GRICE E MARZOLO
Luigi Speranza -- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Marzolo: la ragione
conversazionale del segno – filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo italiano. Padova, Veneto. Abstract.
H. P. Grice: “When
I delivered my lecture on ‘meaning’ for the Philosophical Society at Oxford, I
knew that some of my pupils – to which I had burdened with my seminars on
‘meaning’ would be attending. I was paying little attention to Marzolo. When
Cairo wrote his ‘Dictionary of Symbols,’ way before Vienna, and other events
with which we were familiar at Oxford, Cairo makes an effort to trace his
research – and he provides three references: Ferrero, Marzolo, and Marchesini –
“amongst us Italians” – he adds. Now Ferrero was more of a lawyer and his ‘I
simboli’ only tangentially approaches ‘simbolo’ and ‘segno,’ or the phenomenon
of ‘voulere dire’ alla Grice – but what is important is that he leaves
Marchesini behind, and indeed OVER-stresses the LEGACY of Marzolo. Unlike
myself – who dismiss in “Meaning” talk of ‘sign,’ Marzolo entitles his ‘essay’
an ‘essay on signs’ – and he is indeed into ‘words’ – he held a profeessor of
letters at Pisa. But his words are what these words ‘voule dire’ – ‘signare’ –
as quoted by both Marzolo and Ferrero – as when Cicero says that a signum
signat – in the zodiac. But Marzolo’s examples are RARELY about what a given
expression MEANS, or is a sign of – he takes this for granted. Now, if you read
my ‘Meaning’ you will find NO reference to what a word – or group of words
means – I approach this later in my career, under pressure, and I give only ONE
example ‘shaggy’ – shaggy shaggy reduplicated, as Ferrero has it to mean that
the utterer means that the referent is hairy-coated. When it comes to indicare
that’s our ‘say’ – as when I say ‘Peccavi’. But can I say that I said THAT
peccavi? Surely not. So ‘say’ primarily applies to the utterer, but what the
utterer says may not be an instance of his saying THAT – cf. MAD magazine
cartoons on what people say and what they actually mean. On the other and, when
I give the example of ‘He hasn’t been to prison yet’ – the first one of ‘imply’
– I do point out that I will use ‘implicate’ as a term of art as a way of
avoiding me the necessity to select to use ‘mean’ and other words in that
range. So, my point, against Austin and Witters, is that whatever the utterer
meant – THAT his colleagues were dishonest – it would be otiose – and almost
false – to say that what he means is that C hasn’t been to prison yet. ‘C
hasn’t been to prison yet’ is the OPTIMAL way to be a sign for ‘He hasn’t been
to prison yet.’ One may intoduce the explicit/implicit distinction. The
utterer, by displaying a bandaged leg, EXPLICITLY conveys that he’s leg is
bandaged, but what he means – i. e. that of which his ‘utterance is a SIGN (as
Marchesini, Marzolo, and Ferero would have it – is, as I put it, that he cannot
join his co-conversationalist in a game of squash. When I published my WoW:5 in
Philosophical Review, I ellided the section on ‘saying,’ and ‘meaning’ – my
proposal was so tricky that I decided that my readers could do without it!”. Keywords:
Marzolo, Marchesini, Ferrero, FUSINIERI. The author of Saggio sui segni --
often simply referred to as “Segni” -- is Paolo M., an Italian physician,
physiologist, and linguist. M. spent much of his career in the Venetian region
and Lombardy, where he bridges the fields of medicine and the emerging science
of semiotics. M. is primarily known for his work connecting linguistic
analysis with physiological and medical observations. His other major works include: Monumenti storici
rivelati dall'analisi della parola. Considered his most monumental publication, this work
explores the evolution of languages as a reflection of human history and
biological development. Prolegomeni allo studio storico e comparativo delle
lingue. This text focuses on the transition from physical gestures to spoken
language and the geographical factors influencing linguistic development.
Medical and Physiological Treatises: Given his dual profession as a medical
doctor and scientist, M. contributes to the "semiotic-medical"
tradition that influenced later figures like LOMBROSO (vedasi). Francesco
M. was Paolo's brother and a surgeon. A later Francesco M. was a notable
hydraulic engineer whose publications focus on technical hydraulics and
hydroelectrics. Paolo
Marzolo (Padova, 13 marzo 1811 – Pisa, 5 settembre 1868) è stato un medico e
linguista italiano. fotografia di Paolo Marzolo Paolo Marzolo Biografia
Figlio di Antonio e di Francesca Casagrande, dimostrò una notevole precocità: a
soli 14 anni prese a seguire il corso di filosofia dell'università di Padova e
a ventidue anni conseguì la laurea in medicina. Inizialmente lavorò come
chirurgo a Padova, quindi fece il medico condotto in varie località venete,
trascorrendo il periodo più lungo a Trevignano, vicino a Treviso. Nel frattempo
continuava ad approfondire le sue conoscenze di linguistica, studiando gli
enciclopedisti, i classici latini e greci e le lingue moderne (tedesco,
ungherese, ebraico, arabo, turco e cinese); analizzava, inoltre, le differenze
dialettali, anche attraverso i propri pazienti. Spostatosi a Treviso,
dall'aprile 1848, dopo la cacciata degli Austriaci e la costituzione della
Repubblica di San Marco, fece parte del comitato provvisorio della città. Dopo
il 1849 si portò a Milano. Nel 1860 fu nominato professore straordinario
di letteratura greca all'Accademia scientifica letteraria. Collaborò inoltre al
Politecnico di Carlo Cattaneo, pubblicandovi diversi lavori. Nel 1861 si
trasferì a Napoli in qualità di professore straordinario di letteratura latina.
Nel 1862, grazie all'interessamento del ministro Carlo Matteucci, gli venne
assegnata la cattedra di grammatica e lingue comparate all'università di Pisa.
L'ambiente pisano, di ampie vedute, gli fu particolarmente favorevole dal punto
di vista scientifico, anche se questo periodo fu segnato da un peggioramento
della sua salute. Morì nella città toscana nel settembre 1868 a 57 anni.
Opere Sin dalla sua dissertazione di laurea (De vitiis loquelae quaedam
exposita quum medicinae lauream coronam assequeretur, 1834), il Marzolo sposò
la tesi secondo cui i fenomeni intellettuali vanno unificati a quelli organici
e, più in particolare, che il linguaggio e la sua evoluzione più essere
impiegato come strumento per definire la storia naturale dell'uomo. Già
nelle sue prime pubblicazioni emerge la nozione di segno, vista non come «una
condizione della cosa», bensì come «un'azione di questa sopra dato soggetto
senziente»; secondo l'autore la conoscenza avviene mediante tre diversi elementi
cioè il concetto, la percezione dell'oggetto e il segno stesso. Le sue
idee vennero sistemate definitivamente nella sua opera principale, i Monumenti
storici rivelati dall'analisi del linguaggio. Secondo il progetto iniziale,
essa doveva comporsi di sedici volumi, ma uscirono solo il primo (1847) e, ben
più tardi, il secondo (1859), cui si aggiunsero parti del terzo (1863) e del
quarto (1866). Bibliografia Leonardo Savoia, Paolo Marzolo, in Dizionario
biografico degli italiani, vol. 71, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
2008. URL consultato il 30 dicembre 2014. Altri progetti Collabora a Wikiquote
Wikiquote contiene citazioni di o su Paolo Marzolo Collabora a Wikimedia
Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Paolo Marzolo Collegamenti
esterni Marzòlo, Paolo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Bruno Migliorini, MARZOLO,
Paolo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934.
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(EN) 235540809 · ISNI (EN) 0000 0003 8553 9963 · LCCN (EN) nb2004018674 · BNF
(FR) cb12648903r (data) Portale Biografie: accedi alle voci di
Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Medici italianiLinguisti
italianiMedici del XIX secoloItaliani del XIX secoloNati nel 1811Morti nel
1868Nati il 13 marzoMorti il 5 settembreNati a PadovaMorti a PisaStudenti
dell'Università degli Studi di PadovaProfessori dell'Università degli Studi di
Napoli Federico IIProfessori dell'Università di Pisa[altre] Nacque a Padova il 13 marzo 1811 da Antonio e da
Francesca Casagrande. Ingegno precoce, a quattordici anni seguì il corso
di filosofia nell’Università di Padova continuando lo studio del greco e del
latino. Conseguita la laurea in medicina a ventidue anni, iniziò l’attività
come chirurgo a Padova; successivamente come medico condotto si spostò in varie
località venete, tra le quali Trevignano, presso Treviso, dove rimase a lungo
cominciando a raccogliere i materiali per la sua opera principale. Furono anni
di studi: lettura degli enciclopedisti, di scrittori latini e greci,
apprendimento delle lingue tedesca, ungherese, ebraica e successivamente araba,
turca e cinese; investigò con attenzione sulle differenze che riscontrava nei
dialetti. Fece tesoro anche delle sue esperienze nell’osservazione dei
malati. Trasferitosi a Treviso, nell’aprile 1848, dopo l’allontanamento
degli Austriaci, fu uno dei membri del comitato provvisorio cittadino; fu socio
ordinario dell’Ateneo locale e pubblicò vari lavori nelle Memorie dell’Istituto
veneto. Stabilitosi a Milano dopo il 1849, nel 1860 fu nominato professore
straordinario di letteratura greca all’Accademia scientifico-letteraria;
collaboratore del Politecnico di C. Cattaneo, vi pubblicò diversi saggi. Nel
1861, fu chiamato a Napoli come professore straordinario di letteratura latina.
Per interessamento del ministro della Pubblica Istruzione, il fisico C.
Matteucci, intenzionato a dare impulso ad approcci scientifici per contrastare
le dottrine metafisiche del tempo, nel 1862 gli venne affidata la cattedra di
grammatica e lingue comparate all’Università di Pisa, dove il 17 nov. 1862
presentò la prolusione Della letteratura delle nazioni e della loro
comparazione (poi in Politecnico, 1862, vol. 18, pp. 203-221). Gli anni pisani,
per quanto angustiati dalle cattive condizioni di salute, offrirono al M. un
ambiente accademico particolarmente aperto alla libertà di pensiero, e a lui
più congeniale. Autore per il Lavoro di vari articoli sullo sviluppo delle
razze umane, pubblicò negli Annali delle Università toscane (1866, vol. 9, pp.
53-130) il Saggio sui segni, sua ultima opera (nuova ed., a cura di B.
Lauretano, Napoli 2003). Il M. morì a Pisa il 5 sett. 1868. A
partire dalla dissertazione di laurea De vitiis loquelae quaedam exposita quum
medicinae lauream coronam assequeretur, Patavii 1834, in cui sostiene
l’unificazione dei fenomeni intellettuali con quelli organici, il M. sviluppa
una concezione naturalistica e organicistica del linguaggio che configura un
modello interpretativo coerente dei fenomeni linguistici, dell’origine e della
differenziazione delle lingue. Sin dai primi lavori (Brevissimo sunto della
storia dell’origine dei caratteri alfabetici, in Atti dell’I.R. Ist. veneto di
scienze, lettere e arti, s. 3, 1856-57, vol. 2, pp. 643-685; Del cangiamento di
rapporto tra l’azione e la conoscenza nel progresso dell’uomo, in Politecnico,
1861, vol. 10, pp. 367-386; Saggio di applicazione della storia naturale delle
lingue alle investigazioni della storia delle nazioni, ibid., pp. 577-596,
615-635) uno dei temi centrali della sua riflessione teorica è la nozione di
segno. Nel Saggio sui segni la capacità umana di collegare segni e significati
viene riportata a una teoria generale del segno e della conoscenza basata su
uno schema comprendente tre elementi, il concetto (l’idea), la percezione
dell’oggetto e il segno: «Segno per sé assolutamente non esiste; ma sì ogni
cosa può diventar segno per certi rapporti di contingenza con gl’individui;
l’essere segno non è una condizione della cosa, ma sì un’azione di questa sopra
dato soggetto senziente» (ed. 2003, pp. 112 s.). -ALT Il M. offre una
sistemazione definitiva della sua concezione del linguaggio nella sua opera
principale, i Monumenti storici rivelati dall’analisi del linguaggio, prevista
in 16 volumi, di cui uscirono soltanto il primo (Saggio di storia naturale
delle lingue, Padova 1847) e, a distanza di tempo, il secondo (ibid. 1859) e
parti del terzo (ibid. 1863) e del quarto (ibid. 1866). L’opera delinea
una storia naturale del linguaggio nella quale il naturalismo universalistico
di ispirazione settecentesca si integra con il paradigma positivista
dell’Ottocento. In questo quadro concettuale il formarsi e l’evoluzione delle
lingue sono determinati da dispositivi di tipo sensoriale e motorio connaturati
all’uomo e in questo senso universali. Nel M., la cui impostazione si distacca
dal modello storico-comparativo fissato da autori come Fr. Bopp, J. Grimm, Fr.
Diez, avente come fine la ricostruzione dei rapporti di parentela linguistica
sulla base di corrispondenze regolari e sistematiche nella fonetica o nella
morfologia, il confronto di parole di lingue diverse mira a mettere in luce
meccanismi e principî universali piuttosto che a ricostruire i rapporti storici
fra le lingue. Egli riprende quindi i temi, ormai emarginati nel clima
culturale del suo tempo, della riflessione dei linguisti illuministi, come N.
Beauzée, Ch. de Brosses, R.J. Turgot, A. Court de Gébelin, per i quali la
comparazione fra lingue è strumento per indagare i principî fondamentali e
universali del linguaggio e della natura umana. Nell’Ottocento la ricostruzione
dei rapporti storici fra le lingue risulta in particolare funzionale alle
istanze di rinascita nazionale in quanto fornisce una conferma scientifica alla
ricerca di identità e antichità storica dei diversi popoli e delle loro lingue
e culture. Il paradigma ufficiale della linguistica è quindi allineato
all’universo simbolico, al sistema di idee e di valori che fin dall’inizio
dell’Ottocento impongono una chiave interpretativa storico-evolutiva
all’antropologia, ai fatti socio-culturali e, nei termini della teoria
darwiniana della selezione naturale, ai processi naturali (B. Goodwin, How the
leopard changed its spots: the evolution of complexity, Princeton 2001). Nello
stesso tempo il comportamento umano è riportato ai meccanismi fisici sottesi ai
fenomeni naturali. Se si tiene conto di un simile quadro complessivo, la figura
del M. non è particolarmente eccentrica; il giudizio limitativo di chi vede in
lui un «eterodosso geniale» che mira a un «tentativo di glottologia universale»
pur senza avere «mezzi adeguati» (Ascoli, p. 42 n. 8; giudizio poi ripreso da
Tagliavini) riflette piuttosto le riserve verso un’indagine speculativa e
carente dal punto di vista metodologico. Le idee del M. si inseriscono
nel dibattito che in quegli anni oppone la scuola medica organicistica, di cui
egli si fa interprete, alle tendenze dei vitalisti, trovando nei fenomeni
patologici e marginali del linguaggio un’importante base empirica per l’analisi
del linguaggio. Le ricerche sui sordomuti (Studii di medicina pubblica del
dottor Pietro Betti, in Politecnico, 1861, vol. 11, pp. 544-561;
Sull’educazione dei sordomuti e sulla loro condizione intellettuale, ibid.,
1862, vol. 16, pp. 51-69) gli suggeriscono l’importanza dei segni visivi come
mezzo per sviluppare le capacità intellettuali dei sordomuti, dato che secondo
il M. la conoscenza è in primo luogo il risultato delle sensazioni prodotte
dagli oggetti e non del rapporto fra parole e idee. A tale concezione si
richiamano le proposte sull’insegnamento delle lingue contenute nel Saggio di
applicazione della storia naturale delle lingue, in cui è sostenuta la validità
di un metodo che combini la parola con la conoscenza dell’oggetto in quanto
appunto la parola non «ha senso» per se stessa ma facilita la reminiscenza
delle sensazioni. La critica dei metodi d’insegnamento basati sullo studio
libresco delle forme si fonda sull’osservazione, ripresa anche in altri saggi
del M., che i significati delle parole sono interpretabili solo in rapporto
alle circostanze esterne che li hanno fissati, per cui: «Per penetrare
nell’intelligenza intima di una lingua nuova, non bastano le cognizioni che già
si hanno della propria, perché i significati delle parole sono un effetto degli
eventi speciali occorsi ad un dato popolo ed ad un dato tempo» (p. 593).
La connessione fra la storia linguistica e quella culturale è una delle
questioni più discusse da studiosi e intellettuali italiani anche in rapporto
agli ideali nazionali e all’individuazione di lingue nazionali. Così Cattaneo,
la cui concezione storico-sociale del linguaggio influenzò la linguistica
italiana di questo periodo, nel saggio Sul principio istòrico delle lingue
europèe (1841) assegna all’indagine linguistica un ruolo euristico fondamentale
nella ricostruzione delle antiche culture scomparse. Anche dal M. la storia
naturale delle lingue è intesa come chiave di lettura della storia dei
progressi dell’umanità, una storia «delle nazioni», che «deve servire di base
coll’autenticare le etimologie alla dimostrazione dei temi storici ai quali si
verranno applicando. Questa parte preparatoria avrà fatto passare la
linguistica al rango di scienza naturale» (Monumenti…, I, p. 22). Tale tesi fu
poi sviluppata in Dell’applicazione della storia naturale delle lingue alle
investigazioni della storia delle nazioni (Venezia 1860), in cui l’etimologia è
vista come mezzo di investigazione storica e le lingue come prodotti dello
spirito dell’umanità. La nozione di lingua coincide qui con quella di
nomenclatura, cioè di un insieme di termini la cui formazione nei Monumenti
storici è riportata a tre cause naturali: parole di origine automatica, parole
di origine patetica (basate sulle interiezioni) e parole di origine
onomatopeica. In particolare il M. sostiene che nel passato come nel
presente valgano gli stessi meccanismi naturali e che le diverse lingue formino
una serie simile alla «catena degli esseri» assunta dalla scienza naturale
predarwiniana per cui le specie formerebbero un continuum dalla più semplice
alla più perfetta. La «prima età linguistica» non coincide quindi con quella di
lingua primitiva o originaria né ha «un posto preciso nella serie dei tempi»,
ma coincide piuttosto con l’insieme dei «prodotti delle disposizioni vocali
dell’uomo in contatto col suo simile, giusta le varie circostanze organiche e
quelle estrinseche» (Monumenti…, I, p. 80). La soluzione uniformista del
M. si collega al dibattito scientifico ottocentesco contrapponendosi all’idea
che le differenze fra le lingue implichino un diverso meccanismo di formazione,
come suggerito da Fr. Schlegel in Über die Sprache und Weisheit der Indier
(1808). La discussione sulla possibilità che le diverse famiglie linguistiche
si fossero formate in maniera indipendente (poligenesi) si collegava al
dibattito degli antropologi sull’origine dei diversi gruppi umani. Nel saggio
Del cangiamento di rapporto tra l’azione e la conoscenza nel progresso
dell’uomo, in Politecnico, 1861, vol. 10, pp. 367-386, la concezione
monogenetica è fatta derivare dalla caratterizzazione fisiologica che il M.
assegna al linguaggio, escludendo che la sua genesi «si debba ad esplicito
procedimento della ragione» (ibid., p. 372). Il meccanismo fisiologico sotteso
al linguaggio richiede che la ricerca su di esso «deve cominciare sui parlanti,
anzi che sui libri; e nelle lingue vive a noi note» (ibid., p. 375). La
critica alle classificazioni degli etnologi e dei linguisti in base alle quali
«si danno le differenze fra ceppo e ceppo come originali» si basa sul fatto che
«considerando senza prevenzioni scolastiche o scientifiche le lingue si trova
in tutte […] fenomeni i quali […] si veggono essere manifestazioni necessarie
della natura dell’uomo […] costanti così per necessità d’organizzazione, come
le leggi fisiche» (ibid., p. 376). In tale prospettiva il M. rifiuta l’ipotesi
corrente nel dibattito contemporaneo che vedeva le lingue monosillabiche come
il risultato di un lungo processo storico a partire da sistemi polisillabici, e
l’ipotesi di fasi iniziali in cui le lingue avrebbero contenuto solo
sostantivi, osservando che «senza questo servigio della parola, per nome, per
verbo, ecc. i parlanti non avrebbero potuto intendersi» (ibid., p. 385). La
soluzione del M. si accorda con le osservazioni avanzate nel 1820 da uno dei
suoi autori preferiti, W. von Humboldt, in Über das vergleichende
Sprachstudium… (1820). Fonti e Bibl.: M. Ceccarel, Della vita e degli
scritti di P. M., Treviso 1870; G.I. Ascoli, Studj critici, II, Milano-Roma
1877, p. 42; C. Tagliavini, Panorama di storia della linguistica, Bologna 1963,
pp. 128-135, 365; B. Lauretano, Nota introduttiva, in P. Marzolo, Scritti sui
segni, cit., pp. 5-103.Ti problema dei segni fu già nella curiosità di molti,
che a questo vennero condotti teorizzando a priori, e poichè s' erano accorti
che fra i tanti argomenti, che non avevano ancora avuto uno studio esplicito,
v'era ancor questo. Già l'Istituto di Francia propose queste tesi 1. Se nelle
scienze, dove la verità viene ricevuta senza contrasto, ciò si debba alla
perfezione dei segni II. Se le questioni interminabili nella scienza derivino
dalla inesattezza dei segni III. Se siavi mezzo di correggere i segni mal fatti
e rendere tutte le scienze suscettibili di dimostrazione. Come si vede,
l'Istituto di Francia si limitò all'indagine dell' eficacia dei segni nelle
scienze. Il Fusinieri, nella Memoria che scrisse in quella occasione, considerò
i segni solo come rappresentanti della soggettività (e con quella li confuse) e
come rimanenti in essa, non nello scambio tra individuo e individuo. FUSINIERII
(vedasi) stesso. Ecco due asserzioni della sua Memoria dalle quali appare il
punto di vista sotto cui considerava i segni. ‹ Essendo suo carattere (dello
spirito) l'atto di coscienza, tutto ciò che in quell'atto è compreso gli è
perfettamente cognito, e tutto ciò che in quell'atto non è compreso gli è
affatto straniero » (dove nega la conoscenza di tutto ciò ch' è fuori di noi) e
l'altra asserzione ‹ Questo suo carattere (dello spirito) ci conduce
all'importante conclusione che lo spirito conosce sè medesimo nella maniera la
più immediata e la più perfetta delle possibili » pag. 8 ec. Sulla influenza
del segno nella formazione delle idee. Atti dell'Istituto Veneto.matici) parti
appunto dalla sua abitudine ai segni di quella specie, cioè cominciò ad uno
stadio posteriore al naturale nell'uso dei segni, non dal fatto del processo
per cui un oggetto qualunque diventa segno o si istituisce. Ma nel segno
interessano altri problemi I. In che consiste, cosa è, Il. Sua genesi, M. Suo
servigio, e qui a) soggettivo in un identico individuo, 6) tra individuo e
individuo. Di questi temi si dovrebbe fare una dottrina estesissima, utile per
sè stessa come ogni scienza, necessaria poi come di rapporto alle cognizioni
tutte delle cose, e dovrebbe ridursi a teoria d'applicazione ed appunto per
l'uso dell'intel- La conoscenza del modo d'azione dei segni è quella del
processo intermedio tra l'azione oggettiva sull'uomo e le operazioni successive
della mente. Senza la conoscenza di quest'azione, resta interrotto il tratto di
continuità dopo la sensazione avvenuta, dalla sua riproduzione: perciò ogni
certezza scientifica dell'ideologia è impossibile, ed impossibile la
spiegazione dei suoi prodotti, cioè di tutto ciò che l'uomo ha pensato. Si può
dire che la dinamica intellettuale sia messa in giuoco da due fattori: 1.
dall'azione dell' oggettività, cioè dalle impressioni originali subite per
opera degli oggetti esterni: 2. dalla riproduzione di qualche parte soltanto di
quella presenza oggettiva precedente. Ora i segni ridotti all'ultima investigazione
non sono, se non appunto qualche parte soltanto dell'intera scena oggettiva che
altre volte fu causa delle impressioni da noi subite. Le contingenze di
presentazione posteriore imperfetta della oggettività, per cui si sono subite
date impressioni sono l'occasione indispensabile dell'esercizio intel-lettuale.
Se uno rivedesse sempre o provasse per le cose tutti gli altri generi di
sensazioni di rapporto ai varii atrii nell'identico modo perfettamente, il
giuoco intellettuale si spegnerebbe tosto: non sarebbe possibile farsi nozioni
analitiche, si crederebbe che tutto ciò che entra in una data scena oggettiva
costantemente identica fosse solidario: se fosse possibile che un uomo non
vedesse mai altro se non dallo stesso punto ottico un albero, crederebbe che le
accidenze delle foglie e dei rami ec., quali si presentano in prospettiva
fossero così nell'albero stesso, non altrimenti che negli alberi dipinti sui
quadri. Nella conoscenza esatta, sicura dei segni, della loro azione, nella
decomposizione di ciò che è loro proprio, da ciò che con quelli da noi si
confonde, , sta la guarentigia della mente. lo era giunto all'adolescenza e non
aveva ancora distinto tra i miei criterii realtà da segno: quando sui 17 anni
sentii il bisogno di sfogarmi esprimendo sulla carta quello che provava in me;
e allora ricorsi a quelle maniere dietro iperciò che le mie composizioni erano
state altre volte approvate dal maestro. Ma in quel bisogno, collo stile
appreso non riusciva a segnar nulla che corrispondesse al mio sentimento.
Allora fu che m'accorsi di aver imparato dei segni sonori, senza che fossi
informato dell'entità cui si riferivano, e senza sospettare che occorresse
appunto questa cognizione per poter servirsene davvero. In fatti per me fino
allora p. es. amore e cuore erano due nomi sostantivi che andavano benissimo
per finire con l' uno il verso penultimo e coll'altro l'ultimo d' una strofa,
ed io credeva che, ovunque fossero combinati così in due versi giusti per
sillabe e per accenti, era un pezzo di poesia, senza bisogno di sapere cosa
fosse amore e cuore. Colla passione pertanto venni a sentire la differenza dal
parlare al conoscere, e quindi già aveva distinto largamente una intera
categoria imensa di segni da tutto ciò ch' è soggettivo. Ma poi, ad un' altro
stadio più lungo della mia vita, l'esercizio d'attenzione prestata senza mai
inter- mettere a tutto ciò ch' era d'interesse della parola mi fece accorto
dell' importanza dei segni, e tenendo lor dietro, al loro modo d'azione e alla
loro natura, queste nozioni adunando, venni al giorno in cui vidi che potevano
coordinarsi in un certo seguito, pel quale si simplificherebbe e si definirebbe
il modo di considerare un immenso numero di fatti di rapporto oggettivo e
soggettivo. La scienza analitica dei segni, cioè della loro entità, la
conoscenza delle leggi di trasformazione di una immensa categoria di segni,
cioè dei prodotti fonetici, e la conoscenza del modo in cui riuscirono segni,
cioè acquistarono significati, fa relativamente per questi, quello che il
telescopio e il microscopio fanno assolutamente per le qualità ottiche dei
corpi impercettibili dall' apparato sensorio visivo naturale; poichè, come
quegli strumenti, ci rende capaci di distinguere e di definire la costituzione
delle parole, p. es. delle lingue a noi affatto straniere, che parevano
sottrarsi alla nostra comprensione. ENTITÀ DEL SEGNO, MODO DI AZIONE,
EFFICACIA. La ripetizione delle impressioni già subite può essere completa, p.
es. i ientro in una camera dove sono stato altre volte, e trovo i mobili nello
stesso sito in cui erano. Può essere incompleta in varii gradi, p. es. rientro
in una camera dove prima aveva osservato stare un orologio: ed ora non v' è
più. Al rientrare, ricordo che in quel posto era un orologio: la mia
reminiscenza completa la scena del-l’impressione precedente Ma un'altra volta
vedo, fuori di quella camera, uno dei mobili che v' erano, p. es. un quadro; io
allora, se questo aveva osservato nella volta antecedente, ricordo il sito dove
era e i rapporti in cui trovavasi cogli altri mobili, e quindi la stanza
completa. Poi un' altra volta vedo una stampa che riproduce quel quadro. Allora
ricordo il quadro: quindi aggiungo al disegno della stampa le reminiscenze
delle tinte e delle proporzioni dell'originale, e già i rapporti di posto nella
stanza, quindi la stanza. La sensazione attuale ha una quota minima nella scena
ch' io completo mnemonicamente. Finalmente veggo p. es. un pezzo solo di quel
quadro, o della sua cornice ch'io aveva ben notato; se questo è capace di farmi
ricordare il quadro intero, il suo posto, e i rapporti che aveva colla stanza,
l' impressione attuale è ancora in un rapporto minimo in confronto di tutte le
reminiscenze che valse a suscitarmi. Per questo tramite le parti costituenti
una data scena, riproducendosi alla nostra sensibilità, vengono a riuscire
segni: i quali quindi possono riuscire più o meno eflicaci in ragione della
corrispondenza più o meno esatta alla scena oljettiva od alle impressioni che
si provarono antecedentemente, ed in ragione dell' attenzione prestata
anteriormente alla scena omologa, e della forza mne-nonica dell'individuo
dinanzi cui si riproducono. Quando l'impressione attuale è una frazione assai
piccola della impressione che ho subito altre volte, l'oggetto che la produce
si considera come segno, e non si pensa alla entità sua per cui riesce segno,
cioè di essere una parte della oggettività che agisce come quella che ha
prodotto la sensazione anteriore completa. Ma in fatto non v' ha linea di
demarcazione da questa impressione attuale alla riproduzione anche intera della
sensazione precedente: non si può definire le proporzioni tra la parte
oggettiva riprodotta ai nostri sensi e la scena anteriore per le quali questa
parte oggettiva cominci, da riproduzione di scena oggettiva già altre volte
subita, a considerarsi come segno. Dalla vista di un bue vivente intero, alla
vista p. es. della parte sua anteriore, (se il punto di prospettiva non mi
permette di vedere il resto) alla vista della sua testa soltanto, meno ancora,
delle sue corna, poi al vedere queste corna staccate o dipinte, non v'ha
diversità di processo nel rapporto tra la scena attuale e la sua efficacia a
far sì ch'io aggiunga a quella le mie reminiscenze relative. Ma sì l'uomo,
riguardando il grado d'azione nella propria coscienza, non dice già segno del
bue, quando rivede solo la metà anteriore di quello, nè quando vede soltanto le
corna; ma dice segno quando vede queste corna staccate dal bue o dipinte.
Processo per cui una cosa riesce segno. Segno per sè assolutamente non esiste;
ma si ogni cosa può diventar segno per certi rapporti di contingenza con gl'
individui: l'essere segno non è una condizione della cosa, ma sì un'azione di
questa sopra dato soggetto senziente, o, per meglio dire, si tratta d' una
condizione soggettiva di un essere senziente all'occasione di percepire una
parte della oggettività. Qualunque oggetto o feno-meno esperito, percepito una
seconda volta può diventar segno di tutto ciò che si è esperito o percepito in
concomitanza od in coincidenza con quello nelle volte precedenti. P. es. la
boccia che si mette fuori per insegna nelle osterie è pure uno dei fatti
sensorii che entrano in ciò che si fa all' osteria: vi si mette il vino, in
quella si porta, da quella si versa. Il processo per cui diventa segno è quello
dell'associazione, perchè cioè, quando esperisco la seconda volta quella cosa o
fenomeno, mi suscita la ricordanza delle circostanze notate quando l'ho
percepito la prima: cioè, data un' impressione uguale ad una già subita, il
centro sensibile, toccato per uno dei suoi atrii in un modo quale fu altre
volte, si atteggia completamente, come se fossero state toceate anche tutte le
altre parti sensibili, come allora che altre volte ricevette quella
impressione. Qualunque possa essere il rapporto del segno colla cosa
significata, non è questo essenziale perchè agisca come segno: invece il vero
rapporto necessario è quello colla soggettività, colla preparazione mnemonica
dell'individuo cui si presenta. P. es. il rapporto delle arti imitative colle
cose che vogliono imitare è nullo: che ha a fare un ritratto fatto sulla tavola
o sulla tela con chiari e scuri o con materie coloranti colla persona vivente
in cui sono vasi, nervi, e funzioni continue di scambio col-l' esterno? Eppure
a noi serve di segno per farci venir in mente appunto quella persona. Al
contrario dal vedere le ceneri di quella persona, non si potrebbe immaginare
quale fosse. In una scena oggettiva, in un processo nel tempo, può servire di
segno qualunque suo momento, p. es. la parola è il prodotto dei gesti degli
organi arti-colatori, è un effetto sonoro superstite a quelli. Ebbene agli
uomini che hanno tutti i loro sensi è quest' effetto sonoro che serve di segno:
ai sordo-muti invece servono di segno gli aspetti del viso per necessità contemporanei
ai gesti arti- colatori, che sono la causa di questi fenomeni sonori. Quando
esista un centro senziente in continuità ai sensi, è impossibile che le cose
non agiscano sopra di questo in modo da riuscir segni: basta che un fenomeno
qualunque si presenti a questo centro una volta posteriore ad un'altra data
circostanza qualunque, che quel fenomeno viene ad agire su quello come segno.
Quando io, avendo dimenticato il filo del mio discorso, od una qualunque mia
intenzione, ripassando sul luogo dove era allora che aveva quell' intenzione,
al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od il concetto che aveva: quel dato
oggetto ha agito sopra di me come segno; nè certo alcuno lo aveva collocato là
perchè avesse a servirmi in un dato istante della mia vita in quel modo.
Qualche volta ci avviene di accorgerci della causa oggettiva che ci fa
riprodurre le nostre reminiscenze p. es. quando si tratta di un'impressione
avvenuta per gli occhi. Ma e il senso degli occhi non è se non uno degli atrii
pei quali ci arrivano le impressioni; ve ne sono altri esterni specifici, e poi
altri generali, quello del dolore, il senso comune, cioè diffuso in tutto il
nostro corpo (coenaesthesis) e i sensi interni specifici, quello della fame,
della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo
veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra
delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od
in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come
quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso
degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o
pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli
atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove
sono le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel
luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione,
quella mia intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe
suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in
quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi
sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non,
cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la
serie che va a costituire quella sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per
agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e
che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da
sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi
esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della
superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la
serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente
conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o
sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie
dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel
gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di
una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la
catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità
delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per
suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei
tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono
subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le
impressioni che furono contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate
dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini
quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino
nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de
Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub
Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a () DE BRossEs
Méch. Langues I, 307.sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e
quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i
suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e
degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo:
ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si
può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi,
che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando
lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono
determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove sono le estremità
sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto
di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia
intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si
applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a
tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si
dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere
necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va
a costituire quella sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono)
aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia
riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie
armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così
lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie
sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva
ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando
io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi
sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una
modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava
facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità
di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca;
e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni
originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle
serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii
oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte
pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono
contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i
Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i
membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione
in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal
altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) »
così dicasi delle altre orazioni, e a () DE BRossEs Méch. Langues I, 307.sensi
interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la
nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono
pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi
interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi,
una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da
definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci
risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto
precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai
contatti che arrivano alla superficie dove sono le estremità sensorie. Se io
per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa
mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia intenzione, ch' era certo
uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal
punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa
alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la
condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione
attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella
sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano
toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto
stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che
precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento
mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta
alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già
altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un
gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una
data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o
simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno
determina delle associazioni mnenomiche d’una continuità di data misura che si
svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la
capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e
quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie
mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii
oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte
pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono
contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i
Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i
membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella
successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu
sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio
Pilato ec. così dicasi delle altre orazioni, e a DE BRossEs Méch. Langues sensi interni specifici, quello della fame,
della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo
veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra
delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od
in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come
quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso
degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo
quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti
mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove sono
le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo
dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione,
quella mia intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe
suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in
quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi
sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non,
cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la
serie che va a costituire quella sindrome intel- Giuseppe Marzolo, che per agire
(dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che,
quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè
le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori.
E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie
sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva
ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando
io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi
sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una
modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava
facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità
di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca;
e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni
originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle
serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii
oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte
pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono
contemporance. Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i
Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i
membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella
successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto
» tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec.
(*) » così dicasi delle altre orazioni, e a () DE BRossEs Méch. Langues I,
307.posto (fatti ottici e tattili) traevano in associazione mnemonica le parole
che ave vano sentito pronunciare e avevano pronunciato (fatti acustici, e di
moto dal centro alla circonferenza, reagenti poi sull'atrio acustico
dell'individuo identico da cui si eseguivano). E similmente gli oratori tra i
selvaggi dell'America settentrionale nelle loro concioni, ad ogni periodo del
discorso gittano un oggetto p. es. una scure, una collana, una clava ec.,
perchè poi questi oggetti raccolti fanno ricordare i concetti e l'ordine del
discorso. Nell'intelletto contemporaneamente non può essere se non un dato
atteggiamento, ch' è una manifestazione della capacità di reagire, quando viene
toccato in date e date maniere, come il cla-vicembalo, in cui certo non sono le
suonate che in quello vengono eseguite. E come è necessario pel clavicembalo il
tocco e l' ambiente aereo, così è necessaria per l'intelletto l'oggettività e
la comunicazione dei suoi tocchi pel sistema nervoso centripeto. Egli è per non
aver fatto attenzione ai suscitatori mnemonici contingenti che si sconobbe, che
l'entità intellettuale sta in una successione nel tempo e non in una dimensione
negli organi, come se tutta fosse contemporaneamente nella capacità cerebrale
(maniera di figurarsi il pensiero di Aristotile, di MURATORI (vedasi) ec.) per la quale sconsideratezza Cabanis
stesso fu sedotto a dettare imprudentemente che « il pensiero viene secreto dal
cervello, come il succo gastrico dal ventricolo ». Lo stesso oggetto pertanto o
fenomeno può riuscire segno ad un individuo, e ad un altro no. Pereiò si spiega
come i fanciulli imparino più presto a scrivere che a leggere; perchè, per
iscrivere, copiano dall' esemplare di calligrafia, nè occorre altro se non che
riproducano la sensazione attuale, mentre, per leggere, bisogna che alla vista
dei caratteri associino di mano in mano le reminiscenze dei fatti acustici e
quindi degli atti articolatori relativi. Nell'esercizio di copiare dal modello
calligrafico, non si tratta che di imitazione, atto che può essere primitivo
(come p. es. nell' onomatopeia): nel leggere, si tratta di svolgimenti
mnemonici i quali hanno il loro rapporto nel passato. Le lettere da leggersi
agiscono come segni d'altri fatti nei quali e l'entità cui si mira: i caratteri
dell' esemplare da copiarsi hanno tutta l' entità in loro. Contingenze di
rapporto tra il segno e l'entità sua. Nel rapporto tra l'entità d' una cosa e
il suo servigio come segno, può darsi che non c' interessi se non questo, e che
la cognizione della sua natura avvenga ad altra epoca posteriore. P. es. in
algebra trovansi le lettere alfabetiche RAYNAL Hist. Établ Indes Della Forza
della Fantasia umana.come rappresentanti occasionali di date condizioni di
quantità e di estensione, dove quindi non si ha alcun riguardo alla loro natura
fonetica: credo che pochissimi fra i matematici che dicono sempre a +, ec.
saprebbero dirci come si produce il suono a, b ec. Tante volte nei rapporti di
calcolo con quelle lettere cade il segno di eguaglianza () che si riferisce non
a ciò che sono esse, ma a ciò che rappresentano. Ora in linguistica si usa lo
stesso segno (=) colle lettere per indicare il rapporto reale che è tra i suoni
stessi articolati p. es. 6 =m, cioè questi due meccanismi della pronunzia si
sostituiscono l'uno all'altro, come b di lacobus si è cangiato in m, Giacomo.
Può darsi che l'entità a cui si riferisce ciò che si usa come segno vada
perduta, sia inutile, e resti superstite la sua efficacia significativa. P. es.
la parola pronunciata dai sordo-muti da essi non è udita, non vale quindi per
la sua entità reale ch' è acustica: di più usano degli alfabeti grafico e digitale
che non sono se non segni ottici dei fenomeni sonori ch' essi non percepiscono,
e quindi non avrebbero mai potuto tradurre dal senso dell'udito a quello della
vista. Nel rapporto tra l'entità ed il suo segno, può darsi che questo faccia
più impressione che quella. Tali che fanno azioni inique, delittuose, se
avvenga che si sentano definire ciò che fanno, specialmente dagli offesi,
prendono in abbor-rimento più che se si reagisse con fatti. Allora si fa palese
quella natura notata da Terenzio « Nisi me in illo credidisti esse hominum
numero, qui ita putant Sibi fieri injuriam ultro, si quam fecere ipsi,
expostulant, Et ultro accusant» (Adelph. A. IV. Sc. 3, v. 3). Può darsi che
l'entità riceva il nome dal suo segno. P. es. figure (fr.) viso, volto, e figura
(it.) = statura dell'uomo, taglia, sono la parola latina figu ra = immagine
plasmata, da figo fingo. E verba (lat.) mi pare essere tratto da verbera i
colpi dati sulla schiena ai mancipii, alle cui striscie lasciate si
paragonarono le righe degli scritti (') (anche noi diciamo vergar carte ec.).
La parola dunque ricevette nome dal suo segno grafico. Il senso comune trova
una somiglianza tra le tracce dei colpi di verga e la scrittura. Pl. Pseud. A.
I. Sc. Quasi in libro cum scribuntur calamo litterae, Stilis me totum usque
ulmeis conscribito • e nei Fragment. p. 800, v. 189 Edit. Comin. « Corpus tuum
virgis ulmeis inscribam›. E Catullo ad Thallum Ep. 25. • Ne laneum latusculum
natesque mollicellas Illusa turpiter tibi flagella conscrivillent ».Avviene nel
rapporto tra il segno e la sua rappresentanza, che si apprenda prima questo che
la nozione cui si riferisce: p. es. quando nella scrittura araba ci si
esibiscono i caratteri senza determinazione delle vocali. Contingenza nell'
istituzione dei segni. Lo zero apposto alle cifre numeriche ne decupla il
valere: 1 isolato vale = unó, con apposto uno zero vale = dieci. L'occasione
per cui il numero dieci non ebbe un segno grafico appropriato come gli altri
(1, 2, 3, 4, J, 6, 7, 8, 9) ma sì venne adoperato lo stesso segno dell'unità
(coll' apposizione dello zero, che è già tra gli apici di Boezio) deve essere
stata la pratica di numerare per decine, onde ad ogni decina si poneva da parte
uno degli oggetti omogenei numerati, come p. es. presso gli Ebrei pagando il
tributo ai sacerdoti; ogni dieci capi di hestiame, uno si separava per loro,
d'onde la decima passata in uso di tanti popoli: i sacerdoti stessi pagavano al
sommo sacerdote la decima delle decime da essi raccolte. La cifra 1 quindi
ricollocata nel decimo posto, contando anche sulle dita rappresenta il
complemento del conto che non si poteva oltrepassare, senza cedere una parte
delle cose che si avevano. La costituzione decimale del computo deve essere stata
determinata dall' esistenza delle dita delle mani, ognuna delle quali ne ha
cinque. Altre nazioni per altro contano a quattro, a sei, a undici. ec., onde
il calcolo decimale Perciò litteratus per ischerno detto uno schiavo per aver
la schiena piena di cicatrici. Pl. Casina A. II. Sc. Si hic literatus me sinat
». E nella Rudens A. III. Sc. III. v. 47. « Ni offerumentas habebis plures in
tergo tuo, Quam ulla navis longa clavos › dove paragona le ecchimosi ai donarii
che avevano delle iscrizioni, litterati. E nei Menaechmi A. V. Sc. VI. v. 30,
Messenione dice « Nimis autem bene ora commentavi ». Perciò, se allora che lo
scrivere era già d'uso, si paragonavano ai caratteri le lesioni fatte dalle
verghe: parmi probabile che ai tempi in cui la scrittura era una novità, si
potesse nominarla col nome delle lesioni, poi che il loro aspetto era fra le
reminiscenze più ovvie. N. Calodonia. Cook. Balbi Atl. Ethn. Una nazione della
Tracia. Aristotile Probl. Sect. XV. T. M. p. 751. Orenoco Amazoni Maypure. E
pare anche presso gli abitatori dell'isola Ende, poichè fa (Tonga) vuol dire
quattro e molto, affat (Madagascar) = quattro effa = finito: e così in tutte le
lingue Malesi (Humboldt Kawi. E in sanscrito astar = olto sembra essere un
duale, cioè voler dire etimologicamente = due quattro (Grimm. Wort.). Nel
dialetto della Sonda. Humboldt Kawi . N. Zelanda. Humboldt Kawi III. 763.non è
già una necessità ideologica. Le operazioni aritmetiche si potrebbero fare
ugualmente anche se la serie semplice non arrivasse al dieci, o se invece lo
supe-rasse: allora, ogni volta che nella somma risultasse compito il numero
massimo dei semplici, bisognerebbe riportarla nella serie dei primi composti.
P. es. se non si arrivasse se non al sei, il numero ventisette si
significherebbe così 43 perchè la cifra a sinistra rappresenterebbe, non già
quattro volte dieci, ma sì quattro volte sei: sommando, da 51 22 si scriverebbe
113, e si leggerebbe quarantacinque. L'operazione si eseguirebbe ngualmente.
Intenzione diversa nello studio dei segni. I segni costituiscono interamente
alcune maniere di studio ora come mezzo, ora come scopo. Come Mezzo. Le
matematiche sono un' arte di collocazione dei segni. La loro difficoltà dipende
dal tenere in mente il rapporto di collocazione di quei segni fra loro. Questa
memoria difficile si va ratforzando dall' interesse che si può prendere allo
scopo che con quel giuoco di segni si può prefiggersi, quindi coll'attenzione
che loro si presta, e di mano in mano dall'abitudine ossia dalla pratica. Ecco
perchè gli uomini appassionati che hanno quindi capacità d' artista non possono
riuscire in matematica; perche durante quest' applicazione di segni, vengono
distratti dai proprii sentimenti e dall'azione dell' oggettività cui sono
esposti. Questi segni, dei quali si costituisco la matematica, si sostituiscono
alle nostre reminiscenze definite e ai nostri giudizii e ne rappresentano
brevissimamente delle lunghe serie: e coll'uso di questi segni, potendo farne
un simulacro oggettivo esposto in un tempo assai più breve di quello che si
possano svolgere sogget-tivamente, ci ajutiamo a trovare i rapporti delle
nostre reminiscenze stesse. Dice La Caille, che per risolvere i problemi che si
propongono sopra i numeri o sulle quantità astratte, non si ha da far quasi
altro che tradurli dal linguaggio ordinario in linguaggio algebraico, cioè in
caratteri propri da esprimere le nostre idee sui rapporti delle quantità. Può
darsi talvolta che il discorso in cui il problema è proposto non possa essere
espresso algebraicamente: la difficoltà che può incontrarsi in questa
traduzione viene unicamente dalla differenza degli idiomi come nelle traduzioni
ordinarie (*). In tutte le altre maniere di studio i segni entrano
alternativamente colle cose stesse in vario rapporto, cioè ora preponderando l'
applicazione sulla cosa ora sui segni: ed a questo intrecciamento dell'azione
sensoria, quella determinata dalla presenza delle cose, e dell'azione
mnemonica, che si continua alla percezione dei segni, si deve il procedimento
della scienza. Come Scopo. Tutto il materiale di studio della filologia consta
di monumenti lasciati dal-l'uomo, non da riguardarsi per loro stessi, ma come
segni di ciò che pensavano e di cid che avvenne alle generazioni. La filologia
è l'ermeneutica appunto di questi segni. di questi prodotti fonetici e vuole
conoscere in qual maniera riuscissero segni e quale sia la rappresentanza
speciale d'ogni segno, come avvenne che corrispondesse a quella tale condizione
data soggettiva od altra oggettiva. La filologia perciò è solo scienza. La
letteratura ha una parte scientifica ed una artistica. Come scienza, fa la
storia della diversa maniera di adoperare, di applicare questi materiali
fonetici che servono di segni; ma non li riguarda soltanto nel loro etfetto
significativo, sì pel modo migliore relativamente allo scopo di presentarli in
mezzo ai popoli di cui si esaminano le produzioni. Viene ad essere per l'uso
della parola quello ch' è l'estetica per le belle arti. La parte artistica
della letteratura dà i precetti per conferire all'uso della parola le
condizioni di venustà e di convenienza per l' effetto che si vuole ottenerne
tra la gente della lingua che si adopera. Direzione diversa nel trattamento dei
segni. l'una per la sensazione attuale I. Coll' intendere d'imitare le cose
stesse a cui devono servire di segno (nelle arti imitative, scultura, disegno Matematiche. l'altra per la reminiscenza Così
fu nell'architettura egizia: il pil piccolo ornamento si riportava direttamente
all'idea che aveva dato origineec.). Cosi fu nelle decorazioni dei templi alla
costruzione di tutto l' editicio (*). greci e latini: si riferivano all'occhio
e nulla più: nulla avevano di mnemonico (*). II. Per rendere gradito il segno
stesso per sè (arti della parola, metrica, ritmica, armonia del periodo, ela
Trascuranza delle forme non attendendo che a far capire ciò che si vuole:
lingua scientifica. quenza). Questa elaborazione costituisce per sè stessa gran
parte integrante della letteratura. Di più essendovi varii sistemi di segni,
chi preferisce l'uno, chi l'altro per loro stessi: p. es. la scelta della
lingua in uso in un dato tempo, arcaismo, trecentisti in Italia; chi si
appassiona pel latino, chi pel greco ec. Poi che esistono le maniere di
scrittura Elaborazione dei caratteri. Calligrafia. Il calligrafo non ha in
mente se non che le lettere piacciano alla vista; per nulla si cura che possano
o non possano servire al pensiero, che è suscitare delle reminiscenze.
Abbreviamento delle figure che rappresentavano le cose, così che se ne perdette
il rapporto imitativo, caratteri, scrittura, alfabeti. Dopo essendo già in uso
i caratteri alfabetici, si trascura ogni finitezza nello scriverli, così come
fanno gli algebristi: se le lettere si potessero fare ancora più semplici e che
servissero alla distinzio-ne, lo farebbero: altronde dove questo si pote, lo si
fece, tachigrafa. Per l' elaborazione dei segni vige sempre l'istinto della
natura umana che avvicina più che può tutto quanto è di suo interesse a
sensazioni già subite od almeno a reminiscenze di sensazioni le più ovvie, che
quindi sono le più pronte a suscitarsi. Fenomeni di quest'istinto sono le
miniature dei codici antichi e lettere iniziali dei capitoli, e capitelli
disegnati nelle prime edizioni a stampa: gli abbecedarii pei fanciulli, dove
ogni lettera si riduce a qualche figura di oggetti sensibili p. es. A un uomo
colle gambe divaricate, S una biscia ec., nomi delle lettere alfabetiche
cangiati in parole aventi un significato secondo la lingua serviana
nell'alfabeto glagolitico A as = io, D dobro = buono, M misliti = pensare ec.
Come si vede, questi due rapporti l'uno alla sensazione attuale, l'altro alla
(') Champollion, Précis s. Hiérogl. p. 332.reminiscenza, vanno sempre
riproducendosi: una cosa che serve per destare remi-niscenze, dopo si può far
agire solo nell'intenzione che dia sensazioni attuali. Così arti simboli
passati nelle mode vengono portati dalle donne come ornamento ià ch'era
destinato per le reminiscenze, viene preso per la sensazione che pro duce esso
stesso. er la scienza il segno ha il solo scopo mnemonica, si riferisce al
passato er la letteratura prepondera lo scopo sensorio attuale Perciò la
scienza non cura la forma del segno con cui si ajuta, ma ha sempre in mente il
soggetto. La letteratura invece elabora la forma del segno. Nella stima del
segno, chi preferisce la sua azione mnemonica, e chi arriva a perdere così la
nozione della sua maggior efficacia, che fa più calcolo della sua azione
attuale. Nello studio artistico dei prodotti fonetici già passati ad uso di
segni si può perdere di vista il servigio che si riporta al concetto, od alla
oggettività, onde si perde tutto l'utile significativo p. es. col purismo
coll'ar-caismo che riportano in uso parole che non possono suscitare le
reminiscenze, perchè non furono mai udite contemporaneamente alle sensazioni
cagionateci dall'oggettività. E a tanto arriva il calcolo fatto della parola
per sè, che i puristi, adottata una data categoria di parole, d'un dato tempo o
d'un dato paese, se loro occorresse di nominare oggetti o nozioni che non
avessero parole in quella, piuttosto tralasciano di riferire l'oggetto o la nozione.
Ai tempi di CICERONE (vedasi) e da lui stesso, si fa più stima dell'arte
oratoria, cioè della maniera di porgere I SEGNI dei concetti, del discorso, che
non dell'eccellenza dei concetti cioè della sapienza p. es. della scienza del
diritto. Infatti così parla di SERVIO (vedasi) suo condiscepolo con cui andò
insieme a Rodi Non enim facile quem dixerim plus studii quam illum et ad
dicendum, et ad omnes bonarum rerum disciplinas adhibuisse, nam et in iisdem
exercitationibus ineunte aetate fuimus et postea una Rhodum, ille etiam
profectus est, quo melior esset et doctior, et inde ut redit videtur mihi in
secunda arte primus esse maluisse, quam in prima secundus. Atqui haud scio an
par principibus esse potuisset, sed for-tasse maluit id quod adeptus est, longe
omnium, non ejusdem modo aetatis, sed eorum etiam qui fuissent in jure civili
esse princeps » (*). Il segno elaborato ha un' efficacia maggiore o diversa
dalla realtà, cui si riferisce. Specie dei Segni. I segni sono diversi per due
condizioni: per loro stessi e pel loro uso, cioè per la loro rappresentanza. De
Claris Oratoribus Diversità dei segni quanto alla loro natura. Siccome il fatto
che una data cosa riesca segno è nell'individuo a cui viene esibita, quando
cioè sia capace di destarlo a date reminiscenze: a destare queste reminiscenze
può servire tanto la cosa che ha indotto le relative sensazioni ori-ginali,
quanto un' altra che per qualche rapporto di contingenza sia capace di
riprodurre nell'individuo alcuna di quelle sensazioni originali. Nel primo caso
pertanto il segno può essere identico colla realtà. Così p. es. a Berna per
arme parlante della città servono degli orsi viventi mantenuti in una fossa: e
ciò per allusione al fatto storico che la città fu edificata da Berchtold sul
sito dove aveva preso alla caccia un orso. Se l'orso stesso preso avesse potuto
durare, avrebbe potuto servire esso medesimo per segno di ciò ch' era successo
tra Berchtold e lui: a quell'orso perito si sostituirono altri suoi simili. I
testi-monii della caccia e della edificazione della città, alla vista degli
orsi mantenuti a spese pubbliche, aggiungevano la ricordanza della caccia ec.
ma bisognava saperlo: nessuno, cui si dica che a Berna si mantengono degli orsi
in una fossa e che Berna ha nome da Bären = orsi, potrà venire a sapere, senza
che alcuno glie lo dica, il fatto della caccia dell'orso in rapporto col sito
della città. In una data cosa può servire per segno qualunque sua parte che
abbia potuto essere avvertita. Così p. es. si fanno varii ritratti della stessa
persona, secondo i varii atteggiamenti in cui fu osservata. Questo può
dipendere da contingenze dell'in-dividuo, che quando veniva veduto presentava
tali parti della superficie piuttosto che altre; ma può dipendere anche dalla
maniera individuale di colui che perce-pisce, p. es. le varie maniere
pittoriche che pure prendono a copiare gli stessi soggetti mostrano la
prevalenza d'un dato effetto della oggettività: ora l'azione della pittura è
mnemonica, cioè come quella dei segni; solo che quanto più è eccellente, tanto
più determina alcune sensazioni affatto simili a quelle che si sono già subite
per opera dell'oggetto reale. Quanto alla loro origine i segni sono eventuali
od istituiti. I primi hanno la loro definizione nel processo pel quale un
oggetto diventa segno. I secondi sono o cose già esistenti e applicate
esplicitamente ad uso di segno, o prodotti d'invenzione a questo scopo. Esempio
della prima maniera abbiamo i sassi ammucchiati dai viandanti nei deserti per
segnare i luoghi pei quali sono passati e poter ritrovarli ad altra occasione:
esempii della seconda le parole artificiali p. es. le desinenze fissate nella
nomenclatura chimica. Quanto all'invenzione dei segni è spontanea nell'uomo,
dietro l'accorgimento assai ovvio della capacità di richiamare alla mente un
dato fatto per la riproduzione dinanzi ai sensi di qualche oggetto che a tal
fatto fosse contemporaneo: perciò i Greci nominarono suußolou da suußála =
paragonare, questo oggetto. E Si tratta di un’analogia tra la cosa presentata e
quella a cui si doveva penabbiamo veduto quegli artificii mnemonici inventati
dai Peruviani e dai nativi dell'America settentrionale. E questi mezzi
significativi si trovano estemporanea-mente: un sordo-muto in Milano, per
indicare i Francesi, si toccò prima i calzoni e poi mostrò la parte interna
delle labbra; voleva accennare ai loro calzoni rossi. Nel progresso sociale poi
l'invenzione dei segni sempre più produce, come li troviamo nelle singole arti
e scienze, e tuttodi si moltiplicano p. es. in matematica quelli ultimamente
introdotti dal Gauss ('), dall' Hamilton (*), dal Bella- vitis (*). Tra tutte
le cose d'onde vengono impressioni agli atrii sensorii esterni, una gran parte
significativa vengono a ricevere i prodotti fonetici dei quali si costituiscono
le lingue. L'uso loro continuo come segni, tanto di rapporto tra individuo e
individuo, quanto nelle rappresentanze intellettuali svoltesi in una persona
stessa, per cui quasi sempre vanno di paro coi concetti (negli uomini non nati
sordi), implica il problema sui rapporti nel tempo tra parola e concetto. Chi
dice « fu prima la parola e poi il concetto » chi al contrario « fu prima il
concetto od idea e poi la parola». Per farsi una nozione chiara del modo in cui
la parola diventa segno, bisogna al solito distinguere la sua entità reale
oggettiva, ch' è il suono, dall'uso a cui serve, cioè di segno. Siccome niuna
cosa può servire di segno, se non dopo che abbia esistito un fatto da poter
ricordare, così il significato della parola è sempre posteriore al concetto od
idea, sempre occasionato da una percezione e da quella qualunque maniera di
sentirsi della coscienza, anche dipendente dalla vita propria cioè dai sensi
interni, dalla cenestesi. Dato un fatto pertanto, se esiste una parola,
qualunque significato abbia, che possa aver avuto un qualche rapporto di
contemporaneità, coincidenza di pronuncia con quel fatto, quella parola può
passare a ricordarlo; nel qual caso assume un nuovo significato. Questo
significato è dunque posteriore a quel fatto e quindi alla sua percezione
nell'individuo, quantunque il suono della parola preesistesse al fatto. Dato
che il fatto fosse nuovo, non esistesse alcuna parola in quella lingua per
indicarlo, il fatto potrà attaccarsi per qualche condizione reale sua a qualche
altro da cui derivi od a cui somigli, ovvero soggettivamente in noi può
attaccarsi a qualche altro, col quale per le contingenze della nostra storia
percettiva d'una scena oggettiva. (') I simboli i, j, k nell'applicazione del
calcolo alla geometria a tre dimensioni. (*) Il segno = nella teoria dei numeri
interi. (*) Il segno già astronomico applicato all'equipollenza e quello detto
ramuno &. per indicare V-1 (radice meno uno).-individuale ci sembri aver
relazione: ora quel fatto anteriore a cui lo si attacca probabilmente avra una
parola che serva ad indicarlo e allora, o gli si applica quella stessa anche a
questo, onde quella assume il nuovo significato, o da questa se ne deriva
un'altra dietro l'analogia propria di quella lingua; e allora quindi si plasma
una parola nuova, ch' è posteriore al fatto ed alla percezione nostra relativa,
anche quanto alla forma, al suono. In fatto di creazione e d'uso dei segni si
accorda assai più autorità al popolo che al dotto. Se p. es. il dotto ha
bisogno di adoperare un verbo in valore attivo o factitivo che fino allora sia
usato solo in valore intransitivo, va a guardare nel dizionario, e se non trova
esenpii di quest'uso, non si prende la libertà di adoperarlo in una nozione
nuova: e da chi è stata fatta la lingua raccolta nel dizionario, se non dal
popolo? Diversità, varietà der Segni in rapporto al loro servigio. I segni sono
equivalenti e differenti. Segni equivalenti in parallelismo più o meno continuo
sono i caratter di forma diversa presso le varie nazioni, molti dei quali
rappresentano lo stesso suono p. es. alfabeti greco e latino: l'alfabeto arabo
si scrive in diversa maniera secondo i paesi dove si usa quella lingua, tanto
che gli abitanti d' un paese non sanno leggere lo scritto arabo d'un altro. Le
note numeriche indicanti un dato numero sono di figura diversa nelle varie
maniere di scritture, ed anche in una stessa maniera di scrittura p. es.
nell'uso dell' alfabeto greco pel computo, dove le lettere ora valgono
semplicemente in ragione del posto che hanno nella serie alfabetica (così =
21): ora secondo il posto, valendo per decine dopo l'I e per centinaja dal P in
poi (*): ora valendo come indicazioni del nome del numero di cui erano le
iniziali p. es. X = 1000, perchè iniziale di Xí2.cor. Così coll' alfabeto greco
nell'uso di numerare, E e Il erano equivalenti; si l'uno che l'altro carattere
volevano dir = J; l'uno, E, perchè quinto nella serie alfabe-tica, l'altro, Il,
perchè iniziale di léve. In Italia, prima che Fibonacci da Pisa portasse le
cifre cosi dette arabiche, le diverse città avevano modi abbreviativi di
computo diversi; questi modi dunque nell'effetto del computo erano equivalenti.
Quando i segni non hanno una rappresentanza comune con altri, sono diffe-
renti. Eyries Viaggi. In questa maniera d'uso si aggiungono all'alfabeto tre
altri caratteri é (episema) •j (coppa) € (sampi). Li portò a Pisa da Búgia d'Africa dove era
andato di 14 anni, con suo padre, ad apprendere la mercatura.Vi sono segni
costanti, cioè rappresentanti sempre la stessa entità, e mu- tanti, cioè che
passano da una rappresentanza ad un' altra. 1 primi sono quelli che fanno parte
dell' entità stessa, con quella sono con-nati p. es. l'inclinazione dell'ago
magnetico con quel tal grado di latitudine. Di mano in mano che le cognizioni
si accertano, ogni fatto naturale ben percepito può essere segno d'altri fatti
occulti: così dagli imperfetti suoi primordii va avviandosi sempre meglio la
semiotica in medicina. I secondi sono tutti quelli che stanno in arbitrio
dell'uomo, quindi le parole, le cifre ec. Il cangiamento di significato della
parola non è altro se non il passaggio d'un segno a far ricordare cose diverse
da quelle a cui prima serviva. Tra le contingenze dei segni mutanti, una assai
ovvia è quella del passaggio parallelo di segni equivalenti al altre
rappresentanze. Così (gr.) vergog = morto (cimbro) kranck = morto (lat.) aeger
(1) = ammalato (ted.) kranck = ammalato Avviene talora che dei segni ed interi
sistemi di segni si rimettano in uso sotto circostanze nuove, e servano a
rappresentanze diverse da quelle che prima avevano. Così p. es. in Inghilterra
(A. 1688-1745) i presbiteriani usavano i nomi proprii personali e topografici
che sono nella Bibbia e le frasi riferenti fatti di quelle epoche, intendendo
invece le cose d'interesse della loro setta. Queste riproduzioni di segni
entrano nei gerghi. Effetti del passaggio dei segni da una rappresentanza ad
un' altra. Se ogni segno restasse costantemente fisso al suo ufficio specifico
di far ricordare quella data entità e non altra, col mezzo delle parole si
avrebbe la cognizione certa di ciò che nel passato fu avvertito dalle
generazioni, senza bisogno di apposito studio, poichè non riescono ad essere
segni se non pel fatto della concomitanza associata di quanto si è percepito le
volte precedenti che si udirono: cioè i loro significati sono reminiscenze
aggiunte dall'individuo le volte posteriori che le ode. Ma appunto perciò che,
pel sussistere esse parole in seguito ad essere pronunciate in altre
circostanze, passano a far ricordare secondo le contingenze queste circostanze
posteriori, servono quindi ad altre rappresentanze, vanno queste
moltiplicandosi di mano in mano sull'identica parola, onde riescono segni
incerti; e di più le rappresentanze precedenti vanno in dimenticanza, non
servendo più le parole a quel primo loro ufficio, il loro additamento storico
va perduto e vi vuole Trovasi in Festo necritu per agritudo, evidentemente da
vexpòs, Lanzi S. Etr. I, Sulle cause di cangiamento di rappresentanza delle
parole Monum. Storici ec. Ricomparsa di parole antiquate, ed uso di lingne
morte.un' arte apposita ermencutica e la dimostrazione esatta della genealogia
d' ogni parola per riuscire alla scoperta delle rappresentanze antiquate,
d'onde si può ricostruire la serie delle reminiscenze di cui fu intermittenza
per tante generazioni. In questo passaggio dei segni da una ad altra
rappresentanza si possono di più perdere le relazioni dei segni tra loro: p.
es. i nomi dei numeri passati ad indicare numeri diversi da quelli di cui erano
nomi (sir.) →2 thren = due ¿ certo la stessa parola (sanscr.) tri = tre, e
(gr.) s (episema) che valeva = sei passò al essere la 5 (cifra detta arabica)
che vale = cinque. Vi sono segni sufficienti, quelli che determinano una
reminiscenza precisa: insuficienti che iniziano la mente in una data categoria
di reminiscenze, resta a determinare quale fra queste p. es. la parola aoristo
dei grammatici, dove si sa trattarsi di un tempo di verbo, ma non si sa quale.
Vi sono segni negativi, quelli che indicano l'esclusione di date maniere di
romuniscenze, p. es. di quelle di misura, la parola immenso, quelle di fine,
infinito. Vi sono segni diretti e segni indiretti: i primi hanno in loro la
rappre-sentanza, i secondi avvertono di una modificazione nella rappresentanza
del segno cui sono aggiunti. Lo zero nella serie, quando si scrivono i computi,
non fa altro se non arvertire il posto che occupano le altre cifre, poichè dal
loro posto dipende la loro rappresentanza, il loro valore. Lo zero non pote
aver origine se non dopo che si era trovato l'artificio di fare che le cifre
rappresentassero valori diversi secondo il posto relativo nel quale esse cifre
si ponevano. Deve aver avuto origine dall'ara latina od etrusca, o dal suanpan
chinese, per segnare che in un dato ordine della serie non v'era nulla. P. es.
poniamo che nella prima serie si notassero le unità, nella seconda le decine,
nella terza le centinaja: per riferire si doveva mettere 304. Se p. es. ogni
ordine di numeri nel computo fatto colle cifre avesse avuto un posto proprio,
una colonna, il segno zero sarebbe stato inutile p. es. = 304 il rosso, le
decine il giallo, le unita il verde, lo zero sarebbe stato inutile: 3 4= 304.
Dunque lo zero che figura come un segno negativo (e lo è alludendo a data e
data serie di numeri) segna in fatto una condizione positiva delle cifre
vicine: e un segno indiretto. Vi sono segni immediati e segni mediati o segni
di segni. I jeroglifici, i caratteri chinesi sono segni immediati delle cose o
delle nozioni: le lettere alfabetiche sono segni dei suoni costituenti le
parole, quindi segni mediati delle cose o nozioni che da tali parole voglionsi
indicare. Vi sono segni oggettivi e segni soggetti. I segni oggettior servono
alla rappresentanza delle impressioni avute per opera del mondo esteriore, le
quali noi traduciamo come enti oggettivi. I segni soggettivi servono alla
rappresentanza di sentimenti, di lavori intellettuali successivi all'azione
oggettiva. Il segno del meno (-), quello dello zero (0) non hanno alcuna
corrispondenza colla realtà, servono per ricordare un fatto soggettivo, un
giudizio sopra impressioni già provate. P. es. veggo cinque dita in una mano,
il segno 5 corrisponde a quella realtà: poi vedo una mano con un dito di meno
(p. es. il pollice, come usavasi di troncarlo ai prigionieri di guerra) ('), il
segno 5-1 non mi rappresenta una realtà (oggettiva), cinque dita non esistono
(oggettivamente): esiste bensì la mia ricordanza di aver veduto altre volte
cinque dita, e il risultato d' un mio confronto tra quella sensazione già
subita, ed ora riprodotta mnemonicamente, e la sensazione attuale, per cui
giudico che quella non è affatto uguale all'altra prima, e non è uguale per
difetto, e quindi l'altra non era uguale a questa per eccesso: così il segno di
ugunglianza = si riferisce al risultato di un confronto fra due fatti. Tutti
quelli che si riferiscono alle astrazioni sono segni soggettivi. condizioni in
l'arche detaletale si, golge, tana prer ate dei net titi dall- minante la
riproduzione mnemonica più o meno vivace e succedente in varii ordini, i
servigii di rappresentanza oggettiva e soggettiva si alternano sull'iden-tico
segno, e ora occorre l'un genere di segni, ora l'altro. I segni numerici ora
rappresentano dei fatti reali, ora delle operazioni intellettuali sulle
sensazioni subite per opera di quelli: p. es 4 rappresenta un fatto reale, 5 -
1 rappresenta una operazione intellettuale. Il progresso delle scienze
matematiche è dovuto al- V. Iudic. c. I, v. 6, 7. Adonibezoch, e CICERONE
(vedasi), De Officiis, riferendo che gli Atoniesi così trattarono gli Egineti
fatti prigionieri.agiscono parallelamente al processo continuo della mente, che
si costituisce della passione del centro senziente per opera immediata attuale
della oggettività e di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un'
origine e di un servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i
segni oggettivi rappresentino fatti soggettivi, e viceversa. segui negottivi si
diversiano in rapporto catto e occasionalmente pos 1 sono segni rieria all
ucrto, alla vista. sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto. Segni
riferiti all'udito sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le
trombe, le campane ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in
seguito ad impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti
degli organi vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi
sempre si usa come segno. nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile
mai ric spe dal senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo,
lascianti una traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della
vista e tante volte può riuscir segno. Parola e jeroglifico sono due generi di
segni indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni
dell'identico centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema
jeroglifico ricco e coordinato quanto qualunque lingua. Segni riferiti al
tatto. Alcuni linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu- tui, e vi ha un alfabeto
di tocchi ch' è una traduzione di quello grafico. Perciò che « Serius allectant
animos demissa per aurem, Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus », parrebbe
che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della
vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni
capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse
suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. VI. v. 8. « Plus est oculatus testis
unus, quam auriti decem: Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt ».
Il rapporto qui è tra segno e
sensazione attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade
nell'efficacia dalla sensazione attuale. Se si trattasse della sola sensazione
attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da
quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della
vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate
p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che
non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò cheagiscono
parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della
passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e
di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un
servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi
rappresentino fatti soggettivi, e viceversa. segui negottivi si diversiano in
rapporto catto e occasionalmente pos 1 sono segni rieria all ucrto, alla vista.
sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto. Segni riferiti all'udito
sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane
ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad
impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi
vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa
come segno. nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe dal
senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una
traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante
volte può riuscir segno. Parola e jeroglifico sono due generi di segni
indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico
centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico
ricco e coordinato quanto qualunque lingua. Segni riferiti al tatto. Alcuni
linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu- tui, e vi ha un alfabeto di
tocchi ch' è una traduzione di quello grafico. Perciò che « Serius allectant
animos demissa per aurem, Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus », parrebbe
che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della
vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni
capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse
suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. VI. v. 8. « Plus est oculatus testis
unus, quam auriti decem: Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt. Il rapporto qui è tra segno e sensazione
attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade
nell'efficacia dalla sensazione attuale. Se si trattasse della sola sensazione
attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da
quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della
vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate
p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che
non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò cheagiscono
parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della
passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e
di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un
servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi
rappresentino fatti soggettivi, e viceversa. segui negottivi si diversiano in
rapporto catto e occasionalmente pos 1 sono segni rieria all ucrto, alla vista.
sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto. Segni riferiti all'udito
sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane
ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad impressione
ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi vocali ed
articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa come segno.
nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe dal senso della
vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una traccia sopra
una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante volte può
riuscir segno. Parola e jeroglifico sono due generi di segni indipendenti l'uno
dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico centro sensibile. Un
popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico ricco e coordinato
quanto qualunque lingua. Segni riferiti al tatto. Alcuni linguaggi secreti si
costituiscono di tocchi mu- tui, e vi ha un alfabeto di tocchi ch' è una
traduzione di quello grafico. Perciò che « Serius allectant animos demissa per
aurem, Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus », parrebbe che il senso dell'
udito scadesse di servigio in confronto del senso della vista. Ma Orazio in
demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni capaci di destare
date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse suscitate. È come
nel Truculento di Plauto A. II. Sc. Plus est oculatus testis unus, quam auriti decem: Qui
andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt ». Il rapporto qui è tra segno e sensazione attuale; certo
che il segno che destar deve una reminiscenza scade nell'efficacia dalla
sensazione attuale. Se si trattasse della sola sensazione attuale, il senso
dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da quello della
vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della vista, solo
perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate p. es.
reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che non di
ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò chesegno, e che
oculis subjecta fidelibus sono le cose che agiscono quasi continuamente su noi
per la parte loro visibile, cioè dando impressioni per l'atrio visivo; così che
gli altri introiti sensoriali, cioè pel gusto, per l' olfatto, che sono
intermittenti a lunghi intervalli, non si contano; e che quelle riferibili al
senso del tatto, il cui uso è ancora più continuo della facoltà visiva, non può
comprendere che ristrettissima estensione, quella del punto di contatto
immediato di questo e di quel tratto della nostra superficie coi corpi, sicchè
non possiamo arrivare per questo ad avere impressioni complesse di fenomeni
estesi nello spazio, quali riceviamo colla vista. P. es. in una scena teatrale
mentre noi vediamo tanti personaggi e tanti aspetti di cose, noi non arriviamo
a toccarne nessuna. Passaggio di servigio dei segni oggettivi dal rapporto ad
un senso, ad un altro. La scrittura è un trasporto di relazione dal senso
acustico al senso ottico, o una permutazione di suoni contro delle figure: la
scrittura non può prodursi se non da individui che hanno il senso dell'udito.
Il jeroglifico passando per gli accidenti di coincidenza dalla rappresentanza
ideologica a servigio di nota fonetica (per quel processo dei rebus) si
allontana dal suo rapporto al fatto mnemonico complesso che vuole destare, si
fissa invece al rapporto di reminiscenza acustica (*). Grado diverso di
efficacia dei Segni. (a) Per parte delle condizioni loro. Vi sono gradazioni infinite
nell'efficacia mnemonica dei segni, per la determinazione maggiore o minore
della loro forma e pei rapporti di luogo del loro posto. P. es. una pagina
ripiegata in un libro non fa se non avvertire che la dovete fermarvi e guardare
o rivedere qualche cosa, senza pure che sospettiate cosa sia che ivi interessa:
un groppo nel fazzoletto vi fa risovvenire d' un dato proposito. La scrittura
vi fa riavere quasi perfettamente una qualunque serie, per quanto lunga si
voglia, di nozioni e di concetti. Perciò ch' è di somma importanza la
collocazione relativa delle nozioni nell'intelletto, è di somma importanza la
collocazione dei segni, che a quelle si riferiscono, e che devono loro
parellellamente (') La stessa scrittura chinese riesce in qualche caso fonetica
p. es. nel rappresentare i nomi proprii « Signes réellemment idéographiques,
mais détournés de lenr expression ordi-naire, pour leur faire accidentellement
représenter des sons (chez les Chinois comme chez les Égyptiens) » Champollion,
Précis Hiérogl. p. 17.eccitatrice e coordinatrice che non se sia in un posto
secondario ed accessorio (1). Segni già esistenti e che hanno servito altrui,
se agendo sui nostri sensi non possono trarre in noi le associazioni mnemoniche
per destar le quali devono essere efficaci, si capiscono per induzione nelle
circostanze date, perchè noi, avvertiti delle circostanze, svolgiamo le nostre
reminiscenze che vi si riferiscono e di mano in mano analogamente a quelle
traduciamo i segni. P. es. nella traduzione d'una comedia di qualche elassico
antico, la scena fa indovinare il valore preciso di date parole nella
circostanza data, il qual valore è relativo e in assoluto non si può definire.
Questo è il processo per cui si viene a capire il signiticato di molte parole
della lingua materna stessa, perchè non sempre la scena esterna può
corrispondere a quella per cui in origine quelle tali parole ebbero quel
significato, molte essendo cenni di concetti assai complicati: e raro è il caso
che venga spiegato a chi non sa il preciso rapporto di rappresentanza di quelle
date parole. Perciò gran parte della lingua parlata comunemente resta per molti
indefinita. (b) Per parte delle persone cui sono esibiti. C'è una grande
distanza tra i gradi di comprensione di ciò che intendono i segni, secondo gli
individui a cui vengono presentati, dalla nulla aggiunta di proprie
reminiscenze, per cui non vengono compresi, fino a svolgerne catene lunghissime
che conducono a giudicii innumerevoli. In questo riguardo la gradazione è
indefinibile. Nell'uso delle parole d'una lingua anche notissima, all'uno può
bastare qualche breve periodo, mentre l'altro nulla può capire: dipende dalle
nozioni preesistenti in quello che le parole ascolta o legge. Prendete gli
argomenti delle comedie di Plauto posti in principio di ciascuna; ed io credo
che poco o nulla capirete di ciò che nella comedia si rappresenta: dopo letta
la comedia, rileggete l'argomento, e allora vi apparirà la sua relazione
abbastanza esplicita. Egli è che quegli argomenti erano fatti per richiamare alla
memoria quello che già si aveva veduto sulle scene, o letto; non già per dire a
priori ciò che si andrebbe a vedere. Tanto più si fa palese questa gradazione,
quando si esibiscano delle opere dove le relazioni colle cose abituali della
vita v' abbiano di capirlo e s' ingannano da capo a fondo, o perchè non possono
entrarvi, lo giudicano assurdo, contro l'ordine intellettuale: quelli poi
persuasi di capirlo coine (') Vedi Monum. Storici T. VIII. Ideologia dedotta
dalla Storia naturale delle Lingue.6:50 100 books.googleusercontent.com che
sentano l'entità di quel vero (*). Può avvenire per mezzo dei segni una specie
di comprensione fittizia, la quale non conviene con ciò che quelli intendevano
riferire. Parmi che un esempio di questo processo sia nelle traduzioni delle
opere di serittori animati dalle circostanze del tempo in cui vivevano fatte da
letterati di tutt' altre epoche e tenore p. es. la traduzione di Pindaro fatta
in odi latine dal Costa. Come mai il buon prete che visse sempre in Seminario a
Padova, ch' era d'una innocenza da parvolo, poteva essere penetrato nella
passione di giuochi, di corse di cavalli, di gare nazionali che diedero
occasione a quelle .odi? Perciò che l'eflicacia significativa dipende dalla
disposizione mnemonica dell'individuo a cui il segno si esibisce, può darsi che
lo stesso segno susciti reminiscenze di diverso ordine per tempo e per
circostanze delle impressioni originali a cui si riferiscono, e quindi venga ad
avere significati diversi contemporanea-mente. P. es. in Plauto (Stichus A. IV.
Sc.1), mentre Epignomo sta parlando con suo fratello sul conto del parassito
Gelasimo, costui entra: allora Epignomo dice « Atque eccum tibi lupum in
sermone, praesens esuriens est » Epignomo lo disse lupum per due significati
d'origine affatto diversa: l'uno alludendo al proverbio « lupas in fabula » che
dicevasi, quando, mentre che si parlava d'una persona assente, questa
compariva: l'altro riferivasi alla voracità di quel Gelasimo, per cui appunto
dopo commenta l'applicazioue del nome lupus « praesens esuriens est ». (c) Per
ragione composta delle condizioni dei segni e delle disposizioni delle persone
cui vengono esibiti. La differenza di forma tra segni equivalenti allontana la
mente dalle associazioni solite a suscitarsi pure dall'una o dall'altra forma
fra queste varianti. P. es. la diversità della scrittura araba dall'ebraica
distoglie dal rimarcare la parentela, i rapporti etimologici tra parole comuni
a queste due lingue: se invece di leggerle si odono pronunciare, la somiglianza
tosto si avverte. Perciò che l'effetto significativo non istà nella natura
degli oggetti, ma sì si compie nella soggettività di chi li percepisce, può
avvenire che fenomeni ed (') Il profondo autore del discorso preliminare ai
Pensieri di Pascal aveva pure dinanzi alla mente queste gradazioni, per cui poi
prevedeva a quanto pochi si ridurrebbero quelli che potessero competere a
quella lettura. ‹ Il est aisé de voir combien il y en aura Disc. sur les
Pensées etc. p. 119).oggetti percepiti infatto per la prima volta agiscano come
se fossero stati contemporanei ad impressioni provate anteriormente, cioè
facciano associare reminiscenze di sensazioni alle quali non firono mai
coincidenti. Un ritratto di persona nota, presentato la prima volta, la fa
ricordare: una onomatopeja creata in quell'atto fa ricordare suoni uditi altre
volte (1). In questo modo i suoni bruti p. es. le varie voci degli animali si
prendono per parole che abbiano significato, cioè agiscono come se fosse già
almeno la seconda volta che si odono dopo di averli uditi in rapporto a date
impressioni. In questo modo certi accidenti delle apparenze di cose
inorganiche, stalattiti, rocce, ec. rappresentano corpi organizzati, oggetti
artificiali, come istrumenti, prospettive architettoniche ec. (*). Quanto scade
la conoscenza dei segni da quella delle cose. Si suol dire che l'educazione
inavvertita che si riceve conversando con persone colte è assai più efficace di
quella che si riceve esplicitamente nelle scuole. La causa di questa preminenza
sta in ciò che, conversando, tutto quello che si va conoscendo, gli è per
azione immediata sui sensi, anzi che per segni, che per riuscire efficaci
esigono l'aggiunta nostra mnemonica. Ell'è ben differente azione sulla vostra
mente se uno vi dice in tali ore della scuola p. es. un precetto del galateo, o
se invece voi lo vedete sempre praticare. Sicché questa educazione che dicesi
inavvertita in fatto è quella diretta, perchè agisce dando sensazioni, e invece
quella che si dà esplicitamente è indiretta, perchè non agisce se non suscitando
reminiscenze. Si osservi pure che i contadini di buona mente e gli artigiani
hanno la coscienza definita di ciò che sanno: cioè non credono di conoscere se
non ciò che realmente conoscono. Quelli invece che sono andati alle scuole
hanno la persuasione di sapere moltissime cose, ma non saprebbero definire ciò
che intendono quando ragionano di tanti argomenti. La differenza tra lo stato
mentale degli uni e degli altri dipende da ciò che quelli che non sono stati
alle scuole, od hanno veduto gli oggetti, i fatti, e li conoscono; o non li
hanno veduti, e nessuno diede loro i segni di quelli, od altri segni riferibili
a cose qualunque non percepite. Quelli che sono andati alle scuole hanno
ricevuto per la massima parte dell'istruzione assai più segni di nozioni, anzi
che siensi fatti loro stessi le nozioni originali sulle cose; p. es. impararono
la geografia sulle carte geografi-che. Credete voi che l'alunno delle scuole
abbia potuto farsi sulle carte geografiche le stesse nozioni di quei tratti di
terra che gli hanno fatto imparare, del () V. Monum. St. T. IV.
Trattatoviaggiatore che ha percorso quei tratti stessi? lo vi dico che se
l'alunno vedesse quei tratti e non gli dicessero che sono quelli che ha
studiato, e sui quali ha fatto gli esami, non arriverebbe mai ad indovinarlo.
Ora a che giova la geografia che ha imparato, se gli dà un fantasma
intellettuale affatto estranco alla realtà? Ebbene gli alunni delle scuole
inferiori apprendono i segni senza che alcuno mostri loro la cosa a cui si
riferiscono, e neppure riflettono che non sono se non segni: li imparano per
loro stessi come se in essi si esaurisse il sapere. Da ciò la superiorità del
senso comune sopra i dettati dei dottori, in certi casi dove quello può
riflettersi sulle proprie esperienze, come già osservarono giavi pensatori. P.
es. Destutt de Tracy « Il buon senso pubblico, e, direi quasi, l'istinto
generale, si è allontanato sempre meno dalla strada retta che non le prime
speculazioni scientifiche, perchè questo parte dalla pratica dei fatti » e
Féréal « Le peuple se trompe marement; ses jugements sont quelquefois plus sûrs
que ceux de la science. Il y a une philosophie tonte particulière à Inquelle il serait hon de se
rapporter quelquefois. Cosi
avviene non di rado che le espressioni volgari relative al modo di sentirci
contengano la diagnosi della sede di tale e tale nostro senso interno. Bichat
osservò che la sincope dicesi dal volgo mal de coeur, e appunto là è il
disordine; che, se il cervello sospende le sue funzioni, gli è perchè non gli
viene più il sangue che il cuore gli trasmetteva. E così pure il popolo in Francia
dice « le charbon entête, porte à la tête » e infatti il vapore del carbone
determina l'asfissia agendo sul cervello e non sul cuore (*); onde Bichat segue
« souvent le peuple qui voit sans le prestige des sistêmes observe mieux que
nous, qui ne voyons quelquefois que ce que nous cherchons à aperce-voir d'après
l'opinion, que nous nous sommes préliminairement formés ». Appunto gli è nell'osservazione il vantaggio
sull'opinione, ch' è un parto di conghietture su ciò che noi abbiamo creduto di
conoscere, perchè abbiamo sentito parlarne. Il senso della moltitudine erra per
troppa diffidenza nei proprii mezzi, e per troppa stima altrui, quando si
riporta come a tanti assiomi, alle baje che gli hanno dato ad intendere. Chi
mai degli alunni di umane lettere, nell'imparare i pezzi di CICERONE (vedasi),
di VIRGILIO (vedasi), ec., sospetta che siavi altro da studiarvi, che quelle
parole coordinate in quella maniera, e quinci trarre gli esempii del modo di
coordinarle? chi di quei ragazzi può pensare che invece in quelle non istà se
non una forma mediata, per la quale dobbiamo sforzarci d'indovinare il soggetto
in cui è l'entità? Intanto vengono pure per buona ventura a questi alunni
opportunità, fuori della scuola, di farsi delle nozioni delle cose da loro
stessi (e non sui segni). Ma questi concetti legittimi restano nell'intelletto
promiscuamente con quei concetti composti Ideol. Volontà. Vie et Mort p. 178. ( Myst. de l' Ingrisition
p. 353.di parole di significato per quegli alunni indefinito, dove il massimo
interesse e spesso unico è quello acustico, cioè della collocazione di quelle
parole in quel modo, senza la conoscenza del fatto, oggetto o fenomeno a cui si
riferisce, e perfino senza che sospettino che abbia il servigio di
rappresentare una cosa che pur esiste, da loro non conosciuta . Di più nelle
scuole si apprendono formule di classificazione o di teorica ec. coercenti
fatti che spesso nella pratica della vita si vedono essere aflatto estranei ed
anche opposti alle maniere loro attribuite; eppure la coscienza «lei più, punta
ogni volta in queste opportunità contingenti per accorgersi della
con-traddizione, non vi abbada: succede la sensazione, ma non viene così
avvertita da fermarvisi e confrontare l'avversione del fatto di propria
esperienza con quello che si era imparato che doveva essere; quindi non arriva
alla conseguenza di togliere quel fatto dalla categoria dove l'ha dettato il
maestro E così si fa l' abitudine di tenere confuse e nozioni di propria
esperienza e concetti indovinati da segni di cose che non si percepirono, e segni
presi invece delle cose, come se l'interesse fosse in loro stessi, e massime
affatto opposte a ciò che in fatto succede; e perciò che tutti questi materiali
diversi del magazzino intellettuale stanno nella nostra coscienza, si trattano
come se fossero omogenei, e dalla somma di questa colluvie si costituisce la
persuasione di sapere. Parallelamente alla differenza di grado delle nozioni,
da quelle acquistate coi nostri sensi, a quelle imparate da narrazioni, ossia
per mezzo dei segni, procede la ditferenza tra le operazioni intellettuali
fatte su quelle avute per sensazioni e quelle per segni. Tali sono i rapporti
tra la meditazione e la lettura. La meditazione è un esercizio diretto sulle
impressioni provate dalla persona stessa. La lettura è un esercizio di
comprensione del valore dei segni dati da altri, relativi alle impressioni
provate da quelli che scrissero. E dunque un esercizio indiretto
d'interpretazione. Nella meditazione si ha la sicurezza dei soggetti sui quali
si rivolge. Nella lettura vi ha sempre incertezza che i segni corrispondano a
quei soggetti che si credono essere, e non ad altri. Questa differenza di
nozione tra quella procurata dalle sensazioni originali e quella per precetto,
cioè per segni, non può mancare di palesarsi nelle azioni, che da tali maniere
di nozione dipendono, e quindi nella pratica della vita. Ovviamente ebbi a
meravigliarmi della imperturbabilità con cui alcune tra le donne educate
commettono azioni immoralissime, di quelle definite dalla dottrina cristiana
come pecenti mortali, mentre sono piene di rimorso se sieno state costrette a
trasgredire qualche precetto di quelli di pratiche di disciplina. E ogni volta
ch'io a questo rifletteva, finiva troncando il problema, col giudicar quella
loro condotta come inconseguente. Ma non si tratta d' inconseguenza: le norme
della morale e (') Non parlo poi di tutte le favole, come quelle della
Mitologia, perchè nell'insegnarle si avverte che sono favole.mente le une
ebbero una genesi diversa dalle altre, e la comprensione della moralità è
imperfettissima in confronto della comprensióne delle pratiche. Queste, obbligo
di udire la messa, di astenersi da dati cibi in dati giorni, di confessarsi, di
comunicarsi ec. le vedono farsi dagli altri, le apprendono coi sensi, quindi le
fanno esattamente come hanno veduto fare, e vi si abituano così che la loro
esc-cuzione diventa una necessità. Al contrario, ciò che si riferisce alla
morale viene insegnato non riferendosi alla vista od ai sensi che possono
esservi interessati, presentando le scene relative a quei concetti, ma sì colle
parole, cioè con segni che si riferiscono a fatti non veduti, non provati
nell'età della fanciullezza, tanto più quanto maggiore sia la moralità della
famiglia, dove si tiene occulto con ogni cura tutto quanto è degli istinti
sessuali. Questi divieti pertanto della dottrina cristiana vengono imparati
come il pater noster od il credo per parole, od astrat-tamente, senza quindi
farsi una nozione delle contingenze a cui alludono. Intanto, poichè le ragazze
furono istruite in chiesa, si crede che sieno ben avvisate sulla propria virtù;
ma venuta la passione e la contingenza, se anche possano sospettare che quei
capitoli della dottrina cristiana abbiano ora applicazione al caso,
l'indu-zione d'avviso alla loro coscienza è affatto impari alla novità della
circostanza e del loro intimo senso. Ecco quindi che, se delinquono, non
provano quel rimorso che avrebbero per la trasgressione d'una pratica costante
in tutta la loro vita: vanno quindi senza ribrezzo al confessionario, come
andavano in ogni tempo ad accusarsi di qualche scempiaggine (). Altre maniere
d'agire delle cose che servono di seyno, n/uore da quella di significare. I
segni stessi, in fuori dall'interesse di ciò che rappresentano, agiscono come
stimolo a mettere in attività l'intelletto, come i suoni tentati dal
compositore di musica sul clavicembalo, quando si vuol porre a creare, o come i
moti dei piedi che fanno i ballerini per preludio alla danza. E la causa è
evidente; poichè i segni coll'azione loro attuale mettono in giuoco le
associazioni mnemoniche nelle quali consiste il processo intellettuale: sono
pel sistema sensibile, quello che pel sistema motore l'impulso eccitatore cui
si continuano le maniere di moto in cui si ha maggior esercizio (ballerini).
(') La reità poi viene forse per lo più taciuta a quel tribunale di penitenza,
per la natura della donna, che subisce tacendo quei fatti stessi, dei quali non
tollera i discorsi. Che se in seguito non venga fuori ciò ch' ella ha fatto,
vedendo che nulla le succede d Janno, l'esperienza la fa sempre meno timida,
per le tresche e per tutti i mezzi criminal che per quelle possono occorrere,
continuando scrupolosamente tutte le pratiche di religione, soddisfatta di sè
stessa; d'onde la sorpresa di noi che abbiamo la cognizione chiara deisentire
trae da quella, e quindi non costituisce l'entità dell'oggetto: può darsi • che
la cosa, che serve di segno, possa anche avere altri rapporti coll' essere
capace di sentire. E il primo rapporto delle cose con tal' essere è nella
sensa-zione: dopo può determinare la reminiscenza. Così è dei prodotti
fonetici, nella efficacia loro nel commercio dialogico; l'azione attuale
sensoria, la suscitazione mnemonica cioè del passato. Nel progresso delle
società e delle loro lingue il primo fattore v'ha sempre meno parte. Le parole
in origine, la cui natura patetica e imitativa è marcatissima, vanno di mano in
mano perdendo questi caratteri soprattutto per l'ace rciamento, per cui si
riducono a monosillabi, nei quali non si troverebhe aleun rapporto collo stato
soggettivo del parlante e coi fenomeni sonori che intendevano in origine
d'imitare p. es. nell'inglese e più nel chinese, dove invece tutta la loro
azione è significativa, mnemonica, cioè capace di destare lunghe serie definite
di reminiscenze nell' ascoltatore che conosca la lingua. La Moneta non è solo
un segno. L'azione del segno finisce col destare date reminiscruze: la moneta
determina anche delle azioni, lo scambio di quella colle cose. La moneta in
origine servi come segno: forse non era se non una capura non equivalente al
prezzo della cosa che si aveva acquistato: si lasciava la moneta, ma solo pel
momento, dopo si andava a prendere la cosa acquistata portando l'equivalente in
bestiame od altri mezzi di scambio. Ma ora la moneta non serve tanto come
segno, quanto si adopera pel valore suo come una merce. Come non potrebbe dirsi
servire di segno qualunque cosa che si scambiasse. con un' altra p. es. una
stola contro un giojello, così non si può dire che serva di segno la moneta che
si scambia contro qualunque merce. Il segno può non essere una proprietà: una
iscrizione, una colonna mi serve di mezzo di ricordanza, anche senza
possederla. La moneta è per se stessa una entità utile che ha il suo valore
indipendentemente dai cambii con altre cose: la materia di cui è fatta,
metalli, metalli preziosi, è capace d'altri usi, servire per utensili e
ornamenti. La carta monetata ha le due qualità di servigio, l'una di segno,
l'altra di mezzo di cambio, per cui ha un valore convenzionale, riferita alle
cose da acqui-starsi, ma non oggettivamente, cioè nel materiale di cui è fatta.
I segni stessi, di cui non si conosce la rappresentanza, possono essere presi
come enti e come tali trattati: così avviene la personificazione delle parole.
La somiglianza nella forma a quella dei nomi femminili o maschili decide allora
del sesso dell'ente che s' immagina. Il latino futa nome pl. neutro di fatum, i
per la sua desineuza in a fu preso nei bassi tempi per un nominativo singolare
femminile (*) e quindi ne venne la Fata: perpetua felicitas formula d'augurio
dei Romani (*) Come te Begria Biblia, orum divenne (b. lat.) Biblia, ac e
quindi in italiano la Bibbia (fr.) la Bible (sp.) e (port.) la Biblia (ted.)
die Bibel ec.formula d' augurio « quoci felix faustumque sit» le parole eransi
già trasformate in due enti mascolini Felix e Faustus fratelli di Giano (*). È
lo stesso processo per cui le parole, dopo stabilita l'abitudine di analogia
grammaticale, secondo la loro cadenza passarono ad un genere od all'altro. In
grammatica, prima ciò che determina i tipi è la nozione che si ha di ciò che si
deve nominare; ma poi è la forma della parola che la fa entrare in questo od in
quel tipo. Il segno stesso agisce come entità per sè. Per quella stessa cagione
per cui le cose possono diventar segni, possono, non servire più come tali.
Ogni volta che ciò che ha servito di segno perda il suo rapporto con altre date
concomitanze oggettive o soggettive che poteva far ricordare, cessa di valere
come segno relativamente a quelle. P. es. nel giuoco della tombola o del lotto
la cifra che trovasi sulla palla, ch' è certo segno relativo alla condizione
numerica di date cose, cioè d' essere in dato numero, non concerne più il
concetto numerico: interessa per se, indipendentemente da ogni associazione
mnemonica. Quindi, nel moto perenne delle cose, il cangiarsi continuo delle
cir. ostanze fa perdere ai segni il loro valore. Così p. es. le opere dei
classici latini che si riferivano alle circostanze della società romana nei
tempi della repubblica e dell'impero, trovate dai monaci, viventi nei cenobii,
non potevano valere se non come formule per parlare, quindi come modelli di
retorica, di ritmica, di dialettica, ma giammai far capire le abitudini di
quella maniera sociale e domestica. NOZIONE FALSA DELL'ENTITÀ DEI SEGNI, STIMA
ESAGERATA DEL SEGNI. FUSINIERI (vedasi) define che il simbolo o segno è una
cosa equivalente ad un' altra cosa simile p. es. due finestre eguali, delle
quali posso sostituire l'una all'altra. Il simbolo o segno non ha la sua
efficacia riferendosi alle cose oggettive -- sia loro uguale o simile, o no. I
suoi rapporti sono colla condizione soggettiva – l’utterer di H. P. Grice – l’addressee
di H. P. Grice – a triadic relation -- di quello cui si esibisce: una cosa
affatto eterogenea ad un'altra può far venir in mente quella, cioè agire come
segno relativamente a quello. Il concetto che la gente si fa della memoria e
tutto riferito alla ripetizione dei segni, anzi che alla ripetizione delle
sensazioni originali determinate dalle scene oggettive. P. es. diranno aver un
tale grande memoria, se, sentendo a dire un discorso, saprà ripeterne dopo dei
tratti, così precisamente come erano, o se leggendo poche volte un pezzo da
imparare, vi riuscirà: s'intende che basta saper ripetere queste parole, che
servir devono di segni per altre associazioni, senza che tali associazioni si
destino, od anche essendo impossibile che si destino per Martyrol. Martii.
Plutarch. Parall. Mem. non aver avuto luogo le sensazioni originali p. es. nel
caso che un cieco nato dicesse a memoria la descrizione d'un paesaggio o d' un
tratto anatomico. Degerando dichiara necessarii i segni per ottenere le idee
astratte. Io non lo credo. Le idee astratte – H. P. Grice: hairy-coatedness -- pur
troppo si formano senza bisogno di segni, quando le reminiscenze d'impressioni
simili si moltiplichino così che non si possano distinguere le circostanze di
tempo e di luogo proprie d’ogni volta che si subì quella impressione: il segno
vi è affatto indifferente. Il segno è piuttosto un rappresentante di queste
astrazioni già successe. FUSINIERI (vedasi) attribuisce ai segni la formazione
delle idee. Quindi seguito come gl’altri a parlare di comunicazione d’idee, del
qual beneficio dà la benemerenza ai segni, e dice che senza simboli non si
ottengono idee singolari. Il segno nel servigio ideologico non fa se non
sollevarci dall’obbligo di tenere a mente tante serie. Fa come, se avendo noi
molti oggetti di nostra proprietà, invece di portarli indosso, andiamo
deponendoli qua e là in luoghi sicuri, pel qual atto, se anche nel momento
stesso ce ne priviamo, abbiamo la confidenza di poterli riavere ogni volta che
ci piaccia: fa come, scambiando una quantità di moneta piccola, il cui peso ci
molesta, contro una moneta grossa che equivalga alla somma di quella, onde
possiamo contare con questa assai più lestamente quel qualunque numero che si
abbia, p. es. invece di contare due mila centesimi, pongo un pezzo da venti
franchi e così via. I segni pertanto potranno riprodurre alla mente ciò che già
si è esperito, ma formare le idee giammai. Se p. es. uno ha nel suo giardino un
numero dato di piante, e, di mano in mano che passa per quelle, mette nella sua
borsa un sassolino per poi a suo agio a casa sua contare questi sassolini e
quindi differire fino a quel momento la nozione della somma di queste piante;
questi sassolini hanno formato l'idea astratta di questa somma? no! furono le
piante, e avrebbe potuto sapere quante erano nell'atto stesso in cui passava
per quelle: egli coi sassolini non fece se non sostituire all'attualità delle
sensazioni un lavoro di reminiscenza basata sull' analogia; poichè sapeva che
ogni sassolino corrispondeva ad una pianta, poteva risparmiarsi la sensazione
ottica, cioè di osservare ogni pianta, considerando dopo tutti i sassolini come
il primo che appunto aveva sostituito alla comprensione ottica della pianta; e
senza differire il computo, avrebbe potuto immediatamente nel luogo tenere a
mente le piante una per una. Che se non fosse andato egli stesso nel giardino e
uno gli avesse dato quella borsa di sassolini dicendogli senz' altro contate,
egli non avrebbe mai saputo che si tratta di piante, nè i sassolini gli FUSINIERI
(vedasi) Infl. dei Segni ec. Simboli vocali o scritti servono di comunicazione
fra gl’uomini delle loro idee e col mezzo dei loro valori virtuali -- necessario
alle idee in quanto per questo s’intenda un fatto oggettivo che dia una
sensazione simile ad altra già provata; per cui queste idee, cioè reminiscenze,
si destino, non mai perchè si formino. Il segno è un mezzo che determina e
coadjuva i lavori della mente, ma i lavori mentali sono processi propri di
essa. Il Fusinieri dice che col mezzo dei segni « si può rendere esatte tutte
le scienze ed estendere senza limite le umane cognizioni » conclusione dedotta
da nozione falsa del modo d' agire del segno: rendere esatte tutte le scienze
il segno non lo può, se le scienze stesse non constino già di nozioni precise;
e meno può estendere senza limite le umane cognizioni: il segno non potrà mai
far trovare le forme dei corpi che possono esistere: tutta la matematica non
sarebbe stata capace di far sapere che esistevano gli esseri paleontologici.
Fusinieri (*), dietro quella maniera di considerare i segni, aveva concluso: È
dunque dalla perfezione dei segni e dall'invenzione dell'arte caratteristica
(cifre, numeri, disegni ec. come in matematica) che si deve attendere la
possibile perfezione dello spirito umano». lo credo che la perfezione da lui
intesa non possa dipendere dalla maniera di far succedere le reminiscenze (ciò
che appunto si determina dai segni) ma sì che occorre la cognizione originaria
che si ottiene coi sensi, cognizione che non può mai oltrepassare i rapporti
dell' essere senziente, quindi mai assoluta. Tra le varie categorie di segni,
siccome i più ovvii, e di cui quindi provasi continuamente l'utilità, sono i
prodotti fonetici, si considerarono con prevenzioni in onta alla loro natura.
La costituzione delle lingue già sviluppate e che passarono per molte
generazioni, abbarbaglia così la mente umana che non abbia pazienza e si ostini
a non voler investigare le cagioni, che pare che sieno fatte a priori dietro
teorie providenti a cui si allineino: la moltiplicità dei fatti analoghi, che
si trovano in tanto maggior copia quanto più le lingue sono adulte avvalora
questa illusione. Ma tutto ciò succede per l'abitudine dell'orec-chio, e della
pronuncia delle generazioni che sopravvennero all' esistenza di date forme, che
in origine si produssero contingentemente. Per avvertire che tutta questa
coordinazione, dove sembrano appajate costantemente forme e rappresentanze
ideologiche, è un prodotto di contingenze, e non di piano a priori, basta tener
conto delle eccezioni: e infatto appunto per l'incostanza di questi ordini, è
impossibile colla grammatica imparare le lingue, e la prova si può fare ad ogni
momento colla lingua greca. Da quel falso concetto, od anche da prevenzioni
ancora più ingenue, l'idolatria di dati sistemi di segni fonetici. Tale è per
utte le maniere di studio delle parole che fa il monopolio degli umanisti vene
ratori di queste piuttosto che di queste altre: come se questi segni fonetici
fosser fatture artistiche; ma gli oggetti d'arte, statue, dipinti ec. furono
fatti esplici- Mem. cit. p. 32.necessario alle idee in quanto per questo
s'intenda un fatto oggettivo che dia una sensazione simile ad altra già
provata; per cui queste idee (cioè reminiscen-ze) si destino, non mai perchè si
formino. Il segno è un mezzo che determina e coadjuva i lavori della mente, ma
i lavori mentali sono processi propri di essa. Il Fusinieri dice che col mezzo
dei segni « si può rendere esatte tutte le scienze ed estendere senza limite le
umane cognizioni » conclusione dedotta da nozione falsa del modo d' agire del
segno: rendere esatte tutte le scienze il segno non lo può, se le scienze
stesse non constino già di nozioni precise; e meno può estendere senza limite
le umane cognizioni: il segno non potrà mai far trovare le forme dei corpi che
possono esistere: tutta la matematica non sarebbe stata capace di far sapere
che esistevano gli esseri paleontologici. FUSINIERI (vedasi), dietro quella
maniera di considerare i segni, aveva concluso: È dunque dalla perfezione dei
segni e dall'invenzione dell'arte caratteristica (cifre, numeri, disegni ec.
come in matematica) che si deve attendere la possibile perfezione dello spirito
umano». lo credo che la perfezione da lui intesa non possa dipendere dalla
maniera di far succedere le reminiscenze (ciò che appunto si determina dai
segni) ma sì che occorre la cognizione originaria che si ottiene coi sensi,
cognizione che non può mai oltrepassare i rapporti dell' essere senziente,
quindi mai assoluta. Tra le varie categorie di segni, siccome i più ovvii, e di
cui quindi provasi continuamente l'utilità, sono i prodotti fonetici, si
considerarono con prevenzioni in onta alla loro natura. La costituzione delle
lingue già sviluppate e che passarono per molte generazioni, abbarbaglia così
la mente umana che non abbia pazienza e si ostini a non voler investigare le
cagioni, che pare che sieno fatte a priori dietro teorie providenti a cui si
allineino: la moltiplicità dei fatti analoghi, che si trovano in tanto maggior
copia quanto più le lingue sono adulte avvalora questa illusione. Ma tutto ciò
succede per l'abitudine dell'orec-chio, e della pronuncia delle generazioni che
sopravvennero all' esistenza di date forme, che in origine si produssero
contingentemente. Per avvertire che tutta questa coordinazione, dove sembrano
appajate costantemente forme e rappresentanze ideologiche, è un prodotto di
contingenze, e non di piano a priori, basta tener conto delle eccezioni: e
infatto appunto per l'incostanza di questi ordini, è impossibile colla
grammatica imparare le lingue, e la prova si può fare ad ogni momento colla
lingua greca. Da quel falso concetto, od anche da prevenzioni ancora più
ingenue, l'idolatria di dati sistemi di segni fonetici. Tale è per utte le maniere
di studio delle parole che fa il monopolio degli umanisti vene ratori di queste
piuttosto che di queste altre: come se questi segni fonetici fosser fatture
artistiche; ma gli oggetti d'arte, statue, dipinti ec. furono fatti esplici- Mem. cit. p. 32.fra gli uomini, senza che
alcuno avesse intenzione di fare una cosa bella. Il pregiudizio arriva a
falsare il rapporto tra l'intelletto e questi suoi mezzi: si preterisce la
capacità intellettuale degli alunni, per farli plagiarii doi modi di dire di
questo e di quel tempo od autore, secondo l' avvezzamento del pedagogo: quindi
il divieto di adoperare altre parole che non sieno nei testi di lingua:
disciplina ch'è una vera spilorceria di cose che non costano nè danari nè
fatica: mi pare di sentire quel contadino di Preneste il quale, interrogato
perchè dicesse rhabo- nem invece di arrhabonem, risponde « ar lucri facio »
(*•. Fallacie della mente occasionate dai segni. Perciò che il segno è
intermedio tra la presenza oggettiva e i nostri atteggiamenti soggettivi,
accade che noi per una parte lo confondiamo coll' oggetti-vità, e per l'altra
colla nostra coscienza, con ciò che succede nel me. Scambio del segno colla
entità oggettiva. Questo sbaglio di prendere il segno per la cosa succede anche
alle persone che fanno continuo esercizio dell'intelletto, agli scienziati.
Così sorprendiamo la confusione dei simboli numerici colla esistenza assoluta.
Leibnitz sosteneva essere gran simbolo e prova della creazione ex nihilo, il
sistema binario che con l'unità, lo zero e il valore di posizione può esprimere
tutti i numeri immaginarii (*). Dove quindi faceva gli accidenti dei segni (*)
solidarii coll' entità oggettiva. E così la confusione dei segni grafici coi
suoni articolati cui si riferiscono: Leibnitz stesso nella sua Arte
combinatoria computò le combinazioni possibili dei ventiquattro suoni
dell'alfabeto (ch' egli prese allora per tutti gli elementari possibili) e ne
ottenne un numero che sorpassa il quadrillione (*). Qui Leibnitz ha preso i
segni grafici, pei suoni stessi. I segni sì dei suoni potranno combinarsi così;
ma non i suoni stessi che dipendono da gesti dell'apparato articolatore, molti
dei quali non possono succedersi immediatamente l'uno all'altro p. es. è
impossibile di far succedere cinque o sei consonanti, senza delle vocali tra l'
una e l'altra. Altro esempio di sbaglio tra i segni grafici e i suoni da essi
indicati. Nei modi imperfetti della scrittura di certe nazioni, come dei galli,
e dei britannici, avviene che le stesse maniere grafiche rappresentino secondo
le varie circostanze Plauto Truculentus. A. IM. Sc. Cantor. Martin. Diario di Sc. Matematiche.
Roma. Lo zero non fa se non segnare un rapporto delle altre cifre, non
corrisponde ad alcuna realtà esistente. Adeluug Mithridates. nello scritto si
pronunciano l'una in una maniera diversa dall'altra. In questi casi, le due
desinenze si considerano come rimanti insieme, rimes pour les yeux: mentre in
fatto pronunciate non si somigliano per nulla. È evidente che i caratteri non
sono la parola, ma sì una rappresentanza ottica che serve a richiamare la
reminiscenza dei suoni che costituiscono davvero la parola. Il prendere quindi
due serie di suoni diversi per due rime è una goffa fallacia che può essere
smentita dall'uomo più semplice. D’un difetto della rappresentanza, si vorrebbe
costringere ad essere la realtà come nón è. Per questa confusione del segno con
ciò cui si riferisce – H. P. Grice: “I hardly have this problem: what is meant,
SIGNIFICATUM, ‘significans,’ – the VEHICLE of meaning --, quando esista un dato
segno in uso attuale che è usato anticamente, si può errare credendo che ha sempre
la stessa rappresentanza. P. es. ho sentito sostenersi che perciò che & OT
dera (sansc.) passa nelle lingue nostre e restò dopo il cristianesimo, sia
rimasta la nozione che quella parola ha. La persistenza d'uso d'una parola non
è prova della persistenza delle idee che con quella s' intendeno. Dunque ‘disc’
– H. P. Grice --, papier (fr.) Papier (ted.) paper (ingl.) papel (sp.) vogliono
dire che noi usiamo per iscrivere la canna papiro d'Egitto? H. P. Grice: “It’s even worse
with my tutee Strawson when he meant that I meant that he meant ‘NEWSpaper!” La nostra fallacia di prendere il segno pella
cosa stessa è un effetto dell'associazione, perchè ogni volta che ci è
presentato il segno succede tale o tale entità, oggettiva -- quando il segno è
uno degl’elementi stessi entranti in quella entità -- e soggettiva, quando,
sottratta tutta la concomitanza, è capace
di farla ricordare. La moltitudine poi crede il segno integranti colla cosa.
Questa debolezza della mente appare nella stima che si fa di certi oggetti che
fecero parte di fatti contingenti riusciti poi famosi, p. es. del cappello di
Gustavo Adolfo conservato a Vienna, ed ora della posata e della salvietta di
Napoleone dimenticata da lui a Wachau, dopo la battaglia di Lipsia. fhe altro
momento possono avere tali oggetti nell'entità, se non d’essere capaci di far
ricordare quei fatti? Ma più. Si crede che il SEGNO è efficace come agente per
lui stesso direttamente sulla cosa. Sicchè è un anacronismo nell’apprezzamento
della loro natura. P. es., ai tempi degli imperatori bizantini, si usa di
ricevere i parti delle imperatrici sulla porpora, credendosi che questa desse
diritto all'impero, d'onde il soprannome di “Porphyrogenitus,” ‘nato nella
porpora.; La porpora non puo certo far altro che distinguere quelli che
dell'impero sono in possesso. E il segno s’usa come equivalente all’azione che
esso indica. Maometto, alla battaglia di Bedr e alla battaglia di Honein
slancia contro i nemici Inbelfeyer zu Leipzig Ottobre, festa che si fa ogni
cinque anni. Allg. Zeit. 19 October ec.
Costantino Porfirogenito. Corano Sur. un
pugno di sabbia, con che quelli fuggirono: il cominciamento d’un'azione
indicante un atto capace di offuscare la vista d’una persona si prende come se
l'azione sta eseguita sopra ogni singolo individuo. Questo è riuscito se la
polvere fisse andata negl’occhi d'ogni singolo combattente nell'oste. l'erciò LA
PAROLA, che è SEGNO [contro H. P. Grice], si crede efficace a dare l’effetto
che s’ha in mente. Presso gl’ebrei, alcune parole sanano, e fanno morire; e la
parola s’ usa per medicina p. es. l'“abracadabra” ec.: in arabo del aiat,
segno, versetto del Corano, vuol dire anche miracolo, azione, fatto prodigioso.
La benedizione del padre sui figli s'intende come efficiente gl’eventi futuri
in realtà al figlio nel senso che importa, anche se pronunciata imprudentemente.
La benedizione in ebraico ,7279 beracha dà tutti i beni, è quella che fa tutto.
Per riscontro M7yaD mignl'éred è pure sinonimo di estrema rovina. E, in latino,
“fatum,” destino non è che il participio di for faris, ciò che si è
pronunciato. Forse il senso di destino gli venne dalle sentenze pronunciate o
dagli articoli delle leggi letti nelle sentenze. Poichè alle cose, anche
affatto ignote, siensi imposti dei nomi contingentemente secondo le nostre
maniere di ricordare, viene un tempo in cui, dimenticato che il nome fi dato da
tale e tale per tal coincidenza, si giudica dal nome che quelle cose debbano
essere ed agire in dati modi giusta il significato in corso del nome. Cosi, l'astrologia
traeva gl’oroscopi dal nome dei segni del zodiaco; p. es. Vergine, chi nasce
sotto questo segno zodiacale, sarà casto. Libra: chi nasce sotto questo segno,
sarà giusto ec. Ora, Vergine si disse quel segno perchè, per ricordare quella
costellazione all'apparir della quale sull'orizzonte si fa la messe, disegnasi
una ragazza mietitrice. Libra si disse paragonando ad una bilancia in bilico il
punto astronomico in cui tanto è il tempo del giorno, come quello della notte. Libra
dies noctisque pares ubi fecerit horas. indicano, che per mezzo curativo usano
di cangiar nome all'ammalato, come se, cambiato il nome, si cangiasse la
persona. In una scena di Plauto, si (') Corano Sur. Comment. Storia di Giacobbe
che si finge Esau e riceve, da Isacco, la benedizione che questi intende di
dare ad *Esaù* -- H. P. Grice: I solve this via numerical subscripts! -- Genesi
Deuter. Dio comandera alla benedizione
che sia teco nei tuoi granaj arabo vuol dire = versure una pioggia dirotta,
ch'è ciò che più si desidera in quei climi dove la siccità è la causa della
carestia. Deuter. = exitium. Petron.
Satyricon spiegazione data da quello che aveva convitato i commensali,
Trimalcione. Trinummus A. IV. Sc. sorprende
questa confusione del nome colla persona che lo porta. Poichè Sicofanta Pax non
sa dire il nome di colui ch'egli dice essere suo amico e avergli dato la
commissione, di cui dicesi incaricato, e dice “devoravi nomen imprudens modo,”
il suo interlocutore dice “Non placet qui amicos intra dentes conclusos habet,”
cioè facendo equivalere il nome di quel tale alla persona di quello. E così v.
76 poichè tra i nomi suggeriti dall'interlocutore, il sicofanta trova quello
che cerca, dice Hem! istic erit, qui istum di perdant, cioè impreca contro lui assente,
perch’egli non s’èricordato il suo nome. E ancora, sempre con questo scambio
del segno -- cioè del nome proprio -- colla persona, poichè l'interlocutore lo
corregge di quella sua imprecazione, dixi ego jamdudum tibi, Te potins bene
dicere aquum st homini amico, quam male, il sicofanta seguita Satin' intra
labra atque dentes latuit vir minimi pretii? onde l'interlocutore da capo
continua a correggerlo. Ne male loquare absenti amico,” il Sicofanta rende
ragione dicendo: “quid ergo ille ignavissimus Mihi latitabat?” Cioè, dando
colpa della propria dimenticanza, alla persona assente di cui aveva dimenticato
il nome. Dunque prendendo il segno (nome) pella persona da nominarsi e lo stato
soggettivo della propria mente, cioè la dimenticanza, per l'oggetto, la persona,
quasi è essa che non voleva comparirgli. Vi saranno di quelli a cui queste
analisi degli scherzi d'un comico parranno incompetenti nello studio dei
processi dell'intelletto umano. Ma il comico è inteso dal popolo. Questo
simpatizza coi personaggi che ragionavano così, perche ragiona come sente di
ragionare esso stesso. E questi momenti entrano nell'umana mente spessissimo
con falso rapporto della realtà. Che se si possa definire il lor numero fra
tutte le varianti, si troveranno gl’elementi semplici ed eterni che, aggiunti
gli uni sugli altri e intrecciati, fanno tutto il magazzeno di falso e di vero
ch' è nella mente dei singoli individui e nelle biblioteche. In assoluto poi la
parola fu concepita dai mistici come identica colla realtà universale: il
20705, Verbum, dei Cristiani: ٱللَّهِ Kelam ullaih=para ال . di Dio, degli
Arabi, Corano non creato, coevo, cocterno con Dio ('). Quello che avvenne alle
parole fu poi trasferito ai loro elementi, le lettere, quando si ebbe un
alfabeto: sicchè i segni grafici elementari distribuiti collocati in certe
maniere dovevano far arrivare alla conoscenza delle cose: così è costituita
tutta la Cabbala (3). Nel Zoar le lettere dell'alfabeto si presentano a Dio,
ognuna per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. Ora qui si (')
Trad. Fr. Corano XXXI (*) Cabbala i7}2) doctrina orotenus tradita, et
specialius scientia illa abstrusior, quan rabbini in Mosis et Prophetarum
libris investigant per litterarum et syllabarum, praesertim nominum Dei,
numerum, collationem, et transpositionem; unde nascitur, si eis fides, rerum
arcanarum multiplex cognitio (Du Cange v. c.).alle parole, che fanno da segni
delle cose. Le virtù che si attribuivano alle parole intere passarono quindi
anche alle loro abbreviazioni, fino alle loro iniziali. A Napoli i frati di S.
Severino e Sosio distribuiscono per preservativo dai mali le iniziali della
formula « In conceptione tua Virgo immaculata fuisti, Ora pro nobis patrem
cujus filium peperisti » che sono appunto I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F.
P. impresse in carte, delle quali chi vuole approfittare per salvarsi da
qualche disgra-sia o guarire da qualche male, taglia una riga e poi
inghiottisce in una cuc-chiajata d'acqua, o di minestra, o con un hoccone di
pane, come si usa delle pillole (*). L'efficacia dei segni secondo la fede
delle nazioni vince le leggi della natura: così p. es. il segno del Tau o della
croce, ch' era già di Serapide e di Harpocrate, che i Greci presero dall'Egitto
e comunicarono, dopo l'era volgare, ai varii popoli; libera da ogni male ec.
Eppure quella croce altro non era che la figura rappresentante il fatto
astronomico della sezione equinoziale fatta dalle due linee dell' equatore e
dell'eclittica (*), come resta palesato dalla lingua araba che chiama quel
punto illill cuba salio ul felete = eroce del cielo (*). Su questa via
l'istinto di feticismo presceglie più spesso i segni che non la realtà stessa:
l'idolatria in fatto non si riferisce se non a segni, statue, pitture ec.
Scambio della propria soggettività col segno: si crede essere nel segno e da
quello importarsi in noi, ciò che si scolge entro di noi all'occasione di
percepire il seyno. Questa fallacia si sorprende nei casi in cui i segni
riferiti ad un sensorio si credono contenere una entità, che si riferisce ad un
altro sensorio. Un tale, poichè assistè alle mie lezioni sulla storia
dell'origine e dello sviluppo dell'alfa-beto, mi domandò la ragione del suono
proprio a ciascun carattere; credeva che nella scrittura fosse la ragione del
suono, cioè che un fatto che dava un' impressione ottica avesse in sè un'
entità acustica; credeva che nella figura stessa fosse (') Così fanno le donne
per guarire i loro bimbi ammalati. I camorristi hanno sempre indosso di questi
amuleti (Torino Gazz. del Popolo. Camorristi e Frati). Dupuis Orig. . Note, e
in altra ediz. V. Nota nn p. 576. () Anche i Cumani presso al Perù in vicinanza
al mare si facevano il segno della croce contro le apparizioni dei demonii, e
mettevano la croce addosso ai loro figli appena erano nati. Gomara cit. da ROMGAGNOSI
(vedasi) Antichità Messic. Op. impossibile; che siamo noi, che, al vedere
quelle figure, ricordiamo i nomi che contemporaneamente e paralellamente al
mostrarci quelle figure ci furono fatti sentire e fummo ammaestrati a ripetere:
andò via indispettito, attribuendo a me l'incapacità di spiegare il fatto,
secondo il suo concetto, che consisteva in una confusione dell'oggettività, che
gli dava nell'atto delle impressioni ottiche, colle reminiscenze acustiche che
da quelle impressioni ottiche gli si suscitavano. Per questa via, come al segno
riferito ad un atrio sensorio si attribuisce una entità riferibile soltanto ad
un atrio sensorio eterogeneo, si credono esistere nel segno le condizioni
d'azione sensoriale riferibili a tutti i sensorii ed al nostro centro sensibile
percipiente. Il fatto è rivelato dalla determinazione di quel Turco analfabeto
che, andato nella bottega d' un ottico per comprarsi degli occhiali, non
trovava mai quelli che gli accomodassero, perchè si aspettava di trovarne un
pajo che, posti dinanzi gli occhi, gli comunicassero quello ch' era scritto sui
libri, cioè gli dicessero per gli occhi le parole, e i concetti, che, se avesse
saputo leggere, egli avrebbe di mano in mano ricordato dietro la vista di quei
caratteri. Ma e il concetto che si fa la massima parte degli uomini dell'
entità dei caratteri, cioè dei segni grafici, implica pure la confusione dei
segni colla reminiscenza che da quelli si suscitano. L' efficacia dei caratteri
fatta palese dalla comprensione, che per mezzo di quelli si effettua in tali
che sanno leggere, riempie di meraviglia, perciò che pajono introdurre essi i
concetti, cioè appunto si prende il segno come se fosse esso l'entità primitiva
assoluta, mentre, nella sua efficacia come segno, è sempre dipendente e relativo
alle conoscenze già esistenti in quello che legge. La meraviglia tanto più e
grande in quelli che non sanno leggere, vedendo l'efletto che lo scritto fa su
quelli che sanno leggere. In fatto cos' ha da pensare l'idiota, che sente
dietro la lettura d'una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto a
centinaja di miglia di distanza, e poi vede agire secondo la volontà di quello
che l'ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la carta parli. Questo
concetto deve far giudicare esservi una causa portentosa: perciò i Negri
tengono le carte scritte per talismani, e, quando possono arrivare ad averne,
come tali le portano indosso. Perciò troviamo nel Corano parlarsi sempre di
libro conservato in cielo, donde si regolano poi tutte le cose. Dove si iscri-
(') Napoli 1862. Quegli che mi fece quest' interrogazione non era un idiota;
insegnava umane lettere. Chiamasi ebúr =
libro dei decreti misteriosi: lo stesso nomo che danno al libro dei salmi.
Chiamasi anche Ellech ul — malfuz = le tavolette misteriose. Corano Sur.
III,che anzi l'eccellenza di Dio sta nell'interpretare il libro (3); Dio ha
dato a Maometto un libro che contiene la spiegazione d'ogni cosa (*). Quindi
Dio insegna il libro (a Gesi) (8). Quindi in cielo è il prototipo del Corano in
un libro conservato da Dio (*). Quindi in cielo v'è na cancelleria d'angeli
occupati a copiare dietro la tavola del prototipo (*). Quindi Dio fa discendere
dal cielo i libri, nei quali è la sua (') Corano Sur. XLIV. v. 80 « Dio dice
che sa tutti i secreti degli uomini, perchè tiene i suoi inviati in mezzo di
loro che mettono tutto in iscritto › Sur. XXI. 22 « Dio mette in iscritto le
buone opere dei credenti ». Sur. Dio scrive nel suo libro le azioni di tutti ».
Sur. Dio mette in iscritto le
macchinazioni degl’empii. Sur. Dio mostrerà agli uomini nel giorno della
risurrezione un libro aperto, 15 gli dirà - basta ora che tu oggi legga e
faccia il tuo conto ». Sur. XXIII. 64 € Presso Dio è il libro che dice il vero
». C. XXXVI. 3 « Prototipo evidente o libro evidente, o la tavola ben custodita
in cui sono iscritte le azioni degli uomini •. Sur. ‹ tutto è consegnato in quello ». Sur. XVIII.
47 « Nel giorno del giudizio universalo, il libro in cui sono iscritte le
azioni di ciascuno sarà nelle mani di Dio ». Sur. XXI. 94 « Dio mette iu
iscritto le buone opere › Sur. « Dio
mette in iscritto tutto ciò che gli uomini fanno ». Sur. LXXXII. v. 7. siggin
libro dove si scrivono le azioni degli uomini v. 18 'illiun libro dove si
iscrivono le azioni degli uomini e sito elevato presso il trono di Dio > (7
° cielo, Dict. Turc.) v. 21 • quelli che sono presso il Signore sono testimonii
di ciò che si scrive nel libro delle azioni degli nomini ». Sur. « Tutto è registrato nel libro ch' è nel cielo
». Sur. XLIII. v. 80 «S' immaginano essi (è Dio che parla) che noi non
conosciamo i loro secreti, le parole che si dicono all'orecchio! Sì, i nostri
inviati che sono in mezzo di loro mettono tutto in iscritto». Lo stesso
concetto facevansi pure i Greci, come si vede nel Prologo della Rudens di
Plauto v. 21. ‹ Iuppiter (dice l'astro Arturo) Is nos per gentes alium alia
disparat, Hominum qui acta, mores, pietatem et fidem Noscamus; ut quemque
adjuvet opulentia: Qui falsas lites falsis testimoniis Petunt; quique in jure
abjurant pecuniam, Eorum referimus nomina exscripta ad lovem: Bonos in aliis
tabulis exscriptos habet ». (*) Sur. XX, v. 54 e Sur. LXIX, 47 ‹ Hanno essi la
conoscenza delle cose nascoste e la trascrivono dal libro di Dio? > Sur.
III. v. 8 ‹ Dio manda il libro: in questo sono dei versetti metaforici: molti
ne disputano, ma Dio solo ne sa l'interpretazione ». Sur. Sur. Sur. e Sur. nominasi questo libro ommo' l kitab = la madre
del libro. Sta presso Dio, Surate XIII. 29. (*) Sur. LXXX. 15.Quindi nessuno
degli inviati da Dio è senza libro. Dio dice a Giovanni Battista « prendi
questo libro (il Pentateuco) (3) » e Gesù appena nato dice alla famiglia di sua
madre « io sono il servo di Dio: egli mi ha dato il libro (e la profezia.
Perciò fra le altre condizioni, che quelli che non credevano a Maometto gl'
imponevano per ridursi alla fede, avvi « che faccia discendere dal cielo un
libro che tutti possano leggere (3) ». Quindi gli inviati di Dio non hanno se
non da leggere e spiegare questo libro. In Daniel VII 10, il vecchio dei giorni
(Dio) siede a giudicio e « si aprono i libri»; e il sapiente della China, Fohi,
vede le leggi che poi dà al suo popolo scritte sul dorso di un serpente alato.
In somma in tutto ciò che si riferisce all'intelletto, si esigono sempre dei
caratteri egli è in essi che si concepisce stare l'essenza delle cognizioni,
mentre in fatto non soro se non un mezzo di suscitare le ricordanze di ciò che
già è passato per la mente di quello che legge. E nelle leggende parlasi di caratteri
scritti da mano invisibile (convito di Baldassare) nella Bibbia; e nel Corano «
Dio nella distruzione di Sodoma e Gomorra piovette dal cielo dei mattoni di
terra cotta segnati da lui stesso » per cui s' interpreta che ogni mattone
aveva iscritto il nome di quello che doveva colpire. Di qui la venerazione dei
varii popoli pei loro primi libri, che sono sempre sacri; e gli Arabi dicono
kutiba = sta scritto, per dire cosa pre- destinata, fatale. Nei popoli civili,
dove il concetto della scrittura non si perde nel miracolo, vige però sempre la
falsa nozione che l'essenza del sapere, della scienza, sia nei libri, e che da
questi (e non altrimenti) si venga ad imparare. Questa stima è pure anche un
effetto dell'associazione delle reminiscenze (') Sur. VI. v. 9. Dio dice che ha
mandato dall'alto il pentateuco. Così pure Sur. Sur. Dio ha dato il libro a Mosè, Dio ha dato a
David i salmi. Sur. IV. 135 • O credenti, credete in Dio e nel suo apostolo,
nel libro ch' egli ha mandato e nelle Scritture discese prima di lui ». Sur.
VI. 156 Dio ha fatto discendere il Corano Sur. II. v. 36, IV. 113, fa
discendere sopra Maometto il libro, VII. 1. Corano disceso dall'alto a te (o
Maometto), Dio ha fatto discendere il
libro, Dio ha inviato il libro che
contiene la verità. Dio ha fatto discendere dal cielo il Corano in lingua
araba, XIX. 97. Dio dice di avergli dato il Corano nella lingua di Maometto, .
v. 111 Dio ha fatto discendere dal cielo il Corano parte per parte, XVIII. 1
Dio ha mandato al suo servo il libro dove non è tortuosità, Corano Surate. Sur. Un
inviato dalla parte di dio legge, agl’ebrei ed agli infedeli, le pagine che
inchiudono la vera Scrittura Sur. Dio invia i suoi apostoli con miracoli o con
dei libri, e un libro da pure a Maometto perchè egli lo spiega ec. Sur. Dio
manda l'apostolo per istruire gli uomini sul libro. Corano mantiene sempre per
quanto reale è, cioè ottenuta direttamente sulle cose, coll'adoperare lettura e
scrittura: il geologo, il botanico, il chimico, quantunque imparino davvero
studiando sulle cose, e l'architetto, e l'artigiano che più aspira
all'eccellenza, adoprano libri, e scrivono, civè segnano, fanno segni dei loro
Conseguenza della nozione falsa del modo d'agire dei segni nella mente
dell'uomo e dei segni più usati, cioè quelli della scrittura, per cui si
prendono essi per l'entità della cognizione, di cui non sono se non mezzi di
ricordanza, si è la disistima in cui hassi la mente di quelli che non sanno
leggere; come che, perciò che non versano tra i libri, non potessero esercitare
i loro sensi, che sono l'atrio vero d'ogni sapere, e non avessero la facoltà di
meditare. V' ha invece tale illetterato che conserva nativa la forza
intellettuale, meglio d'un bibliotecario: basti ricordare quegli idioti,
giunti, senza sapere d'aritmetica, a fare dei millioni. La facilità di
viaggiare sempre più procurata, facendo che una grande quantità di persone
possano vedere le cose stesse, di cui prima non era dato se non di leggere, od
al più sentir parlare, farà che cessi la riverenza ai libri perchè sono libri:
si accorgeranno che da quelli, per quanto sieno hen fatti, non possiamo mai
formarci nozioni paragonabili a quelle che ci vengono dai sensi; ognuno avrà
potuto osservare che, se prima abbia imparato come fosse un monumento od un
dato luogo, poichè abbia avuto occasione di vederlo, d' esservi li dinanzi
all'oggetto che conosceva per istruzione ricevuta, avrà provato sensazioni
affatto nuove, estranee a quanto si era preparato. I LiBRi non varranno, se non
in quanto possano farci meditare e combinare ciò che abbiamo provato noi
stessi. VANTAGGI PORTATI DAI SEGNI. Vantaggi dei segni, in fuori dal loro
serrigio di comunicazione fra uomo ed uomo. I segni prestano somma utilità
soggettivamente, riferendosi alla coscienza di quello stesso individuo che li
fissa e li adopera. Il Fusinieri (Nem. eit.) dice « che i segni danno vigore di
memoria agli atti dell'immaginazione » cioè possono servire, come pei fatti
oggettivi, per quelli soggettivi. Egli osserva che i (') In ebraico MA od -
lettera dell'alfabeto, segno: in sanserito 3 @*N udanta = cognizione, notizia:
in italiano, da segno, insegnare. L'istruzione sempre si portava prima di tutto
sulla conoscenza dei segni, e crederei che si alludesse specificamente per
questi segni ai caratteri della scrittura.segni danno forma a tutti i giudizii
singolari e generali. Infatti avviene spesso che studiandoci noi di spiegare
agli altri ciò che pensiamo, dopo aver parlato, abbiamo il concetto più chiaro
di prima: ci troviamo acquetati sul quella comprensione nostra propria. Questo
ajuto dell'espressione a rendere chiari i proprii concepimenti dà per grande
quota il vantaggio che si ha nell'istruire gli altri, che, com'è noto,
generalmente giova a sè stessi per imparare. Altro elemento sta nelle domande
del discepolo che possono far avvertiti di altri modi di vedere, o di altri
problemi nell'argomento; le quali domande, quando sono capite, non sono se non
serie di segni che suscitano le nosire reminiscenze. Dice il Fusinieri che « i
segni fanno le veci delle idee generali » cioè raggruppano sotto un solo stato
della coscienza tante reminiscenze: ne abbiamo l'esempio palese nella
nomenclatura dei numeri complessi che rappresentano la somma, invece della
serie dei componenti. I segni non solo servono a fissare le reminiscenze, ma
danno occasione dopo a far succedere nel nostro intelletto altre serie di
reminiscenze in altri ordini, per cui ne vengono dei risultati intellettuali
nuovi. Lo scrittore nell'atto che pone sulla carta i proprii pensieri, dalla
vista, o dalla lettura di ciò che ha già scritto, trae impulso al lavoro
intellettuale ulte riore: tante volte noi cominciamo uno scritto, anche una
semplice lettera, e ad un certo punto, non sappiamo più cosa dire: quando,
rileggendo quello che abbiamo già scritto, troviamo nuovi pensieri. I segni, scrivere,
servono anche a definire le nozioni che possediamo, rendendone gli elementi
oggettivi, (solita necessità per definire la nostra coscienza). lo posso avere
un concetto abbastanza sentito, ma non definito, circoscritto, distinto
specificamente; comincio a metter giù qualche cosa sulla carta: a mano a mano
che ho scritto, quello che ho scritto, e su cui riposo (nella sicurezza che non
vada perduto) mi giova allo svolgimento d'altri elementi, pei quali si era
costituita la coscienza di questo vago concetto, finchè arrivo a forza di
scrivere, colle espressioni stesse usate a rendere perspicuo, definito il
concetto dinanzi alla mia coscienza, che pure certo vi versava potentemente. Lo
scrivere di più giova tante volte a sviluppare delle serie nostre ideolo-giche,
delle deduzioni, alle quali, senza mettere in iscritto di mano in mano ciò che
ci si volge nella mente, non arriveressimo. In questo caso la scrittura delle
parole corrisponde nell' etfetto alle note numeriche ed algebriche poste sulla
carta, le quali dopo date disposizioni ci fanno sapere, ci danno dei responsi
indubitati ' su quello che cercavamo, e di cui avevamo per altro in noi stessi
gli elementi, p. es. il risultato di una somma. Avviene precisamente che nel
mettere giù le parole, od anche nel pronunciarle, si riesce ad un risultato in
qualche parte nuovo, come nei processi matematici. Gli è che la mente non può
tenere in un dato spazio di tempo un dato numero di reminiscenze compresenti, e
che perciò le giova di liberarsi di alcune di questo, sustituendovi ua mezzo
sensibile, il segroscritto, il quale può risuscitarle, quando si voglia, a
piccole partizioni. Questa capacità poi di tenere un numero maggiore o minore
di reminiscenze compre senti varia nei diversi individui: mentre i più, per
fare una breve somma, hanno bisogno di distenderne i dati sulla carta, vi sono
altri che fanno computi lunghissimi a memoria: ed esempi di questi abbiamo
negli illetterati che divennero ricchi, pei quali l'ignoranza della scrittura
fece che sforzassero il travaglio mne-monico, mentre noi, per la certezza di
poter fare i segni, schiviamo questa tensione cerebrale, e, per mancanza
d'esercizio, avviene che non ce ne troviamo capaci. Vantaggi delle contingense
di successione dei fatti mnemonici, determinate dalla varia disposizione dei
segni. Il Fusinieri nella Mem. citata dice che « i segni compongono tutti i
ragionamenti che possono subire una costruzione analoga alla natura degli
oggetti che segnano». Questa bella definizione mostra che i segni giovano per
l'ordine in cui si ponno disporre, parallelo ai fatti oggettivi e soggettivi
dei quali facciamo studio, o parallelamente alla direzione del nostro scopo:
che essi servono per fissare i nostri accorgimenti, così da non perderli: cioè
sollevano la mente dallo sforzo di tener compresenti e svolgibili in tali
ordini definiti le sue reminiscenze che l'interessano in dati esami. La sola
trasposizione dei segni, la loro collocazione diversa, come si farebbe in un
giuoco di solitario, dando opportunità contingenti di nuove combinazioni, serve
di stimolo a ritmi diversi di reminiscenze e quindi di accorgimenti. P. es.
ponendo una nota vicina ad un dato concetto in un fascicolo, piuttosto che
lasciata in fascio con tante altre: sicchè nella traspo sizione d'un segno o
più, da un luogo all'altro, è il fatto stesso d' un avanzamento nella nozione.
Nella lettura, si può trovare espressi dei proprii pensieri che non si sapeva
esprimere: e talora avviene anzi che possiamo meglio definirli a noi stessi
(*). Nella maniera di successione dei segni sta l'efficacia delle cose che si
odono e si leggono, costringendo la mente a far succedere le reminiscenze in
quegli ordini in cui li ha disposti il parlante o scrittore: in questo modo
succede l'istruzione, che pare essere cosa del tutto nuova, mentre è un
prodotto della mente di quello che i segni esibiti percepisce. Colle maniere di
collocazione dei segni si possono trovare certi rapporti delle cose
(Matematica): che altrimenti non si sarebbe data occasione alle reminiscenze di
svolgersi in quei tali ordini per riuscire a P. es. trovai in Longet Physiol. e sensations
consécutives » espressione che mi serve benissimo a nominare la persistenza
delle sensazioni, dopo sottratta la causa oggettiva.questo. Si consideri che i
computi che noi facciamo colle cifre arabiche si cominciano da destra e
progrediscono verso sinistra, cioè si fanno secondo il metodo di lettura dei
popoli semitici; eppure i numeri stessi si scrivono da sinistra a destra; ciò
che avvenne perchè gli Arabi li ricevettero da popoli che scrivevano da
sinistra a destra, e li lessero poi secondo erano soliti a leggere la propria
scrittura: e noi che li abbiamo avuti dagli Arabi facciamo i conti come ci
hanno insegnato essi, cioè leggendo alla semitica. Questo processo, dando il
comodo di riportare i risultati di somma e di sottrazione che superano il rango
dei numeri d'una linea nella linea successiva a cui sono omogenei, fu il mezzo
più utile alla speditezza dei calcoli. Allora il progresso dell' aritmetica
sarebbe dovuto a questa contingenza di passaggio delle cifre da un popolo che
leggeva da sinistra a destra, agli Arabi che leggono da destra a sinistra. Così
si vede come, per un accidente di passaggio dei segni dalla loro disposizione
ad una inversa, possano acquistare un servigio diverso ed una utilità assai
maggiore della loro originaria. Non solo la combinazione dei segni, ma la loro
segregazione stessa è un momento di somma importanza pel travaglio soggettivo:
il poter staccare il segno d'un dato fatto dalla serie in cui trovasi, giova a
sciogliere secondo gli speciali interessi il concetto ed a definirlo. Perciò
tanto più si potrà giovarsi di questa segregazione, quanto più il mezzo sia
pronto: si consideri perciò di quanto questo mezzo siasi agevolato, dal tempo
in cui i caratteri si scolpivano sulle pietre, sulle tavole, poi s'incidevano
sugli strati di cera, all'uso invece della tinta sulle membrane, sulle foglie,
ed ora sulla carta. Il cangiamento d' un sistema di segni con altro ha pure un
influsso nel procedimento delle cognizioni. P. es. la lettura di opere scientifiche,
anzi che nella nostra lingua, in un'altra meno affine, come per noi la telesca,
è un fattore nelia maniera diversa di esprimere, nella sintassi ec., per cui il
concetto non si presenta affatto uguale come si presenterebbe nella nostra
lingua. Ora può avvenire che questa varictà determini delle combinazioni
intellettuali diverse da quelle cui siamo abituati, in corrispondenza alle
nostre maniere d'espressione: può succedere la manifestazione del concetto in
una continuità meno intermittente. Forse dagli Indiani, ma forse meglio da
popoli di lingua greca, perchè certo molte di quelle cifre dette arabiche sono
lettere dell'alfabeto greco. Si riporta il verso di Sacro- • Talibus Indorum
fruimur bis quinque figuris », e le cifre arabiche somigliano pure alle
sanscrite che servono per numeri; ma potrebbe darsi che anche gli Indiani le
avessero avute direttamente od indirettamente dai Greci. Fatto è che sono
diverse dalle lettere che servono per iscrivere le parole, il che mostra una
diversa origine, e certo esotica; perchè le lettere della scrittura hanno
sempre servito, tanto pei suoni costituenti le parole, come pei numeri.Un'segno
qualunque, perchè tale sia, ha sempre origine dal passato ed a quello si
riferisce. Ma una volta che i rapporti dei segni sieno fissati parallelamente a
certi fatti, per rappresentare i quali si prendono, le coordinazioni
consecutive derivate necessariamente dalla prima posizione dei segni devono
fare indovinare altri rapporti. Così le cifre numeriche poste in quelle tali
maniere fanno scoprire i fatti della sottrazione, e dell'addizione ec., che,
senza di quelle, a memoria non si sarebbero potuti protrarre cosi da far
calcoli esattissimi. E tutte le invenzioni matematiche succedono per
coercimento di segni in date coordinazioni p. es. la scoperta dell'estrazione
cubica dall' esame dello sviluppo del cubo d'un binomio, quale fece Fibonacci
da Pisa. In questo modo col mezzo dei segni si può arrivare alla scoperta della
realtà e dei possibili, ma sempre di • rapporto, mai assolutamente. Egli è vero
che in matematica si danno segni alle incognite; ma in questo caso il segno
rappresenta in fatto uno stato sogget- tivo, la curiosità, il dubbio nella
circostanza data: e si arriva poi a cangiare quel segno in una nozione, col
mezzo degli altri segni che rappresentano le cognite: se non si lavorasse che
sopra segni d'incognite, non si riuscirebbe a nulla. Avviene pure che per mezzo
del segno di una data cosa a noi ignota andiamo a riconoscerla e ad aver
rapporti con quelle. P. es. il numero civico datovi d'una casa di una contrada,
dove non siete mai stato, fa che con sicurezza poi la riconosciate per quella:
l'indirizzo d' una persona che non conoscete vi fa presentare a lei, o vi fa
anche trattare con lei senza mai vederla; ma il numero civico, e 1 nome della
persona erano già riferiti prima a questi soggetti esistenti. Da questo
servigio del segno nel futuro non si può dedurre che fosse possibile stabilire
a priori un sistema di segni che potesse servire dappertutto e sempre tra gli
uomini, ciò che pensano quelli che si propongono di istituire una lingua
universale. Qui non si tratta di scoprire rapporti ulteriori ad altri già noti,
nè di arrivare alla conoscenza delle cose per mezzo dei segni già loro dati,
che a quelle ci guidino: per istituire una lingua universale, bisognerebbe
avere l' onniscienza di tutto ciò che sarà per succedere in modo che abbia rapporti
cogli uomini. La sostituzione dei segni alla realtà può riuscire di maggior
vantaggio pel progresso delle nozioni, che non la presenza della realtà stessa.
Egli è perchè nelle nostre ricerche può interessare solo una delle condizioni
connate nella realtà, p. es. il peso, l'estensione, la figura ec. Ora coi segni
noi possiamo tendere Politecnico. costantemente
a questo nostro proposito segregato da tutte le altre condizioni coesistenti
nella cosa in cui è il soggetto della nostra ricerca: che, se avessimo a
trattare colle cose stesse, le altre condizioni oggettive, e che quindi non
possono fare a meno di agire sui nostri sensi, potrebbero distrarci dallo scopo
circoscritto della nostra considerazione: ci sarebbe difficile di resistere a
quest' azione successiva dell'oggettività, per continuare invece nel nostro
filo mnemonico, a cui • sempre ci riconduce il segno: in ciò consiste la
prerogativa della matematica. Vantaggi dei segni rendendo oggettivo il tema
della speculazione. Qui sono da riferirsi i due metodi di multiplicazione
chiamati dagli Indiani vajrâbhyása: = multiplicazione a zigzag = multiplicazione
per crocetta o per caselle di Fra Luca Pacioli: e shabacah (*) =
multiplicazione a rete = multi- plicazione per gelosia o per craticola di Fra
Luca Pacioli, che consiste nel delineare una scacchiera rettangolare, che abbia
tante fila verticali di case quante cifre vi sono nel multiplicando, e tante
file orizzontali quante cifre sono nel multiplicatore: collocare ogni cifra del
moltiplicando al disopra della colonna verticale dello stesso rango ed ogni
cifra del multiplicatore a lato della colonna orizzontale dello stesso rango: a
dividere le case per diagonali, a scrivere nell'uno dei triangoli rettangoli
così formati la cifra delle unità, e nell'altro la cifra delle decine del
prodotto delle due cifre che corrispondono simultaneamente ad ogni casa, ed a
fare delle somme secondo le colonne oblique formate dalle diagonali: e così la
multiplicazione per quadrilatero, multiplicazione per scaletta, multiplicazione
per, castelluccio, che sopprime la casa, ma cominciando dal basso pone gli uni
sopra gli altri i prodotti parziali del multiplicando intiero e riempie con
tanti zeri i posti vuoti a destra dei prodotti superiori: e la multiplicazione
per scacchieri che non differisce dalla multiplicazione per scaletta, se non
perchè traccia una casella per ogni cifra ec. (*). Si vede che l'opportunità di
variare la posizione dei numeri nell'abaco od cera (dei Romani) fece avvertire
certi rapporti di calcolo: che quindi le operazioni di addizione, sottrazione
multiplicazione e divisione hanno avuto origine indiretta, cioè non per mezzo
dei concetti numerici, ma sì per la maniera di notarli gra-ficamente: cioè che
i processi aritmetici sono un effetto dell'uso dei segni per far ricordare i
numeri. Se non avessero esistito le cifre numeriche (quelle di Boezio) e l'abaco,
per cui secondo il posto dove ponevansi crescevano di potenza decimale, nessuno
di questi processi formulati ora in aritmetica si sarebbe dedotto. () La parola
è araba. (*) Martin Ann. Matem. Roma T. V.. ma anzi effetti di accorgimenti,
poi fissati in regola, accorgimenti determinati dalle contingenze di
collocazione mutua dei segni numerici. Di qui si vede l'utilità che viene dal
rendere oggettivo alla mente il suo suggetto. Le serie mnemoniche non potrebbero
mai essere così lunghe, quanto occorre per arrivare all'esito d'un dato
computo: a questa brevità soccorre il segno (fatto oggettivo) che di tratto in
tratto ritocca dall'esterno e fa svolgere nuovi tratti delle serie •
mnemoniche, liberando dall'obbligo di tenere a mente quelle già svolte. Ora
quel processo stesso che giova all'individuo, facendogli operare secondo le
regole consuete, arriva di più a far succedere nuove combinazioni
d'accorgimenti in dati intelletti, per cui si trovarono regole nuove che sempre
più facilitarono l'arte che dà per esito la conoscenza dei rapporti.- Per la
stessa necessità dell'azione oggettiva per determinare le azioni
intel-lettuali, quando si sottraggano i segni, le azioni intellettuali si
rendono nulle, e si perde non solo la capacità al progresso, ma ben anche la
ragione di ciò che si è ereditato di avanzamento fatto dagli antichi. Così io
credo che quelle formule di numerazione mnemonica per parole simboliche messe
in versi (con valore decimale) che esistono nell'India fino dal V secolo (*), e
che non potevano essere se non dopo che si erano trovati gli artificii
aritmetici, sieno state causa dell'arresto a quel punto della matematica
nell'India, e che, mentre con quelle sciolgono i problemi numerici, non sanno
rendere conto del perchè; cosi che ora parrebbero essere state prodotte da enti
di capacità infinitamente superiore agli uomini attuali. L'esattezza dei segni
nella loro corrispondenza certa, incapace di essere confusa con altre
rappresentanze, assicura la conservazione delle nozioni acquistate: come nei
processi matematici, definita la posizione d'un a o di un b, non ci si pensa
più, e questa sicurezza serve a procedere. Cosi le parole nelle lingue,
applicate esattamente a rappresentare le nozioni, fissate colla scrittura di
mano in mano dell' avvantaggiare nella conoscenza, ci servono come i gradini
che abbiamo superato in una scala, stabiliscono la nostra stazione all'ultimo
punto del nostro progresso, sicchè non e possibile perdere alcun che di ciò che
si è acquistato, finchè non si sciolga la continuità nell'uso dei segni da
individuo a individuo: il progresso futuro si continua a questo limite estremo,
anzi che a qualunque altro punto già varcato dalla nostra coscienza. Importa
quindi che i segni sieno applicati precisamente, perchè dieno all'intelletto
tutto il profitto possibile del tempo. Martin. A. Matem. p. Roma T. V. Mentre le
nostre reminiscenze non possono suscitarsi a volontà, perchè sono determinate
dalle ripetizioni contingenti di qualche impressione provata, i segni stabiliti
e depositati fanno sì che rendasi possibile la suscitazione delle reminiscenze
in qualunque tempo: fissano nella continua successione del tempo certe cause
esteriori delle nostre impressioni e quindi, per queste, la capacità di
aggiunte mnemoniche: vincono quindi un fatto necessario, fatale, cioè l'
intermittenza dei nostri atteggiamenti soggettivi. Così, mentr' io posso non
essere capace di farmi venire in mente una data parola d'una lingua, che quindi
in quel momento non esiste, ed anzi quello stato della mia coscienza ch'io
cerco è impossibile, ogni volta voglia, vado a cercare nel dizionario di
traduzione di quella tal lingua e questo esiste sempre, e là trovo la parola
che cercava. I segni stabili dunque fissano le cause labili dei nostri stati
soggettivi. I segni di più possono tradurre la successione nel tempo in un
fatto esteso nello spazio, e quindi simplificare la comprensione. Così p. es.
si approfitta delle tracce lasciate sulla polvere dal piede d'un passeggero, d'
un animale, di una ruota che abbia fatto quel cammino. Su questa esperienza, s'
inventarono delle macchine indicatrici, come lo sfigmometro, dove appunto si
traduce in una forma oggettiva, presentabile all' occhio in un istante, la
successione di fatti di diastole: si imitarono i corsi dei corpi, p. es. le
orbite degli astri e le vicende meteorologiche con linee che, mantenute le
proporzioni col modo di quelli, segnano parallelamente tutti gli accidenti di
quelle successioni nel tempo. Utilità dei segni nei rapporti tra gli uomini. I
segni sicuri, che cioè hanno una rappresentanza definita, precisa,
incon-trovertibile, fanno gran parte nell'andamento del vivere sociale: alla
pratica di fissare con segni dati interessi, è dovuto l'ordine e l' equità.
Tutta l'amministrazione degli stati può dirsi aver progredito pei segni: la
stipula fessa, una delle cui metà teneva una delle parti, e l'altra l' altra,
la tesseva, la terra colta sul terreno contestato, poi i registri, i
protocolli, i giornali, gl' indici, le firme, le ipoteche assicurarono le
leggi, le proprietà, le transazioni: senza segni, il giudice più integerrimo
sarebbe ridotto ad una sfera di attività assai circoscritta. si giugnesse a
scoprirli. I matematici s'intendono bene, appunto per la precisione dei segni.
I segni rendono più agevoli certe investigazioni: così in matematica il
linguaggio algebrico rese più facili le dimostrazioni delle relazioni tra le
rette,elatura di Lavoisier aggiunse alle scoperte il trattamento scientifico.
Pei segni si stabiliscono perfino dei rapporti fra le generazioni preterite e
le venture; poichè, quantunque non possa esservi reciprocazione di scambii, le
une sempre esibiscono, le altre sempre ricevono, onde si può moltiplicare
l'attualità di una qualunque per le altre che più non sono, in onta alla
necessità, per cui la loro coesistenza in somma è impossibile. SEGNI DANNI PER
IMPERFEZIONI E PER ABUSO. pure di dan, o e ci peo da eagioni, 'una in essi si,
ris rora di tita, ni laltra nel modo di servirsene. Indaghiamo le condizioni sì
dell'una maniera, inerente nei segni, sia del- l'altra, dipendente dal modo di
usarli. I segni per loro stessi possono essere insufficienti, e pel contrario
soprabbondanti: possono non fungere l'ufficio relativo alla loro
rappresentanza, e per questa parte riuscire inutili, indefiniti, ambigui,
falsi. Il mal uso, od abuso dei segni, può cadere nel loro apprendimento, nei
loro rapporti con ciò che rappresentano. IMPERFEZIONI DEI SEGNI. Insufficienza
dei segni. L' interpunzione non è assegnata minimamente ai bisogni di
distinguere le modificazioni della parte soggettiva del sentimento e della
comprensione, le gra-dazioni, le maniere del sentimento sono ancora da
definire: la interpunzione non segna che vagamente alcuni gruppi di queste
maniere: il punto interrogativo? è promiscio a moltissime: il punto ammirativo!
pure: la virgola poi si pone a gradi di divisione, da seguito di parole a
seguito di parole, differentissime. Occorre un segno più forte tra la virgola e
i due punti. P. es. quando la prima parte di una proposizione si cominci in
modo dubitativo, con un se, il secondo membro deve (*) Bellavitis Ling. Univ.
p. 2.facile, per difetto della mia mente o per qualche prevenzione dovuta alla
pro-vincia, in cui vivo, alla scuola in cui crebbi, io m' allontanerò dal vero,
—— le objezioni di chi sia esente da questi peccati mi faranno accorto del mio
errore, e potranno con me illuminare anco altri che sbagliassero ugualmente (1)
». Egli è certo che al tratto del periodo in cui ho segnato la linea, la voce
prende un altro tono, vi e una sospensione assai più lunga che non nei posti
segnati dalle virgole precedenti, e comincia una specie di opposizione alla
parte precedente del concetto. Nella scrittura della lingua italiana gli
accenti sono segnati solo nel caso che la parola polisillaba sia accentata
nell' ultima sillaba; ma occorrerebbe distinguere in tutte le parole trisillabe,
ed oltre, il posto dell'accento, se sulla penultima o sulla terzultima ed anche
più indietro p. es. ricordati 2. p. sing. pres, imperativo, aggettivo o
participio passivo pl. Maschile. Nel primo caso ha l'accento sulla terzultima,
nel secondo sulla penultima: polizza, quantunque ha due consonanti dopo l'i,
che quindi per eredità dell'abitudine latina -- dove i in questo caso sarebbe
lungo -- dovrebbe pronunciarsi olizza, si dice pólizza – cf. H. P. Grice,
CONtent, conTENT --. Chi avverte il lettore degl’accenti che sono qualch olta
nella quartultima sillaba p. es. in « schieratemio? Soprabbondanza dei segni.
Danno dell'esistenza di molte lingue. Dappoichè si formarono tanti sistemi di
spiegarsi con mezzi fonetici, sepa-ratamente, così che chi conosce l'uno
sistema non capisce l'altro, le circostanze ponno dare il bisogno di conoscerne
varii, per intendere e farsi intendere tra persone appartenenti alle nazioni
che usano tale e tale sistema: imparando le varie lingue pertanto, non si fa se
non apprendere varie serie più o meno parallele nell'equivalenza di segni.
Niente perciò s' impara della realtà: questa bisogna conoscere altronde. Ecco
quanto tempo perduto per l'apprendimento originale delle cose. Danno della
moltiplicità di sistemi di segni grafici. L'ignoranza in cui sono i più di
certi segni, quali sono i caratteri e i modi di lettura di certe lingue, i
caratteri sanscriti, zend, armeni, samaritani, siriaci, etiopici ec.,
l'ambiguità dell'uso di certi segni, come nella punteggiatura araba, nella scrittura
siriaca, la falsa applicazione dei segni p. es., per l'uso dell'alfabeto
latino, in molti casi della scrittura francese ed inglese, sono gran parte di
(') Studiati. Intorno all'Ordinamento degli Studi Medico-chirurgici pag. 1.
7scienza esoterica. Leggere, dove gli altri non vedono che dei ghiribizzi,
domanda una specie d'iniziazione che segrega dal resto comune dei professori di
studii; ma questo è tutto uno studio di lucro cessante e danno emergente. Se si
facesse la trascrizione generale, fissando tutti i segni che occorrono per
tutti i suoni dell' apparato articolatore di tutti gli uomini, e quindi di
tutti quelli usati nella somma dei linguaggi che si parlano: si restituirebbe
alla vita umana gran parte del tempo che di quella si suole sciupare. Basterebbe,
per quelli che volessero leggere i codici antichi, fare i ragguagli di
equivalenza della serittura universale con quei caratteri usati nella lingua
data, e la prima inutile barbara fatica dell' apprendimento sarebbe tolta: il
primo giorno, si potrebbero imparare le parole arabe, sanscrite, chinesi e che
so io, anzi che passare per la lunga preparazione imposta per poterle leggere.
Segni inutili. Ogni cosa passata ad uso di segno pnò per questo suo uso
continuarsi illu-soriamente; non avendo rapporto con alcuna nozione suscitabile
nella mente di quello a cui il segno si presenta. Così avviene di certe parole
che non si cosa vogliano dire e che pure si parlano p. es. (it.) acalico (3)
che si aggiunge ad indaco. Spesse volte questo è un effetto inevitabile del
moto, per cui si cangiano le contingenze delle cose, e non conoscendosi più
queste alle quali i segni si rife-rivano, i segni restando, a nulla servono;
non possono più agire come eccitatori mnemonici, e quindi non vengono capiti.
Così i nomi e i segni grafici relativi degli spiriti lene ed aspro in greco,
cosi la distinzione delle quantità lunghe e brevi in greco ed in latino, p. es.
in che il primo a di mala = i mali e il primo a di mala = le mele ditferiscano
tra luro, sicchè là dicasi breve, e qui lungo, nessuno capisce (3). Cosi le
lettere che si trovano in principio dei varii capitoli del Corano (Sur. fici,
nessuno sa cosa vogliano dire. (*) Questo fenomeno fu beo riconosciuto da VICO
(vedasi). Nessuno conosce il senso di questa parola. MURATORI (vedasi), Dissert.
IL. Antiquit. Italic. •Qua olim arte, quave pulsatione vocis antiqui Graeci et
Latini distingnerent verborum praecipuo dissyllaborum brevitatem et
longitudinem, incompertum mihi fateor Frustra enim intenta aure nunc quaero,
cur vor Mala sive res malae diversam tempori rationem habeant a Jala idest Poma
aut Gena, quum atriusque vocis sonus idem mihi, alius autem secundum prosodiae
leges babeatur ›.si riferiscono scade d'assai; p. es. ciò successe colla
mitologia dei tempi d'Ome-ro e d'Esiodo, ch' era creduta come cognizione di fatti
reali, continuata poi dopo il cristianesimo dagli scrittori, specialmente di
poesie, come finzione convenzionale: poi, ai nostri tempi colle leggende del
cattolicismo, entranti negli scritti letterarii da Chateaubriand, Manzoni ec.
fino ai nostri giorni. Segni di cui non è definita la rappresentanza. Di questo
genere sono molte parole d'uso comunissimo e che pure certamente non
rappresentano un concetto chiaro, definito, nella mente di chi le ado-pera, p.
es. nello stile ascetico visitare, edificare, scandalez are, epistola
cattolica. Queste parole, come si usano dagli individui senza riferirsi ad una
nozione distinta, così passano senza rapporti fissi con idee di generazione in
generazione, e mantengono tratti di discorsi, dove si crede d' intendersi,
illudendosi vicende- Diamo ora l'origine dell'uso di quelle parole
nell'ascetismo, e apparirà come pochi sieno quelli che la conoscessero, e
quindi le adoperassero con cognizione del rapporto che potevano avere col
discorso in cui le facevano entrare. Visitare - Siccome quando gli Ebrei
stavano sotto i Giudici, non v'erano tribunali stabili, in certi giorni il capo
di dati tratti di paese cisitara un dato sito, ed ivi giudicava le differenze
(*) e puniva. Passato tutto il linguaggio di quei libri al misticismo, quella
parola (TD) visitare venne a voler dire = punire, e quindi affliggere ec. sul
qual ultimo senso si arrestò l'uso ascetico. Edificare - si riferiva pure dagli
Ebrei all'accrescere le famiglie, come si vede in Rut c. IV. v. ll. e poi,
quando il tempio era stato distrutto da Nebucad-netsar e le abitazioni, sia
della capitale, sia degli altri paeselli, dopo la schiavitù erano desolate, si
riferiva alla ricostruzione di questa: quindi edificare (123) la casa d'Israele
si trasportò poi al cooperare in qualunque modo al bene della nazione
israelitica. Questa parola pure continuando a servire nel misticismo passò a
riferirsi alla celeste Gerusalemme, ed ai mezzi appunto di fabbricarla, cioè
colle buone opere. Scandalessare - è gravialitex (gr.) da cávialou, nome
derivato da oráça (*) V. p. e8. I. Samuol c. VII. v. 16. I giudici appanto, per
poter trasportarsi di luogo in luogo, tenevano degli asini; per cui nel C. XII.
v. 14 Iudic. è detto che i figli e nipoti d’Abdon, giudice d'Israele,
cavalcavano sopra degli asini.per tradurre 559 (ebr.) micsciol = inciampo,
offendiculum, pietra posta in mezzo della strada che fa cadere; in italiano, in
spagnuolo, in portoghese, in francese questa parola passò in un uso frequente,
ma che non corrisponde ad alcun concetto. Infatti prendiamo il v. di Matteo,
dove, dopo aver narrato che quelli dello stesso paese di G. C. si
meravigliavano della sua sapienza, che pare loro impossibile, poichè lo
conoscevano fino da bambino e conoscevano sua madre, i suoi fratelli e le sue
sorelle, dice « sai ¿exvdalifouro èn durai » ivi éTRava)iouto (= inciamparono)
vuol dire: “ed essi, che avrebbero dovuto essere i primi a sostenerlo, furono i
primi a mancargli, a mancare al suo partito, ad essergli infedeli.” I
traduttori dal testo greco e dal latino -- et scandalizabantur in illo --
restarono in questo concetto indefinito, come si vede: “Ed erano scandalezzati
di lui” – Diodati. “De sorte qu'ils se scandalisaient en lui -- Bible Française -- « Y se
escandalizaban en el » (Bibl. Spagn.)
« Ed elle tomavao occasiao para se escandalizarem» (Bibl. Port.) Pare che tutti
questi traduttori intendano per scandalezzare, formalizzarsi (*). Ma allora non
c'è senso comune, perchè non si può formalizzarsi se non di cattivi esempii,
non mai di opere buone e di prodigi. E così dove si narra che G. C. predisse
che sarebbe rinnegato, non può voler dire se non che si mancherebbe alla fede.
S. Matth. XXVI. 31 « Tóre Déjei auTois ó I'nsous llávre; jueis наі
діютеортидітетсь та провата тіс поника ». = Illorn disse loro Gesù: Tutti voi
sarete scandalezzati in me (= mancherete alla fedeltà a me, mi abbando-nerete)
perchè sta scritto io colpirò il pastore e si disperderanno le pecore
del-l'ovile (Diodati). Onde v. 33 conseguentemente Pietro risponde «Ei dè
márTes TRaNDaGENTONTaL Én Goi, ¿yl dudéTorE gravÒa)IJSÁIouaL» = avregnachè
tutti sieno scandalezzati in te, io non sarò giammai scandalezzato (cioè = se
pur tutti ti mancheranno di fede, io non ti mancherò giammai) (Diodati). E
sempre nel senso di mancar di fede, perchè v. 34. Gesù dice « aux léga GOL, OTI
EN TaiTA i vURTi, tpiN aéRopa puNicaL, tis arapuion ue» = Eppure ti dico
davvero che in questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre
volte. E così in ogni altra occasione p. es. A daguo dà toy 2óy0r, Eútins
TAxuda)içOUtar» S. Marc. IV. 17. = Ma non hanno in sè radice, anzi son solo a
tempo: e poi, arvenendo tribolazione o per- (') In questo senso fu intesa la
parola oxavôeliçe anche dai traduttori che non la importarono nelle loro
lingue, ma la tradussero con parole esistenti in quelle: p. es. Lutero ‹ Und
ürgerten sich an ihm › e la Bibl. Inglese ‹ Aud they where offended in him
».ô'xiova = mancano alla fedeltà, riescono infidi (per paura). Vulgata « Et non
habent radicem in se, sed temporales sunt: deinde orta tribulatione et perse-
cutione propter verbum, confestim scandalizantur ». E in S. Matteo c. V. v. 29,
dive si dice « ei de o ota),uis diu é defiò; trau-datiça DE» sexvialife non può
voler dire se non, che dia occasione di mancare di star fermi (nel proposito di
seguire la virtù) p. es. facendo prendere diletto a guardare ciò che non si
deve. E in S. Luca VII. 23 « Kai parao's ¿otiv os ¿àn un axavidrati èn ¿noi» a
proposiio dei prodigi operati, non può voler dire se non = e beato quegli che,
avendo veduto queste mie meraviglie, non sarà mai per disertare da me, per
mancare alla credenza in me. La parola importata pertanto, in latino
scandalizare, in it. scandalezzare, fr. escandaliser (sp.) e (port.)
escandalizar è una di queste che si usano senza sapere cosa intendessero di
dire con quella coloro che ce l'hanno insegnata. Essa verrebbe tradotta
esattissimamente in latino per caspitare, in it. scappucciare, in fr. broncher,
in sp. tropezar, in port. tropicar, in tedesco per stolpern, in inglese per
stumble. Epistola cattolica. Dopo l'uso già antichissimo di quest'aggettivo nel
significato in cui l' adoperiamo noi, p. es. distinguendo la chiesa cristiana
che riconosce il papa dalle altre dissidenti, io credo che pochissimi sieno
quelli che abbiansi formato un concetto di ciò che s'intende per Epistola
cattolica, titolo apposto ad una epistola di S. lacobo a due di S. Pietro, a
tre di S. Giovanni ad una di S. Giuda. Qui è il significato etimologico =
universale, in riguardo all'indirizzo di queste epistole; poichè, mentre le
altre sono indirizzate a date e date nazioni e persone, ai Colossensi, ai
Filippensi, ai Romani, ai Corintii, agl’Ebrei, a Timoteo, a Tito ec., queste
lettere non sono dirette ad alcuno. Qui dunque cattolica vuol dire = senza
indirizzo; eppure nelle traduzioni del N. Testamento italiana si pone
cattolica, e nell’altre non si traduce il greco sawo) tin, perchè si vede
ch'erano imbarazzati ad indovinare cosa volesse dire. Segni ambigui che servono
promiscuamente a rappresentanze diverse. Gli autori di grammatiche arabe vi
dicono nella prima pagina, dove intendono darvi precetti di lettura dei
caratteri in cui si scrive quella lingua, che quel dato segno ora vale a, ora
e, (Fetha) (') e quell'altro ora e, ora i (Kesra) (°), quell'altro ora o ora u
(Damma) (°), senza dirvi come possiate fetha. (*) = kesra. () 2 damma.che o, e
senza esibirvi neppure una pagina di qualche pezzo scritto in arabo e
trascritto, perchè almeno possiate indovinare dalla pratica, quando un'altra
volta v'incontriate in quelle parole scritte. Così nella scrittura sirinea, la
linea orizzontale segnata sotto una lettera -- ora serve a dinotare che tal
lettera si omette nella pronuncia p. es. che dovrebbe essere eno, si pronuncia no, e
allora questa linea dicesi linea occultans; ora serve a dinotare che una
lettera, quantunque non abbia segno vocale, si deve pronunciare p. es. lASa?,
che sarebhe dechltho, si dere pronunciare decheltò, e allora questa linea
chiamasi mehagyono; ora serve ad indicare sivo dall'infinito e dal preterito p.
es. llat Dunque lo stesso segno serve ad
indicare modi di pronuncia, e valori grammaticali; e lo stesso segno serve a
vietare la pronuncia d'una lettera ch' è scritta, comandare la pronuncia d'un
suono che non è segnato nella scrittura, cangiare la pronuncia d'una lettera
scritta. Nella puntuazione ebraica, il sceva ora indica che si deve pronunciare
una e, ora che non si deve pronunciare: il daghese, che marca una pronuncia
speciale, ora si pone nel ventre delle lettere, ora non si pone, e si deve
intendere che vi sia. Maggiore ambiguità è nelle lettere alfabetiche di tutte
le scritture semitiche prima della puntuazione. Prendiamo per mostra quelle
dell'alfabeto ebraico: N poteva rappresentare ognuno di questi suoni a, e, i,
o, « а, е, і, о, и і, іа, ie, io, iu 0, и, 0 Segni falsi. Nella scrittura di
varie nazioni, le figure che servono di segno fonetico si pongono pure
oziosamente, cioè in certi casi non hanno alcuna rappresentanza fone-tica, non
indicano modi di pronuncia. Esempio di lettere oziose è l'elif I nella
scrittura arb, quando distingue il fine di una parola dal principio della susse-guente:
e nella puntuazione ebraica il mappick in alcuni casi, p. es. in i di mi2xeloà
nella • di mrabs malcuid (*). Qui dunque stanno fra i segni, e classificati coi
segni, fatti oggettivi che non hanno alcun ufficio mnemonico, non devono
servire a suscitare alcuna associazione nella mente di chi li percepisce:
stanno dunque in una serie in cui non devono stare, e, perciò che sono cogli
altri che invece devono servire di tocchi mnemonici, portano confusione a
quello cui si presen-tano, poichè per lo meno si avvezza a considerare come
della stessa categoria fatti operanti in un modo e fatti a quelli omogenei per
origine e per qualità, ma non operanti come quelli, onde si lede il senso
naturale di riunire i fatti analoghi; ma di più quegli cui vengono esibiti può
credere che servano di segni, e perdersi in conghietture. Altro esempio di
segni falsi è l'applicazione di parole accettate in date nozioni a cose, la cui
natura nulla ha a fare con queste nozioni: così il nome di cerebrali dato dai
grammatici di lingua sanscrita a certe lettere, mentre, che il cervello dia
fenomeni di voci articolate, è impossibile. Segna che inducono in fallacia la
mente, indicando come positivi concetti in onta alla realtà. P. es. la parola
onnipotenza comprende in sè una proposizione che non si può sostenere: uno
potrebbe dirvi « dunque in tale facoltà è di fare che una cosa sia e non sia
nello stesso tempo: che ciò che fu, non sia stato. Per difetto delle lingue si
ponno congegnare delle espressioni assurde. Segni la cui rappresentanza è
fallace, per mutamenti accaduti nelle cose a cui si riferivano. Quando il primo
segno del Zodiaco è il Toro, chiamossi Leone e si dipinta un leone in
corrispondenza al tempo in cui il sole si fa sentire nella sua maggior forza,
cicè quando viene il terzo mese dopo l' equinozio di primavera. Dopo la prima
precessione degli equinozii che è avvertita, il segno del leone vienne a cadere
nel quarto mese dopo l' equinozio di primavera. Dopo la seconda precessione
degli equinozii avvertita, il segno del leone viene realmente a cadere nel
quinto mese dopo l'equinozio di primavera, cioè in Agosto, benchè nei
calendarii si continui a porlo in luglio. Ora il popolo attribuisce la siccità
e le malattie, che sono della stagione, cioè dell' ardore solstiziale a questo leone:
onde le massime igieniche e terapeutiche sono applicate esattamente al tempo
tra l'entrare del sole in questo segno e il passaggio suo in quello successivo;
') Nella prima parola, sotto la 7 v'è già il patách che segna doversi
pronunciare a nella seconda, poi che la ' non sussegue nè a tsere, nè a segol,
nè a chirik, non c' bisogno di segno per farla pronunciare.dario mette
l'entrata del sole in quel segno; se nella vigilia di quel giorno fossero le
stesse condizioni di calore eccessivo, non si curano. Così il proverbio « Sol
in Lione, • Lasciar i libri e le donne ». Dietro questo processo dell'azione
dei segni, per perdita del loro valore, dopo la precessione degli equinozii
ventura, potrà darsi che non si cavi sangue in Set-tembre, perchè appunto da
qui a due mille e quarantasette anni il sole sarà in Lione in questo mese.
Effetti dei segni falsi. I segni possono non solo passare ad altra
rappresentanza diversa da quella che avevano, ma sì mantenere anche la prima;
allora può succedere lo scambio fallace della loro interpretazione, secondo che
si prendano nella rappresentanza antica, quando invece si debbano prendere per
la nuova, e viceversa. Possono accadere tutte quelle contingenze d'errore a cui
espone l'ambiguità; si può venire a giudizii falsi sulla realtà, pensando che
fosse in un dato modo, mentre era tutt'altra: e dal falso giudizio ne può
venire l'uso erroneo dei segni. P. es. le lettere alfabetiche e le loro
successioni, passate a nazioni di lingua diversa, servirono ad indicare suoni
diversi da quelli che rappresentavano in patria; quindi queste nazioni,
trovando quelle lettere alfabetiche nello scritto d'altre lingue, lessero alla
propria maniera, che non era quella delle lingue medesime; e cosi pronunciarono
in modo diverso da quello legittimo quelle lingue stesse dalle quali erano
state tolte le lettere alfabetiche p. es. il (lat.) e pronunziasi s dai
Francesi, il suono gn pronunciasi come i due suoni gh ed n dai Tedeschi. Cosi
quindi presentandosi ai Francesi il nome latino Cicero, poichè essi giusta le
abitudini della scrittura della loro lingua, dove vedono c susseguito da e od i
leggono s, lo cambiano in Sisero: e ai Tedeschi presentandosi il latino magnus,
poichè nella loro scrittura gn non può valere se non pei due suoni gh ed n, lo leggono
magh-nus. L'esistenza di segni puù indurre a credere l'esistenza reale, dore
non è. asta ricordare tutte le mitologie. Il contadino crede ai diavoli, alle
stre-rhe ec. perchè ha sentito nominarli, cioè gli furono esibiti segni come
rappre sentanti degli enti oggettivi che non esistono. Lo stesso avviene quando
siasi perduto di vista il rapporto di un segno, dimenticato il suo valore. P.
es. per indicare il tempo, si disegnò un vecchio, prendendo quindi il tipo
dell'aspetto di chi esiste da un' epoca remota, che visse lunga età, Kpvos,
Saturno: gli si diededario mette l'entrata del sole in quel segno; se nella
vigilia di quel giorno fossero le stesse condizioni di calore eccessivo, non si
curano. Così il proverbio « Sol in Lione, • Lasciar i libri e le donne ».
Dietro questo processo dell'azione dei segni, per perdita del loro valore, dopo
la precessione degli equinozii ventura, potrà darsi che non si cavi sangue in
Set-tembre, perchè appunto da qui a due mille e quarantasette anni il sole sarà
in Lione in questo mese. Effetti dei segni falsi. I segni possono non solo
passare ad altra rappresentanza diversa da quella che avevano, ma sì mantenere
anche la prima; allora può succedere lo scambio fallace della loro
interpretazione, secondo che si prendano nella rappresentanza antica, quando
invece si debbano prendere per la nuova, e viceversa. Possono accadere tutte
quelle contingenze d'errore a cui espone l'ambiguità; si può venire a giudizii
falsi sulla realtà, pensando che fosse in un dato modo, mentre era tutt'altra:
e dal falso giudizio ne può venire l'uso erroneo dei segni. P. es. le lettere
alfabetiche e le loro successioni, passate a nazioni di lingua diversa,
servirono ad indicare suoni diversi da quelli che rappresentavano in patria;
quindi queste nazioni, trovando quelle lettere alfabetiche nello scritto
d'altre lingue, lessero alla propria maniera, che non era quella delle lingue
medesime; e cosi pronunciarono in modo diverso da quello legittimo quelle
lingue stesse dalle quali erano state tolte le lettere alfabetiche p. es. il
(lat.) e pronunziasi s dai Francesi, il suono gn pronunciasi come i due suoni
gh ed n dai Tedeschi. Cosi quindi presentandosi ai Francesi il nome latino
Cicero, poichè essi giusta le abitudini della scrittura della loro lingua, dove
vedono c susseguito da e od i leggono s, lo cambiano in Sisero: e ai Tedeschi
presentandosi il latino magnus, poichè nella loro scrittura gn non può valere
se non pei due suoni gh ed n, lo leggono magh-nus. L'esistenza di segni puù
indurre a credere l'esistenza reale, dore non è. asta ricordare tutte le
mitologie. Il contadino crede ai diavoli, alle stre-rhe ec. perchè ha sentito
nominarli, cioè gli furono esibiti segni come rappre sentanti degli enti
oggettivi che non esistono. Lo stesso avviene quando siasi perduto di vista il
rapporto di un segno, dimenticato il suo valore. P. es. per indicare il tempo,
si disegnò un vecchio, prendendo quindi il tipo dell'aspetto di chi esiste da
un' epoca remota, che visse lunga età, Kpvos, Saturno: gli si diedeche, la
costellazione in cui tramontava il sole al tempo della messe, con un toro, la
costellazione in cui era il sole al tempo dei lavori agricoli ec. Queste
incisioni o disegni intendevano di far ricordare le divisioni del tempo
nell'anno; qualunque fosse la figura che presentavano i gruppi delle stelle
interessate (per associazione nella mente dell'uomo) con quelle stagioni, a
quella non si riferivano. Poi ad altra epoca, cresciute le cognizioni
cosmografiche e astronomiche, si costruirono delle sfere rappresentanti il
concetto che erasi formato dei rapporti della terra cogli astri. Allora presero
quei disegni che ricordavano oggetti coincidenti colla presenza di quei tali
astri, e li disegnarono in quelle sfere sopra gli astri stessi. Quelli che
vennero dopo, vedendo quei disegni sulle sfere astronomiche, credettero che
realmente qualche cosa di simile a quelli fosse nel cielo, d' onde si fossero
tratte quelle figure: così che in cielo vi fosse un gruppo di stelle che avesse
la figura di un toro, un altro che avesse quello d'una donna con una spica ec.
Ora l'istruzione che si dà nelle scuole di cosmografia comincia sempre da
quelle sfere artificiali, non già dal condurre gli alunni sul levare del sole
ed al tramonto a vederlo nell'orizzonte, e ad osservare i gruppi di stelle
diverse nelle diverse epoche dell'anno in cui esso si trova al levarsi e al
tra-monto. Si tratta quindi di apprendere i segni, senza conoscere la realtà
cui si riferiscono, ed è impossibile indovinarla. Il fanciullo, per quanto bene
sappia la cosmografia, non può che ricordare le sensazioni prodottegli da
quelle sfere artificiali ec. ed associare le figure simboliche disegnatevi alla
costituzione cosmica. Che se un'altra volta gli arvenga di esperire da se
medesimo questi fatti sul-l'orizzonte, la sua coscienza nulla prova di simile a
quello stato in cui era apprendendo la cosmografia dal maestro: in quel momento
sente di conoscere nell'ordine di tutto ciò che ha conosciuto pei proprii sensi
gli aspetti della natura: quello che aveva appreso sotto il titolo di scienza
cosmica, gli pareva una lezione dogmatica, come le conjugazioni dei verbi o la
storia sacra. Per questo processo tra generazioni, dove l'una non sa
dell'altra, poichè le più antiche ricevettero le impressioni sensorie e istituirono
i segni per fissarne la ricordanza, le generazioni sopravvenute trovando i
segni, nè sapendo l'originale a cui si riferiscono, restano illuse sulla loro
entità. Dell'apprendimento di questi segni, per se stessi, fanno una dottrina,
che, se fosse continua colla realtà da cui i segni ebbero origine,
profitterebbe per la cognizione; e così invece, staccatane, e sbagliandone
l'interpretazione, non solo fa perdere il tempo, ma si il suo fantasma la
credere che in quell'argomento già si sappia, e quindi non si ricorra al metodo
unico di conoscere, attendendo alla natura.Preponderanza enorme
dell'insegnamento dei segni, in confronto di quello della conoscenza delle
cose. Può dirsi che fino a poco tempo prima degli Enciclopedisti, l'educazione
che ricevevasi generalmente consisteva quasi per intero nell'apprendimento dei
segni (parole), e nulla nella nozione delle cose. Infatti fino allo studio
delle facoltà non si insegnavano se non lingue, grammatiche, retorica,
prosodia, poe-tica, ritmica; e gli istrumenti d'uso per la mente erano le
raccolte di eleganze, le regive oratoria, le regia Parnassi, i rimarii: un
barbarismo, una breve per una lunga o viceversa rovinavano la riputazione di
qualunque galantuomo. V' era la storia romana e greca, imparata a memoria come
cosa letteraria. Poi veniva la filosofia, dove era quasi tutto maneggio di
segni, la dialettica, le figure di sillogismo. Nelle facoltà, la Giurisprudenza
quasi tutta basata sulla interpretazione dei libri di testo. La Teologia non
poteva se non versare sui libri accolti come testi, e quindi
sull'interpretazione di segni (parole). La Matematica, che quantunque abbia per
fine la ricerca del vero, non adopera percio se non i segni. Non è che la medicina
che, oltre i divagamenti teorici, introduce di prima mano, l'investigazione dei
fatti e quindi iniziava all'uso più proprio dell'intelletto per via dei sensi.
Alla seduzione dell'uso dei SEGNO sono tolte le classi più avvilite, quelle
degl’artigiani, che maneggiavano le cose, anzi che i libri, per l'uso della
vita, e gl’artisti che si studiano di procurare diletti ai più agiati,
applicando la potenza affettiva – musici --, e imitando la natura, più o meno
modificata idealmente -- pittori, scultori ec. Da quelle scuole, comuni a tutti
quelli che avevano poi gl'impieghi e sono il fiore della società, portano
questi l' abitudine della stima solo a quella maniera di studio: a pochissimi
poteva venire il sospetto che quelle non fossero le sole indispensabili ed
ottime. I letterati quindi componevano dietro l'apprendimento dei segni, e pei
segni erano le accademie di verseggia- tori, di inquisitori di lingua ec. In
alcuni pochi appena qui in Italia, la natura poteva vincere l'educazione e
l'esempio, onde spiegarono concetti e passioni: sorsero a dispetto dell'uso
autori originali che scrivevano, non per esercitarsi in cio che avevano appreso
nelle classi d'umanità, ma perchè si sentivano urgere da affetti e pensieri.
Fuvvi il Vico che s'accorse che l'abitudine scolastica di studiare i testi per
la lingua, per la frase, pel verso ec. aveva del tutto fatto smarrire il vero
interesse ch' era in quelli ioè la conoscenza delle cose del mondo antico. Poi
Cesarotti capì che la vera fonte del bello letterario era nel sentire
individuale, non nell'applicazione delleregole imparate a scuola: senti
l'Ossian e, invaghitosene, ruppe la rotaja ada-mantina, fuori della quale non
poteva escire chiunque volesse pretendere rango di letterato. Poi Parini vide
che le lettere avevano una virtù pratica nelle contingenze dei bisogni sociali:
e ne fece prova. Quindi Alfieri e Foscolo, quantunque assai ligii ai divieti
della scuola, eransi già sciolti dal concetto scolastico della poesia e della
eloquenza. Ma le scuole fino alle facoltà restarono scuole di segni, e non di
cose. lo non so come sia ora, ma quando studiai io, in tutte le sei classi di
ginnasio non s'insegnavano se non i modi di usar la parola: appunto la storia
s' imparava a memoria e consisteva in serie di nomi di dinasti coi rapporti
delle loro parentele, date di battaglie ed altre filastrocche: così la
geografia sulle carte e sui libri, dove si imparavano a memoria le produzioni
del suolo, senza sapere cosa fos-sero, p. es. torba (1). Insomma s' imparavano
prima i segni, senza sapere a quali realtà dovessero servire: la grande premura
era d'imparare quelli, come se dopo l'esperienze sensorie potessero mancare;
mentre pel fatto della contemporaneità delle impressioni diverse e della legge
di solidarietà centrica nell'individuo sen-sibile, sono inevitabili. Tutta
l'educazione in somma era in opposizione al processo eterno della mente, per
cui bisogna prima subire le impressioni: in esse è il fatto ESSENZIALE; poi il
segno di queste, ch' è sempre fatto ACCESSORIO, di cui si potrebbe anche far a
meno. Ora l'applicazione esclusiva sui segni, anzi che sulle cose, è deleteria
per la mente. Gli nomini che avrebbero delle facoltà potenti, non avendo
conosciuto il vero campo dove usufruttuarle, le sciupano in artifizii di
sottigliezza: in que-st' epoca stessa in cui abbiamo veduto ingegni educati a
quella maniera sciolti dai pregiudizii, non seppero se non darsi alle
speciosità metafisiche. Versando sempre sopra gruppi mnemonici, idee astratte,
anzi che riposarsi sulla osservazione fatta coi sensi, arrivano a certe
distinzioni illusorie da smarrire la nozione della propria coscienza, a
persuadersi di conoscere ciò dove è impossibile il più lontano iniziamento p.
es. l'idea dell'essere assoluto e di staccarla dal tempo e dallo spazio. Come è
possibile vedere, toccare gli oggetti ec., senza provare nello stesso tempo il
fatto della loro esistenza? L'idea dell'essere non è se non una reminiscenza
nostra relativa a tali e tali modi in cui le cose ebbero a cagio-narci delle impressioni,
è come l'idea della bianchezza che non può se non comporsi delle sensazioni
provate per opera dei corpi bianchi, è una qualità ch'io ho suggettivamente
staccato dalla sostanza, ma che in fatto oggettivamente non può di quella
staccarsi, e che sempre fu necessario che prima la sostanza operasse sopra di
me, perchè l'astraessi. Può dirsi che l'idea d'essere è affatto soggettiva (')
lo l'ho ripetuta certo delle centinaja di volte, quando era chiamato dal
maestro, senza aver mai saputo cosa fosse.propria, fame, sete, dolore ec. e
delle sensazioni di relazioni cagionate dai contatti avuti coi corpi esterni. I
metafisici portano per argomento dell'esistenza delle idee per loro stesse che
p. es. io posso avere un corpo presente, vederlo e nello stesso tempo pensare a
quello stesso corpo. In questo caso non si tratta se non di reminiscenza della
sensazione stessa continuata immediatamente a quella, ed alla quale
reminiscenza si associeranno probabilmente reminiscenze d'altre sensazioni
provate per opera di quel corpo in altre occasioni fuori di quella della sua
presenza, p. es., se si tratta d'un cubo, la ricordanza delle sue sei faccie,
che contemporaneamente è impossibile di vedere. Ai danni venienti dal
predominio dei segni si riferisco la tirannide nella prescrizione di certi
segni soltanto, e nella proscrizione di altri dati, ammini- strata dai puristi.
Segni giù esistenti applicati erroneamente, nomenclatura e classificazione dei
suoni articolati affatto estranca al meccanismo che li produce. In sanscrito
chiamasi sibilante della classe cerebrale il suono & (*) rappresentato in
italiano scrivendo sc, in tedesco sch, in inglese sh, in francese ch (*), in
ebraico u scin, in arabo i, che si pronuncia spingendo l'aria vocalizzata tra
l'acie dei denti incisivi combacianti. Qual nozione si può fare uno di questa
nomenclatura, cerebrale, mentre si tratta d' un suono eflettuato dai denti?
Mentre A p, 9 ph, a b, 27 bh, E m chiamansi labiali, a o si pone fra le
semivocali (3) con U y, ¿r, a l. Qual idea si può farsi di questo nome? Non pel
fenomeno, perchè non saprei per qual cagione non potesse dirsi semivocale il b
od il t: non per l'organo che le produce, perchè r, l sono prodotti dalla
lingua, o dalle labbra o dalle labbra coi denti; non pel modo d'azione, perchè
per y s' innalza il dorso della lingua, per r si fa vibrare l'apice, e per 1 si
posa l'apice contro l'arcata alveolare degli incisivi superiori. Dicesi
semivocale pure l'j (*). Bopp chiama il o tönend = intronante e l'f dumpf =
ottuso: certo gli è ch'è lo stesso meccanismo ed effetto simile, ma inveco
lieve pel v, forte per l' f; chiama il b tönende labial (°), e p (gr.) tenue, e
b media (*); anche qui p è l'effetto forte, b il debole dello stesso
meccanismo. Il c palatino si definisce per lettera tenue e g palatino per
lettera media (*); ma gli è certo che per c si hatte con più forza, e per g con
meno. Bopp Vergl. Gramm. Come in chien,
chasse. Bopp ivi p. 44, 184, 262. (*) Vorrede ivi XIV. (*) Vergl. Gramm. I,
156, g. 93. (*) ivi I, 171. ivi 182. ivi I, 6t.dove è sempre tutto l'opposto. §
(sanscr.) si definisce « eine tönende (intro-nante) d. h. weiche aspirata » =
cioè un' aspirata molle (;). Bopp dice che in bröthrs, bröthr (got.) si può
considerare come vocale, quasi colla stessa ragione come in brâtr-byas
(sanser.). I grammatici siri classificano l'i fra i suoni dentali; dove, per
pronunciare i, i denti non hanno alcun disturbo, sono in perfetta vacanza,
ponno stare al loro posto e ponno allontanarsene quanto li portano le mascelle:
dicono il t semivocale. Nella classificazione delle lettere zend, si confonde
il loro valore attuale con quello che avevano prima e che più non hanno p. es.
nei dittonghi si pone 0, E e insieme con du ai: Ai è appunto un dittongo (duo
@Jóyyos) perchè risulta da due suoni a ed i; ma,é, è un suono unico. Che sia
risultato dei due suoni a ed i, che cioè le parole che ora si pronunciano per é
una volta si pronunciassero per ai, questo non ha a fare colla sua entità
attuale. Così si pone l fra i suoni sibilanti (*) forse perchè è il resto d'un
suono sibilante, come è un resto di quello lo spirito aspro dei Greci. Così
Bopp (°) chiama vocali FEr Fi dopo aver definito che sono il resto di ar, ma
che il suono è r: sicchè in realtà non sono se non forme grafiche che servono
all'etimologia, accennando che una volta, oltre il suono r, c'era una vocale,
ma che ora non si pronuncia. Dunque la classificazione di questi suoni fra le
vocali rappresenta una fallacia. Il nome applicato è contro la realtà della sua
natura. Effetto di quelle vecchie classificazioni, la cui nomenclatura non dà
nozioni reali, si è di smarrire la vera pronuncia; p. es. si crede che (gr.) si
pronunciasse ds (*): ¿ è un suono semplice di posa dell'apice della lingua
contro la parte interna inferiore dei denti incisivi superiori. Poichè le
classificazioni dei suoni non hanno un dato costante, come p. es. la parte
dell'organo artico-latore agente, o la maniera di gesto di quello, od il grado
di forza, ma sì sono classificati insieme suoni il cui processo è diverso, è
falsata la loro definizione ec.; così le teorie delle leggi degli scambii tra
un suono e l'altro, non basandosi sopra un fatto naturale, ma sopra una
divisione arbitraria, ponno appena convenire con ciò che succede. P. es. si
mettono sotto una sola classe detta delle liquide 1, m, n, r, dove la prima è
linguale sostenuta dell'apice della lingua, la seconda labio-nasale, nella
terza si comprendono due gesti diversi, uno naso-linguale del-l'apice, l'altro
naso-linguale del dorso della lingua; la quarta è effetto d' una vibrazione
della parte libera della lingua. Ora, per quanto questi suoni si pon- (')
Vergl. Gramm. I, 258. (*) ivi 171. (*) ivi I, 4. (*) Bopp V. Gr. I. 92. (*) ivi
I. 234. (*) Nella nota ivi ripete appunto che e è la contrazione di ar. Bopp V.
G. L, 117.le leggi dedotte da quelle classificazioni non si avverano, p. es. la
legge d'equi-librio, d'onde cangiamento della tenue in media ec. ('). Nella
nota stessa apposta sono le eccezioni che mostrano abbastanza l' insussistenza
di quella teoria; quantunque alcuni fatti sieno veri, p. es. che o (lat.) si
cangia in i, ciò che Bopp dice indebolimento (*). Di queste applicazioni di
segni che non convengono colla entità che devono rappresentare, succedono
esempii tuttodi nelle nomenclature scientifiche, dove si compongono parole
prendendo dal fondo del lexicon. La ragione risulta dal processo per cui
succede questa composizione, riferito da Raspail: poichè gli scien-ziati,
naturalisti, chimici ec., per dare un nome alle loro scoperte, ricorrono a
qualche membro dell'accademia di archeologia o ad un filologo, che spesso non
può capire ciò che si vuole indicare, perchè gli mancano le nozioni della
scienza relativa. In questo modo p. es. parole che non hanno se non valore
intransitivo si pongono per indicare un'azione d'un corpo sopra d' un altro ec.
(*). Abuso nei rapporti tra il segno e cio che da quello si rappresenta.
Confusione del segno con ciò cui si riferisce. Di questa specie sono continui
esempii nelle grammatiche, dove si trattano in solido fatti relativi alla
lingua e abitudini di scrittura: come se parola e maniera di farla ricordare
per segni ottici fossero coeve e solidarie. Nelle grammatiche delle lingue
semitiche si comincia dal dire che le radicali sono trilittere, per-chè
moltissime parole nella forma più semplice si scrivono con tre sole lettere: ma
in fatto possono nel suono essere costituite da cinque o sei, ed anche da meno
di tre p. es. 72% si scrive con tre lettere, ma la parola pronunciata è sciamár
che vuol dire è di cinque suoni, Tie si scrive con tre lettere, ma la parola
pronunciata è or, cioè consta di due suoni. Nelle grammatiche di lingue
comparate col sanscrito si mesce pure il fatto fonetico coi segni grafici: si
rende ragione delle forme anteriori alle parole, anche attuali delle nostre
lingue, per guna (segno di rinforzo) per anuswara ec.. Ragionando a questa
maniera dovremmo fidare nell' ortografia delle varie nazioni per giudicare
delle forme originarie: p. es. in francese, dove si trovi accento circonflesso,
si dovrebbe credere che fosse andata perduta una lettera, in dôme si crederebbe
che prima fosse stato dosme; in italiano, trovando pt nella Iapide del 1247
ch'e in Pisa (per tt) nelle parole che hanno fatto l' assimilazione Bopp V. G. Chimie
Organique Diastase Bopp V. Gr. ivi I,
287.di ct si dovrebbe credere che prima fosse pt, p. es. che si dicesse lapte
quello che ora è latte (da lacte lat.). I grammatici di lingua greca
applicarono il nome di un segno grafico appropriato ad un suono, ad un altro
suono eterogeneo: due gamma (=g) ('); e invece si è, perchè il gamma
rappresentasi con due linee l'una verticale e l'altra posta orizzontalmente da
sinistra a destra sulla sommità di quella T, e quest'altro suono ha per segno,
oltre questa linea oriz-zontale, un' altra parallela a quella inferiormente, F,
onde parrebbe corrispondere alla figura di due I' (gamma) uno sotto l'altro f.
Nell'alfabeto cipto dicesi shima (certo fatto da aiqua) un carattere che
rappresenta il suono g (gutturale): sicché nel nome non entra il suono che vuole
indicare. Trattamento del segno come se fosse esso la cosa stessa, che a noi
deve far ricordare. In questo processo consiste il Logogrifo p. es. « Mitto
tibi navem prora puppique carentem»: dove la parola navem si considera come se
fosse la cosa nave, e si chiama prora la prima sua lettera, e poppa l'ultima.
Pervertimento esplicito della forma del segno, così che si cangi in un altro.
Anagramma. Dappoichè il significato non va riferito se non a quella forma che
ha il segno, è chiaro che, se anche adopero gli stessi elementi di cui si
costi-tuisce, ma che li componga in altro ordine, così che il composto sommario
venga ad assumere la forma d'un altro segno, questo è un uso del tutto
illegittimo, per cui la rappresentanza che va ad acquistare nulla vale: non
potrà mai un anagramma avere un proposito significativo equivalente alla
realtà. Paronomasia. Lo stesso dicasi quando, invece di trasporre gli elementi
dei quali si costituisce il segno, per ridurlo alla forma d'altro, se ne
aggiungono o se ne tolgono per la stessa intenzione. Perciò chi per anagramma o
paronomasia intendesse di dare un dato significato ad una parola, mentre
crederebbe di far prova di spirito, mostrerebbe di non sapere perchè servano le
parole: quindi gli uomini di senno, se anche non ne definiscano a loro stessi
la cagione, in questi giuochi di parole sentono un che di falso che li
disgusta. Intrusione di segni non necessarii. L'abitudine dei pedanti di
parlare inserendo frasi di autori: per questi passi sostituiti alla forma
corrente, relativa al (') Immaginatevi che in italiano si nominasse l'f due
Ge.distrazione, perchè è quasi impossibile che il pezzo intarsiato corrisponda
esattamente al concetto; ne può essere espresso od inteso più o meno di quello
o con qualche varietà o non con l'identica intenzione. • Applicazione di segno
incompetente, fuori di proposito. Una vera impostura è nell'abuso dei segni,
come se indicassero ciò che in fatto non intendono. A questa si presta la
lassezza dei rapporti che le parole e le loro combinazioni hanno coi concetti.
Questa specie d'abuso talora è nelle cita-- dove la mente non è buona, è
malvagio anche l'animo » (d' onde si dedurrebbe che quindi chi lavora a render
retta la mente, contribuisca anche a rendere migliore l'animo), mentre questi
due membretti non sono in alcun rapporto di premessa e di conseguenza: Terenzio
non si sogna neppure di enunciare una sentenza. Ivi il vecchio Simone
interrogato da Sosia (a cui egli raccontava tutte le cospirazioni del servo
Davo, alleato a suo figlio contro di lui) perchè il servo lo facesse così
arrabbiare, dice che lo fa così « per sua mala indole, per cattivo cuore». In
questo modo si fa dire agli autori tutto quello che si vuole, e così le parole
trovate nei testi servivano di sostegno e di prova alle tesi, specialmente dove
l'uditorio era già preparato alla credulità. Interpretazione preconcetta. Lo
stesso processo d'abuso si manifesta nell'interpretazione dei testi tenuti come
autorità a cui non si può ribellarsi, secondo l'opportunità d' una qualche
maniera di considerare. le cose. N' ebbimo esempii continui nella nostra età,
quando si voleva conciliare le scoperte naturali colla cosmogonia del Berescid.
Gli autori ponevano ogni studio per mostrare che le ultime teorie scientifiche
erano in accordo con quella e che qualunque espressione della Bibbia poteva
confrontarsi colle cognizioni dei naturalisti. Quella specie d'internunci si
era formato il concetto che tali espressioni fossero come formule comprendenti
sentenziosamente da una parte i fatti generalissimi della costituzione del
mondo, e dall'altra parte, per necessità, fossero come tanti enigmi profetici
che volevano procurare la sorpresa della loro spiegazione precisamente in un
tal anno per un tal Membro della Accademia Reale o Imperiale; presso a poco per
quel processo Ciò che d'altronde è vorissimo; non ha bisogno dell'autorità
d'una sentenza,canone della suprema autorità di Roma, per essere letto nel
185.3 da SECCHI (vedasi), che, visitando il tesoro della basilica marciana in
Venezia, guarda sotto l'orlo di quel sedile marmoreo. La concisione di quegli
oracoli risguardanti la fisica, e la latitudine data ai commenti, fanno per
buona sorte che, come si sono interpretate le epoche geologiche di Cuvier (*),
potrebbero servire ancora per altre venti volte per attestato di lealtà ai
naturalisti venturi. Penserei pure che, se venisse la curiosità di interrogare
in proposito di scienza il Corano, poco più, poco meno, di rado si troverebbe
che desse delle mentite scoraggianti. Infatti, se p. es. una delle sei giornate
della creazione, composta di sera e mattina, può voler dire delle miriadi
d'anni, perchè non potrebbe In giumenta Borak essere figura delle specie
paleontologiche? l'so prepostero dei segni. Fissazione dei segni, prima d'avere
i concetti e le nozioni, per costringere in quelli i concetti futuri. Apprendimento
dei segni prima delle nozioni cui si riferiscono. Partiamo dal fatto eterno che
il segno, perchè possa servire, deve essere posteriore alla cosa cui si
riferisce. Esempio di questa maniera d'abuso abbiamo nelle rime obbligate, e
tante volte con esasperamento delle condizioni p. es. in quelle canzoni del
Petrarca, dove per tutte le sestine si ripetono sempre le medesime parole
finali, ma sempre in un altro ordine nella serie dei versi. Come è possibile
che a questi ordini preposti di maniere d' esprimersi esistano sentimenti e
pensieri corrispondenti in quello che a tal legge si sottomette? In tutti
questa casi il concetto che appare è l'ultimo risultato del coercimento delle
parole in quelle condizioni di numero, di pieli, di accenti e di posto nella
serie. Altro fatto d'uso prepostero dei segni è nel metodo d'insegnare le
lingue straniere la cui scrittura è diversa da quella a cui è avvezzo lo
scolare. La scrittura è segno grafico dei fenomeni acustici prodotti
dall'apparato vocale articolatore dell'uomo. Deve dunque usarsi in rapporto a
dati fenomeni acustici già noti. E in fatto così si stabili il suo servigio
primieramente. L'uomo, vedendo dati segni, era portato a ricordare dati suoni o
successioni di suoni già noti: altrimenti, se quei segni si fossero riportati a
suoni da lui non conosciuti, mai La Cattedra di S. Marco Evangelista e Martiro
conservata in Venezia entro il tesoro marciano dello reliquie, riconosciuta e
dimostrata dal P. Giampietro Secchi della Compagnia di Gesù. Venezia Tip.
Naratovich. Moyse et la géologie. ( 2 7avrebbe potuto capire che volevano
indicare appunto quelli. E così quando s'insegna ai fanciulli a leggere, essi
sanno già una quantità di parole della propria lingua, e i caratteri che
apprendono si fissano nella loro mente riferendosi a quelle; sicchè esiste
l'addentellato di reminiscenze di suoni, alle quali si continuano le nozioni
delle corrispondenti lettere. Ora, quando s' insegnano lingue la cui scrittura
è con caratteri diversi da quelli che già conosce chi la studia, il primo
giorno gli si presentano appunto le scritture nuove che fanno rabbrividire,
come i caratteri delle lingue semitiche, della sanscrita, della chinese ec., e
si comincia dal volere che impari a leggere quelle, dove, oltre la novità
assoluta dei segni, v' e la complicazione nel loro uso, e l'incertezza talora
della loro rappresentanza. In questo modo per lo studente va perduto tutto il
profitto, che trarrebbe dall' identità o somiglianza di parole della nuova
lingua con quelle che già conosce. Egli comincia dall' imparare segni di ciò
che non sa cosa possa essere: perciò l'inte- resse primo si rivolge a questi
segni, come se stesse in essi l'entità, perchè la loro relazione non può
conoscersi se non molto tempo dopo. Per seguire pertanto il processo naturale,
e quindi diritto, dell'apprendimento, farebbe d'uopo presentare prima i testi
di queste lingue trascritti, onde il primo giorno tosto potessero gli studenti
far pratica col materiale stesso della lingua, che non consiste già nella
scrittura, ma nella voce: andrebbero via riconoscendo una quantità di parole
uguali o simili a quelle che già conoscono: cosi si restituirebbe tutta quella
parte di continuità che di fatto esistesse fra la lingua nuova e quelle che già
si sanno, per identità o per somiglianze etimologiche: poi dalla conoscenza di
queste, venendo la persuasione che non si tratta di studio eterogeneo, spietato
di cose diverse da quelle che si sono apprese, si andrebbero imparando parole
nuove pel loro succedersi contingentemente a quelle che si sono già capite; e
poi, quando si avesse gia un fondo lessicale, si potrebbe passare alla lettura
nei caratteri originali; perchè la conoscenza delle parole condurrebbe a
capire, come si debba leggere, dove si trovassero scritte; e certo farebbero
molto indovinare, dove i segni grafici lasciano nella incertezza, perchè
incompleti o di varia rappresen-tanza. Così p. es. noi, vedendo le cifre di
abbreviatura, indoviniamo l'intere parole che con quelle si vogliono indicare,
perchè già queste parole conosciamo; ma altrimenti come potremmo riuscirvi? Se
invece si volesse imparare la sola maniera di leggere quei tali caratteri (e
non le lingue relative) ciò che p. es. potrebbe bastare volendo istituire degli
impiegati alle biblioteche; si dovrebbero scrivere coi sistemi grafici della
lingua sconosciuta opere scritte nella lingua che già si conosce. In somma
sempre mantenere la continuità, in quel primo modo, col mezzo della scrittura
nota, alle parole nuove; in questo, col mezzo delle parole note, alla scrittura
nuova. Il posto nella serie dei segni, e nel loro uso, è forse il fattore della
massima importanza nell'educazione. In tutta quella parte di sapere che non si
ap-prende direttamente coi sensi (come nei fatti fisici e quindi nelle scienze
naturali nella maggior loro estensione) quando s' insegnano come si deve, tutto
si fa col mezzo dei segni. Bisogna pertanto che i segni si riferiscano a
nozioni reali che già si hanno, e che sempre si continuino a queste: onde i
segni da quelle più lontani si congiungano ad altri, pei quali retrocedendo si
arrivi fino alle nozioni reali stesse, senza delle quali, il segno appreso per
sè non può che ingombrare la mente, e danneggiarla, pervertendo la sua
direzione, ed illudendola. Il segno è una parte qualunque d'un tutto, che
ripresentasi ai nostri sensi, e quindi inizia a ricordare il resto che manca
per essere uguale al tutto: questa parte dunque, perchè abbia l'effetto
mnemonico, deve sempre succedere all' esperienze sensorie che s' ebbero del
tutto. E sarà impossibile che, presentata prima del tutto, possa far conoscere
quello. Ebbene questo processo prepostero, per cui si vuole che il frammento
faccia conoscere il tutto che non si è veduto, è quello che vige
nell'istruzione: dove si fa precedere la teoria alla pratica: dove s'inse-gnano
le lingue, senza dar nozioni delle cose: dove s'insegna la grammatica delle
lingue straniere, senza conoscerne il fondo lessicale: dove s' insegna a
leggere i caratteri d'imperfettissima rappresentanza fonetica di lingue, di cui
non si sanno le parole. Forse l'uso dei segni, in un'epoca cosi distante
dall'occasione dei fatti reali cui si riferiscono, che si perdette la
continuità dai segni a quella, è la cagione più estesa degli errori della mente
e della sua falsa direzione. Nell'apprendimento dell'aritmetica s' imparano i
segni, senza sapere la ragione reale della esistenza cui corrispondono, e
s'imparano certe leggi di collocazione di quelli per venire alla scoperta di
fatti reali, senza aver visto prima come questi fatti reali succedano. P. es.
imparando a memoria le formule della moltiplicazione, la tavola pitagorica, lo
scolare, che vi sa dire che cinque via sei fa trenta, non ha mai preso,
supponiamo cinque sassetti e poi aggiunti a quelli cingue, per altre cinque volte,
onde si sarebbe accorto del fatto appunto che vi sa dire: nel dirvelo dunque
egli non ha in mente se non IL SEGNO, cioè le parole colle quali s’esprime, non
la necessità naturale, ch'egli narra come s’è qualche cosa di dogmatico. Così,
imparando le regole di collocazione delle cifre arabiche per fare le operazioni
p es. della somma, cominciando a contare a destra, non ha mai messo tanti
mucchi nella serie, quanti corrispondono al loro valore di unità, di decine, di
centinaja ec., p. es. decine una unità sei = 16decine due unità due ,= 22,
onde, fatta la somma, dovendo conservare l'ordine di collocacazione, si sarebbe
accorto che, per fatto necessario nella prima linea a destra non sarebbero
restati se non otto di quelli oggetti, p. es. sassolini, e che quindi a
sinistra erano già trenta, sicchè il risultato in cifre, 38, non & se non
il fatto stesso. Ora questo è grandissimo vizio nell'educazione. Il fanciullo,
che impara que ste regole di aritmetica, d'una necessità eterna assoluta,
contemporaneamente p. es. alle regole di sintassi, del bel dire ec., dove è
autorità che può variare ad ogni momento, e dove sono più le eccezioni che le
regole,, non può distinguere ciò che è necessario e vero, da ciò che può
mutarsi: mette tutto nella stessa linea, obbligo d'imparare e conoscenza
sicura, e non può definire la scienza, non può capire la corrispondenza della
nozione colla realtà: e di più crede che la superstizione della potenza dei
numeri; se gli uomini avessero continuato a contare sulle dita o coi sassolini,
non sarebbe nata la cabala. Le scuole che danno l'insegnamento dei segni, senza
che si abbia da chi li apprende la cognizione della realtà cui si riferiscono,
e che non fondano questa istruzione sulla conoscenza del processo naturale
dell'intelletto, sono le officine d'onde escono i pedanti che hanno la missione
di far dispettare gl'ingegni, e di fare che la capacità degli uomini si consumi
in iscrupoli. Tali sono le scuole di grammatica, di retorica, di storia, come
ora si danno ai fanciulli, che non sanno cosa sieno fatti umani, e ai quali non
si fa riflettere sulla naturalezza dei fatti, d'onde furono redatti quei
precetti, di cui non sospettano altra ragione, se non l'obbligo loro imposto di
apprenderli.Segni di cose fantastiche, adoperati per ricordare cose reali. Tra
gli abusi dei segni e da riferire l'applicazione simbolica di favole per servire
di segno a cose reali, p. es. nei jeroglifici egizii il Cigno, per indicare un
musico vecchio, la Fenice per rappresentare il sole (*). Questa applicazione è
un effetto della miscela che si fa nella mente delle percezioni avute per mezzo
della oggettività, colle reazioni intellettuali succedute a quelle. Quantunque
queste sieno posteriori e conseguenti, s'identificano nell'atteggiamento della
coscienza cosi da non distinguere più le due origini, una oggettiva concreta,
l'altra soggettiva di composizione contingente, sicchè le percezioni reali e
queste reazioni si fanno soli-darie; come quelle determinano queste, gli
effetti di queste sono capaci di riprodurre mnemonicamente quelle. Di più, una
volta che siavi un linguaggio signifi-cativo, cioè capace di suscitare le
reminiscenze, le narrazioni ricevute hanno la stessa efficacia delle nozioni
che ogni individuo si procura coi proprii sensi, quindi mnemonicamente si
fondono; si risuscitano tanto quelle, come queste. Nessuno certo degli Egizii
vide la fenice; ma poichè fin da fanciullo ogni Egiziano senti nominarla,
parlarne come se qualche altro l'avesse veduta, la mente di chi aveva sentito
parlarne trattava questo concetto, come quelli delle cose percepite coi proprii
sensi: il segno, destando reminiscenze di sensazioni proprie, si equipara alle
sensazioni stesse. Intanto l'esistenza del segno mantiene nella falsa nozione;
nè si pensa ad abolire l'uso imprudente: sul basso rilievo della tomba di Vaccà
Berlinghieri, ch' è nel Campo Santo di Pisa, fatto da Thorwaldsen, per
simboleggiare la valentia del defunto nelle operazioni d' oculistica, è
scolpito Tobia che per ridare la vista al padre, gli applica sugli occhi il
fiele del pesce trovato. COROLLARII DELLA CONOSCENZA DELL'ENTITÀ DEI SEGNI.
Rettifcazione di giudizii. alla cognizione del rapporto unico possibile del
segno colla mente, perchè succeda l'intelligenza, che cioè fa d'uopo che
susciti delle ricordanze, e quind non è efficace se non in quanto si riferisce
al passato: ne viene la riflessione dell' assurdità di tutte le spiegazioni dei
fatti avvenuti anteriormente a dati altri, come se quelli volessero significare
questi, come si fa nel misticismo. Ancorchè quei fatti fossero successi per
questo scopo, chi poteva capirli? e se nessuno li capiva, perchè continuare a
farli? un chinese che venisse in uno dei nostri. Phoenix in hieroglyphicis Hori
dicta solis symbolum. Spanhew. Us. et Praest. Yumism. Diss. p.villaggi e che si
mettesse a parlare, poichè si fosse accorto che nessuno lo intende, si darebbe
pace, risparmierebbe « amplius aures Vocis inauditos sonitus obtundere frustra.
Profitto dei segni. Dal modo d'azione dei segni si deve trarre il profitto
maggiore possibile, evitando tutti i danni che a quest'azione aderiscono. Il
primo mezzo si è la conoscenza precisa, definita di tutti questi danni,
avvertendo il processo per cui si originano. In questo modo si rettificano
tutti gli errori che da quest' azione si sono già prodotti negli individui, e
fissati si tramandarono col frutto sopra il capitale di generazione in
generazione; e si preserva l'umanità dall' incorrere in altri per la
continuazione dello stesso processo. Dalla nozione adeguata dei segni, della
loro origine, del loro modo d'agire sull' uomo, si può dedurre gran parte dell'
educazione con sicurezza assiomatica. E prima di tutto, che, per apprendere,
bisogna agire sui sensi, anzi che dirigersi all'intelletto. La diversa
efficacia mnemonica dei segni può servire allo studio d'analisi dei diversi
gradi delle reminiscenze: prendiamo per esempio il segno in una data pagina d'
un libro. Viene in mente che si è messo il segno in quella: Ma non si ricorda
più cosa si volesse notare. Si ricorda ciò che si voleva notare, ma in confuso:
p. es. non si sa se la proposizione sia positiva o negativa. Si ricorda il
senso, ma non si ricordano le espressioni, o si ricorda qualche parola
entrante, ma non il senso. Non solo dalla nozione adeguata dei segni si deve
dedurre il metodo di usarne con maggior profitto, ma sì rettificare tutto ciò
in cui è difetto proveniente dai segni. E prima di tutto si deve ridurre al
numero necessario tutti quelli che esistono, quindi togliere tutti quelli
inutili, e dove esistono varii equivalenti, serbarne uno solo, quindi, quanto
ai segni grafici, di tutte le varietà di forma che esistono nelle maniere di
scrivere delle varie nazioni, si deve serbarne una sola, la quale comprenda
tanti esatti rappresentanti grafici, quanti sono i suoni prodotti dall' uomo
col suo apparecchio aereo-articolatore. In ogni altra applicazione di segni, si
deve sgomberare più che si può la via, come fanno i matematici moderni, che
tendono a rendere l'uso dei segni più raro, affidando molti processi al
raziocinio; quindi si simplificano le formule. Poiche i segni non hanno
efficacia nelle nostre operazioni intellettuali se non indirettamente, cioè in
quanto si riferiscono alle sensazioni originali che abbiamo subite, bisogna
sempre dimostrare, in tutte le maniere d' istruzione che si danno coi segni, la
realtà cui si riferiscono; e, nel caso, che col mezzo questi segni si arrivi a
risultati nuovi per la mente, così che questi si attribuirebbero ai segni,
bisogna far vedere come succeda prima questo nella realtà, e per quali ragioni
si arrivi a conoscere queste verità reali col mezzo dei segni. I computi che
prima si imparava a fare coi sassolini, dove il numero delle pietruzze
corrispondeva al numero reale delle cose delle cui quantità premeva conoscere
il rapporto, si apprendono ora, come abbiamo notato, ciecamente per formule di
segni collettivi di differente valore secondo la loro collocazione, la pratica
delle quali formule dà risultati veri, cioè perfettamente uguali a quelli che
succedono nei rapporti di aggiunta e di sottrazione alle quantità in natura. Si
apprendono quindi le formule dogmaticamente, senza domandarsi come avvengano
•quei risultati che ci fanno scoprire più brevemente coi segni arabici delle
nozioni che si potrebhero acquistare coi sensi. Quelle formule servono per
l'uso della vita e questo si crede bastare; ma non si pensa al difetto della
mente di chi adopera quelle formule senza conoscere perchè l'uso di quei segni
in quella data maniera (durante l'impiego dei quali il computante si abbandona
a quelli come un cieco alla sua guida fedele) dia risultati corrispondenti alla
necessità reale. Dal fatto reale a ciò che si ottiene col mezzo delle formule
evvi un abisso, per l'ignoranza tanto del perchè cosi succeda con quegli schemi
di cifre, quanto, e più, del modo come si pervenne ad inventarli. Quest'
ignoranza, come in ogni caso, è già un gran danno per sè assolutamente, ma qui
si aggiunge quello d'indurre una soggezione alla cieca abitudine nell'accettare
dei precetti, soggezione dannosissima, e in questo caso appunto, perchè questi
precetti, di cui non potete spiegarvi la ragione, vi conducono a soddisfare la
vostra curiosità infallibilmente, onde vi trovate oppresso da una specie di
mistero potentissimo: non è meraviglia che perciò nelle idee e nei terrori che
gli idioti hanno della magia c'entrino sempre i numeri. Tanto più è dannosa,
quanto l'apprendimento di quelle formule misteriose e possenti succede nella
prima età, e, continuando a servire nei bisogni della vita, di rado viene il
momento di porsi a ritlettere su quelle formule, ad investigare la ragione per
cui danno quei risultati. Tutto succede perchè è tronca per lunghissimo tratto
la continuità dalle origini di quegli accorgimenti delle generazioni
antichissime sui fatti di rapporto delle quantità reali tra loro, e dalle
origini dei segni per rappre-sentarle, col progresso del servigio diverso attribuito
a quei segni, d' onde la speditezza nelle deduzioni. È per l'apprendimento di
quelle formule così senza che se ne spieghi la ragionevolezza analiticamente e
storicamente, che i giovanetti di vivace ingegno per lo più in matematica
restano indietro; se anche non hanno l' esplicita conoscenza della causa della
loro avversione, quell' obbedienza meccanica ad operare sopra le cifre per le
cifre stesse non può che disgustarli: invece vi riescono i giovinetti pazienti
che non istudiano, se non perchè il maestro dà la lezione da imparare a
memoria. La restituzione quindi di questa continuità dall'origine, , e la
dimostrazione analitica del modo in cui i risultati delle formule cifre vengano
a convenire con ciò che succede nella necessità, toglierebbe l'inerzia
intellettuale per questa parte, e invece di approfittare di un enigma,
segnerebbe il parallelismo tra i fatti esteriori oggettivi e le operazioni
della mente che giunge ad ajutarsi con monumenti temporarii. Si dovrebbero
analizzare i rapporti tra la realtà numerica, i fatti di somma e di
sottrazione, e le pratiche di calcolo coi segni arabici. Nella sottrazione,
quando il numero dal quale si deve sottrarre è inferiore a quello da sottrarsi,
si toglie da quello che lo precede una decina. p. es. in 27 19 sottraggo il 9
al 17 e quindi resta del 2 solo 1. In natura il numero che sottrae non va oltre
al saziarsi sui numeri positivi, non prende di più; p. es., se da ventisette
debbo sottrarre nore, oltre prendere tutto il sette, tolgo due dal venti, ma
non già dieci. Come avviene questa diversità di processo tra la na-tura, e il
calcolo fatto coi segni, mentre il risultato si nell' una maniera che
nell'altra è identico? Egli è pel valore differente accordato agli stessi segni
secondo il posto che occupano, onde ogni numero è solo confrontabile con quello
che gli è sovrapposto, p. es. in 27 19 7 e 9 rappresentano delle unità, ed 1 e
2 rappresentano delle decine. Se dunque nella sottrazione fatta col calcolo a
segni arabici io, per pareggiare il conto pel 9 da sottrarsi, togliessi oltre
il 7, due dal 2, che là rappresenta 20, resterebbero nel posto delle decine
otto unità, onde quando fossi a sottrarre 1 dal numero restato dieciotto, vi
sarebbero otto quantità d'altro ordine, da quelle a cui può confrontarsi quell'
1 rappresentante una decina, e queste otto quantità sono dell'ordine delle
unità, cioè di quelle che devono pel valore della collocazione dei segni essere
poste a destra. E la stessa ragione per cui nella somnia, quando i numeri
sommati nella prima linea a destra superano la decina, si riportano a mente per
la somma della linea contigua a sinistra: p. es. in 39 sotto alla prima linea
pongo, anzi che 21, e sommo il 2 con 3, 5, 2, onde pongo il risultato dodici,
segnando intanto il 2 nel posto delle decine, e istituendo una nuova linea a
sinistra delle due che già vi sono, nella quale i numeri rappresentano un nuovo
valore, cioèvigio si devono dedurre delle massime per l' apprezzamento di
quelle, e per guardarsi dai danni del loro uso. Bisogna pertanto attendere di
non essere illusi dalle fallacie esibite dalla lingua, dove gli stessi segni
servono tanto per indicare i fatti soggettivi come gli oggettivi. Che se noi
prendiamo questi segni rifo-ribili solo alla soggettività, cioè alla coscienza
speciale di dati individui, per segni corrispondenti alla realtà oggettiva,
siamo sulla via dello smarrimento, nella quale è tanto più difficile che ci
accorgiamo d' essere, quanto più vi siamo inol-trati: e allora prendiamo per
cosa sublime quello che è effetto di disattenzione il modo in cui abbiamo
subito le percezioni. Cosi avviene tante volte che delle trasi sinceramente
parlate vengano poi a riuscire tesi di assurdità, per colpa di chi le riceve;
mentre chi le ha prima proferite non intendeva se non d' indicare fatti
naturali. Ora poi su queste interpretazioni sbagliate ostinandosi, non solo si
piantano gli assurdi che da tali interpretazioni immediatamente derivano, ma sì
si tesaurizzano come dei precedenti che servono di modello e d'autorità per
crearne degli altri scientemente. Dalla conoscenza dell'entità dei segni, ne
viene la rettificazione della stima che si fa della forma, dai pedanti di
lingua, in rapporto del concetto. Conosciuta l'entità della parola come segno
promiscuo, che tale riesce per la contemporaneità del suo uso colle impressioni
subite, si determina lo scopo di studio nelle lingue morte; deve cioè essere
per la conoscenza della rappresentanza di quei segni, per capire gli antichi;
ma deve arrestarsi là, non farne un' applicazione d'uso, cioè per parlarle,
perche sarebbe tempo perduto, non facendo bisogno per intendersi coi vivi. Non
sarebbe da esercitarsi nell' uso di quelle, se non nel caso che per convenzione
universale se ne sciegliesse tra tali lingue una per lingua universale in date
opportunità, come in commercio, in diplomazia, in scienza. La rettificazione
fondamentale che occorre nel metodo d' istruire si è, che, mentre ora si
comincia dall' apprendere i segni (grammatica, aritmetica, storia, letteratura
ec.) prima delle cose; non si deve mai apprendere nessun segno per sè solo, ma
o deve aver preceduta la conoscenza quanto più completa è possibile della cosa
a cui il segno si riferisce, o si deve ad ogni occasione del segno far
conoscere la cosa nella miglior maniera, immediata, se è possibile, come p.
es., se si tratti del nome d'un animale che si possa aver qui, mostrare
l'animale, • se l'animale non vive nei nostri climi, mostrarlo imbalsamato, od
uno fatto iul arte simile al vivo. Così in aritmetica, nessuna operazione s'
insegnerà per formula, se prima non siasi mostrato il fatto necessario con tanti
corpi reali d'una data forma, p. es. per i numeri singoli, tante palle, pei
decupli, tanti aggregati di dieci pallottoline ec. Quando con questo metodo
siasi fatta vedere la necessità dei risultati (che poi si trovano colle
formule) nelle quantità più piccole, è chiaro che si può far dedurre che lo
stesso succede in quelle grandissime dimilioni, trillioni ec. ed in quelle
indefinite, quando si conosca il rapporto dei loro dati. I segni non hanno
tutti lo stesso grado d'efficacia: essi vanno scadendo in questa di mano in
mano che si allontanano dal fatto sensorio. P. es. razione d'un fatto di cui si
ebbero altre volte esperienze sensorie serve di segno mnemonico assai più
efficacemente che non una regola, la quale pure sia dedotta da date categorie
di fatti già noti. Perciò in ogni insegnamento, finchè è possibile, se questi
fatti sono sensibili, si devono riprodurre innanzi agli atrii sensorii a cui
possono riferirsi: nella loro cognizione sta la scienza maggiore possibile: chi
ha quella, ha la scienza: chi invece ha la regola senza i fatti, ha un ingombro
senza conoscere i fatti da cui fu dedotta. Se i fatti non sono sottoponibili ai
sensi, p. es. fatti storici, la narrazione avvicina alle sensazioni relative
(per la grande associazione di quelle parole che servono a narrarli, coi fatti
sensorii singoli di cui si costituisce l'avvenimento narrato) onde è sempre più
efficace della regola, la quale riassume queste narrazioni in astratto e quindi
è molto lontana dall'azione sensoria, senza della quale non v ha nozione. Dalla
nozione esatta dell'ufficio delle parole, ne viene l' apprezzamento adeguato
che si deve fare della lettura, la quale ora si stima assai più della sua
utilità: dappoichè, essendo segno di segno, scade indefinitamente dal vantaggio
dell'applicazione immediata dei nostri sensi o della nostra mente ai fenomeni
oggettivi e soggettivi. La lettura non può considerarsi se non come una
sostituzione imperfetta, manchevole, all'applicazione diretta dell'individuo
coi propri mezzi. Noi impariamo le parole e cosa vogliono dire, perchè dassi di
quando in quando l'opportunità di coincidenza di udire quelle date parole e
vedere succe dere tali fatti o indicarsi tali oggetti. E in ogni origine di
significato delle parole, si è perchè furono pronunciate contemporaneamente a
date circostanze, od alla presenza di dati oggetti, onde, al riudire quelle
parole, ci s’associa la memoria delle circostanze in cui furono da noi idite.
Quando s'ha quindi ad imparare una lingua straniera, il mezzo vero, naturale è
quello di versare fra quelli che la parlano, per l'opportunità appunto di
questo processo di udire le parole contemporaneamente alla vista delle cose e
dei fatti, alle esperienze sensorie in somma che tali parole vogliono dire,
indicare. Quegli invece che non può se non istudiarla sui libri, non ha
compresenti le cose e i fatti in serie paralella alle parole che legge; sicche,
quando si affaccia ad un libro scritto in lingua straniera, la scena
contemporanea è affatto indifferente a quello che vuole indovinare, e tutte le
sue reminiscenze gli sono inutili, perchè non sa quali di queste che versa tra
la gente che parla la lingua straniera, molte volte non ha di nuovo se non il
suono della parola, perchè il significato lo indovina dalla circostanza. Quegli
pertanto che non ha opportunità di conversare colle persone parlanti la lingua
straniera ch'egli vuole apprendere, deve cercare di avvicinarsi con arti-lizii
a far sì che la lingua ch'egli vuol apprendere agisca sopra di lui secondo il
rapporto unico per cui viene capita ogni lingua, cive che le parole agiscano
sopra di lui come segni, che quindi si riferiscino a cose ch' egli già conosce,
gli suscitino delle ricordanze, e quelle stesse che suscitano alla gente di
quella lingua. Deve quindi nei principii affacciarsi a libri dove sa periodo
per periodo quello che vogliono dire. So p. cs. in un dato periodo sa che deve
entrare il nome d'un dato oggetto e che in un altro periodo pure si ripete,
egli audra a trovarlo dal fatto di vedere una data parola stessa nei due
periodi, e confermerà il suo sospetto cercando in tutti gli altri loghi dove
tal oguctto si nomini, e così, moltiplicandosi i fatti di riscontro tra le
nozioni che ha e le parole che devono essere in quel libro, egli si porrà nello
stesso easo di colui che sente a nominare un oggetto e nello stesso tempo vede
l'oggetto cui si riferisce il nome. Ma di più quegli che impara la lingua sui
libri, oltre questo discapito che ha in confronto di quello che l'apprende
versando tra la gente che la parla, ne ha un altro accessorio, che non ha a
fare coll'entità della lingua. Uno che non sa una lingua ha due incognite
integranti nella parola, il sumo delle parole e i loro significati. Quegli che
è costretto ad imparare la lingua ignota sui libri, può avere una terza
incognita, il modo in cui una parola si pronuncia: egli vede dei segni grafici
che vogliono indicare una data successione di suoni, ma non sa quali sieno.
Questo è ovvio anche conoscendo i caratteri di date nazioni, che lasciano
incerti, come p. es. il turco. Per rendere più avvicinabile anche questa
incognita, che fa più aspra l'introduzione stessa prima di arrivare a ciò che
si cerca, bisogna valersi sempre del processo naturale stesso dei segni
nell'intelligonza, cioè che i segni sono sempro posteriori a ciò che sta nella
mente dell'individuo. Perchè i Turchi leggono bene nelle eircostanze relative
quei caratteri che per sè sono ambigui, dovendosi ora aggiungere, ora togliere,
ora dare un suono differente alle stesse figure? Perchè già sanno prima la
parola, onde quei segni imperfettissimi non ponno far dir loro in quel dato
sito se non quella tale parola. E questo fu appunto il processo per cui di mano
in mano si andò leggendo nelle lunghe epoche degli stadii d'imperfezione degli
alfabeti. Ebbene, il lettore dunque straniero di faccia a scrittura straniera
st deve preparare così che quella scrittura serva a lui di segno di parole che
già sa: perciò egli andrà a cercuro nei libri i nomi proprii a lui noti. Non v'
ha libro che meglio possa serviro a questi profitti dolla Bibbia. Le sue
narrazioni, i suoi concetti sono tra lo più antiche suppelleitili della nostra
mente: è divisa per piccoli mombretti, numerati, onde si può fissare la
corrispondenziprecisa di data parola della lingua che si vuol apprendere, con
data altra: ha una copia lessicale ricorrente di ciò ch'è più ovvio nell'umano
consorzio; ha migliaja di nomi proprii. Pel rapporto unico del segno colle
cose, che cioè deve essere posteriore alla conoscenza delle cose stesse, si
deduce che nell'insegnare a leggere al discepolo, si deve porgere parole a lui
già note e possibilmente che gli sieno pur note le cose nominate p. es. mamma,
babbo, e i nomi proprii delle persone di casa, poi degli oggetti di maggior
uso. Credo che i mici lettori avranno cominciato a sospettare quanto guasto
abbi portato e porti nell'intelletto umano il modo d'educazione che si ¿ usato
finora: serva questo di avviamento a penetrare nella dimostrazione esplicita di
un'altra tesi che a questa si continua, cioè della eterogeneità delle dottriue
dalla scienza.volto fu prima nome delle immagini delle persone (lat.), cerae,
perchè face-vansi di cera (Plin. N. H.): onde in luvenale Sat. Tota licet
veteres exornent undique cerae Atria, nobilitas sola est atque unica virtus.
Figure (fr.) e cera, ciera (it.) alludono ad una occasione identica: l'artista
in cera dicevasi fictor. Cic. De Nat. Deor. L. III, Fragm. conservato da
Lactant L. II. c. 9 « fictor e cera» la prima forma del verbo fingere è quella
persistente in figere = congelare, appunto relativo alla natura della cera, che
dallo stato liquido e molle passa per l'abbassamento di temperatura allo stato
solido. 1. 6 dopo - facevano morire; si
noti - Clement. Alex. Stromat. I c. V, , nota. Neppure l'orecchio dei Latini,
già fino dal tempo di Plauto, distingue, in simili casi di mala e mala, lunga
da breve. Nel Miles Gloriosus. A. IV. Sc. si giuoca sulla parola amare, verbo, come se
fosse à mare Maris caussa hercle istoc ego oculo utor minus. Nam si
abstinuissem amare, tanquam hoc uterer ». 1. 15 dopo — spica - La persuasione che i
gruppi di stelle di cui risultano le costellazioni avessero figure
corrispondenti ai loro nomi di Toro, di Leone ec. è esplicita nei versi di CICERONE
(vedasi). Fragm., dove parla delle stelle che sono tra il Timone della Nave e
la Lepre: his neque nomen, Nec formam veteres certam statuisse videntur. Nam
quas sideribus claris natura polivit, Et vario pinxit distinguens lumine
formas, Has ille astrorum custos ratione notavit, Signaque signavit calestia
nomine vero: Has autem, qua sunt parvo cum lumine fusa Consimili specie
stellas, parilique nitore, Non potuit nobis nota clarare figura. MONUMENTI
STORICI RIVELATI DALL'ANALISI DELLA PAROLA OPERA DI PAOLO MARZO LO Paolo
Marzolo ili DigitLzed by Google MONUMENTI STORICI RIVELATI DALL'ANALISI DELLA
PAROLA OPERA DI PAOLO MARZOLO Dum referti ariai Ubi de pulitone revello.
Pcrsiu*. R»lyr. V. PADOVA TIPOGRAFIA DEL SEMINÀRIO Ouuti poche pagine non
comprendono che la prefanone dell' Optra che in tequila $i i Digitized by
Google INDICE PARTE PRIMA Siiggio di storia naturale delle lingue. P ARTE SEC
ON D A Storia dimostrata da ragioni etimologiche. PARTF PRIMA Tomo I. Origine
delle lingue. r 11. Progresso nel loro sviluppo. n 111 Ragguagli eufonici . »
IV. Compimento delle lingue. n V. Trattato ideologico, ossia dei rapporti della
parola col pensiero _yjLÌ Storia naturale della grammatica i Vili Varii temi
d'argomento linguistico, applicazioni della storia naturale delle lingue e
conclusione. Atlante d' alberi epogonici ossia genealogici delle parole, due
grandi vo- lumi in folio. TOMO PRIMO I. Ini e min zi un e. S. Apparecchio uell'
untano organismo per l'articolazione dei suoni. 3. Meccanismo che vale a
produrre ogni singolo suono articolato. 4. Occasione per cui originariamente si
emette ciascun suono. 5. Prima età linguistica 6. Dizionario automatico. 7.
Dizionario interiettivo. 8. Dizionario onomatopeico. 9. Nomenclatura primitiva.
10. Considerazioni generali sulla prima età linguistica. INTRODUZIONE IL atomo
fatto centro d'affinità si costituiste occasione, origine di cristallizzazioni
le più complicate ; un piccolo aggregato di molecole d'una tal forma sotto
quelle tali condizioni produce la più oscura criptngama, d' una tal' altra,
sotto tali altre condizio- ni, l'Àdansonia; una goccia appena calcolabile nel
regno microscopico può generare sotto date circostanze il rettile più «ile,
l'ape, la scimmia, l'uomo; il fanciullo può divenire un Otlenloto ed un Newton:
lutto è sintesi nella natura, perchè anche gli edotti più apparenti di analisi
non sono se non un effetto secondario del rifiuto di altre sintesi. La morte
stessa è effetto di aintesi: se si osseni il processo della morie fisiologica,
cioè per decrepitezza, questa è un prodotto di maggiore elaborazione dei
tessuti, donde le li- tiasi, le ipertrofie, la rigidità dei nervi ec. ; così
pure succede nella gotta ; le varie morii patologiche sono pure l'ultimo atto
di la\ori sintetici, p. e. tutti i processi flogistici, l'introduzione e le
colonie di nuovi esseri nell'animale microcosmo, cntoaoarii, mia- smi, ec.
Quanto alle altre malattie dissolutive, esse sono l'effetto d' un'analisi
forzata, cioè per mancanza di nutrimenti efficaci da introdursi, dove il
ni««estatihus una Raucisonos eantus, comicum ut savcla vetusta Corvorumque
greges, ubi aquam dicuntur et imbres Poscere, et interdum vento» aurasque
vocare. Ergo si vani sensus animalia cogunt, Muta tamen cum sint, \arias
emitterc voces; Quanto mortale» magi» aequum est tum potuìsse Dissimile» alia
atque alia res voce notare? « (Lib. V. 1040). Platone nel Cratilo intende
essere il liuguaggio opera divina, io stimo ch'egli intenda però indiretta, cioè
per parte degli organi c del pensiero dell'uomo. S. Gregorio di Nazianza dice
espressamente: «Volens Deus nomine» diversi» uti lingui» naturam dimi- sit ut
porgerei prò arbitrio apud singulos sonum articulare ad explanationem nominum»
(contro Eunomium). Nello stesso suo scritto egli sostiene che Iddio non fece il
roac- Digitized by Google inerente, continua egli, alla natura ragionevole
della specie cbe intentò tutte le lingue Nel Beresdd ai parìa di lingue diverse
già esistenti prima del capitolo di Babele. tradotto così dalla Vulgata (Genesi
c. x. v. 5): «Hae sunt generationes filiorum Noe: ab his divisac sunt iusulae
genlium in regionibus suis, unu$qui$que stcundum liti' guani suam et tainilias
suas in nationibus >uis- Seeondo alcuni metafìsici, nel primo linguaggio
ogni parola doveva essere una de- finizione . Cosi il nome cbe corrisponde a
cavallo doveva dinotare un quadrupede colla sua criniera, la sua coda, la
cervice, la celerità e la sua fona; la parola corrispon- dente ad elefante
esprimere la sua statura, la sua proboscide, la sua intelligenza ce. (f'olt.
Metaph. 3. 345). Simile falsiseima idea dell'essenza e del valore delle parole
si era formata l'autore della prelazione al dizionario ottolingue d'Ambrogio
Calepino (Edit. di Lione 1663), nella quale arriva a porre a livello la
conoscenza delle voci con quella dell'essenza delle cose; «nec nisi soli Deo
convenit vocum omnium ac rerum i>erfecta scicntia» : dove invece questa
delle cose è impossibile, la storia delle parole è affatto d'umana competenza.
E Bacone di Verulamio pensa: «Vestigia certe rationis verna sunt; itaque
vestigia eliam aliquid de corpore indicant; bujus igitur rei adumbratio- oeni
quandam tenucm dabimus. Primo autem minime probamus curiosam illam inqui-
sitionem, quam tamen Plato vir eximius non contempsit; nimirum de imposilione
et originali ctymologia nomili uni: supponendo ac si illa jam a principio ad
piaci t uni in- dita minime fuissent, sed ratione quadam et significanter
derivata et deducta: mate- riam certe elegantem et quasi ceream, quae apte
fingi et Aceti possit; quoniam vero antiqui taluni penetralia perscrutari
videtur, etiam quodammodo venerabilem; sed nini- lominus parce veram et fruclu
cassano» De Jugmtn. Scienliarum Lib. 6 c. 4 tom. FU. p. 859). La massima parte
degli uomini e dei dotti ha pensato c pensa ancora come Plo- tino -che la
parola proferita sia l'immagine del pensiero- (Plotino, Marsil. /Veni Commetti,
ad Ennead. S, I, 9, c. 6, 7) (Dup. Ori. 5, 369). Ciò che è fatassimo, perché
anzi, come proveremo senza lasciar dubbio, la parola non fu mai capace di rap-
anteriore relativa, o sforzandolo a nuovi lavori se si riferiva a relative
cognizioni esi- stenti nell'ascoltatore. La teorica dell'applicazione delle
lingue ad investigare la sto- ria ebbe ed avrà molti oppositori anche fra gli
uomini più dotti, ai quali sembrano essere le lingue l'effetto vago
dell'arbitrio e del capriccio, e non s'immaginano potersi avere argomento
sicuro dalla forma delle parole, come si espresse Cicerone: -Nuli uni — 40 —
possis una li Itera explicarc» : ma arbitrio, capriccio sono parole che
indispensabile devonsi attribuire; ed assai rari sono i rasi in cui riesca così
inverisiniile ed impossibile un raziocinio per {spiegarci i fatti di forma e di
senso delie voci, da do\erle riporre per la loro orìgine tra questa progenie
disperata: tutto nella natura ha una ragione di causa e di efficienza , sempre
si tratta di molo comunicato c da comunicarsi; e più si conosce la posizione e
i rapporti delle cose più si sotto- pongono all'intelligenza dell'uomo, e tanto
più si riduce ogni fenomeno dal caos in cui nuota pel volgare, ad un posto
determinato tra gli anelli irrequieti della necessità. Relativamente alle
lingue le leggi loro ponno passare inavvertite dai più. Primo perché fa d' uopo
di studiarle non singolarmente, né coi melodi gretti, servili, ciechi,
municipali; la quale abitudine diffusa dal primo momento d'istituzione e sempre
continuata, e presa dagli uomini nei primi anni e colle prime impressioni
coincidente, cui si aggiunge l'uso d' effelUiarsi continuo del linguaggio,
quasi come di ogni altra funzione animale che succede cosi facilmente e ci
serve senza alcuno stento a spiegarci, soggioga il pensiero, o lo distrae dalle
occasioni di prestarsi all'esame del processo dei suoni, della pronuncia, dei
valori ; e per questo trattamento ossequiato per millenaria prescrizione pochi
furono che non credessero i temi linguistici convenir solo alla ferula dei
ludimagislri , e filo- logo ed uomo di lettere fu sovente la diagonale antitesi
di filosofo e di scienziato. E co- me?... hi storia delle alghe, dei fuchi, dei
graniti, delle sabbie sarà degna del nome di scienza; e la cognizione delle
cause, del meccanismo, degli effetti della parola, della sua rappresentanza,
eh' è quanto a dire di quella facoltà par cui l' uomo ha trionfato della
natura, dappoiché per essa si unì in istabili forme sociali c progredì nei suoi
utili, non otterrà questo rango? In secondo luogo ciò che ammaestra 1' uomo si
è il confronto, e nella materia delle lingue anche ai più colti non si
presentano in generale queste op- portunità di confronto; perchè poche sono le
lingue che si coltivano, o se anche sieno molte si trattano come mezzo e non
come scopo, e si può sapere assai bene una lin- gua per parlarla e per
iscriverla francamente, anzi esserne maestri, eppure trovarsi ganica di quella:
perchè l'oratore, il poeta, lo storico tutti i sensi sanciti alle parole ed
alle frasi e sanno aggradire al- l'orecchio pel numero, per l'armonia, per la
giustezza relativa del modo d'espressione col concetto che vogliono far palese,
ed abbiano reso omaggio al gusto prescritto dalla qualunque autorità, essi
hanno pienamente raggiunto il loro scopo, ed i più non so- spettano nei loro
fondi di recondite mine. Tali dotti sono artisti e non scienziati per della
lingua, sono nel caso d'eccellente artista che non conosce già l'umana eco-
quanto sappia esattamente e sento con vivacità le proporzioni dell'Apollo di
Belvedere o della Venere di Clcomene. Che se si studiino varie lingue, per lo
più sono queste troppo simili tra loro per parallela o per contatto, o troppo
adulto ed anzi provette per potersi accorgere dei Digitized by Google fatti di
genesi c di sviloppo: difetti poca glie i cultori delle moderne; per le molta
parte che vi ebbe la latina, ma si presentano parole troppo composte e ridotte,
troppo lontane dal loro ceppo, e quanto più uno si scosta dall'atrio e dagli
aditi, e tanto più si moltiplica c si complica il viluppo del labirinto. Così
arriva al letterato, come al chimico, che non si avrebbe mai procacciata una
giusta nozione della sua scien- za, se si fosse arrestato all'analisi delle
combinazioni ternarie o quaternarie di quarto e dì quinto ordine. Cosi Vairone
d logica, basadonsi Boll* opinione ebe tutte le origini delle cose e delle voci
latine da cercarsi nel Ijun'o, e partendosi per questa ricerca senza cognizione
dei processi ideo- logici dell' umano intelletto, per cui cominciò dall'
attribuire alle voci più semplici delle cose origini d'artificiosissima
astrazione, errore curiosamente riprodotto ai nostri giorni in tanta luce delle
scienze naturali; tanto ottenne il mostruoso anacronismo delle ten- denze
ontologiche ! Meno facilmente però accader potrebbe pertanto di non poter
accor- gersi dei fatti naturali della linguistica e del suo parallelismo colla
storia, se si studias- sero soltanto le lingue antichissime : tale diversità vi
sarebbe dalle prime espressioni alle odierne, risultato di tanti attriti,
composizioni e risoluzioni, che non potendo sup- plire nemmeno a forza di conghietture
a tanta distanza, non si supporrebbe mai la spontaneità nel giro dei secoli
della linguistica genealogia. Perciò l'amor proprio dei dotti, la dinastia dei
pregiudizii d'antichissima e cosmica prescrizione, la legge d'iner- zia hanno
unanimemente l'un l'altro a lungo patteggiato di negare all'umano intel- er
altro che fecero loro studio severo, conscienzioso il problc- s' accorsero di
questa via d' investigazione e vi si attennero. Olao Rud- la sua vita in queste
ricerche; e il Vico che comprendeva e confes- sava mancare a lui i materiali
per non essere dotto in tante lingue, l'additava confi- dentemente, e molti
seguivano questo filo che li avrebbe guidati a più franche sco- perte, se per
lo più non vi si fossero dati con qualche preconcetta opinione, od aves- tutto
chiedeva al fenicio; Enrico Stefano. Leone Trinnaut. Joaehim Perion e una folla
d' altri hanno domandato le origini francesi direttamente al greco, Pietro Le
Loyer e Stefano Guichart volevano dappertutto l'origine ebraica. Le Loyer pretendeva
a soste- gno di questo suo sistema che una coionia fosse venuta dalla Palestina
in Francia al tempo dei Patriarchi c voleva che quelli d' Angiò fossero Edomiti
. La conoscenza di poche lingue rende impossibili simili lavori, perché i
membri che vanno a costituirle e quanto è più ristretto il numero dei fatti da
confrontarsi e greca, della francese si troverebbe ad ogni — 19 — «ielle
origini e rapporti delle parole che entrano nel suo uso. Nessuna cosa può mag-
giormente opporsi al raziocinio, che la ricerca esclusiva in una sola lingua
come fosse la prima; gli elementi sono rinvenibili quali in una, quali in
altra: perciò gli stessi materiali linguistici esibitici negli ultimi tempi
dalle antichissime orientali Zend, Paoli, Kawi e Sanscrito non sono da
ritenersi sempre anteriori e fonti di tutte le odierne ; né credo logico il
segregare alcuna lingua od alcun sistema di lingue con un alto muro dalle
altre, come le si divisero in analitiche e sintetiche (metodo di divisione
ricono- sciuto falso anche da Humboldt-tfaiei 8. 1 91 ), in semitiche, in
Urtare ec ; cioè que- ste classi gioveranno fino ad un certo segno e soltanto
per temporaria concessione utile all'umano intelletto che ha bisogno di
sminuzzarsi le raccolte delle sue cognizioni. Il lavoro eh' io mi propongo
approfitta dei tesori riuniti dai grandi degli scorsi secoli e del presente,
come dell' Adelung che applicando il suo vasto intelletto allo studio dei temi
linguistici ne regalò la tedesca letteratura di settanta volumi di fatti e di
pensieri; ed ora le recenti opere dell' Eichhoff del Vùllner, di Lanci, di
Bopp, di Rapp, di Wocher, di Humboldt, i lessici accuratissimi di tutte le
nazioni, i prodotti della società di Cal- cutta, i rapporti dei viaggi e le
statistiche, e i panorami che ci elaborano tutte le scien- ze, si prestano ad
ogni utilità, presentando in prospetto e contemporaneamente, in quan- to
maggior numero si possa, e componenti e rapporti dell' immenso tutto
concatenato e solidario nel quale esistiamo. Nei temi grammatici trattati per
iscopo ideologico e con estensione e profondità i filosofi filologi partirono
il più delle volte da argomenti a priori; e questa è la ragione per cui le loro
opere riescono assai lunghe con intralciatissime questioni e spesso oscure,
divagando per gì' infiniti del possibile. Court de Gebelin stesso,
investigatore geniale e sublime di tanta miniera, non sempre si tolse da questa
via; anzi se ne professa persuaso: - Lorsq' on cherche la verité et qu'on veut
avoir des idées nettes des choses, il ne faut jamais partir de ce qui s'est
fait, ou de ce qui s'est dil; mais de ce qui devait se fai re ou se dire»
{Grammaire universe/te 194). Io
invece, comuuicando le mie opinioni, mi rivolgo a contemplare la via medesima
per cui a queste venni condotto, cioè quella dei fatti incon- trati in copia
nello studio delle lingue; partito perciò a potteriori enuncio come base del
mio trattato ciò che per me è già corollario: quindi da meschini principi!
procedo, poggian- do su quanto accadde anziché su quello che poteva accadere,
con economia rigorosa di tempo; mentre il pacifico passo per questo sentiero
schiva i dialettici duelli, rispondendo senza sfiatarsi alla maniera di
Diogene, quando assistè alla lezione in cui si negava il moto. Quest'opera
d'altronde, nella vastissima sfera d' azione in cui versa, è pur sempre compita
anche nella maggiore sua povertà; perchè appunto seguendo questo principio, che
ora esposi quanto ai temi grammatici, anche in ogni altro soggetto, lungi dallo
sta- bilirsi una tendenza a eui trarre gli argomenti, non si applica allo
speciale trattamento di alcuna cosa se non dopo di aver già ritrovato i
materiali di prova, ebe fecero me avvertito della relazione tra le parole ed i
fatti; perciò dopo di aver ricercato come tra Digitized by Google gli «avi,
offre le medaglie e le anliehilà che potesse aver avuto la fortuna di scoprire,
e lungi dalla pretensione di spiegare qualunque enigma sopra quanto rinvenne,
riferi- sce le analogie che colpiscono e le induzioni che possono persuadere
negli sparsi argo- menti, sempre memore del modo in che operò il riscatto
dell'umana mente Bacone, sem- pre memore della leva di Locke e di quella face
che dettò che » la philosophie ralionnelle analytique doit commencer à marcher
d'après les faits à l'exemple de toutes les parties de la science bumaine qui
ont acquis une vcrìtable certitude» (Cabanit, Bop. Jtitt. de, *maa l'origine
dicendo che quando folybole gigante nella guerra che fece agli Dei fuggi
traversando i flutti del mare ed arrivò all'isola di Cos, che n é distante 60
miglia, Nettuno staccò con un colpo di tridente una parte di questa isola e ne
coprì il corpo di Polybotc (C. Geb. 3 — 18 — 4. iiS—Jpotlod., Bibliot. degli
Dei lib. I.) Molile Hemu$. Tifone sradicò una mon- tagna dalla Tracia c la
slanciò contro di Giove, e Giove la ricacciò contro di lui; il sangue di cui fu
coperta la fece chiamare Tifone ritirossi in Sicilia, ove fu fracassato sotto
il monte Etna; fu Tifone che vomitò dalla sua bocca i fuochi dell'Etna (Ovid ,
Met. V. t Fati. IV.). Silio Italico chiama il monte Etna Tifone. Encclado è
coperto dall'isola di Si- cilia oppostagli da Minerva (C. Geb. 4. 888).
Spiegazione dell'origine di molte monta- gne c Pichi a Java. Sang Vuang Guru
trovò che la terra pendeva verso ponente; la divi- nità del pouente gli disse
che questo dipendeva da un gran monte che in quella parte pesava, premeva sulla
terra; Guru risolse di far portare questo monte verso levante e comandò agli
Dei di trasportar velo. Poiché essi eseguirono tal ordine col trasportare pezzi
di monte isolati, ne si produssero piccoli e maggiori monti. Due righe di monti
sulla costa meridionale e settentrionale si producono dai piccoli frammenti che
cadono di mano agli Dei nell'atto di trasportare la mole dall'Ovest all'Est.
(Humboldt, Kawi I. 70). L'inverno era il tempo di sonno di Ormuzd.dal quale si
risvegliava nella state. I Frigii avevano la stessa idea dei Magi sul riposo del
loro Dio, di cui fissavano il risvegliarsi al ritorno del sole all'emisfero
superiore, per cui celebravano quest'epoca con orgie ed ini- ziazioni (Ptut. de
Iside. 378). Ho insistito su questi esempii presi da epoche e luoghi affatto
diversi, per dimo- strare l'universalità del fatto ideologico inerente nella
condizione intellettuale delle masse da ine di sopra enunciato. So bene che in
molli casi tali espressioni erano antichissime maniere allegoriche, con le
quali cercavano di farsi intendere i primi osservatori negli argomenti di
fisiche cognizioni, e che il dotto sembrava personificare ogni cosa non potendo
altrimenti esprimersi per la strettezza del linguaggio di cui gli era dato di
disporre. Ma qui la nostra lesi riguarda il volgo, e questo volgo selvaggio ce.
mantenne e giurò sempre sul senso letterale di queste spiegazioni. Qui il teina
si è del come si soddisfi la curio- sità del volgo. Ora nelle epoche
posteriori, ove sarebbe stato possibile un altro linguag- gio con cui
intendersi precisamente, tal volgo avrebbe forzato quelli, a cui domandava la
ragione delle cose, a spiegarsi nei mezzi più adatti allo sviluppo della
lingua; e quindi colle espressioni avrebbero cangiato anche le teorie
mitologiche che in origine furono fisiche, se tal volgo non si fosse contentato
della solita risposta di pretesa dilucidazione ai suoi quesiti, la (piale secon
che quelle parole erano accettate nell'epoche di progresso linguistico non
valeva se non nel senso materiale, rozzo, in cui appunto dal volgo II. La massa
delle cognizioni e le arti per cui queste si accumulano o che ne sono i
corollarii si perfezionano e si facilitano in ragione diretta del loro
progresso già acca- duto, e della copia e della specie dei mezzi disponibili; e
quindi le classi che si trovano nei ranghi superiori hanno sempre più facile la
via a separarsi dalle altre in tanto più enorme distanza, in quanto che
cominciano dal più alto gradino, per arrivare al quale, senza la diretta
comunicazione per mezzo dell'insegnamento dovrebbero passare per le razze
isolate parecchie migliaia d anni, come di fatti passarono per tutu l'umanità
prima che giungesse all'odierna civilizzazione. Cosi la lingua, arte
s|»ontanea, cioè sviluppata per l'effetto indispensabile, iudivisibile
dell'umana natura e degli avvenimenti, segue le stesse demarcazioni, e perciò
la lingua dei selvaggi del Brasile non arrivava a duecento parole; la lingua
all'opposto del dotto è indeterminabile. HI. La qualità e il numero degli
oggetti sui quali versano le abitudini dell'uomo fanno sviluppare più o meno e
in una tal data e tal'altra maniera la sua intelligenza i quindi la lingua.
Adamo Smith riinarca che un contadino ha assai più idee di un artigiano di
città, perché egli ha l'abitudine di considerare una più grande quantità
d'oggetti (L. I. partir. S. 2 dopo il tratt. Sur l'apprentì*$age). Egli è per
la stessa causa che la gran- de divisione del lavoro, tanto favorevole al
perfezionamento dell'arti, ristrìnse sempre più l'intelletto degli operai
{Cabanin, Rapporti. Infitteli, du regime 869). IV. Sono da calcolarsi gli
alimenti dei quali fanno uso gli uomini nelle diverse loro condizioni. In certi
paesi dove la classe indigente vive quasi dei tutto di grano sarà- ©^*J10 O
flit T*! rOctJ^oLflUi , !*T!ttiirCfl \ 1 1 1 i I IcJÌ t tUfl i_ l i 1 ^ o l J
f*^_ lì 1u 1 1 dctci*ni 1 1) il ZI Ol I I (2 nei movimenti. Gli uomini vi sono
tanto più stupidi e inerti ch'essi vivono di tali so- stanze, e i ministri
osservarono che i loro sforzi per dar a quelli idee di morale e di re- ligione
erano ancora più infruttuosi nel tempo in cui essi mangiano le castagne imma-
ture. Nei paesi dove abbondano le viti, gli uomini sono in generale più gai,
più spiri- tosi, più socievoli, hanno un tratto più aperto e cortese. L'unione
della carne e l'uso d'una quantità moderata di vini non acidi sembrano
diminuire gli effetti della stupidità indotta dall'uso delle castagne. La
differenza è più grande ancora tra gli abitanti dei paesi dei castagni e quelli
della vigna, che non tra i primi e quelli delle terre più fertili in biade. Qui
adunque bisogna aver presente per l'istoria linguistica ed ideologica le varie
condizioni dei popoli nei tempi scorsi dalle lunghe epoche e vaste regioni in
cui pativano la fame e si cibavano di ghiande « Concussaquc famem frustra
solaberc quereli- Ano alle cene degli Apici! ee. V. Finalmente le cagioni
gentilizie. L' impero delle abitudini non si limita alle pro- fonde e
incancellabili impronte ch'esse lasciano sovra ogni individuo; esse sono ancora
almeno in parte suscettibili d'essere trasmesse per la via della generazione.
L'na più grande attitudine a mettere in azione alcuni organi, a far lor
produrre certi moti, ad eseguire certe funzioni, in una parola delle facoltà
particolari sviluppate ad un più alto gnulo possono propagarsi di razza in
razza. Giorgio Le Roy nelle sue lettere siigli ani- mali osserva che quantunque
il cane non fermi naturalmente l'animale da cacciarsi, le cagne da ferma
eccellenti partoriscono catelli che soventi volte fermano il selvaggiume, senza
che abbia preceduto alcun ammaestramento (Gioia, ideal. I l 79 preta da Cabam»
Rapporti ec ). Se le cause determinanti dell'abitudine prima non cessano di
agire per molte generazioni successive, si forma una nuova natura acquisita, la
quale può a vicen- — 20 — ad «sere cangiala in quanto che queste medesime cause
cenino di agire per lungo tempo, e sopra tutto ebe delle cause differenti
vengano ad imprimere all'economia animale un'altra serie di delerminationi.
Delle impressioni particolari ma eostanti e sempre le rime sono dunque capaci
di modificare le disposizioni organiche e di rendere le loro modificazioni
fisse nelle razze. Di più concomitante della causa gentilizia è per la massi-
ma parte delle volte quella dell'esempio e dell'abitudine. Tutti gli esseri
sensibili imi- tano i movimenti sui quali l'osservazione loro ebbe occasione di
fissarsi, eglino imitano sopra tutto se stessi, cioè a dire hanno una tendenza
rimarchevole a ripetere gli atti erfetta in molti dettagli, dove l'occasione si
presenti, porge materiali da continuarsi Digitized by Google all'addentellato
di tutte le scienze, e dove presenta essa stessa dopo questi servigi dei nuovi
vani e dove fortunatamente sembra comporne la simmetria e l'apparecchio. * Mul-
timi egerunt, qui ante nos fuerunt, sed non peregerunt; multum adhuc rcstat
opcris multumque reslabit; nec ulti nato post mille saccula praccludetur
occasio aliquid adbuc adjicicndi" (Senec. Epitt. 64). Le umane cognizioni
rappresentano i rapporti vicendevoli delle cose coli' umano pensiero, e le scienze
non sono se non aggregati in date serie di tali cognizioni. Ma siccome da una
sola cosa si mostrano rapporti molteplici e svariati eoll'uomo che con-
temporaneamente da quella identica «-osa, per esprìmermi, emanano, non
potendosi segregare un oggetto dalle sue accidenze; poiché se esiste un corpo
egli potrà essere considerato per la sua forma, pel suo peso, pel suo colore,
pel suo moto, pc'suoi componenti ec. ne avviene che tali aggregati di
cognizioni ripartite in classi che sono porzioni dell' intera raccolta dello
scibilo conosciuto, non ponno isolarsi in cate- gorie precise: fra le quali
tutte anzi non vi può essere linea di demarcazione, come i rapporti di
quell'oggetto dato colPumana percettibilità non sono per loro stessi divisi,
derivando essenzialmente inerentemente la loro esistenza ed uniunc dalla natura
stessa dell'oggetto. L'universo per chi sapesse concepirlo d'un sol punto di
vista, non sa- rebbe, s'egli è permesso di dirlo, che un fatto unico ed una
grande verità (D'Alem- bert, Dite. Encycl.). La natura non è composta che
d'individui, i quali sono l'og- getto primitivo delle nostre sensazioni e delle
nostre percezioni dirette. Noi rimarchia- mo in vero in questi individui, delle
proprietà comuni per le quali noi li confron- tiamo, e delle proprietà
dissimili per le quali noi li distinguiamo, e queste proprietà designate per
nomi astratti ci hanno condotto ad istituire differenti classi, dove sono
collocati questi oggetti. Ma soventi volte un tale oggetto, che per una o più
di que- ste proprietà fu collocato in una tal classe appartiene ad un'altra per
altre proprietà, e avrebbe potuto pure ivi avere il suo posto. La disposizione
la più naturale sarebbe quella per cui gli oggetti si succedessero per le tinte
insensibili che servono nello stesso tempo a separarli c ad unirli. Ma il
piccolo numero d'esseri, che ci sono noti, non ci permette di marcare queste
gradazioni. L'universo non è che un vasto oceano, sulla di cui superficie noi
distinguiamo qualche isola più o meno grande, i di cui rapporti col continente
ci sono nascosti {D'Alembert, Dite. Encycl. 22). Cosi non potrà essere
conosciuto un falto storico appieno senza la cognizione del luogo ove successe,
nè potrà essere creduto e giudicato se invcrisimile: quindi per quella parte
vedesi come la scienza storica non può disgiungersi dalla geografica anzi
topografica, nè per questo potrà an- dar disgiunta dalla critica; e la
conoscenza dei luoghi a vicenda non potrà starsi senza la cognizione dei loro
eventi, nè la critica potrà esistere senza temi su cui esercitarsi; cosi dicaM
di tutto il sapere. Ora sotto questo riguardo la presente opera tende a trac-
ciare la via per porre rimedio ai hisogni dell'epoca; dove per la moltiplicò
delle di- visioni accadute nello scibile, riescono gì' insegnamenti cosi
distanti che sembrano del — 26 — lutto fra loro stranieri; questa ricchezza
lussureggiante ampollosa, questo sfarzo svariato di mostre sempre della
medesima stoffa, questa sinonimia non conosciuta e dissimulala e senza
parallelismo nello stesso argomento, questo caprìccio di classi è sempre un
difetto, prodotto dottamente dall'umana misura, ch'è più dannoso assai di
quello che sogliasi volgarmente riflettere al progresso unico e sommario della
scienza: accadendo pedino che le varie maniere di ricerca delle cognizioni, ad
ognuna delle quali si ac- cordò a parte un nome speciale di scienza, mentre
s'ignorava la maniera di ricerca delle altre scienze, mentre una non sapeva
dell'altra, spieghino i falli della natura unica e universale e promulghino
prìncipii già autorizzali e fatti legittimi nelle loro rispettive solitarie
coordinazioni, mentre invece si sono tanto aulipalici da distrug- gersi a
vicenda fino dalla base uno o l'altro sistema, p. e. la fisiologia e la
psicologia nel modo in che questa venne fino ad ora trattata (ade a proposito
l'osservazione di Destull de Tracy (Log. T. 2 p. 165). Egli dice: -Vedeva io
che le nostre cognizioni si suddividono in una moltitudine ih rami i quali
paiono estranei gli uni agli altri; che ciascheduno di essi pareva avere una
cagione di certezza particolare e una maniera di giungervi sua propria; che
lutti, anche i meglio coordinati nel loro complesso, la- sciano dietro ai loro
primi prìncipii parecchie incognite ». Per opera dei Dizionarii Automatico,
Interiettivo, Onomatopeico ed Ideologico, de- gli Alberi epogonici, dei
Ragguagli di Eufonia, delle Tavole cronologiche delle parole e pel Trattato
dell' Omofonie accidentali sarà tolto quel ribrezzo che allontana dallo studio
delle lingue straniere e specialmente da quelle meno simili alle conosciute;
mostrandosi con tali mezzi non essere del tutto diverse; per cui anzi si
comincia a farsi famigliari, a prendere confidenza con quelle percórrendo i
punti di contatto tra le ignote e le note, e cosi procedendo secondo il mclodo
più naturale e dirò istintivo, al quale fiuo ad ora poco hanno pensato i
precettori. Segnati questi punti di comu- nicazione, l'apprendimento deve
procedere con franchezza; dappoiché veniamo fatti persuasi che le lingue le più
lontane ebbero le loro origini ed il progresso, non solo sem- pre secondo
l'umano triviale ideologico e fonetico impulso, ma che vi sono relazioui di
parentela e di simpatia dalle più antiche alle ultime, dalle parlate negli
estremi con- fini alle eollissime d'Europa centrale ce Siccome le parole si
formano per l'occasione e si riportano ad eventi ed alle cose; così io stesso
seguendo questo processo della natura ho latto sempre compagna l'espo- sizione
«Ielle ragioni, delle forme, dei tipi ce. delle parole alla narrazione delle cose
che ebbero rapporto di causa o d'effetto o di coincidenza con date parole: e
pel fatto che appunto l'imitazione dei processi naturali è la via migliore
nelle arti; sembrami che per tal metodo l'apprendimento riesca assai facile, e
per nulla noioso; mentre in questa maniera si viene ad apprendere quasi conte
avvenne la prima volta per tali uomini dai quali e sotto i quali dati suoni
articolali e carichi di rappivscnlanzc ideologiche si produssero o furono
uditi, e come accade tutto giorno delle persone illetterate che ap- Digitized
by Google — 27 — prendono lingue nuove (ter commerci dialogici coi nazionali
delle detle lingue nuove e coli' impressione contemporanea sui loro sensi degli
oggetti ai quali nella lingua nuova tali dati nomi o frasi corrispondono: tutto
all'opposto di quanto si praticò general mente finora; dove si aveva innalzata
una muraglia chinese tra P istituzione nel fatto delle parole e quella delle
cose. Nelle prime dieci classi di studio si apprendono le pa- role, e per la
curiosità dei fanciulli che domandano avidamente la cognizione delle cose,
questa è contrabbando; dopo le dieci classi di studio delle parole allora lo
studio delle cose, e questa separazione della scienza delle parole da quella
delle cose persistè (Up|xii anche nella distribuzione delle professioni
sociali, ed anzi ancora in mólti luoghi sussi- ste; chi professa scienza di
cose e chi di parole; P uno appartiene ad una casta del tutto segregata, e
talora i membri dell'una guardano sdegnosamente sull'altra: e questa scienza
delle parole scevra da ogni contatto con quella delle cose fermò l'umano intel-
letto ahimè quanto tempo col purismo, coi centoni, colla dialettica, coli'
Arcadia! Questo studio delle parole segregato da quello delle cose fu tutta o
quasi tutta la scienza dell'antichità. A Gellio domanda ad un grammatico cosa
s'intenda per bidente» dette così per lo più le pecore ed altri animali, e
questo grammatico risponde: «Quaere ca potius quae a grammatico quaerenda sunt;
nam de ovium dentibus opiliones per- conlantur » {A. Geli. XFl. 6). Un altro
grammatico domandato cosa volesse dire «ex jurc manu conserlum - risponde
dispettosamente: uAut erras adoleseens, aut ludis; rem cnim doceo grammaticam,
non jus respondeo. Si quid igitur ex Virgilio, Plauto, Ennio quaerere liabes,
quaeras licei © i Digitized by Google i RIVELATI DALL' ANALISI DELLA PAROLA.
PARTE I. SAGGIO DI STORIA NATURALE DELLE LINGUE. ORIGINE DELLE LINGUE. apparato
deir articolazione dei suoni neir umano organismo. La voce umana è un suono
emesso dal- l'aria, (I) che non può prodursi se non seguen- do le condizioni
generali delle leggi fisiche che i ruolini» i fenomeni sonori, e che > iene
modifica- to a norma della figura e materia dei corpi pei quali deve passare o
coi quali viene a contatto; c l'umana organizzazione relativa alle manifesta-
zioni vocali si presta squisitamente all'armonica e svariala applicazione delle
leggi acuslico-fonichc. L'apparato inserviente alle emissioni vocali ed alla
loro articolazione, che viene a costituire la parola, si compone di varie parti
concordemente disposte, e con somma economia ad altri usi, oltre Tali parti
divisamente considerate si chiama- no : trachea , laringe , epiglottide ,
lingua , fa- ringe, fosse iiasaii, velo pendalo, volta palatina, denti,
gengive, labbra, guancie, mascelle. (I) Deslull de Tracy, Oramai. II, dicp: «
Le voci e le articolazioni no (i ai suoni. * VOL. I. ÌSella tavola qui annessa
si rappresentano tutte queste parti in sezione verticale, giacendo il cadavere
sul lato sinistro: colla succinta descrizio- ne di questa tavola si dimostra la
sintassi di tutto l'apparecchio. Cominciando dalla parte inferiore (A) vedesi
il canale della trachea, per cui passa l'aria, sia entrando sia uscendo dai
polmoni, i quali per la mantici estendibili e compressibili ; essi sono rin-
chiusi nella cavità del petto e comunicano col- l'asper'arteria o trachea che
serve come di tubo a questi mantici. K la trachea un tubo costituito da sedici
a venti anelli cartilaginei, incompleti, perchè inter- rotti nel terzo posteriore,
collocati orizzontal- mente uno sopra l'altro e separali da intervalli
membranosi^ ristretti. Questo tubo si continua con la cartilagini- cricoidea ,
eosi delta perchè fatta a guisa di anello e che forma tui cerchio esatto con
cui co- mincia la laringe. (B) La laringe è un organo cavo, cartilagineo ed
elastico; nel suo insieme ha la forma d'un co- 5 Digitized by Goc - 34 — no
rovescialo, |>erchò più largo nella parte supe- riore, che non in quella che
si continua colla tra- chea. Formasi oltre che della cartilagine cricoi- dea,
al dinanzi di una cartilagine composta di due porzioni quadrilatere unite ad
angolo a- culo e che vanno a costituire quella sporgenza, vi- sibile
specialmente nell'uomo maschio adulto sot- to la strozza, detta volgarmente pomo
d'Adamo; tale cartilagine si trovò somigliante all' antico scudo dei Greci per
cui fu detta da «upe'o?, thy- reoidea. Di dietro unisconsi coi lati di questa
car- tilagine altre due dette arilenoidi, cioè simili ad una cazzuola da
muratore. Verso il mezzo della faccia interna della la- ringe vi sono due
rialti, uno a destra, l'altro a si- nistra, formati da fibre elastiche e
parallele, che si dicono corde vocali, o legamenti inferiori della glottide.
(') Qui non si vede che la parte sinistra. Sopra queste corde vocali vi sono
due piccole in- fossaturc delle seni o ventricoli della laringe, stesi dalla
cartilagine lircoidca alle arilenoidee e que- sti sono sormontali da una piega
che diecsi le- gamento superiore delia glottide. (') L'intervallo (C) compreso
Ira i legamenti suiKM'iorc e inferiore d'un lato e quello del lato opposto e
d'onde esce od entra l'aria nelle vie re- spiralorie è la glotlide.
Quest'apertura oblunga «lai di dietro al davanti ha circa dieci od undici lince
di lunghezza nell'adulto, posteriormente ne ha due o tre di lunghezza,
anteriormente essa si ristringe pei legamenti stessi che la costituiscono :
variano però le dimensioni secondo l'età, il sesso e le differenti circostanze
della vita pei movimen- ti delle cartilagini aritcnoidi. La glottide è la parte
essenziale della larin- ge ; essa è veramente l' organo della voce : se si
pratichi una ferita inferiormente a questa, la voce si estingue; se si ferisca
trapassandola al di sopra, si perde la parola, ma non la voce. L'apertura della
glotlide si apre e si serra nella vita con moti isocroni al respiro: nel mo-
mento in cui l'espirazione cessa, il rilassamento termina; la voce è quasi
sempre un fenomeno espiratorio ; effettuasi per la contrazione dei mu- scoli
intrinseci della laringe, per cui i lati della glottide e la sua apertura
cangiano di posizione. La glottide si ristringe nell'atto di produrre un suono:
(1) basta che la glottide resti aperta da una dodicesima ad una decima parte
(2). Se la colonna d'aria incontri nel suo passag- gio attraverso la glottide
tutte le parti rilasciate e poco capaci di vibrare, il suono cessa di produr-
si ; ogni ingorgo della superficie della glottide, come succede nei reumi,
nelle infiammazioni di quelle parli agisce ugualmente togliendo e dimi- nuendo
la loro capacità di vibrare; nella vec- chiaia la voce si fa tremolante per
l'ossificazione delle cartilagini, e per la tenuità della colonna aerea che può
esservi tramandala dai polmoni ; sicché non arriva ad empire il lume del tubo
del- la trachea e della laringe. L'estremità superiore della laringe si
coutinua dinanzi e ai lati per mez- zo di una membrana assai larga e densa fino
al- l'osso ioide (cioè fatto come un u greco) che se- gue colla sua forma quasi
paralcllamente la can- na tracheo-laringca. L'apertura superiore della laringe
collocata al di sopra della glotlide ha la figura d'un trian- golo di cui la
base è dinanzi, e la sommità di die- tro, la sua direzione è un poco obbliqua
dal di dietro in basso. L'epiglotlidc (D), specie di coperchio mobile adattabile
all' apertura superiore della laringe, elastico, ili natura fibro-carlilaginca,
continuo al- la base della lingua e libero dalla parte diretta posteriormente ;
la sua (accia iariugea rivolta in basso è concava dal basso in alto e c omessa
dal- l'alto in basso, la faccia linguale è concava e con- vessa in senso
opposto al precedente. La direzio- ne dell'epiglottide varia nelle diverse
circostanze della vita; è verticale nello slato ordinario, oriz- zontale
nell'alto d'inghiottire. (E) Ci rappresenta uno spaiio vuoto detto faringe, che
oltre di essere l'atrio per cui discen- dono i cibi, serve al meccanismo
d'alcuni suoni. (1) Slavo. Outlines of human phvsiologj. London. 1833. (2)
Kempekn Ludolphi. Meclianiamus der meo- schlichen Surache, pag. MI. Digitized
by Google - 35 - Estendcsi dalla base del cranio discendendo dinan- zi al corpo
delle vertebre che sostengono il capo, ai lati limita varie parti molli;
trovansi in pro- spetto alla sua powione vertebrale superiormente le fosse
nasali, inferiormente la faccia posteriore del velo penduto; più in basso
l'apertura gut- turale della bocca, la base della lingua, l'epi- glottide,
l'entrata della laringe e la sua faccia po- steriore. La lettera (F) ci
rappresenta la vòlta del pa- lato costituita da una lamina ossea sottile dispo-
sta orizzontalmente e in cui si considerano due faccie, l'una inferiore
arcuata, visibile sopra un uomo vivo, terminata dalla fila supcriore dei den-
col velo pendulo, specie di sipario teso tra la ca- vità della bocca e la parte
media della faringe; il velo pendulo termina liberamente nel suo orlo in-
feriore e in mezzo con un corpicciuolo simile ad un grano d'uva, per cui dicesì
uvola, lateralmen- te da due arcate tese da due muscoli che servono a stirare a
destra od a sinistra il velo pendulo stesso. L'altra faccia palatina superiore
orizzon- tale serve di base lateralmente alle fosse nasali e nel mezzo al setto
del naso. Questa è una parete ossea sottile, cbc sorgendo verticalmente dal di
dietro al dinanzi dalla superficie accennala del- le ossa del palato
cougiurigcsi presso la {Nirte ante- riore con una lamina ossea che discende
dalla parte anteriore della base del cranio e costituisce un tramezzo esalto
teso dalla vòlta palatina alle narici anteriormente e superiormente fin oltre
la radice del naso, cioè fino alla base anteriore del cranio. Levato questo
setto vedesi la fossa nasale destra, una delle cui pareli sarebbe costituita
dal- la faccia destra del setto che si è levato, l'inferio- re è la faccia
superiore destra delle ossa costi- tuenti la vòlta platina ; la parete che si
ha dinan- zi opposta a ({tifila del setto presenta tre specie di vòlte sorgenti
(G) orizzontalmente dalla parete stessa, tre grondaie rolla convessità rivolta
supe- riormente e la concavità inferiormente, cosi che vanno a dividere in tre
portici inferiore, medio e superiore parte della vacuità delle fosse nasali; le
fòsse nasali si continuano sempre ristringendosi uella direzione superiore ed
esterna dove termi- Superiormenle in continuità coll'epiglotlide si rappresenta
la lingua (H) attaccata inferiormente alla base fino al frenulo ; essa è
costituita da stra- ti muscolari in diversa direzione, pei quali può piegarsi
inferiormente, superiormente ed ai lati, ritorcersi, accorciarsi e sporgere e
stendersi fuori della bocca. Narrasi che i Negri possano arrove- sciarla così
verso la gola da giungere per tal ma- niera a soffocarsi. La lingua può
graduare i suoi moti dalla somma alla minima violenza e adattar- si alle
superficie dei corpi si da modellarsi sulla loro forma. 1 denti (I)
appartengono a due arcate opposte, l'una superiore, l'altra inferiore; i denti
anteriori incisivi e canini hanno una parie attiva neh" arti- colazioni'
dei suoni. La mascella ( J ) inferiore si arti- cola dinanzi all'orecchio e si
può discostare dalla supcriore per un angolo acuto che anteriormente tra l'acie
dei denti incisivi superiori ed inferiori potrebbe misurarsi nella distanza
maggiore pos- sibile di circa due pollici. La mascella si muove anche in senso
orizzontale, ma tale moto non importa all'articolazione dei suoni. L'estremità
molle anteriore della bocca è co- stituita dalle labbra (L), anello muscolare
odcsoalle ossa hi distanza d'un |H>llicc dai suoi orli e dove terminami otto
paia evmelriclie di muscoli, per cui s'incresjjano, si abbassano, s'innalzano,
si av- vicinano e si allontanano le labbra stesse, e si gonfiano e si
contorcono le gote. Le guancie con- tinue colla regione delle labbra
costituiscono le pareti laterali molli della cavilà della bocca. Tutte queste
parli descritte generalmente, solo per quanto si credè necessario per l'
intelli- genza dei fenomeni vocali e d'articolazione dei suoni, sono tappezzate
da una membrana conti- dalie labbra e dalle narici si addossa alle pareti ed a
tutti i meati di questi organi solo lasciando scoperti i denti dei quali orla
le parti inferiori costituendo le gengive. Tutte queste parli mante- nute in
vita dalla circolazione c dal sistema dei nervi della vita propria, si muovono
nelle forme Digitized by Google enunciate per ispeciali muscoli che
contraendosi ite cangiano gli atti e le pose e le stirano nei sensi della loro
contrazione, i quali muscoli rice- vono l'influsso dai nervi della vita di
relazione. Le labbra sono da considerarsi come un lembo mobile, espansibile e
retrattile, che getta il suono, gli dà più o meno forza, lo modifica, lo
costringe, Io estingue; la lingua, come un raar- lello ondeggiante che attacca
i tasti con asprezza o li sfiora; i denti come lambrette ferme acute e
stridenti; il palato come un timpano grave e so- noro. Kempelen chiama canale
orale io spazio compreso tra la laringe e il palato. La voce umana si forma
nella glottide: la rtcria si comporta come il tubo d' un L'ilio a mantici :
questo tubo comunica col- la glottide. Nella parte superiore della cavità la-
ringea i legamenti inferiori della glottide, l'epi- glottide, la cavità nasale
ed orale corrispondono ai corpi di tubo di quest'istrumento che modifica- no
bensi il suono ma non lo producono (Miiller, Physiol. IL iW). 1 varii difetti
di questi organi inducono l'in- capacità o l'imperfezione nell'efficienza di
qualche suono articolato. Entrano in questa serie, il labbro leporino con
divisione perfino di tutta la vòlta palatuia e del velo penduto; le
deformazioni artificiali in uso presso alcuni popoli selvaggi come quelli che
si forano il labbro inferiore, quelli che tagliano le labbra per lasciare allo
scoperto i denti , il costume di strapparsi i denti in qualche occasio- ne,
come nella morte di qualche consanguineo ; perciò la perdila naturale o
mancanza dei denti presso qualunque individuo ; i vizii della lingua per
perdita di sostanza, come per ferite. Un Damerò di fatti dimostrò per altro che
varii suoni potevauo ristabilirsi in questa circo- stanza; (1) lo strato carneo
che forma la parete inferiore della lingua e specialmente ciò che ri- mane di
genioglosso ponno in qualche parte so- stituirsi alla Uugua. ;l) Io ho
conosciuto una signora alla quale man- cava il terzo anteriore della lingua ;
desiderava*! por lei la pronuncia dei suoni r. q, 3, I. rf, r. - 36 - Di più
l'aderenza eccessiva della lingua alla parete inferiore della bocca, e talora i
margini della lingua aderiscono alle gengive, e finalmente la lunghezza del
frenulo. « Balbuzie. Quella specie detta esitazione di- pende da imperfetta
influenza nervosa nell'appara- to nrticolatorc dei suoni ; dove se ne ripetono
spe- cialmente alcuni come co co, ta ta ec. Trovasi nei l, ninnili, negli
uomini rozzi che non hanno eser- citata la funzione della loquela ed in tutte
le affe- zioni die occupano il centro 0 le dipendenze del- la innervazione
relativa. Questa spiegasi più evi- dentemente nei suoni effettuali per opera
della lin- gua, i di cui moli più rapidi e composti esigono maggiore attività.
La balbuzie speciale, cioè per qualche singolo suouo, dipende da imperfezione
degl' istrumcnli che per effettuare tale determina- lo suono agir devono. Il
mutismo è per lo più effetto di sordità, quale! i>- rara volta di vizii
organici nelT apparalo articolatore ; talvolta per difetto di sviluppo cere- brale.
Non a questa sola umana forma dell'appara- to vocale e della loquela e dato di
articolare i suoni di cui l'uomo è capace ; abbiamo l'esempio di certi ammali,
specialmente di alcuni volatili, co- me delle specie dei pappagalli e delle
piche, che sono capaci d'imitare l'umana voce e di ripetere le parole degli
odierni linguaggi. La loro boera considerata generalmente offre delle parti che
agiscono come animelle tra le pareli estensibili, cosi da potersi paragonare al
canale orale. Di più, vi hanno certi suoni proprii di alcuni ammali che
somigliano ai suoni dati dagli organi vocali dell'uomo. Il Francolino, Tetrao
Lagopus (Linneo), spesso colla sua voce sembra die rida (Diz. di Napoli
Tramater). I galli nella stagione di calore mandano certe grida che somigliano
al gemito mfanlile, lai altra prolungano una voce che potrebbe scriversi
miiaaaooo. Si possono ottenere suoui analoghi agli umani articolati con mezzi
artificiali costruiti dietro le teorie del meccanismo fisiologico che effettua
tali voci. Rcmpelen e Wiilis si occuparo- no di questo artificio ; le macchine
erano imper- Digitized by Google — 37 — felle perchè richicdcvasi un
apparecchio speciale per ogni vocale ed ogni consonante ; perciò era difficile
di unirli ad un solo mantice per la produ- zione delle parole. Nel 1779
Kratzcnstein aveva ottenuti i suoni delle vocali trasmettendo l'aria attraverso
le canile piegate in certe forme ango- lari. Kempelen combinò di poi un
apparato dal quale si ottenevano parole e sentenze limitale ai più semplici suoni.
Finalmente si arrivò a pro- durre coU'imitazione dell'apparato fonetico uma- no
un automa parlante. Il professore Faber, ma- tematico di Vienna, arrivò a tanto
dopo 25 attui di occupazione: egli presentò il suo automa in Londra
neU'Egyptian Hall 4846. (i) « L'appa- rato è messo in movimento da ima
tastiera, che, suonata per mezzo d'un mantice, produce a piace- re tutti i
suoni delle vocali e delle consonanti, e per mezzo di una destra combinazione
delle chia- vi, le sillabe c le parole. La bocca della figura è fornita di una
lingua di gomma elastica e di lab- bra movihili a cui viene data azione per un
mec- L'iiilera serie dei suoni elementari essendo assi- curata, il discorso
artificiale può essere continua- to, e l'automa può esprimere qualunque sentenza
che sia a proposilo. Col contrarre o collo espan- derne le glotte artificiali
aggiungonsi diversi re- gistri di tono, e la testa canta ariette, dice parole e
tutto con accuratezza e politamente. Essa an- che ride e bisbiglia. Gli organi
in somma dell'ar- ticolazione riproducono qualunque dei fenomeni vocali. La
voce che viene dalle labbra della figura è aspra e penetrante, e la cauta
maniera in cui so- no pronunciate le frasi si assomiglia a quella di un
fanciullo die imita un istruttore (2) ». (I) Il dottor Brewslcr aveva già
predetto ebe le conquiste della scienza avrebbero contato una mac- china
parlante e cantante. fi) (Daily .New», e Gaiz. Priv. di Milano. Gazzetta Veneta
14 agosto 1846). Meccanismo /Velia produzione d'ogni àngolo suono articolato,
di cui è capace l' umana organizzazione nello slato di vita, nelle varie
condizioni in- trinseche di tetto, età, temperamento, abitu- dine, e nelle
esterne di clima, stagione, suolo, posto sociale, ec. Descritti gli organi
inservienti all'articola- zione dei suoni, osserveremo a parte come questi
organi singoli od in unione debbano agire nel- l' atto di produrre ciascuno di
questi suoni, quali nelle nazioni colte si souo ormai riconosciuti ele- mentari
e semplici ed ottennero più o meno pre- cisamente appropriati grafici segni.
Comincian- do dalle parli posteriori e più interne esplo- riamo il meccanismo
efficiente i suoni gutturali, i quali si considerano come distinti dalle vocali
r dalle consonanti (1). ' L'aspirazione più forte, della cui manifesta- zione
sicno capaci gli uomini, si eseguisce col- l'applicazione violenta della
estremità libera del velo pendili» e sua appendice uvola, sulla parie
posteriore della base della lingua, mentre in pari tempo la base stessa della
lingua tende ad incon- trare il velo pcndulo, che mettendo l'aria per le due
fessure ristrettissime che lateralmeutc al- l'uvoia si lasciano, ne risulta un
suono, quale al- lorquando vogliasi escreare. Yacquemont l'ha |w- ragonato al
suono che si produce nell'alto di vo- ler liberarsi da ima spina di pesce che
fosse nella gola (2). Tal suono è ignoto agli Europei, eccet- tuati gli
Spagnuoli, i Turchi, gli Ebrei ed i Zin- gari. Vi ha pure nella lingua boema.
Mùllcr par- la di questo suono nominandolo x posteriore ch'e- gli trova nella Svizzera,
nel Tirolo e noli' Olan- da (Physiol., t. II). Presso le nazioni orientali
viene rappresentato con questi segni, dalla lette- ra n (ched) dell'alfabeto
ebraico, dalla lettera £ (1) Luzzato. Prolegomeni alla Grammatica Ebrai- ca.
Pag. 80. (2) • Lalla-Roockh di cui tu non saprai pronun- ciare il nome in
persiano a meno di non (strangolar- li espressamente con una spina di pesce per
dir be- ne il ftn persiano » (Viaggi nell'India T. II. ±M). Digitized by Google
(kha) degli Arabi, dei Persiani, dei Turchi ^ (I) sanscrito: cosi in copio
£>, così in ispagnuolo X. Nei caratteri Iriiicii così Nel \ vaca rana del P.
Paolino trovasi notato Ira i gutturali il suono d% *r della lingua san- scrita.
Lo stesso meccanismo del precedente eser- citato con minor grado di forza senza
la violenta applicazione del velo pendulo contro la base del- la lingua, da un
suono aspirato meno aspro, im- |terfel temente espresso nella scrittura tedesca
dal- l'unione dei due segni c ed h, eh, e con segni ap- propriali da alcun- nazioni
: dagli Ebrei per la 2. Il chiarissimo Luzzato la classifica certo fra le
gutturali (2). Questo suono è comune agli Arabi, ai Persiani ed ai Turchi che
così Io rappresenta- no d. 1 Greci moderni usano questo suono che rappresentano
per y.. Anche i Francesi usano d'un'aspirazionc clic si av v icina a questa, è
però meno intensa : viene rappresentala la medesima dalla lettera h come nelle
parole Ilari*, Ilarpie (3). I bordi del velo |>eiidiilo coulraggoiisi ed il
velo |>eiidulo presenta uno spazio più concavo che "oh in istato
d'inerzia, si ritira posteriormente e | s'innalza; la lingua si appiatta
dall'apice verso la [ base clic va innalzandosi verso la linea mediana ; | In
spazio vuoto, lasciato dal velo pendulo e dalla lingua, è maggiore che nelle due
articolazioni precedentemente descritte; emettendosi il fiato, (1) Eichhoff.WC
Parali.^ (P. Paolino, S. Dai 111. Vvacarana. 6). (2) « La lettera 3 ha un che
di gutturale, non sen- za qualche affinila coltali 1 (Proleg. 194). (3) Mùller
comprende sotto il nome di z — eh tre suoni, che qui si nominarono colla H e
colla 3 Egli dice elio la lingua si avvicina al palalo per produrre il x e
l'aria passa per uno stretto lasciai) tra la lingua e il palalo : vi ha Ire
specie di * se- condo il punto ove la lingua si avvicina al palato: t anteriore
uguale qualche volta al « (ted.) come in liehlkh, selig. La parte anteriore
della lingua si av- vicina al palalo. x medio: il dorso della lingua si
avvicina alla parte media del palato, come nelle parole Tag, sa- «yen, tuchen,
Aachen, ach. papachen. mamaehen: que- sto suono trovasi anche nella lingua
polacca. x posteriore : il dorso della lingua si avvicina al- la parte
posteriore del palalo o velo pendolo, e Mùller lo uguaglia alla n ebraica. ne
esce il suono che usasi nelle voci francesi ha- reng, hardi, Uavrtec.
rappresentato dall'// dell'al- fabeto latino, che fra i popoli italici sogliono
proferire più frequentemente i Toscani ( 1 ). Il ru- more dell'aspirazione
esprime la semplice risuo- nanza delle pareti della bocca durante l'aspirazio-
ne dell'aria. Rappresentasi colla n (he) in ebraico, ^ in fenicio, a (sh\), £
copto, e (arab., per»., turco). Tal suono è cosi naturale e facile ai popoli
orientali ch'essi dicono che Dio creò il mondo col solo pronunciare questa
lettera, per esprimere la spontaneità dell'onnipotenza. I suoni gutturali si
formano tra lo stretto formato dall'epiglottide e dal velo pendulo. Sebbene i
nostri occhi arrivare non possono ad esplorare l'azione dell' epiglottide
nell'aspira- zione, si giudica per l'uguaglianza del suono emesso nella
pronuncia dell'aspirata più forte ri- tenuta la n in ebraico clic servir ci
deve come tipo deciso, col suono che si produce nell'atto di escreare ; onde si
deve conchiudere che l'organo che più agisce neh" emissione di questi
suoni sia l' epiglottide, giacché è dessa che uell' atto di escreare deve
riprendere la mucosità che dalle vie aeree per gli atti della tosse si
slanciano con- tro le pareti costituenti la regione delle fauci ; es- sa è
perciò sommamente operosa nelle flogosi reumatiche della mucosa bronchiale e
laringea, dove si vedono separarsi nell'ultimo periodo por- ziom di muco
ghilinoso, concreto, che aderiva te- nacemente alle mucose stesse e più spesso
alla superficie inferiore della medesima epiglottide. I>es Brosses aveva
giudicato che i suoni gutturali fossero proprii dei climi caldi ; e di fatti
trov ansi nelle li nguc semitiche nate e svolte sotto cielo meridionale. Sotto
quelle circostanze non riesce incomoda l'iulroduzionc dell'aria per l'apertura
della bocca, nel quale atteggiamento sogliousi proferire. Trovansi per altro i
suoni gutturali anche nelle lingue del Nord, e non è iti- ti) « li conlractis
paulum faucibus venlus exha- lat . (Marlian. Captila, GrammaL L. HI, Do format
lille ramni). Digitized by Google - 39 — dispensabile di tenere la bocca aperta
per Tare agire gli organi vocali più interni. La lettera V si eseguisce mentre
la base della lingua s'innalza verso Fu vola e il velo pen- duto, e l'aria si
avvia in parte per questo stretto die ne risulta e in parte per le fosse nasali
; sicché il suono si genera propriamente Ira la parete |>o- slcriore del
velo penduto addossato alla base del- la lingua e l'opposta parete faringea
nella sua parte superiore e l'adito delle fosse nasali. Si rende marcatissinio
questo meccanismo chiuden- do le narici, dove si sente jicnelrare fino al punto
delle cartilagini die si tiene compresso. Questo suono è ovvio uci soggetti che
furono privati di ima parte del velo pcndulo, o che abbiano in «niello una
soluzione di continuo interessante tut- ta la spessezza del medesimo, e cadono
viziosa- mente in questo suono quando occorra loro di l«-oferire la A. La
ragione è evidente : in questi rasi non può l'aria, spinta fuori dalla
glottide, diri- gersi con tutta la sua colonna nel senso del pala- to ; ma una
parte si fa strada sotto il sipario del velo pendulo e va a dirigersi verso la
faringe e nel senso degli aditi posteriori del naso in assai mag- gior copia di
quello che per la pronunda dell'/V si richieda, per cui si produce questo suono
che po- trebbe dirsi faringo-nasalc. Questo suono è pro- prio degli Orientali e
specialmente degli Arabi e degli Ebrei ; più dolcemente si pronuncia andie dai
Turchi. Qui la ragione della frequenza di tal suono è da ricercarsi in parte
nel clima per cui s'induce l'abitudine di tenere la bocca aperta, e inoltre per
l'uso più frequente delle parti più intente Rappresentasi tal suono
nell'alfabeto arab., pera., turco cosi e . cosi in fenicio \J Questo suono
odesi pure nell'atto del ronchcggianicnto. €3 Nel Vyacarana del P. Paolino
(pag. 7) tro- vasi con questo segno nominato un suono della lingua sanscrita
(nga) ch'egli dice prodursi colla lingua ritratta indietro, un poco
arrovesciata e fe- rente cou dolcezza il ]>alato, sicché riesce suono nasale
e balbo. focali. Kratzenstein e Kempelen fecero vedere che le condizioni
ricercate per la produzione d'una o d'altra delle vocali riduconsi al grado di
ampiezza del canale orale (Kcuqielrn chiama cosi lo spazio compreso tra la
laringe e il palato) e l'orificio buccale. Certe vocab esigono che 1* orificio
buccale e il canale orale sieno larghi, altre che tutti due sieno stretti,
altre che l'uno sia largo e l'altro stretto : A ed E dipendono principalmente
dalla (brina dello spazio compreso tra la base della lingua e la faringe
(Purkinje). Questo spazio è grande. Sembrami che per VA il velo pendulo si
ritiri presentandosi in forma concava come min vela con vento in favore. A
produrre il suono E richiedesi la stessa azione del velo pendulo, ma la base e
il dorso della lingua s'innalzano orizzontalmente un poco, sicché lo spazio, la
capedine tra il velo pendulo. il palato e la lingua tassi un po' più ristretto
che nel suono A e d'una curva come d'una grondaia colla concavità guardante il
tetto (1). Se questa specie di cunicolo cosi formato si prohmghi per opera
della lingua coli' applicarsi contro l'arcata dentale supcriore producesi il
suo- no E stretto. La posizione delle labbra per questi suoni è indifferente
(2). Se questo cunicolo ancor più si prolunghi per opera delle guancie
addossate contro lo sche- letro osseo che ricoprono e pel ristringimcnto delle
labbra sporgenti nello stesso tempo, come rimboccatura d'una tromba, mentre i
denti incisi- vi superiori non distami dagl'inferiori che po- che lince, l'aria
emessa in quell'alto produce quel suono vocale simile alT£ marcalo dai Francesi
coU'uiiioue delle due lettere E ed U eu, e dai Te- deschi e dagli Ungheresi
coli' & /. Questo cunicolo formato dalla volta pala- lina e posteriormente
dal velo pendulo rendendo- ci) « A sub hialu oris congruo solo spirilu ine-
moramus (Maruan. Capella, Grainmat. L. IH. De for- mat. Liltcr.) CD « E
spirilus facit lingua parum pressiore • (Marlian. Capella. L. c.) Digitized by
Google — 40 — si ancora più angusto per opera della lingua che colla parte
inedia tocchi la vòlta del palato, e se si emetta l'aria in tale atteggiamento
ne esce il suono I (1). Forse la necessità del contatto della lingua col palato
fece considerare tal suono an- chc come consonante. Gli Orientali che non ave-
vano un KgH0 speciale per ogni vocale, hanno per altro un carattere apposito
pel suono I. La distinzione dell'I, d'I vocale ed 1 consonante è fal- lace,
i>crchè il suono comandato dalle lettere cosi distinte non può effettuarsi
se non collo stesso meccanismo ed è identico. Caratteri con cui si di- stingue
in varii alfabeti "> (ebr.), ^ (arab., pcrs., ■orco), - (sir.), J
(sanscr.), i (gr). Per remissione del suono O largo non è in- dispensabile la
coopcrazione delle labbra, ma la maniera più naturale di pronunciarlo si è
atteg- giando le labbra in forma rotonda. 0 rotundi ori* ipirilu comparutur
(Nnriìau. Capella I. e); per 1*0 stretto tendono ad avvicinarsi ancora più. Il
suo- no U si produce innalzando un poco il dorso del- la lingua verso il palalo
e lenendo le labbra più a\ urinale c ristrette che non per la pronuncia dell'0
stretto. V ore cotulricto labritquepromulis rxhibctur (Marlian. Gap. I c.) Un
suono più acuto, nolo sotto il nome d'« lrance.se, comune agli Ungheresi che lo
marcaro- no coll ii, si produce applicandosi la lingua pi suoi tre quarti
posteriori contro la vòlta palatina, lasciando sulla linea inedia un
interstizio vacuo triquetro piramidale (ormato dal dorso della lin- gua un po'
incavalo nella sua linea media e la vòlta palatina. Ma il calibro dell'onda
aerea così preparato, passando per questo stretto, effettua, compie il suono
solo all'uscire per la rima delle labbra, mentre stanno orizzontalmente
applicate l'uno coutro l'altro e raggrinzate agli angoli, la- sciando
un'apertura quasi orizzontale. Sembra aver voluto intendere di parlare di
questo suono sotto la lettera T Marziano Capella, dicendo « T appressi» labri*
spiriluque procedit » (1. c.) (I) Spiritus propc denùbus pressi? (Marlian. Ca-
pella, L c.) Un suono ancora più esile si è quello deli' ù tedesco p. e. in
Blùthe; dipende da ciò che la lingua applicandosi contro la vòlta palatina de-
scrive col suo dorso un solco piramidale ancora più ristretto, per cui l'onda
aerea giunge ancora più tenue a soffiare per la fessura labiale posta cosi
orizzontalmente come nell'u francese, ma ancora più stirata dietro agli angoli.
Le vocali per la facilità della loro produzio- ne abbondano nella lingua dei
fanciulli. La fre- quenza delle vocali si osserva specialmente nel termine
delie parole nelle lingue dei popoli che hanno bisogno di farsi intendere da
lontano ; per- ciò ovvia nei sili di regioni isoUri o di spiaggia marittima o
fiumana; perciò l'iato vocale nelle lingue greche, proprie di abitatori delle
isole del- l'Arcipelago e delie spiagge dei continenti Jonico. Tracio ed
EpiroUco: cosi osservasi nei dialetti Napoletano, Genovese e Veneto,
specialmente del- le isole che a Venezia appartengono, cosi nella lingua slava
della costa Illirica l'accento vocale si prolunga, e nelle lingue della
Polinesia come in Tahiti, nella costa della Nuova Zelanda e nelle Marchese le
vocali abbondano (Viaggi di Cook, di Bougainville ec). Nella lingua olandese
trovansi raddoppiate le vocali di parole di varia prove- nienza, ma
specialiuenle nelle teutoniche ; questa varietà devesi alla posizione isolare o
di spiaggia di quelle provincic. Nella più naturale emissione dei suoni vocali
A, 0, E y usandosi tenere la bocca aperta, abbonda- no questi nei climi caldi,
in confronto dell'I/, u e dell'/ ; anzi si osserv i come l'i non è proprio se
non delle lingue settentrionali delle razze dei Celti, dei Teutoni e dei
Magyari, e di questi li- origini si ricercano nel Nord dell'Asia (1). (i) Disse
delle vocali Varrone nei commeoUrn grammatici * A el 0 sera per principe^ sunt:
/ et V setnper subdilae: £ et subii et pracil. In Euripo praeit, subii in
Atmilio. Si qnis putat praeire V in verbis Valerius, Vmnonius, Yolusius ani /
in bis jampridem,jecur,joctim,jvcutKlum errabit; quod lue litterae cuoi praeunl
ne rocales quidem sint. Digitized by Google Linguali. La lingua si presta neh'
efficienza dei suoni in vane maniere, o semplicemente poggiando contro una tal
data parte della cavità in cui si trova, o battendo contro una tal data
por/Jone dell'apparecchio slesso : nel primo caso produce quei suoni che dai
fisiologi chiamansi consonanti sostenute come /, s, s, 9, t/i (inglese) ; nel
secondo caso produce i suoni esplosivi d, t, k, gh, c, g; fi- nalmente la
lingua si presta vibrando irrequieta- mente contro il palato e allora produce
il suono r. Suono L: produce si poggiando Torlo ante- riore libero della lingua
umettata e composto a scodella, contro la parte anteriore della vòlta pa-
latina alla distanza di poche linee dal sorgere dei denti incisivi, mentre
l'aria non passa che dai due lati tra lei e le guaucic; si può formare que- sto
suono da un solo lato (1). Questo suono è as- sai raro nelle lingue del Canada,
del Brasile e del Giappone. Miiller dice che manca alla lingua zend. (Phvsiol.
T. H.) E assai frequente nelle lingue del- le isole della Società e degli
Amici. Si rappresenta cosi in greco A )., in ebraico *?, in copto Js. (sanscr.)
^ (sir.) GÌ italiano corrispondente all'/ mouillé dei Francesi come in paglia,
coglici*. La lingua deve essere mollo umettala, il meccanismo è analogo a
quello dell'/; ma la lingua agisce con qualche urlo contro la parie del palato
opposta. Z. L'estremità della lingua si tiene applicata ed immobile presso le
gengive interne dei denli incisivi superiori e si appoggia colla sua superfi-
cie continua contro la superficie interna dei denli stessi, le file dei denli
combaciano, ma all'apice la lingua lascia un piccolo intervallo Ira se stessa
ed il palato, l'aria uscendo per quell'interstizio pro- duce il suono = (2)
dolce spingendosi l'aria dolce- mente come in zoilo, zona, rozzo; se con
violen- za il suono z aspro come in ozio, Azio, due suo- ni che meritano un
segno distinto per ciaschedu- no. Sono suoni sconosciuti alla lingua francese,
(I)/. lincila palatoque dulcescil(Marti»n.Cap.l.c.) [ì) Z. Idcirco Appi us CI.
delesUlur qnoil dcnlc ? morlui dum exprimit irailalur (Martini. Gap. I. r ] Vou
I. il - dove il seguo che loro si era applicalo preso dal- l' alfabeto latino
vale invece pel suono «. Questo suono è distinto co' seguenti caratteri ì (ebr.)
; (sir.)^ (ar. pers. turco) £ (copto) £ Z (greco) ; ecc. Questo suono è assai
frequente nelle lingue settentrionali , per la ragione del clima; tenendo- si
i\i chiusa la bocca e serrati i denti, come più di tutto osserviamo negP
Inglesi, la lingua ope- rosissima nel meccanismo dei suoni presenta nel termine
di molti movimenti, poiché fu innalzata, iiell' atto di riposarsi questa posa
nella quale ap- poggia contro i denti incisivi e che si presta al- l' effetto
di sibilo nell'uscita dell'aria. S. Le file dei denti avvicinale od in
contatto, l' orlo Ubero della lingua poggia contro P arcala alveolare dei denti
incisivi superiori, od un poco più alto contro il palato; non vi ha bisogno che
il resto della superficie inferiore della parte libe- ra della lingua si adatti
alla faccia interna dei denli incisivi stessi: ciò facendo si produce il suo-
no s; sicché pel suono s in confronto che pel s si esige uno stretto più corto
per cui passar deve l'aria tra il palato e la superficie mobile della lin- gua.
La lingua forma una linea curva concava el- littica in opposizione alla vòlta
palatina e nel mez- zo in corrispondenza all' apice della lingua non poggia
questo contro il |»alato, lasciando una pic- cola fessura come d' un fischietto
di len-a cotta di quelli con cui giuncano i fanciulli. La maggior lòrza
nell'atto di spingere l'aria coutro questa léssura produce l j forte come in
Sogno, Santo, la minore produce l'i dolce come in ! Ilota, Casa. S dolce
somiglia al sibilo ( I ), la forte al fischio. La S da alcuni Grammatici si
conside- ra come sibilo, ne si conta fra le lellcre (Gramui. Giacca. Semiti,
l'alav.) Il suono ,v è assai frequente nei vecchi, ed anzi prolungasi talora la
sua pronuncia in tali soggetti con un sibilo, diléllo prodotto dalla pri- j
vazione dei denti incisivi, per cui l'aria dopo l'o- missione normale dell'*
non si trattiene ma sfug- ge per la fessura lasciata dai denti |*t l'orlo mol-
(I) S giliilum rjcit denlilius rnrlwralis (Marlian. ! Cip. I. c.) ti Digitized
by Google le delle labbra. Alcuni invece dell' j pronunciano un i, il quale
difetto chiamalo iotacismut, dipen- de dal poggiare il dorso della lingua, anzi
che l'orlo anteriore, contro la vòlta palatina. 5 rappresentasi in ebraico per
D ed anche per w" in sanscrito ff e nel carattere ar. pers. turco j», in
greco S 3. 6 (greco). Le labbra nello stalo naturale, i denli inferiori e
superiori lasciano fra l'una e l'al- tra serie uno spazio bastante a
comprendere l'a- pice della lingua o la parte più vicina all' orlo anteriore di
quella, che vi si frappone. Se si spin- ga leggermente Paria in quella piccola
fessura che appare tra la parie superiore dell'apice della lingua in quiete e i
denti incisivi superiori si pro- duce il suono 6 cosi espresso dall'alfabeto
greco, e pure proprio della lingua inglese. Se si spinge l'apice della lingua
tra i denti anzi un poco fuori, si comprima questo contro l'arie dei denti
su|w- riori senza toccare gl'inferiori e si ritragga nello stesso tempo la
lingua dietro i denti, si produrrà il suono che dai Grammatici di lingua
inglese scri- vesi th e si distingue col nome di th dolce. Stan- do gli organi
nella stessa posizione, se prima di ritrarre la lingua si mandi un semplice
fiato anzi che uii tono, si avrà il th aspro (1). Stando la lingua col suo
dorso elevalo verso la parte media del palalo lasciando passare tra la sua
convessità e la vòlta palatina l'aria produ- cesi il suono A, CU italiano, come
in chi, e rappre- sentato dal c come in caso, corso e che è affatto uguale al
suono q come in quale (i.'). In questa |>osa il momento importante è la
chiusura del ca- nale orale nell'applicazione del dorso della lingua contro la
vòlta del palato che le sovrasta, la qua- le chiusura si apre poi passaggio del
fiato. Miiller dice che può prodursi il suono anche nell'atto di chiudere
invece che in quello di aprire queste vie. Il suono viene a prodursi nella
parte do\e tra la vòlta palatina ed il dorso della lingua resta uno spazio
semilunare. L' estremità della lingua può (1) Ebers. Theor. utid praktisciie
Gramm. ikr En- glisrlien SpracDC, 1X12. ('!) K bucibni pjlaloque fornialur Q
appulsu pa- lati ore rcslriclo [Marlin. Gap. L c.J i tanto giacere quanto
ripiegarsi verso il palato e poggiarvi; per questo suono tal porzione linguale
è indifferente. Un errore continuato nelle nazioni euro|)ee fece servire per
questo suono il segno c che e promiscuo ad un suono del tulio diverso e che si
produce dall'apice della lingua battente contro l' arcata alveolare degl'
incisivi superiori p. e. nelle parole rio, cero ; mentre il suono che qui si è
indicato si eseguisce non già battendo ma poggiando colla lingua nella posa
descritta; e questo è un suono sostenuto mentre il vero c p. c. in cera non si
può continuare. Il q poi rappresenta affatto l'identico suono prodotto col
dorso della lingua come si può ac- certarsi nelle parole che si scrivono si con
V uno che con l'altro segno; p. e. gli antichi Latini scri- vevano arquus,
arquatut e poi si stilò arau, ar- cuatus (Calep. Ambros. in voce arquatus).
Corrispondono a questo suono i caratleri D (nella punluazioue con daghesch) p
(cbr.) . ( ar. pers. turco) Sfi (sanse.) K (copto) R, x (gr.)ecc. Gh (ledesco).
G seguito da mia consonante o da una delle vocali a, o, u questo suono diver-
sifica solo dal Q o GH sopra indicato; perchè nel GH viene spinto il fiato con
minor grado di for- za ( 1 ). Secondo Miiller il gh diventa koq aggiun- gendovi
un'aspirazione; egU chiama il k esplosi- va aspirala. È suono assai frequente
nelle lingue Malesi e in tutte quelle dove si usano molto le gutturali. Sia il
Q al GH come il C italiano al G : le pose nel Q e nel GH sono eguali, e cosi
nel C e ! nel G. Solo il pxado e diverso. Caratteri che vi cor- rispondono.
Oltre quelli comuni al G dolce negli alfalieti europei, (in ebraico) 1, (in
pers. ar. tur- co) i ÌS. L'orlo della lingua si posa contro la vòl- ta palatina
come pel suono /, ma vi poggia con maggior forza, anzi urta contro. La Iwcca
può slare sì chiusa come aperta. L'aria penetrando in quell' atlo produce il
suono n mentre esce poi ca- nale del naso. I soggetti nei quali per qualche di-
fello le carità nasali sono oblilerate od in qualche (1) C spiritus cum palati»
(Martian. Gap. I. c.) Digitized by Google - 43 - parte ristrette, invece del
snono A suono assai vicino al D. Varronc pretese che ia lettera A si
pronunciasse diversamente quando vi seguiva ia G e la C: « Inter litteram A' et
G et C est alia vis ut in nomine anguis et angaria et an- cora incrtpat
incurvii et ingenutu. In omnibus enim his non verum A sed adultcrinum ]>ouitur. Nani A T non esse lingua judicio est. ISam si
ea lat- terà essct lingua palatum tangere!. » (AuL Geli. Varrò in Granunaticis)
(1). Caratteri J J (ebr.) fi (sanscr.) ^ (ar. pers. ture, hind.) Gn italiano, $
spagnuolo, nh (Portoghese). Per pronunciarlo si esige che le arcate dentali non
dislino una dall'altra più di poche linee, e se combacino tanto meglio; l'apice
della lingua spor- ge c si avvicina alla fessura dell'arcata dentale, mentre la
sua superficie superiore presso 1' orlo balte mollemente contro la parete
interna dei den- ti incisivi superiori e la continuila concava pre- sentata
dall' interno dell' arcata alveolare e parte anteriore palatina. Richicdcsi
sempre la Ubertà delle narici ; altrimenti, emettendo l' aria, invece del suono
richiesto se ne produce mio tra il G ed il C italiano; perchè per questo suono
l'aria tra- versa semplicemente il canale nasale. Nel Vyaca- rana P. Paul. p. 7
trovasi notata come corrispon- dente a questo suono la nona consonante u§ gna.
Tal suono manca alla lingua tedesca. Il Saghyr Ann sordo dei Turchi è prodot-
to dallo stesso meccanismo dell' A', compartendo mi maggior calihro d' aria per
le uarici. La cavità orale presenta nei suoni sopra rife- riti mi foudo rieco
od un diverticolo più o meno lungo, e l'aria attraversa il canale nasale,
essendo la cavità orale chiusa sia per le labbra sin jht la lingua applicata af
palato. D. Canale orale chiuso dalla lingua applicata colla sua faccia
inferiore alla parte anteriore del palato od all' arcata dentale e s' apre pel
passag- gio del fiato. Moller dice che può prodursi tal suo- no anche
noli" allo di chiudere colla lingua il ca- nale. Gap. lingua denlibus
appulsa collidit (Martian. Se V aria si spinga con più fona e la lingua urli
con maggiore rigidità verrà il suono T. La situazione delle parti della bocca
che servono a formare questi suoni cangia in una maniera subi- tanea (1); il T
chiamasi da Moller esplosiva aspi- rata, dice che è il D cui si aggiunga
un'aspirazio- ne (Ph)siol. IL) Caratteri del T P (ebr.) a (ebr.) T (gr.) Questi
suoni nou si ponno prolungare a vo- lontà, perchè cominciano applicandosi a
quella parte che toccano e terminano staccandosene. Tali due suoni si ottengono
con maggiore difficoltà an- che volgendo Y apice della Ungua su|tei tormente
all' origine dei denti contro la parete palatina. La somma versatilità della
lingua può sostituire una posizione all' altra per olteuere quei suoni che
normalmente si producono come qui si descrisse; solo che batta in senso
analogo. Il D è suono raro uelle Ungile del Cnnadà, del Brasile e del Giappone.
INel Yyacaraua si nota il suono da (sans.) grave da pronunciarsi come balbo
colla Ungua inflessa, uguale a ~T iudostano. Caratteri. A, 8 (gr.) T (ebr.) » (
sir. ) ^ (sanscr.) ò (pers. ar. turco). INel Vyacarana (pag. 8) si nomina un suono detto dna grave 4£ che sembra
essere mi d a cui si aggiunga un' aspirazione con qualche sforzo uguale all'
indostano (2). C italiano. L' apice della Ungua balle contro la faccia interna
dei denti incisivi superiori (3). Il suono c manca alla Ungua francese, anzi è
celebre nella storia l'incapacità dei Francesi di pronun- ciarlo ; poiché i
Siciliani ai tempi del Vespcro ri- conoscevano i Francesi alle due |wrole reci
e ci- ti) D appulsu linguae circa superipres dentea in- nascitur. T appulsu linguae denlibus
impulsi* excu- dilur (Maruan. Gap. I. c.) (Si) Nel carattere usalo dagli Arabi comune ai Persiani
ed ai Turchi il suono d, quello t ed il Ih: 9 (grec.) non sono distinti
procisamenlc, ma a vicen- da il segno subitilo per l'uno serre Ulura per l'al-
tro; cosi p. e. j dello dal dovrebbe servire pel suo- no d ma talura serve per
/, come quando é prece- duto da una lettera dura ec Ma delle imperlczioni degli
alfabeti si tratterà a parie nel trattalo intitolato Storia dell'origine e
sviluppo della scrillura. (3) C super raolaribus linguae estrema appulsis
exprimitur (Martian. Gap. I. c.) Digitized by Google - u ceri dove il c
ripetuto cosi da vicino loro riusciva tanto difficile, e pur ora ivi se alcuno
venga a ris- sa coti un Francese è solito dirgli « bada che non (i taccia dir
ciceri. » 11 suono c italiano somiglia a quello di lamine metalliche sottili p.
e. di spade d'acciaio battute una con l' altra, ed al grido dei passerotti. Tal
suono rappresentasi talora per K x in greco come xe'vTpov, nei caratteri arabo,
pers., turco cosi , nel Vyacarana trovasi la sesta let- tera consonante ciò _cj
p. 7. Il G italiano si eseguisce collo stesso mecca- nismo , solo spingendo V
aria con minor impeto. Manca alla lingua tedesca; rappresentasi in greco jrt T,
t segno promiscuo come in italiano anche al gh sopra notato: cosi in ar. pers.
turco _. Nel Vyacarana si dice corrispondere sque- sto suono la settima
consonante detta già e già indostano (£. Ty ungherese. La lingua s* inserisce
tra le lile dei denti, sporgendo anche ad ambi i suoi lati e col suo apice ; il
suono si effettua emettendo l' aria tra Y acie dei denti incisivi superiori e
lo strato molle che presenta la superficie della lin- gua su cui poggiano.
Somiglia assai al c italiano, ma non è l'identico. Gg ungherese. L'estremità
della lingua pog- gia sull'ade dei denti incisivi inferiori, la sua su-
perficie deve battere dolcemente contro l'acie dei denti incisivi superiori e
la continua loro parete interna e la pure continua vòlta palatina anteriore. C
aspirato Granthamico -ùJò (Vyacarana). si dice essere uguale al eia italiano,
ma con forte aspirazione. R. Il suono rè dovuto ad un molo irrequieto dell'
apice della lingua che vibra con grande ce- lerilà vergendo in allo mentre la
colonna d' aria tende a passare Ira l' apice stesso e la vòlta del palato (1).
Le file dei denti denno combaciare o non distarsi l' una dall' allra più di
poche linee. Le vibrazioni sono tremili impressi dalla corrente dell' aria alla
lingua che vi resiste, e si ponno pa- ragonare a quelli delle labbra quando si
faimo (1) R spiritura lingua crispantc uan. Gap. L c.) (Mar- fremere. Mailer
calcolava la rapidità dell' ) nervosa da questi tremiti della lingua i quali
sono invece passivi, cioè si operano neh" alto di cedere dell' estremila
della lingua all'onda aerea: vi vuo- le piuttosto qualche grado di forza a
resistere a quest'onda; perciò in questo senso il suono r può servire di misura
dell' energia dell' organo della lingua. Certo eh' è mi suono che esige tutta
la li- berta neh" azione della lingua ; e nella balbuzie è uuo di quelli
più difficili ed anche impossibili. De- mostene, eh' era sommamente balbo, non
poteva pronunciarlo. Cum ita balbus e«e( Demotthenet ut ejtu ipsiu* arti» cui
studeret ( PijSwpexTj) pri- mari» litteram non pnssct dicere. ( Cic, de Orai.
II ). È curioso che anche Socrate aveva già osser- vato che I' r era un
prodotto di sommo movimen- to. — P 9«i'veT«t wsirep òpravov et vai r.iar^ ttj?
xjvtjsew? — (in Cratylo). Questo suono si calca nell' ira, si produce dai cani
nell' atto di sommo irritamento, quando mo- strano i denti ( .... «mot hic de
nore canina Lit- tera. Persio, Sat. 1) e dicesi ringhiare questo loro suono.
Nei caratteri jcroglifici fra i varii disegni per indicare il suono r, v' ha
pure mi sciato. Si schiva tal suono dalle pera te che per lo più vi sostituiscono
la /. Le*
petitt maitres grastayent et changent r en 1. Vircy . B\- ron e Rousseau,
fecero la stessa osservazione. Perciò
nelle capitali si osserva questo diletto reso quasi di moda ; cosi a Roma tale
vizio che chia- mavasi lallatio e lanibdacismus, viene notato da Persio, Sat.
I. » Eliquat et tenero tupplantal rer- ba palato. « Come i Romani
posteriormente stag- gissero l' r sostituendovi l'i (lambdacismtu o lal- latio)
Ovidio (Fast. L. V. v. 480) dice espressa- mente che IV si è cangiato in' l a
proposito del nome Lemuria eh' egli deriva da Remuria (a ca- gione di Remo
fratello di Romolo poiché « luctm- que Remuria dixit Illam qua positi» jutta
/erun- tur avis). ■ Esperà mutata est in lenem tempore longo Littera quac toto
nomine prinui full. Cosi ora a Parigi ed a Vienna osservasi lo Digitizedby
Google Sii Il suono r si ode distintamente nella regione precordiale negli
stringimenti degli orificii del cuore per indurimento delle valvule (2).
Caratteri che vi corrispondono -j (ebraic.) j (ar. persian. ture.) P (grec.) R
(latino). Alcune di queste consonanti nelle quali entra la lingua agente nella
cavità della bocca nell'atto di chiudere in qualche punto il tramite orale co-
me / * r trovami nei linguaggi degli abitatori de" climi freddi dove si
soddisfa al bisogno di farsi intendere facendo agire gli organi articolatori al
di qua dei denti, tenendo questi chiusi, ed evitan- do per quanto si possa
l'ingresso dell'aria per la Si osservino le bngue teutoniche. Des aveva già
notato che gli abitanti dei paesi freddi nell'articolazione dei suoni si servo-
no molto del naso e delle labbra. - 45 - stesso vezzo. Mad. Sand: « son demi grassa) e-
ment annoncait un Parisien. » I
Chinesi non pon- no pronunciare la r, per cui essi non articolano bene la
lingua russa, ciò a che valgono i Calmuc- chi e i Mongoli (1). I Negri non
pronunciano la r, essi hanno i denti più obbbqui e prominenti; si osservò che
sono meno coraggiosi. I Tartari non hanno r, la lingua ricassa pure manca del-
l' r, così pure i selvaggi delle isole Marchesi quando furono scoperte da Cook
non potevano pronunciare questo suono, e i Malesi in geuere tralasciano quanto
possouo la r delle parole eu- ropee. In Italia i Ceuovesi della plebe non usano
IV. Molti tra gli Ebrei diflicilmeute eseguiscono questo suono : la causa in
loro è per lo studio della lingua ebraica dove ricorre frequentemente la
pronuncia' del suono H gutturale, nel quale vi- bra il velo penduto mentre la
lingua sta in ripo- so, e colle vibrazioni del velo pendulo si produce un r ma
non il puro linguale nella di cui pronun- cia il velo pendulo sta in riposo. E
cosi abituan- dosi ad agire meno colia lingua e più col velo pendulo, quando si
esige l'esecuzione di questo suono linguale ne sostituiscono uno gutturale che
Dentali. (1)
Virey. HisL Nat. du Genre humain. (2) (Bouìllaud. Maladies du coeur}. I denti in genere sono essenziali ai suoni nei
quali la lingua batte contro la loro faccia interna o si spinge fra l'acie
delle loro file, come vedem- mo; ma oltre ai varii suoni nei quali li vedemmo
agire in unione alle diverse pose ed ai tocchi drl- la lingua, si riconoscono
due circostanze d'artico- lazione nelle quali i denti incisivi operano da se
stessi opponendo una sie|>e all'aria che uscir vuo- le tra gl'interstizii
che rimangono ad onta che le due file dei denti combacino. Il primo suono è quello
rappresentato in italiano cou questi carat- teri se, come in sciocco, sciupare,
scipito. Per eseguire tal suono le labbra si allonta- nano sporgendo e
lasciando scoperte le arcale dei denti incisici che devono combaciare perlèlla-
mente : la lingua posa col suo orlo anteriore die- tro la mandibola fin dove
può giungere tenendosi presso i denti senza toccarli, cioè lino all'estre- mità
mascellare del frenulo, mentre il suo dorso s'innalza turgendo nel mezzo; il
fiato spinto tra gl'interstizii lasciati dai denti incisivi combaciarti emette
il suono indicato. Gli Ebrei chiamarono onomatopeicamente \& scien il dente
dal suono che per loro si effettua, e chiamano sci» la lettera che corrisponde
all'indicazione di tal suo- no. Tal suono è caratteristico di alcune nazioui,
mentre per altre è impossibile. Nel Veneto le per- sone incolte stentano a
pronunciarlo, in Westfalia si pronuncia invece 9% (Muller. Physiol. II.). È ce-
lebre la storia biblica dell'impotenza di pronun- ciare tal suono presso gli E
(ratei, ai quali si pro- poneva la parola 5cibolelh H? 2tf (spica) |>cr di-
stinguerli dagU Ebrei, mentre gU Efratei pronun- ciavano .ftbolelh per cui
venivano conosciuti, on- de ne perirono 42 mila. Si asserisce che questa
incapacità di pronun- cia si mantenga ancora dopo 30 secoli nelle op- poste
rive degli stessi guadi del Giordano. Caratteri die vi corrispondono * (ungh.)
sch (ted.) sh (ingl.) eh (fr.) # (cbr.) jt, (ar. ture, persian. hind.) 5J
(sanscr.) II G francese che rappresentasi in ungbere- Digitized by Google — 46
- se da ss è un suono che si produce collo stesso del suono jc solo emettendo
il impeto. Le dentali non ponno aversi che nella se- conda età della vita
organica del fanciullo, cioè dopo la dentizione. DenMabiali. Il labbro
superiore appoggiato sui denti in- feriori o meglio i denti superiori sul
labbro infe- riore, spingendosi in tal atto con impeto l'aria fra questa
fessura tra il contatto della parte acu- minala dei denti incisivi e il labbro
combacianle ne verrà il suono F (1); Mailer dice che per VF le labbra .si
atteggiano come per soffiare, e che l'apertura delle labbra è più ritondata per
V. Se nella stessa posizione che pel suono F si spinga solo più leggermente il
fiato, ne verrà il suono V. Questa è la ragione per cui alcune persone deboli,
molli, effeminate cangiano V F in V, cioè perchè l'aria con minor forza jVirey.
Hist. du umain) Les petits - maìtres changent la F en V, Questi due suoni si
ponno ottenere con maggiore difficoltà, coprendo l'acic dei denti in- cisivi
superiori e quelli inferiori col labbro cor- rispondente , quasi tappezzandoli
e spingendo l'aria Ira questo lembo stirato delle labbra. Si giunse ad imitare
il suono V versando un fluido in un tubo cilindrico che si tura e si stura
alter- nativamente colla mano ; questo tubo deve avere una linguetta
membranosa. (Mùllcr. Physiol.) Il suono F è assai raro nelle lingue del Canada,
del Brasile e del Giappone. F rappresentasi in ebraico dal carattere g, in ar.
ture. pers. vj, in sanscrito Cf, in gre- co * 9. r in ebraico ì, in ar., ture,
persian. } , in sanscrito ^, in greco 0 T. (1) F denles labrum inferius
deprimenles lingua palaloque dulcescil (Martian. Cap. I. c.) Labiali. Chiuse le
labbra, se queste si stacchino, nel- l'atto del passaggio dell'aria ne succede
il suono B ( 1 ) ; questo suono odesi nell'alto di fumare la pi- pa e di
baciare. Il suono B fu imitato in maniera simile a quella del / ' versando un
fluido in un tu- bo cilindrico che si tura e si stura alternativamente. Se le
labbra si stacchino con maggior impeto ne succede il suono P (2). Sono suoni
esplosivi non continuabili, per- chè succedendo un cangiamento di posa neh'
atto di staccare le labbra, per produrre il desimo bisogna tornare ad unirle, e
1 mi intervallo di tempo tra il primo suono e la ri- produzione del medesimo.
MùUer chiama il suo- no P esplosivo aspirato, dice che produecsi ag- giungendo
un' aspirazione al B (cosi in un suo trattato edito nel 1827). Se nell'atto di
staccare le labbra oltre l'aria che si spinge traverso a quelle, se ne faccia
usci- re anche per le cavità nasali, ne verrà il suono M (3). Se le cavità
nasali non sieno libere, inve- ce di M si proferisce una B. Miiller uella sua
fi- siologia (T. II) insegna che l'in non è labiale, che la bocca chiudesi per
mezzo delle labbra per m, che non è l'alto della chiusura della bocca che le dà
origine; che non si torma se non se dopo questa occlusione pel semplice
passaggio dell'aria a traverso il canale nasale con risuonanza del fondo cicco
delle cavità orali. Mi pare che l'esame della bocca nell'atto di pronunciare m
dia risul- tati diversi da questa teoria. Si provi a pronun- ciare mamma, amo,
me ce. e si vedrà se lo si pos- sa senza le labbra. Tali suoni facilissimi sono
propini della fanciullezza e costituiscono gran parte del dizionario infantile
d'ogni nazione. I suoni proprii delle labbra mancano nelle lingue di molli
selvaggi, cioè di tutti quelli che hanno il costume di modificarsi la forma
delle labbra cosi da renderle incapaci dell'articolazione di tali (lì B labris
per spiritus impelimi reclusis edici- ( Martian. Cap. I. c.) (2) P labris spiritus
erumpit (Martian. Cap. L c.) (3) H
labris imprimitur (Martian. Cap. I. c.) Digitized by Google — 47 — suoni: così
come presso i Botocudos del Brasile che hanno il costume di tagliarsi o di
forarsi il labbro superiore e d'inserirvi nella spessezza dei pezzi di legno
come i turaccioli da botte. Il B è assai raro presso i Peruviani, nelle lingue
del Ca- nada, del Brasile e del Giappone ed è frequente nelle lingue semitiche.
Le lingue caraibe fanno pochissimo uso del P. WM deve riuscire di sten- tata
pronuncia presso quei selvaggi che si trapas- sano con ispine di pesce o con
ossctti il setto e le cartilagini gnomoniche del naso; VM è comunis- simo nelle
lingue selvagge di Tonga Tobboo. Caratteri B (grec.) 3 (ebraic.) (ar. pers., ture.) ^"f (sanscrito).
Caratteri P n (grec.) 3 (ebraic.) o (ar.,pcrs., iure.) T( (sanscrito).
Caratteri M M (grec.) £3, q (ebraic.) ^ (ar., persian., ture.) T[ (sanscr.) Nel
Vyacnrana pag. 9 trovasi riferito un suono detto hha ^ indostano che si produce
con aspirazione. In tutti questi suoni, se bene si esamina, la cavità orale
agisce come un tubo attraversato da valvule di varia densità, resistenza e
struttura po- ste a maggiore o minore distanza lungo la cavità e chiudenti più
o meno parte del diametro di questo tubo già vario nelle regioni diverse. Tali
valvule sono: la prima e più interna la epiglotti- de, la seconda, che si porta
a varie distanze, la lingua dalla sua origine fino all'apice , i denti e le
labbra. In tutti questi suoni l'aria è attiva e le vo- cali rappresentano la
sua uscita libera |mt un ca- nale più o meno largo dalla laringe fino alla
bocca. Le consonanti invece rappresentano la resistenza più o meno continua od
intermittente all'aria in varii punti della cavità orale (1). Sicché veramente
iteli* atto di cedere di qua- lunque di questi punti di resistenza esce un
suono consonante, ma sempre nello sprigionarsi dell* a- ria odesi una vocale
rudimentale, che si rappre- senta nella puntuazionc ebraica per un scievà, cioè
(I) C de Gebclin dice che le consonanti SODO Ioni prodotti dalla voce e dalla pressione
delle diverso par- li che costituiscono la cassa dell'islromento vocale. una
specie di suono vocale leggero, come l'e muto dei Francesi ; così p. e. tre è
come th, re: eth come ethe (1). Questo rudimento di vocale per altro non si
distingue se non quando vogliasi pronunciare una consonante separata p. e. d,
/. v ecc. Le impressioni abituali d' ogni genere influi- scono come sovra ogni
parte dell'organismo, an- che sugli organi della voce e dell'articolazione dei
suoni, e quelle cause che agiscono sull'individuo nello sviluppare, nel muovere
ed all' incontro nel frenare alcuni atti ponno determinare delle modi-
ficazioni organiche costanti nelle razze, od ahne- uo persistenti fino alla
durata delle stesse cause; il clima p. e. influisce decisamente : ne abbiamo un
fatto chiarissimo nella perdita dell'abitudine di ab- baiare che succede ai
cani nelle regioni pi il uri. Dì più per l'attitudine dell'uomo ad imitare, la
na- tura circostante coi suoi fenomeni sonori ha un'al- tra influenza diretta
sopra gli organi della favella determinando certi moti reattivi |>cr
riprodurre questi suoni uditi. Quindi la predilezione d' alcuni suoni in ccrle
regioni e non in altre, e la vibra- zione ed il tono div erso dì voce e le
varie propor- zioni tra le vocali e le consonanti. Ecco una delle grandi cause
della diversità delle lingue. Di più per queste disposizioni organiche sia
nella strut- tura, sia nelle abitudini dei vari! moti s'induce l'in- capacità
di produrre alcuni suoni ; cosi che se av- venga che si esibisca una parola di
genio Ionico diverso da quello abituale, questa non si proiiun- (1) (Rapp.
Physiol. del Sprache. I- 337)Prisc.ha paragonato lo vocali all'anima e le
consonanti al corpo (C. Gebclin HI. H5); certo cosi voleva egli indicare essere
le consonanti passive e aver bisogno dello vo- cali; mentre le vocali non
abbisognano delle conso- nanti. Nella sillaba (dice Humboldt) non esistono,
come potrebbe apparire dalla nostra maniera di scri- vere, due 0 più suoni, ma
propriamente uno solo espulso in una tale maniera. La divisione della sillaba
semplice in una consonante ed una vocale, in quanto si considerino queste come
stanti per se, é solo artifi- ciale. Consonante e vocale in natura sono in tale
rap- porto tra loro ch'esse formano per l'orecchio una indi- visibile unita.
(Humb. Kawi Inlr. 88). Se la scrittura deve disegnare questa naturale
condizione, egli è più conveniente, come fanno varii alfabeti asiatici, di
trat- tare le vocali non come lettere proprie, ma nome mo- dificazioni di
consonanti (Humb. Kawi Intr. 85). Ma d'altro canto io opporrci che la vocale
può stare per se; forma sillaba senza bisogno di consonanti. Digitized by
Google eia esaltamento, ma invece o si sostituiscono altri suoni o si
tralasciano. Cosi dunque si svolgono molti) lin i forme delle parole, la di cui
causa pros- sima si è nell'inesatta esecuzione, ripetizione, imi- tazione dei
suoni uditi, sbagliando il meccanismo che si esige per ottenerli, p. e. usando
di posare la lingua dove invece si tratta di muoverla o di lasciarla vibrare e
viceversa. Ecco quindi una del- le origini feracissime della molti plicità
delle lin- gue, come si dimostrerà nel Trattato dei Raggua- gli Eufonici.
Questi sono i suoni più generali onde si co- stituiscono tulle le parole delle
lingue più colte ; alcuni altri si trovano in lingue meno note i quali si
accennano soltanto da quelli che ne parlano, ma non se ne descrive il
meccanismo, ne si può dare quindi a chi non li ode una sensazione cor-
rispondente; produconsi pure alcuni rumori, oltre questi suoni indicati da
caratteri, nella bocca e nella laringe, oca esplosivi ora continui o soste-
nuli, mangiando, gargarizzandosi, gemendo, ster- nutando, sospirando, movendo
vivacemente la lin- gua da un lato all' allro, tracannami» a piccoli tratti,
facendo vibrare le labbra colla lingua, coi denti o col palato; alcuni di
questi rumori entrano pure nella lingua parlata d'alcuni popoli, p. e. que- sto
di battere la lingua coi denti e col palato nelle lingue degli Ollentoli e
d'altri popoli dell'Africa (Licbtenstein e Sali), altri sono aliali » simili a
quelli ch'entrano nelle lingue a noi note, p. e. quello del- l'atto di baciare
simile al suono b, quello del sospi- ro che si Icrmina in modo simile
all'aspirazione, o Tatto di staccare delle mucosità dal fondo della gola, che
trovammo simile al suono fi- In corrispondenza ad ogni suono si è posto qui il
carattere che lo rappresenta, olire che ncl- I' alfabeto latino già comune a
tutte le lingue col- to moderne di Europa, il carattere greco, l'ebrai- co, il
sanscrito , e quello usato dalla scrittura de- gli Arabi, dei Turchi e dei
Persiani ; e talora qual- che allro. Si sono scelti questi pochi caratteri tra
i moltissimi esistenti, come il fenicio, il zend, il birmano, il manciù, il
tibetano ec, perchè non è qui il luogo in cui interessi di studiare la ragione
della loro forma e i rapporti d'applicazione a tali o tali suoni; questo tema
sarà svolto nel Trattato della Storia dell'origine e dei progressi della scrit-
tura. Qui si sono rassegnati i caratteri corrispon- denti nei pochi alfabeti
citati solo perchè consti trattarsi dell'identico suono, benché indicato con
segni diversi nelle varie nazioni più illustri, come in mia nomenclatura
scientifica vi si pone la sua sinonimia. Qui in somma l'interesse è tutto del
suono e non della figura, è fonetico e non grafico. Oltre questi segni stessi
negli alfabeti riportati, ve ne sono pur altri che qui non si veggono, perchè
rappresentano suoni composti; tali sono l'x (1) nell'alfabeto latino, il 2 ed
il + del greco, e molti del sanscrito, p. e. quelli riferiti nel Vyararana. la
( 4 consonante nella serie riportata Ana S3 quasi doppio n da pronunciarsi
similmente al ^ «un (ar.) e corrispondente al no J3" imi ostano, e l'altro
1 n doppio. Un altro segno rappresenta un «no nnnii quadruplicato e da
proferirre con maggior forza del doppio e il Granlhamico v\ ntma eh' è un
doppio ni e pure Ila (Granlhamico) che rappreseuta li doppio. Cosi i dittonghi
non sono già suoni semplici, ma ossia rapide successioni d'una vocale ad un'al-
tra, o nella scrittura, come in francese, sono im- proprie unioni di vocali
diverse per segnare un suono semplice come AI — e, Ou = u ecc. Per- ciò devesi
ricorrere alla descrizione del meccam- smo d' ogni singolo suono che vogliouo
rappre- sentare. L' accento è un' intonazione più elevata che si dà a certe
sillabe ed a certe parole. Alcuni in- nalzano la sillaba accontala più di mi
semi-tono, altri meno. Altre volte per accento intendonsi gli al- ti di riposo
più o meno prolungato dopo l'emissio- ne di un suono, od il prolungamento del
suono vocale come in ungherese à, ó, ù, i, 6, u. In alcu- ne lingue p. e. nella
turca non potrebbero mar- carsi distintamente di accento in alcun punto de-
tcrminato neppure* le parole più lunghe per la lentezza con cui pronunciasi
ogni sillaba, e per I" uguaglianza di posa che si fa succedere ad ogni (1)
x Quicquid e et .>, domandar pane « |iat(iu.ÌM tf'av atTtjv àv àptov
(Arislof. iNc^Xai). Finalmente iu bocca della madre queste pa- role si
distinguono uei numerosi loro significali c diventano i nominativi
rappresentanti gli og- getti che si riferiscono al fanciullo, perchè jier lei
servono questi di segni di quei bisogni. Que- sti suoni slessi, il di cui
significato in origine è evidentemente relativo alla sfera di azione e di sofferenza
degF infanti, ponno acquistarne altri diversi j>cr opportunità d'
impressioni e di asso- ciazioni l l J ); quindi in varie lingue compariscono a
servigio di differenti idee, p. e. Mónta (Tonga) luce, mondo; Mammi (Java)
schiavo. Quanto al senso dato nella maggior parte delle lingue all' automalico
aba, babà, ab, papa, apa, cioè di rappresentare il padre, considerando la
separazione bi quasi tutti gli stati di società, (1) C Gebelin, Vili, M5, 469.
(2) Vedi IralUto ideologico, ossia dei rapporti della parola col pensiero, in
quest'opera. dalla selvaggia alla più civile, del neonato dal pa- dre, io
ritengo che sia effetto dell' amore e della adulazione della sposa verso il
marito, che deter- mina colle prime voci inarticolate del bambino il v ocativo
per la persona a lei più cara c da cui il bambino ebbe v ita ; non essendo
naturale che il lattante, intieramente affidato alla femmina e che del maschio
per nulla abbisogna, si pensi mai di chiamare chi non conosce ; chè anzi si
osserverà eh' egli rifugge all' aspetto virile, e tanto più in uno slato di
famigUa vicino alla selv atichezza, do- ve quest' as|>ctto è terribile. In
alcune lingue afri- cane e tartare fu applicato inversamente il nome di papa,
papai (i) alla madre, e quello di marna, marnai al padre, riò che deriva dalla
maggior forza con cui si esprimono i suoni labiali da quei neonati, per cui il
primo suono è piuttosto mi p che un b od un ni. Esistono ] «reio in tutte le
lingue i nomi de- gli oggetti di prima relazione dei fanciulli pro- dotti per
automatismo , e veramente quelli affatto primi sono labiali. Rapp, anzi, quanto
al successi- vo sviluppo della facoltà di emettere i suoni arti- colati
cronologicamente nell'individuo, dice che sono i primi suoni quelli delle
labbra, anzi fra questi, quelli che vanno uniti al passaggio dell'a- ria pel
naso come F m , poiché la prima sillaba pronunziala dal fanciullo è ma ; e dopo
questa F altra pa ; ma egli pretende che tali suoni si pro- ducano dal
fanciullo per imitazione , cioè eh' egli muova prima degli altri organi le
labbra, perchè vede le persone che muovono queste parti ester- ne visibili e in
pari tempo riceve le impressioni sonore coincidenti con tali moti (2). Rapp am-
mette |>er unica causa dell'articolazione dei : F imitazione ; ciò che i
automatico eh' io (1) Adriano Dalbi, Atlante etnografico fi) Rapp, op. ciL I,
106. Digitized by Google - 52 - Esemph di tali sioxi automatici labiali NEL
LIKCUACCIO DI VARIE NAZIONI. Madre. Mamma (lat.) e lingue Hai , valacc. , pori.
, spagn. ec. LtLo maina (turco). Marnili: Mamma (ted.) (sved.) (ingl.). Mamma
(ili.). Marne (Epiro). Mania (Perù). Marna (Mollicene). Mappa, Ma'ppq, Mri|ir.?
(Grecia). Mani (Gallesi). Mani (Celti). Meni (Fiamminghi). Mamman (frane). Em
OX (eb.). Padre. Babà Bap (sanscr.) ? apa (nelle varie lingue malesi). Bappa x
Babà (turco) UU. Bab (pers.) Bab (lingua del Cairo). Boab (Mogol). Kitr.a.
(greco). (Callimaco, Hymn. Dian.) Aba K3K (sir.) 3 d'onde -2H (cbr., cald.).
Apa (ungh.). Ebn (arab.). lisina, «a'nnaj, (gr.), nanna (vocativo che qui e la
forma radicale). Ilanav pt xaXei" (Aristof., KxxXt)ut«c, a due terzi
circa). Papa
(lat.). Cum cibum et pottonem bua* et papa* vocent, matrem mammam, pai"
rem papam. (Cat., De liber.
educandi*). Papà (fr.) Papà (il.) Babbo (it.) Pappo (il.) Bap (lingua dei
Grigioni). Ilam'a, papà (Aristof. EtpTjvrj in principio). w nania (I^xe? in
principio). IlaiTttàJu (gr.) chiamare il Abarc (lat. presso Ausonio) il (ra-
teilo, dirsi fratelli. ti -l'i (gr.) vagire. Papa (lat), cum cibum et potumem
bucu et papas comi/. (Cat., De
liberi» educandi*). D onde pappare mangiare (Plaut. Pera., Sat. III.) Pappa
(it.) Poppa (it.) Poppellina. Poppare. Hanno? (gr.) avo. Babà (fr.) Pupus, pupa
(laL) d'onde i diminutivi pupu- Im, pupula, pupillut, pupilla ; ragazzo o ra-
gazza, fanciullo o fanciulla. Poupon, bambino. Soeur Jeanne ayant fait un poupon (La
Eontaine, ! Bube
(ted.) Pnpae (lat.) Pujm (it.) Pupjte (ted.) Poupée, poupon (fr.) | Buba (ungh.) Ba^a (gr.) voce inarticolata.
Babc (ingl.), il bambino e i suoi derivati ba- bixh, babble, ec. Ba'ptK (sir.),
fanciullo neonato. Ba'jita Si oc Stipai xat paXiaxa ot tv Aapa- o-xw t« vjwywì
xaXao-c natòH'a; fldS) òV xai xa pstpa'xta and Tifo nap auToì?
vopi£opivT)sBap«a? ita (Damascius, In vita Isidori apud Photium, cod. CCXL1I).
nS^J (cbr.) babà, pupilla dell'occhio, il qual nome è quello di fanciulla; pupo
ecc. in varie lingue. Bàba (ung.), levatrice. Bambabo (lat.) BotfaXiov (Orai.
Calcni, 0- rat. Cicce). Bambolo , rimbambire, babbaleo, babbusco. Bulio (il.)
fuoco (ling. dei fanciulli). Bobó (it.) cavallo (ling. dei fanciulli). Bobó
(fr.), dolore (ling. infantile). Digitized by Google - 53 - fiibi (Ir.) Bimba
(sanscr.), idolo. Bimbo (it.) Bua
(laL), vino (ling. infantile). Bua (iL) dolore (id.) Bua (lat.ì, cibo minuto,
trito, masticato pri- ma. Aba fQX (cbr.), volere. Babbeo. Babbuino. Babbasso,
babbaccio. Babil ( ii .) BabiUer. Babillard. Pepe (it., bug. dei fanciulli),
scarpe. Pepe (it., lùig. dei fanciulli), polte. Mtp.ai (gr.), scimia. Maujiou'a
(gr.), nutrice. M«r« (gr.) nutrice. A'p-atj (cbr.) confusione— (Hesychius in
voce •Ajot). Sckl., D. Syr. II, 297). Mimma (it.), piccola ragazza. Mammare
(it.). Mammolo, mammola (it.) Marnilo (illirico), lusingare. HD'K amma (Svr.),
madre. A'wuìfi, nonn della madre degU Dei. Dea Si- ria (Seldeui, Syr. Il, 256).
Ama (spagn.), nutrice. Amme (led.), nutrice. Maupta, madre. « xaXtic Ttjv
ju»|tjMav e gri- da un fanciullo, pappfa, ^a^ia, papaia (Aristof. AuaiaT a due
terzi circa.) Munme (ted.), zia. 0">D maini (ebr.), acqua. McJpo; ( gr.
), seberno , vergogna , d' onde McJps; Dio del riso, della beffa, e popdopai
bur- lare, liwpaojiat, vituperare, riprendere. Babà (ungb.), fava. 11 aba (ani.
lai.), fava, uno dei cibi di primo uso. Bapat (syr.), confusione. ( Hesychius,
Sel- den, D. Syr. II, 297). Bonbon (Ir.). Questa parola non è veramen- te
automatica, boro boro; significa propriamente buono buono, e riusci facilissimo
ai fanciulli di ri- Intere la parola. (Hclvét. Ilonime I, 190). Bambin (fr.).
Bpùv (gr.), bruu (dial. ven.), voce con cui i fanciulli domandano da bere.
Aristof. eXai ver- so il fine, cosi parla Strepsiade a suo tìglio « it ju'v
Y£> Tutu, thuthu (turco), nome vezzeg- giativo delle ragazze. Tutu, acqua,
in Ancora provincia del Mada- gascar Tutu ranu, tela che contiene acqua, slofTc
di cotone che si fabbricano in Ancora , così dette perche sono si fitte e
serrate che l'acqua difficilmente le traversa. ( Gioja Filos. d. Statisti- ca,
III, 272). Tele (il.), cane. Totò (il.), percosse. Dindi (ital.), nome dei
quattrini , usato dai fra- di voce con ISénc (ungh.), sorella più vecchia
INawTi. Sorella del padre o della tello. Nenc jUJ (turco), madre. NanA (lingua
lluasteca); boldtj btr. Kawi, 283). Nana, nanna (it.), letto. M - Nanu yi\j
(turco), canto o i cui una il lumina addormenta un Nin (cald.), fanciullo. Nino
(spagn.), fanciullo. Ninna fanciulla. Ninnoli (it.), pupe, giuochi dei
fanciulli. Ninnolare (it.). Ncwos (gr.), avo. Nomi us (lat.)_, avo. * onna
(it.), nonno.(Cimbri sette Comuni). Nonno Navo's (gr.), nano. Neni (turco),
canto delle nutrici. Nsnìa (lat.). Ani "ONt (eb.). — Io, pronome. Anya
(ungh.) madre. Caca (fr.), sterco. Caca (it.), sterco. Kaxa(gr.) sterco. KaxaSi
9 «vo'ux e^fo ?pa- atti xa'fw XapwvSopa^e ti;0(p£jwv. Aristof., Ne^Xac verso il
fine. Kaxxa. Supa£« f,' a'XV aÌTrottvero'juvos auT» r.oir,n» xaxxav. Aristof.,
ivi. kaxxT). A'«ó |it'v xaxxT]; njv pfv' a«ex wv - Aristof., Eipijv»), in
principio. Tanto è vera l'origine automatica eterna come elemento fecondissimo
delle lìngue, che al- lorquando, per la composizione, storpiamento e
metamorfosi d'ogni genere che le medesime pa- role subirono col lungo corso del
tempo, non so- no queste più riconoscibili, si riproducono costan- temente le
primilixc forme radicali nel linguag- gio dei fanciulli. Cosi dopo il
tramulamcnto nel- le lingue europee del papa in pater, Valer, padre, pere,
folher, fadur, abbiamo il sempre receute pa- pa, popa, pope, babà, babbo, e la
madre molher, Mutter, mater, iitJtt.p ec. si chiama mamma dai fanciulli delle
diverse nazioni, la nutrice chiama- ta ornine, nena ec. Cane e chien chiamasi
fruitoti e tetè, e téttst itta tata usavansi sempre con- fidenzialmente dai
giovani verso i maggiori, cosi tatat, tata ec, e noi riduciamo continuamente a
suoni automatici i nomi propri i di persone latti diminutivi e vezzeggiativi
specialmente quando Digitized by Google — 55 — sono imposti a qualche
fanciullo. Quelli di Otaili ridussero i nomi propini di persona europei degli Inglesi
come segue: di Gook fecero Toute, di Ro- berto Boba. (Cook, viaggi t. II, pag.
38) t (l). ESEMPII DI PAROLE Cu' ORGANIZZATE RIDOTTE A FORMA AUTOMATICA. Da
tondeo, tonsut, tonta, fecesi nei bassi tem- pi roto e tota, e quest'ultimo si
ridusse a tota ri- masto nel dialetto Piemontese, die vuol dire ra- gazza da
marito di ciril casato (2). Gomma arabica divenne bómbaraca. Cade- pronunciasi
dai fanduM del Veneto chechi. Culter in valacco fu ridotto a cutitu ; Toròk
buza, cioè grano turco, fu ridotto a kukuritza in ungherese, quindi cucuruta in
valacco, Kuku- ruts (tedesco). L'italiano articiocco ( di ni. veneto) corru-
zione di cardut, cocut, carciofo (it.) BrdartUcho- ke (ted.) si ridusse in
ungherese a csictoka, pro- nuncia cicioka. Il tedesco Gurke, corruzione di
cucurbita, di- venne ngorka in ungherese e poi bubnrka. Kibits (ted.) nome
dell'uccello Gania vutga- rit, pavonccllo, derivato da kiantt (B. sassone), fu
ridotto in ungherese a bibUs. RIDUZIONI DI KOM1 monili di persosa A FORMA
AUTOMATICA. In italiano. Zanobi Bobi (3). Luigi Gigi (3). Gualtierotto Tolto
(4). Angelotto Toto (5). (1) Forse che gl'Inglesi lo pronunciarono già in
diminutivo Bob come si usa, e quindi riuscì facile a quelli di Tahiti di
ripeterlo facendono Boba. f2] Manno, Fort delle parole, pag. 360. (3) Varchi L.
X, Slor. 448 e Giusti Vestiz, cavalle- resca. (4) «Tolto mio fratello»
(Machiav. V1U, 101). (5) « Toto del Nunziata Pittore (Lanzi Si Pitto- rica).
Giuseppe nepo (1). Filippo, a li;,.,-,, M IO\ rippo, a |X|> ungile uno Ul
1111)11 1 \o). Francesco, a une eco, a (4). uiccio UIC* Il/ii ueni io. ( '■
.inni lì il II 1 Md Til» l'ili 1 Ila \y f* Girolamo Momolo. Irene Nene. E lena
Nena. Maddalena Bernardo Nano. Laura Lalla (7). Domenico Mimi. In itpagnuolo.
Joachim Coco (8). in /rancete. Barbara ■Ubi Desiderio Didier In ingltte. Bai).
Battista Bah. In ungherese. Giovanna Nina. Succedono suoni automatici, oltre
che nel- l'infanzia propriamente detta, anche in tutto il (K'riodo successivo
della vita, suoni emessi dietro un movimento non razionale negli atti della
vita propria, come il singhiozzo, il rutto, lo sbadi- glio, rescreamento, il
riso nei suoi vani gradi. (1) Machiav. Tom. IX, 30.1 (2) Pippa. Lasca, Cena II,
Nov. X, 541. (3) Varchi L. XV, 403. « Guglielmo dello Meno- mo Martini. » (4)
Sembra die oltre alla riduzione automatica v'abbia avuto per incentivo a questo
storpiamento l'e- sistenza di un nome proprio di persona antichissimo in
Italia, di pari suono A 4/ 3 3 Checa (Etnisco), no- me trovato duo volto in una
statuetta e due volle nel fanciullo Corazziano (Lanzi, S. Etr. II, 412). Lanzi
leggeva pure ceeha in questa iscrizione (5) Diz. Tramater. (6) Anche questo
nome si é ridotto ad una tor- ma già esistente. f\ Jf \ f . Tita (Etr.) g f j \
\. Ti- te, che è lo stesso che Tilus Mat.l (Lanzi, S. Etr. IL 221»). (7) Diz.
Tramater. (8) Myst. Inquis. 7. Féreal. Digitized by Google 10 sternuto, il
gemito, il fremito, il grido come nel delirio, il rantolo, il roncheggiamento
ec. Tali suoni riescono pur essi clementi delle lingue ar- ticolato, in quanto
che colla riduzione interio- re ed imitazione successiva artificiale dei
medesi- mi si ricordano i sentimenti soggettivi per cui verniero emessi altra
volta istintivamente e per le associazioni d'idee coincidenti o concomitanti ed
in somma d' ogui genere possono passare a diffe- renti significati.
L'automatismo torna ad operare e contri- buisce mollo come elemento
linguistico, nelle condizioni della vita che più si avvicinano all' i- stinto o
ne dipendono, perchè apptmto allora me- no dominando la volontà, Parte e la
facoltà di ri- cordarsi, si manifestano nella loro semplicità i la- vori
spontanei dell' organismo, perciò il linguag- gio deh' amore si costituisce di
suoni automatici e d'altri patetici, perciò i nomi delle fanciulle a- mate imposti
dagli amanti sono automatici ( nina, nana, nene, lalla) o a tali si riducono
per vezzo quelli che esse già hanno ce. L'esame di molte 'parole volgari,
relathc ad argomenti erotici, può farci avvertiti di questo latto. L'elemento
automatico delle lingue corri- sponde per una gran parte alle produzioni vocali
delle bestie, muggito, belato, sibilo, fischio, rug- ghio, pipilainento ec.
finche tali fenomeni vocali derivano dall'istinto per sè, primitivo, senza ima
causa esterna agente, o senza intervento o dire- zione della coscienza; dove
quindi non si effettui- no per reazione, uè esprimere vogliano appetiti o sensi
di dolore, di collera ce. L'elemento automatico non manca ai sordi- muti. Essi
non ponno arrivare alla lingua artico- lata, le di cui radici sono |ht una
terza parte da cercarsi noli' automatismo, soltanto per non aver coscienza
acustica, per non poter quindi istituire conlrouti fra tali suoni che essi pure
emettono e 11 valore attribuito a questi dalla nazione, dalla società, dalla
casta in cui vivono. A tale coscienza acustica non potendo essi inai arrivare,
quelli fra loro che per ispecialc educazione giungono anche perfino a
pronuncia- re jiarolc articolate, ottengono tale effetto sosli- 6 - turni lo l'
osservazione che prestar dovrebbero al- le impressioni che odio stato di
normalità tra- ma ridere b bersi dal senso dell'udito, sostituendo tale
attenzione invece ai movimenti ed alle pose degli organi della loquela che nel
precettore osservano, ed alla loro corrispondenza esterna nell espres- sione
dei tratti del viso ed alla forma d'imitazione che loro si prescrive ;
sostituiscono cioè il senso della vista a quello dell'udito, appunto come per
tutti gli uomini avvenne della scrittura, che ha sostituito figure ai suoni
della loquela. La privazione d'un organo coincidendo as- sai spesso col
maggiore sviluppo organico od ar- tificiale ( per educazione) degli altri
sensi, o for- se il maggior grado d'attenzione prestata dal cervello di un tale
a cui manchi un senso in con- fronto degli altri che contemporaneamente rice-
vono impressioni da tutti i loro sensi, fa si che i sordi osservino quelle più
leggiere modificazioni della fisonomia che accompagnano in più o meno costante
rapporto la pronuncia dei singoli suoni. Secondo elemento. Patema. Vicino all'
automatismo, di prodotto uguale assai spesso e talora di difficile distinzione
da quello si è l'elemento eterno delle lingue che qui chiamasi patetico ed
anche interiettivo e che si definisce per quel suono vocale che si emette dal-
l'uomo dietro mia subita forte impressione dal! e- stcnio. Tale elemento si
presta alla produzione linguistica in tutti gli stadii della vita dell' uomo,
dalla prima esposizione de' suoi sensi al mondo esteriore fino alla morte
fisiologica o d'altro ge- nere. Avviene cioè eh' egli trovisi per l'azione de-
gli oggetti esterni nello stato di sorpresa, di spa- vento, d'affetto, di
vergogna, di pietà, di dolore, eppure per parte della sua vita intima provi
impubi dati, onde scosso nel suo sistema cerebro-spina- le improvv isamente ed
in modo gagliardo rife- ribile a sensazioni di vario genere, cioè piacevoli od
ingrate, si atteggia nel suo apparecchio inser- viente alla loquela in ragione
di quest'impulso, talora non av vertendolo la coscienza cosi da diri- gente i
inoli, e in tale o tal altro atteggiamento Digitized by Google uscendo il fiato
produce una voce quale la posi- zione degli organi pei quali passa permette che
esca; sciogliesi quindi in aspirazioni, in vocali, ed anche in suoni
consonanti, giusta la maggiore o minore dilatazione dell'apparato fonetico
arlico- latore nei varii punti del suo tramite e giusta le pò- se delle varie
porzioni che agiscono come valvule passive o battenti nelle varie distanze
delle cavità gutturale, orale e nasale, e questi suoni ponno es- sere più o
meno prolungati o ripetuti, o diversi, secondo la durata del fremito impresso
alle parli articolatici e la successione più o meno varia do- gi" interni
sentimenti. Questi suoni, che origina- riamente non sono clic interiezioni
brute, offrono una seconda serie di radicali feracissime di geni- tura in tutte
le lingue; poiché queste interiezioni serviranno di poi a ricordare la
circostanza in cui furono aspirate e quindi baseranno la nomencla- tura di
quelli oggetti che ne componevano la sce- na, e delle interne sensazioni
succedute in quel momento. Da una parte quindi avranno il valore di nomi delle
cose agenti in tale occasione, dal- l' altra narreranno la propria maniera di
essere in quell'atto e per la legge di associazione passar I lui ino a differenti
significati (I). Perciò gl'identi- ci suoni qui pure sono in origine promiscui
a si- gnificati soggettivi ed oggettivi ed a varii valori grammaticali. Questi
suoni pure osservami nei sordi e muti (2) e corrispondono ai varii suoni delle
bestie costanti nelle singole specie ed emessi die- tro una causa esterna
determinante, come la vista di un animale nemico, la vicinanza della femmina o
viceversa del maschio nel tempo di calore, il pericolo della prole ec. Le
interiezioni poco diversificano pel genere (1) Vedi Trallalo Ideologico, ossia
dei rapporti della parola col pensiero, in quest'opera. (2) Io rividi dopo
molto tempo un muto ch'io conoscerà ; poiché s accorse e mi riconobbe, aperse
la bocca, e dopo una forte inspirazione in alto di gioia emeUendo il Dato,
proferì forte ààh. Nella sera 29 luglio 1845 fra i rematori della diligenza da
Mestre a Venezia v* era un sordo muto, il quale ogni volta che accennare voleva
o riferire ai suoi compagni qualche cosa, emetteva suoni distintis- simi e
forti di tale pronuncia /i/o /a/a /e/a. qua qua. che si succedevano con somma
rapidità. VOL. I. dei suoni, ma la forza, la rapidità, il tono accom- pagnati
da speciali attitudini del volto servono ad espressioni caratteristiche, e
determinano neh' u- ditore organizzalo in simile mauiera moti reattivi
consensuali. Ut ridentibut arrident ila fleittibus adsunt Humani vullus; onde
.... si vis me fiere, dolendum esl l'rìmum ipsi Ubi etc. perciò e la fisonoinia
degli astanti e talora la vo- ce coiTÌs|K>udono a quello che parla. La
interiezione è simile all' automatismo per la sua origine istintiva, non
razionale; ma è le- gata alla sensibilità di cui è un prodotto: l'auto- matismo
rientra nella legge più generale, è un prodotto acustico del contatto dei varii
organi vocali ed artieolatori relativo alla loro struttura; nella primissima
sua condizione più semplice si considera indipendente dalla coscienza ; noli'
au- tomatismo è la corda che vibra per sua intrinseca natura, nclT interiezione
vibra perchè venne toc- cata; in rango e l' automatismo inferiore all'in-
teriezione: quello può appartenere ad una mac- china, questa non si ottiene che
da un essere sen- ziente. vi progresso della civilizzazione le impres- sioni
riuscendo più deboli, l'elemento patetico va perdendosi; per la conoscenza
della natura cir- costante, per l'analisi dei fenomeni ecc. illangui- discono i
moti reattivi. Per l'espressione patetica stessa del dolore tale elemento
scapita nélla sua influenza nella produzione di suoni in quanto che presso
alcuni, come p. e. i Cacassi, i ìSntchi, imal- sc come punto d' onore il
proposito di non mo- strare di soffrire. Elvezio credette che l'interiezione
fosse l'uni- co elemento delle lingue (er l' umano convegno. 'clla voce parlata
v'ha qualche intonazione che scuote lutto l' essere sensibile riempiendo di
possenti emozioni, considerando il semplice suo- no senza il significato,
poiché tale azione si è ve- duta presso umane riunioni che il significato non
intendevano, ma soltanto percepivano la maniera di grido, di accento. Sappiamo
con qual furore fu seguitato s. Bernardo nei villaggi di lingua ale- manna,
dove egli parlava latino, ed esempii ana- loghi abbiamo nelle missioni presso i
selvaggi persuasi dalle grida minacciose o commoventi (1) dei missionarii ; e i
tragici greci, conscii della na- tura, con semplici grida inarticolate
operavano impressioni d'effetto tremendo nel leatro, come allora che le Furie
rispondono all'ombre di Gli- tennestra solo con ululi e russando. Cosi Eschilo
nelle Eumenidi e nelle Supplici, dove si formano dei traiti di verso conseguilo
di questi suoni bruti, per esempio : f • • • * CI SI CI SI 01 oca «aia, 109,
à|i ai di di di vai vac, eie. Egli è ovvio di osservare la produzione di questi
suoni sollo varie sensazioni nei fanciulli; essi dicono ha he quando veggono un
qualche oggetto che li colpisce, hi hi quando piangono, ai ai quando vengono
percossi, hu hu oh uh quan- do si burlano di alcuno (2), ba nello schifo. I
suoni patetici trovatisi presso tutte le na- zioni ed in lulle le lingue. Nelle
lingue che durarono lunga eia e con molto uso è più difficile di riscontrare
nelle pa- role organizzale e classificate grammaticalmente le origini
interiettive brute, perchè per tanti at- triti si composero, si deformarono e
passarono 0 fi abord èlre trèt-courte et se reduire à ett premieri sons
(Esprit. Disc III (eh. IX). Anche lk-slull de Trary osserva clic le interiezio-
ni, eh' irli dice gridi aggiunti prima 0 dopo, diven- tano i nomi degli oggetti
(Logica 1, 48). (I) Cabanis. Kapp. Svinpalhie 477. % V. Dici. Phil. 1, -25
(Wocher. Phonol.). significati lontani dai primitivi, che veramente non
esprimevano se non date sensazioni soggetti- ve e non idee (i). Ma restano
sempre pure le stesse grida bru« te nella loro condizione inorganica e dette
dai grammatici interiezioni. Nelle lingue dei selvaggi appare evidente- mente
il passaggio degli stessi suoni patetici ad usi ideologici, essendo queste
grida in pari tempo interiezioni e parole organizzate, p. e.: Ai (N. Zcl.), ae
(Hawei), e (Tahiti), - si hae (Hawai). Ae, ha dato origine al verbo ae,
accordare. Oìa (Tahili, Hawai.), vero, veritiero, egli, questi, quello, ciò,
verità (2). lya (Malese), iyo (Bugis), si. lo (Tonga), bene, sì, invero, ja
(Hawai) vero. A (Hawai), vedi, ecco. IS'a (Zelanda), ascolta, vedi, ecco. Jio
(Tonga), sguardo, guardare; hio (Tahi- ti), imperativo di hio, guardare,
vedere. Ahi (Tahiti, N. Zelanda), fuoco (3), ahi, ahi, sera, perchè allora si
accende il fuoco. Oe (Tahiti), pronome di seconda persona; tu, spada. Molle
parole si compongono di questi suo- ni interiettivi; cosi nelle lingue malesi
«io io, veri- tà, si compone di oi'a (verità) e io vero, anzi ar- rivano a
costituire degl'interi periodi ; p. e. nel mare del Sud ed in Hawai, ua oìa au,
e ue ae oe ia ia, si, e i ae oe, ia iu, ua, io sono quegli, sa- luta tu, si,
apprendigli, di' a lui ecc. (4). Restano lestimonii del primo elemento pate-
tico i di cui prodotti passarono |joì a parole di varii sensi e diversi ranghi
grammaticali in tutte le lingue. Cosi le particelle negative in molle lin- gue
hanno ancora V impronta di suoni bruti in- teriettivi. M lala (turco), no X)Ì
lo («'•"•.), no. No (iL). (I) Trall. Ideologico in quest'opera. {2) II.
Kawi. Butdunann 111. 10*2 hu (ebr.), egli, quegli ; o rj (gr.) quegli, quelle,
ni, hoc questi queste, il verbo essere in molle lin- gue, come nelle semitiche
ed in altre. Et (gr.) è, andava, 3. pers. sing. imperf. E et* particelle
condizionali, d' ugual radice con quelle flessioni del verbo essere (2). Le
affermative ja jo je (leut.) presso i Gre- ci « negativa, no. La voce eo (lai.)
vado, H wo? (gr.) aurora, grido con cui si chiamavano. Così Àho (Df. Zel.),
giorno, deve avere mi' origine analoga, quantun- que separatamente dal greco,
tata le cose utili (3). Parole che hanno significato nel latino classico, e che
in origine erano suoni bruti interiettivi. Pax, interiezione di chi impone
silenzio (Plaut., Act. HI, se. I.) Pai., Glyceram. PI., nempe eamdem,quae dudum
constituta est. Pai., pax ahi; ecco come questo suono bruto divenne poi nomi-
nativo singolare, pax, pacis, ecc. Anzi la stessa interiezione aveva un senso
ancora più vicino a quello di pace, voleva dire, va bene, siamo perfettamente
d'accordo; cosi in Plauto dopo d'essersi concertati sul modo da con- dursi
Sticho c Sagarino, Sticho dice pax ! Sag. Qui Ionicus aut cinaedicus, qui hoc
tale facere possiet ? (1) Iablonski Panili. Aegypt. II. 29. (2) Anche in Ialino
si particella condizionale, sim sis sii eia flessioni del verbo essere. (3)
»toTnp£5 «ac'wv (Homer.) datori di tutte le cose buone, cioè gli Dei. 59 - Si
istoc me mrsu viceris, alio me provocato. Fac tu hoc modo. Stich. Al tu hoc
modo. Sag. Babae ! Si idi. Tatae ! Sag. Papati Stich. Pax ! La nostra parola
gioia (it.), joje (Ir.), è deri- vata da jo jo esclamazione nei riti di Bacco.
Hoch (tcd.) alto, Uòhe, altezza, bl ai (tur.), interiezione in origine, per
chia- mare e per ammirare, vuol dire anche palma della mano (gesto concomitante
l'ammirazione presso i Turchi). Hai (ungh.) capello. Quanto ai riferiti pronomi
e verbi, di cui so- lo qualche flessione o caso e persona può fare al nostro
argomento, bisogna considerare in tali persone o casi la radicale, l'origine di
tutto il re- sto della declinazione o coniugazione prodotta in seguilo col
progresso del tempo o dell' aggiunta d' altri elementi, p. e. desinenze
abituali o modi- ficazioue della stessa radice rozza, onde ne venne la
moltiplicazione delle forme, dette tempi, per- sone, casi ecc., dopo la quale
ricchezza, effetto di lunga vita sociale ed estesa in varii punti, venne V opportunità
ad ale uni di accorgersi che certe parole seguivano tali e tali cadenze, ed
altre altre, e che a tali cadenze andavano unite tali determinazioni di
significato; e queste maniere notarono e classifica- rono ciò che costituì i
vari codici di grammati- ca ; ma sotto queste categorie non poterono ordi-
narsi tulli i fatti linguistici, e allora si chiamo eccezione ed anomalia tutto
ciò che già esisteva, sfuggendo a questi letti di Procuste ai quali solo gli
scrittori sopravvenuti ai grammatici dovettero obbedire , mentre la lingua di
piazza non ne sep- pe mai nulla (1). Le interiezioni pertanto nel loro valore
ori- ginario di sentimento, d'istinto, d'impulso si man- tengono pure semplici
in tutte le lingue e si ri- producono eternamente. (I) Vedi Storia Naturale
della Grammatica in que- st'opera. Digitized by Google nessuna Esempi. E
(Tahiti), interiezione ammirativa. Mi (Tonga), ammirativa. Ai (Tonga), di
dolore, di compassione. Oiao (Tonga), di sorpresa. Oiau (Tonga), di dolore, di
compassione. Ova (Tonga) A'ene (Tonga) Ita (Tonga), d'ira. Sèuke (Tonga), di
sorpresa. SeSke seiikele (Tonga), di dolore, di compas- sione. Ahah (N. Zcl.),
di //o.'//a/(\. Zel.),di Au è (IS. ZeL), ali ! E tai (>. ZeL), ah ! A
(Tahiti), di sdegno improvviso, di rahbia, di dispetto, con altra pronuncia,
alla scoperta im- provvisa di cosa non attesa. Aha (Tahiti), d'improvviso
dispiacere od in- quietudine. Alte (Tahiti), di sorpresa o di pena per cosa cui
non si può ostare nè giovare, come caso di morte. Aite (Tahiti), di sorpresa,
ammirazione, do- lore, cordoglio : ah. Vhu (Tahiti), di aspettazione delusa in
un C- vento. //ce (Tahiti), di dispiacenza e inquietudine. Haeve. (Tahiti), di
sdegno, contrarietà, dis- prezzo. Aitoa (Tahiti), di contentezza in un evento.
In sanscrito. Tata colà, da quel luogo. (P. Paul. Vyacara- na, U6). In turco. I
a, (breve) affermativa. L^.f tii'uha, eh, ebbene, andiamo. »jj tp» poh! poh,
bravo! e aH pui pU ì> P ronlamcnle - «j beh, |>er ammirare cou enfasi. t
jJLa. hi iihr:n. bravo ! bì». x» kha,khakha, di ammirazione, di lode. 60 - uf,
uf, di collera, esprime anche la noia, ^jéf ahi, oh ! eh f si ah, interiez. di
dolore e di tristezza, s J ace, gli auve, ah ! b( 01, per chiamare e per
ammirare, rappre- senta anche l'atto di battere la palma della mano. ^1 ei, oh,
buono, bene, approvo. £ fi, esprime il disgusto, l'avversione, fi donc (fr.)
fuori, via di qua, nou me ne parlate più. In ebraico. ■>K e, dove? (Genesi,
c. IV, v. 9). Hi"! ah, interiez. di dolore. nns ah ah, interiez. di
dolore, heu, op{>urc di ribrezzo. (Come in Ezechiel, c. IV, v. U. n^ao ^'flj
nari nifi* ^n* np« ->dk} Et dixi Aaa, Domine Deus, ecce anima meo non est
poltuta. Vulgata). )jl o, di dolore, )'n vae vae. VI «, di chiamata. (S.
Ilieron. traduce ho ho dicent ho ho, heu). ">ìh oi. In greco. i i grido
di paura e di allontanamento, (i i TYjv 8*8J w JJ Ju JJ cosi esclama nn attore
nel veder grande quantità di roba). u w, esclamazione o I (Aristof. 8uj|i in
prin- cipio). ài ai oh oh. (\r. fcep, a due terzi), art ai «t at ahimè! t w,
esclamazione d'allegrezza, [in, ùi -rt'xvov) (ftc?£Xat verso il line). ioti toù
ohimè! esclamazione di dolore e di sen- so d'incomodo, (t'so tou tì xarrv»,
Arist. Aiutar ad un quarto). «Jij, grido per chiamare alcuno, cuat vai,
(Eschilo Ixì —'fi, iij- catiuv). ecJ, interiezione di allegrezza, tei' eu ai eu
ol, e-J al, eù al, tv al, tv al, tv af, sJ al (Arislof. ExxXip in fine). t$ ol,
tv al, grido di allegrezza, vedesi che eu avverbio, che vuol dire felicemente,
in origine è questo grido bruto. tai, grido di allegrezza. (Arislof. Ausici in
line e ExxXijs in fine). «#>«, grido con cui s'indica di rallentare, di
approdare, ecc. usavasi dai marinai: w'o« Se, cuor oc, cosi grida Caronte
avvicinandosi colla barca alla riva |*r prendere quelli che devono passare, nella
commedia Baipassi d'Aristofane in principio, eccitando le rane a cantare. ha,
su' via e/o (lai.), w ita (Arist. Eipijvrj ad un terzo circa). t'auot, grido di
approvazione, tiravo! bene! 6 %opii 8' eu£u$ ra* y.itp' cJ$t £ a ; y eìcev
iauof (Aristof. Barpa^ot o tre quarti). ai poi, grido di disapprovazione, oibù.
(ArisL A^apv in principio). aXtjXai, grido d'allegrezza. (Aristof. Auo-to-r in
fine). «ai irai dai daigli ! grido bruto, d'onde il verbo caia> percuotere,
(cai «ai, òa/li batti, dai- gli. Aristof. - ir. / / •; ! in mezzo). caiwv,
grido d'allegrezza, (iij cawiv ecc. Arislof. ©£C7|i ad un terzo). coi «or,
grido riempitivo. (Aristof. llXaros). cananaica!! grido di godimento, di
delizia. (Arislof. euji verso il fine). cacai, grido di ammirazione spesso deriso-
ria, ironica. (Arislof. 2 in principio). Tarai, grido bruto per intercalare.
arrarai, Tarrarat. (Aristof. Seco, a due ter- zi circa). àrrara arra rat.
(Aristof. Oecp. in principio). iaTTarai tarTarai, interiezione di dolore, a'rra
carrara ì suoni senza significato. (Aristof. arra Xarrara J Ayapv in fine). In
latino. Eho. rah! Vae ! allontana da vista disaggradevole. Heu c/ieu. Tatae!
esclamazione (Plaul. Stichus acl. V. se. 8). Pafme ! cap|>eri ! Babae !
(Plaut. Pseudolus acl. I, se. 3 e pas- sim; p. e. Slichus act. V, se. 8). Ài,
di gemito. Flosque lumu» scripto gemitìi» imitabere nostro*. Ipse suos gemitus
foliis inscribit et ai ai Flos habet inscriptum, fnnestaque littera ducta est.
(Ovid. Metani. X, 215). (11 fiore nato dal sangue di Giacinto, amato da Apollo
, portò sui petali ai, ai che Apollo pian- gendolo pronunciava). Hau,
interiezione di chi castiga. (Plaut. Sli- chus acl. I, se. 3). St, voce che
impone, indica di lacere (Plaul. passim e poeta antico citato da Vairone IV,
L.L.) Isis et Harpocrates digito qui significat st. l'hui, interiez. esprimente
che si detesta, di sputare dietro. Bombax, interiez. di un uomo che si burla
delle ingiurie che gli vengono delle. (Plaut. Pseu- dolus act. I, se. 3). Digitized by
Google — 62 — Cai Fur. Ball,
babae. Ps , fugitive. Ball, bombar. Cai., fraus populi. Ball, pianissime (1). Hem, di affetto amoroso. hem,
voluptatem Ubi ! Hem mei! hem cor! hem labellum! hem sa- lulem ! hem savium ! (Plaut. Poenulus Act. 1, se. 2, 169). In
italiano. Oh ! di ammirazione, di disapprovazione. Eh, di domanda, di chiamala.
Ahi, di dolore. Oibi), di disapprovazione. Hum hum, intendo, capisco. In
francese. Min n' hum!, intendo. Jou jon, di gioia. Ta-la-la (2), basta. Bah!
bah!, di disapprovazione. In tedesco. Bst! zitto. Pfui! di disapprovazione. Ps!
si! Ba! pa ! di sdegno. jfch ! di profondo dolore. Hm, hum! hom! u! non! (3).
La varietà dei sensi primitivi delle intcrie- zioui dimostra eh' esse sono l' effetto
spontaneo della emissione dell'aria durante l'impressione del sensorio ; per
cui possono variare nel suono, a- vendo pure lo stesso motivo, per la varia
posizio- ne degli organi della loquela nell' atto della loro emissione,
socialmente secondo la maggiore o minore dilatazione di tutto l' apparato dalla
re- gione più interna limitata dall' epiglottide e poi dal velo penduto, ecc.
fino alle labbra. Le parole già organizzate si riducono, giu- sta
l'opportunità, ad interiezioni, come abbiamo veduto che le parole organizzate
possono ridursi talora a suoni automalici. Questo succede quando le parole
organizzate sia per la loro frequenza nelle frasi date, vanno perdendo il
significato loro (1) E una scena simile a quella del Indro di Uon. (2) Myst. de
Paris T. 4. Madem. de Kermoal. {o, \V weber. 39'J. etimologico, sia quando
pronunciandosi sotto for- ti commozioni si sostituiscono ad un grido qua-
lunque ; p. e. capperi, nome appellativo plurale, è divenuto in italiano
interiezione capperi! nel pro- nunziare la qual parola si ha tutt' altro in
mente che d' indicare il vegetabile od il testaceo cappero. Cosi in francese
vois, (vedi) In (là), le http (il lupo), si ridusse ad interiezione vlau (1)
ebe si usa nella caccia , quando si è veduto un lupo , e per ispecificare che
queir animale è un lupo. Questo passaggio delle parole organizzate ad uso di
grida, di suoni bruti , si svelerà nella Sto- ria naturale della Grammatica.
Tebzo eleberto. — Imitazione. Tale elemento non può svilupparsi nell'uma- no
organismo, se non allora che oltre la maggio- re capacità passiva di ricevere
le impressioni, quella pure si manifesta di reagire e quindi d'imi- tare.
Questa natura dell' uomo imitatrice è pie- sala da tutti i suoi prodotti e
riconosciuta dai fi- losofi. Quanto alla speciale tendenza ad imitare i suoni,
osservisi come egU è ovvio di udire lo scur- rile vezzo fra le persone mal
educate che raccon- tano o riferiscono le parole di alcuno , come esse imitano
la frase stessa, V accento e i difetti della pronunzia della persona che fanno
parlare, spe- cialmente se la sua voce sia marcata dall' uso co- mune.
Aristofane nella sua commedia Z?i;iuc, imita la maniera di parlare di Alcibiade
che non sapeva pronunciare la r, ma invece diee\a /. E'Wxei 9i |iot 6eci>po~
«uttjs «Xt)tìov Et t' AXxt^ia^rj- etTre itpój ju TpaoXì-ras O'Xài ee'wXs-, Tijv
x£9aXTj'v xdXaxos ìjr,et P P P Aristofane nell' AxapvTj- imita il parlare per-
siano con suoni senza significato , mescendo que- sti suoni a paronomasie
ingiuriose, per esempio, ooXìi^txpuJoxaov o *p in principio e a due terzi
circa); il suono emesso dalle tigri si esprime dal verbo roncare (2). Kpȣw xp,
chiocciare. BXv)-/3's}iac, belare. Mijxacu.at, belare delle capre. nàTTTrai,
voce imitante il suono prodotto nell' emettere i gas intestinali (Aristof.
N£ade. Inian, imitazione del grido dell'asino nel dialetto di Parigi (Rabelais,
413). In illirico. I onomatopeia del Gallo conservasi in Co- codick. Kakocuti,
scliiamazzo delle galline. Amorfi, gridar delle rane. In ispagnttolo.
Triquetraque, scriccliiolata. In ungherese. Kukurìkol, cantare del gallo.
-Vinti miog, gatto. Presso i selvaggi dell'America settentrionale. Chichikoue,
strumento musicale. bell'Africa. Roa, questo serpente non fischia come 1' a-
spide, il siuaki e la più jwrte dei serpenti, nè si annunzia col tintinnio
delle scaglie della sua coda Digitized by Google come il siringa : egli mugge,
uria, reboa (Nodier, Linguist. 57.) In Tahiti. TàroaleihetoomoOj nome della
Divinità di Tahiti, produttrice dei tremuoti. (Cook, Piaggi, t. II, p. 103).
Giughi dicono i Zingani per indicare il gal- lo d'India. Un numero assai
copioso di onomatopeie si troverà nel Dizionario onomatopeico che daremo dopo
qualche fascicolo , dove si registrano nel- l'interesse di fissare le radicali.
Cosi per le vo- ci delle altre due origini primitive si porgerà il Dizionario
automatico e il Dizionario inter- iettivo. Le lingue di rado mancano di voci
riferenti i suoni della natura relativa circostanti-, p. e. degli animali del
paese, e per ogni suono nuovo si spiega il mezzo produttivo dell' imitazione :
così ogni clima, ogni località ha le sue date voci modellate ai suoni che ivi
si fanno intendere ; nelle lingue americane vi sono delle consonanti stridule
for- mate dietro il fischio di certi serpenti ignoti alle nostre regioni, cosi
i gorgheggi degli Ottentotti ricordano gridi particolari alle tigri. Nelle
lingue dei selvaggi si riscontrano in gran copia le |>aro- Ic imitative,
cosi, p. e., in quella dei Crccmun o Botocudos del Brasile, e nelP Algouchina,
nella Siussa e nella Hurona (1). E la poesia che cerca d' interessare i sensi,
va in traccia di parole il di cui insieme jrroduca un effetto onomatopeico,
sapendo di colpire mag- giormente e di destare cosi più viva P imagine voluta,
facendosi intendere per due vie ; ciò che farebbe il filosofo in seguilo di una
conoscenza profonda delle più essenziali disposizioni dell' uo- mo. Sono
celebri perciò alcuni versi nei classici, come : Quadrupedanle putrem tonitu
quatti ungula rampimi. Un incalzar di cavalli accorrenti, ecc. (t) Itaynal,
llist élabliss. Ind. T. VI. I c. 15. p. 435. Vol. L 65 - Cesarotti nella sua
traduzione dell' Iliade in dieci volumi fa succedere ad ogni canto serie di
versi greci d' Omero scelli per armonia imitativa, ciò che viene a costituire
mia onomatopeia artifi- ciale. L' onomatopeia ò qnindi mi elemento etemo delle
lingue; così che anche nelle lingue recenti, derivate da altre morte, si
producono sempre pa- role imitative che si sostituiscono a quelle che in-
dicando oggetti il di cui suono è imitabile, non hanno in se stesse questo
carattere imitativo; co- si, p. e., dopo il latino latrare che usossi continua-
mente nei tempi classici, si ebbe in italiano abbaia- re e in francese
aòoj/erch'è una nuova parola crea- ta |*cr onomalopeia. Noi ancora continuiamo
sempre a creare suoni onomatopeici non classificabili in nessuna parte della
grammatica , p. e. , tic tac , per dire che si picchia, Un Un, din din , per
esprimere il suono del campanello, ecc. OlNOBATOPEIE CREATE nAGU AUTORI, CHE
SERVOLO A PROVARE L'tftlMfO VOCALE IMITATIVO SEMPRE ESISTESTE RELL* UOMO.
Autori greci. 0' Atiì&toi ùar.tp «pspatTOv 0rj N ae'ywv Litidio come una
pecora va dicendo, bee bee (Inlerpr. Etymologic. Kirker, Obelitc. l'amphy- Ho
). Omero nell' Odissea L. IX vuole esprime- re colla parola ?ìZ {si")
t» fi |*ó (A- Digitized by Google
ristof., Ircrcets, Prologo. Imitazione del lamento; e nella commedia Btauoi?,
Mnesiloco si lagna fa- cendo questo suono |it> jmJ ed Euripide gli dice ti
jiojets (che brontoli tu ?) ©kjji in principio. Imitazioni delle varie mei
degli uccelli. Nella commedia intitolata Gli iteceli i (O'pvtfo ;) di Arisi'
il, me se ne fanno dei versi intieri. TtO TW TW TIO TW Tt'yè TIO TtO TIO TW T«YÌ TIO TtÓ
TIO* Tto' TO TO TO TO TO TO TO TO TO TO TtY;; TO TO TO TO TO TO TO TO TO TO
TtYfe TW TtO TtO Tt'Yé TtO TtO TtO TIO Utyi TIO TtO TIO TtO Tt'Y* TIO* TtO TtO
tiò (verso il mezzo). Imitazione
del canto dell'upupa. ETito^ E"iroTto? in greco : osservisi come il suo
nome è un'imitazione della sua voce MTOKOt, 1SOI1TO, ttOirOTTOt, KOKOl tft» IW
tTW tTti) ITO) tTW* Et» TtO TW, TIO' TtO, T13 TIO, TIC TIO* ( in prin- cipio).
TpiOTO, TptOTO*, TOOTIOTÒ, TO^pt^ aTT«Y«S «tt«y*S Topo Topo Topo Topo TSpO
Tt'yi; Imitazione della voce della civetta. xotxafìau xtxxa^au Topo Topo Topo
TaXiXiXtyé Topo Ttyi Topo Tt'-fj; (ivi verso il principio). Imitazione dell'
abbaiare. *t> aù (Aristofane 1 • . a tre quarti). Imitazione del grido del
porco. xd xot xoi, trovasi quattro volte nella com- media d'Aristofane Ax«pvqs,
a due terzi circa ; di più trovasi questo suono imitativo ridotto a for- ma
verbale YpuXXt£ctTC xat" xot££T3t (ivi); vederi che dal suouo xof si fece
in greco il nome xoìpos (|>orco). tòpa jia>cv «1J5 d xtjpu* ap*Tt»{
T)|Mi>V ITpOO-tOVTWW, fatmpOV xixxo'xxuxtv (A- ristof., ExxXtjosquacchera
(Pulci jUorgunte. Mag. c. 27. Stanza 55). Digitized by Google Paff imitazione
del dalla percossa del - 67 fatto dall'urto,
je le battrai comme une platre » dice Rigolette nei Myst. de Paris. T. III. Amitié. « On l'
entelli ili rouler au bas de l'escalier de pierrc . . . kiss . . . kiss . . .
kiss (Must, de Paris T. DI. la Chmiettc). Zest. Imitazione dello scroccare del cane di un'arma da
fuoco « zest et s'est fait « ( tri T. II. Dejeuner de garcons). fin, fin fin
imitazione del suono che fa il danaro nel cadere nel bacile o nella cassetta
delle elemosine. (Helvetius, Esprit, T. I. Disc. IL c. 49 p. 230). Ha ha ha hi
hi, hi imitazione dell'atto di rì- dere. (Ilelvel. ivi). Drelin dindin
imitazione del cadere di mat- toni uno sull'altro : « Hcureusement la
patrouille avait entendu le drelin dindin des carrcaux » (Sue. Mijst. T. IV Délivrance).
Qui pure coli' elemento onomatopeico accade ciò che colle parole automatiche;
cioè, quando in una lingua le parole onomatopeiche si sono per- dute o
trasformate in maniera da non più ricono- scere le prime radici rappresentanti
quell' oggetto coi suoni relativi alla sua condizione onomatopei- ca, non solo
si riproducono nuove parole sul pri- mo modello dell' oggetto da indicarsi, ma
si mo- dificano quelle esistenti fino a ridurle imitative. Cosi in latino la
parola 7bmtru rappresentava, specialmente nell'ultima sua sillaba tru, il
rumore del tuono ; poiché Tonitru fu ridotto a fonare, e passò questo in
Ispagna. non riscontrando più l'immagine che la natura voleva riferirv i per
ono- matopeia , si aggiunse istintivamente al f la r e si fece Trueno, e cosi
pure nel dialetto parlato nel Messico Trueno Truenos (1), e pure in Italiano
trovasi TVwono (2), dal quale si fece intronare e i Portoghesi fecero Trorno.
Perciò dagli Europei che tennero in maggiore o minore porzione la lingua dei
Latini , quando si ebbe Tuba, la di cui eti- mologia nou bene corrispondeva
alla specie di ru- more che da tale istromento soffiato si produce, la
corrup|>ero in maniera da avvicinarla alla speri* (I) Humb. Kosmos, I, 216.
l'I) Grassi, Sinonimi, e varii lessici Italiani. Digitized by Google - 68 - di
suono udito |>er quella, frapponendovi dopo il t un r facendo Tromba (il.),
quindi Trompe (fr.), Trotnpa (sp.), T rompe (led.), d'onde pel diminuti- vo
Trombetta (it.), le forme Trompelle (fr.), Trum- pette (ted.), Trunwet (ingl.)
ecc. Nodier fa la stessa osservazione e riporta T evento del nome Luscinia eh'
egli deriva da lu- scus, die si ridusse imitativo in Ruy$enor (sp.) Parole già
esistenti con senso stabilito e ri- dotte a forma imitativa dietro la legge
segnata in questo trattato. In Ilaliaiw. Da guttur feeesi gozzo, e poi gargozzo
gar- gozza gorgozzule avvicinandolo al suono che fan- no i liquidi nel!'
entrare ncll' esofago, per cui pri- mitivamente le fauci in ebraico dicevansi
ÌTUT4 garghcra Y«PY«p£wv (gr.) Gurgulio (lai.). Cosi nei dialetti veneti si
fece Gargatto Gargotta. Da Rott, Rotte teutonico fecesi in italiano Rotta e poi
Frotta: quel suono fr è un'imitazione rappresentante rumore, scorreria. Il
latino Vespertilio il cui senso si riferisce al suo comparire, svolazzare sul
vespro, sulla se- ra, fu ridotto in italiano a Pipistrello, dove la pri- ma
metà della parola è una riduzione ad imitare il suono della sua voce pi pù Da
acqua aguazzo, guazzo, guazza, fecesi sguazzare e sguazzo, andar per l'acqua
battendo i piedi dentro si da venirne bagnati. Quell'i aggiunto si è per
istinto imitativo del suono prodottosi appunto movendo l'acqua. In valacco dal
latino bttllio si e fatto bulbùcu bollire. Ranuncula in francese si è ridotta a
Grtuo- ville; giusta le leggi eufoniche francesi si avrebbe dovuto ridurre a
Rainoville ; ma quel g aggiunto in principio, sicché si produsse il suono gre,
fu per riduzione onomatopeica, avvicinandosi alla voce della rana che fu
rappresentata similmente dai suo» ni br, fr, p. e. in greco fcixzx>*, in
inglese Frog; l' imitazione sta nei suoni gr, cr. Riduzione di (iW it t? X'oy»5
iiravTa) tfeópo foupo tftCpo Stipo Topo xopo Topo Topo Topo ti'y£ (Aristofane
Opv&e; verso il principio). Quel faópo che vuol dire venite qui, ripetuto
cosi quattro volte e continuato dal suono primiti- vamente imitativo Topo Topo
ecc., tende pure ad imitare una specie di canto d'uccelli. I n oggetto può
essere imitato peli . più o meno facilmente, perciò può questo medesi- mo
oggetto ottenere diversi nomi giusta la varia maniera con cui fu imitato. Di
più un oggetto può essere capace di varii suoni ; può quindi alcuno studiarsi
d' imitare uno di questi suoni, ed altri un altro ; per questa jwrtc quindi può
esso oggetto ottenere nomi diversi. Cosi abbiamo |>er le rane una delle loro
voci espressa per Ko'otj; in greco, quacken in tedesco, coower (fr.) e un'altra
p>èxexe£ (gr.), Frog. (ingl.) e Reg (ungh.). Cosi il Bue diede poo« (i)
(gr.), Bos (lai.), Foo (ili.), cioè coli' imitazione del suo suono oo, Ao
(inalabar., kirenri, B. sass., sved., isl.), Aoe, (dan.), e diede |iuxati>
(g.) , mugio (lai.) , muhen (ted.); per imitazione del suono uu, cosi Kuh
(ted.), Amo (russo), Cu (A.sass.), timo (in INolker) la vacca; onde possono
darsi parole d' origine o- nomatopeica indicante lo stesso oggetto od atto,
eppure essere differenti fra loro , come difatli a\- venne presso varie
nazioni. Onomatopeia diversa dello stesso oggetto, cioè imi- tazione di diversa
maniera più o meno riu- scita. tìttjì, tyo? (gr.), ricada ( lat. ) 33 H ghav (ebr.).
T5v*opt>> To«Sopt£w (gr.), brontolare (lat.) (I) GeniL sing.,ma il nominativo p\>iJs è una for-
contralla. Digitized by Google Cicindila (Ut.), minaraina (samcr.). Kaukilas
(sanscr.) , K Ksxxo4 (gr.) , ( l' origine del nome dal grido che fa il cuculo
xdxxu si dice ingenuamente in Aristofane i O X9XX01; ettroi xs'xxo tJt' àp
»X£tv a'i.t)2cu; xa'xxo 4*>Xot r.t9tovSt (Arìstof., 0 • " . a mezzo
circa). Cuctilus (lai.), Cuculo (it.), Kokuszka (russo), Coucou (fr.), Cuckoo
(ingl.), Guguck (ted.). Gallo. Rukkutas (sanscr.), Coczct (russo), Kokolich
(ili.), Cok (cell.), Coq (fr.), Gòckcl (ted.). Corvo. jjU glwq (ar.), a^j-
(cb.), Kcpa* Kdpa- xo{ (gr.), Corvus (lat.), Rabe (ted.). Uccelli. V) ziz,
CpTfiy tsip tsep (cbr.), pipi (il.), pi- pio (lat.). ycf civ civ (turco), grido
della passera, pipi/ore (lat) fare il grido della passera. Civetta. Uyf Kiuf ,
yD hu hu ( pers. ) , Vyì (ol.), Weule (poeti Svcvi) , Uwila (Glosse di Boxùoru)
, Hiuuuclu (Notkcr), L'ule (B. sass.) } Owl (ingl.), ligie (norv.),
Ugla(sved.), Ulula (lat.), Uhn (ted.),Huuue(Nolker), lluhu, Huw, Hu (dialet- ti
ted.), llulottc (fr.),Urhuh, Lhu (Calmucchi), Schu- hut (B. sass.), Uf(sved.),
(llibou fr.), Bub (lat.). Quella specie di civetta detta Ulula Chaleis da
Klein, il di cui grido e u/iu uh ho hu. (Adelung, Diz. in voce Uhu e Eule).
iJ^uLe dq dq (ar.). Gazza. Le onoiuatopcie compariscono in minor nu- mero nelle
lingue provette, gli perchè oggetti che prima ebbero nome per questa via ile
vanno acqui- stando qualche altro relativo ad altri rapporti, e quindi il primo
va in dimenticanza. A questa ma- inerà svani dall'uso nella lingua latina il
primiti- vo baubare dei cani, dopo che fu introdotto il la- trare che si
riferisce all' uso del cane domestico, da latro (lalel Xa'àpa) avvisare che vi
sono i ladri. Altre onomatopcic si trasportano per analo- gia ovvero si
estendono e si generalizzano ad al- tri oggetti coi quali non può esistere
questo rap- porto di somiglianza di suono, e quindi la ragione della forma
della parola resta un arcano. Cosi H0n3 beemà in ebraico vuol dire ani- male in
genere, ma più specialmente il bestiame pecoriuOj p. e. nel Levitico I, v. 2 :
òeé è il grido della pecora watwp «pspa-rwv pij £tj (1). Il nome della pecora
passò a tutti i quadrupedi da pascolo in genere «pó^a-rov; iràv tstp«'«isv
$óaìa\yjt (Lan- zi S. Etr. III. 648), p. e. in Erodoto 11^ 41; e i Latini
chiamavano pecudes (col nome della pecora) le bestie in genere che si
pascolano, p. e. i buoi, gli asini, i cavalli, camelli, le capre e gli elefanti
(2). Altre volte le onomatopcic furono travisate col progresso per corruzione
di pronuncia o per composizione con altre parole; p. e. si accorciò la voce
imitativa del gallo, che è cocó, in coq (fr.) Considerando la natura delle voci
ch'ebbero origine dall' imitazione dei suoni, si vedrà che in origine servivano
per mia parte da nomi veramente proprii, perchè si riferivano a quel dato
individuo soltanto: quando il fanciullo ode p.e. il gatto a mia- golare od il
cane ad abbaiare, se imita poi quel ge- nere di voce intende di nominare
quell'animale indi- viduo per parte di cui gli venne l'impressione; e se
immediatamente dopo per la ripetizione della vista di animali simili, per la
conoscenza che il fanciullo fa della medesima o simile proprietà in altri indi-
vidui, ]miò comprendere pure coli' imitazione di quella voce, non queir
individuo primo solo, ma gli altri simili, questa sua onomatojieica voce al-
lora serve di nome sostantivo; che se mira a ri- cordare qualche proprietà di
quel dato animale, questa sua onomalopeia serve da aggettivo; o se voglia
ricordare le sue azioni, i suoi moti ecc., giova questa voce come verbo, ed è
pur sempre la bebé, il lete ecc. che fa tutte le parti dell' ora- zione giusta
l' intenzione del fanciullo e la con- ghietlura che vi aggiunge V ascoltatore.
Il NVullner non ammette l'elemento ononial.»- (t) lnterpr. Elymologic. [21
Plinio « Qui cum elephanlo congrt-ssus ge- mino icUi pecudem exanimaviL >
Digitized by Google iwico nella produzione dei linguaggi : egli non ammette
imitazione, ma emissione di suono cor- rispondente per continuità della sensazione
col moto ; « quando si sbadiglia o si ride, vedendo gli altri a sbadigliare o
ridere ». Tale imitazione non sarà sempre volontaria, ma l'effetto è sempre d'
imitazione, si fonde con questa, come per molti alti non saprebhesi una linea
segnare di demarca- zione dall' origine istintiva o dalla meditata. E questo
potrà avvenire noi caso di riprodurre i suo- ni umani ; perche una stretta
simpatia si lega col- I' organizzazione da cui derivano, siamo nel raso di
clavicembali accordati all' unissono ; ma come spiegheremo le parole di prerisa
rassomiglianza eoi suoni degli altri esseri della natura ? Avendo riguardo
all'uso del linguaggio, cioè di l'arsi intendere ( tale è certo lo scopo )
bisogna ridursi anche a priori alla necessità di quest' ele- mento ; che se V
imitazione non fosse di un certo grado di evidenza, non avrebbero inai gli
uomini potuto intendersi vicendevolmente. Quando si tratta di ricordare gli
oggetti c- slcnii, quanto in somma si considera oggettiva- mente e non
soggettivamente, quando p. e. io vo- glio dir cane, s' io non abbaio, ma solo
ripeto, come vorrebbe il Wiillncr, i moti che in quell'atto di aver ascollato
il cane io stesso eseguii cogli or- gani della loquela, ninno saprebbe ciò eh'
io vo- lessi indicare ; quando non fosse stato per avven- tura presente egli
stesso alla scena scorsa a cui volessi riferirmi. L'elemento onomatopeico fu
sem- pre generalmente riconosciuto. 1 Greci retori e grammatici lo riconobbero
come lo prova il nome 5vo|wtToirottat che abbiamo rimarcato; e dai La- lini
chiamasi Xominatio; anzi le parole tratte per imitazione dei suoni della natura
si dicono da'Gre- ci stessi r.tKotripiv* svolta™ cioè nomi fatti, crea- ti,
quasi artificiali (Bolzano Gramm. Gr. 154). Destutt de Ti acy (Logica, 100)
ammette solo le origini del linguaggio nell'onomatopeia e nelle in- teriezioni.
Adelung n'è persuaso e Nodier dice anzi che la parola ha dei tocchi che
corrispondono a tut- te le voci della natura ; che se la necessità costringe il
fanciullo a creare una parola, ciò che gli accade sopra tutto nei viaggi
neh" incontrare qualche og- getto che lo sorprenda, questa parola è certo
una viva onomatopeia. Il P. Paolino dopo l'asserzione di Quatremerc-Disjonval
Quc les langues se for- mèreut d'abord par l' imitation du bruii de l'eaii, du
bruii des instrumcnts, qui la procurent, » se ne burla dicendo « Non tinnii,
Mecastor, haec taro- fanfara sitularum in auribus meis, ut ex ea lin- guarum
originem deduccre possim ; » ma poi gli bisogna dire « Al vero ex vocibus
animnliura, ex sono quem eduut, ex natura rerum iiuiumcra vo- rahula fliixissc
mini certum et exploratum est (1 ). >• Vi ha inoltre una specie d'
imitazione riferi- bile alla maniera soggettiva del parlante od alla
impressione che fanno sopra di lui gli oggetti, in fuori dalle loro qualità di
suono per una specie di analogia tra le qualità dell' oggetto e gli atti, i
modi della voce. Cosi tutti gli oggetti e gli atti aggradinoli espressi da
suoni fluenti, gli aspri ed ingrati da suoni ruv idi ; gli oggetti mobili e scor-
revoli con Ioni di simile carattere, gli oggetti lenti e gravi con toni gravi.
Questa specie d' imitazione fu riconosciuta dai Filologi e da alcuni fusa con
l' altra generale che diciamo imitare i suoni. Altri come C. Gebelin (Gramm.
univ. T. 11. V. 81 Mon- de prim.) e Nodier la distinsero specialmente; a quest'
appartiene la qualità dei suoni delle parole relativa ai temi, come allora ebe
si dice che la lin- gua cicassa nelle espressioni della natura è piena ili
dolcezza e di pompa (ChAlcaubriand. Viaggi Amer. T. II); in questa maniera
alcune parole si dicono pittoresche. Questa specie d' imitazione per cui si
esprime, per quanto è nei nostri mezzi vocali di manifestarci, la natura del
senso nostro intimo, è pure spontanea ed istintiva ed ha stretto rappor- to
coli' elemento patetico, p. e. Platone aveva os- servato clie l' i pel suono
suo più esile di qualun- que altro elemento vocale è proprio ad esprimere le
cose sottili e penetranti : perciò quando Virgilio volle rappresentare il senso
di ridere, invece di i/fi pose olii « Olii subridensetc. » (AEueid. L. L).
perchè l' o si presta meglio colla pienezza che esi- ge di suono che non l'i a
rappresentare idee ilari; P i perciò sembra prescelto nelle idee tristi ap- (L
Vjacarana, 170. Digitized by Google - 71 punto da Virgilio : « Eruerint Danai
quaequc ipse miserrima vidi Et quorum pars magna fui. ( Ca- lep. in litera 1).
Cosi T r impiegasi negli atti d' ira e trovasi nelle parole di varie lingue ad
indicare tale stato p'oìjw p'ii^w rabies rasenti (ted.) Questa specie di
imitazione che può dirsi di simpatia varrà iu origine a produrre pure qualche
parola, ma più io credo che influisca a modifica- re le già esistenti, dacché
il dialogo, il tema del discorso può costringere ad usare di qualunque parola
sotto qualunque affetto. Allora per tale riguardo quest'elemento d'imitazione,
che voglia- mo distiuta col nome di simpatica, si fonde col- l'enfasi, colle
maniere d'accento, col grado di tciv- sionc con cui si fanuo v ibrare le varie
parti del- l' apparecchio articolatoti e col tempo che si fa durare una posa o
ripetere un tono. EsEJtPI DI OXOMATOFEIA DEL SECOKDO CEKE RE, CHE QUI CHIAMASI
SIMPATICA. Il lampo non dà suono, ma il suo nome in varie lingue si pronuncia
con una rapidità che conviene allo sfuggire del lampo. Blitz (ted.), glitz
(cimbro), ziz Vi (ebraico) , splendore, lampo, e chaziz, ciancialà (sans.).
Siateli, in inglese vuol dire istante. ChisfKU (sp.) scintilla. Miachvuuch, per
indicare mescolanza; ta- le voce non imita precisamente alcun modello in natura,
ma questa specie di suono incondito rife- risce una confusione nel movimento
degli organi articolatori. Leseli lasch tjJLaJ (ar.), agitato. Kcsciakesc
(pers. e turco), guer- ra, stiramento, querela, combattimento, rissa, sti-
racchiatura. Ghaz ghàz)l*)U. (pers.), disperso, dissi- pato. jtli |jiU qasch
qasch (turco), disperso, con- fuso, in disordine. iYomt di cose minute
rappresentate pel suono i gùu gjik cik jSisf. gjiguiz (turco), par- ticelle che
fanno il diminutivo quando si pongono in fine dei nomi. jx* gigi (turco),
giuoco dei fanciulli, ba- gattelle. f\J nin (assiro), fanciullo. nVfl'D ( eDr
-)> P'piod, punte acutissime, spa- da a due tagli. Aino (sp.), fanciullo,
i/enino (portoghese), fanciullo lattante. Tip ini.':, punta. Pie (fr.), punta
di montagna. Klip klippe (ted.), scoglio, punta sporgente. Biribi, un giuoco
(Volt., Corresp. I, 93). Greco. rpu, una cosa minima. Digitized by Google Cincinniti.
Crinis. Pilus. Filum. Titio, verj>a, 4/wXtj, membro virile. Cilium. Suono i usato per espressioni dolci di
rezza, vezzeggiative. -»~) l'ibi (pers.), padrona di casa. hibi (fr.), cuffia
piccola e graziosa, orna- mento di capo. Mimino (ar.), elin che l' r entra
nelle paro- le che rappresentano uiovimeuli rozzi e forti, quelli che sono
rumorosi, quelli che vanno per iscossc, per salti e riporta gU esempii pdyu
pr^vuo» p'e'w p't^w p'u'w p'dw pòste p'i'ktw po^po?, p'oipdw p'diayoq, p'daata
etc. Suono st nelle voci rappresentanti la stabi- lità. Stati (ili.), ittaden (pers.),
stha (sansc.)aTaw (gr.), ttehen (tcd.), stare. Per questo istinto d'imitare
foneticamente 72 — tutti i snoni della natura, avviene che l'uomo ten- de ad
imitare i suoni stessi dei quali egli è capa- ce^ e tende ad imitarli ogni
volta che vuol far ca- pire altrui eh' egli ha in mente i medesimi suoni;
sicché nei linguaggi esistono delle vere onomato- peie che vogliono indicare
dei suoni automatici ed interiettivi. Cosi, p. e., il russare, il ridere, il
piangere, l' escreare, il recere ecc. (i)piny tK ~ cìtoq, riso , pflX tsachaq,
ridere, pHÌV sachaq, riso pr\y sachoq, riso, (eb.); per ridere, cachin- ni
(lai.), xaT7.^»'w, x*x*>, x*a*K«>, xt X - MC*»> fari^i'it» >
yapfaXi%uì (gr.) , kakkàmi, gangami (sauscr.). Parole imitanti il suono dell' ulto
di leccare. pph laqaq, "]nS lachach (cb.). Aet'xti) Xarcat^fo
"(\i-fo\uxt (gr.) , lieo Ungo (lai.), lécher (Ir.), lecken, schlappen
(tcd.). Parole imitanti il suono della tosse. Woclier crede che il suono della
tosse si possa rappresentare con queste lettere : kà-hà, kà-chà, kù-chù,
bii-ìtu quindi riporta le parole indicanti tosse in varie lingue e che gli pare
convengano a questi suoni : husten (tcd.), kiirhen (Westfalia), kagàmi, kàni,
ja kit, cà c-si cu (mongolo) bùken (Westfalia), Ptìxw, Pt)a7ti), fai, fa-fpi (gr.),
tosse, tussis. Kuhkh kuhkh (turco), suono che si fa tossendo. Così lutti i
difelti della loquela furono : nati per onomatopeia : p. e., la pronuncia
guttu- rale dell' r detta schnarren nella Germania del nord e nella
meridionale, in francese grassatjer. Nei dialetti veneti chiamasi sgnanfo chi
ha la pronuncia nasale. Borelli fa una classe a parte delle parole che gli
organi arlicolatori e che ebbero ori- ti) Wocher crede che il suono nell' alto
di re- cere sia ók ti*, à kà. ò kò ò kù, ùà kà ita ka. Digitized by Google ginc
dal suono che tali organi producono, p. e, deus, denti» (lai.) o««, o#ovto«,
*ov*e (gr. mod.), dandoti (pers.), dentano (zend.), dite (lurco), tand
(oland.), toth (sassone antico), tooth (ingl.) ecc., e così egli dice delle
labbra. Io ritengo ebe sieno prodotte per onomatopeia ; nominandole in que- sta
maniera è lo stesso che imitare il suono che esse producono. Cosi, p. e., teien
|C in ebraico dente, e abbiamo veduto come si richieda l'azione dei denti per
la produzione del suono se. IS'omi dati ai difetti della pronuncia dal tuono
che in tali difetti ti produce. F FwT«xt(7jws rìtotacismus, la ripetizione del
suono p r; ?'$axi stesso impulso è quello che da movimenta ai muscoli delle
varie parli del corpo e quindi anche a quelli dell'apparalo fonetico -
loquenlc; i movimenli iiuindi di questo sono contemporanei e coevi a quelli
d'ogni altra sistema subordin ilo ai nervi del moto nel- lo slesso individuo.
Ma l'azione dei movimenli degli al- tri muscoli si spegne nel molo stesso; soUo
i movi- menti dell'apparato fonetico articolalo™ succi de di più un suono, ed è
questo prodotto del suono ( che é un effetto del medesimo impulso gener.de )
che da noi sol- tanto si osserva, mentre la causa che lo produsse sluj:- ge, ed
e essa un' azione pirallela a quella dei gesti ; sic- ché la causa della voce e
della parola è una specie di gesti parte visibili e parte succi denti entro le
porzioni non visibili dell'apparato. (-2) Cook. Viaggi. coli' inflessione della
voce compiono e suppliscono a quanto non arriva il discorso (1). Più rozzo è un
uomo, più gestisce. Gli Slavi accompagnano cogli atti delle numi le loro
parole, e così presso noi i villici. Di più quanto più caldo c il clima tanto
più si gestisce, questo è ovvio confrontan- do i popoli di varie latitudini o
da varie latitudini oriundi. Questo fallo si riscontra nei Napoletani, ' più
nei Siciliani, negli Spagnnoli e nei Portoghe- si; osservisi che questi ultimi,
oltre il gestire colle I braccia e col corpo, muovono mentre parlano al- ! cuni
muscoli del viso che presso i settentrionali restano inoperosi, cioè
specialmente gli elevatori del labbro supcriore, gli elevatori delle pinne del
naso, i zigomatici e gli elevatori dell' angolo del- la bocca. I n curioso
contrasto si forma quindi dalla conversazione d'un gruppo d'Inglesi ed un altro
d'Italiani del mezzodì. La ragione è chiara, il calore dà non solo maggior
impeto alla circo- lazione e quindi maggiore stimolo al sistema ner- ! voso die
si comunica al muscolare; ma le stesse masse dei tessuti sono più libere, più
molli, più flessibili, più scorrevoli nella loro sintassi e v'ha maggiore
fluidità nel tessuto cellulare, nelle guaine i ec, e quindi cedono più
agevolmente ai moti del- le masse che avviluppano. Cosi i più destri acro-
bali, giuocolalori, mimi ce, sono gl'Indiani, e i loro discendenti fra noi i
Zingani, e gli abitanti delle spiagge infuocate , gli Arabi di Marocco, i
d'Algori ce. Bisogna considerare anche la provenienza della razza, perchè
devono scorrere varie gene- razioni prima che V abito corporeo venga profon-
damente modificalo. Perciò i Turchi, nazione tarta- ra e di clima temperato,
conservano ancora qual- 1 che parsimonia nel gesto: vi si aggiungono forse
altre cause di aftievolimento della mobilità, I' uso cioè dell' oppio. Il calore
del clima a circostanze uguali rnnlribuisco alla ricchezza dcllé lingue? Si
potrebbe citare in appoggio di tale asserzione 1' araba e la sanscrita ; quella
di Tahiti si diceva da Cook abbondantissima di suoni ; sta per i me- (I) Raynal
Hi* Poi. et Phil. dei Ktahl, des Euro- péens daus Ics deus Indea. t. VI, I. XV.
pag. Digitized by Google ridiouali il vantaggio nella loro disposizione di
somma eccitabilità del sistema nervoso, pei set- ten Inoliali si presta in
compenso l' occasione del- le lunghe e folte adunanze per riscaldarsi, e quin-
di il più frequente coutatlo ideologico ed esercizio della loquela. I gesti nel
più lato senso, cioè comprenden- do sotto tale denoininazioue ogni moto del
cor- po, quindi anche l'atteggiamento fisionomico, si distinguono in Ire
origini, elle corrispondono ai tre elementi automatico, patetico ed imitativo;
cioè 1, o rappresentano lo stato naturale interno del soggetto seuza riferirsi
ad impulso per sentilo commovimento sia pei sensi interni, sia per reazio- ne
ad impressioni esteriori; li, o sono provocati dagli oggetti esteriori e da
moli interni di slimo- lo sentito; III, o tendono ad imitare appunto gli
oggetti e le azioni d'onde ebbe prove sensorie il soggetto. I - automatismo del
gesto, meno pronunciato nei muscoli degli arti, si palesa a preferenza nei
movimenti del uso e accompagna l'umana esi- stenza in tutte le sue fasi;
frenasi dall'educazio- ne, ma di rado e in poche persone si sopprime
assolutamele. L'elemento patetico e sviluppatissimo nei selvaggi, ai quali
tocca di sentire passioni forti e di vivere Ira costumi feroci. Un gesto ossia
un at- to muscolare istintivo e tradotto presso tulli gli uomini come
espressione di disprezzo, di sdegno, si è il moto della bocca neh" atto di
sputare: fu os- servato che g|* inquisiti sotto Y esame sputano di spesso.
Quindi quest'atto valse in origine a riferire il senso interno di nausea, di
disprezzo, di avver- sione, di dispetto; e vale per formula di disappro-
vazione. I Peruviaui quando pronunciavano Cupat, nome del genio malefico,
sputavano tosto dopo (Du- puis, Orig. I, G94). II linguaggio jierciò poteva
fare a meno di tutta la combinazione di parole che occorrereb- bero per la
manifestazione di questi sensi. Due persone di qualunque lingua e
reciprocamente ignota tradurrebbero quest'atto di sputare violen- temente collo
speciale aspetto della lisonomia pei v arii sensi enumerali. S — L* imitazione
degli oggetti e delle azioni col mezzo dei gesti, equivalente alla mimologia
ossia all'onomatopeia nei suoni, è di un uso necessario, I estesissimo e
costante nell'infanzia dell'individuo e delle nazioni, ed anzi questi due modi
di espres- sione furono allora sempre uniti partendo dallo stesso motivo per Io
stesso scopo; mentre cioè gli atli dei gesti tendevano ad imitare oggetti e
pro- prietà riferibili al senso della vista la voce per parte sua valeva a
rappresentare oggetti e pro- prietà riferibili ai suoni; sicché allora
l'onomato- peia propriamente detta era soltanto ausiliaria della mimica. Nella
danza di caccia i selvaggi del- l'America settentrionale imitano i movimenti, i
co- stumi, le grida dell'animale da inseguire, vanno carponi come l'orso,
fabbricano come il castoro, galoppano a tondo come il bisonte, saltellano co-
me il capriolo, ululano come il lupo, schiattiscono come la lepre (1). E Ut
danza dei selvaggi, ora arte mimica, dramma, rappresenta scene della vita di
una età ancora più semplice. Le danze che cominciano dall'elemento più
ineducato e spontaneo dei gesti, si arricchiscono e migliorami come le lingue;
i segui ricordanti prima cose ed alti locali speciali di dato luogo e tempo poi
generici vanno servendo appresso a precise allusioni. Nella stessa maniera che
una parola in una lingua dotta serve a ricor- dare una precisa riunione d'idee,
un passo, un at- teggiamento basta per richiamare non solo varli dati
sentimenti ma associazioni di pensieri, ap- punto come vedremo succedere quanto
alle lingue : per allusione, per analogia e per coughiettura. Il gesto
imitativo si continua, con assai par- simonia per altro, anche nella
civilizzazione avan- zata; quando ci sia forza rappresentare un ogget- to del
tutto nuovo, specialmente rivolgendoci ad uditori non istruiti nelle formule di
misura, d' or- dine, di classificazioni importate dalle scienze, ci aiutiamo
coll'imitazione dell'oggetto come col di- segno per quanto possiamo arrivarvi.
La povertà delle lingue di popoli che non furono mai colti, oltre che dipebdere
da povertà ideologica, si mantenne per causa dei gesti che (I) Chàteaubr.
Viaggi in America L II, pag. i(W. Digitized by Google — 76 — equivalevano ed
esprimevano a sufficienza per quei bisogni sociali un numero moltiplico di
sensi, che poi a poco a poco furono sostituiti dalle parole e dalle frasi, le
quali frasi in certi servigi devono quindi considerarsi come equivalenti vocali
alle forme rappresentate prima per gesto mimico, cioè una sostituzione di suoni
alle ligure. Il suono del- la parola si sostituì in alcuni casi alla figura del
gesto, come successe di poi che la figura, il dise- gno, che quindi diede
origine alla scrittura, si è so- stituito ai suoni delle parole; anzi neir
artificiosa educazione dei sordi muti i gesti delle dita si so- stituirono da
capo ai suoni (alfabetici); cosi i sen- si dell'udito e della vista sempre
nell'umana so- cietà fecero le veci uno dell'altro, e questo tras- porto degli
slessi ufficii dn un mezzo di espres- sione e di ricordanza all'altro fu mia
delle cause del misterioso già scorso tramite del progresso sociale. Ma prima
della lingua parlala, che si so- stituì a poco a poco a grande copia di gesti
assu- mendone i valori , poiché non esisteva altra ma- niera d' espressione,
dirò, altra sinonimia, do\clte necessariamente protrarsi l'ufficio dei gcsli
come accade nei fanciulli. ì\cc alia longe ratione ac i})$a videtur Pnìlraherv
ad gestttm puerox infunila linguae. ( Lucret. L. V, 1051) ) Sicché la facilità
congenita di esprimersi coi gesti non favorisce lo sviluppo dei linguaggi, e
l'insufficienza dei linguaggi si erige di nuovo in causa a min tenere il
servigio dei gesti. Ma alla fine l'opera dei gesti va cedendo e la prevalenza
dei suoni in conlronto dei gesti devesi : I. a dimi- nuzione d'esercizio nel
progresso di società onde non è più d'uopo muoversi rapidamente, violen-
temente talora per ottenere un qualche efletto; come radiamo i periti nelle
arti eseguire i lavori relativ i con economia di moto, di tempo e di spa- zio,
con agilità e indifferenza, mentre gli uomini rozzi vi si applicano con
dispendio inutile di for- ze e di mottipUd moti confusi; li. a vivacità d'in-
duzione, per cui da un atto appena accennato si intenda dagli astanti una lunga
ser ie di espressio- ni; III. a raffinamento dei sensi, cosi da essere av-
vertiti delle minime differenze; IV. a maggiore co- pia di cognizioni sulle
proprietà degli oggetti del mondo circostante, per cui si potranno dislingue-
re accennando qualche minuta varietà dell'uno dall' altro ; V. molti suoni
ricordanti oggetti od azioni imitabili con fenomeni sonori poterono ser- vire
per legge d' associazione a ricordare altri og- getti, proprietà od azioni non
riferibili alla sensa- zione acustica; VI. per pigrizia, minore essendo la
fatica nei movimenti dell'apparato articolatort- fo- netico che non negli altri
moti muscolari, special- mente del tronco e degli arti. Questa sostituzione
quasi universale dei suo- ni a tutta la pronuncia dei gesti fu però opra
graduata e lentissima, e a forza d' eventi, per cui ad esprimere i nostri sensi
interni, i nostri pensie- ri, giovarouo di mano in mano cernii di ricordan- ze
comuni agi' interlocutori ; questa condizione che le ricordanze fossero comuni
tra il parlante e l'uditore, perchè gli stessi mezzi per cui in imo si la la
specificità d'ogni lingua in tale o tale esten- sione di spazio e di tempo, per
cui gli stessi suoni, fuori di quel tale circolo, non valendo più a de- stare
ricordanze, non ponno avere più senso che è un effetto di quelle, quindi per
quanto si odano non vengono intesi Mi. Il gesto coordinato in varie serie con
varii attori fu tramandato come la tradizione orale a fissare fatti avvenuti,
come si osservò presso i sel- vaggi, ed anche a precetto di norme di ceremonie
da seguirsi negl' interessi di quelle semplici fami- glie, come nella caccia,
nella preghiera, nelle noz- ze, nei funerali, rosi che fu coi gesti tramandata
una s|MTie di norma di morale e di civiltà. Tale mimica di storia e
d'istruzione si è conservata nel- le danze solenni di quei |M»poli. Presso i
popoli ci- vili slessi rimasero ancora in diverse circoslanze monumenti
dell'uso dei gesti. Il gesto del silenzio si pronuncia applicando il dito
indice in linea verticale attraverso le labbra: 1 \ edi franato id alogico.
Digitized by G( t Isti et Harpocrales digito qui tignificat st ( Pinta antico
citato da Garrone lf \ de L. Latina ) Aui tua Sigalion Egyptius oscula signet.
(Ausonio) Quique prcmit vocem digitoque silentia model. ( Ovid. Melainorph.)
Nei parlamenti militari l'alzar le mani e di- stendere il braccio è segno di
approvare e di con- sentire. Cosi vedesi in Senofonte pastini; così ve- deri
farsi dagli Svizzeri al discorso di Mollino (1513), al quale ferocemente gridò
tutta la molti- tudine approxando ciascuno col braccio disteso il detto suo
(1). Alla Mecca, oliando i mercanti se ne stanno intenti a conchiudere un
contratto alla presenza di jH'rsonc alle quali non amano di far sajiere i lo-
ro affari, congiungono le loro mani destre sotto il lembo dell'abito o dentro
la manica di uno di essi, e toccandosi mutuamente le giunture delle dita in-
dicano le somme che sono disposti a sborsare, e finiscono a questa maniera il
loro contratto senza dir parola (2). Presso i selvaggi dell'America si usano
varie pantomime di ceremonia che si descrivono dai viaggiatori sotto il nome di
danze. Nella danza del supplicante questi si avanza qualche passo, poi si
arresta guardando il suppli- cato, poi torna indietro ed un fanciullo lo
conduce per mano alla capanna; l'ospite va a sedersi sul fo- colare, e gli si
presenta una pipa colla quale fuma tre volte. Danza del bisonte : uno fa da
toro aggiran- dosi attorno alla femmina; essa sta in mezzo muggendo. Danza
nuziale: vi si fingono combattimenti pel tentativo d'un ratto delle donne, poi
vi si rap- presentano in pantomima scene della vita domesti- ca; le donne fanno
un giro in senso contrario al sole, i giovani secoudu la via del sole. Danza di
guerra con pantomime descriventi alti guerreschi dalla disfida lino alla
vittoria. (1) Guicciardini I..X1, e 5. OS. Eryes; Viaggi voi. 43. j.ag. 326. 77
— Cosi nella danza della morte che si usa nei funerali, dove s' imita il
falegname, il mietitore, il cacciatore che fende l'arbore, recide la spica,
feri- sce l'augello (Chàteaubr., Piaggi in America, t 1. eNatchi.) Come si vede
tali gesti esprimono tante fra- si, p. e. che la morte ha mietuto quella vita,
co- me una spica, o troncato, come un làlegname re- cide la pianta ec. GÌ'
Itelmi nel Ramtschatka imitano pure con le danze i varii usi e movimenti di
alcune specie d'animali. Nella danza dell' orso imitano tutto ciò che
appartiene all'orso, il suo camminare, le sue proprietà esterne, come si vada
alla caccia, come egli si comporti nella difesa ec. (1). Molte ceremonie e
molti riti di popoli civili erano pure rappresentazioni in atti di teorie spe-
cialmente astronomiche c cosmogoniche, quelle stesse che si esprimevano in
numeri armoniosi. Cosi nelle feste equinoziali i combattimenti avevano per
iscopo, giusta l'autore della Cronaca d'Alessandria, di narrare l'azione della
natura in- tiera, del cielo, della terra e dell' acque. Vi si rap- presentavano
le dodici case del sole, le Orse ed il cocchiere si famoso per le pugne nel!'
occasione della Pleiade Ippodamia, di cui Pclope, figlio del Serjientario, era
amante. Fisiologia fonetica comparata. Risulta da quanto si è finora esaminato
che una delle cause della differenza radicale esistente fra il linguaggio
articolato e quello monotono dei bruti consiste per la maggior parte di questi
nella privazione di ritrarre serie di voci dalla fonte ono- matopeica ; per cui
il loro linguaggio è sempre espressione soggettiva, non importa mai la narra-
zione degli oggetti esterni che agirono sopra di loro, ma soltanto gl'intimi
loro sensi ; questo lin- guaggio di qualche estensione appartiene quindi all'
elemento automatico ed al patetico ; dislingoc- si il pipilare dei catelli
dall'urlo dello sdegno, del- l' amore, della pena, dello spavento ec. Quanto a
(1) Galleria univ., Venezia T. I, '279, 1838. i Digitized by Google - 78 -
quegli animali poi che sono capaci ò" imitare i va- ni suoni che loro si
esibiscono, come le piche, i pappagalli ec._, quei suoui non valgono a commer-
cio dialogico per l'incapacità di tali volatili di sta- bilire confronti tra i
suoni dagli uomini emessi ed offerti alla loro imitazione e la rappresentanza
ideologica di tali suoni, ciò a cui li condurrebbe T osservazione accurata dei
rapporti di causa e d' effetto, data una maggiore suscettività mentale. Per
altro questa capacità d' imitare e di ap- prendere dai loro simili non è
assolutamele tolta agli animali, che anzi questi sino ad un certo pun- to sono
istruiti dai più provetti, nè restano abban- donati affatto alla sola
esperienza |>ersonak. (De- stati de Trac> . Ideol II. ). Osservisi che
maggior intelligenza si scorge negli animali sociali che nei solitarii, gli
uccelli viaggiatori, le formiche, i ca- stori, i sorci ce. ; in parte bisogna
vedere in que- sto modo di vivere una frequenza d'opportunità nd imitare le
azioni degli altri congeneri. I coni- gli dell'isola di Sor vicino al Senegal
non s'inta- nano nella terra, sicché sospettasi che il loro sca- varsi delle
tane, coinè fanno nel clima freddo d' In- ghilterra, sia un'arte acquisita,
appunto come il loro segno sonoro d'allarme, di pericolo che si dan- no
battendo con una delle zampe posteriori il ter- reno (Adanson. /'iaggio al
Senegal). Diverse spe- cie d' animali* domestici viventi sotto lo stesso tet-
to apprendono le mie dalle altre particolari abitu- dini. I gatti imparano dai
cani l'uso dell' AgrotlU canina, l'impiego della quale è istintivo presso i
primi, e i cani a vicenda imitano talvolta i gatti nettandosi il muso colle
zampe davanti, il che, a- vuto riguardo alla mancanza della clavicola, non è
analogo alla lor organizzazione (Darwin. Zoono- mia). L'abbaiar dei cani in
alcune circostanze sembra essere uu grido acquisito. iNell'isola di Juan
Fcrnandez i cani che vi si trovavano non abbaiavano punto, sino a che essendo
stali posti tra di essi alcuni cani europei, eglino cominciaro- no a poco a
poco ad imitarli, anzi sulle prime goffamente, come se si fossero posti ad
apprende- re cosa ad essi non naturale (I). I giovani usi- li) Viaggio nel Sud
dell'America di Don G Juan c D Antonio de llloa t 2, c. 4. gnuoli che sono
allevati sotto la covatura d'altri uccelli, giammai cantano se prima non s'
istruisco- no in compagnia d'altri usignuoli (li. e Jonston afferma che gli usignuoli
di Scozia non hanno un canto cosi armonioso come hanno quelli d'Ita- lia (2),
ciò che fa nascere sospetto che il canto de- gli uccelli abbia una parte
d'artificio come la mu- sica degli uomini, e non sia nuda espressione pa-
tetica (3). Io direi che si sviluppano talora ed m parte le loro facoltà sonore
ed in parte si miglio- rano per imitazione. L'elemento onomatopeico non manca
dunque del tutto agli animali, special- mente quando si tratta d'imitare quelli
della loro specie. Ma, oltre l'indefinita distanza degli altri ani- mali dall'
uomo pel centro massimo, la rapacità d'imitare è distribuita nelle varie specie
cosi che in quelle che hanno la maggiore disposizione nel- l' apparato vocale
per produrre suoni svariati ed imitare quelli esibiti, tutto il resto
dell'organismo srade senza proporzione da tale fucata eccellen- za; e
all'incontro gli animali la cui compagc più si avvicina all' umana, come le
scimie, e che tendono ed arrivano ad imitare gli atteggiamenti specialmente
dell' uomo, perla struttura dell'ap- paralo vocale, non ponno seguire l'umana
voce e neppure modulare di molto la propria. Cosi dica- si di tutti gli altri
animali più rinomati, anzi che per l'istinto d'imitare, perle prove
d'intelligen- za; sicché negli uni e negli altri manca il mezzo per dare il
prodotto dei suoni articolali. Ora tra le funzioni fisiologiche dell'uomo la
funzione vo- cale dà prodotti superstiti all'individuo, fruttanti per uno
spazio ed un tempo di cui non si ponno vedere i confini presso l'umana famiglia
che ne creda; ogni suouo articolato emesso da un indi- viduo, con le ricordanze
(idee), che per questo suono si destano, è un fatto individuale; ma que- sti
prodotti vocali pei loro rapporti coli' ideologia valgono come segni di cambio
nei commerci dcl- rintelligeiiza; per gli eventi pei quali passano e pei quali
solo ricev ono significato, sussistono essi ;l) Mtuurgia de Lusuniis. Kirker.
(2 Pennant, Zoologia. Vili, pag. 255. (3) Darwin, Zoonomia Ut, pag. '231,251.
Gioia. Ideol. 1,18. Digitized by Google — 79 ingenui documenti della storia, c
per questa na- tura di custodire il {«issato, di tener viva e spi- rante la
mente delle generazioni rimescolate nella polvere, e di ministrare il contatto
più intimo tra uomo ed uomo, ammucchiandosi sempre nuovi prodotti sugli antichi
già di tanta benemerenza, costituiscono l'addentellato dell'umana perfettibt
Iti. In questo trattato si porsero le condizioni d'una epoca preparatoria alla
costituzione delle lingue, come dalla critica fondata sulla natura del- l'uomo
si possono ricevere, perché queste to narrano latti innegabili. PRIMA ETÀ
LINGUISTICA. Nella teoria della stona naturale linguistica che qui si espone si
considerano quasi cronologi- camente in varie epoche, l'una d'origine, l'altra
di progresso ed una di compimento, gli stadii delle lingue; mentre quella
assegnabile alla re- trogressione risulta dagli stessi elementi che si contano
nello sviluppo. Ogni voce, ogni parola ed ogni lingua con- siderala nella
storia speciale d'una singola nazio- ne o d'un perìodo di tempo realmente
subisce questo processo di emettersi, di prendere forma grammaticale, cioè di
adattarsi ad un sistema grammaticale relativo al luogo ed al tempo giu- sta le
abitudini della nazione che la parla, di comporsi, di elaborarsi, di
arricchirsi di sensi, di moltiplicare le proprie forme ec. e poi di corrom-
|K>rsi e discendere cosi da riuscire mostruosa e perciò irriconoscibile, e
d'altra parte perdere i pioprii significati ed il proprio rango grammati- cale,
e finalmente di andare in dimenticanza jmt la sostituzione fallale di un'altra
parola, od in massa di un altro sistema di parole, di un'altra lingua. Ma tali
sladii come qui si demarcano non sono in natura distinti. Fino nei primi
momenti di una lingua esistono già le slesse cause di cor- ni zinne di (òrme e
di pervertimento dei sensi per ogni singola parola, come persistono anche nel-
l'epoche più avanzate e perfino in quelle di clas- sicismo ; pure i loro
risultati si fanno palesi nella barbarie della nazione, perchè allora non resta
al- cun asilo dove si preservino le forine antiche, e tutto quindi obbedisce
all'urto più violento; men- tre a vicenda nell'epoche di barbarie esistono già
le medesime cause della vita progrediente e di elaborazione sia per parte della
lingua di nuovo contatto, se alcuna si fosse introdotta, sia col ri- parare e
riordinare in qualche nuota maniera i materiali già guasti e decrcpili di
quella che va spegnendosi. Difatti, dappoiché le fonti di origine delle parole
automatismo, patema, imitazione so- no eterne, dappoiché per queste si
riproducono ad ogni epoca gli stessi suoni, quando esiste uomo ed umana
società, anzi dappoiché le parole già organizzate si riducono, si traggono, si
avvicina- no per l'umano istinto a tali origini, egli è impos- sibile di
considerare in assoluto un'epoca di estin- zione delle lingue. Tal epoca esiste
per gl'indivi- dui (voci) e per le umane società relativamente ; onde prevarrà
certo l'elaborazione nell'epoche ci- vili, e la corruzione in queUe
d'ignoranza; ma l'una e l'altra condizione esistono già iu ogni epoca in
rapporti però varii tra loro; ma lo stes- so nisus di elaborazione allontana
dall'origine tanto più una voce e quindi la sua lòrma si can- gia; e d'altro
cauto gU eventi cou esibire nuove opportunità di allusione tendono a cangiare il
si- gnificato: questi dunque sono clementi di vec- chiezza e di deperimento
avuto riguardo al siste- ma iu corso di voci, tanto che col tempo il travi-
samento delle forme e dei sensi e dei valori gram- maticali per quesla sola via
sarebbe tale che, con- Irontali gli ultimi prodotti di una voce con sè me-
desima, non si crederebbero aver alcim rapporto di derivazione, e perciò, data
una simile mela' morfosi nella massima parte delle voci d'una lin- gua, si
dovrebbe ammettere che quella che si par- lava a qualche disianza di tempo era
diversa del tutto e quindi considerarsi come perita. Sicché in questa vita
delle lingue, quantun- que divisa in origine, sviluppo progressivo e com-
pimento, si considerano pel fallo leggi sempre co- stanti in rapporto delle
lingue qualunque sia la loro età ; poiché succede in esse ciò che forse i
Digitized by Google — 80 nella generale economia della natura, che quegli
elementi ebe sembrerebbero negai» i riescano fe- condi e valgano a ricreare;
cosi p. e. la corruzio- ne delle parole produce talora molteplici forme di una
sola e la sinonimia, ed il travisamento zotico e fallace di un senso serve a
destinai , un posto preciso a ciascuna di varie parole eh' erano equi- valenti,
ed oltre a questo arricchirsi di sensi e svolgersi di forme pomio le parole
risorgere dopo secoli e migliaia di anoi di silenzio e rivivere nel commercio
popolare sotto nuovi climi. Sarà facile ad ognuno raccertarsi che, quan- to
alle lingue, non v'ha per alcuna un punto de- ciso di morte, considerando che
la continuità d'iu- leUigenza e quindi di linguaggio tra gli uomini di una
stessa nazione non fu mai interrotta; che quindi mentre una parola mancava,
v'era gin un'al- tra che equivalevate, se l'idea continuava ad esi- stere, e
nel caso che la parola maucata non fosse immediatamente sostituita, bisogua
credere che mancasse, assai tempo prima della parola, l'og- getto o l' idea che
con tale parola indicavasi; sic- ché mentre alcune parole crescono, si
perfeziona- no, si corrompono, deperiscono, altre nascono e percorrono le
stesse fasi ; che se l' impoverimento di una lingua succede per difetto
ideologico, la morte di una lingua non è compatibile se non coli' estinzione
delia casta* o della nazione che la parla; ma nella somma del tempo le
trasforma- zioni graduate arrivano a tal punto che la lingua che esiste nulla
somiglia a quella che esisteva nel- l'origine della nazione, e quindi queste
due con- dizioni della lingua, la primitiva eia recente, si ponno ammettere
come due cose separate e di- stinte — la primitiva che non esiste si può para-
gonare ad un individuo perito, la secondaria che esiste può dirsi produzione,
genitura della prima. Ecco in qual senso si dice la lingua italiana figlia
della Ialina, la greca moderna figlia della greca dei tempi tellerarii ce,
mentre in realtà la lingua italiana e la latina accresciuta d' alcune voci,
pri- vata d' alcune altre, modificata nella figura d' al- cune parole c nei
loro sensi ; altrettanto dicasi delia greca moderna rispetto all' antica ; uè
\" ha un piinio negli annali d'Ualia in cui i Romani non si capissero l'
un l' altro, nè tal punto trovasi nel- la storia reale d' alcuna nazione.
D'altro canto le divisioni che si sogliono istituire neir esame di qualunque
tema, per quan- to sieno opportune per lo scopo speciale che l' au- tore si
propone , restano sempre manchevoli pel loro rapporto rolla realtà delle cose,
che non esi- biscono mai un esatto parallelismo con tali divi- sioni. Qui p. e.
nella storia naturale linguistica io ho trovalo di dividere assolutamente lo
studio delle forme delle parole da quello dei significati, |>crchò di fatto
sono indipendenti gli uni dalle al- tre, ma dovendo cominciare dalla posizione
pin semplice, è pure necessario ch'io mi spieghi sui rapporti di significalo
delle voci nella prima età linguistica, e quindi sono costretto ad anticipare i
risultali delle vedute delle quali si trova la ra- gione nel Trattalo,
ideologico. In ogni modo io sono persuaso che nel pre- sente saggio di storia
naturale delle lingue si toc- chi la continuità del processo
ideologico-fonelico che mai non fu interrotta nell'umana soeietà ; loc- chè
corrispondendo a quanto succede in natura, in cui tutto esiste ed appare in una
catena di pro- cedenza e di susseguimento, sarà il fatto dimo- strato teoria e
prova di se stesso e quindi si con- giungerà all'assoluto mostrandosi omogeneo,
ar- monico, necessario coli' essenza delle cose: vc- drassi p. e. che le stesse
leggi eufoniche, che In- dussero lo sviluppo della lingua latina fino al suo
classicismo, sempre continuarono e produssero la modificazione di
deterioramento della stessa lingua latina qui in Italia che si disse volgare ed
ora dicesi italiana; la continuità della maniera d'articolare le \ocinon fu mai
sospesa, ed il travisamento è solo effetto sommario nel tempo di modificazioni
omogenee alla razza abitatrice dell' Italia ed alla sua condizione fisica.
Sotto il teina della prima età linguistica per- tanto si considerano in effetto
i prodotti delle di- sposizioni vocali dell'uomo in contatto col suo si- mile,
giusta le varie circostanze organiche e quelle estrinseche ; servendosi sempre
dei falli ri- masti nelle lingue parlate o custodite dalla Iette- rai ira.
Digitized by Google — 81 Il mio concedo di prima età linguistica non le assegna
posto preciso nella serie dei tempi, nè avanza teoremi sulla località e sulla
maniera di stato tra cui si svolgesse, come fecero alcuni che p. e. stabilirono
V origine del linguaggio artico- lato nella pastorizia od altronde (1). Do>e
fu con- tatto - bero pel ripetersi d' una slessa sensazione di qua- lunque
altro genere, anzi che l' acustico, p. e., pel rivedere d' un oggetto o pel
ritoccare d' un corpo. Tra questi due elemeuli, l'uno di produ- zione, 1' altro
d'uso del già prodotto, si stabilisce in ogni terra, in ogni stagione , una
maniera vo- cale d' intendersi, fra umani individui di qualun- que razza, che
nulla sappiano nè di voce, uè di idea. Questa è la condizione della prima età
lin- guistica, la quale cioè si definisce nel concorso protratto d' uomini
ignari della umana capacità fonetica e del suo uso. Nè questi limili definiti
in circostanze possibili e non localizzali, praticano perciò un sulterfugio d'
onde intrudere per pezzi del musco naturale plastici capricci ; questa con-
dizione potrà trovarsi in diverse età, sia per iso- lamento primitivo, sia per
abbrutimento poste- li) Gioja, IdeoL I, 184. VOL. I. riore , sia per contatto
nuovissimo d' uomini di nazione diversa, gli uni agli altri ignoti ; onde i
linguaggi rispettivi a nulla giovano loro in co- mune ['l'i primi incontri :
quindi anche nella esi- stenza di linguaggi organizzati sono compatibili i
fatti di processo primitivo. Per poco che alcuni uomini sieuo stati iusieme,
questi due elementi, cioè Pope mule e il suo prodotto, sono immedesi- mali
ncll' uso di reciproca intelligenza , e in que- sta ragione composta trovansi
in tulle le lingue ; solo variano le proporzioni relative di questi ele- menti,
cioè quanto più una lingua è avanzata tanto più serve il prodotto che già si
possedè e tonto meno si mauilesta la funzione produttiva, e all' opposto quanto
più una lingua è manchevole lauto più al bisogno si palesa il nisus produttivo.
Qui |>ertantn nel presente trattato si neglige l'uso che si fa .del prodotto
e si esplora invece la fun- zione dell' elemento produttivo sia ne' suoi primi
germogli, sia alla superfìcie di piante perenni. li' ignoranza assoluta dell'
uso mutuo della voce non può durare olire il primo contatto tra uomo ed uomo ;
perchè appunto per I' effetto im- mediatamente operato dopo le prime grida e
spe- cialmente al ripetersi di nuove opportunità, si ge- nera la nozione della
sua efficacia e quindi si usa con un inlento : ma la durezza del meccanismo pei
moli inusitati non si riduce cosi in breve ; on- de per qualche tratto dell'
età primigenia uno dei fattori della produzione dei suoni resta quasi nel
medesimo sialo d' allora quando ne fece le pri- missime prove. Pel seguito poi,
cioè per la ripro- duzione costatile di genesi fonetica primitiva so- pra gli
antichi prodotti, questa succede ogni vol- ta che per dati individui si
mantenga la ina- zione negli organi : a qualunque epoca anche ci- vile essa
cominci a sciogliersi si avranno le stesse maniere d' articolazione come nella
nativa comu- ne imperizia. Egli è chiaro per ciò che si possono raccogliere
fatti fonetici di tipo primitivo, che ora stanno sparsi e confusi insieme a
prodotti com- plicatissimi, e di questi giovarsi logicamente per dedurne la
scena storica d' allora che ogni lin- guaggio si sviluppò 11 Digitized by
Google Della Voce. TrnUando della voce sola per sé senza i suoi rapporti
d'opportunità di emissione, v'hanno dif- ferenze tra uomo ed uomo per In
speciale slrul- lura e per le abitudini contratte talora espressa- mente, tal
altra inavvertitamente, sempre in ac- cordo col carattere dei suoni del sito
abitato. Certi suoni, certi accenti, certe aspirazioni, le va- rietà di
proporzione tra il numero delle conso- nanti e quello delle vocali distinguono
le lingue proprie a diverse latitudini ed anzi alle diverse circostanze tìsiche
prese tutte insieme e conside- rate nei casi dove la loro influenza deve avere
più d'intensità. Qui manifestasi nella voce l'azio- ne combinata dell'istinto
clic corrisponde all' ele- mento patetico ed automatico, e dell'imitazione che
corrisponde all'elemento onomnto|veico ; tale imitazione si manifesta vagamente
e non nello studio preeiso d'un tal oggetto o d'un tal suono, ma sì gli organi
vocali sono traili a seguire, a ri- petere la speciale maniera di cadenze
ricevute dall'orecchio. Generalmente, (pianto più le lingue sono vicine alla
loro origine, tanto più sono accen- tale e cantanti (I). Quanto alla speciale
struttura si trovano esempi degli estremi opposti nelle diverse umane famigliej
il Caraibo negro di S. Vincenzo, grande e robusto, di razza doppiamente
selvaggia, cioè generata da Negri Africani con Caraibi rossi, par- la con una
veemenza che sembra dipendere da collera ; cosi pure le donne Africane dell'Est
han- no un carattere di suoni di accento duro e secco conveniente alla compage
loro sgarbata ; mentre invece le Africane del Niger hanno un'inflessione di
voce di cui i nostri organi non potrebbero se- guire la dolcezza, cosi che i
loro nomi di Zemc, di Zilie, di Fauni ce. pronunciali da esse riescono nomi di
voluttà (2). La lingua di Tahiti è per sè stessa un can- to (5). Dampierre
trovò che gli abitatori d'un'iso- la che non produceva ne albero né arbusto e
che (I) Diluii de Tracy. Giammai. II. n. 53. (■>} Ramai. HisL Et Ind., T.
I., 1.11, 220. (3) W.cland, T. XXIX. p. 374. vivevano dei pesci loro gettati
dai flutti nelle pic- cole baie di quella, usavano di suoni simili al gri- do
del gallo d'India. In generale la vita rozza ed aspra mantiene simile natura
nei suoni delle lin- gue relative; i dialetti del linguaggio celtico era- no
orridi: l'Imperatore Giuliano, sotlo del quale ancora si parlava tale
linguaggio, dice nel suo Mi- sopogon che rassomigliava al gracchiare dei cor-
vi (I). Vedasi come la civiltà ha cangialo l'accen- to e la modulazione della
voce nei paesi che ora sono occupali dai Celli. Così erano le lingue etnisca,
osca, sabina e la dorica : uno scoliaste di Teocrito dice di questa ch'era
Tpaysfa, - óit-:p5ris$, »x twir\zo^ (2). Quanto all'inflessione della voce,
all'accento ee. bisogna notare che l'uomo straniero ad una lingua la prima
volta che l'ode erede tutto conti- nuo, dello e pronunciato nel medesimo tono,
sen- za alcuna inflessione né prosodia ; non si comin- cia a distinguere le
parole, le sillalte, ad accor- gersi che le une sono più acute od hanno più o
meno di durata, se non dopo una lunga esperien- za; così par la melodia d'un
popolo essa deve sempre essere subordinata alla sua lingua: per giudicarne si
ricerca una speciale attenzione ed abitudine ripetuta e continua. Cosi al
Francese la lingua indiana di G ialina sembrava d'un suono si- mile a quello
che si produce ballendo noci (.»). La lingua dei Trogloditi si dice da Erodoto
essere un cigolio come quello dei pipistrelli (4). Dicono i Zingani di sè
stessi che parlano come gli uccelli cantano; che gli altri uomini cantano come
i leoni ruggiscono. Nell'Agamennone d'Eschilo Clilenneslra pa- ragona il
linguaggio di Cassandra, ch'era troiana e parlava una lingua non greca, alla
voce della rondine che in greco dicesi TpatA», cioè balba. In questo senso gli
antichi Greci dissero che erano colombe le prime sacerdotesse di Dodona e (1)
Voltaire. Essai sur Ics moeurs, T. I, p. 217. (2) Lanzi S. Elr. I. il». (3)
Sue. Le Juif
erranl, traduat. led. Der ewige Judo T. V. p. 194. (4) . . . yXwsyav fi
rfuteptiff ixXrj ?r»po|ioi*]v V£v3|u'xa7!, a'U* T£TpiY«7t, xarairep ai vvxT£pi-
Sì ; . L. IV, 183. Di gitized by
Google di Giove Aminone, perché parlavano la lingua egizia che da essi non era
intesa (I). Cosi ogni lingua non inlesa la un'impressio- ne come d'un seguito
di suoni che non ahbiano scopo uè rapporto col pensiero : onde giudicano gli
uomini, non disingannati dalla conoscenza dei significali di tali suoni, che le
voci degli altri po- poli di lingua assai differente non sieno parole. Quelli
delle isole M arianne sono persuasi che la loro lingua sia la sola
nell'universo (2). e che gli altri uomini non sappiano parlare. Polluce chia-
ma gli altri popoli barbari mufi «yXwt^oi (,>). Gli Slavi, i Russi chiamano
i Tedeschi ne- metz, che vuol dire muto, e questo fu il nome ge- nerico dato
altre volte a tutti gli stranieri, men- tre lo Slavo chiamò se slesso slavo,
cioè l'uomo della parola (\): anche in scrviano Nemats, Gne- matz, muto. Gli
Egizii chiamavano barbari tutti quelli che non avevano la loro lingua (3). Cosi
pure i Greci chiamavano £s>0apo« ogni straniero; questa pa- rafa era un'imitazione
dispregiativa del parlare appunto dei forestieri, che loro riusciva monotono e
privo di senso. I Tedeschi chiamano gì' Italiani Walscher, parola che si
riferisce al linguaggio ; vorrebbe di- re quelli che /Milano in modo che non
s'intende; walsch difatti vuol dire gergo, parlar secreto co- me nelle parole
Hotlmalsch, Kauderwalsch. L'accento dei diversi dialetti segna il carat- tere
vivo o lento dei popoli (G). Miiller dice che i (1) Erodoto D, 57. (S) Botai
Esprit. T.I. Disc. IL 91. Yoyago de la Compagni*: des lndes Hollandoises. (o\ Romboidi, Kosmos
IL ^t». MJ Golowinc. Li Russie sou> Nicolas I, 170. (5) Erodoto 11. 158 »
Bappatasu; 9ì *ra'vT«s oì AiY'JKTWt xzXiuji T8? (irà aao»i: » qui la parola £«p£apss devo riguardarsi
come iradu/.io- ne di quel qualunque termini' che gli Egizi avranno adoperalo
per lignificare quelli che non sapevano par- lare egiziano, perchè 1 origine
della parola £«pP«po? è ateniese. (6) Vi ha pure diverse maniere d'accento
duella- to, diverso da quello dui popolo tra cui si vive; ma tali leziosaggini,
di cui v'hanno esempii frequenti nel- le grandi alta, non possono essere
contemplate nel- l'argomento in cui versiamo. Tedeschi non hanno un accento
generale come i Frocesi, i Danesi, gli Svedesi, ma si uno speciale , giusta i
luoghi (1). Quanto all'azione della voce umana sull'uo- mo, oltre i rapporti
generali acustici, altri ve ne sono di simpatici relativi all'omogeneità
dell'uomo coll'uomo. L'infante ascolta con attenzione e con piacere il discorso
ch'egli non intende. >elle lingue poverissime bisogna aver in mente che
molto coadiuvava la mutua intelligenza hi diversa mo- dulazione delle slesse
scarsissime parole, l'intona- zione ; come p. e. tra quelle nazioni selvagge
che si trovarono non avere per tutto linguaggio se non cinque o sei suoni o
gridi. Questo l'atto si può osservare nel volgo di oggi il cui discorso è molto
più animato c va- rio, quanto all'intonazione, di quello che il discor- so degli
uomini colli, poiché questi^ usando di una lingua assai più ricca, colla quale
per le pa- role di senso già sancito possono esprimersi più precisamente che
non colla diversa inflessione della voa-, non hanno d'uopo d' affaticare gli
or- gani vocali dando loro forli e svariati impulsi. Anche nel liuguaggio più
colto possiamo farci un'idea del valore diverso delle parole in origine secondo
l'accento con cui erano pronunciate, considerando quanto importa al senso d'una
sles- sa parola se sia della positivamente, negativa- mente, in modo ironico o
d'ammirazione, titu- bando, piangendo, con grido più o meno appas- sionato, in
atto di sorriso, di ghigno, o tra le risa. Della pronuncia nella priha età'
linguistica. Lo stento c la rigidità degli organi artico- latoli danno prodotti
che si risentono dell'attrito e dell'imbarazzo in cui versano per far succedere
gli svariati movimenti delle diverse parli dell'ap- parecchio: gli eseinpii di
tale stato li abbiamo pure oggidì nella maniera di parlare delle popo- lazioni
rozze, che c tronca ed a scosse (2). Osservasi di più una inesattezza presso le
popolazioni più incolte, per cui la pronuncia non (1) Mùller. Manuel de
Phjsiol. T. II. 250. (2) llombohll Kawi. liuschmann T. HI, 567. Digitized by
Google ha alcuna stabile norma: p. e. nel Madagascar la stessa parola può
essere pronunciata in sci o set- te maniere diverse, cosi pure in Tahiti (1).
Le cause di questa licenza della pronuncia sono a ricercarsi nell'abitudine di
apatia e d'iner- zia di quella gente, molto più che nessuno si è pensato fra
quella di redigere le regole e le con- suetudini prevalenti in fatto di lingua.
Un'altra causa si è quella della separazione, della lonta- nanza degli
abitatori gli uni dagli altri, d. in- quinili ogni famiglia fa da sè, rari sono
i contalli della moltitudine e quelli tra individuo e indivi- duo, mentre
ognuno provvede a tutti i bisogni proprii od al più a quelli della famiglinola;
la quale segregazione opera con tal efficacia in que- sto senso che fluisce
coli' indurre massime diffe- renze tra il linguaggio delle tante piccole socie-
tà, sicché in ultimo le une non intendono le al- tre, onde figurano tra i
selvaggi quasi tante lin- gue quante sono le borgate (2). Noi al contrario
abbiamo centri di conversazione, ed istruzioni continue in fatto di linguaggio,
come nelle chiese, nei teatri, nelle adunanze pubbliche, nei mercati, nei caflè
ce, oltre le scuole di cui approfittano quasi tutti nella prima età; pei molti
nostri biso- gni abbiamo persone diverse colle quali entrare in dialogo, p. e.
gli artieri, i commercianti, i do- mestici, i villici. Le cause di segregazione
induco- no la diversità di pronuncia anche nelle uazioni più civili tra i varii
paesi, le varie contrade ed anzi tra le diverse classi degli abitanti d'uno
stesso luogo. Brescman osserva che in Danimarca vi sono tre maniere di
pronuncia, quella dell'uomo educato, quella del popolo, quella oratoria usala
nelle accademie, nelle chiese, nei teatri (3) ; que- ste tre maniere si ponno
avvertire in ogni paese. Un fenomeno costante nel sistema fonetico degli uomini
che non abbiano esercitato conve- nientemente l'apparecchio arlicolatorc si è
quello della reduplicazione delle sillabe, che è messo a (I) Humboldt, Kawi,
ti, 327. {2) Nel Brasile ogni pìccolo popolo aveva il suo idioma particolare
(Raynal Hisl. I, p. Et. Ind. T. IV, L. 9, 358. Specialmente i Tapuiya. (Georg.
Marcgrav. Brasil. p, E). (3) Tydsk, bJtisk Parlcur p. 1 17. 84 - nudo nei suoni
automatici p. e. mania papa, ed anche la ri|H?(izione della slessa sillaba si
molti- plica. Gl'istitutori di professione, per non aver tenuto dietro
coll'osservazione a quanto succede in natura, non hanno poluto render conio
del- l'origine delle parole di forma più semplice ; cosi Ambrogio Calepino
deriva papa da pa, che poi (dice) si reduplicò: ma p.rchè? se avesse posto
alleuzioue alla loquela infantile avrebbe sentito che il fanciullo non si
arresta poiché ha pronun- cialo pa, ma continua papa, papapa : altrettanto gli
accadde colla parola marna (1) ec. La causa di questo fenomeno si è che gli
organi arlieola- lori dei suoni non sjiio capaci se non di rozzi e golii
movimenti che non sanno complicare, e meno ponno ad un atteggiamento dato farne
succedere immediatamente un altro ; ed anche al- lora che la volontà diriga i
loro moli determina- ti che sono, l'impulso è maggiore di quello ba- stante:
accade come in una corsa, dove non si può arrestarsi tulio d'un tratto, ma si
fanno al- cuni passi di più di quelli die si vorrebbe, nella direzione del moto
impresso giusta l' intento. La reduplicazione della sillaba iniziale d'una
parola o dell'intera parola stessa si trova per esplicito valore di rinforzo
(2). In altre lingue, come in quelle del ceppo Malaico, non sempre viene ripe-
tuta la vocale della radice, ma occasionalmente una alfine; (5) questo dipende
dal grado diver- so di forza con cui si eseguisce il meccanismo già
determinato, p. e. quando invece di b si pro- nuncia p come nella lingua
Malese, dove invece di papa si dice bapa (il padre) o (mando una parte
dell'apparecchio manca al suo posto, come quan- do si pronuncia f invece di p;
perchè cioè le labbra, anzi che restare iu mutuo combaciameu- lo, si
abbandonino, onde allora l' aria della voce emessa, non trovando altra siepe
che le si o|>- ponga, è già libera quando ha superalo la fes- (1) Anche i
muli quando sodo dale cornino/io- ni emettono suoni, dei qu.ili essi stessi non
sono conscii, li ripetono p. e. ba bà bà be be be. 02) Humboldt. Kawi, Inlr.
CLXVIL Di questo fe- nomeno ideo-fonelico parleremo nel Trattato della composizione
«Ielle parole. '3) Humboldt, I. e. Digitized by Google stira costituita dal
lombo del labbro e dall'ade opposta dei denti incisivi, e quindi l'ultimo pro-
dotto del meccanismo fonetico è un suono den- ti - labiale, anzi chi: labiale.
La reduplicazione primitiva predomina nelle voci d'origine auto- malica, ma
succede anche nelle parole d'altra origine, p. e. in quelle d" elemento
patetico ed anche in quelle onomatopeiche: in queste for- se v'entra |>er
qualche carato l'esplicita volon- tà, si ripete cioè il suono perchè venga
avver- tito più sicuramente dall'uditore e quindi arri- vi a capire qual cosa
sia quella che s'intende d'imitare. Gli esempii della reduplicazione primitiva
si troveranno nei dizionari! sotto le varie categorìe di voci d'orìgine automatica,
patetica ed onoma- topeica. Qui pertanto osserveremo come questo fe- nomeno
della reduplicazione, ch'è una delle ma- niere più semplici di pronuncia, e che
trovasi co- me patologico in certi individui presso le nazioni civili, si
mantenne nell'avanzamento delle lingue, anche allora ch'erano succedute le
composizioni delle parole. Vi sono pcrlaulo nelle varie lùigue molte parole
organizzate le quaU hanno l'ultima sillaba raddoppiata, altre la prima, altre
alcuna delle intermedie : la forma più ovvia di redupli- cazione si trova nella
prima sillaba, o neh" ulti- ma. In molte parole rimase perfetta, cioè
senza alcuna modificazione, in altre si scorge la redu- plicazione della
consonante con variante nella vocale; p. e. in sanscrito bibathsam ridere —
bibartni portare ; in altre si trova sostituita la consonante stessa da una di
meccanismo analogo o dal succedaneo nel caso di cangiamento di vo- cale, p. e.,
g dinanzi e ed t cangialo in ga o go dove invece di far operare l'apice della
lingua, battendo con quella l'orlo dell'arcala dentale su- periore, esce un
suono tra il palato e quella por- zione qualunque della lingua che alzandosi
coar- ta il tramite buccalc in corrispondenza al fornice palatino: come p. e.
in sanscrito gigonmi = odoro gegaman = vacillante. In altri casi si tratta di
aggiunta d'una con- sonante oltre la reduplicata, p. e. in sanscrito dadartha =
vide sasargia = usò In altri si tratta di ripetizione della sola consonante
tralasciando la vocale, come iu molte finali ebraiche p. e. bh® malal = parlò
DDD musa» — liquefece, disciolse. In tulli questi falli di reduplicazione
imper- fetta trattasi sempre di quel fenomeni >. ma mode- rato sia
dall'organizzazione dell' intera parola tra i componenti della quale
s'incontri, sia da succes- siva deformazione della parola. Humboldt aveva
osservato che in sanscrito la reduplicazione vie- ne modificata cosi
esattamente giusta l'interna fabbrica della paro'a che si può contare cinque o
sci differenti forme della medesima distribuite nella lingua (i). Veggasi solo
per questo effetto d'inerzia degli organi articolai uri qual occasio- ne
continua di varianti d'ima stessa parola e quindi di arricchimento nel capitale
d'una lin- gua ! Questo mezzo proprio della condizione ideofonelica inferiore,
per la natura della sua causa, si riproduce quando le parole organizza- te, per
qualunque evo abbiano scorso, giungono ad essere usate da persone rozze; cosi
p. e. suc- cesse alle parole latine cadute nella specie di deteriorazione che
costituì la lingua valacca; p. e. in alcune parole successe il raddoppiamento
del- la prima sillaba cosi da gelu gegeru da turgeo durducu da tnrqueo turtacu
nelle sillabe intermedie da min fecesi iiutoejcu, appropriare nell'ultima
sillaba da cutter cnltro (lat.) cntifu (vai.) da tabula tablele da dia di/eie
da cutneo cununu da tniror minunu Qui si riferiranno varii esempi! di
reduplicazione (I) Kawi, Inlr. CLXVII. Digitized by Google - 80 - rimasti nelle
lingue che pervennero alla cogni- zione della nostra età, distribuendo tali
eseiupii giusta il sito relativo della sillaba reduplicala nella paiola di cui
la parie e giusta la maggio- re o minore esattezza del raddoppiamento. ReDIPLIC
AZIONI Ul > MONOSILLABO. Lingue del Man- del Sud. Il il, succhiare. /ih ini,
chiudere (usasi della bocca). Sac sui- (lingua lagalica), fermare, saldare
qualche cosa, cacciare dentro, riempiere, gettar entro. Vc//c Indie orienlfdi.
Cutis eoa», nome di un animale marsupiale in Amboina ( I ). In /Miro. yi yi ler
ter. nome di Dio, altissimo, /n Intinn. Furfur. Hturmur. In ispagnunlo. Borro,
bambino in fasce. Reduplicazioni della prima sillaba. Lingua dei selvaggi del
Brasile. (Jacaba, passare (2). Cacapvnwnga, nome di uu' erba usala come
antidoto (3). Kakara, frutto simile ad una noce, che si mangia cotto (4). Vamanga,
frutice dello dai Portoghesi la- vapratas (3). l'apatia, pesce commestibile che
ha il capo si- mile ad un cuore ((»). Papay, albero detto anche Pinoguacu il
cui fintilo chiamasi dai Portoghesi Maniaon, perchè (!) Gulk'liii. Pison., (lisi. Nat. et
Mcd.. I. V. fi) Georg. Marcgravii de Brasilia*, Regione p. ~2Z. (3) Culielini
Pisonis, llist. Nat. el Med., I. V, SU». M) Georg. Martgrav. i)« Itras., p. 13.
(5l Gulielm. Pisoli., Ilist. Nat.
ci Mcil., L IV, 183. [6] Cui. Pisou.. llist. fi.u. ,>| Med, I. VI. I>endc
in forma di mammella dalla pianta, perciò mameira; maina, papa, non la mammella
(I). /ferreo, avere (2). Totocke, rrutto d' una specie di palme (3). Lingua dei
selvaggi del Chili. Cuchuleiu, giacere (4). Lingua di Java. Cacap, pesce
commestibile (5), detto da- gli Olandesi Steen Braessems. Lingua delle
Motucche. Popoua, spica (u). Lingue del .Vare del Sud. Bubula (Tonga),
gonfiare. Babaio (tagal.), parlare. Bebck (Mal.), rostro, becco d'anitra. In
sanscriti». Bubukshà, fame. Dadadi, dare. Fatami, sorgere. Titiksha, pazienza.
Shishiram, freddo. In persiano. tcjUb labari , pepe, cybb babat, felice, forte,
potente. In turco. SLòCò zcczel, vociferazione, grido. ikàRJtf zahzuhel,
ondulazione. ■i^i^ zamzamel, coraggio, bravura. aU-fiuU> zafsafelj truppa
d'uomini, folla. In ebraico. nOf'l* tsitsid, riccio, lembo della veste. In
greco. Bat^agw, gridare. BafkiXtov, cuna. BajizXcv. forame, porta. BefoXs?, profano.
(I) Cosi si nnmina da Dodonto o da Clusius: è simile tlt'Arbor Helooifcra «lì
Boniius. ('!) G-org. M.ircgr. lira», p. 24. (3) De Lacl cil da Cui. Pison.,
Mantissa Aroms- liea, -2-J5, (I) Georg. Harcgravii de Chili, Regione p. 33. 5
Jacob. Bonlius., llist. NaL el Med., 1. I, c. V. (G) Gol. Pison. Mantissa
Aromatica, CVIII, 183. Digitized by Goo - 87 - Varfdrutt gagate, specie di
pietra. rersio?, antico. Aeffi|Mtt, era legato. ±r„ Dodona. K.axxatfo, pentola.
Kt'xivv--, riccio. Ivs'Jxsupi?:, cocoina. \aXd%t», gridare. \nXayitu,
tumultuare, cantare. \\ir.ipt, pepe. ntTrijxw. dar da bere. SiOcXi, nome di un
1 erba. fu /«/ino. Baiare, garrire. Bubulcus, bifolco. Cicilendrum, specie di
aroma (4). Cicindela, lucciola. Cucumer, cocomero. Cucurbita, zucca. Dudum, or
ora. Lilium, giglio. Sci$citar, interrogare. Teter, tetro. ri/iZ/o, tu,
titillare. TilwUilium, peluria della tela. In ispug ittiolo. Buharà, specie di
carrozza. In polacca. Coconu, a, giovinetto, a, nobile. Cicilia, cardine.
Duduescu. scacciare. In illirico. Popolai, pianta del piede. Redcplicaziose ti
elle SILLABE IRTSIIMEDIE. brasile. Cururùca, nome d' un pesce (2).
l'otiquiquiya, una specie di gambero (.>). Sararaca, vipera (4).
Uiapapacaba, scarpe (5). {I) Planlo-Pseiidolus. acl. Ili, se. 3. v. 12. h)
Gulielm. Pisrm., HisL Nat. et Me I . .111 3) Gulielm. Pison., HisL IftL el HtA,
I. IH. (4) Gul. Pisi.n , II. Pi., I. V. (5) Georg. Marcgrav. do Brasil.. Reg. p
15. Sanscrito. NrpOpati, regina. Anunuijum, cosa ragionevole. Avivica,
imprudenza. Esempi di beduplicazioxe dell' ultima sillaba. Lingua dei selvaggi
del Brasile. Araguaguu, nome d* un pesce (I). Taubimuma, il diavolo (2).
lanipapa, una specie d' albero. Statuititi ) .. ... ... Curiràca ) **" *•*
* ^ (3) labùba, fuggire (4). Porara, mentire. Arara, specie di uccello e specie
di frutto (5). Cururù, un rospo velenoso. Curucunì, un serpente. Lingua dei
selvaggi del Chili. Ponona. rospo (G). Lingua della nuova Zelanda. Pakuku,
pigliaiv. Banana, fratto detto Pysang in Java (7). Sanscrito. Stanano, tuono. Bhudunana.
(reninolo. Prinana, atto di dare cosa grata, di diletta* re, diletto,
godimento. Munana, fantasia. fumana, descrizione. Khranuna, invito. Aitala,
acqua. Paiola, paglia. filala, gatto. Sciandada, mollezza, carezza, dolcezza.
Svathato, salute, sanità. Alcune parole trovansi con HI finale olire la
reduplicazione. (I) Gulielm. Pison , HisL Nat. et Med., I. Ili (3] Georg.
Marcarav. de Brasiliae, Reg. IO (3) Gulielm. Risoti., HisL Nat. et Med , I. IV.
217. (tX* a'dcd, numero. .>4Xi* "uttded. idolo, voce, cammina subub,
attaccarsi, incollarsi. o^jUm *a(uf, nome d* una pianta. \j\j}e thafaf,
tramonto del sole, oscurità della notte. Joiai qathath, che ha i capelli
crespi. ,jLi* y'nun, redini, nuvole, ^jjie u'nun, orizzonte, parte del ciclo,
clii naghagh, vaso per bere, osso, giuntu- ra del collo. Jt^i a'teiese,
magrezza. ghulieb, pagliuolu, pelle sotto la gola dei buoi o dei galli. a'siz,
uomo illustre, caro, venerabile, prezioso. Verbi. /» eòrtriro. hbj> qalùl,
fu leggiero, avvili, 7711 laidi, accumulò. 77D salùl, accumulò, innalzò. galól,
rotolò, aggirò. pJ53 batfùg, vuotò, ppì zaqtiq, versò, liqueiece. - T "HJ
nadùd, fuggi. (1) Gul. Pisoli., HisL Nat. et Med., I. III. VOL. I. "UT
nidóri, estese. - T *WB sciadad, guastò, rovinò. r*r>2 padàd, speziò. DDp
pasóSj mancò, fu diminuito. DtH rasùs, asperse. DDy nh'asàs, (1) ralcò,
conculcò. tt'Ji'l rcicióic, fu impoverito. PIPO mojiiiusc., palpò. sui'«t'_,
girò attorno, circondò. yi*j? qatsùts, troncò, mutilò. l'JH ranh , hanh\ ruppe.
TU tjarór, tagliò, ruminò. 1*13 barar, purgò. Tin cltarar, arse, fu abbruciato.
TìD «irór, fu disobbediente. - T nnr haschach, fu nitido. - r nn* sochne/.,
tolse via, alzò, si mosse *T"l& tided, solcò, fece solchi, ÌÌC3 posas,
si cousoUdò. t?t?J ghisciexc, |wlpò. Nomi. \ÒV'r\ chaxciàsc, guscio, pagliuzza,
spazza- 7.^n c/él, Lucifero, la stella del p^pJ nckik, buco, PI?? □3117 «ciniw,
frammento. T 1 fjt3ìtf> «cmlel, flagello, sferza. (1) Credo che il suono che
più imiti la y sia un n nasale aspirato; perciò, quantunque si soglia tra- scriverlo
per A soltanto o per nt. Nal. el Med. L I, 13. (8) Bonlius H. N. et Med.. L.
VI, c. 43, p. 134. 142, e, 58. p. 155. è una onomatopeia imitante il suono
confuso di parole senza applicar loro alcun senso. In basso sassone.
Tiesketaske, ) llna donna balorda . iieske zaaske,') In inglese. Fidilte
faddle, oibò, ciaiicie. In isvedese. ff'illerwalle, In islandese. Finìbili
famble, inalto. In ungherese. Terriere, chiacchiere. Tèlctél, portata in
tavola. Kelekola, curvo, incurvato. Herehura. varie specie d'erba simili al
trifo- glio. In ispagnuolo. Zipezape, contesa chiassosa. In italiano. Ti
ritera, parole monotoue, filastrocca, discor- so noioso. Per parte
dell'elemento interiettivo le paro- le per la maggior parte si compongono di
suoni vocali unici o succedeutisi in qualunque ordine : altre sono costituite
da monosillabi con consonanti, p. e. ma! fi! net tu, du, me, «ij, \Bpen TtXijv
ec. ed anche gli stessi suoni che si producono auto- maticameute si formauo
pure per occasione pa- tetico ; quindi si riscontra la reduplicazioue anche in
questi, anzi molte volte si ripetono, p. e. in gre- co fafaiai canchero!
maledetto! (Aristof. A X apv verso il line). list tt5Ì (Aristof. IttaTOj).
A'r.xr.rai iraTrat iranitaia^ (Aristof. Zv*i XJ « in principio). Interiezioni
di gaudio. A"TT«TaÌTTaTai (Aristof. desp. in principio). l'aTTaxat t'af
Taxat (ttu). Interiezioni di dolore. A'ttstus T*TT*Tat (Aristof. ©esp a due
terzi). Ilarairat (Aristof. Oeaji. verso il fine). Interiezioni di meraviglia,
n aitai e in latino papae ' TaTat fatue' Digitized by Google Per l'elemento
onomatopeico, siccome trat- tasi dell'imitazione dei suoni della natura che
pon- ilo essere varii, complicati, molliplici e lunghi, il numero dei suoni che
si emettono per seguirli è indeterminabile; perciò vediamo nelle lingue dei
selvaggi parole lunghe di sillabe eterogenee e che si riferiscono a
quest'origine: p. e. in Tahiti la su- prema divinità dicesi TuntataihtUxmwo,
produt- trice dei tremuoti (Cook. Viaggi). Succede pertanlo la ripeti/.ionc non
solo dei suoui più semplici e più facili, ma anche di silla- be composte di
consonanti eterogenee; ne abbia- mo già riportato qualche esempio, e qui. a me-
glio fissare l'attenzione su questo Tatto, ne porge- remo una scric
separatamente. micmac (fr.) ì Vischmasch (ted.) / Mishmnsh (ingl ) ? mescolanza
disordinata Miskmask (dan.) i Miskmask (b. sassone) J forse la radicale è
misero (lai.) die ha già un si- gnificato; ma la secouda sillaba è un prodotto
nuovo aggiunto, puramente fonetico. Cosi : In talesco. Fickfacken, 1 Schnick
tchnak \ chiacchiere, inutile discorso. Fischmateh \ In basso sassone.
Hinkhanken, zoppicare. Tkktacken, toccare s|H.-sso. Tirlarren. In tonfete.
Pickpark, bagagli. In inglese. Dinnì danni, il movimento vacillante, ondeg-
giante. Slip shp, cattivo liquore, vino ec. Si deve ricercare dietro a questi
fatti delle lingue odierne l'origine delle parole di simile scul- tura, ma che
hanno già un rango grammaticale e corrispondono ad idee fissate, servendo ad
indi- carle, come p. e.: molti bisillabi costituiti dal rad- doppiamento d'una
sillaba trilatera con vocale in- termedia : 91 - Cosi : In ebraico. TTY1
dardar, cardo, tribolo. TViì sarzir, cane da caccia, leopardo, cinto. hshs
chilchél, sostentò, dispose. In persiano. wUo f»fr, porpora. jjj* ferj'er,
premura. In arabo. ff \ ]t f r i P ar, ° di ™pra, di pecora, o di vac- ca
selvaggia. La ripetizione dello slesso suono li deve far sospettare primitivi,
e probabilmente onomato- peici. Un altro fenomeno prodotto di un eerto stento
nei moti dell'apparecchio arlicolatore si è quello della ricorrenza di un dato
suono costante sia nel principio, sia nel fine d'una parola. Si os- servi che i
participii passati della lingua tedesca e della olandese invece della
reduplicazione del. la prima sillaba, conservano costantemente una sillaba, che
ora sembra ad essi aggiunta , ma che ci rappresenta l'epoca di questa balbuzie,
on- de uno dei suoni più facili dei moti articolatori, serviva di preludio alla
pronuncia, all'emissione di I qualunque altro suono. Tale sillaba si è la ghe,
la quale trovasi per Io più aggiunta ai verbi, ma an- che ai nomi : talora è il
solo suono g (ted.) : cosi Ans ( I ) radicale, d'onde Anas (lai.), N» mr m » \,
ti ii p jétìtiM fi i' i filaivaìì Uditi i ~v L'i/' 1 1 d À ti Ifl Ititi s* ut UIHU
j/Ih'IVI lllfl MI. f li II SU Israel /s-eraex (i aititi) wr 1 f/f 111 /iPWI ~ *
n IwMWVI // 1 i Jì iV ' 1 1 r J ir Prussia Austria ^iwefim'a Stadio Setadio
Detjree fingi.) Dcgeri London Lonedoita (Tahiti) t rance Farani Sosthene
Sosetene lirilannia Bcriluniu Spati ia Sepali ia Profeta Peroj'ela Marco Marckn
(Tahiti) Bibita Bibilia (Tahiti) Ecclesiu Ekalesia(Mawai) Ebree MvU-ra (Marnai)
Agrippa Ageripa Aeijtjptus Aiyipnta Umiltà Muncri Sijrth Sunti {Tahiti, liawai)
(I) C. G"Min M. Priw. Vili. :>05. lo nel trascri- vere uso
l'orlofrrafia italiana. C. de Gehclin «crive |>. e. Bouirnucou. t'vuloubtra.
fìakabmichou. piusla l'or- lografià francese, ma credo the |» trascrizione da
me usala corrisponda por (d'Italiani ii suoni indicali da C. Gdielin. Apvtov
Pentecoste Bread Ttvmsand Pritchurd Arsiw (Tahiti) Penetekola (Marnai) Barena
(M. del Sud.) Tansanì (Marnai) Peritati (Tahiti) (1). Neppure potino
pronunciare le lettere dop- pie della stessa specie ; allora una la
tralasciano, così Mista Misa (Taijul) Messia Mesia (Muivai). Altre volte invece
di lare la dialisi tralascia- no una delle due consonanti elerogeucc unite, p.
e. ncll'ng tralasciano il q Angelo Anela Evangelio Etvnelia (Tahiti). Anche la
lingua turca lece la dialisi delle sillabe di alcune parole straniere, dove
fossero due consonanti eterogene unite, così p. e. Flótte (ted.) divenne in
turco minta «kJU Flanunand (fr.) divenne Fileinenk »ìJUIU Francia (it.)
Firancia fc^->lji TptrcoXt; Thyrabolos ,^LlJe Trinchetto (it.) Dirinchela
L£j>,5. Sarte, (it.) corde di vele. Sarei «^L» (2). Anche la lingua
ungherese ha fatto la diali- si di consonanti unite da Crnx (lat.) fece
Christianut (lat) Kraijlie (ili.) Airu/y Biotto (lai.) Balùs (5) (irob (ted.)
Goromèo. Anche il volgo d'Italia fece la dialisi di qual- che sillaba dove
fossero due cousonauli in con- tano, cosi rTw/,3; divenne pitocco. Se si
osserverà uclla pronuncia dcgl' infanti (piando s'ingegnano a ripetere le
parole che ab- biano tali concorsi di consonanti, non imitano inai
(".attamente tali successioni di suoni, ma sempre dopo la prima consonante
fanno una po- sa la (piale fa sortire l'aria che dovrebbe ancora (1| Gazzella
Vi-ncla i % 2 agosto ÌHìi. l'i) \hr.. Diandri in voce. Marion, fjpgr. Sprechi,
p. i'.tt. Digitized by *GoogIe - 94 trattenersi fino al compiuto cangiamento
dell'atto articolalo^, e perciò si ode la prima consonante accompagnata da un e
e poi la seconda, special- mente se la seconda consonatile sia r. A compiere il
parallelo tra la pronuncia in- fantile e quella dei popoli rozzi si dove
osservare che tanto negli uni come negli altri abbondano i suoni labiali :
oltre tutti quelli clic abbiamo rife- rito trattando dell'elemento automalico
si ricordi la frequenza del b nelle lingue semitiche, p. e. nelle parole a noi
più note link. Baal. £v,iXo;. Be- el. Bed. Babel. Babyfan ce. In seguito, per
la maggior destrezza acqui- stata dagli organi articolalori, la reduplicazione
va perdendosi; oltre l'attività maggiore dell'uo- mo è anche da considerarsi
come causa di que- sta semplificazione il genio di brevità per cui premendo
all'uomo di farsi intendere, se si ac- corge che tale scopo sia già avvenuto
nel suo in- terlocutore, non compie la frase, ma passa avanti con altri cenni
relativi all' intelligenza ulteriore: lier questo stesso motivo le parole
onomatopei- che perdouo alcuna parte di loro e a poco a po- co tanto meno si
conserva l'imitazione cosi che in ultimo paragonala la voce imitativa col suo
tipo primo non serberebbe più tale somiglianza da sospettarne il primo
rapporto, per quanto ne fosse in origine una copia fedele. E tempii di
onomatopeie accorciate; d'onde ne venne leso il rapporto imitatiti. In antico
tedesco la cornacchia dicevasi kchràcha (I) che è precisamente la sua maniera
di gridare : ora nella parola modificatane tanto che si ridusse all'attuale
Arane, l'imitazione è ap- pena sensibile. la gotico ridere dicevasi chlachan.
ora ne rimase nel tedesco lachen. In latino l'atto di ridere diceva>i codi
l'urna, ora ne rimase in italiano ghigno. Per questi accorciamenti successivi
pertanto il suono originario può scambiarsi iu varie ma- 1) Hjpp. Physiol. d.
Spraclie, T. II. nicrc giusta l'età della parola venendo ridotta a molte
riprese. Questa opportunità di accorcia- mento, cioè per premura di farsi
intendere, ur- gendo l'espressione d'altra idea, si sorprende nel- le lingue
del Mare del Sud dove si trova redupli- cata la sillaba nelle parole, quando si
pronuncino sole, e si trova semplice quando tali parole si compongono. Avviene
pertanto che in una lingua trovisi la forma reduplicata, cioè la più antica
d'uua da- ta parola, ed iu altra lingua trovisi la forma ri- dotta a
semplicità; cosi nella lingua dei selvaggi del Brasile Boi cinininga ~ il
serpente a sonaglio iu francese dicesi Boicininga ; cosi in caldeo nDO"»
tornami = giorno in ebraico OT ioni, giorno (I) in arabo oU> memat, morie in
ebraico j-flo mod, morte PD ined, morto. In persiano itili» ninnane' (8), cuore
e «jULk giuliane 1 (•>), amante, amala. In turco ^jUk gian, anima. In
mongolo gagalaku chiocciare in Ialino gloria, in greco xXftjge*. In Ialino
titillare titillo, in greco ti'XXq». In greco TETp^iat'vetv (4), tremare in
latino /remare. In greco flsTTavsv = focaccia in Ialino panis = pane In turco
y3 Mia — fuoco in ungherese tùz - (5) fuoco. In latino upupa iu francese Iluppe.
Avviene pertanto che in alcune lingue si trovino semplificale quelle parole
primitive auto- fi) La forma semplificata Q\> ' om trovasi già an- che ih ci
Ideo. l'i) Anima e cuore furono idee sempre promiscue, e che ebbero pure
espressioni promiscuo. (5j La forma yiananc col significalo di amante, amata,
amorosa vuole esprimere la stessa idea cuore applicala ili' oggetto amalo per
tenerezza, come noi diciamo cor mio, anima mia. (i) Aristofane [Nt^eXat a due
terzi circa. (5) Si ptonuiicia come u francese prolungalo. Digitized by Google
- 95 — (natiche che si riproducono ctcrnamcnlc presso tutte le nazioni. Così
papa, suono della lingua infantile, ap- plicato ad indicare, fra gli altri
interessi di quell'e- tà, il cibo, restò semplificato in sanscrito po,(l)
nutrire, manta restò ma (sauscr.) madre. Così babà, suono analogo a /rapa,
trovasi in persiano ridotto a L> ba, brodo, latte coagulato, Questo fatto di
semplificazione delle sillal>e reduplicate, si può dimostrare
cronologicamente, riportando reduplicate nelle lingue più antiche quelle
sillabe nelle stesse parole che nelle lingue derivatene sono semplici. Cosi in
sanscrito moina, me (pronome accus. sing. e genit. sing.), me (lat.). minarlo,
nardo va'ptfo? (gr.). lottimi, sciolgo X'jti) (grec.) palala, paglia paleo
(lat.) in latino cachinnut, riso, ghigno (it.) Annerito. Putatri, uccello, poi
l'atri Shoàm, cane, poi shva' Egaga, unico, solo, poi Ega {'2) Pipesha, uccise,
poi pissjati, uccide b, toccò, palpò, poi spennati tocca. palpa Huróda, pianse,
rodati, piange. Lingue del Mare del Sud. Mania (mal.) masticare, poi ma (Tongn)
(long.) masticare, boccone (tagal.) una bocconala (3) bapa (mal.), padre, poi
pa babaio (tagàl.), parlare, poi baia »atwyi(tagal.), douna,poi bai (Bugis),
donna. Annua no. pan pan, essere stanco, esaurito, poi (1) EichholT, Parallele
440, creile invece che quejta sia la radicale e deriva ma, madre, dal v.jrbu
md, sten- dere, abbracciare; Parallèle 176. (2) Yyacartni, p 253. (3) Romboidi
Kavvi. T. NI pan [»"'n H.) krà kran, cercare, guardar dietro a qualche
cosa, poi kràn raro (N. Zelauda), cervello, poi PD, materia, marcia, pus
Ebraica. dalai, fu estenuato, ?1 dal, estenualo, - T povero. DOn tamam, fu
compito, 031 tam, |»erfelto. - T ^93 capapj curvò, iucurvó, fp cap } palma
della mano, d'onde copi», is, (lai.) ec. 33*? levav, cuore, 3^> lev, cuore.
pp*l daqàq, diminuì, peslò, tritolò, pi daq, minuto, tenue, gracile, cosa
minuta. 113 Itadàd, solo, -12 bad, solo. ODn chamam, si riscaldò, DH cham,
caldo. hjxtsalàl, fu adombralo, hi tsel, ombra, nj gazaz, svelse, tagliò via,
via goz, que- gli che taglia o svelle. ^2 Caldi, intieramente fini, regolò, ^3
col, lutto. 33*1 ravàv, moltiplicò, 3*1 rati, molto. - T T H33"ì revavà,
diecimila, \2,1 ribòy dieci- TT: ' . mila. ìt}? nh'azàz, fortificò, indurò, XV
nhaz, ro- busto. ODN umdm ì - - : Jj, DDK ameni \ 03D sevamt (a poi 53D sabù
(ebr.) (2). Turco. Uli faefae, balbo, poi ai /è/i, balbo ihul) soraar, gemente,
afflitto, piangente, gemito, lamento, tristezza, poi Jj zar, gemente, afflitto.
\jày» ghavgha, disputa, rissa, tumulto ; poi (t) Luzzalo, Prolegomeni n. 132.
(2) Ivi, 118. ,madre, poi 0K cm, madre ( I ). Digitized by Google - 90 - yi.
tjhm\ tumulto, grido di guerrieri nella zuffa, voci (eri si otte, tuono.
v-ilafUs. ginfgiaf, perento, cortigiana, don- na pubblica, delitto; poi sjL>
ginf, cortigiana, donna publilica; vagabondo, errante, secco, arido. vilLk
JU>. ciak ciak, rumore di spade, rat- tissimo, cosa stracciata. JU> ciak,
alto di stracciare, stracciato, messo in pezzi, fessura. blif iuta, no', non: e
poi il fri, no', non jjlsL» khaqm, imperatore, monarca, e poi ^U. khan,
imperatore, monarca. In greco. àmpidmtt poi Wwcei O'XmXtj poi dXodg Ba^Ju poi
A'prjpa congrucre, conipactus sum, poi rip* M\ir.).ri\ii riempiere, poi
rcXrjSai Madiata (I) H«jùn« mamma, madre, poi p.aia Tvreu'vu estendo, tendo,
poi Tit'vw Maqia w desiderare ardentemente, poi u.a'rp(2). I Greci Grammatici
avevano già considerato questo fatto e lo chiamarono Apji;, clic definiva- no:
Ablazione nel principio della parola della sil- laba reduplicata. Screvelio
invece attribuisce , come Calepino, la reduplicazione a costume atti- co, e
posteriore. Egli non aveva osscrvoto la leg- ge linguistica che i suoni col
progresso ideofo- nctico vanno sempre accorciandosi, e die. quando si
accrescono, egli è per composizione con altri e con isviluppo di nuovi sensi e
di nuove forme e valori grammaticali : ovvero |>er ragioni eufo- niche. (t)
Ammonius citalo da Calep. Ambrogio. (2) Msjiaa quindi che sembra
rediiplirarionn vo- lontaria di |uìm per dargli il valore di preterito, si vede
che è la forma radicale: ed all'opposto versa- si come p^XVj^ai, che si
vorrebbe dai grammatici essere una reduplicazione udonlaria collante per
fissare la condizione ili tempo prrfetto. ha perduto questo ch'essi chiamano
aumento s segna quindi in ogni caso cronologicamente I' anteriorità della
forata re- duplicata. In latin», dedo fialidi poi do dedi dedico, (7) I semi del papavero unisconsi in Toscana
al- le paste dolci dette in lui caso Parerata ( Mattinoli Comincili, in
Diuscor.), ila Papavero l'ecesi natural- mente Papaverata e poi si tralasciò il
primo ;»a, si semplificò la reduplicazione, c in questa forma rima- se nella
lingua scrina. Digitized by Google - 97 - In tedesco. Kchaàchan (I) poi kann
kenitm Mehrere (nominativo plurale di me/ir) paralivo, si usa dai più ora
indire gegen i moderni usano spesso yen. EsENPH DI REDlPLICAZIO\E RIDOTTA A
SEMPLICITÀ* «SELLE LUCIE DEL MARE DEL SUB SELL'aTTO DEL COMPORSI DELLE PAROLE.
Aon lab, ritirala, palude, mucchio di stereo, d'onde poi lab sàc, gettare
qualche cosa nel fall- irò, nel eesso ; da questo ed asàs labàs masturbarsi ai
al poi tac ài Bac ferir, cavare la scorza, perdere ; às ti*, fregarsi {usato
d'abiti o d'altre cose); bar às traccia, vestigio d'uomo, di fiere, se- gno
rimasto di qualche impressione fisica, di la- grime, di percosse ; da bac bàc c
las làs perdendo la reduplica- zione bac la», ferita, togliere le foglie ed il
tetto ( usato anche del distruggere dei rami e dei letti dal vento: dicesi anche
bac lis da lis lis, strap- pare erba, sarchiare) ; al ài, donde ri* ni uso
tòta, stringere amicizia, essere concordi, ot- tenere il suo scopo in parlare
ed agire ; lo/o (N. Zelanda) fiume ; da questi e da bit- buia (Touga),
gonfiare; tutto, germogliare, nascere di piante; lac tàc, marra li» lis,
distruggere, strappare, piante inutili tac lis, aguzzare, poi modificalo in
tulis e -Hs pi* pis, purgare, nettare, scopare; d'onde pie li», purgare il
grasso per la semina là la, tessere tappeti ; (I) Antico tedesco (Rnpp.
l'Iiysiol. d. Sprache, T. Il, p. -239). Vol. I. baijbay, andare, d'onde là bay,
un lascio di seta, filo o cotone , d'onde annaspare ; sac «oc ( lingua tagalica
) , fermare , sal- dare qualche cosa, cacciare dentro, riempiere, gettar entro;
bagbàg (lingua tagalica) arenarsi, rompere un campo seminato, poi in
composizione con sac sàc, bagsàc. gettare qualche cosa con forza in terra. La
perdila della sillaba reduplicata succede in varii tempi. La prima a perdoni è
la vocale finale della seconda sillaba. Cosi in sanscrito: prima maina, me
(pronome) poi moni, me poi ma, me. In ebraico. prima njjy nVananà. nube. poi
\3V nh'anàn, nube. Da questi falli io sarei tratto a credere che spesse volle
le forme di parole frequentissime in ebraico, che terminano con una eonsouaute
si- mile a quella che precede 1' ultima vocale, sieno rimaste in questo primo
atto di transizione, nel processo di perdere 1' ultima sillaba raddoppiata,
avendo intanto perduto la > scale : tali io giudi- cherei i monosillabi
costituiti dalla intromissione d'una vocale fra due consonanti uguali, p. e.: :
- gag . tetto. "H rar, salivo, T rir, salivo. Ì1 uncino. T DD sas, tarma.
Hì zuz, alimento. si rallegrò, giubilò. Questa mia maniera di vedere si quella
dei grammatici siri, i quali tengono per pri- mitive le forme desinenti in
vocale e jmt contratte quelle più corte desinenti per consonante, p. e. 13
Digitized by Google - 98 t023 gami per essi è primitivo c 13; gerórn'é la
contrazione: gli ebrei |>ensano all'opposto clic get«r sia primitivo e gtwrà
un allungamento po- steriore (1). Kgli è eerto però clic alcune parole ebraiche
le «piali finiscono per consonante, aveva- no perduta una vocale che compiva la
desinenza; p. e. av (padre) prima dicevasi US abu (2). Lo stesso accadde iu
latino, p. e. nelle voci pateti- che stesse vali! ah!: queste pronuuciavansi
prima rafia alia (.7). Cosi pure molle parole desinenti con vocale in gotico,
la perdettero nelle forme odierne tede- sche, inglesi ce, p. e. : Xrtinja
(got.) Rein (ted.) Fora far Sparva Spar (iati dei** Badi Bad hana Hahn Dori}
Thor Stern» Stern Àerto Heart (ingl.) Quino Qttecn (ingl.), regina. Nel
processo di semplificazione succede pure la perdita della vocale se anche non
sia in fine. Cosi in sanscrito Pndnti, esercito pedestre, poi patti, «love do-
po la perdita dcll'o, restando d a conlalto con t, fu assimilato da quello (4).
In gotico. Prima cheehat, poi clicchi. (5) Succedono pure sostituzioni di
vocali e di consonanti nell'atto della semplificazione: cosi in sanscrito
giusta le opportunità eufoniche Paltatiri, dottore di diritto, giurisperito:
poi Patteri (C). !1) Luzzato, Prolog H7. 42] Ivi. \M. (3) Prisrianus, 518. (1)
Le leggi dei cangiamenti nella forma delle parole si esibirono nel Trattalo dei
ragguagli ew fonici ;5) Rapp.. l'hysiol. d. Spr., T. IV, p. -'ai. (ti)
Vyaearana iòTy In ebraico. amaro, poi IO mar, amaro. Vn erer, monte, poi
"IH ar monte. ni3C in'cgagó, errore, ignoranza, poi nel plurale che
trovasi semplificato, n*hOJC7 scie- ghiod, errori. In gotico, si riportano da
Rapp. Plujsiol. d. Sini- che, T. IV, p. 2.H, i seguenti fatti: /.e/«*, poi
Lèolk. Rcret, Reort. Ulèt, Lèorl(l). In ungherese. Kelekola, curvo, curvalo,
poi kukoru. Succedono poi accorciamenti generici, anche dove non si traila di
reduplicazione, cosi in e- braico: J-03 aenad (2), figlia poi D3 bad, figlia.
In inglese. Tomtilj cingallegra, poi tif, cingallegra. Questa semplificazione
succede anche dove si Ittita di ripetutali della slessa parola polisillaba. In
turco i nomi distribuiti erano prima costituiti da una parola della due volle,
che poi si pronun- ciò unica, tralasciando cioè la sua ripetutone, per } yi )ji
birci- , MfW, • uno a uno, e poi ^ birer. yj)S\ ikiscier, ikàcier, a due a due,
e poi^ii'l ikiscier. jt*-y\ ^*.jt licer, licer, a tre a Ire, e poi licer. jfyè
jfyù dórder, dorder, a quadro a quat- tro, e poi diirtler, ecc. E cosi sempre
anche ih-ì numeri più compli- cali, p. e. : yiji qyroar, uyraur, a quaranta a
qua- ranta, e poi jjyi tjijnjar, yCxi jiJfi binèr. binèr. a mille a mille, e
poi yóo binèr. Questo tallo generico di accorciamento nella pronuncia,
influisce pertanto sul senso delle pa- li! Sostituzioni di suoni c melatesi.
Uzzato, Prolegomeni, p. 118. Digitized by Google - 99 - role, in quanto che
storia i frammenti delle parole e l' unica parola rimasta a rappresentare il
senso di una parola intera o di due parole uguali inte- re; è un processo nella
\ia medesima che pro- duce l'ellissi nelle frasi; cosi p. e. negli esempii
turchi citati una di quelle torme semplificate equi- valendo alle forme doppie
fa si che p. e. la parola che vuol dire quattro venga a voler dire invece un
numero indefinito di cose coordinate a quat- tro a quattro; nel qual caso
dunque restano sulla medesima parola due significati, il primo che ave- va per
sé, ed il secondo che era l'effetto del suo combinarsi colla propria
ripetizione ; poiché tale ripetizione si tralasciò. Oltre la causa generica d'
accorciamento de I- b parole, altre cause persistono a far perdere la traccia
della loro origine. Per le parole imitative, p. e , l'imitazione si va sempre
più negligendo: vi vorrebbe una tal dala maniera di tono, di melodia per
disegnare perfetta nen le la voce di un dato animale; ora in- vece tal parola
che abbia avuto simile origine si pronuncia senza t;ile accompagnamento di
misu- ra di tempo e di note, p. c. V Aram, uccello del genere dei pappagalli,
fu nominato cosi nel Bra- sile per imitazione del suo grido, che non si può
graficamente esprimere, ma che somiglia ad un r con accompagnamento d' azione
gutturale e con una pausa prima della sua ripetizione ; io lento di tarmi
capire scrivendo cosi rrrhù. rrrhù ; ora nel- la maniera piana che si pronuncia
Amm quasi nulla resta che ricordi il grido per cui tale uccel- lo ebbe nome. Le
modificazioni successive di forma quali subiscono le parole collo scorrere
dell'età, coli' ni- trito delle masse parlanti e col passaggio per lin- gue
diverse tolgono loro il carattere primitivo; cosi r imitazione del mugghio del
bue che resta in £35; (gr.) (che nell'epoca classica figura rome genitivo siug.
) ed in Bus (lai.) non si riconosce più in Boeuf (Ir.) ed in Beef (ingl.) ; in
tedesco dall' imitazione della voce della pecora re/» si die- de il nome al
bestiame in genere ; ma dopo si modificò in Vieh (I) e cosi rimase. (1)
Michaelis. Disserl. Einfluss d. Sprachen {«. 'J7. Più volte va smarrito il
rapporto imitativo per essere stalo esteso il nome di un dato oggetto ad mi
altro, p. e. col passaggio da una specie ad un ge- nere; cosi Robe, nome
derivato dal grido d'una specie di corvi, si applicò in tedesco a tutti i cor-
vi (I): Mark, imitazione del fracasso latto dal rom- persi delle lastre di
ghiaccio, rimase nel suo sen- so specifico in svedese Rak ed in finlandese
Rako, il rompersi del ghiaccio; ma pure fu generalizza- to ad indicare il rom|>ere
di qualunque rosa, come appare dai significati delle parole derivatene nelle
lingue del ceppo teutonico orafa (sved.), scoppia- re: briikke (dan.), bncan
(angl. sass.), t»refcei» (b. sass.), fcreUreii (ol.), break (ingl.), orerhew
(ted.) rom- pere (U). Molte parole ricordavano sensazioni che ora più non si
provano per essersi cangiate le circo- stanze, p. e. Michaelis ritiene che
buhlen (ted.) in origine volesse dire muggire, e quindi essere in calure degli
animali, perché gli animali in questo tempo mandano fuori urli relativi alle
loro spe- cie ; ora questi falli erano sensibili nella selvati- chezza, come
oggidì in Tarlarla ove d'inverno si lasciano andare gli animali nei boschi, per
man- canza di stalla e di foraggio; quindi queste grida si sentivano allora
intorno alle loro capanne (5). Per queste disposizioni fonetiche generali
comuni a tutti gli uomini accade facilmente che s'incontrino nel produrre
parole uguali o simili, in luoghi diversi ed in circostanze diverse, nulla
sapendo gli uni degli alil i ; rosi trovasi labiali nel Mare del Sud, ritirata,
mucchio di sterco-, tablab in egiziano, una specie di pianta i di cui semi so-
no alimentari (4) ; leblab in arabo ed in turco edera. Onesto fenomeno
dell'uguaglianza di due pa- role nate in lunghi diversi e per occasioni diver-
se, senza contatto dell" una coli' altra, io lo chia- (1) Michaelis. 1. e.
101 (2) Adclung. Diz. in voce brecheu. (3) Diss. Einfl. d. Spr., cosi egli
deriva ti» galle n chiamare geil lascivo. (i) Dolichos Labiali. Svsl. I.innwio
Dnlens et Méral Diti. Mal. méJ. in voce; e la Cumandatia del Brasile. Prosp.
Alpino. Caro!. Clusius. Bar. Plani, p. tri. Digitized by Google — 100 — imo
Dinofoniu accidentate; lale fenomeno non so- j prima età linguistica,
obbligando a servirsi debc 10 si forma nella prima produzione di una pa- rola,
ma anche nelle varie epoche di composi ZÌO- ne e di metamorfosi ( I ). La più
parte dei suoni che abbia'mo dimo- stralo essere primitivi, sono composti non
solo per reduplicazione e per ripetizione eli polisillabi co- stituiti da
sillabe eterogenee ; ma altri sono il ri- sultato di molti elementi fonetici
eterogenei, e co- si in tutte le tre condizioni di voci primitive, cioè
automatiche, patetiche ed onomatopeiche. Ricor- deremo per gli automatici
buttutiata (lat.) arns- X*TT3Ta, a.-.-.ir.txzi-.'x (iì); per gl'interiettivi
Sa- ^«^^(Sj^oii^i^sii^aXs^iiifioi^i); per gli ono- malo|K'ici Kikidibi, gallina
; CrcavacUCtt (sanscr.) gallina selvaggia, evidentemente costituiti di suoni
svariati e di molle sillabe. Di più abbiamo dimostralo cronologicamen- te, come
i suoni reduplicati dopo si semplificano, le voci ripetute restano uniche ; e i
suoni lunghi si accorciano ; bisogna dunque conchiudere che il mouosillabismo
non può essere per iiiun conto considerato come carattere primitivo delle
parole e quindi come criterio per trovare la lingua primitiva; ne il
polisillabismo può assicurare es- sere già compita una qualche civiltà, come
per lai fatto voleva che si giudicasse Nodier dei sel- vaggi di Cook e dei
Messicani di Cortes, Trovasi 11 mouosillabismo come predominante nella lin- gua
chinese , eppure quella nazione ha già supe- rato da gran tempo e d'assai la
civiltà dei selvag- gi della Polinesia e del Messico. Humboldt dice a proposito
del mouosillabismo della lingua chinese che questo non è elemento di dilferenza
assoluta ; crede per altro che le lingue partnuo da radici monosillabiche, e
solo per >ia degli all'issi o della composizione arrivino al polisillabismo
(o), al che non corrispondono i fatti che si esposero. La scarsezza dei mezzi
fonetici adunali nella (I ) Per questo fenomeno si troverà uno speciale Trai
iato nel volume 11 di quest'opere. (2) Arislof. A/ipv. m line. (3) Arislof.
B»T?a/3i. e Auccst ad un quarto, (il irietof. ^"H- in principio. ;5) Kawi,
Ir.trod, CCCXCIII. medesime voci per varii bisogni di senso perfino opposto,
costringe il parlante a inarcare lo slesso suono, sia con aspirazioni più o
meno lunghe, onde si richiami l'attenzione dell'ascoltatore a cui coll'aiuto di
altri movimenti, come dei gesti, o col- Paggiunta di altre voci, cerca quegli
che parla di far dislinguere il senso preciso ch'egli in quel momento vuole sia
inleso; jwrciò scorgonsi mini- me modificazioni nelle parole, di lingue
antichis- sime, di un'origine sola e diversificate in seguito pel significalo
di cui si accrebbero : cosi vediamo in ebraico diversificare i sensi di una
parola per sostituzione d' una vocale ad un' altra, ov\ ero di una consonante
ad un'altra solo per grado di for- za diversa come D p e H, la sostituzione del
se- gno a.spirativo H al segno vocale 8, e delle varie- tà puramente
ortografiche nella scrittura. La pro- va di queste modificazioni per cui una
data paro- la viene a cangiar di qualche lettera, l'abbiamo in alcune voci che
nel singolare vanno scritte con qualche lettera integrante diversa dal plurale,
op- pure passando da valore e forma di nome a quel- la di verbo; mentre il
senso resta il medesimo. Il più delle volte per altro tali modificazioni di
forma, od ognuna delle «piali restò una specifi- cità di senso, non
di|>cndono da volontà ne da previdenza : esse sono le varie maniere di pro-
nuncia di diverse borgate od anche caste; ad o- gnuna rimase un senso
specifico, perché a speci- fiche circostanze alludono; entrarono poi tutte
nella lingua comune per qualclic opportunità, e tali forine e tali sensi
specifici mantennero, per- ché rimanevano loro quelle allusioni, Questo latto
si vedrà chiaramente altrove (I); per ora. per far intendere il mio concetto,
esibisco iid esempio, schiene questo non abbia a fare colla prima età
linguistica. La parola latina Ejthalatin, ohi* ha generato due forme di sé
stessa in francese, cioè exhalai- ton ed cxhalatiun, ma ognuna di queste ha un
S|H'CÌflCO. (I) Cioè nella Storia Naturale dei Sinonimi che la patte del Trattalo
ideologico. Digitized by Google - 101 - Exhatauons diconsi I' esalazioni dell'
aria. Erhalations, chiamami i prodotti fisiologici espulsi dalla luii/.ione
della cute e delle mcmhra- ue. Come avvenne questa specificità di senso ?
perché la forma più corrotta, exhalaitont, era quella della pronuncia volgare,
ed a\ veniva che si usasse parlando di cose di cui cade 1' opportu- nità di
osservazione frequentemente al comune degli uomini. La seconda forma pura,
tratta diret- tamente dal latino, rimasta nella pronuncia meno corrotta, perchè
tra scienziati medici, fisiologi, ecc., ed adorata in argomenti di tisiologia,
di patologia, ecc., trasse quindi l'allusione della cir- costanza del suo uso.
.\on fu \kì volere di alcuno che si stabilisse questo senso specifico ad una
forma, e I' altro ad un' altra : fu la circostanza dell' uso. Così pure io
stimo che avvenisse il più delle volte la fissazione dei sensi ad ogni speciale
(òrma di voci che in origine erano indistinte. ESEMPI! UI VARIETÀ DI FORMA IO*
varietà' di se>so. In sanscrito. Badali, dare. Dadhati, ricevere. /n
fornico. HQX «imi. sena (I). nOS amò, cubito (1). PQn ama T r tumultuò,
risuonò, gemette (I). C|D3 capàp. curvò, incurvò. Cjfin cltapùp, copri,
nascose, prolesse. nxj? f/an, rivetta, (I) Tulli Ire questi seiiìi dentano
ugualmente, anzi stino I" identica parafi automatica. .4 ma villo dire
serva e cullilo, braccio, perchè si calcolavano i servi comi; Inule braccia per
la loro capacità a servi- re: così in loik'Kco Ann buccio, arm povero, e in
italiano dicoosi braccianti, in Lombardia braccanti iptellc persone che aiutano
nel lavoro dei campi, scrii avverili /il, Yu'lis dire tumultuò, xlrepitù.
gemrttf. per- chè questa erauo le condizioni dello sialo servile: sire- pitare,
luihiilluaro pel lolte le varietà di formo non corrispon- dono a variali di
scusi, il qual latto comprova la origine identica delle forme diverse e la loro
spontaneità : dova cioè non si fecero tali modifi- cazioni previdentemente per
servigi s|ieeiali ideo- logici, ma accaddero per deviazione da una prima
maniera di pronuncia, p. e.: lule (in persiano ed in turcoi tulipano, si Scriva
pure mXmÌ dove si sostituisce all' f (eli() f m (ala), egualmente J^J (/«/)
mulo e rubino «mìo. Eppure UJ (lui per».) roll'aspirazione, i lo e ni Uh a russo.
(l i Bianchi e KitITer Dict.Turc, io voce. Digitized by Google VALORE BELLE
PAROLE SELLA PRIMA ETa' LINGUISTICA, Nella prima eia linguistica, per conto
del- l'elemento automatico c del patetico, bisogna con- siderare gli uomini
come muti, cioè come tali che nulla abbiano appreso lino allora per mezzo del
senso dell'udito e ebe quindi per nulla abbia- no dirozzato il loro apparecchio
fonetico, per es- sere loro mancata la scuola che avrebbe ad essi appreso ad
imitare i sunni. Ora tali muli emetteranno l'identico suono in una quantità di
occasioui diverse, e quindi il senso di questo suono, l'intenzione di ehi lo e-
mette e a cui si riferisce, ciò che volgarmente si traduce pei suoi
significati, è indeterminato e con- dizionale, relativo cioè all'occasione; p.
e. per l'automatismo sarà egli il padre che potrà Inten- dere cioè indovinare
il linguaggio del bambino,, di cui il scuso uou è certo definito, uè emesso con
conoscenza di citello? Esso non è se uou un fe- nomeno vocale coincidente con
un tale slato sog- getto del bambino; ma il rapporto colla sua causa interna
non può essere se non indo* inalo istintivamente da un altro soggetto che si
trovi in una coudizione di tale simpatìa col banibiuo da avere in sè
un'esuberanza corrispondente alla di lui deficienza, per cui tale soggetto sia
attrailo istintivamente a soddisfare ai bisogni del ueona- to e tro\i insè
medesimo una soddisfazione, men- tre soccorre il neonato, e gli cede della
propria sostanza, e svolge e scarica parie delle proprie forze eseguendo date
maniere di movimenti a di lui vantaggio; fai lale condizione trovasi appunto la
madre o la balia. F.gli avvenne per la condizione dei signifi- cali delle
parole sempre relati\a alla speciale cir- costanza siili' allusione della
«piale per più o meno lungo spazio di tempo durano, che le va- rie nazioni
producessero le lingue cosi diverse, che ad ognuno dei nazionali la lingua
degli stra- nieri non s'intende ed anzi non sembra neppur linguaggio perchè in
una successione di suoni non arri\a a trovare alcun rapporto colle pro- prie
idee alle quali i>er abitudine ci ede corrispon- 102 - dere esattamente la
propria lingua, perchè con le parole di quella può tali idee ridestare a sè
slesso ed ai suoi nazionali. 1 linguisti al contrario, invece di considerare
gli uomini come muli, ai quali sia dato all' im- provviso la facoltà di udire
per poter imitare, fis- sarono per principio un senso determinato ori- ginario
coevo od anzi preposto ai suoni primiti- vi, per la quale preconcetta opinione
perdettero il filo del labirinto; perchè questi suoni primitivi non ebbero
alcun senso , non si riferivano ad idee, erano manifestazioni vocali che
coincideva- no con tali o tali atteggiameuti del centro sensi- bile e della
locali l,i dell' apparato aerco-buccale ; ed a questi si attribuirono
significati e rapporti colle idee soltanto giusta le speciali circostanze in
cui erano emessi, per la conghicltura che ne faceva l'ascoltatore, ed in
seguilo valendo come cenni capaci di ricordare le circostanze stesse del-
l'atto in cui furono emessi, riuscivano a corrispon- dere a' segni delle
medesime. Perciò bisogna di- stinguere due coudizioni affatto diverse nelle vo-
ci; nella prima esse non hanno alcun significato, valgono come fenomeni sonori
e niente allro ; nella seconda, oltre che valere, per la loro natura generica,
come fenomeni souori, hanno anche rap- porti ideologici. Ci sena d'esempio la
voce pa- pa: iu questa bisogna distinguere l'epoca in cui si emette dal bambino
per la prima volta: allora essa non è che un semplice fenomeno sonoro: nella
seconda epoca, quando il bambino dielro gli accorgimenti della sua esperienza
intende d'indi- care con questa voce il padre o la minestra, al- lora questa
voce pupa ha un rapporto ideologico, ciò che viene a costituire il significalo
; la condi- zione d'essere un fenomeno sonoro è assoluta, quella di avere un
rapporto ideologico è relali- a(l). Tulle le parole primitive appartenenti
all'e- lemento patetico rappresentavano un'interna ma- niera d'essere del
parlante, erano uno sforzo (I) Nel Traiti la Ideologico ù svilupperà ia tutu
l'tslerisione piallile, per Iu mia maniera di sentire, questo teorema da me
fissai >. che dà la chiave di mol- li misteri IìiiumuIìcì. Digitized by
Google reattivo alle impressioni subite sia |>ei nervi della vita propria,
sia per quelli del sistema di relazio- ne; e palesavano l'assenso, consenso o
dissenti- mento del soggetto giusta 1' opportunità. Qual si- gnificato può
a\ere, p. c., in origine la particella negativa? Essa non comprende alcuna
idea, essa non può riferirsi ad alcuna cosa, |htcIiò in rap- porto a quel dato
argomento non ne concede l'e- sistenza o l'opera; tale particella non può
essere quindi se non un grido di disapprovazione. Nelle lingue che già hanno
progredito, la condizione negativa dell'esistenza si esprime determinando prima
l' itica positiva cosi niuno ss ne uno kein = k ein nulla ----- ne ul ux (
unitili* in origine ) «cimo = ne nomo pensonne (Ir.) indica un soggetto di
condi- zione umana, e si usa per intendere l'assenza as- soluta di umani
individui. In somma il nulla e un'i- dea relativa, posteriore all'idea
d'esistenza di tali o tali cose in tali o tali maniere. La particella affer-
mativa pure non racchiude alcuna idea; essa non può essere se non un grido di
compiacimento. 1 suoni prodotti dall'elemento patetico indu- cono neh'
ascoltatore uno stato simpatico a quel- lo di colui che li emette ; hanno
dunque un effet- to certo d' intelligenza. Per questo troviamo le stesse
interiezioni in varie lingue, ognuna di esse venire usata per quella tale
espressione di pale- ma; cosi ah ahi per espressione di dolore. Per que- sto
rapporto costante di suono e di espressione di sentimento, bisogna conchiudcre
esistere una continuità tra il centro senziente e l'apparato ar- ticolatole
fonetico, per cui sollo quelle tali condi- zioni si comunichi in quella data
maniera un mo- to la di cui ultima estremità abbia ricevuta l'on- da emessa in
corrispondenza esatta di quantità, di estensione e di figura colla parte del
dicastero centrico emettente; come il suono d'una corda è in rapporto della
maniera in cui fu toccata ; e per questo rapporto dal eentro alla siqwrfìcie
ade- quato con quello dalla superficie al centro, come il dolore nel centro
effettua il suono ahi alla su- perficie dell'esclamante, il suono ahi ricevuto
dal- lo — la superficie acustica genera una specie di dolore nel centro di chi
ascolta. Per questa medesima ragione suoni analo- ghi rappresentano l'
affermazione in lingue diver- se ( senza bisogno di ammettere alcuna parentela
( o contatto fra queste), ed altrettanto succede dei suoni negativi : quella
specie di l»cn essere che co- stituisce la soddisfazione deva comunicare un ta-
le atteggiamento agli organi fonelieo-articolalo- ri per cui ne escano quei
dati suoni; ed all'oppo- sto quello stato di mal essere, di disgusto, al (pia-
le si cerca di sottrarsi, deve atteggiare dal centro fino all'estremità
loquente in quella tale specifica maniera 1 ' apparalo loquente. Qui bisogna
bene determinare il processo di questa concordia, di questo consenso onde ne
ri- sulla una specie d'intelligenza tra quello che e- melte la voce e
l'ascoltatore; qucsla succede per opera di simpatia, restando sempre la voce
nella sua condizione generica di fenomeno sonoro, sen- za rapporti ideologici;
bisogna ben guardarsi dal confondere l'azione sensoria con quella uuiemc- nica,
cioè che suscita una ricordanza. Fin qui frollasi sempre di sola azione
sensoria con effetto simpatico. Il rapporto ideologico è tuli" altro; per
questo devono già essere precedute dale sen- sazioni da poter ricordare. La
negazione si riferi- sce da suoni costituiti da n e da / che sono pro- dotti
dallo stesso meccanismo nana (sanscrito). ^ loia (arabo turco), lo (ebr.), non,
ni. ne (lai.) e nelle lingue di tal ceppo, no (ingl.), netti (led.), nem (ungh.),
ne (slavo). Questa specie d'intelligenza che si ottiene coi suoni patelici è
quella che succede fra gli animali congeneri nei loro dialoghi, la prima volta
che s'incontrano: in seguito poi per la ripeti- zione in altre opportunità di
quote grida stesse, non può a meno di non destarsi in es*i la remi- niscenza di
(pianto loro accadde nella prima vol- ta che tali grida udirono, e quindi tali
grida ac- quistano un vero significato ideologico, susci- tando E immagine di
quell'oggetto d'onde tali grida uscivano e tutta la concomitanza delle
sociazioni . come accade di qualunque altro >uo- no. come in quelli pei
quali gli animali amma- Digitized by Google estrati eseguiscono le varie
manovre, perché le parole usate suscitano le reminiscenze che vi si associano
dei tormenti o delle soddisfazioni dei loro appetiti, che durante la disciplina
stettero in rapporto di coincidenza con tali suoni. Ma la pri- ma azione
generica d'intelligenza è quella per con- tinuità simpatica che i suoni
patetici percorrono. Questa è la specie di senso che trae seco la musica ; per
cui l'uomo che non l'abbia mai udi- ta, la sente per (pianto nuova dovesse
riuscire e si atteggia in mo lo corrispondente ai di lei suo- ni. Perciò la
musica è un prodotto tutto dell'ele- mento patetico: essa non può confondersi
colle belle arti imitative : questa è la grande differenza fra essa c le arti
belle che con la medesima si sogliono nominare. Gli artisti delle arti
imitative traggono da tipi fuori di loro, oggettivi, il loro esercizio : il compositore
di musica non ha alcun tipo in natura, egli obbedisce ad una direzione
soggettiva ; la sua creazione non è copia, è un originale prodotto del suo
centro sensibile.' quindi qualora la musica si studi! d'imitare, sviandosi
dalla sua natura istintiva patetica, que- sti suoi artilicii riescono friv oli
: non succede per essa quel consenso nell'uomo che ascolta, nel qual effetto
sta il carattere della sua natura. Mentre per le altre belle arti del disegno e
delle forme esse sono imitative e tali si manifestano appunto nella loro
maniera d' azione, perchè, se non destano nell'uomo una ricordanza identica o
modificala o composta, non hanno alcun effetto; se p. e. in un quadro
comparisse un uccello, e tal quadro si presentasse ad un uomo che non aves- se
mai veduto uccelli, l' immagine non sarebbe capila; al contrario, se un uomo
senta per opera della musica suoni a lui affatto nuovi, li com- prende
intimamente. La musica agisce diretta- mente, immediatamente, il suo effetto si
compie determinando una data sensazione: le arti ini ila- live determinano una
sensazione bensi, ma il lo- ro effetto non si compie là ; se hi si arrestasse
riuscirebbero di poco interesse : la sensazione si opera certo, ma essa non è
se non il mezzo; il fine è la reminiscenza che |>cr tal sensazione si riesce
a destare. L'entità «Iella musica è in sé slessa ; è essa l'unico interesse ;
la cosa è in lei ; le altre belle arti sono invece segni più o meno vivaci
d'altre cose. La potenza della musica sul- l'uomo in confronto delle belle arli
imitative è di tanto superiore in quanto che la sua azione ha i un rapporto
attuale, non nel passato : nella viva- cità dello stimolo sul centro sensibile
di tanto supera le altre di quanto la sensazione supera la reminiscenza, ed è
una vera correlile di comuni- cazione soggettiva tra individuo e individuo.
Ciascuno dei suoni interiettivi nella loro condizione primitiva semplicissima
di rappresen- tare un'interna maniera di sentire di chi li emet- te può
peraltro servire a diverse espressioni, ciò che si traduce pei varii sensi;
perciò lo stesso suono interiettivo può in una lingua rappresen- tare una
condizione soggettiva ed in altra un'al- tra. La qual cosa potrebbe
apparentemente op- porsi a quanto si è detto siuora ; si potrebbe di- re al
contrario della teoria qui cuunciata, che, dappoiché gl'identici suoni che qui
si ammetto- no primitivi, portano varii sensi, rappresentano varii sensi, non
sono in necessario rapporto col- la condizione dell'organismo che, per emettere
lo stesso suono, dovrebbe essere atteggiato alla stessa foggia. Intanto si
osservi che jier gli altri modi di espressione dei turbamenti morali acca- , de
lo stesso: si piange di dolore e si piange di gioia : il riso può essere prov
ocato per allegrez- za come per dispetto, per ischcrno e per atroce interna
sofferenza come nei falli patologici. Egli è clic lo slesso grido ha tante
maniere specifiche di accento, di enunciazione, di tenore, di calibro, di v
oce, di tempo musicale secondo la causa interna I che lo produce, come il riso
e coinè il pianto, e que- sta speciale maniera non vagliamo noi a distin- guere
coi caratteri (alcuna parte si potrebbe de- finire con note musicali ). Rapp ha
rimar- calo che ha ha vuol dire *1 ; ha Mia ss no. Una ■leggerissima varietà
d'accento gli fa cambiare del lutto il significato (1). Un'altra parte potrebbe
venire espressa coi mezzi che abbiamo d'interpun- zione; ma questi sono assai
scarsi in coufrouto del- (IJ Ripf MysM d. Spracht. I, Ì6& Digitized by
GoogI le vnrie chiavi (se cosi posso esprimermi) solto le quali uno slesso
semplice suono può essere emesso; p. c. abbiamo il punto / che noi chiamiamo
ammi- rala o e i Tedeschi dicono Hufzeirhen (!) e ,/mj- ruf cioè esrlamazinne;
*ajno per rhiamun. Q se- sto M'^na un grado maggiore di l'orza nel con- cedo
sentilo; è un mezzo generico per (scuotere il lettore a maggior interesse, ma
può dinotare lauto preghiera come comando, dolore, compas- sione, scherno od
ironia ee. ; c, come osserva Buttinann, noi avremmo dovuto avere speciali se-
gni per tulle queste condizioni soggettive: in- tanto il lettore deve
conghielturarne if vero al ca- so ( I ). Ugualmente non vagliamo a dar segni
grafici di tanti alici suoni, p. e. di quelli coi quali si anima- no i cavalli
batlendo colla lingua in un lato della cavità buccalc:iua nou per questo (cioè
per non po- ter noi definirle e contraddistinguerle graficamen- te, per
l'impericziouc dei nostri allabeli) tali dille- renze mancano. Di più la
speciale circostanza, il concorso dell'atteggiamento del viso ce. guidano
all'interpretazione specifica. L'identico suono iu- terieltivo pertanto può,
nella stessa lingua ed emesso dalla medesima (tersona nella stessa epo- ca,
rappresentare appunto le coudizioni affettive più disparate, p. e. vah! trovasi
in Plauto I. per insultare alcuno : « vah quid illa pu- test pejus quidquam
mulier memorarier? » (Mo- stellaria); II. di meraviglia:" mh quid mirare?
• (Curcull ); III. di esultanza:»* vah salus mea servasti me « (bacchid.) ; IV.
di carezza : « vah quam benigne. » Oh viene usala I. per ammirazione con
qualche disprez- zo:» oh libi ego ut rredam lurciler? » (Te- rent. Anùria); II.
quando s'incontra alcuno nolo che man- chi da qualche tempo « oh qui votare? »
(Te- rent. Àdeluh.) ; III. come affermativa: « oh qui egomet pro- duxi n
(Terent. Eunurh.) ; (I) R.pp. Physiol. d. Sprachc IV. 81. Voi. I. IV. si usa da
chi si duole e riprende : u oh im'quus e» qui me tanta postille! » (Terent.
Ihuut.); \. di chi si duole e viene sul latto sco- perto : « oh perii manifeste
teneor miser » (Plani. Las.) ; \ 1. di esultanza : « oh probus homo sum »
(Plaut. Mostellaria Se. 3. Art. II.); VII. di lamento «. oh oh oh oh cjulalus
haud opus est » (Plaut. Capi. Se. 2. Ac. I). Questa moltiplicila di sensi si
trova quindi immediatamente nei suoni più semplici e nelle lingue meno
sviluppale. ■ nella INuova Zelanda significa esistenza universale, animazione,
potere, azione, posses- sione ec. ed anche esistenza presente, luce di un ente,
di una cosa ec. (Tomaso Rendali). Humboldt (Ravvi, Inlrod.) se ne meraviglia; a
me pare naturalissima cosa, a è uu suono pa- tetico , un' interiezione che
acquista qualunque senso dalla circostanza, hmhm (1) (nasale) inter- iezione
nostra italiana comuiiissima e, credo, di tutte le nazioni, colla quale si
mostra di aver udito, quando uno è impegnalo in un discorso con noi; essa Tale
per approvazione, per mera- viglia, per ar consentimento, per dubitazione, se-
condo la circostanza ed anche secondo la nota musicale in cui si emette: iu
tedesco Ina hm ha valore affermativo (2). Si trovano (lercio i suoni
interiettivi in uso per diversi lignificali sotto varia categoria gram-
maticale; p. e. la semplice aspirazione r, (grCC.) I cbl>c tulli quesli
sensi e valori che si mantennero perfino nei tempi classici di Grecia. I.
articolo prepositivo, cioè precedente una quantità di suo- (I) Scrivo con
quesli caratteri perchè ini sembra ch'essi più si avvicinino .ni indicare il
suono ch'io in- tendo, ni.i veramente non ha esso se^ni corrisponden- ti negli
air.ilieii. Il |. Kore meglio indovinerà di quel- lo che io possa graficamente
additargli. IJ" 1 si» suono si usa quasi coinè equivalente di *i «1 »i *i,
bene be- ne: vuol dire talvolti • progredite nel vostro discor- so, cli^ fin
qui ho già ini s; • spesso rappresenta una CCfla impazienza, usandosi, se si
d.bba seguire col- l' orecchio, il discorso altrui, quando importuno, e quando
siamo interessali tacitamente con qualche no- stra meditazione. (•-') Rapp
Physiol. d. Spesene L 16C. Digitized by — 106 — ni ; era come il preludio per
far agire gli organi della pronuncia; allora voleva dire questa, altre volte la
quale; II. particella disgiuntiva 'ò omero, o, ossia; III. VJ — ha ha era voce
proibitiva che comandava di desistere ; IV. 3.a pers. sing. aor. 2.
congiuntivo, del verbo che fu poi tr^u, che mef- tesse, t5 sia, cioè 3 para.
sing. pr. congiuntivo; V. 3 pers. sing. aor. 2. indicativ o rs disse ; VI.
avverbio Vj certo, damerò ; VII. 3. p. sing. imper- fetto indicativo i[ ~ era.
E', questo semplice suono vocale aveva tanti significali in greco, che essendo
iscritto sul tempio di Delfo diede luogo a molle interpre- tazioni, per cui
Plutarco fece un intero opuscolo in proposito (1). fi (ebr.) ha, he è
interiezione : allora si pro- lunga nn Il è articolo che indica generalmente il
valo- re che da noi si esprime col caso genitivo ; indica pure il vocativo, e
si usa come dimostrativo nel caso nominativo (2) : è pure lettera formativa
(heemantica) ; essa si aggiunge in fine delle pa- role facendoue dei derivali :
talora, secondo alcuni, riesce formativa anche in principio (3); segna pu- re
il genere femminile : talora si mette in priit- cipio come formativa. In somma
è un suono bruto che acquista senso, o specie d'ufficio dal- la circostanza in
cui si pronuncia e dalle parole con le quali si trova. Et' nel solo suo
servigio di particella dubita- liva — se famosa nel laconismo |>er la
risposta di quello Sparlano, può valere una serie di sensi ad enumerare i quali
si esigerebbero molte pagine l>erchè potrebbero corrispondere a qualunque
proposizione, a qualunque serie di proposizioni; p. e. dopo aver fatto a taluno
una lunga rela- d'un patto da incontrarsi ce. con gran di condizioni, quegli
che rispondesse in tuono positivo semplicemente Et' (se) I. ricorde- rebbe con
questo tutli i sensi prima uditi ; II. la loro intelligenza; III. la propria
approvazione re- ti) Scaliger. in Euseb. p. 1121. Vi) Bellarmin.. C.ramm. Hebr.
p. 33. (3) Bellarmin., ibid p. 60. latta alla precisa posizione di quei patti.
Dun- que Et (se) ha sopra di sè la possibilità di corri- spondere ad un numero
indefinito di espressio- ni. Ai nostri giorni chi rispondesse ad una lun- ga
proposizione colla particella Et' (se) farebbe anellazione di reticenze, perchè
abbiamo migliaia di parole per intenderci distintamente ; ma nei primi tempi di
condizione sociale, il laconismo è forzato per deficienza di mezzi. Et' è pure
3.a pers pres. sing. del verbo ««ere (et vate) = é: ed è la stessa particella
che venne ad aver forza d'af- fermazione e poi quella d'indicare esistenza,
per- chè quando 1 taluno pronuncia un cenno d'appro- vazione od afferma, è come
se dicesse sia cosi, così i, lo credo. Prendiamo, per renderci ragione di
questo laconismo primitivo, un fanciullo che abbia uu dolore in una tal dala
parte, o che si senta ma- le in tutta la persona, egli gridando pronunce- rà
uhi!; e questo suo grido sarà tutto quanto gli sia dato d'esprimere e
corrisponderà ad una narrazione di molti periodi, quale p. e. farebbe ai nostri
giorni un uomo colto ed assai più an- cora se dotto nelle scienze mediche. Ma
questa narrazione, quale farebbe d' uopo e quale ora si può facilmente dare, è
un vantaggio, risul- tato complicatissimo da lunghissimo progresso delle
lingue. Questo stento d'espressione, questa epoca in cui le lingue erano
costituite da pochi rozzi suoni di valore indeterminato, né avevano regole
fisse per congegnarli a tante riunioni ar- moniche e coordinate, si può in
qualche modo concepire dietro l'esame del modo di parlare de- gli uomini più
rudi e goffi come i bevitori ; ossi vi pronunceranno con isforzo e vi
getteranno quasi anzi due o tre parole guardandovi fissi e domandandovi sempre
se avete capito; perchè ognuna di quelle parole è appena un cenno di
sentimenti, d' idee che esigerebbero lunghissimi discorsi per venire espressi,
ed ognuna di quel- le parole ha un valore solo condizionato per quella
circostanza in rapporto reciproco di quel- lo a cui si dirige il discorso e del
parlante 11 Vico aveva già bene indovinato questa comli- [ zionc ferina degli
antichissimi umani. Digitized by Google 107 - A lire particelle conservano
ancora una plo- rasti di sensi, p. e. in greco : pd giura, spesso nega, talora
afferma: non era se non un suono bruto che acquistava senso dalla circostanza e
forse spesso dall'accompagna- mento del gesto : forse passò assai tempo prima
che si precisasse il suo valore negativo. Oggi ancora siamo molto imbarazzati
per {spiegarci assolutamente in qualche caso in maniera nega- tiva od
affermativa: supponiamo che vi si fac- cia uua relazione e poi vi si domandi
non è ve- ro? se voi gli dite no per nulla spiegale il vo- stro parere; bisogna
che diciate no che ce. ag- giungendo molta parte della proposizione falla- vi,
ovvero si che ce. colla stessa aggiunta; vai nw : certamente, anzi, ancora, ve'
suono assai simile, in composizione nega ; itti : di fuo- ri; in nettun modo,
come, in qualche modo ; ta- lora interroga «Xijv, eccetto, eccettochè, ma, ma
toltanto,pure, però, che anzi, del retto, pertanto; vtj afferma, giura e talora
nega: ja (led.) ora vuol dire sì soltanto, ma in antico nella po- vertà di
linguaggio voleva dire pure cosi, come, ionio, quanto, uja Land ja Liudi » (so
Land als Leule) (1) ; nanu (sanscr.) no, niente affat- to, vuol dire pure
certamente, ansi (2). Le particelle che si dicono aggiungere for- za, e che
precisamente per se non hanno alcun senso, svelano quest'epoca dove i suoni non
avevano valore preciso, ma erano moli violenti, istintivi della persona, nel
qual impeto entrava anche l'apparalo fonetico, e quindi pur sua par- te ne
usciva un suono: tali sono in greco foì, {l) Rapp. II, 1C9. i-ì Un Francese mi
domandava perchè un suo ni- potino infante rispondesse sempre no quando gli si
proponeva qualche cosa , che accettava di huon grado, anzi desiderava. La
ragione si è perchè tal suono è facilissimo, spontaneo, ed il fanciullo nel far
agire gli organi arlicolalori dei suoni trova- va la maggior facilita nel
produrre il suono no che egli aveva osservato usarsi anche dagli altri (nè for-
se aveva notato che usavasi per opporsi , per ne- gare ec.) mentre il suono
affermativo otti gli era più difficile, nè forse l'aveva ancor bene afferrato
per poterlo imitare, né bene osservalo le occasioni nelle quali si emetteva ,
perchè potesse aver compreso il suo uso in valore negativo. èpe, «t«v,
particelle che valgono quindi quelle altre particelle greche si spesso oziose
in Omero e nei primi poeti, pleonastiche od espletive, come 9», 8rj, ju'v, p'«
ec. (1). Tali particelle mantengonsi in segnilo, anche quan- do la lingua è già
formala e le parole hanno sensi noti alla speciale società ove hanno corso, per
la rozzezza individuale degli organi e quin- di per l'esitazione che succede,
escono intanto tali particelle vuote di senso facili ed abituali mentre si
prepara V impulso a determinare negli organi altri moti più complicati e più
artificiosi: si possono paragonare per l'effetto alla redupli- cazione delle
sillabe, quindi vediamo in latino il pie ch'è il r.à-zt (grec), il mei ce. di
che facemmo cenno, accompagnare od unirsi ad una quantità di parole di uso
antichissimo, come i pronomi p. e. sitante, egomef ec. Un'altra cagione della
frequenza di tali par- ticelle oziose si è la mancanza d'idee nel par- latore,
per cui mentre pensa a ciò di cui de» e parlare emette tali suoni indifferenti,
ma che con- tinuano il discorso; cosi gl'ignoranti come i balbi inseriscono nei
loro discorsi una quantità d'iuteriezioni e d' intercalari di niun senso pre-
ci o ed affatto indifferente al tema; perchè, men- tre pronunciano tali suoni
loro abituali e facili, preparano il seguilo del pensiero (2): altrettanto (t)
All'incontro finn ad ora si credette cho tali particelle avessero un
significato «d una derivazione astratta, p. e. ScrevoJio, deriva dhrj da Saitu
sapere, p'tx da pitti parlare: esse invece sono nel loro primo stalo generico
di fenomeni sonori senza rapporti ideo- logici. Talora alcune di queste
particelle sono pure resti di parolo che avevano significalo, ma che sono
decadute pel loro continuo uso ed abuso da questo lo- ro rango ideologico;
sicché loro non restò altro se non la condizione generica inalienabile di agire
come feno- meni sonori. Questo processo di decadimento, per cui le parole
rientrano nella loro condizione bruì», si ve- drà nel TraUato della Storia
Naturale della Gram- matica. Per la stessa condizione mentale, nei raccon- ti
che l'anno i Itcduini nelle loro adunanze delle Mu- sicarci, il narratore usa
frasi e numerosi pro- verbi! che scrvongli per intervalli di riposo e gli dan-
no tempo a proseguire nell'invenzione od a ripiglia- re il bandolo delle
reminiscenze. Cosi p. e. dove l'Eu- ropeo direbbe semplicemente» ed essi
continuarono il loro viaggio « l'Arabo dira invece « ed essi cmlinua- Digitized
by Google succede per mancanza di mezzi di espressione (ancorcliè l'idea
esista) come si può osservare in quelli che cominciano a parlare una lingua
stra- niera ; ed ora |kt l'ima causa, cioè la delicieuza di idea, ora per
l'altra, cioè la deficienza d'espres- sione adatta alle condizioni di metro,
succede lo -stesso fenomeno nei verseggiatori e rimatori j estemporanei. Il
Genovesi al contrario (Logica p. 5G) altri- liuisce la presenza di tali
particelle a scopo di energia e di grazia negli scrittori, ed incolpa nei
d'averne perduto il senso, riferendosi agli anti- chissimi libri, p. e., di
Omero. I primi suoni d'elemento interiettivo dive- nuti aggettivi od avverbii
di qualità, se derivano da un sentimento di ammirazione acquistano il senso in
bene ma relativo alla natura dell'og- getto a coi si applicano; quindi
ritengono anco- ra, quantunque applicati ad oggetti esterni, i rapporti della
sensazione del parlante; quindi in origine non vorrebbero dire se non io
approvo ; sarebbero dunque una prima persona singolare presente d'un verbo; ma
siccome epiesto senso del parlante è euuuciato in rapporto alle qualità
dell'oggetto in cui cade il giudizio, (ale giudi- zio corrisponde agli epiteli,
alle qualità dell'og- getto stesso: cosi p. e. in arabo [Si (cii'ah vuol dire
i'«*/o, cslvso (se venga applicato al mare), vuol dire pronto alta corsa (se
attribui- scasi al cavallo), vuol dire insomma la eccel- lenza d'una tosa
qualunque relativa alla sua na- tura : cosi qualità Iodata i!c! cavallo è la
velo- cità, e la magnificenza del mare viene dalla sua grandezza, Ter questo
stesso ^Lo Mah vuol dire predo, bollino, caverna, perché cioè con tale • rono
la loro strada a traverso di numlnguc, di valli, » di buschi, di campi
coltivili, di ridoni! praterie o • di desini dal levarsi del sul" f mì •*
;d suo tra meo- » lo. ■ M3?0*V M*J (1). Im» (grec.) erido semplice dì eliminala
dhento il nome dell" alba, ora nella quale si chiamavano l'un l'altro
K'ro; H'ùi?; cosi pure in sanscrito aha interiezione di chiamata Ahum = giorno
(lì). Una delle prime rappresentanze ideologiche che assumono i suoni
interiettivi e quella di pro- nomi, come quello di prima persona singolari';
[11 Mairob. s..iurn. I. I. r. XVIII. ri) Vvararana, p MS. tr.X. Digitized by
Google cosi il ine in tanto lingue : questo in origine non era se non
l'istintiva emissione dell'aria dall' ap- paralo fonetico articolatoli
nell'alto in cui il viso, composto ad approvazione, presentava la persona come
garante, come memore ovvero come pron- ta ad un tal alto o ad un accordo. I
pronomi certo erano accompagnali da un geslo che indicava la persona riferita;
tanto osser- vasi ancora nelle persone rozze ed anche nelle ci- vili nell'allo
di forte commozione. Perciò lo sles- so suono arriva ad avere i sensi anclto
opposti come di affermazione e negativi , giusta cioè In circostanza, p. e. jie
(gr.) me: |nj (gr.), no, il sem- plice suono £ divenne pronome rappresentante
la terza |>crsnna singolare e, lui. cJ è prouome genitivo singolare = di tè
, di cui. otJ è avverbio =- dove. cJ è verbo = mandasti. od è particella
negativa — non. In ebraico WH n egli, t' (gr.) egli, K\*1 i, ella. Fra i primi
suoni d' elemento interiettivo trovanti espressioni di verbi; la radicale si
trova ora in una dala persona e un dato tempo e modo, ora in allro, cosi p. e.
niemitii ha la sua radicale nella I.* pers. sing. del passato indie.: omo
invece nella l.« pers. sing. pres. indie. ; i nella 8.» pers. sing.
dell'imperai, ce., come avviene pure nei no- mi pei quali In radicale non è già
nel nominati- vo e nel singolare, ma ora in un caso ora nel- l'altro, ora in un
numero ora noli' nitro. I suoni inleriellivi riuscendo un fenomeno di reazione,
col quale talora si esprimo agli uomi- ni una qualche necessita inule s'
invitano a gio- varci, ponno caricarsi «li varii sensi giusta l' op- portunità,
e passare quindi in pari tempo da una categoria grammaticale all'altra, p. e.
/e è pro- nome personale, di 2. pers. sing. od in origini' ó un grido di
chiamala; ora le dala l' occasione diviene yerbo con un significato adatto
nuovo, p. e. « le idissegli) fa compiutamente » ec. ( Dc- rameroite Giorn.
\,Nov. IV.); le vuol dire to\ lo- gli, esso è il pronome stesso passalo quindi
a valore di 2. p. sing. dell'imperativo. I suoni prodotti per origine
automatica rie- scono contemporaneamente a servire da nomi in vocativo ed in
nominativo, di vario numero, e verhi di prima persona singolare in varii tempi
e di seconda persona dell' imperativo di vario nu- mero ; valgono a
rappresentare gli atti d'istin- to, p. e. in impaglinolo mimo, carezze,
mtrnoso, effeminato, mimar, lusingare. Il significalo di tali suoni è
accidentale, uè v' ha relazione di fallo Ira i medesimi e gli og- getti ai
«piali si applicano : p. e. supponiamo un fanciullo allidalo a persone a lui
del lutto stra- niere e che venga allattato artificialmente; egli non
(ralaseiera per questo di emettere i solili suo- ni lahiali spontanei ed i
palatini; quindi prnnun- cierà maina, babà, papa, ec.: ora questi suoni
verranno distribuiti in seguito come nomi appel- lativi degli oggetti che lo
circondano, e di quel- li che soddisfanno ai suoi bisogni, e quindi le persone
a lui vicine si chiameranno infimo e /mp«. quantunque nessuna relazione di
parentela e di generazione esista tra lui e tali persone, e quindi tali nomi in
«piel oaso saranno nomi proprii spe- ciali di quelle persone in rapporto al
fanciullo, nò rappresenteranno il fatto di paternità e di mater- nità per
quelli; mentre vengono a rappresentarlo generalmente per tutti quelli che
realmente sono i genitori di tali dati fanciulli. Allretlaiito succe- derà
quanto al nutrimento artificiale, esso deve acquistare ima nomenclaliua dal
fanciullo per mezzo dei suoni dei quali è rapace, quella che in altri casi
serve ad indicare il nutrimento natu- : rale, cioè le mammelle ed il latte, e
sostituendosi ' a questo ne subirà il nome.- cliiamernssi quindi tetto, litli,
mamma, paitna ec. Dunque per parti dell clementi nuli inatico non v' ha alcuna
r. Ia- sione generale necessaria di dipendenza, di proce- denza ce., tra i
suoni v ocali e V essenza delle co- se; anzi neppure tra i suoni e i rapinili
delle i cose coli' uomo. Riescono poi a nomenclatura di-li oggetti j di primo
interesse nei bisogni della famiglia; cosi, olire lutti Quelli già applicati a
nominale la ma- dre e il padre, si vanno distribuendo altri di n- nalug.i
natura ni varii membri della famiglia, p. e. Vj'vvt), tjs, (gr.), la sorella
del padre o della Digitized by Google madre, od il fratello; Panava, Nanau
(sanscr.) la moglie del fratello in riguardo alla sorella di lui; la cognata di
lei : t\anasu (valacco), padrino; fra- nosa (vai.), madrina ; dai (turco), zio
mater- no; 1*1 dod (ebr.), zio paterno mi dada (ebr.), zia. Deda (Dial. Yen.
Alpi), zia. Muhmc (ted.), zia. 1 suoni automalici si distribuiscono quindi ai
cibi in generali' e a quelli maggiormente in uso, p. e. Amba (uugh.), fava,
//obo (lai.), fava. Papaver (lai.) il papavero i cui grani servirono di primo
nutri- mento, onde figli ravasi Cerere col papavero; li usa- vano i Persiani.
Ippocrale lo riferisce fra le piante alimentari. 1 Romani ne facev ano delle
stiacciate coi semi tumefatti e impastati col miele. I sansi an- cora
nell'Oriente come alimentari ; i Persiani ne cuoprono la su|H«rficie del pane;
in Ungheria, in Polonia, in Moravia servono di giornaliero alimen- to. A Genova
Tournefort dice die le donne man- giavano i semi del papavero bianco coperto
con zucchero; in Toscana unisconsi alle paste dolci, alle focacce e mangiami in
varie parti della Fran- cia e nelle v icinanze di s. Quintino. Perciò un suo-
no automatico serve di nome al papavero in ara- bo ebu j>\ che è lo slesso
suono che vuol dire padre, appunto come in Ialino popò (padre), pa- paver.
Papyrus rarrops;. Altra sostanza alimentare picsso gli Egizii che ne mangiavano
la lècola e facevano arrostire la porzione del ramo che vi a- derisce; di più
serviva a molti usi, p. e. se ne fa- ceva tela, battelli, corone ce, c per usi
medicina- li (I). Bv,: papiro. Le parti del corpo umano più apparenti ed in
uso, quiudi papa (lat.), mammella, mommo mammella, tot (egizio) mano. Per
l'elemento onomatopeico avranno in o- rigine i suoni per lo più il valore di
nomi, cioè indicheranno gli oggetti come Bubo (Ut.), Bua« (gr.), Upupa
(lat.),'E«o4. (gr ),Br,pT> ecc. cioè in- dicheraimo gli oggetti da cui
partono le voci che (I) Mallbioli, Commenl. Diosc. e De L*ns elMé- raL DkL de.
Mal. uiéd. voglionsi imitare, ed altre volte avranno valore di verbi, cioè
rappresenteranno la maniera di agire di quei tali corpi nell'emettere quei tali
suoni, co- me bauban (lat.), mugin (lai.), 0e>a'w (gr.;, fare xóai e PM,
belare (il.) Per l'elemento onomatopeico dunque le pa- role ricevono in origine
un senso preciso e qua- si assoluto più che per gli altri due; si tratte- rà
cioè d'indicare quel tale oggetto; se non che sarà più o meno facile
l'intelligenza per par- te degli ascoltatori in ragione della più o meno
imperfetta imitazione con cui il parlante sta capa- ce di seguire l'oggetto.
Per altro neppur qui havvi un rapporto di necessità tra la parola ed il suo
significato; tal parola non definisce l'og- getto ; essa imita uno dei feuomeni
sonori che da tal oggetto poimo provenire, e quindi neh" inten- zione di
chi prouuncia tal parola versa la remini- scenza d elio sensazione provala per
opera di tal oggetto e del medesimo che si repula esserne la causa; neh"
uditore si può destare la reminiscen- za medesima, se gli sia noto che tal
suono da ta- le oggetto si produce, cioè se conosce l'oggetto medesimo e questo
suo fenomeno sonoro che ora s'imita. Nodier vorrebbe che vi fosse un rapporto
tra i suoui differenti, dei quali un oggetto in na- tura, p. e., un animale
esibisce le mauiere, ed il numero dei nomi coi quali tale oggetto si appel- la;
egli dice « le rossiguol a reni dix noms qui difTèrent daus leurs racines.
Bechslein figura vingt arliculalions qui lui sont proprcs, Ics animaux qui n
oni qu'un cri n'out qu'un noni. » Ma io osserverò che vi souo tante altre opportunità
di nomenclatura olire quella per imitazione, nè mi pare che questa legge
enunciala possa dimostrar- si coi falti. Egli è vero per altro che l' uomo usa
per servigio ideologico degli atti fonetici dei qua- li è capace, sempre in
ragione delle sue sensazio- ni ; non pensando all'analogia delle cause, ma si
alla maniera dei fenomeni ; sicché se per una cau- sa stessa abbia provato
impressioni diverse, ri- corda ciascuna a parte ; cosi il selvaggio indica il
cadere di una pietra diversamente dal cadere di mi uccello, il cadere sopra un
corpo molle di- Digitized by Google — Ili - versamento dal cadere sopra un
corpo duro, per- chè il rumore clic se ne produce è diverso. Per la parte
imitativa quindi si producono parole che hanno allusioni adatto specifiche, si
riferiscono cioè ad una ristrettissima circostanza; e cosi i primi significati
delle parole, per qualunque ele- mento si producano, sono specifici, indicano
un tal dato fallo in un punto dello spazio e del tempo. In seguito le parole
passano f per analogia e per le associazioni possibili, le quali sono in una
ra- gione parallela all'esistenza delle cose ed all'uma- na percettività) ad
applicazioni di ricordanze d'al- tri oggetti e quindi a significali sempre più
este- si; e per le nozioni diverse passano dall'indizio del fenomeno a quello
delle cause o dei rapporti suppostigli. Si producono pure volontariamente delle
vo- ci senza impulso patetico nè imitativo, e che per la struttura loro
apparterrebbero all'elemento au- tomalico, se non che la causa di origine non è
affatto la medesima essendo emesse con conoscen- za e con iscopo; ma lale scopo
è puramente sono- ro, e di tali voci se ne mantengono in tulle le lingue; tali
sono in francese trillala tralleralera talaleri tatalera (I). In italiano Mitra
là lalleralà; torototella to- rototà ( DM. Yen. ). In greco quelle che Irovnnsi
in Aristofane a'TT»X*T»TTa «TTarraTTSTa in turco «A^a J jj «J «J yuy Fcn- lir
Itntir ielelelele li dott. Si osservi come tali suoni sono composti
polisillabici di clementi ete- rogenei. Vi ha dei suoni che restano senza senso
fin- ché rimangono isolali ed acquistano un valore i- deologico solo unendosi
ad allre parole o frasi; la loro origine è oziosa, eppure dopo riesce di scr- v
igio ideologico, cosi p. e. in turco ap parti- cella che posta dinanzi agli
aggettivi dà loro fi) Questi .lue suoni corrispondono accidentalmen- te ad un
seguilo di parole organizzale elio costituisco- no una frase » tùia le ris »
(tastò, assaggiò il riso); sicché in un i c erta c anzone popolari- servono
doppia- mente, cioè l> c ome suoni ritmici insignificanti e come*
inchiudcnli questo senso, nel qu ile «loppio rapporto consisto il giuoco della
canzone. maggior estensione, amplifica il loro significato; p. e. ^1 v->! ap
aq, tutto bianco ^j^l ap aciuq, tutto affatto aperto, cosi pure ■_>.! eup p.
e. v_»«f eup ttzun, lunghissimo- Altrettanto accade per altri suoni d' origine
imitativa, cioè che restano senza un senso preci- so per sè soli, nè sono
ancora classificabili fra alcuna delle categorie grammaticali: tali sono p. e.
in turco ^L*f» eski buski che si usa con intenzione di spargere il ridicolo
sopra qual- che cosa come vieta, come mi' anticaglia, co*a da vecchi. \y)y*
jt}ll 'j nr neh muriseli — confusamen- te, ec. ; tali parole sono veramente
produzioni fo- netiche volontarie dell'uomo di quella specie d'o- nomatopcia
ehe abbiamo voluto distinta col no- me di simpatica; non imitano cioè alcun
tipo di suono esterno, ma seguono per una qualche spe- cie di analogia dei moli
articolatoci l'impressio- ne ricevuta per opera di date cose, anche se l' im-
pressione non fu acustica. Questa condizione di rapporto ideologico
indeterminato rimase a po- chissime parole nelle lingue molto sviluppale; ma
questo è uno stadio di transizione che toccò in origine a tutti i prodotti
fonetici dell'uomo, pri- ma di riuscire segni definiti dei pensieri e di fi-
gurare come membri grammaticali ; in tale con- dizione, se pur si dovessero
definire, si direbbe- ro intercalari, e sarebbero per la maniera di col-
locamento nel discorso simili in rango alle in- teriezioni, occuperebbero cioè
l' infuna classe tra i suoni in rapporto al loro ufficio ideologico, ap- pena,
per un minimo contallo colla mente, sepa- rati dal semplice materiale greggio
fonetico. Occorrendo toslo fra le prime necessità so- ciali di dover indicare e
distinguere le persone colle quali si tratta, delle quali si ha da narra- re
qualche cosa, avviene che toslo i suoni primi- tivi servano a nomenclatura
delle persone, onde diventano nomi proprii personali. Trovatisi già dunque nomi
proprii di perso- na costituiti da suoni automatici, patetici ed ono-
matopeici; pei primi due clementi sono in ori- gine i gridi di chiamata con cui
si appellaro- no tali persone; per l'elemento onomatopei- Digitized by Google -
Ufi - co sono imitazioni di una qualche maniera di qualità o di allo della
voce, della pronuncia, di qualche difello Specialmente,, per la quale imita-
zione più a meno fclied ricordi quegli che ascol- la la persona a cui si
allude. I nomi propri! di perdona neil' origine pri- ma assoluta non hanno
alcun senso: valgono so- lo come suoni applicali a quella persona per in- dizio
di chiamala, .se a lei diretti, o come cenno di reminiscenza se di lei si
parli. Molti nomi pro- prii per altro di forma primitiva furono imposti
dappoiché tali parole clic servivano di nomi ave- vano un senso, p. e. A'p.|is
(I), nome dato alla madre degli Dei, a Rea è automatico; ma io cre- derei che
fosse slato applicalo a tale divinità nel senso di madre, o di nutrice, poiché
k'ppà KON imma, ritinto (siriaco) v uol dire madre. Cosi Ja\ja (sauscr.), nome
proprio d'un re, e il grido di acclamazione in ia come tw tw (gr.) io io (lai.)
che quindi volle dire vittoria, e dopo a\cr ricevuto questo significato passò
ad uso di nome personale. (Jutju liaya) (2). Molli nomi propi ii di primitiva
origine arri- varono a noi più spesso nelle forme di desinen- za relative alle
date lingue, p. e. Titus, rsifiiro?, e nelle forme derivate, come nei
patronimici, p. e. Titiu.%, ilimus, Buvbius. Questi- (orme primitive si
riproducono pu- re e si applicano continuamente anche quando le lingue souo giù
sviluppalissime; cosi spesso i soprannomi di scherno si formano dietro questi
elementi primitivi, p. e : Bombai fo, nome del suocero di Marc'Anto- nio, fu
così dello per la sua halhuzie. Cucu : cosi era solila Anna Coinnena a no-
minare Pietro d' Aiuieus. Nomi proprii personali di forma primitiva. A'fói
(.1), nome proprio di persona in au- lico egizio. (1) noclurl Geogr. Sacr (1.
ò~'2) A>|a« ij Tps^s; Xit tj jiTjTirjp. (2) Humlioldl Kiwi I. (ó)A'js£i
A'Wp. iJaMonski Panili. Aftf. IH, I7> Ma 4'po, figlia di Senofane (I).
A"£s?, avrò;, duodecimo re degli Argivi. A^'jj^s cosi si chiamava Adone
dai Per- siani (2). A"^ Ma (lat.), figlia di Uecalomno. Adad, nome della
somma divinità degli As- siri \7>). f\-Yf\ /ita (etrusco), nome pr. pers.
(4). Babà. Nome d" un uomo passato in prover- bio per la sua sciocchezza
ai tempi di Seneca: deve essere un soprannome impostogli. Babai. Nome di un re
dei Sarmali, vinto ed ucciso da Tcodorico ostrogoto (5). Babnlin ((»). Bubone
(7). Bah pi. Nome egizio di Tifone (8). Baji^fJ nome della nutrice di Cerere.
Bebius Massa, celehre delatore al tempo di Vespasiano. CViucoii, quegli che ha
.stabilito il culto di Cerere in- Andamea presso Messene (0). Xwy/ov. in egizio
nome d' Ercole (IO). Dido un n. pr. non solo della regina di Car- tagine,
celebrala nell'Eneide, ma anche d'uomo. Turn, Tj?, nome pr. di un re di Lidia
(il). Ja, nome pr. di donna che compare nel Mar- tirologio ai 4 agosto. ///«fi
(chin) famiglia che ottenne per quattro secoli ffinpero della China. Ino, nome
del primo imperatore dei Mommo, n. pr. di uomo (12). (I) Cìlep. in voce, l'i)
Husyeliiiis. S. l.len. D. Sjr. 11. 553. [3) M. ululi S.ilnrii. 1. I, (.20. (41
Lanzi S. Btr. 11. SOR (ii) Giannini.'. Si. Civ. H. Napoli L. Ili, c. 2. p. 330.
(a, città in America, nella Provin- cia di (Juito, distrutta dal terremoto (7).
Vasi Bambù presso Syuraoma) o nelle Cor- ■UgUerc (S). (!) Polibio «*'• Epitome.
(i) •■ l'rl's in AfriiM Pliaunuriuin •• (Plinio X.HÌSt.) (Si Sch.ili.ifL in
Thucidide L. 1, p. ti Edil Illu- ne. Su-phan. Iùsh. il) Plinio L V, c. L (5)
Humboldt, Koanios II. 188. ((>) C. Geuflin. M. Piim IX, 03. m Humboldt,
Kotnrot I, -221. (8j Allgc». Zi-iliing. y Annusi. 1850. Ilriefe eines Rciscndm
aus Perù. J'ambarra, luoghi nell'Africa (Viaggio di Mungo Park). B*0uf>a$,
fiume al mezzo giorno di Messene nella Grecia antica (1). Mer babu, monte
nell'isola di Java (2). Ambio, fiume nel Chili presso hi Concezione. Bomba,
paese nell'Africa presso i monti del- la Luna. Bombo», fiume di Cilicia : «
Praeterea inter (lumina Liparis Bomba» paradisus » (3). Booby, isola tra la
Caledonia e la N. Olanda gr. 22 l lai. nord, 158 long. est. Imbabura (Perù),
montagna nelle Ande. Bubatu», provincia della Caria. Bubiada, fiume nel lato
orientale d'Hyber»i« (Ptolemaeus). Bubejum, nazione e paesello di Cirene.
Chaco, paese in America (4). Coca chachra, luogo nel Perù. Cbocn. paese in
America (5). Moror.iocn, miniera nel Perù. Cocolo, paese nel Vieculino (ti). Cuccai,
paese 42 miglia distante da Bre- scia (7). AwSwvt) = Dodona. Kikiaij isola nel
grande Oceano boreale gr. 128 longit. est, latit. nord. A>Ar, — Lyle città
in Arcadia. AcU-rqiS — Mileto. Marna, città d'Etiopia. Marna, nome di due
riwere nella Russia asialiea. Majijà? Mamuut, fiume nel Peloponneso. Marnai ,
luogo sulla eosta S. E. del Mar Nero J/omndisca, città nel Kazan. ;V«morsina,
città dell'Ausonia. Mainiate, paese nella N. Zelanda (8). (I) Dopai*. Ori?. IV,
74. (-/i iiiiinUiiH. tawi, 1, 503. (3) Plin. L. V, c. '27. (i.i lluinbiiidi,
Kosmoa I, 1-25 (.">) IloiiihuUIt, Ki *mos. (lì) Giiii'i ninlini Vili.
e. 5, 518 » Cocolo paese presso basi-inno (Massino del Vicentino). ;7) Guin
ì.iriluii. L. XII, e ti, -211. (8) Aligero. Zeilung, 14 Augott IK'.C, Beila?.».
Digitized by Google — 115 — Nivo't] Ainoe. Paese di Caria dello anche A -
trucia? Aphrodysia. nome d'origine aulomaliea vezzeggiativa, forse riferibile a
\ enerc cui era sa- cra : come dire amabile, cara. Papa nell'Egitto antico
presso Tebe. /*opers. sing., HDK (ala), fu, te, ce. iu laute altre lin- gue,
pronome di 2 pers. sing. Ahau (fi. Zel.), pronome 1. pers. io. Aham (sauscr.),
pron. 1. pers. io. Ahe (N. Zel.), pron. i. e 3 pers. io, quegli. Hai (Hawai),
pronome, uno, un altro, usa- si di persona assolutamente. Marna (sanscr.), me,
io, pronome di 1. pers. sing. Mai (N. Zel.), me ; me (in tante lingue). Meo (N.
Zel., Hawai, Rarol, Toug), cosa, persona, oggetto, oggetti, alcuno, pronome di
3 pers. ; è il me che trovasi in tante lingue siccome pronome della i.' pers. É
da ritenere die deve essere scorso lun- go tempo prima che gli uomini
arrivassero a spie- garsi esattamente coi mezzi vocali, dappoiché og- gi pure
per molte idee si stenla a renderle pie- si, ed anzi molte forse per taluni non
accadde mai che se le traducessero in parole. D'Alembert riflette che per la
più parte quelli che esercitano le arti meccaniche non operano se nou per
istin- to; che appena se ne trova una dozzina capace di esprimersi con qualche
chiarezza sugl'islnimenli ch'essi impiegano e sugli oggetti che fabbricano;
dice di aver conosciuto degli artieri che lavora- vano da quaranl' anni senza
couosccrc niente del- le loro macchine ; egli dice di più che può asse- verare
che gli artigiani s' intendono, assai più che per mezzo delle parole, pel
ricorso di congiuntu- re di opportunità ; nelT officina è il momento rhe parla
e non I' artista; dice pure che molle nozio- ni sono comuui a quasi tulli gli
uomini e ch'essi (I) Erodoto, IV, 110. Oigitized by Google — m - le hanno nella
niente con più chiarezza assai di quello che possano ricevere dal discorso (
Di- scours Encyclop. (il ). Se si volesse distendere per intero la narra- zione
di qualche arte sola, vi vorrebbero dei vo- lumi di discorsi (ivi). Questa
(orza di conghiettura, la somiglianza dei bisogni c degli organi per
soddisfarli faceva si che gli uomini s'intendessero per quaiito pote- va
occorrere imperiosamente ; ma per conto dei mezzi d' espressione essi erano
radi cenni e spes- sissimo ambigui ; una descrizione un po' detta- gliata, p.
e., come si vorrebbe da un naturalista nelle lingue dei selvaggi, sarebbe
impossibile, ed anzi i mezzi di espressione restano sempre indie- tro di
qualehe passo dall' essenza delle cose an- che d' arte. D'Alembert stesso
confessa il suo im- barazzo a parlare con qualche precisione di tanti mestieri
e manovre, per le quali gli avrebbe latto d'uopo di Inv orare egli slesso, di
muovere eolle proprie mani le macchine ce, (Disc. Enrycl.). Egli assicura che
al tempo dell' Enciclopedia, quantun- que ogni arte avesse una propria lingua,
questa lingua era assai imperfetta. L' uso dei gesti continuò a longo ad accom-
pagnare le parole; e, senza di questi, i sensi sa- rebbero stati ancora più
ambigui ; ed abbiamo pa- role e (rasi die ci attestano quest'uso : p. e. il
toc- carsi il petto in atto di attestazione di verità, «fl- eto pectore, i
varii alti della mano p. e. Dettene foedera perchè il giuramento facevasi
stringen- dosi mutuamente la mano destra; Manu miuio jierchè si prendeva per la
mano e si abbandona- va quegli che si dichiarava libero giuridicamen- te; cosi
eiii«rinporc,cioè e manu capere: inanu le- vare, d'onde matterà re, mallemdore,
malleveria ce. perchè tale allo prestavasi alzando la mano; cosi in greto
/.iiosTÓvito dare il suffragio, eleggere alcuno, perche si stendeva la mano per
dare il proprio volo. « Ex j tire munii consertimi » per- chè si prendeva per
mano l'avversario, la contro- parte (XII Tabulue ) dinanzi al pretore (l). il)
Aul. Cell. (XX, c. 9). Il battere le mani in segno di approvazione o di gioia,
in uso specialmente nel teatro. Aristo- fane Ntfdai, ad un terzo circa,
parlando egli stes- so all' uditorio e facendo la propria apologia, gli dice
f«J yiipz xp»STe battete le mani, e nei comici latini si termina dicendo
plaudite, cioè battete, fa- te strepilo colle mani ( ni anche coi piedi ), ap-
plaudite. Del qual atto, come segno di gioia in genere, fa cenno Orazio, L. II.
Ode XVII, quando dice che al comparire in teatro di Mecenate dopo una
gravissima malattia, il popolo battè le mani ... cu m populut frequen* Laetum
theatris ter crepuit sonum. L'atto di promettere col pollice, d'onde pol-
liceor, eri*, promettere; similmente il dilo indi- ce chiamasi in turco
tckhadel parmanhi ^u^i «y^Lfrà, cioè dito della testimonianza, perete al- zasi
nella formula di professione di fede. Ila barn do. Il vinto coglieva dell'erba
sul terreno dove erasi lottato, ed in seguo di cedere al vincitore gliela
porgeva, dicendo herbam do, ch'era rome dire: sei rimasto tu padrone del ter-
reno (I). Tal uso dei gesti risparmiava lunghe (rasi anche nei tempi in cui
avrebbero avuto mezzi fo- ncliri da spiegarsi. Dice Svctonio di Cajo Caligo-
la: Cajtu Chaeream te tcniorem jam ut nmllem et effoeminatum denotare orniti
protro cousuerat; et modo petenti Priapum aut /'enerem dare, mo- do ex uliqua
caussa aijenli gratiat otculandam manum offerre formatam commotamqUe in ob-
icoenum modum (2). Il gesto serve ancora ad indicare i rappor»' di luogo e le
persone ; fa quindi gli uffici! degli avverbii, delle preposizioni e dei
pronomi. Relazioni fra le forme automatiche, pateticlie ed imitative. Molle
parole appartengono nello stesso tem- po all' elemento automalico ed al
patetico perchè Io stesso suono può appunto essere emesso, sia (I) Plin. L.
XXII. c. I. (•2} Svclon. in Caligola 56. Digitized by Google — 419 — per essere
provocato da una impressione ester- na od anche interna, sia oziosamente;
sicché per molli di questi suoni non è se non l' occasio- ne | K-r cui si
eiuellouo che serve di dato per clas- sificarli; p. c. LI aba (pers.), acqua e
minestra, in questo senso io lo ritengo d'origine automatica ; LI aba (pers.)
ugualmente è avverbio d'ammira- zione, che corrisponde al nostro ah f, ed
allora io lo dico di origine patetica. Potrebbe pur darsi che qualche suono della
natura che si volesse imitare fosse simile ad alcu- no di quelli spontanei
nell'uomo, ov vero che l'imi- tazione riuscisse ad incontrarsi con alcuno di
tali suoni spoutanei. Di più uu individuo può emettere una voce una seconda
volta ed in uguale od in diversa op- portunità dalla prima; può emetterla cou
ricor- danza di averla emessa altre volte, od essere de- tcrminato a tale
emissione senza riferirsi a tale re- nùuisccnza. Data la reminiscenza, se la
voce in origine fu automatica , ripetendola collo scopo di ottenere ciò che la
prima volta successe alla sua emissio- ne, tal voce riesce rispetto allo scopo
volontaria, iu quanto che si riferisce agli oggetti eslerni e intende di agire
su quelli; rispetto al mezzo è ono- matopeica, perché è una ripetizione volontaria,
un imitazione di un suono altre volte prodotto; cosi se la voce in origine era
interiettiva, nella se- conda volta è volontaria, e certo l'individuo imita un
suo proprio atto pregresso. Vi è poi l'imitazio- ne dei suoni de' quali è
capace F uomo ; allora mentre questi suoni dalla persona imitala si pro-
dussero per patema o per automatismo, dall' imi- latore si producono per
espressa onomatopeia. Questo caso d'imitazione degli alti sonori dei qua- li è
capace l'uomo è frequentissimo sia per la maggiore simpatia Ira uomo ed uomo,
che con lutti gli altri Oggetti circostanti , sia per ne- cessità di contatto.
Abbietto già riferito nel trat- tato dell' onomatopeia come gli atti animali di
louclicggiamculo, di vomito, di escreato, di sin- ghiozzo, di respiro, di
sospiro e di articolazione dei suoni sieno molivi di produzione di nuove vo- ci
che tendono ad imitarli; ma non solo questi, sì le speciali maniere di
pronuncia e di voce vengo- no riprodotte per imitazione; p. e. tulli i suoni
la- biali babà, maina ecc., sono proprii dell'infante ; ora l'uomo adulto che v
uole indicare l'infante, e imitarlo, usa dei suoni ch'egli è solilo a produrre.
Bimbo, Bambolo , Bambino 0a^at vwec; ora que- ste voci considerate come
imilazioui di suoni souo onomatopeiche, mentre i suoni che loro serviro- no di
tipo sono automalici. In questo modo nelle varie lingue trovansi parole
imitanti i difetti della pronuncili e gli atti intemperanti della loquacità e
della voce; p. e. btilbiu, bègue, bég,ajer,£ai?fa?3;, bavarder, tv, babure.
Nelle varie lingue trovansi parole offensive 0 di scherno nel senso di fatuità,
d'imbecillità ce. costituite da suoui automatici, perchè con questi s'intende
d'imitare la maniera di parlare di tali tatui, o di paragonarli ai fanciulli
che tali suoni emettono, cosi bubumtM, babigsr (lai ) ss stollo, babbione,
babbeo, babbaceio (il.), 6a- bouin (fr.) ce Tra i suoni più facili e proprii
della liugua dei fanciulli sono 1' n e I' /. Ora con / raddoppiato si formò iu
greco per questa legge slessa istintiva ideo-lònctica una parola con
significato offensivo XciAc; stolto. Ora queste parole considerale come pro-
dotte dai non fatui nè dai fanciulli, collo scopo d'imitare tali soggetti di
condizione intellettua- le inferiore, sono onomatopeiche. L'umano orga- nismo è
capace di tali e tali suoni, le occasioni per cui e nelle quali egli li emette
sono diverse, ma 1 suoni restano gli slessi. Il dato di classificazio- ne
essendo preso dall'opportunità clic pad varia- re, avviene che lo stesso suono
può trovar luogo si nell'una che nell'altra classe. Molte tra le parole
originariamente automa- tiche e passale per questo processo nella classe
onomatopeica si espongono nel Dizion.ii io Auto- matico per F opportunità di
mostrare la loro origine ed attaccarle al punto di continuità natu- rale;
dietro le osservazioni pregresse potrà il lettore considerarle anche sollo il
"IV rio imi- tativo e quindi ricordarsi nel Dizionario Onoma- topeico che
tutti quei suoni v'hanno diritto. Digitized by Google Nei dizionarii automalico
, interìettivo ed onomatopeico che seguono molte parole non sa- ranno in tutta
la loro forma nativa, perchè a noi non poterono giungere se non modificate dal*
1* organizzazione subita nel progresso , relati- va al sistema della lingua a
cui appartengono, ciò che costituisce le desinenze, le flessioni in quelle
parole che furono declinate e coniugale; p. e. dadati (sanscr.) : qui dada è la
radicale auto- matica, ti è la desinenza che fissa la 3 pers. sing. pres.
indicatilo. In greco nrnix dove la ra- dicale è itinr.*, il resto è la
desinenza che pre- cisa la condizione di nominativo maschile. La ra- gione
delle desinenze si troverà nel Trattato del- la composizione delle parole ed in
([nello della Storia naturale della Grammatica, dei quali fa d'uopo anticipare
i risultati in questi dizionarìi, perchè bisogna offrire le parole quali si
trova- no; queste per la loro composizione e modifi- cazione organica
apparterrebbero ad uuo stadio posteriore, mentre per la base, per la compage
costituzionale appartengono alla prima età lin- guistica. Ma quando si avrà
privata ogni parola di tale modificazione, specialmente per la desi- nenza,
apparirà la loro origine ingenua, sponta- nea nella classe a cui fu riferita, e
la radicale si mostrerà essere la medesima presso le varie pa- role che
pongonsi nel luogo a confronto. Altre parole appariranno primitive giusta
questa teoria, ma vedendole affatto ugnali presso varie nazioni o di poco
dissimili, si potrebbe giu- dicare che una nazione le avesse ricevute dall'al-
tra, onde si diminuirebbe il numero degli esem- pli notali sul luogo. Talvolta
si tratta pure di evento ; p. e. nella parola Bomba che si trova nello stesso
senso e quasi nella stessa for- ma in tutte le lingue d'Europa: in fatto tale
paro- la passò, colla nozione della cosa, coli' oggetto che ricordava, d'una in
altra nazione: si manten- ne nella forma di snono imitativo per la facilità
ch'ebbero gli organi umani vocali articolatoli fonici, a ripeterlo, per cui a
tali sistemi potè resi- stere : e forse fu sentita istintivamente la conve-
nienza, la verità dell'imitazione col rumore che produce tale proiettile,
l'analogia del suono della parola colla cosa; onde per quella stessa causa
naturale, per cui la parola si produsse, ancora si mantenne. Le leggi eufoniche
tendendo sempre ad alterare le forme delle parole giusta le specia- lità di
paese e di razza parlante, il mantenimen- to d'un suono straniero puro o quasi
intatto in molte nazioni lo dimostra spontaneo e naturale alle disposizioni
fonetiche essenziali dell'uomo. Altre volte i suoni uguali con rapporti
ideologici uguali in differenti nazioni sono affatto indigeni, perchè cause
uguali o simili devono dare uguali o simili effetti. Digitized by Google
RACCOLTA DI PAROLE D'ORIGINE AUTOMATICA ESISTENTI IN VARIE LINGUE. Le voci che
hanno luogo in questo dizionario si disposero modificando la successione delle
let- tere dell'alfabeto, ed a quello solo attenendosi lassamente tanto per
avere dei punti fissi di ag- gregazioue. Tali modificazioni verniero suggerite
dallo scopo di riunire ove si possa i fatti che danno opportunità a confronti,
sia per trovare l'ugua- glianza o l'analogia almeno dei prodotti primi della
natura (per l'identità o somiglianza delle cause) come i veri rapporti
genealogici. Tra le parole vi sono rapporti di forma, e rapporti di
significalo, fra le quali specie non vi ha parallelismo: si nella categoria
delle forme, come in quella dei significati v'hanno rapporti di parentela, e
rapporti di somiglianza, e questi ora per contatto ed ora isolali. Per cogliere
pertanto queste specie d' approssimazione diverse, cioè di forma o di senso, e
di genesi, di agnazione, od indipendenti, bisognava togliersi alia legge della
serie alfabetica. Una parola può avere varii significati in una data lingua :
una parola di suono afTatlo uguale in un' altra lingua può avere tutti questi
significati medesimi, può sovente avere qualche significato soltanto uguale od
analogo a questa e Vol. L gli altri diversi : allora bisogna porre queste due
identico, e riporle separatamente per gli altri si- gnificati indifferenti.
Queste parole pertanto in origine uguali ponno trovarsi in qualche grado di
trasformazio- ne o composizione e decomposizione, ma, serban- do le tracce
dell' ideutira orìgine e i rapporti di significato, devono stare vicine per
utilità della logica linguistica. Fra le varietà di forma ve n'ha alcuna ap-
pena percettibile, e la quale si perde e si riacqui- sta continuamente. Tale e
l'aspirazione: perciò qui non si fa alcun conto della medesima, e le parole che
cominciano da h si pongono nella se- rie giusta la vocale che le succede; p. e.
Haba si Molti suoni che si seguono nell'alfabeto so- no affatto eterogenei
l'uno dall'altro per loro na- tura e pel meccanismo. Qualche lettera alfabetica
è promiscua a due suoni del tutto diversi; p. e. il c sccondocltè si suole
scrivere unito ad a Ca, o come si suole scrivere con l'i Cia. E d'allro canto
lettere di for- ma diversa servono ad indicare un identico suo- no, p. e. Qa.
Ka. Ca. In questi pertanto non si 46 Digitized by Google - 122 - ha alcun
riguardo alla loro apparente diversità grafica, e si pongoao indifferentemente
l'uno presso l'altro. Molti suoni distanti nell'alfabeto sono invece affatto
simili, prodotti da uno stesso meccani- smo, modificato leggermente pel grado
di forza; per es. B. P. F. V. T. D. G. C. oppure per concomitanza dell'azione
di qualche parte dell'apparato, p. e. II. in rapporto a B. o P. Molli suoni si
somigliano non per meccani- smo, ma per l'effetto che (anno sull'orecchio del-
l'uditore; p. e. G. Se. Z. Molli suoni si sostituiscono per varii difetti di
pronuncia. Per tutte queste circostanze onde le condi- zioni della serie
alfabetica non convengono ai rapporti naturali di fatto che hanuo i suoni; si
modificò nel dizionario che esibiamo, ove occor- resse, la successione delle
lellere, p. e. dopo il B viene 1' Jtt ed il P; dopo il /' viene il D, dopo il V
l'F, ec nell'interesse di promuovere i critcrii sulle forme e sui rapporti
delle parole primitivo o vicine all'origine. Molle volte i monosillabi automalici
sono resti della loro reduplicazione : ma qualche volta pouno essere primitivi;
d'altronde non sempre si trova la loro forma reduplicata (già perduta), quindi
si poogono uel loro rango alfabetico e uou nel supposto di derivazione; p. e.
si troverà Mù (sanscr.) = madre in principio della serie e non dopo Marna di
cui è la semplificazione. Ab v' «o (arab.), agosto. ^,7 «6 (turco pers.),
acqua, luce, chiarezza, la- grima, bellezza, splendore, dignità, buona gra-
zia, preghiera, dimanda, intenzione. Da t_,T ab nel significato di acqua
derivano _jì obi (pers.), acquoso, a, umido; cotoguo; anitra. juf abth (pers.),
chiaro, limpido. y>\ abu (pers.), acquoso, a, Ncnuphar. Aba (laL), vocativo
con cui anticamente il più giovine parlava al più vecchio, o lo chiamava ;
corrisponde all' tì^i? dei Greci. (Calep. in voce ). ^«(selvaggi ) mV(1) . Aba
( del Brasile ) ' V ' Aba isclv. Brasile), cadili (1). [ Aba (sanscr.), madre,
poi Amba (2). Abba (antico Groenlandese), padre (3). aba (siriaco), padre (4).
Da questo deriva Aj3j»« (greci Abba (lai.), forme del vocativo, nelle quali sta
la radice , d'onde Abbus abbati* e tutte le sue figliazioni in tulle le lingue
nelle quali influì il cristianesimo, p. e. Abbate, Aba- te (iL), Abbai (ingl.),
Abt (tcd.), Abbé (frane), Abad (sp.) ce Uf ab (arab.), padri Da Aba S2S'.
deriva poi (5) ì2K Abù , o Avù padre d'onde la forma Atm». Avia (laL) e tutti i
derivati ApuiìcuIus ec. e nelle altre lin- gue moderne figlie della Ialina, Avo
(il.), A- buelo (sp.), Ayeul (frane.) ec. Da ì3K rimase (ebraic.) Av y padre.
LI aba (pers.), minestra. Aba (sanscr.), malattia, anche Ubai. . 22. (2)
EiihhotT. (Sì C. Gfbelin. M. iirim. Vili, fi] Bochait I, r»72. (5) Luzzalo
Prole?. 152. (lì) C. Gebclin, Vili, 509. Digitized by Google — Ì23 — rOX aba
(ebraic), volere, contentarsi, deside- rare : d'oude omo et (lai.) Haba (Java),
voce, suono, rumore. Haba (Tagal), allagare. Haba (lat. aulico), fava, poi
detta Faba. Haba (sp.), fava (i). babb (arab.), bacca, piccolo fruito, molle
gran», pillola, d onde vsyl?j«* hububat (arab.), legumi vo lii. Ixc hàba
(arab.), stoffa grossolana che serve ai Denis e che si usa pei mantelli. Abba
(Orenoco, Rio delle Amazzoni), uno. Hub (ungh.l, onda. Hutto, riflusso,
inondazione, spuma, nube in una pietra preziosa. uLo. iiububè (arab.), bolla
d'acqua, poi sAx* hubab (arab.), bolla d'acqua v Uc ubab (arab.), acqua die
straripa plur. ^jy g ubub. AUuba (sp.), papavero selvatico. Abada (sp.).
femmina del rinoceronte. Abaiba (Selv. Brasile), sposo (2). Abare (lat.),
a'^X^eiv (3'. 'àfét{gKC.),'\?!Ìi presso i Tarantini. Abas{M.), stollo, bartlus.
Abé (Tonga), forse. Ali (Touga), abitazione. 3&j| abla,abula (ture),
sorella maggiore, moglie, donnetta: termine dispregiativo. Abobaru (port.),
zucca, cilrouiUe. Abobar (port.), coudire. Aboti (Madagascar), grande, ^òou
(Canada), succo (4). Abouijou (Carrubi), schiavo, domestico (5). ,j^f abtjq
(arab.), fuggitivo (schiavo), mercurio, argento vivo. Ad Ada (Africa, fam.
Acanthia Felou), giorno. Adda (.Monomolapa Sowaiel), sole. (1) Questa parola
riacquistò la sua antica (orma passando dal latino, dove era l'alta Faba, nella
lingua spagnuola, la di cui ( tifoni» cangia \'F iniziale in //. ì Georg.
Marcgrav. de Brasiliae Reg. p. '22. 3 Apud Ausonium. 4 C. Gebelin, Vili, 503. 5
C. Gebelin, Vili, 509. Ada rnn (ebraic), introdusse, estese. Ada |,>f
(ture.), isola, penisola *Jel. Ada* (lat.), Libra. Segno del Zodiaco. Ad i\
(ture.), nome. />/ (lai.), preposizione che aggiunge. Adhiduda (sanscr.),
arcaugelo. Ljf afa (pers.), padrona della casa. A J (Africa Shilio), bocca. Jjf
(Africa, fam. Gallas), bocca. Akaka (llawai), svenimento, mancanza di spirito,
estasi, visione. A'xaxalis (grec), seme d'un frutice d'Egitto. Al Jl (turco),
straniero, d' altri. Jf al (turco), il, la, egli, il/e, olii (lai.); il, arli-
colo. Jf 0/ (turco), frode, astuzia, stratagemma. Jf al (ar.), posterità,
famiglia. W ala (turco), lebbra, di diversi colori ; »JI alò, Jl al, color di
porpora, vermiglio, ili ala (turco), se non, eccetto che. Alai hbȓ (ebr.),
impazzi, infuriò, celebrò, diso- norò, rese pazzo. Alti (Chili), fiamma (1).
Alo Al Halàl (uogh.), morte. Halal Jik». (ar.), sposo, sposa legittima, permes-
so, cosa legittima. baiale (turco), specie di stoffa leggera di seta e di
cotone. Hali Ju». (ar.), ornamento, abito; jui». hiliet, bilie. Halil JuJL».
(turco), sposo, sposa, compagna di abitazione. • muliebri. (Polinesia
occidcnl.), sole. Oy (ebr.), AWam, j.1 mn (turco), parti „U ani (ar.), anno.
(I) Georg. Marcgrav., de Chili Regione, p. ó± Digitized by Google - 124 Ama (Sumatra
Tidor), Ama (Basco), madre. Ama (Terra de Labour), Amai (Tamul), madre. Anta
(malese), madre ; ma' (Java), ed il madre. Ama (Dannano), madre, donna, sorella
maggiore o sorella in genere. Ama (sanscrito), madre. Ama (saiiscr.) e om,
onorare. Forse è la stessa parola che vuol dire madre e che passò a que- sto
significato pel l'atto naturale e pel precetto di onorare il padre e la madre.
Ama (sp.), padrona di casa, proprietaria, balia ! anche questi significati sono
conseguenti a quello di madre. Ama (Tagal), padre. Ama (Java), padre (1). Ama
(Dugis), padre. Ama (Sasak Oceania), padre. Ama (Abac o Capul), padre. Ama
(Manciù, Tongns di Ciapogires), padre. Amaa (Timor Freycinet), padre. Amah
(Nias Sumatra), padre. Amahun (Bissavo, Filippine), padre. Amai (Bissavo,
Filippine), padre. Ama (egizio), Dio (2). Ama (ungb.), quegli, quella. Ama
(Mongol), bocca. Ama (China), bocca. A"(i« (gr.), insieme. U.I
ama,ema(ar.), 1 ama (turco), cieco ; nD^t ama (ebr.), ancella, serva. HO% amà
(ebr.), cubito. HOK amà (ebr.), il dito medio. nDp amà (ebr.), tumultuò,
strepitò, gemelle, ri- suonò. A,wu*, ^moeo (lai.), nel dialetto di Trezene, Ce-
rere, dea degli alimenti : io credo che il primo significato di tal nome fosse
madre, appunto lot. (1) Humboldt, Kawi, I, 75. (2) Champollion, Figiac. Mag.
Univ., 1839. Juiì- oonsiderandola come porgitrice d'alimento, co- me nutrice;
di più come agli Dei davasi V epi- teto di padre, alle Dee davasi quello di
madre. Amam DDK (ebr.), amem ODK (ebr.), madre, forma primitiva, donde poi Dn
ern, madre (4). Amama (Groenland Parry od isola dell' inverno), madre. □OPtamàm
(ebr.), abbattè, rovinò, ruppe, ridusse in polvere. Uxt amam (ar.), zìi ; amm,
zio paterno. J.U». amam (ar. e turco), colomba, tortora ed o- gni uccello con
collan mé (turco), colomba. Ltl»». hamama (ar.), amomo. Amamak (Groenland),
mammella (2). Amamsa (sanscrito), uomo debole. A'|ia>u* (gr.), specie d' uva
(5). Amba (sanscrito), madre. Amba (ostiaco), madre. Atnbu (Africa, fam. lingue
Watye), Amba (Sumenap Java), madre. Ambui (Tidor), madre. Ambo (Bugb), padre,
jwt ami (pers.), scrittoio, i A'jit) (gr.), falce, bicchiere. Amema KDOH (cb.),
crusca. imi (sanscrito), figlia. k'pi* (gr.), nome di un pesce (4). ftt*» amìm
(ar.), ^ i munita. lil amma, emma (turco), ma, nullameno. Amma (Malabar),
madre. Anima (America del Nord, Ougalikmoutzi KinaT), madre. Amma (Jcnissci),
madre. A"(i|i!x (gr.), madre, nutrice (5). A"|i|i3, la terra. Amah
(Minetabe o Gros Ventre in America), In terra. I I) Lunato, Prol-s-, ló'i. C.
Gebelio, Vili, 4D4. Schrcv. 4) Scbrev. 5) Hcsycbius. C. Gobelin, Vili, 18&
Digitized by Google - 125 - A" mia, nesso, vincolo. Amma (Battock
Sumatra), padre. Amma (Mindanao, Filippine), padre. Amam (Tunisi), acqua.
hammam (turco), bagno ; hamim, pioggia d' estate, acqua bollente, sole d'
estate; Dn cham (ebr.), calore. Amme (tcd.), balia. noi. _ « p\ ammet (ar.),
zia paterna ; amita (lai.); ame- da (dia), trivigiano. Alpi); amia (dial.
ven.). A" (itti, specie d' erba e di seme no(l). A mini (Tongus
Mangaseja), padre. Ami (v. lingue Tongus), padre. (Okbotsk), padre. del ^s.
ammu (turco), zio paterno. Amma (Africa, Tarn. Shibo Dankali), Ammo (reg. del
Nilo), testa. A"jijis{ (gr.), sabbia. Amo (Pi. Zelanda) , stanga , portare
sulle spalle con una stanga. Amo (sp.), padrone. Amo (portogli.), padrone.
A>o S (Dial. Eolico e Dorico ), nostro (2). Amu ( N. Zelanda e Tahiti ),
mangiare. yt\ amu (pers.), gelosia, zelo, tumore, infiamma- (sanscrito), questo
(accusativo maschile). An ^1 an (ar.) tempo, ora., forse radice di Annui (lat.^
Li ano (arabo)., quegli là, quello. Ano Ut (turco), madre. Ano (Caucaso
Gierkesch), madre. Ana (Kumuk), madre. Anali (lingua Hurona), madre. Anha
(Botucudos), madre. Anna (America del Nord, Kinai), madre. Anna (Baschkir),
madre. Annaa (Nigrizia marittima), Annanotha (Grocnland Dobb), (1) Scbrev. (2)
Theocr. Idyll. Anna (Pcnsilvania), madre (t). • Anya (ungbcr.), madre : Anyo
vecchierclla, è la slessa parola che vuol dire madre (2). Anya (Lamat), madre.
Agno (Grocnland), Anya (sanscrito), altro. Anam (Cclebi), sei (il //nonni
pigrizia ritUma), Kah Enna A' nana Ananam quattro. ., volto, faccia. (sanscr.),
grandezza della Ananahi (Tahiti), domani. Hananam (sanscr.), uccisione. Anego,
a (cimbro, 7 Comuni), nipote (maseb. e femm.). Anena (sanscr.) eppure Enena,
questo (accusa- tivo). Anona (sp.), frutto delle Indie. Ani ^JK (ebr.), io. Ena
Uf (»r.) io, me. B'n (ungh.), io. A P Ap, uf- Ap aq, tutto bianco Ap aciuq v ,
tutto affatto aperto. Apa (ungti.), padre. Apa (svedese), scimia. Questo nome
della scimia de- ve essere lo stesso di quello che vuol dire padre, applicato
nel significato che tal parola ha di fra- te, di monaco; come appunto alcune
scinde chia- mami cappuccine: cosi in inglese la scimia chiamasi monkey da
monk, monaco, frale, ed in illirico munì o munna dalla stessa voce mo- nachiti
jiovax 0 ?» Da Apa derivano quindi le altre forme di questo nome nelle lingue
del cep- po teutonico: Aape (bas. sassone)., Abe (danese), 4* (ingL), Affé
(ted.) ed Opice (boemo). Apa (California), fronte (5). (1) C. Gtbelin, Vili,
523. (•2) Pronunciasi agnia. 13) C. Gebelin, Vili, 554. Digitized by Google Apa
(sanscrito), ottenne (1). Apah (Missouri, Colombia, Sioux), naso. Hapa (Hawai),
parte. Àpap Sjfiijt (ebr.), circondò. 'Ani? Apis (egizio), il bue ed il nume;
probabil- mente era nel senso di padre ebe aveva tal no- me, cosi pure
A"tu$ Atys, Dio della Frigia, vo- leva dire padre. Appo (sanscr.), madre.
Appiu (scitico), madre. Kr.T.i (gr.). padre (2). Appn (America Reg. Atlantica o
dei laghi), padre. Appu (Asia setlentr., Koryckc), padre. Appan (America [Nord
Rimiseli), padre. X't.t'x (gr.), vezzeggiatilo di sorella e di (rateilo. Appo
(Perù) ^ cìDOj padrone, signore (3). Appocac f Apù (Chili), generale d'armata
(4). Apu (Pe- rii!, capo, padrone, signore (5). Queste parole Appo, Appocac,
Apò, Apu devono prima aver significato padre, e da questo senso, pel fatto che
i padri, i capi di famiglia erano pure i ca- pi della pubblica cosa, come nel
regime patriar- cale^ per analogia d'istituto di difendere, di tutelare come
fanno i padri, {tassarono a voler dire, capi, padroni, signori; cosi Potrei
chia- mavansi in Roma i senatori e Patroni i protet- tori, che facevano cioè
come da Patre» (6). Ap\Msm (sanscr.), focaccia. Al (ture), cavallo. Forse «y|
et (turco), carne, deriva da At, cavallo: la carne di cavallo era il cibo delle
nazioni tartare, ét (ungh.), cibo, étet, nutrire, foraggiare, sembrano in
qualche rapporto con At ed Et (ture). (1) Vyarar.ina 3'21. (•2) Callimach.
llymn. Bian. v. 6. Ao? p.oi r.apìt- vi't]v atwvtsv Sfitta qioXassiiv Jauluusky.
Panili AegjpL II, 01 e EWI.ari L, 372. (5)CGeb«lin,VIII,53& (4j Geor*.
Marcnr.iv. Ile Citili Regione pag. Sì (5) C. Gobelin, Vili, MG. (li) Queste
figliazioni di significali, necessarie per la natura delle cose, e dimostrale
coi ducuiuenli dei sensi delle parole nelle varie lingue, si troveranno nei
DitioHario Ideologico che va unito al Trattalo Ideolo- gico in quest'opera. -
126 — Ath, ateh, uth, a** (ar.), delirio, alienazione, ar- Ata bt (ture),
padre. Ala begli Jbbl (pers.), padre, principe, titolo del re o del primo
ministro presso gli antichi Per- siani. Ala (ungh.), padre: più usato ora
Atija. Atai (v. lingue di Cam. turca), padre. Ala (N. Zel.), mattino. Ala
(sanscr.), di poi, ipdi. Ala (Bugis), io (pronome di K. persona sing. ). Ala nr?K
(ebr.), tu (pronome di 2. persona sin- golare). Ala n^X, desiderare. T T Ata
tark (Crocidami), padre (I). Ali ^\ (arabo), futuro, che deve Alii iar.),
fiero, orgoglioso, «ybf Alai (arabo ture), pompa, i Atala (vai.), tanto,
solamente. Atità (sanscr.), una volta, oJim. A"tt« (gr ), voce con cui si
chiamava la balia, la nutrire. A"tt3 (gr.), vi.ee con cui i giovani
chiamavano il padre (2). Atta (lat.), voce con cui i giovani chiamavano i
provetti. Alta, padre, presso i popoli Sabini. A"*tfl (gr.), padre.
A"ttix (frigio), padre,d'onde A'tuj (frigio),*ATTU{, il Dio Ali, il sole.
Alta (Bythinia), Giove, cioè padre, epiteto comu- nissimo a Dio; perciò
Jupiter, Diespiter, Mar*' spiterecc, nomi fatti coll'aggiuntn della parola
pater alle varie voci Jovit, Die», Man. A"tt« Alta (Bacco), padre (3).
Atta (gotico), padre; Atta unsar, cosi comincia il Palei noster di filila.
Otacs (illirici), è una modificazione delia stessa radice. Dal gotico. (I)
CGehelin, Vili, 41)4. [» Schrev. (5) G. Gcbelin,lV,568. Digitized by Google —
427 Atta resta ancora Etti (padre) nel dialetto tede- sco della Svizzera (1).
Atta, padre, presso i selvaggi del Canadà e della Virginia (2). Veramente nel
Canada pronuncia- si Aihtaa. Atta (America Nord, Capo Tchoukthi), padre. Aitata
(Grocnland), padre. Aitata (Parry o Isola dell'inverno), padre. ^«e(Tangut),
(Czercmissi) come Otte (Sla- vi), padre (3) devono derivare dall'automatico
otta, padre. A"tt* (gr.), alcuna cosa, qualche volta, o/im Attah (Africa
Dagwtimba), tre. Atto (Pigrizia mariti., fam. Ardrah), cinque. A'tta Jì*
(ture.) Jì». Matta, finché, fino a. Matta (Pensilvania), avere (4). AUja
(ungh.), padre. Atja (Africa, fam. Aranlia), padre. Atyatch (America Selteutr.
Tarahumara), padre. Av. ax (cbr.), padre, avo, d'onde il latino Avus e tutti i
derivati nelle altre lingue. Av. y\ (turco), caccia, seh aggiunte, preda. Ava
\y\ (pers.), minestra, llimeotO, eco, usi- gnuolo. Avagava (sanscr.), membra.
Ba Ba i N. Guinea), padre. iVba (Africa Mandingo), madre. Ba lj (pers.), brodo,
minestra, latte coagulato, con (particella prepositiva). finii (ungh.), fava
d'onde i derivati babka, picco- la fava, baboaka, favella, babó, Vida faba.
Babuga, fagiuolo d'Egitto : e sono della sles- sa radice bob (ili.), fava, e
boba (valacco), fava. Bab wLt (arab.), porla, corte, capitolo d'un li- bro,
affare, oggetto, materia. Bab (pers.), padre. Bab ,Ìingua dei Grigioni), padre.
(l)Rapp. Phvsiol. Spr.IV, 113. tt] C. Gebelin, Vili, 516, eppuru Vili, 501.
Ìò)C Gobelin, Vili, 51 (i. (4) C. Gebelin, Vili, 523. Babà (Caraibi), padre,
zio paterno (1). Babà (sanscr.), padre, e bop, padre. Bal>a (Madag.), padre.
Babà Lio (arab. I. infantile), padre. Babà LI* (ture), padre d'onde i derivati
«iLb babek, |>adrc (in diminutivo) ^LLL babaibn (pers.i, i padri, gli
anlcuati, (JjJUL babaltjq * (turco), padre adottivo, paternità, suocero: nome
dato dai figli al secondo marito della lo- ro madre e da tutti ad una persona
vecchia e benefica. Da babà nel significato di padre deri- va aq babà. LL jp*
(turco), nome d'una specie d'Astore, uccello di preda, veneralo dai Mao-
mettani per la sua longevità. Babà (Senegal), padre (2). Babà (Algeri), padre.
Babà (Bassora), padre. Babà (varie provincie della INigrizia marittima), padre.
Balm (Madagascar di Tatuatane), padre. Baia (Madag., d' un nativo allievo della
Propa- ganda), padre. Babà (Ternati Molucche), padre. Babà (Orenoco Amazzoni,
Capo Nord, Caribo p.), patire. Babà (Guyana francese), padre. Babà (Avaro,
lingua Akusha), padre. Babbo (Orenoco Amaz. Saliva), padre. Baliaiuman
(Gitadalupa), padre. Babuk (Java mod.), padre. Babama (Nigriz. mariti.), padre.
Bobina (lingue Nigriz. interna), padre. JBabi (Orenoco Amaz. Yaruba), padre.
Bùpa (malese), padre. tìapa (Java), padre. Bapa (Kawi), padre. Bupa (Sangir
Molucche), padre. Bupa (Sumatra Malayou Ictter.), padre, poi sem- plificato pa,
padre. Bapa i famuli, padre. Bapa (Bali volg.), padre. Bupa (Isola Zubu,
Filippine), m C. Gehdin, Vili, 5 (grec), voce inarticolata: d' onde Boipog»,
emettere voci inarticolate, fa- BdxTtj?, loquace, garrulo, che parla di scioc-
chezze, nugator. Dalla stessa voce papa in questo senso deriva baburt (lat.),
garrire. Co- si ?jij/.!tv (grec), cuna, £a£aXtcT)pta, cune, derivano da babà
nel significato di bambino, che tal voce emette. Uni": (ingl.), bambino.
Babia (siriaco), fanciullo (1), infante. Babioles (Irauc), giuochi da
fanciulli, ninnoli, nu- gae, cose relative a boba (nel significato di
fanciullo). niL3 Babà (ebraic), pupilla dell'occhio. Da que- sta forma deriva
bebek. ■j ^A t (ture.), pupilla del- l'occhio. Deriva dal significato di
bambina, fan- ciulla, come da pupa pupilla (fanciulla), pupil- la (lai.) e da
xo'pa (greco), fanciulla, xópa, pu- pilla, e nei dialetti veneti dicesi la
puttina, cioè fanciulla ; ed in ebraico stesso dicesi D3 Bad che vuol dire figlia,
senso vicino e spesso usa- to promiscuamente per fanciulla: cosi in fran- cese
fillet per ragazze. Babà (Nigrizia mariti., fam. Ardrah), uno. Babà (sp ),
bava, d'onde i derivati : Babaza, bava densa ed abbondante. Babosa, lumacone
ignudo. Bóbeo, il far bava (sostantivo). Babaso, bavoso. Babùsillo, un po'
bavoso. Babimear, coprir di bava. Babero, babador, babadero, bavaglia. Babera,
balxrol, pezzo di tela al meulo delle maschere. Ba ba è il suono prodotto dal
contatto delle lab- bra bagnate: restò nome dell' umore (bava) che umetta le
labbra stesse. In italiano pro- nunciavasi pure babà (per dire bava) , co- me
si deduce dalla parola babbajuola , che vuol dire quel pezzo di tela che si
pone al collo dei fanciulli perchè non s'imbrattino . la veste. Bobine (frane),
labbro di vacca deri- (1) Daraascius in Vita Isidori apud Pholium. Digitized by
Google - m - va dall' automatico ba ba nel significato di bava. Babaio
(tagal.), parlare. Abbiamo veduto babare (lai.), garrire. Babalu (Java Madura),
otto, d'oude balu sempli- ficato (Sumeuap), otto. Babar (Java), partorire. Si
ricordi babà, fan- ciullo io tante lingue, e bùba, levatrice in un- gherese e
13 bar ( sir. ), figlio, forma che corrisponde alla parola babar, poiché abbia
perduta la reduplicazione. Tali voci riuscirono simili nella forma e nel senso
perchè prodotte primitivamente in occasioni simili. In relazione con babar,
partorire, vi è pure babaui (Java, Tagal). donna. Babà (indiano), mimosa,
scandens. Babari ^Lb (pers.), pepe nero. J?fl6&tìcci0 (il.), bahbacrione.
BalAmno i il.). Babat (frane), sciocco (I). Babazorro (sp.), goffo. Babieca
(sp.), idiota. Queste e le altre parole simili babbala, bal>- balta, babbeo,
babbione, babboccio, babbuuo, babbuino, babbuasso (idiota) sono parole di
scherno, alcune delle quali formate dal suono ba ba ba che si produce
applicando la faccia palmare della mano presso l'origino delle dita contro le
labbra leggermente aperte, mentre si emette l'aria, e levando alternativamente
la mano stessa, il qua! atto chiamasi dare la baja e baja. Quest'origine
automalica deve avere babà nome proprio d'un uomo di stoltezza proverbiale al
tempo di Seneca: tal nome de- ve essergli stalo imposto per derisione. Anche
oaòt'a (sp.) usato nella frase ettar e* babia, (star colla menle altrove) deve
derivare automa- ticamente ed indicare un momento di stupidità. Babat «>bb
(pers.), felice, forte, potente. Babér (ungh.), alloro. Babhru (sanscr.),
donnola, Babimoa (sanscr.), fu. (1) MysL de Paris. Vol. |. (Java), porco (1).
Babi (Mal.), porco. Babys (egizio). Nome proprio di Tifone, genio del male, nel
cui mito entra il porco (2). Babiles jJLjb (pers.), specie di papavero, velo di
donna. Bobini (~ , .) . _ , . /Cafri { due. Biihen l / (fam. Kaylca), due.
Babion (fr.), piccola scimia. Bùbirkói (ungh.), grattarsi, fregarsi;
Bàbirkùlósj il grattarsi, Tatto di grattarsi. Babit (lai.), insuperbisce.
Babizan Jlyxilf (pers.), che risponde, garante, cauzione. Babole» (fr.), le
niufe dell'apparato genitale mu- liebre (3). Bàbos (ungh.), cavallo, chinea
ambiante, che va di passo. Babas t babotan (ungh.), di varii colori; pomato.
Babouin (fr.), scimia grande, babbuino (it). Babral (ungh.), grattare,
Babrólàt, il grattarsi. Babullyq (jpjjob (ture), osteria, taverna. tifili
babuné (pers.), camomilla: questa voce è zione (cosa da comare levatrice). La
camomilla si usa moltissimo nelle condizioni di puerpe- rio, onde fu detta
Malricaria, cioè adatta al- l'utero, alla matrice. Babùrrus Baburra (lat.),
sciocco, stollo, ineptui. i Aj bai (lurco), ricco. Bahi (Filippine), acqua.
Baia (gr.), nana, femmina piccola. Baja (it.) nel senso di beffa, e Baja seno
di ma- re, paragonalo alla più vasta apertura della bocca, d'oude Bajae (lat),
Bahia (portogh.), Baie (fr.),Bay(mgl), 0ai/e (oland.^ 6ayer(fr.), tener la
bocca aperta, quindi bayeur, bayetue. bayard. (I) Bontius, HisL Nat et Med. L.
V, 67, lo seri- ve Baby. BA Jablonski Pantheon Aegypt HI, 102. Plutarch. d*
Iside. (S) Venclle. Trattato della generazione, trad. te- desca, pag. 80. Al
Digitized by Google - 430 - Baiback (Astracan), specie di grandi marmotte (1).
Baiai ^3 (sir.i, confondere. Batbagia (sansrr.), canna da zucchero. BaX^t?
(gr.), catenaccio, barriera, carcere di ca- malli. Barn Barn j»L» (turco),
tetto, alba. fittimi \S. Olanda), colon-, nomo. Bomba (ungh ), stollo, macaco
(dial. ven.). Ba>jja (gr.), riduzione automatica di acc- io, salsa, tintura;
deriva da W«9«. Bambalina (sp.), la parte supcriore della decora- zione del
teatro. Ba^aiVo (gr.), parlare come i fanciulli inartico- latamente. Bambino
(il.), Bombiti (fr.), rimbambire. Bamboccio (il.), Bamboche (fr.), pupa,
immagine di ianeiullo. Bamltoozle (ingl.), corbellare. giare. Binubo
(portogli.), vile, làche. Bnmbalear, bambanear, bambolear($p.), vacillare.
Bambolleo, Bamboneo (sp.), vacillamento. Forse in origine avrà significato
cullare il bambino, nel qual atto si fa vacillare la cuna. danti* (Taili),
canna, Mambu (Taiti). Pianta del genere Bambousa. Bambou (Caraihi), cauua (2).
Bamboo (ingl.), canna di zucchero. Bambù Bambrn (lingue indiane), canna,
bastone. Baobab o Bahobab (lingue d'Africa,), così chiama- si l'Adausonia
digitata che e l'avo della vege- tazione. Prospero Alpino scrive Boabab: è la
stessa pianta che i selvaggi del Brasile cliia- Jraticuponhe (3). (1ì Viaggio
del coni' Polucki ad Astracan. {■!) C. G ■l.otin. Vili. BOft F.trsc è la slessa
parola d'origine indiana ripetuta Bella lingua dei Caraibi, per- die
introdottavi colli conosceau della collari J-llo cuccherò, (T.. rVintiiu. Hi*t.
Nat. I. VI. pelo del viso e del mento. Barba (lat.) Barba (il.) Barba (sp.)
Barbe (fr.) Barbidau (fr.), la clitoride (I), Barba (dial. veneti), zio.
Barbaglio (il), abbarbagliare. Bargìglio (il ), sciocco, delirante. Bai Bui bai
(Molucche), terra. Bau Baubau (il.), voce mata per far paura ai I ni (per lo
più per ischerzo) coprendosi il v ol- io; d'onde il Baubau spettro, fantasma,
nomi- nando il quale si fa paura ai bambini. Rei dia- letti veneti si ridusse a
semplicità el Bao: cor- risponde ali Acca dei Latini. Dicesi pure der Baubau c
/f'aumau in varii paesi della Ger- mania dove più generalmente dicesi der .Vunv
mei da mum mum, suono con cui s'imita la pre- tesa voce di tal essere
fantastico (2). Similmen- te in greco dicevasi Mop|ia>. lo rileugo che da
questo suono bau bau, usato collo scopo di far paura e quindi fare star cheli i
bambini, derivi il greco £au{3aw, assopire, e quindi dormire : e forse BaojSoi
(5) Baubo, nome della nutrice di Cerere che dicesi averla assopita, è lo stesso
che il nostro speltro Baubau, cioè la voce òom bau personificala. Be Bè (America,
Anahuac, Othouii), madre. Bebado (port.), sazio, satollo. Bs'^ats; (gr.),
stabile, fermo. Bebé (selv. Brasile), ala (4). Bebedi ^4X0 (pers.),
maliziosamente, da mal- vagio. B;£nXa |gr.), cose sacre, alle quali era
proibito l'accesso ai profani. Beben (led.), tremare. (l)Venelle. Trattalo
della generazione. Traduzio- ne ledwa, pag- «0. \i) AdelUOg. Diz io voc>
Mummel. i3) Schrev. in voce, che la deriva da j3«u;iati>,sopi- re, dormire.
(t) Georg. Marcgrav. de Brasiliae reg. pag. 19. Digitized by Google - 431 _ r
jaj (turco), animale feroce. Bebtriè ajyx» (turco), rosmarino. Bs'pptjxes
(gr.), quella parte che è tra le mascelle. BeburjAi (|>ers.), disposizione,
amministrazione. Bebé ( ronfi), parlare. Belbèkè aXxJL» (turco), butirro
fresco. Bh Bha (sanscrito), raggi del sole. m Bibate (ungh.), balordo, goffo,
sciocco. Biber (led.), castoro. Biber (turco), pepe ; biber (ili.), pepe, venne
direttamente dal turco. Biblu- li (sanscrito), teme. Bibel (Senegal), matrona
provetta (I). BibeliJdes (ungli.), giuoco, scherzo, minchionerie. Bibelòdik,
scherza, giuoca. Bi>> (ingl.), bavaglio. Bibi (ungh.), cicatrice, anche
bibt. Bibi (Guvana francese), madre. Bibi (Guadalupa), madre. Bibi (per».),
padrona di casa. Bibi (Ir.), specie di ornamento di capo per don- na, cuffia.
Bibi (ted.) (2). Bili (lat.), ho bevuto. Bibigi (Tonga), fanciullo, bambino.
Bibirctó (ungh.), eruzione alla cute, pustola, fo- runcolo ; bibirkél,
grattare. Bibit (Java), seme, origine. Bimbam (sanscrito), simulacro, idolo.
Bimbo ni.), fanciullo. Bimbo (ungh.), gemma di fiore, bottone, boccia,
boccinolo. Il imi ir (it. ), capre che allattano i bambini (bim- bi ), nelle
quali determinasi la secrezione del latte artificialmente coli' orticazione.
Bimbin (dia), ven.), i) pene, forse nel sij di bambino, a cui si paragona. Bit
e piv (turco), sposa. Km Boa (Tonga), parlare, ffoau. Bob (ingl.), briglia (t.
nautica). 1) Adclung. Diz. in ma Papa. Le Juir erranl Trai. Bob (ungh.), mazzo
di penne nel)a testa degli uc- celli, vertice, ciuffo, pennacchio ; oppure bùb,
d' onde bòbita, ciuffo, cuffia, pappo dei frutti. Bób (ili), lava. Bobbin
(ingl.), rocchetto. Bobina (sp.), rocchetto. Bobó (it., lingua dei fanciulli),
cavallo. Bobo i pori.), buffone. Boba, boba (sp.), sciocco, buffone da commedia
; d' onde bobear, dire sciocchezze ; bobaso, bo- bole, scioccone ; bobon,
bobona, l>obitto, bobnu- eillo, scioccherello; embobar, abobar, bobamen- te,
sbalordire, stupire. Bobitla, bocca panciuta, gala. Boberia, bobada,
sciocchezza. Bobaltas, scioccone ; bobaron, bobalicon, bobati- co, dello, fatlo
goffamente, òoòaitcameiife. Bobetosh (ChipewaLs), fanciullo (1). Boboola
(Touga), prigioniero. BobilU, bobilis (sp.), senza cura, senza pena. Bobhugiatc
(sanscrito), divora ancora. Bobhujate (sauscrilo), è in copia. Boi (turco),
taglia, statura. Boia «jjj (turco), colore, tintura. Bombo (it., bug. dei
lanciulli), bevanda, vino (2). Bs(i£adicuv, £op.j3aXt£e(v, na|XfaXu^«tv.
Bs(i^ai.twv, bombalio (lat.) (3). Booby (ingl.), balordo, nigaud. Br Bruti
(it.), lingua dei fanciulli, bere. Bpùv (gr.), voce dei fanciulli che domandano
da bere (4). Forse da questa radice automalica deridano ter "IN3 cisterna,
beer BOftaa, Brttnu, Bninnen (led.), pozzo, fontana, e bor (unghcr.), v ino.
Questo suono automatico è un prodotti) necessario dell'aridità di tulio il
canale dall'esofago alle labbra, nella quale condizione spingendo V aria pel
canale della bocca, come per cercare di rinfrescarsi, vibrano passivamen- te la
lingua e le labbra. (!) C. Gobelin, Vili, 522. (2) Lasca, Cena II, N. 2, 154.
(3) Orai. Caleni, Orai. Cicer. (4) Schrev. Ltx. Digitized by Google Bh yj
(turco), amore, speranza, concupiscenza naturale, carattere, imitazione, odore,
profu- mo ; oppure bui ^j. Bu (teutonico), fabbrica, d'onde flou, òauen. Bua
(lat.), cibo minuto e trito, praeniansu.%, be- vanda, d'onde exbuo esinanire,
esaurire, im- buo. Exbuae, fanciulli slattati, « exbuae quac cbiberunt quasi
epotne. » Bua (it., ling. d. fanciulli), dolore, male, soffe- renza. Bùb
(tmglt.), capo, vertice ; d'onde derivano Bùbos (ungh.), che ha il ciuffo,
fliifcos (ungli.), prendere alcuno per il ciuffo, azzuffare. Buba (Tibet),
spuma (1). Buba (ungh.), pupa, fantoccio. Buba (sp.), enfiato, bolla, lue,
sifilide (2). Bube (ted.), ragazzo, giovinotlo. Botjbe (valdese), un piccolo
ragazzo (5). Bubba (illir.), baco da seta. Bubbe (illir.), verme da seta. Puppe
(ted.), crisalide, ninfa. Bulmlui (lat.), bufalo. Bubby (ingl.), poppa,
mammella. Bùbànat (ungh.), affanno, dolore, cura. Bubinare (lat ), lordare di
sangue mestruo. Imbutitore (lat.), lordare con lo sterco di fanciullo. Bo^trew
(grec.) e f3oX£t'?ov, sterco di fan- ciullo. Haer te imbubinat at hir contro te
imbubitat. (Lucil. apud Nonium). Bublinuni, specie di vino ili Bmftn (grec),
inguine, anguinaia, d'onde flufro (lat.), Buboju (vai.), Bubbone (il.), flubon
(fr.) Bubo (il., L d. fanciulli), il fuoco, flubo (ingl.), tincone. Bub«niii,»,
un'erba. (t) Wùllner. Verwantltschart d. Indogcrm. ec. pag. 19Ó. (3) Forse è
una forma derivala da jj^tov, ingui- ne, e Bubo, nit, Inibitone, gonfiezza
degl'inguini, fe- nomeno l'reqiienlissiino in lata maialila. (3) C. Gobelin,
Vili, 509: « Un pelit goujat. « (4) Feslo. Bubhukta (sanscr.), fame,
bubhùk$haU, vuote divorare. Bubonk (ungh.), bolla d'acqua. BoX^o; (grec),
bulbut (lat.), bulbo (it), Bulbt (ted). Ma Ma (sanscr.), madre (1), d'onde Mà
(sanscr.), moglie di Yishnù, forse la luna. Ma (Tidor), madre. Ma (Perù
Morihii), madre. Ma (Indostan), madre. Ma (Pigrizia), madre. Mah *L, (pers.),
luna, mese. Mah (Kamul e Turfan), luna. Mai (Asia Osset), luna. Ma (teutonico),
parente, consanguineo (2). Mà (sanscr.), luce. Mà (IN. Iti), netto. Ma Le
(pers.), noi. Ma (Irai Esthonio), terra. Ma (Wogul), terra. Mma (Fiunlaudia),
terra. Maha (Colombia), terra.' Ma (Rcg. del Wilo), bocca. Ma la lerra. Méuuz E'U«? (Grecia). J Tal nome
davasi al paese nativo ed alla ter- ra in genere nel significato di madre e di
nutri- ce, come dicevasi alma, cioè che nutre come la mammella; perciò figura
vasi anche con tante mammelle. La stessa analogia, sentita da popoli diversi,
fece dare lo slesso nome al paese dove si vedevano essere nati c alimentati.
Marna (Tonga, Tagal, malesi ), masticare. Marnali (Java), masticare, d' onde
mamulac (Madag.), ronqiere (5). Mamma (Tahiti), brodo (i). Mamà'liga (vai.),
polenta. Mapiisv (gr. ling. de' I. ninnili), mangiare. Mammut (Esquimesi),
nutrimento (5). Maina (Briiuswic), birra (fi). Mammat (sanscr.), ebbrezza
deliziosa , carezza, diletto : dicesi pure mainante, manmatha. Mamor (migli.),
ebbrezza. Marnilo (illir.), lusingare, allettare. Maini (Madag.), dolce. Forse
in origine voleva dire latte. Maina (Tonga), luce, mondo, fiaccola (7). (1) C.
Gclu-lin, Vili, 5Ó0. (2) Genovesi, Logica ordinatrice, LXVH. (3j Humboldt, Kawi
11,227. (4) Grbelin, Vili, 515. (5) C. Gebelin. Vili 49tt (6) Li-ibnit/..
script. Rrnnsvic. L II, pag. 90. Cerevisia quam marna appellali!. (7) Humboldt,
Kawi, II, 227. Marnata (N. Zel.), vedere. .Vania (sanscr.), me, a me (pronome
di I. p. sing. nei casiobbliqui); dicesi pure mom, me, poi ma. Maame (Madag.),
essere. Marnalo (Moluccho Guebé), lingua. Marnano (Touga), amare. Mamacun
(Molucchc), braccialetti di quegli iso- lani. Mamafa (!S. Zel.), leggermente. 1
Mamàra (sanscr.), sono morto. Maineingo (N. Olanda), testuggine femmina. Que-
sta parola deve essere in relazione con marna nel senso spontaneo di madre, e
con mania (Ton- gn) nel significalo di mondo, luce; nell'Oceania la carne della
testuggine si considera come sa- cra, e nei lipi indiani la testuggine sostiene
l'e- lefante sul quale poggia il mondo (I). Maiupoi (gr.), sorla di medicamento;
diecsi pure 3la(iT,psì. Mamita LìaxL» (turco). Iva moscata (pianta). Mommi
(Java), schiavo. Vàmmog (ungh.), fare qualche cosa adagio e da se soli. Mammoni
(ingl.), pezzi, frammenti; maifn, stor- piare. Mattinati (Tahiti), distruggere,
stritolare. Manto (dia), ven.), sciocco, babbaccio. Mammola (it.), piccolo
ragazzo, d'onde mnmma- l ino, puerile: torse deriva da mamma, mam- mella, come
a dire bambino clic dovrebbe anco- ra poppare. Mamma (Ilawai), dinanzi, prima.
Maijima (sanscr.), temperatura, mollezza nei me- talli, oro, ferro, e
nell'animo. Manto (malese), discendenti. Mamm (Tahiti), silenzio. Mmn (ungh.),
ortica. .Vaino (Madag.), ammazzare. Muntola (sp.), |>assar la mano sotto il
mento. Mumona (sp ), rosa, succio, arrossamento della pelle del viso per bacio
od altro, contatto. Mamotrclo (sp.), libro di ricordi. Mamuri (Tawghi
Samojedi), terra. (I) Romagnosi. Tradii. Oceaniche. Opere, t. H, p. I, pag. 652
Digitized by Google Mammina (sanscr.), onore. Maou (Chinese AnaiuiUco), Mau
(Cafri), madre. iìlaau (Egitto), madre. Mar VarmaJìi ^t^Lo (ture), anguilla,
pronunciasi anche murimahi. Marmaille (fr.), numero di piccoli fanciulli;
d'onde marmaglia (it.) Marmane ail^l» (pers.), serpente femmina (av- vero.),
come mi serpente. Marmaseli (cimbro), midolla. Marmai (fr.), scimia a lunga
coda, d'onde mar- mmuet, figura grottesca, piccola figura di fan- ciullo.
Marmuhrc t^jt^jt (ture), pietra che dicesi tro- varsi nella testa dei serpenti
e dei draghi. Matoto (Monomotapa), sole. Me Me (Africa Australe, Hurrur),
acqua. Me (Tibet), fuoco^ Me (lat.), pronome. Mi, s'ju (grec), me. Me
(Zingaui), io. Me ut (ture.) e ma, tenete, ecco, guardate. Me m (pers.), luna,
mesi, oppure «Lo ma, luna. Meh (ungli.), ape. Mehnm ^ (ture), tutte le volte,
che. Mejo, a» (iat.), pisciare. Msjiaa (grec.), io fui pronto. Memal _>L^
(arab.), morte. -Venie (ture), mammella. Meme -T3r>Q (ebraie), acque (1).
Meni (Frisia), madre. Meme (Orenoco, Amaz. Moxos), madre. Miime (ted.), madre
(2). f madre, donna vecchia, mammuc- Màmme ted. I cinj e uonio v ile,pollrtm
(fr.), vi- Memme ted. ) ghacco, cioè paragonato ad una (!) P. e. Exod. VII, v.
19, IV, v. 9 plurale co- struito. Questa a me sembra la forma più vicina al-
l'origine. (V. Su della Grammatica in quest" opera). (2) Pronuncia mime quasi
e stretto (Adelung. Ili*, in voce Muhme). — 435 — •Venie (dial. veu., ling. d.
fanciulli), zia. Memo memo (sp.), sciocco, inesjierto. Memma (it.), tango
oppure Melma e (Ingl.), : Memer 1DD (ebr.), amarezza. .Vernini, memor (lai.),
io ricordo, M'uso (gr.), io rimasi. iVcn ^ (pers.), me, quegli, io. Menn
(pers.), bontà, benevolenza, favori, bc- neficii, peso, misura (arab.),
alimento, misura di biada, manna. Men ^ (arab ), di dentro, iu fatto, in mezzo.
Meninos (pori.), piccolo. Mermar (sp.), calare. Mi Mi (danese), io. Mi (ungh),
noi. Mi & (ture), particella che aggiunta all'aoristo dei verbi gli dà il
significato di presente , ag- giunta al preterito gli dà il valore d'imper-
fetto. Mia (basco), lingua. jVia la* (arab.), intestino. Mie (fr.), nome che danno
i fanciulli alla loro go- vernante. Min aw«, particella che dà la forza di
presente al- l'aorislo, dà forza ah"im|>eralivo ed interroga. Mihi
(lai.), a me: da questo deriva mi (il.), a me mii (sp.), me, mi, io, mio. Mìm
(chinese), congiurare, far patto (I). Mìni (chinese). piccoli vermi che
corrodono le biade ('_>). Mim (America N. Spago., lingua Huasteca), ma- dre.
Minieh (Bali volg.), madre Vtma (Asia Korycke di Kolima), acqua. Mimai Mimi
(fr.), termine vezzeggiativo generico per giovine donna(5). M) Bayer. Confuc.
(2) Bayer. Confuc. (3) In un dramma allegorico, rappresentato ad Amsterdam nel
1743 intitolato La Prèsomption punte, figura Maria Teresa sotto il nome di Mimi
(Voltaire. Com-snond. 111. 356). Digitized by Google — 136 — Mi ti (grec), da
p.cu.eo|uxt imitare, fare smorfie, d'onde mimu$ (lat.), mimo (iL) Mt(ioi
(grec.),*scimia, d'onde moima (valacco) e maimuca, scinda. Majom (ungh.),
scimia, e mniiiwl, imitare, e maimun, ^jy+H» (ture.), sci- amo (pori), carezze,
d'onde mirnoso, dolce, de- licato. Mimo (port.), presente, regalo. Mimo (ili.),
oltre, lungo, vicino, rasente. Min ^jjjt (arali.), io, me. Min (aiMh.'i . di
dentro, in fatto, in mezzo. Minne (oland.), balia (B. Sassone). Minne (ant.
tedesco), amore. Misch { j t ^jo (pers.), pecora. Misch misch (arab.), specie
d' albicocca comune in J>iria ed in Africa, che al tempo delle Crociate
prese il nome di ammazza bian- chi per la mortalità che cagionava negli Eu-
ropei che se ne cibavano. Mo Moach (ebraic.) Hfi, midolla. Moej (oland.), zia,
nonna, aia. Moj (egizio antico), acqua (1). Moje (b. tedesco), bello (2). Moiu
(Club), mammella (3). Mom (oland.), specie di birra. Momak (ili.), il paggio.
Momcich (ili.), fanciullo. Mnmar (aulico siciliano), stolto (4). Moine (ingl.),
matto, sciocco. Monto (sp.), smorfia. Slama* (pori.), sberleffo. McJ(ao« (
grec. ) , disonore , vergogna , d' onde Momo. MrJ|io{, momus il dio della
beffa, dello scherno, del riso, e *y„>w.\ii: burlare, schernire. Momus
(lat.), ignominia, disonore, riprensione. Momerie (frane), Mómmery (ingl.),
buffoneria. Momeria (sp.). Momiers (fr.) : cosi chiamansi in francese per i- t)
Joseph. Flarius in Apion. 507. 2) Rapp. 3) Georg. Marcgrav. C , Siculi sliillum
vocml. Festus. sclierno i Metodisti. Questa parola restò positi- vamente come
nome dei Quaccheri ai quali fu applicata per derisione alludendo alle loro
convulsioni, al loro tremare. Momoco (Tonga), freddo. Momong (Java), nutrire.
Moo (Cafri), terra. i * w . (Asia, Piavo o Karaya), sole. Moot Mootnatj (Asia,
Parsockoo, Burina), sole. Mu Mu (Fani. Tongus), acqua. Mu (Manciù e Tongù).
acqua. Muja Mu y* (pers.), capello, pelo. Mu (lat.), qualunque minima cosa.
Multa £.L* (arab.), Mui ^ut (arab.), ' Muj (Ziugani), bocca. *J (Tombuctoo),
bocca. Mtjje Mùy (sp.), molto. Mum (pers., ture ), cera, Munta (arab.),
candela. Mini (copto), petroleo, asfallo. Da questo Mum (copto), petroleo o Mum
(pers.), cera, deriva Lusjjo Mumia (arab.), petroleo e ìjjìj* mu- mì'et, d'onde
Mummia (il.), Momie (fr.), Mumie (led.) ec. cadavere imbalsamato. Momio, i
(sp.), magro. Munta (Mingrelia), padre. Mu (Suan), padre. Munmo (Karelia),
madre. Mum (Permiano proprio), Muimj (I rai Wotieco), Vinari (valacco), madre.
Mumma (lingua del Grigioni), madre (1). Munta (cimbro), zia materna. Muhme
(ted.) Muoma (Glosse di Monsee) Miimmel (led. secolo XIV) Muentel (poeti avevi)
Munta jpjo (ar.), suddetto, e particella die serve di (t)C GebelinJH. Eufonie.
zia Digitized by Coogle — 137 — congiunzione nel discorso; è di un uso assai
indelenninalo (1). Mnmi (ar.), ebe dà ad intendere, che fa al- lusione ad una
cosa, (ted.), maschera, (ted.), birra di Brunswick. ^luminerò (Sicilia e
Calabria), testa. Mùu.» (gr.), specie di cibu preparalo colle carni e col d'
occhi. Pa Po' i Y Zelanda), vocativo per la madre e per il padre. È
evidentemeute la scmpUGcazionc del- l'automatico popò. Pa (sauscr.), bere,
nutrire, semplificazione di papa; da questo deriva «a'a>, pao, d' onde
panca. Pa li (pers.), piede, vestigio, causa, pretesto, ba- se-' pai ^ (ture.),
porzione, parte, grado. Pa (elu'nesc), ottavo. Pa (sanscr.), stuoia. Pah
(Missouri, Colombia, Wincbago o Puants 0- mawah), testa. Pah (Missouri,
Colombia), naso. ni (varie lingue Sioux), naso. Pau Paha (Tahiti), forse. Papa
(peruviano), patata ; dicesi pure Papas. Papa (lat.) e Pappa minestra, cibo dei
fanciulli, d'onde pappare, mangiare (Plauto), mangiare il cibo masticato e
rammollito colla saliva qua- le sogliono preparare colla propria bocca le balie
ai bambini (2) ; pappare (it.) mangiare smoderatamente, e pappata; impappotare,
spor- care, sporcarsi colla pappa ; pappolata, gran panciala : pappatore,
mangiatore: pappatoria: ingordigia, il mangiare assai: pappalecco, ghiot- to,
leccornia: pappino, custode di ammalati (che distribuisce le pappe). Papa (sp
), pappa. Sono suoi derivali empapar, imbeversi d' una scienza, (1) Cioè è un
suono automatico, che non ha ancor beno ricevuta un'allusione precisa, dalla
quale solo può giungere un primo senso. Vedi Trattolo ideologico. fi)...
pappare minulum Potei* . . (Pers. sai 111.). Vol. L colla pappa; papar, pappare,
poco. Papa (pori.), pappa, minestra dei fanciulli. Da questo dcriv a forse
papar, prendere, buscare. Papa (ol.), pappa dei fanciulli; diecsi pure Pop.
Pappe (ted.), pappa: anche der Papp e Pappe e in basso tedesco pompe e pimpe,
i>appen, nutrire, e nutrirsi con pappe. Pappe, pasta, volle dire anche
cartone, perchè fatto incollando varii fogli di carta uno sopra l'altro, dove
la colla si chiamò col nome della pappa per la sua somiglianza; quindi pappen,
unire con colla due fogli di caria. /*op (ingl.), pappa. Papa (sanscr.),
cuocere. Il primo significato sarà stato quello di minestra, ovvero di qualche
ci- bo cotto. Ne derivano papaschiate, si cuoce di nuovo, pipakthali ) vuole
cuocere, e in greco ite««tvw e «e'itTu, cuocere. Pappo (it., ling. intani.), il
pane. Papa (lai.) radicale, d' onde il diminutivo esisten- te nel latino
classico, Papulu e papilla, mani-* niella, d'onde papiilatm, papillari», ecc.
Si ri- cordi babag (uugh.) mammella. Papp (svedese), capezzolo della mammella
(1). Papa (llawai), membro virile, stipite. Papa (llawai), tavola, asse, piallo
di legno, una pietra piatta, riga, serie, classe, ordine, divisio- ne di
uomini, piauo di casa. Papa (lat.), padre, d*onde popputo, chiamare il papà,
Papias (Bulcng ), padre. Papà (il.), padre. Papa (ir.), padre. fopa (ingl.),
padre, babbo. Papa (ted.), babbo. Pappa (sved.), padre (2). Delira (gr.) e
Haiti?»?, padre (3), d'onde «ait- i?9Ì£co, chiamare il papà. Papa (frigio),
padre, e n. proprio di Alys secon- do Diodoro Siculo (4). (1) Adulung, Diz. in
voce PfafT. Ì-) Adelung, Diz. in voce papa. (S) Arislot Efprjvij in principio e
ExxXijc (4) Dici Académie Ir. Aggiunte io voce papa. Digitized by Google Papa
(Brasile, Tupi), padre. Papa (America, Tamanaco), padre. Papa (Orcnoco, Amaz.,
Moxos), padre. Papa (iNigrizia inarill., Bullani), padre. Papa (Siberia),
padre. Papa (Tidor), padre. Papa (Mollicene), padre. Marcito; Papaeus (Sciti),
Giove, cioè padre (1). Marcito? (gr.) , a\ o, d'onde pappus (lat.) lanuggine
dei cardi paragonata alla canizie frequente ne- gli avi che sono spesso assai
vecchi: ne derivano pure rcarcrcws;, pap\xm* (lai.), avito, e «arcrct- frtav
(gr.), vecchierella. Papa (India), nome dato da molti popoli ai loro sacerdoti
sovrani (2). Papa» (Perù), cosi chiamavasi il sommo sacerdote. Papa» (armeno),
prete, sacerdote (.1). / > «/>«e,/Hi/«ir(lslaiula),sacertloti monaci,
elerìci(4). Pupa (a. sassone), prete, pape (h. sass.), prete. Papa, papas,
rcarci; (Medio Evo, tempi Bizantini), prete, cioè padre: allora chiamavasi papa
in scuso di somma dignità ecclesiastica ogiu* ve- scovo (5). Lo slesso
pontefice di Roma dava questo titolo al patriarca di Costantinopoli. Tutti i
patriarchi al concilio di Costantinopoli ottavo ecumenico sono detti papa.
Gregorio VII, condecreto del sinodo romano, ristrinse al sommo pontefice di
Roma questo titolo. Da papa (lat.) nel senso di prete deriva Pfaff (led.), che
nelf antico poema sopra s. Aimo trovasi Puff. Paap (oL), parroco. Da rcarc»;
(gr.) nel senso di prete deriva Pope (slavo) : anche in \allese dicesi pope.
Puipai (Brasile, Muuducus), padre. Pape ( America, Yaoi, fiume Cajana). padre.
Papai (Chili, Araucan), madie. Ipapu (Perù Chiquilos), madre. (I) llerodol. L.
IV. Alberti, Diz. in voce. (3) Aliti rti dici Ir. in voce 14] Dicuil Dementura
Orbis lei-rat citalo da Hum- boldt, AWnos,II.274. [51 Si scriveva loro con
rpiesla formula Damino papaeX. salutem, p.es. s. Agostino Ep. 13, IS.fci'ViOC o
s. Hieronymo cp. ad s. Augustin. ecc. Papa (sanscr.), peccato. Te papa
(Tahiti), ombra: comparisce pure nella loro teogonia siccome una divinità, ma è
sem- pre l'ombra stessa (i). Pappacchione (it), sciocco, stupido, babbaccione.
Popò (sp.), gozzo, soggiogata, d'onde papudo, gozzuto. Papiuoiu (vai.), zea
mais. fiacri^ (gr.), farina, polvere. Hat r (gr.), luoghi scoscesi. Palapal
JL^b (pers.), rapido, parlando d'un fiu- - me, d'un torrente; ba/aòa/ JLi^U
(pers.) fermo, fortissimo, veementissimo, modificazione di pa- lapal. Palpare
(lat.), palpum, d'onde palpito, as, are e nelle lingue derivatene palpare ,
palpita- re (it.), pipaire, pipaitu (vai.) e pipaetcu ecc. ; a palpar (pori.)
andar lentamente, piattola- re (dial. ven.), patiner (fr.). Palpebra (lai.),
palf>ebra. Pampa* (America), pianure d'erba (2): le» pam- pas argentili* de
l'Amérique. Pumpcr (ingl.), ingrassare, trattare delicatamente. Papa (llawai)
prefisso verbale: forma dei numeri cardinali i distributivi e i multipli (5).
Papa (America settentrion., Plateau d' Anabuac), luna. Pa (fam. Panis), luna,
deriva da papa semplifi- cato. He papach (Isole del Sud), guancie. Aipacofe
(sp.), cometa. Papada (sp.), soggiogo. Papatlai (Java), paragonare. Papatlilla
(sp.), parte carnosa sotto il mento. ftipag (Knwi), incontrare. Papalanqi
(Touga), giuoehetto, ninnolo. Pa}wlu (Malabar), specie d'albero di cui le
frutta sono commestibili. Poponi (Tahiti), chiudere, strappare (A). Papapara
(America), nome del frutto del Sapindo* safmiiaria. (\) Romagnosi, T. II. P.
I,p.fi35. Viaggi Kolzebue. (3) Humboldt, Kosmot. (3) Humb., Kawi, HI, 690.
Buschmann. (4) C Gobelin, Vili, 546. Digitized by Google - m — rapan (sanscr.),
Papangho (Madagascar), uibbio. Papangaye, cucumù, acutangulut, Syst. Limi.
Paparu papera, antichi nomi dell'oca giovine (1). Paparea (\ Zel.), guancie (2)
(Tahili). Paparinga (N. Zel.), guancie. Papasal (sp.), bagattella. Papaya
(India), frutti che si mangiano, e che han- no la forma d'una zucca. Papah
(Madura), quattro. Papat (Java), quattro, forse in orìgine nel signi- ficato di
piede , gamba (degli animali) : pa vuol Papeta (Orenoco, Amaz., Pareri), uno.
Papilo (Java, Madura), sette. Pitti (Gr. Oceano), sette. Peto (Java), sette;
forme derivate da popi/o ridot- to a semplicità. nanau, itairTocivw (3),
guardare intorno. Papaver (lai ), uno dei primi cibi, di cui si man- giavano i
semi, per ciò delti eesca : la radicale è papa automatico ; come in ispagnuolo
dicesi a- baba (il papavero selvatico); babà e papa sono produzioni fouetiche
dello stesso In inglese diccsi Poppy, o Poppey e in portoghese. Papazzino
(it.), Molacilla regulus (Syst ZooL). Pupe (Tahiti), acqua (4). Papeeta
(India), faba Strychnos Ignatii. Papelina (sp.), coppa. Papiiio (lai.),
farfalla, d' onde papillon (fr.). Papion (fr.), specie di scimia Papio (Syst.
Zool.). Papian (ted.), macaco, specie di scimia. Papirote (sp.), buffetto,
colpo colla palma della mano, d'onde papirotada, papirolada, pompi- rolada,
Papian (ungh.), coperta. Pupo (portogli ventriglio, jabot. Papolghaha (Ccylan),
Paponge (fr.), Gucumis (« (2) 5 4 De Leni? el Meni Dici. C. Gobelin. Vili. 54».
EichlmlT. 546. Humboldt, Kawi, II, 241, tabella 111,539. Tu papoie (Tahiti),
capanna (I). Pappel (ted.), pappele (cimbro), malva (2). Papu (Tahiti), piano,
pianura, (rancamente (5). Paptu (sanscr.) llixnos, pappus. n**uX te 5v (gr.),
Papylaeon (lai.), tenda, d onde partii, >u (fr.). /topi/nu (lai), rcdimpsc
(gr.), canna egizia su cui scrive» asi; preparavasi carta colla sua midolla; si
mangiava cruda e cotta, inghiottendone il succo ; se ne facevano dei vasi col
ceppo, se ne arrostiva la porzione del ramo aderente alla fecola; delle varie
sue parti facevansi corone per gl'idoli e battelli; si usavano i piccoli per
dilatare le fistole ecc. Paspenha (sanscr.), palpare. Palpai (Tahili), felici
successi (4). Paypay (IN. Zelanda), trae le idee di scapola, taglio, ombrello.
In tutte v'ha l'idea di i sione. Pt pe (ebraie), bocca, faccia. Pè (sanscr.),
parole sciocche, il diavolo. Pei' (pers.), piede, arra, pegno. Pèie tou
(pers.), palpebra. Pép (ungh.), polenta, pépes, misto con polenta, pépez,
pappen (ted.). Pepe (il., ling. d. fanciulli), polenta. Pepi (it., ling. d.
fanc), scarpe. Pepe (Asia scttentr., faro. Korycke), padre. Pepe (Celcbi,
Macassar), fuoco. Pepine (vaL), popone. Pepino (port.), cocomero. Pépin (fr.)
pépinière. Pépin, seme di mellone. Pepo, onw (lai.), mellone, popone. Pepel
(ili.), fuliggine. Pepeino (llawai), orecchio. Pepel (Java), coprire. ni*wv
(grec), molle, ignavo. (1) De Lens et Mérat Dici (2) Adelung in voce c. pronone
varie etimologie che non mi soddisfanno: io credo che derivi da pappe (pappa)
per t'uso comunissimo di farne cataplasmi. (3) Humboldt, K;.wi. 111.545. (4)
Humboldt, Emi, IH, 5G0. Digitized by Google Mr.los, ». rUriov, » (grec.),
Peplum, il Peplo (il.), veste muliebre. Pi « ^ (pan.) ^ pei, il grasso. fi
(sanscr.), bere, abbeverare. Pi •»£) (ebraic.), bocca, kaì fi« (arab.), bocca.
Pi (Brasile. Guarani), piede (1). Pi (Peni), piede. Pip (olandese), pipila,
pépie (fr.) Pijp (olandese), pipa. Pipai (ind.), Ficus Bengalcnsis (Syst.
Liuti.) Pipali (sanscr.), pepe, pipcr (lat.) ce. Pfèfler (ted.) Pipas, nome
d'un rettile. Pipata (sanscr ), sete, bibo (lai.). Pipi (Tahiti), discepolo
(2). Pipi (Java, Mal.), guancia, gota. Pipi (Hawai), spruzzare con acqua. Pipi
(Hawai), bue. Pipila (sanscr.), fico d'India. Pipiiica (sanscr.), formica.
flirt 3*o> (grec.), potimi praebco, bibo. rhrX.T)|j.t (grec.) «t|iitXtjp,t
«t>tr>.ij, riempiere, im- ple (lai.). Pimple (ingl.), cnfiatello,
pustula. PimpUwj (ingl.), enCatcllo, rufìianesimo, vile, meschino. Pipiter
(ungh.), camomilla. ntTTTto (grec), cadere. Pid (sanscr.), padre. Pilpit (osco),
quidquid (lai.) (o). Po (S. Zel., Tahiti, Hawai), notte. Po (Brasile, Maiali),
occhio. Pah (Brasile, Kiriri), occhio. Po j j foo (varie lingue del Brasile),
mano, firn ( ) Po (America, Sapiroconi), mano. Poh (Brasile, Palacho), piede.
htept ( ) Ipoupou (Oreuoco, Amaz., var. lingue), piede. lioubouruu ( ' (1)
Georg. M.trc«mv. d« Brasilia»» Reg. p. 23. (•i) Huinboldl, K.iwi, HI, 558 (3)
Lanzi, S. Etr. IH, 718. Poapoa (Oceania, Endcavour, Porkìnson), terra. Poipoi
(Tahiti), mattino. Pompimi. Pontpkin, Pumpion, Pumpkin (ingl), zucca. Pompon
(oland.), mellone. Pompont (fr.), ornamenti da donna. Poo (Hawai), testa. no'ù»
(grec), bere. Pop (ingl.), sopravvenire. Pop (olmi* I , fantoccio, poupée.
Popptgoed (oland.), giuoco di fanciulli. Poapa (Asia setteutr., Koi yeke),
padre. Pòp (illir.), padre, d'onde Pope (slavo), prete (sempre nel senso di
padre). Pope (ted.), prete russo. Papa (lat.) quello che legava e uccideva le
vitti- me presso l'altare e ne vendeva le carni; papa, goloso : da questo
derivano popina (lai) botte- ga di pizzicagnolo, osteria, taverna, e quindi
popinali», popinonet, popinerim, popinari, po- pinalor. popinatio. Papa (sp.),
poppa. Iloravov (grec.), Pttpanum (lai.), focaccia larga e rotonda. Poplava
(ili.), alluvione, fop/c* (lat.), poplite. toppa (il.), mammella, d'onde
poppare, popputo, a, poppellina ec. fo/jpe (America Beg. AUantica, dei laghi
Chele- chi), lesta. listai Popfta (Bitinia), Giove, cioè padre. Pop- paeuM
(lingua degli Sciti), Giove, cioè padre. Puppela (cimbro), bottone del fiore.
Poppij (ingl.), papavero. Popò (X Zel.) maltiua, popò (IN. Zel.), domani; a
papa (llawui), mattino; a bobo (Hawai), di mat- tina, domani. Popò (Hawai),
imputridire. llarst (lingua dei Driopi), gli Dei. « *ò»rot hi Omero passim:
proh Dii! probabilmente nel significato di jMidri. Popona (Bugis), aliterò.
Popula (lat.), verruche eminenti. Popnìm (lat.), il pioppo. Populogo (lat.),
tossilaggine. Digitized by Google - Hi - J'nupa (pori), fiocco, nappe. toupc
(fr.,, fanciulla (1). i'uupée (fr.), Tautoccio. ftmpa» (St.) j Poupin (fr.) )
fanciullo che allatta. Povpon (fr.) ) Poupoui (Tahiti), aUa vela (2). Pu Puj
(ortogr. fr.)jjj puf (pere.), inascella i'ulpa (lat.), Poulpe (fr)., Pufp
(ing.), ^uipa (vai.), ì*olpa (A.), pulpy, pulpou» (ingl.), l'ùp (ungh.), gobba,
pupot, gobbo. /*up (ingl.), figliare d'una Pupa (sanscr.), rame, Pupa
(sanscr.), pane. Pupa (lat.), fantoccio dei Pupa (ungh.), poppatola, fantoccio,
bamboccio, bambola, burattino. Pupa (sp ), crosta, bua, puposo. Pupnk (UL),
ombcUico. Pupich (ilL), pampino. Pupik (Esquimesi), lebbra (3). Pupta (turco)
«Jb^j, letto di piuma, edredon. Puppe (ted.), pupa^puppen^ bamboleggiare.
Puppet (ingl.), burattino. Pupu», a (lat.), ragazzino, lancili llino piccolo e
tenero, ragazzina, d'onde pupuluM,pupula,pu- pillu», o, pupilla, pupior, irit,
iti, far da gio- vaui, juvenor, ari*. Pube* (it), gioventù. l'ali' l (cimbro),
ragazzo, giovinotto, è della stes- sa radine che Bui* (ted.) che in qualche
dia- letto germanico pronunciasi Pube e Pubel in forma diminutiva (4). Pupu
(Tahiti), folla, quantità, (N. Zcl.), pienezza (5). fi) • Ma poupe . Volt
TbéAl. LVI, t.57. (2) C. Gebclin. Vili, 547. (3) C. Gd.elin, Vili, 497. (4) Si
confronti con questa categoria delle vo- ci automatiche in p quella delle voci
automatiche in (eoi troverà un parallelismo nelle forine e nei sen- si; pel
(piai*- è evidente essere d'un' identica natura, a solo l'ima variatili'
dell'altra p«l grado di forza. (5) Humboldt. Ka»i, III, 529. (Hawai), insieme.
Populut. Pnplut (lai.), popolo, d'onde Popellus (lat.), Popolo (it.), Ptuple
(fr.), «opu (vai.), l'ueblo (sp.), Pam (pori.), PSbel (ted.), Peo- pie (ingl.)
ec. I*uppU (laL), poppa della nave, d'onde Poupe (fr.), poppa di vascello,
ondata, maroso. Poop (ingl.), pooping, poppa, scoreggiare. Puppets (ingl.),
colombieri. Puppij (ingl.), cagnolino. Cia Ciak si» (pers.), pozzo, fossa. •
Cac (sanaci-.), saltare, d'onde caca» (sanscr.), le- pre, coniglio. Chjachko
(ili.), padre. Chiachie (ili.), padre, si pronuncia ciace. Ciani (ungh.),
asino, si pronuncia ciuci. Ciak t»L>. (pers.), membro virile. Cini ^L»
(turco), fiume, riviera (pers.), thè. d'ut (Ziugani), ragazzo. Citimela
(turco), cienicié, scodella di legno. Chacho (sp ), volo nel giuoco dell'ombra.
Chacoli (sp.), vino debole. diacono (sp.), la ciaccona, ballo. Ce o ciak *».
(pers.), pozzi, fosse. Ce (Messico), uno. Csecs (ungh.), mammella (pronuncia
ree) (c ita- liano anche il secondo, còme se si avesse n pronunciare ecce
tralasciando l'ultimo e), d'on- de csecseino (pron. cecemé), fanciullo, rész
(pron. cecereés), scherzare, le mammelle, nrcmjt't. mal avvezzato. Cicca
(ungh.), pronuncia ceéc (c ita!.), vainolo: la prominenza, la pustula
dell'eruzione paragona- ta al capezzolo della mammella : cosi da papa
(mammella, d'onde il diminutivo papilla) pa- pula, eruzione cutanea rilevata.
Caerses (ungh. lingua dei fanciulli), bello, pulito, (pron. ceceèic.) Caecus,
a, uni (lai.), d'onde cieco (it), cecia (vai.), caligine. Kau'xca? (gr.),
caeciat (lai.), cecia* (sp.), vento greco. Cecial (sp.), baccalà. Digitized by
Google — U2 - Cidi (ungh.), (pronuncia ciék), membro, inguini, pudende. Cekek
JjC^- (pcrs.), legamento, legaccio, Cencen'o, n'a (sp.), sottile, minuto.
Cencio (it), straccio. - Cencido (sp.), inculto. Kew xettu (grec.), spaccare,
giacere, abbruciare. Ci Cih «» (ture), rugiada c Cica (vai.), mammella, letta.
Cycek (ili.), mam- mella, tetta. Ciccia (it. L d: fanc), carne (1), d'onde
ciccione, figliolo, e Chichon (sp.), ciccione in capo fatto da una percossa.
Cicin (dial. veu. dei fanciul- li), carne e diminutivo di ciccia. Cecina (sp.),
carne salata, e cicciolo (it.) pezzo di carne poiché se n'è tolto lo strutto.
Cicer- (lai.), cece, d'onde cicer (vai.), csicscr (un- gher.) (pronuncia
cicer). I derivati di cicer (lat.) ctcercii/a, cicerbita. Cicek dL*-^ (ture.),
fiore, vaiuolo. Cìcelr » yy (ture.), fanciullo, catello, picco- lo d'altri
animali. Ciocca (it.), riccio, unione di capelli. Ciancia (it.), pudende
muliebri. Chocho (sp.), chocha, barboglio, deliro. Ciu Ciu y^. (pers.), come,
quando, allora che. Cucu (vai.), bacio. Ciuciem (pcn.), specie di calzari.
Ciucsor (ungh.), ombra notturna, solano (pro- nuncia ciucior). Csuctot (ungh.),
che ha cicatrici. Ctuc-ml (ungh.), dormire, ctucsulas, sonno (pro- nuncia
ciuciti/, ciuciulatc). Cnictontdà» ctuctorodik (ungh.), sporgere fuori,
gonfiarsi, crescere (prouuucia ciuciti rodate, ciuriorodilr). Ciuco (it.),
asino. Ciul J*>. (pers.), membro virile. Czucza (uugh.), l'amorosa. Czuczalg
(ungh.), peso, fagotto. Già Già U. (pcrs.) e Giai ^L*., luogo, sito. Giàh
»L> (ture), prosperila, dignità, posto, uf- ficio, magnificenza, potenza.
Giaiì U> (arai».), nfinmato. Giajate (sanscr.), nasce. Ge Gegel (sanscr.),
mondo, anche genite/ e gtgati ; forse da questo deriva Tij (grec.) e Taìa
terra. Gegaman (sanscr.), che si muove. Digitized by Google — U3 — Gi Gì ì 0)
fi) (P« M - *««*•)> «o™, «UeU vigoroso. Giengie ui» (pers.), grano d'uva,
acino, cate- naccio. Giengiek éÀs». (pers.) e «•r'-jjn'rA- J^x*>. specie di
pianta, il trifoglio. Gig (ingl.), trottola, palèo. Gigi^fk+ (ture.), bagattella,
giuochetto, joujou (frane). Gigi (Java), dente. Gigi (Madura), dente. Gigi
(Moluccbe), dente. Gigi (Sumenap), dente. Gigi (Sasak), dente. Gigi (Bali),
dente. G/iigi (Sumatra), dente. Gigira (Sirang), dente. Gigi/li (Tonga),
contraddire. Gigeria (lai.), intestini delle galline. Giiginr ^LsXa. (pers.),
camaleonte. Giigiem ^aas» (turco), Giigyiiget (migli.), sedurre. Giìl Jua.
(arab.), nazione, gente. Giiel Jua. (arab.), jena. Gingiva (lai.), gengiva.
Girgillus (lat.), arcolaio. Gio Gyogy (ungh.), guarigione, cura Giù Giù
(pers.Jj fimne, giogo; pronunciato gicu, orzo, grano d'orzo. Giù £y>.
(arab.), fame. Giugiè i>^> (iure.), nano: scriveai anche j*>^>
Giumgiuìne (ture.), il cranio, e coppa di vino. Giungiul (pers.), legume simile
agli ragì, Joujou (frane), giuoco da fanciulli, bagattella. (I) Ho seguilo
questa trascrizione usata no] Di Turco-Francesis Bianchi e KielT. r. Bisogna
pro- e. se l'osse scrino Gige. In lai suono perchè Co Kha U. (pers.), spalla.
Qah gU (ar.), pianura, campo. Qah 5U1 (turco), obbedienza, potere, dignità,
prontezza, vita comoda e agiata. Caà fina (ebr.), si offuscò , si oscurò ,
contrasse rughe. Kaaìs i ì. guancia. Khàk vlJLs. (pers.), terra, polvere. A'iA-
(sved.), kak (b. Sassone), fcaag (dan.) , kake e kaak (ol.), berlina, gogna
(1). Qaq (turco), pesce secco ,
affumicato , stupi- do, deforme per grandezza smisurata. Kak (oland,), sterco.
Caca (lat.), coca e cacca (it.), caca (sp.), caca (fr.), sterco, d'onde caco,
a, are, e cacabulum, luogo dello sterco. Kaxxa xsixxrj (gr.), sterco , d'onde
xaxxa'w e xa- xs'w, e d' onde xaxò;, cù. Kaka (ungh.), sterco d'uomo, d'onde
fcrflraoéiu, che ha gì' intestini (6é/), lo stomaco debole. Qaqa «£5 (pers. e
turco), fi! via ; voce che si usa per ispirare ai fanciulli avversione per
qualche cosa : come in italiano eh f caca .' Il primo sen- so deve essere
quello di sterco. Usasi pure qo- gagi g& (turco), come qaqa. Kacke (ted.),
caca, sterco. Keké jJJ (pers.), e Àfefci, caca, sterco di uomo, d'onde kickiez
(turco), giovine pas- sivo nella sodomia, pathicus. Caca (lat.), specie d'
uccello. Kaka (malese), fratello e sorella. Aaka (tagal), fratello maggiore.
Kiùkià U=b' (pers.), nome con cui il fratello mi- nore chiama il maggiore. Kaka
(Java), il maggiore tra i fratelli o le so- relle. 1 Kàka (sanscr.), laniiggiue.
| Kaki (Java), giovinetto. • Kàka paksha (sanscr.), fam I Kiak (pers.), uomo,
fanciullo, pupilla alla francese: quindi il 3 francese, p. non posso espn- alla
nostra lingua. (t) AoYlung., Dici, in voce. Digitized by Google chio, maestro
che insegna (contiene tutti i sen- si delle parole simili nella lingua di Java
ecc.) knkki (Java), vecchio, canuto, nonno. Kiaku y=tf (pers.), rio materno.
Cack (zingani), zio. Cheché (Chili), avo (1). Kekè (N. Zel.), zio, zia,
ascella. Kak (Caucaso Kaszi Kumuk), mano. Aakh (Borneo), piede. Kaki (Sumatra),
piede. Kaki (Molucchc, Ternati), piede. Cachi (Perù), piede. Aafcora (Brasile,
Camacan, Haconi), piede. Kaak (America Sellentr. Konega), naso. Kaaka (Oukeh),
naso. Keka (KnmUciatka), naso. Kakua (Huroue), occhio. Kaukauhah (durone),
occhio. Kcchékoue (durone), occhio. Kake (Oreuoco, Ainaz., Pareni), bocca.
Aakfeee (Dagwumba Africa), uno. Aoko (ftgriz. mariti.), uno. Àoko (Play o Rara
v a presso le Kurili), terra. Cacha (Perù), albero ; cacha cacha , lòrcsta (2).
Aùko (ungh.), canna, giunco , d'onde l'aggettivo kàkàa, di giunco. Kiakh
jj& (turco), capanna di canne. Cacano (H. Zel.), alberi. Cacazu (Madag.),
albero. Cacala (Tonga), fiore. Kakàra (R. Zel.), fiore. Caconi (Malese), specie
di Dolichos commestibili. Cacari (Brasile), farina ottenuta dal Manioc. Cacha
(Chili), erba (3). Coire (ingl.), focaccia dolce. Kacka (Tartaria), spedo di
sostanza nutritiva. Cachi (Malahar), albero che dà una mandorla commestibile.
Aofco (Giappone), altezza, eminenza. Coca (Perù), altezza. AieÀie (Havai),
alto, altezza. (I G.nr;.'. MarcRnv., Chili, Rig., p. 32. (2 C. ClM-lin. Vili,
528. (3 Gvoi i'. Harcgmr., Chili, R-g., p. 32. Khaqan ^[Aà. (ar., per., turco),
monarca, impe- ratore, titolo preso prima dai principi del Tu- rali. Qahqab ers.
e turco), uovo, testicolo. Qaqule *JLi'U (arab.), cardamomo. Qolq (turco),
levati (imperativo). Khalkhal JLAsa (ar.), anello d' oro o d' argento che usano
le donne. (M/gn« ^UJU (turco), scudo. (tonga/ JJW (nr.), gran misura di grani,
corona di Cosroe re di Persia. Cancan (Chili), cotta, bollita, allessata (2).
(1) Humboldt. Kiwi, l 257. (2) G.'org. Warcgrav, Chili, Rag., p. 32. Digitized
by Google Chach nn (ebr.), amo, fibbia, pendente. Chan (Brasile), padre. Cascus
(osco), vecchio, antico. Kaska (ungh.), piccola corba. kauxaXc; (gr.), Dauco
Silvestre. Caucalia (egizio antico), vasi iu Alessandria nei quali si depurava
l'acqua faugosa del Mio. Kiak (pers.), disco della luna, crusca, biscot- to,
pane seccato. Kinkh (arabo), capanna di canne o senza fi- nestre. Kiahah Jj»
(ar.), lichene. Kialtiè «IÌ (turco), maestro di casa, agente. Qua' I» (ar.),
grande amarezza. U «e fieli tS" (pers.), paglia. Aó (ungh.), pietra. A'ei'
JT (turco), grande. Keuhj kilt jjj' (pers.) , collina , foresta , monta- gna;
tyf gueuh (pers.), escremento uma- no, monte. Aèfcare (sanscr.), monco nel
piede o nella mano. Cltekeke (America sett., varie lingue), terra. Kekiuh
(America Reg. Atlantica dei laghi llline- se), madre. Aeui" (turco),
villaggio, ticinanza; (pers.), strada, stradella, cui de sac, contrada senza
esito. Aéfe (ungh.), bleu, d'onde kéhes, che tende al blen. Aefc JLT (pers.),
biscotto. Aecfc (tcd.), temerario. Keckle (ingl.), l'asciare la gomena. T.
naut. Aei'k ^ìIaT turco), pulce; pronunciato gueik (tur- co), cervo. A'ò'ke (b.
tedesco), saccoccia. Kèrèkè (turco), mantello d'onore che \ iene ■ distribuito
nelle udienze del Gran Signore e del Visir. Gttierguier (turco), trono,
operante, a- gcnle ; è un attributo di Dio. Kiakiav (pers.), nome d' un giuoco.
Aiekik JUCT (turco), piani*, puleggio. VOL. I. Ai Ai/» (pers.), piccolo. Qiji S
(ar.), deserto, riva, costa, spiaggia. Quii (turco), pozzi, spesso, carico (
parlan- do di colori). Qijf (turco), la parte superiore d' una cosa, poppa di
vascello (pronuncia c ita!.). Aifcfca (ili.), ciocca di capelli. Aitai
^jixS" (pers.), oscurità. Chichi (Tonga), facile, molle, tenero, in grado
moderato. Qtjqijm fjui (turco), biasimo. Ai*ÌHyC*r (pers.), lago, slagno. Khyk
JLa». (pers.), otre. Kikh .^S (turco), malattia d' occhi, cispa. Kikiz ytXjf
(pers.), eruca, ruchetta, pianta. Ainfcet (cimbro Sette Comuni), grano
saraceno. Qymqijm ^0+5 (ar.), secco, siccità. Qjnqyn ^JU* (ar.), conchiglia di
mare, guidato- re destro, ecc. 0 rqijliq ijASJf (turco), tonsura, tosatura. Co
Ao/i (ungh.), fornace da fondere. Coaks (ingl.), dadi di puleggia. T. naut.
Coca (Perù), l'Oceano, adorato sotto il nome di 'Vanta coca. Coca (Perù),
specie di pianta (sp.). A'ó*o (ungh.), piccolo, gambo, manico. Kókal (ungh.),
bastonare. Xukela (cimbro), giglio rosso, selvatico. Kókkad (ungh.), appassire.
Aofto (Hawai), sangue. AoJko (Congo), mano. Coco (Loango), mano. Forse orco
(Orenoco Amaz. Paringotos), due, è in relazione colla forma e col senso, coro
Aoco, mano. Spessissimo iìkoc aspro iniziale andò perduto, c le mani hanno
servilo per tipo della dualità; trovandosi in qualche lingua la stessa parola,
che vuol dire mano, voler dire anche due. Forse anche hakka (Ottentoti),
quattro, e iu relazione con occo e cocco. foco(dial. ven.), termine di carezza
senza significa- to espresso, che usasi verso i fanciulli, da cui il diminutivo
ornilo, d'onde cocolare, accarezzare. Coco (sp.), spauracchio dei bambini,
verme. Cocar (sp.), fare smorfie. Coconu, a (vai.), fanciullo, a, Qoqonu Uy^a
(lurco), dama, signora di casa. Kókonya (ungh.), cibo consacralo. Cocoio, a
(sp.), bucato dal coco. Cocote (sp.), occipizio. Coccoveggia (il.), civetta.
Coco bolo (sp.), albero delle Indie. Coco liste (sp.), malattia della Nuova
Spagna. Cocymelium (lai.), pomo, mela. Qnqu JUt (lurco), e ququ odore. Cocutjo
(sp.), lucciola delle Indie. Quoque (lai.), ancora. Coìa (Perù), imperatrice.
Kongkong (Timor), giorno. A'o (Awaro, Auzuch, Kabusch), giorno. Cr Kreko kreken
(cimbro), cispa, cacok. Cu Qu yS (pers.), perdita, rovina. Kuh £ (arab.), di
pura razza. Quhàh (ar.), puro, parie più pura. Khuk d^i. (pers.), porco.
Chuchah (Tuppahs, p. la China), fuoco. Cucu (Java, isola del principe, malese),
chiodo (i). Kucub (sauscr.), regione. Cucubha (sanscr.), regione. Kukui
(Ilawai), fiaccola. Kukus (Sa\a) } turno. Kukuli (Ilawai), inginocchiarsi.
Cucuilus (lai.), Cucurucho (sp.), cartaccio, co- colla. Cucura (sanscr.), cane.
Cucurbeu (vai.), iride. Augura* L>w±=j.r (|>ers.), zollo. Cucuzzn (il),
zucca. fiukiircs (ung.), anemone. Aiuta a— yi (lurco), specie di bastimento an-
tico. (I) C. G«belin, Vili, 549. i) — Cuccio (il.), cucciolo piccolo, cagncllo
da signore. AuA (illir.), scoglio. Quqa tiyì (turco), berretto di piume. Cucco
(il.), fanciullo prediletto. Quqaba Li* (pers.), nome di una pianta, elet-
luario lassativo. AuAre proat (cimbro), trifoglio. Aoolruc** fcrooJ
(fiammingo), alkluja, trifòglio a- celoso. Quqla ik»y> (turco), pupa,
fantoccio. Culcum pSJf (pers.) , arco celeste , catapulta, macchina da guerra.
Curcuba (lai.) curculia } corcum, K»pxoue da canto, da un lato, si mette in
quiete. Helhel J^Ap (ar ), crivello, tamiso fino, delicato, versi, canto,
veleno mortale. Ilelel LLp (ar.), cominciar della pioggia, tela di ragno,
timidità, pusillanimità. Uetn (ar.), sollecitudini, pene. Em (ebr.), madre.
Etna (Finnland.), madre. Etne (Manciù), madre. Emi (Perù), madre. Emmi
(Nigrizia ini. o del Soldano), madre. Omnia (Esllionio), madre. l'emina
(Algeri), madre. l'mma (Africa Shclluh), madre. Enie (Manciù), madre. Enne
(Finnico), madre. Ena (Giorg.), lingua. Ev (gr.), in (preposizione). En
(turco), in, ciò, che: larghezza. Enna Gl (turco), d'onde Epe (Asia settentr.,
Karaga), padre. Etotiih (America settentr., Panis), padre. Ev 3bt (chr.),
virgulto, verdura. / ì'iabba (Reg. del Nilo), padre. I r aha (Tombuctoo), nove.
yoga (Molucche, Temati), madre. Jeje (America settentr., Tarahmnara), madre.
J'aya (Java), padre. l'agi (Java), fratello 0 sorella minore. Iaje (ili.),
uova, testicoli. lalul J,Jbo (ar.), bolla d'acqua, JyJUu ieolil. lam 0} (cbr.),
mare; Ternm ^ (ar.) , mare , o- ceano, nel plurale lumum ^ ( t (ar.). J'amam
(sanscrito), regola. Jap, iap (turco), a poco a poco, lenta- mente, dolcemente;
d'onde il diminutivo jt^ob tsJoL (apcè, iapcé. '/'d (>ap (w,), ritorno,
fetta. Idus (lai.), metà del mese. lem ^ (turco), alimento, foraggio, misura d'
or- zo per un cavallo, esca per gli uccelli. Jeyeh (balchi 0 fan», della
Florida), piede. Ima (Avaro, Andi), padre. I/gtnam p[+t> (ar.). morte. Iman
(sanscrito), questa (pronome sing. fem. ac- cusativo). /n ^1 (ar.), se (congiunzione).
Ina Ul (turco), vaso, urna. It va>| (turco), cane. l'uyuba (sp.), giuggiola
(il frutto). Giuggiola (it.), giuggiola (il frutto). Jujukthati (sanscr.) vuole
congiungere. La La (Tibet), luna. La (Sigriz. marit.), fuoco. Lia (Nigr.
marit.), fuoco. I a (Polinesia oricnt.), sole. Lai (Wogul), piede. Lai
(sanscr.), desiderare, d' onde làlanà, lùla- nam, blandizie, carezze, e lalanà,
donna volut- tuosa, lussuriosa. Lai JjJ (ar.), rubino, labbro rosso. ImI JjJ
(pers.), muto, rosso, rubino. Lai (Dukan), sandalo rosso. Lai (India), Capticum
, Ijala (Hawai), asciugare al sole. Làlà (sanscrito), saliva. iMla cìVjJ (ar.),
timido, pusillanime. Lala (turco).. ISenuphar, giglio di stagno. Loia y$
(turco), incomparabile; (pers.), aio, go- vernatore d' un principe, che alleva
il figlio di un prìncipe, consigliere del sultano. Il sultano dà il titolo di
lala ai suoi Visir ed ai consiglie- ri intimi, egli li chiama ^ lalam, mio go-
Digitized by Google veruatore , precettore ( è un termine d' af- fetto). Lalla
lalla lolla (lat.), così solevano dire le balie quando volevano far dormire i
bambini, cul- landoli, cantando loro la nonna; d'onde venne il verbo lallare,
dormire dei fanciulli: /'•'•' simiiis regum pueris pappare minutimi Pnxcis et
iratus mammae lallare recutat. Pers., Sai. HI, d'onde lallum (lai.), cantare ad
lallum, cantare la nanna ai fanciulli; Loffia, Dio delle nenie. Restò in
valacco lalaescu. Ixila (lat.), nome proprio d' una divinità, delta pure Lara.
Laladam (sanscr.), fronte. Lalael (Madag.), uomo. balaqui (Madag.), uomo.
Lalaqui (Java), acqua. iMlage (lai), schiamazzo. baila Tl^h (cbr.), notte,
oppure lail, in ara- bo JjJ IeB, notte, d' onde beilo JuJ, nome proprio di
donna. Lalajati (sanscr.), onora. balani (Java), strada. I^tlàinacam (sanscr.),
serto nella parie dinanzi del capo. Lalangia (GÌ. A. L.), crosta. baie aJLaJ e
ti"} (turco e pers.), tulipano; d'onde lalrzar (pers.), parterre di
tulipani, c forse lalesar jL»«JJ ipcrs.), nome di un uccel- lo di canto
armonioso. baie (Madag.), profondo. Lalei (MaL), essere disattento. Lakk JJ^
(pers.), frittura di pasta , sandalo , j scarpa. bali (Java), addormentarsi,
negligere, impigrire, dimenticare. bali (Sumbava Timor), nove. ImIìu (Malese),
TermùiaUa calappa, Lino. Latino, oni» (lai.), asino selvatico, puledro del- '
1' onagro. A a Àio» (gr.), parlare, d'onde alala (lat.), infau- zia, condizione
di non poter parlare ; lalage schiamazzo. balleii (ted.), balbettare. Alalia
(Tahiti), parlare (i). Loie (Madag.), profondità, profondo (2). baio (Hawai),
abbasso, profondità , fondo d' una cosa. U bè (ungh.), brodo, zuppa, succo. Le,
abbasso; in composizione equivale alle |>arli- celle ent, ver, um (ted.).
Leocò (ar.), abbondanza d'acqua. Lefcf6 limbicco (turco), saggio, prudente,
intelligente. beblab i_»3kJ (ar.), edera, arboscello. bebleb t r *LJ (ar.),
obbligante coi vicini e coi d ri- mestici; pronunciasi anche Lubfu». beh
(ungh.), fiato. Lek (Inn o . Dio, a lui, a. bèi (uugh.), spirito. bel (ungh.),
trovare, incontrare. bela (Madag.), lingua. bélau (Madag.), lingua. belo
(Hawai), afe/o, efefo, lingua, olelo (Hawai), parlare. beelah (Sumatra
Minlawei), lingua. Alelle (Polinesia occid., Fidj), lingua. Alello (Sandwich),
lingua. Elelo (Polio, occid., Rotoumah), lingua. IMo (Bellos Frcycinct), sole.
Lodo/» (Rolli), sole. beUinga (Cafri), sole. bela (Kamtschatka), occhio. belle
(Kamtschatka), occhio. bilet (Abasso, Caucaso), occhio. l'Hall (Abasso,
Caucaso), occhio. beh (Hawai), volare, saltare abbasso. belin (malese), cera.
bellore (it.), titubare, esitare. betletrt fcJlJ (turco), spergiuro, falso
giura- mento. bcola )iyì (ar.), a meno che, se non, eccettualo. (I) Humboldt,
Kawi, IH, 727. {•!) Busclimann, Humboldt, Kawi. Ili, «i'25. Digitized by Google
Lwleb t»JjJ (ar.), catenaccio, stanghetta. Letf/er jp (pers.), leggiero,
incostante. Li Lil (oland.), brodo. Lila (Bugis), lingua. Lila (Macassar),
lingua. Lila (Romeo), lingua. Lilà (sanscr.), giuoco. Lilar ^ULJ (ar.), un
arbusto, Liliacum Liguttrum Pena rum. Lilat (fr.), Syringa vulgaris. Gligliak
(ili.), nottola. Glieglien (ili.), cervo. Li//é(N. Zcl.),bene. Lille (Tonga),
buono. Lilek (Boemo), belladonna. Liti (Ir.), rimedio arcano (1). LUÌ (Tonga),
ira. Lilid Wjfó (cbr.), strega. Li/inni (lat.), giglio. Lilo (Hawai), arrivare,
possedere. Lo Lò (ungh.), cavallo. Lo (ebr.) ^ a lui ( pronome di 3.* p. sing.
da- tivo). Lolade (malese), Colocasia. Ló/am (sanscr.)^ incostante, cosa
mobile, d' onde lulitam, cosa mobile. Lofer^jp (pers.), Dio, Tallissimo. Lolin
(Amboina), Diospyros Ebenaster. Lin. Lolium (lai.), Lollio, Lolle» (cimbro).
Lolium (lat.), il pesce detto anche Loligo. Lolla (il.), loppa, guscio del
grano, buccia. Lollo (lingua dei Zingani), rosso. Lo/o (India), frutto della
Carica Papaya. Lo/o (lingua dei sclv. del Chili), cervello (2). AwXcr (greco
barbaro), stolto. Lo/» (Ceylan) Cordia Myxa. Limi. Lu Lui (Ostiaco), bocca. (1)
Trovasi negli antichi autori di materia medi- ca; forse deriva da JwJ leil
(ar.), notte, o Torse da Li- lid (ebr ). strega ; trovasi riportato da De Lena
et Mé- rat. Dici, in vote. (2) Georg. Marcgrav. De Chili Reg. pag. 3'2. 149 -
Lui (ingl.), ninnare, accarezzare. Lui JyJ (pers.), onta, pudore. Luhuja
(sanscr.), toro. Lule «JJ (pers.), tubo, sifone, robinctto. Lulla (it.), doga.
Lulu (polacco), giusquiamo, oppure Luk. Lulu (ar.) PP perla. Lulu (Hawai),
severo. Lulut (Java), amare. Aa A'a(Guatcmala Yucatan), madre. A'o (Brasile, Ge
o Geico), madre. Aa pigrizia mL), padre. Ani (Africa, fam. Ardrah), madre. Naye
(Africa, fam. Vatyc), madre. Jnna (Africa. Fouhah di Sackatou), madre. Aerino
(Timor), acqua. Aomont (sanscr.), nome, d'onde Aomeu (lat.) O\op) Nota alla
pag. 143. I) Marion. Lngr. Sprachlehre, pag. 118. Digitized by Google - Voi
Netné ULwJ (ture.), cosa, coso, espressione che si usa quando non viene in
lucute il nome d' un tale o d' «ina qualche cosa : dicesi anche *i»J nesté. Ni
Ni 1J (cbr.), lamento. Mah Uj (ar. ture, lamentazioni, pianti sui morti. Aia Uj
(pers.), avo. Nibabara (Molucche Sirang), padre. Ain pj (caldeo), fanciullo
(siriaco), figlio (1), d' onde NÌH uome proprio di persona, Auto, A'i- nus
(lai.) ecc. Nfne« nome pr. presso quelli di Cipro. Mouùnasi da Macrobio
>'tvoxpseuv ISino- (Saturnal. I, c. iO), nome composto i nino e xpewv, re.
Ani (China), giovine, tenero; pronunciasi pure Uhm (2). Aini (Java) oppure
A'i'nuì, titolo che si dà in vo- cativo alle persone giovani d'alto rango (3).
Aini Mnin (il.), vezzeggiativo applicato a qua- lunque fanciullo. Aiwo (sp.),
fanciullo, tMna, fanciulla, d'onde Al- no, pupilla dell'occhio. Aines,
fanciullezza, Ai- nero, chi ama i ragazzi, Aifìear, pargoleggia- re, Ninada,
ragazzata, Nineria, bambineria, cosa da fanciulli, N inalo 3 vitello trovato
uel ventre d'una vacca, e Ninhada (pori.), cova- tura. Aini (Madag.), madre.
A'inn (Molucche Sangir), madre. Aiwa (Caucaso Kazi Kumuk), madre. Alino (Timor
Bcllos Freycinct), Ainua» (Molucche Sirang), Aino (Perù Amara), fuoco. A ina
(Peni Quiteria), fuoco. Aina (Mingrelia), lingua. Aia (Suan Caucaso), lingua.
Ain (ISigriz. int.), mano. NininLschin (America Setlentr. Ainni (ingl.), Ninna
i il. i. bambina. Ritma (il.), il (1) Diction. Hist. in (2) C. Gobelin, IH. 40.
(3) Humboldt, Kawi i, 257. il dormire dei d onde Amnereiia, munen ti nv far la
ninna nanna. Ninnare, rullare. Ninada (sansa*.), voce. binati (Mare del Sud.
Hawai), domandare. Aine**/» (Tahiti), specie d'esequie. Ajfon» (Molucche
Snpaboua), dente. Aéono (IN. Guinea Arcipel. Britan.), dente. Ninisai (N.
Irlanda), dente. Njonja (Mgrizia hit. Mobba), piede. Ain (|kts.ì, intelligente,
dotto, bellicoso, pru- dente, potenza, forza, islromento, apparecchio. Ayn
(ungh.), verme. A r o No (lai.), ego no, io nuoto. Nocni (Orenoco Amazoni
Yarura), due. Afon (egizio aulico), figlio (i). Non (sp.), numero impari. Afona
(lai.) la parca. Afono (America Setlentr. Tarahumara), padre. Amino ftonna
(it.), avo, ava; Nummi (cimbro), avo. Nonnut (egizio), maggiore, su|>eriore
d' un mo- nastero. Questa parola si usava in scuso di ri- verenza in riguardo
all'eia: Nonnos vocamus majorvs ob rewrentiam, nani intelligitur pa- terna
reverentia (Papias); e nella regola di san Benedetto : Juniores attieni priore*
suo* Non- nos twertt, . Annoili (Java), sei (il numero) C ( i). Annoi»
(sanscr.), portato via. mC.Gel.elin, Vili, 514, adii .ig. 'li. [2) Forse ne
deriva dalla forma ruroda accorcia- ta rideo (lai). Alcuni rideranno davvero di
questo mio sospetto; ma si rifletta per ora che cali (led.), fred- do, R
calidus (lai.) caldo sono la stessa parola; in se- guito allorché si troveranno
le ragioni ch'io esibirò delle varietà e dei contrasti dei significali, spero
che i miei lettori sempre più mi si avvicineranno. In ogni ramo dello scibili!
v'ha argomento d'accorgersi che talvolta il vero non pare verisimile. Digitized
by Google — m - Sa ^L* (ar.), vallata, coppa, Saltai jLaJLo (ture.), argilla.
Saltai JLJLu (ture.), acqua dolce. Sanuatn fS*a+>o (ar.), sciabla tagliente,
nome della sciabla di un eroe arabo. Sampsa (lai.), nocciolo dell'oliva. Sanar
ycyje (ar ), vento freddo, violento. Sarmtmaq ^jjcye (ture.) e tartamaq ^j^^a
(ture.) agitare, scuotere. Sa» bt) (ebr.), tamia. T ' Sahsah -.L&SS
(ture.), piano, ugnale, vasto. Sassah (Madag.), crescere, sasa (fanciullo).
50*50 (ili.), mammella. Sasa (Reg. d. Nilo. Dizzehla), nove. Sammja (Java
Sumennp), nove Sasangah (Madura), nove. Sanga (Java moderno), nove. 5o«oo
(Java, Cr. Oceano), nove. Shatana (sanscr.), provvidenza. Sfiatati (sanscr.),
castiga. Sasea flKPbtD (ebr.), misura; poi tXtf) misura, staio. Saxyam
(sanscr.), frutto. Tsattat (Madag.), lucertola. 5ciiccMHiedra (it.),
cavallaccio (Boccaccio). Se Se tV& (ebr.), agnello, capretto, pecorella.
Sete (lat.) sè (pronome 3 pers. accus. sing.). Semscm ^. m ,»» » (ar.), sesamo.
SeVeXt (gr.) Scseli (lai). •Seio (sp.), ecnello, mera, cervello. Szetz (ungh.),
spirito, odore, pretesto. Szò (ungh.), tessere, operare. Szdtz (ungh.),
stoppia, tzòszol, pettinare il lino. Si Sieh «x~ (pers.), nero, infelice. Sietu
(vai.), luogo piano. Simm (sanscr.), piombo, anche tisacam. Sitarun ^U»*^
radice di papaveri neri. Niel- le (fr.). Sitarum, Siser (lat), specie d'erbe.
2t7t>5 (gr.), pelle di capra, vestito vile, d'onde £(?ti'pa, saio di pelle.
Vol. I. Ziovfos (gr.), fimbria. ZiaJp^pwv (gr.), specie di pianta, lujwv (gr.),
seme simile all'appio. Snonam (sanscr.), lavatura. So So (ted.), cosi. Soì
(tare.), razza, famiglia. Soto (sp.), insipido. Ssó (ungh)., suono, voce (1).
SU Su yo (turco), acqua. Su y* (pers.), vantaggio, loce, emolumento, gua-
dagno, profitto. Su y* (ar.), il male, disgrazia, malizia, catti* c- ria,
cattivo, malvagio. Suqsuq «ìJLjCw (ture.), leggiero, pronto. Sui tttD (ebr.),
cavallo. Susanina (ted.), canto per cullare i fanciulli (2). Szu (ungh.),
cuore. Scio Scia „l£ (ar.), albero fruttifero, luogo, volle. Scia bLà (pers.),
principe, re, d'onde sciehi (ture), regio, dignità reale. Sciaha (ar.), avaro.
5cia*cm g& (ture.) uccello, di volo rapido, ge- loso, assiduo, zelante.
Sciasciak dLiLà (ture.), specie di pernice. Sciatasa' XoLa-i (ture), indigenza,
povertà, av- tersità. Sciasciè ,vJ__ (ture), orina. Sciatci jyiL*" (ture),
losco. Sciasciu (ture), specie di pianta medicinale. Scie Scieh «jyi (pers.),
nitrito. Sciei (ture), cosa. Sci Sci «.A (pers.), vestibolo : pronunciasi anche
teiu. Sci ^ (pers.), angolo, cantone. Scisc (ture), tumore, spada, spiedo.
Scitcit kAaA (ture), vetro, bottiglia, lastra di (1) Forse è derivato da ton
(fr.). 1*2) Adeluog. Diz. in voce. 20 Digitized by Google Sciscick .iLa-i
(ture), agnello d'un anno. Semiti yi^xA (pers.), animale che somiglia alla
scinda. Shhhu (sanscr.), ragazzino, animaletto, cosa pic- colo. Shishya
(sanscr.), discepolo; forse da questo de- riva il Ialino kìsco, scio e
stisritor, aris, dove resta la reduplicazione più intatla. Seni Sciu yt.
(ture), colestui, lava (imperativo del ver- bo), sia. Sciu tui (Iure.),
imprecazione, maledizione. Sciuh ^3 a (Iure.), avarizia. Seiui i^yì, (ture),
marito. Scinse (pera.), polmone. Sciusc j}y *■ (ture), sarmento di vigua.
Scitacian j£' V«&' (cbr.) , giglio, anche in fenicio 2*ezzo di legno,
grappolo, collina di sabbia. Sciuscitt yjtéym (pers.), miglio (specie di
grano). Za la \Jb (ture), femmina, con grandi mammelle. Za (Awari), fuoco. Zaha
(ar.), parte del giorno in cui il sole si avvicina al punto più elevato prima
del mezzo giorno. Zaha'ta Lls? (ture.), offerte, sacrifizii, vittime of- ferte
a Dio. Zaizen ^j&ò (ture.), rivale, che fa la corte alla stessa uonna di
suo padre. Zamacuco (sp.), babbaetionc. Zaza (Madag.), fanciullo, Sassah
(Madag.), Cre- scere. Ze Zeltzad tfytj (pers.), razza, linea, d'oude poi al)
zad, nato, saltts (lai.). Zemztm ^ (ar.), pozzo sacro alla Mecca. Zi Zifzuf
vjj^i) (ar.), giuggiola, d'onde Zi&»fat, Zt'v^oip*, Zt^t9S{ (gr.), Zisiphus
(lat.) e Ziztj- | pha , Zizzifo , Zizzifa , Ziszibo , Zissiba , (iL), Jzufafo,
Azufajfa, Azufayfo, Azu- fayfu e Azuftcifa (sp.), Ittjubt (Ir.), lujou* ba
(boemo). I Zinzino (il.) Zinzinnare, bere a sorsi. Zir ^ (ture), squilla,
Scilla, cipolla marina. Zt^avtov(gr.), zizanium (lai ), zizzania (il. c sp.).
Zizek Jus (pers.), una spina. Zo Zonzo (il.), andare a zonzo. Zu Zu (ar.,
ture), padrone, possessore, dotato. Zttz (|)ers.), rimprovero. Zùz (ungh-),
tritolare, sn>intizzare. Zùz (ungh.), brina, brinala, guazza, gelala. Z»$*
(gr), dramma o denaro (drachma seu dc- narius). Zùsa (ungh.), scrofola. Zuztnù
(ungh.), treccia, graticcio. Zuzè (pers. e ture), gemito, lamento. Ta Ta
(ebr.), letto nuziale Ta \j (Iure), dopo che, finche, dappoiché. Tta (Africa
Dar Runga), acqua. Tai (Africa Papaa Fan». Ardrah), padre. Thaam (ture), atto
di maugiarc,di nutrirai. Thabib i^aaÌo (ar.), medico. Tliaha' LaUfl («e-),
pianura estesa e larga. Taltat (Tahiti), uno. 77mi' ^jLfc (Iure), puledro.
Tltaih ^| U (ar.), perdila, rovina, errare. Tìtaii (5 *VÉ (ar.), atto di
piegare qualche cosa, atto di traversare un paese. 77iolii ^lie (ture), cuoco.
Thaialhui JJeiLb (ture), morte. Thallhal JJaJLis (Iure), disgrafia, infortunio;
pronunciato Thnllhui, ammalaticcio. Tatìtus a, utn (lai.), tanto. Tautii (ingl
) mollo, motteggiare Tut (Barmano) essere abile in qualche cosa. Digitized by
Google — 155 — Thal ((ed.), Tatto, azione ; (eli (ungh.), fatto. Tal (ungh.),
spalancare la bocca, d'onde tòta* star a bada, rimanere sbalordito. Tat
(ungh.), la parte inferiore uau-. Taht c«i (pera.), parte interiore, di sotto.
Timi (ture.), gustare, d'onde ^JLsUo thatlu, dolce. Tììat ^Lb (ar.), lungo,
alto, che cerca liti. Tata (Talliti), padre. Tata (V Zel.), padre. Tuia
(sanscr.) e Tùtat, padre. Dhùta (sanscr.), padre. Tata (lai.), |tadre. Tata
(Epiro), padre (o). Tuta (vai.), padre. Tata (it., dial. rom.), padre (1). Tata
(ili.), padre. Tuta (boemo), padre. Tuta (polacco), padre, anche Tolti* (o).
Tata (Orcuoco, Amazoiri Movos), padre. Tata (Perù Sapiboconi), padre. Tata ( '
Tatai (Napoli), padre. Tatan (Brasile Minas Novas), padre. Tate (Europa
Scttentr. Bcresow), padre. Tato (Eiunico), padre. Twatta (Karelia), padre.
Tautha (Istmo Daricn), padre. Tutta e Tutte (in molti dialetti della Germania
superiore e della interiore), così ì fanciuUì so- gliono chiamare il padre (a);
ed anche come so- stantivo Tutte, il padre. Dat (Zingani), padre. Tayta (sp.),
padre, babbo. Teiìa (Erisia Aunover), padre (a). Tata (lai.), zia. Tatas
(sanscr.), zio. (a) Adeiung. hit. in voce latta. (crs.), simile. Tattau
(Tonga), simile, ugnale. Talaroz (ungh.), migliorare. Tataranieto (sp.),
pronipote, /«(orodciirfo (sp.), parente vecchissimo, antenato limolissimo, ta-
tarabuelo (sp.), terz'a\olo. Vedesi che la parola tatara indica una parentela
con qualche lonta- nanza, la quale si determina dalle parole che con tatara si
compongono. TàlÙM (ungh ), spalancare. Tatau (Tahiti), contare, numerare.
Tatttr (ingl.), cencio. Tatihj JkjLS (pers), salvietta da tavola. Taton (sausci
.), colà, in quel luogo. Tattoo (ingl.), ritiro. fui min (sanscr.),
velocemente. Tatù (Brasile), armadillo. È una specie di por- co con corazza
nella quale si avvolge come il porco spino (2). Tatvam (sanscr.), esistenza, è
composto di tat e della desinenza t) Aligera Zeilung. 14 ttugusl I8tt>
Bettole. Te (ungh.), tu. Te (Mandingo Sousou), fuoco. Tó (ungh.), radice.
Teatta (Tahiti), terra. TìTra (gr.), voce di benevolenza e di onore con cui il
più giovine chiamava il più vecchio. Tete (Monomotapa), padre. Atteate (Monjouc
Monomotapa), padre. Telka (ili.), zia. Dédé tó>> (ture), padre, nonno.
Déd (ungh.), nonno. Djed diti (ili.), nonno. Tute (basso tedesco), cavalla,
d'onde Stulle e 5/ee (pers.), eosta del corpo, j Tr,-n) (gr.), penuria. !
Tr;»r, (gr.), nutrice, babà, 2ttì&«} (plur.) (gr.), mammelle, il petto,
-.Trj-TT) donna. Tetta (il.), Lettolina, tettare. J'da (sp.) ledila, Mona,
tetuda, aletar. Tette ((r.) téline, téton, teliti, mammella, téter. Tetlerin (cimbro,
Selle Comuni), donna clic al- latta. La radicale è Mie, TiT^sf (gr.), tetta,
mammella, ti't^t) znZf h di* minutivo tit^isv. Da questo suono primitivo Ttr^r,
nel senso già acquistalo di mammella e latte, derivano a mio parere TtSe'w,
uulrire in casa, addomesti- care, Tt&ajjs; » o -nSasó?, addomesticalo,
nutrito in casa, e TtSaaci-jw, mansuefare, ad- domesticare (si riferiscono
all'allattamento), Stai friabili e Tt~at jBtojstu, fare il miele (para- gonato
al latte per la sua dolcezza : cosi nomi- nasi latte, il succo della bambusa,
eh' è mia specie di zucchero, in persiano Tebatchir ed in sanscr. Tvakksrhirù.
latte di scorza (3) ), op- fll Rapp. Phvsiol. Spr. infin- iti) Ccnrg.
tf.iregrav. dn Br;i«ili.ie Rei;, p. *22. (3) Humboldt. Kosnv's t. il. Nola alh
pag 1.15. Digitized by Google — 137 — pure che le api che Io producono si
paragonas- sero alle nutrici TiSijShj. Tt'TSt) , Tt^Ti'vir] , Ttàijvo's ( gr. )
, balia , nutri- ce, d'onde TiSr,ve'w fare la nutrice, allatta- re , e tiSyjiu
servire come le nutrici , come quelle che hanno cura dei fanciulli, come quel-
le che danno la mammella; in fatti di questa ra- dice è St)'?, to'?, seno,
operaio, mercenario, e Sijsaa, ancella, e pure.àijaat, aver allattalo, e Sito,
nutrire. Titti (Dial. Lombardi, ling. di fanciulli), latte. Qixti ( gr. ),
(Tethis), il mar*, la Dea del mare. G. Gebeliu vuole applicato questo nome et
mare nel senso di madre, nutrice. • Thétys est femme de l' océan, l'cau
nourricière des élrcs, celle que letleu l en quelque sorte tous Ics ètres sans
l'épuiser jamais ». (AUég. Orient. Hist. de Saturile). Osservisi che mania, che
vuol dire mammella in tante lingue, vuol dire mare o- eeawo in peruviano dei
selvaggi. Trfiti (gr.), terra. Telò (ungh.), punta, d'onde telony, teténij,
pira- mide, Ictus, coprire, tetés, ammucchiare, co- prire, moltiplicare. Teter,
a, um (lat.), tetro, sporco. Tefemmef Z*X3 (ture.), compimento, appendice.
Tettet (ungh.), simulare, essere ipocrita. Tetik vsLa (ture), caduta, alto di
cadere. Telo (Tahiti), ladro. Telu (ungh ), pidocchio. TVJtXov (gr.),
bietarn\a. T*«»«Xi'« (gr.) teuthalis (lat.), specie d'erba. TsuStj (gr.) teulhu
(lat.), un pesce. Tsots'^w (gr.), affaccendarsi. Ti Ti (sp.), tu. Ti (ungh.),
voi. Tih mS (pers.), bastone, verga, parte, lato, piega, vestigio. Tih *jy
(Iure), deserto vasto, immenso. Tililtj (Africa. Fam. Troglodit.), TU (Canada),
dire (I). TU ETt? (ebr.), fango. I) C. Gebelio, Vili, 501. Ttxs'v (gr.), il
sole. Ttra'vT) (gr.), regina. TtTtjvec ninni, figli della terra (i padri, gli
avi, gli autoctoni). Titi (America, Aoahuac, Cora), madre. Titi (Java), vedere.
Hìd, (Iure), veduto, Didi. Didé o sìXji> (pers.), che ha veduto, provalo.
Titi (Messico, Perù, Chili) piombo (I). Titi (sp.), specie di scimiolto. Titi
(lai.), colombe selvatiche (2). Tifi (Java), credenza, credere. Titi ^s^S
(pers.), presto. Thithik (Java) e didik, poco. Tito (sp.), fagiuolo, pitale,
quadro. Titok (ungh.), secreto. Ttrpa'w, ?i'?pTì|«, Tirpat vtD (gr.), ferire;
Tpaw, che si dice radicale, io lo ritengo semplificazione di TiTpa'u. Titti
(Madag.) sette, 7 (il numero) (3). Titulus (lai.), titolo, la desinenza ulu$ è
Uva. Tittle (ingl.), punto. TtTuijxsfiat (gr.), collimare, dirigere Tlaté
(America, Anahuac), padre. Tlatl (Totonaca), padre. 77e/l (Anahuac, America),
fuoco. Tlatla colli (Messico), peccalo; diecsi anche cla- clacolli. To To tffa
(ebraie), bufalo. Ti» (ungh.), lago, palude. Ts (grec), questo, perciò, per
questo, ciò che è. Tot (ili.), dunque; to» (gree), a te, to« lalura e ozioso,
pleonastico. Tooi (Tonga), g inocchio. Toy (ingl-), bagaltella. Toad (ingl.),
rospo. 7oat/i (ingl.), dente. Tot tot (S. Zel.), disegna, di|>inge. Tot ^j-
(ture), gallo d'India selwitico, Asio , onis (lai.), ebete. (I) Georg.
Jlarcgrav. c'e Ubili n-g |i ó">. {'2) Cilep. in voce. (7,)C. Gobelin, Vili.
..i0. Digitized by Google — m - Tot» (il., 1. il. fanciulli), percosse. Toltili
(Tagal), cerume degli orecchi. Toionu (Tonga), diretto, appunto, chiaro, pate-
aemente. Tstì (grec), allora, talora. TsSe (grec), dove, ivi. Toitja, Myrna
(ungh.), lento, pigro, adagio, un tale che la adagio. Totul (ili ), cantori
degli Unni. Tot (ungh.), sla- vo, slovacco, totiil, da slavo, slavescamentc
(5). Tom tow (Tahiti), domestici, l'ultima classe dei nazionali. Tallitesi-. Tr
Trina (il.), pesce, Trout (ingl.) Toi (Kurili), terra. 7V*t (Kurili), terra.
7**0/0 (Congo), terra. Tota (America, Anahuac, Totonaca), tre. Itoata (Brasile
Guaycurus), due. Tot (olandese), a, ad (preposizione, articolo). Tot (lai.),
totus, a, uni, tutto. Tot (egizio), mano, d'onde 7V»ol, seguo, e Mercu- rio,
detto anche 77ieu» e nome del primo gior- no dell'anno e del primo giorno del
mese, e Thot nome d'un mese che corrisponde al se- gno del Zodiaco Libra, nel
quale succede l'e- quinozio, uno dei primi (Theon) (1) (Settembre». Da 7V.cn/ o
Toth Mercurio (Dio) derivano ' Tad Taad ; Thevatat (siam.), Thevtat (gallico
antico) e Tatjete (etrusco) che passano come nome proprii di jiersonc che
realmente abbia- no esistilo ed abbiano ammaestrato le nazioni. Molti popoli
indicano col nome TVid o 7'ood la facoltà del linguaggio (2); Tota (Zingani),
Dio. Tòta (cimbro), padrino. TMta Thtta (cimbro), matrina. 7We (Tahiti), Tu (1)
Mag. Univ., 1859. (2) Nodier, M. (3) r'urstì è uoa imiUzione dispregiativa del
loro parlare. Tu p (pers.), (pronome di seconda persona siug.) Tu (tal.), tu
(il.), tu (fr.), Ili (sp.), du (ted.), tbou (ingL) (pronome di seconda persona
sing.), tu (Zingani) ; dal francese tu deriva lutoier, tu- towment ; dal
tedesco du, dutsen, dar del tu. Tu (ungh.), ago. Tu'i ^j- (turco), pelo, piuma.
Tal (ar., |)crs., turco), gelso, moro, mora, frutto del moro. 77iul «yji>
(turco), tenere, avere. Timi iejSe (ar.), serpente, cotone, valorosi. Tutahj,
tutan (ungh.), fodero, zattera. Thtttam f\Jyk (turco), pugno, fagotto, covone.
Thutaraq (j^U^ta (turco), epilessia. Tutatio (portogli.), (sp.), midolla.
Tiitte (ted.), Dulie, poppa, letta, mammella. 7wllo Tutten (cimbro), capezzolo
delta mam- mella. Tu// (Zingani), latte. Tute (pers.), verruca, porco :
osservisi la sua vicinanza con fnllo, tutten (cimbro), ca- pezzolo delta
mammella. Cosi papilla (tal.) mammella, e piccola elevazione della cute, es-
crescenza, papuiae. Tute (tat.), tu slesso, «e (pleonastico). Tiidò (ungh.),
polmone. Tbiile (fr.), termine di carezza automatico anco- ra senza
significato, che si usa colle ragazze; p. e. « ma tonte » (Volt Théàtre LXI,
522, Les Originau* Ad. I. Se. Ili), nulla ha a fare coti tout, toute che deriva
da lotm, a, uni (lai.). Di- cesi anche toutou come termine di carezza,
applicato a persona di sesso maschile: «jc vous ai déjà dtt, mon toutou, que
notre astrolo- gie ec. » Eh mais! que vois-je, mon !oit!oit?un hom- me dans
uotre jardin « ivi. Volt. Les Originaux. Questo non deriva da loiilou nel
significato di cane. Thutij .s-Ap (turco), nome dato, a Costanti- nopoli e
nelle scale di Levante, alla figlia mag- giore ili casa : pronunciasi pure jOj*
Questo termine d'affetto è specialmente in uso presso i Greci ed i Franchi.
Digitized by Google Tutta Iajjj (ar.), calamita, ralamina (mine- rale), d onde
Tutia (sp.), Tutie (fr.), Tuzia (it.) Tullij (ingl.), mazzetto di fiori. Toutou
(Ir. I. d. fanciulli), cane. T»T5 (grec), questo. ySyio Thutu (turco),
ostaggio, pegno, se non de- riva da lutus, a, uni (lai.), sicuro. Thutu (tur-
co), vuol dire anche allo di statura. Tutu (Tonga), tagliare. Tutu (Tagal),
abbruciare. Tutù (Talliti), villano. Tutuc ,j^is (pers.,), velo, cortina,
zenzalicra Jjjy (turco), cortina. Thutuc ijpyb (turco), ostacolo, ciò che
ritiene. Tatuili*, (lai.), ornamento del capo della moglie del flamine; benda
purpurea inserita nei ca- pigli ed eretta in alto. Tutuinpha (leg. longobard.),
dolo, insidie. Tutup (America Meridionale), tabacco (1). Tutu» ijJjJ (turco) e
^j^sò o ^S^ dutun, ta- bacco da Rimare, fumo. Duo* ,>.,> (turco), fumo.
Tutu (ungh.), pipa. Tutur (malese), lingua, dottrina, discorso. 77ii (turco),
perduto, smarrito. Dendan ^LjJd (|«rs.), dente; d'onde dews (lat.) Dedan
(Kurdo), dente. Dandan i,Kurdo), dente. Di Di ^ (turco), jeri. Dih 90 (pers.),
villaggio. Aet'ffw (gr.), temere. AtSa'^xf.) (gr.), apprendere. La desinenza
oxto è posteriore ; io crederei che la prima forma fos- se SiVatv, poi ffat'w
che resta nel greco clas- sico. XJiwdc (Africa Dagwumbo), mano. Dindi*
(Malabar), sole. Do Do (Nogah, Iudia orientale), specie di ronca (2). Doh
(migli.), odore di muffa, tanfo. Doh (Kurili), giorno. Dm (Africa Mandingo),
giorno. Joo (lesso), giorno. Dod (eb.), zio paterno, amico diletto. Dod (cbr.),
D'HIT amori. Dodo npT (cbr.), o nnn zia, cugina (3). t) Lexicon di Nicol. 2)
Rotnagnosi, t. Il, p. I, pag. 672. 3) Ezod VI, -10. Dodo nnìn ( cl, r.),
balestra. Dodder (iugl.), Androsacc. Dodo (N. Zel.), s|iccic d' uccello (1).
Dodo (Isola Rodriguez), specie d' uccello (2). Dodo (fr.) , dormire dei
fanciulli ; ninna , tono |x>r addormentare i bambini, sonno, alto di ad-
dormentarsi (3), d'onde dodiner , cullare un fanciullo, atto che si accompagna
appunto col suono monotono do do : dwline, andare e veni- re della bilancia ;
dodeliner, muovere la testa. Dodu (fr.), grasso, tondo, pienotto. Doe (ingl.),
damma. Dondon (fr.), donna grassa ed allegra (4). Dondolo (it.), pendolo ;
forse è onomalojieia del sunno della campana don don di cui il batac- chio
tentennando è la causa. Du Dm )à (per*.), due. Dù (migli.), bottino, ruberia.
Dnh »,> (pers.), coda. ììiìh (ungh.), furore. Dud O^a (turco), afflizione,
dolore. Dud T,"T (ebr.), canestro, bacino. Dùda (sanscrito), legato, «in.
Dttda (ungherese), cornamusa. Dhudaq jjto^fe (turco), e (jf^O labbro. Diidé 5
4>ji> (turco), famiglia; ? 0ji> (pers.), fami- glia, popolo, razza.
Duhnda (Tiniguska taf.), terra. Dùmlo (ili.), zio dal lato del padre. Dudor
(ungh.), scrigno, gobba ; d' onde dndoro- dik, dudorodas, gonfiarsi, crescere,
sporgere. Dudu (ungh.), goffa, balordo, gaglioffo. 7>ndum (lat.), ora, poco
fa (particella riempitila). Va U ne tf 'oe (N. Zel.), gamba. Jt'ateae (Hawai),
gamba; forse irniroi (malescj, propriclà, è fa stessa parola che in Hawai e
nella N. Zelanda vuol dire gamba (mettere una zampa, occupare, arrivare a
possedere). (I) Allgem. Zeitung. 14 august 1840, Beilage. [ì, Humboldt,
Kosnios, I. 303. (3) C Gè belin, OicL Fr., in voce. (4) C. Gebelin, Dict. Fr.,
in voce. Digitized by Google - m - Faj (ungh.), butirro. Faj (ungi).), scavar
fuori. Fao (Madag.), capo, testa. Fageegec (ÌS. Olanda), capo, testa. Fava
(Madag.), bocca ; d'onde wava (N. Zcl., Ha- wai, Tahiti), bocca. Fàva
(sanscrito), luna piena o luna nuova ed il suo giorno. Favoriate (sanscrito),
si dice. Fuvara (sanscrito), grazia. Favi (sanscrito), fonte. n Ferrar (turco),
trono, sala, vestibolo. n Fiath JoUj (ar.)j rosa rossa o gialla. t'ita Fivaaha
(sanscr.), deliquio, impotenza. Fivaila (sauscrito), contesa. Fivaham
(sanscrito), matrimonio. Fivere (sanscrito), matrimonio. rivere (lat.), vivo,
vivisco ecc. Fiverra (lat.), donnola. Fivictam (sanscrito), arcano, decreto.
rividha (sanscrito), varietà. riviki (sanscrito), prudente. rivikam
(sanscrito), prudenza. Fivùhacar (sanscrito), uccello. n r ovo (Madag.), rete
da pescatore. Fu fi umi (Java), parlare. ff'awakshati (sanscrito), vuol dire.
Fa Fa fa (Giappone), madre. Fafe (Africa, Kong), padre. Fa (Afr. Maudingo),
padre. Fu (China), padre. Fahfuh _Là^ (ar.), fiume del paradiso, raffred- dato.
C Fafine (R. Zel.), donna, portare. Al (alfa (sp.), raslro, medica. Farfadcl
(fr.), spirito folletto. Fu Furfur (lat.), crusca. V Ugiagi ^l^f ( ar -)j MflM
salmastra, salmastro. Ilukuk JjX». (turco), raschiatura di un atto. Humam ^
(ar.), eroe, principe liberale, gnifiro. Unum (ar.), popoli. Vmm 1\ (ar.),
madre, principio, l mma (Licoukieou), madre. Uhtna (Cafri), madre. I «irne (Africa,
Dar Four), madre, /oiimma (Nifrrizia mariti.), madre. VOL. I. L>l Digitized
by Google Digitized by Google J DIZIONARIO INTERIETTIVO OSSIA RACCOLTA DI
PAROLE D' ORIGINE PATETICA ESISTENTI 0 VARIE IfflNfflt Anche nel dizionario
interiettivo ci scostam- mo dal rigore dell'ordine alfabetico, per lo scopo
accennato nella piccola prefazione che precede il Dizionario automalico. Qui
non si fa alcun conto dell'aspirazione. Le parole di sensi simili, seppure non
sieno uguali affatto nelle forme, si posero vicine. I suoni uguali si disposero
in contiguità, non avendo alcun riguardo alle maniere grafiche con cui s'
indicano nei varii sistemi alfabetici. Cosi C, in precedenza ad A, 0, V, si
troverà promiscua- mente al A ed al Q. Cosi pure i suoni simili si posero in
una so- la serie. Tali sono quelli espressi ortograficamente in varie lingue
per le lettere Ps, Z, Sch, Se, Ch, C (francese avanti e t o con cedille), St.
Anche i suoni D e T si posero in una mede- sima serie. 4 A (Perù), esclamazione
(i). A nn ( CDr 0> esclamazione di duolo, ah! A (aut. ted ), acqua (2).
(tìCGebelin, Vili, 510. (2) Adelung, Diz. in voce Eiland. A (it.), eh? si usa
per domandare, o rispondere quando si viene chiamati. A (lat.) (preposizione)
da, per mezzo, indica pros- simità di luogo. A (vai.) interiezione di dolore;
vah (lat.). A (Hawai), interiezione. A privativo, in sanscrito, in greco ed in
latino (avius, aniens ecc.) , è in origine un grido di disapprovazione , quello
stesso che usiamo noi Italiani, p. e. quando ci si narra o ci si propo- ne
qualche cosa che noi rifiutiamo, p. e., « a ! giusto nè anche per sogno ». A
epitatlico, cioè quando aggiunge forza, accresce, è pure in ori- gine un grido
bruto. Questo suono a non fa che determinare l'attenzione di chi ascolta mar-
cando, calcando presso la |*arola a cui ora sem- bra unito; il senso poi derha
dalla circostanza in cui si pronuncia: e quanto al dare od al to- gliere del
grado del significato, molla parte vi ha lo speciale accento, il tono, la nota
ed il tempo. Aa (llawai), radice. Aa (Dan.), guai! Aa nn (ebr.), heul hem!
A" i (gr.), interiezione di spavento, di paura, di desiderio, di sorpresa;
al al (lat.). Digitized by Google A" A (gr.); ha ha (lai.), interiezione
di lamento. Aaa nnfc), di gemere, di dolersi, ha ha di sospirare. Ah (vai.),
ah!, ah!, interiezione di doloro. Ah interiezione di dolore. Jha (UU),
interiezione di sorpresa. A Un (sanscrito), interiezione di chiamata. Alia nnH
(ebr.), ah! HUS ahaa, di dolore. Aha (lat.), che prouuuciossi ah (4),
interiezione. Aha (uugh.), vedi ecco; anche Aliò. Aha (ungh.), iuterieziouc di
scherno. Aha (Tahiti), perchè? Aha (Tahiti), chi? cosa? (pronome). Aha (M. del
Sud.), società. Aha (ted. antico), acqua (5). ./ha (sanscrito), interiezione di
chiamala. Aha (sanscrito), giorno. (1) Humboldt, Kawi, III, Sii. (2) Michtelis,
Lhss. Kintluss dei Spi li ben, Ber- lin. (3) Calep. in voce (i) Prisciaiuis, p.
M8. (5) Wachler. Adelung, Di/, in vote Eitand. Aha (sanscrito), io. Aha
(Orenocn, Amazoni), bocca (1). Ahaha (sanscrito) , interiezione ammirativa ed
anche di doloro, oh! Ahun (Garaibi), respirazione forzata (2). Ahan (fr.),
affanno (3). Jlahana (Hawai), caldo. Ahàna (sanscrito), sacrificio, Ahala
(sanscr.), percosso (cioè che grida aha!). Haliam (Hawai), flagellare, anche
hahau. Ha (oland.), interiez. di gioia. Ha ha ha (valacco), interiez. di
allegrezza. Ha (sanscr.), vali ! oh ! interiez. di stupore, di ab- bominazione,
di chi si rattrista. Ha nn (ebr.), heui! heu (4). Ha (ungh.), interiez. di
domanda, coinè, qualora. Ha (Hawai), particella di senso non bene determi-
nato: sembra un'affermativa (5). Ha Lp (turco), interiez. usata da quello che
assente ad una dimanda o comprende l' intenzione di un altro. Ha, he (lat.),
interiez. con cui si mostra di aver in- teso, p. e. Plauto Pseudol. Act. IV.
Se. 5. Anche in tedesco ha ha si usa come segno di aver inleso, p. e. « ha ha
nun weiss ich ; » ha ha, adesso iutendo (G). Uu (ted.), interiez. di sorpresa
mista ad ira e sde- gno : di dispetto , di ammirazione, di domanda, cosa? che
dite? come in italiano, a? cosa ? Si usa quando non si ha inteso o capito
quello che alcuuo ha detto : oppure si risponde cosi quando si viene chiamali :
corrisponde ad ah ! ahil ehi (II). Ha (fr.), ah ! heu I Ha (lai.), interiez. di
chi grida come in greco ■ i. Ha (sp.), ah! ohimè 1 Ha (sanscr.), io (pronome)
(7). (1) Adriano Balbi, Aliante Etnogr. America. (2) C. Gobelin, VHI,5iiH. (Ti)
• Sucr d'almi • (Volt Cunvsp. II, 28CI 11 sensi» è anal> n > a quello che
ha nella lingua dei Coraibi ~ anelilo (4) Pi Iraeus Mnsae Heliraeorum. (5)
Humboldt, Kavvi, III, 054 ? 486. (li) Adelung, Hi/., in voce c (7)
VelàiapanVavisuti. Trad. del chiarissimo Bor- tolazzi. Digitized by Google Ha
(sanscr.), mancare, abbandonare. Ha (N. ZeL), respirare, espirare. Ha (Tonga),
apparire, mostrare. Ila (N. lei), quattro. Ha (Hawai), quattro, Uea (Tahiti),
quattro. Haa (Isola di Pasqua), cinque (i). Haa (liawai), prefisso verbale. Hah
(ungh.), intcricz., ha ! (tcd.). Hah (Giappone), sole (2). Haha (led),
intcricz. per mostrare sorpresa o pia- cere della presenza d* una cosa alla
quale si ave\a |>eusato, p. e. « lui ha ist cs so zu ver- stehen, ha ha da
ist es » ce, ha l ha l si ha da intendere cosi, ha ha egli è qui. Haha (iugl.),
apertura nella siepe d' un giardino sull'orlo d'una fossa (3). Ha ha HKn
(ebr.), intcricz. di riso. A" a a (gr.), inlciicz. di riso; p. e. •vedi
Sofocle nel 4>iXoxTYjTT^ : anche Z i. Ha, ha, he (lat.), intcricz. dell'atto
di ridere; p. e. Plaul. Pscudolus. Se. I, Act. IV, v. 50. Ps. Ul ego te hodie
accipiain lepide ubi effeceris hoc opus! Siin. ha ha he le Terent. iu Eunuch. —
ha ha he. Thr. quid rides? Gita, istuc quod dixti modo. Ha ha he (it.),
interiez. dell'alto di ridere ; p. c. Machiavelli Mandragola Allo IV, Se.
l.Ligorio. no : gli è lui: ha, ha, ha, he I . . Siro ... tu ridi. Ha ha (fr.),
intcricz. dell'atto di ridere, p. e. Vol- taire Canine AcL 11, Se. 6. Blatte
(riant), ha ha. fUaite (riant cncorc), ha, ha, ha, ha qu'ellc ett bien
allrapée. Haha (led.), interiez. che imita il ridere (i). Uahahu hach (ol.),
interiez. per indicare il riso. Queste interiezioni si emettono alle volte con
certa affettazione per imitare l'atto di ridere, mentre in fallo non si ride:
allora sono da con- siderarsi come onomatopeie. (1) C. Gebclin. Vili. filo. (2)
A dr. Balbi. Ali. EtflOgr. Asia, (ó) Adclimg, biz. in vote c (4) Adelung, 1)«.
in vwu c. L' interiezione dell' atto di ridere, sia spon- tanea, sia affettata,
diventò verbo nella lingua del Madagascar nel significato del suo atto, della
sua espressione generica: Hehé (Madag.), ridere. Haha (Tahiti), santo. Hàhà
(sanscr.), cavallo. W aah 1 aa (M. del Sud), basso. Hahàtt (Tonga), rugiada.
Aha LI (pers.), ahi particella ammirativa. ^6oK^in(ebr.), interiez. vieni, agc
(i), ava tQH sul (2), aòii venite, agite. Aboi (cbr.), intcricz. di dolore.
Habe, /ir ( re. ave (lat.), addio (il saluto). Hnbbezzù I jy^- (turco), bravo!
^/"«/OU* (ar.), astinenza, continenza, atto di astenersi da ciò che è
proibito. 'Xr.itar.ai (gr.), interiez. di assenso, di consenso. Ave (pers.),
ahi; scrivesi anclie acce Am (ingl.), guai ! Ave . timore. Ava nin (ebr.),
disgrazia, pravità, avvenimento improvviso. Ava HIH avvenimento, avvenne, fu. T
T Ava niS (ebr.), desiderio : aveo,e,s (lat.), desidero. At t 3H (eh (Madag.),
dare: ireh (Java), dare. Awe (Isola del Prìncipe), bambù (ó). Ava 1^1 ( pers.
), alimento, nuuestre, eco, usi- gnuolo. Awa (Tonga), buco. Away (iugl.), via!
fuori I Ach Ach è il suono che produce il fiato emesso da un petto oppresso.
Ach (led.), intcricz. di dolore., di desiderio, d' im- pazienza : deh 1 ohimè,
ahimè. ,/rn (olaud.), interiez. di dolore e di tristezza. Ach j.| (ar.), ah !
Ach (turco), ah I (1) Exod. e L v. 10. (2) Numeri IV. 48. (5) C Gebelin, Vili,
518. Digitized by Google Ach Pìi (ebr.),heu,eheu interi, di dolore, ah! (1).
Ach *\ (turco), fratello. trh ffS (ebr.), fratello. T L'interiezione passò a
nomenclatura del fra- tello, esprimendo uno stalo in cui si domanda aiuto. In
seguito ach HK (ebr.), fratello, fu appli- cato ai parenti in genere «eh HS
aguato. Achia (Canadà), fanciulli (2). Acha rTflfct (ebr.), ben, eheu. Ach
(ebr.), uullameno, peraltro, ma, soltan- to, certamente, in vero. Acaj (Perù),
esclamazione nell' atto di scottarsi a xaéw (gr.), abbruciare. Aga (fr.),
interi., vedi ! guarda ! oh ecco qua, p. e. Voltaire ( Théàtre, LVI, 490.
L'tlchangc Ad. II. Se. 5.). « Aga, uvee tvtre mari; cu contai blcus-lù me
futiguent ». At Ae (Hawai), permettere. Aeì (Brasile), errare (3). A'it (gr.),
sempre. Ahea (N. Zel., Hawai), quando. Altea (Tahiti), serve a formare il
participio del hi turo. Aliec (Tahiti), fr uito simile alla fava e del sapore
della castagna. Ah eh (ili.),. interiezione d'ironia. Hae (Hawai), stracciare,
lacerare. tlahè (fr.), grido di caccia per fermare i cani che errano nella
traccia, o che vanno con troppa furia ( i). Ahew (S. Zelanda, Talliti), naso.
Ileeih (Isola del Sud), naso. Ai *S (ebr.), interiezione di dolore, ah guai [
Ai jo| (turco, persiano), oh! eh! Ai Ci (turco), grido per chiamare e per
ammira- ti; Petrnei, NomaT« mi «Xe'ovi al ai Xàtfavi pauroso. Hai (M. del Sud, Hawai), parlare,
dire, t Ilaj (ungh.), ahi! ah! ahimè! Hajh (ungh.), ahi ! ah ! ahimè 1 Haj
(ungh.), capelb. ZUVij (ungh.), strigolo: per l'uso d'ungersi con questo i
capelli. Hai (chincse), mare (1); Ai (Ja\aSasak), acqua. Hajó (ungh.), nave, bastimento;
probabilmente tanto il nome del mare iu chiuese, quanto quel- lo della nave in
ungherese derivano dall' in- teriezione hai nell'espressione di dolore come
relativo al pericolo della navigazione. Molte nazioni antiche avevano in orrore
il mare e se ne serbano ancora le memorie. Gli Egizii lo chiamavano Tifone, che
è il nostro diavolo. I Persiani non intraprendevano viaggi maritti- mi ( per
divieto religioso ) (2) ; anche oggidì di- cono atei ai navigatori, perchè
espongono la loro vita sopra un elemento si perfido (3), e molti nativi dell'
Indostan ricusano perciò d' im- barcarsi (4). Gli Arabi, quando intraprendeva-
no i viaggi marinimi Cuori dello Stretto di Ba- bel Mandeb, si vestivano a
lutto; ed è perciò che cosi lo chiamarono^ poiché vuol dire porta del- l' 1
afflizione ; un porlo non mollo distante chia- masi .Ve/e, morie, una punta
adiacente Carde- fan, funerali (5) ec. 7/o;'a huja (ungh.), e heja huja, far
allegrìa, giu- bilare. Forse tale interiezione intende d" imitare la
parola ailcluia (tf^VVtO notissima e pro- verbiale presso tulle le nazioni di
cullo cri- stiano. Hd"ihu'i\^yg> ^Ije (ture.), imitazione di grida con-
fuse di una lolla qualunque di combattenti. So- no le esclamazioni ai tu'.
Heulen (led.) (pronunciasi hailen), urlare, pian- gere. (1) C. Gebelin, L ni,
519. (2) Pli linio. H. Nat.. XXX, c. II. (5) Umile de l'Inde, p. 517, Gioja,
Fil. d. stica, I, 578 Stali- S4) Hvde. Robertson, India, p. I, gei. I, nota IX
Bruce. Viaggi. L I, p. e altrove. Digitized by Google — 468 Aia (Hawai),
perchè. Aia L^f (|)crs.), se, per caso, forse che. Aia TVìl (ebr.), fu,
avvenne. Aiav 3* (ebr.), odiò. At'PoT (gr.), hen, bei, (ebr.), ah! guai! oibò
(it.), inleriezione composta dì due suoni inarticolati, distinti e senza senso.
Mie (fr.), interiezione di dolore, di tristezza. Aije (fr.), interiezione di
dolore (1). ,/ien»ler chiamare : quin- di Aia 1^1, palina della mano; perchè i
Turchi per chiamare alcuno battono le palme della mauo una contro l'altra. Aye
(Timor Suiubaya), piede (2). Ajah (chinese), interiezione di sorpresa (5). Aia
Lx((urc, ar.), dilfìcile a guarirsi (malattia). talai >^{^nn (ebr.), utinam
per la 3. pers. Ala (sp.), olà, eh! oh! Dio. Halà (sp.), olà. Ala (Perù),
infelice (5). Atà 5J| (pers ), turbamento, che torba, che in- sozza. 'Ala nSt
(ebr.), giurò, esecrò, giuramento, im- precazione. (t) Voltaire, Tbéalrc, t.
L1V. p.285, L'Indiscret, acte I. se 3. (2) Balbi, Ali. Etnogr, Oceania. (ó)
Allgi m., Zìitting, Bricfe, aus China, Beila^e, 13 october 184G. Mi Pclraei,
Nnmenclator. (5, C Gebclia, Vili, 526. Allah ajjf (ar.), (ture), Dio. Ala
(Madag.), bosco, Baia» (Ja\a). A XaXj, A XaXtj, JXzUZu (gr ), chiamare, escla-
mare. A'XaXa (gr.), Alala (lat.), acclamazione, schia- mazzo militare, prima
della battaglia, vocife- razione dei villani. aYXaXafij (gr.), ululo dei
soldati, giubilo, bar- rito, grido d'allegria. ATLaW-rpa (gr ), Alalagma
(lat.), grido lieto dei soldati. Alalatj (Perù), esclamazione.. Mas (1). Alan
(Perù), esclamazione, héias. Alalak fungh.), maschera. Ala nS7H (ebr.,), oltre,
di là, più oltre. Alel ^»^n ( enr -)j canto lugubre. Alti (iiu»h.), cade in
isvenimeoto. Alelai >J?$ (ebr.), guai! ahi! clelcu (lai), hei mi hi! Alò
tÒT\ (ebr.), là, forse non? Alò liVn (ebr.), forse non? Chalila rÒÒO (ebr.),
absit! Dio non voglia (2). Ana (ebr.), interiezione di carezza e di do- manda
(3). A'4- (gr.), indietro! di nuovo, tosto. Anist (iugl.), basta! termine
nautico (4). A nò (sanser.), come? si usa in atto di dubbio e d'
interrogazione. Ao (Tahiti, N. Zel.), luna, luce, mondo. Ao (Hawni), nuvola.
Alio (Tonga), nuvola, diecsi anche Aoo (5). Alio (N. Zel.), giorno. Alto
(Tonga), giorno (C). Ayou (Africa Iudah), giorno (7). IIoou (Egillu), giorno
(8). (t) C. Gehclin, Vili, 546. ('!) Pelraei, N'orm-nclator. (ój BrlLirmin.,
Gramm. Hebr., p. 219. (4) Potrebbe essere l'italiano arresta. (5) Humboldt,
Kawi, III, 228. (ti, Adr. Balbi, Ali. Etnografico, Oceania. (7) Balbi, op. cit.
Africa. (8) Balbi, op. cit., Africa. Digitized by Google Ao (Hawai), tentare,
diecsi ancbe hoao. Aho (Hawai), fiato. A*w (gr.), spirare, io spiro, d*ondc
arj|it. Hao (Hawai), prefisso verbale. Aho» (Isole Marchesi), manto. Ai 13fc e
pronunciasi òe. Ba Li (persiano), con. Bi (gr.), voce di quelli che si chiamano
l'un l'al- tro. Bai, Btj (gr.), va, vanne, d' onde Sri&i, Sa'St, vade
(lat.). Bah (it.), interiezione di meraviglia e di disap- provazione, oibò.
Bah! bah! (Ih), interiezione di disapprovazione, oppure di meraviglia ; d'onde
ébahir, s'ébahir, sbaire (it.), meravigliare. Bah! bah! (ted.), interiezione di
disapprovazione e di fastidio. Bah (sanscrito), crescere. Bafiai (greco), babae
(lai.), -arai (gr.), papae (lat.), voci d'ammirazione, capperi! cappila! Bai
(pers., turco), ricco. Bhnj (sanscrito), dividere, ripartire. Bàk JL (pers.),
timore, sollecitudine. 1» »-'/.: j:- ì (gr.), esclamazione nei sacrificii di
Bacco (2). Bai (lat.), voce usata quando si vuole sgridare alcuno ed imporgli
di tacere, p. e. Plaut. Pseu- dolus, Act. I, se HI: Calidorus. Quid opus est?
Pteud. Polin' aliam rem ut cures? Calidorus. At. Pseud. Bai. Cai. Crucior.
Pseud. Cor dura. Be Beh (nngh.), ah t quale, come, ah come ! Bah (ted.), usasi
spesso coi fanciulli invece di pfui, p. e., « bah bus es stelien ». (1)
U.ipuis, Or , VI, 2, 293. (2) Euslatli. 22 — 170 — Behi (ar.), bello, prezioso
Bei (leti.), per, per appresso (preposizio- ne) (1). Béi'à Lo (pers., turco),
come? Beszegh (ungh.), aha! interiezione di scherno. Bi Bi »3 (ebr.), di
grazia, quacso, obsecro. Bi (pers.), senza. Bih ju (pers.), buono, migliore.
Bihi (pers.), bello. Bo Bo (sanscrito), heusl (2). Bs (gr.). Hèu (fr.), orca,
specie di vascello. Heu (chin.), governatore di provincia (3). Heus (lai.),
iutericzione di chiamata. Ei Ei (it.), interiezione di chiamata: avverte. Ei
(cbr.), dove? VT& dove ed anche 7\# «Té, dove ? fii^l (ture), interiezione,
oh, eh! bene, buo- no (avverbio). Ei (ted.), ei ei interiezione di chiamata, d'
inco- raggiamento, di sdegno, di scherno, di compia- cimento, di desiderio. Ey
(ted.), deh ! oh ! eh ! Ey (ingl.), oibò. Ei (ol.), interiezione di preghiera o
di adulazione. Ei (valacco), hui! Ejej (ungh.), su via! Ej (ungh.), notte. Ei
(Ilawai), ora, già, se, qualora (4). Ei (Tonga), porse. Eli ^ (ar.), chi,
qualunque, il quale, che? chi? quale? Ei (lat.), a lui (dativo sing. del
pronome it, ea, id), oi (gr.). Ehi (sanscr.), ascendi, monta! (eo, w, ire,
lat.) Eii (ture.), costa, le coste, ossa dei lati del torace. I) C. Gobelin,
Vili, 5. % C. Gebelin. Vili, 544. Uti ^> (arab. ture), esclamazione di un
uomo che prova qualche dolore o che avverte. Hei (lai.), interiezione di chi
piange od ha paura. Héj (ungh.), ahil, oh!, qua!, olà!, calore, ah! Hei hei ^
^> (pcrs.)> grido, tumulto nel i timento, gran coppa piena di vino.
Heìahu y&Lj» (ture), grido durante il combat- timento. Hei ^ (ture.),
interiezione di chiamala, olà. Hei (sanscr.), interiezione di chiamata, //ii,
heus (lat.). Ei (it.), interiezione di avvertimento. Hei (vai.), interiezione
di chiamata = heus di chia- mata ; esclamazione. Hei (ol.), interiezione di
gioia. Zfeii' ^g*» (pers.), l'essere, esistenza, sostanza, sus- Héj (ungh.),
corteccia, copertura, scorza, fodere di coltrice, pelle, guscio, mantice,
loppa, lolla. Uey day (ingl.), espressione di gioia. Heila (ol.), intericziouc
di gioia. Ech "yVl (ebr.), come ? scrivesi pure "^IT Efa (gr.),
particella ammirativa e che eccita al- l'attenzione. F.ja (lat.), su! via!
animo, vi prego! Eija Col.), iutericzione di allegrezza. F.jaha (Tahiti), no,
non, nè. Z/t'i'a / mirai ^( arab -)> ohlch! Fjaye (ungh.), oh! ei! Ueiìab
_>ILe (arab.), timido, pauroso. Ueìhat v^A^ajb (arab.), lungi da ine!
(particella di ripulsione), deserto estesissimo. Heìat *s,\S# (arab.), che fa
molto rumore, che grida molto. Heit (pers.), grido, tumulto, gran rumore.
Ueìiet &U» (arab ), forma esterna, aspetto, faccia, i ,) B iyer, Confuc
Diss- Acad^Polrop, t. VII, p. 424. ;4) Uùmboldl, Kawi. Ili, 654. Ein ^1
(arab.), dove? d'onde? Uein (fr.), interiezione, plait il? Eìu y»\ (ture),
buono, bello, bene. iM «t^f (ture), ah! ohimè! hélat. EchahìiyR (ebr.), hi qual
maniera? Digitized by GoogI Eyea (Isola del Sud), pesce. Elio (lai.), avverbio
di chiamata. HùJj (gr.), aurora. Eo (lai.), vado. E"w (gr.), io sono,
ch'io sia. L"u> (gr.), mando, avrei mandato, colloco, vesto. E'w (gr.),
io cucisco. Elù }M (ar.), benefizio, grazia, Ila y\ *J| (ar.), Dio. £/ 51
(turco), mano. Jjb^Hj» Belahel (ar.), mortale, che dà la morte. Halal (ungh.),
morte. EXtXeo (gr.), grido , esclamazione, schiamazzo guerriero ( l). E'XeXeó;
(gr.), chimi (lat), il sole. HXsXrjts (gr.), eleleù (lat.), donna baccante.
fieni (lat.), interiezione d' ammirazione, di «le- gno, di avvertimento, di
rimprovero a sè stesso. //em (fr.), interiezione di ripiglio (2). Hem (ol.),
interiezione per chiamare alcuno. Emmo (Chili), cosi (3). Emoe (Tahiti), è
morto, dorme. E'v (gr.), entro, in (lai.), in composizione priva come in
amici», inimicus: ha forza di con- tenere in hutris, illustra, e di
possedimento. Enim (lat.), congiunzione è derivata da ev. En ^| (ar.), in,
tana, caverna di bestie feroci, larghezza. En (lat.), ecco, tjvt (gr.), ecco.
En (sp.) animo ! orsù I En (lat.), interiezione di esultanza. E'u (gr.),
interiezione di giubilo, di approvazione, scrivesi anche eo (4), d' onde eo
felicemente (avverbio). Evam (sanscrito) j interiezione di approvazione
annuendo =: in questo modo, con questo me- todo. (1) Schrcv. (2) Voli. Théàt-,
t. LV. 52. Nanine, act II, se. 13. Le Comle, Tranquillement! Le Marquine, Hem!
de qui parlez vous! (3) Georg., Marcgrav., Chili, Reg. p. 52. (4) Aristofane
ExxXij? in Cne. Ew (resta in celtico) (teutonico), sempre: trovasi nel latino
aevum. Evvàho «f~f (ar. pers.), che sospira , che trae gemiti. Hevahii
Jt>\y» (turco), sciocchezze. 'Eusiv (gr.), heu I Evan (lat.), Bacco.
"Eotos (gr.), Evhyus (lat.), Bacco. E vai (lat.), provoca, etti re. Evax (
lat. ), 'Eua$ (gr.|, interiezione di esul- tanza. Evge (lat.), 'Euft (gr.),
interiezione di esultanza, di congratulazione , di allegrezza, di assenso, di
lode, di approvazione. EW (gr.), interiezione di allegrezza (I), evhoe, evoe
(lat.), evviva 1 proprio dei Baccanti, come evax. Eooa (Tahiti), pioggia.
//eooo (Isola del Sud), capegli. Eoee (gr.), canzoni (2). Ehol (ungh.), ecco!
vedi! Eou (Tahiti), mammelle (3). Eu (Tahiti), petto (4). Eouau (Tahiti),
rubare di furto, dérober (5). Eeoui (Tahiti), ruttare (6). Fa. Fa (ungh.), albero.
Faftr jjjOi (pers.), giunco di cui si fanno le stuoie. Fai (ungh.), legno. Fój
(ungh.), fa male, fàjlal, soffre dolore. Faj (ungh.), specie, maniera. Fahi
^>\j (ar.), chiacchierone, futile, millanta- tore. Fai/ (ar.), che è in
collera, eccessivo, esorbi- tante. Fayh (ar.), che esala un profumo. Fath
(ar.)e Few/i, grandezza , estensione, (I) Eurypides in Cyclope. (2 Pausanij, I.
IV. Bianchini, Si. Cniv , l. V, iH. (5) C. Gobelin. Vili, 544. 4) C Gcb., ivi,
548. 5) C. Gebelin, Vili, 544. (G) C. Gcb., ivi. Digitized by Google - 174 -
abbondanza d' erbe o di pianle in una vasta coulrada. Faij (ingl.),
conguagliare (T. nautico). Fe. ♦r; (gr .), disse. Fedftd JkiiXi (ar.), terra
estesa, uguale ed unita; pronunciato fudfud, fondo, beni. Fthe iyj (pers.),
emulazione, invidia, gelosia. Fej (ungh.), muugere. Feiah ^U» (ar.), preda,
bottino, caverna. Ftifah ^lli (ar ), vasto, esteso (il mare), pron- to alla
corsa (cavallo). Feifa LU* (ar.), deserto sprovvisto d' acqua. Feri igyi
(turco) (pers.) particella d'approvazio- iic, bene I, bravo !, coraggio ! ♦iti
(gr.), interiezione prah! heuì £w (gr.), /leu, eheu, papae ! capperi !
interiezio- ne di chi si lamenta, di ehi ammira, d' onde qi$op*t } c poi
9o{k'&> fugare , e (finita fug- go, fi (lai.) , fugio (lai.), afufar
(sp.), fug- gire. Feev 3 Li (ar.), sentiero per sili difficili, contrada
montuosa, spazio tra due montagne. Féud (pronunc. francese), oo (ar.), morte.
F6 (ungh.), bollire, cuocere. Fi", (ungh.), testa, scrivesi anche Fej. Fi.
Fi (valacco), interiezione di avversione, di fa- slidio. fi (fr.), interiezione
di avversione, fi donc. Fy (dan.), interiezione di avversione. Fi £ (turco),
interiezione di biasimo, esprime il disgusto, P avversione, fuori! via di qua!
non me ne parlate più I Fi (ungh.) , interiezione per ischernire alcuno, pfui
(led.). Fij (ol.), interiezione di disprezzo fi, fotti. Fi (lat.), interiezione
di chi sente puzza, phy. Così pure fi fi (lat.), voce con cui si allontana
alcuna persona che pule. Fifi (il.), fi (Ir.). Fy (ingl.), oibò. Fi £ (turco ),
in, dentro, a, contro, sopra, in mezzo, per. Fie fie (ingl.), vergogna ! Fic*±
(ar.), particella ammirativa, Phy (lai.), interiezione di maraviglia : « phy
do- mi habuit, phy malam crucem » (Tercut ). Fif sjyj (ar.), sito, luogo,
deserto, sito privo d' acqua. Fi fio (dial. ven.), paura. Fifar (dial. ven.),
piangere, guaiolare. Fu. c uderiezione quando uno si Fu fu (lat.), 1 fa orrore
e fugge daqualche t cosa fetente. Forse da Fu fu, derivano ♦uicrs.), memoria,
sconosciuto. Jaj (ungh.), ahi ! guai ! d'onde ;'a/os, miserabile, infelice.
laìi (pers.), infermo, ammalato. Jay (ingl.), ghiandaia. Jai^ì (ture), estate,
arco, costellazione dell'ar- co ossia del Sagittario. Jàoh (il).), interiezione
di dolore, ahimè, ohimè ! tao (chin.), essere, aia H»H (ebr.), fu, avvenne. /
ao (Canada), corpo, sostauza. Japach HD' (ebr.), ansò, sospirò, parlò con la- j
meuto, spirante : scrivesi anche HD' iapeach. l'aTTaTai i'*TT«Tata£ (gr.),
interiezione d'inde- gnazioue, di sdegno. Uiath JeU» (arab.), grido, rumore,
tumulto, an- che Hit oujs (pers.), grido, tumulto, gran ru- more. Jauh
(malese), orzo. IVJ (gr.), iuteriezione, olà! eh! ah! di risposta (4). Ìt)
Velàlapan'da vinati. •2) Humboldt, Kawi, I. (7> Enld>>ck. im Reiche,
d. Geistes, Aligero. Zei- tung. Beilage, 8 julius 1847. (t) Aristofane fJaTpax
01 '° principio: così rispon- de Xanthia chiamalo da Bacco. Jaav 3K> (ebr.),
desiderò. Fare (ingl.), mascella, ganascia. /air/ (ingl.), urlare, gridare.
/'airi (ingl.), barca, canotta (T. nautico). J'aw (inpl.), imbardata, guinata
(T. nautico). Javó «13» (ebr.), verrà. Jb Jbaba (lagal.), abbasso. Jbabao
(tagal.), in alto (i). Jch Jch (ted.), con tono prolungato e ripetuto più volte
è interiezione di meraviglia , p. e. « icn, ich, tch, wie schon singst du nicht
» (2). Je le «j (turco), o, ovvero, ebbene! vediamo! inter- iezione di sorpresa
e di meraviglia. Je (ted.), mai, giammai. Je è talora riempi tiva ; alle volte
corrisponde al qttanto, in rapporto a tanto nella prima parte d' una
proposizione, p. e., « je kiirzer desto besser » quanto più corto, tanto
meglio. le (Zingani), è. "li (gr.), va ! (2.a pers. sing. prcs.
imperativo). Jàh (ted.), ripido, erto, scosceso, dirapato, subi- taneo, jack.
Hiè ^> (ar.), ella è dessa. J e (ingl.), voi, i/oh. / e (chin ), occhio (3).
J t (chin.), ulla, villaggio (4). J'ea (inglese), si. Hit (fr.), istrumento per
battere il pavimento. Hieb (ted.), colpo. lees (ar.), disperazione^ dolore, ciò
di cui si dispera. leg Jb (turco), buono, migliore. lek «ib. (pers.), uno, una
volta. lekek JL^ (pers.), lago, staguo. Jth (Bali volg.) , acqua (5). (I)
Buschmann, Humboldt, Kawi. Ili, 621. (*2) Ilemmcr, Gramm. Ted, 406. (5) Bayer,
l.cx.Sin. Uiss. Acad.. Pelrop.. I. VH.p. 355. [4 Bayer, Lex. Sin., L VII. Diss.
Acad., Pelrop., L Vi), p. 34C. (5) A. Balbi. Ali. Etn., Oceania. Digitized by
Google - 177 - Vii (gr.), voce di minaccia; hui! (lat.). Jei (ili.), gufo, hi è
un grido di dolore simile al- l' Ae» (lat.), esso servi di nomenclatura all'uc-
cello celebre nei pregiudizi delle nazioni per essere di pessimo augurio. Mi
»n* (ebr.), sia, sarà. lei'u (turco), alimento; d' onde ìeìegick xfJLsc^
(turco), pasto, alimento, viveri , ciò clic sarà o può essere mangiato.
Osservisi come è simile a jejunus (lat.) e jentaculum. lei (turco), vento,
soffio, flato del venire. For- se jT/ b (turco), aniio, deriva dal nome ge-
nerico dei venti, dallo spirare dei quali si di- stinguono le stagioni. J'eij
(Azteco), tre (1). /eou (Virgin., Caraibi, Algoncliino), quattro (2). J'ou
(Abenaquis), quattro. J'aou (JSoridgewalk), quattro. Iluaeia (America, Cora),
tre (5). l'cù (gr.), heu, interiezione di derisione. lem \yj, (pers.), perdita,
atto di smarrire un og- getto. lenm njiT (ebr.), Dio ; d' onde poi Jovis
(lat.), e juvai-e etc. Im Min (fr.), interiezione di dubbio, d' interrogazio-
ne, di stupore, come hom e hou. In In ^jì\ (pers.), questi, questo, 'Firn
(ar.), lana tinta in in diversi colori. l'u (gr.), Imi ! Ioli (illirico), oimè.
lob 3ì*K, il nome Job, Giobbe, vuol dire gemente, dolente : sembra derivare dal
suono patetico io nella espressione del dolore. lo (lai.), interiezione di
chiamata c di dolore. Iw iw (gr.), interiezione di chiamata. lai fai r.n- Tvta
po\t rp:^po|xos,heus heus veneranda pro- gredere (i). (1) A. Balbi, Ali. Rlno^r
, America. (2) C. Gebelin, Vili, 519, 514. (3) A. Balbi, Atl. Eln.. America.
(i\ Eurypid. in I VOL. I. lo (ung.), viene. Iw uó (gr.), interiezione di
giubilo. loh ioh, d'onde le parole celtiche e teutoniche io/, iol, che si
riferiscono alla gioia (1). lo, io (lat), interiezione di giubilo , d' onde jubi-
lart, e da io, iocus, jocori eie. (2). Io (lat.), è interiezione di chi salta
per allegrezza. Valerio Fiacco, Argon, v. 71 5, dice che Apollo stesso cantava
iw ratav io paean (lat.), per la vitto- ria riportata sul serpente Pitone, c
che le Nin- fe del fiume Pleisthus avevano applaudilo ri[M>- tendo queste
parole d' incoraggiamento io, io, che passarono nei canti c nei riti del suo
trion- fo. Il fallo è che questo grido naturale d' alle- grezza si udiva nelle
feste di Bacco, d'Apollo trionfatore ecc., cioè in tulle quelle nelle quali si
giubilava. Da questo io, io, dei riti di Bacco e d'Apollo deriva la parola
j'oie (frane), gioia (il.), e ajonjoli (sp.), allegria, e in francese- an- cora
più perièlio si serbò nel grido ;ou, jou, gioia, e in portoghese joyo, nome del
Lolium che produce Pubbriaeliezza. 16 (ung.), buono, bene. lo (copto), nome
sacro della luna, d' onde tw, io, (lai.), la luna (nella lingua mistica degli
Ar- J'o' (chinese), caro (.»). lo ((-airi), padre (4). Jo (dan.), particella
affermati nia, si Ioh (ili.), no. J'o (sanscrito)., qui (5). Fo (chinese), ivi
(6). Ilio (M. del Sud), lo stesso, il medesimo. J'o (cbinesc), luogo da lavare
(7). J'o (chinese), gemma, gioiello (8). ( I ) Nodier, Dici. Onomat. Francais,
in voce riolou l'i) Mirimeli*;. Diss. Einfluss. il. Sprachen. (3) Baver, Lev
Sin., U VI, Acad. Pelrop., p. 346 (4) Ad'r. Balbi, Al!. .Eln.. Africa. (5)
Vetalapancaris.ili. ((»» Baver, L.xic. Sin., 345, 1. VI, Acad. Pelrop. (7)
Bayer, Confucii Liber , l. VII, Acad. Pelrop talora con Iro- P .4! '«) Bayer,
Lex. Sin , 315. 23 Digitized by Google lo (Hawai). come. Joa (Tahiti), nome.
Job (ingl.), lavoro, piccola opera. Jou jou (oh), interiezione di scherno.
Ilio, cr- sona singolare. Me (lat.), pronome indicante la prima persona
singolare. Me (ita).), pronome indicante la prima persona singolare. Me
(spago.), pronome indicante la prima persona singolare. Me (port.), pronome
indicante la prima persona singolare. Me (vai.), pronome indicante la prima
persona singolare. Me (ingl.), pronome indicante la prima persona singolare.
Meoh (ÌNaudow in America), me, io (4). AfeM (pers.) (turco), me. Mi (b.
sassone), me. Min (svedese), me. Mik (presso Ulfila), me. Mich (ted.), me. Vi
(angl. sassone), me. Ma Lo (pers.) (turco), noi. Men ^y» (ar.), chi ? questi,
colui. Mi (ungh.), noi. Ma proibitivo in tre diversi ceppi di lingue, in
sanscrito, in lagalico, in messicano (5). Ma (sanscrito), non, no, nè. Ma ma
(sanscrito), non, no; questo suono ripe- luto si modifica in matma per eufonia.
(1) Vi potrebbe essere un rapporto ira imi (Tahiti) mangiare e mah (sanscr.)
Crescerei cosi in Ialino da alo nutro, alitu» atlus (cresciulo). (2) Georg:
Marcprav, Chili Rcg., p. 33. (3) C.Gebelin. Vili. 515, 54fi. (4) C Geb.lin,
V1IL 5*2. (5) Humboldt, KawUll."7. 179 - M D (cbr.) quando si unisce ai
verbi per dare lo- ro il valore di modo congiuntivo spesso esprime negazione: «
nè, non » p. e. lloVp (milemod), affinchè non impari ; mentre TìoV (lemod) vuol
dire imparare. (gr.)., uoo. Mahhah ^Gtf (ar.), mentitore (cioè che nego quel-
lo che è). Mai (Hawai), nè, uon. Come si vede il suono m vale istintivamen- te
come espressione negativa. Qui osserveremo un altro fatto di quella legge che
riconduce I' uomo nelle produzioni ideo-fonetiche ai primi rapporti spontanei.
Ma- (jis (lat.) che vuol dire « di più » si cangiò in italiano in mot : ora
questa parola, che in o- rigine >olcta dire « di più > per la natura del
suono che istintivamente serve all' espressione negativa, passò a valore
negativo relativamente al tempo — mai in italiano — in nessun tempo, e nei
dialetti veneti acquistò scuso negativo assoluto : equivale perfettamente a ho:
p. e uno domanda « hai veduto il tale? » I alini rispon- de « inni » cioè no.
La stessa parola magi* si ridusse a ma (ital.), me* (sp.), «noi» (Ir.), ec. ed
acquistò un senso vicino alla negazione, cicè di dubbio e di opposizione, ino =
sed. at (laL). Ma (ungh.), presto. Mà (sanscr.), interiezione di meraviglia e
di stu- pore. Mà (sanscr.), luce. .¥« (sanscr.). Laksbmi Dea moglie di VLshnù.
Mah sLo (pers.), luna. Ma (N. Zcl.), chiaro come il color bianco. Ma (ungh.),
oggi. Mahà (sanscr.), grande, maggiore; ma (sanscr.), estendere, misurare. Maha
(N. Zel.), molto, molti. Mai (celtico), grande. J/oi (Tahiti), di più (1). (1)
C. Gebelin, VII, 545 Digitized by Google — 180 Vau (Talliti), mollo. Mau
(Tahiti), montagna ; dicesi anche Moua (1). Meo (Hawai), essere grave ali mi.
Vea HipO (ebr.), cento, in origine esprimeva una ! i quantità grande
indeterminata come si vede dalla parola "1KQ meód che vuol dire, assai,-
grandemente, ed e simile nel suono alla forma plurale di meo ; come se si
dicesse : » centi. Marlin ! ìlarhà (antica lingua dei Limiganti, po- polo
sarmalico) grido col quale si precipitaro- no sopra Costanzo Imperatore verso
il 357. E. | V. Secondo altri il grido era /f 'arha /far- hn! (2). .Vernini
(lat.) e memor, ricordare, memore. Ve (Hawai), e (3). Ve «4 (ture), ma, ecco,
guardale. Ve (Tonga), da (preposizione) a quo. Vch (Java), quasi, presso — bei
(ted.), apud (lat.). Vo (Tonga), con (preposizione di compagnia) (4). .ilo (il.
dial. Veneti), particella, dubitativa, di ri- flessione, di pentimento : ebbene
! dunque ! pur troppi ! È pure talora enfatica. ilerhaba Uay» (ar.),
interiezione usala come for- mula di sanilo. .Vimo (ili.), \icino, rasente.
.Voe (Hawai), dormire. -Vo*/i (il, Zelanda) parola clic pronunciavano quei
selvaggi quando avevano desiderio di qualche cosa. Mu Vu/i (Chili), non, no
(5). Mu (lai.), particella che significa il terrore. PlauL in Cacco, quis tu es
qui duci» me? mu, peri hercle. Aferest.Mu facerc (mul ire) Lucil. satyr. L 3.
Me non laudare hominem quenquam ne- que mu /«cere unquam. Amu (Perù), muto (6).
Vm, una cosa da niente, (tu ( Varrò, I. 1. de L. L.c\ Ennio) quod nimirum est.
ncque ut ajunt j (I C. Gobelin, Vili. 511». (■2 Gibhoo, Ihsi Decline, eie. T.
Il, c. XIX, p '282. (."► Humboldt, K..«i. III. ÙM. (i llumboldi, Kawi, HI,
589, g ",± (.*>; Georg. >larc).Tav., Chili, Reg., p. o'2. (ti) C.
Gebdin, Vili, M6. li'j facerc audeat, Mul face re (Apuleius Plato- nica), di quelli
che non osano murire, -Vnm (ingl.), sta zitto ! Mi (sauscr.), comprimere,
serrare. Da mul (lat.), deriva mutus ecc. Muhadi ^Ls? (ar.), coraggio! andiamo!
A a Ao L* (pers.), no. Ao (zingani), no. Ao na (sanscr.), no, non. Nana UU
(ar.), no, uè. IVanà (sanscr.), interiezione di chi resiste. Nànà (sanscr .),
senza, absque, citra = - W lata (turco), no. IS'anu (sanscr.), niente affatto,
nequaquam, nun- quidl bene, bene! certamente, va bene (1). Ao (cbr.),
interiezione di carezza e di do- mauda Ana di grazia, eja, quaeso. .Vamii
(sanscr.), gratitudine (I). Acni (sanscr.), ringraziamento. (M. del Sud), qua,
cola, egli (2). Ao (Tonga), indica il passato (.">). Ao (Tahiti),
guarda! (4). Ao (ot), dopo. A'a (ili.), sopra, in. A'a/i (ar.), debole, languente.
Aoi (gr.), une (lat.) inleriezione affermativa. Al Ac «j (pers.), non, no. Ae
(ili.), no, non, nè. Ale (ungh.), niente. Afe (lai), particella negativa,
proibitiva. Aè (IL), particella negativa. Acni (ungh.), no. Aeeii (ol.), no.
Acmi (lai. aulico), no (5). ì\e «_> (ture), che, come, quale ? (I) Vvacirana
2) lluinlwldl, K,uu. Ili, «17 (3) Busclimann, Kawi Humboldl, IH. 597. (4)
Bumboldl, Kawi, HI. òóó. (5) Per e. in Lucrezio, libi III. v '20(1 Al cantra
lapiiium conjecUwt tpiclorumqnt Ncnu /«ile»/. Digitized by Google — 481 Ae (
Cirn il me, io (I). Ae(angh.), ecco, vedi! ecco qui, tu lo hai da- vanti. Ae
(Citili), ocelli (2): lo crederei d'origine inter- iettiva, quasi volesse dire
vedi! guarda! come in ungherese. Ae (ungh.), la donna, la signora; scrivcsi an-
che wS. A3 (ungh.), crescere. Aehuh y*j (ar.), crudità degli alimenti. Acise .'
(ungh-), ecco qui ! Aelek! (ungh.), eccovi! a voi! Ai- Ai (lat.), nè, no, se
non. Ai (fr. ■, nè. Ai (sp.), nè, neppure. Ai (ili.), nè. Aift «j (pers,),
metti in sito (2. p. sing. piva. imperai» o ). Air»» (ungh.), vedi! vedi! ecco!
guarda! Ao (cbr.), annullò, rese Aon (lat.), no. Ao (it.), particella negativa.
M (sp.), no, Aon (fr.), no. ,'Vo (ingl.), no. Ao (vai.), interiezione d'i Ao
(ungh.), ora! adesso; nun (tcd.), vedi! Ao (Hawai, Tahiti, Nuova Zel.), da,
dal. Aojsa (ungh.), ebbene! A« Au (ili.), interiezione di esclamazione. Vii nu
(ili.), interiezione di disprezzo. Au nu nù (ili.), interiezione di derisione ;
■ nu vèlika cjò\jèka » oh che grand' uomo! Aij/i sj (pers.), tyi nove (il
numero). Anni (lat.), perchè? ora, come, numquid, forse è la stessa parola pwv
(gr.). AlMMMI (sanscrito), certo (3). (1) G Gobelin. Ili, 514. Georg. Marcgra?.
Vyacarana, '252. 1 il |2J Georg. Marcgra?., de Chili, Reg. 32. Nuvt* (gr.), e
vuv ora, adesso, d' onde, nunc (lat.), che è nun unito al suono espletivo ce
come in hicce haecce, ec. (1). Ann (ted.), ora, adesso : d' onde nu che si fa
an- che sostantivo Au attimo, momento di tempo. O 0" (gr.), interiezione
di meraviglia , d' ammira- zione. 0 (laL), interiezione d' ammirazione, talora
co» disprezzo. Oh (sanscrito), interiezione di ammirazione, Ira- scrivesi anche
Ho (2) ed Ho hi. Oh (ili.), interiezione di meraviglia. O (ol.), di
ammirazione. Olio (tcd.,), ed anche Hoho, interiezione di ammi- razione. Ho
(fr.), interiezione enfatica, « /io! ceci uest pas un conte » (5). O (lat.),
interiezione d'irrisione : « o praeclarum custodem ovium, ut ajunt, lupum! » ha
vera- Oon (lat.), grido di allegrezza, d' onde il verbo ooore, eu«£eiv (gr.).
Oho (lat.), iuleriezione di meraviglia, quando si ammira qualche cosa avvenuta
all' improvviso e si riconosce con gioia . Così pure oh interie- zione di
esultanza; deprthendenlis, depreltenti, exultantis (4). Ho /io (fr.), alto di
ridere (5). Hohotescu (vai.), ridere, cachinnari. Ofw (gr.), va via! apogei
(G). 0 (Hawai), niente di ciò! 0 (Hawai), segno dell'imperativo dinanzi al ver-
bo (7). 0 (ili.), di, intorno, nel, al, alle (preposizione). IT (gr.), io
manderei, metterci. (I) Aristofane scrive sempre vuv. non vuv; p. e. Ittici; ad
un ter/o. (2l Vyacarana, 150. (3) Diderul., Rfligieuse. (t)Calep., in voce Oh.
(5) Vullaire, Tliéatre, t. LV., p. ti. Nanine, ael. Ili, se. II, Blaise (ri-mt)
H ((») Rurvpides. HpaxX. (7) Huniboldl. Kawi. IH. Old Digitized by Google - 482
— O O vocativo in tutte le lingue. Oh od Ho IH (ebr.), grido di chiamata UT
(gr.), oppure O" grido di chiamata. O (lat.), grido di chiamata: » 0
Ctesipho, o Syre, o regina ». (Plaut.) 0 (il.) ed Oh grido di chiamata. O
(vai.), eli! 0 (tcd.), grido di chiamata; olà i il. i. Ho («land.), grido di
chiamala. 0 (Hawai), rispondere (1). Ho (chincsc), nome (2). O (Hawai),
suonare, suono d' una campana : es- tendere (la mano, le dita) (5). Credo che
il gri- do o nel suo scopo istintivo e nel suo effetto di cliiamare sia
divenuto nome del suouo della campana, e del suono in genere, siccome mez- zo
per chiamare, per avvertire ; come pure in- dicò l' estendere della mano o
delle dita, per- chè tali gesti erano equivalenti ai grido di chia- mata o di
risposta. #/»/io (migli.), vedi, guarda!; grido che determina l'attenzione. Oh
oh (it.), grido di avvertimento. 0 (IL), eli Oh (lat.), interiezione
affermativa veemente. U (gr.), interiezione affermativa. O (vai.), grido di
approvazione. Oo (Tagal), si; no: (lai.). 0 quindi da (mesto suo servigio
interiettivo di chiamare e di accennare che si ha capito, di- venne pronome. 0
(lin eo), egli, quegli, lui. O (pera.), quegli, 1' altro, il suo, di lui, quel-
lo là. O' (gr.), il. il quale. U' (gr.), al quale, a chi, cui. 0 (ungherese),
egli, ella. Ho (Tonga), tuo (4). fl)llu (gr.), j)ioto. Hoa (chincse anamitico),
fuoco (3). Ou (Oceania Oualan), fuoco (4). Oeie (America reg. Atlantica),
fuoco. Fati (Wocons, reg. Atlantica e dei laghi, Ameri- ca), fuoco (5). Oho
(Hawai), capello; lo derivo dal grido di do- lore o come appunto haj, grido di
dolore, volle dire capegli in ungherese. Uoo hoo (Tonga), mammelle, petti. 0
(Hawai), viltuaglie pel viaggio (6). Hoo (llawai), digiunare. Hoo (Tahiti),
vendere. Ooh (Egitto), luna (7). Hoh (ted.) hoch, alto. // ' (ted.), altezza.
Hohonu (Hawai), profondo, profondita. HooUio (llawai), far discendere. Oah
(America settentrionale), grido che ripctesi tre volte nelle feste da quei
selvaggi (8). Nei (1) Bayer, Lex. Sin.,DÌ8s.Acad. Petrop,l.Vl,p.545. (•i.i Questa
promiscuità «li nome alla luce ed all'ac- qua si vedrà nel Dizionario
Ideologico. (3) Adr. Italbi.Atl. Etn.,Asia. (4) Adr. Balbi. Ali. Etti.,
Oceania. (!>; Adr. Bulbi, Ali. Etn.. America. (6) Humboldt, Kawi, III, Ut 7.
(7) Adr. Brflbi, Atl.Etn.. Alnca. (8) Raynal. L I, Élabl. Européens, pag. «5.
consigli dei Natchi, l' oratore ad ogni pausa viene applaudito collo stesso
grillo oah ! oah!(i) Tal grido da quei selvaggi si profe- risce in varie
occasioni, p. e. quando i loro canoti inoltrano difilati, sulla prora del primo
sta in piedi ritto un capo che ripete onn, la pri- ma vocale sopra una nota
alta e corta, la se- conda sopra una nota sorda e allungata (Cha- teaubriand,
viaggi in America). Oa (Cafro), padre (2). Oa (IN. Zel.), amico, amare. Hoa (Isole
di Società), amico. Oaoa (M. del Sud), sembra voler dire nessuno (3). Ooon
(Tonga), non, nè. Hoa (vai.), interiezione di fastidio. Hoaif ( ingl. ), grido
con cui si chiama (T. nau- tico). Oha (Hawai), germogli dell' Arum etculentum.
O a (gr.|, |>el]c di pecora, sorbola. 0", a, w a (gr.), voce emessa
alla vista di per- sone note che mancavano da qualche tempo. Oaf (ingl.),
baccellone, sciocco, che tiene la boc- ca aperta e fa 1' allo di stupore 0 A.
Hoahu { Hawai ), raccogliere , dicesi anche hoou luulu, Ahu raccolta. Hoauau
(Hawai), lavare : avau. Ohao (Tagal), sete. Och. Och (ol.), interiezione di
desiderio, och.' of. Hoch (ted.), allo, Hòhe, altezza. Ocò (it.), iutericzionc
di giubilo, jucWie (ted.). Oc. 0 ri (gr.), grido di chiamata (4), d onde U
orecchio. OY (gr.), esclamazione di dolore, d'onde il ver- bo ù%o> esclamo e
0'yp.o; Ohe (lai.), esclamazione di dolore. Oe (Tahiti), lu, spada. (I)
Chateaubriand .Naichi. [» Adr. Balbi. Ali. Elnogr., Africa (5) Humboldt, Kawi.
HI, 'J31. (4) OVj, T, S £v froXawt Swjia'Twv Xuptf : (Eurypid. in 4»otvtTT) Ohe
«pjis ad porla» JoOHU est' Digitized by Google Oc (Is. d. Oceania), si (1).
Olir (lai.), interiezione rbe dimostra sazietà fino alla noia e impone di
finirla (2). Oe (dial. ven.), interiezione che chiama, e si usa imperiosamente.
Hoc (fr.), grido di esultanza. Hoc (ol.|, come interiezione d' ammirazione. Hoc
(ingl.), zappare, sarchiare. Ohea, Oheii (Hawai), zappare, sarchiare. Houer
(fr.), zappare, //oe (chin.), fendei*. Houw (ol.), colpo di sciabola, d' accetta,
d' onde hauen (led.*, fendere, colpire. Uoe (Tonga), primo. Oi. Oi *ln (ebr.),
interiezione di minaccia, di dolore, ahi! guai ! oh ! ohi ! ohi!, me! Cosi
Geremia, cap. XXIII, v. \ btnv* >jh m nln» >jìs -tc» ria Ot (gr.),
interiezione di disapprovazione e di do- lore (3). Hot (lai:, interiezione di
lamento, di chi deplora, di pianto. Hai (Hai.), ohi ! ahi ! Hoi (Hawai),
ancora, in fallo (t); Oi (Hawai), su- perare. //oi (Tahiti), ancora. It»i (
Hawai )., voltarsi indietro , andare indie- tro {A). Noi (Hawai), è uua specie
di radice (4). Iloi (sic), quella. Oi oi (Hawai), riposare. (Il C. Gihelin,
Vili, 5. (À, .O/iejaiii salisi ohe librile» (Marlial. IV) « Quis ni'Étrjs sic
trangis forcs ohe inquara si- quid audi* (Plani. Asis., sr. 111. acl- 11).
«Accede rtiaui mine etisia none: ohe nunc « (PlauL Aulul., se I, ad. I). (5)
Arislof. Eipiqvt) a due terzi: iicitiq9|( y' t v ' tv ttìJ ixxXrjsfiat , w ?
7J>i\ «oXe|Utv, Xifu Tt?, ot xaàrj|A£vi: •Jtts tb *6»s X.e'f(i>T' INVOnSc
ot. (4) Humboldt, Rawi, III. «",'2. ^ 157. (2). Oioib. — 484 — Oi"
(Tobolsk), luna {{). Hoia ÌT1H (ebr.), Oia (Tahiti), sì. Hmnia (Hawai), verità,
Hooi (ol.), fieno. Oiev (ebr ), nemico, 3*X aio», odiò, s' inimicò, Inowaha
vahaoe (Hawai) odiare. Oiun ^jl (turco*, intrighi, inganni, farsa, « media ;
scrivevi anche . (gr-lj quantunque,
quando, ancorché (parti- cella riempitiva). Pi. Pi fili.), interiezione di Pi
pi (ili.), interiezione di Piti ) PHiah ) (""?"•>> vcr
gogna' Puh (ingl.), pxh (tcd.), interiezione, via f via di qua! (1) Musus Uni
v. an. 7, p. 351. (2) A. Ball i, ah. Em., Africa. (3) Voti , T I V. p. Il,
Théat, Nanine, acteJI.sc. V. 14) llun l. I,li. K..WÌ. HI, o5t. (5)An>t.
stella, Stern (ted.), ee. a tale origine. Chut (fr.), interiezione di
avvertimento. Schuck (ted.), interiezione con cui uno si lagna di un freddo
sensibile : è un suono prodotto a Digitized by Google — 4.8 denti chiusi, come
appunto si parla quando si ha freddo. Da questa derivò tchuken (parola non più
in uso), scuotersi, tremolare: ora tchiitteln. Ztjkh (turco), palpito del cuore
per gioia o paura. Zuz (turco), rimprovero, strapazzo. Zuzé t j£ (pcrs.)^
gemilo, lagno. Da, Ta. ItódA (ili.), bene! bene! Ta F\ (ebr.), sillaba
affermativa (l). Ta (rhin ), grande (2). Ta r\Tl (ebr.), vieni (imperativo) KHK
venire. Ta (sanscrito), quelle (pronome plurale femmi- nile ). Ta (W ), quelle
cose (pronome plurale neutro). Ma nnjl (ebr.), tu (pronome). Daa n^n (ebr.),
volò, nibbio, avolloio. Tai taiaut (fr.), grida per chiamare un cane (3). Thai
(N. Zel., Tahiti, N. Olanda), uno. Tarare ! ( frane. ), bagattelle,
interiezione ironi- ca (4) sa bon! bon ! je m'en moque (5). Tao (Cairi), mano
(6). • T oaa (Cafri), piede. Ta y ta, ta (Ir.), basta! (7). Ta, ta, ta. Il
raddoppiamento del suono ta ta significa un rimprovero di troppa celerità : «
ta ta ta voilà bicn instruire une affaire. » Nelle sale d' armi si diceva « e'
est un tata per indicare un uomo che sempre vorrebbe battersi » (un
ferraillcur) (8). Tata (sanscrito), interiezione, Tata ! (9). (1) Lozzato,
Proleg. 427. 2) Bayer, Conine, Liher, 421. 3j C Gcbclin, Dici. Fr. 103G. 4)
Voltaire, Tuéàlre, L Enfant prodiguc, ade II, 7 — Tata (sanscrito), deinde,
dipoi (1). Tata (sanscrito), colà, da quel luogo. Tatà tatù (sanscrito), cosi,
cosi, ita, ita (2), Tat (sanscrito), questo, hoc (3). That (ingl ), questo
(pronome). T«TT«t (gr.), interiezione d' ammirazione. Tatae (lai), interiezione
d' ammirazione. Plaut Trucul. « tatae ccquis illa est? » An- che di assenso p.
e. (PlauL Sticho) Fac tu hoc modo. St. af fa hoc modo. Sa. babae ! St. tataeì
Sa. papati St. evax, sembrami corrispondere alla nostra maniera affermativa =
s'intende ! man- comale ! Tato (sanscrito), itaque, pertanto (A). Ttiav
(tartaro), formula impiegata quando si beve alla salute d' alcuno (turco),
mezzo, me- se. 5, (5) DicL Fr. Arabp, in voce c. (ti) Adr. Balbi, Ali. Etti.,
AlVica. (7) MjSt d. P..ris, t. IV, Madam. de FermonU («$ Volt. Dicu, Pl.il , t
VII, in voce. (9) VeUlàpau'cavisdti, V, 48. Te ecc. Te (oland.), preposizione,
o, ad: entra in moltis- sime frasi, dare, determinare, sensi diversi. T»j
(gr.), prendi (2. persona singolare, pr. impe- rativo), d'onde tiJjh, prendere.
Té té-Mi (rmgh.), qua e là. Tir] (gr-). da questa parte, qui, qua, di qua. Te
(gr.), pronome ut. Te (lai.), te. (Fé (ilal.), te. Te (sp.), te. Ti (gr.),
perchè ? cosa ? quid?, xi (indefinito), qualche cosa. Tja (ili.), interiezione
di sdegno. Tchjà (ili.), interiezione di rabbia, di sdegno. Doh (it.),
iuteriezionc d' ira, di dispetto (5). Do (ili.), sino, fino a (preposizione).
Do (Assain. presso i dogali), specie di ronco- la (6). Toa (isola di Pasqua),
uccidere, nemico. Toia (selvaggi della Florida), il cattivo principio. ti)
VetaMpMr*£afnatL (2) Vetallpan'éiviuli, (T>| VelalftpauV-.ivis.iti. (4)
Vc-ialà|ian'cavisati. (5) Machiavelli, Commedia, allo III. se. VI, U VI, pag.
349. (ti) Rurnagnosi, t. II, p. I, pag. 672. Digitized by Google Topp (ted.J,
va! troppo! Tópe (fr.), interiezione di eccitamento (1). Tuah (malese),
vecchio, antico. Dhudhu (Java), no. Tut ) (ingl.), oibò ! interiezione di
disapprova- Tush ) zioue. 77iti» (ingl.), cosi, va bene ! (T. nautico). Tut,
lui, tut, tut (ÌS. Olanda), espressione di me- raviglia. Tój-lo (illir.), ah !
ah ! questo ! questo ! Tu (it., lat, fi-., sp.)_, tu (pronome). Do (ingl.),
fare. V. Uh (Hai.), guai ! si ripete spesso uh! uh! uh! (2). / 7i (ili.), guai
! via ! e interiezione di meraviglia. f J (gr.), interiezione di meraviglia
(3). Uhu (Tahiti), interiezione di sorpresa ingrata, //u hu (valacco),
interiezione di allegrezza. Hu (fr.), interiezione di avvertimento. Hu (ehin.),
tigre (4). U (ebr.), quegli., egli : pronome clic serve anche di affisso della
3. persona singolare ma- schile e che allora scrivesi } ; per c. V{3 più, la
sua bocca, la sua faccia. Hu (sic), egli stesso, medesimo. U (ol.), pronome, \oi
pel singolare e plurale e per tulli i generi, pei casi dativo, accusativo,
ablativo, d' onde uw (ol.), vostro. // ho (ingl.), chi ? (pronunciasi «). Li
(Caraihi), quegli, quello (5). U (Canada), è un articolo (G). Ou (gr.), di
quello, di lui (genitivo sing. del pro- nome 0{). U \ (ehr.), congiunzione
copulativa : corrisponde; all' e ascolto composto da »w ed ax, resto di una
parola dello slesso ceppo di acuo (lat.), d'onde acus, acer, ecc. ; sicché
vorrebbe dire — acutamente, con forza, bene ; onde «xu'w sarebbe, sento be- ne,
capisco. Vi (Hawai), domandare. Hu (Brasile Lingoa Gcral), acqua. Hu (Brasile
Mundrueus), acqua. Hhu (Brasile Chimauos), acqua (4). Hu (chinese), acqua (2).
Hù (cbinese), lago. Hue (ehincse), sorgente, getto d'acqua. Huon (chinese), limpido,
trasparente, bianco. Ulta (Tonga), pioggia. T"w (gr.), piovo. Hu
(sanscrito), versare, offrire. Hwja (Java), sale. Uhu (M. del Sud), sale.
Queste due vod indicanti sale devono essere in rapporto con quelle sovra citate
indicanti acqua : il sale è nclF acqua del mare. ! Va (Zingani), sì. Ua
(Caraibi), no, negazione ; »' (gr.), no. Ou'at (gr.), interiezione di minaccia,
vae (lat.). Hua km (Perù), figlio (3), uts? (gr.), figlio. Jlua (Hawai),
(rullo. tt'm (iMadag.). frutto. // oh (Java), frullo. liuah (malese), frullo. I
ca (lai.), uva. Uuh y^a. (pers.), malattia, afflizione, peccalo. Hiihh (ar.).
amore, affetto. Hucr (fr.), gridare dietro alcuno, fischiarlo, largii hu hu,
d'onde huée (Ir.) grido di derisione della moltitudine verso alcuno. (I) Adr. it
ili»*. Ali Kinopr,, America. ti) C. GoMin, t. 111. oli». C. GelMlin, t. Vili,
531. Digitized by Google — 189 - l 'f^i\ (turco), interiezione di collera e di
noia. Httjf (ingl.), braveggiare. Ouf(fr.) interiezione di tristezza (1). Hui
UH (ebr.), interiezione di dolore (2). Huyeyu (Caraibi), fuoco (.1). grido di
dolore per la scottatura. Hui (it.), uh! guai ! Hui (lat.), interiezione di
ammirazione e talora d' ironia (4). Hui (ili.), interiezione d' ironia. Hui
(il.), interiezione di eccitamento, su via! Hui (ted.), interiezione con cui si
esprime il vo- lere che si faccia tal cosa presto, vivacemente, d' onde hui
(aggettivo), celere, presto, per es. * « cr ist zu hui » ed il sostantivo Uni,
istante, momento « in cincin (lui » : anzi se ne lece un verbo colla
preposizione After, cioè iiberhuimi, far troppo presto, precipitare, p. es. «
er hat die Sache flherhuirt » (ó). Hui (dnn.), fai*, làr allegria, jauchzen
(ted.). Ui (Sakat o Sokka), luna (6) dicesi anche Lich. Hui (llawai),
mescolare, unire, raccogliere. Huju (ar., turco), villa, pusillanimità, man-
canza di coraggio : questa parola di forma in- teriettiva potreblic derivare da
hui grido di dolore, come serve in ebraico, o da hu hu gri- do di derisione,
come voliamo iu francese huer. Nulla Jjb (ar.), gioia, contento, dopo la
tristez- za ; d'onde deriva UttldhU JjOkjD (ar.), acqua abbondante e limpida.
L' interiezione della gioia inaspettata diventò nome dell'acqua migliore ed
abbon- dante, oggetto del desiderio dell'Arabo, e per (I) Volt, l'indiscrét,
ade I, se. 5 «Ave! ouf » (Théalre. t. L1V. pa» -2M). (2, It ll iniiin.. Gramm.
Hebr., p. '219. ai C G. lnlin. Vili, 500. (1) Emmanuel. Alv .ri. (ìrammal (5)
(Upp (Phviiol. d. Sprnche, B. IV, 120), sospet- ta che la (orma Imi come pfui
sia una maniera en- foniri di Svevn che alleila i suoni in ui. li» credo che la
formi imi sia allatto generica . istintiva dell' uomo, nella (piale nulla abbia
inlluilo 1' abitudine di speciale pronuncia. (6) Adr. Balbi, Ali. Eln. gr.,
Asia. mancanza di cui gli tocca cosi spesso soffrire e languire. Hum
(sanscrito), forse ? num, an, ne, si usa in- terrogando alcuno e disputando.
Uùm od hum (sanscrito), è un' interiezione di molti signifi- cati (i). Hom
(Tibet). Hup http v_jy», c^k. (ture), parole indicanti l'atto di saltare. Houp
houp (fr.), via su ! anche hop hop. L'p (inglese), su. Vpar (sp.), sforzarsi,
fare sforzi per salire. Hop (ted.), interiezione di eccitamento: si usa
specialmente quando alcun uomo o qualche a- nimale inciampa /io/>.' hop!
d'onde hftpfen, sal- tare, e trovasi hoppa, cavallo (in Schoncn) (2). Httrra,
grado militare. Husch (ted.), interiezione per chiamare alcuno ; hetts (lat.);
hucher (fr.), chiamare ; in allo te- desco hsch e htt, e bst e hist (Sassonia
sup.). Husch, espressione di una certa celerità unita ad un suono fischiante «
Husch da war cr weg » d'onde der Husch a die Husche, un'espressione comune per
indicare alcuni movimenti rapidi imiti ad un suono sibilante, così un
acquazzone che va e finisce tosto, in B. Sassone uno schiaf- fo, in qualche
provincia un caso inaspettato e dispiacevole : presso i minatori eine Husche,
una disgrazia inattesa: ne deriva pure il verbo tuuchen. Onesto snono partecipa
della natura intericltha e della onomatopeica di simpatia ; giusta 1'
opportunità del suo servigio è più classificabile fra i suoni patetici o fra
gì' imita- tivi. Va Fah 8 lj (per.), esclamazione di sofferenza, di pau- ra, di
ammirazione. futi (lai.), interiezione di ammirazione, talora di insulto,
Inlora di allegrezza, di esultanza, di carezza. Esempi passim nei comici : «
mi/i .' homo imprudens » (Plaut., Pseudolus, Aet. I, se. IX); « vuh manta » (
Aulul., se. HI, ad. (ti Humboldt. Rawt, 1. 283. l'i) Adelung, Diz. in «oca
Itùpfen. Digitized by Google — 490 — IV) ; « vah quam benigne » (Asia, se. IV,
act. II); « vah delinire appara» » (Curcul.) subegit solus viginti dies. Ly vah
C. quid mirare? Vah (vai.) ss vah! (lat.). Vaha (lat.), esclamazione di
esultanza e di chi ri- de (1); questa è la forma più antica, dopo si disse vah.
Faha lafj (ar.), esclamazione di meraviglia, di /'(limi iU, (turco), rumore,
suono, rimbombo del tuono lontano, scrivrsi anche wl»... Vaija (portogh.),
urlo, grido di scherno — huée (francese). Vah (sanscrito), crescere, prevalere
, muovere , portare ; sembra essere la radicale di vado, is (latino). fa
(sanscrito), soffiare, muovere. Va (sanscrito), in questa maniera, cosi. Va
(sanscrito), voce di dubbio e di paragone. ff'a (Hawai), parte, spazio di
tempo, un tempo stabilito. //'ano (Tonga), terra non coltivata. ff 'aho poh
(Madag.), nuovo (2). H'at (Hawai), scegliere. fon ìì"Q (ebr.), vuoto,
vano, vacuità. Vaham ^La^ (ar., turco), desiderii, falsi appetiti, voglie delle
gravide Vai ^ (pers.. turco), esclamazione di minaccia o di dolore. Vaj (ili.),
esclamazione oh ! (interiezione di dolo- re), guaio, disgrazia. Vai (vai.), va
(lat.). Guai (il.), va (lat.). Ouat (gr.), va (lat.). //ai/ (ingl), incamminare
un cavallo. Va'i ^ (ar.), asilo, rifugio, serbar nel magazzi- no, serbar nella
memoria. Vahi (arabo), rivelazione. Vahi (S jMj (turco), poco solido. Vahin
^>\y (turco), debole, infermo. Vaia ij, (pc««)> necessità, intenzione,
desiderio, volontà. (1) P riscia nus, 584. 12) Humboldt, Kawi, IH. Vatè ftjf.
(pers., turco), bisogno, ciò di cui si ha bisogno, porzione, ciò i ietà,
spirito, piacere. ff 'aiho (Hawai), affidare, consegnare. Ve di dolore e di la-
Veh »j (turco), mento, //'e/i (ted.), guai ! // c/i (ted.), dolore. ff'ea
(cimbro), dolore. Vee (danese), vergogna ! // ee (ol.), ree/ u! esclamazione di
minaccia. Vae (lat.), interiezione di minaccia, di chi presa- gisce qualche
male, anche di commiserazione. // eco (ingl.), piangere. Ve (lat.), in
composizione dà il senso di rosa cat- tiva, di cattivo augurio, di opposizione;
re reor temo, cosi nelle due voci seguenti : /ejovis, divinità sinistra o
malefica, che man- da i mali ; dipingevasi minaccioso, in allodi scagliare le
freccie (1). Veio, proibisco. Vez' - V. (ar.), alto d' impedire, di contenere,
di sortire dal limile. Veh (Timor. Endc o Flores), madre (2). Vet ^ (turco),
esclamazione di dolore o di ammi- razione. Vedi (turco), guai ! disgrazia. '
Veìh ^ (ar.), (congiunto al pronome della 2. jiers.) sciagura a te! oh che tu
sei infelice! Veth «ìXj. (pers.), esclamazione d'incoraggiamen- lo, di
felicitazione (ar.), esclamazione di dolore, ahimé ! hélas ! Vei ^ (pers.),
lui, egli. // e (ingl.), noi. // e/ie (Hawai), aprire, sciogliere. Geh (led.),
va, vanne (ora 2. pers. sing. prcs. im- perativo). Veho, is (lat.), condurre
per istrada. (1) Vit ea ti verbi e*t cur non ego Vejotis Aedem non magni
suspicer es e Jovis? (Ovid.. Fast, IH). (2) Adr. Balbi, Ali. Etnng., Oceania.
Digitized by Google baule, tutto ciò ohe ser- feha (lai.), via, strada. ffatj
(ingl.), strada, //'et (ol.), prato. Vy (Tonga), acqua, /fi haa (Hawai), dare.
VVa Uj tua (ar.). borsa, ve a contenere qualche Fya (Chili), ieri (i). M ie
(ted.). come? come. Fir ji) (!*»•)» gemito, Fijro (portogli.), urlo. ff 'oh
(Java), frutto. (I) Georg. Marcgrav.. Chili. Reg., p. 33. 491 — /f o (ted.),
dove, //'ho (ingl.), il quale, chi? ff 'oa (Isole degli Amici), amico. // oe
(ingl.), guai I lamento, lutto, rammarico. ff 'oo (ingl.), aspirare a qualche
cosa. ff 'oop (Natchi e Selv. America Sett.), è il loro grido di guerra ({ ).
/falle umile (ted.), grido con cui si chiamano le i /fus wus (ted.), grido con
porci. (I) Chateaubriand, Viaggi in ♦ Digitized by Google Digitized by Google
DIZIONARIO 011TOPEICO OSSIA RACCOLTA DI PAROLE D'ORIGINE IMITATIVA ESISTENTI IX
VARIE MI — ^8@#mt^^s^ — Vi sono onomatopcic primitive e secondarie: , cioè le
prime prodotte per nuova formazione di suoni imitanti altri suoui : le altre
sono pa- role già organizzate , che servirono a rapporti ideologici e che per
l'opportunità si ridussero ad imitare altri suoni. Così sopra Flot Ifr.)
derivato da Fiuchu (lat.) e questo da una onomatopeia qual è fluo, si ridusse
una forma onomatopeica fìoflotler reduplicandolo « tiux nolilairex borda du
flofloltant Aèree » (Dubarlas) (I). Questa nuova parola, oltre ch'essere
imitatna, ha un'intensione ideologica : è lo stesso che ripetere la parola
flui- ti flutti ecc. Molle parole imitative, essendosi prodotte quando già
csislc\ario abitudini di formazione delle parole, hanuo solo una piccola parte
imita- tiva, mentre il resto è determinato dalla radicale su aii s'innestò l'
onomatopeia, o dalla desinenza o dalla iniziale costituita da qualche altro
ele- mento indifferente. Molti oggetti della natura che emettono suo- ni (come
p. e. gli animali) ne danno di svariati e lunghi e differenti; ora l'imitazione
può cadere sopra uno a preferenza, anzi che su qualche altro di tali suoni.
Cosi p. e. il lucarino ha modulazioni i\) Nodier. Dici. Onem. Frane in vucu c.
VOL. 1. assai varie di canto. Molte nazioni lo nominarono imitandone i suoui
sibilanti ; perciò i Tedeschi lo dissero Zinsle e Zeisig e nella bassa Sassonia
Zieske ; gì' Inglesi tfsHti, i Polacchi Csyzyk e Csjk, i Boemi Tsch'ucliek , i
Norvegi Suschen. I Francesi invece ed i Greci lo nominano per altre specie di
suoni Tariti (fr.), Spaurì; (gr.). Anche se la maniera di grido fosse monotona
ed unica, quelli che lo imitano potrebbero riferire diversa- mente tal snono
sia per percezione diversa, sia per disuguale meccanismo usato nell'
imitazione. Per questa suscettibilità di varie appellazio- ni sempre imitative,
le parole coordinate in que- sto dizionario serbano ancor meno i rapporti col-
la serie alfabetica di quello che vi si attenessero le parole comprese nei due
dizionarii precedenti. Laonde, poiché all' opportunità d' una data lettera
alfabetica siasi riferita la parola indicante una cosa od un atto, se tale cosa
od atto indichisi pure per altre voci di carattere imitativo, qunnd' anche non
costituite dai suoni della categoria alfa- betica stessa, pongousi queste in
seguito alla pri- ma; molto più che l'imitazione può cadere nei suoni inferme ]
i. e non negl'iniziali della paro- la, pei quali solo potrebbero seguire la
serie alfa- betica. Una parola può essere trasportata a servigio Digitized by
Google diverso sia per rapporti sonori, sia per rapporti ideologici. Per la
prima una parola d'origine onomatopeica, indicante un dato rumore, può es- sere
usata per indicarne un altro ; che se questo suono secondo sia diverso da
quello del primo clic volt-vasi imitare, si i>crde il rapporto d'origi- ne
onomatopeica della parola. Per la seconda ma- niera può passare ad indicare,
una somigliante condizione qualunque. P. e. Tintamarre (fr.) vuol dire
schiamazzo; ora Pasquier dice che T'in- famarne è composto da tinte (tocca, fa
suona- re) e marre, l'islromcnto noto d'agricoltura, ciò che fanno i contadini,
ebe battono cioè sulla marra per avvertire quelli che sono lontani di cessare
dal lavoro, e che mezzogiorno è suonato. Tintamam pertanto, nel suo significato
gene- rico odierno, si riferisce al suono materiale del- la parola tin ta mar,
ovvero ricorda il suono che battendo la marra si faceva ? .VI primo caso il
passaggio dal senso circoscritto a quello speciale susurro è per rapporto
sonoro; Tonoinalopeia si trasporta da quello specifico suono ad un altro
qualunque che gli somigli. VI secondo caso il passaggio del scuso è ideologico:
cioè è lo stes- so che paragonare un rumore nuovo a quello che si produce dal
battere la marra : nel primo caso è come se si dicesse : fare fin ta mar; nel
secondo — fare come quando i contadini battono la marra. Tintouin (fr.),
ronzio, suono importuuo che frastuona, disturba gli orecchi, passò poi a senso
morale. Tintouin, travaglio di spirito, pcua, cura o pensieri che affaticano l'
intelletto. Il passaggio a questo senso è ideologico e non sonoro : non si
vuole già dire che si provi alcun rumore simile a quello prodotto dal tintinnio
d'orecchi; ma si che, come il cervello viene disturbato per quel suono, ora e
disturbato per causa mentale. Tali riflessioni denuo guidare neh" esame e
nel giudizio sulla natura imitativa delle voci rac- colte in questo dizionario.
Ab i Altabet fcjux (turco), rompersi con fracasso. ,7bo6ar (sp.), sbalordire.
Ab, Av, Ap. Questi suoni parvero rassomigliare a quello prodotto dall' atto di
abbaiare. Aristofane imi- tò appunto cosi au ai 1' abbaiare (1). i AVy»
(pers.), alto d'abbaiare, schiamazzo forte. I fracasso. I Abbaiare (il).
Aboijer (frane), abbaiare. lapper (frane), abbaiare dei piccoli cani e delle
volpi. Altrimenti si credette d' imitare l'abbaiamen- to per jìix'J pai, d'onde
fi*0£w, abbaiare (2). tìaubo, as, are (lai.), abbaiare. bahur jygjL» (turco),
la canicola , costellazione paragonata al cane custode che stava ad una delle
porte del cielo, e dalla quale cominciava un periodo d' anni detto canicolare o
sotbiaco. liaffen, bàffen, baffzen (alto ted.), abbaiare. tìlaffe, blàffe
(dan.), abbaiare. Bellen (tcd.), abbaiare. Belfern (ted.), abbaiare molto.
Altre maniere imitative. f'aq vaq (jffjJj (turco), abbaiare. leewken, iawken
(Westfalia), abbaiare. /f uuwen (b. sassone), abbaiare. /f 'uwen (ani. ted.),
abbaiare. Af AfCfìji (ebr.), furore, naso. Onomatopeia dell'at- to di soffiare
dalle narici, di sbuffare, come acca- de iiell* ira. In ispagnuolo re fun
fintar, arriccia- re il naso. Afa (it.), vampa di caldo soffocante. Altra
imitazione del soffio dell' aria emessa per le narici e per la bocca. Sono in
relazione con questa parola affanno (it.) e alian (fr.), re- spirazione
affannosa ed anche forzala. Si con- frontino queste parole colle seguenti, lu
llawai hahana, caldo; in arabo sahha Lsu», vento (lì *V,xt) S a tre quarti
circa. (2) Bacò pauEw Aristofane 8£eln, papeln (varii dial. ted.), ciarlare.
Plampeu, Plampern (alto ted.), ciarlare. Plaudern (ted.), ciarlare. Pladdern
/'Iti/era - 196 — 31ormotara (Brasile), ira, iracondia (1). , d'onde Marmotter
(fr.) e boròoter, brontolare tra i denti. Borbottare (HaL), brontolare tra i
denti (2). Borbottar (sp.), borbottare. Il pappagallo ebbe nomi timili a queili
indicanti i difelli della loquela o la loquacità dell'uomo. ì Flàtern x (basso
sass.), ciarlare (1). Piterpatemi Praten \ Pratjen ) Pratile, prate (ingl.),
ciarlare. Babo, at, are (lat.), garrire, d'onde l>abiger, stollo. boterò
(gr), vociferare, d' onde Bapa'xTri?, Ba- bactet, Bacco. Babil (lr.)j
chiacchierare, d' onde Babiler e ba- billard. Baver, hamster (fr.), ciarlare,
d' onde bavard (2) e baverie (3), ciarliero, ciarle. Betbat (pers.),
vaniloquio. Ba'ppV*pos (gr.), uomo che pronuncia male il gre- co. Imitazione
dispregiativa d' un linguaggio confuso, non inteso. Bardut (lat.), sciocco. È
probabilmente il resto d' una parola simile al • (dial. di Napoli) (1). tfebti,
grido d' armento « lungo òebii » (Chiabr. Semi. 1). Qniudi trovasi in varie
lingue l'alto di be- lare ricordato da parole nelle quali entrano questi suoni
òe, ble, me 3 ec. Biknuti, Ubiti, blek, btejanic, blekanje, bléjati, blekati,
blesti, bisunti (ili.), belare. JwyQ penh'iin (Thargum d' Ester), belare d'a-
gnelli (2). B^X»!'. *|. I, c. 29, II, 86. (S) Mi« h;>i l s., Dissert.
Einlluss. d. Sprachcn. E '■ ■ quindi ne deriva Peti e hi! Non so su (juali deca
meati. Adelung non deriva certamente Feti Bélier (fr.), (belante) da béler.
Balens negli anti- chi monumenti significa un ariete (Bélier). Be- lili, Beline
il bestiame lanigero, Belie il luogo, dove lo si racchiude (I). Pecus (lai.),
d' onde pecora (it.) Becco (ital.) BTj'xif) e BVjxa (gr.), capra. fervei
(lat.), montone. Berbere (va!.\, ariete. ifre6u(fr.) Quindi i nomi generici
degli animali, presi dai lanuti. ! Bestia (lat.), d'onde Bestia (ital.), Bète
(fr.), Beett (ol.), Bestie (ted.), ed anche Bellua (lat.), più x icino al Behl
(ted.), asserito da Mi- chaclis. Betmà npiT3 (cbr.), bestiame in genere. Beetnd
(ol.), prateria. Lo derivo da bee luogo dove si ode bee voce delle pecore che
vi pa- scolano. B«xò(, voce emessa dai due fanciulli che fece cu- stodire
Psammetico, cosi che non aveano mai udito umana fa>ella (2); se e vero il
racconto che a Voltaire (3) sembra inverosimile, si può spiegare siccome un
prodotto d' imitazione della voce delle capre che loro si conducevano e che li
allattavano. Behe (Tonga), parlare. l'etyeg (ungh.), balbettare, chiacchierare.
Despepitar (sp ), parlare alla carlona. Pepehi (Hawai), percuotere coi piedi.
Jìeben (ted.), tremare. Bibheti (sanscr.), temere. jìlehow (N. Zelanda), vento.
Bi. Bilbio, is, ire (lat.), imitazione del suono che si produce nel vaso,
glouglou (fr.), « amphora bilbit • Naev. (4). (1) Charpentier, Supplém. au
Gloss. de Du Cange. t I, in voc (gr.), rumore degl'intestini. Borbogliare
(it.). Bo>po; (gr.), strepito. Bomt.ns (lai.), rumore della bocca, bombito,
as, bombilo, as, d'onde bumbaescu, bombuescu (vai.). Bombylius (lat), specie di
ape rumorosa (2), d'onde bombi/alto, rumore delle api. Bombus (lat.), suono
delle trombe. Bomb (ingl.), d'onde Bombasi, Bombastic, re vuoto di senso nello
stile. Bomba (ital.), rimbombare, rimbombo. Bomba (sp.), bombazo. Bombe (fr.),
bomber, bombante, bombement. Bombe (led.). Bomba, Bombi (ung.). (ol). (1)
Nodier, LinguisL ('2) « A bombo quem edil. • Calep. in voce c. Bom bom,
imitazione del rumore del Bombarda (lai., ilaL, sp.). Bombarde (fr.) (led). r,
bombàz (ung.), bombardare. Khumbara (turco), bomba. Bandir (fr.), balzare. Bl,
FI Blitz (ted.), Glils (cimbro), lampo (onomat. di simpatia). Fis fis ijhS jj-ì
(Iutco), bisbiglio, cftwcJiolemewt. Fluslern (led.), snsurrare all'orecchio.
Lispeln (ted.), parlare a bassa voce. Bisbiglio, bisbigliare (il), parlare a
bassa voce, far pissi pissi (il.) (2). Fet ves (pers.), suggerire. F esevescet
jU^A, (pers.), confusione in parole. Br } Fr Brabbling (ingl.), querela. Bruire
(fr.), ragghiare dell' asino. Brailler (fr.), dicesi fare il grido del pavone
d' India. • Brechen (ted.), rompere. Fracas (fr.), fracasso (iL). KpixiY ;
(gr.), voce delle rane. Frog (ingl.), rana. Bpi'tuo (gr.), Fremo (lat.).
Bpov-m' (gr.), tuono, ppovraw tuonare, brontolare (dial. ven.). BrUlleii
(ted.), ruggire, rugghiare proprio del leone. Brummen (ted.), borbottare,
brontolare, mormo- reggiare. Brouter (fr.), pascolare. Nodier (Dict. Onora, fr.
in voce) lo ritiene i- milazione del rumore che fanno gli animali nel rompere
coi denti le erbe nel prato presso la radice. Ma deriva da Brutum (lai.). Nel
caso dunque l'origine onomatopeica appartiene al- la parala latina. Brouhaha
(fr.), rumore confuso d'applausi nelle (!) Bom bom colubrina sboronal (v.
citalo da No- dier Dici. Onora . in voce " (2) Diz. Antonini. Digitized by
Google assemblee e negli spettacoli. E una coutrazio- nedi bruti de haìxa (I).
Boa? (gr.), allocco, d'onde £oa£w, fare la voce dell'allocco. Unii"
(lai.), allocco (2), d'onde bubulo, at, are, Ta- re la voce dell'allocco.
Bubulat horrcndum fe- rali cannine bubo ( Philomela. Ovidii. Albin.). Bu[\Jjj
(pers.), allocco, (vai.), allocco, (sp.), allocco. Buhu (q. dial. lcd.),
allocco. Bubbola (il.), allocco. Hibou (Ir.), allocco. Bum (ar.), allocco. il
suouo u u. Kiuké afjf (turco), allocco. ìlji'hu yfijp (pers.), allocco. l 'hit
(Calmucchi), allocco. Schuhu (b. sassone), allocco. Uhu (ted.), allocco. Huhu
(v. dial. ted.), allocco. lluw (v. dial. ted.), allocco. Hu (v. dial. ted.),
allocco. Urhuh (v. dial. lcd ), allocco Uf (svetl.), allocco. Ulula (lai.;,
allocco. Gufo (il.), allocco. Chucho (sp.), gufo: da Chucho derivano i
seguenti: Cbuchear (sp.), cacciare colla rete. Chuchero, cacciatore colle reti.
Chucheria, piccola caccia colla rete. Chìuk (ili.), civetta, d'onde il
diminutivo Kukciza. Kiuf \Jyf (pers.), civetta della grande specie. Cucubo
(lat.), voce della civetta. Cucuba (lat.), uccello notturno del genere Nottua,
detto altrimenti Scopa. Cucuma (lat.), civetta. Cicuma (lai.), civetta. — 199 -
Cecuma (lai.), civetta. Da queste restò in i (it.), Chouette (fr.). Altre
imitazioni della voce della metta: Tutw (gr.), civetta. Tu tu (lai.), grido
della civetta « quae noctua tu tu usqnc dicat libi » (PlauL Menaechm.). Huhog
(ungh.), urla come la civetta. Hudhud A» ù& (ar.), e al Hudhud (XPiV-frH
(««".), (I) Nodier, Diz. Onoro., in {-I Calepino dice che il nome Bubo è
un' allu- sione al mugghio del bue che tale uccello sembra i- initure. Esso é
un'imitazione diretta della voce del- l'allocco. Kikupha (sic), upupa (1).
Kukupha xouxotxya (egizio), upupa. Dukiphath flQ'^n (ebr.), upupa (2). Kiukilé
jL£=y ' (pers.), upupa. Imitazioni del grido dell' upupa coi suoni p p. Parve a
Varronc che il grido dell' upupa fosse upup } epop. Aristofane imitò il suo
canto così : ( Opvi»£« in principio) E'r.or.oì r.oiizo r.or.axoi «o«ot. I Greci
credevano che il grido dell' upupa fosse k5 r.S : dicevano anzi che cosi
gridando voleva dire dot*?doi (I) Bocliart Hicroz., II, 318. {'2\ Bocharl
llieroz.. II. 318. Secondo alili è il Milo silvestre od il francolino. (3)
Bocliarl Hieroznic. , p. II, p. 347. (4) Nodier, Dici. Onom. Fr., in voce
lluppe. (5j De Lens et Mórat, Dici. Mat Mèdie, in voce e. Digitized by Google —
200 - Babuìs (nngh.), upupa. Pupek db^j (pers.), upupa. Pelepep (egizio), upupa
(1). Al Bubagn (ili.), tamburo. Bu bu (il.), bisbiglio (2). flubbul (Livorno),
spctlro : il nostro Bau Un u . i- initazionc della voce che si pretende che
faccia tale spettro; come appunto in altri paesi fu det- to Munitimi da mum
mum, e buubau da bau bau (3). Bubu (sp.), enfiato, bolla, mal francese.
Bubilla, pustoletta. Buìbum (vai.), bollire. Borbollar (sp.), 6or6oi/on (sp.),
bollire. Bubbk (ingl.), bolla, bubbola (it.). Bubbling (ingl.), gorgogliare,
gorgogliamento. Bubo y is (Ialino), gridare come l'uccello palustre della
specie degli sparvieri: h Inque paludileris Butio bubil aquis. » (Alb. Ovid.,
Iuventinus in Philomela). Da tale suo grido quest' uccello si chiamò in latino
Butto, nis c Buia», nix. Bulbul J^Jj (turco), usignuolo. Bubrr y»y>
(|»ers.), e buberdek J^jj usignuolo. Bur-burr (ingl., t. di nautica), tamburo
di un ingegno o tromba a cappelletto. Bounlonuer (fr.). fare il rumore delle
api. Bus bus (b. lat.), fragore degli schioppi e della zufla. u Bus bas nitro
citroque ex corum mortariolis sagitlisxc resonaulibus in aslris » (4). Busz
(ingl.), (5)-) . ' \ ronzare, ruzzare jit. , ruzzo. Buzz (ingL), ) Summem
(led.), ronzare. Shum (\\ eudo Kraiu), ronzare (G). Cia Ciak ciak JL> JU.
(turco), rumore latto dalle sciable, rottissimo, cosa stracciantc. (1)
r.lumpollinn Figeac, Op. sullEgilla (2) Diz. Antonini. (3) AdellMg, Di*, in
rote Pnpani e v. Mummel. (4) liu Calibi', in voce e. (5) Rapp. l'Iiysiol., .1.
Spr., Ili, 185. (6) Adelung, Diz, in voce *ur«me»». Ciacaciaq ^j^Lfc*. (turco),
romorc d' armi bian- che. Ciacaciaq j;L»L»U. (turco), rumore di sciable o d'
un' ascia caduta su qualche cosa. Ciak di», (turco), atto di stracciare,
stracciato, messo in pezzi, fessura, fendere. Deriva dall'o- noinalo|ieiu delle
armi bianche che fendono ce. Ciaqi (turco), coltello da saccoccia che si chiude
col mezzo d" una molla. Imitazione del suono prodotto dalla lama nell'alto
di chiu- dersi. Ciaghil JxL» (turco), mormorio dell' acqua che cola, piccolo
ciottolo. Ciati Jl» (turco), campana. Cianciala (sanscrito), folgore.
Ciattcialam (sanscrito), moto, fluttuazione (ono- nialopei;i ili simpatia).
Ciuncialitjum (sanscrito), cosa incostante. . Ciulu cialam (sanscrito), cosa
incostante (onoina- topeia di simp.). Csacsng (ungh.), chiacchierone (I).
Csascka (migli.), chiacchierone. Csùcstxjó (ungh.), chiacchierone. Ctacsngà
(ungh.), chiacchiere. Ciuciare (dial ven.), chiacchiere. Chiacchiere (il.).
Chiacchierare e chiacchiltare (il.). thùchara, chacharéo, chacharon , chachuntv
(sp.), chiacchiere. Caqttel (Ir.), chiacchiere (2). Ciancia e cianciare (it.),
Chanchica (sp.), thunchilta (sp.), Cnanchear, chanchero } a (sp.)j' Queste
parole derivano da chance (fr.), che deriva da etani (canto), e si rilerisce
alle lat- lucchierie nelle quali entravano pure certe ma- niere di modulazione
della voce (d'onde incan- tare, incanto, errasttfrj ecc.), ma lurono ridotte a
lorma imilativa in rapporto del suono di pa- role inutili che annoiauo. (I) Csa
(ungh.), pronunciasi eia, cosi cso, ciò, ec. (i) • Vaine, liers, l'ous, sols,
doni le caquel m'as- somine. ■ [\o\l Naiiinc Tu., voi. LV, p. 51). Digitized by
Google — 201 - Aelkel JjCJLT (pers.), chiacchiere. Chyrchyr (pers.), parole
futili. Xérkedik (ungh.), millantatore. Ciatciat ia»l»«s>L> (turco),
parola imitante l'urto, la collisione fra due cose ; cialaciat cA^«jL» bordo a
bordo, pArlaodo di due uavi che si so- no abbordate. Ciallamaq jjiUL*. (turco),
fondersi, crepare (parlando degli animali), screpolarsi. Ciatlatmaq ^j^JjU
(turco), fare susurro, far crepare, faire claquer. dot pat cA*sà>. (turco),
espressione imitante un rumore subitaneo, un gran fracasso. Ciavciav
y\j^.^.(turc.),gasovilkment detoiseaux. Tcìiao (clùnese), voce degli uccelli
altercanti fra loro (1). Tcheou (chincsc), voce degli uccelli volanti a stormo
(1). Kiay (chiuese), canto degli uccelli (i) Ciebcelé xJL^*» (l^rs.),
sdrucciolata, dove i fan- ciulli si divertono a sdrucciolare. Cccear (sp.),
pronunciare F * come c C ecco (sp.), la pronuncia dell' s come c. Ceceoto
(sp.), chi pronuncia l' a come il c. KeXapo^w (greco), scorrere con rumore (2).
Cenciè uu» (pers.), martellino, maglio. Cencerro, ccncerra (spagn.), strepito
di campane, campanaccio. Cencerrear, far chiasso con campane. Cencerrada,
strepilo di campane. Cemerril , cenctrrilla , cenctrrillo , cencerruno ,
piccolo campanaccio. Cercio (sp.), specie d' uccello. Ci Kixxapau (gr.), grido
della ci> ella (3). Kwxapa, civetta. Rtxxa'P*), Ktxu^as, Ktxujto?,
K.txu|u's, civetta. Ktxxaj3t£w, cantare come la civetta. Cucubo as are (lai.),
cantare come la civetta (4). Roxxopa (gr.), civetta (4). Caphapftà (Samarit.),
civetta (4). (t ri Ceroni, Filo!. Compaq p. 54. ZxoXia «alata ut Tdi eeoxpiT*
ttffuXXia. Aristofane. Bochart. Ili, Hieroxoic^ II, Inde* 25, 11,280. Vol. I.
Coccabi (sir.), (4). Ct'ctima, cicifio (lai), uccello notturno, Nijctko- rax
(2), Kcxuueg, cicimis (5). Cicack (ili.), tallone: pel rumore fatto dallo zoc-
colo o dalle scarpe di legno, quali si e furono la prima specie di calzari.
(Vedi , hmg, Diz., alla voce Pantoffel). Cicada (lai.), cicala; Te'xxo^ (gr.).
Cicisbeo, cicisbeare (il.) e chichisbev (sp.), paro- le formate per imitazione
del parlare pian pia- no e dolcemente alla signora, ci ci ci ci ; noi nel
Veneto, diciamo far cici di cpia, far cici di là, parlare in secreto fra due
persone, altre sono presenti. Anche in turco suono simile per imitare il parlar
basso all' o- recchio. Civildi ^gjJytf chucholement (fr. ), cioilùchmaq (J^ja/o
civildemeq .«UXJ^: chuchoter, parlar piano all' orecchio. Cuchiehear, cuchicheo
(sp.), bisbiglio , bisbiglia- re ; cuchuchear, riportare quel che si dice.
ticonia (lai.), Kcxwv (gr.), cicogna. Csakó (ungh.), cicogna. Cicsòrke (ungh.),
fringuello. Cincel (sp.), scalpello. Cincin JLsxJCa. (turco) J contante, ben
calcolato , ben contato. Onomatopcia del suono delle mo- nete. Anche nel
linguaggio infantile in italiano il danaro si nomina imitandone il suono analo-
gamente Dindi. Cinciariu, cincariu (vai.), zanzara. Situatiti (vaL), zanzara.
Zenzalo (sp.), zanzara. Czincsur (ungh.), tafano. Czincsog (ung.), suonar male
il violino, garrire, canticchiare. Cinguettare e CijigueHio (il.). Cirici
(il.), canto delia capinera. CU Ja. (turco), pernice. Cit (dial. ven.), specie
di tordi, cosi nominata dal suo grido. Civ ^ (lurco), grido delle passere.
(t)Bochart,lH,IIierow)ic.,II.L (2) Cslep., in voce e, Festus e Coelius. (3) E'
forse la Ko,uv*t S di Omero! 26 Digitized by Google - 202 - Chio chio .)_,
pigolare delle Tto Tio (gr.), imitazione del grido delle passere in Ai islofane
nel suo dramma gli Uccelli ( O'p- Civ civ iirncky^. ^ (turco), gridare,
pipilare. Cekek JJC^ (|hts.), passera. Ciuciè ij.^ (pers.)^ pulcini, piccoli di
qualun- que uccello, pollo, cigno. Civil civil Jyt>. (turco), grido dei
pulcini. Cuchichiar (sp.), cantare della pernice. Chiquichaque (sp.), cigolio ,
scricchiolata , sega- tore di tavole. Ciquiricata (sp.), carezze. Chtipas
(sp.), scintilla (onomatopcia di simpatia). Citateti * (pers.), ebollizione,
cottura. Ciò Choya (sp.), specie di guizza. t? tffs« (gr.), |>ernice. Cacabo
(lai.), voce .delle pernici. Cacaber (fr.), stridere delle pernici (2). Kakaa
(Isole d. Amici), pappagallo. Kakadu (ungh.), pappagallo. Kakatoés (fr.),
specie di pappagalli, delti in certi sili cacatoti, Klein e Seba li chiamano
kakalo- cha, Edward c Albiuo cokealoo, Brissou cata- cua (3). Kakat (ungh.),
gallo. Cacano (spago.), canto del gallo. Kakokali (ili.), schiamazzo delle
galline. Cackel (ingl.), crocciare, chiocciare. Gioct'o, it, in (lat.) e
glocito, a», ore, chiocciare, crocciare. XXw£w (gr.), chiocciare, crocciare.
Ciouer e gloutser (fe.), chiocciare, crocciare. Alùkar (cimbro), chiocciare,
crocciare. À7«cken ((ed ^ chioccinrej crocciarC) Glucken Min imitazioni del
grido del gallo Coqcoq, imitazione del grido della gallina quando fa le uova
(4). Kokhrati (boemo), cantare del gallo (5). Kokósc (ili.), gallina. Kokòl
(ili.), gallo. Kokka jJL^JLS (turco), gallina che nutre i suoi pulcini (ti).
(lì Bocliart Hieroz. (1) Willy. Prìncipcs Gen. et Partic. d. Langue Frano. !3)
Nodier. DicL Onom. Fr. in voce Kakaloes. (4) Lcroux citato da Nodier, Dict.
Onom. Fran. in voce coque. (5) Adt'lung-, Diz. in voce Kràhen. (fi) Nei
dialetti veneti dicesi ciocca, nonché coca, e chiamando le galline perchè si
avvicinino J Digitized by Google — 203 — Cookba (Indoslan), gallina. Cock
(ce)Uco), gallo. Cocìt (iugl.) gallo. Coq (fr.), gallo. Da questo grido ebbe il
nome il della gallina. Coa't, coco ling. dei fanciulli), uovo. Cocco (Guienna),
scorzn dell'uovo (1). Coque (fr.), scorza dell' uovo. (1 nome dell' uovo fu
trasportato per varie analogie ad altre cose. Xoyltta (gr.), conchiglia.
Cochlea (lat.), conchiglia ; d' onde cocJWc (ing.), I>er la somiglianza
colla scorza dell' uovo e per la forma più o meno ovoide. La stessa parola
modificossi in concha e con- chijlia (lat.), d' onde conchiglia (it.) e
coquille (fr.), parola che tornò ad avvicinarsi a coque, scorza dell'uovo nella
forma, e di cui anche ac- quistò il senso. Coté (tagal.), unghia (paragonata
alla scorza del- l' uovo). Cochi (IN. Olanda), unghia (paragonata alla scor- za
dell' uovo). Cochi (dial. veneti), specie di funghi somigliantis- simi alle
uova. Cosi in portoghese , cucumcllo è una specie di fungo : e vedremo come
cucu fu pure nome dell' uovo. Oggetti di forma più o meno ovale , rotonda in
genere nominati col nome d' origine onoma- topeica dell' uovo. Coco
(sanscrito), frutta K°xs« (gr-)> «more ; forse si riferisce al liquido
contenuto nell' uovo. Coquo (porlogh.),il frutto della Palma Indica det- ta
Calappa, in malese Towak (2). Cocco, frutto detto dagl'isolani delle Maldive
care. Coca (Perù), albero che dà una mandorla. Coco cocot. Cosi nominarono i
Portoghesi V ina- jaguacu, frutto dell'/najoguacibo (Brasile), si- (1) Gulielm.
Pison, Mantissa Aromatica, p. 223. (2) Bonlius. HisL et Med. L. VI, p. 116. e
L. IL mile aiTalto per volume e per figura ad un uo- vo, d' onde coquetro
(pori.) fu delto l' albero. Choco lati (Messico e N. Spagna), bevanda detta
chocolate dagli Spagnuoli, d' onde il nome cho- colat (fr.), cioccolata (il.),
Schokolat (ted.), ecc. nelle varie lingue d'Europa (I). Deriva dal frutto detto
cocahuall o cacavacenlli, appellato dagli Spagnuoli per corruzione cacao, che è
di forma ovale. Per somiglianza di forma coll'uovo si disse: Cocon (fr.),
bruco, bozzolo, d' onde Cocon (ted.), bozzolo. G'uco (sp.), bruco, bozzolo. In
greco fu detto Kcxxov ogni grano, quindi Koxxov (gr.), coer Vi (Int.), la Aocc
Indirà vulgn- ris delta Tamr care alle Maldive. Koxxsv .ìi-z-j. il cocco in
grano, Grami in inf'e- ctorium che trovasi nell'Ilice Baccifera, d'onde Koxxevov
coccinum (scarlatto). XoXaxoxx* (gr.), i grani del ricino (perchè eva- cuano la
bile xoXt)). Coccola (il.), bacca, paragonata per la sua forma ad un piccolo
uovo. Koxxalot (gr.), i murinoli del pino. KoxxaXsv (gr. mi.), osso. KoxaXov
(gr. mod.), osso. D' onde Cucalo (Zingani), osso. Il verbo coquo, it, ere
(bit.), cuocere, deriva probabilmente dall' onomatopcia del pollo e dal nome
dell' i L' uovo deve essere stato uno dei primi cibi che si cossero ; nei climi
caldi il sole bastava ; presso le terme usasi ancora di approfittarne per
simile scopo. Osservo che dik A^ ù (tur.), vuol dire gallo e JoJ> dik,
pignatta, caldaia. Cucuni (Perù), arrostire sulle bragie (2). Kukut (Java),
Coca (dial. ven.), (1) Gulielm. Pison., Mantissa Aromatica, p. 199. (2) C. Gebelin,
Vili,,— Digitized by Google - 204 - Coca (diaL ven.), organo pudendo muliebre,
vulva: allude alla parte d' oude sorte l'uovo nella gal- lina, l'oi cocca
(it.), intaglio preso dalla forma dell'organo pudendo, per cui a Napoli dìcesi
lista. Auzi nel Veneto dicesi in islile furbesco gallina una donna di media
eia. Altre imitazioni del grido della gallina. Kodkodek (finn.), gallina. Nel
dialetto veneto si dice che la gallina fa coeodè e nel dial. milane- se codcqdè
(1). ÀorecA (Wogul), gallina. Nel dialetto milanese le fantesche chiamano le
galline còra còro; certo intendendo d'imitare la voce delle galline stes- se,
come nel Veneto si chiamano dicendo coca coca. Craan (Taziano), cantare del
gallo. Krahen (OfTried) ed anche Irkraen, cantare del gallo. Krahen (ted.
moderno), cautare dei gallo. Kreyen ^ sassone), cantare del gallo. Kreggen Crom
(ingl.), cantare del gallo. Crcavacucu (sanscrito), gallina domestica. Cucuda
(sanscrito), gallina. Kukhutas (sanscrito), gallo. Kukeruku (in v. dialetti
tedeschi), imitazione del grido del gallo (*). Kukeriihahn (in q. dial. ted.)
gallo (2). Kukurikol (ungh.), cantare del gallo. Cucun'o, is, ire (lat.), far
la voce del gallo. Cttccuru (lat.). Gli antichi non intendevano più questa
parola come nella frase d'Afranio « id me celabal cuccuru ». lo credo che sia
una o- nomalopeia della gallina, quando ha fatto l'uo- vo, che lo nasconde, ma
grida ed ognuno è avvertito che essa l' ha fatto. Ghgrghyr yLé (pers.), gallina
selvaggia. Atfcidiòl (sanscrito), gallina selvaggia. Koxx-j^w (gr.), far la
voce del gallo. Aiifr tfjjj' (pers.), grido, schiamazzo. Àttimi (llawai),
pubblicare, estendere una nuova; (I) Ceroni Filol. compir. 55. {•2) Adflung..
Diz. in voce Krahen credo che sia unlmitazione del grido cucit della gallina,
quando ha fatto t uovo ( se non dal grido del cuculo). Kukó (ungh.), uovo. Da
kukò, uovo, deriva ku- klik — nibare alla maniera dei sorci ; certo dal furto
assai frequente delle uova che fanno i sorci cou arte meravigliosa. 6'nea
(sp.), noce. Anche nei dialetti veneti cbco noce ; encucar (sp.), raccogliere e
chiudere no- ci ; cucor (dial. ven.), buscare, cogliere. La no- ce fu
paragonata all' uovo per la sua forma o- vale. Cucca (it.), vecchia; « volpe
cucca » (Salv. Rosa, Sat. V, p. 240 , ediz. di Amsterdam). La Nota spiega:
Cucca pelata come un uovo che in lin- guaggio dei bambini dicesi cucco. Kokeny
(uugh.), prugna, prugnolo ( per la sua forma ovoide). Quq (cimbro), colchico,
paragonato per la forma a piccole uova. Quqa tSyS (turco), berretto di piume
che porta- vano i principi di Valacchia e di Moldavia. Pro- babilmente è
onomatopeia del gallo applicala a tal forma di berretto per la sua i con la
cresta di gallo. Cacarder (fr.), gridare dell' oca. Gagaescu (vai), gridare
dell' oca. Gackern (allo tedesco), gridai Gaggie (ingl.), gridare dell' oca.
Xa'v (in attiro), Xrfv (gr.), oca. Cari can (fr.), grido dell'oca selvaggia
(I). Canard (Ir.), anitra. Kacsa (uug.), anitra, pronunciasi kacia. Secondo
Michaelis il grido dell' oca sehag- già è ónat (ina». Anat Andl (aut. led.),anitra,d'onde
Ente (led. moderno). Nel Kamtschatka è una specie d'anitra sel- vaggia detta
A-an-gilche perchè il suo grido è i tre note distinte. (2). (1) Nodier, DicL
Onomal. Franrais, in foce Ca- nard. (2) Voyage lo the PaciQc Ocean, Voi. Vili
p. 315, James King. Digitized by GoOQle — 205 - Uanti (sanscrito), oca. Ani
(gotico), oca. Gatti (lei.), oca. Gaai (dan.), oca. Goas (sved.), oca.
(celtico), (ar.), Papcgaa (Zingari), oca. Papern (tcd.), grido dell'oca
domestica. /'opera Papero (il.), antichi nomi dell' ora giovi- ne. Tali nomi
rimasero nel senso posteriore traslato dai costumi dell'oca, in ispagnuolo pu-
paro, balordo; cosi nel dia), veneto dicesi oca oca ss sciocco, a. Hantrt)
xar.r.trZ,a (gr. mod.), anitre, farchettole. Apatia (negri della Costa d' oro),
oca. Tlalacatl (Messico), oca. Schnattern (tcd.), gridare dell' oca o Qaqalamaq
v _§iUrtjf (turco), battere col Qarqan ^[j^s (turco), colomba di Bagdad.
Qarqaret B^J (turco), tubar di colomba. (Jarqariq (J^Syi (turco), tubar di
colomba. Qalqal JjUi (turco), uccello simile ai palombo. Kiakhaval{ Jfj&tf
(pers.), specie di volatile. Kiakhul J^tf (turco), specie di stornello. KauaS o
xaoti4 o xa0Tj$ (gr.), larus uccello ac- quatico. Gesner dice che il suo nome è
onoma- topeico (2). Qahqaba «y^J (ar.), ridere, atto di ridere. Imi- tazione
del suono qah qah u«i, che poi sem- plificalo qah uS vuol dire riso. Da qahqaha
de- riva qahqaraAjiuS (turco), ritirala vergogno- sa indietreggiando. E
l'onomatopeia del riso di scherno. In sanscrito troviamo già la forma semplifi-
cata kakh, riso. Kakkàmi e gaggàmi (sanscrito), *«X«£w (gr.), ridere,
sghignazzare. (t) Nodier, Dict. Onora. Frane, in »oc« Oie. {'i) Nodier, DicL
Onora. Fnoc.. in voce c. KanaXou (gr.), ridere. r*rt*ì% (turco), fare il grido
del coro. Crook (ingl.), fare il grido del corvo. Grappen (Svizzera), fare il
grido del corvo (8). (t) Hierozoic. I. c. XXIX, n. 286, 1. (•2) Guhclm. Pison,
Hist. Nalur. et 88, 89 (3) Aristofane. .Gii. etMed.t I. Ili, S (4 Bayer, Lex.
Sin., VI, p. 345. )5i Gulielm. Pison., Hist. Nat. L. HI. p. 59. (6) Calli.,
Calep. in voce c 7 Salvator Rosa Sai. Adelung, Diz, in voce /loie. Digitized by
Google Kàrava (sanscrito), corvo. Kepag (gr.), cono. Crow (ingl.), cono. Chra
(Icd.Horncgk), cornacchia. Chrà (Svcvia supcriore), cornacchia. Arnie, Kkreie
(b. sassone), cornacchia. Chraio (Glosse di Monsee), cornacchia. Aro (cimbro),
cornacchia. Amai (olandese), cornacchia. Crawe (a. sassone), cornacchia.
Craìif. (led.), cornacchia. Arane (dan.), cornacchia. Arage (Westfalia),
cornacchia. Aròfto (sved.), cornacchia. Craija (Mongol), cornacchia. Karma
(Giappone), cornacchia. Kargha \j^S (turco), cornacchia. Kopwvn. (gr.),
cornacchia. Cornile (lat.), cornacchia. Gragula, gradila (lat.), cornacchia.
Gracchia (il), cornacchia. In ahrc lingue non resta nelT imitazione il suono r.
AAIra (sanscrito), corvo. Kak ,jLs (ar.), corvo. R«jcxa, r - 1 (gr.), graculus,
specie di coraacchia. Kiagh kiagh (pers.), grido della cornac- chia. Choya
(spaglinolo), cornacchia. In altre lingue si perdette il suono k gh e restò l'
r. Nhoreb 3")y (ebr.), corvo. Robe (ted.), cono. " a6 (dial.
dell'alto tedesco), corvo. Rapp Haban (\Y illerain), corvo. Ramnio (Notker),
corvo. Un tua (q. dialetto ted.). corvo, ftm (b. sassone), Ravcn (ingl.), i Rao
nS"ì (ebr.), T T Suono cr usato per imitare il grido della ci- Raefn Bremm
Craqueter ed anche claqueter (fr.), fare il grido della cicogna. Crotorar
(sp.), fare il grido della cicogna. Aron* (ol.), rumore, susurro, craquement
(fr.). Crack (ingl.), scoppiare, fendere, aprirsi, crepo- larsi, fessura,
crepatura, d' onde Crag rupe. Cracker salterello, islrumenlo da battere noci.
Arac/» (led.), scoppio, schianto, krachen, scop- piare, poi kràchzen. Krak
(turco), guerra, susurro, combattimento. KpauTm (gr.), | Arieg(ted.),| (a. (sved.),
corvo. Art'g (dan., sved.), guerra. Kracht (ol.), rumore, susurro come si vede
nei composti p. e. Dommcftrac/if, d'onde Kracht forza, potenza, modificatasi in
tedesco in Ara/). Craquer (Ir.), scoppiare (3), d'onde craqueter, craquement.
Craquer (Ir.), crepito anche dei denti, d'onde Craquelin t pasticcio che
crepita sotto i denti. Kradjradj (egizio), battere i denti (4). CraJre (ted.),
cavalluccio, rozza (5), «crag (ingl.), scheletro. Kpa^w (gr.), chiamare,
gridare. ( reni (fr.), incisione, intaglio fatto sopra un cor- po duro, cran
(celtico), ecran (fr.), mobile che scivola sopra tali crans (incisioni). Crash
(ingl ), strepito, fracasso. Scrunch e cnun, schiacciare. Arane» (ted.),
grattare, d' onde kratzen (ted.) e krabbeln, tcrabble e tcrape (ingl.), raschiare,
grattare, d' onde scrawl (ingl.), scarabocchiare e scramble azzuffarsi. 0)
Teofraslo. (2)Adclung osserva che la guerra, la battaglia ebbe nome dal grido
die nella zuffa si emetteva (e certo dal rumore in genere); aggiunge altre
parole di diversa radicale che significavano grido e guerra : p. e. fot)
XP»"**) e Bellum (laL) Diz. in voce Krieg. (5) » Mais tuul notre edifico
craque ■ (Pascal Pensée II, ir»7). (4) Cliampollion, Figeac- (5) Parola
imitante il crepitare delle ossa di uno scheletro al quale si paragonò il
cavallo magro. Digitized by Google — 209 — Kratta rimasto nello svedese, dalla
qual forma teutonica derivano grater (k.),gratare (b. lai.), grattare (it.),
grate (ingl.) c «cratr/i (ingL), graffiare, graffio. Creek (ingl), crosciare.
CréceUe (fr.), istrumento di legno che fa un ru- more stridulo, che si usa
invece delle campane nel giovedì c nel venerdì santo : dicevi anche créccrcllc.
Kremkrem (egizio), rumore, susurro (i). Kptxa'e, K : :'i (gr.), uccello molto
pugnace. Crei (fr.), grido sinistro e frequente d'un uccello così nominato (2).
Cri (fr.), grido. Cry (ingl.), grido. Àree* (ol.), grido. Grido (Hai), grido.
Chriare (b. lai.), gridare (3). Chraden (Nolker), gridare. A men (h. sass.),
gridare. Shriek (ingl.) gridare. Shrike (ingl ), gridare. Screcch (ingl.),
gridare. Screek (ingl.), gridare. Skria (sved.), gridare. Scriian (Nolker),
gridare. Scrivali, skreian (Ottfried), gridare. Schrijen schrauen (b. sass.),
gridare. Kreischen (b. sass.), gridare. Schreyen (led. mod), gridare. Schreij
(led.), grido. Criailler (fr.), fare il grido del pavone d' India. Cric (fr.),
macchina composta d' una ruota den- tata a manovella che serve a levare un peso
: si aggira criant (Ir.) (4). Crincrin (Ih), istrumcnto pieno di palle
riempiute neUa cauta di piccoli corpi duri (ore/o/*) Ce sout des masques Qui
portent des crincrins eie. (Molière, Jes Fàcheux). Ch.-impollion Figeac.
Nodier, Di. t Onom. Fr., in voce c. Adi-lui.;;. in vote Schreyen. Nodier, Diz.
Onom., in voce c. 8 Vol. L il sotto Crisser (fr.), battere Critser (fr.), fare
un le ruote mal unte (1). Croc (fr.), uncino. Croquer (fr.), far suonare sotto
il ze dure come il biscotto, ec. d' Croquet (fr.), pasticcio duro che dente.
Croccante (ital.), pasticcio duro che il dente. .Scroccare ijcrocrojie Cri cri
e cricche, cricchio (it.), il suono del ghiac- cio e del vetro quando si rompe
; quindi cric- chiare e crocchiare .... che se Tabernich Vi fosse caduto o
Pietrapana Non aVria pur dall' orlo fatto cricch (Dante, Inf., xxxii, 28).
Bellin, Buccher, 246 E le stoviglie quando in Ior medesime 0 in altra cosa
battono o son fesse 0 si rompono o si spezzano Fan qucUa voce, quel rumor, quel
suono Chiamato cricche. (E. 255). « Levisi dunque quella porcheria dello sgrì-
gliarc, dello sgretolio, del crocchiare e del far cricche. » (But.). « Non che
fosse rolla la ghiaccia, ma non sarebbe pure incrostala dalle sponde, nè fatto
suono cricri ; si era grossa la ghiaccia. » Kpu'cs (gr.), ghiaccio. Cri cri
(Ir.), canto del grillo. « Le cri cri Imitaci celui du grillon » (2). Cricket
(ingl.), grillo. TpuUss (gr.), \ Grjllus (lai.), I lutti derivali più o meno
itnmc- Grylle (led.), \ dialauiente dall' imitazione della Grillon (fr.), I
voce grillo. Grillo (il.), ) Kpixt, disse Omero per indicare il suono dalo
dalla bilancia. (1) Nodier. Dici. Onom. Fr., in voce c, e cita Bo- rei e MonneL
(3) Fc.óal, Myxl. de llnquis. 27 Digitized by Google Kpi'Sw (gr.), stridere.
Kritnln (ted.), scricchiare deUa penna ; krakeln (b. tcd.). Kruck (olaud.),
gruccia, forca. Kruckt (ted.), gniccia. Crunch (iugl.), croccare. Kp»w (gr.),
l'are rumore battendo : usasi del bat- tere le mani , e far risuonarc gk 1
istrumenti musicali batteudo su quelli. Cruxir (sp.), scricchiolare ; cruxida ,
scricchio- lata. Cs A.i/iulfcWiutom (sanscrito), sternuto. Coucou (fr.),
cuculo. Cucii (vai.), cuculo. Cucii £f (ar.), cuculo. Cucu ySyi (turco), ed
anche uku y^, cuculo. Rdxxu| (gr.), cuculo. Kouxxo« (gr.), cuculo. Cuculili
(lat.), cuculo, è la forma diminutiva di , XgXXS£. Cuculo (it.), cuculo.
Cuquillo, cucinilo (sp.), cuculo. Auko (cimbro, Sette Comuni), cuculo. Cuckoo
(iugl.), cuculo. Kukuk, Gukguk, Gukuk, Kuck Kuck (ted.), cu- culo. Kukuk
(ungh.), cuculo. Kukulka (poi.), cuculo. Kukacza (boem.), cuculo. Aufciisna
(nisso), cuculo. Kokuszka e kukaviza (ili ), cuculo. Kaukilas (sanscrito),
cuculo. Kuku S ^ (pera.), grido d'uccello, palombo. Chuchuk (Java), becco d'
uccello. Aum kum (tur.), rumore dei colpi di mar- tello. Cucu (malese, Java,
Is. del Principe), chiodo (1). Qughu jéji (turco), cigno. Qulqul JjlU (turco),
leggiero, agile, pronto cor- ridore (cavallo). (t) C Gebelin, Vili. 550. Coriy
e corlieu (Naturalisti), un uccello. Curii ^ (arabo), mi uccello. Curlij
(Iranc), uu uccello. CourìU (frane), un uccello. Curie» (ingl.), un uccello.
Turiy (Poilou), un uccello. Turiu (Poitou), un uccello. Turiuj (Picardia), un
uccello. Corieru (Picardia), un uccello. Greny (Costanza), un uccello. Dami in,
dandiner (fr.), da dindon parola imitan- te il rumore delle campane (1). Io
crederci che volesse riferirsi all'oscillare, tentennare, delle campana. Dandin
servi di nome applicato ai perso- naggi satirizzali, p. e. Thenot Dandin,
Perrin Dandin, Georges Dandin ; da questo deriva Dandy (ingl.), ripassato in
Francia. Daarod lllìTI (ebr.), calpestio di cavalli. Dandar (ungh.), pecchione,
calabrone, brigata. Dardar T7TI (eb.), cardo, tribolo. Dórda (ungh.), pica,
bigordo. Dardo (it.) Degringo/er (fr.), ruotolarsi d' un corpo da una certa
altezza (2). Dei (egizio), sparviere ; Volney asserisce che il suo nome sia
onomatopeico (5). Demdemé mojgo (pera.), tumulto, susurro. Dardùr (ungh.),
dispetto, onta. Dibdàb (ungh.), inutile. Didder (ingl.), tremar di freddo.
Didereg (ungh.), tremar di freddo, anche dederej e dòdGrvg. Tirilar (sp ),
tremar di freddo. Tiritona, ribrezzo. Intirizzire (it.). Dindi (it. lingua dei
fanciulli), danari (4), imita- zione del suono fatto dai quattrini ; trovasi
an- che in Elvezio tin tin tin riportalo da una pre- dica per indicare il suono
che fanno le monete \) Nodier, Dict. On. Fr. in c. 21 Voi.. « nous dcgrintinlerioHs
dansla barbarie.» T.ì Rimics. Notes, p. ÌM3. 4) Lasca. C li, Nov. 11. P 151.
Digitized by Google 2U nel cadere nel bacile o nella cassetta delle eie- motte
(1). Doddle (ingl.), camminar vacillando. Totter (iugl.), vacillare. Drouinc
(Ir.), bisaccia neUa quale 1 calderai met- tono i loro ordigni, il cui urto
sonoro sem- bra fare dron drin (2). Umla (ungi).), cornamusa, piva. Dudol,
suonare il flauto, cornamusnre. Dudeln (led.), cornamnsare. Dudelsack (led,),
piva, cornamusa. Tiilen (led.), cornare, suonare il corno (fare tu tu tu).
Duduk tifosa (turco), flauto. Tutu (migli.), cannuccia, pipa. Tutuk (Java,
Kawi), bocca. Tutul (uugh.), gridare, urlare. Tutur (malese), parlare, dire.
Dug bug (unga.), brontolare, far susurro. Drauschen (led.), rumoreggiare della
pioggia di- rotta ; driusan (INolker). Drizzle (ingl.), piovigginare. Rieseln
(tcd.), piovigginare. Gnsiller (fr.), piovigginare. Altrt imitazioni dello
stesso Kiscja (ili.), pioggia. Ghesciem DWJ (ebr.), pioggia. Giessen (ted.),
versare. L' imitazione del susurro prodotto dalla pioggia si costituisce di
suoni sibilanti s, *c e s. E Ehe (egizio), bue (3). Hegìhagi ^ly»» (turco),
fuggitivo, timoroso, stravagante. Hcou (chin.), imitazione del rumore che si fa
dor- (1) Esprit. T. I, Disc. Il, C. 19, p. 230. - (2) Nodier, Dici. On. Fr. in
voce c. (3) Champollion, Figeac, op. sull' Egitto, dice eh' è una onomalopeia.
5uono F usato ad imitare la loquacità. (gr-), : Faq faq jjUtt (turco), Feih «li
(ar.), gran parlatore. Feh ti (ar.), bocca .-dicesi anche fuh tyi — **) (c-
braico), che talora pronunciasi p. Fanfano (it), parlatore. Fanfaluca (it.),
ciarla. Farfara ijijli (turco) , chiacchierone , millanta- tore; scrivesi anche
ferfere Fegifegi o fegifagi (turco), chiacchierone, impertinente. ^ Ferfar fjj}
(turco), chiacchierone. Ferfer ^ (turco), lettura in fretta. Fanfare (fr.),
aria d' istrumeuti nimicali ; d'onde fanferina (it.), baia, burla. Fanfaron
(fran.), millantatore, d' onde fanfaron- Fugifugi o fugifugié ^4 (turco),
parole dette basse, in secreto. *~ .Suono F usato ad imitare i vizii della
loquela. Faefae UU (ar., turco), balbo ; poi feh ni balbo. Feefet gt*C*
(turco), vizio nella pronuncia della lettera fé \J. Farfulla (sp ),
tartagliare. Suono F usato ad imitare i rumori prodotti dal- l' aria nelle
varie parti delle cavità della bocca e nella sua uscita dalle labbra tenute
chiuse. Fahyh ^£ (ar.), atto di sibilare, russare dor- mendo, fischio della
vipera. Fùty (migh.), fischio che si fa colla bocca. Fise (pers.), suono
prodotto dalle narici o dalla gola. Fub oji (pers.), fiato. Fiij fujj fuo
(ungh.), gonfia, soffia. Fevh (turco), esalazione, profumo, odore. Fio, as }
are (lai.), soffiare, gonfiare, d' onde fla- tus e sue figliazioni nelle varie
lingue, c flauto (it.), e flairer (fr.). Digitized by Google Suono F usato ad
imitare il canto di varii uccelli. Feqaq jjU» (ar.), nome di un uccello.
Ferafur ^ly (ar.), nome di un uccello. Ferfé tJLi (pers.), gru. Fcrftr yàyà
(turco), francolino. Ferfuz (yiyi (pers.), specie di pernice. Fifa (il.), pavoncella.
Firjir yiyi (pers.), nome d'un uccello. Fringilla, frigilla (lai), fringuello.
Il suo canto si potrebbe esprimere cosi : ■ 1 fi fi fr fr fr cicic cicic »
Fritinnio, i», ire (lat.), mormorio delle rondini. « Et pullos peperit
fritiiuiientcs » (ÌVonius, cit. da Scaligero iu Varronem). Fesciafesc ^UUi
(pers.), fischio delle freccie. in italiano si esprime similmente per fiscJiio,
fischiare il suono prodotto dalle freccie vibrale neh" aria. Fise \p*tA
(pers.), freccia a doppia punta o testa. Forse ne deriva Ftèche (fr.), d' onde
freccia (it.). Fesfesi ì y,A- t (pers.), specie di giuoco. FI nsalo ad imitare
il suono delV acqua. Floflotter (fran.), urlarsi dei flutti del mare (1).
Questa parola è prodotta per istinto imitativo colia ripetizione della parola
già organizzata francese flot derivata da ftuctus (lat.). QXoìtfoi (gr.),
suono, rumore fatto dall' acqua. Fluo, is, ere (lat.), fluire, d'onde fluctus,
fluidus e figliazioni loro. Flou (fr.), diecsi in pittura un colorito dolce co-
me di seta e di velluto (2). Fofo (sp.), molle. Fonfone (it.), un bel pezzo di
donna (3). Flinflon (sp.), uomo paffuto. Questa parola ha un'origine imitativa,
ma v'entra anche l'idea fio, ftas, gonfiare ; come a dire uomo gonfiato. (!)
Duna ria?, Pasquinr. fi) Nodier, Dici. Onoin. Fr. in voce c. (3) .E un fonfone
(Lasca, C.II.Nov. IV, 21 8). 212 — Fofooa (Is. d. Amici), enfiatello. Fraga
(lat.), poi frango come resta la forma del passato fregi senza n. Da frago derh
a ippayov (gr.). Fray (ingl.), combattimento. Fredonner (Ir.), dare un suono
cacciando l'a- ria dalla bocca con un fremito leggiero della lingua e delle
labbra. Frelon (fr.), calabrone. Nome imitante il fremito delle ali di questo
insello. Fremo (lat.), 3 (cbr.), circolo, ruota, rivoluzione, sfera; gulgoled
rÒfy cranio, consideralo voltolare, ff ai- coma una cosa rotonda, coni Galga
(sp.), macina, di fattoio. Folto, is (lai ). tf'alzcn (ted.), aggirarsi, whist
ze, rullo, cilindro. Gurigél (ungh.j, voltolare, aggirare, rotolar via;
gurgula, cilindro. Qululé iJjis (lurco), ogni cosa rotonda, gomi- tolo.
Ghalghagi l^ (pers.), solletico. Ghalghaligi ^ . (pers.), solletico. Galghalicé
k^uJjJx (pers.), diletico. Glmmgìtamet t+k+i (ar.), muggito di toro spa-
ventalo, tumulto, schiamazzo, discorso oscuro inintelligibile. Gangar (sp.),
parlare nel naso. Gangoso (sp.), che parla nel naso. Gangami (vai.), balbo.
Megamghem D|ìP^ì3 (ebr ), balbo. Cago (pori.), balbo. Gorgeria (sp.), balbuzie
d' un bimbo. Gògyiig (ungh), balbettare. Ganir (sp.), gagnolare, guaiolare
(il), d' onde gahidet, gatìido. Geai (fr.) jay gag, jayon gayouf Cajus (b. lai
), Gayo c (sp), rtus,Pica Ghian- Gaitg l daia Ot). Gralla ( Calalano ) Ghaq jjU
(ar.), nome d'un Coracias,Garru- Ghaqat (turco), nome d' un uccello acqua-
tico. Gaffe- ni (ted.), gridare come il gallo (in alto tedesco ), come I' oca
(1). Gliargììtrà ("TU"!} (ebr.), gola. rapY«pio3v (gr.), gola; d'onde
fapw» 6 »» T«PY a - Xt'?w, gargariser (fr.), gargarizzare (it.), gar- galizal
(ungh.), ecc. Garguero e gargoz (sp.), trachea. Ghargharet (turco), suono
prodotto dal rantolo degli agonizzanti. Garganla (pori.), gola. Gargunla (sp.),
gola; d' onde gargauton, man- giare ; per cui Gargantua di Rabelais ; gargan-
tada, sorsata; gargantear, gorgheggio; gor- gon/io, trillo. Gargagear (sp.), sputacchiare.
Gargajo, gargngin, pituita. Gargajazo, sputacchio. Scarcagio (dial. vcn.),
sputacchio. Gargato (dial. vcn.l, gola. Ghargharet ty^à (lurco), rumore
dell'acqua in ebollizione. Gargara (sp.), gorgoglio, gronda. Gargouille (fr.),
grondaia. Garlo (ili.), gola. Gorghela (cimbro), strozza. GurgcI (ted.),
strozza; gnrgeln, gargarizzarsi. Gurgulio (Int.), gola; d'onde gorgoglio
(ita!.), gargouilkr (fr.). Gurget (lai.), gola; d'onde ingurgitare, d'onde
gurgutia, d'onde gargotte (fr.) , osteria (luogo ove si dà da mangiare). Gorge
(fr.), gola, d' onde gorgia (it.). Gorga (il.), la canna della gola, strozza.
Gorgo (il.), vortice. Gorglieggiare (il), e Gorgheggia. Gorgear (sp. ),
cominciar a balbettare, e gor- gheggiare, gorgorila e gorgoritear. Gorgojo
(sp.), ragazzetto gracile. G/iiirg/iuré ( turco ), ernia, mormorio di sdeguo e
di collera. (I) Adelung, Diz. in voce C Digitized by Google - 2U - Gharghab
uli^p (pers.), esclamazione, rumo- re, baratlo. Ghargluxn yjU^é (pers.), voce
alta. Gharghendé s Jw^s (pers.), irritato, acceso d'ira. crs.) , e gharghangié
fj^èjè donna lasciva, insaziabile di libidine. Gharughur pèyjà (pers-), g |
> u 'o> tumulto, rumo- re cagionato dalla collera, anche ghurughur jkyyt
vuol dire ernia. Ghavgho U^è (pers.), rissa, disputa. Ghao yà (|>ers.),
vocifera/ione, grido di guerrie- ri nella zuffa, tuono, ttunullo. Yedesi che è
la semplificazione di ghut-gha, che in orìgine deve essere stato ghav ghav. Da
ghavgha si lece l' aggettivo ghavghagi ^»\xyà (|»crs.), uomo rissoso, che
attacca lite, che la fracasso. Ghagh (ar.), e ghaghat itU. tumulto. Gógog
(ungil i fare schiamazzo. CflcJke» (ted.) e gackern, schiamazzare, anche
gackeln. Gargitam (sanscr.), stridore del fulmine, strido- re del leone, dell'
elefante. Ghcu %ha$ (pers.), piccolo combattimento seuz' armi. Ghaz Ghaz
■fjiXà. (pers.), disperso, dissipato. Glutsc yiLé (pers.), tumulto, sedizione.
Guachapcar (sp.), intorbidar l'acqua coi piedi. Gazouiller (Ir.), cantare degli
uccelli. Gecco (lava), Salamandra ludica, specie di lucer- tola velenosissima.
I Belgi la chiamano cosi perchè continua- mente grida gerro (I). Giengi
(pers.), muggito del bue. Gegang (ol.), rumore, suono, imitazione del suo- no
d' una corda da basso. Geyer (ted.), una specie di rondini di mare, che si
distinguono pel grido ga" ga" (2). Gueguek gf" (turco), nome d'
un uccello, balbo. Kùkicgui (turco), balbo. Anche il pappagallo ebbe un mime
derivato dagli slessi suoni coi quali s'indica la balbu- tì) Bontius, IIÌbI
Nat. MVd. L. V. 57. (2) Adeluug, Diz. in voce Geyerichlag. zie. Nei dialetti
veneti dicesi **eké per dire balbo, e Checca ss la gazza Cecca (iU), Kix- ™ (g»
r -)- Gi, Ghi. Gihbertih (ingl), gergo. Giggle (ingl.), ghignazzarc. Gingie
(ingl.), tintinnare. GingriOj ti, ire (laL), far la voce dell' i Guirlguag
(sp.), linguaggio (tedesco). Ghyrghyrdi ^d^èyà (turco), rumore del falcone
quando s' abbassa rapidamente ncll' aria. Gl. Glapir tv. i. fare il grido dei
catelli dei cani : in- tendesi pure fare il grido delle volpi, dell' i la,
della gru. Gltiser (fr.), Glilschen (ted.), sdrucciolare. Glouglou (fr.),
rumore di un liquido nel fiasco scuotendolo, e nelF atto di uscire da una bot-
tiglia. = Chulghul JjJL* (pers., torco). Giughi (Zingani), gallo d' India.
Gloughutter (fr.), fare il grido del gallo d' In- dia (1). Glouglotler (fr.),
fare il grido del gallo d' India. Corcoju (vai.), gallo d' India. Curro (vai.),
gallina meleagris. Glorio, ti, ire (lat.), chiocciare, crocciare della gal-
lina. Glocito, ai, are (lat.), chiocciare, crocciare della gallina. Glousser
(fr.), chiocciare, crocciare della gallina. Glouel (Ir.), sorta di gallinella.
CTiaco/otear (sp.), crocciare, chiocciare. Giulio, ti, ire (lat.), divorare,
inghiottire, e gluto, ti ti, ingordo, e ingluvie», ghiottoneria, TXùJTTa (gr.),
lingua : sono parole derivale dal suono glo glo imitante il rumore del
discendere dei liquidi dalle fauci nel canale alimentare. Walter Scott non
credette di poter meglio imitare il suono prodotto urli" atto di
tracannare il vino, dicendo glo, glo, glo, glo. (I) Nodier, Dici. Onom. Fr. in
voce. Digitized by Google — 215 Co. roa'u (gr.), gemere Gog (ungh.), superbia.
Gògicscl, gwjisel (ungh.), balbettare. Gògtjikj, gogyiiges, giiggiig (ungh.),
balbettare. Gorgoglio (ilaL), gorgogliare, suono dato dall'ac- qua mista all'
aria e insieme mossa. Ghurghur jk^À (pcrs.)j mormorio, ernia. Gorigoro (sp.),
canto dei fanciulli imitante quello dei preti, banchetto dato ai preti.
Imitazione fatta sulla desinenza in orum geniL plur. ma- schile e neutro che
cade frequentemente nelle preci latine, per cs. « per omnia saecula sac-
culornm, etc. ». Gr Graja (sp.), pica. Grelot (fr.), piccola palla vuota con
entro dei cor- pi duri scuotendo i quali si produce uri suono. Grelotter (fr.),
battere i denti per freddo. Grincer (fr.), battere i denti. Grignoter (fr.),
rosicchiare un alimento duro. Cri, (lat.), onomatopeia del porco : ■ gri porco-
rum unde grunnire » (Varrone, che cita Sosi- patro, Calep. in voce mti), da gri
ypv (gr.), gry (lai.), sporcizia che trovasi sotto le un- ghie. rpi»5 w (f5 r
-)> fare 1° vocc del porco, d'onde YP U ^- Xo; porco (1), e da questo da
capo rpuXXt£w (gr.), fare la vocc del porco. Grunnio (lat.), fare la voce del
porco ; d' onde grugnire (il.), granir (sp.), grogner (fr.), e i derivati,
grogneur, grugnoni, grognon, grò- gnement, e da grunnio l.a pers. sing. pres.
in- die, il grugno (it.), sgrugno (dial. ven.), groin (fr.), da grunnio, it,
ire, grunnilus (Iat.)_, d'on- de grugnito (it.), granulo (sp.). Gorcf (fr.),
porco (2). Xotps? (gr.), porco. Questa parola somiglia mol- to al gore! (fr.),
ma vi entra pure xsi xst, allra maniera d' imitazione del suo grido. Groan
(ingl.), gemere, pungere. ioni (I) Hcsychius, Bocharl. Iberni Op. T. II, pag.
(2) Nodier, Dici Onom. Fr. in voce c. Grommeler (fr.). brontolare fra i denti,
in antico dicevasi anche grummeler (1). 11 suono gr, kr, più o meno chiaro,
servi ad imitare la voce delle gru. Gru (it.). Gru*, is (lat.), dove ha pure il
verbo gruo, is, ere, fare il grido della gru (2) ; gruir (fran.), gruir (sp.),
gnte (fr.), grua (sp.). Cruck (ingl.), gridare come una gru. Mi'agurUUy (cbr.),
gru. Kurki e kurkii (ar.), gru (3). Kerakil (ar.)_, gru. Curkeia ROTO (caldeo),
gru (3). Gurnuk fjyJj^ (ar.), gru (5). IVpavs; (gr.), gru. Garan (vrallcse),
gru (4). Gannì (cambio britanno), gru (3). Cnnij cruen (aut. sass.), gru (
(ar.), miagolare. Miog (ungh.). miagolare. Mingog (ungh.), miagolare. laueln
(b. sass.), miagolare. Mietz (ted.), voce con cui si chiamano i gatti (3).
Mischinoseli (ingl.), miscuglio, confusione, guaz- zabuglio. (1) In Egizio
Scia». Il popolo in Italia imita pu- re la voce del palio direndo gnao (Ceroni
53). Il suono più marcato è tra oo, au e iau. (2) Nodier, Din. Onom. Fr. crede
che in antico si dicesse miaonler. (à) Adclung, Di*, in voce c. Digitized by
Google — 21 Mio mio (ita).), imitazione della voce che fa il nibbio « non poter
dire come il nibbio Mio mio ». Yedcsi che milvus (lat.) e milan (fr.), itomi di
questo uccello, sono costituiti prima sillal>a da un suono analogo.
Marmgljanje (ili.)., murmurc. Marmile (ir.), pij della hollitura. Marmor
(lai.), il. mare (nei poeti). Questo deve essere il primo senso della parola
che è una o- nomatopeia dei marosi; d'onde restò simplifi- calo Man : — Bahr
jji (ar.), mare. Mar- morei (ìai.) e Mapuapov (gr.), e menner^j» (turco),
marmo, paragonato per la sua lucen- tezza alla superficie del mare, e forse
auche per le macchie di alcune specie di marmo, pa- ragonate alle increspature
dell' onde marine, come si dice appunto marezzato. Mermere IjAja (turco), isola
di Marmora. Sembrami che questo nome geografico serbi il primo signifi- cato
della radicale mar mar, cioè indicante il mare. Mrrmerw iufortunio, disgrazia
(forse si riferisce alle burrasche, ai naufragii). Masmatat i*\+*uo (turco),
assorbire. Minnir yM (turco), mormorio dell' acqua. Mopiitipu (gr.), (are un
mormorio, inondare, (lat.), mormorio (1). (Brasile), trombe di quei selvaggi
(2). si da Persio per esprimere il borbot- tare tra i denti : u murmurque
humilcsque susurros » (Sat II, v. 6) d' onde murmurare e mormorare (ital.). In
turco y+jo y+*o tanti il borbottare. Murmurc (fr.), mormorio. Murmugear (sp.),
Mormutlo e Mureo (sp.), mormorio. (valacco), mormorare. (1) Murmur e murmurare
si cita da Calepino co- me modello di onomalopoii. Dìclion. Ocloliogue in voce
Onomalopria. (2) Georg. Marcgrav. Brasilia*, Reg. p. 19. VOL. I. dalle dalle
colle 7 — Murmeln (ted.), mormoreggiare. Murren (ted.), mormorare, brontolare,
murrisch. Burbero (it.), uomo d' aspre maniere, adirato. Brummen (ted ),
brontolare. Mummen (ted.), far sentire il suono mum mum che si fa brontolando.
Perchè il masticare di persone senza denti va unito ad un tal suono che esce
pel naso, mummeln e mumpeln nella Bassa Sassonia ed in altri paesi vuol dire
ma- sticare senza denti. In alto tedesco i emump/è/n,inisvedese mumla, in /* nifi
(egizio), somare (3). Nircàcà (sanscr.), corvo marino. Nyenijere (uugh.), lira,
cetra. A'yt (uugh.), piangere, guaiolare, miagolare. Pa Pack (Oceania),
schioppo. Paca (dial. ven.), gran colpo, percossa ; tpaccare (it), dividere
violentemente. Baqanh' Vj?3 ( e ^ r ')i spaccò. n««ir«4 (gr.)j imitazione del
flato (4) « vox imi- lantis crepitantcm alvum ». Patapatapan (fr.), imitazione
del suono del tam- buro (5). Pataha (sanscr.), tamburo. naif «y« (gr.),
fracasso. Patatra patatra (fr.), imitazione del suono che si produce da una
rosa che cade (1). Palacts (guascoue), percosse, colpi di puguo (G). Aitatili
patalun (dial. ven.), imitazione del ru- more continualo di |>ercuolcrc.
Pattautijus (uugh.), artigliere. Pattù patta (N. Zelanda), armi, clava. FI»t«
(scitico), uccidere (7). Bai (teuloi'ico), radicale di buttto, U, ere, (lat),
battere (it.), bcffre (fr.). itfatar(sp.), ammazzare. Moti tvU (ar.), 3. p.
pret. = egli è morto. Male nt3D (ebr.), verga. Matlee (isola di Pasqua),
uccidere. (1) Calep. in voce, c. (2) Bochart. (5) Clianipollion. Figeac. (4)
Aristofane NeipsXat. (5) C. Gebelin, Dici Fr. 79& (6) Rabelais, Panlagruel.
I. Ili, c. XLII. (7) Erodoto, IV, t 110. Mati mate (isola Ysabel), uccidere
(1). Matce (Tonga Taboo 1 , uccidere (2). Matee (Owhyhce), uccidere, ferire.
Matte (Atooi. Is. Sandwich), morto. Matau (N. Zelanda), aver timore. Matai
(Tahiti), vento. Patarata (pori.), millantatore. Pe Pec pec (ber. Gallic i, il
|>ecco degli uccelli, d'on- de picu» nome dell'uccello che si nutre del
marciume degli alberi (5). Il Pico verde, Pi- teli (fr.), chiamasi in alcune
provincie della Francia Pleu pleu o llui plui giusta uno dei suoi gridi. Si
crede volgarmente che annunzii la pioggia con un grido lamentoso e prolun- gato
che si sente da lungi e che nelle campa- gne si traduce con qualche variazione
per plieu, pleu o plui. I Romani lo chiamavano piuma avi», gl'Inglesi Haiti
fowl, cioè uccello della pioggia. Il popolo della Francia lo chiama pro-
cureurdu ineum'er, cioè procuratore del mu- gnaio; poiché appunto suppone
ch'egli an- nunzii la pioggia e quindi il crescere delle ac- que necessarie al
movimento del mulino (4). Io credo che da questo grido dell' uccello che si
esprime pel suono pi derivino i verbi pitto, plucre (lat.), d'onde fluo e
fliehen, fliet- tm (tcd.). Picu» Picumnus, dio campestre, è la stessa paro- la
del nome dell'uccello annunziatoti della pioggia, che è cosi utile ai eampi. Il
Pico era uccello consultalo a Roma con gran cura dagli auguri nei suoi
movimenti e nelle sue appari- zioni. Lo si trova nelle leggende romane. Quan-
do la lupa allattava Romolo e Remo, il pico (1) Nate mate nell'isola Ysabel,
nel gruppo del- le isole Salomon, vuol dire ammazzare, ed è una e- spressione
di minaccia. Quando gl'isolani volevano avvertire il vescovo di Sira che non
andasse in coffa parie dell'isola, perchè correrebbe prave rischio per quegli
abitanti, gli dissero male' mate, egli volle andarvi e fuvvi uc- ciso (Aligero.
Zeilung, Augsburg. Beilage fra i primi numeri del Dicembri! I84i>> (2)
Cook, Voy, Parine, I. (ó) Michael).*.. Disserl. Einfluss d. Sp. p. 99. (4)
Maga» Dorr. 1, t5o. Digitized by Google - 219 - verde si pose sulla loro culla
; andò a posarsi sulla testa del pretore Eliano Tubero mentre questi rendeva
giustizia e si lasciò prendere in ina.io (1). Pi. Pipi (ital. ling. de'
fanciulli), uccello. Pipio, is, in (lai.), far la voce delle passere, e dei
polli. Pipilo, aa, art (lat), far Ja voce delle passe- re (2). Pipilare
(ital.), far la voce delle passere. Pépier (fr.), far la voce delle passere.
Piauler (Ir.), far il grido della gallina d' India c del pollo. Pipare (lat.),
far la voce della gallina (3). Pipiti (Unì.), gallina. tltr.r.iZu (gr.),
cantare degli uccelli (A). ntm'gw, et? (gr.), pipire (lat.). Pcep (iiigL),
pigolare (pronunciasi pip). Piptr (fr.), pigolare. Pipiar (sp.), pigolare:
dicesi anche piar. Pipeg, pipel (ungh.), fare il grido dei polli. Pipen (ted.),
fare il grido dei polli. Pip pip (ted.), grido con cui si chiamano i polli.
Tipo tipo (finnico), voce con cui si chiamano le galline (5). Piple (ili.),
pollo. Ili'iTfroc (gr.), piccolo nato di uccelli. Pipeé (fr.), grido degli
uccelli intorno alla civetta. Pepier e Pipier (fr.), grido delle passere e
degli uccelli, quindi piauler, piuler, piailler, ec Ilt'iros (gr.), pipu» (lai.),
un uccello sai bello. ritiro) (gr.), pipio (lat.), uccello marino. (1) Plin.
(2) « Scd circnmsiliens modo huc modo illuc ad solam dominam usque pipilabat »
Calull. de passa- re Lesbiae. (3) • Nonius pipare esse scribi! proprium galli-
narum ex aulhoritate Varronis: « mugli (inquii) bos, uvis belai, equi hinniunl,
galli pipant ». (41 Arislol. 0?vi5£; in principio. (5) Ceroni, Filol. Corapar,
p. 58. Pipita (lat.), [ Pip (ingl.), (1) l Pipita, malattia dei volatili Pip
(ungh.), ( * corle > ùoè d« qacU* che Pippi e Pppp» (ted.),] fann0 P'f*
Pépie (fr.), [ Pipare (osco), lamentarsi « ciulabunde conqut- « ri » (Feslus)
Fifare Miai. vcn.). Pipatio (osco), clamor plorantis. Pipulare (lat.),
domandare con ingiurie. Pipulum (lat.), strepito di voci « convitium a pul- .
lorum pipatu ». Etri? • (gr.), pipilare. Zm'ga (gr.), specie d' uccello
nominato cosi dalla sua voce (2). Pierpier (Tahiti), specie d' uccello,
Galbula. Pipis, Pipitkt (ungh.), specie d'uccello, Pippter- che (ted.) e
Steinvogel (ted.). Pipiik . pipdke (ungh.), giovine gallo, papero, oca,
pedante. Pipio (lai), piccolo colombo, d' onde pippio, pip- pione, pippionaccio
(il.), e pigeon (fr.), e da questo piccione (ital.) (5). Pipiunculus (lat),
sparviere. Pica (lai.), gazza, d'onde Pie (fr.). Picu» (lat.) Pipa (Int.),
canna per zufolare, fistula. Pipeth (b. lat.), canto od istrumento musicale che
imita il canto delle pipe (4). ' Pipe (fr.), zufolo per imitare il i richiamo.
Pipe (ingl.), : Pipeau (fr.), Piffero (Hai.). 1 Francesi ridussero piffero che
prima dissero pifre (5), (Hai.), a fifre che più assomiglia al (1) Vuol dire
pure • levar via la pipita» ed an- che pip è una macchia nella caria. Ci)
Schrev. in voce c. !"») Pipio (sp.), moneta minuta in Spagna (Du Caugc).
Anche in Venezia v'era una monda che chiainavasi gazzetta, cioè piccola gazza,
pica. (4) DuCange, Fortunatus ad clerum Parisiensem. (5) Traduci, de l'Amadis
par Gabriel Chapuis e Rabelais citati da Nodier. DicL Onotn. Fr. in voce Fifre.
Digitized by Google - 220 - suono dato da questo istrumenlo, e gl'Inglesi
fecero da /i/re fife, l'i l>ito uti (sp.), fistola, canna. Pfyiparole
(pori.), colpo sul naso. Pipitare (lai.), fare la voce dei sorci, ed anche
degli span ieri fi;. Pipacs (ungh.), papavero, detto in tedesco Klat- tchrose e
Klappenrose perchè i semi contenuti nel frutto, scuotendolo, danno un suono:
ap- punto per la stessa ragione diecsi in arabo kasch kasih ^ 1 Iltir.Ki,
smergo marino. Bluff '(ingl.), paffuto: Wo», soffiare, tuff parte del vento (T.
nautico), Blob che baie guancie piene. Puach H\ù (ebr.), soffiare, spirare.
Pusten e pisten (ted.), aria emessa dalla bocca o dai mantici (5). (1) Nicod
che la deriva da Dici Onom. fr. in voce c. (2) Cook Viaggi. (51 Adelung, Diz.,
in voce Puff. Nodier , (5) Adelung, Diz. in voce c. Michaelis, Diss. Einfl. d.
Sprachen p. 100. Digitized by Google - 221 - Buffon (il.), far vento. Bouffer
(fr.), far \cnlo. Bouffée (fr.), colpo d'aria. Bouffi (fr.), gonfio. Sbuffare
(il.), soffiare del cavallo spaventato. Buffa (b. lai.), schiaffo. Buffe (fr.),
schiaffo. Buffet (ingl.), schiaffo. Buffetto (il.), schiaffo. Bofetada (sp.),
schiallb. Bofeton (sp.), grande schiaffo. Buffa è probabilmente la parola bucca
(lai.), bocca, come buffo, buffone (Hai), bou/fon (fr.), è òucco, onù (lat.),
che si usa da Plauto nel significalo di stollo (Itarrhid.) « stilili, stolidi,
fatui, fungi, bardi, blenni, bucconcs, solus ego onincs anleeo stullitia ».
Bucro era nelle Atei- lane un mimo simile al nostro arlecchino o pulcinella.
Forse faceva quella parie stessa che si legge in Procopio essere stata
sostenuta sul teatro di Costantinopoli da Teodora che fu poi imperatrice; cioè
teneva le gole gonfie perchè più suonassero gli schiaffi che gli si applicava-
no per far ridere gli spettatori (I). Il cangia- mento di cca in ffa e di eco
in ffn è avvenuto eufonicamente in altre parole (2) ; ma qui ebbe parte la
tendenza istintiva ti' imitazione, riuscendo meglio il suono f ad indicare il
suo- no prodotto dall'uscita dell'aria dalla bocca a gote tumide. l'rop
(ingl.), puntello, sostegno. IIJp pur (Vcttius Flaccus apud Velium Longum
dcOrthogr.),/''unr(aiu\ ted.),uro(lat.),-)ìK ur (eb.), fuoco : rumore del fuoco
quando arde nella stoppia o nell' erba arìda. 1 podi latini volentieri furere
per indicare 1' ardere impeto (3): furo, is, furor ha un senso tras- lato, ma
la sua radicale è consanguinea con Fuhr ora Feuer (tcd.), Fin (teut.),- feàr
(cimbro), ed il fuoco fu il tipo dietro il quale si formò P (1) Procop.
Caesar.. Hist. Secreta., c. XIV, e Sai- inasius ad Tertullianum De Pallio. (2)
Vedi Ragguagli eufonici in quest'opera. (3 Michaelis, Diss. Einlluss. d.
Sprachen, p. 130. idea d'impeto, di violenza morale, ec; p. e. ar- don, fuoco
(delle passioni) Inbrunnst (ted.). R H. tiraku (a. sass.), tosse, d' onde hrak
(Islanda), saliva. Haqaq p^Tl (ebr.), sputò. Rader (fr.), (»•)> parole
imitanti il rumore lat- to dall' unghia o da uno stru- mento acuto nel loro
attrito coi corpi che nettano o strac- ciano (1). Rarità 'racuù (Brasile),
grido d' un uccello detto Mutu. simile al pavone, che sta sugli alberi o sui
tetti (2). Rain o rèer (fr.), termine di cacria, essere in a- morc del cervo,
per la voce sua in tal tempo, che il verbo rni'rv nér imita. Da questo deriva
rut (fr.), tempo di calore, della frega. Rarjlian (il.), fare il grido
dell'asino, amujliar (dial. Nap.). Si sentiva arrttglià no ciucciariel- lo (3),
braian (b. lat.), d'onde oroire (fr.). Sbragian (dial. veu.), gridare forte.
Rub (pers.), gridare forte. Rapio, is (Int.), d'onde rapida*, raptus, ec. Rari
(ungh.), aghironc, airone. Rad (tcd.), ruota. Rìieda (lat ), carro. Rota
(lat.), mota. PaSars; (gr), strepito. P'«'w, roboro. Rudere (lat.), ragliare
(3), rudi*. Roucouler (fr.), fare il grido della colomba. Ruckten (led.), fare
il grido della colomba. Ruksha (sanscr.), cosa aspra, dura, terrìbile, o- dio,
ira. Roh (ted.), aspro, rozzo. Ruc (sp.), condóro. Ruo, Ì3, ere (lat.), d' onde
rumor, mina. Rugio, U, ire (lai.), d'onde rugghio, ruggire (il), rugir (fr.).
Ruru (sanscr.), piangere. Worro (sp.), fanciullo in fasce. S. Salualaq ^ 1 ^ ^ ^
(ar.), vecchia che brontola sempre : pronunciasi anche tahtaliq. (1) Il Diz.
Acad. Frane., Prér. Xf, lo dice onoma- Inpcico. (2) Cliampollion, Figeac. (3)
Calep. in voce onomalopcia lo riporta come esempio di onomalopeia. Ma essa
vuole riferire in o- rìgine non il ragghiare, si il rumore che fanno le corde
delle navi , le pomerio ( percosse dal vento ) Novus Calep. in voce Rudens. Io
crederei che imi- tasse il suono delle gomene nell'alto di scorrere contro
qualche l.gno, come nelle carrucole. TaXXw (gr.), d' onde talio (lai.). Sasza
(ili.), mammella. Sitza (ili.), mammella. Cica (vai.), mammella. Oc (Sarmali
antichi), mammelle (I). Zitze (ted.), mammella. Zizza (it.), mammella; d'onde
5i5S0iare= suc- chiare le mammelle. Soso (lagni.), succhiare mammelle muliebri.
Su tu (malese), succhiare mammelle muliebri (2). Siuu (Tahiti), mammella, seno,
petto (3), d'onde Uuhu (Tonga), snechiare, petlo muliebre. iSucer (Ir.),
surchiarc, suggere. Sugo, is, ere (Int.), succhiare, suggere. Suga (sved.),
succhiare, suggere. .Sfinge» (ted.), succhiare, suggere. Stick (ingl.),
succhiare, suggere. Stick ke uck (Esquimesi), petlo (4) Sugati, tuccan, sucian
(A. Sassoni, e lingua dei Franchi), succhiare, suggere. Zwigen (fiammingo),
succhiare, suggere. Ciiucden „jduS^ (per.), succhiare, suggere. Ciucia
(Zingani), mammelle. Ciuciacam (sanscr.), mammelle. Ciuciagram (sanscr.),
mammelle (5). Ciuciare (dial. vcn.), succhiare. Ctecs (ung.), mammelle, d'onde
ctecsemo, bambi- no infante (pronunciasi cec anche l'ultimo c come il primo, quasi
avesse a succedervi un e od un i). Ssi (ungh.), succhiare. Chupar (sp.),
succhiare. Se- Scaben (Notkcr), fregare, grattare con forza. Scabere (laL),
teabies, fregare, grattare con forza. Scafan (a. sass.), fregare, grattare con
forza. Sceafan (a. sass.), fregare, grattare con forza. Skafw (sved.), fregare,
grattare con forza. (1) Skiener. Nodier, DicL Onoro. Frane,, in voce Sueer. (2)
C. Gebelin. Vili, 540, 548. (3) Humboldt, Kawi, 1,74. (4) Cook Voy. P«iGc, III,
Contin. da King, Ap- pendi* n. VI, p. 552. (5) Vyacarana, pag. 184. Digitrzed
by Google Shave (ingl ), radere, tosare. Schaben (ted.), raschiare, grattare
con forza. Schaeven (ol.), piallare. Scatta (ili.), pugno. Skakati (ilL),
saltare. Squeak (ingl.), gridare. Schelkil (egizio), sonaglio (i). Schiaffo
(il.'!, ed anche sliaflb. Sclopptis (lat.), suono emesso dalla bocca a gote
gonfie (2). 5c/iroo; (turco), suono, rumore d' armi (3). Skraek (dan.),
spavento. Scray (ingl.), rondine di mare. Scrvp scn-p (Brasile), grido dei
Guainumbi, specie d'uccelletti (4). Screack (ingl.), cigolare. Screech (ingl.),
squittire. Scriccìo (il ) (5). Scricchio, scricchiolare. Skrìpati (ill.l,
stridere. Shriek (ingl.), shrieking, strillo. Scrocchio (it.) } e stroscio e
«crosciare. Se ecc. &»sen (egizio), suonare, dare un suono (G). Sesear
(sp.), pronunciare il c come s. Schak (7), grido della pica, d'onde Schecke
(ted.), Rallu* terrestris Ortygometra; altrove dicesi an- che Schrich (8).
Sciaqaq (turco), specie d' uccello che niau- gia le api. Sciaag (ebr.), ruggi. Sciaqasciq
^ìXJLA (turco), grido, vociferazione : dicesi anche sciqsciqat >;,:.:..
«Scia»; (ebr.), sacco. Saccus (lat.),Saxx3s (gr.), Sack (tcd.), Stac (poi.),
Sac (poi.), ftakej (Lapponia), Z»o*r (migli.), (1) Champollion, Figeac. (2) Nec
scluppo tumidas intendi» rumperc buccas (Persio. Sai. V, ». 13). (5) Pronuncia
come se Tosse scritto chraq in fran- cese. (4) Guliel. Pison , li. Nat. et
Medie. 1. V, p. 319. (5) Pulci, Horganle Maggiore, canto XXV, al 319. (6) Champ
dlion ; Figeac. (T) Michaelia, DUs. Einfl. d. Sp. Berlin. (8j Adelung, Diz. in
voce Schecke. Sack (ingl.), Sac (fr.), Sacco (it.), Saco (sp.), ec (1).
Sciascia ^4jl£ (ar.), separalo, disperso, isolato. Sciafscial vJLajU (ar.),
vento freddo e pene- trante. Zfijv, rjvsj (gr.), cuneo. Sembrami onomatopeia
dell'anelilo dello spacca-legnc o di chi dà sopra ' un cuneo inserito in un
legno per impaccarlo. 2ip£v*o'vT) (gr.), d' onde funda (laL), fionda (2). Sling
(ingl.), fionda. Sciefscief (pers.), bacchetta per cardare il cotone.
Sciersaeref gj-^-i ( turco ) , atto di fendere, scheggia. Chichickoue,
istrumenlo di musica dei selvaggi dell' America sellrnlrionalc. Chuinter (fr.),
bisbigliare. 67iiicnotcr(fr.), bisbigliare, e chuchotcric, chucho- temeiit (3).
Chucheter (antico fr.), bisbigliare. Sciulsciel J^JLi (ar.), acqua che cola a
goccia a goccia. Sciar.-: in (pers.), nome di un uccello gri- giastro nel
genere dei passeri. Sibilo, as, are (lai.), d' onde sibilare (it.), stivar
(sp.). Sifih, as, are (lai.) (4), d' onde siffler (fr.). Il volgo in Francia pronuncia
chiffler : in france- se antico dicevasi pure subler, siffler. nel Vene- to
dicesi subbiare, bl nel dialetto veneto cangia- si iu bi ; sublet sublot
(Borgogna), fischietto. In italiano diecsi pure zufolare e zufolo. Sipsi iS ~*~
(turco), sorta di zufolo, fischietto, che si adopera a bordo per comandare ai
re- matori per le manovre. (1) E curioso il numero delle lingue nelle quali
trovasi la parola medesimi! citilo slesso senso. Scbrev. « liaec vox fere in
omnibus linguis integra remanait » (Lex. gr. LaL Viennae 18*22). torelli crede
tal pinda essere imitazione del suono che fanno gli oggetti che vi cadono
entro. (2) Imitazione del fischio del sasso slancialo nel- l'aria col mezzo
appunto della fionda. Cosi ora ditesi che le palle della fucilata fischiano.
(3) Diz. fr. IG77, in Ginevra. (À) Nonnius Marcellus cil. da Nodier, Dici.
Onom. Fr. in voce siffler. Digitized by Google — 224 Shvisgram (Krain),
fischiare. Altre imitazioni dell' atto di fitchiart. Kszyk (poi.), fischiare.
Zischen (ted.), fischiare. Hvidthe (dan.) Fischio (il.) e fischiare.
-/3i/"vJbjc (turco), fischio dei demoni dei deserto. Hiss (ingl.),
fischiare, Hissen (oland.) // Instle (ingl.), fischiare. 5cioofed n?%^à (ebr.),
spica. Sembrami pro- dotto fonetico imitativo : imita cioè il sibilare delle
spiche; perciò Virgilio disse siltHxm sonan- tem ili le spiche che sono ancora
nel campo. Ed. 0\id. Metani. I, 100. ■ IVec renovalus agcr gravidis canebat
aristis. » VI dialetto veneto i contadini, quando v'è sic- cità, dicono che le
biade sibilano (subia). C. de Gebclin dice che i serpenti furono sempre
nell'antichità il simbolo delle biade e il loro no- me allegorico : certo
ricordandosi per la pro- prietà che haunodi fischiare, di sibilare, il sibilo
delle spichc. Ecco perchè il carro di Cerere è tirato dai serpenti. Forse t?w
(gr.), susurrarc agli orecchi (3). Sing (fr.), onomatopeia delle piccole
campanelle o sonagli (i), d'onde toc sin che in origine c- ra toque sing. (t)
Georg. I, v. 76. (2) Odissea, IX, 394. (3) To' ev Tot? uff» Ttv* Xstttsv ifaov
t)'x«v. (Scholijst. di Teocrito in principio). (4) Nodier, Lec. Ling. 57. Sia
per altro sing è il la- Sinininga (Brasile), serpente a sonaglio. SU D*P
(ebr.), rondine; nel Veneto chiamasi si- si/Za, e zisillare il suo canto :
trovasi zinzilu- lare, cantar della rondine (Poematium. Philo- mclae) (1).
5i*on (sp.), specie di francolino. Ziz |»J (ebr.), uccelli. Tsiplsep CpfpS
(ebr.), pipi. 2rt'£a (gr.), specie di uccello (2). UuitzittzU (Messico), specie
di volatili che na- scono da alcuni bruchi detti dai Portoghesi Lagartas de
Yerras (3). Zwitschem (ted.), il cantar degli uccelli. Zisillini (dial. vcn.),
specie di tordi il cui canto sembra una ripetizione del z z s s. Gazouiller
(fr.), il cantare degli uccelli. In tutte queste parole l' imitazione sta nei
suoni jp, ps, yen, s, z. Schlaff (ted.), lasso, rilassato, rallentato. Schlapp
(ted.), lasso, rilassato, rallentalo Laxus (lai.), lasso, rilassalo,
rallentato. Lòche (fr.), lasso, rilassato, rallentalo. Queste parole si
vogliono da Michaclis imi- tazioni della voce d'una corda lassa nell'arco non
teso (i). Match (ingl.), istante. Schnerr (ted.), specie di tordo, di quelli
che ci- bami di bacche di ginepro. Michaclis dice che il suo nome imita il
suono che fa col becco (5). Su (aut. ted.), Sut (lat.) porco, Som (ingl.) tro-
ta; quindi T« (gr.), Sau (ted.), ce. (6). Szusz (ungh.), sbuffare, ansare.
Szuszog (ungh.), respirare per il naso. Sau'ffaps; (gr.), susurro. Stuurrus
(lai.) tino signum, che non si riferirà a suono, ma si a for- ma. Questa parola
signum anche in italiano passò a ri- ferire il suono delle campane dare il
segno. (1) Bochartllieroxoic.,1.11,65. (2) Schrcv. dice che fu cosi nominato
per onoma- topeia. (3) Fr. Ximenes. Gulielm. Pison. IlisL Nat et Med. I. V,
319. (4) Michaclis. Diss. Einfl . d. Sprachen, p. 1 10. (5) Din. Einfl. d.
Spr.p. 99. (6) Adelung, Diz. in voce Sau, lo ritiene d' onoma- topeia.
Digitized by Google - 225 - Susen (b. sass.)., fischiare, sibilare, rombare dei
venti. Suta (svcd.), fischiare, sil)ilare, rombare dei ven- ti (1). Susen (nei
poeti avevi), fischiare, sibilare, romba- re dei venti. Sausen taiiseln (ted.
mod.), fischiare, sibilare, rombare dei venti. Stinte au-J— (turco), ape, vesp
Sumsen (ted.). ronzare delle api. ZiYr°» (r'i'-h ronzio delle api. -j^i^tv;;
(gr.), esitazione della So. Sommontìno (it.), gran pugno sotto il mento
(suo> no imitativo di quello che si produce chiuden- do la bocca per
violenza esterna esercitata sul mento. In ispagnuolo tupapo. Sonsonele (sp.),
suono di piccoli colpi in cadenza, tuono di voce in burla. Sp. Spltuìi (ingl ),
imbrattare di fango p. e. per get- to delle ruote. Spraszo (it.) Spuo (lai.),
spulare. Speyen (ted.), spulare. Spucken (ted.), spulare. n-riìti) (gr.),
sputare. Champolliou crede che sia pure onomatopei- ca la parola Thophlheph
(egizio) (2), sputare. SI Stottern (ted.), tartagliare. Suono St impiegalo ad
indicare la stabilità, stati (ili.), isladen (pers.), stehen (ted.), ier-aitu
(gr.), ec. stare. ZttjXtj, £tt]X(i>(ux, Z-rnXte, Z?uXog. frmpiCtt, fermare,
stabilire fermamente (ouomat. simpal.) Ztipvov, petto. Z?i£os, strada. (1)
Parola imitante il rumore del vento nei boschi (Michaclis Din. Einfl. d. Sp.
pa^. 100). Anche Adelung, Diz. in voce sauten dice, che imita il rumore del (2)
Ceroni, Filol. Comparata, pag. 54. Vol. L Strvff, stramm (led.) (1^ forlemcnlc
Strenge (1), rigidità, asprezza. Strenui!.!, (lai.) (1) bravo. Strepo, is, ere
(Int.), fare strepilo. Sirido, ùj ere (lai.), stridere. Tpi'£w, et? (gr ),
stridere, mormorare. Tpo'Sco, et? (gr.), stridere, mormorare. Suono air
impiegato ad indicare cose gire- voli. Zxpitsw, d' onde ZTps9e&), GtptpXòi,
aiptr.to$. ZxpaVY?, cardine, vertebra. ZTpomfu'XoSj rotondo. ZTparraXtot ,
laccio tortuoso, d'onde strango- lare, ec. ZxopvT), cingolo. ] Ta. Thaq v jJ»
(turco), rumore prodotto dall'urto delle pietre. Thaqthaqal iikife (turco),
trotto dei cavalli. Tarn. Tarn (India), istrumcnto di rame su cui battono la
misura quei musici che conducono le balle- rine ambulanti conosciute in Europa
col nome di Bulliadere, nome loro dato dai Portoghesi Quei musici ripetono
sempre la v oce tam (2). Tamtam (Africa), istrumcnto che si batte per ser- vire
d'accompagnamento alle danze dei Negri. Tang tang (fi*.), tamburo battuto.
Thanthanet gjiaiio (turco), fracasso, snono d' i- slrumenti, rumore
J7i«»i//joroni giUufc (ar.), enfatico. T'.mUi rem i intento dei corpo e d' una
stessa radice con tappeti usato in qual- che dialetto tedesco, e tabbeii
percuotere (I). Tapa (Wolof), toccare, soffregare. Taputan (finnico), palpare,
vezzeggiare. Tapini («ing.), tastare. Thapyrdamaq ^«Oyjlb (turco), e
thapnrdamaq battere contiuuamente coi piedi: saltare. Tabouilli (ling.
romanza), strepito di tuono o di tamburo: d'onde tabouillcr,tabmirvr, tabour-
der (2). Tapage (fr.), rumore. Tapaige (ling. romanza), rumore, strepito (2).
Tabut o Tu bu! (lingua romanza), strepito, alter- co, dibattimento, d'onde
tabiuler, gridar allo, urlare, percuotere. Tapaslus (finn ), strepito, d'onde
tepeutan, affac- cendarsi (2). Top o Tab. Questo suono servi ad imitare il
rumore fat- to dai piedi. Taban ^\A3 (turco), pianta del piede. Tapaan
(malese), piede. Tapao (Polinesia), piede (2). Tapa* (cell.), celerilè,
velocità. Tappascià (dial. milanese), spesseggiare i passi. Forse Thabé &Jo
(pers.) e Thapié iumaJo tappeto deriva da una inula zione del suono prodotto
dal calpestare coi piedi, cosi che vo- glia dire cosa su cui si cammina. Da
questo (1) Adelung.Diz.in voce c. (2) Ceroni, Filo!. Compar., p. 5& thapsè
derivano Tonnjs (gr.), Taptt (lai.), Tappeto (it.), Tapis ((r.), e Teppich (tcd.),
nel- le glosse di Monsee e nello Schwabenspiegel 7epi/i, Taeppedu (angl. sass.)
ed anche Tape! (tcd.), ultimamente ripreso dall' italiano tap- peto. Tapod
(ungh.), pestare. Tabtebs (egizio), specie di calzatura (i). Topanka (ungh.),
stivaletti di corda. I suoni (potò definiti da altre vocali ser- virono pure
all' indicazione degli alti dei piedi. Tecp (lodostmi), salto. Tepmé t+jà
(turco), calcio. Tipod (ungh.), calpestare, pestare. Tipon (ungh.), calpestare,
toppan, comparire al- l' improvviso. Tofìper, o foper (lat. ani.), veloce.
Topag (ungh.), camminare a passi concitati. Thap thap oltx*^ (turco), grosso
bastone di cui si fa uso nei giuochi per far balzare una palla. Tapa (Oceania
Is. Marchesi), percuotere. Tap (ingl.), |>ercossa. Tape (fr.), colpo dato
colla mano (2), d' onde ta- per, tapolcr, dab (ing.), schiaffetto. Tabangie
*aèL3 (turco), guanciata. ] turacciuolo, cocchiu- 7op (ol.,mgl.,dao.,sved.),l f
^ tapf)Q Top (eslh.) l(Suio-gotico), trar Tapa Lb (turco). I ,. ... r -Tf— \ /»
[ fuori ì liquidi, e fnep- Tappi (scandinavo). \ _ . , , " v " ) pan
( augi. - sass. ), pa ( ascoj, i S pj|| are j| vino,cfor- r^nM, 1,^(^1 ^ lrlo .
toppu, (b. 1.1 ), I cire> , ^ ub)>rj ^ Tuvpo (finnico), I ' r x " 1
carsi spesso. Tap pip (tartaro), rumore che In l' acqua caden- do a goccia a
goccia. Tipun (filmico), gocciare (3). 77ppu (finnico), goccia. Tao (Tahiti
Isole d. Amici), lancia (4) Champollion, Figeac. C. Geb.lin, DkL Pr.1037.
Ceroni, Filo!. Comparata, p. 4 Cook, Voy. Pacific, I, 417. Digitized by Google
— 22 Tamtam (lai.), imitazione della loquela di uno che non sappia pnrlare (I).
Tambam (dial. um.), diccsi di persona di cui uon si la alcun conto, un
chiacchierone; in origine e forse la stessa della maniera di di- scorso di tali
persone. Tambat (Ir.), i frumento di cui si servivano i mo- naci per chiamarsi
ai notturni (2). Tarabuka (egìzio moderno), specie di cembalo dei marinai e
specialmente dei barcaiuoli del Piilo (3). Tarn tara (sp.), tarnlanlara.
Tamlantara (b. lat.), il buratto della farina. « Ad festum Thomae Tamtantam
Alia un- ge » d'onde tu ra Uni turi: za t\\ colare, passare la farina jicr lo
staccio (4). Tariti, Terin (fr.), piccolo uccello verde con una inarca nera
sulla lesta, il cui nome imita il can- to (5). Taro (N. Zcl., Isola del Sud, TahiU),
cocchi. Tarla suono con cui s' imita la balbuzie. Tarlajear (sp.), balbettare.
Tartagliare (it.), Tartatcar (sp.), vacillare. Tartago (sp.), burla piccante,
forfomudo (sp.), balbuziente, tartamudear (sp.), balbutire. Dadog (ungh.),
tartagliare, balbettare. Tarlar (il!.), reaitino, forasiepe, uccello. Tas lai
(sp.), polvere di crogiuoli. Tat. Tata (Tonga), abbattere alberi. 7o (Tahiti),
tagliare, spaccare deve essere la sem- (Tonga). Quindi tato (Tonga), (1) Du
Cange «Vox ntillius loqui nescii esprimili e cita s. Agostino, (2) Nodier. Dict
Onom. Fr. in voce c. (3) Gazzella Veneta 18 ottobre 1846. Viaggi in Egitto,
ecc. di Combe. (4) Du Cange in voce c. (5) C. Gebtlin, Dici Fr. IO» Tahta Jolb
(turco), uomo litigante, Ta-ta-ta (fr.), parola che serve a rappresentare la
celerità d' un mo>imcnto, d'un alto (I). That that «yl». (turco), urto d'
mia cosa coatro l' altra. Tattle (ingiuriarla, cicalone, cornacchione, tratt-
/e, ciarlare. Tax tax (lai.), imitazione del suono prodotto dal- le percosse «
crii tax tax tergo meo » (Plaut. in Persa). Tax pax (lat.), imitazione dei
colpi dello staffile (Naevius) « esse tax pax » essere sferzato. I commentatori
latini dicono che tax indica- va il rumore dei colpi di sferza, e pax ne e-
sprimeva la violenza (2). Io credo che tulli due insieme formino l' imitazione
sommaria di col- pì ripetuti. Tack (ingl.), bordata, amura (T. nautico). Te.
Teltel (egizio), cadere a goccia a goccia (3). Tektek (pers.), berretto con
TepeUmek Al Lo (turco), i pi, uccidere. Teppo, lippa (fumico), andatura
leggiera (4). Teputan (finnico), ferire. TspiTi'Jw (gr.), dare un suono
musicale. Terreo (gr.), terror ecc., terrore, atterrire. Ito-rat, T»s (gr.),
cicala. Tetrinnio, i», ire ( Ut. ), fare il grido dell' a- nitra. « In
fluviisque nalans forte tetrinnit avis » (Pocmat. Philomelae, v. 22). Ti. Tic
(fr.), prosopalgia. Onomatopcia simpatica, in relazione dell' inslantancità
dell'accesso dolo- rifico e per la sua circoscrizione come di una ferita di
punta. Tic toc (fr.), battito, movimento reiterato come (1) C. Gebelio, DrL Fr.
1056. (2) C Gebelm, M. Primilif. VI, p. CCXCVUI. (3) Chnmpollion. Figeac. (4)
Ceroni, Filol. Compar. p. 58. Digitized by Google — 228 — quello d' un martello
clic balle, delle palpita- zioni del cuore ec. (I). Tiche tac (it.), suono dato
nel picchiare (2). Tiff (ingl.), pungere (onom. simp.) Dindi (it. I. dei.
fanciulli), danari (3), imitazione del loro suono. Tinging (tagali, suoni.
Tsinging (Madag.), rumore, voce. Tintinnio (lai.) e tini imi», poi tinnì», d'
onde tintinnabulum, campanello. Quesic parole rife- riscono un suono acuto. In
fatto gli antichi uon avevano se non campanelli di mezzo palmo al più di
grandezza e gli altri molto più piccoli. L'altra specie di strumento di simile
natura era una lastra circolare sottile di bronzo fora- la circolarmente e
infilala in un pinolo orizzon- tale d' un'asta come i nostri porta-abili ; non
può dirsi una eampm : il battente era appeso in vicinanza con una catenella e
si applicava a volontà su qucsla specie di scudo. Tali stru- menti musicali
esistono nel Museo Borbonico di Napoli (4). Da (Minto deriva linnilut (lai.),
suono dei metalli : da (infirmo (lai.), deriva fen- tennan (il.), che si
riferisce air oscillazione del batacchio, e da tintinnio il tintinnio (it.).
Dal suono tintimi-* deriva pure il nome tiu- tinnactili dalo a quelli che
flagellavano i servi, nome che allude al suono delle sferzale. Tinter (fr.),
tinnire. Tintouin (fr.), ronzio negli orecchi. Retintin (sp.), buccinarne» il»
d' orecchi. Tintirintin (sp ), suono della chiarina. Tiniiilo (sp.), claretto,
idiota. Tinteiro (pori.), corno da suono, romei. Tintatnarre (fr.), fracasso,
schiamazzo. Tip top (fr.), reattino (uccello). Chifchaf(\u S l.), reaitino (5).
(!) Nodier, Dici» Onoin.'Fr. in voce c. ('2) Machiavelli, Commedia, allo II,
se. VI. (5) Lasca C II. No». Il, p. 154. . (4) Queat' isirumenlo è come quello
su cui va a battere Norma nella celebre opera In musica del Bellini. (5) Magai
Univ. L Thyraq thyraq jjjjJo ^jf^Jb ( turco ), rumore prodotto dalla caduta e
dal rovinare delle pietre. Tirelire (fr.), canto dell'allodola (I). Tirtnk o
terenk JU^3 (pers.), suono prodotto dal pizzicare d'una corda d'arco o d'
istmmenlo di musica. Tir^S freccia, d' onde tirare (it.), tirer (fr.), ce.
Tiritana (sp.), bucherarne. Tirwil (ingl.), Gavia vulgaris (Klein), pavoncella,
Tringa Vanellus (Linneo), poi /f 'it (ingl.), e in danese F'ibe (2) e Xiwit (b.
sass.), d' onde kt- bilz (ted.). La forma più imitativa sembra essere l'in-
glese o quella del basso sassone. TU (ingl.), cingallegra, lui. Au.pt TtTTopt
^uv (gr. ), cigolare degli uccelli in genere (3). 7ì*(ere(sp.), burattino,
d'onde (i(erero, dìerern, ti- tiritero (sp.), sallambanco, cantambanco.
Imitazione del suono degli strumenti usato per chiamare uditori : quindi
Tiliritaijna (sp.), chiasso di flauti. Titler (ingl ), ridere sconciamente.
Tilillo, a», art (lai.), d'onde litiUart (il.), (i(i7- ler (fr.), ce. Tìlizliq
JLjjJu (turco), querela, schiamazzo. TUlle-tattle (ingl), cicalio, cicalone,
gracchiare. Titretnek AjojZS (turco), tremare. Tìritar (sp.), tremare di
freddo; liritona, ribrezzo. Didder (ingl.), tremar di freddo. Uidereg (ung.|, e
dedtrtg e dòdorog, tremar di freddo. Tpsw, Tpsju'w tpt>w (gr.), tremo (laL)
. tre- mare. 77ir6ne (ted.), lagrima, eprjvss (gr.), pianto, lutto. Ti-zpio)
(gr.), trapanare. Tertbro, as, are (lai), (crebra, tertbelta, trivel- la (il.).
(I) Dubarla* Semaine, I. V, «la genulle alouelle avee son tire tire». (1)
Adclung, Diz. in voce Sibili. (3) Aristofane Opvi»s C in principio. Digitized
by Google TiTp'ffxw (gr.), ferire. Titulto, as,art (lal.)j, vacillare, non
poler regger- si sui piedi; d'onde titubare (il.), titubear (sp), ec. Totter
(ingl.), vacillare. Tomtit (ingl.), cingallegra. Topo (Tahiti), precipitare
(I). Tup (sanse), battere (2). Tup (ingl.), cozzare dell' ariete (macchina per
abbattere le mura delle città). Topeton (sp.), colpo. TJ«Tw (gr.), battere,
percuotere. Thopuz yiyk (lurco), mazza, scure. rooer e tuwer (Zingani),
accetta. Tubur (Indostan), mazza d' arme. Teber^s (pers.), accetta. Toben
(led.), impmersarc. 6ciì«tw (gr.), applaudire, adulare. Toptati (russo),
battere coi Top Cf\ (cbr.), Dob (ung.), tamburo. Tabala (Parti), tamburo (5),
d'onde Tìntili Jyji (turco), tamburone (4). Tabala (basco), tamburo (5). Tubiti
(Indostan), tamburo. Tu'u.«avov (gr.), tamburo. Tympanum (lai.), tamburo.
Tymbal (Ir.), Tambour (fi\), Thop ij^b (turco), cannone, bocca da fuoco Thob
yyJb (turco), cannone, bocca da Tran (sp.), rumore del cannone. Trommc (alto
tcd.), tamburo. Trumma (sved.), tamburo, (dan.), (1) CCebelin, Vili, 518. (2)
Eichlioff Parali., p. 387. (3) Plutarcli. nella vita di Crasso. (4) Si noti che
fu già detto da Rolleck i Tur- chi esserti gli amichi Parli. Intanto si vede la
promi- scuità della stessa parola indicante lo stesso oggetto di sommo
interesse per la guerra nelle due nazioni medesime. (5) Ceroni, Filol.
Comparata. - 229 - TWnme/ (led.), tamburo. Trumme (b. sass.), tamburo. Drum
(ingl.), tamburo. 7oo (Is. d. Amici), ritirare una cortina o scri- gno (I).
Tooge, tooge (Tongataboo Is. d. Amici), cerimonia nella quale si battono per
doglia il corpo e le gambe con ambedue i pugni, come un tambu- ro, e marche
sulle guancic falle col percuo- tersi (2i. Torlototo (sp.), flauto.
Tov&apvi^w (gr.), brontolare, parlare mente a bassa voce, brontolare.
Tov^opi^w (gr.), brontolare, parlare mente a bassa voce, mormorare. TwSotJw
(gr.), deridere, dire villania ad alcuno. Tatù (il., ling. dei fanciulli),
percossa. Tatù (IN. Zcl. e Tahiti), sangue (conseguenza de- gli atti
traumatici). Toeten (in Schwabenspiegel), uccidere : da questo le forme con d,
dò/o (sved.), doifau in Oltfricd, doden uccidere e Tod (tcd.), morte, Dodh
(Isi- doro), Dolh (Ottfricd), Dood (angl. sass.), DM (sved.), Daud (island.),
Dtath (ingl.). Si aggiun- gano tuer (fr.), uccidere, e &uew (gr.), sacri-
ficare. Eitoto (Gabbi), nemico (3). J-'tutu (Caraibi), nemico. Totolór (ungh.),
passare il tempo. T Il suono ir o d r più o meno direttamente continuo servì ad
imitare il rumore del tuono. Udii spesse volle le donne esprimere per tir il
rumore del tuono nelle loro coi fanciulli Trisk (ilL), folgore. Trwao (pori),
Trueno (sp.), Tritono (il.), tuono. n. ili (1) Cook, Voy. Pacific, HI. coni d.
King, App. (2) Cook, Voy. Pacific., 1, 323 e IH coni. d. King, App. n. HI. (3)
C. Gebelin,VlH,506. Digitized by Google Tonitru (lai.), tuouo. Tordon (sved.),
tuono. Torden (dan.), tuono. Tondur »joj (turco), tuono. Tunder ^»Xi3 (pcs.),
tuono. Thunder (ingl.), tuono. Donder (ni.), tuono. DSrdul (ungh.) tuona,
intronare. J/ior, divinità dei popoli settentrionali, è il Dio del tuono.
Osservisi in greco il nome dello zol- lo essere analogo a quello della divinità
: 9«ò« Dio, eetov zolfo, che veramente sarebbe un ag- gettivo uculro = divino,
c Fodorc di zolfo si sviluppa nel fulmine. ■ Primus in orbe Deos feci! Umor,
ardua cacio « Fulmina cuin cadcrcnt » (I) Sat tarem (\cdam), dio del tuono,
d'onde Satur- ni (lat.), secondo alcuni. Altre forme di parole indicanti il
tuono. Tlumar (Taziano), tuono. To n n it (Notker), tuono. Thunor (aut. sass.),
tuono. Dunner (b. sassone), tuono. Dunnir (poema di S. Hanno), tuono. Donner
(ted. mod.), tuono. In altre lingue $' imita il mono con g r ed h r. Crom
(russo), tuono. Gran» (poi.), tuono. nuli va. Hrom (boemo), tuono. Suono T r o
D r impiegato ad indicare varii altri rumori. Trac (2) (celtico), traccia,
vestigio, d' onde tra- ce (fr.), traccia (it.), ec. (1) Pelron. Arbiir.
Satyricon. (2) CGebclin,DicL Fr. 1109. Trac cu (fr.), frastuono, fracasso,
rumore forte (non cagionato da rottura) ; tracas (fr.) è pure nella lingua del
volgo una specie di scarpa grossa, pesante , con cui si fa grande stre- pito
nel camminare. Il senso di questa parola fa vedere il rapporto d'origine comune
con trac, traccia, negato da Nodier (1). Io crederei che trac, traccia, fosse
l'imitazione del rumo- re fatto nel camminare, e quindi si trasportas- se al
segno, effetto del passo. Simili scarpe di legno, usate dai villici e
specialmente dai mon- tanari, fanno precisamente un suono che non saprei meglio
imitare che per trac trac. Os- servo che un suono analogo diede nome alla suola
ere», crepida (lat.) (2). Tp«xu«, età, u (gr.), aspro. Traquet (fr.), valvula
della tramoggia. Trit (lat), strepito prodotto nel camminare. No- vio nella
Corollaria e Plauto nel Gurculio « eji- ciam crepitimi polentarium trit id est
pc- uitum ». Tpipo? (gr.), via battuta. Tritt (ted.), passo. Troad (celtico),
piede (3). 7Ve/en (ted.), pestare. Trottoir (fr.), marciapiedi. Trod (ingl.),
calpestato, battuto. Trotta (celtico), atto di andare del cavallo. Trot
(ingl.), atto di andare del cavallo. Trot (fr.) e trotter , alto di andare del
cavallo. Trotto (it.) e trottare , trottolare, atto di andoix- del cavallo.
Trote (sp.) e trotar, trotillo, troton, troiana, tro- toneria, atto di andare
del cavallo. (1) DicL OnomaL Frane. 183. (2) Avvenne reciprocamente che una
parola in- dicante acarpa venne a voler dire rumore. .Varale (fr.), ciabatta,
tabal (fr.), rumore alto e tumultuoso. Forse tabal deriva dalla stessa radice.
Nodier aggiun- ge che «aftala in- celtico vuol dire far rumore, grida- re a
piena voce, Nodier sembrerebbe volere che ta- rale derivasse dalla voce
indicante rumore: io credo che sarale derivi da sanala (sp.), che viene da
capto, capere e riferirebbe l' idea di contenere, essendo una copertura del
piede. (S) Nodier, Dici. Onora. Fr. in voce Trot. Digitized by Co — 231 —
Trottola (il.), paleo. Tpi'x*», Tpsx«w (gr.), correre. TpogBfl (gr.), ruota, d'
onde rota (lat.), e TpsxtXia (gr.), trochlea (lai.). Tp3xa>^>« (gr.),
carrucola. Track (ingl.), scoppio del vetro. Tri» (sp.), scoppio del vetro.
Traho, i$, ere (lat.), trarre. Draggle (ingl.), trascinare. Trantrun (fr.),
imitazione del suono prodotto dal corno dei cacciatori (1). Cosi trovasi
impiegato nel libro De la Fenerìe di Dufouilloux. Tropa (sp.), strepito.
Tratchen (ted.), frastornare chiacchierando, dice- si anche draschen, dreschen
e dròtehen (2). Treta (sp.), botta di scherma. Tpi^w (gr), pestare, d'onde
Tpipeùc iptpVjXoc, ec. Trito, at, are (lai.), trituro, a», are. Trictrac
(li-.), giuoco il cui nome deriva dallo strepito che fanno i dadi ed i pezzi
che si u- sauo. In tedesco ed in inglese dicesi tictac (3). Triquetraque (sp.),
scricchiolata. Trillo e trillare (il.), maniera di canto. Trillerà e trallern
(ted.), maniera di canto. Tron (sp.), rumore del Driinen (ted.), fare Trupp
(ted.), moltitudine. Trucs (guascone), percosse « trucs et palacls * (Rabelais
Fanlagrucl, 1. Ili, e. XLII> Trùd (ili.), fatica. Trudo, Uj ere (lai.),
cacciare, spingere. Btru è il grido con cui i bifolchi del Veneto animano i
buoi aggiogali a procedere. Trunco, ai, are (lai.), troncare. Trum (ili.),
terremoto. Tpuw (gr), pestare, d' onde -rpt-pì, frumento, co- me appunto in
latino si diceva triticum da tri- to, as perchè si pestava per cavarne il
grano, mentre gli altri vegetabili non alimentari si Iras- 8 Nodier, Dici.
Onom. Fr. in voce c. Adelung, Iti/ in voce Driuschen. Nodier, Dici Onom. Fr. in
voce c. Tubu (Jiotker), colomba; d'onde Taube (ted. mo- derno): Dubo
(Ulphilas): Dubu e diuba (Otlfricd): Duva (a. Sassone): Dove (ingl): Duve ( b.
Sassone ) : Due ( dauesc ) : Dufva (sved.) (1). Tubare (il), gemere dei
colombi. Tuga (dial. veneto), colombo. Tuf vjSyj (per.), schiamazzo,
agitazione, eco (2). Tuf taf ( b. Int. ), imitazione dei colpi di fu- cile (3).
Tumbar (sp.), ubbriacare, stordire, tombolare. Tliumthami ^«1 U , U (arabo),
balbo, che si espri- me con gran difficoltò. Thumthunuini d t U,L, (turco),
balbo, che si c- sprime con gran difficoltà. Tìujmthtjm |Ja*b (turco), balbo,
che si esprime con gran difficoltà. Tumultua (latino), tumulto. Tupin (Gnuico),
pestare o calcare colla mano. Tupsin (Unnico), battere leggermente. Turdus (lat
), lordo. Tourd (fr.), tordo. C. de Gcbelin dice che il grido d' una specie di
tordi è twrdd (A). Turtur (lai.), tortora (il.). Tor "ìiH (ebr.), tortora;
rimase nella forma sem- plificata. Turtel (ted.), tortora. Tortola e tortora
(it.). Tòrtoli/ (ungh.), tortora. TpuY&>'v (greco), (pronuncia trugon)
tortora. Turtut (fr.), specie di allodola (6). Tutu (lat.), voce della civetta
: « Noctua quae, tu, tu, usque dical libi ? » (Plani. Mcnacchm. AcL IV, se. n,
v. 91). (1) Tulle onomalopeie, Adelong, Diz. in voce e. e Micbaelis, Diss.
EioO. d, Sp. p. 98, il quale scrivi- invece che per v per w />«» fluire. (2)
Bianchi et Kiefter, DicL (5) • Schiopelus tuf taf» viene ciuto da Nodier, DicL
Onora, in voce Escopetle. 14) Uict. Fr. 1037. (5) Anche Bochart Hieroz., Il,
G5. ritiene la pa- rola ebraica d' origine onomatopeica. (6) C. Gebelin. DicL
Fr. 1056. Digitized by Google Totw (gr.ì, eh ella; dal suono tu tu già notato
da Plauto. Tuco (Chili), ulula (1). Tulup (malese), serrare. Tutup (Java),
coprire. Twattle (ingl.), cicalare. fagin, ù, ire (latino), fio-agerc, fare uà,
cioè il grido che fanno i neonati. ff 'fuukihcet (Noolka o King Gcorgc's Sound)
tossire (2). ff 'awl (ingl.), gnaolare. Vath vath Jefjjtfj (turco), rondine. //
«ce (ingl.), ondo. favella (pc"-)> di lamento, di scia- gura. Felvelé o
velvelct gjyj } (ar.), vulvullei, pianto di donna desolata, /e/e/ Jelala rtì?
(eb r.), urlo, T t ! *" Jlal \ty (cbr.), urlò, ululò, si lamentò. t'acuì J
w (turco), atto di scappare da un peri- colo, di salvarsi. trithi (Ollentoti),
miete. Tal nome è un' imitazione del grido dell'uc- cello conosciuto sotto il
nome di Coucou indi' cateur (fr.) , celebre per te sua abitudine di chiamare
alte mattina ed alte sera i viag- giatori che vanno in traccia di micie pel
deser- to, e di guidarli verso gli altieri cavi dove sa che sono te api
selvatiche, per cui fu detto in- dicatore (3). V u (Brasile), grido delle tigri
laguàra, lagua- rete e Cuguacuara (A). Hu (lat.), u (gr.), suono dato da chi
odora, quan- (1) Georg. Marcgrav., Chili R«-g. p. 35. (2) Cook.Voy. Pacific,
IH, conlio, d. King,App. n. IV, p. 540. (3) Mag. Univ. 1, 129, Paris. li) « . .
. Terribile™ noctu clamorem instar canis famclicae cxcilare solenl u u ».
Guliel. Pison., HisL Nat. el Med. p. 103. I. III. do cerca di assaggiare
qualche cosa coli' odo- rato (I). Ilubub vj%aJ» (turco), soffio di vento;
quindi Heb- vet polvere. Vfur )y ì\ (turco), fortemente. Hug (ingl.), versare
(t. di marina). Iiuhog (uugh.), urlare come la civetta delle mu- raglie. Huhu
y»y» (pers.), allocco, chat huant. Vhu (led.), civetta. Vhu (Calmucchi),
civetta. Schubut (b. Sassone), civetta. l tinnì i (sved.), civetta. VI
(oland.), civetta. Ulula (sp.), civetta. Ulula (tel.), civetta. Lulu (Is. d.
Amici), civetta (2). Uulolte (fr.), civetta. Owl (ingl.), civetta. Eule (ted.),
civetta. Ueulen (ted.), urlare della civetta. Ilululer (fr.), urlare della
civetta (3). Hukek A£jd (pers.), singhiozzo. Ulul, ulf, wuluf, wolf (svedese),
lupo (4). Hurltr (fr.), urlare del lupo. Q'pu'w (gr.), ululare, ruggire, d'
onde tTpucg, le fiere il cui grido è orribile, e homo, horror (lat.) ecc. Hum
(inglese), susurro , tumulto distante , come quello della città, udito nella solitudine,
romba- re, ronzare. Onen outn (fr.), imitazione del grido del por- co (5).
Hurricane (inglese), uragano. Orkan (led.), uragano. Huusta (cimbro), tosse.
Husten (led.), tosse. Uzzolo (il.), voluttà, desiderio, /froka (Ulfite), II)
Sdire*. 417. (2) Cook, Voy. Pacific, III, conlin. d. King, App. n. III. (3)
Nodier, DicL Onoro. Fr. in voce. (4) Micuaelis, Diss. Einll. d. Spr. p. 57. (5)
UeWetius, Esprit, L I, Disc II, p. 234. Digitized by Google //'raak (olandese),
vendetta. // race (anglo-sassone), vendetta. //'rate (anglo-sassone), vendetta.
//'reuk (ìngl.), vendetta. //'raeka ^ed.), vendicarsi. //'rok (olandese),
rancore. //raken (b. sassone), combattere, contendere; d'onde dem ano le forme
modificate : J?«c/ie (led.), vendetta. Raekia (isl.), \endicarsL Reka (isl.),
perseguitare. Ràken (b. sassone), vendicarsi. Rechan (Otlried), vendicarsi.
Tutte forme d' una espressione istintiva di commovimento, di fiera passioue_,
d' ira ; ap- partengono all'onomalopeia del secondo gene- re, cioè alla simpatica
fixen (ingl .), garritrice. Zabzah (arabo), vociferazione, grido, in- fermità.
Zahza (Messico), movimento, agitazione nell'ac- qua (i). Zamzaniet « t -^ t -»«
(arabo), coraggio, bravura. Zarzar JhJK (persiano), gemilo, lamento. Zm (sp.),
botta, percossa, rumore della percossa. Zazarragouan (isole Mariane, Gouam),
inferno , fornace ardente dove Kaifi (il diavolo) arroven- ta e balte le auimc
(2). Zelzele iJ^Jj (ar.), terremoto. Zevzek viJ(«\ (turco), cbiacchicrone,
stordito, im- broglione. Zeisieh (ted.), fanello. Zeisel (led.), fanello. Zimk
(ted.», fanello. Zyxle (ted.), fauello. Zyschen (ted.), fanello. Czitek (poi.),
fauello. (I) C. GeMin, Vili, 5-25. f;l) Mag. Univ. Anno VII, p. 351. Csisz
(ili.), fanello. Sùkin (ingl.). fanello. Cinti (Ir. volg), fanello (1). Cerisi»
(Ir. volg.), lancilo. Scenicle (Ir. volgare), fanello. Zi, zio, zi (dial. di
Napoli), imilazioue della voce del sorcio (2). Zickzack (led.), una linea
costituita da angoli sporgenti c rientranti. Adelung sospetta clic la parola
derivi dal basso sassone e sia la redupli- cazione di Zacken, punta, per
indicarne la plu- ralità. Zigzag (fr.), istrumento fallo con liste di legno
incrociale a rombi le une sulle altre, clic si i serrano e si allungano, e che
si usano per far giungere biglietti od altro in luoghi ai quali non si potrebbe
arrivare altrimenti (3). ' Zsizseg (ungh.) , far rumore , strepilo , sustirro.
Ztuszok (migli), scarafaggio. ; Zsizsik (ungh.), punteruolo, scarafaggio,
Verme. Zinzino (il.), sorso. Zi'usinnare (it.), sorseggiare, assaggiare.
Zipizapc (sp.)_, contesa. Zombombo (sp.), tamburo cani|M\stre. ' Zonzo (sp.),
scipito. Zonzo {iì.), andare « zonzo ( onnmalopeia delle zanzare). ' Zozobrar
(sp.), essere baltulo dai veuli. Znizun (sp.), giavellotto. Zumba (sp.),
cnmpanaceio. Susurrus (lai), susurro (it.) ecc. Zurrir (sp.), ronzare, susurro.
I Zuriza (sp.), rissa. Zuzar, azuzar (sp.), eccitare i cani a battersi ;
aizzare (it.) (I) Nodier, DicL Onom. Fr. in voce Torni. | g (-2) Si sio zi
Tacca no sorecillo (Ciucceide, C XV, (Ó) Nodier, DicL Onom. Fr. in voce c. Vou
l 30 Digitized by Google Digitized by Google della mmum primitiva. Dall'esame
dei dizionarii automatico, inter- ielliNO, onomatopeico risulla che tali
elementi si prestarono al bisogno di espressione in questi rapporti. L'elemento
automatico contribuì le voci che si riferiscono al bambino ed ai suoi bisogni,
quel- le riferibili agli alti preparatori! alla generazione c quelle relative
al puerperio, quelle che indicano le persone più vicine componenti la famiglia,
i pa- i-enti, i fralelli, i servi, quelle indicanti le membra, i cibi e le
bevande e la più ovvia cioè l'acqua, e la favella. Talvolta pure i pronomi
stessi ponno aver avuto un'origine automalica, p. e. quello della L» persona,
siccome un grido emesso senza direzio- ne della coscienza come può considerarsi
nell'epo- ca soggettiva più oscura dell'infanzia, il qual gri- do acquista (al
\alorc dall' interpretazione che ne fauno gli adulti che l'infante allevano :
anche gli altri pronomi di 2.» e di 3." persona ponno essere grida di tal
genere, e por la reazione iutellettualc degli adulti stessi riuscire di tal
valore. 1/ elemento interiettivo servi ad esprimere l'interna maniera d'essere
e di sentirsi dell'indi- viduo ; | invili le sue voci acquistarono sensi mo-
rali: valse a rappresentare le passioni soggettiva- mente e le proprietà delle
cose in quanto che pri- ma avessero prodotto una impressione nell'uomo come di
meraviglia, di timore ecc. : cosi avemmo l'ai (gr.), forza e la »> (caldeo),
PI» (ebr.J, Dio. L'elemento interiettivo diede pur esso i pro- nomi in quanto
che quelle grida che poterono chiamare, avvertire gli altri, poterono pure
indi- care le persone chiamale. Dall'elemento interiettivo si produssero pure
nomi appellatiti d'oggetti ; poiché eventualmente un grido patetico,
pronunciato in date circostanze, puòj in altro momento riproducendosi,
ricordare le circostanze medesime e per le associazioni possi- bili ricordare
altre cose per qualunque rapporto accidentale compresenti. Cosi hajh in
uugherese passò a nomenclatura dei capelli ( I ), e poi hai vol- j le dire
strutto, sugna, per l'uso d'ungersi con tale j sostanza i capelli. (I) La causa
dell'applicazione eli tnl grido a no- me dei c.ipelli irt-rii-Mimu essere stata
la sofferenza eli* palesano i capelli sotto le affezioni morali. Tale fallo si
trova nelle '^pressioni d. Ile dWpfM lingue, p. e. in ebraico sen h'ar capello,
tanh'ar inorridire e n'IV")^^ sanh'aruria', cosa orrida, in ilaliano
rizsare i capelli, in francese hèrisser les che- reux, in tedesco die Ilaare su
Berge siche», sono «•sprigioni dello spavento. Digitized by Google — 23f> —
1/ elemento patetico pure fu occupato nella nomenclatura delle persone
componenti la fami- glia, ruiiii- abbiamo veduto: I nomi del padre Oa (Cafro),
Ou (Africa llurrur), Ea (Wogul.), Ai (lingue di là del Gange), Ahai (Minas
!Novas, Brasile) , Ahay (Eslene, America seltenlriouale) ; Della madre fch
(Timor, Endc o Flores), la (Pigrizia), Ija (Alfadcl.), lie (Jcnissei); Del
fratello in ebraico Ach Ht* ed in tur- co t l; . Dei figli Ahu (sanscr.),
figlia, Achia (Ca- uadà), fanciulli. Alcune di queste voci possono essere dive-
nute nomi ap|iellalivi amido servilo prima di gri- da per chiamare. Forse così
fu di Ea, Oa, Ou ; e siccome (ra le persone più ovvie avveniva che lusserò i
membri della famiglia, cosi poterono fis- sarsi iu seguito ad indicare appunto
alcuno dei medesimi. Alcune voci paletidiCj emesse la prima volta come grida
senza senso e con azione simpatica nell'uomo che le udiva, valevano in efletto
consc- guentemente come eccitamenti ad accorrere in aiu- to; avevauo quindi
valore d'imperativo nel senso di preghiera per un soccorso relativo alla
circostan- za, e di vocativo generico alle persone eh' erano nel caso di
prestare un tale soccorso ; per questo tramite riuscirono in ultimo nomi
appellativi delle persone che tale aiuto di fatto prestarono: e quin-- di del
padre, della madre, del fratello, dielro l'e- sperienza della loro protezione o
della loro pro- pensione a proleggere. Questa specie di nomi pa- tetici pervenuti
ai parenti, sono posteriori a quel- li d' origine automatica : questi sarebbero
veri so- stantivi indicanti le persone slesse; quelli., cioè i patetici,
sarebbero aggettivi aggiunti : vorrebbero intendere la qualità, il fatto di
aver giovato, pro- tetto. Forse souo il resto di una ellissi, cioè del
tralasciamenlo d'un altro nome (d' origine aulo- matica) che loro andasse
unito, per cs. mania, popò, ce. : cosi che si dicesse in principio marna ahi,
papa hai, tcr il Bso'j Bof , muoio, ptux&b), ce. Il servigio dell'elemento
onomatopeico In pertanto molto più vago che non quello degli al- tri due
elementi ; indefinita essendo 1' opportunità oggettiva |rt parte del mondo
ambiente, menile le disposizioui dell' umano individuo sono li- mitale. Questi
suoni primitivi, di qualunque sjwcie sieno, cioè automatici^ |ialelici od
onomatopeici, fecero la loro parte nelle div erse nazioni segrega- tamente, ed
avvenne che simili essendo i bisogni :li uomini ed i mezzi di accorrervi,
simili si- gnificali vennero a ricevere le parole senza che una nazione sapesse
dell' altra : ricorderemo per cs. degli automatici : Ab (pers. turco), acqua,
ed ttab (ungh.), on- da, fluito, riflusso. (1) Cook, Voy. Pacific. I. 102.
Digitized by Google (Tagal.), allagare. Hababè. *jU» far.), bolla d'acqua. Meme
*D>P (cbr.), acque. Jlcemc (Is. Sandwich, Aloi), far acqua (1). Meemt (Is.
d. Amici), orina (2). Aba L>| (pers.), minestra. Ilaba (lai.), fava. Ilabb
^a». (ar.), piccolo frutto, bacca. Pei suoni interiettivi. Imi (Tahiti), mattino.
luh ^ 50,c ' Alto (Is. Sandwich), flato. 'Aw (gr.), io respiro. l'ei suoni
imitativi. Vhu (Calmucchi), Uhu (led.), civetta. R534 (gr.), grido delle rane.
Coasser (fr.), gracidare delle rane. I suoni bruti, come si è veduto, ebbero in
o- riginc significati relativi alla circostanza in cui fu- rono emessi, giusta
il valore accordato dipoi nei tempi di una lingua già organizzata alle varie
forme grammaticali stabilite. Quest' epoca rimase inarca hs- ii un nella lingua
di Tahiti, dove, quan- do arrivò ( look . i nomi e i verbi non avevano in-
flessione, e pochi nomi avevano più d' un caso e pochi verbi più d' un tempo
(3). Cosi era pure P antichissima lingua che si parlava nel Lazio ; le voci non
avevano se non una sola 0 po- che flessioni (4). Nella lingua inglese stessa la
medesima parola sene spesso da nome, da ver- bo, ce. sicché per distinguere il
valore preciso e relativo nel luogo della sua posizione vale il sen- ti) Conk.
Voy. Pacific III. conL da King, App. N. V, pag. ii47. ^ ^(2) Cuok, Voy.
Pacific, 111, conL da King, App. (,") Cook, Viaggi, (i) Lanzi, Saggio
etrusco,!. I. p. M, Buxtorfius, Tlies. L, Sanctae, p. 74. — 237 — so sommario
della frase 0 la giacitura dell' accen- to se è parola polisillaba, diversa
giusta il suo va- lore, cioè se di uoiue P accento cade sulla penul- tima
sillaba, sull'ultima se è verbo. La nomenclatura fu distribuita di mano in mano
e progressivamente giusta i bisogni d'e- spressione dell 1 uomo agli atti ed
agli oggetti pei quali tal uomo ùi una data società aveva maggio- re interesse.
Egli è questo uno dei motivi per cui le lingue non sono parallele una con P
altra, per- chè cioè in una nazione accade l'opportunità,!' occasione e
l'interesse di dar nome a tali dati og- getti, mentre in un' altra nazione tali
oggetti o non esistono o non occupano P attenzione degli uomini. La ricchezza
d' una lingua in un ramo parti- colare è relativa e proporzionata alla
frequenza dell' uso ed alla molliplicità di nozioni in un dato argomento.
Quando esistono nomi appellatisi ge- nerici si fissano eou nomi speciali gP
individui, gli oggetti pel bisogno d'indicarli ; cosi, mentre il po- polo avrà
qualche ventina di nomi per indicare gli astri, f astronomo ha per suo uso un
nome speciale per ogni stella: cosi il cacciatore dà un nome proprio ad ognuno
dei suoi cani, il pastore e l'agricoltore distinguono gli altri animali di loro
interesse , il colono nomina diversamente i vani pezzi del suo terreno ce.,
ognuno secóndo il suo bisogno. Cosi v' ha una lingua speciale per le va- rie
arti e mestieri, e |>er le scieuze, le cui pa- role nou sono note se non a
tali persone che ver- sano in date maniere di maneggio e di studio. Se- condo
la speciale occupazione dei popoli svi- luppossi quindi il linguaggio piuttosto
in una da- ta categoria di nozioni che in altra : cosi la lingua belyouaua
(popolo d'Africa) è ricchissima di parole esprimenti cose relative al bestiame.
Essa presenta dei termini tecnici per ciascheduna gradazione di peli e di
forme, il che è documento d'antica ed estesa pastorizia (I). Similmente nella
lingua ebraica, la cui nazione fu occupata a lun- go nella vita pastorale,
l'agnello ha vaili nomi, e così il bue. Anche il leone ha varii nomi: e que-
(l)Gioja, Filos. d. Statisi., IV, 259. - Digitized by Google sia nioltiplicità
dipende dalla condizione pastorec- cia di quel popolo per cui gì' interessava
ima belva che minacciava le sue greggio. Il leone ha sei nomi in ebraico: laiic
^>7, ari nS, arié nnrjt^c'ochnÒrW, lavià ìtob, chepir "V53> e sci ne
ha l'agnello kar 1^), keves togate» y^wun^, *«,bg (l), mentre la coda in genere
dicesi Za- nav DJ?. T T • Nelle Isole degli Amici si dà il nome di JUoe- vat
alla coda del cane e quello di Epalta alla co- da degli uccelli (2). In ebraico
lavare in genere e spesso delle ve- sti diecsi D33 cava»; lavare il corpo yfTJ
rachóts: lavare con impeto p. e. vasi, cocchi, anche le ma- ni tpv scialaf (3).
In molle lingue si nomina con una parola l'unghia dell'uomo, e cou altra div
ersa quella de- gli animali. In greco òvu* x°? (unghia d' uomo), fafaj (di
bestia). In ebraico pÉJX Uiportn (d'uomo), njjnD (di bestia). In tedesco .\agcl
(d'uomo), Uuf (di cavallo). In ebraico v'ha un verbo speciale clic indica il
piangere la morte d'alcuno, "lìJD Safàd. In illirico hanno varii verbi per
indicare il partorire secondo che è la donna clic partorisce o qualche bestia:
raghjali nell'atto del parto (per la douna), c rodili dopo il parlo; fcoftfi,
partorire de- gli animali in genere : o-icdrwòi/t-je delle cavalle, o-ttliti-K
delle vacche, o-kojt/i-*e delle capre, o- tcU ii i I i-m- delie cagne,
o-prùsilise delle troie ce. Presso gli Araucani, nazione indipendente del
Chili, tutti i gradi immaginabili di parentela sono designati con parole
particolari ; hauuo sette od otto parole per dire amico : una di queste corri-
sponde all' alter ego dei Lalini. Tale uazione è ri- marchevole per la benev
olenza con la quale si Imitano ; le relazioni che risultano dai loro affari
comuni sono caratterizzate da titoli che esprimo- no I' obbligazione di amarsi
; ed il conto che fan- no della famiglia mantiene le ricordanze della se- fi)
bilico, VII, 3. (-2) King, rial Vof. P .cific. di Cook, III p. 540, Appendice
N. IV. (3) Levil. VI. 29, XV, I*. Re.T. cbr. I. c. XXII. v.38. Digitized by
Google rie dei loro antenati, onde i loro alberi genealo- gia sono più estesi
di (nielli delle altre nazioni (1). Le gradazioni di parentela sono precisate
ol- tre il nostro costume in varie lingue. Esempii in turco. Bagi q =.L> .
la sorella, specialmente la maggiore. Deisè o Tèizè ^ la zia sorella del padre.
Khalet jJU. la zia sorella della madre. Baldiz ^Jjb o fifl/dttS^jJL,, la
sorella della moglie. Engué aJCif, la moglie del fratello maggiore. 'Amm |Jj6,
zio paterno (anche in arabo). Amgié oJmigié msv+c, zio paterno. Ammet k*c
(ar.), zia paterna (2). Kiaku y£=K, zio materno. Barjianaq ^UU-U., fratello del
marito. Buia *Li, zia. A Costantinopoli chiamasi cosi la moglie dello zio
materno. Ebuin jjjjl (dual. arabo), il padre e la madre. Aghacia «a.Uf,
fratello maggiore. E il nome che davano al Khan dei Tartari gli altri principi
dello stesso sangue. Vlu qaryndasc ,jt|Jjyi^!, fratello maggio- re. I Turchi
danno pure a questo il nome di aghà Lif. Abla o Abula VoL A Costantinopoli si
chiama- va cosi specialmente la sorella maggiore. A in A l'i U=£ , cosi
chiamasi il fratello maggiore dal fratello minore. JS'cvasè **JyS, nipote per
parte della figlia. Dudu uomc dato a Costanlinopoli alla figlia maggiore della
casa. Precisioni nei nomi indicanti varii rapporti di parentela in sanscrito.
Le varie mogli distinguonsi con nomi spe- ciali. La moglie principale neh"
uso di poligamia ha cinque nomi, per ognuno dei quali viene io- ti) Annales des
Voyages, l XVI, pag. 154. (i) Si confronti con Amila (lai.). dicala :
Pradiùina, Bhàryà, Paryàtja, Crlàbhi- sztea, Mahiszl. Quella che governa la
casa dicesi Cudhumbi- wi, Parandoti. Quella che lìglia Culastrì, Culapùlicà. La
moglie casta diecsi Suciaritrà^ati, Sud- hvi, Pativrlà. Quella che si sceglie
essa slessa il marito di- cesi ovaijauwurUy raiinwarfi, t anja. La zia da parte
materna ha un nome suo proprio distinto dalla zia paterna. Chiamasi Mu- trsvasà
la zia materna, Pilrsvasà la zia patema. 11 padre, la madre, la sorella ed una
figlia nominansi con una sola parola Màtàpitasuasa- dultilaran (1). Il fratello
minore chiamasi con quattro no- mi diversi Caniszta, Anugia, l'avià, Faragia.
Il figlio per parte del fratello chiamasi Bhrà- tria Bhràtragia. ' L'avo
materno Màtu e Màtàmaha. L' alavo materno ./.// e Prapitamaha. Distingnesi un
parente di cento anni con va- rii nomi Sagòtra, Bandhava, Bendhu, Sva, Sva-
gena. Per indicare il marito della figlia, il genero, vi sono Ire nomi Pati,
Giamàtà, Duhitupati. Nella lingua della California dislinguesi il no- me del
padre secondo che si riferisce agli uomini od alle donue. . //-■.' vuol dire
padre (per gli uo- mini) e Cut, padre (per le donne) (2). Presso i selvaggi del
Brasile altri nomi usa- no fra loro i fratelli ed altri le sorelle verso i
fratelli, ed altri i fratelli verso le sorelle, per es. ritira minore d'età, di
questo uomc usano sol- tanto i fratelli fra loro. Quibira, fratello, usa- no di
questa parola soltanto le sorelle verso i fratelli. Teindira, sorella ; usano
soltanto i fra- telli verso le sorelle. PUfuiìra, minore di età; usa- no di
questa parola le Inumine fra loro (5). Anche nella lingua dei Natchi il padre,
la (1) Vyncarann, 178. (2) C. Gebelin, Vili, 554. (5) Dizion. di Emanuele de
Morae?. Lingua, d. Brasile. Georg. Maregrav. de Biasiliae Reg. p. 22. Digitized
by Google - 240 - madre, il figlio, la sposa, il marito, hanno no una diversa
maniera di esprimersi (1). C. de Gebeliu fa cenno delle maniere diverse con le
quali s' indicano i membri della famiglia in chi- |>er cs. un suocero
chiamasi da quelli che io alle persone delle quali è suocero con termini che
potrebbero tradursi per nobile, altez- za, venerabile ; l'ava si dice, se è
morta, la fu bontà della casa, il figlio parlando al padre lo chiama signore
della casa, ec. (2). In greco si distingue con nome speciale il fi- glio d'una
figlia : esso chiamasi e, donna che conduce la nuova mari- tala alla casa del
marito (moglie del fratello od al- tra prossima parente). E cosi quanto alle
qualità e condizioni delie donne, p. e. : ftezircl ijjy (ar.), donna che ha
pochi figli. Gharbed Jo^-p o gharid iX^é, donna che è riputata vergine e non Io
è. Kialem jjtf, vedova che sposa un secondo marito. Asta ^juymt. dolina clic
non teine Y avvici- narsi di un uomo. Faqgd Jali, donna che desidera un marito
o dei figli. Asra f^«*c, dolina che non ha se non la ma- no sinistra.
FakhurjfòXi, donna che cammina affettata- mente. Altre precisioni di
nomenclatura sulle forme del corpo. Asem i^**!, quegli che ha la mano dissec-
cata e curva. Za'ith Sa&ò, che agita le spalle e il corpo camminando.
(to'»» yjjtf (arabo), piccolezza e deformità del naso. Qarsa (arabo), pene
piccolo. Digitized by Google 241 - I nomi proprii pertanto non solo si danno
agli umani individui ed alle località, ma a qualun- que oggetto interessi
individualmente il distribu- tore del nome ; se non interessino, le persone
stes- se restano anonime, come p. e. presso i Samojedi le ragazze non hanno
nomi proprii (1). Cosi i mer- canti di cavalli e i vetturini danno nomi par-
ticolari ai loro cavalli, perchè hanno bisogno di parlare spesso di tale o tal
altro cavallo che non è presente (2). I cavalli dei soldati di cavalleria hanno
ciascuno un nome proprio. Non solo o- giii cavallo wventc ha un dato nome
proprio presso quelle nazioni che fanno grande slima dei cavalli, come gli
Arabi, ma si tiene rigo- roso registro della genealogia loro , dove o- gui
membro nella serie ha il suo nome spe- ciale. Appare tale costume fino al tempo
di san Basilio il grande, che dice « "Iimtoi irauiat)»^ **t «Tot
Y£vtaX3T»|«vot and eu'"rmi'as ««Te'pwv (òar.tp oi v.ir- : ; » cavalli
moltissimi, e questi distinti genealogicamente dalla nobiltà dei pa- Uri (8). .
^1) Galleria Cniv„ d. L Pop. Venezia, 1838, 1. 1, P ' (2) Loeko, Ess. Hnm.
Unterai. 127. (3) T». Ay. BaaiXta. 0(iiX. «po' «XisTsvTa?. VOL. I. Ghanseret
USttÀ (arabo), condizione di a- la testa piccola con molti capelli Quanto ai
nomi proprii, la loro dislribu/.ionc ha la stessa causa. Locke aveva già bene
osser- vato che si danno nomi proprii speciali alle cose individualmente, a
quelle sulle quali si ha più di spesso bisogno od occasione di trattenersi, perciò
alle j>ersonc, ai paesi, alle riviere, alle montagne, ecc.; anzi in origine
i nomi furono tutti nomi pro- prii, cioè s' intese con quelli, poiché furono
fis- sati, d'indicare un individuo od un dato sito, e poi, per lo più per
processo di analogia, si estese il nome dato ad un individuo a quelli che con
questo avevano qualche rapporto sin reale sia ap- parente giusta la maniera
soggettiva, cioè di con- siderare le cose , dell' individuo che estese il Molti
nomi dei cavalli che appartennero a soggetti storici sono rimasti. Esempi di
nomi proprii di cavalli itorici. B»x , i T -a> Bucefalo, nome del cavallo d'
A- lessandro il Macedone = testa di bue. I sette cavalli di Maometto avevano
ciascuno Murtegjiz yASyt (ar.) tuono. ferd (ar.) rosso. Sacab leggiero. Sabba
magnifico. LaMtU Lazio» agile. Dharab corto e grosso. Lahif che copre la terra
colla sua coda. Gulguiun ^ySX (pers.), nome del cavallo di Khosrcv Pervia re di
Persia, di color fulvo, Bayardo, nome del cavallo d' Orlando. Chiaramonte, nome
d'un cavallo in Pulci (Morg. Magg.) Miri animali clte 1 cammelli ricevono pure
nomi propri, cosi : Sciutur Uamze y^a. yjt, (ar.), e il cammello del cavaliere
arabo ilamze, nome ricevuto del suo padrone. ricevuto da quello Al Anitra, che
ha l' estremità delle orecchie r Asbà Lyàe, mutilata, troncata. Al Gjadha,
corla orecchia. iVomi proprii di muli. Doldol o Daldal, nome della mula
regalala da Makawkas signor di Egitto a Maometto = tre- molo (I). (1) Gagnicr,
Vie d. Mabom. I II, p. 38, 73. — 242 — d'allra di \omi proprii d' osini
Svetonio narra cT Augusto che poco prima della battaglia d' Azio ha incontrato
un uomo che conduceva un asino, ed avendo domandato a quel- F uomo il nome
dell' asino, seppe che chiamavasi IVtxóX»o« ; dal che anzi trasse ottimo
augurio jht la prossima Attaglia, perchè NtxoXaos vuol dire t>incttor« del
popolo. iafur nome dell' asino che montava Maometto = bravo, ardito, capriuolo.
Osni'r,nomc di un altro asino di Maometto = rhe si rivolge nella polvere.
JKafar> nome d' un asino che Maometto do- nò a Farwa Gjodhamila luogotenente
d' Eraclio — nato di capra o capriuolo. I cani che servono nel Ramtschalka a
tirare le slitte hanno lutti un nome proprio. Questo nome viene imposto al cane
per lo più dal colore del suo pelo o da qualche altra qualità : questo nome
spe- ciale per ognuno e necessario in quanto che tutto il regime di tali cani
sotlo le slitte si fa senza briglie e senza sferza, soltanto colla voce (I).
Gli animali interessanti per varie altre ma- niere di servigio ricevono quindi
nomi proprii. Cosi i cani dei cacciatori nella mitologia sono frequenti; p. e.
TXaxxwp Hylactor, nome d'un ca- ne d' Atteone, ed TXa£ xo;, Hytat, e M»X*|mto$,
I buoi dei villici che loro servono nelle ope- re d'agricoltura hanno ciascuno
un nome pro- prio. Trovansi nei libri degli Orientali i nomi di qualche toro e
di qualche vacca, p. e. : Se iu turbe nome di un loro celebre nel libro Kclilé
un Diurne. Fcrmaìum ^{jty, nome della varca che nutriva col suo latte il re di
Persia Feridun quan- d' era costretto a nascondersi nelle loresle per is-
fuggire alla collera di Zohak. P- I) Galleria Univ.. Venezia, ediz. Anlonelli,
t. I, Nelle leggende braminichc trovausi proprii applicati alle scimie, p. e.:
Uanumànx (sanscrito), nome d'uno seimiotto che comparisce nei Yedam compagno
del dio Ha* ma, quando ha espugualo l' isola Sinhaladipa o Lanca, che noi
diciamo Cevian. Tale seimiotto ha pure un altro nome, cioè Morula o 31aruli, da
Munii (vento). f oli ó Bali (sanscrito), nome dello seimiot- to che
accompagnava Rama (1). Stiambum (sanscrito), nome d'una scimia che couduceva lo
seimiotto Sugriva (2). Shukrica oSukriva (sanscrito), nome d'altro seimiotto
servo del dio Rama (5). Nella mitologia comparisce la capra che al- lattò Giove
col nome proprio di Amaltca. Vittor Hugo couscio della natura fa eh' Es-
meralda avesse dato un nome proprio alla sua ca- pra, cioè Giali (4). I pesci
allevali nel lago, presso il tempio della Dea Atei-gali in lerapoli, avevano
nomi pro- pri. Luciano dice che quando si chiamavano coi loro nomi rispondevano
all'invilo (5). Salomone diede un nome proprio alle due colonne che eresse nel
portico del tempio: la de- stra chiamolla lochine la sinistra t^3 Bonli- ùz che
la Vulgata pronuncia Booz (G). Gli oggetti d' uso frequente e che hanno bi-
soguo d' essere indicali socialmente, ricevettero pure nomi proprii: cosi le
armi dei guerrieri, per esempio : Kharmihr yyjtps* nome persiano della spa- da
di Salomone (7 ). Sorniani f»Lo«je (arabo), sciabla d' un eroe arabo. Ztdfaqar
o sulfiqar ^UàJIjÌ , nojiic della (1) Vyacarana, pag. 290. hi) Vyacarana, pag.
'21)5. (3) Vyacarana, p.ig. '298. (4) Nolre Dame do Paris. Giali in turco
JL> vuol dire polito, lucente, cliiaro JL». sfrontato, im- pudente, osceno.
(5) Lucian. d. Dea Svria. (0) Reg. Ili, Vulgata,' I. Re, Te*lo ebraico, c. VII,
v. St. (7) Bianchi et Kieflcr, Dici. Ture, t. 1, p. 492. Digitized by Google —
243 — sciabla d'Ali, genero di Maometto ; \uol dire si- gnore della vittoria
(i). .Sawdam, nome d' una spada d' Ali. Nomi di Ire spade trovate nel tesoro
dell' idolo Al Patos, distrutto do maometto. Al Itesub, la tagliente. Ài
Mokhaszem, la [wnctrante. Al fammi, la destra. Aorni delle spade di Maometto.
Mabur acuta, pungente. Al Adliab, la puntuta. Àoloi'fe, ebbe nome dalla città
di Kola pres- so Holwan in Assiria celebre per la tempra delle spade. Al
Batlar, la tagliente. Al Ila fi, la rovina o la morte. Al Mehdham, la ben
affilata. Al Kadhib, la delicata. Samsamab, nome della spada di Arun al Ra-
scid. Era un' arma di fama slorica e favolosa (2). Snertir, nome della spada di
Bjarkc nei poe- mi danesi (3). Durendal JS, occhio di bue. Guiavciesrmé
««-i^K., occhio di bue. Aomi proprii delle picche di Maometto. Buidha, bianca.
Al Al, manovella. Al A'oAo, germoglio d'albero. Hasr, verga. Mamsnak, minuta,
delicata. OrtjfiiiH, stelo di palma. Aomi propii d'altri oggetti d'armatura.
Archi di Maometto. COftÌFW^ SolllJo* Faretre di Maometto. Càsur, siliqua o
inviluppo di fiori. Al Gjama, collezione, raccolta. Scudi di Maometto. Al
Zaluk, respingente. Al Rasiti, fermo. Al Fatuk, brillante. Corasse di Maometto
Dhat ol Fodhùl, eccellente. Dhat ol wescia, doppia, munita di baltco. Dhat ol
hawasci, ornala di frangia Al Betrà, interrotta. Al Khernak, il labrctto. Al
Sàadia, la Saaditc (1). Faddha, argentea. Uno dei suoi elmi chiamavasi : Al
Mawascià, fascia. La sua bandiera dicevasi Okab, aquila nera. (I) Le leggende
musulmane dicono ch'era la coraaa che aveva indosso David quando uccise
Goiialh. Digitized by Google - 2U - Altri oggetti d'iuo fnquaUe tbbero un nome
proprio, p. e.: Thaqiis ^JJllo ( pers. ), cosi chiamasi il Irono di Salomone.
Qanqal JjfcS, nome della corona di Cosroe re di Persia (in arabo vuol dire
grande misura di grnno). ÀI Sahab, nome del turbante di Maometto. «Sordo», nome
della tonaca di Maometto (vuol dire di seta). ìlattalam (sanse), nome del
timpano d'un re della Coccincina (1). Neil' applicazione dei nomi alle cose si
deve avvertire che siccome fu l'interesse dell'uomo rhe ne diede 1'
opportunità, così il numero dei nomi non è parallelo al numero delle cose, nè
in rapporto della loro entità oggettiva, onde la no- menclatura devesi
considerare come un registro delle speciali ricordanze dell' uomo, e non come
un catalogo delle parli dell'universo, p. e. i gior- ni della settimana sono
certo per loro stessi u- guali, ma nella lingua ebraica \cdcsi che il pri- mo
nominato fu il giorno che si festeggiava. Gli Ebrei chiamano perciò il veuerdi
vespero, o sera del sabato 3*1^ ; cosi i Tedeschi chiama- no ora il sabato sera
della domenica Sonnabend. Cosi i giorni dopo il sabato, chiamatisi in ebraico
primo del sabato, secondo del sabato, ce. (2). La cosa più interessante, F idea
principale ottiene essa prima un segno, in seguito il resto si nomina in
relazione a quella. Osservisi che lo stesso numero dei giorni che costituiscono
la settimana fu fissato dietro P accorgimento della ricorrenza del giorno di
ripo- so e di festa H^V Sciabùd, cessazione, riposo, sabato e poi settimana :
dal qual fatto deUa con- dizione settenaria dei giorni, si trasportò il nome
per analogia a qualunque generica condizione settenaria, cioè si nominò il
numero tette fiaxw sebat (ar.), taptan (sanscr.), d' ónde ttptem (lai.), I)
Vyacarana. pag. 239. Lainy, Apparalus Biblicus. p. 107. o nelle lingue derivate
dal latino c nelle lingue teutoniche sibtum (Isidor.), tibta (Kero, Ulphilas),
tibini sibbu (Oltf'ried), nieben (ted attuale), teofen (a. sass.), uven
(ingl.), teven (b. sass.), sju (sve- dese,) ce. Nè credo che lo stesso y?^
scievónh (ebr.), derivi da radice diversa da fi2W nel suo significato di sabato
e di -settimana, quantunque deviato nella forma per passaggio tra vani dia-
letti. Anche il persiana u*ij6 hefì ed il greco i- nxé sette, sono varianti
della stessa radice (1) Per questa condizione essenziale della no- menclatura,
di riferirsi cioè sempre alla soggetti- vità dell' individuo loquentc anzi che
all' essenza assoluta degli oggetti considerali, ottennero no- me in principio
e a preferenza della realtà delle cose le nozioni anche impure e false quali tu
li' i- gnoranza, nel terrore, ncll' impazienza di esame poterono occupare i
vacui intelletti : sicché nel primo strato lessico delle lingue (rotatisi
parole inutili e locuzioni che riescono mostruose, se si riducano alla loro
etimologica ragione ora che si hanno idee differenti da quelle dell' uomo igno-
rante. Dopo, rettificandosi le nozioni delle cose, quelle stesse espressioni,
che in origine si riferiva- no a giudizii Tallaci di menti allucinate, si
presta- rono ad indicare le idee di mano in mano più a- dcquale, onde per chi
non investiga l' etimologia il linguaggio in uso nulla ha di strano, che col-
pisca pel contrasto delle allusioni antiche col ser- vigio mnemonico attuale.
Nella prima età linguistica poche erano le cose di reale interesse per P uomo e
quindi il di- zionario primitivo è assai povero. Poche parti del- lo slesso
corpo umano ebbero tosto un uonie. In alcune lingue viventi restano ancora
senza nome alcune membra tra le principali, p. es. in illirico la parola Aoga
che vuol dire piede, serve vaga- mente a rappresentare tutto I' arto inferiore
e specialmente la gamba (2). (1} Vedremo nei ragguagli eufonici che I' s ini-
zialo andò perduto in greco. (-1) Giurini, Urainm. lllir.-lalina. Digitized by
Google Anche in tedesco Bein significò in origine jamba ed osso, i quali due ultimi
sensi conservaronsi alla parola anche oggidì. In danese Benet (che corrisponde
a Bein led.), vuol dire ancora piede (l) : barbenet (dan.) vuol dire scal- zo,
corrisponde alla parola barfius (led.). Iu tedesco pure Fuss si usò non solo
per in- dicare il piede ma anche la gamba, ed ora tal asi in tedesco volgare
promiscuamente per piede come per gamba. La faringe con- foitdevasi comunemente
in greco colla laringe. Aristofane nel coro delle rane la nomina siccome il
canale della voce (2) Iu illirico la stessa parola vuol dire nervo e vena
Scilla. la persiano la stessa parola vuol dire pala- to e cervello dimagh Cosi
da n£Ky*u/à labbro, recesi tciefol giudizio, e )3$VD ^ciofèt giudice, (7096;
(gr. ), sapiente; men- tre in latiuo derivò sapio aver gusto, dar gu- sto al
palato ed aver scienza, intelligenza. Per- ciò nella cosmogonia degl'Indiani si
dice che i bramini (che souo i sapieuti, quelli che custodi- scono la scienza)
derivano dalla bocca di Brama. L'uomo fassi accorto delle parli delle qua- li è
costituito quando queste sono iu uno stato di sensibilità eccedente
l'equilibrio del senso comune. Le persone rozze per avvertire che hanno male
nel tale 0 tal sito dicono mi sento quella parte p cs. ini sen«o la gamba, il
braccio, ec. ec, ed è già rico- nosciuto dai fisiologi che la sensazione d' un
tal dato punto del nostro organismo (alta per se sen- za la spontanea
attenzione del centro, che avver- te la cenestesi della sua esistenza, è
indizio d'un bisogno relativo a quel punto. Gl'inguiui ebbero nome in greco da
un lat- to morboso, cioè dalla gonfiezza di quella regione p»£wv, tumore presso
gì' iuguiui, p«0wv inguine. Forse in origine tale gonfiezza mirata si fu P cr-
ii) Adclung, Diz. in voce Panto/fel. (2) 'AUot fit'v xixpat£d|U&« y's «S7cv
ij x3j4 xos* (B«T P »ii3« i n principio). - 245 - nia, per cui si paragonò alla
regione scrotale del bue (££), come iu anatomia patologica dicesi cor bovinum
cuore di bue, un cuore di enorme vo- lume. Il nome del bue (£») usavasi in
greco come particella amplificativa. Certo egli è che P«0wv v oleva dire
iulumescenza, perchè da que- sto si fece iso^'ovi ito essere goufii, come in
Aristo- fane « uro tcJv •• . - •« y s P T f3t»£wvicJ » dalle fatiche ne ho
gonfie le reni. Inguini pertanto in origine volevano dire iu greco quei sili
dove viene l'ernia. La stessa propria esistenza non viene con- siderata dall'
nomo ; egli se ne la accorto per la sensazione d'un forte bisogno rome del cibo
mani- festalo dalla fame. Bhu (sanscr.), esistere, nascere, Bhuj mangiare,
sani, es, est, esse (lat.), mangio, mangi, mangia, mangiare, sono, sei, è,
essere : la radicale stessa essai (U'd.), mangiare, è i- deutica con quella che
in varie flessioni vuol din- essere, cosi issi (led.), mangia, ist è: eaài'y
(gr.), mangio appartiene allo slesso tema del quale è i3f, fare, agire, è verbo
ausiliare usato dai Turchi ovv iamente in ispcrie unendolo ai participi] arabi.
Molte parli del corpo umano ol tennero no- menclatura dopo che l'avevano varii
oggetti dal corpo umano indipendenti. Molle di tali parti pre- sero il nome che
avevano certi animali, p. e. per qualche manifestazione prevalente d'istinto
avver- tila tra quell'animale e le funzioni di (ali parti, co- ti) Vico,
Scienza Nuova, lì, 140, L II, Fisica poetico. Digitized by Google - 246 - si la
laringe organo vocale ebbe nome in turco dallo stornello, volatile che unita
qualunque voce, bughurtlaq, yjtejèji, stornello, laringe. Per la stessa ragione
il pene chiajnossi in illiriro col no- me del gallo di cui è prou-rbiale P
istinto salace. Kokol — gallo, pene. Altra >olte la cessione del nome delle
cose esterne alle parli del corpo umano successe per analogia di forme. Il nome
arabo dell' oca, ^, Qusz passò in italiano al |>eiie. Forse fu paragona- to
al collo di quella. Quest'analogia fu sentita an- che dai Latini : perciò l'oca
era sacra a Priapo os- sia Mutino, onde luilrivansi le oche nei tempii di
alcune città d'Italia e giravano immuni per le con- trade in ossequio di lui «
occidisti anserei» omni- bus malronis acccplissiinum » (I). L'oca cesse da capo
il suo nome a tal parte nel linguaggio scurrile furbesco (dial. veneti)
dandogli desinenza maschile. Il nome generico dei volatili si trasportò pu- re
a tal parte : cosi scurrilmente in italiano e io qualche dialetto tedesco. In
greco prese il nome dai rettili 't-pr.ov, che in Ialino è ferpa. In latino pure
ed in greco prese il nome del- la coda degli animali; cosi pure in tedesco. K x
. (gr.), Feni* (lat.) » penem antiqui codam voca- bant » (2) e Lauda (lat.) ■
tcslcs caudamque sa- laccm » (3) tropo riprodotto nello siile scurrile di
qualche dialetto, p. e. nel \cueto e nell'austria- co (4). In greco ed in
latino gli si appropriò il nome del cavolo KauXa?; Co/i* (laL) 6 una variante
po- steriore di Cuule». Forse la Irasc italiana un cavolo che si dice per
eufemismo evitando la parola di si- mile uso triviale scurrile per negativa
inurbana, ol- tre la sua origine per opportunità di somiglianza i- nizialc
fonetica, ha un'allusione al rapporto di for- ma tra il caule del cavolo e
Tasta virile. Altri prodotti vegetabili cedettero il loro no- me alle parti
variamente considerate del corpo u- (I) Poh-.™. Silyricon , verso il fino poco
prima dei disiici ■ (Juisquis liabet nuramos » ecc. (2] Ciò, EpisL ad Paelum-,
L IX e Fcslus. (3) HoraL, Sermon. (4) La Coa, der Schwanx. Il fruito della
quercia BaXavsj, Gian», ser- vi ad indicare l'estremità della verga, ed il
fruito del fico sen i a nome delle parti sessuali muliebri. Il testicolo
ricevette in varie lingue il nome dell'uovo. In persiano KhaU ^U., uovo e testi-
colo : in illirico laja, uovo; laje, testicoli. Anche in tedesco i testicoli
chiamami Eijtr, uova (tv L'avola ebbe nome dal granello d'uva Z-ra?*/- Xtj
(gr.), Uvula (lat.), Uvola (il.), donde Ugola: anche in francese dall'antico Ut
(uva) fecesi il di- minutivo Uette coli' articolo VUette, per ultimo Luette, la
Lueffe, perchè si sconobbe che 1 iniziale era l'articolo (2). La pipita
chiamasi in portoghese Espiga, (spica). Le masse carnose distinte in varie
forme in ispccialc disposizione nelle regioni del corpo uma- no ebbero nome dal
sorcio. Mutcului (lat.) pic- colo sorcio e muscolo : cosi in greco Muwv , mi q^
scolo e il diminutivo di Mu«, sorcio; in turco ed in arabo ^Li, Fot, sorcio e
muscolo. Calepino nel dizionario ottolinguc traduce in francese la parola
lacerttu, braccio (parte su- pcriore espressa dal muscolo bicipite e deltoide),
la souris du bras. Nei dialetti veneti il muscolo dicesi pasetto, (pescetto)
Osservisi che in turco Far, sorcio, muscolo è anche nome d'un pesce. Pestello
(dial. vcn.) dicesi più specialmente il muscolo bicipite. Egli è uuo dei più
pronunciati nell'azione, dì cui l'uso è frequentissimo ed in silo evidente ;
probabilmente fu tra i primi a fare avvertire l'esi- stenza della compage
muscolare. In latino laceriti* è una specie di pesce e lacertu* è appunto
quella parte del braccio di cui gran tratto è occupata da) bicipite. In arabo
Firan ^f*à, plurale di Feer sorcio, vuol dire anche i due bracci della
bilancia. Sembra quindi che anche presso gli Arabi la no- zione del muscolo
siasi prodotta dall'apparenza delle forme del braccio e forse dal bicipite. (1)
Cosi si nominano nella Induzioni: tedesca del Trattalo sulla Gem-raz. di
Vcndle, Lipsia 1711. (2) Queste deformazioni dello parole vengono studiale nel
lì voi. di quest'opera. Digitized by Google - 217 - Iu turco il dito mignolo
ebbe il nome del co- g& Kialur, (I) colombo, dito mignolo. Il callo dei
piedi fu detto occhio di gallinn in turco Tattq gutuzi, ^ b gal- lina.
Guetiz^yf occhio). Iu tedesco fu deito simil- mente occhio di gallo
Hithnerauge. Il nome assoluto dell'umano individuo consi- deralo nelle varie
sue eia lu applicalo di nuovo ad indicare date parti del corpo. Il podice si
disse iu Ialino anus paragonan- dolo per le sue rughe ad mia vecchia. Mani
(sanscr.), fanciullo: con tal nome indi- casi pure il pene: così nei dialetti
veneti con simi- le tropo chiamasi col diminutivo di bimbo, (2) ed in tedesco
anche Puppe (bambolo, fantoccio). La pupilla dell'occhio ebbe nome dalla figu-
ra dell'uomo che vi si sjwcchin guardandola, cioè la piccola immagine che
riproduce quegli che lo guarda. La pupilla dicesi perciò in persiano Jtier-
dumek. tìLe^j* uomaccino dell' occhio, più preci- sameli le ancora Merdum
cietem, pùyt e Merdumeguicieacm, ^Aa» JU^a» uomaccino dell* occhio. In ebraico
lscion, yZ"H diminutivo di 'CS Isc, uomo (5) (corrisponderebbe ad
uomaccino). vuol dire pupilla. In arabo fante, jjL-Jl uomo (corrisponden- de
elimologicameulc alfebraico heiun) lanlo l'uo- mo come la donna, e Intuii ul
ain yjavjJ! ^jL—of (uomo dell'occhio^ dicesi la pupilla. Siccome l'immagiue
dell'uomo che si riflette nella pupilla guardandovi entro riesce molto pic-
cola, cosi, come la si appellò col nome dell'uomo in diminutivo, le si diede il
nome pure di fanciul- lo e di fanciulla. Sabi, ^ (turco) fanciullo, minore,
pupil- lo, ragazzo V ^**J1 (5 *ao tabi ul ain, piccola figu- ra, l'uomo die si
nllette nella pupilla della per- sona posta in faccia di noi. (1) Pronuncia il
e come se vi seguisse un e od un i, cioè e italiano, come «Vi, e' è ec. l'i)
Che pareva un fornirli bello e fascialo (Ba- locchi Gitidilla). ("")
Belluno., Grillini. Hebr., p. 61. Kiak Jb' (turco), fanciullo, pupilla dell' 00
chio. Pupula (lai.), ragazza e pupilla dell'occhio. Pupilla (lai.), ragazza e
pupilla dell'occhio, d'onde pupilla (it.), pupila (sp), e pupille fr.) In greco
Ks'pa, fanciulla, e pupilla dell'oc- chio. In ispagnuolo Mita, fanciulla e
pupilla del- l'occhio. In portoghese Menino, fanciulla e pupilli dell'occhio
(Menina dos olhos). ÌNel dialetto veneto chiamasi pattina (fanciulla) la
pupilla. In ebraico chiamasi babà ed in tur- T T co beoclr, JLo che è la forma
diminutiva di babà. Questo suono automalico babà occupò primitiva- mente il
significato di fanciullo iu varie lingue: ab- biamo veduto Itaba (ungh.), babe
(ingl), e babia in siriaco eh' e un dialetto consanguineo deli' e- braico.
Finalmente la slessa parola J"l"f! bad (cbr.), che vuol dire figlia
vuol dire pure pupilla (I). Alcune parti ebbero un nome piuttosto ne- gativo
anzi che definitivo, o dedotto per confronto, p.c. in greco il venire in genere
chiamasi listata che vuol dire, cosa cava, vuota, cosi pure dice- si Ktvi'wv,
WV05, da xìvo's, vuoto, vacuo. An- che nel dialetto veneto la regione lombare e
la in- feriore laterale ira le coste e gl'ilii chiamaci ro- do (vuoto). Tali
denominazioni riferiscousi all'idea di cedevolezza, alla mancanza di resistenza
di quel- la regione: sono l' effetto di uu conlrouto con le nozioni positive di
olire parti che oppongono una resistenza. Il nome degl'intestini iu varie
lingue rappresenta tull'allro che la nozione della loro natura e dei loro
ufficii. Attirati Antaran (sanscr.), E*vTipov(gr.),d*ou- dc Fenler (lai.),
lnt$ilinum (lai.), Entratila (Ir.), Interiori non indicano se non la condizione
di es- sere enlro. Ne il senso comune (xotv»iff5r)?t?) dell' no- li) Vedremo
più innanzi come figlio, a, e fan- ciullo, a ri-scano sinonimi. Digitized by
Google - 248 - ino volgare è cosi attento da segnargli precisa- mente l'atrio
per dove gli arrivano le sensazioni e le percezioni. Perciò rimangono ancora
promi- scue alcune voci ed espressioni per varii sensorii ed organi come in
greco òzaa, voce, òaat, occhi, ity ìr.ot, voce,canlo,c cty òtto?, occhio,
"tty «iliafi, occhio volto. In arabo ed in turco rin, vculo ed odo- re,
l'uno si riferisce al tatto universale, l'altro al- l' olfatto. In ebraico
derivano dalla slessa radice ("fl") riiach, vento e flH réach, odore,
'Offa (gr,), ho odorato, ed 'ÙViì cauto, che è fenomeno prodotto dall'aria,
ù£o>, esclamo, ò£a>, ho odore. ÌSel dialetto di Svevia il verbo schmecken
ser- ve pei due sensi del gusto e dell'odorato, e vuol di- re gustare e
fiutare; onde v'ha il proverbio tedesco. « Schwabcu habcn nur vier Sinne» (gli
Svcvi han- no solo quattro sensi) (i). La promiscuità d' espressione per le
perti- nenze ai sensi della vista e dell' udito dura an- che nelle lingue
odierne e succede lutto giorno il trasporto del valore primitivo d'una parola,
che si riferiva ad un dato sensorio, per un altro di- verso. Bello si riferisce
alla facoltà visiva, eppure si dice 5e//a voce, bella musica. Dicesi co/ore di
voce ed anche voci bianche. Sourd (fi*.), sourde. si riferisce all'udito, ma
pure si dice lanterne sourde per dire cieca. Mulo è parola indicante un
rapporto negati- \o alla voce, eppure diecsi d'ogni luce muto. E i Francesi
dicono vers 6/cjnr*, cioè versi bianchi, i versi sciolti, non rimati. V edesi
da ta- le espressione che gli accordi armonici di runa, cioè riferibili al
scuso dell'udito, furono parago- nali ai colori; mentre la loro privazione per
con- trap]>oslo alla varietà indotta* dai colorì fu para- gonala alla
uniformità della bianchezza. Partili da questi latti avvertiamo di non se- fi)
Adelung, Diz. in voce Schmecken e Bitu- ma». Tydsk-dansk Parleur, p. 225.
gregare le parole d' identico suono che trovansi ora nelle diverse lingue
rappresentare in una i rapporti d'un sensorio ed in un'altra i rapporti di un
altro., p. e. Olir (tcd.), orecchio. Orr (ungh.), naso. Ozen Jtf (ebr.),
orecchio. "0£etv (gr.), odorare. Fiihlen (ted.), sentire universale,
riferibile al tallo ed alla cenestesi, d'onde GefShl. Fui (ungh.), orecchio.
Cosi in varie lingue il verbo die corrispon- de all'italiano sentir? serve
tanto pel senso del- l'udito come per la sensibilità generale. Cosi iu illirico
Gl'ili, udire, sentire. In italiano appunto *en/i"rc = ascoltare, udire e
provare una sensazio- ne qualunque (1). In italiano pure lo stesso verbo
intendere il cui primo significato ero prestare at- tenzione (in tendo, tener
teso l'orecchio, la niente) quindi si riferiva al senso uditivo (percepire i
suouij ed al senso mentale dell'intelligenza, passò ad indicare il sentire
della v ita propria, come p. e. il dolore, la gioia ce. Trovasi in tal
significato p. e. in Monti. In quest'uso rimase presso gli Ebrei del Ve- neto.
È ovvio di udirli dire mi intendo una tal sensazione p. es. nel tal sito del
corpo. Da atw (gr.), ed aTa&w ascolto, odo, deriva ai'aàr.-rò?, sensibile,
Ais&ijsis senso, Ata&rjii* seusazioue iu genere ed auSa'vojMu sentire,
pro- vare sensazioni (di qualunque genere). (I) Sentire in italiano, olire che
vale preso as- solutamente per la sensibilità di cenestesi, serve ad indicare
il fungere di ogni organo dei se il visivo; cosi si può dire: ( suono sento un
lg"»lo, sapore ( odore ( tocco per ognuna delle quali maniere di senso
uopo usare un verbo a parte in inglese: feel pel senso del tallo Arar *
dell'udito meli > dell'odoralo toste » del gaslo. Ecco un esempio dal quale
appare che le lingue non sono parallele, perchè qui per tradurre la capacità di
significali di una parola , ne occorrono quattro di- verse a norma della
circoslanra. « Digitized by Google Per la stessa indeterminazione antica dei
sensi le varie parti del corpo potevano avere un nome promiscuo. In ebraico la
stessa parola Coph C|3 palina della mano, si adopera anche per in- dicare la
pianta del piede. Caph C|3, Réghel ?£l (del piede). Perciò io non escludo la
parentela tra paro- le di cgual suono che in una lingua vogliono dire mano ed
in un* altra piede, p. cs. : Kak (Caucaso Kaszi Kumuk), mano. Kakh (Bornco),
piede. Kaki (Molucche, Temati, Sumatra), piede. Cachi (Perù), piede. Pai
(litico), mano. Pad (sauscr.), piede. Luì.) (celtico), mano (1). Lab (ungh.),
piede. Aa^w ( gr. ), prendere sembra propinquo di Lab (celtico), mano. Nello
stesso rapporto in coi trovasi copio (lai.), prendere con Cp cop (ebr ) . palma
della mano. In ungherese A\ak vuol dire labbro. In turco A'iaq piede. Leb wJ
(pers.), labbro. Kake (Orenoco., Ama/,, l'arcui), bocca. Kak, Kakh, Kaki, piede
nelle lingue sovra ci- tate. Di più anzi oltre quest* applicazione della stessa
voce a nomenclatura di cose differenti (qualunque sieno i vicendevoli rapporti
di tali co- se in riguardo all'uomo che le ricorda) trovasi la stessa voce
applicata a significati contrarli ed op- posti, p: cs. Chalt come si scrive da
Itero, kalt (ted), i-M (ingl.), freddo, mentre in latino cali- dui, caldai,
caldo. Questa opposizione di scusi nel- la pai ola medesima che ora si trova
con un senso nel ceppo latino, e con V altro del tutto opposto nel ceppo teutonico,
deriva da ciò clic in origine la parola indicava ima sensazione ingrata in ge-
nere, aveva un significato soggettivo, riferivasi al soggetto, all'individuo :
di questa famiglia è V»H (1) C. Gobelin. VOL. I. ridi (ebr.), dolore, ftò7e (b.
sassone), dolore, killen dolere fortemente e kilt (ingl.), uccidere (i), Qual (
te e Orazio Sai. I. Lib. 11. «majorum ne quis amicus Frigort te feriat». (2)
Humboldt, Kawi I, 240. (3) Adelung, Diz. in voce Elend. 32 Digitized by Google
- 250 - pes, la volpe, //'ftp (b. sassone), ff'elp (antico te- desco) (I),
tf'elp (olond.), Uwaìp (sved.), /f mlpr (islam!.), un cane gioviue,
catello,//'o/f (led.), lupo, Whtlp (ingl.), cauc Rovine, catello e lupo, ff'ulf
(b. sass. e angl. sass.), H'olf (sved.), ff'otwa (in Nolker), e ÌV\i\fs (io
Ulfila), lupo, ffulp (oland.), piccolo leone. In latino fMpus, il lupo. Loufo
(Linguadoca), Loro (dial. veneti), Lobo (sp. e pori.), Lubba (island.), cane.
Lobbe in Annover dicesi una specie di cane colla bocca |>endente (2). In
dauese Db (lupo), in is\cdcsc 1% in is- landese f/l/r, lupo. Queste forme
sembrano unire la maniera delle lingue latine Luput, lovo, lofn, lupo, con V
altra delle lingue teutoniche do*^ e precede il w, J/'alf, ffolf, ec. Lòm
(tcd.), leone, in varii scrittori della Germania superiore Labe, f.iib, Leob,
in Strvker Lebc. Love in danese, Lem in boemo, N*3^> Lawl in ebraico.
Ai>xs{ (gr.), il lupo (pronuncia Lucum), Ullk (in albanese), Lauke (b.
sass.), il lupo (3). Si vede die lutti questi nomi sono modifica- zioni d' una
sola radice: eppure applicati a quat- tro specie d'animali diversi, cioè al
lupo, al cane, alla volpe ed al leone, senza costanza di una (or- ina a
nomeuclatura d' una delle specie. Vsrà in sanscrito vuol dire vacca. Uftttt in
Ialino, orso. Micali dice eh' è parola itone in inglese, cavallo. Carnai ^pj
(ebr.), cammello. KapaUs? (gr.) e k*£aUTj, cavallo. Cabali»» (lai.), cn\allo.
(I) Schenkii. OiKcrvationes medica* nriores. Storia d' Iseuiberto colile di
Allori" e del parto di sua moglie Irimnlruda. tìj Ad Si può osservare a
proponilo della pn.m:- sci» La del nome del Icone con quello del lupo, che la
pianta AuxoTUp^txsj, cioè Pertico iti lupo, dicesi in inglese lAira/ijile, dove
la Milana prima Lov e di una lumia analoga a lineile eli ■ in tante lingue t-u-
looiche vogliono dire leone. Cuul (tcd.), eavallo. Adclung dice che Gaul sembra
essere stalo un nome comune a molti animali grandi. In Schwa- benspicgel Ur
gaul chiamasi il verro ( I ). Sus DVD (ebr.), cavallo. Sus (lat.), 2ó« (gr.),
porco. Kulhc, Kalh k» «k> (or.), ^dtf' Aedi (turco), gatto, A«/le (b.
sass.), Cut (angl. sass., ingl., dan.), Aat (poi.), Kole (russo), Catus (lat.),
gatto, intuì,/*, forma diminutiva di caliti, si usa per significare un cane
piccolo (2) oltre i piccoli in genere di ogni auimale fuorché de- gli uccelli.
Chadul Vin (ebr.), gatto. CW6 (Nolker e Willeram), An/6 (led. odierno),
vitello. Calev (ebr.), 373 cane (pronunciasi ora calci*, ora chelev). r«Xrj
(gr.), gatto e donnola. Hircus (lat.), capro. Hindi (led.), cervo, ioroc; (ili.),
cervo. Àriiè nn» (ebr.), leone. Aria (lat.), inoutoue. Uammel (ar.), montone,
J*» (3). Hummel (ted.), castrato. Kar.pst (gr.) vuol dire cinghiale e porco
selvaggio, clic in latino diecsi Aper. Anche nelle Tavole Eugubine Capra, verro
(4). Caper (lai.), capmm (accus.), che corrispon- de nella forma a KaVpov
(gr.), e ancor meglio capro (dal), affatto uguale al dativo greco kz- TTfHk),
vuol dire 1' ariete selvaggio, .\clla tavola Eugubina V. riportata nel Saggio
Etrusco del Lanzi, trovasi Z3Qlf\M ebe il Lanzi leg- ge Kapre ( 5 ) ( veramente
Kaprex) e poi V -f* 3 rj SZ. V G"1 prnseltcln, ch'egli fa corri- ti) Diz.
in voce Gaul. ("1) Cellula* secuin ducens venalicos. alquc saga- ces
{Apulejns). (3) Forse è un'omofonia accidentale ; dappoiché Adelung deriva
Hammel da llammen, castrare, mu- tilare. (4) Lanzi, t III, p. G3C, 038, 640.
(5) Lanzi, 0. C, l. Ili, p. GÓ'J. Digitized by Google - 251 spoudere a
«popa-rov, nome generico di bestiame (ma più d* ordinario usasi delle pecore).
Qui sem- brami pertanto che nella tavola Eugubina citata sta dubbio se la
parola Kapres voglia dire capro : o verro. Forse Kairpo?, caper, voleva dire il
ma- schio da razza di animali da greggia in genere. Usasi come aggettivo da
Esiodo, p. es. vuoi xa- v.poiai, ed iu Omero si nota questa condizione di
coprire au«Jv tici^iop» xa'itpsv (Odyss. XXIII, v. 278.). Far (ar.), toro (1).
Far o Par "|0 (ebr.), toro, bue. Phar e Phare (presso ÌVotker), Fané
(led.), bue di due anni. Fear (angl. sass.), bue. Faar (dan.), pecora. Far
(sved.), pecora. Fcru* (pers.), Icone. Fera (lai.), fiera, ♦tjp (eolico),
fiera. Par in alto tedesco un verro, detto anche Sau- par, in longobardo Pair.
Pereti T)Q (ebr.), mulo. Pere ÌT)Q (ebr.), asino selvaggio. Pard,
/'oonl(oland.),cavallo. Antica forma della parola, d'onde il tedesco attuale
Pferd. na'pJoj (gr.), fiera, beh a. Il Lupo, costellazione, chiamasi Pardus da-
gli Ebrei. Ferro (sp.), cane grande. Bar (ted.), orso. iJei'rn (caldeo), (2)
nome dell' elefante rimasto nel latino Barriti, il qual nome sarà stato por-
tato nel Lazio dai Cartaginesi, pei quali ven- ne in cognizione dei Sabini e
dei Romani. Gl'Indiani lo nominano ancora Baroe. Ber (polacco), ceno selvaggio.
Boar (ingl.). verro. F.her (ted.), verro. Bar Bare (angl. sass.), verro.
Berraco (sp.), verro. Bevralis porcus (b. lai.), e /'erre* (lai.), ferro (it.),
Ferrai (fr.). Bapa (gr.), bestiame. Bapetsv (gr.), pecora, /tarati (boemo),
agnello, ariete, toro. Borati (wcndo), agnello, ariete, toro. Bak (ili.), toro.
Bah (ungh.), montone, becco. Slude (dan.), becco, montone. Slute (in Opitz),
capra. Stutte (ted.), cavalla. Sloil (s\ed.), camallo. Steed (ingl.), cavallo.
Siedila (islam!.), cavallo. Stut (sved.), loro. Stvd (dan.), toro. Don 3T
(ebr.), orso. oVirewicd gobba dei cammelli. Da (turco), cammello. Au, 0«(led.),
radicale, da cui Asm (angl. sass.), c Au (ingl.) e l'odierno Etel (ted.), che
ne e la forma diminutiva, dinotava ogni grande a- nimale (1). Bitch (ingl.),
cagna. Biche (fr.), cerva. Hiudinn (ted.), verrebbe ad essere il femminile di
Uund (llùndiun) e invece vuol dire cerva. Pica (sanscrito), merlo. Pica (Ini.),
gazza. Questa promiscuità delle parole medesime in varie lingue applicate ad
animali diversi fa giudi- care, clie le parole riferite indicassero in origine
animali diversi fra ì quali esisteva qualche rappor- to sia tra loro naturale,
sia uff interesse dell'uo- mo e nella maniera di considerarli. Si avrà potuto
osservare le promiscuità di nomenclatura della volpe, del cane e del lupo le
cui specie da alcuni naturalisti si credettero appar- tenere ad un ceppo
comune. Cosi gli animali a corna come 1' ariete ed il cen o, la capra e il
cavriolo. (I) Adelung, Diz. in voce Bar. l'I) Adelung, Diz. in voce Bar. (I)
Adelung. Diz. in voce E*«l. Gli animali capaci di trasportare e portare come il
cammello, il cavallo ed il bue. Gli animali piccoli domestici come il cane ed
il gatto. Presso i Greci una sola parola indicava i piccoli nati delle fiere
Exujivos ed un' altra i nati delle domestiche SxuXa$. Gli animali che si
riportano alla caccia pas- sivamente od attivamente, come il cervo ed i cani,
Hund, cane, Bindinn, cerva, Bitch (ingl.), cagna, Biche (fr.) cerva. Gli
animali di proprietà analoghe, il merlo e la gazza. Gli animali grandi cosi
come ora Elein (fin- nico) e l'ungherese Àtllat che comprende qualun- que
animale grande, ed in antico le voci Bar, Farr e Au (1). Spesso un nome di dato
animale fu applicato ad un altro posteriormente per qualche maniera di analogia
o di associazione mentale. Cosi credesi che il nome greco e Ialino
dell'elefante "EXc9«« > £- lepha», sia derivato da quello del toro (in
fenicio) CjSs Alef Ekf. È cosa storica che i Romani chia- marono i primi
elefanti buoi (Boves lucani). Per la ragione medesima onde appare che la
nomenclatura successe in rapporto dell' interesse percettivo e mnemonico
dell'uomo, gli animali del- la medesima specie ebbero nomi diversi secondo
l'uso diverso che l'uomo ne faceva. Cosi la fem- mina del bue ebbe nomi affatto
distinti dal ma- schio. Baqar *)P3 (cbr.), bue IT » Para iTìQ (ebr.), vacca.
Bos (lai.) = bue, vacca, vacca. Foo (ili.) =r bue, Arava, vacca. Ochtj Hind
(Icd.) — bue, Kuh, vacca. 11 maschio poteva considerarsi pel lavoro ru- rale,
pel trasporto e per cibo presso varie nazioni. La vacca per il latte e per la
figliazione. La vacca per altro ebbe anche nomi comuni col bue: cosi in latino
trovasi Boa, ae (la vacca), femminile fatto da bos, bovis: in ebraico por
"lD (1) Adelung, Diz. in voce Forre. dicesi pure il bue, e mentre Orno è
il nome della vacca in antico tedesco, Notker chiama Chuoe i buoi (1). Quella
confusione che osservammo nella no- menclatura degli animali, avvenne pure per
altri oggetti. In sanscrito Fanam vuol dire tanto acquo come selva. In tedesco
Schwamm, tanto fungo come spugna. Quegli oggetti nei quali ora distinguiamo con
proprio nome varie parli, ebbero in origine un nome in complesso, il quale poi
trovasi in età po- steriore fissato in una lingua ad una delle sue par- li, in
un'altra ad altre, specialmente se si tratti di lingue dello stesso ceppo, cioè
che rimasero indi- vise per un maggiore spazio di tempo in confronto di certe
altre, p. e. ciò si può osservare tra il gre- co ed il Ialino. Hpt che in greco
vuol dire domani, è lo stes- so che litri (lat.), che vuol dire jeri. Questa
parola in un'epoca più antica doveva indicare vagamente un tempo fuori dell'
attuale. Forse l'idea stessa del futuro non era bene distin- ta da quella del
passato, come vedesi p. e. nei verbi ebraici dove le stesse forme valgono ora
per l'ut» tempo, ora per l'altro. Certo l'idea del futuro è posteriore, è un
riflesso più o meno probabile delle sensazioni ed è sempre l'effetto
d'un'analogia sentita fra molte esperienze ripetute: cosi avendo veduto che
dopo la noltc viene sempre il giorno, io dico e parlo del domani (che è un'idea
relativa alla mia percettività), eppure il domani potrebbe non essere : cioè
potrebbe mancare la mia percet- tività; e se avveuisse un improvviso turbamento
nella gravitazione potrebbero assolutamente man- care i rapporti fra il sole e
la terra e quindi il punto tellurico fissalo non esservi. Pertanto il si-
gnificato che conscrvossi nel latino neri è il pri- mitivo. PatSi* in greco
ramo, è la stessa parola del latino Badix, radice. I naturalisti trovarono che
i rami e le radici sono d'uguale struttura e rapaci di (I) Adelung, Diz in voce
Kuh. Digitized by Google - 253 - sostituirsi a vicenda. Arrovesciato un albero
sotter- rando i rami essi servono da radici, e viceversa le radici fanno da
rami, copronsi di foglie ee. (1). Ma questa cognizione non è già la causa della
promi- scuità del nome. L'etimologia riferisce l'idea di se- parare, rompendo
tali parti,dalla pianta, da rado (2) (Ja'offu: si riporta all' approfittarne
forse per far legna da fuoco o per altro uso. Questa fu l'oppor- tunità di
nomenclatura, anche con altre radicali : cosi xXctfoc (gr.), ramo, da xXaw
rompere, Zweig ( tal.) ramo, >iene da stoei due (cioè dividere, fare in due)
e zmeigen (cimbro Sette Comuni) vuol dire Granum (lat.) — grano, Grana forma
del no- minativo plurale: Grana in illirico vuol dire ramo. In origine tali
parole erano veri sinonimi che ricordavano un gruppo d'idee non bene distinte,
p. e. un vegetabile alto, ovvero da frutto, o da le- gna ; in seguito per gli
eventi, riuscendo di mag- gior interesse ricordare presso una tal data fami-
glia o popolazione una parte, p. e. il frutto, o la parte legnosa ce, rimase
quel nome a ricordare appunto questa parte; mentre presso un'altra so- cietà,
borgata ec. V uso di tal altra parte (p. e. trattandosi di piante diverse)
fissò a quest' altra parie l'appellazione. La nomenclatura in genere
rappresenta piut- tosto il registro delle nostre nozioni che l'es- senza reale
delle cose : perchè anzi l'essenza delle cose è per sè in una data maniera
ignota, ed mi tutto unico, che da noi viene considerato a norma delle
opportunità in tali aspetti quali sono le por- zioni di contatto colla nostra
percettività, e l'atten- zione che vi prestammo. Nello stato intellettuale
inferiore ed in una condizione sociale rozza, poche sono le idee chiare e
distinte, per cui indetermina- te sono pure le parole per le quali voglionsi
su- scitare, e d'altronde la complicazione dei rapporti di tali cose per una od
altra maniera fa estendere li) Millerpacher, Diz. di agricoltura. (2) Anche
Ramut deriva dalla stessa parola ra- do, lo ho tali falli di rapporti fonetici
e di storia di sviluppo grammalicalo .che ritengo sia la slessa pa- rola
radimus i. persona plur. pres. indie, di radere. Quando il lettore avrà veduto
il terzo, il quarto ed il quinto tomo di quest' opera sarà certo con me. ad altre
il nome che appartiene ad una ( I). In se- guito le distinzioni^ partizioni si
moltiplicarono ; perciò osserviamo ancora in qualche lingua clic alcune cose
mancano di propria denominazione ed hanno quella di altre la cui fissazione
accadde prima. Vìi Hi esempii ci porgono i nomi dei mesi presso varie nazioni.
In ebraico un mese, che viene a corrisponde- re a gran parte del nostro
Febbraio, chiamasi A- darTT?. II mese ehe gli sussegue chiamasi Feadàr
"TJN1 cioè e Adur un'altra volta Adar. t t: Così in arabo nell'era dei
Maomettani due mesi chiamansi collo stesso nome Giemadi o Giu- madi iSòUs*. o
Giemazi ^àL»., varianti di pro- nuncia della stessa parola. Per distìnguerli l*
uno diecsi Giemazi ul Ervel o Giemazi ul ulta -Si , jpif (Giemazi primo) che è
il quinto mese del- l'anno dell'Egira. L' altro dicesi Giemazi ul akhyr
(Giemazi fi- nale, od ultimo) o Giemazi ul l'irà bU» I nomi, che corrispondouo
ai nostri Novem- bre e Dicembre, hanno pure in arabo un nome co- mune, cioè
Rehi, che vengono ad essere il lerzo ed il quarto nel loro anno; Hebi vuol dire
pri- mavera. Anche qui il primo Rebi-ul-evecl Jjill gjj (Rebì primo o del
principio) e 1' altro Rebi ul akhyr (llcbt finale od ultimo). I Siri avevano
due mesi che si chiamavano Conun. Cosi pure gli Arabi chiamano con parola si-
mile Kianun o Kanun tanto il (2) Dicembre come il Gennaio, e il simile i
Turchi, Aianun evel \jy& Jjf (Kianun primo) = Dicembre Kianun toni ^U^tf
(Kianun finale) = Gennaio. (t) Locke osserva pure che nn nome distinto p»r ogni
ente non sarchhe per contribuire al progresso delle nostre cognizioni. Èsse
sono fondale, egli é vero, sulle esistenze particolari, ma non si estendono ch«
per concepimenti generali sulle cose ordinate perciò in certe specie e chiamate
con uno stosso nome. (2) Kianun o Kanun vuul dire — focolare, forno, ed è
un'allusione al hisogno di riscaldarsi in quella stagione. Digitized by Google
- 254 - 1 Siri avevano due altri mesi che diceva- no Thitri. Cosi pure gli
Arabi odierni ed i Turchi chia- mano Tuchrin, nome d'ugual ceppo con Titri
(sir.), Innlo il mese d'Otlohre che quello di Novem- bre, il primo lo chiamauo
Tuchrini ewel ^yus j£| , ( Tetchriu primo; V altro Teschrini xani a | (Tcschrin
secondo). Gli Anglo-Sassoni avexano due mesi chiama- ti Giuli: il primo lo
dicevano Giuli erra, cioè Giuli avanti, mi anleriore, e corrispondeva al no-
stro Dicembre : il secondo lo chiamavano Giuli afterra, cioè Giuli dopo, o
posteriore (1). Gli Anglo-Sassoni stessi chiamavano con e- gual nome altri due
mesi che corrispondono al nostro Giugno c Luglio. Dicevasi Luta (primo e
secondo?) (2). In ungherese Febbraio chiamasi Bòjt elò lluva, cioè di digiuno,
primo tncie, ed il Marzo chiamasi M'ijl mas Uura, cioè di digiuno, secondo
mcic. Vcdcsi in questi nomi che la quaresima fu l'idea principale che diede
occasione a nominare il tempo in cui essa cade. Queste ripetizioni dello slesso
nome a mesi diversi mostrano che vi fu una divisione dell'anno più semplice :
ed in vero si divideva ove in tre ove in quattro ove in otto parti ove in dieci
(3); gli Arabi p. e. dividevano la stagione calda in tre parli che dicevano 1 *
2." e 3." Ziemreh (i). In seguito suddividendosi il tempo annuo nel-
la dodccalomoria zodiacale importata a dirittura al popolo che non sapeva come
era succeduta, che non aveva assistilo allo sviluppo delle idee astro-
cronometriche svolle e fissate nel secreto della casla dotta sacerdotale, il
popolo fece servire gli slessi nomi ch'egli aveva in uso e che marcavano
divisioni di tempo più grossolane, anche quando gli s'impose un'altra dmsione
più equa e definita in maggior numero di parli. (Ij C. Cubetto, t. IV, p. 107.
ri) lied.. L Ite Gobelin, l. IV, 108. [Tì\ V. Stori -i ilella scrittura in
ijuesl' opera. \i\ Chardin. Yoyage de Perse,!. V. in l'i, p. 1 37». In questa
maniera, quando si aggiunse nel calendario romano un giorno ogni quarto anno,
questo chiamossi bi$ stxtu* perchè si aggiunse al giorno che dicevasi «ex/o
Caleudut .Varliut, cioè al 23 febbraio : cosi che due giorni in quel!' an- no (
che fu [mi detto bisestile ) si chiamavano collo stesso nome, cioè di urto
(cakmdas Mar- tias) ed anzi si conlavano tulli due quei giorni cioè il serto
(calendas Martias) ordinario, e quello aggiunto ogni quarto anno, quando
cadeva, per mi giorno solo : cosi che i uali in tutti quei due giorni si
consideravano come se fossero nali nello stesso giorno (I). I numeri aucora
mostrano questa povertà nella prima determinazione dei nomi, certo per di-
lètto analitico. In greco il numero quattro dicesi Te-rpa che non è se uon Io
stesso nome drl nume- ro fre colla particella copulativa ri premessa : Ciatur
in sanscrito, nome del numero quattro, è appunto formato dalla particella
copulativa ciò che corrisponde al xi (gr.), al que (lai.), e tri, tre. Tal nome
del numero arrivò così già com- posto in latino qnatuor, in lituano keturi, in
russo czeUjrt ed in gaelico ceithar. Certe parti del corpo umano non ebbero no-
me se non dopo alcuni progressi sociali, p.e. d'ar- ti. La Tibia, osso maggiore
della gamba, tolse il nome dallo zufolo che si faceva con V osso della gamba di
certi animali, presso i Latini con quello delle gru. Il nome è dello stesso
genere di tuba : e sembra imitare mi suono più esile ti bi. In turco il glande
chiamasi col nome d' una specie di freccia, Fisch ^jJ- Ed è certo il signi-
ficalo di freccia il primitivo, perchè la parola imi- ta il fischio delle
freccio. il pube chiamossi in greco col nome del pet- tine xxeta, pellinc, pube
muliebre, xrr,ete, parti sessuali muliebri. Cosi anche in latino Pecten » In-
guine Iradunlur medicis jam pedine nigro » (2), d'onde l'italiano Pettignone.
Nei dialetti veneti chia- masi con un nome che corrisponde a quello itatìa- (I)
Cclsus do Verbor. significai. 1- quum (i) Juvi'ii. Sai. VI. v. 57u. Digitized
by Google — 235 — no della spazzola (I), e probabilmente il pedine degli
antichi Greci c Romani era fallo con un'unio- ne di peli irti o di setole come
le nostre spazzole. Allre parli ebbero nome in seguito ad una educazione:
alludono a conoscenze di storia sacra, p. c. la laringe chiamasi in molte
lingue Pomo d'Adamo, boccone d'Adamo. In arabo Tufahct Adam iaXij, pomo di
Adamo. Adam» Apfel (ted.). Adanubisacn (Alla Allemagna). Monta* o Pomate d'Adam
(ir.). Aduni» bronk (olaud.) Adam cncscaja (migli.) ed anche trovasi in la-
tino Pomum Adami ed in tedesco Paradies- Apfel sempre per l'allusione medesima
= La- ringe. Le parli più nascoste del corpo umano ebbe- ro nome da oggetti
d'arie a cui furono paragona- le: p. e. osso 'H^iJ-sit^ric, in forma di
colatoio, HdplC, colatoio di vinchi per colare il vino. 2?r 1 vs£r5r ( ? (a
forma di cuneo). Scila equina. Fonier. Collare Hispanicunu EXixì? Helices =
argini, Elice dell'orecchio. Ciò che mostra che tali parli non vennero in
cognizione se noti poi che la società aveva progre- dito nei suoi comodi ;
quindi fissa la cronologia delle scienze anatomiche ad un' epoca ben tarda ;
ciò eh' è pur troppo provato. I fcuomcni coincidenti di spesso ebbero un nome
promiscuo, perchè in origine questo nome indicav a una dala ricordanza la quale
per lo più era complessa : cosi la luce ed il fuoco. Ilo (chin.), fuoco, luce
(2). Hot (chin.), fiamma. US 0r(ebr.), luce: Irl**, fuoco, d'onde uro,
abbruciare (lai.). ♦w? 4xjt5,- (gr.), luce : Form (lai.), che fone- ticamente
corrisponde a ♦turaj che nei leni- ti) Braschin. (2) Bayer, L?x Sin., L VII,
,.. 345. pi classici serviva da genitivo singolare = il fuoco. Lumen (lai ),
lume, luce, passalo nello spaglino- lo Lumbrc, volle dire fuoco. I rapporti più
ev idenli ai nostri sensi delle cose furono segnali dalla parentela delle parole
che loro corrispondono, p, es. la luce si riflette, si moltiplica nelle
superficie delle acque, ed acqua e lume furono segnale da parole uguali od
analoghe. Ilo (chin.), luce, Ho (chin.). acqua correlile, //« (chin.), acqua,
lago(l). "ViN Or (ehr.), luce e pioggia, Ivór US» (ehr.), rivo,inj »««r,
fiume, 71171} v.earit . splendor*,"^ wer, lucerna. Lux, luci» (lai.), c
Aiixr, (gr.) = luce: Liquor, liquidi»», lacu». Su (ture), acqua, splendore.
Oliando l' uomo ebbe una qualche idea delle proprie forme distribuì la
nomenclatura delle sue parli, che già ne avevano una, agli oggelli che ad una
data parie di sè stesso sembravangli somi- gliare: cosi Lactrla, Laccrtusm
della la lucertola, per avere i suoi arti di molo, delti volgarmente piedi,
simili agli arli superiori umani, delti in la- lino lacerti. AvSpor:r«»Ys v ,
cioè Barba d' uomo, come in te- desco Bari grò». Specie d'erba. Erba barba
chiamasi una specie d'erba. Un pesce fu chiamato piccola vulva, tutvulu in
Ialino. Un'erba ebbe nome da questa parte muliebre per P analogia di
graveolenza, cioè la hilmria (Chenopodium V uh aria Linn.) La cruna dell'ago
chiamasi occhio in turco ed in persiano duerni : così pure in bas- so sassone
Ogc. In tedesco dicesi orecchio Padel- ò/tr, cosi pure volgarmente nei dialetti
veneti. In ebraico il nome della palma della mano, per la sua forma concava,
servi ad indicare il cuc- chiaio. Caph. P|3 palma della mano., c cucchiaio. 11
naso diede nome ai promontori!*, ai pezzi di roccia, in turco Burun : così una
mon- ti) C. Gebelin, IH, 514 Digitized by Google — 256 — lagna nel Perii
chiamasi Aaio nero (Yanacliinca), Aaius (lat.), N*7o« (dorico), ffifeofi (gr.)
(i), iso- la, Nohot (ili.), naso, Aom (russo), naso c promonto- rio, lingua di
terra sporgente in mare. Quindi i nomi geografici : Cheepomkoi Aos*. Krmwltkoi
Aom. Tuchukottkoi A'om. Olulonkoi Aom. Kamttchatskoi Aom. L'isola ebbe nome dal
naso, perchè essa ap- pariva, non già come una estensione in mezzo al- le
acque, siccome noi la vediamo per una mac- chia nella carta geografica, ma
siccome una cosa sporgente, saliente dalla superficie del mare nei si- li do\c
i navigatori la incontrassero ; e se ne ac- corgevano forse prima pel diminuire
del fondo dove pescava la nave, indi da una resistenza per le asprezze
scogliose. Non solo si distribuì la nomenclatura delle parli del corpo umano
agli oggetti che avevano qualche specie di analogia con tali parti ; ma do- po
col progresso sociale e quindi artistico si di- stribuì il uomo di tali parti
del corpo agli oggetti che a tali parti servivano : cosi p. e. in portoghe- se
gli occhiali, che si applicano sugli occhi, che agli occhi servono, furouo
detti oculot col nome latino degli occhi. Anche nei dialetti veneti scher-
zosamente chiamansi talora occhi gli occhiali, co- me nella frase datemi qui
gli occhi, ed in unghe- rese gli occhiali diconsi Papa ssem, cioè occhi di
prete ; perchè i preti fra le persone che sogliono leggere sono quelli più
conosciuti dal popolo, e che sono nell'opportunità d'essere osservati da
maggior numero di gente nell'atto di leggere, co- me alla Messa ecc.; e perciò
cadendo frequente- mente in loro l'uso degli occhiali sia per vec- chiezza, sia
per infermità degli occhi, e quindi essendo tali occhiali veduti sui loro
occhi, il vol- ti) Io Ialino restò la parola nel significalo pri- mo per cui s*
indica una parie della faccia : in pre- co rcslò nel senso posteriore, cioè
indicante un'isola, una parie sporgente nel mare. Vedremo nei Raggua- gli
eufonici che v' ebbe un tempo in cui la lingua greca e la latina erano un solo
idioma. go ungherese diede agli occhiali il nome d'occhi di prete. In seguito,
per l'estensione della maniera di esprimersi bisogna considerare che 1' uomo
tende sempre a ravvicinare la maniera d'esistere degli altri esseri alla sua
propria. Per questa leg- ge ideologica gli antichi figuravano il mondo co- me
un uomo. Dice Macrobio (I) che i fisici chia- marono il sole cuore del mondo.
Gli Egiziani, di- ce Plutarco, chiamarono l'oriente viso, faccia ( in ebraico
QHj? Qadim dicesi l'oriente: in arabo p^U Qadlm, vuol dire testa d'uomo) ; il
nord lo di- cevano il lato detiro, il mezzo giorno laro «ni- stro del mondo,
perchè ivi è collocato il cuore (il sole). Sempre essi paragonarono l'universo
ad un uomo e quindi il microcosmo degli Alchimisti, Cabalisti, Mesmeristi,
Marlinisti ecc., forse disce- poli traviali di quella scuola antica (2). Neil'
Fdda, nelle Sogni- scandinave tutti i rapporti dell'esistenza terrestre sono
prodotti d'un gigante ucciso. Dal cadavere del gigante Ymir si formò il mondo,
dal suo sangue i fiumi ed il mare, dalle sue ossa i monti, dai suoi denti le
pietre, dal suo cranio la volta del ciclo, dai capelli gli alberi e dal suo
cervello gittato in aria le nubi perenni. La slessa idea trovasi presso i
Zingaui ; il cielo è la testa di Tota (Dio), il sole è il suo cuore, la sua
anima, il suo occhio, le stelle fuochi sfuggiti dai suoi occhi ; il tuono è la
tosse di Tota. Ecco in qua! senso in varie lingue occhio e sole aveva- no una
parola promiscua: cosi Aiate d£ in per- siano vuol dire pupilla dell'occhio e
disco della luna. Musatti pAiut (pers.), parte della mano intor- no al earpo.
Itlissàm es surtita l^JLM ^cjuo è il nome della prima stella nella costellazio-
ne di Perseo Nel Kamtschatka vi ha un promontorio det- to dai Russi Serdse Xamen,
che vuol dire Roccia cuore ; poiché tale parve la sua forma (3). (1) Somn.
Scipion. 1. I, c. 20. (2) Voln. Ruim s, Notes, p. 279. (ój Mùller, Découverles
des Russe*, Cook, Vov P.icific. Ili, 2CI, contin. di King. Digitized by Google
Per ciò die noi attribuiamo agli oggetti le proprietà nostre, successe la
reciprocità di espres- sione per dinotare i rapporti degli oggetti con noi e i
rapporti nostri colle cose. ?von solo noi attribuiamo agli oggetti le pro-
prietà nostre in qualità di esseri senzienti e d' uo- mini ; ma quelle nostre
individuali ed occasionali, prendendo per assoluto e per proprietà oggettiva
quello eh' è min condizione circoscritta e relativa a noi. Porgiamone qualche
esempio negli agget- tivi applicali agli oggetti. Osserviamo la frase di \
irgilio 7/ienu ignara co/ono(Georgic.l): non è l'inverno che sia ignavo, ma è
il colono che lo è uell'invcrno; e l'altra $urda- que vota, cioè i voli sordi,
intendendo voli che non vengono ascoltati. 1 voti non ponno essere sordi,
perchè non sono neppur mai in caso di udire, e la sordità è una condizione
negativa che si riferisce alla positiva di udire; qui dunque si dice sordi ai
voti mentre è sordo quegli a cui si riferi- scono. Corpora cacca (Lucrezio),
cioè l'aria, corpi che noi non possiamo vedere; noi dunque inve- ce di dire «
cose che noi non vediamo » per le quali « siamo ciechi » diciamo cose che non
veggono noi, cioè che sono cicche in nostro ri- guardo. Questo processo
ideologico dell' umana men- te mi si offerse semplice e primitivo o proposito
della làcoltà di vedere in una ianciuila di tre anni. La fanciulla chitidevasi
gli occhi e poi diceva non ci sono più. Certo essa enunciava tale proposizione
ne patita dietro l'opinione di non essere veduta, |wr- chè essa non vedeva gli
altri, e, siccome aveva l'e- sperienza che le cose quando vi sono si veggono,
dappoiché credeva che non la vedessero, ne con- cludeva eh' essi dovevano
giudicare ch'ella non ci fosse. E i fanciulli nel giuoco della gatta cieca,
quando si bendano gli occhi, riteugouo di non es- sere veduti; ed
istintivamente nell'atto di vergo- gna, quando uno si trova al cospetto d'altre
per- sone, si c hiude gli orchi, si pone la mano dinanzi al viso, perchè non
vedendo egli slesso lenta d'illudersi ebe altri noi veggono: \oi.. I. « Et roagUsanl
d'ètre aitisi toule nue De temps en lemps fcrmanl scs tristes ycu\ Ne voyant
point pcusait n etre point vue (i) ». Cosi dicesi pure dello struzzo, che
nasconde il capo sotto le ali per non essere veduto (2). In questa maniera
diconsi Amha da- gli Arabi i paesi ove non esiste alcun segno che diriga i
viaggiatori, da a'mi, ami, cieco; ap- punto come se i paesi fossero ciechi,
perchè è l'uomo che non vede. Cosi Orione nella mitologia comparisce cie- co,
fatto cicco da Oenopion padre della Pleiade Meropc; perchè quando Orione
tramonta colle Pleiadi all'avvicinarsi di primavera egli dispare col suo
tramonto eliaco; non è più visibile da noi; così al solilo il dire ch'egli era
divenuto cie- co esprimeva invece la nostra cecità in suo ri- guardo. Cosi
accadde d'ogni altra specie di rapporto tra gli oggetti esterni e V umana
condizione sen- soria; si pone sempre nel numero delle proprietà degli oggetti
la sensazione che noi proviamo, sia necessariamente per opera loro, sia per una
coincidenza accidentale; cosi dicesi caldo al fuoco e i Latiui dicevano vinum
sub/eidim, cioè debole, il vino, tracannando il (piale diventiamo noi de- boli:
vinum subluliuimnm (Plaut. Aulul. Festus); in questo modo i nostri v illici
dicono stagione de- bole la primav era. E questa maniera d' esprimer- si si
osserverà continuamente tra il volgo, tra le classi inferiori ed i selvaggi.
Essi danno agli agenti su di loro in una da- ta impressione un significato che
si riferisce alle proprie condizioni soggettive in rapporto con ta- le oggetto.
Qui nel Veneto dicesi jn/fcjo, nome for- malo dalla prima persona singolare
pres. indie, del verbo corrispondeule all'italiano to(focart } ciò che vorrebbe
dire soffocazione, per indicare un graude calore nell'atmosfera; ciò si
riferisce alia nostra sensazione, sicché sembra di soffocarsi. Co- si vidi mi
fanciullo che aveva delle afte sulla liu- ti) Pucelhj C. IV, verso il fine.
Aligeri.. Z- itung BViUge 18 Septemb-.T 184. Rcìsc-Uiicfe aus Klein Ani^n. 33
Digitized by gua e nelle fauci ed allontanava il pane che gli si esibiva,
dicendo cattivo e brutto a quel pane, e che il pane ha bua (male). Cosi V
Orante chiamasi dagli Arabi e/ asi cioè ribelle, per la diffi- coltà che
provano a trarne l' acqua per irrigare i loro campi. Così fu detta titient,
cioè che ha sete, la Ca- nicola o Sirio (l), astro che appare nei grandi ca-
lori dell' estate, dove 1' uomo quindi sente la se- te ; fu detto dunque
assetato F astro nel tempo della cui apparizione si prova la sete. Si rifletta
inlauto che per questo processo per cui noi attribuiamo le nostre sensazioni a
quegli enti che ne producono, o crediamo che le producano, le parole passano da
un valore intran- sitivo e passivo ad uno attivo; p.e. nel caso di di- re
Jtd'eiu, cioè assetata alla Canicola, per intendere invece che produce in noi
la sete. Si può quindi per questa sola riflessione sospettare che le bar- riere
di classificazione grammaticale non sicno di diamante. Questo processo
ideologico è quello mede- simo che produce la personificazione, che dura anche
oltre V accorgimento della insensibilità de- gli oggetti personificati. Per
questo appare come T uomo errila che si tratti di trasporto di somi- glianza
essenziale dalle cose esterne sopra di lui, quando ne succedono le sensazioni e
passa lunga età e per forza di nozioni svariale delle cose pri- ma che si
stabilisca che il rapporto tra la sensibi- lità e le cause agenti su quella non
è di somiglian- za ma si di dipendenza e di corrispondenza e di contiguità.
Osservisi siccome, quando si scopri qualche terra, si diede alia terra scoperta
il nome di nuora. Nuovo Mondo, Nuevo Mundo, Terra Nueva, Nova Zciuglia ec, come
se uou avesse esistito in- nanzi che quei viaggiatori la vedessero, fosse sor-
la allora per far piacere a loro e non fosse cosi antica come l'Asia e 1'
Europa. Questi nomi si riferiscono all'impressione pro- vala dall' uomo e non
alla condizione dell' oggetto - 258 - appellalo ; l' appellazione ricorda prima
di lutto il me e quindi i rapporti del me colle cose. Similmente in un episodio
del Raiuayana, an- tichissimo poema eroico dell'India, le stelle più vicine al
polo Sud si nominano come fatte più re- centemente che non quelle del Nord ;
perchè al- lora che gì' Indi Brachmaui dal Nord Ovest mi- grarono nei paesi del
Gange dal 30" grado di la- titudine boreale progredendo verso i paesi dei
Tropici, avanzandosi verso Ccylan, videro levarsi siili" orizzonte delle
stelle a loro iguolc (I). Qucsla distribuzioue di nomi, cioè sempre in rapporto
all'alloggiamento del uostro centro sen- sibile, successe auche per indicare i
paesi e te nazioni; onde avviene che i nomi geografici ed etnici dati dagli
stranieri rappresentano spes- so le opinioni che tali stranieri avevano in lo-
ro riguardo anzi che qualche nozione positiva inerente alle cose nominale. A.
Ccllio L. IX, c 4 riferisce d' un paese dello Albania: ■ in ultima auleni
quadam terra, quac Albania dicitur, gigni homiues qui in puerilia cancscunt et
plus comuni oculis per nocteiu quain inter diem » ( cognizio- ne eh' egli
trasse dai libri di Aristea Proconncsio, d' Isigono Niccensc, di Etesia, di
Oncsicrito, di Polistcfano e di Egesia ). II nome di lai paese fu immaginato e
crealo sopra ulbu*, bianco, e dalla nozione inadequala dell' albiuismo dei
Negri. Cosi li romanzieri dei primi tempi della let- teratura italiana fecero
il nome er la posizione reciproca o per un certo isolamento traggono a sé lo
sguar- do e sembrano indicare una relazione tra le parli. Queste ebbero nome
per lo più da quello degli og- getti della natura terrestre od anche dell'arte:
co- si l'astro di sette stelle ebbe uomo gallina. La bella costellazione, della
da noi Cingolo d'Orione, si diceva rocca (da filare), dai Teutoni Friggcrock
cioè conocchia di Frigu ch'era la Ve- ti] Humboldt, KostftJS I, ili. I0U.
Digitized by Google nere, clic ora i Cimbri dei Scile Comuni dicono Marirvch,
cioè conocchia di Maria ( I ), Baculus Ja- cobi, Bastone di Giacobbe dai
nostri. Cosi I\)ussinirn, Gluckhcnnc, chioccia (cioc- cJtetfn),uci dialetti
\eneli; il Carro "Apia^a Wagon, il Cinto, la Croce Australe, lo Corona, i
Gemel- li ecc. (2). Alcune poche volte si credette trovare una somiglianza Ira
tali oggetti e quei gruppi di stel- le; per lo più si trattava di nominarle coi
nomi degli oggetti, che con tale stagione o località, do- ve queste
costellazioni apparivano, coincidevano. Qui non si tratta di segnare la ragione
della no- menclatura astronomica in {specialità, ma solo di dimostrare clic
successe per trasporto di quella di dati oggetti terrestri. Cosi alcuni astri
ebbero no- me da quello di certi animali, p. e. il Cigno, lo Scorpione, la
Balena delta anche Drago, Leone, Orso marino e Pardo l' Idra, e P Orsa detta
pure Cane di Tifone (3) Molti altri oggetti ebl>cro nome dopo una qualche
tradizione |ver lo più relativa a latti nar- rali nei libri sacri di quelle
nazioni, alla cui lin- gua appartiene la parola. Una stella cometa viene
chiamata dai villici del Veneto stella dei re Magi. Il delfino chiamasi pesce
di Giona in turco Amos Balighy ^jàJL y«J^, come lo stesso Giona si nomina in
arabo eoll'antonomasia di signore del |wsce Siiliib un tuoi ^^Jf t r *».Lina di
Cristo (4). In tedesco chiamasi ytdams Jpfèi (pomo di Adamo) una specie di
cedro simile all'arancio, ma (1) Dal Pozzo, Memorie hi. dei Sette Comuni Vie.
p. 195. (2) Humboldt, Kosmos IH. I, 157. (3) Blaeù Caesi. Cael. Astron„ p. 225.
Sloffler c. Il Dopuis, Or. VI, VJH. [A) Malll.ioli, Commenl. Dioscor, 1. 1. p
152. 61 — di un colore più oscuro. Dicesi anche |ierciò Pa- rodia Apfcl, cioè
pomo di paradiso (I). Una specie di legno nero, che trovasi nel Sud della
Siberia e della Russia scavando la terra, ed è probabilmente una specied'ebano,
chiamasi Adam»' hotz, cioè legno d'Adamo in tedesco ; e la pianta Ficus Mica
chiamasi Adams-Feint, cioè fico di Adamo. Oltre le allusioni relative, ai fatti
tradizionali, avviene che gli uomini distribuiscano in seguito i nomi alle cose
che di mano in mano vengono a cadere nella sfera della loro attenzione in
rappor- to alle opinioni ed ai giudici! che dietro l'educa- zione in tali o
tali modi si sono formati. Perciò tulli gli oggetti dolali di qualità utili ;
ed aggtadevoli a noi, sia per bontà, sia per bel- lezza, ebbero nome alludente
agli enti venerali co- me benefici : al contrario gli oggetti d'effetto o di
apparenza disgustosa trassero in associazione le ri- cordanze di genere analogo
ad essi. Così il pipi- strello, il di cui aspetto muove a schifo e ribrezzo, fu
dello uccello del diavolo in lineo Zckilu» er bellezza fu- rono appellati con
nomi che ricordavano le divi- nità benefiche. Perciò gli antichi Latini poiché
tro- varono il frullo del noce, ch'era ben più saporito e migliore della
ghianda che era stata il lor cibo usuale, lo chiamarono luglatu, cioè Ghianda
di Giove, Jocis giani. A questa maniera si chiamò dai moderni Diospijrot, cioè
pera di Gio>c, per di- re frutto eccellente, un frutto del Giappone. Aulo
Gellio dice che gli antichi ed i poeti chiamarono figli di Giove tulli gli
uomini ecccl- (I) lliad., I. XVI, v. 34,35. Il Tasso, Gerus. Lib., XVI. SL 57,
ripetè « le l'onda iosaiu Del mar pro- lenti per virtù, per forza, per prudenza
, come Eaco, Minosse, Sarpedone. ( Noci. AlL L. XV, c. 21). Omero dice
#toY«vrjs cioè figlio di Giove co- me epiteto 0 direi titolo d' eccellenza in
ogni ge- nere, sia per sangue, sia per bramirà 0 per (òrme; così pure usa della
parola &eoeixtXos, cioè simile agli Dei. Nella lingua ebraica è ov\io di
vedere espres- so coi nomi di Dio b$ □>fiVn e mn» ogni co- sa eccellente,
magnifica, p. e. V« mn3 (Salmo XXXVI, Testo ebraico) ~ montagne alle. Un
frutire simile al corallo fu detto dai Gre- ci «Xo'xau-os ly&of, cioè
riccio, ciocca d'Iside. In turco chiamasi _~ Muhammed (limati, cioè Mela di
Maometto, una specie di mela. Il vino eccellente chiamasi in turco Ini her derd
c^«> y> 0 — " Gesù di tutti i dolori. h il grappolo d' uva chiamasi
J sii Kltyred che vuol dire intelligenza di Gesù, ed 0 fortunati chiamansi V*a
dem r o ^ e fsa nefes ^ (5 -^x> nima di Gesù. La verbena, erba di tanti usi
sacri, mistici e medicinali nell'antichità, chiamasi erba di s. Gio- vanni dal
popolo d'Italia (1). Dai contadini del Ve- neto chiamasi cosi la Mentila
Pulegium. Moltissi- me piante d' uso medicinale 0 di bella apparenza portano il
nome di Maria in varie lingue. Cosi i Portoghesi chiamano la Caapeba del
Brasile |>er le proprietà attribuitele Erra de nossa Seriore (2). E in
francese chiamasi Berceau de la Fierge la Clemalis Vitalba, e sopra tutto nella
campagna in tutta la Francia chiamasi FtetX de la Sainle rierge la Mj osotis
palustris, 0 la Veronica Cha- medrys, i cui fiorellini gentili hanno ricevuto
in varie lingue altri nomi di tenerezza, cioè Pie m'ou- 6/ies pas, Plus je vout
voi», plus je vout aime, e fervi* incili nicht (ted.), cioè non dimenticarmi.
(1) Gioja, Filos. d. Statisi, II, 263. . (2) GlUtelm. Pison., Hisl. Nat ci Med.
I. IV. t la Cissampelos Caapeba Linn. Digitized by Google — 263 — La Belli»
uertnnis fu delta Fleurde ilarie in e, come in tedesco Marienblume ; in tede-
sco chiamasi Muricnapfel, cioè mela di Maria, una specie di mela dolcissima.
Mariendistel, cardo di Maria, una specie di cardo di proprietà medicinali,
specialmente usalo nella pleurite: diecsi pure in italiano Cardo Afo- na ed in
botanica Curtius Ma riama (1). Marien ROslein, rosa di Maria la Rosa Canina.
jrarfettff«t,erba di Maria, ilTrifoglio bianco. i/anen-Vantri, l'Akhcmillc di
Linneo, ed an- che la Malricnria Parthenium; vuol dire Mantello di Maria.
Marien Màntelchen e Frauen Màntelchen, cioè Mantelletlo di Maria, Mantelletto
della Ma- donna, chiamasi in qualche luogo della Germania l'Aphancs di Linneo.
Il Cypripcdium cioè scarpa di Venere ed an- che in tedesco Fenus~Schuh chiamasi
Marien- schtth e Marien Pantoffel, cioè scarpa, pautofola di Maria.
Marien-Miinze, cioè menta di Maria, della pure Frauen-Munse, cioè menta della
Madonna, e Fmuenbluttj cioè Foglia della Madonna, e Fra- uensalbey, cioè Salvia
della Madonna, una specie di menta che si credette utile nelle affezioni d' u-
tero. Tanacetum Balsamita (Limi.) In italiano Guanto di Nostra Signora chia-
masi un'erba (2) ed Erba s. Maria (nel dialetto Veneto) Erba delta Madonna
diecsi la Balsamita Fulgaris. Erba che usasi in campagna per appli- Quella
specie di scarafaggio detto dai 100I0- gi Coccinella porta nomi alludenti a Dio
ed a Ma- ria in tante lingue. 3Iarienkuh , Jungfernkafer, Maritn Kàlb- clten,
Hergollskàlbchen, Gotleslaemmchtn (in ted.), Foche à Dieu, Bète a Dieu, Bète de
la rierge (in fr.), (I) É il Cardai Bentdiclut, così nominato in Ialino, perrhè
si credeva ulile in (ante affezioni mor- bose. In ungherese chiamasi Papa fù,
cioè erba di Prete, il qual nome deve alludere a qualche pratica
terapeutico-mistica. Anche in tedesco ha un altro no- me che sembra traduzione
di C.irdoa benediclus, cioè Segen Dintel — cardo di benedizione. CO È la
Campanula Trachetium. Lady cote, Lady bird (in inglese) (1); dicesi mire in
tedesco Johannisvìigelclten e 0$ÉaMlbtkm t tSoé vitello di Lustra, l'aulica
divinità dei Sassoni, det- ta dttargydia dagli antichi Svedesi, che presso i
Teutoni ed altri popoli sclteutriouali corrispon- deva alla Venere dei Greci e
dei Lalini (2). La stagione di primavera in cui comparisce sarà sta- la la
causa di queste appellazioni ben augurate, considerandolo siccome nunzio dei
giorni in cui predomina il sole ed il calore. Chiamasi di fatto pu- re anche
Sonntnkàfcr, cioè scarafaggio del sole. Per questo intrecciamenlo od a meglio
dire miscela nella successione delle es|>crieuze sensorie e degli
accorgimenti, di quelli prodolli dagli og- getti naturali e più generici con
quelli locali e relativi ad un progresso di società, avviene che 1' uomo riceva
alcune impressioni provenienti dal- la condizione sociale, prima di alcune
altre della natura ; perciò egli nomina le ricordanze sue po- steriori coi nomi
di quelle che le precedettero. In questo modo per una specie di analogia, cioè
quella di preferenza o di superiorità, il no- me del capo, del principe passò
in varie lingue a servire come distintivo di eccellenza. Le quattro stelle di
prima grandezza furono chiamate dagli astrologi Regie, denominazione che resló
ad una sola, alla prima, cioè a quella del Leone, detto B«aiXtenna principale,
con cui I' uccello dirige il suo volo, penna regia. Scialipcri ^xjdLì (pers.),
ambra, muschio, Sckltbcri (^a^-ì ambra grigia. ScieMcit ouoa-à (l^JS.), distico
liliale di un poema,, verso regio. Scieh belulh ioyL sLt (pers.) , castagna,
ghianda regia. E cosi avvenue col nome Bei principe. lieij armudi gèy*j\ viL
cioè pera del priu- cine. K cosi nominata ima specie di |>era ereellen- te.
Da questa parola noi abbiamo l'atto Berga- motto ridiiccndola a falsa etimologia
( I > c i Fran- cesi Bergumot. ni in Italia abbiamo una specie di pere det-
te della Sultana, e in francese i hi, intasi Café du Sonda», cioè cade del
Soldano, la Inga biglobosa, coi semi della quale, abbrustoliti e il rnflè, si
fa una bevanda. In questo rapporto di analogia parallela alle distinzioni
sociali fu dato il nome di camliere ad una parte del vigneto di Morachct
situato presso Poliguy ; mentre una parte chiamasi soltanto Mo- t achei c
1" ultima terzo Morachct (2). Furono dichiarali nobili certi animali, che
si credevano più |>ericolosi nella caccia (3) che si risei barono i nobili.
(I] Di questo processo ideo-fonetico si traila n»l li volume di qtiesl open.
(2) Chaplal citalo da Gioia, Filo?. A Slalislica, i II, j.. 161. (à) I nobili
se ne i i liarono la caccia e le ar- mi con cui si a Uro a Ui no ; mentre gli
altri animali, por- ilté n'era più facile l'uccisioni', furono abbandonali ai
Milani (Uioja, Filos. d. SlaL II, 161). Nomi venuti in seguito a cognizioni
posteriori. Molli animali ebbero nomi dai loro costumi ; poiché indi tali
costumi furono conosciuti. In persiano il camaleonte dicesi .ifitab guenkk
_>Lol cioè talamo del sole, pei suoi rap- porti singolari colla luce.
SuxaXXte (gr ), Ficedula (lat.), Becafigo($p.),tìecfigue (fr.), Beccafico (il),
Papafigo (por/.) , Fig-pecker (ingl.) , Feigen- schneppe, Feigenbicker e
Feigendrossel (ted.), A- xfur altin ( j^*JI j cioè passera dei fi- chi (ar.),
fu cosi nominala in varie lingue quella specie di uccelli classificala in
/oologia col nome di Ficedula Luscinia altera (Klein), perchè va dietro ai
fichi e va beccandone la superficie (non già per mangiare il fruito stesso)
perchè va a caccia delle mosche che stanno sull'albero fico. Follur, f'ultur, a
voltolo. Quest'uccello descri- ve dei circoli iu aria, fa dei giri prima di
piomba- re sulla preda. Il suo nome deve essere la stessa 3. pers. sing. pres.
indie, passivo di coleo, cioè vokrilur, di cui si obliterò la sillaba ri, fatto
dcl- I eulnnismo Ialino (I) assai ovvio. In tedesco chia- masi ora Gejer e
prima Gyr, Gire, Air ed in in- glese Geir, nome eh' io derivo da Gyrtis Tòpo?,
circolo, ambito, trovandosi già uominalo nel bas- so Ialino Cini (2).
Similmente cbia mossi in greco lo spaniere Ktpxs? che è la stessa parola che
vuol dire circo- la, cerchio, uguale al Cimi* (lat.) ; appunto per- chè anche
Io sparviere descrive col suo volo dei cercini. I nomi di alcune condizioni
morbose furono tratti dalla conoscenza di simili forme, sia fisiolo- giche, sia
anomale degli animali. Così Scrophula ebbe il nome dalle scrofe, nelle quali si
erano osservali simili tumori, hi (I) Ragguagli eufonici Ialini. l'i) Adclung
deriva dal grido gà gà, d'una spedi' di rondini di mare, eliti dieMI pure
Geyer. lo credo the si traili in qmslo caso di omofonia accidentale, o di
riduzione a falsa etimologia per con- to dot nome ili tali rondini ; clic si
ridusse cioè dietro il loro giido gà gà al nome dell' avolloio Geyer già
eaislcnU' p derivalo da Gyrus. Anche di Vultur dà una etimologia che non mi
pari' convcoieMO deri- vandolo ili tetl»{\. Ad. lung, Diz. in voce Geyer).
Digitized by Google — 265 — portoghese chiamatisi per la slessa ragione Al Por-
ca» le scrofole. Il volgo chiama male del montone la paro- tite, e male dello
scimiollo la rachitide. In italiano chiamasi col nome di sttole (peli di porco)
come iu francese poil l'esulcerazione del capezzolo delle lattanti. Il girasole
fu cosi nominato dalla cognizione di questa sua proprietà di girarsi dalla
parte del Dettar al teiem* ^ , l| jty (ar.), gira al Afìtab pereti &*j>
vjUll (pera., ture.), a- doratore del sole. IttujTpOTrwv (gr.), gira-solr.
SonnenlAumc (ted ), fiore del sole. Aap virag (ungh.), fiore del sole. La
gramigna ehbe nome in inglese dalla co- gnizione che si ebbe, che si mangia dai
cani: di- cesi Dog's grau, cioè erba del cane. Altre piante ebbero nome dalla
stagione in cui sono più appariscenti o meglio fioriscono : specialmente se il
tempo dell' anno relativo sia marcato più degli altri p. e. da qualche
solennità. Alcune erbe trassero nome dalla Pasqua^ perchè fiorenti circa quelle
giornate. In francese dicesi Paquetlc (diminutivo di Pà- que , Pasqua) il
Chrysanthemum Leucanthcmuni, e Paquerelte (altro diminutivo di Pàqut) la Belli»
In inglese chiamasi Patque Flower (fiore di Pasqua) l'Anemone Pulsatilla L. Inispagnuolo
chiamasi Aleluga l'Acetosella, dalla parola Alleluja, interiezione ebraica, ma
che pronunciasi nel rito cattolico nelle solennità di Pasqua. Aldi diecsi in
ispagnuolo la viola a ciocca, nome derivalo pure da Alleluja. Nella lingua Rawi
di Java e nella sanscrita si usavano per numeri, nel ricordare le epoche, pa-
role alludenti a varie cognizioni fisiche e storiche ed a speciali istituzioni,
p. e.: Per dir I uno si disse Luna, Uomo, Terra, (sanscr.) Chandra, Satin,
Indù, Bhu, Dhara, Dha- roni (Java), //'ulan, Dumi, /alar. Vou I. II due Occhio,
Mano, Braccio, Ala (sanscr.), Mira Drithti, Kara, Bahu, rak»ha (Java), Tan-
gvgan, Boja, Ixir. Di». ìli tre Fuoco, Proprietà, Agni, Cuna ( san* scrito). IV
quattro, Mare (come circondante le quat- tro parti del mondo, giusta le idee di
quei tempi), Plaga del mondo (perchè ritenute quattro), (sans.) Abdhi, Sindhu,
//'ama (colore , casla) per la di- visione in quattro caste Dell' India. Y
cinque Elemento , oggetto dei sensi, Frec- cia, Saetta (per le cinque freccie.,
sartie del dio Kà- madèwa (sanse.), Bhutha,// ithatja, t'Ara,// atta. Yl sei
Stagione, Gusto ( perchè si distingue- vano sei specie di gusto), Ape (per le
sei gambe che hn) (sanscr.), Ritu, Rata, Shatcharana. Yll tette Monte (7 grandi
divisioni della ter- ra Dwipat; gli Orientali distinguono sette climi Hcft
Yqlim ) (sanscr.), SaUa. Pel numero 7 dicesi anche Cavallo (sanscr.), A'su'u
(pei 7 cavalli del carro del sole presso gli Indiani. Allusione ai selle colori
dell'iride). Dicesi anche Santo JUuni, Hi»hi (sanscr.). I santi uomini e
lettori spirituali troxavansi nel numero di 7. 1 sette Hithi venivano
riguardati siccome le 7 stelle della grande Orsa. Perciò in Java pel 7 si disse
pure Rekti = Orso. Vili offo Elefante in sauscrito Goya. La ro- sa dei venti a\
èva otto raggi per ognuno dei qua- li un elefante che sosteneva la terra,
giusta le idee IX nove Apertura, Buco (sanscr.), Bandhra. Si riteneva che nove
fossero le aperture del corpo umano. Diversa origine non denno aver avuto i no-
mi dei numeri rimasti nell'uso comune presso le nazioni civili, poiché l'arie
di numerare non risa- le all'infanzia della umanità. Molli selvaggi non
sapevano conlare olire il numero tre. Ross parla di certi montanari artici che
non sapevano conla- re al di là del cinque (numero delle dita della ma- no) e
per tulli gli altri numeri superiori non ave- vano altra maniera d'esprimersi
se non colla pa- rola che vuol dire molti (1). (I) Gioja, Filos. d. StalisL,
HI, 35 (3). Il Ragno chiamasi in varie lingue con nomi alludenti all'arte di
tessere o di filare A pa'xvtjs (gr.) d'onde Aruneus (lat.), Aranea (lat.) c
quindi Bagno (il.), Araignée (fr.), Arano" (sp.), deriva dal semi- tico
J"1fct aràg, tessere ed J"hS creo, tela, tessitu- ra, e spola dei
tessitori. In cimbro chiamasi ff'épe- spinna, nome composto di due voci che
significano l'uua filare, l'altra tessere. In tedesco •Spinne ragno, già in
Sotker Spin- nn mentre ajmMSN vuol dire filare. Anzi in Au- stria chiamasi
Spinnerinn, cioè filatrice. Anche in inglese chiamasi Spinner e Spider, e
Bochart so- spetta che il nome ebraico del ragno Ah' aca- bisc (i) s '0 uu »
«alatesi & "}3D intrec- ciare, onde alludesse alla rete cui serv e la
sua tela, tal che Plutarco disse che il ragno dà il tipo della caccia a reti »
Srj'pas caYT)V£UT«f{ dfrfitvr.Qv. La pianta Acetosa fu chiamata dal suo sapo-
re simile all'aceto. Cosi da 0"$o? (gr.; , aceto, si disse 0'£aXis s in
latino da Acetum Acetosa, Ace- tosella ed iu portoghese da Asedo a dirittura
Ase- da. Dunque tal nome della pianta è posteriore al- l'arte di fare il vino,
dalla cui fermentazione acida l'aceto è prodotto. Vi sono nomi di animali
derivali da quelli di alcune professioni. La passera chiamasi in francese con
un nome tratto da quello del frate (Moine, frale; derivalo da Monachus:
Moineau, passera,cli- (1) Boni in*. Hisi .Nat. I. VI. (2) Gioia. Filusol'. d.
Slaùalica, ili, 71. fin Bici (4) BteroNoie , L II, p. 003. Digitized by Google
se fu la passera solitaria ch'ebbe la prima lai no- me; cioè per la sua vita
solinga fu paragonata al frate; e quindi si estese il suo nome a tulle le spc-
eie congeneri. Molti oggetti ottennero un nome soltanto poiché l'uomo ebbe a
farne uso. La terra, ossia il terreno, ebbe nome dopo che fu lavorata
dall'uomo, e perciò fu appellata con nome derivato da quello dell' uomo Adam
D^JK uomo : Adamà mS^l terra. Er j\ (pera.), uomo. Er * uoj\ (pera.), terra.
Homo (lat.), uomo. Humus (lai.), terra. Moltissimi nomi in ebraico ed in arabo
comin- cianti da m hanno uu seuso etimologico che rap- presenta l'uso che si
faceva di tale oggetto, per- chè T m iniziale è in quelle lingue la preposizio-
ne che corrisponde alla nostra da, a/finché, per. Cosi JUitcànd nitftthà madia,
derivato da ifctV Kùr lievito, indica che è un oggetto che serve per fare il
lievito (1). gjlj* Mezarg (ar.), campi cioè da piantarsi, da semiuarsi, da sari
*Jv, che semina, che col- tiva, che pianta. Il colore purpureo chiamat asi
colore reale, cioè regio, nel secolo VI ai tempi di Procopio (2). ÀTpaxTvXts si
chiamò un'erba, perchè Je donne greche se ne servivano come di fuso per filare.
A"tpbxtos, Riso (3). I semi della canna Indica sono chiamati da- gli
Spagnuoli d'America Pater noster: perchè ne fanno corone di rosario, dove ogni
singolo grano chiamasi paternoster, nome avuto dalle prime pa- role della prece
che serve a numerare. Diconsi per questa medesima ragione Paternoster i semi
del Cardiospermum Uelicacabum. Similmente il JUitium Soli* o Lithospermum
Indicum chiamasi dai Portoghesi Herba do Hosarios, perchè le don- li Abravanel
cil. da Luzzato. Proleg. p. 114. ; 2) Gioia, Filos. d. Statistica, III, 320.
(3) Dioscorid., 1. Ili, c. XCI, Mattinoli, CommenL — 267 - ne più povere e le
serve Malesi ne fanno appunto corone per recitare le loro preci (1). Le parole
Viveri (il.), Pivret (fr.), Manteni- mento (pori.), che servono di nome a molto
so- stanze, a tutte quelle che si usano per alimento all'uomo, rappresentano
l'uso che l'uomo fa delle medesime sostanze. La Camomilla ebbe nome,
dall'essere adope- rala nelle affezioni dell'utero, Matrìcarìa (lat.). In
persiano Babuni «j^jL*: mentre l'automatico 6a6o in varie lingue ludica cose
relative al parto. Vedi Dizion. Automatico, p. 428, 29. dei nomi di cose prima
note ad altre che avessero un qualche punto di somiglianza con queste. Leg-
gesi oc' viaggi di Cook che l'Otaitcsc Edideo che l'accompagnò ne' suoi viaggi,
poiché vide per la prima volta il ghiaccio, Io chiamò pietre bianche e la neve
chiamolla pioggia bianca, e in sanscri- to le lagrime chiamami acqua degli
occhi Aé- tràmbu (2) Aefra (2) occhi, Ambu, acqua (3). Di questo modo in
qualche lingua Irovasi aver un nome comune qualche grande fiume e il mare, in
sanscrito Sindhu chiamasi tanto il fiume Indo come il mare, ed in greco
chiamossi Q'xtavdg il Nilo e poi il mare. £ secondo dice Chateaubriand nei suoi
viag- gi il cannone viene chiamato dai Balchi folgore : abbiamo veduto la
stessa voce tran d' origine onomatopeica essere in una lingua (iL) il no- me
del tuono (irono, inumo), ed in altra (sp.), quello del rumore del cannone
(tron). Così i nomi d'alcuni ammali furono traspor- tali ad altri. Il gufo fu
chiamato Chat huant in francese, cioè gallo che grida, pel suono che ap- punto
fa di notte simile al miagolare del gatto. Il zibetto chiamasi in turco Misk
kedisi i » t m en.), difesi il Lapalhum aculum. In portoghese chia- masi Lingua
de vacca la Tapvra Pccu (I). Chiamasi pure da Scheff Lingua bovina il Boletus
hepalicus. Lingua cervina si chiama in Ialino ed in portoghese lo Scolopcndrium
officinale. 09isy>.W!J!3ov (gr.). Lingua di serpente (pori), Lingua de
sierpe (sp.) l'Ophioglossum vulgare. K.uvoY*ti>73ov (gr ), vuol dire lingua
di cane ; d'onde iu materia medica Cynoglossum. In arabo si diede il nome di
testicoli di volpe ad una pianta Khuièi sàleb ^Jju a^L». che noi, tralasciando la
prima parola, diciamo Salèp. Prodotti dell'arte. Gli specchi furono chiamati
dai Natcbi ghiac- cio ed acqua agghiacciala (2), appunto come suc- cesse nelle
lingue d' Europa nelle quali il ghiac- cio ha dato il nome al vetro. In greco
Kpo'(7T«Xlo« ghiaccio poi vetro, d'onde il latino Cr.jslallus nel senso
dell'oggcjto artistico e Cristallo (it.) ec. Da òtt piove, ùe?o{ pioggia, ù»Xo«
vetro, e in francese da glacies (lai.) fecesi giace ghiaccio e poi cosi si
nominarono i vetri delle finestre, ed in tedesco Glas vetro, iu svedese Olas,
in danese Gtas, in inglese Citt», in anglo-sassone Glaes. Gli antichi Tedeschi
chiamavano Glc« l'ambra; e tutti questi nomi teutonici souo coevi di Glacies
(lat.) e non suoi derivati, e volevano indicare un corpo lucido trasparente in
genere ; io credo però che il primo nome V abbia avuto il ghiaccio, e quindi
sia (Musato agli altri oggetti. In ungherese c«i« (prouuncia duce u fran- (1)
Pi.-«>n, H. Nat el Med. ci Móral el De Len* Uicl. in voce c. (2)
Chàlcaubrijnd, Viaggi in America. Digitized by Google — 269 - e), becco degli
uccelli, poi rostro, mnso, beccuc- cio d' un vaso i cosi io italiano il becco
degli uc- celli cesse il suo nome alle cose che termiuano in un'estremità più o
meno puntuta, dicendosi bec- cuccio del vaso, d'una storta ecc. Molte no-
queslo pro- Da questo piccolo saggio appare come la no- ni un effe Mei delle
opportunità di con- tra l'essenza oggettiva delle cose c le uma- ne percezioni
che se ne produssero: che quindi dovette correre molto tempo e cangiarsi la posi-
zione dell'uomo in rapporto oggettivo, perchè si spiegassero le moltiplici
vedute di questo pano- rama. Che se si vadano seguendo le epoche dell'u-
manità, per quanto arriva la storia di fatto e que^ la razionale, e si
confrontino col deposito lingui- stico proprio dei varii tempi e dei vani
popoli ci accorgiamo che la nomeuclatura degli oggetti, la quale dovrebbe
considerarsi come un indice di con- trassegni degli umani accorgimenti, è assai
me- schina ìa confronto della molliplicita fenomenolo- gica della natura ed
auche in confronto della uma- na capacità di distinguere e considerare. Ai
nostri giorni stessi la lingua comune nelle singole na- zioni manca di segni
per indicare una quantità di cose che cadono pure sotto i sensi dei più, ma che
pei più non riescono interessanti ; p. e. la lingua di Kootka o King. Georgé's
Sound nell'America Settentrionale sulla costa d' occidente non ha pa- role per
distinguere od esprimere differenze che realmente esistono, p. e. essa è
deficiente nei no- mi degli animali (1). Imperfettissima è la nomen- clatura
astronomica, non già quella scientifica, ma quella delle forme di quei gruppi
che più colpi- scono l'occhio che contempli il cielo stellato. Al- trettanto
dicasi delle erbe. Michaelis nel secolo scorso lagnavasi che moltissime erbe
non avesse- ro nome in tedesco (2), e questo è il caso, prescn- lemeute ahneuo,
del nostro veneto dialetto. Sic- ché per quanto avviene spontaneamente nell'ap-
(I) C^k. Voy. PaciC II. 5r,C. (2j Diss. Eiufl. d Sprachen p.tg r>0. peliamone
delle cose, dietro la necessità pratica d'indicarle, scorre un lunghissimo
tempo inde- terminabile prima che si esaurisca per fatti occa- sionali il loro
dizionario : e forse per questa via non si esaurirebbe giammai. Ma grande
supplemento ne viene per opera della curiosità che, dopo una serie di
esperienze subile senza volerlo, viene da queste medesime destata alla ricerca
analogica giusta lo speciale impulso ricevuto all' attenzione, e quindi provan-
do nuove percezioni è costretta a ricordarle, ed allora la nomenclatura si
arricchisce in ragione di tutte queste percezioni. Siccome poi tale curio- sità
è speciale e si segrega dai generali interessi, la nomenclatura relativa resta
d' un uso speciale, e quindi le scienze e le arti nella condizione loro più sviluppata
parlano, nel seno della nazione pa- tria stessa, tante specie di lingue non
iutese dalla comune nazione (t). Nel piccolo saggio di nomenclatura, che ab-
biamo esibito giusta la sua successione, il letto- re si sarà accorto d*un
intrecciamento tra i segni che ricordano gli oggetti esterni e le parti dell'u-
mana persona, e tra gli oggetti e le coudizioni della natura e quelle di umana
istituzione. Ora il nome di un oggetto esterno dà il materiale per nominare una
qualche parte dell' uomo, ora vi- ceversa i nomi delle membra passano ad
indicare gli oggetti esterni; e cosi ora un oggetto natura- le cede il suo nome
ad uno dell' arte, ed inversa- mente imo dell'arte ne nomina qualcheduno della
nntura. Questi fatti sono di somma importanza nel- la storia reale delle umane
cognizioni , la quale per nulla viene a corrispondere alla preconcetta opinione
per cui si avrebbe creduto che I' uomo prima avesse bene esaminalo sé stesso, e
quindi la natura ambiente e poi per ultimo avesse i (I) Una signora si lagnava
che. k) ricette medi- che fossero in una lingua che non intendevi, voleva dire
il latino: ebbene, risposi io, gliele dirò i i italia- no, ma nulla ostante non
varrò a farmi intendere. Certo, perchèmancavale la conoscenza della cosa; qua
li- do bene avrò dello Acido idroclorieo, invece diA idum hyilrochloricuin. di
quanto avrà avvanUggÌjlo l'ii.Ll- ligenza di chi non sa di chimica nè di
materia medica? Digitized by Google - 270 - to e Dominati i mezzi di rui si
vaUe e ch'egli gegnò a dati usi : cioè che, siccome sembrerebbe dover l'uomo,
prima d'ogni cosa, sentire sè stesso, e siccome furon prima le cose naturali e
jwseia quelle dell'arte, la nomenclatura più antica dovreb- be essere applicata
ad indicare quanto va a costi- taire l'umana persona, poscia gli oggetti
naturali ed in ultimo anelli dell' arte. Fu osservato che il fanciullo suole
indicare sè stesto per la terza persona , esso dice Pietro, Giovanni ecc. , il
nome che gli si è dato, prima di dire io. Questa osserv azione fu fatta pure
so- pra Gasparo Hauser a Norimberga che imparò a leggere di 17 anni. Si ebbe
molta difficoltà a far- gli capire che io era per lui sinonimo del suo no- me
proprio. Kgli diceva, Gasparo vuole dormire, Gasparo vuole sortire ec(l).
Questa difficoltà dipende evidentemente da ciò che il fanciullo prende l'idea
di sè stesso dal- l'esterno del suo corpo : egli vede appropriali dei nomi a
ciascuna delle persone che lo attorniano, ma attacca questi nomi alle loro
forme, cioè ri- pa tali nomi le impressioni ricevute da lui per causa di queste
forme, e cosi riferisce il proprio nome alla propria forma, la sua perso- na è
per lui Pietro, Gasparo ec. (2), parole che gli ricordano il suo corpo, le sue
forme ; men- tre le parole indicanti la sua intimità, il suo me, non gli
presentano alcuna cosa di paragonabile ed associabile colle ricordanze ch'egli
ebbe delle per- cezioni esteriori, anche di quelle ch'erano un ef- fetto
necessario della sua esistenza. Questa nozione della identità del suo senso
inlimo colle parli della propria persona da lui per- cepite è V effetto di
accorgimenti posteriori e la conseguenza di confronti e di raziociuìi. Sembrami
che se noi riflettiamo su questo fatto, tenendo com- presente la maniera di
successione della nomen- clatura, siamo guidati ad assegnare i limiti del
soggettivo e dell'oggettivo, il cui contatto sem- bra non aver linea di
demarcazione. (1) Journal Protestarti 1800. (2) Broussais Cours de Purenologie,
XVIII Lecon. Il senso del me si prova certo nei primi mo- menti dell'esistenza
ed è determinalo dagli sti- moli ov vero dalle condizioni di eccesso o di de-
ficienza nel sistema della vita propria. I pro- nomi di prima persona
costituiti dai suoni au- tomatici ne sono una prova: tutto quanto da tale
sistema dipende, tulli i suoi fenomeni sono della stessa natura
dell'automatismo e del patema che abbiamo consideralo come cause dell'emissio-
ne dei suoni. Fin qui l'umano individuo vive in una maniera simile a quella del
sonuo più o me- no turbato, ma della propria macchina non ha al- cuna nozione.
Egli tanto sa sali' argomento della mauicra in cut riconosciamo noi adulti le
forme del nostro corpo , capo , tronco , membra ecc. , quanto un uomo ignoraute
d' anatomia sa della costituzione delle molle nostre sotto la superficie. Come
per noi l'involucro esterno di noi stessi ci toglie quanto v' ha entro di noi,
cosi, prima di riconoscersi coll'uso dei sensi esterni, l'umauo in- dividuo
versa nella stessa cecità per conto anche della propria apparenza, come assolti
(ameni? per ogni punto del gran Tutto in cui è immerso. Fat- ti pervii i sensi,
vanno ad essere tocchi e per- meali da impressioni occasionali, relative cioè
alla specialità delle parti del gran Tutto che even- tualmente gli si svolgono
intorno, e per la manie- ra in cui succedono i suoi acorgimeuti stanno nella
stessa linea le roani delle persone che l' at- torniano e le proprie, ed anzi
conoscerà assai pri- ma alcune parli, p. e. il capo e la schiena delle ar- sone
esterne, anzi che queste parti slesse in sè medesimo. Sicché fissiamo che prima
della per- viclà e dell' uso de' suoi sensi l' umano indi- viduo ha il
sentimento di sè , e dopo soltan- to coli' uso dei propini sensi esterni ne ha
da- te nozioni ( più o meno estese e molteplici e più o meno adequate) per la
stessa via per cui si forma le nozioni delle cose da lui slaccate. Che quindi
coli' arricchirsi di nozioni per la parte dei sensi sia delle cose da lui
staccate, sia di quanto è a lui continuo ed immedesimato, e venendogli in pari
tempo gli stimoli di avverti- mento della vita propria, si accorge della
propria personalità; è V effetto d'un raziocinio, è un Digitized by Google —
271 — giudizio per confronti tra le nozioni esterne sia delle cose da lui
staccate e delle porzioni della propria persona, e della continuità di tali
porzio- ni col punto donde prova i sensi intimi. Che quindi dopo tale giudicio,
siccome si è accorto che questo senso del me è pure congiunto a date forme, che
furono visibìli e capaci di essere per- cepite da lui , egli trasporta per
analogia agli og- getti esterni questa combinazione di condizioni, dicendo, se
io che mi vedo e sono veduto, ho fa- me, ho seti-, amo, temo ecc., le altre
cose che io vedo e sono vedute saranno come io, avranno fa- me, sete ce. Ecco
quiudi come si produce, imme- diatamente dopo questo criterio della esistenza
in maniera analoga a quella degli oggetti esterni, T applicazione precipitata e
spesso fallace della natura propria agli oggetti esterni. A questo pro- cesso
di personificazione egli viene tanto più fa- cilmente sedotto in quanto che nelle
sue prime esperienze sensorie egli è attorniato da esseri la cui natura è di
fatto analoga alla sua, cioè dai membri della famiglia , dagli uomini in
genere. Ecco quindi come avviene il trasporto delle parole relative alla
propria maniera d'essere agli oggetti esterni, ecco perchè sitiem la Canicola,
e ribelle l'Oronte. Quanto all'iolrccciamcnto nella serie di di- stribuzione
dei nomi tra le cose naturali e quelle dell'arte la ragione è chiara, solo che
si rifletta che il rapporto fra l'uomo e gli oggetti esterni è speciale ad un
dato tempo e spazio ; che questo rapporto non interessa l' csseuza reale
assoluta delle cose, dove quiudi quanto è di naturale è certo auteriore. Questo
rapporto è occasionale, il suo interesse è di effetti sensorii sull' uomo, ed i
mezzi vocali, che vi si occupano, non servono se non a ricordare all' uomo una
data o tal altra sensazione e quindi la cosa eh' egli crede averla prodotta.
Torneremo a dire che la nomenclatura è, anzi che un catalogo degli enti e delle
parti o dei modi della natura , un registro delle speciali ri- cordanze dell'
uomo. Ora, non appena l'uomo si studia di provvedere ai proprii bisogoi, che
già le cose della natura eh' egli impiega a proprio uso souo in qualche forma
modificate, c quindi sono già piuttosto artificiali che naturali, e 1' uomo
stesso lia più interesse di ricordare queste, anzi che le altre. Che se
parliamo delle generazioni successive sono queste prima attorniate da pro-
dotti d' arte ereditati, anzi che dai naturali ; pel figlio del selvaggio
stesso primi a colpire i suoi sensi sono il tetto e le pareti della capanna e i
po- chi utensili domestici c le pelli degli animali con- siderate come letto,
die nou la volta del cielo e i testacei viventi e le cucurbìtacee vegetauti sul
suo- lo, di che sono pure formali i piatti e le olle che ei vede maneggiarsi
dai parenti. Dalla fissazione della nomenclatura vedesi come, allora che sia
riconosciuta per criterii cer- ti la maniera di successione, si hanno i
documenti nei segni die corrispondono alle cognizioni, e quin- di si può
stabilire di queste la cronologia ; in pari tempo si può misurare
dall'estensione della nomenclatura il grado di sviluppo delle nazioni, ed in
fatto gl'idiomi sono più o meno ricchi se- condo che sono maggiori o minori le
cognizioni dei popoli ai quali appartengono: cosi la lingua dei Messicani era
più formata di quella degli I- rocchesi (1). Bisogna per altro distinguere
nella ricchezza di una data lingua se le voci abbiano o- guuna im proprio
ufficio definito, o se invece mol- te sieno d'uso promiscuo; perchè nel primo
caso si deve giudicare aver avuto luogo un progresso di tallo nella nazione,
mentre la moltiplicai di segui superflui è anzi una marca d'inferiorità nel
linguaggio; Nodier dice che annuncia una lingua in decadenza; io credo die
trovisi dappertutto dose siavi ignoranza e confusione nelle nozioni, e perciò
la sinonimia rimiensi a preferenza nelle lingue delle nazioni più rozze, sia
clic non giu- gnessero ad ulteriore sviluppo, sia che ne fossero decadute.
Questo progresso della nomenclatura avve- ntilo nella successione del tempo e
nella diver- sità dello spazio, come pure la riproduzione dei suoni primitivi
automatici, patetici ed onomato- peici, devono persuaderci essere vana la
ricerca di una lingua madre di tutte le altre; poiché è fnt- (I) Volt Ess.
s.les moeurs. T. HI, p. 7,19. Digitized by Google to evidente che la produzione
linguistica è opera costante, coeva quanto ai primi clementi ad ogni umano
individuo, come ogni altra funzione della vita, e nel continuarsi ai prodotti
superstiti delle generazioni che precedettero, è un risultato spe- ciale ai
rapporti tra l'uomo e l'ambiente porzione del gran Tutto. Le parole indicano
prima una sensazione subita per parte di un dato contatto tra la per- cettività
umana e le sceuc che l'attorniarono, so- no pertanto cenni di ricordanze; e
siccome questi rapporti tra la percettività e l'oggettività avven- gono di
fatto in un dato luogo e tempo, le parole rapprcseutnno prima un oggetto dato,
individuo ovvero una data azione soltanto; poi accorgen- dosi l'uomo per
ripetute esperienze che molti og- getti sono simili al primo e che succedono
atti simili a quelli che prima fissarono la sua atten- zione, quella parola
prima che alludeva a quella data circostanza indica poi anche le posteriori si-
migliatili; e siccome non v'ha assoluta uguaglian- za fra le cose, di roano in
mono che si moltiplica- no V esperienze fra le quali si trovi qualche ana-
logia, il significalo della parola, ricordandone una quantità di più o meno
analoghe, estendendosi, il suo servigio diventa sempre più vago e indefinito :
dunque nel primo ufficio il nome è veramente no- me proprio, c cosi, quantunque
i grammatici non abbiano trovato di fare questa distinzione, dir do- vrebbesi
del verbo nell' uso che si fece di ciascu- no la prima volta; poi il nome
diventa appella- tivo, quindi pei processi di analogia l'uso sempre più si
generalizza. Questo processo l'abbiamo sot- to gli occhi nostri nelle
espressioni delle persone più rozze, il volgo parlicolarizza sempre, dice la
quercia di quel «i/o, il fiume di quel tal luogo ecc., non in generale le
qnercie od i fiumi; si udrà dai villici del Veneto dirsi parlar ledesco ogni
linguag- gio non inteso, e dirsi coreo chiunque non è cat- tolico ; perchè le
prove più frequenti di udire una lingua non intesa si hanno per parte dei
Tedeschi, e perchè non conobbe altra specie di persone non accomunate al suo
culto fuori degli Ebrei. 11 nome delia quercia passò ad indicare ogni albero in
ge- nere. I nomi generici d'ora rappresentavano quin- di una specie soltanto.
In ebraico ^/on,qucrcia, in caldeo JlSì Digitized by Google MÌTICI
ÌNDBTERMIZIONE DEI SEMI DELLE PAROLE. Crisippo sosteneva assolulnmculc che ogni
parola è per se ambigua, perchè dalla medesima si ponno inlendrre due o più
cose (I). Questa pro- posizione meglio si applica all'età linguistica più
oscura. Narra King che sulla costa N. 0. dell' A- merica la lingua degli
abitatori di Prince Wil- liam' s Sound gli riuscì difficilissima da intendere,
non già perche i suoni costituenti le parole fos- sero confusi e indistinti, m
i pei \arii significati che ogni suono aveva; poiché usavano V identica parola
frequentemente in occasioni affatto diverse. Anche CooK. aveva osservato che
nella lingua di quei selvaggi ogni parola esprimeva e compren- deva molle idee
semplici (2). Lo stesso dice Giorgio Marcgravio della lin- gua dei selvaggi del
Brasile: molte parole indica- no cose diflcrciilissime, p. e. A frutto,
diletto, com- militone (3), glande : Accana slanciare, raccoglie- re, leggere,
misurare, ponderare, deliberare : A- àr cadere (4), intendere (5). In sanscrito
le parole avevano sensi indeler- mmalissimi. Nel dizionario Amarasinha si
trovano settecento trentatre vocaboli, che hanno due, tre e quattro sensi
diversi (6). (1) A. Cell. XI, c. 12. (2) Vuvagi! lo lite Pacific. Ocean. Cook
Coritin. d. King. U MI p. 375, e I. Il, 336. (3) Marnò cuipe rrrym Xe », d'onde
vieni, dilet- to camerata? (Georg. Mangrav. de Braailiae Reg. p. 24.) (4) Aci
tanto la molliplicilà dei scusi nelle seguenti condizioni : I. I n oggetto o
soggctlo può avere rapporti diversi secondo varii altri soggetti, in riguardo
ai (piali si consideri ; ora nominaudo iu qualche mo- do tale soggetto od
oggetto, in guisa che non si sbagli sulla sua individualità : questi rapporti
di- versi vengono pure ricordali, giusta il caso spe- ciale, da quelli ai quali
sicuo noli. Cosi un fan- ciullo, avendo padre e madre, e in rapporto di quelli
figlio. Questo rapporto viene compreso, quando appaia esistere i genitori del
soggetto ; quindi le stesse parole, che indicano fauciullo, si usano pure per
dir figlio. Cosi j>3 Vrt in caldeo vuol dire fanciullo ed in siriaco ed in
ebraico v uol dire figlio : cosi trovasi nella Genesi c. XXI, vers. 23 Anche in
greco flou? ragazzo, fanciullo, usa- si pure per figlio, per cs. Atos 6 naie,
cioè figlio di Giove, dicesi Bacco da Anacreonte. E in Erodoto spessissimo, per
es.Matftnjs (re degli Scili) npwts- ».i:i chiamale e xXvw ascoltare (se uno
par- la, chiama, V altro ascolta). In ebraico "J^Q pclech vuol dire tanto
co- nocchia come fuso : cosi pure "W£^) c/iwciiir co- nocchia, fuso (1).
occhio, colore, su- fi) Petra*! Nomcnclalor. Digitized by Google - 277 - lauto
Porga- le qualità visi- pcrficie(l). La no visivo che jM-rrepiscc, l>ili
percepite. Licht ( ted. ), luce, c Likke, pertugio. Mi- cliaelis dice che
Liicfce è in rapporto con Licht luce, perchè la luce arriva penetrando pei
fori, |)ci pertugi (2). Pa (pers.), piede, vestigio, traccia. La slessa parola
indica il piede e la sua impronta lasciata nel terreno calcato. Pad (sanscr.),
piede, Pad (ani. ted. Ott- fried, b. sass.), Padey ( Malabar ), Palh (iugL),
llaiTo? (gr.), strada, via, sentiero. La stessa pa- iola in lingue diverse
indica il piede ed il suolo che dal piede si tocca. Da 6p Caf (ebr.), palina
della mano, deriva "ìhp? Cafìor— mela, pomo. Cosi in greco K«p- ko« (lai.)
mano, carpo e fruito. Cosi in sanscrito 7*0/0, fratto, e in greco naXa'|ia,
Palma (lai.), palma della mano. Come si vede, la cosa che si prende (frutto! e
l'istruniculo per prenderla hanno nomi promi- scui o derivanti dallo stesso
tema. Anche in tur- co Lll Alma, pomo , ed ,j^f àlmaq, prendere. Anche carcere,
prendere, cogliere (lat.), è dello stesso tema di Kap7-o ? , fratto e mano. In
turco Guerbé, gallo, vuol dire an- che serpillo ; pel rapporto che ha il gallo
con quest'erba di cui si compiace. Kebett o^^oT vuol dire ape , ed anche
arislolochia ; perchè l' ape si ciba dei fiori di ta- le erba. Gufai» (pers.),
bue, loro, deve essere in rapporto con Guiah »LT(pers.), erba (la quale si
pascola dal bue). Pathe in tedesco (che è corruzion di pater) vuol dire non
solo il padrino c la madrina, ma anche il figlioccio e la figlioccia. Pt
(Chin.), capitano, duce: Pe (Chin.), cento. (') J»p Nh'en, superficie. Exod. X
v. 15. (2) Diss. Einfluss.d. Sprachen, p. 105. (ebr.), duce, condotticre. Flef
C^R (ebr.), mille. Queste parole nel loro significalo numerale devono alludere
al numero dei soldati, ai quali un dato supcriore comandava. Erano già nella
milizia ebraica i capi di mille uomini D»97$ HjgP tari alafim che si nominano
spesso nella Mi- crà (1). Cosi in ungherese cser, mille: ezred, co- lonnello; e
cosi -ExavrcVrapxos (gr.), Centuria (lat ), ecc. i capi di cento uomini che si
trovano in tanle nazioni, in ebraico rW^Q Quindi veri- " T similmente Pe
(chin.), ccnlo, oenlurionerrcapo di cculo uomini. . Cosi in italiano Colonnello
vuol dire capo di un reggimento, ed anche il reggimento stesso (2). Anche in
ungherese Ezred vuol dire tanto reggi- mento come colonnello. Similmcule Ktjqry*
(turco), gotta, mor- te, distruzione, presagio, prodigio, medico abile,
istruito. Da una parie quindi i significali di dan- no, dall'altra quelli di
soccorso. Abbiamo veduto dirsi nobili gli animali pe- ricolosi, per es. come il
cinghiale, perchè i nobili se ne riserbavano la caccia (3). ZarzirVN (ebr.),
cinto, cavallo, cane ■ da caccia, leopardo. Lo scopo è la caccia : un nome
comune ricordava sia il soggetto, sia i mezzi. In aulico latino Eque» voleva
dire tanto ca- vallo come cavaliere, cioè la persona che monla e la bestia che
viene montala. Usasi da Ennio nel significalo di cavallo, e lo ripetè Virgilio
per vezzo d'arcaismo: F mena Pelethronii LapUhae gyrosque dedere Impositi
dorso, atque equitem docucre sub armis Insultare solo et gressus glomerare superbo»
(Virgil. Geòrgie. HI, v. U5, A. Geli. XVI11, e. 5). a x!ÌlI P 'v e '25
aralÌp0mCU ' L " °- XV1, 14 Ewd - pi y.?. rchi Is,oria Fior - passim p e .
p. 11. A\ Edi*, di Milano 1845, Burroni e Scodi (3) Giojn Filos. d. Statisi.
Il, p. 261. Digitized by Google Oltre l'azione immediata mnemonica, Y in-
telletto agisce sulle percezioni sue, ricomponen- dole in dati ordini relativi
all' individuale suo at- teggiamento. Per questo avviene che, se in qual- che
maniera abbia avvertilo una somiglianza tra le percezioni sue prime e le
posteriori, quelle parole che gli ricordano le une valgono pare per le altre.
Per analogia pertanto furono applicati i no- mi delle cose prima appellale alle
altre, colle quali sì trovò qualche somiglianza, sia oggettiva reale, sia piuttosto
nei rapporti nei quali era dall' uomo considerata. Bahu (sauscr.), braccio, (I)
vuol di- re anche pia. Cosi in ebraico DIO *us nome del cavallo fu applicato
alla gru. TìJ^ Nh'agur, (cbr.) gru, rondine; perchè tulle due viaggiatrici : le
vede- vano venire e partire ogni anno (forestiere "HJ). T>? Ziz
onomatopeia degli uccelli e loro no- me fu applicato alle fiere per l'analogia
d'interesse, che ne aveva l' uomo ; perchè andava a caccia, si delle fiere,
come di quelli. ^SV* Tselattal, cavalletta, fu applicato alla T T : ruggine
delle biade, per cui vengono distrutte come per le cavallelle ; cosi in
italiano dicesi golpe (cioè volpe) una malattia delle biade, perchè questa di-
strugge il prodotto, come la volpe reca dauno al pollame, all'uva ecc. In turco
Qurd o Qurl 0pf?«»pj vuol dire lupo e verme, perchè tutti due divorano. luz
(turco), pantera, dicesi anche del ca- ne voloce per la sua rapidità, per cui
fu parago- nalo a quella belva. 4in yj** (Iure), (ar.) e A7«' aiti (ebr.), !
occhio, poi sorgente, fonte; poiché sembrò di pa- ( ragonare lo scaturire
dell'acqua, nelle sorgenti, alla spontaneità improvvisa delle lagrime. Kibrit
vs^aT (turco), oro, diecsi pure lo zolfo per la somiglianza di colore, e poi
dallo zolfo passò a significare anche il fosforo, |>er la (I) Eichhoff.
Parallèle p. 170 somiglianza delle proprietà d' accensione, di lu- ce ecc.
Krbcst o— jS" (turco), ape volle dire poi ve- leno per la proprietà delle
sue punture cosi dolo- rose e virulente. Su yo (turco), acqua, venne a voler
dire per analogia anche succo e brodo. À'e/i'/p iJULT (lurco), bue, poi si
appellò così la cornacchia per la durezza del rostro paragonalo ad un corno,
per cui in Ialino venne delta Cornix ed in greco Kopwvij : poi volle dire
sciabla smussa- ta per nuova onalngia col becco della cornacchia. Sctenk vSÀjLA
(lurco), cipresso venne a voler dire amante sia uomo sia donna; qui il cipresso
servi di termine di paragone per la bellezza della forma e della taglia elevala
e diritta. Venne a vo- ler dire proboscide, che al cipresso fu paragonata per
la sua forma piramidale, e forse per la lun- ghezza. Venne a voler dire uomo
cattivo, perchè il cipresso è emblema funerale. Il nome delle eminenze naturali
fu applicalo a quelle prodotte dall'arte. Tor (ingl.), alto sco- glio c torre
(I). Roc (fr.), rupe, rocca, torre. Lo stesso nome di Rocra (il.) deriva da Roc
(fir.). Da "Vllfl Tur (caldeo), monte, deriva T*rru (lat) torre. Berg
(led.) monte, Burg, borgo. Ilup- Y05 (gr.), torre, tUpfaujn = luogo elevalo
(2). Queste analogie si percepiscono inslintiva- mente in vari rapporti, p. e.
furono spesso senti- te le analogie fra la luce ed il suono; dicesi fanale
Mordo per intendere una lanterna cicca (3), e dicesi respirazioue oscura. È
curioso di vedere come i Latini, prima di ricevere la parola £c/ro dai Greci
(H>>), chiamas- sero tal fenomeno imago, applicando all'argomento
relativo al suono la parola che serviva a rap- presentare un fenomeno di
rqielizionc per l' oc- chio. Gli antichi ignorauli di fisica sentirono pure
l'analogia di questi fenomeni, la loro equazione, (1) Ailcln ne. Diz. in voce
Thurm. (2) Le torri ebbero il nume dallo eminenze na- turali , non solo per
analogia , ma anche perchè si fabbricavano sullo alture. (3) Dizion.
inglese-ilal. Graglia in voce Lanthoro. p. 467. Digitized by Google 279 - cbe
sta cioè l'eco all' adito come V immagine ri- mandala dai corpi lucidi
all'occhio. Valer. Flacc. Argonaul. Rursus ltijlan et rursu» Hylan perlonga
recìamat Avia, responsant tglvae et vaga ccrtat imago. Ed Orazio : Quem deum cujut
recinit jocosa IVomcn imago. E in vero la legge acustica di ripercussione è
uguale a quella ottica, per cui si riflettono i rag- gi; produce nell'aria
l'eco, che è per l'udito ciò che è^riminagiiic riflessa per V occhio. Le
pareti, che ripercuotono i suoni, sono per l'orecchio ciò che i piani lucidi,
l'acqua, gli specchi per l'occhio. Quest'azione dell'intelletto si protrae ben
ol- tre il sentire i rapporti di analogia; e per questo che v'hanno idee di
percezione e idee di riflessio- ne, avvenne che le stesse prole ricordassero si
le une che le altre. CosUYuinitia (turco), pez- zo di moneta, derivato da
nummut (lai.) , vuol dire pure perfìdia, vizio, disonore, inimicizia, ob-
brobrio, natura, essenza dell'uomo. Tgr^jj (pers.) freccia, collera, sdegno,
sorte, destino, potenza, virtù. Tsarar "Tte (ebr.), legò, aggruppò, angu-
stiò, espugnò. Un' altra cagione si è la diversità di giudi- cio che su date
cose si porta, onde il nome, che tali cose ricorda, trae seco la ricordanza
della o- pinioue individuale di quello che tal parola ado- pera. Cosi è
specialmente dei rapporti aflettivi. Quell'atto che da taluno si ammira, da tal
altro si disprezza. Dice Platone nel 1. 8 della Repubbli- ca che il pudore, la
temperanza , la parsimonia nel- l'economia soglionsi da taluno dire stoltezza,
i- gnavia, rusticità, spilorceria; all' incontro la pe- tulanza ottiene il nome
d'indole iugenua ed alle- vata liberalmente ; la licenza chiamasi libertà ; la
prodigalità , magnificenza ; l' impudenza , for- tezza. Cosi quelli che sono
umani chiamansi talora effeminali, e i fatti dolosi ed iniqui si dicono da
taluno prodotti d'animo vasto e sapiente, e gli si fa lode della sua ambizione
(1). Si consideri ora (1) Slellini, Ort. ci Progr. Morum. I ?, p. l'5. questa
varietà d'opinioni tanto maggiore quanto più gli uomini erano incolti. Platone
dice nel Meno- ue che non si era ancor definito in qual maniera si
distinguessero il giusto e l'ingiusto, ch'egli va in- vestigando nei libri I e
II della sua Politia; e pri- ma di Socrate non si era ancora indagato cosa
fosse pio e santo (Euthyphrone) (1). Ecco pertanto come, durante questa licenza
della pubblica opinione, le parole che si riferivano agli alti morali, secondo
la maniera di pensare di ognuno, aver potevano una rappresentanza di ap- pro\
azione o contraria, così che quello, che uno avrebbe creduto volesse dire una
virtù, per l'altro significasse un vizio. Ricordo alcuni versi di Ae- do (2),
dove si vede la gara di significati delle parole Pertinacia e Pervicacia, che
si prendereb- bero per sinonimc. Tu pertinnvium esscArrhiloche hanc praedicat,
Ego percicaciam ajo et tue uti volo, Ama perricoceni dici* me esse et vincere
Perfacile patior, pertinaciam uihil moror. Uacc fortet sequilur; Ulani indocti
pottident : Tu addis quod vitio est, demi* quod laudi datur. Eppure Orazio usa
la parola pen'icax in so di .... desine pervicax (3) •Sermone» re /erre
(leonini, et Magna modi* tenuare parvi*. Alcuni moti affettivi », bile
conseguenza, a certe impressioni , relativa- mente alle circostanze, e quindi
le parole passauo per questi a varie espressioni. Le stesse parole indicarono
la paura e la venerazione, che sono moli dell'animo assai vici- ni; cosi che
talora non vi ha linea che le separi. In greco r.pìtf* si usa nel significato
di ve- ti) Slellini, Ori. et Proar. Morom, 1, 13«. Mwmiil.ini'.s Tragedia. (5)
Od. HI, 1. Ili Digitized by Google — 280 — ncranda c di tremenda, p. c. Tipica
Ai'o« &uy«- Tìjp A"ty] il flr*VTa? dinoti (I). Cosi vedesi la stessa
radicale in latino rife- rirsi alla paura Timor } ed in greco all' onore
Tifi»), ti|t«w. Quella parola che vuol dire scarso di beni trasse pur seco ora
un senso di compassione, ora di disprezzo in varie lingue : in latino pauper,
po- \cro, usasi anche per semplice termine di compas- sione, senza riferirsi
all' indigenza. Atque aiiquis de i .li-in- pius prò paupere nato (2). In
italiano poeero , poveretto usasi, oltre che nel significato di scarsezza di
beni, anche per com- passione sotto ogni altro rapporto. In francese pauvre,
povero, scarso di beni, eppure usasi per espressione di tenerezza, come p. e.
pauvres petits, inuocents, in tono compassio- nevole, e per derisione un pauvre
oralcur, vin, chère, comédie. Anche iu tedesco arm, povero indigente, u- sasi
come espressione compassionevole per qua- lunque altra causa, p. e. dcr arme
Mensch ! ein uncrfahnics Miidcbcn ecc. Alcune volte la moitiplicilà dei scusi
ha la nelle condizioni spedali topografiche. Su ( turco ) , acqua ( in persiano
), lu- cro, vantaggio, guadagno, emolumento. Per la condizione locale, do\c
l'acqua valse come og- getto importante j siccome presso noi il pa- ne , colla
quale parola intendiamo anche im- piego, onorario, stipendio. INcl linguaggio
tarta- ro del Turkestan vuol dire pure distretto, a lato, verso, ugualmente. Le
divisioni dei paesi devono aver avuto luogo in rapporto ai fiumi, ai rivi, ec.
come qui iu Italia, sotto il governo francese, le provincic si dividevano iu
rapporto ai fiumi che le percorrevano. Tselasal b^(S (ebr.), cavalletta, vuol
dire attrazione; perchè le cavallette procedono a torme, quaiKlo devastano le
contrade della (1) Iliaci.. XIX, v. 91. (2) C IVdon. Albinovani . Consolido ;iJ
l.ivi.ini, r. 191. Palestina, dell'Egitto, ce. e come nel 1542 avveu- ne in
Italia, in Ungheria, in Germania ec. (i). J'emen ^jjl^ (ar.), mano destra,
felicita e I' Arabia felice, per la sua posizione avventurosa. Molli sensi, che
a noi sembrerebbero affatto indifferenti tra loro, si trovano compresi da una
stessa parola, per le speciali opinioni in quella tal classe o popolo ; e noi
non potremmo, giu- sta le nostre, indovinare la causa di questa socie- tà, per
cs. in turco Qinaf vjliS vuol dire glande virile voluminoso., che ha gran uaso
e gran barba. Tutte cose relative alle idee di forza maschile ge- nerativa.
Qanfer jàiS vuol dire podice, asta virile, perchè tutte «lue cose pudende.
Nazaret gjb»ord lingue varie), terra. Nuna (Galibis,Groenland, Caraibi,
Esquime- si, Orenoco, Amazoni lingue varie), luna. Mah (Kamul e Turfau), luna.
Mai (Asia, Ossct), luna. Ma (Ural Estimino), terra. Ma (Wogul), terra, Mma
(Finnlandia), terra. Maha (Colombia), terra. Aiè (Brasile Camacan), luna. (I)
Mudinoli, Commenl, Dioicor., I. Il, c 40. Digitized by Google — 281 — Àje
(Brasile Paris), terra. le (Brasile Menieng», luna. £ (Brasile Mcnieng), terra.
E (Brasile Camacan), terra. Eh (Camacan Spix Martius), terra. Anche gli Egizii
attribuivano il non» hit tanto alla luna come alla terra (1). Proclo inoltre
dice che gli Egizii chiamavano la luna ferra eterea, e Cerere stessa, detta dai
Greci Aij- |MÌTr,5,cioè madre terra, e che corrisponde all'Isi- de detrlì
Kgixii (2). non solo è la terra, ma anche la luna ; onde Virgilio disse ■ vos o
clarissima mundi Lumina, labculemcocloquae ducilis annum, Liber et alma Ceret »
intendendo sotto il nome di Cerere la luna, come per Liber il sole (5). È
probabile che la promiscuità di nóme alla terra ed alla luna dipenda dall'
esperienza degl' influssi lunari sulla terra, specialmente sulla terra
considerala rome produttrice, insomma in rappor- to alla vegetazione, alle semine,
ec. I nostri vil- lici si regolano sempre giusta le lune e le loro Tasi nelle
operazioni agricole. Humboldt ha osservalo che ncll' uso della lingua, nella
ristrettezza antica delle vedute co- smiche, le idee di Terra e di Mondo si
fondono insieme, e ricorda le espressioni Giro del Vanti», A'uov» Mondo,
Mappamondo; anche in tedesco f/tltunutijlung, ttell Aorte», Neue ff 'tlt (4).
Questa promiscuità di nome al nostro piccolo pia- neta coli' immensità dell'
universo è efletto della cortezza delle no/.ioni dell' uomo volgare. Aei;t«
(gr.) = mano destra, potenza l'emen cr sentenza dell' oracolo il più saggio dei
Romani (3), ed al contrario exeort, etimologicamente, senza cuore, e uecor» e
sur un sciocco, ignavo, ec. Perciò Cesare all'Aru- spice clic gli aveva
riferito, |>er atterrirlo, di aver trovato le ultime senza cuore negò « prò
ostento duccndum si pccudi cor defuissct >» (4). Anche in greco la slessa
parola V --V; vuol dire tanto i precordii come la mente (5). Al tempo di Cice-
rone esisteva un certo rapporto fra le idee di cuore e di palato : egli usa
nominare si Tuuo che l'altro in una specie di accordo : « Hoc csl non modo cor
non habere sed ne palalum quidem (G) ». « Non euim sequilur ut cui cor sapiat
ci non sa- piat palalum (7) ». Dove il verbo sapere riferito a cuore ha il
significalo di essere sapiente, di go- dere delle facoltà inculali. In persiano
Dimagh £Lo vuol dire lanlo palalo come cervello. In ebraico Ijn Chech, palalo,
è molto simile a C7»ec j/>fT, seno, grembo. (I) «Cor iubet hoc Enni »
(Peraius, SaL VI, v. 10, ed A. Celilo L. XVII. e 17). (St) Cic. 1, Divinai, e.
5*2, Tuscul. I, c 9, e Lui rc- lius IV, v. 51, Id. licei lune quamvis hebeli
cognoscere corde. (5) Vico Antichissima Sapienza d. Italiani c. V, $ 2. {4l
Sueton. in Cu, dei visceri. I Malesi chiamano con uno stesso nome il more, il
fegato, i polmoni e la milza. Haitii cuore, soJtit hatii dolere il cuore; cosi
si nomina- no tutte le malattie di questi visceri (2). In sanscrito Vdara
ventre, utero. In latino pure Ulerus si usa tanto per indicare l'utero come il
ventre. Celso usò spessissimo della parola Utenti nel significato di ventre, p.
e. L. VII, c. il e 21, ecc. e Virgilio, parlando della cavità del cavallo di
Troja, dice: « uterumque armalo milite complcnt » ( !■ 1 1 . II. v. 20). Non si
distingueva la speciale segre- gazione del feto nella cavità addominale, come
si vede da questa espressione dove si narra l'assedio di Roma fatto da Alarico
l'anno 409, parlando delle madri che mangiavano i proprii figli : « Ad uefandos
cibos crupit esuricntium rabies et sua inviccm membra lauiarunt, dum mater non
par- i quelli della famiglia di lei vennero intorno a verifi- care eoo
meraviglia questa cosa per loro affatto nuo- va; e mi dissero che, ogni volta
ctie facevano un abito nuovo alla ragazza, accorciavano la manica destra, cho
credevano ossero più lunga per errore della sarta. La famiglia era composta di
14 individui, fra i quali il padre e la madre e gli altri lutti parenti della
ragaz- za: v'era dunque pure opportunità per l'uno o l'altro di averla sotto
gli occhi! (1) Pacuvius in Niptra, tragedia citala da A. Cellio. Noci. A. L.
X1U, c. 28. (2) Bonlius, Hist. Nat. ci Mcd. L. VI, p. 147. Digitized by Google
- 283 _ cit Udenti infantiac ; et recipit utero, quem paul- lo ante efuderal » (S.
Hicronyro. ad Principiam, T. I. |'. I-' ! ). Anche gli altri nomi del ventre
ser- vivano ad iudicarc V utero in greco ed in Ialino 'evyasTept xoei porta nel
ventre cioè nell'utero per dire gestante, gravida (Omero). Anche 'iv T«aTtpt
e'xeiv: xoiXta usasi per ventre e per utero x»pird« tijs xotXc'a; ctb « fruclus
ventris tui (1) ». Giiguer JO*. (pers.), fegato, cuore, Aq gii- guer yCa»
polmone. Junk (turco), ventre, stomaco, cuore. Rapata (gr.), cuore, bocca dello
stomaco. In latino pure cor voleva dire non solo cuo- re ma anche stomaco, p.
e. come disse Lucrezio L. YF, 4149: « Inde ubi per fauces pectus complerat et
ipsuni Morbida vis in cor moestum confluxerat aegris ». 5rroòtcuius conlis
dicesi la regione che cor- risponde allo stomaco. I nostri \ illiei (dial.
veneti) nominando il cuore accennano sempre l'epigastrio, e tal regio- ne
chiamano bocca del cuore o pozzetta dello sto- maco indifferentemente, e la
nausea ed il dolore dì stomaco chiamano mal al cuor. Anche in tedesco chiamasi
Herzwasser (ac- qua del cuore) il vomito d'insipido umore delle gravide (2). In
greco taluni appcllavauo col nome dei reni i testicoli « xaì òpx£t S tJctSiov »
5 x%i vj'ypus e'xaXsv » (o). Altrettanto osservasi quanto ai colori. Welle
Isole degli Amici la stessa parola tfeena iuol dire lanto scojattolo, come
sorcio (5). Abbiamo vedulo la serie degli animali di no- me promiscuo
originariamente e che oltennero fissazione di nome io seguito, pel fallo della
divi- sione dei popoli e quindi della diversità di circo- stanze. In un dato
soggetto pomio essere conside- rate varie parli; può quindi avveuirc che alcuno
intenda di nominare una data parie mentre altri mira ad un' altra, c che quindi
un altro intenda invece il complesso di quest' oggetto in cui lati parli dall'
uno e dall' altro furono considerate : onde i varii parlanti credono d'
intendersi fra lo- ro perche sommariamente non si sbagliano sui- ti)
Pronertius, L IV. El. Il v. 43 pi Bui Rai I. XXII. c. 21. (3) Cook. Voy.
Pacific. HI, 5-10 Appcnd. N. IV. Coulin. d. King. l' individuo ; ma l' inlima
nozione che ognuno in- tende d' accennare è diversa ; appunto per questa
intelligenza mutua, sufficiente non avviene che se ne accorgano e ne vengano in
chiaro. É un mal inteso che dura perchè non si sospetta. Questa panni la ragione
per cui si trova la stessa radicale aver dato il nome alla mano ed al capo. Io
ebraico C|3 cap, palma della mano; d'on- j de cape (lat.), prendi (2. pers.
sing. prcs. imperai., tema di capere); caput (lai.) lesla; Aop (leut.), le- sta
; J*i qabb (ar., pers. turco), lesta. Eppure Kapr.àt (gr.)j e carpa» (lai.),
mano. Cara, Kant (sanscr.), mano. Caro/i (sanscr.), ossa del capo. pira»
(sanscr.), lesla. Rapa, xapij, xp»? (gr.), testa. La mano e la testa (forse in
origine si con- siderava soltanto quella dell' uomo), ebbero un nome promiscuo;
perchè sono due parli che eou- traddistingoono 1' uomo dagli altri esseri : 1'
una (la mano) per forma unica ( eccettuale le scimic, che forse uci paesi
dov'ebbe origine tale nomen- clatura non esistevano), l'altra (la testa) per la
sua superiorità ; cosi come ai nostri giorni dicesi una buona festa — uomo d'
alto intelletto ; una gran mano = bravo artista, pittore, operaio- re, ecc. In
questo modo io spiego la parentela delle parole che vogliono dire mano ed uomo.
Man e Siane» (1) (pers.); manusha (sanscrito); il/ami (led.), uomo ; manus
(lai.), mano. La stessa parola che in Ialino ed in molle lingue figlie della
Ialina indica il pelo del volto, ncll' uomo barba, indica in portoghese il
mento che è la parte su cui più generalmente fiorisce. In greco «vàepetJv vuol
dire mento, riferen- dosi alla fioritura della barba in quella regione («vàe'w
fiorisco). (I) Man, Mane» Persici* v.iri.te pt-rsomn et servi I dicebanlur.
Manu*ha (s.nistr) liomn.vir Manen (sanse.) vir nobili* bouore diurni-. (P.
Patitimi .i s. Ultimiti- mi'o). Ontani Adagiti Halabarica. Roma 1791, apud
Folgoniutn. Digitized by Go - 285 - La stessa parola indicante un colore dei
ca- pelli in greco, indica invece una qualità di forma dei capelli in latino,
xtp'p'sj (gr.), biondo (I), cir- ri» (lai.), riccio (2). L'indeterminazione dei
sensi delle parole nel- le origini delle lingue è effetto della scarsezza delle
voci. La povertà delle lingue in origine è ta- le che non ne abbiamo alcuna
idea, ne l'avremmo, senza le ultime nozioni etnografiche esibiteci dai
viaggiatori. Certe nazioni selvagge non hanno due ccuto parole e la loro lingua
si riduce a cin- que o sei suoni o grida (3). Nessuna popolazione del Brasile
aveva ter- mini per esprimere le idee che comunemente di- consi astratte ed
universali (4). Questa penuria di lingua era comune a tutti i popoli
dell'America (5). E certo si trova dapper- tutto ove l'umana società sia
rimasta nell'igno- ranza congenita. Nella lingua della California non esistono
parole ehe indichino vita, morte, freddo, caldo, mondo, pioggia, metnoria,
intelligenza t vo- lontà, amore, odio, bellezza, figura, giovine, vec- chio,
prato, rotondo, profondo, ecc. Quattro pa- role iudicano lutti i colorì ecc.
(6). Le lingue po- co studiate hanno pochi vocaboli, come dell'antico latino
osservò Yarrone (7). Ora, quanto più povera è una lingua tanto più i pochi
termini suoi corrispondono a varii si- gnificati; come aveva bene osservato
Gale provan- i in più lingue orientali, ed anco in alcune ome la egizia e la
fenicia con teslimooii di Plutarco e di Eusebio (8). Le poche voci bisogna che
servano a tutto, rappresentino i varii affetti e corrispondano ai bisogni
d'espressione relativi al- le circostanze locali e proprie della nazione, della
(1) A. Geli. I. XIII, c. 29, xipp'ov id est gilvmn (2) Casarien madido
torqueiiletu corsia cirro (Juvenal. S.iL XIII, v..lfi.ì> (5) Ramai, HisL Et.
eie. (4) Raynal, E eie. L IV. I. 9, pag. 558. (.">} Raynal ivi. (K)
Relation di- la Presqu'lsle Améric. de Calibr- ine, Mannluirn 1772. C. Geb.lin.
Vili, 555. (7) Lanzi Sa». L. Etr. I. 22. (5) Nota; in l'-irpliyrium p. :25. »
Vccshula in qua- vis lingua, quo sunl pauciora co sunlroXoorinoTepa".
casta parlante giusta lo scopo e l'opportunità; per cui anzi il senso risulla
dall'attenzione prestata a tutto l'insieme della scena, quindi è l'ultimo
risul- tato d'induzioni fatte dall'uditore e pel confronto dei membri della
frase tra loro e dell'insieme. Possiamo studiare questo fatto oggidì in tut- te
le lingue, dove sono alante parole che acqui- stano ogni senso relativamente
alla circostanza in cui sono pronunciate: cosi in italiano, quando non viene in
mente il nome d'un tal oggetto o sogget- to od individuo, dicesi coso, cosa
(I). Ugualmente in tedesco diecsi Ding nei casi medesimi, che vuol dire appunto
cosa. In ebraico ")3T devar (cosa), vuol dire pure parola, discorso,
editto, nulla, e con qualche VQrleU di pronuncia restando le stes- se lettere
(senza puntazione) peste, mortalità. Co- sì in turco Aesne - f o ficstè y? r -
f è una paro- la che diecsi indifferentemente di tutto, quando si cerchi un
nome che non viene in mente. « Nel linguaggio che va formandosi a Gon- ion per
la più indispensabile intelligenza fra i Chi- nati e gl'Inglesi, formalo da
alcune parole inglesi, si è fatto Pigeon (che è una corruzione fatta dalla
provincia chincsc di Business, affare) una vera pa- rola universale. Vuol dire
in generale cosa. Tutto è Pigeon; Ios Pigeon è tutto ciò che si riferisce alla
religione, tempio, culto , idolo , scrittura sa- cra, processione, scritture di
fatti storici antichi, e perchè ios (Dio) corrisponde ad ogni possibile, los è
lutto ciò che volete, cosi ogni cosa possibi- le è los Pigeon. Si hanno anche i
porci di los. Rice pigeon è una pittura sopra carta di riso; di- cesi Teo
pigeon (Tè), Opium Pigeon (Oppio) , Foolo pigeon (Pazzia, Sciocchezza) » (2). I
pronomi in tutte le lingue rappresentano ancora un ufficio simile a quello del
nostro etto, cosa ecc.: indicano oecasionaimcntc oggetti e sog- getti
differenti. Alcuni verbi avevano in antico un ulficio assai vago: indicavano
una qualunque azione delle più ovvie; cosi p. e. sum, es, est, in latino
mangio, sono, vengo credulo, slimalo: est (im- (1) Da tulio il pantano Veduto
quel eoso. (ti in- sti. Il Ru Travicelo). (2) Allgcmeine Zeilung, Beil iu • 13
Octub»r 1810. Rriefe atta China. Dipitized by Google personale), appartiene,
conviene: facio, fare, cre- dere, slimare (pani, flocci, tanti facio). Cosi in
illirico ritti = fare, slunare. Questo pluralità di sensi tanto più si rileva,
considerando le identiche radicali in lingue diver- se : vedesi clic in una
lingua hanno un senso ed in qualche altro un altro. Molte volte questi sensi
diversi precsislevano, erano intesi colla stessa ra- dicale prima della
segregatone di quei dati idio- mi ai quali è comune. Cosi quella parola che in
qualche lingua teutonica vuol dire fare, vuol dire morire in un' altra lingua
dello stesso ceppo: do (ingl.) fare : doe in danese — morire; cosi i nostri
contadini (Veneto) usano il verbo fare nel signifi- cato di morire «/are la sua
(volta), quello che ave- va da fare ha fatto. » La stessa parola Xe-fw (gr.)
le- go (Int.), ksen (tcd.) si caricò nelle lingue diverse di questi valori =:
giacere, raccogliere, dire, parla- re, ragionare, leggere. I sensi serbali in
tedesco sono paralleli a quelli della parola Ialina — raccogliere, leggere.
Cini (ili.), fare, stimare. Rtvìiv (gr ), muovere. In Ialino trovasi la slessa
radicale in i della 3. coniugaz. componendosi acqui- stano la forma
desinenziale di quelli della 2. p. es. ante-capere, anii-cipart : e manu-captre
emanci-par». l'imperfezione dello sviluppo grammaticale; cosi che il senso che
ora si determina per le infles- sioni, le desinenze ecc. era abbandonato alla
con- ghiettura dell'individuo (I ). I verbi in origine non solo non avevano che
leggiere modificazioni appropriate al tempo, al modo, alla persona ecc., ma
avevano valore attivo, passivo e neutro sotto la stessa forma. Quanto più si
risale alle epoche antiche tanto meno definisconsi per mezzo di forme
grammaticali i valori. Nel- la lingua Ialina più antica erano molti i verbi co-
muni, che si usavano, cioè in valore attivo e pas- sivo, sotlo una sola forma,
p. e. ulor, horlor, ve- rsar, contolor, lettor, interpretorec, cosi che p. e.
wreor voleva dire tanto io temo come tono te- muto. Ora v'è una bella
differenza dal temere al- l'essere temuto; eppure la forma della parola non
esprimeva se si dovesse intendere l' uno cosa o l'altra (2). All'incontro altri
di forma attiva ser- vivano anche da passivi, p. e. puUxrare voleva di- re
lauto esser pieno di polvere come spargere con polvere, e mttneror, tignificor,
tacrifteor, at- sentior, focneror, pigneror, ec usavansi in senso attivo (5);
equitare voleva dire tanto farsi portare dal cavallo, cavalcare, quauto il
procedere del ca- vallo montalo dal cavaliere. In seguito questi verbi si
fissarono giusta l'uno o l'altro valore: molli altri invece rimasero ancora in
lutti due i valori anche nel latino classico; onde Lucilio dis- se parlando del
cavallo « Queis hiuc currere cquum nos atquc equitare videmus : « His cquilal,
currilquc; oculis equitare videmus; « Ergo oculis equitat. ...» (4). Cosi oggi
in italiano allattare vuol dire tanto il succhiare il latte dalla mammella come
il darlo: morire voleva dire tanto jicrire come ammazzare. (1) Questo sviluppo
delle forme grammaticali è esso medesimo un prodotto spontaneo, identico collo
sviluppo della parie lessici, cioè del materiale delle parole, del loro numero.
Questo fatto si dimostra nel- la Sjloria naturale della Grammatica. (2) A.
Geli. N. A. I. XV, c, 13. (3) A. Geli. L XVIII. c. 12. (4) A. Geli. L XVIII, c.
5. Digitized by Google — 287 — Cosi era nell'antico latino quanto ai casi. Gli
antichi dicevano me in quattro casi : pel nomina- tivo, p. e. mavolo amari me,
qui me quid rerum agi lem (Plaut. Asin. Se. I, A. V. ec.), donde rimase in
italiano l'uso di dire come me, dove sembrerebbe ; doversi dire come io (il me
in quella frase conserva l'antico servigio di caso ret- to). Me si usava pel
dativo, p. e. « si quid ine fuerit humanius » (Ennio) « imperli me » (Plaut.
Mil. Se. Ili, A. Il), me faciat quod vult magnus lupitcr (AuL Se. VI, A. X), ut
qui me opus sit imputari (Mere. Se. II, A. II). Me usavasi per ex me « si me
exquirct » ecc. Alcuni nomi iti antico latino erano neutri che poi nel Ialino
classico erano maschili, p. e. aci- num (1). min uhm» (2), sangucn (3). Ora
tutti i nomi di forma neutra avendo gli accusativi uguali ai nominativi possono
lasciare tanto più incerti se si tratti di agente o di soggetto. In francese la
parola gens non ha ancora geue- re proprio, essa determina al genere femminile
tutti i corrispondenti che precedono e al maschile tutti quelli che seguono,
p.c. " les vieiUcs gens sont soup- conneux: ma tout, quantunque preceda, si
po- ne in forma maschile p. e. tous Ics gens d'esprit, tous les honnétes gens
ce Nella povertà d'espressione valgono a deter- l' intelligenza adequata le
maniere dcll'ac- oudc si giudica essere enunciala la frase davvero od in
dubbio, con piena credenza od insi- diosamente. Questo aiuto si presta anche
nella più grande perfezione delle lingue; di più il vero sen- so è relativo
alla posizione nella serie del discor- so, al momento ed alle persone che
adoprauo la parola ed a quelle alle quali dirìgesi. Cosi av- viene nell'uso
della lingua dei selvaggi del Bra- sile : il senso si capisce dalla circostanza
e dal modo (A). Abbiamo veduto in sanscrito la voce patetica naiw avere due
opposti valori, cioè I, di approvazione, va bene, bene, bene: II, proibiti- A.
Geli. I VIII, c. 20. A. UHI. L IV. c. 1. A. Geli. I. 111. C 7. Georgii
Marcgrav. de Brasiliae. Rcg. p. 24. va, niente affatto, nequaquain : III, di
più un al- tro valore d'interrogazione, dunque? forse che? numquid?(l). L'a
aggiunto alle parole ha forza di to- gliere, come abbiamo veduto in sanscrito,
in greco ed in Ialino (2); eppure alle volte dà intensione, accresce come in
greco. In latino la particella ve ora indica intensio- ne, ora diminuzione (5).
In latino la preposizione in ha due sensi op- postissimi. Essa rappresenta la
condizione di coiv- lenerc p. e. : in hac urbe in me in coctum = cotto entro
(4) e di star sopra in columis incolumis in lustris ì/lustris ed ha forza
privativa in luuis t'/lunis ha senso di opposizione in amicus tnimicus in
juria, t'rijuria. E cosi molte altre particelle il cui senso si determina
giusta l'opportunità, p. e. quin (5) c tutte le altre per intendere le quali
all'uopo oc- corre un gran tatto (G). Secondo C. de Gobelin gli estremi opposti
furono indicati sempre dalla stessa radicale (7) p. e. Poi (Tahiti), piccolo,
pat radicale di »oyO secbel, intelletto, intelligenza. 1DH chesed, clemenza,
beneficenza. TOH chised, ricolmò di vitupero. In celtico. Skim, ombra (1).
5cim, luce. In greco. Avìxt]. luce. Au'-pi, oscurità, tenebre. XtiTfo, lascio.
Atì£w, prendo (Xa'pto). In latino. Calidus, caldo. Geìidus, freddo. Nella
povertà d'espressione, c mentre i sen- si delle parole sono così indefiniti, il
senso pre- ciso viene determinato dall'induzione, dallo spì- rito di
conghietlura, più o meno felice, dell'udi- tore, ciò che succede anche nelle
iuterc frasi ; on- de il loro senso e relativo soltanto a quella cir- costanza
e risulta dainusieme della frase. Cosi in francese baiser non vuol dire se non
baciare. Ora per quanti motivi non si' può ba- ciare? ma per via d'induzione
tale parola acqui- stò il suo senso osceno che ora porta, riferen- dosi ad uno
degli atti nei quali ha luogo. Fuit in Ialino valse = mori; cioè fu: a cui deve
aggiungere l'ascoltatore «ma adesso non è più». (I) Gebelin IH, 43. Vol. L
Dicesi ai nostri giorni « gli animali ti ricer- cano » e s'intende per
accoppiarsi. Questa induzione è necessaria anche negli stadii superiori delle
lingue, per molte cagioni che si svilupperanno nel Trattato del Raziocinio
deli- teacente e della Filiazione laterale dei sensi delle parole. Dunque le
parole per sè isolatamente han- no un senso indeterminato : il loro senso vero
è relativo. Perla conghietlura dell' ascoltatore avviene che le parole di forma
e di sensi, non solo di- le frasi quoad vitxt, qupad monetarsi usavano pro-
miscuamente; perciò vivere e morire avevano in tali frasi Io stesso
significato. Nella prima frase si mira all'ultimo momento della vita
inclusivamcn- tc; nella seconda al primo momento della sua ces- sazione esclusivamente.
Cosi spirare (it.) vuol di- re vivere e morire « egli spira ancora, respira an-
cora » egli spira, muore, spira l'ultimo fiato. Q ueUi che erano preposti in
Firenze nel 4 522 pei casi di peste chiamavansi promiscuamente ufficiali del
morbo, ufficiali della |>este, ufficiali della sanità (I). Il pensiero
dell'ascoltatore inten- do a = uffizioli per riparare e provvedere nei ca- si
di morbo e contro la peste, ulfiziali per prov* vedere alla sanità ; sensi che
veramente devono essere stali intesi, ma che non furono mai espressi RIGUARDI
SPECIALI SULLE DIFFERENZE DEI SENSI ANTICHI DELLE PAROLE PARAGONATI COGLI
ODIERNI. Egli è fatto generico che le parole di tem- po in tempo vanno
cangiando i sensi loro attri- buiti. Aulo GeUio lo avverti nella lingua latina.
Animadvertere est pluraque wrooram Latinorum ex ea sigiiificatione, in qua nata
sunt, decessissc, vel in aliam longe, vel in proximam; eamque decessio- ntm
fuctam esse consuetudine etinscitia temere di- li) Varchi, Slor. Fior. L VII.
p. 288. Ediz. di Mi- laoo 1815, Borrooi e Scolli. 37 Digi ccntium, quoe
cujusmodi $int non didicerint (I). I Ciò avviene sempre in (utle le lingue, e
le eanse stan- , no nell'aggiunta dei lavori intellettuali all'opportu- nità
delle sensazioni e nel cangiamento incessante delle circostanze; per cui, per
una pai-te le parole non rappresentano più le nude reminiscenze, ma invece i
prodotti, qualunque siensi, di reazione su quelle; e per l'altra vengono a
servire a nuove .illusioni. Il processo di questi varii rapporti tra le parole
ed i sensi verrà esposto nel Trattato Ideo- logico. Qui per altro bisogna
investigare le diffe- renze dei sensi più antichi o primitivi paragonati agli
odierni, nelle cause specialmente proprie alla più antica età linguistica.
Queste cause sono da ri- cercarsi per una parte nella condizione più sem- plice
delle menti e nella prima maniera non vi li- ticala di percepire, quindi nelle
abitudini dell' ap* parenlismo; e dall' altra nclf atteggiamento delle cose,
per le quali si producev ano tali e tali nozio- 1 ni. Questo e lo strato che va
di tempo in tempo variandosi) per le successive modificazioni delle |
circostanze, e per gli accorgimenti onde si relli- ficano le nozioni. Disogna
pertanto considerare quanto diversa fosse la posizione più semplice e più
antica degli uomini da quello che la troviamo nei tempi civili. Per ispiegarc
il linguaggio d' una nazione in origine, bisogna considerare quale era
l'impres- sione provocata dagli oggetti esterni sopra i sen- si di quel tal
popolo dato ; perchè la nomenclatu- ra rappresentò non già l'essenza delle
cose, sì le sensazioni che da tali cose nell' uomo si produce- j vano; così per
|l3pn "tàtari Amnòr aqatón (ebr.) lume minore, s'intese d'indicare la
luna; cosi anche in latino fu della («IMCH (2) e «ergere del sole, 'AMirsXij
ce. in tutte le lingue, mentre la luna non ha luce ed il sole non sorge. E le
Hyn- ili furono dette piovose, trisles ec. perchè, quan- do il punto della
terra è in caso di vederle, pio- li) N. Aliic XIII, c. 5W. (•2) Virgil. Geòrgie.
L. I v 6. « . . . . Vos o eolissima mundi lumino, lauculem coelo quae ducili*
annum. ■ ve; come che elle ne avessero colpa; mentre le piogge in quella
stagione derivano dal diminuire dell' influenza del sole, che nella sua maggior
for- za (in estale) valeva a dissipare i vapori dell'at- mosfera, i quali,
appena si trovano più condensati pel cessare del calore, devono cadere per
gravità in forma di pioggia. Dunque P uomo qui ha attri- buito ad attività
degli astri,. sul punto da lui abi- tato, quello ch'era effetto della minore
azione, della deficienza del sole; egli credette una parte del ciclo occupata
ai suoi danni. Così gli Egizii hanno detto conduttore d'acqua ( i Greci lo
ripor- tano tradotto 'jò'pav^Y-» ) l'astro Sirio, perchè al suo apparire
succedev a I" inondazione del Nilo. E la Cunicola credevasi raddoppiare
gli ardori del sole e del solstizio; eppure era facile 1' accorgersi che Sirio
non av eva alcuna colpa negli ardori del- l'estate; perchè, se la sua influenza
sembrata ar- dente nella eslate, essa era fredda nelf inverno al suo tramonto
(I). Bisogna dunque porsi nella po- sizione in cui si trovavano le nazioni,
della lingua delle quali si studiauo le origini e i sensi primi- liti, per
vedere quali fenomeni ne risultatami per l'uso degli oggetti che ottennero
nomenclatura in quella lingua; appunto rome fece Dupuis per ispie- garc la
mitologia, considerando i rapporti appa- renti degli astri tra loro, in
riguardo dell'uomo che li osserv av a da quei tali punii del nostro glo- bo;
d'onde vennero a noi li sistemi mitologici, che non erano se non la narrazione
dei fenomeni del cielo e di quelli terrestri coincidenti con quelli, c- spressi
nell'unica maniera di spiegarsi die allora fosse possibile. Il significato
delle parole e relati- vo ai giudizii ed alle opinioni della nazione par- lante
; e questi spesso affatto diversi negli uomini ignoranti, da quelli di un epoca
in cui le nozioni sieno adequate. L'eco fu credulo operarsi da un ente di forma
simile all'umana, p. e. presso i Gre- ci ed i Romani dalla ninfa Eco, e dai
Satiri e dal- le Ninfe e dai Fauni in genere (2). Ora in persia- no u^iLo manna
vuol dire eco, maina, in sanscrito (1) Sofocle, Achillea Talius, pag. 74.
IlnMOL Pe- lavii. (2) Lucret. L IV. v. 581. Digitized by ( — 291 — uomo ( I ).
Nel determinare il valore delle parole primitive di volume e di quantità,
bisogna aver ri- guardo air istinto di esagerazione degli uomini rozzi e
ignoranti, per cui amplificano le cose tan- to volontariamente, quanto perche
di Tatto tale era la sensazione prodotta da quei dati oggetti sui loro sensi ;
le impressioni su di loro sono più forti; lo stupore, la meraviglia, di cui
l'ignoran- za è causa, si esprime pure con falsi rapporti d' ingrandimento.
Così era ( secondo Raynal ) la lingua dei selvaggi del Canada, a cui
attribuisce un carattere poetico, per F opera delle grandi sce- ne della natura
circostante sovra i sensi di quelli. Anche il \olgo presso noi esagera sempre.
Gli Spagnuoli riferirono dei Patagones che pare- vano toccare colla lesta le
uuvole, e poi si trovò dagli etnografi che non eccedevano oltre un pie- de la
statura degli Europei (2); e quelli che ri- tornarono, dopo aver esplorato la
Palestina, dis- sero (eccettuato Caleb) dì aver > eduto degli uomi- ni
giganti, rosi grandi che essi stessi paragonati con quelli sembravano
cavallette (3). La vivacità dell'immaginazione, che prevale nelle menti non
moderate dall'esperienza o dalla disciplina, dirige pure le proporzioni di
quanto si compone nel]' intelletto, dietro i tipi percepiti. Co- si, dietro l'aspetto
dell'umana fonna, gli antichi immaginarono degli uomini di tale statura e for-
za da svellere, rovesciare e porre una sull'altra le montagne ( i giganti che
mossero guerra a Gio- ve), ed una specie d' uomo (Marte), di natura im-
mortale, che faceva in tre passi lo spazio dui l'o- limpo (cielo) al campo dei
Trojani (4). Le prime espressioni si riferiscono sempre a sensazioni
gagliardissime ; di mano in mano van- ii) EicbholT Parallèle ec p. 157. (2)
Diderot nel suo Ouili, pag. 17, dice che non eccedevano Y altezza di cinque o
spi piedi. (3) Numeri c XIII, v. 54. »j»n p) M^TO □ ™V3 v y3 ■ Ibi vidimus
monstri quaedain Oliorum Enac de genere gtgaoleo : quibus comparati quasi lo-
custe videhamur». (4) Il Vico aveva notato che il cielo degli Anti- chi non era
più allo della sommità dei monti. no in seguito ad applicarsi ad altre meno
prò- . nunciate, decrescendo d'intensità nel loro senso: Crank (cimbro) —
moribondo, ora Kratik in tede- sco vuol dire ammalato. Ha "),JQ peghtr
(ebr.), cadavere, deriva "1J|Q pigher (ebr.)— fu lasso, mancante di forze,
pigro; d'onde piger fiat.), pigro (iL), ecc. Aoia (it.), che ora equivale a
fastidio, aveva il senso di rammarico, dolore morale gravissimo. Dice Boccaccio
(Giorn. X, Nov. X) « come clic gran noto nei cuor sentisse ». Era questa una
ma- dre (Griselda) che consegnava sua figlia ad uno, ch'ella credeva avesse
ordine di uccidergliela. 11 senso delle parole è sempre in origine speciale,
relativo e circoscritto a rapporto di si- to e di tempo, e poi esieudesi verso
l'assoluto. In ungherese dicesi magyarùn, cioè all' un- gherese, per esprimere
l'idea generica di parlar chiaro, in maniera intelligibile , anche se si trat-
tasse di riferirsi ad altre nazioni; perchè gli L n- gheri non potevano capire
se non il linguaggio loro proprio; quindi, per loro, quando si parlava in
ungherese, era parlar chiaro. Cosi il nominare la propria lingua, nei limiti
però della propria nazione, v ale per esprimere che si parla chiara- mente : i
Romani dicevano in questo senso latine loqui (1), cioè senza ambagi, iu modo
facile, in- telligibile, dir paue al pane. Ugualmente in questo senso
nell'Agamenno- ne d'Eschilo dice Cassandra : Kaì pi v «t«v f iX. Xrjv - -Taaaet
ipa'Tiv— eppure capisci bene il gre- co = in opposizione all'oscurità dei suoi
concetti e delle sue espressioni (non già alla differenza del- la lingua) (~;.
E noi diciamo parlare in buon italiano, ed anzi in ogni città usasi di nominare
il dialetto locale, p. e. padovano, veneziano, ec, per intendere in assoluto
l'intelligibilità del con- cetto e della maniera d' esprimerlo. Questo pro- (I)
Latine me scitole non accusatorie loqui (Cic in Verrem VI). « Si quia Umcn tam
ambiliose tristis eal. ul apud illuni in nulla pagina Ialine loqui fas sii (
Maritai. Ep. ì Sed ul appellant ii qui piane et Ialine loquunlur (Cic. Philipp.
II). (j) Questa è I' opinione di Lcdwich e del Cesa- rotti. Vedi la sua
Traduzione dell'Iliade, L III. Aiu- tisi Diss. Lingua Trojana, pag. 471.
Digitized by Google - 292 - cesso ideo-fonetico di passaggio e di confusione
del senso relativo ad uno assoluto di quella ca- tegoria, ma che estendendosi
genericamente per- de i rapporti adequati tra il senso e l'etimologia, lo
abbiamo in ungherese colla stessa radicale: magyarasni non vuol dire se non
Tare unghere- se ; ora, per dire : interpretare , spiegare, dicesi magyaraani,
anche se si trattasse d' una tradu- zione di qualunque altra lingua fuori dell'
un- gherese, p. e. se si volesse dire in ungherese « Davanzali ha interpretato
Tacito » si direbbe (etimologicamente) • Davanzati ha fatto unghe- rese Tacito.
» In quest' esempio l'Ungherese che udiva un discorso in tedesco, in latino,
ecc. ave- va bisogno per intenderlo che gli venisse spiega- lo, tradotto in
ungherese ; ora egli chiamò natu- ralmente ridurre in ungherese 1' atto per cui
si arrivava a farsi intendere da lui ; ed estese lale parola a qualunque
circostanza dove fosse neces- sario di spiegare una cosa ad un uomo di qualun-
que nazione si fosse; non considerando che, se si traducesse in ungherese un
qualunque discorso a ehi non conosce tal lingua, non avverrebbe che si
spiegasse. Pareva a lui che la lingua unghe- rese fosse la lingua capita da
tutti gli uomini. Per l'originaria specificità dei sensi delle pa- role
s'imprimono nelle lingue i caratteri dei tem- pi e delle nazioni, i cui
monumenti restano nel legame di sensi diversi sulla stessa parola, il qua- le
svela le associazioni intellettuali che succede- vano in un dato popolo. In
persiano j*Jlo mugli, che mio! dire mago, cioè appartenenti' all'antica religione
dei Parsis, è termine d'obbrobrio e vuol dire in pari tem- po = infedele, oste,
mercante di vino, e ciò pel fat- to che i maomettani, che non devono l>crc
vino, considerano come un'empietà il berne, e quindi empii i Parsis che bevono
vino e ponno venderlo; quindi pure in persiano mei khor ^, cioè bevitore di
vino, vuol dire empio. Presso i Turchi, ai quali è pure proibito dal corano il
uno, la parola scierab, che significa liquore, be- vanda, sciroppo, sorbetto
(\), ma più parlicolar- (I) Appunto lo due parole sciroppo c sorbetto derivano
dalla slessa radiale sciurb, sciurab. il vino, e le altre paiole relative al
vino, sono riguardate dalle persone scrupolose come termini osceni, od abueiio
troppo liberi per esse- re nella bocca di persone di buoni costumi. Cosi certi
atli, considerati ora dai popoli ci- vili siccome disonesti ed anche criminali,
si in- dicavano nelle lingue di cerle nazioni o classi, dove questi erano
leciti, con espressioni che ma- nifestano la persuasione di far bene. Presso i
Phansegor (setta degli adoratori di Bohvania nel- l'India), dove è prescritto
di ammazzare più uo- mini che si può, l'ammazzare dicesi fare la buo- na opera
(I). VII" argot, Dizionario dei ladri di Francia stampato nel XVI secolo,
le idee furto, rapina, latrocinio si esprimono |»er termini che vorrebbero dire
guadagnare, riprendere; e, quan- do si associavano per andare a rapire, essi
diec- vano « andiamo a prendere il nostro dalle maui dei rfcchi che se ne sono
impadroniti » (2). Ugualmente le antiche espressioni indicatiti nelle varie
lingue gli alti di furto e di rapina non dovevano implicare idee di biasimo e
di vi- tupero, poiché in quei tempi anzi olleimniio questi il pubblico
suffragio. In Egitto era una professione riconosciuta quella di ladro; chi. vo-
leva esercitarla scriveva il suo nome in una ta- bella pubblica e portala in
mio stesso luogo tut- te le cose che aveva rubale, perche i possessori le
ricuperassero pagaudo una certa moneta (3). I Germani volevano che la loro
gioventù, per non languire ncll' ozio, si esercitasse a portar via la roba dei
confinanti •; i;. Dice Tucidide che i Greci e tutti i popoli barbari che
abitavano le i- sole e le spiagge del continente erano dati alla pirateria, di
cui punto non si vergognavano, an- zi se ne facevano piuttosto una specie di
glo- ria (5). Onde negli antichi poeti vediamo che si (I) Sue, Juif errant. fin
Voltaire, Méiapli. I. 3. (3) A. Geli L. XI, c. 18 « Acgypliis omnia furU licita
et imponila. » (4) Cattar. Bell Gali. L. VI c.2l, « Latrocinia nnllam habrnl
inCamiam, quae evira lines cnjnsque rivilalis fiunl, llque ra juvenlutis
exurcendae ac de- sidiac minuendao cnussa lir-ri pr:ip thuty newii'.
Gl'Indiani, che masticano il betel ed hanno perciò i denti neri, sprezzano lo
bianchezza dei denti e dicono degli Europei = che hanno i denti bianchi come i
cani. La costituzione sociale delle nazioni ha sem- pre una parte nella forma
delle lingue, fino dalle loro origini. Robertson nella sua storia d'America ha
rimarcato che i Messicani avevano certe silla- be di riv erenza, che per lo più
consistevano negli aggiunti zi» o azin, |ier fare che una parola co- mune
potesse venire applicala parlando ad un personaggio elevato: cosi il Russo,
parlando ora di una persona di distinzione, non solo dice ■ egli ha la bontà di
dormire, si compiace, ha la degna- zione di mangiare, di bere ecc. • egli
indica con altre parole gli atti di mangiare e di dormire, trattandosi di un
signore con polchioat e kmtehit, e trattandosi d'un serv o con le parole tpat
ejesl (I), come usano i Tedeschi distinguere tra le bestie e 1' uomo cwen
mangiare ( se è l'uomo ) frusen ( se e una bestia). Il presente ha le sue
cagioni nel passato, e. quanto alle lingue, in un passato antichissimo, do- ve
le circostanze dell' umano consorzio erano af- fatto diverse dalle attuali, cui
pervenimmo per lun- go tramile tortuoso. Le lingue pertanto formarono il loro
primo strato sotto quelle condizioni che ora sono di- menticate cosi, che
neppure ci viene d'esse il so- spetto; mentre le forme ideo-foneliebe di quelle
epoche continuarono a servire ulteriormente al- l'espressione, quantunque si
fossero cangiati i costumi sotto i quali si erano svolte; ond'é che, per
rendersi ragione di alcuni fatti linguistici, bi- sogna risalire alla posizione
sociale dei tempi più rimoti. portare le cicale d' oro colle quali rannodavano
i ric- ci ilei cani-Ili, costumo notato anclu da Virgili j nel Ciri», v. Ì2C. «
Ergo omnis caro resideh.U cura capillo; Aurea sclcmni cointum quoque fibula
rilu Mopsopio, lereli nictebat dente cicadae ». (I) Mómoires scerete sur la
Russie II. 304. Rol- teck. Allgem. Gcsch. T. I, p. 293. Digitized by Google -
204 - AMICA SCHIETTEZZA NEI MODI D'ESPRIMERSI. [Sfila più antica età
linguistica non può essere scelta di parole; pochi essendo i materiali disponi-
bili della lingua. Preme di spiegarsi, e per questo scopo non vi ha che un
mezzo, quello die tocca ri- cordanze comuni; quindi qualunque otrsrtto od at-
to dei più noti, quindi, come ogni altra l'unzione u- .«tuale della vita, cosi
anche quelle che nei moderni costumi si c\ila d'indicare, p. e. parti pudende,
il pOdie* e loro funzioni ponilo occorrere nel dis- corso, sia in senso
proprio, sia per qualunque ma- niera di tropo. Non vi ha quindi quella distin-
zione tra decente e sconcio, sia nelle idee, sia nel- le parole, che nel
maggior progresso sociale si os- serva. Nelle frasi e nelle espressioni e assai
difficile di trovare gentilezza o sublimità e moltissime del- le parole, che
ora si usano con tutta politezza, so- no costituite o derivano da voci che
avevano si- gnificati riferibili ad idee rozze, goffe, scurrili, in- decenti.
Questa verità, che è un edotto evidente dell' analisi etimologica di molte
parole nelle va- rie lingue, si accorda pure coi monumenti d'ogni genere che ci
tramandarono l' espressione dei co- stumi e delle opinioni degli antichi. Tali
sono i gesti, le cerimonie e i riti, gli spettacoli, i dram- mi e le
rappresentazioni plastiche. Questi prodot- ti dell'uomo, partendo sempre dalla
stessa dire- zione centrica sensibile ed intellettuale, di qualun- que genere
sicno, hanno una certa analogia fra loro, riferibile alia comune loro
dipendenza. Nella condizione rozza e selvaggia le opinio- ni di vergogna
differiscono da quelle delle nazio- ni civili ed anzi mancano per molti
argomenti: di rado è disonesto in quell' età di dire quello che è naturale,
onde per noi riuscirebbe osceno quel- lo che invece era semplice. L'atto
copulativo nulla aveva che offendesse i sensi di molti popoli anti- chi. Gli
abitatori del Caucaso, gli Ausii dell'Afri- ca e gl'Indi lo esercitavano in
presenza di chi si fosse, come il bestiame (I). 1 Tirreni stessi cosi usavano
talora nei loro convili (2). La nudità assoluta di tante nazioni e la im-
perfetta copertura di tante altre davano continua opportunità di vedere, e
quindi di ricordare ogni parli' dell' umana figura, mentre nei costumi o-
dierni, per l'abitudine delle vesti, si toghe la pra- tica del nudo, le cui
forme appena non vengono dimenticate. I Caraibi andavano midi. Nella Nu- bia i
ragazzi vanno tuttora nudi fino ai 12 anni: cosi trov atisi pure effigiati
nelle pitture egizie (3). Dire Giulio Cesare dei Germani che si copriv ano con
pelli che lasciai ano scoperta una gran parte del corpo: andavano poi a lavarsi
nei tinnii uomi- ni e donne promiscuamente (A). Questa naturalezza continuò
anche presso varie nazioni giunte ad una certa civiltà. Presso i Tirreni le
ancelle servivano a tavola nude (5). e cosi pure solevano mostrarsi in varie
occasioni le loro donne (fi). Le ragazze Spartane compariva- no in pubblico
nude promiscuamente coi giova- ni (7), e il Lacedemone compariva del tutto nudo
ai giuochi Olimpici nella XV olimpiade (S). Presso i Romani alle feste
Lupercali i sacer- doti correvano nudi per le strade, rito col quale \ ole vasi
ricordare l'antica maniera quando gli Arcadi Sub love durabant et corpora nuda
am- boni (9). Nei tempi posteriori si riprodusse talora la nudità per
depravazione di costumi (IO). I gesti medesimi erano cosi liberi, come il
portamento; nè sconveniva di toccare e di addi- tare le parti che ora si
celano. Per antica formu- la di giuramento presso gli Ebrei si poneva una sotto
la coscia della persona a cui si giura- ti) Erodoto L c. 203. IV. c. 180. III.
c. 101. (2) Allienaeiis, L. XII. p. 255, Bjsil4cjt>, 1535. (3) Cioja, Filos.
d. Statisi. T. I. MI Bell. Gallico, L. VI. c, 21. (5) Timro nel L. I. diala da
Ateneo Dipnusopli. L 12, p 255. (C) Teopompo nel L XII dello Storie. Ateneo
ivi. (7) l'IuUrch. in Lyeurgo. (Hi bi..nvs. Halicam. L VII. c 46. t») Ovid.
Fast., II, v 299. (10) Sueton, Tiber, c. 42,. . . . ulqut nudit puellis
minittraHlibus cocnaretur. Digitized by Google • va p. c. Tiyauw nevi ttt io
o»w • Genesi C. XXIV, v. 5. Pone manum Inai» «uòter femur meum ut adjurem te.
Le arti imitative espressero le parti (ulte del eorpo, anrhe allora che si era
iiilrodolto l'uso di vestirsi. Le cinque cillà dei Filistei : Azot, Gaza,
Ascalon, Gcth, Aeearon effigiarono in oro cinque podici, che insieme a- cinque
sorcii d'oro diedero agli Ebrei restituendo loro l'arca, e ciò per ricor- dare
le emorroidi che a\ evano sofferto (IX Le statue degli dei, degli eroi e delle
perso- ne viventi erano spesso in perfetto nudo presso i Greci ed i Romani. La
statua di Pompeo, fatta lui vivente ed e- rella nel luogo dove si convocava il
senato, e di- nanzi alla quale fu ucciso Cesare, lo rappresenta in perfetta
nudo (2). Tonasi nella Sphaèra Bar- barica al I, Decano del 1, Segno Aries.
rappresen- tata Cassiopea col sesso palese, e così pure An- dromeda: Cassiopea,
gema rjus ; nmnut sinistra et dimidiutum ttrgum ejm ce. (.">). La
storia antica ci fa assistere a qualche sce- na, do\c si sorprende come niuna
specie di gesto era esclusa, se giovava per esprimersi. Quando Psammctico corse
dietro agli A- siuach, ossia i volontarii, che avevano da lui di- sertato,
poiché li raggiunse, pregandoli a non abbandonare gli Dei palrii e i loro figli
e le loro donne, uno degli Asmach, mostrando l'organo pu- dendo, rispose che,
finché v'era quello, trovereb- bero dappertutto e donne e figli (4). E le donne
Persiane in una battaglia tra Ci- ro ed Astiagc fecero un simile gesto per
arresta- re la fuga dei proprii parenti, «notata veste ob- scoena eorporis
ttslendunl, rogante» unni in tife- rò* matrum vel uxorum velini refutjcre (5).
Il lat- to stesso si narra da Plutarco che lo attribuisce aduna Spartana:
vedendo essa i suoi figli che (1) Samuel I. Test. cbr. Vulgati fi\g I. c, VI.
v. II. 17 (2) Basta in Roim n ! palazzo Sp.ida. (3) huptiis Orìg. Ili De la
Sphéie p. 225. (4) Erodoto 11. r. 30 e Di odor. Situi. I. c. 07. (5j luslin. I.
c. ti. p. 20. fuggivano dalla battaglia mostrò loro il venire, domandando loro
se pretendessero rientrarvi per nascondersi ((). Questo fatto non è per nulla
invcrisimile, dappoiché in tempi assai più vicini si riprodusse, cioè nel 1488
in Italia: Madonna Caterina vedova del conte Girolamo Riario signore di Forlì,
quan- do i congiurati che le avevano ucciso il marito intimavanle che rendesse
la fortezza, poiché i di lei figli erano nelle loro mani « per mostrare che de'
suoi figli non si curava, mostrò loro le membra genitali, dicendo che aveva
ancora il mo- do a rifarne (2) ». Amasis, quando Patarbemi venne ad intimar-
gli di portarsi da Aprie, che aveva detto a Patar- bemi che glielo conducesse
vivo, si alzò da caval- lo e scacciando un flato disse a Patarbemi che portasse
questo ad Aprie (3). Né di mezzi meno scurrili servivansi, ove occorresse, per
simboli. L'organo virile come indicante il sesso più forte, cui è attribuito il
coraggio, la fierezza ecc., serviva a ricordare la bravura; perciò Sesostri,
dove aveva trovati dei popoli che gli resistettero, poiché li aveva vinti,
erigeva in quei paesi delle colonne, sulle quali era figurato tal simbolo (I).
All' incontro gli organi muliebri, come a|»- parlenculi al sesso inferiore, si
nominavano o si figuravano |>er indicare la debolezza, la viltà ce.; e
quindi Sesostri stesso, presso tutte quelle genti che soggiogò facilmente e
senza combattere, driz- zò colonne, alle (piali aggiungeva per isrorno le
pudende fenuninili (5). Queste figure, che ora riuscirebbero di scan- dalo,
sono da considerarsi siccome l'espressione primitiva del concetto, che ora si
potrebbe spie- gare dcc e nle m eutc dicendo agli uni l'omini, fi- (1)
Apuphthegm. Lacacn p. Mi. (2) Machiavelli Discuoi s. Deche d. T.Livio. L III.
T. IV. p. 201. litor. Fiorenl. L Vili. 1. Il, p. 317. e Moro di ricreationc di
M. Lodovico Guicciardini. Foglio 200 verso KdiL Parigi 11)21. (3) Erodoto II.
c. IG2. (4) Diodor. Siculo. L. I. 55. c Strabene L XVI. (5) Erodoto II. v. 102.
tOli. dice di averle vedute egli sleésu in Palestina di Siria; e Diodoro Siculo
l. C. 55. « Digitized by - 296 - ri, Mùnner, Avjpt; etc, agli altri Donne,
Fanti- na, //'eiber, Tuvaixes etc; appunto come Omero fa i'i i il | n i. 1 , c
rare da Tcrsite i Greci, dicendo loro Greche (cioè donne) non Greci, Adatto?,
«xìtc Aerato» (1). E come l'antico poeta citato da Cice- rone espresse con
franca antitesi fot e lenirti juvtnes animum gerilit muliebrem Illa virago viri
(2). Lo stesso processo ideo-fonctico applicò in italiano il nome delle pudende
muliebri come ag- gettivo d' insulto ad uomo (3). Egli è in questo senso , come
giudica Bian- chini (4). che de\csi intendere la favola delle A- mazzoni ; cioè
si parlò dei Lidii e' dei Meonii, te- nuti per imbelli ed euernujali. come d'
una nazio- ne di donne. Forse \i contribuirono Tenne igno- miniose postevi da
Sesostri. I testicoli furono sempre ricordati siccome distintivo di virilità,
di forza ecc. (5). In pentono per dire uomo valoroso, forte, dicesi joU* ^L».
ciar kliaié. quattro testicoli ((>). Anche i ÌNapoIc- tani, per dire un uomo
d'animo virile, usano di una frase che vanta il volume di quella parte. Ecco
che in sanscrito IHutzca vuol dire testicoli e valore, virtù; d' onde
l'illirico Mutko che vuol dire maschio ; ed in sanscrito slesso 3Iusscara=
forte, valido (7). I testicoli erano riguardati siccome qualche cosa di sacro
(8). Tetti» (lat.) è la stessa parola che vuol dire testimonio (9). (1) Uiad.
H. v. 233. Onde Virgilio riprodusse; 0 verac Phrygiae ninne enirn Phrvges. (2)
Cic. do Officiis 1. e. 18. * (5) Nellatpvi da pié o Mona voi (Machiavelli
Corri- media Allo I. Se li. v. 9). (4) Storia Univ. Capii. XXXI. c20.T. V. p.
126. Ediz. Veneta Anlonclli. i5) Premeva di verificarne la presenza fino a lem-
pi a noi vicini nella persona eiella ad una somma di- gnità. (Rancidi*
Pantagruel L. IV. a 48. e Nola rela- tiva. Ediz. di Charpenli. r, Paris. 1840.
(6 Bianchi et Kieffiw Dici. Turc-Francais. (7 Vyacarana p. 240. (8 Qucstinns
sur l' Enciclopédie. (0) Presso i Romani, quelli die fossero privi di lai parlo
non potevano servire per teslimonii. Venetle, Trattalo della generazione. Parie
I. Capitolo II. p. 5. I Napoletani fanno un gesto a quella regio- • ne come
preservativo del fascino o della iettatu- ra. Nelle frasi plebee esiste fra noi
una specie di formula comminatoria di asserire « se questo non è, voglio che mi
cavino . . . ecc. » In greco òpxt; vuol dire testicolo, e òp*3? giuramento. Il
rapporto di forma di queste due parole deve dipendere da qualche formula solen-
ne, in cui questa parte fosse interessata. Gli organi addetti alla riproduzione
c le lo- ro funzioni ricordav ano per analogia la forza ge- nerata a, dovunque
occorresse di riconoscerla. Perciò vediamo la consanguineità delle parole
4»utcv, pianta, e «puTtuoi. piantare, con fu tuo. Per- ciò, come nnminavasi T
organo maschile e la sua attività, disegnavasi pure per esprimere la forza
generativa del sole. Quindi tra le varie immagini d' Osiride trovasi pure la
figura d' un uomo nel- T atteggiamento che annuncia la facoltà feconda- trice.
Plutarco, nel Trattato De Itide, dice che tali stallie di Osiride s'
incontravano dappcrlutlo, ed indicare esse la forza nutritiva e feconda del
sole (I). A lato del Toro Mitriaco, che era in Per- sia quello che Apis in
Egitto, stà un Genio in berretto frigio in allo di cjarulazionc (2). E cosi
Oro, rappresentalo già come Priapo coi caratteri più pronunciali della
virilità, ci viene dipinto da Strida* in un alteggiamento assai simile a quello
dell' uomo coperto di berretlo frigio, collocato presso il Toro equinoziale nel
monumento di Mi- thra, inciso nelT opera di II) de. L' organo della generazione
impugnato da Mercurio d'autunno gli serviva per emblema del suo ministero
d'inviare sulla lerra le anime, e cosi pure rapprescntavasi la sua statua a CiU
lene in Elide (3). Cosi pure i testicoli servivano di segno per ricordare
l'azione feconda del sole e della luna: perciò si esigevano di grossezza enorme
nel bue Apis, ch'era un simbolo vivente della facoltà ge- neratrice della
natura. Traduz. ledesca. Lipsia 1711, e Philipp. Verheyen Anatomia. Traci. II.
c. 21. (1) Plut.ireh. De Iside p. 571. (2) Hyde De Veleri Persarum Religione,
p. 113. (3) Pausan. Ueliac. II. p. 204. Digitized by Goggle - 297 - Egli è in
questo senso che si rappresenta Giove in atto di togliere i testicoli
all'Ariete, e che Ati dicesi mutilato, castrato. Questo disegno e questa
leggenda non è se non t enunciazione frase; vuol dire = tenga forza, come ap-
noi diressimo evirato. Ecco perchè gli antichi facevano rappre- sentazioni delle
parti sessuali virili e muliebri e degli atti relativi in proposito grave ed
anzi sa- cro. Perchè, cioè, per mezzo di quelle intendeva- no di esprimere il
potere misterioso cosmico e tellurico, e f onore poi della cosa simboleggiata
passò, come sempre succede tra il volgo cui non è dato di spingersi al di là
della sensazione, al mezzo stesso sensibile che serviva di simbolo. Il Litigoni
venerato dagl'Indiani rappresen- tava l' unione degli organi attiri e passivi
della generazione. Anche oggidì il Taly , che il Brama consacra, e che lo sposo
attacca al collo della sposa, è spesso il Lingam (1). Le dame indiane hanno dei
piccoli Lingam nelle loro case (2). A Siracusa si esponevano negli ultimi
giorni delle feste Tesmoforie le parli sessuali muliebri sotto il nome di
MoUet, ch'erano fatte di sesamo c di miele; quest'uso era generalmente ricevuto
in tutta la Sicilia (3). Anche nella Grecia ponevasi in pubblica mostra il
Phallus e le Rti5£|«, cioè le parli muliebri (4), nei santuarii d' Eleusi.
Presso gli Etruschi i termini, che scgna\ano i confini nelle campagne, erano
dei Priapi costituiti da pie- tre di forma conica, basali sopra un piedestallo.
11 simbolo % irile si portava nel tempio di Bacco, che corrisponde all'Osiride
egizio; le par- li sessuali muliebri nel tempio di Libera o Pro- serpina (5).
Gl'Indiani portano il Lingam nei tem- pii di Ghiven, e Kirker dice,
appoggiandosi sulle relazioni di Cortez, che il culto del PhaBus era (6). 1)
Sonneral T. I. I. I. c. 5. p. 79. 142. 2) FragraeBS sur l'Inde. Voltaire T. XI.
p. 447. 3) Athenaeu». L. XIV. p. 520. L 47. Basilea 1535. 4) Clem. Alex.
ProlrepL p. 19. 5) S. August. de Civ. bei L. IV. c. 9. CI Oedip. T. I. p. 422.
Vou I. Le donne pie dell'Indostan vanno a baciare un campanello che certi
Bramini si attaccano al prepuzio (I). Gli Egizii avev ano consccrato il Phallus
nei misteri d' Osiride c d' Iside (2). Il cav. Hamilton trovò il simbolo Lingam
alterato ncBa forma e nel nome e usato come amuleto tuttora dalle giova- ni in
un luogo del regno di Napoli (3). ISell'India le madri conduco ano le figlie
nu- bili ad offrirsi al Lingam rappresentato in atto generativo (4): forse era
per culto e forse per bi- sogno d' un atto chirurgico. L' alto stesso vedesi
scolpito in bassorilie\ o sopra un* urna sepolcrale nel Museo Borbonico
(Gabinetto riservato). II Phallus sorge da un' erma. NeUc feste Pamylie o
ItyfaUiche celebrale in onore d'Osiride, o di Bacco le donne egiziane portavano
intorno pei villaggi certe specie di marionette, di fantocci cubitali, di cui
movevano pel mezzo di fili l' organo maschile, il quale era di poco più piccolo
del resto del corpo (5). Nelle feste Phallefore di Grecia le giovinette
portavano in processione il Phallus d'enorme vo- lume sorgente da una cesta
sacra ed ornato di fiori. Face vasi prima di legno di fico e poi d'una pcUe
rossa che glìtifalli ponevansi tra le coscie, onde sembrava sorgere dal loro
corpo (6). Nel cullo di Bel Phcgor (Priapo o Dio dei giardini), dice Babbi
Salomon Jarchi, dicunt Sa- pientet nostri mira de fabrìca hujus idoli; erat
enim ad speciem virgae virili* effectum, cui ma- ritabant se iota die. Nel
tempio della dea Alergali in lerapoli nella Siria, v'erano due Priapi di 300
orgie d'al- tezza. Un uomo vi ascendeva due volte all'anno e vi restava sulla
cima sette giorni (7). Tale era la frequenza di questi simboli, sia in (1)
rtclvélius Esprit. (2) Plul de Iside p. 365. Diod. Sic. L. I. c.25. (ó)
Fabbroni Men>. s. Origini Italiane. (4) Fragmins sur l'Inde T. XI. O.c. p.
447. (51 Erodoto II. c. 48. (6) Suidas. Sembrami essere ciò che si descrive da
Arislofane nelle Ntftlm. v. 537. (7) Lutian, De Dea Syria. O'pyvid è una
misura. 38 Digitized by Google plastica, sia in azione, che quasi si direbbe
temes- sero non Tosse sufficiente l'istinto a guidare i due sessi, onde si cercasse
ogni opportunità d'istruire a Ul uopo. Forse v'erano molli nel caso di Lui- gi
XIV (1) e di Leopoldo duca di Lorena, i quali dovettero essere ammaestrati
sall'obbligo conjuga- le (2) alla vigilia delle nozze. Si consideri di più la
libertà delle azioni, o- ra vietate dalla morale, nei popoli primitivi, spe-
cialmente quanto al commercio fra i due sessi, del «piale ricorderemo alcuni
fatti autenticati dalla te- stimonianza della storia e della etnografia. Tali
so- no la venere vaga nello stato più selvaggio de- gli uomini., come presso i
Peruviani prima della venuta degl'Incas (3), e la promiscuità delle donne a
lungo continuala. Presso i Ylassagcli ognuno sposava una donna, ma ne usavano
poi tutti in comune. Il Massageta, di qualunque femmina gli prendesse voglia,
appen- deva il suo turcasso al carro e faceva a suo gra- do^). La comunità
delle donne era istituto dei INa- samoni (5) e degli Agatirsi. e questi lo
volevano per potersi dire davvero tutti fratelli, affinchè non V* avesse da
essere odio nò invidia tra loro (6). Per questo uso medesimo i Tirreni
nudrivano i nati in comune, non sapendo chi di loro fosse il padre (7). Gli
Ausii pure avevano le donne in co- mune, e quando un bambino era giunto all'età
di Ire mesi, gli uomini andavano a vederlo e si riteneva figlio di quello a cui
più somigliasse (8). I liberti di Volsinio bandirono 1 impunità degli stupri
esercitali sia nelle vedove sia nelle marita- to (9).* In Tahiti trovossi una
società di 100 per- sone che avevano le donne promiscue. Anche in Sparta vi fu
un tempo in cui i più giovani, rinviali (1) Voltaire Mélange, Litl.-r. 1. 74.
pi) Vie de Lcopold, Due de Lorrain et Comle de Bar. (3) Garcilasso, I. 1, c.
XIV, p. GO. (4) Erodoto, I, cap. 210. 1 Greci attribuivano ta- le costume agli
Sciti. (5) Erodoto IV, c. 172. (6j Erodoto IV, c. 101. (7) Tlieopompus in
Athcnxo, 1. XII, p. '255, Ba- silea? 1855. Erodoto, III, c. 101. Valer. Maxim,
1. IX, c. 1. dall' esercito ch'era occupato io un lungo assedio, si
sostituirono ai mariti assenti (1) ; ed il prestito della moglie a chi fosse
più giovine o più robu- sto era d' istituto. Nella depravazione dei costumi si
tornò a queste maniere : Cleopatra e Marc'An- tonio diedero una festa nel bosco
di Schin in Bi- tinta , dove si lasciarono errare molte migliaia di giovinetti
e di ragazze perchè potessero coglier- si a vicenda ; la qual festa diede
seimila nascite. La prostituzione era istituto di molti popoli. Tutte le
ragazze dei Lidii si facevano per tal mezzo la dote (2). Le donne dei Gindani
nell'A- frica portavano d' intorno alle gambe tanti orna- menti di pelle quanti
erano gli uomini coi quali avevano avuto commercio (3). Sesto Empirico di- ce
pure delle Egiziane, the portavano tale distin- tivo quelle che avevano avuto
molli drudi (4); chi più ne aveva più slimavasi. Al Tibet le ragazze portano
similmente al collo gli anelli dei loro amanti, che non sono mai regali
gratuiti. Quanti più ne hanno, tanto più le loro nozze sono famose (5). Le
donne indiane e- rano persuase che fosse loro onorevole di cedere a chiunque
lor avesse regalato un elefante, misu- randosi il pregio delle loro forme dalla
grandezza del dono (6). Cheopc, re d'Egitto, prostituisce sua figlia onde
accumulare danaro per erigere la pirami- de (7); Rampsinilo, altro re d'Egitto,
prostituisce sua figlia, perchè questa, interrogando i concor- renti, venisse a
conoscere l' autore del furto del suo tesoro (8). ISclla pagoda di Bandcr Congo
nella Persia, presso l'albero Vuora, i Baniani venerano l' idolo di una donna,
« che dicono essere slata di sue bel- lezze cortesissima dispensatriec ; a
ninno giam- mai avendo negato di soddisfare qualsivoglia de- ll) ■ Promiseuns
feminarum concubitus permi- sore ■ (Justin., I. Ili, c. 4). (2) Erodoto I, c.
93. (5) Erodoto IV, 17C. (4) Hyp. Pyrrh, LI, c. 14. Nicol. Damasc ap. Siob.
Scrm. 44. (5) Hclvélius Esprit. (G) Arriai». in L. Rerum Indicarmi!. (7)
Erodoto II. c. 1S& (8) Erodoto 11, c. 1UI. Digitized by Google — 299 -
sitlerio, prostituendosi anche a due nel medesimo tempo (I). » L' idolo
chiamasi favoni. Presso qualche popolo la prostituzione era un dovere di culto.
ÌScll' Indostan è un onore quello di prostituire le proprie figlie ai Fakiri.
Goti era all' isola Formosa (2). Le Babilonesi tut- te doveano una volta nella
loro vita prostituirsi nel tempio di Mv lilla al primo forestiere che loro
gittava i danari 'sulle giuocchia (3). Cosi a Sicca Venerea in Africa le
giovani si prostituivano in o- nore di Venere e ne ritraevano una mercede in
danaro (A). Erodoto dice che, eccettuali i Greci e gli Egizii, tutu gK uomini
mescevansi oli* altro sesso nei tempii (5) ; che primi furono gli Egizii a
togliere tal pratica., come pure non entravano nei tempii dopo l'atto, se non
si fossero prima lavati. Nei libri sanscriti ricorre menzione d' un sacrifi-
cio osceno dello Shactipugia, che si fa alla dea Sitarti ossia alla natura
madre di tutte le cose (ti). In mezzo a tanta licenza d' atU, di costumi e di
opinioni non poteva essere costretto il modo di esprimersi. La storta ci serbò
qualche tratto, dove si sorprende come all' opportunità solevasi manifestare
dai popoli antichi qualunque idea nel modo più chiaro e senza riserva. Qui ne
porgere- mo vai ii esempii. IMxrtà di frate fra i popoli di lingua temitico. L'
epitnfio di Sardanapalo era coucepilo con queste espressioni, cioè cosi lo
riporta Ateneo tradotto da Cherilo (7) ih metro :e'yw Sì epacrtteu- 0 n» nW0)
onnn n» fcgò DDÌ2V Re IL Test. Ebr. IV Vulgata c. XVIII. v. 27 : «Et non polius
ad viros, qui sedcnt super murimi ut comedant slercora sua et bibant urinam
suam vobiscum ? » Altri esempii potranno vedersi in ebraico dove si rinfacciano
i vizii di Colla e di Ooliha (Samaria e Gerusalemme) (I). Liberia di frati fra
i Greci. Plutarco nella vila di Pirro (2) dice, clic i vecchi e le donne, presi
d'ammirazione pel valo- re di Aeratalo, gli gridavano in pubblico ot?-:T3v
JtiXtfwfòdi « inito Chclidouidem » (eh' era sua amante), pcrchò desse alla
pallia dei figli simili a lui. Dice dei Tirreni Teopompo. che si esprime- vano
in modo affatto chiaro sovra ogni genere di lascivia fra loro assai comune e
pubblica. Che se taluno veniva a domandare del padrone di casa, erano capaci di
dire, se cosi fosse « ch'era occu- pato col suo amatore « (3). fi) Ezechiele.
XXIII. (81 Verso il fine. (3) « n'tfe'v 8' ef|0Xpsv s'otc Top'pTjvsf { a jis'vìv
auT»{ j'v tu jii'uw ti coiBV-ra;, s'XV »9i ra'cy.ov- T«fi yaiviaiai. . . .
wa-rt xat Xe'Y»tftv ct«v o juv SiQT.ótrfi -nòe z-.y.i -iz a >
9poS'(crts^v|Tai, ^rj-nr] 8ì ti; «ii'tsv, £ti «a'ax«i ts xat to',
irposaYopeuffav- tì$ at'axpw? to' «pa"YJMi »• (Alhen, I. XII. p. 255. EdiL
Bas.leae, 1535 ciL Teopompo nel libro AT, delle Istorie). Digitized by Google -
300 — Libertà di frasi in latino. Piatilo nel Curculio ha chiamalo il ventre e
lo stomaco di una vecchia cloaca. Orazio scrìveva: « Nec timeo ne dum futuo vir
rure recurrat; Nella Sai. III. L. L v. 106 : /Vam fuit ante Helenam cunnus
deterrima belli Cauta. Ovidio, Marziale, Petronio, e Giovenale stes- so
correttore dei costumi, ponno dar saggio del frasario relativo alle specie
degli argomenti dei quali spesso occupavansi, e le cui opere erano tra le mani
dell' alla società di quei tempi : ma questi potrebbero riguardarsi come una
classe di autori d' un gusto speciale. Alcuni tratti pertanto della vita
domestica di soggetti storici ci mani- festano questa medesima licenza. V ha
una letle- tera di Marc'Antonio ad Augusto dov' egli si e- sprime così : « Quid
te mutavil ? quod reginam ineo ? uxor mea est. Nunc coepi, an abbine annos
novera? tu deinde solam Drusillam inis? ita va- leas uli tu liane epislolam cum
leges, uou inieris Tertullam aut Tcrentillam aut Rufillam aut Sal- viam
Titisceniam aut omnes. Anne refert ubi et in quam arrigas(l)?» E sulle scene si
recitava alludendo ad Au- gusto: fide* ne ut cinaedu» orbem digito temperet
(2). Ed Augusto chiamava Orazio « purìssimum penem » ed egli stesso faceva
versi di questo ge- nere: Quod futuit Glaphijran Antonius, nane mihipa>-
Fulvia comtituit. se quoque utifutuam: (nam Fulviam ego uti futuam ? quid ti me
Maniut orci Paedicem faciam? non puto, si sapiam. Aut fallir aut pugnemus,ait
> quid,quod mini vita Charior ett ipso mentula, tigna canant. (1) Suelon,
OcUvius, c. 69. (2) Suelon, Oilavius, c. 68. La qual maniera di esprimersi
dicevasi sem- plicità : Absolvis lepido» nimirum, Augutte, libello» Qui scis
romana timplicitate loqui. Libertà di frati in italiano. Nelle opere dei primi
scrittori, dopo le bar- barie del medio evo, le scurrilità sono ovvie. Dante
disse : Et egli havea del cui fatto trombetta (Inferno C. XXI, v. 139) Tra le
gambe pendevan le minugia^ La corata pareva e il tritte tacco Che merda fa di
quel che ti trangugia. Ed in seguito la letteratura faceta fu qualche volta
cosi libera, che ora riuscirebbe indecente : ricordo l'Ariosto, il Machiavelli,
H Casa p. es. nel suo capitolo del Forno, alcune poesie del Bembo, del
Lazarelli, ce Libertà di frasi in francete. Ai tempi di Francesco I , quando si
abolì l'antico uso di trattare le cause, di giudicare, di contrattare in
latino, la lingua francese non era ancor regolare e per niente nobile. Il genio
della conversazione era ancora tratto al ridicolo. La lingua era feconda di
espressioni burlesche e sem- plici e poverissima di tertnini nobili. Nel
rimario si trovano venti parole convenienti alla poesia comica, dove appena ve
n' abbia uno di un uso più elevato. Quando le donne ricorrevano al tribunale,
denunziando l' impotenza del conjuge, le loro suppliche erano concepite in
questa precisa for- mula « pour ètre embesognéet » (1). L' antica formula di
dichiarazione di da monarca a monarca era courre sut (2). Ai tempi di Luigi XIV
i consiglieri (1) Diclino, Philosoph. I V, p. 175. l'I) Hisloiro du Parlera. I.
p. 230. Digitized by Google 501 — vano, opinando, il cardinale primo ministro
fa- quin. Non V' era alcuna decenza nè politezza nei processi nè nelle parole.
Un consigliere chiamato Quatre tou» (quattro soldi) apostrofò villanamen- te il
grande Condé (1). La regina Anna e la du- chessa De La Chevreuse chiamavano
Richelieu mi p;ur ri i - ). Al tempo di Mazarino nella Maza- rinade, ch'era un
libro di moda e di circostanza, si scriveva di lui : Notre Jules n' est pas
César C est un capricc du hazard Qui naquit garcon et fut garce. Inoltre il
frequente rapporto delle allusioni a quei temi, che ora diconsi seonrij deriva
dal grande interesse dei medesimi nei tempi più roz- zi, in proposito faceto ;
che forse anzi quelli dati argomenti soltanto furono capaci di muovere ad
esultanza, come si può osservare che ai nostri giorni il volgo non può essere
tocco se non da lazzi grossolani, e resta insensibile per molte maniere oneste
di scherzo gustate dalle classi superiori. Gli spettacoli antichissimi erano
orgie, dove si faceva a gara di eccitare e di esaurire. Il molto Hic habitat
felicita*, inscritto sopra un organo virile, rilevato sulla terra cotta, che si
trasse dagli scavi di Pompei (3), formulerebbe il sentimento comune al genere
umano più sem- plice : i nostri villici esprimono analogamente la soddisfazione
di simile appetito (4). Presso alcuni popoli tali atti servivano di pubblico
trattenimento ; p. e. presso i Giagui, la cui regina, prima di dichiarare la
guerra, si faccv a venire dinanzi per questo i più bei guerrieri e le più belle
donne (5). Così quando Cook scoperse le Isole della Società, si diede n lui ed
ai suoi com- pagni simile spettacolo. Gli attori erano un gio- vine d' una
statura di sci piedi ed un (t) Sièclo da Louis XIV, l I, p. 71. (ì) Voltaire
Essai, IV, p. 147. (3) Vedesi ora nel Gabinetto riservato del Musco Borbonico.
(4) Paradiso dei poveri. (5) 11,'lvétius Esprit. di undici o dodici anni. V
erano presenti molte d' un grado distinto e la regina Oberea ;va ed istruiva la
fanciulla, formula inutile per quella (I). Nella depravazione dei costumi si
rinno\ arono simili tratteuimenti presso le nazioni civili. Vedesi, in
Petronio, QuartiUa presentare co- si al pubblico una scena tra un fanciullo ed
una fanciulla di sette anni. L' effigie di tali parti ed alti, di cui evitasi
ora di far menzione nel conversare onesto, era presso i Greci ed i Romani il
tema che eser- citava la fantasia degli artisti ad inventare nuo- vi capricci
(2). I colombarii dei Romani, che erano i luoghi dove custodivano le ceneri dei
trapassati, si fregiavano talvolta di pitture su tali soggetti ; p. e. il
colombario della villa Pandili. Nel Museo riservato di Napoli è un' urna se-
polcrale, su cui figurasi in basso rilievo una don- na giacente in attesa
lasciva, un vecchio sacer- dote, le cui vesti talari non celano la concupi-
scenza, avanzasi abbracciato da due giovinette ; li presso una giov inetta in
profilo appoggiasi col- le mani dinanzi uno sterpo, mentre un satiro le si
avvicina. Nel museo Borbonico stesso (gabinetto riservato) ripieno d' oggetti
tratti dagli scavi di Krcolano e di Pompei se ne vedono di curiosi, p. e. degli
uccelli terminati, invece che colla testa, con un glande ; un pene posto
orizzontalmente con ale e quattro campanelli pendenti da catenel- le di varia
altezza ; un animale che sembra un cane, ma il suo capo termina con un glande
ed il tronco è costituito dai corpi cavernosi : vasi fatti in figura d' erme,
il cui beccuccio, d' onde si beveva, è costituito da un pene : altro grande
organo maschile intero di creta, posto orizzon- talmente, dalla cui estremità
bevevano le donne, pifneo biben Priapo (3). Molti di questi di bron- zo hanno
una catenella ; erano volivi per aver (1) Cook, Viaggi L II, p. 43.
(*spp.i'atcv (Ar.. ExxXiqs, v. 97). sa Chitarra. At'Xra (Ar., Auswt, v. 151). =
Lettera A. Tpo«i)|ia ( Ar., ExxXtj;, v. 625). = Forame. 2ax*vypo ? (Ar., Xwvrz,
v. 824). Stazione vi- rile. ♦uVxr, (Ar., Ir.r.wi). — 4>oaxr, veraincule vuol
dire vescica; ma qui si sostituisce come in Giuvcnale, Sai. 1, v. 58, vetulae
veneti bealae. la latino questa parie, oltre le nppellazioui già noie, dicesi
pure Eugium e Fossae itigtùni* (Priap. Lus., XLVI). Cosi per la parte maschile
lite? Atffocov Repxo; ed anche Ou'pa. (Coda) ; similmente in Ialino, in tedesco
e nello stile furbesco del dia- letto Veneto. Aristof., Ayapv, v. 785,usa
propria- mente la parola tip* — coda, in doppio senso. n&r&t» (Ar.,
eecriAwy, v. 254). Taupo? (Ar., ExxXtjc, v. 910). Anche presso i Latini
dicevasi Fa u nu in questo senso: « Taurus Graccis et Latiuis dicitur tUStXm »
Annot. in Petron. ad locum « posse luu- rttm tollcre quae vitulum sustulerit.
Aristofane. AuatsT, v. 217. dice perciò otxot 9' aTaupw-r*! Sii^u tsv £t'ov —
domi absque tauro vitam per- agam. RaoXd* ~ Caulis, Coles, is (lai.) E gli
altri furbeschi. n«TT«'Xo« (Ar. ExxXr,?, v. 1020)=. Catenac- cio. Digitized by
Google TtTavov Tiptrvov (Ar. 5 Aoctkjt. v. 553). St>o« (Ar., AuatoT, v.
456). = Spada. In Ialino pure IHucro (Auson.. C. Nupt Immin., v. 22). Anche il
cav. Marino usò Brando in questo senso. Aewa (Ar. 3 A*«pv, v. I 149). Colale.
In Ialino, olire i già riferiti nomi ed i più co- muni f'erpa, rentrum, PenU,
Cautla, tal parte dicevasi Fatcinum (Priap. Lus., XXVII). ft'crvus (Pclron-,
Satyric, c. 1 3 1 . Horat. Epod. XH,v.'I9). Sceplrum (Priap. Lus., XXIV). Anche
il cav. Marino usò Scettro in questo significato. Trovasidi più in questo scuso
/Inmuj.(Ausoi). C. Nopl. Immiuutio, v. 5). Kd anche Cortex (Aus., ivi, v. 17).
Jlasta (Aus., ivi, v. 18). Telum (Aus., ivi, v. 21). Qavtu (Aus., ivi, v. 25).
Columna (Priap. Lus., IX). Trabs (Calali., Epigr., 28). l'yramis (Priap. Lus.).
Cosi pel coniugio. Btvitv (Arisi., passim, p. e., ExxXtju, v. 700).
ò\arap£svi'Jstv. uirexpistv (Ar., ExxXtja, v. 588, 597, (>IH). «psxpssiv
(Arisi., ExxXija, v. 1017-18). exTtTpu^Tjxe (Arisi.) fftxwwttv (Ar. KxxXr,?, v.
t09l). djXatmw (Ar., ExxXijt, v. 59). ffiajiript^tiv (Ar., OpvtSss, v. (>9).
xtvstv (Ar., AouttjT, v. 08). o rotw (Ar., A/.»pv, v. 251.) E i furbeschi
yatpEtv (riferibile alla donna). x«T«ì-tTapTt£w ^_4 r>) Ay.«pv, \. 275).
elofita, (7iT39«ijii5*, ^aj^o^Tiaat (Ar., Ex- xXijc, v. 1 13, 939, 942 e 6;s|i
ad un terzo). ct/xoXoTisv (Ar., Eif^vi;, v. 1347.) Allude a a-Jxsv, pudendo
muliebre Fico. (Bi- seto, Z/fi\t» in Arislophanem, I. e.) Atti solilarii. «vav
axpav (Ar., 6ìer gratitudine alle varie deità, supposte benefiche largitrici
degli ali- menti e dei liquori. Ed è da considerarsi «pianta parte ebbero le
pubbliche rappresentazioni, a cui conveniva il popolo in folla, nel fissare le
norme ed i modelli del parlare : perche quelle maniere restavano impresse nella
memoria degli spettatori ed erano ripetute da ogni bocca, cosi che diu-ni- vano
proverbiali. Ora l'azione ed il dialogo si ri- sentirono per lungo trailo di
tempo detTorigio* bacchica, e del gusto scurrile del volgo. Antica licenza
della commedia. Il popolo, che andava agli spettacoli per di- verUrsi,era
trattenuto dalle buffonerie e dalle osce- nità. Nella Grecia fu Tespi prima di
Sofocle ed in Alene stessa, cosi celebre per la squisitezza d'ogni bell'arte,
solevasi dalla scena dileggiare gli spet- tata^ specialmente i calvi: si
ballavano danze sgraziate; taluno degli allori applicavasi una s|>c- cie di
phallus, per far ridere i ragazzi, ecc. (I). Qw- (1) v^XSi pacatavi) Yu0o/e
stesse si paragona dettagliata- mente il temporale col flato del venire (5).
Nei Ca- (I) A intlà circa. (i) a'vaxu'itTttxat «»paxu«re« a«£t{«i>XT]u.£v3{,
(v. 4189). (3)ExxXr,§, dM verso 311 al 373. (i)Aggetlivo indicante la
condizione fìsica dei patiti- ci. L di significalo uguale ad un'ingiuria della
plebe del Veneto. (5) NcseXat, fv. Ó88). ZTp£. vntf tg'v 'Aro'XXw xat Sitva
«sett f 'tuSu's |ioi, Nat TetapaxTou y.'wairep fJpsvTTj to' £wu*'*tov r.atayu
xat* Stiva xe'xpa-fzv arpiu-a? rpwTOvi raiTTraj- xàwetT tvdiyii rara X oxav
xt'£&» xsjii^ìi ppovra* rara nanr.࣠u>ff- r.tp e'xttvai Iti>.
3Xì'iJ,a( Totvuv •(' dr.ò yaaTpiSiìt tuvvmtouì ola rerropSa? to' v $' diptx tóvS'y
cvt' are'pavTov, r«J? a'x tt'xo? pt*Y a Ppwrfvj ip* X3t - Tc j vo|iar'
a'XXiiXoev Ppov-rTj' xai pa/ieri un attore dice che si nascondeva la carne che
rubava ai cuochi et{ ?a xòyjma (1) e nell'ano. Come si rapresentava senza
scrupolo pronim- ciavasi pure qualunque frase. Nelle Marnane si augura a taluno
che, volen- do all'oscuro prendere in mano un sasso per slan- ciarlo, colga uu
'immondezza appena depostavi (2). Libertà di frasi pronunciate in sulle scene
greche. xa-ra«ap*«tv (Aristof., EtpTjvY) in principio, Z?T)xi){, v. GÌ 8.)
arorapfouv (OpvtSfij). ^ P*£to (EipTjvt), verso il fine.) rs'p&ju-ai
(Etpr,«5, in principio, 11X«»to«, ad un terzo.) axaTGaYov ( I IX t te ad un
terzo.) »*x ecàùtc, xat Tijv xs'wpov (NeipeXat.) liejiaYl^Vsv cxcJp tuòitiv
(FlXaTo;.) yi% xaTi^ayc? tbtov xiaiiv ttoiifjaei» (6(?|i, v. 570.)
l'vanonaTeév, aTroitaTav, airerta-riov (Eipr,- vt), verso il principio,
IlX»-co?, verso il fine, Ex- xXijct, verso il principio.) upeiv, xaT«pij»wat
ji» (0* jji, passim, per c., n metà, S?i)X£{, a tre quarti, ExxXtjc, a due ter-
zi.) a'|i: 1 tu. a metà.) (1) Irtn;? verso il mezzo. (3) Axapv. v. I US8 « d M
XiSov ^aX£tv P»Xs'|Jievo? e'v cxs'tw Xs^oe TT) Xttpt CriXi^OV apTl'5
X£XE7|l-iV6V Digitized by Google «dpvau (Iimqs, in fine; ExxXy)», a metà cir-
ca; Ax«pv, v. 458). 9uv Xa^tj-rai (8ea(i, ad un terzo.) e'u.» y* »9*> f»
àji^w ju o» TrjxsoXa- ^ttrd* co v»jiwps|uvij (9), to' » u.oXuveiv e e quindi in
Latino letbiari, irruvurre, ecc. Le turpitudini artificiose dei tempi di Tibe-
rio diedero origine a parole nella lingua latina inaudite: « Tuinque priinum
ignota ante vocalmla repcrla soni tellariorum et spintriaru ni (10). » Svelonio
aggiunge maggiori dettagli di qual- che altra frase (11). I na schifosa,
antichissima deviazione dell'i- stinto, di cui restarono le tradizioni sul fato
del- la Fentapoli ed in isconrie leggende della mito- fi) Valer Maxim, I. IX. e
I. r2) Erodoto,!. IV, c. 168. (3) Erodoto,!. IV, c. 172. (4) IleWélius Esprit.
(51 Du Can?e in voce Marrhrta. (6) Arislos. Ir.xriz in fino. (7) 2 Pausania.
(U) Aristof. N* 9 eX«t. (10) TaeiL Annal. 1. VI in principio. (11) In Tiberio,
c. 43:» Triplici serie connexi in viccm inreslarenl. » I versi di Ausonio
nell'epigram- ma H'2 De tribus incesUs sono: Tr-s uno in ledo, sluprum duo
perpeliunlur Et duo commillunl, qualluor esse reos Falleris, extremis da
singola crimina el illum Dis numera medium qui facil ut palilur. I logia (1), c
trovala a' tempi storici fra gii indi- geni delle Isole Canarie (2), fra i
Greci, fra gli abitatori d' Italia e socialmente i Tirreni, che, come dice
Ateneo, l'appresero dai Sanniti e dai Messapii (5), come diede soggetto alle
arti i- I mitalive della Grecia (A) ne lasciò molte tracce in quella lingua.
«ruYt&w KVp'QJMl (Tbeocrit., ExX, v. 8. Ari- stof., passim, p. e. ©ìo>,
verso il fine.) •nifi «u't«« t'vjTpi+i (Arislof., Barpayot. B metà.)
x«Taro'TYU9uvi) ( Aristof., INt^Xati, verso il fuie.) /.iziTj'ij-,',)'.
(Arist., A/ v. GG.">.) XaxxenpwxTo; ( Aristof., IVeyeXac, verso il
fine.) t i>po«p il marito ingannato (3). In Ialino sembra che si dicesse
pure caper in questo senso. Nelf epigramma di Petronio Afra- nio ad Deliam si
dice ! Graecule, consueta lenandi rallìdus arte Cocpisli (I) lo Tiber, e 43 in
fine» paiamone jam vulgato nomine insulse abuteotos Capriniutn diclilabant «,
fi) Suelon, in Tiber. c. 45 « dooe c ea reliclo j n • «iicio domuin so
arriptiil, (erroqne Iransegit obscoe- i; u u ti - uria hirsulo ali|uu olido
seni dare exprobrata ». (3)11 passaggio del suono T in D è fatto tostai* I comunis»imo. V. Ragguagli Eufonici Generali
nel I lomo IH di quest'opera. 1 Et quem forte procax penitus conroserat uxor
Consueras patria praecipitarc domo. Sed practensa asta delusi t reUa quidam
Tcqne tuis miserum depulit e laribus. Solus vera probas jueundi verbo poetae «
Dum jugulas hircum factua es ipse caper. » Questo verso ultimo è di Marziale,
ed è nel- l'Epigramma 24, L. III, che intitolasi: De Hani- sptee hernicoso.
Quest'aruspice nell'atto di sacrificare un capro a\ èva avvertito il suo
ajulantc che tagliasse i testicoli della vittima ; ma in quello che slava
intento a ferire, gli apparve fuori dallo vesti una ernia mostruosa, la quale
fu presa dal ministro per lo scroto del capro, e per quello recisa ( I ).
Alludendo a questo fatto ed all' epigramma di Marziale, calza assai bene il nome
di capro a colui che subì il danno che egli preparava ad al- tri; ma
trattandosi del caso toccato a chi face\a lucro della propria onta domestica,
potrebbe il mollo avere un senso ancora più specifico per quella occasione.
Certo che in greco l'ariete ser- viva d'espressione simbolica di quest'infamia;
poiché leggesi in Artemidoro (2), che un tale, che era fidanzato, si sognò di
cadere da un ariete che cavalcava; d' onde gli si predice che sua moglie gli
farebbe dei torti. Anche in valacco Berbéce = Verve» (lat.),o montone, chiamasi
il marito offeso. In italiano il nome del becco, come in iadin (lin- gua dei
Grigioni) bue e chiavrol (becco o ca- priolo ) (3), iu spagnuolo cabron,
cabronaso, ca- broncillocabronsuelo (capro) e nomilo (becco), in cimbro dei
Sette Comuni borie (becco, capro) ser- vono da aggettivi indicanti il conjuge
cosi offeso. Ugualmente fino da tempi antichissimi le cor- na rappresentarono
questo senso traslato. Tro- vasi nel libro ebraico Masal cadmoni al capo 26.
(1) Caper in senso più speciale dicevasi io latino il capro castrato; creo
quindi perché l'aruspice era di- venuto caper nell'alti) che per dulie
coll'ernia la por- te che la eonleneva ; mentre stava per uccidere ì'hii - cum,
cioè il maschio da razza del genere caprino. 02) Oneirocrilir. 1. Il, «:. 12.
(3) P. e. nella naso • Sia donna l'Ita fall devaintn bue o chiavrol.» Digitized
by Google — 308 — la frase TX? V2Q "HjJ ft'h'or pento qeren eioe=z la
pelle della sna faccia cornuta = applicala al ma- rito di donna adultera ; ed
usavano gli Ebrei sim- boleggiarlo con due corna ( 1 ). L'imperatore Andro-
nico Coinneno faceva sospendere le corna presso le abitazioni dei mariti da lui
disonorati (2). In ara- bo da qarn (corno) si fece ^Uji qernàn ed anche ^aV*
tneqartn cornuto, ed in turco ed in persiano y*\JjS qurnàs nello stesso senso.
In greco moderno da xepac, (corno) xipaTa? Nel basso Ialino da comu, cornutus
(3). In italiano, cornuto. In francese, cornarti. In tedesco, da //ora, (corno)
Hùrnertràgcr. In illirico, da Rog, (corno), rogonòr, e ro- gàshnik. Tutti
questi aggettivi si applicano nelle va- rie lingue al marito che soffre
l'ingiuria. Quindi anche le (rasi verbali p. e. in greco t« xipaxa rcoiefv (4)
ed in latino cornua qnaere- re nel Carmen de Curia Romana : Focmina si qua suo
quacsivit sponso. la tedesco, Hórner haben, Hdrncr tragen, llórncr setzen,
Hòrner aufsetzen. In francese, fairc Ics cornes. In Italiano, fare le corna. La
salacità del capro può aver occasionato fuso del suo nome, o di quello di una
delle parti più rimarchevoli della sua figura, per queste e- spressioni. Ma
forse nei tempi antichissimi, alludevasi cosi alla complicità del genere
caprino in una pratica nefaria trovata tra t pastori, pei cui rei (t) Drusius,
ad Exodum XXXIV, e. '29. 1. I. quaesl I, Ezechiel Spanhemius De Uso et Pracsl
Nu- rnism. Disserl V, p. 375 KUit. Elsevirio. (2) Niccla, Argid. Menag.
Rischici Sphanhemio ivi. In Germania servono per simbolo figurativo di ciò le
corna di cervo. (Adelung. Uiz. in voce i/or».) (3) « Sodomilam Prodilorem Haercticum
aut eo eonvicii unirti! quod vulgus comutum appellai » (Concil. Mexir. Anno
1585. Uu Cange in voce cornutus.) (4) Appunto nel luogo di Arteinidoro sopra
cita- to Oneirocni 1. II, c. 12, «oti vj y^vt) cu Tropviu!7ec xat to' XeYop.
ev3V > xe'p»Ta a'u-rw 7T0tn>et. » dell' uno e dell' altro sesso l' Esodo
la pena di morte (1). Anche nei tempi a noi vicini, continuava o si era
riprodotta questa miscela (2). Nella mitolo- gia si dà per moglie ■ Pane (dio
dei pastori) Aiga, cioè la capra, ( A"y« forma dell' accusativo di Aì£
atyoq nel greco classico) allegoria astrono- mica, ma il cui linguaggio non
riusci scandaloso e che si espresse dalle arti nel significato fisico (3). Si
conoscono i riti egizii del becco di Mende* (A ) : e qualche cosa di simile lasciò
la sua traccia in una tradizione italica: ricordiamo l'oracolo attri- buito ai
tempi di Romolo :« Italidas matres, inquii . caper hircus inito (5). » Qucst'
oracolo diede origine alle feste Lu- percali. In quelle si percuoteva la
schiena delle donne maritate, con una pelle di capro. Quel rito potrebbe essere
la sostituzione d'una formula ad una pratica ; poiché per questo s'iulesc d'
inter- pretare e di eseguire il consiglio di sli casi di t (Aid. Manut, K-
pilomc Orlhog , 1575) * — 310 — condo r Orthographio di Aldo Manuzio, ti
scrivere eon mi « solo), d' onde anello (il.), an- neau (Ir.). Non si sapcv a
meglio indicare la capa- cità di addossarsi esattamente intorno al dito di che
ricordando il cingolo, anello degli . Questo nome anulut, non è il primo che
gli abbiano doto i Latini : gli antichi Io vano ungulum (I). RwXov, nome dell*
intestino crasso, ora coli' opportunità delle scienze mediche in lulte le
lingue è la slessa parola in origine del latino Culut. Podex, ri» nome
decentissimo ai no- stri giorni, deriva da pepedi, pedo ; allude al suo- no
emesso dall' uscito dei gos intestinali : come Calta e KhjXov, varianti d'uno
stesso tema, ch'io derivo do Vip Col, suono, voce. Il nome culut, in francese,
cui, cu passò ad un uso assai comune in una quantità d es|>ressir»- ui
decentissime. Cu d' óne \ Yr , '{ specie d'ortica di mare. Cu de cheval. I € *
6iW > Cenante, Cu rouge. I Fètu e» cu. l'uUle cn cu. Cu de vaùteau. Cui de
jatte. à cu, mouillage. Cu de lampe. Cu ), cufreffa di cui il diminuì» o cutrcttola.
Bicho del Culo, / crine tlell' uno, così chia- masi dai Portoghesi del Brasile,
l' infiammazione dell' ano che ivi è endemica (4). Parole d' uso decente,
derivale dall' indica- zione degli organi sessuali e dalle loro funzioni. 'K9iX
■ ut quisque nostrum de bulga est malris in lueem editus. » Poi con tal nome
s'intese una capacità lassa : « fulga capacitai vel siuus cimi la\ilale • così
delini (I) Osi chiamava Rai i pialli di maiolica sngu- tali ti nell* .inno 1700
a quelli d*argenlo. clic furono mand ili alla zecca dal re ■ dilla maggior
parte del ricchi, per I • di*srazie finanziarie e slralcgii he d'al- lora. v
Vi.!t. T. LXII. p. '248. Le Busse a Park nolag) (2J Machiavelli, Leder,-, Leti.
73 ad un amico T. xi p. Ma (3) Pronunrh antica. (4 GnlK-lm. Pison. H. Hai I V,
p. 274 277. (5) A in greco corriipoode ad ap.«~insii'ine,con: cosi A'Xexa?,
moglie, è cou.c àfux Xovos. elio giace insieme, i.ello slesso lello ; cosi
A'xoerts, au« xst- -rt{, die niace nello st sso ledo, xot'?T); cosi 9;'? —
*Au,a 9iXendarum pilos lumina diciinus • (Gallio). Martini L -x. Pliilolog. in
voce tu* ')• Digitized by Google — 512 - la'T-jpoj (gr.), d'onde talijnu (laL),
(il.), ec, nominoci da ZaSi), l'organo virile, del cui sviluppo ed energia era
tipo personificato il satiro. Quindi Salyriasit (lai.), Satinati in pa-
tologia. /'rais, era parola oscena al tempo di Cice- rone (I). Ora si dice con
tutta decenza. Spurius (lat.), d'onde spurio (it.), ec, deri- va da 2irsps{,
seme e (1) llorlie penis est in obscoenls, Cic Episl IX ad ad una delle più
brutte parole dei nostri monelli (Veneto). Nel Veneto, 1 villici chiamano
pisciar* ( pis- sare), V atto di gocciolare o di sortire a getto continuato d*
un fluido, p. e., come del sangue sotto il salasso. Osservisi come nelle
fontane non è infrequente di far sortire il getto dall'uretra di putti
effigiativi, p. e., nella più bella fontana di Bruxelles il getto sorte dall'
uretra d' un putto di bronzo, che ivi chiamasi anzi = pistt cioè, uometto
piscia (iy. (t) É opera di Francesco Flaroand. Digitized by Google DELLE
SUCCESSIONI DEI PRODOTTI MUTICI. Le umane voci nel loro uso d' espressione, sia
sensitiva, sia ideologica, si seguono in vario numero e tempo di distanza tra
loro ed in varie combinazioni. La causa del moto successivo co- municato
all'apparecchio loqucule sta nei motivi che determinano ad esprimersi, cioè
urli' indivi- duale atteggiamento contemporaneo della sensi- bilità e delle
serie di reminiscenze, delle quali è in atto ed urge la vibrazione. La maniera
quindi di succedersi delle parole è eventuale e sempre relativa all' individuo
ed alle circostanze. Questo elemento di opportunità viene peral- tro condotto
nelle sue manifestazioni da leggi geueriehe, insilo alla v ita centrica ed a
quella com- partita ed isocrona dell' apparalo fonetico e del- l' acustico.
Parole diverse si combinano, .ma la quantità dei loro suoui costituenti, cioè,
gli atti della loro articolazione, si eseguiscono con certa economia relativa e
conveniente al maggior co- modo del giuoco degli organi. Questa economia si
palesa nella ripetizione dei suoni già proferiti e nel compartimento regolare
ed equabile dei me- desimi. E come tre sono li sistemi interessali nella entità
della parola , cioè il centrico impellente (ora senza avv ertimento della
coscienza, ora con avvertimento e direzione della medesima), il fo- netico
esecutore, e 1' acustico percipicnte, ognu- no di questi determina |>er suo
conto i fenomeni di ripetizione. Il sistema centrico dà l' impulso a ripetere i
suoni, sia per prevalenza d' un scntì- Vou I. mento, o d' un'idea solila ad
associarsi a quei suoni, sia per avvertire una varietà nella medesi- ma. 11
sistema acustico determina la riproduzio- ne di suoni, perchè se ne compiace.
Il sistema fonetico, indipendentemente da questi rapporti di obbedienza, si
atteggia per se e si commuove nello stesso ordine successivo dei suoni che poco
prima ha eseguiti, perchè in questi moti scorre più facilmente che non per
tutti gli altri moti possibili. La ripetizione può succedere nei singoli suoni,
nelle intere parole o nelle loro serie, per competenza or dell' uno or dell'
altro dei tre mi- nisteri. Esjxirivmo pertanto i modi della ripetizione ed il
loro influsso nella loquela, e poi studicreino sotto sii slessi rapporti V
elemento armouico. Della ripctÌ3Ìone delle parole. Il primo elemento di
successione delle paro- le si costituisce col ripetere delle medesime. La
ripetizione succede per due origini diverse , ma la cui costanza è tale da
indurre la continuità di questa abitudine, per tutti gli stadi! od cpoclte
delle lingue ; così che talora riuscirebbe difficile il determinare se trattisi
dell'una causa o dell'altra o di tulle due agenti in coincidenza. La prima cau-
sa è passiva, spontanea, effetto d'inerzia, d'imbe- cillità di pronuncia, e
l'abbiamo segnata nelle ori- 40 Digitized by Google - 314 - gì ni eterne delle
lingue, come la si continua pato- logicamente nella condizione di balbuzie. Di
più nella rozzezza ideo-fonctica uno si compiace di ripetere suoni ch'egli sia
riuscito a pronunciare, e pei quali si è fatto intendere. Quest' abitudine è
ovvia nelle persone del volgo, ed in quelle di minor potenza intellettuale. La
seconda è volontaria ed opera per fissa- re f attenzione dell' ascoltatore ;
sia per fargli notare a preferenza una espressione relativa ad una data idea,
sia per avvertirlo che vuoisi mo- dificare alcun poco l'idea clic per tale
espressione comunemente s' intende. La massima parte delle lingue del Mare del
Sud ha l'abitudine di pronunciare la parola dop- pia (1). La lingua di Tahiti
applica la ripetizione come la reduplicazione più frequentemente e nella
maniera più semplice di tutte le lingue del Mare del Sud (2). Humboldt dice,
che questa ripetizione toglie il monosillabismo (3) (io ritengo che il monosil-
labismo sia spesse volte posteriore alla redupli- cazione ). Questa ripetizione
non rinforza sempre l'idea, p. e., Meumeu (Tahiti), spesso, denso ; Meu non
pertanto vuol dire uguahneule = s|>esso, denso. Etempii di ripetizione nelle
lingue dell'Oceania {i). Uangkas hangkas (Java), essere in prospet- to,
prospettiva. Meha meha (Is. Sandwich), solitario. Roa roa (Hawai), in breve.
ffare ira re (N. Zelanda), dimenticare. Oli oli (Hawai), gioja. Meedje meedje
(Is. degli Amici), bere da una (I) Humboldt, Kawi, II, '285. (2 Humlwldt, Kawi,
II, 294, 305. 13) Kawi, IH. 517. (4 Le voci che seguono trovansi sparse nell'
o- pcn di Guglielmo Humboldt, Ueber die Kawi Spraclie. noce di coco, beverc ,
succhiare come un I lattante (I). Buio buio (Tong), maschera, velo. Itolo holo
(Hawai), andare, correre. Ani ani (Hawai), specchio, vetro. Ama anta (Hawai),
nebbia. Holo holo (TongaJ, lavare, nettare, fazzo» letto. Muimui (Hawai),
raccogliere. Biko biko (Touga), curvo, pigro, lento. Layang layang (Kawi),
volare. Api api (Kawi), accendere il fuoco. Matte matte (Tahiti), ammazzare,
morire. Matta matta (Tooga), guerrescamente. Bongi bangi (Fidgi), domaui. Mot
mo'i (Tonga), dormire. Mara hara (Java), una superficie di terra, una pianura
aperta, senza fabbriche e senza bo- sco, di' onde Ausa Harahara (Java), aulico
nome dell' isola di Java. Lac lac (Java), bevcre proprio dei cani. Pua pua
(Java, Isole dell' Oceano del Sud. malese), primitiva pronuncia del nome Papua,
che si applica alle persone ricciule e specialmente come nomenclatura di quella
razza e delle loca- lità da essa abitate (2). Mara. mora (Tahiti), luce.
Malamalama (Tahiti), far luce, apparire lu- ce, chiaro. Abongi bongi (Tonga),
pensare. Noi noi (Tahiti), poco, piccolo. Fihi fihi (IS. Zel.), interesse,
operare insieme conlro P altro. Elle elle (Mare del Sud), nero. Eie eie
(Hawai), nero. Ooli ooli (Tonga), oscuro. Ula ula (Hawai), 1 Kula kula (Tonga),
> rosso. Uro uro (Tahiti) ^ Età età (Tahiti), dieci. Unti umi (M. del Sud),
barba. (1) Cook, Voy. Pacific. IH, coni, di King, App., (2) Humboldt Kawi, I,
195 Digitized by Google 1 — 315 - Pala pala (malese); scritto, libri, slampare
; da pai, battere colla palma della roano, premere. Ululu mula (Java), il primo
davanti. Mua mua (Tonga), quegli davanti. /no ino (llawai), cattivo. Lia lia
(Tonga), sporco, brutto, abbomi- Toro toro (N. Zelanda), imitare, //ano hano
(llawai), gloria, onore. Aka aka (Hawai), ridere. Arni punì (llawai), mentire,
Kto keo (llawai), bianco. //'ale wale (Hawai), tentazione, tentare. Kanak kanak
(malese), fanciullo. Ilanak hanuk (Java), partorire. Pira pira (kawi), alcuni
Tiki tiki (N. Zel.), vedere. Hina Irina (Tonga), bianco. Heena heena (Is. d.
Amici), bianco, giallo (1). Poro parati (N. Zel.), parlare comandando. A'appo
koppa (M. del Sud), battere con ru- more le ali. liette hetle (N. Zel.),
assetalo. Las làs (Tagal.), distruggere, fare in pezzi. Hai hai (Tagal.),
finezza. Ano' ano (Hawai), seme. Fili fili (Tonga), scegliere. Bagyò bagyò
(Tagal.), uragano. Lii Hi (llawai), piccolo. Moiri nohi (N. Zel.), piccolo.
" • Vdu udii (>'. Zel.), capello. // ul wulu (Madag.), pelo. Iluwang
hawang (Java), firmamento, atmo- sfera, limola. Rafia raha (Madag.), animale.
Burro Burro (Australia), paese celebre per le sue miniere. Toc tot (Atooi, Is.
Sandwich), freddo (2;. (t) King. Conlin. Voy. di Hook, l. 111. App. III. (2)
Cook, Voy. Pacific^ III, conL King. App., n. V, p 547. Meere intere (Atooi, Is.
Sandwich), guarda- re (1), inspicere. Ongo ongo (Is. d. Amici), una piccola
palma che cresce all' altezza di otto piedi (2). Laika laika (Is. d. Amici),
buono (3). A'n/èe Nafee (Is. deg. Amici), una specie di sluoja fina, bianca
(3). Etempii di ripelisione nelle lingue d\ Punih punih (Nootka o King George's
Sound), una pietra nera da percuotere. JUoucou moucou (Guiana), nome dato dai
nativi ai semi deWArum arboresccns , ch'essi mangiano (A). Esempio in caldeo.
Xabonabo, nome proprio personale che è la ripetizione di Xabo, nome dell'idolo
degli Assiri, detto anche Acòo, e di cui si compone il nome proprio di varii
prìncipi babilonesi, p. e., Aabti- r, Aabuchadnezar, ec. (5). in sanscrito.
Cialàcialam, cosa incostante. Paramparà, tanti, così tanti, generazione.
Etempii in persiano. raggio ! )\à \tè ghoz glia:, disperso, dissipato, gèi pie
pie (c italiano), tormento, tor- tura (onomatopcja). (I) Cook, Vov. Pacific-,
III, conL da King. App., ti. V, p. 517. (*2) Cook, Voy. Pacific, III, conL di
King., App.. n. III. (5) Cook, Voy. Pacific, III, coni, di King. App.. n. III.
" (4) Do Lens el Méral, DicL in voce Arum (Cala- dium), arboreteent. C5)
Seldcn. De Diis Syris. Synt. Il, cap. XII, p. 340. Digitized by Google — ó
/uempio in ytraoo. Talatala, nome proprio personale d'uu pro- scritto da
Maometto. Esempli in Inrco. Jjl* JJk^- cing/ii/ ciaghil, facendo rumore,
susurro, con mormorio. Diccsi così dell' acqua che cola rapidamente. J^f jyi
en'ul enul, piano, adagio. v_iL top i'op
(non si trova se non ripe- tuto), ed anche a^oob. «Ajaub Tapcé iopcé, len-
tamente, a poco a poco, adagio. ytjtber ber, al di sopra, al di fuori. «T af
gueh guèh, di tempo in tempo. lo danese, le interjezioni ja e j'o, si raddop-
piano con somma frequenza jo jo, ja ja (Brcsenian. Tydsk Dansk Parleur). Anche
in tedesco, si ripete assai di frequente la voce ja nel senso di approvazione.
Anche in italiano, diccsi «l sì ovviamente. In ispagnuolo, de nobili» ooòi/is
=scnza cura e senza pena. •Seconda causa di ripetizione della stessa pa- rola,
per volontà di avvertire che si tratta di mo- dificazione dell 1 idea, che I'
espressione non deve essere accettala affatto giusta il senso che ha co- munemente.
L'uso più comune, volontario della ripetizio- ne successe nelle lingue per
esprimere la plura- lità dell' oggetto, della cosa slessa, dell' idea che I'
espressione semplice intendeva ; quindi la ripe- tizione di un atto, ce, ciò
che è affatto naturale e logico. Di fallo, se già noti si possedessero ora le
forme plurali già stabilite dalle desinenze, ec., in qnal altra maniera
potremmo esprimere V idea plurale, se uon ripetendo tante volle, quanti sono
gli individui che si vogliono nominare, la parola sotto la quale ogni individuo
di una data classe si intende? ma quando fosse un lungo numero di individui da
riferire, dopo aver ripetuto più volte la stessa parola si tralascia, affidando
alla con- giuntura di chi ascolta il giudiziA, che si tratta 16 — • di molti
individui assai più di quelli accennali, os- sia delle volte che si 6 ripetuta
la stessa parola. E il solito processo d'ellissi, ov vio nel com- mercio
dialogico, indotto dalla conghiettura del- l' ascoltatore, che supplisce al
risparmio di voce e di articolazione di suoni che fa quegli che par- la, poiché
spera di aversi già fallo intendere. E cosi successe nella più antica età
linguistica. Si nominarono con ripetizione d' una slessa parola quelle (ali
cose eh' erano in condizione duale nel- la natura, p. e., le mammelle, i piedi,
ec. Esempii nelle lingue delV Oceania. Dib dib (tagalico), petto. Tra tra
(Madagascar), petto. t jna urna (Hawai), petto. Fata fala (Tonga), petto. Eoo
lioo (Tonga), pello, mammelle mulie- bri (1). Paa paa (tagalico), piede. fFat
wqc (N. Zelanda), piede. /fama (Is. Sandwich), piede. Titti liki (X. Zelanda),
vedere. Forse si rife- risce agli organi pei quali si vede, cioè gli occhi * '
che sono due. liinga dinga (N. Zelanda), vuol dire mano ; ma anche le dita.
Forse la prima idea è dito, e l'idea mano risulta dalla ripetizione di dito.
Diliga dinga, vale pel singolare (2). Ripetizione della stessa parola per
rappresentare la pluralità detta cosa indicata. Fnoa (Is. d. Amici), rifiuto,
vuol din; un gran numero (.1). Jjj Boi (turco), largo, abbondatile Jjj J^j bid
boi, ve ne sono molti. l'ira (Java), quanti ? Pira pira (Java). (Ka- wi), molli
T (I) Humboldt Kavfi, II. '1. {■i) Humboldt Knwi. III. 464. ->) Cock, Voj
Pacific. HI, contili, d. King , App n Ili. Digitized by Google - 317 - . Todu
Zelanda), Ire. Todu todu (Ti. Zelan- da), pochi, scarsi. Cachu (Perù), albero.
Cacha cacha, fore- sta (4), cioè albero albero, molti alberi (dei quali si
costituisco la foresta). Parole di forma ripetuta che indicano esistenti in numero
plurale. ^ Keuper keuper (turco), in folla, a maiutre. JaiLs Qjth qyth (ar.),
pioggia fiuissima. sy^y Kevkeb (ar.), stella, astro, costellazio- ne. Le stelle
esistono in natura in condizione plu- rale: anzi laute volte si nominano per
paragonare con quelle la raolliplicità di date cose. Per questo medesimo
parallelismo istintivo tra le qualità dei rapporti delle cose con noi, e i modi
coi quali ci studiamo di esprimerci per ri- cordarli, si usò la ripetizione
della stessa parola per rappresentare In ripetizione d' un medesimo atto, coli'
identico processo per cui si ripetè per intendere il plurale ; tralasciando in
seguilo di ripetere lutto il numero delle volle che sarebbe necessario per
corrispondere alla realtà del nume- ro delle ripetizioni in fatto, che
voglionsi riferire: cosi in ebraico, mentre 01» ioni vuol dire giorno, □V Or*
iom iom, vuol dire, ogni giorno (2), BJftJ menh'at, poco, U^lp d^t? menh'ut
uienh'at, a poco a poco. In sanscrito, JUuhur muhur, più fiate. In persiano
'Pei ellicce, prima d'essere adoperate, si compongono d'un puc e d'un pese,
cioè di un davanti ed un di dietro. In tedesco durch und durch, da parte a
parie (si riferisce alle due su- perficie anteriore e posteriore d'un medesimo
eor- po) .^.L. terater (turco), d'un capo all'altro, ^ ser (capo, lesta, cima,
termine, punta, fine, super- ficie) 0*^0 desi (pers.), mano «**w>U*w>
desi a dest (pers.), la dritta e la siuislra d' un' armala,, lo due ale, la
mischia nel combattimento. Altre volte rappresenta dualità di cose a con- tado
od in mutuo rapporto nell'atto iti cui si con- siderano, p. e. paràsparam
(sauscr.) reciproca- mente : laz a iaz (sp.), una cosa per l'altra; VÌI à vis
(fr.), fall à 6011 f, . téle à téle. Dappoiché i pronomi latini semplici quii,
quae. quod, quot, quid, cujut, cui, quem, qtuh rum, quot, quibut, come pure il
Ari (ungh.) ed il )■ -itili delle Isole Sandwich rappreseulnno astrat- tamente
dati individui, ripetendo i pronomi stes- si , si fa come se si moltiplicasse
l'individuo od il numero degli individui che si suppon- gono. Così negli
avverbii qua, quo, facendoli qua- quo. quoqua, che corrispondono nel
significato ad ss in qualunque luogo, parte = è lo slesso come se si
enumerassero le varie località. Cosi nella congiuuzione ut ut (lat.), il
pensie- ro mira a diverse maniere di proposizioni taciute, e ripetendo ut è
come se tali proposizioni diverse si fossero espresse : egli le sottintende, il
pensie- ro dell'ascoltatore deve supplirvi, passare in ri- vista queste
poséibili proposizioni, o ricordarle, se sia il caso che il parlante a tali
proposizioni già note all' ascoltatore alluda. In ogni modo ni ut non è se non
un cenno di pluralità, di diversi- tà; ed è in questo senso che il semplice ut
mede- simo si ripete. Cosi è delle espressioni nfc i jiév 8toiiàri)i TV]?
otxt'ac «Vpofft- aea'^TjTai, ^ijttJ « ti? ou'to'v, o'tc itda%tt to' xal to'. »
Digitized by Google — 319 dello che vi dica questo e questo. Cosi suole dirsi
invece di ripetere tulio l' espressione. Si usa di ripetere la parola per f
espressio- ne distributiva. In persiano aL lek, uno ; du iek ìek ad uno ad uno,
a poco a poco. In turco y» y» bit, bir,£4 ^ birer, birer, a uno a uno, uno per
volta. y&tfA v.A*,CjI ikiscier, ikiteier. a due per volta " js»jl
ygf.y\ ùcer Hcer, a tre per volta , e^ cosi del resto jier tutti i numeri.
Anche in ebraico si fa la distribuzione ripe- tendo il sostantivo in numero
plurale. DOW D»JV scewolm , sccnaim (Gen., VII) duo duo (iclcst bina) ingressa
sunt. O'Jlbn D^ÒH amonim amonim , turbe, cioè una gran moltitudine di gente, (Pasino,
Gramm. Ebr. p. 1 (9). Trijnu Tribus. Così usasi di ripetere il pronome
dimostra- tivo, p. e, Ht 78 ìTT t^pfl vaiqra ze el ze, dis- se, chiamò uno ad
un altro. Cosi in illirico : mallo pò mallo — a poco a poco, jedan pò jedan —
uno ad uno, dva pò dva = due a due, tri pó tri = tre a tre, ecc. Cosi ; svilii
finir, (ar.), goccia; ijiai tjLs qatré qatré, a goccia a goccia. gota a góta,
(port.) fy^fc thogrum o dhogrum (turco), pezzo. fyjè^o fy^yb dhogrum dhogrum, a
piccoli pezzi. g£ kie kie (turco), a piccoli pezzet- ti, a poco a poco. o poco
a poco (il.), 1 pouco a pouco (pori.), f petit à petit (fr.), « poco a pò- jXf\
y ìf\ enlu en/u (turco), I co > " nach und nach (tecL), . pa$ à pai
(fr.), a parte a parte (il.), minutamente, rie à rie (fr.), esaltissimamente.
Ripetizione per dare energia. In questo processo la mente del parlatore intende
d'in- culcare Dell' uditore la cosa su cui deve cadere il suo riflesso,
ribattendo sulla medesima. Nella lin- gua d' llawai talora una parola è
costituita da una sillaba ripetuta quattro volte, le le le te, spes- so correre
via, p. e., quando un uomo abbando- na spesso sua moglie da Me — fuggire,
volare. Qui non si tratta se non della ripetizione di lek per dare intensione
al significato (i). ìllugi nella lingua di Java vuol dire affine, all'indir :
raddoppiato è espressione di desiderio; cosi pure iri malese muga muga (2). In
turco par par ianmaq o (jj*jLi JjL» JjLj paril parli ianmaq, ardere for-
temente, con iscoppio {')). La parola i', presto. Hav (gr.), tutto, «a'uirav =
iriv riv, de! tutto, prorsus. i'an (liawai), tutti, lutto, del tutto, essere
intiero, compiuto, tutti , essere consumato. Pa- papan, tutto insieme, lutto
numerare insieme, lutto considerare come uno ; consumato del tutto, terminato
(1). l'asse passe (fr.). questa ripetizione della pa- rola passe intende di
riferire la somma celerità, con cui si effettua il passaggio degli oggetti dei
giuocatori di bo.ssololti, in quel giuoco detto ap- punto tour de /km*c passe.
Egyen (migli.), unico : egjen tqycn. unico, solo affatto. Jur jur (ili.), or
ora, già già. Plano plano (sp.)) Novell. Ani. 54. Buonarroti. (5J Boccaccio G.
V, Nov. 10. (fi) G. I, N. Fiera. (7) Buoriar. G. 2. Ali. 4. se. 2. (8) Aul.
Geli. L XVII, c. II. Ripetizione intensiva che cresce progredendo. De pis en
pia (fr.). De plus en plus (fr.). Peggio che peggio, di peggio in peggio (it.).
La ripetizione per dare energia genera il valore superlativo : in molte lingue
questa è tut- tora la sua forma. In questo processo la menle intende di moltiplicare
1' oggetto slesso o di rife- rire la sua grandezza, estensione, ecc. assai mag-
giore di quello che soglia essere comunemente in quella data categoria. Essa
paragona quell' esse- re, di cui vuol riferire l'idea accresciuta, in su-
perlativa, ad un numero plurale di quella mede- sima categoria : lo tratta come
se fosse la somma di molti. Qui dunque la ripetizione collo scopo d' ingrandire
l' idea si fonde collo scopo di mol- tiplicarla, ciò»'- di farne il plurale.
Esempii. .\elle lingue dell'Oceania. • Obito (Tonfa), buono. Si ripete ed anche
pronunciasi tre volte per dargli maggior forza, r'bitOj obito, obito ( I ). ili
(Tonga 1 , nero: uh uli, nerissimo. Gehe (Tonga), separato : gehc gehc, separa-
tissimo. Lna (liawai), lungo : loloa. assai lungo : lolu- Um {2). Pono
(llawai), buono : pono pono, buonis- simo. In peruviano ripclcsi pure qualunque
paro- la per darle valore siqierhtivo; cosi avemmo Cfti- iio china, cioè
cnrlercia corteccia, per dire cor- teccia eccellente. Cosi nominossi da quei
selvag- gi V albero tanto famoso per la sua applicazione terapeutica. In turco
jJUlk thatlu, dolce ; ^JbLb ^JLsLb thatlu thatlu, dolcissimo. jì ler è una
particella che si aggiunge per formare il plurale. Colla ripetizione della
inede- (t) Humboldt, -Kawi IH, 00!. Ti) Humboldt, Kawi. Buschmao HI, 1024.
Digitized by Google — 321 — sima producesi un superlativo ; cioè ripetendo la
desinenza astratta del plurale, y y ter ier, l' al- tissimo, Dio. In ebraico,
p. e., jj^T Jj?T sagon xaqan, bar- ba barba — foltissima e lunga. HO* njJJ iafé
iafé, bello bello, diligentissi- inamentc;p.e., (los.VI, il), nj)J HO» nfcQTyi
Echbiià iafé iafé, nascose diligentissimamente (Kimchi). TUO meód, molto ;
"fttìQ 1N S 2 neódmeod, moltissimo. ronA', cattivo ;J)"} ronh' rann',
cat- tivissimo, pessimo (Bellarm., Gr. Ebr., p. 57. Pa- sino, 119). In
sanscrito paraparam, cosa sublime ; pa- i para padiuha, secreto. In ungherese
majd, presto: majd majd, ho/, presto : hol hot prestissimo. In portoghese «o
por io, solo per solo, so- lissimo. Anche in italiano usasi di ripetere la
prima parola per accrescere il valore (quantunque il va- lore superlativo si
rappresenti da speciale desi- nenza) cosi per es., buono buono, dolce dolce,
guaito quatto, pallido pallido, ratto ratto, ecc., e si potrebbe trovare simili
esempii in ogni lingua, perchè è processo istintivo : cosi lo si osserverà
ovviamente nei fanciulli. La successione dello stesso tema in forma diversa,
cioè di caso retto e di caso obliquo inten- de ad indicare un primato, una
superiorità od un domin i i di un soggetto sopra altri della stessa ca-
tegoria. Cosi i re di Persia chiamavano Saamaan, cioè re dei re (Brj ennius
Caesar., 1. 1, c. 9). BatatXeus pastXeojv: cioè re dei re: cosi no- minasi
l'imperatore Costanzo da S. Gregorio IS'a- zianzeno. Rex regimi : diecsi Atreo
da Seneca ( in Thyeste). Princtpt principum: detto Domiziano da Marziale. Dux
ducum: Agamennone in Ovidio. Vou I. Judicet j udiru vi: intitolavansi i presidi
delle Provincie (JusUniani, Not. XV, 1. II). Episcopi epitcoporum (in Tertulliano).
EU»»o« E'Ua's = cioè Grecia della Gre- cia : chiamavasi Atene. e E o« eiwv:
cioè Dio degli Dei (Jerocle nei Carmi aurei). La ripetizione dello stesso suono
succede volontariamente per portare una qualunque altra specie di modificazione
dell'idea, e sta all'uditore ad indovinare nel caso speciale di che sorta di
modificazione vuoisi farlo avvertito. Humboldt aveva rimarcato nelle lingue del
Marc del Sud, che nella ripetizione ognuno dei suoni ripetuti esprime P intero
oggetto ; che colla ripetizione si aggiunge un' altra varietà o solamente un
rin- forzo, o come segno della più grande vivacità dell' impressione provata od
indicazione del ri- petersi dell' oggetto, (ciò che abbiamo v eduto già in
questo trattato succedere istintivamente in tut- te le lingue); per cui il
raddoppiamento ha luogo specialmente negli aggettivi : essi indicano le
qualità, che, se è lecito di cosi esprimersi, non appaiono come corpi isolati e
sostanze, ma piut- tosto come superficie. Nelle lingue del Mare del Sud la
ripetizione è propria esclusivamente degli aggettivi c dei sostantivi derivati
da quelli. La ripetizione si usa per modificare in qualche modo l'idea, talora
fa l'aggettivo dal sostantivo o vice- versa. Tai (Tahiti), mare ; tai tai, sale
(1). Ahi (Tahiti, Hawai, Pi. Zelanda), fuoco; ahi ahi, sera (2). La parola
raddoppiata non ha lo stesso so della semplice. Uulu (Java), ce (3). Para
(Tagal.), uguale, para para (Tagal.), in ugual maniera. In Tagalico si fa la
ripetizione del potenziale m«co (particella negativa) per dare il acnso di (I)
Humboldt, Kawi II, ■>',] l'i) li unii. . Kawi II, 249. (3) Huinb., Kawi
111,761. Ai Digitized by Google concessione p. e. maca maca guiahava, poter
dare sollievo (ad un ammalato) (1). Due negative fanno un' affermativa, perchè
la seconda distrugge la prima, dunque .si resta sul positivo. Perciò in
qualunque lingua si se- guano due negative ne succederà questo senso ; ora
anche il senso di concessione succede per la stessa causa logicamente, se si
ripeta una parti- cella negativa. In ebraico il valore factitivo esprinicsi in
qualche verbo colla ripetizione dell' ultima silla- ba del verbo stesso; p. e.,
tanh'iril, exci- tetis, WYÌ})n ttnh'' orerà , expergisci faciali* , (Cantic, c.
TI, v. 7). Quantunque non si tratti che della ripetizione d'una piccola parte e
non di tutta la parola, scorgesi sempre però lo stesso processo, di usare cioè
della ripetizione d' un suono per marcare una differenza nel senso ordi- nario
del suono stesso, per far avvertito f ascol- tatore che si tratta di una qualche
modificazione o varietà d' idea da quella che per consueto a tal suono si
attribuisce. Lo stesso principio della ri|ietizionc si mani- festa anche allora
che le lingue hanno ottenuto un certo sviluppo, onde sono già distinte certe
forme svolte da uno stesso tema, d'onde le fles- sioni specificamente
attribuite al numero, al ge- neri*, alle persone, ai modi, ecc. In quest'epoca
di maggior agio neh" uso fonetico dei mezzi eredi- tati, vigendo nullameno
lo stesso istinto che rie- sce produttore nella ristrettezza delle origini (in-
vece di ripetere la parola bruta inorganica sem- plice, come, nulla avendo di
meglio, do\ evasi in principio) si ripete lo stesso tema, ma sodo for- me
svariate, sia per imperìzia ideologica o fone- tica, sia per ignoranza dei
rapporti ideo-fonetici, sia per imprimere maggior efficacia o per awer- tirc
qualche modificazione nel concetto. Questi fenomeni di ripetizione, sia della
radicale slessa sotto varia livrea, p. e. di nome e di *.erbo, di sostantivo e
di aggettivo ecc., ovvero del senso (I) Qamb.Kiwi 11. 375, medesimo sotto
parole d' origine e di suono dif- ferenti sono compresi dai grammatici sotto il
no- me di pleonasmo. Ne porgeremo qualche esempio. Esempii di frati composte d'
un nome e d'un ver- bo, dove tanto Vuno come V altro hanno fa stesso
significato. ■ In ebraico. rWQFl r\XQ morirai di morte (Gencs. Il, 17. Regum.
1, 17). DIO morirete di morte (Genesi, IH, v. A). 7\*jy~Qtà ~QV? *3 ti
prezzolai a prezzo (Gen., XXX, IC). n3"1 VTOI parlai, la mia parola (Genesi.
XXIV, M). □VP! ID^fM e sognarono un sogno ( Ge- nesi, XL, 5). ìJD^n D17CI «b
sogno sognammo (Gene- si, XL, 8). Su sogno sognai (Genesi. XLI, 15). In greco.
Xrjpsv Xripfts (Aristoph., nX»?os), (maniera attica) vaneggi cose vane.
XtìpBVTi XVJpov (Aristoph., Ses-i a due terzi). rov»; rovrfcat (Aristoph.,
IN^eXai, verso il fine), affaticare fatiche. . Ypa*90|iai ai Yp»9*jv, ti scrivo
scrittura. dSixfò a • :xt*av. li fo ingiustamente ingiu- stizia. arrapa?
Jfop'-w (Hiad. B.) (maniera ottica). psXiiv paXeuet, consiglia un consiglio.
Xs'ysv Xe'Y», discorre un discorso. Iiavtav |iaetvri, impazzisci una pazzia,
vjspsv Ujìps '.' . . ingiurii un' ingiuria. (puYijv ipiUYJts, fuggi una fuga
(I). (I) Clero., Ars. Crii. I, 15q Digitized by Google — 523 - vs'ysv
vaffJttev, siamo ammalati d' una malat- tia (I). pi9av {fo9(go|uv, ci inviamo
per una via (2). 6Tiaai>pi5t?c &i)aaop»s } tesoreggiate tesori. (S.
iMalii., VI, 19, 20). In Ialino. Vivere vitam. Servire serv itutcm. Pugna
pugnata (Cornei. Nep.) Face re facinus (Ennius A. Geli. XII, A). Basia basiarc
(Catull. 1. 7) (3). in Italiano. Ferir di ferita. Giuocavano un giuoco
(Machiav.) (A). Di giunchi giuncata (Boccaccio, Introd.) in tedesco. Fine Grube
graben. ella lingua ebraica trovasi il gerundio ag- giunto al verbo dello slesso
tema, p. e.: Vaivarech baroch "JV13 "p^n (Jos., 24, IO) et benedixit
benedicendo. Moltiplicando multiplicabo rQltt ÌT3"in (Genesi, XVI, 1 1).
Rex nosler eris "!jSan "J'S?n (G., XXXVII, v. 8), regnando regnerai.
Gonede?gttFl "?3K (Gen., II, 16), mangian- do mangia. Auditc auditionem
yltt^ ìytttf (Job. , XXXVII, v. 2), ascoltate attentamente. Scito pracnosccns
yifl J)T> (Genesi, XV, v . 13), sapendo saprai. Insupcr et hausit aquam n^Tj
JiV?| (Eso- do, II, 19), attingendo attinse. Rcverlcns veniam 3WK31W (Genesi,
cap. XVIII, v. IO), venendo verrò. Cupicbas nflDDDJ CjÒpj (Genesi, XXXI, v,
30), (1) Arislot, OpvtSf; v. SI. (2) ArisloC Opvc»i € v. 42. (3) Nani le basia
multa bariate Vesan.» s.lis e» super Catullo c«U (i) Commissione al c. c. Pisi
III, t X. p. 125, Bcnefaccres 3>tt>t uolc persuadere di essere stato
testimonio di veduta egli slesso e non di riferire cose dettegli da altri. Un
fenomeno ideo-fonctico simile al pleona- smo producesi dall' ignoranza del
senso e della proprietà delle parole; per cui nelle frasi si ag- glomerano
parole inutili, perchè, quantunque di- vano nella forma, hanno lo stesso
significato del- le allrc, insieme alle quali si pongono, ovvero intendono a
determinare ciò che è già determi- nato abbastanza e senza equivoco o sbaglio dalle
parole usate ; cosi dicono i > illiei i capelli della testa, le cervella
della testa, la tosse del petto, ec. Questo fatto linguistico generale nella
condizio- ne più semplice si sorprende tutto giorno nelle persone che
introducono nel loro discorso paro- le di cui non conoscono la ragione p. e.
quelle esotiche; cosi non è difficile di udire emorragia di sangue, mentre già
nella parola emorragia (ae*twp'pa-f ia) v e l'indicazione del sangue, e
nell'av- viso d'uno spettacolo si annunciavano* Dei Felix pyriques («up «upo?
fuoco) cioè dei Fuochi focosi. Tra i fenomeni dell'impulso di ripetizione ca-
de il vezzo di riprodurre qualche suono per solo 1 istinto acustico., non
idco-fonetic», per cui le pa- role coordinate in certe serie si somigliano in
qual- che parie più o meno continuata delle loro forine, cioè per qualche
sillaba o qualche lettera soltanto. Questa omofonia può cadere iu varii puuli
delle parole ., cioè nei suoni iniziali, negli intcrmedii o negli ultimi. La
ricorrenza degli stessi suoni in principio o lungo il corpo della parola,
chiamasi alterazione; se avvenga neh" estremità, cosi che l'orecchio
avverta una specie d'eco chiamasi asso- nanza, o rima. L'allitcrazione è
antichissima forma d'accor- do delle parole nel congegnarsi a costituire le
fra- si; trovasi nelle formule proverbiali ed i comici della Grecia e del Lazio
l'aiTetlavano di frequente; certo perchè sapevano di gradire cosi al senso co-
mune del popolo. Atliterazione in greco Xaip «J Xaipwv, x«'p w ^«pwv w Xa'pwv
(Aristofane, B*-:pa%ot v. 18i). I"«KOV Tpe£V5V eiTSTfl- Pvjvoce (ArisL
>^*X«t v. 1407). H'vixa »i xe'Xrjs x&Xtjxa rapaxsXtjTUt . (Aristof.,
Etpr.vr, V, 900). A£ta yiit n T^x» -rexnoa cotuTOv toxov (Aristof., Ocspia?. v.
845). fatava & ai; ìdaoiv E'XXrjvwv Scoi. (Eurip. In MetStia) ^Hi/eroaione
in latino. 0 Tite tu te Tati Ubi tanta tyranne tuiisti. Sfl/iuaci da spolia
*iue sudore et «anguine. (Verso citato da Cicerone I. I, De officiis). e.
XVIII. Quin mea manu moriare (Naoius) Oblili sunt Romac h'ngua latina ioouicr.
(Epitaffio di Nevio) • - Digitized by Google Molti CM/itpù* trovatisi in
Plauto. icefedre «celerà «uscitane (Mil. Glor. A. II, Se. Ili j v. 59).
.fcelcdre «celus (Hil. Glor. ivi v. 18). Non videa me ut madide madeaui. Quanta
tabes /arido quanta «umini absumedo. (Cnj)t. A. IV, se. 11). Quod bonis benefit
òertc/iciuiu gratin ea gra- \ida est bonis. (Capliv. A. Il, se. Il, v. 108).
Acrontae «crupeae «tralivolae «onlidac. (Nervularia (1). Me amoenttale amoena
amoenus oneravit dies. (Capt. A. IV, se. L). .Vaxume more moro jffolestoque
nw/turo.). (Mcnaechmei A. IV, Se. Il, v. \, il.): Quae immini mero mora est
monericr. (Capt. A. II, se. III.). JVemoriter memiai. (Capt. A. III, se. 111).
ISix nox nux fuit mea «ex. Mammam ipsam amo quasi meam ani- mam (2). Facile
facto. (Volcalius Sedigitus De Poetis Cornicia.) (5). Balnea vina tenus
corruiupuut corpora no- stra, et titani faciunt balnea fina cenus. (Erroncs
Venerei Veler. Poelarum). Anche il b di balnea entrava come suono a- nnlogo a v
nel!' allitcrazione. Orla salo suscepta solo parte edita raelo.). (Ausonio).
Sembra che anche il c di caelo si pronun- ciasse come « (come ora in Francia).
L' alterazione fu talora un nuovo genere di disciplina impostasi da certi
verseggiatori, ai qua- li pareva poco il giogo del metro. Nel poema di Leo
Plnccntius tulle le parole cominciano da /'. In un poema dedicato a Carlo il
Calvo tutte le pa- role cominciano da c. (4). (t) Commedia attribuita a Plauto
da A G II. L. Ili, c 3. •il Schneider., Rapp. Phys. d. Spr. 1, 551. iSl A. Geli
L XV, c. '24. 14) Gioia, Merito e Ric. T. I, psg. 140. A proposito d! simili
puntigli, l'autore fa pur etnno ivi di un Li- 411 iterazione in italiano.
Pietro Paolo piltor pinse pittura per poco prezzo p. p. p. pagami presto. Porta
aperta per chi porla e chi non porla porta. In tedesco. Tod und Tcufèl. Donner
und Doria (Schiller) (I). Mtiterasione in Turco. t'eiaketi Felek, castighi
inflitti dal cielo. 31enzum u mensvr jjZs* } ji; 1 *^ in verso ed in prosa.
L'allilerazione unisce spesso delle parole col- le quali va a costituire dei
giuochi p. e. di parono- masia e di antitesi. I Greci usavano dire allo sposo
nel giorno delie nozze, K'xxopct Képi Kop): ^iterazione con giuoco di parole in
ebraico. • T . " . ; - Hilclii achnmòr ehamòr chamoradùim. In maxilla asini
arenimi imo et duos acer- vos (i. e. catervam relislim) etc. percussi (Judic. e
XV, 10.). il) Tir, de Ami, ilia c. XVII. Ci) A. G. II...V Ali. L I. e 23. asi
fatto eeuno di un'ode lappone rimala, di cui vi si dà la tradu- zione. Voltaire
dice che trovasi in Montaigne una canzone americana in rime, ed ivi tradotta in
fran- cese (1). Trovasi qualche volta la rima tra i versi nel- la lingua
sanscrita, p. e. in questi che corispondo- no agli anapesti dei Greci.
."Salinità lagatayala vàttaralnm Tadvagjiva namatisnya ciapalam (2).
Trovasi la rima anche presso gli antichi Ebrei. Le donne, che festeggiavano con
cori e danze il trionfo dì Da>iddesui Filistei, cannano in sua lode due veri
vèrsi ottonarli rimati : Icà Scialli baalii fiat n David beriwodóu ho migliare
parlava sempre in rima (certi Zanfroo. luglio 1844 prov. di Treviso, Miane ).
Altra maniaci per pellagra nel suo vaniloquio d3 Kcchasc nh'adidùd lamó Chi
iadin Adottai nh'umù Et adessc fesliuanl tempora. JudicabilDominus populumsuum
(v. 35, 3G). »3-in pria >nutf a» fm scianodi beraq charbi Vt dochés misepàt
iodi Si acucro ul fulgur gladium .meum et arri- puerìt judicium manus mea (v.
41). /Vantar e eloemó Ttur chatait vó A»cier chele» sevachemÓ Et dicci : ubi
suol dii eomm in qui bus habc- bant fìduciam, de quorum viclùnis adipcs (v. 37,
38). ♦jk »j« *3 ru-iy U«i nrVafd chi ani ani V F'een cloim nh'imadi Vidclc quod
ego som solus, et non sit Deus praeler me (v. 39). Anche nei Treni di Jcremia.
oipsy Vy crriy Ttafad nh'oràm ÌSh'al nh'asmàm « Adhacsil culis eoram ossibus »
(IV, v. 8) *np T nm Jwrii lamé aoni forno Snni «urti al liganh'u qi natsù gain
nanh'ù omrn òagòim i« io«'/'ù Jagtir (c. IV, v. 15). Gli antichi popoli
Tculouici usavano la rima; esistono tali carmi antichissimi iu rima presso i
Danesi, gli Svedesi, ce. Nell'anno 880 circa, Olfried tradusse in rima gli
Evangelii, c lece altri compo- nimenti rimali. Mabillou produce una composizio-
ne in lingua Teutonica, rimala, dell' 883 (I). I) Aniul Benediitin. T. IH, p.
C84 I Anche nella Scozia usatasi la rima ai tempi di S. Palricio. Riportasi uu
suo verso in rima, che era come un oracolo che aveva lorza di legge : Ailbe
umal, Patrie Mumam, ino gach rath Thcclan Patrie Nandeisi, ag theclan go brath
Trovansi rime nella lingua usala in Francia nel 995. Così p. e. ncll' epitaffio
di Frodoardo di Rcims, postogli in quell' anno : Vequil caste clerc, bon moine,
meilleu abbé Et d' Agapit ly Romain fui aubé (I). La massima parie dei versi
dei capitoli del Corano è in rima ; il rcslo è in prosa con certe cadenze. Marracci
nel suo Prodromo notò le rime in Una, ina, Ano. Trovasi la rima nella poesia
degli Arabi p. e. nei versi di Giannadi. La rima è un prodotto del medesimo i-
stiuto e dirci vicitio alla legge d" inerzia che induce la ripetizione
delle parole. ( Essa poi si lega all' elemento armouicò , dappoiché ri- corre
dopo certe cadenze di tempo ). Di fatto noi possiamo sorprendere l' istinto nel
suo trami- te dalla ripetizione alla rima; poiché negli autori, che scrissero
nelle lingue, dove il principio della rima non era riconosciuto siccome
condizione rit- mica, si trova di tratto in tratto la ripetizione del- le
parole identiche nel posto ove cadrebbe la ri- ma; e dove si vede la ripeli
zionc della parola un po' modificala, cioè una ripetizione imperfetta; e dove l'opportunità
più spontanea della rima si pre- senta per parodiare ì delti d' alcuno,
modifican- doli secondo la propria intenzione, e dove final- mente trov asi la
rima vera, spontanea ed esplicita. Punto di contatto tra la ripetizione c la
rima. Frase proverbiale del filosofo Taurus citala «la A. Gcllio (2). "8 I
Muratori, Anlioiiit. Italie T. Ili, Diss XL, p.708. "ÌJ N. Attica;. L IX,
c. 5. Digitized by Google — 329 Ripelisione delle parole finali delle commedie,
parlando la stessa persona. Nelle congreganti di Aristofane, Prassagora ripete
le parole finali ùzr.tp xat «pcT», otto volte cosi xa&ij|ievai 9puY*eti
tSemp xat «poT» •ut ttjs xi^aXrJj 9sp»fftv wurcep xai «por» ctc. (ExxXt) 5l v.
221). tov xpiiTTOv", Sotti tati, xai to'v V}ttov« t»toiv tov Jxepov TÓtv
Xs'YOtv to'v TjTTOva (I\e9eXat, v. 413). tJv fie'v t' 09€ÌXijt«ì ti (tot
|»vt|>wv itav-j j'av o'f tt'Xa), E9eX«i, v. 557). toì? yzXtovt 9' rjfc'M?
ffta tsv YéXatv xptvetv spi TX^Wv 5«avTa? Jv MXtldt ffTìXatfij xptvetv ip&
(ExxXy]?, v. 1156 coro). Mvi? £Y) Y«P »X op, v. 97). Euptis ...... v'x twpa?
«wttOTe Mv5«r. (awv o 9aowxoi-(ov ; EoptK. »X SW?a? WUTTOTtJ (eeaji, v. 32).
Nel dialogo un interlocutore rittete le steste parole finali pronunciate
dall'altro. ♦ st VT) To'v II." TUTCVt To'v "IlTTTtOV St. |*.Tj p.oi
fi tbtov jiiQ^a^f."; ts'v"I«itiov (Aristof., Ke9iX«e, v. 83). St. tì
9xit' tx£ivo? «ìrrs «ept nj? e'|t«t*o«; Ma. è9aax»v etvat ToùvTép:v Tifa
e'|Mritfo? (>s ? tXai,v. 159). Sto. na'ax" ** TauTO t»to xat Ta
xapò\x|i« St. t« 9t)5; ij 9povn's ?Xxet T»jv tx|ia£' ci; t« xa'p*a|ia (Nc9tXat,
v. 234). Et. 0iaX9tTùiìJe 1 > a» xo'xXw Tijv xapffoitov Su. t'S'oii |ia'X'
«ÙTt? tout' tTepov -nqv xàp9oi?ov. (>"t 9^X81, v. 669). VOL. I. Sto.
TauTo'v ò''jv3T»e aot xa'p£o«o? RXcvu|tu St. a'XX" tu »'*' xapffowo?
KXewvuiiw (N£9tX., v. 674). Su. tra»? àv xaXg'ata? e'vTux«'v 'Ap.uvt«; St.
ò*a>? àv ; 9., v. 605). Mv. . . . T»Tt to' ffe>|»a ri\ ? ttpxta?
Y«m"T«i T. Z. . . . Ti ttj? l'eptt'a? y«T vs '™»} (euiis?., v. 758).
•frena /ro Larnaca e Diceopoli, dove Diceopoli ripete le parole di quello,
parodiandolo. Lnm. T«t, «ai, 9tp èijw Ssòpo to'v YoXtsv e'|ist Die. r:af, irat,
91'p t^w faupo tij'v xt'ffT7]v e'|iot Lam. naì, iraf, xa^eXoJv (tot tc"
*dpo 6*e5p è^" 9£'p £ Die. TraT, «aT, au ff'a^sXwv ffeupo tti'v x^P^v 9ipj
Lam. 9ip£ foùpo yopyo'vwtov àor.i9o$ xuxXov Die. xa'jiot nXaxfvTO?, TupavwTov
9ói xtixXov Lam. e'v tw^i «po'? th? roXejits? Stuprj^opiac Die. iv tùJ*s 1-po'g
t»s 4 u l ltrc ' ra, S Swpij^Ofiat Lam. vt'9ec. p^ap^ata'4. %it\uipia tà
ttpaf\Lata Die. aìp» to' (Jerrvev. 4"|iT:0Ttxa' t«' «pa'Y|i«Ta (Axapv.,
dal verso 11 97 al 1 142). E nelle Congreganti, v. 987, 988, un giovi- netto
dice: tv puXoju'vv y«, xatd to'v »"v «cttoi? vopcv ed alcune vecchie
soggiungono: afXX'oi/fft *ewror« xaTa'-Ts'v e'v ttcttoi? vo>ov. Se enn tra
Larnaca e Diceopoli, dove Diceopoli, bur- lando Larnaca, parla in rima, facendo
una specie di parodia alle parole di quello. «TTairaTTaTa DiC. 8TTaXaTT«T« Lom.
ffTOY l P°? «T" Die. poYepo'c »'y«>> 42 Digitized by Google - 330 -
Lai». tXirrró itiitX^tv^^i mi 0|iac (A x *pv., in fine del verso M90 al 1221).
In latino usa vasi una formula di versi magi* ci per ricomporre le lussazioni e
fratture, nella quale, oltre varie rime intermedie, si ripeteva in fondo dei
versi la parola medesima. Ecco come li riporta Catone De R, R. c 100. Huat
hanat hual isla pista sista domiabo dam- nauttra. Huat haut ista sis lor sis
Allorché Cesare usurpò J' impero trovossi scritto sotto la sua statua Brutus
quia reges e/'eci/, consul prìmus fa- rtus ut. Hic quia consules tjtcit, rex
postremo fa- ctut est (I). Osservisi ch'è una vera strofa di quattro otto»
nani, dove invece di rima v'ha in fine dei versi al- terni la ripetizione della
parola e/ecit e factus est. Vedesi che colui che scrisse la pasquinata era
condotto dall' istinto identico che produce la rima. Faciam ut commuta sii
Tragicomoedia. Nana me perpetuo facerc ut si Comocdia; (Plaut. Amphilruo. v.
59, 60). Mere. Hinc enim midi dextera vox auris., ut yidelur verberat. Sos.
Metuo, vocis ne vice hodie Wc vapulein, quae hunc verberat. (AmphUruo, Act. I,
Se. I, v.,177, 178.) Mere. Adveuisti, audaciae columen, consulis doli». Sos.
Immo cquidem lunicis cousulls huc ad- venio, non doli*. {Amphilruo, Act. I, Se.
I, v. 211, 212.) Ale tcnlas. jamdudum, pridem, modo Amph. Qui istuc polis est
fieri, quaeso, ut di- ci*, jamdudum, modo ? (Amphitruo, Act. Il, Se. II. v. 60.
61.) (t) Suelon in Caesar c. 80. Quaeque rubes aiiae Lì mari clauduntur ab
Isthmo. Exlerìusque silae bimari speclantur ab Isthmo. (Ov. iKetem. VI. t.
418.) Nauaquc ego (crede mihi) si te modo poutus haberet ; Te sequerer conjux
et me quoque ponlus haber.t. (Ovid. Metam. I. v. 361.) Al senior postquam
merces geminata", sub Ulta Monlibtts, inquii, erunt et erant sub monti-
bus iilis. (Ovid. iWetom. II. v. 702.) Primusque Melampus. Ichuobatesqne sagnx
lalralu signa i ledere; Ichnobales, Spartana gente Me- (Ovid. Metani. III. v.
206-8. . . . .•. mnltae cupiere puellae : Scd fuit in teucra lam dira superbia
forma; Nula' illuni juvenes, nullae teligere puellae. (Ovid. .Metam. III.
353-5.) Indoluit: quotiesque pUer miserabilis, Eheu. Dixcrat; ha*c rcsonis
itcrabal vocibus, Eheu. (Ovid. Metam. III. v. 495.) Illa patri grates: et
sucecssisse ld pulat infelix; quod crai lugubre (Ov. Metam. VI. v. 4*4.) Et
sensi, et dixi sociis, Quod numcn in istn Corporc sit dubito : scd corpore
numen in isto. (Ov. Metam. 111.611.) quiqtic a me morte revelli. Hcu sola
poteras ; poleris nec morte revelli. (Ovid. Metam. IV. v. 152. Illa, manus ut
forte lelenderat in maris undas: Saxea (acla inanus in easdem porrigil tindos;
(Ovid. Metam. IV. 555, etc. Quo quaeque in geslu deprensa est hacsit in ilto.
Pars volucrcs factac; quae nunc quoque gur- gile in Uh. (Ovid., ivi, v. 559.)
Ipsc precor serpens in longam porrigar alvum. Dixit : et ut serpens in longam
tenditur alvum. (Ovid. Metam. IV. 574.) Digitized by Google — 331 — Ecce
inimici» atrox magno stridore perdurai. Insequilur Nisus: qua se feri ISisus ad
aura*. (Virg. Georg. L v. 406.) Dumquc qualer junctis explevit coraibus orèem
Luna, qualer plenum lenuala retexuil oròem. (0>\ Metam. VII. v. 530.)
Ccdamus campis, dirimanl certamina A'j/m- phae. Turpe quidem contendere erat ;
sed cedere visura. • Turpius,electacjuraut per (lumina IVymphae. (Ov. Metam. V.
v. 314.) Oicitis mecum vos esse Scd falsimi vidélis esse. (S. August., Psalm.
contra parlem Donati). Ripetizione delle parole finali imperfetta. vel pietas
sume pharetras. Et tua cum duris venalibus olia mitee. Nec jaculum suniit, nec
pietas illa pharetras. Nec sua cum duris venatibus olia miscet. ■ (Ovid. Metam.
IV. v. 300.) Se, invece di miscet, nell'ultimo verso dicesse misre, sarebbe dna
perfetta quartina colla ripeti- zioue completa della parola finale. Cosi «
Restitil; et pavido, Faveas niihi, mur- murc dixit. Dux meus : et simili,
Faveas ego murmurc dixi. (Ovid. Metam. VI. v. 326.) quam regia sustiuet ales;
Sublimeutque rapit,peudcns caput illa pedesqnc Alligat : el cauda spaliantes
implicat alas. (Ovid. Metam. IV. v. 362.) Di jubeatis, el istum. Nulla dies a
me, nec me seducai ab itto. (Ovid. Metam. IV. 371.) Luctantemque loqui,
comprcnsam forcipe linguam. Abstulit ense fero, radix mical ultima linguae.
(Ov. Metam. VI. 556.) tum partes allus in omnes Crevit in immensi un (sic Di
statuisti») et omne (Ovid Metam. IV. v. 659.) Ut fugerc accipilrem penna
trepidante co- Ut solfi accipite/ trepidas agitare Columbus. (Ovid. Metam. V.
605.) Acrisioneas Proelus possederai arce*, (Ovid. Metam. V. v. 239.) ./tinta
imperfetta. sed lingua repente In partes est fissa duas, nec verbaw/entt (Ovid.
Metam. IV. 385.) Stipite, qui media positus fumabat in ara, Perculit ; et
fractis confudil in ossibus oro. (Ovid. Metani. V. v. 57.) Kex ibi Lv ncus
erat, regis subii illc penales. ' Qua veniat, caussamque viac nomenque ro-
galus. (Ovid. Meloni. V. v. 050.) In populos \eninm: si sylvis clausa tenebor;
Implebo s> Ivas : al conscia saxa inoeeòo. (Ov. Metam. VI. ». 540.) Trovasi
in etrusco. \ irselo avirsclo, saata astiala. Sitir ansilir hoslatir anhostalir
(I). In greco. VOttOV àvSfiSv. X ap«« à X aptv (2). fu latino. El numeri
innumeri simul omocs collacru- (Epilallio di Plauto). Fanda infanda Amerà
nefunera (3). Il) Lanzi S. Elr. 1,311 (2) Insellilo, Agamennone, Corti. (ó)
Calull., Uc .Nupiiis l'elei. Digitized by Google - 332 - Trattasi sempre di
affettare la ripetutone della stessa parola. Questa tendenza può aver de-
terminato lo sviluppo di nuoje forme delle parole, dove, per lo seopo di
ripeterle con un senso anche opposto a quello della prima volta, possono mo-
dificarsi od unirsi ad altre, come alle particelle negative, privative, ecc.;
quindi dare un prodotto nuovo: cosi qui Catullo produsse la nuova parola
infunerà per fare antitesi alia parola funera già pronunciala. Union* di parole
di suono affatto simile, ma di significato diverto in turco. 0 fjS ^fjl giìji «yLe
^fjS JT Al qasà- wi, sat qazùni, qazàni qazàn Compra la caldaja, vendi la
caldaja, guadagna la caldaja. Wjlfe W;Ut Aqarib aqarib (prov. persia- no e
turco). I più prossimi parenti sono degli scorpioni. In Ialino. Quantum possis
in eo sempcr experire ut prosis l'uppesque UlM pubesque tuoi uni. In italiano.
t'Osse o lasso o dolce amore io moro. (Pulci, Circe ad tifine). Esempii di rima
in greco classico. 'Eav jitv Y^V 1 )? ait'Xtvva, KXetT*YÓpa, Ar.pTjTpt'a. Su.
àppeva ff» nota tcóv evenuti twv; St. popi a. (^ev anavTwv, xat
«apasxeuacjpevat xXrvaì Ti fftaup«Jv xat ffant'cTwv v£va £to>ev ffxo'ps**
0iap.a3wp.g2* (eeajw?., v. 493). Et 9i xs ptj ffw'ùKytv, «yw W xev auTo;
èXcopac H*Teov >4 AìavTo; tuv y'P 31 ?, O'ctuarjo; A'4w iXtu'v. d M xev
x*xoXw Siti4aaS9«vi'u,ovTO, Ot x' H'ttetpov i%ov, r\S' avrmcpat evi'|iovTo*
(11. II, Boema, U3). TeJ S'àp.w ^aatXiijr TJ xev 6*ij «a'jitrpwTa rcap avXaa
ffwpa 9tpoto, (IL IV, 95). Era precello Della poesia metrica Ialina di schivare
le desinenze simili ; per cui exilavasi la vicinanza di parole che avessero la
più leggiera analogia (emetica. Servio p. e. nota come dilettoso il verso 340
del libro XII dell' Eneide « Iam neci Slhenelnm^we dedit Thamirirogne Poìumque
» per la rima in umque c l'analoga finale imque. Ed al verso 56, JEa. L li. «
Trojaque uunc slam Priamiquc arx alta ma- nerel » avverte che. se si volesse
dire stare», conver- rebbe allora mutare» il menerei in ninnerei per togliere
la somiglianza di finale. Ma nuli' ostante, sia la spontaneità naturale, sia il
maggiore impulso enunciativo si ribellava a Vou I. questo divieto, onde nei
poeti latini ci sorpren- dono frequentemente le rime. Le rime scappavano spesso
anche ai prosa- tori p. e. « Non modo ad salutem ejus extinguendam, sed etiam
gloriam per tales viros infringendam. » (Cic. prò .Mi Urne n. 5). • Apud eos
isti infanlem nioenerunr quemilli apud se negaverunt. In his terris de
longinquo isti et peregrini pucrum Christum nondam verba promentein
adoraverunt, ubi, cives i Ili juveuem miracula facientem cruct/Lreninf. Isti in
membris parvis Dcum adoraverunt, fili in magnis factis nec tanquam homini
neperccniMl : quasi plus fuerit videro novam slellam in ejus Nativitate
fulgente™ lem ejus iu morte lugentem. » (S. Agostino. Serm. II. dell'
Epifania.) Questi (atti e le rime imperfette che (di- notale ci fanno
sorprendere il processo istintivo, talora agenlc senza l'attenzione, che
trascina a ripetere le consonanze. Cosi nel sal- mo di S. Agostino contro il
parlilo di Donato, trovansi delle rime perfetta e delle altre imperfet- te, p.
e. Qnod lune impii fecerunf extra levantes aliare, ut pcjores none liaberenf.
Noe tum nos in- quinabant sorde* in alieno corde. Nel detto salino, molle rime
perfeltc sono distribuite ogui tante sillabe che vengono a corri- spondere per
lo più a due oltooarii, p. e. Tuuc ceperunt separare, Bonos in vasa iniserunt,
reliquos malos in mare. Custos noster Deus magne tu nos poles liberare a
pseudoprophelis istis, qui nos quaerunt devorare. Quis objecit in judicio qui
sederunt judicore? Quibus tcstibus convicìt, quis ausus est affirmare. Quia
fama jam loquebalur de librorum tradizione. Sed qui fecerant latebant in illa
perdizione, Sacerdotes transmarini 43 Digitized by Google - 33 4 - possent inde
judicore, quid currilis ad schismà et altare ? Quod illos, tamquam aream suam
Christus posset ventilare, Misit in messeti! operarios, Discipulos praedicare.
Quum me premebant gentcs. Multa tuli cum dolore ; Multi me deseruerunt, sed
fecerunt in timore. Esempii di ritna nei poeti clamici latini. Canzone in
Slich. A. V. Se. 4, v. 47, 48. St. Haec facetia st amare inler se rivales duos
Uno canlharo polare eie. Sag. Bene vas bene no* bene, le bene me (Plaul.
Stichus. A. V. Se. IV. v. 11). Vel tria potatiti, vel ter tria umltiplicntiti
(Auson. in Idyll. 2). Ncque orthophallica atlulit psaltcria Ouibus sonant in
Graecia dicterin. (Vario, apud Nonium de Propr. Scrm. C. Il, D. in voce
Dicteriu.) Coelum miteicere, arborea Iroudeicere, Vitcs laclificac, pampinis
pubescere, Rami baccarum liberiate incurveteere. (Cic. Tusculan. L I, p. 3G.
Edit. Gryphii 4559). .Ere ciere viros, Marlemque accendere canlu. (\irgil.
&n. L. VI, v. 465). 0 forlunatam natam me constile Komnm. (Cic. De suo
Consulalu.) Et verborum vir paucorum. (Eunius. Anna). L. Vili, A. Geli. L. XII,
e. IV.) Noii lulit infelix : laqueoque animosa ligatnt Guttura ; peudeutem
Pallas miserala levavi*. (Owd. Mclam. L. VI, v. lot, 135.) Teneris labcllis
molles morsiuitcu/ae Papiilarum borridicularum opprmtuMcu/ae. (Plaul. Pscudol.)
Componit crinem laceralis ipsa capii/i», Nuda liumeros Psecas infelix nudisque
immilli*. (Juxcnal. Sai. VI, v. 490.) I Haec ego conjugio fraudala Thoanlias
oro; Vivile devoto miplaqiie virque foro. (Ovid. Heroid. Epist. VI. Hypsipylc I
asoni.) Sic vos non vobis oidificalis ave*. Sic vos non vobis veliera fertis
ave*. Sic vos non vobis mellificatis apes. Sic vos non vobis ferlis araba
bove*. (Virgilio). Vi ha la rima perfetta tra ove* e bove*, e l'al- tra meno
pura tra ape* e ave*. Adspice convexo nutantein pondere muwium. Terrasquc
traclusque maris coelumque profun- dum. (Virgil. Eclog. IV, v. 50.) Hinc sanies
preciosa fluii, floremque cruori* E vomii et misto gustum sale temperai ori*.
(Manil. L. V, Garum. Petron. Notae, p. 405.) Nimc flammant salyrae et
tyrannicarum Declamalio controverstarum. (Sidon. Epist Vili, ad Lupum apod
Scnecam, L. IX.) Quorum aemulari exoptat ncgligentiom, Polius quam istorum
obscuram diligenti a ni. (Terentius. Prolog. Andriae) Non salis est pulchra
esse poemata, dulcia sunto, Et quodeumque volenl animum auditoris agunfo.
(Horat. Art. Poet. v. 400.) Simula Sileno ci satyra et labiosa Plii/aetia.
(Lucret I\.) Quol coelum sle//as tot habet tua Roma pue//a*. (Ovid.) Amicos,
medicosque convocate, Non est sana puella, uec rogate. (Calull. de Acme XLI, v.
7.) Inde Semiramio Polydaemona sanguine cretti m, Caucascumque Abarin,
Spcrchionidemquc Ly- cetum. (Ovid. Melam. V, v. 85.) Pellalus irridens, slygiis
cane caelera, dixit, Mauibus, et laevo mucronem tempore fbcil. (Ovid. Metam. V,
v. 1 1 5.) Tigris ut auditis diversa valle diiorum Exslimulala fame mugitibus
armentorum. (Ovid. Metam. V, v. 164.) Digitized by Google — 335 - Huic aliquid
populo natornm posse meorum ; Num lamcn ad numerimi rcdigar spollaia duorum;
(Uv. Melai». VI, 198.) Tendeulcmquc uiaims, et jaui sua lata videntem, Et
maler, maler, claniautcm, et colla petenttm. (Ov. Melam. \ I, v. G40.)
JSotitiamque loci nKlioris ci oppida quorum Hk quoque lama \ igct,cullusquc
artesque virorunt. (Ov. Metani. VII, ». 57.) QUO pelit ille referl ci caelera
noia : pudore Qua luleril mercede, siici : laclusqiie dolore. (Ov. Metani. VII,
v. G87.) Suine Iribus digitis apprcnsiiui seiueu unethi, Tantundem maialini,
uuilsum ucc desit aceti. (Q. Serenus. Sammonicus. De Medicina. Quar- lanac lypo
medicando v. 10.) Quapropter multo naris completa cruore Cum fluir, altrilus
cimex conducit odore. (Q. Scr. Sammonicus. De Med. Profluvio San- guiuis, v. 3,
4.) FHon non liumaui suut partus talia dona Ista Deùm nienses non pepcrere
bona. (Propcrl. L. II. Elegia. Adversum se v. 37, 38.) Flagilat : et mini jam
multi crudele canebant Artificis scclus, el tacili ventura videbant. (Virgil.
JfM. L 11. V. 124.) Haud aliler lerras inler, coclumqiic volabat Littus
arcnosum Libiae, venlosquc tecabat. (Virg. JEn. L. IV. v. 256.) Dixcrat. (Ile
Jovis monilis immola tcnebat Lumina, et obuixus curam sub corde premebat.
(Virg. Ain. L. IV. v. 331.) Sub laeva Gcminorum obduclus parte feretur.
Adversum caput huic Helice truculenta iuctur. (Cicero. Fragmenl. ex Aralo, v.
60.) Ibant, et lacli pars Sancum voce canebant Auclorem geutis, pars laudes ore
ferebant. (Sii. Italie. Vili. v. 42.) Scdit Atlantiades el MtBlem multa
loquendo Detinuit sermone dicm : junctique canendo. (Ovid. Melam. I. v. G81.)
Consistiti juu procul neque enim propriora ferebat Lumina, purpurea velatus
veste ledebat. (Ovid. Metani. II. v. 22.) Vocis habebat iler, saxum jam colla
tenebat. Oraque duruerant: signumque exangue sedebat. (Ovid. Melam. II. v.
831.) Jam Ircpidumjam verbaminus violenta loquentei», Jam se damnantem, jam se
peccasse fatentem. (Ovid. Melam. III. 717.) Hima nei versi alterni. cultus,
gciiusque ioevrum. Quaerit Abanliadcs; quacrcnti protinus uuus. ?iarrat
Lyncides nioresquc liabilusquc virorunt. (Ovid. Melam. IV. v. 7G3.) et Immuni
vicinia nulla premebant Arborcne IVoudes auro radiante uitentes Ex auro ramos,
ex auro poma legebant. (Ovid. Metani. IV. G35.) Et patriam: morisquo novi cor
sacra frequente*. Ille melu vacuus. Nomea milii, dixit, Acoeles. Patria Moeonia
est : liumili de plebe pannici. (Ovid. Metani. III. v. 581.) • . . . . falorum
arcana canebat. Ergo ubi falicinos concepii mente furore». Incaluitque Deo,
quemclausum pectore habebat. (Ovid. Melam. II. 640.) Quem mctui moritura? fàces
in castra tulissem: Implesseniquefommflammis:natumqucpalremque Cum genere
exslinxem memet: super ipsa dedissem. (Virg. ;Eu. L. IV. v. 604.) Ah dolor ibat
Hvlas, ibal llamadri/arin. Hic crai Arganti. i Pegae sub vertice moiilis. Grata
domus ISymphis humida Thynia«i». (Propert. L. I. Eleg. XX. ad Gallura v. 32,
33, 34.) Piuma pedesque avium, cum virginis ora geralit? An quia cum legeret
vernos Proscrpina florcs ; In coinilum numero doclae Sirciics cralis/ (Ovid.
Mctam. V. 553.) lactumque vcreri Assilientis aquae, limidasque reducere Fecit
et Aslerien aquila luctanle teneri! (Ov. Melam. VI. 106.) Venatura in aylvas
jtivenililer ire solebam: Nec mecum lainulos. nec equos, nec naribus acres Ire
canes, nec lina sequi nodosa sinebam. (Ov. Metani. VII. v. 805.) Digitized by
Google Tristi» crai: sed nulla (amen formosior iila Esse potesl tristi ; dcsidcrioque
cu Ir Uni Conjugis abrepli, tu eollige, qualis in ilta Phocc decor fuerit, quam
sic dolor ipsc decebat (Ov. Melam. VII. v. 730.) È una vera quartina costituita
alternamente dalla ripetizione integra d'una parola e dalla ri- ma degli altri
due versi. Dum visum mortale malum, taulaeque latebat Caussa noceus ciudi >
; pugnatum est arte medendi. Exitium supcrabat opcin; quac vieta jacebat. (Ov.
Hetam. VII. v. 525.) Cosi pure si potrebbero porgere molti esem- pii di rima in
quattro versi alterni tra i due versi estremi in Virgilio, in Ovidio ed in
altri. Talora la rima cade nella parte più energica del canne. Cosi io giudico
p. e. delle rime seguenti di Cicerone: Vitarc ingentem cladem, pestemque
monebant: Vel legum exitium constanti voce ferebant, Tempia deumque adco
flammis urbesque jubebant Eripere, et slragem liorribilem cacdcmque vertri:
Atque baec Uva gravi fato, ac mudata teneri. (Cic. De suo Consulatu L. II. v.
50 ecc.) e poco dopo., v. 60. ilaec tardata diu specics, mulluinquc morata,
Consule te tandem rei sa est in sede locata. Io credo che Cicerone abbia voluto
esplici- tamente marcare per quest'armonica ricorrenza di suoni uno dei punti
più interessanti del poema, che fu tra i pcccadigli della sua vanità. La rima
più spesso chiude, sene di finale a qualche serie di versi, p. e. Animula
vagula bianchita Hospes comesque corporis Quac mine abibis in loca Frigidula
vagula nudula, Ncc quac solcbas dabis joca. (Versi dell' Imperatore Adriano).
Ales Phasiacis pctita Colchis Atque Afrae volucres placent palato, Quod non
sint facilcs at albus, anser Et pictis anas enovata pennis Plebcjum sapit :
ultimis ab oris Attractus Scarus atque arala Syrlis Si quid naufragio dederit
prohatur : Mullus jam gravis est : amica viiiril Uxorcm, rosa cinnamnm verefur
Quidquid quaeritur optimum videtur.» (Pelron. Satyricon.) Ogygia me Bacchum
vocat. Osirin Aegyplus pulat. Mv stae Phanacen nominane Dionysum Indi
existimant. Romana sacra Liberum. Lucaniacus Panl/ieum. (Ausonio. Epigr. 29.)
cui litlera trina Componi! sacrum nomen, cognomen et amen. (Fine dell'inno ai
Sole di Marziano Capella). La rima divenne elemento integrante della poesia nei
bassi tempi del latinismo. Gli esempii sono ovvii nelle iscrizioni per Io più
scritte in versi leonini. Qui riporteremo qualche tratto dei metri classici
rimali. Difliciles studeo partes, quas Biblia gestat, Pandere; sed nequo
lalebras nisi qui manifestai Auxiliantc Dco, qui, cum vult, singula praestat.
Propria ponuntur hacc nomina pauca ; sed oro, Qui legis indulge mihi, qui
brevis esse laboro, Si quem profectum retines, hoc opus est Dcitalis, Quicquid
non rectum palei bic, quicquid rudilatis ; Suppiens defectum, Leclor, studio
pietatis Corrige, corredimi sit in usum poslerilalis. Scematis ignarus stytus
est, non abnuo Umani. Nam pollerc facit operam correctio primam. Desupcr
irradia scrìbendi gratia Dia, Sis Dux, sis socia mera lux et vera Sophia.
(GuilLBritonis. Opusc. inedilum.Du Can- ge Pracf Gloss. Lat. p. XXIV.) Dante si
fece l'epitaffio in otto esametri Iali- ni rimati, che terminano cosi : Hic
condor Danlcs patriis extorris ab oria Quem genuit parui Florenlia maler amoris
(I). (I) Miehdel, Itisi. Rom. Digitized by Google Altra specie di versi ialini
rimali. Vir qui non intelligit verbutn qood loquatur. Esse per Aposlolum
barbarie monslralur, Qui Ieri, si nescieris tu viriulem vocis, Ero Ubi
barbarus, talibas in locis, El lu mi Li barbari», frater, per hoc eris, Dum non
intellexero diccrc quod quaeris. (Du Cangc Praef.) Imperii Fu/men, Francorum
nobile cu/meu Excilus e saeculo cooditur hoc tumulo Kcx Ludovtcui, pietatis
tanlus amici» Quod pius a populo dicitur ci Ululo. Epitaffio di Lodovico il
Pio. A. D. DCCC. Arbor sarra ciuci» fil mundo semita Im i». Quam qui portavi!
nos Christus ad astra levami. Verso esistente in un musaico antichissimo di S.
Maria Nuova in Roma, si crede dell' anno DCCCLX. Hanc vir patricius Vilisarius
nobis amicus Ub culpac veniam condidit ccclcsiam ; Hanc ideirco pedem sacram
qui ponis in aedem L'I miserclur eum saepe precare Dtum. (Versi trovati nel
Tempio dei Crociferi in Roma, fabbricalo da Belisario, c che si credono del suo
tempo. A. D DXXXVIII.) Tribus signis Deo dignis Dies ista colilur. Tria signa
Laude digna Coctus bit- persequitur. Stella \agos Duxit magos Ad praesepc
Domini, limo di flarlmanno Monaco di S. Gallo nel- I anno DCCGLXX. (Muratori
Antiquii. Ital. Diss. XL. p. 70L) Esempii di assonanza in Ialino. ilaec omnia
vidi inflammari, Priamo vi vitam cvilari, Jovis aram sanguine turpari. Heu
reliquia» semiassi regis denuJalis ossibus Per terram sanie dclibulas foede
divexaricr. (Ennio. Andromacha,cit. da Oic. Tuscul. Quaest.. L Ij 42 e I. Ili,
104. Edil. Gryphii, 1569). • L'assonanza era un vezzo riUnico, frequente nel
basso Ialino. Ilic ego doctorum compegì scripla sacrorum, Floribus auctorum
loca certa notando librorum. In serie quorum textiu )>atet hic positorum.
Pracvia cunctorum, confirmatorque honorum, Lux occultorum, via veri, lux
dubiorum, Sii (ibi, coelorum Rex, gloria, culmen honorum, Quod completoruro
datur hic mihi meta malorum; Egis egenorum, misero, quia dego Minorum Te precor
ipsorum comitera me fac merilorum Sorte beatorum, quod sim vclul unus corum.
(Guill. Brilon. Opuscul. Diffic. Vocab. Bi- bliae. Du
CangeGloss.Lat.Pracf.XXIV.) L'assonanza trovasi nelle poesie provenzali. Nel
secondo cantico di Elia tutti i versi che sono ventotto terminano in ni Od.
Rima anche in ebraico presso i moderni p. e. ne' cantici d' Elia con ispecie di
rima con queste sillabe (inali. ny T nn T tn ro n fn p nh'ali ah re rch re ron
nin W KS 8? w k: tsah tsa pa va ba. Fanno rima in- sieme le lettere affini JT S
: . n \2 1 ' 3- V QapiX-IlD V Esempio di rima nella prefazione Tisbi di Elia.
Eie kal cannescier utsevi Gam nh'az canoamer o lari Asini panai cachallamisc
Lanh'asoth chirtson eli ari. Cosi pure: Essi libbi gam cappdtm El haijoscicv
basciaimiim Miccol ranh'A ialsilcnu Chi iescnó tamid nh'czrénu. Nel cantico
quinto d' Elia osservasi una spe- cie di rima doppia : Digitized by Google -
338 - Achawè ed deuh'i bcsciein haél ronh'l Vchu itimi iscnh'i lejascer ninnh'agaiim
Levaci odlonh' vedikduk abbianh' Rcraghcsc atsianh' pcratim uchelotlm. La rima,
oltre che accompagnare le serie fo- netiche in rilmo e le vere poesie, guidò e
determi- no la combinazione più semplice delle parole. Cosi alcune particelle
che vanno sempre uni- te nel periodo, legandone i membri antecedenti e
conseguenti, fanno spesso rima tra loro, p. e. in latino = tam quam in inglese
to and fro in illirico Irato lako. Trovasi perciò la rima nelle frasi più
usuali. Successone di parole rimale nella lingua di Java. Wahu Rahu, nome pr.
d' uomo. laya Baija, n. pr. d' uomo nelle leggende. Hasi Asi, Dio creatore del
mondo. Song gmang, titolo delle divinità maggiori. Dang ijavg. Long iong (Mal),
andare. (Humboldt, Kawi I, U e altrove.) l'arale rimate insieme in turco ed in
persiano. i^N^ *>.yi Alagia Bulagia, mescolanza. ^ ju» j j-4 Sciezeré
JVezeré, dispersi qua e la (ar.) ;U yJJc Thas bas, giuocatorc di bussolot- ti,
prestigiatore. «5^1$ &àyS/ Kuturdy paturdg, susurro, r umore, fracasso. tyf
Ae/ré pelré, piccoli pezzi, ogni cosa tagliata in piccoli pezzi (pers.) £ Affli
megj, parole senza seguito, Senza coerenza (pers.) cj±=^ Egri beugri, tutto
torto, tut- to di traverso. (jily* ijJU» Cipluq cirlaq, uudo e crudo. iS J^
^d*. Ualehi celebi II cittadino d\A- leppo nobile nelle sue maniere. i T.,, :,.
t, .Testai munsic», obblialo (for- mula adottala nei (radali per esprimere che
lutto il passato sarà in amnistia c intieramente ob- blialo.) yjl^iU vjJU»
4>jJL* Mahlubi qulubi ale- mia», oggetto caro al cuore di lutti gli uomini,
amalo da tutto il mondo. j\j Tur mar, dissipalo, disperso (pers.) i^jo v£_A
V>' f > lìb, turbalo^ agitato (pers.) jjjà jaI^ tosar bozar, tavolette
sulle quali si può cancellare quello che si è scritto, agenda (frane.) ^» ) ^;
*y/J Pesgmurdé rui, veperiscian mui. A \iso lacerato ed a capegli sparsi. ^JU-
LLe Ikà. Khatha benden , atha senden. La colpa viene da me, ma il perdono viene
da % «ti. Khynzir mhizir, il porco più ^. . jyf\ Abùr giubùr, parole senza
signi- ficato che si usano dai Turchi per indicare qual- che cosa di complicato
e f intrigo, e che nulla ha da fare col soggetto di che si traila. jAjLmjj
Alullu putallu, armato da capo a piedi. yl >y ~ ^ Gulen iuzlu, Scirin suzlu.
Chi ha il viso ridente (di rose) e parole dolci. Frasi proverbiali costituite
da parole che fanno rima insieme in arabo. Allah ta ala Jbu «JUI, se passata
anche maomettani (l). di Dio, fra- i il) Humb- Idi, Kawi I, 251. Digitized by
Google - .>3«) - nmaii rimate in iuglese. Hurly buriy, scompiglio,
garbuglio. Heller skelter, alla rinfusa. Humdrtim, minchione ( parola composta
ic sillabe che lamio rima insieme). Parole che vanno unite e rimate iti
tedesco. Zum Sclmlz und Trutz. Lebl und vrebt. hu Saiis und Braus. A us
iiàchslcn besten. Danti und wann. Ini Handol und Wandel. Eia ilaus in Dadi und
Fach. Successione di parole rimale in ungherese. di I kajàl-bajól, far rumore,
susui ro, fracasso. Uùg-bùg, far susurro, rombare, fischiare, sibilare,
brouloJarc. lezeg-biczeg, barcollare, vacillare. Si-ri, ululare, piangere (composto
da due si- nonimi si, urlare e piangere, e da ri, piangete). Siràs rivós, l'
atto di urlare, di piangere. Terc-fere, chiacchiere. • Frati comuni in franate
rimate. Ni Teu ni lieu (I) = né loco ne foco (il ) Pèle m»Me. Tout lasse totit
Frasi rimate in ixpagnuoh. Chus ni inni, non far mollo. Ai tus ni mu*. • Churri
burri, uomo della plebe, popolaccio. Zurriburri , uomo da nulla , assemblea di
pela manlelli (parola composta di due bisillabi ri- inali insieme). (I) Vult.
Tbeltre T. LY.i-ag. ila. A tenie bonete con eccesso. La rima presiede alla
coinbiiiazionc delle pa- role d'ogni gcuerc p. e. Gervasius Prolariiu Asla-
ititi (I). Due dei nomi dei Re Magi clic si segnano Del- l' astro d"
Orione fanno rima tra loro e sono Magala* Galga/af Saraim (secondo alcuni.)
Athos Salos e Paratoras (secondo altri) (2). I trini Livi usano nei loro
giuochi per distrarre gli spettatori di certe parole concepite in formule senso
e rimate, p. e. Deo Taddeo Barto- e Trianda Policaria armatoméno. Scolossa mia
Crcmilia E polirastroméiio (5). Le massime popolari, V espressioni senleii-
ziosc, i proverbi! più antichi trovatisi spesso espo- sti in l'roverbii in
illirico rimati. Tesrko-li pùnizi pò sètovoj idizi = Guai a'- la suocera che
abita nella slessa contrada del ge- nero. .Vi pùlu rùsciza, a uà donni tùsciza
= In istrada come una rosa, in casa pieno di miseria. Tko-gòd-sc i sa lìs skrie
a Ikòga nc-mòsre ni dùb dà sà-kric = Chi si nasconde sotto una fo- glia e chi
non può nascondersi da un albero. Ghdi siila gospodi s' raslogoni nr-.VWr —
Dove comanda la fona la ragione non ha luogo. Bòglje-je dóbar già"* nèghli
slàtan pa's — Il buon nome è meglio d'un cingolo d'oro. Kàko tkò nifcne takó i
blkne — Come uno nasce, cosi si avvezza. Màjka kchjerzti Jra"ra,a ne
vjesli pri-gotw" ru. = Mentre la madre corregge la figlia, dà precet- ti
alla nuora. Tkó ranno n-slàje \ns dàn-mu dòbar im-stòje li) Bartyrol. XIII,
KMassa l'armata non si trova erba. Sa lu'du-je sacina, ka'd ni-je nacina—
Indar- no è il condimento, dove è messo senza misura. Sestra udata susjèda
na-svata — La sorella mai itala chiamasi vicina. Od slà duscnf Ara i kòsu brès
mlìfca =r Dal cattivo debitore si prende anche la capra senza latte. U bógatza
ni glo» ù siromàha nò cia't = Dal rirro per essere decantato, dal povero per es-
sere onorato. Bàbu t-ode, kàd djevojku ne-na-bòde = Con- ducono una vecchia,
quando non trovano la gio- vine sposa. I*roverbii e frati popolari turche in
rima. GuiUi Lessa* gueldi qaxzàs. II mercante di tela è partito e il passamana-
jo è venuto. Esplosione indicante la quantità d'affari, per rui non si ha
quiete, un andirivieni. Jjyi 4£ft ai -ilJSjd ai A'é dewiiun tudìnu Aè Arabun
iuzini. è il latte del cammello, uè la (accia dell'A- rabo. On bete iascindé
qys ia erdi ia terdé. Una ragazza di quindici anni deve essere ma- ritala o
sollerrala. y» *jmj\ jfJS" bw» ìSjUo a+sLo t5;L-o ait «Ut Alma tari salma
tari tana guelurita qo dhiteiari. Non comperare alcun rosso di capelli, non
vendere alcun rosso di capelli; se egli viene da te caccialo via. jytó^l
&ÓJ\J iS ~ yi \ Mi*3j,\ &ù>iS ajoT Guigii guadi orlate Muti qualdi
irtéié. La notte è sopravvenuta e il più bello del rac- conto è restalo per
domani. (Versi che i raccon- tatori pubblici, durante il ramazan, ripetono in-
terrompendo la loro narrazione). l'ropcrbii pertiani in rima. Cutah churd mand
Ba at nadan buland. È meglio un uomo di poco giudizio ette non un grande
maestro ignorante. jdJf J,> u-X* iXiUi jÙfl ^ ^Ua* U~>) «Vi* Gehan ei
baradar namand bacat Dil andar gehan afarin band wibat. 0 mio fratello, questo
mondo non resta ad al- cuno, e per ciò dirizza il tuo cuore a divertirlo dal
mondo, e questo ti basti Lsxr «sJLle^ JUx Uto r -y 0 -w-. faceun inardum dana
metal tarialatt Chi har cugea chi ravód Kadr vakimatatc danód. L'uomo prudente
è come Toro preziosissimo; ovunque vada è conosciuto il suo valore. Giuochi di
parole con rima. Aristofane nelle sue Rane dice (v. 970) Ih'itTonuv f£w twv
xaxeóv od X«o« «XXai Rio?. Vi è anche quasi allitterazione, poiché si giuoco
sulla somiglianza intera della parola Xìa« con Kfo« dove gli stessi suoni
iniziali X e K so- no simili. aùrt) » tto'Xi? a'XX» udXi? Digitized by Google -
341 - Questa non è cilià ma quasi, perchè era una città piccola; risposta di
Slralonico (1). lì o'vac. ^ rovo; Od asino, o fatica; parole scritte sull'in-
gresso d' una biblioteca. Formule tolenni, espnuwm sentenziate o proverbiali
rimate in latino. Terram pcstem tene/o salus hic maneto (2) ; parole che si
pronunciavano per guarire alcuno dai dolori dei piedi. I soldati romani
cantavano di Cesare, poi- ché aveva Tatto senatori molti Galli: Galli braccas
deposueritnt, latum clavum surapserunf (3). Al tempo della proscrizione sotto
Augusto trovossi scritto sotto la sua statua Pater argeiitariui ego
Corinthiariuj (4). Questa pasquinata alludeva a quelli che fu- rono proscritti
per la colpa d'avere ricchezze e preziose suppellettili, specialmente vasi di
Corin- to, di cui prendeva voglia ad Ottaviano, rovinato dal giuoco. Caracalla
diceva a proposito di Gela suo fra- Proverbii rimati in Sii divu» dum non sii
vivut, ovvero : non sit vivut (5). Qui gladio ferit gladio perir. Lcgere et non
intellu/ere verìus est negligere (6). Ego possimi ferre labore*, volo ctiam
honores. Cosi soleva dire l'imperatore Massimiliano (7): Timeo Danaos et dona
ferente* Et Romanos ridente* (8). "L L. 7, jiag. 175,1.! (2) Varrone R.R.
IJ.c.3. (3 Suelon. in Julia, c. 80. (4 Suelon. in Octav. c. 70. (5 Gibbon, HisL
Declin. Fall, ce, T. I, C. VI, pag. «22. 175. HisL, Augusta p. 94. (6 Voss.
Praef. pag. 9. Du Cange Praef. p. XXXVI. (7 Machiavelli T. VI, pag. t34. (8
Vollaire Corresp. T. XIV, pag. 131. Vou I. Arbcid i llngdoinmcn giver Ro i
Alderdommen. Sommeren feeder, Vinteren ceder. Deeden er vis, men Timen er uvis.
Rragc sorger Nage. Idag rced imorgen deed. Ploven ernoerer, Svoerdet fortoerer.
Elide god, Alting godi (ripetizione della parola e rima imperfetta). Som de
Gamie sjunge, saa quiddre de Unge. Ordsprog-Sandhedssprog Mange tal Daad, Faa
til Raad. Proverbio rimato in olandese. Gecn ketter sonder letler (1) .Volti
proverbii in italiano tono ritnati. Bacco tabacco e Venere Riducon V nomo in
cenere. Al lume di candela Non si giudica nè donna nè tela. L' uomo propone,
Dio dispone. Soldi e fede Men che si crede. Donnetta e Messctla (Dial. vcu.).
Ogni bel giuoco Vuol durar poco. Proverbii rimati in francete. Femme qui prend
se .v«», Femme qui donne s'abandonne. Femme sotte se connati a la cotte. Jeune
femme, poil tcndre et bois veri Mettent la maison en desert. A* prèler
cousin-germain Et a rendrc fils de putain. C'cst le chien de Jean de Nivelle,
Il s'enfuit quand'on l'appelle. Qui a des noix en (I) Spinoza, Traci. Ihcol.
polii, pag. 251. 44 Digitized by Google Et qui n'en a pas s'en passe. La
noblesse blesae. Ce qui est bon à prendi? Est bon à rendre. A' tous seigneurs
tous honneurs (t). Les honneurs ebangent Ics inoeurs (~). Tous songes soni
mensonges. L' hòle et le poissou Eu trois jours soni poison. Pelits enrans mal
d'oreille, Grandi enfan» douleur sans pareille. Des fcniine* et des chevaux Il
n' en est pas sans défaut. A' petit mercier petit panièr. Trop grater cuil,
trop parler nuit. Frati proverbiali rimale in inglese. No paini no gain*.
Friends may raeet bui inounlains ne» or greet. Giviug to the poor eucreases the
sture. Health is abovc wea/trt. Warc bring scar». Wbat soberness connata.
Drunkenuess reveai*. Whcn the cat is avay. The mice will piai/. Proverbii
rimati in tedetco. Wic du mir so ich dir. Andre Jahre andre Haare. Annulli
beilt Ilochmuth. Aufgeschoben ist nicht aufgehobcu. Borgen inacbt Sorgeo. Der
Heller ist so gut wie der Stchlcr. . Der Mensch denkt, Colt lenkt. Der Sommer
nàhrt, der Winter zehrl. Der Tod ist gewiss, aber Zeil und Stunde siud un-
gewiss. ; l) Voli., Théàlre, voi. LV, tMÓ. ^ Volt, Correspond. à Fédéric roi de
Prusse, 342 - Die Alten zum Ratb, die Jungen zur Tbal. Einem geschenktem Gaul
siebt man nicht ins Maul. Ein Mal ist kein Mal. Ripetizioni della flessa ipa- j
qabil vuol dire ostetrice, ostetrico, garanti 1 , gmei.-, specie, sorte, parie
anteriore. (4) Volt. Le pauvre fliable. Contea. Digitized by Google Magtius hio
citato da R. di Napoli. Qui la parola asinu» si è fatta asinàio per L. XIV, c.
III. 216 St. del Alle volte perfino si crearono nuove parole per far rima eoo
qualche altra a etti si aggiungevano. Aggiunte di parole tensa eigni per far
rima con altre. Roma c Toma (it.) Hadas (Fate) (le Parche) Dada» (sp.) Fidano y
Zufolio (sp.), il tale ed il tale: sono due nomi proprii usati come presso noi
Tizio, Cajo, che servono per rappresentare indeterminatamen- te un individuo,
una persona. I Anche iu Portoghese dicesi Fatano = un - 343 - giugi in turco
usasi pure Fulan = un tale ^ìki e si unisce con altra parola che si rima
insieme ^UyJ 3 ^j^i Fulan u behman — un tale e ta- le, questo e questo (dicesi
delle parole incoerenti d'alcuno). In persiano diecsi pure Fulan e vi si
prepone Fislan così. Futan, Fulan JO* ^L-i — tale e tale. In arabo a ^IfeuuA
tcieilan (diavolo) si ag- giunge La parola ^Ua^J léilhan che non ha alcun
significato, per istinto di rima ^IL*- 1 ^UaWfc xc'ieitanun le'ùhanun. Fermaiun
0> ^iLoy> nome della vacca che nu- triva Feridun re di Persia. Forse tal
nome della vacca si creò per far rima col suo alunno (I). s jaoAj» Macia — la
China (turco, persiano) vi si aggiunge la parola cin e si dice : , cin u Macia
— La China, ovvero i Chinesi. In ebraico dog e Ma>jog (2). (I| Fermaiun tuoi
dire, governante, comandante } g?>Xi lagiugi ve Mu- li) w dichino c. XIII,
r-c hanno un senso allegorico c che con mina alcun popolo li jef iuwi »i»i
""""•> >.—■—•• — l) Bocharl ritiene che sotto Ul nome
JflJ s i il- io i popoli della Scizia. (Geogr. Sacr. L. HI, l.pag. 189). Ma s.
Girolamo dice che tali parole i un senso allruorico c che con esse non si no-
cj y> Lo ijj^b» Harul Marul. Due angeli con- dannati a restar eternamente
sospesi per un piede Due parole di senso indifferente l'una per l'al- tra, se
per caso Tacciatisi rima, e vengano nell'uso del popolo, probabilmente si
accoppieranno in una frase cosi « O itile o dimette (diecisette) » frase
popolare nel Veneto, per dire = a qualunque prez- zo. In turco si nominano
insieme proverbialmen- te Ippocralc e Socrate; la causa di questa compa- gnia
non ha altro motivo fuori di quello della ri- ma. Jbtyu, .Ujjb Buqróth Suqràth.
Queste uuioiii' detcrminate dall'accidente d'u- na somiglianza di suono possono
quindi dar luo- go posteriormente a conghielture fantastiche ed a creazioni
mitiche. Una specie di fenomeno fonetico simile a quel- lo della rima si e
quella legge di cangiamento del- la vocale degli affissi, come in ungherese,
cosi da convenire alla vocale ultima della parola cui si at- taccano ; tal che
la desinenza aggiunta è deter- minata dalla natura dell'ultima vocale della
parola. Alcune persone per vizio fonetico ripetono le ultime sillabe delle
parole che pronunciano. Ab- biamo veduto le ripetizioni delle ultime sillabe
nel- le parole più antiche, p. e. è questo un vezzo fre- quente uella lingua
ebraica. Questo fatto d'ori- gine fonetica si lega alla rima che piuttosto si
deve attribuire all'istinto acustico, e può ser- vire d'anello tra i prodotti
della legge d'inerzia e quelli della volontà. Sembrerebbe perciò che la
ripetizione cioè degli stessi suoni riuscisse gra- ta, sia al parlante, sia
all'uditore ; ne II" uno per essere facile la riproduzione dei suoni che
ha già or ora articolali, nell'altro per ricevere la stessa maniera di
successione dell'onde sonore. Cade sotto questa legge il ritornello, cioè la
ripetizione d'intiere frasi e di periodi, ricorrente ad ogni tratto d'un
seguito di serie fonetiche. Que- sta ripetizione per una parte legasi al
bisogno di riposo nel parlante, che preparar deve la serie dei pensieri e la
maniera di esporli. Ila la stessa ori- gine di quei luoghi Digitized by Google
- 344 - gli Arabi Delle loro conversazioni al chiaro della luna, dette
musamerit e mutnwrtt dai Tur- chi. Trovasi anche il ritornello di pura entità
acu- stica, cioè di suoni senza senso ; coinè presso noi quelli che vanno
improvvisando per le strade e ogni frase o strofa coi suoni tornatela Può dea o
d'un sentimento, per cui questo fra tutti gli altri sempre ritorna, od avviene
perchè il parlan- te più si compiace di quella espressione. Conviene poi
all'uditore nell'un caso come punto di riposo alla sua attenzione, e nell'altro
per fissare nella memoria quella data idea che sembra più importante. Cosi
quando .Galba tornò in Roma, dove si amava meglio che stesse loiitauo, in un' A
le liana si cominciò a cantare la vecchia canzone fenit io Sitnus a villa, di
cui tanto piacque al pubblico l'al- legoria, che tutti si misero a dir su tutto
il resto, e ripeterono più volte quel verso (l). Il ritornello è un feuomeno
della poesia po- polare. Nei canti per nozze si soleva ripetere il nome Imeneo
Imene. Così nell'epitalamio di Catullo per Giulia c Mallio si ripete «io Hymen
Hymenaee io » undici volte, e quattro volte « o Hymenaee llyrnen, o Hy- men
Hymenaee » e nel Carmen Nuptialc ricorre otto volte il verso ■ Hymen, o
Hymenaee Hyme- nades, o Hymenaee. » I soldati romani, cantando nel trionfo
gallico di Cesare, ripetevano questi versi : ■ Urbani, servate uxores, moccum
calvum addu- Aurum in Gallia effutuisti : lue sumpsisti mu- tuimi (2). » I
soldati che avevano militato sotto Aurelia- no celebravano nei rozzi loro canti
la sua bravu- ra col ritornello « mille, mille, mille occidit • poi- ché in un
giorno solo aveva ucciso di sua mano 48 Sarmati ed in varie altre fazioni 950
(5). il) Sueton. Galba c 13. (2) Sueton. in Julio c. 51. (3) Theoclius,HisL
Augusl pag. !07.Gibbon, Hist. Decline ec. I, pag. 264 11 Nell'epicedio fatto da
Mosco in morte di . corre quattordici volte il verso : A'pxcTt Io«Xtfi»s |u'y«
«c'vàiof, «PX e "« Mstaou. E nell'Idillio I di Teocrito si ripete quin-
dici volle: A'pxeTt pojstiXixi; MoJrat 9t'X«s «PX«f ' «ot#a{. Il ritornello
trovasi nei classici latini. Ovidio (Amor. El. VI Ad Janitorero) ripete cinque
volte il pentametro: ■ Tempora noclis eunt : excute poste seram;» e
nell'epistola 9 delle Eroidi ripete quattro volte* « Impia quid dubitas
Dcianira mori ? » Nell'Egloga Vili di Virgilio Oamoiic ri|>clc otto volle. «
Incipe Maenalios mecum nica tibia versus;» e per .ultimo cangia Incipe in
desine, aggiungendo lutto il resto del ritornello « Desine Macualios me- cum
meu tibia versus. » A cui rispondendo Alfesi- beo ripete nove volle: « Ducile
ab urbe domum. me» carmiua ducile Daphnin. » Nel Pervigilium Veneris ricorre
undici volle il verso : « Cras amel qui nunquam amavit; quique amavit cras
amet. » Infatuilo, In quandam LXII si ripete due volle Moecha putida, redde
codicillos, Keddc, putida moecha, codicillos ; ed in fine si modifica Pudica et
proba, redde codicillos. Nel salmo di S. Agostino contro il partito di Donalo
si ripete ventiuna volte questo versetto : Omnes qui gaudetis de pace, modo
verum judicate (t). Il ritornello si lro\a nella poesia popolare di lutlc le
nazioni. Il ritornello si lega per la sua origine allo stesso istinto che fa
ripetere anche una singola pa- rola. Cosi nella canzone dei soldati che
difendeva- no Modena contro gli Ingheri nel 924 si termi- nano colla parola
vigila gli ultimi due versi ; ep- pure anche il secondo verso termina cou
vigila. (i) S. Auguslini, Op T. VII, pag 1, ecc. Veoetiu apud Junclas.
Digitized by Google Resnltet Echo come» : eja vigila, Per multos eja dicat Echo
vigila (1). Questa specie di ripetizione della parola rac- comandata all'eco ha
punti di contatto anche col- la rima. Ricordiamoci che la rima stessa più volte
cade nei versi finali. L'allitterazione, la rima, la ripetizione dell'in- tera
parola ed il ritornello sono varietà di feno- meni della stessa legge per alto
o per prevalenza ora dell'impulso ideologico, ora dell'acustico, o del
fonetico. Quello stesso istinto che lega in (or- mi- rimale le frasi, fa
ripetere nel luogo, dove ca- drebbe la rima, l'identica parola, come abbiamo
veduto in greco ed in latino, e si potè rimarcare tra i proverbi! danesi ed i
tedeschi : e questo fatto si potrà sorprendere in ogni altra lingua, p. e. in
illirico « Tkò sebe goj, ntij-bògli perivoj go'j. » (Chi ingrassa sè stesso,
ingrassa il migliore dei giardini). « Tkò mojce, i kogu mu mésce > (Chi può,
anche il di lui cavallo può). in alcuni casi anzi nou si saprebbe determi- nare
se si trattasse di rima o di ripetizione dell'i- dentica parola. La questione
non potrebbe giudi- carsi dall'orecchio: e soltanto competerebbe alle abitudini
grafiche, p. e. in questo proverbio illi- rico « Tko cèka, i rfo-cefca • (Chi
pazienta ottie- ne). Se sì consideri l'ultima parola cèka come iso- lala, v'ha
ripetizione della medesima; se invece si consideri come parte della parola
do-eefra, allo- ra v' ha rima. Cosi nel caso di parole composte, cadenti in
metro dopo le loro semplici od altre composte coli' identico elemento finale, o
ripetendo parole d' identico suono e di diverso significato e di di- versa
origine, come nella sentenza turca già citala « Jqarib a'qarib',» chi non sa
leggere non è con- scio di alcuna diversità nelle parole o nelle loro parli che
- 345 - Dell'elemento armonico considerato pel suo »«- flusso nella forma e
nella coordina: ione delti- parole. (I) Muratori, Antiquil lulic. T. UI.Diss.
XL, P 7!0. La legge dell'armonia si manifesta in varie maniere nelle produzioni
vocali dell' uomo. Nei primi elementi delle lingue il canto è indiviso dal-
l'articolazione dei suoni, e questo è relativo al ge- nio della razza che parla
ed alle circostanze. « l mutoli mandano fuori i suoni informi cantando e gli
scilinguali pur cantando spediscono la lingua a pronunciare. Grandi passioni
d'allegria e di dolo- re si sfogano cantando (I). ■ II canto è tuttora uno
degli esercizi! nei quali si occupano i selvag- gi. Lungo il viaggio fatto da
Cook nell'Oceano Pa- cifico (al fine di trovare un passaggio nell'estremità
settentrionale, per cui giungesse all' Atlantico) leg- gesi sempre che nei
varii gruppi delle isole dove ebbe a fermarsi fu incontrato con canti da quei
na- tivi, e nei trattenimenti che a lui davano entraci sempre il canto.
Autourou, Taitesc che segui Cook, accompagnava tutto ciò che componeva, quando
era colpito da qualche scena od oggetto, con una specie di canto simile al
recitativo obbligato. In Tahiti, oltre il dialetto comune, spesso quei selvag-
gi dispulavano in una specie di strofa o di recita- tivo, cui rispondevasi
nella slessa maniera (2). In alcune lingue j come nella Barmaua e nel- la
Chinesc, una quantità d'accenti influisce sul ma- teriale lessico. Alcune
lingue indo-chincsi, special- mente la Siamese e la lingua di Anam, ne posse-
dono una cosi grande quantità ch'egli è quasi im- possibile al nostro orecchio
distinguerli esattamen- te. Il linguaggio è perciò una specie di cauto o di
recitativo, e Low paragona il Siamese ad una sca- la musicale. Questi accenti
danno occasione nello stesso tempo a differenze di dialetto ancora più numerose
di quello che i suoni articolati, e si as- sicura che in Auaiu ogni borgata di
qualche rile- vanza ha un suo proprio dialetto distinto per la parte che dirsi
dovrebbe musicale, cosi che i vici- ni per potersi intendere ricorrono talora
alla lin- ! , ,L V,C :\^ *\ uof * T f» a 6- 147, L. I, e 18. {2) Cook Voy.
Pacific li, 157. Digitized by Google - 34G - glia scritla. Ln lingua Rarmana
possiede due di tali accenti. Queste lingue pertanto conservano an- cora i
rapporti antichissimi ideo-fonetici in cui la musica e la pronuncia erano
indivise e solidaric ix H'entità della parola. Questa diversità d'accento
moltiplica quindi le varianti di forma delle parole corrispondenti con maggiore
o minor precisione a speciali significali, p. e. nella lingua Rarmana,
contando, oltre le due maniere d'accento, la pro- nuncia senza accento, la
stessa parola può trovarsi con significato più o meno diverso in triplice for-
ma : piì = riteuere, scuotere, riempiere, una cor- ba lunga ovale pd z=
attaccare, produrre, insegnare, istrui- re, presentare (come un desiderio o
benedizione), essere gettato in qualche cosa o sopra qualche cosa. nó = io iià
— cinque, un pesce. Gli accenti dellu lingua ebraica erano in ori- gine segni
musicali. Questo sembra essere stato il loro servigio generico, secondo
l'osservazione di Elia Levita, citata dall'illustre professore Puz- zato (1).
Ora alcuni solo fra questi regolano il cauto dei libri scritturali ; ma, se ora
questi ba- stano ed una volta erano impiegali tutti a quest'u- so, è probabile
che segnassero differenze di tono delle parole anche nella pronuncia comune,
anzi che nella liturgico, come ora fanno i punti della scrittura Rarmanica (2).
In un'altra nazione ci è dato di sorprendere l'epoca in cui la musica va a
separarsi dalla pronuncia. I Maugiuri cantano par- lando, ma soltanto
Dell'insegnare e Dell'apprendere, e credono che ciò giovi a sollevare la memoria
(5). Rapp osserva « che l'uomo della natura pro- ferisce e canta la sua lingua
ad alla voce e che ciò la fa metrica; l'uomo polito all'incontro forma nel
circolo In sua conversazione, e dove si parla mollo e si viene bene intesi
l'abitudine del linguag- gio diventa convenzionale (\). » Invero per chi (1)
Prolegomeni, Gmnm. Ebr. pag. 177. (2) Le differenza di significato giusta lo
varietà d' acceolo nella stessa parola s'indicano con punti nel- la scrittura
Harmauica (Humboldt, Kawi. Introd. p.376). (5) Bayer LiuVrat. Mangj urica p.
335 T. VII, Com- menL Àcadem. l'clropolit (4) Pliysiol d Sprache T. I, pag.
177. non sa le ragioni dei significali delle parole, le quali sono sempre
storiche, slaono nel passalo, al- ludono a sensazioni e ad eventi scorsi per lo
più ad altri uomini fuorché ai presenti, la pratica di parlare sembra basarsi
sopra una convenziooc. Il fatto è che nell'uomo più vicino alla natura pre-
vale T istinto, il quale tende a spiegarsi cogli ele- menti primitivi ch'esso
non copia ma produce, e specialmculc col patetico, al quale è devoluto l'ac-
cento; egli spiegasi per sentimenti e non per idee e viene capito dagli altri
suoi simili |>cr simpatia, sempre nei rapporti scambievoli di bisogno c di
capacità di soddisfarlo, od indovinato per omoge- neità di natura ed analogia
di tendenze. L'uomo educalo invece, erede della conoscenza dei rappor- ti
mnemonici in corso delle parole, si spiega non già per sentimenti, ma cou veri
mezzi ideologici, cioè capaci di suscitare ricordanze che esistono nel suo
interlocutore; quantunque per lo più non sappia il perche dei rapporti tra le
parole ch'egli usa e l'intelligenza che ne ottiene in chi l'ascolta.
L'espressione per mezzi vocali che suscitano sen- timenti è generale, agisce su
lutti gl'individui u- mananienlc organizzati: l'espressione per mezzi vocali
ideologici è speciale, cioè agisce soltanto su quelli nei quali può destare le
ricordanze iden- tiche od affatto simili a quelle clic volge in men- te quegli
che parla. Ecco perchè a colui che vede intendersi eccellentemente tra loro
persone, che parlano una lingua da lui non intesa, sembra che abbiano convenuto
insieme nell'uso di quei suoni per tali e tuli significati; che se questi
parlanti emettano le voci in date note, partite dal centro seosibile sotto dati
affetti, sentirà pure lo stranie- ro in maniera analoga, simpatica, e quindi
arrive- rà pure a lui la loro espressione. 11 Vico aveva indovinalo che le
prime lingue si (orinano cantando (1). Mentre egli allribui- scc l'origine del
canto a violente passioni, quindi a quello che noi diremmo elemento patetico,
Lu- crezio invece l allribuisce ad imitazione, cioè all'e- lemento (l)Sc. Nuova
L. Le. 59. Digitized by Google - 347 - Al liquidas avium voces iiuilarier ore
Ante fuit multo, quam lacvia carmina cantu Concelebrare homines posscnt
aurcsque juvarc ( I ). Per me io peuso cbc iu qualunque modo si la bocca, i
suoni che si emettevano riuscis- in una certa cantilena, fossero automatici,
patetici od imitativi. Quanto all'esplicito artificio di cantare, forse fu
appunto un giuoco d'imitazio- ne; ma l'essenza della musica sta tutta nell'ele-
mento patetico, ed anzi l' imitazione la svia dalla sua natura (2). L'elemento
armonico dirige in certi ritmi o numeri le successioni dei suoni. Molte frasi
primi- tive sono costituite da parli fonetiche ritmiche iti iscambievole
accordo di arsis e di t desia, con somi- glianza di cadenze vicina alla rima,
p. e. in turco Àlito virine ijjjy ^jlJI ■— commercio Egki buski { jLmy» — cose
da vecchi Qarisc muritc uìyje gt^U — confusamente Qali qici ^f-^ ^3 —
piccolissimo iu iglese Tup$ij turvy — sotto sopra in latino Bitllubata = cose
di niun valore. Kd altre simili parole primitive con questo rapporto ritmico
fra le loro sillabe si ponno ve- dere a pag. 90 di questo volume (5). Questa
coordinazione armonica allinea ad u- gnali misure le parti costituenti i
periodi nella for- ma più esatta che dicesi verso. Tale istinto di suc-
cessione di membri pari si sorprende nelle produ- zioni estemporanee del volgo,
negli evviva, nei molli satirici, ecc. Svctonio dice(4)che Tiberio fu svegliato
dal- le grida del popolo che cantava « Salva Roma, sal- va Patria, salwus est
Germanicus. » Si pronunci iwggiaudo sull' ultima sillaba di Germanicitt, e
questo evviva improvvisato dalla plebe si palesa costituito da due otlonarii o
da quattro qua terna- ni. Di ugual metro si compone quell'intercalare (1) De
Iter. NalL.V,v. 1378. (2) Vedi pag. lui di queslo volume. (3) Nella lingua
Ialina sodo ovvie le espressioni ( osliluile da due bisillabi, p. e. nolis
veli?, saila lecla, prorau» condus, summutn bonum. (4) In Caligala c. a che i
soldati avevano fallo sopra Galba. Discc mi- les militare, Galba est non
Gatulicus (i). Nelle condizioni di esaltamento cerebrale più manifestasi questo
istinto che coinparte a porzio- ni numeriche in accordo di tempo c di accenti
gli atli della loquela. L'iugcsiioiie delle bevande spiritose (2) e gli stimoli
deliro genere, gli alti (miboodi della mi- schia e dei stilli ptvln.jii i >
e determinano la vena poetica, e nei maniaci è a\ la la produzione di lunghe
forme ritmiche, spcciaiOMOlfl delle più ar- moniche, come ili «p iini ii,
tenrii e settenari! a strofa (5). E nota l'opinione che vige sopra la demen- za
dei poeli, ed alcuni specialmente tra i verseg- giatori estemporanei sono
celebri per le loro stra- aganze (A). Il rap|>orlo uguale di tempo e di
numero nella partizione delle serie dei suoni, riesce spon- taneo al loqiicnlc
e dilettevole all'uditore, perchè omogeneo all'umana cosliluzione, alle cui
mol- le convengono dati periodi d'alto e di calma. Cosi aveva notato Cicerone
quanto agli anti- chi Latini: « Itaque ì I li veleres, cuin circuitimi et quasi
orbcm verborum ronficerenon posscnt (nam id quidem nupcr vcl posse, vel audere
coepimus) terna, aul bina, aut nonnulli singula cliam verba dicebant : qui in
ilio infaulia naturali illud, qtiod aures hominum flagitabanl, lenebant lamen;
ni et illa essenl paria, quae dicercnl.etaequalibus inter- spiratiooibus
ulerentur • (De Oratore L. Ili, c. 3 1 ). Il verso si rinvenne nelle lingue dei
popoli più incolli, p. e. presso i Tailesi, quando furono visitati da Cook. I
selvaggi del Cauada hanno del- le canzoni che accompagnano con un canto mo-
notono; tale sembrò agli Europei che le hanno (I) Suelon. in Galba c. 6. l'i)
Eschilo componeva le sue tragedie quando era nbbnaco; onde Sofocle dice di lui,
« che se anclv . snoi componimene sono buoni, egli non ne era con-
«**"»'«» L. I, pag. 1 1, 1. 31 32. (3) fidi una puerpera maniaca idiota
comporne lunghissimo serie, e fallo era che s'improvvisavano; non riproducevano
coordinazioni già odile di parole, perché non avevano alcun senso L'ammalata
accom- pagnava col g.'«.to esaltamenti; la (41 Per esempio Gianni. Digitized by
Google udilc. Canzoni si sono (rotale ne! dcgl' Incas. Garcilasso ci dà che
potrebbe dirsi Cavila Clàpi - 348 al tempo di quella Sciopilùta Samusac Gumae
ISùuta Tovallàyquia Paquir Cayau llina Mantara Ylla pàntac(l). Ilo accentalo le
parole in quei dati siti pel- lai' risaltare la costituzione metrica
dequaternarii. Si confronti ora questo carme dei selvaggi colle frasi
quadrisillabe turche ecc. che ho riportato, e coll'evviva ed il molto satirico,
che i Romani ed i soldati improvvisarono per Germanico e per Galba. che si
polrcbbere leggere Salva Roma. Salva Patria. Saluus est Ger- manicùs. c Disce
roiles .Militare, Galba est non Ge- tuBcùi c si troveranno due strofe
anacreontiche di quadri- sillabi. Anche quei versi ritmici di Adriano sono co-
stituiti da quattro ottonar» che corrispondono a otto ijuadrisillabi : Ego nolo
Florus esse. Ambulare per tabernas, (1) Cioè. Figlia bella, Dormirai E di notte
A te sarò. Figlia bella. "1 Flu II Tuo fratello Rompo il Quindi tuona Là
col lampo Il Fulmin cade. Si riferisce all'opinione che la pioggia si pnxlu- •
esse dal rompersi in cielo d'una pignatta tenuta da un ragazzo e contesa da una
celaste fanciulla. Latitare per popinas, Culiees pati rotundos. (Spartianus in
Vita Hadriani). Nelle forme ritmiche latine spontanee e più •ovasi assai di
frequente il verso ottona- rio. Cosi nel salmo già citalo di S. Agostino p. e.
Abundanlia peccalorum Solet fratres conturbare. Tunc est tempus separare.
Custos noster, Deus Tu nos potes liberare. Conlegunt ovina pelle, Nomen justi
ovina pellis, Schisma est in lupino corde, eie. Nei versi politici dei Greci,
nessuni mai le quindici sillabe (1), dunque sono uguali a due ottonarti in
strofa, desinenti con l'ultima sil- laba tronca, neh" inno In Prophetis
inveniris Nostro natus sacculo. Ante saccla tu fuisti Factor primi saceuli,
eie. Molti dei libri più antichi delle nazioni ; redatti in forme metriche. Il
codice di Manu è in versi (2), Il dizionario Amarasmha è scritto in ver- si
(3). Parte del libro di Job era in versi e molte parli dei testi ebraici erano
in metro (4). I canti- ci degli Ebrei constavano di versi, p. e. Salmo LUI. v.
8, Testo Ebraico, L1I Vulgata. ina nno nv ino im *ò nrajfv ira D>rfat »d (1)
Allalius. MuraUiri Anliquit lui. T. Hl.Diss.XL. (2) Romagnosi, Legni
d'Incivilim. T. II, P. I, p. 52. (5) Vyacarana p. 146. (4) Pliilo. Jos- phus-
Origenes. Eusahius Caesarieu. sis, e S. Hieronyinus in Pra*. in Job. • Porro a
verbi* Job in quibus ai!: Pereal die* in qua natut imi el nox in qua -Unum
esl,conceplus ett homo, usque ad cum lo- cumubianlennem voluminis scriplum est,
ideirco ipse me repraehendo el ago poenitentiam in favilla el cine- re, hexa
nutrì versus sunl dactylo spondaeoque currentes el propttfr linguac idioma
crebro rccipienlcs et alios Digitized by Google Isidoro dice che tanto presso i
Greci come presso i Latini fu assai più antico lo studio dei carmi che non
della prosa ; e che prima lutto rc- digevasi in versi (I). Avanti di Gorgia e
di Cice- rone anche i prosatori usavano certi numeri (2). Hobbes dice che le
leggi stesse erano redatte in metri e si solevano cantare per aiuto della memo-
ri*., prima che si usasse la scrittura (3). Anche i versi di Esiodo sono vere
istruzioni di morale, di civiltà c di teologia esoterica o profana, in cui si
velavano arcane opinioni cosmologiche. C. de Gcbclin, riflettendo
sull'anteriorità della forma metrica, dice che ciò non fu già perchè la prosa
non fosse conosciuln o fosse impossibile -, egli attribui- sce la forma in
metro alla saggezza ed all'abilità di quelli che vollero istruire il popolo,
porgendo- gli le massime ed i precetti in una maniera fa- cile ad apprendersi e
durevole e che facesse im- pressione, perciò tra le danze ed i canti, nei trat-
tenimenti che ricorrevano per le feste agricole. Le tradizioni primitive legale
in versi trasmettevansi cosi da una generazione all'altra, e per quest'or- dine
ritmico e numerico era difficile che si alte- rassero (i). Se la poesia fu
artificiale, deve essere stata d'un artifizio assai facile e conseguente a mol-
ti fatti ritmici spontanei ; perchè il principio ar- monico domina ed anzi
tiranneggia le lingue, tan- to che a lui si sacrifica l'abitudine grammaticale
e talora il concetto. La ripetizione più o meuo esatta c prolun- gata delle
successioni dei suoni in qualunque par- te cadano della frase, il ritornello,
l'assonanza, la rima, l'alliterazione, per istudio della quale si mo- dificano
anche le forme delle parole riducendole a paronomasie, ed il metro, sono
prodotti istintivi che hanno l'effetto, e talora anche ' lo scopo, di
conservare nella memoria le serie delie parole, le frasi ecc., e quindi le
successioni complicale di pun- ti mnemonici. Riescono di tale utilità per le
asso- pedes non carumdem syllabarum sed eorumdetn lem- porutn. * 1) Ori gin. L.
I, c. 37. 2) Vico, Scienza Nuova I. 5) De Civc. Imptrium C. XIV, § 14, p. 373.
4) Gènio Allégorique, pag. 149. VOL. I. j dazioni mnemoniche riferibili al
senso dell'udito, I quindi per mezzo acustico, offerendogli dei punti I di
fissare l'attenzione e determinarne dei con- fronti. Altrettanto succede per
opera delle forme an- tilesiche, dei bisticci e delle paronomasie ; queste
specie di giuochi di parole valgono a tener legate le idee, oltre che per le
analogie dei suoni, ad im- primerle pei contrasti di senso e per la gara di
varie interpretazioni nella loro ambiguità ; costrin- gendo il centro intellettuale
ad occuparsene, poi- ché viene scosso dalla bizzarria. La somiglianza di suono
è un fortissimo sti- molo all'unione delle parole e quindi ai concelti che con
quelli ricordansi. Questa legge d'eccitamento mnemonico, di rapporto
primitivamente acustico all'opportunità di voci di suono analogo alle già note,
e quindi dello sviluppo delle associazioni ideologiche an- nesse a tali date
voci, si può svelare con unespe- rieuza che isola gli elementi ideologici e gli
acu- stici ; col mezzo dei nomi proprii. Se dati nomi proprii p. e. personali
sieno di suono simile a pa- role in uso (quantunque tali nomi non vogliano se
non indicare un individuo, e non riferire idee simili a quelle che sogliousi
intendere colle paro- le omofone ad essi) stimolano la mente a legare con
questi tali parole; d'onde ne risultano delle frasi, il cui concetto ha la sua
ragione nell'acciden- te del significato della parola omofona; p. e. disse
Ovidio « Cur ego non dicane Furia, le furiant » ( 1 ) ? « Ju st ns justa
persolvit, » frase di Pietro Si- culo in proposilo d'un proselitc dei
Pauliciani, di nome Juttut (2). « Quod non fecerunt Barbari fecerunt Bar-
berini » molto contro i nipoti di Urbano Vili (5). Svelonio dice che quando il
popolo romano seppe ch'era morto Tiberio, si mise a gridare Tiberium in (1)
Quintil. Insl. Or. L. IX, c. 3,S 70. Edit Tau- rin. Pomba. T. Ili, p. 395 (2)
Pctri Siculi, Hisl. Manichaeor. (3) Si crede che alluda all' aver questi
rovinalo il Colosseo, per servirsi di quei materiali nella fab- brica del loro
palazzo; ma Gibbon non trovò alcuna testimonianza di questo fatto (Uist. Deci.
Fall. ecc. c. LXXI, T. Vili, p.'306). Digitized by Google - 350 - Tiberini (I).
È la stessa legge di contallo intellcl- alla tipica delle parole. Si deve
liséare su queste legge uno degli clemcuti che inducono le forme delie parole
in genere, cosi che fanno la speciale della lingua; dappoiché questa ripeli- ci
svela P istinto di assimilare le parole so- pravvenienti a quelle precedute,
cosi come \ edem- mo chiaramente nel dialogo comico di Aristofane, dove l'
interlocutore soggiuuge parodiando le pa- role del suo compagno. Questa specie
di scene, in una lingua dove lu rima non è avvertita siccome artificio ritmico,
esi- bisce il tipo più netto delle occasioni di adattare rimili Tii i o di
levigare le parole: cosi, oltre le cause prime dell'agglutinamento degli
nllissi, di i sullìssi e dogi 1 infissi ecc., l' istinto di rima v,->lse a
rendere omogenee le desinenze delle parole, a indurre quiudi il carattere di
analogia nelle lin- gue : e l'applicazione d'una o tal altra desinenza (diremo
rima) ai suoni qualunque nuovi, da vestir- si nell'abito speciale della lingua,
dipendeva dalle memorie acustico-fonclichc esistenti nella mente di quello, che
usar doveva la voce nuova. e i suoni delle parole che gli sembravano ricordare
eondi- luale della rima. In questo caso la parola Tiberitu fu una specie di
premessa che trasse la conse- guenza Tiberis. Di qual entità fu quest'istintivo
iutrccciamcnto e questa confusione di eventualità acustiche con conseguenze
logiche nel destino del- le nazioni 1 Le associazioni acustiche, specialmente
dei t suoni finali, sono saldissime. Gli ultimi suoni delle I mi n Ir sono
quelli che più restarli) impressi ; que- sti pronunciano prima i fanciulli
quando im- parano a ripetere le parole udite, e, se si os- serverà , sono fra i
primi a guidarci nella ri- cerca delle nostre ricordanze, che ci accorgiamo di
avere smarrite. Quindi se una parola somigli ad un'altra nei suoni finali,
facilmente con quella si «scambia. Cosi udii attribuire il giudizio di Sa-
lomone a Faraone (2). Questi sbagli, che ora sono eccezionali c di cui solo si
può oggi dare il caso fra il volgo, dipendono da leggi generalissime, che, nei
tempi nei quali era comune la selvati- chezza o la barbarie, specialmente
nell'ignoran- za della scrittura alfabetica, ponno aver influito in assai più
late sfere d'attività. Questa esplorazione del processo che induce la
ripetizione dei suoni, sia iniziali od intcrmedii, e di solo effetto acustico,
come ncll'allilcraziouC; sia dei l'inali con efficacia ideo-fonctica, come ve-
demmo nelle parole identiche ripetute nella fine dei versi e nelle vere finali
rimale, non è oziosa ; e nemmeno si limila alla sola storia della ritmica, rome
di una speciale maniera di coordinazione di cui sono e furono di fatto capaci
le panile. L'istin- to di rima presiede non alla parte plastica, ma si il)
Sueton. in Tiber. c. 75 (2) Nel casa di una ferita di taglio, clic spaccò In
sutura lambdoidea rd il parietale, la meninge, la pol- pi encefalica, il
padiglioni! ed il cervelletto peipendi- l'OlarmenU a sinistra, il suggello
interrogato due ore dopo non poterà dire per sé il nome dell' offensore, i
.iine se non si ricordasse; eppure gli era noto. Ora, rsÌb«1Mlogfis4 il nome di
varie persone, non conoblic ■ i nello dui reo (Torse non conosci mlone se non
il so- prannome); ina avendo udito il nome d'un tale, la cui dpttiicnxa era
uguale a quella dell'offensore, assenti stagliando, oliiiio dall' impressione
finale. (Prov. di Treviso. Bosco Monlcllo. Selva Dicem- bre I8Ì.-. V zioni
analoghe ; onde nella sua mente gli sburra- vano tali e tali parole, dietro le
quali egli era per dar forma alla voce nuova. In questo modo avven- nero le
modificazioni di tante parole slranicrc,quan do s' introdussero in nuove
lingue, per esempio evidentissimi.' i uouii proprii, onde acquistarono
l'aspetto nazionale; p. e. Muhammcd che in italia- no divenne Maoinc/Zo,
vestendosi in desinenza di diminutivo; quelli che cosi lo modificarono si sen-
livano nelle orecchie le parole Giannetto Gioco- »ue/crso- na, quegli che
assunse la missione riporta l'incum- benza, il comando, ripetendo le identiche
parole in quella serie, come furono esposte da chi gli die- de l'ordine. Vedasi
nel Seler p. e. quaudo Abra- mo da la commissione al suo servo seniore di ac-
compagnare Isacco e di trovargli una sposa: poi- ché il servo è introdotto
presso ftatucl, riferisce ' ugualmente la commissione ricevuta. INell' Iliade
(L. Il), il Sogno ripete ad Agamennone l'espressioni di Giove coi medesimi
cinque versi: ed Iride, rife- feudo a Giunone ed a Palladc un divieto pure -di
Giove , ne ripete altri sette. I nostri villjci , quando narrano qualche cosa ,
se I' interro- gatore insista nelle domande per ottenere qual- che
dilucidazione , non fanno se non ripetere sempre le espressioni fatte prima,
dovendo l'ascol- tatore tutto conghictturare da quelle identiche pa- role
esibite. Essi non saprebbero esprimere di più, (I) Vedi anche a pa„\ 107 ili
questo volitino, Di questa opinione ó pur.: il sommo maestro Le Cleru: «
Saepissimc illa« partirulac apurt Atlieoi r.xpi\x*vt, hoc est ad sensum mini
pattinai! . (Ars Critica I, bó) nè iu diversa maniera. Questi sono efletti in
parie della poca flessibilità delle forme fonetiche. La lingua più. antica si
trova- relulivameute sempre nei siti più lontani dai centri delle nazioni, come
avviene di tutte le costumanze; mentre le capitali e le grandi città variano
nel loro linguag- gio di tempo in tempo, una gran copia di termini antichi si
conserva nelle campagne e tra la popo- lazione più segregata. L'aulica lingua
romanza, che si parlava al tempo di Carlo Magno, sussiste ancora nel dialetto
di Vand, che ha conservato il nome di Pays Roman. Si trovano vestigi di questo
' linguaggio uclle vallate delle Alpi e dei Pirenei, ed anche le popolazioni
presso Torino, che abita- vano le caverne di Vaud, conservarono insieme a tulli
i costumi, abili e riti del tempo di Carlo Ma- gno, anche la lingua (1). La
causa è una; do. e non v' ha cangiamento di circostanze dillicilnieiitc può
cangiare il modo vocale per ricord.-rle. La segregazione relativa opera lo
stesso effetto, an- che in seuo alle popolazioni più civili, il manteni- mento
delle forme più antiche presso alcune clas- si di persone. M. Tullio aveva
osservato operare questa causa nelle donne : « Equidem cum audio socrum meam
Laeliam (facilius cnim mulicres in- coiTuptam anliquilatcm conservali!, quod
mullo- rum scrmonis cxperles ea tencnt sempcr quac pri- ma didicerunt), sed eam
sic audio ut Plaulum mini aut ISaevium vidcar audirc > (2). La lingua greca
èrasi conservata tra le dame di Costantinopoli, qual era nel secolo di Pericle,
fino all'epoca fatale per l' Impero Bizantino (cioè per circa diecinove
secoli). « Graeci quibus lingua depravata non sii... ita loquuulur vulgo hac
ctiam tempestate, ut A- ristophancs comicus aut Euripidea tragicus, ut o-
ratores omues, ut historiographi, ut philosophi.... iu primisque ipsac nobiles
mulicres; quibus cum nullum esselomnino cum viris peregrinis er {sbrigliarla,
di toc- care in principio fatti di cui la spiegazione si dà in seguito. Questi
rapporti dei componenti l'enti- tà relativa delle lingue non ponno a meno d'in-
trecciarsi nelle parti dell'opera che tende a svelar- li. L'analisi, lavoro
fittizio dell'umana mente per soccorrere al suo utile, non può eseguirsi così
da segregare pei rettamente le categorie che si ha proposte, poiché
l'insolubile' continuità della na- tura non corrisponde ad alcuna divisione.
Bi- efail trovatasi nello stesso caso allorché trattata della circolazione (I).
Cosi è in tutte le questioni naturali ; per quanto logico sia il punto di
parten- za della narrazione che s'imprende, giusta la ma- niera di aver
percepito e le riflessioni per l'utilità dell'intelligenza, si tronca sempre la
continuità al- bi quale pur sempre bisogna ritornare. Di più, quanto al
linguaggio, lo stesso pro- cesso che produce è quello pure che conserva e
propaga, e siccome l'uomo che si trovò sprovvi- sto di linguaggio era della
slessa natura di quello che già ne possiede uno, ed aggiuuge a quello che ha
quel tanto che gli occorre al caso; cosi i fatti medesimi che cadouo sotto gli
occhi nostri ponno servire e furono da me impiegati a spiegare, ove giovassero,
i processi originarli. Forse rileggen- do questo primo volume, dopo la lettura
di tutta l'opera, si potrà comprendere meglio lo scopo che avevano alcuni
tratti che forse sembravano imper- tinenti. Per vedere l'applicazione di
questi, biso- gna determinarsi ad un'attenzione, la cui necessi- tà viene forse
avvertita soltanto allora che si ab- bia conosciuto lutto il sistema. Il
lettore volendo orizzontarsi potrà fissare che l'opera fin qui venne occupala
nel seguire gli il) « Je sui* obligé ici de déduire des eonséqucn- ers de
principes quo je nn prouverais qnc plus bas; tei est eu eitct l' each a| rmmoI
dea questiona qui ont pouf objct la nrciitalion, qu'il (tt impossikle quu la
solution ilo t* une limóne eoinme conséquence neces- saire celle ile loules Ics
aulres. Cesi un tercle où il l.iul loujours siippiiser quolquu tliose, s.iuf à
le pruu- ver ^ p. 49, c. 2, 1. 40. (Portoghesi) Le Filippine furono scoperte
nel 1521 da Magel- lano, ch'era portoghese, però al servigio della Spagna: ma
nel 1529 Carlo Quinto le cedette per 300,000 ducali al Portogallo, sotto la
(pia- le potenza rimasero fino al 1564, epoca nella quale furono riprese da
Filippo II, coli' inviar- vi dei Missionarii. (Raynat, Hist.Ét. Eur. T. Ili, L.
V, p. 95,97, 93, Genève 1780) G. Hum- boldt dice che l'ordine alfabetico
europeo fu ivi introdotto dagli Spaglinoli (Knwi, T. II, Zusam- menhang. d.
Schrift m. d. Sprache p. 78, 79). p. 51, c. 2, 1. 12, 13, lingue africane e
tarlare correggasi cosi =: americane, cioè in quella del Chili Araucan o Chili
proprio fu applicalo Digitized by Google — 35G inversamente il nome di papai, e
nella lingua | dei Chiquilos ipapa alla madre; nelle lingue di Java, in Madnra
Sumenap e nella lingua Giorgiana fu applicalo quello di marna e nella N. Guinea
munte al padre (Balbi Atl. Elnog. Tav. XXXVII, XL e XLI). p. ''J. r. I, I. ~. t
■ ic hn (arab.) * Ebu (arab.) I. oìL palrem papam » patrem tatara Il passo di
Catone è citalo male; peraltro diceva- si già pupa in Ialino al padre « papa
pater * (Calep. in voce, e) p. 51^ e. 2, 1. 22. (Zelanda) » (N. Zelanda) 1. SU.
Tata (lat.) zia » Tata (lat.) pa- dre p.54jC 1,1.29. La parola che vuol dire
acqua è /tanti. Non so se Tutu voglia dire tela o contenere, per mancan- za di
dizionnrii di quella lingua, p. 56, e. 2, 1. 25- subita » subita p. 59, c. 1,
1. 2L (Plani- Act. III. » (Plaut. Mil. sci) Glor.Act.III. se. I) p. 60. c. 2.1.
15. rtVT» nin» p. 61, c. 4.1.26. - - - ' — 1 ' r.ai «ati » irati «att 1.2L 1.
28.Aristol.3aT i nyo t » Aristof. Lc- in mozzo «e 15 v. 247. |).63,c.4,l. 4c2.
onomapalcia » ouomatopcia p.'G4,c. 4,1. 2. top » lo! c. 2, 1. IL JUiau tniog »
miog, miago- galto lare p. 67, e. 4,1. 42. Ziscli plumps » Zisch.plumps, husch
pif par tiusch, pir, puf paf, puf I. 34. fron fron • » frou (roti c. 2, 1. 6.
Zttt non è onomatopeia, ma si interiezione I. 15. Drelin dindin e un'imitazione
del cadere delle la- stre delle vctriale p. 6^ c. 2, 1. 31. brontolare (lat.) »
brontolare (il.) p. GJIj c. 4, 1. 4. Cicindila » Cicindela I. Bub (lat.) » Bubo
(lat.) 1. 58. , gli perchè » , perchè gli p. 71, c. 2, 1. 4. Bigigi » Bibigi
1.21. ^ mimi (turco) membro virile dovrebbe scriversi - ina uon si trova nei
di- zionari! p. 73, c. 2, 1. 2. coast » croati 1. 5. coasscr • croauer I. 6.
cocutement • croauement p. 82, c. l,dopo 1. 33. La lingua del l'untisi del
Cnnndà è tanto aspra che li fa sembrare corrucciati quaudo tripudia- no
(Viaggio d'un Livornese al Canada. An- nali di Statistica. Bomagnosi, Op. T.
II, par. 1, p. 579). p. 84,c. 1,1. ull. Tydsk, Dansk » Tydsk-Dansk c. 2, 1. 5 1
, 52. invece di b si » invece di p si pronuncia p pronuncia b p. 86. c. 4.1.8.
Hit », lt it p. 88^ e. 4, 1. 14. gysata » qytata c.2,1. 19. ED AGGIUNTA » ED
AGGIUN- TA in san- scrito p. 89, c. 1.1.24. ~ » y iJkM p. 92, c. 2, I. 57, 41,
AH Prin » Pi im p. 94, c. 2, 1. 3_L fuoco » rissoso p. 96, c. 3,1. 5. Untino »
fiiWittriio 1. 3JL silicei » sciliccl p. 97, c. 4 , 1. 3il grasso » grano
c.2,l.2l. jjy. » |jy p. 98, c. 2, 1. 56. j3 yS » p. 4Q3. c. 4, 1.10. ul'iw •
ullus p. 407, c. 4,1. «ili, negativo » affermativo p. 4 14, c. 1 , 1. 29.
Thucklidc » Thucydidc p. 1 15, r. 2,1.0. Irlanda » Islanda p. 1 17, e. 2.1. 17.
(N. Zcl., Ha- » (N.Zel.Hawai, wai, Barot, Barolonga , Tong) Tonga) p. 4J8, c.
2, agg. Il battere delle maui trovasi anche presso gli Ebrei come segno di
approvazione ; p. e. quando fu consacrato re Joas, gli astanti batterono le ma-
ni (Be. Testo Ebr. L. IL Vulgata L. IV, e. 44, v. 42). 1.46,17. (S àM »
Digitized by Google — 357 p. 125, c. 2, dopo I. 36, agg. In illirico diccsi già
Menih — frale. Viuii o Mi- na = scimi» potrebbe derivare dirctlnnienlc dal
sanscrito Mimi, ebe vuol dire .solitario, ere- mila (Yyaearaiia p. 24(1). Una
specie di scimia chiamasi specificamente Monachella. p. 129,0. 1,1. 16. mimosa,
scan- » Mimosa sean- dens dens p. 130, c. 2, dopo 1. 30, agg. Baai» ( egizio )
, notte • Baa'u t»to xou vJxt» tp|j.-v£'Jaat\i » (Kuseb. Praep. Ev. Rosa Lago
d'Iseo p. Il) Bau (fenicio) » Tltotli et Bau in Phoenicum sanclunriis » (
Selden. Diis Syris Prolcg. p. 30). p. 131, c. 1,1.42. (I. nautica) ciondolo,
parrucca corta, motto, botta, ingannare, ciondolare, malmenare. e. 2, 1. 33,
pozzo. » pozzo, p. 137, c. I, dopo I. 6, agg. 31um (iugl.) birra c. 2, dopo L
24, agg. hip (i»gl.) mammella, poppa p.l59,c.2,l. 1. capanna (1) » capanna I.
14. fistole ecc. » fistole ecc. (1) dopo 1. 30, agg. Pepe (Talliti) farfalla
(Cook, Voy. Pacific Ocean T. I, p. 164) Forse è in relazione eoo Pepe (Celebi,
Macassar) = fuoco ; perche la farfalla si aggira intorno alla fiamma. p. 143,
c. 2, dopo I. 26, agg. Cuc (basco) = sterco, immondizia, fango. Cadi (bretone)
sterco, immondizia, fango. Khak (In- dostan) terra, polvere, hatji (scaudiuavo)
poz- zanghera, pantano. Kiiggar (estbouio) sterco di animale (Ceroni Filo),
compar. p. 89.) Kaka (Caucaso Mizdjcgbi), porco. p. 144, c. 1. Si confronti la
buca 8 colla 23 c. 2, Àac*o ecc. ; dopo la I. 12, ci, si confronti la 1. 21, c.
2. Àairt (Ja*a) piede, gamba, osso ed ogni piedi- stallo, e si aggiunga: Cache
(Oonolashka Ira la estremità iS. E. Asia e N". 0. America) e Aooft —
dosbak (Norton Sound, America N. 0.) — co- scia (Cook, Vov. Pacific HI, Contin.
da King Append. VI, p.552.) Vol. I. p. l i5,c.2,1.21,()raM/ig » Ojjrqijliq dopo
1.27, agg. Kokka (Touga toboo, Is. d. Amici) albero, la cui corteccia dà un
succo, nel quale tingono gli abiti (Cook, V. P. 1, 290 e III, Cont. King. App.
III.) p. 146, C. 2. dopo la I. 59, si legga in rapo E p. 1 48, c. 2, dopo la I.
3, agg. Vpiy Mìolal (cbr.) fanciullo, sembra avere la stessa origine automatica
come /a//en (ted.), balbettare, aldilà (Tahiti) JLaXj'to (gr.), parlare e
/«/fare (lai.) dormire dei fanciulli, p. 150, e. 1, dopo 1. 7, agg. Kanan
(fr.), parola infantile = chicche (il.) e. 1, 1.45, Mal » Nat. e 2, 1. 9,
ipieutc (2) » c(ucnlc) c. 2,1. 17, (5) » (2) 1.41, (2) Humboldt » ( 1 )
Humboldt Kosmos, T. II Kosmos, T. II Noti alla pag. 143 1. 42, (2) Nota alla
pag.145.si ommetta 1.44,(1) Marion » (2) Marion p. 152,r. 1. 1. 1, Nonna,
Aonne, » ISonna,Non- Nonna, Konum ne, Nouna. Nonum, i\oene p. 1 52, c. 2. dopo
1.36,priraadiflMrM/>a/iM(sanscr.) pipistrello leggasi fin ru (sanse.),
specie di cervo. 1.41, coli (ted.) » kalt (ted. ), chall (Kcro) colti (ingl.)
p. 1 54, e. 2, dopo l'ultima linea agg. Taf (wcndo)= ladro (Adclung. Diz.invocc
Dicb). Diccsi pure Tùia, Tatù, Tatù. p. 155, c. 1,1. 26, 7afa » Tata ( Dial. di
Bre- scia) — padre. ( Ga- briele Rosa. Documen- ti storici sul lago d' I- sco.)
I. 40 Tata (lat.) zia » Tata (lai ), ajo, pedagogo p.156, 1. ult. august »
August p. 164, c. 1, dopo 1. 16, agg. Ah (Oonolashka) si (Cook, Voy. Pacific.
IH, Cont. King App. VI.) 46 Digitized by Google — 358 — p. 166, c. 2, 1. 8, u'a'xivtfe
» ùatxtvJe L 9, tì'*vì]Xc » Ts'3vT)xe p. 167, c. i , alla 1. 19 = sì (7), agg.
(Tahiti) (Isole d. Amici), Ai ed Aio (Nootka o King Georges sound) sì (Cook
Voy. P. SII, c. Ring App. IV, p. 640). Ah (Oonolashka), Ai pronun- ciato lungo
(Is. d. Amici), no (Cook III, Cout. King. App. Ili e VI.) P . ì 67, c. 2, i.
32, mV?tt » r? òbr\ p. 1 68, c. 1,1.40 october » Oclober p. 171,c. i, dopo L
23, ngg. H* (gr.)=la quale, 11" (gr.), questa (articolo e pro- nome
fenimin. sing.) c.2,1. 41, Eurypides » Euripidei p, 174, c.2,1. 26, ^x» n p.
175, c.2,1. 27, ft> * VP 1. 39, Contadi, liber » Confucii liber p. 176, e.
4, 1.40, Julius ..Julius c. 2, 1.10, 11, Jch » Ich p. 180,c. f,L 8, ; t cetili
» = i centi 1.24, saluto » saluto c. 2, dopo 1. \ 7, agg. Nanna (Alooi, Is.
Sandwich) = lasciatemi veder questo ! vediamo ! (Cook, V. P. Ili, c. King, App.
V, p. 547.) p.l84,c.2,l.6,3»ì« „ 3M« p. 185, c. 1,1. 17, Pat «su » I1»Ì5 mìe c.
2, 1. 9, rorcoi » r.or.ol 1.24, prezzo » prezzo (I) p. 186,c. 1,148, hoc » hop
c. 2, 1. 9, Damascum » Damasum p. 1 87, c. 1 , 1. 1 1 , affermativa »
affonualivn p. 1 89, c. 2, 1. 1 6, grado « grido p. 195, r. 1,1. ultima,
Campar., » Compar. p. 196, c. 2, 1. 3, denti » denti (2) L 4, denti (2) » denti
p. 497, e. 2, dopo L 4, agg. •VJjP fcen/i'ir (ebr), pecus (Pelraei Nomencl.)
1.18, òee luogo » òee = luogo p.498, c. 2, dopo L 26, agg. Heg (ungb.) r= rana
p.202, c. 2, dopo L 9, agg. Kakaa (Norvegia) (Belgio) = gazza (De Lens et
Mérat. Dici, in voce e.) p. 205, e. i , dopo I. 38, agg. Choclto nome del frullo
del Sechium Edule. Sicyos cdulis. Jacq. (De Lens et Mérat, Dici, in voce c.) c.
2, 1. 1 5, Koxxsv » Kdxxos L 17, Koxxov (gr.), » Koxxo; (gr.), Coccut (lat.)
Coccus (lai.), e Qxxum I. 19, Koxxcv paftxov Kdxxo^Ba^xij 1. 2 l,Koxxivsv
cocci- » Kcxxtvo;, coc- num (scarlatto) cinus, o, um (di scarlatto.) In svedese
koka, in tedesco koclien, in b. sassone kaktn, in danese koge. Adelung (Diz. in
voce kocheit), crede che la parola sia entrata in tede- sco coll'arte indicata,
proveniente dall' Italia. Egli la crede una imitazione del rumore ebe produce
un corpo liquido nel cuocersi. p 204, c. i , 1. 27 del gallo (5) » del gallo
(2) c. 2,1. penultima, Voi. Vili » Voi. III. p.205,c. 1,1. 8, oca (I) ,, oca
1.17, oca » oca (1) 1. 1 8, oca » oca (2) 1.29, topcico (2) n topcico c.2,HQ,
Cachmuu» p. 206, c. 1 , dopo I. 6, agg. Croak (ingl.) gracidare. L 17,
Qasquesed c. 2, dopo I. 13, agg. Q mantici p. 222, c. I , L 45. Novus Calep. »
Nonitis, Calep. p. 223, c. 1 . 1. 34. Sciaq fé » Saqfé p. 224, c. 1,1.41.
Virgilio disse silvani sonantem riferendosi al lu- pino, non già alle spichc «
tristisque lupini Su- stuleris fragile? calamos sylvamque sonantem. 11 passo
citato più basso di Ovidio Metani. I, 400, non fa a proposilo, perchè ivi
canebat è imperf. di canco et e non di catto, is. p. 228, c. 4 , 1. 23. (lai),
deriva » (lai.) deriva c. 2, dopo I. 25, agg. TtTu'ptv3s, specie di flauto cosi
chiamalo dai Dori d'Italia (Atheii. Dipnos. 1. IV, p. 91, L 45, Edit. Basileae
1535). p.230, c. 2, 1. 39. lo sospetto che sabat nel significalo di rumore al-
to e tumultuoso sia la parola sabbai (derivala da sabbalum) nel senso di
tregeuda, congresso di streghe : dove s'immagina che si faccia gran fracasso,
come noi diciamo = fare un susur- ro del diavolo. Allora sabat nulla avrebbe a
fa- re con Motte, come vorrebbe Nodier; sabota (celtico) stesso potrebbe essere
posteriore alle idee di tregende di streghe ecc. : e tenere alla lingua
nazionale, ma introdotto dopo il cristianesimo. p.23i,c.2,1.25. (il.) , (il.)
1.2*. plificala. » plificala (5) p. 237, c. 4, dopo I. 5, agg. Anche in ebraico
l'orina chiamasi mente VQtQ &\>y) meme raglaim cioè acqua dei piedi (Pe-
Iraci Nomcncl.). dopo I. 1 7, agg. (lai.) — gracidare delle rane (Sueton. iu
Oclav. c. 94). p.238,c.2,l. 17. HD-ip » npiQ parsà p. 241, c.2, dopo 1. 17.
Shebdis e Barid nomi di altri due cavalli celebri delle sue stalle in Artemita
o Dastagerd (Gib- bon H. Fall. ecc. T. V, p. 359, c. XLVI). Phallus, nome della
cavalla su cui era montato Era- clito nella battaglia data a Chosroe Parviz pres-
so le rovine di ISinive (A. D. 627, 4 Dicembre). Orelia nome della cavalla su
cui era montato il re di Spagna Rodcrico, fuggendo dalla battaglia dala ai
Saraceni al torrente Guadalete presso Cadice alla città di Xeres (A. D. 711,
49-26 Lu- glio) (Gibbon T. VI, c LI, p. 316). p. 242, c. 1 , 1. 8. IStxsXaoc »
Nieon 1. 9, 40. NtxoXas- vuol » Nicon vuol di- dire vincilo- re vincen le re
del popolo agg- « Aclium descendenti in aciem usellns cum asinario occurrit :
Eutychus homini : bestiae Ni- con, erat nomen. Ulriusque simulacrnm acneum
Victor posuil in tempio, in quod castrorum suo- rum locum vertil. • (Sueton.
Oclav. c. 96). Qué- sto monumento fu trasportato a Costantinopoli., dove
esisteva ai 12 Aprile 1204, epoca in cui i Crociati diedero il sacco alla citta
(M. S. di Ni- colas pubb. d. Fabricius DibHoL Gracc. T. VI, p. 405-416. Gibbon
Hisl. Deci. eie. T. \ II, c! LX, p. 329). 1.29. Hylas » Hylax p. 243, c. 4,
dopo I. 24, agg. /xi Joyeuse = spada di Carlo Magno (Gibbon T. VI, p. 458, c.
XLIX). c. 2, dopo I. 13, agg. Gandhioa (sanscr.) nome proprio dell'arco dell'e-
roe Argiuna = dono degli Dei ( Vvacarana p. 232). p. 245, c. 4, dopo I. 43,
agg. Altrove vicende volmcnlc la laringe serve ad indi- care il canale dei cibi
p. e. in Ateneo. Dipnos. L. VI, p. 455, 1. 47. p. 246, c. 4 , 1. 9. arabo
dell'oca » turco del l'oca 1. 46, dopo z= accepUssimum. agg. Digitized by
Google — 3G0 — Àrtcmidoro dice che le oche erano sacre ad Iside c si nutrivano
nei templi (Ooeirocr. L. IV, c. 85. Spnnhem. Us. P. Num. Diss. IV, Ira p. 261 e
268, Edit. Elmirii). c. 2, dopo I. 21, agg. In Sloveno, Mshka — piccolo sorcio
c muscolo, e Mithiza = sorcio e muscolo (Diz. Murko Parte I, p. 504, e P. Il,
p. 191, in voce Vìth.) p. 247, c. \, dopo 1. la, agg. Anche Artemidoro aveva
sentito l'analogia che fe- ce applicare il uome del fanciullo a tal parte « To'
|«v y*> «iSotov r.ani» èstxi (Oneii ocr. L. I, c. 82). In sanscrito shishu —
pupus, pupa-. Shisluta — inembrum virile (Vvacarana p. 29G . 1.28. fatali •
/«efori c. 2, dopo I. 22, agg. In illirico pure Smina — pupilla, etimologica-
mente vuol dire piccola figlia. p. 249, c. l,dopol. G,agg. In cafro Tao z=
mano. Toaa = piede. Po (America Sapiboconi) = mano. Poo (varie lin- gue del
Brasile) mano. Poh (Brasile) = piede. p. 251, ci, 1.41. Bar » Diir p.252,c.
1,1. 5. 2jfj|ivs« »■ Ix-Jfivos l.G. 2xaa4 » 2xa I Kal. Mari, di cui si
considerava siccome la prima parte, dicendosi VI Kal. Mari, priorcs; ed il
giorno susseguente dicevasi VI Kal. Alari, poslcriores. Il primo giorno era
l'intercalare ed il posterio- re quello ordinario. 1. 42. bixcslu » bissexlus
p.255,c. 1,1. 14. idùmcuacaja » Adam esuf- haja od ul- muja I. 15. in tedesco
Parodici Api ti. non dire vuol laringe: è il nome d'una specie di mela Pijrus
.flatus pumila. Mill. (Adelung. Diz. in voce). Si aggiunga invece = ed in
illirico Ada- miza ed Adornavo, od Adatnsko Jabolko. p. 258, c. 1,1. 14. uc C '
2 >'' 51 W*, » le » KeJlTot p.259,c. 1,1.4. S p.26l,c. 1,1.30,31. Fc-ucr »
Fcu-er c. 2, 1.41. noso » nosa, p. 262, c. 1,1. 37, dopo Jov'xt Glam, agg. I
Greci pure chiamavano Ats'j pa'X»vss, cioè ghian- da di Giove la noce del Ponto
(Aten. Dipnos. L. Il, p. 36, 1.51, e p. 27,1. G e 9) I. 58, dopo Giappone, agg.
Ateneo nomina già un frutto Aiosmipej, dove parla della ciriegia ; dicendo che
il frutto di questa somiglia a quello (Dipnos. I. II, p. 25, I. 25, ce.) p.
2G3, c. 2, dopo I. 41, agg. Ka'p-jsv pastXtxsv, cioè Mix Juglans. Malthiol.
Commini, in Dioscor. L. I, r. 141, p. 223. p. 2G8,c. 1,1.32. Kopss » K'Jos; I.
ult. ApTcIsp^r.s » ApTi^pi»:? p. 27 1 . c. 2, 1. 24. Iroccbcsi » Irochesi p.
272, c. 2, 1.12. pV» p. 270, e. 1,1.23 molte » molle c. 2, dopo I. 11. agg. In
inglese chitd — fanciullo, figlio 1.51. mancarne » marcarne p. 280, c. 1,1. 31,
agg. II territorio di Persia è aridissimo, e l'acqua vi fu sempre considerala
siccome un tesoro. I no dei maggiori bei irli zi i del re Chosroe Nushirvan si
fu quello di economizzare e distribuire sagace- mente l'acqua. I n ufficiale
dolio Stato chiamasi principe delle acque. (Chardiu, Voy. Perse T.III, p. 99,
100. Tavernier T, I, p. 416). p. 280, c. 2,1. l,agg. S. Girolamo ne descrive il
progresso regolare e distruttore delle cavallette, che nell'anno 408 si
stendevano sulla Palestina, come una nera n ibe Ira il cielo e la terra, e che
furono poi disjierse dai venti, parte nel Mar Morto e parte nel Mediterraneo
(S. Hieronymi. Op. T. VI, p. 180 e 195, l-dit. Veronae, I73G). p. 284, ci,
dopo!. 15. In greco -sSs's non solamente serve ad indicare tre sorla di colori,
cioè bianco, biondo, rosso; Digitized by Google - 30 f - ma anche una qualità
sapida, cioè dolce, ed una j maniera di moto, cioè celere. p.284,c.2,l.2l,
contraddislin- •» contraddislin- goono guono p. 284, c. 2, 1.31, manutha »
Mutuata p.284,c.2.dopol.59, agg. In greco Tevo?, vot = mento, mascella, rVvttsv
(gr.) = barba: etra il greco e il Ialino Ko\vs{(gr.) barba, Cunuus (lat ) —
parte sessuale muliebre, p. 286, c. 1,1.39, lingue «lingue, 1.41, espressioni
»> espressioni, 1.43, della 2. » della I. I. ultima, emnuci-pare ••
emancipare p. 287, c. 1,1. 10, sangucn » sanguen (3) p. 293 , e. 2 , dopo I. 5,
agg. Sigonio narra clic la madre di Tcodorieo slava per fare un simile gesto,
(piando questi Iti re- spìnto, in una sortila di Odoacrc da Ravenna, cit. d
Macrob. L.XXXlll.r.l. eie. e Feslo p. 3 10 c. 2, 1.42, dan ,» dans L 43,
croupiroul, il » eroupiront-ils p.3l l,c. 1,1.28, aveva »» avevano c. 2, dopo
I, 8, agg. Questo significato e evidentissimo in Aristofane KxxXr,;, v. 903,
o'U' e'v tv .~> p»'X5jiae xòXr.v dopo I. 13, agg. In Cimbro dei Selle Comuni
Piaomo e nel se- colo IX, Posimi — seno e grembo (Dal Pozzo, Selle Comuni, p.
320.) p. 521, r. 2, dopo 1. 7 agg. □*D^n sciente asciamaim, Coeli Coelo- rum
(Re, I. Test. cbr. HI, Vulgata, e. Vili, 27.) p. 522. e. 2, 1. 1 4, parlai, la
» parlai la lino all' accampamento « Cui castra (aratiti j P- 323, c. 2, 1. 29,
WHpTl mater in porla obvia, quo lendis, inquit, (ili ? ncque cniiu locus
superesl quo le lugicns reci- pere possis, nisi ego vestem loliam et co le,
inde in hieem prodiJisii, recipiam. (De Occi- dent. Imp- L. XV, in line.) p.
290, c. 1,1.7, mulfetaem » mulit brem ; p. 290. c. 2, dopo I. 5G, agg.
Arlcmidoro (Uneiroer. I. t,c. 47), dice di n\cr veduto egli stesso in Cillene
il simulacro di Mer- curio, che altro non era se non Porgano virile. p. 397, e.
4.1 18, agg. Tùli (sanscr.J gemma maritali» quam nuptae ex collo pendolala
geslanl (Vvacaraua, p. 280.) p 505, e. 1, 1. 15, s'Jdav »> oùsav I. 15,
Iralrali « teatrali p. 50fi,c. 1,1.4, Adimarchidi » Adirmachidi 1.50, Arislos,
p. 508, e. 1, 1. I, penili ferra I. 1 5, rorjonùr p.309,c. 1,1.13, HVpt?
avinh'ó i. io, m$a% 1.21, dieta c. 2, 1.29, debole p.310,c.2,l.37,AtcjusCapito
» Plinio Hist. S. » Arialof. « imitati i/ura» » » r (ti ti li I: ' fi » diclu »
debole. p. 323, c. 1 , 1. 24, 23 Rabica vina » Balnea, vina, p. 320, c. 2, dopo
I. IO, agg. L'allilerazionc serve di (orma poelica presso alcu- ne nazioni,
come presso i llrc la ràna. Tale for- ma era propria della poesia degli
Islandesi, degli Alemanni, dei Franchi; trovasi nell'aulico scan- dinavo; cosi
pure presso gli Anglo-Sassoni esiste la traduzione allibrala del libro De Cou-
solationc di Boezio (Balbi, Ali EUlfl. XIII, 179). La poesia antica tedesca si
costituiva pure di alterazioni. Rapp ne porge degli esempii (T. IV, p. 103, e
T. Il, p. 223). La poesia dei po- poli Finnici ha per regola principale la
ripeti- zione della stessa lellera al principio delie pa- role di un verso
(Balbi, (). c. XV, 192, 5). p. 527, c. 2, 1. 8, cainalaa » lamatar I. 55,
misepàt n bemisepàt p.528,c. 1,1.9, «HE]) I. 50, tiganlìu » tiganìiù dopo 1.
50, agg. Recedile polluli, clamaverunt cis : recedile, abile, oolite tangere :
jurgafi quipjic sunt et commoti dixerunt iuter gentcs : nou addel ultra ut
habi- let in cis. Digitized by Google - 362 - » Coesore » rupcs « revelli » dixit,
» linguam » oves » quoeumquc » preincbant. » cxtiuxem: me- c. 2, 1.35, «5t)'v »
H*e*v p. 330, e. 1, 1.27 si » sii dopo L 28, agg. I. ullimn, Caesar e. 2, 1. 1
, rubes I. 32 rcvelli. p. 331, e. 1,1.27, dixil. 1. 39, lingiiam. p. 334, c.
2,1. 5, avet 1. 26, quodcumque p. 335, c. 2, 1.12, prcmebaut 1.26, cxliiixcm me
mei: p. 336, c. 1,1.38, Irigidula vogula nudula»Pallidula, rigida, ondula? Ve
quac solebas dabisjoco »Nec, ut soles, dobis j'o- cos. È una rima imperfetta p.
336. c. 1,1.41, Colchis » Colchis, l.43,facilcsat albus, » facilcs:al olbus
c.2.1.2, dcderit » dedit 1.4, vcrelur » vcrctur. p. 337, c. 2, 1.29, i% 1 » :9.
3 } L50, SO "3 p. 342. c. 1,1. 18. meef « » concea/i, » awoy. » frase : »
Virgilio, 1. 22, conceah. 1.24, awoi/ p. 343, e. 2, 1.9, frase p. 344. e. 2,
1.7, filai I. 14, Virgilio p. 345, c. 2, dopo L 27, agg. I Saabi, specialmeote
quelli che abitano al nord dell' Orange, (Africa Fam. d. Olteototi) chiù-, dono
molte delle loro frasi con una specie di canto che dura cinque o sci secondi (Balbi,
Ali. Ethn. Tab. XX, dopo del N. 289). p. 346, c. 1, dopo 1, 18, agg. Non
solamente nelle lingue delle regioni al di la del Gange, ma nelle lingue
malesi, in tutte le lingue della Costa d'Oro, nella lingua Chainor- rc
|>arlata altre volle in lutto l'arcipelago delle , Isole Mariane e nelle
lingue Abipon (Perii), Gua- rani ed Omagua (America Mcridion.), le parole
cangiano di significato secondo le diverse in- tonazioni,e l'accento che loro
si danno (Balbi, Ali. Ethn. Tab. XIX, dopo il Pi. 246, Tab. XXIII, in alto
colonna III, Tab. XXIII, 381, T. XXVII, 450, T. XXVIII dopo 493).
p.347.c.l,1.21, Topsy » Topiy l.42,nolÌs velis » velit Digitized by Google
INDICE DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO PRIMO VOLUME. l.MHODUZIONE P"g-
Origine delle lingue » Apparato delV articolazione dei suoni nel- f untano
organismo. ...... Meccanismo nella produzione d'ogni sin- golo suono »
Occasione per cui originariamente si emet- tono i suoni articolati » Primo
elemento. — Automatismo . . » Secondo elemento. — Patema. ...» Terzo elemento —
Imitazione. Fisiologia fonetica Prima Età linguistica. Della voce » Della
pronuncia nella prima età linguistica » Patore delle parole nella prima età
lingui- stica » Relazioni tra le forme automatiche, pateti- che ed imitative »
.V 33 ivi 49 ivi 56 62 77 79 82 83 108 118 Dizionario automatico » 121
Dizionario inlerjeltivo » 163 Dizionario onomatopeico » \ 93 Della Nomenclatura
primitiva ...» 235 Antica indeterminazione dei sensi delle parole » 273 Il
iguanli speciali sulle differenze dei sensi antichi delle parole paragonati
cogli odierni ...» 289 Antica schiettezza nei modi d'esprimer- si » 294 Esempii
d'ignobilità etimologica. . . » 309 /)e//e successioni dei prodotti fonetici .
» 313 Deir elemento armonico considerato pel suo influsso nella forma e nella
coordinazio- ne delle parole » 345 Considerazioni generali sulla prima età lin-
guistica. » 351. \ Digitized by Google by CjOOglc Un 'filosofo linguista' dell'Ottocento italiano:
Paolo Marzolo (1811-1868) By Alice Orrù visibility 28 Views description 1
Page link 1 File ▾ 2018, MA Thesis sell Philosophy of
Language, Italian Linguistics Show more keyboard_arrow_down Lo scopo del
presente lavoro di tesi magistrale è riscoprire Paolo Marzolo, medico, filosofo
e linguista padovano dimenticato a causa del giudizio liquidatorio di Ascoli e
tuttavia figura collante tra la linguistica illuministica glottogonica del ‘700
e quella storico-comparativa ottocentesca sviluppatasi in Germania e
affermatasi in Italia solo a metà secolo. Nella sua opera principale Monumenti
storici rivelati dall’analisi della parola, incompiuta e parzialmente
pubblicata in quattro tomi tra il 1847 e il 1866, Marzolo individua tre
elementi originari (“primitivi ed eterni”), automatico/meccanico (riguardante
la struttura degli organi articolatori), patetico/interiettivo (concernente la
sensibilità e la percezione) e onomatopeico/imitativo (il più evoluto e comune
solo agli umani). Quest’ultimo permette l’interazione comunicativa e il
processo di significazione o “ideologico-fonetico”, cioè l’assegnazione di un
significato (accidentale e frutto delle contingenze) a un suono mediante il
ricordo di una sensazione, alla base del processo di “allusione” (associativo o
di meta-ricordo). Influenzato dal contesto padovano dell’aristotelismo
biologico, dalle teorie organiciste e monogeniste nonché dal clima
positivistico ottocentesco, Marzolo mira a realizzare una “storia naturale
linguistica” (origine, progresso e compimento) come storia dei progressi
dell’umanità all’interno di un “musaico” costantemente in divenire, conferendo
alla linguistica il carattere di “scienza naturale” da studiare ‘anatomicamente’. Repository istituzionale dell'Università degli
Studi di Firenze La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del
suo tempo Questa è la Versione finale referata (Post print/Accepted manuscript)
della seguente pubblicazione: Original Citation: La linguistica di Paolo
Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo / L. Savoia. - In: STUDI
ITALIANI DI LINGUISTICA TEORICA E APPLICATA. - ISSN 0390-6809. - STAMPA. - 37,
3:(2008), pp. 511-548. Availability: The webpage https://hdl.handle.net/2158/356441
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della licenza di deposito, secondo quanto stabilito dalla Policy per l'accesso
aperto dell'Università degli Studi di Firenze
(https://www.sba.unifi.it/upload/policy-oa-2016-1.pdf) La data sopra indicata
si riferisce all'ultimo aggiornamento della scheda del Repository FloRe - The
above mentioned date refers to the last update of the record in the Institutional
Repository FloRe (Article begins on next page) 18 December 2025 Studi Italiani
di Linguistica Teorica e Applicata, anno XXXVII, 2008, numero 3 LEONARDO M.
SAVOIA LA LINGUISTICA DI PAOLO MARZOLO E IL PENSIERO SCIENTIFICO
DEL SUO TEMPO Firenze La figura e lʼopera di Paolo Marzolo1, medico e
linguista, dal 1862 pro fessore di Grammatica e lingue comparate allʼUniversità
di Pisa, sono state presto messe in disparte dai nuovi paradigmi
dellʼindagine linguistica del secondo Ottocento, quali la linguistica
storico-comparativa e la geografia dialettale. Su Marzolo ha pesato anche
il giudizio liquidatorio di Graziadio Ascoli (Ascoli 1877: 42, n. 8) che
vi vede un ʻeterodosso genialeʼ, che mira a un ʻtentativo di glottologia
universaleʼ pur senza averne ʻmezzi adeguatiʼ. La continuità che lega le
tematiche della linguistica di Marzolo alla lingui stica settecentesca e ai
motivi illuministici ancora ben presenti peraltro nella linguistica
italiana a lui contemporanea, configura quella debolezza metodo logica, quei
ʻpericoli infinitiʼ, che Ascoli attribuisce alla grammatica compa rata
ʻpsicologicaʼ, orientata cioè a stabilire i ʻdifferenti tipi idiomaticiʼ e
ʻle varietà etniche del pensieroʼ. Il giudizio di Ascoli influenzerà la
storiografia successiva; ad esempio, Tagliavini (1963: 138-135, 365)
definisce Marzolo ʻincurante dei nuovi indirizzi della linguistica
storicaʼ e ne sottolinea lʼideale ʻambizioso ed altissimoʼ. In realtà, le
comprensibili riserve ascoliane per unʼindagine comunque troppo speculativa
e carente dal punto di vista metodologico finiscono per oscurare non solo
lʼarticolazione delle tematiche oggetto della riflessione linguistica di
Marzolo, ma anche il legame che la unisce al pensiero scien tifico del suo
tempo. Questo contributo cercherà di approfondire entrambi questi punti
riportandoli al quadro della linguistica italiana della metà del lʼOttocento,
allʼinterno del quale si collocano le prospettive e i metodi della
ricerca linguistica di Marzolo. 511 Leonardo M. Savoia 1. Linguistica
illuministica e linguistica storica A partire dalla dissertazione di laurea De
vitiis loquelae (1834) che sostiene lʼunificazione dei fenomeni
intellettuali con quelli organici, Paolo Marzolo elabora una concezione
naturalistica e organicistica del linguag gio. Alla sua opera principale,
Monumenti storici rivelati dallʼanalisi del linguaggio, prevista in 16
volumi, della quale furono pubblicati il primo volume (Parte prima:
Saggio di storia naturale delle lingue, Padova, 1847) e parti del terzo e
del quarto, Marzolo cominciò a lavorare quando, dopo essersi laureato in
medicina a Padova, svolgeva la professione di medico di campagna. In essa
sono presenti i punti fondamentali della sua riflessio ne, volta a fissare una
storia naturale del linguaggio nella quale il formarsi e lʼevoluzione
delle lingue dipendono da dispositivi sensoriali e organici connaturati
allʼuomo e in questo senso universali. In Marzolo il naturalismo
universalistico e la grammatica generale dei filosofi del linguaggio illumini
sti si combinano con una concezione positivistica della natura umana, di
tipo essenzialmente fisiologico, coerente con lʼantropologia della metà
dellʼOtto cento. Un ruolo cruciale è svolto dallʼampia base di dati empirici
compren denti i fenomeni patologici e marginali del linguaggio, la conoscenza
dei meccanismi fisiologici e anatomici, il confronto fra lingue. Così,
nellʼIntro duzione ai Monumenti storici, le caratteristiche attestate dalle
diverse lingue sono messe in relazione con caratteristiche organiche dei
parlanti: Oltre lo studio della lingua dei fanciulli, degli stolti, dei balbi,
quello delle classi inferiori del volgo, dei villici e dei selvaggi
giovommi quindi a svilup pare la serie dei momenti che costituirono le lingue
più perfezionate; perché queste classi si mantengono in una condizione
stazionaria, ove ciascheduna corrisponde ai vari gradi che devono
naturalmente percorrere … tutte le lingue prima di arrivare al
classicismo letterario. Non è che la facoltà del pensiero differisca
essenzialmente quanto al modo di svilupparsi e di agire in queste
condizioni diverse …ʼ (p. 15). Questo approccio delinea un modello unificante
dei fenomeni linguisti ci, dellʼevoluzione e della differenziazione delle
lingue, che si inserisce nel dibattito che in quegli anni oppone la
scuola medica organicistica, di cui lui appunto si fa interprete, e le
tendenze dei vitalisti (Barsanti, 2005). La sua stessa chiamata alla
docenza universitaria può essere messa in rapporto con lʼintento del ministro
della Pubblica Istruzione, il fisico Carlo Matteucci, di dare impulso ad
approcci scientifici per contrastare le dottrine metafisiche del tempo
(Ceccarel, 1870). Ci possiamo chiedere quindi come si collocano le idee
di Marzolo nel quadro della linguistica e del pensiero scientifico della
512 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo
prima metà dellʼOttocento. Infatti, anche se a prima vista le tematiche
che caratterizzano il lavoro di Marzolo appaiono fortemente ispirate alla
lingui stica settecentesca, tuttavia ad un attento esame risultano evidenti gli
stretti rapporti dellʼapproccio e degli interessi di Marzolo con il
pensiero scientifi co del suo tempo. Gli orientamenti più accreditati alla metà
dellʼOttocento nella ricer ca linguistica in Italia e in Europa si fondano sul
paradigma storico comparativo fissato nei lavori di alcuni autori tedeschi, in
particolare il Conjugationssystem (1816) di Franz Bopp, la Deutsche
Grammatik (1819, 18222) di Jakob Grimm, la Grammatik der romanischen
Sprachen (1836 1843) di Friedrich Diez. Lʼaffermarsi di una metodologia
storico-ricostrutti va mette in ombra la riflessione sui principi della
grammatica generale, che aveva caratterizzato gli autori illuministi come
De Brosses, Turgot, Beauzée, Court de Gébelin. La linguistica illuminista
finalizzava infatti la comparazio ne fra lingue e la descrizione linguistica
alla ricerca delle leggi e dei principi razionali che governano il
linguaggio. La nuova metodologia storica mira a ricostruire i processi di
evoluzione linguistica e i rapporti di parentela fra le lingue ricorrendo
al confronto dei dati e allʼindividuazione di corrispondenze regolari e
sistematiche nella fonetica o nella morfologia di lingue diverse, affini
per ipotesi, viste come prove di uno sviluppo storico fra lingue impa rentate.
Anche se il passaggio fra la linguistica settecentesca e quella storico
comparativa è stato riportato ad un vero e proprio salto dal punto di
vista concettuale, la cesura non è così netta. Negli anni di transizione
alla lingui stica storico-comparativa, in mancanza di un modello descrittivo
efficace, la descrizione linguistica trova uno sbocco tipico nelle
raccolte di dati e di testi. Il Catalogo delle lingue conosciute e notizia
della loro affinità et diversità (1784) e il Saggio pratico delle lingue
(1787) del gesuita spagno lo Lorenzo Hervas y Panduro (1735-1809), il
Mithridates oder allgemeine Sprachenkunde (1806-1817) iniziato da Johann
Christoph Adelung e ter minato dal Vater, lʼAtlas ethnographique du globe
(1826) di Balbi assol vono a un comparativismo approssimativo e nello stesso
tempo affermano procedimenti di tipo empirico. In particolare nel
comparativismo dellʼinizio del secolo si continuano alcuni punti teorici
e alcune tematiche fissati dalla linguistica illuminista, come lʼindagine
comparativa, lʼorigine agglutinativa delle flessioni, il rapporto fra
ʻgenio della linguaʼ e nazione, accettandone in genere anche gli ambiti
di ricerca e la terminologia per quanto inseriti in una diversa
sensibilità storica e culturale (Kukenheim 1962, Timpanaro 1969, 2005
[1973], Diderichsen 1974, Savoia 1981, 2001, Aarslef 1984 [1982],
Morpurgo Davis 1994). Nel Conjugationssystem (1816) di Franz Bopp come
513 Leonardo M. Savoia in Undersøgelse (1818) di Rasmus Rask vi sono infatti
gli schemi interpre tativi della ʻgrammatica generaleʼ e della comparazione che
nella seconda metà del settecento erano alla base della ricerca della
lingua originaria, delle lingue madri e delle parentele linguistiche. Il
paradigma ufficiale della linguistica si allinea quindi allʼuniverso sim
bolico, al sistema di idee e di valori che impongono alla cultura
ottocentesca uno schema interpretativo storico-evolutivo nellʼanalisi dei
fenomeni antropo logici, sociali e naturali. Anche i modelli dellʼindagine
biologica rispecchiano lʼinteresse per la spiegazione storica, in primo
luogo la teoria darwiniana della selezione naturale, vista come la chiave
di lettura più adeguata per trattare i processi di trasformazione, nella
società come nella natura: Darwin belonged to an age that had discovered
historical explanations and was becoming preoccupied with change and the
reasons for it, as Europe experienced encreasing rates of social and
political transformation. In biolo gy, the continous accumulation of fossils
made their history more and more problematical … So here was the third
ingredient [natural selection] that gave Darwin the recipe for a dynamic
theory of evolution … The different types of organisms are just arbitrary
groupings of continually changing of populations into convenient
categories … These categories are a result of the history of adaptive
response to changing environments and the accidents of heredity … Now
history begins to play a really significant role in evolution (Goodwin
2001: 20, 22). Allʼinterno di questo quadro epistemologico, non sembra così
strano che un autore come Marzolo, di formazione medica, concepisca il
linguag gio in una prospettiva di storia naturale, nella quale il comportamento
umano è riportato ai meccanismi fisici sottesi ai fenomeni naturali. La
figura di Marzolo appare meno eccentrica di quello che il giudizio di
Ascoli, riportato sopra, suggerisce, dato che il formarsi del metodo
storico dellʼindagine otto centesca si correla strettamente ai paradigmi che si
affermano nellʼindagine naturalistica (evoluzionismo, monogenesi/
poligenesi delle specie, ecc.). Dʼaltra parte questi interessi non
nascono improvvisamente ma sviluppano riflessioni e teorie ampiamente
dibattute nel secolo precedente. 2. La ricerca linguistica come filosofia della
storia: la ricostru zione delle antiche culture Per quanto le tendenze di
carattere positivistico diventino prevalenti nella seconda metà
dellʼOttocento, lʼeredità illuministica è ben presente nel 514 La
linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo dibattito
su questioni come quelle dei rapporti genetici fra le lingue e del lʼorigine
del linguaggio; ad essa inoltre si deve il requisito fondante della
scienza moderna, cioè lʼunità del metodo scientifico (cf. pf. 4.4). In parti
colare già nella linguistica del settecento lʼetimologia ha un valore
euristico cruciale “per la teoria generale del linguaggio, e per una
ricostruzione della storia filosofica dellʼuomo” (Morpurgo Davis, 1994:
46-47). Ad esempio per De Brosses lʼetimologia può servire a “recouvrer
en partie les anciennes lan gues, en écomposant les langues modernes” (De
Brosses, 1765: 94). Turgot rende esplicito il rapporto fra etimologia e
teoria generale del linguaggio nella voce Étymologie (1756) nel volume VI
dellʼEncyclopédie. In esso stabilisce il nesso fra etimologia, origine
della specifica lingua e teoria del linguaggio, assumendo che:
Lʼapplication la plus immédiate de lʼart étymologique est la recherche
des origines dʼune langue en particulier: le résultat de ce travail … est
une partie essentielle … de la connoissance complete du sistème de cette
langue … ces préliminaires sont indispensables pour saisir … la théorie
générale de la parole et la marche de lʼesprit humain dans la formation
et les progrès du langage … Cette théorie est la source dʼoù découlent
les règles de cette grammaire générale qui gouverne toutes les langues
(p. 99). Lʼetimologia si inquadra quindi in un indirizzo epistemologico di
più vasta portata che mira alla “ricerca delle origini di una lingua
particolare” come presupposto per “la teoria generale della parola e del
cammino dello spirito umano” (Formigari, 1972: 140), nei termini
formulati in Réflexions philosophiques sur lʼorigine des langues, et la
signification des mots (1748) da Maupertuis: Questo studio è importante
non solo per lʼinflusso che le lingue hanno sulle nostre conoscenze, ma
anche perché nella costruzione delle lingue è dato ritro vare orme dei primi
passi dello spirito umano. Forse per questo i gerghi dei popoli più
primitivi potrebbero esserci di maggiore utilità … e meglio ci inse gnerebbero
la storia del nostro spirito … È vero che tutte le lingue … furono
semplici nei loro inizi … Ma ben presto le idee si combinarono fra loro e
si moltiplicarono; e furono moltiplicate le parole, … Poiché le lingue
sono uscite da questa loro prima semplicità … risaliamo allʼorigine delle
lingue e vediamo attraverso quali gradi esse si sono formate (in
Formigari, 1971: 73-75). Oltre che dagli enciclopedisti la cultura italiana
riprende idee di questo tenore dal pensiero di Vico, che fissava questa
particolare funzione conosci tiva delle lingue nei due assiomi seguenti: 515
Leonardo M. Savoia XVII I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi
degli antichi costumi deʼ popoli, che si celebrarono nel tempo chʼessi si
formaron le lingue. XVIII Lingua di nazione antica, che si è conservata
regnante finché pervenne al suo compimento, devʼesser un gran testimone
deʼ costumi deʼ primi tempi del mondo (Vico 1744, in Nicolini 1953: 441).
Lʼindagine linguistica come mezzo fondamentale nella ricostruzione delle
antiche culture scomparse è al centro della riflessione linguistica del
primo Ottocento. Essa riveste più ruoli, correlandosi alla questione dellʼori
gine delle lingue, della natura delle differenze linguistiche, del sostrato,
del processo storico che ha portato a differenti lingue. Carlo Cattaneo
nel saggio Sul principio istòrico delle lingue europèe (1841) definisce
così i compiti e i contenuti della linguistica: La linguìstica è surta
naturalmente dalla contemporanea cognizione di molte centinaia di
linguaggi vivi e morti … Questo nuovo studio, indagando le ìntime
somiglianze e dissimiglianze delle varie lingue, tanto pel suono dei
vocaboli, quanto per le diverse maniere di derivarli, comporli e
collegarli, le òrdina pri mamente in famiglie; e cerca poi nelle istorie dei
pòpoli le remote cause per cui si communicàrono fra loro quei particolari
modi dʼannunciare i loro pensieri … Intanto i dialetti rimàngono ùnica
memoria di quella prisca Europa, che non ebbe istoria, e non lasciò
monumenti. Giova dunque raccògliere con pietosa cura tutte queste
rugginose reliquie; studiare in ogni dialetto la pronuncia e gli accenti;
notare quanto il suo dizionario ha di commune colla lingua nazionale e
quanto ha di diviso (Cattaneo 1841, in Opere scelte 1972: 160, 201-202). La
concezione storico-sociale del linguaggio delineata dal Cattaneo sul
Politecnico è riproposta da Biondelli, nel Saggio sui dialetti
gallo-italici (1853): Sebbene principal nostro divisamento fosse il
raccògliere in questo Saggio le voci che, per la forma e la
significazione loro, si pòssono riguardare come rùderi degli antichi
linguaggi itàlici … (Biondelli, 1853: XXXVII). Il Saggio del Biondelli condensa
le linee metodologiche della linguisti ca descrittiva italiana della prima metà
dellʼOttocento. In esso si combinano la conoscenza della nuova glottologia
comparativa, lʼinteresse per la raccolta di documentazione empirica,
componenti della riflessione linguistica sette centesca con riferimenti ad
autori come Locke, Condillac, Rousseau, Herder, degli approcci
psicologici tipici degli ʻidéologuesʼ. Marzolo si colloca a sua volta in questo
ambito di interessi, proponen do una teoria generale della parola, una storia
naturale delle lingue, intesa 516 La linguistica di Paolo Marzolo e il
pensiero scientifico del suo tempo come chiave di lettura della storia dei
progressi dellʼumanità, una storia ʻdelle nazioniʼ. Questa prospettiva
metodologica è già definita in Monumenti storici, e ripresa poi nei
lavori successivi. LʼOpera … deve servire di base collʼautenticare le
etimologie alla dimostra zione dei temi storici ai quali si verranno
applicando. Questa parte preparato ria avrà fatto passare la linguistica al
rango di scienza naturale … Ma io noto le leggi eterne dietro le quali si
producono, crescono, si tramutano e perisco no; leggi comuni a tutte, perché
tutte partite dalle stesse condizioni dellʼuma na natura e dei suoi bisogni in
società. Perciò questa parte del mio lavoro si potrebbe dirsi fisiologia
delle lingue … (Marzolo, 1847: 22). Nel saggio Dellʼapplicazione della storia
naturale delle lingue alle investigazioni della storia delle nazioni
(Marzolo, 1860:7) ribadisce il valore conoscitivo dellʼetimologia, vista
come ʻmezzo di investigazione storicaʼ, per cui: le lingue come prodotti
dello spirito dellʼumanità... rivelano una forma nazio nale per riconoscere la
somiglianza o la diversità delle razze... Paragonate fra loro le lingue,
e considerate come aspetti della storia naturale dello spirito... sono
divenute una ricca sorgente del sapere storico... ci conducono... in un
oscuro passato, tale cui non arriva nessuna tradizione. La combinazione dello
schema storico con le considerazioni di ordine fisiologico e percettivo
sono anche alla base del Brevissimo sunto della sto ria dellʼorigine dei
caratteri alfabetici (Marzolo, 1857: 14): Dal momento in cui un disegno, dalla
semplice rappresentazione dʼun oggetto passa a pretendere invece alla
ricordanza dʼun suono, tale disegno è una vera nota vocale, fonetica …
Dunque le rappresentazioni imitative dʼuna quantità dʼoggetti poterono
passare ad uso di note vocali; ed appunto di tali disegni imitanti degli
oggetti e quindi riguardanti i loro nomi si costituirà quellʼalfabe to nato tra
un popolo di lingua semitica … La linguistica comparativa, i procedimenti
etimologici e la ricostru zione linguistica e storico-culturale hanno un ruolo
cruciale nellʼideologia nazionale che investe lʼEuropa dellʼOttocento e
del Novecento, in quanto forniscono la base scientifica per la
riabilitazione e lʼidentificazione delle diverse lingue nazionali
(Anderson, 2000 [1991]). Il metodo storico-rico struttivo risulta in questo
senso funzionale alle idee nazionali che proprio nei primi decenni
dellʼOttocento alimentavano i movimenti di rinascita nazionale facendo
leva sullʼidentità e sullʼantichità storica dei diversi popoli 517
Leonardo M. Savoia e delle diverse culture. In effetti lʼaffermarsi di
prospettive metodologiche e strumenti di analisi è almeno in parte
funzionale alle dinamiche culturali che caratterizzano una società in
determinati momenti storici. Ciò sembra valere in generale per le idee e
gli schemi interpretativi della scienza, esten dendosi anche ai paradigmi
interpretativi applicati ai fenomeni naturali. Specificamente, Anderson
(2000 [1991]) correla le principali categorie che classificano il mondo
reale e le nostre esperienze in schemi basati sul contra sto tra identità
culturali, sociali, storiche, diverse a costrutti concettuali che si
determinano col processo di formazione delle identità nazionali: La “trama” di
questo pensiero era una griglia classificatoria totalizzante, che poteva
essere applicata con infinita flessibilità su qualsiasi cosa cadesse
sotto il controllo, reale o presunto, dello stato: persone, regioni,
religioni, lingue, prodotti, monumenti, e così via. Lʼeffetto di questa
griglia fu di dare a ogni cosa unʼidentità precisa: questo, non quello,
qui, non lì (Anderson, 2000 [1991]: 207). Al collegamento fra schemi
dellʼanalisi scientifica e orientamenti ideo logici non sfugge la formazione
dei procedimenti etimologici e della rico struzione linguistica e storico
culturale ad essa connessa che caratterizzano gli studi linguistici
nellʼEuropa dellʼOttocento e del Novecento. Ad esempio, Rotsaert (1979)
mostra che gli studi etimologici tedeschi della prima parte dellʼOttocento
si ricollegano alla ʻriabilitazioneʼ del tedesco operata dalla
ricostruzione indoeuropea applicando in ambito lessicografico una meto dologia
basata sulla comparazione indoeuropea, come nel caso dellʼAltho chdeutscher
Sprachschatz oder Wörterbuch der althochdeutschen Sprache (1834-46) di
Graff. Come sottolinea Rotsaert (1979: 311): ʻScoprire lʼetimo logia delle
parole significa in effetti per Graff ritrovare lʼespressione origi nale
dellʼanima e dello spirito del popolo tedesco [ʻDer Geist des Volkesʼ]ʼ.
Successivamente si afferma una prospettiva propriamente storica,
indirizzata ad una ricostruzione interna al vocabolario tedesco, che
trova espressione ad esempio nellʼEtymologisches Wörterbuch der deutschen
Sprache di Kluge (1883, 1899), che rispecchia nuovi interessi di tipo
puristico, volti alla riva lutazione del lessico tedesco. Questo particolare
ruolo dellʼetimologia e in generale dei nuovi metodi di indagine storica
nella creazione dellʼidentità nazionale è messo in eviden za da Marzolo (1860:
8): Gli splendidi risultati che lo studio filosofico delle lingue fece in
Germania da quasi mezzo secolo facilitano le investigazioni sul carattere
nazionale delle lingue … 518 La linguistica di Paolo Marzolo e il
pensiero scientifico del suo tempo Un altro interessante esempio nel quale la
pressione delle ideali tà nazionali e lʼindividuazione di una specificità
linguistica e culturale sono preminenti è fornito dalla linguistica
albanologica. In Sugli albanesi. Ricerche e pensieri e in Studi etimologici
della lingua albanese di Dorsa (Dorsa 1847 e 1862), la debolezza
metodologica e le procedure etimologiche di stampo vichiano e gébeliniano
lasciano trasparire un intento storico-cultu rale coerente con lʼispirazione
civile della linguistica coeva: ... far risaltare lʼantichità antiomerica
dellʼidioma albanese, mettendolo in comparazione principalmente col greco
e latino primitivi. Le autorità dei dotti e in special modo di
Malte-Brun, Court de Gébelin, Mazocchi, ci guideranno per seguire alcun
altro punto di affinità con gli altri idiomi indoeuropei, e anche
semitici derivati pure in origine da una madre comune. Seguiremo lo
svolgimento delle parole guidati dalle stesse leggi onde si svolgono le idee,
e invocando a maestro il Vico … forse ci sarà dato di tracciare in
qualche modo una storia ideale della lingua albanese … (Dorsa 1862:
8-10). 3. Temi della linguistica di Marzolo: la formazione delle lingue;
le lingue come sistemi di segni Il ricorso allʼetimologia e alle corrispondenze
lessicali per la ricostru zione delle civiltà originarie, caratterizza fin
dallʼinizio la linguistica stori co-comparativa; basti pensare a Les origines
indo-européennes di Adolphe Pictet, che lʼautore concepisce come un
ʻsaggio di paleontologia linguisticaʼ. Rispetto a questa impostazione
storica Marzolo ha una finalità diversa. Pur consapevole della nuova
glottologia comparata e dei suoi risultati, mira infatti ad una
ricostruzione dei processi di natura fisiologica che portano alla
creazione delle parole; persegue cioè una finalità strettamente collegata
a questioni come appunto lʼorigine del linguaggio e la lingua originaria.
A questo proposito in Monumenti storici Marzolo distingue tre cause
naturali nella formazione dei vocaboli: parole di origine automatica, come
le parole formate da elementi labiali per ʻmadreʼ e ʻpadreʼ, parole di origi ne
patetica, cioè basate sulle interiezioni, parole di origine onomatopeica.
In realtà Marzolo concepisce lʼidea di ʻprima età linguisticaʼ non nel
senso di lingua primitiva e originaria, quanto come lʼinsieme de ʻi
prodotti delle disposizioni vocali dellʼuomo in contatto col suo simile,
giusta le varie cir costanze organiche e quelle estrinsecheʼ. Lʼidea di Marzolo
è che la maniera in cui ora si producono nuove parole o cambiano quelle
esistenti dipende dagli stessi meccanismi fisiologici alla base
dellʼipotetica prima lingua, per cui la ʻstoria naturale delle lingueʼ è
una prova della ʻcontinuità del proces 519 Leonardo M. Savoia so
ideologico-foneticoʼ, cioè del processo attraverso il quale successioni
di suoni si abbinano a significati. Inoltre Marzolo fornisce una teoria
dellʼorigi ne dei vocaboli, proponendo che sequenze di elementi fonetici sono
prodotte inizialmente in connessione con oggetti del mondo reale (onomatopee),
con stati emotivi (interiezioni) e con meccanismi automatici di
articolazione (parole infantili). Lʼespandersi e il convenzionalizzarsi
dei significati è un processo successivo, legato allʼuso dei termini via
via introdotti: ʻla nomen clatura fu distribuita di mano in mano e
progressivamente giusta i bisogni dʼespressione dellʼuomo agli atti ed
agli oggetti …ʼ (p. 237). È evidente la dipendenza della spiegazione di Marzolo
dai testi fonda mentali della linguistica illuminista, per la quale i fenomeni
linguistici riflet tono proprietà generali del linguaggio, e più precisamente
si conformano a dispositivi che sono universalmente presenti nella mente
e nellʼorganismo umani. Lʼindividuazione di tali dispositivi avrebbe
permesso di ricostruire proprietà della lingua originaria, o almeno di
caratterizzare la base naturale del linguaggio. Beauzée nella voce Langue
(B.E.R.M. 1759, in Formigari 1972) individua tipi di suoni e di parole
naturali: Un primo ordine di parole che possiamo considerare naturali, perché
si ritro vano almeno approssimativamente eguali in tutte le lingue e dovettero
far parte del sistema della lingua primitiva, sono le interiezioni,
effetti necessari della relazione stabilita dalla natura fra certe
affezioni dellʼanimo e certe parti organiche della voce … Un secondo
ordine di parole rispetto al quale tutte le lingue hanno ancora
unʼanalogia comune … sono le parole infantili determi nate dalla maggiore o
minore mobilità di ogni parte organica dello strumento vocale e insieme
dalle esigenze dellʼanimo o dalla necessità di dare un nome agli oggetti
esterniʼ (in Formigari, 1972: 185, 186). Nella Grammaire Générale Nicolas
Beauzée (Beauzée, 1767) assume che le differenze fra le lingue siano
semplicemente applicazioni differenti di “principes généraux du Langage”
che dipendono dalla natura stessa. In con clusione è possibile sostenere che
tutti i popoli della terra, “malgré la diver sité des idiômes, parlent
absolument le même Langageʼ. Particolarmente puntuale è la corrispondenza fra
lo schema di Marzolo e il Traité de la formation méchanique des langues,
et des principes physi ques de lʼétymologie di Charles De Brosses (De Brosses,
1765). Nel Traité (Libro I, cap. VI) le cause naturali che determinano la
nascita di una lingua primitiva sono riportate a cinque ordini di parole
primitive: le interiezioni; le parole necessarie nate dalla conformazione
dellʼorgano (le parole infantili); le parole quasi necessarie; le
onomatopee; le parole che per natura sono ade guate a certe classi di cose. De
Brosses commenta: 520 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico
del suo tempo Cʼest une chose curieuse sans doute que … de voir que ces
rapports se trou vant les mêmes par-tout où il y a des machines humaines,
établissent ici, non plus une relation purement conventionelle, telle
quʼelle est dʼordinaire entre les choses et les mots, mais une relation
vraiment physique et de conformité entre certains sentiments de lʼame et
certaines parties de lʼinstrument vocal … La voix du doute et du
dissentement est volontiers nazale hum, hom, in, non … Je lʼai déja
remarqué que le son nazal appartient naturellement à la négation … (De
Brosses 1765: 224 e sgg.). Lʼenfant commence donc à se servir des let tres
labiales, puis des gutturales … Ainsi dans toutes les langues les
syllabes, Ab, Pap, am, ma sont les premiers quʼils prononcent.. Il nʼy a
point de langue en aucune contrée où les mots de Pere, mere, et mammelle
ne viennent de ces racines … Les mots Baba, Pappa, Mama, Atta, Tata,
Gaga, Nana, sont des racines primordiales nées de la nature humaine, et
dont la naissance est une conséquence absolue de cette vérité physique,
lʼhomme parle … Il faut inférer de ceci que ces petits mots Papa et Maman
… sont primitifs et radicaux pour toutes les langues du monde; quʼil
nʼest pas besoin dʼadmettre ici de dériva tion dʼune langue à une autre … (De
Brosses, 1765: 231 e sgg.). Se le parole hanno unʼorigine naturale, tuttavia il
loro funzionamento come segni costituisce il risultato della capacità
umana di utilizzare suoni o oggetti come segnali. La questione del
rapporto fra segno linguistico, idee e mondo esterno costituisce uno dei
punti concettuali fondamentali della riflessione di Marzolo. Nuovamente,
si tratta di un interesse che certamente ha importanti esempi nei
filosofi illuministi. Basti pensare alle Réflexions philosophiques sur
lʼorigine des langues, et la signification des mots (1748, in Formigari
1971) in cui Maupertuis formulò una teoria in cui le parole, cioè i ʻsegniʼ,
corrispondono alle percezioni e alle idee dellʼuomo e possono influenzare
la nostra conoscenza del mondo: I segni per mezzo dei quali gli uomini hanno
designato le loro idee hanno tanta influenza su tutte le nostre
conoscenze, che io credo che ricerche sullʼorigine delle lingue e sulla
maniera in cui queste si sono formate meritino pari atten zione … (in Formigari
1971: 75). La natura dei sistemi linguistici come insiemi di segni è oggetto
anche della riflessione di Manzoni, in particolare negli scritti inediti
Della lingua italiana (Poma e Stella 1974; Savoia 1984). Manzoni mette a
punto una concezione della lingua come totalità di segni istituita e
garantita dallʼuso che applica nei saggi relativi alla questione della
lingua. La teoria del segno manzoniana ha al suo centro una precisa
nozione del meccanismo di signifi cazione: 521 Leonardo M. Savoia E qui siamo
portati a riconoscere … unʼidentità … essenziale, tra i vocaboli e le
regole grammaticali. Sono ugualmente mezzi di significazione, o in altri
termini, sono segni ugualmente … Per segno infatti sʼintende una cosa qualun
que la quale serva a indicarne unʼaltra, per mezzo dʼuna relazione, o che
abbia naturalmente con essa, o che sia stata stabilita da una convenzione
(Poma e Stella, 1974: 632-634). Marzolo si inserisce quindi in una linea
teorica indirizzata alla carat terizzazione delle lingue come sistemi che
generano significati. Si tratta di un tema che verrà ripreso alla fine
dellʼOttocento mentre è generalmente trascurato dalla linguistica
storico-ricostruttiva prevalente ormai, come si è visto, alla metà del
secolo. Marzolo propone una teoria dei segni e della conoscenza basata
sullo schema a tre elementi, il concetto (lʼidea), la perce zione dellʼoggetto
e il segno, sintetizzabile con le definizioni che ripropone per esempio
nei suoi scritti sul Politecnico, dove nota che: Le idee non si percepiscono
per opera del mondo esteriore, ma sì sono atteg giamenti del centro sensibile
indotti da una precedente azione dellʼoggettività sul me … la parola non
agisce sullʼascoltatore se non suscitando le idee che già esistono in
quello, cioè determinando … le associazioni delle altre sensa zioni che già
furono contemporanee nelle volte antecedenti in cui ha udita la parola
(Marzolo, 1861b: 557, 558). La questione del segno, come strumento fondamentale
della semiotica umana, rappresenta una delle questioni principali della
riflessione teorica di Marzolo (cf. Marzolo 1857, 1861a, c) e trova nel
Saggio sui segni (Marzolo, 1866) una compiuta trattazione. In esso la
capacità umana di collegare segni e significati viene riportata a una
teoria generale del segno: Segno per sé assolutamente non esiste; ma sì ogni
cosa può diventar segno per certi rapporti di contingenza con glʼindividui;
lʼessere segno non è una condizione della cosa, ma sì unʼazione di questa
sopra dato soggetto senziente (Marzolo 1866, in Lauretano 2003: 112-113).
3.1. La linguistica applicata: osservazione empirica e teoria dei segni
Lʼinterazione fra osservazione empirica e riflessione teorica costituisce
una costante nella ricerca linguistica di Marzolo e dà luogo a interessanti pro
poste applicative. Questo vale per le sue ricerche sui sordo-muti su cui scris
se negli anni ʼ60 alcuni interventi sul Politecnico, che concorrono a
definire alcuni punti del suo pensiero. In particolare Marzolo (1861b)
critica le opi nioni sul linguaggio invalse fra i medici, per cui ad esempio le
parole avreb 522 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del
suo tempo bero la capacità di introdurre le idee, mentre, secondo Marzolo, è
corretto assumere che il rapporto fra parole e idee è mediato dalle
sensazioni di cui le parole suscitano la reminiscenza. In questa
prospettiva, Marzolo (1862b: 559) sostiene il ricorso ai segni visivi
come mezzo per sviluppare le capacità intel lettuali dei sordo-muti, dato che
appunto gli oggetti costituiscono la prima fonte di conoscenza. A questa
concezione si richiamano le proposte sullʼin segnamento delle lingue in Marzolo
(1861c), dove è sostenuta la validità di un metodo che combini la parola
con la conoscenza dellʼoggetto in quanto appunto la parola non ʻha sensoʼ
per se stessa ma ne facilita la reminiscenza: Per questo rapporto delle parole
colle cose, senza del quale le parole stesse rie scono un suono ozioso, … si
deve aver riguardo nellʼistruzione, che le parole che si danno ad
apprendere, e le loro serie riunite in discorso, dieno nozioni vere,
certe delle cose … Le parole pertanto non avendo rapporti colle idee, se
non per accidente, … ne avviene che lo studio della lingua per sé sola (come
si usa) riesce lʼesercizio più nojoso e grave ed inutile … Studio invece
dellʼisti tutore sarà dʼimmedesimare la parola colle cose, sia immediatamente
trattan dosi dellʼinsegnamento primitivo della lingua materna, sia
mediatamente, se trattisi di una seconda lingua, col mezzo della lingua
conosciuta … Le lingue si possono imparare in due maniere, primo
conversando, secondo leggendo e studiandole sui libri (Marzolo, 1861c:
579, 581-2, 584). La critica dei metodi dʼinsegnamento basati sullo studio
libresco delle forme si fonda sullʼosservazione, ripresa anche in altri
suoi saggi, che i significati delle parole sono interpretabili solo in
rapporto alle circostanze esterne che li hanno fissati, per cui ʻPer
penetrare nellʼintelligenza intima di una lingua nuova, non bastano le
cognizioni che già si hanno della propria, perché i significati delle
parole sono un effetto degli eventi speciali occorsi ad un dato popolo ed
ad un dato tempo. Di qui viene la grande difficoltà di apprendere le
lingue morte in confronto delle viventi … (p. 593)ʼ. Il modifi carsi continuo
del rapporto fra il segno e la reminiscenza che suscita, e dʼal tra parte, il
ruolo cruciale che i segni hanno nel rendere possibili le ʻstesse
reminiscenzeʼ in qualunque tempo rappresentano in effetti questioni essen ziali
della riflessione teorica di Marzolo, discusse in particolare nel Saggio
sui segni (Marzolo 1866, in: Lauretano 2003). 4. L’origine del linguaggio e la
differenziazione linguistica: mono genesi e poligenesi Lʼesplicita collocazione
in una prospettiva uniformista dei fenomeni linguistici e lʼimpostazione
della questione dellʼorigine del linguaggio deli 523 Leonardo M. Savoia neate
da Marzolo costituiscono due punti concettuali strettamente connessi con
il dibattito scientifico contemporaneo: ... io sono persuaso che nel presente
saggio di storia naturale delle lingue si tocchi la continuità del
processo ideologico-fonetico che mai non fu interrotta nellʼumana società
… Sotto il tema della prima età linguistica si considerano in effetto i
prodotti delle disposizioni vocali dellʼuomo in contatto col suo simile,
giusta le varie circostanze organiche e quelle estrinseche … Il mio con cetto
di prima età linguistica non le assegna posto preciso nella serie dei
tempi, né avanza teoremi sulla località e sulla maniera di stato … Dove
fu contatto dʼuomo con uomo ivi fu ricambio dʼumana voce … (Marzolo,
1847: 80). Lʼidea dellʼuniformità dei fenomeni linguistici nel passato come
nel presente è ripresa in Marzolo (1860) nel contesto della discussione
relati va alla possibilità di ricostruire tramite lʼetimologia la storia
passata di un popolo. Dopo aver criticato le riserve di Romagnosi
sullʼefficacia di questo metodo ricostruttivo, Marzolo (1860: 37, 39-40)
osserva: Avvenne che le lingue … [l]a massima parte di chi le parla non ha il
più minimo sospetto, nellʼatto di adoperare le parole, del modo per cui
arriva con queste a farsi capire, che è dando i cenni dei fatti avvenuti
nelle generazioni precedenti … La disposizione [lo studio e
lʼorganizzazione] delle parole nel modo che giova a tracciare la storia
ci produce una convinzione che non si potrebbe ottenere dalla storia come
finora si costituisce. Veniamo ad essere contemporanei di ogni età
trascorsa vedendo con certezza essere successo quello che succede sotto i
nostri occhi … La soluzione prospettata da Marzolo dà una risposta al problema
del lʼorigine del linguaggio e dello statuto concettuale della differenziazione
lin guistica, come vedremo sotto. Essa inoltre esclude differenze sostanziali
fra le lingue riportandole a principi di formazione uniformi,
ricollegandosi allo schema attualista e uniformista (cf. Barsanti, 2005)
che in quel periodo si afferma fra i naturalisti per lʼinterpretazione
dei fenomeni naturali. È Charles Lyell che in Principles of geology
(1830-1833) individua nelle cause attuali la spiegazione dei fenomeni
geologici, ribaltando il paradigma tradizionale che rinviava a un passato
determinato da grandi catastrofi naturali. Gould (2006: 123) osserva: ...
il grande geologo Charles Lyell sostenne che … i suoi predecessori non
erano riusciti a costruire una scienza della geologia perché non avevano svi
luppato procedimenti per inferire un passato inosservabile da un presente
che è sotto i nostri occhi … La sua soluzione, un aspetto della visione
del mondo 524 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico
del suo tempo complessa chiamata in seguito uniformismo, consistette
nellʼosservare lʼope rare di processi presenti ed estrapolarne al passato i
ritmi e gli effetti. Lʼimpostazione attualista di Lyell è logicamente contigua
allo schema evoluzionista, che con la Philosophie zoologique (1809) di
Lamarck aveva allʼinizio dellʼOttocento una prima esplicita formulazione.
Lʼopposizione di Lyell allʼevoluzionismo e alla sua applicazione allʼuomo
ha una matrice ideologica (Barsanti, 2005) e anticipa le polemiche che
investirono il model lo evoluzionista sia nel campo della storia naturale sia
in quello della lingui stica. Ragioni analoghe spiegano il catastrofismo e il
creazionismo di altri importanti naturalisti del tempo, come Georges
Cuvier, uno dei fondatori della moderna paleontologia e anatomia
comparata (cf. Gould, 2006): Lʼerrore di Cuvier devʼesser dovuto al fatto di
aver consentito al pregiudizio di velare la verità oggettiva … le sue
convinzioni non erano radicate in pregiu dizi irrazionali ma … derivarono
entrambe dal contesto sociale e scientifico del suo tempo (Gould, 2006:
97). I nuovi modelli di interpretazione della natura causarono profondi con
trasti negli ambienti scientifici proprio in quanto, al di là della loro
evidente adeguatezza, mettevano in discussione non solo gli approcci
tradizionali ma le convinzioni e gli orientamenti ideologici ad essi
sottesi. Omodeo (2004) osserva a questo proposito che lʼevoluzionismo
ebbe un energico risveglio verso la fine del XVIII secolo, come
applicazione dellʼanticonformismo e delle idee di progresso dellʼilluminismo:
Progresso ed evoluzione erano nozioni strettamente intrecciate che
derivavano entrambe da una visione storica delle vicende della società
umana e dellʼin sieme degli esseri viventi, che traevano entrambe incentivo
dalla fede nella perfettibilità (Omodeo, 2004: 9). In effetti le opere di
Lamarck (e lʼinsegnamento dei suoi discepoli ita liani, Sangiovanni e Bonelli),
di Charles Lyell, la ʻNaturalphilosophieʼ, per quanto non confluirono in
una ʻvalida teoria scientificaʼ, furono combattute dai regimi autoritari
e reazionari dellʼEuropa del tempo (Omodeo, 2004). 4.1. Lʼorigine delle lingue
e delle culture Consideriamo come si configura la questione dellʼorigine del
linguag gio e delle differenze fra le lingue nel primo comparativismo e i suoi
risvolti ideologici. La discussione sulla possibilità che le diverse
lingue o famiglie 525 Leonardo M. Savoia linguistiche potessero essersi
formate in maniera indipendente (poligenesi) si correlava in maniera
cruciale al dibattito sullʼorigine dei diversi gruppi umani (Timpanaro,
1969). In effetti lʼidea di unʼorigine naturale del linguag gio e del processo
che ne determina le differenze è senzʼaltro ben presente negli autori del
settecento. Ad esempio nei Principj di Scienza Nuova Vico forniva una
chiave storico-evolutiva della differenziazione linguistica: Ma delle lingue
volgari egli è stato ricevuto con troppo di buona fede da tutti i
filologi chʼelleno significassero a placito, perchʼesse, per queste lor
origini naturali, debbon aver significato naturalmente … Ma pur rimane la
gran dissima difficultà: come, quanti sono i popoli, tante sono le lingue
volgari diverse? La qual per isciogliere, è qui da stabilirsi questa gran
verità: che, come certamente i popoli per la diversità deʼ climi han
sortito varie, diverse nature, onde sono usciti tanti costumi diversi;
così dalle loro diverse nature e costumi sono nate altrettante diverse
lingue … (Vico 1744, in Nicolini 1953: 543-544). Un punto che accomuna,
pur con diverse sfumature i filosofi del lin guaggio della seconda metà del
settecento, è che lʼorigine del linguaggio dipende dalla capacità di
pensiero. Il linguaggio sarebbe cioè il risultato della capacità propria
dellʼuomo di avere idee fra di loro collegate e suscet tibili di una rappresentazione
analitica (Aarlslef, 1982). Anzi, alcuni autori proposero una concezione
del linguaggio in cui è il linguaggio stesso che organizza le idee in
maniera specifica, diversa per ciascuna lingua, e comun que influenza il modo
in cui lʼuomo organizza le sue conoscenze sul mondo. Uno degli interventi
più noti è quello di Maupertuis, che nella Dissertation sur les
différents moyens dont les hommes se sont servis pour exprimer leurs
idées del 1755 (in Formigari, 1971) riprende alcune delle conclusioni di
Condillac, almeno per quanto riguarda lʼesistenza di una fase primitiva in
cui gli uomini, privi di linguaggio in senso stretto, usavano un
linguaggio ʻdei gesti e delle grida naturaliʼ, ampliato poi con ʻgrida e
gesti convenzionaliʼ. È un processo di analisi delle idee indistinte
inizialmente formatesi in rapporto alle percezioni a portare alla
distinzione fra verbi, nomi, aggettivi e avverbi. In queste concezioni le
parole corrispondono a idee e percezioni, piuttosto che a oggetti del
mondo reale. NellʼAbhandlung über der Ursprung der Sprache (Herder 1772;
in Formigari 1972: 235 e sgg.) presentato in occasione del dibattito
sullʼorigine del linguaggio promosso da Maupertuis in qualità di
presidente dellʼAccade mia di Berlino, Herder vede nel linguaggio una facoltà
connaturata allʼuomo. Herder riconosce lʼesistenza di un ʻlinguaggio del
sentimento che costituisce una legge immediata di naturaʼ che gli uomini
hanno in comune con gli ani mali, cioè lʼinsieme di segnali collegati agli
stati dʼanimo e alle emozioni. 526 La linguistica di Paolo Marzolo e il
pensiero scientifico del suo tempo Però questi suoni naturali ʻnon formano
lʼordito del linguaggio umano, non sono le radici vere e proprie del
linguaggio, ma i succhi che ne avvivano le radiciʼ. Lʼessere umano è
caratterizzato dalla ragione, cioè dal ʻcomplesso governo della sua
natura sensitiva e conoscitiva e volitivaʼ; il linguaggio è il risultato
della capacità di ʻriflettereʼ, cioè della capacità dellʼuomo di rico noscere
le proprietà distintive degli oggetti, concepite come un segno, una
ʻparola dellʼanimaʼ. Gli autori che assumono unʼorigine naturale e un pro cesso
evolutivo nella formazione delle lingue, cercano di ricostruire quale
potevano essere le caratteristiche della prima lingua. Ad esempio
Rousseau nellʼEssai sur lʼorigine des langues (1781) osserva che: ...
[nel]la prima lingua, se ancora esistesse, … i suoni sarebbero
estremamente variati, e le diversità degli accenti moltiplicherebbero le
medesime voci; la quantità, il ritmo sarebbero nuove fonti di
combinazioni; di modo che le voci, i suoni, lʼaccento, il numero che
appartengono alla natura lascerebbero poco da fare alle articolazioni,
che appartengono alla convenzione, e si canterebbe quindi invece di
parlare; la maggior parte delle parole radicali sarebbero suoni
imitativi, o accento di passioni o effetto di oggetti sensibili; lʼonomatopea
vi si farebbe sentire continuamente. Questa lingua avrebbe molti sinonimi
per esprimere lo stesso essere nei suoi differenti rapporti; si dice che
lʼarabo ha più di mille parole differenti per dire cammello, più di cento
per dire spada, ecc.; avrebbe pochi verbi e parole astratte per esprimere
questi medesimi rapporti. Avrebbe molti accrescitivi, diminutivi, parole
composte, particelle pleonasti che … avrebbe molte irregolarità e anomalie …
(in Antomelli 1973: 142-143). Come ci aspettiamo, la questione dellʼorigine si
lega con le ipotesi riguardanti le caratteristiche collegabili ai
meccanismi linguistici primordia li, su cui ci siamo soffermati al pf.
precedente. 4.2. La spiegazione storica dellʼorigine delle lingue e la
poligenesi Formulazioni come quelle appena considerate contengono i germi
di una spiegazione storica della differenziazione linguistica, che si
afferma dal primo Ottocento quando lʼattenzione si concentra sui
meccanismi evolutivi che hanno portato alle diverse lingue. In questo
nuovo contesto culturale, la ricostruzione dei rapporti di parentela fra
le lingue è collegata alla ricostru zione dei rapporti fra i popoli, e la
lingua è vista come il prodotto dellʼevolu zione storica delle singole
popolazioni. Gli autori hanno difficoltà a trattare i rapporti fra lingue
come il risultato di processi evolutivi naturali allʼinterno di un quadro
concettuale che salda invece le diverse lingue con le caratte ristiche
culturali e (nei termini dellʼantropologia del tempo) razziali delle
popolazioni. 527 Leonardo M. Savoia In questo quadro, le lingue flessive, in
particolare il sanscrito, il greco classico e il latino incarnano la
sistemazione perfetta. In Über die Sprache und Weisheit der Indier (1808,
in Formigari 1977) Friedrich Schlegel inter preta le differenze formali fra le
famiglie linguistiche come indizio di una diversa origine e di un diverso
meccanismo di formazione, prospettando un quadro di tipo poligenetico,
per cui le diverse lingue avrebbero origini diverse in corrispondenza
alle diverse condizioni di vita originarie degli esseri umani. Quindi,
alcune lingue sarebbero effettivamente dovute ad una rielaborazione di
suoni naturali e onomatopee, come ad esempio la lingua manciù, mentre
altre, come appunto quelle flessive, cioè lʼantico indiano e in genere le
lingue della stessa famiglia (greco, latino, persiano, lingue germa niche)
rispecchiano ʻla riflessività più chiaraʼ. Secondo Schlegel: Le ipotesi
sullʼorigine della lingua cadrebbero del tutto e assumerebbero un aspetto
diversissimo se, invece di abbandonarle allʼarbitrio della fantasia, le
si fondasse sulla ricerca storica. Ma un presupposto affatto arbitrario
ed erroneo è in particolare quello di ritenere che la lingua e lo
sviluppo spirituale abbiano avuto inizio ovunque allo stesso modo … Si
sfogli ad esempio il dizionario della lingua manciù, e si resterà
sorpresi dellʼenorme numero di parole imi tative ed onomatopeiche, ché in
effetti di esse consta una grossa parte della lingua nel suo complesso …
Ma allora come sono nate quelle lingue flessive imparentate fra loro,
comʼè nato lʼindiano … oppure comʼè nata la lingua che fu la lingua
originaria e fonte comune, se non di tutte le altre, almeno di quelle
della famiglia in esame? A questo importante quesito si può rispondere
con certezza almeno qualcosa: cioè che quella lingua non nacque da un
grido pura mente fisico, da conati linguistici che variamente imitassero suoni
… e su cui si sarebbe poi innestata un poco di ragione o di forma
razionale. Questa lingua è invece un esempio di più … del fatto che la
condizione umana non ebbe ini zio dovunque da uno stato di ottusità bestiale …
Non è lʼorigine naturale delle lingue che noi contestiamo, bensì …
lʼaffermazione che tutte allʼinizio fossero ugualmente rozze e selvagge
(in Formigari, 1977: 168 e sgg.). La posizione di Schlegel è coerente con gli
orientamenti fissisti e crea zionisti della vulgata scientifica del tempo, ed
esprime una generale tenden za a rifiutare o limitare il quadro monogenetico e
una visione evoluzionistica del formarsi delle lingue. 4.3.
Lʼagglutinazione come prova a favore della monogenesi In effetti, il modello di
ricostruzione storica includeva linee di ricerca e ipotesi diverse. Se
lʼimpostazione di Schlegel corrispondeva agli schemi più diffusi di
interpretazione del mondo naturale e dellʼantropologia, emer 528 La linguistica
di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo gono fin dallʼinizio
impostazioni concettualmente più complesse e meno conformate al pensiero
prevalente. In particolare Bopp (1816) sviluppa molti elementi della
riflessione linguistica settecentesca (Timpanaro 2005 [1973], Morpurgo
Davis 1994) prospettando una teoria uniforme del processo di formazione
delle lingue. Il meccanismo dellʼagglutinazione come spiegazio ne dellʼorigine
della flessione rientra in una lunga tradizione razionalista, a partire
dalla Grammaire générale et raisonnée (16763) di Arnauld e Lancelot
(Timpanaro 2005 [1973]), ed è ampiamente utilizzato dai linguisti della
seconda metà del settecento. In base allo schema agglutinante la
flessione verbale delle lingue classiche viene analizzata come la
combinazione di una radice attributiva con le forme del verbo essere.
Lʼagglutinazione rappre senta per Bopp un procedimento di scoperta e un
criterio fondamentale nella ricostruzione delle relazioni fra i paradigmi
delle diverse lingue, come illu strato dai passi qui riportati: Das erste
Futurum der Griechen ist wie das indische, die Verbindung des Futurum des
verb.astract. mit der Stammsylbe. makh-ésô, ol-ésô gleichen den
lateinischen Futuren pot-ero, fac-so … (Bopp, 1816: 66). Amaris, glaube ich,
steht für Ama-sis oder sus, amatur für ama-sut. Sut würde die dritte
Person des praes., seyn, … und su-s hiesse demnach die zweyte Person …
(Bopp, 1816: 103). Questo tipo di analisi continuerà ad essere sistematicamente
utilizza to da Bopp, anche in opere successive, come in Die Celtischen
Sprachen (Bopp, 1839), come riportato nel passo seguente: ama-bo, mone-bo
erkenne, dessen Schlussbestandttheil ich schon in mei nem Conjugationssystem …
aus dem Wurzel von fu-i, fo-re erklärt habe. Das Celtische gewährt mir
nun für diese Zerlegung eine damals ungeahnte Unterstützung … (Bopp,
1839: 45-46). Le prove comparative di unʼaffinità fra lingue come il greco e il
latino, o fra le lingue europee e il persiano erano ampiamente diffuse
nel secon do settecento. A questo proposito, è interessante il confronto con
lʼanalisi delle forme verbali in greco e latino presentato in Court de
Gébelin nella Grammaire universelle et comparative (1774), illustrato nei
passi qui ripor tati: La seconde méthode est celle des Grecs et des Latins …
Par celle-ci, le Verbe ETRE avec toutes ses personnes, se place à la
suite du nom radical qui devient ainsi un Verbe. Donnons-en un exemple.
PHIL désigne en Grec toute idée relative à lʼamitié et à lʼunion de deux
personnes; ce mot devient un Verbe 529 Leonardo M. Savoia elliptique, en
se faisant suivre du Verbe ETRE: et lʼon dit: PHIL-ei, il aime;
mot-à-mot, il est uni à lʼamitié - PHIL-eis, tu aimes, tu es uni etc. Lʼon voit
le meme usage dans la Langue Persanne. Le Verbe EST se joint à la suite
de ses noms, pour en faire des Verbes … (pp. 234-235). Lʼanalisi di Bopp
a differenza di quella di Court de Gébelin collo ca i dati in una cornice
storicamente motivata, che punta alla scoperta e insieme alla
ricostruzione di unʼorigine storica comune. Inoltre, nel quadro della
linguistica del primo Ottocento, in Bopp lʼagglutinazione implica una
concezione evoluzionistica e potenzialmente monogenetica del linguaggio
(Timpanaro, 1969). Nella lettura Über der Ursprung der Sprache (in Moretti
1991), pre sentata nel 1851 allʼAccademia di Berlino, Jacob Grimm ribadisce il
rappor to fra ricostruzione linguistica e ricostruzione storica, per cui ʻla
correlazione delle lingue … ci offre chiarimenti ben più sicuri di ogni
documento storico sulla parentela dei singoli popoliʼ. La convinzione che
ʻuno strettissimo nesso tra la capacità umana di pensare e quella di
parlareʼ rappresenta ʻil fondamento e lʼorigine del linguaggioʼ si
congiunge con lʼidea di tre tipi di lingue, identificabili con diversi
stadi di evoluzione: lingue con radici isola te, lingue flessive, lingue del
tipo europeo moderno con un ordine delle paro le più direttamente legato alla
struttura del pensiero. Anche Grimm identifica nelle antiche lingue
indoeuropee, oggetto privilegiato della grammatica stori co-comparativa un
livello compiuto e ricco di organizzazione linguistica, pur accettando
lʼidea che i diversi livelli di organizzazioni siano confrontabili: Dobbiamo
quindi supporre … tre stadi dello sviluppo del linguaggio umano: il primo
stadio sarebbe quello della produzione, di un attecchimento e di una
crescita delle radici e delle parole, il secondo quello della fioritura di una
fles sione perfetta, il terzo invece quello della germinazione o della tendenza
verso il pensiero … Sanscrito e zendo, e in gran parte ancora il greco e
il latino, ci presentano lʼantico tipo di lingua, che mostra una ricca,
piacevole ed ammire vole compiutezza della morfologia, ove tutti gli elementi
sensibili e spirituali si sono vitalmente compenetrati. Negli sviluppi e
nelle forme successive di quelle lingue antiche, come per esempio nei
dialetti dellʼIndia odierna … nelle lingue romanze, la forza e la
duttilità interna delle flessioni si è in genere affie volita o è del tutto svanita,
anche se viene in gran parte recuperata con lʼaiuto di mezzi e rimedi
esterni … (in Moretti, 1991: 53 e sgg). Un importante punto di distacco
dallʼimpostazione di Schlegel risiede nella ripresa di unʼipotesi già
discussa nella letteratura settecentesca e, come abbiamo visto, divenuta
centrale nella ricostruzione morfologica di Bopp, cioè il fatto che anche
la flessione sia il risultato di un processo evolutivo: 530 La linguistica di
Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo Ambedue queste tendenze
non contrastano affatto fra di loro, poiché tutte le lingue si presentano
su livelli molteplici e svariati, certo simili, ma non identi ci … Persino nel
caso del sanscrito è lecito supporre un precedente stadio lin guistico più
antico, la cui ricchezza quanto a disposizione e natura si sarebbe
formata in modo ancor più puro … Dal confronto dei due periodi
linguistici nominati … risulta … che, così come la flessione cedette il
posto ad una sua dissoluzione, la flessione stessa sia necessariamente
sorta da una congiunzione di elementi verbali analoghi (in Moretti 1991:
53 e sgg). 4.4. Cattaneo, Biondelli e lʼantropologia italiana Friedrich
Schlegel assume unʼasimmetria sostanziale fra i sistemi lin guistici, per cui
le differenze formali fra le famiglie linguistiche sono trattate come
indice di una diversa origine e di un diverso meccanismo di formazione,
dando luogo ad una gerarchia che vede nella posizione più alta le lingue flessi
ve (indoeuropee). Questa concezione ebbe larga diffusione fra i linguisti
italia ni della prima metà dellʼOttocento (Timpanaro, 2005 [1973]). La
discussione sulla possibilità che le diverse lingue o famiglie
linguistiche potessero essersi formate in maniera indipendente
(poligenesi) si legava al dibattito degli antro pologi sullʼorigine dei diversi
gruppi umani (Timpanaro 1969, Puccini 1991). Timpanaro (1969) osserva che
molti autori ottocenteschi avevano difficoltà ideologiche nellʼaccettare
la monogenesi del linguaggio e quindi lʼinterpreta zione evoluzionistica del
formarsi delle lingue. Questo infatti avrebbe signifi cato respingere la
classificazione schlegeliana allora prevalente. Dʼaltra parte, la
diffusione della nuova grammatica comparata, pur escludendo una volta per
tutte la derivazione delle lingue dallʼebraico e le interpretazioni a
sfondo biblico della differenziazione delle lingue, introduceva
procedimenti di tipo naturalistico ed empirico, ben lontani dagli assunti
spiritualistici di molti autori dellʼepoca (cf. Timpanaro 2005 [1979]:
116 e sgg.). Gli aspetti più delicati erano comunque altri: il punto di
vista monogenetico implicava una riconside razione in senso analogo delle
concezioni antropologiche correnti relative alle differenze fra le
popolazioni umane (Puccini 1991) inducendo una revisione di tipo
evoluzionista che andava contro le convinzioni fissiste in campo scientifi co e
alle più diffuse posizioni ideologiche. Inoltre significava assumere lʼuni
ficazione del metodo scientifico, estendendo anche al linguaggio i
paradigmi interpretativi delle scienze naturali. Carlo Cattaneo accettò
una soluzione poligenetica debole, il cui punto centrale era
lʼattribuzione di un ruolo cruciale ai processi culturali. Così, Cattaneo
nella recensione al libro Types of mankind (1854) uscito negli Stati
Uniti a cura di Nott e Gliddon, accetta lʼimpostazione poligenetica
sostenuta dai contributi raccolti nel libro, affermando che: 531 Leonardo
M. Savoia ... noi vorremmo riformare il detto dellʼillustre Agassiz, chen il
genere umano fu creatoin nazioni … dicendo piuttosto che il genere umano
apparve pri mamente in piccole tribù, più o men diverse dʼaspetto, come appare
dai loro cranii più antichi: e più o meno atte a unirsi col favore dei
luoghi e nelo corso dei tempi in numerose nazioni … Noi collochiamo
lʼuomo al supremo grado dʼuna scala che comincia dalle monadi organiche
per ascendere fino al sel vaggio, cioè allʼessere parlante … E dal selvaggio
più vicino al bruto, per noi, comincia unʼaltra scala, che ascende fino
agli eroi della ragione e dellʼumanità (Cattaneo 1972 [1862]: 380, 383).
Il creazionismo di un autorevole naturalista come Agassiz (Gould, 2003)
sosteneva una teoria basata sullʼesistenza di archetipi originari sem plici fra
i quali non possono esistere rapporti evolutivi. A questo proposito Gould
(2001: 161) osserva che la disputa fra sostenitori della monogenesi e
sostenitori della poligenesi in realtà non prevedeva in nessun caso una
vera eguaglianza fra gli uomini: I sostenitori della poligenesi, e tra
questi Agassiz, affermavano che ogni razza era stata creata come specie
separata; i sostenitori della monogenesi ribatte vano che tutte le razze
avevano la stessa origine ma che le differenze erano dovute al diverso
livello di degradazione dalla perfezione originaria dellʼEden. I sostenitori
della monogenesi comunque, come appunto Agassiz, rite nevano i bianchi ʻuna
specie separata e superioreʼ. Agassiz giustificava le sue conclusioni
affermando il diritto della scienza ad ʻaffrontare le questioni che
sorgono dalle relazioni fisiche tra gli uomini dal punto di vista squisi
tamente scientifico senza riguardo per i problemi religiosi o politici ad
esse collegatiʼ (in Gould, 2001: 161). Tuttavia, nei fatti, sostenere la
poligenesi significava avvalorare le soluzioni politiche orientate alla
separazione fra gruppi umani e alla disuguaglianza, correlandosi dunque
in maniera signifi cativa con atteggiamenti ideologici e con particolari
politiche sociali. Dʼaltra parte Cattaneo accettava lʼidea che tutte le
lingue avessero un sostrato natu rale comune: Adottato una volta … il supremo
principio di Vico della commune natura dei popoli dobbiamo riconoscere
che qualche tratto dʼoriginaria simiglianza fra le più disparate lingue
deve sempre riscontrarsi. Da per tutto gli uomini pri mitivi, con istinti
imitativi più o meno simili, e con organi vocali più o meno simili,
imitarono suoni naturalmente simili, che ferivano organi di più o meno
eguale sensibilità … La chiave di questa simiglianza primigenia non è a cer
carsi nellʼAsia o nellʼAfrica, ma nella natura umana. (Cattaneo 1972
[1860]: 251-252). 532 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero
scientifico del suo tempo In realtà gli interessi di Cattaneo furono
prevalentemente storico-cul turali nel senso che miravano a spiegare la somiglianza
fra le lingue come il risultato di una progressiva assimilazione dovuta a
processi storici. In parti colare il rapporto fra lingue e società trovò una
base teorica nella nozione di sostrato, che rappresentò un paradigma
interpretativo centrale nella sua spie gazione della diversificazione
linguistica. Così, nellʼarticolo Del nesso fra la lingua valaca e
lʼitaliana (1837) traccia una spiegazione storica rilevante sia per la
questione della parentela fra le lingue romanze sia per la tipologia
della comparazione. Cattaneo (1837) distingue fra “una simiglianza che
risiede nel dizionario; ed è affatto ovvia e materiale” e unʼ“Altra simiglian
za” che “non risiede nel dizionario ma nella grammàtica”. Questo tipo di
somiglianza si osserva “fra due lingue dʼidèntica derivazione, ma
sottoposte dal tempo a vicende diverse e a diverso innesto di rami
stranieri … Vʼè infi ne una parentela la quale abbraccia il dizionario ad un
tempo e la grammàti ca; la materia e la forma. Questa maggiore … simiglianza si
ravvisa appunto fra il valaco e lʼitaliano …” (Cattaneo 1972 [1837]:
278). Tuttavia, anche in questa prospettiva, rifugge da unʼapplicazione
meccanica dellʼinfluenza di una lingua su unʼaltra. Questa maniera di
classificar le nazioni su la sfumata simiglianza dʼuna sola forma
grammaticale è troppo ardita. Altronde il supporre che avanti la con quista
romana una sola purìssima stirpe occupasse tutta lʼimmensa valle che si
stende dallʼEmo ai Carpazi, è veramente assurdo. (Cattaneo 1972[1837]:
289-290). È interessante a questo proposito considerare brevemente la posizio
ne di Bernardino Biondelli, che, come è noto, presentò sul Politecnico le
tematiche della nuova linguistica (Biondelli 1939) stimolando gli interessi
di Cattaneo (Timpanaro 1969). Anche Biondelli (Biondelli 1839, 1853),
come in generale i linguisti della prima metà del secolo, è sensibile
alle teorie e agli autori del secondo settecento. Tuttavia nel suo lavoro
lʼinterpretazione sostratica diviene il principio esplicativo fondamentale
del cambiamento e della differenziazione linguistica: Dallʼinsieme di
queste considerazioni risulta un altro corollario importantìssi mo per il
linguista, ed è che quandʼanche una nazione venga costretta da una forza
prevalente a cangiare il proprio dialetto, conserva sempre pressoché
intatta la nativa pronunzia (Biondelli 1839: 175). Ad esempio, distaccandosi
dalla posizione più cauta e problematica di Cattaneo (1837), Biondelli
(1839) sostiene che certe proprietà grammaticali 533 Leonardo M. Savoia
del rumeno (il “valacco”), come la postposizione dellʼarticolo e la declina
zione nominale, siano dovute al modo di parlare latino da parte di popolazio ni
di lingua originaria albanese ed estende il sostrato come criterio esplicati vo
del formarsi delle varietà romanze: ... troviamo generalmente che, quando una
nazione soggiogata da unʼaltra fu costretta colla violenza ad adottare …
la lingua del vincitore … adattò più o meno il nuovo lèssico al genio ed
alla grammàtica della lingua nativa … Su questa base, viene ancora
mirabilmente risolto il cèlebre problema sulla causa della varietà dei
nostri dialetti, la quale evidentemente risulta dalla originaria varietà
delle nazioni che li pàrlano; e di più ne viene precisata lʼorìgine, la
quale daterebbe dallʼèpoca in cui la lingua latina fu introdotta nelle
rispettive provincie (Biondelli 1839: 168, 170). Lʼipotesi dellʼinfluenza
delle lingue originarie sul latino costituisce uno dei principali
strumenti interpretativi messi a punto dalla linguistica preascoliana
(cf. Timpanaro, 1969). Essa deriva, in ultima analisi dallʼidea diffusa
nella riflessione linguistica del tardo settecento in base alla quale le
differenze dialettali rispecchiavano le antiche lingue. Peraltro in autori
quali Cattaneo e Biondelli e in altri linguisti del primo Ottocento
queste idee si confrontano coi risultati del metodo comparativo e con le
ipotesi più attendibili relative alla natura delle lingue e al
cambiamento linguistico. Sia Biondelli che Cattaneo sono lontani da una
concezione naturalistica del linguaggio, almeno nel senso di una
prospettiva vicina ai nuovi paradigmi delle scienze naturali. Questo
spiega la loro adesione ai presupposti teorici della poligenesi. In
particolare Biondelli (1839) riprende le conclusioni fis siste delle
spiegazioni craniologiche proponendo lʼidentificazione di razza e
nazione: ... il complesso delle facoltà intellettuali dellʼuomo è strettamente
collegato agli òrgani materiali componenti il suo cervello; e questi
organi, manife standosi nel complesso delle forme esterne del capo,
costituiscono ciò che i fisiologi chiamano tipo caratteristico e
distintivo di ciascuna nazione. Così è che al bel cranio ovale e
simmetrico della razza caucasica va unito il più ricco corredo di facoltà
intellettuali, mentre la stupidità caratterizza dʼor dinario il povero negro
dal cranio deforme e compresso … ciò premesso, se, come ci attestano le
osservazioni di tanti fisiologi, questo tipo impresso dalla divina
Provvidenza in ciascuna nazione si manitiene invariato, a tra verso
lʼavvicendarsi dei secoli, e nonstante il cangiamento del suolo e del
clima, come potrà variare il tipo mentale, che è in certo modo il
regolatore del tipo sensitivo? … Da qui trarremo un nuovo canone per il
linguista, che cioè ogniqualvolta, decomponendo varj concetti di due
lingue, ne risultano 534 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero
scientifico del suo tempo elementi omogenei, collegati insieme da un sistema
suimile di leggi, lʼaffini tàè dʼorigine tra le due nazioni che le parlano è
assai probabile (Biondelli, 1839: 182-183). La diffusione della teoria
darwiniana introdusse elementi decisivi nel dibattito su poligenesi e
monogenesi delle popolazioni umane e delle lingue, superando il ʻfragile
scientismo di matrice settecentescaʼ anche se ʻal tempo stesso i piani
del mentale e del fisico, del culturale e del razziale, sfuma no gli uni negli
altri, con fraintendimenti concettualiʼ (Puccini 1991: 261). Emblematica
è la posizione enunciata da Mantegazza (Mantegazza 1876, in Puccini 1991)
in merito alla questione della razza: tutti gli uomini apparten gono ad una
stessa specie, anche se è possibile individuare razze e varietà diverse,
classificabili in ultima analisi non tanto sulla base di caratteristiche
morfologiche quanto sulla base dellʼintelligenza, considerata come un ʻcarat
tere organico come la pelle, come il cranioʼ, per cui si possono
distinguere razze basse, medie, alte. Secondo Mantegazza, queste ultime
sono general mente composte da uomini bianchi e ortognati. Le classificazioni
delle socie tà e delle popolazioni rimangono quindi in stretta relazione con
unʼottica eurocentrica e gerarchica delle differenze fra gli uomini.
Fabietti (2005) nota che nozioni come quello di etnia, nel senso di nazione
potenziale, e di razza, costituiscono corollari dellʼideologia nazionale
ascrivibili allʼetà moderna. Nel dibattito fra gli antropologi le
posizioni più esplicitamente evoluzioni ste, come quelle di Lioy (1861)
evidenziano con chiarezza il rapporto fra concezione poligenetica e
aspetti ideologici, in particolare il problema della schiavitù. 4.5. La
soluzione monogenetica di Marzolo In realtà, accanto alle concezioni che
vedevano nel linguaggio un fenomeno puramente o prevalentemente storico-culturale,
emergono già nel primo Ottocento approcci basati su una concezione
naturalistica e mentali sta del linguaggio stesso. Ciò vale in particolare per
proposte teoriche che mettono al centro della ricerca linguistica il
confronto fra le proprietà strut turali e i principi organizzatori delle
lingue, in una prospettiva che richia ma quella della grammatica universale dei
filosofi del linguaggio francesi e che abbiamo visto emergere anche in
autori come Bopp e Grimm. Sulla base di unʼampia conoscenza di lingue
diverse, in Über das vergleichende Sprachstudium (1820) Humboldt
concludeva che tutte le lingue, anche quel le dei popoli allora considerati
primitivi, non solo sono perfettamente forma te ma rispecchiano gli stessi
principi fondamentali: 535 Leonardo M. Savoia È un fenomeno degno di nota che
non sia mai stato dato finora di trovare una lingua che stesse fuori del
campo delle formazioni grammaticali compiute, che mai sia stato dato di
sorprendere una lingua nel bel mezzo del mobile divenire delle sue forme
… Finora lʼesperienza personale mi ha però mostra to che anche gli idiomi
cosiddetti rozzi e barbarici possiedono già tutto ciò che occorre a un
uso compiuto e, come si è visto nel caso dei migliori e più importanti,
sono forme in cui lʼintera vita spirituale può nel corso del tempo
incarnarsi per esprimere, in maniera più o meno perfetta, qualsiasi tipo di
idee … (in Formigari 1977: 182-183). La soluzione di Marzolo si accorda
con le conclusioni di Humboldt, uno degli autori cui si ispira. In
particolare, per caratterizzare i rapporti fra le lingue Marzolo si
riferisce alla ʻcatena degli esseriʼ, cioè al modello corren te fra i
naturalisti pre- e non-darwiniani per cui le varie specie si collocano in
una sorta di continuum dalla più semplice alla più perfetta (Gould 2007,
Barsanti 2005). Questa soluzione risulta complementare a unʼidea della
differenziazione linguistica, nella quale i diversi tipi linguistici non rappre
sentano tanto il frutto di un processo evolutivo quanto il diverso
risultato dellʼapplicazione dello stesso insieme di principi. La mia
Opera si può paragonare … ad un lavoro di musaico, di cui io ho trova to i
pezzi … come per Buffon, che aveva scoperta la scala degli esseri, dove vano
esistere i relativi esseri corrispondenti ad ogni gradino... un gradino
nella catena degli esseri non si troverà se non nei fossili … (Marzolo
1847: 24). La sua formazione nel campo medico sembra determinante nellʼindivi
duazione delle corrispondenze fra scienze naturali e scienze del linguaggio,
suggerendogli una riproposizione dellʼunità del metodo scientifico: Ora sotto
questo riguardo la presente opera tende a tracciare la via per porre
rimedio ai bisogni dellʼepoca; dove per la molteplicità delle divisioni
accadute nello scibile, riescono glʼinsegnamenti così distanti che
sembrano del tutto fra loro stranieri … (Marzolo 1847: 24-25). In
effetti, Marzolo deriva la sua concezione monogenetica dalla carat terizzazione
fisiologica che assegna al linguaggio. Questa concezione è precisata in
Marzolo (1861a), dove lʼautore rifiutata lʼidea che la genesi del
linguaggio si debba ad esplicito ʻprocedimento della ragioneʼ (p. 372) ripro
pone la sua tesi che: ... applicando lʼesame oggettivamente sui fatti
linguistici … ci accorgiamo essere questi un lavoro automatico …
Esplorando i rapporti delle forme delle 536 La linguistica di Paolo
Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo parole collʼintelletto, si
trova che … la parola può servire bensì di segno dʼal tra cosa, cioè destare
lʼintelletto a reminiscenze, ma per sé è se non una serie di suoni
(Marzolo 1861a: 372). Il meccanismo fisiologico sotteso al linguaggio
giustifica il fatto che la ricerca sul linguaggio ʻdeve cominciare sui
parlanti, anzi che sui libri; e nelle lingue vive a noi noteʼ (p. 375);
di conseguenza: il punto di partenza più sicuro è dʼesaminare … tutti i
fenomeni fonetici e ideologici nellʼuomo che abbiamo sottʼocchio …
Trovati questi si deve passa re allʼesame delle lingue meno note … e vedere se
si incontrino fatti analoghi. Se compajano pertanto fatti comuni nella
struttura di tutte le lingue, qualunque siano le classificazioni in cui
si chiusero … tutto il resto, in cui per avventura differissero lʼuna
dallʼaltra, non deve accennare a processo di genere diverso (Marzolo
1861a: 376). La critica alle classificazioni degli etnologi e dei linguisti in
base alle quali ʻsi danno le differenze fra ceppo e ceppo come originaliʼ
si basa sul fatto che: considerando senza prevenzioni scolastiche o scientifiche
le lingue la si trova in tutte … fenomeni i quali … si veggono essere
manifestazioni necessarie della natura dellʼuomo … costanti così per
necessità dʼorganizzazione, come le leggi fisiche … (Marzolo 1861a: 376).
In questa prospettiva Marzolo (1861) rifiuta le ipotesi sostenute nel
dibattito a lui contemporaneo relative alle lingue monosillabiche,
concepite come il risultato di un lungo processo storico a partire da
sistemi polisillabi ci, allʼipotesi di una fase iniziale puramente vocalica, e
infine di fasi iniziali in cui il linguaggio avrebbe contenuto solo
sostantivi. Al contrario anche le lingue più primitive dovevano avere
categorie e dovevano essere comunque derivate da processi di mescolanza:
... senza questo servigio della parola, per nome, per verbo, ecc. i parlanti
non avrebbero potuto intendersi… Ovunque sʼincontrassero viventi di
umana forma, qualunque fosse il clima, lʼaccidenza della loro dimora, e
fosse pure ferina la loro ignoranza, si trovarono servirsi di una favella
promiscua fra loro (Marzolo, 1861a: 385). Marzolo (1862) affronta la
questione del rapporto fra le discipline letterarie e umanistiche e le
scienze; si tratta di un tema dibattuto in quegli anni, che, come vedremo
al pf. 5.1., è oggetto di un importante intervento 537 Leonardo M. Savoia
del Lignana. Marzolo (1860c) sostiene in primo luogo il distacco fra
scienza e letteratura, anche se questa separazione è frutto di un
processo storico. Il punto essenziale è che la scienza si basa su dati
oggettivi e indipendenti dai segni (cioè dal linguaggio) utilizzati per
parlarne. Marzolo riporta al metodo scientifico discipline come la
logica, la psicologia del linguaggio, la lingui stica, la matematica, che però
distingue da quelle basate sullo studio di dati oggettivi. Discipline come
la linguistica mettono in gioco lʼanalisi della ʻsoggettivitàʼ: Ma poiché
nei materiali filologici, linguistici, non si tratta già del rapporto
dellʼoggettività col me dʼun solo individuo, ma sì col me di tutti gli
uomini inconsapevoli delle proprie cause soggettive nelle produzioni
[linguistiche] che hanno lasciato, e di più non interrogabili, perché
quasi tutte avvolte nel lʼoblio dei secoli, veggasi come sʼimplichi la scienza
linguistica, la filologia (Marzolo 1862c: 14). Nel complesso, le sue conclusioni
si distaccano sia da quelle degli approc ci storico-culturali, basati sulla
poligenesi, che abbiamo visto formare il pensiero prevalente fra i
linguisti del suo tempo, sia anche da quelle degli autori che si
richiameranno a Darwin, come Lignana e Schleicher. Infatti, anche gli autori
più sensibili ai fondamenti naturalistici della ricerca linguistica non
rinunciano in ultima analisi a mantenere una concezione in qualche misura
gerarchica e poli genetica delle lingue. A differenza di questi, la concezione
di Marzolo, pur non riferendosi esplicitamente a teorie evoluzioniste,
assume che comunque la fase originaria sia stata uguale per tutte le
lingue e abbia incluso le categorie fonda mentali del linguaggio, risultando
particolarmente in sintonia con una prospetti va evoluzionista simile a quella
fissata dalla teoria darwiniana. 5. L’origine dell’uomo e del linguaggio
nell’evoluzionismo scien tifico La nozione di evoluzione era già utilizzata dal
pensiero illuminista (Condillac, Rousseau, Diderot, De Brosses,
Maupertuis) per spiegare il formar si delle facoltà umane, come appunto il
linguaggio; in ambito naturalistico era stato introdotto in particolare
dal biologo francese Jean Baptiste de Lamarck. La moderna teoria
dellʼevoluzione elaborata da Darwin in On the origin of spe cies by means of
natural selection (1859) e The descent of man, and selection in relation
to sex (1871) spiega la diversificazione delle specie assumendo che le
diverse specie non sono immutabili ma discendono da forme viventi più
antiche attraverso un processo di evoluzione. Come nota Goodwin (2001) la
teoria di 538 La linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico
del suo tempo Darwin mette insieme due idee già condivise dal mondo scientifico
e dalla cul tura del tempo, cioè quella dellʼadattamento, per cui gli organismi
sono adattati allʼambiente in cui vivono, e quella dellʼereditarietà dei
caratteri, per cui la prole somiglia ai genitori. Lʼelemento
interpretativo nuovo è la selezione naturale. In base ad essa gli
organismi in cui sono emersi nuovi caratteri a seguito di mutazioni,
possono risultare meglio adattati allʼambiente di altri organismi già
esistenti, soppiantandoli nella lotta per la sopravvivenza e dando origine ad
una nuova specie. Quindi anche le facoltà intellettuali e morali, che da
sempre erano state considerate ciò che separava gli esseri umani dal
regno animale, vengono assog gettate alle stesse leggi dellʼevoluzione, come i
caratteri presenti in ogni altro animale, e sono viste come il risultato
dellʼadattamento allʼambiente, dellʼeredita rietà e della selezione naturale.
Non solo, ma esse sono in un rapporto di discen denza evolutiva con
caratteristiche presenti in forme animali meno evolute: La conclusione
principale cui siamo giunti, ora sostenuta da molti naturalisti ben
capaci di formulare un giudizio valido, è che lʼuomo sia disceso da qual che
forma meno organizzata … Questa creatura, se un naturalista ne esami nasse la
struttura, sarebbe classificata tra i quadrumani, sicuramente quanto il
progenitore ancora più antico delle scimmie del vecchio e del nuovo
mondo. (Darwin 1977 [1871]: 639, 642). Lʼidea di Darwin è che le facoltà
intellettive devono avere avuto unʼim portante funzione adattiva, nel senso che
ʻlʼintelletto gli [allʼuomo] deve essere stato di grande utilità, anche
in un periodo molto remoto, in quanto lo ha messo in grado di inventare e
di usare il linguaggio, di fare utensili, armi, trappole, ecc. con cui,
con lʼaiuto delle sue abitudini sociali, fin da molto tempo è diventato
il dominatore di tutte le creature viventiʼ, e che ʻlʼuso continuato del
linguaggio deve aver reagito sul cervello e provocato un effetto
ereditario, che a sua volta deve aver reagito sul miglioramento del
linguaggioʼ (p. 642, trad. it 1977). Più precisamente, il linguaggio è
caratterizzato da Darwin come una sorta di ʻistin toʼ, ʻpeculiare allʼuomoʼ.
Esso è diverso dalle abilità apprese, le ʻartiʼ, in quanto ʻlʼuomo ha una
tendenza istintiva a parlare, come vediamo del balbettìo dei nostri
piccoli …ʼ (pp. 111-112, trad. it 1977). Coerentemente con lo schema
evoluzionista, Darwin conclude che ʻil più simmetrico e complesso [dei
linguaggi] non sarebbe da classificare superiore ai linguaggi irregolari,
abbreviati e imbastarditi … Da queste scarse e incomplete osservazioni
concludo che la costruzione estremamente complessa e regolare di molte
lingue barbare, non è prova che esse debbano la loro origine ad un parti colare
atto di creazioneʼ. Non vi sono quindi lingue più perfette di altre, né sem bra
possibile individuare in alcuna lingua una forma linguistica primitiva.
Vale 539 Leonardo M. Savoia insomma anche per le lingue il criterio delle
scienze naturali per cui i naturalisti considerano ʻla differenziazione e
la specializzazione degli organi come prova di perfezioneʼ (p. 642, trad.
it. 1977). Infine, Darwin connette lʼevoluzione del linguaggio non alla
comunicazione, quanto piuttosto allʼ ʻuso continuato e [al]lo sviluppo di
questa facoltàʼ, definita ʻmacchina meravigliosa che identifica con
parole tutti i tipi di oggetti e qualità, e suscita concatenazioni di pensiero
che non sorgerebbero mai dalla semplice impressione dei sensi o, se anche
sorgesse ro, non potrebbero mai avere un seguitoʼ (p. 642-643, tra. it. 1977).
Al contrario la capacità di avere concetti non sembra la caratteristica
fondamentale del lin guaggio, e infatti è condivisa con altre specie animali:
ʻRiguardo agli animali ho già cercato di dimostrare che essi possiedono
questa facoltà, sebbene a un livello rozzo e primordiale …ʼ. È evidente
che queste considerazioni scompaginano le concezioni correnti sia in
campo naturalistico sia nel campo delle scienze umane. Non solo prospetta
una visione compiutamente uniformista del linguag gio e una sua considerazione
in un quadro scientifico unitario rispetto agli altri fenomeni naturali,
ma mette in discussione le più condivise idee sulla separatez za dei fenomeni
linguistici, sullʼorigine e sullʼevoluzione delle lingue, e sulle
differenze fra lingue. 5.1. Evoluzionismo nella linguistica alla metà
dellʼOttocento: una concezione problematica Lʼaffermarsi
dellʼevoluzionismo ebbe interessanti riflessi anche sul dibat tito relativo
alle differenze fra lingue. Sono emblematici a questo proposito gli interventi
di Lignana (cf. Timpanaro, 2005 [1979]). La convinzione che il meto do di
indagine linguistica rappresenti ʻla scoperta della filosofia della storia
della nostra schiattaʼ (Lignina 1866: 14, in Timpanaro 2005 [1979]: 146)
è alla base della prospettiva storicistica che ispira lʼunificazione di
filologia e linguistica in La filologia del XIX secolo (1868) viste come
le due facce di un unico studio di tipo storico della lingua e della
civiltà indoeuropea: Non sono analogie, rissomiglianze, conformità, identità,
che si fondino nella così detta natura comune del genere umano, ma bensì
in quella specifica di una schiatta … Affermare lʼunità delle lingue
Indo-Europee è lo stesso che affermare lʼunità genetica di tutta la
coltura Indo-Europea (Lignana 1868: 56, 57). La Grammatica Comparata è
vista cioè come strumento che permette unʼinterpretazione unitaria di
fatti storicamente determinati (lingua e cultura indoeuropea), mentre
lʼipotesi di Humboldt di una ʻpluralità autonoma e coe sistente dei principi
storiciʼ alla base di tutte le lingue è lontana dallʼessere 540 La
linguistica di Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo provata.
Le questioni sollevate dallʼevoluzionismo darwiniano sono affrontate in
maniera esplicita nella prolusione romana del 1871 Le trasformazioni
delle specie e le tre epoche delle lingue e letteratura indo-europee
(1871), dove Lignana pur tentando di riportare i principi della
classificazione linguistica ad una concezione monogenetica di stampo
darwiniano, paga un forte tributo al pensiero prevalente e radicato di
una differenza originaria e irriducibile fra tipi linguistici: Che cosʼè
questa grammatica di Bopp se non lʼanalogo della teoria di Darwin nelle
sue applicazioni ai fatti della linguistica? … Le lingue hanno combattuto
per la loro esistenza come gli organismi … La maggiore congruenza di
certe forme in due o più lingue dello stesso tipo stabilisce naturalmente
la loro più stretta affinità … Darwin vuol dedurre da una sola specie
tutte le specie orga niche, nissuna eccettuata … Qui sta la grande differenza
fra Darwin e Bopp. Tutte le lingue Indo-europee rappresentano … una sola
unità storica. Ma al di là di questa sfera cessa la legge delle affinità
e la continuità delle trasformazio ni … (Lignana 1871: 11, 12). Le lingue
sembrano sottratte ad una stretta applicazione delle leggi naturali: La cellula
primitiva, onde indifferentemente poteva prorompere o lʼuno o lʼal tro tipo
linguistico è per ora … unʼipotesi che non può essere verificata dalla
scienza (Lignana 1871: 16). Il punto è che la linguistica non è ʻuna scienza
puramente naturale, … ma una scienza essenzialmente storicaʼ (p. 20-21).
Appare quindi centrale una questione che abbiamo finora solo sfiorato,
cioè quella del posto occupato dagli studi linguistici nel quadro delle scien
ze. Per quanto alcuni autori, come Max Müller, sostenessero che ʻla
science du langage a droit à occuper cette place [le couronnement] parmi
le sciences naturellesʼ (Müller 1867: 9), e vedessero il linguaggio umano
in relazione con le capacità presenti nelle altre specie animali, la
prospettiva storica pre valente fra gli autori dellʼOttocento mette in
discussione lʼunità del metodo scientifico. È evidente la cesura con la
riflessione illuministica delineata che aveva già fissato i punti
essenziali di un approccio naturalistico ai fenome ni mentali, superando il
dualismo fra natura e mente, nel senso indicato da Nicolas Beauzée, nella
Grammaire générale (1767): ... traiter les principes du Langage, comme on
traite ceux de la Physique, de la Géometrie, ceux de toutes les sciences;
parce que nous nʼavons en effet quʼune Logique … 541 Leonardo M. Savoia
La separazione fra scienze naturali e scienze umane caratterizze rà invece in
generale la cultura dellʼOttocento e della prima metà del Novecento. I
fenomeni ascrivibili alla mente trovano unʼinterpretazione in chiave
storica, come nel caso della formazione dei diversi livelli di organiz zazione
socio-culturale (testi, folklore, società, lingue) visti come il risultato
di processi storico-sociali. Non è un caso che Lignana (1868) criticasse
il ʻMonismo materialistico o idealisticoʼ, per cui ʻLa pluralità dei
principii non solo per ciascuna scienza, ma per le stesse singole
discipline, onde si compone la nuova filosofia, è la condizione
preliminare per la possibilità dei suoi progressiʼ (p. 7). Come
sottolinea Timpanaro (2005 [1979]) le dif fidenze di molti studiosi italiani
nei confronti del darwinismo derivavano dalla convinzione della
inapplicabilità dellʼevoluzionismo naturalistico ai fatti umani,
concepiti come un dominio del sapere autonomo rispetto a quel lo della natura.
È noto che August Schleicher assume la prospettiva darwiniana come chiave
interpretativa della formazione delle lingue nei suoi lavori di indoeu
ropeistica, in particolare sviluppando la teoria dellʼalbero genealogico (ripre
sa dalla spiegazione evoluzionistica di Darwin), adottata nel Compendium
der vergleichenden Grammatik der indogermanischen sprachen (1861).
Teorizza la sua posizione nella lettera aperta allʼantropologo E. Häckel,
Die Darwinische Theorie und die Sprachwissenschaft (Weimar, 1863),
ripresa poi nel 1865 in Über die Bedeutung der Sprache für die
Naturgeschichte des Menschen, dove il linguaggio è visto come il prodotto
delle proprietà degli organi, fra i quali include il cervello. In Die
Darwinische Theorie und die Sprachwissenschaft, (trad. italiana in
Bolelli 1965) Schleicher sostiene lʼuni ficazione del metodo scientifico,
assumendo che la che la glottologia deve ricorrere ai procedimenti delle
scienze naturali, e che le lingue sono ʻorga nismi naturaliʼ che sorgono e si
sviluppano senza lʼintervento consapevole degli uomini, seguendo leggi
ben definite: Il testo di Darwin … mi sembra armonizzare perfettamente con le
fondamenta li concezioni filosofiche che incontriamo oggi più o meno
chiaramente e con sapevolmente espresse nella maggior parte degli scritti
naturalistici … Il pen siero dellʼepoca moderna tende inequivocabilmente al
monismo … Il metodo scientifico non è più quello di una volta …
Lʼosservazione è la base del sapere di oggi. Ma lʼosservazione ci insegna
che tutti gli organismi viventi che pos sono essere controllati
sufficientemente si modificano secondo leggi fisse … la teoria di Darwin
… si basa sullʼosservazione … Darwin ha realizzato per la biografia degli
abitanti della terra, ciò che Lyell ha fatto per la storia della vita
della terra (Bolelli 1965: 124-125, 126). 542 La linguistica di Paolo Marzolo e
il pensiero scientifico del suo tempo Per quanto riguarda lʼorigine delle
diverse famiglie linguistiche, Schleicher adotta una soluzione per cui
ciascuna famiglia ha avuto un proces so di sviluppo e di differenziazione
interna indipendente dalle altre famiglie. ... Nessuno dubita più che lʼintera
famiglia delle lingue indoeuropee … sia sorta da unʼunica forma
fondamentale, ovvero dalla lingua madre indoeuro pea; lo stesso vale per le
lingue del gruppo semitico … nonché per tutte le famiglie o ceppi
linguistici … Ma come stanno le cose per quanto riguarda lʼoriginarietà
delle famiglie … Si ripete qui lo stesso fenomeno che riscontria mo per le
lingue di unʼunica famiglia? Anche queste lingue fondamentali sor gono a loro
volta da lingue fondamentali comuni le quali procedono, da parte loro, da
unʼunica lingua originaria? (Bolelli 1965: 128, 132). Infatti secondo
Schleicher le differenze fra le lingue sono tanto pro fonde da escludere una
comune origine. Al contrario sarà possibile assumere che i principi alla
base delle diverse famiglie linguistiche sono gli stessi. In particolare
la teoria dellʼagglutinazione suggerisce unʼoriginaria corri spondenza formale
delle lingue attualmente più complesse con quelle che Schleicher giudica
più semplici, come il cinese. Questa fase originaria con sisterebbe nella
essenziale capacità di combinare suoni e significati privi di distinzioni
di categoria: Innanzitutto la diversità delle varie famiglie linguistiche … è
di tanta rilevan za che nessun osservatore sereno può pensare ad una loro
comune origine … Quindi non possiamo presupporre una derivazione per così
dire materiale di tutte le lingue da unʼunica lingua primitiva. La cosa
però cambia per quanto concerne la forma linguistica. Tutte le lingue più
organizzate, ad esempio la lingua madre della famiglia indoeuropea …
grazie alla loro struttura mostrano chiaramente di essere nate da forme
più semplici per evoluzione graduale. In tutte le lingue si nota come la
forma più antica della loro struttura sia stata essenzialmente uguale a
quella che si è conservata in alcune lingue di struttura semplicissima
(ad esempio il cinese). Insomma lʼelemento da cui sono scatu rite tutte le
lingue era rappresentato da suoni provvisti di significato, imma gini foniche
semplici … in grado di fungere da qualsiasi forma grammaticale (Bolelli
1965: 133). Poiché lʼelemento da cui sono scaturite le lingue corrisponde a
una pura capacità simbolica, priva delle proprietà morfosintattiche
fondanti del linguaggio, di fatto Schleicher ripropone una soluzione
poligenetica che attribuisce alle diverse famiglie linguistiche linee di
sviluppo indipendenti. Le differenze fra le lingue risultano quindi
sostanziali e riferibili a una gerar chia che dispone le lingue in base al
grado della loro organizzazione, più o 543 Leonardo M. Savoia meno
complessa, che pone al suo vertice la famiglia delle lingue con mag giore grado
di organizzazione, cioè quella indoeuropea. In questo contesto, la posizione di
Ascoli risulta orientata su questioni tecniche e metodologiche piuttosto
che teoriche. In effetti, anche se lʼinteres se per la ricostruzione dellʼunità
fra lingue semitiche e lingue indoeuropee lo fa propendere per la
monogenesi (Timpanaro 1969), il naturalismo ascoliano si concretizza in
un approccio pienamente empirico, che nella recensione alla prolusione di
Giacomo Lignana Della grammatica comparata di Bopp (1866), è esplitamente
basato sul valore epistemologico della ʻdimostrazione scientificaʼ:
Lʼetimologia divenne una scienza … Di certo la saldezza della nostra dottri na
fonologica … ma offriamo costantemente tali prove, dalle quali … resulti
unʼevidenza apodittica, una convinzione che punto non dipende da alcuna pro
pensione soggettiva o da alcun presupposto ideologico, ma è tale.
Allʼincontro, che debba essere unanimemente condivisa dal gran giurì del
senso comune. È la dimostrazione scientifica, resa ormai costante anche
sul campo della storia. E storia naturale, dimostrata con evidenza
matematica; e la pianta di cui si tratta, è la gemella del pensiero (in
Ascoli 1977 [1967]: 39-40). La linguistica ascoliana è programmaticamente
estranea a speculazioni di teoria del linguaggio: Commentando lʼanalisi
agglutinativa di Bopp conclude che: … non siamo più limitati a rasentar
lʼideologia solo per motivare la derivazione o i significati di singole
voci; ma assistiamo a tutto lo svolgimento che il pensiero consegue per
lʼorgano della parola. Possiamo discernere per quanta parte delle sue espli
cazioni il pensiero sʼaffidi al processo veramente aggregativo … (in Ascoli,
1977 [1867]: 41). Il riferimento generico al ʻpensieroʼ e lʼimpostazione
complessiva di Ascoli, basata su una considerazione di tipo storico delle
lingue, sembrano anticipare la maniera di guardare al linguaggio da parte
degli approcci di tipo idealistico che si affermeranno nei decenni
successivi. SUMMARY The linguistic work of Marzolo, professor of Grammar and
Comparative Linguistics at the University of Pisa from 1862, is an
interesting document of the relation between the general theory of language
developed by illuminist scholars and the nineteenth-century historical
paradigm of linguistic research. Graziadio Ascoli, 544 La linguistica di
Paolo Marzolo e il pensiero scientifico del suo tempo the most representative
historical linguist in nineteenth-century Italy, considered Marzolo a
ʻgenial heterodoxʼ who aimed at defining an universal theory of language
that however lacked an adequate scientific base. The methodological weakness
indi cated by Ascoli seems to us to depend on the fact that the questions and
the concep tual points raised by Marzolo take up fundamental aspects of the
linguistic reflection of illuminist authors, and this in a period in
which the prevailing epistemological perspective was historical in
character. On the other hand the approach of Marzolo is characterized by
a crucial link with the scientific thought of his time and with the
conceptual framework of positivism; in particular, the entire reflection of
Marzolo is inspired by a naturalistic perspective in the study of
language. This article aims at examining the principal aspects of the
linguistic analysis of Marzolo by relating them to the scientific
framework of the first half of nineteenth century, especially to the new
evolutionist ideas which influenced the domaine of natural sciences, anthro
pology and linguistics. Thus, the conception of linguistic research as
ʻphilosophy of historyʼ and as key for the reconstruction of ancient
cultures, the question of the ori gin of language and the debate on language
monogenesis vs polygenesis, are themes that largely emerge in
nineteenth-century Italian culture and its scientific milieus, involving
influential linguists such as Cattaneo, Biondelli, and subsequently
Lignana and others. The work of Marzolo reflects this cultural and
scientific context in a very interesting way: in particular, Marzolo
maintains a monogenetic approach even if he does not explicitly refer to
the Darwinian theory of evolution. NOTE 1 Paolo Marzolo nacque a Padova
il 13 marzo 1811. Ingegno precoce seguì il corso di filosofia
nellʼUniversità di Padova a soli quattordici anni e continuò lo studio del
greco e del latino. Conseguì la laurea in medicina a 22 anni con la
dissertazione De vitiis loquelae. Iniziò come chirur go a Padova;
successivamente come medico condotto si spostò in altre zone del Veneto, dove
rimase molti anni cominciando a raccogliere i materiali per la sua opera
principale. In questi anni studiò gli enciclopedisti, gli scrittori
latini e greci, diverse lingue (il tedesco, lʼungherese, lʼebraico e succes
sivamente lʼarabo, il turco, il cinese). Fu socio ordinario dellʼAteneo
di Treviso. Passato a Milano dopo il 1849, collaborò al Politecnico
diretto da Carlo Cattaneo. Nominato professore straordinario di
Letteratura greca allʼAccademia scientifico-letteraria di Milano nel 1860,
lʼanno successivo fu chiamato a Napoli come professore straordinario di
Letteratura latina. Per interessamento del mini stro della P.I. Carlo
Matteucci, nel 1862 ebbe la cattedra di Grammatica e lingue comparate allʼUni versità
di Pisa, dove il 17 novembre 1862 presentò la prolusione Della letteratura
delle nazioni e della loro comparazione. Morì a Pisa il 5 settembre 1868.
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compiuto: Marzolo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Marzolo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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