagna di un freddo sensibile : è un suono prodotto a Digitized by Google — 4.8 denti chiusi, come appunto si parla quando si ha freddo. Da questa derivò tchuken (parola non più in uso), scuotersi, tremolare: ora tchiitteln. Ztjkh (turco), palpito del cuore per gioia o paura. Zuz (turco), rimprovero, strapazzo. Zuzé t j£ (pcrs.)^ gemilo, lagno. Da, Ta. ItódA (ili.), bene! bene! Ta F\ (ebr.), sillaba affermativa (l). Ta (rhin ), grande (2). Ta r\Tl (ebr.), vieni (imperativo) KHK venire. Ta (sanscrito), quelle (pronome plurale femmi- nile ). Ta (W ), quelle cose (pronome plurale neutro). Ma nnjl (ebr.), tu (pronome). Daa n^n (ebr.), volò, nibbio, avolloio. Tai taiaut (fr.), grida per chiamare un cane (3). Thai (N. Zel., Tahiti, N. Olanda), uno. Tarare ! ( frane. ), bagattelle, interiezione ironi- ca (4) sa bon! bon ! je m'en moque (5). Tao (Cairi), mano (6). • T oaa (Cafri), piede. Ta y ta, ta (Ir.), basta! (7). Ta, ta, ta. Il raddoppiamento del suono ta ta significa un rimprovero di troppa celerità : « ta ta ta voilà bicn instruire une affaire. » Nelle sale d' armi si diceva « e' est un tata per indicare un uomo che sempre vorrebbe battersi » (un ferraillcur) (8). Tata (sanscrito), interiezione, Tata ! (9). (1) Lozzato, Proleg. 427. 2) Bayer, Conine, Liher, 421. 3j C Gcbclin, Dici. Fr. 103G. 4) Voltaire, Tuéàlre, L Enfant prodiguc, ade II, 7 — Tata (sanscrito), deinde, dipoi (1). Tata (sanscrito), colà, da quel luogo. Tatà tatù (sanscrito), cosi, cosi, ita, ita (2), Tat (sanscrito), questo, hoc (3). That (ingl ), questo (pronome). T«TT«t (gr.), interiezione d' ammirazione. Tatae (lai), interiezione d' ammirazione. Plaut Trucul. « tatae ccquis illa est? » An- che di assenso p. e. (PlauL Sticho) Fac tu hoc modo. St. af fa hoc modo. Sa. babae ! St. tataeì Sa. papati St. evax, sembrami corrispondere alla nostra maniera affermativa = s'intende ! man- comale ! Tato (sanscrito), itaque, pertanto (A). Ttiav (tartaro), formula impiegata quando si beve alla salute d' alcuno (turco), mezzo, me- se. 5, (5) DicL Fr. Arabp, in voce c. (ti) Adr. Balbi, Ali. Etti., AlVica. (7) MjSt d. P..ris, t. IV, Madam. de FermonU («$ Volt. Dicu, Pl.il , t VII, in voce. (9) VeUlàpau'cavisdti, V, 48. Te ecc. Te (oland.), preposizione, o, ad: entra in moltis- sime frasi, dare, determinare, sensi diversi. T»j (gr.), prendi (2. persona singolare, pr. impe- rativo), d'onde tiJjh, prendere. Té té-Mi (rmgh.), qua e là. Tir] (gr-). da questa parte, qui, qua, di qua. Te (gr.), pronome ut. Te (lai.), te. (Fé (ilal.), te. Te (sp.), te. Ti (gr.), perchè ? cosa ? quid?, xi (indefinito), qualche cosa. Tja (ili.), interiezione di sdegno. Tchjà (ili.), interiezione di rabbia, di sdegno. Doh (it.), iuteriezionc d' ira, di dispetto (5). Do (ili.), sino, fino a (preposizione). Do (Assain. presso i dogali), specie di ronco- la (6). Toa (isola di Pasqua), uccidere, nemico. Toia (selvaggi della Florida), il cattivo principio. ti) VetaMpMr*£afnatL (2) Vetallpan'éiviuli, (T>| VelalftpauV-.ivis.iti. (4) Vc-ialà|ian'cavisati. (5) Machiavelli, Commedia, allo III. se. VI, U VI, pag. 349. (ti) Rurnagnosi, t. II, p. I, pag. 672. Digitized by Google Topp (ted.J, va! troppo! Tópe (fr.), interiezione di eccitamento (1). Tuah (malese), vecchio, antico. Dhudhu (Java), no. Tut ) (ingl.), oibò ! interiezione di disapprova- Tush ) zioue. 77iti» (ingl.), cosi, va bene ! (T. nautico). Tut, lui, tut, tut (ÌS. Olanda), espressione di me- raviglia. Tój-lo (illir.), ah ! ah ! questo ! questo ! Tu (it., lat, fi-., sp.)_, tu (pronome). Do (ingl.), fare. V. Uh (Hai.), guai ! si ripete spesso uh! uh! uh! (2). / 7i (ili.), guai ! via ! e interiezione di meraviglia. f J (gr.), interiezione di meraviglia (3). Uhu (Tahiti), interiezione di sorpresa ingrata, //u hu (valacco), interiezione di allegrezza. Hu (fr.), interiezione di avvertimento. Hu (ehin.), tigre (4). U (ebr.), quegli., egli : pronome clic serve anche di affisso della 3. persona singolare ma- schile e che allora scrivesi } ; per c. V{3 più, la sua bocca, la sua faccia. Hu (sic), egli stesso, medesimo. U (ol.), pronome, \oi pel singolare e plurale e per tulli i generi, pei casi dativo, accusativo, ablativo, d' onde uw (ol.), vostro. // ho (ingl.), chi ? (pronunciasi «). Li (Caraihi), quegli, quello (5). U (Canada), è un articolo (G). Ou (gr.), di quello, di lui (genitivo sing. del pro- nome 0{). U \ (ehr.), congiunzione copulativa : corrisponde; all' e ascolto composto da »w ed ax, resto di una parola dello slesso ceppo di acuo (lat.), d'onde acus, acer, ecc. ; sicché vorrebbe dire — acutamente, con forza, bene ; onde «xu'w sarebbe, sento be- ne, capisco. Vi (Hawai), domandare. Hu (Brasile Lingoa Gcral), acqua. Hu (Brasile Mundrueus), acqua. Hhu (Brasile Chimauos), acqua (4). Hu (chinese), acqua (2). Hù (cbinese), lago. Hue (ehincse), sorgente, getto d'acqua. Huon (chinese), limpido, trasparente, bianco. Ulta (Tonga), pioggia. T"w (gr.), piovo. Hu (sanscrito), versare, offrire. Hwja (Java), sale. Uhu (M. del Sud), sale. Queste due vod indicanti sale devono essere in rapporto con quelle sovra citate indicanti acqua : il sale è nclF acqua del mare. ! Va (Zingani), sì. Ua (Caraibi), no, negazione ; »' (gr.), no. Ou'at (gr.), interiezione di minaccia, vae (lat.). Hua km (Perù), figlio (3), uts? (gr.), figlio. Jlua (Hawai), (rullo. tt'm (iMadag.). frutto. // oh (Java), frullo. liuah (malese), frullo. I ca (lai.), uva. Uuh y^a. (pers.), malattia, afflizione, peccalo. Hiihh (ar.). amore, affetto. Hucr (fr.), gridare dietro alcuno, fischiarlo, largii hu hu, d'onde huée (Ir.) grido di derisione della moltitudine verso alcuno. (I) Adr. it ili»*. Ali Kinopr,, America. ti) C. GoMin, t. 111. oli». C. GelMlin, t. Vili, 531. Digitized by Google — 189 - l 'f^i\ (turco), interiezione di collera e di noia. Httjf (ingl.), braveggiare. Ouf(fr.) interiezione di tristezza (1). Hui UH (ebr.), interiezione di dolore (2). Huyeyu (Caraibi), fuoco (.1). grido di dolore per la scottatura. Hui (it.), uh! guai ! Hui (lat.), interiezione di ammirazione e talora d' ironia (4). Hui (ili.), interiezione d' ironia. Hui (il.), interiezione di eccitamento, su via! Hui (ted.), interiezione con cui si esprime il vo- lere che si faccia tal cosa presto, vivacemente, d' onde hui (aggettivo), celere, presto, per es. * « cr ist zu hui » ed il sostantivo Uni, istante, momento « in cincin (lui » : anzi se ne lece un verbo colla preposizione After, cioè iiberhuimi, far troppo presto, precipitare, p. es. « er hat die Sache flherhuirt » (ó). Hui (dnn.), fai*, làr allegria, jauchzen (ted.). Ui (Sakat o Sokka), luna (6) dicesi anche Lich. Hui (llawai), mescolare, unire, raccogliere. Huju (ar., turco), villa, pusillanimità, man- canza di coraggio : questa parola di forma in- teriettiva potreblic derivare da hui grido di dolore, come serve in ebraico, o da hu hu gri- do di derisione, come voliamo iu francese huer. Nulla Jjb (ar.), gioia, contento, dopo la tristez- za ; d'onde deriva UttldhU JjOkjD (ar.), acqua abbondante e limpida. L' interiezione della gioia inaspettata diventò nome dell'acqua migliore ed abbon- dante, oggetto del desiderio dell'Arabo, e per (I) Volt, l'indiscrét, ade I, se. 5 «Ave! ouf » (Théalre. t. L1V. pa» -2M). (2, It ll iniiin.. Gramm. Hebr., p. '219. ai C G. lnlin. Vili, 500. (1) Emmanuel. Alv .ri. (ìrammal (5) (Upp (Phviiol. d. Sprnche, B. IV, 120), sospet- ta che la (orma Imi come pfui sia una maniera en- foniri di Svevn che alleila i suoni in ui. li» credo che la formi imi sia allatto generica . istintiva dell' uomo, nella (piale nulla abbia inlluilo 1' abitudine di speciale pronuncia. (6) Adr. Balbi, Ali. Eln. gr., Asia. mancanza di cui gli tocca cosi spesso soffrire e languire. Hum (sanscrito), forse ? num, an, ne, si usa in- terrogando alcuno e disputando. Uùm od hum (sanscrito), è un' interiezione di molti signifi- cati (i). Hom (Tibet). Hup http v_jy», c^k. (ture), parole indicanti l'atto di saltare. Houp houp (fr.), via su ! anche hop hop. L'p (inglese), su. Vpar (sp.), sforzarsi, fare sforzi per salire. Hop (ted.), interiezione di eccitamento: si usa specialmente quando alcun uomo o qualche a- nimale inciampa /io/>.' hop! d'onde hftpfen, sal- tare, e trovasi hoppa, cavallo (in Schoncn) (2). Httrra, grado militare. Husch (ted.), interiezione per chiamare alcuno ; hetts (lat.); hucher (fr.), chiamare ; in allo te- desco hsch e htt, e bst e hist (Sassonia sup.). Husch, espressione di una certa celerità unita ad un suono fischiante « Husch da war cr weg » d'onde der Husch a die Husche, un'espressione comune per indicare alcuni movimenti rapidi imiti ad un suono sibilante, così un acquazzone che va e finisce tosto, in B. Sassone uno schiaf- fo, in qualche provincia un caso inaspettato e dispiacevole : presso i minatori eine Husche, una disgrazia inattesa: ne deriva pure il verbo tuuchen. Onesto snono partecipa della natura intericltha e della onomatopeica di simpatia ; giusta 1' opportunità del suo servigio è più classificabile fra i suoni patetici o fra gì' imita- tivi. Va Fah 8 lj (per.), esclamazione di sofferenza, di pau- ra, di ammirazione. futi (lai.), interiezione di ammirazione, talora di insulto, Inlora di allegrezza, di esultanza, di carezza. Esempi passim nei comici : « mi/i .' homo imprudens » (Plaut., Pseudolus, Aet. I, se. IX); « vuh manta » ( Aulul., se. HI, ad. (ti Humboldt. Rawt, 1. 283. l'i) Adelung, Diz. in «oca Itùpfen. Digitized by Google — 490 — IV) ; « vah quam benigne » (Asia, se. IV, act. II); « vah delinire appara» » (Curcul.) subegit solus viginti dies. Ly vah C. quid mirare? Vah (vai.) ss vah! (lat.). Vaha (lat.), esclamazione di esultanza e di chi ri- de (1); questa è la forma più antica, dopo si disse vah. Faha lafj (ar.), esclamazione di meraviglia, di /'(limi iU, (turco), rumore, suono, rimbombo del tuono lontano, scrivrsi anche wl»... Vaija (portogh.), urlo, grido di scherno — huée (francese). Vah (sanscrito), crescere, prevalere , muovere , portare ; sembra essere la radicale di vado, is (latino). fa (sanscrito), soffiare, muovere. Va (sanscrito), in questa maniera, cosi. Va (sanscrito), voce di dubbio e di paragone. ff'a (Hawai), parte, spazio di tempo, un tempo stabilito. //'ano (Tonga), terra non coltivata. ff 'aho poh (Madag.), nuovo (2). H'at (Hawai), scegliere. fon ìì"Q (ebr.), vuoto, vano, vacuità. Vaham ^La^ (ar., turco), desiderii, falsi appetiti, voglie delle gravide Vai ^ (pers.. turco), esclamazione di minaccia o di dolore. Vaj (ili.), esclamazione oh ! (interiezione di dolo- re), guaio, disgrazia. Vai (vai.), va (lat.). Guai (il.), va (lat.). Ouat (gr.), va (lat.). //ai/ (ingl), incamminare un cavallo. Va'i ^ (ar.), asilo, rifugio, serbar nel magazzi- no, serbar nella memoria. Vahi (arabo), rivelazione. Vahi (S jMj (turco), poco solido. Vahin ^>\y (turco), debole, infermo. Vaia ij, (pc««)> necessità, intenzione, desiderio, volontà. (1) P riscia nus, 584. 12) Humboldt, Kawi, IH. Vatè ftjf. (pers., turco), bisogno, ciò di cui si ha bisogno, porzione, ciò i ietà, spirito, piacere. ff 'aiho (Hawai), affidare, consegnare. Ve di dolore e di la- Veh »j (turco), mento, //'e/i (ted.), guai ! // c/i (ted.), dolore. ff'ea (cimbro), dolore. Vee (danese), vergogna ! // ee (ol.), ree/ u! esclamazione di minaccia. Vae (lat.), interiezione di minaccia, di chi presa- gisce qualche male, anche di commiserazione. // eco (ingl.), piangere. Ve (lat.), in composizione dà il senso di rosa cat- tiva, di cattivo augurio, di opposizione; re reor temo, cosi nelle due voci seguenti : /ejovis, divinità sinistra o malefica, che man- da i mali ; dipingevasi minaccioso, in allodi scagliare le freccie (1). Veio, proibisco. Vez' - V. (ar.), alto d' impedire, di contenere, di sortire dal limile. Veh (Timor. Endc o Flores), madre (2). Vet ^ (turco), esclamazione di dolore o di ammi- razione. Vedi (turco), guai ! disgrazia. ' Veìh ^ (ar.), (congiunto al pronome della 2. jiers.) sciagura a te! oh che tu sei infelice! Veth «ìXj. (pers.), esclamazione d'incoraggiamen- lo, di felicitazione (ar.), esclamazione di dolore, ahimé ! hélas ! Vei ^ (pers.), lui, egli. // e (ingl.), noi. // e/ie (Hawai), aprire, sciogliere. Geh (led.), va, vanne (ora 2. pers. sing. prcs. im- perativo). Veho, is (lat.), condurre per istrada. (1) Vit ea ti verbi e*t cur non ego Vejotis Aedem non magni suspicer es e Jovis? (Ovid.. Fast, IH). (2) Adr. Balbi, Ali. Etnng., Oceania. Digitized by Google baule, tutto ciò ohe ser- feha (lai.), via, strada. ffatj (ingl.), strada, //'et (ol.), prato. Vy (Tonga), acqua, /fi haa (Hawai), dare. VVa Uj tua (ar.). borsa, ve a contenere qualche Fya (Chili), ieri (i). M ie (ted.). come? come. Fir ji) (!*»•)» gemito, Fijro (portogli.), urlo. ff 'oh (Java), frutto. (I) Georg. Marcgrav.. Chili. Reg., p. 33. 491 — /f o (ted.), dove, //'ho (ingl.), il quale, chi? ff 'oa (Isole degli Amici), amico. // oe (ingl.), guai I lamento, lutto, rammarico. ff 'oo (ingl.), aspirare a qualche cosa. ff 'oop (Natchi e Selv. America Sett.), è il loro grido di guerra ({ ). /falle umile (ted.), grido con cui si chiamano le i /fus wus (ted.), grido con porci. (I) Chateaubriand, Viaggi in ♦ Digitized by Google Digitized by Google DIZIONARIO 011TOPEICO OSSIA RACCOLTA DI PAROLE D'ORIGINE IMITATIVA ESISTENTI IX VARIE MI — ^8@#mt^^s^ — Vi sono onomatopcic primitive e secondarie: , cioè le prime prodotte per nuova formazione di suoni imitanti altri suoui : le altre sono pa- role già organizzate , che servirono a rapporti ideologici e che per l'opportunità si ridussero ad imitare altri suoni. Così sopra Flot Ifr.) derivato da Fiuchu (lat.) e questo da una onomatopeia qual è fluo, si ridusse una forma onomatopeica fìoflotler reduplicandolo « tiux nolilairex borda du flofloltant Aèree » (Dubarlas) (I). Questa nuova parola, oltre ch'essere imitatna, ha un'intensione ideologica : è lo stesso che ripetere la parola flui- ti flutti ecc. Molle parole imitative, essendosi prodotte quando già csislc\ario abitudini di formazione delle parole, hanuo solo una piccola parte imita- tiva, mentre il resto è determinato dalla radicale su aii s'innestò l' onomatopeia, o dalla desinenza o dalla iniziale costituita da qualche altro ele- mento indifferente. Molti oggetti della natura che emettono suo- ni (come p. e. gli animali) ne danno di svariati e lunghi e differenti; ora l'imitazione può cadere sopra uno a preferenza, anzi che su qualche altro di tali suoni. Cosi p. e. il lucarino ha modulazioni i\) Nodier. Dici. Onem. Frane in vucu c. VOL. 1. assai varie di canto. Molte nazioni lo nominarono imitandone i suoui sibilanti ; perciò i Tedeschi lo dissero Zinsle e Zeisig e nella bassa Sassonia Zieske ; gì' Inglesi tfsHti, i Polacchi Csyzyk e Csjk, i Boemi Tsch'ucliek , i Norvegi Suschen. I Francesi invece ed i Greci lo nominano per altre specie di suoni Tariti (fr.), Spaurì; (gr.). Anche se la maniera di grido fosse monotona ed unica, quelli che lo imitano potrebbero riferire diversa- mente tal snono sia per percezione diversa, sia per disuguale meccanismo usato nell' imitazione. Per questa suscettibilità di varie appellazio- ni sempre imitative, le parole coordinate in que- sto dizionario serbano ancor meno i rapporti col- la serie alfabetica di quello che vi si attenessero le parole comprese nei due dizionarii precedenti. Laonde, poiché all' opportunità d' una data lettera alfabetica siasi riferita la parola indicante una cosa od un atto, se tale cosa od atto indichisi pure per altre voci di carattere imitativo, qunnd' anche non costituite dai suoni della categoria alfa- betica stessa, pongousi queste in seguito alla pri- ma; molto più che l'imitazione può cadere nei suoni inferme ] i. e non negl'iniziali della paro- la, pei quali solo potrebbero seguire la serie alfa- betica. Una parola può essere trasportata a servigio Digitized by Google diverso sia per rapporti sonori, sia per rapporti ideologici. Per la prima una parola d'origine onomatopeica, indicante un dato rumore, può es- sere usata per indicarne un altro ; che se questo suono secondo sia diverso da quello del primo clic volt-vasi imitare, si i>crde il rapporto d'origi- ne onomatopeica della parola. Per la seconda ma- niera può passare ad indicare, una somigliante condizione qualunque. P. e. Tintamarre (fr.) vuol dire schiamazzo; ora Pasquier dice che T'in- famarne è composto da tinte (tocca, fa suona- re) e marre, l'islromcnto noto d'agricoltura, ciò che fanno i contadini, ebe battono cioè sulla marra per avvertire quelli che sono lontani di cessare dal lavoro, e che mezzogiorno è suonato. Tintamam pertanto, nel suo significato gene- rico odierno, si riferisce al suono materiale del- la parola tin ta mar, ovvero ricorda il suono che battendo la marra si faceva ? .VI primo caso il passaggio dal senso circoscritto a quello speciale susurro è per rapporto sonoro; Tonoinalopeia si trasporta da quello specifico suono ad un altro qualunque che gli somigli. VI secondo caso il passaggio del scuso è ideologico: cioè è lo stes- so che paragonare un rumore nuovo a quello che si produce dal battere la marra : nel primo caso è come se si dicesse : fare fin ta mar; nel secondo — fare come quando i contadini battono la marra. Tintouin (fr.), ronzio, suono importuuo che frastuona, disturba gli orecchi, passò poi a senso morale. Tintouin, travaglio di spirito, pcua, cura o pensieri che affaticano l' intelletto. Il passaggio a questo senso è ideologico e non sonoro : non si vuole già dire che si provi alcun rumore simile a quello prodotto dal tintinnio d'orecchi; ma si che, come il cervello viene disturbato per quel suono, ora e disturbato per causa mentale. Tali riflessioni denuo guidare neh" esame e nel giudizio sulla natura imitativa delle voci rac- colte in questo dizionario. Ab i Altabet fcjux (turco), rompersi con fracasso. ,7bo6ar (sp.), sbalordire. Ab, Av, Ap. Questi suoni parvero rassomigliare a quello prodotto dall' atto di abbaiare. Aristofane imi- tò appunto cosi au ai 1' abbaiare (1). i AVy» (pers.), alto d'abbaiare, schiamazzo forte. I fracasso. I Abbaiare (il). Aboijer (frane), abbaiare. lapper (frane), abbaiare dei piccoli cani e delle volpi. Altrimenti si credette d' imitare l'abbaiamen- to per jìix'J pai, d'onde fi*0£w, abbaiare (2). tìaubo, as, are (lai.), abbaiare. bahur jygjL» (turco), la canicola , costellazione paragonata al cane custode che stava ad una delle porte del cielo, e dalla quale cominciava un periodo d' anni detto canicolare o sotbiaco. liaffen, bàffen, baffzen (alto ted.), abbaiare. tìlaffe, blàffe (dan.), abbaiare. Bellen (tcd.), abbaiare. Belfern (ted.), abbaiare molto. Altre maniere imitative. f'aq vaq (jffjJj (turco), abbaiare. leewken, iawken (Westfalia), abbaiare. /f uuwen (b. sassone), abbaiare. /f 'uwen (ani. ted.), abbaiare. Af AfCfìji (ebr.), furore, naso. Onomatopeia dell'at- to di soffiare dalle narici, di sbuffare, come acca- de iiell* ira. In ispagnuolo re fun fintar, arriccia- re il naso. Afa (it.), vampa di caldo soffocante. Altra imitazione del soffio dell' aria emessa per le narici e per la bocca. Sono in relazione con questa parola affanno (it.) e alian (fr.), re- spirazione affannosa ed anche forzala. Si con- frontino queste parole colle seguenti, lu llawai hahana, caldo; in arabo sahha Lsu», vento (lì *V,xt) S a tre quarti circa. (2) Bacò pauEw Aristofane 8£eln, papeln (varii dial. ted.), ciarlare. Plampeu, Plampern (alto ted.), ciarlare. Plaudern (ted.), ciarlare. Pladdern /'Iti/era - 196 — 31ormotara (Brasile), ira, iracondia (1). , d'onde Marmotter (fr.) e boròoter, brontolare tra i denti. Borbottare (HaL), brontolare tra i denti (2). Borbottar (sp.), borbottare. Il pappagallo ebbe nomi timili a queili indicanti i difelli della loquela o la loquacità dell'uomo. ì Flàtern x (basso sass.), ciarlare (1). Piterpatemi Praten \ Pratjen ) Pratile, prate (ingl.), ciarlare. Babo, at, are (lat.), garrire, d'onde l>abiger, stollo. boterò (gr), vociferare, d' onde Bapa'xTri?, Ba- bactet, Bacco. Babil (lr.)j chiacchierare, d' onde Babiler e ba- billard. Baver, hamster (fr.), ciarlare, d' onde bavard (2) e baverie (3), ciarliero, ciarle. Betbat (pers.), vaniloquio. Ba'ppV*pos (gr.), uomo che pronuncia male il gre- co. Imitazione dispregiativa d' un linguaggio confuso, non inteso. Bardut (lat.), sciocco. È probabilmente il resto d' una parola simile al • (dial. di Napoli) (1). tfebti, grido d' armento « lungo òebii » (Chiabr. Semi. 1). Qniudi trovasi in varie lingue l'alto di be- lare ricordato da parole nelle quali entrano questi suoni òe, ble, me 3 ec. Biknuti, Ubiti, blek, btejanic, blekanje, bléjati, blekati, blesti, bisunti (ili.), belare. JwyQ penh'iin (Thargum d' Ester), belare d'a- gnelli (2). B^X»!'. *|. I, c. 29, II, 86. (S) Mi« h;>i l s., Dissert. Einlluss. d. Sprachcn. E '■ ■ quindi ne deriva Peti e hi! Non so su (juali deca meati. Adelung non deriva certamente Feti Bélier (fr.), (belante) da béler. Balens negli anti- chi monumenti significa un ariete (Bélier). Be- lili, Beline il bestiame lanigero, Belie il luogo, dove lo si racchiude (I). Pecus (lai.), d' onde pecora (it.) Becco (ital.) BTj'xif) e BVjxa (gr.), capra. fervei (lat.), montone. Berbere (va!.\, ariete. ifre6u(fr.) Quindi i nomi generici degli animali, presi dai lanuti. ! Bestia (lat.), d'onde Bestia (ital.), Bète (fr.), Beett (ol.), Bestie (ted.), ed anche Bellua (lat.), più x icino al Behl (ted.), asserito da Mi- chaclis. Betmà npiT3 (cbr.), bestiame in genere. Beetnd (ol.), prateria. Lo derivo da bee luogo dove si ode bee voce delle pecore che vi pa- scolano. B«xò(, voce emessa dai due fanciulli che fece cu- stodire Psammetico, cosi che non aveano mai udito umana fa>ella (2); se e vero il racconto che a Voltaire (3) sembra inverosimile, si può spiegare siccome un prodotto d' imitazione della voce delle capre che loro si conducevano e che li allattavano. Behe (Tonga), parlare. l'etyeg (ungh.), balbettare, chiacchierare. Despepitar (sp ), parlare alla carlona. Pepehi (Hawai), percuotere coi piedi. Jìeben (ted.), tremare. Bibheti (sanscr.), temere. jìlehow (N. Zelanda), vento. Bi. Bilbio, is, ire (lat.), imitazione del suono che si produce nel vaso, glouglou (fr.), « amphora bilbit • Naev. (4). (1) Charpentier, Supplém. au Gloss. de Du Cange. t I, in voc (gr.), rumore degl'intestini. Borbogliare (it.). Bo>po; (gr.), strepito. Bomt.ns (lai.), rumore della bocca, bombito, as, bombilo, as, d'onde bumbaescu, bombuescu (vai.). Bombylius (lat), specie di ape rumorosa (2), d'onde bombi/alto, rumore delle api. Bombus (lat.), suono delle trombe. Bomb (ingl.), d'onde Bombasi, Bombastic, re vuoto di senso nello stile. Bomba (ital.), rimbombare, rimbombo. Bomba (sp.), bombazo. Bombe (fr.), bomber, bombante, bombement. Bombe (led.). Bomba, Bombi (ung.). (ol). (1) Nodier, LinguisL ('2) « A bombo quem edil. • Calep. in voce c. Bom bom, imitazione del rumore del Bombarda (lai., ilaL, sp.). Bombarde (fr.) (led). r, bombàz (ung.), bombardare. Khumbara (turco), bomba. Bandir (fr.), balzare. Bl, FI Blitz (ted.), Glils (cimbro), lampo (onomat. di simpatia). Fis fis ijhS jj-ì (Iutco), bisbiglio, cftwcJiolemewt. Fluslern (led.), snsurrare all'orecchio. Lispeln (ted.), parlare a bassa voce. Bisbiglio, bisbigliare (il), parlare a bassa voce, far pissi pissi (il.) (2). Fet ves (pers.), suggerire. F esevescet jU^A, (pers.), confusione in parole. Br } Fr Brabbling (ingl.), querela. Bruire (fr.), ragghiare dell' asino. Brailler (fr.), dicesi fare il grido del pavone d' India. • Brechen (ted.), rompere. Fracas (fr.), fracasso (iL). KpixiY ; (gr.), voce delle rane. Frog (ingl.), rana. Bpi'tuo (gr.), Fremo (lat.). Bpov-m' (gr.), tuono, ppovraw tuonare, brontolare (dial. ven.). BrUlleii (ted.), ruggire, rugghiare proprio del leone. Brummen (ted.), borbottare, brontolare, mormo- reggiare. Brouter (fr.), pascolare. Nodier (Dict. Onora, fr. in voce) lo ritiene i- milazione del rumore che fanno gli animali nel rompere coi denti le erbe nel prato presso la radice. Ma deriva da Brutum (lai.). Nel caso dunque l'origine onomatopeica appartiene al- la parala latina. Brouhaha (fr.), rumore confuso d'applausi nelle (!) Bom bom colubrina sboronal (v. citalo da No- dier Dici. Onora . in voce " (2) Diz. Antonini. Digitized by Google assemblee e negli spettacoli. E una coutrazio- nedi bruti de haìxa (I). Boa? (gr.), allocco, d'onde £oa£w, fare la voce dell'allocco. Unii" (lai.), allocco (2), d'onde bubulo, at, are, Ta- re la voce dell'allocco. Bubulat horrcndum fe- rali cannine bubo ( Philomela. Ovidii. Albin.). Bu[\Jjj (pers.), allocco, (vai.), allocco, (sp.), allocco. Buhu (q. dial. lcd.), allocco. Bubbola (il.), allocco. Hibou (Ir.), allocco. Bum (ar.), allocco. il suouo u u. Kiuké afjf (turco), allocco. ìlji'hu yfijp (pers.), allocco. l 'hit (Calmucchi), allocco. Schuhu (b. sassone), allocco. Uhu (ted.), allocco. Huhu (v. dial. ted.), allocco. lluw (v. dial. ted.), allocco. Hu (v. dial. ted.), allocco. Urhuh (v. dial. lcd ), allocco Uf (svetl.), allocco. Ulula (lai.;, allocco. Gufo (il.), allocco. Chucho (sp.), gufo: da Chucho derivano i seguenti: Cbuchear (sp.), cacciare colla rete. Chuchero, cacciatore colle reti. Chucheria, piccola caccia colla rete. Chìuk (ili.), civetta, d'onde il diminutivo Kukciza. Kiuf \Jyf (pers.), civetta della grande specie. Cucubo (lat.), voce della civetta. Cucuba (lat.), uccello notturno del genere Nottua, detto altrimenti Scopa. Cucuma (lat.), civetta. Cicuma (lai.), civetta. — 199 - Cecuma (lai.), civetta. Da queste restò in i (it.), Chouette (fr.). Altre imitazioni della voce della metta: Tutw (gr.), civetta. Tu tu (lai.), grido della civetta « quae noctua tu tu usqnc dicat libi » (PlauL Menaechm.). Huhog (ungh.), urla come la civetta. Hudhud A» ù& (ar.), e al Hudhud (XPiV-frH (««".), (I) Nodier, Diz. Onoro., in {-I Calepino dice che il nome Bubo è un' allu- sione al mugghio del bue che tale uccello sembra i- initure. Esso é un'imitazione diretta della voce del- l'allocco. Kikupha (sic), upupa (1). Kukupha xouxotxya (egizio), upupa. Dukiphath flQ'^n (ebr.), upupa (2). Kiukilé jL£=y ' (pers.), upupa. Imitazioni del grido dell' upupa coi suoni p p. Parve a Varronc che il grido dell' upupa fosse upup } epop. Aristofane imitò il suo canto così : ( Opvi»£« in principio) E'r.or.oì r.oiizo r.or.axoi «o«ot. I Greci credevano che il grido dell' upupa fosse k5 r.S : dicevano anzi che cosi gridando voleva dire dot*?doi (I) Bocliart Hicroz., II, 318. {'2\ Bocharl llieroz.. II. 318. Secondo alili è il Milo silvestre od il francolino. (3) Bocliarl Hieroznic. , p. II, p. 347. (4) Nodier, Dici. Onom. Fr., in voce lluppe. (5j De Lens et Mórat, Dici. Mat Mèdie, in voce e. Digitized by Google — 200 - Babuìs (nngh.), upupa. Pupek db^j (pers.), upupa. Pelepep (egizio), upupa (1). Al Bubagn (ili.), tamburo. Bu bu (il.), bisbiglio (2). flubbul (Livorno), spctlro : il nostro Bau Un u . i- initazionc della voce che si pretende che faccia tale spettro; come appunto in altri paesi fu det- to Munitimi da mum mum, e buubau da bau bau (3). Bubu (sp.), enfiato, bolla, mal francese. Bubilla, pustoletta. Buìbum (vai.), bollire. Borbollar (sp.), 6or6oi/on (sp.), bollire. Bubbk (ingl.), bolla, bubbola (it.). Bubbling (ingl.), gorgogliare, gorgogliamento. Bubo y is (Ialino), gridare come l'uccello palustre della specie degli sparvieri: h Inque paludileris Butio bubil aquis. » (Alb. Ovid., Iuventinus in Philomela). Da tale suo grido quest' uccello si chiamò in latino Butto, nis c Buia», nix. Bulbul J^Jj (turco), usignuolo. Bubrr y»y> (|»ers.), e buberdek J^jj usignuolo. Bur-burr (ingl., t. di nautica), tamburo di un ingegno o tromba a cappelletto. Bounlonuer (fr.). fare il rumore delle api. Bus bus (b. lat.), fragore degli schioppi e della zufla. u Bus bas nitro citroque ex corum mortariolis sagitlisxc resonaulibus in aslris » (4). Busz (ingl.), (5)-) . ' \ ronzare, ruzzare jit. , ruzzo. Buzz (ingL), ) Summem (led.), ronzare. Shum (\\ eudo Kraiu), ronzare (G). Cia Ciak ciak JL> JU. (turco), rumore latto dalle sciable, rottissimo, cosa stracciantc. (1) r.lumpollinn Figeac, Op. sullEgilla (2) Diz. Antonini. (3) AdellMg, Di*, in rote Pnpani e v. Mummel. (4) liu Calibi', in voce e. (5) Rapp. l'Iiysiol., .1. Spr., Ili, 185. (6) Adelung, Diz, in voce *ur«me»». Ciacaciaq ^j^Lfc*. (turco), romorc d' armi bian- che. Ciacaciaq j;L»L»U. (turco), rumore di sciable o d' un' ascia caduta su qualche cosa. Ciak di», (turco), atto di stracciare, stracciato, messo in pezzi, fessura, fendere. Deriva dall'o- noinalo|ieiu delle armi bianche che fendono ce. Ciaqi (turco), coltello da saccoccia che si chiude col mezzo d" una molla. Imitazione del suono prodotto dalla lama nell'alto di chiu- dersi. Ciaghil JxL» (turco), mormorio dell' acqua che cola, piccolo ciottolo. Ciati Jl» (turco), campana. Cianciala (sanscrito), folgore. Ciattcialam (sanscrito), moto, fluttuazione (ono- nialopei;i ili simpatia). Ciuncialitjum (sanscrito), cosa incostante. . Ciulu cialam (sanscrito), cosa incostante (onoina- topeia di simp.). Csacsng (ungh.), chiacchierone (I). Csascka (migli.), chiacchierone. Csùcstxjó (ungh.), chiacchierone. Ctacsngà (ungh.), chiacchiere. Ciuciare (dial ven.), chiacchiere. Chiacchiere (il.). Chiacchierare e chiacchiltare (il.). thùchara, chacharéo, chacharon , chachuntv (sp.), chiacchiere. Caqttel (Ir.), chiacchiere (2). Ciancia e cianciare (it.), Chanchica (sp.), thunchilta (sp.), Cnanchear, chanchero } a (sp.)j' Queste parole derivano da chance (fr.), che deriva da etani (canto), e si rilerisce alle lat- lucchierie nelle quali entravano pure certe ma- niere di modulazione della voce (d'onde incan- tare, incanto, errasttfrj ecc.), ma lurono ridotte a lorma imilativa in rapporto del suono di pa- role inutili che annoiauo. (I) Csa (ungh.), pronunciasi eia, cosi cso, ciò, ec. (i) • Vaine, liers, l'ous, sols, doni le caquel m'as- somine. ■ [\o\l Naiiinc Tu., voi. LV, p. 51). Digitized by Google — 201 - Aelkel JjCJLT (pers.), chiacchiere. Chyrchyr (pers.), parole futili. Xérkedik (ungh.), millantatore. Ciatciat ia»l»«s>L> (turco), parola imitante l'urto, la collisione fra due cose ; cialaciat cA^«jL» bordo a bordo, pArlaodo di due uavi che si so- no abbordate. Ciallamaq jjiUL*. (turco), fondersi, crepare (parlando degli animali), screpolarsi. Ciatlatmaq ^j^JjU (turco), fare susurro, far crepare, faire claquer. dot pat cA*sà>. (turco), espressione imitante un rumore subitaneo, un gran fracasso. Ciavciav y\j^.^.(turc.),gasovilkment detoiseaux. Tcìiao (clùnese), voce degli uccelli altercanti fra loro (1). Tcheou (chincsc), voce degli uccelli volanti a stormo (1). Kiay (chiuese), canto degli uccelli (i) Ciebcelé xJL^*» (l^rs.), sdrucciolata, dove i fan- ciulli si divertono a sdrucciolare. Cccear (sp.), pronunciare F * come c C ecco (sp.), la pronuncia dell' s come c. Ceceoto (sp.), chi pronuncia l' a come il c. KeXapo^w (greco), scorrere con rumore (2). Cenciè uu» (pers.), martellino, maglio. Cencerro, ccncerra (spagn.), strepito di campane, campanaccio. Cencerrear, far chiasso con campane. Cencerrada, strepilo di campane. Cemerril , cenctrrilla , cenctrrillo , cencerruno , piccolo campanaccio. Cercio (sp.), specie d' uccello. Ci Kixxapau (gr.), grido della ci> ella (3). Kwxapa, civetta. Rtxxa'P*), Ktxu^as, Ktxujto?, K.txu|u's, civetta. Ktxxaj3t£w, cantare come la civetta. Cucubo as are (lai.), cantare come la civetta (4). Roxxopa (gr.), civetta (4). Caphapftà (Samarit.), civetta (4). (t ri Ceroni, Filo!. Compaq p. 54. ZxoXia «alata ut Tdi eeoxpiT* ttffuXXia. Aristofane. Bochart. Ili, Hieroxoic^ II, Inde* 25, 11,280. Vol. I. Coccabi (sir.), (4). Ct'ctima, cicifio (lai), uccello notturno, Nijctko- rax (2), Kcxuueg, cicimis (5). Cicack (ili.), tallone: pel rumore fatto dallo zoc- colo o dalle scarpe di legno, quali si e furono la prima specie di calzari. (Vedi , hmg, Diz., alla voce Pantoffel). Cicada (lai.), cicala; Te'xxo^ (gr.). Cicisbeo, cicisbeare (il.) e chichisbev (sp.), paro- le formate per imitazione del parlare pian pia- no e dolcemente alla signora, ci ci ci ci ; noi nel Veneto, diciamo far cici di cpia, far cici di là, parlare in secreto fra due persone, altre sono presenti. Anche in turco suono simile per imitare il parlar basso all' o- recchio. Civildi ^gjJytf chucholement (fr. ), cioilùchmaq (J^ja/o civildemeq .«UXJ^: chuchoter, parlar piano all' orecchio. Cuchiehear, cuchicheo (sp.), bisbiglio , bisbiglia- re ; cuchuchear, riportare quel che si dice. ticonia (lai.), Kcxwv (gr.), cicogna. Csakó (ungh.), cicogna. Cicsòrke (ungh.), fringuello. Cincel (sp.), scalpello. Cincin JLsxJCa. (turco) J contante, ben calcolato , ben contato. Onomatopcia del suono delle mo- nete. Anche nel linguaggio infantile in italiano il danaro si nomina imitandone il suono analo- gamente Dindi. Cinciariu, cincariu (vai.), zanzara. Situatiti (vaL), zanzara. Zenzalo (sp.), zanzara. Czincsur (ungh.), tafano. Czincsog (ung.), suonar male il violino, garrire, canticchiare. Cinguettare e CijigueHio (il.). Cirici (il.), canto delia capinera. CU Ja. (turco), pernice. Cit (dial. ven.), specie di tordi, cosi nominata dal suo grido. Civ ^ (lurco), grido delle passere. (t)Bochart,lH,IIierow)ic.,II.L (2) Cslep., in voce e, Festus e Coelius. (3) E' forse la Ko,uv*t S di Omero! 26 Digitized by Google - 202 - Chio chio .)_, pigolare delle Tto Tio (gr.), imitazione del grido delle passere in Ai islofane nel suo dramma gli Uccelli ( O'p- Civ civ iirncky^. ^ (turco), gridare, pipilare. Cekek JJC^ (|hts.), passera. Ciuciè ij.^ (pers.)^ pulcini, piccoli di qualun- que uccello, pollo, cigno. Civil civil Jyt>. (turco), grido dei pulcini. Cuchichiar (sp.), cantare della pernice. Chiquichaque (sp.), cigolio , scricchiolata , sega- tore di tavole. Ciquiricata (sp.), carezze. Chtipas (sp.), scintilla (onomatopcia di simpatia). Citateti * (pers.), ebollizione, cottura. Ciò Choya (sp.), specie di guizza. t? tffs« (gr.), |>ernice. Cacabo (lai.), voce .delle pernici. Cacaber (fr.), stridere delle pernici (2). Kakaa (Isole d. Amici), pappagallo. Kakadu (ungh.), pappagallo. Kakatoés (fr.), specie di pappagalli, delti in certi sili cacatoti, Klein e Seba li chiamano kakalo- cha, Edward c Albiuo cokealoo, Brissou cata- cua (3). Kakat (ungh.), gallo. Cacano (spago.), canto del gallo. Kakokali (ili.), schiamazzo delle galline. Cackel (ingl.), crocciare, chiocciare. Gioct'o, it, in (lat.) e glocito, a», ore, chiocciare, crocciare. XXw£w (gr.), chiocciare, crocciare. Ciouer e gloutser (fe.), chiocciare, crocciare. Alùkar (cimbro), chiocciare, crocciare. À7«cken ((ed ^ chioccinrej crocciarC) Glucken Min imitazioni del grido del gallo Coqcoq, imitazione del grido della gallina quando fa le uova (4). Kokhrati (boemo), cantare del gallo (5). Kokósc (ili.), gallina. Kokòl (ili.), gallo. Kokka jJL^JLS (turco), gallina che nutre i suoi pulcini (ti). (lì Bocliart Hieroz. (1) Willy. Prìncipcs Gen. et Partic. d. Langue Frano. !3) Nodier. DicL Onom. Fr. in voce Kakaloes. (4) Lcroux citato da Nodier, Dict. Onom. Fran. in voce coque. (5) Adt'lung-, Diz. in voce Kràhen. (fi) Nei dialetti veneti dicesi ciocca, nonché coca, e chiamando le galline perchè si avvicinino J Digitized by Google — 203 — Cookba (Indoslan), gallina. Cock (ce)Uco), gallo. Cocìt (iugl.) gallo. Coq (fr.), gallo. Da questo grido ebbe il nome il della gallina. Coa't, coco ling. dei fanciulli), uovo. Cocco (Guienna), scorzn dell'uovo (1). Coque (fr.), scorza dell' uovo. (1 nome dell' uovo fu trasportato per varie analogie ad altre cose. Xoyltta (gr.), conchiglia. Cochlea (lat.), conchiglia ; d' onde cocJWc (ing.), I>er la somiglianza colla scorza dell' uovo e per la forma più o meno ovoide. La stessa parola modificossi in concha e con- chijlia (lat.), d' onde conchiglia (it.) e coquille (fr.), parola che tornò ad avvicinarsi a coque, scorza dell'uovo nella forma, e di cui anche ac- quistò il senso. Coté (tagal.), unghia (paragonata alla scorza del- l' uovo). Cochi (IN. Olanda), unghia (paragonata alla scor- za dell' uovo). Cochi (dial. veneti), specie di funghi somigliantis- simi alle uova. Cosi in portoghese , cucumcllo è una specie di fungo : e vedremo come cucu fu pure nome dell' uovo. Oggetti di forma più o meno ovale , rotonda in genere nominati col nome d' origine onoma- topeica dell' uovo. Coco (sanscrito), frutta K°xs« (gr-)> «more ; forse si riferisce al liquido contenuto nell' uovo. Coquo (porlogh.),il frutto della Palma Indica det- ta Calappa, in malese Towak (2). Cocco, frutto detto dagl'isolani delle Maldive care. Coca (Perù), albero che dà una mandorla. Coco cocot. Cosi nominarono i Portoghesi V ina- jaguacu, frutto dell'/najoguacibo (Brasile), si- (1) Gulielm. Pison, Mantissa Aromatica, p. 223. (2) Bonlius. HisL et Med. L. VI, p. 116. e L. IL mile aiTalto per volume e per figura ad un uo- vo, d' onde coquetro (pori.) fu delto l' albero. Choco lati (Messico e N. Spagna), bevanda detta chocolate dagli Spagnuoli, d' onde il nome cho- colat (fr.), cioccolata (il.), Schokolat (ted.), ecc. nelle varie lingue d'Europa (I). Deriva dal frutto detto cocahuall o cacavacenlli, appellato dagli Spagnuoli per corruzione cacao, che è di forma ovale. Per somiglianza di forma coll'uovo si disse: Cocon (fr.), bruco, bozzolo, d' onde Cocon (ted.), bozzolo. G'uco (sp.), bruco, bozzolo. In greco fu detto Kcxxov ogni grano, quindi Koxxov (gr.), coer Vi (Int.), la Aocc Indirà vulgn- ris delta Tamr care alle Maldive. Koxxsv .ìi-z-j. il cocco in grano, Grami in inf'e- ctorium che trovasi nell'Ilice Baccifera, d'onde Koxxevov coccinum (scarlatto). XoXaxoxx* (gr.), i grani del ricino (perchè eva- cuano la bile xoXt)). Coccola (il.), bacca, paragonata per la sua forma ad un piccolo uovo. Koxxalot (gr.), i murinoli del pino. KoxxaXsv (gr. mi.), osso. KoxaXov (gr. mod.), osso. D' onde Cucalo (Zingani), osso. Il verbo coquo, it, ere (bit.), cuocere, deriva probabilmente dall' onomatopcia del pollo e dal nome dell' i L' uovo deve essere stato uno dei primi cibi che si cossero ; nei climi caldi il sole bastava ; presso le terme usasi ancora di approfittarne per simile scopo. Osservo che dik A^ ù (tur.), vuol dire gallo e JoJ> dik, pignatta, caldaia. Cucuni (Perù), arrostire sulle bragie (2). Kukut (Java), Coca (dial. ven.), (1) Gulielm. Pison., Mantissa Aromatica, p. 199. (2) C. Gebelin, Vili,,— Digitized by Google - 204 - Coca (diaL ven.), organo pudendo muliebre, vulva: allude alla parte d' oude sorte l'uovo nella gal- lina, l'oi cocca (it.), intaglio preso dalla forma dell'organo pudendo, per cui a Napoli dìcesi lista. Auzi nel Veneto dicesi in islile furbesco gallina una donna di media eia. Altre imitazioni del grido della gallina. Kodkodek (finn.), gallina. Nel dialetto veneto si dice che la gallina fa coeodè e nel dial. milane- se codcqdè (1). ÀorecA (Wogul), gallina. Nel dialetto milanese le fantesche chiamano le galline còra còro; certo intendendo d'imitare la voce delle galline stes- se, come nel Veneto si chiamano dicendo coca coca. Craan (Taziano), cantare del gallo. Krahen (OfTried) ed anche Irkraen, cantare del gallo. Krahen (ted. moderno), cautare dei gallo. Kreyen ^ sassone), cantare del gallo. Kreggen Crom (ingl.), cantare del gallo. Crcavacucu (sanscrito), gallina domestica. Cucuda (sanscrito), gallina. Kukhutas (sanscrito), gallo. Kukeruku (in v. dialetti tedeschi), imitazione del grido del gallo (*). Kukeriihahn (in q. dial. ted.) gallo (2). Kukurikol (ungh.), cantare del gallo. Cucun'o, is, ire (lat.), far la voce del gallo. Cttccuru (lat.). Gli antichi non intendevano più questa parola come nella frase d'Afranio « id me celabal cuccuru ». lo credo che sia una o- nomalopeia della gallina, quando ha fatto l'uo- vo, che lo nasconde, ma grida ed ognuno è avvertito che essa l' ha fatto. Ghgrghyr yLé (pers.), gallina selvaggia. Atfcidiòl (sanscrito), gallina selvaggia. Koxx-j^w (gr.), far la voce del gallo. Aiifr tfjjj' (pers.), grido, schiamazzo. Àttimi (llawai), pubblicare, estendere una nuova; (I) Ceroni Filol. compir. 55. {•2) Adflung.. Diz. in voce Krahen credo che sia unlmitazione del grido cucit della gallina, quando ha fatto t uovo ( se non dal grido del cuculo). Kukó (ungh.), uovo. Da kukò, uovo, deriva ku- klik — nibare alla maniera dei sorci ; certo dal furto assai frequente delle uova che fanno i sorci cou arte meravigliosa. 6'nea (sp.), noce. Anche nei dialetti veneti cbco noce ; encucar (sp.), raccogliere e chiudere no- ci ; cucor (dial. ven.), buscare, cogliere. La no- ce fu paragonata all' uovo per la sua forma o- vale. Cucca (it.), vecchia; « volpe cucca » (Salv. Rosa, Sat. V, p. 240 , ediz. di Amsterdam). La Nota spiega: Cucca pelata come un uovo che in lin- guaggio dei bambini dicesi cucco. Kokeny (uugh.), prugna, prugnolo ( per la sua forma ovoide). Quq (cimbro), colchico, paragonato per la forma a piccole uova. Quqa tSyS (turco), berretto di piume che porta- vano i principi di Valacchia e di Moldavia. Pro- babilmente è onomatopeia del gallo applicala a tal forma di berretto per la sua i con la cresta di gallo. Cacarder (fr.), gridare dell' oca. Gagaescu (vai), gridare dell' oca. Gackern (allo tedesco), gridai Gaggie (ingl.), gridare dell' oca. Xa'v (in attiro), Xrfv (gr.), oca. Cari can (fr.), grido dell'oca selvaggia (I). Canard (Ir.), anitra. Kacsa (uug.), anitra, pronunciasi kacia. Secondo Michaelis il grido dell' oca sehag- già è ónat (ina». Anat Andl (aut. led.),anitra,d'onde Ente (led. moderno). Nel Kamtschatka è una specie d'anitra sel- vaggia detta A-an-gilche perchè il suo grido è i tre note distinte. (2). (1) Nodier, DicL Onomal. Franrais, in foce Ca- nard. (2) Voyage lo the PaciQc Ocean, Voi. Vili p. 315, James King. Digitized by GoOQle — 205 - Uanti (sanscrito), oca. Ani (gotico), oca. Gatti (lei.), oca. Gaai (dan.), oca. Goas (sved.), oca. (celtico), (ar.), Papcgaa (Zingari), oca. Papern (tcd.), grido dell'oca domestica. /'opera Papero (il.), antichi nomi dell' ora giovi- ne. Tali nomi rimasero nel senso posteriore traslato dai costumi dell'oca, in ispagnuolo pu- paro, balordo; cosi nel dia), veneto dicesi oca oca ss sciocco, a. Hantrt) xar.r.trZ,a (gr. mod.), anitre, farchettole. Apatia (negri della Costa d' oro), oca. Tlalacatl (Messico), oca. Schnattern (tcd.), gridare dell' oca o Qaqalamaq v _§iUrtjf (turco), battere col Qarqan ^[j^s (turco), colomba di Bagdad. Qarqaret B^J (turco), tubar di colomba. (Jarqariq (J^Syi (turco), tubar di colomba. Qalqal JjUi (turco), uccello simile ai palombo. Kiakhaval{ Jfj&tf (pers.), specie di volatile. Kiakhul J^tf (turco), specie di stornello. KauaS o xaoti4 o xa0Tj$ (gr.), larus uccello ac- quatico. Gesner dice che il suo nome è onoma- topeico (2). Qahqaba «y^J (ar.), ridere, atto di ridere. Imi- tazione del suono qah qah u«i, che poi sem- plificalo qah uS vuol dire riso. Da qahqaha de- riva qahqaraAjiuS (turco), ritirala vergogno- sa indietreggiando. E l'onomatopeia del riso di scherno. In sanscrito troviamo già la forma semplifi- cata kakh, riso. Kakkàmi e gaggàmi (sanscrito), *«X«£w (gr.), ridere, sghignazzare. (t) Nodier, Dict. Onora. Frane, in »oc« Oie. {'i) Nodier, DicL Onora. Fnoc.. in voce c. KanaXou (gr.), ridere. r*rt*ì% (turco), fare il grido del coro. Crook (ingl.), fare il grido del corvo. Grappen (Svizzera), fare il grido del corvo (8). (t) Hierozoic. I. c. XXIX, n. 286, 1. (•2) Guhclm. Pison, Hist. Nalur. et 88, 89 (3) Aristofane. .Gii. etMed.t I. Ili, S (4 Bayer, Lex. Sin., VI, p. 345. )5i Gulielm. Pison., Hist. Nat. L. HI. p. 59. (6) Calli., Calep. in voce c 7 Salvator Rosa Sai. Adelung, Diz, in voce /loie. Digitized by Google Kàrava (sanscrito), corvo. Kepag (gr.), cono. Crow (ingl.), cono. Chra (Icd.Horncgk), cornacchia. Chrà (Svcvia supcriore), cornacchia. Arnie, Kkreie (b. sassone), cornacchia. Chraio (Glosse di Monsee), cornacchia. Aro (cimbro), cornacchia. Amai (olandese), cornacchia. Crawe (a. sassone), cornacchia. Craìif. (led.), cornacchia. Arane (dan.), cornacchia. Arage (Westfalia), cornacchia. Aròfto (sved.), cornacchia. Craija (Mongol), cornacchia. Karma (Giappone), cornacchia. Kargha \j^S (turco), cornacchia. Kopwvn. (gr.), cornacchia. Cornile (lat.), cornacchia. Gragula, gradila (lat.), cornacchia. Gracchia (il), cornacchia. In ahrc lingue non resta nelT imitazione il suono r. AAIra (sanscrito), corvo. Kak ,jLs (ar.), corvo. R«jcxa, r - 1 (gr.), graculus, specie di coraacchia. Kiagh kiagh (pers.), grido della cornac- chia. Choya (spaglinolo), cornacchia. In altre lingue si perdette il suono k gh e restò l' r. Nhoreb 3")y (ebr.), corvo. Robe (ted.), cono. " a6 (dial. dell'alto tedesco), corvo. Rapp Haban (\Y illerain), corvo. Ramnio (Notker), corvo. Un tua (q. dialetto ted.). corvo, ftm (b. sassone), Ravcn (ingl.), i Rao nS"ì (ebr.), T T Suono cr usato per imitare il grido della ci- Raefn Bremm Craqueter ed anche claqueter (fr.), fare il grido della cicogna. Crotorar (sp.), fare il grido della cicogna. Aron* (ol.), rumore, susurro, craquement (fr.). Crack (ingl.), scoppiare, fendere, aprirsi, crepo- larsi, fessura, crepatura, d' onde Crag rupe. Cracker salterello, islrumenlo da battere noci. Arac/» (led.), scoppio, schianto, krachen, scop- piare, poi kràchzen. Krak (turco), guerra, susurro, combattimento. KpauTm (gr.), | Arieg(ted.),| (a. (sved.), corvo. Art'g (dan., sved.), guerra. Kracht (ol.), rumore, susurro come si vede nei composti p. e. Dommcftrac/if, d'onde Kracht forza, potenza, modificatasi in tedesco in Ara/). Craquer (Ir.), scoppiare (3), d'onde craqueter, craquement. Craquer (Ir.), crepito anche dei denti, d'onde Craquelin t pasticcio che crepita sotto i denti. Kradjradj (egizio), battere i denti (4). CraJre (ted.), cavalluccio, rozza (5), «crag (ingl.), scheletro. Kpa^w (gr.), chiamare, gridare. ( reni (fr.), incisione, intaglio fatto sopra un cor- po duro, cran (celtico), ecran (fr.), mobile che scivola sopra tali crans (incisioni). Crash (ingl ), strepito, fracasso. Scrunch e cnun, schiacciare. Arane» (ted.), grattare, d' onde kratzen (ted.) e krabbeln, tcrabble e tcrape (ingl.), raschiare, grattare, d' onde scrawl (ingl.), scarabocchiare e scramble azzuffarsi. 0) Teofraslo. (2)Adclung osserva che la guerra, la battaglia ebbe nome dal grido die nella zuffa si emetteva (e certo dal rumore in genere); aggiunge altre parole di diversa radicale che significavano grido e guerra : p. e. fot) XP»"**) e Bellum (laL) Diz. in voce Krieg. (5) » Mais tuul notre edifico craque ■ (Pascal Pensée II, ir»7). (4) Cliampollion, Figeac- (5) Parola imitante il crepitare delle ossa di uno scheletro al quale si paragonò il cavallo magro. Digitized by Google — 209 — Kratta rimasto nello svedese, dalla qual forma teutonica derivano grater (k.),gratare (b. lai.), grattare (it.), grate (ingl.) c «cratr/i (ingL), graffiare, graffio. Creek (ingl), crosciare. CréceUe (fr.), istrumento di legno che fa un ru- more stridulo, che si usa invece delle campane nel giovedì c nel venerdì santo : dicevi anche créccrcllc. Kremkrem (egizio), rumore, susurro (i). Kptxa'e, K : :'i (gr.), uccello molto pugnace. Crei (fr.), grido sinistro e frequente d'un uccello così nominato (2). Cri (fr.), grido. Cry (ingl.), grido. Àree* (ol.), grido. Grido (Hai), grido. Chriare (b. lai.), gridare (3). Chraden (Nolker), gridare. A men (h. sass.), gridare. Shriek (ingl.) gridare. Shrike (ingl ), gridare. Screcch (ingl.), gridare. Screek (ingl.), gridare. Skria (sved.), gridare. Scriian (Nolker), gridare. Scrivali, skreian (Ottfried), gridare. Schrijen schrauen (b. sass.), gridare. Kreischen (b. sass.), gridare. Schreyen (led. mod), gridare. Schreij (led.), grido. Criailler (fr.), fare il grido del pavone d' India. Cric (fr.), macchina composta d' una ruota den- tata a manovella che serve a levare un peso : si aggira criant (Ir.) (4). Crincrin (Ih), istrumcnto pieno di palle riempiute neUa cauta di piccoli corpi duri (ore/o/*) Ce sout des masques Qui portent des crincrins eie. (Molière, Jes Fàcheux). Ch.-impollion Figeac. Nodier, Di. t Onom. Fr., in voce c. Adi-lui.;;. in vote Schreyen. Nodier, Diz. Onom., in voce c. 8 Vol. L il sotto Crisser (fr.), battere Critser (fr.), fare un le ruote mal unte (1). Croc (fr.), uncino. Croquer (fr.), far suonare sotto il ze dure come il biscotto, ec. d' Croquet (fr.), pasticcio duro che dente. Croccante (ital.), pasticcio duro che il dente. .Scroccare ijcrocrojie Cri cri e cricche, cricchio (it.), il suono del ghiac- cio e del vetro quando si rompe ; quindi cric- chiare e crocchiare .... che se Tabernich Vi fosse caduto o Pietrapana Non aVria pur dall' orlo fatto cricch (Dante, Inf., xxxii, 28). Bellin, Buccher, 246 E le stoviglie quando in Ior medesime 0 in altra cosa battono o son fesse 0 si rompono o si spezzano Fan qucUa voce, quel rumor, quel suono Chiamato cricche. (E. 255). « Levisi dunque quella porcheria dello sgrì- gliarc, dello sgretolio, del crocchiare e del far cricche. » (But.). « Non che fosse rolla la ghiaccia, ma non sarebbe pure incrostala dalle sponde, nè fatto suono cricri ; si era grossa la ghiaccia. » Kpu'cs (gr.), ghiaccio. Cri cri (Ir.), canto del grillo. « Le cri cri Imitaci celui du grillon » (2). Cricket (ingl.), grillo. TpuUss (gr.), \ Grjllus (lai.), I lutti derivali più o meno itnmc- Grylle (led.), \ dialauiente dall' imitazione della Grillon (fr.), I voce grillo. Grillo (il.), ) Kpixt, disse Omero per indicare il suono dalo dalla bilancia. (1) Nodier. Dici. Onom. Fr., in voce c, e cita Bo- rei e MonneL (3) Fc.óal, Myxl. de llnquis. 27 Digitized by Google Kpi'Sw (gr.), stridere. Kritnln (ted.), scricchiare deUa penna ; krakeln (b. tcd.). Kruck (olaud.), gruccia, forca. Kruckt (ted.), gniccia. Crunch (iugl.), croccare. Kp»w (gr.), l'are rumore battendo : usasi del bat- tere le mani , e far risuonarc gk 1 istrumenti musicali batteudo su quelli. Cruxir (sp.), scricchiolare ; cruxida , scricchio- lata. Cs A.i/iulfcWiutom (sanscrito), sternuto. Coucou (fr.), cuculo. Cucii (vai.), cuculo. Cucii £f (ar.), cuculo. Cucu ySyi (turco), ed anche uku y^, cuculo. Rdxxu| (gr.), cuculo. Kouxxo« (gr.), cuculo. Cuculili (lat.), cuculo, è la forma diminutiva di , XgXXS£. Cuculo (it.), cuculo. Cuquillo, cucinilo (sp.), cuculo. Auko (cimbro, Sette Comuni), cuculo. Cuckoo (iugl.), cuculo. Kukuk, Gukguk, Gukuk, Kuck Kuck (ted.), cu- culo. Kukuk (ungh.), cuculo. Kukulka (poi.), cuculo. Kukacza (boem.), cuculo. Aufciisna (nisso), cuculo. Kokuszka e kukaviza (ili ), cuculo. Kaukilas (sanscrito), cuculo. Kuku S ^ (pera.), grido d'uccello, palombo. Chuchuk (Java), becco d' uccello. Aum kum (tur.), rumore dei colpi di mar- tello. Cucu (malese, Java, Is. del Principe), chiodo (1). Qughu jéji (turco), cigno. Qulqul JjlU (turco), leggiero, agile, pronto cor- ridore (cavallo). (t) C Gebelin, Vili. 550. Coriy e corlieu (Naturalisti), un uccello. Curii ^ (arabo), mi uccello. Curlij (Iranc), uu uccello. CourìU (frane), un uccello. Curie» (ingl.), un uccello. Turiy (Poilou), un uccello. Turiu (Poitou), un uccello. Turiuj (Picardia), un uccello. Corieru (Picardia), un uccello. Greny (Costanza), un uccello. Dami in, dandiner (fr.), da dindon parola imitan- te il rumore delle campane (1). Io crederci che volesse riferirsi all'oscillare, tentennare, delle campana. Dandin servi di nome applicato ai perso- naggi satirizzali, p. e. Thenot Dandin, Perrin Dandin, Georges Dandin ; da questo deriva Dandy (ingl.), ripassato in Francia. Daarod lllìTI (ebr.), calpestio di cavalli. Dandar (ungh.), pecchione, calabrone, brigata. Dardar T7TI (eb.), cardo, tribolo. Dórda (ungh.), pica, bigordo. Dardo (it.) Degringo/er (fr.), ruotolarsi d' un corpo da una certa altezza (2). Dei (egizio), sparviere ; Volney asserisce che il suo nome sia onomatopeico (5). Demdemé mojgo (pera.), tumulto, susurro. Dardùr (ungh.), dispetto, onta. Dibdàb (ungh.), inutile. Didder (ingl.), tremar di freddo. Didereg (ungh.), tremar di freddo, anche dederej e dòdGrvg. Tirilar (sp ), tremar di freddo. Tiritona, ribrezzo. Intirizzire (it.). Dindi (it. lingua dei fanciulli), danari (4), imita- zione del suono fatto dai quattrini ; trovasi an- che in Elvezio tin tin tin riportalo da una pre- dica per indicare il suono che fanno le monete \) Nodier, Dict. On. Fr. in c. 21 Voi.. « nous dcgrintinlerioHs dansla barbarie.» T.ì Rimics. Notes, p. ÌM3. 4) Lasca. C li, Nov. 11. P 151. Digitized by Google 2U nel cadere nel bacile o nella cassetta delle eie- motte (1). Doddle (ingl.), camminar vacillando. Totter (iugl.), vacillare. Drouinc (Ir.), bisaccia neUa quale 1 calderai met- tono i loro ordigni, il cui urto sonoro sem- bra fare dron drin (2). Umla (ungi).), cornamusa, piva. Dudol, suonare il flauto, cornamusnre. Dudeln (led.), cornamnsare. Dudelsack (led,), piva, cornamusa. Tiilen (led.), cornare, suonare il corno (fare tu tu tu). Duduk tifosa (turco), flauto. Tutu (migli.), cannuccia, pipa. Tutuk (Java, Kawi), bocca. Tutul (uugh.), gridare, urlare. Tutur (malese), parlare, dire. Dug bug (unga.), brontolare, far susurro. Drauschen (led.), rumoreggiare della pioggia di- rotta ; driusan (INolker). Drizzle (ingl.), piovigginare. Rieseln (tcd.), piovigginare. Gnsiller (fr.), piovigginare. Altrt imitazioni dello stesso Kiscja (ili.), pioggia. Ghesciem DWJ (ebr.), pioggia. Giessen (ted.), versare. L' imitazione del susurro prodotto dalla pioggia si costituisce di suoni sibilanti s, *c e s. E Ehe (egizio), bue (3). Hegìhagi ^ly»» (turco), fuggitivo, timoroso, stravagante. Hcou (chin.), imitazione del rumore che si fa dor- (1) Esprit. T. I, Disc. Il, C. 19, p. 230. - (2) Nodier, Dici. On. Fr. in voce c. (3) Champollion, Figeac, op. sull' Egitto, dice eh' è una onomalopeia. 5uono F usato ad imitare la loquacità. (gr-), : Faq faq jjUtt (turco), Feih «li (ar.), gran parlatore. Feh ti (ar.), bocca .-dicesi anche fuh tyi — **) (c- braico), che talora pronunciasi p. Fanfano (it), parlatore. Fanfaluca (it.), ciarla. Farfara ijijli (turco) , chiacchierone , millanta- tore; scrivesi anche ferfere Fegifegi o fegifagi (turco), chiacchierone, impertinente. ^ Ferfar fjj} (turco), chiacchierone. Ferfer ^ (turco), lettura in fretta. Fanfare (fr.), aria d' istrumeuti nimicali ; d'onde fanferina (it.), baia, burla. Fanfaron (fran.), millantatore, d' onde fanfaron- Fugifugi o fugifugié ^4 (turco), parole dette basse, in secreto. *~ .Suono F usato ad imitare i vizii della loquela. Faefae UU (ar., turco), balbo ; poi feh ni balbo. Feefet gt*C* (turco), vizio nella pronuncia della lettera fé \J. Farfulla (sp ), tartagliare. Suono F usato ad imitare i rumori prodotti dal- l' aria nelle varie parti delle cavità della bocca e nella sua uscita dalle labbra tenute chiuse. Fahyh ^£ (ar.), atto di sibilare, russare dor- mendo, fischio della vipera. Fùty (migh.), fischio che si fa colla bocca. Fise (pers.), suono prodotto dalle narici o dalla gola. Fub oji (pers.), fiato. Fiij fujj fuo (ungh.), gonfia, soffia. Fevh (turco), esalazione, profumo, odore. Fio, as } are (lai.), soffiare, gonfiare, d' onde fla- tus e sue figliazioni nelle varie lingue, c flauto (it.), e flairer (fr.). Digitized by Google Suono F usato ad imitare il canto di varii uccelli. Feqaq jjU» (ar.), nome di un uccello. Ferafur ^ly (ar.), nome di un uccello. Ferfé tJLi (pers.), gru. Fcrftr yàyà (turco), francolino. Ferfuz (yiyi (pers.), specie di pernice. Fifa (il.), pavoncella. Firjir yiyi (pers.), nome d'un uccello. Fringilla, frigilla (lai), fringuello. Il suo canto si potrebbe esprimere cosi : ■ 1 fi fi fr fr fr cicic cicic » Fritinnio, i», ire (lat.), mormorio delle rondini. « Et pullos peperit fritiiuiientcs » (ÌVonius, cit. da Scaligero iu Varronem). Fesciafesc ^UUi (pers.), fischio delle freccie. in italiano si esprime similmente per fiscJiio, fischiare il suono prodotto dalle freccie vibrale neh" aria. Fise \p*tA (pers.), freccia a doppia punta o testa. Forse ne deriva Ftèche (fr.), d' onde freccia (it.). Fesfesi ì y,A- t (pers.), specie di giuoco. FI nsalo ad imitare il suono delV acqua. Floflotter (fran.), urlarsi dei flutti del mare (1). Questa parola è prodotta per istinto imitativo colia ripetizione della parola già organizzata francese flot derivata da ftuctus (lat.). QXoìtfoi (gr.), suono, rumore fatto dall' acqua. Fluo, is, ere (lat.), fluire, d'onde fluctus, fluidus e figliazioni loro. Flou (fr.), diecsi in pittura un colorito dolce co- me di seta e di velluto (2). Fofo (sp.), molle. Fonfone (it.), un bel pezzo di donna (3). Flinflon (sp.), uomo paffuto. Questa parola ha un'origine imitativa, ma v'entra anche l'idea fio, ftas, gonfiare ; come a dire uomo gonfiato. (!) Duna ria?, Pasquinr. fi) Nodier, Dici. Onoin. Fr. in voce c. (3) .E un fonfone (Lasca, C.II.Nov. IV, 21 8). 212 — Fofooa (Is. d. Amici), enfiatello. Fraga (lat.), poi frango come resta la forma del passato fregi senza n. Da frago derh a ippayov (gr.). Fray (ingl.), combattimento. Fredonner (Ir.), dare un suono cacciando l'a- ria dalla bocca con un fremito leggiero della lingua e delle labbra. Frelon (fr.), calabrone. Nome imitante il fremito delle ali di questo insello. Fremo (lat.), 3 (cbr.), circolo, ruota, rivoluzione, sfera; gulgoled rÒfy cranio, consideralo voltolare, ff ai- coma una cosa rotonda, coni Galga (sp.), macina, di fattoio. Folto, is (lai ). tf'alzcn (ted.), aggirarsi, whist ze, rullo, cilindro. Gurigél (ungh.j, voltolare, aggirare, rotolar via; gurgula, cilindro. Qululé iJjis (lurco), ogni cosa rotonda, gomi- tolo. Ghalghagi l^ (pers.), solletico. Ghalghaligi ^ . (pers.), solletico. Galghalicé k^uJjJx (pers.), diletico. Glmmgìtamet t+k+i (ar.), muggito di toro spa- ventalo, tumulto, schiamazzo, discorso oscuro inintelligibile. Gangar (sp.), parlare nel naso. Gangoso (sp.), che parla nel naso. Gangami (vai.), balbo. Megamghem D|ìP^ì3 (ebr ), balbo. Cago (pori.), balbo. Gorgeria (sp.), balbuzie d' un bimbo. Gògyiig (ungh), balbettare. Ganir (sp.), gagnolare, guaiolare (il), d' onde gahidet, gatìido. Geai (fr.) jay gag, jayon gayouf Cajus (b. lai ), Gayo c (sp), rtus,Pica Ghian- Gaitg l daia Ot). Gralla ( Calalano ) Ghaq jjU (ar.), nome d'un Coracias,Garru- Ghaqat (turco), nome d' un uccello acqua- tico. Gaffe- ni (ted.), gridare come il gallo (in alto tedesco ), come I' oca (1). Gliargììtrà ("TU"!} (ebr.), gola. rapY«pio3v (gr.), gola; d'onde fapw» 6 »» T«PY a - Xt'?w, gargariser (fr.), gargarizzare (it.), gar- galizal (ungh.), ecc. Garguero e gargoz (sp.), trachea. Ghargharet (turco), suono prodotto dal rantolo degli agonizzanti. Garganla (pori.), gola. Gargunla (sp.), gola; d' onde gargauton, man- giare ; per cui Gargantua di Rabelais ; gargan- tada, sorsata; gargantear, gorgheggio; gor- gon/io, trillo. Gargagear (sp.), sputacchiare. Gargajo, gargngin, pituita. Gargajazo, sputacchio. Scarcagio (dial. vcn.), sputacchio. Gargato (dial. vcn.l, gola. Ghargharet ty^à (lurco), rumore dell'acqua in ebollizione. Gargara (sp.), gorgoglio, gronda. Gargouille (fr.), grondaia. Garlo (ili.), gola. Gorghela (cimbro), strozza. GurgcI (ted.), strozza; gnrgeln, gargarizzarsi. Gurgulio (Int.), gola; d'onde gorgoglio (ita!.), gargouilkr (fr.). Gurget (lai.), gola; d'onde ingurgitare, d'onde gurgutia, d'onde gargotte (fr.) , osteria (luogo ove si dà da mangiare). Gorge (fr.), gola, d' onde gorgia (it.). Gorga (il.), la canna della gola, strozza. Gorgo (il.), vortice. Gorglieggiare (il), e Gorgheggia. Gorgear (sp. ), cominciar a balbettare, e gor- gheggiare, gorgorila e gorgoritear. Gorgojo (sp.), ragazzetto gracile. G/iiirg/iuré ( turco ), ernia, mormorio di sdeguo e di collera. (I) Adelung, Diz. in voce C Digitized by Google - 2U - Gharghab uli^p (pers.), esclamazione, rumo- re, baratlo. Ghargluxn yjU^é (pers.), voce alta. Gharghendé s Jw^s (pers.), irritato, acceso d'ira. crs.) , e gharghangié fj^èjè donna lasciva, insaziabile di libidine. Gharughur pèyjà (pers-), g | > u 'o> tumulto, rumo- re cagionato dalla collera, anche ghurughur jkyyt vuol dire ernia. Ghavgho U^è (pers.), rissa, disputa. Ghao yà (|>ers.), vocifera/ione, grido di guerrie- ri nella zuffa, tuono, ttunullo. Yedesi che è la semplificazione di ghut-gha, che in orìgine deve essere stato ghav ghav. Da ghavgha si lece l' aggettivo ghavghagi ^»\xyà (|»crs.), uomo rissoso, che attacca lite, che la fracasso. Ghagh (ar.), e ghaghat itU. tumulto. Gógog (ungil i fare schiamazzo. CflcJke» (ted.) e gackern, schiamazzare, anche gackeln. Gargitam (sanscr.), stridore del fulmine, strido- re del leone, dell' elefante. Ghcu %ha$ (pers.), piccolo combattimento seuz' armi. Ghaz Ghaz ■fjiXà. (pers.), disperso, dissipato. Glutsc yiLé (pers.), tumulto, sedizione. Guachapcar (sp.), intorbidar l'acqua coi piedi. Gazouiller (Ir.), cantare degli uccelli. Gecco (lava), Salamandra ludica, specie di lucer- tola velenosissima. I Belgi la chiamano cosi perchè continua- mente grida gerro (I). Giengi (pers.), muggito del bue. Gegang (ol.), rumore, suono, imitazione del suo- no d' una corda da basso. Geyer (ted.), una specie di rondini di mare, che si distinguono pel grido ga" ga" (2). Gueguek gf" (turco), nome d' un uccello, balbo. Kùkicgui (turco), balbo. Anche il pappagallo ebbe un mime derivato dagli slessi suoni coi quali s'indica la balbu- tì) Bontius, IIÌbI Nat. MVd. L. V. 57. (2) Adeluug, Diz. in voce Geyerichlag. zie. Nei dialetti veneti dicesi **eké per dire balbo, e Checca ss la gazza Cecca (iU), Kix- ™ (g» r -)- Gi, Ghi. Gihbertih (ingl), gergo. Giggle (ingl.), ghignazzarc. Gingie (ingl.), tintinnare. GingriOj ti, ire (laL), far la voce dell' i Guirlguag (sp.), linguaggio (tedesco). Ghyrghyrdi ^d^èyà (turco), rumore del falcone quando s' abbassa rapidamente ncll' aria. Gl. Glapir tv. i. fare il grido dei catelli dei cani : in- tendesi pure fare il grido delle volpi, dell' i la, della gru. Gltiser (fr.), Glilschen (ted.), sdrucciolare. Glouglou (fr.), rumore di un liquido nel fiasco scuotendolo, e nelF atto di uscire da una bot- tiglia. = Chulghul JjJL* (pers., torco). Giughi (Zingani), gallo d' India. Gloughutter (fr.), fare il grido del gallo d' In- dia (1). Glouglotler (fr.), fare il grido del gallo d' India. Corcoju (vai.), gallo d' India. Curro (vai.), gallina meleagris. Glorio, ti, ire (lat.), chiocciare, crocciare della gal- lina. Glocito, ai, are (lat.), chiocciare, crocciare della gallina. Glousser (fr.), chiocciare, crocciare della gallina. Glouel (Ir.), sorta di gallinella. CTiaco/otear (sp.), crocciare, chiocciare. Giulio, ti, ire (lat.), divorare, inghiottire, e gluto, ti ti, ingordo, e ingluvie», ghiottoneria, TXùJTTa (gr.), lingua : sono parole derivale dal suono glo glo imitante il rumore del discendere dei liquidi dalle fauci nel canale alimentare. Walter Scott non credette di poter meglio imitare il suono prodotto urli" atto di tracannare il vino, dicendo glo, glo, glo, glo. (I) Nodier, Dici. Onom. Fr. in voce. Digitized by Google — 215 Co. roa'u (gr.), gemere Gog (ungh.), superbia. Gògicscl, gwjisel (ungh.), balbettare. Gògtjikj, gogyiiges, giiggiig (ungh.), balbettare. Gorgoglio (ilaL), gorgogliare, suono dato dall'ac- qua mista all' aria e insieme mossa. Ghurghur jk^À (pcrs.)j mormorio, ernia. Gorigoro (sp.), canto dei fanciulli imitante quello dei preti, banchetto dato ai preti. Imitazione fatta sulla desinenza in orum geniL plur. ma- schile e neutro che cade frequentemente nelle preci latine, per cs. « per omnia saecula sac- culornm, etc. ». Gr Graja (sp.), pica. Grelot (fr.), piccola palla vuota con entro dei cor- pi duri scuotendo i quali si produce uri suono. Grelotter (fr.), battere i denti per freddo. Grincer (fr.), battere i denti. Grignoter (fr.), rosicchiare un alimento duro. Cri, (lat.), onomatopeia del porco : ■ gri porco- rum unde grunnire » (Varrone, che cita Sosi- patro, Calep. in voce mti), da gri ypv (gr.), gry (lai.), sporcizia che trovasi sotto le un- ghie. rpi»5 w (f5 r -)> fare 1° vocc del porco, d'onde YP U ^- Xo; porco (1), e da questo da capo rpuXXt£w (gr.), fare la vocc del porco. Grunnio (lat.), fare la voce del porco ; d' onde grugnire (il.), granir (sp.), grogner (fr.), e i derivati, grogneur, grugnoni, grognon, grò- gnement, e da grunnio l.a pers. sing. pres. in- die, il grugno (it.), sgrugno (dial. ven.), groin (fr.), da grunnio, it, ire, grunnilus (Iat.)_, d'on- de grugnito (it.), granulo (sp.). Gorcf (fr.), porco (2). Xotps? (gr.), porco. Questa parola somiglia mol- to al gore! (fr.), ma vi entra pure xsi xst, allra maniera d' imitazione del suo grido. Groan (ingl.), gemere, pungere. ioni (I) Hcsychius, Bocharl. Iberni Op. T. II, pag. (2) Nodier, Dici Onom. Fr. in voce c. Grommeler (fr.). brontolare fra i denti, in antico dicevasi anche grummeler (1). 11 suono gr, kr, più o meno chiaro, servi ad imitare la voce delle gru. Gru (it.). Gru*, is (lat.), dove ha pure il verbo gruo, is, ere, fare il grido della gru (2) ; gruir (fran.), gruir (sp.), gnte (fr.), grua (sp.). Cruck (ingl.), gridare come una gru. Mi'agurUUy (cbr.), gru. Kurki e kurkii (ar.), gru (3). Kerakil (ar.)_, gru. Curkeia ROTO (caldeo), gru (3). Gurnuk fjyJj^ (ar.), gru (5). IVpavs; (gr.), gru. Garan (vrallcse), gru (4). Gannì (cambio britanno), gru (3). Cnnij cruen (aut. sass.), gru ( (ar.), miagolare. Miog (ungh.). miagolare. Mingog (ungh.), miagolare. laueln (b. sass.), miagolare. Mietz (ted.), voce con cui si chiamano i gatti (3). Mischinoseli (ingl.), miscuglio, confusione, guaz- zabuglio. (1) In Egizio Scia». Il popolo in Italia imita pu- re la voce del palio direndo gnao (Ceroni 53). Il suono più marcato è tra oo, au e iau. (2) Nodier, Din. Onom. Fr. crede che in antico si dicesse miaonler. (à) Adclung, Di*, in voce c. Digitized by Google — 21 Mio mio (ita).), imitazione della voce che fa il nibbio « non poter dire come il nibbio Mio mio ». Yedcsi che milvus (lat.) e milan (fr.), itomi di questo uccello, sono costituiti prima sillal>a da un suono analogo. Marmgljanje (ili.)., murmurc. Marmile (ir.), pij della hollitura. Marmor (lai.), il. mare (nei poeti). Questo deve essere il primo senso della parola che è una o- nomatopeia dei marosi; d'onde restò simplifi- calo Man : — Bahr jji (ar.), mare. Mar- morei (ìai.) e Mapuapov (gr.), e menner^j» (turco), marmo, paragonato per la sua lucen- tezza alla superficie del mare, e forse auche per le macchie di alcune specie di marmo, pa- ragonate alle increspature dell' onde marine, come si dice appunto marezzato. Mermere IjAja (turco), isola di Marmora. Sembrami che questo nome geografico serbi il primo signifi- cato della radicale mar mar, cioè indicante il mare. Mrrmerw iufortunio, disgrazia (forse si riferisce alle burrasche, ai naufragii). Masmatat i*\+*uo (turco), assorbire. Minnir yM (turco), mormorio dell' acqua. Mopiitipu (gr.), (are un mormorio, inondare, (lat.), mormorio (1). (Brasile), trombe di quei selvaggi (2). si da Persio per esprimere il borbot- tare tra i denti : u murmurque humilcsque susurros » (Sat II, v. 6) d' onde murmurare e mormorare (ital.). In turco y+jo y+*o tanti il borbottare. Murmurc (fr.), mormorio. Murmugear (sp.), Mormutlo e Mureo (sp.), mormorio. (valacco), mormorare. (1) Murmur e murmurare si cita da Calepino co- me modello di onomalopoii. Dìclion. Ocloliogue in voce Onomalopria. (2) Georg. Marcgrav. Brasilia*, Reg. p. 19. VOL. I. dalle dalle colle 7 — Murmeln (ted.), mormoreggiare. Murren (ted.), mormorare, brontolare, murrisch. Burbero (it.), uomo d' aspre maniere, adirato. Brummen (ted ), brontolare. Mummen (ted.), far sentire il suono mum mum che si fa brontolando. Perchè il masticare di persone senza denti va unito ad un tal suono che esce pel naso, mummeln e mumpeln nella Bassa Sassonia ed in altri paesi vuol dire ma- sticare senza denti. In alto tedesco i emump/è/n,inisvedese mumla, in /* nifi (egizio), somare (3). Nircàcà (sanscr.), corvo marino. Nyenijere (uugh.), lira, cetra. A'yt (uugh.), piangere, guaiolare, miagolare. Pa Pack (Oceania), schioppo. Paca (dial. ven.), gran colpo, percossa ; tpaccare (it), dividere violentemente. Baqanh' Vj?3 ( e ^ r ')i spaccò. n««ir«4 (gr.)j imitazione del flato (4) « vox imi- lantis crepitantcm alvum ». Patapatapan (fr.), imitazione del suono del tam- buro (5). Pataha (sanscr.), tamburo. naif «y« (gr.), fracasso. Patatra patatra (fr.), imitazione del suono che si produce da una rosa che cade (1). Palacts (guascoue), percosse, colpi di puguo (G). Aitatili patalun (dial. ven.), imitazione del ru- more continualo di |>ercuolcrc. Pattautijus (uugh.), artigliere. Pattù patta (N. Zelanda), armi, clava. FI»t« (scitico), uccidere (7). Bai (teuloi'ico), radicale di buttto, U, ere, (lat), battere (it.), bcffre (fr.). itfatar(sp.), ammazzare. Moti tvU (ar.), 3. p. pret. = egli è morto. Male nt3D (ebr.), verga. Matlee (isola di Pasqua), uccidere. (1) Calep. in voce, c. (2) Bochart. (5) Clianipollion. Figeac. (4) Aristofane NeipsXat. (5) C. Gebelin, Dici Fr. 79& (6) Rabelais, Panlagruel. I. Ili, c. XLII. (7) Erodoto, IV, t 110. Mati mate (isola Ysabel), uccidere (1). Matce (Tonga Taboo 1 , uccidere (2). Matee (Owhyhce), uccidere, ferire. Matte (Atooi. Is. Sandwich), morto. Matau (N. Zelanda), aver timore. Matai (Tahiti), vento. Patarata (pori.), millantatore. Pe Pec pec (ber. Gallic i, il |>ecco degli uccelli, d'on- de picu» nome dell'uccello che si nutre del marciume degli alberi (5). Il Pico verde, Pi- teli (fr.), chiamasi in alcune provincie della Francia Pleu pleu o llui plui giusta uno dei suoi gridi. Si crede volgarmente che annunzii la pioggia con un grido lamentoso e prolun- gato che si sente da lungi e che nelle campa- gne si traduce con qualche variazione per plieu, pleu o plui. I Romani lo chiamavano piuma avi», gl'Inglesi Haiti fowl, cioè uccello della pioggia. Il popolo della Francia lo chiama pro- cureurdu ineum'er, cioè procuratore del mu- gnaio; poiché appunto suppone ch'egli an- nunzii la pioggia e quindi il crescere delle ac- que necessarie al movimento del mulino (4). Io credo che da questo grido dell' uccello che si esprime pel suono pi derivino i verbi pitto, plucre (lat.), d'onde fluo e fliehen, fliet- tm (tcd.). Picu» Picumnus, dio campestre, è la stessa paro- la del nome dell'uccello annunziatoti della pioggia, che è cosi utile ai eampi. Il Pico era uccello consultalo a Roma con gran cura dagli auguri nei suoi movimenti e nelle sue appari- zioni. Lo si trova nelle leggende romane. Quan- do la lupa allattava Romolo e Remo, il pico (1) Nate mate nell'isola Ysabel, nel gruppo del- le isole Salomon, vuol dire ammazzare, ed è una e- spressione di minaccia. Quando gl'isolani volevano avvertire il vescovo di Sira che non andasse in coffa parie dell'isola, perchè correrebbe prave rischio per quegli abitanti, gli dissero male' mate, egli volle andarvi e fuvvi uc- ciso (Aligero. Zeilung, Augsburg. Beilage fra i primi numeri del Dicembri! I84i>> (2) Cook, Voy, Parine, I. (ó) Michael).*.. Disserl. Einfluss d. Sp. p. 99. (4) Maga» Dorr. 1, t5o. Digitized by Google - 219 - verde si pose sulla loro culla ; andò a posarsi sulla testa del pretore Eliano Tubero mentre questi rendeva giustizia e si lasciò prendere in ina.io (1). Pi. Pipi (ital. ling. de' fanciulli), uccello. Pipio, is, in (lai.), far la voce delle passere, e dei polli. Pipilo, aa, art (lat), far Ja voce delle passe- re (2). Pipilare (ital.), far la voce delle passere. Pépier (fr.), far la voce delle passere. Piauler (Ir.), far il grido della gallina d' India c del pollo. Pipare (lat.), far la voce della gallina (3). Pipiti (Unì.), gallina. tltr.r.iZu (gr.), cantare degli uccelli (A). ntm'gw, et? (gr.), pipire (lat.). Pcep (iiigL), pigolare (pronunciasi pip). Piptr (fr.), pigolare. Pipiar (sp.), pigolare: dicesi anche piar. Pipeg, pipel (ungh.), fare il grido dei polli. Pipen (ted.), fare il grido dei polli. Pip pip (ted.), grido con cui si chiamano i polli. Tipo tipo (finnico), voce con cui si chiamano le galline (5). Piple (ili.), pollo. Ili'iTfroc (gr.), piccolo nato di uccelli. Pipeé (fr.), grido degli uccelli intorno alla civetta. Pepier e Pipier (fr.), grido delle passere e degli uccelli, quindi piauler, piuler, piailler, ec Ilt'iros (gr.), pipu» (lai.), un uccello sai bello. ritiro) (gr.), pipio (lat.), uccello marino. (1) Plin. (2) « Scd circnmsiliens modo huc modo illuc ad solam dominam usque pipilabat » Calull. de passa- re Lesbiae. (3) • Nonius pipare esse scribi! proprium galli- narum ex aulhoritate Varronis: « mugli (inquii) bos, uvis belai, equi hinniunl, galli pipant ». (41 Arislol. 0?vi5£; in principio. (5) Ceroni, Filol. Corapar, p. 58. Pipita (lat.), [ Pip (ingl.), (1) l Pipita, malattia dei volatili Pip (ungh.), ( * corle > ùoè d« qacU* che Pippi e Pppp» (ted.),] fann0 P'f* Pépie (fr.), [ Pipare (osco), lamentarsi « ciulabunde conqut- « ri » (Feslus) Fifare Miai. vcn.). Pipatio (osco), clamor plorantis. Pipulare (lat.), domandare con ingiurie. Pipulum (lat.), strepito di voci « convitium a pul- . lorum pipatu ». Etri? • (gr.), pipilare. Zm'ga (gr.), specie d' uccello nominato cosi dalla sua voce (2). Pierpier (Tahiti), specie d' uccello, Galbula. Pipis, Pipitkt (ungh.), specie d'uccello, Pippter- che (ted.) e Steinvogel (ted.). Pipiik . pipdke (ungh.), giovine gallo, papero, oca, pedante. Pipio (lai), piccolo colombo, d' onde pippio, pip- pione, pippionaccio (il.), e pigeon (fr.), e da questo piccione (ital.) (5). Pipiunculus (lat), sparviere. Pica (lai.), gazza, d'onde Pie (fr.). Picu» (lat.) Pipa (Int.), canna per zufolare, fistula. Pipeth (b. lat.), canto od istrumento musicale che imita il canto delle pipe (4). ' Pipe (fr.), zufolo per imitare il i richiamo. Pipe (ingl.), : Pipeau (fr.), Piffero (Hai.). 1 Francesi ridussero piffero che prima dissero pifre (5), (Hai.), a fifre che più assomiglia al (1) Vuol dire pure • levar via la pipita» ed an- che pip è una macchia nella caria. Ci) Schrev. in voce c. !"») Pipio (sp.), moneta minuta in Spagna (Du Caugc). Anche in Venezia v'era una monda che chiainavasi gazzetta, cioè piccola gazza, pica. (4) DuCange, Fortunatus ad clerum Parisiensem. (5) Traduci, de l'Amadis par Gabriel Chapuis e Rabelais citati da Nodier. DicL Onotn. Fr. in voce Fifre. Digitized by Google - 220 - suono dato da questo istrumenlo, e gl'Inglesi fecero da /i/re fife, l'i l>ito uti (sp.), fistola, canna. Pfyiparole (pori.), colpo sul naso. Pipitare (lai.), fare la voce dei sorci, ed anche degli span ieri fi;. Pipacs (ungh.), papavero, detto in tedesco Klat- tchrose e Klappenrose perchè i semi contenuti nel frutto, scuotendolo, danno un suono: ap- punto per la stessa ragione diecsi in arabo kasch kasih ^ 1 Iltir.Ki, smergo marino. Bluff '(ingl.), paffuto: Wo», soffiare, tuff parte del vento (T. nautico), Blob che baie guancie piene. Puach H\ù (ebr.), soffiare, spirare. Pusten e pisten (ted.), aria emessa dalla bocca o dai mantici (5). (1) Nicod che la deriva da Dici Onom. fr. in voce c. (2) Cook Viaggi. (51 Adelung, Diz., in voce Puff. Nodier , (5) Adelung, Diz. in voce c. Michaelis, Diss. Einfl. d. Sprachen p. 100. Digitized by Google - 221 - Buffon (il.), far vento. Bouffer (fr.), far \cnlo. Bouffée (fr.), colpo d'aria. Bouffi (fr.), gonfio. Sbuffare (il.), soffiare del cavallo spaventato. Buffa (b. lai.), schiaffo. Buffe (fr.), schiaffo. Buffet (ingl.), schiaffo. Buffetto (il.), schiaffo. Bofetada (sp.), schiallb. Bofeton (sp.), grande schiaffo. Buffa è probabilmente la parola bucca (lai.), bocca, come buffo, buffone (Hai), bou/fon (fr.), è òucco, onù (lat.), che si usa da Plauto nel significalo di stollo (Itarrhid.) « stilili, stolidi, fatui, fungi, bardi, blenni, bucconcs, solus ego onincs anleeo stullitia ». Bucro era nelle Atei- lane un mimo simile al nostro arlecchino o pulcinella. Forse faceva quella parie stessa che si legge in Procopio essere stata sostenuta sul teatro di Costantinopoli da Teodora che fu poi imperatrice; cioè teneva le gole gonfie perchè più suonassero gli schiaffi che gli si applicava- no per far ridere gli spettatori (I). Il cangia- mento di cca in ffa e di eco in ffn è avvenuto eufonicamente in altre parole (2) ; ma qui ebbe parte la tendenza istintiva ti' imitazione, riuscendo meglio il suono f ad indicare il suo- no prodotto dall'uscita dell'aria dalla bocca a gote tumide. l'rop (ingl.), puntello, sostegno. IIJp pur (Vcttius Flaccus apud Velium Longum dcOrthogr.),/''unr(aiu\ ted.),uro(lat.),-)ìK ur (eb.), fuoco : rumore del fuoco quando arde nella stoppia o nell' erba arìda. 1 podi latini volentieri furere per indicare 1' ardere impeto (3): furo, is, furor ha un senso tras- lato, ma la sua radicale è consanguinea con Fuhr ora Feuer (tcd.), Fin (teut.),- feàr (cimbro), ed il fuoco fu il tipo dietro il quale si formò P (1) Procop. Caesar.. Hist. Secreta., c. XIV, e Sai- inasius ad Tertullianum De Pallio. (2) Vedi Ragguagli eufonici in quest'opera. (3 Michaelis, Diss. Einlluss. d. Sprachen, p. 130. idea d'impeto, di violenza morale, ec; p. e. ar- don, fuoco (delle passioni) Inbrunnst (ted.). R H. tiraku (a. sass.), tosse, d' onde hrak (Islanda), saliva. Haqaq p^Tl (ebr.), sputò. Rader (fr.), (»•)> parole imitanti il rumore lat- to dall' unghia o da uno stru- mento acuto nel loro attrito coi corpi che nettano o strac- ciano (1). Rarità 'racuù (Brasile), grido d' un uccello detto Mutu. simile al pavone, che sta sugli alberi o sui tetti (2). Rain o rèer (fr.), termine di cacria, essere in a- morc del cervo, per la voce sua in tal tempo, che il verbo rni'rv nér imita. Da questo deriva rut (fr.), tempo di calore, della frega. Rarjlian (il.), fare il grido dell'asino, amujliar (dial. Nap.). Si sentiva arrttglià no ciucciariel- lo (3), braian (b. lat.), d'onde oroire (fr.). Sbragian (dial. veu.), gridare forte. Rub (pers.), gridare forte. Rapio, is (Int.), d'onde rapida*, raptus, ec. Rari (ungh.), aghironc, airone. Rad (tcd.), ruota. Rìieda (lat ), carro. Rota (lat.), mota. PaSars; (gr), strepito. P'«'w, roboro. Rudere (lat.), ragliare (3), rudi*. Roucouler (fr.), fare il grido della colomba. Ruckten (led.), fare il grido della colomba. Ruksha (sanscr.), cosa aspra, dura, terrìbile, o- dio, ira. Roh (ted.), aspro, rozzo. Ruc (sp.), condóro. Ruo, Ì3, ere (lat.), d' onde rumor, mina. Rugio, U, ire (lai.), d'onde rugghio, ruggire (il), rugir (fr.). Ruru (sanscr.), piangere. Worro (sp.), fanciullo in fasce. S. Salualaq ^ 1 ^ ^ ^ (ar.), vecchia che brontola sempre : pronunciasi anche tahtaliq. (1) Il Diz. Acad. Frane., Prér. Xf, lo dice onoma- Inpcico. (2) Cliampollion, Figeac. (3) Calep. in voce onomalopcia lo riporta come esempio di onomalopeia. Ma essa vuole riferire in o- rìgine non il ragghiare, si il rumore che fanno le corde delle navi , le pomerio ( percosse dal vento ) Novus Calep. in voce Rudens. Io crederei che imi- tasse il suono delle gomene nell'alto di scorrere contro qualche l.gno, come nelle carrucole. TaXXw (gr.), d' onde talio (lai.). Sasza (ili.), mammella. Sitza (ili.), mammella. Cica (vai.), mammella. Oc (Sarmali antichi), mammelle (I). Zitze (ted.), mammella. Zizza (it.), mammella; d'onde 5i5S0iare= suc- chiare le mammelle. Soso (lagni.), succhiare mammelle muliebri. Su tu (malese), succhiare mammelle muliebri (2). Siuu (Tahiti), mammella, seno, petto (3), d'onde Uuhu (Tonga), snechiare, petlo muliebre. iSucer (Ir.), surchiarc, suggere. Sugo, is, ere (Int.), succhiare, suggere. Suga (sved.), succhiare, suggere. .Sfinge» (ted.), succhiare, suggere. Stick (ingl.), succhiare, suggere. Stick ke uck (Esquimesi), petlo (4) Sugati, tuccan, sucian (A. Sassoni, e lingua dei Franchi), succhiare, suggere. Zwigen (fiammingo), succhiare, suggere. Ciiucden „jduS^ (per.), succhiare, suggere. Ciucia (Zingani), mammelle. Ciuciacam (sanscr.), mammelle. Ciuciagram (sanscr.), mammelle (5). Ciuciare (dial. vcn.), succhiare. Ctecs (ung.), mammelle, d'onde ctecsemo, bambi- no infante (pronunciasi cec anche l'ultimo c come il primo, quasi avesse a succedervi un e od un i). Ssi (ungh.), succhiare. Chupar (sp.), succhiare. Se- Scaben (Notkcr), fregare, grattare con forza. Scabere (laL), teabies, fregare, grattare con forza. Scafan (a. sass.), fregare, grattare con forza. Sceafan (a. sass.), fregare, grattare con forza. Skafw (sved.), fregare, grattare con forza. (1) Skiener. Nodier, DicL Onoro. Frane,, in voce Sueer. (2) C. Gebelin. Vili, 540, 548. (3) Humboldt, Kawi, 1,74. (4) Cook Voy. P«iGc, III, Contin. da King, Ap- pendi* n. VI, p. 552. (5) Vyacarana, pag. 184. Digitrzed by Google Shave (ingl ), radere, tosare. Schaben (ted.), raschiare, grattare con forza. Schaeven (ol.), piallare. Scatta (ili.), pugno. Skakati (ilL), saltare. Squeak (ingl.), gridare. Schelkil (egizio), sonaglio (i). Schiaffo (il.'!, ed anche sliaflb. Sclopptis (lat.), suono emesso dalla bocca a gote gonfie (2). 5c/iroo; (turco), suono, rumore d' armi (3). Skraek (dan.), spavento. Scray (ingl.), rondine di mare. Scrvp scn-p (Brasile), grido dei Guainumbi, specie d'uccelletti (4). Screack (ingl.), cigolare. Screech (ingl.), squittire. Scriccìo (il ) (5). Scricchio, scricchiolare. Skrìpati (ill.l, stridere. Shriek (ingl.), shrieking, strillo. Scrocchio (it.) } e stroscio e «crosciare. Se ecc. &»sen (egizio), suonare, dare un suono (G). Sesear (sp.), pronunciare il c come s. Schak (7), grido della pica, d'onde Schecke (ted.), Rallu* terrestris Ortygometra; altrove dicesi an- che Schrich (8). Sciaqaq (turco), specie d' uccello che niau- gia le api. Sciaag (ebr.), ruggi. Sciaqasciq ^ìXJLA (turco), grido, vociferazione : dicesi anche sciqsciqat >;,:.:.. «Scia»; (ebr.), sacco. Saccus (lat.),Saxx3s (gr.), Sack (tcd.), Stac (poi.), Sac (poi.), ftakej (Lapponia), Z»o*r (migli.), (1) Champollion, Figeac. (2) Nec scluppo tumidas intendi» rumperc buccas (Persio. Sai. V, ». 13). (5) Pronuncia come se Tosse scritto chraq in fran- cese. (4) Guliel. Pison , li. Nat. et Medie. 1. V, p. 319. (5) Pulci, Horganle Maggiore, canto XXV, al 319. (6) Champ dlion ; Figeac. (T) Michaelia, DUs. Einfl. d. Sp. Berlin. (8j Adelung, Diz. in voce Schecke. Sack (ingl.), Sac (fr.), Sacco (it.), Saco (sp.), ec (1). Sciascia ^4jl£ (ar.), separalo, disperso, isolato. Sciafscial vJLajU (ar.), vento freddo e pene- trante. Zfijv, rjvsj (gr.), cuneo. Sembrami onomatopeia dell'anelilo dello spacca-legnc o di chi dà sopra ' un cuneo inserito in un legno per impaccarlo. 2ip£v*o'vT) (gr.), d' onde funda (laL), fionda (2). Sling (ingl.), fionda. Sciefscief (pers.), bacchetta per cardare il cotone. Sciersaeref gj-^-i ( turco ) , atto di fendere, scheggia. Chichickoue, istrumenlo di musica dei selvaggi dell' America sellrnlrionalc. Chuinter (fr.), bisbigliare. 67iiicnotcr(fr.), bisbigliare, e chuchotcric, chucho- temeiit (3). Chucheter (antico fr.), bisbigliare. Sciulsciel J^JLi (ar.), acqua che cola a goccia a goccia. Sciar.-: in (pers.), nome di un uccello gri- giastro nel genere dei passeri. Sibilo, as, are (lai.), d' onde sibilare (it.), stivar (sp.). Sifih, as, are (lai.) (4), d' onde siffler (fr.). Il volgo in Francia pronuncia chiffler : in france- se antico dicevasi pure subler, siffler. nel Vene- to dicesi subbiare, bl nel dialetto veneto cangia- si iu bi ; sublet sublot (Borgogna), fischietto. In italiano diecsi pure zufolare e zufolo. Sipsi iS ~*~ (turco), sorta di zufolo, fischietto, che si adopera a bordo per comandare ai re- matori per le manovre. (1) E curioso il numero delle lingue nelle quali trovasi la parola medesimi! citilo slesso senso. Scbrev. « liaec vox fere in omnibus linguis integra remanait » (Lex. gr. LaL Viennae 18*22). torelli crede tal pinda essere imitazione del suono che fanno gli oggetti che vi cadono entro. (2) Imitazione del fischio del sasso slancialo nel- l'aria col mezzo appunto della fionda. Cosi ora ditesi che le palle della fucilata fischiano. (3) Diz. fr. IG77, in Ginevra. (À) Nonnius Marcellus cil. da Nodier, Dici. Onom. Fr. in voce siffler. Digitized by Google — 224 Shvisgram (Krain), fischiare. Altre imitazioni dell' atto di fitchiart. Kszyk (poi.), fischiare. Zischen (ted.), fischiare. Hvidthe (dan.) Fischio (il.) e fischiare. -/3i/"vJbjc (turco), fischio dei demoni dei deserto. Hiss (ingl.), fischiare, Hissen (oland.) // Instle (ingl.), fischiare. 5cioofed n?%^à (ebr.), spica. Sembrami pro- dotto fonetico imitativo : imita cioè il sibilare delle spiche; perciò Virgilio disse siltHxm sonan- tem ili le spiche che sono ancora nel campo. Ed. 0\id. Metani. I, 100. ■ IVec renovalus agcr gravidis canebat aristis. » VI dialetto veneto i contadini, quando v'è sic- cità, dicono che le biade sibilano (subia). C. de Gebclin dice che i serpenti furono sempre nell'antichità il simbolo delle biade e il loro no- me allegorico : certo ricordandosi per la pro- prietà che haunodi fischiare, di sibilare, il sibilo delle spichc. Ecco perchè il carro di Cerere è tirato dai serpenti. Forse t?w (gr.), susurrarc agli orecchi (3). Sing (fr.), onomatopeia delle piccole campanelle o sonagli (i), d'onde toc sin che in origine c- ra toque sing. (t) Georg. I, v. 76. (2) Odissea, IX, 394. (3) To' ev Tot? uff» Ttv* Xstttsv ifaov t)'x«v. (Scholijst. di Teocrito in principio). (4) Nodier, Lec. Ling. 57. Sia per altro sing è il la- Sinininga (Brasile), serpente a sonaglio. SU D*P (ebr.), rondine; nel Veneto chiamasi si- si/Za, e zisillare il suo canto : trovasi zinzilu- lare, cantar della rondine (Poematium. Philo- mclae) (1). 5i*on (sp.), specie di francolino. Ziz |»J (ebr.), uccelli. Tsiplsep CpfpS (ebr.), pipi. 2rt'£a (gr.), specie di uccello (2). UuitzittzU (Messico), specie di volatili che na- scono da alcuni bruchi detti dai Portoghesi Lagartas de Yerras (3). Zwitschem (ted.), il cantar degli uccelli. Zisillini (dial. vcn.), specie di tordi il cui canto sembra una ripetizione del z z s s. Gazouiller (fr.), il cantare degli uccelli. In tutte queste parole l' imitazione sta nei suoni jp, ps, yen, s, z. Schlaff (ted.), lasso, rilassato, rallentato. Schlapp (ted.), lasso, rilassato, rallentalo Laxus (lai.), lasso, rilassalo, rallentato. Lòche (fr.), lasso, rilassato, rallentalo. Queste parole si vogliono da Michaclis imi- tazioni della voce d'una corda lassa nell'arco non teso (i). Match (ingl.), istante. Schnerr (ted.), specie di tordo, di quelli che ci- bami di bacche di ginepro. Michaclis dice che il suo nome imita il suono che fa col becco (5). Su (aut. ted.), Sut (lat.) porco, Som (ingl.) tro- ta; quindi T« (gr.), Sau (ted.), ce. (6). Szusz (ungh.), sbuffare, ansare. Szuszog (ungh.), respirare per il naso. Sau'ffaps; (gr.), susurro. Stuurrus (lai.) tino signum, che non si riferirà a suono, ma si a for- ma. Questa parola signum anche in italiano passò a ri- ferire il suono delle campane dare il segno. (1) Bochartllieroxoic.,1.11,65. (2) Schrcv. dice che fu cosi nominato per onoma- topeia. (3) Fr. Ximenes. Gulielm. Pison. IlisL Nat et Med. I. V, 319. (4) Michaclis. Diss. Einfl . d. Sprachen, p. 1 10. (5) Din. Einfl. d. Spr.p. 99. (6) Adelung, Diz. in voce Sau, lo ritiene d' onoma- topeia. Digitized by Google - 225 - Susen (b. sass.)., fischiare, sibilare, rombare dei venti. Suta (svcd.), fischiare, sil)ilare, rombare dei ven- ti (1). Susen (nei poeti avevi), fischiare, sibilare, romba- re dei venti. Sausen taiiseln (ted. mod.), fischiare, sibilare, rombare dei venti. Stinte au-J— (turco), ape, vesp Sumsen (ted.). ronzare delle api. ZiYr°» (r'i'-h ronzio delle api. -j^i^tv;; (gr.), esitazione della So. Sommontìno (it.), gran pugno sotto il mento (suo> no imitativo di quello che si produce chiuden- do la bocca per violenza esterna esercitata sul mento. In ispagnuolo tupapo. Sonsonele (sp.), suono di piccoli colpi in cadenza, tuono di voce in burla. Sp. Spltuìi (ingl ), imbrattare di fango p. e. per get- to delle ruote. Spraszo (it.) Spuo (lai.), spulare. Speyen (ted.), spulare. Spucken (ted.), spulare. n-riìti) (gr.), sputare. Champolliou crede che sia pure onomatopei- ca la parola Thophlheph (egizio) (2), sputare. SI Stottern (ted.), tartagliare. Suono St impiegalo ad indicare la stabilità, stati (ili.), isladen (pers.), stehen (ted.), ier-aitu (gr.), ec. stare. ZttjXtj, £tt]X(i>(ux, Z-rnXte, Z?uXog. frmpiCtt, fermare, stabilire fermamente (ouomat. simpal.) Ztipvov, petto. Z?i£os, strada. (1) Parola imitante il rumore del vento nei boschi (Michaclis Din. Einfl. d. Sp. pa^. 100). Anche Adelung, Diz. in voce sauten dice, che imita il rumore del (2) Ceroni, Filol. Comparata, pag. 54. Vol. L Strvff, stramm (led.) (1^ forlemcnlc Strenge (1), rigidità, asprezza. Strenui!.!, (lai.) (1) bravo. Strepo, is, ere (Int.), fare strepilo. Sirido, ùj ere (lai.), stridere. Tpi'£w, et? (gr ), stridere, mormorare. Tpo'Sco, et? (gr.), stridere, mormorare. Suono air impiegato ad indicare cose gire- voli. Zxpitsw, d' onde ZTps9e&), GtptpXòi, aiptr.to$. ZxpaVY?, cardine, vertebra. ZTpomfu'XoSj rotondo. ZTparraXtot , laccio tortuoso, d'onde strango- lare, ec. ZxopvT), cingolo. ] Ta. Thaq v jJ» (turco), rumore prodotto dall'urto delle pietre. Thaqthaqal iikife (turco), trotto dei cavalli. Tarn. Tarn (India), istrumcnto di rame su cui battono la misura quei musici che conducono le balle- rine ambulanti conosciute in Europa col nome di Bulliadere, nome loro dato dai Portoghesi Quei musici ripetono sempre la v oce tam (2). Tamtam (Africa), istrumcnto che si batte per ser- vire d'accompagnamento alle danze dei Negri. Tang tang (fi*.), tamburo battuto. Thanthanet gjiaiio (turco), fracasso, snono d' i- slrumenti, rumore J7i«»i//joroni giUufc (ar.), enfatico. T'.mUi rem i intento dei corpo e d' una stessa radice con tappeti usato in qual- che dialetto tedesco, e tabbeii percuotere (I). Tapa (Wolof), toccare, soffregare. Taputan (finnico), palpare, vezzeggiare. Tapini («ing.), tastare. Thapyrdamaq ^«Oyjlb (turco), e thapnrdamaq battere contiuuamente coi piedi: saltare. Tabouilli (ling. romanza), strepito di tuono o di tamburo: d'onde tabouillcr,tabmirvr, tabour- der (2). Tapage (fr.), rumore. Tapaige (ling. romanza), rumore, strepito (2). Tabut o Tu bu! (lingua romanza), strepito, alter- co, dibattimento, d'onde tabiuler, gridar allo, urlare, percuotere. Tapaslus (finn ), strepito, d'onde tepeutan, affac- cendarsi (2). Top o Tab. Questo suono servi ad imitare il rumore fat- to dai piedi. Taban ^\A3 (turco), pianta del piede. Tapaan (malese), piede. Tapao (Polinesia), piede (2). Tapa* (cell.), celerilè, velocità. Tappascià (dial. milanese), spesseggiare i passi. Forse Thabé &Jo (pers.) e Thapié iumaJo tappeto deriva da una inula zione del suono prodotto dal calpestare coi piedi, cosi che vo- glia dire cosa su cui si cammina. Da questo (1) Adelung.Diz.in voce c. (2) Ceroni, Filo!. Compar., p. 5& thapsè derivano Tonnjs (gr.), Taptt (lai.), Tappeto (it.), Tapis ((r.), e Teppich (tcd.), nel- le glosse di Monsee e nello Schwabenspiegel 7epi/i, Taeppedu (angl. sass.) ed anche Tape! (tcd.), ultimamente ripreso dall' italiano tap- peto. Tapod (ungh.), pestare. Tabtebs (egizio), specie di calzatura (i). Topanka (ungh.), stivaletti di corda. I suoni (potò definiti da altre vocali ser- virono pure all' indicazione degli alti dei piedi. Tecp (lodostmi), salto. Tepmé t+jà (turco), calcio. Tipod (ungh.), calpestare, pestare. Tipon (ungh.), calpestare, toppan, comparire al- l' improvviso. Tofìper, o foper (lat. ani.), veloce. Topag (ungh.), camminare a passi concitati. Thap thap oltx*^ (turco), grosso bastone di cui si fa uso nei giuochi per far balzare una palla. Tapa (Oceania Is. Marchesi), percuotere. Tap (ingl.), |>ercossa. Tape (fr.), colpo dato colla mano (2), d' onde ta- per, tapolcr, dab (ing.), schiaffetto. Tabangie *aèL3 (turco), guanciata. ] turacciuolo, cocchiu- 7op (ol.,mgl.,dao.,sved.),l f ^ tapf)Q Top (eslh.) l(Suio-gotico), trar Tapa Lb (turco). I ,. ... r -Tf— \ /» [ fuori ì liquidi, e fnep- Tappi (scandinavo). \ _ . , , " v " ) pan ( augi. - sass. ), pa ( ascoj, i S pj|| are j| vino,cfor- r^nM, 1,^(^1 ^ lrlo . toppu, (b. 1.1 ), I cire> , ^ ub)>rj ^ Tuvpo (finnico), I ' r x " 1 carsi spesso. Tap pip (tartaro), rumore che In l' acqua caden- do a goccia a goccia. Tipun (filmico), gocciare (3). 77ppu (finnico), goccia. Tao (Tahiti Isole d. Amici), lancia (4) Champollion, Figeac. C. Geb.lin, DkL Pr.1037. Ceroni, Filo!. Comparata, p. 4 Cook, Voy. Pacific, I, 417. Digitized by Google — 22 Tamtam (lai.), imitazione della loquela di uno che non sappia pnrlare (I). Tambam (dial. um.), diccsi di persona di cui uon si la alcun conto, un chiacchierone; in origine e forse la stessa della maniera di di- scorso di tali persone. Tambat (Ir.), i frumento di cui si servivano i mo- naci per chiamarsi ai notturni (2). Tarabuka (egìzio moderno), specie di cembalo dei marinai e specialmente dei barcaiuoli del Piilo (3). Tarn tara (sp.), tarnlanlara. Tamlantara (b. lat.), il buratto della farina. « Ad festum Thomae Tamtantam Alia un- ge » d'onde tu ra Uni turi: za t\\ colare, passare la farina jicr lo staccio (4). Tariti, Terin (fr.), piccolo uccello verde con una inarca nera sulla lesta, il cui nome imita il can- to (5). Taro (N. Zcl., Isola del Sud, TahiU), cocchi. Tarla suono con cui s' imita la balbuzie. Tarlajear (sp.), balbettare. Tartagliare (it.), Tartatcar (sp.), vacillare. Tartago (sp.), burla piccante, forfomudo (sp.), balbuziente, tartamudear (sp.), balbutire. Dadog (ungh.), tartagliare, balbettare. Tarlar (il!.), reaitino, forasiepe, uccello. Tas lai (sp.), polvere di crogiuoli. Tat. Tata (Tonga), abbattere alberi. 7o (Tahiti), tagliare, spaccare deve essere la sem- (Tonga). Quindi tato (Tonga), (1) Du Cange «Vox ntillius loqui nescii esprimili e cita s. Agostino, (2) Nodier. Dict Onom. Fr. in voce c. (3) Gazzella Veneta 18 ottobre 1846. Viaggi in Egitto, ecc. di Combe. (4) Du Cange in voce c. (5) C. Gebtlin, Dici Fr. IO» Tahta Jolb (turco), uomo litigante, Ta-ta-ta (fr.), parola che serve a rappresentare la celerità d' un mo>imcnto, d'un alto (I). That that «yl». (turco), urto d' mia cosa coatro l' altra. Tattle (ingiuriarla, cicalone, cornacchione, tratt- /e, ciarlare. Tax tax (lai.), imitazione del suono prodotto dal- le percosse « crii tax tax tergo meo » (Plaut. in Persa). Tax pax (lat.), imitazione dei colpi dello staffile (Naevius) « esse tax pax » essere sferzato. I commentatori latini dicono che tax indica- va il rumore dei colpi di sferza, e pax ne e- sprimeva la violenza (2). Io credo che tulli due insieme formino l' imitazione sommaria di col- pì ripetuti. Tack (ingl.), bordata, amura (T. nautico). Te. Teltel (egizio), cadere a goccia a goccia (3). Tektek (pers.), berretto con TepeUmek Al Lo (turco), i pi, uccidere. Teppo, lippa (fumico), andatura leggiera (4). Teputan (finnico), ferire. TspiTi'Jw (gr.), dare un suono musicale. Terreo (gr.), terror ecc., terrore, atterrire. Ito-rat, T»s (gr.), cicala. Tetrinnio, i», ire ( Ut. ), fare il grido dell' a- nitra. « In fluviisque nalans forte tetrinnit avis » (Pocmat. Philomelae, v. 22). Ti. Tic (fr.), prosopalgia. Onomatopcia simpatica, in relazione dell' inslantancità dell'accesso dolo- rifico e per la sua circoscrizione come di una ferita di punta. Tic toc (fr.), battito, movimento reiterato come (1) C. Gebelio, DrL Fr. 1056. (2) C Gebelm, M. Primilif. VI, p. CCXCVUI. (3) Chnmpollion. Figeac. (4) Ceroni, Filol. Compar. p. 58. Digitized by Google — 228 — quello d' un martello clic balle, delle palpita- zioni del cuore ec. (I). Tiche tac (it.), suono dato nel picchiare (2). Tiff (ingl.), pungere (onom. simp.) Dindi (it. I. dei. fanciulli), danari (3), imitazione del loro suono. Tinging (tagali, suoni. Tsinging (Madag.), rumore, voce. Tintinnio (lai.) e tini imi», poi tinnì», d' onde tintinnabulum, campanello. Quesic parole rife- riscono un suono acuto. In fatto gli antichi uon avevano se non campanelli di mezzo palmo al più di grandezza e gli altri molto più piccoli. L'altra specie di strumento di simile natura era una lastra circolare sottile di bronzo fora- la circolarmente e infilala in un pinolo orizzon- tale d' un'asta come i nostri porta-abili ; non può dirsi una eampm : il battente era appeso in vicinanza con una catenella e si applicava a volontà su qucsla specie di scudo. Tali stru- menti musicali esistono nel Museo Borbonico di Napoli (4). Da (Minto deriva linnilut (lai.), suono dei metalli : da (infirmo (lai.), deriva fen- tennan (il.), che si riferisce air oscillazione del batacchio, e da tintinnio il tintinnio (it.). Dal suono tintimi-* deriva pure il nome tiu- tinnactili dalo a quelli che flagellavano i servi, nome che allude al suono delle sferzale. Tinter (fr.), tinnire. Tintouin (fr.), ronzio negli orecchi. Retintin (sp.), buccinarne» il» d' orecchi. Tintirintin (sp ), suono della chiarina. Tiniiilo (sp.), claretto, idiota. Tinteiro (pori.), corno da suono, romei. Tintatnarre (fr.), fracasso, schiamazzo. Tip top (fr.), reattino (uccello). Chifchaf(\u S l.), reaitino (5). (!) Nodier, Dici» Onoin.'Fr. in voce c. ('2) Machiavelli, Commedia, allo II, se. VI. (5) Lasca C II. No». Il, p. 154. . (4) Queat' isirumenlo è come quello su cui va a battere Norma nella celebre opera In musica del Bellini. (5) Magai Univ. L Thyraq thyraq jjjjJo ^jf^Jb ( turco ), rumore prodotto dalla caduta e dal rovinare delle pietre. Tirelire (fr.), canto dell'allodola (I). Tirtnk o terenk JU^3 (pers.), suono prodotto dal pizzicare d'una corda d'arco o d' istmmenlo di musica. Tir^S freccia, d' onde tirare (it.), tirer (fr.), ce. Tiritana (sp.), bucherarne. Tirwil (ingl.), Gavia vulgaris (Klein), pavoncella, Tringa Vanellus (Linneo), poi /f 'it (ingl.), e in danese F'ibe (2) e Xiwit (b. sass.), d' onde kt- bilz (ted.). La forma più imitativa sembra essere l'in- glese o quella del basso sassone. TU (ingl.), cingallegra, lui. Au.pt TtTTopt ^uv (gr. ), cigolare degli uccelli in genere (3). 7ì*(ere(sp.), burattino, d'onde (i(erero, dìerern, ti- tiritero (sp.), sallambanco, cantambanco. Imitazione del suono degli strumenti usato per chiamare uditori : quindi Tiliritaijna (sp.), chiasso di flauti. Titler (ingl ), ridere sconciamente. Tilillo, a», art (lai.), d'onde litiUart (il.), (i(i7- ler (fr.), ce. Tìlizliq JLjjJu (turco), querela, schiamazzo. TUlle-tattle (ingl), cicalio, cicalone, gracchiare. Titretnek AjojZS (turco), tremare. Tìritar (sp.), tremare di freddo; liritona, ribrezzo. Didder (ingl.), tremar di freddo. Uidereg (ung.|, e dedtrtg e dòdorog, tremar di freddo. Tpsw, Tpsju'w tpt>w (gr.), tremo (laL) . tre- mare. 77ir6ne (ted.), lagrima, eprjvss (gr.), pianto, lutto. Ti-zpio) (gr.), trapanare. Tertbro, as, are (lai), (crebra, tertbelta, trivel- la (il.). (I) Dubarla* Semaine, I. V, «la genulle alouelle avee son tire tire». (1) Adclung, Diz. in voce Sibili. (3) Aristofane Opvi»s C in principio. Digitized by Google TiTp'ffxw (gr.), ferire. Titulto, as,art (lal.)j, vacillare, non poler regger- si sui piedi; d'onde titubare (il.), titubear (sp), ec. Totter (ingl.), vacillare. Tomtit (ingl.), cingallegra. Topo (Tahiti), precipitare (I). Tup (sanse), battere (2). Tup (ingl.), cozzare dell' ariete (macchina per abbattere le mura delle città). Topeton (sp.), colpo. TJ«Tw (gr.), battere, percuotere. Thopuz yiyk (lurco), mazza, scure. rooer e tuwer (Zingani), accetta. Tubur (Indostan), mazza d' arme. Teber^s (pers.), accetta. Toben (led.), impmersarc. 6ciì«tw (gr.), applaudire, adulare. Toptati (russo), battere coi Top Cf\ (cbr.), Dob (ung.), tamburo. Tabala (Parti), tamburo (5), d'onde Tìntili Jyji (turco), tamburone (4). Tabala (basco), tamburo (5). Tubiti (Indostan), tamburo. Tu'u.«avov (gr.), tamburo. Tympanum (lai.), tamburo. Tymbal (Ir.), Tambour (fi\), Thop ij^b (turco), cannone, bocca da fuoco Thob yyJb (turco), cannone, bocca da Tran (sp.), rumore del cannone. Trommc (alto tcd.), tamburo. Trumma (sved.), tamburo, (dan.), (1) CCebelin, Vili, 518. (2) Eichlioff Parali., p. 387. (3) Plutarcli. nella vita di Crasso. (4) Si noti che fu già detto da Rolleck i Tur- chi esserti gli amichi Parli. Intanto si vede la promi- scuità della stessa parola indicante lo stesso oggetto di sommo interesse per la guerra nelle due nazioni medesime. (5) Ceroni, Filol. Comparata. - 229 - TWnme/ (led.), tamburo. Trumme (b. sass.), tamburo. Drum (ingl.), tamburo. 7oo (Is. d. Amici), ritirare una cortina o scri- gno (I). Tooge, tooge (Tongataboo Is. d. Amici), cerimonia nella quale si battono per doglia il corpo e le gambe con ambedue i pugni, come un tambu- ro, e marche sulle guancic falle col percuo- tersi (2i. Torlototo (sp.), flauto. Tov&apvi^w (gr.), brontolare, parlare mente a bassa voce, brontolare. Tov^opi^w (gr.), brontolare, parlare mente a bassa voce, mormorare. TwSotJw (gr.), deridere, dire villania ad alcuno. Tatù (il., ling. dei fanciulli), percossa. Tatù (IN. Zcl. e Tahiti), sangue (conseguenza de- gli atti traumatici). Toeten (in Schwabenspiegel), uccidere : da questo le forme con d, dò/o (sved.), doifau in Oltfricd, doden uccidere e Tod (tcd.), morte, Dodh (Isi- doro), Dolh (Ottfricd), Dood (angl. sass.), DM (sved.), Daud (island.), Dtath (ingl.). Si aggiun- gano tuer (fr.), uccidere, e &uew (gr.), sacri- ficare. Eitoto (Gabbi), nemico (3). J-'tutu (Caraibi), nemico. Totolór (ungh.), passare il tempo. T Il suono ir o d r più o meno direttamente continuo servì ad imitare il rumore del tuono. Udii spesse volle le donne esprimere per tir il rumore del tuono nelle loro coi fanciulli Trisk (ilL), folgore. Trwao (pori), Trueno (sp.), Tritono (il.), tuono. n. ili (1) Cook, Voy. Pacific, HI. coni d. King, App. (2) Cook, Voy. Pacific., 1, 323 e IH coni. d. King, App. n. HI. (3) C. Gebelin,VlH,506. Digitized by Google Tonitru (lai.), tuouo. Tordon (sved.), tuono. Torden (dan.), tuono. Tondur »joj (turco), tuono. Tunder ^»Xi3 (pcs.), tuono. Thunder (ingl.), tuono. Donder (ni.), tuono. DSrdul (ungh.) tuona, intronare. J/ior, divinità dei popoli settentrionali, è il Dio del tuono. Osservisi in greco il nome dello zol- lo essere analogo a quello della divinità : 9«ò« Dio, eetov zolfo, che veramente sarebbe un ag- gettivo uculro = divino, c Fodorc di zolfo si sviluppa nel fulmine. ■ Primus in orbe Deos feci! Umor, ardua cacio « Fulmina cuin cadcrcnt » (I) Sat tarem (\cdam), dio del tuono, d'onde Satur- ni (lat.), secondo alcuni. Altre forme di parole indicanti il tuono. Tlumar (Taziano), tuono. To n n it (Notker), tuono. Thunor (aut. sass.), tuono. Dunner (b. sassone), tuono. Dunnir (poema di S. Hanno), tuono. Donner (ted. mod.), tuono. In altre lingue $' imita il mono con g r ed h r. Crom (russo), tuono. Gran» (poi.), tuono. nuli va. Hrom (boemo), tuono. Suono T r o D r impiegato ad indicare varii altri rumori. Trac (2) (celtico), traccia, vestigio, d' onde tra- ce (fr.), traccia (it.), ec. (1) Pelron. Arbiir. Satyricon. (2) CGebclin,DicL Fr. 1109. Trac cu (fr.), frastuono, fracasso, rumore forte (non cagionato da rottura) ; tracas (fr.) è pure nella lingua del volgo una specie di scarpa grossa, pesante , con cui si fa grande stre- pito nel camminare. Il senso di questa parola fa vedere il rapporto d'origine comune con trac, traccia, negato da Nodier (1). Io crederei che trac, traccia, fosse l'imitazione del rumo- re fatto nel camminare, e quindi si trasportas- se al segno, effetto del passo. Simili scarpe di legno, usate dai villici e specialmente dai mon- tanari, fanno precisamente un suono che non saprei meglio imitare che per trac trac. Os- servo che un suono analogo diede nome alla suola ere», crepida (lat.) (2). Tp«xu«, età, u (gr.), aspro. Traquet (fr.), valvula della tramoggia. Trit (lat), strepito prodotto nel camminare. No- vio nella Corollaria e Plauto nel Gurculio « eji- ciam crepitimi polentarium trit id est pc- uitum ». Tpipo? (gr.), via battuta. Tritt (ted.), passo. Troad (celtico), piede (3). 7Ve/en (ted.), pestare. Trottoir (fr.), marciapiedi. Trod (ingl.), calpestato, battuto. Trotta (celtico), atto di andare del cavallo. Trot (ingl.), atto di andare del cavallo. Trot (fr.) e trotter , alto di andare del cavallo. Trotto (it.) e trottare , trottolare, atto di andoix- del cavallo. Trote (sp.) e trotar, trotillo, troton, troiana, tro- toneria, atto di andare del cavallo. (1) DicL OnomaL Frane. 183. (2) Avvenne reciprocamente che una parola in- dicante acarpa venne a voler dire rumore. .Varale (fr.), ciabatta, tabal (fr.), rumore alto e tumultuoso. Forse tabal deriva dalla stessa radice. Nodier aggiun- ge che «aftala in- celtico vuol dire far rumore, grida- re a piena voce, Nodier sembrerebbe volere che ta- rale derivasse dalla voce indicante rumore: io credo che sarale derivi da sanala (sp.), che viene da capto, capere e riferirebbe l' idea di contenere, essendo una copertura del piede. (S) Nodier, Dici. Onora. Fr. in voce Trot. Digitized by Co — 231 — Trottola (il.), paleo. Tpi'x*», Tpsx«w (gr.), correre. TpogBfl (gr.), ruota, d' onde rota (lat.), e TpsxtXia (gr.), trochlea (lai.). Tp3xa>^>« (gr.), carrucola. Track (ingl.), scoppio del vetro. Tri» (sp.), scoppio del vetro. Traho, i$, ere (lat.), trarre. Draggle (ingl.), trascinare. Trantrun (fr.), imitazione del suono prodotto dal corno dei cacciatori (1). Cosi trovasi impiegato nel libro De la Fenerìe di Dufouilloux. Tropa (sp.), strepito. Tratchen (ted.), frastornare chiacchierando, dice- si anche draschen, dreschen e dròtehen (2). Treta (sp.), botta di scherma. Tpi^w (gr), pestare, d'onde Tpipeùc iptpVjXoc, ec. Trito, at, are (lai.), trituro, a», are. Trictrac (li-.), giuoco il cui nome deriva dallo strepito che fanno i dadi ed i pezzi che si u- sauo. In tedesco ed in inglese dicesi tictac (3). Triquetraque (sp.), scricchiolata. Trillo e trillare (il.), maniera di canto. Trillerà e trallern (ted.), maniera di canto. Tron (sp.), rumore del Driinen (ted.), fare Trupp (ted.), moltitudine. Trucs (guascone), percosse « trucs et palacls * (Rabelais Fanlagrucl, 1. Ili, e. XLII> Trùd (ili.), fatica. Trudo, Uj ere (lai.), cacciare, spingere. Btru è il grido con cui i bifolchi del Veneto animano i buoi aggiogali a procedere. Trunco, ai, are (lai.), troncare. Trum (ili.), terremoto. Tpuw (gr), pestare, d' onde -rpt-pì, frumento, co- me appunto in latino si diceva triticum da tri- to, as perchè si pestava per cavarne il grano, mentre gli altri vegetabili non alimentari si Iras- 8 Nodier, Dici. Onom. Fr. in voce c. Adelung, Iti/ in voce Driuschen. Nodier, Dici Onom. Fr. in voce c. Tubu (Jiotker), colomba; d'onde Taube (ted. mo- derno): Dubo (Ulphilas): Dubu e diuba (Otlfricd): Duva (a. Sassone): Dove (ingl): Duve ( b. Sassone ) : Due ( dauesc ) : Dufva (sved.) (1). Tubare (il), gemere dei colombi. Tuga (dial. veneto), colombo. Tuf vjSyj (per.), schiamazzo, agitazione, eco (2). Tuf taf ( b. Int. ), imitazione dei colpi di fu- cile (3). Tumbar (sp.), ubbriacare, stordire, tombolare. Tliumthami ^«1 U , U (arabo), balbo, che si espri- me con gran difficoltò. Thumthunuini d t U,L, (turco), balbo, che si c- sprime con gran difficoltà. Tìujmthtjm |Ja*b (turco), balbo, che si esprime con gran difficoltà. Tumultua (latino), tumulto. Tupin (Gnuico), pestare o calcare colla mano. Tupsin (Unnico), battere leggermente. Turdus (lat ), lordo. Tourd (fr.), tordo. C. de Gcbelin dice che il grido d' una specie di tordi è twrdd (A). Turtur (lai.), tortora (il.). Tor "ìiH (ebr.), tortora; rimase nella forma sem- plificata. Turtel (ted.), tortora. Tortola e tortora (it.). Tòrtoli/ (ungh.), tortora. TpuY&>'v (greco), (pronuncia trugon) tortora. Turtut (fr.), specie di allodola (6). Tutu (lat.), voce della civetta : « Noctua quae, tu, tu, usque dical libi ? » (Plani. Mcnacchm. AcL IV, se. n, v. 91). (1) Tulle onomalopeie, Adelong, Diz. in voce e. e Micbaelis, Diss. EioO. d, Sp. p. 98, il quale scrivi- invece che per v per w />«» fluire. (2) Bianchi et Kiefter, DicL (5) • Schiopelus tuf taf» viene ciuto da Nodier, DicL Onora, in voce Escopetle. 14) Uict. Fr. 1037. (5) Anche Bochart Hieroz., Il, G5. ritiene la pa- rola ebraica d' origine onomatopeica. (6) C. Gebelin. DicL Fr. 1056. Digitized by Google Totw (gr.ì, eh ella; dal suono tu tu già notato da Plauto. Tuco (Chili), ulula (1). Tulup (malese), serrare. Tutup (Java), coprire. Twattle (ingl.), cicalare. fagin, ù, ire (latino), fio-agerc, fare uà, cioè il grido che fanno i neonati. ff 'fuukihcet (Noolka o King Gcorgc's Sound) tossire (2). ff 'awl (ingl.), gnaolare. Vath vath Jefjjtfj (turco), rondine. // «ce (ingl.), ondo. favella (pc"-)> di lamento, di scia- gura. Felvelé o velvelct gjyj } (ar.), vulvullei, pianto di donna desolata, /e/e/ Jelala rtì? (eb r.), urlo, T t ! *" Jlal \ty (cbr.), urlò, ululò, si lamentò. t'acuì J w (turco), atto di scappare da un peri- colo, di salvarsi. trithi (Ollentoti), miete. Tal nome è un' imitazione del grido dell'uc- cello conosciuto sotto il nome di Coucou indi' cateur (fr.) , celebre per te sua abitudine di chiamare alte mattina ed alte sera i viag- giatori che vanno in traccia di micie pel deser- to, e di guidarli verso gli altieri cavi dove sa che sono te api selvatiche, per cui fu detto in- dicatore (3). V u (Brasile), grido delle tigri laguàra, lagua- rete e Cuguacuara (A). Hu (lat.), u (gr.), suono dato da chi odora, quan- (1) Georg. Marcgrav., Chili R«-g. p. 35. (2) Cook.Voy. Pacific, IH, conlio, d. King,App. n. IV, p. 540. (3) Mag. Univ. 1, 129, Paris. li) « . . . Terribile™ noctu clamorem instar canis famclicae cxcilare solenl u u ». Guliel. Pison., HisL Nat. el Med. p. 103. I. III. do cerca di assaggiare qualche cosa coli' odo- rato (I). Ilubub vj%aJ» (turco), soffio di vento; quindi Heb- vet polvere. Vfur )y ì\ (turco), fortemente. Hug (ingl.), versare (t. di marina). Iiuhog (uugh.), urlare come la civetta delle mu- raglie. Huhu y»y» (pers.), allocco, chat huant. Vhu (led.), civetta. Vhu (Calmucchi), civetta. Schubut (b. Sassone), civetta. l tinnì i (sved.), civetta. VI (oland.), civetta. Ulula (sp.), civetta. Ulula (tel.), civetta. Lulu (Is. d. Amici), civetta (2). Uulolte (fr.), civetta. Owl (ingl.), civetta. Eule (ted.), civetta. Ueulen (ted.), urlare della civetta. Ilululer (fr.), urlare della civetta (3). Hukek A£jd (pers.), singhiozzo. Ulul, ulf, wuluf, wolf (svedese), lupo (4). Hurltr (fr.), urlare del lupo. Q'pu'w (gr.), ululare, ruggire, d' onde tTpucg, le fiere il cui grido è orribile, e homo, horror (lat.) ecc. Hum (inglese), susurro , tumulto distante , come quello della città, udito nella solitudine, romba- re, ronzare. Onen outn (fr.), imitazione del grido del por- co (5). Hurricane (inglese), uragano. Orkan (led.), uragano. Huusta (cimbro), tosse. Husten (led.), tosse. Uzzolo (il.), voluttà, desiderio, /froka (Ulfite), II) Sdire*. 417. (2) Cook, Voy. Pacific, III, conlin. d. King, App. n. III. (3) Nodier, DicL Onoro. Fr. in voce. (4) Micuaelis, Diss. Einll. d. Spr. p. 57. (5) UeWetius, Esprit, L I, Disc II, p. 234. Digitized by Google //'raak (olandese), vendetta. // race (anglo-sassone), vendetta. //'rate (anglo-sassone), vendetta. //'reuk (ìngl.), vendetta. //'raeka ^ed.), vendicarsi. //'rok (olandese), rancore. //raken (b. sassone), combattere, contendere; d'onde dem ano le forme modificate : J?«c/ie (led.), vendetta. Raekia (isl.), \endicarsL Reka (isl.), perseguitare. Ràken (b. sassone), vendicarsi. Rechan (Otlried), vendicarsi. Tutte forme d' una espressione istintiva di commovimento, di fiera passioue_, d' ira ; ap- partengono all'onomalopeia del secondo gene- re, cioè alla simpatica fixen (ingl .), garritrice. Zabzah (arabo), vociferazione, grido, in- fermità. Zahza (Messico), movimento, agitazione nell'ac- qua (i). Zamzaniet « t -^ t -»« (arabo), coraggio, bravura. Zarzar JhJK (persiano), gemilo, lamento. Zm (sp.), botta, percossa, rumore della percossa. Zazarragouan (isole Mariane, Gouam), inferno , fornace ardente dove Kaifi (il diavolo) arroven- ta e balte le auimc (2). Zelzele iJ^Jj (ar.), terremoto. Zevzek viJ(«\ (turco), cbiacchicrone, stordito, im- broglione. Zeisieh (ted.), fanello. Zeisel (led.), fanello. Zimk (ted.», fanello. Zyxle (ted.), fauello. Zyschen (ted.), fanello. Czitek (poi.), fauello. (I) C. GeMin, Vili, 5-25. f;l) Mag. Univ. Anno VII, p. 351. Csisz (ili.), fanello. Sùkin (ingl.). fanello. Cinti (Ir. volg), fanello (1). Cerisi» (Ir. volg.), lancilo. Scenicle (Ir. volgare), fanello. Zi, zio, zi (dial. di Napoli), imilazioue della voce del sorcio (2). Zickzack (led.), una linea costituita da angoli sporgenti c rientranti. Adelung sospetta clic la parola derivi dal basso sassone e sia la redupli- cazione di Zacken, punta, per indicarne la plu- ralità. Zigzag (fr.), istrumento fallo con liste di legno incrociale a rombi le une sulle altre, clic si i serrano e si allungano, e che si usano per far giungere biglietti od altro in luoghi ai quali non si potrebbe arrivare altrimenti (3). ' Zsizseg (ungh.) , far rumore , strepilo , sustirro. Ztuszok (migli), scarafaggio. ; Zsizsik (ungh.), punteruolo, scarafaggio, Verme. Zinzino (il.), sorso. Zi'usinnare (it.), sorseggiare, assaggiare. Zipizapc (sp.)_, contesa. Zombombo (sp.), tamburo cani|M\stre. ' Zonzo (sp.), scipito. Zonzo {iì.), andare « zonzo ( onnmalopeia delle zanzare). ' Zozobrar (sp.), essere baltulo dai veuli. Znizun (sp.), giavellotto. Zumba (sp.), cnmpanaceio. Susurrus (lai), susurro (it.) ecc. Zurrir (sp.), ronzare, susurro. I Zuriza (sp.), rissa. Zuzar, azuzar (sp.), eccitare i cani a battersi ; aizzare (it.) (I) Nodier, DicL Onom. Fr. in voce Torni. | g (-2) Si sio zi Tacca no sorecillo (Ciucceide, C XV, (Ó) Nodier, DicL Onom. Fr. in voce c. Vou l 30 Digitized by Google Digitized by Google della mmum primitiva. Dall'esame dei dizionarii automatico, inter- ielliNO, onomatopeico risulla che tali elementi si prestarono al bisogno di espressione in questi rapporti. L'elemento automatico contribuì le voci che si riferiscono al bambino ed ai suoi bisogni, quel- le riferibili agli alti preparatori! alla generazione c quelle relative al puerperio, quelle che indicano le persone più vicine componenti la famiglia, i pa- i-enti, i fralelli, i servi, quelle indicanti le membra, i cibi e le bevande e la più ovvia cioè l'acqua, e la favella. Talvolta pure i pronomi stessi ponno aver avuto un'origine automalica, p. e. quello della L» persona, siccome un grido emesso senza direzio- ne della coscienza come può considerarsi nell'epo- ca soggettiva più oscura dell'infanzia, il qual gri- do acquista (al \alorc dall' interpretazione che ne fauno gli adulti che l'infante allevano : anche gli altri pronomi di 2.» e di 3." persona ponno essere grida di tal genere, e por la reazione iutellettualc degli adulti stessi riuscire di tal valore. 1/ elemento interiettivo servi ad esprimere l'interna maniera d'essere e di sentirsi dell'indi- viduo ; | invili le sue voci acquistarono sensi mo- rali: valse a rappresentare le passioni soggettiva- mente e le proprietà delle cose in quanto che pri- ma avessero prodotto una impressione nell'uomo come di meraviglia, di timore ecc. : cosi avemmo l'ai (gr.), forza e la »> (caldeo), PI» (ebr.J, Dio. L'elemento interiettivo diede pur esso i pro- nomi in quanto che quelle grida che poterono chiamare, avvertire gli altri, poterono pure indi- care le persone chiamale. Dall'elemento interiettivo si produssero pure nomi appellatiti d'oggetti ; poiché eventualmente un grido patetico, pronunciato in date circostanze, puòj in altro momento riproducendosi, ricordare le circostanze medesime e per le associazioni possi- bili ricordare altre cose per qualunque rapporto accidentale compresenti. Cosi hajh in uugherese passò a nomenclatura dei capelli ( I ), e poi hai vol- j le dire strutto, sugna, per l'uso d'ungersi con tale j sostanza i capelli. (I) La causa dell'applicazione eli tnl grido a no- me dei c.ipelli irt-rii-Mimu essere stata la sofferenza eli* palesano i capelli sotto le affezioni morali. Tale fallo si trova nelle '^pressioni d. Ile dWpfM lingue, p. e. in ebraico sen h'ar capello, tanh'ar inorridire e n'IV")^^ sanh'aruria', cosa orrida, in ilaliano rizsare i capelli, in francese hèrisser les che- reux, in tedesco die Ilaare su Berge siche», sono «•sprigioni dello spavento. Digitized by Google — 23f> — 1/ elemento patetico pure fu occupato nella nomenclatura delle persone componenti la fami- glia, ruiiii- abbiamo veduto: I nomi del padre Oa (Cafro), Ou (Africa llurrur), Ea (Wogul.), Ai (lingue di là del Gange), Ahai (Minas !Novas, Brasile) , Ahay (Eslene, America seltenlriouale) ; Della madre fch (Timor, Endc o Flores), la (Pigrizia), Ija (Alfadcl.), lie (Jcnissei); Del fratello in ebraico Ach Ht* ed in tur- co t l; . Dei figli Ahu (sanscr.), figlia, Achia (Ca- uadà), fanciulli. Alcune di queste voci possono essere dive- nute nomi ap|iellalivi amido servilo prima di gri- da per chiamare. Forse così fu di Ea, Oa, Ou ; e siccome (ra le persone più ovvie avveniva che lusserò i membri della famiglia, cosi poterono fis- sarsi iu seguito ad indicare appunto alcuno dei medesimi. Alcune voci paletidiCj emesse la prima volta come grida senza senso e con azione simpatica nell'uomo che le udiva, valevano in efletto consc- guentemente come eccitamenti ad accorrere in aiu- to; avevauo quindi valore d'imperativo nel senso di preghiera per un soccorso relativo alla circostan- za, e di vocativo generico alle persone eh' erano nel caso di prestare un tale soccorso ; per questo tramite riuscirono in ultimo nomi appellativi delle persone che tale aiuto di fatto prestarono: e quin-- di del padre, della madre, del fratello, dielro l'e- sperienza della loro protezione o della loro pro- pensione a proleggere. Questa specie di nomi pa- tetici pervenuti ai parenti, sono posteriori a quel- li d' origine automatica : questi sarebbero veri so- stantivi indicanti le persone slesse; quelli., cioè i patetici, sarebbero aggettivi aggiunti : vorrebbero intendere la qualità, il fatto di aver giovato, pro- tetto. Forse souo il resto di una ellissi, cioè del tralasciamenlo d'un altro nome (d' origine aulo- matica) che loro andasse unito, per cs. mania, popò, ce. : cosi che si dicesse in principio marna ahi, papa hai, tcr il Bso'j Bof , muoio, ptux&b), ce. Il servigio dell'elemento onomatopeico In pertanto molto più vago che non quello degli al- tri due elementi ; indefinita essendo 1' opportunità oggettiva |rt parte del mondo ambiente, menile le disposizioui dell' umano individuo sono li- mitale. Questi suoni primitivi, di qualunque sjwcie sieno, cioè automatici^ |ialelici od onomatopeici, fecero la loro parte nelle div erse nazioni segrega- tamente, ed avvenne che simili essendo i bisogni :li uomini ed i mezzi di accorrervi, simili si- gnificali vennero a ricevere le parole senza che una nazione sapesse dell' altra : ricorderemo per cs. degli automatici : Ab (pers. turco), acqua, ed ttab (ungh.), on- da, fluito, riflusso. (1) Cook, Voy. Pacific. I. 102. Digitized by Google (Tagal.), allagare. Hababè. *jU» far.), bolla d'acqua. Meme *D>P (cbr.), acque. Jlcemc (Is. Sandwich, Aloi), far acqua (1). Meemt (Is. d. Amici), orina (2). Aba L>| (pers.), minestra. Ilaba (lai.), fava. Ilabb ^a». (ar.), piccolo frutto, bacca. Pei suoni interiettivi. Imi (Tahiti), mattino. luh ^ 50,c ' Alto (Is. Sandwich), flato. 'Aw (gr.), io respiro. l'ei suoni imitativi. Vhu (Calmucchi), Uhu (led.), civetta. R534 (gr.), grido delle rane. Coasser (fr.), gracidare delle rane. I suoni bruti, come si è veduto, ebbero in o- riginc significati relativi alla circostanza in cui fu- rono emessi, giusta il valore accordato dipoi nei tempi di una lingua già organizzata alle varie forme grammaticali stabilite. Quest' epoca rimase inarca hs- ii un nella lingua di Tahiti, dove, quan- do arrivò ( look . i nomi e i verbi non avevano in- flessione, e pochi nomi avevano più d' un caso e pochi verbi più d' un tempo (3). Cosi era pure P antichissima lingua che si parlava nel Lazio ; le voci non avevano se non una sola 0 po- che flessioni (4). Nella lingua inglese stessa la medesima parola sene spesso da nome, da ver- bo, ce. sicché per distinguere il valore preciso e relativo nel luogo della sua posizione vale il sen- ti) Conk. Voy. Pacific III. conL da King, App. N. V, pag. ii47. ^ ^(2) Cuok, Voy. Pacific, 111, conL da King, App. (,") Cook, Viaggi, (i) Lanzi, Saggio etrusco,!. I. p. M, Buxtorfius, Tlies. L, Sanctae, p. 74. — 237 — so sommario della frase 0 la giacitura dell' accen- to se è parola polisillaba, diversa giusta il suo va- lore, cioè se di uoiue P accento cade sulla penul- tima sillaba, sull'ultima se è verbo. La nomenclatura fu distribuita di mano in mano e progressivamente giusta i bisogni d'e- spressione dell 1 uomo agli atti ed agli oggetti pei quali tal uomo ùi una data società aveva maggio- re interesse. Egli è questo uno dei motivi per cui le lingue non sono parallele una con P altra, per- chè cioè in una nazione accade l'opportunità,!' occasione e l'interesse di dar nome a tali dati og- getti, mentre in un' altra nazione tali oggetti o non esistono o non occupano P attenzione degli uomini. La ricchezza d' una lingua in un ramo parti- colare è relativa e proporzionata alla frequenza dell' uso ed alla molliplicità di nozioni in un dato argomento. Quando esistono nomi appellatisi ge- nerici si fissano eou nomi speciali gP individui, gli oggetti pel bisogno d'indicarli ; cosi, mentre il po- polo avrà qualche ventina di nomi per indicare gli astri, f astronomo ha per suo uso un nome speciale per ogni stella: cosi il cacciatore dà un nome proprio ad ognuno dei suoi cani, il pastore e l'agricoltore distinguono gli altri animali di loro interesse , il colono nomina diversamente i vani pezzi del suo terreno ce., ognuno secóndo il suo bisogno. Cosi v' ha una lingua speciale per le va- rie arti e mestieri, e |>er le scieuze, le cui pa- role nou sono note se non a tali persone che ver- sano in date maniere di maneggio e di studio. Se- condo la speciale occupazione dei popoli svi- luppossi quindi il linguaggio piuttosto in una da- ta categoria di nozioni che in altra : cosi la lingua belyouaua (popolo d'Africa) è ricchissima di parole esprimenti cose relative al bestiame. Essa presenta dei termini tecnici per ciascheduna gradazione di peli e di forme, il che è documento d'antica ed estesa pastorizia (I). Similmente nella lingua ebraica, la cui nazione fu occupata a lun- go nella vita pastorale, l'agnello ha vaili nomi, e così il bue. Anche il leone ha varii nomi: e que- (l)Gioja, Filos. d. Statisi., IV, 259. - Digitized by Google sia nioltiplicità dipende dalla condizione pastorec- cia di quel popolo per cui gì' interessava ima belva che minacciava le sue greggio. Il leone ha sei nomi in ebraico: laiic ^>7, ari nS, arié nnrjt^c'ochnÒrW, lavià ìtob, chepir "V53> e sci ne ha l'agnello kar 1^), keves togate» y^wun^, *«,bg (l), mentre la coda in genere dicesi Za- nav DJ?. T T • Nelle Isole degli Amici si dà il nome di JUoe- vat alla coda del cane e quello di Epalta alla co- da degli uccelli (2). In ebraico lavare in genere e spesso delle ve- sti diecsi D33 cava»; lavare il corpo yfTJ rachóts: lavare con impeto p. e. vasi, cocchi, anche le ma- ni tpv scialaf (3). In molle lingue si nomina con una parola l'unghia dell'uomo, e cou altra div ersa quella de- gli animali. In greco òvu* x°? (unghia d' uomo), fafaj (di bestia). In ebraico pÉJX Uiportn (d'uomo), njjnD (di bestia). In tedesco .\agcl (d'uomo), Uuf (di cavallo). In ebraico v'ha un verbo speciale clic indica il piangere la morte d'alcuno, "lìJD Safàd. In illirico hanno varii verbi per indicare il partorire secondo che è la donna clic partorisce o qualche bestia: raghjali nell'atto del parto (per la douna), c rodili dopo il parlo; fcoftfi, partorire de- gli animali in genere : o-icdrwòi/t-je delle cavalle, o-ttliti-K delle vacche, o-kojt/i-*e delle capre, o- tcU ii i I i-m- delie cagne, o-prùsilise delle troie ce. Presso gli Araucani, nazione indipendente del Chili, tutti i gradi immaginabili di parentela sono designati con parole particolari ; hauuo sette od otto parole per dire amico : una di queste corri- sponde all' alter ego dei Lalini. Tale uazione è ri- marchevole per la benev olenza con la quale si Imitano ; le relazioni che risultano dai loro affari comuni sono caratterizzate da titoli che esprimo- no I' obbligazione di amarsi ; ed il conto che fan- no della famiglia mantiene le ricordanze della se- fi) bilico, VII, 3. (-2) King, rial Vof. P .cific. di Cook, III p. 540, Appendice N. IV. (3) Levil. VI. 29, XV, I*. Re.T. cbr. I. c. XXII. v.38. Digitized by Google rie dei loro antenati, onde i loro alberi genealo- gia sono più estesi di (nielli delle altre nazioni (1). Le gradazioni di parentela sono precisate ol- tre il nostro costume in varie lingue. Esempii in turco. Bagi q =.L> . la sorella, specialmente la maggiore. Deisè o Tèizè ^ la zia sorella del padre. Khalet jJU. la zia sorella della madre. Baldiz ^Jjb o fifl/dttS^jJL,, la sorella della moglie. Engué aJCif, la moglie del fratello maggiore. 'Amm |Jj6, zio paterno (anche in arabo). Amgié oJmigié msv+c, zio paterno. Ammet k*c (ar.), zia paterna (2). Kiaku y£=K, zio materno. Barjianaq ^UU-U., fratello del marito. Buia *Li, zia. A Costantinopoli chiamasi cosi la moglie dello zio materno. Ebuin jjjjl (dual. arabo), il padre e la madre. Aghacia «a.Uf, fratello maggiore. E il nome che davano al Khan dei Tartari gli altri principi dello stesso sangue. Vlu qaryndasc ,jt|Jjyi^!, fratello maggio- re. I Turchi danno pure a questo il nome di aghà Lif. Abla o Abula VoL A Costantinopoli si chiama- va cosi specialmente la sorella maggiore. A in A l'i U=£ , cosi chiamasi il fratello maggiore dal fratello minore. JS'cvasè **JyS, nipote per parte della figlia. Dudu uomc dato a Costanlinopoli alla figlia maggiore della casa. Precisioni nei nomi indicanti varii rapporti di parentela in sanscrito. Le varie mogli distinguonsi con nomi spe- ciali. La moglie principale neh" uso di poligamia ha cinque nomi, per ognuno dei quali viene io- ti) Annales des Voyages, l XVI, pag. 154. (i) Si confronti con Amila (lai.). dicala : Pradiùina, Bhàryà, Paryàtja, Crlàbhi- sztea, Mahiszl. Quella che governa la casa dicesi Cudhumbi- wi, Parandoti. Quella che lìglia Culastrì, Culapùlicà. La moglie casta diecsi Suciaritrà^ati, Sud- hvi, Pativrlà. Quella che si sceglie essa slessa il marito di- cesi ovaijauwurUy raiinwarfi, t anja. La zia da parte materna ha un nome suo proprio distinto dalla zia paterna. Chiamasi Mu- trsvasà la zia materna, Pilrsvasà la zia patema. 11 padre, la madre, la sorella ed una figlia nominansi con una sola parola Màtàpitasuasa- dultilaran (1). Il fratello minore chiamasi con quattro no- mi diversi Caniszta, Anugia, l'avià, Faragia. Il figlio per parte del fratello chiamasi Bhrà- tria Bhràtragia. ' L'avo materno Màtu e Màtàmaha. L' alavo materno ./.// e Prapitamaha. Distingnesi un parente di cento anni con va- rii nomi Sagòtra, Bandhava, Bendhu, Sva, Sva- gena. Per indicare il marito della figlia, il genero, vi sono Ire nomi Pati, Giamàtà, Duhitupati. Nella lingua della California dislinguesi il no- me del padre secondo che si riferisce agli uomini od alle donue. . //-■.' vuol dire padre (per gli uo- mini) e Cut, padre (per le donne) (2). Presso i selvaggi del Brasile altri nomi usa- no fra loro i fratelli ed altri le sorelle verso i fratelli, ed altri i fratelli verso le sorelle, per es. ritira minore d'età, di questo uomc usano sol- tanto i fratelli fra loro. Quibira, fratello, usa- no di questa parola soltanto le sorelle verso i fratelli. Teindira, sorella ; usano soltanto i fra- telli verso le sorelle. PUfuiìra, minore di età; usa- no di questa parola le Inumine fra loro (5). Anche nella lingua dei Natchi il padre, la (1) Vyncarann, 178. (2) C. Gebelin, Vili, 554. (5) Dizion. di Emanuele de Morae?. Lingua, d. Brasile. Georg. Maregrav. de Biasiliae Reg. p. 22. Digitized by Google - 240 - madre, il figlio, la sposa, il marito, hanno no una diversa maniera di esprimersi (1). C. de Gebeliu fa cenno delle maniere diverse con le quali s' indicano i membri della famiglia in chi- |>er cs. un suocero chiamasi da quelli che io alle persone delle quali è suocero con termini che potrebbero tradursi per nobile, altez- za, venerabile ; l'ava si dice, se è morta, la fu bontà della casa, il figlio parlando al padre lo chiama signore della casa, ec. (2). In greco si distingue con nome speciale il fi- glio d'una figlia : esso chiamasi e, donna che conduce la nuova mari- tala alla casa del marito (moglie del fratello od al- tra prossima parente). E cosi quanto alle qualità e condizioni delie donne, p. e. : ftezircl ijjy (ar.), donna che ha pochi figli. Gharbed Jo^-p o gharid iX^é, donna che è riputata vergine e non Io è. Kialem jjtf, vedova che sposa un secondo marito. Asta ^juymt. dolina clic non teine Y avvici- narsi di un uomo. Faqgd Jali, donna che desidera un marito o dei figli. Asra f^«*c, dolina che non ha se non la ma- no sinistra. FakhurjfòXi, donna che cammina affettata- mente. Altre precisioni di nomenclatura sulle forme del corpo. Asem i^**!, quegli che ha la mano dissec- cata e curva. Za'ith Sa&ò, che agita le spalle e il corpo camminando. (to'»» yjjtf (arabo), piccolezza e deformità del naso. Qarsa (arabo), pene piccolo. Digitized by Google 241 - I nomi proprii pertanto non solo si danno agli umani individui ed alle località, ma a qualun- que oggetto interessi individualmente il distribu- tore del nome ; se non interessino, le persone stes- se restano anonime, come p. e. presso i Samojedi le ragazze non hanno nomi proprii (1). Cosi i mer- canti di cavalli e i vetturini danno nomi par- ticolari ai loro cavalli, perchè hanno bisogno di parlare spesso di tale o tal altro cavallo che non è presente (2). I cavalli dei soldati di cavalleria hanno ciascuno un nome proprio. Non solo o- giii cavallo wventc ha un dato nome proprio presso quelle nazioni che fanno grande slima dei cavalli, come gli Arabi, ma si tiene rigo- roso registro della genealogia loro , dove o- gui membro nella serie ha il suo nome spe- ciale. Appare tale costume fino al tempo di san Basilio il grande, che dice « "Iimtoi irauiat)»^ **t «Tot Y£vtaX3T»|«vot and eu'"rmi'as ««Te'pwv (òar.tp oi v.ir- : ; » cavalli moltissimi, e questi distinti genealogicamente dalla nobiltà dei pa- Uri (8). . ^1) Galleria Cniv„ d. L Pop. Venezia, 1838, 1. 1, P ' (2) Loeko, Ess. Hnm. Unterai. 127. (3) T». Ay. BaaiXta. 0(iiX. «po' «XisTsvTa?. VOL. I. Ghanseret USttÀ (arabo), condizione di a- la testa piccola con molti capelli Quanto ai nomi proprii, la loro dislribu/.ionc ha la stessa causa. Locke aveva già bene osser- vato che si danno nomi proprii speciali alle cose individualmente, a quelle sulle quali si ha più di spesso bisogno od occasione di trattenersi, perciò alle j>ersonc, ai paesi, alle riviere, alle montagne, ecc.; anzi in origine i nomi furono tutti nomi pro- prii, cioè s' intese con quelli, poiché furono fis- sati, d'indicare un individuo od un dato sito, e poi, per lo più per processo di analogia, si estese il nome dato ad un individuo a quelli che con questo avevano qualche rapporto sin reale sia ap- parente giusta la maniera soggettiva, cioè di con- siderare le cose , dell' individuo che estese il Molti nomi dei cavalli che appartennero a soggetti storici sono rimasti. Esempi di nomi proprii di cavalli itorici. B»x , i T -a> Bucefalo, nome del cavallo d' A- lessandro il Macedone = testa di bue. I sette cavalli di Maometto avevano ciascuno Murtegjiz yASyt (ar.) tuono. ferd (ar.) rosso. Sacab leggiero. Sabba magnifico. LaMtU Lazio» agile. Dharab corto e grosso. Lahif che copre la terra colla sua coda. Gulguiun ^ySX (pers.), nome del cavallo di Khosrcv Pervia re di Persia, di color fulvo, Bayardo, nome del cavallo d' Orlando. Chiaramonte, nome d'un cavallo in Pulci (Morg. Magg.) Miri animali clte 1 cammelli ricevono pure nomi propri, cosi : Sciutur Uamze y^a. yjt, (ar.), e il cammello del cavaliere arabo ilamze, nome ricevuto del suo padrone. ricevuto da quello Al Anitra, che ha l' estremità delle orecchie r Asbà Lyàe, mutilata, troncata. Al Gjadha, corla orecchia. iVomi proprii di muli. Doldol o Daldal, nome della mula regalala da Makawkas signor di Egitto a Maometto = tre- molo (I). (1) Gagnicr, Vie d. Mabom. I II, p. 38, 73. — 242 — d'allra di \omi proprii d' osini Svetonio narra cT Augusto che poco prima della battaglia d' Azio ha incontrato un uomo che conduceva un asino, ed avendo domandato a quel- F uomo il nome dell' asino, seppe che chiamavasi IVtxóX»o« ; dal che anzi trasse ottimo augurio jht la prossima Attaglia, perchè NtxoXaos vuol dire t>incttor« del popolo. iafur nome dell' asino che montava Maometto = bravo, ardito, capriuolo. Osni'r,nomc di un altro asino di Maometto = rhe si rivolge nella polvere. JKafar> nome d' un asino che Maometto do- nò a Farwa Gjodhamila luogotenente d' Eraclio — nato di capra o capriuolo. I cani che servono nel Ramtschalka a tirare le slitte hanno lutti un nome proprio. Questo nome viene imposto al cane per lo più dal colore del suo pelo o da qualche altra qualità : questo nome spe- ciale per ognuno e necessario in quanto che tutto il regime di tali cani sotlo le slitte si fa senza briglie e senza sferza, soltanto colla voce (I). Gli animali interessanti per varie altre ma- niere di servigio ricevono quindi nomi proprii. Cosi i cani dei cacciatori nella mitologia sono frequenti; p. e. TXaxxwp Hylactor, nome d'un ca- ne d' Atteone, ed TXa£ xo;, Hytat, e M»X*|mto$, I buoi dei villici che loro servono nelle ope- re d'agricoltura hanno ciascuno un nome pro- prio. Trovansi nei libri degli Orientali i nomi di qualche toro e di qualche vacca, p. e. : Se iu turbe nome di un loro celebre nel libro Kclilé un Diurne. Fcrmaìum ^{jty, nome della varca che nutriva col suo latte il re di Persia Feridun quan- d' era costretto a nascondersi nelle loresle per is- fuggire alla collera di Zohak. P- I) Galleria Univ.. Venezia, ediz. Anlonelli, t. I, Nelle leggende braminichc trovausi proprii applicati alle scimie, p. e.: Uanumànx (sanscrito), nome d'uno seimiotto che comparisce nei Yedam compagno del dio Ha* ma, quando ha espugualo l' isola Sinhaladipa o Lanca, che noi diciamo Cevian. Tale seimiotto ha pure un altro nome, cioè Morula o 31aruli, da Munii (vento). f oli ó Bali (sanscrito), nome dello seimiot- to che accompagnava Rama (1). Stiambum (sanscrito), nome d'una scimia che couduceva lo seimiotto Sugriva (2). Shukrica oSukriva (sanscrito), nome d'altro seimiotto servo del dio Rama (5). Nella mitologia comparisce la capra che al- lattò Giove col nome proprio di Amaltca. Vittor Hugo couscio della natura fa eh' Es- meralda avesse dato un nome proprio alla sua ca- pra, cioè Giali (4). I pesci allevali nel lago, presso il tempio della Dea Atei-gali in lerapoli, avevano nomi pro- pri. Luciano dice che quando si chiamavano coi loro nomi rispondevano all'invilo (5). Salomone diede un nome proprio alle due colonne che eresse nel portico del tempio: la de- stra chiamolla lochine la sinistra t^3 Bonli- ùz che la Vulgata pronuncia Booz (G). Gli oggetti d' uso frequente e che hanno bi- soguo d' essere indicali socialmente, ricevettero pure nomi proprii: cosi le armi dei guerrieri, per esempio : Kharmihr yyjtps* nome persiano della spa- da di Salomone (7 ). Sorniani f»Lo«je (arabo), sciabla d' un eroe arabo. Ztdfaqar o sulfiqar ^UàJIjÌ , nojiic della (1) Vyacarana, pag. 290. hi) Vyacarana, pag. '21)5. (3) Vyacarana, p.ig. '298. (4) Nolre Dame do Paris. Giali in turco JL> vuol dire polito, lucente, cliiaro JL». sfrontato, im- pudente, osceno. (5) Lucian. d. Dea Svria. (0) Reg. Ili, Vulgata,' I. Re, Te*lo ebraico, c. VII, v. St. (7) Bianchi et Kieflcr, Dici. Ture, t. 1, p. 492. Digitized by Google — 243 — sciabla d'Ali, genero di Maometto ; \uol dire si- gnore della vittoria (i). .Sawdam, nome d' una spada d' Ali. Nomi di Ire spade trovate nel tesoro dell' idolo Al Patos, distrutto do maometto. Al Itesub, la tagliente. Ài Mokhaszem, la [wnctrante. Al fammi, la destra. Aorni delle spade di Maometto. Mabur acuta, pungente. Al Adliab, la puntuta. Àoloi'fe, ebbe nome dalla città di Kola pres- so Holwan in Assiria celebre per la tempra delle spade. Al Batlar, la tagliente. Al Ila fi, la rovina o la morte. Al Mehdham, la ben affilata. Al Kadhib, la delicata. Samsamab, nome della spada di Arun al Ra- scid. Era un' arma di fama slorica e favolosa (2). Snertir, nome della spada di Bjarkc nei poe- mi danesi (3). Durendal JS, occhio di bue. Guiavciesrmé ««-i^K., occhio di bue. Aomi proprii delle picche di Maometto. Buidha, bianca. Al Al, manovella. Al A'oAo, germoglio d'albero. Hasr, verga. Mamsnak, minuta, delicata. OrtjfiiiH, stelo di palma. Aomi propii d'altri oggetti d'armatura. Archi di Maometto. COftÌFW^ SolllJo* Faretre di Maometto. Càsur, siliqua o inviluppo di fiori. Al Gjama, collezione, raccolta. Scudi di Maometto. Al Zaluk, respingente. Al Rasiti, fermo. Al Fatuk, brillante. Corasse di Maometto Dhat ol Fodhùl, eccellente. Dhat ol wescia, doppia, munita di baltco. Dhat ol hawasci, ornala di frangia Al Betrà, interrotta. Al Khernak, il labrctto. Al Sàadia, la Saaditc (1). Faddha, argentea. Uno dei suoi elmi chiamavasi : Al Mawascià, fascia. La sua bandiera dicevasi Okab, aquila nera. (I) Le leggende musulmane dicono ch'era la coraaa che aveva indosso David quando uccise Goiialh. Digitized by Google - 2U - Altri oggetti d'iuo fnquaUe tbbero un nome proprio, p. e.: Thaqiis ^JJllo ( pers. ), cosi chiamasi il Irono di Salomone. Qanqal JjfcS, nome della corona di Cosroe re di Persia (in arabo vuol dire grande misura di grnno). ÀI Sahab, nome del turbante di Maometto. «Sordo», nome della tonaca di Maometto (vuol dire di seta). ìlattalam (sanse), nome del timpano d'un re della Coccincina (1). Neil' applicazione dei nomi alle cose si deve avvertire che siccome fu l'interesse dell'uomo rhe ne diede 1' opportunità, così il numero dei nomi non è parallelo al numero delle cose, nè in rapporto della loro entità oggettiva, onde la no- menclatura devesi considerare come un registro delle speciali ricordanze dell' uomo, e non come un catalogo delle parli dell'universo, p. e. i gior- ni della settimana sono certo per loro stessi u- guali, ma nella lingua ebraica \cdcsi che il pri- mo nominato fu il giorno che si festeggiava. Gli Ebrei chiamano perciò il veuerdi vespero, o sera del sabato 3*1^ ; cosi i Tedeschi chiama- no ora il sabato sera della domenica Sonnabend. Cosi i giorni dopo il sabato, chiamatisi in ebraico primo del sabato, secondo del sabato, ce. (2). La cosa più interessante, F idea principale ottiene essa prima un segno, in seguito il resto si nomina in relazione a quella. Osservisi che lo stesso numero dei giorni che costituiscono la settimana fu fissato dietro P accorgimento della ricorrenza del giorno di ripo- so e di festa H^V Sciabùd, cessazione, riposo, sabato e poi settimana : dal qual fatto deUa con- dizione settenaria dei giorni, si trasportò il nome per analogia a qualunque generica condizione settenaria, cioè si nominò il numero tette fiaxw sebat (ar.), taptan (sanscr.), d' ónde ttptem (lai.), I) Vyacarana. pag. 239. Lainy, Apparalus Biblicus. p. 107. o nelle lingue derivate dal latino c nelle lingue teutoniche sibtum (Isidor.), tibta (Kero, Ulphilas), tibini sibbu (Oltf'ried), nieben (ted attuale), teofen (a. sass.), uven (ingl.), teven (b. sass.), sju (sve- dese,) ce. Nè credo che lo stesso y?^ scievónh (ebr.), derivi da radice diversa da fi2W nel suo significato di sabato e di -settimana, quantunque deviato nella forma per passaggio tra vani dia- letti. Anche il persiana u*ij6 hefì ed il greco i- nxé sette, sono varianti della stessa radice (1) Per questa condizione essenziale della no- menclatura, di riferirsi cioè sempre alla soggetti- vità dell' individuo loquentc anzi che all' essenza assoluta degli oggetti considerali, ottennero no- me in principio e a preferenza della realtà delle cose le nozioni anche impure e false quali tu li' i- gnoranza, nel terrore, ncll' impazienza di esame poterono occupare i vacui intelletti : sicché nel primo strato lessico delle lingue (rotatisi parole inutili e locuzioni che riescono mostruose, se si riducano alla loro etimologica ragione ora che si hanno idee differenti da quelle dell' uomo igno- rante. Dopo, rettificandosi le nozioni delle cose, quelle stesse espressioni, che in origine si riferiva- no a giudizii Tallaci di menti allucinate, si presta- rono ad indicare le idee di mano in mano più a- dcquale, onde per chi non investiga l' etimologia il linguaggio in uso nulla ha di strano, che col- pisca pel contrasto delle allusioni antiche col ser- vigio mnemonico attuale. Nella prima età linguistica poche erano le cose di reale interesse per P uomo e quindi il di- zionario primitivo è assai povero. Poche parti del- lo slesso corpo umano ebbero tosto un uonie. In alcune lingue viventi restano ancora senza nome alcune membra tra le principali, p. es. in illirico la parola Aoga che vuol dire piede, serve vaga- mente a rappresentare tutto I' arto inferiore e specialmente la gamba (2). (1} Vedremo nei ragguagli eufonici che I' s ini- zialo andò perduto in greco. (-1) Giurini, Urainm. lllir.-lalina. Digitized by Google Anche in tedesco Bein significò in origine jamba ed osso, i quali due ultimi sensi conservaronsi alla parola anche oggidì. In danese Benet (che corrisponde a Bein led.), vuol dire ancora piede (l) : barbenet (dan.) vuol dire scal- zo, corrisponde alla parola barfius (led.). Iu tedesco pure Fuss si usò non solo per in- dicare il piede ma anche la gamba, ed ora tal asi in tedesco volgare promiscuamente per piede come per gamba. La faringe con- foitdevasi comunemente in greco colla laringe. Aristofane nel coro delle rane la nomina siccome il canale della voce (2) Iu illirico la stessa parola vuol dire nervo e vena Scilla. la persiano la stessa parola vuol dire pala- to e cervello dimagh Cosi da n£Ky*u/à labbro, recesi tciefol giudizio, e )3$VD ^ciofèt giudice, (7096; (gr. ), sapiente; men- tre in latiuo derivò sapio aver gusto, dar gu- sto al palato ed aver scienza, intelligenza. Per- ciò nella cosmogonia degl'Indiani si dice che i bramini (che souo i sapieuti, quelli che custodi- scono la scienza) derivano dalla bocca di Brama. L'uomo fassi accorto delle parli delle qua- li è costituito quando queste sono iu uno stato di sensibilità eccedente l'equilibrio del senso comune. Le persone rozze per avvertire che hanno male nel tale 0 tal sito dicono mi sento quella parte p cs. ini sen«o la gamba, il braccio, ec. ec, ed è già rico- nosciuto dai fisiologi che la sensazione d' un tal dato punto del nostro organismo (alta per se sen- za la spontanea attenzione del centro, che avver- te la cenestesi della sua esistenza, è indizio d'un bisogno relativo a quel punto. Gl'inguiui ebbero nome in greco da un lat- to morboso, cioè dalla gonfiezza di quella regione p»£wv, tumore presso gì' iuguiui, p«0wv inguine. Forse in origine tale gonfiezza mirata si fu P cr- ii) Adclung, Diz. in voce Panto/fel. (2) 'AUot fit'v xixpat£d|U&« y's «S7cv ij x3j4 xos* (B«T P »ii3« i n principio). - 245 - nia, per cui si paragonò alla regione scrotale del bue (££), come iu anatomia patologica dicesi cor bovinum cuore di bue, un cuore di enorme vo- lume. Il nome del bue (£») usavasi in greco come particella amplificativa. Certo egli è che P«0wv v oleva dire iulumescenza, perchè da que- sto si fece iso^'ovi ito essere goufii, come in Aristo- fane « uro tcJv •• . - •« y s P T f3t»£wvicJ » dalle fatiche ne ho gonfie le reni. Inguini pertanto in origine volevano dire iu greco quei sili dove viene l'ernia. La stessa propria esistenza non viene con- siderata dall' nomo ; egli se ne la accorto per la sensazione d'un forte bisogno rome del cibo mani- festalo dalla fame. Bhu (sanscr.), esistere, nascere, Bhuj mangiare, sani, es, est, esse (lat.), mangio, mangi, mangia, mangiare, sono, sei, è, essere : la radicale stessa essai (U'd.), mangiare, è i- deutica con quella che in varie flessioni vuol din- essere, cosi issi (led.), mangia, ist è: eaài'y (gr.), mangio appartiene allo slesso tema del quale è i3f, fare, agire, è verbo ausiliare usato dai Turchi ovv iamente in ispcrie unendolo ai participi] arabi. Molte parli del corpo umano ol tennero no- menclatura dopo che l'avevano varii oggetti dal corpo umano indipendenti. Molle di tali parti pre- sero il nome che avevano certi animali, p. e. per qualche manifestazione prevalente d'istinto avver- tila tra quell'animale e le funzioni di (ali parti, co- ti) Vico, Scienza Nuova, lì, 140, L II, Fisica poetico. Digitized by Google - 246 - si la laringe organo vocale ebbe nome in turco dallo stornello, volatile che unita qualunque voce, bughurtlaq, yjtejèji, stornello, laringe. Per la stessa ragione il pene chiajnossi in illiriro col no- me del gallo di cui è prou-rbiale P istinto salace. Kokol — gallo, pene. Altra >olte la cessione del nome delle cose esterne alle parli del corpo umano successe per analogia di forme. Il nome arabo dell' oca, ^, Qusz passò in italiano al |>eiie. Forse fu paragona- to al collo di quella. Quest'analogia fu sentita an- che dai Latini : perciò l'oca era sacra a Priapo os- sia Mutino, onde luilrivansi le oche nei tempii di alcune città d'Italia e giravano immuni per le con- trade in ossequio di lui « occidisti anserei» omni- bus malronis acccplissiinum » (I). L'oca cesse da capo il suo nome a tal parte nel linguaggio scurrile furbesco (dial. veneti) dandogli desinenza maschile. Il nome generico dei volatili si trasportò pu- re a tal parte : cosi scurrilmente in italiano e io qualche dialetto tedesco. In greco prese il nome dai rettili 't-pr.ov, che in Ialino è ferpa. In latino pure ed in greco prese il nome del- la coda degli animali; cosi pure in tedesco. K x . (gr.), Feni* (lat.) » penem antiqui codam voca- bant » (2) e Lauda (lat.) ■ tcslcs caudamque sa- laccm » (3) tropo riprodotto nello siile scurrile di qualche dialetto, p. e. nel \cueto e nell'austria- co (4). In greco ed in latino gli si appropriò il nome del cavolo KauXa?; Co/i* (laL) 6 una variante po- steriore di Cuule». Forse la Irasc italiana un cavolo che si dice per eufemismo evitando la parola di si- mile uso triviale scurrile per negativa inurbana, ol- tre la sua origine per opportunità di somiglianza i- nizialc fonetica, ha un'allusione al rapporto di for- ma tra il caule del cavolo e Tasta virile. Altri prodotti vegetabili cedettero il loro no- me alle parti variamente considerate del corpo u- (I) Poh-.™. Silyricon , verso il fino poco prima dei disiici ■ (Juisquis liabet nuramos » ecc. (2] Ciò, EpisL ad Paelum-, L IX e Fcslus. (3) HoraL, Sermon. (4) La Coa, der Schwanx. Il fruito della quercia BaXavsj, Gian», ser- vi ad indicare l'estremità della verga, ed il fruito del fico sen i a nome delle parti sessuali muliebri. Il testicolo ricevette in varie lingue il nome dell'uovo. In persiano KhaU ^U., uovo e testi- colo : in illirico laja, uovo; laje, testicoli. Anche in tedesco i testicoli chiamami Eijtr, uova (tv L'avola ebbe nome dal granello d'uva Z-ra?*/- Xtj (gr.), Uvula (lat.), Uvola (il.), donde Ugola: anche in francese dall'antico Ut (uva) fecesi il di- minutivo Uette coli' articolo VUette, per ultimo Luette, la Lueffe, perchè si sconobbe che 1 iniziale era l'articolo (2). La pipita chiamasi in portoghese Espiga, (spica). Le masse carnose distinte in varie forme in ispccialc disposizione nelle regioni del corpo uma- no ebbero nome dal sorcio. Mutcului (lat.) pic- colo sorcio e muscolo : cosi in greco Muwv , mi q^ scolo e il diminutivo di Mu«, sorcio; in turco ed in arabo ^Li, Fot, sorcio e muscolo. Calepino nel dizionario ottolinguc traduce in francese la parola lacerttu, braccio (parte su- pcriore espressa dal muscolo bicipite e deltoide), la souris du bras. Nei dialetti veneti il muscolo dicesi pasetto, (pescetto) Osservisi che in turco Far, sorcio, muscolo è anche nome d'un pesce. Pestello (dial. vcn.) dicesi più specialmente il muscolo bicipite. Egli è uuo dei più pronunciati nell'azione, dì cui l'uso è frequentissimo ed in silo evidente ; probabilmente fu tra i primi a fare avvertire l'esi- stenza della compage muscolare. In latino laceriti* è una specie di pesce e lacertu* è appunto quella parte del braccio di cui gran tratto è occupata da) bicipite. In arabo Firan ^f*à, plurale di Feer sorcio, vuol dire anche i due bracci della bilancia. Sembra quindi che anche presso gli Arabi la no- zione del muscolo siasi prodotta dall'apparenza delle forme del braccio e forse dal bicipite. (1) Cosi si nominano nella Induzioni: tedesca del Trattalo sulla Gem-raz. di Vcndle, Lipsia 1711. (2) Queste deformazioni dello parole vengono studiale nel lì voi. di quest'opera. Digitized by Google - 217 - Iu turco il dito mignolo ebbe il nome del co- g& Kialur, (I) colombo, dito mignolo. Il callo dei piedi fu detto occhio di gallinn in turco Tattq gutuzi, ^ b gal- lina. Guetiz^yf occhio). Iu tedesco fu deito simil- mente occhio di gallo Hithnerauge. Il nome assoluto dell'umano individuo consi- deralo nelle varie sue eia lu applicalo di nuovo ad indicare date parti del corpo. Il podice si disse iu Ialino anus paragonan- dolo per le sue rughe ad mia vecchia. Mani (sanscr.), fanciullo: con tal nome indi- casi pure il pene: così nei dialetti veneti con simi- le tropo chiamasi col diminutivo di bimbo, (2) ed in tedesco anche Puppe (bambolo, fantoccio). La pupilla dell'occhio ebbe nome dalla figu- ra dell'uomo che vi si sjwcchin guardandola, cioè la piccola immagine che riproduce quegli che lo guarda. La pupilla dicesi perciò in persiano Jtier- dumek. tìLe^j* uomaccino dell' occhio, più preci- sameli le ancora Merdum cietem, pùyt e Merdumeguicieacm, ^Aa» JU^a» uomaccino dell* occhio. In ebraico lscion, yZ"H diminutivo di 'CS Isc, uomo (5) (corrisponderebbe ad uomaccino). vuol dire pupilla. In arabo fante, jjL-Jl uomo (corrisponden- de elimologicameulc alfebraico heiun) lanlo l'uo- mo come la donna, e Intuii ul ain yjavjJ! ^jL—of (uomo dell'occhio^ dicesi la pupilla. Siccome l'immagiue dell'uomo che si riflette nella pupilla guardandovi entro riesce molto pic- cola, cosi, come la si appellò col nome dell'uomo in diminutivo, le si diede il nome pure di fanciul- lo e di fanciulla. Sabi, ^ (turco) fanciullo, minore, pupil- lo, ragazzo V ^**J1 (5 *ao tabi ul ain, piccola figu- ra, l'uomo die si nllette nella pupilla della per- sona posta in faccia di noi. (1) Pronuncia il e come se vi seguisse un e od un i, cioè e italiano, come «Vi, e' è ec. l'i) Che pareva un fornirli bello e fascialo (Ba- locchi Gitidilla). ("") Belluno., Grillini. Hebr., p. 61. Kiak Jb' (turco), fanciullo, pupilla dell' 00 chio. Pupula (lai.), ragazza e pupilla dell'occhio. Pupilla (lai.), ragazza e pupilla dell'occhio, d'onde pupilla (it.), pupila (sp), e pupille fr.) In greco Ks'pa, fanciulla, e pupilla dell'oc- chio. In ispagnuolo Mita, fanciulla e pupilla del- l'occhio. In portoghese Menino, fanciulla e pupilli dell'occhio (Menina dos olhos). ÌNel dialetto veneto chiamasi pattina (fanciulla) la pupilla. In ebraico chiamasi babà ed in tur- T T co beoclr, JLo che è la forma diminutiva di babà. Questo suono automalico babà occupò primitiva- mente il significato di fanciullo iu varie lingue: ab- biamo veduto Itaba (ungh.), babe (ingl), e babia in siriaco eh' e un dialetto consanguineo deli' e- braico. Finalmente la slessa parola J"l"f! bad (cbr.), che vuol dire figlia vuol dire pure pupilla (I). Alcune parti ebbero un nome piuttosto ne- gativo anzi che definitivo, o dedotto per confronto, p.c. in greco il venire in genere chiamasi listata che vuol dire, cosa cava, vuota, cosi pure dice- si Ktvi'wv, WV05, da xìvo's, vuoto, vacuo. An- che nel dialetto veneto la regione lombare e la in- feriore laterale ira le coste e gl'ilii chiamaci ro- do (vuoto). Tali denominazioni riferiscousi all'idea di cedevolezza, alla mancanza di resistenza di quel- la regione: sono l' effetto di uu conlrouto con le nozioni positive di olire parti che oppongono una resistenza. Il nome degl'intestini iu varie lingue rappresenta tull'allro che la nozione della loro natura e dei loro ufficii. Attirati Antaran (sanscr.), E*vTipov(gr.),d*ou- dc Fenler (lai.), lnt$ilinum (lai.), Entratila (Ir.), Interiori non indicano se non la condizione di es- sere enlro. Ne il senso comune (xotv»iff5r)?t?) dell' no- li) Vedremo più innanzi come figlio, a, e fan- ciullo, a ri-scano sinonimi. Digitized by Google - 248 - ino volgare è cosi attento da segnargli precisa- mente l'atrio per dove gli arrivano le sensazioni e le percezioni. Perciò rimangono ancora promi- scue alcune voci ed espressioni per varii sensorii ed organi come in greco òzaa, voce, òaat, occhi, ity ìr.ot, voce,canlo,c cty òtto?, occhio, "tty «iliafi, occhio volto. In arabo ed in turco rin, vculo ed odo- re, l'uno si riferisce al tatto universale, l'altro al- l' olfatto. In ebraico derivano dalla slessa radice ("fl") riiach, vento e flH réach, odore, 'Offa (gr,), ho odorato, ed 'ÙViì cauto, che è fenomeno prodotto dall'aria, ù£o>, esclamo, ò£a>, ho odore. ÌSel dialetto di Svevia il verbo schmecken ser- ve pei due sensi del gusto e dell'odorato, e vuol di- re gustare e fiutare; onde v'ha il proverbio tedesco. « Schwabcu habcn nur vier Sinne» (gli Svcvi han- no solo quattro sensi) (i). La promiscuità d' espressione per le perti- nenze ai sensi della vista e dell' udito dura an- che nelle lingue odierne e succede lutto giorno il trasporto del valore primitivo d'una parola, che si riferiva ad un dato sensorio, per un altro di- verso. Bello si riferisce alla facoltà visiva, eppure si dice 5e//a voce, bella musica. Dicesi co/ore di voce ed anche voci bianche. Sourd (fi*.), sourde. si riferisce all'udito, ma pure si dice lanterne sourde per dire cieca. Mulo è parola indicante un rapporto negati- \o alla voce, eppure diecsi d'ogni luce muto. E i Francesi dicono vers 6/cjnr*, cioè versi bianchi, i versi sciolti, non rimati. V edesi da ta- le espressione che gli accordi armonici di runa, cioè riferibili al scuso dell'udito, furono parago- nali ai colori; mentre la loro privazione per con- trap]>oslo alla varietà indotta* dai colorì fu para- gonala alla uniformità della bianchezza. Partili da questi latti avvertiamo di non se- fi) Adelung, Diz. in voce Schmecken e Bitu- ma». Tydsk-dansk Parleur, p. 225. gregare le parole d' identico suono che trovansi ora nelle diverse lingue rappresentare in una i rapporti d'un sensorio ed in un'altra i rapporti di un altro., p. e. Olir (tcd.), orecchio. Orr (ungh.), naso. Ozen Jtf (ebr.), orecchio. "0£etv (gr.), odorare. Fiihlen (ted.), sentire universale, riferibile al tallo ed alla cenestesi, d'onde GefShl. Fui (ungh.), orecchio. Cosi in varie lingue il verbo die corrispon- de all'italiano sentir? serve tanto pel senso del- l'udito come per la sensibilità generale. Cosi iu illirico Gl'ili, udire, sentire. In italiano appunto *en/i"rc = ascoltare, udire e provare una sensazio- ne qualunque (1). In italiano pure lo stesso verbo intendere il cui primo significato ero prestare at- tenzione (in tendo, tener teso l'orecchio, la niente) quindi si riferiva al senso uditivo (percepire i suouij ed al senso mentale dell'intelligenza, passò ad indicare il sentire della v ita propria, come p. e. il dolore, la gioia ce. Trovasi in tal significato p. e. in Monti. In quest'uso rimase presso gli Ebrei del Ve- neto. È ovvio di udirli dire mi intendo una tal sensazione p. es. nel tal sito del corpo. Da atw (gr.), ed aTa&w ascolto, odo, deriva ai'aàr.-rò?, sensibile, Ais&ijsis senso, Ata&rjii* seusazioue iu genere ed auSa'vojMu sentire, pro- vare sensazioni (di qualunque genere). (I) Sentire in italiano, olire che vale preso as- solutamente per la sensibilità di cenestesi, serve ad indicare il fungere di ogni organo dei se il visivo; cosi si può dire: ( suono sento un lg"»lo, sapore ( odore ( tocco per ognuna delle quali maniere di senso uopo usare un verbo a parte in inglese: feel pel senso del tallo Arar * dell'udito meli > dell'odoralo toste » del gaslo. Ecco un esempio dal quale appare che le lingue non sono parallele, perchè qui per tradurre la capacità di significali di una parola , ne occorrono quattro di- verse a norma della circoslanra. « Digitized by Google Per la stessa indeterminazione antica dei sensi le varie parti del corpo potevano avere un nome promiscuo. In ebraico la stessa parola Coph C|3 palina della mano, si adopera anche per in- dicare la pianta del piede. Caph C|3, Réghel ?£l (del piede). Perciò io non escludo la parentela tra paro- le di cgual suono che in una lingua vogliono dire mano ed in un* altra piede, p. cs. : Kak (Caucaso Kaszi Kumuk), mano. Kakh (Bornco), piede. Kaki (Molucche, Temati, Sumatra), piede. Cachi (Perù), piede. Pai (litico), mano. Pad (sauscr.), piede. Luì.) (celtico), mano (1). Lab (ungh.), piede. Aa^w ( gr. ), prendere sembra propinquo di Lab (celtico), mano. Nello stesso rapporto in coi trovasi copio (lai.), prendere con Cp cop (ebr ) . palma della mano. In ungherese A\ak vuol dire labbro. In turco A'iaq piede. Leb wJ (pers.), labbro. Kake (Orenoco., Ama/,, l'arcui), bocca. Kak, Kakh, Kaki, piede nelle lingue sovra ci- tate. Di più anzi oltre quest* applicazione della stessa voce a nomenclatura di cose differenti (qualunque sieno i vicendevoli rapporti di tali co- se in riguardo all'uomo che le ricorda) trovasi la stessa voce applicata a significati contrarli ed op- posti, p: cs. Chalt come si scrive da Itero, kalt (ted), i-M (ingl.), freddo, mentre in latino cali- dui, caldai, caldo. Questa opposizione di scusi nel- la pai ola medesima che ora si trova con un senso nel ceppo latino, e con V altro del tutto opposto nel ceppo teutonico, deriva da ciò clic in origine la parola indicava ima sensazione ingrata in ge- nere, aveva un significato soggettivo, riferivasi al soggetto, all'individuo : di questa famiglia è V»H (1) C. Gobelin. VOL. I. ridi (ebr.), dolore, ftò7e (b. sassone), dolore, killen dolere fortemente e kilt (ingl.), uccidere (i), Qual ( te e Orazio Sai. I. Lib. 11. «majorum ne quis amicus Frigort te feriat». (2) Humboldt, Kawi I, 240. (3) Adelung, Diz. in voce Elend. 32 Digitized by Google - 250 - pes, la volpe, //'ftp (b. sassone), ff'elp (antico te- desco) (I), tf'elp (olond.), Uwaìp (sved.), /f mlpr (islam!.), un cane gioviue, catello,//'o/f (led.), lupo, Whtlp (ingl.), cauc Rovine, catello e lupo, ff'ulf (b. sass. e angl. sass.), H'olf (sved.), ff'otwa (in Nolker), e ÌV\i\fs (io Ulfila), lupo, ffulp (oland.), piccolo leone. In latino fMpus, il lupo. Loufo (Linguadoca), Loro (dial. veneti), Lobo (sp. e pori.), Lubba (island.), cane. Lobbe in Annover dicesi una specie di cane colla bocca |>endente (2). In dauese Db (lupo), in is\cdcsc 1% in is- landese f/l/r, lupo. Queste forme sembrano unire la maniera delle lingue latine Luput, lovo, lofn, lupo, con V altra delle lingue teutoniche do*^ e precede il w, J/'alf, ffolf, ec. Lòm (tcd.), leone, in varii scrittori della Germania superiore Labe, f.iib, Leob, in Strvker Lebc. Love in danese, Lem in boemo, N*3^> Lawl in ebraico. Ai>xs{ (gr.), il lupo (pronuncia Lucum), Ullk (in albanese), Lauke (b. sass.), il lupo (3). Si vede die lutti questi nomi sono modifica- zioni d' una sola radice: eppure applicati a quat- tro specie d'animali diversi, cioè al lupo, al cane, alla volpe ed al leone, senza costanza di una (or- ina a nomeuclatura d' una delle specie. Vsrà in sanscrito vuol dire vacca. Uftttt in Ialino, orso. Micali dice eh' è parola itone in inglese, cavallo. Carnai ^pj (ebr.), cammello. KapaUs? (gr.) e k*£aUTj, cavallo. Cabali»» (lai.), cn\allo. (I) Schenkii. OiKcrvationes medica* nriores. Storia d' Iseuiberto colile di Allori" e del parto di sua moglie Irimnlruda. tìj Ad Si può osservare a proponilo della pn.m:- sci» La del nome del Icone con quello del lupo, che la pianta AuxoTUp^txsj, cioè Pertico iti lupo, dicesi in inglese lAira/ijile, dove la Milana prima Lov e di una lumia analoga a lineile eli ■ in tante lingue t-u- looiche vogliono dire leone. Cuul (tcd.), eavallo. Adclung dice che Gaul sembra essere stalo un nome comune a molti animali grandi. In Schwa- benspicgel Ur gaul chiamasi il verro ( I ). Sus DVD (ebr.), cavallo. Sus (lat.), 2ó« (gr.), porco. Kulhc, Kalh k» «k> (or.), ^dtf' Aedi (turco), gatto, A«/le (b. sass.), Cut (angl. sass., ingl., dan.), Aat (poi.), Kole (russo), Catus (lat.), gatto, intuì,/*, forma diminutiva di caliti, si usa per significare un cane piccolo (2) oltre i piccoli in genere di ogni auimale fuorché de- gli uccelli. Chadul Vin (ebr.), gatto. CW6 (Nolker e Willeram), An/6 (led. odierno), vitello. Calev (ebr.), 373 cane (pronunciasi ora calci*, ora chelev). r«Xrj (gr.), gatto e donnola. Hircus (lat.), capro. Hindi (led.), cervo, ioroc; (ili.), cervo. Àriiè nn» (ebr.), leone. Aria (lat.), inoutoue. Uammel (ar.), montone, J*» (3). Hummel (ted.), castrato. Kar.pst (gr.) vuol dire cinghiale e porco selvaggio, clic in latino diecsi Aper. Anche nelle Tavole Eugubine Capra, verro (4). Caper (lai.), capmm (accus.), che corrispon- de nella forma a KaVpov (gr.), e ancor meglio capro (dal), affatto uguale al dativo greco kz- TTfHk), vuol dire 1' ariete selvaggio, .\clla tavola Eugubina V. riportata nel Saggio Etrusco del Lanzi, trovasi Z3Qlf\M ebe il Lanzi leg- ge Kapre ( 5 ) ( veramente Kaprex) e poi V -f* 3 rj SZ. V G"1 prnseltcln, ch'egli fa corri- ti) Diz. in voce Gaul. ("1) Cellula* secuin ducens venalicos. alquc saga- ces {Apulejns). (3) Forse è un'omofonia accidentale ; dappoiché Adelung deriva Hammel da llammen, castrare, mu- tilare. (4) Lanzi, t III, p. G3C, 038, 640. (5) Lanzi, 0. C, l. Ili, p. GÓ'J. Digitized by Google - 251 spoudere a «popa-rov, nome generico di bestiame (ma più d* ordinario usasi delle pecore). Qui sem- brami pertanto che nella tavola Eugubina citata sta dubbio se la parola Kapres voglia dire capro : o verro. Forse Kairpo?, caper, voleva dire il ma- schio da razza di animali da greggia in genere. Usasi come aggettivo da Esiodo, p. es. vuoi xa- v.poiai, ed iu Omero si nota questa condizione di coprire au«Jv tici^iop» xa'itpsv (Odyss. XXIII, v. 278.). Far (ar.), toro (1). Far o Par "|0 (ebr.), toro, bue. Phar e Phare (presso ÌVotker), Fané (led.), bue di due anni. Fear (angl. sass.), bue. Faar (dan.), pecora. Far (sved.), pecora. Fcru* (pers.), Icone. Fera (lai.), fiera, ♦tjp (eolico), fiera. Par in alto tedesco un verro, detto anche Sau- par, in longobardo Pair. Pereti T)Q (ebr.), mulo. Pere ÌT)Q (ebr.), asino selvaggio. Pard, /'oonl(oland.),cavallo. Antica forma della parola, d'onde il tedesco attuale Pferd. na'pJoj (gr.), fiera, beh a. Il Lupo, costellazione, chiamasi Pardus da- gli Ebrei. Ferro (sp.), cane grande. Bar (ted.), orso. iJei'rn (caldeo), (2) nome dell' elefante rimasto nel latino Barriti, il qual nome sarà stato por- tato nel Lazio dai Cartaginesi, pei quali ven- ne in cognizione dei Sabini e dei Romani. Gl'Indiani lo nominano ancora Baroe. Ber (polacco), ceno selvaggio. Boar (ingl.). verro. F.her (ted.), verro. Bar Bare (angl. sass.), verro. Berraco (sp.), verro. Bevralis porcus (b. lai.), e /'erre* (lai.), ferro (it.), Ferrai (fr.). Bapa (gr.), bestiame. Bapetsv (gr.), pecora, /tarati (boemo), agnello, ariete, toro. Borati (wcndo), agnello, ariete, toro. Bak (ili.), toro. Bah (ungh.), montone, becco. Slude (dan.), becco, montone. Slute (in Opitz), capra. Stutte (ted.), cavalla. Sloil (s\ed.), camallo. Steed (ingl.), cavallo. Siedila (islam!.), cavallo. Stut (sved.), loro. Stvd (dan.), toro. Don 3T (ebr.), orso. oVirewicd gobba dei cammelli. Da (turco), cammello. Au, 0«(led.), radicale, da cui Asm (angl. sass.), c Au (ingl.) e l'odierno Etel (ted.), che ne e la forma diminutiva, dinotava ogni grande a- nimale (1). Bitch (ingl.), cagna. Biche (fr.), cerva. Hiudinn (ted.), verrebbe ad essere il femminile di Uund (llùndiun) e invece vuol dire cerva. Pica (sanscrito), merlo. Pica (Ini.), gazza. Questa promiscuità delle parole medesime in varie lingue applicate ad animali diversi fa giudi- care, clie le parole riferite indicassero in origine animali diversi fra ì quali esisteva qualche rappor- to sia tra loro naturale, sia uff interesse dell'uo- mo e nella maniera di considerarli. Si avrà potuto osservare le promiscuità di nomenclatura della volpe, del cane e del lupo le cui specie da alcuni naturalisti si credettero appar- tenere ad un ceppo comune. Cosi gli animali a corna come 1' ariete ed il cen o, la capra e il cavriolo. (I) Adelung, Diz. in voce Bar. l'I) Adelung, Diz. in voce Bar. (I) Adelung. Diz. in voce E*«l. Gli animali capaci di trasportare e portare come il cammello, il cavallo ed il bue. Gli animali piccoli domestici come il cane ed il gatto. Presso i Greci una sola parola indicava i piccoli nati delle fiere Exujivos ed un' altra i nati delle domestiche SxuXa$. Gli animali che si riportano alla caccia pas- sivamente od attivamente, come il cervo ed i cani, Hund, cane, Bindinn, cerva, Bitch (ingl.), cagna, Biche (fr.) cerva. Gli animali di proprietà analoghe, il merlo e la gazza. Gli animali grandi cosi come ora Elein (fin- nico) e l'ungherese Àtllat che comprende qualun- que animale grande, ed in antico le voci Bar, Farr e Au (1). Spesso un nome di dato animale fu applicato ad un altro posteriormente per qualche maniera di analogia o di associazione mentale. Cosi credesi che il nome greco e Ialino dell'elefante "EXc9«« > £- lepha», sia derivato da quello del toro (in fenicio) CjSs Alef Ekf. È cosa storica che i Romani chia- marono i primi elefanti buoi (Boves lucani). Per la ragione medesima onde appare che la nomenclatura successe in rapporto dell' interesse percettivo e mnemonico dell'uomo, gli animali del- la medesima specie ebbero nomi diversi secondo l'uso diverso che l'uomo ne faceva. Cosi la fem- mina del bue ebbe nomi affatto distinti dal ma- schio. Baqar *)P3 (cbr.), bue IT » Para iTìQ (ebr.), vacca. Bos (lai.) = bue, vacca, vacca. Foo (ili.) =r bue, Arava, vacca. Ochtj Hind (Icd.) — bue, Kuh, vacca. 11 maschio poteva considerarsi pel lavoro ru- rale, pel trasporto e per cibo presso varie nazioni. La vacca per il latte e per la figliazione. La vacca per altro ebbe anche nomi comuni col bue: cosi in latino trovasi Boa, ae (la vacca), femminile fatto da bos, bovis: in ebraico por "lD (1) Adelung, Diz. in voce Forre. dicesi pure il bue, e mentre Orno è il nome della vacca in antico tedesco, Notker chiama Chuoe i buoi (1). Quella confusione che osservammo nella no- menclatura degli animali, avvenne pure per altri oggetti. In sanscrito Fanam vuol dire tanto acquo come selva. In tedesco Schwamm, tanto fungo come spugna. Quegli oggetti nei quali ora distinguiamo con proprio nome varie parli, ebbero in origine un nome in complesso, il quale poi trovasi in età po- steriore fissato in una lingua ad una delle sue par- li, in un'altra ad altre, specialmente se si tratti di lingue dello stesso ceppo, cioè che rimasero indi- vise per un maggiore spazio di tempo in confronto di certe altre, p. e. ciò si può osservare tra il gre- co ed il Ialino. Hpt che in greco vuol dire domani, è lo stes- so che litri (lat.), che vuol dire jeri. Questa parola in un'epoca più antica doveva indicare vagamente un tempo fuori dell' attuale. Forse l'idea stessa del futuro non era bene distin- ta da quella del passato, come vedesi p. e. nei verbi ebraici dove le stesse forme valgono ora per l'ut» tempo, ora per l'altro. Certo l'idea del futuro è posteriore, è un riflesso più o meno probabile delle sensazioni ed è sempre l'effetto d'un'analogia sentita fra molte esperienze ripetute: cosi avendo veduto che dopo la noltc viene sempre il giorno, io dico e parlo del domani (che è un'idea relativa alla mia percettività), eppure il domani potrebbe non essere : cioè potrebbe mancare la mia percet- tività; e se avveuisse un improvviso turbamento nella gravitazione potrebbero assolutamente man- care i rapporti fra il sole e la terra e quindi il punto tellurico fissalo non esservi. Pertanto il si- gnificato che conscrvossi nel latino neri è il pri- mitivo. PatSi* in greco ramo, è la stessa parola del latino Badix, radice. I naturalisti trovarono che i rami e le radici sono d'uguale struttura e rapaci di (I) Adelung, Diz in voce Kuh. Digitized by Google - 253 - sostituirsi a vicenda. Arrovesciato un albero sotter- rando i rami essi servono da radici, e viceversa le radici fanno da rami, copronsi di foglie ee. (1). Ma questa cognizione non è già la causa della promi- scuità del nome. L'etimologia riferisce l'idea di se- parare, rompendo tali parti,dalla pianta, da rado (2) (Ja'offu: si riporta all' approfittarne forse per far legna da fuoco o per altro uso. Questa fu l'oppor- tunità di nomenclatura, anche con altre radicali : cosi xXctfoc (gr.), ramo, da xXaw rompere, Zweig ( tal.) ramo, >iene da stoei due (cioè dividere, fare in due) e zmeigen (cimbro Sette Comuni) vuol dire Granum (lat.) — grano, Grana forma del no- minativo plurale: Grana in illirico vuol dire ramo. In origine tali parole erano veri sinonimi che ricordavano un gruppo d'idee non bene distinte, p. e. un vegetabile alto, ovvero da frutto, o da le- gna ; in seguito per gli eventi, riuscendo di mag- gior interesse ricordare presso una tal data fami- glia o popolazione una parte, p. e. il frutto, o la parte legnosa ce, rimase quel nome a ricordare appunto questa parte; mentre presso un'altra so- cietà, borgata ec. V uso di tal altra parte (p. e. trattandosi di piante diverse) fissò a quest' altra parie l'appellazione. La nomenclatura in genere rappresenta piut- tosto il registro delle nostre nozioni che l'es- senza reale delle cose : perchè anzi l'essenza delle cose è per sè in una data maniera ignota, ed mi tutto unico, che da noi viene considerato a norma delle opportunità in tali aspetti quali sono le por- zioni di contatto colla nostra percettività, e l'atten- zione che vi prestammo. Nello stato intellettuale inferiore ed in una condizione sociale rozza, poche sono le idee chiare e distinte, per cui indetermina- te sono pure le parole per le quali voglionsi su- scitare, e d'altronde la complicazione dei rapporti di tali cose per una od altra maniera fa estendere li) Millerpacher, Diz. di agricoltura. (2) Anche Ramut deriva dalla stessa parola ra- do, lo ho tali falli di rapporti fonetici e di storia di sviluppo grammalicalo .che ritengo sia la slessa pa- rola radimus i. persona plur. pres. indie, di radere. Quando il lettore avrà veduto il terzo, il quarto ed il quinto tomo di quest' opera sarà certo con me. ad altre il nome che appartiene ad una ( I). In se- guito le distinzioni^ partizioni si moltiplicarono ; perciò osserviamo ancora in qualche lingua clic alcune cose mancano di propria denominazione ed hanno quella di altre la cui fissazione accadde prima. Vìi Hi esempii ci porgono i nomi dei mesi presso varie nazioni. In ebraico un mese, che viene a corrisponde- re a gran parte del nostro Febbraio, chiamasi A- darTT?. II mese ehe gli sussegue chiamasi Feadàr "TJN1 cioè e Adur un'altra volta Adar. t t: Così in arabo nell'era dei Maomettani due mesi chiamansi collo stesso nome Giemadi o Giu- madi iSòUs*. o Giemazi ^àL»., varianti di pro- nuncia della stessa parola. Per distìnguerli l* uno diecsi Giemazi ul Ervel o Giemazi ul ulta -Si , jpif (Giemazi primo) che è il quinto mese del- l'anno dell'Egira. L' altro dicesi Giemazi ul akhyr (Giemazi fi- nale, od ultimo) o Giemazi ul l'irà bU» I nomi, che corrispondouo ai nostri Novem- bre e Dicembre, hanno pure in arabo un nome co- mune, cioè Rehi, che vengono ad essere il lerzo ed il quarto nel loro anno; Hebi vuol dire pri- mavera. Anche qui il primo Rebi-ul-evecl Jjill gjj (Rebì primo o del principio) e 1' altro Rebi ul akhyr (llcbt finale od ultimo). I Siri avevano due mesi che si chiamavano Conun. Cosi pure gli Arabi chiamano con parola si- mile Kianun o Kanun tanto il (2) Dicembre come il Gennaio, e il simile i Turchi, Aianun evel \jy& Jjf (Kianun primo) = Dicembre Kianun toni ^U^tf (Kianun finale) = Gennaio. (t) Locke osserva pure che nn nome distinto p»r ogni ente non sarchhe per contribuire al progresso delle nostre cognizioni. Èsse sono fondale, egli é vero, sulle esistenze particolari, ma non si estendono ch« per concepimenti generali sulle cose ordinate perciò in certe specie e chiamate con uno stosso nome. (2) Kianun o Kanun vuul dire — focolare, forno, ed è un'allusione al hisogno di riscaldarsi in quella stagione. Digitized by Google - 254 - 1 Siri avevano due altri mesi che diceva- no Thitri. Cosi pure gli Arabi odierni ed i Turchi chia- mano Tuchrin, nome d'ugual ceppo con Titri (sir.), Innlo il mese d'Otlohre che quello di Novem- bre, il primo lo chiamauo Tuchrini ewel ^yus j£| , ( Tetchriu primo; V altro Teschrini xani a | (Tcschrin secondo). Gli Anglo-Sassoni avexano due mesi chiama- ti Giuli: il primo lo dicevano Giuli erra, cioè Giuli avanti, mi anleriore, e corrispondeva al no- stro Dicembre : il secondo lo chiamavano Giuli afterra, cioè Giuli dopo, o posteriore (1). Gli Anglo-Sassoni stessi chiamavano con e- gual nome altri due mesi che corrispondono al nostro Giugno c Luglio. Dicevasi Luta (primo e secondo?) (2). In ungherese Febbraio chiamasi Bòjt elò lluva, cioè di digiuno, primo tncie, ed il Marzo chiamasi M'ijl mas Uura, cioè di digiuno, secondo mcic. Vcdcsi in questi nomi che la quaresima fu l'idea principale che diede occasione a nominare il tempo in cui essa cade. Queste ripetizioni dello slesso nome a mesi diversi mostrano che vi fu una divisione dell'anno più semplice : ed in vero si divideva ove in tre ove in quattro ove in otto parti ove in dieci (3); gli Arabi p. e. dividevano la stagione calda in tre parli che dicevano 1 * 2." e 3." Ziemreh (i). In seguito suddividendosi il tempo annuo nel- la dodccalomoria zodiacale importata a dirittura al popolo che non sapeva come era succeduta, che non aveva assistilo allo sviluppo delle idee astro- cronometriche svolle e fissate nel secreto della casla dotta sacerdotale, il popolo fece servire gli slessi nomi ch'egli aveva in uso e che marcavano divisioni di tempo più grossolane, anche quando gli s'impose un'altra dmsione più equa e definita in maggior numero di parli. (Ij C. Cubetto, t. IV, p. 107. ri) lied.. L Ite Gobelin, l. IV, 108. [Tì\ V. Stori -i ilella scrittura in ijuesl' opera. \i\ Chardin. Yoyage de Perse,!. V. in l'i, p. 1 37». In questa maniera, quando si aggiunse nel calendario romano un giorno ogni quarto anno, questo chiamossi bi$ stxtu* perchè si aggiunse al giorno che dicevasi «ex/o Caleudut .Varliut, cioè al 23 febbraio : cosi che due giorni in quel!' an- no ( che fu [mi detto bisestile ) si chiamavano collo stesso nome, cioè di urto (cakmdas Mar- tias) ed anzi si conlavano tulli due quei giorni cioè il serto (calendas Martias) ordinario, e quello aggiunto ogni quarto anno, quando cadeva, per mi giorno solo : cosi che i uali in tutti quei due giorni si consideravano come se fossero nali nello stesso giorno (I). I numeri aucora mostrano questa povertà nella prima determinazione dei nomi, certo per di- lètto analitico. In greco il numero quattro dicesi Te-rpa che non è se uon Io stesso nome drl nume- ro fre colla particella copulativa ri premessa : Ciatur in sanscrito, nome del numero quattro, è appunto formato dalla particella copulativa ciò che corrisponde al xi (gr.), al que (lai.), e tri, tre. Tal nome del numero arrivò così già com- posto in latino qnatuor, in lituano keturi, in russo czeUjrt ed in gaelico ceithar. Certe parti del corpo umano non ebbero no- me se non dopo alcuni progressi sociali, p.e. d'ar- ti. La Tibia, osso maggiore della gamba, tolse il nome dallo zufolo che si faceva con V osso della gamba di certi animali, presso i Latini con quello delle gru. Il nome è dello stesso genere di tuba : e sembra imitare mi suono più esile ti bi. In turco il glande chiamasi col nome d' una specie di freccia, Fisch ^jJ- Ed è certo il signi- ficalo di freccia il primitivo, perchè la parola imi- ta il fischio delle freccio. il pube chiamossi in greco col nome del pet- tine xxeta, pellinc, pube muliebre, xrr,ete, parti sessuali muliebri. Cosi anche in latino Pecten » In- guine Iradunlur medicis jam pedine nigro » (2), d'onde l'italiano Pettignone. Nei dialetti veneti chia- masi con un nome che corrisponde a quello itatìa- (I) Cclsus do Verbor. significai. 1- quum (i) Juvi'ii. Sai. VI. v. 57u. Digitized by Google — 235 — no della spazzola (I), e probabilmente il pedine degli antichi Greci c Romani era fallo con un'unio- ne di peli irti o di setole come le nostre spazzole. Allre parli ebbero nome in seguito ad una educazione: alludono a conoscenze di storia sacra, p. c. la laringe chiamasi in molte lingue Pomo d'Adamo, boccone d'Adamo. In arabo Tufahct Adam iaXij, pomo di Adamo. Adam» Apfel (ted.). Adanubisacn (Alla Allemagna). Monta* o Pomate d'Adam (ir.). Aduni» bronk (olaud.) Adam cncscaja (migli.) ed anche trovasi in la- tino Pomum Adami ed in tedesco Paradies- Apfel sempre per l'allusione medesima = La- ringe. Le parli più nascoste del corpo umano ebbe- ro nome da oggetti d'arie a cui furono paragona- le: p. e. osso 'H^iJ-sit^ric, in forma di colatoio, HdplC, colatoio di vinchi per colare il vino. 2?r 1 vs£r5r ( ? (a forma di cuneo). Scila equina. Fonier. Collare Hispanicunu EXixì? Helices = argini, Elice dell'orecchio. Ciò che mostra che tali parli non vennero in cognizione se noti poi che la società aveva progre- dito nei suoi comodi ; quindi fissa la cronologia delle scienze anatomiche ad un' epoca ben tarda ; ciò eh' è pur troppo provato. I fcuomcni coincidenti di spesso ebbero un nome promiscuo, perchè in origine questo nome indicav a una dala ricordanza la quale per lo più era complessa : cosi la luce ed il fuoco. Ilo (chin.), fuoco, luce (2). Hot (chin.), fiamma. US 0r(ebr.), luce: Irl**, fuoco, d'onde uro, abbruciare (lai.). ♦w? 4xjt5,- (gr.), luce : Form (lai.), che fone- ticamente corrisponde a ♦turaj che nei leni- ti) Braschin. (2) Bayer, L?x Sin., L VII, ,.. 345. pi classici serviva da genitivo singolare = il fuoco. Lumen (lai ), lume, luce, passalo nello spaglino- lo Lumbrc, volle dire fuoco. I rapporti più ev idenli ai nostri sensi delle cose furono segnali dalla parentela delle parole che loro corrispondono, p, es. la luce si riflette, si moltiplica nelle superficie delle acque, ed acqua e lume furono segnale da parole uguali od analoghe. Ilo (chin.), luce, Ho (chin.). acqua correlile, //« (chin.), acqua, lago(l). "ViN Or (ehr.), luce e pioggia, Ivór US» (ehr.), rivo,inj »««r, fiume, 71171} v.earit . splendor*,"^ wer, lucerna. Lux, luci» (lai.), c Aiixr, (gr.) = luce: Liquor, liquidi»», lacu». Su (ture), acqua, splendore. Oliando l' uomo ebbe una qualche idea delle proprie forme distribuì la nomenclatura delle sue parli, che già ne avevano una, agli oggelli che ad una data parie di sè stesso sembravangli somi- gliare: cosi Lactrla, Laccrtusm della la lucertola, per avere i suoi arti di molo, delti volgarmente piedi, simili agli arli superiori umani, delti in la- lino lacerti. AvSpor:r«»Ys v , cioè Barba d' uomo, come in te- desco Bari grò». Specie d'erba. Erba barba chiamasi una specie d'erba. Un pesce fu chiamato piccola vulva, tutvulu in Ialino. Un'erba ebbe nome da questa parte muliebre per P analogia di graveolenza, cioè la hilmria (Chenopodium V uh aria Linn.) La cruna dell'ago chiamasi occhio in turco ed in persiano duerni : così pure in bas- so sassone Ogc. In tedesco dicesi orecchio Padel- ò/tr, cosi pure volgarmente nei dialetti veneti. In ebraico il nome della palma della mano, per la sua forma concava, servi ad indicare il cuc- chiaio. Caph. P|3 palma della mano., c cucchiaio. 11 naso diede nome ai promontori!*, ai pezzi di roccia, in turco Burun : così una mon- ti) C. Gebelin, IH, 514 Digitized by Google — 256 — lagna nel Perii chiamasi Aaio nero (Yanacliinca), Aaius (lat.), N*7o« (dorico), ffifeofi (gr.) (i), iso- la, Nohot (ili.), naso, Aom (russo), naso c promonto- rio, lingua di terra sporgente in mare. Quindi i nomi geografici : Cheepomkoi Aos*. Krmwltkoi Aom. Tuchukottkoi A'om. Olulonkoi Aom. Kamttchatskoi Aom. L'isola ebbe nome dal naso, perchè essa ap- pariva, non già come una estensione in mezzo al- le acque, siccome noi la vediamo per una mac- chia nella carta geografica, ma siccome una cosa sporgente, saliente dalla superficie del mare nei si- li do\c i navigatori la incontrassero ; e se ne ac- corgevano forse prima pel diminuire del fondo dove pescava la nave, indi da una resistenza per le asprezze scogliose. Non solo si distribuì la nomenclatura delle parli del corpo umano agli oggetti che avevano qualche specie di analogia con tali parti ; ma do- po col progresso sociale e quindi artistico si di- stribuì il uomo di tali parti del corpo agli oggetti che a tali parti servivano : cosi p. e. in portoghe- se gli occhiali, che si applicano sugli occhi, che agli occhi servono, furouo detti oculot col nome latino degli occhi. Anche nei dialetti veneti scher- zosamente chiamansi talora occhi gli occhiali, co- me nella frase datemi qui gli occhi, ed in unghe- rese gli occhiali diconsi Papa ssem, cioè occhi di prete ; perchè i preti fra le persone che sogliono leggere sono quelli più conosciuti dal popolo, e che sono nell'opportunità d'essere osservati da maggior numero di gente nell'atto di leggere, co- me alla Messa ecc.; e perciò cadendo frequente- mente in loro l'uso degli occhiali sia per vec- chiezza, sia per infermità degli occhi, e quindi essendo tali occhiali veduti sui loro occhi, il vol- ti) Io Ialino restò la parola nel significalo pri- mo per cui s* indica una parie della faccia : in pre- co rcslò nel senso posteriore, cioè indicante un'isola, una parie sporgente nel mare. Vedremo nei Raggua- gli eufonici che v' ebbe un tempo in cui la lingua greca e la latina erano un solo idioma. go ungherese diede agli occhiali il nome d'occhi di prete. In seguito, per l'estensione della maniera di esprimersi bisogna considerare che 1' uomo tende sempre a ravvicinare la maniera d'esistere degli altri esseri alla sua propria. Per questa leg- ge ideologica gli antichi figuravano il mondo co- me un uomo. Dice Macrobio (I) che i fisici chia- marono il sole cuore del mondo. Gli Egiziani, di- ce Plutarco, chiamarono l'oriente viso, faccia ( in ebraico QHj? Qadim dicesi l'oriente: in arabo p^U Qadlm, vuol dire testa d'uomo) ; il nord lo di- cevano il lato detiro, il mezzo giorno laro «ni- stro del mondo, perchè ivi è collocato il cuore (il sole). Sempre essi paragonarono l'universo ad un uomo e quindi il microcosmo degli Alchimisti, Cabalisti, Mesmeristi, Marlinisti ecc., forse disce- poli traviali di quella scuola antica (2). Neil' Fdda, nelle Sogni- scandinave tutti i rapporti dell'esistenza terrestre sono prodotti d'un gigante ucciso. Dal cadavere del gigante Ymir si formò il mondo, dal suo sangue i fiumi ed il mare, dalle sue ossa i monti, dai suoi denti le pietre, dal suo cranio la volta del ciclo, dai capelli gli alberi e dal suo cervello gittato in aria le nubi perenni. La slessa idea trovasi presso i Zingaui ; il cielo è la testa di Tota (Dio), il sole è il suo cuore, la sua anima, il suo occhio, le stelle fuochi sfuggiti dai suoi occhi ; il tuono è la tosse di Tota. Ecco in qua! senso in varie lingue occhio e sole aveva- no una parola promiscua: cosi Aiate d£ in per- siano vuol dire pupilla dell'occhio e disco della luna. Musatti pAiut (pers.), parte della mano intor- no al earpo. Itlissàm es surtita l^JLM ^cjuo è il nome della prima stella nella costellazio- ne di Perseo Nel Kamtschatka vi ha un promontorio det- to dai Russi Serdse Xamen, che vuol dire Roccia cuore ; poiché tale parve la sua forma (3). (1) Somn. Scipion. 1. I, c. 20. (2) Voln. Ruim s, Notes, p. 279. (ój Mùller, Découverles des Russe*, Cook, Vov P.icific. Ili, 2CI, contin. di King. Digitized by Google Per ciò die noi attribuiamo agli oggetti le proprietà nostre, successe la reciprocità di espres- sione per dinotare i rapporti degli oggetti con noi e i rapporti nostri colle cose. ?von solo noi attribuiamo agli oggetti le pro- prietà nostre in qualità di esseri senzienti e d' uo- mini ; ma quelle nostre individuali ed occasionali, prendendo per assoluto e per proprietà oggettiva quello eh' è min condizione circoscritta e relativa a noi. Porgiamone qualche esempio negli agget- tivi applicali agli oggetti. Osserviamo la frase di \ irgilio 7/ienu ignara co/ono(Georgic.l): non è l'inverno che sia ignavo, ma è il colono che lo è uell'invcrno; e l'altra $urda- que vota, cioè i voli sordi, intendendo voli che non vengono ascoltati. 1 voti non ponno essere sordi, perchè non sono neppur mai in caso di udire, e la sordità è una condizione negativa che si riferisce alla positiva di udire; qui dunque si dice sordi ai voti mentre è sordo quegli a cui si riferi- scono. Corpora cacca (Lucrezio), cioè l'aria, corpi che noi non possiamo vedere; noi dunque inve- ce di dire « cose che noi non vediamo » per le quali « siamo ciechi » diciamo cose che non veggono noi, cioè che sono cicche in nostro ri- guardo. Questo processo ideologico dell' umana men- te mi si offerse semplice e primitivo o proposito della làcoltà di vedere in una ianciuila di tre anni. La fanciulla chitidevasi gli occhi e poi diceva non ci sono più. Certo essa enunciava tale proposizione ne patita dietro l'opinione di non essere veduta, |wr- chè essa non vedeva gli altri, e, siccome aveva l'e- sperienza che le cose quando vi sono si veggono, dappoiché credeva che non la vedessero, ne con- cludeva eh' essi dovevano giudicare ch'ella non ci fosse. E i fanciulli nel giuoco della gatta cieca, quando si bendano gli occhi, riteugouo di non es- sere veduti; ed istintivamente nell'atto di vergo- gna, quando uno si trova al cospetto d'altre per- sone, si c hiude gli orchi, si pone la mano dinanzi al viso, perchè non vedendo egli slesso lenta d'illudersi ebe altri noi veggono: \oi.. I. « Et roagUsanl d'ètre aitisi toule nue De temps en lemps fcrmanl scs tristes ycu\ Ne voyant point pcusait n etre point vue (i) ». Cosi dicesi pure dello struzzo, che nasconde il capo sotto le ali per non essere veduto (2). In questa maniera diconsi Amha da- gli Arabi i paesi ove non esiste alcun segno che diriga i viaggiatori, da a'mi, ami, cieco; ap- punto come se i paesi fossero ciechi, perchè è l'uomo che non vede. Cosi Orione nella mitologia comparisce cie- co, fatto cicco da Oenopion padre della Pleiade Meropc; perchè quando Orione tramonta colle Pleiadi all'avvicinarsi di primavera egli dispare col suo tramonto eliaco; non è più visibile da noi; così al solilo il dire ch'egli era divenuto cie- co esprimeva invece la nostra cecità in suo ri- guardo. Cosi accadde d'ogni altra specie di rapporto tra gli oggetti esterni e V umana condizione sen- soria; si pone sempre nel numero delle proprietà degli oggetti la sensazione che noi proviamo, sia necessariamente per opera loro, sia per una coincidenza accidentale; cosi dicesi caldo al fuoco e i Latiui dicevano vinum sub/eidim, cioè debole, il vino, tracannando il (piale diventiamo noi de- boli: vinum subluliuimnm (Plaut. Aulul. Festus); in questo modo i nostri v illici dicono stagione de- bole la primav era. E questa maniera d' esprimer- si si osserverà continuamente tra il volgo, tra le classi inferiori ed i selvaggi. Essi danno agli agenti su di loro in una da- ta impressione un significato che si riferisce alle proprie condizioni soggettive in rapporto con ta- le oggetto. Qui nel Veneto dicesi jn/fcjo, nome for- malo dalla prima persona singolare pres. indie, del verbo corrispondeule all'italiano to(focart } ciò che vorrebbe dire soffocazione, per indicare un graude calore nell'atmosfera; ciò si riferisce alia nostra sensazione, sicché sembra di soffocarsi. Co- si vidi mi fanciullo che aveva delle afte sulla liu- ti) Pucelhj C. IV, verso il fine. Aligeri.. Z- itung BViUge 18 Septemb-.T 184. Rcìsc-Uiicfe aus Klein Ani^n. 33 Digitized by gua e nelle fauci ed allontanava il pane che gli si esibiva, dicendo cattivo e brutto a quel pane, e che il pane ha bua (male). Cosi V Orante chiamasi dagli Arabi e/ asi cioè ribelle, per la diffi- coltà che provano a trarne l' acqua per irrigare i loro campi. Così fu detta titient, cioè che ha sete, la Ca- nicola o Sirio (l), astro che appare nei grandi ca- lori dell' estate, dove 1' uomo quindi sente la se- te ; fu detto dunque assetato F astro nel tempo della cui apparizione si prova la sete. Si rifletta inlauto che per questo processo per cui noi attribuiamo le nostre sensazioni a quegli enti che ne producono, o crediamo che le producano, le parole passano da un valore intran- sitivo e passivo ad uno attivo; p.e. nel caso di di- re Jtd'eiu, cioè assetata alla Canicola, per intendere invece che produce in noi la sete. Si può quindi per questa sola riflessione sospettare che le bar- riere di classificazione grammaticale non sicno di diamante. Questo processo ideologico è quello mede- simo che produce la personificazione, che dura anche oltre V accorgimento della insensibilità de- gli oggetti personificati. Per questo appare come T uomo errila che si tratti di trasporto di somi- glianza essenziale dalle cose esterne sopra di lui, quando ne succedono le sensazioni e passa lunga età e per forza di nozioni svariale delle cose pri- ma che si stabilisca che il rapporto tra la sensibi- lità e le cause agenti su quella non è di somiglian- za ma si di dipendenza e di corrispondenza e di contiguità. Osservisi siccome, quando si scopri qualche terra, si diede alia terra scoperta il nome di nuora. Nuovo Mondo, Nuevo Mundo, Terra Nueva, Nova Zciuglia ec, come se uou avesse esistito in- nanzi che quei viaggiatori la vedessero, fosse sor- la allora per far piacere a loro e non fosse cosi antica come l'Asia e 1' Europa. Questi nomi si riferiscono all'impressione pro- vala dall' uomo e non alla condizione dell' oggetto - 258 - appellalo ; l' appellazione ricorda prima di lutto il me e quindi i rapporti del me colle cose. Similmente in un episodio del Raiuayana, an- tichissimo poema eroico dell'India, le stelle più vicine al polo Sud si nominano come fatte più re- centemente che non quelle del Nord ; perchè al- lora che gì' Indi Brachmaui dal Nord Ovest mi- grarono nei paesi del Gange dal 30" grado di la- titudine boreale progredendo verso i paesi dei Tropici, avanzandosi verso Ccylan, videro levarsi siili" orizzonte delle stelle a loro iguolc (I). Qucsla distribuzioue di nomi, cioè sempre in rapporto all'alloggiamento del uostro centro sen- sibile, successe auche per indicare i paesi e te nazioni; onde avviene che i nomi geografici ed etnici dati dagli stranieri rappresentano spes- so le opinioni che tali stranieri avevano in lo- ro riguardo anzi che qualche nozione positiva inerente alle cose nominale. A. Ccllio L. IX, c 4 riferisce d' un paese dello Albania: ■ in ultima auleni quadam terra, quac Albania dicitur, gigni homiues qui in puerilia cancscunt et plus comuni oculis per nocteiu quain inter diem » ( cognizio- ne eh' egli trasse dai libri di Aristea Proconncsio, d' Isigono Niccensc, di Etesia, di Oncsicrito, di Polistcfano e di Egesia ). II nome di lai paese fu immaginato e crealo sopra ulbu*, bianco, e dalla nozione inadequala dell' albiuismo dei Negri. Cosi li romanzieri dei primi tempi della let- teratura italiana fecero il nome er la posizione reciproca o per un certo isolamento traggono a sé lo sguar- do e sembrano indicare una relazione tra le parli. Queste ebbero nome per lo più da quello degli og- getti della natura terrestre od anche dell'arte: co- si l'astro di sette stelle ebbe uomo gallina. La bella costellazione, della da noi Cingolo d'Orione, si diceva rocca (da filare), dai Teutoni Friggcrock cioè conocchia di Frigu ch'era la Ve- ti] Humboldt, KostftJS I, ili. I0U. Digitized by Google nere, clic ora i Cimbri dei Scile Comuni dicono Marirvch, cioè conocchia di Maria ( I ), Baculus Ja- cobi, Bastone di Giacobbe dai nostri. Cosi I\)ussinirn, Gluckhcnnc, chioccia (cioc- cJtetfn),uci dialetti \eneli; il Carro "Apia^a Wagon, il Cinto, la Croce Australe, lo Corona, i Gemel- li ecc. (2). Alcune poche volte si credette trovare una somiglianza Ira tali oggetti e quei gruppi di stel- le; per lo più si trattava di nominarle coi nomi degli oggetti, che con tale stagione o località, do- ve queste costellazioni apparivano, coincidevano. Qui non si tratta di segnare la ragione della no- menclatura astronomica in {specialità, ma solo di dimostrare clic successe per trasporto di quella di dati oggetti terrestri. Cosi alcuni astri ebbero no- me da quello di certi animali, p. e. il Cigno, lo Scorpione, la Balena delta anche Drago, Leone, Orso marino e Pardo l' Idra, e P Orsa detta pure Cane di Tifone (3) Molti altri oggetti ebl>cro nome dopo una qualche tradizione |ver lo più relativa a latti nar- rali nei libri sacri di quelle nazioni, alla cui lin- gua appartiene la parola. Una stella cometa viene chiamata dai villici del Veneto stella dei re Magi. Il delfino chiamasi pesce di Giona in turco Amos Balighy ^jàJL y«J^, come lo stesso Giona si nomina in arabo eoll'antonomasia di signore del |wsce Siiliib un tuoi ^^Jf t r *».Lina di Cristo (4). In tedesco chiamasi ytdams Jpfèi (pomo di Adamo) una specie di cedro simile all'arancio, ma (1) Dal Pozzo, Memorie hi. dei Sette Comuni Vie. p. 195. (2) Humboldt, Kosmos IH. I, 157. (3) Blaeù Caesi. Cael. Astron„ p. 225. Sloffler c. Il Dopuis, Or. VI, VJH. [A) Malll.ioli, Commenl. Dioscor, 1. 1. p 152. 61 — di un colore più oscuro. Dicesi anche |ierciò Pa- rodia Apfcl, cioè pomo di paradiso (I). Una specie di legno nero, che trovasi nel Sud della Siberia e della Russia scavando la terra, ed è probabilmente una specied'ebano, chiamasi Adam»' hotz, cioè legno d'Adamo in tedesco ; e la pianta Ficus Mica chiamasi Adams-Feint, cioè fico di Adamo. Oltre le allusioni relative, ai fatti tradizionali, avviene che gli uomini distribuiscano in seguito i nomi alle cose che di mano in mano vengono a cadere nella sfera della loro attenzione in rappor- to alle opinioni ed ai giudici! che dietro l'educa- zione in tali o tali modi si sono formati. Perciò tulli gli oggetti dolali di qualità utili ; ed aggtadevoli a noi, sia per bontà, sia per bel- lezza, ebbero nome alludente agli enti venerali co- me benefici : al contrario gli oggetti d'effetto o di apparenza disgustosa trassero in associazione le ri- cordanze di genere analogo ad essi. Così il pipi- strello, il di cui aspetto muove a schifo e ribrezzo, fu dello uccello del diavolo in lineo Zckilu» er bellezza fu- rono appellati con nomi che ricordavano le divi- nità benefiche. Perciò gli antichi Latini poiché tro- varono il frullo del noce, ch'era ben più saporito e migliore della ghianda che era stata il lor cibo usuale, lo chiamarono luglatu, cioè Ghianda di Giove, Jocis giani. A questa maniera si chiamò dai moderni Diospijrot, cioè pera di Gio>c, per di- re frutto eccellente, un frutto del Giappone. Aulo Gellio dice che gli antichi ed i poeti chiamarono figli di Giove tulli gli uomini ecccl- (I) lliad., I. XVI, v. 34,35. Il Tasso, Gerus. Lib., XVI. SL 57, ripetè « le l'onda iosaiu Del mar pro- lenti per virtù, per forza, per prudenza , come Eaco, Minosse, Sarpedone. ( Noci. AlL L. XV, c. 21). Omero dice #toY«vrjs cioè figlio di Giove co- me epiteto 0 direi titolo d' eccellenza in ogni ge- nere, sia per sangue, sia per bramirà 0 per (òrme; così pure usa della parola &eoeixtXos, cioè simile agli Dei. Nella lingua ebraica è ov\io di vedere espres- so coi nomi di Dio b$ □>fiVn e mn» ogni co- sa eccellente, magnifica, p. e. V« mn3 (Salmo XXXVI, Testo ebraico) ~ montagne alle. Un frutire simile al corallo fu detto dai Gre- ci «Xo'xau-os ly&of, cioè riccio, ciocca d'Iside. In turco chiamasi _~ Muhammed (limati, cioè Mela di Maometto, una specie di mela. Il vino eccellente chiamasi in turco Ini her derd c^«> y> 0 — " Gesù di tutti i dolori. h il grappolo d' uva chiamasi J sii Kltyred che vuol dire intelligenza di Gesù, ed 0 fortunati chiamansi V*a dem r o ^ e fsa nefes ^ (5 -^x> nima di Gesù. La verbena, erba di tanti usi sacri, mistici e medicinali nell'antichità, chiamasi erba di s. Gio- vanni dal popolo d'Italia (1). Dai contadini del Ve- neto chiamasi cosi la Mentila Pulegium. Moltissi- me piante d' uso medicinale 0 di bella apparenza portano il nome di Maria in varie lingue. Cosi i Portoghesi chiamano la Caapeba del Brasile |>er le proprietà attribuitele Erra de nossa Seriore (2). E in francese chiamasi Berceau de la Fierge la Clemalis Vitalba, e sopra tutto nella campagna in tutta la Francia chiamasi FtetX de la Sainle rierge la Mj osotis palustris, 0 la Veronica Cha- medrys, i cui fiorellini gentili hanno ricevuto in varie lingue altri nomi di tenerezza, cioè Pie m'ou- 6/ies pas, Plus je vout voi», plus je vout aime, e fervi* incili nicht (ted.), cioè non dimenticarmi. (1) Gioja, Filos. d. Statisi, II, 263. . (2) GlUtelm. Pison., Hisl. Nat ci Med. I. IV. t la Cissampelos Caapeba Linn. Digitized by Google — 263 — La Belli» uertnnis fu delta Fleurde ilarie in e, come in tedesco Marienblume ; in tede- sco chiamasi Muricnapfel, cioè mela di Maria, una specie di mela dolcissima. Mariendistel, cardo di Maria, una specie di cardo di proprietà medicinali, specialmente usalo nella pleurite: diecsi pure in italiano Cardo Afo- na ed in botanica Curtius Ma riama (1). Marien ROslein, rosa di Maria la Rosa Canina. jrarfettff«t,erba di Maria, ilTrifoglio bianco. i/anen-Vantri, l'Akhcmillc di Linneo, ed an- che la Malricnria Parthenium; vuol dire Mantello di Maria. Marien Màntelchen e Frauen Màntelchen, cioè Mantelletlo di Maria, Mantelletto della Ma- donna, chiamasi in qualche luogo della Germania l'Aphancs di Linneo. Il Cypripcdium cioè scarpa di Venere ed an- che in tedesco Fenus~Schuh chiamasi Marien- schtth e Marien Pantoffel, cioè scarpa, pautofola di Maria. Marien-Miinze, cioè menta di Maria, della pure Frauen-Munse, cioè menta della Madonna, e Fmuenbluttj cioè Foglia della Madonna, e Fra- uensalbey, cioè Salvia della Madonna, una specie di menta che si credette utile nelle affezioni d' u- tero. Tanacetum Balsamita (Limi.) In italiano Guanto di Nostra Signora chia- masi un'erba (2) ed Erba s. Maria (nel dialetto Veneto) Erba delta Madonna diecsi la Balsamita Fulgaris. Erba che usasi in campagna per appli- Quella specie di scarafaggio detto dai 100I0- gi Coccinella porta nomi alludenti a Dio ed a Ma- ria in tante lingue. 3Iarienkuh , Jungfernkafer, Maritn Kàlb- clten, Hergollskàlbchen, Gotleslaemmchtn (in ted.), Foche à Dieu, Bète a Dieu, Bète de la rierge (in fr.), (I) É il Cardai Bentdiclut, così nominato in Ialino, perrhè si credeva ulile in (ante affezioni mor- bose. In ungherese chiamasi Papa fù, cioè erba di Prete, il qual nome deve alludere a qualche pratica terapeutico-mistica. Anche in tedesco ha un altro no- me che sembra traduzione di C.irdoa benediclus, cioè Segen Dintel — cardo di benedizione. CO È la Campanula Trachetium. Lady cote, Lady bird (in inglese) (1); dicesi mire in tedesco Johannisvìigelclten e 0$ÉaMlbtkm t tSoé vitello di Lustra, l'aulica divinità dei Sassoni, det- ta dttargydia dagli antichi Svedesi, che presso i Teutoni ed altri popoli sclteutriouali corrispon- deva alla Venere dei Greci e dei Lalini (2). La stagione di primavera in cui comparisce sarà sta- la la causa di queste appellazioni ben augurate, considerandolo siccome nunzio dei giorni in cui predomina il sole ed il calore. Chiamasi di fatto pu- re anche Sonntnkàfcr, cioè scarafaggio del sole. Per questo intrecciamenlo od a meglio dire miscela nella successione delle es|>crieuze sensorie e degli accorgimenti, di quelli prodolli dagli og- getti naturali e più generici con quelli locali e relativi ad un progresso di società, avviene che 1' uomo riceva alcune impressioni provenienti dal- la condizione sociale, prima di alcune altre della natura ; perciò egli nomina le ricordanze sue po- steriori coi nomi di quelle che le precedettero. In questo modo per una specie di analogia, cioè quella di preferenza o di superiorità, il no- me del capo, del principe passò in varie lingue a servire come distintivo di eccellenza. Le quattro stelle di prima grandezza furono chiamate dagli astrologi Regie, denominazione che resló ad una sola, alla prima, cioè a quella del Leone, detto B«aiXtenna principale, con cui I' uccello dirige il suo volo, penna regia. Scialipcri ^xjdLì (pers.), ambra, muschio, Sckltbcri (^a^-ì ambra grigia. ScieMcit ouoa-à (l^JS.), distico liliale di un poema,, verso regio. Scieh belulh ioyL sLt (pers.) , castagna, ghianda regia. E cosi avvenue col nome Bei principe. lieij armudi gèy*j\ viL cioè pera del priu- cine. K cosi nominata ima specie di |>era ereellen- te. Da questa parola noi abbiamo l'atto Berga- motto ridiiccndola a falsa etimologia ( I > c i Fran- cesi Bergumot. ni in Italia abbiamo una specie di pere det- te della Sultana, e in francese i hi, intasi Café du Sonda», cioè cade del Soldano, la Inga biglobosa, coi semi della quale, abbrustoliti e il rnflè, si fa una bevanda. In questo rapporto di analogia parallela alle distinzioni sociali fu dato il nome di camliere ad una parte del vigneto di Morachct situato presso Poliguy ; mentre una parte chiamasi soltanto Mo- t achei c 1" ultima terzo Morachct (2). Furono dichiarali nobili certi animali, che si credevano più |>ericolosi nella caccia (3) che si risei barono i nobili. (I] Di questo processo ideo-fonetico si traila n»l li volume di qtiesl open. (2) Chaplal citalo da Gioia, Filo?. A Slalislica, i II, j.. 161. (à) I nobili se ne i i liarono la caccia e le ar- mi con cui si a Uro a Ui no ; mentre gli altri animali, por- ilté n'era più facile l'uccisioni', furono abbandonali ai Milani (Uioja, Filos. d. SlaL II, 161). Nomi venuti in seguito a cognizioni posteriori. Molli animali ebbero nomi dai loro costumi ; poiché indi tali costumi furono conosciuti. In persiano il camaleonte dicesi .ifitab guenkk _>Lol cioè talamo del sole, pei suoi rap- porti singolari colla luce. SuxaXXte (gr ), Ficedula (lat.), Becafigo($p.),tìecfigue (fr.), Beccafico (il), Papafigo (por/.) , Fig-pecker (ingl.) , Feigen- schneppe, Feigenbicker e Feigendrossel (ted.), A- xfur altin ( j^*JI j cioè passera dei fi- chi (ar.), fu cosi nominala in varie lingue quella specie di uccelli classificala in /oologia col nome di Ficedula Luscinia altera (Klein), perchè va dietro ai fichi e va beccandone la superficie (non già per mangiare il fruito stesso) perchè va a caccia delle mosche che stanno sull'albero fico. Follur, f'ultur, a voltolo. Quest'uccello descri- ve dei circoli iu aria, fa dei giri prima di piomba- re sulla preda. Il suo nome deve essere la stessa 3. pers. sing. pres. indie, passivo di coleo, cioè vokrilur, di cui si obliterò la sillaba ri, fatto dcl- I eulnnismo Ialino (I) assai ovvio. In tedesco chia- masi ora Gejer e prima Gyr, Gire, Air ed in in- glese Geir, nome eh' io derivo da Gyrtis Tòpo?, circolo, ambito, trovandosi già uominalo nel bas- so Ialino Cini (2). Similmente cbia mossi in greco lo spaniere Ktpxs? che è la stessa parola che vuol dire circo- la, cerchio, uguale al Cimi* (lat.) ; appunto per- chè anche Io sparviere descrive col suo volo dei cercini. I nomi di alcune condizioni morbose furono tratti dalla conoscenza di simili forme, sia fisiolo- giche, sia anomale degli animali. Così Scrophula ebbe il nome dalle scrofe, nelle quali si erano osservali simili tumori, hi (I) Ragguagli eufonici Ialini. l'i) Adclung deriva dal grido gà gà, d'una spedi' di rondini di mare, eliti dieMI pure Geyer. lo credo the si traili in qmslo caso di omofonia accidentale, o di riduzione a falsa etimologia per con- to dot nome ili tali rondini ; clic si ridusse cioè dietro il loro giido gà gà al nome dell' avolloio Geyer già eaislcnU' p derivalo da Gyrus. Anche di Vultur dà una etimologia che non mi pari' convcoieMO deri- vandolo ili tetl»{\. Ad. lung, Diz. in voce Geyer). Digitized by Google — 265 — portoghese chiamatisi per la slessa ragione Al Por- ca» le scrofole. Il volgo chiama male del montone la paro- tite, e male dello scimiollo la rachitide. In italiano chiamasi col nome di sttole (peli di porco) come iu francese poil l'esulcerazione del capezzolo delle lattanti. Il girasole fu cosi nominato dalla cognizione di questa sua proprietà di girarsi dalla parte del Dettar al teiem* ^ , l| jty (ar.), gira al Afìtab pereti &*j> vjUll (pera., ture.), a- doratore del sole. IttujTpOTrwv (gr.), gira-solr. SonnenlAumc (ted ), fiore del sole. Aap virag (ungh.), fiore del sole. La gramigna ehbe nome in inglese dalla co- gnizione che si ebbe, che si mangia dai cani: di- cesi Dog's grau, cioè erba del cane. Altre piante ebbero nome dalla stagione in cui sono più appariscenti o meglio fioriscono : specialmente se il tempo dell' anno relativo sia marcato più degli altri p. e. da qualche solennità. Alcune erbe trassero nome dalla Pasqua^ perchè fiorenti circa quelle giornate. In francese dicesi Paquetlc (diminutivo di Pà- que , Pasqua) il Chrysanthemum Leucanthcmuni, e Paquerelte (altro diminutivo di Pàqut) la Belli» In inglese chiamasi Patque Flower (fiore di Pasqua) l'Anemone Pulsatilla L. Inispagnuolo chiamasi Aleluga l'Acetosella, dalla parola Alleluja, interiezione ebraica, ma che pronunciasi nel rito cattolico nelle solennità di Pasqua. Aldi diecsi in ispagnuolo la viola a ciocca, nome derivalo pure da Alleluja. Nella lingua Rawi di Java e nella sanscrita si usavano per numeri, nel ricordare le epoche, pa- role alludenti a varie cognizioni fisiche e storiche ed a speciali istituzioni, p. e.: Per dir I uno si disse Luna, Uomo, Terra, (sanscr.) Chandra, Satin, Indù, Bhu, Dhara, Dha- roni (Java), //'ulan, Dumi, /alar. Vou I. II due Occhio, Mano, Braccio, Ala (sanscr.), Mira Drithti, Kara, Bahu, rak»ha (Java), Tan- gvgan, Boja, Ixir. Di». ìli tre Fuoco, Proprietà, Agni, Cuna ( san* scrito). IV quattro, Mare (come circondante le quat- tro parti del mondo, giusta le idee di quei tempi), Plaga del mondo (perchè ritenute quattro), (sans.) Abdhi, Sindhu, //'ama (colore , casla) per la di- visione in quattro caste Dell' India. Y cinque Elemento , oggetto dei sensi, Frec- cia, Saetta (per le cinque freccie., sartie del dio Kà- madèwa (sanse.), Bhutha,// ithatja, t'Ara,// atta. Yl sei Stagione, Gusto ( perchè si distingue- vano sei specie di gusto), Ape (per le sei gambe che hn) (sanscr.), Ritu, Rata, Shatcharana. Yll tette Monte (7 grandi divisioni della ter- ra Dwipat; gli Orientali distinguono sette climi Hcft Yqlim ) (sanscr.), SaUa. Pel numero 7 dicesi anche Cavallo (sanscr.), A'su'u (pei 7 cavalli del carro del sole presso gli Indiani. Allusione ai selle colori dell'iride). Dicesi anche Santo JUuni, Hi»hi (sanscr.). I santi uomini e lettori spirituali troxavansi nel numero di 7. 1 sette Hithi venivano riguardati siccome le 7 stelle della grande Orsa. Perciò in Java pel 7 si disse pure Rekti = Orso. Vili offo Elefante in sauscrito Goya. La ro- sa dei venti a\ èva otto raggi per ognuno dei qua- li un elefante che sosteneva la terra, giusta le idee IX nove Apertura, Buco (sanscr.), Bandhra. Si riteneva che nove fossero le aperture del corpo umano. Diversa origine non denno aver avuto i no- mi dei numeri rimasti nell'uso comune presso le nazioni civili, poiché l'arie di numerare non risa- le all'infanzia della umanità. Molli selvaggi non sapevano conlare olire il numero tre. Ross parla di certi montanari artici che non sapevano conla- re al di là del cinque (numero delle dita della ma- no) e per tulli gli altri numeri superiori non ave- vano altra maniera d'esprimersi se non colla pa- rola che vuol dire molti (1). (I) Gioja, Filos. d. StalisL, HI, 35 (3). Il Ragno chiamasi in varie lingue con nomi alludenti all'arte di tessere o di filare A pa'xvtjs (gr.) d'onde Aruneus (lat.), Aranea (lat.) c quindi Bagno (il.), Araignée (fr.), Arano" (sp.), deriva dal semi- tico J"1fct aràg, tessere ed J"hS creo, tela, tessitu- ra, e spola dei tessitori. In cimbro chiamasi ff'épe- spinna, nome composto di due voci che significano l'uua filare, l'altra tessere. In tedesco •Spinne ragno, già in Sotker Spin- nn mentre ajmMSN vuol dire filare. Anzi in Au- stria chiamasi Spinnerinn, cioè filatrice. Anche in inglese chiamasi Spinner e Spider, e Bochart so- spetta che il nome ebraico del ragno Ah' aca- bisc (i) s '0 uu » «alatesi & "}3D intrec- ciare, onde alludesse alla rete cui serv e la sua tela, tal che Plutarco disse che il ragno dà il tipo della caccia a reti » Srj'pas caYT)V£UT«f{ dfrfitvr.Qv. La pianta Acetosa fu chiamata dal suo sapo- re simile all'aceto. Cosi da 0"$o? (gr.; , aceto, si disse 0'£aXis s in latino da Acetum Acetosa, Ace- tosella ed iu portoghese da Asedo a dirittura Ase- da. Dunque tal nome della pianta è posteriore al- l'arte di fare il vino, dalla cui fermentazione acida l'aceto è prodotto. Vi sono nomi di animali derivali da quelli di alcune professioni. La passera chiamasi in francese con un nome tratto da quello del frate (Moine, frale; derivalo da Monachus: Moineau, passera,cli- (1) Boni in*. Hisi .Nat. I. VI. (2) Gioia. Filusol'. d. Slaùalica, ili, 71. fin Bici (4) BteroNoie , L II, p. 003. Digitized by Google se fu la passera solitaria ch'ebbe la prima lai no- me; cioè per la sua vita solinga fu paragonata al frate; e quindi si estese il suo nome a tulle le spc- eie congeneri. Molti oggetti ottennero un nome soltanto poiché l'uomo ebbe a farne uso. La terra, ossia il terreno, ebbe nome dopo che fu lavorata dall'uomo, e perciò fu appellata con nome derivato da quello dell' uomo Adam D^JK uomo : Adamà mS^l terra. Er j\ (pera.), uomo. Er * uoj\ (pera.), terra. Homo (lat.), uomo. Humus (lai.), terra. Moltissimi nomi in ebraico ed in arabo comin- cianti da m hanno uu seuso etimologico che rap- presenta l'uso che si faceva di tale oggetto, per- chè T m iniziale è in quelle lingue la preposizio- ne che corrisponde alla nostra da, a/finché, per. Cosi JUitcànd nitftthà madia, derivato da ifctV Kùr lievito, indica che è un oggetto che serve per fare il lievito (1). gjlj* Mezarg (ar.), campi cioè da piantarsi, da semiuarsi, da sari *Jv, che semina, che col- tiva, che pianta. Il colore purpureo chiamat asi colore reale, cioè regio, nel secolo VI ai tempi di Procopio (2). ÀTpaxTvXts si chiamò un'erba, perchè Je donne greche se ne servivano come di fuso per filare. A"tpbxtos, Riso (3). I semi della canna Indica sono chiamati da- gli Spagnuoli d'America Pater noster: perchè ne fanno corone di rosario, dove ogni singolo grano chiamasi paternoster, nome avuto dalle prime pa- role della prece che serve a numerare. Diconsi per questa medesima ragione Paternoster i semi del Cardiospermum Uelicacabum. Similmente il JUitium Soli* o Lithospermum Indicum chiamasi dai Portoghesi Herba do Hosarios, perchè le don- li Abravanel cil. da Luzzato. Proleg. p. 114. ; 2) Gioia, Filos. d. Statistica, III, 320. (3) Dioscorid., 1. Ili, c. XCI, Mattinoli, CommenL — 267 - ne più povere e le serve Malesi ne fanno appunto corone per recitare le loro preci (1). Le parole Viveri (il.), Pivret (fr.), Manteni- mento (pori.), che servono di nome a molto so- stanze, a tutte quelle che si usano per alimento all'uomo, rappresentano l'uso che l'uomo fa delle medesime sostanze. La Camomilla ebbe nome, dall'essere adope- rala nelle affezioni dell'utero, Matrìcarìa (lat.). In persiano Babuni «j^jL*: mentre l'automatico 6a6o in varie lingue ludica cose relative al parto. Vedi Dizion. Automatico, p. 428, 29. dei nomi di cose prima note ad altre che avessero un qualche punto di somiglianza con queste. Leg- gesi oc' viaggi di Cook che l'Otaitcsc Edideo che l'accompagnò ne' suoi viaggi, poiché vide per la prima volta il ghiaccio, Io chiamò pietre bianche e la neve chiamolla pioggia bianca, e in sanscri- to le lagrime chiamami acqua degli occhi Aé- tràmbu (2) Aefra (2) occhi, Ambu, acqua (3). Di questo modo in qualche lingua Irovasi aver un nome comune qualche grande fiume e il mare, in sanscrito Sindhu chiamasi tanto il fiume Indo come il mare, ed in greco chiamossi Q'xtavdg il Nilo e poi il mare. £ secondo dice Chateaubriand nei suoi viag- gi il cannone viene chiamato dai Balchi folgore : abbiamo veduto la stessa voce tran d' origine onomatopeica essere in una lingua (iL) il no- me del tuono (irono, inumo), ed in altra (sp.), quello del rumore del cannone (tron). Così i nomi d'alcuni ammali furono traspor- tali ad altri. Il gufo fu chiamato Chat huant in francese, cioè gallo che grida, pel suono che ap- punto fa di notte simile al miagolare del gatto. Il zibetto chiamasi in turco Misk kedisi i » t m en.), difesi il Lapalhum aculum. In portoghese chia- masi Lingua de vacca la Tapvra Pccu (I). Chiamasi pure da Scheff Lingua bovina il Boletus hepalicus. Lingua cervina si chiama in Ialino ed in portoghese lo Scolopcndrium officinale. 09isy>.W!J!3ov (gr.). Lingua di serpente (pori), Lingua de sierpe (sp.) l'Ophioglossum vulgare. K.uvoY*ti>73ov (gr ), vuol dire lingua di cane ; d'onde iu materia medica Cynoglossum. In arabo si diede il nome di testicoli di volpe ad una pianta Khuièi sàleb ^Jju a^L». che noi, tralasciando la prima parola, diciamo Salèp. Prodotti dell'arte. Gli specchi furono chiamati dai Natcbi ghiac- cio ed acqua agghiacciala (2), appunto come suc- cesse nelle lingue d' Europa nelle quali il ghiac- cio ha dato il nome al vetro. In greco Kpo'(7T«Xlo« ghiaccio poi vetro, d'onde il latino Cr.jslallus nel senso dell'oggcjto artistico e Cristallo (it.) ec. Da òtt piove, ùe?o{ pioggia, ù»Xo« vetro, e in francese da glacies (lai.) fecesi giace ghiaccio e poi cosi si nominarono i vetri delle finestre, ed in tedesco Glas vetro, iu svedese Olas, in danese Gtas, in inglese Citt», in anglo-sassone Glaes. Gli antichi Tedeschi chiamavano Glc« l'ambra; e tutti questi nomi teutonici souo coevi di Glacies (lat.) e non suoi derivati, e volevano indicare un corpo lucido trasparente in genere ; io credo però che il primo nome V abbia avuto il ghiaccio, e quindi sia (Musato agli altri oggetti. In ungherese c«i« (prouuncia duce u fran- (1) Pi.-«>n, H. Nat el Med. ci Móral el De Len* Uicl. in voce c. (2) Chàlcaubrijnd, Viaggi in America. Digitized by Google — 269 - e), becco degli uccelli, poi rostro, mnso, beccuc- cio d' un vaso i cosi io italiano il becco degli uc- celli cesse il suo nome alle cose che termiuano in un'estremità più o meno puntuta, dicendosi bec- cuccio del vaso, d'una storta ecc. Molte no- queslo pro- Da questo piccolo saggio appare come la no- ni un effe Mei delle opportunità di con- tra l'essenza oggettiva delle cose c le uma- ne percezioni che se ne produssero: che quindi dovette correre molto tempo e cangiarsi la posi- zione dell'uomo in rapporto oggettivo, perchè si spiegassero le moltiplici vedute di questo pano- rama. Che se si vadano seguendo le epoche dell'u- manità, per quanto arriva la storia di fatto e que^ la razionale, e si confrontino col deposito lingui- stico proprio dei varii tempi e dei vani popoli ci accorgiamo che la nomeuclatura degli oggetti, la quale dovrebbe considerarsi come un indice di con- trassegni degli umani accorgimenti, è assai me- schina ìa confronto della molliplicita fenomenolo- gica della natura ed auche in confronto della uma- na capacità di distinguere e considerare. Ai nostri giorni stessi la lingua comune nelle singole na- zioni manca di segni per indicare una quantità di cose che cadono pure sotto i sensi dei più, ma che pei più non riescono interessanti ; p. e. la lingua di Kootka o King. Georgé's Sound nell'America Settentrionale sulla costa d' occidente non ha pa- role per distinguere od esprimere differenze che realmente esistono, p. e. essa è deficiente nei no- mi degli animali (1). Imperfettissima è la nomen- clatura astronomica, non già quella scientifica, ma quella delle forme di quei gruppi che più colpi- scono l'occhio che contempli il cielo stellato. Al- trettanto dicasi delle erbe. Michaelis nel secolo scorso lagnavasi che moltissime erbe non avesse- ro nome in tedesco (2), e questo è il caso, prescn- lemeute ahneuo, del nostro veneto dialetto. Sic- ché per quanto avviene spontaneamente nell'ap- (I) C^k. Voy. PaciC II. 5r,C. (2j Diss. Eiufl. d Sprachen p.tg r>0. peliamone delle cose, dietro la necessità pratica d'indicarle, scorre un lunghissimo tempo inde- terminabile prima che si esaurisca per fatti occa- sionali il loro dizionario : e forse per questa via non si esaurirebbe giammai. Ma grande supplemento ne viene per opera della curiosità che, dopo una serie di esperienze subile senza volerlo, viene da queste medesime destata alla ricerca analogica giusta lo speciale impulso ricevuto all' attenzione, e quindi provan- do nuove percezioni è costretta a ricordarle, ed allora la nomenclatura si arricchisce in ragione di tutte queste percezioni. Siccome poi tale curio- sità è speciale e si segrega dai generali interessi, la nomenclatura relativa resta d' un uso speciale, e quindi le scienze e le arti nella condizione loro più sviluppata parlano, nel seno della nazione pa- tria stessa, tante specie di lingue non iutese dalla comune nazione (t). Nel piccolo saggio di nomenclatura, che ab- biamo esibito giusta la sua successione, il letto- re si sarà accorto d*un intrecciamento tra i segni che ricordano gli oggetti esterni e le parti dell'u- mana persona, e tra gli oggetti e le coudizioni della natura e quelle di umana istituzione. Ora il nome di un oggetto esterno dà il materiale per nominare una qualche parte dell' uomo, ora vi- ceversa i nomi delle membra passano ad indicare gli oggetti esterni; e cosi ora un oggetto natura- le cede il suo nome ad uno dell' arte, ed inversa- mente imo dell'arte ne nomina qualcheduno della nntura. Questi fatti sono di somma importanza nel- la storia reale delle umane cognizioni , la quale per nulla viene a corrispondere alla preconcetta opinione per cui si avrebbe creduto che I' uomo prima avesse bene esaminalo sé stesso, e quindi la natura ambiente e poi per ultimo avesse i (I) Una signora si lagnava che. k) ricette medi- che fossero in una lingua che non intendevi, voleva dire il latino: ebbene, risposi io, gliele dirò i i italia- no, ma nulla ostante non varrò a farmi intendere. Certo, perchèmancavale la conoscenza della cosa; qua li- do bene avrò dello Acido idroclorieo, invece diA idum hyilrochloricuin. di quanto avrà avvanUggÌjlo l'ii.Ll- ligenza di chi non sa di chimica nè di materia medica? Digitized by Google - 270 - to e Dominati i mezzi di rui si vaUe e ch'egli gegnò a dati usi : cioè che, siccome sembrerebbe dover l'uomo, prima d'ogni cosa, sentire sè stesso, e siccome furon prima le cose naturali e jwseia quelle dell'arte, la nomenclatura più antica dovreb- be essere applicata ad indicare quanto va a costi- taire l'umana persona, poscia gli oggetti naturali ed in ultimo anelli dell' arte. Fu osservato che il fanciullo suole indicare sè stesto per la terza persona , esso dice Pietro, Giovanni ecc. , il nome che gli si è dato, prima di dire io. Questa osserv azione fu fatta pure so- pra Gasparo Hauser a Norimberga che imparò a leggere di 17 anni. Si ebbe molta difficoltà a far- gli capire che io era per lui sinonimo del suo no- me proprio. Kgli diceva, Gasparo vuole dormire, Gasparo vuole sortire ec(l). Questa difficoltà dipende evidentemente da ciò che il fanciullo prende l'idea di sè stesso dal- l'esterno del suo corpo : egli vede appropriali dei nomi a ciascuna delle persone che lo attorniano, ma attacca questi nomi alle loro forme, cioè ri- pa tali nomi le impressioni ricevute da lui per causa di queste forme, e cosi riferisce il proprio nome alla propria forma, la sua perso- na è per lui Pietro, Gasparo ec. (2), parole che gli ricordano il suo corpo, le sue forme ; men- tre le parole indicanti la sua intimità, il suo me, non gli presentano alcuna cosa di paragonabile ed associabile colle ricordanze ch'egli ebbe delle per- cezioni esteriori, anche di quelle ch'erano un ef- fetto necessario della sua esistenza. Questa nozione della identità del suo senso inlimo colle parli della propria persona da lui per- cepite è V effetto di accorgimenti posteriori e la conseguenza di confronti e di raziociuìi. Sembrami che se noi riflettiamo su questo fatto, tenendo com- presente la maniera di successione della nomen- clatura, siamo guidati ad assegnare i limiti del soggettivo e dell'oggettivo, il cui contatto sem- bra non aver linea di demarcazione. (1) Journal Protestarti 1800. (2) Broussais Cours de Purenologie, XVIII Lecon. Il senso del me si prova certo nei primi mo- menti dell'esistenza ed è determinalo dagli sti- moli ov vero dalle condizioni di eccesso o di de- ficienza nel sistema della vita propria. I pro- nomi di prima persona costituiti dai suoni au- tomatici ne sono una prova: tutto quanto da tale sistema dipende, tulli i suoi fenomeni sono della stessa natura dell'automatismo e del patema che abbiamo consideralo come cause dell'emissio- ne dei suoni. Fin qui l'umano individuo vive in una maniera simile a quella del sonuo più o me- no turbato, ma della propria macchina non ha al- cuna nozione. Egli tanto sa sali' argomento della mauicra in cut riconosciamo noi adulti le forme del nostro corpo , capo , tronco , membra ecc. , quanto un uomo ignoraute d' anatomia sa della costituzione delle molle nostre sotto la superficie. Come per noi l'involucro esterno di noi stessi ci toglie quanto v' ha entro di noi, cosi, prima di riconoscersi coll'uso dei sensi esterni, l'umauo in- dividuo versa nella stessa cecità per conto anche della propria apparenza, come assolti (ameni? per ogni punto del gran Tutto in cui è immerso. Fat- ti pervii i sensi, vanno ad essere tocchi e per- meali da impressioni occasionali, relative cioè alla specialità delle parti del gran Tutto che even- tualmente gli si svolgono intorno, e per la manie- ra in cui succedono i suoi acorgimeuti stanno nella stessa linea le roani delle persone che l' at- torniano e le proprie, ed anzi conoscerà assai pri- ma alcune parli, p. e. il capo e la schiena delle ar- sone esterne, anzi che queste parti slesse in sè medesimo. Sicché fissiamo che prima della per- viclà e dell' uso de' suoi sensi l' umano indi- viduo ha il sentimento di sè , e dopo soltan- to coli' uso dei propini sensi esterni ne ha da- te nozioni ( più o meno estese e molteplici e più o meno adequate) per la stessa via per cui si forma le nozioni delle cose da lui slaccate. Che quindi coli' arricchirsi di nozioni per la parte dei sensi sia delle cose da lui staccate, sia di quanto è a lui continuo ed immedesimato, e venendogli in pari tempo gli stimoli di avverti- mento della vita propria, si accorge della propria personalità; è V effetto d'un raziocinio, è un Digitized by Google — 271 — giudizio per confronti tra le nozioni esterne sia delle cose da lui staccate e delle porzioni della propria persona, e della continuità di tali porzio- ni col punto donde prova i sensi intimi. Che quindi dopo tale giudicio, siccome si è accorto che questo senso del me è pure congiunto a date forme, che furono visibìli e capaci di essere per- cepite da lui , egli trasporta per analogia agli og- getti esterni questa combinazione di condizioni, dicendo, se io che mi vedo e sono veduto, ho fa- me, ho seti-, amo, temo ecc., le altre cose che io vedo e sono vedute saranno come io, avranno fa- me, sete ce. Ecco quiudi come si produce, imme- diatamente dopo questo criterio della esistenza in maniera analoga a quella degli oggetti esterni, T applicazione precipitata e spesso fallace della natura propria agli oggetti esterni. A questo pro- cesso di personificazione egli viene tanto più fa- cilmente sedotto in quanto che nelle sue prime esperienze sensorie egli è attorniato da esseri la cui natura è di fatto analoga alla sua, cioè dai membri della famiglia , dagli uomini in genere. Ecco quindi come avviene il trasporto delle parole relative alla propria maniera d'essere agli oggetti esterni, ecco perchè sitiem la Canicola, e ribelle l'Oronte. Quanto all'iolrccciamcnto nella serie di di- stribuzione dei nomi tra le cose naturali e quelle dell'arte la ragione è chiara, solo che si rifletta che il rapporto fra l'uomo e gli oggetti esterni è speciale ad un dato tempo e spazio ; che questo rapporto non interessa l' csseuza reale assoluta delle cose, dove quiudi quanto è di naturale è certo auteriore. Questo rapporto è occasionale, il suo interesse è di effetti sensorii sull' uomo, ed i mezzi vocali, che vi si occupano, non servono se non a ricordare all' uomo una data o tal altra sensazione e quindi la cosa eh' egli crede averla prodotta. Torneremo a dire che la nomenclatura è, anzi che un catalogo degli enti e delle parti o dei modi della natura , un registro delle speciali ri- cordanze dell' uomo. Ora, non appena l'uomo si studia di provvedere ai proprii bisogoi, che già le cose della natura eh' egli impiega a proprio uso souo in qualche forma modificate, c quindi sono già piuttosto artificiali che naturali, e 1' uomo stesso lia più interesse di ricordare queste, anzi che le altre. Che se parliamo delle generazioni successive sono queste prima attorniate da pro- dotti d' arte ereditati, anzi che dai naturali ; pel figlio del selvaggio stesso primi a colpire i suoi sensi sono il tetto e le pareti della capanna e i po- chi utensili domestici c le pelli degli animali con- siderate come letto, die nou la volta del cielo e i testacei viventi e le cucurbìtacee vegetauti sul suo- lo, di che sono pure formali i piatti e le olle che ei vede maneggiarsi dai parenti. Dalla fissazione della nomenclatura vedesi come, allora che sia riconosciuta per criterii cer- ti la maniera di successione, si hanno i documenti nei segni die corrispondono alle cognizioni, e quin- di si può stabilire di queste la cronologia ; in pari tempo si può misurare dall'estensione della nomenclatura il grado di sviluppo delle nazioni, ed in fatto gl'idiomi sono più o meno ricchi se- condo che sono maggiori o minori le cognizioni dei popoli ai quali appartengono: cosi la lingua dei Messicani era più formata di quella degli I- rocchesi (1). Bisogna per altro distinguere nella ricchezza di una data lingua se le voci abbiano o- guuna im proprio ufficio definito, o se invece mol- te sieno d'uso promiscuo; perchè nel primo caso si deve giudicare aver avuto luogo un progresso di tallo nella nazione, mentre la moltiplicai di segui superflui è anzi una marca d'inferiorità nel linguaggio; Nodier dice che annuncia una lingua in decadenza; io credo die trovisi dappertutto dose siavi ignoranza e confusione nelle nozioni, e perciò la sinonimia rimiensi a preferenza nelle lingue delle nazioni più rozze, sia clic non giu- gnessero ad ulteriore sviluppo, sia che ne fossero decadute. Questo progresso della nomenclatura avve- ntilo nella successione del tempo e nella diver- sità dello spazio, come pure la riproduzione dei suoni primitivi automatici, patetici ed onomato- peici, devono persuaderci essere vana la ricerca di una lingua madre di tutte le altre; poiché è fnt- (I) Volt Ess. s.les moeurs. T. HI, p. 7,19. Digitized by Google to evidente che la produzione linguistica è opera costante, coeva quanto ai primi clementi ad ogni umano individuo, come ogni altra funzione della vita, e nel continuarsi ai prodotti superstiti delle generazioni che precedettero, è un risultato spe- ciale ai rapporti tra l'uomo e l'ambiente porzione del gran Tutto. Le parole indicano prima una sensazione subita per parte di un dato contatto tra la per- cettività umana e le sceuc che l'attorniarono, so- no pertanto cenni di ricordanze; e siccome questi rapporti tra la percettività e l'oggettività avven- gono di fatto in un dato luogo e tempo, le parole rapprcseutnno prima un oggetto dato, individuo ovvero una data azione soltanto; poi accorgen- dosi l'uomo per ripetute esperienze che molti og- getti sono simili al primo e che succedono atti simili a quelli che prima fissarono la sua atten- zione, quella parola prima che alludeva a quella data circostanza indica poi anche le posteriori si- migliatili; e siccome non v'ha assoluta uguaglian- za fra le cose, di roano in mono che si moltiplica- no V esperienze fra le quali si trovi qualche ana- logia, il significalo della parola, ricordandone una quantità di più o meno analoghe, estendendosi, il suo servigio diventa sempre più vago e indefinito : dunque nel primo ufficio il nome è veramente no- me proprio, c cosi, quantunque i grammatici non abbiano trovato di fare questa distinzione, dir do- vrebbesi del verbo nell' uso che si fece di ciascu- no la prima volta; poi il nome diventa appella- tivo, quindi pei processi di analogia l'uso sempre più si generalizza. Questo processo l'abbiamo sot- to gli occhi nostri nelle espressioni delle persone più rozze, il volgo parlicolarizza sempre, dice la quercia di quel «i/o, il fiume di quel tal luogo ecc., non in generale le qnercie od i fiumi; si udrà dai villici del Veneto dirsi parlar ledesco ogni linguag- gio non inteso, e dirsi coreo chiunque non è cat- tolico ; perchè le prove più frequenti di udire una lingua non intesa si hanno per parte dei Tedeschi, e perchè non conobbe altra specie di persone non accomunate al suo culto fuori degli Ebrei. 11 nome delia quercia passò ad indicare ogni albero in ge- nere. I nomi generici d'ora rappresentavano quin- di una specie soltanto. In ebraico ^/on,qucrcia, in caldeo JlSì Digitized by Google MÌTICI ÌNDBTERMIZIONE DEI SEMI DELLE PAROLE. Crisippo sosteneva assolulnmculc che ogni parola è per se ambigua, perchè dalla medesima si ponno inlendrre due o più cose (I). Questa pro- posizione meglio si applica all'età linguistica più oscura. Narra King che sulla costa N. 0. dell' A- merica la lingua degli abitatori di Prince Wil- liam' s Sound gli riuscì difficilissima da intendere, non già perche i suoni costituenti le parole fos- sero confusi e indistinti, m i pei \arii significati che ogni suono aveva; poiché usavano V identica parola frequentemente in occasioni affatto diverse. Anche CooK. aveva osservato che nella lingua di quei selvaggi ogni parola esprimeva e compren- deva molle idee semplici (2). Lo stesso dice Giorgio Marcgravio della lin- gua dei selvaggi del Brasile: molte parole indica- no cose diflcrciilissime, p. e. A frutto, diletto, com- militone (3), glande : Accana slanciare, raccoglie- re, leggere, misurare, ponderare, deliberare : A- àr cadere (4), intendere (5). In sanscrito le parole avevano sensi indeler- mmalissimi. Nel dizionario Amarasinha si trovano settecento trentatre vocaboli, che hanno due, tre e quattro sensi diversi (6). (1) A. Cell. XI, c. 12. (2) Vuvagi! lo lite Pacific. Ocean. Cook Coritin. d. King. U MI p. 375, e I. Il, 336. (3) Marnò cuipe rrrym Xe », d'onde vieni, dilet- to camerata? (Georg. Mangrav. de Braailiae Reg. p. 24.) (4) Aci tanto la molliplicilà dei scusi nelle seguenti condizioni : I. I n oggetto o soggctlo può avere rapporti diversi secondo varii altri soggetti, in riguardo ai (piali si consideri ; ora nominaudo iu qualche mo- do tale soggetto od oggetto, in guisa che non si sbagli sulla sua individualità : questi rapporti di- versi vengono pure ricordali, giusta il caso spe- ciale, da quelli ai quali sicuo noli. Cosi un fan- ciullo, avendo padre e madre, e in rapporto di quelli figlio. Questo rapporto viene compreso, quando appaia esistere i genitori del soggetto ; quindi le stesse parole, che indicano fauciullo, si usano pure per dir figlio. Cosi j>3 Vrt in caldeo vuol dire fanciullo ed in siriaco ed in ebraico v uol dire figlio : cosi trovasi nella Genesi c. XXI, vers. 23 Anche in greco flou? ragazzo, fanciullo, usa- si pure per figlio, per cs. Atos 6 naie, cioè figlio di Giove, dicesi Bacco da Anacreonte. E in Erodoto spessissimo, per es.Matftnjs (re degli Scili) npwts- ».i:i chiamale e xXvw ascoltare (se uno par- la, chiama, V altro ascolta). In ebraico "J^Q pclech vuol dire tanto co- nocchia come fuso : cosi pure "W£^) c/iwciiir co- nocchia, fuso (1). occhio, colore, su- fi) Petra*! Nomcnclalor. Digitized by Google - 277 - lauto Porga- le qualità visi- pcrficie(l). La no visivo che jM-rrepiscc, l>ili percepite. Licht ( ted. ), luce, c Likke, pertugio. Mi- cliaelis dice che Liicfce è in rapporto con Licht luce, perchè la luce arriva penetrando pei fori, |)ci pertugi (2). Pa (pers.), piede, vestigio, traccia. La slessa parola indica il piede e la sua impronta lasciata nel terreno calcato. Pad (sanscr.), piede, Pad (ani. ted. Ott- fried, b. sass.), Padey ( Malabar ), Palh (iugL), llaiTo? (gr.), strada, via, sentiero. La stessa pa- iola in lingue diverse indica il piede ed il suolo che dal piede si tocca. Da 6p Caf (ebr.), palina della mano, deriva "ìhp? Cafìor— mela, pomo. Cosi in greco K«p- ko« (lai.) mano, carpo e fruito. Cosi in sanscrito 7*0/0, fratto, e in greco naXa'|ia, Palma (lai.), palma della mano. Come si vede, la cosa che si prende (frutto! e l'istruniculo per prenderla hanno nomi promi- scui o derivanti dallo stesso tema. Anche in tur- co Lll Alma, pomo , ed ,j^f àlmaq, prendere. Anche carcere, prendere, cogliere (lat.), è dello stesso tema di Kap7-o ? , fratto e mano. In turco Guerbé, gallo, vuol dire an- che serpillo ; pel rapporto che ha il gallo con quest'erba di cui si compiace. Kebett o^^oT vuol dire ape , ed anche arislolochia ; perchè l' ape si ciba dei fiori di ta- le erba. Gufai» (pers.), bue, loro, deve essere in rapporto con Guiah »LT(pers.), erba (la quale si pascola dal bue). Pathe in tedesco (che è corruzion di pater) vuol dire non solo il padrino c la madrina, ma anche il figlioccio e la figlioccia. Pt (Chin.), capitano, duce: Pe (Chin.), cento. (') J»p Nh'en, superficie. Exod. X v. 15. (2) Diss. Einfluss.d. Sprachen, p. 105. (ebr.), duce, condotticre. Flef C^R (ebr.), mille. Queste parole nel loro significalo numerale devono alludere al numero dei soldati, ai quali un dato supcriore comandava. Erano già nella milizia ebraica i capi di mille uomini D»97$ HjgP tari alafim che si nominano spesso nella Mi- crà (1). Cosi in ungherese cser, mille: ezred, co- lonnello; e cosi -ExavrcVrapxos (gr.), Centuria (lat ), ecc. i capi di cento uomini che si trovano in tanle nazioni, in ebraico rW^Q Quindi veri- " T similmente Pe (chin.), ccnlo, oenlurionerrcapo di cculo uomini. . Cosi in italiano Colonnello vuol dire capo di un reggimento, ed anche il reggimento stesso (2). Anche in ungherese Ezred vuol dire tanto reggi- mento come colonnello. Similmcule Ktjqry* (turco), gotta, mor- te, distruzione, presagio, prodigio, medico abile, istruito. Da una parie quindi i significali di dan- no, dall'altra quelli di soccorso. Abbiamo veduto dirsi nobili gli animali pe- ricolosi, per es. come il cinghiale, perchè i nobili se ne riserbavano la caccia (3). ZarzirVN (ebr.), cinto, cavallo, cane ■ da caccia, leopardo. Lo scopo è la caccia : un nome comune ricordava sia il soggetto, sia i mezzi. In aulico latino Eque» voleva dire tanto ca- vallo come cavaliere, cioè la persona che monla e la bestia che viene montala. Usasi da Ennio nel significalo di cavallo, e lo ripetè Virgilio per vezzo d'arcaismo: F mena Pelethronii LapUhae gyrosque dedere Impositi dorso, atque equitem docucre sub armis Insultare solo et gressus glomerare superbo» (Virgil. Geòrgie. HI, v. U5, A. Geli. XVI11, e. 5). a x!ÌlI P 'v e '25 aralÌp0mCU ' L " °- XV1, 14 Ewd - pi y.?. rchi Is,oria Fior - passim p e . p. 11. A\ Edi*, di Milano 1845, Burroni e Scodi (3) Giojn Filos. d. Statisi. Il, p. 261. Digitized by Google Oltre l'azione immediata mnemonica, Y in- telletto agisce sulle percezioni sue, ricomponen- dole in dati ordini relativi all' individuale suo at- teggiamento. Per questo avviene che, se in qual- che maniera abbia avvertilo una somiglianza tra le percezioni sue prime e le posteriori, quelle parole che gli ricordano le une valgono pare per le altre. Per analogia pertanto furono applicati i no- mi delle cose prima appellale alle altre, colle quali sì trovò qualche somiglianza, sia oggettiva reale, sia piuttosto nei rapporti nei quali era dall' uomo considerata. Bahu (sauscr.), braccio, (I) vuol di- re anche pia. Cosi in ebraico DIO *us nome del cavallo fu applicato alla gru. TìJ^ Nh'agur, (cbr.) gru, rondine; perchè tulle due viaggiatrici : le vede- vano venire e partire ogni anno (forestiere "HJ). T>? Ziz onomatopeia degli uccelli e loro no- me fu applicato alle fiere per l'analogia d'interesse, che ne aveva l' uomo ; perchè andava a caccia, si delle fiere, come di quelli. ^SV* Tselattal, cavalletta, fu applicato alla T T : ruggine delle biade, per cui vengono distrutte come per le cavallelle ; cosi in italiano dicesi golpe (cioè volpe) una malattia delle biade, perchè questa di- strugge il prodotto, come la volpe reca dauno al pollame, all'uva ecc. In turco Qurd o Qurl 0pf?«»pj vuol dire lupo e verme, perchè tutti due divorano. luz (turco), pantera, dicesi anche del ca- ne voloce per la sua rapidità, per cui fu parago- nalo a quella belva. 4in yj** (Iure), (ar.) e A7«' aiti (ebr.), ! occhio, poi sorgente, fonte; poiché sembrò di pa- ( ragonare lo scaturire dell'acqua, nelle sorgenti, alla spontaneità improvvisa delle lagrime. Kibrit vs^aT (turco), oro, diecsi pure lo zolfo per la somiglianza di colore, e poi dallo zolfo passò a significare anche il fosforo, |>er la (I) Eichhoff. Parallèle p. 170 somiglianza delle proprietà d' accensione, di lu- ce ecc. Krbcst o— jS" (turco), ape volle dire poi ve- leno per la proprietà delle sue punture cosi dolo- rose e virulente. Su yo (turco), acqua, venne a voler dire per analogia anche succo e brodo. À'e/i'/p iJULT (lurco), bue, poi si appellò così la cornacchia per la durezza del rostro paragonalo ad un corno, per cui in Ialino venne delta Cornix ed in greco Kopwvij : poi volle dire sciabla smussa- ta per nuova onalngia col becco della cornacchia. Sctenk vSÀjLA (lurco), cipresso venne a voler dire amante sia uomo sia donna; qui il cipresso servi di termine di paragone per la bellezza della forma e della taglia elevala e diritta. Venne a vo- ler dire proboscide, che al cipresso fu paragonata per la sua forma piramidale, e forse per la lun- ghezza. Venne a voler dire uomo cattivo, perchè il cipresso è emblema funerale. Il nome delle eminenze naturali fu applicalo a quelle prodotte dall'arte. Tor (ingl.), alto sco- glio c torre (I). Roc (fr.), rupe, rocca, torre. Lo stesso nome di Rocra (il.) deriva da Roc (fir.). Da "Vllfl Tur (caldeo), monte, deriva T*rru (lat) torre. Berg (led.) monte, Burg, borgo. Ilup- Y05 (gr.), torre, tUpfaujn = luogo elevalo (2). Queste analogie si percepiscono inslintiva- mente in vari rapporti, p. e. furono spesso senti- te le analogie fra la luce ed il suono; dicesi fanale Mordo per intendere una lanterna cicca (3), e dicesi respirazioue oscura. È curioso di vedere come i Latini, prima di ricevere la parola £c/ro dai Greci (H>>), chiamas- sero tal fenomeno imago, applicando all'argomento relativo al suono la parola che serviva a rap- presentare un fenomeno di rqielizionc per l' oc- chio. Gli antichi ignorauli di fisica sentirono pure l'analogia di questi fenomeni, la loro equazione, (1) Ailcln ne. Diz. in voce Thurm. (2) Le torri ebbero il nume dallo eminenze na- turali , non solo per analogia , ma anche perchè si fabbricavano sullo alture. (3) Dizion. inglese-ilal. Graglia in voce Lanthoro. p. 467. Digitized by Google 279 - cbe sta cioè l'eco all' adito come V immagine ri- mandala dai corpi lucidi all'occhio. Valer. Flacc. Argonaul. Rursus ltijlan et rursu» Hylan perlonga recìamat Avia, responsant tglvae et vaga ccrtat imago. Ed Orazio : Quem deum cujut recinit jocosa IVomcn imago. E in vero la legge acustica di ripercussione è uguale a quella ottica, per cui si riflettono i rag- gi; produce nell'aria l'eco, che è per l'udito ciò che è^riminagiiic riflessa per V occhio. Le pareti, che ripercuotono i suoni, sono per l'orecchio ciò che i piani lucidi, l'acqua, gli specchi per l'occhio. Quest'azione dell'intelletto si protrae ben ol- tre il sentire i rapporti di analogia; e per questo che v'hanno idee di percezione e idee di riflessio- ne, avvenne che le stesse prole ricordassero si le une che le altre. CosUYuinitia (turco), pez- zo di moneta, derivato da nummut (lai.) , vuol dire pure perfìdia, vizio, disonore, inimicizia, ob- brobrio, natura, essenza dell'uomo. Tgr^jj (pers.) freccia, collera, sdegno, sorte, destino, potenza, virtù. Tsarar "Tte (ebr.), legò, aggruppò, angu- stiò, espugnò. Un' altra cagione si è la diversità di giudi- cio che su date cose si porta, onde il nome, che tali cose ricorda, trae seco la ricordanza della o- pinioue individuale di quello che tal parola ado- pera. Cosi è specialmente dei rapporti aflettivi. Quell'atto che da taluno si ammira, da tal altro si disprezza. Dice Platone nel 1. 8 della Repubbli- ca che il pudore, la temperanza , la parsimonia nel- l'economia soglionsi da taluno dire stoltezza, i- gnavia, rusticità, spilorceria; all' incontro la pe- tulanza ottiene il nome d'indole iugenua ed alle- vata liberalmente ; la licenza chiamasi libertà ; la prodigalità , magnificenza ; l' impudenza , for- tezza. Cosi quelli che sono umani chiamansi talora effeminali, e i fatti dolosi ed iniqui si dicono da taluno prodotti d'animo vasto e sapiente, e gli si fa lode della sua ambizione (1). Si consideri ora (1) Slellini, Ort. ci Progr. Morum. I ?, p. l'5. questa varietà d'opinioni tanto maggiore quanto più gli uomini erano incolti. Platone dice nel Meno- ue che non si era ancor definito in qual maniera si distinguessero il giusto e l'ingiusto, ch'egli va in- vestigando nei libri I e II della sua Politia; e pri- ma di Socrate non si era ancora indagato cosa fosse pio e santo (Euthyphrone) (1). Ecco pertanto come, durante questa licenza della pubblica opinione, le parole che si riferivano agli alti morali, secondo la maniera di pensare di ognuno, aver potevano una rappresentanza di ap- pro\ azione o contraria, così che quello, che uno avrebbe creduto volesse dire una virtù, per l'altro significasse un vizio. Ricordo alcuni versi di Ae- do (2), dove si vede la gara di significati delle parole Pertinacia e Pervicacia, che si prendereb- bero per sinonimc. Tu pertinnvium esscArrhiloche hanc praedicat, Ego percicaciam ajo et tue uti volo, Ama perricoceni dici* me esse et vincere Perfacile patior, pertinaciam uihil moror. Uacc fortet sequilur; Ulani indocti pottident : Tu addis quod vitio est, demi* quod laudi datur. Eppure Orazio usa la parola pen'icax in so di .... desine pervicax (3) •Sermone» re /erre (leonini, et Magna modi* tenuare parvi*. Alcuni moti affettivi », bile conseguenza, a certe impressioni , relativa- mente alle circostanze, e quindi le parole passauo per questi a varie espressioni. Le stesse parole indicarono la paura e la venerazione, che sono moli dell'animo assai vici- ni; cosi che talora non vi ha linea che le separi. In greco r.pìtf* si usa nel significato di ve- ti) Slellini, Ori. et Proar. Morom, 1, 13«. Mwmiil.ini'.s Tragedia. (5) Od. HI, 1. Ili Digitized by Google — 280 — ncranda c di tremenda, p. c. Tipica Ai'o« &uy«- Tìjp A"ty] il flr*VTa? dinoti (I). Cosi vedesi la stessa radicale in latino rife- rirsi alla paura Timor } ed in greco all' onore Tifi»), ti|t«w. Quella parola che vuol dire scarso di beni trasse pur seco ora un senso di compassione, ora di disprezzo in varie lingue : in latino pauper, po- \cro, usasi anche per semplice termine di compas- sione, senza riferirsi all' indigenza. Atque aiiquis de i .li-in- pius prò paupere nato (2). In italiano poeero , poveretto usasi, oltre che nel significato di scarsezza di beni, anche per com- passione sotto ogni altro rapporto. In francese pauvre, povero, scarso di beni, eppure usasi per espressione di tenerezza, come p. e. pauvres petits, inuocents, in tono compassio- nevole, e per derisione un pauvre oralcur, vin, chère, comédie. Anche iu tedesco arm, povero indigente, u- sasi come espressione compassionevole per qua- lunque altra causa, p. e. dcr arme Mensch ! ein uncrfahnics Miidcbcn ecc. Alcune volte la moitiplicilà dei scusi ha la nelle condizioni spedali topografiche. Su ( turco ) , acqua ( in persiano ), lu- cro, vantaggio, guadagno, emolumento. Per la condizione locale, do\c l'acqua valse come og- getto importante j siccome presso noi il pa- ne , colla quale parola intendiamo anche im- piego, onorario, stipendio. INcl linguaggio tarta- ro del Turkestan vuol dire pure distretto, a lato, verso, ugualmente. Le divisioni dei paesi devono aver avuto luogo in rapporto ai fiumi, ai rivi, ec. come qui iu Italia, sotto il governo francese, le provincic si dividevano iu rapporto ai fiumi che le percorrevano. Tselasal b^(S (ebr.), cavalletta, vuol dire attrazione; perchè le cavallette procedono a torme, quaiKlo devastano le contrade della (1) Iliaci.. XIX, v. 91. (2) C IVdon. Albinovani . Consolido ;iJ l.ivi.ini, r. 191. Palestina, dell'Egitto, ce. e come nel 1542 avveu- ne in Italia, in Ungheria, in Germania ec. (i). J'emen ^jjl^ (ar.), mano destra, felicita e I' Arabia felice, per la sua posizione avventurosa. Molli sensi, che a noi sembrerebbero affatto indifferenti tra loro, si trovano compresi da una stessa parola, per le speciali opinioni in quella tal classe o popolo ; e noi non potremmo, giu- sta le nostre, indovinare la causa di questa socie- tà, per cs. in turco Qinaf vjliS vuol dire glande virile voluminoso., che ha gran uaso e gran barba. Tutte cose relative alle idee di forza maschile ge- nerativa. Qanfer jàiS vuol dire podice, asta virile, perchè tutte «lue cose pudende. Nazaret gjb»ord lingue varie), terra. Nuna (Galibis,Groenland, Caraibi, Esquime- si, Orenoco, Amazoni lingue varie), luna. Mah (Kamul e Turfau), luna. Mai (Asia, Ossct), luna. Ma (Ural Estimino), terra. Ma (Wogul), terra, Mma (Finnlandia), terra. Maha (Colombia), terra. Aiè (Brasile Camacan), luna. (I) Mudinoli, Commenl, Dioicor., I. Il, c 40. Digitized by Google — 281 — Àje (Brasile Paris), terra. le (Brasile Menieng», luna. £ (Brasile Mcnieng), terra. E (Brasile Camacan), terra. Eh (Camacan Spix Martius), terra. Anche gli Egizii attribuivano il non» hit tanto alla luna come alla terra (1). Proclo inoltre dice che gli Egizii chiamavano la luna ferra eterea, e Cerere stessa, detta dai Greci Aij- |MÌTr,5,cioè madre terra, e che corrisponde all'Isi- de detrlì Kgixii (2). non solo è la terra, ma anche la luna ; onde Virgilio disse ■ vos o clarissima mundi Lumina, labculemcocloquae ducilis annum, Liber et alma Ceret » intendendo sotto il nome di Cerere la luna, come per Liber il sole (5). È probabile che la promiscuità di nóme alla terra ed alla luna dipenda dall' esperienza degl' influssi lunari sulla terra, specialmente sulla terra considerala rome produttrice, insomma in rappor- to alla vegetazione, alle semine, ec. I nostri vil- lici si regolano sempre giusta le lune e le loro Tasi nelle operazioni agricole. Humboldt ha osservalo che ncll' uso della lingua, nella ristrettezza antica delle vedute co- smiche, le idee di Terra e di Mondo si fondono insieme, e ricorda le espressioni Giro del Vanti», A'uov» Mondo, Mappamondo; anche in tedesco f/tltunutijlung, ttell Aorte», Neue ff 'tlt (4). Questa promiscuità di nome al nostro piccolo pia- neta coli' immensità dell' universo è efletto della cortezza delle no/.ioni dell' uomo volgare. Aei;t« (gr.) = mano destra, potenza l'emen cr sentenza dell' oracolo il più saggio dei Romani (3), ed al contrario exeort, etimologicamente, senza cuore, e uecor» e sur un sciocco, ignavo, ec. Perciò Cesare all'Aru- spice clic gli aveva riferito, |>er atterrirlo, di aver trovato le ultime senza cuore negò « prò ostento duccndum si pccudi cor defuissct >» (4). Anche in greco la slessa parola V --V; vuol dire tanto i precordii come la mente (5). Al tempo di Cice- rone esisteva un certo rapporto fra le idee di cuore e di palato : egli usa nominare si Tuuo che l'altro in una specie di accordo : « Hoc csl non modo cor non habere sed ne palalum quidem (G) ». « Non euim sequilur ut cui cor sapiat ci non sa- piat palalum (7) ». Dove il verbo sapere riferito a cuore ha il significalo di essere sapiente, di go- dere delle facoltà inculali. In persiano Dimagh £Lo vuol dire lanlo palalo come cervello. In ebraico Ijn Chech, palalo, è molto simile a C7»ec j/>fT, seno, grembo. (I) «Cor iubet hoc Enni » (Peraius, SaL VI, v. 10, ed A. Celilo L. XVII. e 17). (St) Cic. 1, Divinai, e. 5*2, Tuscul. I, c 9, e Lui rc- lius IV, v. 51, Id. licei lune quamvis hebeli cognoscere corde. (5) Vico Antichissima Sapienza d. Italiani c. V, $ 2. {4l Sueton. in Cu, dei visceri. I Malesi chiamano con uno stesso nome il more, il fegato, i polmoni e la milza. Haitii cuore, soJtit hatii dolere il cuore; cosi si nomina- no tutte le malattie di questi visceri (2). In sanscrito Vdara ventre, utero. In latino pure Ulerus si usa tanto per indicare l'utero come il ventre. Celso usò spessissimo della parola Utenti nel significato di ventre, p. e. L. VII, c. il e 21, ecc. e Virgilio, parlando della cavità del cavallo di Troja, dice: « uterumque armalo milite complcnt » ( !■ 1 1 . II. v. 20). Non si distingueva la speciale segre- gazione del feto nella cavità addominale, come si vede da questa espressione dove si narra l'assedio di Roma fatto da Alarico l'anno 409, parlando delle madri che mangiavano i proprii figli : « Ad uefandos cibos crupit esuricntium rabies et sua inviccm membra lauiarunt, dum mater non par- i quelli della famiglia di lei vennero intorno a verifi- care eoo meraviglia questa cosa per loro affatto nuo- va; e mi dissero che, ogni volta ctie facevano un abito nuovo alla ragazza, accorciavano la manica destra, cho credevano ossero più lunga per errore della sarta. La famiglia era composta di 14 individui, fra i quali il padre e la madre e gli altri lutti parenti della ragaz- za: v'era dunque pure opportunità per l'uno o l'altro di averla sotto gli occhi! (1) Pacuvius in Niptra, tragedia citala da A. Cellio. Noci. A. L. X1U, c. 28. (2) Bonlius, Hist. Nat. ci Mcd. L. VI, p. 147. Digitized by Google - 283 _ cit Udenti infantiac ; et recipit utero, quem paul- lo ante efuderal » (S. Hicronyro. ad Principiam, T. I. |'. I-' ! ). Anche gli altri nomi del ventre ser- vivano ad iudicarc V utero in greco ed in Ialino 'evyasTept xoei porta nel ventre cioè nell'utero per dire gestante, gravida (Omero). Anche 'iv T«aTtpt e'xeiv: xoiXta usasi per ventre e per utero x»pird« tijs xotXc'a; ctb « fruclus ventris tui (1) ». Giiguer JO*. (pers.), fegato, cuore, Aq gii- guer yCa» polmone. Junk (turco), ventre, stomaco, cuore. Rapata (gr.), cuore, bocca dello stomaco. In latino pure cor voleva dire non solo cuo- re ma anche stomaco, p. e. come disse Lucrezio L. YF, 4149: « Inde ubi per fauces pectus complerat et ipsuni Morbida vis in cor moestum confluxerat aegris ». 5rroòtcuius conlis dicesi la regione che cor- risponde allo stomaco. I nostri \ illiei (dial. veneti) nominando il cuore accennano sempre l'epigastrio, e tal regio- ne chiamano bocca del cuore o pozzetta dello sto- maco indifferentemente, e la nausea ed il dolore dì stomaco chiamano mal al cuor. Anche in tedesco chiamasi Herzwasser (ac- qua del cuore) il vomito d'insipido umore delle gravide (2). In greco taluni appcllavauo col nome dei reni i testicoli « xaì òpx£t S tJctSiov » 5 x%i vj'ypus e'xaXsv » (o). Altrettanto osservasi quanto ai colori. Welle Isole degli Amici la stessa parola tfeena iuol dire lanto scojattolo, come sorcio (5). Abbiamo vedulo la serie degli animali di no- me promiscuo originariamente e che oltennero fissazione di nome io seguito, pel fallo della divi- sione dei popoli e quindi della diversità di circo- stanze. In un dato soggetto pomio essere conside- rate varie parli; può quindi avveuirc che alcuno intenda di nominare una data parie mentre altri mira ad un' altra, c che quindi un altro intenda invece il complesso di quest' oggetto in cui lati parli dall' uno e dall' altro furono considerate : onde i varii parlanti credono d' intendersi fra lo- ro perche sommariamente non si sbagliano sui- ti) Pronertius, L IV. El. Il v. 43 pi Bui Rai I. XXII. c. 21. (3) Cook. Voy. Pacific. HI, 5-10 Appcnd. N. IV. Coulin. d. King. l' individuo ; ma l' inlima nozione che ognuno in- tende d' accennare è diversa ; appunto per questa intelligenza mutua, sufficiente non avviene che se ne accorgano e ne vengano in chiaro. É un mal inteso che dura perchè non si sospetta. Questa panni la ragione per cui si trova la stessa radicale aver dato il nome alla mano ed al capo. Io ebraico C|3 cap, palma della mano; d'on- j de cape (lat.), prendi (2. pers. sing. prcs. imperai., tema di capere); caput (lai.) lesla; Aop (leut.), le- sta ; J*i qabb (ar., pers. turco), lesta. Eppure Kapr.àt (gr.)j e carpa» (lai.), mano. Cara, Kant (sanscr.), mano. Caro/i (sanscr.), ossa del capo. pira» (sanscr.), lesla. Rapa, xapij, xp»? (gr.), testa. La mano e la testa (forse in origine si con- siderava soltanto quella dell' uomo), ebbero un nome promiscuo; perchè sono due parli che eou- traddistingoono 1' uomo dagli altri esseri : 1' una (la mano) per forma unica ( eccettuale le scimic, che forse uci paesi dov'ebbe origine tale nomen- clatura non esistevano), l'altra (la testa) per la sua superiorità ; cosi come ai nostri giorni dicesi una buona festa — uomo d' alto intelletto ; una gran mano = bravo artista, pittore, operaio- re, ecc. In questo modo io spiego la parentela delle parole che vogliono dire mano ed uomo. Man e Siane» (1) (pers.); manusha (sanscrito); il/ami (led.), uomo ; manus (lai.), mano. La stessa parola che in Ialino ed in molle lingue figlie della Ialina indica il pelo del volto, ncll' uomo barba, indica in portoghese il mento che è la parte su cui più generalmente fiorisce. In greco «vàepetJv vuol dire mento, riferen- dosi alla fioritura della barba in quella regione («vàe'w fiorisco). (I) Man, Mane» Persici* v.iri.te pt-rsomn et servi I dicebanlur. Manu*ha (s.nistr) liomn.vir Manen (sanse.) vir nobili* bouore diurni-. (P. Patitimi .i s. Ultimiti- mi'o). Ontani Adagiti Halabarica. Roma 1791, apud Folgoniutn. Digitized by Go - 285 - La stessa parola indicante un colore dei ca- pelli in greco, indica invece una qualità di forma dei capelli in latino, xtp'p'sj (gr.), biondo (I), cir- ri» (lai.), riccio (2). L'indeterminazione dei sensi delle parole nel- le origini delle lingue è effetto della scarsezza delle voci. La povertà delle lingue in origine è ta- le che non ne abbiamo alcuna idea, ne l'avremmo, senza le ultime nozioni etnografiche esibiteci dai viaggiatori. Certe nazioni selvagge non hanno due ccuto parole e la loro lingua si riduce a cin- que o sei suoni o grida (3). Nessuna popolazione del Brasile aveva ter- mini per esprimere le idee che comunemente di- consi astratte ed universali (4). Questa penuria di lingua era comune a tutti i popoli dell'America (5). E certo si trova dapper- tutto ove l'umana società sia rimasta nell'igno- ranza congenita. Nella lingua della California non esistono parole ehe indichino vita, morte, freddo, caldo, mondo, pioggia, metnoria, intelligenza t vo- lontà, amore, odio, bellezza, figura, giovine, vec- chio, prato, rotondo, profondo, ecc. Quattro pa- role iudicano lutti i colorì ecc. (6). Le lingue po- co studiate hanno pochi vocaboli, come dell'antico latino osservò Yarrone (7). Ora, quanto più povera è una lingua tanto più i pochi termini suoi corrispondono a varii si- gnificati; come aveva bene osservato Gale provan- i in più lingue orientali, ed anco in alcune ome la egizia e la fenicia con teslimooii di Plutarco e di Eusebio (8). Le poche voci bisogna che servano a tutto, rappresentino i varii affetti e corrispondano ai bisogni d'espressione relativi al- le circostanze locali e proprie della nazione, della (1) A. Geli. I. XIII, c. 29, xipp'ov id est gilvmn (2) Casarien madido torqueiiletu corsia cirro (Juvenal. S.iL XIII, v..lfi.ì> (5) Ramai, HisL Et. eie. (4) Raynal, E eie. L IV. I. 9, pag. 558. (.">} Raynal ivi. (K) Relation di- la Presqu'lsle Améric. de Calibr- ine, Mannluirn 1772. C. Geb.lin. Vili, 555. (7) Lanzi Sa». L. Etr. I. 22. (5) Nota; in l'-irpliyrium p. :25. » Vccshula in qua- vis lingua, quo sunl pauciora co sunlroXoorinoTepa". casta parlante giusta lo scopo e l'opportunità; per cui anzi il senso risulla dall'attenzione prestata a tutto l'insieme della scena, quindi è l'ultimo risul- tato d'induzioni fatte dall'uditore e pel confronto dei membri della frase tra loro e dell'insieme. Possiamo studiare questo fatto oggidì in tut- te le lingue, dove sono alante parole che acqui- stano ogni senso relativamente alla circostanza in cui sono pronunciate: cosi in italiano, quando non viene in mente il nome d'un tal oggetto o sogget- to od individuo, dicesi coso, cosa (I). Ugualmente in tedesco diecsi Ding nei casi medesimi, che vuol dire appunto cosa. In ebraico ")3T devar (cosa), vuol dire pure parola, discorso, editto, nulla, e con qualche VQrleU di pronuncia restando le stes- se lettere (senza puntazione) peste, mortalità. Co- sì in turco Aesne - f o ficstè y? r - f è una paro- la che diecsi indifferentemente di tutto, quando si cerchi un nome che non viene in mente. « Nel linguaggio che va formandosi a Gon- ion per la più indispensabile intelligenza fra i Chi- nati e gl'Inglesi, formalo da alcune parole inglesi, si è fatto Pigeon (che è una corruzione fatta dalla provincia chincsc di Business, affare) una vera pa- rola universale. Vuol dire in generale cosa. Tutto è Pigeon; Ios Pigeon è tutto ciò che si riferisce alla religione, tempio, culto , idolo , scrittura sa- cra, processione, scritture di fatti storici antichi, e perchè ios (Dio) corrisponde ad ogni possibile, los è lutto ciò che volete, cosi ogni cosa possibi- le è los Pigeon. Si hanno anche i porci di los. Rice pigeon è una pittura sopra carta di riso; di- cesi Teo pigeon (Tè), Opium Pigeon (Oppio) , Foolo pigeon (Pazzia, Sciocchezza) » (2). I pronomi in tutte le lingue rappresentano ancora un ufficio simile a quello del nostro etto, cosa ecc.: indicano oecasionaimcntc oggetti e sog- getti differenti. Alcuni verbi avevano in antico un ulficio assai vago: indicavano una qualunque azione delle più ovvie; cosi p. e. sum, es, est, in latino mangio, sono, vengo credulo, slimalo: est (im- (1) Da tulio il pantano Veduto quel eoso. (ti in- sti. Il Ru Travicelo). (2) Allgcmeine Zeilung, Beil iu • 13 Octub»r 1810. Rriefe atta China. Dipitized by Google personale), appartiene, conviene: facio, fare, cre- dere, slimare (pani, flocci, tanti facio). Cosi in illirico ritti = fare, slunare. Questo pluralità di sensi tanto più si rileva, considerando le identiche radicali in lingue diver- se : vedesi clic in una lingua hanno un senso ed in qualche altro un altro. Molte volte questi sensi diversi precsislevano, erano intesi colla stessa ra- dicale prima della segregatone di quei dati idio- mi ai quali è comune. Cosi quella parola che in qualche lingua teutonica vuol dire fare, vuol dire morire in un' altra lingua dello stesso ceppo: do (ingl.) fare : doe in danese — morire; cosi i nostri contadini (Veneto) usano il verbo fare nel signifi- cato di morire «/are la sua (volta), quello che ave- va da fare ha fatto. » La stessa parola Xe-fw (gr.) le- go (Int.), ksen (tcd.) si caricò nelle lingue diverse di questi valori =: giacere, raccogliere, dire, parla- re, ragionare, leggere. I sensi serbali in tedesco sono paralleli a quelli della parola Ialina — raccogliere, leggere. Cini (ili.), fare, stimare. Rtvìiv (gr ), muovere. In Ialino trovasi la slessa radicale in i della 3. coniugaz. componendosi acqui- stano la forma desinenziale di quelli della 2. p. es. ante-capere, anii-cipart : e manu-captre emanci-par». l'imperfezione dello sviluppo grammaticale; cosi che il senso che ora si determina per le infles- sioni, le desinenze ecc. era abbandonato alla con- ghiettura dell'individuo (I ). I verbi in origine non solo non avevano che leggiere modificazioni appropriate al tempo, al modo, alla persona ecc., ma avevano valore attivo, passivo e neutro sotto la stessa forma. Quanto più si risale alle epoche antiche tanto meno definisconsi per mezzo di forme grammaticali i valori. Nel- la lingua Ialina più antica erano molti i verbi co- muni, che si usavano, cioè in valore attivo e pas- sivo, sotlo una sola forma, p. e. ulor, horlor, ve- rsar, contolor, lettor, interpretorec, cosi che p. e. wreor voleva dire tanto io temo come tono te- muto. Ora v'è una bella differenza dal temere al- l'essere temuto; eppure la forma della parola non esprimeva se si dovesse intendere l' uno cosa o l'altra (2). All'incontro altri di forma attiva ser- vivano anche da passivi, p. e. puUxrare voleva di- re lauto esser pieno di polvere come spargere con polvere, e mttneror, tignificor, tacrifteor, at- sentior, focneror, pigneror, ec usavansi in senso attivo (5); equitare voleva dire tanto farsi portare dal cavallo, cavalcare, quauto il procedere del ca- vallo montalo dal cavaliere. In seguito questi verbi si fissarono giusta l'uno o l'altro valore: molli altri invece rimasero ancora in lutti due i valori anche nel latino classico; onde Lucilio dis- se parlando del cavallo « Queis hiuc currere cquum nos atquc equitare videmus : « His cquilal, currilquc; oculis equitare videmus; « Ergo oculis equitat. ...» (4). Cosi oggi in italiano allattare vuol dire tanto il succhiare il latte dalla mammella come il darlo: morire voleva dire tanto jicrire come ammazzare. (1) Questo sviluppo delle forme grammaticali è esso medesimo un prodotto spontaneo, identico collo sviluppo della parie lessici, cioè del materiale delle parole, del loro numero. Questo fatto si dimostra nel- la Sjloria naturale della Grammatica. (2) A. Geli. N. A. I. XV, c, 13. (3) A. Geli. L XVIII. c. 12. (4) A. Geli. L XVIII, c. 5. Digitized by Google — 287 — Cosi era nell'antico latino quanto ai casi. Gli antichi dicevano me in quattro casi : pel nomina- tivo, p. e. mavolo amari me, qui me quid rerum agi lem (Plaut. Asin. Se. I, A. V. ec.), donde rimase in italiano l'uso di dire come me, dove sembrerebbe ; doversi dire come io (il me in quella frase conserva l'antico servigio di caso ret- to). Me si usava pel dativo, p. e. « si quid ine fuerit humanius » (Ennio) « imperli me » (Plaut. Mil. Se. Ili, A. Il), me faciat quod vult magnus lupitcr (AuL Se. VI, A. X), ut qui me opus sit imputari (Mere. Se. II, A. II). Me usavasi per ex me « si me exquirct » ecc. Alcuni nomi iti antico latino erano neutri che poi nel Ialino classico erano maschili, p. e. aci- num (1). min uhm» (2), sangucn (3). Ora tutti i nomi di forma neutra avendo gli accusativi uguali ai nominativi possono lasciare tanto più incerti se si tratti di agente o di soggetto. In francese la parola gens non ha ancora geue- re proprio, essa determina al genere femminile tutti i corrispondenti che precedono e al maschile tutti quelli che seguono, p.c. " les vieiUcs gens sont soup- conneux: ma tout, quantunque preceda, si po- ne in forma maschile p. e. tous Ics gens d'esprit, tous les honnétes gens ce Nella povertà d'espressione valgono a deter- l' intelligenza adequata le maniere dcll'ac- oudc si giudica essere enunciala la frase davvero od in dubbio, con piena credenza od insi- diosamente. Questo aiuto si presta anche nella più grande perfezione delle lingue; di più il vero sen- so è relativo alla posizione nella serie del discor- so, al momento ed alle persone che adoprauo la parola ed a quelle alle quali dirìgesi. Cosi av- viene nell'uso della lingua dei selvaggi del Bra- sile : il senso si capisce dalla circostanza e dal modo (A). Abbiamo veduto in sanscrito la voce patetica naiw avere due opposti valori, cioè I, di approvazione, va bene, bene, bene: II, proibiti- A. Geli. I VIII, c. 20. A. UHI. L IV. c. 1. A. Geli. I. 111. C 7. Georgii Marcgrav. de Brasiliae. Rcg. p. 24. va, niente affatto, nequaquain : III, di più un al- tro valore d'interrogazione, dunque? forse che? numquid?(l). L'a aggiunto alle parole ha forza di to- gliere, come abbiamo veduto in sanscrito, in greco ed in Ialino (2); eppure alle volte dà intensione, accresce come in greco. In latino la particella ve ora indica intensio- ne, ora diminuzione (5). In latino la preposizione in ha due sensi op- postissimi. Essa rappresenta la condizione di coiv- lenerc p. e. : in hac urbe in me in coctum = cotto entro (4) e di star sopra in columis incolumis in lustris ì/lustris ed ha forza privativa in luuis t'/lunis ha senso di opposizione in amicus tnimicus in juria, t'rijuria. E cosi molte altre particelle il cui senso si determina giusta l'opportunità, p. e. quin (5) c tutte le altre per intendere le quali all'uopo oc- corre un gran tatto (G). Secondo C. de Gobelin gli estremi opposti furono indicati sempre dalla stessa radicale (7) p. e. Poi (Tahiti), piccolo, pat radicale di »oyO secbel, intelletto, intelligenza. 1DH chesed, clemenza, beneficenza. TOH chised, ricolmò di vitupero. In celtico. Skim, ombra (1). 5cim, luce. In greco. Avìxt]. luce. Au'-pi, oscurità, tenebre. XtiTfo, lascio. Atì£w, prendo (Xa'pto). In latino. Calidus, caldo. Geìidus, freddo. Nella povertà d'espressione, c mentre i sen- si delle parole sono così indefiniti, il senso pre- ciso viene determinato dall'induzione, dallo spì- rito di conghietlura, più o meno felice, dell'udi- tore, ciò che succede anche nelle iuterc frasi ; on- de il loro senso e relativo soltanto a quella cir- costanza e risulta dainusieme della frase. Cosi in francese baiser non vuol dire se non baciare. Ora per quanti motivi non si' può ba- ciare? ma per via d'induzione tale parola acqui- stò il suo senso osceno che ora porta, riferen- dosi ad uno degli atti nei quali ha luogo. Fuit in Ialino valse = mori; cioè fu: a cui deve aggiungere l'ascoltatore «ma adesso non è più». (I) Gebelin IH, 43. Vol. L Dicesi ai nostri giorni « gli animali ti ricer- cano » e s'intende per accoppiarsi. Questa induzione è necessaria anche negli stadii superiori delle lingue, per molte cagioni che si svilupperanno nel Trattato del Raziocinio deli- teacente e della Filiazione laterale dei sensi delle parole. Dunque le parole per sè isolatamente han- no un senso indeterminato : il loro senso vero è relativo. Perla conghietlura dell' ascoltatore avviene che le parole di forma e di sensi, non solo di- le frasi quoad vitxt, qupad monetarsi usavano pro- miscuamente; perciò vivere e morire avevano in tali frasi Io stesso significato. Nella prima frase si mira all'ultimo momento della vita inclusivamcn- tc; nella seconda al primo momento della sua ces- sazione esclusivamente. Cosi spirare (it.) vuol di- re vivere e morire « egli spira ancora, respira an- cora » egli spira, muore, spira l'ultimo fiato. Q ueUi che erano preposti in Firenze nel 4 522 pei casi di peste chiamavansi promiscuamente ufficiali del morbo, ufficiali della |>este, ufficiali della sanità (I). Il pensiero dell'ascoltatore inten- do a = uffizioli per riparare e provvedere nei ca- si di morbo e contro la peste, ulfiziali per prov* vedere alla sanità ; sensi che veramente devono essere stali intesi, ma che non furono mai espressi RIGUARDI SPECIALI SULLE DIFFERENZE DEI SENSI ANTICHI DELLE PAROLE PARAGONATI COGLI ODIERNI. Egli è fatto generico che le parole di tem- po in tempo vanno cangiando i sensi loro attri- buiti. Aulo GeUio lo avverti nella lingua latina. Animadvertere est pluraque wrooram Latinorum ex ea sigiiificatione, in qua nata sunt, decessissc, vel in aliam longe, vel in proximam; eamque decessio- ntm fuctam esse consuetudine etinscitia temere di- li) Varchi, Slor. Fior. L VII. p. 288. Ediz. di Mi- laoo 1815, Borrooi e Scolli. 37 Digi ccntium, quoe cujusmodi $int non didicerint (I). I Ciò avviene sempre in (utle le lingue, e le eanse stan- , no nell'aggiunta dei lavori intellettuali all'opportu- nità delle sensazioni e nel cangiamento incessante delle circostanze; per cui, per una pai-te le parole non rappresentano più le nude reminiscenze, ma invece i prodotti, qualunque siensi, di reazione su quelle; e per l'altra vengono a servire a nuove .illusioni. Il processo di questi varii rapporti tra le parole ed i sensi verrà esposto nel Trattato Ideo- logico. Qui per altro bisogna investigare le diffe- renze dei sensi più antichi o primitivi paragonati agli odierni, nelle cause specialmente proprie alla più antica età linguistica. Queste cause sono da ri- cercarsi per una parte nella condizione più sem- plice delle menti e nella prima maniera non vi li- ticala di percepire, quindi nelle abitudini dell' ap* parenlismo; e dall' altra nclf atteggiamento delle cose, per le quali si producev ano tali e tali nozio- 1 ni. Questo e lo strato che va di tempo in tempo variandosi) per le successive modificazioni delle | circostanze, e per gli accorgimenti onde si relli- ficano le nozioni. Disogna pertanto considerare quanto diversa fosse la posizione più semplice e più antica degli uomini da quello che la troviamo nei tempi civili. Per ispiegarc il linguaggio d' una nazione in origine, bisogna considerare quale era l'impres- sione provocata dagli oggetti esterni sopra i sen- si di quel tal popolo dato ; perchè la nomenclatu- ra rappresentò non già l'essenza delle cose, sì le sensazioni che da tali cose nell' uomo si produce- j vano; così per |l3pn "tàtari Amnòr aqatón (ebr.) lume minore, s'intese d'indicare la luna; cosi anche in latino fu della («IMCH (2) e «ergere del sole, 'AMirsXij ce. in tutte le lingue, mentre la luna non ha luce ed il sole non sorge. E le Hyn- ili furono dette piovose, trisles ec. perchè, quan- do il punto della terra è in caso di vederle, pio- li) N. Aliic XIII, c. 5W. (•2) Virgil. Geòrgie. L. I v 6. « . . . . Vos o eolissima mundi lumino, lauculem coelo quae ducili* annum. ■ ve; come che elle ne avessero colpa; mentre le piogge in quella stagione derivano dal diminuire dell' influenza del sole, che nella sua maggior for- za (in estale) valeva a dissipare i vapori dell'at- mosfera, i quali, appena si trovano più condensati pel cessare del calore, devono cadere per gravità in forma di pioggia. Dunque P uomo qui ha attri- buito ad attività degli astri,. sul punto da lui abi- tato, quello ch'era effetto della minore azione, della deficienza del sole; egli credette una parte del ciclo occupata ai suoi danni. Così gli Egizii hanno detto conduttore d'acqua ( i Greci lo ripor- tano tradotto 'jò'pav^Y-» ) l'astro Sirio, perchè al suo apparire succedev a I" inondazione del Nilo. E la Cunicola credevasi raddoppiare gli ardori del sole e del solstizio; eppure era facile 1' accorgersi che Sirio non av eva alcuna colpa negli ardori del- l'estate; perchè, se la sua influenza sembrata ar- dente nella eslate, essa era fredda nelf inverno al suo tramonto (I). Bisogna dunque porsi nella po- sizione in cui si trovavano le nazioni, della lingua delle quali si studiauo le origini e i sensi primi- liti, per vedere quali fenomeni ne risultatami per l'uso degli oggetti che ottennero nomenclatura in quella lingua; appunto rome fece Dupuis per ispie- garc la mitologia, considerando i rapporti appa- renti degli astri tra loro, in riguardo dell'uomo che li osserv av a da quei tali punii del nostro glo- bo; d'onde vennero a noi li sistemi mitologici, che non erano se non la narrazione dei fenomeni del cielo e di quelli terrestri coincidenti con quelli, c- spressi nell'unica maniera di spiegarsi die allora fosse possibile. Il significato delle parole e relati- vo ai giudizii ed alle opinioni della nazione par- lante ; e questi spesso affatto diversi negli uomini ignoranti, da quelli di un epoca in cui le nozioni sieno adequate. L'eco fu credulo operarsi da un ente di forma simile all'umana, p. e. presso i Gre- ci ed i Romani dalla ninfa Eco, e dai Satiri e dal- le Ninfe e dai Fauni in genere (2). Ora in persia- no u^iLo manna vuol dire eco, maina, in sanscrito (1) Sofocle, Achillea Talius, pag. 74. IlnMOL Pe- lavii. (2) Lucret. L IV. v. 581. Digitized by ( — 291 — uomo ( I ). Nel determinare il valore delle parole primitive di volume e di quantità, bisogna aver ri- guardo air istinto di esagerazione degli uomini rozzi e ignoranti, per cui amplificano le cose tan- to volontariamente, quanto perche di Tatto tale era la sensazione prodotta da quei dati oggetti sui loro sensi ; le impressioni su di loro sono più forti; lo stupore, la meraviglia, di cui l'ignoran- za è causa, si esprime pure con falsi rapporti d' ingrandimento. Così era ( secondo Raynal ) la lingua dei selvaggi del Canada, a cui attribuisce un carattere poetico, per F opera delle grandi sce- ne della natura circostante sovra i sensi di quelli. Anche il \olgo presso noi esagera sempre. Gli Spagnuoli riferirono dei Patagones che pare- vano toccare colla lesta le uuvole, e poi si trovò dagli etnografi che non eccedevano oltre un pie- de la statura degli Europei (2); e quelli che ri- tornarono, dopo aver esplorato la Palestina, dis- sero (eccettuato Caleb) dì aver > eduto degli uomi- ni giganti, rosi grandi che essi stessi paragonati con quelli sembravano cavallette (3). La vivacità dell'immaginazione, che prevale nelle menti non moderate dall'esperienza o dalla disciplina, dirige pure le proporzioni di quanto si compone nel]' intelletto, dietro i tipi percepiti. Co- si, dietro l'aspetto dell'umana fonna, gli antichi immaginarono degli uomini di tale statura e for- za da svellere, rovesciare e porre una sull'altra le montagne ( i giganti che mossero guerra a Gio- ve), ed una specie d' uomo (Marte), di natura im- mortale, che faceva in tre passi lo spazio dui l'o- limpo (cielo) al campo dei Trojani (4). Le prime espressioni si riferiscono sempre a sensazioni gagliardissime ; di mano in mano van- ii) EicbholT Parallèle ec p. 157. (2) Diderot nel suo Ouili, pag. 17, dice che non eccedevano Y altezza di cinque o spi piedi. (3) Numeri c XIII, v. 54. »j»n p) M^TO □ ™V3 v y3 ■ Ibi vidimus monstri quaedain Oliorum Enac de genere gtgaoleo : quibus comparati quasi lo- custe videhamur». (4) Il Vico aveva notato che il cielo degli Anti- chi non era più allo della sommità dei monti. no in seguito ad applicarsi ad altre meno prò- . nunciate, decrescendo d'intensità nel loro senso: Crank (cimbro) — moribondo, ora Kratik in tede- sco vuol dire ammalato. Ha "),JQ peghtr (ebr.), cadavere, deriva "1J|Q pigher (ebr.)— fu lasso, mancante di forze, pigro; d'onde piger fiat.), pigro (iL), ecc. Aoia (it.), che ora equivale a fastidio, aveva il senso di rammarico, dolore morale gravissimo. Dice Boccaccio (Giorn. X, Nov. X) « come clic gran noto nei cuor sentisse ». Era questa una ma- dre (Griselda) che consegnava sua figlia ad uno, ch'ella credeva avesse ordine di uccidergliela. 11 senso delle parole è sempre in origine speciale, relativo e circoscritto a rapporto di si- to e di tempo, e poi esieudesi verso l'assoluto. In ungherese dicesi magyarùn, cioè all' un- gherese, per esprimere l'idea generica di parlar chiaro, in maniera intelligibile , anche se si trat- tasse di riferirsi ad altre nazioni; perchè gli L n- gheri non potevano capire se non il linguaggio loro proprio; quindi, per loro, quando si parlava in ungherese, era parlar chiaro. Cosi il nominare la propria lingua, nei limiti però della propria nazione, v ale per esprimere che si parla chiara- mente : i Romani dicevano in questo senso latine loqui (1), cioè senza ambagi, iu modo facile, in- telligibile, dir paue al pane. Ugualmente in questo senso nell'Agamenno- ne d'Eschilo dice Cassandra : Kaì pi v «t«v f iX. Xrjv - -Taaaet ipa'Tiv— eppure capisci bene il gre- co = in opposizione all'oscurità dei suoi concetti e delle sue espressioni (non già alla differenza del- la lingua) (~;. E noi diciamo parlare in buon italiano, ed anzi in ogni città usasi di nominare il dialetto locale, p. e. padovano, veneziano, ec, per intendere in assoluto l'intelligibilità del con- cetto e della maniera d' esprimerlo. Questo pro- (I) Latine me scitole non accusatorie loqui (Cic in Verrem VI). « Si quia Umcn tam ambiliose tristis eal. ul apud illuni in nulla pagina Ialine loqui fas sii ( Maritai. Ep. ì Sed ul appellant ii qui piane et Ialine loquunlur (Cic. Philipp. II). (j) Questa è I' opinione di Lcdwich e del Cesa- rotti. Vedi la sua Traduzione dell'Iliade, L III. Aiu- tisi Diss. Lingua Trojana, pag. 471. Digitized by Google - 292 - cesso ideo-fonetico di passaggio e di confusione del senso relativo ad uno assoluto di quella ca- tegoria, ma che estendendosi genericamente per- de i rapporti adequati tra il senso e l'etimologia, lo abbiamo in ungherese colla stessa radicale: magyarasni non vuol dire se non Tare unghere- se ; ora, per dire : interpretare , spiegare, dicesi magyaraani, anche se si trattasse d' una tradu- zione di qualunque altra lingua fuori dell' un- gherese, p. e. se si volesse dire in ungherese « Davanzali ha interpretato Tacito » si direbbe (etimologicamente) • Davanzati ha fatto unghe- rese Tacito. » In quest' esempio l'Ungherese che udiva un discorso in tedesco, in latino, ecc. ave- va bisogno per intenderlo che gli venisse spiega- lo, tradotto in ungherese ; ora egli chiamò natu- ralmente ridurre in ungherese 1' atto per cui si arrivava a farsi intendere da lui ; ed estese lale parola a qualunque circostanza dove fosse neces- sario di spiegare una cosa ad un uomo di qualun- que nazione si fosse; non considerando che, se si traducesse in ungherese un qualunque discorso a ehi non conosce tal lingua, non avverrebbe che si spiegasse. Pareva a lui che la lingua unghe- rese fosse la lingua capita da tutti gli uomini. Per l'originaria specificità dei sensi delle pa- role s'imprimono nelle lingue i caratteri dei tem- pi e delle nazioni, i cui monumenti restano nel legame di sensi diversi sulla stessa parola, il qua- le svela le associazioni intellettuali che succede- vano in un dato popolo. In persiano j*Jlo mugli, che mio! dire mago, cioè appartenenti' all'antica religione dei Parsis, è termine d'obbrobrio e vuol dire in pari tem- po = infedele, oste, mercante di vino, e ciò pel fat- to che i maomettani, che non devono l>crc vino, considerano come un'empietà il berne, e quindi empii i Parsis che bevono vino e ponno venderlo; quindi pure in persiano mei khor ^, cioè bevitore di vino, vuol dire empio. Presso i Turchi, ai quali è pure proibito dal corano il uno, la parola scierab, che significa liquore, be- vanda, sciroppo, sorbetto (\), ma più parlicolar- (I) Appunto lo due parole sciroppo c sorbetto derivano dalla slessa radiale sciurb, sciurab. il vino, e le altre paiole relative al vino, sono riguardate dalle persone scrupolose come termini osceni, od abueiio troppo liberi per esse- re nella bocca di persone di buoni costumi. Cosi certi atli, considerati ora dai popoli ci- vili siccome disonesti ed anche criminali, si in- dicavano nelle lingue di cerle nazioni o classi, dove questi erano leciti, con espressioni che ma- nifestano la persuasione di far bene. Presso i Phansegor (setta degli adoratori di Bohvania nel- l'India), dove è prescritto di ammazzare più uo- mini che si può, l'ammazzare dicesi fare la buo- na opera (I). VII" argot, Dizionario dei ladri di Francia stampato nel XVI secolo, le idee furto, rapina, latrocinio si esprimono |»er termini che vorrebbero dire guadagnare, riprendere; e, quan- do si associavano per andare a rapire, essi diec- vano « andiamo a prendere il nostro dalle maui dei rfcchi che se ne sono impadroniti » (2). Ugualmente le antiche espressioni indicatiti nelle varie lingue gli alti di furto e di rapina non dovevano implicare idee di biasimo e di vi- tupero, poiché in quei tempi anzi olleimniio questi il pubblico suffragio. In Egitto era una professione riconosciuta quella di ladro; chi. vo- leva esercitarla scriveva il suo nome in una ta- bella pubblica e portala in mio stesso luogo tut- te le cose che aveva rubale, perche i possessori le ricuperassero pagaudo una certa moneta (3). I Germani volevano che la loro gioventù, per non languire ncll' ozio, si esercitasse a portar via la roba dei confinanti •; i;. Dice Tucidide che i Greci e tutti i popoli barbari che abitavano le i- sole e le spiagge del continente erano dati alla pirateria, di cui punto non si vergognavano, an- zi se ne facevano piuttosto una specie di glo- ria (5). Onde negli antichi poeti vediamo che si (I) Sue, Juif errant. fin Voltaire, Méiapli. I. 3. (3) A. Geli L. XI, c. 18 « Acgypliis omnia furU licita et imponila. » (4) Cattar. Bell Gali. L. VI c.2l, « Latrocinia nnllam habrnl inCamiam, quae evira lines cnjnsque rivilalis fiunl, llque ra juvenlutis exurcendae ac de- sidiac minuendao cnussa lir-ri pr:ip thuty newii'. Gl'Indiani, che masticano il betel ed hanno perciò i denti neri, sprezzano lo bianchezza dei denti e dicono degli Europei = che hanno i denti bianchi come i cani. La costituzione sociale delle nazioni ha sem- pre una parte nella forma delle lingue, fino dalle loro origini. Robertson nella sua storia d'America ha rimarcato che i Messicani avevano certe silla- be di riv erenza, che per lo più consistevano negli aggiunti zi» o azin, |ier fare che una parola co- mune potesse venire applicala parlando ad un personaggio elevato: cosi il Russo, parlando ora di una persona di distinzione, non solo dice ■ egli ha la bontà di dormire, si compiace, ha la degna- zione di mangiare, di bere ecc. • egli indica con altre parole gli atti di mangiare e di dormire, trattandosi di un signore con polchioat e kmtehit, e trattandosi d'un serv o con le parole tpat ejesl (I), come usano i Tedeschi distinguere tra le bestie e 1' uomo cwen mangiare ( se è l'uomo ) frusen ( se e una bestia). Il presente ha le sue cagioni nel passato, e. quanto alle lingue, in un passato antichissimo, do- ve le circostanze dell' umano consorzio erano af- fatto diverse dalle attuali, cui pervenimmo per lun- go tramile tortuoso. Le lingue pertanto formarono il loro primo strato sotto quelle condizioni che ora sono di- menticate cosi, che neppure ci viene d'esse il so- spetto; mentre le forme ideo-foneliebe di quelle epoche continuarono a servire ulteriormente al- l'espressione, quantunque si fossero cangiati i costumi sotto i quali si erano svolte; ond'é che, per rendersi ragione di alcuni fatti linguistici, bi- sogna risalire alla posizione sociale dei tempi più rimoti. portare le cicale d' oro colle quali rannodavano i ric- ci ilei cani-Ili, costumo notato anclu da Virgili j nel Ciri», v. Ì2C. « Ergo omnis caro resideh.U cura capillo; Aurea sclcmni cointum quoque fibula rilu Mopsopio, lereli nictebat dente cicadae ». (I) Mómoires scerete sur la Russie II. 304. Rol- teck. Allgem. Gcsch. T. I, p. 293. Digitized by Google - 204 - AMICA SCHIETTEZZA NEI MODI D'ESPRIMERSI. [Sfila più antica età linguistica non può essere scelta di parole; pochi essendo i materiali disponi- bili della lingua. Preme di spiegarsi, e per questo scopo non vi ha che un mezzo, quello die tocca ri- cordanze comuni; quindi qualunque otrsrtto od at- to dei più noti, quindi, come ogni altra l'unzione u- .«tuale della vita, cosi anche quelle che nei moderni costumi si c\ila d'indicare, p. e. parti pudende, il pOdie* e loro funzioni ponilo occorrere nel dis- corso, sia in senso proprio, sia per qualunque ma- niera di tropo. Non vi ha quindi quella distin- zione tra decente e sconcio, sia nelle idee, sia nel- le parole, che nel maggior progresso sociale si os- serva. Nelle frasi e nelle espressioni e assai difficile di trovare gentilezza o sublimità e moltissime del- le parole, che ora si usano con tutta politezza, so- no costituite o derivano da voci che avevano si- gnificati riferibili ad idee rozze, goffe, scurrili, in- decenti. Questa verità, che è un edotto evidente dell' analisi etimologica di molte parole nelle va- rie lingue, si accorda pure coi monumenti d'ogni genere che ci tramandarono l' espressione dei co- stumi e delle opinioni degli antichi. Tali sono i gesti, le cerimonie e i riti, gli spettacoli, i dram- mi e le rappresentazioni plastiche. Questi prodot- ti dell'uomo, partendo sempre dalla stessa dire- zione centrica sensibile ed intellettuale, di qualun- que genere sicno, hanno una certa analogia fra loro, riferibile alia comune loro dipendenza. Nella condizione rozza e selvaggia le opinio- ni di vergogna differiscono da quelle delle nazio- ni civili ed anzi mancano per molti argomenti: di rado è disonesto in quell' età di dire quello che è naturale, onde per noi riuscirebbe osceno quel- lo che invece era semplice. L'atto copulativo nulla aveva che offendesse i sensi di molti popoli anti- chi. Gli abitatori del Caucaso, gli Ausii dell'Afri- ca e gl'Indi lo esercitavano in presenza di chi si fosse, come il bestiame (I). 1 Tirreni stessi cosi usavano talora nei loro convili (2). La nudità assoluta di tante nazioni e la im- perfetta copertura di tante altre davano continua opportunità di vedere, e quindi di ricordare ogni parli' dell' umana figura, mentre nei costumi o- dierni, per l'abitudine delle vesti, si toghe la pra- tica del nudo, le cui forme appena non vengono dimenticate. I Caraibi andavano midi. Nella Nu- bia i ragazzi vanno tuttora nudi fino ai 12 anni: cosi trov atisi pure effigiati nelle pitture egizie (3). Dire Giulio Cesare dei Germani che si copriv ano con pelli che lasciai ano scoperta una gran parte del corpo: andavano poi a lavarsi nei tinnii uomi- ni e donne promiscuamente (A). Questa naturalezza continuò anche presso varie nazioni giunte ad una certa civiltà. Presso i Tirreni le ancelle servivano a tavola nude (5). e cosi pure solevano mostrarsi in varie occasioni le loro donne (fi). Le ragazze Spartane compariva- no in pubblico nude promiscuamente coi giova- ni (7), e il Lacedemone compariva del tutto nudo ai giuochi Olimpici nella XV olimpiade (S). Presso i Romani alle feste Lupercali i sacer- doti correvano nudi per le strade, rito col quale \ ole vasi ricordare l'antica maniera quando gli Arcadi Sub love durabant et corpora nuda am- boni (9). Nei tempi posteriori si riprodusse talora la nudità per depravazione di costumi (IO). I gesti medesimi erano cosi liberi, come il portamento; nè sconveniva di toccare e di addi- tare le parti che ora si celano. Per antica formu- la di giuramento presso gli Ebrei si poneva una sotto la coscia della persona a cui si giura- ti) Erodoto L c. 203. IV. c. 180. III. c. 101. (2) Allienaeiis, L. XII. p. 255, Bjsil4cjt>, 1535. (3) Cioja, Filos. d. Statisi. T. I. MI Bell. Gallico, L. VI. c, 21. (5) Timro nel L. I. diala da Ateneo Dipnusopli. L 12, p 255. (C) Teopompo nel L XII dello Storie. Ateneo ivi. (7) l'IuUrch. in Lyeurgo. (Hi bi..nvs. Halicam. L VII. c 46. t») Ovid. Fast., II, v 299. (10) Sueton, Tiber, c. 42,. . . . ulqut nudit puellis minittraHlibus cocnaretur. Digitized by Google • va p. c. Tiyauw nevi ttt io o»w • Genesi C. XXIV, v. 5. Pone manum Inai» «uòter femur meum ut adjurem te. Le arti imitative espressero le parti (ulte del eorpo, anrhe allora che si era iiilrodolto l'uso di vestirsi. Le cinque cillà dei Filistei : Azot, Gaza, Ascalon, Gcth, Aeearon effigiarono in oro cinque podici, che insieme a- cinque sorcii d'oro diedero agli Ebrei restituendo loro l'arca, e ciò per ricor- dare le emorroidi che a\ evano sofferto (IX Le statue degli dei, degli eroi e delle perso- ne viventi erano spesso in perfetto nudo presso i Greci ed i Romani. La statua di Pompeo, fatta lui vivente ed e- rella nel luogo dove si convocava il senato, e di- nanzi alla quale fu ucciso Cesare, lo rappresenta in perfetta nudo (2). Tonasi nella Sphaèra Bar- barica al I, Decano del 1, Segno Aries. rappresen- tata Cassiopea col sesso palese, e così pure An- dromeda: Cassiopea, gema rjus ; nmnut sinistra et dimidiutum ttrgum ejm ce. (.">). La storia antica ci fa assistere a qualche sce- na, do\c si sorprende come niuna specie di gesto era esclusa, se giovava per esprimersi. Quando Psammctico corse dietro agli A- siuach, ossia i volontarii, che avevano da lui di- sertato, poiché li raggiunse, pregandoli a non abbandonare gli Dei palrii e i loro figli e le loro donne, uno degli Asmach, mostrando l'organo pu- dendo, rispose che, finché v'era quello, trovereb- bero dappertutto e donne e figli (4). E le donne Persiane in una battaglia tra Ci- ro ed Astiagc fecero un simile gesto per arresta- re la fuga dei proprii parenti, «notata veste ob- scoena eorporis ttslendunl, rogante» unni in tife- rò* matrum vel uxorum velini refutjcre (5). Il lat- to stesso si narra da Plutarco che lo attribuisce aduna Spartana: vedendo essa i suoi figli che (1) Samuel I. Test. cbr. Vulgati fi\g I. c, VI. v. II. 17 (2) Basta in Roim n ! palazzo Sp.ida. (3) huptiis Orìg. Ili De la Sphéie p. 225. (4) Erodoto 11. r. 30 e Di odor. Situi. I. c. 07. (5j luslin. I. c. ti. p. 20. fuggivano dalla battaglia mostrò loro il venire, domandando loro se pretendessero rientrarvi per nascondersi ((). Questo fatto non è per nulla invcrisimile, dappoiché in tempi assai più vicini si riprodusse, cioè nel 1488 in Italia: Madonna Caterina vedova del conte Girolamo Riario signore di Forlì, quan- do i congiurati che le avevano ucciso il marito intimavanle che rendesse la fortezza, poiché i di lei figli erano nelle loro mani « per mostrare che de' suoi figli non si curava, mostrò loro le membra genitali, dicendo che aveva ancora il mo- do a rifarne (2) ». Amasis, quando Patarbemi venne ad intimar- gli di portarsi da Aprie, che aveva detto a Patar- bemi che glielo conducesse vivo, si alzò da caval- lo e scacciando un flato disse a Patarbemi che portasse questo ad Aprie (3). Né di mezzi meno scurrili servivansi, ove occorresse, per simboli. L'organo virile come indicante il sesso più forte, cui è attribuito il coraggio, la fierezza ecc., serviva a ricordare la bravura; perciò Sesostri, dove aveva trovati dei popoli che gli resistettero, poiché li aveva vinti, erigeva in quei paesi delle colonne, sulle quali era figurato tal simbolo (I). All' incontro gli organi muliebri, come a|»- parlenculi al sesso inferiore, si nominavano o si figuravano |>er indicare la debolezza, la viltà ce.; e quindi Sesostri stesso, presso tutte quelle genti che soggiogò facilmente e senza combattere, driz- zò colonne, alle (piali aggiungeva per isrorno le pudende fenuninili (5). Queste figure, che ora riuscirebbero di scan- dalo, sono da considerarsi siccome l'espressione primitiva del concetto, che ora si potrebbe spie- gare dcc e nle m eutc dicendo agli uni l'omini, fi- (1) Apuphthegm. Lacacn p. Mi. (2) Machiavelli Discuoi s. Deche d. T.Livio. L III. T. IV. p. 201. litor. Fiorenl. L Vili. 1. Il, p. 317. e Moro di ricreationc di M. Lodovico Guicciardini. Foglio 200 verso KdiL Parigi 11)21. (3) Erodoto II. c. IG2. (4) Diodor. Siculo. L. I. 55. c Strabene L XVI. (5) Erodoto II. v. 102. tOli. dice di averle vedute egli sleésu in Palestina di Siria; e Diodoro Siculo l. C. 55. « Digitized by - 296 - ri, Mùnner, Avjpt; etc, agli altri Donne, Fanti- na, //'eiber, Tuvaixes etc; appunto come Omero fa i'i i il | n i. 1 , c rare da Tcrsite i Greci, dicendo loro Greche (cioè donne) non Greci, Adatto?, «xìtc Aerato» (1). E come l'antico poeta citato da Cice- rone espresse con franca antitesi fot e lenirti juvtnes animum gerilit muliebrem Illa virago viri (2). Lo stesso processo ideo-fonctico applicò in italiano il nome delle pudende muliebri come ag- gettivo d' insulto ad uomo (3). Egli è in questo senso , come giudica Bian- chini (4). che de\csi intendere la favola delle A- mazzoni ; cioè si parlò dei Lidii e' dei Meonii, te- nuti per imbelli ed euernujali. come d' una nazio- ne di donne. Forse \i contribuirono Tenne igno- miniose postevi da Sesostri. I testicoli furono sempre ricordati siccome distintivo di virilità, di forza ecc. (5). In pentono per dire uomo valoroso, forte, dicesi joU* ^L». ciar kliaié. quattro testicoli ((>). Anche i ÌNapoIc- tani, per dire un uomo d'animo virile, usano di una frase che vanta il volume di quella parte. Ecco che in sanscrito IHutzca vuol dire testicoli e valore, virtù; d' onde l'illirico Mutko che vuol dire maschio ; ed in sanscrito slesso 3Iusscara= forte, valido (7). I testicoli erano riguardati siccome qualche cosa di sacro (8). Tetti» (lat.) è la stessa parola che vuol dire testimonio (9). (1) Uiad. H. v. 233. Onde Virgilio riprodusse; 0 verac Phrygiae ninne enirn Phrvges. (2) Cic. do Officiis 1. e. 18. * (5) Nellatpvi da pié o Mona voi (Machiavelli Corri- media Allo I. Se li. v. 9). (4) Storia Univ. Capii. XXXI. c20.T. V. p. 126. Ediz. Veneta Anlonclli. i5) Premeva di verificarne la presenza fino a lem- pi a noi vicini nella persona eiella ad una somma di- gnità. (Rancidi* Pantagruel L. IV. a 48. e Nola rela- tiva. Ediz. di Charpenli. r, Paris. 1840. (6 Bianchi et Kieffiw Dici. Turc-Francais. (7 Vyacarana p. 240. (8 Qucstinns sur l' Enciclopédie. (0) Presso i Romani, quelli die fossero privi di lai parlo non potevano servire per teslimonii. Venetle, Trattalo della generazione. Parie I. Capitolo II. p. 5. I Napoletani fanno un gesto a quella regio- • ne come preservativo del fascino o della iettatu- ra. Nelle frasi plebee esiste fra noi una specie di formula comminatoria di asserire « se questo non è, voglio che mi cavino . . . ecc. » In greco òpxt; vuol dire testicolo, e òp*3? giuramento. Il rapporto di forma di queste due parole deve dipendere da qualche formula solen- ne, in cui questa parte fosse interessata. Gli organi addetti alla riproduzione c le lo- ro funzioni ricordav ano per analogia la forza ge- nerata a, dovunque occorresse di riconoscerla. Perciò vediamo la consanguineità delle parole 4»utcv, pianta, e «puTtuoi. piantare, con fu tuo. Per- ciò, come nnminavasi T organo maschile e la sua attività, disegnavasi pure per esprimere la forza generativa del sole. Quindi tra le varie immagini d' Osiride trovasi pure la figura d' un uomo nel- T atteggiamento che annuncia la facoltà feconda- trice. Plutarco, nel Trattato De Itide, dice che tali stallie di Osiride s' incontravano dappcrlutlo, ed indicare esse la forza nutritiva e feconda del sole (I). A lato del Toro Mitriaco, che era in Per- sia quello che Apis in Egitto, stà un Genio in berretto frigio in allo di cjarulazionc (2). E cosi Oro, rappresentalo già come Priapo coi caratteri più pronunciali della virilità, ci viene dipinto da Strida* in un alteggiamento assai simile a quello dell' uomo coperto di berretlo frigio, collocato presso il Toro equinoziale nel monumento di Mi- thra, inciso nelT opera di II) de. L' organo della generazione impugnato da Mercurio d'autunno gli serviva per emblema del suo ministero d'inviare sulla lerra le anime, e cosi pure rapprescntavasi la sua statua a CiU lene in Elide (3). Cosi pure i testicoli servivano di segno per ricordare l'azione feconda del sole e della luna: perciò si esigevano di grossezza enorme nel bue Apis, ch'era un simbolo vivente della facoltà ge- neratrice della natura. Traduz. ledesca. Lipsia 1711, e Philipp. Verheyen Anatomia. Traci. II. c. 21. (1) Plut.ireh. De Iside p. 571. (2) Hyde De Veleri Persarum Religione, p. 113. (3) Pausan. Ueliac. II. p. 204. Digitized by Goggle - 297 - Egli è in questo senso che si rappresenta Giove in atto di togliere i testicoli all'Ariete, e che Ati dicesi mutilato, castrato. Questo disegno e questa leggenda non è se non t enunciazione frase; vuol dire = tenga forza, come ap- noi diressimo evirato. Ecco perchè gli antichi facevano rappre- sentazioni delle parti sessuali virili e muliebri e degli atti relativi in proposito grave ed anzi sa- cro. Perchè, cioè, per mezzo di quelle intendeva- no di esprimere il potere misterioso cosmico e tellurico, e f onore poi della cosa simboleggiata passò, come sempre succede tra il volgo cui non è dato di spingersi al di là della sensazione, al mezzo stesso sensibile che serviva di simbolo. Il Litigoni venerato dagl'Indiani rappresen- tava l' unione degli organi attiri e passivi della generazione. Anche oggidì il Taly , che il Brama consacra, e che lo sposo attacca al collo della sposa, è spesso il Lingam (1). Le dame indiane hanno dei piccoli Lingam nelle loro case (2). A Siracusa si esponevano negli ultimi giorni delle feste Tesmoforie le parli sessuali muliebri sotto il nome di MoUet, ch'erano fatte di sesamo c di miele; quest'uso era generalmente ricevuto in tutta la Sicilia (3). Anche nella Grecia ponevasi in pubblica mostra il Phallus e le Rti5£|«, cioè le parli muliebri (4), nei santuarii d' Eleusi. Presso gli Etruschi i termini, che scgna\ano i confini nelle campagne, erano dei Priapi costituiti da pie- tre di forma conica, basali sopra un piedestallo. 11 simbolo % irile si portava nel tempio di Bacco, che corrisponde all'Osiride egizio; le par- li sessuali muliebri nel tempio di Libera o Pro- serpina (5). Gl'Indiani portano il Lingam nei tem- pii di Ghiven, e Kirker dice, appoggiandosi sulle relazioni di Cortez, che il culto del PhaBus era (6). 1) Sonneral T. I. I. I. c. 5. p. 79. 142. 2) FragraeBS sur l'Inde. Voltaire T. XI. p. 447. 3) Athenaeu». L. XIV. p. 520. L 47. Basilea 1535. 4) Clem. Alex. ProlrepL p. 19. 5) S. August. de Civ. bei L. IV. c. 9. CI Oedip. T. I. p. 422. Vou I. Le donne pie dell'Indostan vanno a baciare un campanello che certi Bramini si attaccano al prepuzio (I). Gli Egizii avev ano consccrato il Phallus nei misteri d' Osiride c d' Iside (2). Il cav. Hamilton trovò il simbolo Lingam alterato ncBa forma e nel nome e usato come amuleto tuttora dalle giova- ni in un luogo del regno di Napoli (3). ISell'India le madri conduco ano le figlie nu- bili ad offrirsi al Lingam rappresentato in atto generativo (4): forse era per culto e forse per bi- sogno d' un atto chirurgico. L' alto stesso vedesi scolpito in bassorilie\ o sopra un* urna sepolcrale nel Museo Borbonico (Gabinetto riservato). II Phallus sorge da un' erma. NeUc feste Pamylie o ItyfaUiche celebrale in onore d'Osiride, o di Bacco le donne egiziane portavano intorno pei villaggi certe specie di marionette, di fantocci cubitali, di cui movevano pel mezzo di fili l' organo maschile, il quale era di poco più piccolo del resto del corpo (5). Nelle feste Phallefore di Grecia le giovinette portavano in processione il Phallus d'enorme vo- lume sorgente da una cesta sacra ed ornato di fiori. Face vasi prima di legno di fico e poi d'una pcUe rossa che glìtifalli ponevansi tra le coscie, onde sembrava sorgere dal loro corpo (6). Nel cullo di Bel Phcgor (Priapo o Dio dei giardini), dice Babbi Salomon Jarchi, dicunt Sa- pientet nostri mira de fabrìca hujus idoli; erat enim ad speciem virgae virili* effectum, cui ma- ritabant se iota die. Nel tempio della dea Alergali in lerapoli nella Siria, v'erano due Priapi di 300 orgie d'al- tezza. Un uomo vi ascendeva due volte all'anno e vi restava sulla cima sette giorni (7). Tale era la frequenza di questi simboli, sia in (1) rtclvélius Esprit. (2) Plul de Iside p. 365. Diod. Sic. L. I. c.25. (ó) Fabbroni Men>. s. Origini Italiane. (4) Fragmins sur l'Inde T. XI. O.c. p. 447. (51 Erodoto II. c. 48. (6) Suidas. Sembrami essere ciò che si descrive da Arislofane nelle Ntftlm. v. 537. (7) Lutian, De Dea Syria. O'pyvid è una misura. 38 Digitized by Google plastica, sia in azione, che quasi si direbbe temes- sero non Tosse sufficiente l'istinto a guidare i due sessi, onde si cercasse ogni opportunità d'istruire a Ul uopo. Forse v'erano molli nel caso di Lui- gi XIV (1) e di Leopoldo duca di Lorena, i quali dovettero essere ammaestrati sall'obbligo conjuga- le (2) alla vigilia delle nozze. Si consideri di più la libertà delle azioni, o- ra vietate dalla morale, nei popoli primitivi, spe- cialmente quanto al commercio fra i due sessi, del «piale ricorderemo alcuni fatti autenticati dalla te- stimonianza della storia e della etnografia. Tali so- no la venere vaga nello stato più selvaggio de- gli uomini., come presso i Peruviani prima della venuta degl'Incas (3), e la promiscuità delle donne a lungo continuala. Presso i Ylassagcli ognuno sposava una donna, ma ne usavano poi tutti in comune. Il Massageta, di qualunque femmina gli prendesse voglia, appen- deva il suo turcasso al carro e faceva a suo gra- do^). La comunità delle donne era istituto dei INa- samoni (5) e degli Agatirsi. e questi lo volevano per potersi dire davvero tutti fratelli, affinchè non V* avesse da essere odio nò invidia tra loro (6). Per questo uso medesimo i Tirreni nudrivano i nati in comune, non sapendo chi di loro fosse il padre (7). Gli Ausii pure avevano le donne in co- mune, e quando un bambino era giunto all'età di Ire mesi, gli uomini andavano a vederlo e si riteneva figlio di quello a cui più somigliasse (8). I liberti di Volsinio bandirono 1 impunità degli stupri esercitali sia nelle vedove sia nelle marita- to (9).* In Tahiti trovossi una società di 100 per- sone che avevano le donne promiscue. Anche in Sparta vi fu un tempo in cui i più giovani, rinviali (1) Voltaire Mélange, Litl.-r. 1. 74. pi) Vie de Lcopold, Due de Lorrain et Comle de Bar. (3) Garcilasso, I. 1, c. XIV, p. GO. (4) Erodoto, I, cap. 210. 1 Greci attribuivano ta- le costume agli Sciti. (5) Erodoto IV, c. 172. (6j Erodoto IV, c. 101. (7) Tlieopompus in Athcnxo, 1. XII, p. '255, Ba- silea? 1855. Erodoto, III, c. 101. Valer. Maxim, 1. IX, c. 1. dall' esercito ch'era occupato io un lungo assedio, si sostituirono ai mariti assenti (1) ; ed il prestito della moglie a chi fosse più giovine o più robu- sto era d' istituto. Nella depravazione dei costumi si tornò a queste maniere : Cleopatra e Marc'An- tonio diedero una festa nel bosco di Schin in Bi- tinta , dove si lasciarono errare molte migliaia di giovinetti e di ragazze perchè potessero coglier- si a vicenda ; la qual festa diede seimila nascite. La prostituzione era istituto di molti popoli. Tutte le ragazze dei Lidii si facevano per tal mezzo la dote (2). Le donne dei Gindani nell'A- frica portavano d' intorno alle gambe tanti orna- menti di pelle quanti erano gli uomini coi quali avevano avuto commercio (3). Sesto Empirico di- ce pure delle Egiziane, the portavano tale distin- tivo quelle che avevano avuto molli drudi (4); chi più ne aveva più slimavasi. Al Tibet le ragazze portano similmente al collo gli anelli dei loro amanti, che non sono mai regali gratuiti. Quanti più ne hanno, tanto più le loro nozze sono famose (5). Le donne indiane e- rano persuase che fosse loro onorevole di cedere a chiunque lor avesse regalato un elefante, misu- randosi il pregio delle loro forme dalla grandezza del dono (6). Cheopc, re d'Egitto, prostituisce sua figlia onde accumulare danaro per erigere la pirami- de (7); Rampsinilo, altro re d'Egitto, prostituisce sua figlia, perchè questa, interrogando i concor- renti, venisse a conoscere l' autore del furto del suo tesoro (8). ISclla pagoda di Bandcr Congo nella Persia, presso l'albero Vuora, i Baniani venerano l' idolo di una donna, « che dicono essere slata di sue bel- lezze cortesissima dispensatriec ; a ninno giam- mai avendo negato di soddisfare qualsivoglia de- ll) ■ Promiseuns feminarum concubitus permi- sore ■ (Justin., I. Ili, c. 4). (2) Erodoto I, c. 93. (5) Erodoto IV, 17C. (4) Hyp. Pyrrh, LI, c. 14. Nicol. Damasc ap. Siob. Scrm. 44. (5) Hclvélius Esprit. (G) Arriai». in L. Rerum Indicarmi!. (7) Erodoto II. c. 1S& (8) Erodoto 11, c. 1UI. Digitized by Google — 299 - sitlerio, prostituendosi anche a due nel medesimo tempo (I). » L' idolo chiamasi favoni. Presso qualche popolo la prostituzione era un dovere di culto. ÌScll' Indostan è un onore quello di prostituire le proprie figlie ai Fakiri. Goti era all' isola Formosa (2). Le Babilonesi tut- te doveano una volta nella loro vita prostituirsi nel tempio di Mv lilla al primo forestiere che loro gittava i danari 'sulle giuocchia (3). Cosi a Sicca Venerea in Africa le giovani si prostituivano in o- nore di Venere e ne ritraevano una mercede in danaro (A). Erodoto dice che, eccettuali i Greci e gli Egizii, tutu gK uomini mescevansi oli* altro sesso nei tempii (5) ; che primi furono gli Egizii a togliere tal pratica., come pure non entravano nei tempii dopo l'atto, se non si fossero prima lavati. Nei libri sanscriti ricorre menzione d' un sacrifi- cio osceno dello Shactipugia, che si fa alla dea Sitarti ossia alla natura madre di tutte le cose (ti). In mezzo a tanta licenza d' atU, di costumi e di opinioni non poteva essere costretto il modo di esprimersi. La storta ci serbò qualche tratto, dove si sorprende come all' opportunità solevasi manifestare dai popoli antichi qualunque idea nel modo più chiaro e senza riserva. Qui ne porgere- mo vai ii esempii. IMxrtà di frate fra i popoli di lingua temitico. L' epitnfio di Sardanapalo era coucepilo con queste espressioni, cioè cosi lo riporta Ateneo tradotto da Cherilo (7) ih metro :e'yw Sì epacrtteu- 0 n» nW0) onnn n» fcgò DDÌ2V Re IL Test. Ebr. IV Vulgata c. XVIII. v. 27 : «Et non polius ad viros, qui sedcnt super murimi ut comedant slercora sua et bibant urinam suam vobiscum ? » Altri esempii potranno vedersi in ebraico dove si rinfacciano i vizii di Colla e di Ooliha (Samaria e Gerusalemme) (I). Liberia di frati fra i Greci. Plutarco nella vila di Pirro (2) dice, clic i vecchi e le donne, presi d'ammirazione pel valo- re di Aeratalo, gli gridavano in pubblico ot?-:T3v JtiXtfwfòdi « inito Chclidouidem » (eh' era sua amante), pcrchò desse alla pallia dei figli simili a lui. Dice dei Tirreni Teopompo. che si esprime- vano in modo affatto chiaro sovra ogni genere di lascivia fra loro assai comune e pubblica. Che se taluno veniva a domandare del padrone di casa, erano capaci di dire, se cosi fosse « ch'era occu- pato col suo amatore « (3). fi) Ezechiele. XXIII. (81 Verso il fine. (3) « n'tfe'v 8' ef|0Xpsv s'otc Top'pTjvsf { a jis'vìv auT»{ j'v tu jii'uw ti coiBV-ra;, s'XV »9i ra'cy.ov- T«fi yaiviaiai. . . . wa-rt xat Xe'Y»tftv ct«v o juv SiQT.ótrfi -nòe z-.y.i -iz a > 9poS'(crts^v|Tai, ^rj-nr] 8ì ti; «ii'tsv, £ti «a'ax«i ts xat to', irposaYopeuffav- tì$ at'axpw? to' «pa"YJMi »• (Alhen, I. XII. p. 255. EdiL Bas.leae, 1535 ciL Teopompo nel libro AT, delle Istorie). Digitized by Google - 300 — Libertà di frasi in latino. Piatilo nel Curculio ha chiamalo il ventre e lo stomaco di una vecchia cloaca. Orazio scrìveva: « Nec timeo ne dum futuo vir rure recurrat; Nella Sai. III. L. L v. 106 : /Vam fuit ante Helenam cunnus deterrima belli Cauta. Ovidio, Marziale, Petronio, e Giovenale stes- so correttore dei costumi, ponno dar saggio del frasario relativo alle specie degli argomenti dei quali spesso occupavansi, e le cui opere erano tra le mani dell' alla società di quei tempi : ma questi potrebbero riguardarsi come una classe di autori d' un gusto speciale. Alcuni tratti pertanto della vita domestica di soggetti storici ci mani- festano questa medesima licenza. V ha una letle- tera di Marc'Antonio ad Augusto dov' egli si e- sprime così : « Quid te mutavil ? quod reginam ineo ? uxor mea est. Nunc coepi, an abbine annos novera? tu deinde solam Drusillam inis? ita va- leas uli tu liane epislolam cum leges, uou inieris Tertullam aut Tcrentillam aut Rufillam aut Sal- viam Titisceniam aut omnes. Anne refert ubi et in quam arrigas(l)?» E sulle scene si recitava alludendo ad Au- gusto: fide* ne ut cinaedu» orbem digito temperet (2). Ed Augusto chiamava Orazio « purìssimum penem » ed egli stesso faceva versi di questo ge- nere: Quod futuit Glaphijran Antonius, nane mihipa>- Fulvia comtituit. se quoque utifutuam: (nam Fulviam ego uti futuam ? quid ti me Maniut orci Paedicem faciam? non puto, si sapiam. Aut fallir aut pugnemus,ait > quid,quod mini vita Charior ett ipso mentula, tigna canant. (1) Suelon, OcUvius, c. 69. (2) Suelon, Oilavius, c. 68. La qual maniera di esprimersi dicevasi sem- plicità : Absolvis lepido» nimirum, Augutte, libello» Qui scis romana timplicitate loqui. Libertà di frati in italiano. Nelle opere dei primi scrittori, dopo le bar- barie del medio evo, le scurrilità sono ovvie. Dante disse : Et egli havea del cui fatto trombetta (Inferno C. XXI, v. 139) Tra le gambe pendevan le minugia^ La corata pareva e il tritte tacco Che merda fa di quel che ti trangugia. Ed in seguito la letteratura faceta fu qualche volta cosi libera, che ora riuscirebbe indecente : ricordo l'Ariosto, il Machiavelli, H Casa p. es. nel suo capitolo del Forno, alcune poesie del Bembo, del Lazarelli, ce Libertà di frasi in francete. Ai tempi di Francesco I , quando si abolì l'antico uso di trattare le cause, di giudicare, di contrattare in latino, la lingua francese non era ancor regolare e per niente nobile. Il genio della conversazione era ancora tratto al ridicolo. La lingua era feconda di espressioni burlesche e sem- plici e poverissima di tertnini nobili. Nel rimario si trovano venti parole convenienti alla poesia comica, dove appena ve n' abbia uno di un uso più elevato. Quando le donne ricorrevano al tribunale, denunziando l' impotenza del conjuge, le loro suppliche erano concepite in questa precisa for- mula « pour ètre embesognéet » (1). L' antica formula di dichiarazione di da monarca a monarca era courre sut (2). Ai tempi di Luigi XIV i consiglieri (1) Diclino, Philosoph. I V, p. 175. l'I) Hisloiro du Parlera. I. p. 230. Digitized by Google 501 — vano, opinando, il cardinale primo ministro fa- quin. Non V' era alcuna decenza nè politezza nei processi nè nelle parole. Un consigliere chiamato Quatre tou» (quattro soldi) apostrofò villanamen- te il grande Condé (1). La regina Anna e la du- chessa De La Chevreuse chiamavano Richelieu mi p;ur ri i - ). Al tempo di Mazarino nella Maza- rinade, ch'era un libro di moda e di circostanza, si scriveva di lui : Notre Jules n' est pas César C est un capricc du hazard Qui naquit garcon et fut garce. Inoltre il frequente rapporto delle allusioni a quei temi, che ora diconsi seonrij deriva dal grande interesse dei medesimi nei tempi più roz- zi, in proposito faceto ; che forse anzi quelli dati argomenti soltanto furono capaci di muovere ad esultanza, come si può osservare che ai nostri giorni il volgo non può essere tocco se non da lazzi grossolani, e resta insensibile per molte maniere oneste di scherzo gustate dalle classi superiori. Gli spettacoli antichissimi erano orgie, dove si faceva a gara di eccitare e di esaurire. Il molto Hic habitat felicita*, inscritto sopra un organo virile, rilevato sulla terra cotta, che si trasse dagli scavi di Pompei (3), formulerebbe il sentimento comune al genere umano più sem- plice : i nostri villici esprimono analogamente la soddisfazione di simile appetito (4). Presso alcuni popoli tali atti servivano di pubblico trattenimento ; p. e. presso i Giagui, la cui regina, prima di dichiarare la guerra, si faccv a venire dinanzi per questo i più bei guerrieri e le più belle donne (5). Così quando Cook scoperse le Isole della Società, si diede n lui ed ai suoi com- pagni simile spettacolo. Gli attori erano un gio- vine d' una statura di sci piedi ed un (t) Sièclo da Louis XIV, l I, p. 71. (ì) Voltaire Essai, IV, p. 147. (3) Vedesi ora nel Gabinetto riservato del Musco Borbonico. (4) Paradiso dei poveri. (5) 11,'lvétius Esprit. di undici o dodici anni. V erano presenti molte d' un grado distinto e la regina Oberea ;va ed istruiva la fanciulla, formula inutile per quella (I). Nella depravazione dei costumi si rinno\ arono simili tratteuimenti presso le nazioni civili. Vedesi, in Petronio, QuartiUa presentare co- si al pubblico una scena tra un fanciullo ed una fanciulla di sette anni. L' effigie di tali parti ed alti, di cui evitasi ora di far menzione nel conversare onesto, era presso i Greci ed i Romani il tema che eser- citava la fantasia degli artisti ad inventare nuo- vi capricci (2). I colombarii dei Romani, che erano i luoghi dove custodivano le ceneri dei trapassati, si fregiavano talvolta di pitture su tali soggetti ; p. e. il colombario della villa Pandili. Nel Museo riservato di Napoli è un' urna se- polcrale, su cui figurasi in basso rilievo una don- na giacente in attesa lasciva, un vecchio sacer- dote, le cui vesti talari non celano la concupi- scenza, avanzasi abbracciato da due giovinette ; li presso una giov inetta in profilo appoggiasi col- le mani dinanzi uno sterpo, mentre un satiro le si avvicina. Nel museo Borbonico stesso (gabinetto riservato) ripieno d' oggetti tratti dagli scavi di Krcolano e di Pompei se ne vedono di curiosi, p. e. degli uccelli terminati, invece che colla testa, con un glande ; un pene posto orizzontalmente con ale e quattro campanelli pendenti da catenel- le di varia altezza ; un animale che sembra un cane, ma il suo capo termina con un glande ed il tronco è costituito dai corpi cavernosi : vasi fatti in figura d' erme, il cui beccuccio, d' onde si beveva, è costituito da un pene : altro grande organo maschile intero di creta, posto orizzon- talmente, dalla cui estremità bevevano le donne, pifneo biben Priapo (3). Molti di questi di bron- zo hanno una catenella ; erano volivi per aver (1) Cook, Viaggi L II, p. 43. (*spp.i'atcv (Ar.. ExxXiqs, v. 97). sa Chitarra. At'Xra (Ar., Auswt, v. 151). = Lettera A. Tpo«i)|ia ( Ar., ExxXtj;, v. 625). = Forame. 2ax*vypo ? (Ar., Xwvrz, v. 824). Stazione vi- rile. ♦uVxr, (Ar., Ir.r.wi). — 4>oaxr, veraincule vuol dire vescica; ma qui si sostituisce come in Giuvcnale, Sai. 1, v. 58, vetulae veneti bealae. la latino questa parie, oltre le nppellazioui già noie, dicesi pure Eugium e Fossae itigtùni* (Priap. Lus., XLVI). Cosi per la parte maschile lite? Atffocov Repxo; ed anche Ou'pa. (Coda) ; similmente in Ialino, in tedesco e nello stile furbesco del dia- letto Veneto. Aristof., Ayapv, v. 785,usa propria- mente la parola tip* — coda, in doppio senso. n&r&t» (Ar., eecriAwy, v. 254). Taupo? (Ar., ExxXtjc, v. 910). Anche presso i Latini dicevasi Fa u nu in questo senso: « Taurus Graccis et Latiuis dicitur tUStXm » Annot. in Petron. ad locum « posse luu- rttm tollcre quae vitulum sustulerit. Aristofane. AuatsT, v. 217. dice perciò otxot 9' aTaupw-r*! Sii^u tsv £t'ov — domi absque tauro vitam per- agam. RaoXd* ~ Caulis, Coles, is (lai.) E gli altri furbeschi. n«TT«'Xo« (Ar. ExxXr,?, v. 1020)=. Catenac- cio. Digitized by Google TtTavov Tiptrvov (Ar. 5 Aoctkjt. v. 553). St>o« (Ar., AuatoT, v. 456). = Spada. In Ialino pure IHucro (Auson.. C. Nupt Immin., v. 22). Anche il cav. Marino usò Brando in questo senso. Aewa (Ar. 3 A*«pv, v. I 149). Colale. In Ialino, olire i già riferiti nomi ed i più co- muni f'erpa, rentrum, PenU, Cautla, tal parte dicevasi Fatcinum (Priap. Lus., XXVII). ft'crvus (Pclron-, Satyric, c. 1 3 1 . Horat. Epod. XH,v.'I9). Sceplrum (Priap. Lus., XXIV). Anche il cav. Marino usò Scettro in questo significato. Trovasidi più in questo scuso /Inmuj.(Ausoi). C. Nopl. Immiuutio, v. 5). Kd anche Cortex (Aus., ivi, v. 17). Jlasta (Aus., ivi, v. 18). Telum (Aus., ivi, v. 21). Qavtu (Aus., ivi, v. 25). Columna (Priap. Lus., IX). Trabs (Calali., Epigr., 28). l'yramis (Priap. Lus.). Cosi pel coniugio. Btvitv (Arisi., passim, p. e., ExxXtju, v. 700). ò\arap£svi'Jstv. uirexpistv (Ar., ExxXtja, v. 588, 597, (>IH). «psxpssiv (Arisi., ExxXija, v. 1017-18). exTtTpu^Tjxe (Arisi.) fftxwwttv (Ar. KxxXr,?, v. t09l). djXatmw (Ar., ExxXijt, v. 59). ffiajiript^tiv (Ar., OpvtSss, v. (>9). xtvstv (Ar., AouttjT, v. 08). o rotw (Ar., A/.»pv, v. 251.) E i furbeschi yatpEtv (riferibile alla donna). x«T«ì-tTapTt£w ^_4 r>) Ay.«pv, \. 275). elofita, (7iT39«ijii5*, ^aj^o^Tiaat (Ar., Ex- xXijc, v. 1 13, 939, 942 e 6;s|i ad un terzo). ct/xoXoTisv (Ar., Eif^vi;, v. 1347.) Allude a a-Jxsv, pudendo muliebre Fico. (Bi- seto, Z/fi\t» in Arislophanem, I. e.) Atti solilarii. «vav axpav (Ar., 6ìer gratitudine alle varie deità, supposte benefiche largitrici degli ali- menti e dei liquori. Ed è da considerarsi «pianta parte ebbero le pubbliche rappresentazioni, a cui conveniva il popolo in folla, nel fissare le norme ed i modelli del parlare : perche quelle maniere restavano impresse nella memoria degli spettatori ed erano ripetute da ogni bocca, cosi che diu-ni- vano proverbiali. Ora l'azione ed il dialogo si ri- sentirono per lungo trailo di tempo detTorigio* bacchica, e del gusto scurrile del volgo. Antica licenza della commedia. Il popolo, che andava agli spettacoli per di- verUrsi,era trattenuto dalle buffonerie e dalle osce- nità. Nella Grecia fu Tespi prima di Sofocle ed in Alene stessa, cosi celebre per la squisitezza d'ogni bell'arte, solevasi dalla scena dileggiare gli spet- tata^ specialmente i calvi: si ballavano danze sgraziate; taluno degli allori applicavasi una s|>c- cie di phallus, per far ridere i ragazzi, ecc. (I). Qw- (1) v^XSi pacatavi) Yu0o/e stesse si paragona dettagliata- mente il temporale col flato del venire (5). Nei Ca- (I) A intlà circa. (i) a'vaxu'itTttxat «»paxu«re« a«£t{«i>XT]u.£v3{, (v. 4189). (3)ExxXr,§, dM verso 311 al 373. (i)Aggetlivo indicante la condizione fìsica dei patiti- ci. L di significalo uguale ad un'ingiuria della plebe del Veneto. (5) NcseXat, fv. Ó88). ZTp£. vntf tg'v 'Aro'XXw xat Sitva «sett f 'tuSu's |ioi, Nat TetapaxTou y.'wairep fJpsvTTj to' £wu*'*tov r.atayu xat* Stiva xe'xpa-fzv arpiu-a? rpwTOvi raiTTraj- xàwetT tvdiyii rara X oxav xt'£&» xsjii^ìi ppovra* rara nanr.࣠u>ff- r.tp e'xttvai Iti>. 3Xì'iJ,a( Totvuv •(' dr.ò yaaTpiSiìt tuvvmtouì ola rerropSa? to' v $' diptx tóvS'y cvt' are'pavTov, r«J? a'x tt'xo? pt*Y a Ppwrfvj ip* X3t - Tc j vo|iar' a'XXiiXoev Ppov-rTj' xai pa/ieri un attore dice che si nascondeva la carne che rubava ai cuochi et{ ?a xòyjma (1) e nell'ano. Come si rapresentava senza scrupolo pronim- ciavasi pure qualunque frase. Nelle Marnane si augura a taluno che, volen- do all'oscuro prendere in mano un sasso per slan- ciarlo, colga uu 'immondezza appena depostavi (2). Libertà di frasi pronunciate in sulle scene greche. xa-ra«ap*«tv (Aristof., EtpTjvY) in principio, Z?T)xi){, v. GÌ 8.) arorapfouv (OpvtSfij). ^ P*£to (EipTjvt), verso il fine.) rs'p&ju-ai (Etpr,«5, in principio, 11X«»to«, ad un terzo.) axaTGaYov ( I IX t te ad un terzo.) »*x ecàùtc, xat Tijv xs'wpov (NeipeXat.) liejiaYl^Vsv cxcJp tuòitiv (FlXaTo;.) yi% xaTi^ayc? tbtov xiaiiv ttoiifjaei» (6(?|i, v. 570.) l'vanonaTeév, aTroitaTav, airerta-riov (Eipr,- vt), verso il principio, IlX»-co?, verso il fine, Ex- xXijct, verso il principio.) upeiv, xaT«pij»wat ji» (0* jji, passim, per c., n metà, S?i)X£{, a tre quarti, ExxXtjc, a due ter- zi.) a'|i: 1 tu. a metà.) (1) Irtn;? verso il mezzo. (3) Axapv. v. I US8 « d M XiSov ^aX£tv P»Xs'|Jievo? e'v cxs'tw Xs^oe TT) Xttpt CriXi^OV apTl'5 X£XE7|l-iV6V Digitized by Google «dpvau (Iimqs, in fine; ExxXy)», a metà cir- ca; Ax«pv, v. 458). 9uv Xa^tj-rai (8ea(i, ad un terzo.) e'u.» y* »9*> f» àji^w ju o» TrjxsoXa- ^ttrd* co v»jiwps|uvij (9), to' » u.oXuveiv e e quindi in Latino letbiari, irruvurre, ecc. Le turpitudini artificiose dei tempi di Tibe- rio diedero origine a parole nella lingua latina inaudite: « Tuinque priinum ignota ante vocalmla repcrla soni tellariorum et spintriaru ni (10). » Svelonio aggiunge maggiori dettagli di qual- che altra frase (11). I na schifosa, antichissima deviazione dell'i- stinto, di cui restarono le tradizioni sul fato del- la Fentapoli ed in isconrie leggende della mito- fi) Valer Maxim, I. IX. e I. r2) Erodoto,!. IV, c. 168. (3) Erodoto,!. IV, c. 172. (4) IleWélius Esprit. (51 Du Can?e in voce Marrhrta. (6) Arislos. Ir.xriz in fino. (7) 2 Pausania. (U) Aristof. N* 9 eX«t. (10) TaeiL Annal. 1. VI in principio. (11) In Tiberio, c. 43:» Triplici serie connexi in viccm inreslarenl. » I versi di Ausonio nell'epigram- ma H'2 De tribus incesUs sono: Tr-s uno in ledo, sluprum duo perpeliunlur Et duo commillunl, qualluor esse reos Falleris, extremis da singola crimina el illum Dis numera medium qui facil ut palilur. I logia (1), c trovala a' tempi storici fra gii indi- geni delle Isole Canarie (2), fra i Greci, fra gli abitatori d' Italia e socialmente i Tirreni, che, come dice Ateneo, l'appresero dai Sanniti e dai Messapii (5), come diede soggetto alle arti i- I mitalive della Grecia (A) ne lasciò molte tracce in quella lingua. «ruYt&w KVp'QJMl (Tbeocrit., ExX, v. 8. Ari- stof., passim, p. e. ©ìo>, verso il fine.) •nifi «u't«« t'vjTpi+i (Arislof., Barpayot. B metà.) x«Taro'TYU9uvi) ( Aristof., INt^Xati, verso il fuie.) /.iziTj'ij-,',)'. (Arist., A/ v. GG.">.) XaxxenpwxTo; ( Aristof., IVeyeXac, verso il fine.) t i>po«p il marito ingannato (3). In Ialino sembra che si dicesse pure caper in questo senso. Nelf epigramma di Petronio Afra- nio ad Deliam si dice ! Graecule, consueta lenandi rallìdus arte Cocpisli (I) lo Tiber, e 43 in fine» paiamone jam vulgato nomine insulse abuteotos Capriniutn diclilabant «, fi) Suelon, in Tiber. c. 45 « dooe c ea reliclo j n • «iicio domuin so arriptiil, (erroqne Iransegit obscoe- i; u u ti - uria hirsulo ali|uu olido seni dare exprobrata ». (3)11 passaggio del suono T in D è fatto tostai* I  comunis»imo. V. Ragguagli Eufonici Generali nel I lomo IH di quest'opera. 1 Et quem forte procax penitus conroserat uxor Consueras patria praecipitarc domo. Sed practensa asta delusi t reUa quidam Tcqne tuis miserum depulit e laribus. Solus vera probas jueundi verbo poetae « Dum jugulas hircum factua es ipse caper. » Questo verso ultimo è di Marziale, ed è nel- l'Epigramma 24, L. III, che intitolasi: De Hani- sptee hernicoso. Quest'aruspice nell'atto di sacrificare un capro a\ èva avvertito il suo ajulantc che tagliasse i testicoli della vittima ; ma in quello che slava intento a ferire, gli apparve fuori dallo vesti una ernia mostruosa, la quale fu presa dal ministro per lo scroto del capro, e per quello recisa ( I ). Alludendo a questo fatto ed all' epigramma di Marziale, calza assai bene il nome di capro a colui che subì il danno che egli preparava ad al- tri; ma trattandosi del caso toccato a chi face\a lucro della propria onta domestica, potrebbe il mollo avere un senso ancora più specifico per quella occasione. Certo che in greco l'ariete ser- viva d'espressione simbolica di quest'infamia; poiché leggesi in Artemidoro (2), che un tale, che era fidanzato, si sognò di cadere da un ariete che cavalcava; d' onde gli si predice che sua moglie gli farebbe dei torti. Anche in valacco Berbéce = Verve» (lat.),o montone, chiamasi il marito offeso. In italiano il nome del becco, come in iadin (lin- gua dei Grigioni) bue e chiavrol (becco o ca- priolo ) (3), iu spagnuolo cabron, cabronaso, ca- broncillocabronsuelo (capro) e nomilo (becco), in cimbro dei Sette Comuni borie (becco, capro) ser- vono da aggettivi indicanti il conjuge cosi offeso. Ugualmente fino da tempi antichissimi le cor- na rappresentarono questo senso traslato. Tro- vasi nel libro ebraico Masal cadmoni al capo 26. (1) Caper in senso più speciale dicevasi io latino il capro castrato; creo quindi perché l'aruspice era di- venuto caper nell'alti) che per dulie coll'ernia la por- te che la eonleneva ; mentre stava per uccidere ì'hii - cum, cioè il maschio da razza del genere caprino. 02) Oneirocrilir. 1. Il, «:. 12. (3) P. e. nella naso • Sia donna l'Ita fall devaintn bue o chiavrol.» Digitized by Google — 308 — la frase TX? V2Q "HjJ ft'h'or pento qeren eioe=z la pelle della sna faccia cornuta = applicala al ma- rito di donna adultera ; ed usavano gli Ebrei sim- boleggiarlo con due corna ( 1 ). L'imperatore Andro- nico Coinneno faceva sospendere le corna presso le abitazioni dei mariti da lui disonorati (2). In ara- bo da qarn (corno) si fece ^Uji qernàn ed anche ^aV* tneqartn cornuto, ed in turco ed in persiano y*\JjS qurnàs nello stesso senso. In greco moderno da xepac, (corno) xipaTa? Nel basso Ialino da comu, cornutus (3). In italiano, cornuto. In francese, cornarti. In tedesco, da //ora, (corno) Hùrnertràgcr. In illirico, da Rog, (corno), rogonòr, e ro- gàshnik. Tutti questi aggettivi si applicano nelle va- rie lingue al marito che soffre l'ingiuria. Quindi anche le (rasi verbali p. e. in greco t« xipaxa rcoiefv (4) ed in latino cornua qnaere- re nel Carmen de Curia Romana : Focmina si qua suo quacsivit sponso. la tedesco, Hórner haben, Hdrncr tragen, llórncr setzen, Hòrner aufsetzen. In francese, fairc Ics cornes. In Italiano, fare le corna. La salacità del capro può aver occasionato fuso del suo nome, o di quello di una delle parti più rimarchevoli della sua figura, per queste e- spressioni. Ma forse nei tempi antichissimi, alludevasi cosi alla complicità del genere caprino in una pratica nefaria trovata tra t pastori, pei cui rei (t) Drusius, ad Exodum XXXIV, e. '29. 1. I. quaesl I, Ezechiel Spanhemius De Uso et Pracsl Nu- rnism. Disserl V, p. 375 KUit. Elsevirio. (2) Niccla, Argid. Menag. Rischici Sphanhemio ivi. In Germania servono per simbolo figurativo di ciò le corna di cervo. (Adelung. Uiz. in voce i/or».) (3) « Sodomilam Prodilorem Haercticum aut eo eonvicii unirti! quod vulgus comutum appellai » (Concil. Mexir. Anno 1585. Uu Cange in voce cornutus.) (4) Appunto nel luogo di Arteinidoro sopra cita- to Oneirocni 1. II, c. 12, «oti vj y^vt) cu Tropviu!7ec xat to' XeYop. ev3V > xe'p»Ta a'u-rw 7T0tn>et. » dell' uno e dell' altro sesso l' Esodo la pena di morte (1). Anche nei tempi a noi vicini, continuava o si era riprodotta questa miscela (2). Nella mitolo- gia si dà per moglie ■ Pane (dio dei pastori) Aiga, cioè la capra, ( A"y« forma dell' accusativo di Aì£ atyoq nel greco classico) allegoria astrono- mica, ma il cui linguaggio non riusci scandaloso e che si espresse dalle arti nel significato fisico (3). Si conoscono i riti egizii del becco di Mende* (A ) : e qualche cosa di simile lasciò la sua traccia in una tradizione italica: ricordiamo l'oracolo attri- buito ai tempi di Romolo :« Italidas matres, inquii . caper hircus inito (5). » Qucst' oracolo diede origine alle feste Lu- percali. In quelle si percuoteva la schiena delle donne maritate, con una pelle di capro. Quel rito potrebbe essere la sostituzione d'una formula ad una pratica ; poiché per questo s'iulesc d' inter- pretare e di eseguire il consiglio di sli casi di t (Aid. Manut, K- pilomc Orlhog , 1575) * — 310 — condo r Orthographio di Aldo Manuzio, ti scrivere eon mi « solo), d' onde anello (il.), an- neau (Ir.). Non si sapcv a meglio indicare la capa- cità di addossarsi esattamente intorno al dito di che ricordando il cingolo, anello degli . Questo nome anulut, non è il primo che gli abbiano doto i Latini : gli antichi Io vano ungulum (I). RwXov, nome dell* intestino crasso, ora coli' opportunità delle scienze mediche in lulte le lingue è la slessa parola in origine del latino Culut. Podex, ri» nome decentissimo ai no- stri giorni, deriva da pepedi, pedo ; allude al suo- no emesso dall' uscito dei gos intestinali : come Calta e KhjXov, varianti d'uno stesso tema, ch'io derivo do Vip Col, suono, voce. Il nome culut, in francese, cui, cu passò ad un uso assai comune in una quantità d es|>ressir»- ui decentissime. Cu d' óne \ Yr , '{ specie d'ortica di mare. Cu de cheval. I € * 6iW > Cenante, Cu rouge. I Fètu e» cu. l'uUle cn cu. Cu de vaùteau. Cui de jatte. à cu, mouillage. Cu de lampe. Cu ), cufreffa di cui il diminuì» o cutrcttola. Bicho del Culo, / crine tlell' uno, così chia- masi dai Portoghesi del Brasile, l' infiammazione dell' ano che ivi è endemica (4). Parole d' uso decente, derivale dall' indica- zione degli organi sessuali e dalle loro funzioni. 'K9iX ■ ut quisque nostrum de bulga est malris in lueem editus. » Poi con tal nome s'intese una capacità lassa : « fulga capacitai vel siuus cimi la\ilale • così delini (I) Osi chiamava Rai i pialli di maiolica sngu- tali ti nell* .inno 1700 a quelli d*argenlo. clic furono mand ili alla zecca dal re ■ dilla maggior parte del ricchi, per I • di*srazie finanziarie e slralcgii he d'al- lora. v Vi.!t. T. LXII. p. '248. Le Busse a Park nolag) (2J Machiavelli, Leder,-, Leti. 73 ad un amico T. xi p. Ma (3) Pronunrh antica. (4 GnlK-lm. Pison. H. Hai I V, p. 274 277. (5) A in greco corriipoode ad ap.«~insii'ine,con: cosi A'Xexa?, moglie, è cou.c àfux Xovos. elio giace insieme, i.ello slesso lello ; cosi A'xoerts, au« xst- -rt{, die niace nello st sso ledo, xot'?T); cosi 9;'? — *Au,a 9iXendarum pilos lumina diciinus • (Gallio). Martini L -x. Pliilolog. in voce tu* ')• Digitized by Google — 512 - la'T-jpoj (gr.), d'onde talijnu (laL), (il.), ec, nominoci da ZaSi), l'organo virile, del cui sviluppo ed energia era tipo personificato il satiro. Quindi Salyriasit (lai.), Satinati in pa- tologia. /'rais, era parola oscena al tempo di Cice- rone (I). Ora si dice con tutta decenza. Spurius (lat.), d'onde spurio (it.), ec, deri- va da 2irsps{, seme e (1) llorlie penis est in obscoenls, Cic Episl IX ad ad una delle più brutte parole dei nostri monelli (Veneto). Nel Veneto, 1 villici chiamano pisciar* ( pis- sare), V atto di gocciolare o di sortire a getto continuato d* un fluido, p. e., come del sangue sotto il salasso. Osservisi come nelle fontane non è infrequente di far sortire il getto dall'uretra di putti effigiativi, p. e., nella più bella fontana di Bruxelles il getto sorte dall' uretra d' un putto di bronzo, che ivi chiamasi anzi = pistt cioè, uometto piscia (iy. (t) É opera di Francesco Flaroand. Digitized by Google DELLE SUCCESSIONI DEI PRODOTTI MUTICI. Le umane voci nel loro uso d' espressione, sia sensitiva, sia ideologica, si seguono in vario numero e tempo di distanza tra loro ed in varie combinazioni. La causa del moto successivo co- municato all'apparecchio loqucule sta nei motivi che determinano ad esprimersi, cioè urli' indivi- duale atteggiamento contemporaneo della sensi- bilità e delle serie di reminiscenze, delle quali è in atto ed urge la vibrazione. La maniera quindi di succedersi delle parole è eventuale e sempre relativa all' individuo ed alle circostanze. Questo elemento di opportunità viene peral- tro condotto nelle sue manifestazioni da leggi geueriehe, insilo alla v ita centrica ed a quella com- partita ed isocrona dell' apparalo fonetico e del- l' acustico. Parole diverse si combinano, .ma la quantità dei loro suoui costituenti, cioè, gli atti della loro articolazione, si eseguiscono con certa economia relativa e conveniente al maggior co- modo del giuoco degli organi. Questa economia si palesa nella ripetizione dei suoni già proferiti e nel compartimento regolare ed equabile dei me- desimi. E come tre sono li sistemi interessali nella entità della parola , cioè il centrico impellente (ora senza avv ertimento della coscienza, ora con avvertimento e direzione della medesima), il fo- netico esecutore, e 1' acustico percipicnte, ognu- no di questi determina |>er suo conto i fenomeni di ripetizione. Il sistema centrico dà l' impulso a ripetere i suoni, sia per prevalenza d' un scntì- Vou I. mento, o d' un'idea solila ad associarsi a quei suoni, sia per avvertire una varietà nella medesi- ma. 11 sistema acustico determina la riproduzio- ne di suoni, perchè se ne compiace. Il sistema fonetico, indipendentemente da questi rapporti di obbedienza, si atteggia per se e si commuove nello stesso ordine successivo dei suoni che poco prima ha eseguiti, perchè in questi moti scorre più facilmente che non per tutti gli altri moti possibili. La ripetizione può succedere nei singoli suoni, nelle intere parole o nelle loro serie, per competenza or dell' uno or dell' altro dei tre mi- nisteri. Esjxirivmo pertanto i modi della ripetizione ed il loro influsso nella loquela, e poi studicreino sotto sii slessi rapporti V elemento armouico. Della ripctÌ3Ìone delle parole. Il primo elemento di successione delle paro- le si costituisce col ripetere delle medesime. La ripetizione succede per due origini diverse , ma la cui costanza è tale da indurre la continuità di questa abitudine, per tutti gli stadi! od cpoclte delle lingue ; così che talora riuscirebbe difficile il determinare se trattisi dell'una causa o dell'altra o di tulle due agenti in coincidenza. La prima cau- sa è passiva, spontanea, effetto d'inerzia, d'imbe- cillità di pronuncia, e l'abbiamo segnata nelle ori- 40 Digitized by Google - 314 - gì ni eterne delle lingue, come la si continua pato- logicamente nella condizione di balbuzie. Di più nella rozzezza ideo-fonctica uno si compiace di ripetere suoni ch'egli sia riuscito a pronunciare, e pei quali si è fatto intendere. Quest' abitudine è ovvia nelle persone del volgo, ed in quelle di minor potenza intellettuale. La seconda è volontaria ed opera per fissa- re f attenzione dell' ascoltatore ; sia per fargli notare a preferenza una espressione relativa ad una data idea, sia per avvertirlo che vuoisi mo- dificare alcun poco l'idea clic per tale espressione comunemente s' intende. La massima parte delle lingue del Mare del Sud ha l'abitudine di pronunciare la parola dop- pia (1). La lingua di Tahiti applica la ripetizione come la reduplicazione più frequentemente e nella maniera più semplice di tutte le lingue del Mare del Sud (2). Humboldt dice, che questa ripetizione toglie il monosillabismo (3) (io ritengo che il monosil- labismo sia spesse volte posteriore alla redupli- cazione ). Questa ripetizione non rinforza sempre l'idea, p. e., Meumeu (Tahiti), spesso, denso ; Meu non pertanto vuol dire uguahneule = s|>esso, denso. Etempii di ripetizione nelle lingue dell'Oceania {i). Uangkas hangkas (Java), essere in prospet- to, prospettiva. Meha meha (Is. Sandwich), solitario. Roa roa (Hawai), in breve. ffare ira re (N. Zelanda), dimenticare. Oli oli (Hawai), gioja. Meedje meedje (Is. degli Amici), bere da una (I) Humboldt, Kawi, II, '285. (2 Humlwldt, Kawi, II, 294, 305. 13) Kawi, IH. 517. (4 Le voci che seguono trovansi sparse nell' o- pcn di Guglielmo Humboldt, Ueber die Kawi Spraclie. noce di coco, beverc , succhiare come un I lattante (I). Buio buio (Tong), maschera, velo. Itolo holo (Hawai), andare, correre. Ani ani (Hawai), specchio, vetro. Ama anta (Hawai), nebbia. Holo holo (TongaJ, lavare, nettare, fazzo» letto. Muimui (Hawai), raccogliere. Biko biko (Touga), curvo, pigro, lento. Layang layang (Kawi), volare. Api api (Kawi), accendere il fuoco. Matte matte (Tahiti), ammazzare, morire. Matta matta (Tooga), guerrescamente. Bongi bangi (Fidgi), domaui. Mot mo'i (Tonga), dormire. Mara hara (Java), una superficie di terra, una pianura aperta, senza fabbriche e senza bo- sco, di' onde Ausa Harahara (Java), aulico nome dell' isola di Java. Lac lac (Java), bevcre proprio dei cani. Pua pua (Java, Isole dell' Oceano del Sud. malese), primitiva pronuncia del nome Papua, che si applica alle persone ricciule e specialmente come nomenclatura di quella razza e delle loca- lità da essa abitate (2). Mara. mora (Tahiti), luce. Malamalama (Tahiti), far luce, apparire lu- ce, chiaro. Abongi bongi (Tonga), pensare. Noi noi (Tahiti), poco, piccolo. Fihi fihi (IS. Zel.), interesse, operare insieme conlro P altro. Elle elle (Mare del Sud), nero. Eie eie (Hawai), nero. Ooli ooli (Tonga), oscuro. Ula ula (Hawai), 1 Kula kula (Tonga), > rosso. Uro uro (Tahiti) ^ Età età (Tahiti), dieci. Unti umi (M. del Sud), barba. (1) Cook, Voy. Pacific. IH, coni, di King, App., (2) Humboldt Kawi, I, 195 Digitized by Google 1 — 315 - Pala pala (malese); scritto, libri, slampare ; da pai, battere colla palma della roano, premere. Ululu mula (Java), il primo davanti. Mua mua (Tonga), quegli davanti. /no ino (llawai), cattivo. Lia lia (Tonga), sporco, brutto, abbomi- Toro toro (N. Zelanda), imitare, //ano hano (llawai), gloria, onore. Aka aka (Hawai), ridere. Arni punì (llawai), mentire, Kto keo (llawai), bianco. //'ale wale (Hawai), tentazione, tentare. Kanak kanak (malese), fanciullo. Ilanak hanuk (Java), partorire. Pira pira (kawi), alcuni Tiki tiki (N. Zel.), vedere. Hina Irina (Tonga), bianco. Heena heena (Is. d. Amici), bianco, giallo (1). Poro parati (N. Zel.), parlare comandando. A'appo koppa (M. del Sud), battere con ru- more le ali. liette hetle (N. Zel.), assetalo. Las làs (Tagal.), distruggere, fare in pezzi. Hai hai (Tagal.), finezza. Ano' ano (Hawai), seme. Fili fili (Tonga), scegliere. Bagyò bagyò (Tagal.), uragano. Lii Hi (llawai), piccolo. Moiri nohi (N. Zel.), piccolo. " • Vdu udii (>'. Zel.), capello. // ul wulu (Madag.), pelo. Iluwang hawang (Java), firmamento, atmo- sfera, limola. Rafia raha (Madag.), animale. Burro Burro (Australia), paese celebre per le sue miniere. Toc tot (Atooi, Is. Sandwich), freddo (2;. (t) King. Conlin. Voy. di Hook, l. 111. App. III. (2) Cook, Voy. Pacific^ III, conL King. App., n. V, p 547. Meere intere (Atooi, Is. Sandwich), guarda- re (1), inspicere. Ongo ongo (Is. d. Amici), una piccola palma che cresce all' altezza di otto piedi (2). Laika laika (Is. d. Amici), buono (3). A'n/èe Nafee (Is. deg. Amici), una specie di sluoja fina, bianca (3). Etempii di ripelisione nelle lingue d\ Punih punih (Nootka o King George's Sound), una pietra nera da percuotere. JUoucou moucou (Guiana), nome dato dai nativi ai semi deWArum arboresccns , ch'essi mangiano (A). Esempio in caldeo. Xabonabo, nome proprio personale che è la ripetizione di Xabo, nome dell'idolo degli Assiri, detto anche Acòo, e di cui si compone il nome proprio di varii prìncipi babilonesi, p. e., Aabti- r, Aabuchadnezar, ec. (5). in sanscrito. Cialàcialam, cosa incostante. Paramparà, tanti, così tanti, generazione. Etempii in persiano. raggio ! )\à \tè ghoz glia:, disperso, dissipato, gèi pie pie (c italiano), tormento, tor- tura (onomatopcja). (I) Cook, Vov. Pacific-, III, conL da King. App., ti. V, p. 517. (*2) Cook, Voy. Pacific, III, conL di King., App.. n. III. (5) Cook, Voy. Pacific, III, coni, di King. App.. n. III. " (4) Do Lens el Méral, DicL in voce Arum (Cala- dium), arboreteent. C5) Seldcn. De Diis Syris. Synt. Il, cap. XII, p. 340. Digitized by Google — ó /uempio in ytraoo. Talatala, nome proprio personale d'uu pro- scritto da Maometto. Esempli in Inrco. Jjl* JJk^- cing/ii/ ciaghil, facendo rumore, susurro, con mormorio. Diccsi così dell' acqua che cola rapidamente. J^f jyi en'ul enul, piano, adagio. v_iL  top i'op (non si trova se non ripe- tuto), ed anche a^oob. «Ajaub Tapcé iopcé, len- tamente, a poco a poco, adagio. ytjtber ber, al di sopra, al di fuori. «T af gueh guèh, di tempo in tempo. lo danese, le interjezioni ja e j'o, si raddop- piano con somma frequenza jo jo, ja ja (Brcsenian. Tydsk Dansk Parleur). Anche in tedesco, si ripete assai di frequente la voce ja nel senso di approvazione. Anche in italiano, diccsi «l sì ovviamente. In ispagnuolo, de nobili» ooòi/is =scnza cura e senza pena. •Seconda causa di ripetizione della stessa pa- rola, per volontà di avvertire che si tratta di mo- dificazione dell 1 idea, che I' espressione non deve essere accettala affatto giusta il senso che ha co- munemente. L'uso più comune, volontario della ripetizio- ne successe nelle lingue per esprimere la plura- lità dell' oggetto, della cosa slessa, dell' idea che I' espressione semplice intendeva ; quindi la ripe- tizione di un atto, ce, ciò che è affatto naturale e logico. Di fallo, se già noti si possedessero ora le forme plurali già stabilite dalle desinenze, ec., in qnal altra maniera potremmo esprimere V idea plurale, se uon ripetendo tante volle, quanti sono gli individui che si vogliono nominare, la parola sotto la quale ogni individuo di una data classe si intende? ma quando fosse un lungo numero di individui da riferire, dopo aver ripetuto più volte la stessa parola si tralascia, affidando alla con- giuntura di chi ascolta il giudiziA, che si tratta 16 — • di molti individui assai più di quelli accennali, os- sia delle volte che si 6 ripetuta la stessa parola. E il solito processo d'ellissi, ov vio nel com- mercio dialogico, indotto dalla conghiettura del- l' ascoltatore, che supplisce al risparmio di voce e di articolazione di suoni che fa quegli che par- la, poiché spera di aversi già fallo intendere. E cosi successe nella più antica età linguistica. Si nominarono con ripetizione d' una slessa parola quelle (ali cose eh' erano in condizione duale nel- la natura, p. e., le mammelle, i piedi, ec. Esempii nelle lingue delV Oceania. Dib dib (tagalico), petto. Tra tra (Madagascar), petto. t jna urna (Hawai), petto. Fata fala (Tonga), petto. Eoo lioo (Tonga), pello, mammelle mulie- bri (1). Paa paa (tagalico), piede. fFat wqc (N. Zelanda), piede. /fama (Is. Sandwich), piede. Titti liki (X. Zelanda), vedere. Forse si rife- risce agli organi pei quali si vede, cioè gli occhi * ' che sono due. liinga dinga (N. Zelanda), vuol dire mano ; ma anche le dita. Forse la prima idea è dito, e l'idea mano risulta dalla ripetizione di dito. Diliga dinga, vale pel singolare (2). Ripetizione della stessa parola per rappresentare la pluralità detta cosa indicata. Fnoa (Is. d. Amici), rifiuto, vuol din; un gran numero (.1). Jjj Boi (turco), largo, abbondatile Jjj J^j bid boi, ve ne sono molti. l'ira (Java), quanti ? Pira pira (Java). (Ka- wi), molli T (I) Humboldt Kavfi, II. '1. {■i) Humboldt Knwi. III. 464. ->) Cock, Voj Pacific. HI, contili, d. King , App n Ili. Digitized by Google - 317 - . Todu Zelanda), Ire. Todu todu (Ti. Zelan- da), pochi, scarsi. Cachu (Perù), albero. Cacha cacha, fore- sta (4), cioè albero albero, molti alberi (dei quali si costituisco la foresta). Parole di forma ripetuta che indicano esistenti in numero plurale. ^ Keuper keuper (turco), in folla, a maiutre. JaiLs Qjth qyth (ar.), pioggia fiuissima. sy^y Kevkeb (ar.), stella, astro, costellazio- ne. Le stelle esistono in natura in condizione plu- rale: anzi laute volte si nominano per paragonare con quelle la raolliplicità di date cose. Per questo medesimo parallelismo istintivo tra le qualità dei rapporti delle cose con noi, e i modi coi quali ci studiamo di esprimerci per ri- cordarli, si usò la ripetizione della stessa parola per rappresentare In ripetizione d' un medesimo atto, coli' identico processo per cui si ripetè per intendere il plurale ; tralasciando in seguilo di ripetere lutto il numero delle volle che sarebbe necessario per corrispondere alla realtà del nume- ro delle ripetizioni in fatto, che voglionsi riferire: cosi in ebraico, mentre 01» ioni vuol dire giorno, □V Or* iom iom, vuol dire, ogni giorno (2), BJftJ menh'at, poco, U^lp d^t? menh'ut uienh'at, a poco a poco. In sanscrito, JUuhur muhur, più fiate. In persiano 'Pei ellicce, prima d'essere adoperate, si compongono d'un puc e d'un pese, cioè di un davanti ed un di dietro. In tedesco durch und durch, da parte a parie (si riferisce alle due su- perficie anteriore e posteriore d'un medesimo eor- po) .^.L. terater (turco), d'un capo all'altro, ^ ser (capo, lesta, cima, termine, punta, fine, super- ficie) 0*^0 desi (pers.), mano «**w>U*w> desi a dest (pers.), la dritta e la siuislra d' un' armala,, lo due ale, la mischia nel combattimento. Altre volte rappresenta dualità di cose a con- tado od in mutuo rapporto nell'atto iti cui si con- siderano, p. e. paràsparam (sauscr.) reciproca- mente : laz a iaz (sp.), una cosa per l'altra; VÌI à vis (fr.), fall à 6011 f, . téle à téle. Dappoiché i pronomi latini semplici quii, quae. quod, quot, quid, cujut, cui, quem, qtuh rum, quot, quibut, come pure il Ari (ungh.) ed il )■ -itili delle Isole Sandwich rappreseulnno astrat- tamente dati individui, ripetendo i pronomi stes- si , si fa come se si moltiplicasse l'individuo od il numero degli individui che si suppon- gono. Così negli avverbii qua, quo, facendoli qua- quo. quoqua, che corrispondono nel significato ad ss in qualunque luogo, parte = è lo slesso come se si enumerassero le varie località. Cosi nella congiuuzione ut ut (lat.), il pensie- ro mira a diverse maniere di proposizioni taciute, e ripetendo ut è come se tali proposizioni diverse si fossero espresse : egli le sottintende, il pensie- ro dell'ascoltatore deve supplirvi, passare in ri- vista queste poséibili proposizioni, o ricordarle, se sia il caso che il parlante a tali proposizioni già note all' ascoltatore alluda. In ogni modo ni ut non è se non un cenno di pluralità, di diversi- tà; ed è in questo senso che il semplice ut mede- simo si ripete. Cosi è delle espressioni nfc i jiév 8toiiàri)i TV]? otxt'ac «Vpofft- aea'^TjTai, ^ijttJ « ti? ou'to'v, o'tc itda%tt to' xal to'. » Digitized by Google — 319 dello che vi dica questo e questo. Cosi suole dirsi invece di ripetere tulio l' espressione. Si usa di ripetere la parola per f espressio- ne distributiva. In persiano aL lek, uno ; du iek ìek ad uno ad uno, a poco a poco. In turco y» y» bit, bir,£4 ^ birer, birer, a uno a uno, uno per volta. y&tfA v.A*,CjI ikiscier, ikiteier. a due per volta " js»jl ygf.y\ ùcer Hcer, a tre per volta , e^ cosi del resto jier tutti i numeri. Anche in ebraico si fa la distribuzione ripe- tendo il sostantivo in numero plurale. DOW D»JV scewolm , sccnaim (Gen., VII) duo duo (iclcst bina) ingressa sunt. O'Jlbn D^ÒH amonim amonim , turbe, cioè una gran moltitudine di gente, (Pasino, Gramm. Ebr. p. 1 (9). Trijnu Tribus. Così usasi di ripetere il pronome dimostra- tivo, p. e, Ht 78 ìTT t^pfl vaiqra ze el ze, dis- se, chiamò uno ad un altro. Cosi in illirico : mallo pò mallo — a poco a poco, jedan pò jedan — uno ad uno, dva pò dva = due a due, tri pó tri = tre a tre, ecc. Cosi ; svilii finir, (ar.), goccia; ijiai tjLs qatré qatré, a goccia a goccia. gota a góta, (port.) fy^fc thogrum o dhogrum (turco), pezzo. fyjè^o fy^yb dhogrum dhogrum, a piccoli pezzi. g£ kie kie (turco), a piccoli pezzet- ti, a poco a poco. o poco a poco (il.), 1 pouco a pouco (pori.), f petit à petit (fr.), « poco a pò- jXf\ y ìf\ enlu en/u (turco), I co > " nach und nach (tecL), . pa$ à pai (fr.), a parte a parte (il.), minutamente, rie à rie (fr.), esaltissimamente. Ripetizione per dare energia. In questo processo la mente del parlatore intende d'in- culcare Dell' uditore la cosa su cui deve cadere il suo riflesso, ribattendo sulla medesima. Nella lin- gua d' llawai talora una parola è costituita da una sillaba ripetuta quattro volte, le le le te, spes- so correre via, p. e., quando un uomo abbando- na spesso sua moglie da Me — fuggire, volare. Qui non si tratta se non della ripetizione di lek per dare intensione al significato (i). ìllugi nella lingua di Java vuol dire affine, all'indir : raddoppiato è espressione di desiderio; cosi pure iri malese muga muga (2). In turco par par ianmaq o (jj*jLi JjL» JjLj paril parli ianmaq, ardere for- temente, con iscoppio {')). La parola i', presto. Hav (gr.), tutto, «a'uirav = iriv riv, de! tutto, prorsus. i'an (liawai), tutti, lutto, del tutto, essere intiero, compiuto, tutti , essere consumato. Pa- papan, tutto insieme, lutto numerare insieme, lutto considerare come uno ; consumato del tutto, terminato (1). l'asse passe (fr.). questa ripetizione della pa- rola passe intende di riferire la somma celerità, con cui si effettua il passaggio degli oggetti dei giuocatori di bo.ssololti, in quel giuoco detto ap- punto tour de /km*c passe. Egyen (migli.), unico : egjen tqycn. unico, solo affatto. Jur jur (ili.), or ora, già già. Plano plano (sp.)) Novell. Ani. 54. Buonarroti. (5J Boccaccio G. V, Nov. 10. (fi) G. I, N. Fiera. (7) Buoriar. G. 2. Ali. 4. se. 2. (8) Aul. Geli. L XVII, c. II. Ripetizione intensiva che cresce progredendo. De pis en pia (fr.). De plus en plus (fr.). Peggio che peggio, di peggio in peggio (it.). La ripetizione per dare energia genera il valore superlativo : in molte lingue questa è tut- tora la sua forma. In questo processo la menle intende di moltiplicare 1' oggetto slesso o di rife- rire la sua grandezza, estensione, ecc. assai mag- giore di quello che soglia essere comunemente in quella data categoria. Essa paragona quell' esse- re, di cui vuol riferire l'idea accresciuta, in su- perlativa, ad un numero plurale di quella mede- sima categoria : lo tratta come se fosse la somma di molti. Qui dunque la ripetizione collo scopo d' ingrandire l' idea si fonde collo scopo di mol- tiplicarla, ciò»'- di farne il plurale. Esempii. .\elle lingue dell'Oceania. • Obito (Tonfa), buono. Si ripete ed anche pronunciasi tre volte per dargli maggior forza, r'bitOj obito, obito ( I ). ili (Tonga 1 , nero: uh uli, nerissimo. Gehe (Tonga), separato : gehc gehc, separa- tissimo. Lna (liawai), lungo : loloa. assai lungo : lolu- Um {2). Pono (llawai), buono : pono pono, buonis- simo. In peruviano ripclcsi pure qualunque paro- la per darle valore siqierhtivo; cosi avemmo Cfti- iio china, cioè cnrlercia corteccia, per dire cor- teccia eccellente. Cosi nominossi da quei selvag- gi V albero tanto famoso per la sua applicazione terapeutica. In turco jJUlk thatlu, dolce ; ^JbLb ^JLsLb thatlu thatlu, dolcissimo. jì ler è una particella che si aggiunge per formare il plurale. Colla ripetizione della inede- (t) Humboldt, -Kawi IH, 00!. Ti) Humboldt, Kawi. Buschmao HI, 1024. Digitized by Google — 321 — sima producesi un superlativo ; cioè ripetendo la desinenza astratta del plurale, y y ter ier, l' al- tissimo, Dio. In ebraico, p. e., jj^T Jj?T sagon xaqan, bar- ba barba — foltissima e lunga. HO* njJJ iafé iafé, bello bello, diligentissi- inamentc;p.e., (los.VI, il), nj)J HO» nfcQTyi Echbiià iafé iafé, nascose diligentissimamente (Kimchi). TUO meód, molto ; "fttìQ 1N S 2 neódmeod, moltissimo. ronA', cattivo ;J)"} ronh' rann', cat- tivissimo, pessimo (Bellarm., Gr. Ebr., p. 57. Pa- sino, 119). In sanscrito paraparam, cosa sublime ; pa- i para padiuha, secreto. In ungherese majd, presto: majd majd, ho/, presto : hol hot prestissimo. In portoghese «o por io, solo per solo, so- lissimo. Anche in italiano usasi di ripetere la prima parola per accrescere il valore (quantunque il va- lore superlativo si rappresenti da speciale desi- nenza) cosi per es., buono buono, dolce dolce, guaito quatto, pallido pallido, ratto ratto, ecc., e si potrebbe trovare simili esempii in ogni lingua, perchè è processo istintivo : cosi lo si osserverà ovviamente nei fanciulli. La successione dello stesso tema in forma diversa, cioè di caso retto e di caso obliquo inten- de ad indicare un primato, una superiorità od un domin i i di un soggetto sopra altri della stessa ca- tegoria. Cosi i re di Persia chiamavano Saamaan, cioè re dei re (Brj ennius Caesar., 1. 1, c. 9). BatatXeus pastXeojv: cioè re dei re: cosi no- minasi l'imperatore Costanzo da S. Gregorio IS'a- zianzeno. Rex regimi : diecsi Atreo da Seneca ( in Thyeste). Princtpt principum: detto Domiziano da Marziale. Dux ducum: Agamennone in Ovidio. Vou I. Judicet j udiru vi: intitolavansi i presidi delle Provincie (JusUniani, Not. XV, 1. II). Episcopi epitcoporum (in Tertulliano). EU»»o« E'Ua's = cioè Grecia della Gre- cia : chiamavasi Atene. e E o« eiwv: cioè Dio degli Dei (Jerocle nei Carmi aurei). La ripetizione dello stesso suono succede volontariamente per portare una qualunque altra specie di modificazione dell'idea, e sta all'uditore ad indovinare nel caso speciale di che sorta di modificazione vuoisi farlo avvertito. Humboldt aveva rimarcato nelle lingue del Marc del Sud, che nella ripetizione ognuno dei suoni ripetuti esprime P intero oggetto ; che colla ripetizione si aggiunge un' altra varietà o solamente un rin- forzo, o come segno della più grande vivacità dell' impressione provata od indicazione del ri- petersi dell' oggetto, (ciò che abbiamo v eduto già in questo trattato succedere istintivamente in tut- te le lingue); per cui il raddoppiamento ha luogo specialmente negli aggettivi : essi indicano le qualità, che, se è lecito di cosi esprimersi, non appaiono come corpi isolati e sostanze, ma piut- tosto come superficie. Nelle lingue del Mare del Sud la ripetizione è propria esclusivamente degli aggettivi c dei sostantivi derivati da quelli. La ripetizione si usa per modificare in qualche modo l'idea, talora fa l'aggettivo dal sostantivo o vice- versa. Tai (Tahiti), mare ; tai tai, sale (1). Ahi (Tahiti, Hawai, Pi. Zelanda), fuoco; ahi ahi, sera (2). La parola raddoppiata non ha lo stesso so della semplice. Uulu (Java), ce (3). Para (Tagal.), uguale, para para (Tagal.), in ugual maniera. In Tagalico si fa la ripetizione del potenziale m«co (particella negativa) per dare il acnso di (I) Humboldt, Kawi II, ■>',] l'i) li unii. . Kawi II, 249. (3) Huinb., Kawi 111,761. Ai Digitized by Google concessione p. e. maca maca guiahava, poter dare sollievo (ad un ammalato) (1). Due negative fanno un' affermativa, perchè la seconda distrugge la prima, dunque .si resta sul positivo. Perciò in qualunque lingua si se- guano due negative ne succederà questo senso ; ora anche il senso di concessione succede per la stessa causa logicamente, se si ripeta una parti- cella negativa. In ebraico il valore factitivo esprinicsi in qualche verbo colla ripetizione dell' ultima silla- ba del verbo stesso; p. e., tanh'iril, exci- tetis, WYÌ})n ttnh'' orerà , expergisci faciali* , (Cantic, c. TI, v. 7). Quantunque non si tratti che della ripetizione d'una piccola parte e non di tutta la parola, scorgesi sempre però lo stesso processo, di usare cioè della ripetizione d' un suono per marcare una differenza nel senso ordi- nario del suono stesso, per far avvertito f ascol- tatore che si tratta di una qualche modificazione o varietà d' idea da quella che per consueto a tal suono si attribuisce. Lo stesso principio della ri|ietizionc si mani- festa anche allora che le lingue hanno ottenuto un certo sviluppo, onde sono già distinte certe forme svolte da uno stesso tema, d'onde le fles- sioni specificamente attribuite al numero, al ge- neri*, alle persone, ai modi, ecc. In quest'epoca di maggior agio neh" uso fonetico dei mezzi eredi- tati, vigendo nullameno lo stesso istinto che rie- sce produttore nella ristrettezza delle origini (in- vece di ripetere la parola bruta inorganica sem- plice, come, nulla avendo di meglio, do\ evasi in principio) si ripete lo stesso tema, ma sodo for- me svariate, sia per imperìzia ideologica o fone- tica, sia per ignoranza dei rapporti ideo-fonetici, sia per imprimere maggior efficacia o per awer- tirc qualche modificazione nel concetto. Questi fenomeni di ripetizione, sia della radicale slessa sotto varia livrea, p. e. di nome e di *.erbo, di sostantivo e di aggettivo ecc., ovvero del senso (I) Qamb.Kiwi 11. 375, medesimo sotto parole d' origine e di suono dif- ferenti sono compresi dai grammatici sotto il no- me di pleonasmo. Ne porgeremo qualche esempio. Esempii di frati composte d' un nome e d'un ver- bo, dove tanto Vuno come V altro hanno fa stesso significato. ■ In ebraico. rWQFl r\XQ morirai di morte (Gencs. Il, 17. Regum. 1, 17). DIO morirete di morte (Genesi, IH, v. A). 7\*jy~Qtà ~QV? *3 ti prezzolai a prezzo (Gen., XXX, IC). n3"1 VTOI parlai, la mia parola (Genesi. XXIV, M). □VP! ID^fM e sognarono un sogno ( Ge- nesi, XL, 5). ìJD^n D17CI «b sogno sognammo (Gene- si, XL, 8). Su sogno sognai (Genesi. XLI, 15). In greco. Xrjpsv Xripfts (Aristoph., nX»?os), (maniera attica) vaneggi cose vane. XtìpBVTi XVJpov (Aristoph., Ses-i a due terzi). rov»; rovrfcat (Aristoph., IN^eXai, verso il fine), affaticare fatiche. . Ypa*90|iai ai Yp»9*jv, ti scrivo scrittura. dSixfò a • :xt*av. li fo ingiustamente ingiu- stizia. arrapa? Jfop'-w (Hiad. B.) (maniera ottica). psXiiv paXeuet, consiglia un consiglio. Xs'ysv Xe'Y», discorre un discorso. Iiavtav |iaetvri, impazzisci una pazzia, vjspsv Ujìps '.' . . ingiurii un' ingiuria. (puYijv ipiUYJts, fuggi una fuga (I). (I) Clero., Ars. Crii. I, 15q Digitized by Google — 523 - vs'ysv vaffJttev, siamo ammalati d' una malat- tia (I). pi9av {fo9(go|uv, ci inviamo per una via (2). 6Tiaai>pi5t?c &i)aaop»s } tesoreggiate tesori. (S. iMalii., VI, 19, 20). In Ialino. Vivere vitam. Servire serv itutcm. Pugna pugnata (Cornei. Nep.) Face re facinus (Ennius A. Geli. XII, A). Basia basiarc (Catull. 1. 7) (3). in Italiano. Ferir di ferita. Giuocavano un giuoco (Machiav.) (A). Di giunchi giuncata (Boccaccio, Introd.) in tedesco. Fine Grube graben. ella lingua ebraica trovasi il gerundio ag- giunto al verbo dello slesso tema, p. e.: Vaivarech baroch "JV13 "p^n (Jos., 24, IO) et benedixit benedicendo. Moltiplicando multiplicabo rQltt ÌT3"in (Genesi, XVI, 1 1). Rex nosler eris "!jSan "J'S?n (G., XXXVII, v. 8), regnando regnerai. Gonede?gttFl "?3K (Gen., II, 16), mangian- do mangia. Auditc auditionem yltt^ ìytttf (Job. , XXXVII, v. 2), ascoltate attentamente. Scito pracnosccns yifl J)T> (Genesi, XV, v . 13), sapendo saprai. Insupcr et hausit aquam n^Tj JiV?| (Eso- do, II, 19), attingendo attinse. Rcverlcns veniam 3WK31W (Genesi, cap. XVIII, v. IO), venendo verrò. Cupicbas nflDDDJ CjÒpj (Genesi, XXXI, v, 30), (1) Arislot, OpvtSf; v. SI. (2) ArisloC Opvc»i € v. 42. (3) Nani le basia multa bariate Vesan.» s.lis e» super Catullo c«U (i) Commissione al c. c. Pisi III, t X. p. 125, Bcnefaccres 3>tt>t uolc persuadere di essere stato testimonio di veduta egli slesso e non di riferire cose dettegli da altri. Un fenomeno ideo-fonctico simile al pleona- smo producesi dall' ignoranza del senso e della proprietà delle parole; per cui nelle frasi si ag- glomerano parole inutili, perchè, quantunque di- vano nella forma, hanno lo stesso significato del- le allrc, insieme alle quali si pongono, ovvero intendono a determinare ciò che è già determi- nato abbastanza e senza equivoco o sbaglio dalle parole usate ; cosi dicono i > illiei i capelli della testa, le cervella della testa, la tosse del petto, ec. Questo fatto linguistico generale nella condizio- ne più semplice si sorprende tutto giorno nelle persone che introducono nel loro discorso paro- le di cui non conoscono la ragione p. e. quelle esotiche; cosi non è difficile di udire emorragia di sangue, mentre già nella parola emorragia (ae*twp'pa-f ia) v e l'indicazione del sangue, e nell'av- viso d'uno spettacolo si annunciavano* Dei Felix pyriques («up «upo? fuoco) cioè dei Fuochi focosi. Tra i fenomeni dell'impulso di ripetizione ca- de il vezzo di riprodurre qualche suono per solo 1 istinto acustico., non idco-fonetic», per cui le pa- role coordinate in certe serie si somigliano in qual- che parie più o meno continuata delle loro forine, cioè per qualche sillaba o qualche lettera soltanto. Questa omofonia può cadere iu varii puuli delle parole ., cioè nei suoni iniziali, negli intcrmedii o negli ultimi. La ricorrenza degli stessi suoni in principio o lungo il corpo della parola, chiamasi alterazione; se avvenga neh" estremità, cosi che l'orecchio avverta una specie d'eco chiamasi asso- nanza, o rima. L'allitcrazione è antichissima forma d'accor- do delle parole nel congegnarsi a costituire le fra- si; trovasi nelle formule proverbiali ed i comici della Grecia e del Lazio l'aiTetlavano di frequente; certo perchè sapevano di gradire cosi al senso co- mune del popolo. Atliterazione in greco Xaip «J Xaipwv, x«'p w ^«pwv w Xa'pwv (Aristofane, B*-:pa%ot v. 18i). I"«KOV Tpe£V5V eiTSTfl- Pvjvoce (ArisL >^*X«t v. 1407). H'vixa »i xe'Xrjs x&Xtjxa rapaxsXtjTUt . (Aristof., Etpr.vr, V, 900). A£ta yiit n T^x» -rexnoa cotuTOv toxov (Aristof., Ocspia?. v. 845). fatava & ai; ìdaoiv E'XXrjvwv Scoi. (Eurip. In MetStia) ^Hi/eroaione in latino. 0 Tite tu te Tati Ubi tanta tyranne tuiisti. Sfl/iuaci da spolia *iue sudore et «anguine. (Verso citato da Cicerone I. I, De officiis). e. XVIII. Quin mea manu moriare (Naoius) Oblili sunt Romac h'ngua latina ioouicr. (Epitaffio di Nevio) • - Digitized by Google Molti CM/itpù* trovatisi in Plauto. icefedre «celerà «uscitane (Mil. Glor. A. II, Se. Ili j v. 59). .fcelcdre «celus (Hil. Glor. ivi v. 18). Non videa me ut madide madeaui. Quanta tabes /arido quanta «umini absumedo. (Cnj)t. A. IV, se. 11). Quod bonis benefit òertc/iciuiu gratin ea gra- \ida est bonis. (Capliv. A. Il, se. Il, v. 108). Acrontae «crupeae «tralivolae «onlidac. (Nervularia (1). Me amoenttale amoena amoenus oneravit dies. (Capt. A. IV, se. L). .Vaxume more moro jffolestoque nw/turo.). (Mcnaechmei A. IV, Se. Il, v. \, il.): Quae immini mero mora est monericr. (Capt. A. II, se. III.). JVemoriter memiai. (Capt. A. III, se. 111). ISix nox nux fuit mea «ex. Mammam ipsam amo quasi meam ani- mam (2). Facile facto. (Volcalius Sedigitus De Poetis Cornicia.) (5). Balnea vina tenus corruiupuut corpora no- stra, et titani faciunt balnea fina cenus. (Erroncs Venerei Veler. Poelarum). Anche il b di balnea entrava come suono a- nnlogo a v nel!' allitcrazione. Orla salo suscepta solo parte edita raelo.). (Ausonio). Sembra che anche il c di caelo si pronun- ciasse come « (come ora in Francia). L' alterazione fu talora un nuovo genere di disciplina impostasi da certi verseggiatori, ai qua- li pareva poco il giogo del metro. Nel poema di Leo Plnccntius tulle le parole cominciano da /'. In un poema dedicato a Carlo il Calvo tutte le pa- role cominciano da c. (4). (t) Commedia attribuita a Plauto da A G II. L. Ili, c 3. •il Schneider., Rapp. Phys. d. Spr. 1, 551. iSl A. Geli L XV, c. '24. 14) Gioia, Merito e Ric. T. I, psg. 140. A proposito d! simili puntigli, l'autore fa pur etnno ivi di un Li- 411 iterazione in italiano. Pietro Paolo piltor pinse pittura per poco prezzo p. p. p. pagami presto. Porta aperta per chi porla e chi non porla porta. In tedesco. Tod und Tcufèl. Donner und Doria (Schiller) (I). Mtiterasione in Turco. t'eiaketi Felek, castighi inflitti dal cielo. 31enzum u mensvr jjZs* } ji; 1 *^ in verso ed in prosa. L'allilerazione unisce spesso delle parole col- le quali va a costituire dei giuochi p. e. di parono- masia e di antitesi. I Greci usavano dire allo sposo nel giorno delie nozze, K'xxopct Képi Kop): ^iterazione con giuoco di parole in ebraico. • T . " . ; - Hilclii achnmòr ehamòr chamoradùim. In maxilla asini arenimi imo et duos acer- vos (i. e. catervam relislim) etc. percussi (Judic. e XV, 10.). il) Tir, de Ami, ilia c. XVII. Ci) A. G. II...V Ali. L I. e 23. asi fatto eeuno di un'ode lappone rimala, di cui vi si dà la tradu- zione. Voltaire dice che trovasi in Montaigne una canzone americana in rime, ed ivi tradotta in fran- cese (1). Trovasi qualche volta la rima tra i versi nel- la lingua sanscrita, p. e. in questi che corispondo- no agli anapesti dei Greci. ."Salinità lagatayala vàttaralnm Tadvagjiva namatisnya ciapalam (2). Trovasi la rima anche presso gli antichi Ebrei. Le donne, che festeggiavano con cori e danze il trionfo dì Da>iddesui Filistei, cannano in sua lode due veri vèrsi ottonarli rimati : Icà Scialli baalii fiat n David beriwodóu ho migliare parlava sempre in rima (certi Zanfroo. luglio 1844 prov. di Treviso, Miane ). Altra maniaci per pellagra nel suo vaniloquio d3 Kcchasc nh'adidùd lamó Chi iadin Adottai nh'umù Et adessc fesliuanl tempora. JudicabilDominus populumsuum (v. 35, 3G). »3-in pria >nutf a» fm scianodi beraq charbi Vt dochés misepàt iodi Si acucro ul fulgur gladium .meum et arri- puerìt judicium manus mea (v. 41). /Vantar e eloemó Ttur chatait vó A»cier chele» sevachemÓ Et dicci : ubi suol dii eomm in qui bus habc- bant fìduciam, de quorum viclùnis adipcs (v. 37, 38). ♦jk »j« *3 ru-iy U«i nrVafd chi ani ani V F'een cloim nh'imadi Vidclc quod ego som solus, et non sit Deus praeler me (v. 39). Anche nei Treni di Jcremia. oipsy Vy crriy Ttafad nh'oràm ÌSh'al nh'asmàm « Adhacsil culis eoram ossibus » (IV, v. 8) *np T nm Jwrii lamé aoni forno Snni «urti al liganh'u qi natsù gain nanh'ù omrn òagòim i« io«'/'ù Jagtir (c. IV, v. 15). Gli antichi popoli Tculouici usavano la rima; esistono tali carmi antichissimi iu rima presso i Danesi, gli Svedesi, ce. Nell'anno 880 circa, Olfried tradusse in rima gli Evangelii, c lece altri compo- nimenti rimali. Mabillou produce una composizio- ne in lingua Teutonica, rimala, dell' 883 (I). I) Aniul Benediitin. T. IH, p. C84 I Anche nella Scozia usatasi la rima ai tempi di S. Palricio. Riportasi uu suo verso in rima, che era come un oracolo che aveva lorza di legge : Ailbe umal, Patrie Mumam, ino gach rath Thcclan Patrie Nandeisi, ag theclan go brath Trovansi rime nella lingua usala in Francia nel 995. Così p. e. ncll' epitaffio di Frodoardo di Rcims, postogli in quell' anno : Vequil caste clerc, bon moine, meilleu abbé Et d' Agapit ly Romain fui aubé (I). La massima parie dei versi dei capitoli del Corano è in rima ; il rcslo è in prosa con certe cadenze. Marracci nel suo Prodromo notò le rime in Una, ina, Ano. Trovasi la rima nella poesia degli Arabi p. e. nei versi di Giannadi. La rima è un prodotto del medesimo i- stiuto e dirci vicitio alla legge d" inerzia che induce la ripetizione delle parole. ( Essa poi si lega all' elemento armouicò , dappoiché ri- corre dopo certe cadenze di tempo ). Di fatto noi possiamo sorprendere l' istinto nel suo trami- te dalla ripetizione alla rima; poiché negli autori, che scrissero nelle lingue, dove il principio della rima non era riconosciuto siccome condizione rit- mica, si trova di tratto in tratto la ripetizione del- le parole identiche nel posto ove cadrebbe la ri- ma; e dove si vede la ripeli zionc della parola un po' modificala, cioè una ripetizione imperfetta; e dove l'opportunità più spontanea della rima si pre- senta per parodiare ì delti d' alcuno, modifican- doli secondo la propria intenzione, e dove final- mente trov asi la rima vera, spontanea ed esplicita. Punto di contatto tra la ripetizione c la rima. Frase proverbiale del filosofo Taurus citala «la A. Gcllio (2). "8 I Muratori, Anlioiiit. Italie T. Ili, Diss XL, p.708. "ÌJ N. Attica;. L IX, c. 5. Digitized by Google — 329 Ripelisione delle parole finali delle commedie, parlando la stessa persona. Nelle congreganti di Aristofane, Prassagora ripete le parole finali ùzr.tp xat «pcT», otto volte cosi xa&ij|ievai 9puY*eti tSemp xat «poT» •ut ttjs xi^aXrJj 9sp»fftv wurcep xai «por» ctc. (ExxXt) 5l v. 221). tov xpiiTTOv", Sotti tati, xai to'v V}ttov« t»toiv tov Jxepov TÓtv Xs'YOtv to'v TjTTOva (I\e9eXat, v. 413). tJv fie'v t' 09€ÌXijt«ì ti (tot |»vt|>wv itav-j j'av o'f tt'Xa), E9eX«i, v. 557). toì? yzXtovt 9' rjfc'M? ffta tsv YéXatv xptvetv spi TX^Wv 5«avTa? Jv MXtldt ffTìXatfij xptvetv ip& (ExxXy]?, v. 1156 coro). Mvi? £Y) Y«P »X op, v. 97). Euptis ...... v'x twpa? «wttOTe Mv5«r. (awv o 9aowxoi-(ov ; EoptK. »X SW?a? WUTTOTtJ (eeaji, v. 32). Nel dialogo un interlocutore rittete le steste parole finali pronunciate dall'altro. ♦ st VT) To'v II." TUTCVt To'v "IlTTTtOV St. |*.Tj p.oi fi tbtov jiiQ^a^f."; ts'v"I«itiov (Aristof., Ke9iX«e, v. 83). St. tì 9xit' tx£ivo? «ìrrs «ept nj? e'|t«t*o«; Ma. è9aax»v etvat ToùvTép:v Tifa e'|Mritfo? (>s ? tXai,v. 159). Sto. na'ax" ** TauTO t»to xat Ta xapò\x|i« St. t« 9t)5; ij 9povn's ?Xxet T»jv tx|ia£' ci; t« xa'p*a|ia (Nc9tXat, v. 234). Et. 0iaX9tTùiìJe 1 > a» xo'xXw Tijv xapffoitov Su. t'S'oii |ia'X' «ÙTt? tout' tTepov -nqv xàp9oi?ov. (>"t 9^X81, v. 669). VOL. I. Sto. TauTo'v ò''jv3T»e aot xa'p£o«o? RXcvu|tu St. a'XX" tu »'*' xapffowo? KXewvuiiw (N£9tX., v. 674). Su. tra»? àv xaXg'ata? e'vTux«'v 'Ap.uvt«; St. ò*a>? àv ; 9., v. 605). Mv. . . . T»Tt to' ffe>|»a ri\ ? ttpxta? Y«m"T«i T. Z. . . . Ti ttj? l'eptt'a? y«T vs '™»} (euiis?., v. 758). •frena /ro Larnaca e Diceopoli, dove Diceopoli ripete le parole di quello, parodiandolo. Lnm. T«t, «ai, 9tp èijw Ssòpo to'v YoXtsv e'|ist Die. r:af, irat, 91'p t^w faupo tij'v xt'ffT7]v e'|iot Lam. naì, iraf, xa^eXoJv (tot tc" *dpo 6*e5p è^" 9£'p £ Die. TraT, «aT, au ff'a^sXwv ffeupo tti'v x^P^v 9ipj Lam. 9ip£ foùpo yopyo'vwtov àor.i9o$ xuxXov Die. xa'jiot nXaxfvTO?, TupavwTov 9ói xtixXov Lam. e'v tw^i «po'? th? roXejits? Stuprj^opiac Die. iv tùJ*s 1-po'g t»s 4 u l ltrc ' ra, S Swpij^Ofiat Lam. vt'9ec. p^ap^ata'4. %it\uipia tà ttpaf\Lata Die. aìp» to' (Jerrvev. 4"|iT:0Ttxa' t«' «pa'Y|i«Ta (Axapv., dal verso 11 97 al 1 142). E nelle Congreganti, v. 987, 988, un giovi- netto dice: tv puXoju'vv y«, xatd to'v »"v «cttoi? vopcv ed alcune vecchie soggiungono: afXX'oi/fft *ewror« xaTa'-Ts'v e'v ttcttoi? vo>ov. Se enn tra Larnaca e Diceopoli, dove Diceopoli, bur- lando Larnaca, parla in rima, facendo una specie di parodia alle parole di quello. «TTairaTTaTa DiC. 8TTaXaTT«T« Lom. ffTOY l P°? «T" Die. poYepo'c »'y«>> 42 Digitized by Google - 330 - Lai». tXirrró itiitX^tv^^i mi 0|iac (A x *pv., in fine del verso M90 al 1221). In latino usa vasi una formula di versi magi* ci per ricomporre le lussazioni e fratture, nella quale, oltre varie rime intermedie, si ripeteva in fondo dei versi la parola medesima. Ecco come li riporta Catone De R, R. c 100. Huat hanat hual isla pista sista domiabo dam- nauttra. Huat haut ista sis lor sis Allorché Cesare usurpò J' impero trovossi scritto sotto la sua statua Brutus quia reges e/'eci/, consul prìmus fa- rtus ut. Hic quia consules tjtcit, rex postremo fa- ctut est (I). Osservisi ch'è una vera strofa di quattro otto» nani, dove invece di rima v'ha in fine dei versi al- terni la ripetizione della parola e/ecit e factus est. Vedesi che colui che scrisse la pasquinata era condotto dall' istinto identico che produce la rima. Faciam ut commuta sii Tragicomoedia. Nana me perpetuo facerc ut si Comocdia; (Plaut. Amphilruo. v. 59, 60). Mere. Hinc enim midi dextera vox auris., ut yidelur verberat. Sos. Metuo, vocis ne vice hodie Wc vapulein, quae hunc verberat. (AmphUruo, Act. I, Se. I, v.,177, 178.) Mere. Adveuisti, audaciae columen, consulis doli». Sos. Immo cquidem lunicis cousulls huc ad- venio, non doli*. {Amphilruo, Act. I, Se. I, v. 211, 212.) Ale tcnlas. jamdudum, pridem, modo Amph. Qui istuc polis est fieri, quaeso, ut di- ci*, jamdudum, modo ? (Amphitruo, Act. Il, Se. II. v. 60. 61.) (t) Suelon in Caesar c. 80. Quaeque rubes aiiae Lì mari clauduntur ab Isthmo. Exlerìusque silae bimari speclantur ab Isthmo. (Ov. iKetem. VI. t. 418.) Nauaquc ego (crede mihi) si te modo poutus haberet ; Te sequerer conjux et me quoque ponlus haber.t. (Ovid. Metam. I. v. 361.) Al senior postquam merces geminata", sub Ulta Monlibtts, inquii, erunt et erant sub monti- bus iilis. (Ovid. iWetom. II. v. 702.) Primusque Melampus. Ichuobatesqne sagnx lalralu signa i ledere; Ichnobales, Spartana gente Me- (Ovid. Metani. III. v. 206-8. . . . .•. mnltae cupiere puellae : Scd fuit in teucra lam dira superbia forma; Nula' illuni juvenes, nullae teligere puellae. (Ovid. .Metam. III. 353-5.) Indoluit: quotiesque pUer miserabilis, Eheu. Dixcrat; ha*c rcsonis itcrabal vocibus, Eheu. (Ovid. Metam. III. v. 495.) Illa patri grates: et sucecssisse ld pulat infelix; quod crai lugubre (Ov. Metam. VI. v. 4*4.) Et sensi, et dixi sociis, Quod numcn in istn Corporc sit dubito : scd corpore numen in isto. (Ov. Metam. 111.611.) quiqtic a me morte revelli. Hcu sola poteras ; poleris nec morte revelli. (Ovid. Metam. IV. v. 152. Illa, manus ut forte lelenderat in maris undas: Saxea (acla inanus in easdem porrigil tindos; (Ovid. Metam. IV. 555, etc. Quo quaeque in geslu deprensa est hacsit in ilto. Pars volucrcs factac; quae nunc quoque gur- gile in Uh. (Ovid., ivi, v. 559.) Ipsc precor serpens in longam porrigar alvum. Dixit : et ut serpens in longam tenditur alvum. (Ovid. Metam. IV. 574.) Digitized by Google — 331 — Ecce inimici» atrox magno stridore perdurai. Insequilur Nisus: qua se feri ISisus ad aura*. (Virg. Georg. L v. 406.) Dumquc qualer junctis explevit coraibus orèem Luna, qualer plenum lenuala retexuil oròem. (0>\ Metam. VII. v. 530.) Ccdamus campis, dirimanl certamina A'j/m- phae. Turpe quidem contendere erat ; sed cedere visura. • Turpius,electacjuraut per (lumina IVymphae. (Ov. Metam. V. v. 314.) Oicitis mecum vos esse Scd falsimi vidélis esse. (S. August., Psalm. contra parlem Donati). Ripetizione delle parole finali imperfetta. vel pietas sume pharetras. Et tua cum duris venalibus olia mitee. Nec jaculum suniit, nec pietas illa pharetras. Nec sua cum duris venatibus olia miscet. ■ (Ovid. Metam. IV. v. 300.) Se, invece di miscet, nell'ultimo verso dicesse misre, sarebbe dna perfetta quartina colla ripeti- zioue completa della parola finale. Cosi « Restitil; et pavido, Faveas niihi, mur- murc dixit. Dux meus : et simili, Faveas ego murmurc dixi. (Ovid. Metam. VI. v. 326.) quam regia sustiuet ales; Sublimeutque rapit,peudcns caput illa pedesqnc Alligat : el cauda spaliantes implicat alas. (Ovid. Metam. IV. v. 362.) Di jubeatis, el istum. Nulla dies a me, nec me seducai ab itto. (Ovid. Metam. IV. 371.) Luctantemque loqui, comprcnsam forcipe linguam. Abstulit ense fero, radix mical ultima linguae. (Ov. Metam. VI. 556.) tum partes allus in omnes Crevit in immensi un (sic Di statuisti») et omne (Ovid Metam. IV. v. 659.) Ut fugerc accipilrem penna trepidante co- Ut solfi accipite/ trepidas agitare Columbus. (Ovid. Metam. V. 605.) Acrisioneas Proelus possederai arce*, (Ovid. Metam. V. v. 239.) ./tinta imperfetta. sed lingua repente In partes est fissa duas, nec verbaw/entt (Ovid. Metam. IV. 385.) Stipite, qui media positus fumabat in ara, Perculit ; et fractis confudil in ossibus oro. (Ovid. Metani. V. v. 57.) Kex ibi Lv ncus erat, regis subii illc penales. ' Qua veniat, caussamque viac nomenque ro- galus. (Ovid. Meloni. V. v. 050.) In populos \eninm: si sylvis clausa tenebor; Implebo s> Ivas : al conscia saxa inoeeòo. (Ov. Metam. VI. ». 540.) Trovasi in etrusco. \ irselo avirsclo, saata astiala. Sitir ansilir hoslatir anhostalir (I). In greco. VOttOV àvSfiSv. X ap«« à X aptv (2). fu latino. El numeri innumeri simul omocs collacru- (Epilallio di Plauto). Fanda infanda Amerà nefunera (3). Il) Lanzi S. Elr. 1,311 (2) Insellilo, Agamennone, Corti. (ó) Calull., Uc .Nupiiis l'elei. Digitized by Google - 332 - Trattasi sempre di affettare la ripetutone della stessa parola. Questa tendenza può aver de- terminato lo sviluppo di nuoje forme delle parole, dove, per lo seopo di ripeterle con un senso anche opposto a quello della prima volta, possono mo- dificarsi od unirsi ad altre, come alle particelle negative, privative, ecc.; quindi dare un prodotto nuovo: cosi qui Catullo produsse la nuova parola infunerà per fare antitesi alia parola funera già pronunciala. Union* di parole di suono affatto simile, ma di significato diverto in turco. 0 fjS ^fjl giìji «yLe ^fjS JT Al qasà- wi, sat qazùni, qazàni qazàn Compra la caldaja, vendi la caldaja, guadagna la caldaja. Wjlfe W;Ut Aqarib aqarib (prov. persia- no e turco). I più prossimi parenti sono degli scorpioni. In Ialino. Quantum possis in eo sempcr experire ut prosis l'uppesque UlM pubesque tuoi uni. In italiano. t'Osse o lasso o dolce amore io moro. (Pulci, Circe ad tifine). Esempii di rima in greco classico. 'Eav jitv Y^V 1 )? ait'Xtvva, KXetT*YÓpa, Ar.pTjTpt'a. Su. àppeva ff» nota tcóv evenuti twv; St. popi a. (^ev anavTwv, xat «apasxeuacjpevat xXrvaì Ti fftaup«Jv xat ffant'cTwv v£va £to>ev ffxo'ps** 0iap.a3wp.g2* (eeajw?., v. 493). Et 9i xs ptj ffw'ùKytv, «yw W xev auTo; èXcopac H*Teov >4 AìavTo; tuv y'P 31 ?, O'ctuarjo; A'4w iXtu'v. d M xev x*xoXw Siti4aaS9«vi'u,ovTO, Ot x' H'ttetpov i%ov, r\S' avrmcpat evi'|iovTo* (11. II, Boema, U3). TeJ S'àp.w ^aatXiijr TJ xev 6*ij «a'jitrpwTa rcap avXaa ffwpa 9tpoto, (IL IV, 95). Era precello Della poesia metrica Ialina di schivare le desinenze simili ; per cui exilavasi la vicinanza di parole che avessero la più leggiera analogia (emetica. Servio p. e. nota come dilettoso il verso 340 del libro XII dell' Eneide « Iam neci Slhenelnm^we dedit Thamirirogne Poìumque » per la rima in umque c l'analoga finale imque. Ed al verso 56, JEa. L li. « Trojaque uunc slam Priamiquc arx alta ma- nerel » avverte che. se si volesse dire stare», conver- rebbe allora mutare» il menerei in ninnerei per togliere la somiglianza di finale. Ma nuli' ostante, sia la spontaneità naturale, sia il maggiore impulso enunciativo si ribellava a Vou I. questo divieto, onde nei poeti latini ci sorpren- dono frequentemente le rime. Le rime scappavano spesso anche ai prosa- tori p. e. « Non modo ad salutem ejus extinguendam, sed etiam gloriam per tales viros infringendam. » (Cic. prò .Mi Urne n. 5). • Apud eos isti infanlem nioenerunr quemilli apud se negaverunt. In his terris de longinquo isti et peregrini pucrum Christum nondam verba promentein adoraverunt, ubi, cives i Ili juveuem miracula facientem cruct/Lreninf. Isti in membris parvis Dcum adoraverunt, fili in magnis factis nec tanquam homini neperccniMl : quasi plus fuerit videro novam slellam in ejus Nativitate fulgente™ lem ejus iu morte lugentem. » (S. Agostino. Serm. II. dell' Epifania.) Questi (atti e le rime imperfette che (di- notale ci fanno sorprendere il processo istintivo, talora agenlc senza l'attenzione, che trascina a ripetere le consonanze. Cosi nel sal- mo di S. Agostino contro il parlilo di Donato, trovansi delle rime perfetta e delle altre imperfet- te, p. e. Qnod lune impii fecerunf extra levantes aliare, ut pcjores none liaberenf. Noe tum nos in- quinabant sorde* in alieno corde. Nel detto salino, molle rime perfeltc sono distribuite ogui tante sillabe che vengono a corri- spondere per lo più a due oltooarii, p. e. Tuuc ceperunt separare, Bonos in vasa iniserunt, reliquos malos in mare. Custos noster Deus magne tu nos poles liberare a pseudoprophelis istis, qui nos quaerunt devorare. Quis objecit in judicio qui sederunt judicore? Quibus tcstibus convicìt, quis ausus est affirmare. Quia fama jam loquebalur de librorum tradizione. Sed qui fecerant latebant in illa perdizione, Sacerdotes transmarini 43 Digitized by Google - 33 4 - possent inde judicore, quid currilis ad schismà et altare ? Quod illos, tamquam aream suam Christus posset ventilare, Misit in messeti! operarios, Discipulos praedicare. Quum me premebant gentcs. Multa tuli cum dolore ; Multi me deseruerunt, sed fecerunt in timore. Esempii di ritna nei poeti clamici latini. Canzone in Slich. A. V. Se. 4, v. 47, 48. St. Haec facetia st amare inler se rivales duos Uno canlharo polare eie. Sag. Bene vas bene no* bene, le bene me (Plaul. Stichus. A. V. Se. IV. v. 11). Vel tria potatiti, vel ter tria umltiplicntiti (Auson. in Idyll. 2). Ncque orthophallica atlulit psaltcria Ouibus sonant in Graecia dicterin. (Vario, apud Nonium de Propr. Scrm. C. Il, D. in voce Dicteriu.) Coelum miteicere, arborea Iroudeicere, Vitcs laclificac, pampinis pubescere, Rami baccarum liberiate incurveteere. (Cic. Tusculan. L I, p. 3G. Edit. Gryphii 4559). .Ere ciere viros, Marlemque accendere canlu. (\irgil. &n. L. VI, v. 465). 0 forlunatam natam me constile Komnm. (Cic. De suo Consulalu.) Et verborum vir paucorum. (Eunius. Anna). L. Vili, A. Geli. L. XII, e. IV.) Noii lulit infelix : laqueoque animosa ligatnt Guttura ; peudeutem Pallas miserala levavi*. (Owd. Mclam. L. VI, v. lot, 135.) Teneris labcllis molles morsiuitcu/ae Papiilarum borridicularum opprmtuMcu/ae. (Plaul. Pscudol.) Componit crinem laceralis ipsa capii/i», Nuda liumeros Psecas infelix nudisque immilli*. (Juxcnal. Sai. VI, v. 490.) I Haec ego conjugio fraudala Thoanlias oro; Vivile devoto miplaqiie virque foro. (Ovid. Heroid. Epist. VI. Hypsipylc I asoni.) Sic vos non vobis oidificalis ave*. Sic vos non vobis veliera fertis ave*. Sic vos non vobis mellificatis apes. Sic vos non vobis ferlis araba bove*. (Virgilio). Vi ha la rima perfetta tra ove* e bove*, e l'al- tra meno pura tra ape* e ave*. Adspice convexo nutantein pondere muwium. Terrasquc traclusque maris coelumque profun- dum. (Virgil. Eclog. IV, v. 50.) Hinc sanies preciosa fluii, floremque cruori* E vomii et misto gustum sale temperai ori*. (Manil. L. V, Garum. Petron. Notae, p. 405.) Nimc flammant salyrae et tyrannicarum Declamalio controverstarum. (Sidon. Epist Vili, ad Lupum apod Scnecam, L. IX.) Quorum aemulari exoptat ncgligentiom, Polius quam istorum obscuram diligenti a ni. (Terentius. Prolog. Andriae) Non salis est pulchra esse poemata, dulcia sunto, Et quodeumque volenl animum auditoris agunfo. (Horat. Art. Poet. v. 400.) Simula Sileno ci satyra et labiosa Plii/aetia. (Lucret I\.) Quol coelum sle//as tot habet tua Roma pue//a*. (Ovid.) Amicos, medicosque convocate, Non est sana puella, uec rogate. (Calull. de Acme XLI, v. 7.) Inde Semiramio Polydaemona sanguine cretti m, Caucascumque Abarin, Spcrchionidemquc Ly- cetum. (Ovid. Melam. V, v. 85.) Pellalus irridens, slygiis cane caelera, dixit, Mauibus, et laevo mucronem tempore fbcil. (Ovid. Metam. V, v. 1 1 5.) Tigris ut auditis diversa valle diiorum Exslimulala fame mugitibus armentorum. (Ovid. Metam. V, v. 164.) Digitized by Google — 335 - Huic aliquid populo natornm posse meorum ; Num lamcn ad numerimi rcdigar spollaia duorum; (Uv. Melai». VI, 198.) Tendeulcmquc uiaims, et jaui sua lata videntem, Et maler, maler, claniautcm, et colla petenttm. (Ov. Melam. \ I, v. G40.) JSotitiamque loci nKlioris ci oppida quorum Hk quoque lama \ igct,cullusquc artesque virorunt. (Ov. Metani. VII, ». 57.) QUO pelit ille referl ci caelera noia : pudore Qua luleril mercede, siici : laclusqiie dolore. (Ov. Metani. VII, v. G87.) Suine Iribus digitis apprcnsiiui seiueu unethi, Tantundem maialini, uuilsum ucc desit aceti. (Q. Serenus. Sammonicus. De Medicina. Quar- lanac lypo medicando v. 10.) Quapropter multo naris completa cruore Cum fluir, altrilus cimex conducit odore. (Q. Scr. Sammonicus. De Med. Profluvio San- guiuis, v. 3, 4.) FHon non liumaui suut partus talia dona Ista Deùm nienses non pepcrere bona. (Propcrl. L. II. Elegia. Adversum se v. 37, 38.) Flagilat : et mini jam multi crudele canebant Artificis scclus, el tacili ventura videbant. (Virgil. JfM. L 11. V. 124.) Haud aliler lerras inler, coclumqiic volabat Littus arcnosum Libiae, venlosquc tecabat. (Virg. JEn. L. IV. v. 256.) Dixcrat. (Ile Jovis monilis immola tcnebat Lumina, et obuixus curam sub corde premebat. (Virg. Ain. L. IV. v. 331.) Sub laeva Gcminorum obduclus parte feretur. Adversum caput huic Helice truculenta iuctur. (Cicero. Fragmenl. ex Aralo, v. 60.) Ibant, et lacli pars Sancum voce canebant Auclorem geutis, pars laudes ore ferebant. (Sii. Italie. Vili. v. 42.) Scdit Atlantiades el MtBlem multa loquendo Detinuit sermone dicm : junctique canendo. (Ovid. Melam. I. v. G81.) Consistiti juu procul neque enim propriora ferebat Lumina, purpurea velatus veste ledebat. (Ovid. Metani. II. v. 22.) Vocis habebat iler, saxum jam colla tenebat. Oraque duruerant: signumque exangue sedebat. (Ovid. Melam. II. v. 831.) Jam Ircpidumjam verbaminus violenta loquentei», Jam se damnantem, jam se peccasse fatentem. (Ovid. Melam. III. 717.) Hima nei versi alterni. cultus, gciiusque ioevrum. Quaerit Abanliadcs; quacrcnti protinus uuus. ?iarrat Lyncides nioresquc liabilusquc virorunt. (Ovid. Melam. IV. v. 7G3.) et Immuni vicinia nulla premebant Arborcne IVoudes auro radiante uitentes Ex auro ramos, ex auro poma legebant. (Ovid. Metani. IV. G35.) Et patriam: morisquo novi cor sacra frequente*. Ille melu vacuus. Nomea milii, dixit, Acoeles. Patria Moeonia est : liumili de plebe pannici. (Ovid. Metani. III. v. 581.) • . . . . falorum arcana canebat. Ergo ubi falicinos concepii mente furore». Incaluitque Deo, quemclausum pectore habebat. (Ovid. Melam. II. 640.) Quem mctui moritura? fàces in castra tulissem: Implesseniquefommflammis:natumqucpalremque Cum genere exslinxem memet: super ipsa dedissem. (Virg. ;Eu. L. IV. v. 604.) Ah dolor ibat Hvlas, ibal llamadri/arin. Hic crai Arganti. i Pegae sub vertice moiilis. Grata domus ISymphis humida Thynia«i». (Propert. L. I. Eleg. XX. ad Gallura v. 32, 33, 34.) Piuma pedesque avium, cum virginis ora geralit? An quia cum legeret vernos Proscrpina florcs ; In coinilum numero doclae Sirciics cralis/ (Ovid. Mctam. V. 553.) lactumque vcreri Assilientis aquae, limidasque reducere Fecit et Aslerien aquila luctanle teneri! (Ov. Melam. VI. 106.) Venatura in aylvas jtivenililer ire solebam: Nec mecum lainulos. nec equos, nec naribus acres Ire canes, nec lina sequi nodosa sinebam. (Ov. Metani. VII. v. 805.) Digitized by Google Tristi» crai: sed nulla (amen formosior iila Esse potesl tristi ; dcsidcrioque cu Ir Uni Conjugis abrepli, tu eollige, qualis in ilta Phocc decor fuerit, quam sic dolor ipsc decebat (Ov. Melam. VII. v. 730.) È una vera quartina costituita alternamente dalla ripetizione integra d'una parola e dalla ri- ma degli altri due versi. Dum visum mortale malum, taulaeque latebat Caussa noceus ciudi > ; pugnatum est arte medendi. Exitium supcrabat opcin; quac vieta jacebat. (Ov. Hetam. VII. v. 525.) Cosi pure si potrebbero porgere molti esem- pii di rima in quattro versi alterni tra i due versi estremi in Virgilio, in Ovidio ed in altri. Talora la rima cade nella parte più energica del canne. Cosi io giudico p. e. delle rime seguenti di Cicerone: Vitarc ingentem cladem, pestemque monebant: Vel legum exitium constanti voce ferebant, Tempia deumque adco flammis urbesque jubebant Eripere, et slragem liorribilem cacdcmque vertri: Atque baec Uva gravi fato, ac mudata teneri. (Cic. De suo Consulatu L. II. v. 50 ecc.) e poco dopo., v. 60. ilaec tardata diu specics, mulluinquc morata, Consule te tandem rei sa est in sede locata. Io credo che Cicerone abbia voluto esplici- tamente marcare per quest'armonica ricorrenza di suoni uno dei punti più interessanti del poema, che fu tra i pcccadigli della sua vanità. La rima più spesso chiude, sene di finale a qualche serie di versi, p. e. Animula vagula bianchita Hospes comesque corporis Quac mine abibis in loca Frigidula vagula nudula, Ncc quac solcbas dabis joca. (Versi dell' Imperatore Adriano). Ales Phasiacis pctita Colchis Atque Afrae volucres placent palato, Quod non sint facilcs at albus, anser Et pictis anas enovata pennis Plebcjum sapit : ultimis ab oris Attractus Scarus atque arala Syrlis Si quid naufragio dederit prohatur : Mullus jam gravis est : amica viiiril Uxorcm, rosa cinnamnm verefur Quidquid quaeritur optimum videtur.» (Pelron. Satyricon.) Ogygia me Bacchum vocat. Osirin Aegyplus pulat. Mv stae Phanacen nominane Dionysum Indi existimant. Romana sacra Liberum. Lucaniacus Panl/ieum. (Ausonio. Epigr. 29.) cui litlera trina Componi! sacrum nomen, cognomen et amen. (Fine dell'inno ai Sole di Marziano Capella). La rima divenne elemento integrante della poesia nei bassi tempi del latinismo. Gli esempii sono ovvii nelle iscrizioni per Io più scritte in versi leonini. Qui riporteremo qualche tratto dei metri classici rimali. Difliciles studeo partes, quas Biblia gestat, Pandere; sed nequo lalebras nisi qui manifestai Auxiliantc Dco, qui, cum vult, singula praestat. Propria ponuntur hacc nomina pauca ; sed oro, Qui legis indulge mihi, qui brevis esse laboro, Si quem profectum retines, hoc opus est Dcitalis, Quicquid non rectum palei bic, quicquid rudilatis ; Suppiens defectum, Leclor, studio pietatis Corrige, corredimi sit in usum poslerilalis. Scematis ignarus stytus est, non abnuo Umani. Nam pollerc facit operam correctio primam. Desupcr irradia scrìbendi gratia Dia, Sis Dux, sis socia mera lux et vera Sophia. (GuilLBritonis. Opusc. inedilum.Du Can- ge Pracf Gloss. Lat. p. XXIV.) Dante si fece l'epitaffio in otto esametri Iali- ni rimati, che terminano cosi : Hic condor Danlcs patriis extorris ab oria Quem genuit parui Florenlia maler amoris (I). (I) Miehdel, Itisi. Rom. Digitized by Google Altra specie di versi ialini rimali. Vir qui non intelligit verbutn qood loquatur. Esse per Aposlolum barbarie monslralur, Qui Ieri, si nescieris tu viriulem vocis, Ero Ubi barbarus, talibas in locis, El lu mi Li barbari», frater, per hoc eris, Dum non intellexero diccrc quod quaeris. (Du Cangc Praef.) Imperii Fu/men, Francorum nobile cu/meu Excilus e saeculo cooditur hoc tumulo Kcx Ludovtcui, pietatis tanlus amici» Quod pius a populo dicitur ci Ululo. Epitaffio di Lodovico il Pio. A. D. DCCC. Arbor sarra ciuci» fil mundo semita Im i». Quam qui portavi! nos Christus ad astra levami. Verso esistente in un musaico antichissimo di S. Maria Nuova in Roma, si crede dell' anno DCCCLX. Hanc vir patricius Vilisarius nobis amicus Ub culpac veniam condidit ccclcsiam ; Hanc ideirco pedem sacram qui ponis in aedem L'I miserclur eum saepe precare Dtum. (Versi trovati nel Tempio dei Crociferi in Roma, fabbricalo da Belisario, c che si credono del suo tempo. A. D DXXXVIII.) Tribus signis Deo dignis Dies ista colilur. Tria signa Laude digna Coctus bit- persequitur. Stella \agos Duxit magos Ad praesepc Domini, limo di flarlmanno Monaco di S. Gallo nel- I anno DCCGLXX. (Muratori Antiquii. Ital. Diss. XL. p. 70L) Esempii di assonanza in Ialino. ilaec omnia vidi inflammari, Priamo vi vitam cvilari, Jovis aram sanguine turpari. Heu reliquia» semiassi regis denuJalis ossibus Per terram sanie dclibulas foede divexaricr. (Ennio. Andromacha,cit. da Oic. Tuscul. Quaest.. L Ij 42 e I. Ili, 104. Edil. Gryphii, 1569). • L'assonanza era un vezzo riUnico, frequente nel basso Ialino. Ilic ego doctorum compegì scripla sacrorum, Floribus auctorum loca certa notando librorum. In serie quorum textiu )>atet hic positorum. Pracvia cunctorum, confirmatorque honorum, Lux occultorum, via veri, lux dubiorum, Sii (ibi, coelorum Rex, gloria, culmen honorum, Quod completoruro datur hic mihi meta malorum; Egis egenorum, misero, quia dego Minorum Te precor ipsorum comitera me fac merilorum Sorte beatorum, quod sim vclul unus corum. (Guill. Brilon. Opuscul. Diffic. Vocab. Bi- bliae. Du CangeGloss.Lat.Pracf.XXIV.) L'assonanza trovasi nelle poesie provenzali. Nel secondo cantico di Elia tutti i versi che sono ventotto terminano in ni Od. Rima anche in ebraico presso i moderni p. e. ne' cantici d' Elia con ispecie di rima con queste sillabe (inali. ny T nn T tn ro n fn p nh'ali ah re rch re ron nin W KS 8? w k: tsah tsa pa va ba. Fanno rima in- sieme le lettere affini JT S : . n \2 1 ' 3- V QapiX-IlD V Esempio di rima nella prefazione Tisbi di Elia. Eie kal cannescier utsevi Gam nh'az canoamer o lari Asini panai cachallamisc Lanh'asoth chirtson eli ari. Cosi pure: Essi libbi gam cappdtm El haijoscicv basciaimiim Miccol ranh'A ialsilcnu Chi iescnó tamid nh'czrénu. Nel cantico quinto d' Elia osservasi una spe- cie di rima doppia : Digitized by Google - 338 - Achawè ed deuh'i bcsciein haél ronh'l Vchu itimi iscnh'i lejascer ninnh'agaiim Levaci odlonh' vedikduk abbianh' Rcraghcsc atsianh' pcratim uchelotlm. La rima, oltre che accompagnare le serie fo- netiche in rilmo e le vere poesie, guidò e determi- no la combinazione più semplice delle parole. Cosi alcune particelle che vanno sempre uni- te nel periodo, legandone i membri antecedenti e conseguenti, fanno spesso rima tra loro, p. e. in latino = tam quam in inglese to and fro in illirico Irato lako. Trovasi perciò la rima nelle frasi più usuali. Successone di parole rimale nella lingua di Java. Wahu Rahu, nome pr. d' uomo. laya Baija, n. pr. d' uomo nelle leggende. Hasi Asi, Dio creatore del mondo. Song gmang, titolo delle divinità maggiori. Dang ijavg. Long iong (Mal), andare. (Humboldt, Kawi I, U e altrove.) l'arale rimate insieme in turco ed in persiano. i^N^ *>.yi Alagia Bulagia, mescolanza. ^ ju» j j-4 Sciezeré JVezeré, dispersi qua e la (ar.) ;U yJJc Thas bas, giuocatorc di bussolot- ti, prestigiatore. «5^1$ &àyS/ Kuturdy paturdg, susurro, r umore, fracasso. tyf Ae/ré pelré, piccoli pezzi, ogni cosa tagliata in piccoli pezzi (pers.) £ Affli megj, parole senza seguito, Senza coerenza (pers.) cj±=^ Egri beugri, tutto torto, tut- to di traverso. (jily* ijJU» Cipluq cirlaq, uudo e crudo. iS J^ ^d*. Ualehi celebi II cittadino d\A- leppo nobile nelle sue maniere. i T.,, :,. t, .Testai munsic», obblialo (for- mula adottala nei (radali per esprimere che lutto il passato sarà in amnistia c intieramente ob- blialo.) yjl^iU vjJU» 4>jJL* Mahlubi qulubi ale- mia», oggetto caro al cuore di lutti gli uomini, amalo da tutto il mondo. j\j Tur mar, dissipalo, disperso (pers.) i^jo v£_A V>' f > lìb, turbalo^ agitato (pers.) jjjà jaI^ tosar bozar, tavolette sulle quali si può cancellare quello che si è scritto, agenda (frane.) ^» ) ^; *y/J Pesgmurdé rui, veperiscian mui. A \iso lacerato ed a capegli sparsi. ^JU- LLe Ikà. Khatha benden , atha senden. La colpa viene da me, ma il perdono viene da % «ti. Khynzir mhizir, il porco più ^. . jyf\ Abùr giubùr, parole senza signi- ficato che si usano dai Turchi per indicare qual- che cosa di complicato e f intrigo, e che nulla ha da fare col soggetto di che si traila. jAjLmjj Alullu putallu, armato da capo a piedi. yl >y ~ ^ Gulen iuzlu, Scirin suzlu. Chi ha il viso ridente (di rose) e parole dolci. Frasi proverbiali costituite da parole che fanno rima insieme in arabo. Allah ta ala Jbu «JUI, se passata anche maomettani (l). di Dio, fra- i il) Humb- Idi, Kawi I, 251. Digitized by Google - .>3«) - nmaii rimate in iuglese. Hurly buriy, scompiglio, garbuglio. Heller skelter, alla rinfusa. Humdrtim, minchione ( parola composta ic sillabe che lamio rima insieme). Parole che vanno unite e rimate iti tedesco. Zum Sclmlz und Trutz. Lebl und vrebt. hu Saiis und Braus. A us iiàchslcn besten. Danti und wann. Ini Handol und Wandel. Eia ilaus in Dadi und Fach. Successione di parole rimale in ungherese. di I kajàl-bajól, far rumore, susui ro, fracasso. Uùg-bùg, far susurro, rombare, fischiare, sibilare, brouloJarc. lezeg-biczeg, barcollare, vacillare. Si-ri, ululare, piangere (composto da due si- nonimi si, urlare e piangere, e da ri, piangete). Siràs rivós, l' atto di urlare, di piangere. Terc-fere, chiacchiere. • Frati comuni in franate rimate. Ni Teu ni lieu (I) = né loco ne foco (il ) Pèle m»Me. Tout lasse totit Frasi rimate in ixpagnuoh. Chus ni inni, non far mollo. Ai tus ni mu*. • Churri burri, uomo della plebe, popolaccio. Zurriburri , uomo da nulla , assemblea di pela manlelli (parola composta di due bisillabi ri- inali insieme). (I) Vult. Tbeltre T. LY.i-ag. ila. A tenie bonete con eccesso. La rima presiede alla coinbiiiazionc delle pa- role d'ogni gcuerc p. e. Gervasius Prolariiu Asla- ititi (I). Due dei nomi dei Re Magi clic si segnano Del- l' astro d" Orione fanno rima tra loro e sono Magala* Galga/af Saraim (secondo alcuni.) Athos Salos e Paratoras (secondo altri) (2). I trini Livi usano nei loro giuochi per distrarre gli spettatori di certe parole concepite in formule senso e rimate, p. e. Deo Taddeo Barto- e Trianda Policaria armatoméno. Scolossa mia Crcmilia E polirastroméiio (5). Le massime popolari, V espressioni senleii- ziosc, i proverbi! più antichi trovatisi spesso espo- sti in l'roverbii in illirico rimati. Tesrko-li pùnizi pò sètovoj idizi = Guai a'- la suocera che abita nella slessa contrada del ge- nero. .Vi pùlu rùsciza, a uà donni tùsciza = In istrada come una rosa, in casa pieno di miseria. Tko-gòd-sc i sa lìs skrie a Ikòga nc-mòsre ni dùb dà sà-kric = Chi si nasconde sotto una fo- glia e chi non può nascondersi da un albero. Ghdi siila gospodi s' raslogoni nr-.VWr — Dove comanda la fona la ragione non ha luogo. Bòglje-je dóbar già"* nèghli slàtan pa's — Il buon nome è meglio d'un cingolo d'oro. Kàko tkò nifcne takó i blkne — Come uno nasce, cosi si avvezza. Màjka kchjerzti Jra"ra,a ne vjesli pri-gotw" ru. = Mentre la madre corregge la figlia, dà precet- ti alla nuora. Tkó ranno n-slàje \ns dàn-mu dòbar im-stòje li) Bartyrol. XIII, KMassa l'armata non si trova erba. Sa lu'du-je sacina, ka'd ni-je nacina— Indar- no è il condimento, dove è messo senza misura. Sestra udata susjèda na-svata — La sorella mai itala chiamasi vicina. Od slà duscnf Ara i kòsu brès mlìfca =r Dal cattivo debitore si prende anche la capra senza latte. U bógatza ni glo» ù siromàha nò cia't = Dal rirro per essere decantato, dal povero per es- sere onorato. Bàbu t-ode, kàd djevojku ne-na-bòde = Con- ducono una vecchia, quando non trovano la gio- vine sposa. I*roverbii e frati popolari turche in rima. GuiUi Lessa* gueldi qaxzàs. II mercante di tela è partito e il passamana- jo è venuto. Esplosione indicante la quantità d'affari, per rui non si ha quiete, un andirivieni. Jjyi 4£ft ai -ilJSjd ai A'é dewiiun tudìnu Aè Arabun iuzini. è il latte del cammello, uè la (accia dell'A- rabo. On bete iascindé qys ia erdi ia terdé. Una ragazza di quindici anni deve essere ma- ritala o sollerrala. y» *jmj\ jfJS" bw» ìSjUo a+sLo t5;L-o ait «Ut Alma tari salma tari tana guelurita qo dhiteiari. Non comperare alcun rosso di capelli, non vendere alcun rosso di capelli; se egli viene da te caccialo via. jytó^l &ÓJ\J iS ~ yi \ Mi*3j,\ &ù>iS ajoT Guigii guadi orlate Muti qualdi irtéié. La notte è sopravvenuta e il più bello del rac- conto è restalo per domani. (Versi che i raccon- tatori pubblici, durante il ramazan, ripetono in- terrompendo la loro narrazione). l'ropcrbii pertiani in rima. Cutah churd mand Ba at nadan buland. È meglio un uomo di poco giudizio ette non un grande maestro ignorante. jdJf J,> u-X* iXiUi jÙfl ^ ^Ua* U~>) «Vi* Gehan ei baradar namand bacat Dil andar gehan afarin band wibat. 0 mio fratello, questo mondo non resta ad al- cuno, e per ciò dirizza il tuo cuore a divertirlo dal mondo, e questo ti basti Lsxr «sJLle^ JUx Uto r -y 0 -w-. faceun inardum dana metal tarialatt Chi har cugea chi ravód Kadr vakimatatc danód. L'uomo prudente è come Toro preziosissimo; ovunque vada è conosciuto il suo valore. Giuochi di parole con rima. Aristofane nelle sue Rane dice (v. 970) Ih'itTonuv f£w twv xaxeóv od X«o« «XXai Rio?. Vi è anche quasi allitterazione, poiché si giuoco sulla somiglianza intera della parola Xìa« con Kfo« dove gli stessi suoni iniziali X e K so- no simili. aùrt) » tto'Xi? a'XX» udXi? Digitized by Google - 341 - Questa non è cilià ma quasi, perchè era una città piccola; risposta di Slralonico (1). lì o'vac. ^ rovo; Od asino, o fatica; parole scritte sull'in- gresso d' una biblioteca. Formule tolenni, espnuwm sentenziate o proverbiali rimate in latino. Terram pcstem tene/o salus hic maneto (2) ; parole che si pronunciavano per guarire alcuno dai dolori dei piedi. I soldati romani cantavano di Cesare, poi- ché aveva Tatto senatori molti Galli: Galli braccas deposueritnt, latum clavum surapserunf (3). Al tempo della proscrizione sotto Augusto trovossi scritto sotto la sua statua Pater argeiitariui ego Corinthiariuj (4). Questa pasquinata alludeva a quelli che fu- rono proscritti per la colpa d'avere ricchezze e preziose suppellettili, specialmente vasi di Corin- to, di cui prendeva voglia ad Ottaviano, rovinato dal giuoco. Caracalla diceva a proposito di Gela suo fra- Proverbii rimati in Sii divu» dum non sii vivut, ovvero : non sit vivut (5). Qui gladio ferit gladio perir. Lcgere et non intellu/ere verìus est negligere (6). Ego possimi ferre labore*, volo ctiam honores. Cosi soleva dire l'imperatore Massimiliano (7): Timeo Danaos et dona ferente* Et Romanos ridente* (8). "L L. 7, jiag. 175,1.! (2) Varrone R.R. IJ.c.3. (3 Suelon. in Julia, c. 80. (4 Suelon. in Octav. c. 70. (5 Gibbon, HisL Declin. Fall, ce, T. I, C. VI, pag. «22. 175. HisL, Augusta p. 94. (6 Voss. Praef. pag. 9. Du Cange Praef. p. XXXVI. (7 Machiavelli T. VI, pag. t34. (8 Vollaire Corresp. T. XIV, pag. 131. Vou I. Arbcid i llngdoinmcn giver Ro i Alderdommen. Sommeren feeder, Vinteren ceder. Deeden er vis, men Timen er uvis. Rragc sorger Nage. Idag rced imorgen deed. Ploven ernoerer, Svoerdet fortoerer. Elide god, Alting godi (ripetizione della parola e rima imperfetta). Som de Gamie sjunge, saa quiddre de Unge. Ordsprog-Sandhedssprog Mange tal Daad, Faa til Raad. Proverbio rimato in olandese. Gecn ketter sonder letler (1) .Volti proverbii in italiano tono ritnati. Bacco tabacco e Venere Riducon V nomo in cenere. Al lume di candela Non si giudica nè donna nè tela. L' uomo propone, Dio dispone. Soldi e fede Men che si crede. Donnetta e Messctla (Dial. vcu.). Ogni bel giuoco Vuol durar poco. Proverbii rimati in francete. Femme qui prend se .v«», Femme qui donne s'abandonne. Femme sotte se connati a la cotte. Jeune femme, poil tcndre et bois veri Mettent la maison en desert. A* prèler cousin-germain Et a rendrc fils de putain. C'cst le chien de Jean de Nivelle, Il s'enfuit quand'on l'appelle. Qui a des noix en (I) Spinoza, Traci. Ihcol. polii, pag. 251. 44 Digitized by Google Et qui n'en a pas s'en passe. La noblesse blesae. Ce qui est bon à prendi? Est bon à rendre. A' tous seigneurs tous honneurs (t). Les honneurs ebangent Ics inoeurs (~). Tous songes soni mensonges. L' hòle et le poissou Eu trois jours soni poison. Pelits enrans mal d'oreille, Grandi enfan» douleur sans pareille. Des fcniine* et des chevaux Il n' en est pas sans défaut. A' petit mercier petit panièr. Trop grater cuil, trop parler nuit. Frati proverbiali rimale in inglese. No paini no gain*. Friends may raeet bui inounlains ne» or greet. Giviug to the poor eucreases the sture. Health is abovc wea/trt. Warc bring scar». Wbat soberness connata. Drunkenuess reveai*. Whcn the cat is avay. The mice will piai/. Proverbii rimati in tedetco. Wic du mir so ich dir. Andre Jahre andre Haare. Annulli beilt Ilochmuth. Aufgeschoben ist nicht aufgehobcu. Borgen inacbt Sorgeo. Der Heller ist so gut wie der Stchlcr. . Der Mensch denkt, Colt lenkt. Der Sommer nàhrt, der Winter zehrl. Der Tod ist gewiss, aber Zeil und Stunde siud un- gewiss. ; l) Voli., Théàlre, voi. LV, tMÓ. ^ Volt, Correspond. à Fédéric roi de Prusse, 342 - Die Alten zum Ratb, die Jungen zur Tbal. Einem geschenktem Gaul siebt man nicht ins Maul. Ein Mal ist kein Mal. Ripetizioni della flessa ipa- j qabil vuol dire ostetrice, ostetrico, garanti 1 , gmei.-, specie, sorte, parie anteriore. (4) Volt. Le pauvre fliable. Contea. Digitized by Google Magtius hio citato da R. di Napoli. Qui la parola asinu» si è fatta asinàio per L. XIV, c. III. 216 St. del Alle volte perfino si crearono nuove parole per far rima eoo qualche altra a etti si aggiungevano. Aggiunte di parole tensa eigni per far rima con altre. Roma c Toma (it.) Hadas (Fate) (le Parche) Dada» (sp.) Fidano y Zufolio (sp.), il tale ed il tale: sono due nomi proprii usati come presso noi Tizio, Cajo, che servono per rappresentare indeterminatamen- te un individuo, una persona. I Anche iu Portoghese dicesi Fatano = un - 343 - giugi in turco usasi pure Fulan = un tale ^ìki e si unisce con altra parola che si rima insieme ^UyJ 3 ^j^i Fulan u behman — un tale e ta- le, questo e questo (dicesi delle parole incoerenti d'alcuno). In persiano diecsi pure Fulan e vi si prepone Fislan così. Futan, Fulan JO* ^L-i — tale e tale. In arabo a ^IfeuuA tcieilan (diavolo) si ag- giunge La parola ^Ua^J léilhan che non ha alcun significato, per istinto di rima ^IL*- 1 ^UaWfc xc'ieitanun le'ùhanun. Fermaiun 0> ^iLoy> nome della vacca che nu- triva Feridun re di Persia. Forse tal nome della vacca si creò per far rima col suo alunno (I). s jaoAj» Macia — la China (turco, persiano) vi si aggiunge la parola cin e si dice : , cin u Macia — La China, ovvero i Chinesi. In ebraico dog e Ma>jog (2). (I| Fermaiun tuoi dire, governante, comandante } g?>Xi lagiugi ve Mu- li) w dichino c. XIII, r-c hanno un senso allegorico c che con mina alcun popolo li jef iuwi »i»i """"•> >.—■—•• — l) Bocharl ritiene che sotto Ul nome JflJ s i il- io i popoli della Scizia. (Geogr. Sacr. L. HI, l.pag. 189). Ma s. Girolamo dice che tali parole i un senso allruorico c che con esse non si no- cj y> Lo ijj^b» Harul Marul. Due angeli con- dannati a restar eternamente sospesi per un piede Due parole di senso indifferente l'una per l'al- tra, se per caso Tacciatisi rima, e vengano nell'uso del popolo, probabilmente si accoppieranno in una frase cosi « O itile o dimette (diecisette) » frase popolare nel Veneto, per dire = a qualunque prez- zo. In turco si nominano insieme proverbialmen- te Ippocralc e Socrate; la causa di questa compa- gnia non ha altro motivo fuori di quello della ri- ma. Jbtyu, .Ujjb Buqróth Suqràth. Queste uuioiii' detcrminate dall'accidente d'u- na somiglianza di suono possono quindi dar luo- go posteriormente a conghielture fantastiche ed a creazioni mitiche. Una specie di fenomeno fonetico simile a quel- lo della rima si e quella legge di cangiamento del- la vocale degli affissi, come in ungherese, cosi da convenire alla vocale ultima della parola cui si at- taccano ; tal che la desinenza aggiunta è deter- minata dalla natura dell'ultima vocale della parola. Alcune persone per vizio fonetico ripetono le ultime sillabe delle parole che pronunciano. Ab- biamo veduto le ripetizioni delle ultime sillabe nel- le parole più antiche, p. e. è questo un vezzo fre- quente uella lingua ebraica. Questo fatto d'ori- gine fonetica si lega alla rima che piuttosto si deve attribuire all'istinto acustico, e può ser- vire d'anello tra i prodotti della legge d'inerzia e quelli della volontà. Sembrerebbe perciò che la ripetizione cioè degli stessi suoni riuscisse gra- ta, sia al parlante, sia all'uditore ; ne II" uno per essere facile la riproduzione dei suoni che ha già or ora articolali, nell'altro per ricevere la stessa maniera di successione dell'onde sonore. Cade sotto questa legge il ritornello, cioè la ripetizione d'intiere frasi e di periodi, ricorrente ad ogni tratto d'un seguito di serie fonetiche. Que- sta ripetizione per una parte legasi al bisogno di riposo nel parlante, che preparar deve la serie dei pensieri e la maniera di esporli. Ila la stessa ori- gine di quei luoghi Digitized by Google - 344 - gli Arabi Delle loro conversazioni al chiaro della luna, dette musamerit e mutnwrtt dai Tur- chi. Trovasi anche il ritornello di pura entità acu- stica, cioè di suoni senza senso ; coinè presso noi quelli che vanno improvvisando per le strade e ogni frase o strofa coi suoni tornatela Può dea o d'un sentimento, per cui questo fra tutti gli altri sempre ritorna, od avviene perchè il parlan- te più si compiace di quella espressione. Conviene poi all'uditore nell'un caso come punto di riposo alla sua attenzione, e nell'altro per fissare nella memoria quella data idea che sembra più importante. Cosi quando .Galba tornò in Roma, dove si amava meglio che stesse loiitauo, in un' A le liana si cominciò a cantare la vecchia canzone fenit io Sitnus a villa, di cui tanto piacque al pubblico l'al- legoria, che tutti si misero a dir su tutto il resto, e ripeterono più volte quel verso (l). Il ritornello è un feuomeno della poesia po- polare. Nei canti per nozze si soleva ripetere il nome Imeneo Imene. Così nell'epitalamio di Catullo per Giulia c Mallio si ripete «io Hymen Hymenaee io » undici volte, e quattro volte « o Hymenaee llyrnen, o Hy- men Hymenaee » e nel Carmen Nuptialc ricorre otto volte il verso ■ Hymen, o Hymenaee Hyme- nades, o Hymenaee. » I soldati romani, cantando nel trionfo gallico di Cesare, ripetevano questi versi : ■ Urbani, servate uxores, moccum calvum addu- Aurum in Gallia effutuisti : lue sumpsisti mu- tuimi (2). » I soldati che avevano militato sotto Aurelia- no celebravano nei rozzi loro canti la sua bravu- ra col ritornello « mille, mille, mille occidit • poi- ché in un giorno solo aveva ucciso di sua mano 48 Sarmati ed in varie altre fazioni 950 (5). il) Sueton. Galba c 13. (2) Sueton. in Julio c. 51. (3) Theoclius,HisL Augusl pag. !07.Gibbon, Hist. Decline ec. I, pag. 264 11 Nell'epicedio fatto da Mosco in morte di . corre quattordici volte il verso : A'pxcTt Io«Xtfi»s |u'y« «c'vàiof, «PX e "« Mstaou. E nell'Idillio I di Teocrito si ripete quin- dici volle: A'pxeTt pojstiXixi; MoJrat 9t'X«s «PX«f ' «ot#a{. Il ritornello trovasi nei classici latini. Ovidio (Amor. El. VI Ad Janitorero) ripete cinque volte il pentametro: ■ Tempora noclis eunt : excute poste seram;» e nell'epistola 9 delle Eroidi ripete quattro volte* « Impia quid dubitas Dcianira mori ? » Nell'Egloga Vili di Virgilio Oamoiic ri|>clc otto volle. « Incipe Maenalios mecum nica tibia versus;» e per .ultimo cangia Incipe in desine, aggiungendo lutto il resto del ritornello « Desine Macualios me- cum meu tibia versus. » A cui rispondendo Alfesi- beo ripete nove volle: « Ducile ab urbe domum. me» carmiua ducile Daphnin. » Nel Pervigilium Veneris ricorre undici volle il verso : « Cras amel qui nunquam amavit; quique amavit cras amet. » Infatuilo, In quandam LXII si ripete due volle Moecha putida, redde codicillos, Keddc, putida moecha, codicillos ; ed in fine si modifica Pudica et proba, redde codicillos. Nel salmo di S. Agostino contro il partito di Donalo si ripete ventiuna volte questo versetto : Omnes qui gaudetis de pace, modo verum judicate (t). Il ritornello si lro\a nella poesia popolare di lutlc le nazioni. Il ritornello si lega per la sua origine allo stesso istinto che fa ripetere anche una singola pa- rola. Cosi nella canzone dei soldati che difendeva- no Modena contro gli Ingheri nel 924 si termi- nano colla parola vigila gli ultimi due versi ; ep- pure anche il secondo verso termina cou vigila. (i) S. Auguslini, Op T. VII, pag 1, ecc. Veoetiu apud Junclas. Digitized by Google Resnltet Echo come» : eja vigila, Per multos eja dicat Echo vigila (1). Questa specie di ripetizione della parola rac- comandata all'eco ha punti di contatto anche col- la rima. Ricordiamoci che la rima stessa più volte cade nei versi finali. L'allitterazione, la rima, la ripetizione dell'in- tera parola ed il ritornello sono varietà di feno- meni della stessa legge per alto o per prevalenza ora dell'impulso ideologico, ora dell'acustico, o del fonetico. Quello stesso istinto che lega in (or- mi- rimale le frasi, fa ripetere nel luogo, dove ca- drebbe la rima, l'identica parola, come abbiamo veduto in greco ed in latino, e si potè rimarcare tra i proverbi! danesi ed i tedeschi : e questo fatto si potrà sorprendere in ogni altra lingua, p. e. in illirico « Tkò sebe goj, ntij-bògli perivoj go'j. » (Chi ingrassa sè stesso, ingrassa il migliore dei giardini). « Tkò mojce, i kogu mu mésce > (Chi può, anche il di lui cavallo può). in alcuni casi anzi nou si saprebbe determi- nare se si trattasse di rima o di ripetizione dell'i- dentica parola. La questione non potrebbe giudi- carsi dall'orecchio: e soltanto competerebbe alle abitudini grafiche, p. e. in questo proverbio illi- rico « Tko cèka, i rfo-cefca • (Chi pazienta ottie- ne). Se sì consideri l'ultima parola cèka come iso- lala, v'ha ripetizione della medesima; se invece si consideri come parte della parola do-eefra, allo- ra v' ha rima. Cosi nel caso di parole composte, cadenti in metro dopo le loro semplici od altre composte coli' identico elemento finale, o ripetendo parole d' identico suono e di diverso significato e di di- versa origine, come nella sentenza turca già citala « Jqarib a'qarib',» chi non sa leggere non è con- scio di alcuna diversità nelle parole o nelle loro parli che - 345 - Dell'elemento armonico considerato pel suo »«- flusso nella forma e nella coordina: ione delti- parole. (I) Muratori, Antiquil lulic. T. UI.Diss. XL, P 7!0. La legge dell'armonia si manifesta in varie maniere nelle produzioni vocali dell' uomo. Nei primi elementi delle lingue il canto è indiviso dal- l'articolazione dei suoni, e questo è relativo al ge- nio della razza che parla ed alle circostanze. « l mutoli mandano fuori i suoni informi cantando e gli scilinguali pur cantando spediscono la lingua a pronunciare. Grandi passioni d'allegria e di dolo- re si sfogano cantando (I). ■ II canto è tuttora uno degli esercizi! nei quali si occupano i selvag- gi. Lungo il viaggio fatto da Cook nell'Oceano Pa- cifico (al fine di trovare un passaggio nell'estremità settentrionale, per cui giungesse all' Atlantico) leg- gesi sempre che nei varii gruppi delle isole dove ebbe a fermarsi fu incontrato con canti da quei na- tivi, e nei trattenimenti che a lui davano entraci sempre il canto. Autourou, Taitesc che segui Cook, accompagnava tutto ciò che componeva, quando era colpito da qualche scena od oggetto, con una specie di canto simile al recitativo obbligato. In Tahiti, oltre il dialetto comune, spesso quei selvag- gi dispulavano in una specie di strofa o di recita- tivo, cui rispondevasi nella slessa maniera (2). In alcune lingue j come nella Barmaua e nel- la Chinesc, una quantità d'accenti influisce sul ma- teriale lessico. Alcune lingue indo-chincsi, special- mente la Siamese e la lingua di Anam, ne posse- dono una cosi grande quantità ch'egli è quasi im- possibile al nostro orecchio distinguerli esattamen- te. Il linguaggio è perciò una specie di cauto o di recitativo, e Low paragona il Siamese ad una sca- la musicale. Questi accenti danno occasione nello stesso tempo a differenze di dialetto ancora più numerose di quello che i suoni articolati, e si as- sicura che in Auaiu ogni borgata di qualche rile- vanza ha un suo proprio dialetto distinto per la parte che dirsi dovrebbe musicale, cosi che i vici- ni per potersi intendere ricorrono talora alla lin- ! , ,L V,C :\^ *\ uof * T f» a 6- 147, L. I, e 18. {2) Cook Voy. Pacific li, 157. Digitized by Google - 34G - glia scritla. Ln lingua Rarmana possiede due di tali accenti. Queste lingue pertanto conservano an- cora i rapporti antichissimi ideo-fonetici in cui la musica e la pronuncia erano indivise e solidaric ix H'entità della parola. Questa diversità d'accento moltiplica quindi le varianti di forma delle parole corrispondenti con maggiore o minor precisione a speciali significali, p. e. nella lingua Rarmana, contando, oltre le due maniere d'accento, la pro- nuncia senza accento, la stessa parola può trovarsi con significato più o meno diverso in triplice for- ma : piì = riteuere, scuotere, riempiere, una cor- ba lunga ovale pd z= attaccare, produrre, insegnare, istrui- re, presentare (come un desiderio o benedizione), essere gettato in qualche cosa o sopra qualche cosa. nó = io iià — cinque, un pesce. Gli accenti dellu lingua ebraica erano in ori- gine segni musicali. Questo sembra essere stato il loro servigio generico, secondo l'osservazione di Elia Levita, citata dall'illustre professore Puz- zato (1). Ora alcuni solo fra questi regolano il cauto dei libri scritturali ; ma, se ora questi ba- stano ed una volta erano impiegali tutti a quest'u- so, è probabile che segnassero differenze di tono delle parole anche nella pronuncia comune, anzi che nella liturgico, come ora fanno i punti della scrittura Rarmanica (2). In un'altra nazione ci è dato di sorprendere l'epoca in cui la musica va a separarsi dalla pronuncia. I Maugiuri cantano par- lando, ma soltanto Dell'insegnare e Dell'apprendere, e credono che ciò giovi a sollevare la memoria (5). Rapp osserva « che l'uomo della natura pro- ferisce e canta la sua lingua ad alla voce e che ciò la fa metrica; l'uomo polito all'incontro forma nel circolo In sua conversazione, e dove si parla mollo e si viene bene intesi l'abitudine del linguag- gio diventa convenzionale (\). » Invero per chi (1) Prolegomeni, Gmnm. Ebr. pag. 177. (2) Le differenza di significato giusta lo varietà d' acceolo nella stessa parola s'indicano con punti nel- la scrittura Harmauica (Humboldt, Kawi. Introd. p.376). (5) Bayer LiuVrat. Mangj urica p. 335 T. VII, Com- menL Àcadem. l'clropolit (4) Pliysiol d Sprache T. I, pag. 177. non sa le ragioni dei significali delle parole, le quali sono sempre storiche, slaono nel passalo, al- ludono a sensazioni e ad eventi scorsi per lo più ad altri uomini fuorché ai presenti, la pratica di parlare sembra basarsi sopra una convenziooc. Il fatto è che nell'uomo più vicino alla natura pre- vale T istinto, il quale tende a spiegarsi cogli ele- menti primitivi ch'esso non copia ma produce, e specialmculc col patetico, al quale è devoluto l'ac- cento; egli spiegasi per sentimenti e non per idee e viene capito dagli altri suoi simili |>cr simpatia, sempre nei rapporti scambievoli di bisogno c di capacità di soddisfarlo, od indovinato per omoge- neità di natura ed analogia di tendenze. L'uomo educalo invece, erede della conoscenza dei rappor- ti mnemonici in corso delle parole, si spiega non già per sentimenti, ma cou veri mezzi ideologici, cioè capaci di suscitare ricordanze che esistono nel suo interlocutore; quantunque per lo più non sappia il perche dei rapporti tra le parole ch'egli usa e l'intelligenza che ne ottiene in chi l'ascolta. L'espressione per mezzi vocali che suscitano sen- timenti è generale, agisce su lutti gl'individui u- mananienlc organizzati: l'espressione per mezzi vocali ideologici è speciale, cioè agisce soltanto su quelli nei quali può destare le ricordanze iden- tiche od affatto simili a quelle clic volge in men- te quegli che parla. Ecco perchè a colui che vede intendersi eccellentemente tra loro persone, che parlano una lingua da lui non intesa, sembra che abbiano convenuto insieme nell'uso di quei suoni per tali e tuli significati; che se questi parlanti emettano le voci in date note, partite dal centro seosibile sotto dati affetti, sentirà pure lo stranie- ro in maniera analoga, simpatica, e quindi arrive- rà pure a lui la loro espressione. 11 Vico aveva indovinalo che le prime lingue si (orinano cantando (1). Mentre egli allribui- scc l'origine del canto a violente passioni, quindi a quello che noi diremmo elemento patetico, Lu- crezio invece l allribuisce ad imitazione, cioè all'e- lemento (l)Sc. Nuova L. Le. 59. Digitized by Google - 347 - Al liquidas avium voces iiuilarier ore Ante fuit multo, quam lacvia carmina cantu Concelebrare homines posscnt aurcsque juvarc ( I ). Per me io peuso cbc iu qualunque modo si la bocca, i suoni che si emettevano riuscis- in una certa cantilena, fossero automatici, patetici od imitativi. Quanto all'esplicito artificio di cantare, forse fu appunto un giuoco d'imitazio- ne; ma l'essenza della musica sta tutta nell'ele- mento patetico, ed anzi l' imitazione la svia dalla sua natura (2). L'elemento armonico dirige in certi ritmi o numeri le successioni dei suoni. Molte frasi primi- tive sono costituite da parli fonetiche ritmiche iti iscambievole accordo di arsis e di t desia, con somi- glianza di cadenze vicina alla rima, p. e. in turco Àlito virine ijjjy ^jlJI ■— commercio Egki buski { jLmy» — cose da vecchi Qarisc muritc uìyje gt^U — confusamente Qali qici ^f-^ ^3 — piccolissimo iu iglese Tup$ij turvy — sotto sopra in latino Bitllubata = cose di niun valore. Kd altre simili parole primitive con questo rapporto ritmico fra le loro sillabe si ponno ve- dere a pag. 90 di questo volume (5). Questa coordinazione armonica allinea ad u- gnali misure le parti costituenti i periodi nella for- ma più esatta che dicesi verso. Tale istinto di suc- cessione di membri pari si sorprende nelle produ- zioni estemporanee del volgo, negli evviva, nei molli satirici, ecc. Svctonio dice(4)che Tiberio fu svegliato dal- le grida del popolo che cantava « Salva Roma, sal- va Patria, salwus est Germanicus. » Si pronunci iwggiaudo sull' ultima sillaba di Germanicitt, e questo evviva improvvisato dalla plebe si palesa costituito da due otlonarii o da quattro qua terna- ni. Di ugual metro si compone quell'intercalare (1) De Iter. NalL.V,v. 1378. (2) Vedi pag. lui di queslo volume. (3) Nella lingua Ialina sodo ovvie le espressioni ( osliluile da due bisillabi, p. e. nolis veli?, saila lecla, prorau» condus, summutn bonum. (4) In Caligala c. a che i soldati avevano fallo sopra Galba. Discc mi- les militare, Galba est non Gatulicus (i). Nelle condizioni di esaltamento cerebrale più manifestasi questo istinto che coinparte a porzio- ni numeriche in accordo di tempo c di accenti gli atli della loquela. L'iugcsiioiie delle bevande spiritose (2) e gli stimoli deliro genere, gli alti (miboodi della mi- schia e dei stilli ptvln.jii i > e determinano la vena poetica, e nei maniaci è a\ la la produzione di lunghe forme ritmiche, spcciaiOMOlfl delle più ar- moniche, come ili «p iini ii, tenrii e settenari! a strofa (5). E nota l'opinione che vige sopra la demen- za dei poeli, ed alcuni specialmente tra i verseg- giatori estemporanei sono celebri per le loro stra- aganze (A). Il rap|>orlo uguale di tempo e di numero nella partizione delle serie dei suoni, riesce spon- taneo al loqiicnlc e dilettevole all'uditore, perchè omogeneo all'umana cosliluzione, alle cui mol- le convengono dati periodi d'alto e di calma. Cosi aveva notato Cicerone quanto agli anti- chi Latini: « Itaque ì I li veleres, cuin circuitimi et quasi orbcm verborum ronficerenon posscnt (nam id quidem nupcr vcl posse, vel audere coepimus) terna, aul bina, aut nonnulli singula cliam verba dicebant : qui in ilio infaulia naturali illud, qtiod aures hominum flagitabanl, lenebant lamen; ni et illa essenl paria, quae dicercnl.etaequalibus inter- spiratiooibus ulerentur • (De Oratore L. Ili, c. 3 1 ). Il verso si rinvenne nelle lingue dei popoli più incolli, p. e. presso i Tailesi, quando furono visitati da Cook. I selvaggi del Cauada hanno del- le canzoni che accompagnano con un canto mo- notono; tale sembrò agli Europei che le hanno (I) Suelon. in Galba c. 6. l'i) Eschilo componeva le sue tragedie quando era nbbnaco; onde Sofocle dice di lui, « che se anclv . snoi componimene sono buoni, egli non ne era con- «**"»'«» L. I, pag. 1 1, 1. 31 32. (3) fidi una puerpera maniaca idiota comporne lunghissimo serie, e fallo era che s'improvvisavano; non riproducevano coordinazioni già odile di parole, perché non avevano alcun senso L'ammalata accom- pagnava col g.'«.to esaltamenti; la (41 Per esempio Gianni. Digitized by Google udilc. Canzoni si sono (rotale ne! dcgl' Incas. Garcilasso ci dà che potrebbe dirsi Cavila Clàpi - 348 al tempo di quella Sciopilùta Samusac Gumae ISùuta Tovallàyquia Paquir Cayau llina Mantara Ylla pàntac(l). Ilo accentalo le parole in quei dati siti pel- lai' risaltare la costituzione metrica dequaternarii. Si confronti ora questo carme dei selvaggi colle frasi quadrisillabe turche ecc. che ho riportato, e coll'evviva ed il molto satirico, che i Romani ed i soldati improvvisarono per Germanico e per Galba. che si polrcbbere leggere Salva Roma. Salva Patria. Saluus est Ger- manicùs. c Disce roiles .Militare, Galba est non Ge- tuBcùi c si troveranno due strofe anacreontiche di quadri- sillabi. Anche quei versi ritmici di Adriano sono co- stituiti da quattro ottonar» che corrispondono a otto ijuadrisillabi : Ego nolo Florus esse. Ambulare per tabernas, (1) Cioè. Figlia bella, Dormirai E di notte A te sarò. Figlia bella. "1 Flu II Tuo fratello Rompo il Quindi tuona Là col lampo Il Fulmin cade. Si riferisce all'opinione che la pioggia si pnxlu- • esse dal rompersi in cielo d'una pignatta tenuta da un ragazzo e contesa da una celaste fanciulla. Latitare per popinas, Culiees pati rotundos. (Spartianus in Vita Hadriani). Nelle forme ritmiche latine spontanee e più •ovasi assai di frequente il verso ottona- rio. Cosi nel salmo già citalo di S. Agostino p. e. Abundanlia peccalorum Solet fratres conturbare. Tunc est tempus separare. Custos noster, Deus Tu nos potes liberare. Conlegunt ovina pelle, Nomen justi ovina pellis, Schisma est in lupino corde, eie. Nei versi politici dei Greci, nessuni mai le quindici sillabe (1), dunque sono uguali a due ottonarti in strofa, desinenti con l'ultima sil- laba tronca, neh" inno In Prophetis inveniris Nostro natus sacculo. Ante saccla tu fuisti Factor primi saceuli, eie. Molti dei libri più antichi delle nazioni ; redatti in forme metriche. Il codice di Manu è in versi (2), Il dizionario Amarasmha è scritto in ver- si (3). Parte del libro di Job era in versi e molte parli dei testi ebraici erano in metro (4). I canti- ci degli Ebrei constavano di versi, p. e. Salmo LUI. v. 8, Testo Ebraico, L1I Vulgata. ina nno nv ino im *ò nrajfv ira D>rfat »d (1) Allalius. MuraUiri Anliquit lui. T. Hl.Diss.XL. (2) Romagnosi, Legni d'Incivilim. T. II, P. I, p. 52. (5) Vyacarana p. 146. (4) Pliilo. Jos- phus- Origenes. Eusahius Caesarieu. sis, e S. Hieronyinus in Pra*. in Job. • Porro a verbi* Job in quibus ai!: Pereal die* in qua natut imi el nox in qua -Unum esl,conceplus ett homo, usque ad cum lo- cumubianlennem voluminis scriplum est, ideirco ipse me repraehendo el ago poenitentiam in favilla el cine- re, hexa nutrì versus sunl dactylo spondaeoque currentes el propttfr linguac idioma crebro rccipienlcs et alios Digitized by Google Isidoro dice che tanto presso i Greci come presso i Latini fu assai più antico lo studio dei carmi che non della prosa ; e che prima lutto rc- digevasi in versi (I). Avanti di Gorgia e di Cice- rone anche i prosatori usavano certi numeri (2). Hobbes dice che le leggi stesse erano redatte in metri e si solevano cantare per aiuto della memo- ri*., prima che si usasse la scrittura (3). Anche i versi di Esiodo sono vere istruzioni di morale, di civiltà c di teologia esoterica o profana, in cui si velavano arcane opinioni cosmologiche. C. de Gcbclin, riflettendo sull'anteriorità della forma metrica, dice che ciò non fu già perchè la prosa non fosse conosciuln o fosse impossibile -, egli attribui- sce la forma in metro alla saggezza ed all'abilità di quelli che vollero istruire il popolo, porgendo- gli le massime ed i precetti in una maniera fa- cile ad apprendersi e durevole e che facesse im- pressione, perciò tra le danze ed i canti, nei trat- tenimenti che ricorrevano per le feste agricole. Le tradizioni primitive legale in versi trasmettevansi cosi da una generazione all'altra, e per quest'or- dine ritmico e numerico era difficile che si alte- rassero (i). Se la poesia fu artificiale, deve essere stata d'un artifizio assai facile e conseguente a mol- ti fatti ritmici spontanei ; perchè il principio ar- monico domina ed anzi tiranneggia le lingue, tan- to che a lui si sacrifica l'abitudine grammaticale e talora il concetto. La ripetizione più o meuo esatta c prolun- gata delle successioni dei suoni in qualunque par- te cadano della frase, il ritornello, l'assonanza, la rima, l'alliterazione, per istudio della quale si mo- dificano anche le forme delle parole riducendole a paronomasie, ed il metro, sono prodotti istintivi che hanno l'effetto, e talora anche ' lo scopo, di conservare nella memoria le serie delie parole, le frasi ecc., e quindi le successioni complicale di pun- ti mnemonici. Riescono di tale utilità per le asso- pedes non carumdem syllabarum sed eorumdetn lem- porutn. * 1) Ori gin. L. I, c. 37. 2) Vico, Scienza Nuova I. 5) De Civc. Imptrium C. XIV, § 14, p. 373. 4) Gènio Allégorique, pag. 149. VOL. I. j dazioni mnemoniche riferibili al senso dell'udito, I quindi per mezzo acustico, offerendogli dei punti I di fissare l'attenzione e determinarne dei con- fronti. Altrettanto succede per opera delle forme an- tilesiche, dei bisticci e delle paronomasie ; queste specie di giuochi di parole valgono a tener legate le idee, oltre che per le analogie dei suoni, ad im- primerle pei contrasti di senso e per la gara di varie interpretazioni nella loro ambiguità ; costrin- gendo il centro intellettuale ad occuparsene, poi- ché viene scosso dalla bizzarria. La somiglianza di suono è un fortissimo sti- molo all'unione delle parole e quindi ai concelti che con quelli ricordansi. Questa legge d'eccitamento mnemonico, di rapporto primitivamente acustico all'opportunità di voci di suono analogo alle già note, e quindi dello sviluppo delle associazioni ideologiche an- nesse a tali date voci, si può svelare con unespe- rieuza che isola gli elementi ideologici e gli acu- stici ; col mezzo dei nomi proprii. Se dati nomi proprii p. e. personali sieno di suono simile a pa- role in uso (quantunque tali nomi non vogliano se non indicare un individuo, e non riferire idee simili a quelle che sogliousi intendere colle paro- le omofone ad essi) stimolano la mente a legare con questi tali parole; d'onde ne risultano delle frasi, il cui concetto ha la sua ragione nell'acciden- te del significato della parola omofona; p. e. disse Ovidio « Cur ego non dicane Furia, le furiant » ( 1 ) ? « Ju st ns justa persolvit, » frase di Pietro Si- culo in proposilo d'un proselitc dei Pauliciani, di nome Juttut (2). « Quod non fecerunt Barbari fecerunt Bar- berini » molto contro i nipoti di Urbano Vili (5). Svelonio dice che quando il popolo romano seppe ch'era morto Tiberio, si mise a gridare Tiberium in (1) Quintil. Insl. Or. L. IX, c. 3,S 70. Edit Tau- rin. Pomba. T. Ili, p. 395 (2) Pctri Siculi, Hisl. Manichaeor. (3) Si crede che alluda all' aver questi rovinalo il Colosseo, per servirsi di quei materiali nella fab- brica del loro palazzo; ma Gibbon non trovò alcuna testimonianza di questo fatto (Uist. Deci. Fall. ecc. c. LXXI, T. Vili, p.'306). Digitized by Google - 350 - Tiberini (I). È la stessa legge di contallo intellcl- alla tipica delle parole. Si deve liséare su queste legge uno degli clemcuti che inducono le forme delie parole in genere, cosi che fanno la speciale della lingua; dappoiché questa ripeli- ci svela P istinto di assimilare le parole so- pravvenienti a quelle precedute, cosi come \ edem- mo chiaramente nel dialogo comico di Aristofane, dove l' interlocutore soggiuuge parodiando le pa- role del suo compagno. Questa specie di scene, in una lingua dove lu rima non è avvertita siccome artificio ritmico, esi- bisce il tipo più netto delle occasioni di adattare rimili Tii i o di levigare le parole: cosi, oltre le cause prime dell'agglutinamento degli nllissi, di i sullìssi e dogi 1 infissi ecc., l' istinto di rima v,->lse a rendere omogenee le desinenze delle parole, a indurre quiudi il carattere di analogia nelle lin- gue : e l'applicazione d'una o tal altra desinenza (diremo rima) ai suoni qualunque nuovi, da vestir- si nell'abito speciale della lingua, dipendeva dalle memorie acustico-fonclichc esistenti nella mente di quello, che usar doveva la voce nuova. e i suoni delle parole che gli sembravano ricordare eondi- luale della rima. In questo caso la parola Tiberitu fu una specie di premessa che trasse la conse- guenza Tiberis. Di qual entità fu quest'istintivo iutrccciamcnto e questa confusione di eventualità acustiche con conseguenze logiche nel destino del- le nazioni 1 Le associazioni acustiche, specialmente dei t suoni finali, sono saldissime. Gli ultimi suoni delle I mi n Ir sono quelli che più restarli) impressi ; que- sti pronunciano prima i fanciulli quando im- parano a ripetere le parole udite, e, se si os- serverà , sono fra i primi a guidarci nella ri- cerca delle nostre ricordanze, che ci accorgiamo di avere smarrite. Quindi se una parola somigli ad un'altra nei suoni finali, facilmente con quella si «scambia. Cosi udii attribuire il giudizio di Sa- lomone a Faraone (2). Questi sbagli, che ora sono eccezionali c di cui solo si può oggi dare il caso fra il volgo, dipendono da leggi generalissime, che, nei tempi nei quali era comune la selvati- chezza o la barbarie, specialmente nell'ignoran- za della scrittura alfabetica, ponno aver influito in assai più late sfere d'attività. Questa esplorazione del processo che induce la ripetizione dei suoni, sia iniziali od intcrmedii, e di solo effetto acustico, come ncll'allilcraziouC; sia dei l'inali con efficacia ideo-fonctica, come ve- demmo nelle parole identiche ripetute nella fine dei versi e nelle vere finali rimale, non è oziosa ; e nemmeno si limila alla sola storia della ritmica, rome di una speciale maniera di coordinazione di cui sono e furono di fatto capaci le panile. L'istin- to di rima presiede non alla parte plastica, ma si il) Sueton. in Tiber. c. 75 (2) Nel casa di una ferita di taglio, clic spaccò In sutura lambdoidea rd il parietale, la meninge, la pol- pi encefalica, il padiglioni! ed il cervelletto peipendi- l'OlarmenU a sinistra, il suggello interrogato due ore dopo non poterà dire per sé il nome dell' offensore, i .iine se non si ricordasse; eppure gli era noto. Ora, rsÌb«1Mlogfis4 il nome di varie persone, non conoblic ■ i nello dui reo (Torse non conosci mlone se non il so- prannome); ina avendo udito il nome d'un tale, la cui dpttiicnxa era uguale a quella dell'offensore, assenti stagliando, oliiiio dall' impressione finale. (Prov. di Treviso. Bosco Monlcllo. Selva Dicem- bre I8Ì.-. V zioni analoghe ; onde nella sua mente gli sburra- vano tali e tali parole, dietro le quali egli era per dar forma alla voce nuova. In questo modo avven- nero le modificazioni di tante parole slranicrc,quan do s' introdussero in nuove lingue, per esempio evidentissimi.' i uouii proprii, onde acquistarono l'aspetto nazionale; p. e. Muhammcd che in italia- no divenne Maoinc/Zo, vestendosi in desinenza di diminutivo; quelli che cosi lo modificarono si sen- livano nelle orecchie le parole Giannetto Gioco- »ue/crso- na, quegli che assunse la missione riporta l'incum- benza, il comando, ripetendo le identiche parole in quella serie, come furono esposte da chi gli die- de l'ordine. Vedasi nel Seler p. e. quaudo Abra- mo da la commissione al suo servo seniore di ac- compagnare Isacco e di trovargli una sposa: poi- ché il servo è introdotto presso ftatucl, riferisce ' ugualmente la commissione ricevuta. INell' Iliade (L. Il), il Sogno ripete ad Agamennone l'espressioni di Giove coi medesimi cinque versi: ed Iride, rife- feudo a Giunone ed a Palladc un divieto pure -di Giove , ne ripete altri sette. I nostri villjci , quando narrano qualche cosa , se I' interro- gatore insista nelle domande per ottenere qual- che dilucidazione , non fanno se non ripetere sempre le espressioni fatte prima, dovendo l'ascol- tatore tutto conghictturare da quelle identiche pa- role esibite. Essi non saprebbero esprimere di più, (I) Vedi anche a pa„\ 107 ili questo volitino, Di questa opinione ó pur.: il sommo maestro Le Cleru: « Saepissimc illa« partirulac apurt Atlieoi r.xpi\x*vt, hoc est ad sensum mini pattinai! . (Ars Critica I, bó) nè iu diversa maniera. Questi sono efletti in parie della poca flessibilità delle forme fonetiche. La lingua più. antica si trova- relulivameute sempre nei siti più lontani dai centri delle nazioni, come avviene di tutte le costumanze; mentre le capitali e le grandi città variano nel loro linguag- gio di tempo in tempo, una gran copia di termini antichi si conserva nelle campagne e tra la popo- lazione più segregata. L'aulica lingua romanza, che si parlava al tempo di Carlo Magno, sussiste ancora nel dialetto di Vand, che ha conservato il nome di Pays Roman. Si trovano vestigi di questo ' linguaggio uclle vallate delle Alpi e dei Pirenei, ed anche le popolazioni presso Torino, che abita- vano le caverne di Vaud, conservarono insieme a tulli i costumi, abili e riti del tempo di Carlo Ma- gno, anche la lingua (1). La causa è una; do. e non v' ha cangiamento di circostanze dillicilnieiitc può cangiare il modo vocale per ricord.-rle. La segregazione relativa opera lo stesso effetto, an- che in seuo alle popolazioni più civili, il manteni- mento delle forme più antiche presso alcune clas- si di persone. M. Tullio aveva osservato operare questa causa nelle donne : « Equidem cum audio socrum meam Laeliam (facilius cnim mulicres in- coiTuptam anliquilatcm conservali!, quod mullo- rum scrmonis cxperles ea tencnt sempcr quac pri- ma didicerunt), sed eam sic audio ut Plaulum mini aut ISaevium vidcar audirc > (2). La lingua greca èrasi conservata tra le dame di Costantinopoli, qual era nel secolo di Pericle, fino all'epoca fatale per l' Impero Bizantino (cioè per circa diecinove secoli). « Graeci quibus lingua depravata non sii... ita loquuulur vulgo hac ctiam tempestate, ut A- ristophancs comicus aut Euripidea tragicus, ut o- ratores omues, ut historiographi, ut philosophi.... iu primisque ipsac nobiles mulicres; quibus cum nullum esselomnino cum viris peregrinis er {sbrigliarla, di toc- care in principio fatti di cui la spiegazione si dà in seguito. Questi rapporti dei componenti l'enti- tà relativa delle lingue non ponno a meno d'in- trecciarsi nelle parti dell'opera che tende a svelar- li. L'analisi, lavoro fittizio dell'umana mente per soccorrere al suo utile, non può eseguirsi così da segregare pei rettamente le categorie che si ha proposte, poiché l'insolubile' continuità della na- tura non corrisponde ad alcuna divisione. Bi- efail trovatasi nello stesso caso allorché trattata della circolazione (I). Cosi è in tutte le questioni naturali ; per quanto logico sia il punto di parten- za della narrazione che s'imprende, giusta la ma- niera di aver percepito e le riflessioni per l'utilità dell'intelligenza, si tronca sempre la continuità al- bi quale pur sempre bisogna ritornare. Di più, quanto al linguaggio, lo stesso pro- cesso che produce è quello pure che conserva e propaga, e siccome l'uomo che si trovò sprovvi- sto di linguaggio era della slessa natura di quello che già ne possiede uno, ed aggiuuge a quello che ha quel tanto che gli occorre al caso; cosi i fatti medesimi che cadouo sotto gli occhi nostri ponno servire e furono da me impiegati a spiegare, ove giovassero, i processi originarli. Forse rileggen- do questo primo volume, dopo la lettura di tutta l'opera, si potrà comprendere meglio lo scopo che avevano alcuni tratti che forse sembravano imper- tinenti. Per vedere l'applicazione di questi, biso- gna determinarsi ad un'attenzione, la cui necessi- tà viene forse avvertita soltanto allora che si ab- bia conosciuto lutto il sistema. Il lettore volendo orizzontarsi potrà fissare che l'opera fin qui venne occupala nel seguire gli il) « Je sui* obligé ici de déduire des eonséqucn- ers de principes quo je nn prouverais qnc plus bas; tei est eu eitct l' each a| rmmoI dea questiona qui ont pouf objct la nrciitalion, qu'il (tt impossikle quu la solution ilo t* une limóne eoinme conséquence neces- saire celle ile loules Ics aulres. Cesi un tercle où il l.iul loujours siippiiser quolquu tliose, s.iuf à le pruu- ver ^ p. 49, c. 2, 1. 40. (Portoghesi) Le Filippine furono scoperte nel 1521 da Magel- lano, ch'era portoghese, però al servigio della Spagna: ma nel 1529 Carlo Quinto le cedette per 300,000 ducali al Portogallo, sotto la (pia- le potenza rimasero fino al 1564, epoca nella quale furono riprese da Filippo II, coli' inviar- vi dei Missionarii. (Raynat, Hist.Ét. Eur. T. Ili, L. V, p. 95,97, 93, Genève 1780) G. Hum- boldt dice che l'ordine alfabetico europeo fu ivi introdotto dagli Spaglinoli (Knwi, T. II, Zusam- menhang. d. Schrift m. d. Sprache p. 78, 79). p. 51, c. 2, 1. 12, 13, lingue africane e tarlare correggasi cosi =: americane, cioè in quella del Chili Araucan o Chili proprio fu applicalo Digitized by Google — 35G inversamente il nome di papai, e nella lingua | dei Chiquilos ipapa alla madre; nelle lingue di Java, in Madnra Sumenap e nella lingua Giorgiana fu applicalo quello di marna e nella N. Guinea munte al padre (Balbi Atl. Elnog. Tav. XXXVII, XL e XLI). p. ''J. r. I, I. ~. t ■ ic hn (arab.) * Ebu (arab.) I. oìL palrem papam » patrem tatara Il passo di Catone è citalo male; peraltro diceva- si già pupa in Ialino al padre « papa pater * (Calep. in voce, e) p. 51^ e. 2, 1. 22. (Zelanda) » (N. Zelanda) 1. SU. Tata (lat.) zia » Tata (lat.) pa- dre p.54jC 1,1.29. La parola che vuol dire acqua è /tanti. Non so se Tutu voglia dire tela o contenere, per mancan- za di dizionnrii di quella lingua, p. 56, e. 2, 1. 25- subita » subita p. 59, c. 1, 1. 2L (Plani- Act. III. » (Plaut. Mil. sci) Glor.Act.III. se. I) p. 60. c. 2.1. 15. rtVT» nin» p. 61, c. 4.1.26. - - - ' — 1 ' r.ai «ati » irati «att 1.2L 1. 28.Aristol.3aT i nyo t » Aristof. Lc- in mozzo «e 15 v. 247. |).63,c.4,l. 4c2. onomapalcia » ouomatopcia p.'G4,c. 4,1. 2. top » lo! c. 2, 1. IL JUiau tniog » miog, miago- galto lare p. 67, e. 4,1. 42. Ziscli plumps » Zisch.plumps, husch pif par tiusch, pir, puf paf, puf I. 34. fron fron • » frou (roti c. 2, 1. 6. Zttt non è onomatopeia, ma si interiezione I. 15. Drelin dindin e un'imitazione del cadere delle la- stre delle vctriale p. 6^ c. 2, 1. 31. brontolare (lat.) » brontolare (il.) p. GJIj c. 4, 1. 4. Cicindila » Cicindela I. Bub (lat.) » Bubo (lat.) 1. 58. , gli perchè » , perchè gli p. 71, c. 2, 1. 4. Bigigi » Bibigi 1.21. ^ mimi (turco) membro virile dovrebbe scriversi - ina uon si trova nei di- zionari! p. 73, c. 2, 1. 2. coast » croati 1. 5. coasscr • croauer I. 6. cocutement • croauement p. 82, c. l,dopo 1. 33. La lingua del l'untisi del Cnnndà è tanto aspra che li fa sembrare corrucciati quaudo tripudia- no (Viaggio d'un Livornese al Canada. An- nali di Statistica. Bomagnosi, Op. T. II, par. 1, p. 579). p. 84,c. 1,1. ull. Tydsk, Dansk » Tydsk-Dansk c. 2, 1. 5 1 , 52. invece di b si » invece di p si pronuncia p pronuncia b p. 86. c. 4.1.8. Hit », lt it p. 88^ e. 4, 1. 14. gysata » qytata c.2,1. 19. ED AGGIUNTA » ED AGGIUN- TA in san- scrito p. 89, c. 1.1.24. ~ » y iJkM p. 92, c. 2, I. 57, 41, AH Prin » Pi im p. 94, c. 2, 1. 3_L fuoco » rissoso p. 96, c. 3,1. 5. Untino » fiiWittriio 1. 3JL silicei » sciliccl p. 97, c. 4 , 1. 3il grasso » grano c.2,l.2l. jjy. » |jy p. 98, c. 2, 1. 56. j3 yS » p. 4Q3. c. 4, 1.10. ul'iw • ullus p. 407, c. 4,1. «ili, negativo » affermativo p. 4 14, c. 1 , 1. 29. Thucklidc » Thucydidc p. 1 15, r. 2,1.0. Irlanda » Islanda p. 1 17, e. 2.1. 17. (N. Zcl., Ha- » (N.Zel.Hawai, wai, Barot, Barolonga , Tong) Tonga) p. 4J8, c. 2, agg. Il battere delle maui trovasi anche presso gli Ebrei come segno di approvazione ; p. e. quando fu consacrato re Joas, gli astanti batterono le ma- ni (Be. Testo Ebr. L. IL Vulgata L. IV, e. 44, v. 42). 1.46,17. (S àM » Digitized by Google — 357 p. 125, c. 2, dopo I. 36, agg. In illirico diccsi già Menih — frale. Viuii o Mi- na = scimi» potrebbe derivare dirctlnnienlc dal sanscrito Mimi, ebe vuol dire .solitario, ere- mila (Yyaearaiia p. 24(1). Una specie di scimia chiamasi specificamente Monachella. p. 129,0. 1,1. 16. mimosa, scan- » Mimosa sean- dens dens p. 130, c. 2, dopo 1. 30, agg. Baai» ( egizio ) , notte • Baa'u t»to xou vJxt» tp|j.-v£'Jaat\i » (Kuseb. Praep. Ev. Rosa Lago d'Iseo p. Il) Bau (fenicio) » Tltotli et Bau in Phoenicum sanclunriis » ( Selden. Diis Syris Prolcg. p. 30). p. 131, c. 1,1.42. (I. nautica) ciondolo, parrucca corta, motto, botta, ingannare, ciondolare, malmenare. e. 2, 1. 33, pozzo. » pozzo, p. 137, c. I, dopo I. 6, agg. 31um (iugl.) birra c. 2, dopo L 24, agg. hip (i»gl.) mammella, poppa p.l59,c.2,l. 1. capanna (1) » capanna I. 14. fistole ecc. » fistole ecc. (1) dopo 1. 30, agg. Pepe (Talliti) farfalla (Cook, Voy. Pacific Ocean T. I, p. 164) Forse è in relazione eoo Pepe (Celebi, Macassar) = fuoco ; perche la farfalla si aggira intorno alla fiamma. p. 143, c. 2, dopo I. 26, agg. Cuc (basco) = sterco, immondizia, fango. Cadi (bretone) sterco, immondizia, fango. Khak (In- dostan) terra, polvere, hatji (scaudiuavo) poz- zanghera, pantano. Kiiggar (estbouio) sterco di animale (Ceroni Filo), compar. p. 89.) Kaka (Caucaso Mizdjcgbi), porco. p. 144, c. 1. Si confronti la buca 8 colla 23 c. 2, Àac*o ecc. ; dopo la I. 12, ci, si confronti la 1. 21, c. 2. Àairt (Ja*a) piede, gamba, osso ed ogni piedi- stallo, e si aggiunga: Cache (Oonolashka Ira la estremità iS. E. Asia e N". 0. America) e Aooft — dosbak (Norton Sound, America N. 0.) — co- scia (Cook, Vov. Pacific HI, Contin. da King Append. VI, p.552.) Vol. I. p. l i5,c.2,1.21,()raM/ig » Ojjrqijliq dopo 1.27, agg. Kokka (Touga toboo, Is. d. Amici) albero, la cui corteccia dà un succo, nel quale tingono gli abiti (Cook, V. P. 1, 290 e III, Cont. King. App. III.) p. 146, C. 2. dopo la I. 59, si legga in rapo E p. 1 48, c. 2, dopo la I. 3, agg. Vpiy Mìolal (cbr.) fanciullo, sembra avere la stessa origine automatica come /a//en (ted.), balbettare, aldilà (Tahiti) JLaXj'to (gr.), parlare e /«/fare (lai.) dormire dei fanciulli, p. 150, e. 1, dopo 1. 7, agg. Kanan (fr.), parola infantile = chicche (il.) e. 1, 1.45, Mal » Nat. e 2, 1. 9, ipieutc (2) » c(ucnlc) c. 2,1. 17, (5) » (2) 1.41, (2) Humboldt » ( 1 ) Humboldt Kosmos, T. II Kosmos, T. II Noti alla pag. 143 1. 42, (2) Nota alla pag.145.si ommetta 1.44,(1) Marion » (2) Marion p. 152,r. 1. 1. 1, Nonna, Aonne, » ISonna,Non- Nonna, Konum ne, Nouna. Nonum, i\oene p. 1 52, c. 2. dopo 1.36,priraadiflMrM/>a/iM(sanscr.) pipistrello leggasi fin ru (sanse.), specie di cervo. 1.41, coli (ted.) » kalt (ted. ), chall (Kcro) colti (ingl.) p. 1 54, e. 2, dopo l'ultima linea agg. Taf (wcndo)= ladro (Adclung. Diz.invocc Dicb). Diccsi pure Tùia, Tatù, Tatù. p. 155, c. 1,1. 26, 7afa » Tata ( Dial. di Bre- scia) — padre. ( Ga- briele Rosa. Documen- ti storici sul lago d' I- sco.) I. 40 Tata (lat.) zia » Tata (lai ), ajo, pedagogo p.156, 1. ult. august » August p. 164, c. 1, dopo 1. 16, agg. Ah (Oonolashka) si (Cook, Voy. Pacific. IH, Cont. King App. VI.) 46 Digitized by Google — 358 — p. 166, c. 2, 1. 8, u'a'xivtfe » ùatxtvJe L 9, tì'*vì]Xc » Ts'3vT)xe p. 167, c. i , alla 1. 19 = sì (7), agg. (Tahiti) (Isole d. Amici), Ai ed Aio (Nootka o King Georges sound) sì (Cook Voy. P. SII, c. Ring App. IV, p. 640). Ah (Oonolashka), Ai pronun- ciato lungo (Is. d. Amici), no (Cook III, Cout. King. App. Ili e VI.) P . ì 67, c. 2, i. 32, mV?tt » r? òbr\ p. 1 68, c. 1,1.40 october » Oclober p. 171,c. i, dopo L 23, ngg. H* (gr.)=la quale, 11" (gr.), questa (articolo e pro- nome fenimin. sing.) c.2,1. 41, Eurypides » Euripidei p, 174, c.2,1. 26, ^x» n p. 175, c.2,1. 27, ft> * VP 1. 39, Contadi, liber » Confucii liber p. 176, e. 4, 1.40, Julius ..Julius c. 2, 1.10, 11, Jch » Ich p. 180,c. f,L 8, ; t cetili » = i centi 1.24, saluto » saluto c. 2, dopo 1. \ 7, agg. Nanna (Alooi, Is. Sandwich) = lasciatemi veder questo ! vediamo ! (Cook, V. P. Ili, c. King, App. V, p. 547.) p.l84,c.2,l.6,3»ì« „ 3M« p. 185, c. 1,1. 17, Pat «su » I1»Ì5 mìe c. 2, 1. 9, rorcoi » r.or.ol 1.24, prezzo » prezzo (I) p. 186,c. 1,148, hoc » hop c. 2, 1. 9, Damascum » Damasum p. 1 87, c. 1 , 1. 1 1 , affermativa » affonualivn p. 1 89, c. 2, 1. 1 6, grado « grido p. 195, r. 1,1. ultima, Campar., » Compar. p. 196, c. 2, 1. 3, denti » denti (2) L 4, denti (2) » denti p. 497, e. 2, dopo L 4, agg. •VJjP fcen/i'ir (ebr), pecus (Pelraei Nomencl.) 1.18, òee luogo » òee = luogo p.498, c. 2, dopo L 26, agg. Heg (ungb.) r= rana p.202, c. 2, dopo L 9, agg. Kakaa (Norvegia) (Belgio) = gazza (De Lens et Mérat. Dici, in voce e.) p. 205, e. i , dopo I. 38, agg. Choclto nome del frullo del Sechium Edule. Sicyos cdulis. Jacq. (De Lens et Mérat, Dici, in voce c.) c. 2, 1. 1 5, Koxxsv » Kdxxos L 17, Koxxov (gr.), » Koxxo; (gr.), Coccut (lat.) Coccus (lai.), e Qxxum I. 19, Koxxcv paftxov Kdxxo^Ba^xij 1. 2 l,Koxxivsv cocci- » Kcxxtvo;, coc- num (scarlatto) cinus, o, um (di scarlatto.) In svedese koka, in tedesco koclien, in b. sassone kaktn, in danese koge. Adelung (Diz. in voce kocheit), crede che la parola sia entrata in tede- sco coll'arte indicata, proveniente dall' Italia. Egli la crede una imitazione del rumore ebe produce un corpo liquido nel cuocersi. p 204, c. i , 1. 27 del gallo (5) » del gallo (2) c. 2,1. penultima, Voi. Vili » Voi. III. p.205,c. 1,1. 8, oca (I) ,, oca 1.17, oca » oca (1) 1. 1 8, oca » oca (2) 1.29, topcico (2) n topcico c.2,HQ, Cachmuu» p. 206, c. 1 , dopo I. 6, agg. Croak (ingl.) gracidare. L 17, Qasquesed c. 2, dopo I. 13, agg. Q mantici p. 222, c. I , L 45. Novus Calep. » Nonitis, Calep. p. 223, c. 1 . 1. 34. Sciaq fé » Saqfé p. 224, c. 1,1.41. Virgilio disse silvani sonantem riferendosi al lu- pino, non già alle spichc « tristisque lupini Su- stuleris fragile? calamos sylvamque sonantem. 11 passo citato più basso di Ovidio Metani. I, 400, non fa a proposilo, perchè ivi canebat è imperf. di canco et e non di catto, is. p. 228, c. 4 , 1. 23. (lai), deriva » (lai.) deriva c. 2, dopo I. 25, agg. TtTu'ptv3s, specie di flauto cosi chiamalo dai Dori d'Italia (Atheii. Dipnos. 1. IV, p. 91, L 45, Edit. Basileae 1535). p.230, c. 2, 1. 39. lo sospetto che sabat nel significalo di rumore al- to e tumultuoso sia la parola sabbai (derivala da sabbalum) nel senso di tregeuda, congresso di streghe : dove s'immagina che si faccia gran fracasso, come noi diciamo = fare un susur- ro del diavolo. Allora sabat nulla avrebbe a fa- re con Motte, come vorrebbe Nodier; sabota (celtico) stesso potrebbe essere posteriore alle idee di tregende di streghe ecc. : e tenere alla lingua nazionale, ma introdotto dopo il cristianesimo. p.23i,c.2,1.25. (il.) , (il.) 1.2*. plificala. » plificala (5) p. 237, c. 4, dopo I. 5, agg. Anche in ebraico l'orina chiamasi mente VQtQ &\>y) meme raglaim cioè acqua dei piedi (Pe- Iraci Nomcncl.). dopo I. 1 7, agg. (lai.) — gracidare delle rane (Sueton. iu Oclav. c. 94). p.238,c.2,l. 17. HD-ip » npiQ parsà p. 241, c.2, dopo 1. 17. Shebdis e Barid nomi di altri due cavalli celebri delle sue stalle in Artemita o Dastagerd (Gib- bon H. Fall. ecc. T. V, p. 359, c. XLVI). Phallus, nome della cavalla su cui era montato Era- clito nella battaglia data a Chosroe Parviz pres- so le rovine di ISinive (A. D. 627, 4 Dicembre). Orelia nome della cavalla su cui era montato il re di Spagna Rodcrico, fuggendo dalla battaglia dala ai Saraceni al torrente Guadalete presso Cadice alla città di Xeres (A. D. 711, 49-26 Lu- glio) (Gibbon T. VI, c LI, p. 316). p. 242, c. 1 , 1. 8. IStxsXaoc » Nieon 1. 9, 40. NtxoXas- vuol » Nicon vuol di- dire vincilo- re vincen le re del popolo agg- « Aclium descendenti in aciem usellns cum asinario occurrit : Eutychus homini : bestiae Ni- con, erat nomen. Ulriusque simulacrnm acneum Victor posuil in tempio, in quod castrorum suo- rum locum vertil. • (Sueton. Oclav. c. 96). Qué- sto monumento fu trasportato a Costantinopoli., dove esisteva ai 12 Aprile 1204, epoca in cui i Crociati diedero il sacco alla citta (M. S. di Ni- colas pubb. d. Fabricius DibHoL Gracc. T. VI, p. 405-416. Gibbon Hisl. Deci. eie. T. \ II, c! LX, p. 329). 1.29. Hylas » Hylax p. 243, c. 4, dopo I. 24, agg. /xi Joyeuse = spada di Carlo Magno (Gibbon T. VI, p. 458, c. XLIX). c. 2, dopo I. 13, agg. Gandhioa (sanscr.) nome proprio dell'arco dell'e- roe Argiuna = dono degli Dei ( Vvacarana p. 232). p. 245, c. 4, dopo I. 43, agg. Altrove vicende volmcnlc la laringe serve ad indi- care il canale dei cibi p. e. in Ateneo. Dipnos. L. VI, p. 455, 1. 47. p. 246, c. 4 , 1. 9. arabo dell'oca » turco del l'oca 1. 46, dopo z= accepUssimum. agg. Digitized by Google — 3G0 — Àrtcmidoro dice che le oche erano sacre ad Iside c si nutrivano nei templi (Ooeirocr. L. IV, c. 85. Spnnhem. Us. P. Num. Diss. IV, Ira p. 261 e 268, Edit. Elmirii). c. 2, dopo I. 21, agg. In Sloveno, Mshka — piccolo sorcio c muscolo, e Mithiza = sorcio e muscolo (Diz. Murko Parte I, p. 504, e P. Il, p. 191, in voce Vìth.) p. 247, c. \, dopo 1. la, agg. Anche Artemidoro aveva sentito l'analogia che fe- ce applicare il uome del fanciullo a tal parte « To' |«v y*> «iSotov r.ani» èstxi (Oneii ocr. L. I, c. 82). In sanscrito shishu — pupus, pupa-. Shisluta — inembrum virile (Vvacarana p. 29G . 1.28. fatali • /«efori c. 2, dopo I. 22, agg. In illirico pure Smina — pupilla, etimologica- mente vuol dire piccola figlia. p. 249, c. l,dopol. G,agg. In cafro Tao z= mano. Toaa = piede. Po (America Sapiboconi) = mano. Poo (varie lin- gue del Brasile) mano. Poh (Brasile) = piede. p. 251, ci, 1.41. Bar » Diir p.252,c. 1,1. 5. 2jfj|ivs« »■ Ix-Jfivos l.G. 2xaa4 » 2xa I Kal. Mari, di cui si considerava siccome la prima parte, dicendosi VI Kal. Mari, priorcs; ed il giorno susseguente dicevasi VI Kal. Alari, poslcriores. Il primo giorno era l'intercalare ed il posterio- re quello ordinario. 1. 42. bixcslu » bissexlus p.255,c. 1,1. 14. idùmcuacaja » Adam esuf- haja od ul- muja I. 15. in tedesco Parodici Api ti. non dire vuol laringe: è il nome d'una specie di mela Pijrus .flatus pumila. Mill. (Adelung. Diz. in voce). Si aggiunga invece = ed in illirico Ada- miza ed Adornavo, od Adatnsko Jabolko. p. 258, c. 1,1. 14. uc C ' 2 >'' 51 W*, » le » KeJlTot p.259,c. 1,1.4. S p.26l,c. 1,1.30,31. Fc-ucr » Fcu-er c. 2, 1.41. noso » nosa, p. 262, c. 1,1. 37, dopo Jov'xt Glam, agg. I Greci pure chiamavano Ats'j pa'X»vss, cioè ghian- da di Giove la noce del Ponto (Aten. Dipnos. L. Il, p. 36, 1.51, e p. 27,1. G e 9) I. 58, dopo Giappone, agg. Ateneo nomina già un frutto Aiosmipej, dove parla della ciriegia ; dicendo che il frutto di questa somiglia a quello (Dipnos. I. II, p. 25, I. 25, ce.) p. 2G3, c. 2, dopo I. 41, agg. Ka'p-jsv pastXtxsv, cioè Mix Juglans. Malthiol. Commini, in Dioscor. L. I, r. 141, p. 223. p. 2G8,c. 1,1.32. Kopss » K'Jos; I. ult. ApTcIsp^r.s » ApTi^pi»:? p. 27 1 . c. 2, 1. 24. Iroccbcsi » Irochesi p. 272, c. 2, 1.12. pV» p. 270, e. 1,1.23 molte » molle c. 2, dopo I. 11. agg. In inglese chitd — fanciullo, figlio 1.51. mancarne » marcarne p. 280, c. 1,1. 31, agg. II territorio di Persia è aridissimo, e l'acqua vi fu sempre considerala siccome un tesoro. I no dei maggiori bei irli zi i del re Chosroe Nushirvan si fu quello di economizzare e distribuire sagace- mente l'acqua. I n ufficiale dolio Stato chiamasi principe delle acque. (Chardiu, Voy. Perse T.III, p. 99, 100. Tavernier T, I, p. 416). p. 280, c. 2,1. l,agg. S. Girolamo ne descrive il progresso regolare e distruttore delle cavallette, che nell'anno 408 si stendevano sulla Palestina, come una nera n ibe Ira il cielo e la terra, e che furono poi disjierse dai venti, parte nel Mar Morto e parte nel Mediterraneo (S. Hieronymi. Op. T. VI, p. 180 e 195, l-dit. Veronae, I73G). p. 284, ci, dopo!. 15. In greco -sSs's non solamente serve ad indicare tre sorla di colori, cioè bianco, biondo, rosso; Digitized by Google - 30 f - ma anche una qualità sapida, cioè dolce, ed una j maniera di moto, cioè celere. p.284,c.2,l.2l, contraddislin- •» contraddislin- goono guono p. 284, c. 2, 1.31, manutha » Mutuata p.284,c.2.dopol.59, agg. In greco Tevo?, vot = mento, mascella, rVvttsv (gr.) = barba: etra il greco e il Ialino Ko\vs{(gr.) barba, Cunuus (lat ) — parte sessuale muliebre, p. 286, c. 1,1.39, lingue «lingue, 1.41, espressioni »> espressioni, 1.43, della 2. » della I. I. ultima, emnuci-pare •• emancipare p. 287, c. 1,1. 10, sangucn » sanguen (3) p. 293 , e. 2 , dopo I. 5, agg. Sigonio narra clic la madre di Tcodorieo slava per fare un simile gesto, (piando questi Iti re- spìnto, in una sortila di Odoacrc da Ravenna, cit. d Macrob. L.XXXlll.r.l. eie. e Feslo p. 3 10 c. 2, 1.42, dan ,» dans L 43, croupiroul, il » eroupiront-ils p.3l l,c. 1,1.28, aveva »» avevano c. 2, dopo I, 8, agg. Questo significato e evidentissimo in Aristofane KxxXr,;, v. 903, o'U' e'v tv .~> p»'X5jiae xòXr.v dopo I. 13, agg. In Cimbro dei Selle Comuni Piaomo e nel se- colo IX, Posimi — seno e grembo (Dal Pozzo, Selle Comuni, p. 320.) p. 521, r. 2, dopo 1. 7 agg. □*D^n sciente asciamaim, Coeli Coelo- rum (Re, I. Test. cbr. HI, Vulgata, e. Vili, 27.) p. 522. e. 2, 1. 1 4, parlai, la » parlai la lino all' accampamento « Cui castra (aratiti j P- 323, c. 2, 1. 29, WHpTl mater in porla obvia, quo lendis, inquit, (ili ? ncque cniiu locus superesl quo le lugicns reci- pere possis, nisi ego vestem loliam et co le, inde in hieem prodiJisii, recipiam. (De Occi- dent. Imp- L. XV, in line.) p. 290, c. 1,1.7, mulfetaem » mulit brem ; p. 290. c. 2, dopo I. 5G, agg. Arlcmidoro (Uneiroer. I. t,c. 47), dice di n\cr veduto egli stesso in Cillene il simulacro di Mer- curio, che altro non era se non Porgano virile. p. 397, e. 4.1 18, agg. Tùli (sanscr.J gemma maritali» quam nuptae ex collo pendolala geslanl (Vvacaraua, p. 280.) p 505, e. 1, 1. 15, s'Jdav »> oùsav I. 15, Iralrali « teatrali p. 50fi,c. 1,1.4, Adimarchidi » Adirmachidi 1.50, Arislos, p. 508, e. 1, 1. I, penili ferra I. 1 5, rorjonùr p.309,c. 1,1.13, HVpt? avinh'ó i. io, m$a% 1.21, dieta c. 2, 1.29, debole p.310,c.2,l.37,AtcjusCapito » Plinio Hist. S. » Arialof. « imitati i/ura» » » r (ti ti li I: ' fi » diclu » debole. p. 323, c. 1 , 1. 24, 23 Rabica vina » Balnea, vina, p. 320, c. 2, dopo I. IO, agg. L'allilerazionc serve di (orma poelica presso alcu- ne nazioni, come presso i llrc la ràna. Tale for- ma era propria della poesia degli Islandesi, degli Alemanni, dei Franchi; trovasi nell'aulico scan- dinavo; cosi pure presso gli Anglo-Sassoni esiste la traduzione allibrala del libro De Cou- solationc di Boezio (Balbi, Ali EUlfl. XIII, 179). La poesia antica tedesca si costituiva pure di alterazioni. Rapp ne porge degli esempii (T. IV, p. 103, e T. Il, p. 223). La poesia dei po- poli Finnici ha per regola principale la ripeti- zione della stessa lellera al principio delie pa- role di un verso (Balbi, (). c. XV, 192, 5). p. 527, c. 2, 1. 8, cainalaa » lamatar I. 55, misepàt n bemisepàt p.528,c. 1,1.9, «HE]) I. 50, tiganlìu » tiganìiù dopo 1. 50, agg. Recedile polluli, clamaverunt cis : recedile, abile, oolite tangere : jurgafi quipjic sunt et commoti dixerunt iuter gentcs : nou addel ultra ut habi- let in cis. Digitized by Google - 362 - » Coesore » rupcs « revelli » dixit, » linguam » oves » quoeumquc » preincbant. » cxtiuxem: me- c. 2, 1.35, «5t)'v » H*e*v p. 330, e. 1, 1.27 si » sii dopo L 28, agg. I. ullimn, Caesar e. 2, 1. 1 , rubes I. 32 rcvelli. p. 331, e. 1,1.27, dixil. 1. 39, lingiiam. p. 334, c. 2,1. 5, avet 1. 26, quodcumque p. 335, c. 2, 1.12, prcmebaut 1.26, cxliiixcm me mei: p. 336, c. 1,1.38, Irigidula vogula nudula»Pallidula, rigida, ondula? Ve quac solebas dabisjoco »Nec, ut soles, dobis j'o- cos. È una rima imperfetta p. 336. c. 1,1.41, Colchis » Colchis, l.43,facilcsat albus, » facilcs:al olbus c.2.1.2, dcderit » dedit 1.4, vcrelur » vcrctur. p. 337, c. 2, 1.29, i% 1 » :9. 3 } L50, SO "3 p. 342. c. 1,1. 18. meef « » concea/i, » awoy. » frase : » Virgilio, 1. 22, conceah. 1.24, awoi/ p. 343, e. 2, 1.9, frase p. 344. e. 2, 1.7, filai I. 14, Virgilio p. 345, c. 2, dopo L 27, agg. I Saabi, specialmeote quelli che abitano al nord dell' Orange, (Africa Fam. d. Olteototi) chiù-, dono molte delle loro frasi con una specie di canto che dura cinque o sci secondi (Balbi, Ali. Ethn. Tab. XX, dopo del N. 289). p. 346, c. 1, dopo 1, 18, agg. Non solamente nelle lingue delle regioni al di la del Gange, ma nelle lingue malesi, in tutte le lingue della Costa d'Oro, nella lingua Chainor- rc |>arlata altre volle in lutto l'arcipelago delle , Isole Mariane e nelle lingue Abipon (Perii), Gua- rani ed Omagua (America Mcridion.), le parole cangiano di significato secondo le diverse in- tonazioni,e l'accento che loro si danno (Balbi, Ali. Ethn. Tab. XIX, dopo il Pi. 246, Tab. XXIII, in alto colonna III, Tab. XXIII, 381, T. XXVII, 450, T. XXVIII dopo 493). p.347.c.l,1.21, Topsy » Topiy l.42,nolÌs velis » velit Digitized by Google INDICE DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO PRIMO VOLUME. l.MHODUZIONE P"g- Origine delle lingue » Apparato delV articolazione dei suoni nel- f untano organismo. ...... Meccanismo nella produzione d'ogni sin- golo suono » Occasione per cui originariamente si emet- tono i suoni articolati » Primo elemento. — Automatismo . . » Secondo elemento. — Patema. ...» Terzo elemento — Imitazione. Fisiologia fonetica Prima Età linguistica. Della voce » Della pronuncia nella prima età linguistica » Patore delle parole nella prima età lingui- stica » Relazioni tra le forme automatiche, pateti- che ed imitative » .V 33 ivi 49 ivi 56 62 77 79 82 83 108 118 Dizionario automatico » 121 Dizionario inlerjeltivo » 163 Dizionario onomatopeico » \ 93 Della Nomenclatura primitiva ...» 235 Antica indeterminazione dei sensi delle parole » 273 Il iguanli speciali sulle differenze dei sensi antichi delle parole paragonati cogli odierni ...» 289 Antica schiettezza nei modi d'esprimer- si » 294 Esempii d'ignobilità etimologica. . . » 309 /)e//e successioni dei prodotti fonetici . » 313 Deir elemento armonico considerato pel suo influsso nella forma e nella coordinazio- ne delle parole » 345 Considerazioni generali sulla prima età lin- guistica. » 351. \ Digitized by Google by CjOOglc  Un 'filosofo linguista' dell'Ottocento italiano: Paolo Marzolo (1811-1868) By Alice Orrù visibility 28 Views  description 1 Page  link 1 File 2018, MA Thesis  sell Philosophy of Language, Italian Linguistics  Show more keyboard_arrow_down Lo scopo del presente lavoro di tesi magistrale è riscoprire Paolo Marzolo, medico, filosofo e linguista padovano dimenticato a causa del giudizio liquidatorio di Ascoli e tuttavia figura collante tra la linguistica illuministica glottogonica del ‘700 e quella storico-comparativa ottocentesca sviluppatasi in Germania e affermatasi in Italia solo a metà secolo. Nella sua opera principale Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola, incompiuta e parzialmente pubblicata in quattro tomi tra il 1847 e il 1866, Marzolo individua tre elementi originari (“primitivi ed eterni”), automatico/meccanico (riguardante la struttura degli organi articolatori), patetico/interiettivo (concernente la sensibilità e la percezione) e onomatopeico/imitativo (il più evoluto e comune solo agli umani). Quest’ultimo permette l’interazione comunicativa e il processo di significazione o “ideologico-fonetico”, cioè l’assegnazione di un significato (accidentale e frutto delle contingenze) a un suono mediante il ricordo di una sensazione, alla base del processo di “allusione” (associativo o di meta-ricordo). Influenzato dal contesto padovano dell’aristotelismo biologico, dalle teorie organiciste e monogeniste nonché dal clima positivistico ottocentesco, Marzolo mira a realizzare una “storia naturale linguistica” (origine, progresso e compimento) come storia dei progressi dell’umanità all’interno di un “musaico” costantemente in divenire, conferendo alla linguistica il carattere di “scienza naturale” da studiare ‘anatomicamente’.  Repository istituzionale dell'Università degli Studi di Firenze La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Questa è la Versione finale referata (Post print/Accepted manuscript) della seguente pubblicazione: Original Citation: La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo / L. Savoia. - In: STUDI ITALIANI DI LINGUISTICA TEORICA E APPLICATA. - ISSN 0390-6809. - STAMPA. - 37, 3:(2008), pp. 511-548. Availability: The webpage https://hdl.handle.net/2158/356441 of the repository was last updated on Terms of use: Open Access Publisher copyright claim: La pubblicazione è resa disponibile sotto le norme e i termini della licenza di deposito, secondo quanto stabilito dalla Policy per l'accesso aperto dell'Università degli Studi di Firenze (https://www.sba.unifi.it/upload/policy-oa-2016-1.pdf) La data sopra indicata si riferisce all'ultimo aggiornamento della scheda del Repository FloRe - The above mentioned date refers to the last update of the record in the Institutional Repository FloRe (Article begins on next page) 18 December 2025 Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata, anno XXXVII, 2008, numero 3 LEONARDO M. SAVOIA  LA LINGUISTICA DI PAOLO MARZOLO E IL PENSIERO  SCIENTIFICO DEL SUO TEMPO Firenze La figura e lʼopera di Paolo Marzolo1, medico e linguista, dal 1862 pro fessore di Grammatica e lingue comparate allʼUniversità di Pisa, sono state  presto messe in disparte dai nuovi paradigmi dellʼindagine linguistica del  secondo Ottocento, quali la linguistica storico-comparativa e la geografia  dialettale. Su Marzolo ha pesato anche il giudizio liquidatorio di Graziadio  Ascoli (Ascoli 1877: 42, n. 8) che vi vede un ʻeterodosso genialeʼ, che mira  a un ʻtentativo di glottologia universaleʼ pur senza averne ʻmezzi adeguatiʼ.  La continuità che lega le tematiche della linguistica di Marzolo alla lingui stica settecentesca e ai motivi illuministici ancora ben presenti peraltro nella  linguistica italiana a lui contemporanea, configura quella debolezza metodo logica, quei ʻpericoli infinitiʼ, che Ascoli attribuisce alla grammatica compa rata ʻpsicologicaʼ, orientata cioè a stabilire i ʻdifferenti tipi idiomaticiʼ e ʻle  varietà etniche del pensieroʼ. Il giudizio di Ascoli influenzerà la storiografia  successiva; ad esempio, Tagliavini (1963: 138-135, 365) definisce Marzolo  ʻincurante dei nuovi indirizzi della linguistica storicaʼ e ne sottolinea lʼideale  ʻambizioso ed altissimoʼ. In realtà, le comprensibili riserve ascoliane per unʼindagine comunque  troppo speculativa e carente dal punto di vista metodologico finiscono per  oscurare non solo lʼarticolazione delle tematiche oggetto della riflessione  linguistica di Marzolo, ma anche il legame che la unisce al pensiero scien tifico del suo tempo. Questo contributo cercherà di approfondire entrambi  questi punti riportandoli al quadro della linguistica italiana della metà del lʼOttocento, allʼinterno del quale si collocano le prospettive e i metodi della  ricerca linguistica di Marzolo. 511 Leonardo M. Savoia 1. Linguistica illuministica e linguistica storica A partire dalla dissertazione di laurea De vitiis loquelae (1834) che  sostiene lʼunificazione dei fenomeni intellettuali con quelli organici, Paolo  Marzolo elabora una concezione naturalistica e organicistica del linguag gio. Alla sua opera principale, Monumenti storici rivelati dallʼanalisi del  linguaggio, prevista in 16 volumi, della quale furono pubblicati il primo  volume (Parte prima: Saggio di storia naturale delle lingue, Padova, 1847)  e parti del terzo e del quarto, Marzolo cominciò a lavorare quando, dopo  essersi laureato in medicina a Padova, svolgeva la professione di medico  di campagna. In essa sono presenti i punti fondamentali della sua riflessio ne, volta a fissare una storia naturale del linguaggio nella quale il formarsi  e lʼevoluzione delle lingue dipendono da dispositivi sensoriali e organici  connaturati allʼuomo e in questo senso universali. In Marzolo il naturalismo  universalistico e la grammatica generale dei filosofi del linguaggio illumini sti si combinano con una concezione positivistica della natura umana, di tipo  essenzialmente fisiologico, coerente con lʼantropologia della metà dellʼOtto cento. Un ruolo cruciale è svolto dallʼampia base di dati empirici compren denti i fenomeni patologici e marginali del linguaggio, la conoscenza dei  meccanismi fisiologici e anatomici, il confronto fra lingue. Così, nellʼIntro duzione ai Monumenti storici, le caratteristiche attestate dalle diverse lingue  sono messe in relazione con caratteristiche organiche dei parlanti: Oltre lo studio della lingua dei fanciulli, degli stolti, dei balbi, quello delle  classi inferiori del volgo, dei villici e dei selvaggi giovommi quindi a svilup pare la serie dei momenti che costituirono le lingue più perfezionate; perché  queste classi si mantengono in una condizione stazionaria, ove ciascheduna  corrisponde ai vari gradi che devono naturalmente percorrere … tutte le lingue  prima di arrivare al classicismo letterario. Non è che la facoltà del pensiero  differisca essenzialmente quanto al modo di svilupparsi e di agire in queste  condizioni diverse …ʼ (p. 15). Questo approccio delinea un modello unificante dei fenomeni linguisti ci, dellʼevoluzione e della differenziazione delle lingue, che si inserisce nel  dibattito che in quegli anni oppone la scuola medica organicistica, di cui lui  appunto si fa interprete, e le tendenze dei vitalisti (Barsanti, 2005). La sua  stessa chiamata alla docenza universitaria può essere messa in rapporto con  lʼintento del ministro della Pubblica Istruzione, il fisico Carlo Matteucci, di  dare impulso ad approcci scientifici per contrastare le dottrine metafisiche  del tempo (Ceccarel, 1870). Ci possiamo chiedere quindi come si collocano  le idee di Marzolo nel quadro della linguistica e del pensiero scientifico della  512 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo prima metà dellʼOttocento. Infatti, anche se a prima vista le tematiche che  caratterizzano il lavoro di Marzolo appaiono fortemente ispirate alla lingui stica settecentesca, tuttavia ad un attento esame risultano evidenti gli stretti  rapporti dellʼapproccio e degli interessi di Marzolo con il pensiero scientifi co del suo tempo. Gli orientamenti più accreditati alla metà dellʼOttocento nella ricer ca linguistica in Italia e in Europa si fondano sul paradigma storico comparativo fissato nei lavori di alcuni autori tedeschi, in particolare il  Conjugationssystem (1816) di Franz Bopp, la Deutsche Grammatik (1819,  18222) di Jakob Grimm, la Grammatik der romanischen Sprachen (1836 1843) di Friedrich Diez. Lʼaffermarsi di una metodologia storico-ricostrutti va mette in ombra la riflessione sui principi della grammatica generale, che  aveva caratterizzato gli autori illuministi come De Brosses, Turgot, Beauzée,  Court de Gébelin. La linguistica illuminista finalizzava infatti la comparazio ne fra lingue e la descrizione linguistica alla ricerca delle leggi e dei principi  razionali che governano il linguaggio. La nuova metodologia storica mira a  ricostruire i processi di evoluzione linguistica e i rapporti di parentela fra le  lingue ricorrendo al confronto dei dati e allʼindividuazione di corrispondenze  regolari e sistematiche nella fonetica o nella morfologia di lingue diverse,  affini per ipotesi, viste come prove di uno sviluppo storico fra lingue impa rentate. Anche se il passaggio fra la linguistica settecentesca e quella storico comparativa è stato riportato ad un vero e proprio salto dal punto di vista  concettuale, la cesura non è così netta. Negli anni di transizione alla lingui stica storico-comparativa, in mancanza di un modello descrittivo efficace,  la descrizione linguistica trova uno sbocco tipico nelle raccolte di dati e  di testi. Il Catalogo delle lingue conosciute e notizia della loro affinità et  diversità (1784) e il Saggio pratico delle lingue (1787) del gesuita spagno lo Lorenzo Hervas y Panduro (1735-1809), il Mithridates oder allgemeine  Sprachenkunde (1806-1817) iniziato da Johann Christoph Adelung e ter minato dal Vater, lʼAtlas ethnographique du globe (1826) di Balbi assol vono a un comparativismo approssimativo e nello stesso tempo affermano  procedimenti di tipo empirico. In particolare nel comparativismo dellʼinizio  del secolo si continuano alcuni punti teorici e alcune tematiche fissati dalla  linguistica illuminista, come lʼindagine comparativa, lʼorigine agglutinativa  delle flessioni, il rapporto fra ʻgenio della linguaʼ e nazione, accettandone in  genere anche gli ambiti di ricerca e la terminologia per quanto inseriti in una  diversa sensibilità storica e culturale (Kukenheim 1962, Timpanaro 1969,  2005 [1973], Diderichsen 1974, Savoia 1981, 2001, Aarslef 1984 [1982],  Morpurgo Davis 1994). Nel Conjugationssystem (1816) di Franz Bopp come  513 Leonardo M. Savoia in Undersøgelse (1818) di Rasmus Rask vi sono infatti gli schemi interpre tativi della ʻgrammatica generaleʼ e della comparazione che nella seconda  metà del settecento erano alla base della ricerca della lingua originaria, delle  lingue madri e delle parentele linguistiche. Il paradigma ufficiale della linguistica si allinea quindi allʼuniverso sim bolico, al sistema di idee e di valori che impongono alla cultura ottocentesca  uno schema interpretativo storico-evolutivo nellʼanalisi dei fenomeni antropo logici, sociali e naturali. Anche i modelli dellʼindagine biologica rispecchiano  lʼinteresse per la spiegazione storica, in primo luogo la teoria darwiniana della  selezione naturale, vista come la chiave di lettura più adeguata per trattare i  processi di trasformazione, nella società come nella natura: Darwin belonged to an age that had discovered historical explanations and  was becoming preoccupied with change and the reasons for it, as Europe  experienced encreasing rates of social and political transformation. In biolo gy, the continous accumulation of fossils made their history more and more  problematical … So here was the third ingredient [natural selection] that gave  Darwin the recipe for a dynamic theory of evolution … The different types of  organisms are just arbitrary groupings of continually changing of populations  into convenient categories … These categories are a result of the history of  adaptive response to changing environments and the accidents of heredity …  Now history begins to play a really significant role in evolution (Goodwin  2001: 20, 22). Allʼinterno di questo quadro epistemologico, non sembra così strano  che un autore come Marzolo, di formazione medica, concepisca il linguag gio in una prospettiva di storia naturale, nella quale il comportamento umano  è riportato ai meccanismi fisici sottesi ai fenomeni naturali. La figura di  Marzolo appare meno eccentrica di quello che il giudizio di Ascoli, riportato  sopra, suggerisce, dato che il formarsi del metodo storico dellʼindagine otto centesca si correla strettamente ai paradigmi che si affermano nellʼindagine  naturalistica (evoluzionismo, monogenesi/ poligenesi delle specie, ecc.).  Dʼaltra parte questi interessi non nascono improvvisamente ma sviluppano  riflessioni e teorie ampiamente dibattute nel secolo precedente. 2. La ricerca linguistica come filosofia della storia: la ricostru zione delle antiche culture Per quanto le tendenze di carattere positivistico diventino prevalenti  nella seconda metà dellʼOttocento, lʼeredità illuministica è ben presente nel  514 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo dibattito su questioni come quelle dei rapporti genetici fra le lingue e del lʼorigine del linguaggio; ad essa inoltre si deve il requisito fondante della  scienza moderna, cioè lʼunità del metodo scientifico (cf. pf. 4.4). In parti colare già nella linguistica del settecento lʼetimologia ha un valore euristico  cruciale “per la teoria generale del linguaggio, e per una ricostruzione della  storia filosofica dellʼuomo” (Morpurgo Davis, 1994: 46-47). Ad esempio per  De Brosses lʼetimologia può servire a “recouvrer en partie les anciennes lan gues, en écomposant les langues modernes” (De Brosses, 1765: 94). Turgot  rende esplicito il rapporto fra etimologia e teoria generale del linguaggio  nella voce Étymologie (1756) nel volume VI dellʼEncyclopédie. In esso  stabilisce il nesso fra etimologia, origine della specifica lingua e teoria del  linguaggio, assumendo che: Lʼapplication la plus immédiate de lʼart étymologique est la recherche des  origines dʼune langue en particulier: le résultat de ce travail … est une partie  essentielle … de la connoissance complete du sistème de cette langue … ces  préliminaires sont indispensables pour saisir … la théorie générale de la parole  et la marche de lʼesprit humain dans la formation et les progrès du langage  … Cette théorie est la source dʼoù découlent les règles de cette grammaire  générale qui gouverne toutes les langues (p. 99). Lʼetimologia si inquadra quindi in un indirizzo epistemologico di più  vasta portata che mira alla “ricerca delle origini di una lingua particolare”  come presupposto per “la teoria generale della parola e del cammino dello  spirito umano” (Formigari, 1972: 140), nei termini formulati in Réflexions  philosophiques sur lʼorigine des langues, et la signification des mots (1748)  da Maupertuis: Questo studio è importante non solo per lʼinflusso che le lingue hanno sulle  nostre conoscenze, ma anche perché nella costruzione delle lingue è dato ritro vare orme dei primi passi dello spirito umano. Forse per questo i gerghi dei  popoli più primitivi potrebbero esserci di maggiore utilità … e meglio ci inse gnerebbero la storia del nostro spirito … È vero che tutte le lingue … furono  semplici nei loro inizi … Ma ben presto le idee si combinarono fra loro e si  moltiplicarono; e furono moltiplicate le parole, … Poiché le lingue sono uscite  da questa loro prima semplicità … risaliamo allʼorigine delle lingue e vediamo  attraverso quali gradi esse si sono formate (in Formigari, 1971: 73-75). Oltre che dagli enciclopedisti la cultura italiana riprende idee di questo  tenore dal pensiero di Vico, che fissava questa particolare funzione conosci tiva delle lingue nei due assiomi seguenti: 515 Leonardo M. Savoia XVII I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi costumi  deʼ popoli, che si celebrarono nel tempo chʼessi si formaron le lingue. XVIII Lingua di nazione antica, che si è conservata regnante finché pervenne  al suo compimento, devʼesser un gran testimone deʼ costumi deʼ primi tempi  del mondo (Vico 1744, in Nicolini 1953: 441). Lʼindagine linguistica come mezzo fondamentale nella ricostruzione  delle antiche culture scomparse è al centro della riflessione linguistica del  primo Ottocento. Essa riveste più ruoli, correlandosi alla questione dellʼori gine delle lingue, della natura delle differenze linguistiche, del sostrato, del  processo storico che ha portato a differenti lingue. Carlo Cattaneo nel saggio  Sul principio istòrico delle lingue europèe (1841) definisce così i compiti e i  contenuti della linguistica: La linguìstica è surta naturalmente dalla contemporanea cognizione di molte  centinaia di linguaggi vivi e morti … Questo nuovo studio, indagando le ìntime  somiglianze e dissimiglianze delle varie lingue, tanto pel suono dei vocaboli,  quanto per le diverse maniere di derivarli, comporli e collegarli, le òrdina pri mamente in famiglie; e cerca poi nelle istorie dei pòpoli le remote cause per cui  si communicàrono fra loro quei particolari modi dʼannunciare i loro pensieri  … Intanto i dialetti rimàngono ùnica memoria di quella prisca Europa, che non  ebbe istoria, e non lasciò monumenti. Giova dunque raccògliere con pietosa  cura tutte queste rugginose reliquie; studiare in ogni dialetto la pronuncia e gli  accenti; notare quanto il suo dizionario ha di commune colla lingua nazionale e  quanto ha di diviso (Cattaneo 1841, in Opere scelte 1972: 160, 201-202). La concezione storico-sociale del linguaggio delineata dal Cattaneo  sul Politecnico è riproposta da Biondelli, nel Saggio sui dialetti gallo-italici  (1853): Sebbene principal nostro divisamento fosse il raccògliere in questo Saggio  le voci che, per la forma e la significazione loro, si pòssono riguardare come  rùderi degli antichi linguaggi itàlici … (Biondelli, 1853: XXXVII). Il Saggio del Biondelli condensa le linee metodologiche della linguisti ca descrittiva italiana della prima metà dellʼOttocento. In esso si combinano  la conoscenza della nuova glottologia comparativa, lʼinteresse per la raccolta  di documentazione empirica, componenti della riflessione linguistica sette centesca con riferimenti ad autori come Locke, Condillac, Rousseau, Herder,  degli approcci psicologici tipici degli ʻidéologuesʼ. Marzolo si colloca a sua volta in questo ambito di interessi, proponen do una teoria generale della parola, una storia naturale delle lingue, intesa  516 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo come chiave di lettura della storia dei progressi dellʼumanità, una storia  ʻdelle nazioniʼ. Questa prospettiva metodologica è già definita in Monumenti  storici, e ripresa poi nei lavori successivi. LʼOpera … deve servire di base collʼautenticare le etimologie alla dimostra zione dei temi storici ai quali si verranno applicando. Questa parte preparato ria avrà fatto passare la linguistica al rango di scienza naturale … Ma io noto  le leggi eterne dietro le quali si producono, crescono, si tramutano e perisco no; leggi comuni a tutte, perché tutte partite dalle stesse condizioni dellʼuma na natura e dei suoi bisogni in società. Perciò questa parte del mio lavoro si  potrebbe dirsi fisiologia delle lingue … (Marzolo, 1847: 22). Nel saggio Dellʼapplicazione della storia naturale delle lingue alle  investigazioni della storia delle nazioni (Marzolo, 1860:7) ribadisce il valore  conoscitivo dellʼetimologia, vista come ʻmezzo di investigazione storicaʼ,  per cui: le lingue come prodotti dello spirito dellʼumanità... rivelano una forma nazio nale per riconoscere la somiglianza o la diversità delle razze... Paragonate fra  loro le lingue, e considerate come aspetti della storia naturale dello spirito...  sono divenute una ricca sorgente del sapere storico... ci conducono... in un  oscuro passato, tale cui non arriva nessuna tradizione. La combinazione dello schema storico con le considerazioni di ordine  fisiologico e percettivo sono anche alla base del Brevissimo sunto della sto ria dellʼorigine dei caratteri alfabetici (Marzolo, 1857: 14): Dal momento in cui un disegno, dalla semplice rappresentazione dʼun oggetto  passa a pretendere invece alla ricordanza dʼun suono, tale disegno è una vera  nota vocale, fonetica … Dunque le rappresentazioni imitative dʼuna quantità  dʼoggetti poterono passare ad uso di note vocali; ed appunto di tali disegni  imitanti degli oggetti e quindi riguardanti i loro nomi si costituirà quellʼalfabe to nato tra un popolo di lingua semitica … La linguistica comparativa, i procedimenti etimologici e la ricostru zione linguistica e storico-culturale hanno un ruolo cruciale nellʼideologia  nazionale che investe lʼEuropa dellʼOttocento e del Novecento, in quanto  forniscono la base scientifica per la riabilitazione e lʼidentificazione delle  diverse lingue nazionali (Anderson, 2000 [1991]). Il metodo storico-rico struttivo risulta in questo senso funzionale alle idee nazionali che proprio  nei primi decenni dellʼOttocento alimentavano i movimenti di rinascita  nazionale facendo leva sullʼidentità e sullʼantichità storica dei diversi popoli  517 Leonardo M. Savoia e delle diverse culture. In effetti lʼaffermarsi di prospettive metodologiche  e strumenti di analisi è almeno in parte funzionale alle dinamiche culturali  che caratterizzano una società in determinati momenti storici. Ciò sembra  valere in generale per le idee e gli schemi interpretativi della scienza, esten dendosi anche ai paradigmi interpretativi applicati ai fenomeni naturali.  Specificamente, Anderson (2000 [1991]) correla le principali categorie che  classificano il mondo reale e le nostre esperienze in schemi basati sul contra sto tra identità culturali, sociali, storiche, diverse a costrutti concettuali che si  determinano col processo di formazione delle identità nazionali: La “trama” di questo pensiero era una griglia classificatoria totalizzante, che  poteva essere applicata con infinita flessibilità su qualsiasi cosa cadesse sotto  il controllo, reale o presunto, dello stato: persone, regioni, religioni, lingue,  prodotti, monumenti, e così via. Lʼeffetto di questa griglia fu di dare a ogni  cosa unʼidentità precisa: questo, non quello, qui, non lì (Anderson, 2000  [1991]: 207). Al collegamento fra schemi dellʼanalisi scientifica e orientamenti ideo logici non sfugge la formazione dei procedimenti etimologici e della rico struzione linguistica e storico culturale ad essa connessa che caratterizzano  gli studi linguistici nellʼEuropa dellʼOttocento e del Novecento. Ad esempio,  Rotsaert (1979) mostra che gli studi etimologici tedeschi della prima parte  dellʼOttocento si ricollegano alla ʻriabilitazioneʼ del tedesco operata dalla  ricostruzione indoeuropea applicando in ambito lessicografico una meto dologia basata sulla comparazione indoeuropea, come nel caso dellʼAltho chdeutscher Sprachschatz oder Wörterbuch der althochdeutschen Sprache  (1834-46) di Graff. Come sottolinea Rotsaert (1979: 311): ʻScoprire lʼetimo logia delle parole significa in effetti per Graff ritrovare lʼespressione origi nale dellʼanima e dello spirito del popolo tedesco [ʻDer Geist des Volkesʼ]ʼ.  Successivamente si afferma una prospettiva propriamente storica, indirizzata  ad una ricostruzione interna al vocabolario tedesco, che trova espressione ad  esempio nellʼEtymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache di Kluge  (1883, 1899), che rispecchia nuovi interessi di tipo puristico, volti alla riva lutazione del lessico tedesco. Questo particolare ruolo dellʼetimologia e in generale dei nuovi metodi  di indagine storica nella creazione dellʼidentità nazionale è messo in eviden za da Marzolo (1860: 8): Gli splendidi risultati che lo studio filosofico delle lingue fece in Germania  da quasi mezzo secolo facilitano le investigazioni sul carattere nazionale delle  lingue … 518 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Un altro interessante esempio nel quale la pressione delle ideali tà nazionali e lʼindividuazione di una specificità linguistica e culturale  sono preminenti è fornito dalla linguistica albanologica. In Sugli albanesi.  Ricerche e pensieri e in Studi etimologici della lingua albanese di Dorsa  (Dorsa 1847 e 1862), la debolezza metodologica e le procedure etimologiche  di stampo vichiano e gébeliniano lasciano trasparire un intento storico-cultu rale coerente con lʼispirazione civile della linguistica coeva: ... far risaltare lʼantichità antiomerica dellʼidioma albanese, mettendolo in  comparazione principalmente col greco e latino primitivi. Le autorità dei dotti  e in special modo di Malte-Brun, Court de Gébelin, Mazocchi, ci guideranno  per seguire alcun altro punto di affinità con gli altri idiomi indoeuropei, e  anche semitici derivati pure in origine da una madre comune. Seguiremo lo  svolgimento delle parole guidati dalle stesse leggi onde si svolgono le idee, e  invocando a maestro il Vico … forse ci sarà dato di tracciare in qualche modo  una storia ideale della lingua albanese … (Dorsa 1862: 8-10). 3. Temi della linguistica di Marzolo: la formazione delle lingue;  le lingue come sistemi di segni Il ricorso allʼetimologia e alle corrispondenze lessicali per la ricostru zione delle civiltà originarie, caratterizza fin dallʼinizio la linguistica stori co-comparativa; basti pensare a Les origines indo-européennes di Adolphe  Pictet, che lʼautore concepisce come un ʻsaggio di paleontologia linguisticaʼ.  Rispetto a questa impostazione storica Marzolo ha una finalità diversa. Pur  consapevole della nuova glottologia comparata e dei suoi risultati, mira  infatti ad una ricostruzione dei processi di natura fisiologica che portano alla  creazione delle parole; persegue cioè una finalità strettamente collegata a  questioni come appunto lʼorigine del linguaggio e la lingua originaria. A questo proposito in Monumenti storici Marzolo distingue tre cause  naturali nella formazione dei vocaboli: parole di origine automatica, come  le parole formate da elementi labiali per ʻmadreʼ e ʻpadreʼ, parole di origi ne patetica, cioè basate sulle interiezioni, parole di origine onomatopeica.  In realtà Marzolo concepisce lʼidea di ʻprima età linguisticaʼ non nel senso  di lingua primitiva e originaria, quanto come lʼinsieme de ʻi prodotti delle  disposizioni vocali dellʼuomo in contatto col suo simile, giusta le varie cir costanze organiche e quelle estrinsecheʼ. Lʼidea di Marzolo è che la maniera  in cui ora si producono nuove parole o cambiano quelle esistenti dipende  dagli stessi meccanismi fisiologici alla base dellʼipotetica prima lingua, per  cui la ʻstoria naturale delle lingueʼ è una prova della ʻcontinuità del proces 519 Leonardo M. Savoia so ideologico-foneticoʼ, cioè del processo attraverso il quale successioni di  suoni si abbinano a significati. Inoltre Marzolo fornisce una teoria dellʼorigi ne dei vocaboli, proponendo che sequenze di elementi fonetici sono prodotte  inizialmente in connessione con oggetti del mondo reale (onomatopee), con  stati emotivi (interiezioni) e con meccanismi automatici di articolazione  (parole infantili). Lʼespandersi e il convenzionalizzarsi dei significati è un  processo successivo, legato allʼuso dei termini via via introdotti: ʻla nomen clatura fu distribuita di mano in mano e progressivamente giusta i bisogni  dʼespressione dellʼuomo agli atti ed agli oggetti …ʼ (p. 237). È evidente la dipendenza della spiegazione di Marzolo dai testi fonda mentali della linguistica illuminista, per la quale i fenomeni linguistici riflet tono proprietà generali del linguaggio, e più precisamente si conformano a  dispositivi che sono universalmente presenti nella mente e nellʼorganismo  umani. Lʼindividuazione di tali dispositivi avrebbe permesso di ricostruire  proprietà della lingua originaria, o almeno di caratterizzare la base naturale  del linguaggio. Beauzée nella voce Langue (B.E.R.M. 1759, in Formigari  1972) individua tipi di suoni e di parole naturali: Un primo ordine di parole che possiamo considerare naturali, perché si ritro vano almeno approssimativamente eguali in tutte le lingue e dovettero far  parte del sistema della lingua primitiva, sono le interiezioni, effetti necessari  della relazione stabilita dalla natura fra certe affezioni dellʼanimo e certe parti  organiche della voce … Un secondo ordine di parole rispetto al quale tutte le  lingue hanno ancora unʼanalogia comune … sono le parole infantili determi nate dalla maggiore o minore mobilità di ogni parte organica dello strumento  vocale e insieme dalle esigenze dellʼanimo o dalla necessità di dare un nome  agli oggetti esterniʼ (in Formigari, 1972: 185, 186). Nella Grammaire Générale Nicolas Beauzée (Beauzée, 1767) assume  che le differenze fra le lingue siano semplicemente applicazioni differenti di  “principes généraux du Langage” che dipendono dalla natura stessa. In con clusione è possibile sostenere che tutti i popoli della terra, “malgré la diver sité des idiômes, parlent absolument le même Langageʼ. Particolarmente puntuale è la corrispondenza fra lo schema di Marzolo  e il Traité de la formation méchanique des langues, et des principes physi ques de lʼétymologie di Charles De Brosses (De Brosses, 1765). Nel Traité  (Libro I, cap. VI) le cause naturali che determinano la nascita di una lingua  primitiva sono riportate a cinque ordini di parole primitive: le interiezioni; le  parole necessarie nate dalla conformazione dellʼorgano (le parole infantili);  le parole quasi necessarie; le onomatopee; le parole che per natura sono ade guate a certe classi di cose. De Brosses commenta: 520 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Cʼest une chose curieuse sans doute que … de voir que ces rapports se trou vant les mêmes par-tout où il y a des machines humaines, établissent ici, non  plus une relation purement conventionelle, telle quʼelle est dʼordinaire entre  les choses et les mots, mais une relation vraiment physique et de conformité  entre certains sentiments de lʼame et certaines parties de lʼinstrument vocal …  La voix du doute et du dissentement est volontiers nazale hum, hom, in, non  … Je lʼai déja remarqué que le son nazal appartient naturellement à la négation  … (De Brosses 1765: 224 e sgg.). Lʼenfant commence donc à se servir des let tres labiales, puis des gutturales … Ainsi dans toutes les langues les syllabes,  Ab, Pap, am, ma sont les premiers quʼils prononcent.. Il nʼy a point de langue  en aucune contrée où les mots de Pere, mere, et mammelle ne viennent de ces  racines … Les mots Baba, Pappa, Mama, Atta, Tata, Gaga, Nana, sont des  racines primordiales nées de la nature humaine, et dont la naissance est une  conséquence absolue de cette vérité physique, lʼhomme parle … Il faut inférer  de ceci que ces petits mots Papa et Maman … sont primitifs et radicaux pour  toutes les langues du monde; quʼil nʼest pas besoin dʼadmettre ici de dériva tion dʼune langue à une autre … (De Brosses, 1765: 231 e sgg.). Se le parole hanno unʼorigine naturale, tuttavia il loro funzionamento  come segni costituisce il risultato della capacità umana di utilizzare suoni o  oggetti come segnali. La questione del rapporto fra segno linguistico, idee  e mondo esterno costituisce uno dei punti concettuali fondamentali della  riflessione di Marzolo. Nuovamente, si tratta di un interesse che certamente  ha importanti esempi nei filosofi illuministi. Basti pensare alle Réflexions  philosophiques sur lʼorigine des langues, et la signification des mots (1748,  in Formigari 1971) in cui Maupertuis formulò una teoria in cui le parole,  cioè i ʻsegniʼ, corrispondono alle percezioni e alle idee dellʼuomo e possono  influenzare la nostra conoscenza del mondo: I segni per mezzo dei quali gli uomini hanno designato le loro idee hanno tanta  influenza su tutte le nostre conoscenze, che io credo che ricerche sullʼorigine  delle lingue e sulla maniera in cui queste si sono formate meritino pari atten zione … (in Formigari 1971: 75). La natura dei sistemi linguistici come insiemi di segni è oggetto anche  della riflessione di Manzoni, in particolare negli scritti inediti Della lingua  italiana (Poma e Stella 1974; Savoia 1984). Manzoni mette a punto una  concezione della lingua come totalità di segni istituita e garantita dallʼuso  che applica nei saggi relativi alla questione della lingua. La teoria del segno  manzoniana ha al suo centro una precisa nozione del meccanismo di signifi cazione: 521 Leonardo M. Savoia E qui siamo portati a riconoscere … unʼidentità … essenziale, tra i vocaboli  e le regole grammaticali. Sono ugualmente mezzi di significazione, o in altri  termini, sono segni ugualmente … Per segno infatti sʼintende una cosa qualun que la quale serva a indicarne unʼaltra, per mezzo dʼuna relazione, o che abbia  naturalmente con essa, o che sia stata stabilita da una convenzione (Poma e  Stella, 1974: 632-634). Marzolo si inserisce quindi in una linea teorica indirizzata alla carat terizzazione delle lingue come sistemi che generano significati. Si tratta di  un tema che verrà ripreso alla fine dellʼOttocento mentre è generalmente  trascurato dalla linguistica storico-ricostruttiva prevalente ormai, come si  è visto, alla metà del secolo. Marzolo propone una teoria dei segni e della  conoscenza basata sullo schema a tre elementi, il concetto (lʼidea), la perce zione dellʼoggetto e il segno, sintetizzabile con le definizioni che ripropone  per esempio nei suoi scritti sul Politecnico, dove nota che: Le idee non si percepiscono per opera del mondo esteriore, ma sì sono atteg giamenti del centro sensibile indotti da una precedente azione dellʼoggettività  sul me … la parola non agisce sullʼascoltatore se non suscitando le idee che  già esistono in quello, cioè determinando … le associazioni delle altre sensa zioni che già furono contemporanee nelle volte antecedenti in cui ha udita la  parola (Marzolo, 1861b: 557, 558). La questione del segno, come strumento fondamentale della semiotica  umana, rappresenta una delle questioni principali della riflessione teorica di  Marzolo (cf. Marzolo 1857, 1861a, c) e trova nel Saggio sui segni (Marzolo,  1866) una compiuta trattazione. In esso la capacità umana di collegare segni  e significati viene riportata a una teoria generale del segno: Segno per sé assolutamente non esiste; ma sì ogni cosa può diventar segno  per certi rapporti di contingenza con glʼindividui; lʼessere segno non è una  condizione della cosa, ma sì unʼazione di questa sopra dato soggetto senziente  (Marzolo 1866, in Lauretano 2003: 112-113). 3.1. La linguistica applicata: osservazione empirica e teoria dei segni Lʼinterazione fra osservazione empirica e riflessione teorica costituisce  una costante nella ricerca linguistica di Marzolo e dà luogo a interessanti pro poste applicative. Questo vale per le sue ricerche sui sordo-muti su cui scris se negli anni ʼ60 alcuni interventi sul Politecnico, che concorrono a definire  alcuni punti del suo pensiero. In particolare Marzolo (1861b) critica le opi nioni sul linguaggio invalse fra i medici, per cui ad esempio le parole avreb 522 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo bero la capacità di introdurre le idee, mentre, secondo Marzolo, è corretto  assumere che il rapporto fra parole e idee è mediato dalle sensazioni di cui le  parole suscitano la reminiscenza. In questa prospettiva, Marzolo (1862b: 559)  sostiene il ricorso ai segni visivi come mezzo per sviluppare le capacità intel lettuali dei sordo-muti, dato che appunto gli oggetti costituiscono la prima  fonte di conoscenza. A questa concezione si richiamano le proposte sullʼin segnamento delle lingue in Marzolo (1861c), dove è sostenuta la validità di  un metodo che combini la parola con la conoscenza dellʼoggetto in quanto  appunto la parola non ʻha sensoʼ per se stessa ma ne facilita la reminiscenza: Per questo rapporto delle parole colle cose, senza del quale le parole stesse rie scono un suono ozioso, … si deve aver riguardo nellʼistruzione, che le parole  che si danno ad apprendere, e le loro serie riunite in discorso, dieno nozioni  vere, certe delle cose … Le parole pertanto non avendo rapporti colle idee, se  non per accidente, … ne avviene che lo studio della lingua per sé sola (come si  usa) riesce lʼesercizio più nojoso e grave ed inutile … Studio invece dellʼisti tutore sarà dʼimmedesimare la parola colle cose, sia immediatamente trattan dosi dellʼinsegnamento primitivo della lingua materna, sia mediatamente, se  trattisi di una seconda lingua, col mezzo della lingua conosciuta … Le lingue  si possono imparare in due maniere, primo conversando, secondo leggendo e  studiandole sui libri (Marzolo, 1861c: 579, 581-2, 584). La critica dei metodi dʼinsegnamento basati sullo studio libresco delle  forme si fonda sullʼosservazione, ripresa anche in altri suoi saggi, che i  significati delle parole sono interpretabili solo in rapporto alle circostanze  esterne che li hanno fissati, per cui ʻPer penetrare nellʼintelligenza intima di  una lingua nuova, non bastano le cognizioni che già si hanno della propria,  perché i significati delle parole sono un effetto degli eventi speciali occorsi  ad un dato popolo ed ad un dato tempo. Di qui viene la grande difficoltà di  apprendere le lingue morte in confronto delle viventi … (p. 593)ʼ. Il modifi carsi continuo del rapporto fra il segno e la reminiscenza che suscita, e dʼal tra parte, il ruolo cruciale che i segni hanno nel rendere possibili le ʻstesse  reminiscenzeʼ in qualunque tempo rappresentano in effetti questioni essen ziali della riflessione teorica di Marzolo, discusse in particolare nel Saggio  sui segni (Marzolo 1866, in: Lauretano 2003). 4. L’origine del linguaggio e la differenziazione linguistica: mono genesi e poligenesi Lʼesplicita collocazione in una prospettiva uniformista dei fenomeni  linguistici e lʼimpostazione della questione dellʼorigine del linguaggio deli 523 Leonardo M. Savoia neate da Marzolo costituiscono due punti concettuali strettamente connessi  con il dibattito scientifico contemporaneo: ... io sono persuaso che nel presente saggio di storia naturale delle lingue si  tocchi la continuità del processo ideologico-fonetico che mai non fu interrotta  nellʼumana società … Sotto il tema della prima età linguistica si considerano  in effetto i prodotti delle disposizioni vocali dellʼuomo in contatto col suo  simile, giusta le varie circostanze organiche e quelle estrinseche … Il mio con cetto di prima età linguistica non le assegna posto preciso nella serie dei tempi,  né avanza teoremi sulla località e sulla maniera di stato … Dove fu contatto  dʼuomo con uomo ivi fu ricambio dʼumana voce … (Marzolo, 1847: 80). Lʼidea dellʼuniformità dei fenomeni linguistici nel passato come nel  presente è ripresa in Marzolo (1860) nel contesto della discussione relati va alla possibilità di ricostruire tramite lʼetimologia la storia passata di un  popolo. Dopo aver criticato le riserve di Romagnosi sullʼefficacia di questo  metodo ricostruttivo, Marzolo (1860: 37, 39-40) osserva: Avvenne che le lingue … [l]a massima parte di chi le parla non ha il più  minimo sospetto, nellʼatto di adoperare le parole, del modo per cui arriva con  queste a farsi capire, che è dando i cenni dei fatti avvenuti nelle generazioni  precedenti … La disposizione [lo studio e lʼorganizzazione] delle parole nel  modo che giova a tracciare la storia ci produce una convinzione che non si  potrebbe ottenere dalla storia come finora si costituisce. Veniamo ad essere  contemporanei di ogni età trascorsa vedendo con certezza essere successo  quello che succede sotto i nostri occhi … La soluzione prospettata da Marzolo dà una risposta al problema del lʼorigine del linguaggio e dello statuto concettuale della differenziazione lin guistica, come vedremo sotto. Essa inoltre esclude differenze sostanziali fra  le lingue riportandole a principi di formazione uniformi, ricollegandosi allo  schema attualista e uniformista (cf. Barsanti, 2005) che in quel periodo si  afferma fra i naturalisti per lʼinterpretazione dei fenomeni naturali. È Charles  Lyell che in Principles of geology (1830-1833) individua nelle cause attuali  la spiegazione dei fenomeni geologici, ribaltando il paradigma tradizionale  che rinviava a un passato determinato da grandi catastrofi naturali. Gould  (2006: 123) osserva: ... il grande geologo Charles Lyell sostenne che … i suoi predecessori non  erano riusciti a costruire una scienza della geologia perché non avevano svi luppato procedimenti per inferire un passato inosservabile da un presente che  è sotto i nostri occhi … La sua soluzione, un aspetto della visione del mondo  524 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo complessa chiamata in seguito uniformismo, consistette nellʼosservare lʼope rare di processi presenti ed estrapolarne al passato i ritmi e gli effetti. Lʼimpostazione attualista di Lyell è logicamente contigua allo schema  evoluzionista, che con la Philosophie zoologique (1809) di Lamarck aveva  allʼinizio dellʼOttocento una prima esplicita formulazione. Lʼopposizione  di Lyell allʼevoluzionismo e alla sua applicazione allʼuomo ha una matrice  ideologica (Barsanti, 2005) e anticipa le polemiche che investirono il model lo evoluzionista sia nel campo della storia naturale sia in quello della lingui stica. Ragioni analoghe spiegano il catastrofismo e il creazionismo di altri  importanti naturalisti del tempo, come Georges Cuvier, uno dei fondatori  della moderna paleontologia e anatomia comparata (cf. Gould, 2006): Lʼerrore di Cuvier devʼesser dovuto al fatto di aver consentito al pregiudizio  di velare la verità oggettiva … le sue convinzioni non erano radicate in pregiu dizi irrazionali ma … derivarono entrambe dal contesto sociale e scientifico  del suo tempo (Gould, 2006: 97). I nuovi modelli di interpretazione della natura causarono profondi con trasti negli ambienti scientifici proprio in quanto, al di là della loro evidente  adeguatezza, mettevano in discussione non solo gli approcci tradizionali ma  le convinzioni e gli orientamenti ideologici ad essi sottesi. Omodeo (2004)  osserva a questo proposito che lʼevoluzionismo ebbe un energico risveglio  verso la fine del XVIII secolo, come applicazione dellʼanticonformismo e  delle idee di progresso dellʼilluminismo: Progresso ed evoluzione erano nozioni strettamente intrecciate che derivavano  entrambe da una visione storica delle vicende della società umana e dellʼin sieme degli esseri viventi, che traevano entrambe incentivo dalla fede nella  perfettibilità (Omodeo, 2004: 9). In effetti le opere di Lamarck (e lʼinsegnamento dei suoi discepoli ita liani, Sangiovanni e Bonelli), di Charles Lyell, la ʻNaturalphilosophieʼ, per  quanto non confluirono in una ʻvalida teoria scientificaʼ, furono combattute  dai regimi autoritari e reazionari dellʼEuropa del tempo (Omodeo, 2004). 4.1. Lʼorigine delle lingue e delle culture Consideriamo come si configura la questione dellʼorigine del linguag gio e delle differenze fra le lingue nel primo comparativismo e i suoi risvolti  ideologici. La discussione sulla possibilità che le diverse lingue o famiglie  525 Leonardo M. Savoia linguistiche potessero essersi formate in maniera indipendente (poligenesi)  si correlava in maniera cruciale al dibattito sullʼorigine dei diversi gruppi  umani (Timpanaro, 1969). In effetti lʼidea di unʼorigine naturale del linguag gio e del processo che ne determina le differenze è senzʼaltro ben presente  negli autori del settecento. Ad esempio nei Principj di Scienza Nuova Vico  forniva una chiave storico-evolutiva della differenziazione linguistica: Ma delle lingue volgari egli è stato ricevuto con troppo di buona fede da tutti  i filologi chʼelleno significassero a placito, perchʼesse, per queste lor origini  naturali, debbon aver significato naturalmente … Ma pur rimane la gran dissima difficultà: come, quanti sono i popoli, tante sono le lingue volgari  diverse? La qual per isciogliere, è qui da stabilirsi questa gran verità: che,  come certamente i popoli per la diversità deʼ climi han sortito varie, diverse  nature, onde sono usciti tanti costumi diversi; così dalle loro diverse nature e  costumi sono nate altrettante diverse lingue … (Vico 1744, in Nicolini 1953:  543-544). Un punto che accomuna, pur con diverse sfumature i filosofi del lin guaggio della seconda metà del settecento, è che lʼorigine del linguaggio  dipende dalla capacità di pensiero. Il linguaggio sarebbe cioè il risultato  della capacità propria dellʼuomo di avere idee fra di loro collegate e suscet tibili di una rappresentazione analitica (Aarlslef, 1982). Anzi, alcuni autori  proposero una concezione del linguaggio in cui è il linguaggio stesso che  organizza le idee in maniera specifica, diversa per ciascuna lingua, e comun que influenza il modo in cui lʼuomo organizza le sue conoscenze sul mondo.  Uno degli interventi più noti è quello di Maupertuis, che nella Dissertation  sur les différents moyens dont les hommes se sont servis pour exprimer leurs  idées del 1755 (in Formigari, 1971) riprende alcune delle conclusioni di  Condillac, almeno per quanto riguarda lʼesistenza di una fase primitiva in cui  gli uomini, privi di linguaggio in senso stretto, usavano un linguaggio ʻdei  gesti e delle grida naturaliʼ, ampliato poi con ʻgrida e gesti convenzionaliʼ. È  un processo di analisi delle idee indistinte inizialmente formatesi in rapporto  alle percezioni a portare alla distinzione fra verbi, nomi, aggettivi e avverbi.  In queste concezioni le parole corrispondono a idee e percezioni, piuttosto  che a oggetti del mondo reale. NellʼAbhandlung über der Ursprung der Sprache (Herder 1772; in  Formigari 1972: 235 e sgg.) presentato in occasione del dibattito sullʼorigine  del linguaggio promosso da Maupertuis in qualità di presidente dellʼAccade mia di Berlino, Herder vede nel linguaggio una facoltà connaturata allʼuomo.  Herder riconosce lʼesistenza di un ʻlinguaggio del sentimento che costituisce  una legge immediata di naturaʼ che gli uomini hanno in comune con gli ani mali, cioè lʼinsieme di segnali collegati agli stati dʼanimo e alle emozioni.  526 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Però questi suoni naturali ʻnon formano lʼordito del linguaggio umano, non  sono le radici vere e proprie del linguaggio, ma i succhi che ne avvivano le  radiciʼ. Lʼessere umano è caratterizzato dalla ragione, cioè dal ʻcomplesso  governo della sua natura sensitiva e conoscitiva e volitivaʼ; il linguaggio è il  risultato della capacità di ʻriflettereʼ, cioè della capacità dellʼuomo di rico noscere le proprietà distintive degli oggetti, concepite come un segno, una  ʻparola dellʼanimaʼ. Gli autori che assumono unʼorigine naturale e un pro cesso evolutivo nella formazione delle lingue, cercano di ricostruire quale  potevano essere le caratteristiche della prima lingua. Ad esempio Rousseau  nellʼEssai sur lʼorigine des langues (1781) osserva che: ... [nel]la prima lingua, se ancora esistesse, … i suoni sarebbero estremamente  variati, e le diversità degli accenti moltiplicherebbero le medesime voci; la  quantità, il ritmo sarebbero nuove fonti di combinazioni; di modo che le voci,  i suoni, lʼaccento, il numero che appartengono alla natura lascerebbero poco  da fare alle articolazioni, che appartengono alla convenzione, e si canterebbe  quindi invece di parlare; la maggior parte delle parole radicali sarebbero suoni  imitativi, o accento di passioni o effetto di oggetti sensibili; lʼonomatopea vi  si farebbe sentire continuamente. Questa lingua avrebbe molti sinonimi per  esprimere lo stesso essere nei suoi differenti rapporti; si dice che lʼarabo ha più  di mille parole differenti per dire cammello, più di cento per dire spada, ecc.;  avrebbe pochi verbi e parole astratte per esprimere questi medesimi rapporti.  Avrebbe molti accrescitivi, diminutivi, parole composte, particelle pleonasti che … avrebbe molte irregolarità e anomalie … (in Antomelli 1973: 142-143). Come ci aspettiamo, la questione dellʼorigine si lega con le ipotesi  riguardanti le caratteristiche collegabili ai meccanismi linguistici primordia li, su cui ci siamo soffermati al pf. precedente. 4.2. La spiegazione storica dellʼorigine delle lingue e la poligenesi Formulazioni come quelle appena considerate contengono i germi di  una spiegazione storica della differenziazione linguistica, che si afferma dal  primo Ottocento quando lʼattenzione si concentra sui meccanismi evolutivi  che hanno portato alle diverse lingue. In questo nuovo contesto culturale, la  ricostruzione dei rapporti di parentela fra le lingue è collegata alla ricostru zione dei rapporti fra i popoli, e la lingua è vista come il prodotto dellʼevolu zione storica delle singole popolazioni. Gli autori hanno difficoltà a trattare  i rapporti fra lingue come il risultato di processi evolutivi naturali allʼinterno  di un quadro concettuale che salda invece le diverse lingue con le caratte ristiche culturali e (nei termini dellʼantropologia del tempo) razziali delle  popolazioni. 527 Leonardo M. Savoia In questo quadro, le lingue flessive, in particolare il sanscrito, il greco  classico e il latino incarnano la sistemazione perfetta. In Über die Sprache  und Weisheit der Indier (1808, in Formigari 1977) Friedrich Schlegel inter preta le differenze formali fra le famiglie linguistiche come indizio di una  diversa origine e di un diverso meccanismo di formazione, prospettando  un quadro di tipo poligenetico, per cui le diverse lingue avrebbero origini  diverse in corrispondenza alle diverse condizioni di vita originarie degli  esseri umani. Quindi, alcune lingue sarebbero effettivamente dovute ad una  rielaborazione di suoni naturali e onomatopee, come ad esempio la lingua  manciù, mentre altre, come appunto quelle flessive, cioè lʼantico indiano e in  genere le lingue della stessa famiglia (greco, latino, persiano, lingue germa niche) rispecchiano ʻla riflessività più chiaraʼ. Secondo Schlegel: Le ipotesi sullʼorigine della lingua cadrebbero del tutto e assumerebbero un  aspetto diversissimo se, invece di abbandonarle allʼarbitrio della fantasia, le si  fondasse sulla ricerca storica. Ma un presupposto affatto arbitrario ed erroneo  è in particolare quello di ritenere che la lingua e lo sviluppo spirituale abbiano  avuto inizio ovunque allo stesso modo … Si sfogli ad esempio il dizionario  della lingua manciù, e si resterà sorpresi dellʼenorme numero di parole imi tative ed onomatopeiche, ché in effetti di esse consta una grossa parte della  lingua nel suo complesso … Ma allora come sono nate quelle lingue flessive  imparentate fra loro, comʼè nato lʼindiano … oppure comʼè nata la lingua che  fu la lingua originaria e fonte comune, se non di tutte le altre, almeno di quelle  della famiglia in esame? A questo importante quesito si può rispondere con  certezza almeno qualcosa: cioè che quella lingua non nacque da un grido pura mente fisico, da conati linguistici che variamente imitassero suoni … e su cui  si sarebbe poi innestata un poco di ragione o di forma razionale. Questa lingua  è invece un esempio di più … del fatto che la condizione umana non ebbe ini zio dovunque da uno stato di ottusità bestiale … Non è lʼorigine naturale delle  lingue che noi contestiamo, bensì … lʼaffermazione che tutte allʼinizio fossero  ugualmente rozze e selvagge (in Formigari, 1977: 168 e sgg.). La posizione di Schlegel è coerente con gli orientamenti fissisti e crea zionisti della vulgata scientifica del tempo, ed esprime una generale tenden za a rifiutare o limitare il quadro monogenetico e una visione evoluzionistica  del formarsi delle lingue. 4.3. Lʼagglutinazione come prova a favore della monogenesi In effetti, il modello di ricostruzione storica includeva linee di ricerca  e ipotesi diverse. Se lʼimpostazione di Schlegel corrispondeva agli schemi  più diffusi di interpretazione del mondo naturale e dellʼantropologia, emer 528 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo gono fin dallʼinizio impostazioni concettualmente più complesse e meno  conformate al pensiero prevalente. In particolare Bopp (1816) sviluppa molti  elementi della riflessione linguistica settecentesca (Timpanaro 2005 [1973],  Morpurgo Davis 1994) prospettando una teoria uniforme del processo di  formazione delle lingue. Il meccanismo dellʼagglutinazione come spiegazio ne dellʼorigine della flessione rientra in una lunga tradizione razionalista, a  partire dalla Grammaire générale et raisonnée (16763) di Arnauld e Lancelot  (Timpanaro 2005 [1973]), ed è ampiamente utilizzato dai linguisti della  seconda metà del settecento. In base allo schema agglutinante la flessione  verbale delle lingue classiche viene analizzata come la combinazione di una  radice attributiva con le forme del verbo essere. Lʼagglutinazione rappre senta per Bopp un procedimento di scoperta e un criterio fondamentale nella  ricostruzione delle relazioni fra i paradigmi delle diverse lingue, come illu strato dai passi qui riportati: Das erste Futurum der Griechen ist wie das indische, die Verbindung des  Futurum des verb.astract. mit der Stammsylbe. makh-ésô, ol-ésô gleichen den  lateinischen Futuren pot-ero, fac-so … (Bopp, 1816: 66). Amaris, glaube ich, steht für Ama-sis oder sus, amatur für ama-sut. Sut würde  die dritte Person des praes., seyn, … und su-s hiesse demnach die zweyte  Person … (Bopp, 1816: 103). Questo tipo di analisi continuerà ad essere sistematicamente utilizza to da Bopp, anche in opere successive, come in Die Celtischen Sprachen  (Bopp, 1839), come riportato nel passo seguente: ama-bo, mone-bo erkenne, dessen Schlussbestandttheil ich schon in mei nem Conjugationssystem … aus dem Wurzel von fu-i, fo-re erklärt habe.  Das Celtische gewährt mir nun für diese Zerlegung eine damals ungeahnte  Unterstützung … (Bopp, 1839: 45-46). Le prove comparative di unʼaffinità fra lingue come il greco e il latino,  o fra le lingue europee e il persiano erano ampiamente diffuse nel secon do settecento. A questo proposito, è interessante il confronto con lʼanalisi  delle forme verbali in greco e latino presentato in Court de Gébelin nella  Grammaire universelle et comparative (1774), illustrato nei passi qui ripor tati: La seconde méthode est celle des Grecs et des Latins … Par celle-ci, le Verbe  ETRE avec toutes ses personnes, se place à la suite du nom radical qui devient  ainsi un Verbe. Donnons-en un exemple. PHIL désigne en Grec toute idée  relative à lʼamitié et à lʼunion de deux personnes; ce mot devient un Verbe  529 Leonardo M. Savoia elliptique, en se faisant suivre du Verbe ETRE: et lʼon dit: PHIL-ei, il aime;  mot-à-mot, il est uni à lʼamitié - PHIL-eis, tu aimes, tu es uni etc. Lʼon voit le  meme usage dans la Langue Persanne. Le Verbe EST se joint à la suite de ses  noms, pour en faire des Verbes … (pp. 234-235). Lʼanalisi di Bopp a differenza di quella di Court de Gébelin collo ca i dati in una cornice storicamente motivata, che punta alla scoperta e  insieme alla ricostruzione di unʼorigine storica comune. Inoltre, nel quadro  della linguistica del primo Ottocento, in Bopp lʼagglutinazione implica una  concezione evoluzionistica e potenzialmente monogenetica del linguaggio  (Timpanaro, 1969). Nella lettura Über der Ursprung der Sprache (in Moretti 1991), pre sentata nel 1851 allʼAccademia di Berlino, Jacob Grimm ribadisce il rappor to fra ricostruzione linguistica e ricostruzione storica, per cui ʻla correlazione  delle lingue … ci offre chiarimenti ben più sicuri di ogni documento storico  sulla parentela dei singoli popoliʼ. La convinzione che ʻuno strettissimo  nesso tra la capacità umana di pensare e quella di parlareʼ rappresenta ʻil  fondamento e lʼorigine del linguaggioʼ si congiunge con lʼidea di tre tipi di  lingue, identificabili con diversi stadi di evoluzione: lingue con radici isola te, lingue flessive, lingue del tipo europeo moderno con un ordine delle paro le più direttamente legato alla struttura del pensiero. Anche Grimm identifica  nelle antiche lingue indoeuropee, oggetto privilegiato della grammatica stori co-comparativa un livello compiuto e ricco di organizzazione linguistica, pur  accettando lʼidea che i diversi livelli di organizzazioni siano confrontabili: Dobbiamo quindi supporre … tre stadi dello sviluppo del linguaggio umano:  il primo stadio sarebbe quello della produzione, di un attecchimento e di una  crescita delle radici e delle parole, il secondo quello della fioritura di una fles sione perfetta, il terzo invece quello della germinazione o della tendenza verso  il pensiero … Sanscrito e zendo, e in gran parte ancora il greco e il latino, ci  presentano lʼantico tipo di lingua, che mostra una ricca, piacevole ed ammire vole compiutezza della morfologia, ove tutti gli elementi sensibili e spirituali  si sono vitalmente compenetrati. Negli sviluppi e nelle forme successive di  quelle lingue antiche, come per esempio nei dialetti dellʼIndia odierna … nelle  lingue romanze, la forza e la duttilità interna delle flessioni si è in genere affie volita o è del tutto svanita, anche se viene in gran parte recuperata con lʼaiuto  di mezzi e rimedi esterni … (in Moretti, 1991: 53 e sgg). Un importante punto di distacco dallʼimpostazione di Schlegel risiede  nella ripresa di unʼipotesi già discussa nella letteratura settecentesca e, come  abbiamo visto, divenuta centrale nella ricostruzione morfologica di Bopp,  cioè il fatto che anche la flessione sia il risultato di un processo evolutivo: 530 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Ambedue queste tendenze non contrastano affatto fra di loro, poiché tutte le  lingue si presentano su livelli molteplici e svariati, certo simili, ma non identi ci … Persino nel caso del sanscrito è lecito supporre un precedente stadio lin guistico più antico, la cui ricchezza quanto a disposizione e natura si sarebbe  formata in modo ancor più puro … Dal confronto dei due periodi linguistici  nominati … risulta … che, così come la flessione cedette il posto ad una sua  dissoluzione, la flessione stessa sia necessariamente sorta da una congiunzione  di elementi verbali analoghi (in Moretti 1991: 53 e sgg). 4.4. Cattaneo, Biondelli e lʼantropologia italiana Friedrich Schlegel assume unʼasimmetria sostanziale fra i sistemi lin guistici, per cui le differenze formali fra le famiglie linguistiche sono trattate  come indice di una diversa origine e di un diverso meccanismo di formazione,  dando luogo ad una gerarchia che vede nella posizione più alta le lingue flessi ve (indoeuropee). Questa concezione ebbe larga diffusione fra i linguisti italia ni della prima metà dellʼOttocento (Timpanaro, 2005 [1973]). La discussione  sulla possibilità che le diverse lingue o famiglie linguistiche potessero essersi  formate in maniera indipendente (poligenesi) si legava al dibattito degli antro pologi sullʼorigine dei diversi gruppi umani (Timpanaro 1969, Puccini 1991).  Timpanaro (1969) osserva che molti autori ottocenteschi avevano difficoltà  ideologiche nellʼaccettare la monogenesi del linguaggio e quindi lʼinterpreta zione evoluzionistica del formarsi delle lingue. Questo infatti avrebbe signifi cato respingere la classificazione schlegeliana allora prevalente. Dʼaltra parte,  la diffusione della nuova grammatica comparata, pur escludendo una volta  per tutte la derivazione delle lingue dallʼebraico e le interpretazioni a sfondo  biblico della differenziazione delle lingue, introduceva procedimenti di tipo  naturalistico ed empirico, ben lontani dagli assunti spiritualistici di molti autori  dellʼepoca (cf. Timpanaro 2005 [1979]: 116 e sgg.). Gli aspetti più delicati  erano comunque altri: il punto di vista monogenetico implicava una riconside razione in senso analogo delle concezioni antropologiche correnti relative alle  differenze fra le popolazioni umane (Puccini 1991) inducendo una revisione di  tipo evoluzionista che andava contro le convinzioni fissiste in campo scientifi co e alle più diffuse posizioni ideologiche. Inoltre significava assumere lʼuni ficazione del metodo scientifico, estendendo anche al linguaggio i paradigmi  interpretativi delle scienze naturali. Carlo Cattaneo accettò una soluzione poligenetica debole, il cui punto  centrale era lʼattribuzione di un ruolo cruciale ai processi culturali. Così,  Cattaneo nella recensione al libro Types of mankind (1854) uscito negli Stati  Uniti a cura di Nott e Gliddon, accetta lʼimpostazione poligenetica sostenuta  dai contributi raccolti nel libro, affermando che: 531 Leonardo M. Savoia ... noi vorremmo riformare il detto dellʼillustre Agassiz, chen il genere umano  fu creatoin nazioni … dicendo piuttosto che il genere umano apparve pri mamente in piccole tribù, più o men diverse dʼaspetto, come appare dai loro  cranii più antichi: e più o meno atte a unirsi col favore dei luoghi e nelo corso  dei tempi in numerose nazioni … Noi collochiamo lʼuomo al supremo grado  dʼuna scala che comincia dalle monadi organiche per ascendere fino al sel vaggio, cioè allʼessere parlante … E dal selvaggio più vicino al bruto, per noi,  comincia unʼaltra scala, che ascende fino agli eroi della ragione e dellʼumanità  (Cattaneo 1972 [1862]: 380, 383). Il creazionismo di un autorevole naturalista come Agassiz (Gould,  2003) sosteneva una teoria basata sullʼesistenza di archetipi originari sem plici fra i quali non possono esistere rapporti evolutivi. A questo proposito  Gould (2001: 161) osserva che la disputa fra sostenitori della monogenesi e  sostenitori della poligenesi in realtà non prevedeva in nessun caso una vera  eguaglianza fra gli uomini: I sostenitori della poligenesi, e tra questi Agassiz, affermavano che ogni razza  era stata creata come specie separata; i sostenitori della monogenesi ribatte vano che tutte le razze avevano la stessa origine ma che le differenze erano  dovute al diverso livello di degradazione dalla perfezione originaria dellʼEden. I sostenitori della monogenesi comunque, come appunto Agassiz, rite nevano i bianchi ʻuna specie separata e superioreʼ. Agassiz giustificava le  sue conclusioni affermando il diritto della scienza ad ʻaffrontare le questioni  che sorgono dalle relazioni fisiche tra gli uomini dal punto di vista squisi tamente scientifico senza riguardo per i problemi religiosi o politici ad esse  collegatiʼ (in Gould, 2001: 161). Tuttavia, nei fatti, sostenere la poligenesi  significava avvalorare le soluzioni politiche orientate alla separazione fra  gruppi umani e alla disuguaglianza, correlandosi dunque in maniera signifi cativa con atteggiamenti ideologici e con particolari politiche sociali. Dʼaltra  parte Cattaneo accettava lʼidea che tutte le lingue avessero un sostrato natu rale comune: Adottato una volta … il supremo principio di Vico della commune natura dei  popoli dobbiamo riconoscere che qualche tratto dʼoriginaria simiglianza fra  le più disparate lingue deve sempre riscontrarsi. Da per tutto gli uomini pri mitivi, con istinti imitativi più o meno simili, e con organi vocali più o meno  simili, imitarono suoni naturalmente simili, che ferivano organi di più o meno  eguale sensibilità … La chiave di questa simiglianza primigenia non è a cer carsi nellʼAsia o nellʼAfrica, ma nella natura umana. (Cattaneo 1972 [1860]:  251-252). 532 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo In realtà gli interessi di Cattaneo furono prevalentemente storico-cul turali nel senso che miravano a spiegare la somiglianza fra le lingue come il  risultato di una progressiva assimilazione dovuta a processi storici. In parti colare il rapporto fra lingue e società trovò una base teorica nella nozione di  sostrato, che rappresentò un paradigma interpretativo centrale nella sua spie gazione della diversificazione linguistica. Così, nellʼarticolo Del nesso fra  la lingua valaca e lʼitaliana (1837) traccia una spiegazione storica rilevante  sia per la questione della parentela fra le lingue romanze sia per la tipologia  della comparazione. Cattaneo (1837) distingue fra “una simiglianza che  risiede nel dizionario; ed è affatto ovvia e materiale” e unʼ“Altra simiglian za” che “non risiede nel dizionario ma nella grammàtica”. Questo tipo di  somiglianza si osserva “fra due lingue dʼidèntica derivazione, ma sottoposte  dal tempo a vicende diverse e a diverso innesto di rami stranieri … Vʼè infi ne una parentela la quale abbraccia il dizionario ad un tempo e la grammàti ca; la materia e la forma. Questa maggiore … simiglianza si ravvisa appunto  fra il valaco e lʼitaliano …” (Cattaneo 1972 [1837]: 278). Tuttavia, anche in  questa prospettiva, rifugge da unʼapplicazione meccanica dellʼinfluenza di  una lingua su unʼaltra. Questa maniera di classificar le nazioni su la sfumata simiglianza dʼuna sola  forma grammaticale è troppo ardita. Altronde il supporre che avanti la con quista romana una sola purìssima stirpe occupasse tutta lʼimmensa valle che  si stende dallʼEmo ai Carpazi, è veramente assurdo. (Cattaneo 1972[1837]:  289-290). È interessante a questo proposito considerare brevemente la posizio ne di Bernardino Biondelli, che, come è noto, presentò sul Politecnico le  tematiche della nuova linguistica (Biondelli 1939) stimolando gli interessi di  Cattaneo (Timpanaro 1969). Anche Biondelli (Biondelli 1839, 1853), come  in generale i linguisti della prima metà del secolo, è sensibile alle teorie e  agli autori del secondo settecento. Tuttavia nel suo lavoro lʼinterpretazione  sostratica diviene il principio esplicativo fondamentale del cambiamento e  della differenziazione linguistica: Dallʼinsieme di queste considerazioni risulta un altro corollario importantìssi mo per il linguista, ed è che quandʼanche una nazione venga costretta da una  forza prevalente a cangiare il proprio dialetto, conserva sempre pressoché  intatta la nativa pronunzia (Biondelli 1839: 175). Ad esempio, distaccandosi dalla posizione più cauta e problematica di  Cattaneo (1837), Biondelli (1839) sostiene che certe proprietà grammaticali  533 Leonardo M. Savoia del rumeno (il “valacco”), come la postposizione dellʼarticolo e la declina zione nominale, siano dovute al modo di parlare latino da parte di popolazio ni di lingua originaria albanese ed estende il sostrato come criterio esplicati vo del formarsi delle varietà romanze: ... troviamo generalmente che, quando una nazione soggiogata da unʼaltra fu  costretta colla violenza ad adottare … la lingua del vincitore … adattò più o  meno il nuovo lèssico al genio ed alla grammàtica della lingua nativa … Su  questa base, viene ancora mirabilmente risolto il cèlebre problema sulla causa  della varietà dei nostri dialetti, la quale evidentemente risulta dalla originaria  varietà delle nazioni che li pàrlano; e di più ne viene precisata lʼorìgine, la  quale daterebbe dallʼèpoca in cui la lingua latina fu introdotta nelle rispettive  provincie (Biondelli 1839: 168, 170). Lʼipotesi dellʼinfluenza delle lingue originarie sul latino costituisce  uno dei principali strumenti interpretativi messi a punto dalla linguistica  preascoliana (cf. Timpanaro, 1969). Essa deriva, in ultima analisi dallʼidea  diffusa nella riflessione linguistica del tardo settecento in base alla quale  le differenze dialettali rispecchiavano le antiche lingue. Peraltro in autori  quali Cattaneo e Biondelli e in altri linguisti del primo Ottocento queste  idee si confrontano coi risultati del metodo comparativo e con le ipotesi  più attendibili relative alla natura delle lingue e al cambiamento linguistico.  Sia Biondelli che Cattaneo sono lontani da una concezione naturalistica del  linguaggio, almeno nel senso di una prospettiva vicina ai nuovi paradigmi  delle scienze naturali. Questo spiega la loro adesione ai presupposti teorici  della poligenesi. In particolare Biondelli (1839) riprende le conclusioni fis siste delle spiegazioni craniologiche proponendo lʼidentificazione di razza e  nazione: ... il complesso delle facoltà intellettuali dellʼuomo è strettamente collegato  agli òrgani materiali componenti il suo cervello; e questi organi, manife standosi nel complesso delle forme esterne del capo, costituiscono ciò che i  fisiologi chiamano tipo caratteristico e distintivo di ciascuna nazione. Così  è che al bel cranio ovale e simmetrico della razza caucasica va unito il più  ricco corredo di facoltà intellettuali, mentre la stupidità caratterizza dʼor dinario il povero negro dal cranio deforme e compresso … ciò premesso,  se, come ci attestano le osservazioni di tanti fisiologi, questo tipo impresso  dalla divina Provvidenza in ciascuna nazione si manitiene invariato, a tra verso lʼavvicendarsi dei secoli, e nonstante il cangiamento del suolo e del  clima, come potrà variare il tipo mentale, che è in certo modo il regolatore  del tipo sensitivo? … Da qui trarremo un nuovo canone per il linguista, che  cioè ogniqualvolta, decomponendo varj concetti di due lingue, ne risultano  534 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo elementi omogenei, collegati insieme da un sistema suimile di leggi, lʼaffini tàè dʼorigine tra le due nazioni che le parlano è assai probabile (Biondelli,  1839: 182-183). La diffusione della teoria darwiniana introdusse elementi decisivi nel  dibattito su poligenesi e monogenesi delle popolazioni umane e delle lingue,  superando il ʻfragile scientismo di matrice settecentescaʼ anche se ʻal tempo  stesso i piani del mentale e del fisico, del culturale e del razziale, sfuma no gli uni negli altri, con fraintendimenti concettualiʼ (Puccini 1991: 261).  Emblematica è la posizione enunciata da Mantegazza (Mantegazza 1876, in  Puccini 1991) in merito alla questione della razza: tutti gli uomini apparten gono ad una stessa specie, anche se è possibile individuare razze e varietà  diverse, classificabili in ultima analisi non tanto sulla base di caratteristiche  morfologiche quanto sulla base dellʼintelligenza, considerata come un ʻcarat tere organico come la pelle, come il cranioʼ, per cui si possono distinguere  razze basse, medie, alte. Secondo Mantegazza, queste ultime sono general mente composte da uomini bianchi e ortognati. Le classificazioni delle socie tà e delle popolazioni rimangono quindi in stretta relazione con unʼottica  eurocentrica e gerarchica delle differenze fra gli uomini. Fabietti (2005) nota  che nozioni come quello di etnia, nel senso di nazione potenziale, e di razza,  costituiscono corollari dellʼideologia nazionale ascrivibili allʼetà moderna.  Nel dibattito fra gli antropologi le posizioni più esplicitamente evoluzioni ste, come quelle di Lioy (1861) evidenziano con chiarezza il rapporto fra  concezione poligenetica e aspetti ideologici, in particolare il problema della  schiavitù. 4.5. La soluzione monogenetica di Marzolo In realtà, accanto alle concezioni che vedevano nel linguaggio un  fenomeno puramente o prevalentemente storico-culturale, emergono già nel  primo Ottocento approcci basati su una concezione naturalistica e mentali sta del linguaggio stesso. Ciò vale in particolare per proposte teoriche che  mettono al centro della ricerca linguistica il confronto fra le proprietà strut turali e i principi organizzatori delle lingue, in una prospettiva che richia ma quella della grammatica universale dei filosofi del linguaggio francesi  e che abbiamo visto emergere anche in autori come Bopp e Grimm. Sulla  base di unʼampia conoscenza di lingue diverse, in Über das vergleichende  Sprachstudium (1820) Humboldt concludeva che tutte le lingue, anche quel le dei popoli allora considerati primitivi, non solo sono perfettamente forma te ma rispecchiano gli stessi principi fondamentali: 535 Leonardo M. Savoia È un fenomeno degno di nota che non sia mai stato dato finora di trovare una  lingua che stesse fuori del campo delle formazioni grammaticali compiute,  che mai sia stato dato di sorprendere una lingua nel bel mezzo del mobile  divenire delle sue forme … Finora lʼesperienza personale mi ha però mostra to che anche gli idiomi cosiddetti rozzi e barbarici possiedono già tutto ciò  che occorre a un uso compiuto e, come si è visto nel caso dei migliori e più  importanti, sono forme in cui lʼintera vita spirituale può nel corso del tempo  incarnarsi per esprimere, in maniera più o meno perfetta, qualsiasi tipo di idee  … (in Formigari 1977: 182-183). La soluzione di Marzolo si accorda con le conclusioni di Humboldt,  uno degli autori cui si ispira. In particolare, per caratterizzare i rapporti fra le  lingue Marzolo si riferisce alla ʻcatena degli esseriʼ, cioè al modello corren te fra i naturalisti pre- e non-darwiniani per cui le varie specie si collocano  in una sorta di continuum dalla più semplice alla più perfetta (Gould 2007,  Barsanti 2005). Questa soluzione risulta complementare a unʼidea della  differenziazione linguistica, nella quale i diversi tipi linguistici non rappre sentano tanto il frutto di un processo evolutivo quanto il diverso risultato  dellʼapplicazione dello stesso insieme di principi. La mia Opera si può paragonare … ad un lavoro di musaico, di cui io ho trova to i pezzi … come per Buffon, che aveva scoperta la scala degli esseri, dove vano esistere i relativi esseri corrispondenti ad ogni gradino... un gradino nella  catena degli esseri non si troverà se non nei fossili … (Marzolo 1847: 24). La sua formazione nel campo medico sembra determinante nellʼindivi duazione delle corrispondenze fra scienze naturali e scienze del linguaggio,  suggerendogli una riproposizione dellʼunità del metodo scientifico: Ora sotto questo riguardo la presente opera tende a tracciare la via per porre  rimedio ai bisogni dellʼepoca; dove per la molteplicità delle divisioni accadute  nello scibile, riescono glʼinsegnamenti così distanti che sembrano del tutto fra  loro stranieri … (Marzolo 1847: 24-25). In effetti, Marzolo deriva la sua concezione monogenetica dalla carat terizzazione fisiologica che assegna al linguaggio. Questa concezione è  precisata in Marzolo (1861a), dove lʼautore rifiutata lʼidea che la genesi del  linguaggio si debba ad esplicito ʻprocedimento della ragioneʼ (p. 372) ripro pone la sua tesi che: ... applicando lʼesame oggettivamente sui fatti linguistici … ci accorgiamo  essere questi un lavoro automatico … Esplorando i rapporti delle forme delle  536 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo parole collʼintelletto, si trova che … la parola può servire bensì di segno dʼal tra cosa, cioè destare lʼintelletto a reminiscenze, ma per sé è se non una serie  di suoni (Marzolo 1861a: 372). Il meccanismo fisiologico sotteso al linguaggio giustifica il fatto che la  ricerca sul linguaggio ʻdeve cominciare sui parlanti, anzi che sui libri; e nelle  lingue vive a noi noteʼ (p. 375); di conseguenza: il punto di partenza più sicuro è dʼesaminare … tutti i fenomeni fonetici e  ideologici nellʼuomo che abbiamo sottʼocchio … Trovati questi si deve passa re allʼesame delle lingue meno note … e vedere se si incontrino fatti analoghi.  Se compajano pertanto fatti comuni nella struttura di tutte le lingue, qualunque  siano le classificazioni in cui si chiusero … tutto il resto, in cui per avventura  differissero lʼuna dallʼaltra, non deve accennare a processo di genere diverso  (Marzolo 1861a: 376). La critica alle classificazioni degli etnologi e dei linguisti in base alle  quali ʻsi danno le differenze fra ceppo e ceppo come originaliʼ si basa sul  fatto che: considerando senza prevenzioni scolastiche o scientifiche le lingue la si trova  in tutte … fenomeni i quali … si veggono essere manifestazioni necessarie  della natura dellʼuomo … costanti così per necessità dʼorganizzazione, come  le leggi fisiche … (Marzolo 1861a: 376). In questa prospettiva Marzolo (1861) rifiuta le ipotesi sostenute nel  dibattito a lui contemporaneo relative alle lingue monosillabiche, concepite  come il risultato di un lungo processo storico a partire da sistemi polisillabi ci, allʼipotesi di una fase iniziale puramente vocalica, e infine di fasi iniziali  in cui il linguaggio avrebbe contenuto solo sostantivi. Al contrario anche le  lingue più primitive dovevano avere categorie e dovevano essere comunque  derivate da processi di mescolanza: ... senza questo servigio della parola, per nome, per verbo, ecc. i parlanti non  avrebbero potuto intendersi… Ovunque sʼincontrassero viventi di umana  forma, qualunque fosse il clima, lʼaccidenza della loro dimora, e fosse pure  ferina la loro ignoranza, si trovarono servirsi di una favella promiscua fra loro  (Marzolo, 1861a: 385). Marzolo (1862) affronta la questione del rapporto fra le discipline  letterarie e umanistiche e le scienze; si tratta di un tema dibattuto in quegli  anni, che, come vedremo al pf. 5.1., è oggetto di un importante intervento  537 Leonardo M. Savoia del Lignana. Marzolo (1860c) sostiene in primo luogo il distacco fra scienza  e letteratura, anche se questa separazione è frutto di un processo storico. Il  punto essenziale è che la scienza si basa su dati oggettivi e indipendenti dai  segni (cioè dal linguaggio) utilizzati per parlarne. Marzolo riporta al metodo  scientifico discipline come la logica, la psicologia del linguaggio, la lingui stica, la matematica, che però distingue da quelle basate sullo studio di dati  oggettivi. Discipline come la linguistica mettono in gioco lʼanalisi della  ʻsoggettivitàʼ: Ma poiché nei materiali filologici, linguistici, non si tratta già del rapporto  dellʼoggettività col me dʼun solo individuo, ma sì col me di tutti gli uomini  inconsapevoli delle proprie cause soggettive nelle produzioni [linguistiche]  che hanno lasciato, e di più non interrogabili, perché quasi tutte avvolte nel lʼoblio dei secoli, veggasi come sʼimplichi la scienza linguistica, la filologia  (Marzolo 1862c: 14). Nel complesso, le sue conclusioni si distaccano sia da quelle degli approc ci storico-culturali, basati sulla poligenesi, che abbiamo visto formare il pensiero  prevalente fra i linguisti del suo tempo, sia anche da quelle degli autori che si  richiameranno a Darwin, come Lignana e Schleicher. Infatti, anche gli autori più  sensibili ai fondamenti naturalistici della ricerca linguistica non rinunciano in  ultima analisi a mantenere una concezione in qualche misura gerarchica e poli genetica delle lingue. A differenza di questi, la concezione di Marzolo, pur non  riferendosi esplicitamente a teorie evoluzioniste, assume che comunque la fase  originaria sia stata uguale per tutte le lingue e abbia incluso le categorie fonda mentali del linguaggio, risultando particolarmente in sintonia con una prospetti va evoluzionista simile a quella fissata dalla teoria darwiniana. 5. L’origine dell’uomo e del linguaggio nell’evoluzionismo scien tifico La nozione di evoluzione era già utilizzata dal pensiero illuminista  (Condillac, Rousseau, Diderot, De Brosses, Maupertuis) per spiegare il formar si delle facoltà umane, come appunto il linguaggio; in ambito naturalistico era  stato introdotto in particolare dal biologo francese Jean Baptiste de Lamarck.  La moderna teoria dellʼevoluzione elaborata da Darwin in On the origin of spe cies by means of natural selection (1859) e The descent of man, and selection in  relation to sex (1871) spiega la diversificazione delle specie assumendo che le  diverse specie non sono immutabili ma discendono da forme viventi più antiche  attraverso un processo di evoluzione. Come nota Goodwin (2001) la teoria di  538 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Darwin mette insieme due idee già condivise dal mondo scientifico e dalla cul tura del tempo, cioè quella dellʼadattamento, per cui gli organismi sono adattati  allʼambiente in cui vivono, e quella dellʼereditarietà dei caratteri, per cui la prole  somiglia ai genitori. Lʼelemento interpretativo nuovo è la selezione naturale.  In base ad essa gli organismi in cui sono emersi nuovi caratteri a seguito di  mutazioni, possono risultare meglio adattati allʼambiente di altri organismi già  esistenti, soppiantandoli nella lotta per la sopravvivenza e dando origine ad una  nuova specie. Quindi anche le facoltà intellettuali e morali, che da sempre erano state  considerate ciò che separava gli esseri umani dal regno animale, vengono assog gettate alle stesse leggi dellʼevoluzione, come i caratteri presenti in ogni altro  animale, e sono viste come il risultato dellʼadattamento allʼambiente, dellʼeredita rietà e della selezione naturale. Non solo, ma esse sono in un rapporto di discen denza evolutiva con caratteristiche presenti in forme animali meno evolute: La conclusione principale cui siamo giunti, ora sostenuta da molti naturalisti  ben capaci di formulare un giudizio valido, è che lʼuomo sia disceso da qual che forma meno organizzata … Questa creatura, se un naturalista ne esami nasse la struttura, sarebbe classificata tra i quadrumani, sicuramente quanto il  progenitore ancora più antico delle scimmie del vecchio e del nuovo mondo.  (Darwin 1977 [1871]: 639, 642). Lʼidea di Darwin è che le facoltà intellettive devono avere avuto unʼim portante funzione adattiva, nel senso che ʻlʼintelletto gli [allʼuomo] deve essere  stato di grande utilità, anche in un periodo molto remoto, in quanto lo ha messo  in grado di inventare e di usare il linguaggio, di fare utensili, armi, trappole, ecc.  con cui, con lʼaiuto delle sue abitudini sociali, fin da molto tempo è diventato il  dominatore di tutte le creature viventiʼ, e che ʻlʼuso continuato del linguaggio  deve aver reagito sul cervello e provocato un effetto ereditario, che a sua volta  deve aver reagito sul miglioramento del linguaggioʼ (p. 642, trad. it 1977). Più  precisamente, il linguaggio è caratterizzato da Darwin come una sorta di ʻistin toʼ, ʻpeculiare allʼuomoʼ. Esso è diverso dalle abilità apprese, le ʻartiʼ, in quanto  ʻlʼuomo ha una tendenza istintiva a parlare, come vediamo del balbettìo dei  nostri piccoli …ʼ (pp. 111-112, trad. it 1977). Coerentemente con lo schema evoluzionista, Darwin conclude che ʻil più  simmetrico e complesso [dei linguaggi] non sarebbe da classificare superiore ai  linguaggi irregolari, abbreviati e imbastarditi … Da queste scarse e incomplete  osservazioni concludo che la costruzione estremamente complessa e regolare di  molte lingue barbare, non è prova che esse debbano la loro origine ad un parti colare atto di creazioneʼ. Non vi sono quindi lingue più perfette di altre, né sem bra possibile individuare in alcuna lingua una forma linguistica primitiva. Vale  539 Leonardo M. Savoia insomma anche per le lingue il criterio delle scienze naturali per cui i naturalisti  considerano ʻla differenziazione e la specializzazione degli organi come prova  di perfezioneʼ (p. 642, trad. it. 1977). Infine, Darwin connette lʼevoluzione del  linguaggio non alla comunicazione, quanto piuttosto allʼ ʻuso continuato e [al]lo  sviluppo di questa facoltàʼ, definita ʻmacchina meravigliosa che identifica con  parole tutti i tipi di oggetti e qualità, e suscita concatenazioni di pensiero che  non sorgerebbero mai dalla semplice impressione dei sensi o, se anche sorgesse ro, non potrebbero mai avere un seguitoʼ (p. 642-643, tra. it. 1977). Al contrario  la capacità di avere concetti non sembra la caratteristica fondamentale del lin guaggio, e infatti è condivisa con altre specie animali: ʻRiguardo agli animali ho  già cercato di dimostrare che essi possiedono questa facoltà, sebbene a un livello  rozzo e primordiale …ʼ. È evidente che queste considerazioni scompaginano  le concezioni correnti sia in campo naturalistico sia nel campo delle scienze  umane. Non solo prospetta una visione compiutamente uniformista del linguag gio e una sua considerazione in un quadro scientifico unitario rispetto agli altri  fenomeni naturali, ma mette in discussione le più condivise idee sulla separatez za dei fenomeni linguistici, sullʼorigine e sullʼevoluzione delle lingue, e sulle  differenze fra lingue. 5.1. Evoluzionismo nella linguistica alla metà dellʼOttocento: una concezione  problematica Lʼaffermarsi dellʼevoluzionismo ebbe interessanti riflessi anche sul dibat tito relativo alle differenze fra lingue. Sono emblematici a questo proposito gli  interventi di Lignana (cf. Timpanaro, 2005 [1979]). La convinzione che il meto do di indagine linguistica rappresenti ʻla scoperta della filosofia della storia della  nostra schiattaʼ (Lignina 1866: 14, in Timpanaro 2005 [1979]: 146) è alla base  della prospettiva storicistica che ispira lʼunificazione di filologia e linguistica in  La filologia del XIX secolo (1868) viste come le due facce di un unico studio di  tipo storico della lingua e della civiltà indoeuropea: Non sono analogie, rissomiglianze, conformità, identità, che si fondino nella  così detta natura comune del genere umano, ma bensì in quella specifica di  una schiatta … Affermare lʼunità delle lingue Indo-Europee è lo stesso che  affermare lʼunità genetica di tutta la coltura Indo-Europea (Lignana 1868: 56,  57). La Grammatica Comparata è vista cioè come strumento che permette  unʼinterpretazione unitaria di fatti storicamente determinati (lingua e cultura  indoeuropea), mentre lʼipotesi di Humboldt di una ʻpluralità autonoma e coe sistente dei principi storiciʼ alla base di tutte le lingue è lontana dallʼessere  540 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo provata. Le questioni sollevate dallʼevoluzionismo darwiniano sono affrontate  in maniera esplicita nella prolusione romana del 1871 Le trasformazioni delle  specie e le tre epoche delle lingue e letteratura indo-europee (1871), dove  Lignana pur tentando di riportare i principi della classificazione linguistica ad  una concezione monogenetica di stampo darwiniano, paga un forte tributo al  pensiero prevalente e radicato di una differenza originaria e irriducibile fra tipi  linguistici: Che cosʼè questa grammatica di Bopp se non lʼanalogo della teoria di Darwin  nelle sue applicazioni ai fatti della linguistica? … Le lingue hanno combattuto  per la loro esistenza come gli organismi … La maggiore congruenza di certe  forme in due o più lingue dello stesso tipo stabilisce naturalmente la loro più  stretta affinità … Darwin vuol dedurre da una sola specie tutte le specie orga niche, nissuna eccettuata … Qui sta la grande differenza fra Darwin e Bopp.  Tutte le lingue Indo-europee rappresentano … una sola unità storica. Ma al di  là di questa sfera cessa la legge delle affinità e la continuità delle trasformazio ni … (Lignana 1871: 11, 12). Le lingue sembrano sottratte ad una stretta applicazione delle leggi naturali: La cellula primitiva, onde indifferentemente poteva prorompere o lʼuno o lʼal tro tipo linguistico è per ora … unʼipotesi che non può essere verificata dalla  scienza (Lignana 1871: 16). Il punto è che la linguistica non è ʻuna scienza puramente naturale, …  ma una scienza essenzialmente storicaʼ (p. 20-21). Appare quindi centrale una questione che abbiamo finora solo sfiorato,  cioè quella del posto occupato dagli studi linguistici nel quadro delle scien ze. Per quanto alcuni autori, come Max Müller, sostenessero che ʻla science  du langage a droit à occuper cette place [le couronnement] parmi le sciences  naturellesʼ (Müller 1867: 9), e vedessero il linguaggio umano in relazione  con le capacità presenti nelle altre specie animali, la prospettiva storica pre valente fra gli autori dellʼOttocento mette in discussione lʼunità del metodo  scientifico. È evidente la cesura con la riflessione illuministica delineata che  aveva già fissato i punti essenziali di un approccio naturalistico ai fenome ni mentali, superando il dualismo fra natura e mente, nel senso indicato da  Nicolas Beauzée, nella Grammaire générale (1767): ... traiter les principes du Langage, comme on traite ceux de la Physique, de  la Géometrie, ceux de toutes les sciences; parce que nous nʼavons en effet  quʼune Logique … 541 Leonardo M. Savoia La separazione fra scienze naturali e scienze umane caratterizze rà invece in generale la cultura dellʼOttocento e della prima metà del  Novecento. I fenomeni ascrivibili alla mente trovano unʼinterpretazione in  chiave storica, come nel caso della formazione dei diversi livelli di organiz zazione socio-culturale (testi, folklore, società, lingue) visti come il risultato  di processi storico-sociali. Non è un caso che Lignana (1868) criticasse il  ʻMonismo materialistico o idealisticoʼ, per cui ʻLa pluralità dei principii  non solo per ciascuna scienza, ma per le stesse singole discipline, onde si  compone la nuova filosofia, è la condizione preliminare per la possibilità  dei suoi progressiʼ (p. 7). Come sottolinea Timpanaro (2005 [1979]) le dif fidenze di molti studiosi italiani nei confronti del darwinismo derivavano  dalla convinzione della inapplicabilità dellʼevoluzionismo naturalistico ai  fatti umani, concepiti come un dominio del sapere autonomo rispetto a quel lo della natura. È noto che August Schleicher assume la prospettiva darwiniana come  chiave interpretativa della formazione delle lingue nei suoi lavori di indoeu ropeistica, in particolare sviluppando la teoria dellʼalbero genealogico (ripre sa dalla spiegazione evoluzionistica di Darwin), adottata nel Compendium  der vergleichenden Grammatik der indogermanischen sprachen (1861).  Teorizza la sua posizione nella lettera aperta allʼantropologo E. Häckel, Die  Darwinische Theorie und die Sprachwissenschaft (Weimar, 1863), ripresa  poi nel 1865 in Über die Bedeutung der Sprache für die Naturgeschichte des  Menschen, dove il linguaggio è visto come il prodotto delle proprietà degli  organi, fra i quali include il cervello. In Die Darwinische Theorie und die  Sprachwissenschaft, (trad. italiana in Bolelli 1965) Schleicher sostiene lʼuni ficazione del metodo scientifico, assumendo che la che la glottologia deve  ricorrere ai procedimenti delle scienze naturali, e che le lingue sono ʻorga nismi naturaliʼ che sorgono e si sviluppano senza lʼintervento consapevole  degli uomini, seguendo leggi ben definite: Il testo di Darwin … mi sembra armonizzare perfettamente con le fondamenta li concezioni filosofiche che incontriamo oggi più o meno chiaramente e con sapevolmente espresse nella maggior parte degli scritti naturalistici … Il pen siero dellʼepoca moderna tende inequivocabilmente al monismo … Il metodo  scientifico non è più quello di una volta … Lʼosservazione è la base del sapere  di oggi. Ma lʼosservazione ci insegna che tutti gli organismi viventi che pos sono essere controllati sufficientemente si modificano secondo leggi fisse …  la teoria di Darwin … si basa sullʼosservazione … Darwin ha realizzato per la  biografia degli abitanti della terra, ciò che Lyell ha fatto per la storia della vita  della terra (Bolelli 1965: 124-125, 126). 542 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Per quanto riguarda lʼorigine delle diverse famiglie linguistiche,  Schleicher adotta una soluzione per cui ciascuna famiglia ha avuto un proces so di sviluppo e di differenziazione interna indipendente dalle altre famiglie. ... Nessuno dubita più che lʼintera famiglia delle lingue indoeuropee … sia  sorta da unʼunica forma fondamentale, ovvero dalla lingua madre indoeuro pea; lo stesso vale per le lingue del gruppo semitico … nonché per tutte le  famiglie o ceppi linguistici … Ma come stanno le cose per quanto riguarda  lʼoriginarietà delle famiglie … Si ripete qui lo stesso fenomeno che riscontria mo per le lingue di unʼunica famiglia? Anche queste lingue fondamentali sor gono a loro volta da lingue fondamentali comuni le quali procedono, da parte  loro, da unʼunica lingua originaria? (Bolelli 1965: 128, 132). Infatti secondo Schleicher le differenze fra le lingue sono tanto pro fonde da escludere una comune origine. Al contrario sarà possibile assumere  che i principi alla base delle diverse famiglie linguistiche sono gli stessi.  In particolare la teoria dellʼagglutinazione suggerisce unʼoriginaria corri spondenza formale delle lingue attualmente più complesse con quelle che  Schleicher giudica più semplici, come il cinese. Questa fase originaria con sisterebbe nella essenziale capacità di combinare suoni e significati privi di  distinzioni di categoria: Innanzitutto la diversità delle varie famiglie linguistiche … è di tanta rilevan za che nessun osservatore sereno può pensare ad una loro comune origine …  Quindi non possiamo presupporre una derivazione per così dire materiale di  tutte le lingue da unʼunica lingua primitiva. La cosa però cambia per quanto  concerne la forma linguistica. Tutte le lingue più organizzate, ad esempio la  lingua madre della famiglia indoeuropea … grazie alla loro struttura mostrano  chiaramente di essere nate da forme più semplici per evoluzione graduale. In  tutte le lingue si nota come la forma più antica della loro struttura sia stata  essenzialmente uguale a quella che si è conservata in alcune lingue di struttura  semplicissima (ad esempio il cinese). Insomma lʼelemento da cui sono scatu rite tutte le lingue era rappresentato da suoni provvisti di significato, imma gini foniche semplici … in grado di fungere da qualsiasi forma grammaticale  (Bolelli 1965: 133). Poiché lʼelemento da cui sono scaturite le lingue corrisponde a una  pura capacità simbolica, priva delle proprietà morfosintattiche fondanti del  linguaggio, di fatto Schleicher ripropone una soluzione poligenetica che  attribuisce alle diverse famiglie linguistiche linee di sviluppo indipendenti.  Le differenze fra le lingue risultano quindi sostanziali e riferibili a una gerar chia che dispone le lingue in base al grado della loro organizzazione, più o  543 Leonardo M. Savoia meno complessa, che pone al suo vertice la famiglia delle lingue con mag giore grado di organizzazione, cioè quella indoeuropea. In questo contesto, la posizione di Ascoli risulta orientata su questioni  tecniche e metodologiche piuttosto che teoriche. In effetti, anche se lʼinteres se per la ricostruzione dellʼunità fra lingue semitiche e lingue indoeuropee lo  fa propendere per la monogenesi (Timpanaro 1969), il naturalismo ascoliano  si concretizza in un approccio pienamente empirico, che nella recensione  alla prolusione di Giacomo Lignana Della grammatica comparata di Bopp  (1866), è esplitamente basato sul valore epistemologico della ʻdimostrazione  scientificaʼ: Lʼetimologia divenne una scienza … Di certo la saldezza della nostra dottri na fonologica … ma offriamo costantemente tali prove, dalle quali … resulti  unʼevidenza apodittica, una convinzione che punto non dipende da alcuna pro pensione soggettiva o da alcun presupposto ideologico, ma è tale. Allʼincontro,  che debba essere unanimemente condivisa dal gran giurì del senso comune. È  la dimostrazione scientifica, resa ormai costante anche sul campo della storia.  E storia naturale, dimostrata con evidenza matematica; e la pianta di cui si  tratta, è la gemella del pensiero (in Ascoli 1977 [1967]: 39-40). La linguistica ascoliana è programmaticamente estranea a speculazioni  di teoria del linguaggio: Commentando lʼanalisi agglutinativa di Bopp conclude che: … non siamo più  limitati a rasentar lʼideologia solo per motivare la derivazione o i significati  di singole voci; ma assistiamo a tutto lo svolgimento che il pensiero consegue  per lʼorgano della parola. Possiamo discernere per quanta parte delle sue espli cazioni il pensiero sʼaffidi al processo veramente aggregativo … (in Ascoli,  1977 [1867]: 41). Il riferimento generico al ʻpensieroʼ e lʼimpostazione complessiva di  Ascoli, basata su una considerazione di tipo storico delle lingue, sembrano  anticipare la maniera di guardare al linguaggio da parte degli approcci di tipo  idealistico che si affermeranno nei decenni successivi. SUMMARY The linguistic work of Marzolo, professor of Grammar and Comparative  Linguistics at the University of Pisa from 1862, is an interesting document of the  relation between the general theory of language developed by illuminist scholars and  the nineteenth-century historical paradigm of linguistic research. Graziadio Ascoli,  544 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo the most representative historical linguist in nineteenth-century Italy, considered  Marzolo a ʻgenial heterodoxʼ who aimed at defining an universal theory of language  that however lacked an adequate scientific base. The methodological weakness indi cated by Ascoli seems to us to depend on the fact that the questions and the concep tual points raised by Marzolo take up fundamental aspects of the linguistic reflection  of illuminist authors, and this in a period in which the prevailing epistemological  perspective was historical in character. On the other hand the approach of Marzolo  is characterized by a crucial link with the scientific thought of his time and with the  conceptual framework of positivism; in particular, the entire reflection of Marzolo  is inspired by a naturalistic perspective in the study of language. This article aims  at examining the principal aspects of the linguistic analysis of Marzolo by relating  them to the scientific framework of the first half of nineteenth century, especially to  the new evolutionist ideas which influenced the domaine of natural sciences, anthro pology and linguistics. Thus, the conception of linguistic research as ʻphilosophy of  historyʼ and as key for the reconstruction of ancient cultures, the question of the ori gin of language and the debate on language monogenesis vs polygenesis, are themes  that largely emerge in nineteenth-century Italian culture and its scientific milieus,  involving influential linguists such as Cattaneo, Biondelli, and subsequently Lignana  and others. The work of Marzolo reflects this cultural and scientific context in a very  interesting way: in particular, Marzolo maintains a monogenetic approach even if he  does not explicitly refer to the Darwinian theory of evolution. NOTE 1  Paolo Marzolo nacque a Padova il 13 marzo 1811. Ingegno precoce seguì il corso di  filosofia nellʼUniversità di Padova a soli quattordici anni e continuò lo studio del greco e del latino.  Conseguì la laurea in medicina a 22 anni con la dissertazione De vitiis loquelae. Iniziò come chirur go a Padova; successivamente come medico condotto si spostò in altre zone del Veneto, dove rimase  molti anni cominciando a raccogliere i materiali per la sua opera principale. In questi anni studiò gli  enciclopedisti, gli scrittori latini e greci, diverse lingue (il tedesco, lʼungherese, lʼebraico e succes sivamente lʼarabo, il turco, il  cinese). Fu socio ordinario dellʼAteneo di Treviso. Passato a Milano  dopo il 1849, collaborò al Politecnico diretto da Carlo Cattaneo. Nominato professore straordinario  di Letteratura greca allʼAccademia scientifico-letteraria di Milano nel 1860, lʼanno successivo fu  chiamato a Napoli come professore straordinario di Letteratura latina. Per interessamento del mini stro della P.I. Carlo Matteucci, nel 1862 ebbe la cattedra di Grammatica e lingue comparate allʼUni versità di Pisa, dove il 17 novembre 1862 presentò la prolusione Della letteratura delle nazioni e  della loro comparazione. Morì a Pisa il 5 settembre 1868. 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