GRICE E MASTROFINI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mastrofini:
l’implicatura conversazionale e l’implicatura verbale di Romolo – la scuola di
Roma – la scuola di Monte Compatri – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza (Monte Compatri).
Abstract: Grice:
“At Oxford, philosophy – the sub-faculty of philosophy – is part of the faculty
of literae humaniores, and while it was possible, as Ryle did, to graduate in
the PPE avoiding grief and laughing, as Carroll calls them – the best don’t,
and I got a double first both in classical moderations and greats. Therefore,
what Mastrofini deals with is second nature to me.” Filosofo romano. Filosofo Lazio. Filosofo italiano.
Monte Compatri, Roma, Lazio. Grice: “I like Mastrofini; for one, he found how old Roman evolves into
what we may call new Roman, or Italian!” – Grice: “And of course as a
philosopher, he focused on the philosophical terminology – it takes a
PHILOSOPHER to translate a philosophical text!” – Grice: “What I like about
Mastrofini” is that he mostly kept with the cognates. La Crusca adores him!” Noto soprattutto per il volume
“Le discussioni sull'usura” in cui sostenne che non è reato far fruttare il
danaro e che né la Sacra Scrittura, né i Vangeli, né la tradizione
ecclesiastica vietavano di ottenere un giusto interesse per danaro dato a
prestito. Questo diede luogo a molte discussioni ma anche apprezzamenti
lusinghieri da economisti dell'epoca e dall'opinione pubblica. In precedenza aveva scritto un'opera di
economia finanziaria, il Piano per riparare la moneta erosa relativa
all'inflazione nello Stato Pontificio, opera largamente utilizzata per la
riforma finanziaria dello Stato, intrapresa da Pio VII. L'edificio del Collegio
Romano ove insegna. Insegna a Frascatii.
Nel pieno della crisi della Repubblica Romana, si trasfere a Roma dove venne
nominato professore di eloquenza presso il Collegio Romano.Torna a a Frascati. Si
trasfere definitivamente a Roma dove assume la carica di consultore della
"Nuova Congregazione cardinalizia per gli affari totius orbis". Produce le traduzioni dei capolavori di Floro,
“Sulle cose romane,” e di Ampelio, “Sulle cose memorabili del mondo e degli
imperi.” Traduce “Le Antichità romane” di Dionigi. Pubblica “Teoria e
prospetto; ossia, dipinto critico dei verbi italiani coniugati, specialmente
degli anomali o mal noti nelle cadenze,” opera che porta un grande contributo
allo studio dell'italiano, utilizzata dall'Accademia della Crusca nella
revisione del dizionario della lingua italiana. Pubblica “Della maniera di
misurare le lesioni enormi nei contratti e uno studio sulla patria potestà e
filiazione, che ha larga eco nei circoli giuridici romani, essendo allora in
corso una causa di riconoscimento di paternità per successione tra i Torlonia e
i Cesarini. Piazza di Monte Citorio. Nell'edificio
dove abita e muore, in piazza di Monte Citorio il Comune di Roma appose una
lapide con il seguente ricordo: Abita in questa casa -- filosofo assai più
grande che celebrato fissa le incerte leggi dei verbi investiga felicemente con
l’uso della ragione i misteri della scienza divina S.P.Q.R.» “Dissertazione
filosofica” (Roma); “Piano per riparare la moneta erosa” (Roma); “Ritratti
poetici, storici, critici dei personaggi più famosi nell'antico e nuovo
Testamento” (Floro); “Sulle cose romane” (Roma, Ampelio); “Sulle cose
memorabili del mondo e degli imperi” (Roma); Dionigi di Alicarnasso “Le
Antichità romane”, Roma, “Dizionario dei verbi italiani” (Roma); “Metaphisica
sublimior de Deo triun et uno,” Roma, Appiano “Storia delle guerre civili dei Romani",
Roma, Arriano “La Storia”, Roma, ristampata da Sonzongo con il titolo “Delle
cose d'Italia” “Le usure,” Roma, “Amplissimi frutti da raccogliere sul
calendario gregoriano,” Roma, “L'anima umana e i suoi stati,” Roma, “Teorica dei nomi,” Roma, “Teorica e
prospetto de' verbi italiani conjgeniti,” Roma. Dizionario Biografico degli
Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il primo fondatore di Roma,
e dell'impero e ROMOLO, generato da MARTE, e da Rea Silvia. Tanto nella sua gravidanza
confessa di sèquesta sacerdotessa: nè la fama ne dubita quando poco appresso il
fanciullo gettato con Remo suo fratello nella corrente per ancenno di Amulio, non
potè soffocarsi. Imperoc chè il padre Tevere ritira dal lido le acque ed una
lupa, lasciati i suoi parti, e seguendo il suono de'vagiti, inboccò li sue
mamelle a' fanciulli, presentando in se stessa una madre. Cosi trovatili un
regio pastore presso di un'arbore, e portatili in casa (2 gli educa. Di que'
giorni Alba, opera di Giulo, e capitale nel Lazio chè avea quegli dispregiata
Lavinia, città del suo padre Amulio. Sopra ttutto sembra inc satto l'intervallo
da Augusto fino a Trajano Eglilo crededi anni duecento ; laddove è di anni
cento due a!l'incircd. Ma forse vi è sbaglio nel testo e dee leggersi cento in
lungo di duecento Rea Silvia figliuola
di Numitore presedeva al sacerdo zio di Vesta Quindi è dettaSacerdotessa. Nel
testo in casam: questa voce può sign'ficare capan Tuttavia par verisimile che
l'abituro di un regio pastore fosse alquanto migliore di una capanna.
L'espressione italiana comprende ogni abitazione fosse capanna o no. av.
Cr av. R. 26. na ENEA dopo finita la guerra con Turno foudo la città cui
chiamò Lavinia dal nome della moglie. Ascanio, ossia Giulo, peròdi luifigliuolo
dopolamortediEneafabbricò A!. ba Lunga la quale tu capitale del regno per
trecento anni Ani. dik. 3.av. Cr. essi viregnava, avendonecacciato il
germane suo Numitore, dalla cui figlia Romolo era n..to. Adunque co stui nel
primi bollore degli anni caccia Imulio suo zio dal principato, el'avoloviri pone.
In tanto egli amante del fiume e de’monti, vicino a'quali era stato educato, meditava
lemura di una nuovacitt). Ma l'unoe l'altro essendo gemelli; p acque loro
consultare gl'ld dj, qual de’due le fondasse e vi dominasse. Per tanto REMO andossene
al monte Aventino, el altro al Palatino. Colui pel primo vide VI avoitoj:
posteriormente videne l'altro, ma XII: e vincitore negli augurji nal Area fin
quì fatto un'ABOZZO di citta, piuttosto che una città; mancandole gli abitanti.
Ma siccome riina neale vicino un bosco;eg! 2feceunasilo; edisubia tovisi adund
moltitudine prodigiosa di uomini, Latini, e Toscani pastori, eGo ancotras
marini, sia de ' Frigj venuti con ENEA, sia degl’Arcadi con Evantro. Cosi
quasida varii eleinenti, ne trasse un corpo solo; ed e per lui creato IL POPOLO
ROMANO. Vi quel popolo di uomini e cosa di una sola generazione. Si chiesero
dunque de’matrimoni da'confinanti; e sccome non si otteneano, sono con la forza
espugnati. Imperocchè finti de 'giuochi equestri, le vergini accorse per lo
spets 747. incirca. Finalinente ROMOLO inalza Roma che diverrebbeca. C o.
za una città pieno di speranza, che guerriera diverrebbe; tanto
ripromettendogli quegli uccelli, consueti a 7 LIBio sangue e prede. Sembra che
in difesa della puova cit tá basterebbe un vallo; se non che deridendo Remo le
angustie di questo, anzi condannandole con saltarle, e trucidato; è dubbio se
per comando del fratello; ma certo ei ne fu la prima delle vittime; e CONSACrA
COL SANGUE SUO e fortificazioni della nuova città. Av. Cr. R.2 so 52 7> ro
dell'Italia e del mondo, PRIMO
Spoglie opine eran quelle che un comandante toglie all'imperadore o
supremo comandante nemico uccidendolo di sua mano. Queste sono così rare; che se
ne contano appena tre. Le prime le riporta Romolo contro di Acrone. Le seconde
Cornelio Cosso contro di Tolunnio. E le terza Marco Marcello su Viridomaro.
Giove poi e detto Feretrie o perchè a lui ferebantur si portavano le spoglie
opime, o perchè ferisce col fulmine; o perchè nell'acquistare le spoglie opime
un capitano ferisce l'altro con la spada. E questo un bel mantenere le promesse
e intendere di dare alla donzella gli scudi perchè gli scudi le vibravano
opprimendola. Questo metodo di mantenere le promesse, ras somiglia a quello
usato dalla fanciulla per consegnare una porta creduta da Floro senza inganno o
cone noi abbiamo tradotto, senza malizia, perchè non chiedeva danaro, ma gli
scudi o li braccialetti. Potrà inai persuadere questa ragione? La vergine, che quisi
addita, secondo Valerio Massimo e figliuola di Spur.Tarpejo il quale a tempi di
Romolo presede alla fortezza: c coleiera uscita per prenderc acqua pe’santi
riti, tacolo, furon preda, e cagione immediata di guerre. Furono I Vejentire
spinti e fugati: la città di Cenina fu presae diroccata: inoltre lo stesso monarca
ne riporta con le sue mani a Giove Feretrio le spoglie ooiine del re. Ma le
nostre porte furon date a Sabini per una donzella; nè già con malizia: ma
chiesto avendone la fanciulla in ricompensa ciocchè essi portavano alle
sinistre, gli scudi forse o li braccialetti; coloro e per man tenere a leila
promessa e per vendicarsene la oppressero congli scudi. Ricevuti in tal modo fra
le mura i nemici ne sorse nel foro medesim un'atroce battaglia; tanto che ROMOLO
prega Giove che arrestasse la fuga vi tuperosa de’ suoi. Quindi ha origine il
tempio, e Giove Statore. Finalmente le donzelle in lacere chiome s'intrammisero
ad essi che infierivano. Così fu la pace riordinata, e stabilita l'alleanza con
Fazio. Donde ne.diR. Cr. bandonati i lor domicilj, sen passarono alla nuova
città, consociando co'nuovi generi loro gli aviti beni perdote. Accresciute in
poco tempo le forze da il sapientissimo re quest: forma alla Repubblica. E la
gioventù divisa in tribà con cavalli ed armi perchè sorgesse nelle subire
guerre: fosse il consiglio su pubblici affari ne’ seniori, i quali si chiamano pari
arringando dinanzi la città presso la palude della capra, e di repente levato
di vista. Alcuni pensano che i senatori lo trucidassero per la ferocia
dell'indole di lui. Dopo la morte di ROMOLO il trono resta privo di sovrano per
un'anno, comandando in tanto a vicenda i senatori di cinque in cinque giorni. Quello
spazio e chiamato interregno. Il magistrato a forma d'interregno ha luogo
ancora ne'se. coli posteriori quando I consoli occupati in lontane azioni non
potevano intervenire ai coinızj;o quando erano costretti a depor. 14
LIBRO dir. seguitò, cioc chèè portentoso a dire, che inemiciab 7.av. Cr. diR.
38. l'autorità, ma per la eta S.nuto. Ordinate in tal modo le cose, egli SI
CONDO Tav. 37 av 713 so non che la tempesta e l'oscurarsi del sole
presentaroncincid le imnagini con e di una santa operazione: alla nuale poco
appresso diè credito GIULIO Proculo coll'offermare; che ROMOLO si era a lui
dato a vedere Cr 743. informa più augusta della consueta; e che imponeva che
per Dio se lo prendessero. Piacere a Numi che egli sichiami Virinoin sul cielo.
Con tal mezo Roma conquisterebbe le genti. E' natura del Verbo di esprimere l'afermazione
e la negazione. E siccome Essere e non essere esprimono appunto per se stessi
l'affermazione e la negazione; ne seguita che il verbo Essere preso nudamente,
o preceduto dalla particella “non”, è verbo per natura e per eccellenza.
Comunemente la voce essere è nota col nome di verbo sostantivo, perchè esprime
l'esistere, o L’ESSERE di sostanza. Le qualità che si affermano o negano
possono aversi distinte o no, dall'affermazione,o negazione. Nel primo caso
l'affermazione o negazione si addita col verbo essere, come si è detto. Ma nel
secondo caso risulta un nuovo ordine di verbi più composti; appunto per chè in
essi è riunita l'affermazione o negazione colle qualità che si affermano o
negano: tali sono amare, godere, odiare, piangere et cetera, che significano
essere nell'amore, nel gaudio, tra l'odio, o tra 'l pianto. Questo secondo genere
di verbi ha servito incredibilmente a variare e fecondare il discorso, in somma
alla dolcezza dell’eloquenza, e della Poesia. Chi afferma e nega, o afferma e
nega dise stesso, che si chi a ma persona prima, o di altri a cui parla, che si
chiama persona seconda, o di soggetto a cui non si parla, e si chiama persona
terza. Per altro queste persone possono essere una, o più, cioè possono
riguardarsi in singolare, duale, o plurale. E 'naturale che tanto nella nostra
quanto nella più parte delle lingue s'introducesse l'uso di finire il verbo
diversamente secondo la diversità delle persone,e del numero. E quindi abbiamo
amo ami ama amiamo amate amano. E potendo il discorso riguardare cose presenti,
cose cominciate e non finite, cose passate, più che passate, e future; fubene varia.
Anzi siccome le proprietà si affermano o negano assolutamente, o sotto certi
rapporti e condizioni. Cosi li verbi divennero parole terminate diversamente
secondo la persona, il numero, i tempi, e i modi di affermazioni e negazioni
assolute o relative. S. 1. re il verbo secondo la persona, il numero, e i
tempi. a I 6. Questi modisono cinque: Indicativo, Imperativo,
Ottativo, Congiuntivo, ed Infinito. L'indicativo dimostra assolutamente che una
cosa è, fu, sara; e perd vien detto ancora assoluto e dimostrativo. Cosi Pietro
ama amò amerà. le scienze, forme tutte dell'Indicativo, dichiarano che Pietro
amo, ama, ed amerà, assolutamente. L'Imperativo esprime comando, preghiera, avviso,
consiglio, esortazione di far qualche cosa, e con una sola voce si vuol
esprimere il comando, preghiera et cetera, e l'azion e che deve farsi. Tale
sarebbe ama tu, amerai til, ameremo noi et cetera. Per tanto si esprime
l'azione ed il modo col quale si fa, cioè per comando, preghiera et cetera;
laddove nell'Indicativo mancano questi rapporti. L'Ottativo esprime desiderio
di fare una cosa, giusta i varii tempi; e per questo è detto ancora
desiderativo, e tale sarebbe, “O se amassi, io amerei, O avessi amato, lo
avreiamato et cetera. Il congiuntivo è così detto perché si adopera quando si
vuo le congiungere il discorso con altre cose precedenti, e perd siegue le
particole sebbene, quantunque, conciossiacosache et cetera. Tále è quel di PETRARCA
Italia mia, benchè il parlar sia indarno et c. E talequel di BOCCACCIO. .6.7.n.2.
per l'amore di Dio, come chè il fatto sia et cetera. Tra i Greci l'Ottativo ha
le sue desinenze tutte diverse dal congiuntivo: ma nella lingua latina e nella
nostra L’OTTATIVO ADOPERA LE STESSE VOCI DEL CONGIUNTIVO, se ben si rifletta. Il
verbo si dice di modo finito o determinato finchè si concepisce indicativo, imperativo,
ottativo, congiuntivo. Ma talvolta esprime indeterminatamente qualche proprietà
senz'additare ne persona, nè numero, come amare, leggere, et cetera, ed allora
si chiama di modo infinito cioè indefinito ossia non determinato. La varia
desinenza di un verbo secondo le persone, il numero, i tempi, ed i modi si
chiama conjugazione. Ed i verbi si dicono di una conjugazione medesima o
diversa, secondo che rassomigliano o no nel complesso di queste desinenze. E
siccome queste si diversificano secondo la diversità dell'infinito; e
l'infinito puo terminare in -are, in -ere -lungo e breve --, ed in -ire; cosi III
sono le conjugazioni della nostra lingua. Tutti gl’infiniti terminati in -are
si dicono della prima conjugazione come amare, balzare, danzare. Tutti quelli
terminati in -ere sichiamano della seconda, o l'infinito sia lungo o breve,
come temère,cadère, giacère, et cetera, e come credere, discendere, volgere, ecc..
I latini di queste due desinenze ne faceano II CONGIUGAZIONI diverse, come
docère e legere. Nè mancato è pur tra gl'Italiani chi abbia concepite diverse
le conjugazioni secondo l'infinito lungo o breve. Ma siccome, tolta la
pronunzia lunga e breve dell' infinito, non vi sono altri di vari, parlando
regolarmente; e siccome la pronunzia concerne il modo di significarlo in voce, non
la forma del verbo; così piùra gionevoli sono quelli che rinniscono in una
conjugazione gl'infiniti in -ere, lunghi o brevi. Spettano alla terza tutti i
verbi terminati in -ire, come sentire, uscire ecc. Chi si propone per
iscopo di presentare il prospetto de'verbi italiani dee porre sott'occhio le
varie desinenze di essi giusta i modi, I tempi, il numero, e le persone nelle
varie conjugazioni. E cið ė propriamente che noi cercheremo di eseguire. Per
vedere però più da presso il suggetto, anzi fin dalle origini, ed in tutta
l'ampiezza sua, divideremo quesť opera in due parti. La prima e tutta di Teoria
e di Prospetto generale; ed esporremo in essa come le conjugazioni latine sian si
trasformate e si trasformino nelle presenti d'Italia; la dipendenza comune de' nostri
verbi dall'infinito, e per ogni conjugazione il prospetto di qualche verbo che
serve di norma in tutti i simili e regolari -come del verbo “amare” per la
prima, de'verbi “temere” e “credere” per la seconda, e de’ 'verbi “sentire” ed “aborrire”
per la terza. Anteporremo per altro a tutti il verbo “essere” come principio di
ogni verbo, e quindi il verbo “avere” che prossimo gli succede, esprimendo la
sostanza, che passa ad ottenere in generale delle proprietà. E ciò tanto più
dee farsi; che senza questi due verbi, però detti “ausiliari”, non possono
formarsi le tre conjugazioni divisate degl’altri verbi. Dato cosi principio e
norma al prospetto di tutti i verbi regolari, verremo alla seconda parte ed
esporremo ad uno ad uno per ordine alfabetico i principali tra' verbi anomali
cioè quelli che in qualche tempo escono dalla legge consueta, ed i quali
servono spesso di regola per altri anomali non dissimili. Il prospetto e
distinto in quattro colonne. Nella prima si avranno le voci corrette, nella
seconda le antiche, nella terza le poetiche, e nella quarta le non ben certe, gl'IDIOTISMI
e gl’errori. Si avverta che non tutte le antiche sono affatto dismesse, anzi
talvolta usate a tempo adornano la scrittura: come pur le poetiche non tutte
sono così della poesia che non servano talora alla prosa. Il che si conoscerà dalle
note. GLI ERRORI SON SEMPRE ERRORI. Gl'idiotismi poi sono voci usate nel
parlare e nello scrivere familiare, non però nelle belle scritture, sebbene
talvolta vi scorrano per incuria e per arbitrio degli scrittori che le decidon
per buone, o vogliono nobilitarle con la fama già da essi acquistata. Per
compimento dell'opera spesso porremo in fine del prospetto il participio ed il
gerundio. Il primo é propriamente un nome tratto dal verbo. Dicesi participio
perchè partecipa del nome e del verbo: e come nome si declina, e come tratto
dal verbo esprime un qual che significato di questo. Tali sarebbono “amante” ed
“amato”. Tra’Latini si aveano participii presenti, passati, e future: “amans”,
“amatus” “amatVRVS” (cf. IMPLICATVRVM). Presso
noi, non si hanno che li presenti, e li passati che sono “amante”, “amato,” temente,
temuto. Tra’nostri antichi furono ideati anche i futuri come fatturo, perituro
ecc, ma non ebbero buon successo, nè più vi si pensa. Il participio passato e
descritto per lo più nella formazione de' tempi PIU CHE passati: laddove il
participio presente si troverà nel fine de' prospetti. Un tal participio può
essere messo informa di aggiunto e di attributo come se io dicessi: la virtù
possente, e la virtù a2 3. Il participio si riguarda anzi come adjettivo,
che qual participio. Per chè sia participio con ogni proprietà, dee, quando si
risolva, significare come i participj latini: come se dicesi canto possente a
diletta re: schiere seguenti le altre ecc. E ciò rileva conoscere perchè non di
raro si anno gl’esempj anzi di adjettivi che di participi, e noi pur he useremo
in mancanza di participi, tali per ogni rispetto. Gerundio tra noi e tra'
latini è una voce tratta dal verbo, la qual significa le affezioni di questo,
ma la quale non si declina come il nome, nel che differisce dal participio:
come amando, credenádo, temendo, sentendo. Da'quali esempj risulta che il Gerundio
delle prime conjugazioni finisce in -ando e delle altre in -endo. L'uso di tali
gerundi è frequentissimo nell'italiano in luogo ancora de'participj presenti. Ma
veniamo all'argomento, Come le congiugazioni latine siansi trasformate e si
trasformina nelle conjugazioni presenti d'Italia. TUTTE LE VOCALI LATINE,
FINALI DI PAROLE INTERE, NE SEGUITE DA CONSONANTI, SI CONSERVANO. Così, in AMO
ed AMARE, si conserva l'O di amo, e l'E di amare. Tutte le consonanti finali si
tralasciano o mutano. Le consonanti sono M, S, T, NT, ST. Nel caso di NT si cambia
il T in O, e però non si lascia che il T amant amano, amarunt amarono: ma
talvolta tutto l'NT si muta in RO : amassent amassero: sebbe ne in questo e
simili casi può sempre rimanere la regola di mutare il solo T in o dicendosi
ancora “amassono”. Vedi il prospetto di amare.Tutti gli “U” finali seguiti da M
o da S si cambiano in 0: POSSVM > POSSO. amamus amiamo: ma se gli U sono
seguiti da NT si cambiano in o nei presenti e nei passati, ma nei futuri in AN.
Così da legunt si trae leggono, e da amabunt ameranno. Tutti gli A ovvero gli E
precedenti immediatamente l'S finale SI MUTANO IN “I”: amas > ami; times
temi: e cosi da timeas abbiamo tu temi, e da legas tu legghi. Il che basta a
conservare la regola, ma ora si dice anche “tu tema”, e “tu legga”. Tutti gli
E, ogl'I precedent gli A, oppure gli O finali, si lasciano affatto. Timea temo,
timeam icma. Sentio sento: sentiam io senta, 4 è possente: il fuoco
bruciante, e il fuoco è bruciante: ma in tal caso NOZIONI ARCHEOLOGICHE. Non dee sperar di comprendere il trattato che
qui soggiungo se non chi conosce per le gli altri ne differiscano la lettura.
sue regole l'idioma Latino e l'Italiano: 3. non si $. Tutti gl'I precedenti gli
S finali in singolare si conservano assumendo nel futuro un A precedente: legis
leggi: a ma bisamerai, ed in plurale si mutano in E: legitis leggele. Tutti gl'I
seguiti dal solo T finale subiscono un cambiamento secondo i tempi. Ne'presenti
si cambiano in E, e ne’ futuri in A accentatolegiilegge, creditcrede: amabit ameră,
timebio temerà. Per i preteriti perfetti ne diremo più innanzi. Tutti i B
avantil'afinalene gl'imperfettisi cambiano in “V” consonante, ed avanti l'O, l'I,o
l'U finale del futuro, li B. caratteristichi della conjugazione del tempo si
cambiano in R. Quindi si trae amerò da “amabo”, ma da belabo si forma belerò
senza mutarne il primo B; perchè questo è proprio del verbo, e non della
formazione del futuro. Queste regole sono ordinarie. Vediamolo. LATINO amatis
est amamo reg. 3. e 2, ora amianio sono sono Ed eccone la maniera. Dalle regole
3. e 2. è chiaro che la prima persona debba essere so e l'ultima sono. Ora dee
sapersi che appunto tra gl’antichi si trova non poche volte “so” per “sono” in
prima persona. B. Jacop. Poes. Spirit. Venez. 1617. lib. 4. cant. 28. stanz. 12. sei amamus es еè sumus somo
este credit et c. ama reg. 2 credi reg. 2. amas sentit et c. Amo reg.i. Vedo
reg.4. vedi reg. 4. vede reg. 2. senti reg.2: Amo amat amant amano reg. Dicasi
altrettanto di Video vides videt et c. credo ITALIANO ami reg. 4. e 2. 3.
Applichiamo queste regole al presente del verbo sostantivo : Sum amate reg. 5.
e 2, sente reg.6. credis credo So e finalmente Sono i 5 se, estis semo siamo
sunt sete siete sentio sentis crede reg. 6. sento reg. 4. lo so nulla: ho
peccalo: Mi exalto quantoposso. e cant. 3. st. 2. del lib, stes. A
pinger laer so dato. E GIUSTO de Conti nella bella mano pag. 39. La seconda
persona es fu trasposta e non altro, facendo prece dere l'S. Quindi gl’antichi
dicevano comunissimamente se anche senz'apostrofo per seconda persona: come
Petrarca, Boccacci, Albertano, ed altri: ALBERTAN. ediz. di Fir. cap.23. Selegaloa moglie? non domandare di
scioglierti. Se sciolto da moglie? non domandar di legarti. E più sotto: e sìselenulo
di tanto amarla moglie. PETRARC. canz. 26. v. 77. ediz. Comminiana Spirto
beato, quale 6 Se, quando altrui fai tale? e altrove più e più volte. Il Decamerone
secondo la ediz.1718. col la data di Asterdam ne è pieno. Senza questa origine
che facono scerecheseper seconda persona è voce interae non accorciata, non
s'intenderebbe, perchè gl’antichi spesso non l'apostrofassero. Tutta via per distinguerla
a prima vista da se pronome, e condizionale, convenne in qualche modo
contrassegnarla, e si fece uso dell'apostrofo: e servendo questo a notare le
voci scorciate; si riguardo se persona seconda, come scorciata, quando non era:
e perchè tutte le seconde persone singolari presenti dell'indicativo terminano
in I Reg. 4.e seguendo le leggi generali, tal persona nel verbo sostantivo avrebbe
dovuto essere un I. Così poco a poco si ricongiunse se ed i in sei, ed ora si
crede questa la voce intera di tal persona. E cid supposto quando si scrive se
per indicarla, si apostrofa, quasi fosse uno scorcio di Signor non è giovato
Mostrarmi cortesia: Tanto so slato ingrato ! e altrove spessissimo. E GUIDO
Guinzelli Rime antic. appresso la bel la mano ediz. di Firenz. 1715. Come io so
avvolto nel Lenace visco; e se ne hanno esempj ancora nelle lettere di S. CATERINA,
in Fr. Gi.ROLAMO da Siena nel1. Tom. delle delizie degli eruditi Toscani, ed in
altri: vedi vocab. di S.CATER. alla voce essere: ma so trovasi parimente
persona del verbo sapere, nata da sapio > sapo > sao > so: ovvero da
scio regola 5. scosso so: la prima derivazione è di Menagio: a m e piacerebbe la
seconda. Ma torniamo all'intento: siccomeso era voce ancora del verbo sapere, e
SICCOME IL SAPER VERO E DI TANTO POSTERIORE ALL’ESSERE. Così per togliere ogni
equivoco EQUIVOCO GRICE, si volle piuttosto ridurre il “so” del verbo essere in
sono, che lasciarlo indistinto col “so” del verbo sapere. Chi dunque considera
che il primo verbo italiano “essere” ha la voce “sono” per esprimere la prima singolare
e la terza plurale, sappia che questo è stato UN MALE DI ORIGINE, voglio dire è
provenuto dalla FIGLIOLANZA della Italiana dalla lingua latina, in forza delle
leggi universali, che per tanta combinazione di circostanze cooperarono a trasmutare
l'una nell'altra. s e i : nè chi
procede con tal veduta può riprendersi: ma in origine non vi era bisogno, e più
che apostrofarsi, avrebbe dovuto accentarsi. sero eepere.ALBERTAN. Giud. cap. 51.
Dal savio uomo eeda temere lo nimico. Or cid fecesi per distinguere e del
verbo, dalla congiunzione e, come pure dal pronome ei solito ad apostofrarsi, e
dalla congiunzione e seguita dall'articolo plurale ili quali due e iriunitisi rende
anopere: ma col tempo, la varietà dell'apostrofe e dell'accento pote
contrassegnare e diversificare abbastanza l’e del verbo dagli e di altro valore:
vedi esseren.Trovasi ancora fra gl’antichi este per è ma rarissime volte: vedi
Gradidi S. GIROLAM. ediz. Fir.1729. in fine alla voce este; finchè prevalsero
le regole generali anzidette. Da “sumus” uscirebbe sumo o somo, e non semo. Ma
siccome tutte le prime persone plurali dell'indicativo presente nelle seconde
conjugazioni presero la desinenza in “-emo,” come avemo, tememo, ecc.,così da “sumus”
e tratto semo. Ovvero siccome tutte le persone prime plurali ora pe'rincontri
della forma loro anno rapporto con la seconda persona singolare tanto che sono
un composto di questa con qualche a g giunta, come “amiamo” da ami ed amo, temiamo
da temi ed amo et c;e siccome tal seconda singolare era se nel presente
indicativo di essere, quindi ne uscisemo e poisiamo. Chi conosce gl’antichi sa quanto
è familiare l'uso di “semo”. Ne allego un esempio dalla vita nuova di ALIGHIERI:
Per chè semo noi venuti a queste donne? E Fra Jacop. lib. 1. sat, 5. Uomo pensa
di che semo. Di che fummo, et a che gimo. Vedi il prospetto del verbo Essere In
forza delle regole generali, la seconda plurale sarebbe “estes”. Ma trasponendo
l'savanti l'E come nel singolare per uniformità maggiore con “sono”, “sei”, “siamo”.
Sen'ebbe sele, e questa appunto è la voce degl’antichi: si consulti il verbo essere
not. 5. FINALMENTE SI AGGGIUNSE UN “I” PER DOLCEZZA (“se” > “sei”) o per
distinguere tal voce da alcuni sostantivi e sen ebbe siete, che ora è la voce
più propria di questa persona. Apparisce dunque per quali gradi e per quali
mutamenti siasi formato il presente come ora si usa del verbo essere, La terza
persona si esprime con la voce “e”, che appunto RISPONDE all’ “EST” latino, lasciatene
le consonanti SECONDO LA REGOLA 2. ma gl’antichi, prima che la lingua si
modellasse in tutto, non di raro dis 7 Preferiti Imperfetti Amabam amabas
amabat amabamus amabatis amabant Amaya reg.2.7. amavireg.2.4.7. amava reg.2.7.
amavamo reg.7.3. 2. amavate reg.7.5.2. amayano reg.7. 2. Temeva
&c. legebam leggeva e e da sentiebam lasciatone l’I che è quel di sentio
reg. 4. si ha sen leva com e era nelle origini prime, nelle quali, tutto
risentiva di conjugazione seconda tra gl'italiani ne' verbi provenienti DALLA
QUARTA DE’LATINI. Non è raro che “senteva” si oda anche ora tra' CONTADINI PIU
CORROTI CHE SONO GLI ULTIMI A CORREGGERSI. E finalmente fu detto sentiya
sentivi et c.lasciando l'E per l'I. Per queste regole e questi progressi
apparisce che la prima persona dell'imperfetto doveva terminare in A amava
temeva legge va sentiva. Al presente i filosofi ed i gramatici si meravigliano,
per chè la prima e terza persona singolare combinino, e perchè la prima non
siasi terminata in O. Ma la meraviglia cessa, se riflettasi che al cambiarsi
del latino nell'italiano, si prendevano di netto I vocaboli antichi, nè si
aveano di mira che certe regole, come le indicate di sopra, per contornarli di
nuovo. E siccome tutte le prime singolari degli imperfetti levatane la
terminazione latina in M ; restavano amaba legeba ec; cosi mutato il “B” in “V”
non poté farsi a meno d'incorrere nel lo scoglio anzidetto. Molto più che in
que'tempi non faceasi poco, se le parole non sapevano di latino. Veduto come
siasi introdotto l'equivoco EQUIVOCO GRICE, ora tocca ai filosofi di emendarlo.
Ttanto più che non siamo poi scarsissimi di esempii antichi pe'quali si
compionoin o le persone prime singolari dell'inperfetto: de'quali mi piace
allegarne qui alcuni riserbandone altri ailor verbi nel prospetto. Petrar. Vit.
De Pontef. Ed Imperadori: VITA DI CALIGOLA, lo PREGAVO ogni giorno che Tiberio
morissi. Così pure leggiamo in Fr. Jacop. 1. 4.can. 38. La cagion del mal
FUGGIVO. Cavalc. Epist. di S. Girol. ad Eusloch. cap. 3. ediz. Rom.. E
vedendomi io venir meno quasi ogni rimedio ed esser privato di ogni ajuto, GITTAVOMI
a' piedi di Cristo &c.... iratoame medesimo erigido, solomi mettevo per li
diserti, e dove io trovavo più oscure e aspre e profonde valli, e aspri monti o
scogli pungenti o luoghi più aspri e spinosi; ivi mi ponevo in orazione. Pulci.
Morg. c. 3. 62. lo mi posavo in queste selve strane. Da Timebam così pure
si ebbe C. XI. 83. Tal ch'io pensavo d'aver acquistato. 8 ec.16.44 Per Dio, cugin,
ch'i'sognavo al presente, Che un gran lion mi veniva assalire. Onď io gridavo,
echiamavo altra gente E però E con Frusberta il volevo ferire. e altrove più
volte. Letter. San. CATER. di Sien. ediz. di Aldo pag. 14. a tergo. Dicevo:
Signor mio io ti priego et c. e pag. 20. vi aggiunsi anzi che io volevo in voi
la perfezione della carità pag. 92.
desideravo divedervi: anzi tal voce desideravo si legge molte volte
inquelle lettere. Vita B. COLOMBIN. ediz. di Roma pag.9. lo gode voé voi non mi
lascia testare, e pag. 96. ad irviilveroio andavo a posarmi; pag.167. 0
figliuoli, e fratelli miei io non meritavo di es ser padre di tanta buona
gente; pag. 174. E questa la compagnia che io dal e speravo, e pag. 299. Pensavo
che quanto è maggiore la soggezione e l'unità ; tanto si vien piuttosto ad aver
libertà : Vedi ero n.6. verbo essere:e n. 6. avere. Eram Erant Erate reg. 5. e
2. e quindi Eravate avevano reg. 7. 2. Imperocchè ben è facilissimo concepire,
che se cambiavasi in questo tempo in V il B precedente l'A finale, potevasi
cambiare in V parimente anche l'altro B: anzi parea troppo ragionevole, perchè
non si notasse tanto di variodi usi in parole medesime, e si familiari. E' poi
noto, che tutto il verbo “avere” si scrivea ne’ principi, e si scrisse a n cor
dopo per lunghissimo tempo con l’ “H”” precedente: ed ora per un progresso, non
saprei quanto considerato, si tralascia ancora nelle vo ci, che forse ne
abbisognano. Ma giova esaminare ancora come siansi trasformati
gl'imperfetti de'verbi ausiliari: Eccolo 9. Si possono da tutto ciò comprendere
le cause de'cambiamenti prodotti nel presente di habco: seguiamoli via via,
che'non sarà inutile la ricerca Lasciato l'E di habeo reg. 4, e le altre
consonanti, e cambiatele giusta le altre regole, risulta 9 Era reg. 2. Eramo ed
erale presentano Erano reg. 2. le voci come si traevano dal latino in ottima
forma. Ma il va inserito eramus ed eratis Eras Era reg. 2. in eravamo, ed
eravate negli altri verbi, mentre in suppongono il B cambiato in V, come dunque
di vainera questa consonante. Tale aggiunta affatto manca la origine, nè fu,
che una intrusione vamo ed eravate è contro per di altri verbi, che usciva,
nato dal sentire le voci consimili isbaglio amayate &c. Il peggio no in
quel modo, come amavamo, non dandosi quell'aggiunta fu che si anche alle voci
era tolse la uniformità tiranno delle lingue, autorizza erano et c. Non dimeno
l'uso, quel, più che le semplicie naturali vamoederavale essere, n. 6. Ma
diciamo si trovino pur queste. Vedi que risultasse. Eccone la maniera fetto di
avere, è come Haveva 8. Habebam habebas Habeva habevi era eramo erate, quantun
dell'imper Aveva reg.7. 2. habebamus aveva reg. 7. 2. habebat habeva habevamo
habevate habevano haveva havevamo avevamo reg.7.3.2. avevate reg. 7. 5. 2.
habebatis habebant havevate havevano Erat Eramus Eratis Eri reg. 4. e 2. Eramo
reg.3. e 2.e quindi Eravamo havevi avevireg.7. 4. 2. b abbemo
abbiamo &c. Forseil B fu raddoppiato per compensare la perdita dell'E nell’
“habeo.” Sia comunque, abbosi legge ancora in ALIGHIER, Infer. 25. E quanto io
l'ABBO ingrado mentre io viva: E negl iAMMAESTRAMENTI degl’antichi certamente
abbo provato; e più sotto: ripenso la seraa quello che iolo di abbo detto.E
nelle Vite de’ SS.PP.e diz. Man.Fir, 1731., nella VITA DI GIOSAFATTE ediz. Rom.,
e nelle Noyelle antiche Fir, 1572 l'uso di “ABBO” è comune. Abbi è rimaso nel
Congiuntivo. E 'poi noto, che gl’antichi usavano la seconda singolare presente
dell'Indicativo ancora nel Congiuntivo, come resta tuttora in molti verbi, Così
ami serve in tutti due i tempi alle due seconde persone singolari,e cosi temi
può servire ancora, sebbene ora vi siano dei divarj. Sopravvanza nell'uso
comune abbiamo; e siccome gl’antichi finivano le voci per tali persone in eino,
cosi non vi è dubbio che ne'principj si dicesse “ABBEMO,” quantunque negli
scritti forse non si trovi, per la rapidità di altri cambiamenti succeduti.
Certamente l'uso di scambiare tutti i B nell'imperfetto di “HABERE,” di buon
pra scorse in alcune, o in tutte le voci del presente, e si trasse da Habo Avo
habi ave avemo avete habono avono ave resta tuttora tra’ poeti, e fu non meno
della prosa. Vedi questa voce nel prospetto di avere. Avemo é comunissima tra
gli’antichi. Avete rimane per ogni scrittura. Le altre tre voci presto furono
cambiate: perchè siccome l'V consonante ha un suono come di vi, o di un i sibiloso;
così specialmente se l'V sia doppio, l'avo, oppure avvo per abbo, fe sentire
nella pronunzia questo i quasi doppio.E quindi è che il B. JACOPONE lib. 1.
satir. 9. scrive Nè ferma fede per esempio ch'AJA; Franc. BARBERINI edizion. Roman.
pag.189. Non veggio ancor chi contento AJA il core. E Francesco SACCHBTTI disse
ajolo per lo ajo, cioè per lohu. S'insinud tal cambiamento nella seconda
persona avi, é mutato l'V in I, se ne habet abbi 1 habemus habe habemo
habete abbe avi da Habeo Abbo habes Ch'io n'ajo una si dura e più sotto: ajo
portato in core et c, ed altrove più volte: anzi usa “AJA” per abbia:lib.1.sat.
12.3. 10 Illuminato mostromi fore, E ch'AJA umilitate nel core. ALIGHIERI, Parad,17.
fece huii, e col tempo hai. E questa è la causa, per la quale ora ci
troviamo con “hai”, seconda persona del presente dell'Indicativo, senza che
volgarmente se ne intenda la origine. Può notarsi però che in forza della
provenienza di hai l’i finale è risultato da un doppio i; e quindi seguendo le
origini, avrebbe dovuto scriversi “haj”: e ciò sa rebbe stato opportunissimo pe'
giorni nostri, ne'quali vuolsi lasciare anche l'h precedente. Imperciocchè
chiarissimamente si distinguerebbe che “aj” è del verbo, senza pericolo alcuno
che si confondesse con l'articolo plurale “ai.” La mutazione del doppio B in V
ed in I doppio o lungo, al meno quanto al suono, porto l'altro cambiamento in
aggio, aggi, aggiamo, aggia, aggiano: essendonoto che l'J lungo si cambia
spessissimo in tal modo:e questa è la causa parimente, per cui si dice veg go
veggiamo et c. Imperciocchè nelle prime origini si disse ancora vejo vej veje
per vedo vedivede: si consulti il prospetto di vedere. Quindi 'Imperador Feder.
Rim. ant. 114. Rispondimi Signor ch'altro non chiejo. Da crejo è propriamente
quello scorcio, che pur si usd tra'poeti di cre' per “credo”, quasi crejo fosse
cre io. Vedi il prospetto di credere. Ant. Pucci nel suo Centiloquio can. XI. terz.
27. scrive: Gli comandò che giù sedesse al piano. L'ultimo verso assai
dimostra, che sie fu detto per siedi: E siccome in ALIGHIERI Inf. 27.53. si trovasi
e'per siede; parchiaro che ambedue de rivino da sejo. Allego un esempio di “trajamo”:
BOCCACCIO: g.8. n.5. lo voglio che noi gli TRAJAMO quelle brache del tutto: da
ciò ben apparisce la origine di traggiamo &c. 12. Ridotto havi ad hai; dovea
sembrare che fosse di netto stato levato l'V consonante, quando erasi
inviscerato nell'j: e cið comparendo, era facile di lasciarlo pure nella terza
persona have, e formar ne hae come si trova in Fr. Jacop., in Guid. Giud., in
ALBERTANO, Di voi,chiaritaspera. Rim .Allac. 408 Ciulo dal Camo Cose da
non parlare. anzi avverto, che tra gl’antichi si trova ancora crejo, chiejo,
sejo, trajamo, donde sono creggio, chieggio, seggo, lraggiamo &c,enon dalla
mutazione del D in G come si tiene, forse meno propriamente dai Grammatici. Cosi
Fr. Jac. lib. 5. c.3.12. secondo che io crejo: e nelleno te vi si legge:
crejo,creggio,credo, e lib. 5. can.25. 12. II E vejo li sembjanti Quando ci
passo e vejoti. F. Jac. lib. sat. 3.9. la sera il vei seccato. lib. 6. can. 45.
4. Che vee con vista acuda disse l'anziano: Sie giù a pena di cento fiorini: E
volendo pagare a mano a mano, E l'anziano a pena di dugento b2 12 e
generalmente negl’antichi. Cost Albertan. al càp. 12. L'avar7 sempre ha e le mani
di stesepertorre. ..ivi l'avaronon haesicura vita. I Grammatici han creduto che
quell 'E sia stato sopraggiunto all'ha per genio della lingua, che non amava
finire le parole in accento. Ma questo sarebbevero, quando la parola originale
della terza persona fosseha, ciòche è falso; essendo questa habet, habe, have. Hae
dun que non èche have, toltone ”v per simiglianza di quanto era accaduto in
hai, ed in hajo. 13. A questo proposito avverte, che non di raro fra gl’antichi
si legge dae, fae, slae per dà, fa, sta, come leggesi trae, e come hne per ha.
Anche gli E di dae, fae,stae, si credono aggiunti per la ragione medesima: ma
egli è FALSO UGUALMENTE; perchè dai
ruderi antichi della lingua può concludersi ta esistenza degl'infiniti, daire, faire,
staire, come esiste traire. Ora da quegl' infiniti daire et c. sorge
naturalissimamente dae, fae, stae, cometrae, che ancorc irimane da trai re:vedi
S. III. di questa Prima Parte sotto il titolo Dipendenza delle conjugazioni italiane
dall'infinito, n.2.E quindi pure sono le voci dai, fai, stai, come trai, che
altronde sono inesplicabili. A dichiarare quanto dico sappiasi, che Fr. Jacop.
lib.6.c.10.st. 20.scrive A chi gli dice villania et c. Fra duo ladri allo
staia. e lib. 4. c. 1o. E che al povero dala. elib.6.c.43.5. Ch'egli è il daenteeti
il ricevitore: e lib.7. c.9. II. Staendo in quest'altura dello mare: Vita
S.Maria Mad. É cosistaendola poverettasì per l'amore che gid ave v a con celto
di Gesù Cristo, si per la doglia ; cominciò a piangere. Parimente in Fr. Guitt.
si legge più volte faite alla pag. 36, e faie alla pag.54. E nel TESORETTO: ponelemente
al beneche faite per usaggio: e Franc. BARBERINO pag. 17. Faesselei di quel pregio
degnare. Nei GRADI di S. Girolamo alla voce Fa il e nell'indice si dichiara, chel’idi
faiteè un aggiunto,e non più:ma faie, faesse, e le voci slaca, daia &c. ne'verbi
simili palesano il contrario: e Traire si legge in Fr. Guit. lett.2. pag.9, ma
traers spiega ugualmente la origine di trae, come fae sorgerebbe ancora da
faere, del quale fece uso Franc. BARBERINO nel verso allegato. Per tanto gli E
di dae, fae, stae NON SONO AGGIUNTI, come si pensa, MA SONO NATURALI; ed ora
non si è cessato diaggiungerli, ma sono stati tolti. Tornando alle voci hai ed
hae, siccome in queste era perito \'u consonante; così poco a poco si tento,ma
non riusci, di farlo pe rire nelle vociavemo, avete: e non è infrequente di
udire aemo, aele; e nel futuro dell'Indicativo, e negl'imperfetti dell'Ottativo
trovasi scritto arò, arai, arei, aresti' &c.come vedremo. Non prevalendo
pero quel tentativo, siri serbarono le voci avemo, avete, e talvolta aviamo,
aviate, aggiamo, aggiate. Essendosi creduto, che l’E di hae fosse ag giunto;
presto fu stabilita ha per terza persona; talchè le prime tre fossero ho, hai, ha.
La terza plurale divenne harno; perchè dall’ “habent” sifece haveno, haeno,
hano, hanno,ed esistono ancora'esempi di dano, fano et c. per danno e fanno,
voci similissime nella origine, com me è chiaro: vedi S. III. 12. 15. Ma
passiamo ad esaminare come dai perfetti de'verbi latini si traessero quelli
presenti d'Italia. Potrà ciò conoscersi ne'verbi comuni ad ambe le lingue, ma
terminati secondo i metodi di ciascuna: E noi su questi rifletteremo. I Latini
sincopizzavano il perfetto in più voci, togliendone il VI, o il Ve. Per avere
dai perfetti latini l’italiano corrispondente, silasciil VI, o Ve in tutte
lepersone per quanto si può senza contradire alle regole generali del s. I.
Quindi nel la persona prima singolare dee lasciarsi il solo V, non potendosi
togliere l'I finale, secondo la regola prima. Si noti, che la terza singolare
risulterebbe simile ad alcuna voce del presente, e quindi nelle origini si
accentava: ma ora se la voce finisce in A, si muta in O accentato. La prima
plurale sarebbe amamo come nel presente, e quin di I'M si è raddoppiato. Del
resto in Gio. VILLANI nella edizione fatta procurare da Remigio Fiorentino in
Venezia si vede gran quan tità di persone prime plurali dei perfetti, scritte
con un semplice M : come tememo per tememmo. Altrettanto si osserva in Fazzo
degli Uber ti, nel Cavaliere Jacopo SALVIATI Tom. 18. Delizie degli eruditi
Toscani, nella Cronica del Pitti, ed in altr’antichi; indizio che per tali vie
si passava dal latino all'italiano in questo tempo. Anzi Celso CITTAD I ninelle
sue Origini della Toscana favella osserva al cap. 6. che i Sanesi in tali
persone non davano asentire che un M, quasi pronunziando facemo, dicemo &c,
ed egli con pari ortografia scrisse tali voci. Ma Girolamo Gigli nel suo
Vocabolario di S. Caterina noto alla lettera M, che a'suoi tempi (vuol dire un
secolo dopo il Cittadini) quell'uso era perduto. Serbate dunque anche le regole
generali del n. primo, avre di Ama(v)i ama (viisti ama(vit) ama(vi)mus
ama(vi)stis ama (verunt Amai amasti amd amamo amammo amaste amarono. Dai Latini
si disse ancora amávere: toltone il ve, si ebbe Vita Lano amare, e perché non
si confondesse con l'Infinito, si muto l'E i n o, e si ebbe amaro per altra
terza persona plurale. I Grammatici han ereduto che amaro sia precisamente una
sincope di amarono, toltone il no. Á me però sembra che amaro sia voce intera in
sestessa, e provenuta altronde, come ho dichiarato. E questa è la ragione, per
cui amaro può troncarsi ancora, e dirsi amàr per amaro, laddove le troncature
delle troncature non sono consuete, almeno nella lingua, come ora si
trova. 13 mo 17. II P. Bartoli nella sua Ortografia riguarda come un
incanto che le terze plurali del Perfetto indicativo scorciate tre volte s e
m 14 pre significhino lo stesso con quadrupla desinenza: amarono, amaron,
amaro, amàr. Ma l'incanto, se ben si consideri, non è che un caro abbaglio di un
animo, che al veder primo si appaga, stanco delle molestie di riflettere. Imperocchè
da amarono sitragge amaron, e qui cesserebbe la troncatura: ma perchè levato
anche l'N ci troviamo da amaron in amaro, desinenza ancor buona; si è creduto,
che tal bontà risulti in forza di uno scorcio: laddove amaro già era legittima
desinenza in se stessa: e perchè tale, ammettevasi; non perchè nata da amaron, levatone
l'N. A parlar dunque propriamente si hanno due desinenze, amaro, ed amarono, ed
ognuna ammette uno scorcio, ama rono porgendo amaron, ed amaro la voce amar, col
vago incidente, che se da amaron si spicca l'N finale; ci troviamo alla desinenza
seconda, la quale è amaro. E siccome amaro è desinenza intera in se stessa; di
qui nasce che gli scrittori del buon secolo, ed alcuni ancora del cinquecento,
come il DAVANZATI ne fecero tanto uso: laddove le altre sincopi amar ed amaron
sono assai più rare, spacialmente in prosa. Anzi si noti, che nelle NOVELLE
'ANTICHE la desinenza in aro è quasi la comune, laddove l'altra in arono vi è
scarsa, e meno pregiata. Ma proseguiamo l'esame de perfetti: e prima nella
terza conjugazione. Audi(vi audi(ve)runt Audii audisti audi audimmo audirono
udiste udiro. proviene udiro dall'audivere, come amaro dall'amavere. E'poi noto,
che nelle origini della lingua si disse in italiano anche “audire” finchè l' “au”
si chiuse in “o”, cone nelle voci aurum, tesaurus,dalle quali si trasse “oro”, “tesoro”
&c, e se n’ebbe udii, udisti &c.Vedi questo verbo nel prospetto. Debui
debuimus debuerunt Devei,. Pertanto abbiamo da dové doveste udisti
audi(vi)t udi audi(vi)mus udimm o audi(vi)stis. Riguardo alle seconde
conjugazioni, avanti l'I finale vi è l'U vocale, e non consonante, quindi
regolarmente parlando tutto l'UI o l'UE si muta in E semplice, avvertendo, che
l'1 finale nella prima persona dee conservarsi secondo i canoni generali
debuisti Dovei deve, audiro devemmo, deveste, deverono, audi(vi)sti audi(vere)
debuit debuistis debuere doverono dovero. audiste devesti, dovesti devero,
Siccomel'U fu cambiato in E(dovei) gravato di accento, quindi nella terza
persona non potea non dirsi se non dovè seguendo le regole ge Udii udirono
dovemmo nerali, o “dovèt”, trascurando la regola sulle consonanti
finali; e da que. sto nacque che per istrascico di pronunzia fu detto ancora
dovette, come dalla voce Giudit PETRARC. Trionf. fam. c. 2. v. 119. Non fia
Guidit la vedovellaardita, si è fatto Giuditta, e come da Josafat, DANTE Infer.
10.v. 8.Quando da Josafat qui torneranno, si è prodotto Giosafalte comunemente.
Fattosi dovei, dovė, o davèt, fecesi quindi per coerenza doveltero e dovelti: e
cosi questi preteriti ebbero doppia desinenza: e si disse temci e temetti, teme
e temette, temerono e temettero. E' poi tanto vero, che questa è la origine di
temetti, tèmel te et c, che siccome lo stesso argomento vale per le terze
conjugazioni; così talvolta si scontra ancor questa desinenza applicata alle
medesime. Ond'è che trovasi fuggi, fuggi et c; e nelle Vire de SS.PP. ediz. Man.tom.1.pag.20.
fuggitte,e nella pag.125 salitlepersa li: una nolle, essendo questi ito, alla
casa di una vergine Cristiana o per rubare, o per altromalfare, salitte con
certi ingegni il tetto della casa. Anzi questa ragione è sì certa che
spessissimo le desinenze in ilte come salitle et c. furono modellate affatto a
norma delle altre in elle, cioè di temelle,credette et c. Quindi è che nel
medesimo tom. 1. delle Vit.deSS.PP. se in alcuni esemplarisi legge fuggitte, in
altri, sihafuggelte: allapag. 101 ediz. citat. Vi è fuggetti per fuggii: nella
62, uscite per uscì, nella 71 irrigi delle per irrigidi, nella 73 finette per
fini, ed Pucci versificatore famoso del trecento nel suo Centiloquio al can. 2.
st. 69 ha sentelle per senti; ed Oito impe rador che ciò sentette, e così altre
se ne veggono in altre pagine ed opere. Simile terminazione non potevaaver
luogo nella prima conjugazione, perchè l'amavit, secondol'uso di cavarne il volgare,
cessadove è il secondo a, dicendosi amo,e non cessanell'I con farsentire un
amavit: il che direttamente gli avrebbe causato la uniformità, che'mai non
ottenne: ora la desinenza in illi ed etti et c.è del tutto abolita per le terze
conjugazioni: rimane ancora la cadenza in etti e dette, &c. per le seconde
conjugazioni; ma forse, almeno in più verbi,è men cara che nelle origini della
lingua, come potrà rilevarsi dal prospetto de' verbi, che soggiungeremo. E
giacchè consideriamo il rapporto fra le desinenze delle terze persone de’ preteriti
dell'indicativo, piacemi dilatare ancor più la serie delle riflessioni, picciole
sì, ma pur necessarie per chi brami co noscere intimamente la lingua, e suoi
movimenti. Ho detto di sopra, che dall'amavit, debuit, audivit si tragge amò, dove,
udi, abolendoin tutto, quel vit finale: ma questa è piuttostola regola, che ora
predo, mina. Del resto quando la lingua pendeva incerta sul fissare le sue
desinenze, talvolta tentò rendere queste, tutte simili alla cadenza del. la
prima conjugazione, e tal altra a quella della seconda. E certo quell'amavit
ebbe talorauna desinenza come amao: di che produco un esempio luminoso di FR. Jacop.
lib. 2.can. 2. Quando che in prima l'uomo peccdo Si guastò l'ordin lullo
dell'amore: E questa è la causa, per la quale ora diciamo “amarono”,
lassaro no, e non “amorono”, lassorono et c. vuol dire questa è la causa, per
la quale la sillaba antipenultima è un a, e non un o. Tutte le terze plurali
nascono nel preterito con aggiungere alla terza singolare un rono, o un
semplice ro, ne'perfettianomali, o simili aglianoma li. Così diciamo sentirono,
temèrono, crederono, sparsero, videro et c. Pardunque la original terza persona
quella de'contadini “amà,” “lassà”, et c.
e quindi sen ebbe amarono, lassarono, e non amorono, las sorono
&c.desinenza che leggesi in molti antichi: Così nelle Vite de’ Pontefici di
PETRARCA visileggeandorono, seccorono, e
simili ordinariamente. Venturi traduttore di Dionigi di Alicarnasso è pie no di
tali cadenze. Forse a dire amarono, lassarono &c.vi contribui pur LA
DOLCEZZA per non avere insieme tre o finali amorono, lasso rono et c. Nel modo
poi che il vit era supplito da un o nella prima conjugazione; lo fi pure nelle seconde
e nelle terze: e quindi sono le voci temeo, credeo, poteo, aprio, finio, udio,
e simili, tanto frequenti ne gli Scrittori. Ora queste desinenze, per le prime
conjugazioni sono spente in tutto: ma nelle altre conjugazioni rimangono
tuttavia per li poeti, e l'uso moderato può riuscire utile non meno che
dilettevole. Chi non bene conosce le primizie della lingua, meravigliasi che
imo di poteo, lemeo, udio &c. fossero comunissimi. I Grammatici dissero che
l'o finale SI AGGUNSE PER LICENZA POETICA. Ma cið non ispiega perchè voci di
questo conio abbiansi frequentissime ne'vecchi prosatori, come nelle Storie dei
Villani, nel Davanzati, ed in altri. Dir finalmente che l’o si accresceva per
non finire in accento, era un luogo comune, un parlar di abitudine, e nulla più.
Si doveva avvertire, che quest'ori ceveasi da tutte le conjugazioni nelle terze
persone singolari de'pre 16 Nell'amor proprio tanto l'abbracciao ; Che
n'antepose se al creatore. E la Giustizia tanto s'indignao; Che la spogliò di
tutto suo onore: Ciascheduna virtù l'abbandonao, Gli fu il demonio dato
possessore: Nel tom. 12 degli Scrittor. Ital. Del MURATORI trovasi inserita la Memoria
di Messer Lodovico di Buon Conto Monaldesti su la coronazione del Petrarca: costui,
che lavidediperse, cosìscrive:Poi comparve lo Sena tore in mezzo a muti
(molti)cittadini, e portao allo capo soio (suo) na corona di lauro,ese assettao
alla sedia, e poi s'inginocchiaoallo senatore et c. Si vede in questi esempi,
che si accento l a preceden te il vit,e questo vit fu supplito con un o.Più
volteho notato, che presso alcuni contadini appunto ne'dintorni di Roma dicesi
difforme mente amà,lassà,&c.per amò, lasciò come ora è laregola: Tocca al
filologo accorto di rintracciarne le provenienze:esse non sono che per lo
scorcio naturale,che si faceva della lingua parlata sotto questo cie lo
da'nostri antenati. teriti, e la uniformità medesima avrebbe fatto
conoscere, che era un supplemento del vil, risecato dalle voci
latinecorrispondenti, o pure una proprietàdi cadenza;e con cið sarebbesi
dichiarato perchégliAn tichiusassero temeo, udio,e simili,promiscuamente in
ogni scrittura, senzascrupolodiriprensioni. E'poitantomanifestochequell'O non
si aggiungeva per non finire in accento, che nel Dittamondo si tro va unito anche
alle prime persone della terza conjugazione, leggen dovisi nel 3 lib. cap. 15
udio per udii : 22. Tornando al nostro principio, apparisce dal fin qui detto
che sitento chiudere in tutte le conjugazioni con desinenza simile allaprima:ma
perchè l'uso non eraancora ben fissoe comune, si tento per eguale maniera
terminare tutte le terze singolari d e' prete ritiinE,comein E finisce la terza
singolare nella seconda conjugazione. Quindi è che troviamo amoe, teme, finie, e
similicon tan ta abbondanza di esempj. Faz. Dittam. lib. 4 cap. 20 23. La chiusa
delle terze persone tutteinO,ovverotutteinE,de riyava dallevoci corrispondenti
latine, finite tutte in un modoamavil, timuit,audivit.Era difficile abbandonare
ogni somiglianza nell'italiano,с 17 Passato poi Suasina, io udio et c. e
cap. 16 Secondo ch'io udio, e'l nome prese e cosi nel lib. 4 cap. 4 vi si legge
sentiu per io sentii, e nella Vin LadiGiosaf.pag.31 uno essemplo tidico chel'udio
direa uno molto savio uomo : e pag. 34 lo ritornerò nella mia casa onde io
uscio. Novell.ANTIC. Firenz.1572 novel. 20 lo poi che mi partio,abbo avuto
moglie efigliuoli. Etic.di Arist. compend. da Ser BRUNET.ediz. Lion. pag. 100 quando
io udio le loro parole, non mido lea &c. Gli o dunque di udio,finio, lemeo
et c. in terza persona, non sono licenze di poeti,non aggiunteper iscansare
gliaccenti,ma regole o modi di terminazione, e risultati di una lingua, che in
altra si trasmutava,come or ora meglio dichiareremo. Che amoe si;che'lsipuò dir
percerto. e . Che rifutoe l'onor di tanta manna. Vit. de S S. P P. inciampo e in una pietra, e fece alcuno
strepito: pag.10 con molte lagrime cantoe salmi, e pag.6 ľani male si levoe a
corsa, e fuggie:pag. 43 per la sele l'uno morie,e pag. 47 udie una voce che gli
disse et c.'Or questa uniformità fa vede re,come dianzi ho pur detto,una
proprietà di cadenza nelle terze persone singolari del preterito in su le
origini della lingua, e quin di è che se ne abbiatanta copia ancora
ne'prosatori;e tanto èlun gi che l'E si aggiungesse perevitare l'accento,che ci
è facile tro yare temè,ma non temee; se non forse per la rima.Cosl Dante dis
sePurg.3212 senza la vista al quanto essermife e permife,voce interain
sestessa,come vedremo nella seconda parte al num.6 del verbo Fare. dopo che le altre persone omologhe del
preterito si erano concordate nella desinenza.Così tutte le prime escono in
I,amai, temei,udii, tutte le seconde in sti, amasti,temesti,udisti:e
tuttelepluralihan pari concordia di finale. Or come poteasi tralasciare quesť
armonia nelle sole terze del singolare? Questa è la origine vera degli O e
degli E che si aggiungevano, e non le sognate fra le minuzie di una grammatica,
che inaridisce. Col progressodel tempo sivolle trascurare
quellaparitàdicadenza, e le voci sichiuseroin 0, in E, inI,ac centandole
finalmente, sebbene quelle chiuse in O si trovino spesso tra gli Antichi
senz'accento comeinFazio degli UBERTI, e nelle NoVELLE ANTICHE.Ed
oranoi,lucidiesseridi unsecolointelligente, go diamo su la idea dolcissima di
una lingua perfezionata. Ma i gravis simiAntichi,colle mire ch'essi
aveano,questi Antichi io dico, risor gendo,ne sarebbero in tutto persuasi? E cid su le terze persone singolari de'preteriti:
ora torniamo al verbo temere o dovere, dalle considerazioni del quale siamo qui
per venuti. Si noti che doverono e temerono ammettono le tre solite scor
ciature Lemeron, temero,temer,come amaron, amaro, amàr,perchè da lemeron ci
troviamo all'altra desinenza intera temèro prodotta da ti muere,come dovèro dadebuere:
laddovedovellerononsopportacheuna scorciatura appena,potendosi faredovetter, ma
non proceder più oltre; perchè le nuove scorciature non ci fanno casualmente
trovare in altra desinenza compiuta in se stessa.Tanto è vero quelloche
siadditonel 3. 17. E'certo che ne'perfetti delle seconde conjugazioni
italianeso no le irregolarità più grandi: ma non ho veduto che altri notasse in
esse un incontro curioso: cioè la irregolarità non concerne mai se non la prima
persona singolare,e le dueterze singolare e plurale,mentre tutte le altre
persone si trovan sempre comela regola chiederebbe. Cosi nel preterito rompere
abbiamo ruppi, ruppe, ruppero anomale; e le altrevocisono
rompesti,rompemmo,rompeste,come vorrebbe la indo le di un perfetto italiano
regolare rompei, rompè et c. Tal cosa è so vente osservata e confermata con
esempj nel prospetto. E m m i più vol. te nato il prurito d'indovinare onde sia
talearcano di lingua. A me ne sembra la origine dall'avere le terze persone
plurali una seconda desinenza derivatadal latino,per esempio rupere
ond'èruppero,enon daruperunton d'èrupperono, oromperonoBo'i reg.2, chepursitro
ya negli Antichi: vedi ilprospetto di questo verbo. Romperono ha l'ac cento,che
riposa in su l’E: e quindila terza singolare non può es. sereche rompe, e la prima
rompei; laddo veruppero hal'accento nell'U, restandobrevelaE.Quindi
perleggedicorrispondenzalaterzasin golaredee tenere l'accento anch'essa nella
vocale precedente, e non nella finale; altrettanto dee succedere nella prima
singolare: e per ciddeemancarel'E diEInella desinenza, giacchèl'E diEIintutte
le conjugazioni seconde è gravato di accento; efinalmentedee cavar seneruppi, ruppe,ruppero.
Ma rompesti, rompeste,rompemmo non pos. 18 già 26. Ma diciamo
qualchecosa de'perfetti de'verbiausiliari.Nascono fuit fusti fosti C2
sono non avere l'accento sull'E in forza dellaformazione loro,essen do in esse
la E seguitata dalla doppia consonante S T, M M. Quindi non possono non esser
tali come romperono, quantunque poco o nulla usate, come avviene in molti se
provenissero da rompei, rompe, verbi irregolari. E per cið l'anomalia
de'preteriti non può concer nere se non la prima singolare, e le due terze
persone singolare e plurale de'perfetti. Questo discorso vale eziandio ne'verbi
ano mali di terza conjugazione ; dicendo dell'I quanto si è detto dell'E.
Potremo da ciðtantomeglio persuadersi, cheamaro, temero,&c. sono desinenze
piene in se stesse, e non sincopi di amarono merono et c. fuisti Fui da Fui
fuistis fuerunt fuere fummo fuste foste furono 19 fuimus furo Questo tempo
somiglia in tutto al preterito debui o timui della se conda conjugazione
latina,alla quale appartiene ilverbo esse,o pure essere secondo che leggesi in
Plauto. Pure esso nelle persone non ha subito la legge di mutare l'UI:ma ciò
non è stato senza una ragio ne: Imperocchè dando luogo a tal mutazione,
sarebbe risultato fei, fe sti,fe et c, e questo è il preterito appunto del
verbo fare: purtroppo si osservano tra gli Antichi talvolta le voci del
preterito del verbo sostantivo piegate in quelle del verbo fare: Cosi Fazio
degli UBERTI nelsuo Ditcam.1.4c.8 dissefoperfu. Per il diluvio chefositene
broso:Filip.Vil,nelprologo allesueStorie:con lo stile che aluifo possibile:e
Faz. Nel Ditlam. lib.3 cap.22 infinescrivefonno perfurono,e Fr.Guitt.let.12, scrivefoe
per fu:e Fra Jacop.1.2 can.172 scrive fom per fummo.Per nonconfondere dunque
una cosa con lealtre,non doveasi praticarela legge anzidetta: nei tempi
debui,debuisti periva in. tuttele persone l'UI,eccetto l'Ifinalenellaprima
perfareil cambiamen toindicato. Infuisti, fuimus &c. sièritenuto l'U, edèperitol'I:edin
fuerunt è peritol'E. Si noti cheil fuit dagli Antichi si rendeva,e nesonopienii
libri, perfue. Igrammaticihancreduto l'Edifue come una giunta per non terminare
quell'E non è che la E nella quale dovea mutarsi l'UI, supplita in questo luogo
per dare alla terza singolare del perfetto la desinenza in E,comune a tutte le
persone simili di altri verbi di questa con jugazione, dicendosi lemè, iemelte,
crede, ruppe et c. Tanto siam dunque lontani che l'e di fue siasi una giunta,
che anzi era lettera distinti va della persona, ed una conseguenza
dellamutazione, che aveasi a faredelUI in E, come più si poteva. E quando sparì
quell'E, sitol fue fu in accento la semplicefu:mą serealmente,non
si cesso di aggiungerla.Ed ora ci rimane il sem plice fu, voce cheesce affatto
da ogni regola di terminazione. da Habui E le voci avesti, aveste, avemmo sono
comunissime: delle altre avei, avè, averono, se pur furono in uso, non ho
presente nemmeno un esempio; e solamente mi ricordo che in Fr. Jacop.si legge
avi per ebbi, ed avvero per ebbero. Di buon ora s'introdusse la irregolarità,
la qua le concerne, come ho detto, la sola prima singolare, e le due terze
singolare e plurale, e si fece ebbi, ebbe, ebbero; presa la occasione c o m e
s'intende pel S. 17 dal habuere: perché se ne dovea cavare ha. bero,con
lapenultima breve,donde ne seguitava habe per terza sin golare, ed habi per
prima; e somigliando queste due voci ad altre dell'antico presente abbo, abb i
et c, non potè non cambiarsi l’A in E, condirsiebi,ebe,ebero,ebbi,ebbe
ebbero.IPoetitalvoltaco me PETRARCA Trionfo Fam.cap. : ora investighiamo, come
da’pre teriti più che perfetti latini ne derivassero gl'italiani, che tanto sem
brano differenti. E certamente i Latini esprimevano col tempo la qua lità che
si affermava, ossia la cosa che siera fatta: e tali erano a m a
yeram,fueram,habueram.Ma negliitaliani sidecomposero gliattri buti, e si disse
io aveva amato,io aveva avuto,io era stato.Possiamo però conoscere che
tra'Latini medesimi si aveano i semi di simili riso. luzioni. Cosi Cic. nel 15
Fam. 20 disse, quantum ex tuis litteris h a beo cognitum per cognovi:od in
Verr.7 63 hodie sic homines ha bent persuasum: cosìnel 4 Ac. comprehensum animo
habere atque perceptum; ed altrove assai volte. Pertanto nel passare
da'preteriti più che perfetti latini agliitaliani,nonsifeceche ampliareciocchè
giàsi usavadai Latinimedesimi. Abbiamopiù voltenotato,che 20 per la rima
scrivo. no ebe con un b solo:qualche Antico ciò praticava quasi per abitu dine,
come può vedersi nel Dittamondo di Fazio degli UBERTI l'uso finalmente ha
stabilito ebbi, ebbe : ma,ebbero:vociche varianonel principio e nel fine come
appunto i preteriti greci. 28.Ma bastisu'preteritisemplici avesti ayè avemmo
aveste averono avero. 27.Seguendo le leggi descritte dovea nascere ancora
Habuisti Habuit Habuimus Habuistis Habuerunt Habuere I Ayei v.92, li che
incominciano ad imparare il latino quel lo scordano, facilmente,o che per
disusoin parte esprimono le azioni trapassate col verbo habe re,e col
participiopassato latino. va linguagl'Italiani erano Or siccome nelle
originidella in rispetto della lingua latina nuo punto chi principia ad apprenderla
come ap, o chi per disuso l'ha quasi di menticata; così l'analogia e
la voglia di esprimersi inqualche modo gl'indusseade comporre,edireioavevaamato,io
avevaavuto. &c; lasciando in amalus ed habitus gli S finali, e mutando gli
U in 0 secondoleleggidelş ireg:2e3, dalle qualiappuntorisultaamalo ed ayuto con
i cambiamenti suggeriti appresso dall'uso. 29. Quanto al verbo essere:il più
che perfetto latino è fu -eram, fu-eras,fu-erat&c:t alivocisonocompostedi
eram,eras,erat,e fuo fuit: quasi dicasi io erafu:tu eri fu &c.Seguendo
pertanto l'indole del tempo aveasi ad indicare tal nozione che spontanea si
presenta: cioè dovevasi indicare che questo era spettante alfueram; non era
indeterminato,e pendente come chiamano i Grammaticil'imperfetto, ma era
piuttosto di un tempo definito e certo. E'noto che i Latini appuntocon la voce
status, stata, statum upita al giorno o tempo accennavano i giorni e tempi
definiti. Cic. Offic.37 status diessit cum hoste:o come Plinio disse stato tempore.
Quindiin tempo che la lingua degenerava o si decomponeva si disse io era
stato,cioè in tempogiàfisso, giàpassato,e non pendente:tueristalo,cioèintempo
fisso et c, egli era stato, &c. La voce stato fu dunque come una giunta o
segno di cosa passata, e non altro:ed in seguito si aggiunse a tutti itempi,che
lo richiedevano nel verbo essere.I Grammatici han creduto, che stato sia il
participio del verbo stare applicato al verbo essere. M a non dee presumersi
che la formazione del verbo stare pre ceda quella di essere, che èil primo
de’verbi,e verbo per essenza: edaggiungo che sto,stas tra'Latini,da'quali
derivava in gran parte la lingua,se non è privo diparticipio, certamente ne
somministrava un uso ben raro, come può intendersi, consultando il Forcellini
sul verbo sto sta.Per taliriflessièda concepire,cheilverbo esserenon abbia
participio se non quello dedotto da stalus, stala et c. usato in principio come
segno e non più, di cose precedenti e consumate. 30. E da ciò nacque, che a
poco a poco si tentò creare un par ticipio proprio di essere,facendosi
essuto,issulo, o suto. Quindi AlBERTAN. Giud.cap.44pag.100
ediz.Fir.1610maggioronoreglisareb be essuto s'egli se ne fosse rimaso. Amm AESTRAM.
degli Antic.pag.93 Nella Grecia la Filosofia non sarebbe stata in tanto onore
s'ellanon fosse essuta invigorita per contenzione. Collaz. Ab. Isac. pag. 59 E
se l'uomo avesseconosciuto lasua infermilate nelprincipio e avessela veduta ;
non sarebbe essuto negligente. Questo participio pareva il più naturale: pur si
disse anche issuto; ma più di raro: AMMAESTRAM.de gli Antic. pag. 303 la nuora
il seguente di che è issuta menata, di. manda &c.Ma più di tutti fu in uso
ilparticipio sutopiùanalogo a sono,sei &c,e molti nesonogliesempj in
Boccaccio,nelle Croniche diLionardo MORELLI, nelMorgante del Pulci, nell'ARIOSTO,
ed in altri: ne allego un solo tratto da' FIORETTI di S. Francesco cap. 38 a.me
si è suto rivelato che tu et c. A fronte di tali sforzi non irragionevoli
lavocestato, laquale nonera che unsegno,divenneilparticipio legittimo,
esclusone ogni altro, 21 Ed eccone gli esempj. Fra JACOP. Poes,
Spirit. lib.1satir.i averanno reg.2, 3,7 perchè se nell'habebo si cambiavano i
due B in Vrisultava havevo e quindi havevi,haveva &c.come
nell'imperfetto:nonvolendosi dun que ritenere il secondo B, fu necessità
cambiarlo in altra consonante, e fu questa la R, e se n'ebbe averò, averai,
averà et c. in forza delle regole generali citate: mapresto
sitolseanchel'Eintermedio,esi fece Ayrd Avremo ayrai 22 Sempre serai in
tenebria Ditlamon.lib.icap,25 eris erit erimus eritis erunt avrete ayrà avranno
serai sera seremo Serete seranno. LATINO habebis AveròS.Ireg.7 31. Venendo ai
futuri dirò prima come derivassero quelli de’ver bi ausiliari. Nel verbo essere
è il futuro Ben serai crudo se gli occhi non bagni. FBA Guit, let. 3_pag. 13,e
anche sera di molti. Dittamon. 1.2 c.31 L'ITALIANO nelle origini Sero Le cose
quivi ne seran più conte. Novell,ANTIC,99 seranno queste le novelle che io porterò.
Chileg. gegli Antichi trova questeésimili vocinon infrequenti.Manifesta mente
dunque derivano dalle latine con la giunta di un S in prin cipio per
uniformarle con sono, sei, siamo et c. Del resto eris,erit, giusta le regole,
danno erai, erà,S. 1, e quindi serai, serà. Presso al cuni popoli ancora si ode
ladesinenza serimo, serile, che presto fu ridotta in seremo, serețe et c. Al
presente si trova cangiato anche il pri mo E,dicendosisarò,sarai.Questo
cambiamento è1'usuale,ma non forse il migliore, secondo le regole. Vedi il
verbo essere n. 13. Quanto al futuro di avere era il habebit averaiS.Ireg.5,e7
averemo reg.2, 3 habebitis LATINO Ero Habebo habebimus avera S. i reg 6, 7
averete reg. 2,5, 7 habebunt L'ITALIANO e talvolta a simiglianza
delle mutazioni occorse nel presente si tolse anche l'V,esen'ebbe Aremo arai
arete arà E stabilita una volta la cadenza de'futuri ne’primi verbiessereed
avere inserò, sarò, arò per continuadiscendenza dallatino;qualmeravi. glia che
siestendesseposcia ai futuri di ogni verbo, esi dicesse
amar),amerò,temerò&c. 32. Può nondimeno assegnarsi altra origine dei nostri
futuri, sem-" plice al paro che universale. Nel nascere della lingua si
scrisse raggioper amarò,faraggio per farò come leggonel B.Jacop. lib.2c.15,
elio faraggio questa convenenza: edice raggio per dirò come lostesso autore
scriye lib. 2.c. 25 or m 'udite in cortesia Però crudele, villano, e nemico
Sarabbo, amor,sempre ver te se vale &c. In alcuni villaggi d'intorno a Roma
si ode anch'oggi la desinenza in ajo, come farajo, amerajo et c. A ben
riflettervi tali voci non senoncheamar-aggio, dicer-aggio,far-aggio
&c:vuoldire aggioa fare,aggio a dire,aggio adamare:formole intutto del
futuro:per chè colui,il quale ha afare, non ha fatto, nè fa, ma riserbasia
fare: cioè dichiara l'azione sua come futura. E perché in luogo di aggio si
disse ancora ajo; quindi è che si hanno pur le cadenze amerajo, farajo&c.Ma
siccome in progresso abbo, aggio, ajo degenerarono nelle più semplici ho, hai,
ha, avemo, ayete, e per sincope aemo, aele, han no;cosìda ultimosifeceaver-ho, aver-hai,aver-ha,
enelpluraleaver emo, averele, lasciato l'a del dittongo in aemo, ed aete, e
finalmente aver-hanno:ed eposto l'hozioso nel mezzo di tali composizioni,sieb
be aver-o,aver-ai&c.Ma perchèho, ha,come monosillabe han suono tutto
raccolto in esse,e grave come per accento; quindi è che poco a poco simise ancorl'accentonelleprimee
terzesingolari,dicendo si averò, averà et c. Pari è la origine di serò, serai,
serà et c.voci del futuro del verbo sostantivo, quali usarono da principio per
sarò, sarai, sarà et c. Risultavano dall'infinito essere,troncatene le due
prime let tereES,come insono, sei &c, tanto che se ne avessesere,equindi
aranno, come si scorge ne'libri degli Antichi: Così Lell. 5 tra quelle del B.
GIOVANNI delle Celle: solo tanto l'arò a immutare, e nella letter. XI a Guido,
arai Dio teco, e più sotto, dove arai a stare in eterno, e lett. 13, che mai
non arannofine. FR. JACOP. lib. 2. cant. 3 pianto harete é dolore: tali yoci si
hanno pure ne' GRADI di S. Girolamo nell'Eneida di Annibal Ca'Ro, e nel
Cavalca, e comunissimamente nell'Orlando del BERNI. Diceraggiovi via via.
FraGuit. ediz.Rom.1745lett,3 lamoremioparteraggio,elett.16 folle acquisto far
mi guarderaggio: e tal volta ne'scuri principj della lingua s'incontra la
desinenzain abbo,farabbo,amerabbo et c.per il futuro. GUITTON. d'Arez.Son. ame
23 Ard sono ser-ho, ser-lai, ser-ha, ser-emo, ser-ete, ser-hanno:e
finalmente sarò, sa rai,sarà&c.Siapplichi lateoria dichiarata ancheagli altriverbi,
ed avremo amar-ò,amar-ai,amar-à,amar-emo,amar-ele,amai-anno, comesidisse
originalmente: le Letteredi $.Caterina di Siena ediz. di Aldo son piene di
questa desinenza,ed ilVarchi,egregio maestro di lingua, ne fa uso ben grande
nelle opere sue.Ora l'A precedente l'R fina. lesicambia inE,non sapreiperqual
vezzoirragionevole(vediama re nel futuro del prospetto:) e siè prodotto
amer-ò,amer-ai,amer-à, amer-emo &c. Dicasi cid proporzionatamente di
temerò,temer-ai,sentir-ò,sentir-ai et c. 33. Si noti, che la terza singolare
del presente di avere era have, hae, ha. Spesso inluogodiadoperarehanelcomporre
ilfuturo,fu adoperata la voce hae,con dire aver-lae, aver-ae, amer-hae, amer
-ae, far-hae,far-ae. Questadesinenzaè frequentissimain alcuniantichi Scrittori.
I nostri Grammatici han creduto che l'Ediaverae,farae &c. fosse un
aggiunta, per genio della lingua, che non soffriva di termi nareinaccento:ma
essa non èchelaE dihave,hae; etantoèlun gichefosseun'aggiunta,che
anzidicendosiora averà,amerà,non già si è cessato di aggiungerla,ma si è tolta
propriamente laE spet tante all'have,hae.Siapplichi quanto ho detto alla
desinenzaameroe per amerò lemeroe,per temerò et c. E'difficile trovar parola
italiana terminata in anno,la quale si scorci,eccetto le terze persone hanno, danno,
fanno, stanno,vanno, formate tutte a simiglianza di hanno. Quindi le terze
plurali avran no, ameranno &c.non si dovrebbero troncare;ma perchèson
esseun composto di aver-hanno,amar-hanno;cosi queste voci non han po tuto
perdere lo scorciamento particolare di hanno, e degli altri dan no, fanno et c.
foggiati a simiglianza di esso, come si vedrà nel trat tare partitamente
de'verbi.Anzi aggiungo,che hanno, fanno, slan no &c.intanto si scorciano
perchè nelle origini si diceva fano,stano, e così forse hano:voci idonee tutte
agli scorci,restando han, fan, dan:e siccome pur queste sirinvengono mozzando
hanno,fanno&c, perciò sono ricevute. Chi volesse notomizzare più
sottilmente questa materia, potrebbe trovare forse le tracce del futuro del presente
nel futuro del congiuntivo. Cosi lasciato da amavero, celavero &c. ilve per
simiglianza di quan to si pratico nel fissare la derivazione dei preteriti, si
avrebbe ed accentandoli celaro 24 54. Riguardando a tal seconda
spiegazione,i nostri futuri non sa rebbero quei de'Latini trasmutati:ma solo
deriverebbero quanto ne derivano gl'infiniti de'verbi,ed il presente del verbo
ave re, che ne sono gli elementi componenti. dal latino da Ama(ve)ro cela(ve)ro
amaro et c. 55. Quanto agl'imperativi ognun vede che l'amato, il timelo, il
legito, el'auditode'Latini,altrononèche l'amatu,temitu,leggi Amaro
lu,odi lu degl'Italiani. Le altre voci italiane sono pur le latine tra
dotte:ma perchè questesono lestessedei presenti,partedelcongiuntivo, eparte
dell'indicativo,overo del futuro dell'indicativo; cosìnon bi sogna se non
investigare come que'tempi si diramino dal latino,cioc chè si è fatto, e si
farà tuttavia. 36. Eccomi pertanto ad esaminare il congiuntivo de'Latini,dal
quale hanno origine tutte le voci del nostro ottativo e congiuntivo. Ames Amet
Amemus Ametis Ament Nelle voci amemus, ametis l’E si volge in IA, perchè nel
tradurle si riguardanotalivocicomedipendenti dalla seconda singolare conlagiun
t a d i a m o o diate, ami amo, ami -a l e. Del resto sebbene l ’ E finale
avanti la S dovea mutarsi in I; e la E di amem o di amet dovea secondo leregole
conservarsi; pure ne'principj non erano questi limiti abbastanza riconosciuti:
e diceasi promiscuamente io ame,tu ame, que gliame:desinenza era questa originale,
perchè meno distante dalla latina, taciutene le consonanti in fine, e resta
tuttavia tra’ Poeti, spe cialmente per la rima: nondimeno si crede che questa
sia termina zione di licenza, e non primitiva e spontanea. Tale è ilprogresso
delle cose,c h e dimentichiamo gli usi più naturali, sostituendone altri men
proprj,che poscia il tempo caratterizza come legittimi!Vedi amare num. 14.
Nelle altre conjugazioni, lasciate o mutate le consonanti finali se condo le
regole S. 1, e lasciato l'E, o l'I precedente l’A finale, S. I reg.4,risulta
dal LATINO Timeas Timeat Timeamus Timeatis Timeant Tema Temi, e poi tema Tema
Temiamo Temiate Creda d 25 1 Timeam ITALIANO Ame,ed ora ami L'ITALIANO
LATINO Amem Credam Temano Credi, e poi creda Creda Crediamo Crediate Credano Credas
Credat Credamus Credatis Credant Ami Reg. 4 e 2 Ame,ed ora ami Amiamo Amiate
Amino. E ne verbi ausiliari. Nel qual mutamento l'EdiHabeam et c.èdivenuta
per eccezione o dolcez. za un I, ed ilB siè raddoppiato, osservate ancora le
regole generali. Quanto alsim, sis, sit, simus, sitis, sint, siccome il verbo
essereè di seconda conjugazione, e tutte le seconde conjugazioni anno il
presente del congiuntivo terminato in A nel singolare, almeno nella prima e terza
persona; quindiè che si fece iosia, tusia,o sii,quegli sia, noi siamo, siate,
siano. 37. Ma perchè nelle origini della lingua non era ben decisa la
terminazione, con cui chiudere levocidel presente nel congiunti vo, si tento
talvolta, o si dubito modificarle in tutte le conjugazioni, come nella prima. E
siccome la prima era terminata in io ame ovvero 38. Così pure essendosi
terminata la prima conjugazione in I nel presente del congiuntivo,siterminarono
talvoltain Ipurlevoci delle altre: e si trova abbi per abbia, giunghi per
giunga, vadi per vada &c,in terzapersona: Lett.S. Cat.pag.31. Deh!nonsirendi
più il cuor nostro ambiguo,cieco, e negligente.E quindi è che tra'Cin
quecentisti generalmente le terze plurali abbiano,temano,leggano fu Abbia
Habeam 26 tu ame Ilabeas Habeat Habeamus Habeatis Habeant Abbi ed abbia Abbia
Abbiamo Abbiate Abbiano io ami quegli ame quindi èche si quegli ami; trovano
anche i verbi di altreconjugazioni figurati. Così AB. Isac. Collaz. cap.2. cosi
con scrive,abbie preziosa operazione: e cap. 12 abbie paura della superbia, ed
ALBERTANO Giudice l'uno de Scrittori più antichi assegnato all' anno 1260 in
circa, scrive vece diabbia al principio del cap. in 6 tu abbie: e si dice abbie
cari tade e fa ciò che tu vuoi, e cap.9 dci render lo beneficio all'amico con
usura se puoi:e se no; abbie spesso lo beneficio a te dato memoria: e cosi nel
cap. 3 usa in pieper diche per dichi, enel 5 in finesap sappi: e nel cap. 9 sie
per sia. Sie largo di dar mangiare Tuoi conti ecari amici,e nel alli cap• 38
de'tuoi beni e dello stato che Dio l'ha dato ţi stie contento.Tali formole
parrebbono a chi non guarda alle origini, tutte licenziose, laddove ri
naturali,quando erano modi primitivi e la lingua pendeva ancora indecisa circa
la desinen za.Ora eccettosie efie,le quali pur vogliono gran parsimonia piùnon
siuserebbono talivoci. Vediesserenot.17, avverto che tali voci abbie Del resto
io non all'imperativo,sie&c.spettano al congiuntivo come. tu amirono abbino,
temino, leggh i n o et c ., che poi l'uso ragionevolmente 27 ha ri pudiate,
perchè rimanesse un divario tra le cadenze, onde riconoscer ne le conjugazioni.
ec.1491. Are ( avrebbe) quelcolpo gillatigiù mille. E qual sare'colei che nol
facessi? In questo esempio il primo sare sta per sarei, e l'altro per sarebbe. Eguali
manieresiscontranoancora,ma più rare assai,nell'Orlanda del BERNI:così nel
c.5.16 39. Quanto all'imperfetto
amarem,amares,amaret; taciutene le consonanti finali risultava amare, voce non
distinta dall'infinito: si aggiunse per cið un I finale, e si fece amerei:e
siccome il per fetto dell'indicativo termina in I, dicendosi amai, temei,
sentii, e da questa si ebbe per seconda persona amasti, temesli, sentisti; cosi
fu con progresso consimile terminata la seconda di questo tempo, dicen
dosiameresti, temeresti, sentirestiaggiunto un TI ad amares,timeres,
sentires,il quale in origine non era che un lu, e perciò trovasi tal volta
ameres-tu, vederes-tu per amaresti, vederesti &c.Cosi PASSAVAN ti nel
suoSpecchio di Penitenza pag.107. Avrestuoffeso intaleolal
cosa?&c.Laterzaamaret,gittatoilT,divenneamare nuovamente, e per
distinguerla si fece amerie,ovvero ameria per essere ne' prin cipii non ben
precisa la vocale distintiva da aggiungersi. Quindi in FRA Jacop.lib.4
cantic.30 silegge fariemiconsumare,permifaria consumare;e nellib.5can.27 si ha
vorrielo perlo vorria,eDan.Par. 29: 49 usa giungeriesi per sigiungeria. Nel
Morgante del Pulci s’in contra un uso speciale, ma certo molto analogo a
dimostrare la ori gine di questa persona.Egli più volte in vece di modificare
diver samente la voce, o desinenza amare, aggiunge un apostrofe,e scrive
amere',sare',potre'perameria,saria,potria.Vedi c.12,13,c.13, 13 e 38. E son qui
per provarquelchel'hodetto. 'Amaremus diede ameremo mutatol'us in mo secondo le
regole generali: ma perchè ameremo è pur del futuro, si aggiunse un'M,
facendosiameremmo:amaretisdiedeamereste,come da amarespro viene ameresti; o
come da amasti proviene amaste. amerieno da amerie; ovvero mutato il T di
amarent in secondo le regole,siccomerisultaamereno;cosi
coll'inserirviun'I,sen'ebbe amerieno. Amerie, ovvero ameria, ecostamerienosonodunque
desi nenze originali:e questa è laragione, per cui ne' Prosatori antichi, come
ne'Poeti, si trova tante volte la cadenza inieno,amarieno,te merieno,farieno:
la quale ora è mutata in iano, ameriano, temeria AO et c.da ameria, cemeria,
che prevalse sopra di amerie, temerie E disse sare'io, ch'era pursaggia, Che a
cosi degno amante non piacessi, Purchè mai tempo e luogo accaggia; Ancormi dare
il cord'uscirne nello, ipo d2 chissimo usate fin da principio.I
Poeti,sovrani conoscitoridella dol cezza degl'idiomi, ritengono tuttora, usandola
amplissimamente,la terminazione in ia ed iano. I Prosatori l'hanno quasi
dismessa: nè io credo che ciò seguisse con piena ragione: giacchè si
allontanarono davoci, le quali presentano laoriginelorodallalingualatina che ne
era lamadre:e potevano variare con ogni dolcezza il discorso. Inluogo di
ameria,ameriano sottentraronole altre amerebbe,ame rebbero, ovvero amerebbono.
Queste voci a somiglianza di quelle del futuro sono composte ancor esse, ma
dall'infinito e dalle terze del perfetto diavere, amar-ebbe, amar-ebbero,ovvero
amar-ebbono.Può no tarsilamarciaincostantedegli uomini:mentre sonostatiesclusi
tantiB dagl'imperfetti, e dai futuri,qui ne sono stati riprodotti con usura: la
desinenza è divenuta più lunga, e talvolta quasi indistinta, essen dovi alcune
terze. Resta a dire qualche cosa intorno la desinenza amassi, temes
si&c.laqualeesprimeilpresentedell'ottativo,e l'imperfetto del congiuntivo.
E 'manisesto che questo tempo è tratto dalle voci sincopizzate del più ch perfetto de’ latini nel CONGIUNTIVO, tolto n
e il v i come nel perfetto dell'indicativo, e serbate leregole generiche delle
vocali finali, lasciato l'M, e mutata l'E in I et c. Amassi Amasse Amassimo
Amaste Amasseno. del perfetto, che
somigliano, come crebbe, increbbe, bebbe, ecc. E poco vedo cosa abbia a fare ebbe
e debbero, vocidel perfetto, convocidel soggiuntivo, lequalihannodell'imperfet
persone to, cioè che resta da fare. Possono osservarsi al verbo amare, dove
trattasi della desinenza in ia, ed iano, altre incongruenze. Ma l’uso ha già
prevaluto, e chi parla dee parlare conl'uso. Tale appunto sorse la terza
plurale: ed ancora n e restano degli esempj Fra Guit. let.I pag.8 se'reiabitasseno,elett.2ev'entrassenoalcore.
PETRAR. son. 154 che andassen sempre lei sola cantando&c.Ma posteriormente
di “amasseno” si fa “amassono”, ed ora dicesi “amassero’ co munissimamente. Si
noti che la seconda plurale amaste involge una mancanza di lingua: perchè non
più vi resta il ssi o sse, caratteristi co di questo tempo, e perché amaste è
voce plurale ancora nel perfetto dell'INDICATIVO. Ed è certo un difetto con una
voce stessa esprimere tempi, emodi tanto differenti. Forse è natodaciòchetalvolta
s'in contra voi avessi per voi aveste, come in Antonio Pucci Centiloquio
cant.69 terz.58. Se voi in qua non m'avessi menato. Anzi ho notato che
MACCHIAVELLI tanto conoscitore della sua lin Amassi nel suo 28 Ama (vi)ssem Ama
(vi)sses Ama (vi)sset Ama (vi)ssemus Ama (vi)ssetis Ama (vi)ssent
Ma primach'iosentissetalruina&c. FRA JACOP.lib.6 c. 18. 28. 42. E
siccome questo tempo nell'italiano esprime il presente dell'OTTATIVO, e
l'imperfetto del congiuntivo, i quali non E cosìnella Gerus.: "Quel
partissi addita azione già fatta. 29 gua, spesso in tal tempo usa la
seconda singolare per la plurale con premettervi il pronome.Cosi nell'Arle
della guerra ediz. Cosmopoli Far este voi differenza di qual arte voi li scegliessi,
e pag.63 iodcsiderereichevoivenissiaqualcheesempio,pag.233.so lovorrei che
voimi solvessiquesti dubbj,e 236 vorrei chemi dices si&c.Un tale scriveresidirebbeartifiziosoonegli
gente?Glieru diti decideranno se forse era meno male così scrivere. Certo se
replichiamo nel singolare io amassi, tu amassi,perchè non farlo nel plurale?
Amassetesarebbestata,parmi,lavoce idoneae conseguente:ma sealtri la dicesse ora,
sarebbe uno sgraziato, un imperito. Tanta è la prepon deranza degl’abusi, resi
venerandi per vecchiezza. L'origine di questo tempo è similissima in tutti gli
altri verbi.Così da timuissem è temessi, da legissem è leggessi, da audivissem
udissi, &c.e nezliausiliaridafuissemfossi,dahabuissem avessi,mu tato al
solito il B in V, e ľ U I in É come in “timuissem”, timui ecc. e tutti
soggiacciono all'inconveniente anzidetto.Del resto ne'principj della lingua
pendette incerto alcun poco se avesse a farsi amassio amasse di amassem, e così
sentissi o sentisse di sensissem. Quindi Fazio nel Dittam. lib. 1 loro
discordano, ma PROVIENE DAL LATINO, che era un più che passato. Così le di lui
voci medesime scorrono a significare cose passate non senza un pocodi
confusione:ma egliè male di origine, esivuol condonare:peress.SEGNERI
Predic.358.10Visovviend'altroreo,che mai tollerasse una o più tragica o più tirannica
forma di tribunale? E'chiaro che quel collerasse esprime cosa passata:tale è
pur quello nelle Vit. De'SS.PP. tom.1pag.83.E allora conosceretechefuil meglio
per m e ch' io m i partissi molto fra D'amarli e di servir, quant'io potesse.
BARBER ch'io gli mandasse a quello. Giosafat ed io non sarei savio se io tale
cosa manifestasse. Novell. ANTIC.37 s'iovolesse dire una mia novella&c.Nel
primo tom.delle Delizie degli Erudili Toscani pag. CL.sinotanoaltriesempj disi
mili desinenze. E se piaciuto pur fosse là sopra ch'iovi morissi, il meritai
coll'opra. Quanto agli altri tempi amaverim, amavero et c. sono decom posti
negl'italiani,che io abbia amato, o io avrò amato et c. Sicchè non vi resta
presso a poco da osservare, se non quanto si disse in torno di habueram, fueram
ecc DIPENDENZA delle conjugazioni italiane dall'infinito, e loro somiglianza
generalissima. Conjugare i verbi italiani non èchevariarediversamentel'in
finito,secondoimodi,itempi,lepersone,inumeri,come altrove si è detto. Or
volendo conoscere queste variazioni e somiglianza loro generale, si avverta. Ogni
infinito termina in “-RE”: “amare”, “lemere”, “credere”, “sentire”; e quasi
tutte le variazioni succedono appunto in questo RE finale:solamente talvolta
subisce de cambiamenti anche la vocale precedenteilRE.Cos)per avere I participj
presenti, il “-RE” si muta in “-NTE” nelle prime e seconde conjugazioni: “amante”,
“credente” &c.E nelle terze tutto l'IRE, per ess. di sent-ire si muta in
ente, sentente; ovveroilREsimuta inENTE;obedi-re,obedi-ente.Per avereil par
ticipio passato,aparlar generalmente, basta nella prima e terza con jugazione mutare
il “-RE” in “-TO”: “ama-re” > “ama-to”,senti-re,senti-lo.nelle
altreconjugazionisicambiatuttol'EREinUTO lem-ere,tem-ulo, cred-ere, cred-uto.
2. Quanto ai tempi per avere il presente singolare si lascia il RE
dell'infinito, e lavocale precedente il “-RE” simuta in “-O” per le prime persone,
e dove bisogna in Iperleseconde;ma perle ter ze persone, tolto ilRE, I'lsicambiainE
nelleterzeconiugazioni: nelle altre non bisogna variazione ulteriore. Ama-re
teme-re Crede-re a m a teme crede senti ne’plurali il “-RE” dell'infinito si muta
in “-MO”, “-TE”, e “-NO”, per le prime seconde,e terze persone. Ama-mo Teme-mo
Crede-mo ama-te teme-te crede-te senti-te a m a -n o teme-no crede-no
Senti-mo 30 E cosi trovansi presso gli Antichi terminate le prime e terze
plurali. E per dare qui un qual ch'esempio su le terze plurali, CASTIGLIONE nel
suo perfetto cortigiano usa commoveno, rivesteno, discerneno, occorreno,
cadeno, moveno, serveno, ed altre moltissime. Nell’archisihagiaceno,
soggiaceno,ed altre. Ma ora l'uso porta che anche le vocali precedenti il “-RE”
hanno subito de'cambiamenti, dicendosi tutte le prime persone amiamo, temiamo, crediamo,
sentiamo:enelleultimedue conjugazioni terminandosi le terze persone plurali in
ono, temono, cre sente -n o 1 S. III. 1. amo temo credo sento ami temi credi
Senti-re sente. Quanto ai verbi della terza conjugazione, ne’’ qualivi è la
doppia cadenzacome abborroeabborrisco (vediquestoverboinfine della prima parte
) sappiasi che la cadenza in isco esce di regola nei pre senti dell'indicativo,
imperativo,e congiuntivo. Tutto il divario è che in questi presenti le persone,
prima, seconda, e terza singolare, si formano come prima secondo le regole, e
che poi alla vocale fi nale si antepone la sillaba ISC in ognuna di queste solamente,
on de si abbia: la terza plurale si trae dalla prima così mutata, aggiuntole il
“-N O”, segno della pluralità ne'verbi. “Abborrisco-no.” Ossia all'infinito
abborri re, tolto il R E si congiunge sco, sci, sce, scono, abborri-sco, abbor
ri-sci, abborri-sce,abborri-scono. 4. Il Re dell'infinito si muta in VA VI VA
pel singolare a m a -re teme-re crede-re senti-re ama-va teme-va crede-va
sentiva Ne plurali alla prima, o terza di ciascun singolare si aggiungono le
distintive dette di sopra MO,TE,NO. amaya-mo temeva-mo sentiva-mo amava -te
temeva-te credeva-te credeva-no sentiva.no Perfetti dell'indicativo per la terza
persona l'ultimo “A” di “amasi” muta in “-O” accentato. Nelle altre
conjugazioni si accentuano la E o l'I; masiaggiunge MMO 31 dono,sentono
&c, come se aggiungasi ilNO alle prime persone, temo, temono,credo,credono,sento,sentono,laddove
essendole terze plurali un multiplo di terza e non di prima persona singolare, non
dove asiaggiungere il NO, segnodipluralità,senonallaterza sin golare, come
dicesi ama, amano, e non amono. amava-no temeya -no STE 1) sentiva -te ama-vi
ama -va t e m e -vi teme-ya “senti-va” credevi sentivi Imperfetti
dell'Indicativo 2 ) personeplurali, RONO 3 crede-va credeva -m o abborr (isco
abborr(isc)i abborr(isc)e 5.ToltoilRe
dell'infinitosiaggiungeIperlaprima,eSTIper laseconda persona: per le
senti-sti senti ama-mmo teme-mmo crede-mmo senti. mmo amo teme crede
ama-ste teme.ste crede-ste a m a -rono teme-rono 6.Ma nelle seconde
conjugazioni,come in temere e credere, ol tre la legge universale,il RE
dell'infinito spesso si muta per le pri m e in singolari in T T I; per le terze
singolari in T T E, e per le terze plurali in TTERO ovvero in TTONO dicendosi
Temei temetti Credei credetti Temė Futuri dell'Indicativo 7. Il solo E finale
dell'infinito si muta, o cresce in O accentato 1 ) A I nelle amar-o temer-6
sentire amar-ete creder-emo sentir-emo Presenti dell'Ottativo IIRE si muta in “senti-ste”
crede-rono senti-rono creder-o 33 ama-re tem e re cred e -r e ama-sti
teme-sti crede-sti amar-emo temer-emo temer-ete creder -ete sentir-ete
amar-anno temer-anno I SSI SSI SSIMO SSE. STE SSERO SSONO sentir-à senti i
amar-ai temer-ai creder-ai sentir-ó amar-a temer-à creder-à sentir-ai ama-i
teme-i crede-i amar-e temer-e creder-e Credé Temerono temettero temettono
Crederono credettero credettono 2 ) del singolare A accentato 3 EMO ETE nelle2)
delplur. ANNO 3) temette credette Si noti che ora si volge in E anche l'ultimo
A di amare, almeno dagli Scrittori, non senza equivoco EQUIVOCO GRICE. Vedi
amare nel prospetto not. 9. crederanno sentiranno sentire ama-re teme-re
crede-re a m a -sse teme-sse crede-sse crede-ssimo ama-ste teme-ste senti-ssi
serti-ssimocic. BBERO solamente nella prima conjugazione si è preso il COSTUME
– forse NON RAGIONEVOLE – di cambiare 1A precedenteilRE dell'infinitoinE.
sentire sentire-i credere-sti credere -bbe credere-mmo sentire-mmo credere-ste
sentire -ste credere-bbero sentire-bbero credere-bbono sentire-bbono Si noti
che le aggiunte che qui si fanno per le due prime per sone singolari eplurali
sonole stesse dei perfettie che quelle che si fanno per le terze sono, direi,
le terze del perfetto di avere, ebbe, ebbero,ciocchè facilita di molto la
formazione di questo tempo, presente del congiuntivo AMO ATE credere credere -i
sentire-sti sentire-bbe ama-ssi a m a -ssi teme-ssi teme-ssi crede-ssi
crede-ssi senti-re senti-ssi ama-ssimo teme-ssimo Amare Io ami Imperfetto
dell'Ottativo Conjugazione 1." Si toglie il RE dell'infinito, e la vocale precedente
il “-RE” si muta in I, e nel plurale si aggiunge 3 1 sentisse credeste, amassero
amassono temessero temessono credessero credessono 33 I alla 1) S T I 2 ) del
singolare BBE 3) MMO I) STE 2)delplurale amare amere-i amere-sti amere-bbe
amere-m m o “amere-ste” amere-bbero amere -bbono 9. L'infinito resta immutabile
e si aggiungono Tu ami Colui ami Ami-amo Ami-ate Ami-no temere temere -i
temere-sti temere -bbe temere-m m o temere-ste temere -bbero temerebbono NO 2
person. La vocale precedente il -re
dell'infinito si muta in “a” in tutto il singolare, e nella terza plurale. Il
resto è come nella prima :anzilla seconda singolare può terminare come nella prima
conjugazione; i che sarà considerato ne verbi rispettivi. Credere Creda Creda o
Credi Creda Crediamo Crediate Credano. Queste sono le variazioni. Gl’altri
tempi composti risultano da alcuno de' tempi già esposti, presi da'verbi essere
ed avere, e dal participio passato del verbo particolare, il quale si usa; e
però non occorrono nuovi cambiamenti nell'infinito. Quindi si dovranno cercare
nel prospetto. Intanto si potranno raccogliere alcune regole, e sono: Tutte le
prime persone singolari dell'indicativo eccetto il perfetto e l'imperfetto
finiscono in 0. Tutte le seconde in I in ogni tempo. Tutte le prime plurali in
ogni tempo e modo in “-mo”, e le seconde in “-te”, e le terzein “-no” o “-ro” in
alcuni tempi. Ma in tutte le prime plurali dei presenti di ogni modo, degl'imperfetti,
e futuri dell'indicativola Mè semplice: amiamo, amassimo, amavamo, ameremo, temiamo,
temessimo, temevamo, temeremo, &c. Ma ne'perfetti dell'indicativo e
negl'imperfetti dell'ottativo la “m” è doppia: “amammo”, ameremmo, temeremmo, crederemmo,
&c., e cosi le seconde plurali in que stid u e tempi ed anche nel presente
dell'ottativo anno la “s” avanti ilTe finale dicendo siamásle amereste &c.!,le
altre anno il semplice “-te.” Parimente, questi tre tempi possono finire in “-no”
ed in “-ro” nelle terze plurali: amaro, amarono, amerebbero amerebbono, amas, amaranno,
amarino. Gli. BIBLIOTECALVCCHESI -PALLIBIBLIOTECA LUCCHESI • PALLI III. SALA
Scaffale. Pluteo. N. CATENA. h Digitized by Google Digitized by Gopgle COLLANA
DEGLI ANTICHI STORICI GRECI VOLGARIZZATI. Digitized by Google Digitized by
Google Dìgitized by Google Digit zec! ov \Vo3^ LE ANTICHITÀ ROMANE I DI DIONIGI
D’ALIGARNASSO VOLGARIZZATE DALL’ AB. MARCO MASTROFINI già’ frofessore di
matematica e di filosofia NEL SEMINARIO DI FRASCATI MtmOKX KOrJMMKTt USCOKTIUTÀ
COI TM3T0 BAh TKÀBVTTOBt TOMO PRIMO MILANO DALLA TIPOGRAFIA De’ FRATELLI
SONZOCMO M. Dionigi di Alessandro fu d’Alicarnasso, reggia un tempo della Caria,
della quale pur furono Eraclito il poeta ed Erodoto di gr^ca istoria padre come
Petrarca lo intitola nel terzo de' capitoli sul trionfo della Fama. E difficile
determinare V anno, non che il giorno della sua nascita. Fozio nella sua
Biblioteca (cod. ^4) dice che egli precedette Dione Cassio, ed Appiano
Alessandrino, espositori aneli essi di Storie Romane. Errico Dodwello che
meditò gravemente quelt argomento non seppe ristringersi ad altra particolarità,
se non a questa, che Dionigi debbo essere nato fra t anno (i"G e ^oo di
Roma calcolali alla maniera di V airone. DIOyiGI, toma ^ ‘, X / 2 I(. Dionigi
sentiva in sè la nobiltà del cor suo] c si mosse verso la capitale del mondo, e
venne a Roma nelt anno F^arroniano ja5, cioè finita la guerra interna di
Augusto contro di Antonio ; domd è che egli non vi giunse prima dell' anno suo
venticinquesimo. Fi si trattenne 22 anni: vi compose le opere critiche, e vi
apprese intanto diligentemente C idioma del popolo vincitore su la mira di
leggerne gli antichi monumenti nazionali, e di scriverne infine con greco stile
una stona per uso de’ Greci suoi che troppo la ignoravano. Egli riusci nell
intento, e la scrisse, e la divulgò nell anno Fcu roniano y47 sotto il nome di
Antichità Romane come l ebreo Giuseppe Jion molto dipoi, forse ad imitazione di
lui, e certo con più proprietà, pubblicò sotto il titolo di Antichità Giudaiche
la storia del popolo ebreo, la quale era insieme la storia della origine stessa
del mondo. III. Par che Dionigi delineasse la storia col disegno stesso con cui
Firgilio cantava la Eneida: vuol dire l uno e l altro spargevano fiori appiè
de’ trionfatori non senza il lusinghevole desiderio di guadagnarne la grazia :
non leggera conquista per uomini inermi, autorevoli solo per sillabe, per
parole, e per periodi ! 'Dionigi fece sapere a’ suoi che il popolo del
Campidoglio non era poi barbaro ; anzi che era pur esso greco di origine, e che
assai conosceva leggi e costumi ; e ciò perchè riuscisse il comando romano, se
non pregevole, certo men duro nella Grecia d’ Asia e di Europa, paesi che una
volta orati patria e tempio di fortezza e di libertà. Egli distese il suo
scrino in venti liLri ; ma non sopravanzano che i primi dieci e parte dell’
undecimo; tutto il resto perì per la ingiuria de' tempi. Per quanto ci racconta
Fozio che aveala letta per intero,
scorre ane la narrazione dagli Aborigeni e dalla venuta di Enea nella Italia
fino alla guerra de’ liomani con Pirro, monarca degli Epiroti ; perchè ivi
appunto comincia la storia Romana deli altro greco scriuor precedente, Polibio
da Megalopoli. Quest ordine di storie si consideri diligentemente ; perchè da
indi apparisce che Dionigi dee precedere c non seguire Polibio, come parve al
primo che dispose la Collana Greca, e come trovo fatto pur questa volta
irreparabilmente su Cantico disegno. Siccome un estero per la novità che v
incontra, può notare ì. costumi varj de' popoli meglio che il nazionale che
cresce e invecchia con essi ; così questi due Greci conversando co’ Romani
seppero distinguervi e descriver più cose che i Romani stessi non han descritto
e trasmesso con la successione de’ tempi ai tardi nipoti. Or ciò dovea tanto
più seguitarne quanto che scrivean quelli pel greco il quale non avrebbe
gustata nè intesa la loro narrazione se non esponevano minatamente le cose
notissime tra Romani. E quindi è che Polibio delincò su la milizia romana
quello che non si legge in niuno de’ romani scrittori medesimi: e Dionigi toccò
tante picciole circostanze che meglio dichiarano le ori-,gmi, il complesso, ed
il termine degli eventi: cioc Bihiiotre. cod. 8f>. ( 1 ) Ediz. romana di
Vinccoio Pojryiuli delT anno che ne ha rendalo, e ne renderà sempre, preziosissimo
quanto sopravanza delle storie di lui. V. Livio rimpelto a Dionigi è come il
compendio rimpello all' opera estesa ; tanto che il primo raccoglie in tre
libri ciocché l’altro dilata in undici. Nè io saprei dolermi su tanta
espansione quando le cose vi fossero state moltiplicale in proporzione. Ma per
dirne ciocché io ne penso, e dare intanto il paragone degli autori fin qui da
me volgarizzati che sono Sallustio, Quinto Curzio, Lucio Floro, e Dionigi ; mi
è sempre parato che in Sallustio non capano i sentimenti dentro le parole, che
in Curzio si pareggino compiutamente gli uni alle altre, che in Floro le parole
superino alquanto i sentimenti, e che in Dionigi fincdmente( siami cosi lecito
di esprimermi) le sentenze galleggino affatto tra le parole. Sallustio é come
il fior vivo, che di sé promette gran cose, ma stretto in parte ancora dalla
sua buccia : Curzio è il fior copioso, odoralo, aperto graziosamente al sole
che 10 vagheggia ; Floro è il fior vago, ma tutto spampanato con molte le f
rendette e poco t odore; e Dionigi finalmente è il fiore delle ampie e libere
frondi 11 quale sot^ di sé nasconde il picciolo guscio che ravvolgevalo, e par
sorgere pomposo e vario tra le aure che lo investono, ma troppo, se lo stringi,
è minore delle belle apparenze. Dionigi era un greco dell jfsia, e fa sentire
in sé la prolissità propria di quella vastissima parte del globo. Le parlate in
lui sono lunghissime, e per ordinario non ripetono se non ciò che presentano le
storiche narrazioni ; laddoue in,Tilo Livio sono lampi e folgori, sentenze e
risultati. V ultimo lascia a pensare, il primo li lascia senza pensieri prima
che finisca di parlare ; nelV uno senti il capitano ed il console, nell altro
lo storico d il declamatore : quegli è pieno di entusiasmo e di fuoco su gt
interessi della sua nazione, /’ altro vi si spazia sopra come il panegirista
che loda non per affetto, ma in vista di ricompense, o per moda. Forse tanta
loquacità non piacque nemmeno tra' suoi nazionali; e Dionigi voglioso di essere
letto, s’indusse a ristringere in un compendio di cinque libri quanto avea
steso in venti. Fozio nella sua Biblioteca [cod. ^4) parla eziandio di un tale
compendio ; e lo dice più utile per questo, che non contiene se non le cose
necessarie alla storia. Egli paragona Dionigi in quel nuovo scritto ad un re
che giudica e tiene intanto in mano lo scettro; e sentenzia ma con la
precisione e col tuono di chi comanda. Vr. Quanto allo stile i giudizj ne sono
difformi : vi è chi lo chiama scrittor soave, scrittore elegante ; e non vi è
dubbio che e"li abbia de' bei tratti, dei pellegrini concetti, e
gravissimi documenti. Nondimeno vi è chi dice risolutamente che Dionigi
rimpetlo a Senofonte è come il duro e licenzioso jépulejo rimpclto alle maniere
delicate e spontanee di Livio. Dionigi fa pur troppo conoscervi che egli non
era nativo deir Attica. Fra le sue formole ne occorrono alcune La prcsealc versione fu stampala in Roma
l’anno i8ia. Dopo quest’ anno il Compendio fu creduto rilrovato in Milano. Se
ne patterà nel tomo quarlo là dove sono i fiammcnli. Digitized by Google G
nuove, Ialine (T indole, o certo non abbastanza monde da solecismo ; tantoché
vi si violano le regole pròposte da esso medesimo nelle opere sue critiche per
gli storici e per gli oratori. Ad ogni modo Dionigi é come la miniera ampia di
oro, e come V archivio ricco di monumenti preziosi in mezzo di altri che sono
anzi un ingombro ; dond è che un tale scrittore, come ho toccato dianzi, sarà
caro finché saran care le storie. Ora diciamo qualche cosa delle versioni del
nostro Autore. VII. Lapo lìira^o fiorentino il primo diede una versione latina
di Dionigi. Questa fu pubblicata la prima volta in Trevigi Hanno i48o, e poi di
nuovo in Basilea nel i53a. Il Glareano ebbe cura di tal seconda edizione e la
purificò da sei mila errori coni egli dice. Boberto Stefano vedendo pubblicato
Dionigi nella lingua non sua, trasse il greco originalo dalla Biblioteca dei re
di Francia, e lo mise in luce l’anno ì5^(i. Il Gelenio divulgò colle stampe in
Basilea [ anno iS/fg una nuova versione latina de’ dieci primi libri. Silburgio
rettificò con critica squisitezza le tante lezioni non sane che ci aveano nel
greco dello Stefano, e nel latino del Gelenio, e congiunse i due testi e li
stampò V anno i586 in Francfort. In questa edizione vi é la traduzione dell’
undecimo libro fattu da Silburgio medesimo, li frammenti ricorielti delle
Legazioni già pubblicale da Fulvio Ursino, ed un libro di annotazioni in fine.
Mentre apparecchiavasi o compivasi da Silburgio questa edizione ; Emilio Porto
diede su t originale dello Stefano una nuova Dìgilized by Googlc 7 traduzione
latina delle antichità con amplissime annotazioni, imprimendo anche il libro
delle legazioni con la trina interpretazione dì Stefano, di Sitburgio e di
Porto. JSel 1704 si ebbe la vaghissima edizione fatta in Oxford la quale
comprende il testo greco di Dionigi colla versione di Porto, emendata dove nera
il bisogno, e le legazioni secondo la impressione fattane da falesie riunite a
quelle già pubblicate da Ursino. Si cominciò finalmente nel 1774 ^ ^i compiè
nel 1777 lO' edizione riputata la più corretta di Lipsia colle note varie di
Errico Stefano, di Silburgio, di Porto, di Casaubono, di Fulvio Ursino, e di
Giangiacomo Peiscke. Vili. Francesco Venturi fiorentino ci diede nel 1545 colle
stampe venete la prima versione italiana delle sole antichità di Dionigi. In
quell'epoca il testo greco non era nè stampato nè rettificato, e quindi avendo
egli lavorato su di ^un manoscritto, frequentissime sono le aberrazioni dcd
vero senso. Aggiungasi che lo stile è contorto, implicato, nè sempre regolare:
in somma risente tutte le imperfezioni del primo traduttore latino Lapo Birago
: nè questi potè sempre capire il senso del testo, ma dove ciò non potè fu
contento di volgarizzare le parole greche, appunto come significavano, una per
una. Il signor Desiderj nel continuare in Roma V anno 1 794 la edizion sua
della Collana Greca ideava, parmi, riprodurre la versione stessa del Venturi;
ed il primo periodo di questa è del V snturi in gran parte ; ma fatto accorto
che grande ne era la oscurità, e poca la naturalezza. \ .Dìgitized by Google 8
continuò a pubblicare non il resto del Venturi, ma una traduzione di
traduzione; t'uol dire, diede alla Italia un Dionigi tradotto, forse non sempre
adeguatamente, e certo non sempre con purità di stile, sopra la traduzione
francese, e non sid greco originale. Al primo leggere il Dionigi del Desiderj
mi parve ravvisarvi una fisionomia anzi francese che greca. Adunque paragonai
la versione framese del padre Francesco la Jai Gesuita con la produzione del
Desiderj a luogo a luogo, e fui convinto che era ciò veramente che io
sospettava. Questa immagine éT immagine, questa eco di eco che scolora le
fattezze, e deprime sempre più la energia dell originale, questa stampa non
greca, non francese, e forse non italiana, non dee numerarsi tra le versioni,
degna almeno di un tal nome ; tanto più che quella versione frarucese essa
stessa non lascia gustare la vena ampia, continua, maestosa del greco originale,
ma presenta la inquietudine, lo scintillamento, e come la spezi satura consueta
delle parli. IX. Che io sappia niun altro ha poi volgarizzalo tra noi Dionigi.
La mia versione è diretta su la edizione di quest' autore intrapresa in Lipsia
nel i Chi vuol ragione di ciascuna delle mie interpretazioni dee consultare il
testo greco, la versione latina, le note in piè di pagina, ed in fine de’ tomi.
Spesso a fissare i sensi ho consideralo anche la versione francese, supplitami
dalla Biblioteca del Collegio Romano nella nuova mia dolcissima dimora in quel
luogo nell’ anno 1 8 1 1, la quale mi concedè calma profondissima da compiervi
quasi per intero la traduzione che ora presento. Sarebbemi piaciuto ugualmente
di consultale la traduzione inglese di Eduard Spelman impressa in Londra t anno
1759; ma per quanto la ricercassi tra le Biblioteche, tra i libraj e tra gli
amatori di libri, non mi venne fatto di rinvenirla in Roma. Aveva io già presso
che terminato questo mio travaglio quando mi ju significalo che in Francia si
pubblica una nuova versione di Dionigi: ho il piacere che l'Italia he veda
contemporaneamente un altra sua, lavorata quasi tutta in Roma, ove lo storico
di Ali-, carnasso stendevano già t originale. Roma. 1 1 I. UANTU^QUE alieno io
ne sia, pur sono astretlo ad una prefazione, com’ usa nelle storie, e sopra di
mfe ; non già per diffondermi nelle lodi mie proprie, che so quanto, udite,
dispiacciano, o nelle accuse di altri scrittori, come fecero Teopompo ed
Anassilao gli storici, ne’ prologhi loro ; ma solo per dichiarare le cagioni
per le quali mi diedi a .quest’opera, e per dire de’ mezzi, onde io seppi
ciocché son per iscrivere. E certamente chi risolve lasciare a’ posteri
monumenti d’ ingegno, i quali, come i corpi, non vengano meno per anni, e molto
più chi scrive le istorie, nelle quali, tutti concepiamo che siavi la verità,
principio del sapere e della prudenza ; costui dee per mio sentimento,
scegliere argomenti vaghi e magnifici, come bene fruttuosi a chi legge ; e poi
dee preparare le materie opportune al subjelto con assai previdenza e lavoro.
Imperocché chi ponesi a trattare di cose vili, abominate, indegne delle cure di
una storia, sia che brami rendersi chiaro, ed acquistare comunque una fama, sia
che voglia manifestare la idoneità sua nell’ arte del dire, non sarà mai da’
posteri né invidiato per la fama sua, né per 1’ arte encomialo ; lasciando a
chi leggelo da sospettare che egli amasse nel vivere le maniere appunto che
descrisse ; per essere gli scritti la immagine de’ cuori, come da tutti si
giudica. Colui ^ poi che ottimo sceglie l’argomento; ma ne scrive
scioperatamente, e come per caso, seguendo i ronoorl del volgo, nemmen’ esso ne
ottiene lode niuna ; imperocché si spregiano, se negligenti sleno e confuse le
storie delle città famose e de’ principi. Or pensando Io per uno storico esser
questi I canoni sommi ed inviolabili, ed avendone tenuto cura gelosa ; non
volli nè trasandare il discorso su di essi, nè compartirlo altrove, che nel
proemio. II. £ che io scelsi argomento, bello, grandioso, uti-' lissimo; non
bisognano, credo, molte parole a convincerne chi non affatto Ignora la storia
comune. Imperocché se alcuno recando 41 pensiero su’ governi antichissimi delle
città e delle genti e contemplandoli, parte a parte, o nel paragone dell’ uno
coll’ altro, voglia saperne qual di esse fondasse principato più grande, o che
più splendesse per azioni belle, in guerra ed in pace; vedrà che la signoria di
Roma sorpassò di gran lunga quante prima di lei se ne additano, non solo jper
grandezza d’impero e per luce d’imprese, cui niuno mai lodò' quanto basta, ma
per la durazione ancora del tempo che abbraccia, 6no al presente. Fu pur antica
la signoria degli Assirj, e ne chiama fino ai secoli favolosi ; ma non comandò
che su picciola parte dell’Asia. Abbattè la monarchia de’ Medi quella degli
Assiri, e crebbe a potenza maggiore sì, non però molto diuturna, cadendo alla
quarta successione. I Persiani fiacca t ono il Medo, e dominarono infine quasi
per tutto nel r Asia ; ben si gettarono poi su gli Europei, ma noti molto vi
profittarono, e tennero poco più che dugent’ anqi II comando. Il Macedone,
vinti li Persiani, superò colla sua tutte le dominazioni che precederono : Don
però fiorì lungo tempo, comiuciaiido a declinare alla morte appunto di
Alessandro : imperocché smembrato da’ successori il potere in molti principi,
sostennesi la monarchia fino alla terza o quarta generazione ; ma resa debole
per sé stessa, fu distrutta finalmente dai Romani : nou tenne poi mai servi
tutti i mari e le ter re : che non vinse in Africa se non l’ Egitto, il quale
non è vasto, nè sottomise tutta l’Europa ; ma nel settentrione di questa si
estese alla Tracia, e nell’ occaso fino all’ Adriatico. III. Pertanto i più
famosi degl’ imperj che precederono, giunti, come sappiam dalla storia, a tanta
forza e grandezza, rovinarono. Con essi non sono poi da paragonare le Greche
potenze le quali nè spiegarono mai si ampia la signoria, nè lo splendore si
diuturno. Gii Ateniesi quando più poterono in mare, ne dominarono per anni
sessantotto la spiaggia, e non tutta, ma quella solamente tra l’ Eusino ed il
mar di Pamfilìa. E gli Spartani impadronitisi del Peloponneso e del resto della
Grecia stesero fino alla Macedonia le leggi; ma non prevalsero che per quarant’
anni nemmeno interi, e trovarono
ne’Tebani chi li depresse. Ma la Repubblica romana signoreggia tutta la terra,
non già la testa uri o?ici in TpmiccfTx:
cioè nemmeuo iuteri treot’aimi. Isacco Casaubono vi saslilui rinrxfxi'oyTX cioè
quaranta. Pur questa emenda fu tolta, nè so perchè : concedendosi comunemente
che gli Spartani dopo vinti gli .Ateniesi al fìuinc Egio furono gli arbitri più
che 33 anni. Ciò stando non può dirsi nel testo m-mmeno interi treni’ anni, ma
usando un numero rotondo, dovremo leggere quaranta come il Casaubono. PROEMIO,
deserta, ma quanta ne è 1’ abitata : signoreggia tutto il mare non solo nai mente Oenotro diciassette generazioni
avanti che a Troja si combattesse. E questa è l’epoca nella quale mandarono i
Greci nella Italia una colonia. Oenotro poi si levò di Grecia ; perché non pago
della sua parte : giacché nati essendo a Licaone ventidue figli; aveasi l’Ai^
cidia a dividere in altrettanti. Per tale cagione lasciando OcDOiro il
Peloponneso, passò con fiotta gié preparata il mar Ionio, e passavalo teco
Peucezio l’uno de' fratelli di lui. Navigavano con essi molti della sua gente,
po^ pelosissima, come si dice, nelle origini ; e quanti altri de’ Greci non
aveano terreno ^he loro bastasse. Peucezio pigliò sede in sul promontorio
Japigio, appunto ove prima sbarcò nella Italia, cacciando chi v’ era, e da lui
furono Pcucezj chiamati quanti abitarono que’ luoghi. Oenotro guidando seco il
più dell’ esercito, venne ad altro seno più occidentale d’Italia, Ausonio
allora chiamato dagli Ausonj, che la spiaggia nc popolavano. Ma quando i
Tirreni diventarono i padroni de' mari prese il nome che tien di presente. IV.
E trovando la regione bonissima da pascolarvi o da ararvi, ma deserta in
moltissimi tratti, anzi con poco popolo ov’ era abitata j dìé la caccia a’
barbari in tina parte della medesima, e fondò citt.ì non grandi si, ma
frequenti in sui mouli ; com’era stile antichissi> mo, di situarsi. Così
tutta la regione fu detta Oenotria, essendone amplissimo lo spazio occupalo ;
ed Oeuotr) pure si dissero gli uomini tutti a’quali comandava, mutando nome per
la terza volta ; mentre Ezei si chiamavano dominandoli Ezeo, e poi subito
Licaonj quando al governo succedè Ligaone. Menati però nella Italia da Oenotro,
Oenotrj si nominarono per un tempo : nel che Sofocle il tragico mi è testimonio
net suo TriptoIcmo : perciocché vi s’ inU'oduce la madre degli Dei che dimostra
a Triptolcmo quanto spazio debba trascorrere per seminare i semi eh’ ella dati
gli aveva. Or ella, mentovato prima l’ oriente d’Italia dal promontorio
J.ipigio 6uo allo stretto Siciliano, e poscia additata la Sicilia che sta
dirimpetto; volgasi tosto alla Italia occidentale, e numera i popoli più grandi
della spiaggia, cominciando dagli Oenotrj: ma bastino le sole cose da lei dette
ne’ jambj, percl)è dice : Questo é do tergo ; a destra siegue tutto La Oenotrìa,
il mar Tirreno, e la Liguria. Antioco di Siracusa, scrittore antichissimo,
annoverando i primi ad abitare la Italia e le parli occupale da ognuno, afferma
che gli Oenotri in questo precederono ogni altro di cui s’abbia ricordo,
dicendo: jéntioco il figliuolo di Zenofanle compilò su la Italia queste cose,
le più credibili e più manifeste ira vecchi monumenti', la terra che ora Italia
dimandasi la ebbero antkhism simamente gli Oenotri : poi discorre in qual modo la
governassero, e come Italo un tempo divenisse re loro. 35 cd Itali ue fossero
oomioati : e poi Morgili per essere a Morgite venato quel principato. E siccome
stando Sicolo per ospite presso Morgite, e tentando appropriarsene la signoria,
ne divise le genti ; conclude : cosi gli Oenotri divennero e Sicoli e Morgiti
ed Italiani. V. Ora dichiareremo quanta fosse la gente degli Oenotri allegando
per testimonio nn altro vecchissimo autore, io dico Ferecide, non secondo a
niuno degK Ateniesi che trattasse delie genealogie. Egli fa su quelli che
dominaron 1’ Arcadia questo discorso: nacque Licaoue da Pelasgo e Dejanira e
sposò Cillene, una ninfa dell Najadi dalla quale ebbe nome il monte Cillene:
poi divisando i generati da questi e quai luoghi ciascuno abitasse, fa menzione
di Oenotro, e di Peucezio dicendo : Oenotro, donde Oenolrj son detti gli
abitatori Italia ; e Peucezio onde sono i Peucezj lungo il golfo Ionio. Tali
sono le cose dette da’ vècchj poeti e mitologi sul popolarsi d’Italia, e su la
origine degli Oenotri. In forza di che, se greca veramente è la stirpe degli
Aborigeni, come disse Catone, e Sempronio e molti altri ; io penso che
provenisse da questi Oenotrj : perocché trovo e Pelasgbi e Cretesi, e quanti
altri abitaron l’ Italia, venuti in tempi di poi : nè so vedere spedizione più
antica di questa, che si recasse dalla Qrecia alle parti occidentali di Europa.
Giudico poi che gli Oenotri occupassero molti luoghi d’Italia, o deserti, o
poco popolati, e parte smembrati ancora dalle terre degli Umbri, e che
Aborigeni si chiamassero per le abitazioni, come gli antichi le amavano, prese
ne’ monti: cosi pur v’ ebbero in Atene que’ della spiaggia e dd monti. Che ie
alcuni per indole non ricevono di subito senza prove quanto si afferma su cose
antiche, nemmen subito decidano esser questi, o Liguri ovvero Umbri, o tali
altri de’ barbari : ma sospendendo finché apprendano le cose che restano,
giudichino poi da tutte qual ne sia la più verìsimile. VI. Delie città che
furono degli Aborigeni, poche ora ne sopravanzano : perocché premute la maggior
parte dalle guerre, o da altri mali che straziano, finirono in solitudini. E
secoudo che Terrenzio Varrone scrisse nelle anlichilà, ve ne erano nell’ agro
Reatino non lungi dagli Appennini ; e le meno disgiunte da Roma, ne disiavano
per lo viaggio di un giorno. Di esse io ridirò le più celebri secondo la storia
di lui. Palazio è l’ una, lontana venticinque stadj da Rieti, cittade abitata
da’ Romani fino a miei giorni, presso la strada Quinzia. Siede Trebula a
sessanta stadj pur da Rieti, su dolce collina : e da Trebula con pari intervallo
disgiungesi Vesbola dicontro a’ monti CerauBj: laddove quaranta stadj ne è
lungi Soana, città famosa con antichissimo tempio di Marte. Discostavasi Mifula
da Soana per trenta stadj, e se ne additano ancora le ror vine, e le vestigia
de’ muri. A quaranta stadj da Mifula elevavasi Orvinio, città, quanto altra
mai, chiara e grande in que’ luoghi : e segno ancora ne sono i fondamenti delle
mura di lei come le tombe di antica struttura, e li recinti pe’ cimiterj comuni
su’ monti altissimi : e là pure vedessi nella sommità di lei 1’ antico tempio
di Minerva : lungi dieci miglia da Rieti, procedendo per la strada Giulia, là
presso il monte Corito v’ era Cararbari, e soprattutto ai Sicoli, loro
conGnanti. E sa le prime pochi bravi, quasi giovani sacri mandati da genitori
in traccia de’ bisogni della vita, nscirono seguendo un primitivo costume, che
pur vedo seguito da molti de’ Barbari e de’ Greci. Imperocché quante volte le
città moltiplicavano tanto in popolo che non più bastassero ad esse i proprj
viveri ; quante volte fa terra danneggiata dalle mutazioni del cielo rendea
meno dell’usato; e quante volte altro caso non dissimile buono o rio le
necessitava a minorarsi di gente ; consacrando allora agl’ Idd^ d’anno in anno
una serie di discendeuti Digitized by Google libro I. 2g gii armavano, e li
congedavano. E con fausti augurii gli accompagnavano se giusta le patrie leggi
sacrificando, rendevano grazie ai cieli per la generazione copiosa, o per le
vittorie tra Tarmi : laddove se pregavano i Numi irati a rimovere da loro i
mali che tolleravano ; li dimettevano pure slmilmente, ma rattristandosi, e
chiedendo die loro si perdonasse. E quei sen partivano quasi non più avendo una
patria, se pure altra non sen facevano che li raccogliesse o per amicizia, o
combattendo, e vincendo ; ed il Nume al quale i congedati eran sacri parca per
lo più cooperare con essi, ed alzarne sopra la espettazione le colonie. Su tale
consuetudine gli Aborigeni, floridi allora in popolazione, e schivi, perchè noi
credeano il meno de mali, di uccidete alcuno de’ posteri, consacravano agl’
Iddii d’ anno io anno le generazioni, e via via dimetteano gli allievi, già
grandi fatti, dalla patria. Uscitine questi non desisterono di far contro i
Sicoli, e derubarli. Ma non si tosto conquistarono alcuna delle contrade
inimiche ; divenutine ornai più sicuri ancora gli altri Aborigeni i quali
bisognavano di terreno, insorsero parte a parte su’ confinanti : e fondarono
alcune città, e quelle, abitate ancor di presente, degli Antemnati, de’
Tellenesi, e de’ Ficolesi presso i monti Cornicli nominati, e dei Tiburtini
finalmente, tra’ quali evvi un luogo della città che pure a dì nostri si chiama
Siciliano. Nè furono ad altro vicino più molesti che incontro de’ Sicoli. Sorse
da tali contrasti guerra con tutte le genti ; talché mai non fu per addietro la
più grande in Italia, e v’ infierì lungo tempo. Dopo questo alcuni de’ Pelasgbi
che abitavano la regione ora detta Tessaglia costretti di trasmigrarne,
divenuei'o gli ospiti degli Aborigeni ; ed i compagni di arme, contro
de’SicoIi. Gli accolsero gli Aborigeni forse {icr la speranza, io penso, di un
utile, ma più per la comunanza di origine: perocché son pure i Pelasgbi un
greco lignaggio, antichissimo del Peloponneso : quan tunque sciaurati per molte
cose e principalmente per la vita errante, nè mai stabile in sede ninna. E
certo, come molli affermano su di essi, abitarono su le prime la città che ora
chiamasi Argo di Acaja ; traendo il nome di Pelasgbi da Pelasgo, loro sovrano,
generato da Giove e da Niobe la figlia di F oroneo, quando il Dio si congiunse
la prima volta con donna mortale, come è ndle favole. Poi nella sesta
generazione lasciato il Peloponneso, passarono nella Emonia che ora Tessa glia
si nomina ; e duci furono del passaggio Acheo e F tio, e Pelasgo, figli di
Larissa e di Nettuno. Giunti nella Emonia ne cacciarono i barbari che 1’
abitavano, e la divisero in tre regioni cognominandole da’ condot tieri, F
liotide, Acaja, e Pelasgiote. Fissi colà da cinque generazioni, lungamente vi
prosperavano, profittando pur de’ campi migliori della Tessaglia: ma intorno la
sesta generazione ne furono espulsi da Cureti, e da Lelegi che ora sono gli
Eioli ed i Locri, e da più altri che abitavano intorno del Parnasso, guidando i
nemici Dencalione il figlio di Prometeo e di Glimene nata dall’ Oceano. ' X.
Dispersi nella fuga, altri vennero io Creta, altri ottennero alcune deile
Cicladi. Alcuni abitarono la regione intorno di Olimpo e di Ossa, ora detta
Estiotidc: ed altri furon portati nella Beozia, nella Focide e nella Eiubea :
alcuni tragittandosi in Asia occuparono molte delle spiagge deli’ Ellesponto e
molte delle isole dirim> petto, e quella che ora Lesbo si chiama,
mescolatisi alla colonia che prima andavaci dalla Grecia sotto gU auspizj di
Macaro Gglio di Criaso. La maggior parte però dirigeudosi entro terra a’ loro
parenti i quali albergavano in Dodona, ed a' quali, come sacri, niuno facea
guerra, abitarono quivi alcun tempo : ma poiché si avvidero che eran di
aggravio, non bastando la terra a nutrire tutti in comune, se ne involarono,
mossi dalr oracolo che ordinava loro di navigare in verso la Italia, allora
chiamata Saturnia. E fatto apparecchio in copia di navi, passarono il mar
Jonio, procurando giungere in parti presso la Italia. Ma pel vento di
mezzogiorno, e per la imperizia de’ luoghi, portati più oltre capitarono ad una
delle bocche del Pò chiamata Spi” itelo e quivi lasciarono le navi, e la turba
meno idonea ai travagli con un presidio, per avervi una ritirata, se i disegni
non riuscivano. Or questi rimanendo in quella regione circondarono di muro il
campo dell’ esercito, cd introdussero colle navi copia di vettovaglie. E poi
che videro succedere loro le cose come voleano, fabbricarono una città coLnome
appunto dellabocca del fiume. Quindi prosperando più che tutti su le spiagge
dell’ Jonio, e prevalendo lungo tempo sulle onde, portarono quant’ altri mai,
decime vistosissime in Delfo alla Divinità, de’ beni tratti dal mare. Da ultimo
però venendo amplissima guerra su loro da’ barbari intorno, ' losciarono la
città, donde anche i barbari furono dopo nn tempo cacciati da’ Romani. Cosi
mancarono i Pela minandola da Larissa, metropoli loro nel Peloponneso. Delle
altre città ne resta pure alcuna fino a miei giorni, quantunque variati spesso
gli abitatori: ma Larissa è distrutta già (la gran tempo : nè presenta dell’
antica esistenza altro segno più manifesto che il nome, e nemmeno questo è noto
a moltissimi. Era non lontana dal foro chiamato Popilio. Finalmente possederono,
togliendoli a Sicoli, molti altri luoghi entro terra, o lungo la spiaggia.
XIII. I Sicoli ornai non più valevoli a resistere ai Pelasghi ed agli
Aborigeni, riunendo i figli e le mogli e quanto aveano di moneta in oro ed
argento, si levarono in tutto da quella terra. Ripiegatisi a’ monti verso del
mezzogiorno, e trascorsa tutta l’ Italia inferiore, siccome dovunque erano
discacciati, apparecchiarono in fine delle barche nello stretto, e notandovi il
flusso e (piando era fausto, passarono dalla Italia in su l’ isola vicina.
Allora i Sicani, Spagnuoli di origine, la pouedevano, nè da gran tempo vi erano
stati ammessi, cercando uno scampo dai Liguri; e già per essi era detta Sicania
l’isola un tempo chiamata Trinacria^ per la figura sua di triangolo. Non molti
erano in questa grand’isola gli abitatori; ma la più gran parte vedeasi ancora
deserta. Giunti i Sicoli ad essa, ne abitarono su le prime i luoghi occidentali,
e mano a mano più altri, talché l’isola ne fu detta Sicilia. Cosi la gente de’
Sicoli abbandonò la Italia ', tre generazioni, come Ellanico di Lesbo scrive,
prima delle cose trojane, correndo in Argo r anno vigesimo sesto del sacerdozio
di Alcione. Perciocché stabilisce due passaggi fatti dalla Italia nella Sicilia
il primo degli Elimei cacciati dagli Oenotri, e l’altro dopo cinque anni degli
Ausoni, che fuggivano i Japigi. Dice che re di questi fu Sicolo, donde ebbero
il nome gli uomini e 1’ isola. Filisto però di Siracusa scrisse che 1’ anno di
quella discesa fu 1’ otuntesimo innanzi la guerra trojana: e che non Sicoli,
non Ausonj, non Elimei, ma Liguri furono gli uomini trasportati dalla Italia,
conducendoli Sicolo, figliuolo di Italo, e che dalla signoria di quello furono
Sicoli nominati. Lasciavano i Liguri le patrie terre, astrettivi dagli Umbri e
da’ Pelasghi. Antioco di Siracusa non distingue il tempo del tragitto; ma
Sicoli dichiara quelli che tragittarono, premuti dagli Oenotrj e dagli Umbri,
pigliatosi nel trasmigrare Sicolo per condottiero. Tucidide scrive che Sicoli
furono i profughi, e Opici quelli che li fugavano, per altro molti anni dopo la
guerra di Troja. E queste sono le cose che affermansi da uomini riguardevoli
intorno de’ Sicoli, passati dalla Italia nella Sicilia. XIV. Impadronitisi i
Pelasghi di una regione ampia e bella, ne ebbero pur le città ; poi fondandone
altre ancor essi, crebbero presto e molto in forze, in ricchezze, ed altri beni
; non però ne goderono lungo tempo. Ma sembrando floridi troppo per ogni parte
furono sbattuti dall’ ira de’ celesti, e quali ne perirono per divine calamità,
quali pe’ barbari confinanti : e la parte più grande ne fu dispersa tra’
barbari, o nuovamente Ira’ Greci, e lungo ne sarebbe il discorso se per
Digitized by Coogle tninuto seguissi un tal fatto. Pochi ne sopravanzaronc
nella Italia per cura degli Aborigeni. Parve alle città che la origine prima di
un tale struggersi di famiglie fosse la siccità che intristiva la terra, talché
non restava frutto alcuno Gno al maturarsi negli arbori; ma innanzi tempo
cadevano 5 nè i semi che sbucciavano in germi, vegetavano Gnchè le spighe
floride si empiessero nei tempi naturali, nè bastavano i pascoli alle greggio.
Non più le fonti eran atte a toglier la sete, guaste, impicciolite o spente
dagli estivi calori. Consentivano con ciò le vicende delle bestie e delle donne
nel generare : e quale sconciavasi in aborti, e quale dava Agli, morenti nel
parto, o fatali nell’ utero ancora alle madri. Se scampavano 1 pericoli del
parto, mutili, o storpi, o manchevoli per altro disagio, non eran’ utili, onde
si allevassero. L’ altra moltitudine poi, specialmente la più vegeta era colta
da mali, e da morti frequenti più delr usato. E consultando l’ oracolo per
quale violazione di genj o di Nomi questo patissero, e per quali pratiche mai
fosse da sperare una calma in tanti orrori, udirono ciò essere perchè esauditi
ne’ loro desiderj, non aveano penduto quanto promisero ; ma dovevano ancora
agli Dei cose preziosissime. Imperocché li Pelasghi l’idotti a penuria di ogni
cosa nelle loro terre, si votarono a Giove, ad Apollo, ed ai Cabiri di santiGcare ad essi le decime di ogni
prodotto. Appagati nella preghiera presero ed offerirono agli Dei parte delle
messi e de' frutti, quasi votati si fossero per questo soltanto. Forte Castore e Polluce. E certo che erano
Dei di Sanietracia. Digilized by Google 38 DELLE Antichità’ romane Mii'silo di
Le$bo scrive ciò quasi con le parole medesime, toltone, che egli chiama Tirreni
e non Pelasghi quegli uomini, di che dirò più sotto le cause. XV. Ascoltato 1’
oracolo non sapevano interpretarlo. Fra dubbj loro un più vecchio,
raccogliendone i sensi, disse che erravano affatto, se credevano che gli Dei li
punissero a torto : volere il diritto ed il giusto, che si desse loro la
primizia di tutto : nondimeno aspettavano ancora parte della generazione degli
uomini, cosa più che tutte ad essi accettissima: se avessero questa, l’oracolo
sarebbe adempito. Parve ad altri che costui parlasse rettamente ; ad altri che
tendesse delle insidie. E proponendo un tale che s’ interrogasse il Dio se
gradiva che si facessero per lui le decime, ancora degli uomini ; inandarono i
sacri vati per questo, e rispose che si facessero. Quand’ecco sedizione fra
loro sul modo di decimarsi : e prima surse a vicenda tra’ capi della città ;
poi l’altra moltitudine prese i suoi magistrati io sospetto: nè già
sollevavansi con regola alcuna, ma come per entusiasmo e per divino furore.
Cosi molte case furono abbandonate, trasmigrandosi parte di essi, nè sostenendo
gli attenenti di essere abbandonati dai loro carissimi, e restarsene tra i più
crudi nemici. Primi questi levandosi dall’ Italia errarono per la Grecia, e
molto tra’ barbari: quindi ancor altri incorsero ne’ mali medesimi, continuandosi
ogni anno la decima. Nè i magistrati la sospendevano, ma sceglievano le
primizie de’ giovani più robusti pe’Numi, quantunque nel proposito di
soddisfare agli Dei, temessero i moti di chiusciva a sorte per vittima. Erano
ancora non pochi espulsi dagli avversar). 3^ per nimiclzia, lutto che sotto
specie di oneste cagioni. Laonde spessissime furono la partenze ; e la gente
Pelasga errò dispersa in più terre. XVI. Erano i Pelasghi, vivendo in mezzo a
genti bellicose tra cure e pericoli, divenuti assai buoni nelle armi, e più
ancora nella nautica per avere coabitato co’ Tirreni. La necessiti che ne’
stenti della vita ispira coraggio, fu loro maestra e direttrice in tutti i
cimenti. Perciò non difUcilmente dovunque ne andavano vincevano. Erano chiamati
ad un tempo Pelasghi e Tirreni dagli altri uomini si pel nome delia regione
donde par ti vano, come in memoria della origine antica. Ora io dico ciò perchè
alcuno udendoli chiamati Pelasghi e Tirreni da’ poeti e dagli storici, non
meraviglisi come abbiano ambedue le denominazioni. Tucidide in Atte di Tracia
fa menzione di loro e delle città che vi era no, abitate da uomini bilingui : e
questo è il dir suo su’ Pelasghi. Ivi sono de Calcidesi, ma i più sono Pelasghi,
cioè que’ Tirreni che abilarono un tempo Lemno ed Atene. E Sofocle nel dramma
suo dell’ Inaco fa questi versi detti dal coro : Inaco genitor, figlio de'
fonti Bel padre Oceano, assai splendendo, reggi Le terre d’ Argo e di Giunone i
colli E i Tirreni Pelasghi. Quindi il nome de’Tirreni risuonava in que’ tempi
nella Grecia : e tutta la Italia occidentale lo assunse ancora per sé,
lasciando i nomi speciali de’ suoi popoli. Occorse già pari vicenda nella
Grecia e nella regione ora detta Peloponneso: giacché dagli Achei, che eran
Tuno de popoli che v’ abitavano, fu detta Acaja tutta la Pe nisola ov’ erano
gli Arcadj, c li Jonj, ed altre nazioni non poche. XVII. L' epoca nella quale
cominciarono i Pelasghi a decadere fu quasi nella seconda generazione innanzi
la guerra di Troja, e durarono, direi, dopo ancora di questa 6nchè si ridussero
ad un gruppo di gente. E, salvo la città di Crotone, famosa nell’ Umbria, e
tale altra, se pur v’ ebbe, data loro ad abitare dagli Aborigeni, perirono
tutte le rimanenti de’ Pelasghi. Crotone serbò lungo tempo l’antica sua forma,
ora non è molto, ha mutato nome ed abitatori, e divenuta colonia romana, si
chiama Cortona. Varj poi furono c molti che occuparono le sedi abbandonate da’
Pelasghi secondo che ciascuno vi confinava ; ma le migliori e le più si
rimasero pe’ Tirreni. Quanto ai Tirreni v’ è chi li dice naturali d’ Italia e
chi forestieri. E quei che li stimano propri della regione, affermano che si
diè loro quel nome per gli edifizj sicuri, che essi i primi di quanti vi erano,
si fabbricarono : imperocché le abitazioni con muri e con tetto son tirseis
chiamate dai Tirreni come da’ Greci. Cosi pensano imposto loro quel nome per
accidente come nell’ Asia ai MosinIcI dalle mosine che sono le case di legno
abitate da essi, altissime in forma di torri. XVIII. Ma quelli che favoleggiano
che i Tiireni sono stranieri, additano un tale, detto Tirreno, che fa Ssronito altri Cotorni'n. 4 1 duce della
colonia, e dal quale ebbe nome la nazione. Dicono che originario fosse di Lidia,
chiamata già Meonia; e che da indi antichissimamente si trasmigrasse; e che
egli fosse il quinto dopo di Giove. Imperocché narrano che da Giove e dalla
terra nacque Mani, il primo a regnare in que’ luoghi : che da questo e da
Calliroe. figlia dell’ Oceano nascesse Coti ; che da Coti sposatosi con Alle,
figlia di Tulio, uomo paesano, germinassero due figli Adie ed Ati : che da Ati
e da Callitea figliuola di Coreo sorgessero Lido e Tirreno : e che Lido
rimastosi in que’ luoghi succedesse al regno paterno, e Lidia lo denominasse
dal suo nome ; ma che Tirreno fattosi duce di una colonia occupò gran parte
d’Italia, Tirreni chiamando il luogo, e quanti lo seguitarono. Erodoto però
dice che Tirreno nacque da Ati figlio di Manco, e che P andarsene de’ Meonj
nelr Italia non fu volontario. Imperciocché narra che regnando Ati si mise la
penuria tra Meonj : che gli uomini ritenuti dall’ amore della regione si
argomentarono in più modi a vincer quel male, taluni di colla parsimonia, e tal
altri con 1’ astinenza : ma che prorogandosi la sciagura, tutto il popolo
diviso in due, decise per le sorti chi dovesse di là trasmigrarsi, e chi
rimanere y e che perciò 1’ un figlio di Ati si stette, partendosi r altro : la
moltitudine che pendeva da Lido trasse colle sorti il suo meglio, e si stette ;
ma 1’ altra pigliando quanto le si dovea per le sorti in danaro, navigò verso r
occidente d’ Italia, e postasi dove erano gli Umbri, vi fondò città che
duravano ancora al suo tempo. Ben so che altri non pochi scrissero, appunto
come io scrissi, della origine de’ Tirreni ; ma che altri ne variano il
fondatore ed il tempo. Imperocché dissero alcuni che Tirreno era figlio di
Ercole e di Onfale Lidia : che venuto questo in Italia, espuke i Pelasghi dalle
loro città, non però da tutte, ma da qnelle poste di là del Tevere su le parti
boreali. Altri però ci fan vedere in Tirreno un figliuolo di Telefo venuto in
Italia dopo la rovina di Troja. Zanto lidio perito quant’ altri mai delle
storie antiche, e creduto nelle patrie non inferiore a niuno, nè mentova in
parte alcuna de’ suoi scritti un tirreno signore de’ Lidj, nè conosce passaggio
alcuno de’Meonj nella Italia, nè parla mai de’ Tirreni come di Lipia colonia,
sebbene parlasse di cose ancora bassissime. Dice che Ati generò Lido e Toribo,
che dividendosi il regno paterno si rimasero ambedue nell’ Asia, c che diedero
il nome loro a’ popoli su’ quali comandavano. Imperocché scrive: da Lido si
fecero i Lidj, e da Toriho i Toribi 5 poco d’ ambedue differisce l’ idioma, e
gii uni, come li Jonj e li Doriesi, usano a vicenda le parole degli altri :
Ellanico di Lesbo dice che i Tirreni chiamati già Pelasghi assunsero il nome
che or hanno, quando abitarono la Italia ; imperocché nel suo Foronide scrive, da Pelasgo re loro, e da Menippe
figliuola di Peneo nacque Fraslore, da questo surse Amintore, che diede
Teutamide, e da Teutamide ebbesi Nanas j regnando il quale i Pelasghi, profughi
dalla Grecia Opaieolo di Ellaaieo; ne fa
meniione Ateneo nel lib. 9.. 4^ lasciarono le navi dove il fiume Spineto esce
nel mare Ionio , ed invasero entro terra la città di Crotone; e di là movendosi
fondarono quella che Tirrenia ora si chiama. Mirsilo sponendo come Ellauico le
altre cose, dice tuttavia che i Tirreni quando erravano profughi dalla patria,
furono detti Pelasghi per certa somiglianza loro con le cicogne, pelarghi
chiamate; giacché passavano in truppa per le terre de’ Greci e de’ barbari:
aggiunge che essi alzarono il muro detto Pelargico intorno la rocca di Atene. A
me però sembra che s’ ingannino quanti si persuasero che i Tirreni e i Pelasghi
non sieno che una gente ; perciocché non è meraviglia che alcuni abbian
talvolta il nome di altri, mentre in pari vicenda incorsero ancora altri popoli
greci o barbari come i Trojani ed i F rigi, perchè prossimi di regione. Eppure
molti fanno di questi due popoli Un solo, quasi distinti di nomi, non di lingua.
I popoli poi d’Italia, nom meno che quei d’altri luoghi, furono confusi ne’
nomi. E v’ ebbe un tempo quando Latini, Umbri, Ausoni, e molti altri si
chiamavano Tirreni da’ Greci ; riuscendo ogni ricerca di questi men chiara per
la lontananza di que’ popoli : anzi molti degli scrittori pigliarono Roma
ancora per città de’ Tirreni. Io dunque penso che queste genti mutassero il
nome, variandosi fino il vivere : non penso però che una fosse la origine di
ambedue, per molte cagioni, e più per le voci loro non simili, Qui si estende il nome di ionio all’interno
dell’ Adriatico. Spesso gli storici antichi cosi praticarono contro 1’ uso de’
geografi che distinguono 1’ uno dall’ altro mare. ma diversissime. Imperciocché
nè li Crotoniati come scrive Erodoto, nè
li Piaciani ne’ proprj luoghi parlan la lingua dei circonvicini ; ma una ne
parlano tutta lor propria; donde è manifesto che serbano i caratteri delr
idioma che aveano quando in que’ luoghi si traslatarono. Meraviglisi poscia chi
può che li Crotonlati somiglino nell’ idioma al Piaciani, popoli ne’ lidi dell’
Ellesponto, nè somiglino intanto a’ vicini Tirreni. Erano que’ primi ambedue
Pelasghl ne’ principj loro : e se la unità di origine prendesi per causa della
uniformità nei linguaggi ; dunque la differenza di origine è pur causa del
divario di essi ; non dando un principio medesimo contrarj gli effetti.
Certamente, se avvenga, ben è ragionevole quello, cioè che uomini di una gente
medesima domiciliatisi lontani fra loro non conservino i caratteri de’ proprj idiomi
per lo conversar col vicini; ma che poi negl’idiomi non somiglino popoli di una
origine istessa, e d’ istesse contrade, ciò non è ragionevole per ninna
maniera. Seguendo tali indizj convincomi che differiscono i Pelasghi dai
Tirreni ; nè credo i Tireeni un tralcio de’ Lidj ; perocché nè parlano la
lingua medesima, nè può dirsi che se non la parlano, ritengono almeno alcuni
vestigi della teiTa materna, nè tengono per IdJj que’ che da’ Lidj si tengono ;
nè li somigliano per leggi o per abitudini, ma in ciò dai Lidj si diversificano
più, che da’ Pelasghi. Pertanto sembrano più verisimili quelli, che dicono un
tal popolo, naturale Cortoncsi. della
contrada, non venutovi altronde : pérciocchè si rinviene antico in tutto ; nè
simile ad altri nel parlare, o nel vivere : e niente ripugna che avesse un tal
nome da’Greci o per le abitazioni fortissime
o per l’uomo ancora che li dominava. Ma i Romani con altri nomi li
chiamano Etruschi dalla Etruria, regione dove un tempo abitarono : ed ora li
dicono Toschi men propriamente, avendoli come i Greci, nominali prima con più
verità Tioscovi per lo magistero nelle cerimonie del culto divino, nelle quali
sorpassano lutti, Que’ popoli inoltre distinguono sè stessi dal nome di Rasenna
r uno già de’ loro comandanti. Sarà poi dichiarato in altro libro quali città
fossero abitate dai Tirreni e con / quali forme di governo, quanta fosse di
tutti insieme la potenza, e quali, se pur degne ne ebbero di ricordanza, le
azioni ne fossero, e le vicende. 1 Pelasghi che non perirono, nè si disgiunsero
per fare colonie, si rimasero, pochi di molti, con gli Aborigeni, sotto le
leggi de’ luoghi ne’ quali si lasciavano, e ne’ quali col volger degli anui i
posteri loro fondarono Roma. E tali sono le novelle intorno de’ Pelasghi. Dopo
non molto tempo, nell’ anno, al più, sessantesimo come narrano i Romani, prima
della guerra trojana, capitò ne’ luoghi medesimi un’ altra spedizione di Greci
la quale abbandonava il Pallanteo, città delr Arcadia. Il duce erane Evandro,
figlio di Mercurio, e di una ninfa, abitatrice di Arcadia. I Greci la tengono
per ispirata da’ Numi, e la chiamano Temide ;
Tirseis delle di opa J xvii. ma Carmeiita è delta nella patria lingua
da’ romani che scrissero le antichità di Roma: perocché la ninfa avrebbesi a
dir propriamente Tespi-ode con greca parola : ma le odi chiamansi carmi da’
Romani, e quindi è Carmenta : si consente poi che tal donna presa dallo spirito
divino presagisse, cantandole, le cose avvenire ai popoli. Non venne quella
spedizione di comun sentimento; ma nata sedizione del popolo, la parte
inferiore, di voler suo si spatriò. Dominava di que’ tempi su gli Aborigeni
Fauno, un discendente come dicono di Marte, uomo di azione e di prudenza, e
riverito da’ Romani con sagrifìzj e con inni come un genio del loco. Ricevè'
costui con assai benevolenza gli Arcadi che erano pochi, e diede loro della sua
terra, quanta ne vollero ; ed essi, come Temide gli avea, vaticinando,
ammaestrati, presero un colle poco lontano dal Tevere, il quale ora è nel mezzo
di Roma, e tanto vi fabbricarono, che bastasse alle genti venute con le due
navi dalla Grecia. Era questo il principio segnato dai. destini per formare col
volger degli anni una città, non pareggiala mai da greca o barbara città per
grandezza di abitazioni, di comando, e di ogni bene, e certamente memorabile
soprattutto finché dureranno i mortali. Pallanteo chiamarono quel fabbricato
come la metropoli loro in Arcadia: ora Palagio è detto da’ Romani per la
confusione che inducono i tempi ; e ciò diede a molti la occasione di stolte
etimologie. Dicono molti, e tra questi Polibio di Megalopoli, che quel nome
viene da Pallante, un giovinetto ivi morto, nato da Ercole e da Cauna la
6glia di Evandro: perchè facendogli
questo avolo materno in quel colle un sepolcro, chiamò ' Pallanteo, quel luogo
dal giovinetto. Io nè mirai in Roma la tomba di Fallante, nè conobbi che vi si
praticassero funebri onori, nè potei conoscere nulla di slmile : quantunque la
famiglia di lui non sia dimenticata, nè priva del culto col quale i semidei
sono venerali dagli uomini. Perocché vidi che i Romani faceano gelosamente ogni
anno pubblici sacriGzj ad Evandro e a Carmenta, come agli altri genj ed eroi :
e vidi gli altari dedicali a Carmenta appiè del Campidoglio presso la porta
carmentale, e quelli dedicali ad Evandro appiè dell’ altro colle detto Aventino,
non lungi dalla porta trigemina ; nè vidi intanto cosa ninna di queste latta
inverso Fallante. Gli Arcadi i quali coabitavano appiè del colle, eressero pure
altri monumenti nelle forme della patria, e santi riti v’ istituirono ; ma per
ispirazione di Temide, innanzi lutti a Pane Liceo, Nume il più antico e più
riverito tra quelli di Arcadia, in sito idoneo, che i Romani chiamano Lupercale,
e noi diremmo Liceo. Ora empiuto essendosi di abitazioni il suolo intorno ; non
è facile rintracciarne la natura del luogo. Era questo, come dicono, appiè del
colle, una spelonca, vetusta, grande, coperta da una querce, ramosa qual bosco
: profonde bulicavano le fonti abbasso delle pietre ; e lo spazio appresso ai
dirupi era opaco per arbori, altissime e folte. Qui collocando un altare a quel
Nume compierono il patrio sagriGzio, che i Romani, non mutando cosa alcuna
delle antiche allora fatte, ripetono ancora di presente dopo il solstizio d’
inverno nel mese di febbrajo. La maniera del sagrìGzio sarà detta più innanzi.
Ergendo poi su le cime del colle un tempio alla Vittoria, stabilirono in questo
ancora annui sagriGzj che i Romani tributano ancora. Gli Arcadi favoleggiano
che questa sia figlia di Fallante generata da Licaone : e Minerva, fece, che
ricevesse da’ mortali gli onori che le si rendono ; imperocché fu essa educata
colla Dea, giacché la Dea nata appena fu consegnata da Giove a Fallante, e
presso lui fu nudrita finché ascese alle stelle. Fondaronoancora un tempio a
Cerere ed il sagrifizio, che faceano le donne ma non usate al vino, com' era la
pratica de' Greci : nel che 1’ andare del tempo non ha cagionato mutazioni,
fino a miei giorni. E Nettuno Ippio ebbe pure il suo tempio e le feste, dette
Ippocratie da’ Greci, ma ConsucUi da' Romani: e Roma in esse libera per uso dal
travaglio cavalli e muli, e ne incorona le teste di fiori. Consecraronu
similmente altri tempj, altri altari, altri simulacri, costituendo
purificazioni e sacrifici, ritenuti ancora ne’ modi medesimi. Né già sarei
meravigliato se alcune di queste cose neglette, come antiche troppo, non
avessero più ricordanza tra’ posteri : nondimeno le consuetudini presenti danno
ancora assai da congetturare su’ riti arcadici d’ allora, de’ quali diremo
altrove più pienamente. Dicesi che gli Arcadi recassero i primi nella Italia 1’
uso delle lettere greche, note ad essi da poco, e la musica della lira, della
tibia e del trigono, non sonandosi ivi altri armonici stromenti che le sampogne
de’ pastori : e dicesi che vi introducessero le leggi, vi raddolcissero le
maniere del vivere, 6ere in gran parte, e che vi diflondessero le arti, e le
istruzioni, ed altre utili cose in gran nume ro onde assai ne furono rispettati
dagli ospiti. Questa greca moltitudine, seuouda dopo i Pelasghi, giunta nella
Italia ebbe comune 1’ abitazione con gli Aborigeni in uno de’ bonissimi luoghi
di Roma. Pochi anni dopo degli Arcadi vennero nella Italia altri Greci, guidati
da Ercole il quale avea domato la Spagna, e le parti, fiu dove il sole
tramonta. Alcuni di loro, implorato da Ercole il congedo dalla milizia, si
fermarono in questi luoghi ; e trovando un colle opportuno, lontano al più tre
sladj dal Pallanteo, vi si accasarono : chiamalo alloca Saturnio, o Crònio come
i greci direbbono, ora si chiama Capitolino. Erano quei che rimasero per la più
parte del Peloponneso, io dico i F enueati, e gli Epei della EUide, disamorati
di viaggiare in verso la patria, perchè devastata nella guerra con Ercole.
Mescolavansi ad essi alcuni de’ Trojani &tti prigionieri quando Èrcole
prese già Troja, regnandovi Laomedonte. E pormi che in quei luogo si
annidassero ancora tutti di quell’esercito, quanti o stanchi dalla fatica, o
dal rigirarsi ottennero levarsi dalla milizia. Alcuni, come ho detto, stimano
antico il nome del colle ; tanto che gli Epei gli si affezionarono nommeno in
memoria del colle, Gronio chiamato nella Elide in su le terre di Pisa lungo le
rive dell’ Alfeo. Gii Elicsi riputando quel poggio loro sacro a Saturno vi si
adunano in fìssi tempi, e l’onorano con sacriGzj e con altro colto. Nondimeno
Eusseno, ed altri mitologi VIOlfJGT, tomo I. i 5o nr.Italiani pensano che i
Pisani per la simiglianza del Cromo loro dessero il nome anche all’ altro : che
gli Epei con Ercole erigessero a Saturno l’ altare che trovasi alle falde del
colle presso la via che mena dal Foro al Campidoglio : e che essi istituissero
il sagriCzio che i Romani v’ immolano ancora con greche cerimonie. Ma io,
paragonando, trovo che prima della
venuta di Ercole nella Italia quel luogo era sacro a Saturno, e Saturnio
chiamavasi da’ terrazzani : e che tutta 1’ altra regione, che ora dimandasi
Italia, era dedicata ancor essa a quel Nume, e Saturnia nominavasi dagli
abitanti, come trovasi detto nelle risposte date dalle sibille o da altri
Iddii. Eid in molti luoghi di questa sonovi de’tempj alzati a quel Nume, ed
alcune città da lui si denominano, come allora tutta la Italia: e portano
ancora il nome del Dio molti luoghi, singolarmente i monti e le rupi. Col
volger degli anni fu detta Italia per un uom potentissimo, Italo nominato.
Antioco di Siracusa lo dipinge per uomo destro e filosofo, il quale convincendo
molti popoli col dire e molti colla forza, ridusse in poter suo quanto v’ è tra
’l golfo Napitino e quello di Scilla : e
quel tratto fu il primo che Italia da Italo si dicesse. Dopo ciò scrive che
divenuto più forte, fece che molti altri gli ubbidissero; perocché mise il
cuore su’confinanti, e ne prese molte città: e scrive finalmente eh’ egli era
Qenotro di nazione. Ella(l) Cluverio in tini. Aniiq. I. IV crede die deliba
Irgf’ersi Lame/in in Tece di IVrpitino. Filoguno k di parere die Lamet città di
Lucania desse nome a questo golfo.. !) I iiko di Lesbo narra die Ercole
coiiJucevasi i bovi di Gerione alia volta di Argo, ma che essendo già nell'
Italia il tenero figlio di una vacca spiccossegli dall’ armento, e profugo vi
errò da per tutto ; finché solcalo il mare interpostp giunse nella Sicilia :
che cercando Ercole quell’ animale, e chiedendo ovunque capitava, se alcuno lo
avesse veduto de’ paesani, siccome poco intendevano il greco, e da’ segni lo
chiamavano come aneli’ oggi si chiama nella patria lingua vitello ; cosi
Vilalia chiamò tutta la regione da questo percorsa. Non è poi meraviglia che uu
tal nome si tramutasse com' è di presente ; mentre tanti greci nomi eziandio
subirono pari vicende. Ma, sia che prendesse quel nome, come dice Antioco, dal
condottiero, il che forse è più probabile, sia ebe dal vitello come pensa
Ellanico ; raccogliesi da ambedue che lo prese intorno ai tempi di Ercole, o
poco prima ; essendo chiamala iunanzi Esperia ed Ausonia dai Greci, e Saturnia
da [laesani, come di sopra fu detto. Coutasi ancora tra qne’ popoli la novella
ebe innanzi al principato di Giove ivi Saturno regnasse: e che tra loro più che
altrove si avesse quella vita sì famosa, beata per tutti i beni, quanti le
stagioni ne apportano. Ma se alcuno risecando ciocch’è di favoloso nel discorso,
vaglia Intenderne la bontà di quella gioite, dalla quale il genere umano, sorto
di recente dalla terra, come è vecchia fama, o d’ altronde, ne raccolse vantaggi
moitissiini, e giocondissimi ; non troverà [>cr tal fine suolo pili acconcio
di questo. Iiiiperocciiè se paragonisi una terra con altra di eguale granàezza,
T Italia pei mio giudizio è la migliore neU' Europa, e dovunque. Non ignoro
clie io sembrerò dir cose incredibili a molti, i quali risguardano l’Egitto, la
Libia, e Babilonia, e quante altre vi sono beate contrade: ma io non pongo la
ricchezza della terra in una specie sola di prodotti, nè invidierei di abitare
dove pingui sono le campagne, nè vi si scorge altro bene se non tenuissimo: ma
quella regione chiamo la migliore la ^ale sia bastantissima a sé Stessa, e che
meno abbisogni deir altrui. Sono poi persuaso che la Italia paragonata con
altra qualunque, appunto sia la terra datrice di ogni frutto, e di ogni utile. E
certamente, se comprende campagne felici e molte, non perchè madre è di messi,
è men propizia per gli arbori : e se vale assai per ogni genere di alberi, non
perchè tale, è poco ubertosa^ nel seminarvi: o s’ è bonissima per ambedue questi
usi, non per questo è men propria pe’ bestiami : nè perchè varia si dimostri
ne’ prodotti e ne’ pascoli è disamena poi se vi si abita. Ma direi che di ogni
agio soprabbonda e di ogni diletto. E qual terra mai frumentaria vince le terre
dette della Campania, bagnate dalle acque non de’fiumi, ma del cielo f Io vi
contemplai campagne che davano tre raccolte nudrendo dopo i semi del verno,
quelli per la state, e dopo gli estivi, gli altri in 6ne per 1' autunno. Quale
coltivazione supera in olio quella dei Messapj, de’ Daunj, de’ Sabini e di
altri? Qual mai suolo con vigne sorp rende più che il Tirreno, l’Albano e il
Falerno 7 il quale ama così le viti, che ne porge col tnen di lavoro amplissimi
frutti e bonissimi. Ma oltre le terre che si lavorano, ivi molte pur se ue
trovano, riservate per le capre e per le pecore ; ma più mirabili ancora sono
quelle da pascervi le mandre dei cavalli e de’ bovi: imperocché
soprabbondandovi l’erba palustre c dei prati, e riuscendovi fresca e rugiadosa
nelle parti che si coltivano, dan pascoli senza limite in tutta l’estate, e
mantengono in fiore gli armenti. Qual dolce spettacolo ivi sono le selve per
balze, per valli, per colli non culti, e di qnale e quanto niateriale per le
navi e per altre operazioni ì Nè già cosa alcuna di queste è dilTìcile ad
ottenerla, nè rimota dall’uso degli ^ uomic : ma tutte sono pianissime, e tutte
facili a trasmettersi per la moltitudine de’ fiumi, i quali scorrono tutta la
regione : e li quali con utile vi agevolano i trasporti e le permute dei
prodotti della terra. Vi si trovano ancora in più luoghi delie acque calde,
propriissime a’ bagni, e bonissime per le cure di mali diuturni. E metalli vi
sono d‘ ogni genere, e cacce d’animali in copia, e mari fecondissimi, come pure
altre cose moltissime ; e più utili e più meravigliose. Benissimo soprattutto
ne è 1’ aere per la dolce sua temperie secondo le stagioni, e poco opponesi con
calori o freddi eccessivi al formarsi de’ fratti, ed al vivere degli animali. Non
è dunque da meravigliarsi che gli antichi prendessero quella terra per sacra a
Crono, o Saturno; concependo che questo Dio vi fornisse, e saziasse i mortali
d’ogni bene. Ma sia che chiamisi Crono come da’ Greci, sia che Saturno come da’Romaui; Stefano r fiasaubono credono ebr qui fosse
nel testo K^ac Digilìzed by Google ìy!^ dkt.i.t; Antichità’ koma^e
•omprenJeitilo ciascuno di essi la natura tutta delle cose ; tu lo nomina come
più vuoi. Nemmeno è da meravigliarsi cbe contemplando in quella ogni abbondanza
e delizia, commoventissime cose, ne credessero ogni luogo più acconcio, degno
degli Dei, com' era de’ mortali ; e li monti e le selve si ascrivessero a Pane,
i prati e floridi luoghi alle ninfe, e le rive e le isole ai geuj marini, ed
ogni altra parte ad un genio o a un Dio, come più couvenivagli. È fama che gli
antichi immolassero a Crono umane vittime, come in Cartagine, ^ mentre esistè,
come tra’ Celti, e come in mezzo di altri occidentali ; e che Ercole volendo
precludere U barbarie di quel sacrificio, innalzasse l’ altare nel colle
Saturnio, e facesse che vittime pure vi si ardessero con puro fuoco. E perchè
que' popoli non sen corucciassero quasi spregiasse i patrj sacrifizj, è fama
die gli ammonisse a placare l’ira di quel Nume; e piuttosto che gli uomini
gettare nel Tevere legati nelle mani e ne’piedi, a gettarvi i simulacri loro,
vestiti appunto com’ essi. Egli serbava una immagine degli antichi costumi,
perchè si sterpasse alfine, quanta superstizione, ' restava ancora ne’ cuori.
Conservavano i Romani tal pratica ancor ucl mio tempo, rlnovandola poco
appresso all’equinozio di primavera nel mese di maggio nelle idi che chiamano,
le quali vogliono che ricorrano il giorno aj>punto, cbe è il ipezzo del mese
della luna. In questo il che linde > azieti, e bcDÌssiraa corrisponde alla
parola Ialina di Saturno i e perh di sopra abbiamo usala il verbo saziata.
Crono poi non h che il tempo ; cd il tempo lutto prepara, a di tallo ioruiicc
^li iiooiini col suo corso. 1 fiamapi
Inp \nraa regolavano l’anuo sul corsa delia Urna,. DD i ponteGci, vale a dire i
primi tra’ sacerdoti, come le vérgini, custodi del fuoco inestinguibile, i
pretori, e gli altri che esser possono all’ opera santa, dopo avere compiuti
secondo la legge il sagriGzio, gettano del ponte sublicio nel Tevere, trenta
simulacri in forma umana Argei nominati.
Ma de’ sagriGzj e delle altre divine cerimonie^di Roma, nazionali o greche di
maniere, diremo in altro libro ; richiedendo ora il subjetto che più
riposatamente seguitiamo Ercole nella sua venuta in Italia, nè trasandiamo cosa
da lui fattavi, degna di lode. E su questo Dio diconsi delle cose, quali più
vere e quali più favolose : e cosi stanno le favolose. Ercole, oltre gli altri
travagli, comandato da Eurisleo di condurgli da Eritea li bon di Gerione in
Argo, tornando dalla impresa in sua casa, venne in molte parti d’ Italia e
della terra degli Aborigeni, prossima ai Pallanteo. E trovandovi copioso e buon
pascolo, vi addusse i bovi, ed egli, quasi stanco dalle fatiche, die desi al
sonno. Intanto un ladro paesano, Caco di nome, capitò tra’ bovi, pascolanti
senza custòde, e se ne in-' vaghi. Ben conobbe che Ercole si riposava ; ma vide
che> nè puteali tutti involare occultamente, nè facile ne sarebbe la
impresa. Quindi ne ascose pochi solamente ed il principio della nuora luna era
principio insieme del nnoT mete. Di qui nasce che faceano combinare te idi di
maggia cl plenilunio o col mezzo del mese lunare. Queste figure erauo di giuoco: si chiamavano
Argei, qnsai rappreseiilasscro tanti Argivi che si slarmioavann come nemici
degli Arcadi. nell’ antro vicino, dov’ egli vivea, traendoveli via via
retrogradi per la coda, perché vedendovisi le pedate contrarie all’ ingresso,
potesse render vano ogni argomento sa di essi. Ma levatosi Ercole poco appresso,
e numerati i suoi bovi ; come vide che ne mancavano, dubitò su le prime, ove
fossero andati, e li cercò mano a a mano come erranti da’pascoli. Nè
raggiungendoli ancora ; venne alla spelonca sebbene sconsigliatovi dalle pedate,
niente meno pensando, quanto che ivi ne ritroverebbe il covile. Standone Caco
dinanzi l’entrata, e richiestone, dicendo non averle vedute, nè volere che ivi
più si cercassero ; anzi convocando clamorosamente i vicini, quasi patisse
violenza dal forestiero ; Ercole, dubbioso in prima come istrigarsela, prende
in fine a ' dirigere all’ antro ancor gli altri bovi. Ma non sì tosto quegli da
entro sentirono la nota voce e 1’ odore, lasciarono verso gli altri di fnora un
muggito, e fu quel muggito r accusatore del furto. Caco, vedutosi reo
manifestamente, ricone alla forza convocando tutti i suoi compastori. Ecco
Alcide investirlo colla clava, ed ucciderlo e sprigionarne i suoi bovi: poi
vedendo, com’era la spelonca un refugio opportuno pe’ rubatori, la dirupò.
Quindi, parificatosi con Tonde del fiume dalla strage, inalzò presso quel luogo
a Giove ritrovatore un altare, ora visibile in Roma nella porta trigemina ;
sacrificandovi un vitello al Nume onde ringraziarlo su’ bovi ricu-, perati.
Roma porge ancora quel sacrificio, tutto con greci riti, come Ercole lo
istituì. Gli Aborigeni e quegli Arcadi che abitavano il Pallanteo come seppero
della morte di Caco, c mirarono Èrcole, nemici già del primo per le rapine,
siu> pirano all’ aspetto del secondo, credendo non so che divino in lui per
la grande avventura sua nella vittoria. I poveri tra loro spiccando ramnscelli
di alloro, copioso in que’luoghi, ne coronarono Ercole e sè stessi ; ed
accorrendo i loro monarchi lo invitarono ad ospizio. Come poi dal dir suo ne
conobbero il nome, il lignaggio, e le imprese ; prolferivano a lui per
benevolenza il i-egno e sé stessi. Ed Evandro che anticamente udito avea da
Temide stessa, volere il destino che Erctde, il figlio di Giove e di Alcmena,
cambiasse per la virtù la natura mortale colla immortale, appena ravvisò chi
egli fosse, ansioso di prevenire tutti e di rendersi propizio l’eroe con gli
onori de’ Numi, alzò di repente con assai cura un alure, sacrificandogli dove
l' oracolo avea già significato, un giovenco, intatto ancora di giogo, e
supplicandolo a ricevere da lui le primizie di un culto. Meravigliatosi Ercole
delle accoglienze, tenne il popolo a convito, immolando parte de bovi, e
separando per ciò le decime delle altre prede : poi donò a quei re che assai Io
bramavano, molte delle terre de’ Liguri ^ e di altri confinanti, cacciando da
esse alquanti ribaldi. Dicesi ancora che egli fe’ la ricerca, giacché i primi
de’ paesani lo tenevano per un’ Iddio, che gli perpetuassero quegli onori,
sagrificandogli ciascun anno un giovenco non domo, e santificandone l’azione
con greche cerimonie : e dicesi che insegnasse queste a due famiglie le più
riguardevoli perchè vittime in tutto accette gli si offerissero: essere poi
quelle de’Potizj e dei Pinarj, le famiglie allora istruite del greco rito, e le
loro generaziout aver lungo tempo continuata la cam de’ sagriiìzj, come v’
erano da colui depuute : talché i Potizj erano i capi nella santa operazione,
ed aveano le primizie al bruciarsi delle vittime; laddove i Pinarj non
ammetteansi a parte delle viscere, e teneano sempre i secondi onori nelle cose
comuni ad ambedue. E cagione a questi della onorificenza minore fu la tardanza
loro nel presentarsi; giacché comandati di venire sul far del mattino, giunsero
essendo già consumate le viscere. Ora r incarico del santo ministero non è più
de’ posteri loro: ma di servi comperali dal pubblico. Dirò poi nel suo luogo le
cause per le quali il costume fu varialo, e le significazioni del Dio quando i
santi ministri si permutarono. L’ara ov’ Ercole offerì le sue decime, chiamasi
Massima da’ Romani, e trovasi presso al foro detto boario, veneratissima,
quanto altra mai, da’ paesani : imperocché su questa fa patti e giuramenti
chiunque vuole stabilità negli accordi ; e su questa si offrono spesso ancora
le decime a compimento de’ voti. Nondimeno un tale altare nelle fattezze è
minore della sua gloria. Vi ha de’ tempj di questo Nume altrove ancora in più
luoghi d’ Italia ; e gli'altari ne sono per le città e per le strade: e
diffìcilmente trovcrebbesi una popolazione che non lo adorasse. E questo ci
tramandan le favole intorno di Ercole.
Il testo ove DioDÌp spiegava tali cose è perito. Potrà vederseue ciocché
ne scrive Livio oel libro nouo. Egli dice occorsa la mutaiioDc quando Appio
Claudio esercitava le funxinni di censore. Allora in un anno perirono dei
Potizj trenta tnaschj abili a rinovaro le famiglie, a cosi la stirpe virile
corse al suo termine. Ma il più vero è quest’ altro : e molti die scrissero le
imprese di lui, cosi nella storia lo delincarono. Ercole divenuto potentissimo
in arme tra tutti dei suo tempo, e postosi con esercito numeroso scorse tutta
la terra cinta dall’ Oceano, levando, se ce ne aveano, qualunque tirannide,
grave e molesta ai sudditi, e qualunque impero di città contumelioso e nocevole
agli altri vicini colla condotta dura e colle uccisioni ingiuste degli ospiti,
e stabilendo monarchi onesti, governi savj, c costumi socievoli ed umani.
Scorse ancora tra’ Greci e tra’barbari, neirinterno de’ mari e delle terre, in
mezzo popoli infidi, intrattabili : fondò città .su luoghi deserti, diresse
fiumi che inondavano i campi, aprì vie su monti impraticabili, e mille cose
fece onde i mari tutti e le terre si comunicassero ogni vantaggio. Giunse
finalmente in Italia ma non già solo, nè con mandre di bovi ; perocché non è
questa regione in senti‘o per chi viene dalle Spagne in Argo, nè conseguito ci
avrebbe tanti onori per causa di un passaggio. Egli vi giungea dalle Spagne
conquistate, ma con esercito amplissimo per sottoporsela, e dominarvi. Se non
che fu costretto a consumarvi gran tempo, e perchè lontana era la sua fiotta,
stanti le bnrrasche ree dell’ inverno, e perchè le genti d’ Italia, non tutte
spontanee gli si abbassavano. E per non dire di altri barbari, i Liguri, popolo
numeroso e guerriero, posto ne’ passi delle Alpi, tentarono d’impedirgli colle
arme 1’ ingresso nella Italia, e là s’ ebbero i Greci battaglia fierissima,
esaurendovi tutti gli strali. Eschilo, poeta antichissimo, menziona questa
battaglia nel suo Prometeo disciolto. Ivi inducesi Prometeo (he presagisce ad
Ercole non che le altre vicende, quelle che gli sovrastavano nella spedizione
contro di Gerione, e nella guerra co’ Liguri, certamente non focile : e questi
ne sono li versi : À fronte là de" Liguri starai. Imperterrita gente :
onta e rammarco Non ti fa guerreggiarli, e per destino, Pugnanda, ti vedrai
mancar gli strali. Ma poiché, vincendo, s’ impadronì di quei passi ; alcuni,
specialmente se greci di origine, o non valevoli a resistere, sottomisero
volontai^' le loro città ; ma i più vi furono astretti con le arme e con gli
assedj. Quanto ai vinti in battaglia, dicesi che Caco, quel si noto per le favole
de’ Romani, barbaro principe di barbara gente, gli si opponesse perchè dominava
luoghi assai forti, il che lo rendeva molesto ancora ai vicini. Costui poiché
seppe che Ercole si accampava ne’ piani contigui apparecchiatosi all’ uso de’
ladroni, appari con subita scorreria su 1' esercito di lui che dormiva, e ne
involò le prede, quante ne erano senza guardia. i Ma rinchiuso poscia per
assedio da’ Greci che ne espugnavano le fortezze, finalmente anch’ egli
soggiacque, e nel mezzo de’ suoi baluardi. 1 suoi castelli furono rovesciati;
ed i compagni di Ercole, Evandro con gli Arcadi,. c Fauno con gli Aborigeni
suoi pigliarono ciascuno per Eboliìlo
sdisse il suo Proiueleo ignìfera, il suo Promeleo legato, ed il Prometeo
seioUo. Strabono nel lib. i, Ateneo nel 14 liarlarono dell’ ultimo. Il secondo
ci resta ancora. I.' 6l 9Ò parte delle
terre del vinto. Ma ben può taluno immagnare che i Greci rimasti in quella
regione furono gli Epei, e gli Arcadi originar) della città di Feneo, e li
Trojani, lasciativi a presidiarla. Perocché tra le arti imperiali di Ercole fu
pur quella nommeno sorprendente che le altre, di sospingere tra le sue milizie
uomini divelti a forza dalle città conquistate, e di metterli alfine, se
animosi combattessero, ad abitare le terre invase, arricchendoli dell’ altrui.
Per tali cagioni, e non per II viaggio che niente area di rispettabile, il nome
e la fama di Ercole divenne grandissima nell’ Italia. Aggiungono alcuni, che
ne’ luoghi ora abitati ^a’Komani egli vi lasciasse due suoi figliuoli gen^
retigli da due donne. Pallente era 1’ uno natogli da Launa la figlia di Evandro: Latino è l’altro,
natogli da una donzella boreale. Egli la conduceva seco dataci dal padre in
ostaggio, e custodivaia finché candida si maritasse ; navigando però verso 1’
Italia ne fu vinto dall’ amore, e la fecondò. Ma essendo egli ornai per
tornarsene in Argo concedè che si restasse sposa di F anno, re degli Aborigeni
; e per tale cagione molti tengono Latino per figlio di Fauno, e non di
Elrcole. Narrano che PaUante morisse nel fiore primo degli anni: ma che Latino,
adulto fatto, succedesse al comando degli Aborigeni : e che venuto lui meno
senza stirpe virile, il regno, per la battaglia co’Rutòli confinanti, restasse
al figlio di Anchise, vale a dire ad Enea, che
Quesu nel S Zini, precedeatemente è chiamata Canna, ed ora chiama Launa. Forse non k che la tanto nota
Lavinia detta da Greci Launa, Labina, Laiinia, o Laouinia. iliveuae suo genero'; ma queste cose
accaddero in altro tempo. Ercole, ordinate come volea, le cose tutte d’Italia,
e giuntagli la flotta, salva dalle Spagne, ofTerl con sagrifizio agl’ Iddii le
dècime delle sue prede, e là, dove alloggiavasi la milizia navale, eresse una
piccola città, dandole il nome di sè stesso , la quale ora albergaci Romani, e
giace tra Pompeiano e tra Napoli con porto sicurissimo per ogni tempo. Cosi
divenuto tra gl’ Italiani simile ad un Dio per gloria, per emu> lazione, per
onori, fece vela per la Sicilia. Gli uomini lasciali custodi ed abitatori dell’
Italia, là, d’ intorno al colle di Saturno, si ressero un tempo da sè stessi :
ma non molto dopo compartendo i proprj costumi, le leggi, i santi riti agii
Aborigeni, come già fecero gli Arcadi, e prima i Pelasgbi, divennero
coudttadini degli Aborigeni, talché sembrarono in (ine una gente medesima. E
questo sia dettò su la spedizione di Ercole nella Italia, e su quei del
Peloponneso che vi restarono. Nella seconda generazione dopo la partenza di
Ercole, nelr anno cinquautesimoquinto al più regnava su gli Aborigeni ornai da
trentacinque anni Latino il Aglio di Fauno il discendente di quel magnanimo. In
quel tempo i Trojani fuggendo con Enea da Ilio già debellata approdarono a
Laurento, .spiaggia degli Aborigeni in sul mare Tirreno non lontano dalle
bocche del Tevere. Ed avendo da’ paesani'uu luogo per abitarvi, c quanto
chiedevano, alzarono poco (^uMia citi à
di Ercole, si crede dorè ora è la torre del Grt-cu nel gulfe di lungi dal mare
in un colie uqa città cui chiamarono Lavinia. Ma da indi ’ a non molto, cedendo
1’ antico nome, ebbero quello di Latini dal re di que’ luoghi ; e levandosi da
Lavinia insieme co’ terrazzani fondarono una città più grande, Alba denominata.
Donde uscendo di tempo io tempo fabbricarono molte e molte delle città
de’vecchj Latini, abitate in grandissima parte ancor di presente. Sedici
generazioni 'dopo la presa di Troja spedironouna colonia nel Pallanteo, e nella
Saturnia, dove già fabbricato avcano i Pelopounesj e gli Arcadi, e dove erano
pur le reliquie di essi, e fecero che vi ^ abitasse. Allora cinto di mura il
Pallanteo prese la prima volta la forma di una città. Allora ebbe il nome di
Roma dal duce della colonia, io dico da Romolo, diciassettesimo tra’ posteri di
Enea. Ma, perciocché gli scrittori, parte ignorano, e parte ricordano
variamente quanto è della venuta di Enea nella Italia, non io vo' trattarne
come di fuga, ma prendendo ciò dalle storie, almeno più accreditate de’ Greci e
de’ Romani. Ora tali sono le cose narrate su quell’ argomento. Espugnato ilio
da’ Greci .sia per l’ inganno del cavallo di legno, come è presso di Omero, sia
pel tradimento degli Aulcnoridi, o per altra maniera, perirono in città la
popolazione, e gli alleati, sorpresi ancora nelle camere loro ; sembrando che
la sciagura gii assalisse, non guardandosene, tra la notte. Enea e con esso i
Trojani venuti da Dardano c da Olrinio a soccorrere gl’lliesi, c quanti altri
conobbero in tempo la sciagura, che era preso il basso della città, fuggendo a
luoghi più forti di Pergamo occuparono il castello, difeso da proprj muri, ove, come ia
saldissima parte, erano le sante cose di Troja, e danaro in copia, insieme col
fior dell’ esercito. Standosi colà respingevano chi tentava di espugnarveli; ma
per la perizia ne’ sotterranei vi riceveano chi vi si riparava dalia città già
pigliata. Così più furono quelli che ne scamparono, che non quelli che caddero
prigionieri. Con tal metodo Enea conseguì che l' impeto col quale i nemici
ovunque infuriavano, non comprendesse in un tempo ogni cosa. Poi calcolando
nelle sue probabilità l’avvenire, siccome era impossibile conservare la città,
perdutane già la più gran parte, si rivolse al partito di cedere le mura ai
nemici, e di salvare almeno le persone, e le sante cose della patria, e quanto
potea trasportarsi di danaro. Così deliberato, comandò che fanciulli, e donne,
e vecchj, e quanti abbisognavano di pausa nel fuggire, s’ incamminassero
intanto verso le cime dell’ Ida ; mentre ~gli Achei tra T ardore di espugnar la
fortezza non curerebbero d’insegnire la moltitudine che levavasi dalla città:
destinò parte di milizie in guardia di ehi si avviava perchè la fuga riuscisse più
certa, e nello stato presente men dura; avvertendoli insieme che occupassero i
luoghi più forti dell’ Ida. Intanto ( col resto dell’ esercito, ed era il più
rilevante ) egli persistendo su le mura, teneavi dis’ ratti i nemici che le
attaccavano, e rendeva meno disagiato lo scampo ai suoi, che sfilavano : se non
che salendo poi Neptolemo co’ suoi la fortezza, e convocandovi d’ ogn’ intorno
i Greci perchè lo ajutassero; Enea finalmente si ritirò. Spalancate le porte,. 6
!) deuominate perla fuga di tanti , anch’egli uscì per esse, ma in ordine di
batiaglia tra quelli che gli restavano, portando su di ottime bighe il genitore,
i patrj Dei, la sua donna, i figli, e quante v’ erano persone, o suppellettili
più riguardevoli. Intanto gli Achei, presa di for/.a la città, spaziandosi
intorno la preda, lasciavano ai fuggitivi grande comodità di salvarsi. Enea
raggiungeva via via gli altri suoi, finché raccoltisi tutti in un corpo,
occuparono i luoghi più forti deir Ida. Sopravvennero ivi ancora quelli che
abitavano in Cardano ; perocché vedendo lanciarsi da Ilio fiamme copiose fuor
dell' usato, abbandonarono tra la notte insieme la loro città, levatine gli
altri, i quali partirono prima coti Elimo ed Egesto, avendosi apparecchiate
delle navi. Poi vi giunse tutto il popolo della città di Ofrinio, e vi giunsero
dalle altre città Trojane quanti aveansi cara la libertà, sicché in poco tempo
la milizia vi divenne grandissima. Ora questi', fuggiti con Enea dal cader
prigionieri, tenendosi in quei luoghi sperarono di rendersi dopo non molto alle
patrie, appena i Greui via navigherebbero : ma i Greci sottomettendo Troja e le
adjacenze, e devastandone le fortezze, apparecchiavansi a porre sotto giogo ì
rifuggiti ancora ne’ monti. E mandando questi gli araldi perchè desistessero,
nè li necessitassero alla guerra, si venne per le suppliche a trattative, e
tali ne furono gli accordi. Enea e li suoi recandosi tjuanlQ ni/Asf ^vyciéits, porle de' fu(;giiÌTÌ. s
DIOAIGI t l. aveano salvalo nella fuga partissero in dato tempo dalla Traode, e
consegnassero le fortezze : i Greci in apposito ovunque dominavano in mare ed
in terra, vi procurassero la sicurezza à Trojani che viag~ giovano a norma de’
patti. Enea consentendo a lai leggi, anzi bonissime riputandole per le
circostanze ; manda Ascaiiio il più grande de’ figli con banda di milizie per
10 più frigie, alla terra detta Dascilite ove ora è il lago uiscanio, perchè
invitatovi da’ paesani a prendervi 11 comando. Ascanio andò, e vi stette ; ma
non molto : perocché giugneudogli dalla Grecia Scamandrio e gli altri Ettoridi,
rilasciativi da Necptolemo, egli guidandoli ne’ regni paterni, si rimise in
Troja. E tanto è quello che si narra di Ascanio. Enea però com’ ebbe pronta la
flotta, vj assunse gli altri figli, il padre, le cose auguste de’ Numi, e
navigò su 1’ Ellesponto alla penisola vicina, chiamata Pallene, la quale giace
dirim petto di Europia. Ivi un popolo ci avea, di Traci si, detto Cruseo, ma
bellicoso e fidissimo tra quanti erano gli alleati de’ Trojani nella guerra. Tale
è il racconto il più verisimile fatto da Ellanico, scrittore antichissimo,
intorno la fuga di Enea 1 Nel teilo si
legge: ZufUTns Europa: ciocebè ha prodotto degli equivoci: la vera lezione deve
essere cioè di Europia la quale h regione della Macedonia che prende nn tal
nome dal fiume Europo. Pailene talvolta è detta ancora città di Tracia, perchè
li Traci vi comandarono. Del resto essa è pib distante che la Tracia a quelli
che navigano dall’ Asia per 1’ Ellesponto. E Dionigi Den propriamente 1’ ha
chiamala vicinissima per questi, essendo tale pinitesto la Tracia. là dove tratta delle cose Trojane. Se ne
hanno ancora degli altri e non simili in altre leggende, ma non si, come io
penso, persuasivi. Decidane chi gli ode, come più vuole. Sofocle il tragico nel
suo dramma su Lao coonte, esseudo già Troja in sul termine, rappresenta Enea che
va con le sue robe in sull’ Ida, seguendo i voleri del padre Anchise, pieno dei
ricordi di Venere, e mirando la distruzione ornai della patria ne’ freschi
portenti avvenuti su’ figli di Laomedonte. E tali souo i versi di lui ma
pronunziati da altra persona : £cco il fgliuol di tenere alle porte ; In dorso
ha il padre, a cui di [bisso pende Cerulea veste dalle spalle, tocche Dalla
folgore un tempo ; intorno intorno Gli fin turba i domestici, e le schiere Non
si grande però, come tu pensi, De‘ Frigi, amanti d’ aver sede altrove.
Menecrate di Zante fa saperci che Enea mise la patria nelle mani de’ Greci,
tradendola per l’odio suo contro di Alessandro, e che gli Achei per tal merito
gli con cederono che salvasse la sua casa. Egli comincia la sua storia dalla
sepoltura di Achille in tal modo. Erano gli Achei liete afflizione, sembrando a
sè stessi come privi del capo della milizia. Nondimeno ergendogli una tomba
guerreggiavano di tutta lena ; finché Ti'P]a fu presa per tradimento di Enea.
Quest’ uomo, perche spregiato da Alessando, ed escluso dagli onori Piccolo dooo aozi nullo: raentte Enea aveva
luLio questo, c più ancora, sema il iradìmento: yorrei dire che Meuecraie non è
savio, uel tulio aluaeuo de’iUCt;outì, e quindi cUc poco stm da aiifudarsi.
sacerdolali, rovesciò la reggia di Priamo, e divenne per tali opere come uno
de' Greci. Altri però narrano eh’ Enea di quel tempo si trovava dove ferme si
stavano le inavi trojane, ed altri che nella Frigia, speditovi da Priamo con
soldatesca pe’ bisogni della guerra ; anzi evvi pure chi; assai piò favoleggia
su la partenza di Enea : ma ne senta ognuno come vien persuaso. Le vicende di
lui dopo la partenza mettono più incertezza ancora in molti; perciocché taluni
guidandolo in Tracia dicono che ivi compiesse la vita ; e tra questi sono
Cefalone Gergitio, ed Egesippo il quale scrìsse intorno Pelleiie, antichi
entrambi e rispettabili. Altri ripigliandolo dalla Tracia lo sieguono 6no all’
Arcadia ; e dicono che abitasse in Orcomeno di Arcadia, e nel luogo, che,
sebbene entro terra, cangiossi in isola, per le paludi e pel fiume, che le
colonie che ora chiamansi Cafie sursero per Enea e pe’ compagni, ma Gamie
nominandosi allora da Capi trojano. Sono questi racconti di varj e di Aristo
che scrisse le cose degli Arcadi. Novelleggiasi ancora eh’ Enea capitasse
veramente in que’ luoghi, non però che in essi morisse, ma nell’ Italia : e ciò
da molti attestali, come da Agatillo, Arcade poeta, nelle elegie scrivendo :
Feline in Arcadia e generò nell’ isola Con le due donne Antèmone e Codone, Due,/iglie ; e scorse nell' Italia, e quivi
Del gran Romolo suo padre divenne. La venuta di Enea e de’ Trojani nella Italia
la sostengono tutti i Romani ; e monumento ne sono le pratiche nelle feste e
ne’ sagi'ifizj, i libri sibillini, gli oracoli Pitici, e ben altre cose, le
quali niuno trascurerà, quasi aggiunte per ornamento. In Grecia ne restano
tuttora molti indizj notissimi, come il porto nel quale approdarono, ed i
luoghi ne’ quali si. trattennero, non essendo il mare navigabile. Siccome
dunque sono tanti, io ne farò come posso menzione, ma breve. Primieramente
dunque vennero in Tracia approdando alla penisola detta Pailene, tenuta, come
indicai, da’ barbari chiamati Crusei, e v’ ebbero ospizio sicuro. Passando ivi
r inverno edificarono in un promontorio un tempio a Venere, e fondarono la
città di Enea, dove lascia rono quanti non poteano pe’ disagi più navigare, o
quanti voleano rimanere, vivendovisi come nella patria. Questa durò fino al
regno de’ successori di. Alessapdro, ma nel regno poi di Cassandro fu
distrutta, quando sorse Tes.salonica : e gli Eneati e molti altri passarono
alla nuova città., ; XLI. Salpando da Pailene vennero i Trojani a Deio, ove
Anio signoreggiava. E, finché Deio fu popolata r e (lorida, molti erano gl’
indizj della venuta di • Enea, e de’ compagni nell’ isola. Dalla quale
navigando a Citerà aUra isola incontro
del Peloponneso ’ vi edificarono un tempio a Venere. Da Citerà tornandosi al
mare e trovando morto non lungi varono i Trojani con Eleno. Ottenuto l’ oracolo
sulla nuova loro sede, offersero al Dio cose trojane, e tra queste crateri di
bronzo, de’ quali alcuni manifestano ancora con iscrizioni antichissime gli
oblatori : e quindi si ricondussero camminando quattro giorni alle navi. Intendesi
la venuta de’ Trojani a Butrinlo da un colle ove accamparono, che ancora
chiamasi Troja. Da Bu> trinto sospinti lido lido Gno al porto detto, dopo un
tal fatto, di uincitise ed ora chiamato con nome men chia ro (a), eressero
ancor ivi un tempio di Venere : e passarono il mar Ionio avendo per guida della
navigazione molli, che volontari li seguitavano, e li quali menavano con sé
Patrone da Turi con la sua genie ; ma li più di questi, giunta l’ armata nell’
Italia, tornaronsi alle patrie : rimasero però nella flotta Patrone ed alquanti
de’ suoi mossi a far causa con Enea, nel cercar nuove sedi ; quantunque alcuni
dicano che il domicilio mettessero in Alunzio di Sicilia. In memoria di tal
beneGzio col volger del tempo i Romani donarono agli Acarnani Leucade ed
Auaitorio, togliendole ai Corintii ; e permisero ad essi che lo bramavano, di
rimettere ne’ pro Regia dirimpetto a Corfb dalla qnale è lontana 13 miglia. (a)
Il Casaubono crede questo porto quello che da Tolomeo h chiamato Onchesmo, e da
Strabone Oochismo ; il quale incontraTasi dopo Butriuto e Cassiope ( ora Januia
); crede che in principio si chiamasse di Anchise, poi di Anchesmo, o d^i
Anchismo, e quindi men chiaramente, di Onchesmo, o di Oncbismo. Digilìzed by
Google 7^ nm.LE antichità’ romane prj averi gli Oniadi, e di godere in comune
con gli Etoli il frutto delle isole Ecliioadi. Calarono i compagni di Enea, ma
non tutti in un luogo a terra ; approdando coi più delle navi al capo japigio,
detto allora dei SalenUni ; e con le altre al lido, prossimo a quello cliiamato
di Minerva nel quale Enea stesso sbarcò. Era questo sito ancora un promontorio
ma con porto estivo denominato di Venere, appunto dopo quel giorno. Poi
navigarono, quasi col piè sulla terra, fino allo stretto di Sicilia, lasciando,
ovunque andavano, de’ monumenti, e tra questi là nel tempio di Giunone, la
caraffa me fallica, la quale con antichissimo scritto manifesta 4I nome di Enea
che porgevala in dono alla Diva. Fattisi ornai vicini, eccoli nella Sicilia
finalmente a Drepano, dir non saprei, se portativi per disegno di sbarcare, o
se per le burrasche de’ venti, consuete in quel mare. Qui s’imbatterono coi
compagni di Elimo e di Egesto fuggiti prima di loro da Troja. Favoriti questi
da’ venti propizj e dalla sorte, nè gi'avati di molte bagaglio, erano in poco
tempo approdati in Sicilia, e fabbricato aveano intorno al fiume Crimiso in una
terra che i Sicani aveano amorevolmente ad essi ceduta, per essere Egeste nodrito
già nella Sicilia e congiunto col sangue di loro per questo Caso. Uno dei
maggiori suoi, famoso trojano, cadde nell’ ira di Laomedonte, e quel re
pigliandolo, certo per una incolpazione, lo uccise, uccidendo nemmeno tutta la
stirpe virile di lui perchè alfine non • sen vendicasse ; ma le vergini figlie
giudicò bensì cosa non degna lo ucciderle, ma uon sicura nemmeno a permettersi
che si accasassero. 73 eoa Trujani. Pertanto le diede a mercadanti con ordine
che lontanissime le portassero. Or queste rimovendosi navigò con esse un
cospicno garzone, il quale preso già dall’amore di una maritollasi, e trassela
nella Sicilia; e là dimorandosi nacque di loro il fanciullo Egesle nominato.
Apprese i costumi e la lingua del loco : infine morendogli i genitori, e
dominando Priamo in Troja, brigossi per lo ritorno. E militò pur egli contro
gli Achei ; ma prendendosi ornai la città, navigò di nuovo per la Sicilia,
fuggendo con Elimo su tre navi, usate già da Achille quando saccheggiava la
Troade, e poi da esso abbandonale perché
portn bello ^ o buono, ma nel codice Valicano ai La porto cattivo: il
che varia la àeuicuta quali finge Nettuno che presagisca la grandezza avvenire
li Enea, come de’ posteri, con tali maniere : Ifo, non i dubbio ; la virtù di
Enea /leggerà li Troiani, e re^ranli Be’ figli i fgli, e chi verrà da loro.
G^ncependo da ciò, che Omero conosciuto avesse che questi regnavano nella
Frigia ; inventarono qnel ritorno di Enea, quasi fosse impossibile che abitando
nella Italia dominassero genti trojaue. Eppure ben poteano comandare a Trojani
già diretti nei viaggio e stabilitisi altrove: vi saranno forse altre cause per
le quali diasi a vedere r inganno. Che se alcuni sien turbati da questo : che
la tomba di Enea si dica e si additi in più luoghi, non potendo in più luoghi
esser lui tumulato ; riflettano esser tal dubbio comune su molti uomini,
specialmente su gli insigni per sorte, e vivuti sotto cielo ognor vario : e
sappiano che una è 1’ urna che accoglie i loro cadaveri, ma molti tra le
nazioni li monumenti per gratitudine sul bene che vi operarono, massimamente se
tra quelle esistano stirpe o città che da essi provengano, o se lungo vi fecero
ed amorevol soggiorno. Or tali appunto conosciamo che furono i casi che del
nostro eroe si novelleggiano. Costui dopo aver operato che Ilio nelr esser
preso non fosse totalmente distrutto, dopo aver operato che gli alleati si
ritirassero salvi in Bebricia che chiamano; lasciò sovrano della Frigia
'Ascanio suo figlio, eresse in Pailene una città col nome di sé medesimo,
maritò la figlia nell’ Arcadia, e fissò parte de’suoi nella Sicilia : e
sembrando che segnalato avesse la sua dimora in più altre parti, beneficandovi
; ne acquistò la benevola propensione per la quale gli eroi quando cessano la
vita dell' uomo si onorano, e con pompa di monumenti in più luoghi. £ veramente
quali altre cause mai potrebbe alcuno ideare de’ monumenti di lui nell’ Italia
? Ma di ciò sarà detto nuovamente secondo che le materie de’ subjetti si dorran
rischiarare. Che poi l’armata trojana non veleggiasse verso parti più remote di
Europa, ne furono cagione gli oracoli, i quali prendéano compimento appunto in
quei luoghi, e la divinità che tante volte avea rivelato, ciocché si volesse.
Laonde approdati a Laurento alzarono le tende in sul lido. Ma stentandovi su le
prime per la sete, perchè il luogo mancava di acque ; ecco vedonsi, ( dico ciò
che ne udii tra’ paesani ) prorompere dalla terra spontanei rampolli di acque
dolci, dalle quali fu tutto abbeverato 1’ esercito, ed irriguo ne divenne quel
campo, scorrendo co’ rivoli loro dalle sorgenti fino a gettarsi nel mare. Ora
però non si le acque abbondano che ne trascorrano, ma scarsissime, si restano
in un cavo luogo, credute da’ paesani sacre al sole : e presso queste si
additano due altari, trojani monumenti, rivolto r nno all’oriente l’altro
all’occaso, ove favoleggiano che Enea facesse il primo sagrifizio in
ringraziamento al Nume per le fonti che scaturirono. Poi sedutisi in terra per
desinarvi, posero i cibi secondo molti su degli strati di appio come su le
tavole ; ma secondo altri, per mondezza maggiore, li posero su focacce di
farina : se non che finitisi i cibi apparecchiati, prima 1’ urto, indi r altro
mangiava già 1’ appio o le focacce sottoposte ; quando com’ è fama, uno de’
Ggli, o certo della tenda slessa di Enea disse : oh ! Gn le tavole ci
divoriamo. Destossi all’ udir ciò fra tutti un entusiasmo, uno strepito, come
allora si compiessero i primi oracoli che riceverono : essendo già fatto ad
essi un presagio, in Dodona secondo alcuni, o come altri dicono in Entra nelle vicinanze dell’Ida ove sta la Sibilla,
fatidica ninfa di que’luoghi. Questa annunziò loro che navigassero verso /’ occidente,
finché giungevano in luogo, dove sarebbero mangiale le mense : e che
prendessero, quando vedeano ciò verificaio, per guida un quadrupede, e dove
stanco del viaggio sdrajavasi, ivi fondassero una città. Ricordevoli di
quest’oracolo, chi per comando di Enea portava custoditi com’ erano i simulacri
de’ Numi dalle uavi a luogo destinalo, e chi preparava basi ed altari per essi.
Le donne accompagnavano le sante cose con ululati e con danze. InGne essendo
già tutto pronto pei sacriGzio, i compagni di Enea stavano coronati intorno l’
altare.E già questi facevano de’ voti, quando la porca già pronta pel sagriGzio,gravida
nè lontana dal parto, dibattendosi tra le mani de’ sacri ministri che la
tenevano, fuggissene in parti più remote del mare. Enea concependo esser questa
il quadrupede di cui 1’ oracolo signiGcò che sarebbe loro di guida le tiene
dietro, non Vi ebbero pià Lrilre ; I’
una in Beoiia l’altra in Tessaglia; (jui si parla della terza nella Jooia tra
Llazomcns c Teon. Ma questa Krilra non era poi cosi vicina dell’ Ida : il che
fa vedere che il testo non è puro abbastanza : seppure la idea di vicinanza non
è qui relativa a distanze beo grandi. Digitized by Google legni e cose di rustico apparecchio su le
quali appariva che dolentissimo ne sarebbe chi ne era privato. In quel tempo
Latino re guerreggiava co’ Rutoli, suoi vicini, ma con poca prosperità nelle
battaglie. In tale suo stato gli annunziano, esagerando le imprese di Enea :
che un esercito di forestieri gli devastava tutto il litlorale: che se non
davasi presto a riutuzzarlo, avrebbe poi manifestamente guerra più aspra con
essi, che non co’ vicini. Temè Latino a tal nuova, e ben tosto, sospesa la
guerra presente, mosse con esercito poderoso contro a’ Trojani. Ma vedeudoli
armali alla greca, intrepidi, in buon ordine, aspettare il cimento, si arrestò,
difGdando di poterli sottomettere in un colpo, come avea già speralo nel
moversi contro di essi. Ed accampatosi in un colle pensò che dovevaiuuanzi
tutto ricrear le milizie dalla molta fatica, sostenuta nel lungo e coutinuo
travaglio. Adunque ivi riposò quella notte; ma disegnò di lanciarsi al fare del
giorno sul nemico. Fra tali risoluzioni un genio del loco venne a lui tra ’l
sonno, e gl’ impose di ammettere i Greci che venivano a grande utilità di
Latino, e bene comune degli Aborìgeni. Parimenti i Dei patrii, svelandosi tra
la notte ad Enea, suggerivano che inducesse Latino a concedergli spontaneamente
una sede nel luogo che bramava, e rendersi i Greci alleati, e non competitori
nelle arme. Tal sogno contenne l’uno e r altro dal cominciar la battaglia. E
non si tosto fu giorno, elle milizie mossero in campo; ecco gli araldi venire
da ambe le parti ai capitani per chiedere un vicendevole parlamento; e si
tenne. Latino il primo querelatosi della guerra improvisa e non intimata,
chiedeva ad Enea che dicesse chi fosse, e con quale disegno invadeva e derubava
que’ luoghi, non avendone mai ricevuto alcun danno, e non ignorando che gli
assaliti rispingono gli autori della guerra. E laddove tutto esibivasi a lui se
moderate ne erano le dimande, e potea rinvenire tutto nella cortesia degli
abitanti ; egli violando la giustizia comune degli uomini, voile impudentemente
anzi che da onorato, arrogarsi ogni cosa colla forza. Enea rispose : Noi siamo
Trojani di lignaggio, e veniamo da una città non ignota affatto tra Greci. Essi
espugnandola con gueira di dieci anni ce la tolsero ; ed ora vagabondi ci
rigiriamo, sema città, senza regione, ove prendere sede finalmente. Siamo qui
venuti seguendo i voleri de' Numi ; annunziandoci gli oracoli che que- ta è la
tota terra che ci lascia come requie da tanti errori, Abbiam preso dalle wstre
terre quanto ri era bisogno ; Noi provvedevamo anzi alla nostra infelicità che
al decoro, lutto che non volessimo far cosa meno di questa, come novizj in tai
luoghi. Ma ne daremo copiose e buone ricompense. Vi offeriamo i nostri corpi,
le nostre anime, costumati ahbaslanza ai travagli. Comunque usar ne vogliale ;
noi custodiremo come inviolabili le vostre tene, noi ci lanceremo ad
acquistarvi quelle de' nemici. Noi vi supplichiamo che non ascriviate ad odio
le cose operate; non avendole noi fatte per ingiuriarvi ma dalla necessità
violentati; e ciò che non è volontario è pur degno di scusa. E se ora ce ne
scusiamo, se ne imploriamo voi stendendovi le mani supplichevoli; già non si
conviene che ci destiniate alcun male, Altrimente invocheremo gli Dei,
invocheremo gli Genj di queste terre perchè ci condonino quanto abbiamo fatto o
necessitati faremo. Noi tenteremo respingervi la guerra se ce la incominciate ;
chè non è questa la prima nè la massima di quante ne abbiamo sostenute. Latino
ciò udendo soggiunse : Io sono propenso inverso di tutti i Greci e mi struggono
il cuore i mali necessarj degli uomini. E pregerei moltissimo di salvarvi se
poteste mai farmi chiaro che qua venite bisognosi di una sede, per aver parte
nelle nostre terre e su quanto vi sarà dato per amicizia, non per involarmi
colle armi il comando. Se questo dir vostro è vero ; se ne dia, chiedo, la
vostra fede e se ne riceva la nostra : e saranno queste le mallevadrici pure
de' patii. Dtomet, Hmt r. s L. Enea
encomiò quel parlare ; e si giurarono tali patti tra i due popoli : Darebbero
gli Aboiigeiti ai Trojani quanta terra volessero in qualunque parte del colle,
dentro il giro di cinque miglia da questo. Li Trojani entrerebbero a parte
della guerra che gli Aborigeni aveano tra le mani, e militerebbero con essi in
qualunque altra li chiamerebbero. Farebbero in comune ambedue col senno e colla
mano t utile vicendevole. Stabiliti tali patti, e confermatili con gli ostaggi,
combatterono insieme contro le città dei Rutoli : e soggiogando in brevissimo
tempo ogni cosa, presentaronsi ad ultimare la trojana città non compiuta, e
tutti con un ardore vi fabbricavano. Enea le diè nome di Lavinia, come dicono i
romani scrittori, dalla figlia di Latino, chiamata anch’ essa Lavinia; e
secondo alcuni de' greci mitologi dalla figlia di Anio re tra Deliesi, Lavinia
nominata ugualmente : perchè morendo questa nel primo costruirsi degli edifizj,
e datale sepoltura appunto nello spazio dove Enea fabbricava , la città ne era
il monumento. Dicesi che navigasse co’ Trojani conceduta dal padre alle istanze
di Enea, come donna di senno e di profezie. È fama che i Trojani nel fabbricare
Lavinia ne avessero questi segni. Accesosi jl fuoco da sè stesso in una valle,
narrano che un lupo vi traesse colla bocca e gittassevi aride materie ; e che si spiega per infermarsi, travagliarsi, quasi
Dionigi dica che la donna fu sepolta dove infermava ; ma tal voce significa
ancora fabbricare e rende il senso pib acconcio e concorde. Altronde non è
facile che uno seppeliscasi nel luogo appunto o aiansa. o tenda dove si ammala.
Digitized by Gopgle LIBKO I. 83 no’ aquila volaado, Vi eccitasse le (ìamtue col
battere delb ale ; ma che una volpe in contrario si desse ad estinguerle colla
coda, bagnatala iu un Hume : e die ora vincendo chi accendeva ed ora chi
ammorzava, al> fine, prevalessero le due ale, partendosi la volpe senza che
nulla più vi potesse: che Enea da quello spettacolo conchiudessc, come la
colonia diverrebbe magniCca, meravigliosa, celeberrima ; darebbe il crescere di
essa invidia ed affanno ai vicini ; ma ne vincerebbe ogni ostacolo, ricevendo
dagl’ Idùii fortuna più potente dell’odio de’ mortali in combatterla. Questi
sono i portenti famosi, nati colla città : e per memoria se ne custodiscono
ancora da tempo antichissimo in mezzo al foro di Lavinia le immagini metalliche
di quegli animali. LI. Poiché fu compiuta la città de’ Trojani entrò desiderio
in tutti di giovarsi a vicenda ; e primi ne diedero r esempio i monarchi
accomunando pe’ matriinonj il grado de paesani e de’ forestieri, e sposando
Latino la sua figlia Lavinia ad Enea. Quindi presi ancor gli altri da brama
eguale, dandosi in breve a gara 1’ uno all’altro leggi, costumi, sacrifici,
congiungendosi in città di cure e di consorzio, e divenendone tutti un corpo e
chiamandosene Latini dal re degli Aborigeni, osservarono con tal fermezza gli
accordi, che uiun tempo mai più li divise. .Tali sono le genti che vennero e si
congiunsero, e dalle quali è la stirpe de’ Romani, prima che si fondasse la
città che otn gli alberga. Erano i primi gli Aborigeni, i quali cacciarono
dalle proprie .sedi i Sicoli 4 greci antichissimi del Peloponneso, di quelli,
io credo, spatriatisi con Eouotro dalle terre ora dette di Arcadia. erano
secondi ì Pelasghi, usciti dal>' r Emonia, ora chiamata Tessaglia : ed erano
terzi quei che vennero con Evandro nell’ Italia dalla città del Pallanteo. Si
ebbero dopo questi gli Epei ed i Feneati del Peloponneso, militari di Ercole, a
quali si mescolavano alquanti Trojani; e gli ultimi furono i Trojani scampati
con Enea da Ilio, da Cardano e da altre loro città. LII. Che poi li Trojani
ancora fossero Greci, principalmente di orìgine, usciti un tempo dal
Peloponneso fu già detto da molti, ed io pure lo dirò brevemente: e cosi stà
quel racconto. Atlante divenuto primo re dell Arcadia che ora chiamano, abitava
intorno al monte detto Taumasio. Sette erano le figlie di questo ora trasferite,
dicesi, nel cielo col nome di Plejadi. Giove sposandosi 1’ una di esse vi
generò Giasone e Cardano: Glasoue si tenne celibe, ma Cardano sposò Crise la
figlia di Palante, e gli nacquero Ideo e Cimante, i quali due regnarono
nell’Arcadia, succedendo al trono di Atlante. Poscia avvenendo il gran diluvio
in Arcadia ; i campi ne divennero paludosi, nò più coltivabili per lungo tempo.
Gli uomini ridottisi ad abitare nei monti, e con scarsi viveri, consentendo ad
una voce che le terre intorno non erano più bastanti a nutrirli, si divisero in
due. Rimastisi gli uni nell’Arcadia crearono sovrano Cimante il figlio di
Cardano > gli arltri partirono su gran flotta dal Peloponneso ; e direttisi
in verso di Europia giunsero al golfo detto di Me lane, recandosi ad un isola
della Tracia, non saprei se abitata allora o deserta, cui chiamarono Samo
Tracia con nome composto dal duce e dal luogo, per essere questo nella
Digilized by Google usno I. 85 Tracia, e Samone 1’ altro, figlio di Mercurio e
di Rene, ninfa Gillenide. Ma non a lungo vi dimorarono ; cbé non era ivi una
facile cosa la vita, avendosi a lot tare con terre ingrate e mare disastroso.
Adunque lasciando un gruppo di loro nell’ isola, li più se ne mossero
nuovamente inverso dell’ Asia sotto gli Auspicj di Bardano ; perocché Giasone
era morto fulminato nell’ isola per avervi appetito il concubito con Cerere.
Venuti al mare chiamato Ellesponto, e sbarcatine, abitarono la terra detta poi
di Frigia. Ideo con la parte da lui retta della milizia di Bardano, abitò ne’
monti che • Idei si appellano da lui, ne’ quali ergendo un tempio alla madre
degl’ Iddii v’ istituì misteri e sacrifici, durevoli ancora in tutta la Frigia:
e Bardano nella Troade che dicono, fondandovi la città coi nome di sé medesimo,
e ricevendone delle campagne da Teucro re, dal quale Teucria fu nominata la
terra. Molti, tra’ quali Faiiodimo che scrisse delle antichità dell’ Attica,
narrano che Teucro ancora passasse dall’ Attica nell’ Asia, e regnasse in sul
popolo di Zipeta ; allegando su ciò molti argomenti. Quivi dominando egli
campagna ampia p buona, ma non molto popolata, desiderò di vedere Bardano, e li
Greci con esso venuti, si per avergli alleati nelle guerre co’ barbari, sì
perchè la sua terra non giacesse deserta. LIU. Ora porta il subjetto eh’
espongasi da quali Enea discendesse : ed io ciò laro ; ma brevemente. Bardano
morendogli Crise la figlia dL Fallante dalla quale avea due fanciulli, si sposò
òon Batia la figlia di Teucro. Di lei nacqn^li Elrittooio, creduto tra’ mortali
felidssif Digitized by Gopglc 86 dt:lle antichità’ eomane mo per lacloppia
eredità della signoria paterna, come deli’ altra fondata dall’avo materno. Da
Erittonio e de Callii’oe figlia di Scamandro nacque Troe dal quale ebbe nome la
nazione. Da Troe e da Acalide fisiia di O Euniida sorse Assaraco : e da questo
e da Glitodora figlia di Laomedonte ebbes! Capi. Poi questo e la ninfa, Kaide
chiamata, generarono Anchise: e di Anchise e di Venere è figlio Enea. Cosi avrò
dichiarato che i Troiani siano Greci di origine. LIV. Su 1’ epoca della
fondazione di Lavinia scrivesi variamente : a me sembrano piò verisimiii quelli
che r assegnano all’ anno secondo dopo la partenza da Troja. Imperocché Ilio fu
preso nel fine della primavera, il giorno diciassettesimo prima del solstizio
estivo, mancandovi otto giorni a compiersi il mese Targhilione secondo la
cronologia di Atene: e dopo il solstizio rimaneanci venti giorni a terminare
quel giro di anno. Pertanto nei trentasette giorni decorsi dopo quella presa io
stimo che gli Achei provvedessero su le cose della città, che ricevessero le
ambascerie di quelli che erano usciti, e giurassero dei patti con essi. Nell’
anno seguente e primo dopo la espugnazione, i Trojani salpando da quella terra
circa l’ equinozio autunnale passarono 1’ Ellesponto: e portati nella Tracia
ivi dimorarono quell’ inverno, rac^ cogliendo gli altri che giungevano ancora
dalla fuga, e preparando la navigazione. Levandosi dalla Tracia in sul fare
biella primavera tragittarono fino alla Sicilia dove riparatisi spirò intanto
quell’ anno : ivi spesero il secondo inverno fabbricando città con gli Elimi.
Ma divenuto il pela^ navigabile fecero vela dall’ isola, e Digitized by
GoogieLIBRO I. 87 valicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo della
estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni, e presavi terra, vi
fabbricarono Lavinia mentre compievano 1’ anno secondo dopo la invasione di
Troja. Per tali detti sarà chiaro quanto io su ciò concepisco. LV. Enea
fornendo la nuova città di tempj e di altri edifizj i più de’ quali
persistevano ancora a’ miei giorni, alfine nell' anno seguente, terzo della sua
emigrazione, regnò ma su’ Trojani solamente. Morendo però Latino nel quarto,
ebbe anche il regno di questo si per 1’ affinità sua con esso, di cui Lavinia
era la erede, si per essere lui già duce degli eserciti nella guerra coi
vicini. Imperocché li Rutoli si erano di bel nuovo ribellati da Latino
scegliendosi per capitano Turno un disertore di Latino, e cugino di Amata,
regia moglie di lui. Questo giovine alle nozze di Lavinia comcciatosi dell’
affine suo che tenesse anzi cura degli esteri che de’ parenti, e sospinto da
Amata e da altri, andò cM>lle milizie delle quali era capo, e si congiunse
coi Rutoli. E mossasi per tali richiami la guerra perirono in battaglia
vivissima Latino e Turno e molli altri ; trionfandone Enea. Da quell’ epoca
ebbe questi lo scettro del suocero, e regnò dopo la morte di lui tre anni
ancora ; ma nel quarto morì combattendo : perocché gli uscirono contro dalle
loro città tutti in arme li Rutoli e Mezenzio re de’ Tirreni che per le sue
regioni temeva, conturbato al vedere che la greca poteuza via via si ampliava.
Si dié la battaglia, ma fortissima non lungi da Lavinia; soccombendone molti da
ambe le parti, finché la notte sopravvenendo, divise gli eserciti. ENEA più non
apparve ; e chi lo disse trasferito Ira’ Numi, chi perito nel fiume, presso cui
fu la pugna. I Latini gli eressero un tempietto iscrivendolo : del Padre e Dio
del loco il quale regge il corso del Jiume Numicio. Pur vi è chi dice edificato
il tempio da Enea per An chise, morto P anno avanti tal guerra. L’ edifizio è
non grande : ma tiene arbori ordinatamente intorno degne da vedersi. LVI.
Passando Enea da questa vita, al più I’ anno settimo dopo la presa di Troja,
assunse il comando su’ Latini Eurileone, quegli che. nella fuga intitolavasi
Ascanio. Erano allora i Trojan! chiusi tra le mora, e la forza nemica ognora
più spaventava ; nè bastavano i Latini a soccorrere gli assediati a Lavinia.
Ascanio dun que il primo chiese pace e condizioni onorate ai ne mici : ma non
giovando la inchiesta, fu costretto ren dersi pienamente, e finire la guerra
come il vincitore ne giudicasse. Ma siccome il monarca de’ Tirreni oltre le
tante cose intollerabili comandava come agli schiavi che si recasse ogni anno
ai Tirreni quanto vino producerasi dalla campagna latina ; cosi per la
ìndegnissi ma condizione Ascanio prima, e dopo lui li Trojani dichiararono co’
decreti loro sacro' a Giove ogni frutto della vite. E confortandosi gli uni gli
altri ad imprendere da valentuomini, e chiamando i Numi a parte dei loro
pericoli, si mossero di città ma tra notte non chiara per luna. E sopravvenendo
improvvisamente, presero in un subito il campo nemico il più vicino alla città,
riputato antemurale ancora delle altre milizie, perchè tenuto su luogo forte e
difeso dal fiore de’ giovani tirreni, comandati da Lauso, figlio di Mezenzio,
Intanto che questo luogo espugnavasi le soldatesche attendate nei piani vedendo
la luce insolita, ed ascoltando le voci degli oppressi fuggirono ai monti. Ivi
sorse fra loro paura e strepito grande qual suole tra schiere mosse di notte,
che apprendano già già di essere assalite, ma nè ordinate uè provvedute
abbastanza. I Latini all’ opposito poiché vinsero per assalto quel presidio, e
conobbero lo scompiglio deir altra milizia, le furon sopra incalzando e
trucidando : e questa non potea nemmeno sapere i suoi mali; non che pensasse
ricorrere alla forza. Quindi confusi, incerti che fare chi s’ avvia tra .dirupi
e ne soccombe, chi tra luoghi cavi ma senza esito, ed è preso. Li più non
distinguendosi tra loro si trattarono ira le tenebre a vicenda come uemicì ; e
ben fu la sciagi>ra micidialissima. Mezenzio occupato un colle con pochi,
poiché vi seppe la morte del figlio, quanto esetcito gli fosse perito, ed in
quai luoghi ora si fosse iin tempo in cui fu costrutta la città, signora al
presente delle cose. Ma quali ne fossero i fondatori, con quali vicende
recassero la colonia, o le fondassero la città, molti già lo narrarono,
discordandone alcuni in più casi. Io sceglierò da' monumenti le cose più
persuadevoli ; te quali sqn queste. LXYIl. Dopo che Amulio usurpò colla forza
la reggia di Alba eliminando dagli onori paterni Numitore il fratello. più
grande, scorse ad altre infamie col molto abuso dei diritti, macchinando
all’ultimo distruggere la stirpe di Numitore per timore di subirne la vendetta,
e per desideri^ di perpetuarsene il principato. E macchinando ciò da gran tempo,
notò primieramente dove recavasi alla caccia Egeste il figlio già pubescente di
Numitore, e, fattegli delle insidie nel meno visibile di que’luoghi, lo uccisse
appunto che inseguiva le fiere, dando opera che si dicesse poi, che il giovine
fu vittima de’ladroni. Ma tal voce artificiosa uon potè soffocare la verità che.
lacevasi; perocché molli ebbero cuore di palesarla, con pericolo ancora. Ben
conobbe Nunillore il successo ; ma tollerando con saviezza bonissima fìnse non
conoscerlo per differirne i risentimenti a tempo meno pericoloso. Amulio
tenendo la vicenda per occulta, fece ancora, che la figlia di IVumitore detta
Rea secondo alcuni, e poscia Ilia quando fu matura per le nozze, si dedicasse
al sacerdozio di Vesta perchè andando subito a marito noti partorisse un
vindice della sua gente. Dee irenl’anni, e nommeuo rimanersi candida da cose
maritali lina donzella messa alla cura del fuoco inestinguibile, o per altro
religioso ministero serbato per legge alle sue pari. Compieva Amulio tutto ciò
co’ bei nomi di onorare c distinguere il parentado : perchè non avevane egli
introdotto la legge : anzi essendo già praticata non astringeva il fratello,
sicché la prima volta esso tra’ nobili si valettse di quelli onori. E
pregiavasi tra g]i Albani che le donzelle più nobili ministrassero a\^esia. Ben
vedea Numitorc che il fratello non facea Ciò per amore del meglio: tuttavia non
espresse l’ira sua, ma tacque profondamente ancora su questa ingiuria per .non
esserne malmenato dal popolo. Dopo quattro anni Ilia recatasi al bosco sacro di
Marte ad attingervi limpide acque pc’ sacriGzj vi fu violentala da uno, dicono,
de’ giovani innamorato della donzella : o da Amulio non si per amori che per
inganni, tutto in arme, e travisatosi quanto poteva, onde essere terribilissimo
a vedere. Molli però novelleggiano che fu in persona il Nume del loco,
acconciando a tal fatto varie circostanze divine, e che il sole se ne
ascose. I()3 e le tenebre si spnrsero in
cielo. Essersi,la immagine di quel Dio presentata augusta più che la umana per
la mole e per la bellezza. Aggiungono che colui che aveala violata ( e da ciò
conchiudono che fosse un Iddio) dicesse alla fanciulla che si consolasse, non
si affliggesse per la vicenda essere a lei fatte le cose de’matrimonj dall’
unirsele del genio del loco : ne partorirebbe due figli y potentissimi in arme.
Narrano che, ciò dicendo, nna nuvola lo circondasse, e che spiccatosi di terra,
si elevasse per 1’ aere. Non è poi questo il luogo, ma bastino i detti de’
filosofi, per discutere la sentenza da aversi su queste cose, cioè se debbano
dispregiarsi come opere umane imputate agli Dei, la natura de’quali felice nè
corruttibile non subisce niente d’ indegno ; o se debbano riceversene le
narrazioni, perchè 1’ universo è un composto di tutte le sostanze, tra le quali
haccene pure una intermedia tra la umana e divina, che ora mescendosi agli
uomini, ora ai Numi, genera la stirpe degli eroi. La donzella dopo la violenza
si diè per inferma : consigliatavi dalla madre per la sicurezza di lei, come
per la riverenza de’ Numi : nè più andava alle sante cose,' ma se dovea
porgervi l’ opera sua, supplivano le vergini, compagne nel ministero. LXIX.
Amulio, sia che mosso dalla coscienza, sia che da’ concetti del verisimile,
spiava attentissimo le ca gioni per le quali tcneasi tanto tempo lontana da’
riti divini. E mandò de’ medici su’ quali fidava moltissimo : ma pretestando le
donne non essere un tal male da presentarsi ai maschj, mise la moglie sua per
guardia della fanciulla. Ma non si tosto colei gli accusò la in(loie del male,
conghietlurando da indizj muliebri, ignoti alle altre ; egli fe’ custodire co’
soldati la donzella: perchè il parto, ornai prossimo, non si occultasse. £
chiamando a collocjuio il fratello, disse la violazione recondita, dolendosi
che i genitori vi stessero a parte con la fanciulla, e comandò che non
tacessero, anzi pubblicassero il fatto. Asseriva Numitore eh’ egli udiva cosa
incredibile: ma che egli era innocente in tutto, e chiedea tempo per chiarire
la verità. £d ottenutolo a stento, poiché seppe dalla moglie la cosa come erale
narrata in principio dalla fanciulla, gli riferì la violenza fatta dal Nume, e
le cose dette su’ due gemelli, e dimandò che si prestasse fede a tanto, se da
quel parto nasceane la ]>role cora’ era presagita dal Nume. Non essendo
ornai lontano il parto ; egli non sarebbene deluso lungamente : intanto esibiva
donne in custodia della figlia, nè ricusavasi a prova ninna. Acconsentivano
quanti erano in parlamento: Amiilio però diceva che non aveaci punto di buono
in que’ detti, e diedesi per ogni guisa a pci^ dere la lànciulla. Intanto
presentansi gl’ incaricati per invigilare su quel parto, e narrano aver lei
dato in luce due maschi. Insistè Numitore ben tosto in dimostrare che a'veaci.
r opera del Nume, e richiedÈva che oltraggio non si facesse alla vergine
incolpabile. Amulio nondimeno concepiva che ci avesse della cabala umana anche
nel parto mer desimo, con essersi procurato 1’ uno de’ fanciulli da altra donua,
ignorandolo o cooperandovi le custodi ; e molto su ciò fu disputato. Come i
consiglieri videro che il re piegavasi ad ira inesorabile, sentenziarono aneh’
essi, com’ egli volea ; che si applicasse la legge, la quale ordina che
uccidasi, battuta con verghe, la ver gine profanata nel corpo, e gettisi ciò
che è nato da lei ndla corrente del fiume. Ora però le leggi per le sacre cose
prescrivono che tali donne seppelliscansi vive. Fin qui la più parte degli
scrittori narrano le cose medesime o con picciolo divario, altri seguendo più
la favola, ed altri la verisimiglianza. Ben però discordano su ciò che vi
rimane ; dicendo altri che la condannata fu tolta immantinente di mezzo, ed
altri che serbata in carcere oscura fe’ nascere nel volgo la idea della occulta
morte di lei. Scrivono che Amulio a ciò s’inducesse vinto dalla figlia
supplichevole che chiedevagli in dono la cugina ; già nudrite insieme, e pari
di età voleansi il bene di sorelle. Amulio che non avea se non quella figlia,
gliela concedette ; nè più compiè la morte di Ilia, ma tennela rinchiusa, nè
visibile; finché fu liberata col morir del medesimo. Cosi le antiche scritture
discordano intorno di Ilia, ma tutte presentano un apparenza di vero ; e perciò
ne ho fatta menzione. Chi legge intenderà da sè stesso quale sia più credibile.
Quanto ai figli d’Ilia cosi scrive Fabio detto il Pittore, cui seguirono Lucio
Cincio, Porcio Catone, Calpurnio Pisone, e la più degli storici. Alcuni de’ ministri prendendo per comando di
Amulio i fanciulli, posti in un cestello, ve li U'asportavano per gettarli nel
fiume, lontano quasi cento venti stadii dalla città. Ma come vi si
approssimarono e videro che il Tevere per le pioggie incessanti usciva dall’
alveo suo naturale in su i campi, discesero dalle cime del Pallanteo fino alle
acque più vicine ; uè polendo avanzarsi più oltre, deposero il cestello appunto
ove il fiume toccava, inondando le falde del monte. Ondeggiò quello alcun tempo
] ma poi ritirandosi la fiumana dalle parti più ester> ne, il vasello
percosse in un sasso, e deviatone, travolse i fanciulli ^ che vagendo in sol
fango si dimenavano. Quando apparendo una lupa, fresca di parto e gonfie le
mammelle di latte ne porse i capi alle tenere bocche de’ medesimi, tergendoli
via via colla lingua dal loto onde erano intrisi. Frattanto sopravvengono dei
pastori che guidavano le greggi ai pascoli ; potendosi già per que’ luoghi
camminare. Al vedere 1’ uno di essi come la bestia carezzava que’ pargoletti,
restossi estatico per lo spavento e per la incredibilità dello spettacolo.
Quindi ( perciocché non era col solo dire creduto ) andando, e raccogliendo
quanti potea de’ vicini pastori, li con duce a mirare il portento.
Approssimatisi questi, e vedendo come la bestia molcea que’ pargoletti, e come
i pargoletti usavano colla bestia quasi colla madre, parvero a sé stsi presenti
a celeste meraviglia : ma congregatisi e proceduti ancora più oltre tentarono
col tuonare delle grida impaurire la lupa. E questa non incrudita affatto dal
giungere degli uomini, ma quasi domestica fosse, ritirandosi passo passo da’
fanciulli, si levò ( mutoli restandone ) dalla vista de’ pastori, essendovi non
lungi un luogo sacro, opaco per selva profonda, ove le fonti sgorgavano da
pietre cave. Dicesi che quello fosse il bosco di Pane ; ed un allare’per lui vi
sorgeva. In questo venne la fiera e si ascose. Ora il bosco non è più: ma ben
additasi 1’ antro dal quale scorrevano le acque, in vicinanza del Pallanteo,
lungo la via che mena al} 107 r
Ippodromo ( 1 ) : scorgesi ivi prossimo un tempietto ov’ è j come effigie del
fatto, una lupa che offre a due fànciullini le poppe ; metallico e di antico
lavoro è quel monumento. Era questo luogo, com’ è fama, sacro per gli Ai'^ cadi
che vi si accasarono con Evandro. Allontanatasi la fiera, i pastori presero i
fanciulletti provvedendo che si allevassero appunto, come se volessero gli Dèi
che si conservassero. Era tra questi un placido uomo, il capo de’ regj pastori,
F austolo nominato, il quale trovavasi in città per alcun suo bisogno, nel
tempo che lo stupro vi si riprendeva ed il parto d' Ilia.' Dopo ciò mentre
erano que’ teneri putti portati al fiume, egli nel tornare ài Pallanteo, tenne
per incontro divino la strada medesima di quelli che li portavano. E non dando
vista di sapere principio alcuno del fatto, dimandò per sè que’ miserelli, e
presili con voto comune, e recandoseli, venne alla moglie. E trovatala che avea
partorito, e dolente, che il parto erale morto, la racconsolò, e le diede que’
fanciulli da sostituirsi ; contandole dalle origini la vicenda che li
riguardava. Poi crescendo, chiamò r uno di essi Romolo e Remo 1’ altro. Fatti
adulti / non somigliavano per la bellezza dell’ aspetto e della prudenza a
pastore niuno di gregge immonde o di bovi, ma chiunque numerati li avrebbe tra’
regj figli, specialmente tra quelli creduti di generazione divina, come in Roma
cantano ancora nelle patrie canzoni. Era la vita loro fra’ pastori, e col
travaglio la sostenevano, Cirro oTc
-garrpgiavasi col corso Je’ cavalli.
fissando per lo più su’ monti e legni e canne in guisa che dessero in un
tempo alloggio e tetto. Ed ancora nel lato che dal Pallanteo piegasi verso l’
Ippodromo V sopravanza 1’ uno di questi abituri, detto di Romolo > cui
guardano come sacro, ma nulla vi aggiungono on-, de renderlo più venerando. Che
se parte alcuna ne vi6a meno per anni o tempeste, la suppliscono, riparandola,
quanto possono con simiglianza. Giunti a’ diciotto anni ebbero dispute su de’
pascoli co’ pastori di Numitore i quali tenevano i loro bovili sull’ Aventino,
colle situato rimpetto del Pallanteo. Ricbiamavansi spesso gli uni su gli
altri, che pascessero i campi non proprj, o soli si tenessero i campi comuni, o
per cose altrettali, se ne avvenivano. Davansi per tali dissidj colpfdi mani e
di armi ; e ricevendone da’ giovani assai li servi di Numitore, e perdendovi
alcuni di loro, ed essendone esclusi a forza dalle campagne, cosi macchinarono.
Disposero in valle occulta le insidie su’ giovani, e concordato con quei che le
disponevano il tempo di eseguirle, gli altri intanto andarono in folla alle
roandre de’ medesimi. Romolo di quel tempo crasi co’ paesani più riguardevoii
recato alla città detta Genina per farvi a no^ me della comune i patrj
sacrifizj. Avvedutosi Remo della incursione volò per la difesa, prendendo in un
subito le armi, e li pochi venuti a lui per unirsegli dal villaggio. Non
aspettarono quelli, ma fuggirono per tirarseli dietro, dove rivolgendosi a
proposito gli assalissero. Ignaro della trama, seguitandoli Remo lungamente, si
ingolfò nel luogo delle insidie ; e le insidie proruppero e li fuggitivi si
rivolsero ; e circondando lui co’ seguaci. 1 09 e tempestando co’ sassi, gli
arrestarono, com’ era il comando de’ loro padroni che volevano vivi que’
giovani nelle mani. Cosi 'fu Remo condotto prigioniero.Ma Elio Tuberone uomo
grave, e ben cauto nel tessere le istorie scrìve : che avendo que’ di Numitore
preveduto che i due garzoncelli erano per ofTerire a Pane ne’ lupercali 1’
arcade sagriGzio come era istituito da Evandro, tesero gli agguati pel tempo
appunto del santo ministero, quando bisognava che I giovani, abitanti il
Pallanteo, correswro dopo le oblazioni nudi per la terra, e velati solo nel
sesso con le pelli recenti delle vittime. Era questo un tal rito patrio di
espiazio^ ne, praticato ancora di presente. Standosi nel più angusto de’
sentieri i nemici a tempo per le insidie su quei facitori di sante cose, ecco
venirsene ad essi la prima banda con Remo, seguitando più tarda 1’ altra con
Romolo per essersi la gente loro divisa in tre masse, e distanze. Non
aspettando quelli il giungere degli altri, dato un grido, uscirono in folla sa’
primi, e circondatili, gl’ investirono > chi con dardi e chi con sassi o con
altro, comunque gli era alle mani. Sbalorditi questi dall’ inaspettato assalto,
e mal sapendo che fare, inermi contro gli armati, furono assai facilmente
arrestati. Con tal modo, o con quello tramandatoci da Fabio, divenuto Remo il
prigioniero de’ nemici, fu tratto in Alba. Romolo, al conoscere le ingiurie sul
fratello, pensò dover subito tenergli dietro col Bore de’ suoi pastori, quasi a
ricuperarselo ancora tra via : ma ne fu distolto da Faustolo che vedea la
insania del disegno. Era F austolo ancora tenuto come padre, avendo sempre
occultato ai due garzoacelli i loro primi tempi, perchè non si mettessero di
slancio a’ pericoli, prima della robustezza degli anni. Allora peiTò vinto
dalla necessità rivela, solo a solo, a Romolo ogni cosa. E Romolo in udire
tutta la sciagura che areali involti 6n dalla nascita, impietosito per la madre
venne in grande ansietà verso di Nnmitore. E molto consultandosi con Faustolo
conchiuse che doveva allora contenersi da ogni impeto ; sorgere poi con
apparato più grande di forze a redimere la sua famiglia dalle ingiustizie di
Amulio, e subire fin 1’ ultimo rischio in vista de’ grandi risultati, operando
col padre della madre, quanto egli nc risolvesse. LXXII. Stabilito ciò per lo
m^lio, Romolo convocando i paesani, e pregandoli a recarsi di subito in Alba,
non però tutti io folla, nè ad una porta perchè non si eccitasse in città
sospetto di loro, c a tenersi nel foro, pronti per eseguire, s’ incamminò per
il primo verso di quella. Intanto quei che menavano Remo presentatolo ai regj
tribunali, ve lo accusavano delle ingiurie, quante ne aveano da lui ricevute, e
vi addita.vano le ferite dei loro protestando che abbandonerebbero tutte le
manche, se non erano vendicati. Amulio volendo fare cosa grata alla moltitudine
accorsa, come a Numitore, forse presente ad incolparlo per altri , volendo la
tranquillità del paese, e stimando insieme sospetta la baldanza del giovane,
imperterrito in sue parole ; lo ( i) Secondo Dionigi, Numitorc ignaro della
condiziona di lìcmti, lo accusava a nome de’ suoi clienti.. Ili .condannò con
rendere Numitore 1’ arbitro del castigo, e con dire che chi fa ree cose, non
dee rintuzzarsene da altri quanto da chi le ha sostenute. Intanto che Remo era
condotto con le mani addietro legate, ed erane vilipeso da’ pastori che sei conducevano Numitore postoglisi
appresso ne ammirava la bellezza delle forme che aveano molto del regio, e ne
contemplava la nobiltà de’ sentimenti, che egli conservava in mezzo ancora a
terribili cose, non volgendosi a far compassione nè importunando, come tutti
fanno in simili casi, ma procedendo con silenzio maestoso al suo termine.
Giunto in sua casa, Numitore fece che gli altri si ritirassero, ed egli, solo
con solo, chiese a Remo chi fosse, e da quali parenti ; non potendo lui, :
ootal giovine, essere da ignobile stirpe. E soggiungendo Remo quanto ne sapea
dal suo nutritore., come dopo la nascita era stato esposto bambino nella selva
col germano, gemello di lui, come raccolto da’ pastori fosse poi stato allevato
; colui, sospesone alcun tempo, alfine, sia che in ciò vedesse vole sospettando che egli non pensasse come
parlava, cosi rispose : I giovani, come è loro mestieri, vanno pasturando de'
bovi pe' monti. Io men veniva in nome di essi cdla madre per dichiararle come
stieno i loro fatti. Ma udendo come tu fai guardare questa donna, io dirigevami
a supplicare la figlia tua perché a lei m' introducesse. E questo cestello, io
recavalo meco per certificare i miei detti. Ora poiché tur sei fermo di
ricondurre qua li garzoncelli, ne esulto ; e manda con me chi vuoi, che io
dimostreroUi, perchè loro si annunzino gli ordini tuoi. Cosi dunque diceva per
allontanare la morte de’ giovani, e sperando egli insieme fuggire da quelli che
sei menavano, quando sarebbe ne’ monti. Amulio immantinente invia con esso i
più fidi tra’ suoi militari, ordinando però segretamente che afferrino, e gli
rechino quelli che il pastore dimostrerebbe. Intanto deliberò chiamare il
fratello e farlo custodire, ma senza catene finché 1’ affare presente se gli
acconciasse. Lo chiamò dunque ma in vista ben di altre cose. Mosso l’ araldo
speditogli, dalla benevolenza e dalia compassione de’ mali di lui che pericolava
non tacque i disegni di Amulio a Numitore : e questo manifestando a’ giovani l’
infortunio che pendeva su loro, e confortandoli a farla da valentuomini, -andò
alla reg già tra le arme di clienti, di amici, e di non pochi servi fedeli ; e
lasciato il mercato pel qual erano venuti in città, vi andarono ancora co’
pugnali sotto degli abiti i contadini, gente robustissima. £ forzando tutti con
impeto comune l’ ingressa, non presidiato da molli, I. I l5 bea tosto uccisero Amulio, e presero
poi la fortezza. Cosi Fabio ne racconta su ciò. ' LXXV. Altri però giudicando
non convenirsi punto di favoloso alla storia dicono inverisimile che la
proje> zione de’ fanciulli non seguisse com’ era ordinata ; e dicono che
l’amorevolezza della lupa che porge lemammelle ai fanciulli è piena di comiche
incoerenze. Raccontano invece che Nnmitore al conoscere la gravidanza d’ Uia,
ne tramutasse poi nel parto i figliuoletti, supplendovene altri nati di fresco
; e dandoli in fine ai custodi della parturieute, perchè al re li recassero.
Sia che la fedeltà di questi fosse comperata con oro, sia che la sostituzione
fosse compiuta per mezzo di femmine ; ad ogni modo Amulio prese ed uccise gli
spurj; laddove i figli d’ llia cari più che ogni cosa a Numitore, furono da lui
salvati, e consegnati a Faustolo. Asseriscono che un tal F austolo era un
Arcade, originato da’ compagni di Evandro, alloggiato in sul Pallanteo colla
cura degli armenti di Amulio ; e che condiscendesse di allevare i figli di
Numitore, indottovi da Faustino , fratello sno, presidente de’ bestiami di
]Vnmitore i quali pascolavano per 1’ Aventino : essere stata la nudrice, la
esibitrice delle poppe sue, non la lupa, ma com’^ verisimile la moglie di
Faustino detta Laurenza, e Lupa con soprannome da quei del Pallanteo perchè
prostituiva il suo corpo. Certamente era questo
Questo nome si legge Tariaroenle. Plutarco io Rumalo Io chiama PUiacino.
Altri Io ha chiamalo Fausto: perchè tra Faustolo e Fausto siavi somiglianza
come tra Romolo e Remo : ed altri con molla confusione lo chiama Faustolo come
il fratello. il greco aatico ^ soprannome per le femmine le quali si vendono
ne’ riti di amore, e le quali ora con più gentil nome, amiche si appellano. E
quindi alcuni che ciò non sapevano ne tesserono la fàvola della Lupa, cosi
chiamandosi quella bestia tra’ Latini. Aggiungono che i fanciulli slattati
appena, filrono dagli aj loro mandati a Gabio città non lontana dal Pallanteo
perchè vi prendessero greca istruzione ; e che nudriti colà presso gli ospiti
di Faustolo Gno alla pubertà furono ammaestrati nelle lettere, nel canto, e
nell’ uso greco delle armi ; che rivenendo poscia ai padri loro putativi
brigaronsi co’ pastori di Numitore intorno de' pascoli comuni, e li percossero,
e gli allontanarono colle greggie : essere tali cose state fatte col volere di
Numitore perché si avesse un principio di ridami, ed una causa onde la turba
de’ pastori in città si recasse : che dopo dò Numitore fe’ lamentanze contro di
Amulio, quasi per grave danno e ruberie de’ pastori di lui ; dimandando che se
egli non avead parte, gli desse nelle mani il porcajo, reo delia lite, e li
Ggli di quello : che Amulio a rimuovere da sè quella. incolpazione, ordinasse a
tutti gli accusati, ed a quanti si dicevano essere stati presenti al successo
di comparire in giudizio per Numitore : che insieme concorrendo molti altri sul
pretesto di quella causa, Numitore dicesse a’ nipoti quanta, sciagura gli avea
perseguitali : e dimostrando^ lui che quella, se altra mai ve ne fu, quella
appunto era 1’ ora della vendetta, iramautiuenle volarono colla turba de’
pastori all’ assalto. E queste sono le memorie su la origine e su la educaziouc
de’ fondatori di Roma. Ecco poi le cose avvenute nella fondazione: ciò clic mi
resta anche a scrivere, ed ora mi vi accingo. Poiché Numitore col morirsi di
Amulio riebbe il principato ; spese breve tempo a riordinare su le antiche
maniere la città, già premuta colla tirannide, e ben tosto fabbricandone un’
altra, meditava di crearvi anche un regno pe’ figli. Pareagli bello, essendosi
il popolo suo troppo moltiplicato, levarne totalmente la parte almeno già sua
contraria, per non più sospettarne. E comunicatosi co’ figli, ed essendone
questi dilettati ; diè loro, perchè vi regnassero, le terre dove erano stali
allevati, e la parte del popolo divenuta a lui sospetta, e disposta ancora per
fare innovazioni, e quanti voleano spontaneamente mutar sede. Ci avca tra
questi, come per una città che si mova, molti della plebe, e buon numero de’
più potenti, anzi pure dei Trojani reputati più nobili, de’ quali esistevano
ancora a’ miei giorni, almeno cinquanta famiglie. Diede a’ giovani danaro, arme,
frumento, schiavi, bestie pe’ trasporti, è quanto ricercasi per la fondazione
di una città. Poiché questi ebbero cavato da Alba il popolo loro, aggregarono
ad esso quanti rimaneano nel Pallanteo e nella Saturnia, e ne divisero tutta la
massa in due parti. Sembrava loro che ciò desterebbe dell’ ardore nella gara di
compiere più speditamente un lavoro ; quando fu causa del pessimo de’ mali,
cioè di una sedizione. Imperocché celebrando le due parli il suo capo, ciascuna
lo inalzava come il più idoneo al comando di tutti: al-tronde li due capi non
più avendo una mente e non quella di fratelli, ma di soprastanti 1’ uno su 1’
altro, ornai non curavano 1’ eguaglianza, e moltissimo ambi'^ hivano. Celatasi
fin qui, proruppe finalmente la loro ambizione per questo incontro. Non piaceva
ugualmente a ciascun d'essi il luogo per fabbricarvi la città : vdleala Romolo
sul Pallanteo per più cause, e per la prosperità del luogo, essendovi stati
salvati e nudriti : ma sembrava a Remo da edificarsi nella sponda che ora da
lui lìomoria si addi manda. Ben erane il luogo acconcio per una città, su di un
colle non lontano dal Tevere, in distanza di circa trenta stadj da Roma. Da tal
gara appalesaronsi ben tosto le voglie di soprastarsi; apparendo assai chiaro
che qual, di essi prevaleva sulr altro dominerebbe ancora su tutti. Passato
intanto alcun tempo, nè sceman. dosi punto il dissidio, parve ad ambedue da
rimettersene all’ avo materno, e si recarono in Alba. E colui suggerì che
lasciassero giudicare agli Dei, quale di loro due desse nome e comandi alia
colonia. E predestinan do ad essi il giorno, ordinò che si trovasserò di buon
mattino separatamente ciascuno nel luogo ove 'bramava porre la sede : e che
sagrificandovi prima secondo le usanze agl’ Iddii vi osservassero gli uccelli
propizj : e qudlo di loro due per cui sarebbero gli uccelli più fausti, quello
comandasse la colonia. •! giovani lodato il consiglio partirono, e trovaronsi
poi nel giorno decisivo, appunto come avevano convenuto. Prendeva Romolo gli
augurj sui Pallanteo dove ujeditava fissare la
Pesto con altri colloca Komeria nelle cime dell’ Arentino : ma Dionigi
sembra collocarla più lontana. Sarebbero mai state due queste Romnrie, o
Remurie t colonia : ma Remo nel colle contiguo, detto Aventino, o Romoria, come
altri raccontano. Erano con essi le guardie, perchè non permettessero che
alcuno de’ due dicesse altre cose che le vedute. Postisi ambedue nei luoghi
convenienti ; Romolo dopo un poco, per ansia, -e per invidia del fratello, e
più che per invidia, per impulso forse di un qualche Nume, innanzi di avere
osservato alcun segno, quasi il primo avesse veduto lo augurio lieto, spedi
messaggeri al fratello, perchè a lui ne 'venisse prontamente. Ma non
accellerandosi questi, perchè vergognosi di portare un inganno p intanto sei
avvoltoi, volandogli a destra, apparirono a Remo. Era costui lietissimo delia
veduta, ma dopo non molto gli inviati da Romolo, movendolo, sei menarono al
Pallaa" teo. Dove giunti, Remo chiedeva da Romolo, quali uccelli avesse
veduto : e dubitando Romolo come rispondere ; ecco dodici avvoltoi, propizj col
volo gli si mostrarono. Inanimato al vederli disse, addiundoii a Remo: che
cerchi tu s pel tempio, e per gli usi del comune. Tale era la partizione fatta
da Romolo ne’ terreni e negli uo mini diretta alla massima eguaglianza comune.
Vili. Ora dirò della partizione degli uomini per concedere privilegi ed onori
secondo la dignità di ciascuno. Scevrò gli uomini cospicui per nascita, o
lodati per virtù, o comodi secondo quel tempo per danaro, purché avessero prole,
dagl’ ignobili, dagli abietti e dai bisognosi. E plebei nominò quelli di sorte
deteriore, che il greco appellerebbe dimolici ; ma intitolò padri quei di
fortuna migliore sia che per la età maggioreggiassero su gli altri, sia perchè
avessero figli, sia per la chiarezza della prosapia, sia per tutte queste
cagioni ; pigliando, come può congetturarsi, 1’ esempio dalla repubblica degli
Ateniesi, quale esisteva in quel tempo. Imperocché questi chiamavano Eupatridi
principalmente o patrizj li più distinti per nascita, e più potenti per danaro,
a’ quali afQdavasi la cura della repubblica : e chiamavano agrici, o rustici
gli altri che di niente eran arbitri sul comune: ma col volger degli anni
furono ancor essi elevati agli onori. Per tali cagioni dicono gli scrittori più
credibili delle cose romane che Padri fossero nominati que’ valentuomini, e
patrizj i squadre de cavalieri erano divise in decurie come i chiaro da Varrooe
e da Polibio. li. i35 loro discendenti.
Ma coloro che guardano 1’ affare con occhio d’ invidia, e malignano su le
origini vili di Ror ma, non dicono che i patrizj avessero questo nome per tali
cagioni, ma perchè soli potevano additare gli autori della loro generazione ;
quasi gli altri non fossero che vagabondi, o senza liberi padri. E davano per
sicuro argomento di ciò, che quando piaceva al re di convo> care i patrizj,
gli araldi gl’ intimavano pel nome loro e per quello ancora de’ padri ; laddove
pochi banditori invitavano alle adunanze i plebei rinfusamente col buccinare
de’ corni da bove : ma nè la intimazione per mezzo di araldi è buon segno degl’
ingenui natali, nè il snon della buccina è simbolo della ignobilità de’plebei:
ma la prima recavasi per onorificenza ; spandevasi l’altro per compendio ; non
riuscendo invitare in poco tempo a nome tutta la moltitudine. IX. Poiché Romolo
segregò li più degni dai men riguardevoli, ordinò per leggi le incombenze degli
uni e degli altri. Adunque stabili che i patrizj intenti con esso alle cure
pubbliche fossero i sacerdoti, i magistrati, i giudici, ma che li plebei,
liberi da tali sollecitudini per la imperizia e per la penuria, lavorassero le
terre, allevassero i bestiami, ed esercitassero le arti mercenarie, perchè non
sorgesse fra loro sedizione, come in altre città, quando gli uomini di grado
spregiano gli ignobili, o quando i vili c poveri invidiano la preminenza degli
altri. Affidò, qual deposito, a’ patrizj i plebei, concedendo a ciascuno di
questi di eleggersi liberamente tra quelli un patrono. Greca antica
consuetudine era questa ritenuta lungamente da’ Tessali, e dagli Ateniesi quando ancora conoscevano il meglio : ma poi
declina rono al peggio, ed insolentirono su’ clienti; comandando loro cose non
degne di uomini ingenui, minacciandoli di battiture se non ubbidivano, ed
abusandoli con altre maniere, quasi schiavi comperatiGli Ateniesi chiamavano
Thitas pe’ servigi che rendevano, i Clienti, ed i Tessali li chiamavano
Ponesti vituperandone fin col nome
stesso la condizione. Ma Romolo fregiò con nome conveniente, chiamandola
patronato, la garanzia de’ bisognosi e degl’ infimi : e date all’ uno ed all’
altro utili cure, ne rendè la congiunzione benevola veramente e cittadina. X.
Le obbligazioni stabilite da lui sul patronato e conservatesi lungo tempo tra’
Romani erano queste: doveano i patrizj informare i clienti della legge che
ignoravano, doveano prender cura di loro ugualmente, fossero o no presenti, e
far su di essi come i padri su’ figli, quanto alla roba, ed ai contratti su la
medesima ; movendo liti pe’ clienti se altri ne era danneggialo, su contratti,
e subendola, se altri la moveano. E per dir molto in poco, doveano proctware.
ad essi tutta la ti'anquillità della quale abbisognavano nelle cose domestiche
e nelle pubbliche. I clienti a vicenda se i patroni scarseggiavano di beni
doveano coadiuvarli, maritandosene le figlie : doveano riscattarli da’ nemici
se alcuno di essi Diouigi qui paragona i
clienii Romani, i TMti drgli Ateniesi ed i Penesti dei Tessali : ma i Thili
erano almeno liberi, e servivano per la miseria o pe' debiti. 1 Penesù dei
Tessali erano un intermedio tra gli schiavi e gli uomini liberi. Non era cosi
de’ c.ieuti Romani. Questi non di raro parteggiavano o superavano la fortuna
dc'pauoui. ir. 187 o de’ figli rtmaDeva
prigioniero : pagare del proprio per loro non a titolo di prestito, ma di
gratitudine le liù perdute, e le pubbliche multe tassate in moneta : e
concorrere quasi ne spettassero alle famiglie, nelle spese di essi per le
magistrature, per gli onori, e per le altre pubbliche dimostrazioni. Quanto ad
ambedue poi non era lecito o giusto pe’ clienti o patroni che gli uni
accusassero gli altri ; che si dessero testimonianze e voti contrari ; o si
lasciassero cercare gli uni per nemici degli altri. E se alcuno era convinto di
aver fatto l’opposito, soggiaceva alle leggi di tradigione promulgate da Romolo
: ed era per chiunque santa cosa lo ucciderlo, come vittima a Dite ; costumando
i Romani di consagrare agl’Iddj, spezialmente infernali, le persone alle quali
volevano impunemente dare la morte, come fece allora anche Romolo. Adunque
perseverarono per molto tempo tramandandosi da figlio Jn figlio le congiunzioni
dei patroni e dei clienti, senza che niente differissero dai ligami strettissimi
di parentela. Ed era gran lode per uomini d’ inclita stirpe aver clienti in più
numero, custodendo i patrocini lasciati loro dagli antenati, ed acquistandone
altri ancora colla propria virtù. E meravigliosa era la gara di ambedue per non
lasciarsi vincere gli uni dagli altri nella benevolenza ; proferendosi li
clienti a far quanto potevano verso de’ patroni ; nè volendo i patrizi dar loro
molestia con riceverne danari in dono. Così era tra loro il vivere condito con
ogni diletto ; e. la virtù non la sorte era la misura della felicità. XI. Non
solamente poi vivea sotto l’ ombra de’ patrizi i38 la plebe di Roma; ma quella
delle colonie di lei, quella delle città confederate ed amiche, e quella ancora
delie conquistate colle armi tenevasi per custode e protettore qual più voleva
de' Romani. E più volte il senato rimettendo ai protettori le controversie di
città e di nazioni confermò le sentenze date da essi. Anzi era tanta la
concordia de’ Romani cominciando dall’ ora che Romolo ne fondava i costumi, che
mai per secento venti anni tumultuarono con stragi e sangue, sebbene nasces
sero intorno del comune molte e gravi dispute tra la plebe e li magistrati,
come nascono in tutte le città, picciole o popolose : ma illuminandosi, e
persuadendosi a vicenda, e parte concedendo, parte ottenendo racchetavano le
interne dissensioni. Dacché però Cajo Gracco, divenuto tribuno, sconvolse 1’
armonia della città, non cessano dal sopraffarsi colle stragi e con gli esilj ;
nè risparmiano misfatto per vincersi. Ma per dir tanti mali avrem poi luogo più
acconcio. XII. Ordinate tali cose, ben tosto Romolo deliberò di creare i
consiglieri co’ quali dividere le pubbliche cure, e trascelse cento de’ patrizj
cosi facendone la separazione. Prima nominò fra tutti il più idoneo, a cui si
afBdasse lo stato, quando egli coll’ esercito uscirebbene dai confini. Quindi
prescrisse a ciascuna tribù di scegliersi tre uomini, savissimi per età come
insigni per nascita. Fissati questi nove impose ancora che ciascuna delle curie
eleggesse tre li più opportuni fra li patrizj. Infine unendo ai primi nove
dichiarati dalle tribù li novanta determinati col voto delle curie, e facendo
presidente di tutti quell’unico prescelto da lui ; compiè la serie di cento
consiglieri. Potrebbe il consesso di pesti signiBcare tra’ Greci un senato, e
con tal nome chiamasi appunto tra’ Romani. Nè io saprei deGnire se un tal nome
se lo acquistasse per la età senile, o per la virtù dei membri che vi furono
incorporati. Certo solcano gli antichi dir seniori i più maturi negli anni e
nelle opere. Quanti ebbero luogo in senato furono chiamati e si chiamano ancora
Padri Coscritti. Greca isti-tuzione era questa : perocché quanti regnavano, sia
pei^ chè succeduti a’ diritti paterni, sia perchè nominati capi dalla
moltitudine, aveano un consiglio di ottimi uomini, come attestalo Omero, e
poeti antichissimi : nè le monarchie primitive de’ principi erano, come ora,
assolute, e Gsse agli arbitrj di un solo. XIII. Ordinato il consiglio de’ cento
seniori, vedendo che egli avea bisogno di una gioventù regolata da usarla in
guardia del corpo suo, come per incumbenze di affari pressanti, unì trecento i
più robusti delle più insigni famiglie. Le curie nominarono ciascuna dieci di
questi giovani come aveano nominato li senatori ; ed egli tenea sempre con sè
tali uomini. E tutti, panti erano stabiliti in quella schiera, aveano il nome
di Celeri, come dai più si scrive, per la speditezza ne’ loro servizj ;
chiamandosi Celeri dai Romani gli uomini pronti e spedili nell’ operare. Ma
Valerio Anziate dice che lo derivarono dal duce loro, Celere nominato. Era un
tal duce riguardevolissimo nel suo grado ; ed a lui ubbidivano tre centurioni,
ed a’ centurioni altri capitani minori. Questi lo accompagnavano per la città
colle aste, pronù ai suoi cenni: ma nel campo erano propugnatori e custodi : e
spesso dirigevano a buon fine ia battaglia,primi a cominciarla, ed ultimi a
levarsene. Combattevano, dove il luogo consenti vaio, a. cavallo; ma appiè,
dove era aspro, nè proprio da cavalcarvi. Sembrami cbe un tal uso lo derivasse
da’Lacedemoni coll’intendere die tra quelli vegliavano alla custodia dei re, e
li proteggevano nelle guerre giovani generosissimi, buoni per militare a
cavallo ed appiede. XIV. Composte in tal modo le cose, comparti gli onori ed i
poteri cbe volevano in ciascuno ; prescegliendone tali primizie pe’ monarchi.
Volle dunque cbe avesse il -re primieramente la presidenza de’ templi e de’
sagrifizj, e che tutte per lui si compiessero le sante cose in verso de’ Numi :
cbe fosse il custode delle leggi e dei patrj costumi: che avesse cura dei
diritti provenienti dalla natura o dai patti : che esso giudicasse delle
ingiustizie capitali ; ma rimettesse il giudizio su le altre ai senatori, e
provvedesse che niente si peccasse ne’ tribunali: cannasse il Senato,
convocasse il popolo, e primo vi dicesse il parer suo, ma seguitasse quello dei
più. Tali sono le prerogative che egli riservò pe’ monarchi, oltre quella di un
comando indipendente nelle guerre. Al consesso poi de’ senatori attribuì questi
onori, e questa autorità : cioè, che esaminassero le cose che il re proporrebbe,
e ne votassero, ma vi prevalesse la sentenza dei più. Trasse quest’ uso ancora
da' Lacedemoni : perciocché li re de’ Lacedemoni non si preponderavano da fare
a lor modo, ma l’ autorità su-t prema terminavasi nel senato. Lasciò da ultimo
al popolo il potere di eleggere i magistrali, di appro-, l4l Tare le leggi e
discutere intorno la guerra quando al re ne paresse, non però deOnitivamcnte se
contrario tosse il senato. Il popolo dava i sufTragj non tutto in un corpo, ma
convocato per curie ; e riferivasi poscia al senato ciocché le più
sentenziavano. Ora cangiata è la consuetudine ; imperocché non è il senato che
ratifica le sentenze del popolo ; ma il popolo è 1’ arbitro delle sentenze, del
senato. Io lascio, che chi vuole esamini quale di queste due consuetudini sia
la migliore. Con tali scompartimenti le cose civili prendeano marcia savia e
regolata, e le militari altresì la prendeano docile e pronta. Imperocché quando
fosse piaciuto al re di muover l’ esercito, non aveansi a creare i tribuni
dalle tribù, nè li centurioni dalle centurie, nè li maestri dai cavalieri ; nè
restava àd alcuno di essere coscritto, o scelto, o di ricevere il posto che gli
conveniva. Ma il re intimava i tribuni, e li tribuni i centurioni. All’ avviso
di questi ciascuno dei decurioni cavava i soldati, subordinati a sé stesso.
Così per un solo comando la milizia, secondo che era chiamata, in parte o del
tutto, presentavasi colle arme al luogo destinato. Xy. Romolo abilitando la
città pienamente per la pace e per la guerra con tali istituzioni, la rendè con
esse grande e popolosa : obbligò primieramente gli abitanti ad allevare tutta
la prole virile, e le primogenite delle femmine, con ordine che non uccidessero
niun infante più recente di tre anni, se pure non era storpio, o mostruoso fin
dalia nascita. Tali sconci bambini non proibì che via si esponessero, se
presentatigli a cinque uomini dei più vicini, vi consentissero. E per chi
vioDigitized by Google i43 delle Antichità’ romane lasse questa legge stabili
fra le altre pene la con6sca di una metà delle loro sostanze. Considerando poi
che molle delle città d’ Italia erano miseramente premute dalla tirannide di
uno o di pochi; procurò di ricevere e di tirare a sè li tanti che ^ne fuggivano,
purché fossero liberi, senza esaminarne i pregiudizi, o la sorte, e tutto per
ampliare la potenza romana, e diminuire quella de’ vicini. Adunque fe’ ciò
cogliendone una bella occasione su le apparenze di onorare gl’ Iddi!. Fondatovi
un tempio, non saprei deci ferace a quale de’ Numi, o dei genj, dichiarò come
asilo per chi ricorrevaci il luogo tra ’l Campidoglio e la fortezza, ora detto
nell’ idioma de’ Romani il basso tra le due selve, e nominato allora cosi, per
essere quinci e quindi coperto dalle ombre delle piante amplissime delle terre
contigue ai due colli. Inoltre per la riverenza de’ Numi, promise a chi
rifuggivasi al santo luogo che non ci avrebbe molestie dai nemici, anzi, che se
voleva albergare presso di lui, parteciperebbe ai diritti sociali, ed alle
terre che leverebbe altrui guerreggiando. Pertanto vi si affollavano d’ ogn’
intorno uomini che fuggivano i mali domestici ; nè altrove poi si trasferivano
allettati dai colloquj, e dalle cortesi maniere di lui. XVI. La terza
istituzione di Romolo, degna soprattutto che i Greci la osservassero, e certo
la migliore, come io penso di tutte, la quale fu principio della libertà
stabile de’ Romani, nè poco contribuì per la formazione dell’ impero, la terza
istituzione fu di non uccidere tutta la pubertà delie città debellate, nè di
ridurre queste come terre da pascervi, ma di mandare \ li: 1 43 in esse chi se
ne avesse in parte i campi, e di renderle, quando erano vinte, colonie de’
Romani, e talvolta ancora di ammetterle ai diritti stessi di Roma. Introducendo
queste e simili pratiche fe' grande la colonia sua di picciola, come la cosa
stessa dichiaralo. Imperocché quelli che fondarono Roma con esso, erano non più
che tremila fanti nè meno che trecento cavalieri ; laddove quando egli spari
dagli uomini vi lasciò quarantaseimila fanti, e poco meno che mille cavalieri.
Ma se egli basò tali regole, le custodirono poscia i re die gli succederono, e
dopo i re li magistrali che pigliavano di anno in anno il comando,
aggiungendone altre per modo, che il popolo romano trovasi non inferiore a
niuno tra quanti sembrano i più numerosi. XVII. Ora paragonando con questi i
Greci costumi, non so come lodare le pratiche de’ Lacedemoni, dei Tebani, e
degli Ateniesi che tanto pregiano sé stessi per sapere. Essi gelosi troppo
dell’ incorrotto loro lignaggio, non comunicarono se non a pochi i diritti
della propria repubblica, per non dire che taluni ripudiavano anche gli ospiti.
Da tale arroganza però non solo non raccolsero alcun bene, ma gravissimamente
ne scapitarono. Cosi gli Spartani battuti nella pugna di Leuttra con perdervi
mille settecento de’ suoi : non solo non poterono mai più rilevarsi da quel
danno, ma deposero turpemente il comando : e cosi li Tebani, e gli Ateniesi per
la sola sconfitta riportata in Cberonea furono in un tempo spogliati da’
Macedoni e della preminenza su la Grecia, e della libertà. Ma Roma, brigata in
guerre gravissime nella Spagna e nella Italia, brigata a i44 ricuperare la Sicilia e la Sardegna che le si
erano ribel-' late, quando ardevano tutte in arme contro lei la Grecia e la
Macedonia, quando Cartagine eie varasi novamente a disputarle il comando,
quando l’ Italia, non che essere quasi tutta in rivolta, trae vale addosso la
guerra detta di Annibaie ; Roma in mezzo a tanti pericoli, quasi contemporanei,
non solo non si abbattè ; ma ne raccolse forze maggiori che dianzi,
proporzionandosi fino per contrapporle a tutti i mali. Ne consegui già questo
per favore di sorte propizia come alcuni sospettano ; mentre per conto della
sorte sarebbe andata in rovina con la sola sciagura di Canne ^ quando di sei
mila suoi cavalieri ne rimasero appena trecentosettanta, e di ottanta mila
soldati ne scamparono pochi più che tre mila. Ora queste e le cose che io son
per aggiungerne fanno che io prenda meraviglia su Romolo. Imperocché avendo
concepito che le cause dello stato florido di una città sono quelle che tutti
decantano, ma pochi seguitano, cioè primieramente la carità verso gli Iddii,
colla quale tutte le cose degli uomini si risolvono in bene, e secondariamente
la temperanza e la giustizia, per la quale men si offendono e più concordano
fra loro, nè misurano la felicità co’ sozzi piaceri, ma colla rettitudine, e
finalmente la fortezza nel combattere, la quale rende utili a chi le possiede
anche le altre virtù ; ciò, dico, avendo Romolo concepito, non pensò che tali
perfezioni provenissero per sè stesse, ma conobbe che le leggi provvide, e la
bella emulazione nel disciplinarsi, formano appunto una città pia, prudente,
giusta, bellicosa. Adunque molto in ciò vigilando, cominciò dal cullo de’ genj
e de’ Numi : e seguendo le leggi migliori de’ Greci mise in pregio le sanie
cose, io dico i templi, gli altari, le statue, le immagini, i simboli, le
forze, i doni co’ quali gli Dei ci beneGcano, e le feste convenevoli per ogni
genio o Nume; e li sacriGzj coi quali gradiscono essere venerati dagli uomini,
e le cessazioni dalle arme, e li concorsi, e li riposi dalle fatiche, e quanto
si addita di simile. Ripudiò le favole che sen divulgano, sparse di bestemmie e
di accuse contro di loro, giudicandole ree, dannevoH, obbrobriose, indegne di
un uomo dabbene non che de’ Numi ; e ridusse gli uomini a dire e sentire
magniGcamente su’Nu^ mi, non a gravarli di cure aliene da una natura beata.
XIX. Già non si ode tra’ Romani nè Gelo castrato da' Agli, nè Crono che
stermina i figli per timore di essere da loro assalito, nè Giove che scioglie
il regno di Crono, e rinchiude il suo genitore nella prigione del Tartaro. Non
le guerre vi si odono, non le ferite, e le catene e le servitù degli Dei presso
gli uomini : non feste vi si usano atre e dolorose per gli cluiaii e per il
lituo di femmine che piangono gli Dei levati loro, come in Grecia il ratto si
piange di Proserpina, e le avventure di Bacco, e cose altrettali. E quantunque
ornai li costumi vi si corrompano, niuno ravvisa colà nè uomini invasali da’
Numi, nè furie di coribanti, nè baccanali, nè misteri iuelfjbili, nè veglie
notturne di femmine e raaschj nei templi, nè osservanze consimili, ma ravvisa
tutto praticarvisi e dirvisi verso gli Dei con tanta pietà con quanta non si
pratica o dice BIONICI, tomo I. tra’
Greci o tra’ Barbari. Eid io vi ho soprattutto ammirato, che sebbene sieno
venute a Roma tante migllaja di esteri necessitati a venerare ciascuno i suoi
Dii coi riti delle patrie loro ; pure mai questa, come pur troppo succedette ad
altre città, non venne in desiderio di riceverne pubblicamente il culto
peregrino : e seper le risposte degli oracoli introdusse talvolta sante cose
come quelle della madre Idea, le onorò co’ riti suoi propri!, escludendone
quanto ci avea di superstizione e di favola. Quindi i pretori ogni anno
apprestano alla diva Idea sagrifizj e giuochi secondo le leggi romane : ma un
frigio, ed una donna, fHgia ancor essa, le immolano il sacriGzio. Questi la
recano in giro per la città questuando per la dea come è loro costume, fregiati
di immaginette ne’ petti, movendo il passo, e percotendo i timpani intanto che
altri gli accompagnano col suono delle tibie, e cantano gl’ inni della gran
madre : ma ninuo de’ Romani nativi ornato con veste di vario colore va per la
città questuando o sonando di tibia, o venerando con frigie adorazioni la
diva ; e tutto è secondo le leggi ed il
voto del senato. Tanto è cauta la città su gli usi forestieri interno de’ Numi
; e tanto ne ripudia le osservanze vane nè decorose ! Questo (ratto su la madre Idea non è ben
chiaro. Sembra che il culto de lei fosse ricerulo ed eseguito in una parte
solamente colle leggi romane. Quei riti che non erano ricevati non poteano
esercitarsi dai Romani. Dei resto Dionigi forse afferma senza verità che gli
Dei forestieri adottati in Roma non si veneravano co' riti ancora de'
forestieri. Arnob. lib. a e Valerio Massimo lib. primo possono dimostrare il
contrario. Nè credasi che io non sappia che alcune delle favole greche sono
utili agli uomini. Certamente talune dimostrano allegoricamente le opere della
natura : e talune furono simboleggiate per confortarci ne’mali; altre levano i
'turbamenti ed i terrori dell’ animo, e lo purgano dalle opinioni non sane, ed
altre ancora per altro buon termine furono immaginate. Ma quantunque io nommeno
che gli altri, conosca tali cose, pure vi sono assai cauto, ed ammetto piuttosto
la teologia de’ Romani; considerando che tenui sono i beni derivati dalle
favole greche e che non possono far utile se non a pochi, a quelli cioè che
investigano le cagioni per le quali furono inventate. Ora ben rari possiedono
questa fìloso6a ; ma la moltitudine ignorante suole rivolgere al peggio i
discorsi che se ne fanno, e patirne 1’ una o l’altra miseria, cioè di spregiare
gl’ Iddii come implicati in 'tanto malfare, o di non contenersi m.ii più da
ingiustizie e da vituperi, vedendo die sono questi gli esercizi de’ Numi. Ma
lascisi ciò da contemplare a quelli che que sta parte sola si appropriano di
filosofia. Quanto al governo istituito da Romolo io reputo degne della storia
queste cose ancora : e primieramente il numero delle persone che egli deputò
per le cure religiose. Certo niuno potrebbe additare in altra nuova città
stabilitovi fin da’, principi .tanto sacerdozio e tanto ministero dei Numi. Per
non dire de’ sacerdoti gentilizi, furono sotto il regno di lui creafi sessanta
'sacerdoti che fornissero le pubbliche divine funzioni delle curie e delle
tribù. Nè io qui ridico non le cose che descrisse nelle sue antichità t
Terrenzio Varrone, peritissimo tra quanti Borirono ai suoi tempi. Poi siccome
altri per lo più fanno ineonsideratamente, e malamente la scelta de’ sacri
ministri ; siccome altri ne mettono a prezzo le dignità per la voce de’
banditori; e siccome altri infine le compartono a sorte; egli non volle che
fossero il premio dell’argento, o della sorte, ma decretò che si nominassero da
' ogni curia due uomini, maggiori di cinquanta anni -, pteeminenti di lignaggio,
insigni pe’ meriti, agiati abbastanza di averi, nè difettosi in parte della
persona. E comandò che questi avessero quegli onori non a tempo ma durante la
vita, e che essendo per la età già liberi dalle cure militari, lo fossero per
legge dalle politiche. E siccome alcuni sagrifizj si aveano a fare dalle
femmine, ed altri da’ giovani, aventi tuttavia padre e madre ; cosi perchè
questi ancora degnamente si amministrassero, ordinò che le donne de’ sacerdoti
fossero le compagne de’ mariti ancora nel sacerdozio ; che esse compiessero le
sante cose che le leggi della patria non permettevano agli uomini, ed i figli
loro prestassero il servigio, proprio de’ giovani: Che se non avevano prole
scegliessero dalle altre case nella curia loro i più graziosi tra’ fanciulli e
fanciulle, perchè ministrassero, quelli fino alla pubertà, queste finché erano
pure senza le nozze. Io credo che Romolo derivasse questé pratiche ancora da’
Greci ; mentre ciò che ne’ Greci sacri Qnesii fanciulli cosi eleni anche dalle
altrui case erano chiamati Camillì e Camille. Plutarco nella vita di Numa
accenna elio cosi chiamavansi que’giovinelti che ministravano 1 sacerdote di
Giove,. 1 49 ficj forniscono quelle che Canifore si domandano, lo compiono tra’
Romani quelle che Camille son dette,
cinte di ghirlande la testa, come da’ Greci la testa inghirlandasi delle statue
di Diana Efesina. E quanto èseguivano un tempo fra’ Tirreni e prima già fra’
Pelasghi i Cadolj nelle adorazioni dei Cnreti e degli Dei Grandi, lo
ministravano nel modo medesimo ai sacerdoti i garzon celli nominati Camilli
tra’ Romani. Prescrisse inoltre che intervenisse da ciascuna tribù ne’ sagriGzj
un indovino, che noi chiameremmo Jeroscopo, ed i Romani chiamano aruspice,
serbando in qualche tenue parte la denominazione primitiva ; e statuì, che li
sacerdoti ed i ministri loro fossero tutti nominati dalle curie, ma confermati
da quelli che interpretavano i voleri de’ Numi colla divinazione. XX [II.
Ordinate tali cose intorno al servigio divino, divise ancora, secondo che era
per cosi dire opportuno, alle curie le sante cose, destinando a ciascuna i Numi
ed i genj che in perpetuo adorerebbe ; e tassò per le sante cose le spese che
aveansi a supplire dal pubblico. Celebravano coi sacerdoti le curie i sagriGzj
a loro assegna ti. facendo per le feste il convito nelle case delle curie.'
Perocché vi era in ciascuna curia un cenacolo, ed insieme vi era un’ edifizio
comune, consacrato per tutte ; -.come i Pritanei tra’ Greci. Que’ cenacoli,
quegli edifizj, curie si, chiamavano, e si chiamano, come le partizioni stesse
del popolo (a). E tale istituzione sem. (j) La voce Camille manca nel tetto :
ma par troppo coerente colla totalità del senso, Canifore vai quanto portatrici
de' canestri. (a) Varroiie uellil>. 4 della lingua latina diceche gli
edirizj ciitabrami che Romolo se l’ avesse dalla disciplina che fioriva allora tra’
Lacedemoni ne’ riti sociali. Licurgo avea ciò, fluttua quella fra le tempeste ;
e che però debbe un uomo savio di stato, legislatore o sovrano che sia dar
leggi che rendano i privati prudenti e giusti nei vivere; Ma qon tutti mi
sembra che vedessero egxialmente còn quali industrie e leggi si rendessero tali,
e sembrami che alcuni assai, per non dire interamente, mancassero, nelle parti
essenziali e primarie della legi.slazione.; come subito ne’sposalizj e nel
convivere colle femmine, donde un legislatore dee cominciare, come ne cominciò
la natura l’ ordine armonioso di noi tutti. Imperciocché taluni pigliando
esempio dalle bestie vollero i congiungimenti del maschio colla femmina
promiscui e liberi, quasi fossero cosi per liberare la vita dalle furie
amorose, e preservarla dalie gelosie che uc> cidono, e rimoverla dai tanti
mali che per causa delie femmine invadono le intere città, non che le famiglie.
Altri esclusero dalla città tali silvestri e ferali eoocu bili accordando un
uomo per una donna : in custodia però delle nozze, e della moderazione delle
mogli, non tentarono più o meno far leggi, ma se ne astennero; quasi
impossibile fosse il contrario. Aluri nè lasciarono, come taluni de' barbari,
le cose amorose senza leggi, nè le mogli senza premunirle come i Lacedenàoni,
ma vi promulgarono molte e castissime regole. E vi furono pur quelli che
fondarono un magistrato che invigilasse intorno la purità femminile : ma non
bastarono tali provvidenze alla cura. Fu quel magistrato languido più del
dovere, nè potè ridurre a pudicizia chi mal ci avea contemperata la natura.
XXV. Ma Romolo non dando azione all’uomo contro donna se adulterava, o se
abbandonavagli la casa ; nè dandola alla femmina che accusava l’uomo di pessima
amministrazione o d’ ingiusto ripudio ; non formando leggi sul ricevere e sul
restituirsi della dote, nè definendo altra cosa qualunque, consimili a queste;
ne stabilì solamente una, migliore assai ( come il fatto dichiarò) delle altre,
colla quale fe’ le donne' savie e pudiche e di ogni onoralo contegno. E la
legge fu: che la femmina maritala la quale secondo le sacre leggi recavasi alt
uomo, divenisse partecipe de’ beni e delle sacre cose di lui. Gli antichi
chiamavano con formola romana nozze sacre e legittime la confarreazioiie per
l’uso conume del farro .che. noi Zea chia. I 53 nilamo. E come noi Greci
tenendo l’orzo per antichissimo diam principio con esso a’ sagrifìzj ; ed
questo. cliiamiamo: cosi li Romani giudicando cibo primitivo e pregevolissimo
il farro; incomincian col farro, quante volte una vittima si abbruci. E ul rito
persiste, nè si compensò con altre squisite primizie. L’ essere le donne fatte
partecipi con gli uomini di un cibo il più sacro e primitivo, e della sorte di
essi, qualunque fosse, aveva un nome dalla comunanza del farro, e ciò portava
un ligame indissolubile di appropriazione, e niente polca disfare quel
matrimonio. Questa legge necessitava le mogli eome prive d' altro rifugio a
vivere co’ modi di chi aveasele maritate, e faceva agli uomini tenere le donne
come cose proprie nè separabili. Quindi una moglie pudica e docile in tutto al
marito, era appunto come r.uorao, l’ arbitra della casa. Morendo 1' uomo, ne
era la erede, come la figlia del padre : se moriva senza figli e senza
testamento, essa era la padrona di ogqi cosa lasciata da lui, ma se avea de’
figli essa era coerede di parte eguali con questi. Che se colei peccava, avealo
giudice della delinquenza, cd arbitro della grandezza della .pena : se non che
li parenti ancora insieme coir uomo la giudicavano fra le altre reità, se avea
contaminato il suo corpo, o se bevuto del vino, mancanza certo nel parere de’
Greci tenuissima. Ambedue queste colpe, come le estreme delle colpe femminili,
ordinò Romolo che si -castigassero : la contaminazione qual priimipio d’
insania, e la briachezza qual principio della contaminazione. E lungo tempo
seguirono ambedue queste colpe ad avere odio implacabile tra’Romani. Ora che
buona fosse questa legge su le donne; lo at> testa la esistenza lunga di
essa ; consentendosi che per dnquecento venti anni non si sciolse in Roma niun
matrimonio. Solamente narrasi, che sotto il consolato di Marco Pomponio, e di
Cajo Papinio, nella olimpiade centesima trentesima settima Spurio Garvilio,
uomo non ignobile, il primo lasciasse la moglie, costretto Innanzi però dai
censori di giurare, che la donna sua non abitava in sua casa per generare con
esso. Certamente la sua donna era sterile: ma egli per quest’ opera, quantunque
la necessità ve lo' inducesse, ne ‘incorse r odio perpetuo del popolo. Tali
sono le leggi egregie di Romolo colle quali rendè le donne piu disposte inverso
de’ -mariti. Assai più gravi e più convenienti di queste e molto diverse dalle
nostre sono le leggi sul rispetto e su la corrispondenza de’ 6gli, perchè
onorino I genitori col dire e col fare quanto comandano. Coloro che ordinarono
i governi de’ Greci, istituirono che i' figli rimanessero un tempo, troppo
breve, sotto la potestà dei loro padri: vuol dire istituirono alcuni che vi
restassero tre anni dopo la pubertà ; altri, fin che erano celibi ; ed altri
finché non erano scritti nelle curie pubbliche: e questo a norma della
legislazione appresa da Soloné, da Pittaco, da Caronda, uomini di sapienza
riconosciuta. Preordinarono ancora delle pene ; ma non gravi su'figli indocili,
permettendo ai padri di espellerli e diseredarli e non altro. Ma le pene miti
uon bastano a correggere la precipitanza e la caparbietà de’ gióvani, nè a
renderli nel bene attenti di trascurati. Dond’ è che assai. l55 vlluperii si
commettono da’ Ogli contro de’ padri nella Grecia. Ma il legislatore di Roma
diede a’ padri sul • figlio per tutta la vita autorità compiuta di escluderlo,
di batterlo, di vincolarlo a’ lavori campestri, e di ucciderlo ancora se cosi
volessero, quantunque il figlio già trattasse le cose pubbliche, già sedesse
tra’ magistrati supremi, e già si avesse gli applausi per lo zelo suo verso del
popolo. In forza di questa legge uomini ragguardevoli concionando da’ rostri su
cose contrarie al ' senato', e care al popolo e divenuti perciò famosi, furòno
di là staccati e rapiti altrove da’ padri, perchè subissero la pena che iie
voleano ; e traendoseli per lo foro, ninno potea liberarli non il console, non
il tribuno, e non la plebe da essi adulata, sebbene questa valutasse tutti men che sé stessa in potere.
Ometto di dire quanto i padri uccidessero de’ valentuomini, spintisi per virtù
e per ardore a far magnanime imprese ma diverse da quelle prescritte dai padri,
come abbiamo di Mallio Torquato e di altri, de’ qnali diremo a suo tempo. Né il
legislatore di Roma ristrinse a questo soltanto i padri; ma permise loro anche
di vendere i figli, niente attendendo che altri vinto dalla sua tenerezza
riprendesse la concessione come dura e gravosa. SopratUttto, chi fu allevato
colle maniere molli de’Greci riguarderà come a(Cerbo e tirannico, che lasciasse
i padri utilizzare su’ figli eoi venderli fino a tre volte, dando licenza più
grande a’ padri sn’ figli che non a’ padroni su gli schiavi. -.Perocché il
servo venduto una volta se riacquista poi la libertà rimane in seguito padrone
di sè : ma il figlio venduto dal padre se diviene libero ri-' cade di nuovo
sotto il padre: e quantunque rivenduto e liberatosi per la seconda volta; pur
trovavasi ancora servo del padre come in principio ; ma dopo la terza vendita
più non era del padre. Osservavano da principio i re questa legge stimandola
rilevantissima, scritta o non scritta che fosse, ciocché non posso decidere.
Disciolta poi la monarchia, quando piacque ai Romani che si affiggessero nel
foro, manifeste ad ogni cittadino., tutte le leggi e le consuetudini patrie e
quelle ricevute di fuori, perchè il diritto comune non finisse col potere de’
magistrati ; i Decemviri che erano incaricati dal ' popolo di compilarle, e
distenderle, scrissero ancora questa legge colle altre: e trovasi nella quarta
delle dodici tavole, che chiamano, che essi esposero nel .fòro. Che poi li decemviri, eletti trecento t^nni
appresso per la ordinazione delle leggi, non diedero essi i primi questa legge
ai Romani, ma che ricevutala come antica molto, non osarono toglierla, lo
deduciamo da molle fonti,e principalmente dai decreti di Numa tra’quali era
scritto; Se un padre conceda al figlio di prender moglie la quale secondo le
leggi sia partecipe delle cose sacre e de' beni, questo padre non avrà fin dt.
allora più facoltà di vendere il figlio. Or ciò non avrebbe., cosi scritto, se
per le leggi antecedenti non era permesso af padri di vendere i figli. Ma basti
su 'ciò : frattanto voglio dcllneare come in compendio la. bella istituzione
colla quale Romolo ordinò la vita de’ privati. Vedendo che le adunanze
politiche, ove i più sono indocili, non si riJucouo con magistero di. iSj
parole a vivere temperantemente, a preferire il giusto all’ utile, a dumr la
fatica, nè riputare cosa alcuna più onorata del retto procedere ; ma che
piuttosto si dirigono ad ogni virtù colle consuetudini buone ; e vedendo che
quelli ohe si disciplinano anzi di forza che spontaneamente, ben presto, se
niente impediscali, ritornano ai geiij loro; non concedette che ai servi ed a’
forestieri di esercitare le arti sedentarie, illiberali, fautrici dei turpi
desideri, come quelle che guastano e profanano i corpi e le anime di chi vi si
applica. E lungo tempo rimasero queste ingloriose tra’ Romani, e ninno che
nativo fosse di que’ luoghi, vi rivolse le industrie sue. Lasciò solamente per
gl’ ingenui le due cure della cam> pagna e delle armi ; perocché vide che
con tali maniere di vivere gli uomini signoreggiano il ventre, e meno
languiscono tra gli estri amorosi, nè sieguono quella voglia di arricchire che
dissocia i cittadini a vicenda, ma quella che trae 1’ utile dalle terre o da’
nemici. Riputando imperfette, anzi litigiose queste vite se disgiunte, non
ordinò già che una parte si desse ai lavori del campi, e 1’ altra andasse e
derubasse i nemici come la legge disponeva tra’ Lacedemoni; ma prescrisse in
comune li rustici e li militari travagli. Se godea pace, ; costumavali a star
tutti intenti per le campagne, salvo il giorno ( ed erari da lui destinato ogni
nono giorno ) • in cui faceano mercato ; perchè allora amava che accorrendo iu
città vi commerciassero. Ma se prorompeva la guerra, addestravali a farla, e
non cedere gli uni agli altri nel faticarvi o lucrarvi; pèrocchè divideva tra
loro ugualmente, quanto involava al nemico, campi, schiavi, danari, e xciidcali
con ciò volenterosi ad imprendere. Spediva, non prolungava i giudizj su le
offese scambievoli ; c quando giudicavale da sé medesimo e quando per mezzo di
altri: e proporzionava ai delitti le pene. Considerando che la paura più che
tutto respinge gli uomini dalle scelleraggini, coordinò più cose per incuterla,
come un tribunale, ove sedea giudicando, nel più visibile luogo del foro,
imponentissimo l’ apparato de’ soldati, trecento di numero, che lo seguivano, e
le verghe e le scuri portate da dodici uomini li quali nel foro stesso batteano
chi avea colpe degne di battiture, o nella' pubblica luce lo decapitavano, se
altri ne avesse più grandi. Tale fu l’ ordine del governo indotto da Romolo, e
da queste cose ben si può conghietturare su le altre. XXX. Quanto alle altre
opere civili o beUiche di un tal uomo, queste ne furono tramandate, degne che
si intessano ad una storia. Siccome i popoli circonvicini a Roma erano molti, e
grandi, e bellicosi, nè punto amici di essa ; deliberò conciliarseli co’
matrimoni, mezzo gii> dicato dagli antichi saldissimo di procacciar le
amicizie. Considerando però che tali genti non si unirebbero spontaneamente con
loro, nuovi di colonia, impotenti per danaro, e privi d’ ogni gloria di belle
operazioni, e che altronde cederebbero violentati, se oltraggiosa non fosse la
violenza; risolvè, (ciocché avea NumitOre l’avo suo materno già suggerito) di
faré, ed in copia, i 'matrimòni col ratto delle vergini. Cosi risoluto, fe’
Voti al Dio guidatore dei disegni reconditi, che se la prova gli riusciva
appunto come la ideava, gli tributereUie ogni anno e feste e sagrifizj. Quindi
riferito il .disegno in li. 1 5() senato,
e comprovatovi, propose di celebrare giuochi solenni a Nettuno, e ne sparse la
nuova per le città vicine ; invitando chiunque al concorso ed ai giuochi, che
giuochi sarebbero moltiplici di cavalli e di uomini. iVenuii forestieri in
copia alla festa insieme colle mogli e co’ figli, e compiti già li sagriCzj a
Nettuno e li giuochi, infine nell’ ultimo giorno quando era per dimettere la
moltitudine fe’ intendere ai giovini che al dare di un segno certo, tutti
involassero quante a loro ne capitavano, le vergine accorse agli spettacoli, le
custodissero però quella notte inviolate, ed a lui le recassero nel prossimo
giorno. Compartitisi i giovani in truppe non si tosto videro elevato il segno
convenuto ; si volsero a far preda di vergini. Sorgene un tumulto un damore de’
forestieri che maggiore ne sospettavano il male. Condottegli nel prossimo
giorno le vergini, Romolo consolavale disanimate, con dire che tendea quel
ratto a maritarle non a vilipenderle. £ dichiarando che Greco, e primitivo, e
nobilissimo era il modo tenuto da lui tra tutti i modi co’ quali si procurano
le nozze alle femmine ; invitavale ad amare gli uomini che la sorte ad essi
offeriva. Dopo ciò numerando le donzelle e trovandole secenlo ottantalrè ;
scelse bentosto altrettanti de’ suoi non maritati, e con essi congiunsele. Egli
legandole colle nozze secondo il rito della patria, rendeale partecipi dell’
acqua stessa, e del foco ; e quel rito mantienesi ancora. Alquanti scrivono che
avvenne un tal fatto nell’ anno primo del regno di Romolo : Gneo Gellio lo
assegna nell’ anno terzo, e ciò pare più verisimile. Imperocché non èprobabile
che il capo di una città uascente si accingesse a tal opera prima clic ne
avesse costituito il governo. Altri stimano cagione di quel rapimento la
scarsità delle femmine, altri l'impulso a far guerra; ed altri più persuasivi,
a’ quali io m’attengo, la necessità di aver amicizia cogli abitanti vicini.
Ripetevano i Romani anche al mio tempo la festa allora consacrata da Romolo
chiamandola Consuali (t). In essa un altare sotterraneo, scalzato intorno
intorno di terra,, posto vicino al circo massimo, onorasi con sagriOzj, e
primizie che bruciansi. Evvi corsa di cavalli sciolti, o congiunti ai carri.
Conso chiamasi da’ Romani il Nume a cui tributano questi onori : e taluni con
greca interpretazione dicono che sia Nettuno, scotitore della terra, e che si
venera appunto in altari sotterranei, perchè questo Dio possiede la terra : ma
io ne so’ pure altra origine perchè udii che la festa era celebrata per Nettuno,
e per Nettuno li s giuochi equestri; ma che r altare sotterraneo era stato
consecrato infine ad un genio ineffabile, guidatore e custode de’ segreti
disegni. E certamente Nettuno in niun luogo tiene altari invisibili inalzatigli
da’ Greci o da’ barbai'i. Pure è difficile a diffinire come stiasi la verità.
Come la fama del rapimento delle vergini e gli eventi de’ giuochi si sparsero
per le città vicine; altre si corucciaron su 1’ opera, ed altre invesugando 1’
affetto ed il fine ond’era avvenuta, la sopporlavanu in I giuochi isliluili da Romolo nel ratto delle
Sabine furono chiamali Consuali perchè fatti in onore del Dio Conso. Appresso
furono detti Circensi quando Tarquinio Prisco fece il circo massimo. Sembra che
la prima volta fossero celebrali nel campo Marso.. l6l pace. In fine però ne
proruppero delle guerre, alcune sicuriiniente ben facili ; ma grave e
disastrosa fu cjuella co’ Sabini. Felice fu l’esito di tutte, come prima che si
cominciassero ne aveano presagito gli oracoli, i quali significavano che grandi
ne sarebbero i travagli, ed i pericoli, ina lietissimo il fine. Le città che
prime si misero a tal guerra furono Genina, ed Ànlemna, e Crustumero, in
apparenza pel ratto delle vergini e jicr vendicarsene ; ma la cagione vera che
ve le spingeva era la fondazione, era il créscere di Roma divenuta grande in
poco tempo, e la voglia di non trascurare che più si estendesse quel male,
comune a tutti i vicini. Ben tosto dunque spedendo ambasciatori ai Sabini gl’
invitarono perchè fossero i capi nella guerra, essi che erano i più polenti di
arme e di danaro, degni di comandare ai vicini, nè oltraggiali menu degli
altri; essendo le vergini rapite per la maggior parte Sabine. Ma poiché niente
profittavano, pere he gli ambasciadori di Romolo contrariavano, ed
appiacevolivano con parole e con opere quella gente ; stanche alfine di perdere
più tempo coi Sabini i quali esitavano c rimettevano ognora a tempo più rinioto
il consiglio di guerra, destinarono fra loro di combattere esse i Romani;
pensando che avrebbono suificieiiza in sè stesse di forza, se univansi tutte
tre, per invadere una città sola, nè grande. Così dunque si coiicerlarouo ; ma
non si espedirono già per concentrarsi tutti in un esercito ; insorgendo
innanzi gli altri i Ceuiuesl, pi'imarj già nel volere la guerra. Ora avendo
questi mossa l’ armata, e devastando il campo contiguo, Romolo usci colle sue
truppe : e piombando repentinamente su' nemici che non seu guardavano ; ben
presto ne espugnò gli alloggiamenti, che appena erano formati. Poi gettatosi
appressa quelli i quali si rifuggivano nella città, dove non crasi udita ancora
la sciagura dei suoi, non trovandovi nè guardate le mura, nè chiuse le porle ;
la invase a primo impeto, ed uccise, combattendo, e spogliò colle sue mani
delle arme il re di essa venutogli incontro con forz^ poderosa, Cosi prendendo
e comandando la città che gli consegnasse le armi, e togliendosene per ostaggio,
que’ gioviui che più volle; marciò contro gli Antemnati. Rendutosj colla subita
incursione padrone delle milizie di questi, sbandate ancora a far preda, come
crasi padrone renduto delle precedenti, e trattati i vinti nella maniera
medesima; ricondusse a casa l'esercito, recando le spoglie degli oppressi in
battaglia, e le pripiizie delle prede ai Numi i quali onorò con assai sagriSzj.
Andava-, massimo della pompa egli stesso in veste di porpora, e coronato di
alloro le tempie, ma su di una quadriga
per serbare la dignità di monarca. Seguivano Plutarco scrive c>;e Dipoigi uon dice bene
quando afferma che Romolo veniva su di un carro. FwyueAer it vac piia-tt
Aisrue-rur. Tito Livio scrive che Roipolo spolia ducis hostiunt cacti tuspensa,
fabrieato ad id apté ferculo, gerent, i/t capholium asce/idit. Il Casaubono
pensa che Dionigi per la non piena peiizia delia lingua latiua interpretasse
quel ferculum di ^vio, dal quale derivava tali racconti, per cocchio;' quando
eia ir. ' i63 le milizie de’ fanti e de’ cavalieri, ornate secondo i loro gradi,
magnifìcando gl’ Iddii colle patrie canzoni, ed il capitano con gli slanci di
versi improvvisi. Quelli della citii recatisi loro incontro colie mogli e co’
figli, e schierai isi quinci e quindi per le vie si congraiulavano con essi per
la vittoria, e davano ogni altro segno di ami^ cizia. Entrata la truppa in
città trovò crateri spumanti di vino e mense colme di ogni varieià di cibi
appiè delle case più riguardev.oli pei’chè a piacere vi sì saziasse. Cosi
andava con trofei e sagrifizj la pompa della vittoria istituita la prima volta
da Koniolo, e chiamata dai Romani trionfo : ma ora, trascendendo ogni antica
semplicità, spiegasi magnifica e clamorosa come in tragico rito, anzi per gala
di ricchezze che in prova di virtù. Dopo la pompa e dopo i sagrificj Romolo
edificò su le cime del cimpidoglio un tempio a Giove detto Fé-, retilo da’
Romani : Non era grande il sàiito edificio ; apparendone ancora i primi vestigi,
e vedendosene! iati maggiori meno lunghi oi dal vero chi voglia questo (jiove
Feretrio a cui Romolo offerse le anni, chiamarlo il Dio che tiene i trofei, o
che porge come altri dicono, le spoglie de’ nemici, o il Dio preeminente,
perché supera ed abbraccia tutta intorno la natura ed il movimento degli
Esseri. piutlo.s(o come iuterprela Plulaico ciocché ni direbbe trnfeo. Lo
stesso Plutarco ìoscgiia che Lucio Taripiaio Piiscu fu il (irinio che
tiiuufasse sul cairu. Poiché Romolo ebbe tributalo agl’ Iddìi le primizie ed i
sagrifìzj di ringraziamento, deliberò, prima di far al irò, col senato,
com’erano da trattarsi le città debellate ; ed esso il primo ne dichiarò la
sentenza che ottima riputava. E piaciuta questa come la più sicura e la più
luminosa a quanti erano in quel consesso, ed encomiatone pe’ vantaggi che a
Roma ne risultavano non pur di presente, ma in ogni avvenire; comandò che
venissero a lui le donne di Cenina e di Antemna cadute prigioniere con altre.
Riunitesi sconsolaté^, e prostratesi, e piangendo esse la sorte della patria;
accennò che frenassero i pianti e tacessero e poi disse: hen dovrebbero i
vostri padri, i vostri fratelli, e le intere vostre città subire ogni male,
perchè scelsero anzi che r amicizia la guerra, e guerra non necessaria nè
onesta. Nondimeno abbiamo noi deliberato di essere clementi con essi per molle
cagioni, e perchè apprendiamo la vendetta de' Numi, pronta contro i superbi, e
perchè temiamo la indignazione degli uomini, e perchè giudichiamo essere la
compassione compenso non lieve de' mali comuni, noi che già la dimandavamo dagt
altri : e finalmente perchè pensiamo che ciò non sarà caro e grazioso poco per
voi, congiunte finquì co' vostri mariti senza che possano querelarsene.
Condoniamo questo delitto, nè togliamo a’ vostri cittadini non la libertà, non
i poderi, non altro bene qualunque. Lasciamo noi dunque ( nè già se ne avranno
a pentire) lasciamo libera a tutti la scelta di rimanere in patria se il
vogliono, o di traslatarsene. Ala perchè niente pià faccia abberrare le
vostre città, perchè niente più trovisi
in esse che possa ridividerle dcdla nostra amicizia’, rìputianio
espedientissimo e saluberrimo per la concordia e sicurezza di ambedue se le
rendiamo colonie di Roma, e se da Roma vi mandiamo abitanti che bastino. Àndcde
: statevi di buon animo : moltiplicatevi nelt ossequio e nella benevolenza de’
vostri mariti; tra’l dolce sentimento che liberi per voi sono i vostri figli,
liberi i vostri fratelli, libere le patrie vostre finalmente. Ti-ipudiando in
udir questo le donne e lagrimando viva^ niente di gioja partirono dal Foro.
Romolo mandò in ciascuna città trecento uomini e le città cederono ad essi,
dividendolo a sorte, il terzo de’ loro terreni. In opposito menò in Roma quanti
Antemnati e Ceninesi vollero trasferirvisi, e raeuovveli colle mogli e co’
figli mentre ritenevano in que’ luoghi i campi ad essi toccati, e portavano
seco il danaro che possedevano. Li descrisse il re ben tosto nelle curie e
nelle tribù ; nè furono men di tre mila : tanto che ne’ cata-^ loghi romani si
numerarono allora la prima volta sei mila fanti. Genina ed Antemna città non
ignobili avean greco lignaggio : imperocché tolte ai Sicoli caddero in potere
degli Aborigeni, i quali erano una parte degli Oeijoirj, venuti già dall’
Arcadia, come nel primo libro fu detto, ma ora finita la guerra divennero
colonie romane. Romolo dopo ciò condusse
Tesercito incontro de’ Crustumerini, apparecchiati meglio che i primi : e
vintili, quautiinque stati fortissimi , nella battaglia Qui Dionigi è contrario a Livio il qnale
scrive:' Poi t’in \ in campo e su’ muri, non volle che patissero più oltre; ma
fece della città, come delie altre una colonia romana. Era Cruslumero colonia
degli Albani speditavi mollo tempo innanzi di Roma. Divulgando la fama in molte
città la fortezza militare del capitano e la clemenza in verso de’ vinti; si
congiunsero ad esso ancora non pochi valentuomini ; i quali con tutte le
famiglie a lui trasferendosi, gli recarono forze non dispregevoll. Ed uno de’
colli di Roma ancora chiamasi Celio, da Celio che uno fu di que’capi venuti
dalla Etruria. Anzi a lui si diedero Intere città, cominciando dalla città dei
Medullini, le quali divennero colonie romane. I Sabini al veder ciò se ne
conturbarono, accusandosi a vicenda che non avessero messo iiu argine alla
monarchia dei Romani in sul nascere, o che si avessero a brigare con lei fatta
già grande. Nondimeno parve ad essi che fosse da correggere il primo errore
collo spedire un esercito rispettabile. E riunitisi a congresso In Curi la più
cospicua e la più imponente delle loro città, vi decisero co’ loro voti la guerra
; creaudone generalissimo Tito Tazio re dei Cureli. Deliberato ciò
ripatiiaronsl e prepararono i Sabini la guerra per marciate In su la nuova
stagione con esercito poderoso contra Roma. Intanto Romolo si apparecchiò
fortlsslmamente onde jìsosplugere uomini fiorentissimi in arme. Elevando le
mura del Palatino e torrioni più alti di camminò contro de Crustomenesi g i
quali portavano la guerra z ftia qui ci ebbe men di contrasto perchè già gli
animi erano abbaia tuli per le sconfitte degli altri 1 67 esse perché dentro vi si stessè con
sicurezza, e circondando con fossi e irincere 1’ Avventino, ed il Campidoglio
che ora chiamano, colli ambedue dirimpetto dei primo, e presidiandone l’uno e
l’altro con salda guarnigione; ordinò che nella notte vi si riparassero e
greggio e villani. Munì similmente con fossi e palizzate, e guardie ogni altro
luogo opportuno per la loro salvezza. Intanto Lucumone, divenuto amico suo non
molto di prima, Lucumone uomo operoso ed insigne nelle arme, venne a lui con
buon sussidiodi Toscani da Vetulonia ; e vennero pure da Albano in copia, ( e
mandavagli 1’ avo materno ) combattitori. commissari, arteBci di militari
stromenti. Diè loro frumento ed arme e quanto facea di mestieri, e largamente
ne diede per ogni vicenda. Poiché furono apparecchiati ambedue per r impresa, i
Sabini al sorgere della primavera, ornai sul pnnto di cavar le milizie,
deliberarono di spedire, e spedirono prima a’ nemici un ambasceria la quale
esigesse le donne e la soddisfazione della rapinà di esse ; perchè se ’l giusto
non ottenevano, apparisse che spinti dalla necessità davano alle arme. Romolo
pregò in opposito che si permettesse alle donne rimanersene con quelli a’ quali
si erano maritate giacché restie non ci convivevano: che se abbisognavano di
altra cosa, volessero da lui riceverla come da un amico, non lo investissero
colla guerra. I Sabini non contentati in alcuna dimanda menarono in campo
venticinque mila pedoni e quasi mille cavalli. Non molto differiva dalla
milizia sabina la romana ; numerosa di ventimila fanti, e di ottocenfp
cavalieri, ed accampatasi divisa in due parli dinanzi la città, teneva con una
parte il colle Esquilino sotto gli auspicj di Romolo, e con l’altra il
Quirinale ( che allora non avea questo nome ), e Lucumone il Tin'eiio erane il
capitano. Al conoscere tali disposizioni Tazio re dei Sabini levandosi di notte,
traversò coll’ esercito la campagna, non già per danneggiarla, ina per mettersi
prima del nascer del sole in sul campo tra ’l Quirinale ed il Campidoglio. Ma
vedendo che tutto era custodito dalle guardie vigili de’ nemici, e che non ci
avea luogo sicuro per lui, cadde in gravi dubitazioni senza rinvenire intanto
come avea da usare quel tempo. Fra tante dubitazioni sorsegli una prosperità
non pensata ; essendogli consegnato un de’ luoghi fortissimi con questo
successo. Rigirandosi appiè del colle Capitolino i Sabini per esplorare se ci
avea parte niuua, donde potesse espugnarsi con sorpresa, o di forza ; videli
dall’ alto Tarpeja, una vergine cosi nominata, figlia del valente uomo al quale
era la cura hdata di que’ luoghi : s’ invaghì la donzella, come scrive Fabio e
Ciucio, dei braccialetti che que’ Sabini s’ aveano intorno la sinistra, e s’
invaghì degli anelli. Brillavano allora di oro i Sabini, molli nommen che i
Tirreni nel vivere. Ma Lucio pisone il censore narra che la fanciulla ciò fece
sul bel desiderio di esporre ai cittadini i nemici, nudi delle arme colle quali
si difendevano. Ben può da quel che siegue raccogliersi qual sia di queste due
cose la più verisimile. Mandando fuora una serva per una tal porticina che niun
si avvide che fosse aperta, fe’ richiedere il monarca Sabino che venisse a lei
senza compagni per nn colloquio ; ed essa parlerebbegli di cosa grande e
necessaria. Accettò Tazio l’ invito su la speranza di un tradimento, e recatosi
al luogo additatogli, e venutavi ( che ben lo potè ) la donzella, disse che il
padre suo quella notte si era allontanato per un tal bisogno dalla fortezza, e
che le chiavi delle portò erano presso di lei : consegnerebbele se a lei
venissero quella notte, e se in premio della consegna le si dessero quelle
fulgide cose che ì Sabini portavano tutti nella sinistra. Piacque a Tazio 11
partito, e contraccambiatasi ambedue la promessa con giuramento di non
illudersi ne’ patti ; la vergine distinse la parte per la quale avrebbero a
venire a quel fortissimo luogo, e distinse 1’ ora della notte in che meno s'
invigila ; e poi ritornossene, nè quelli che eran dentro ne seppero. Concordano
Gn qui ma non già nel resto gli storici romani. Pisone il censorino del quale
abbiam detto di sopra scrive che Tarpeja spedì quella notte un messaggiero che
signiGcasse a Romolo gli accordi fatti tra i Sabini e tra lei ; e come ella
esigerebbe le arme difensive di essi, deludendoli coll’ ambiguità de’ trattati
: egli dunque mandasse altra milizia nella fortezza, e vi sorprenderebbe i
nemici col capitano spogliati di arme. Aggiunge però che il messaggero
fuggendosi presso il re de’ Sabini gii accusasse i disegni di Tarpeja. Ma nè F
abio nè Cincio dicono che ciò avvenisse, e sostengono che la donzella
mantenesse i patti del tradimento. Dopo ciò continuano tutti la storia con
slmiglianza. Imperciocché narrano che avvicinatosi il re dei Sabini col Gor
dell’ esercito colei per adempiere le promesse aprisse a’ nemici la piccola
porla concordata, e che destate le guardie del luogo le stimolasse a scampare
sollecitamente per tragitti ignoti ai Sabini che ornai possedeano la fortezza.
Narrano inoltre che i Sabini al fuggire di quelli, trovatene le porte aperte,
occupassero la fortezza abbandonata ; e che la donna avendo prestato i servigi
pattuiti, ne chiedesse il premio secondo i giuramenti. XL. Dopo ciò scrive
Pisene che essendo i Sabini pronti di dare l’oro di che riluceano ne’bracci
sinistri; Tarpeja la donzella ue pretendesse non i fregi ma gli scudi : che
Tazio andasse in collera per l’inganno, ma pur si guardasse dal violare i
trattati : che era a lui sembrato perciò che si dessero alla vergine le arme
richieste ma per modo, che ricevutele non potesse valersene : che ben tosto
dunque, comandando di essere imitato dagli altri, lanciasse lo scudo con quanta
avea forza contro Tarpeja : la quale investita d’ ogn’ intorno e sopraffatta da
tanti colpi e si gravi succumbè sotto delia tempesta. Ma Fabio ascrive a’
Sabini la frodolenza su’ trattati. Perocché dovendo secondo i patti dare a
Tarpeja le auree cose che dimandava, rattristatine per la grandezza di esse,
scagliarono su lei le arme colle quali si difendevano, quasi scagliar le
medesime fosse un darle come aveano promesso quanto giurarono. Se non che
sembra che i fatti consecutivi rendano più verisimile il giudizio ultimo di
Pisone. Certamente fu la giovine, dove cadde, onorata di tomba, e la tomba sta
nel più augusto de’ sette colli, e Roma ivi le replica ogni anno sacre
libagioni. Io dico ciocché scrive Pisone. Cioè se ella fosse morta tradendo la
sua patria non avrebbe ottenuto niuno di questi due onori nè da quelli che ne
erano traditi, nè da quelli che ne furono gli uccisori : anzi se avanzo mai v’
era del tuo cadavere sarebbe stato poi disotterralo e gittato per atternre i
posteri, e respingerli da simili operazioni. XLI. Tazio e li Sabini
impadronitisi di quella fortezza, e pigliato senza disagi il più degli
appareccbj de Romani, facevano ornai la guerra da luogo sicuro. Cosi tenendosi
dunque ambedue le armate dirimpetto a piccola distanza fra di loro, molti erano
in molte occasioni li tentativi e gli attacchi senza grandi risultati di danno
o di utile per ninna delle parti. Due furono le battaglie più rilevanti date
con tutte le milizie, schierate 1’ una contro l’ altra; e grande ne fu la
strage vicendevole. Ma tirandosi in lungo, ambedue li re concorsero nel
sentimento di venire a decisiva giornata. E recatisi nello spazio intermedio ai
due accampamenti i capitani migliori nelle armi ed i soldati già sperimentati
in mille cimenti fecero memorabili prove dando e ribattendo gli assalti, e
traendosene e rimettendovisi ugualmente. Coloro i quali contemplavano da luogo
munito la equilibrata battaglia, e che d’ora in ora piegava dall’ una o dall’
altra parte, incitando, ed acclamando incoraggivano chi vi si distingueva ; o
con preghiere e pianti richiamavano chi vacillava o lasciavasi ornai sopraffare,
perchè vile sempre non rimanesse. Dond’ è che gli uni e gli altri erano
necessitati a sostenere travagli, maggiori delle forze. Cosi tenuta avendo la
battaglia nel giorno con sorte eguale ; alfine essendo già notte si ravviarono
lieti ai proprj alloggiamenti. Ne’ di seguenti dando sepoltura ai morti
ristabilirono i feriti, e procurarono insieme altre forze. Poiché parve loro di
farsi nuovamente alle mani, tornati jiel luogo medesimo vi combatterono fino
alla notte. Prevalsero i Romani in ambe le ale; reggendone Romolo stesso la
destra, e Lucumone il tirreno la sinistra. Ma restando dubbia ancora nei centro
la sorte delle armi ; Mezio, cognominato il Curzio, uomo meraviglioso per le
forze del corpo, magnanimo nelle arme, e chiaro soprattutto perchè noa
turbavasi a pericoli o terrori, impedì la disfatta totale de’ Sabini e portò di
nuovo contro de’ vincitori le schiere che sorvanzavano. Costui messo a dirigere
1’ armata del centro avea già vinto i nemici che gli stavano a fronte. Volendo
poi ripristinare lo stato delle ale sabine ornai sbattute, e presso a dar volta,
esortandovi la sua milizia si mise ad inseguire i nemici che fuggivano sbandati
da lui, cacciandoli fino alle porte, cosicché Romolo fu costretto a lasciare
imperfetta la sua vittoria, e rivolgersi ad accorrere contro la parte de’
nemici che era vincitrice. Cosi quel corpo de’Sabini il quale pericolava si
riebbe j allontanaudosegli Romolo colla sua gente : e tutto il nembo si
raccolse inverso di Curzio e de’ suoi che erano già vittoriosi, e questi
tenendo fronte per un tempo ai Romani combatterono luminosamente. Ma poi
rovesciandosi troppi su loro ; piegarono e rìpararousi negli alloggiamenti,
assai contribuendo Curzio alio scampo col ritirarli grado a grado, non col
fargli inseguire in disordine. Egli flesso arrestavasi in arme, e. facea
fi'onte a Romolo che lo investiva. E grande e. 1^3 bella a vedere fu la gara
de’ capitani che si attaccavano. Alfine essendo già Cur/io ferito, già esausto
di sangue, riucnlava poco a poco, quando eccogli addietro una palude profonda ;
difficile da girarla intorno, perchè cinta da’ nemici, e dilficilissima da
traversarla per lo fango che ammassavasene alle sponde, e per le acque, che
altissime vi erano in mezzo. Inoltratosi dunque vi si lanciò con tutte le arme.
E Romolo sul pensiero che colui quanto prima perirebbe nella palude non
potendovisi perseguitare pel fango e per le molte acque ; si rivolse contro
degli altri. Ma Curzio dopo molti e lun> ghi stenti emerse finalmente còlle
arme dalla palude, e fu portato a’proprj alloggiamenti. Rimanea la palude nel
mezzo quasi del foro romano, e lago chiamasi di Curzio dalia vicenda ; ma ora è
tutta ricoperta dalla terra. Romolo inseguendo gli altri avvicinasi al
Campidoglio. Spaziava nella speranza di rivendicarselo : ma travagliato da
molte ferite, e più da un colpo di pietra lanciatogli dall’alto nelle tempia fu
preso ornai semivivo da’ compagni, e riportato dentro le mura. Sbigottirono i
Romani più non vedendo il capitano, e dicdesi l’ala destra alla fuga.
Sostenevasi ancora la sinistra diretta da Lucumone, uomo chiarissimo nelle arme,
e segnalatosi per molte e belle imprese in tal guerra. Ma nemmeno questa più
resse alfine ; quando colpito in un fianco da'Sabini cadde pur Lucumone
rifinito di forze. Allora la fuga fu universale. I Sabini imbaldanziti gl’
incalzavano verso le mura: se non che giungendo alle porte pe furono respinti,
sboccandone contro loro i giovani a’ quali aveva il re dato in guardia le mura.
Ed a(Yrcttaiidosi quanto potè per soccorrerli Romolo stesso, riavutosi già
dalla percossa ; la sorte assai ne variò della battaglia. Imperocché li
fuggitivi mirando iuaspettataineute il sovrano, risorti dalla paura, si
riordinarono, uè più s’ indugiarono a volar su’ nemici. Questi che aveano
finora pressato i Romani e concluso non esservi schermo, che impedisse di
prendere la loro città culla forza ; non si tosto videro il cambiamento
inopinato e repentino, pensarono come scampare sè stessi. Il ritorno al campo
era precipitoso per essi, inseguiti dall' alto, e per istrada profonda. Quindi
grande fu la strage loro in questa ritirala. Cosi pugnato avendo quel gioruo da
pari a pari, ma involgendosi ambedue tra casi inaspettati ; alfine ornai
tramontando il sole, si divisero. Ne’ di seguenti consultarono i Sabini se
avessono a ricondurre in patria l’esercito devastando intanto il più che
poteano le campagne nemiche, o se di là ne chiamassero un altro, ivi
trattenendosi cd insistendo fiuchè dessero buon fine alla guerra. Ben era
misera cosa per essi partire, donde mauifeslcrebbcsi la infamia che niente
aveano conseguilo; ed era misera cosa nonimeno il rimanersi non riuscendo loro
disegno alcuno come speravano. Concepivano poi, che venire a trattali co’
nemici, unica maniera conveniente a levarsi di gueiv ra, gioverebbe anzi a’
Romani che a loro. Tuttavia uon meno, anzi assai più che i Sabini, erano i
Romani caduti in gran dubbio intorno le cose da fare. Imperocché nè volevano
rendere nè riteuere le donne ; riputando la prima cosa un seguito di uua
[lerdila mauilcsta, cd n. 175 un
preludio di aversi nccessariamenle a sottomeltere anche ad altri coaiaudi : ma
1’ altra cosa presentava molli e gravi mali, distrutte le patrie campagne, e la
gio> ventò più florida trucidata. Se faceansi a trattar coi Sabini, parca
loro che questi non ser berebbero alcuna misura, per molte cagioni e
principalmente perchè i superbi insolentiscono non condiscendono col nemico che
volgesi agli ossequj. XLV. Mentre ambedue cosi cogitabondi, e così disanimati
dal cominciare o battaglie o discorsi di riconciliazione dispergevano il tempo
; le mogli de’ Romani, quelle che erano sabine di origine, quelle per le quali
ardeva la guerra, congregatesi ed abboccatesi fra loro in un luogo medesimo
risolverono d’ intramettersi con ambi per la pace. Dava tal partito alle altre
Ersilia, non ignobile di legnaggio tra’ Sabini. Di lei dicono che rapita già
come vergine con altre donzelle, ora fosse maritala. lN|a più verisimile è chi
scrive che ella si fosse rimasa spontaneamente colla unigenita sua, 1’ una
delle derubate. Riunitesi a tal sentimento andarono le donne in Senato, ed
ottenutovi di parlare, ve lo diffusero, chiedendo di uscir per un colloquio co’
loro parenti. Annunziavano che aveano molte e belle speranze di fiduiTe unanimi
le due genti e stringerle di amicizia. Come udirono ciò quelli i quali
consultavano col monarca assai ne furono dilettati, riputando che questo fosse
r unico spediente in tanto inviluppo di cose. Adunque si decretò che quante
Sabine avean Agli tante lasciando questi co’ mariti, avessero la potestà di
andarne oralrici ai lor nazionali: che quelle però le quali eran madri di più
6gli ne recassero con sè la parte che più volcano, e trattassero la
riconciliazione de’ popoli. Uscirono dopo ciò tra lugubri vesti, e talune coi
teneri Ggliuoletti. Giunte al campo sabino mossero col piangere e col
prostrarsi appiè di chiunque iucontravale tanta compassione, che ninno de’
riguardanti potea rattenere le lagrime. E Tannatosi per esse il fior del
Senato, e comandate dal re che dicessero le cagioni della venuta; Ersilia,
autrice e guida della S])edizioue, feceiie una lunga e patetica sposizione,
implorando che donassero pace a’ mariti appunto in grazia di esse per le quali dicevano
intimata la guerra. Si adunassero i principi loro; ed essi, veduto 1’ utile
puliblico, discutessero le condizioni,per le quali cessassero le discordie.
XLVI. Ciò detto caddero prostese co’ teneri figli appiè del sovrano e vi si
tennero, finché quelli che erano presenti non le rilevarono da terra con
promettere che farebbono quanto era onesto e possibile. Fattele uscire dal
Senato, e consultando fra loro, si decisero per la pace. E prima si fece la
tregua : poi riunendosi i re, si concordò su la pace ancora. E tali ne furono
le convenzioni che sen giurarono. Sarebbero ambedue re dei Romani Romolo e
Tazio con eguali poteri ed onori. La città serbando il nome del suo fondatore
chiamerebbesi Roma, e romano ogni suo cittadino come per l’addietivMa tutti
insieme si chiameiiano generalmente Quiriti desuntone il nome dalla patria di
Tazio. Si domicilierebbero que’ Sabini che voleano, in Roma, ma comunicandosi
le sante cose, c prendondo luogo nello tribù c nelle curie. Giurate questo cose,
ed eretti gli altari ove far 1’ alleanza, in mezzo quasi della Via 1 Sacra, si
mesoolarono insieme. Poi rao cogliendo ogni duce li suoi, tornarono alle
proprie magioni. Si rimasero in Roma Tazio il monarca e con esso tre de’ più,
riguardevoli Valerio Voleso, Tallo, soprannominalo il Tiranno, ed in fine Mezio
Curzio, quegli che : avea colle armi trapassato la palude, e vi ebbero gli
onori che i discendenti loro pur vi godcronow Anzi con questi si rimasero amici,
consanguinei, e clienti, non minori di numero agli altri di Roma. Mentre
ordinavano queste cose parve ai so vrani di raddoppiare il numero de’ patrizj
per essersi la popolazione moltissimo arnpbata. Adunque segnando in X catalogo
colle famiglie più nobili tanti cittadini novelli, quanti erano i primi,
chiamarono patrizj ancor’ essi. Poi trascelli cento di questi col voto delle
curie gli connumerarono ai senatori antichi. E su ciò concordano presso a poco
tutti gli scrittori delle cose romane : differisce taluno sul: numero de’
sopraggiunti : dicendo che non cento cui cinquanta furono gl’ inseriti al
Senato. Non consentono però gli storici romani su F onore che i re concederono
alle donne perchè gli aveano rioou dotti aUa pace. Perocché scrivono alquanti
che diedero ad esse distintivo grande e moltiplice non pure i prindpi, ma le
curie : le quali essendo trenta, come già dissi, presero nome ognuna da queste,
giacché trenta furono ancora le oratrici. Ma Terrenzio Varrone si di scosta da
questi in tal capo, aflermando che i nomi erano stati imposti -alle curie
anteriormente da Romolo, quando divise la prima volta il suo popolo: c die quei
nomi furono desumi da’ capi di esse, o dalle antiche lor patrie. Aggiunge che
le femmine andate ambasciadrici non furono trenta ma cinqueceutotrentatrè :
dond’ è che noti sia verisimile che il re concedesse ad alcune poche di esse
quell’onore, escludendone le altre. A me nè tali son parute queste cose da non
farne parola, nè tali da scriverne dtra il bisogno. Ora l’ordine stesso della
narrazione dimanda che io dica quali e donde fossero i Cureti alla città de’
quali apparteneva Tazio, e quei eh’ eran seco. Noi cosi ne sappiamo. Nel tempo
che gli Aborigeni possedeano 1’ agro Reatino una vergine nobilissima natia di
que’ luoghi entrò, per danzarvi, il tempio di Enialio. Enialio lo chiamano
Quirino i Sabini, ed, ammaestrati da essi, i Romani, senza che sappiano dire
più oltre s' egli sia Marte, o tal altro, eguale a Marte in onore. £ li primi
pensano che 1’ uno e 1’ altro nome dicasi del Nume arbitro delle guerre ; ma
gli altri che sia quel doppio nome non di uno, ma di due Dei bel licosi. La
vergine danzando già nel tempio fu dallo spirito investita del Nume; e lasciale
le danze si ritirò ne’ penetrali santi di lui, dove, come a tutti sembra,
fecondatane, diede un fanciullo, che Modio fu detto, ed ebbe soprannome di
Fabidio. Or questi, adulto Vi è chi
pensa che il Modio Fabidio sia il Afe £>iuj Fidius de’ fìoinaui, forinola
colla quale riguardavaisi il Nume tutelare della fede, o pure Ercole figlio di
Giove. Se ciò lesse, Diouigi avrebbe malameuie iuierpiaato quella formula
Romana di giuramento.. 179 feuo nella persona, ebbe forma non umana, ma divina,
e combattè con preemiuenza di tutti i valentuomini. Preso poi dal desiderio di
abitare una città che avesse la origine da lui, congregando gente io copia da
luoghi d’intorno, eresse in tempo assai breve quella che Curi addimandasi,
denominandola, come narrano alcuni, dal Nume, dal quale è &ma che egli
fosse generato, e come altri asseriscono dall’ asta, poiché Curi chiamasi 1
asta in. Sabina. Cosi scrive Terrenzio Yarrone. Ma Zenodoto Troizinio uno
scrittore dell’Umbria, narra che le genti di essa furono prima abitatrici de’
campi detti Rèalini : che espulse da’ Pelasghi se ne vennero alla terra dove ora
soggiornano, e dove mutato nome coi luoghi, si chiamarono Sabini per Umbri.
Porzio Catone dice imposto tal nOme ai Sabini da un Nume di que’ luoghi Stoino
Sanco, e che Sanco per alcuni vai quanto Dio Fidio, Dice che fii domicilio
primitivo di essi un villaggio nominato Testrina presso la città di Amiterna ;
che movendosi da questo inondarono i Sabini 1’ Agro ReatioQ abitato al Silio
nel libro ottavo scrive. Ibant et laeti pars tanctum voce canehanl, Auetorem
genlis, pars laudes ore ferebant, Sahe, Uuis, qui de patrio cognomine primus. Dixisli poputos magna ditione Sabinos. Forse dunque
nel testo di Dionigi dee leggersi Sabo e non Sabino. Festo e Yarrone additano
che Sanco tra’ Sabini siguifìca Ercole. Ora Plutarco nel suo Noma e Servio nel
libro 8 dell’ Eneide derivano i Sabiui dagli Spartani, e gli Spartani da
Ercole. Quindi quel Sabo Sanco non sarebbe che Ercole ; tanto più che Sanco
'redesi il me Diut Fiditu, c questa par furatola per additare Ercole. e lora
dagli Aborigeni, e da Pelasghi : e che ne ottennero colla forza delle armi
Colina la loro città più cospicua : che spedendo dal contado Reatino delle
colonie fondarono altre città non poche, ove, senza cingerle di mura, si
viveano ; e tra queste la città che Curi fu nominata : che occuparono campagne
lontano circa dugento ottanta stadj dall’ AdrìaUco, e dugento quaranta dal mare
Tirreno: e dice che stendeasi la lunghezza di quelle poco meno che mille stadj.
Secondo le storie paesane intorno de’ Sabini abitavano con essi già dei
Lacedemoni quando Licurgo tutore di Eunomo, nipote suo,. dava a Sparta le leggi
: e questo perchè impazientiti alcuni dalia dura legislazione di lui, staccaùsi
da’ compagni abbandonarono affatto la città ; e corso ampio tratto di mare, e
desiderosi ornai di prendere terra dovunque, si legarono per voto cogl’Iddii di
abitare quella appunto ove imprima giungerebbero. Venuti nell’ Italia ai campi
detti Pomentini nominarono, dal mare che aveali portati, Feronia il luogo dove
prima approdarono, e vi eressero un tempio alia Diva Feronia alla quale aveano
fatto i lor voti ; e la quale mutatane una lettera ora Faronia si chiama.
Alcuni da indi rimovendosi ne andarono a dimorar tra’ Sabini : e però spartane
sono molte delle loro istituzioni, spartani principalmente gli amori per la
guerra ; la parsimonia e la durezza nelle opere tutte della vita. Ma ciò basti
su la origine de’ Sabini. L. Ben tosto Romolo e Tazio ampliarono la città
congiungendole altri due colli, 1’ uno chiamato Quirinale, e Celio r altro. E
ponendo separatamente le case. 1 8 1 viveasi ognuno nelle sedi sue. Avessi
Rouiolo il monte Palatino ed il Celio, monte contiguo col primo. ^azÌo avevasi
il Campidoglio, occupato già ne’ principi da esso, ed il Quirinale. Recisa la
selva la quale spandevasi appiè del Campidoglio, e ricoperta in gran parte di
terra la palude, la quale per la concavità dei sito rooltiplicavasi dalle acque
scese da’ monti, fecero ivi il foro, dei quale servonsi ancora i Romani. E là
tenendo le adunanze, consultavano nel tempio di Vulcano, cbe quasi al foro
sovrasta. Inalzarono i tem^q, e consacrarono gli altari ai Numi, a’ quali gli
aveano promessi co’ voti nelle battaglie. Romolo ne eresse uno a Giove Statore
presso la porta òe Muggiti la quale mena dalla via sacra al Palatino, perché
quel Nume esaudendo i voti di Romolo fe’ cbe l’ esercito suo già fuggitivo si
arrestasse,, e si volgesse a fronte dei nimico. Tazio ne eresse al Sole, alla
Luna, a Crono, a Rea, ' come pure a Vesta, a Vulcano, a Diana, ad Eniàlio ed
altri difScili a nominarsi con greca parola. Mise in tutte le Curie le mense
per Giunone Quirizia le quali esistono
ancora. Dominarono cinque anni insieme senza dissidio, e compierono in quel
tempo con impresa comune la spedizione contro de’ Camerini. Impercioccbè questi
mandando delle masnade assai danneggiavano loro il paese : e tuttoché
chiamativi non erano mai comparsi a darne ragione. Adunque schieratisi a fronte
di essi, e vintili in campo, e poi nell’ assalto delle mura, gli astrinsero a
cedere le arme e la terza parte della re Secondo Pesto vuol dire Giunone coW
atta, vedi $ 4^ prcoedenle. • Digitized by Google iSa PFLLE Antichità’ romane
gione. Continuando nondimeno i Camerini ad Infestarla riuscirono nel terzo
giorno I re coll’ armata e li fuga-, rono, e ne divisero ogni cosa ai proprii
soldati, concedendo solamente che quelli, se volevano, si domiciliassero in
Roma. Quattromila quasi ve ii’ ebbero, e lì compartirono tra le curie. E
Camaria, sorta già tanto tempo prima di Roma, Camaria già domicìiio famoso
degli Aborigeni, e poscia di un ramo di Albani, fu ridotta colonia de’ Romani.
Tornò, nei sesto anno il comando a Romolo sodamente, morendo Tazio per le
insidie de’ primarj tra Laurenlini tesegli per questa cagione. Scorsi gli amici
di Tazio a far preda nel territorio de’ Laurenlini ne aveano rapito danari in
copia, e menato via de’ bestiami t uccidendo o ferendo chiunque presentavasi a
rivendicarseli. Spedita quindi dagli offesi una legazione a reclamar la
giustizia, Romolo sentenziò che gli o^ fensori le si consegnassero. Tazio però
sollecito degli amici, non istimava bene che si desse alcun cittadino perchè si
portasse in giudizio tra forestieri e nemici. Laonde intimò che quanti si
richiamavano della ingiuria venissero e discutesserla ne’trihunali di Roma.
Cosi non trovando giustizia partirono indispettiti gli ambasciadori. Ma datisi
per isdegno alcuni Sabini a seguitarli gli assalirono, che dormivano tra le
tende lungo la via sorpresivi dalla notte : e spogliatili di ogni cosa, ne
scannarono quanti giaceansi ancora ne’ letti. Si ricondussero alia loro città
quauti si avvidero a tempo deir insidie e fuggirono. Dopo ciò venendo
ambasciadori da Laurento e da molte città si dolsero su’ diritti violati, ed
intimarono la guerra, se non erano compensati.
LII. Sembrava a Romolo, com’ era, terribile 1’ oltraggio d(^li
ambasdadori e degno di una subita espiazione, es:;endosi profanata una legge
santa. E vedendo che Tazio tcneane picciolo conto, egli senza più indugio presi
e legati i complici, li diede agli ambasciadori \ ortato a Roma ebbe magnifica
sepoltura, e la città gii rinnova ogni anno pubblici sagrifizj. LUI, Romolo
trovandosi un’ altra volta solo nel principato purificò la infamia commessa
contro gli ambasciatori pubblicandone privi dell’ ncque e del fuoco gli autori,
faggitt già tutti da Roma al primo udire la morte di Tazio. In opposito
essendogli conseguati da Laurento ero la vittoria per saviezza del capitano, il
quale occupato di notte un monte non molto lontano da’ nemici teneavi in
agguato il fiore de’cavalieri, e dei fanti, giuntigli ultimamente da Roma.
Tornati in campo ambedue per combattervi come prima, non si tosto diè Romolo il
segno convenuto a quelli del monte, corsero schiamazzando dalle insidie alle
spalle de' Vejentani : e piombando essi, freschi ancora su uomini stanchi, non
durarono lunga fatica a travolgerli. Pochi ne morirono in campo ; ma molti piò
nellt; acque del Tevere, il qual fiume scorre presso Fidene, lanciativisi per
iscampare nuotandovi. Perocché parte per le ferite e la stanchezza non resse a
compiere il transito, e parte per la imperizia del nuoto e la confusione dell’
animo in vista dei pericoli soccombè tra’ vortici non preveduti. Se i Vejentani
avessero ponderato seco stessi, quanto furono sconsigliati la prima volta, e se
avessero dall’ora in poi cei^ cato la calma, non sarebbero incorsi in disastri,
più gravi ancora. Ma sjierando di riaversi de’ mali passati, e pensando che
vincerebbero di leggeri, se uscissero con apparato maggiore ; bentosto arrolate
milizie in copia dalla città loro, e procuratene presso de’ nazionali secondo i
trattati di amicizia, marciarono per la seconda volta contro de’ Romani. Si
combattè di nuovo ferocemente presso piiuii. iiy Ci( Fidene ; e di nuovo i Bonnani vi superarono i
Yejenti, e ve ne uccisero, e più ancora ve ne imprigionarono. F 11 invasa la
loro trincierà piena di danari, di arme, di S( biavi: furono prese le barche
lluviali cariche di vettovaglia copiosa e con queste per lo fiume trasportati
in Roma li prigionieri. Fu questo il terao trionfo di Romolo ma più brillante
assai de’precedcnti. Venne dopo non molto un' ambasceria de’ Vejenli per
chetare la guerra e chiedere perdono de’ mancamenti, e Romolo ne secondò le
istanze imponendo : che cedessero i terreni contigui al Tevere nominati
Setlepagi : che non si accostassero alle saline presso le bocche del Jiume : e
che dessero cinquanta ostaggi in pegno, che non farebbero innovamenti. Si
rimisero i Vejeiiti alle leggi: e Romolo fece tregua con essi per cento anni, e
ne scolpi su più colonne le condizioni. Rilasciò senza compenso i prigionieri
vogliosi di andarsene ; ma rendè cittadini di Roma quanti pregiarono di
rimanersene, ed erano più numerosi degli altri, e li comparti fra le curie, e
diè loro in sorte le campagne di qua del Tevere.. Quest furono le guerre di
Romolo degne di stima e di ricordanza : e parmi, che se egli non sottomise
ancora altri popoli vicini, ne fosse cagione la fine prematura di lui, quando
era florido ancora per le armi. Di questa fine varj e molli ne sono i racconti.
Coloro .che più ne favoleggiano dicono, che intanto che aringava le milizie,
abbujatosi l’ aere sereno, e fattasi procella terrìbile, Romolo diventasse
invisibile, e che Marte il suo genitore in alto se lo rapisse. Ma chi scrive
cose più vcrisimili dice che da’ suoi cittadini fu morto ; e dice elle gliene
fu cagione 1’ aver egli restituito senza il voto del popolo, contro la
consuetudine, gli osti^gi presi gii da' Vedenti ; il non serbare la eguaglianza
tra i cittadini antichi e novelli, ponendo i primi in altissimo onore, e
trascurando gli ultimi: e Gnalmente Tincrudelire nelle pene dei delitti, e lo
insuperbire. Imperocché sentenziando, solo, da sé comandò che fossero
precipitati dalla rupe non pochi nè ignobili uomini, incolpati di essere scorsi
a predare i vicini. Ma soprattutto,ne fu cagione, 1’ essersi ornai renduto
pesante, e dispotico f e tiranno, anzi che principe. Per questo, narrano, che i
patrizj, congiuratisi, ne decisero la morte, e la eseguirono nel Senato ; e che
divisone in brani il cadavere, perclté non se ne sapesse, uscirono occultandone
sotto le vesti ognuno la parte sua, che pdi seppellirono, onde renderle
invisibili. Altri però narrano che egli aringando fosse tolto di mezzo da’
cittadini nuovi di Roma ; e che m lanciassero ad ucciderlo quando appunto
abbuiatosi il cielo, crasi il popolo dileguato, ed egli rimasto senza guardia :
e però dicono che un tal giorno tien nome da quel dissiparsi di popolo,
chiamandosi tuttavia fuga della moltitudine. Sembra che gli eventi ordinati da’
Numi sui concepimento e sul termine di quest’ uomo diano non piccola occasione
a coloro che fanno de’ mortali un Iddio, e che ne spingono al cielo le anime
più segnalate. Perocché nella .compressione della madre di lui sia per uno Dio,
sia per un nomo, affermano che il soie si ecclissasse, e che tenebre, totali
come nella notte, coprissero la terra; e che il simile avvenisse por nella
morte. ROMOLO IL FUNDATORE DI ROMA, il primo, assunto da lei perchè la
domioasse, cosi narrasi che finisse. E tutlodiè nella età di cioquanlactnque
anni, e già monarca da trentasette non lasciò rampolli di sua generazione.
Novello in tutto delr impero de’ popoli, se lo ebbe nell’ anno suo diciottesimo
come unanimi lo ripetono gli storici di queste cose. LVII. Nell’anno seguente
non si fece alcun re dei Romani : ma vigilava su la comune un magistrato detto
interré, costituito in questa maniera. I Patrìzj ascritti da Romolo in Senato,
dugento, come dissi, di numero si divisero io decadi. Poi traendo le sorti
diedero la reggenza sovrana a que’ dieci che primi erano favoriti dalle sorti ;
non già che i dieci reggessero tutti in un tempo, ma successivamente ciascuno
cinque giorni, nei quali avea con sé li fasci, e gli altri simboli del regio
comando. Il primo cedeva il comando ai secondo, questi al terzo e cosi fino
all’ ultimo. Decorso lo spazio dei cinquanta giorni, fisso. pe’ dieci, primi
nel comandare, succedea la decade seconda al governo, e poi le altre via via.
Finalmente piacque al popolo di abolire questi decemvirati, essendo ornai
stanco da tanto trasmutarsi di comandanti, varj nella natura e ne’ genj. Allora
dunque i Senatori convocando l’ adunanza del popolo per tribù e per curie
renderono ad esso il potere di discutere la forma del governo, cioè se volevano
un re ; o se annui magistrati. Ed il po[K>lo non decise già esso, ma fece
che scegliessero i Senatori, pronto di attemperarsi Ciò fu nell’anno 713 avanti Cristo : secondo
Catone nell’ anno 38 e secondo Varrone nel 4 ° di Roma] all’ ordìae che
approverebbei'o. Parve a tutti di fondare la regia domiuasione ; ma non tutti
concordavano tra i quali si avesse ad eleggere il futuro monarca : e chi
pensava che tra vecchi e chi volea che tra’ novi Senatori ossia tra gli
aggiunti di poi, à dovesse trascegliere il |>er8onaggio che regnerebbe su
Roma. LYIII. Procedendo la disputa, si convenne finalmente su questi due punti
: che i Senatori antichi scegliessero il monarca non però del ceto loro, ma
qualunque altro ue giudicassero idoneo; o che farebbono ciò li Senatori
novelli. Presero essi la scelta i Senatori più antichi, e molto consultandone
stabilirono ; di non dare, giacché essi ne erano esclusi, il principato a niuno
degli emuli, ma di creare monarca un personaggio cercato ed intro> dotto di
fuori, nè aderente ad alcuno de’ due > principalmente perchè semi non ci
avessero di discordie. Ciò deliberato, destinarono co’ voti loro, il figlio del
chiarissimo nomo, Pompilio Pomone, Sabino di lignaggio, Numa di nome, e per età
prudentissimo, come non mollo lontano dall’ anno quarantesimo. Regia ne em la
dignità dell’ aspetto ; e grandissima la riputazione per la sapienza non pur
tra’ Cureti ma tra popoli intorno. Pertanto riuniti in questa sentenza
adunarono il popolo ; e fattosi in mezzo l’ uno di loro, interré di que’ giorni,
disse : che piaceva a tutti i Senatori di fondare un regio governo : e che egli
incaricalo di trascegliere chi lo assumesse trasceglieva in Numa Pompilio il
monarca di Roma. Dopo ciò deputando dei Patrizj ; gli spedi perchè invitaswro
il valentuomo alla Reggia. E fu questo nell’ anno terzo della Digitized by
Google gemati da Romolo per non essere stati con'esso in guerra niuna, non
godevano terre, nè utile alcuno. Questi senza case, e vaganti per la miseria,
erano di necessiti nemid ai più ricchi, e vogliosi di mutamenti. Fra tali
agitamenti fluttuava Roma quando Numa ne prese le redini, e su le prime ricreò
la classe de poveri, compartendo loro porzione delle campagne possedute da ROMOLO,
ed un tal poco ancora de’ terreni dei pubbln co. Non togliendo quanto godeano,
ai patrizj fondatori di ‘Roma, e concedendo ai patrizj più recenti altri onori,
ne chetò le discordie. Proporzionata come uno stromento tutta la moltitudine
all’ oggetto unico del pubblicò bene; ed ampliato il giro della città con
inchiudervi II Quiri. naie, colle non ancora cinto di mura, si rivolse ad altre
istituzioni. E concependo che grande e beata diverrebbe la città che se ne
adorna ; procurava queste due cose : la pietà primieramente, insegnando agli
uomini, che gl’ Iddi! sono i datori e li custodi di ogni bene alla mortale
natura ; e poi la giustizia, dimostrando che per essa i beni dispensati da’
Numi arrecano delizioso godimento a chi li possiede. Non reputo però che slan
tutte da scrivere le leggi e le pratiche per le quali consegui 1’ uno e l’altro
intento e con tanta amplitudine; perchè temo la prolissità de’ racconti, uè la
vedo necessaria ad una storia pe’GrecI. Solo ne dirò sommariamente le cose
principai lissime, idonee a dimostrare la mente di un tanto uoimo, cominciando
dalle disposizioni di lui sul culto divino. Lasciò nel pieno vigore lé
consuetudini e le leggi die trovò
fondate da ROMOLO, credendole benissimo istitoite: ne supplì quante ne erano
state da lui pretermesse ; e diè sacri luoghi a’ Numi, non adorati ancora, c
fece altari e tempj, e compartì feste per ognnnp, e ministri per le sante cose.
Finalmente ne ordinò colle leggi la illibatezza, le espiazioni, le suppliche e
tante altre onori Gcenze e tanto culto ; quanto non mai ne ebbe nonbarbara
gente, nè Greca, nemmeno delle più famose un tempo per la pietà. Comandò che
Romolo ancora, divenuto più che uomo, s’ intitolasse Quirino, e si onorasse con
templi e con annui sacrifizj. Perocché non sapendosi ancora come Romolo fosse
sparito, se per divina provvidenza, o se per Iraude umana ; venne in mezzo del
F oro un tal Giulio, un agricoltore della stirpe di Ascanio, uomo incolpabile
di costumi, nè capace di mentire per utile alcuno. Ora costui disse che
tornandosi di campagna vide Romolo che partivasi di città colle arme ; e che
fattoglisi più da vicino gl’ intimava : O Giulio va, riferisci in mio nome ai
Romani ; che il Genio che ni ebbe in sorte per custodirmi quando io nacqui ;
questo, ora che io compiei la mortale carriera, mi solleva tra Numi, e che io
sorto Quirino, Noma stese in iscritto tutte le ordinazioni su le cose divine,
dividendole in otto classi, quante erano quelle de’ sacerdoti. Diè l’ incarico
primo delle funzioni religiose ai trenta Curioni de’ quali io diceva che coinr
pieano i sacrifizj comuni delle curie : diè 1’ altro si Stefanofori detti da’
Greci, e Flamini dai Romani, cosi nominati dai portare delle berrette e delle
bende le Nel usto PUot e stemma. 0 ptimo
era una specie di berretta quali portano ancora, e le quali Flama si chiamano :
diede il terzo ai capitani dei Celeri, soldati come additai, che combàttono a
piedi e a cavallo in guardia dei monarchi; e certo que’ capitani ancora
fornivano divini ordinati esercizj : diede il quarto a quelli che interpetrano
i segni mandati dal cielo, e dichiarano se conceróOno private o pubbliche cose.
I Romani chiamangli Auguri dall’ indole dei precetti dell’ arte loro, e noi
OionopoU li chiameremmo, uomini scenziati in ogni divinazione de’ segni del
cielo, dell’ aere, e della terra. Il quinto alle vergini, custodi del fuoco
sacro, appellate Vestali fra loro dal nome della Diva a cui servono. Noma il
primo fondò il tempio di Vesta, e misevi delle vergini che ministrassero nel
culto di lei. Su che rileva che io dica alcune poche còse le più necessarie ;
dimandandole il sobjetto ; perocché degna ne è la ricerca, e degna pur si stima
da’ romani scrittori in questo luo 30 a consola di una tomba, non 1’ esequie,
non altro rito niuno legittimo. Molti sono gl’ indiz) di mancanza nel santo
ministero, e principalmente lo spegnersi del fuoco: accidente che i Romani
temono più di tutti i mali, pigliandolo, e sia qualunque Torigine di esso, come
presagio della rovina ultima di Roma. E molto ossequiando e placandolo; di
nuovo riconducono il fuoco nel tempio. Ma di ciò sarà detto a suo luogo. Ben è
degna che raccontisi l’assistenza manifestata delia Dea per le vergini
indegnamente accusate. Credesi questa da Romani, quantunque ioconcepibile, e
molto gli scrittori ne ragionarono. Quei che vansene a maniera degli Atei
filosofando, se filosofare dee dirsi mai questo, ripudiano tutte le assistenze
de’ Numi avvenute tra Greci e tra Barbari, e molto ne deridono i racconti,
ascrivendole a ghiattanza nmana, quasi niuno de’ celesti prenda cura delle cose
de mortali. Ma quelli che non levano agl’ Iddi! questa cura, e li giudicano
propiz) ai buoni, e malafifetU a’malvagj, venendosene con istorie moltissime,
non prendono per impossibili tali divine manifestazioni. Narrasi dunque che
smorzandosi un tempo il fuoco per poco avvedimento di Emilia, che allora ne era
la guardiana, perocché ne avea trasmessa la cura ad una compagna novella, e di
fresco ammaestrata ; Borsene in città turbamento ben grande, e si cercò dai
pontefici se violazione ci avesse nel ministero santo del fuoco. Allora,
dicono, che Emilia, la incolpabile Emilia, non sapendo che farsi nell’evento
stendesse io presenza de’ sacerdoti e delle vergini le mani in su l’altare e
dicesse: o Vesta, o tu Dea, custode di Roma, se 2o5 io santamente, e
debitamente compiei le sacre tue cerimonie ornai da treni anni, se pura l anima
mia, se immacolate ti si presentarono le membra di questo mio corpo, deh ! tu
soccorrimi, nè volere trascurare^ che la tua sacerdotessa miserandamente si
muoja. Ma se io pur commisi alcuna cosa men pia, deh ! che nelle pene mie la pena
si dissipi di Roma. Ciò detto è fama che spiccando il lembo dalla veste di lino
onde era coperta lo gittasse in so 1’ altare : e che dopo la preghiera, essendo
la cenere già fredda, e già senza favilla ninna, brillasse di.su per quel lembo
una damma copiosa, talché più non abbisognò la città né di puri' ficaztoni, né
di fuoco novello. Più meraviglioso ancora e più somigliante ad una favola è ciò
che io sono per dire. Narrano che un tale accusasse Tuzìa 1’ una delle vergini
ma >n alle gazioni non vere di congetture e di testimonj ; non polendo
affermare che fosse per lei venuto meno il ìkoco : e che la vergine comandata
rispondere dicesse che smentirebbe co’ fatti le calunnie : che ciò detto
invocata la Dea perché le fosse guida nelle sue vie, s’in? camminasse verso del
Tevere concedendolo i pontefici, seguita dalla moltitudine: che giunta in riva
del fiume, si ponesse a cimento impossibile, ora passato in proverbio : cioè,
che prendesse acqua con un vaglio vuoto e ve la recasse fino al Foro, quivi ai
piedi spargendola de pontefici. E narrano che dopo ciò 1’ accusatore di lei,
per quante ne fossero le ricerche, né vivo più nè morto si ritrovasse. Ma
quantunque dell’ intramettersi della Dea potrei soggiungere più cose ; reputo
che bastino le dette finora. 2o4 delle Antichità’ romane La sesta parte delie
istituzioni religiose fa quella intorno àe Salii che chiamansi In Roma. Numa
stesso li nominò scegliendo dodici decentissimi giovani patiizj. Stansi le
sacre loro cose nel palazzo ; ed essi ne sono chiamati Palatini. Ma gli Agonali,
de’ quali serbansi le sacre cose nel poggio Collina, questi cognominati Salj
Collini, furono istituiti dopo Noma da Ostilio re pel voto fatto da lui nella
guerra co’ Sabini. Del resto i Salii tutti sono danzatori e lodatori dei Numi
delle arme. Tornano le loro solennità arca i tempi delle nostre Panalenee nel
mese detto di marzo : si celebrano a pubbliche spese per piò giorni, ed in
questi guidano per la città cori di saltatori al Foro, al Campidoglio, ed altri
luoghi speciali, o comuni. Variopinte ne brillano le toniche traversate con
cinture di rame ; ed affibbiate sono le trahee loro che chiamano, luminose di
porpora intorno. Sono le trahee in Roma pregiatissime, e proprie del luogo.
Torreggiano loro sul capo tiare alte con
forma di cono, apici dette fra loro, ma cirbasie tra’ Greci. Ognuno è cinto di
spada; stringe colla destra mano un’asta o verga, o cosa consimile ; e colla
sinistra uno scudo romboidale, stretto ne’ lati, quale è quello de’ Traci, e
quale, dicesi che in Grecia lo portino quelli che vi celebrano le 'sacre cose
dei Curetl. I Salj, per quanto io conosco, sarebbero con greca Interpetrazione
I Cureli, denominati Nel testo sono
detti piUi, ma le cirbasie erano specie di tiare secondo Esicbio la lesione
dello scudo romboidale è del codice V aticano e par la migliore.. 2o5 cosi tra
noi dalla età giovanile ; ma tra’ Romani
hanno quel nome dal moversi faticoso : perocché spio carsi e battere co’ piè la
terra tra lor si chiama salire. Per questa ragione medesima quanti altri noi
chiameremmo dallo spiccarsi e battere con tal modo, essi gli chiamano salitorì
con voce originata dai Salj (a). Che poi dirittamente io do questi nomi, può
chi vuole, concluderlo dalle cose che fanno. Movonsi colle arme regolatamente
al suono delle tibie, ora insieme, ora a vicenda, e danzando intuonano patrie
canzoni. Ora se dee con antichi monumenti procedersi, i Gureti furono primi che
insegnarono a danzare armati tripudiando e battendo con le spade gli scudi : nè
bisogna che io ripeta ciocché ha la fàvola su loro, essendo noto poco meno che
a mtti. Ben molti sono gli scudi che portano i Salj, 0 che i loro ministri
portano sospesi in su de’bastoni: ma tra questi uno ce ne ha che dicesi caduto
dal cielo. È fama che fosse nella reggia ritrovato di Numa, non avendovelo
recato ninno, anzi neppur conoscendosene la forma nella Italia. Argomentarono
da tali due segni 1 Romani che fosse quell’ arme celeste di origine. E volendo,
Numa che lo scudo si onorasse, e recasse nei dì solenni per la città da’
giovani cospicuissimi, e riscotesse annui sagrifizj ; e temendo che i nemici in
oc Quasi aiaao Ktft$ gioTaoi, ma forte
ebbero cuti nome ^wi rnt cioè dalla tontora : perchè erano tosi nella parte
anteriore del capo. (a) Si saltava anche prima de’ Salj, però la voce salùores
che precede non è pptieriote al nome de’ Salj. culto lo ÌDsidiassero e
rapisserio; dicono che fabbricasse molti scudi uniformi a quello caduto dal
cielo, accingendosi Mamorìo artefice a questo, che f arme divina per la
somiglianza egualissima con altre umane non più potesse contrassegnarsi e
riconoscersi da chiunque vi macchinasse un inganno. Ebbe quel rito de Cureti
accoglienza e pregio tra’ Romani, come io lo deduco da più seghi, e
principalmente dai spettacoli nel circo e nei teatri. Ne’ quali spettacoli
giovinetti già puberi, acconci d’ abito con cimiero, con spada, e con scudo,
moTonsi come con le leggi di un ritmo armonioso; e £utlioni chiamansi i duci
della pompa, dalla invenzione fattane, sembra, nella Lidia. Questi sono, a me
pare, immagine de’ Salj ; perocché non fanno appunto come i Salj cosa ninna in
foggia de’ Cureti sia negl’ inni sia ne’ salti; e prendonsi da ogni condizione;
laddove i Salj deggiono esser liberi e naturali del luogo, e ricchi di padre e
di madre. Ma perché mai rigirarmi più a lungd su queste cose? È la settima parte
delle leggi sacre indiritta a dar ordine a’Feciali che chiamano. Questi con
greca significazione giudici si direbbono della pace : scelgonsi tra le più
illustri famiglie, e restansi per tutta la vita ht santo ministero. Numa
anch’egli dava la prima volu ai Romani tal ceto venerando. Io non so definire
sé egli ne derivasse l’esempio dagli Equicoli, come alcuni pensano, o se, come
Gelilo scrive, da Ardea : bastami dir solamente che innanzi Numa non erano
Feciali tra i Romani. Numa quando era per dar guerra a’ Fidenati, perchè aveano
fatto scorsa e ruberia nel territorìu'dt
lui ; Numa gl’ ioslitul, perchè vedessero se voleano pa> ciGcarsegli
senza le arme, come vinti dalia necessità poi fecero. E poiché non ci ha nella
Grecia tribunale di Feciali; giudico necessario di adombrare quante e quali De
sieno le incombenze; perchè coloro che ignorano la pietà che i Romani coltivano,
non si meraviglino che tutte ad ottimo fine riuscissero le guerre loro :
certamente imprendeano queste con prìncipj e cagioni onestissime, dond’è che
aveano propizj gl’ Iddi! ne’ pericoli. Non è già fiicile, per la moltitudine,
comprendere le cure tutte de’ Feciali. A delinearle però con tocco lieve son
tali : debbono cioè provvedere ' che i Romani non movano guerre ingiuste a
ninna città confederata ; che cominciando taluna a rompere i trattati verso
loro, vadano ambasciatori, e ne dimandino il giusto prima con parole, poi v’
intimin la guerra, se non ubbidiscono. Similmente se mai confederati alcuni
dicendosi offesi da’ Romani chiedano de’ compensi, debbono i Feciali
riconoscere, se quelli han sofferto contro dei patti; e se par loro che
lamentinsi con diritto fan prendere e consegnare i colpevoli ai danneggiati.
Giudicano su gli oltraggi degli ambasciadori, e vegliano per la Osservanza
fedele dei trattati : fan le paci o le annullano, se fatte sieno contro le
leggi sacre : decidono ed espiano, quante sono, le violazioni fatte de’
giuramenti e delie alleanze' da’ capitani : ma di ciò dirò ne’ suoi Inoghi.
Quanto ali’ andarsen’ essi come araldi per esigere soddisfazione da città che
sembrino offenditrici, ne ho conosciuto (peste cose, non indegne ancor esse che
si risappiano, per la molta cura che involgono della giu-." sUzia e della
pietà. Uno de’ Feciali eletti a voti dagli altri, cinto degli abiti e delle
insegne sacre perchè fra tutti distingnasi, vassene alla città rea: ai primo
toccarne i conGni, attesta Giove ed altri dumi che egli' viene perchè Roma sia
compensata : poi giurando che, dirigesi alla città colpevole, ed invocando s’ei
mentisce, maledizioni terribili contro sè stesso e contro Roma, slanciasi olure
i conGni. Quindi protestandosi ancora col primo che gli s’ imbatte, rustico o
cittadino che sia, C; ripetendo l’ esecrazioni medesime, continua di andare iu
città ; ma prima di entrarvi protestatosi nel modo ine>. desimo col
portinajo e con qual’ altro nelle porte gli capita il primo, s’inoltra sino al
Foro; ove giunto parlamenta co’ magistrati ; aggiungendo tratto .tratto giur
ramenti, ed imprecazioni. Se danno soddisfazione consegnandogli li colpevoli,
egli menali seco e vassene, amico già, dagli amici. Che se dimandano tempo per
consultarsi, ripresentasi dopo dieci giorni, e pazienta Gno alla terza dimanda.
Decorsi trenta di se la città non siegue il dover suo, egli invocati i Numi
celesti e grinfemali se ne parte, questo solo dicendo, che Roma deciderebbe,
tra la sua calma, su loro. Poi recatosi cogli altri Feciali in Senato, dichiaravi
come tutto fu compiuto secondo le leggi sacre, quanto convenivasi : e che se
vogliono risolversi per la guerra niente vi si oppone dal canto degl’ Iddii.
Senza tali pratiche nè il popolo, nè il Senato può conchiudere col voto suo j
la guerra. Questo è quanto abbiamo risaputo su’ Feciali. Nelle ordinazioni di
Numa intorno le,, cose divine v’ ebbe in ultimo la classe la. quale ottennero
quanti aveano in Roma sacerdozio ed autorità superiore. Questi con patria voce
si chiamano pontefici dal rifarsi di un ponte di legno che è uno degl’
incarichi loro ; s son gli arbitri di cose grandissime. Imperocché giudicano
tutte le cause sacre de' privati, de’ magistrati e de’ ministri de’ Numi :
fissano le cose religiose non scritte nè solite ; scegliendo le leggi, e le
consuetudini che stimano più acconcie : esaminano tutti i magistrati o tutti i
sacerdoti a’ quali è fidata la cura de’sagrificj e ' della venerazione de’
Numi: provvedono che i loro ministri e cooperatori non violino punto le sacre
leggi : espongono ed interpetrano il culto de’ Numi e de’ Genj a’ privati che
lo ignorano; e se colgono alcuno, disubbidiente agli ordini loro, lo puniscono
secondo i delitti: ma essi non soggiacciono nè a giudizio nè a multe, non
rendendo ragione nè al Senato nè al popolo. Non travierà poi dal vero chiunque
vuole chiamare tali sacerdoti o dottori, o dispensatori, o custodi, oppure
interpetri delle sante cose. Mancando ad alcuno di loro la vita gli viene
sostituito un altro, il più idoneo ripu .tato tra’ cittadini ; nè già il popolo
sceglielo ; ma essi medesimi : 1’ eletto però piglia il sacerdozio, quando
propizj gli siano gli augurj. E tali sono, oltre alcune più piccole, le leggi
più grandi e cospicue di Numa sulla pietà, compartite secondo i rami varj del
culto, per le quali Roma ne divenne più religiosa. Moltissime poi sono le leggi
che guidano r uomo a vita frugale e temperata, e che ingenerano r amore della
giustizia' la quale custodisce in città la coacordia : altre però di queste
sono scritte, ed altre non scritte ma passate pel lungo esercizio in abitudini.
E lungo sarebbe a dire di tutte ; ma basterà dire di due più degne di
ricordanza, e cbe sono argomento delle altre. La legge su’ confini da’ poderi
fu causa che oguuno si contentasse de’ proprj ; non gli altrui desiderasse.
Imperocché comandando a ciascuno di marcare intorno i proprj poderi, e di porvi
de’ sassi per termini, dichiarò sagri que’ sassi a Giove Terminatore, e volle
che tutti periodicamente ogni anno recatisi in sul luogo vi facessero sopra
de’sagrifizj, e stabili parimente una festa in onore degli Dei termini. I
Romani chiamano la festa Terminali, da que’ sassi o termòni, che essi con
simiglianza al nostro idioma, chiamano termini ^ mutata una lettera soia. E se
alcuno involava o trasponeva que’ termini fu per legge sacro agl’ Iddii ;
talché potesse, chiunque volevalo, uccidere qual sacrilego impunemente, e senza
macchia di colpa. Nè stabili tal diritto su’ poderi de’ privati solamente, ma
su quelli del pubblico eziandio, circondandoli di con&ni ; perchè gii Dei
termini tenessero distinte le terre comuni dalie individuali, e quelle de’
Romani dalle altre de’ convicini. Praticano i Romani pur ne’ miei tempi un tal
rito, almeno per apparenza, come ricordatore de’ tempi : perocché riguardano i
termini come Numi, e sagrificano ad essi focacce di fior di farina, ed altre
primizie di frutti, e non già cose animate ; essendo profanità riputata
insanguinarne le pietre. E bisogna che rispettino la cagione medesima per la
quale fecero d’ogni termine un Dio, contenti de’ poderi proprj, non arrogandosi
gli altrui colla forza, o coll’ inganno. Ora però contrassegnano i propri ma a propagare la giustizia e la moderazione
; e con questi tenne il comune di Roma ordinato più ancora di una famiglia. Con
quello poi che ora io sono per dire egli fe’ Roma sollecita procnratrice delle
cose necessarie e delle dilettevoli. Considerando il valentuomo che una città
istituita per amar la giustizia e serbare la temperanza non dovea penuriare
delle cose necessarie ; divise tutta la campagna in porzioni chiamate pagi,
assegnando per ciascuna un capo che la visitasse e curasse. Questi recandovisi
di tempo in tempo, e notandovi i buoni o tristi cultori, ne riferivano poscia
al sovrano ; ed il sovrano ricompensava i buoni con lodi e con altre gentili
maniere ; e svergognava i tristi o mullavali, onde accenderli a cultura
migliore. Quelli dunque che sciolti dalle core della guerra o della città sen
vivevano in ampio ozio, pagandone col vitupero o colle multe la pena, diventavano
tutti operosi in lor bene, e riputavano la ricchezza della terra che è la più
giusta di tutte, essere ancora più dolce della militare, che incerta fluttua
ognora. Segui da ciò che Numa fu amato dai sudditi, emulato da' vicini, e
celebrato da’ posteri. Per opera di lui nè sedizione interna disunì la città,
nè guerra esterna la distolse dalla disciplina sua bonissima e mirabilissima. E
tanto i circonvicini furono alieni da prendere la calma inerme de’ Romani come
occasione d’ invaderli; che se prorompea guerra alcuna tra quelli, assumevano i
Romani per mediatori; e deliberavano di spegnere le inimicizie su le condizioni
date da Numa. Pertanto io non prenderei vergogna di collocare questo uomo tra’
più famosi per sorte beata. Nato di regia stirpe ebbe regia presenza, e si
esercitò nelle discipline non già di lettere vane, ma in quelle donde apprese
la pietà verso i Numi, e la pratica di altre virtù. Giovine fu riputato degno
di prendere il comando di Roma : ed invitatovi a prenderlo per la bella fama
delle sue virtù, regnò per tutta la vita su popolo docilissimo. Complesso com'
era di persona ^ nè danneggiatone mai dalla sorte, giunse a lunghissima età.
Finalmente consumato dalla vecchiaja venne meno a sé stesso con morte
placidissima. Quel medesimo genio di felicità che gli era toccato da principio,
quello sempre lo accompagnò finch’ egli non fu tolto dall’ aspetto de’ mortali.
Visse più di ottant’anni, regnandone quaranlatrè. Di lui restarono, come i più
scrivono, quattro figli, ed una figlia, de’ quali conservasi ancora la
discendenza : ma Gellio scrive che egli non lasciò che una figlia, dalla quale
nacque Anco Marzo, terzo re di Roma dopo lui. Tutta la città si abbandonò, lui
morendo al dolore ; facendogli nobilissima sepoltura. Egli riposa nel Gianicolo
di là dal Tevere. E tali sono le (jose che ‘ abbiamo risapute su Numa. IVEancatO
Numa Pompilio, i Senatori arbitri nuovamente de’ pubblici affari deliberarono
di conservare il governo medesimo: nè già il popolo era di altro avviso.
Adunque deputarono un numero certo de’ Seniori i quali comandassero intanto
nell’ interregno. Da questi, approvandolo tutto il popolo, fu nominato re Tulio,
Ostilio, di cui la origine fu, come siegue. Un tale, Ostilio di nome, uomo
nobile e facoltoso di Medullia, città fondata dagli Albani, presa a condizioni
da Romolo e venduta colonia romana, trasportatosi, per domiciliarvisi, a Roma,
vi tolse in moglie una sabina, la figlia appunto di quella Ersilia, la quale,
ardendo la guerra co’ Sabini, consigliò le sue nazionali di ao libro in. 2 i 5
darne oralrici ai padri loro su de’ mariti, e la quale sembra la cagion
principale che i due popoli si racchetassero. Compagno costui di Romolo in più
guerre, e segnalatovisi per opere grandi ; moti finalmente, lasciando un unico
figlio, nel combattere co’ Sabini, e fu sepolto dai re nella parte più insigne del Foro, onorato di
una iscrizione, che la virtù ne ricordava. Cresciuto 1’ unigenito suo, e
legatosi con nobile matrimonio, ne ebbe un figliuolo; e Tulio Ostilio fu
questi, uomo elBcace. Dichiarato monarca dal voto, dato secondo le leggi dal
popolo; i Numi ne approvarono con augurj propizi la scelta. Quando egli prese
il comando, volgea r anno secondo della olimpiade vigesima settima nella quale
Euriboto ateniese vinse nello stadio --
H. P. GRICE STAGE STADIUM essendo arconte Leostrato (a). E nello stringere
appena lo sceu tro si affezionò la classe de’ mercenari e de’ poveri con questa
liberalissima azione. Aveansi i re predecessori eletto ampio e bel territorio,
colle rendite del quale fornivano i templi di sagrifiz), e le regie case di
abbondanza moltiplice. Romolo avealo tolto a’ primi possessori colla legge
delle armi : e morendosi lui senza figli, aveaselo goduto Numa che gli
succedette nel re^ gno. Laonde non era allora quel podere del popolo ; ma
perpetuamente dei re. Tulio nondimeno concedè che si compartisse tra’ Romani
privi in tutto di campagna; dicendo essere a lui sufficienti le sostanze paterne
per le cose de’ Numi, e della regia famiglia. Sollevò Romolo e Tazio. ( 3 ) Anni di Roma 84 secondo
Varrone, 8 a secondo Catone, avanti Cristo 670.] Goa questa beneGcenza li
cittadini bisognosi ; tanto che non più stentassero in servigio degli altri. E
perché ninno fosse privo di alloggio aggiunse a Roma il monte Celio chiamato.
Ivi quanti non aveano magione se la fabbricarono, pigliatovi sito che bastasse
: ed egli stesso la sua residenza vi collocò. E tali sono le operazioni urbane
di quest' uomo degne di ricordanza. II. Ma delle militari molte se ne
raccontano, ed io mi accingo a parlarne, cominciando dalla gueiTa di lui con
gli Albani. Gluvilio, un Albano, allora magistrato supremo, fu cagione che i
dne popoli consanguinei si scindessero, e separassero. Punto da invidia, e mal
più la invidia potendo rattemperare su la prosperità de’ Romani, come superbo e
maligno per indole, risolvè d’ implicare i due popoli in guerra vicendevole.
Non sapendo però come volgere gli Albani a commettergli che portasse 1’
esercito contro Roma ; altronde non avendone alcuna causa giusta e necessaria;
macchinò' questa o simile trama. Concitò, promessane la impunità, li più poveri
e li più baldanzosi degli Albani a far preda su’ campi romani: dond’ è che
seguendo un guadagno senza pericolo molti che tra ’l pericolo ancora seguito r
avrebbero, empierono le terre vicine di assalti e di latrocinj. E ciò fece con
disegno non alieno, come r evento stesso lo dimostrò. Perciocché prevedea che i
Romani non sofierendo le rapine correrebbono all’ armi, che egli potrebbe
accusarli al suo popolo come primi a romper la guerra : e prevedea che
moltissimi Albanesi invidiosi delia prosperità della colonia, riceverebbero C6n
piacere le accuse, e farebbero la guerra contro di senti se fosse da accettarsi
il partito. A16ne, ascoltatine i roti, tornò nel consesso e disse: A noi non
sembra o Tulio che abbiamo a lasciare solitaria la nostra patria, deserti i
templi paterni, vuote le case degli antenati, e desolata infine quella sede che
i nostri padri tennero quasi per cinquecento anni; tanto più che nè guerra ce
ne bandisce, nè flagello niuno del cielo. Non però ci dispiace che formisi un
Senato, e che una sia la città che domini, sut altra ancora. Scrivasi questo se
così vi pare, tra le condizioni, e levisi ogni seme di guerra. Concordi 6n qui,
difTerivano poi sa la città che prenderebbe il comando. E molti furono i
discorsi quinci e quindi tenuti, giustificando ognuno che dorea la propria
città signoreggiare su l’ altra. L’ Albano insisteva su questo diritto : Noi o
Tulio siam dagni di comandare anche al resto d Italia, perchè una gente siamo
di Grecia, e la più potente che qui in torno si alloggi. Crediamo giusto di
precedere i Latini almeno, se non altri, nè già senza cagione; ma per la legge
comune data dalla natura a tutti gli uomini, che 1 padri comandino ai figli :
crediamo che ci si convenga il Comando su la vostra città, piucchè su le altre,
che pur sono nostre colonie, delle quali non possiamo finora dolerci. Noi
abbiamo inviato la colonia nella vostra ; nè già da tanto tempo che siane per t
antichità svanito ogni legame di sangue ; ma indietro da tre generazioni.
Quando la natura avrà capovolte le leggi umane facendo che i giovani
maggioreggino su veechj, e li posteri su gli antenati; allora, e non prima, noi
sottoporremo la nostra città madre perchè sia governata dalla colonia. Questo è
ìuno de' titoli della nostra superiorità, nè questo mai cederemo
spontaneamente. Il secondo è tale. Voi lo prendete, detto non come per calunnia
o doglianza, ma per sola necessità. Il popolo di Alba mantienesi ancora qual
era sotto de' fondatori : nè può alcuno additarvi altro ramo di uomini, se non
Greci o Latini, partecipi della nostra repubblica: ma voi avete contraffatto la
sì gran purità della vostra cittadinanza intrinsicandovi Tirreni e Sabini, ed
altri barbari molti, erranti e senza patrj lari. Tanto che poco soprawanzavi di
quell ingenuo lignaggio che da noi vi si diramava, ed è questo, come un solo,
tra i moltissimi, ricevuti dt altronde. Se noi vi cediamo il comando; il . non
ingenuo comanderà su l ingenuo, il barbaro al Greco, i estero al patriota. Nè
già potreste voi dire che non permettete a peregrini di amministrare il comune,
e che voi, naturali del luogo, voi presiedete e regnate : voi creale re
forestieri, e senatori in gran parte di altri popoli. Dite: v'inducete a ciò di
vostro volere? Ma chi mai di voler suo f chi se più sia valeni uomo abbandonasi
cd governo dei meno riguardevoli ? E se apparisce, che voi siete a ciò sospinti
da necessità, ben sarebbe grande tj pravità, grande la manìa nostra se
volontarj a tanto c inchinassimo. Da ultimo così dico ; in Alba niuna parte
ancora si è smossa della repubblica : corre già, da che vi si abita la decima
ottava generazione ; e V ordine ancora vi si mantiene, e le abitudini
primitive. Ma la vostra città senza buorì ordine e senza bel complesso, come
nuova, e sorta da più genti, assai bisogna di tempo e di vicende, perchè
inferma e scissa, com’ ella è, sì articoli e calmisi. Tutti poi concederanno
che deono le cose ordinate antistare alle disordinate, le cose note alle ignote,
e le sane alle inferme. Voi dunque chiedendoci in contrario ; non bene
adoperate. A Fuffezio che cosi ragionava sottentrando Tul.> lo rispose, o
Fuffezio, o uomini di Alba noi li abbiamo uguali con voi li diritti della
natura e del merito de progenitori ; perocché vantiamo ambedue la origine da
capi medesimi. Quindi niuno è di noi da meno, o da più dell’altro. Noi non
istimiamo nè vero nè giusto che debbano le città madri, quasi per legge
indispensabile della natura, dominare su le colonie. E molte sono le nazioni
dove le città madri servono, non comandano alle colonie. Massimo, luminosissimo
aSi esempio del proposito mio si è Sporta, elevatasi a comandare non pur gli
altri Greci: ma fino i Doriesi da’ quali discendeva. Sebbene e che giova dir su
gli altri? Voi stessi, voi padri della colonia che fece tlioma, voi non siete
che un tralcio de’ Laviniesi. Quindi se diritto è della natura che le città
madri regnino su le colonie, non saranno con precedenza i Laviniesi li
legislatori de’ nostri popoli ? E ciò sia detto sul primo de’ vostri titoli sì
bello nelle apparenze. Siccome tu poscia o Fuffezio ti davi a contrapporre r
una all’ altra città, quali sono, dicendo che il puro lignaggio di Alba
rimanesi tale ancora; laddove il nostro si è degenerato col tanto
soprajfondervi de' forestieri, e che non sono degni i non ingenui di comandare
agli ingenui, nè i forestieri agl’ interni ; vedi, quanto anche in ciò ti sei
deviato. Tanto è lungi che noi vogliamo vergognarci di rendere la patria nostra
comune a chi vuole; che anzi,, di ciò moltissimo ci gloriamo : nè già siamo noi
gli autori di tale istituzione : ma ce ne diede Atene l’esempio, Atene tra
Greci famosissima per questo, almeno in parte se non in tutto. E questa pratica
è sorgente a noi di molti beni non che ci dia rimprovero e pentimento, quasi
per essa, mancassimo. Tra noi comanda e provvede, e tali altri onori si gode
chi di essi è degno non chi tiene il molto oro, nè chi può la serie additare
degli avi sempre nazionali : perciocché non poniamo in altro la nobiltà che
nella virtù. ; l'altra moltitudine non è che il corpo della città il quale
somministra potenza e forza a savissimi consiglieri. Con tale benevolenza si è
la nostra città fatta grande di piccola, e formidabile d' ignobile tra’ popoli
intorno, ed è cominciata tra noi la forma di signoria, che tu o Fuffezio
condanni, e che niuna ornai de’ latini può disputarci'; perocché sta la potenza
delle città nella forza delle armi ^ e la forza delle armi nella moltitudine
delle persone. Ma le città piccole, e spopolate, e però deboli non comandano le
altre, anzi nemmeno sé stesse. Jo generalmente stabilisco che uno debbe
esaltare il proprio governo e riprovare quello degli altri, quando può
dimostrare che la sua città col metodo che le ascrive, diviene glande e felice,
e che le altre se ne decadono e sconciansi appunto col non seguirlo. Ora così
vanno le cose; la vostra città già nel fior della gloria, già ricca di molti
beni, si è ridotta ad uno scarso abitato ; e noi movendoci da piccioli principi
abbiamo tra non molto tempo ingrandito Roma più d’ ogni altra città vicina, e
colle istituzioni che tu ne biasimi. Le. nostre sedizioni, poiché di queste
ancora tu ne incolpi o Fuffezio, nontendono alla depressione o rovina, ma
sibbene alla salvezza ed incremento del comune. I giovani vi contendono co’
schiari, i nuovi con gli antichi cittadini chi più debba operare il pubblico
bene. E per dir tutto in breve, spettano alla città che dee comandare le due
qualità, forza nel guerreggiare, e saviezza nel risolvere; e queste tra noi
sono ambedue. Né ce ne fa testimonianza un millantarsene vano, ma il fatto che
supera ogni dire. Imperocché non era ni.
233 possibile che la nostra città nella terza generazione appena dopo la
origine, fosse già divenuta sì grande e' potente, se non abbondavano in lei
senno e valore. Argomentano la nostra potenza le tante città. Ialine le quali
sebbene da voi fondate, pure voi dispregiane do, si concederono a noi per
essere comandate anzi da Roma che da Alba. E questo perchè potevamo noi
prosperare gii amici e por già gl’ inimici ; ma non potfiono gli Albani
altrettanto. Ben altre cose e fortissime o Fuff&sio potrei rispondere ai
diritti che ne presentasti. Ma considerando che vano è il distendersi,
perciocché il dir breve vale quanto il prolisso con voi che siete i competitori,
ed i giudici; cesso tT insistere. Aggiungo soltanto, e finisco, che io penso
che tunica maniera, bonissima per togliere le nostre controversie, della quale
si valsero greci e barbari ne’ dissidj di principato edi territorj sia questa,
cioè che gli uni e gli altri veniamo a battaglia con una parte solamente
dell’esercito, vincolando la sorte della guerra alla vita di pochissimi, e
concediamo che la città che co’ suoi guenneri vince i guerrieri delt emula,
quella domini ancora. Ben è giusto che ove le parole non vogliono, i brandi
decidano. Tali furono le dispute di que’ due principi su la preminenza delle
città : ma il seguito delle dispute non fu se non quello suggerito dal Romano.
Imperocché quelli di Alba e di Roma presenti al colloquio cercando ^ un
sollecito fine alla guerra ; deliberarono di risolver la lite colle armi.
G)ncluso ciò, si ebbe controversia intorno ai numero de combattenti; non
sentendone ambedue li capilani in un modo. Imperocché Tulio voleva che si
decidesse la gara col menomo delle persone, contrapponendo per combattere uno
de’ più riguardevoli Àlbahi ad altro simile de’ Romani : ed egli stesso era
pronto a spendersi per la patria, invitando TAlbano ad emularlo. Diceva che era
pur bello che quelii che prendono il comando delle schiere, prendano pur la
tenzone pel comando e pel principato o vincano de’’ valent' uomini, o vinti ne
siano. E qui ricordava quanti capitani e quanti re cimentarono la vita loro per
lo comune, tenendo essi a vii cosa di partecipare al più degli onori, ed al men
della guerra. L’ Albano credea ben detto che dovessero le due città rischiarsi
con pochi: discordava però su la battaglia di un solo contro di un solo.
Esponeva che bello, anzi pur necessario è il combattimento da solo a solo
intorno la sovranità pe’ capi degli eserciti quando fondano la propria potenza;
ma che stolido anzi vituperoso è ne’ suoi pericoli quando ne disputano due
città sia che sperimentino sorte propizia sia che malvagia. Adunque consigliava
che tre valent’ uomini dell’una e tre deU’allra città pugnassero in vista di
tutti gli Albani e Romani ; essendo questo numero, come avente principio, mezzo
e fine, propriissimo alla total decisione della controversia. Ciò stabilito per
voto de’ Romani e degli Albani il congresso fu sciolto ; e ciascuno ritornò nei
proprj 'alloggiamenti. Poi convocando i capitani ciascuno le loro milizie a
parlamento, riferirono la disputa vicendevole, e le condizioni ricevute per la
soluzion della guerra. Approvarono vivamente gli eserciti i patti di ambedue li
capitani ; e gara meravigliosa di onore comprese centurioni e soldati ;
desiderando moltissimi di riportare la palma di quel combattimento, e
studiandovisi non pur con parole, ma profTerendovisi con preludj di bell'
ardore ; tantoché si rendette malagevole ai duci il giudiziosu quelli che erano
i più idonei. Se alcuno vi era nobile per luce di origine, o forte per
gagliardia di corpo, o cospicuo pe’ fatti di arme, o segnalato comunque per
eventi ed ardire, insisteva che mettessero lui primo fra i U'e. Ma tali fiamme
di emulazione che più e più si dilatavano in ambedue gli eserciti le ripresse
il capitano di Alba col riflettere che la provvidenza celeste antivedendo già
da tanto tempo la tenzone che sarebbe tra le due città, ne avea preordinato che
quelli che vi si cimenterebbero fossero non ignobili di lignaggio, buoni in
guerra, belli a vedere, nè simili a molti pe’ casi della nascita rara,
meravigliosa, impensata. Sicinio un di Alba avea nel tempo medesimo maritato
due figlie gemelle, 1’ una ad Orazio Romano, e r altra a Curazio un Albano di popolo. Ingravidarono ancora
ambedue queste donne in un tempo, ed ambedue diedero nel primo parto prole
virile, e trigemina. I genitori pigliandone buon augurio per sé, per le
famiglie, e per le patrie allevarono e perfezionarono tutti que’ gemelli. Iddio,
come io dicea da principio, diè loro beltade, robustezza, magnanimità; talché
non cedeauo a niuno de’ben avventurati per indole. A questi Mei testo Corazio. Sigonìo crede che vada
bene e che in Tito Livio si debba leggere Curazio, com' egli ha trovato in un
manoscritto e non Cariazio come comnnementesi legge. deliberò FufTezio di
appropiare la battaglia sa la preminenza de’ popoli. Quindi invitando vid un
colloquio il re di Roma gli disse: XIV. Un Dio, sembrcuni o Tulio che provvedendo
le nostre città, dia loro segni manifesti di benevolenza in p ià cose; come su
la tenzone imminente. Certo ben dee parere in tutto opera divina e meravigliosa
che si rinvengano per combatterci uomini non inferiori a niuno di prosapia,
buoni nelle armi, belli a vedere j originati da un padre, nati da una madre
sola, e venuti', ciò che è pià singolare, in ungiamo stesso alla luce ; e tali
sono gli Orazj fra voi, tali fra noi li Curazj. Che dunque non abbracciamo una
tale provvidenza divina, e non assumiamo ambedue per questa gara di sovranità
que trigemini ? Bisplendono tn essi ancora le doti sublimi, quante altre mai ne
brameremmo in chi fosse per uscire al paragone delle armi; ed essi pià che
tutti gli Albani e Romani han pure il bene che essendo fratelli non
abbandoneranno, pericolano, i compagni nella impresa. Cesserà subitamente
rimpetto a loro la emulazione difficile a calmarsi per altra maniera in altri
giovani, de' quali tnolti tra voi penso che di virtà competerebbero, come Ji'a
gli Albani competono. Noi persuaderemo questi di leggeri, se additeremo loro
come la bontà Divina ba prevenuto le sollecitudini umane, dandoci con. egualità
chi decida con le armi le contese della patria. Nè già crederanno di essere
superati dalla virtit dè' fratelli trigemini; ma da certa prosperità di natura
ed opportunità di fortezza eguale in essi per competere. Cosi disse Fuffezio, e
comune ne fa I’ approvazione, quantunque presenti vi fossero i più bravi di
Alba e di Roma. Soprappensò Tulio un poco, e seguì : Ben sembra o Fuffezio che
abbi tu saviamente concepito. Imperocché meravigliosa è la sorte che ha dato in
questa generazione ad ambedue le città prole tanto simile; quanta altra volta
mai non vi s’incontrò. Mi sembra però che non abbi tu considerato che assai rattristeremo
i giovani se chiediamo che fra loro dontendano. Imperocché la madre degli Orazj
nostri è sorella della madre de' vostri Curazj : e questi cresciuti giovanetti
nel seno di tali due donne si carezzano ed amansi come fratelli. Bada che non
sia forse, indegna cosa dare le armi e sospingere gli uni alla morte degli
altri, questi, congiunti per fratellanza e per educazione. Il sangue se vi si
astringono, il sangue di cui si lordano ritornerà su noi che ve li astringiamo.
Replicò F ufTezio ; iVbn ignoro o Tulio, il parentado de’ giovani ; nè io già,
se li ricusano, sono per violentare i cugini alla battaglia. Ma non sì tosto mi
venne in pensiero di mandare dal canto mio li Curazj di Alba io gli investigai
se porrebbonsi volentieri al cimento. E ricevendo essi il dir mio con enfasi
incredibile e meravigliosa, io fui deliberato allora di svelare e proporre quel
mio sentimento. Suggeriscoti che anche tu facci altrettanto chiamando quei tuoi
trigemini, ed esplorandone i cuori. Che se vorranno anch’ essi esponersi per la
patria, tu ne accetta la benevolenza : ma se ricusano, tu per niun modo non
isforzarvegli. Io di loro presagiscoti ciocc/l’ è degli altri miei. Se come
abbiamo ascoltato ( giac~ chè venuta è fino a noi la fama della loro virtà )
sa~ migliano i pochi bennati, e se bellicosi ancor sono per indole ; abbracceranno
prontissimi, e senza che niuno ve li necessiti, di combattere per la patria.
XVI. Accolse Tulio il suggerimento : e conchiusa una tregua di dieci giorni per
consultarsi, e tentare 1’ animo degli Orazj, e risponderne ; si ricondusse a
Roma. Deliberatosi ne’ primi sei giorni co’ migliori, e vedutili per lo più
propensi agl’ inviti di Fufiezio; chiamò li fratelli trigemini, e disse :
Fu/fezio o uomini Orazj, abboccatosi meco nell' ultimo congresso nel campo, mi
annunziò, che crasi fatto per la provvidenza degli Iddii, che si cimenterebbero
per V una e per V altra città tre bravi, de quali invano ne cercheremmo altri
più. valorosi, o più idonei, cioè li Curazj per Alba, e voi pe'Jìomani. Ciò
conoscendo, mi disse, che aveva egli primo investigato, se que vostri cugini si
esporrebbero volontari per la patria : e trovatili che ardentissimi
correrebbono ad ogn impresa, inanimatone mi propose V evento, invitandomi
perchè io vedessi di voi parimente, se voleste offerirvi per la patria, e
rispondere in campo ai Curazj, o se lasciaste ad altri tanta emulazione. Ben io
mi argomentava che voi per lo valore dell’ animo, e per la possanza delle mani,
doti in voi non occulte, spontanei più che tutti, vi rischiereste per trionfare
: ma temendo che la consanguinità vostra co’ tre gemelli di Alba non fosse un
impedimento al vostro ardore, chiesi tempo a risolvermene, e feci tregua con
lui di dieci giorni. Restituitomi in Roma adunai li senatori, e proposi
l’qffare sicché ne discutessero. Parve al più, di loro che se voi spontanei vi
mettereste alla impresa, bella e degna di voi, impresa che io già voleva, solo
io per tutti combatterla ; allora ve n esaltassi e v ac-^ cettasi. Ma se voi,
restii contro al sangue de vostri, e non già confessandovi pusillanimi,
dimandereste altri fuori della vostra famiglia ; allora, parve loro, che io non
dovessi farvene la menoma violenza. Così pronunziava il Senato : nè già ne avrà
egli rammarico se voi riguarderete la impresa come grave: ma non picciola è la
gratitudine che dovravvene, se voi pregierete la patria più de’ parenti. Or su
ponderate col bene vostro, ciocché siate per farvi. Udendo i giovani questo ;
si ritirarono, e conferirono brevemente. Tornatisi quindi a rispondere cosi
disse il maggiore fra loro : Se noi fossimo liberi; se fossimo gli arbitri
unici delle nostre risoluzioni; e tu ci avessi o Tulio incaricato di
consultarci su la pugna contro i nostri cugini: già ti avremmo risposto de'
nostri voleri. Ma perocché vive il nostro genitore senza cui niente vorremo
dire nè fare ; preghiamoti che ci concedi alcuna requie a risponderti, finché
ce ne intendiamo con esso. Encomiando Tulio la pietà loro, e volendo che cosi
appunto facessero ; partirono in verso dei padre. Dichiaratogli l' invito di F
uffezio, il colloquio di Tulio con essi, e la risposta vendutagli ; alfine
insisterono perchè dicesse ciocch'egli ne sentisse. E colui sottenlrando disse
: Pietosamente o figli adoperaste riserbandovi al padre, nè risolvendovi senza
a4o lui. Ma ò tempo ornai che voi pure vi manifestiate idonei a tali consigli :
concepite già venuto il fine dei miei giorni; palesatemi ciocché scegliereste
di fare, deliberandovi tra voi sema del padre : Allora cosi rispose il
maggiore: Noi o padre assumeremmo a noi di combattere per la preminenza di
Roma, e ci porremmo alle vicende che a Dio si piacessero; bramosi anzi di
morire che di vivere indegni di te e degli oìvtenatì. Il ligame del sangue co’
nostri cugini non lo avremo noi sciolto i primi; ma come sciolto già dalla
sorte, placidi lo mireremo : perocché se i Corcai; stimano la parentela men che
il benfare ; nemmeno agli Orca] parrà quella più. onorevole della virtiu Come
il padre conobbe i loro sentimenti, divenutone lietissimo, e sollevando le mani
al cielo, parve che rendesse copiose grazie agl’Iddii, perchè gli avessero dato
figli onesti e generosi. Quindi prendendoli uno per uno, e dando loro
soavissimi amplessi e baci di amore, voi vi avete, disse, magnanimi figli,
anche il mio voto. An• date j rispondete a Tulio i pietosi e belli sentimenti.
Allora giojosi quelli per le ammonizioni paterne si divisero, e corsi al
monarca accettarono la battaglia. E colui convocato il Senato, e mollo
encomiativi i giovani spedisce messaggeri alPAIbano per dichiarargli che i
Romani sieguono,il suo volere, e pongono gli Oraz) per combattere sul
principato. Ora dimandando il subbletlo che rappresentisi diligentemente la
forma della battaglia, nè scorrasi di volo su’ casi che la seguirono, simili a
quelli di una tragedia, tenterò di pareggiare, quanto io posso, coi detti ogni
cosa. Venuto il tempo di compiere le condisioni, uscirono tutte in campo le
milizie romane, e dopo le milizie, fatte prima suppliche ai Numi, uscirono i
giovani. Essi ne andavano compagni del re, mentre il popolo per tutta la città
gli acclamava, e spargeva loro de’ fiori sui capo. Erano già uscite anch’esse
le schiere albane. Collocatesi le une in vicinanza delle altre destinarono per
teatro dell’ azione il campo che separa i confini di Alba e di Roma ove già s’
alloggiavano entrambi gli eserciti. Quivi sagrificando giurarono anzi tutto
Romani ed Albani su le vittime che ardevano di essere contenti della sorte la
quale per r una e per l’altra città risulterebbe dal combattere dei cugini, e
di osservare santamente i patti senza mescervi inganno, essi nè i posteri.
Compiuti tali sacri riti in verso de’ Numi si avanzarono in arme dal proprio
campo, spettatori gli uni e gli altri della battaglia ; lasciando, tre stadj o
quattro di spazio intermedio pei combattitori. Prescntaronsi indi a non molto
il capitano di Alba ed il re di Roma conducendo quello i Curazj, e questo gli
Orazj, armati splendidissimameute, e con apparato quale il prendono, uomini
destinati alla morte. Giunti gli uni vicino agli altri consegnarono le loro
spade agli scudieri ; e corsero e si abbracciarono, piangendo vicendevolmente,
e chiamandosi co’ più teneri nomi; talché datbi tutti intorno alagrimare,
accusavano la grande inumanità loro, e de’ capitani, perché potendo definire la
lite con altri, l’ aveano ridotta al sangue de’ parenti ed ai contaminarsene
delle famiglie. Staccatisi CDalmente i giovani dagli amplessi, ripigliale dagli
scudieri le spade, e già ritiratisi quanti s’ aveano intorno, si contrapposero
secondo la statura, e si avventarono.. XIX. Stavansi Gn qui le milizie placide
e senza clamori : ma poi da ambedue proruppero grida frequenti, esortazioni
scambievoli per chi avea da combattere e voti e rammarichi, e continui suoni di
voce, varj secondo r ondeggiare vario della mischia, quali per le cose fatte e
vedute dall’ una e dall’ altra parte, e quali per le cose future o pronosticale
: ma più dalle immaginazioni ne derivavano che dai successi ; perocché la
visione fatta in tanta distanza non era ben chiara ; e passionandosi tutù
pe’loro combattenti, prendeano come avvenuto quanto ideavano. E gli assalti
incessanù, le ritirate degli emuli, e li passaggi rapidi, e li rivolgimenù degli uni in su i luoghi degli altri levavano
ai riguardanù la forza del distinguere. Durò tal vicenda gran tempo; perocché
gli uni e gli altri aveano pari le forze del corpo, pari la generosità degli
animi, e bonlssime le armi che li circondavano; nè rimaneano loro membra alcune
indifese ; tanto che feritivi, subito ne morissero. In tale stato molti Romani
e molti Albani in mezzo all’ansia di vincere e nel commovei'si pe’loro atleti,
s’ inGammavano, elGgiandosi appunto con gli affetti di quelli, quasi volessero
anzi star nel conflitto, che rimirarlo. AlGne il maggiore degli Albani
serratosi col Romano che stavagli a fronte, e dando e ricevendo Cioè il voiiat della taccia, molalo luogo.
colpi su’ colpi ; immerse non so come la spada nel> r anguinaja dell’ emulo.
Questi ingrevilo già da altre ferite ai riceverne l’ ultima e mortale, cadde,
rilascian dosi nelle membra, e spirò. Alzarono a tal vista gli spettatori tutti
le grida ; gli Albani come già vineitori, e li Romani quasi già vinti ;
concependo i due loro fàcilissimi da essere conquisi dai tre degli Albani.
Frat' tanto il Romano che era per soccorrere il caduto com> pagno y vedendo
quanto l’Albano rabbellivasi ai fausto evento, si spiccò come un lampo su lui,
e menando e riportando ferite in copia, alfine gli cacciò la spada nella gola e
lo uccise. Ricambiatisi in poco d’ ora i successi de’ combattenu, e le affezioni
degli spettatori, elevandosi i Romani dal primo abbassamento, e per^ dendo gli
Albani la esultazione ; un’ altra volta ancora la sorte spirò contraria ai
Romani, e ne umiliò le spe concio ; por zoppicandone, ed appoggiandosi via via
su lo scudo, reggeva ancora, e si ritirava presso del fratello rimastogli, che
starasi alle prese col Romano. Restava a questo F uno de' contrarj a fronte,
venendogli r altro da tergo. Allora temendo che avendola a fare con due che da
due lati lo investivano, sarcbbenc facilmente rlnthiuso : e trovandosi
invulnei^to ancona ; pensò di separare i nemici e combatterne. 1’ uno dopo r
altro. Concepì che avrebbeli facilmente disgiunti se facesse vista di fuggire;
non potendo ambedue segui tarlo, giacché vedeane l’ uno infermo del piede. Cosi
deliberato fuggi con quanto avea di velocità, nè gli vennero meno le speranze.
L’ albano che non avea piaga mortale, tennegli immantinente appresso; ma l’
invalido a camminare si rimase più addietro che non dovea. Qui gli Albani
confortavano i suoi : riprendevano i Romani il proprio guerriero : anzi
cantavano quelli e si maguifìcavano, come sul termine glorioso della impresa ;
ma s addoloravano gli altri come non più potesse la fortuna rasserenarsi verso
di loro. Quando ecco il Romano, coltone il punto, si rivoltò rapidissimo ; e
prima che r Albano potesse guardarsene, gli diè colla spada in un braccio, e
spiccoglielo nel gomito. Fattagli. cadere la mano e colla mano la spada gli
sopraggiunse un colpo, e con questo la morte. Quindi si lanciò su r ultimo
albano e lui già derelitto, già semivivo scannò. Poi spogliati i cadaveri de’
cugini, corse in città ; volendo esso il primo dare al padre la nuova della
vittoria. Portavano però i destini che essendo mortale anch’ egli non avesse
prospera ogni cosa ; ma sentisse i morsi ancora della invidiosa fortuna. Lo
avea questa iu pochi momenti venduto grande di picciolo, e sollevato a
chiarezza inaspettata e mirabile, e questa appunto nel medesimo giorno lo gittò
dentro amara sciagura, spingendolo ad uccidere la sorella. Come egli fu vicino
alle porte di Roma, videvi moltitudine immensa che fuori se, ne versava, e vide
accorsa con essa ancor la sorella.^ Tnrbato ài primo vederla perchè essa,
donzella ornai nubile, ave^ lasciato la custodia materna, e si fosse esposta in
mezzo di turba incognita ; ne formava pensieri funesti: ma si rivolse alfine ad
altri più miti e be nevoli, quasi ella cedendo al muliebre genio avesse ne,
gletto il decoro per desiderio dì salutare primieramente il fratello salvo, e
d’ intenderne i fatti virtuosi degli' estinti. Colei però s’era ardila di
mettersi alla insòlita via non' per desiderio del fratello ma vinta dall’ amore
di uno de’cugini, col quale aveale il padre fuo concordate le. nozze. Celavano
colei l’ ineffabile afletto ; ma poiché seppe da un tal dell’ esercito gli
eventi della giornata ; non più lo contenne : ma lasciati i domestici lari
corse come furiosa alle porle di Roma, nemmeno volgendosi alla nutrice che la
seguiva, e la richiamava. Uscita dalla città come vide il fratello festevole
colle ghiriande trionfali dntegli dalle regie mani, e gli amici che portavano
le spoglie degli estinti, e tra le spoglie ancora 1’ ammanto vario, che essa
avea colla madre tessuto e màhdato in pegno delle nozze allo sposo, giacché
usano gli sposi futuri tra’Latini abbigliarsi di ammanto vario; come vide il
caro suo dono macchiato di sangue ; si lacerò le vesti, si battè con ambe le
mani il petto; ululò, richiamò l’ amato cugino ; tanto che grande stupore ne
invase quanti in quel luogo si stavano. £ pianto il destino dello sposo folgorò
col fisso sguardo sul fratello, e gridò: Tu esulti o sozzissimo uomo su la
occisione decagoni, e tu, scellerato, tu privasti con ciò dello sposo la misera
sorella tua. Nè pietà senti de’ trafitti parenti che pure chiamavi fratelli
tuoi; ma f innebrj di gioja quasi per buonissima impresa y e vai fra tanti mali
coronato. E qual cuore è mai il tuo ? forse di una fera ? anzi, colui replicò, di un cittadino che ama
la patria ; di uno che punisce chi le vuol male, siasi egli un estraneo o siasi
un domestico. E tra questi colloco te pure, te' che vedendo i beni grandissimi,
e i grandissimi mali in un tempo awemUici, la vittoria della patria che io qui
ti presento, e la morte de tuoi fratelli ; già non esulti o malvada pe’ beni
comuni della 'patria, nè ti addolori pe’ domestici infortuni > spregiati i
fratelli, non sospiri che lo sposo ; e profani te stessa non fra le tenebre ;
ma nel pubblico aspetto di tutti. A me la mia virtù, rimproveri, a me le mie
corone ! O non vergine, non ‘sorella, e non degna degli avi! Poiché dunque non
piangi i fratelli ma lo sposo ; poiché tieni il corpo co’ vivi, ma V anima colf
estinto ; va, ten corri a lui che richiami, nè più. disonorare il geni' tare, e
i fratelli. Cosi dicendo, più non serbò misura nell’ odio della scellerata ; ma
le immerse con quanto area d ira la spada ne’Ganchi; ed uccisala andossene al
padre. I costumi e gli animi de’ Romani erano allora cosi pieni dell’odio del
male, e cosi fermi in questo; che se alcuno li voglia paragonare co’ nostri,
dirà che erano aspri e duri, nè diversi molto da quei delle fiere. Il padre
udita la spaventevole uccisione non -solo non se ne corrucciò ; ma la tenne
come debita e decorosa ; perciocché nè permise che fosse portata nella sua casa
; nè procurò che la seppellissero nelle tombe degli avi ; nè clic fosse con esequie e fregi, c
conianque coTunebri riti onorata. Ma coloro che passavano dove giacevasi uc>
mettono che uccidasi alcuno impunemente, e riferendo gli esempi dati dagl’iddi!
su le, città che non vendicano gli scellerati. Faceva il padre le difese del
giovine, ed incolpava la Gglia ; pretestando eh’ ella non ebbe morte, ma
castigo : che niuno era nella domestica sciagura giudice più acconcio di lui
come genitore di ambedue. Moltiplicandosi da arabe le parti i discorsi, assai
fu perplesso il monarca come avesse a terminare il giudizio. Eigli per non
portare la colpa, e la maledizione nella magione sua da quella dell’ autore di
esse credea bene che non si assolvesse chi dichiaravasi reo del sangue della
sorella, sparso prima di ogni condanna, e per cagioni per le quali vietano le
leggi che uccidasi : non ammettea però che si avesse ad immolare come un
omi> cida chi avea scelto di cimentarsi per la patria e tanta signoria le
avea procacciato, mentre nou tenealo per colpevole il padre stesso a cui la
natura e la legge danntT ' i primi diritti di risentimento per la figlia.
Incerto come decidersi, tenne da ultimo per lo meglio rimetterne al popolo la
sentenza. Il popolo Romano divenuto allora la prima volta giudice di un omicida
si attenne alle de-^ siinazioni del padre, ed assolvette il suo liberatore
dalla morte. Pure non istimava il re che' bastasse a chi volea mantenere la
pietà verso i Numi tal giudizio venduto dagli uomini: ma chiamati i pontefici
commise loro .che placassero i Geni! e gl’ Iddi!, e mondassero il giovine colle
espiazioni le quali purificano da morti involontarie.. a 49 E quelli eressero
due altari, l’uno a Giunone, Dea difenditrice delle sorelle, e 1’ altro ad uno
Dio, chiamato Genio da’ nazionali, col
nome appunto de’cugini Curazj uccisi dal giovane. E facendo su questi de’
sagrifìzj, ed usando nondimeno altre espiazioni, da ultimo passarono 1’ Orazio
sotto il giogo. Costumano i Romani, quando diventano gli arbitri di nemici che
abbassano le armi, di piantare due aste diritte, acconciandone una terza supina
su di esse ; e poi di passarvi sotto li prigionieri, e dimetterli alfine liberi
verso le patrie loro. E questo è ciò che chiamasi giogo. Coloro che lustrarono
J1 giovane si valsero di tal ultimo rito nel purificarlo. I Romani tutti
stimano sacro il luogo della città dove fu praticata la cerimonia. Rimane
questo nell’ angusta via che mena giù dalle Carene coloro che vengono
all’angusta via Cipria. Ivi sorgono altari allora edificati, e su gli altari
stendesi 1’ asta supina confitta ai due muri contrapposti: pende questa sul
capo di quelli che ne escono, e chiamasi nel parlar de’ Romani asta o legno
della sorella. Questo luogo onorato con annui sagrifizj ricorda in Roma ancora
la sciagura del giovane: ma ricorda il valor suo tra la battaglia la colonna
angolare che è principio del portico secondo nel Foro dalla quale pendevano già
le spoglie de’trigemini Albani. Le armi vennero meno per gli anni ; ma la
colonna serbane ancora la denominazione chiamandosi pilastro Orazio. Che anzi
evvi in Roma una legge nata da tal fatto,
Genio Curazia: fu così detto perchè destinato a placare le ombre de'
Coratj. Ed Orazio meritava appunto di essere espiato dal sangue della sorella e
de’ cugini. ed osservatavi pur nel mio
tempo, a riverenza e gloria de’ giovani immortali, la quale ordina che nascendo
dei tiigemini si dispensino per essi a pubbliche spese i vi veri Gno alla
pubertà. Tal Gne ebbe la serie delle cose degli Oraz] iniessuta d’ inaspettate
e meravigliose vicende. Indugiatosi il re de’ Romani per un anno onde
apparecchiare quanto era d’uopo alla guerra; inGne deliberò di avanzar coll’
esercito contro Fidene. Preodea le cagioni di guerra da questo, che invitau i
ciuadioi di essa a giustiGcarsi circa le insidie ordite su gli Albani e Romani
non aveano ubbidito, anzi dando in un subito alle armi e chiudendo le porte e
congregando le schiere ausiliarie de’ Yejenti, erai^si manifestamente
ribellati. Aggiungevasi, che andati gli oratori per inten dervi le ragioni
della rivolta, i Fidenati non altro risposero, se non che non aveano essi cosa
alcuna comune co’ Romani Gn dalla morte di Romolo al quale si erano, giurando,
congiunti di amicizia. Su tali cagioni armò le sye milizie, e fe’ richiedere le
conJederate, delle quali Mezio F uffezio recava da Alba le più numerose in
apparato bellissimo ; tantoché superava ogni altra forza amica. Tulio commendò
Mezio, come detet^ minato a prendere seco lui la guerra ardentissimamente, in
ogni miglior modo ; e Io rendè consapevole di tutti i disegni. Ma quest’ uomo
incolpato già da’ suoi come rio capitano di guerra, anzi calunniato di
tradimento ; questo dopo che si era tenuto per tre anni sotto 1’ autorità
suprema di Tulio, alGne sdegnando un principato schiavo dell’ altrui principato,
e di essere diretto. s5l pimtosto che dirigere; macchinò cosa non degna.
Imperocché mandati messaggeri segreti a’ nemici de’ Romani, irresoluti anewa
per la ribellione, gl’ infiammò ^, che non piò dubitassero ; promettendo che in
mezzo della battaglia investirebbe egli stesso i Romani. E tali cose
macchinando e facendo ; potè rimanersene occulto. Tulio apparecchiate le
milizie sue e quelle de’ com-i pagni le portò su’ nemici, e valicato il fiume
Aniene si pose non lungi da Fidene : ma scoprendo innanzi di questa io
ordinanza un gran numero di Fidenati e loro compagni si tenne in calma tutto
quel giorno: nel seguente convocando 1’ albano F nlfezio, ed altri de’ piò
intimi amici ponderò con essi com’era da praticare la guerra ; e poiché parve
loro che fosse da combattere spe> ditamente, senza indugiarvisi ; egli
preaccennando i posti e r ordine che ognuno prenderebbe, e destinando per la
zuffa il prossimo giorno, congedò l’ adunanza. Quindi FufFezio che ancora
tenevasi occulto con molti degli amici sul tradimento che meditava, fatti a sé
venire i più cmpicui tra’ suoi centurioni e tribuni disse: Tribuni, centurioni,
io sono per comunicarvi grandi, inaspettate cose, che vi tacqui finora. Vi
raccomando se non volete distruggermi che voi pure le taciate : anzi che miei
cooperatori vi siate, se utili a compiersi vi parranno. Il tempo angusto non
consente che io distesamente vi parli di ogni cosa; e ristringomi alle
primarie. Io per tutto V intervallo che fummo subordinati a' Romani fino a
questo giorno ; io m’ ebbi una vita piena di vergogna e di rammarico j eppure
fui onorato dal monoica loro della maaSa
gisàratitra 'suprema, oggimaì da tre anni, è lo sarò' nemmeno per sempre
se il voglio. Ma perciocché mi parca t estremo de vituperj che io' solo mi
fossi felice' nella sciagura comune ; e vedeva intanto io bene che eravamo
stati spogliati della sovranità contro tutti i diritti sacri dell’ uomo ; cosi
mi diedi a considerare come potessimo ricuperarla, ma senza rischiarvi gran
fatto. E discorrendola io meco moltissimo ti-ovai una via sola facile nè
pericolosa che guiderebbe all’ intento, cioè che sorgesse loro una guerra da
confinanti. Imperocché prevedeva io che i Romani avrebbono a chiamare le truppe
ausiliarie, e le nostre massimamente, e prevedeva dopo ciò che non avrei gran
bisogno di persuadervi che più. bello, e più giusto è combattere per la nostra
libertà, che per istahilire' r impero de’ Romani. Spinto da tali pensieri
produssi a’ Romani la guerra de’ sudditi loro Fidenati e Vejenti risolvendoli
alle arme con esibire che io prenderei parte con essi. Fin qui si rimase
occulta a’ Romani la pratica ; ed io provvidi intanto per me la occasione di
assalirli. Ora considerate quanto sia questo opportuno. Primieramente, grande
in una ribellione manifesta, sarebbe il pericolo o di avventurare ogni cosa
mentre siamo sprovveduti per la fretta, e contiamo unicamente su ciò che
potrebbero le nostre forze ; o di essere sorpresi da essi già pronti mentre ci
apparecchiamo e ci procuriamo dagli altri un ajuto. Noi però così non
manifestandoci non cor-reremo nè V uno nè V altro disastro,• e ne avremo
raccolto almen questo bene. Secondariamente noi non.. a53ci daremo a percuotere
la grande, la bellicosissima potenza e fortuna degli emuli con le violente
maniere, ma si bene colle artijiziose e scaltre, con le quali si prendono
finalmente le cose trascendenti, e meno facili a battersi colla forza ; nè già
saremo a far questo i primi, o li soli. Inoltre siccome le nostre milizie mal
potrebbero schierarsi in campo a fronte di quelle de’ Romani e degli alleati ;
così abbiamo congiunto a noi le forze sì grandi, come vedete, dei Veìenti e de
Fidenati. Anzi si è da me provveduto che le ardite schiere di questi ne diano
con effetto il soccorso che ne ho cercato. Imperocché già non sarà J.a pugna
nelle nostre campagne; ma battendosi i Fidenati per le proprie, difenderanno in
esse an~ coro le nostre. E quello che riesce dolcissimo agli uomini, quello che
di raro occorse ne’ tempi andati ; questo ancora per voi si combina : noi
giovati dai nostri alleati sembreremo di avere ad essi giovato, E se r affare
si termina a piacer nostro, come par verisimile; i Fejenti e li Fidenati che
avranno liberato noi da un durissimo giogo, essi noi ringrazieranno quasi col
favor nostro ottengano un pari benefizio. .Questi sono i successi che da me con
gran diligenza procurati mi sembrano bastare ad ispirarvi confidenza, e viva
prontezza ad insorgere. Ora udite in qual modo io voglia por mano alla impresa.
Tulio mi ha destinato appiè del monte ; perchè io vi governi luna delle ale. Ma
quando saremo per attaccarci co’ nemici ; io non attendendo allora tale
destinazione ; mi ritirerò poco a poco sul monte. Voi seguitemi allora
ordincUamente. Giunto alle cime ed in salvo, udite come io continuerò. Quando
vedrò le cose che qui dico riuscirmi come io le disegno ; quando vedrò
infiammati di corono i nemici perchè noi cooperiamo con essi, umiliati e
spaventati come traditi i Romani ; e come è verisimile, già più. intenti a pensare
la fuga che le difese; allora io starò su loro : ed io coprirò de’ loro
cadaveri il campo ; perocché scendendo dcdC altura destra a basso, mi gitterò
su di essi sbigottiti e dispersi con esercito pieno di beW ardore e di ordine.
'Rilevantissima è nelle guerre la fama sparsa di un tradimento anche falso
degli alleati, o del giung.'re di altri nemici ; e sappiamo che grandi eserciti
furono totalmente da tali vane apprensioni rovinati, più che da altri
spaventosissimi casi. Il nostro adoperare però già non sarà fama vana, nè
arcano spaurimento ; ma cosa più che tutte terribile a vedersi e provarsi. Ma (
dicansi pur le cose consuete a presentarsi contro la espettazione, giacché la
vita ne involge molte, nè verisimili ) se gli eventi riusciranno contro i
disegni ; anch’ io farò cose ben altre da quelle che in mente io ravvolgevami.
Allora io piomberò co’ Romani su nemici ; co’ Romani raccoglierò la vittoria,
simulando di aver prese le alture per cingere gt inimici. Ben avran fede i miei
detti concordandosi le opere colle finzioni : tanto che noi non comunicheremo
cogP infortuni di niuno, e solo parteciperemo lo belle vicende dell’ uno o delC
altro. Io tali cose ho deliberato : e tali cose eseguirò col favorB degV Iddii
come bonissime non solo per gli AU boni ma per tutti i Latini. Bisogna che voi
guardiaie prima che tutto il silenzio : poi, che serbiate il buon ordine, che
vi prestiate immantinente ai comandi, che guerrieri vi siate pieni di bell’
ardore, e che tali rendiate pur quelli che vi ubbidiscono ; considerando che il
combattere nostro per la libertà non somiglia al combattervi degli altri,
consueti ad essere comandati, e lasciati da loro padri in tale condizione. Noi
liberi siamo naU dai liberi : anzi i nostri avi ci han tramandato il comando su
vicini ; serbarono questa forma per cinquecento anni ; nè di questa si
troveranno per noi spogliati li posteri. Nè tema chi vuole far questo, quasi
rompa i trattati, e violi i giuramenti fatti sopra di essi: pensi piuttosto che
egli i diritti ripristina rotti e violati da' Romani : nè già i tenui diritti
ma quelli che la natura ci ha dato degli uomini, quelli che la legge ha fondato
comune ai Greci ed ai Barbari, vuol dire che i padri comandino j i padri dian
leggi ai figli, e le città madri alle colonie. Questi sacri diritti che mai
saranno cancellati dalla natura degli uomini, questi noi volendo che siano
perpetuati, nè frangiamo alleanza fàuna, nè genj nè Dii ci si potran
corrucciate quasi non sante cose facciamo, se mal pià comportiamo servire cì
nostri discendenti. Cnloro però che li hanno conculcato i primi, e che con
opera indegna han tentato di far prevalere la umana alla le^e divina ; coloro,
corn è giusto, e non già noi, s' avranno a fronte V ira de’ Numi, c su di essi
non su noi soi't gerà la vendetta degli
uomini. Pertanto se queste vi sembrano le cose migliori / eseguiamole, e
chiamia^ movi protettori gl’ Iddii. Ma se alcuno sente in contrario e sente o t
una o t altra delle due cose ; vuol dire o che più, non debba ricuperarsi t
antica dignità della patria ; o che debbasi aspettare un tempo pià acconcio del
presente ^ e differire; costui' non esiti, a dire i suoi pareri; e quello sarà
fatto che a tuui sembri il migliore. Alfìae lodato nel dir suo dagli astanti, e
promettendosi questi a far tutto ; esso ne obbligò ciascuno col giuramento, e
dimise radunanza. Nel prossimo giorno all’ uscire appunto del sole, uscirono
da’ proprj alloggiamenti le milizie de’ Fidenati e degli alleati, e si
schierarono per la battaglia: vennero nemmeno di fronte i Romani, e si
ordinarono. Tulio stesso e i Romani si opponeano coll’ala sinistra ai Vejenti i
quali formavano la destra nel corpo loro. Nell’ ala destra dei Romani si stava
Mezio Fuffezio e gli Albani presso del monte incontra de’ Fidenati. Rendutisi
ornai vicino gli uni degli altri, gli Albani prima di essere a tiro si
staccarono dal resto dell’ esercito, ascendendo ordinatamentè sul monte: I
Fidenati ciò vedendo e cerziorandosi della realtà del tradimento promesso dagli
Albani si portarono più baldanzosi contro de’ Romani. L’ala destra de’ Romani,
essendosene tolti gli alleati, erane ornai rotta e molto in pericolo. Combattea
però bravissimamente 1’ ala sinistra e Tulio con essa in mezzo di scelti
cavalieri. Quand’ ecco un cavaliere affrettandosi verso quelli i quali
pugnavano presso del monarca, o Tulio, disse, la nastra ala destra è sul
perdersi : gli jilbani, abbandonatala, ascendono il monte, ed i Fidenali che li
teneano schierati dinanzi, ora preponderando a fronte ilelt ala tanto
indebolita j già la circondano. I Romani ciò ndcmlu, e vedendo T accelerarsi
degli Albani in sul monte; temerono di essere avviluppali da' nemici, taulu che
non aveano cuore nè di combattere, nè di restare in quel luogo. Or qui, dicesi,
che Tulio niente commosso all aspetto di un male si grave e tanto inaspettato
facesse uso dell’ avvedutezza : e che salvasse con questa 1 esercito ornai nel
pericolo manifesto di essere circondato; c disfacesse e terminasse tutto il
bene degli inimici. ltn[>erocchè non si tosto il messaggero ebbe detto; egli
a gran voce sicché i nemici, la udissero, o Bomani, esclamò, li nemici son
vinti. Gli Albani sul mio comando hanno occupato come vedete il monte prossimo
a noi per piombare alle spalle de' nimici. Mirale ! gli abbiamo pin e al nostro
buon punto gli impiegabili awersaij. Noi siamo loro dirimpetto, e gli Albani
alle spalle : pià non possono aveutzare, ISO retiocedei e. Dall' uno de' lati
rinserrali il fiume, dall’ altro il monte : ci daran pure le pene meritate.
Andate : avventatevi intrepidamente su loro. Cosi esclamando ne andava tra le
milizie. E ben presto i Fidenati furono presi dalla paura che quel tra>
dimenio, si rivolgesse fìnalmente su loro per frodolenza del capo degli Albani
: perchè nè lo vedeano schierarsi contro i Romani, nè fulminarsi contro di essi
come avea già promesso. Altronde avea quel parlare iniiammati di VIOSIGI,
P>m l. ir ardire e riempiuti di confidenza i Romani. Adunque scop piando in
un grido e ristrettisi lanciarousi all’ inimico. Piegarono allora, e fuggirono
i Fidenati in disordine alla loro città. Il re de’ Romani rilasciando la
cavalleria su questi atterriti e turbati li perseguitò qualche tempo; ma
vedutili poi sbandati, senza animo di raccogliersi e senza forza, permise che
fuggissero ; e si rivolse contro r altra parte de’ nemici ancora ordinata. Ivi
era battaglia viva tra’fanti; e più viva ancora tra’ cavalieri. Imperocché li
Yejenti quivi schierati non che sbigottirsi e dar volta, resistevano all’
impeto de’ cavalli romani. Alfine vedendo che l’ ala loro sinistra era battuta,
e chel’esercito de’Fidenati e degli alleati fuggiva tutto precipitosamente,
anch’cssi per timore di non essere colti in mezzo da’ nemici che tornavano da
inseguire gli altri, diedero volta, e si scomposero e tentarono di salvarsi a
traverso del fiume. I più robusti, e men carichi di ferite, nè impotenti a
nuotare passarono senza le armi il fiume e scamparono: ma quanti non aveano
l’uno o l’altro di que’ requisiti, affondavano tra’ vortici ; essendo il Tevere
presso Fidene rapido e tortuoso. Tulio intanto impose a parte de’ cavalieri di
uccidere i nemici che. accorrevano al fiume, ed egli conducendo il resto delr
esercito assali gli accampamenti de’ Vejenti e gl’ invase. E tali sono le
operazioni che diedero, a’ Romani salute inaspettata. Quando il re d’Alba vide
manifestamente vittoriose le milizie di Tulio ; egli per dare a vedere che
faceala da alleato, calando dal monte le sue, le menò contro de’Fideuuti che
fuggivano ; e molli in tale stalo. ... a!xg ne uccise. Tulio vedendo il suo
fare, ed esecrando la nuova sua tradigione, dissimulò di presente, finché lo
avesse nelle mani : ansi diè vista di lodare tra molli come l>onissima l’
andata di lui su pel monte : e spcuna banda di cavalieri lo richiese che desse
ultimi contrassegni di zelo, incaricandolo, che cercasse con diligenza, e
trucidasse que’ Fidenati che non potendo ripararsi tra le mura, vagavano
dispersi intorno • in tanto numero per la campagna. Colui quasi avesse, già
conseguila Tana delle due cose che sperava, e quasi, fosse accetto veramente a
T ullo, ne fu dilettato ; e cavalcando gran tempo per que’ campi fe’ strazio,
de’ prò-, fughi i quali sopraggiungeva. E già tramontato il sole, condusse i
suoi squadroni da tale persecuzione al campo Romano, c vi festeggiò con gli
altri la notte. Tulio di-, inoratosi nell’ accam|)amento de’ Vejenti fino alla
prima vigilia vi esplorava da’ prigionieri più riguarderoli quali fossero mai
stati li capi della rivolta. Come poi seppe che ci avea tra congiurati anche 1’
Albano Mezio Fuffezio, gli parve che i fatti di lui concordassero colle
indicazioni de’ prigionieri. Adunque montato in sella si ri-, condusse
cavalcando in città fra lo stuolo dc’suoi più fidi. E prima della mezza notte
convocando dalle case loro i Senatori ; disse del tradimento degli Albani,
dandone |)er teàlimonj li prigionieri ; e narrò gli artcGzj co’ quali egli avea
deluso i nemici e li Fideuali. E poiché la guerra avea fine bonissimo ; invitò
loro a discutere come si avessero a punire i traditori, perchè Alba si rendesse
|>iù savia per 1’ avvciiire. Parve a tulli giusto anzi necessario che si
['Unissero quanti si erano messi ad ojteia tanto cellerata. Si ondeggiò però
molto intorno la ma-' oiera facile e sicura della esecuzione. Sembrava loro
im> possibile che tanti cospicui Albani si potessero involare con morte
tenebrosa e nascosta. Che se tentassero arrestarli e punirli palesemente,
torneasi che quel popolo, piuttosto che ciò non curare, volasse alle armi. Non
voleano poi combattere in nn tempo co’ Fidenati/ coi Tirreni, e con gli Albani
loro consocj.Ora non espedendosi essi ; diè Tulio in6ne uu suo parere cui tutti
encomiarono. Io ne dirò dopo un poco. Siccome non era Fidene distante da Roma
se non cinque miglia ; ' cosi egli eccitando con tutto r ardore il cavallo si restituì
negli alloggiamenti : e prima che il giorno brillasse’ laminoso, chiamando
Marco Orazio il superstite de’ trigemini, e dandogli li fanti e li cavalieri
piò scelti, ordinò che marciasse con questi ad Alba, che vi s’ introducesse in
sembianza di amico ; che, quando ne avesse in sua balia gli abitatori rovinasse
da’ fondamenti la città, non risparmiando edifizio alcuno privato o pubblico,
se non i tempj: non vi uccidesse però nè vi oltraggiasse uomo ninno, ma
consentisse che ognuno s’avesse le sue cose. Spedito questo egli aduna tribuni
e centurioni, palesa ad essi il decreto del senato, e forma di loro la guardia
del corpo suo. Si presentò dopo non molto 1’ Albano in gaudio per la vittoria
co mune, e per congratularsene con Tulio t e Tulio serbando tuttavia li segreti
suoi, Io encomiava, confessavalo degno di gran doni, ed invitavalo a scrivere i
nomi de’ valentuomini che si erano più distinti nel combattere e portarglieli
perchè tutti partecipassero ai beni della villoria. Inondatone costui dal
jnacere diè su di una tavoletu in iscritto i nomi de’ suoi più fedeli, de’
quali si era valuto ne’ disegni reconditi. Allora il re di Roma invita a
radunarsi lutti, senza le arme, e radunatisi ; fece che il duce degli Albani,
come li centurioni e tribuni si collocassero presso di lui, e che gli altri
Albani ordinatamente si compartissero ; ponendo dopo loro il resto degli
alleati e dietro tuui infine circolai-mente i Romani, tra’ quali ce ne avea de’
magnanimi, co’ brandi sotto degli abiti Quando poi gli sembrò di avere a suo
bell’ agio i nemici ; sorgendo cosi ragionò : Romani, amici, compagni di arme,
finalmente abbiamo col favore degl' Iddìi portala la vendetta su Fidene e su
quanti partigiani di lei, furono arditi investirci con guerra manifesta.
Seguirà da questo t una delle due, vale a dire che quanti ci molestavano si
cheteranno ; o ne daranno pene tanto più spaventose. Ora venule già le prime
nostre imprese a buon termine, é tempo iche puniamo quei guerrieri che avendosi
il nome di amici nostri, ed assunti a questa guerra da noi perchè facessero
contro (i nemici comuni, abbandonarono la loro fedeltà verso noi, si strinsero
con patti segreti a nemici, e macchinarono la universale nostra rovina. Ben sono
essi peggiori de' nemici manifesti, e perciò degni di pena più grande.
Imperocché facile cosa è deludere le insidiose lor trame, e ribattere si
possono se ci assaliscono come nemici : ma né riesce di leggeri cautelai si da
amici che la fan da nemici, né si possono risospingere se ci prevengano. Ora
tali sono i guerrieri che Alba ci manda\>n : ingannevoli alleali ! eppure
non danneggiati, ma beneficati grandemente, e in tante cose da noi. Noi, ramo
già della lor gente, non toglievamo punto della lor signoria, ma 'la nostra
forza, la nostra potenza fondavamo qol domare i nostri nemici. Premunendo di
mura la nostra patria contro genti amplissime e bellicosissime abbiamo prodotto
ad essi un alta sicurezza in fra le guerre de’ Tirreni e de’ Sabini : tantoché
serbandosi la nostra città prosperamente, dovean essi rallegrarsene
principalmente ; e decadendo questa non dovean meno rattristarsene che per la
propria città. Essi però si ostinarono ad invidiare non solamente il nostro ben
• esseio, ma il proprio ancora nel nostro : e da ultimo non potendosi più Iodio
nascondere, ci hanno premeditato la guerra. Ma perciocché vedeano noi benissimo
acconci a ripeivoterli, non essendo essi valevoli contro di noi, c invitarono a
trattati ed amicizia, e richiesero che la lite sul principato si decidesse con
la tenzone di tre combattenti. Acoetlammo t invito e vincemmo ; e ci fu la loro
città sottomessa. Or, dite : che abbiamo noi fatto dopo questo ? Potendo noi
ricevere gli ostaggi da Alba, polendo mettervi guarnigiotìe, e qual’ uccidervi,
qual cacciarne de’ principali a por dissidio tra t uno e t altro popolo;
potendo cambiarvi in favor nostro la forma del governo, smembrarne il
territorio, prescrivervi de’ tributi, e torlo infine le arme ciocché era
facilissimo, ed avrebbe tanto più noi convalidato ; polendo noi tutte queste
cose ; non abbiamo pur voluto farvene in. 263 nemmeno una, mossi anzi dalla
pietà versò loro, che dalla sicurezza del nostro principato. E preferendo
cioccK era il decoio all’ utile abbiamo conceduto che si godesse ogni suo bene.
Permettevamo che Mezio Fujfezio, che essi avevano elevato à primi gradi come il
più degno, vi amministrasse ancora la repubblica. Ed essi ( ascoltate qual
.contraccambio ce ne renderono quando più bisognavamo dell’ amicizia, e delle
armi loro ) ! si convennero in segreto col nemico comune di assalirci insieme
tra la battàglia ; e quando t inimico e noi eravamo già già sul combattere ;
essi lasciando il posto della ordinanza, corsero a’ monti vicini onde
preoccuparne le alture più forti. E se la cosa andava loro a seconda, niente
avrebbe impedito che noi tutti perissimo 'circondati dagli amici e dai nemici ;
e che tulli i combattimenti da noi sostenuti per la signoria della nostra città,
tutti in un giorno, svanissero. Ma poiché tal disegno riuscì vano primieramente
per disposizione benefica degV Iddìi da quali ripeto quanto io fo mai di buono
e di bello, e poi per t avvedimento mio che non poco valse a scoraggir t
inimico ed accendere i nostri, essendo stato mio stratagemma il dire che gli
Albani ^ ordine' mio preoccupavano il monte per cingere t inimico ; poiché t
affare si terminò coll utile nostro ; noi non sarenpmo, quali essere ci
conviene, se non punissimo i traditori ; quelli io dico i quali, doveano se non
per altro, almeno pe' ligami di parentado serbare gli accordi ed i giuramenti,
fattici di recente, e li quali non temendo gl Jddii che fecero testimonj de’
loro trattati, non riverendo la giustizia stessa, non la riprovazione degli
uomini, non calcolando la grandezza del pericolo se il tradimento sconciavasi,
tentarono in miseranda maniera di perdere noi progenie, noi benefattori loro,
essi nostri fondatori, e congiurali con gt implacabili nostri nemici. Dicendo
lui queste cose prorompeano gli Albani in gemiti, e preghiere d’ogni modo.
ÀHermavail popolo non aver lui saputo niente dei disegni di Mezio : simulavano'
i capitani non aver conosciuta la mao chinazione, se non che nel darsi della
battaglia, quando più non era in poter loro d’ impedire, o non fare i comandi.
Riferivano altri il lor fatto alla insuperabile necessità di congiunzione e di
parentado ; quando il re, fatto silenzio disse: niente,. Albani, niente ignoro,
di quanto allegate per iscusannivi. E penso che il più di voi noi sapesse quel
tradimento, perchè dove molti sono i consapevoli, non si tacciono, neppur
brevissimo tempo le cose : penso che de’ tribuni e de’ centurioni la parte
minore fosse la complice ; ma che la più grande non era che aggirata, e ridotta
a passi non volontari. Che se niente di ciò fosse vero ; se voi tutti Albani,
quanti qui siete, e quanti si rimasero in Alba, vi aveste in cuore di
danneggiarci, nè già da ora, ma da tempo antichissimo ; pur s avrebbe il
liomano nella sua parentela una ben forte cagione a pazientarne le ingiurie.
Perchè però non più vi aduniate a consulte ingiuriose contro noi, non più
violentati, non più sedotti vi troviate da’ capi della vostra città ; ito
abbiamo pure sebbene unico, questo rimedio : vale a dire che divenendo tutti
cittadini di una città riguardiamo questa sola per patria, e partecipiamo
ciascuno ai beni e mali di tei, coma essa ne incorre. Finché saranno come ora
discordi i pareri, finché disputeremo su la preminenza; non sorgerà mai stabile
pace fra noi ; principalmente se gli uni i primi siano per insidiare gli altri
con vista di dominare vincendo, o di essere come parenti impuniti se perdono.
Imperocché quelli die sono assalili tenteranno riscuotersi coll estremo de'
mali, nè fuggiranno modo alcuno onde nuocere gli tdtri quali nemici, come ora
addivenne. Pertanto sappiate: avendo io nella scorsa notte adunalo il SeruUo, i
Romani per bocca sua emanavano, ed io firmava il decreto che la vostra città
fosse disfalla, nè si permettesse che vi restasse in piedi edifizio niuno
privato nè pubblico alf infuori de' templi : che quelli che vi abitano
ritenendo ogni bene, non ispogUali di schiavi, non di bestiami, non di oro
pongano da ora innanzi la sede in Roma: che gli Albani poi, che non hanno campo
alcuno se lo abbiano, purché non sia de' poderi sacri co’ quali si procacciano
i sagrifizj : che io provveda i luoghi della città dove le abitazioni si
fondino degli emigrati, e supplisca a chiunque di voi più ne ahbisogna, i mezzi
onde tompierle : che tutta la vostra moltitudine prenda la forma del nostro
po.polo ; comportasi in, curie e tribù; abbia parte nel Senato e nelle
magistrature più insigni, e si ascrivano alle famiglie patrizie le famiglie
de'Giulj, de' Servi Ij, de Geranj, de Metelj, de’ Corazj, de’ Quintìlj , e de’
Cluvilj ; che finalmente Alezio e quanti deliberarono con esso il tradimento,
se ne abbiano le pene, e noi le stabiliremo queste, giudici sedendo di ogni
causa ; mentre a ninno dee negarsi giustizia e difesa. XXXI. Intanto che Tulio
cosi diceva i poveri tra gli Albani gradendo di essere fatti abitatori di Roma,
e di parteciparne le campagne, lo acclamavano a gran voce. All’ opposito i più
cospicui per grado o più agiati per sorte si affliggeano che avessero ad
abbandonare la propria città, e le case paterne, e vivere per 1’ avvenire in
terra altrui; nè più sapean che dire in tanto orribile necessità. Poiché Tulio
ebbe investigato i pareri della moltitudine, impose a Mezio, che allegasse,
volendo, le sue giustiBcazioni r e costui non sapendo che replicare alle accuse
ed alle testimonianze t disse che il Senato di Alba avealo segretamente
incaricato di far ciò quando usci per guerreggiare; e pregava gli Albani ai
quali avea tentato di racquistare il comando, che lo soccorressero, nè
guardassero con indifferenza la patria che rovinava, e tanti cittadini
degnissimi che erano strascinati al supplizio. E già nasceane tumulto nella
moltitudine, e volavano alcuni ad afferrare le armi ; quando i Romani che
circondavano l’adunanza sguainarouo, datone il segno, le spade : ed essendone
tutti aiierriti ; sorse Tulio un'altra volta e disse: Albani, non qui vi è dato
d' insorgere, nè di trawiarvi: giac‘
Lrsino, e Patino de Famil. Romanor. leggono Quinzf. ’ ^6'J cJtè tulli, se ariìiste commovervi,
sareste trucidali da questi : ( E cosi dicendo additava le spade de’ suoi ).
Prendete ciocché vi si dona, diventale fin da oggi Romani. È per voi necessità,
domicitiaivi in Roma, o non avere più patria sulla terra. Marco Orazio andò
sulC ordine mio fin dalC aurora per abbattere la vostra città dai fondamenti, e
condurne in Roma gli abitanti. Ora sapendo che ornai questo è fatto, non
vogliate correre alla morte; ubbidite. Metio Fuffezio, quesf occulto nostro
insidiatore, che nemmen ora teme d’ invitare alle armi i turbolenti e li
sediziosi'; questo ne darà le pene, degne del perfido cuore e scellerato.
Sbigottì ciò udeudo la parie irritata degli adunali, come vinta da insuperabile
necessità. Fremea Fufiezio per l’ opposi to, e vociferava, ma solo, e reclamava
r alleanza, egli che era accusato di averla tradita, nè perdea la baldanza,
anche in mezzo de’ mali ; quando i littoii per comando di Tulio afferrandolo
gli squarciano in dosso le vesti e lo caricano di battiture. Poi quando parve
che ornai quel supplizio bastasse ^ avvicinando due carri, legarono con lunghe
redini le braccia di lui nell’ uno di questi, e li piedi nell’ altro. Allora
spingendo gli aurighi quinci e quindi i due carri ; egli strascinato e tirato
in parti contrarie, fu subitamente ridotto in brani. Tale fu il termine
miserando e vergognoso di Mezio. Infine io stesso re mise un tribunale per gli
amici e complici di lui nel tradimendo ; punendoli, come li scopriva rei, colla
morte >, a norma delle leggi su’ disertori e su’ traditori. Intanto che si
laccano tali cose, Marco Orazio spedilo innanzi con scelta milizia a
distruggere Alba compiè’ ben tosto la marcia, e se ne impadroni ; trovandovi le
porte non chiuse, nè difese le mura. Poi convocando la moltitudine le palesò
quanto era accaduto nella battaglia, e quanto il Senato di Roma ne decretava.
Contrariavano quelli, e dimandavano tempo almeno per ispedire degli
ambasciadori. Ma costui senza indugio spianò case, muri ; e tutti in somma i
privati e pubblici ediGzj ; scortandone con assai diligenza a Roma gli
abitatori, che menavano e portavano ogni loro bene con sé. Tulio ritornato dal
campo gli comparti ira le curie e tribù romane, li coadjuvò per fabbricare ne’
luoghi, che sceglievano in Roma, le case : dispensò porzione sufGciente de’
terreni del pubblico fra i loro meroenarj, e sen cattivò con altre amorevolezze
la moltitudine. Ma la città di Alba già fondata da Ascanio nato da Enea figlio
di Anchise, e da Creusa figlia di Priamo, quella che per quattrocento
ottanlasette anni dalla sua fondazione era tanto cresciuta di popolo, di
ricchezze, di ogni ben essere, quella che aveva propagato trenta colonie in
trenta città del Lazio e che era sempre stata la capitale della nazione, quella
alfine vittima ^i) dell’ ultima delle sue colonie giace squallida ancora e
desolata. Prese requie nell’ inverno il re Tulio ; ma nel sorgere della
primavera cavò nuovamente l’ esercito contro Fidene. Non era venuto a’
Fidenati, nè lo pretendeano, pubblico soccorso ninno dalle città confederate :
solamente da più luoghi erano venuti de’ mer Anni di Roma 88 secoodo Catone; 90
secondo Varane, e G 6 f aTanli Cristo] cenar} ; e contando su questi osarono
un’ altra volta esporsi in campo. Schierativisi, uccisero molti de’ nemici; ma
poi furono rispinti di nuovo tra le mura. Come però Tulio cingendo la città di
argini e fosse la ridusse alle ultime angustie ; vinti dalla necessità, si
renderono a discrezione. Divenuto costui padrone della città vi uccise nemmeno
gli autori della ribellione. Lasciò gli altri a sé stessi ; concedendo ebe
godessero i lor beni : e restituendo ad essi la forma che aveano di reggenza,
congedò 1’ armata. Restituitosi a Roma onorò gl’ Iddii con la pompa trionfale e
co’ sagrilìzj promessi, e fu questa la seconda volta che trionfò. Si eccitò
dopo questa a’ Romani la guerra de’ Sabini ; e tale ne fu la cagione. Onorasi
da’ Latini e Sabini in comune il tempio, sacrosanto più che ogni altro, della
Dea nominata Feronia, che taluni con greca interpetrazione chiamano la
portatrice de’ fiori ^ 0 r amica dei serti, o Proserpina. Essendosene
annunziate le feste, erano dalle eittà d’ intorno venuti molti per supplicare,
e sagrificare alla Dea, e molti, mercadanti, artefici, agricoltori per
guadagnare nel concorso ; ivi tenendosi fiera famosissima più che in altri
luoghi d’ Italia. Recavansi per avventura a questa luogo alquanti non ignobili
tra’ Romani, quando alcuni Sabini concertatisi, li circondarono e derubarono. E
1 quantunque si spedissero de’ messaggeri, non voleano su questo i Sabini
rendere la giustizia : ma riteneansi 1 danari e le persone degli arrestali ;
imperocché dolevansi anch’ essi de’ Romani che avessero dato ricetto ai
fuggitivi de’ Sabini, costituendo il sacro asilo, come si dicliiarò nel primo
libro. InSammanciosi da tali queri> monie alla guerra uscirono con
moltissime schiere in campo aperto. Fecesi ordinata battaglia, e pari
splendeavi il coraggio de’ combattenti ; tanto che separatine dalla notte
lasciarono la vittoria indecisa. Ke’ giórni ap]>res$o considerando ambedue
la mohitudiue degli estinti c de' feriti, ricusarono ogni altro cimento ; ed
abbandonando gli accampamenti, si ritirarono. Ma tenutisi iu cylma per quell’
anno uscirousi di nuovo a fronte con. forze più formidabili. Si appiccò la
zuffa presso di Erelo lontana centoquaranta sladj da Roma, c molti vi
soccombeano da ambe le parli. E pendendo questa zuffa ancora lungo tempo
sospesa, Tulio elevò le mani al cielo, votandosi che se vinceva in quel giorno
i Sabini istituirebbe delle feste a Saturno ed a Rea con pubblica s])esa.
Celebrano ogni anno i Romani tali feste dopo che barino riportato tutti i
frutti della terra. Egli facea voto insieme che raddoppierebbe il numero de’
Salj. Derivano questi da nobile prosapia,, e ne’ debiti tempi si cingono di
arme, e saltano accordando al suono delle tibie i salti, e cantando patrie
canzoni, come ho spiegalo nel bbro primo. A quel volo si mise tanto ar dorè ne’
Romani che questi pressando, come freschi soldati, gli stanchi, ne ruppero le
schiere in sul mancare del giorno, e ridussero gli stessi capitani a dar
principio alla fuga. E seguendo essi li fuggitivi ai propri irincieramcnli, ne
raggiunsero la maggior parte vicino alle fosse. Tuttavia nemmeno dopo ciò
retrocederono : ma rimanendosi ivi nella notte imminente, e respingendo i
uciuici che pugnavano da entro il vallo,. 271 invasero alRne gli accampamenti.
Trasportaronsi dopo ciò quanta preda voleano dalle campagne sabine : e siccome
niuno più presenlavasi a combatterli, si ricon> dussero in casa. Fece il re
per questa battaglia il terzo trionfo. Quindi per le molle ambascerie de’
nemici depose le armi, avendone da essi li suoi disertori, e li soldati suoi
caduti prigionieri ne’ pascoli; ed esigendone la multa decretata contro loro
dal Senato di Roma il quale avea calcolato in argento r danni ricevuti da’
nemici negli armenti, nelle bestie da giogo, e nelle altre cose tolte ai
coltivatori dei cttmpi di lei. Fransi cosi scioiii dalla guerra i Sabini : e
scrittine su colonnette i trattali, gli aveauo collocati nei tempj. Ma
suscitatasi per le cagioni che tra poco diremo, la guerra di Roma con le città
latine, congiurate fra loro, guerra che non parea da essere ultimata nè con
prestezza nè con facilità ; li Sabini afferrarono di Lenissima voglia tale
occasione, e dimenticarono quasi non fatti, i giuramenti e i trattati. E
reputando esser questo il buon punto da rivendicare anche il multiplo del
danaro sborsato a’ Romani ; uscirono su le prime, in pochi, ed occulti a
predarne le campagne vicine. E succedendo in principio il disegno secondo il
desiderio, perchè non accorreva milizia ninna in difesa de’ coltivatori ; si
adunarono in gran numero e palesemente : e spregiato l’ inimico macchinarono di
recarsi fino su Roma. Adunque congregarono le soldatesche da ogni loro città,
brigando di congiungersi co’Laiini. Ma non venne lor fallo di ottenere nè
amicizia uè lega ninna con quella gente. Imperocché Tulio veduti i loro
peusieri, fe tregua colle città latine, e deliberò di volgere le annate contro
di essi. Egli aveva in arme il doppio di allora, quando mosse alla presa di
Alba, ed aveà rac colto il più che potea di sussidj dagli alleati. Già 1’
esorcito de’ Sabini crasi concentrato. Quindi avvicinatisientrambi alla selva
della dei malfaUori si accam-t parono a
picciola distanza fra loro. Nei giorno appresso investendosi, combatterono, ma
con dubbia sorte gran tempo ; finché violentati al far della sera i Saliini
dalla ’ cavalleria romana piegarono ; e molta ne fu nella ' fuga ' la
uccisione; spogliarono i vincitori i cadaveri de’ iie-> mici ; invasero
quanto ci avea di danaro negli alloggiamenti ; e conducendosi dalle campagne il
fiore delie prede, tornaronsi a casa. Tal fine ebbe pe' Romani la guerra Sabina
nel regno di Tulio. Erano le città Latine divenute allora per la prima volta
discordi da Roma, perchè essendo distnitta Alba, ricusavano fidare il comando
di sé stesse ai Romani che ne erano i distruttori. Tulio, volgendo l’anno
quindicesimo dalla caduta di Alba avea spedito ambaseladori alle città filiali,
o suddite di questa le quali eran trenta, per chiedere che ubbidissero ai
Romani, padroni di ogni cosa degli Albani, e con ciò dell’ imperio ancora su’Latini.
DIcea che due sono i titoli pe’ quali gli uomini diventano gli arbitri di
altrui : la libera dedizione e la necessaria : e che i Romani se gli aveano '
tutti due per dominare le città già ligie degli Albani : [tercliè i primi
avevano vinto i secondi dichiaratisi loro
Livio la chiama tj-lva malUiom.. 2; 3 nemici, e fra le arme, ed aveano
poscia accomunato Roma ad essi che aveano perduto la patria. Ora da ciò
seguitava che gli Albani o vinti o volontarj cedeano ai Romani l’imperio
de’sndditi loro. Non risposero le città Latine una per una agli oratori : ma
congregatesi pei deputati a Ferentino decisero co’ voti loro d^ non
sottomettersi a’ Romani ; e crearono immantinente due capitani arbitri della
guerra e della pace, 1’ uno Anco Publicio della città di Cori, e 1’ altro
Spurio Vecilio di Lavinia. Si fece per queste cagioni guerra tra Romani e tra’
popoli di una gente medesima : continuò cinque anni ma quasi civilmente secondo
1’ antica temperanza. Imperocché venendo le intere milizie degli uni a battaglia
ordinata con le intere milizie degli altri, mai non si fece gran danno, nè
piena occisione ; nè mai ninna loro città vinta in guerra, soggiacque alla
distruzione, alla schiavitù, o ad altre insanabili disavventure. Ma gettandoti
gli uni ne’ territori degli altri ne’ tempi della raccolta pascolavano e
predavano e ritiravansi in casa, e cambiavansi lì prigionieri. Tulio solamente
cinse di assedio Medullia città latina, divenuta come fu detto nel libro
antecedente fin da’ tempi di Romolo colonia dei Romani, ed ora congiuratasi co’
suoi nazionali, e con ciò la ridusse a non più tentare innovamenti. Non oocorse
a ninna delle due parti alcun altro de’ mali consueti nella guerra perché le
guerre de’ Romani di quei giorni eran subite, e per la subitezza non
iochiudevano tanto rancore. Cosi adoperava nel suo principato Tulio Osiiiio, r
uuo de’ pochi uomini degni di lode per l’ar> dire felice tra le arme, e per
la saviezza ne’ pericoli ; c più che per tali due cause, per ciò che egli non
era precipitoso a far gueire, ma postovi si, non mirava che a silperare in
tutto i nemici. Dopo uu regno di trenta due anni mori per l’ incendio della sua
casa, e con lui pur morirono nel fuoco medesimo la moglie, i figli, i
domestici. Vi è chi dice che la casa di lui fu messa in fiamme dai fulmine ;
essendoglisi irritato il Nume per alcuna sua non curanza di sante cose, perchè
si erano sotto lui tralasciati dei sagrifizj della patria, introducendovisi in
parte gli altrui. Ma i più raccontano che fu quel disastro per insidia degli uomini
; ascrivendolo a Marzio, re, successore di lui : perocché Marzio sde guavasi,
dicono, che egli nato di regio lignaggio dalia figlia di Numa Pompilio vivesse
tra’ privati : e vedendo già grande la prole di Tulio, altamente ne sospettas’a,
che' se costui periva, passasse il regno a’ figli di lui. Fra tali concetti
insidiava da gran tempo la regia vita. £d essendogli molti Romani, fautori per
dargli lo scettro, e Tulio essendogli amico, ed era creduto fidissimo; spiava
la occasione di sorprenderlo. Era Tulio per fare in sua casa un sagrilizio al
quale non volea presenti che i suoi più congiunti; ma divenuto per avventura
quei giorno ferale per tenebre, per pioggia, per nembi, le guardie aveano
lasciato deserti gii atrj della reggia. Parendo questo il buon punto
s’introdusse Marzio e i compagni co’ brandi sotto degli abiti : uccisero il
monarca, i figli e quanti vi erano : vi appiccarono il fuoco in più bande e poi
divulgarono la novella del fuoco. Ma io non ricevo la novella, perocché, nè
vera la credo, nè verìsimile : e piuttosto m’ appìglio 'alla prima opinione, e
penso che quest’ uomo per ira degli Iddìi corresse tal sorte. Imperocché non è
facile che la congiura, operandola molti, si resusse occulta : nè il capo di
essa era sicuro che egli sarebbe proclamato monarca da’ Romani dopo la morte di
Tulio Ostilio: e quando fosse tutto stato sicuro per lui dal canto degli omini,
non potessi confidare che somiglierebbero i divini agli umani pensieri.
Bisognava dopo il voto delle tribù che propizj gli augurj comprovassero il
regno per lui. Qual genio o qual Nume avrebbe mai sopportato ebe un uomo cosi
lordo di delitti e di sangue si acco> stasse agli altari suoi per compiervi
de’sagrifizj, o altre pie cerimonie ? Per tali cagioni io riferisco quell’
evento agl’ Iddìi, non alle trame degli uomini. Tuttavia ne giudichi ognuno
come più vuole. Dopo la morte di Tulio Ostilio fu creato secondo i patrj
costumi l’ interré dal Senato ; e l’ interré dichiarò sovrano della città
Marzio, che Anco denominavasi. E Marzio, dopo confermati i decreti del Senato
dal popolo, dopo renduti agli Iddii quanto a loro si conveniva, e compiuta a
norma delle leggi ogni cosa, assunse il comando nell’ anno secondo della ohm\
piade 35. nella quale vinse Sfero spartano, nel tempo che Damasìa esercitava in
Atene l’annuo magistrato. Ora osservando questo re la trascuraggìne delle
pratiche religiose istituite da Noma, avolo suo materno, esserti ) Catone Varroae
Ruma] vando die il più de’ Romani erano divenuti guèrrieri è dediti a vili
guadagni, nè più si volgeano come prima ai lavori della terra; chiamati tutti a
parlaménto, esortò che ripigliassero il culto degl’ Iddii come a’ tempi di Numa
; dimostrando che per tali negligenze delle sante cose erano venuti in città
morbi e pestilenze ed alu'i Hagelli che ne aveano desolata parte non picciola :
e che lo stesso re Tulio perchè non vegliavane quanto doveva alla custodia,
travagliato per molti anni da tutti i generi de’ mali, nè più essendo padrone
della stia mente, ma decadutagli questa come il corpo, incone in catastrofi
miserande egli nemmeno che la sua stirpe." E lodando a’ Romani la pubblica
forma indotta da Numa come egregia e savia, e generatrice di abbondanza
quotidiana per giustissime cause ; raccomandò che la ravvivassero e volgessero
l’ opera loro, a coltivare le terre, ad allevare i bestiami, e ad altri lavori,
liberi dalle ingiustizie della violenza e della rapina, e spregiassero in fine
le utilità che nascono dalla guerra. Con questi e simili detti risvegliava iu
tutti il dolce trasporto per la calma, aliena dalle armi, e per la industria
sapiente. Convocando poi li pontefici, e prendendone le leggi delineate da Numa
intorno le cose divine, le scrisse ed esposele in su tavolette nel Foro a
chiunque volesse vederle. Ora quelle tavolette vennero meno: perocché non
usavano ancora le colonne di metallo ; ma scriveansi in tavole di querce le
leggi del fero e de’ templi. Dopo la cacciala dei re furono Hprodolte in pubblico
dal pontefice Cajo Papirio, il quale avea la cura suprema delle cose divine.
Rendendo il suo splendore ai ministeri negletti de’ sacerdoti, e rendendo ai
lavori suoi la turba oziosa ; encomiò gli utili agricoltori, e ne biasimò
gl’improvidi, come cittadini non veri. Lusingavasi al favore di tali
istituzioni di vivere sempre libero da guerre e disastri come 1’ avo materno :
tuttavia non ebbe pari ai desiderj la sorte ; ma in onta del cuor suo fu
necessitato alle arme, e ravvolto in tutta la vita fra turbolenze e pericoli.
Im> perocché nel primo ascendere al comando appena diede calma allo stato, i
Latini ve Io dispregiarono : e pensandolo per codardia non idoneo alla guetra;
tutti mandarono entro i confini di lui bande di rubatori, che ' assai
danneggiarono molti Romani. E spedendo il sovrano degli arobasciadori a
chiedere compensagioni pei Romani secondo i trattati, finsero ignorare in lutto
quei latrocini, non die fossero con pubblica autorità concertati. Diceano
pertanto non dovere di cosa alcuna risponderne a’Romani; tanto più che i
trattati erano con Tulio e non co’ presenti; e Tulio mancato, erano periti con
esso gli accordi. Necessitato da tali pretesti e cavillazioni de’ Latini Marzio
portò conti'O loro l’ esercito. Postosi all’ assedio della città di Politorio,
la prese a condizioni prima che i soccorsi le giugnessero de’ Latini. Non
infierì già cogli abitanti, ma portossegli tutti a Roma co’ beni che avean
seco, aggregandogli alle tribù. Ma siccome i Latini mandarono nell’ anno
seguente nuovi abitanti a Politorio, e ne coltivavano i campi, così Marzio
pigliando I’ eserdto lo ricondusse contro di loro. Uscirono dalle mura i Latini
e combatterono; ma egli li vinse, e prese la città per la seconda volta. E
peixìhè più non fosse un richiamo de’ nemici. nè più lavorassero i campi di lei,
ne abbattè le mura, ne incendiò gli edi6zj, e parli. Recaronsi nell’anno
appresso i Latini a Mednllia ov’ erano de’ coloni romani, e dandole d’
ogn’iniomo l’assalto la espugnarono. Maiv 'zio andato di quel tempo contro la
città di Tillene e divenuto vincitore in campo, c poi su le mura, la sottomise.
Non tolse a’ prigionieri nulla di quanto aveano: ma li trasse in Roma ove. diè
loro de’ luoghi perchè vi edi6cassero le abitazioni. Soggiacque Medullia per
tre anni ai Latini, ma nel quarto la riconquistò con molle e grandi battaglie.
Espugnò dopo non molto Fidene, città presa tre anni addietro per condizioni ; e
ne 4rasferl tutto il popolo a Roma ; e non danneggiando la città più oltre,
parve che si diportasse anzi con man sneludine che con' prudenza. Imperocché li
Latini vi supplirono nuovi abitanti; e sen tennero e sen goderono il
tet^ritorio ; tanto che fu Marzio costretto di accorrervi per la seconda volta;
e divenutone per la seconda volta padrone a grande fatica ; ne abbandonò le
case alle fiamme, e ne devastò le mura. XL. Occorsero dopo ciò due battaglie
tra’ Latini e Romani. Durò la prima lungo tempo : e gli uni sembrandovi eguali
agli altri, si distaccarono, e ritiraronsi a’ proprj alloggiamenti. Nella
seconda i Romani vinsero i Latini e gl’ incalzarono fino alle trinciere. Dopo
ciò più non vi ebbe fra loro battaglia ordinata : ma continue furono le
scorrerie degli uni su le terre vicine degli
Vi i ehi legga Ficolara per Fidrue. E verameaie più sotto si parla della
ribtIlioBe di Fideue.. 279 altri ; > econtinua le scaramucce tra cavalieri e
fanti che volteggiavano; ma per lo più colla meglio de’ Romani i quali teneano
in campo aperto appiè di castelli opportuni un armata sotto gli ordini di
Tarquinio Toscano. Ribellaronsi intanto que’ di Fidene da’ Romani, nè già'
dichiarando guerra manifesta ; ma danneggiandone a poco a poco con occulte
incursioni le campagne. Marzio' però presentandosi loro con esercito ben
fornito innanzi che si apparecchiassero alla guerra si accampò d’appresso alia
città. Fingeano i magistrati non supere per quali affronti i Romani fossero
venuti contro di loro : e di-chiarando il re che veniva per aver soddisfazione
dei latrocinj e danni fatti da essi nella sua terra ; si escusarono che niente
era stato con pubblica autorità, e chiesero tempo per esaminare e discernere i
complici delle ingiustizie. Procrastinavano intanto, non adempievano gli
obblighi loro, adunando in segreto de’ sussidj, e travagliando all’ apparecchio
delle arme. Marzio conosciutine i disegni scavò de' cunicoli dal suo campo fino
alla città : e compiutone il lavoro suscitò le schiere, conducendole con molte
scale e mac^ chine e stromenti proprj per gli assalti, alle mura, non' però
dove riuscivano sotto queste le vie sotterranee, ma in tutt’ altra parte.
Accorsi in folla i Fidenati dove erar assalto, bravamente lo rispingevano,
quando ì Romani incaricatine, dato 1’ ultimo traforo ai cunicoli, sboccarono
dentro la città; e trucidando chiunque capitava, spalancarono le porte agli
assalitori. Soccomberono nella presa della città molti de’ Fidenati; Marzio
impose agli altri che cedessero le armi : poi fattili per la voce dei banditori
congregare in luogo certo, ne battè con Terghe e ne uccise alcuni pochi, autori
della ribellione ; e concedè che i soldati saccheggiassero le case di tatti.
ÀlSne lasciato quivi un presidio marciò coll’ esercito contro de’ Sabini.
Nemmeno questi eransi tenuti ai patti conchiusi con Tulio ; ma gettandosi nelle
terre de' Romani ne aveano devastato le più vicine. Marzio, cono sciato dagli
esploratori e dai disertori il tempo acconcio ad investirli, andò con i suoi
iànti, e mentre i Sabini spargeansi a predar le campagne prese di assalto le
loro trincierò, fornite di pochi difensori ; ordinando intanto che Tarquiuio
piombasse con la cavalleria su i nemici che divisi rubavano. Al vedere la
cavalleria romana verso loro lasciarono i Sabini la preda e quanto seco
portavano o conducevano di proficuo, e fuggirono agli alloggiamenti. Ma non sì
tosto mirarono questi hr potere de’ fanti ; dubitarono dove rivolgersi, finché
si sparsero per le selve e per le montagne. Perseguitati pelò da soldati
leggeri e da' cavalieri, ne scamparono pochi, soccombendone la parte più
numerosa. Spedirono dopo ciò nuovi ambasciadori a Roma ed ottennero l’amicizia
che voleano. Imperocché la guerra, permanente ancora, co’ Latini rendea necessaria
la tregua o la pace con gli altri nemici. Xl.II. Intorno al quarto anno dopo
questa guerra Marzio il re de’ Romani andò colle sue milizie e col più che potè
delle ausiliarie contro de’ Vejenti, e devastò gran parte della loro campagna;
imperocché questi si erano i primi gettati nell’ anno precedente sul territorio
romano; e molto vi saccheggiarono, e vi uccisero. Ben uscirono sperità, grandi oltre il dire, su le prime si
diedero in pochi a scorrerne e derubarne le campagne : poi lusingati dal guadagno
misero palesemente in piede un esercito ; e le desolarono. Ma non riuscì loro
di portarsi via que’ guadagni, nè di partire impuniti. Imperocché venuto
provvidamente il re de’ Romani, e posto il stio presso al campo de’nemici, gli
astrinse a fare giornata. Sorse dunque battaglia terribile, e molti perirono da
ambe le parti : nondimeno per la sperienza, e per la tolleranza de’ travagli,
antica fra loro, prevalsero finale mente di gran lunga i Romani, e fecero ampia
uccisione, seguitando immantinente i Sabini che disordinati e disgiunti
riparavansi agli alloggiamenti. Poscia invadendo pur questi pieni di ogni
ricchezza, e ricuperando i prigionieri usurpati da’ Sabini quando predavano ;
sen tornarono in patria. Tali si dicono le gesta guerriere di questo re,
credute degne di ricordanza, e di stima da’ Romani : sono poi le politiche,
quelle che mi accingo a narrare. Primieramente aggiunse alla città non piccìola
parte rinchiudendo fra le mura 1’ Aventino. E questo un colle alto leggermente,
con perimetro di circa stadj diciotto : r occupavano allora piante di ogni
genere e più che tutto lauri bellissimi, dond’ è che una parte di esso chiamasi
laureto da’ Romani : ora è tutto ingombrato di case, e tra’ molti edi6zj, il
tempio sorgevi di Diana. Dividevalo valle angusta e profonda dal colle della
città ^ chiamato Palatino, dove fu Roma nel na cer suo collocata : ma ne’ tempi
appresso l’ intervallo tra due colli fu riempiuto di terra : ora vedendo che un
tal colle sarebbe un luogo forte per un armata nemica se nini si avvicinasse,
lo circondò di mura e fossi, e inisevi ad abitare le genti trasportate da
Telline, da Poiilorio, e da altre città soggiogate. Celebrasi tale istituzione
del re come utile e bella, perchè Roma ne divenne più ampia, e meno espugnabile
per quanti nemici mai le soprastassero. Migliore del regolamento anzidetto è 1’
altro che la rendè più felice nel vivere, e la mise ad imprese più generose.
Imperocché scendendo il fiume Tevere dai monti Appennini, passando appiè di
Roma, e scaricandosi attraverso de’ lidi del mare Tirreno, dirotti e senza
porti, rende alla città picciolo bene, e certo non memorabile, perchè dove si
scarica non evvi un emporio il quale riceva e cambj a’ mercadanti le merci
portatevi dal mare, e giù colla corrente stessa del fiume. Altronde essendo il
Tevere navigabile fin dalle origini con barche fluviali mezzane, e dal mare
fino a Roma co’ legni grossi da trasporto ; egli deliberò di fare ivi un luogo
da ricever le navi, servendosi della imboccatura come di porto ; tanto più che
ivi il fiume si spande amplissimo, e formavi gran seni appunto come ne’ siti
de’ porti migliori. E, ciò che porge più meraviglia, il Tevere non è traversato
nella sua foce da cumuli di arene, come altri gran fiumi, nè dilagasi in stagni
o paludi, nè consumasi con altre maniere prima che giintga nel mare : ma sempre
navigabile si scarica per una sola bocca naturale, separando a forza le acque
marine, quantun(]ue ivi spiri un vento occidentaie grande e malagevole. Adunque
le navi lunghe per quanto grandi, e quelle da carico, capaci ancora di tre mila
misure, si avanzano per la bocca del medesimo e giungono a Roma, sospintevi con
remi e funi : ma le navi maggiori fermate colle ancore presso la imboccatura si
vuotano su barche fluviali, che succedono ai trasporU. Tra lo spazio cui
cingono il mare ed il Gume con forma di cubito, il re fece erigere una città
chiamandola Ostia, o come noi diremmo, porta dall’ uso che presta, rendendo con
ciò Roma mediterranea e marittima, talché godesse i beni ancora d’ oltremare Inoltre
cinse dì muro il Gianicolo che è un colle alto di là dal Tevere, e posevi
guarnigione che bastasse per difendere chi navigava in sul Game ; imperocché li
Tirreni tenendo lutto il tratto di là dal Gume infestavano e derubavano i
mercadanti. E dicesi che egli soprapponesse al Tevere il ponte Sublicìo, il
quale dee per legge esser tutto di legno, senza rame nè ferro, ed il quale,
perchè sacro lo estimano, conservasi ancora. E se parte alcuna ne pericola, i
ponteGci la curano, compiendo insieme patrj sagriGzj mentre riparasi. Operate
nel suo principato tali cose degne di storia. Marzio dopo un regno di
ventiquattro anni moti, lasciando Roma non poco migliore di quello che avessela
ricevuta, e lasciando due Ggli 1’ uno fanciullo ancora, r altro di più anni, e
già nubile. Dopo la morte di Marzio, il popolo rimise al Senato la scelta del
governo che più bramava ; ed il Senato Gssò di litenerne la forma consueta.
Adunque furono gl’ interré dichiarati ; e questi riunirono pe’ coi^ mizj la
moltitudine, e scelsero Lucio Tarquiuìo per monarca. E confermando i segni
divinf la elezióne della moltitudine ; egli assunse il regno nella olimpiade
nella quale Cleonida tebano vinse nello stadio, mentre era arconte in Atene il
figliuolo di Enioco. Ora, secondo che io ne trovo negli scritti di que’ luoghi,
dirò di quali parenti, e di qual patria fosse questo Tarquinio, per quali
cagioni venisse in Roma, e per quali arti giugnesse al comando. Un tale di
Corinto, ( Demarato ne era il nome ) della stirpe de’ Bacchiadi, risolutosi di
commerciare navigò per la Italia con nave propria e proprie merci. Vendutele
nelle città tirrene allora le più prosperose d’ Italia, e fattovi assai
guadagno, non volle più rigirarsi per altri porti ; ma tenne continuamente lo
stesso mare, portando le greche cose ai Tirreni, e le tirrene ai Greci ; donde
ricchissimo né divenne. Nata però sedizione in Corinto, e postasi la tirannide
di Cipselo attorno de’ Bacchiadi, egli ricco uomo, e del grado degli ottimati,
più non credendo sicuri col tiranno i suoi 'giorni, raccolse quanto potea di
sue robe, e fece vela per sempre da Corinto. E perchè stante il commercio
continuato egli aveva amici molti Tirreni, anche riguardevoli; specialmente in
Tar> quinia, città, grande allora e felice, quivi si domiciliò,' prendendovi
una nobile donna per moglie. Da questa nacquero a lui due figli, chiamandone
con tirreni nomi Aronle 1’ uno, e 1’ alu'O Lucumone. Diè loro greca é Anni di Roma l3S secondo Catone, i^o secondo
Varrone, e 6i4 acanti Cristo] tirreoa istituzione, e adulti fatti, li cougìaute
per matrimonio colle più insigni famiglie. Mori non molto dopo il primogenito
suo, non avendosi ancora di lui prole distinta. Da indi a pochi giorni si mori
per l’ ambascia Demaralo ancb’ esso destinando erede di ogni sua cosa Lucumone
il Aglio superstite. Investito questi de’ beni paterni, che erano assai grandi,
desiderò di essere nom pubblico, di maneggiare il comune, e Ggurare co’ primi
della città. Ma respinto in ogni parte da’ paesani, e non aggregato non dico a’
primarj ma nemmen co’ mediocri, mai sopportò quel dispregio. E sentendo come
Roma accogliea con beneplacito i forestieri, e facevali cittadini, e gli
onorava secondo i lor gradi ; risolvette di trasferirvisi. E raccolte per ogni
modo le cose sue menò seco moglie, amici, e domestici quanti ne vollero ; e
molti vollero con lui trasmigrarsi. Giunto al colle chiamato Gìanicolo, che è
quello donde Roma presentasi in prima a chi .vien di Toscana, un aquila
calatasi di repente, gli ghermisce il pileo che tieu sul capo, e sollevatasi,
roteandosi a volo, si occolu al Aae nell’ allo delK aere : poi d’ improvviso
rimise in capo a Lucumone il suo pileo come eravi quando sei portava. Riuscì
tal segno inaspettato e meraviglioso a tutti: e Tanaqaila (che tale ne era il
nome) la' moglie di Lucumone, sperimentata assai nell’ arte patema degli auguri
> menatolo in disparte. lo abbracciò colmandolo di belle speranze, come se
dalla condizione de’ privati a quella gingnerebbe dei re. Desse dunque Latoiò la moglie graeiJa : e da essa aacrjua
poscia Arunlc dopo la morie di Demaralo]. opera, moitranJosene degno, di
ricererc il comando dai Romani spontaneamente. Lieto Lucumone de’ successi,
ornai presso alle porte, supplicò gl’ Iddi! che verificassero gli augurj ;
supplicò che gli dessero un ingresso felice, e si mise dentro la città. Quindi
venuto a colloquio con Marzio il regnante indicò primieramente chi egli fosse,
poi co> ni’ egli era deliberato domiciliarsi in Roma ; che avea perciò
portate seco le paterne sostanze, delle quali pos sedendone piucché un privato,
esibivale fin d’ allora in servigio de' Romani e del re. Lo accoke questi di
buon grado, ascrivendo lui co’ Tirreni compagni in una curia e tribò. Cosi
fabbricò Lucumone in città la sua casa, avutone in sorte il sito che bastasse,
e ricevutane pure' una parte di campagna. Ciò fatto, e divenuto del nu->
mero de’ cittadini, osservando come ogni Romano ha un nome comune, ed inoltre
uno patronimico e gentilizio, e volendo in ciò conformarsi, assunse, per suo
nome comune quello di Lucio in luogo di Lucumone, e pel gentilizio quello di
Tarquinio dalla città dove ebbe i natali e la educazione. In breve divenne 1’
amico del sovrano, donandogli ciocché si avvedea che più gli bisognava, e
porgendogli danari, quanti ne erano di mestieri per la guerra. Combattitore
benissimo a piede e a cavallo contavasi per sapientissimo quante volte bi
sognassero opportuni consigli. Nè già col divenire caro al monarca aveasi
perduto la benevolenza de’ Romani, ma si vincolò molti de’ patrizj co’ beneficj,
e tentò di affezionarsi la plebe col chiamarla, e salutarla, e conversarla
piacevolmente, e col porgerle danari ed altre significazioni di amore. Tale era
Tarqulnio, e per tali cagioni vivendo Marzio divenne il più cospicuo de’ Romani
; e morendo questo fu da tutti proclamato degno del trono. Salitovi fece guerra
in principio con gli Apiolani, popolo non ignobile del Lazio. Imperocché gli
Apiolani, come tatti del Lazio, credendosi colla mone di Marzio sciolti dai
trattati di concordia devastavano le campagne romane pasturandovi, e
saccheggiandovi. Di che volendo Tarquinio farli pentiti usci con grande armata,
e disfece quanto era il meglio del territorio di quelli. Ben sopravvenne gran
soccorso per gli Apiolani da’ popoli vicini del Lazio : ma egli attaccò due
volte battaglia con essi, e vintala due volte, si ristrinse all’ assedio della
città, spingendovi a mano a mano delle schiere 6n alle mura. In opposito
dovendo quelli della città combattere pochi di numero e senza intermissione
contro i molti e freschi, soccomberono alfine. Presa la città di forza, i più
degli Apiolani morirono con le arme in pugno : e se taluni le cederono, furono
venduti colle altre prede. Furono le donne e i fanciulli condotti schiavi da’
Romani : fu la città lasciata al saccheggio, e dopo il saccheggio alle fiamme.
Il re dopo' questo, e dopo rovesciate le mura da’fondamenti ricondusse in casa
le milizie; rivolgendole poi contro la città de'Crustumerini: colonia anch’
essa de Latini, la quale erasi ceduta a’Romani nel tempo di Romolo : ma
cominciava di nuovo a tenersela co’ Latini, dacché Tarquinio prese il comando.
Nè già bisognarono a questo assedj e travagli per umiliarsela. Imperocché li
Crustumerini vedendo la moltitudine venuta contro loro, la debolezza propria, e
la niuna aita de’ Latini verso di essi, aprirono le porte ; ed uscitine i più
anziani e più riveriti consegnarono a lui la citld, supplicandolo che usa^e
moderazione e clemenza. Ben fu l’ evento propizio ai desiderj: perciocché
andato quel inotutrca in città non vi uccise ninno, ma banditine per sempre
alcuni pociù, amatori della ribellione, concedè che gli altri ritenessero i
beni loro, e partecipassero come) prima alla cittadinanza romana. Ma perchè più
non si rimovessero, lasciò de’ Romani con essi. LI. Egual sorte incontrarono i
Nomentani datisi a pari consigli. Imperocché spedendo bande di ladroni ne’
campi de’ Romani si costituirono aperti loro nemici ; coutidaudu nella
confederazione de’Latini. Ma giuguendo Tarquinio su loro, e tardando il
soccorso latino, e non b.isiando essi contro tanti nemici, uscirono 'di città
coi simboli di pace, e si renderono. Gli abitanti di Collazia 111 archi narono
far battaglia co’Romani ed emersero dalle mura di essa : ma superati in tutti
gli attacchi e molto danneggiatine ; furono costi-etti rifuggirsi tra le mura,
e spedirono alle città de’ Latini per chiederne truppe compagne. Ma
indugiandosi questi, e presentando i ne terre, ninno resistendovi, e messo il
campo dinanzi la città, ne invitava gli abitanti a far pace. Ma ricusando
questi, e confidando su le fortibcaziooi dei ricinti, e concependo che
-verrebbero per loro schiere confederate d’ogn’ intorno, il re ne circondò con
truppe le mura, e le assalì. Resisterono lungo tempo i Cornicolani combattendo
virilmente, e coprendo di ferite gli assalitori, ma stanchi pei dalla
continuità de’ travagli, e piò stanchi eziandio dalla discordia, perchè non
erano più unanimi fra loro volendo altri la resa, ed altri la difesa della
città Gno agli estremi ; furono alGne espugnati. Li più generosi di loro
perirono fra le arme nella presa della città : gli altri, salvatisi come
ignobili, furono venduti schiavi insieme co' fanciulli, e colle donne, la città
fu prima abbandonata al saccheggio, e quindi alle Gamme. Dicchè malcontenti i
Latini deliberarono con voto comune di uscire io campo contro a’ Romani: e
fatto grande apparecchio di forze, si gettarono su le terre più buone di essi,
e v’ invasero assai prigionieri, e vi divennero signori di amplissime prede.
Volò Tar> quinio contr essi coll’ esercito spedito e pronto : nè po tendo
raggiungerli, portò su le terre loro simili calamità. Cosi per le vicendevoli
incursioni ne’ campi vicini.. 2()r molle lerano le perdite e gli acquisti di
ambedue. Vennesi con tutte le forze a battaglia ordinata presso Fi^ deoc; e
molti ne perirono da ambe le parti; ma vincendo inCne i Romani, costrinsero i
Latini a lasciare il campo, e fuggirsene tra la notte alle loro città. Dopo
quel comlntti mento marciò Tarquinio colle milizie schierate alle città de’
Latini esibendo ad essi la pace. E queste non avendo né riunite le forze'
comuni, nè ben confidando su’ proprj apparècchj, accettarono batteano questi nell’ ala destra ed aveano
già fugato gli emuli che eran con essi alle mani, ma l’ inaspettato presentarsi
di lui li sorprese e sconvolse. Intanto la fanteria romana riavutasi dalla
paura piombò su’ nemici. Allora grande fu la strage de’ Tirreni, e piena la
rotta dell’ala destra. Tarquinio dato avviso ai duci della fau> teria di
tenergli appresso in buon ordine, e passo passo, spinse di tutta lena i cavalli
in su gli alloggiamenti ne mici; e gl’ invase a prìm’ impeto, prevenendo quelli
che vi si riparavano dalla fuga. Imperocché quelli che ne erano in guardia non
avendo prima saputa la sciagura che invalse su i loro, né potuto distinguere
per la rapidità del corso quali cavalli venivano, lasciarono che entrassero.
Invasi gli alloggiamenti de’ Latini, quelli che dalla fuga vi accorrevano come
ad asilo, vi erano sorpresi ed uccisi da’ cavalieri che lo aveano preoccupato :
e se altri si fossero affrettati di là verso il piano s’ imbattevano' colla
fanteria romana, e ne perivano : li più di loro spintisi e concnlcatisi a
vicenda soccomberono con ignobile e miserabile fino intra i valli, e li fossi.
Dond’ è che quanti vi sopravanzavano non avendo via ninna di salvezza erano
costretti di rendersi ai vincitori. Tarquinio impadronitosi di persone, e robe
in copia vendè le prime, e concedè le seconde in premio ai soldati. LV. F allo
ciò si diresse alla città de’ Latini onde prendere combattendo quelle che a lui
non si davano : non però vi fu bisogno di assalti : ma si rivolsero tutte alle
umiliazioni ed alle preghiere ; e mandando oratori a nome del comune
supplicarono che desse fine alla gtierra co’ patti che gli piacevano, e si
renderono. 11 re divenutoi cosi l’arbitro delle città fu moderatissimo e
mitissimo verso di tutte : perocché non uccise, non bandì, nè multò niuno de’
Latini. Lasciò che godessero -le terre loro, e conservassero le leggi delia
patria : ma comandò che rendessero ai Romani i disertori ed i prigionieri senza
prezzo ninno: che restituissero ai padroni i servi, quanti presi ne aveano nel
fare le prede, agli agricoltori il danaro quanto ne aveano derubato ; e
compensassero tutti gli altri danni o guasti, se causati ne aveano nelle
scorrerie. Fatto ciò dichiarò che sareb-bero gli amici e li confederati de'
Romani se pronti sarebbero in tutto ai loro comandi. A tal fine venne la guerra
de’ Romani co’ Latini ; e cosi Tarquinio vinse e trionfò. L’ anno appresso
prendendo 1’ esercito, lo conduce contro i Sabini, avvedatisi già molto innanzi
dei disegni e de’ preparamenti suoi contro di loro. Non aspettarono questi che
la guerra passasse in sul proprio territorio ; ma premunitisi di forze
sufilcienti si avanzarono tutti ad un luogo. Fattasi ne’ confini battaglia fino
a sera non vinsero né gli uni uè gli altri, anzi molto ne furono afiaticati.
Quindi ne’ giorni appresso nè il duce Sabino nè il re dei Romani cavarono le
milizie dagli accampamenti: ma via via trasmutandoli, senza danneggiare le
terre, si ricondussero in casa ; ambedue coi disegno di piombare nella
primavera con armata più grande 1’ uno nel territorio dell’ altro. Poiché
furono ambedue preparali, primi si mossero i Sabini fiancheggiati da sussidio
sufficiente di Tirreni, e collocarousi presso Fidene, dove l’ Aniene concorre
col Tevere. Fecero questi due campi, l’uno dirimpetto, e come in continuazione
dell’altro; avendoci tra tutti due 1’ alveo delle correnti riunite, e sull’
alveo un ponte di legno congegnato di picciole barche, il quale rendea spedito
il transito dall’ uno all’ altro campo, anzi rendeali di due uno solo.
Tarquinio uditane la irruzione aach’ egli cavò le sue genti, e si trincerò
presso 1’ Aniene, alquanto più sopra di loro in una munita collina. Erano
venuti ambedue con tutto l’ardore a tal guerra ^ por non vi ebbe ninna
battaglia ordinata, non grande nè picciola. Imperocché Tarquinio con
iscaltrezza di capitano prevenne ed isconciò tutte le opere de’ Sabini, e ne
distrusse l’ uno e l’ altro campo. Lo stratagemma fa questo. Preparate e
riempiute piociole barche fluviali di legna aride e di zolfo e di |>cce ul
fiame presso al quale esso accampava, e poi colto uii vento propizio, ordinò
che nella vigilia mattuliiia si desse fuoco a qnei combustibili e si
lasciassero le navi a seconda della Corrente. Queste scorrendo iu breve tempo
la distanza intermedia percossero il ponte, e vi comunicarono ' in più luoghi r
incendio. Accorsi per ajuto i Sabini a tanta fiamma improvvisa, e datisi a far
tutto, quanto giovasse ad estinguerla, ecco intanto gingnere su l’alba
Tarquinio coU’eseixito in ordinanza; ed investire l’nno de’ campi, deserto di
guardie, andate in gran parte contro del fuoco. Pochi dunque sorsero a
resistervi ; talché senza fatica gl’ invase. Mei tempo di tale operazione altre
milizie romane sopravvenendo espugnarono anche il campo Sabino posto di là dal
fiume: premesse da Tarquinio nella prima vigilia erano su piccioli navigli
valicate da sponda a spanda, laddove fattosi di due fiumi uno solo,
rimarrebbero invisibili nel passaggio. Appena poi videro il ponte iu fiamme
piombarono ( che tale ne era l’ accordo ) in sul campo dei Sabini : ove quanti
ne erano o combattendo caddero appiè dei Romani, o gittatisi a nuoto nella
'confluenza de’ fiumi nè resistendone all’ impeto, si affondaron tra’ vortici :
peri nou picciola .parte ancora per liberarne il ponte, tra le fiamme.
Tarquinio, preso l’uno, e l’altro campo, diede a’ soldati. le robe che vi erano
percltè se le compartissero, ma ' condusse in Roma e guardò ’ con molta
diligenza li prigionieri ; ben molti in tutto, Sabini e Tirreni. Sentirono a
tale sciagura i Sabini la propria debolezza, e mandando gli ambasciadorì
concbiusero, 00 ’ Romani una tregua di sei anni. I Tirreni mal sop-, porundo
che fossero tante volte vinti, e che Tarquinio jer quante istanze ne facevano,
non s rendesse i loro prigionieri, anzi li ritenesse come ostaggi ; decretarono
di spingere tulle generalmente le città Tirrene in guerra contro de’ Romani e
di non più riguardarla come alleata, se taluna se ne ricusava. Cosi deliberati
cavarono in campo le milizie, e tragittato il Tevere si trincierarono presso
Fidene. E prima s’ impadronirono di questa con frodoienza, per esservi
sedizione tra’ cittadini: poi fatti prigionieri in buon numero, e condottesi
via via gran prede dal territorio romano ^ tornarono in patria. Fidene sembrava
loro una piazza bonissima d'ar me in tal guerra; e vi lasciarono guernigioue
quanta ne bastasse. Ma Tarquinio mettendo per la stagione seguente in arme
tutti i Romani, e congregando il più che poteva di alleali marciò sui giugnere
della primavera contro i nemici prima che riunitisi dalle varie città venissero
su lui come 1’ anno d’ innanzi. Dividendo in due parti tu'.ia 1’ armata, egli
stesso ne andò colla milizia romana contro le città de’ Tirreni : e fidate le
truppe ausiliarie, per lo più latine, ad Egerio il suo consanguineo, gl’
ingiunse di marciare conU'O Fidene. E queste piene di disprezzo per l’ inimico,
accampatesi in luogo non ben sicuro presso delia città ; non fiirono per poco
tutte disfatte. Imperocché le guardie di Fideue procuratosi un rinforzo occulto
dai Tirreni, e spiatone il tempo opportuno, fecero una sortita ed invasero il
campo nemico non bene difeso, e grande fu la strage di qaein che erano usciti
per foragghtre. la opposito la milizia romana sotto gli ordini di Tarquinio,
manometteva e depredava le terre di Vejo, e traevane molti vantaggi. Ben si
riunirono poi grandi snssidj da tutte le cittA de'Tirreni in sostegno di Vejo :
ma Tarqnioio diede ad essi battaglia, restandone non dnbbiamente vincitore. Poi
scorrendo a bell’ agio il paese nemico lo devastò : Cnalmente lattivi molti
prigionieri, e presevi assai cose come in terre felici, essendo ornai per
finire la state, si ricondusse in casa. Straziati i Vejenti da quella battaglia
non uscivano più di città, ma dentro vi si teneano, mirando intanto sterminarsi
le loro campagne : Perocché Tarquinio uscito per la terza volta, privavali per
il terzo anno dei prodotti delle loro campagne, desolandole in gran parte : e
non avendo poi come più danneggiarli condusse 1’ esercito alla città di Cere,
sigilla chiamavasi la città quando i Pelasghi ne erano gli abitanti, ma
soggiacendo poscia ai Tirreni fu Cere nominata. Era questa felice e popolata
quanto altra mai fra’ Tirreni. Quindi ne uscì valido esercito a combattere per
le proprie campagne, e molti vi straziò de’ nemici ; ma perdendovi più ancora
de' suoi, rifuggissene alla cittàRimasti i Romani padroni di una terra la quale
somministrava tutto in abbondanza vi si trattenero molti giorni ; finché venuto
il tempo di ritirarsene menarono con sé quanta preda potevano, e si ridussero
in casa. Riuscitegli come desiderava le operazioni su Vejo, Tarquinio ricavò
l’esercito contro i nemici di Fidene per cacciameli, con ansia di punire quei
che aveano la ci ttà consegnata a’ Tirreni. Vi fu batttaglia tra’Romani Digitized
by Google LÌBRO III. 299 tf tra le ihilizie ascile da Fidene, e' poi darò
contrasto nell’ assalto delle 'mura. Fu la città pigliata di forza, e tatti li
prigionieri Tirreni legati e custoditi. Dei Fidenaii giudicati autori della
rivolta quale ne fu battuto pubblieatnente e poi decapitato, e quale bandito
per sempre. I Romani lasciativi per abitatori e custodi della città misero a
sorte e se ne appropriarono i beui. LX.
Occorse l’ ultima battaglia fra Romani e Tirrani' presso di Ereto nella Sabina.
Imperocché lì Tirreni erano venuti attraverso di questa incontro al Romano
persuasi dai potenti di que' luoghi che i Sabini militerebbero insieme con
essi. E certamente già era spirata la tregua sessennale conchiusa da questi con
Tarquinio, e molti ardevano dal desiderio di emendare le antiche disfatte,
essendo già cresciuta nelle città gioventù numerosa. Non pelò succedette ciò
come ideavano : perchè ben tosto si presentò l’esercito Romano, nè potè farsi
che ab cuna delle città mandasse un soccorso ai Tirreni ; e solo vi si
congiunsero alquanti volontari, e pochi reclutali a gran soldo. Fu questa
guerra la più grande di quante ne sorsero infra loro ; ed i Romani ne crebbero
meravigliosamente, riportandovi una segnalata vittoria, ed il Senato ed il
popolo decretarono a Tarquinio il trionfo, lu opposito lo spirito ue decadde
ne’ Tirreni ; perchè avendo spedito da ogni loro città tutte le milizie, non
riebbero salvi, se non pochi di tanti; gii altri o perirono tra la battaglia, o
fuggiti in luoghi non idonei per Io scampo, si arresero. Colpiti da tanta
sciagura i primarj delle città la fecero da savj ; perchè prendendo Tarquinio
una nuova spedizione su loro, essi riunitisi a consiglio deliberarono trattare
della pace ; e mandarono da ogni città plenipotensiarj anziani e riipettabili
per concilitiderla. Teneano questi al re che gli udiva ragionamenti, induttivi
a misericordia e moderazione, e ricordavano il parentado di lui colla lor
gente; quando Tarquinio disse che volea sapere unicamente, se disputavano
ancora intorno ai diritti e venivano per fare la pace con certe riserve ; o se
confessavausi vinti, e rendevano a lui le proprie città. E rispondendo questi
che le rendevano, e che desideravano la pace comunque loro si concedesse, egli
dilettatone disse : ascoltale con quali condizioni sono per dare la pace, e
quali benefizj vi dispenso con essa. Non io rn ho già nelt animo di uccidere, o
bandire, o multare alcuno de' Tirreni. Lascio Ifs vostre città senza
guarnigioni, senza tributi : lascio che vivano arbilre di sè stesse, e colla
forma primiUva di governo. Ma per tante cose che io concedo a voi giudico che
questa sola da voi mi si dia, cioè che io m'abbia la direzione suprema che pur
ni avrei delle vostre città quand anche voi noi voleste, finché io sono il
vincitore. Piacemi aver questo da voi sporta taneamerUe anziché di mai animo.
Andate, riferitene alle vostre città, lo vi prometto sospendere le armi, finché
torniate. Ricevute queste risposte andarono di volo gli ambasciadori; e dopo
pochi giorni ritornarono portando non già parole nude, ma i fregi stessi del
comando coi Anni di Roma i 65 ecoado
Caioae, 177 secondo Varrone, 587 avanli Cristo] ' 3oi qnali adornano i proprj monarchi,
la areano seguali di giogo e di esecrasione. Ma se acquistano in guerra una
vittoria ; se il irj di ogni città : e prima che 1’ armata de’ Romani venisse
nelle terre loro, essi menarono la propria nelle campagne di quelli. Come il re
Tarquinio udì che t Sabiui aveano passato 1’ Aniene e che devastavano per tutto
intorno de’ loro accampamenti, prese : i giovani ro nani più spediti e piombò
di tutta fretta su’ nemici sparsi a predare. Ed uccisine molli, e ritolta loro
la preda che si recavano, mise il campo suo presso del loro. Passati cosi pochi
giorni, finché gli era di città venuto il resto delle milizie, e le truppe
ausiliarie dagli alleali, presentò la battaglia. LXV. Vedendo i Sabini i Romani
venuti con ardore per combattere, cavarono la propria armata ancor essi, non
inferiori nè di numero, nè di valore. Investitisi combatterono con tntto 1’
aadire fin eh’ ebbero a fare coi soli schierati di fronte : ma poi fatti
accorti che marciava loro alle spalle un altro esercito ordinato e ben fornito;
abbandonarono le bandiere e dieronsi alla fuga. Era di Romani 1’ esercito che
apparve alle spalle, fanti lutti e cavalieri scelti, disposti insidiosamente da
Tarquinio tra la notte in luoghi opportuni. Spaventali i Sabini da questi
nomini inaspettati che li raggiungevano non fecero più ninna bella azione ; ma
quasi colti dagli inganni de’ nemici, ornai sotto il nembo di danno
irreparabile, tentarono chi d’ una e chi d’ altra via salvare sè stessi. Allora
appunto però soggiacquero a strage grandissima inseguiti e rinchiusi d’ ogn
intorno dalla cavalleria de’ Romani ; tanto che pochi in lutto si ripararono
nelle città vicine : gli altri, quanti non caddero combattendo, rimasero
prigionieri. Imperocché que gli lasciati negli alloggiamenti nè ardivano
respingere r assalto de’ nemici, nè uscire in battaglia : ma cosierpati dal
male impensato renderono senza combattere sè stessi e quel posto. Le città de’
Sabini vinte come dai stratagemmi e dagl’ inganni non dalia virtù dei nemici,
si accinsero a mandare ben tosto milizie più copiose, e capitano piu
sperimentato, Tarqajuio vedendo il loro dise^o, guidò soliecitameotc l’
esercito, e passò 1’ Anieue prima che quelli si potessero tutti riuuire. A tal
nuova il duce Saltino andò prestissimo quanto polea colla nuova armata e mise
il suo presso al campo romano su di un colle erto e dirotto : non giudicava
però ben fatto dar battaglia se prima a lui non giungevano le altre milizie de’
Sabini. Solamente spedendo • delle bande de’ cavalieri, e postando delle coorti
nelle balze e nelle selve contro quelli che uscivano a foraggiare, impedì che i
Romani infestassero colle scorrerìe la campagna. Per tal sua condotta di guerra
molte erano le scaramucce, ma di pochi fanti e cavalli, e niuna la battaglia
universale. Adunque temporeggiandosi, e sdegnandosi Tarquinio dell’ indugio,
risolvè di andare colr esercito alle trinciere de’ nemici, e più volte ne fece
l’assalto: ma vedendo che non era farìle espugnarli per la fortezza del luogo,
destinò di abbatterli colla penuria. E stabilendo delle guardie su tutte le vie
che menavano’ al colle, nè permettendo che i nemici andassero a far legna, e
recassero foraggi pe’ cavalli, o prendessero altro che facea di mestieri dalla
regione; li ridusse a gravi disagi. Tanto che furono costretti, cogliendo uoa
notte burrascosa per vento e pioggia, lasciare vergogno samenle quel luogo;
abbandonandovi giumenti e tende, e feriti, ed ogni apparecchio militare. I
Romani cono; seiutane al nuovo giorno la partenza, e lattisi padroni del campo
senza contbattete vi predarono tende, e giumenti ed ogni cosa, e conducendosi i
prigionieri si ravviarono a Roma. Continuò questa guerra cinque anai, 3o5 c gli
uni (levasUnJo le campagne degli altri; .diedero via via delle battaglie piu o
men grandi, vinte di raro da’ Sabini, e spessissimo da’ Romani : i ma nell’
ultimo cimento ebbe interamente il suo termine. Imperocché li Sabini non già di
aumo in mano come dianzi ma quanti per la età ' lo poteano, erano tutti in uh
tempo stesso marciati alla, guerra. In opposito i Romani tutti, raccolte le
forze aosiliarìe latine, tirrene, ed in genere degli alleati erano venuti a
fronlè del nemico. 11 duce Sabino dividendo le milizie ne avea fatto due campi
: aveale il re dei Romani compartite in tre corpi in tre campi non molto lontani
fra loro, ed egli comandava i Romani; dato ad Aruntc figliuolo del suo fratello
il governo de’ Tirreni, e quel de’ Latini e degli altri ad un valentuomo per
consiglio e per arme, ma forestiero e privo della patria. Servio era il nome di
lui, e Tullio quello della sua stirpe : e fu quegli appunto cui dopo Tarquinio,
morto senza prole virile, i Romani inalzarono ai trono per amore del suo ben
lare tra le arme e nell’ uso della repubblica. Io sporrò ma nel suo luogo la
prosapia, la educazione, le avventure di quest’ uomo, c come gl’ Iddii per lui
si manifestassero. Allora dunque, poiché gli uni e gli altri vi furono apparecchiati, diedero la battaglia.
Avevano i Romani l' ala sinistra, i Tirreni la destra standosi i Latini
schierati nel centro. Durò vivissima tutto il giorno la battaglia finché
viuserla di gran lunga i Romani. Uccisero molti de’ nemici segnalatisi
nell’azione; e più ancora ne presero prigionieri tra la fuga. Espugnatone
INTONICI y t n> T, >0 l’uao e r altro accampamento ne ammassarono ricchezze
in copia, e signoreggiarono senza timore Hitla la campagna: e messala a ferro e
fuoco, e distruttivi gli alloggiamenti sen tornarono a casa ornai tramontando
la estate. Tarquinio a questa vittoria trionfò per la terza volta nel suo
principato. E preparando nelf anno seguente r esercito nuovamente per condurlo
contro le. città de’ Sabini, non più concepirono questi nulla di magnanimò e di
grande, ma deliberaronsi tutti per la pace prima di mettere a pericolo sè
stessi dei giogo, e le patrie della rovina. Pertanto vennero da ogni città li
Sabini principali a Tarquinio uscito con tutta 1' armata, e cederongli le terre
loro supplicandolo di miti condizioni : e colui propensissimo ricevendo, perchè
senza pericolo, il sottomettersi di quella gente, fe’ tregua e pace ed amicizia
co’ modi appunto co’ quali aveala innanzi fatta co’ Tirreni, e rendè loro pur
senza prezzo li prigionieri. Tali sono le imprese militari di Tarquinio: le
urbane e pacifiche son come sieguono; che già non voglio passarle senza
ricordo. Giunto appena ai comando desiderando, come aveano fatto i re
predecessori, di conciliarsi la plebe, se la conciliò con questa beneficenza.
Scelti fra tutto il popolo cento nomini a’ quali il pubblico grido accordava
virtù guerriere, o civil sapienza, li nominò patrizj aggregandoli a’ senatori :
i quali essendo fin’ allora dugento ampliaronsi al numero di trecento fra’
Romani. Poi, quattro essendo le vergini
Ad. di Boom 171 secoudo Catone, 173 secondo Varronc, e. 58 i avanti
Cristo] 3o7 custodi del fuoco inestinguibile egli ve ne sopraggiunse altre due:
imperocché cresciuti i pubblici sagrifizj ai quali doveano intervenire le
vergini Vestali ; non parve che quattro più ne bastassero. Seguirono la
istituzion di Tarquinio ancor gli altri principi, e sei pur ne’ miei tempi si
additano le vergini ministre di Vesta. Ed egli sembra il primo, che guidato
dalla ragione, o forse; dalle insinuazioni de’ sogni come pensano alcuni, ideò
li castighi co’ quali i sacerdoti puniscono quelle che la verginità non
conservano : e gl’interpreti delle sante coso dicono che que’ castighi si
rinvennero dopo la morte di lui ne’ libri delle Sibille. Certo ne’ giorni suoi
fu ravvisato che Pinaria Vergine, la figliuola di Pubblio, an(lavasi con membra
non pure ai sacri ministeri. Ho poi già dichiaralo nel libro innanzi qual sia
di tali castighi la forma. Egli abbellì circondando di officine di artefici, c
di altri apparecchi il Foro ove si arringa e si giudica, e compionsi altre
pubbliche cose : egli il primo deliberò di costruire con gran pietre lavorate a
misura i muri della città, già vili e grossolani: ed egli prese a cavar la
cloaca o canali sotterranei pe’ quali tutto, quanto scola dalle strade,
vasseiie a scaricare nel Tevere : meraviglioso è questo edifizio, e maggior di
ogni dire. Io tengo in Roma per tre magnificentissime cose, c donde la potenza
rilevisi dell’ impero ; gli acquedotti, i lastricati delle strade, e le cloache
; non già che io ne rifletta la utilità della quale dirò ne’suoi luoghi, ma si
bene 1’ amplissima spesa. E ben può questa argomentarla taluno da un fatto solo
del quale io nc fo mallevadore Cajo Aquilio. Scrive costui che non più
scorrendo, perchè negligentale, le cloache, i censori le diedero a spurgare e
racconciarle per mille talenti. F e pur Tarquiuio il circo massimo tra ’l colle
Aventino e tra’l Palatino costruendovi il primo intorno intorno sedili coperti.
Certamente il popolo per addietro starasi in piede agli spettacoli in cima a’
palchi, fondati su cavalletti di legno. Compartì similmente il luogo in trenta
spazj assegnandone uno per ogni curia, per^ chè ciascuna sedesse e mirasse dal
posto che le si doveva. Anche questo edifìzio sarebbe col volger degli anni
numerato tra le meraviglie bellissime della città. Perocché stcndesi il circo
per lungo tre stadj e mezzo, spandendosi quattro jugeri per largo. Cinge i due
lati maggiori ed uno de’ minori una fossa profonda e larga dieci piedi per
raccogliere le acque, e dopo la fossa i portici sorgono con tre piani. I
portici terreni han di pietra e poco elevati i sedili come ne’ teatri ; ma di
legno sono ne’ portici più alti. Concorrono i due lati maggiori ad un tutto e
congiungonsi fra di loro per via del minore che formato in guisa di luna li
termina: cosicché risulta da tre ordini un sol porticato amGteatrale di otto
stadj capace di cento cinquantamila persone. L’altro de’ lati minori che
restasi aperto contiene !e mosse donde i cavalli si rilasciano, spalancandosi
tutte in un tempo, ad un suono. • F uori dell’ amfìteatro evvi pure altro
portico ma di un piano solo, il quale in sè contiene le òfTGcine c sopra le
officine le abitazioni. In ognuna delle officine sonovi 'ingressi e scale per
chi viene agli spettacoli ; e con ciò' nOri siegue confusione tra tante
migliaja che vanno e tornano. Si accluse il re similineatc a iàbbricare il
tempio di Giove, di Glaaoue, di Minerva per adem> plere il voto da lui fatto
a quegl’ Iddìi nell’ ultima guerra co’ Sabini. Ma siccome il colle destinato per
la santa magione abbisognava di radili travagli, perché non era questo agevole
da salirlo nè eguale, ma scosceso e tutto ' acuto in su la cima; eg^i ponendo
intorno intorno altri ripari, e tra’ ripari e la cima assai terra lo rendè
piana ed acconcio! pel tempio. Non però s’ebbe il tempo di metterne le
fondamenta, Tnon essendo egli vissuto che quattro anni dopo il fin della
guerra. Molti anui ap> presso, Tarquinio terzo re dopo lui, quegli che fu
espulso dal trono, ne gitlò le fondamenta, facendo gran parte del sacro
edilìzio : ma noi compiè nemmen' egli, e solo ebbe il tempio il suo termine
sotto gli annui magisirati da’ consoli dell’ anno terzo. Ben’ è convenevole che
le cose ricordinsi accadute prima della erezione di questo, come pur le
ricordano quanti scrìssero la storia di quei luoghi. Deliberatosi Tarquinio a
far qnel tempio impose primieramente agli auguri, convocandoli, che spiassero
co’ divini riti quale in città ne fosse il loco più accon do e più caro a
que’Numi. E riferendo esser questo il colle che sovrasta al Foro, colle detto
Tarpeo di quei giorni, ed ora del Campidoglio, comandò che replicati i riti
santi additassero in qual parte principalmente del Campidoglio aveansene a
porre le fondamenta. Non era ciò cosi fàcile a definirsi ; perchè sorgendo io
sul colie a riverenza de’ genj, e de’ Numi altari in gran nume ro ; doveasi
trasportare questi, e lasciar libera l’ area pel tempio novello degl’ altri
Iddìi. Parve agli auguri di fare le divinazioni loro so di ogni altare, e poi
moverlo se il proprio Nome Io concedeva. Consentirono alquanti genj e Numi che
i loro altari fossero altrove portati : ma il Dio Termine è la dea Gioventù per
quanto gli auguri pregassero e ripregassero non gli udirono ; nè condiscesoro a
cedere il luogo. Adunque furono gli altari loro inchiusi nel tempio che
destinavasi: ed ora r uno resta nel vestibolo, e l’altro nel sacro ricinto
stesso di Minerva presso al simulacro di lei. Presagirono da ciò gl’ indovini
che ninna età mai nè li termini moverebbe né il florido stato di Roma : ciocché
si é già verificato fino a’ di miei per ventiquattro generazioni. Nevio
chiamavasi per nome proprio, ed Azio col nome della prosapia il più insigne
degli auguri, che trasferì quegli altari, definì il tempio di Giove, ed altre
celesti cose ridisse per la sua divinazione al popolo. Si consente che
carissimo egli fosse agl’ Iddii fi:a tutti del santo suo ministero, e che
conseguito avesse riputazione grandissima per le prove da lui date incredibili
e trascendenti nell’arte sua divinatoria. Io ne ricorderò solamente una la
quale mi fu meravigliosissima infra tutte, dicendo innanzi per quale incontro
di casi, e per quali divine occasioni venne in tanta chiarezza che fe’ tutti li
coetanei comparir dispregevoli. Povero fu il padre di lui, cultore d’ ignobile
campicello. Nevio il suo figliuoletto porgeagli l’opera sua, quanta per la .età
ne poteva, e guidava de’ porci, e pascevali. Caduto una volta nel sonno, nè più
rinvenendo al riscuotersi alcuni di quegli animali, ne pianse per timore de’
paterni castighl. Ma poJ venendo al tempietto sacro agli eroi nel suo
campicello, pregò che a lui concedessero di trovare le perdute cose ; egli
prometteva loro se ciò concedessero il grappolo più grande del suo poderetto.
Trovò indi a poco gli animali, e volea recare i promessi doni agli eroi: ma
'grande era 1’ ambiguità sua nel decidere il maggiore ira’ grappoli. Adunque
conturbatone supplicava gl’ Iddii che volessero col mezzo palesargli degli
uccelli ciò che cercava. Or qui per divino favore gli venne in mente di
dividere la vigna in parte destra e sinistra, e notare gli auspicj che in
ognuna occoiresero. Apparsi in una delle parti gli uccelli com’esso ve li
bramava, suddivise pur questa in due considerando gli uccelli che vi
capitassero. Determinandosi con tale distinzione di luoghi, e venendo da ultimo
alla vite indicala dagli uccelli: ebbe un tal grappo incredibile nella sua
forma. Egli recavalo appiè delle immagini sante degli eroi, quando il padre lo
vide. E meravigliato questi di una tal mole del frutto, e domandando d’ onde se
lo avesse : il figlio narrò dalle origini tutto il successo. Concependo colui,
ciocch’ era, che fossero questi naturali preludi della divinazione nel figlio,
lo condusse in città, e lo sottomise a’ maestri delie lettere. E poiché fu
nelle comuni discipline istrutto quanto bastava, affidollo all’ augure più
dotto fra’ Tirreni perchè Io erudisse nel suo sapere. Nevio che avea naturali
lumi per la divinazione, aggiungendovi pur gli altri de’ Tirreni ; superò di
gran lunga quanti erano intesi agli anspicj. Quindi nelle consultazioni sul
pubblico tutti gli auguri della città v’ invitavano lui quantunque non fosse
del Digitized by Google 3i2 delle Antichità’ romane ceto loro, per la
reltitudiae sua nel pronosticare, ti cosa mai vaticinavano, se non ' approvata
da lui. Ora volendo Tarquinio creare tre nove centurie di cavalieri da lui scelti, ed intitolarle
dal nome suo e degli amici, questo Nevio il solo magnanimamente gli resisti,
non permettendo che alcuna si alterasse delle istituzioni di Romolo. Disgustato
per la proibizione il sovrano, e sdegnato con Nevio diedesi a vilipenderne 1’
arte come di nn vano nè veridico parlatore. Con tale intendimento chiamò Nevio
nel suo tribunale essendovi moltissimi presenti del Foro.. Egli avea già
divisato con qnei che lo circondavano i modi onde convincere l’aagure di
menzogna: e lacendosegli questo dinanzi lo accolse con degnevoli salutazioni :
ed ora, disse, o Nevio è il tempo di mostrare il potere delf arie tua
divinatoria. Siccome io macchino di pormi ad una gran cosa ; vorrei per f arte
tua risapere se possa riuscirmi. Or va : consultane co' riti tuoi, o toma il
più presto per dirmene : io qui su questa sede ti aspetto. Esegui l’ augure i
comandi, e dopo non molto tornò dicendo che propizj erano gli auspicj, e
fattibile £ intento di lui. Diè Tarquinio in un riso a tali voci, e cavando dal
seno una cote ed un rasojo gli disse: ora ben apparisce o Nevio che tu mi
deludi, deluso che se’ manifestamente dagl Iddii, dacché ardisci anrutnziarmi
possibili, le impossibili cose : per Nel testo ^vXmt tribù : ma i chiaro che
parlandosi di cavalieri non debba pensarsi a tribù : Forse vi ò qualche
sbaglio. Gli altri storici in questo luogo chiamano centurie quelle che Dionigi
chiama tribù ciocché io meditava se potessi col rasojo fendere questa cote per
mezzo : ridevano tutti d’ intorno, e Nevio niente commosso dalla beffa e dallo
strepito : ferisci, disse, o Tarquinio animosamente come ideavi la cote:
perciocché ne sarà divisa, e se no ; mi ti offero ad ogni pena. Sorpreso il re
della confidenza dell’augure mena il rasojo su la cote, e l’ acume del ferro ne
penetra r interno e dividela, incidendo anche in parte la mano che la teneva.
Esclamarono per la novità quanti contemplavano la incredil.'ile e
meravigliosissima cosa. Tarquinio vergognatosi del cimento dato a quell’ arte,
c voglioso di emendare la indecenza de’ vilipendj ^ primieramente cessò da que’
suoi tentativi su 1’ ampliar le centurie ; poi risoluto di onorare Nevio come
il più caro di tutti i mortali ai celesti, obbligosselo con pegni vari e
copiosi di benevolenza ; e perchè la memoria se ne perpetuasse tra’ posteri
collocò la statua di lui, fabbricala in rame, nel Foro : e questa, più picciola
di nn uomo mezzano, e velata il capo, esisteva pur nel mio tempo dinanzi la
curia, da presso del fico sacro. Dicesi che poco lungi del fico sia la cote
sepolta ed il rasojo sotto di un’ ara sotterranea ; e quel luogo chiamasi il
pozzo da’ Romani. Tali sono i ricordi che si hanno su questo indovino.
Tarquinio ornai chetavasi dalla guerra, vecchio già di ottanta anni ; quando
mori tra gl’ inganni de’ figli di Anco Marzio. Aveano questi macchinato fin da
principio di balzarlo dal trono, e più volte vi si erano adoperali su la
speranza che, balzatone lui, diverrebbe di loro come trono un tempo del padre,
e die (li leggieri ad essi darebbonlo i cittadini. Delusi via via dalla
speranza gli ordirono alfine insidie insuperabili che gii Dei non permisero che
restassero impninite. Io narrerò la forma delle insidie. Quel Nevio del quale
io dissi che erasi opposto al re che volea di meno far più le centurie, questi
(piando più per le arti sue Boriva, quando potea sopra tutti i Romani come
augure nobilissimo, allora sia per invidia degli emuli, sia per insidie de’
nemici, sia per altra sciagura, spari di subito da’ mortali ; nè alcuno potè
de’ congiunti indovinare il destino di lui, nè più trovarne il cadavere.
Addoloratone il popolo, e mal sopportando il suo danno, e molto sospettando di
molti; i figli di Marzio ne ristrinsero su Tarquinio l’ accasa. E non potendo
allegare argomenti e non segni della calunnia ; insisterono su queste due ombre
di ragione. Era la prima, che volea Tarcpiinio far molti e gravi attentati
contro le pubbliche norme ; e che però si era tolto d’ intorno chi sarebbe •per
contrapporsegli come per l’addietro : la seconda era poi, perchè succeduto
tanto infortunio non aveane fatta niuna ricerca, ma trasandavalo in tutto : nè
avrebbe mai cosi praticato chi non era tra’ complici. E fattosi col dispensare
de’ loro beni, gran seguito di patrizj e di plebei diedero gravissima accusa a
Tarquinio, e stimolarono il popolo a non trascurare un tanto scellerato che
stendea le mani su le sante cose, e la regia autorità contaminava ; molto più
che egli non era un romano, ma un estero, anzi uno senza patria. Tali cose
dicendo nel Foro uomini ; autorevoli nè infacondi ; concitarono molti plebei
perchè lo rispingessero se venivaci come impuro da quel luogo. Ora cosi fecero,
perchè nè poleano combattere la verità nè persuadere al popolo che dal trono il
cacciassero. Se non che dissipando lui con difesa validissima le incolpaeioni,
e Tullio il genero suo, potentissimo tra la moltitudine, risvegliando verso lui
la tenerezza de Romani ; furono quelli avuti per calunniatori e scellerati, e
carichi di vergogna partirono dal Foro. Sconciati in tal tentativo, ma tuttavia
per> donati per opera degli amici, perchè Tarquinio contenevasi a fronte di
tanta perfidia in vista de’benefizj pa gravidasse, e ne partorisse poi Tullio.
Certamente non par la novella affatto credibile : pur la rende inverisimile
meno un tal altro segno divino inopinato e meraviglioso intorno di quest’ uomo.
Imperocché sedendosi un' tempo egli di mezzodì nella regia camera, e presovi
dal sonno ; una fiamma gli usci balenando dal capo. Videro questa la madre di
esso e la regia consorte, che per la camera passeggiavano, e quanti erano
presenti alle donne : e luminosa gli si tenne intorno intorno del capo finché
accorsa la madre riscosselo. Allora insieme c ciansi nemmeno le picciolo
ingiustizie, e solleverai li poveri co’ benefizj, e co’ doni ; e quando ne
parrà tempo, (diora diremo che Tarquìnio è morto ; allora gli daremo pubblica
sepoltura. O Tullio ! tu nudrilo, tu educalo, tu renduto partecipe da noi di
tanti beni quanti ne derivano i figli da padri e deUle madri, tu congiunto alla
nostra figliuola, tu se mai divieni, o Tullio, re de’ Romani, è giusto che
almeno in riguardo mio la quale tanto in ciò ti coadjuvai, presenti la
benevolenza di un padre verso questi teneri fanciuU letti : e che quando siano
già grandi, quando già bastanti a regnare, tu renda (diora al primogenito la
corona di Roma. V. Così dicendo diede' 1’ uno e 1’ altro fanciullo in braccio
alia 6glia ed a! genero : e risvegliò tenera compassione verso di ambedue ; poi
quando ne fu tempo, uscita di camera impose ai domestici che assistessero, come
richiedeasi, per la cura, e convocassero i medici. Lasciala passare la notte,
siccome nel giorno appresso accorse gran turba alia reggia ; ella si fe’ vedere
alle finestre che rispondono alla via dinanzi dell atrio : e su le prime
scoperse quelli che aveano congiurata la morte del sovrano, e quindi presentò
tra le catene i sicai'j mandati per compierla : e quando vide il popolo in
pianto per la sciagura, quando videlo fremere contro de’ malvagi ; alfine gli
disse, che pur non era la perfida trama riuscita, e che potuto non avevano
trucidare Tar quinio. Confortavansi tutti all’ annunzio ; quando ella mostra in
Tullio il personaggio eletto dal re, finché guariscasi, per curare le private
sue cose, e le pubbliche. Adunque andossene il popolo, lieto come se il re non
avesse niente patito di terribile, e gran tempo si rimase con questo concetto.
Tullio cinto da’ regj littori marciò con valida schiera al Foro, e fece pe’
banditori intimare che venissero i Marzj al giudizio. E siccome questi non
ascoltarono ; ne proclamò 1’ esilio perpetuo, ne confiscò li beni ; e cosi
tenne sicuro lo scettro di Tarquinio. Ma sospendendo alquanto la narrazione,
vo’ dir le cause per le quali io nè con Fabio consento nè con quanti scrivono
che i fanciulletti lasciati da Tarquinio eran suoi figli ; perchè se altri si
avviene in quei scritti non creda che io improvvisi quando non figli li chiamo,
ma nipoti. Essi divulgarono ciò su que’ garzoncelli, ma per' negligenza ;
niente considerando gli assurdi eie im cuni Storici Romani levarli con altri
assurdi, e dissero che non era già madre de’ fanciulli Tanaquilla ma Gegania,
una donna, di cui nulla additarono le istorie. Ma in tal caso riesce improprio
il matrimonio di Tar> quinio nella età quasi di ottanta anni, e certo
inverisimile riesce in quella età la generazione di figli. Nè già egli era
mancante di prole ; tanto che ne languisse pei desiderio : ma egli avea due
figliuole e queste già maritate. In forza di tali assurdi e di tali
impossibilità dico che que’ fanciulli non eran figli ma nipoti di Tacquinio ;
nel che sieguo Lucio Pisene, uomo savio, e funii co che ciò scriva ne’ suoi
annali. Ma forse eran questi, nipoti a Tarquinio per nascita, e figli per
adozione, e forse fu questa la origine dell’ abbaglio di tutti gli Storici
delle cose Romane. Or dopo un tal prologo egli è tempo di ripigliare la
narrazione. Vili. Poiché Tullio prese le redini del ^ornando, e dileguata la
fazione de’ Marzj, giudicò di averselo consolidato ; fe’ con magnifica pompa
trasportare Tarquinio, come spirato alfine per le ferite ; condeoorandolo di un
cospicuo monumento e di altri onori : e tutore essendo de’ regi fanciulli ; e
curò e guardò fin d’ allora le privale loro cosce le pubbliche. Non andavano
tai fatti a grado de’ patrizj, ma doleansi e sdegnavansi, mal soffiando eh’
egli a sé stabilisse il regio potere senza le
Addì, di Roma sec. Catone, 179 scc. Varrooe : e 577 avanti Cristo] forme
prescritte dalle leggi. E riunendosi più volte i più potenti, trattavano fra
loro de’ mezzi onde abbattere TiU legittimo governo. Ora parve ad essi, come
fossero la prima volta adunati, per tenere il Senato, da Tallio di violentarlo
a lasciare i littori e le altre insegne del comando ; e fatto ciò di nominare
gl’ interré da’ quali si scegliesse regolarmente chi dominasse. Tallio,
risaputo il disegno, si diede a favorire il popolo, c soccorrerne i poveri,
sperando coll’ opera sua di ritenere r impero. £ chiamata la moltitudine a
concinne, presentò dinanzi la ringhiera i fanciulli ; e poi disse : IX. Molle
cause o cittadini ihi astrinsero a prender cura di questi teneri garzoncelli.
Perciocché Tarquinio l m>olo loro accolse e curò me privo di padre e di patria,
nè fecemi punto meno che a un figlio; ma diedemi la sua Jìgliuola in isposa, e
mi amò finché visse, e mi onorò sempre, come sapete, quasi fossi da lui
generato : e poiché fu colto dalle insidie egli affidatami in caso di morte la
cura de' fanciullettì. Ora e chi mi stimerebbe pietoso verso gl Iddf, chi
giusto verso gli uomini, se io trascurassi e tradissi questi oifani a quali
tanto io sono debitore? Ma nè io tradirò la mia fede, né darò per quanto è da
me, 1 ultimo abbandono, a fanciulli già derelitti. Ben è giusto che ricordiate
voi li benefizj che l avolo suo dispensava su voi quando a voi subordinava
tante città Latine emide del vostro principato, quando vi umiliava i Tirreni i
pià potenti tra tutti i vicini, e quando neces^ sitava al vostro giogo i Sabini
; procurandovi ognuna di tali cose in mezzo a grandi pericoli. Speltavasi a voi
per tanta sua beneficenza di essere grati a lui finché visse, e di esserlo dopo
la morte in verso dei posteri -suoi, e non già di seppellire coi cadaveri dei
benefattóri la memoria ancora delle opere. Pensatevi dunque tutti eletti
custodi de’ fanciulli, reusicurate per essi il regnò che t avo ad essi
lasciava. Già non tanto benerisentiranno essi dalle cure di me che son uno,
quanto ‘dal soccorso, comune di voi tutti. Io mi vedo necessitato a dir questo
; sentendo che > alcurù commovonsi contro loro, e vogliono dare ad altri il
co mandò. Io vi. supplico o Romani, che memori ancora siate de' combattimenti
che .io feci pel vostro princù pato, i quali np pochi sono nè piccoli. Ma ben
sa^ pendolo voi, non occorre che altro io vi dica, se non che rivolgiafe su
questi fanciulli gli obblighi che me ne avete. Imperocché non io per me
fabbrico il prir^ cipato : nè se io mel cercassi, ne era già meno degno degli
altri; piacemi solamente amministrare il comune in sussidio della stirpe di
Tarquinio. Io vi raccomando che non vogliate ahbtmdonare a sé stessi questi
farin ciuUi ora che il regno ne pericola : sarebbero anche espulsi da Poma, sé
fauste riuscissero le prime mosse ai nemici. Ma non debbo io più dilungarmi su
ciò, mentre sapete voi quello che dee farsi, anzi siete per fare quanto
conviene.. Ora udite il bene, che io a voi apparecchio, e pel quale qui vi
adunai. Quanti a debiti saziacele nè potete levarvene per la indigenza,, tutti
sarete da me soccorsi come cittadini, e come già tanto affaticati, in servigio
della patria; pert;hè voi che avete fondata la libertà di lei, la vostra non
perdiate : io porgerò del mio danaro onde i debiti estinguiate. Inoltre quanti
torranno ad imprestilo io non più soffrirò che sieno imprigionati per debito :
ma porrò per legge che niuno dia de' prestiti assicurandoli su la persona di
uomini liberi, mentre io penso che basti agli Usuraj di rivalersi su bèni de'
contraenti. E perchè da 'ora in poi sosteniate più di leggeri il tributo
pubblico, pel quale i poveri sono gravati, e ridotti a far debito ; comanderò
che si registrino tutti i beni, e che ciascuno dia secondo l' aver suo, come
odo che si pratica rtelle città più grandi e meglio ordinate ; mentre ancK. io
credo più giusto e più vantaggioso al Comune che chi più possiede più paghi, e
meno chi meno, Piacemi inoltre che il terreno pubblico f quello che avete
corsquislato colle Urrtse > non sia come ora de più impudenti, nè che per
compera ve lo abbiate, nè indarno: ma che quelli se lo abbiano infra voi che
privi sono di terre : perchè voi liberi essendo non serviate, nè coltiviate le
campagne altrui, ma le pròprie ; imperocché già non allignano generosi
pensièri' ov’è disagio del vitto quotidiano. Soprattutto ho deliberalo render
pari e fàcile il governo per tutti, e dàce a tutti eguale azione contro
chiunque; perciocché sono alcuni venuti in tanta baldanza che oltraggiano il
popolo, nè. liberi stimano i poveri fra voi. Ora perchè i più grandi nemmeno
che gl’ infimi esigano' e Soffrano il giusto;, io farò leggi proibitive della
violenza, e lonservOtrici dei diritti lomuni: nè mai lascciò di provvedere a questa
libera procedura di lutti conlto tutti. Sorsero, lui cosi dicendo, grandi elogj
tra la moloi gli esuli, e di ceden’i ai figli di Marzio, a quelH che vi lumno
ucciso Tarquinio, quel re si buono, e sì amico di Roma, a quelli che
macchiatisi in tanta scelleraggine, non osando risponderne in giudizio, si
tolsero a voi colla fuga, a quelli in fine a quaU avete voi t acqua interdetta
ed il fuoco. E se ben tosto non vòlavane a me t avviso, tali patrizj eccitando
una forza straniera, avrebbero di bel nuovo introdotto nel cuor della notte i
fuorusciti in Roma. Ben vedete voi quantunque io le taccia, le seguile, come i
Marzj favoriti da' patrizj sarebbonsi impadroniti senza fatica di tutto,
atsalendo primieramente me che il custode sono della regia prole, me che t autore
fui del giudizio contro di loro, e spegnendo finalmente i regj fanciulli, e
tutti I consanguinei, e tutti gli amici, quanti ve ne restano, di Tarquinio.
Misere le nostri ritogli, le nostre madri, le nostre figlie, e misere le
femmine tra noi! le avrebbero que' ribaldi ( tanta lumno di brutale e di
tirannico ! ) terwie in' conto di schiave. Ora se tanto o popolani piace a voi
pure, che qua si riammettano, anzi che re si proclamino i parricidi, e che i
figli se rie scaccino de’ vostri benefattori, e dal trotto . tolgano che V avo
ad essi lasciava ; se tanto, dico, a voi piace ; io mi cheto su destini. Ma deh
! per gli Iddj, deh / pe’ genj tutti, quanti le mortali cose riguardano ( e noi
colle nostre donne, noi co’ nostri figli supplichiamo voi pe’ tanti benefizj
ancora che Tar quinio su voi spondeo perpetuamente, e pe’ tanti, eh’ io stesso
vi procurava ), deh ! coruredeteci questo dono ; manifestateci i vostri voleri
una volta. Se voi credete altri più degni di noi di tale onore ; questi
fanciulli f e tutto il parentado di Tarquinio, partiranHo, abbandoneranno la
vostra città. Io poi ben altri più generosi consigli ho per me ! Ahbcatanza
vissi alla virtù, abbastanza alla gloria : mancatami la vostra be^ nevolenza,
quella che io pregiava più che tutti i beni, già non voglio io vivere
indecorosamente presso di abtri. Prendete i vostri fasci, dateli, se così
piacevi, ai patrizj. Io mel vedrò, -nè mi oppongo. Cosi dicendo, e già standosi
in atto di ritirarsi sorse un clamor vivo per tatto, nn pregare, an piangere,
perchè restasse, e governasse nè temesse. Allora alcuni, sparsi ad arte qua e
là pel Foro, gridarono che si creasse re, che si convocassero le curie, e sen
chiedessero i voti. Così preordinato T evento; ben tosto il popolo tutto vi
propendè. Tallio ciò vedendo non trascurava la occasione: ma professandosi ad
essi obbligatissimo che memori fossero de’ benefizj, e promettendone più ancora
se re lo creasseró ; prescrisse il gionu> de’ comizj ; ordinando che
v’intervenissero lutti dalla campagna. Accorso il popolo ; egli chiamando una
per una le curie consegnava ad esse i lor voti. E giudicato da tutte le curie
degno del trono ; vi ascese. : nè curò del Senato che non volle come solea
ratificare la scelta del popolo. Cosi re divenuto fondò molte altre
istituzioni, e fece grande e memorabile guerra co’ Tirreni. Io dirò prima delle
istituzioni. Appena strinse lo scettro comparti tra’ mercenarj Romani le terre
del comune : poi fe’ comprovare le leggi su i contralti e su le ingiustizie
dalle curie, estese ^illora a cinquanta, quantunque non sia ora ciò da
ricordare. Aggiunse a Ronia il Viminale, e l’Esquilino due colli, cosi nominati,
capaci T uno e 1’ altro di nna città liguardevole, dispensandoli parte a parte
ai Romani privi di case, perché ivi se le fabbricassero ; anzi egli stesso ivi
ediCcò la sua nel sito più idoneo delle Elsquilie, Fu questo 1’ uhimo re che
ampliò il circuito, della città, congiungendo ai cinque gli altri due colli,
dopo avere presi gli aiigurj e compiute le usate pie cerimonie inverso gl'
Iddj. Non poi la citti mise mai più da largo le sue mura ; non avendolo, come
dicono, permesso i destini : ma tutti intorno i sobborghi che pur sono molti e
grandi, si resuno so>perti, non chiusi da mura, ed espostissimi, se nemico
mai sopravvengavi. Che se alcuno mirando a questi, voglia la grandezza racco-r
glierne di Roma ; egli errerà certamente : perocché noo avrà nino certo seguo,
dal quale discernere fin dove la città si oontinua o dove si termina. Cosi bene
que’ sobborghi al fabbricato inleroo si congiungono, che presentano a chi li
contempla la immagine come di una città che stendesi all’ iii6nito. Ma se
taluno prendendo regola dalle mura, certamente malagevoli a distinguersi per le
molte case fabbricatevi intorno, ma che pur sevv bano via via de’ vestigj dell'
aulica loro struttura voglia risaperne il circuito in ristretto dei circuito di
Alene; vedrà che il ricinto di Roma non molto eccede quello di Atene. Ma quanto
alla grandezza e bellezza che Rpma presenta a miei giorni ; avremo appresso
luogo più acconcio a discorrerne. Poiché Tullio comprese entro un giro solo di
oiura i sette coili ; divise la città in quattro parti ; de-' nominandole da
que’ colli, 1’ una Palatina ^ l’ altra Siiburrana, la terza Collina, e 1 ultima
Esquilina. Cosi distese a quattro le tribù che erau tre sole. Intimò poi che
chiunque abitava 1’ una delle quattro parti, quasi paesano di quella nè
portasse in altra il suo domicìlio, nè in altra desse il nome suo pe' cataloglù
militari, nè il tributo per le spese della guerra : in somma che noi^ rendesse
in altra i servigi che doveansi pel comune; nè più ordinò le milizie secondo le
tre tribù disposte come prima per genti
ma secondo le quattro da lui create e compartite ne’varj luoghi ;
destinando per ciascuna un capo qual sarebbe un tribuno o prefetto, il quale
dor vesse conoscere il domicilio di ognuno. Quindi ordinò che in ogni quadrivio
si facessero da’ vicini picciole sacre cappelle agli Dei lari custodi della
contrada, istituendo per legge che ogni anno si onorassero di aagrifizj, e che
ciascuna famiglia porgesse loro le obbla-zioni sue : comandò che assistessero e
ministrassero à chi facea tal sagri6zio non gl’ ingenui ma i sèrvi ;
dilettandosi quegl’ Idd) del ministero di questi. Continuano i Romani pur nel
mio tempo pochi giorni dopo de’Sa tumali tal festa, veneranda in tutto e
magniBca, e detta compitale da’ quadrivi che compiti da .loro si chiamano. Romolo fece ire tribù eecondo te diverse
genti : erano la tribù, la prima Ramnentù dei Romani posti ad abitare nel
Palatino, la seconda TatUnsU da Tasio, ebbe il monte Capitolluq, e la tersa dei
Luceri a luco o dal bosco dato per asilo i era degli stranieri che aveano ivi
cercato nn rifugio. Col progresso del tempo siccome la gente aggregala a Roma
superara il popolo primitiro ; COSI Tullio fece una nuova divisione di tribù.. a
5 Serbano nel sagrifìzio 1’ anticx) rito, placaodo gl Iddj Lari con
intrametlervi i servi, a’ quali tolgono in quei giorni quanto tien forma di
servile; perchè riconfortati da tali dolci maniere ove è misto del grande e
dell’ono, riGco sì affezionino più vivamente ai padroni e men sen> tano il
peso della loro condizione. Inoltre, come Fabio scrive, divise tntla la
campagna io ventisei parti, chiamandole tribù parimente : e congiunte queste
alle quattro urbane se ne ebbero trenta inAutte : ma Yenonio dice che se ne
ebbero trentuna : laddove Catone ben più autorevole di essi (,) afferma che le
tribù ne’ tempi di Tullio furon tutte, non però distinguene il numero. Tullio
dunque secondo gli atupizj divisa la campagna in tante parti, quante mai furono,
apparecchiò su luoghi montuosi e fortissimi degli asih\ chiamandoli pagos con
greco nome o castelii, onde renderne salvi i coloni. Imperocché .quivi tutti si
rifuggivano ndle irruzioni de’ nemici, e quivi spessissimo pernottavano. Ci
aveano in questi de’ presidi incaricati di conoscere i nomi de’ coloni,
contiihnenti a quel borgo, e li poderi su quali viveano. E se mai portava il
bisogno di convocare que’ contadini per le arme, o di esigere da ciascuno le
lasse ; questi li congregavano, o ne raccoglievano le somme. £ perchè la
moltitudine non fosse difGcile a trovarsi, ma facile a descriversi e palese;
fece erigere degli altari ai Numi contemplatori e custodi del luogo, perché
quella ogni anno vi si riunisse e ve gli onorasse con pubblici sacri Gzj,
istituendo Di Fabio • di Venonio. tal (ine la festa soleanissima delta dei
viUagi ."^Anzi intorno a tali sagrifizj scrisse leggi che i Romani ser
bano ancora. Per tal sagriSzio, per tal celebrità volle cbe contribuissero
tulli una data moneta, altra però gli uomini, altra le donne, ed alu'a gl’
impuberi : talché numerandosi queste dai, presidi delle sante cose rilevavasi
il totale degl’ individui secondo il sesso e la. 6tà. E volendo, come scrive
Lucio Pisone nel primo degli annali, conoscere quanti erano domiciliati in
Roma, quanti vi nasceano o vi morivano, o toccavano la età virile; stabili qual moneta dovessero
i parenti vergare per ognun che nasceva nell’ erario di Eileitia, detta dai
Romani Giunone Lucifera, o in quello che chiamano di Venere Libitina, là nel
bosco, per ognun che moriva, o in quello della Dea Gioventù per ognuno che alla
virile età perveniva. Da queste monete intendeasi ogni anno quanti erano in
tutto, e quanti aveano idoneità militare. Ciò fatto diede ordine, che i Romani.
registrassero, apprezzandoli inargento, i lor beni, e giurando di apprezzarli
come dee 1’ uomo candido e buono t e che insieme dichiarassero quanta era la
età loro, quali i padri loro, le mogli, ed i figli ; aggiungendovi dove in
città soggiornassero, o in quale de’ villaggi d^Ho campagna ; e chi non
&cea pari stima era in pena spogliato de’ beni, flagellato e Venduto. Dorò
questa legge lungo tempo tra Romani. XVI. Cosi prese da tutti 'le stime, e
rilevatone il numero di essi, e la grandezza de’ beni loro introdusse (l) Ciut
Paganaliu. una instituzione savissima che fu poi larga fonte di beat a’ Romani,
come il fatto stesso Io dimostrò. La islit zione fu di segregare dal resto del
popolo quei che aveano sostanze più grandi non però minori di cento mine, e di
ordinarli in ottanta centurie , le quali, armandosi, portassero scudo argolico,
elmo di bronzo, corazza, stivali, asta e spada. Poi separandole tutte in due
parti formò quaranta centurie di giovani per le spe> dizioni in campo aperto,
e quaranta de’ più adulti, le quali in città si restassero per custodirla
quando le altre uscivano per la guerra. E questa era la milizia, prima di
ordine ; per altro i giovani aveano sempre il primo luogo onde proteggere tutta
l’armata. Dal residuo quindi del popolo segiegò quelli ancora che aveano meno
di cento mine non però più scarse di settantacinque, compar lendoli in venti
centurie che portassero arme, simili a quelle de’ primi, toltane la corazza e
dato ad essi lo scudo lungo in luogo dell’ argolico (u). E dividendo quelli di
oltre quarantacinque anni dagli altri che aveano età militare formò dieci
centurie di giovani, le quali an Nel Cesto Xt^gn: questa roce k ambigua: può sigaificare
centuria, manipolo, coorte. Il traduttore latino la interpreta per centuria : e
questa pare la nozioue piti acconcia : ma deve riflettersi che cengia: vai
quanto compagnia di cento, laddove in questo luogo non significa cento
esattamente ; ansi ne] paragrafo iS di questo libro significa ben altro che
cento. Tra I LATINI ci ebbe io Cfypeut e lo tculuni. Il primo era detto cevrir
da’ Greci, ed il secondo Bv/if i il primo era più breve e sièrico, l’altro piò
lungo. La nostra lingua, come di un popolo che più non usa quelle armi non ba
forse parole ben disliute o note pet indicare la doppia forma. Targa, Rotella o
Broccbiero può forse dirsi il C/fpeus, e scudo è voce generica di ogni sorta di
quelle armi. Digitìzed by Google a8 DELis Antichità’ romane dassero in guerra
per la patria, dieci di anziani che in
gtiardia rimanessero delie mura. Era questa la milizia, seconda di ordine, e
prendea luogo dopo de' primi nella battaglia. Una terza ne fece di quelli che
aveano meno di settantacinque mine non però sotto le cinquanta; ma ne minorò T
armatura non solo delle corazze come alla seconda; ma de’ stivali ancora.
Descrisse pur questi in venti centurie dividendoli parimente secondo 1’ età,
talché se ne avessero dieci de’ più gióvani, e dieci de’ più maturi. Era il
luogo loro nelle battaglie appunto dopo quelli che seguivano i primi. XVII.
Trasse un quart’ ordine di soldati da quelli che avean meno di cinquanta, e non
meno mai di venticinque mine; disponendolo in venti centurie, dieci dei floridi,
dieci de’ provetti per anni, come avea fletto cogli altri ; e dando loro per
arme scudi, aste, e spade, e r ultimo posto nelle battaglie. Reclutò la quinta
milizia da quelli che avean meno di venticinque mine, non però meno di dodici e.
mezzo, acconciandola kcondo gii anni di ognuno in trenta centurie, quindici de’
più avanzati, e quindici de’ più giovani. Diè loro strali e Sonde, ma luogo
fuori deli’ esercito, Uiesso in battaglia. Comandò che quattro centurie allatto
inermi accompagnassero tutte le altre : cioè due di annajuoli, di falegnami, e
di altri per altro militare lavoro, e due di sonatori di trombe e timpani e di
altri stromenti pe’ bellici segni. Ma gli arteflci seguitavano la miUzia dà
second’ ordine : e distinti anch essi per età, quali se. guitavano le bande de’
giovani, e quali degli anziani. I^addove i sonatori di trombe e di timpani
lenean dietro alla miUzia quarta di ordine ; distribuiti anch’ eglino in
giovani e vecchi. Erano li centurioni tmcelti fra' tutti li più insigni nelle
arme; e reggea' ciascuno la sua centuria docilissima ai cenni. Tale era il
metodo onde avessi la soldatesca legionaria e leggera. Scelse poi la cavallerìa
dai più facoltosi, e più cospicui di lignaggio, e formatene diciotto centurie
le dié compagne alle prime ottanta centurie de’ legionarj. Erano pur di queste
diciolto, chiarissimi lì centnrioni. Finalmente ridusse ad una centuria gli
altri tutti, ben più numerosi de’ primi che aveano men che dodici mine e mezzo,
e gli escluse dalla milizia e li rese immuni da ogni tributo. Cosi risuitaron
sei ordini che i Romani dicono classi denominandoli con greca parola :
imperocché quello che noi significhiamo colla voce imperativa colei ( chiama )
lo significan essi coll’altra cala (>) ed anticamente caleseis pronunziavano
in vece di classi. Comprendeano queste classi cento novanutrè centurie.
Formavano la prima Bovantotto centurie compresevi quelle de' cavalieri :
ventidue cogli artefici la seconda : venti la terza : di nuovo ventidue co’
sonatori di trombe e di timpani la quarta ; trenta la quinta : ed era dopo
queste una centuria uuica la classe de’ poveri (a). Calo catas tt antico veibo latino por
chiamare j donde pur cbbesi la noce Calerule. (a) Classe prima. 9S -seconda aa
' tersa. ao quarta aa quinta 3 o sesta. Introdotto un tale sistema, iatimava i
soldati per la guerra secondo le centurie, e li tributi secondo li beni. Quante
volte a lui bisognassero dieci o ventimila soldati ; avendo distinta la
moltitndine in cento novantatrè centurie, imponea ebe desse ognuna la sua
parte. Calcolando, le spese da farsi pe’ frumenti e per gli bisogni di guerra ;
egli stesso le compartiva secondo gli averi di ognuna tra le centurie, ordinate
in cento novantatrè. Seguitò da questo ebe i possidenti piò grandi essendo
minori di numero ma divisi io più centurie fossero sensa requie astretti a più
guet're, e vi contribuissero danaro più ohe altri : laddove i possidenti
mezxani e piccioli quantunque più numerosi, ridotti in meno centurie, non
combatteano che alternativamente e di raro, né pagavano se non leggeri tributi
; e quelli che non possedeano quanto rìchiedevasi, erano intatti da ogni
molestia. Nè ciò facea senza causa ; ma persuaso che gli averi sono per 1 uomo
il premio della guerra,. e ohe ciascuno travaglia per difenderseli ; riputò
giusta cosa, ohe chi pericola su più beni, più ancora al pericolo si opponga
colla robba e colla persona : che men di molestia risenta in ambedue chi men
perderebbe: e finalmente che chi non teme per cosa ninna non sia nemmeno in
cosa alcuna aggravato, immune da’ tributi perchè bisognoso, e libero dalla
guerra perchè libero da’ tributi. Imperocché li soldati Romani militavano
allora, ciascuno a spese sue non lo stipendio riceveano dal pubblico ; nè
pensava altronde che avesse a contribuire chi non aveane i mezzi e stentava il
vitto quotidiano : nè che colui che non contribuiva militasse a spese altrui
qual mercenario. G)sl rivolse Ai più ticchi tatto il carico de’ pe ricoli e
delle spese : vedendo però che sen disgustavano^ nè raddolcì per altro modo il
mal contento, e ne rat temperò lo sdegno, concedendo ad ewi tal prerogativa per
cui gli arbitri sarebbero del pubblico esclusine i poveri. Nè comprese il
popolo di ciò che facessi le con srguenze. Era la prerogativa ne’ comitj, ove
dai popolo risolveansi. le cose le più gravi. Ho già detto di sopra come il
popolo secondò le antiche l^gi era 1’ arbitro di tre cose grandissime e
necessarissime : cioè di eieg> gere i suoi capi in città e nel campo, di
ammettere o di abrogare le leggi, e di conchiudere la guerra o la pace.' E tali
cose discuteva, e decidevate il popolo per curie, parrggiandovisi il voto del
grande a quello del picciolo possidente. ^ E siccome pochi, come avviene, erano
i facoltosi ; ma più assai li poveri; cosi preva leano questi ne’ comlej.
Tullio ciò vedendo trasferì nei ricchi la prepotenza de’ voti. Imperocché
quando pare vagli di' far creare i Magistrati o discutere le leggi, o
Conchiudere la guerra teneva i comizj non più per ci^ rie, ma secondo le
centurie anzidette. E prima chia mava a dare il Suo volo le centurie di maggior
possi densa le quali èrano ottanta di fanti e diciotto di cavalieri. Or' queste
più numerose che le altre di Un tre quando
fossero unanimi, superavano le altre ; e la di scussione avea fine. Che se non
si univano queste in uu parere ; invitava allora le ventidue scritte nel se
coud’ ordine., £ se i voti sciudcvansi ancora ; soprac Erauo noTanioUo, e le altre tutte novauUoinijue.
cbianuva le centarie di terz’ ordine : iodi quelle del quarto, e cosi via via,
finché novantasette centurie si trovassera consentanee. Che se ciò non
ottenessi neppure colla quinta, chiamata, ma le cento novantadue centurie si
contrapponeano con parti eguali.; invitava allora 1’ ultima centuria che era
de’ bisognosi, e però libera dai tributi e dalla milizia. E qualunque fosse la
parte alla quale accostavasi questa centuria ; quella preponderava. Ma ciò era
ben raro a succedere, per non dire impossibile ; mentre il più delle
discussioni termi navasi col chiamar de’ primi ordini senza procedere al
quarto. Doud’ è che l’ invito de’ quinti e degli ultimi superduo riusciva.
Istituendo tal sistema e tal prerogativa inverso de’ ricchi, Tullio deluse,
come ho detto i poveri ; né sei conobbero, e furono esclusi dalle cariche.
Immaginavano questi che essendo richiesti un per uno a dare il suo voto,
ciascuno nella sua centuria, avessero egual parte nel tutto : ma s’ ingannavano
: perchè uno era il voto della intera centuria, e qual centuria conteuea. men
cittadini e quale più i^sai ; e perchè prime votavano le centurie più ricche,
più numerose per serie, quantunque con men cittadini. Aggiungi che un solo era
il voto de’ bisognosi, quantunque fossero i molti ; ed aggiungi che ultimi si
chiamavano. Per tal metodo i ricchi, quatunque assai soggiacessero a spese, né
avessero mai requie da’ perìcoli della guerra, men sentivano il Erano le centurie senza l’ultima 193. numero
la cui metà è 96. Affinchè dunque vi, fusse preponderanza doveva un parlilo
nascere almeno da 97 e I' alito da 96 ocniutia.peso ; perchè erano gli ariìitri
divenuti di gravissime cose, ed aveano tolto agli altri tutto il potere.
Altronde i poveri se non aveano che la minima parte nelle pabbliche cure sei
comportavano placidi e ebeti, perchè liberi dai tributi e dalla guerra. Dond è
che que’ medesimi i quali consigliavano ciocché era da fare ; quegli appunto se
ne mettevano ai pericoli ed alle opere. Durò tal sistema per molte età tra’
Romani. Ma ne’ tempi miei fu variato, e renduto più popolare per forza di
grandi necessità, non perché le centurie fossero disciotte ; ma perchè non più
serbavasi 1 antica diligenza nel chiamarle; come io stesso, presente più volte
ai comizj, ho veduto.: ma non è questo il tempo conveniente a parlar di ciò.
Tullio data cosi regola al censo, comandò che tutti i cittadini andassero colie
armi al campo più grande dinanzi Roma : e là, messi in squadre i cavalieri,
ordinati li fanti in battaglia, e ridotti i soldati leggeri, ciascuno nelle
proprie centurie ; li espiò con un toro, un ariete ed un capro. Egli fatte
condurre prima tre volte le vittime intorno dell’ esercito le sagri Beò poscia
a Marte, Nome sovrano di quel luogo. Anche a miei giorni vengono i Romani
purificati con egual cerimonia, che essi chiamano lustro, dopo &tto il
censo, da que’ che n’ esercitano' il magistrato santissimo. Come rilevasi da’
libri de’ censori, il, catalogo de’ Romani che si registrarono ascese allora ad
ottantaqnattro mila settecento. Prese questo re non picciola provvidenza per
ampliare le classi del popolo, ideandone de' mezzi sfnggiti a suol
predecessori. Imperocché provvidero questi a far moltitudine ricevendo i
forestieri e consociandoseli senza divario di natali o di sorte. Ma Tullio
concedè che entrassero a parte della repubblica pur gli schiavi Fenduti liberi,
se mai non volevano ripatriare. Àdon que permettendo che registrassero le loro
sostanze iusieme con gii altri uomini ingenui gli ascrive fra le tribù urbane
che erano quattro fra le quali ritrovasi aa cora la discendenza dai liberti, e
fece che vi godessero quanto gli altri vi godeano di diritti. Disgustandosi di questo e mal sopportandolo i
Patrizj ; egli convocatane la moltitudine disse : cho meravigUctvasi
primieramente de' malcontenti se credei vano che t uomo libero differisse dal
servo per natura piuttosto che per la, sorte : e secondariamente se mv~
stiravano gli uomini degni di onori non dai costumi né dalle maniere, ma dalla
prosperità, vedendo quanto caduca, e quanto mutabile sia la prosperità, mentre
TÙuno, nemmeno de’ più felici, può dire quanto tempo gli durerà. Considerassero
quante città barbare e gre^ che erano di serve divenute libere, e di libere
serve. E qui condannava la grande loro incongruenza mentre rendevano liberi
uomini degni di esserlo, e poscia ad essi invidiavano la cittadinanza : e
consigliavali piuttosto a non liberarli, se malvagi li riputavano: ma -se ripa
tavanli buoni, non li vilipendessero quantunque forestieri. Dicea, che ben era
informe nè savia cosa che essi ammettessero alla loro cittadinanza tutti i
forestieri, senza distinguerne la sorte, o por mente, se erano servi divenuii
liberi ; e poi tenessero come indegni di tal graeia ^elli stessi che erano da
loro liberati : e dicea, che essi i quali credeano più saperne che gli altri
non vedeano poi le cose presenti, elementari, e piane anche ai più inetti':
cioè che assai penserebbero i padroni anon rendere liberi cosi di leggeri i
servi se poi doveano accomunarseli alle cose più grandi fra gli uomini : e che
i 'servi assai più si studierebbero di far Fatile de’ padroni, se capivano che
resi liberi sarebbero ancora cittadini di una città grande e beata ; e che
ambedue questi beni Se gli avrebbero appunto dai padroni. Da ultimo fattosi a
ragionare su F utile pubblico ricordava a chi io sapeva, ed a chi noi sapeva
insegnava, che una città che aspiri al comando, una città che pre pansi alle
grandi cose, non dee niun bene cercare quanto F aumentò del popolo, onde aver
forze contro tutte le guerre, e non distruggere Ferario con assoldare gli
estranei, perciò dicendo che i primi re concedevano a forestieri la
cittadinanza. Che se ora adottavano la sua legge; aggiungeva che per loro via
via crescerebbe una gioventù numerosa, nè sarebbero mai scarsi di soldati ;
anzi che ne avrebbero abbastanza quantunque fossero astretti far guerra contro
di tutti. Vi sarebbero ancora oltre le pubbliche, altra utilità non poche pe’
ricchi se lasciavano che gli schiavi renduti liberi avesser parte nelle
adunanze ; mentre ne sarebbero in queste nel maggiore bisogno favoriti co’ voti
o con altre decenze, e la scerebbero ne’ discendenti di essi altrettanti
clienti ai posteri loro. Consentirono a tal dire i patrizj che si am>
mettesse un tal uso in repubblica: e vi persevera ancora, custodito come una
delle leggi sacre ed inviolabili. E poiché son venuto a tal parie di narrawoue
; parmi necessario adombrare i costami de’ Romani in que’ tempi sopra gli
schiavi ; perchè niuno riprenda nè il re che tentò volgere in cittadini gli
schiavi già liberi, né quei che la legge ne ammisero, quasi abbiano
incautamente abolito istituzioni bellissime. Ottenevano i Romani dei schiavi
per giustissime guise:' imperocché gli aveano o comperandoli dal pubblico che
metteali qual preda all’ incanto, o concedendo un capitano che si
appropriassero i presi in gnerra insieme con altre cosej o redimendoli da altri
che gli aveano. con eguali marniere acquistati. Mé Tallio che lo introdusse, nè
gli altri che lo riceverono e serbarono; tennero come vituperoso e nocivo al
pubblico il costume pel quale si ridonasse la libertà e la patria da chi
possedeali come schiavi, a quegli uomini che spogliati in guerra di patria e di
libertà si erano utili dimostrati verso i primi che gii aveano soggiogati, o
verso altri che gii avevano comperati dai primi. Ricuperavano moltissimi la
libertà gratuitamente in vista deir onesto e bel procedere loro : e questo era
il più onoridco mezzo onde riaversi : pochi ne sborsavano un prezzo, accozzato
con legittime e caste fatiche. Non è però così di presente, ma sono le cose in
tanta confusione, e cosi belle virtù de’ Romani sono invilite e bruttate; che
chiunque trae danaro da crassazionl^ da sfasci, da prostituzioni o per altre
ree guise, costui con tal prezzo redimesi, e diviene un Romano. Ottengono altri
un tal dono dai loro padroni, divenutine i complici degli avvelenamenti, delle
uccisioni, e. delle ingiustizie contro la : repubblica e contro gl’ Iddj : tal
altri Digitized by Goo e de’ Veietiti, -già prime ad insorgere, e colpevoli di
aver mosso le altre alla guerra co’ Romani, queste in pena le multa della
campagna, coi divise in sorte tra gli ammessi di fresco alla cittadinanza di
Roma. Compiate tali cose in guerra ' ed in pace, e fondati due tempj l’uno nel
Foro boario, e l’altro in riva del Tevere alla Fortuna sembratagli propizia
tutti i suoi giorni, e da lui chiamata Kirile come chiamasi ancora ; alGne provetto assai per età, nè lontano
ornai dal suo termine, morì tra le insidie dei genero suo e della Gglia. Io
dirò di queste insidie ma ripigliandone il GIo alquanto da lungi. Avea Tullio
due Gglie, nategli da Tarquinia, sposata a lui dal re Tarquinio medesimo.
Divenute nubili le donzelle, cugine dal canto materno a’ nipoti di Tarquinio,
diedele appunto a questi per mogli, la più grande al più grande, e la minore al
minore ; cosi parendogli che meglio converrebbobo a chi le prendeva ; Tullio fondò piò che due tempj. Fiutar, in
quest. Rom. 74 Ma la fortuna ViriU fu
coosccrata da Anco e non da Serrio secondo lo stesso Plutarco De Fortuna Roman,
se non che per la diflbrmità de’ costami si trovò ì’ua genero e l’ altro
accoppiato col sao contrario. Lucio il maggiore, baldanzoso, caparbio, tiranno
per indole, ebbesi la fanciulla, savia ^ mansueta, piena di amore paterno:
laddove Arunle il più tenero, mite molto per genio e tutto affabile, se ne ebbe
la iniqua, e tutta ardire, e tutta odio contro del padre. Ora seguiva che
movendosi ognuno a seconda del genio suo venivane ripiegato in contrae rio
dalla sua donna. Ardea lo scellerato dal desiderio di balzare il suocero dalla
reggia : ma intanto che a tale disegno applicavasi, erane dai voti contrariato
e dal pianto della consorte. In opposito il mite sposo, fermo in cuor suo che
non aveasi ad offender il suocero ma che do veasi aspettare che la natura ne
consumasse la vita, ni tollerando che il fratello commettesse quella
ingiustizia, era spinto in contrario dalia ribalda sua compagna, che lo
istigava e garrivalo, rimproverandolo come vile. E poiché niente poteano nè le
suppliche della savia donna che insinuava il suo meglio al non giusto suo sposo,
nè le istigazioni della malvagia che provocava ai delitti Taomo suo, che non
era temperato a commetterne; ma ciascuno seguiva l’indole sua tenendo per
molesta la compagna perchè non avea desiderj uniformi ; la prima ne piangeva,
ma comportava l’acerbo suo caso, quando l’altra fremevane audacissima, e
cercava come togliersi dal sno camerata. Or qui levatasi di mente la
scellerata, considerando quanto bene a lei si confarebbe il marito della sua
germana, sei fa eh iamare, quasi per abboc carsegli di necessarie cose. E
poiché fu venuto; ordinando che si rititasserò quanti eran seco per discorrere
sola con solo Or su, disse, o Tarquinio posso io liberamente e senza pericolo
ridire quanto medito pel bene di ambedue ? Lo celerai tu quanto sei per udire ?
o vai meglio che io taccia, nè palesi V arcano' consiglio ?, £d invitandola
Tarquinio à dire, e certificandola coi giuramenti, qualunque ne volesse,
cbe-taóerebbe i discorsi ; ella non più contenuta dalla verecondia >neO‘
amici che abbondano, ed altre comodità copiose e grandi per imprendere. Che
più, dunque t’ indugj ? u4 spetti forse il tempo che per sé stesso venga e ti
dia la corona senza che pur te ne brighi ? Quando ? dopo la morte di Tullio ?
Jippunto la fortuna riguarda gl’ indugj degl’ uomini, appunto la natura pon
fine alle vite secondo la proporzione degli anni ! Anzi oscuro, incomprensibile
è f esito delle cose mortali. Sebbene, io lo dirò pur francamente, quandi anche
tu me ne chiami temeraria, una a me sembra, una la causa per la quale niente
commoveti, non l’ amor degli onori non della gloria. Hai tu donna mal conforme
a tuoi modi; e questa li lusinga, e t’ incanta, £ ammollisce : e da questa
rendalo men che uomo diverrai finalmente un ignoto. Così pure quel marito eh’ è
meco, tutto paura, e senza nulla di virile, quegli ha depresso me ch’era nata
alle grandi cose, quegli ha fatto il fiore languir di bellezza che mi avvivava.
Se portava il destino che tu prendessi me per moglie ed io te per marito, già
non saremmo tanto tempo vivati nella ignobilità de’ privati. Che dunque non
emendiamo le colpe della sorte ? che non trasmutiamo il matrimonio ? che non
togli tu dalla vita cotesta tua donna ? Io sì che apparecchio per quel mio
marito /’ egual trattamento. E quando, spenti questi ^ ci sarem conjugcUi y
allora consulteremo con 'sicurezza sul resto, liberi già dagli ostacoli che ci
conturbavano. Che so altri per cUtre cause teme la ingiustizia ; già non è da
riprendersi chi tutto ardisce per dominate. Mentre Tullia cosi diceva, ne
ascoltava Tai> quinio con diletto i disegni : e dando immantinente e
ricevendo i pegni di fede, e le primizie dell’ empie nozze, si ritirò. Non andò
guari tempo ; .e perirono p^ eguale sventura la primogenita di Tullio, ed il
minor de’ Tarquinj. E qui sono astretto a far parola di nuovo di Fabio, e
riprenderne la negligenza nell’esame dei tempi. Imperocché fattosi alla morte
di Arante non. pecca per questo capo solo come io dinanzi dicea, che deaerivelo
per figlio di Tarqninio ; ma per l’ altro ancora che narra, che mortosi Arunte
fu sepolto dalla madre Tanaquilla, la quale non potea di que’ tempi più vivere.
Conciossiachè giù di sopra fu dimostrato che costei numerava settantacinque
anni, quando mori Tarquinio. Ora aggiungi a questi altri quarant’ anni, giacché
sappiam dagli annali che Arunte mancò nell’ anno quarantesimo del regno di
Tullio; e saran gli anni di Tanaquilla cento quindici. Tanto picciola nelle
storie di que^ st’ uomo é la cura intorno la ricerca del vero ! Dopo ciò
Tarquinio senza indugio riprese in Tullia una moglie, ricevendo lei da lei
stessa, e senza che la madre approvasse, o consolidasse il padre quelle nozze.
E come que’ due impurissimi, come que’ due micidiali si congiunsero, tentarono
di cacciare se noi cedea di buon grado, Tullio dal trono: e teneano perciò
delle conventicole, e raunavano que’ senatori che aveano cuore alieno da lui e
dalie forme di un governo’ popolare, e comperavano i più bisognosi della città
quei che non Bveau cura ninna della giustizia, facendo intanto tutto senza
nasconderlo. Tullio vedendo ciò, ne fu contur baio, e temette di essere
sorpreso da qualche infortunio. Nè dovrebbesi meno se dovesse far guerra alla
figlia ed ai genero, e pigliarne vendetta come di nemiri. Adunque invitò molte
volte Tarquinio a discorso in mezzo degli amici ; ora redarguendolo, ora
ammonendolo ed ora esortandolo a non far contra lui mancamento. Poiché però
costui non lo attendeva, e pretestava che direbbe in Senato i suoi diritti;
egli stesso adunando il Senato, incominciò : Tarquinio o senatori ( e ben mi è
ciò manifesto ) Tarquinio tien dei congressi; Tar~ quinio m insidia lo scettro.
Io da lui voglio, presenti voi, risapere, qual privata ingiuria ha da me
sostenuta, o qual vede che io ne ho fatta sul pubblico per insidiarmi. Rispondi
Tarquinio, non '{infingere, di che avresti tu mai per incolparmene? È questo il
Senato, ove di essere udito desideravi. E Tarquinio replicò : Breve o Tullio
sarà il dir mio, ma giusto ; e però voleva io profferirlo tra questi. Tarquinio
V avolo mio possedè la reggia di Roma, e molti e grandi travagli sostenne per
essa. £ lui morto, io, gli debbo succedere secondo le leggi comuni de’ Greci e
de Barbari. E convenivasi, come si conviene a quei che succedono agli avi, che
io ne ereditassi non pur le monete, ma la reggia : e tu mi davi le une, come
lasciate da esso, e mi toglievi la reggia, e già da tempo la tieni, senza
averla mai ricevuta a norma delle leggi : perocché nè gl’ interré vi ti
scelsero, nè i senatori mai per te davano il voto, nè assunto vi eri dacomizj
legittimi come l’avo mio e come tutti i re precedenti. Tu andavi al trono,e
comperando e subornando per ogni modo una turba di vagabondi e di miseri, una
turba rovinata nella stima per le accuse e pe’ debiti, una turba infine niente
sollecita del pubblico bene : e così andandovi nemmeno dicevi di stabilirlo per
te, ma davi' le viste di custodirlo per noi orfani e pargoletti: e dichiaravi,
udendolo tutti, che quando saremmo già adulti, lo renderesti a me che sono il
pià grande. Se dunque volevi tu far la giustizia, quando mi consegnavi la casa,
quando il danaro dell’ avo ; dovevi tu consegnarmene nommeno la reggia seguendo
V esempio dei tutori onorati e dabbene, i quali ponendosi alla cura de’ regi
figli, orfani de loro padi’i, rendono ad essi appena son grandi puntualmente e
santamente la signoria degli antenati. Che se ancora non io semhravati idoneo a
pensieri convenienti, ìiè bastante pei giovani anni a città si popolosa, dovevi
almeno restituirmene il governo quando io giunsi ai treni anni che son gli anni
vegeti del corpo e della mente, e ne’ quali tu mi davi la tua figlia in isposa.
Avevi pur tu questa età quando prendevi la cura della nostra casa e del regno.
Ti sarebbe, cosi facendo, accaduto di esserne detto pietoso e giusto, di essere
il partecipe de’ miei consigli, il partecipe degli onori, e di udirmiti chiamar
padre, e benefattore e salvatore ; e con
ogni bel nome, quanti ne sono destinati dagli uomini per le assioni le pià
preziose ; nè io già da quarantaquattr anni sarei privo del regno, io non
informe di corpo, io non disadatto di mente. E ciò stando y osi pur dimandarmi
quale aggravio io ne senta, sicché io labbia per inimico, e te ne accusi? Anzi
dX, Tullio, dì per qual causa non mi stimi tu degno degli onori delt avo ; dì,
qual ne trovi, qual ten ^ngi buon titolo di tal mia privazione ? Non pensi
forse che io sia germe puro di quella stirpe, ma intrusovi e spurio ? Come
dunque tu curavi un estraneo da quella famiglia ? o come, quando ei crebbe,
gliene rendevi la casa ? O pensi che io non lontano molto dai cinquant’ anni
> io pur siegua ad essere un orfano ? un incapace ed moneti del pubblico ?
Lascia dunque gli schemi di domande invereconde; cessa una volta di esser
malvagio. Che se hai giuste cose a rispondere io, son pronto di rimetterle a
questi giudici, de’ quali tu non potresti ih città rinvenirne altri migliori.
Ma se di qua levandoti ricorri tu, come sempre solevi, a quella tua ligia
moltitudine ; già non sarà che io mel soffra. Io qui sono appeaecchiato
disputare sul giusto ; ma lo sono ugualmente per eseguirmelo, se non miascolti.
Al tacere di lai ripigliando Tullio il discorso, così disse : Quanto è vero o
senatori che dee t uomo aspettarsi ogtd caso pià impensato nè crederne assurdo
rduno, se fn questo Tarquinia sta per levarmi dal pritKÌpato : questo Tqrquinio,
else io prendea, che io salvava fanciulletto da’ nemici che lo insidiavano, che
io educava e crésceva, e cresciuto, ' compiaceami di avermelo a genero, ed
erede infine di tutto se io patissi umana vicenda. Ma poiché tutto mi riesce in
contrario, e che ne sono ami accusato come ingiusto ; serberommi a piangere la
mia sorte, rispondendo ora su miei diritti a fronte di lui. O Tarquinio, io
presi la cura di voi lasciati fanciullini : nè già di voler mio, ma costrettovi
dalle brighe, la presi. Imperocché si dicea che quelli ette aveano
manifestamente ucciso I avolo vostro onde riprendersi il tròno, avrebbero
occultamente insidiato • anche tutto il parentado : e quanti a voi per sangue
si riferiscono, tutti confessano, che se quelli restavan gli arbitri del
comando, non avrebbero pur seme lasciato della stirpe de’ Tarquinj. Non ci avea
curar tore, non tutore ninno di voi se non una donna, la madre del vostro padre,.
bisognosa ancor essa di alr tri curatori per la cadente età siui. Rimanevate vm
solo a me corifidati, custode unico dell orbitade vostra, a me che ora chiami
un estraneo, un che niente a voi si appartiene. Jn tali turbolenze ponendomi al
comando io punii gli uccisori' deU’ avolo vostro', e ’ voi crebbi allo stato di
uomini, nè avendomi prole virile, io vi eleggea ^perchè à me succedeste. E
questo o Tarquinio il discarico della mia ‘cura; nè già potresti in parte
alcuna imputarmene di menzogna,. Ma quanto al regno, poiché di questo mi
accusi, odi come io me ìo abbia^ e le Cause per le quali non a voi lo ceda, nè
ad altri. Quando io presi 11 governo, avvedutomi che mi si tramavano delle
insidie, volea nelle mani riporlo del popolo. E chiamando tutti a concioAe, io
già faceami a cedere il comando per cambiare con una vita di calma e senza
pericoli^ la vita del comcmdare, la quale è piena di invidia, e sparsa pià di
amarezze che di piaceri. Non comportarono i Romani che io tanto eseguissi, nè
vollero alcun altro sul Comune, e me ritennero, ed a me diedero col consenso
de’ voti, il régno, quel possesso loro, o Tarquinia, e non vostro. Così pure
l'Oveano già dato all’ avolo vostro tuttoché forestiero, e niente congiunto col
re precedente ; sebbene Anco Marzio lasciava de’ figli maschi e floridi per
anni ^ e non de’ nipoti, e piccioli, come Tarquinio voi lasciò. Se legge è
comune di tutti, che chi eredita le sostanze e i danari dei rei che cessano,
debba insieme r,iceverne il regno, dunque non fu Tarquinio l’ avolo vostro che
al morire di Anco ottenne là cotona, ma il figlio primogenito di questo. Ma il
popolo di Roma chiama al comando t uomo degno di averlo, e non il successore
del p’adre. Imperciocché giudica che le sostanze sieno di chi le possiede, ma
che il regno sia di quelli che il diedero ; giudica convenirsi che ottengano
quelle gli eredi per sangue o per testamento se i padroni sén muojono, e che
tomi l’ altro a chi ’l diede se vien meno chi preselo a reggere •; se non forse
hai tu da contrappormi che I avolo tuo ricevette il regno con tal condizione
che non potesse pià tortegli, e che lo tramandasse a voi suoi discendenti;
sicché non fosse pià t arbitro esso popolo, di conferirlo a m, levandolo a voi.
Ma se hai tu punto di simile, che noi produci? Ma non gli hai tu questi patti.
Che se io non ebbi il regno per buona via come dici, noneletto dagf interré,
noti portato dai senatori agli cffari, né compiendo il resto a norma dette
leggi; questi dunque, .questi ho 10 vilipesi e non te : e questi e non tu,
saria giusto che V autorità men finissero. Ma nè io violai questi, né cdtro
chiunque. Jl tempo tn é buon testimonio’, che 11 potere mi fu dato
legittimamente, e che legittima^ mente mel tengo. Imperocché già ne volge I
armo quarantesimo e niun Romano pensò mai che io commettessi, avendolo, una
ingiustizia ; e non il popolo, non il Senato mai si mosse a spogliarmene. Ma
lascisi pur tutto ità : diasi pur luogo alle tue ragioni. Se io te privava di
un deposito delt avo, se io mi ascrissi il tuo regno contro. tutti i diritti
degli uomini, convenivasi che tu a quelli ne andassi che mel diedero : che con
quelli ti ramaricassi e garrissi che io mi tenga te cose non 'mie ; è che essi
mi si obbligarono col dispensarmi t. altrui: e se tu il vero dicevi; di teneri
gli [avresti persiutsi. Che se tu non certificavi ciò cotuoi parlari ; e
tuttavia pensavi, indebita cosa che io regnassi, e che tu sei pià acconcio al
maneggio del pubblico ; potevi almeno, fatta ricerca diligente de miei errori,
e numerate le belle tue gesta, riclamartene giuridicamente la precedenza. Ma tu
non hai fatta, nè luna nè F altra cosa; e dopo tanto tempo, finalmente, quasi
riavendati da lunga ebbrietà, vieni per accusarmene e nemmen ora dove si dee. Canciossiachè, già
non conviene che queste cose qui dichi ( e voi non ve ne sdegnate o Padri.,
mentre io cosi parlo non perchè vi si tolga questa causa, ma per dichiararvi li
costui vanilotfuj ), ma conveniva che preaccennandomi tu. che aduneresti il
popolo a conciane là mi accusassi. Ora ciocché hai tu schivato, lo supplirò io
questo per te :• convocherò il popolo, lo Jarò giudice delle Mense che òuoi :
lascerò che decida di nuovo, qual sia pià idoneo di nói per comandare ; e
quello che là destinasi, quello adempirò. Ma basti il fin qui detto a
risponderti : perciocché toma allo stesso dir poche o molte ra^ni eon emoli che
non le apprezzano, men-, tre questi per indole nemmen soffrono ciocché li per-,
suada ad essere umani. Ben io mi meravigliava o senatóri che sdeuni di voi (se
ve ne sono ) volendo depor me, cospirassero con costui. F^olentieri udirei da
loro per qual mia ingiustizia mi fan guerra, o da quale mio trattò inaspriti.
Sanno essi forse che assai nel mio principato, perirono senza essere uditi,
assai furono spogliati, di patria, assai delle sostanze, o con altro sciagure
affitti ? o non avendo a ridire su me niun tirànnico modo di questi, sono essi
forse conseqtevoli delle, mogli lóro da ma disonorate ; delle prof ansate loro
verini figlie, o di tal altra mia incontinenza su ingenue persone ? Egli è
giusto se in me sorto tali eplpe, che io sia, nonuì del regno privato, che
della vita. O può .dire alcuno che un superbo io sono, un esoso per la mia
durezza, un-iiHollerabile per la mia caparbietà nel governare ? Qual mai dei re
predecessori fu così moderato, così umano nel suo potere, o qual fu con tutti
come me, quasi un tenero patire co’ figli? Io quel potere che voi mi deste, voi
custodi di ciò che avete dagli avi ricevuto io non lo volli questo nemmen per
intero : ma creai leggi, ( e voi le approvaste queste leggi) su cose
principalissime,• e le intimai perchè tutti esigeste e rendeste cots-esse i
diritti, ed io stesso il primo mi vi sottoposi, docile come un privato agli
ordini, che io dava per nitri. Che più : non io mi tenni giudice di tutte le
ingiusti-‘ zie ; ma commisi che voi stessi giudicaste delle pri-, vate} ciocché
ninno uvea fatto dei re precedenti. ^Laon de, non vedesi in me colpa sicché
altri me ne contrarino. O turbano voi forse i benefizf miei verso del popolo ?
Ma non sarebbe così pensare un offendeivi ! se già tante volte con voi me ne
giustificai. Se nonché niente bisognano discorsi tali : se a voi pare chequesto
Tarquinio, preso il govermo, sia per ammiinistrarvelo anche meglio : io non
invidio a. Roma .il suo miglior principe. Restituendo il comandò al po-^ polo
che mel diede, e tornandomi tra privati, farò che vedasi chiaramente che io
sapea tanto, ben' io minare, ' quanto io posso dignitosamente servire^. 55
ascese in tribuna, e tennevi un patetico e Inngo ragionamento óve numerò le
gesta militari eh’ egli iece mentre viveva Tarquinio e dopo, e .ricordò mano a
mano le istitnaioni donde sembrava il Cornane prosperato di, molte ; e grandi
utilità. E venendogli dal dir di ogni fatto -amplissime lodi, e desiderando
ornai tutti sapere perchè li ridicesse, palesò finalmente come Tarquinio
accusa• vaio di' egli tenesse a torto un regno che a lui si doveva : e come
apaigeva che l’avolo gli avea nel morire lasciato con le ricchezze anche, il
regno, e che non po-, teva il popolo concedere ciocché suo non era. E qui
-^Vegliatosi in tutti clamore, ed. indignazione, egli intimando silenzio, piega
vali, che non impazientissero nè tumultuassero a quel dire : ma chiamassero
Tarquimo, e se. forse aveva giuste cose da esporre le conoscessero: e se lo
trovassero offeso, e se. piò idoneo a reggere, gli affidassero pure il comando
di Roma : egli se ne allontanerebbe, e renderebbelo ad essi da’ quali lo .ebbe.
Cosi lui dicendo e movendosi già per,i iscendere dalla ' tribiina,, proruppe da
tutti un grido, un gemito, un pregar vivo ebe non cederne ad alui.il comando. E
ci avea por chi esclamava elve si avesse a tempestare Tarqninio : e colui,
vista in fremito la moltitudine, temendo che non gli desser di mano ;
foggiasene cogli amici in casa. Allora tripudiando tutto il popolo ricondusse
tra gli applausi e le acclamazioai Tullio alla reggia. Tarquinio, veuutogK
meno, quel tentativo, fremè dal rancore, che il Senato non gli dess^ alcnn
aiuto, quàndo egli fidava su questo principalmente; e teuniesi per alcun tempo
in casa non conversandolo che gli amici. Quando la donna sua gli si fece a dire
elle più non dovea star mollemente a bada, ma ebe dovea^ lasciate le parole,
Tenire ai fatti, e primieramente cercar pace per mezzo degli amici da Tnib'o,
perché colui credendoselo riconciliato, meno il guardasse. E parendogli eh’
ella ben consigliasse, finse di esser pentito, e più volle per .mezzo degli
amici Orò caldamente Tullio affinchè lo perdonasse ; né difficilmente ve lo
indusse, essendo placabilissimo per indole, ed alieno da nna guerra
inestinguibile colla figlia e col genero. Ma venutogli poscia il buon ponto,
essendo il popolo sparso ne’ campi per la raccolta, egli usci cìnto di amici
co’pngnali sotto ' d^li abiti: dati i fasci ad alcuni de’ servi, e presa per se
regia veste ed altri simboli del comando, si recò net F oro ; e standosi
dinanzi la Curia, intimò che il banditore convocasse il Senato. E siccome ci
aveanO già pel Foro appostatàmente molti de’Patrizj consapevoli ed istigatori
del delitto ; allora si concentrarono. Intanto corso alcuno in casa di Tullio
lo informa come Tarquinio' ersi uscito con regie vesti, e chiamava i Padri a
consiglio. Stupitosi Tullio dell’ ardimento andò tra piccfolo seguito con più
velocità che saviezza: e giunto nella Curia) e vedutolo in sul trono, e con gli
altri distintivi reali, chi, disse, chi, scelleratissimo uomo, ti concedè
questi onori? e colui, /ìi, replicò, l’ardire tuo; fu la tua inverecondia o
J\dlio ; perocché non essendo tu libero, ma servo nato da serva e posseduto qual prigioniero dalT avolo mio,
ti arrogasti il comando di Roma. Tullio, ciò udendo, inaspritone, à biqciò fnor
di proposito su lui, come per isbalzaflo dal trono. Vide. 5'J TaitjaÌDio ciò
con diletto ^ e sorgendo dalla regia sede afferra e trasportasi Ini vecchio,
che grida, ed invoca i suoi. Giunto fuori della Curia egli florido e forte, le
vaio in alto > e trabalzalo giù per le scale che mettono al luogo de
contizj. Alzatosi appena dalla caduta il vecchio, cóme vide intorno, pieno
tutto de partigiaui di Tarquioio, e deserto e vuoto de cari suoi, partesene
malconcio e mesto con pochi che lo sostengono, e ricoóducoDO, mentre riga
intanto la via di sangue.Narransi dopo ciò le opere dell’ empia e barbara
figlia, tremende ad udirsi, come portentose nè credibili a farsi. Costei
sentendo che il padre era ito in Senato vogliosissima di conoscerne la fine,
venne in sul cocchio nel Foro : e conosciutavela, e veduto Tarquinio in su le
scale della Curia, essa la prima a gran voce lo salutò monarcA, supplicando gF
Iddii, che il regno di hii riuscisse propizio a Roma. E salutandolo monarca
altri ancora de’ cooperatori suoi, • lo trasse in disparte e di^se: Le prime
cose o Tarquinia te hai Ut faUe come àoveansL Ma finché vive TuUio non potrpi
renderli stabile il regno. Egli se abbia picciolo tempo di questo giorno ;
ecciterattene incontro il popolo ; e tu sai’ quanto il popolo tutto è per lui.
Su dunque' prima ih ei torni in casa, manda chi lo uo cida ; te ne libera. Ciò
detto, e sedutasi di nuovo in sul cocchio,. parti. Tarquinio convinto che la
iniquissima donna ben consigliava, spediscegli contro alquanti de’ suoi co brandi : e quelli trascorrendo
rapidissimaménte la via raggiunsero Tullio pressò la casa, e lo uccisero.
Abbandonato palpitavane ancora il cadavere per la strage recente ; quando la
figlia sopraggiunge : ma stretta essendo la via donde avessi à passare le mule
a tal vista si spaventarono : e 1’ auriga stesso .che le guidava mosso da
compassione si fermò e si volse a colei. La quale dimandandogli perchè mai non
procedesse : Non vedi, disse, o Tullia, che qui giace U morto tuo padre, nè vi
è transito fuorché, sul cada- vere suo ? E sdegnatasene quella, e levatosi lo
scAbello da’ piedi e lanciatoglielo disse : ’E non le guidi o stolto in sul
morto ? E colni gemendo anzi per la compassione elle per la percossa spinse
forzosamente le mole so del cadavere: E la via chiamata Olbia per addietro, fu dopo il tragico e barfiAro
caso, detta nélF idioma de Romani scellerata. Tale è il termine di Tullio dopo quarantaquattro
anni di regno. Dicono che qnest’nomo il primo alterasse ì patrii costnmi e le
leggi .ricevendo il principato non' dal Senato insieme, e dal popolo come tatti
i re precedenti ma dal popolo. sedo, guadagnane dosene la classe > indige
nte con' distribnzione e'donii, ^ altri sedncimentL E cosi sta la'veritè;
perciocché' nei •> (l) OAjStar >0 greco saU fiUce, firtunaUn sareiiba il
teina che la vìa ftlice fortunata fu delta scelterata pel delitto. Alcuni
leggono va-fis io luogo di tXfittf, certamente, secondo che scrive Varrime nel
lib. ^, de lingua laiina, i Sabini quando tinnirono ai Romani, chiamarono
Cipria la contrada di Roma nella quale si alloggiarono come per buono angario,
perché Cjrprwn tra’ SaiNui tigniScava il bene. E secondo ciò la contrada, detta
Cipria o. buona dni Sabiui pel buon augurio, sarebbe appunto quella ghe fu. poi
della scrllerata per la empietà commessavi. Ma Varrone .scrive che questa
contrade cran prossime, e non già le. medesime.. prifni tempi quando un re
moriva, il popolo dava al corpo del Senato la podestà di stabilire la forma che
pià volessero di governo, ed il Senato nominava gl’interré, e gl’ interré
sceglievano per sovrano 1’ uom più pregevole sia de’ cittadini, sia de’
nazionali, sia de’ forestieri : e se il Senato ’ne approvava la scelta, se il
popolo co^ voti suoi r aotorizzava, se gli anspizj la confermavano, còlui
prendeva il comando. Che se mancava alcuna di queste condizioni, ne; nominavano
nn 'secondo ; e poi un terzo, se avveniva che il secondo non avesse propiziò
quanto era d’ uopo dal cielo e dagli' notami. Ma Tullio, come innanzi fu detto,
assumendo in principiò il carattere di regio tutore, e poi guadagnandosi il
popolo con gli amorevoli modi', fu -re nominata solamente da quello Poi •
diportandosi come uomo temperato e clemente fe' colle opere successive tacere
le accuse, che non avesse adempita ogni cosa a norma delle Ipggi ; lasciando a
> molti il 'sospetto, che se non era presto > levata; avrebbe' ridottolo
Statoa forma di una repubblica. E (|nesta é la cagion principale. per ui dicesi
che alenai de’ palrizj lo insidiassero^ Pionr potendo con altro modo hnirne il
comando, inisero -TarqUinie alla impresa e gli cooperarono il regno^ per voglia
di deprimere -il •'popolo fornài troppo potente pel ' governo tura un giorno ; nella prossima notte spirò.
S’ ignorava però da molti la maniera del termine suo. Diceano alcuni eh' ella
stessa aveasi data da sé la morte, anteponendola al vivere. Altri però diceano
che era stata uccisa dalla figlia e dal genero come troppo addolorata e
benevola inverso lo sposo. Per queste cagioni il corpo di Tullio fii privo di
regj funerali, e di magnifico monumento : conseguì però coUe opere sue memoria
perenne in tutti, i tempi. Anzi quanto iegU | fosse caro agl’ Iddìi lo., fece
eziandio palése nu segno celeste : dond’ è che alcuni tennero ancora per vera
la opinione incredibile e fiivolosa intorno la nascita sua come dianzi fa
detto. Appiccatosi il fuoco id tempio delia fortuna, che egli area già
fabbricato, mentre tutto era preda delle fiamme ne rimase intatta solamente la
statua di lui in legno dorato.. Il tempio e quanto .è' nel tempio rifabbricati
dopo l’ incendip sul modo antico presentano le traccie di un’ arte recente: ma
la statua, antica com era nelle fattezz^. vi riscuote ancora il qulto dai
Romani. E ciò è quanto abbiamo ricevuto sopra Tullio. Dopo di lui prese la
siguoria di Roma Laicìo Tar^illnio non gi^ fecondo le log^ ma colle armi nelr
anno quarto dell olimpiade sessantesima prima nella quale vinse nello stadio H.
P. GRICE STAGE STADIUM Agatarco, essendo arconte di Atene Tericleo. Cosmi
spigando la popolar moltitudine, spregiando i patria] da’ quali era stato
condotto al trono, e confondendo e sconciando ogni costumee legge e disciplina
colla quale i re precedenti ave'ano dato forma a Roma; rivolse il governo in
nna manifesta tirannide. E primieramente mise intorno a sé guardie di bravi,
naaionali ed esteri, con spade e lan ce, i quali vegliando di notte negli atrj
della reggia, é scortandolo di giorno, ovnnqne ne andasse, lo scber missero
appieno dalle insidie.' Inoltre non usciva nè di continuo, né con periodo certo,
ma di raro, e quando non aspettavasi. Deliberava su le cose comuni molto in sua
casa, e poco nel F oro, in mezzo a’ parenti più stretti cbe lo guardavano. Non
concedette che alcuno di quei che il volevano si presentasse a Ini se noi
chiamava : e presentatoglisi, non era giè con esso, compiacevole e mite, ma
grave ed aspro ' come un tiranno, e terrìbile ansi che gioviale a vedere.
Definiva le controversie su’ contratti in conformità de’ costumi suoi, non
delle leggi e del dritto. Per le quali cagioni i Romani lo denominaron superbo,
ciocché nell’idioma nostro vuoi dire soperchiatore contrassegnando l’ avo col
soprannome di Prisco, o come noi diremo antico per nascita, giacché quello
aveva i nomi appunto del giovine. NelP
annp e di Roma secondo Catone, a seconde Vatreus, e &3a avanti Cristo.
Qaaado poi concepì di aver già consolidato il suo regno, concertandosene co’
più ribaldi de’ suoi ami> d, avviluppò tra accuse capitali i piò cospicui
de’ cittadini ; e primieramente i contrari suoi, quei che già non^voleano che
Tullio si levasse dal trono, e quindi altri li quali immaginavaseli malcontenti
del cambiamento, o li quali abbondassero di riccbezae. Coloro che in giudizio
li riducevano, gli accusavano l’un dopo l’altro con delitti falsi, e con quello
specialmente che tendevano insidie al re che ne era il giudice. Ed egli quali
ne condannava alla morte, e quali all’ esilio: e confiscati i beni degU uccisi
o banditi, dispensavane alcun poco tra gli accusatori, serbandone la piò gran
parte per sè. Pertanto molli de’primar} vedendo le ca> gioni per le quali
erano insidiati, lasciarono, prima di essere complicati in delitti, Roma tutta
al Uranno. Vi furono pure alcuni sorpresi ed oppressi di furto da lui nelle
case o ne’ campi : uomini ben degni di riguardo, ma non piò sen trovarono
nemmeno i cadaveri. DiBtrutla così la maggior parte del Senato con suagi e con
esilii perpetui la supplì con chiamare agli onori di quei che mancavano i
propri amici: nè però concedette loro di fare o dire se non quanto egli avesse
prescritto. Tanto che li senatori già scelti da Tullio, e superstiti ancora nel
Senato, e contrarj fin’allora al popolo sul concetto che la mutazione
tornerebbe in lor bene per le promesse avutene da Tarquinio ingannevoli e
tradiuici, vedendo infine che non aveano piò parte nelle pubbliche cose, anzi
che aveano' come il popcdo per dula la libertà ne sospiravano : ma temendo un
avvenire ancor più tetribile, nè potendo impedire pianto faceagi, chctaronsi
necessariamente a’ mali presenti. Or vedendo il popolo dò, pensava che stesse
lor bene, e godea sul Hintraccambio, quasi là tt> rannida foste per essere
'grave a quelli soltanto e non pericolosa per lui ; quando non molto dopo ne
vennero i mali ancora più su di esso : imperocché Tarquinio annullò tutte le
leggi di Tallio per le quali il popolo rendeva ed esigeva il giusto con diritti
eguali senza es> seme come prima sovverchiato da’ patria) ne’ contratti : né
lasciò pur le tavole dove erano scritte, ma fattele levare dal Foro le
distrusse. Poi tolse i daz), propoiv zionevoli ai registri delle sostanze,
tassandoli novamente sul modo antico. E se mai bisognavano a lui denari,
Contribuivane il più ' povero quanto il più ricco. Or tale regolamento esaurì
subito colla prima imposizione gran parte dei popolo; essendo astretti a pagare
dieci dramme a testa. Intimò 'che non più si facessero quei concor, quanti sen
facevano per villaggi, per curie', o per vicinati, a Roma, o nella campagna in
occasione di feste o sagri6zj comuni, perchè riuneudovisi molti non vi
macchinassero occultamente fra loro di abbattere il principato. Ci aveano qua e
là disseminati, ignoti osservatori e spie dei detti e de’ fatti, e questi intra
punto contro il governo scandagliavano gli animi: e se scoprivano alcuno
esasperato da’ mali introdotti lo in(xilpavano presso del tiranno: ed aspre
irreparabili ne erano le pene, se restava convinto. Né gli bastò di abusate m
tal modo' del popolo : ma raccogliendo dal meazo di esso quanti ci area 6di e
proprj per la gnerra, astrinse gli altri a lavorare in città, riputando che i
re moltinimo pericolano, ae i più scellerati e poveri stieno oziosi. E
desiderando vivamente che si ultimassero nel suo regno le opere lasciate
imperfètte dall’ avo suo, che si continuassero; fino al fiume le cloache
cominciate da quello e si circondasse di portici coperti il Circo Massimo il
quale -non aveane che le gradinate; si applicarono a questo lavoro; e ne i
ottennero parco frumento i poveri, altri tagliandone i materiali, altri
guidando i carri che li trasportavano, ed altri portando su le spalle i pesi.
Chi scavava sotterranei canali e largure : chi facea volte in essi ; e chi sn.
Tarquinio perché aveasi scelto Mamilio per genero e non lui, fece uda lunga
accusa di Tarquinio nmnerandone le op^re di orgoglio e di soperchieria, come il
nou essere venuto in consiglio, dove eran già tutti, e dove gli aveva esso •
stesso invitati. Difendealo Maroilio, imputando l’ indugio a cause urgenti^ime,
e chiedea che diiferissero ; e differirono il consiglio al prossimo giorno,
indotti dai suo parlare i Latini. (t) Livio nel lib. i dice che era della
Aiceia : Tur /mi Herdoiui ai Arida. Forte la gran vicinanta di Coriolo e
dell'.tfr(cM Ccce prender l’nna per l’altro. Coriolo era fra i terrìtorj
Amiate, Ardcatinp, ed Aricino, tal monte Giov. toJOttlQGiunto nel giorno
appresso Tarquinio, e congregato il consiglio, e toccato di volo l’ ittjiagio
suo ^ fecesi a discorrere della preminenea che a lui cecnpe- teva come
posseduta già dall’avo per la forza delle armi; e presentò gli accordi delle
città fatti ctm quello. Lungo fu il suo ragionamento intorno dei diritti -e def
patti; e grandi le premesse di beneficare le città se amiche gli si tenessero,
e provocavale infine a far guerra con esso ai Sabini. Come dié fine al dir suo.
Turno recatosi innanzi accusava la tardanza di lui, nè permetteva che li
compagni gli cedessero il principato, perchè nè dovuto a lui per giustizia, nè
possibile a darsegli con utile dei Latini. E molto ragionò su l’nna e su
l’altra cosa dicendo che i patti che avean segnati ccfll’avo suo quando gli
accordarono la sovranità finirono colla sua morte, per non essere scritto in
quelli che il dono esienderebbesi anche ai posteri suoi. E qui dimostrava eh'
egli chè pretendeva succedere ai diritti dell’avo, era il più ingiusto, e
malvagio ' de’ mortali : e ne allegava le opere da lui latte per aversi il
comando di Roma. Adunque scorrende^ i tremendi e molti suoi delitti, conchiuse
infine che egli non tenea legittimamente nemmeno Roma, non avendola come i re
precedenti ricevuta da’sudditi spontanei.; Egli t lui presa, disse, colla
violenza e ' colle armi: et fondatavi la tirannide, uccide, esilia, confisca, e
tòglievi fin la libertà di parlare, non che quella del vi~ vere. Ben sarebbe
grande la stoltezza, grande la ingiuria inverso gli Iddj ripwmetlersi mai
tratti umani e benevoli da un empio e da uno scellerato, e credere che chi non
ha perdonato nemmeno agi intimi ruoi j nemmeno al suo sangue, risparmi poi gli
altri. Esorlavali dunqne giacché noa eransi ancora sottoposti al giogo, a
combatto^ per non sottoporvisi. Da ciò che pativano gli altri di terribile
argomentassero ciocché sa rdibero essi per sopportare. Vaiatosi Turno di questo
discorso, ed assai commossine i più; Tarqainio dimandò per difendersene il
giorno seguente, e lo ebbe. E sciolto appena il consiglio ; convocati i suoi
più intimi, esaminò con essi ciocch’ era utile a farsi. £ quali suggerivano le
ruposte di apologia, quali ragionavano fra loro de’ mezzi onde era da blandirsi
la moltitudine. Soggiunse Tarquinio che niente di ciò bisognava, e disse il
parer suo di le vare l’accusatore, anziché di purgarsi dalle accuse. E lo
datone da tutti e concertatosi con essi; pigliò tali vie per l’intento, quali
non sarebbero cadute in mente di uomo che macchina o si difende. Imperciocché cercati
U servi più rei che menavano i giumenti o curavano le robbe di Turno, e
corrottili con argento, gl’ indusse a prendere da sé stesso nella notte assai
spade e portarle nell’ ospizio del padrone e nasconderle, e lasciargliele tra
le bagaglio. Poi nel giorno appresso, riunitosi il consiglio, e venutovi :
Breve è, disse, topologia su le mie colpe, e giudice ne stabilisco t accusatore
mede^ simo. Questo Turno, o compagni, giudice stabilito delle reitadi che ora
mi ascrive, questo da tutte assolveami già, quando chiese in isposa la mia
figlia. Ma poiché ne fu rigettato, com' era ben giusto ( imperocché qual savio
mai rispinto avrebbe Mamilio, un si nobile, un sì potente Latino, e prescelto
avrebbe per genero costui, che mal può delincar la sua stirpe, fino al
trisavolo ? ) poiché ne fu rigettato, indispettitone mi assalisce colle accuse.
Doveva, se per tale mi conoscea qual mi accusa, non desiderarmi per suocero : o
se mi tenea per onesto quando mi chiese ‘la figlia, non doveami ora come un
ribaldo accusare. E ciò basti su mei perciocché non si debbe ora più discutere
se buono o malvagio io mi sia, quando voi, o compagni, voi correte il più grave
de’pericoli. E. su me potete aruor dopo chiarirvi : ben ora dee colla salvezza
vostra la libertà provvedersi della patria. 1 primarj delle città, quei che ne
maneggiano il pubblico, tutti sono insidiati da questo bel capo-popolo, il
quale apparecchiasi, uccidendo i più cospicui, torsi il regno del Lazio. E
questo, questo é il fine che qua lo menava. Né già io parlo immaginando, ma di
pienissima scienza, datami nella notte andata da uno dei complici della
congiura. E se voi vorrete meco alt ospizio di costui venire, io ven darò
documento infallibile del dir mio, le armi che vi occxdla. Or lui cosi parlando
sciamarono tutti, e chie> sero, temendo per sè, che certificasse il fatto,. non
gK illudesse. E Torno, come lui che non avea preveduto le insidie, disse che
volentieri ricevea la inquisizione, e chiamò li primarj per compierla,
aggiungendo che seguirebbe l’una delle due, o che egli morirebbe se il
trovassero con apparecchio di altre arme che pel viaggio, o che le pene sue
subirebbe chi lo calunniava. Cosi piacque ; ed andarono e trovarono nelf
albergo cU liti tra le bagaglie le spade na$costevi da’ servi. ÀUora Dòn
lasciando nemmen che parlasse gillarono Turno in UDS voragine, e coprendolo,
vivo ancora, di terra lo aterminaron sul fatto. Ed encomiando nell’adunanza
Tar> quinio come benefattore comune delle città, perchè ne àvea salvalo gli
ottimati, lo crearono capo della nazione co’ diritti appunto co’ quali ne
aveano già creato Tarqui nio r avolo suo, e poi Tullio. Scrissero in su colonne
que’ patti, e datosene il giuramento per la osservanza, si congedarono.
Tarquinio divenuto capo de’ Latini spedì messaggeri alle città degli Eroici e
de’ Yolsci invitandoli a far seco amicizia ed alleanza. Ma de’ Volaci due sole
cittadi Echetra, ed Anzio secondarono l’ invito ; laddove gli Eroici si
decisero tutti per 1’ alleanza. Ora curando Tarquinio che gli accordi colle
città si conservassero in ogni volger di tempo ; deliberò fissare un tempio
comune ai Romani, ai Latini, agli Eroici ed ai Volaci confederatisi, perchè
riunendosi ogni anno al luogo destinato vi mercantassero, e banchettassero,
partecipando de’sagrifizj medesimi. Ed ascolundone tutti con piacere la idea,
scelse quanto era possibile in mezzo de’ popoli per luogo della riunione il
monte sublime, il quale sovrasta alla città di Alba : e dichiarò per legge che
in questo fbsser le fiere, in questo fosse triegua di tutti in verso di tutti,
e conviti si facessero e sacrifizi comuni a Giove detto Laziale, prescrivendo
quanta parte dovesse ogni città contribuire per essi, e quanta riceverne.
QuaranUsette furono le città compartecipi delle feste e de’ sacrifizj ; e tali
sagrifizj e tali feste le conti nuano ancoc di presente i Romani che Laiine le
chiamaoo. I^e città compagne nel sagrificare portano agnelli^' o cacio, o latte,
o tal’ altra oblazione in fratti e farine. Immolandosi però da tutte un sol
toro, ciascuna prendeane per sè la parte stabilitale. Il sagnfizio è per tutti,
ma presiedono al rito santo i Romani. ^ L. Poi cb’ ebbe rassodato il regno con
tali confederazioni ; risolvè di porure Tarmata contro i Sabini. E reclutando
de’ Romani quei che men sospettava che farebbonsi liberi se otteuevau le armi,
e conginngendo con essi truppe alleate, più numerose ancora delle sue, devastò
le campagne Sabine : e vintivi quei che vennero con esso a battaglia ; menò
l’esercito contro de’ Pomentini. Abitavano questi la città di Sessa e pareano i
più felici de’ conBnanti, anzi per la felicità molesti e gravi a tutti. Avendo
egli già reclamato ad essi per alquante rapine e prede, e richiestili che
dessero de’ compensi, non aveano dato che orgogliose risposte: e quindi postisi
in arme aspettavano pronti la guerra. Adunque venuto con essi in sul conBne
alle mani, ed uccisine molti ; ne respinse e rinchiuse gli altri fra le mura :
e poiché non più ne riuscivano, accampatosi dirimpetto, li circondò di fossa e
vallo, investendo la città con assalti continui. Resisterono quei che v’erano
dentro, durando assai tempo fra stenti luttuosi. Ma poi venendo ad essi meno
ogni mezzo, infiacchendo ne’ corpi, e non ricevendo soccorsi, nè requie mai,
anzi travagliando di e notte ; furono sopraffatti dalia forza. Impadronitosi
della città trucidò quanti vi stavan colle amie: lasciò che i soldati rapissero
donne, fanciulli, quanti sopportavano di cader prigionieri, e moltitudine non
facile a calcolarsi di servi : e concedè' che invadessero e si portassero
qnant’ altro veniva loro ' alle mani sia nella città, sia per la campagna : ma
1’ oro e l’argento, quanto se ne trovò, lo fe’ tutto rammassare in un luogo, e
decimatolo per la fondazione del tempio, ne divise il resto fra le milizie.
Tanta poi ne fu la somma che ogni soldato rioevè cinque mine di argento e la
decima per gr iddj non fu minore di quattrocento talenti di ar' gento. LI.
Ancora egli stavasi a Sessa quando gli giunse un messaggio, eh' era uscita la
gioventù horentissiroa dei Sabini: che gettatasi in dne corpi nelle terre de’
Romani devastavano le campagne, l’ uno tenendosi presso di Ereto, e 1’ altro
presso di Fidene : e che se una forza non le si opponesse, ben tosto tutto
soccomberebbe. G>m’ ebbe ciò udito lasciò picciola parte dell’esercito in
Sessa con ordine che vi guardasse le prede e bagaglie : e prendendo con sé il
resto della milizia, spedita e leggera, e marciando contro quei che erano
accampati presso di Ereto, si trincerò su le alture a picciolo intervallo da
essi. Decisero i due Sabini dar la battaglia in sul mattino; e spedirono perchè
venisse l’esercito ancor di Fidene. Ma scuoprl Tarquinio il disegno per essere
stato preso chi portava le lettere dagli uni agli altri. Per tal successo ei si
valse di questo accorgimento. Divise r esercito in due parti, e ne mandò l’ una
fra la notte di nascosto de’ nemici su la via che viene da Fidene, e schierando
l’ altra in sul brillare del giorno, la menò dagli alloggiamenti alla
battaglia. Coraggiosi gli uscirono incontro i Sabini non vedendo gran serie de'
nemici, e credendo non altro mancare aliare mata di Fidene, se non di gingnere.
Coti venutisi que-> sti a fronte combatterono, e la pugna pendè gran tempo
dubbiosa, quando li soldati spediti nella notte da Tarquinio ripiegarono la
marcia, e correvano a tergo dei Sabini. Sbalordirono questi al vederli, e
ravvisarli dalle insegne e dalle armi, e gettando le proprie tentarono di
salvarsi : ma il tentativo rìnsd difHcilissimo, essendo essi circondati da’
nemici e rinchiusi dalia cavalleria dei Romani postata d' ogn intorno. Pertanto
pdchi ne scamparono e tra duri casi : i più ne perirono, o cederono. Quelli eh’
erano lasciad agli alloggiamenti non li sostennero ; e quel luogo di sicurezza
fu invaso al primo assalto. Furono qui prese le robbe de’Sabini, e qui molti de
prigionieri, e qui le robbe de’ Romani quante ne erano intatte, e tutto fìi
salvato per chi le aveva perdute; LIL Riuscito il primo saggio a Tarquinio
secondo il cuor suo, prese 1’ esercito, e ne andò contro i Sabini accampati giù
in Fidene, a’ quali non era ancor nota la disfatta dei loro. Usciti questi
dagli steccati erano per avventura tra via: ma non si tosto furono più da
vicino e videro le teste de’loro capitani confitte alle aste ( che ve le aveano
i Romani confitte ed ostentavanle per ispaventare i nemici); conoscendo com’era
l’altro lor campo distrutto, più non tentarono nulla di generoso, ma rivoltisi
alle suppliche ed alle umiliazioni si resero. Cosi devastati miseramente, e
vituperosamente nell’ uno e nell’ altro esercito, e ridotti i Sabini a speranze
tenuissime, anzi timorosi che fossero le loro città pigliate di assalto ;
spedirono ambasciadori per la pace., profierendosi per sudditi e tributar).
Pertauto lasciò la guerra, e ricevute appunto >a tali coudizioni le loro
città, si ricondusse a Sessa ; e ritiratene le milizie lasciatevi, e le prede
ed ogni bagaglio, tornossene a Roma coll’ esercito carico di ricchezze. Poscia
fe’ molte incursioni su le terre de’ Yolsci, quando con tutte le forze, e
quando con parte, ne ottenne gran prede. Ma riuscitegli per lo più le cose a
voler suo ; gli si eccitò una guerra coi con&nanti ben lunga pel tempo,
giacché durò sette anni continui, e ben grande pe’ casi inaspettati e
terribili. Ora io dirò brevemente le cagioni per le quali nacque, e qual ne fu
1’ esito, essendo stata terminata per inganni e per stratagemmi non preveduti.
LUI. Una città, Latina di gente, e colonia già degli Albani, lontana cento
stadj da Roma ( Gabio ne era il nome) sorgeva in su la via che mena a
Palestrina. Città popolosa allora e grande qnant’ altre, ora non tutta si abita,
ma solo presso la strada per uso degli alloggi. E ben può raccoglierne la
grandezza e la magnificenza, chi mira le rovine in più luoghi delle case ed il
giro delle, mora, che in gran parte esistono ancora. Eransi qua concentrati
alquanti involatisi da Sessa, quando fu presa da Tarquinio, e molti fhggiti da
Roma. Or questi supplicavano e pressavano quei di Gabio a prendere vendetta di
loro, promettendo gran doni se ai beni proprj tornassero ; e dimostrando
possibile e facile la distruzione del tiranno. Adunque ve gl’indossero sul
riflesso che in Roma a ciò coopererebbero, e che lì Volsci erano ad altrettanto
animati; giacché mandate aveano delle ambascerie, bisognosi anch’essi di ajutO’
per imprendere la guerra contro di Tarquinio. Si fe^ cero dopo questo irruzioni
con eserciti poderósi, fi scorrerie su 1’ altrui territorio e battaglie, com’ è
Veri simile, ora di pochi con pochi, ora di tutti contro di tutti: e quando i
Gal^, respinti fino alle porte i Romani, ed uccidendone diedero intrepidamente
il guasto ai lor campi ; e quando i Romani incalzando i Gabj e rinchiudendoli
nella loro città, • sen portavano schiavi, e preda copiosa.. •. •. LIV. Or ciò
facendosi di continuo, fu l’una e l’altra parte costretta a cinger di mura, e
presidiare i luoghi forti delle proprie terre in ricovero de’ contadini. Di là
prorompevano su’ predatori, e scendendo folti, straziavano, se ne vedeano, i
piccoli corpi staccati dal resto dell’ esercito, o li disordinati per poca
apprensìon de’ nimici, come accade nei pascere. Similmente temendo r una parte
gli assalti improvvisi dell’ altra fu costretta a munire dì fosse e di muri le
città facili a scalarsi ed a prendersi. Adoperavasi in ciò principalmente
Tarquinio : e rassicurò con molte fortificazioni il tratto intorno la porta la
quale menava a Gabio, scavandovi fosse più larghe, elevandone più alte le mura,
e coronandole di torri più spesse : imperocché la città sembrava in tal canto
men solida, quando era nel resto dei suo circuito sicura abbastanza, nè facile
da invaderla. Se non che si fece in ambedue le città penuria di ogni
vettovaglia, e costernazione gravissima per l’avvenire, essendo le campagne
diserte per le incursioni incessanti de’ nemici, né più somministrando de’
frutti come accade a’ popoli avvolti in guerre diuturne. 11 disagio però’
stringeva i Romani più che i Gabj ; tanto che U poveri infra quelli,
angustiatine più che gli altri, giudicavano essere da venire a trattati, e far
pace comunque coi Gabj, se la volessero. LV. Or dolendoti Tarquinio altamente
de successi, e non sofierendo di' deporre obbrobriosamente le armi^ nè polendo
altronde resistere più inmmzi ; volgevasi a tutte le prove, a tutti gl’
inganni. Quando il figlio più grande ( Sesto ne era il nome ) scoperse al padre un suo disegno. Egli
parea mettersi ad impresa audace quanto pericolosa ; pur non essendo
impossibile, concedettegli il padre che operasse di voler suo. Sesto dunque
‘fintosi in discordia col padre per voglia di por fine alla guerra : ne fu
battuto colle verghe nei F oro, e con altri modi oltraggiato ; tanto che se ne
sparse intorno la fama. E su le prime inviò come profughi i suoi più fidi perchè
dicessero occultamente ai Gabj che egli deliberava far guerra al padre, e che
ne anderebbe tra loro se gli desser parola di proteggerlo come gli altri
refugiaii Romani, senza renderlo ai padre per isperanza di finir col suo danno
le proprie nimicizie. Udirono con diletto quei di Gabio il discorso, e
concordandosi di non offenderlo, egli venne, e con lui molti compagni e clienti
come fuggitivi; e per meglio Tito Lirio
dà questo nome e' questa impresa al figlio minore : ma il disparere col padre e
l’ incarico assunto pare più yerisimile in chi area più diritto di succedere ad
un regno. direnuLo assoluto, e tale era il figlio maggiore. Pertanto il
racconto di Uiouigi sembra più naturale, qualunque fosse il nome del finto
rilielle. Vedi S 65 di questo 'libro. accreditare la ribellione sua dal padre
portò seco molto di argento e di oro. Dopo ciò sotto velo di fuggir lar
tirannide molti a lui confluirono ; tanto che ornai glie n’ era intorno un
corpo ben forte. Concepivano quei di Gabio che avrebbono grande incremento dal
giugnere di tanti ad essi, e lusingavansi che tra non molto .avrebbono suddita
Roma, illusi ancor più dalle opere di quel ribelle, il quale scorrendo di
continuo la cam pagna, raccoglievane prede ubertose. Ed il padre appunto,
risapendo prima in quai luoghi il figlio verrebbe, ubertose glie le apprestava,
e senza guardia se noa di scelti cittadini che egli v’ inviava come a lui
sospetti per farli distruggere. Su tali significazioni molti credendolo amico
fido, e buon capitano, e molti arrendendosi all' oro suo ; lo inalzarono al
comando supremo delle milizie. Sesto divenuto per frodi e per illusioni T
arbitrò di un tanto potere spedi, senza che i Gabj se ne avvedessero, un tale
de’ servi suoi per dichiarare al padre r autorità che avea preso, e per udirne
ciocch’era da fare. Tarquinio volendo che il servo non intendesse ciocché
ordinava al figlio di fare, venne ( e conducea seco il messo ) al giardino,
congiunto al regio palagio. Aveaci là de’ papaveri nati spontaneamente, già
pieni di frutto, e maturi per la raccolta. Or tra que’ papaveri aggirandosi e
dando co’ bastoni in su le tòste de’ più alti, abbattevali. Congedò ciò fatto
il messaggiCro niente rispondendogli, quantunque interrogato ne fosse più
volte. Egli imitava per quanto a me sembra la prudenza di Trasibulo Milesio.
Imperocché chiesto da Periandro, allora tiranno di Corinto, per via di un
messaggiero, con quali modi possederebbe più saldamente il comando, non rispose
pur sillaba, ma fatto cenno all’ inviato die lo seguitasse, il. condusse in un
campo di biade, ed ivi percosse le spiche più eminenti, le atterrò ;
signiBcaudo che. cosi dovea pur egli troncare, e dismettere i -primi delle
città. Or facendo Tarquinio allora somigliantemente. Sesto ne intese le mire, e
come ordinavagli di por giù li più insigni di Gabio. E convocò la moltitudine,
e le tenne un lungo ragionamento su questo, ehe egli ricorso cogli amici alla,
lor buona fede, rischiava ornai di esser preso da alcuni, e dato al padre: ma
che era pronto a deporre il co^ mando, an^i che Lucerebbe la città prima di
cadere in tanto infortunio ; e qui lagrimava e deplorava la sorte sua, come
quelli che di cuore si dolgouo su’mali estremi., Lyil. Irritatane la
moltitudine, e ricercando sollecita quali mai fossero per, tradirlo, esso
nomina Antisiio Petrone, il personaggio più distinto di Gabio. Egli erane il
più insigne divenuto pe molti belli suoi regolamenti in pace, e pe’ molti
capitanati in campo esercitati. Reclamando intanto quest’ uomo, ed offerendosi
come Hbero da’ rimorsi ad ogni esame, disse 1’ altro che volea che se ne
investigasse la casa: e che vi manderebbe perciò degli amici: egli intanto
aspettasse TtelP adunanza finché ritornassero. Imperocché già era Sesto
riuscito a corrompere con argento alquanti servi di lui perché prendessero e
ponessero in sua casa lettere contrassegnate co’ sigilli paterni, e macchinate
in rovina di Pelrone. Or come gl’ inviali alla indagine (che non aveala Pelrone
contradetla ma concednla) vi rinvennero le carie occulutevi, tornarono recando
all’adunanza molte lettere indicatrici, e quella scritta ad Anlistio; e dicendo
Sesto che vi riconosceva il sigillo del padre la sciolse; e la diede allo
scriba perchè la recitasse. Scriveasi in questa che gli consegnasse il figlio,
vivo principalmente ; o se ciò non poteasi, almeno glie ne mandasse la testa
recisa. Diceva, che darebbe ad esso ed d complici, oltre le taglie promesse già
prima, la cittadinanza di Roma : che gli ascriverebbe tutti frd patrizj ^ ed
aggiungerebbe case e poderi e doni, grandi e copiosi. Arsero dallo sdegno i
Gibinj ; dialordtva Antistio dalla sciagura impensata, mancando- gli fin la
voce: ma quelli co’ sassi lo tempestano e lo uccidono ; lasciando a Sesto la
cura di far la ricerca e la vendetta su gli altri, compartecipi in ciò di
Petrone. E Sesto fidando le porte agli amici suoi perchè gl’ incolpali non s’
involassero mandò per le misepiù illastri, e vi uccise molli de’ valentuomini.
Intanto che ciò faceasi ed era in Gahio tuivbolenza pe’ sì gran mali ;
Tarquinio avvertitone per lettere vi marciò coll’ esercito, e giunto prima
della mezza notte ed apertegli le porte da uomini posti ad arte per questo, ed
entratele ; s’ impadronì senza stento della città. Come il male fu ravvisato,
deploravano tutti sè stessi, e le stragi, e la schiavitù che patirebbono, e
temeano insieme gli orrori, quanti ne vengono su por poli sorpresi da’ tiranni.
Quando pur li trattasse mitissimameute ; immaginavansi la perdita della libertà,
e de’ beni, e cose altrettali. Pure Tarquinio sebbene scellerato, sebbene
implacabile in punir gl’ inimici non fe’ ntilla di ciò che aspettavano e
temevano ; nè uccise, nè liandl, nè disonorò, nè multò persona ninna di Gabio.
Ma convocando la moltitudine, e prendendo regie maniere in luogo delle
tiranniche sue, disse che restituiva la propria città ; che concedeva ad essa i
lor beni; e che donava inoltre a tutti cittadinanza quale appunto r avevano i
Romani : non già che ciò facesse per benevolenza inverso de’ Gabj ; ma per
consolidare a sè con essi .la signoria su’ Romani; pensando che diverrebbe
presidio stabi^imo per sè e pe’ figli la fedeltà di un popolo che fuori di ogni
speranza era salvo, e ricuperava tutti i suoi beni. E perchè non più temessero
per 1’ avvenire nè dubitassero se stabili sareb.bero. tali parole ; scrisse le
condizioni colle quali sarebbero amici,' e le giurò subito nell’ adunanza, e
poi toccando gli altari e le vittime. Monumento di quest’alleanza esiste in
Roma nel tempio di Giove Fidio, chiamato Sango da’.Ròmani, uno scudo circondato
colla pelle del bue sagrlGcato allora appunto per compierne il giuramento, su
la quale scritte ne sono con antichi caratteri le condizioni. Ciò fatto, e
dichiarato Sesto re di Gabio, ritirò le milizie; e tal fine ebbe la guerra con
quella città. Dopo ciò Tarquinio dando requie al popolo dalle cose militari e
dalle battaglie; si mise alla erezione de’ templi, desideroso di compiere i
voti dell’avo. Erasi questi nell’ ultima guerra co’ Sabini votato a Giove, a
Giunone, a Minerva di fondare ad essi de’ tempii se vincesse. E già, come fu
detto nel libro prece dente, avea con grandi ripari e con terra|)ieni accori
data l’altura ove destinava di erigerli; ma non potè' poi compierne la impresa.
Deliberatosi Tarcpilnio di ultimarla colle decime delle spoglie raccolte in
Sessa posevi a lavorare tutti gli artefici. Or qui narrasi che. accadesse un
meraviglioso portento sotterra, doè che scavandosi per le fondamenta, e che già
molto essendo gli scavi profondati, si rinvenisse la testa di un uomo ucciso
come di recente, con faccia simile a quella dei vivi, stillandone ancora dalla
ferita un sangue tepido e fresco. In vista di tale prodigioi^arquinio comandò
gli opera) che sospendessero lo scavo : e convocando gli indovini della patria
dimandò che mai dir volesse quel segno. Ma non rispondendone, anzi dando' essi
la scienza di tali cose ai Tirreni, ricercò da loro e seppe qual fosse fra’
Tirreni l’ interprete più famoso de’ por tenti ; ed a questo inviò messaggieri
i più pregievoli cittadini. Giunti i valentuomini alia casa dell’ augure, si le
loro incontra un giovinetto a cui dissero di essere ambasciatori di Roma,
vogliosi di consultare il vate, e pregavano che a lui li presentasse. Il
giovine allora : Colui, disse, che ricercate, è mio padre: egli è di presente
occupato : ma presto a lui passerete. Ora intanto che lo aspettate, ditemi
perchè mai ne venite. Così voi se mai per imperizia foste per ishagliar la
dimanda; istruiti da me non errerete. E le giuste interrogazioni non sono già
la minima cosa nell arte de’ vaticini. Or piacque a coloro di secondarlo, e
sveUrono a lui quel portento. Ckime il giovine gli ebbe ndiù, sopraslando breve
tempo, ascoltate, disse o Bontani. Il mio padre ve lo interpreterà tal prodigio,
e senza menzogne ; che certo ad un vMe non si convengono. Ma perchè neppur voi
erriate, nè mentiate su le cose che direte o risponderete ; apprendete da me
questo > che assai rileva che vel sappiate. Quando esposta gli avrete la
meraviglia ; ei soggiungendo di non intendere appieno ciò che vi dite,
descriverà colla verga quanto un picciolo tratto di terra, e poi vi dirà : seco
la svrs tarsìa qvzsta nè la partx CMS GUARDA l' ORISNTS, quSSTA CBS L OCCASO:
QUSSTA È LA PARTS SOREALS, QUSSTA LA OPPOSTA. Ed indicandole intanto colla
verga vi chiederà da qual canto fu tiltvenuta la testa. Or che vi esorto io che
rispondiate ? appunto che non concediate che fosse trovata in alcuna delle
parti eh' egli addita colla ver^ ga, e ve ri interroga, ma che in Eotna tra voi
fu veduta su la rupe Tarpea. Se tali risposte serberete; se punto col dir suo
non ve ne allontanate; allora egli ravvisando che il fato non può cangiarsi, vi
svelerà, non vi occulterà quel prodigio che volete, che interpetri. LXL
Ammaestrali in tal modo i legati, piando il vate ne ebbe comodità, venne un
tale che a lui li condusse, e parlarono del portento. Ora lui sofisticando, e
descrivendo in terra circonferenze e linee rette, e facendo in ogni quadrante
interrogazioni sul trovamento, non si turbarono punto di mente i legali, ma
tennero la ridata, come aveala suggerita il 6glio dell’ indoTino, nominando
sempre Roma e la rupe Tarpea, e pregando l’interprete che non travolgesse il
segno, ma ne dicesse a proposito, e schiettissimamente. Cosi non potendo il
vate nè illudere gli oratori, nè imbrogliarè r augurio, soggiunse ; Andate,
annunziate o Romàni a vostri concittadini, portare il destino che il luògo dove
avete il teschio trovato sia capitale di tutta l’Italia. Dall’ ora in poi
capitolino fu detto il luogo del travamento; capi chiamando i Romani le teste.
Tai>i quinio udendo ciò da’ legati rimise gli opera] su'lavori; e molto fece
del tempio, ma noi compiè, cadendo 'in breve dal regno. Roma alfine lo
perfezionò nel terzo consolato. Fu basato il tempio su di una altura la quale
aveva un circuito di otto plettri, ed ogni lato di esso apprassimavasi ai
dugento piedi col picciolo divario nemmeno di quindici piedi interi tra la
lunghezza e la latitudine. Perciocché il tempio riedificato dopo l’incendio a’
tempi de’ nostri padri su’ fondamenti medesimi differisce dall’ antico per la
sola preziosità della materia. Dalla parte della facciata che guarda il
mezzogiorno circondalo un ordine triplice. di colonne : ma doppio solamente è
quell’ordine nei lati. Tre sono’ in uno i templi, e paralleli, e divisi da mura
comuni. Sacro è quello di mezzo a Giove, e quindi è l’ altro. di Giunone, e
quinci di Minerva : ed un solo tetto, di un comignolo solo li ricopra. Questo
tempio terminara a Iriargolo : la cima del. triangolo in tutto il tetto ossia
il colmo del letto è ciò che cbiamasi comìgnolo. Uno de’ nostri lempj a tre
narate sotto un tetto comune può foeilitare t’ intelligenza di questo luogo.
Dicesi che nel regno di Tarquinio occorresse ai Romani un’ altra propizia e
meravigliosa avventura sia per dono di un nume sia di un genio, la quale salvò
la città non per poco tempo ma finché visse, più volte, da gravi mali. Una
donna, nè già nazionale, venne al tiranno, vogliosa di vendergli nove libri di
oracoli Sibilini : ma ricusando Tarquinio comperarli al prezzo cei> catogli
; colei partita ne spiccò tre libri e li arse. Riporundo dopo alquanto i libri
superstiti gli ofierl sul prezzo medesimo. Riputatane stolta, e derisane perchè
di minori volumi n’esigea la somma appunto che non aveane potuto ricevere quando
erano più; si ritirò nuovamente e bruciò metà dello scritto che rimaneva. Tornò
quindi co’ tre libri ancor salvi, e chiese l’oro di prima. Attonito Tarquinio
su i disegni della donna fece cercar gl’ indovini, e narrò 1’ evento, e dimandò
ciò ch’era da fare. Or questi conoscendo da alquanti segni che ripudiavasi un
bene mandato dal cielo, e dichiarando che grande era la sciagura che non avesse
comperato tutti i volumi ; comandò che si numerasse alla donna il valor
dimandato, e che gli astanti prendesser gli oracoli. La donna che avea dato
que’ libri, inculcò che si custodissero con diligenza, e sparve dagli uomini.
Tarquinio creando tra’ cittadini i duumviri o due riguardevoli per-i aonaggi, e
subordinando ad essi due ministri pubblici ; diè loro la’cura de’ libri : ma
poi cucitolo io una otre bovina gettò nel mare Marco Acilio 1’ uno de’ due
rignardevoli perchè parea sfregiare la buona fede, ed era accusato di
pai-ricidio da uno de’pubblici ministri. Dopo la cacciata dei re, fattasi la
repubblica a sostenere gli Oracoli, nominò custodi loro, durante la vita,
personaggi chiarissimi, liberi da ogni militare e civile incomben 2 a,
consociando ad essi ancor altri pubblici uomini, senza i quali non poteano i
primi consultare que’scritti. A dirla in breve, i Romani non guardano ninna
cosa con tanto zelo non i poderi sacri, non i tempj, quanto le risposte divine
delle Sibille. Yalgonsi di queste i Romani quando il Senato sta per votare in
tempo di civil sedizione, o di grave infortunio in guerra, o di portenti e grandi
visioni, malagevoli ad intendersi, come avvenne più volte. Fino alla guerra
chiamata Marsica gli oracoli posti in un’ ama marmorea ne’ sotterranei del
tempio di Giove Capitolino furono custoditi dai decemviri. Ma braciandosi poi
questo dopo 1’ olimpiade centesima settantesima terza sia per insidie, come
pensano alcuni, sia per caso ; arsero colle votive cose del nume, anche i
libri. C gli oracoli che ora si hanno, furono.' portati in Roma da più luoghi,
quali dalle città d’ Italia, quali da Eritra dell’Asia, speditivi per decreto
del Senato Commissarj a trascriverli, e quali da altre città, trascrittivi da'
privati. Ma sen trovano confusi co’ Sibillini anche aluri, come convincesi da
que’ che acrostici si dimandano. Io qui dico ciocché Terrenzio Varrone ha
scritto nelle sue teologiche trattazioui. Avea Tarquinio operate queste cose in
guerra ed in pace ; avea fondate due colonie, l’uja Cioè Segni, per caso,
perché svernando ivi i suoi soldati aveansi il campo come una città ridotto ; e
la seconda Circea-per disegno, perché ponessi nella campagna Pomentina, la più
grande intorno del Lazio, e contigua col mare, in bel sito, alto discretamente,
che sporge quasi penisola nel mare Tirreno ; ed abitato già com’ è fama da
Circe la figlia del Sole : avea dato qnesle due colonie a due figli suoi che ne
erano i fondatori, Circea ad Anmte, e Segni a Tito. Ma quando in niun modo
temea del suo principato ; allora per la ingiuria fatta ad una donna da Sesto
il suo primogenito, fu cacciato dai principato e da Roma. Àveano gl’ Iddj dato
il segno della calamità futura della sua famiglia con molti augurj de’ quali
qu^ sto, fu l’ultimo. Venute nella primavera delle aquile in un luogo adjacente
alla reggia fecero il nido su di un’alta palma : mentre però teneano i figli
ancor senza penne, volandovi in folla degli avoltoi disfecero il nido: ed uc
cisane la prole, e bezzicando e ferendo co’rostri e colle ali, respinsero dalla
palma le aquile che tomavan dal pascolo. Vide Tarquinio l’augurio, e vegliava
per istorname se poteva il destino: ma non potè superarne la forza ; e perdette
il regno, congiurando su lui li pa trizj, e cooperandovi il popolo. Io tenterò
dichiarar brevemente gli autori della congiura ; e come si fecero ad eseguirla.
Guerreggiava Tarquinio colla città di Ardea sul pretesto che ricettava i
fuggitivi da Roma, e macchinava di rimetterli in patria : ma in realtà perchè
ne aspirava le ricchezze come di una delle città più felici d’ Italia.
Ribbattendolo però gli Ardeatini generosamente, e prolungandosi l’assedio loro;
stanchi quei del campo per la diuturnità della guerra e quei di Roma impotenti
a più contribuirvi; si disposero a ribellarglisi, appena ve ne fosse un
principio. Intanto Sesto il primogenito de’ figli di Tarquiaio spedito dal
padre nella cittì chiamata Collazia per compiervi talune incombenze militari si
alloggiò presso il congiunto suo Lucio Tarquinio detto Collatino. Fabio delinea
quest’uomo come figlio di Egerio, del quale ho sopra dichiarato ch’era figlio
dei fratello di Tarquinio l’antico, re de’Romani. Da lui messo al governo di
Collazia ne fu chiamato Collatino, lasciandone la denominazione anche a’
posteri suoi. Io sono persuaso che questi era nipote ad Egerio se avea la eti
conforme ai figli di Tarquinio, come Fabio ha scritto e molti con esso ; e la
cronologia conferma tal mio concetto. In que’ giorni Collatino era nel campo.
Adunque la moglie di esso, una Romana, figlia di Lu crezia riposava, e colla
spada in mano vi penetrò, non sentito nemmeno da quelli che prossimi alla porta
dormivano della camera. F attesi al letto, e svegliatasi la donna col giugnere
delle insidie, e chiedendo chi fosse, colui svela il nome ; e comanda che
taccia e resti nella camera, minacciando lei della vita, se tentava fuggire, o
gridare. Cosi, sbalorditala, propose alla donna di scegliere .qual più le
piacesse o lieta vita, o morte infame, ó'e t’ induci, disse, a compiacermi, io
te farò mia spo~ sa y e tu regnenù meco, ora s.u la città che mio pardre mi
assegna, e dopo la morie del padre sii Ro'mani, sii, Latini, sii Tirreni e su
quanti egli domina. Io, tu lo sai, primogenito de' suoi figli, io sarò t erede
del regno, come à ben giusto. E quali beni inondano i re, de' quali' tutti
sarai tu meco posseditrice ; che giova che io qui ti additi, se tu ne sei
peritissima? Che se tenti resistermi per salvare la tua pudicizia, ucciderò te
prima, poi scannando un dei servi porrovene a lato i cadaveri, e dirò che
sorpresa avendoti in obbrobrio col servo, io vi punii tutti due per vendicare
la ingiuria del mio congiunto ; tanto che turpe, ignominiosa sarà la tua fine,
nè la morta Uia spoglia saià di sepolcro onorata nè di altre funebri cerimonie.
Ora siccome assai minacciava, insisteva, giu> rava a^ ogni suo detto ;
Lucrezia sbigottita di una morte infame venne nella necessità di cedere agli
arbiirj amorosi di lui. Fattosi giorno; costui sazio della voglia scellerata e
Ainesta, tornossene al campo : Lucrezia però corucciata per l’evento ascese
quanto potè frettolosa in sul carro, e venne a Roma, cinta di lugubri vesti, ed
occultandovi sotto il pugnale; non salutando, salutata, negl’ incontri, né
rispondendo a chi voleva intendere de’ suoi mali, tutta cogitabonda, e mesta, e
lagrimosa. Giunta a casa dal padre '( e ci aveano alquanti parenti ) ella
prostratasi e stregasi ai ginocchi del padre vi singhiozzò, ma senza parole : e
sollevandola e stimolandola il padre a dire ciocché solTerto avesse: Padre,
disse, ecco la supplichevole tuai se tremenda, se insanabile è tonta mia, padre
la vendica: non trascurare Ut figlia tua, incorsa in mali più gravi della
morte. Stupitosi il padre, e con esso par gli altri, eccitavala a dire chi
offesa 1’ avesse, e di qual modo. E colei ripigliava: Le udirai le mie ingiurie
; ma hrevissimamenle o padre: e solo or tu mi concedi questa grazia che prima
te ne chiedo. Convoca gli amici, e i parenti che puoi, perché da me la odano,
da me, non da altri la calamità che io patii. Quando tavrai conosciuta la
terribile, la ver-, gognosa necessità ch’io sostenni; tu deciderai con essi la
vendetta che dei per me fare e per te. Ma deh / non indugiarmi tu lungamente.
Corsi all’ invito sollecito 'e premurosissimo i più riguardevoli nella casa
com’ ella dimandava, narrò loro, pigliandolo dalle origini, tutto l’ evento. E
qui abbracciandosi ai padre, e molto lui supplicando, e gli astanti e gl’Iddj,
eli patri! lari che solleciti la scioglie sero dalla vita ; trasse il pugnale
che celava sotto le ve sti e, portandosene una piaga sui petto, 6no al cuore se
lo internò. Clamore intanto e gemiti e femmineo tumulto turbando tutta la casa
^ il padre avviatosene al corpo la circondava, la richiamava, la curava quasi
potesse redimerla dalia ferita : ma colei tra le sue braccia palpitando e
spirando Gai. Parve il caso agli astanti si terribile e si miserando che una fu
la voce di tutti che era mille volte meglio morire per la libertà che patire
ingiurie siffatte dai tiranni. Era tra questi Publio Valerio, discendente da
uno de’ Sabini venuti con Tazio a Roma, uomo intraprendente e destro. Costai fu
da loro spedito in campo perchè narrasse al marito di Lucrezia r evento, e
perchè ribellassero, uniti, le milizie dal tiranno. Uscito appena dalle porte
eccogli per avventura incontro Collatino il quale veniva dall armata a Roma
ignaro de’ mali che straziavano la sua casa ; e Lucio Giunio soprannominato
Bnilò cioè stolido se tal nome ne interpetri con greche maniere. E poiché li
Romani additano quest’ultimo come principalissimo nell’ abolir la tirannide;
porta il pregio che preaccennisi brevemente chi, di qual sangue egli fosse, e
come sortisse un tal nome. niente a lui consentaneo. Di costui fu padre Marco
Giunio, proveniente da uno di que’ che menarono con Enea la colonia, e distintissimo
per la sua virtù tra’ Romani : fu la madre Tarquinia, figlia di Tarquinio 1’
antico. Egli ricevè la educazione, e tutta la coltura nazionale, nè la indole
sua contrariavasi a niun de’ bei pregi. Dappoiché Tarquinio ebbe ucciso Tullio
levò segretamente di mezzo con molti uomini probi anche il padre di lui non già
pe’ delitti, ma per la ingordigia d’ invaderne le ricchezze ereditate da pingue,
antico patrimonio di famiglia : levò similmente con esso il figlio primogenito
di lui nel quale appariva non so che di generoso, e che sofferto non avrebbe
invendicata la morte del padre. Bruto giovinetto ancora, -e privo in tutto del
soccorso de’ parenti si rivolse al mezzo savissimo di fingersi, stolido
divenuto. Dall’ ora in poi, finché non gli sembrò di averne il buon tempo,
ritenne le apparenze dello stolido ; e se n’ ebbe il soprannome, ma si liberò
con questo dalle ire del tiranno, mentre tanti egregj uomini ne soccombetrano.
Tarquinio trascurandone la demenza apparente e non vera, spogliatolo di tutti i
beni paterni, e datogli un tal poco pel vitto quotidiano, lo custodi presso di
sé, come garzoncello orfano, e bisognoso di chi lo qurasse, e concedè che oo’
figli suoi conversasse ; nè già per onorarlo qual congiunto suo, come fingea
tra’ parenti, ma perchè desse da ridere a’ propj figli, dicendo costui le mille
frivole cose, e facendone le simili agli stolidi veramente. Anzi quando mandò
li due figli Àronte e Tito per interrogare 1' oracolo di Delfo su la peste (
giacché nel regno suo proruppe una peste insolita su le vergini e su i
fanciulli che in copia ne perivano, e più terribile ancora e men curabile su le
gravide, che morte cadeano col proprio feto in su le vie ) quando io dico mandò
questi per conoscere dal nume le cause del male e lo scampo, allora congiunse
ancor lui co’ figli che gliel chiedeano perchè avessero intanto chi beffare e
deridere. Giunti all’oracolo i giovani ed ascoltatolo su la causa ond’ erano
inviati porsero sacri doni al nume, e lungamente risero di Bruto che avea
consecrato ad Apollo una bacchetta di legno ; ma colui trapanatala tutta come
una fistola aveaci offerto, senza che ninno ne sapesse, una verga di oro. Poi
consultando essi il nume chi mai, portavano i destini, che divenisse re di Roma
;-^rispose che il primo che bacerehhe la madre. E non intendendo i giovani la
mente dell’ oracolo concordarono di baciare insieme la madre onde regnare in
comune. Bruto però penetrato ciocché 1’ oracolo volea significare, non si tosto
discese nell’ Italia, prostratosi, ne baciò la terra, giudicando questa la
madre di tutti. £ tali SODO i fatti precedenti di quest’uomo. Come Bruto udi da
Valerio i successi di Lo eresia e la storia della morte di lei sollevando le
mani al cielo disse: O Giove, o Dei tutti, quanti vegliate su la vita de’
mortali, è dunque giunto finalmente il tempo per aspettare il quale io
contrafeci finora me stesso ? Fuole dunque il destino che Roma sia da me
liberata e per me dalla insojfribil tirannide ? E ciò dicendo vassene sollecito
in casa insieme con Collatino e Valerio. Entrata la quale, appena Collatino
videvi Lucrezia stesa nel .mezzo, col padre allato, scoppiando in copi ge miti
la slringea, la baciava, la chiamava, e fra tanta sciagura uscito di mente
tenea colla estinta il discorso, quasi fosse ancor viva. Or essendo lui tutto
in pianto, e con esso il padre a vicenda, e tutta rimbombando la casa di
lamenti e di gemiti; Bruto, rimirandoli disse: O Lucrezio, o Collatino, o voi
tutti, parenti di que^ sta donna, beri avrete altra volta il tempo di
piangerla. Ora ( e ciò deesi alla ingiuria presente ) pensiamo ^ come
vendicarla. Egli sembrava dir giusto : adunque se dendo soli fra sè, sgombrata
immantinente ogni turba dimestica, esaminarono ciò ch’era da fare. Bruto
cominciando il primo a dire sopra sestesso che la sua demenza non fu vera, qual
parve a molti, ma simulata ; e svelaudo le cause per le quali diedesi a
fingerla, e giudicatone savbsimo infra tutti ; alfine, allegatene molte, ed
acconcio ragioni, animò tutti al parer suo di cac(t) Plinio sul fine del libro
XV. scrive che Bruto baciò la terra di Delia, a non dall Italia. dare Tarquinio
e li figli da Roma. E vedmili ornai tatti consentanei, disse Che non era pià
tempo di parole e promesse, ma di opere; e che egli imprenderebbela il primo se
cosa alcuna fosse da imprendere. Ciò dicendo, e stringendo il pugnale con cui
la donna fini sestessa, e venuto al cadavere di lei, che giaceva ancora
spettacolo compassionevole a tutti, giurò su Marte, e su gli altri Dei Che
farebbe tutto, quanto potea, per abbattere la tirannide di Tarquinio, che non
pià si riconcilierebbe co' lii'anni, nè permetterebbe che altri si
riconciliasse con essi: ma terrebbe per nimico, chiunque non volesse fare
altrettanto ; e perseguite-^ rebbe fino alla morte la tirannide e li partigiani
di essa. Che se mancava a quel giuramento, imprecava per sè e pe’ figli un
termine della vita, quale il termine fu della donna. Ciò detto invitò pur gli
altri a simile giuramento : e quelli, niente esitandone, levaronsi, e dandosi a
mano a mano il pfignale giurarono, ed investigarono poi qual fosse la maniera
di dar principio all’ impresa. Bruto cosi consigliò : Primieramente poniam le
guardie alle porte, perchè Tarquinio non penetri niente di ciò che in Roma si
dice o si opera contro la tirannide, innanzi che noi siamo ben preparati.
Quindi portando il cadavere della donna, lordo comi è di sangue, nel Foro, ed
esponendovelo, chiamiamovi a parlemento il popolo. E quando siavisi congregalo,
quando ne vedremo già piena ( adunanza; allora Lucrezio e Collatino presentandosi
narrino H orribile caso, e deplorino la loro sciagura ; poi qualunque altro
facciasi innanzi ed ocf)3 ousi la ^tirannide, e provochi li cittadini a
liberarsene. Oh! come avran caro di veder noi patrizj insorgere i primi perla
libertà. Stanchi del Tiranno, e de’ molti e terribili mali che ne han sofferto,
non abbisognano die St un primo impulso appena. Quando vedremo la moltitudine
in furia per togliere la monarchia ; farremo c^ risolva co' voti, che Tarquinio
non dee più regnare su Roma, e solleciti ne spediremo il decreto in campo all'
esercitaIvi quando coloro che han tarmi conosceranno che tutta si è la città
ribellata da Tarquinio, infiammeransi per la libertà della patria, insensibili
a tutti i doni del tiranno, essi che non più reggono agli affronti de' f gli, e
degli adulatori del perfido. Or avendo lui cosi detto soggiunse Valerio: Tu mi
sembri o Giunio che abbi giustamente parlato su le altre cose ; ma quanto ai
comizj vorrei da te sor pere chi li potrà convocare legittimamente, e chi dare
alle curie i voti; essendo questo offizio de' magistrati, e niun di noi
trovandosi magistrato. Ripigliando allora Giunio : o Valerio, io, gridò, sono
tale; imperocché sono il tribuno de Celeri, e per legge mi è dato d intimare
quando voglio le adunanze. Tarquinio dava tal massimo incoi ico, a me come
stolido, e che appresa non ne avrei la potenza, o che se appresa V avessi, non
saprei prevalermene. Ma io mi son quegli che il primo arringherò contro del
tiranno. Detto ciò lo applaudivano tutti come lui che prendeva le mosse da
principio legittimo e buono ; e lo pressavano a dirne anche il seguito ; ed
egli disse : E poiché ci piace far questo, vediamo ancora qual maDigitized by
Google J)4 delle antichità romane gistrato, e da chi mai crealo, debba reggerci
dopo Ut espulsione dei re : anzi vediamo qual Jorma daremo allo Stato f liberi
dalla tirannide ; imperciocché prima ài accingersi ad opera siffatta vai meglio
di avere de liberata ogni cosa, anzi che se ne lasci alcuna non discussa, né
premeditata. Ora dica ciascuri di voi su tali cose ciocché ne pensa. Dopo ciò
si tennero molti discorsi e da molti. Chi numerando i gran beni fatti da tutti
i re precedenti, amava che si riordinasse la regia dominazione; e chi
ricordando le tiranniche ingiustizie di altri e di Tarquinio finalmente su’
proprj cittadini, non voleva il Comune sotto di un solo, ma che piuttosto
arbitro se ne dichiarasse il Senato come in molte delle greche città : varj
però non anteponeano nè 1’ uno né r altro, ma consigliavano che si fondasse un
governo popolare, conne in Atene, esponendo le ingiurie, le. avanìe de’ pochi ^
e le sedizioni de’ miseri contro de’ potenti, e dichiarando che in città libera
il comando più sicuro e più degno è quello delle leggi, eguali per tutti. Ma
sembrando a tutti malagevole ed arduo il giudizio su la scelta pe’ mali che
sieguono da ogni governo ; alfine Bruto, ripigliando disse : O Lucrezio, o
Collatino, o voi tutti, quanti qui siete, uomini buoni, e JigU ancora di
buoni-, io quanto a me non penso che noi dobbiam di presente dar nuova forma
allo Stato. Troppo é picciolo il tempo a cui siamo ridotti, perché ci sia
facile staBilirvela armoniosa ; lubrico altronde, e pericoloso, é tentar di
cambiarvela, quantunque benissimo su di essa avessimo risoluto. Quando ci
saremo levati dallà tirannide, allora potrem finalmente, consultandoci con più
agio e più feria, trascegliere il governo migliore a fronte de' menò buoni j
seppur avvene uno migliore di guei'^ che 7?omolo e Numa e gli altri re
successivi stabilirono e ci "lasciarono, donde la città ne crebbe e ne
prosperò, signora fin qui di più popoli. Solamente vi esorto che si emendino, e
che provvedasi ora che più non v abbiano i mali terribili solili prorompere
dalle monarchie, pe’ quali si mutano in tirannidi crude, e pe' quali tutti le
abborrono. Ma quali son queste provvidenze ? Primieramente giacché molti
attendono ai nomi, è secondo i nomi vanno al male o fuggono t utile ; e siccome
è succeduto che ora molto attendasi a quello di monarchia; vi consiglio che il
nome cangiate del governo, fe che da ora in poi quelli che vi comandano non più
re li chiamiate, non più monarchi, ma con appellazione più discreta ed umana :
poi, che non più rendiate un sol uomo arbitro di ogni cosa, ma fidiate a due la
potenza dei re, come odo che i Lacedemoni fanno da molte generazioni, e che
perciò ne hanno più di tutti i Greci leggi buone, e stato felice. Diviso il
comando in due, e l’ uno potendo appunto quanto F altro ; meno acconci saranno
a violarci, e meno ad opprimerci: anzi da tale egualità dee seguirne
principalmente la verecondia, il ritegno vicendevole dell’uno per F altro,
sicché noti si sfrenino, ed una viva gara per la fama della giustizia. E poiché
molti sono li regii distintivi, io giudico che y impiccioliscano o tolgano
quelli che àddolorano a rimirarli o sdegnano il popolo, io dico gli scettri, dico
le corone di oro ^ e le clamidi eli oro intessute e di porpora, se non forse si
asswnono ne' giorni festivi e ne’ trionfali per magnificare g/i Jddj ; mentre
usate di raro non offendono. In opposito penso che si conservi a questi uomini
la sedir curule ove siedono rendendo ragione, e la veste candida cinta intorno
di porpora, e li dodici fasci che il venir loro precedano. Oltracciò perchè
quelli che prendono il comando non molto ne abusino, io penso utilissima e
principalissima cosa, che non lascinsì comandare tutta la vita. Imperciocché
riesce a tutd grave un comando ind^nito, uft comando che non pià dia di sè
ragione ; e di qua vien la tirannide. Ma si limiti come tra gli Ateniesi f
autorità del comando ad un anno. Quelcomandare a vicenda e quell' essere
comandato, quel deporre il pMere prima che il pensar vi si guasti, preoccupa le
indoli vane, nè lascia che vi / inebbrino. Se .così stabiliamo, goderemo i beni
che sono il frutto di una regia dominazione, e schiveremo i mali che né
conseguitano. E perchè il nome regio, consueto già tra' nostri avi, ed
introdotto in questa città co t gli augurj propizj degl Jddj che lo favorivano,
ti custodisca, almeno per tale riguardo ; si faccia continuamente, a vita, ed
onorisi un re del Culto ^ un che libero dalle cure militari in questo solo si
occupi e non in altro, cioè che abbia, quasi re ne fosse, l’ arbitrio sovrano
de’ sacrifizj. Ora udite come fia ciascuna di queste cose. ’ Io, poiché dalle
leggi mi si concede, io raccoglierò, come diceva, l’adunanza del popolo, e
riesporrò la mia mente di bandire Tarquinia colla moglie e coi figli da Roma e
suo territorio, escludendoneli per sempre essi e la lor discendenza. Quando
avran ciò stabilito co’ voti, io dichiarando allora il governo che pensiamo
fondare, eleggerò V interré, il qual nomini quelli che prendano le redini della
repubblica. Quindi io deporrò la prefettura dei Celeri; e V interré da me
creato, proporrà gl’ idonei all’ annua preminenza, rimettendoli al voto de’
cittadini : e se il pià delle centurie ne tien buona la proposta, se propizj
gli oracoli la favoriscono, assumano i fasci e le insegne del potere sovrano, e
provvedano che libera abitiamo la patria, nè pià li Tarquinj vi ritornino.
Imperocché questi, abbiatelo per certo, se non invigiliamo su loro, tenteranno
colla persuasiva, colla forza, coll’ inganno, per ogni via finalmente,
rimettersi nell impero. Queste sono le somme, le principalissime cose, che io
dir posso e raccomandar di presente. Quelli poi che avranno il comando devono,
come io giudico, esaminare una per una, le cose particolari, giacché troppe, nè
facili a discutersi pienamente ; e noi siamo stretti dal tempo: anzi'deono,
come usavano i re ponderarle col corpo del Senato, non concludendone alcuna
senza noi ; e quando siano approvate dal Senato, rapportarle, come f accasi tra
i nostri maggiori, al popolo non levandogli niun diritto di quanti s’ avea nel
principio. Così le sue magistrature saranno sicurissime e bellissime.
Proferendo Giunio Bruto tal suo parere tutti lo commendanino ; e datisi ben
tosto a consultare, decisero che si nominasse interré Spurio Lucrezio il padre
di colei che uccise sestessa: e che da lui si scegliessero per avere il potere
dei re Lucio Giunio Bruto, e Lucio Tarqninio Collatino. Stabiliscono che tali
soprastanti nell’ idioma loro si chiamassero Consoli, vnol dire consiglieri o
capi del ronsiglio, interpetrando in greco tal nome, giacché i Romani ciocché
noi simboulas diremmo chiaman consiglio. Coi volgere però del tempo i consoli
furono per l’ ampiezza del potere chiamati Ypati dalia Grecia, comandando essi
a tutti e t^ neodo.il più sublime de gradi; e chiamandosi da’ nostri antichi
Ipaton quanto sopralzasi, e maggioreggia. Dopo tali consulte e tali istituzioni
supplicarono co’ voti gli Iddj che fossero propizj ad essi .intenti ad opera si
giu non colla sepoltura a norma delle leggi : e Tarquinia la donna di questo
ch’egli dovea venerare qual. madre, come sorella del padre, Tarquinia già tanto
.sollecita in suo bene, % egli la strangolava, sì, questa misera, innanzi che
prendesse il lutto, e che rendesse in su la tomba al marito gli ultimi onori.
Così contraccambiava quelli da quali fa salvo, da quali fu nudrito, ed. a quali
avrebbe pur succeduto sol che avesse un poco aspettato finché venisse loro
naturalmente^ la morte. Ma perchè più, su questo riprendolo, quando, oltre i
delitti contro de’ consan^inei e de’ suoceri, ho pur da accusarne le tante
prevaricazioni contro la patria, e contro noi tutti, se prevaricazioni son
queste, e non sovversioni e rovine di ogni costume e di ogni legge. E per
comiiKiare subito ^dal regno, come lo prese egli questo ? forse come i re
precedenti? ma quando mai? molto nè egli lontano. Imperocché quei tutti furono
da voi portati al trono secondo i patrj costumi e le leggi, prima col decreto del
' Senato che è il capo di ogni pubblica deliberazione, poi degl’ interré scelti
ed incaricati dal Senato per nominare il pià idoneo al comando f e co’ voti
dati ne' comizj dal popolo, da cui, la legge vuole, che si ratifichi ogni cosa
più rilevante, e finalmente cogli augurj f colle vittime, e con altri segni
propizj senza i quali niente giovano i maneggi e le previdenze degli uomini. Or
dite, qual di voi mai vide una parte almeno fatta di ciò quando Tarquinio prese
il comando ? qual vide decreto preliminare del Senato? quale scelta degl’
interré? quali suffiragj del popolo ? per non dire dov è tutto questo ?
quantunque se egli voleva il regno lecitamente, non dovea parte ninna
pretermettersi di quanto chiedesi dalle leggi. Certo se alcuno può dimostrarmene
fatta pur una di queste cose, più non vo’ che si brontoli su le altre che si
tralasciarono. Come dunque egli si spinse al trono ? colle arme, come i
tiranni, colla violenza, colla congiura degli scellerati, noi riprovandolo, e
dolendocene, E fattosi re, comunque ciò fosse, la sosteneva egli V autoràà tua
regalmente ? Emulava i suoi predecessori i quali co’ detti e co’ fatti costanti
così ressero, che lasciarono a’ posteri la città più felice e più grande che
presa non V avessero ? Chi, se pure è sano di mente, chi potrà mai dir ciò,
vedendo quanto miseramente e scelleratamente siamo stati da lui malmenati.
Tacio le sciagure di noi senatori, le quali, pur un nemico, udendole, ne
piangerebbe, e come siam pochi rimasi di molti, come rendati abbietti di granài,
e come venuti a disagio e stento, cadendo dai tanti e sì ampj beni. Que’ grati
j que’ potenti,. Io3 que cospicui uomini, po' quali questa nostra città era un
tempo magnifica, quelli perirono, o fuggono la patria. E le vostre cose y o
popolo, come stan esse ? Non ha tolto. a voi le leggi ? non i concorsi soliti
per le feste e pe’ sacrifizj ? Non ha fatto cessare i comkj, i suffragj, e le
adunanze tutte su le pubbliche cose? Ridotti siete, quali schiavi comperati, ai
vilipendi di tagliare, di portare pietre ed arbori, di logorarvi tra gli antri
e i baratri senza requie mai, neppur tenuissima dai mali. Or quando avran fine
mai tali strazj ? fino a quando li starem sopportando ? Quando la patria
libertà vendicheremo ? ... Al morir del tiranno ? Appunto ! Dite ci sarà allora
pià facile ? E perchè non piuttosto assai meno ? se per un Tarquinio ne avrem
tre molto pià scellerati? Se chi di privato è divenuto monarca, se chi tardi ha
cominciato a nuocere, ha percorsa tutta la malvagità de’ tiranni, quali, pensate,
esser debbono i discendenti da lui, scellerati di stirpe, scellerati di
educazione, che mai non poterono vedere nè apprendere in città misure politiche
di moderazione ? E perchè non per congetture, ma intimamente conosciate la
perversità loro, e quai cani latratori alleva contro voi la tirannide di
Tarquinio ; specchiatevi in un azione sola del primogenito. E questa la figlia
di Spurio Lucrezio, lasciato prffetto in Roma dal Tiranno nelP andare alla
guerra, e moglie insieme di Tarquinio CollaUno, del consanguineo de’ tiranni
che pur tanto ha da loro sopportato. Or questa per serbarsi pudica. e tutta
agli amori del suo marito, come fanno le virtuose, avendo Sesto qual parente
preso ospizio appo lei, mentre Collatino era lungi nelt armata, non potè
schivare nella passata notte le onte. sfrenate della tirannide; ma violentata
come una schù^va sostenne ciocché libera donna non dee. Pertanto esacerbatane,
e presa la ingiuria per insoffribile, dopo che ebbe narrato al padre e a
congiunti le vicende ree che la desolarono, dopo che ebbe pregato e scongiurato
che la vendicassero per tanti mali; alfine traendo il pugnale che celava nel
seno, profondosselo, e vedendola il padre j o Romani, nelle viscere. O tu certo
mirabile, o tu di encomj degnissima per la nobile ' risoluzione ! t’ involasti,
moristi non reggendo agli obbrobri del tiranno, e ricusasti le dolcezze tutte
del vivere perchè simile calamità non ti avvenisse. Avrai tu dunque o Lucrezia
nella tua femminil condizione K avuto il. cuore de’ valentuomini, e noi, uomini
nati, noi saremo in viltà men che le femmine ? Tu perchè predata a forza del
fiore immacolato della tua pudicizia, avrai tu reputato la morte pià dolce e
pià beata della vita; e noi non avrem pur nell’ animo, che Tarquinio non da una
notte, ma già da venticinque anni ci opprime, e ci ha colla libertà levato gli
agi tutti del vivere ? No ; pià non dobbiamo, o Romani, noi vivere avvolgendoci
in tanti pericoli, noi che discendenti siamo di que bravi, che vollero fondare
i diritti fin per gli altri, e lanciaronsi a tanti .pericoli per la sovranità e
la gloria : ma V una delle due si dee scegliere o libera vita, o morte onorata.
È pur venuto il tempo che bramavamo ; perchè lungi è il tiranno dalla città, e
perchè duci sono della impresa i patrizj, e perchè se con animo pronto ci
facciamo ad imprendere, non abbisogniamo di cosa niuna non di uomini, non di
danari, non di arme, non di capitani, non di altro apparecchio militare ;
essendone Roma pienissima. Siaci pure una volta vergognà che noi che cerchiamo signoreggiare
i Volsci, i Sabini, ed altri moltissimi^ noi stiamo • ad altri servendo, e che
mentre tante guerre imprendiamo per in^andire Tarquinio, niuna per la nostra
liberuì ne facciamo.Ma di quali incora^menti ci varrem per la impresa, di quai
leghe ? È questo che rimanenti a dire. Primieramente c incoraggiremo su la
speranza negl’ Iddj de’ quali Tarquinio viola le sante cose, i templi, gli
altari, libando e sacrificando con mani lorde di sangue, e di ogni
scelleraggine contró de cittadini; appresso c incoraggiremo su la speranza che
abbiam su noi stessi che nè pochi siamo, nè inesperti di gierra ; e finalmente
sul rinforzo di quegli alleati i quali non ardiranno far novità se noi non ve
'gV invitiamo ; ma se vedono che noi il valor nostro raccendiamo, lietissimi ci
si uniran per combattere ; nemico essendo della tirannide chiunque vuole esser
libero. Che se alcuno di voi teme quei cittadini che in campo si porran con
Tarquinio per militare con esso contro noi ;• non bene teme costui. Anche ad
essi è grave la tirannide, ed ingènito in tutti è V amore della libertà : ed
ogni occasione di mutamento basta a chi è misero necessariamente. Che se voi li
chiamerete col voto vostro a soccorrer la patria, non timore li riterrà co’
tiranni, non grazia, e non cosa ninna la quale sforzi o persuada, a mal fare. E
se in alcuni si è per la ria natura, e la trista educazione abbarbicato V amor
dei tiranni ; ridurremo ancor essi, che molti non sono, con insuperabile
necessità sicché utili ci divengano i malevoli ; perciocché teniamo in città
quali ostaggi i loro figli, le mogli, i parenti, pegni carissimi che ognuno
pregia più che la vita. Or se noi prometteremo di rendere questi, se
decreteremo per essi la impunità quando distacchinsi dal tìrannno ; di leggeri
li persuaderemo. Cosicché fatevi cuore o Romani, concepite belle speranze per V
avvenire, uscite per una guerra, certo la più gloriosa di quante mai ne
imprendeste. Si, palrj Dei, propizj curatori di questa terra, sì Genj, tutelari
già de nostri padri, sì, città carissima infra tutte ai Celesti nella quale
nascemmo e cresciamo, sì noi vi difenderemo co’ pensieri, colle parole, colle
opere, colla vita ; pronti a tutto soffrire, quanto la fortuna porti ed il
fato. Presagiscorni che alla impresa buona seguirà fine bonissinto. Possano
quanti confidano, quanti decidonsi come noi, voi salvare ed essere da voi
salvati parimente. Mentre Bruto aringava, faceansi ad ogni suo detto
acclamazioni dal popolo in signiBcazione, che esso appunto cosi voleva, e
comandava. Ed i più sentendo quel parlare maraviglioso ed inaspettato
lagrimavano per tenerezza. Inondavano passioni varie nè punto 1 07 amSi ogni
petto: e dove il rancore, dove la gioja trionfavano, là pe’ mali già sostenuti,
qua pe’ beni che si aspettavano. Dove era audacia, dove timidità, quella che
incitava a non curar sicurezsa contro i subjetti, odiati perchè intenti a far
male ; e T altra che oppo neasi agl’ impeti delia prima, perchè vedea non
facile la rovina della tirannide. Ma non sì tosto colui cessò dal parlare ;
tutti, quasi con una bocca, ad una voce esclamarono, che guidassegli alle arme.
E Bruto dilettatone, sì, disse, ma quando prima avrete udito, e confermata co’
voti vostri i decreti del Senato. E noi decretiamo CHS i TAsqvatj s tutta la
consangvu HIT a' loro svogano ROMA E QUANTO È Ds' ROMAICI : CBS NIUNO FOSSA
DIRE O BRIGARE SUL RITORNO DEI tiranni; e se contravviene; si" uccida. Or
se volete che un tal parere si adotti ; compartitevi in curie, e datene i voti.
Questo incominci per voi li diritti della' vostra libertà. Disse ; e cosi fu
hitto : e poiché tutte le Curie ebbero decretato 1’ esilio del tiranno ; Bruto
fattosi innanzi, ripigliò : Giacché avete voi ratificato quanto deesi, le prime
cose ; ascoltate U resto che abbiam deliberata su lo Stata. Esaminando noi qual
magistrata esser dee V arbitro del comando, ci è piaciuto, non già di rinnovare
il comando di un solo, ma di creare ogm anno due capi con regio potere, che voi
stessi eleggerete ne’ comizj, votandovi per centurie. Or se volete anche ciò ;
datene il voto. Il popolo lodò questo ugualmente; nè vi fu pur un voto
contrario. Quindi ripresentatosi Bruto, nominò Spurio Lucrezio per interré,
perchè secondo le patrie leggi prendesse cura de’comisj. Costui sciogliendo ' r
adunanza, ordinò che tutti subito si recassero in arme al campo, dove solcano
tenere i comizj. Recativisi ; scelse due Bruto e Gollatino che facessero quanto
facevano i re. Ed il 'popolo chiamato per centurie con fermò la magistratura a
que’ due. Tali sono le cose ai lora fatte in città. Tarqninio come udì da
messaggeri sottrat tisi per avventura da Roma prima che le porte se ne
chiudessero, che Bruto (perché narravano questo solo) fattosi capo-popolo,
aringava i cittadini, e suscitavali a rendersi liberi, parti senza dirne le
cause, prendendo se^o i figli, ed altri più fidi, e correndo a briglie sciolte
onde prevenire la ribellione. Ma trovando chiuse le porte, e piene le mura di
arme, tornossene, quanto potè, veloce nel campo affligendosi e lagrimando : se
non che già le sue cose erano qui pure in iscompigUo. Imperocché li consoli
antivedendo la sollecita venuta di lui verso Roma aveano per altra via spedito
all’armata, invitandola a togliersi dal tiranno, ed annunziandole i decreti di
quei della città. Or Tito Erminio e Marco Orazio lasciati dal tiranno nel campo
prendendo quelle lettere le recitarono nell’ adunanza : e dimandando via via
per centurie ciò che era da fare, e piaciuto a tutti che si ratificassero le
deliberazioni della città ; più non riceverono Tarquinio che tornavasi a loro.
E caduto pur da questa speranza fuggisseue con pochi alla città di Gabio f
della quale, come ho detto di sopra, avea creato monarca, Sesto il suo
primogenito. Esso già canuto per anni avea tenuto per cinque lustri il comando.
Erminio ed Orazio, concbiusa una tregua di quindici anni cogli ÀrdeatinI,
ricondussero in patria le milizie. Per tali cause e da tali uomini fu tolta in
Roma la regia dominazione, conservatavisi per dugcnto quaranlaquattr’ anni
dalla sua fondazione, e divenuta in fine tirannide sotto 1’ ultimo re.
OloMSERVATASl in Roma la regia dominazione per dugento quarantaquatlr anni e
cangiatavisi poscia in tirannide sotto r ultimo re fa per le cagioni anzidette
abolita da tali uomini sul principio della olimpiade sessagesima ottava, nella
quale Iscomaco da Crotone vinse allo stadio, mentre Isagora esercitava in Atene
r aunuo magistrato. Ed istituitasi la signoria de’ pochi, mancando quattro mesi
al compiersi di quell’anno, assunsero i primi il comando supremo, Lucio Giunio
Bruto e Lucio Tarquioio Collatino col nome di consoli, Anni 345 fecondo Catone
e i 47 'ecjndo Varrone dalla fondailone di Roìna, e So; avanli Cristo] cosi
chiamandosi da Romani, come già dissi, nel patrio idioma i capi del Senato. Poi
congiungendo questi a sè gli altri che numerosi tornavano dal campo in città
dopo conchiosa la tregua con gli Àrdeatini ; e pochi giorni appresso la
espulsione del Tiranno convocando il popolo a parlamento, e ragionando
copiosamente su la concor dia ; fecero di bel nuovo decretare co’ voti, come
già quelli che erano in Roma lo avevano decretato, bando perpetuo ai Tarquinj.
Dopo ciò puri6cando la città, fattone sacrifizio ; essi i primi, stando intorno
le vittime, giurarono, e ccndussero pur gli altri a giurare, che mai più dal
bando richiamerebbero il re Tarquinio, nè la prole di lui, nè i figli de’ figli
: anzi che non più iarebbono re ninno in Roma, nè tollererebbono chi far cel
volesse. Cosi giurarono su’ Tarquinj, su figli, e su la prosapia loro. E,
couciossiachè pareano i re, stati autori di molti e gran beni inverso del
pubblico, deliberatisi a conservare il nome almeno di tal signoria, finché Roma
durava, comandarono ai pontefici ed agli auguri di eleggere il più idoneo
tra’seniori, perchè tolto da tutte le cure, se non dalle religiose, presedesse
in sul culto, e Me si chiamasse non delle politiche, non delle militari,. ma
delle sante cose. Per tanto fu delle sante cose nominato re per il primo Manio
Papirio, uomo patrizio e dedito alla dolce calma. II. Stabilito ciò, temendo,
io credo, che non si generasse negli altri sui nuovo governo la idea non vera,
che in luogo di uno dominavano due re la città mentre Secondo Feslo il primo re
tacriJieuUu, fa Sicinnio Beliulo, ed in cfò discorda da Dionigi e da Livio. Ir
uno e 1’ altro de’ consoli avca come un tempo i re le dodici scuri ;
deliberarono preoccupar tal concetto, e scemare la invidia del comando, e
fecero cbe l’uno de’consoli portasse dodici scuri, e F altro dodici littori
colle verghe coronate solamente come narrano alcuni: talché le scuri le assumesse
e recasse ora l’uno ora F altro vicendevolmente per un mese intiero. Animarono
con questo F umile plebe a conservar quel governo ; e con simili cose non
poche. Imperocché rinnovarono tutte le leggi scritte da Tullio su’ contratti ;
le quali si tenean per umane e popolari, e Tarquinio aveale tutte soppresse : e
comandarono che si facessero come a’ tempi di Tullio, i sagriGzj che in città
si faceaiio o nella campagna, riuiiendovisi que’ di Roma e de’ villaggi.
Concederono che il popolo si radunasse per le cose più rilevanti, e desse il
voto, e ripigliasse a voler suo gli usi primitivi. Piaceano tali cose alla
moltitudine ravvivatasi dal servir lungo a libertà non aspettata. Nondimeno ci
ebbero alquanti i quali desiderosi de’ mali della tirannide per demenza o per
avarizia congiurarono di tradire la patria e richiamarvi i Tarquinj,
trucidandone i consoli : ed io dirò quali ne fossero i capi, e come im
provvedutamente scoperti, mentre credeansi occulti atutti, ma riassumerò le
cose alquanto più addietro. III. Caduto Tarquinio dal trono, si tenne per un
tempo, non lungo, in Gabio, raccogliendo quanti a Il lesto non è ben fìsso : e
fotse dee leggersi verghe curve o grosse nella lesta. Il codice Valicano
avendola voce xafvtat e noa xtfà/tttt favorisce la idea di verghe grosse in
testa. Silburgio propende per le verghe ricurve iu cima lui ne venivano amici
della tirannide pià che delia libertà, e confortandovisi in su le speranze de’
Latini, quasi potessero questi ricondurlo alla reggia. Ma poscia che le città
non io ascoltavano nè voleano per lui fare una guerra ai Romani ; disperandone
alfìne il soccorso fuggissene a Tarquinj città Tirrena, donde era la materna
origine sua. E cattivandosi que’ cittadini co’ doni, e prodotto da essi in
piena adunanza, rinnovò 1’ antica congiunzione con loro, e commemorò li
benefizj deU r aiuolo suo con tutte le città Tirrene, e gli accordi che avean
fatto con lui. Poi si lamentò con tutti della sciagura che avealo preso, e come
travolto in un sol giorno da lietissima condizione, ora profugo con tre 6gli e
bisognoso fin del necessario, era costretto ricórrere a popoli, un tempo,
sudditi suoi. Scorrendo su tali cose pateticamente e con molte lagrime, indusse
il popolo a spedire il primo a Roma uomini che portas sero parole di pace per
lui, quasi i potenti ivi fossero per favorirlo, ed ajutarlo al ritorno.
Nominati quelli eh’ egli volle per ambasciadori, ed istruitili delie cose che
erano da dire e da fare gli spedi con alquanto di oro e con lettere de’
fuorusciti con esso dirette con preghiere agli amici e domestici loro. IV.
Venuti questi a Roma dissero hi Senato : che chiedea Tarquinia la franchigia di
venire con pochi prima in Senato, e poi, quando ciò fossegli conce-duto dal
Senato, nell adunanza del popolo per darvi conto delle opere sue fin dai
principj del regno, falline giudici tutti i Romani, se alcuno mai lo accusasse.
Che se appien si giustifica, se persuade che egli non ha colpe degne dell
esilio ; allora se gUel concedano, regnerà novamente con que' limiti che gli
prescriveranno : se poi decreteranno di non voler più. come per l’ addietro la
sovranità dei re, ma di fon-^ darne un altra qualunque, egli uniformandovisi al
pari degli altri reslerassene colla sua famiglia in Roma, sua patria, libero
almeno della vita degli erranti, e de' profughi. E ciò detto supplicavano il
Senato pei comuni diritti che vogliono che niun si condanni senza discolpe e
giudizj, a concedere una difesa della quale essi giudicherebbero. Che se ciò
non volevano a lui concedere, fossero compiacevoli almeno in vista della città
la quale s' intrametteva. Compiacendola, tuttoché senza discapito loro, assai
onorerebbero la città che ciò conseguiva. Uomini essendo, non si elevassero
sopra la sorte degli uomini: nè serbassero immortali sdegni in cuori mortali :
ma in grazia degt intercessori si sforzassero anche contro lor voglia di usare
mansuetudine ; considerando eh' egli è da savio condonare le inimicizie per le
amicizie ; ma da stello e da barbaro volgere in nemici gli amici. V. Aveano ciò
detto, quando Bruto sorgendo replicò : Sul ritorno de' Tarquinj in Roma cessate
o Tirreni di più ragionarne. Imperciocché già si è qui J volato
irreparabilmente per l'esilio loro: ed abbiamo tutti ^giurato agC Iddj di non
restituire i tiranni, e di non tollerare che altri ce li restituisse. Ma se
chiedeste con altra moderazione a cui nè le leggi nè li giuramenti si
oppongono', manifestatevi. Or qui faitùi innanzi gli ambasciadoi’i soggiunsero
: Terminale ci sono contro la espettazione le prime dimandet ambasciadori per
uno che si raccomanda, per uno che vuole dare a voi conto di sè stesso, abbiamo
chiesto qual grazia ciocch’ era diritto per lutti : nè potemmo ottenerlo. Ora
poiché ve n è parato così ; non più vi presseremo sul tornar de' Tarquinj. J\oi
facciamo istanza per un altro diritto di cui la patria c incaricava, e su cui
non legge, non giuramento impediscavi, cioè che rendiate al monarca i beni clm
[ avolo suo possedeva senza toglierli a voi nè di forza nè in occulto, ma
portati qui avendoli, come ereditati dal padre. A lui basterà, se lo ricupera,
il suo, per vivere altrove Jelicemente, senza vostra molestia. RitiraroDsi ciò
detto gli ambasciadorì. Bruto T uno de’ consoli suggeriva che si ritenesser
que' beni in compenso delle ingiustizie sì gravi e sì numerose dei tiranni
contra del pubblico, e per util di Stato : perchè non si dessero ad essi de
mezzi co’ quali far guerra ; preammonendo, che nè si affezionerebbero ad essi i
Tarquinj col riavere i lor beni nè sosterrebbero una vita privata, ma
porterebbero su Romani le arme di altri popoli, e tenterebbero di tornare colla
forza al comando. Collatino però consigliava il contrario, dicendo che non gli
averi, ma le persone dei tiranni noceano la città. Pertanto scongiuravali a
guardarsi prima dalC incorrere nella rea fama di avere espulso i Tarquinj per
invaderne i beni, e poi dal porgere ad essi cosi spogliandoli, giusta occasione
di guerra : dicea che non era chiaro, che ricuperando i beni si accingerebbe^
ancora ad una guerra con essi, laddove era ben manifesto, che non ricuperandoli
f rion si cheterebbero. VI. Cosi dicendo i consoli ; e molti sentendola colr
uno e coir altro ; il Senato dubitò come avesse a risolvere. E ripigliandone
per più giorni l’ esame, e parendogli che Bruto consigliasse il più utile, ma
Collatino il più giusto ; in ultimo deliberò che giudice ne fosse il popolo. Or
qui dette essendo più cosedairnno> e dall’ altro de’ consoli, e venendo
alBne le curie, che eran trenta di numero, ai voli, preponderarono le une alle
altre con si piccini divario che quelle le quali intimavano che si rendessero i
beni superarono di uà sol voto le altre le quali voleano che si ritenessero. I
Tirreni avuta la risposta dai consoli : e molto lodando' la città che
anteponesse all’ utile il giusto ; spedirono a Tarquinio perchè mandasse chi
ricevesse i beni di lui ; frattanto essi resiavansi a Roma sul titolo del
trasporto de’ mobili, o di dar sesto a ciò che non potessi menar via j nè
carreggiare : ma in realtà spiando e brigandovi, come il tiranno aveali
incaricali. Perocché ricapitarono' le lettere de’ profughi agli attinenti loro
; pigliandone le altre di replica. E conversando, e studiando le affezioni di
molti, se ne trovavano alcuni facili ad essere guadagnati per la poca fermezza,
per la inopia, o pel desiderio di 'empiersi nella tirannide, davansi a
subornarli coir oro e con ampliarne le belle speranze. Vi sarebbero secondo le
apparenze in città si grande e si popolata, alquanti non degl’ infimi solo ma
de’riguardevoli i quali anteporrebbono il governo men buono al migliore 'y or
furono tra questi i due Giunj Tito e Ti> berio, figli di Bruto il console,
puberi appena, e con essi i due Geli] Marco e Manio fratelli della moglie di
Bruto, idonei a’ pubblici affari : Lucio e Marco Aquìlio, figli ambedue della
sorella di Collatino, altro consolo, e conformi di anni al figli di Bruto,
presso a’ quali, non più vivendo il lor padre, per lo più si adunavano e
ctmcertavano sul ritorno de’ tiranni. VII. Tra le molte cose, per le quali a me
sembra che Roma giugnesse per la provvidenza de’nnmi a stato si prospero, non
sono le infime quelle che avvennero allora. Imperocché si mise in que’
sciaurati tanta de.menza, e tanta cecità, che osarono fino scrivere al tiranno
di propria mano lettere che indicavano il numero copioso de’ congiurati ed il
tempo nel quale assalirebbero r uno e r altro console, lusingati dalle epistole
del perfido ad essi per le quali volea sapere i .compensi che avrebbe a dare,
tornando in trono, al Romani. Ebbero i consoli queste lettere per tale
incontro. Eransi i prlmarj de’ complici riuniti in casa, degli Aquilj nati
dalla sorella di Collatino, invitativi come a sante cose e sagrifizj. Dopo il
convito ordinando che quei che lo aveano ministrato uscissero e si • tenessero
nell’ anticamera; confabulavano infra loro su • la rintegrazione del tiranno, e
segnavano ciascuno, i .mezzi che glien parevano di mano propria in lettere che
gli Aquilj doveano far giungere ai messaggeri Tirreni, e questi a Tarquinio.
Intanto uno schiavo (Vin Sigonio ne scogtj LÌTiani pone Vitel^ in luogo di
Gellj seguendo le antoriià di Livio e di Plnisrco. dicio ne era il nome ) della
città di Genina, il quale fervito gli avea di bevanda, sospettando dalla
remoaione de’ servi che coloro macchinassero qualche scelleraggine, si stette
solo fuori della porta, ed applicatovisi in una fessura ben lucida, ne udì li
discorsi, e ne vide le lettere che vi si scrivevan da ognuno. Quindi a notte
avanzala uscendo come in servigio de’ padroni, non ardi di andare ai consoli
sol timore che volessero per r amor de’ congiunti che il fatto si occultasse, e
' levas~ sero di mezzo chi porgea la dinunzia : ma recatosi a Pubblio Valerio
l’ uno de’ quattro, primarj nel tor la tirannide y congiunsero a vicenda la
destra, e giuratagli da lui sicurezza, gli svelò quanto odi, e quanto vide.
Colui, saputo il fatto, si presentò • senza indugio su r alba in casa degli
Aquilj con valida schiera di clienti e di amici, e penetrandone senza >ntesa
le porte come per tutt’aliro affare, s’impadronl delle lettere mentre pur v’
eran que’ giovani, i quali menò seoo innanzi de’ consoli. Vili. Ora essendo io
per dire le sublimi, e meravigliose gesta di Bruto di che tanto i Romani si
magnificano, temo che sembrino austere troppo nè credibili ai Greci, giacché
tutti sogliono per natura giudicare le cose che di altri si dicono dalle
proprie, e secondo queste aversele per credibili o non credibili. Nondimeno io
le dirò. Non si tosto fu giorno, sedutosi Bruto in tribunale, ed esaminando le
lettere de' congiurati, appena scopri quelle de’ figli distinguendole dai
sigilli, e dopo rotti i sigilli, dai caratteri; ordinò primieramente •he lo
scriba leggessene 1’ una e l’ altra, sicché tutti le udissero, e quindi che i
Ggli dicessero su ciò se voleano. Niuno de’ due ardiva rivolgersi
impudentemente a negarle per sue, ma quasi avessero già condannato sè stessi,
piangevano. Egli soprastando breve tempo sorse ; ed intimalo silenzio, ed
aspettando tutti qual ne sarebbe la flne, disse, che condannavali a morte. Or
qui alzarono tutti la voce, alienissimi, che avesse un tal uomo a punire sè
stesso colla morte loro, e voleano condonare al padre la vita de’ figli. Ma
egli non comportando nè le voci nè i pianti comandò a’ satelliti che di là
rimovessero i giovani che lagrimavano e supplicavano e co’ nomi più teneri lo chiamavano.
Riusciva spettacolo meraviglioso a tutti che un tal uomo niente piegato si
fosse nè per le preghiere de’ cittadini, nè per la commi aerazione inverso de’
figli : assai però parve più portentosa 1' austerità di lui circa il supplizio.
Imperocché nè permise che si uccidessero i figli allontanati dal cospetto del
popolo, nè egli, almeno per fuggirne la terribile vista, si ritirò dal Foro
finché non furono puniti : nè condiscese pure, che subissero, non disonorati
co’ flagelli almeno, la morte destinata. Ma custodendo tutte le consuetudini, e
tutte le leggi quante ve n’ ha su’ malfattori, egli stesso nel Foro tra la
pubblica vista presente a tutto, fattili prima straziar colle verghe ;
concedette alfine che con le scurì si decapitassero. Sorprendente soprattutto,
inconcepibile era in quest’ uomo la immobilità degli sguardi senza indizio
nemmeno di compassione. Tanto che piangendo tutti, egli solo fu visto non
piangere sul destino de’ figli: nè sospirò per sè stesso, nè per la solitudine
la quale facevasi nella sua casa, nè diè segno in tutto di debolezza: ma senza
lagrime, senza lamenti, e come inalterabile, portò magnanimamente la sua
sciagura. Tanto era forte di animo, tanto costante in compiere le risoluzioni,
e tanto superiore agli affetti che turbano la ragione ! IX. Uccisi i &gli
fe’ chiamare immantinente gli AquiIj, 6gli della sorella dell’ altro console,
presso a’ quali teneansi i congressi de’ congiurati. E comandando alle scriba
che ne leggesse l’ epistole sicché tutti le udissero ; intimò ad essi che sen
difendessero. Ma i giovani venuti dinanzi al tribunale, sia che ammoniti ne
fossero dagli amici, sia che di per sè lo risolvessero, si gittarono a piedi
dello zio per essere da lui salvati. Ma comandando Bruto ai littori che li
svellessero, e li traessero se non voleano giustificarsi alla morte ; Collatino
sopraggiunse a questi, che sospendessero alquanto finché abboccavasi col
collega, e pigliatolo da solo a solo orò lungamente pe’ garzoncelli ; parte
escusandoli che fossero caduti in tale stoltezza per inesperienza e per
compagnie triste di amici, e parte eccitandolo a condonare la vita di parenti,
dimandandolo in grazia lui che non d’altro mai più lo vesserebbe, e parte
facendo riflettere che turberebbesi il popolo tutto se davausi ad uccidere chiunque
sembrato fosse tenersela co’ fuorusciti perchè ritornassero ; imperocché dicea
eh’ eran molti, e parecchi non ignobili di lignaggio. Ma non venendogli di
persuaderlo; ne chiese almeno pena più mite che non la morte, dicendo: mal
convenirsi che i complici si avesser la morte, mentre il tiranno non sostenea
che l’ esilio. E perciocché Bruto ripugnava da pene più mi, nè voleva (ciocché
chiedeva da ultimo il suo collega ) nemmeno differire il giudizio de’
colpevoli, e minacciava, e giurava di darli tutti appunto iu quel giorno alla
morte ; Coliatino sdegnatosi in fine che niente ottenea ; soggiunse : io, pari
tuo, to scamperò que' giovini se tu se tanto intrattabile e duro : E Bruto
indispettitone, no, disse, Coliatino ; non potrai finché 10 vivo far salvi i
traditori della patria : anzi tu pure darai tra non molto le pene che meritL X.
Ciò detto, e messa una guardia su’ giovani chiamò 11 popolo a parlamento : e
riempiutosi il Foro, perchè il supplizio de’ figli suoi, già si era in città
divulgato, egli facendosi in mezzo, cinto da’ più cospicui de’ senatori disse :
lo vorrei o Cittadini, che Collatino, questo mio compagno, fosse concorde con
me su tutto, ed odiasse e combattesse i tiranni non pur colla voce, ma colle
opere. Ora poiché lo trovo manifestamente contrario e congiunto in tutto a'
Tarquinj di sangue, di voglie, e di brighe onde riconciliarceli, anzi col-[
utile suo che del comune ; io sono risoluto di op~ pormegli perché non compia
le ree sue macchinazioni, e perciò vi ho qua convocati. Io dirò primieramente
in qitanto pericolo sia la città ; poi come t uno e t altro di noi siasi
diportato. Biunitisi alquanti in casa degli Aquila nati dalla sorella di
Collatino, e tra questi ambedue li miei figli e li fratelli della mia moglie,
ed altri non ignobili ; stabilirono, e congiitrarono la mia morte, e di
restituirvi in Tarquinio il monarca. E già erano per mandare ei fuorusciti
/efrtere contrassegnate da loro caratteri e sigilli. Ma si fe ciò, la Dio
mercede, a noi manifesto, indicandocelo questo uomo, che è un servo degli
jiquilj, di quelli presso i quali si adunarono e scrissero nella notte
precedente le lettere ; e noi, le abbiamo noi, queste lettere. Io già ne punii
Tito e Tiberio miei figli : e niente, non leggi, non giuramenti, furono da me
violati per la clemenza di un padre. Ma Collatino mi ritoglica dalle mani gli
Aquilj con dire che non soffrirebbe che partecipassero la sorte de' miei figli,
se partecipato ne aveano i disegni. Ma se costoro non soggiacìono a pena,
nemmen dunque vi dovran soggiacere non i fratelli della mia moglie, non quanti
sono, i traditori della patria. E qual diritto più grande avrò io contro
questi, se risparmiatisi quelli ? Dite, qual contrassegno c mai questo, di
amici della patria, o del tiranno, di conferma del giuramento che avete voi
tutti prestato noi precedendovi, o di sconvolgimento e di perfidia ? Se egli
rimanevasi occulto, pur sarebbe in preda alle fune e sotto la vendetta degli
Dei che spergiurava. Ora poiché vi si è palesalo a voi si spetta, a voi di
punirlo. Vi persuadea costui pochi giorni addietro che rendeste i suoi beni al
tiranno, non perchè la città se gli avesse per usarne in guerra contro i
nemici, ma perchè li nemici gli avessero per usarne contro la città. Ed ora si
arroga di esentare dalle pene i congiurati a restituirvi i tiranni, in favore
come è chiaro di questi, perchè se mai tornano, sia di forza, sia per
tradimento egli in vista di tanti servigj ne ottengcL come amico, quanto
dimanda. Ed io che non ho perdonato a’ figli miei, io dovrò, o Collatino, te
risparmiare, che sei con noi di presenza, ma coll’ animo tra’ nemici ? E tu che
salvi i traditori della patria, tu me che per essa travagiiomi, ucciderai ? Or
potrà farsi ? Eh ! che lontani siamo di molto. E perchè non possi nulla di
simile, ti levo dal consolato e cornandoti che in altra città ti conduciti. E
voi o citiiadini voi chiamerò ben tosto per centurie, e presi i voti,
deciderete se dobbiam così fare. Intanto, (e vivissimamente avvertitelo ) voi
l' una delle due mi dovete, escludere Collatino, o Bruto. XI. Or lui cosi
dicendo ; Gollatino esclamando ed angustiandosi, cbiamavalo di cosa in cosa
calunniatore e traditore degli amici : e purgandosi dalle incolpazioni contro
di lui, pregava intanto pe’ fìgii della sorella: ma perciocché non permettea
che si dispensassero i voti contro di lui ; inferocivane il popolo, levandosi a
remore in ogni suo dire. Ora essendo cosi inferocito nè soffrendo discolpe, nè
volendo preghiere ma solo che si dispensassero i voti ; ed interponendosene il
suocero Spurio Lucrezio, uom pregiatissimo, per timore che Collatino non
perdesse ignominiosa mente ad un tempo il magistrato e la patria, chiese da
ambi i consoli facoltà di parlare. Ed ottenutala, esso il primo, come dicono
gli storici Romani, giacché non v era ancor r uso che un privato aringasse il
comune ; diedesi pubblicarrtente a pregare 1’ uno e 1’ altro de’ consoli,
Collatino perché non si ostinasse e non ritenesse il comando a mal cuore de’
cittadini, che spontanei gliel diedero ; ma se pareva a que’ che gliel diedero
di ripeterlo, volontanamente lo restituisse, e levasse co’ fatti, non coi detti
le accuse contro di lui : prendesse le sue cobbe e si recasse ad abiure
altrove, dovunque voleva, Gnchè 10 Stato non era in salvo ; cosi porUndo 1’
utile pubblico : riflettesse come in altre ingiustizie gli uomini se ne
sdegnano, quando sono commesse : ma che sospetundosi di tradimenti stimano anzi
saviezza temerne invano e guardarsene', che trascurarli e lasciarsene rovinare.
Persuadeva poi Bruto, che non cacciasse dalla città con vergogna e con vitupero
quel magistrato com> pagno col quale avea preso le risoluzioni più belle
{>ér la patria : ma che desse a lui, s’ avea cuore di lasciare 11 suo grado
e di trasmigrarsi, tutto 1’ agio a raccor le sue robbe, e gli aggiungesse a
nome del popolo un dono come pegno di consolazione nelle sue calamità. Cosi
consigliando quel valentuomo, inUnto che il popolo ne lodava i discorsi,
Collatlno depose la sua dignità, contristato che per la pietà de’ parenti era
astretto a lasciare e senza demeriti la patria. All’ opposito encomiavalo Bruto
perchè risolveva il migliore per la sua Roma e per sè, e pregavalo a non.
disamorarsi nè verso di lui, nè della patria : trasportando altrove la sede,
considerasse ancor sua, la patria che lasciava, nè si meschiasse a’ nemici
contro lei non colle parole, non colle opere. Considerasse in somma questo
transito suo qual pellegrinalo, non qual bando, o fuga: tenesse il corpo presso
quei .che lo ricevevano, ma V affetto suo, lo. tenesse questo, presso quei che
lo mandavano. Or, cosi avendo ammonito quest’ uomo persuase il popolo a
regalarlo di.’ laS venti talenti, con aggiungerne egli cinque del suo. Ca duto
Tarquinio Cotlaiino in tale disgrazia si ritirò a Lavinia, antica madre de’>
Latini dove carico di anni mori. Bmto non sopportando di essere solo al
comando, per non dare sospetto, che levato avesse il compagno dalia patria per
fervisi re, chiamò bentosto il popolo al campo dove usava eleggere i sovranie
gli altri magi strali, e creò per collega nel consolato Pubblio Yale rio, uno
dei discendenti, come sopra fu detto, dai Sabini, uom degno di ammirazione e di
lode per le molle suo doli, e principalmente per la sobria sua vita. Egli
trovando in sé stesso una luce naturale di filosofia, la fece brillare in più
affari, come poco ap presso diremo. Unanimi questi in tutto, immantinente
diedero a morte, quanti erano, i congiurati al ritorno de’ fuom sciti, e
dichiararono libero e cittadino il servo. che aveali denunziali, colmandolo di
oro. Poi fecero tre bellissimi ed utilissimi regolamenti, che la città
contemperarono a pensare tutta di un modo, sminuendo il favor pe' nemici. Il
primo spediente fu di scegliere i migliori della plebe e di crearli patrizj,
onde compier con essi un Senato di trecento. Appresso esposero al pubblico le
suppellettili del tiranno, concedendo che ognuno se ne avesse, quanto
toglievano ; e compartirono i terreni di esso a chi non aveane, riservandone
unicamente il campo tra ’l fiume e tra la città, dedicato già dal voto degli
antenati a Marte, come prato benissimo pe’ cavalli e per gli esercizj de’
giovani in arme. Tarquinio però, sebbene prima di lui fosse già sacro a qnel
nume, aveaselo appropiato, e sem inavaci : di che è sommo argomento la
risoluzione allora presa da’ consoli sul ricollo che sen ebbe. Imperocché
sebbene avessero conceduto al popolo di prendere e portarsi quanto era del
tiranno, non però consentirono che alcuno si arrogasse il grano germogliatovi,
sia che fosse nelle spighe, sia che nell’ aja, sia che già lavorato ; ma decretarono
che si gettasse nel fiume come esecraa do, né degno che se lo avessero in casa.
£ di tal giuo sopravvanza ancora, monumento famoso, la isoletta sacra ad
Esculapio, bagnata intorno dal fiume, prodotta, dicono, dagli ammassi delle
paglie corrotte, e dai fango che vi si appiccò nel correr delie acque. Rispetto
a quelli che eransi fuggiti a Tarquinio accordarono ad essi generale perdono, e
ritorno sicurissimo in patria fra venti giorni, intimando a chi venuto non
fosse in quel termiue, 1’ esilio perpetuo e la confisca de’ beni. Or tali
provvedimenti impegnarono ad ogni cimento quei che godeano le robe, quante mai
fossero del tiranno, sul timore che non venisse ior meno l’utile che ne aveano;
come impegnarono a favorire non più la tirannide ma la patria, que’ lutti che
per le gesta loro sotto dei despoti, eransi esiliati da sé stessi, per timore
di non pagarne le pene. Ciò fallo, si diedero co pensieri alia guerra tenendo
intanto 1’ esercito in campo presso di Roma sotto le insegne e li capitani per addestrarvelo
; perchè aveano udito che i fuornscili apparecchiavano centra loro ua armata
dalle città dell’ Etruria, e che quelle de’ Tarquinj e de’ Vejenii,
potentissime ambedue, cooperavano manifettamente al ritorno di essi, mentre gli
amici loro adunavano dalle altre de’ stipendiati e de’ volontarj. Ma non si
tosto seppero che l’ inimico moveasi, deliberarono di farsegli incontra ; e
passando prima di esso il fiume, s' inoltrarono e si accamparono vicino ai
Tirreni nel prato Giunio, presso la selva sacra ai genj di Orato. Trovaronsi
ambedue le milizie quasi pari di numero con ardore eguale per combattere. £ su
le prime, surse, appena si videro, picciola mischia tra’ cavalieri, innanzi che
le fanterie prendessero campo. Cosi gli uni sperimentarono gli altri, e non
vincitori e non vinti si ritirarono ciascuno al corpo de’ suoi. Quindi messa la
fanteria nel centro, e la cavalleria nelle ale si mossero da ambe le parti
coll' ordine stesso fanti e cavalli gli uni contro degli altri. Conducea l’ala
destra Valerio il console, contrapponendosi a’ Yejeuti : Bruto reggea la
sinistra avendo a fronte la n^ilizia de’ Tarquiniesi comandata da’ figli del
tiranno. XV. Erano già già per venire alle mani quando ' avanzandosi dalle fila
de’ Tarquiniesi 1’ uno de’ figli del tiranno, ( Aruute ne era il nome) il più
vago di aspetto, e più magnanimo de’ fratelli, e spinto il cavallo verso i
Romani in parte, dove tutti ne intendesser la voce, coperse d’ ingiuria il duce
Romano, chiamandolo ferino, selvaggio, lordo del sangue de’ figli, imbelle e
vile, e lo sfidò per tutti a combattere solo. E colui non Cosi nel Codice
V.iticano. Alcuni peto leggono jirslo in luogo di Orato, perchè secondo Tilo
Livio e Valerio Massimo jfrtia si idiiamava la selva. più bastando alle
ingiurie, spronò dal suo posto il cavallo senz' attendere gli amici che nel
distoglievano, correndo fortissimamente alla morte che eragli apparecchiata dai
fati. Rapiti ambedue da pari ardore, intenti a ciò che era da fare non a ciò
che ne patirebbono, avventano impetuosamente i cavalli uno a fronte dell’altro,
e vibransi colle aste colpi vicendevoli, non reparabili cogli scudi, nè con gli
usberghi, immergendone la punta chi nelle coste, e chi nelle viscere. Urtatisi
per la foga del corso i cavalli nel petto, eievaronsi su pie’ di dietro, e
girandosi colla cervice rovesciarono i cavalieri. Cosi caduti giaceansi
versando sangue in copia dalle ferite, e lottando colla morte. Come le milizie
videro caduti i duci loro, spiccaronsi tra clamori e strepito, e sorsene
battaglia, quant’ altre mai ferocissima, di fanti e di cavalieri ; con sorte
non dissimile. Imperocché li Romani dell’ ala destra comandati da Valerio
console vinsero li Vejenti, ed incalzandoli 6no agli alloggiamenti, copersero
il campo di stragi. Per l’ opposito i Tirreni dell’ ala destra guidata da Tito
e da Sesto figli del tiranno misero in volta i Romani dell’ala sinistra, e
corsi presso alle loro trincierò usarono perfino tentare se poteano in quell’
impeto primo espugnarle. Ma contrastati e feriti assai da quei che v’ erano
dentro, si ripiegarono. Àveanci di guardia i Triarj, cosi detti, veterani
peritissimi di guerra pel lungo esercizio, e soliti riservarsi pe’ cimenti più
gravi, quando ogn’ altra speranza vien meno. XVI. E fattosi già il sole presso
l’ occaso, tornarono gli uni e gli altri a’ proprj alloggiamenti non ti lieti
per la viuoria, che doleati per la moltitudine de’ perduti compagni. E se
doveasi far nuova battaglia non credeano bastarvi quanti erano intatti fra loro
; essendo i più feriti : se non che più grande era I’ abbattimento, e la
diffidenza ne’ Romani per la morte del comandante; in guisa che venne a molti
in pensiero che fosse il loro migliore di abbandonare prima del di le
trìnciere. Ma intanto che cosi pensavano e dicevano usci circa la prima vigilia
dal bosco presso al quale accampavano una voce, sia del genio tutelare del
bosco medesimo, sia di Fauno che chiamano, la quale rimbombò su l’uno e l’altro
esercito, sensibilissima a tutù. A Fauno ascriveano i Romani i panici timori, e
tutte le visioni che varie ne’ luoghi varj presentansi spaventosamente ai
mortali : e di questo Dio dicono che sian opera le chia mate fatte dal cielo,
le quali tanto perturbano chi le ascolta. Animava questa voce i Romani a bene
operare quasi avessero vinto, significando come era morto uno di più tra’
nemici : e dicono che levatosi a tal voce Valerio ne andasse nel cuor della
notte agli alloggiamenti de’ Tirreni, e che uccidendoveli per la più parte, o
fugandoneli s’ impadronisse del campo. Tal fu l’esito di questa battaglia. Nel
giorno appresso i Romani spogliarono i cadaveri de’ nemici ; • seppelliti
quelli de’ suoi, partirono. I migliori de’ cavalieri, presolo con molta
onorificenza e con lagnme, riportavano a Roma il corpo di Bruto in mezzo ai
fregi della propria virtù. Mossero all’ incontro di essi il Senato che avea
decretato che si portasse il duce con pompa trionfale, ed il popolo che ricevè
l’ esercito con BIOaiGl, torneai. crateri colmi di vino e con mense. Giunti
nella città ; il console ne trionfò come i re soleano, quando solennizzavano i
sagriBzj e le pompe pe’ trofei ; ed offerse a’ numi le spoglie, e fe' di quei
giorno una festa, convitando i più riguardevoli de cittadini. Pigliata nel
giorno appresso lugubre veste, ed esposto il cadavere di Bruto su magnidco
letto in splendido ornamento nel F oro, vi convocò la moltitudine, e salito in
palco, ve ne recitò 1’ elogio funebre. Io non so ben discemere se Valerio il
primo introdusse in Roma quel costume, o se dai re io desunse : ben so che tia
Romani antichissima é la istituzione degli elogi nella morte de’ valentuomini ;
e so da’ pubblici documenti di poeti antichi, e di storici famosissimi che non
i Greci i primi la fondarono. Imperocché le vecchie storie danno a conoscere
che ci aveano in morte di uomini insigni, combattimenti equestri e ginnici,
come Achille ne fe’ su Patroclo, e come Ercole, prima ancora, su Pelope : ma
che gli encomj se ne recitassero, ninno lo scrive se non i tragici di Atene, i
quali adulando la propria città, favoleggiarono che avesse ciò luogo nei
sepolti da Teseo. Laddove tardi istituirono gli Ateniesi per legge le funebri
laudazioni ; sia che le incominciassero su quelli che morirono per la patria ad
Artemisio, a Salamina, a Platea, sia che su quelli i quali caddero a .Maratona.
E la impresa di Maratona, se in quella sì cominciarono gli elogj pe’ defonti, è
più tarda della morte di Bruto per sedici anni. Che se alcuno, lasciando d’
investigare quali stabilissero prima i lugubri encomi, voglia esaminare presso
chi sia la legge meglio ordinata ; la troverà tanto più savia tra questi che
tra quelli, quanto che gli Ateniesi introdussero i pubblici elogi mortuali, pe’
defunti in battaglia, quasi estimassero la bontà del solo termine glorioso
della vita, sebbene al> tronde indegnissima : laddove i Komani destinarono
tal6 onore non al soli estinti nel combattere, ma a tutti gli uomini, insigni
per sublimi consigli, o per belle operazioni, sia che in città, sia che in
guerra avessero comandato, ovunque morissero, giudicando che debbansi i valentuomini
celebrare non per la sola morte luminosa, ma per tutte le virtù della vita.
Così muore Giuoio Bruto, colui che schiantò la tirannia, che primo fu console
dichiarato, che tardi rendutosi illustre 6orl sì, piccini tempo, ma fortissimo
parve fra tutti. Non lasciò prole non di maschi non di femmine, come scrivono
gli storici i quali esaminarono le cose de’ Romani, ancor le più chiare : di
che ne allegano molti argomenti ; e questo infra gli altri non facile a
vincersi, che egli era dell’ ordine de’ patrizj ; laddove quei che si dicono
originati da lui li Giunj e li Bruti eran tutti plebei, perocché conseguivano
le cariche degli edili e de’ tribuni, che son quelle che per legge a’ plebei si
permettono, e non il consolato, cui niun conseguiva fuorché li Patrizj. E
quando questa dignità si concedette ancora a’ plebei coloro non la ottennero se
non tardi. Ma lasciamo che discutano ciò quelli a’ quali si appartiene
conoscerlo più chiaramente. XIX. Dopo la morte di Bruto, Valerio il collega
suo, divenne sospetto al popolo quasi cercasse lo scettro ; primieramente
perchè tenea solo il comando, dovendo far subito eleggersi un compagno, come
quando Bruto ripudiò Gollatino ; e poi perchè aveasi fabbricato la casa in sito
invidiato, preso nella parte alta e dirotta del colle, il quale chiamasi Yelio
e domina il Foro. Convinto però da' suoi come ciò dispiaceva al popolo,
pre&sse il giorno pe’ comizj e fe’ darsi un compagno in Spurio Lucrezio. E
morendo costui dopo pochi giorni della sua magistratura, sostituì Marc' Orazio
; e trasferì r abitazione sua dalle cime alle radici del colle, perchè i
Jtomani, come ei disse concionando, potessero tempestarlo co sassi date alto se
trovavano eh ei facesse ingiustizia. E volendo rendere il popolo più certo
della sua libertà levò le scuri dai fàsci, dando ai consoli sue cessivi il
costume, durevole pur ne’ miei giorni, di usare le scuri quando escono di
città, ma di non portare nell’ interno di essa che i fasci soli. Fondò leggi
piene di amicizia e di sollievo inverso del popolo; proibendo con una
manifestamente che niun de’ Romani andasse alle magistrature se dal popolo non
le prendeva; con pena di morte a chi contravvenisse, e licenza a tutti di
ucciderlo. Con altra legge si decretava : Se un magistrato Romano voglia
uccidere, o battere, o multare alcuno in danari; possa f uomo privato
appellarne al popolo senza che intanto niente ne soffra dal magistrato finché
il popolo ne sentenzii. Or siccome onoravasi con tali regolamenti il popolo ;
cosi ne diedero al console il nome di poplicola, che in greco appunto significa
curatore del popolò. E tali sono le cose fatte in quell’ anno dai consoli. Nell
anno seguente è di nuovo creato console VALERIO, e con esso LUCREZIO: ma non si
fece nulla di memorabile se non il censo de’ beni, e la tas sazion dei tributi
per la guerra secondo le istituzioni di Tullio re : cose tutte sospese nel
regno di Tarquinio, e rinovate da essi la prima volta. Trovaronsi in Roma
idonei alle arme cento trenta mila : e fu spedito un esercito per guardia a
Sincerio (z), luogo di frontiera contro i Latini e gli Ernie! da’ quali si
aspettava la guerra. Creali consoli (3) Valerio detto Poplicola per la terza
volta e Marc’ Orazio con esso per la seconda, 'Laro, re di Chiusi nell’
Etrurìa, quegli che Porsena si cognominava, promise ai Tarquinj ricorsi a lui,
1’ una di queste due cose, o di riconciliarli co’ Romani pel ritorno, e la
ricuperazion del comando o che ripiglie rebbe e renderebbe ad essi i beni de’
quali erano stati spogliati. Imperocché spediti 1’ anno precedente amba>>
sciadori a Roma, i quali portavano preghiere miste a minacce, non aveaci
ottenuto nè la riconciliazione, nè il ritorno de’ Tarquinj; pretestando il
Senato le imprecazioni e li giuramenti fatti contro di questi, nè aveaiie
riavuto i beni, negando restituirli coloro che se gli aveano divisi, e
godevanli. E non contentato in niuna delle domande, e chiamandosene vilipeso e
conculcato, a46 secondo Catone e a4S secondo Varrone dalla fondazione di Roma,
e 5o6 STanti Cristo. (a) Nel Codice Vaticano sì legge Tiiionirio. (3) a47 sec.
Ceti e a4g see. Var. dalla fondazione di Boma, e 5o5 avanti Cristo] arrogante
altronde, e briaco per 1’ ampiezza delle sue ricchezze e dominio, credette
avere cagioni assai per abbattere la signoria de’ Romani, come già per addietro
desiderava, ed intimò loro la guerra. A lui si con giunse Ottavio Mnmilio il
genero di Tarquinio sul disegnò di mostrare tutto 1' ardore suo per la guerra.
Egli si mosse dalla città del Tuscolo e menò seco i Carne rifai, e gli
Antemnati, lignaggio latino, alienali già palesemente da’ Romani, e molti
volontarj suoi fautori, delle altre genti Latine le quali ricusavansi ad una
guerra manifesta contro di una città confederata, e tanto poderosa. Saputo ciò
li consoli romani ordinarono a’tmltivatori di portare masserìzie, bestiami, e
schiavi ai monti vicini, fabbricandovi -ne’ luoghi forti de’ castelli,
opportuni a difendere chi vi si riparava. Quindi premunirono con più potenti
maniere e con guarnigioni il Gianicolo, alto colle, cosi chiamato, nelle
vicinanze di Roma di là dal Tevere, e provvidero con ogni diligenza perchè non
divenisse un baluardo pe’ nemici contro la città, e vi depositarono gli
apparecchi per la guerra. Quanto alle cose interne della città le disposero,
ancor più propiziamente verso del popolo, diffondendo assai beneficenze su’
poveri, perchè questi non si ripiegassero in verso de’ tiranni, nè tradissero
per 1’ utile proprio, il comune ; imperocché decretarono che fossero immani da’
tributi pubblici, quanti al tempo dei te ne pagavano, nè soggiacessero a spese
di milizia e guerra, giudicandoli assai contribuirvi se la persona esponevano
per la patria. Collocarono nel campo dinanzi Roma la milizia preparata ed
esercitata già da gran tempo. Giunto il re Porsena coll’ esercito espugnò di
assalto il Gianicolo, spaventandovi i Romani che lo presidiavano, e
sostituendovi guarnigione tirrena. Quindi marciò verso la città quasi avesse a
prenderla senza fa tica. Ma fattosi ornai prossimo al ponte, e visti accampati
i Romani nella riva a lui più vicina del fiume si apparecchiò per combattere,
in guisa da sopraffarli col numero, e spinse assai spregiantemente innanzi la
milizia. Reggeano l’ ala sinistra Tito e Sesto figli di Tarquinio, tenendo
sotto gli ordini loro i fuorusciti da Roma, il fiore della gente di Gabio, e
stranieri, e mercenari non pochi. Mamilio il genero di Tarqninio comandava la
destra ov’ erano i Latini ribellatisi da’ Romani: finalmente il re Porsena avea
la fanteria schierata nel centro. Ma Spurio Largio, e Tito Erminio teneano
l’ala destra de’ Romani contro ai Tarquinj: Marco Va lerio, fratello del
console Poplicola, e Tito Lucrezio il console dell’ anno precedente stavano
colla sinistra a fronte di Mamilio e de’ Latini. Moveano tutti due i consoli il
corpo fra le due ale. Fattasi alle mani combattè virilmente l’una e l’altra
milizia con lunga resistenza; superando i Romani per esperienza e fortezza i
Tirreni e i Latini ; ma potendo questi assai più de’ primi col numero. Alfine
cadendone quinci e quindi in gran copia s’ intimorirono prima i Romani dell’
aia sinistra in vedere i loro duci Valerio e Lucrezio feriti, e portati fuori
della battaglia ; e poi, quando mirarono in piega i loro compagni,
sbigoltironai aneli’ essi, quei dell’ala destra sebbene ornai vincitori delle
schiere de’ Tarqainj. E fuggendosi tutti alla città, |>recipitosi, in folla,
su per un ponte solo ; piombavAno intanto su loro ferocissimi gl’ inimici : e
poco mancato sarebbevi che Roma priva di mura dalla banda del fiume, fosse
espugnata, se i vincitori investita 1’ avessero misti co’ fuggitivi. Se non che
sostennero r inimico, e salvarono tutto 1’ esercito tre uomini, due seniori,
Spurio Largio, e Tito Erminio, appunto i duci dell’ ala destra, e Publio
Orazio, un giovine, il più beilo, il più valoroso de’ mortali Coclite detto
dallo strazio degli occhi, per essergliene stato di velto uno in battaglia. Era
questi figlio dei fratello di Marc’ Orazio console, e traeva la origine sua
generosa da Marco Orazio 1' uno de’ trigemiai che vinse già li tre Albani,.
quando le città guerreggiando per la preminenza. accordaronsi a non cimentarsi
con tutte le forze, ma con soli tre uomini, come fu dichiarato nei libri
antecedenti. Questi soli fattisi alla lesta del ponte disputarono gran tempo il
passo al nimico, fermi sul posto medesimo, in mezzo a nembo di strali e tra ’l
fulminar delle spade, finché tutta l’armata ripassò di qua dal fiume. Come però
videro in salvo i suoi, Erminio e Largio, laceri già nell’ armatura pe’ colpi
incessanti, si ritirarono a grado a grado. Orazio però, sebbene dalla città lo
richiamassero i cittadini ed il console, e tentassero per ogni via di salvare
un tal uomo ai parenti e alla patria, Orazio solo non ubbidì, ma nel posto suo
si rimase come dianzi, raccomandando ad Erminio di dire in suo nome ai consoli
che tagliassero verso la città, quanto prima potevano il ponte. Era di quel
tempo il ponte uno solo e di legno, con tavole congiunte per sè stesse e non
per ferrei grappi, quale custodiscesi tuttavia dai Romani : raccomandò nemmeno
che quando avessero sconnesso il più del ponte, quando picciola parte
resterebbe a disfarne, a lui lo dichiarassero con certi segni, o con sonora
voce. Lasciassero a lui poi la cura del resto. Cosi ricordando a que’due si
tenne in snl ponte, e parte col ferir della spada, parte col dar dello scudo,
ne respinse, quanti investendolo, vi si avventavano. E già quelli che
perseguitavano il romano non ardivano più venire alle mani con esso, come preso
da furore e fermo di morire , molto più che non era facile andar fino a lui,
che aveva a destra e a sinistra il fiume, e dinanzi un monte di cadaveri e di
armi : ma tenendosegli discosti Io bersagliavano in folla con lance, e dardi, e
sassi quali empirebbon la mano ; o coi brandi e coi scudi degli estinti, se non
aveano i primi stromenti. Resistea colui colle armi loro medesime : tirando su
la moltitudine ; sempre, com’ è verisimile, colpiva alcuno. E già percosso, già
carico egli era di ferite in più parti del corpo, già un colpo portatogli
direttamente per la coscia alla testa del femore, lo addolorava e difficoltava
nel caminare; quando, udendo gridarsegli addietro essere il ponte nella sua più
gran parte disciolto, si gettò di un salto colle arme nel fiume. E valicatolo a
stento, perchè divenuto rapido e molto vorticoso per le travi che già sostenevano
il pon te, e che ora abbattute rompevano il corso delle acque, fecesi a terra
finalmente senza avere in quel tragitto perduta niuna delle armi. Tale azione
produsse a lui gloria immortale : e li Romani coronandolo lo portarono
immantinente per la città com’ nno degli eroi tra’ cantici trion&li. RU
versavasi la urbana moltitudine, finché le era permesso, per desiderio di
vederlo, almeno nell’ ultimo presentarsele; sembrandole che tra non molto
morirebbe per le ferite. Scampò tuttavia da morte; ed il popolo mise nella
parte più cospicua del Foro la statua metallica di lui com’ era fra le armi ; e
diedegli del terreno pubblico quanto ne potrebbe in un giorno un pajo di buovi
arare d’ intorno ; e senza contare i pubblici doni, ogni uomo o donna, i quali
erano insieme più che trecento mila, gli recarono ciascuno il vitto di nn
giorno mentre era fra tutti terribile la peuorta. Orazio dimostrala in tal
tempo tanu virtù parve più che tutti i Romani invidiabile. C quantunque,
divenuto perchè zoppo, inutile ad altr’ incarichi nou potesse in vista di tale
sciagura conseguire nè il consolato, nè altre militari presidenze ; nondimeno
per le gesta meravigliose fatte da lui, vedendolo tutti ì Romani, in quella
battaglia, merita di esserne encomiato quanto mai lo fosse ciascuno de’ più
famosi per la fortezza. Cajo Muzio, soprannominato Cordo, sceso da chiari
antenati, anch’ egli si mise ad una nobilissima impresa. Io ne dirò tra poco
dopo esposti i mali che allora ingombravano Roma. Dopo quella battaglia il re
dei Tirreni collocatosi nel monte vicino, dal quale avea discacciato il
presidio romano, dominava tutta la campagna di là dal Tevere. Li figli di
Tarquinio, e Mamilio il genero di lui tragittando le milizie loro picciole
barche aU. ' i3y r altra riva per cui vasai a Roma, accampamsi in luogo ben
forte. Donde slauciandosi davano ilguasto alle terre, ed agli alloggi pe’
bestiami, e piomavano su’ bestiami stessi che uscivano dai sicuri luo^i per
pascere. Ora essendo tutto 1 aperto in balìa el iie mico, nè più di qua, nè più
sopra il fiume reandoai in città le merci se non scarsissime; vi riuscì be
tosto carestia gravissima ; consumandovi tante raigliaja Iprovvigioni già
fattevi, che non erano copiose. Allea gli schiavi, abbandonandoli ogni giorno,
in buon nttiero, disertavano dai padroni, e li più malvagi del ppolo
trasferivansi alle parti del tiranno. In vista di ciò arve ai consoli di
supplicare i Latini i quali riverivano' le> gami del sangue, e sembravano
fidi ancora, che ian> dassero come prima potean de’ rinforzi : e di spjire
ambasciadori a Cuma nella Campania, ed alle itià Fomentine per ottenerne dei
grani. Non sovvenneri ad essi i Latini ; come quelli che non credevano giusti
far guerra con Tarquinio nè co’ Romani, avendo con mbedue vincolo di amicizia :
ma Erminio e Largio pediti commissari pel trasporto de’ frumenti, avendo
trincate da’ campi Pomentini più barche di ogni vettvaglia, le introdussero in
una notte senza luna dal tare EU pel fiume, in occulto de’ nemici. Ma venuta
mno ben tosto pur questa provvigione, e ridottisi gli uoainì ai disagi di prima
; Porsena chiarito dai disertori cime, que’ eh’ eran dentro vi penuriavano,
mandò arabi ad essi intimando che ricevessero Tarquinio se veleno liberarsi
dalla guerra e dalla fame. Non comportarono i Romani il coaando, risola
piuttosto di subirne ogni male. Ma prevedendo > Musi' che l’una delle due ne
seguirebbe, o che vinti dal bogno non terrebbono gran tempo la parola, o che
aendola ne perirebbono sgraziatissimamente; pregò li coioli che gli adunassero
il Senato, come volesse proprgli grandi e rilevantissime cose : e
radunatosegli, disse Io medito o senatori una impresa, donde il popo nostro
s’involi da’ mali presenti. Ardita molto ella ì questa, ma facile, io penso, da
compierla. Beri, riuscendomi, poco, ower nulla io spero su la mie vita. Ora
essendo io per espormi a tali pericoli, anaaiovi da speranze sublimi, non ho
voluto che, voitutti lo ignoraste ; perchè se mi accada di mancar la trova, io
sitine celebrato almeno per V azione bellis.ma, e me ne abbia gloria eterna in
luogo del capo mortale. Già non era sicuro palesar quanto mcchino al popolo,
perchè niuno spinto dall util suo ne riferisse à nemici, quando è ciò da
nascondersi cote arcano indicibile. Pertanto a voi primi e soli maniestolo, i
quali, ne confido, lo tacerete: gli altri da vo r udiranno a suo tempo. La
impresa che io medito è mesta : Fintomi disertore, andrommene al campo Treno.
Se non mi ciedono e muojo, voi non avrete peduto che un cittadino : laddove se
mi riesce introdumi in quel campo ; io vi prometto di uccidervi il sue re.
Caduto Porsena, sarà per voi finita la guerra. Io pronto sono ad ogni sorte,
qualunque gli Dei me ne òstinino : e tenendo voi per consapevoli e teslimonj
miei presso del popolo, e pigliando il genio buoni della patria per guida,
portomi^ e vado. Encomiatone dai senatori presenti, ed avuti gli augurj propizj
per la impresa, passa il Tevere : e giunto agli alloggiamenti de’ Tirreni, ne
penetra come nno di essi le porte, deludendone le guardie : perchè non portava
arme visibili, e perchè parlava alla tir> rena, come eravi fanciullo stato
istruito dalla sua natrice tirrena. Approssimatosi al Foro ed alla tecda del
principe vedevi un uomo cospicuo per grandezza e complessione di membra seduto
in veste di porpora nel tribunale in mezzo a molti che armati lo circondavano.
Or pensò, ma indarno, che costui fosse Porsena, non avendo altra volta mai
veduto il re de’ Tirreni : ma egli non era che il regio scriba il quale sedea
nel tribunale e numerava i soldati, e registravano i pagamenti. Inoltrasi a tal
vista tra la moltitudine fino allo scriba, e salito, senza esserne impedito
perchè inerme, snl tribunale, cava il pugnale che celava sotto l’abito, e
daglielo in capo. Ucciso con un colpo lo scriba, egli è preso immantinente e
portato al re già consapevole della strage. Il quale vedutolo appena, Ah
scelleralissimo ! esclama, pagherai ben presto le pene che meritasti. Dì, chi
sei ? donde vieni ? e su qual confidenza osasti un tanto attentato ? Destinavi
la sola morte delio scriba, o la mia parimente ? quali compagni hai tu della
perfidia? Non celarmelo, o li tormenti vi ti forzeranno. E Muzio non
presentando pur un segno di paura non col variar del colore, non colla fissezza
dei pensieri, nè con altre affezioni solite in chi dee punirsi (li morte gli
rispose : lo sono un Romano: venni qual diserlom ed tuo campo, nè già per causa
vile, ma per liberare la patria dalla guerra, lo voleva uccidere te, qu$nUmque
io non ignorava che o riuscissi o fai' lèssi tujl colpo io ne dovrei morire :
io destinava con' secrard alta patria la vita, e lasciarle pel corpo che essa
àveami dato, una gloria sempiterna. Errai : e causa ifelT errore furono la
porpora, lo scanno, e le altre irfsegne del comando. Uccisi chi non voleva !. .
lo scriba tuo per te stesso. Pertanto io non ricuso la morte thè io decretava a
me medesimo nell accingermi a rfuesta impresa. Che se tu giuri per gli Dei di
risparmiarmi li tormenti e gli ohbrobrj ; io prometto che ti svelerò cose,
gravissime per la tua salvezza. Cosi Muzio diceva per deluderlo. E colui come
attonito, e temendo pericoli non veri da molti, glie lo giurò. Muzio allora
ideato un inganno del quale non potea convincersi : disse : O re, trecento
Romani tutti a ma pari di età, tutti patrizj di condizione, abbiamo mac' chinata
di ucciderli, dandocene vicendevoli giuramenti. Pavé, a noi quando ci
consultavamo su le maniere insìiiarli, che non tutti insieme ci ponessimo a
questa impresa, ma ciascuno da sà, tacendo perfno ai compagni, quando, dove,
come, e con quale occasione £ investirebbe, acciocché facile ci fosse di
occulterei. Cosi macchinando, ci demmo le sorti, ed io me la ebbi il primo per
cominciare la impresa. Istruito tu dunque che tanti valentuomini hanno sete
egiude di gloria, e che forse alcuno la sazierà con successo più fausto del mio
; deh ! considera se possi more mai guardia abbastanza che ti d fenda. Il re
ciò udendo comanda al atelliti che incalenino costui, se lo menino, e lo
custodiscano diii> gentissimamente : egli poi convocando i più amici, e
facendo che Arunte il figlio suo gli sedesse da presso, ragionò con essi le
maniere da far vane le insidie : ma suggerendone gli altri picciole cose ; non
pareano cogliere il punto : quando il figlio suo propose un consiglio,
superiore all’ età ; perciocché volea che non si pensasse a guardie onde
precludere i mali, ma piuttosto a far quello per cui le guardie non
bisognassero. E maravigliandosi tutti del suo consiglio, e desiderando sapere
come lo eseguirebbe ; col farci, ei disse, amici i nemici, e col pregiare o
padre, la salvezza tua più che il ritorno degli esuli. Soggiunse il re: cìut
egli ben diceva, ma essere da consultare come consdignità si pacificassero.
Sarebbe gran vitupero, se egli che uvea superato in battaglia, e tenea
ristretti i Romani fra le mura si ritirava, senza compiere quanto avea promesso
ai Tarquinj, quasi vinto dai vinti, e quasi fuggisse chi non ardiva nemmeno
uscire dalle porte. Facea conoscere che l’unico mezzo da togliere le niniicizie
sarebbe, se gli avversar) mandassero ambasciadori per trattare gli accordi.
Cosi disse in quel giorno agli astanti ed al figlio: tuttavia pochi giorni
dipoi fu necessitato egli il primo a fare proposizioni di pace per questa
cagione. Sbandatisi intorno i suoi militari, e datisi a predar di continuo quei
che recavano in città le merci; i consoli Romani se ne misero in buon luogo
alle insidie, e molti ue uccisero, e più ancora ne imprigionarono. Di ohè
nuioontenti i Tirreni ne facean crocchio e sussurro iocolpaodo il monarca e i
duci suoi sul tanto prolungarsi della guerra, e sfogandosi in desiderj di
rendersi alle lor case. Or vedendo come tutti gradirebbero ma nilestamente la
pace spedi per trattarla i più intimi suoi. Scrissero alcuni che fu con essi
spedito anche Muzio sul giuramento di tornare poscia al monarca: ma vo glion
altri che fosse piuttosto custodito come ostaggio nel campo fino alla pace : il
che forse è più verisimile.' Questi poi furono gli ordini che il re diede a’
commise sarj ; non dicessero parola sul ritorno de Tarquinj ; ma ne
raddomandassero i beni, principalmente gli ereditar] dal canto di Tarquinio P
antico, già posseduti da essi bitoncunenle : e se ciò ricusatasi; dessero
almeno, quant’ era possibile, i compensi delle case, de' bestiami, de' campi,
delle raccolte, come purea loro espediente, col danaro del pubblico, o de'
possessori, ed usufruttuarj atlucdi de' beni. E ciò quanto ad essi. Chiedessero
poi > per lui che deponea le inimicizie li sette pagi, cosi detti, antico
luogo dell' Etruria, invaso da Romani nella guerra e tolto aproprielarj, e
finalmente chiedessero de' giovani delle famiglie più insigni, per ostaggio,
che i Romaai si terrebbono amici costanti de' Tirreni.Venuti i deputati a Roma,
il Senato per in sinuazione di Poplicoia console si risolvè di accordarne tutte
le dimande in vista della penuria che alHigeva il popolo e. la classe de poveri
; onde accettissima sarebbe loro una pace, giusta nelle condizioni. Il popolo
ratificò tutti gli articoli del decreto del Senato; non soffri però die si
vendessero i beni, o si desse a’ Tarquinj danaro, privato nè pubblico, e volle
che si mandassero ambasciatori a Porsena perchè si contentasse degli ostaggi e
della regione che dimandava. Quanto ai beni egli giudice fosse tra’ Romani e
tra Tarquinio, udisse 1’ una e r altra parte, e ne sentenziasse non per favore
nè per nimicizia. Partirono i Tirreni con questa risposta, e con essi gli
ambasciadori del popolo i quali conduceano per ostaggi venti giovani delle
famiglie più illustri, avendo i primi dato i consoli Marco Orazio il 6gl lo, e
Publio Valerio la figlia, idonea già per le nozze. Pervenuti questi nel campo,
il re dilettatone, e moltolodati i Romani, conchiuse una tregua per un numero
certo di giorni, e prese a giudicare la causa. Baltristaronsi però li Tarquinj,
caduti dalle speranze più lusinghiere, che avrebbegli quel monarca ricondotti
sui trono ; e per necessità dovéttero acconciarsi alle circostanze, e prendere
clocch’era lor conceduto. Giunti da Roma al tempo ordinato i più anziani de’
senatori e gii oratori della eausa ; il re sedutosi cogli amici nel tribunale,
ed assunto anche il figlio per giudice ; intimò che parlassero. Trattavasi
ancora la causa, quando un tale annunziò che gli ostaggi s’ eran fuggiti.
Perciocché le donzelle tra' questi, avuta come la chiedeano, la facoltà di andare
e di bagnarsi nel fiume, andatevi, dissero agli uomini che alquanto se ne
discQstassero, finché lavate e rivestite si fossero, sicché non le vedessero
nude. Or questi cosi facendo ; quelle gitlatesi a nuoto ripararonsi a Roma,
eccitatevi da Clelia che le precedeva. A ul nuova Tarqutnto assai rimproverava
li Romani di iperginro e di mala fede, e provocava il sovrano perchè più non
gli adisse, come divenuto il giuoco dei loro tradimenti. Esciisavasi il
console, dicendo queir opera, tutta delle donzelle, senza voler del Senato: e
che presto dimostrerebbe che niente era per inganno. Persuasone il re concedè
che andasse e rimeuasse come pròmettea le fanciulle. Andò Valerio appunto con
tal fine: Dia Tarquinio e il genero macchinarono in onta di ogni diritto un
opera infanóissima, e spedirono in su la strada una banda di cavalieri per
sorprendere le fanciulle ricondotte, il console, e quanti tornavano al campo, e
ritenersene le persone pe’ beni tolti da’ Romani a’ Tarqninj, senz’ aspettare
il fine del giudizio. Ma non permisero gl’ IJdj che succedesse loro secondo il
disegno : perché mentre gl’ insidiatori uscivano dal .campo Latino per
sopraffarsi a que’ che venivano, il console romano era già passato innanzi
colle fanciulle : e già era alle porte degli alloggiamenti Tirreni quando fu
sopraggiunte da’ persecutori. Si fe’ qui mischia fra loro, ma ben presto fu
nota a’ Tirreni, e ne corsero frettolosissimi in ajuto il figlio del re con de’
cavalieri, e la schiera dei fanti che stava di guardia innanzi del campo. Sdegnatosi
di ciò Porsena convocò li Tirreni > e narrò come essendo egli fatto giudice
da’ Romani di quello ond’ erano accusati da Tarquinio ; gli espulsi, e bene a
diritto, da loro, aveano tentato di violare, le persone sacre degli
ambasciadori e degli ostaggi, in tempo di tregua, e prima che si decidesse la
causa. Dond’ è che i Tirreni assolvettero su di ogni richiamo i Romani, e
togliendosi all amicizia di Manilio e di Tarquinio, intimarono loro cb’ entro
il pros rimo giorno si ritirassero. Così lì Tarquinj pieni in principio di
belle speranze per 1’ ajuto de Tirreni, o di essere di nuovo i tiranni di Roma,
o di ricuperare! loro beni, perderono 1 uno e 1 altro per la offesa degli
ostaggi e degli ambasciatori, e partirono con infamia, e con odio dai campo. Il
re poi de Tirreni facendosi condurre gli ostaggi dinanzi dei tribunale gli
rendette al console, dicendogli che pregiava la fedeltà de' Romani più di ogni
ostaggio. R lodando Clelia, che avea persuaso le compagne di passare a nuoto il
fiume, come ne suoi pensieri maggiore del sesso e della età, e feli citando
Roma perchè allevava non pure de valentuo mini ma delle eroine, regalò la
donzella di un cavallo generoso, e magniCcamente bardato. Sciolta radunanza fe’
cogli ambasciatori de Romani gli accordi e li giuramenti di pace e di amicizia,
e li onorò come ospiti, e restituì senza prezzo, perchè li recassero in dono
alla loro città, tutti li prigionieri, che eran pur molti : ordinò che
rimanessero com erano i padiglioni suoi, fatti non come per breve durata su le
terre altrui, ma fregiati, quasi una città, con private e pubbliche spese;
quantunque i Tirreni dopo avervi alloggiato, usassero di. t noti serbarli. E fu
questo, se in danaro si .calcola, non picciolo dono pe Romani, come lo di
chiarò la vendita fattane da questori dopo la partenza del re. Tal fu la fine
della guerra de’ Tirreni e di Laro Porsena la quale avea ridotto i Romani a
tanti Dopo la partenza de’ Tirreni adunatosi il Senato Romano decretò che si
mandasse a Porsena.il trono di avorio, lo scettro, il diadema e la veste
trionfale colla quale i re si adornavano: e che Muzio, espo stosi alla morte
per la patria, e cagione principalissima del termine della guerra, si premiasse
a spese del pubblico,> come già Orazio che resistè sul ponte, con tanto
terreno; di là dal Tevere, quanto poteane in un giorno solcare intorno coll’
aratro : e questo è il terreno che pur nel mio tempo si chiama il prato di
Muzio. Cosi fu decretato su gli uomini. Quanto a Clelia concederono che una
statua di metallo se le innalzasse, ed i, padri 'delle donzelle glie la
innalzarono nella via sacra,' dove mette al Foro : tifa noi non più ve l’
abbiamo trovata ; e dicesi che mancò per un incendio delle case d’intorno. Fu
quest’anno compiuto il tempio di Giove Capitolino, dei quale partitamente
abbiamo scritto nel libro antecedente. E Marco Orazio console lo consacrò, e lo
intitolò prima che potesse tornare Valerio il compagno, uscito per avventura
dalla città coll’ esercito, per difenderne la campagna : perocché Mamilio
spedendovi a far preda, assai vi danneggiava li coltivatori éhe vi si erano di
fresco l'icondótti, lasciate le fortezze. -E questo è ne’ fasti dèi terzo
consolato. Spurio Largio e Tito Erniinio consoli dell’anno' quarto io
compierono senza guerra. Morì nel 1 • ; I • • • (i| Plutarco sclibenè
poslèriore a Dionigi dice che la statua di Clelia esisteva aucora su la via
sacra là donde vasai isf e-asAttrter in palatiwn. Casaub. (3) Ad. 348 secondo
Catone, e aSo secondo Vatrone dalla fuudasioue di Roma, e 5o4 avanti Cristo]
149 loro consolato Aruote il 6glio di Porsena re de' Tirreni Assediava già da
due anni, la città della Riccia, perché conchiusa appena 1’ alleanza co’
Romani, prese dal padre metà dell’ esercito, e marciò contro quella città per
sottoporsela, e dominarvi. Ma essendo ornai per espugnarla, sopravvennero a
questa de’soccorsi da Anzio,. dal Tuscolo, e da Cuma della Campania. Egli
schierò le milizie sue' minori contro le più numerose: ma dopo respinti, dopo
incalzati gli altri 6no alla città, peri finalmente, vinto egli stesso dai
CumanI condotti dalr r Aristodemo, che Malaco si chiamava. Fuggi, non
sostennesi a tale caduta 1’ armata di lui. Molti ne ^ soccomberono incalzati
da’ Cumaui ; ma più ancot^ : sbandati ; ridotti senz' arme, nè più Idonei per
le ferite a. fuga più lunga, ripararonsi nel territorio non lontano di Roma. Se
li menarono i Romani dalle .campagne' in citté^ nelle proprie case,
portandovene i più malconci a cavallo., o su carri, o su cocchi: e ciascuno a
proprie spese li nudrirono, e curarono, e ristorarongll con sol-, lecitudine
molto affettuosa. Di talché molti di loro legati da tanta benevolenza
desiderarono non di tornarsene in patria, ma di rimanersi fra tali benefattori
; ed il Senato assegnò loro perclié vi si fabbricasser le case, la valle tra ’l
Palanteo, ed il Campidoglio, lunga presso a quattro stadj. Chiamasi questa
anch’ oggi nell’ idioma de' Romani la contrada Tirrena ; e vi si passa venendo
dal Foro al circo massimo. E per tali cortesi maniere ebbero dal re di quella
gente dono non lieve, e che assai li dilettava, la campagna di là dal fiume,
ceduta già da essi quando ne ottenner la pace. Cori iSó trìbuUroao agl’ Iddj li
sagnfiz) magoìBci che aveano già promesso co’ voti se ricuperavano mai li sette
pagi. Correa nell’ anno quinto dopo la espulsione dei re la Olimpiade
sessantesima nona, nella quale Iscomaco Crotoniate vinse allo stadio,
Acestoride fa 1 arconte di Atene per la seconda volta, e furono consoli Romani
Marco Yalerìo, fratello di Valerio Poplicola, e Publio Postumio, detto Tuberto.
Arse nel loro consolato un’ altra guerra co’ vicini, la quale cominciò colle
prede, e procedette a numerose e grandi battaglie : finché cessò da indi a
quattro consolati, dopo essersi nel tempo intermedio sempre stato fra le arme.
Imperocché alcuni Sabini considerando Roma indebolita per gl’ incontri suoi co’
Tirreni, quasi non dovesse mai più ricuperare l’antica dignità, ne assalirono,
affin di predarli, e certo molto ne danneggiarono, li coltivatori, i quali
calavano di bel nuovo dai luoghi forti alla campagna. I Romani prima di
prendere le armi spedi rono ambasciadori a chiedere conto e soddisfazione,
tal> ché non più molestassero chi lavorava i terreni. Ma non ricevendone che
orgogliose risposte, intimarono ad essi la guerra. Valerio il console il piimo
con truppe equestri e con fiore di milizie leggere scorse tu que’ rubatori de’
campi, e grande fu la uccisione de' sorpresi nri pascoli, sbandati, com’ è
verisimile, nè provvidi del venir de’ nemici. E spedendo i Sabini contr’essi un
An. a49 ài Rom. ucondo Caioae, e aSi secondo Varronr, e &o3 vanii Criaio,
esercito sotto un duce perito di guerra, i Romani usci rono di bel nuovo con
tutte le forze, dirette da ambi li consoli. Postumio mise il campo nelle alture
prossime a Roma, pei'cbi uon vi si facesse una subita irruzione da’ fuorusciti.
Ma Valerio marciò di fronte al nemico iu riva all’ Aniene, fiume che nella
città di Tivoli casca da rupe altissima, e poi corre, dividendoli fra loro, i
campi de’ Romani e de’ Sabini, finché vago in vista e dolce a beverne, scende
nel Tevere. Erano i Sabini dall’ altra parte del fiume non lungi dalla corrente
su di un colle non molto forte, e che poco a poco degrada. In principio gli uni
rispettando gli altri esitavano a passare il fiume e farsi alle mani. Ma poi
non per calcolo e previdenza di beni, ma rapiti dfiir ira e dall’ ardor di
combattere, furono alle prese. Imperocché venuti ad abbeverare i cavalli e far
acqua, inoltraronsi molto entro il fiume, vmile allon nel suo corso, perché non
accresciuto dalle acque in vernali : e siccome bagnavali appena, poco più su
delle ginocchia ; lo trapassarono. Attaccatisi in su le prime pochi con pochi,
ecco accorrere altri a difenderli, ognuno dai proprj alloggiamenti, e via via
sopraggiungerne di rinforzo, come questi o quelli erano superati. E quando i
Romani respingevano i Sabini dal fiume, e quando i Sabini ne toglievano l’uso
ai Romani. E molti uccisi e feritivi, ed eccitativisi tutti a combattere, come
avviene nelle scaramucce fortuite, sorse ardore eguale di passare il fiume ne’
duci stessi degli eserciti. E primo passandolo il console Romano e con esso r
armata sua, ' piombò su li Sabini. Non eransi questi ancora nè bene armati, uè
schierati ; pure non esitarono ad accettar la battaglia, inanimiti molto è
spregianti, perchè non arcano a farla nè con ambi li consoli, nè con tutte le
milizie Romane, e slanciatisi, combatterono con furia di baldanza e di odj.
Ardea rivissi ma la battaglia ; ma se 1’ ala destra, or’ era Postnmio il
console, superava gli avversar] ed avanzavasi ; la sinistra ‘era travagliata e
respinta al fiume. Or saputo ciò 1’ altro console usci coll’ esercito suo :
marciava egli pian piano colla fanteria, ma fe’ precedere in fretta colla
cavalleria Spurio Largio Seniore, e console dell’ anno precedente. Andato
costui di tutta briglia passò facilmente il fiume, che non era guardato da
alcuno, e giratosi attorno l ala destra dei toemici pigliò di fianco la
cavalleria de’ Sabini., Or qui sorse battaglia diuturna e grave di cavalleria
con cavalleria. Frattanto avvicinatosi anche Postumio co’ suoi fanti a queU’
ala ed investitala, molti ne uccise, e molti ne disordinò : di modo che se non
sopravveniva la notte, i Sabini avviluppati da’ Romani che già prevalevano,
sarebbero stati del tutto disfatti : ma le ombre occultarono qùei'che fuggivano
dalla battaglia come inermi e radi, e salvi si ricondussero alle lor case.
Impadronironsi i consoli senza combattervi de’ loro alloggiamenti, abbandonati
dalle guardie al veder quella fuga : ed occupatevi molte suppellettili, e
datele in preda all’esercito, lo rimenarono in patria. Cosi riavutasi Roma,
allora la prima volta, da’ inali suoi co’ Tirreni, senti lo spirito antico,
ardi come prima arrogarsi 1’ impero su’ vicini, decretò pe’ due 'consoli
insieme un trionfo, e di più che si desse a Valerio che era I’udo di questi, un
sito nella partepiù distinta del Pallanteo, dove gli si fondasse una casa a
spese del pubblico. Questa è la casa innanzi alla quale sta il toro di bronzo,
e questa tra tutti i privati e pubblici ediCzj è la sola che ha le porte che
aperte si girano in fuori. XL. Presero dopo questi il consolato Publio Valerio
Poplicola per la quarta volta, e Tito Lucrezio, di bel nuovo collega suo (a).
Quest’ anno le città Sabine, tenuto un congresso comune, decretarono far guerra
ai Romani, quasi fosse finita 1’ alleanza loro, per essere caduto dal trono.
Tarquinio a cui 1’ aveano giurata. Aveale indotte a ciò,1’ uno de’ figli di
Tarquinio, Sesto di nome, il quale coll’ onorare e supplicarne i cittadini
primari di ognuna, metteva in tutte un animo per la guerra : anzi aveva a sé
guadagnate, e consociate a queste pur le due città Camcria e Fidene,
ribellatele da’ Romani. In contraccambio le città lo elessero generalissimo
loro con facoltà di reclutare milizia da ognuna, come quelle che aveano perduta
la prima battaglia per la insufficienza delle forze, e del capitano. Ed in ciò
si adoperavano questi : ma la fortuna volendo contrappcsare i beni al mali di
Roma, le diede in luogo degli alleati che le si eranp tolti, un rinforzo, quale
non 1() Tra i Greci era grande onarificenia aver le porte che ai apriaaero
au.la pubblica strada; e questa servitù della pubblica strada coiopcravasi a
gran presso: come è chiaro da ciò che si legge d’Ificrate presso di Aristotele
negli Economici. (a|)'An. di Bom. aSo secondo Catone, e aSa secondo Varrone, e
5oa av. Cristo] imperava dal canto de’ nemici. Tito Claudio, un Sid>mo
domiciliato a Regillu, nobile e denaroso, fuggissene in seno di lei menando con
sé gran parentado, ed amici e clienti in copia, i quali spatriavano con le
famiglie ; tanto che tra, questi ce ne avea cinque mila buoni per le arme. E
questa dicesi la cagion cbe lo spinse a tra sferire in Roma la sede. I primar)
delle città più cospicue alienatisi da lui -lo aveano incolpato di poca
affezione verso il pubblico bene, citandolo qual traditore ; come r unico che
mal soffriva la guerra, e che avea ripugnato in consiglio a quei che voleano
sciolta 1’ alleanza, nè permise che i suoi cittadini AtiGcassero il decreto
degli altri. Or temendo egli un giudizio, ove le non sue città sentenzierebbero
della sua sorte, raccolse le sue robe, e gli amici, e si congiunse ai Romani,
non senza picciolo sbilancio degli affari ; talché parve a tutti la cagion
principale dell’ esito propizio della guerra. Per tanto il Senato ed il popolo
lo ascrissero tra’ patrizj, lasciandogli in città quanto sito volle per
fabbricarvi ; e gli donarono i terreni pubblici tra Fidene e Picenza perchè li
• compartisse co’ suoi compagni, da’ quali risultò poi la tribù Claudia che
ancora tiene quel nome. Apparecchiatasi appuntp l’ una e 1’ altra parte, li
Sabini i primi cavarono le milizie e fecero due accampamenti, r uno all’ aere
aperto non lungi da F idene, r altro in Fidene a difesa del popolo, come in
rifugio dell’ esercito esterno in caso di sciagura. I consoli Romani al sapere
la venuta de’ Sabini contra loro,• uscirono anch’ essi con floride scltiere, e
presero campo, separati T ano dall' altro, Valerio a fronte degli allog '
giatnenti sabini all’ aere aperto, e Lncreaio poco più di sopra, in un altura
donde potea vedere l’ armata com. pagna. Era disegno de’ Romani di venire
quanto prima a giornata per decidere subitamente, e visibilmente la guerra. Ma'
il capitano Sabino temendo di attaccare in pieno giorno la baldanza e la
robustezza romana, sempre ferma, contro ai casi anche più duri, deliberò di
investirla di notte. Quindi facendo preparare quanto era necessari a riempire
le fosse, e trascendere il vailo, quando ebbe pronto tutto, voleva tor seco il
6or deU r esercito, ed assalire nel primo sonno le trincee de’Ro mani. Su tal
disegno avea fatto intendere all’ armata di Fidene che quando si avvedessero
del giunger suo venissero anch’ essi dalla città, ma con armi leggere : ed avea
posto in luoghi opportuni gli agguati con ordine, che se andavano dei rinforzi
a Valerio dall’altro campo, uscissero loro alle spalle e gli assaltassero fra
strepito di voci e di arme. Sesto con tale risoluzione, istruitine e trovativi
pronti li centurioni, non aspettava che la opporiobità. Ma un suo disertore
venuto al campo romano disse di quella trama al console. Giunsero non molto
dopo i cavalieri con dei Sabini che usciti a far legna furono presi.
Interrogati questi separatamente c/te mai preparasse il lor capo, risposero,
che scale e ponti : ma che dove, o quando fosse per valersene, non lo sapeano.
Valerio ciò udendo spedi Marco alr altra armata per divisare a Lucrezio che vi
comandava r animo dei nemici, e come si dovessero questi assalire. Poi
chiamando egli stesso tribuni e centurioni, dicendo quanto avea raccolto dal
disertore, e da’ prigionieri ; confortandoli ad esser magnanimi, e credere cb’
era giunto alfine il tempo sospirato onde prendere' su’ ne mici una luminosa
vendetta ; prescrisse ciocché dovessero fare, diede i segni, e rinviò ciascuno
alla sua schiera., XLII. Non era ancora la notte a mezzo, quando il duce Sabino
fatti levare i soldati, ne condusse il fiore al campo romano, imponendo, a
tutti che, taciti, avanzassero senza strepito di arme ; perchè i nemici non si
avvedessero di loro prima che fossero giunti. Or come i primi a procedere
furono vicini al campo, nè videro ivi lume di fuochi, nè voci vi udirono di
sentinelle, assai riprendeano di stoltezza i Romani, quasi tralasciata ogni
gtiardia, se la dormissero : c già riempiute le fosse in gran parte, le
passavano senza ostacolo alcuno. I Romani però si teneano, non veduti si per le
tenebre, ma schierati nello spazio tra i valli e le fosse, e quando chi le
passava era loro alle mani, uccidevanlo. Rimase alcun tempo occulta la rovina
di chi precedeva a quei, che seguivano. Ma non si tosto quei eh' erano vicini
alle iosse videro col chiarore della luna che nasceva, i mucchi incontro de’
cadaveri de’ compagni, e le schiere valide de’ nemici che resistevano;
gettarono le armi, e fuggirono. Allora alzato i Romani un altissimogrido,
perchè quel grido era segno all’ altra armata, corsero in folla su loro.
Lucrezio a quei clamori, spediti subito 1 cavalieri per ispiare se ci aveàno
insidie nemiche, si mosse indi a poco egli stesso col fiore della fanteria.
Imbattutisi i cavalieri con gli usciti da Fidene per insidiare, li fugarono: ma
la fanteria perseguitava) ed uccidevali, : ornai disordinati e sena’ arme,
quelli che erano venuti ad assalire il campo romano^ Morirono in teli òombaltimenti
circa tredici mila tra Sabini ed al leali, rimanendone prigionieri! quattro
mila dugento: ed il campo loro fu preso nel giorno medesimo. la stoltezza, e
chiamandoli degni di morte quanti ve ne erano, giacché nè erano grati pe’
beneGzj, nè faceano senno pe’ mali ; ne batterono alla vista del pubblico culle
verghe, e poi vi uccisero i più cospicui per nobiltà. Quanto agli altri
lasciarono che albergassero come prima, ponendo a coabitare con. essi la
guarnigione che era decretata dal Senato, e dandole parte de' terreni tolti a
quelli. Dopo ciò ritirarono le truppe dalle teiTe nemiche, e trionfa• rono
secondo il decreto del Senato. E tali furono le geste di, questo consolalo.
Creato consolo Publio Postumio Tuberto per la seconda volta, e con esso Menenio
Agrippa Lanato , fecesi ma con piu schiere la tersa Irmzione dei Sabini prima
che i Romani se n avvedessero, e pro> cedette 6n presso le mura di Roma,
Risultarono da questa molte uccisioni non solo di agricoltori romani, colti
repentinamente da nembo che non aspettavtno prima di ricoverarsi ne’ castelli
vicini, ma di quelli eziandio che in città dimoravano. Imperocché Postumio il
console riputando insopportabile quella ingiuria; uscì di tutta fretta, con
truppe comunque per soccorrere i suoi, pih animoso in vero che savio. I Sabini,
visto con quanto dispregio, disordinati, e sbandati si avanzassero verso loro,
e latto disegno di ampliarne ancor più la negligenza, partirono con marcia più
che ordir naria, quasi fuggissero addietro, finché giunsero ad una selva
profonda ove il resto celavasi delle loro milizie. Or qui voltando faccia
contrastettero a chi gl'inseguiva; ^ come pure gli occultati nel bosco ne
uscirono, vociferando. Ed essendo essi in buon ordine e molti, prostesero gli
altri che combattevano disordinati, sbandati, ansanti per lo viaggio ; e
rinchiusero in una pendice deserta quanti ne fuggirono, con preoccupare le vie
che menavano a Roma. E perocché già la luce era mancata ; posero le arme presso
di quésti invigilandoli tutta la notte, sicché taciti non s’ involassero.
Saputosi in città r informnio, vi fu gran turbamento, e concorso ai muri, e.
timor comune, che i nemici trasportati, dal successo propizio, si presentassero
in quella notte a An. di Rom. aSi secoado CaioDe, a53 secondo Varrone, e Sol av.
Crino.. 1 5g Roma: e là com piange vans! i morti; qua i commiseravano li sopra
vanzatt, come quelli che 'se nop erano immaniineote soccorsi, caderebbero
prigionieri per la penuria. Passatasi con tanto mal' in cuore senza sonno la
notte, Menenio, nato il giorno, armò li più floridi per anni, e li guidò ben
forniti e con ordine a liberare gli assediali nel monte. I Sabini al vedere che
ti avan> cavano non li aspettarono ; e tolto il campo si ritirarono,
pensando che bastassero loro i vantaggi presenti: e senza indugiarsi gran
tempo, tornarono festeggiando alle patrie, ricchi di bestiami, di schiavi, di
danari. XLV. Rattristati i Romani dal danno, e credendolo causato da Postumio
il console ; deliberarono di mar> ciane sollecitamente con tutte le forze contro
la Sabina, desiderosi di rifarsi della perdita inaspettata ' e turpe j molto
più che assaissimo gli aveva esulcerati 1’ ambasceria recente e contumeliosa e
superba colla quale i nemici, come già vincitori, e prenditori senza contrasto
di Roma se non erano ubbiditi, comandav.vno che rendessero ai Tarqninj la
patria, cedessero ai vincitori r imperio, e stabilissero il goverho e le leggi,
come sarebbero ordinate da questi. Aveano i Romani replicato a tali messaggi,
che annunziassero alle loro comuni che i Romani comandavano ai Sabini, di
deporre le armi, di sottomettere le loro città, di ubbidire,come per addietro,
e ciò fatto di venir supplichevoli per iscusarsi dalle ingiustizie e da’ mali
onde gli aveano violati nelle incursioni passate, se voleano pace ed amicizia :
ma se ricusa vansi a tanto, aspettassero tra non molto la guerra su le loro
città. Cosi comandando e comandati a vicenda, quando ebbero tutto in pronto ;
uscirono per la guerra. Conducevano i Sabini il -fiore de’ giovani di ogni
città con arme bellissime : e li Romani tutta la milizia urbana e le
guarnigioni, concependo che i domestici e li schiavi, e quanti superavano ^ la
età militare, bastassero in difesa di Roma e dei castelli della campagna. Cosi
concentrati si accamparono ambedue con breve intervallo fra loro non lungi da
Ereto, città de’ Sabini. Come gli uni sepper degli altri o per con~ gettura
dall’ampiezza degli alloggiamenti, o per ciò che ne udivano da’ prigionieri ;
si eccitò ne’ Sabini confi denza e disprezzo inverso la scarsezza degl' inimici
; ma timore ne’ Romani per la moltitudine di essi. Pur fepero cuo^e, e
pigliarono qualche speranza su la vittoria pe’ segni mandati loro dal cielo, e
per 1’ ultima visione, quando erano 'per ischierarsi, che fu questa : Su le
punte dei lanciotti (sono queste le armi che i Romani scagliano nel farsi alle
mani; bastoni grossi che ti empion le mani, e lunghi, con ferrei spuntoni nell’
uno e nell’ altro estremo, diritti, nè minori di tre piedi, tanto che le armi,
compresovi il ferro, somigliano ad aste mezzane ) su le ferree ponte di. questi
lanciotti, piantati tra padiglioni, brillarono delle fiamme ; talché per tutto
il campo fu luce continua come di accesi fanali, gran tempo delia notte. Ora
come gli auguri dichiaravano ( nè già era difficile intenderlo ), concepirono
che gli Dei con tal visione annunziassero loro una sollecita e luminosa
vittoria : imperocché tutto cede al fuoco, nè cosa vi è che per esso non
consumisi. E _ Dpercfac le fiamme brillarono su le armi loro; uscirono con
assai fiducia dalle trinciere, e nell’ estero di tale fi ducia, attaccatisi
combatterono, sebbene di tanto minori, co' Sabini. La sperienza eh’ era in essi
col vivo amor dei travagli, elevava li a spregiare ogni pericolo. Postumio il
primo ebe guidava 1’ ala sinistra, inteso a riparare la passata disfalla urtò
1’ ala destra de’ nemici, non curando la vita per la vittoria : e come chi
rapito è da furore, e fermo per ogni via di morire, si lanciò nel mezzo di
essi. Allora i soldati i quali erano nell’ al tr’ ala con Menenio ornai
stanchi, ornai cacciati di po sto, al conoscere che que’ di Postumio
prevalevano su gli emoli, rimbaldanzirono e turbinaronsi su gli avversar] loro.
Cosi piegò 1’ una e 1’ altr’ ala de' Sabini, e diedesi pienamente alla fuga. E
dopo la perdita delle ale nemmeno quelli che erano ordinati nel centro per
sislerono, ma forzati dalla cavalleria Romana che gli assaliva si misero in
volta. Tutti al proprio alloggiamento si riparavano, ma i Romani seguendo e
investendo, ne invasero 1’ uno e 1’ altro. C se l’esercito ne mico non fu
totalmente distrutto, ne fu cagione la notte ed il luogo della sconfitta, che
era nella Sabina. Imperocché per la perizia de’ siti chi fuggiva salvavasi in
casa più facilmente di quello che lo potesse, per la imperizia sua, sorprendere
chi 1’ inseguiva. Nel prossimo giorno i consoli, bruciati i cadaveri dei loro,
e raccolte le spoglie, e tra queste le armi abbandonate dai vivi nel fuggire, e
trasportando seco non pochi fatti prigionieri, c le robe invase' (non
compresevi quelle tolte da’ soldati ) colla pubblica vendita delle quali cose
ogaaao riebbe i prestiti, contri' baiti per la spedizione ; tornarono con una
luminosa vittoria nella patria. Quindi per decreto del Senato Tubo e r altro ne
trionfarono ; Menenio col trionfo primario sedendo su regio carro, Postumio col
secondario, e men grandioso, che chiamano della ovazione, altera'tone il nome
che era greco, sicché più non distinguesi. Conciossiaché per quanto io ne
concepisco o ne trovo in molli degli storici Romani questo trionfo chiamavasi
nelle origini Evezione da ciò che vi si praticava : ed il Senato, come Licinio
racconta, ora per la prima volta ne ideò la pompa. Differisce quest’ onor
secondario dall’ altro, primieramente perchè chi sei gode, entra la dttà colle
schiere a piedi e non sul carro come in quello: e poi, perchè non porta come
l’altro la toga contraddistinta pe’ ricami varj e per l’oro ; nè la corona pur
di oro; ma la toga candida contornata di porpora, la quale è l’ abito nazionale
de’ comandanti e de’ consoli, e la corona di alloro (a) : e se tien le altre
cose ; in questo cede al primo trionfante, che noU va collo sceturo. Postumio
poi, sebbene più che altri segnalato OTaxione tu detta originalmente evatio ;
qnindi % !a voce di Virgilio I. 6. Ea. Evantes orgia circum ducehat Phrygias.
Questo ovari era dal greco tva^nt il qnale esprimeva le accismasioni fotte con
dire ss lasserò Tarquinio, Mamilio, gli Aricini, e cbiunqae davasi per
accusatore di quella, iìuchè uditili tutti, seutenziarono essere stata
l’alleanza rotta dai Romani; e fecero intendere a Valerio che col suo tempo
discuterebbero come aveano a vendicarsi di loro che aveano i diritti calpestati
del sangue. In mezzo a tali vicende congiurarono molti servi d’ invadere i
luoghi riguardevoli di Roma, e d’ incendiarla in più parti. Se non che datone
indizio da’ complici, ne furono ben tosto chiuse le porte dai consoli, e
preoccupati i siti forti dai cavalieri. Allora quaiiU erano denunziati
partecipi della congiura presi immantinente tra i domestici, o portati dalla
campagna, perirono tutti, battuti, tormentati, crociGssi. E tali sono le cose
operate in quel consolato. Sotlentrati a tal dignità Servio ^ Sulpizio
Camerino, e Manio Tullio Longo , alcuni di Fidene con vooando de’ soldati dal
popolo de’ Tarquiniesi occuparono il castello di essa, e parte uccidendo, parte
esi liando quelli che si opponevano, ribellarono di nuovo Fidene ai Romani.
Venutivi degli ambasciadori da Roma, erano per malmenarli come nemici: ma
contenutine da’ seniori, gii esclusero dalla città senza udir nè rispondere. Il
Senato quando seppe tali cose' non voleva ancor far guerra co’ Latini, perchè
aveva udito che non a tutti piaceano le risoluzioni del congresso, che i poti)
An. di Roma 354 secondo Catone, aS 6 secondo Varrone, a 498 STtnli Cristo] poli
ia ogni città vi si ricusavano, e perchè certo diceansi più quelli che voleano
mantenere 1’ alleanza, che gli altri i quali sciogliere la voleano. Pertanto
decretò che Manio un de’ consoli marciasse con armata poderosa contro Fidene: e
questi, depredatane impunissimamente la campagna senza che niuno gli si
opponesse, ne andò coir esercito fin sotto le mura, e provvide che non più
vettovaglie vi s’ introducessero, nè armi, nè soccorso niuno. Ridottisi i
Fidenati a guardare le mura, spedirono alle città de’ Latini per implorarne
solleciti ajuti. Convocarono i capi di quelle un congresso comune di tutte : e
datavi di bel nuovo facoltà di parlare ai Tarquinj come agli altri che venivano
dagli assediati, invitarono i consiglieri, cominciando da’ seniori e più
cospicui, a djcbiarare il lor voto, e come aveasi a far guerra ai Romani.
Dicendovisi molte cose, e prima su la guerra se dovesse ratificarsi, i più
torbidi fra i consiglieri insistevano perchè si riconducesse Tarquìnio al
trono, e sì volasse in soccorso di Fidene. Essi miravano con questo ad ottenere
cariche di comando militare, e mescersi ai grandi affari ; e quelli vi miravano
soprattutto, i quali cercavano in patria preminenza, e tirannide, lusingati che
avrebbero ad essi ciò procacciato i Tarquinj se ricuperavano il regno. Ma i più
agiati e miti ( ed eran questi i più accreditati nel popolo ) chiedeano che si
stesse ai patti, non si corresse ciecamente alle armi. Respinti quei che
brigavansi per la guerra dai consiglieri di pace, persuasero all’ adunanza che
mandasse almeno oratori a Roma perchè la pregassero, ed esortassero a ricevere
i Tarquinj e gli altri fuoruscili senza pena e senza memoria d’ Ingiurie :
giurasse que ' sto, e si governasse poi di suo modo. Ritirasse però r armata da
Fidene ; non potendo essi guardare con Indifferenza che i parenti ed amici loro
si spogliassero della patria.' Ma se ricusasse far 1’ una e l’altra di queste
cose, le s’ intimasse, che deciderebbonsi per la guerra. Non ignoravano costoro
che Roma non pieghe rebbesi nè all’ una nè all’ altra dimanda : ma cercavano
pretesti decorosi onde romperla, sperando Intanto di rendersi col tempo e colla
buona grazia benevoli i loro contrarj. Concluso questo, fissarono un anno, ai
Romani per deliberarsi, come a sè per apparecchiarsi : e nominati gli
ambasciadori come parve ai Tarquinj; sciol sero r adunanza. Separatisi i
Latini, ognuno per la sua patria, Mamilio e Tarquinlo vedendo che i popoli
propendevano alla pacej deposero le speranze che aveano su loro come istabili
in tutto. E cangialo consiglio si rivolsero a mettere in Roma stessa una guerra
interna, nè preveduta, svegliandovi sedizione tra’ ricchi e tra’ poveri.
Imperocché già disunita vi si era, nè più riguardava al ben pubblico una gran
parte del popolo, quella principalmente dei bisognosi e degli oppressi dai
debiti; e ciò appunto per 'gli usura) che non usavano moderazione ne’ crediti,
ma fin carceravano e malmenavano i debitori come schiavi comperati. Su tale
notizia spedì Tarquinio a Roma Insieme co’ messaggeri latini persone non
sospette con oro. Intramettendosi questi co’ poveri e coi baldanzosi, e parte
dando, e parte promettendo se ivi il re sen tornasse; aveano subornato
moltissimi. Àdunque fecesi contro i3e’ potenti una congtnra de’ poveri ingenui,
e de’ servi màlvagi, i quali stimolati dal desiderio di esser liberi, e
disamoratisi de’ padroni perchè aveano punito nell’ anno antecedente i loro
conservi, gl’ insidiavano. Ed essendo malcreduti e sospetti, come se venutone
il tempo essi pure gli assalirebbero ; con piacere si diedero a chi gl’
invitava. Il disegno poi della congiura era tale. Doveano i capi di essa
occupare in una notte senza luna i luoghi eminenti e forti della città ; gli
altri poi come intenderebbero dai gridi che gitteriano, aver loro già preso
que’ siti opportuni, doveano uccidere tra ’l sonno i proprj padroni,
saccheggiare le case doviziose, e spalancare ai tiranni le porte. Ma la
providenaa celeste la quale in ogni tempo ha salvato, e salva tuttavia Roma y
fe’ traspirare i disegni al consolo Sulpizio. À lui ne diedero indizio due già
propensi a Tarquinio, anzi principalissimi nella con> giura, Publio e Marco
fratelli, della città di Laurento necessitati da impulso divino. Imperocché si
presentarono loro tra’l sonno visioni spaventevoli, minacciandolt di pena
gravissima, se non si chetavano e toglievansi dall’ impresa. E già parca loro
che i rei genj gl’ incalsassero, li battessero, e sterpassero loro gli occhi,
colmandoli di altri mali terribili. Dond’ è che spaventati e tremanti destaronsi,
nè più poterono pel turbamento aver calma nel sonno. E su le prime per
togliei'si ai genj rei che li conculcavano, tentarono i sagrifizj di
propiziazione co’ quali si allontanano i mali. Non traen> done però niun
frutto, si rivolsero alla divinazione : e celando lì disegni, perchè non eran
da dirsi, cercarono solamente d’intendere se tempo fosse da compiere cioc' chè
volevano. Ma rispondendo l’oracolo eh’ essi teneano via di delitto e di
perdizione, e che se non mntavan proposito, ne perirebbero infamissimamente;
investiti dal timore che altri non li prevenisse nel portare in luce l’arcano,
lo indicarono essi medesimi al consolo che in città si trovava. Costui
lodatili, con promessa grande ancora di beneficarli se il dir loro a’ fatti
corrispondesse; li ritenne ambedue presso di sè y tacendone con chiunque.
Allora introdotti in Senato i deputali latini, tenuti a bada fino a quel giorno
per la risposta, disse di concerto co' padri : amici, compagni, andate,
riferite al comun dei Latini che il popolo di Roma non condiscese prima il
ritorno al tiranno su le istanze dei Tdrguiniesi, nè punto appresso vi si
commosse irt forza di tutti i Tirreni che ciò domandavano, e guidati da Porsena
ci portavano la pià orribile delle guerre; ma che seppe vedere i suoi campi
manomessi, ed arsivi li casolari, e perfino ridursi a difendere le sole sue
mura per esser libero, e non comandato a fare ciò che non vuole. Dite, che
meravigliati ci sia^ mo che sapendo voi ciò, siale venuti a comandarci che
ricevessimo il tiranno, e ci levassimo dall assedio di Fidene, con intimarci la
guerra se ricusassimo. Cessino di opporci ornai più tali pretesti, fiacchi,
impersuasibili, di nimicitia. Nondimeno se vogliono per questo scindersi dalla
nostra alleanza e far guerra, più non s’ indugino. Data tale risposta agli
ambasciadori, ed accompagnatili per significazione di onore fuori della città,
poi disse in Senato delia occulta cospirazione ciocché aveane appreso dai
delatori : ed avutane autorità piena d’ investigare L complici, e trovarli, e
punirli, non tenne già mezzi orgogliosi e tirannici, come un altro ridotto a
tale necessità gli avrebbe tenuti, ma si rivolse a mezzi ragionati, salutevoli,
e convenienti al governo d' allora. Imperocché non deliberò che i satelliti
snoi svellessero per le case i cittadini dall’ amplesso delle mogli, de’ figli,
e de’ padri, e li traessero a morte ; considerando quanta pietà ne sarebbe tra
gli attinenti nel distacco de’ cari lor pegni, e temendo che alcuni,
disperatisi, corressero alle arme, e si necessitassero ai male a costo di
sangue civile. Non deliberò che si erigessero de’uribunali contro di essi;
riflettendo come tutti negherebbero, e come non avrebbero i giudici argomenti
incontrastabili e saldi, ma semplici denunzie, e colle quali, se credeansi,
dovrebbero sentwaziare la morte de’ cittadini. Ma per sorprendere i novatori
ideò tal metodo, per cui li capi si adunassero prima spontaneamente in un
luogo, e quindi arrestati vi fossero per argomenti indubitabili, che non
lasciavano mezzo a discolpe : ideò che fosse questo luogo di unione non una
solitudine, o ritiro, dove pochi osservassero, e convincessero; ma il Foro,
talché scoperti alla presenza di tutti ne fossero in proporzione puniti, nè
sorgesse in città turbamento nè sollevazione degli altri, come suole ne’
castigi de’ congiurati, massimamente in tempi pericolosi. Forse un altro, quasi
poco sia bisogno di precisione in tai cose, penserà che basti dir
sommarianieute che arrestò tutti i complici de’ maneggi secreti, e gli uccise;
ma io riputando degna che ricordisi la maniera onde furono presi, ho risoluto
non tralasciarla; perciocché giudico che non basti all’ utile di chi legge le
storie conoscere il termine solo de' fatti, (piando brama piuttosto ognuno che
gli si espongane le cagioni, le guise delle operaxioni, i pensieri di chi
praticavate, e come i Numi li favorissero ; nè gli si taciano le conseguenze
che per natura vi si congiungono. Molto più ch’io vedo essere tali cognizioni
necessarie agli uomini di Stato, perchè abbiano d^lì esempj co’ (piali dirigersi
ne’ varj casi. Or questa fu la maniera ideata dal console per l’arresto de’
congiurati. Chiamati i più validi de’ senatori ordinò che al segno convenuto
occupassero in città con seguito di amici e di parenti i luoghi forti ne’
(piali per avventura abitavano : istruì poi li cavalieri a tenersi armati nelL'
case più acconcie intorno del Foro, e compiere ciocché sarebbe lor comandato. E
perchè nella presa de’ cittadini i loro fautori non si elevassero, nè ci
avessero interne stragi nel tumulto, scrisse al console che assediava Fideoe,
perché al far della notte marciasse col fior dell’ esercito alla volta di Roma,
e lo accampasse nelle alture intorno de’ muri. Ciò preparato; impose ai
delatori che venissero circa la mezza notte nei Foro ai capi de’ congiurati con
i compagni loro più fidi come a ricevervi 1’ ordine, il posto, ed il segno, in
somma come per udirvi ciascuno ciocché avrebbe egli a fare. Or ciò appunto si
fece. E poiché tutti questi si furono accolli nel Foro; immantinente al darsene
di un segno arcano per essi, i luoghi foni farooo pieni di uomini, armatisi per
la patria ; e r intorno del F oro fu guardato da’ cavalieri, sen.ia che via vi
lasciassero per chi volea ritirarsene. Intanto Manio r altro console si
presentò coll’ armata in campo Marzo. Nato appena il giorno i consoli, cinti da
uomini di arme, recaronsi ai tribunali, e fecero che i banditori ~ invitassero
pe’ quadrivi il popolo a parlamento. Concorsa la moltitudine, le rivelano il
maneggio sul ritorno del tiranno, e le presentano i delatori. Quindi concedendo
che si difendesse chiunque volea per ambigua 1’ accusa, nè volgendosi pur uno a
respingerla ; passarono dal Foro in Senato per chiedervene la sentenza dai
padri: e presa e scrittavela ; tornati al popolo gliela pubblicarono, e tale ne
era il tenore. Si desse ai due denunziatori la cittadinanza, e dieci mila
dramme di argento a testa, e venti jugeri de’ terreni del pubblico ^ e se così
ne paresse al popolo si prendessero i complici della congiura, e si
uccidessero. E ratificando il popolo quel decreto, ordinarono che uscissero dal
Foro quanti vi erano per 1’ adunanza : e chiamati i littori colle arme,
intimarono che dessero morte a tutti li congiurati : e quelli, circondandoli ;
appunto ov’ eran già chiusi, trucidarono li colpevoli. Uccisi questi, non che
ammettere le incolpazioni su degli altri partecipi, ne assolvettero qualunque
era salvo ancora dal supplizio ; e ciò per togliere ogni turbolenza da Roma.
Cosi finirono quei che aveano macchinata la congiura. Appresso il Senato ordinò
che tutti si purificassero per essere stati ridotti a sentenziare la morte de’
conci ttadini : nè concedersi loro d’intervenire alle sante cose ed ai
sagrifizj, prima di esserne rendati mondi e tersi colle espiazioni consuete. E
poiché da quei che dirigono le cose divine, a norma delle leggi della patria fu
compiuto quanto ricercavasi per sanliGcarli, decretò che ia rendimento di
grazie si facessero sagriGcj e giuochi agonali per tre giorni. In questi
giuochi sacri e denominati di Roma Mauio Tullio 1’ uno de’ consoli caduto tra
la pompa dal carro sacro nei circo, ne mori da indi a tre giorni : e perchè
poco rimaneva dell’ anno, Sulpizio tenne in questo tempo il consolato senza
collega. Furono designati consoli per l’anno seguente Publio Veturio, e Publio
Ebuzio Elva. E di questi Ebuzio fu incaricato delle cose politiche le quali
sembravano abbisognare di cure non tenui, perchè i poveri non facesservi
mutamento. Veturio poi menando seco metà dell! esercito, devastò le campagne
de’ Fidenati senza che ninno gli ostasse : e postosi all’ assedio della città,
davate assalti continui. Ma non potendola espugnare con questi, la cinse di
vallo intorno e di fosse per sottometterla colla fame. E già ne eran gli
abitanti nelle angustie, quando venne un soccorso di Latini spedito da Sesto
Tarquinio, e grano, ed arme, ed altre cose utili per ia guerra. Cosi
ringagliarditi osarono uscire dalla città con forze non piccole, e mettersi in
campo aperto. Allora non più giovò pe’ Romani la cir convallazione ; ma parve
che vi bisognasse una battaglia. Diedesi questa vicino alla città ; pendendone
qualche Ad. di Roma aS5 secondo Catone, secondo Varrone, s 4 o 7 av. Cristo..
l'jj tempo dopo l’ esito incerto. Infine, quantunque più copiosi di numero,
sopraiTatti i Fidenati dalla fermezza Romana ne’ travagli, acquistata col molto
esercizio, fu> rono ridotti alla foga. Non fu la strage loro copiosa, per
essersi tra non molt^ ritornati in città mentre gli altri respingevano dalle
mura chi gl’ incalzava. Dissipatesi dopo ciò le truppe ausiliarie sen partirono
senza avere punto giovato gli assediati ; e la città ricadde ne’ mali e nella
penuria di prima. Intanto Sesto Tarquinio marciò con un armata Latina sopra di
Segni dominata da’ Romani come per occuparla a prira’ impeto^ Ma resistendogli
da entro generosissimamente, tentò di stringerli ad abbandonarla almeno per la
fame. Se non che spesovi gran tempo senza opera niuna degna di ricordanza, e
giunte vettovaglie e rinforzi dal canto ? dei consoli ; ne perde la speranza ;
e ritirandone 1’ armata, ne sciolse l' assedio. > • LIX. Nell’ anno seguente
i Romani elessero consoli Tito Largio Flavo e Quinto delio Sicolo. delio, dolce
per indole e popolare, fu messo dal Senato con metà dell’ armata su le cose
politiche per vegliare contro dei novatori: Largio ordinate milizie e stromenti
da imprender gli assedj, parti per la guerra co’ Fidenati ; E spossatili colla
diuturnità dell’ assedio, e col disagio di ogni cosa, desolavali ognora più,
minando i muri, ei^ gendo terrapieni, avvicinando macchine, nè lasciando di e
notte di stringerli, tanto che sen prometteva in breve il t. I i All. >li
Roma lS6 secondo Catone, aSR eecondo Varroue, • /Jg6 avanti Cristo] di
espugnarli. Né le città Latine, su le quali contando ì Fidenati trovavansi in
guerra, potevano ornai più salvarli. Imperocché niuna città bastava sola da sé
per liberarli dall' assedio: nè le forze comuni di tutte si erano riunite
ancora : ma li capi del|e città Latine a’ frequenti messaggi de’ Fidenati
rispondeano sempre di un modo, cioè che presto giungerebbe loro il soccorso:
non però mai nino fatto moveasi pronto su le promesse, né le speranze scintillavano
più in là delie parole. Nondimeno i Fidenati non diffidavano in tutto de’
Latini: ma persistevano su la espettazione di essi affronte di tutti i mali,
sopialtutto della fame, la quale facea senza combattere strazio grande degli
uomini. Spedirono, è vero, alfine come stanchi da’ mali a chiedere al console
tregua di un numero certo di giorni per deliberare intanto su la pace co’
Romani, e sui modi onde riordinarla. In realtà però ciò non cbiedeano per
deliberare, ma per fornirsi di compagni di arme, come alcuni disertati di
fresco da essi indicarono, giaoché nella notte innanzi aveano spedito i
cittadini loro più cospicui, e più validi tra’ Latini, perchè iu forma di
oratori suppbcassero quel popolo. Largio, ciò saputo, ingiunse agli ora tori
che deponessero le armi e spalancassero le porte, e poi favellasser di tregua :
iu altro modo non pace, non armistizio, non moderazione, non umanità
presumessero dai Romani. Frattanto provvide che gli ambasciadori deputati ai
Latini. non rientrassero in città ; preoccupando con guardie rigorosissime le
vie che vi conducevario. Tal che diffidatisi gli assediati di un ajuto
qualunque degli alleali si videro astretti a pregar veramente l’iaimico. B
riunitisi, conohiusero di soiTrire la pace, comunque il vincitore la desse.
Altronde il console ( tanto i costumi de’ capitani di que’ tempi respiravano 1’
amor della pa> tria, e tanto erano lontani dalle maniere tiranniche che
pochi san fuggire de’ capitani presenti, invaniti dal C 0 i mando I ) il
console sebbene prendesse la città niente vi permutò di voler suo : ma fattala
deporre le armi, e presidiatala, conducendosi a Roma e convocando il 3^ nato,
lasciò che esso ne deliberasse. Lieti i Padri del rispetto del valentuomo verso
loro dichiararono che i più nobili dj Fidene secondo che il console li giudi
casse capi della ribellione, si battessero colle verghe, e ei decapitassero :
su gli altri poi disponesse egli stesso come glien parrebbe. Largio divenuto 1’
arbitro di tutti sparse in vista del pubblico il sangue, e confiscò li beni di
alcuni pochi accusati dal partito contrarlo; ma concedè che gli altri
ritenessero la patria e le robe loro, e solamente ne dimezzò le campagne, poi
dispensate a sorte tra’ Romani lasciati in guardia della fortezza. Alfine dopo
ciò ricondusse in casa 1’ esercito. LXI. Risaputasi fra’ Latini la espugnazione
di Fidene, ogni città ne fu sospesa e tremante, e mal soddisfatta de' capi suoi
; come tradito avessero li confederati. C fattosi consiglio in Ferentino, quei
che persuadevano la guerra, assai vi accusarono gli altri che la dissuadevano.
Erano de’ primi Tarqulnìo, e Mamilio il genero di lui e li capi tra gli
Aricini. Rapiti dal dir loro, quanti erano i Latini, vollero generalmente la
guerra contro de' Romani, e diedero scambievole giuramento, che tiiuua l8o
città tradirebbe il comune, nè farebbe pace sema il consenso delie altre
decretando : che qualunque non os-> servasse i patti decadesse dalla lega
alla esecrazione e nimicizia di tutti. Sottoscrissero e giurarono questi patti
i deputati degli Àrdeati, degli Aricini, dei Boiaiani, dei Bubentani, dei
Coresi, dei Corventani, dei Gabj, dei Lavrentini, de' Laviniesi, dei Labiniani,
de' Labicani, de' Nomentani, de' Moreani, de' Prenestini, de' Pedani, dei
Querquetulani, de' Satricesi, de' Scaptini, de’ Sezzesi, de' Teliini, de'
Tiburtini, de'. Tuscolani, de' Tolerini, de' Trienni, de' Veliterni. Doveansi
scegliere tra gl’ idonei alle armi, tanti in ogni città quanti ne parrebbono ad
Ottavio Mamilio e Sesto ^ Tarquinio, i quali erano generalissimi nominati. E
per giustifìcare ancor più li titoli della guerra spedirono a Roma da ogni
città li personaggi più insigni come oratori. Venuti questi in Senato dissero :
che quei della Riccia si richiamavan di Roma, perchè qucuido i Tirreni mossero
contro loro la guerra, essa non solo die a’ primi libero il passo per le sue
terre, ma li coadjuvò su quanto era d' uopo, ricoverandoli mentre poi ne
fuggivano e salvandoli tutti, inermi e feriti : eppure non ignorava che quelli
portavano guerra al corpo tutto della nazione : e che se avessero domalo
Dioaigi nel namerare questi popoli siegue l’ordine dell’ alfabeto latino e non
del greco : del resto numera popoli quando nn tal Bruto nel lib. VI. di quest'
opera § 74 dice ebe furono trenta i popoli latini concorsi a tal guerra.
Dovrebbero dunque additarsene altri sei. Nel codice Vaticano si numerano ancora
i Tolerini che noi abbiamo ugualmente allegali nel testo. La nomenclatura per
quanto aia stata emendala non par libera ancora da ogni storpiatura.. ' i8r la
Riccia; niente pià gli avrebbe impediti, sicché non soggiogassero le altre
città. Pertanto annunziavano che se Roma voleva darne conto a quei della Riccia
nel tribunale comune de’ Latini, e rimettervisi al giudizio di tutti, non
avrebbon essi cagioni di guerra. Ma se tenendosi all alterigia sua consueta
ricusava affatto condiscendere sul giusto e su V onesto inverso de’ confederati
; minacciavano che i Latini tutti la moverebbero con tutte le forze la guerra.
LXn. A tale invito il Senato alieno di fare cogli Ari cini una causa dov’ essi
giudicherebbero, e dove prevedeva che i nemici non sentenzierebbero di questo
sola mente, ma vi aggiungerebbero ordinazioni ancora più gravi, decise che
accettava la guerra. Argomentava dal valore e dalla sperienza de’ suoi tra le
arme che Roma non incorrerebbe in danno ninno: apprendendo però la moltitudine
de’ nemici, sollecitò più volte con ambascia tori le città vicine per
confederarsele ; se non che spe divano i Latini ancora nelle stesse città
legazioni che accusassero a lungo Roma, e la contrariassero. Gli Err nici
adunati a consiglio di stato diedero all’ una e alr altra ambasceria risposte
sospette nè salutevoli, dicendo che per ora non si vincolavano con alcuno; ma
voleano posatamente discutere qual de’ popoli seguisse causa più giusta, e
prendeansi per discuterne un anno. I Rutoli in contrario promisero senza arcano
mandare soccorsi ai Latini : ma dissero che se Roma volea deporre le
inimicizie, essi mansuefar ebbono i Latini, e ne concilierebbono gli accordi.
Risposero i Volaci che si stupivano della impudenza de’ Romani ; perciocché
sapendo essi quante volle gli avessero offzzl conTenlftnti a pcgnere ^elfa
tnrblo ratiBcò; dando t principj certi di una tirannide a norma : Quindi i capi
del Senato si fecero a considerare lungamente e providamente il personaggio che
avrebbe a comandare. Paiea loro che vi fosse necessità di un nomo espedito
negli affari, più che perito nell’ arme, e savio, e temperato, sicché poi non
> delirasse per l’ampiezza del comando; insorama di uno il quale oltre le
belle doti, quante ai buoni comandanti si convengono, sapesse presieder con
fortezza, nè cedere mollemente alle istanze. Di un uomo tale appunto
abbisognavasi allora. .Videro concorrere doti siffatte quante seu chiedeano in
Tito Largio, uno de’ consoli ; laddove delio il collega, uomo altronde
buonissimo, non era nè attivo, nè bellicoso, nè imponente, nè temuto, ma edite
troppo in punire chi non ubbidiva. Nondimeno il Senato prendea .verecondia di
levare a que^o un’autorità che aveva secondo le leggi, e di concentrare .nell’
altro il potere di ambedue, anzi un poter più che. regio. .Teniea per qualche
maniera che delio riflettendovi, non si gravasse della rimozione sua, come
disonorato dai Padri ; e camhiale le maniere del vivere, si ponesse alla testa
del popolo, c turbasse dal fondo la repubblica. Esitando tutti, e gran tempo,
per la verecondia di proporre ciocché ideavano, un seniore, venerabilissimo tra
gli uomini consolari, diede un tal suo parere, per cui fu salvo l'onore di
ambedue li consoli, scegliendo essi appunto il personaggio più acconcio al
comando. Diceva : Poiché il Senato ha risoluto, ed il popolo ha ratificato che
il poter del comando si affidi ad un solo, restano ai Padri due cure non
picciole : chi debba sottentrare ad una autorità pari alia monarchia, e chi
possa legittimamente nomiruuvelo. Or egli suggeriva che l’uno de’ consoli sia
per cessione, sia per sorte', eleggesse il romano più idoneo, a far 1’ utile e
il bene della patria: giacché trovandosi allora in città magistrati sacrosanti,
non vi abbisognavano gl’ interré come nella monarchia, per eleggere di accordo
chi succedesse al comando. ' i Applaudivano tutti al partito, quando levatosi
un altro disse : Ali sembra o Padri che debbasi alia sentenza aggiungere: che
reggendo di presente la repubblica, due valentuomini, de’ quali non trovereste
i migliori, V uno 'debba dare la nomina, e l’ altro riceverla, talché scelgati
essi fra loro il più idoneo ; e C uno e i altro se ne abbia onore e
soddisfazione uguale, quello perchè sceglie nel collega il più degno, c questa
perchè scelto sen trova : dolcissime e bonissime cose ambedue. Ben vedo che
sebbene io non avessi ciò aggiunto ; pure avrebbono i consoli così DWaiGI, toma
II. il praticalo ; egli è meglio^ nondimeno che il facciano eziandio col vostro
volere. Parve a tutti ciò detto a proposito, e niuno più notandovi altra cosa,
ne decretarono. I consoli ricevuto il potere di eleggere fra loro il più idoneo
al comando, fecero una mirabilissima cosa, e ben varia dalle affezioni dell’ uomo.
A vicenda r uno dicea 1’ altro, e non sè, degno del comando : così passarono
tutto quel giorno, encomiando l’ un l’altro, e insistendo ciascuno per non
comandare: tanto che gli astanti in Senato ne furono in grandi perplessità.
Sciolto il Senato, i parenti più prossimi di ciascuno, e li Padri più
venerabili recatisi a Largio assai lo stimolarono £no a notte avanzata,
dichlaraùdogli come il Senato poneva in esso ogni speranza, e dicendo che le
sue ritrosie volgevansi in pubblico danno: egli tuttavia ricusava, ora
supplicando, ed ora contradicendo. Adunatosi nel prossimo giorno il Senato,
mentre colui ripugnava, nè levavasi ancora dal suo parere su le istanze comuni,
Clelio sorge, e lo nomina, come gl’interré solevano nominare, e lascia il
consolato. Fu questi il primo che, solo, fu reso àrbitro in Roma della guerra,
della pace, d’ ogni affare, col nome di Dittatore sia per la podestà di
ordinare e dettare leggi su’ diritti e sul bene degli altri, come glien pareva
e piaceva, chiamandosi da’ Romani Editti gli ordini e prescrizioni sul giusto e
su l’ ingiusto : sia per essere allora un tal. uomo detto e dichiarato da un
solo e non dal popolo secondo i riti della Ad. di Roma aS6 socondo Catone, a58
secondo Varrone, • ar. Cristo] patria, perché comandasse. Guardaronsi dal dare
al magistrato di una città libera un nome esecrabile e grave per rispetto di
quelli che ubbidivano, sicché in odio del titolo non si conturbassero, e per
rispetto di chi prendeva il comando, sicché nè fosse costui offeso dagli altri
senza saperlo, uè gli offendesse egli co’ modi consueti nel grande potere. E
certo il nome di dittatore non bene l’ ampiezza ne significa del potere ; non
essendo la dittatura che un Dispotismo elettivo. Sembra che i Romani ne
traessero pur da’ Greci la istituzione. Imperocché gli Esimneti che chiamavansi
antichissimamente tra loro erano, come dichiara Teofrasto nel libro intorno del
regno, despoti elettivi. Li creavano le città non per tempO' indefinito o
perpetuo, ma nella circostanza, e fin quando sembrava che giovassero loro, come
li Mitilenei già scelsero Pittaco contro gli esuli, compagni di Alceo poeta.
Tennero questo metodo I primi che aveano appreso per esperienza ciò che
giovava. Imperocché nelle origini era ogni greca città sovraneggiata, non però
dispoticamente come tra’ barbari, ma secondo le leggi e le patrie consuetudini
: ed un re si avea tanto più per potente quanto era più giusto, e più fido alle
leggi, e men schivo de’ patrii costumi : ciocché s’ intende per Omero il quaì
nomina i sovrani, vindici del diritto, e de/f onesto. Tennesi lungo tempo la
signoria dei re come quella de’ Lacedemoni sotto fisse Mèi testo: intarrtXnt, e
SiftttTttrtXuf. cioè che si reruuio sul giusto e su C onesto. costituzioni. Ma
cominciando poi taluni di questi a trascendere gli usati poteri, poco
concedendo alle leggi e molto ai genj loro ; ne furono i popoli in tutto
disgustati, e rovesciarono 1’ autorità de’ monarchi, e le loro maniere : e
stabilendo leggi e creando magistrati, assunsero questi come custodi delle
città. Ma perciocché non bastavano nè a proteggere il giusto le leggi poste da
essi, nè a coadjuvare le leggi li magistrati o li comissarj che avean cura di
queste ; e percioccliè il tempo col volger suo mena tanta varietade ; furono
astretti a fare stabilimenti non ottimi si, ma certo i più consentanei alle
vicende che li sorprendevano o di sciagure abborrite, o di smoderate
prosperità. Per le ' quali confondendosi ' lo stato della città, e bisognandovi
un pronto riparo ed un arbitro immediato, furono necessitati a rialzare
l’autorità dei monarchi e dei re, velandone coi nomi la esistenza. Cosi li
Tessali denominarono Tettar' ~ chi questi arbitri, e gli Spartani li chiamarono
Armosti per timore d’ intitolarli tiranni o monarchi : aggiungi. che teneano
per cosa scellerata rinovare poteri abattuti tra giuramenti ed esecrazioni su
1’ oracolo de’ numi. Quindi, come ho detto, a me sembra che i Romani
prendessero da' Greci l’esempio: Licinio però crede che i Romani ideassero un
dittatore a norma degli Albani ; scrivendo cbe questi, venuta meno la regia
discendenza dopo la morte di Numitore e di Amulio, eleggessero annui presidenti
col potere appunto dei re, ma con titolo di dittatori. Io non ho voluto
esaminare onde Roma derivasse il nome, ma sibbene onde pigliasse la idea dell’
autorità che in tal nome si ' addita. Se uon che forsb non è pregio dell' opera
che scrivasi di ciò più luDgameate. Ora dirò brevemente ciocché Largio il primo
dittatore facesse, e con quale apparato decorasse la sua dignità ;
persuadendomi che siano più utili ai lettori le materie appunto che porgono in
copia esempj splendidi ed opportuni pe’ legislatori, e capi de’ popoli, in
somma per quanti vogliono governare e maneggiare il pubblico Imperciocché non
io prendo a descrivere le istituzioni > e li modi di una città vite e
negletta, né li consigli e le pratiche di uomini ignobili e di niuna
espettazione, sicché lo studio mio su tenui e volgari cose paja ad altri
frivolezza e molestia : ma di una città legislatrice di tutti, e di capitani
che la sollevarono a tanto potere; cose tutte che se un amante della sapienza
giunga a non ignorare ; ne sarà per politico ravvisato. Investito Largio appena
del suo potere dichiarò maestro de’ cavalieri Spurio Cassio, già console nella
olimpiade 70. Osservavasi tal costume da’ Romani fino a’ miei giorni, e ninno
mai, scelto per dittatore, ne tenne la dignità senza maestro de’ cavalieri.
Quindi a rilevare la potenza di una tal dignità, per imporre piuttosto che per
osarne, ordinò che i littori marciassero per la città con fasci e scuri secondo
il costume ivi proprio de’ re, tralasciato poscia da’ consoli, e primieramente
da Valerio Poplicola per diminuire la odiosità del comando. Spaventati con
questo ed altri segni di regia dominazione i turbolenti eà i novatori, comandò
a lutti i Romani di adempiere la migliore delle leggi .di Servio Tullio,
sovrano popolarissimo, cioè di assegnare per tribù li loro beni, li nomi delle
mogli e de’ figli, e la età loro e de’figli. Terminato in breve il registro per
la severità de’ castighi, perdendosi da’ contravventori i beni e la
cittadinanza ; si rinvennero cento cinquanta mila settecento e più Romani
adulti. Poi separando gli uomini di età militare dai provetti, e riducendoli in
centurie ; li divise tutti, fanti e cavalieri in quattro parti : e ritenutane
una, che era la migliore, per sé, fece che delio già suo collega nel consolato
se ne eleggesse un altra qualunque tra le rimanenti : che Spurio Cassio il
prefetto de’ cavalieri avesse la terza, e Spurio Largio il fratello la quarta ;
la quale fu comandata trattenersi e presidiare insieme co’ vecchi la città.
Egli poi, com’ ebbe pronto quanto bisognava per la guerra, menò le milizie in
campo aperto; appostando tre armate ne’luoghi appunto donde sospettava che i
Latini uscirebbono. E considerando esser proprio de’ savj capitani fortificare
le sue cose come debilitare quelle del nemico, e terminare le guerre senza
battaglie e stenti, o certo col minimo danno delle milizie ; anzi considerando
che sciauratissime e luttuosissime più che tutte sono le guerre tra’ popoli
amici e congiunti ; concludeva che si aveau queste a finire con tratti di
clemenza piuttosto, che di rigore. Adunque spedendo occultamente persone non
sospette ai più riguardevoli de’ Latini, li persuase a rendere la pace alle loro
città: e spedendo insieme apertamente ambasciadori ad ogni città, come alla
rappresentanfa generale di tutte; ottenne senza difficoltà che non tutti
avessero più l’antico ardore per la guerra; alienandoli principalmente cogli
ossequiosi modi e co’ benedzj dai duci loro. In opposilo Mamilio e Sesto, che
aveano da’ Latini rice TUto il generai comando, riunite nel Tnscolo le forze,
si apparecchiavano come per piombare su Roma ; se non che spesero su ciò gran
tempo o che aspettassero le città le quali tardavano, o che non buoni
apparissero loro gli auguri santi. Intanto alcuni di loro spiccatisi dall'
esercito devastavano la campagna romana. Largio, risaputolo, spedi delio su
loro col fiore dei cavalieri e de’ soldati leggieri : e costui, presentatosi
inaspettatamente, gli assalì, e ne uccise, imprigionandone la più gran parte.
Largio curatine li feriti, e guadagnatiseli con altre amorevolezze li rinviò
senza offesa o prezzo al Tuscolo ; mandando riguardevolissimi romani ton essi
per ambasciadori. Or questi operarono che si sciogliesse l' armata latina, e si
facesse tra le città la tregua di un anno. Largio, ciò fatto, ricondusse l’
armata dalla campagna: e designando i consoli depose prima che ne spirasse il
tempo la dittatura senz’ avere ucciso, o bandito, o ridotto comunque a gravi
mali un romano. Cominciato T invidiabile esempio da un tal uomo si mantenne in
quanti ottennero poi quella dignità fino alla terza generazione prima della
mia. Imperocché la storia fino a quest’ epoca non presenta ninno il quale non
esercitasse quella dignità moderatamente e qual cittadino, quantunque Roma
fosse astretta più volte a sospendere le magistrature ordinarie, e concentrare
tutto nelle mani di un solo. E non sarebbe gran meraviglia se personaggi ottimi
della patria pigliando la dittatura solamente nelle guerre cogli esteri si
fossero tenuti incorrotti nella grandezza del potere: ma pigliandola nelle
sedizioni interne, grandi e molte, per togliere I sospetti di regni e tirannidi
rinascenti, o per altra sciagura, lutti, quanti la ottennero, conservaron
sestessi iqiniacolati, e simili al primo dei dittatori. Tanto che tutti
unanimemente conclusero che la dittatura era 1’ unico rimedio contro de’ mali
intrattabili, e 1’ ultima speranza dii salute quando sparse sono le altre speranze.
dalla procella. Quattrocento anni però dopo la dittatura di Tito Largioj a
memoria de’ Padri nostri parve tal carica biasimevole ed esecranda per Lucio
Cornelio Siila che primo ne abusò, vendicativo e 6ero : talché li Romani allora
sentirono a prova, ciocché aveano prima ignorato, che la signoria de' dittatori
non era se,, notk liran nide : imperocché costui ordinò un Senato di uomini
comunque, infìacchi 1’ autorità del tribunato, devastò città intere, distrusse
e creò regni, ed altre cose fece e disfece dispoticamente, le quali lungo
sarebbe a raccontare. Oltre i cittadini uccisi in battaglia, ne trucidò nemmeno
di quaranta mila, datisi a lui prigionieri, dopo averne prima tormentati
alcuni. !Non è questo il tempo di discutere se egli fe’ ciò necessitato o per
utile del comune : solamente ho voluto dimostrare che ne divenne abominato c
spaventevole il nome di dittatore: ciocché pur succede ad altre cose ammirale e
disputate dagli uomini, non che alle sole dominazioni: perciocché tulle le cose
appariscono belle e giovevoli se bene si .adoperino, come danncvoli c turpi se
mal si dirigano ; di (he ne è causa la natura che in lutti i beni ha sparso i
germi dei male ; se noa die di tali cose diremo altrove più propriamente. L’
anno prossimo a questo nella olimpiade 'j i ^ nella quale vinse allo stadio H.
P. GRICE STAGE STADIUM Tisicrate Croloniatejessendo Ipparco F arconte di Ale
ne, presero il consolato Aulo Sempronio Atratino e Marco Minucio. Li anno
prossimo a questo nella olimpiade 71. nella quale vinse allo stadio H. P. GRICE
STAGE STADIUM Tisicrate Crotoniate essendo Ipparco arconte di Atene, presero il
consolato Aulo Sempronio Atralino e Marco Minucio , ma niente vi operarono
degno di ricordanza, nè in città nè fra le armi : perciocché la tregua co’
Latini dava loro placida calma cogli esteri, e la legge decretata dal Senato di
sospendere la esazione dei prestiti, finché la guerra imminente avesse buon
termine, avea sopito le somfi) Àn. di Roma aS7 secondo Catone, 259 secondo
Vairone, • 4 recchi per la guerra. Il complesso de’ Romani era vo- lentei'oso e
propensissimo a combattere ; ma il più dei Latini eravi disanimato e forzato :
dominando per le città uomini quasi tutti corrotti dai doni e dalle prò messe
di Tarquinio, e di Mamilio, rimossi dalle cure pubbliche quanti favorivano il
popolo e ripudiàvan la guerra. Cosi non più dandosi a chi la volea la facoltà
(li discorrere, si ridussero i più corucciati a lasciare in copia la patria, e
fuggirsene in Roma. Nè quelli che dominavano ve gl’ impedivano, ma teneansi
obbligatissimi ai competitori, dell’ esilio spontaneo. Li riceveano i Romani e
compartivano tra le milizie interne, e mescbiavano alle coorti urbane quanti ne
venivano con mogli e figli, ma spedivano gli altri a' castelli intorno e per le
colonie, sopravvegliando intanto che non facessero' mutamenti. E consentendo
tutti che bisognavaci novamente un arbitro assoluto il qual potesse ordinare a
suo modo ogni cosa, fu nominato dittatore Aulo Poslumio il console più giovine
da Virginio il collega : e costui, come già 1’ altro dittatore scelse per suo
maestro de’ cavalieri Tito Ebuzio Elva, e registrati in poco tempo tutti i
Romani già puberi, ordinò la milizia in quattro parti, reggendone egli 1’ una,
dandone a reggere la seconda a Virginio il compagno nel consolato, la terza ad
Ebuzio il maestro de’ cavalieri, c An. di Roma aSS secoado Catone, aCo secondo
Varrone, • 4e essi agevolerebbero ossea più le cose loro. Se non che mentre
deliberavano ancora giunse coll’ armata sua da Roma Tito iVirgiuio r altro console,
marciato improvvisamente nella notte dinanzi : e prese anch’ egli campo in
altra altura assai forte. Di modo che i Latini rimasero intracchiusi, nè più
idonei ad un assalto, avendo a sinistra il console e a destra il dittatore.
Adunque tanto più sen conturbarono tra quelli i capitani i quali non voleano se
non partiti sicuri, e temerono che tardando si riducessero a consumare le loro
provvigioni, le quali non erano molle. Postumio notando quanta fosse la
imperizia loro nel comandare spedi Tito Ebuzio maestro dei cavalieri col nerbo
de’ cavalli e de’ soldati leggeri ad .occupare un monte rilevantissimo in su la
via, per la quale recavansi i viveri dalle loro terre ai Latini. Andò questa
milizia espedita con la cavalleria, e condotta di notte tra selve non
frequentate ; prese il monte prima che i nemici se ne avvedessero. V. I
capitani nenuci osservando invasi anche i posti forti che erano loro alle
spalle, nè più avendo speranze buone sul trasporto indubitato de’ viveri da’
paesi loro, deliberarono respingere i Romani dal monte prima che vi si
assicurassero ancora cogli steccati. Adunque Sesto r un d’ essi presa la
cavalleria vi si lanciò con impeto ; quasi la cavalleria Romana non si tenesse
a ribatterlo : ma tenendosi questa bravissimamente contro gli assalitori, Sesto
durò qualche tempo ora dando voi ta, ora tornandole a fronte. Ma perciocché
quel luogo riusciva opportunissimo a chi ne avea le alture, e costava assai
travagli e ferite a chi vi si recava dabbasso ; e perciocché giungeva ai Romani
un soccorso di milizia legionaria mandata appresso da Postumio ; egli ritirò,
non potendo altro fare, la cavalleria negli alloggiamenti. I Romani
impadronitisi appieno del luogo, si misero a fortificarlo pubblicamente. Dopo
ciò parve a Sesto e Mamilio ndn essere più da indugiare gran tempo, ma doversi
decidere la sorte con una pronta battaglia : e parve allora anche al dittatore
di esporvisi, quantunque avesse ne’ principi ideato di dar fine alla guerra
senza combattere, sperando giungere a ciò, specialmente per la imperizia de’
capitani. Imperciocché da’ cavalieri custodi delle strade furono sorpresi de’
messaggeri che andavano dai Yolsci a’ Latini con lettere di avviso che, indi a
tre giorni al più, verrebbe milizia copiosa di rinforzo da loro, come altra
dagli Eroici. Or ciò ridusse i duci Romani a venire, sebbene contro il
proposilo, a pronta giornata. Datosi da ambe le parti il segno della battaglia
; si avanzarono gli uni e gli altri al campo intermedio, e cosi vi ordinarono
le armate. Sesto Tarquinio ebbe a reggere 1’ ala sinistra de’ Latini, ed
Ottavio Mamilio la destra. Tito 1’ altro figliuolo di Tarquinio comandava il
centro óve erano i disertori e fuorusciti Romani. La cavalleria divisa in tre
parti fu dispensata alle ale ed al centro. In opposito Tito Ebuzio ebbe 1’ ala
sinistra de’ Romani contro di Ottavio Mamilio, e Tito Virginio il console si
contrappose colla de stra a Sesto Tarquinio; Empiva de’ genj suoi Postumio
stesso il dittatore 1’ armata di mezzo, e moveala contro Tito Tarquinio ^ e gli
esuli da Roma j i quali eran con lui. Il complesso delle milizie venute a
combattere erano ventiquattro mila fanti e tre mila cavalieri nella parte
Romana, e quaranu niila fanti, e tre mila cavalieri nella Latina. VI. Quando
erano per andare a combattere i capitani Latini, aringando ognuno i suoi,
diedero mille eccitamenti di coraggio, e ricordarono lungamente ciocché bisogna
al soldato. Dall' altra parte il Romano vedendo cbe i suoi temeano come quelli
che cimentavansi con gente assai più numerosa, e volendoli sollevare da quella
paura, fe’ radunarli, e poi tra corona di senatori, onorabili per anni e per
credito, cosi concionò : Gli Dei cogli aitgurj, colle viltime, con ogni segno
divinatorio promettono alla nosti'a patria Li libertà, ed una propizia
vittoria; contraccambiandoci della pietà verso loro, e della giustizia
esercitata da noi verso gli altri in tutta la vita : per lo contrario, inìmici
sono, come deano, de' nostri nemici, perchè tante volte e tanto da noi
beneficali, essi parenti, essi amici nostri ', essi legatisi a noi di
giuramento per avere appunto gli amici stessi ^ i nemici, ora spregiato ogni
vincolo, ci movono una guerra ingiusta non per decidere qual di noi si abbia la
preminenza e il comando, ciocché sarebbe il meno de mali ; ma in favor dei timnni,
e per fare la patria nostra che è libera', schiava ai Tarquinj. Ora intendendo
voi o centurioni e soldati, che militano con voi gli Dei, quelli stessi che
hanno sempre difesa Roma, si con^ viene che rnagnanimi vi dimostriate in questa
battaglia : molto più che ben sapete che gli Dei favoriscono i bravi
combaltitori, quelli che quanto è da loro fan tutto per vincere, e non quelli
che figgono i 'pericoli, md quelli che li sostengono per salvare' sè stessfi
Inoltie a voi sono apparecchiati dalla sorte altri mezzi non pochi per la
vittoria, e tre soprattutto manifèstissimi. Vn. Il primo è la fedeltà
scambievole, requisito principaliss'tmo in chi disegna vincere l’ inimico ;
imp^ciocchè non' dee già cominciar • questo giorno a rendervi amici fidi e costanti;
ma la patria ha da tanto tempo preparato' a voi tutti un tal bene. V oi
allevati in urta terra, educati di una maniera sagrificate agl’ Iddj su di
altari medesimi :. e voi avete fin qui partecipato i tanti beni e sperimentato
insieme i tanti mali, i quali rinforzano, anzi rendono indissolubili, le
amicizie fra gli uomini, quante volte presentasi loro un cimento comune su
gravissime cose. In secondo luogo, se voi soggiacerete .ai nemici, già non sarà
che alcuni di voi restino immuni, altri subiscano r estrema degl' infortunj ;
ma tutti, sì, tutti perderete la gloria vostra, f impero, ' la libertà j noit
più padroni delle mogli, non più de' figli, non più _ •' delle sostanze, non
più altro bene vostro qualunque. ^ E li vostri capi, li vostri pubblici magistrati
‘ miserandamente moriranno tra flagelli e tormenti. Se già non offesi da voi
punto nè poco, fecero a voi tutti ogni maniera cT ingiurie ; e che mai potete
aspeltarvene ora se vincano, nella memoria che hanno de’ mali ; che gli avete
ridotti fuori della patria, che gli avete spogliati de’ beni, nè consentile che
tornino alle case, paterne ? L’ ultimo de’ mezzi indicàtir, nè minore degli
altri se rettamente sen giudichi,, è che noi troviamo le cose tra’ nemici men
prospere che non pensavamo. E certo vedete voi da voi stessi che tolto gli
Anziati, niuno è qui per soccorrerli nella guerra. Noi concepivamo che
verrebbero per essi tutti i Eolsci ; e Sabini ed Ernici in copia, e mille altre
vane paure ci i fingevamo. Erano questi tutti sogni de’ Latini, immaI ginati su
promesse vane, su speranze senza base. Quindi altri nel meglio ne abbandona la
causa, spregiando r euUorità de’ sì belli capitani:, altri li terranno ^ anzi a
bada che li soccorreranno, temporeggiandoli con lusinghe ; e quelli che or si
apparecchiano, come tardi per la battaglia, inutili diverranno. Che se alcuni
di voi pensano che giusto sia I ciocché io dico, eppur temono. la quantità de'
nemici, j. a I I €onoscanò per una breve iilruzione, o piuttosto ricordo, che
essi temono non temibili cose. E prima conside\ tino che il pià di' loro è
stato forzato alle arme contro di ìtoi, come ce lo ha con tante opere e detti
mànìfestato ; e che gli spontanei, quelli che di lor piacere combattono pe’
tiranni sono ben pochi, e piuttosto una parte insensibile rimpetto di voi.
Appresso considerino che le guerre guidale a buon successo non la superiorità'
nel numero, ma nella fortezza. E lunghissima opera sarebbe ricordar quanti
eserciti di barbari, quanti di Greci, tuttoché preminenti di numero, siano
stati disfatti da piccioli corpi e quasi non credibili a dir. Ma tralascio gli
esempj altrui : dite ^ quante guerre non avete voi ben guerreggiato con armata
minore della presente, e contro apparecchi assai pià potenti di questi ? Dite ;
voi fin qui teiribili agli altri che avete combattuti e vinti, siete ora voi
dispregeiSbli a questi Latini, ai Folsci loro alleati, perchè non vi han essi
mai sperimentato Jra le arme ? Sapete pure voi tutti quante volte i nostri
padri gli hanno in campo superati ambedue. E vi par verisimile che la
condizione da’ vinti sia dopo tante perdite migliore, e peggiore sia quella de'
vincitori dopo tanti bellissimi fatti ? E chi,' se abbia mente, chi mai dirà
questo ? Anzi ben io mi 'stupirei se alcuno di voi paventasse questa turba ove
si pochi sono li bravi, e spregiasse la milizia nostra si forte e si numerosa ;
che nè pai' numerosa nè pià forte mai ne abbiamo finora schierato in battaglia.
Che pià : deve, o cittadini ì esservi impulso grandissimo a non temere, nè
ricusare i pericoli t ejsere come vedete qui pronti ai pericoli, e correre con
voi la sorte stessa delle arme i primarj de’ senatori, quelli che la età o la
legge gli esenta dalla milizia. Che^sl; che egli sarebbe vituperoso che -uomini
nel fior degli anni temessero i pericoli quando i provetti gli affrontano,
Avran cuore i vecchi di ricevere per la patria la morte se dare non là possono
ai nemici; e voi li sì. vegeti, voi che ben potete • f una e l’ altra cosa, o
salvarvi e vincere senza danno, o certo magnanimamente operare, e soffrire, voi
non vorrete nè cimentare la sorte, nè la Jama .procacciarvi de’ valorosi F No,
ciò di vói non è degno, o Homani, ai quali sopravvanzan tante mirabilissime
gesta degli antenati, le quali niuno loderebbe mai quanto basta : e se voi
vincerete questa guerra, i vostri posteri ancora si gioveranno di tante vostre
gloriosissime imprese. Ma perchè nè sia senza frutto chi si delibera K alle
grandi azioni ; nè si trovi col danno chi ne teme i rischj oltra il debito,
udite prima d incorrerla, Indite qual sarà la sorte dell’ uno e delt altro.
Chiunque ìlei combattere imprende belle e magnanime gesta ne sarà da chi ’l
vede encomiato ; ed io, quando dispenserò li premj che .ciascuno' -dee
raccoglierne. secondo il costume della patria j quando. darò insorte le, terre
pubbliche, io costui ne appagherv, sicché pià di nulla abbisogni. Al contrario
chiunque nel cuor suo vile, offensivo de’ numi, si deciderà per la fuga, costui
si troverà per me colla morte che fogge ; chè ben è meglio per esso e per altri
che un tale cittadina perisca : e così perendo, non che attere i funebri onori
eia tomba ^ si resterà, non emulato' nè pianto, in abbandono agli uccelli e
alle fiere. Con ioli previdenze, andate : combattete alacremente ; e V abbiate
per guida alle grandi azioni la speranza buona, chè dato a questo cimento un
termine generoso, come tutti desideriamo, avrete ottenuto amplissimi beni,
avrete liberato voi dal timor dei tiranni, avrete, come doyeasi, corrisposto
alla patria, che chiedea la gratitudine vostra per avervi generati e nudriti,
avrete operato eh i teneri vostri figli, le vostre mogli non sqffrano oltraggio
da nemici, e che ì vecchi vostri genitori vivano in calma il picciolo avanzo di
vita. Felici voi d quali riservasi tornare da questa guerra col trionfo, mentre
li figli vostri' ve ne aspettano, e le spose, e li genitori. Quanto sarete
celebrati, quanto ' invidiati pel coraggio di dare voi stessi per là patria !
Tutti deano morire valentuomini o no] ma il moribe con dignità' e CON GLORIA
NON È PROPRIO CHE DE' VALENTUOlilNIAncora egli continuava tali detti magnanimi
; quando ecco spargersi nell’ esercito un ardore divino, e tutti ad una voce
gridare : ardisci, e guidaci. E qui Postuniio encomiando la loro prontezza; e
votandosi agl’ Iddj, se avea buon successo nella guerra, di fare grandi e
sontupsi sagrilìzj, e ^lendidissimi giuochi da rinnovarsi in. Roma ogn’ anno
rilasciò le milizie perchè si oi'dimssero. Quindi come i duci diedero il segno
e le, trombe l’invito a ^mbattere; lanciaronsij gridando, quinci c quindi prima
i soldati leggeri e li oavalietà, e poi le lej^ioni le quali aveano
schierameotd ed armi consimili. Fecesi di tutti una mischia vivissima, ^dottasi
tutta al dar delle mani. Tennesi questa lungo tempo contraria alla espcttazione
di ambedue, sperando gli Ubj e gli altri che non avrebbero nemmeno a
combattere, ma che a prim’ impeto forarebbero, ed intimorirebbero rinunieo; i
Latini alhdati alla cavalleria loro numerosa quasi i’ urto ne fosse
irreparabile alla cavalleria Romana; e li Romani aU’andarne audaci c spregianti
ai perìcoli, quasi cosi avessero a soprailare l’ inimico. Non ostanti tali
primitivi concetti degli uni su gli altri, vedeano tutti seguire il contrario.
Quindi considerando che il mezzo di salvarsi e di vincere era la propria
fortezza non la paura de’ nemici ; militarono bravlssimamente anche sopra le
forze ; e varie ne furono le vicende e le sorti. XI. Primieramente li Romani
del centro dov’ era il fiore de’ cavalli con Postumio dittatore, e'dove
combatteva egli stesso tra’ primi, cacciano di posto i loro compettitori dopo
ferito con uno strale in una spalla, cd inabilitato a valersene, Tito l’ uno
de’ figli di Tarqurnio ; sebbene Licinio c Gellio senza esaminare le cose
verisimili e possibili, suppongano esser questo che militando a cavallo restò
ferito lo stesso re Tarquinio, uomo più che nonagenario. Caduto Tito, le sue
milizie .\nofaa Tito Lhrio i di questo parere, quantunque avesse considerata la
difficoltà degli anni : ^li scrìve in Postumiwn prima inacìesuos aiihortantem
i/utruentemtfua, Tarquinius super but quamquam jam alate et viribus crai
graiùar equnm infestas admitil. Nà SODO mancsti altri re che in quella ^
fornivano tutti gl' incarichi del regno o còmbattevano. Massiuissa fu I’ uno
di.questi, cd .àntea re degli 'Setti mori combattendo, vecchio pi4 (he di
novant’anni tennero fronte alcun tempo, e sollecite ne raccolsero vivo il
corpo, non però fecero altro più di generoso, ma rinculavano incalzate via via
da’ Romani, 6nchè soccorse da Sesto l’ altro 6glio di Tarquinio co’ fuorusciti
Romani, e da truppa scelta di cavalieri si arrestafono, e tornarono su l’
inimico. Cosi ripigliato Corano combattevano questi nuovamente. Intanto negli
altri coi> pi segnalandosi più che tutti i duci Ebuzio e Mamilio, fugando
ovunque volgeansi chi resisteva, e rior dinando i loro se scompigliavans! ;
vennero a disfida in fra loro : lanciatisi 1’ uno su l’ altro portaronsi colpi
gravissimi, ma non mortali, Ebuzio spingendo 1’ asta per la corazza al petto di
Mamilio, c Mamilio traforando il braccio destro di Ebuzio: tanto che ne caddero
ambedue da cavallo. Portali amedue fuori della battaglia Marco Va lerio che era
un’ altra volta luogotenente anzi il più vecchio, prese le veci di Ebuzio
maestro de’ cavalieri : ma contrastando colla sua la cavalleria nemica, e
contenen dola per breve tempo, infine fu violentato e respinto assai lungi ;
perocché gèinsero in ajuto al nemico i fuorusciti Romani a cavallo, o di
milizia leggera: e Maiadìo stesso riavutosi dalla percossa era tornato in campo
con cavaleon Filippo Macedooe. E Luciioo scrive che Tarqptinio superbo più che
nonagenario viveva robustissimo in Coma. Forse Licinio e Gellio non son dà
riprendere. Dee poi notarsi, che Tarquinio; anche secondo Dionigi, visse più di
novani’anni. Vedi § ai di questo libro. ' Cioù Mamilio nell’ ala destra de’
Latini ed Ebutio nella sinistra de’ Romani, percbù già stavano appunto in
queste aie ; uù Diouigi lia (inora dello che avessero cambiato posto. lerla
numerosa e col nerbo de’ soldati espeditì ; anai in questa pugna cadde trafìtto
da un’ asta Io stesso luogotenente Valerio quegli che il primo avea trionfato
de’ Sabini, e rialzato lo spirito di Roma infìacchito pei danni ricevuti da’
Tirreni : e con lui pur caddero altri molti nobili e valorosi Romani. Sorse sul
caduto corpo di esso una lotta vivissima facendosi scudo allo zio li due Publio
e Marco, fìgli di Poplicola. Or questi consegnandolo intatto colle armi sue,
mentre respirava ancora, ai scudieri perchè Io riportassero agli alloggiamenti;
lanciarono sestessi in mezzo al nemico spinti dall’onta ricevuta e dall’ardore
dell’ animo : ma piombando d’ ogn’ intorno i fuoruscili su loro, alfine carico
r uno e r altro di ferite mori (a). Dopo tale infortunio r armala Romana fu
cacciala di posto, ed assai malmenata dalla sinistra fino al centro. Il
dittatore al conoscere che i suoi fuggivano, ben tosto si staccò per
soccorrerli con i cavalieri che aveva d’ intorno : e dato ordine a Tito Erminio
di andare coll’ ala della caval Intende il Valerio fratello di Valerio
l’oplicola: però il primo Valerio è detto tio de’ fìgli di -Poplicola. Il
Valerio del igotliti, li menò contro 1’ armata di IMamilio, ed egli stesso
avventandosi addosso di lui die era il più grande e più gagliardo di quanti gli
erano a fronte, lo uccise; ma fattosene a spogliare il cadavere, egli ancora vi
soccombò trafitto .dal brando di un tale in un lato. Sesto Tarquinio, duce
dell’ala sinistra Latina, resistendo tuttavia tra tanti mali, avea cacciata di
posto 1’ ala destra de’ Romani : come però vide Postumio venire su lui col
uei'bo de’ cavalieri, disperatosi corse in mezzo a’ nemici. E qui circondato
da’ fanti e da’ cavalieri ed investito, quasi una fiera d’ ogu’ intorno, mori,
ma non senza averne anche egli stesi molti di quelli che lo investivano. Caduti
i duci, pienissima fu la fuga de’ Latini, e la presa de’ loro alloggiamenti,
abbandonati pur dalle, guardie. Dicchè i Romani se n’ebbero molti e belli
vantaggi. Gravissima fu la perdita de’ Latini, tanto che moltissimo ne
decaddero : e la strage fu tanta, quanta mai più per addietro ; imperocché di
quaranta mila fanti e tre mila cavalli, come ho detto di sopra, nemmeno dieci
mila tornarono salvi alle case. È fama che in questa battaglia si rendesser
vi_sibili al dittatore, ed al seguito suo due cavalieri adorni del Gore primo
di giovinezza, grandi e belli assai più 2i8 delle antichità.’ romane che la
condizione non sostiene dell’ uomo ; e che ponendosi alla testa della
cavalleria romana, peKotessero colle aste i Latini che le si avventavano, o' li
sospingessero a rapidissima fuga. E fama è similmente che dopo la fuga de’
Latini, e la presa de’ loro alloggiamenti, presso al crepuscolo vespertino,
appunto quando la zuffa ebbe fine, si dessero a vedere in abito militare nel F
oro romano due giovani altissimi, e vaghissimi ', spirando in volto ancora 1’
ardore della battaglia, dalla quale venivano, e reggendo cavalli, molli di
sudore. Dicesi che smontati l’ uno e 1’ altro da’ cavalli, lavavansi nell’onda,
la quale sorgendo presso il tempio di Vesta forma una lacuna, picciola si, ni
profonda : ma che fattisi molli intorno di loro, e chiedendone se punto
recassero di nuovo dall’ esercito, rilevarono ad ei Ciocch’era della battaglia,
e come 1’ aveano guadagnata: e che partiti poscia dal Foro non più furono
veduti da alcuno, tuttoché seu facesse ricerca grandissima dal comandante
lasciato in Roma Come però nel giorno appresso riceverono i capi della città
lettere dal dittatore, e conobbero 1’ assistenza dei due numi, e tutti i
successi della battaglia ; giudicarono che i .due personaggi apparsi fossero,
com’ era verisimile, gl’ Iddii stessi, e conchiusero che erano le immagini di
Polluce e di Castore. Attestano la comparigione inaspettata e meravigliosa di
questi Numi, molti segni ancora, come il tempio fondalo a Castore e Polluce nel
Foro, appunto dove comparvero j e la fonte vicina, chiamati c creduta sacra
finora, e li sagrifizj magnifici che il popolo ne celebra ogni aqno per mezzo
de’ a fare nè 1’ una nè l’ altra di queste due cose: che. era bensì, da giovine
iL trasporto d’ allora per combattere ; ma che assai più biasimevole sarebbe'
il fuggirsene a casa : e che qualunque de’ due parliti seguissero, andrebbe a genio
de’ nemici. Era il parere di questi, cbe di presenta 'si triucierassero e
preparassero quanto bisognava per la battaglia, e clic intanto spedissero ai
Volaci per chiedere che inviassero nuove forze onde pareggiare quelle de’
Romani, o che richiamassero le altre già’inviate. La sentenza però sembrata più
persuasiva e ratificata da’ capi fu di mandare al campo romano alcuni
osservatori col nome di ambasciadori onde preservarli, li quali,
complimentandolo, dicessero al capitano, che il comune de' Volsci mandavali per
ajuto de'Bomani: si doleano però che giunti tardi per la battaglia non
troverebbero uemmen gratitudine di tanto amore, vedendo come l’aveano già vinta
a grande lor sorte, anche senza degli alleati. Con tali dolci maniere
illudendo, c dandosi per amici, andassero, spiassero, conoscessero la
moltitudine de’ nemici, le arme, gli appareccbj, i disegni. Conosciuto ciò,
discuterebbesi qual fosse il migliore, lo aspettare nuove truppe, o menare le
presenti all’ assalto. Poiché si riunirono tutti in questa sentenza, ne
andarono gli oratori eletti da essi al dittatore : e poiché recati nell’
adunanza vi esposero gl’ insidiosi loro discorsi ; Postumio soprastando alcun
tempo, alfine rispose: Voi siete o Volsci venuti qua con rei consigli sotto
belle parole,: nemici nelle opere, volete presso noi la stima di amici. Voi
foste inviati dal vostro comune ai Latini per combatterci. Ora. non essendo voi
giunti a tempo per • la bat&iglia ; anzi vedendo questi già vinti, cercale
deluderci con dirne cose contrarie a quelle che eravate per Jdré. Ma nè sincera
è r amicìzia del parlare che assiunete in vista del tempo presente, nè sincero
il titolo della vostra legazione ; ma pieno è di malizia e d’ inganno. Non voi
veniste sensibili pe nostri beni, ma per investigare qual sia lo stato tra' noi
di debolezza 'e di forza. Messaggeri ne' detti, voi non siete che esploratori
nè fatti. E negando questi, ogni cosa, soggiunse che presto li convincerebbe. E
qui produsse le lettere dei Volsci intercettate da lui prima delia battaglia, e
chi le portava ai duci dei Latini, nelle quali prometteano mandare a questi un
soccorso. Riconosciute le lettere, e palesato dai prigionieri il comando che
aveano ; arse la moltitudine di manometter que’ Volsci, quali spie sorprese nel
delitto. Non però volle Postumio che essi, nomini probi, si diportassero come i
malvagi ; dicendo esser meglio serbare permesso a quelli a’, quali solcasi, che
die^fes^ i loro pareti ; Tito Largio, il primo de’ dittatoti create già per
l’anno antecèdente consigliò che usassero'^ la sorte sobbriamente. Diceva '
essere encomio grahdissimo per una città come per un uomo se rion lasciandosi
corrompere dalle prosperità, le sostiene con regola e con dignità : odiarsi
tutte le prosperità, quelle principalmente per le quali possono ingiuriarsi, e
gravarsi i Vuol dire tre anni addietro: come fu notalo da Silburgio. miseri e
li sottomessi. iVon confidassero su la sorte, essi che àveano sperimentato
tante volte ne’ beni, e ne' mali proprj, quanto fosse mal ferma e mutabile: nè
Kiducessero i nemici 'alla necessità di pericolo estremo per la qualè ipesso
gli uomini s’ innalzano, e combattono sopra le forze. Temessero, se prèndeano
pene irreparabili e dure su chi avea mancato, di provocarsene f ira comune di
ogni popolo sul quale aspiravano di comandare ; imperocché decaduti dalle
maniere consuete colle quali eransi rendati chiari di oscuri parrèbbono aver
fatto ' della sovranità una tirannide, nqn lìn governo éd un patrocinio. Dieea
che mezzana non irremisibile è la colpa, se città già libere,• anzi usate al
comando, nOn sanno dall’ antico grado discendere. Se quei che anelano il
meglio, siano sé falliscono il colpo, vendicati immedicabilmente ^ niente
ipipedirà, che gli uomini, generati tutti con intimo amore della libertà si
distravano gli uni cogli altri. ^AggiuDgefra che assai piti nobile, assai piti
fenho è il principato^ che amministrasi tenendo i sudditi colld beneficenza '
non co’ supplizf : perciocché dà quella' nasce la benevolenza, e dà questi il
timore > e ciocché si teme, ^^si odia vivàmente per necessità di natura. Da
ultimo pregayali a pigliar per esempio le opere bellissime pqr le quali gli
antenati loro'tajfto erano encomiati'^ ' e qui ridiceva com' èssi aveano
niàgnificatò" Bonia ^à piccola, non diroccando le città prese',' nè
Spopolandole nè spegnendovi almeno gli adulti, ma riducendqle colonie di Bofna,
e concedendo la cittàdLinanza a tutti i yinti che in Jtoina vollero
domiciliarsi. Tilo Largib mirava col dir sao principalmente a questo, che si
riqovasse co’ Latini l’alleanza, com’ eravi staU,'nè più ingiuria dcun% di
qualunque città si ricordasse. Servio Sulpizio punto non contradisse intorno la
pace e la rinovazione dell’ alleanza. Siccome di oomini che aveano tr^viatot E
costui pigliandone -vesti e cibi per r esercita, ^e. scegliendone trecento ..
ostaggi, dalle famiglie più cospicue, _ parti come ^ avesse dissipata la
guerra. Non però fu, questo un dissolver!^ 'ma .piuttosto un dlHerirla, e dar
causa di apparecclij ad essi, preoccupati dal giungere loro inaspettato. Ritiratosi
l'esercito romano, si accinsero i Volaci di bel nuovo alla guerra, e munirono e
meglio presidiarono le città, ed ogni luogo acconcio da rifuggirvisi. Si
consociarono con essi per l'impresa i Sabini, e gli Ernie! svelatamente ; ma
segretamente molti altri ancora. I Latini, essendo venuti ad essi a,mbasciadori
per chiederne 1’ alleanza, li legarono e menarono a Roma. Fu sensibile il
Senato alla / costanza della lor fede, e più ancora alla prontezza colla quale
> solcano spontaneamente per esso cimentarsi, e combattere, ^^iudi restituì
loro gratuitamente, ciocché pur vedea di’ essi desideravano, ma vergognavansi
dimandare, intorno atbeimila fatti prigionieri nelle guerre eoa essi : e perchè
il dono, prendesse una forma degna de’ parenti, -li rivestì tutti con abiti
proprj di uomini liberi. Del resto fece intendere che non abbisognavasi di
sòccorso latino, dicendo che bastavano a Roma le proprie forze. per vendicarsi
de’ ribelli. E cosi risposto ai Latini'^ decretò la guerra contro de’Volsci.
Ancorò il 'Senato sedeva nella Curia, ancora considerava quali milizie
destinasse a marciare ; quando fu visto nel Foro un uomo che antichissimo di
anni, sordido ne’ vestimenti, e ha^'buto ^ capelluto ., gridava ed invocava
soccorso dagli uomini, Accorsa la moltitudine Intorno; égli postosi in luogo
donde fosse visibile disse: Io. generato libero y dopo. 'èssere finché n era la
ptà., marciato in tutte le spedizioni, dopo averi' sostenuto vent’ otto
battaglie ^ e riportato pià volte,i premj militari.,' alfine quando sopravvennero
i tempi che strinsero Jìonm alle ultime angustie fui necessitato a prendere wi
prestilo per supplire al tributo che mi si chiedeva: perchè il mio campicetlo'
era desolato da’ nemici, e le' rendite urbane tutte. per la penuria de’ viveri
mi si consumavano. Cosi non avendo come più redimere il debito, fui condotto
dal prestatore con due miei figliuoli a servire. Comandandomi poi quel padrone
non facili cose io contraddissi ; e ne fui con moltissimi talpi battuto^ E così
dicendo squarciò la lurida veste ;,e mostrò pieno il petto di ferite, e
grondanti le spalle di sangue. E. qui ululando, e piangendone la moltitudine
.?' ^1 Serrato si disciolse : e tutta la città fu percorsa da’ poveri che.
deploravano la infelice lor swte, ^ cliiedeano soccorso da’ vicini. Uscirono
allora dalle Case tutti quelli che erari servi pe’ debiti, abbuffati le chiome,
e la maggior parte colle catene alle mani,,' e co’ ceppi nei piedi, senza che
alcuno osasse reprimerli: e so altri osava pur toccarli, erane manomesso co’ dU'ittL
della, forza. Tanta rabbia in quel punto invase il' popolo ! Nè molto dopo il
popolo fu pieno di uomini che fuggivano la forza di chi signoreggiavali.. Appio
a, come .autore non ignoto de’ mali, temette coutfa di sè le ffe della
moltitudine, e s’involò, fuggendo, dal-Foro. Ma Servilio deposta la veste
contornata di porpora, e gettatosi lagrimando appie di ciascuno ; a stento li
persnase a contenersi per quel giorno, e tornar; nel seguente, mentre il
Serrato provvederebbe iij qualche modo su loto. Cosi dipendo, Ds’ creditori e
comandando al banditore di proclamare, die ninno de’ creditori potesse trar
seco pe’ debiti alcun cittadino, finché il Senato su ciò deliberasse, e che
tutti gli astanti 'ne andassero ove più /deano senza timore ; chetò la turbolenza.
Partirono allora dal Foro: ma nel prossimo giorno vi' si riunì non solo la
moltitudine della città, ma r altra ancora de’ campi vicini; tanto che sull’
alba già .il Foro ne ribolliva. Adunatosi il Senato per discu te re ciocché era
da fare, Appio chiamava il compagno adulatore del popolo e capo' della
insolenza de’ poveri : e Servilio rimproverava lui come austero, caparbio, e
fabbro de’ mali che pativano: nè ci avea niun fine alla disputa; Intanto latini
cavalieri spronando vivissimamente i cavalli si apprésentarono al Foro,
annunziando essere già usciti 1 nemici con -.esèrcito poderoso, e già
sovrastaìre alle cime -de’ monti loro. Cosi dissero questi : e li cavalieri, e
quanti avéano ricchezze e gloria ereditaria, armaronsi in fretta, come.su.
pericolo estremo; laddove i poveri ;• sjngolarmenle gravati da’ debiti, nè
toccavan armi, né -soccorrevano in alcun modo a’ pubblici bisogni: anzi
gioivano, ed accoglievano con desiderio la guerra esterna, come quella che
redimerebbe loro dai mali presenti. E se altri, gli' esortava a respingere gli
inimici, mòstràvanò a lui le catene é. li ceppi, e lo confondevano
addinrtandando, se Cosse mai degno combattere per difendersi tanto benefizio.
Anzi taluni osarono perfino dire., esser meglio servire ai -Volsci, che soffrire
i vilipendj de’ patrizj. Infine., era tutta la città ripiena di ululàti; di
tumulti, e di ogni lutto di femmine. A tale spettacolo i senatori pregarono ii
console Servilio, come più autorevole presso del popolo, a soccorrer la patria.
E costui convocandolo al Foro, dimostrò la urgenza del tempo presente, e coiùe
non ammettesse discordie civili : pregava e supplicava che piombassero unanimi
tutti sul nemico, non che tollerassero che rovinasse la patria, ov’ èrano le
divinità paterne, e le tombe. degli antenati, cose preziosissime tutte presso i
mortali. Sentissero verecondia pe genitori incapaci a difendersi per la
vecchiezza ; e pietà delle donne che bentosto sarebbero astretti a subire gravi
ed inesplicabili affronti : ioprattiitto commiscrassero che teneri
figliuoletti, cèrto non educati a tale speranza, avessero a finir tra' le
ingiio'ie e i vilipendj spietati. Quando tutti al paio concordi, tutti al paro
infiammati, avessero tolto il rischio presente; allora discutessero comèra da
ordinare un governo eguale, comune, salutevole a tulli, e 'tale, che nè i
poveri insidiassero ''agli averi, del. ricco,, nè il ricco i poveri ne
conculcasse ^ cose tutte in società dannosissime. Allora discutessero con quale
pubblica discrezione fosse da provvèdere ai poveri, con quale agli altri li
quali dopo dati i prestiti per soccorrere, ora ne erano ingiuriati : nè dalla
sola Roma si leverebbe la fede do contralti, bene principalissimo tra gli
uopiini e cuslóde dell' armouia nel corpo delle città. Dette queste e slmili cose,
quali convenivano al tempo, da ultimo provò com’ era la benevolenza sua stala
sempre costante verso del popolo^ e.pregò'che in contragcamblo, almeno di
questa, si unissero per la spedizione j essendo a' lui data ^'.amministrazione
della guerra, e quella di Ron^a alt compagno. Protestava che la sorte avÉvd
così destinate a Ipro le. parti : che il Senato tn>evalo\ assicurato di
cpncedere quanto egli prometteva al popolò;,.'eche egli aveva assicurato il
Senato cìie\ il .pòpolo non tradirebbe la patria ai nemici. Ciò detto ido^ose
al banditore dì pubblicare che hiunof poiesséarrogarsi le case di quelli che
rnilitassètó. oon lui. ccfntro.^i Vblshi, nè venderle, nè impegnarle^ nè.
rendet .sérVQ' pe' contratti alcuno della stirpe di èostbro, np impedire : veruno
a guerreggiare : perwtessero pei^' Sècjondò^ i patti le 'azioni de’ pre^
stamri.'coutre'qaellijche -noli, prendeano le armi. Come i pòveri ódirono tiòj.
decisero, e lanciaronsi tutti, pienirdi ardore aUa guerra'; vchi stimolato
dalla aperto dì, guadàgnare ; cbi ..dalla benevolenza pel capitano,,^ et
gVan'.-p.firte' per. levarsi da ‘Appio e dai vilipendi; ^ersQ q^^rv lllnrra et
! màli : finché, vinsero noRofecero che lungo tempo si 'oppo’neàiercr ai
sopravvenendo’ ài ^Rqmani'laVlèro cavalleria vamente 'i, Sabini r ’e
fatta'assai' strage, ttfrnaroho a Roma conducendo seéo'in’’cópia li
prigidhln.''ETmpnb^oi cei/cati e messi nella 'carcere feSabln^éhefècaùsi a.
Roina sul titolo, di veder gli ^spettàcoli, dóveariq’ se^rido Taccordo all’
avvicinàrsi'aéi lóro, prebccuparne ^ T luoghi piu forti : e li sagnfizj
ihterrbttK per' (a guerra fiiroho per decreto del Senato raddoppiati ; talché
oc fu ^oju e riposo nel popolo. Ancora festeggiavano 1 quand’ ecco ambasciadori
dagli Arunci, popolo che occupava i più be’ luoghi della Campania. Presentatisi
questi in Senato dimandavano' il territorio tolto dai Romani ai Volsci
Eccetrani e dispensato agli nomini mandativi per guardia della nazione :
dimandavano insieme che tal guardia si richiamasse; altrimenti verrebbero quanto
prima gli Arunci su’ Romani, e vendicherebbero tutti i mali che aveano causato
ai loco vicini. Replicarono a ciò li Romani. Ambasciadori, annunziate agli
Arunci che noi Tlomani teniamo per ^uslo che altri lasci a’ posteri suoi
ciocché ha conquistato per valore su nemici : che la guerra degli Arunci non la
temiamo ; giacché non è questa per noi nè la prima nè la più terribile : che
noi costumiamo combattere con chi vuóle per t impero e pel bene ; e se la cosa
riducasi ora all arme, intrepidamente all arme verremo. Dopo ciò movendosi gli
Arunci con esercito poderoso, e li Romani con quello che aveano sotto gli
ordini di Servilio ; si scontrarono presso la Riccia città lontana centoventi
stadj da Roma. Accamparonsi ambedue su di alture forti, e poco distanti fra
loro: e poiché vi ebbero trincierati gli alloggiamenti, scesero al piano per
combattere. Avendo Appio cosi detto, ed acclamandovelo strepitosamente i
giovani, quasi egli desse il ben della patria ; Servilio ed altri seniori
sorsero per contraddirlo : furono però sopraffatti da giovani che erano venuti
preparati ed insistevano con forza grande; tantoché prevalse inGne la sentenza
di Appio. Dopo ciò li consoli, sebbene i più volessero Appio per dittatore,
come l’unico da por freno alle sedizioni, pure lo esclusero di concerto, ed
elessero Marco .Valerio frateDo di Pubblio già primo console, uomo anriano e
popolarissimo di credito, persuasi che a lui basterebbe la terribilità della
sua carica; e che si abbisognasse più che tutto di un uomo placido, perchè non
si ^cessero delle innovazioni. ^ XL. Valerio investito della sua dignità, e
scelto per maestro de’ cavalieri Quinto Servilio fratello d> Servilio,
collega di Appio pel consolato ; ordinò che il po^ polo si radunasse a
parlamento. E raduna tovisi albra la prima volta ed in gran moltitudine, da che
guidato all’ armata erasi poi scisso manifestamente al dimettersi di Servilio
dai magistrato ; Valerio ascese in ringhiera e Qursto Valeria nel § 13 delMibro
presente si dice ucciso in baiiaali ; ed ora si desorWe colile diitaiore. Vedi
la nota al S 11 ciiaia. disse : Sappiamo o cittadini che sempre di vostro buon
grado hanno a voi comandato alcuni della stirpe dei p^alerj, da' quali liberati
dalla dura tirannide, non foste mai rigettati nelle' oneste domande^ nè temeste
violenza ; affidandovi a quelli che sembravano e sono popolarissimi infra
tutti. Pertanto non io qui parlo y quasi voi abbisognate di essere illuminati
che noi convalideremo al popolo la libertà la quale gli abbiamo da principio
vendicato : io parlo per ammonirvi solo brevemente affinchè siate pur certi che
vi manterremo quanto promettiamo. Non ammette che vi deludiamo V età nostra
venuta alla perfezione ^e men sostiene che vi ri^riamo, il grado supremo che
abbiamo, e finalmente dMbianm pur vivere V avanzo dei nostri giorni tra voi per
iscontarvela se parremo di avervi abusati. Io tralascio però queste cose
giacché non abbisognano di molto discorso tra voi che le conoscete. Ma ciò che
avendo voi sopportato dagli altri, pormi che dobbiate ragionevolmente temerlo
da tutti, nel vedere che sempre il console che v’invitava contro i nemici,
prometteavi dal innato, senza mantenervele mai, le cose, per voi necessarie ;
questo io vi convincerò che non dovete di me sospettarlo, principalmente per
tali due argomenti : prima perchè a deludervi in tal modo' mai sarebbesi il
Senato abusato di me che amantissimo sono del popolo, avendone altri più.
acconci : e poi perchè non mi avrebbe mai condecorato della dittatura per la
quale io posso concedervi anche senza di lui ciocché il vostro meglio mi
sembra. Digitized by Googli !ì5o delle Antichità’ romane. Non crediate che io
dia mano al Senato per ingannarvi f nè che io consultando con esso vinsidii. E
se voi così giudicate ; fate ciocché pià volete di me, come del più, scellerato
tra’ mortali. Ma liberate, datemi udienza, da tale sospetto gli animi vostri :
ripiegate la collera dagli amici su vostri nemici che vengono per levarvi la
patria, e per fare voi schiavi di liberi, sollecitandosi a premervi con tutti i
mali y riputati gravissimi dagli uomini. Già non lontani si dicono dalle nostre
campagne. Sorgete, accingetevi, mostrate loro che la milizia Romana in
discordia, tissai pià vale della loro, tutta unanime. Se presi noi tutti da un
ardore, piomberemo su loro ; o non ci aspetteranno, o prenderanno le pene degne
del^ r audacia loro. Considerate che i nemici che a voi portano la guerra sono
i Fblsci, sono i Sabini, quelli che tante volte avete combattuti e vinti: e che
non ora han fatto pià grande il corpo nè pià generoso di prima il cuore ; ma
che ben altro se lo hanno ; tuttoché ci disprezzino per le patrie gare. Quando
avrete punito V inimico, io vi prometto che il Senato darà buon fine alle
vostre contese pe’ debiti, ed alle oneste dimando secondo la virtù che mostrerete
nella guerra. Intanto libere siano le sostanze, libere le persone, libera la
fama de’ cittadini Romani dalle azioni de’ prestiti, e di ogni altro contratto.
Per quelli poi che combatterai!, con impegno bellissima corona fia la patria
ridiriaata, luminosa la gloria tra compagni, e pari la nostra ricompensa a
vivificar le famiglie, c magnificarne cogli onori la stirpe. Siavi aSi esempio,
ve n’ esorto, V ardor nùo verso de' pericoli : io stesso come imo combatterò
de’ pià robusti tra voi. Udì tali detti, coDsoIandosi il popolo, e come quello
che non più sarebbe deluso, promise di arrokrsi per la guerra; e sen fecero
dieci corpi militari, ciascuno di quattromila uomini. Prese ogni console tre di
questi corpi con quanta cavalleria gli fu compartita. Il dittatore prese gli
altri quattro col resto de’ cavalli. Ed apparecchiatisi ben tosto, marciarono a
gran fretta Tito Velurio contro gli Equi, Aulo Verginio contro i Volaci, ed il
dotatore Valerio contro de’ Sabini; rimanendo a guardia della città Tito Largio
co’ più vecchi, e con piccolo corpo di giovani. La guerra co' Volsci ebbe
prontissima risoluzione : imperocché necessitati a combattere, pensando gli
antichi mali, e come aveano milizia più numerosa, piombarono i primi, anzi
pronti che savj, su’ Romani, appena si videro accampati, gli uni dirimpetto
degli altri. Attaccatasi vivissima la battaglia, fecero molte magnanime cose ;
ma scontramdone ancor più terribili, fuggirono finalmente. Il loro campo fu
preso, e Velletri loro città principale fu ridotta per assedio. Lo spirito poi
de’ Sabini fu invilito ancor esso in brevissimo tempo, essendosi 1’ una e 1’
altra parte deliberata a campale battaglia. Dopo ciò la campagna fu
saccheggiata, e presi alcuni villaggi, ove i soldati acquistarono schiavi e
roba in copia. Gli Equi all’udire la fine de’ compagni, riflettendo la propria
debolezza An. iti Roma a 6 o secondo Catone, 363 secondo Varrone, a Ì93 av.
Cristo. si misero su luoghi forti ; e ritirandosi alia meglio per le cime di
monti e balze presero tempo e mantennero alcun poco la guerra. 'Non però
poterono ricondurre illeso r esercito, perchè sopravvenendo i Romani
arditissimamente su pe’ dirupi ; ne espugnarono a forza il campo. Dond’ è che
fuggirono dalle terre de’ Latini, e le città si ridiedero colla facilità, colla
quale erano^ già state prese al giungere del nemico. Alcune però furono
espugnate, non cedendone le guarnigioni ostinate il comando. Riuscitagli la
guerra secondo il disegno, Va lerio trionfò, com’ era 1’ uso, per la vittori^ e
congedò la milizia, quantunque non paressene al Senato tempo ancora, afBnchè i
poveri non esigessero le promesse. Quindi a diminuire la sedizione in Roma,
scelse alquanti di questi, e li mandò nelle terre acquistate colle arme 'e
tolte ai Volsci, perchè le possedessero, e le presidiassero. Ciò fatto chiese
ai Padri che avendo avuto il popolo tanto pronto a combattere, gli osservassero
le promesse. Non però davano questi udienza, ma si opponevano come dianzi all’
intento,; perchè li giovani e più violenti e più numerosi tra loro, fatto
partito, brigavano ancora in contrario, e chiamavano con alta voce la prosapia
di-^ lui adulatrice del popolo, e conduci trice alle ree leggi, tanto care ai
Valer] su le adunanze e su’ tribunali; 'malignando che aveano con queste
annientato tutto il potere de’ patrizj. Esacerbatone Allude alla legfi^ falla
da Valerio 1’ aano 347 di Roma secondo Catone, colla quale davasi ad un privato
il diritto di appellare al popolo dai magistrali che lo aveano condannalo. Vedi
1. 5, S 9molto Valerio, e dolutosi come se calunniato a torto patisse pel
popolo, compianse il vicino fin d’ essi cbe cosi consigliavano : e com’ è
verìsimile nel suo caso, presagendo loro pi& cose, altre per passione,
altre per intendimento maggiore degli altri, s’involò dalla Curia, convocato il
popolo disse : Cittadini, dovendovi io piena riconoscenza per la prontezza
colla quale mi vi deste per In guerra ; e più. per la virtù la quale
dimostraste in combattere ; io molto mi adoperai perchè foste voi ricompensati
con ogni modo, principalmente col non essere delusi nelle promesse che io vi
feci a nome de’ Padri, quando fui scelto consiglierò ed arbitro di ambe le
partì, onde ridurvi allora scissi, a concordia. Nondimeno ora sono impedito di
soddisfarvi da uomini che non mirano il bene della 'comune ma solo il proprio,
almen di presente. Questi prevalendo di numero prevagliono con una potenza che
ad essi la gioventù concede più che la perizia degli affari.' Ed io, sono
vecchio come -.vedete e vecchi pur sono i miei compagni buoni solo nel consigliare,
ed invalidi per eseguire, e la provvidenza su la repubblica sembra ridotta
propriamente a questo, che r una parte pregiudichi V altra. Io sembro al Senato
un vostro fautore, e voi mi accusate come benevolo troppo verso del Senato. 5e
il popolo innanzi carezzato da me fosse venuto meno alle promesse del Senato,
sarebbe la giustif razione mia, che voi. siete i mancatori, e non io. Ora però
non mantenendosi i patti dal Senato, mi è necessario dichiarare che è senza mia
parte quanto patite, e che io medesimo sono come voi, anzi più, di voi,
circonvenuto e deluso. Imperocché. non solo io sono offeso con ingiuria a tutti
comune, ma in ispecie con quante mormorazioni di me vanno facendo. Di me si
mormora che io per far f utile de’ privati dispensai senza il voto del Senato
a’ poveri Va voi le spoglie prese nella guerra ; che io rendei del popolo
ciocché era di tutti, e che per impedire che il Senato vi malmenasse,
licenziai, ripugnandovi lui, la milizia che dovea tenersi ancora nelle terre
nemiche fra le marce, e i Vavagli. Mi si rimprovera la spedizion de’ coloni
nella regione de’ V^olsci, perchè ho io comportilo una terra ampia e buona a
poveri Va voi, piuttosto che donarla a pcUrizj ed a cavalieri. Soprattutto mi
si provoca indignazione moltissima perchè io nel fare la leva ho assunto più
che quattrocento do’ vostri tra cavalieri ; don^ è che ricchi ne son divenuti.
Se ciò mi avveniva quando fiorivano gli anni, ben avrei insegnato co’ fatti a’
nemici, qual uomo avessero vilipeso. Ora essendo io più che settuagenario,
invalido a provedere fino a me stesso, e reggendo che non più la vostra
sedizione può da me racchetarsi ; rinunzio la' dittatura : e chi vuole, io
gliel concedo, faccia di me come giudica, se crederi comunque da me
danneggiato, XLY. Intenerirousi tutti a que’ detti e gli fecero se gulto quando
parti dal Foro. Ma questo appunto esasperò contro lui li senatori: e ben tosto
ebbe tali conseguenze. I poreri non più celatamente nè di notte, come per
addietro, ma pubblicisshnamente riunÌTansi,c trattavano di scindersi da’
patrizj. Il Senato, disegnando impedirneli, diede ordine ai consoli di non
dimetter r esercito. Certamente eran questi arbitri ancora delle reclute, come
sacre pe’ ligami de’ giuramenti militari. £ per questi vincoli ninno attentavasi
di abbondonaroe le insegne ; tanto la riverenza potea de’ giuramenti ! Alle^
gavasi per titolo della ritenzione, che gli Equi e li Sa^ bini eransi convenuti
per la guerra contro de’ Romani. Ora essendo i consoli usciti colle schiere, ed
essendosi accampati non lontani 1' uno dall’ altro, i soldati radu naronsi
tutti in un luogo colle arme, e per istigazione di un tal Sicinio Belluto se ne
ribellarono ; appropiandosi le insegne, cose tra’ Romani onoratissime e sante,
come simulacri di Numi. E creatisi nuovi centurioni, ed un capo in Sicinio
Belluto; occuparono non lontano da Roma presso 1’ Aniene un monte che sacro si
chiama 6n da queir epoca. Pregando, sospirando, prornettendo, li richiamavano i
consoli ed i centurioni ; ma Sicinio replicò: Qual fare è il vostro o Patrizj
che ora vogliate richiamare quelli che avete espulso dalla patria, e che di
liberi gli avete schiavi rendati ? Con qual credito mai ci assicurerete le
promesse, le quali siete rimproverati di aver tante volte tradito? Piuttosto,
poiché volete in città, soli, aver tutto ; andate ; abbialevelo : non vi
angustiate pe' bisognosi, e pe miseri. Per noi sarà buona ogni terra; e
qualunque ne terremo per patria, solchè vi si abbia la libertà. Annunziatesi
tali cose in Roma, tutto vi fu .\n. dì Roma a 6 o tccoudo Catone, 263 secóndo
Varrone, e 49 ^ T. Cristo. romore e pianto: e là correva il popolo, intento a
la> sciar la città, qua li patrizj cbe voleano alienameli, colla forza
ancora, se ricusavano. Soprattutto eravi clamore e pianto alle porte ; ed ingiurie
vi si facevano, come tra’ nemici, con parole e con opere, niun più riverendo nè
la età, nè l’ amicizia, nè la gloiia della virtù. Non potendo però, come
scarsi, i soldati di guardia destinativi dal Senato custodire le uscite, le
abbandonarono, sopraffatti dalla moltitudine. Allora versandosene fuora gran
popolo ; parca lo spettacolo, còme la città fosse presa. Gemeano, si
rimproveravano quelli che ' restavano, vedendo che desolavasi. Dopo ciò si
fecero molte consultazioni ; si accusarono gli autori delia separazione; ed
intanto correano li nemici, depredando la campagna, 6no a Roma. Li fuorusciti
presero i viveri necessarj drile terre intorno, nè punto più le danneggiarono.
Tenendosi in campo aperto accoglievano quanti venivano da Roma, o da’ castelli
intorno ; tanto che ne divennero numerosi ; perciocché vi concorrevano, non
solamente quelli che voleano levarsi dai debiti, dai giudizj, e da altri;
angustie imminenti, ma tutti eziandio gl’ inBngardi, gli oziosi, i malcontenti
; quelli che in malfar si emulavano, che Invidiavano l’ altrui ben essere, o
che per altri mali, e cause comunque, discordavano dal governo. XLVII. Adunque
si eccitò ne’ patrizj turbazione, ed angustia grande, e paura, come se li
fuorusciti e li nemici stranieri fossero per venire quanto prima contro di
Roma. Poi, quasi tutti ad un segno, prendendo coi loro clienti le armi, altri
corsero alle strade donde pensavano clie giungessero gl’ inimici, altri ai
castelli per difenderne i posti forti, ed altri ai campi innanzi la città per
trincerarvisi, e quei che per la vecchiaja non poterono iàr nulla di ciò,
furono distribuiti per le mura. Come però seppero che i fuoruscili nè si
univano coi nemici, nè saccheggiavano la campagna, né faceano altro danno
considerabile, respirarono dalla paura ; e mutato pensiero, esaminarono come si
riconciliassero. Suggerirono i capi del Senato mezzi di ogni genere, diversi
per lo più fra loro; ma li più anziani suggerirono i più discreti, e più
convenienti ai tempi ; facendo riflettere che il popolo twn ti era separalo da
loro per malizia, ma in forza de proprj mali, o delle promesse non
mantenutegli, e che auca così risoluto V utile suo piuttosto tra la collera che
tra la calma della ragione, vizio consueto nella ignoranza. Aggiungevano che i
più di questi conoscevano di avere mal deliberato, e cercavano emendarsene, se
il buon punto ne avessero iiche già ne' ei^an le opere come di chi si pente ; e
che volentieri tornerebbero nella patria se potessero, augumrvisi un avvenire
felice, dando loro il Senato perdono, e pace decorosa. In mezzo a tali consigli
supplicavano che essi che erano i gratuli non sentisser la ira più che i
minori’, nè differissero stolti a riconciliarsi allora .quando fossero
necessitati a far senno, e curare il male più piccolo col più grande, vuol
dire, quando' avessero a tedere le armi, e le persone, e togliersi da sè stessi
la libertà : cose tutte quasi impossibili a farsi. Usassero moderazione,
pròponessero i primi gC ulili consigli, e la riunione, avvertendo che se era
proprio de' patriiù] comandare e dirigerò ; era propria ancora de' buoni C
amicizia e la pace. Mostravano che la dignità del Senato non minorasi quando
provede alla sicuiozza col sopportare pazientemente le perdite necessarie ; ma
quando opponesi tanto ostinatamente alla sorte che la repubblica ne rovini :
gli stolli trascurare la sicurezza per amor del decoro : ben essere da ceivare
ambedue queste cose : ma dove sia da cedere V una o C altra, doversi la
salvezza riputare più necessaria. Era l’intento li tali consiglieri che si
mandasse a fuorusciti per trattar della pace non altrimente che se la colpa
loro non fosse insanabile. Piacque cosi appunto al Senato ; e scelti personaggi
accontissimi, li diresse a quelli che erano in campo con ordine d’ intenderne i
bisogni e le condi' zioni colle quali volessero in cittlt ritornare ;
perciocché se fossero discrete e fattibili, jl Senato non le rigetterebbe :
intanto se depenessero le arme, e tornassero in Roma, promettea loro perdono e
dimenticanza perpe tua di tutto il passato : come belle ed ntili le ricompense
a chi servisse valoroso, ed affrontasse ardentemente i pericoli per la patria.
Recarono gli oratori e comunicarono tali voleri al campo, aggiungendovi cose
consentanee. Non accettarono' i fuorusciti l’ invito : anzi rimproverarono a’
patrizi T orgoglio, la dnrezza, le simulazioni loro perchè fingevano ignorare i
bisogni del popolo, e quelli pe’ quali si era separato. Ci assolvono, diceauo,
da ogni pena per la ribellione, come fossero i padroni, essi che abbisognano
dell’ ajulo nostro. Quando giunga su loro, e sarà tra non molto, con tutte le
forze il nemico ; non potranno alzare nemmen lo sguardo contr esso, e pur ci
voglion far credere che non sia bene loro t esser difesi ; ma felicità di chi
si unisce a difenderli. Aggiunsero a tal dire che se vedevano già le angustie
di Roma ; comprendereb- bero poi meglio con quali nemici avessero a
guerreggiare : e qui minacciarono molto e veementemente. Non contraddissero a
ciò, ma partirono, e dichiararono i legati a’ patrizj le risposte dei
segregati: e Roma, uditele, se ne turbò ; e temette più che per addietro. Il
Senato non sapendo come espedirsi o diffenrc, si disciolse, dopo avere più
giorni ascoltate le infamazioni e le ac> cose vicendevoli de’ suoi capi fra
loro. Il popolo rimasto in Roma per benevolenza verso de’ patrizj, o per
desiderio della ..patria più non somigliava sestesso; dileguandosene gran parte
nascostamente o in pubblico > nè sembrandone il resto affatto più stabile.
Fra tali vicende i consoli, avendo poco più tempo per comandare, fissarono il
giorno pe’ comizj. Venuto il tempo nel quale aveansi a riunire nel campo Marzo
e scegliere i proprj magistrati; ninno ambiva, nè sostenea di esser consolo.
Adunque nella Olimpiade setlantesÌDa seconda nella quale Tisicrate da Crotone
vinse allo stadio, essendo arconte in Atene Diogneto ; il popolo rielesse al
consolato due vecchi consoli Postumio Gominio e 'Spurio Cassio, uomini cari
alla moltitudine ed ar grandi, da' quali già domati i Sabini aveano lasciato di
competere dell’ impero con Roma. Or questi riassumendo il loro grado alle
calende di settembre, vale a dire prima del tempo consueto ai consoli
precedenti, convocarono innanzi tutto il Senato per deliberarvi sul ritorno del
popolo. CbieslO' il’ parere di tutti ; invitarono a dire Menenio Agrippa, uomo
allora venerabile per età, credulo più che gliaU tri insigne in prudenza, e
lodato principlmente' per loi scelta de’ suoi regolamenti, perchè teneasi^al
mezzo non fomentando 1’ arroganza de’ nobili, nè lasciando che i| popolo operasse
tutto a suo modo. Or questi esortando il Senato alla riconciliazione, disse r
Se quanti qui siamo o Padri Coscritti fossimo tutti di un animo; e se niuno si
opponesse a far pace col popolo, comtmque la facessimo, per giuste o per
ingiuste condizùy^ ni ; e se questo fosse proposto unicamente d diseu^ tere ;
dichiarerei, con poche parole dà che ne penso. Ma perciocché alcuni giudicano
che sia dà ponderare ancora se forse riesca più utile far guerra a fuorusciti ;
non credo che io possa in ^ pocoinsinuare dà che dee farsi: ma sento il bisogno
tt istruir ampiamente su la pace quanti tra voi ne discordano. Imperocché
questi conducono a cose contraddittorie ; spaventano voi, che già ne temete, su
mdli da nulla o lievi a curarsi, e trascurano gl' immedicabili e gravi.
Certamente cosi propongono perchè non decidono delr utile colla ragione, ma col
furore e coll’ impelo. E come si direbbe che essi provvedono le cose proficue,
o fattibili almeno, quando stimano che Roma, una A^oi di Roma a6t ceoodo
Catóne, o63 secondo Varrone,e 4{)t arami Critu. a6i città si grande, ed arbitra
di tante genti ^ e già in~ yidiata e molestata da’ vicini, possa ritenerle e
difenderle facilmente senza il suo popolo, o che possa in luogo del suo sì
scellerato introdurre altro popolo che per lei combatta del principato ; che
con lei sia di buon accordo su la repubblica, e sempre moderato in pace ed in
guerra ? Eppure non altro potrebbono dirvi quei che tentano dissuadervi dalla
pace. L. Ma qual sia la più stolta di queste cose, vorrei che voi stessi lo
decideste dalle opere. Considerate, che alienatisi da voi li più poveri perchè
abusaste della loro infelicità senza modestia e senza politica, e che recatisi
appena fuori della città senza farvi o macchinarvi altro mede, col solo intento
di averne una pace non ingloriosa, molti de’ vostri nemici abbracciarono con
trasporto questa occasione come dono della sorte, e riedzan lo spirito, e
credono venuto per loro fitudmente il tempo felice da battere il vostro impero,
di Equi, i Eolsci, i Sabini, gli Etnici, questi che mai si alienano eìal farci
la guerra, esatperali ora dalle sconfitte recenti, già devastano le nostre
campagne. Que’ Campani, que Tirreni die vacillavano nella nostra soggezione ora
parte fi abbandonano matdf estàmente, parte in occulto • vi si preparano. E gli
stessi LeUirti, quantunque nostri congiunti, a me non semhran procedere di
buona fede, costanti neW amicizia; ma odo che guasti sono in gran numero per
amore di un cambiamento, che tanto gli uomini alletta. Noi die abbiamo fin qui
portato in campo aperto la guerra su gli altri; noi ci stiamo or qui dentro,
difensori delle mur^; lasciando senza seminarli i nostri terreni, anzi 1
vedendovi saccheggiali i villaggi, via levale le predo, e fuggirsene di per
sestessi gli schiavi, senza che abbiamo rimedj a tanti mali. Non pertanto noi '
tutto soffriamo, perchè speriamo ancora che il popolo ci si riconcilj, ben
sapendo che da noi dipende il toglierecon un solo decreto la sedizione. Ma se
pessimo è lo stato nostro in campagna;, non è meno funesto e terribile dentro
le mura. Noi ' non ci siamo .apparecchiati già da gran tempo, come per un
assedio, nè bastiamo di numero contro tanti nemici. La nostra gente è poca, nè
da guerra, e plebea, per gran parte, merce nar f, clienti, artefici, custodi
tton affatto saldi dello stato turbato degli Ottimali : e le continue loro
diserzioni verso de’ fuorusciti ce li hanno rendati tutti sospetti. Soprattutto
essendo le nostre campagne dominate da nemici, ed impossibilitato il trasporto
de’ viveri ; abbiamo a temer di una fame : e quando a tal disagio saremo; tanto
più ci spaventerà la guerra, la quale senza questo ancora non concede mai calma
allo spirito. Quello poi che supera tutti i mali è vedere le donne dei
segregati, vedere i teneri figli, i padri cadenti, che sqqallidi e miserandi si
rigiran pel Foro e per le vie, che piangono e supplicano e stringono a ciascuno
la destra e i ginocchi, e deplorano la solitudine loro presente e più ancor la
futura, spettacolo in véro desolante ed insopportabile ! Niuno è si barbaro che
non s intenerisca a mirarlo, e non si appassioni sul destino degli uomini. Che
se abbiamo a diffidar su plebei ; dofremo rimoverne gt individui, altri come
inutili nelr assedio, ed altri come amici non saldi. Or se questi rimovansi,
quid forza rimane in guardia di Roma ? o da quale soccorso animati ardiremo
star contro dei mali ? V unico nostro rifugio, P unica nostra buona speranza è
la gioventù patrizia : ma poca come vedete ella è questa, nè bastante a darci i
grandiosi disegni. Che dunque impazzano, quei che propongon la guer^ ra, o
perchè mai ci deludono, e non consigliano piut~ tosto di cedere fin da ora senz
ar^ustie, e senza sangue Roma ai nemici ? Ma forse io ciò dicendo son cieco, e
predico per terribili, cose che non son da temere. Roma non corre altro rischio
che di un cambiamento, cosa certo non difficile ; potendovisi facilissimamente
introdurre mercenarj e ' clienti in copia da ogni gente e luogo, posi van
divulgando molli de contrarj al popolo, uomini, viva. Dio y non dispregievolì.
A tanta stoltezza vengono alcuni ; che non propongono già consigli salutevoli,
ma desideri impossibili I Ora io volentieri dimanderei questi uomini quode
tempo mai ne si, dia per far tali cose, essendone tanto vicini i nemici : qtude
condiscendenza alt indugio o al ritardo del giugnere degli alleali in mezzo à
mali che non temporeggiano, nè aspettano ? Qual uomo, o qual Dio mai vi terrà
sicuri, o congreghem da ogni luogo in gran calma, e qui ci porterà de’ sussidj
?. Inoltre e quali tuoi saran. ' quelli che lasceranno la patria per venirsene
a noi ? Quelli forse che haruus case e Dii Lari € viveri ed onori tra proprj
cittadini per la nobiltà degli antenati, o quelli che per la gloria risplendono
de' pnoprj meriti ? E chi mai sosterrebbe di abhemdonare i proprj commodi, e
partecipare vergognosa^ mente i mali altrui ? Eppure a noi si verrebbe non per
dividere con noi la pace e le delizie, ma la guerra e i pericoli, e questi
incerti, se a bene riescano ! Convocheremo forse una -turba, qual fu quella
rigettata da noi, plebea e senza lari? Ben è chiaro che pe' disagi suoi, io
dico pe’ debiti, per le penalità, c per cause altrettali prenderà
volentierissima. dovunque una sede : ma sebbene questa plebe sia utile, c ( per
concederle questo ancora ) sebbene sia moderata ; tuttavia ci riuscirà
generalmente, assai, meno 'buona della nostra, perchè non è rutta tra nci, nè
come noi disciplinata, e perchè ignora i nostri costumi, le nostre leggi, e le
nostre maniere. celebrasi la vostra clemenza, il quale nè manda a noi per
conciliarcisi esso che à C offensore, nè porge risposte umane e socievoli a
quelli che noi stessi gli abbiamo inviati : ma s’ inalbera e minaccia, nè
lascia conoscere quello che voglia. Udite voi dunque ciò che iò consiglio che^
facciasi. lo nè penso il popolo irreconciliabile a noi > nè > ohe mai
farà quanto mincucip, ; dióchà mi sono buon argomento le opere sue che a’ detti
non somigliano. -Dond’ è che io lo credo assai piò che noi sollecito di
pacificarsi. Certamente noi abitiamo una patria onoratissima, e teniamo irt
poter nostro le sostanze di lui, le case, i genitori, a tutte le cose pià
preziose : ed egli si trova senza patria, senza magioni, senza i pegni suoi
più, cari, e senta V abbondanza ancora del .^vivere quotidiano. Che se alcuno
mi chieda perchè mai fra tanti patimenti egli nè accetti gl inviti nostri, nè
mandi a noi per istanza niuna, rispondo s ciò essere manifestamente, perchè
Digitized by Google 2G8 delle antichità’ romane fin (jid mn intese dal Senato
che parole senza vederne poi le opere o di benevolenza o di moderazione ; e
perchè crede di essere stato molte volte ingannato da noi che promettevamo di
provvedere su lui, senza avervi mai provveduto. Non ci spedisce ambasciadori
perchè son qui tanti che ce lo accusano, e perchè teme non ottenere ciò che
dimanda : e forse così gli suggerisce un ambizione non bene considerata; nè già
è meraviglia. Imperocché son pure tra noi non pochi, difficili, contenziosi, i
quali colle brighe loro non vogliono che cedasi punto ai cóntrarf, e cercano
per ogni via di sopraffarli senza mai condiscendere essi i primi, finché loro
non sottomettasi chi vuole essere beneficato. Or ciò considerando io penso che
debbansi spedire al popolo ambàsciadori, principalmente di stia confidenza : e
consiglio che questi ambasciadori siano plenipotenziarj, perchè levino la
sedizione coi patti che essi terranno per giusti, senza rimettersene al Senato.
Questo popolo che ora vi pare sì spregiante e grave, questo darà loro utlienza,
al vedere che voi cercate veramente la concordia, e ridurrassi a condizioni più
mitij senza chiederne alcuna vituperosa, o non fattibile. Imperocché tutti, e
specialmente i plebei, ne’ dissidj s' irf urtano con chi su loro insolentisce ;
ma si ammansano con chi li blandisce. Cosi disse Menenio; e levossene in Senato
gran romore, parlandovi ciascnno alia sua volta. I fautori del popolo
esortaVansi a vicenda a dar tutta la mano perchè rlpatriasse, avendo per capo
di questo consiglio il pii riguardevole de patrizj. Per Topposìto quegli ottimati
die cercavano che nulla si alterasse de’ costumi della patria mal sapeàno ciò
che avessero a fare, nò voleano condiscendere; nè poteano ostinarsi. Nondimeno
uomini integerrimi né caldi per l' uno o 1’ altro partito voleano la pace,
intenti a questo di non essere assediati tra le mura. Or qui fattosi da tutti
silenzio il più anziano dei 'ìonsoli encomiò Menenio della sua generosità,
stimo landò anche gli altri a somigliarlo nella cura della repubblica, a dir
francamente ciocché ne sentissero, e compiere senza strepitò ciocché sen
decidesse: indi nel modo stesso cercandolo dei suo parere, chiamò per nome
Manio Valerio, nomo infra tutti gli ottimati carissimo ài popolo, e fratello
all’uno di quelli che aveano liberato Roiòa dai tiranni. Costui levatosi in piede
ricordò ai Padri i suoi provvedimenti, e come avendo egli presagito più volte i
terribili casi avvenire, ne tennero pochissimo conto : poscia esortò li
contrari discutere ornai su la moderazione, ma solo a vedere ( giacché non
aveano permesso che si estirpasse quando era ancor piccola ) di racchetare ora,
comunque, il pià presto, la sedizione, perchè, trascurata, non procedesse pià
oltre, e non divenisse incurabile f o presso che incurabile, e sorgente di mali
senta fine. Dichiarò che le dimande del popolo non sarebbero come per r avanti;
e pronosticò che non si accorderebbe colle condizioni di prima insistendo per
la sola remissione dei debiti, ma che vorrebbe forse un qualche difensore, onde
tenersi illeso nell' avvenire : affermava che dopo introdotta la dittatHra era
venutameno la le^e tutelare della Uhtrià la quale non per^ metteva a’ patrizj
di uccidere alcun cittadino non giudicato, nè di cederlo giudicato reo nelle
mani de’ lorocontradditori, e la quale concedeva a chi volea V appelto f di
portare le cause al popolo da’ patrizj f tanto che quello si eseguisse che il
popolo ne decidesse^ Poco mancarvi che non fosse statà tolta al popolo tutta la
potenza esercitela già da esso ne' tempi ad dietro, quando non potè ottenere
dal Senato per le imprese rmlitari il trionfo a Pubblio Servilio Prisco, uomo
infra tutti degnissimo di quest’ onore. Pertantoben essere verisimile che il
popolo cosi ojfeso sconfortisi nè abbia se non triste speranze della sua
sicurezzaj Non il console, non il dittatore aver potuto soccorrerà il popolo,
quantunque il volessero,; .anzi averne partecipale le incurie e V avvilimento,
perchè studia vansi provvedere su lui. Essersi poi cospirati per im pedirli non
uomini autorevolissimi fra li patrizj, ma uomini oltraggiosi, avari,. acerrimi
ne’ rei guadagni, quali, pe’ grandi prestiti a grandi usure, aveano ridotto
schiavi ì pià de’ cittadini ; dicea che questi facendo loro leggi dure,
orgogliose. aveano alienata tutta la plebe da patrizj ; e che datosi per capo
Appio Claudio, odiatore della plebe, e propizio ai pochi y rimescolavano tulli
gli affari di Roma. E se la parte savia del Senato non si contrapponesse, la
repubblica pericolerebbe di essere schiava o distrutta. Da ultimo dichiarò ben
fatto valersi del parer di Menenio, e chiese che si spedisse al popolo qiumto
prima: procurassero i deputati quanto volessero la calma della sedizione : ma
se il popolo non accettava le dimando loro, essi quelle accettassero del LIX.
Sorse, invitato, dopo lai Appio Claudio, uomo contrario al popolo, e grande
estimatore di sestesso, nè senza cagione. Perocché nel vivere suo quotidiano
era moderato e santo, nobile nella scelta de' provvedimenti, e tale da
conservare la dignità de’ patrizj. Costui pren dendo occasione dell’ aringa di
Valerio, disse : Certamente sarebbe Valerio men riprensibile se palesava
unicamente il suo parere, senza condannare quello de’ contrarj ; giacché non
avrebbe nemmen egli ascoU tato i suoi vizj. Siccome però non fu pago di dar
consigli onde renderci schiavi ai cittadini pili vili, ma sferzò pure i suoi
contrarj, cimentando anche me ; così vedomi necessitato assai di rispondere, e
di respingere primieramente le calunnie a me fatte. Son io rimproverato di una
condotta nè' sociale, nè decorosa, quasi io cerchi per ogni via far danari,
quasi spogli molti de’ poveri della libertà, e quasi da me sia derivata in gran
parte la separazione del popolo. Ben vi è facile però di conoscere che niente
di ciò è vero, niente probabile. Or su, dimmi, o Valerio, quali sono quelli che
ho io ridotti servi pei debiti, quali i cittadini che ora tengo nella carcere ?
(filale dei fuorusciti si è privato della patria per la durezza e per V
avarizia mia ? Certo non potrai tu dirlo. .Anzi tanto è lungi che alcuno sia da
me riilotto servo pe’ debiti che. io sparsi tra molti V aver mio, nè mi rendei
schiavo, nè disonorai niuno di quei che mi hanno defraudato : ma tutù ne son
Uberi, e tutti me ne ringraziano, e stansi nel numero degli anici e de clienti
miei pià familiari. Nè ciò dico per incolpare chi non opera come me, nè per
ingiuriare chi ha faUo cose concedute dalle leggi; nta solo per levas'e da me
le calunnie. In ciò poi che mi accusa della durezza e del patrocinio mio sui
scellerati, chiamandomi odUpopolo ed oligarca perchè favorisco il comando de’
pochi, in ciò son io da riprendere quanto voi che avete ricusato, come pià
riguardevoU, di soggiacere ai men degni, e di lasciarvi togliere il comando dei
vostri antenati da una democrazia, pessimo infra tutti i governi. Nè già perchè
egli soprannomina oligarchia il comando de’ pochi dovrà questo disciogliersi
per le beffe del nome. E pià giustamente e propriamente possiamo noi riprendere
lui come un adulatore del popolo, ed un ambizioso di tiranneggiare. Perciocché
niuno ignora che la tirannide nasce dalle adulazioni della plebe : e che la via
speditissima a rendere le città schiave è quella che mena al comando col mezzo
de’ cittadini peggiori. Or egli ha fin qui carezzato costoro, nè tuttavia cessa
di carezzarli. Ben vedete che questi abietti, questi miseri, non avrebbero. mai
ardito d’ insolentire in tal modo se non fossero stati eccitati' da questo sì
riguardevole e bello amatore della patria, come se l’ tali trattare, Abhiam per
ostaggi le loro mogli, i loro padri, e tutto il parentado, dei quali non
potremmo ckiedtrne altri migliori dd\Numi, Questi, li collocheremo • nói,
questi al cospetto dei loro congiunti, minacciando, se tentano assafirti, di
ucciderli con estremi supplizj: ina, credetemi, dove ciò sappiano, voi li
riceverete inermi', supffikhevoli, piangenti, pronti ad ogni pena. Terribili
sono tali necessità, e frangono, ed annientano ogni baldanza.E questi sonod
riflessi -^pd quali non dobbiamo la guerra temere degli esuli. Le mirtacce poi
di altri popoli rum ora Ut prima volta si trovarono fnire in paroUf; ma 'per
^addietro ancora ci si scoprirono sempre rtùnori delt apparenza quante volte i
popoli fecero di noi paragone. M quelli che tengono per insufficienti le intime
nostre forze, e però temono appunto la guerra, quelli non bene le han
calcolate. Ai citrini da noi separati, se il vogliamo, possiamo contrapporre
scegliendoli e liberandoli, il ' fiore de’ servi. Certamente vai meglio donare
a questi la libertà, che lasciarsi torre da quelli il comando : tanto più che
stati essendo questi tante volte presenti ne’ nostri campi hanno sperienza che
basta di guerra. Per combattere poi cogli esteri usciremo ' noi stessi pieni di
ardore e meneremo con noi tutti i clienti, e tutto il resto del popolo : e
perchè sia questo ' cspedito a cimenti, rilasceremp ciascuno privatamente, e
non max per legge, ad esso i suoi debiti. Se dobbiamo in vista de’ tempi cedere
in parte e temperarci; non dee mai farsi questo con cittadini che ci s'
inimicano, ma cogli amici, perché sappiasi che noi concediamo grar zie,
eomthossi e non violentali’, che se queste non bastino, se bisognino altre
fòrze, f arem venirne dai presidii e dalle colonie: e quanta siala moltitudine
loro, è facile raccoglierlo dalC ultimo censo. 1 .Romani atti (die arme son
cento trenta mila, e di questi appena la settima tparte è fuggita ' da noi ( 1
). Non commentoro qui le' trenta città de’ Latini, le quali come voitre alleate
^ combatteranno di bonissima voglia per voi, sol che decretiate di ammetterle
alla vostra cittadinanza che > sempre .vi hanno domandata. Ora vi aggiungo'
(.e finisco ) quello che rileva fra le arme assaissimo, e che voi non avete
avvertito, o certo niun dice de’ Padri. Chi cerca il buon esito delle guerre,
di niente ha tanto bisogno, quanto di egregi capitani. Or di questi la nostra
città soprob[Questo ceuso non par quello fatto da T. Largio primo dituiorr, ma
l’altro fissato da Sigouio oell’ anno sGu di Roma, ov dice eba furono numerati
più che centodieci mila ciuaUini. benda, ma scarsissime ne sono quelle de'
nemici. Lè grandi milizie se ricevano duci mal atti alle arme, si svergognano,
e rovinano di per sestesse con danno tanto maggiore, quanto sono più numerose:
ma i buoni condottieri presto rendono grandi anche picciole armate. Di qua
seguita che fiiìchà avrem uomirU buoni al comando, mai avremo penuria di quelli
che fac cianci comandare. Or ciò considerati^, e ricordando voi le imprese di
Roma ; certo mai non porrete decreti meschini, vili, indegni. Che dunque, se
alcuno tnel chiede, ( e già forse bramate da gran tempo saperlo ) che dunque io
propongo che facciasi ? Io pro-> pongo che nè spediscansi ambaseiadori d
fuorusciti ^ nè sen decida arti, finché raccolto il voto de’ senatori SI
dedicassero ai voleri dei più. Se violato 1’ uno e r altro di questi cousigli,
faceano di lor voglia la pace ; protestavano che noi permetterebbero, ma vi si
opporrebbono di tutto lor animo, colle parole finché dovevasi, o colle arme in
ultimo se bisognava. Era que> sto partito J1 più forte, aderendovi quasi
tutta la gio ventù palriaia. In opposito piegavano al partito di Me-s uenio e
di Valerio tutù quelli che aveano cara la pace, p cbe torneano soprattutto per
1’ età loro, considerando quanti siano .nelle città li mali delle guerre
civili. Mossi però dai clamori e dai tumulto dei giovani, adombrati dall’ ambizione
loro, e dall’ arroganza contro de’ consoli, e timorosi che indi a poco si
venisse alle mani se nou cedevano; si volsero in ultimo a piangere, e supplii
care, piangendo, i conirarj. Sopitosi coi tempo lo strepito, e tornato il
silenzio, i consoli abboccatisi fra loro, cosi conchiusero. Noi vorremmQ
primieramente o Padri Coscritti, che voi tutti foste unanimi d intelligenza e
di volere in^ torno la salvezza del comune : se no, che i più gio^ vani almeno
cedessero, non ripugnassero d seniori, considerando, che ancK essi giunti alT
età di questi avran pari onori dai discendenti. Ora siccome vediamo voi caduti
in una discordia, rovinosissima fra i mali umani, e sorgere qui mollo f
arroganza de’ giovani ; e siccome poco ornai soprawanza del giorno, nè possono
aver fine le discussioni ; ritiratevi dal SeruUo : tornerete in cUtra adunanza
più placidi e con sentenze migliori. Che se qui persevera l’ amore delle
contese, non più ci varremo de' giovani por giudici, né per consiglieri su '
quello che giova : ma precluderemo il disordine con una legge ; determinando la
età che aver dee chi consiglia. Quanto a’ seniori se non si uniscono ne'
sentimenti ; torneremo a dar loro la parola, e ne risolveremo le dispute per
una via speditissima, la quale è meglio che voi udiate e conosciate
precedentemente. Voi sapete che noi abbiamo fin dalla fondazione di Roma, che
il Senato è t arbitro, è vero, di ogni cosa, ma non di crearei magistrati, rum
di fare le leggi, rum di portare o cesseue la guerra ; le quali tre cose il
popolo le difinisce in "ultimo col suo voto. E siccome ora non consultiamo
che su la guerra e la pace ; cosi debbe il popolo, liberissittur ne' suoi voti
ratificare indispensabilmente i vostri decreti. Quando voi dunque avrete
dichiarato i vostri pareri, ru>i scguerulo questa legge, inviteremo la
moltitudine al Foro, perchè ne sentenza. Così le' contese avran fine ; mentre
ciò che la pluralità dei voti destinavi, quello abhracceremo. Senza dubbio son
degni di quest’ onore quelli che si tennero finora henaffetti alla patria, io
dico i compartecipi de' nostri beni e de mali. Sciolsero, ciò detto, radunania.
Fecera nei giorni appresso annunziare a tutti de’ villaggi e della campagna che
si presentassero, e similmente al Senato che si riunisse nel di stabilito ; e
qnaudo videro la città riempita di popola, e gli animi de’ patrizj mossi dalle
preghiere fatte tra le lagrime, e tra’ lamenti de’ vecchi genitori, e de’
teneri '6gli de’ profughi, recaronsi nel tempo destinato sul finir della notte
al Foro, angusto a tutta ia moltitudine. Venuti al tempio di Vulcano donde
solcano aringar l' adunanza, lodarono primieramente Il popolo dello zelo e
della prontezza nell accorrere in tanta frequenza: quindi lo esortarono che
aspettasse in calma la risoluzione del Senato; animando intanto gli attenenti
de' profughi a buone speranze, come quelli che riarrebbero tra non molto i loro
pegni dolcissimi. Dopo ciò passando in Senato vi tennero benigni e modesti
ragionamenti, ed invitarono ancor gli altri a proporre consigli vantaggiosi, ed
umani. Chiamarono innanzi tutti Menenio, il quale alzatosi in piede rivenne ai
suggerimenti di prima stimolando il Senato alla pace : e riproponendo che si
deputassero ai segregati bentosto de’ personaggi, arbitri di concordare.
Invitati poi secondo 1’ età sorsero a mano a mano gli uomini consolari: parve a
tutti questi che fosse da seguire il parer di Menenio ; finché toccò ad Appio
di favellare. Or questi sorgendo t'eggo, disse, o Padri Coscritti che piace ai
consoli e poco meno che a tutti di rimpatriareil popolo colle condizioni eh’ ei
vuole: che fra tutti i contrarj della pace or io rimangomi solo, esposto aie
odio di quello, e niente utile a voi. Ala non per questo rimovomi dalle mie
prime deliberazioni : nè ripudio da me stesso ciò che intendo su la repubblica.
Quanto piò. restomi derelitto da quelli i quali come me ne sentivano ; tanto
piò col volger degli anni ne sarò pregiato tra voi, sarò in vita coronato di
gloria, e morto sarò benedetto dalla ricordanza de posteri. Sia pure o Giove
Capitolino, o Dei presidenti della nostra città, o eroi e genj, e quanti in
guardia avete il suolo Romano, sia pur Diomcj, urna IT. i a8a. hello ed utile a
tutti il ritorno de fuorusciti, e delusa resti la espettazione eh’ io ni' avea
su 1’ avvenire. Ma se pe’ consigli presenti dee venire (e fia ciò palese tra
non molto ) alcun disastro su Roma, deh ! rettyicateli voi prestamente, e fate
la nostra salvezza. Deh ! siate benevoli e propizj a me che non avendo mai
voluto dir le piacevoli per le utili cose, non tradirò nemmen’’ ora il comune
per la mia sicurezza. Io così volgomi a pregare gV Iddj ; perchè non
abbisognano più, parole. Ripeto la sentenza di prima : assolvasi IL POPOLO
RIMASTO IN CITTa’ DAI DEBITI ; MA COMBATTANSI CON TUTTO L ARDORE I FUORUSCITI
TINCBÈ STARANNO SU LE ARMI. E ciò detto Gnl. Poiché le sentenze de’ seniori
concordaronsi con quella di Menenio, e poiché venne il discorso ai giovani ;
standosi tutti in espettazione, sorse Spurio Nauzio, un rampollo della prosapia
nobiliasima originata da quel Mauzio compagno di Enea nel guidar la colonia, e
sacerdote di Minerva m'bana, il quale nel trasmigrare aveane portato seco il
divin simulacro, dato poi successivamente in custodia a’ suoi discendenti. Ora
Nauzio che parea per le sue belle doti più nobile ancora di tutti i giovani, nè
lontano mollo dall’ ottenere la dignità consolare, cominciò la difesa comune di
questi : diceva che quando nel Senato Anche Virginio fa meniioue di questo
Nauxio, che egli chiama Pfautt, nel libro 5. Tum senior PfaMes, unum Triionia Paìlas,
Quaeitt docuit, muUaqus insignem reddidit arte, Haec responsa datai precedente
avetmo pronunziato in contrco'io de' padri non fu già per amore di contendere o
insuperbire con essi, ma solo mancando, se aveano pur mancato, per inesperienza
di anni : e qui soggiunse che farebbero fede di ciò col variar sentimento : che
lasciavano a loro come più savj decidere co’ voti il ben del comune : essi non
contrarierebbono, ma secon' darebbero i seniori. E dichiarando Io stesso ancor
gli alni giovani, toltine pochi, legati di parentado con Appio ; i consoli ne
lodarono la verecondia ; ed esorta tili ad essere sempre tali ne' maneggi '
pubblici, elessero tra’ seniori piÀ cospicui dieci deputati, uomini consolari
tutti, fuori che uno. Furono gli eletti, Manio Valerio, Tito Largio, Agrippa
Menenio figlinolo di Gajo, Publio Servilio figliq di Publio, Postutnio Tuberto
figlio di Quinto, Tito.Ebuzio Flavio figlio di Tito, Servio Sul picio Camerino
figliuolo di Publio, Aulo Postumio Albo prima alle tose loro quei che le aveano
lasciate. Presi tali ordini, partirono i deputati nel giorno (1^ Nel testo si
omeltoDO Maoio Valerio, Tito Largio, e si nolano altre maacaaxe in questo
luogo. Noi alitiamo seguita la lesione di Porlo medesimo. Precedè la fama il
giunger loro, divulgando nel campo tutte le cose fatte in città : dond’ è che
lasciando tutti le fortificazioni uscirono immantinente incontro a’ deputati
che erano in via. Aveaci nel campo un uomo turbolento affatto \ e sedizioso,
acuto a preveder da lontano ciocché avverrebbe, nè insufficiente, come parlator
lusinghiero, a dirne quanto ne pensava. Chiamavasi questi Lucio Giunio col nome
appunto di lui che tolse i tiranni : e voglioso di assumerne il nome per
intero, facessi intitolare Bruto ancora. Rideano i più su la cura vana di esso^
e Bruto il chiamavano quando pungere lo volevano. Or questi mise in cuore a
Sicinio, duce dell’ esercito, che il bene del popolo non istava nel rendersi
troppo facilmente, sicché men degno ne fosse il ritorno per le umili condizioni
; ma nel resistere lungamente, simulando come in tvia tragedia. E profferendosi
egli a Sicinio di parlare in favore del popolo, e suggerendogli altre cose che
erano da fare o dire, lo persuase. Dopo ciò Sicinio, convocato il popolo,
impose a’ legati che dicessero le cagioni per le quali venivano.Recatosi in
mezzo Manio Valerio come il più provetto e popolare, e contestatagli dalla
moltitudine la sua benevolenza con grida e saluti amichevoli, alfine, fatto
silenzio, disse: Niente, o popolo proibisce che vi riconduciate alle vostre
case, niente che vi pacifichiate co’ Patrizi. Il Settato ha per voi decretato'
un ritorno utile e decoroso j e di non pià ricordare o vendicare il fatto
finora. E noi che vedeva propensissimi per voi, come da voi rispettati, ha qui
deputato con poteri assoluti di concordare : affinchc noi non opinando nè
congetturando su vostri desiderj, ma udendo da voi stessi con quali condizioni
chiedete riconciliarvici, ve le accordassimo se moderate, se non impossibili,
nè impedite da indecenza insanabile, sene’ aspettare il voto de’ Padri, e senza
intristire V affare colle dilazioni, e colla invidia dei contrari. Avendo il
complesso de’ Padri così per voi decretato ; ricevetene il dono lieti, pronti,
e benevoli s pregiandone degnamente una sorte sì bella, e ringraziando
vivamente gV Iddj che Roma, la dominatrice di tanti popoli, che il Senato,
regolatore di tutto il bene che è in essa, mentre V usanza della patria non
permette che cedasi ad alcuno, cedano alle istanze vostre solamente, nè
pretendano come i più. grandi su’ men grandi discutere minutamente quanto
conviene ad ambedue, ma primi essi vi spediscano per. la pace : che non
piglìasser con ira le risposte imperiose da voi fatte ai primi ambasciadori, ma
pazientassero alt orgoglio e fierezza di una ostinazione giovanile, come il
buon padre sul figlio non savio : che volessero indirizzarvi una seconda
ambasceria, diminuire i loro diritti', e rimettervisi dove la moderazione il
consente. Giunti a tanta felicità non esitate a dime ciocché bisognavi, e non
esorbitate o cittadini : lasciate le sedizioni : tornatevi giubilando alla
terra che vi ha generati e nudriti : Allude ai scDatorì che arrebbono perorato
in contrario nei Senato. Già non le deste voi li trofei e le ricompense pià
belle, riducendola quanto è da voi solitaria, o come un campo da pascolarvi. Se
trascurate questa occasione, forse ne richiamerete pià volte la somigliante.
Taciotosi Valerio fècest innanzi Sicinio, e I disse, che chi ben consulta non
riguarda V utile da una banda sola, ma lo contempla nel suo rovescio ancora,
principalmente in affare di tanta importanza. Pertanto comandò che chi volea
rispondesse a ciò, deponendo ogni verecondia e timore. Non permettere la natura
delle cose che essi benché ridotti a tante angustie cedessero per paura o per
vergogna : E qui, fatto silenzio, e gli uni riguardando su gli altri, e
cercando chi perorasse pel comune; ninno si presentò. Ma replicando Sia aio
altre volte l’ istanza venne alfine in mezzo secondo gii accordi quel Ludo
Ginnio desideroso di essere cognominato Bruto : ed avuto a far dò grandi
significazioni dalla moltitudine, tenne questo ragionamento : Il timore che
avevate de’ Patrizj o compagni è scolpito ancora per quanto vedo, e triorfa
negli animi vostri. Abbattuti da questo timore esitate far qui, udendovi tutti,
i discorsi che usavate tra voi. Forse ciascuno confida che il vicino suo
aringherà sul comune, e che piuttosto incorrerà tra’ perìcoli ogni altro e non
egli : ami che egli tenendosi in salvo, goderà senza perìcoli parte del bene che
possa mai nascere dall ardire degli altri : ma stolto è questo concetto.
Imperocché se tutti aspettiamo la stessa cosa, la codardia di ciascuno sarà
nocevole a tutti; c dove ognuno figurasi la sua sicurezza; ivi insieme con
tutti rovinerà la comune. Ma se non avete appreso finora che per le arme ci
togliemmo la paura, e per le arme avete consolidata la vostra libertà ;
conoscetelo ora almeno, ed i Patrizj, essi stessi ve 10 insegnino. Questi
orgogliosi, questi durissimi uo~ mini, non vengono come prima comandando e
minacciando, ma supplicandoci, ed esortandoci a tornare alle nostre case : e
già cominciano a trattarci come liberi veramente. Che dunque or più vi
anneghittite e tacetq ? Che non la Jote da liberi uomini ? c se avete già
scosso il freno : che non dite qui ora pubblicamente ciocchò avete sopportato
da loro ? O miseri ! e quali patimenti temete ? se io stesso v invito a parlar
francamente ? Io dunque, io stesso mi rischierò di dire liberamente per voi
ciocché è ffusto, senza niente occultare. E poiché Valerio dice che niente
proibisce che vi rendiale alle case vostre concedendovisi dal Senato il
ritorno, ed essendosi decretato di non perseguitarvi ; io risponderò a lui cose
nemmeno vere che necessarie a dire. Oltre i motivi ben grandi e varj, tre ne
sono o Valerio fortissimi e chiarissimi che c impediscono di rimetterci a voi
deponendo le armi. Il primo è che venite a noi per esortarci come traviati; e
Radicate beneficenza vostra accordarci il ritorno : 11 secondo è che invitando
noi a pacificarvici, niente dichiarate le condizioni compiacevoli o giuste su
le quali possiamo ciò fare : è poi ! ultimo che niente di quanto ci promettete
sarà per essere stabile, giacchè avete continuato a rigirarci e deluderci tante
volte. Discorrerò di ciascuna di queste cose, incominciando dai diritti ;
giacché sempre dai diritti si vuol cominciare sia che trattinsi le cose
private, sia che le pubbliche. Noi dunque se ve ne abbiamo mai fatte, noi non
chiediamo nè impunità nè dimenticanza delle ingiurie. E non yorremo piò. rio
starci a parte della vostra città, ma dandoci in balia della sorte e dei genj
che ci guidino, ci fermeremo là dove .porta il destino. Ma se per colpa vostra
noi siamo ridotti alla condizione in cui ci troviamo ; e percpè non confessate
che voi li quali foste gli oltraggiatori, voi abbisognate anzi di perdono e di
dimenticanza ? Come dite di accordarci voi questa ; quando avreste a
dimandarcela ? Come così vi magnificate quasi voi calmiate lo sdegno verso di
noi, quando dovreste cercare che noi verso di voi lo placassimo ? Cosi
confondete la natura della verità, così la dignità dei diritti pervertite ! Che
poi non siate voi gli offesi ma offensori; che voi beneficati tante volte e
tanto dal popolo per fondare la libertà e V impero, lo abbiate non bene contraccambiato
; uditelo, e convincetevene. Io non parlerò se non di cose che voi sapete, e se
alcuna mai sarà falsa ; reclamate per gli Dei ve ne prego, non che stiate a
bada pazientando. Il nostro governo primitivo fu monarchico, e lo abbiamo
conservato per sette generazioni. In tutti que’ principati il popolo non fu mai
conculcato dai re, specialmente dagli ultimi. Anzi lascio di dire che derivò da
quel dominio molti e segnalati vantaggi;. a8g impemcchè per obbligarlo a
sestessi e console porgeva al popolo, noi non più memori verso di voi dei mali
antichi, noi pieni di lusinghiere speranze per f avvenire, ci dedicammo tutti a
voi stessi; e dissipate in poco tempo tutte le guerre, tornammo con seguito
folto di schiavi e di prede bellissime. E voi, ne avete voi dato ricompense
giuste, o degne de’ pericoli ? ma quando mai ? troppo lungi ne siamo. Anzi ne
avete tradito le promesse che imponevate al console di farci a nome del comune.
E quest’ uomo bonissimo, del quale abusavate per deluderci, lo avete. questo privato
del trionfo, quando degnissimo ne era più che tutti i mortali. Nò già per altra
cagione così ancor lo spregiaste, se \ non perchè vi dimandava che adempiste le
promesse, e perchè sdegnato mostravasi che ci beffaste. Ultimamente ( vi
aggiungo questo solo intorno al diritto, e finisco ) quando gli Equi, i 5abini,
i Volsci insorsero di comun voto, e concitarono ancor gli altri, non foste
ridotti, voi venerabili e gravi, a ricorrere a noi negletti e vili, colmandoci
di promesse per iscamparvela ? e non volendo parer d’ ingannarci come altre
volte, trovaste per coprir la impostura questo Mania Falerio, uomo amantissimo
della plebe. E noi credendogli come a uomo dal quale non saremnw traditi perchè
dittatore, ed amicissimo nostro f ci consociammo novamente a voi per questa
guerra, e vincemmo i nemici con ‘ battaglie non poche, nè pieciole, nè ignobili
Ridotta la guerra a bellissimo fine prima ancora delle sperante comuni, tanto
foste alieni da renderne grazie, e ben copiose al popolo, else cercavate ritenerlo
anche senza voglia, sotto le insegne e fra V armi, per trasandar le promesse,
come trasandarle destinavate fin dal principio. E non tollerando il valentuomo
la beffa, nè la infamia delV opera, e riportando in città le bandiere, e
rilasciando tistti per le proprie case ; voi, presone motivo onde non far la
giustizia, ingiuriaste lui, nè serbaste a noi veruna delle convenzioni con tre
abusi gravissimi, perchè profanaste la maestà del Senato, annientaste il
credito di un tal uomo, e rendeste inutile cC vostri benefattori il merito
delle fatiche. Omj potendo noi dir queste e simili cose non poche, non abbiamo
o Patrizj voluto piegarci (die umiliazioni ed alle preghiere, nè accettare come
i rei di gravissime colpe, il ritorno su la obblivion del passato. Sebbene,
essendoci noi qui riuniti per concordare ; non dobbiamo ora investigare pià
sottilmente queste cose, ma vociamo trascurarle e dimenticarle, • e tenercele.
Che non dite voi dunque palesemente a qual fine siete qui deputati, e qual cosa
venite per chiederne ? Su quali speranze volete in città ricondurci ? Qual
sorte abbiamo a prendere per guida del nostro ritorno ? Qual giubilo, quale
benevolenza ci aspetta ? Fin qui non abbiamo punto ascoltate esibizioni umane e
benefiche, non onori, non magistrature, non sollevamento dalla indigenza, nè
altre cose qualunque, sebbcn tenuissime. Quantunque non dovea già dùcisi
ciocché siete per fare, ma ciò che fate, perchè sperimentandovi subito benevoli
nelle opere vostre, vi argomentiamo ancor tali per l’ avvenire. Ma io penso che
voi risponderete a ciò, che voi siete qui plenipotenziari, e che qualunque^
cosa ci persuaderemo a vicenda, sarà stabilita. Or_ sia ciò vero; e ne sieguano
conformi gli effetti ; niente vi contraddico. Bramo però sapere le cose che da
loro ci si faranno dopo queste. Vale a dùe, quemdo avremo noi detto su quali
condizioni vogliamo il ritorno ; e quando ci saran concedute ; chi ci sarà di
esse mallevadore ? Su quale sicurezza deporremo le armi, e metteremo le nostre
persone di bel nuovo nelle lor mtmi ? Su quella forse dei decreti che si faran
dal Senato, non essendovene ancora ? Ma qual cosa mai impedirà che annullino
questi con altri decreti, quando così paja ad Appio e ad altri che pensan com’
egli ? Con^ teremo forse su la dignità dei deputati che ne porgono in pegno la
fede loro ? Ma prima ancora ci han deluso colla interposizione di tali uomini.
Riposeremo forse ne trattati fatti innanzi agV Iddj, e confermati da loro co'
giuraménti? Ma io temo di ogni fede umana consimile, vedendola da quei che
comandano vilipesa. E so, nè già ora per la prima volta, che i trattati forzosi
tra chi brama esser libero e chi vuol dominare han vigore soltanto finché la
necessità così porta. Or quale è queir amicizia e quella fede nella quale siamo
costretti ad ossequiarci contro voglia, insidiando t uno il tempo dell' altro ?
Allora incessanti i sospetti e le calunnie; allora le invidie e gli od] ed ogni
maniera di mali: allora la gara di preoccuparsi a distruggere V emolo ;
riuscendo ogn indugio a mal termine. Non vi è, come tutti sanno, guerra più.
trista della civile : questa i vinti fa miseri, ed ingiusti li vincitori : e li
'vinti han dagli amici i lor mali, i vincitori agli amici li causano. Or voi
dunque o Patrizi vogliate chiamar noi a pari circostanze, a pari bisogno non
desiderabile ; e noi o plebei non ci rendiamo loro mai più: ma come la sorte ci
ha divisi, così teniamoci in calma. Abbian pur essi tutta Roma, senza noi se la
godano, e ne raccolgano soli ogni bene, essi che han ridotto fuor della patria
noi miseri, noi disonorati plebei. E noi andiamocene pure dove gt Iddj ei
guidano, considerando che non la nostra ma t altrui città lasciamo. Niuno di
noi qui lascia non campagne proprie, non abitazioni paterne, non sacerdozi, non
‘ magistrature comuni come in sua patria per t esercizio delle quali siavi
ritenuto pur contro voglia ; anzi nemmeno lasciammo qui per noi la libertà,
quella che ci avevamo colle arme e con tanti travagli acquistata. Imperocché
parte i nemici, parte la miseria quotidiana, parte V alterigia degli usurieri
ci han guasto e consunto e tolto ogni cosa : tanto che noimiseri eravamo
ridotti a coltivare le terre di questi zappando, piantando, arando, pasturando,
divenuti conservi degli schiavi loro da noi presi colle arme; e chi di noi portavamo
catene alle mani, chi ne piedi, chi nella cervice finalmente, come fere
intrattabili. E qui non ricordo le ferite, gli avvilimenti, le battiture, le
fatiche da notte a notte , ed ogni altra sevizia, e non le ingiurie, e non C
orgoglio che ne abbiam sostenuto. Liberati, la Dio mercè, da tanti e sì gran
nudi, fuggiamo ben contenti quanto possiamo e sappiamo, e prendiamo per. duci
della fuga la sorte e gl’ Jddj li quali veglian per noi, considerando come
patria nostra la libertà, e la virtù còme nostrà ricchezza. Ogni popolo nè,
ammetterà, sì perchè non molesti, come perchè utili a chi ne riceve. E ci siano
in ciò' di esenqtio molti Greci, Dal tempo prima dell’alba fiuo a aera. e molti
barbari, e principalmente gli antenati tii quelli e di noi. Gli antenati nostri
passando con Enea dal£ Asia nelC Europa fondaronsi nel Lazio una patria : e poi
spiccandosi da Alba sotto gli au spicj di Romolo che guidava la colonia,
pigliarono sede ne' luoghi appunto abbandonati da noi. Abbiamo noi forze non
già poco maggiori che essi, ma triplicate, e celione molto più giusta di
trasmigrare. Quelli partivan da Ilio perseguitati da nemici, e noi di quà dagli
amici : e ben è più misera cosa essere espulsi dai domestici, che dagli
estranei. Quei che a Romolo si ligaroho per compagni trascurarono la patria per
cercare terre migliori : ma noi lasciamo un vivere senza città, un vivere senza
case paterne quando rechiamo la colonia : e certo la rechiamo non odiosa agl
Idàj, non molesta agli uomini, nè gravosa a terra niuna ; non rei' del sangue e
della strage de’ cittadini che ci han discacciati, non rei del ferro o del
fuoco messo ai campi che abbandoniamo, nè di altro monumento qualunque
fondatovi di eterna inimicizia; come spinti da necessità sconsigliata rei se ne
fanno i popoli traditi nett aUeanza. Noi chiamati in testimonio i genj e gl'
Iddj che guidano con giustizia le cose mortali, e lasciandQ'che essi prendano
per noi la vendetta, abbiamo chiesto unicamente di riavere i nostri teneri
figli, i (secchi Padri, che in città si rimasero, e le mogli in fine, se alcune
pur vogliono dividere con noi la nostra sorte. Contenti di ricevere questo, non
altro dimandiamo da Roma, E voi tanto impolitici f tanto insocievoli verso de'
miseri, vivete felici, e come più desiderate. Appeaa Bruto ebbe ciò '' detto si
tacque. Parve agli astanti tutto vero quanto disse intorno ai diritti, e quanto
per accusare la superbia de’ senatori, principalmente quando dichiarò che la
semplicità dei patti era tutta piena d’ intrico e d’inganni: ma quando infine
delineò gli alTronti che aveaoo patito dagli usucierì, e ciascuno ricordò li
suoi mali ; niup v ebbe sì fermo di animo, che non si desse a piangere, e
lamentare i danni comuni. Nè impietosirono già sol essi, ma fino gl’ inviati
dal Senato. Non poteano que’ seniori contenere le lagrime, pensando la calamità
per la separazione de' citudini : e rimasero gran tempo tra 1’ afflizione, e
tra ’l pianto senza sapere ornai che più dire. Cessali gli alti gemiti, e
tornato il silenzio nell’ adunanza, procecedelte per farvi le difese Tito
Largio autorevole sopra tutti i citudini per anni, e per dignità, come lui che
due volte console, e già rivestito della ditutura, avea con esercitarla bene
più che gli altri, renduu venerabile, e sanu una carica altronde odiata. £ datgsi
a parlare sopra i diritti, e ulvolta incolpando gli usuraj perchè aveano
operate cose durg, e disumàne ; talalira rimproverando i poveri come non giusti
nel' chiedere che si rimettessero ad essi i debiti per forza anzi che per
grazia, e nell’ esacerbarsi col Senato piuttosto che con quelli che impedivano
che si'ccmcedesse loro alcuna cosa anche moderaU; e dippiù tentando mostrare
cl^e picciola era la parte del. popolo, .ingiuriosa suo mal grado, e necessiuta
a dimandate per la igopia gravissima la condonaeione dei debiti, ma più grande
assai la parte la quale esigeva ciò perche viveasi scorretta, insolente,
voluttuosa, e preparata a supplire co’ furti alle sue passioni, talché '
doveansi ben distinguere i poveri dai ribaldi, quelli che erano da compatire da
quelli che erano da odiare ; ed aggiungendo in (ine discorsi consimili, veri si
ma non grati generalmente; non soddisfece tutta la udienza. Dond’ è che sorsene
strepito grande di voce, altri sdegnandosi. quasi rincrudisse loro gli affanni,
ed altri confessando che dicea pur troppo il vero. Ma perciocché gli ultimi
erano assai minori di numero, scomparivano tra la moltitudine degli altri, e
prevaleano soprattutto i clamori degli adirati. À queste cose ne aggiugnea
Largio poche altre su la partenza e precipitanza loro, quando ripigliando la
parola Sicinio il capo del popolo ne riaccese assai più lo sdegno con dire :
che ben poleano da un tal parlare, comprendere quali onori e quali
ringraziamenti ne avrebbero, se tornassero nella patria. Se quelli che slansi
nel colmo de’ pericoli, ed abbisognano del braccio del popolo, e per questo a
lui vengono, non san trovare nemmen ora discorsi moderati ed umani; qual animo
dee credersi che avranno quando siano .le cose riuscite loro secondo il
disegno, e quando chi offendono ora colle parole, sia sottomesso loto ancora
nelle opere ? Da quali insolenze mai si conterranno ? da qual; flagelli, o da
quali tiranniche sevizie ? Se a voi dà il cuore, ei dicea, di servire tutta la
vita incatenati, battuti, straziati col ferro, col fuoco, colla fame, con ogni
guisa di maU; su, non perdete tempo, gettate le armi, seguitateli. Ma se V è
pure in voi desiderio di libertà ; non pazientate ornai più. Ambasciadori ! o
dite su quali cortidizioni ci richiamate ; o partite daW adunanza ; perchè non
lasceremo più che vi parliate. E qui tacendosi lui, tutti gli astanti ne
strepitarono, acclamandolo, perchè area detto a proposito. Restituitasi quindi
la calma Menenio 'Agrippa il quale areva interloquito in Senato sul popolo, e
proposto e fatto principalmente che gli s’ inviasse un’ ambasceria
plenipotenziaria, fe’ cenno di volere aneli’ egli discorrere. Riuscì la
richiesta gratissima ; e parea come r augurio che udirebbe nsi allora Analmente
condizioni giuste, e salutevoli ad ambe le parti. E subito esclamarono tutti a
gran voce, che parlasse. Poi si chetarono, e si profondamente, quasi fessevi
solitudine. Parve uu tal uomo, com’ era verisimile, assai persuasivo nei suoi
discorsi, e tutto confacevole ai voleri della udienza: è' fama però che in ultimo
proponesse una tal favola sul gusto delle Esopiane espressivissima delle
circostanze, e che con questa principalmente li guadagnasse. Dond’ è che la
favola fu creduta degna di ricordanza, e rapportasi io tutte le storie antiche.
L’, aringa di lui fu questa : Popolo, noi veniamo dal Senato a voi, non per
difendere lui, nè per accusarne voi: nè già pormi che il tempo ciò chieda, nè
che ciò sia prosperevole per la sorte della .repubbUca. Ma noi veniamo con
tutto f ardore e V efficacia per 'levar le discordie, e rimettere la >
repubblica nel 'buon ordine primitivo^ rivestiti per ciò fare di^ un potere
assoluto. Pertanto non pensiamo che,sian ora da esaminare i diritti > come
fece con orazione lunghissima questo Giunio ; pensiamo piuttosto che debbansi
con gli amorevoli modi ricongiunger gli spiriti. Qual fede sia poi per
garantire le nostre convenzioni, ve lo esporremo, appunto come ne cibiamo
deliberato. Considerando noi else le sedizioni si curario in ogni città col to
gliere i semi delle discordie, abbiamo giudicato ne cessarlo di conoscere e
spegnere le cause produttrici della divisione. Or trovando noi che le esazioni
dure de’ presuli sono la origine de’ mali presenti ; così le correggiamo.
Decretiamo che quanti soggiacciono a debiti, nè possono estinguerli, ne siano
del tutto assoluti. Decretiamo Uberi tutti, quanti son detenuti per aver
differite le paghe oltre i tempi legittimi, e decretiamo liberi infine quanti
furono in mano consegnati dei creditori per sentenze speciali di giudici^
annullando noi queste totalmente. Cosi ripariamo ai contralti precedenti tenuti
come causa della sedizione: ma quanto a centratti avvenire facciasi come ne
ordinerà la legge che sarà costituita da voi, da tutto il popolo, dal Senato.
Dite, non erano queste le cose che vi alienas>ano da’ Patrizf ? Non
giudicavate voi che sareste conienti, e che altro di più non bramereste, se le
impetravate Oggi vi si concedono ; andate, tornatevi' gittiilando alla patria.
I riti poiche convalideranno ed assicureranno questi trattati saran quelli
appunto delle leggi, usati nel depórsi delle inimicizie. Il Senato approverà
pur egli questi trattati ^ e darà loro forza di Digilized by Google 3o2 delle
Antichità’ romane leggi quando scritti gli avremo. Anzi schiviamoli qui noi
come ne piace ; ed il Senato vi sarà sottomesso. E che questi si rimarranno
indelebili ; che il Senato non potrà mai sopraggiungervi nulla in contrario,
noi qui deputati, noi li primi ne facciam garanzia sul corpo, e vita, e stirpe
nostra, e con noi pure ve ne fan garanzìa li senatori che firmeranno il
decreto. Imperocché mai, ripugnandovi noi si decreterà cosa niuna contro del
popolo ; giacché noi -siamo li primi del Senato, e noi li primi a dichiarare i
nostri pareri’. ven farà da ultimo garanzia la fede comune atutti i Greci, e a
tutti i Barbari, quella che niun tempo mai potrà cancellare, quella che con
giuramenti, e libagióni rende i Numi vindici degli accordi, e su la quale
chetaronsi tante, e non picciole nimicizie de’ privati, e tante guerre di
repubblica con repubblica. Or questa fede ricevetela ancora voi ; sia che
vogliate permettere a noi, pochi si, ma capi del Senato, di giurarvi a nome di
questo,^sia che vogliate che tutti i Padri sottoscrivano e giurino con rito
santo di serbarvene i patti inviolati. E tu, o Bruto, non incolpare il pegno
delle destre, non le libagioni, non la fede data invocandone i Numi, né
togliere tali espedienti bellissinii degli uomini: e voi non vogliate tollerare
che costui ricordi le promesse tradite dai scellerati e dai tiranni, da quali
tanto è lontana la virtà de’ Romani. Or lasciate, che io soggiunga (e terminò)
una cosa non ignorata i fiè controversa da rtiun dei/ mortali. Ma quale è mai
questa? Essa importa >'t utit colmine,. e saU/a le parti f una colt altra :
essa è r unica e sola che ci raccolse già tutti in un corpo, e che mai farà
separarci. Abbisogna, nè mai cesserà di abbisognare la moltitudine imperita di
sas>j che la dirigano ; come un complesso di savj idonei a dirigere
abbisogna di chi lascisi governare. Nè ciò per immaginazioni sappiamo, ma per
esperienza. Che dunque ci riduciàmo a tremare brigandoci gli uni con gli altri
; o che ci logoriamo in triste ^parole ; essendoci facilissimo tornare alt
utile nostro ? Che dunque non ci espandiamo, ed abbracciamo, e voliamo (dia patria,
aUe antiche delizie, agli oggetti di tanti dolcissimi e soavissimi nostri
desiderj ? A che cercare impossibili assicw'ozioni? A che fidanze malfide^ come
in guerra nemici fierissimi che in tutto sospettano il peggio ? A noi, o
plebei, a noi membri del Senato, basta la sola vostra parola, clte non sarete
se tornate iniqui con noi: e perchè ? perchè sappiamo il vostro buon
allevamento, la istituzione legittima, e le altre virtù che avete in guerra ed
in pace dimostrate. E se i contratti oggi ottengono a nome del comune una
riforma, così dimandando la fedeltà, così la speranza, degli uni verso degli
altri ; teniam certo ancora che siano per corrispondere in voi le altre buone
doti : e niente da voi cerchi (uno ^i giuramenti, niente gli ostaggi, nè altro
pegno qualunque di sicurezza ; nè però mai contrarieremo le vostre dimande. Ma
ciò basti su la fedeltà intorno • la quale Bruto c incolpava. Che se in voi
resta aricora alcuna, invidia non degna, che vi àccita a pensar' pravanten^s
del Senato •, io dùò pur. di questa : e voi attenti, in calma, ascoltatemi o
plebei. 1 ' Somiglia ad un corpo umano una repubblica : perciocché l uno e t
cdtra risultano da più parti ; nè ciascuna delle parti in essi ha forze eguali,
né porge un uso medesimo. Adunque se le membra del corpo umano ricevessero
tutte, come il senso, la voce, e poi nascesse discordia fra loro congiurandosi
tutte le altre ad una ad una contro del ventre, e, li piè si dolessero che il
corpo intero poggiasu loro, le mani che solo esse traltan le arti, procacciano
il necessario, combattono co’ nemici, e pongono molti t^ri beni in comune-, gli
omeri perchè p'orVan essi ogni peso, la bocca perchè parla, la testa percitè
vede, perchè ode, e perchè comprende tutti i sensi onde il complesso vive del
corpo ; e se quindi dicessero, or tu buon ventre fai tu niuna di queste cose ?
quale riconoscenza, qual utile tu ci rendi? Anzi tanto sei lontano dal
cooperare e dal compiere con nei alcun utile comune ; che ne impedisci e
conturbi, e quel che è più intollerabile, ci necessiti a servirti, e portarti
di ogn intorno quanto ti sazj negli appetiti tuoi. Orsù; chè non ci rendiamo
noi liberi, nè cessiamo dalle cure che .in grazia di lui sosteniamo ? Se così
piacesse loro, se nhtna parte più fornisse le proprie funzioni-, or potrebbe il
corpo a lungo 'sussisterne ? Anzi in pochi dì consumerebbesi dsdla fame,
pessimo fra tutti i mali ; e niuno può dirne il contrario. Or concepite pure
altrettanto di una repubblica. Compiono questa molti generi di persone niente,
infra li>r,sornigUanti'; e ciaicùno le porge un uso proprio di lui t come le
nsembra lo porgono al corpo. Chi coltiva i campi f chi pe' campi combatte co'
nemici : chi ne reca assai beni tr^Jicando pe' mari ; e chi travaglia in su le
arti necessarie. Se ciascun genere di queste personeinsorga contro il Senato,
che è l’ ordine degli ottimali, e dica ; qual cosa, o Senato, tu ci fai di bene
? e per qual causa, non avendone tu alcuna; vuoi, comandare sugii altri? Non ci
terremo una volta da questa tirànnide tua ? nè vivremo indipendenti ? Se con
tali pensieri si levasse ognuno dalle usate incombente ; cosa impedirà che una
tale sconcia repubblica miseramenteperisca per la fame, per la guerra, per ogni
male ? Istruiti dunque, o voi del popolo, che come ne' corpi nosU'i il ventre
accusata a torto da molti, nudrito nudrisce, conservato conserva ; e quasi uim
dispensa universale, porge ad ogmino il' suo bene, e la sussistenza in un tutto
; così nelle repubbliche il Senato che matteria il comune e provvede a ciascuno
V utile suo, tutto salva e custodisce e dUrige ; cessate di lanciar contro lui
voci ccUunniose, quasi per lui siate fuori della patria, e ne andiate raminghi
e mendici. Il Senato non volle mai questo, nè farawelo : anzi vi chiama, evi
supplica, e vi stende le mani, e vi spalanca le porte, e raccoglievi. Intanto
che Menpnìo concionava, sorgeano ad ora ad ora voci varie e molte da^i astanti.
Ma pai> chè sul fine del suo ragionatiteoto si diede a comma veri!, e
'deplorare le disgrazie e la sorte immiucnle su DlOUtai, lomo II. a di ambedue,
su quelli rimasi in città e su gli altri che ne erano usciti ; si misero tutti
a piangere, ed unanimi ad una voce gridarono che li riconducesse alla patria,
né più s’ indugiasse. E poco mancò che partissero tutti a furia dall’ adunanza
; rimettendo ogni cosa ai deputati senea brigarsi più oltre della sicurezza. Se
non che Bruto facendosi innanzi ritardò l’ impeto loro, dicendo : che erano pur
buone per quei del popolo le promesse del Senato, e chiedendo che grazie
appieno gli si rendessero per le cose a loro concedute. Aggiungeva ancora di
temere per l’ avvenire che uomini una volta oppressivi, si dessero, venutone il
tempo, a ricordare, e punire le cose operate dal popolo. Jtimanervi una
sicurezza sola per quelli che temono questo dagli Ottimati, cioè quella di
rendere indubitato che, se vogliono, non posson piii offenderli. Finché sta in
essi il poter danneggiare, non mancheran de malvagi che il vogliano. Pertanto
se il popolo ottenga tal sicurezza ^ -non altro resteragli da chiedere. Ripigliando
Menenio, ed invitandolo a dire qual sicurezza pensava che al popolo bisognasse,
concedeteci, disse, che noi ci scegliamo ogni anno dall' ordine nostro alcuni
magistrati i quali non siano ad altro autorizzati che a proteggere gli
oltraggiati, e gli oppressi nel popolo, nè lascino che alcimo sia defraudato
de' suoi diritti. Alle^ cose accordateci aggiungete in grazia ancor questa, ve
ne preghiamo, ve ne supplichiamo, se la pace esser dee non in parole, ma in
fatti.. 11 popolo udendo un tal dire lo accompagnò con grandi e lunghe
acclamazioni, raccomaiidau dosi ai deputati che gli concedessero anche questo.
I deputati ritirandosi daU’adunanza, e conferendo alquanto in fra loro, vi
ritornarono dopo jion molto. Taciutisi tutti, Menenio fattosi iunanzi disse :
La dimanda è grande e piena o plebei di enormi sospetti. A noi viene timore ed
ansietà che non abbinasi a fare due città di una sola. Quanto è da noi, nemmeno
in ciò vi ci opporremo, or voi compiaceteci (tende anche (Questo al ben vostro
) date a tre deputati che tornino in Aonuif e narrino al. Senato la richiesta.
Non ci arr roghiamo noi di risolverne > quantunque abbiamo da esso U potere
di concordare come ne piace, arbitri in tutto di prafnettere.. Siccome il caso
che ci occorre è inaspettato e nuovo ; così ce ne riportiamo ai Padri, quasi in
esso V autorità ci si limiti. Ci persuadiamo, pelò ‘ che essi ne sentiran come
noi. Frattanto io qui resto >, e con me parte dei deputati. Valerio e gli
altri onderanno. Stabilito ciò gl’ incaricati d’ informare il Senato spronarono
i cavalli alia volta di Roma. Proponendo i consoli in Senato la richiesta;
Valerio opinò che si concedesse. Appio, nimico Gn da principio di ogni,
accordo, contraddisse anche allora chiarissimameute, esclamando e rilevando,
chiamatine in testimonio i Numi, i germi dei mali che impiantavano alla
repubblica. Non però convinse la pluralità, desiderosa, come ho detto, di
.spegnere la discordia. Adunque il Senato autorizzò con suo decreto lè promesse
dei deputati ai popolo, come pure che gii accordassero la sicurezza che
dimandava. Fatto ciò tornando il giorno ap|>resso i deputati nei vi
eapoM0a4.";^HH Ieri del Senato. Quindi esortando ' MenenioU'^poii^lD
d’inviare alquanti a’ quali il Senato desse la Sull' ftdé ; fu spedito Lucio Giuùo
Bruto, del qnale abbiÀtt'i^no di sopra, e Marco Decio, e Spurio Icilio con
esso. Andò metà dei deputati compagna di Bruto in Roma. Agrippa, pregatone, si
rimase nel campo, per istender la legge a norma delia quale il popolo creerebbe
i suoi magistrati. 'Nel di seguente Bruto rìlortiò già fatti i patti col Senato
per mezzo de’ Feciali, che cfaia> mano. Divisosi allora il popolo in
Fratrie, come ah tri qui nominerebbe quelle che essi dipono Curie, dichiarò
suoi, magistrati dell’ anno Lucùr Gìnnio Bruto, Cajo Sicinio Belluto, 6 no a
> quel di loro capi, e con essi ancora Ca}o e Publio Licinio ì e Cap Icilio
Ruga. Assunsero questi cinquei primi' la^ potestà tribunizia, quattro giorni
avanti le idi di ’decembre {%), CO 7 me pur nel mio tempo si pratica.
Firttterle ’eiéEÌoni'parve a’ deputati del Senato, adempito l’ intento della
loro missione. Ma Bruto, convocata l’ adunanza ' del popolò, consigliò che
dichiarassero i suoi magistrati Santi ed: invìo Lìtio, Dionigi, ed altri
storirn antichi non ben si accordano sn la nomina di questi magistrati. Livio
dice che i due i primi nominati furono Cajo Licinio, e L. Alhiud. e che questi
poi si scefaero tre colleglli tra quali fiv Sicinio V autore delia seditìone.
-Ma^ Dionigi pone per primi Lucio. _Giunio Bru^o, e C. Sicinio Bellirto : a
quindi C. e Fuhiio Liciuro, e C. Icilio Ruga. (3) Anni di Roma 361 secondo
Catene, s63 aeeondo Varrona, a 491 avanti Cristo.. 3o9 labili slabilenilone la
sicurezza colle leggi e co’giiiramenti. Piacque ciò a tutti, e si fece su lui e
su collcghi la legge : che niuno forzaste un tribuno ) come un altro qualunque
a far mai cantra sua voglia ; ni lo battette, ni lo uccidesse, né ordinasse ad
altri di balte rio, o di ucciderlo. Che te alcuno a dà contravvenga anche in
parte ; itane reo capitale ; se ne diano a Cerere -i beni : e chiunque lo
uccide, abbiasi coma puro dalla strage. E perchè non si potesse mai più far
cessare questa legge, ma restasse immobile iu ogni ar venire ^ si stabili che ì
Romani giurassero tutti co’ riti santi dì osservarla ' essi, ed i posteri loro
perpetuamente.E si aggiunse ai giuramenti la preghiera, che gli Dei superni, ed
inferni fossero propizj a' chiunque favoriva la legge, ma contrarj a quanti la
violavano, come cootaminati di delitto gravissimo. Da indi sorse ne’ Romani il-cosWme
che persevera pur ne’ miei giorni, di riguai^ dare le persone de’ tribuni come
sacrosante. XC. Concordato dò, fecero un aitare su le dme della montagna ovo
s’^erano accampati, e lo denomina rono nell’ idioma, loro, l’altare di Giove la
cito su la fiducia di respingere i nemici che si avan zavano ; ma costretti
bruttamente a fuggire^ prima di dare alcuna nobile prova, nemmen fecero punto
di ger nevoso combattendo poi su le mura. Adunque i Ro> mani in un sol
gioruo s’ impadronirono sehzà tere dei lor territorio, e, ne presero a forza la
citti, nè con molto travaglio. Il comandante Romano concedè '. .. 'V (t) Vuoi'
(lire Edile. Era qacsto vócaboìo proprio d’ RoroasK' che le miline si approp
lasserò le robe invase; e presi diala la città, ne andò col resto deli’
esercito contro l'altra città de’ Volsci, chiamata Polusca, non molto lontana
da Longola. Nè osando alcuno di uscirgli incontro, percorse facilissimamente U
campagna, e ne investi le maia. E datisi i soldati, chi a spezzare le porte,
chi a scalare le mura ed ascenderle; Polusca anch’essa fu presa nel giorno
medesimo. Il console scel-, tivi alcuni pochi, autori della ribellione, li fe’
morire : e multati gli, altri in danari, e spogliatili delle arme; gli astrinse
a dipendere in avvenire dai Romani. Lasciato anche in guardia di Digitized by
Google 3aa Delle antichità’ romane ni. Volgendo la olimpiade sessantesima
quarta, in-' tanto che Milziade 'era arconte di Atene, i Tirreni dei contorni
del golfo Jonio, cacciati poscia di là dai Galli, e gli Umbri con essi, e li
Dauuj, ed altri barbari in copia tentarono distruggere Cuma, Greca città tra
gli Opici fondata dagli Eretrj e da’ Calcidesi , senz’ altra vera cagione, se
non che ne odiavano la prosperità. Imperocché Cuma famosissima di quei tempi in
tutta r Italia per la ricchezza, per la potenza, e per molti altri beni, avea
le terre le più fruttuose della Campania, con porti utilissimi presso al
Miseno. Invidiandone i barbari il si gran bene, le mossero incontro con
diciotto mila cavalli e con cinquecento mila fanti (a), e non meno. Accampatisi
questi non lungi dalla città surse un portento meraviglioso, quale non
ricordasi accaduto mai nè tra’ Greci dovunque, nè tra’ barbari. I fiumi che
scorreano presso gli alloggiamenti ( Volturno nominavasi 1’ uno, e l' altro il
Ciani (3) ) lasciando lo Gli Eretrj ed i Calcidesi erano popoli dell’ Eukea o
Ne^o ponte. Elrelrìa era distante venti miglia da Calcide. Vi erano dus altre
Eretrie. Vedi tom. i, la not. al S 4^ parla della prima. (a) Par troppo
torrente contro di una città : forse vi à d>aglio nei numeri. (3) Vi sono
altri lìami di pari nome. Questo à quello additato da Virgilio 1. a, Georg.,
Vicina Veitvo Ora jugo,el vaeutt Ctanius non aeqmt acervis. Antonio Boudrand:
(vedi novum Lexicon Geographic.) chiama questo fiume Agno ; e dice che passa
presso di Acerra, di Aversa e Mintomo. Forse il Ciani h quello stesso fiume che
ora chiamasi JPatria nelle catte geografiche scendere lor natarale si
ripiegarono, rifluendo gran tempo dall’ imboccatura alle fonti. Vista la
meraviglia, fecero core i Cnmani di piombare su’ barbari, come se i Numi
fossero per deprimere l’altezza di quelli, e per sublimare loro che depressi
ornai ne pareano. Pertanto dividendo in tre corpi la gente militare, con uno
guaiw darono la città, con altro le navi, e coi terzo, :hieratoio avanti le
mura, aspettarono l’ inimico che inoU travasi. Seicento erano i cavalli Cumani,
e quattro mila cinquecento i fanti : pure si pochi di numero tennero fronte a
tante migliaja I IV. Ck>me i barbari seppero che eransi appareo:hiati per
combattere, dato un grido, coisero in barbara for> ma, disordinati e misti,
cavalli e fanfl, appunto per annientarli tutti in un colpo. Il luogo, dove
innanzi la città si affrontarono, era una valle angusta, rinchiusa da lagune, e
da’ monti, propizia al valor de’ Cumani, ma nemica alla fdUa de’ barbari. Dond’
è che, travolgendosi e calcandosi questi, gli uni gli altri in più luoghi, e
principalmente su pel fango intorno la palude, si distrussero in gran parte fra
loro, senza pur venire aUe mani colia Greca milizia di Cuma : e quell’ esercito
appiedi si numeroso, e disfatto, e sbaragliato da sestesso, fini qua e là
fuggitivo, senz’ avere operato nulla di generoso. Li cavalieri però si
avventarono, e molto travagliarono i Greci : ma non potendo circondar l’
inimico per r angustia del loco, e temendo i destini che combatteano per Cuma
colle piogge, co’ tuoni, co’ fulmini, si diedero anch’ essi alla fuga. In
questa battaglia i cavalieri Cumani militarono tutti luminosamente,
riconoDigiiized by Google 3a4 delle Antichità’ bomane sciutine quindi come
autori della vittoria. Si distinse so' pra tutti Aristodemo cTiiamato Màlaco ;
imperocché solo opponendosi, uccise il capitano nemico, e molti valorosi.
Finita la guerra porgeansi sagriGzj di ringraziamento ai numi, e davasi
magnifica sepoltura agli estinti in battaglia : ma quando si ebbe a decidere a
chi si dovesse la corona, come al più forte ; assai se ne disputò. Li giudici
più ingenui, e con essi anche il popolo, voleano che ad Aristodemo si
concedesse ; ma i più potenti, e con loro tutto il Senato, ad Ippo'medonte,
duce de’ cavalieri. Di que’ tempi era in Guma il governo degli ottimati, nè
molto il popolo vi potea : ma natavi sedizione appunto per tal controversia, i
seniori temendo che tanta ambizione finisse colle armi e colle stragi,
persuasero ambedue li partiti di dar "pari onore all' uno e all’ altro di
que’ valorosi. Da quell’ ora divenne Aristodemo Malaco il protettore del popolo
: e poiché ‘si avea procacciato una persuasiva nei discorsi di Stato, commovea
con questa la moltitudine, allettando lei con stabilimenti gradevoli,
beneficando coll’aver suo molti ' de' poveri, e rimproverando i potenti che si
appropiavano ciocché era del comune. Dond’ é che ne divenne ai primi degli ottimati
molesto e terribile., V. Venti anni dopo la battaglia co’ barbari vennero
ambasciadori dalla Riccia co’ simboli di pace al Cumani per supplicare che li
soccorressero nella guerra contro i Tirreni. Imperocché Porsena re di questi
dopo la pace con Roma dando metà dell’ esercito, come esposi ne’libri
antecedenti, ad Arunte suo figlio, lo aveva inviato, voglioso che n’era, ad
acquistarsi un dominio : e costui di quel tempo appunto assediava gli Arieini
rifugiatisi tra le ;nura, sulla idea di prenderne tra non molto la città colla
fame. A tale ambasceria li primi degli ottimati odiando Aristodemo e temendo
che non causasse alcun male al governo ; concepirono di avere il buon punto di
levarsel d’ intorno con delicate maniere.v Persuadendo il popolo a spedire due mila
per soccorso degli Aricini, e nominandone capitano Aristodemo come il più
insigne nelle armi, fecero poi tal maneggio, nde iusingarsi che colui perirebbe
o per le battaglie co’ nemici, o per le fortune di mare. Imperocché resi dal
Senato arbitri di scegliere quei che dovrebbero andare di rinforzo, non v’
inchiusero alcuno de’ più famosi e più riguardevoli ; ma reclutando i più
poveri e più scellerati .da’ quali aveano sospettato sempre delle sommosse,
ordinarono con questi l’ armata, e riducendo in mare dieci navi antiche,
pessime a correr le acque, e dandone il comando a Cumani poverissimi, ve la
soprapposero, con minacciare di morte chiunque ne disertasse. VI. Aristodemo,
dicendo unicamente che non ignorava le mire degli avversar) che in apparenza Io
mandavano per soccorrere, ma in realtà per farlo soccombere ; assunse il
comando dell’ esercito. E facendo ben tosto vela co’ deputati Aricini, e
superando a stento e con pericolo il tratto interposte, di mare, approdò sui
lidi più prossimi dell’ Aricia. E lasciata guarnigione sufBciente alle navi, e
fatto nella prima notte il cammino il quale vi restava, che certo non era
lungo, si presentò su 1’ alba inaspettato agli Aricini. Accampatosi presso di
loro, e persuasi gli assediati di uscire all’ aperto sfidò ben tosto i Tirreni
a battaglia. Schieratisi ed attaccatisi, gli Aricini resisterono piòciolo'
teinpo, e piegarono e rifuggironsi in folla tra le mura. Aristodemo però coi
pochi scelti Gumani che avea d’ intorno, so~ Bienne tutto il forte della
battaglia, ed uccisone di sua Diano il duce, mise in fuga i Tirreni,
riportandone una vittoria nobilissima. Ciò fatto, e magnificato dagli Aricini
con doni copiosi rinavigò speditamente verso Cuma peressere egli stesso nunzio
della vittoria. Teneano dietro a lui molte barche Aricine colle spoglie e coi
schiavi presi ai Tirreni. Avvicinatosi a Cuma e messe a proda le navi, concionò
tra 1’ armata. E molto accusando i capi della città, e molto encomiando quelli
che si erano segnalati nella battaglia, e dispensando argento e parteci pando a
ciascuno i doni degli Aricini; pregò che di tali beneficenze si ricordassero,
quando sbarcherebbero nella patria, e lo fiancheggiassero se mai gli ottimati
gli creavan pericolo. Confessandosi tutti obbligatissimi per la salvezza insperata
che aveano da lui ricevuta, come perchè tornavano colle mani non vuote in
famiglia ; e protestando che darebbero a' nemici anzi sestessi che lui ;
Aristodemo, rirtgrazionneli, e sciolse 1’ adunanza. Quindi chiamandone al suo
padiglione i più ma liziosi e prodi, e guadagnandoli tutti co' doni, co' bei
discorsi, e colle spc>anze lusinghiere, li fé pronti a mutare il governo che
vi era. VII. Presi questi per ministri e per combattitori, istruitili parte a
parte su ciò che avessero a fare, e messi in libertà gli schiavi che conduceva
per obbligarsi ancor essi, viaggiò piò oltre colle navi coronate 6no ai porti
di Cuma. I padri e le madri de’militari, tutto il parentado, i Ogli insieme e
le mogli, venutili ad incontrare mentre scendevano a terra, lagrimavano, gli
abbracciavano,. li baciavano, li chiamavano con tenerissimi nomi. Tutto il
resto della moltitudine urbana ricevette fra tripudj ed acclamazioni il
capitano, accompagnandolo fino alla casa. Di che dolenti i capi della cittò,
quelli principalmente che gli aveano affidato 1’ armata e ne aveano con altri
modi tramato la rovina, facean tristi colloqui su T avvenire. Aristodemo
lasciati decorrere alquanti giorni onde rendere agi’ Iddj li suoi voti ^ e
ricevute intanto le sue navi da carico rimaste indietro, alfine venutone il
tempo, disse voler esporre in Senato le cose operate nella guerra e mostrargli
le prede riportatene. Riunitisi in numero i primarj, ed i magistrati nel
Senato, egli fattosi innanzi prese a dire e narrare tutte le cose operate nella
battaglia : quando gli uomini apparecchiati da lui per 1 impresa, accorsi in
folla nel Senato co' pugnali sotto gli ‘ abiti, vi uccisero tutti gli ottimati.
Si diedero allora a fuggire e correre, chi alle proprie case, chi fuori delia
città, quanti erano al Foro, eccetto i complici del disegno, i qnali avevano
occupato la fortezza, il porto, ed ogni luogo monito delia città. Nella notte
seguente sprigionando quanti vi erano ( e molti ve ne erano ) dalle pubbliche
carceri, destinati alla morte, ed armandoli con altri suoi amici, tra quali (t)
In segno della -riltoria riportala. G>si ae’trionfì ai coronavano ancora LI
FASCI erano gli Schiavi Tirreni, ne fece un corpo di guardia per la sua
persona. Fatto giorno, convocato il popolo a parlamento, ed accusativi a lungo
gli uccisi, disse che erano stati meritamente % puniti ; avendo per tante volte
insidiata a lui la vita : ma che, quanto agli altri .cittadini, egli darebbe
loro la libertà, la eguaglianza .dei diritti, ed altri beni copiosi Vili. Ciò
dicendo, ed elevando tutto il popolo a speranze meravigliose, stabili due
regolamenti, pessimi tra tutti i regolamenti ^ ed iniziativi di ogni tirannide,
io dico la nuova division delle terre e la remissione dei debiti. Figli
promettea provvedere su l’una e l’altra cosa, purché fosse eletto comandante
assoluto, finché il comune fosse in salvo, e v’ordinassero uno stato popolare.
Con piacere ud) la plebe e tutti i peggiori che avrebbonsi a ghermire i beni
degli altri: ed egli, avutone un potere indipendente, aggiunse un nuovo decreto
col quale deludendo ancor essi, alfine tolse a tutti la libertà. Imperocché
fingendo temere torbidi e sedizioni de’ nobili contro dei .plebei per le
assoluzioni dai debiti e per le divisioni nuove de’ terreni, disse che a
precludere una guerra ed un eccidio civile, trovava un solo rimedio, cioè che,
tutti prima di ridursi a tal male, recassero dalle loro case le arme, e le
consacrassero agl’ Iddj per averle nel bisogno pronte contro i nemici esterni
se ne venivano, e non contro sestessi: pertanto esser bonissima cosa che
stessero quelle presso de' Numi. Persuasi di tanto i Cu> mani ; egli nel
giorno stesso ebbe le armi di tutti, e negli altri appresso fe’ cercare le case
di • ognuno, \iccldendovi molti buoni, sul pretesto che non avessero portate ai
Numi tutte le armi. Dopo ciò fortificò la tirannide sua con tre generi di
guardie : il primo fu di que’ vilissimi e reissimi cittadini co’ quali tolse 1’
autorità degli ottimati : il secondo fu de’ servi indegnissimi renduti liberi
da esso perchè aveano trucidati i loro pa> droni : ed il terzo furono i
militari assoldati da’ barbari più inumani. Erano questi nommen di due mila, e
validissimi più che gli altri nelle arme. Tolse le immagini degli uccisi da
ogni luogo sacro e profano supplendovi in vece loro le sue. Le case, i campi,
ogni avere di questi lo donò tutto ai complici suoi nel preparargli la corona,
riservando per sè l’ oro e 1’ argento, e quanto altro è base della tirannide.
Ma li doni più numerosi e più grandi li profuse tra gli assassini dei loro padroni
; i quali chiesero perfino in moglie le donne e le figlie de’ padroni medesimi.
Quantunque però niente avesse in principio curata la stirpe virile degli
uccisi, alfine si accinse a sterminarla tutta in un giorno, sia che per un
qualche oracolo, sia che per computi verisimili concludesse che perpetuava con
questa a sestesso uno spavento non piccolo. Ma perciocché vivamente nel
distoglievano quelli presso a’, quali dimoravano i figli e le madri, egli
vo-lando concedere loro un tal dono, gli assolvè, sebbene contro sua voglia,
dalla morte. Per cautelarsi però da loro sicché congiurandosi non .insorgessero
contro il suo regno ; comandò che uscissero tutti dalla città chi verso r uno e
chi verso l’ altro luogo : e vivessero per le I Saidliti del tiraoDu alli quali
egli stesso le area mariiate campagne senza istruzione e coltura, propria di
liberi giovinetti, con pascer le greggi o con altri campestri esercizi,
minacciando di morte chiunque di loro in città fosse preso. Cosi quelli,
abbandonati I patri > sosteneansi come schiavi per le campagne, servendo
agli uccisori medesimi de’ padri loro. E perchè niente) pi& ci avesse di
virile o di generoso prese ad effeminare colle Istituzioni sue tutta la
gioventù Cumana, togliendole I ginnasi e gli esercizi militai, e variandone le
maniere già consuete del vivere. Volle che I giovani come le donzelle nudrisser
la chioma, e bionda la riducessero e ricciasserla, e ricciata di reti lievi la
cii^ condassero ; e portassero toghe talari e ricamate, e clamidi sottili e
molli, vivendosi all’ ombra. Donne, educatrici loro, li accompagnavano, recando
parasoli e ventagli ai spettacoli di suono e danza e simiglianti musiche
dissolutezze: ed esse li lavavano, esse portavano ai bagni i pettini, e gli
alabastri con gli unguenti, e gli specchj. Con tal modo ammorbidiva i giovani
fino ai venti anni, concedendo allora che passasser tra gli uomini. Ma egli che
avea cosi vituperato e danneggiato i Cumani, egli che non avea risparmiato loro
nè impudenze, nè sevizie, egli alfine già vecchio, quando si credea sicuro
nella tirannide, Sterminato con tutti, i suoi, ne pagò le giustissime pene ai
Numi ed agli uomini. X. I prodi che insorgendo liberarono la patria dalla
tirannia di lui furono i figli de’ cittadini uccisi : quelli che egli avea risoluto
in principio di trucidare tutti in nn giorno, ma che poi risparmiò, come ho
detto, vinto dalle istanze de’ satelliti suoi, maritati da lui colle madri
loro, comandando che abitassero per le campagne. Pochi anni appresso viaggiando
egli pel contado e vedendoli già adulti e molti e floridi ; temè che non n
congiurassero ed assalisserlo : e macchinò di prevenirli ed ucciderli tutti
prima che niuno se ne avvedesse. Adunque consultandosene • cogli amici,
deliberava con essi le maniere sollecite e piane ma occultamente, onde
spegnerli. Sepperlo que’ giovinetti per indizio forse di alcuno che ne era
consapevole, e, forse mossi da con getture probabili, fuggironsi ai monti,
dando di piglio ai fèrri degli agricoltori. Corsero ben presto in ajuto loro i
fuorusciti Cumani rifugiati in Capua, tra’ quali erano i più cospicui, e
seguiti in gran parte dagli ospiti loro Campani, i figli d’ Ippomedonte, di
quello che nella guerra Tirrena avea comandato la cavalleria. Essi armati
recavano a’ compagni le armi con una truppa non picciola di amici e di
mercenarj della Campania. Alfine riunitisi scorrevano e turbavano predando i
campi nemici, ritoglievano gli schiavi dai padroni, ed ogni altro qualunque
dalle carceri, e gli armavano, e quanto, non poteano trasportare o menar seco
lo davano alle fiamme, o alla mòrte. Ansio dubitava il tiranno come avesse a
combatterli, perchè nè sapeasi quando impren derebbero, nè teneansi fermi
sempre in luoghi medesimi, ma regolavano le loro incursioni o colla notte fino
all’ aurora, o col giorno fino alla notte. Avendo più volte spedito milizie ma'
indarno a guardia delle cani pagne, a lui ne venne un tale degli esuli
malconcio di battiture, spedito ad arte da essi quasi un disertore. Costui
chiedendo la impunità promise al tiranno di guidare 1’ armata che manderebbe
con lui, nel luogo appunto ove quelli sarebbero nella notte imminente. Indotto
il tiranno a credergli perchè non chiedea verun premio, e porgea sestesso in
ostaggio, spedi li suoi duci più fidi, seguiti da molli cavalieri e da’ mercenari,
con ordine di conduire a lui, legati almeno, i più, se non tutti quegli esuli.
Il disertore eh’ erasi a ciò posto menò tutta la notte 1’ armata a disagi
gravissimi per vie non trite e per boschi, in parti le più lontane dalla città.
Come i ribelli e l profughi posti per le insidie intorno all’ Averno, monte
vicino alla città, conobbero pe’segnali dati dagli esploratori che l’armata del
tiranno era uscita, mandarono circa sessanta i più arditi di loro che cinti da
irte pelli portavano fi)sci di sarmehti. Or questi nell’ ora, quando accendonsi
i lumi, chi per l’ una e chi per 1’ altra parte entrarono, quasi opera), la
città senza essere conosciuti; ed entrali cavarono da’ sarmenti le spade che vi
occultavano, e si raccolsero tulli ad un luogo. Donde marciando in schiera alle
porte che menano all’Averuo, ne uccisero i custodi che dormivano, e
spalancatele, v’ introdussero tutti i loro che v’ eran già prossimi, nè per
tanto il fatto ^ ravvisa vasi ancora. Scontravasi per sorte in quella notte una
pubblica festa, ond’ è che tutti oziavano per tutto in città tra le bevande ed
altri diletti. Or ciò diè loro gran sicurezza di trascorrere tutte le vie che
guidavano alla casa del tiranno : e nemineu qui trovando nelle entrate molti,
nè .vigilanti, ve gli uccisero senza stento, oppressi dal sonno o dai vino : ed
internatisi in folla trucidarono nell’ abitazione, quasi una greggia, tutti gli
altri, ornai pei vino non più arbitri de’ corpi nè degli animi loro. Or qni
preso Aristodemo, i figli, e tutti i parenti, e battutili gran parte della
notte, e torturatili, e devastatili con ogni male, gli uccisero finalmente.
Cosi sterminando dalle radici quella stirpe di tiranni fino a non lasciarvi non
fanciulli, non donne, non consanguineo ninno ; e rintracciati tutta la notte
tutti li cooperatori a fondar la tirannide ; andarono, nato il giorno, nel F
oro, e con Tocatovi il popolo, e depostevi le arme, renderono la patria a
scstessa. Or questo Aristodemo nel quartodecimo anno della sua tirannide in
Cuma, questo vulcano gii esuli compagni di Tarquinio cbe giudicasse tra loro e
la patria. Ripugnarono alcun tempo i deputati de’ Romani, come quelli cbe nè
erano a tal fine venuti, nè avevano dal Senato i poteri per difendere ivi Roma.
Non profittando però niente, anzi vedendo quel despota propendere in contrario
per le brighe, e per le istanze degli esuli ; chiesero un tempo per le difese,
e depositarono una somma per garanzia di eseguirle essi stessi. Ma poi nel
correre di questo tempo, quando niuno più vegliava su loro, fuggirono,
ritenendosi il tiranno gli schiavi, li giumenti, e li danari che aveano portalo
per comperare de’ viveri. Tali furono gl’ incontri di queste legazioni, e così
riuscì loro di tornarsene in patria sebbene senza l’ intento. Ma la legazione
spedita neU’Etruria comperatovi miglio e farro lo trasportò su barche fluviali
a Roma, e Roma ne fu nudrita sebbene per poco ; fiocbè consumatili, ricadde ne’
disagi medesimi. Non erari genere di alimenti a cui non si rivolgesse. Dond’è
che non pochi tra la scarsezza, e la inconve' nienza de’ cibi non soliti, s’
avean male nella persona, o diventavano a tutto impotenti, non soccorsi nella
pcvvertà. Come ciò seppero i Yolsci domati di fresco, s’ istigarono con
vicendevoli occulti messaggi a riprender le armi, quasi fosse impossibile che i
Eomaui resistessero bersagliali dalla guerra e dalla fame. Ma i numi propiz)
che vegliavano perchè non rimanessero in preda a’ nemici, ne dimostrarono
allora più chiaramente la protezione. Di repente si mise tra^Volsci una tal
pestilenza, quanta non leggesi mai stata in Greche o barbare terre,
disfacendoli promiscuamente di ogni età, di ogni fortuna, di ogni temperamento,
validi o invalidi. Mostrò soprattutto gli eccessi del, male Yelletri, città
insigne, de’ Yolsci, e grande allora e popolosa. La peste appena ne rispailniò
la decima parte, investendovi e consumandovene le altre. Ond’ è che i
superstiti a tanto infortunio, mandati ambasciadori, e dichiarata a' Romani la
loro solitudine, sottomisero fa città. E siccome aveano prima ricevuto de’
coloni da essi ; ne chiedeano di presente ancor altri. XIII. Impietoùrono,
sapendoli, ai loro mali i Romani ; nè pensarono che si avessero a premere come
nemici fra tanta sciagura, dacché pagavano agl’ Iddj le pene per ciò che
voleano fare su Roma. Piacque loro, di riammetter Yelletri, e spedirvi numero
non picciolo di coloni presagendone sommi vantaggi. Parea che il posto, se
presidiavasi acconciamente, sarebbe ostacolo grande e ritardo a chiunqae si
voleva rimescolare e sommoversi. E concepivasi che la penuria di Roma non poco
si scemerebbe se una parte notabile di popolo altrove si trasferisse.
Inducevali soprattutto a spedire una colonia la sedizione che vi si
riproduceva, non essendovi ancora sopita in tutto la prima. Imperocché il
popolo discordava un altra volta come per addietro, e ne odiava i Patrizj : e
molta era 1’ amarezza dei discorsi co' quali accusavano la poca cura, e la
scioperatezza di essi perchè non aveano a tempo preveduta nè riparata la
penuria futura, dicendo alcuni perfino che ad arte aveano procurato la caresua
per astio e desiderio di affliggerne il popolo in memoria della ribellione. Per
tali riguardi sollecitissima fu la spedizione della colonia, de slinativi dal
Senato tre condottieri. Da principio udiva il popolo con diletto che trarrebbonsi
a sorte i coloni, perchè sarebbe cosi levato dalla fame, e perchè viverebbe in
terra felice : ma poiché rifletté che la peste ge aeratasi nella città che gli
avrebbe a ricevere aveva distrutto i suoi cittadini, e temè che in tal modo
ancora maltratterebbe i coloni, variò poco a poco di sentimento. Tantoché non
molò, anzi meno assai che il Senato ne permetteva, esibironsi per la colonia :
e questi bentosto ne furon pentiti come sconsigliati, e scansavano di uscire.
Da tale vincolo erano trattenuti questi e quanti altri non più si acconciavano
ad andare. Ma dertretato avendo il Senato che la colonia si ricavasse dal
complesso di tutti i Romani secondo le sorti, e stabilendo dure ed irreparabili
pene per chi ricusava ; alfine fu per tale necessità condotto il numero
conveniente in iVelle tri. Noo raoUi giorni appresso un’ altra colonia fu
tra> sferita in Norba, città non ignobile dei Latini -. XrV. Non però segui
da ciò ninna delle cose con~ gbietturate da’ patrizj secondo la speranza di
spegnerele discordie. Imperocché la plebe rimasta intrisi più ancora,
vociferando con assai clamore contro de’ padri nelle adunanze prima di pochi,
indi di molti, per la fame divenuta gravissima; e concorrendo al Foro volgeasi
lamentosa ai tribuni suoi perchè 1’ aiutassero. Or tenendo questi adunanza,
fattosi innanzi Spurio Icilio allora capo di essi perorò lungamente contro de’
padri aumentandone quanto potè la malvolenza. Egli istigò pur altri a dire
pubblicamente ciocché sentivano, e principalmente Siccinio e Bruto allora
edili, invitandoveli a nome, appunto come capi già del popolo nella prima
sedizione, ed inventori, anzi magistrati la prima volta della podestà
tribunizia. Presentatisi dissero anch’essi, udendoli il popolo
vogliosissimamente, malignissime cose già da molto tempo premeditate, come se
la carestia fosse procurata per malizia de’ ricchi, perchè il popoloavea loro
malgrado, ricuperata colla sedizione la libertà. Dissero che i ricchi non
aveano pur la miaima parte del disagio dei poveri : molta essere la loro non
curanza de’ mali, perchè aveano cibi occulti e danari onde comperarli se
introducevansi, laddove i plebei mancavano di ognuna di queste due cose:
protestarono che mandare i coloni a’ luoghi contagiosi, era un avviarli a
rovina visibile e funestissima, aggravando quanto più poteana A tempo di Plinio
era nn ammasso di rovine. Restava circa sei miglia lontana da Segni
ameasogiomo. con parole il male. Chiedeano qual sarebbe il fine a tante
sciagure, e richiamavano loro in memoria gli an> tichi Hagelli, ond’ erano
stati malmenati da’ ricchi ; ag> giungendo ancora iinpuuissimamenie cose
consimili. Da ultimo Bruto la Gni minacciando, dicendo cioè, che se
secondavano, egli necessiterebbe quanto prima a spegner r incendio quelli
stessi che eccitato Taveano. E così r adunanza fu sciolta. XV. Intimoriti i
consoli su tali innovazioni, e solleciti che le adulazioni di Bruto verso del
popolo iiou terminassero in grandi sciagure, intimarono nel prossimo giorno il
Senato. Ivi si fecero discorsi molti e varj da essi, come dagli altri seniori.
Pensavano alcuni che si dovesse blaudire i plebei con ogni dolcezza di parole e
promessa di opere, e renderne i capi più moderali con esporre lo stato delle
cose, e convocarli e consultare insieme il bene comune : io opposito altri
consigliavano che non cedessero, uè si abbassassero verso del popolo : essere
la moltitudine, imperita, e caparbia : insolente, incredibile 1’ ardore dei
capi che 1’ adulano : facessero piuttosto costare che non ci avea ne’ patrizj
colpa ninna, c promettessero ovviare, quanto potè vasi, al male. Redarguissero
e miuacciassero di pene condegne i sommovitori dei [K>polo, se nou si
chetavano. .\ppio era il primo in tal sentimento, e prevalse in mezzo alle
grandi opposizioni de’ padri. Tanto che il popolo turbalo all’ udirne tanto da
lungi i clamori accorse alla curia, e tutta la città fu sospesa nella
espeltazione. Dopo ciò li consoli usciti adunarono il popolo, restandovi breve
DlOXlGi t Zumo 21.parte del giorno, e tentarono di esporgli i voleri del Senato.
Contraddissero i tribuni, nè già fu vicendevole nè ordinato il colloquio.
Gridavano, interrompevansi ; tanto che non era facile agli astanti distinguere
i loro pensieri, e ciò che volessero. Diceano i consoli cb’essi come di
autorità premineute doveano comandare in tutto alla città ; laddove i tribuni
replicavano che i consoli avean dritto in Senato, ma su le adunanze del popolo
i tribuni : questi aver tutto il potere su quanto si dee discutere e
sentenziare da’ voti del popolo. Prendea parte, vociferava per essi la
moltitudine, pronta ad assalire se bisognava, chiunque ostasse loro. Altronde i
patrizj acclamavano, e davan animo ai consoli, circondandoli. Vivissima era la
contesa per non cedere gli uni agli altri ; quasi allora appunto si cedessero i
diritti una volta per sempre. Già il sole era per tramontare, e tuttavia
concorrea dalle case nuovo popolo al Foro: e se la notte non li troncava, forse
i dissidj finivano a colpi, ancora di pietre. Bruto perchè ciò non seguisse,
fecesi innanzi, e chiese ai consoli di parlare ; promettendo di sedare il
tumulto. Concederono questi che parlasse, parendo loro che si deferisse ai
consoli mentre quel capipopolo ciò chiedeva da essi, presenti i trihuui. Fatto
silenzio, Bruto senza dir altro interrogò li consoli di tal modo: Ki ricordale
voi che lasciando noi le divisioni, ci accordavate per^ diritto che quando i
tribuni adunassero sotto qualunque fine il popolo, i patrizj nè intervenissero
all’ adunanza, nè la turbassero ? Ce ne ricordiamo, disse Geganio. E Bruto ripigliò
: qual male aveste voi dunqué da noi che c impedite, nè permettete che i
tribuni dicano ciocché vogliono? E Geganio rispose: perchè non voi, ma noi
consoli avevamo chiamato il popolo a parlamento. Se fosse stalo invitalo da
voi, non V impediremmo ; anzi nemmeno curiosi ci brigheremmo in ciò che si
tratta : ora essendo da noi convocalo, non v' impediamo che Jdvelliale ; ma che
noi ne siamo impediti, ciò non è giusto. Allora Bruto, abbiamo vinto, disse, o
popolo: concedesi a noi dagli awersarj q> anlo chiedes’amo : ora desistete,
chetatevi, ritiratevi : domani promettevi dichiarare quanta forza V abbiale. E
voi tribuni cedete ad essi di presente nel Foro : non sempre già qui cederete
qiumdo abbiate compreso ( e presto lo comprenderete, io prometto chiarirvene )
il potere del vostro magislialo. Abbasserete cotanta loro preminenza : e se
troverete che io V abbia deluso, fate ciocché vi piace di me. XVII. E uiuno più
contraddicendo, ritiravausi tutti dall’ adunanza : non però gli uni e gli altri
con pari divisaniento. Credeano i poveri che avesse Bruto ideato qualche nobile
impresa, e che non indarno la promet' lesse : ma i patrizj trascuravano la
leggerezza di lui, pensando che T audacia delle promesse non andasse più in lò
delle parole; non essendo conceduta dal Senato ai tribuni altra autorità che di
proteggere il popolo, se non facevasi ad esso ragione. Non però la cosa parca
spregevole a tutti, specialmente ai seniori, ma che dovesse attendersi che la
manìa di un tal uomo non generasse mali insanabili. Bruto la notte appresso
svelato il parer suo fra i tribuni, e raccolta una massa non tenue di popolo,
ne andò di conserva nel Foro : e prima clie si facesse di chiaro, occupato il
tempio di Vulcano donde eglino soleano concionare, invitarono il popolo a parlamento.
Empiutosi il Foro di un concorso, quale mai più V era stato, presentasi Icilio
il tribuno, e parlavi luughissimamente contro de’padri. Egli commemora quanto
han latto in danno del popolo, e come nel giorno addietro aveano impedito lui
fin di parlare contro i poteri ancora della sua dignità. E qui disse : e di che
altro tarem più padroni se noi siam di parlare ? Come potremo soccorrere voi se
ojffesi, quando ci si toglie la libertà di adunarvi ? Son le parole i preludj
delle operazioni : nè ignorasi che quelli che non possono dir ciocché pensano,
nemmen possono far ciocché vogliono. Pertanto o ripigliatevi, disse, la potestà
che ci deste, se non volete mantenercela inviolabile; o proibite con legge che
alcuno più ci si opponga. A tal dire provocavalo il popolo che egli stendesse
la legge : e siccome teneala già scritta, la lesse. £, dispensati i voti, fe’
che il popolo immantinente ne decidesse ; parendogli non esser questo un affare
da esitarne, o differirlo, perchè non avesse altri inciampi dai consoli. La
legge era questa : Concionando un tribuno al popolo, niuno aringhi in
contrario, nè interrompalo : e se alcwio contravvenga, dia mallevadori ai
tribuni di pagare, chiamatone in giudizio, la multa che gl imporranno : e non
dandoli, egli sia punito di morte, li beni di lui sien sacri, e tutte le
controversie su tali multe spettino al popolo. I tribuni confermata coi voli la
legge dimisero 1’ adunanza : ed il popolo si ritì rò, tatto di bu on anirno, e
pieno di riconoscenza per Bruto, come per 1’ autore della legge. Dopo ciò li
tribuni ripugnavano ai consoli molto, e su molte cose : nè il popolo ratificava
i decreti del Senato, nè il Senato approvava decisione niuna della plebe. Cosi
teneansi contrapposti e sospetti. Non però r odio loro, come avviene in simili
turbolenze, procedette a danni irreparabili. Imperoccbè nè i poveri investirono
mai le case de’ ricchi ove concepivano che troverebhon de’ cibi riservali ; nè
mai si lanciarono su palesi merci per involarle : ma pazienti comperavano a
gran costo il poco, e sostcneansi di radici e di erbe se penuriavan di argento.
Nè mai li ricchi per dominare soli nella città violentarono colla forza
propria, o de’ clienti, (eh’ era pur molta) la classe indigente, esiliandone o
trucidandone ; ma conduceansi come padri savissimi inverso de’ figli, con cuore
sempre benevolo e premuroso tra le lor delinquenze. Or tale essendo lo stato di
Roma, le città vicine invitavano qual più volealo de’ Romani tt traslatarsi nel
seno di esse, allettandoli con dar loro la cittadinanza, ed altre propizie
speranze : ma le une invitavano mosse dai bei genj per benevolenza e pietà nei
mali altrui, le altre (ed eran le più !) per invidia della prosperità passata
della repubblica. E furono ben molli quei che partirono con tutte le famiglie,
e posero altrove il soggiorno : ma taluni di questi, riordinato lo stato,
ripatrìarono, e tal’ altri mai più. Or ciò vedendo i consoli parve loro, per
voler del Senato, che avesse a farsi una iscrizione di soldati, e porre in
campo un esercito. Prendeano occasione speciosa a tanto dall’ essere la
campagna tante volte danneggiata dalle scorrerie, e saccheggi de’ nemici ;
calcolando ancora i beni che nascerebbero dall’ inviare un esercito di là da’
confìni : mentre quei che restavano avrebbero, come diminuiti, le vettovaglie
in più copia: e gli altri colle arme vivrebbero io siti più abbondanti a spese
dell’ inimico, e la sedizion tacerebbe, almen quanto si tenesse in piedi
l’armata. Tanto più poi sembrava che resùiuirebbcsi la calma tra patrizj e
plebei, quanto che dovrebbei'o militare insieme, e partecipare i beni e i mali
a fronte de’ pericoli. Non però la moltitudine ubbidiva, nè si presentava
spontanea, come altre volte, per essere iscritta. Non vollero i consoli foi^
zare secondo le leggi i renitenti : ma alcuni patrizj s’iscrissero volontarj
co' loro clienti, congiungendosi ad essi che uscivano, anche picciola parte di
popolo per militare. Era duce di quest’ esercito quel Caio Marcio, il quale
espugnò la città de’ Coriolani, e riportò la corona dei forti nella pugna cogli
Anziati. Or vedendo lui per capitano, i più de’ plebei che aveano piglialo le
anni vi si confermarono, altri per benevolenza, altri per la speranza di
esserne diretti a buon fine. Imperocché famosissimo egli era quest’ uomo, e
grantal esercito fino ad Anzio ; impadronendosi di schiavi ^ e di bestiami in
copia, senza dirne il mollo grano che era ne’ campi ; tornandone indi a non
molto ricchissimo fatto di viveri : tanto che quei che s’ eran rimasti, eran
mesti e dolenti verso de’ tribuni, pe’ quali sembravano privi di un tanto bene
: cosi Geganio e Miuucio consoli di queir anno trovatisi in tempeste varie e
grandi, e più volte in pericolo di rovinar la cilli, non operarono nulla con
troppa efficacia : pur salvarono la repubblica più savj che prosperi nell uso
delle circostanze. XX. Marco Minucio Augurino, ed Aulo Sempronio Atraiino
eletti consoli dopo loro, presero per la seconda volta quel grado. Non imperiti
nell’arme, e nel dire, empierono con assai provvidenza la città di grano e di
ogni maniera di viveri, come si ristringesse all’ abbondanza la concordia del
popolo. Non però poterono ottenere 1' uno e 1’ altro bene ; ma venne colla
sazietà pur l’orgoglio in quelli eh’ eran saziati. E quando meno pareva, allora
fu su Roma il pericolo maggiore che mai per addietro. I commìssarj spediti pe’
grani, comperatone negli emporj entro terra o sul mare, lo aveano già
trasportato a' pubblici serbato)'. Quand’ ecco i negozianti pure di viveri ne
condussero d’ ogn’ intorno in Roma : e Roma comperando a pubbliche spese i lor
carichi, li custodiva. Vennero i primi i commissarj spediti in Sicilia, Geganio
e Valerio con piene assai barche ; portavano in esse cinquanta mila moggia
siciliane di grano, metà procacciato a lievissimo costo, e metà regalato e mandato
a spese sue dal tiranno. Nunziatosi in città 1’ arrivo delle navi portatrici
de’ grani siciliani ; discussero i patrizj longamente come avesse a disporsene.
I più moderati e popolari fra loro, considerata la pubblica calamità,
consigliavano che il grano donato dal re si donasse ancora a tutti del popolo,
e che 1’ altro Anni iti Roma 263 seconda Catone, 265 secondo Varone, e 469
avanti Cristo. tìet.le Antichità’ hotmane comperato coll’ erario, si vendesse
loro a picciol mercato, ricordando clie per tali beneficenze principalmente si
ammansano gli onimi de’ poveri verso de’ ricchi. Per r opposito i più arroganti
fra loro, ed amici del comando dei pochi, sentenziavano che aveasi con tutto r
ardore e l’ ingegno a deprimere il popolo, ed eccitavano a non fargliene se non
carissima la vendita, perchè la necessità li rendesse per innanzi più savj e
più conformi alle leggi. Fra questi amici del comando de’ pochi era pur quel
Marcio, chiamato Coriolano, uè già dicea come gli altri in occulto e con
riguardo i proprj sentimenti, ma di proposito, e con ardore, sicché molti del
popolo lo udirono. Avea costui non che le cause comuni contro del popolo,
motivi privati e recenti onde parer di odiarlo meritamente. Cercando esso ne’
comizj ultimi il consolato, il popolo se. gli oppose, ad onta de’ padri che lo
sostenevano, nè permise che lo conseguisse ; perchè sospettava che un tal uomo
colla chiarezza ed ardire suo prendesse ad abbattere il tribunato ; e tanto più
ne temea che vedeva che tutti i patrizj aderivansi a lui, come a niun altro mai
per addietro. Inbammato costui dalla ingiuria, e macchinando riordinar la
repubblica su le antiche maniere, adoperavasi, come ho detto, palesemente,
incitandovi pur gli altri, aU’annientamento del popolo. Lui cingeva un seguito
di molti nobili e ricchissimi giovani, e per lui stavano molti clienti,
prosperatine già nella guerra. Esaltato da questi, andavano fastoso, e
minaccievole, e fra tutti chiarissimo; non però ne ebbe termine fortunato.
Adunatosi pe’ casi presenti il Senato e proponendo, com’ è costume, il proprio
parere prima li seniori, tra quali non molti con trariarono manifestamente la
plebe ; alfine ridottasi la disputa ai giovani, egli chiese da’ consoli il
poter dire ciocché voleva : e tra ’l favor grande, e la grande attenzione di
tutti cosi contro del popolo ragionò. Che U popolo non siasi ribellato per
necessitA e per disagi, ma sollevalo dalla rea speranza di abbattere il comando
de' pochi, e farsi egli stesso l’ arbitro del comune ; credo ornai che lo
abbiate o padri compreso voi tutti, considerando la incontentabilità sua nel
pacificarcisi. Non era il solo disegno suo di violare la fede de' contratti, e
di abolire le leggi che la garantivano, senza passare più oltre. Esso per
levare il magistrato de' consoli, ne fondava un altro nuovo, c lo rendeva
sacrosanto ed immune per legge, ed ora, e voi non vel conoscete, lo ha con un
plebiscito recente immedesimato al poter dei tiranni. E per certo, quando gC
incaricati di un tal magistrato col pretestare i bei titoli di proteggci'e i
plebei malmenati opereranno con esso e disporranno come a lor piace, quando
niuno, non uomo privato, non pubblico, potrà impedirne gli abusi per timor
della legge la qual toglie anche il dire non che il fare, minacciando la morte
a chi pur lascia fuggirsi una libera voce in contrario ; dite, e qual altro
nome dee mettere allora chi ha senno a tal magistrato se non quello di ciò che
è veramente, e che voi tutti confesserete, quello cioè di una tirannide ? Siasi
un solo che tirantt^ggia, siasi il popolo tutto, e qual divario ? quando uno
appunto è l’operar di ambedue? Era ottimissima cosa non lasciare mai che il
seme s’ introducesse di un simil potere y e soffrir prima tutto, come il
valorosissimo jéppio voleva, antivedendone da lauto tempo le ree conseguenze.
Ma giacché ciò non si fece, ora almeno sradichiamolo, gettiamolo dalla città
mentre è debole ancora, e facile da superarlo. Certo voi non siete, o padri
coscritti, nè i primi, nè i soli a’ quali tocchi ciò fare ; quando molti già
tante volte deviando dalle buone risoluzioni su di affari gravissimi ; e
ravvoltisi in necessità sconsigliate, tentarono estinguere il mal già
cresciuto, se impedito nel nascere non lo avcano. E quantunque la penitenza di
chi lardi fa senno sia da meno della previdenza ; tuttavia sott’ altro rispetto
apparisce non inferiore, rmnullando V errar già commesso coll’ impedir che si
termini. Se alcuni di voi han per gravi le operazioni del popolo, se pensano
doversi lui prevenire sicché più non esorbiti, ma vien loro la verecondia di parere
i primi a rompere i patti e li giuramenti; sappiano, che se fan ciò, saranno
incolpabili innanzi gl’ Iddj, e compiran la giustizia col? utile proprio ;
giacché non eomincian essi /’ oltraggio ma lo respingono, non tolgon essi i
patti, ma chi prima li tolse puniscono. E grandissimo argomento siavi che non
voi cominciate a rompere i patti, non voi l’alleanza, ma il popolo il quale non
più soffre le leggi colle quali ottenne il ritorno. Non chiese già egli i
tribuni per danneggiare il Senato ; ma per non essere danneggiato. Eppure or ne
usa non per ciò che lo dee^ nè per ciò che fu crealo, ma per turbare e
confondere lo stalo della repubblica. Ben vi ricorda dell ultima adunanza, e
delle cose dettevi dot tribuni, e quanta euroganza e quale disordine vi dimostrassero.
Ed ora, niente più savj, quanto fasto non menano al vedere, che tutta la forza
della città sta ne’ voti, e ne’ voti ci vincon essi, tanto maggiori di numero ?
Se dunque han essi incomincialo a frangere i patti e le leggi; che dobbiamo noi
fare se non rispinger la ingiuria p se non ripigliarci giustamente ciocché
ingiustamente ci han tolto ? e frena' tante lor pretensioni ognora più grandi?
e ringraziare gl Iddj che non han permesso che essi coll acquisto del primo
potere divenissero savj per t avvenire ; ma gli han ridotti a tal vituperio e
briga per la quale voi di necessità tentaste ricuperare il perduto, e custodir
ciocché resta, come si dee? Se volete riavervi; non altra occasione mai fia
così buona, quanto la presente. Ora la più parte di essi è vinta dalla fame, e
/’ altra non potrà resistere lungamente per l indigenza, se abbia i viveri
scarsi e cari. Li più rei, quelli non mai propensi al comando de’ pochi,
ridurransi a lasciarci, ma gli altri più miti diverranno ancora più docili, nè
mai più vi turberanno. Custodite dunque, non iscemate di prezzo i viveri, e
fate che vendansi il più caro che mai. Voi ne avete oneste occasioni, e
pretesti lodevoli nella ingratitudine di un popolo che mormora, quasi abbiate
voi prodotta la carestia, nata dalla ribellione loro, e dal guasto che diedero
alle campagne, levandone e trasportandone ciocché vollero come da terre
nemiclie, e nelle spese dell’ erario per la spedizione de’ commissarj in cerca
di viveri, e nelle tante altre ingiurie, onde foste oltraggiali. Conoscansi fin
da ora quali sono i mali co’ quali ci afliggeranno, se non facciamo tutto a
piacere del popolo, come i capi loro dicono per atterrirci. Se vi lasciate
fuggir di mano questa occasione ; ne sospirerete le mille volte una simile. E
se il popolo sappia una volta che voi macchinavate di abbattere tanta sua
forza, ma ne desi-, steste ; tanto più vi si renderà gravoso, tenendovi nei
vostri voleri come nemici, e come impotenti ne’vostri timori. Si divisero a tal
dire di Marcio i pareri, e molto si romoreggiò nel Senato. Imperocché quelli
che da principio contrariavan la plebe, e ne ammisero malgrado loro la pace,
tra quali erano i giovani, quasi tutti, e li più ricchi e più riguardevoli de’
seniori ; esasperandosi della impudenza di essa, encomiavan quest’ uomo come
generoso, come amico della patria, e che parlava il ben del comune. Ma quelli
che propendeano, come prima, verso del popolo, nè stimavano le ricchezze oltre
il dovere, nè credevano cosa alcuna necessaria quanto la pace, eransi corucciati
a tal dire, non che vi aderissero. Volevano che si vincessero i poveri colle
dolci, non colla violenza : essere la dolcezza una cosa non solo conveniente ma
necessaria ; principalmente per la benevolenza verso de’ eittadini : e
chiamavano que’suoi consigli non libertà di detti, e di opere ; ma delirj :
nondimeno questo partito, come picciolo e debole, era sopraffatto dall’ altro
più forte. Oi! dò vedendo i tribuni ( eran questi presenti, invitati in Sonato
da’ consoli ) gridarono e fremerono, chiamando Marcio peste e rovina della
città ; come lui cbe usciva in discorsi si rei contro del popolo. E se i
patrizj non lo frenavano coll’ esilio o con la morte, mentre svegliava in Roma
una guerra civile, essi, diceano, che lo punirebbero. Or qui nato un tumulto
ancora più vivo pei discorsi dei tribuni, principalmente dal cauto dei giovani
cbe mal sopportavano quelle minacce ; Marcio animatone parlò più veemente
ancora e più risoluto. Io, diceva, io se voi non la finite di far qui
turbolenza, e di sommovere i poveri; io da ora innanzi mi farò cantra voi non
colle parole, ma colle opere. Or qui riscaldatosi più ancora il Senato, i
tribuni vedendo che più erano quelli che volevano richiamare, che serbare i
poteri conceduti alla plebe, fuggirono dal Senato gridando, e protestando gl’
Iddj, vin non fate voi parer vere le calunnie che di voi si spar^ gono ? e che
savj sono pel pubblico, quanti consigliano che non pià crescer si lasci questa
vostra potenza violatrice delle leggi ? A me così par certamente. Afa se vorrete
far cose, contrarie a quelle delle quali vi accusano, moderatevi, ve ne
consiglio : ricevete a cor placido, e non con ira, i discorsi dai quali siete
investiti. F’oi se così fate, ne parrete uomini dabbene, e coloro che vi
odiano, ne saran/w pentiti. Avendovi cojè noi fatto ragione amplissima come
pensiamo, non siate, ve n esortiamo, indegni di voi. Folendovi noi implacidire
non esasperare ; miti, umane furono le opere colle quali vi abbiamo trottato :
io dico, per tacere le antiche, quelle fattevi di recente pel vostro ritorno.
Certamente sarebbe pur giusto che voi vi ricordaste di queste ; mentre noi
vorremmo dimenticarcene. Tuttavia la necessità ci stringe a ricordarvele per
chiedervi in contraccambio di tanti e grandi benefizj che noi già concedevamo
alle istanze vostre, che nè si uccida, nè bandiscasi Un uomo amantissimo della
patria, e nobilissimo infra tutti nella guerra. Non poca sarebbe la perdita,
voi lo vedete, se Roma fosse privata di tanta virtà. Egli è giusto che
mitighiate lo sdegno verso lui, risgiiardando almeno quanti ne salvò di voi
nella guerra, e ripetendone le belle sue gesta, non perseguitandone lé vane
parole. Niente vi hanno i detti nociuto di lui, ma moltissimo i fatti vi
giovarvno. ' Che se pur siete inflessibili in suo riguarda, donatelo almeno a
noi, donatelo al Senato che vel chiede : rendete una volta la stabile calma, e
la sua unità primitiva alla patria. E se voi non vi piegherete alle nostre
persuasive ; riflettete che neppur noi cederemo alle vostre violenze. Così il
popolo messone a prova o sarà cagione a tutti di amicizia sincera e di beni
maggiori; o nuovo principio di una guerra civile, e di gravissimi mali. I
tribaoi, avendo Minuzio cosi perorato, consideratane la moderazion del dire, e
come la plebe mossa dalia dolcezza delle sue promesse, ne furono sdegnati e
dolenti, e soprattutti Cajo Sicinio Belluto, quegli che avea suscitato i poveri
a ribellarsi da’ patrizj ed erane stato nominato capitano, 6nchè fìiron su
Tarmi. Nemicissimo degli ottimati, era perciò stato portato a grande chiarezza
da’ cittadini. Ora creato per la seconda volta tribuno giudicava che a ninno
giovasse men che a lui che la città fosse appieno concorde, e ripigliasse la
forma antica. Imperocché vedeva che se governavano gli ottimati, egli nato e cresciuto
ignobile, senza luce alcuna d’ imprese in pace o in guerra, non avrebbe più gli
onori, nè la influenza medesima ; anzi che correrebbe pericoli estremi, come
sommovitore dei popolo, ed autore di tanti suoi mali. Fissato adunque ciocché
avrebbe a dire e fare, e consultatosene co’ tribuni compagni, poiché li ebbe
unanimi, sorse, e lamentata brevemente la disgrazia del popolo, lodò li consoli
perchè degnati si fossero di rendere ragione ai plebei, senza spregiarne la
loro bassezza : e d'sse che rìngraziava i patrizj ancora, perchè nasceva
finaluaente in' essi la cura della salate de' poveri ; e che molto più egli ciò
contesterebbe 'a nome di tutti i colleghi, quando darebbero pur le operc>
simili ai hitti. Cosi proemiando, e parendone anzi sedato, e propenso alla
pace, si volse a Marcio presente ai consoli V e disse i E tu o valentuomo
niente ti difendi coi tuoi cittadini su quanto hai detto in Senato ? Chè non
supplichi piuttosto, e ne plachi lo sdegno, sic’ chò miti sieno nel
sentenziartene ? Già non 'vorrei che tu negassi un tale tuo fallo, avendolo
tarili ve ; nè che, tu Marcio, tu pià altero in cor tuo che un privato, ti
volgessi ad invereconde difese. Sarà parato non indegno ai consoli ed ai
patrizj di aringare essi in tuo bene, nè parrà per te degno che tu lo facci su
te stesso? Or cosi parlava -costui ; ben conoscendo che quel generoso non
soffrirebbe mai di essere T accusator di sestesso, e chiedere come colpevole la
esenzion della pena, nè mai contro l’ indole sua ricorrerebbe alle umiliazioni
ed alle suppliche: ma che o ricuserebbe fare ogni difesa ; o facendola coll’
innato ardimento suo, niente tempererebbe nè il popolo, nè il dire. E cosi fu ;
perchè taciutisi, e presi i plebei, quasi tutti, da bel desiderio di liberarlo,
purchéegli ne &vorisse la occasione, manifestò tanta insolenza e dispregio
per essi ; che nè, presentatosi, negò le parole da lui dette in Senato, nè come
pentitone, si diede ad impietosirli e placarli: ma fin sul principio non li
volle, come privi di autorità competente per giudici di cosa ninna, pronto per
altro a sottomettersi, com era la legge, al tribunolc de’ consoli, se alcuno
volesse ac> cusarvelo, e cbiederoe soddisfazione pe’deui, o per le, opere.
Diceva eh’ egli era, colà venuto, giacché vel chiamarono, parte per riprendere
le loro prevaricazioni, e la incoutentabiUlà j manifeslala aemprepiù nella
separazione y e dopo il riiomo ; e parte per consigliarli, per fiammata,
soffiandovi, 1’ ira del popolo, concluse l’ao cosa, che il tribunato ne
sentenziava la morte, per r oltraggio fìtto agli edili, che egli percosse e
respinse, mentre per ordin suo lo arrestavano il di precedente: non finire che
su chi gC incarica, gli oltraggi de’ ministri, E così dicendo ordinò che
portassero Marcio al l’altura che sovrasta sul Foro. È questa un dirupo ro>
vinoso e vasto donde solcano precipitare i rei condan nati alla morte. Corsero
gli edili per prenderlo: ma dato un altissimo strido, si levarono conira loro
in folla i patrizj, e quindi contro de’ patrizj il popolo : e molto era in arabe
le parti il disordine, molto lo in giuriarsi. Io spingersi, Tassalirsi. Se non
che gli autori di un tanto moto furouo rattenuti e necessitati a moderarsi dai
consoli i quali, cacciatisi in mezzo, coman darono ai littori di rimover la
turba. Tanta era allora negli uomini la riverenza per quel magistrato, e tanto
il pregio deir autorità suprema ! Intanto Sicinio non piò saldo, ma perturbato,
e timoroso di ridurre i partiti a respingere forza con forza, non volendo
lasciare, nè potendo continuare la impresa una volta tentata, era
pensierosissimo su >ciò che fosse da fare. Or lui vedendo in tanti dubbj
Lucio Gin nio Bruto, quel capipopolo che ideò le condizioni della concordia,
uomo acuto specialmente in trovare, ove mancano, gli espedienti, venne, e solo
con solo, suggerì che non si ostinasse in una disputa ardente, nè legittima :
mirasse tutti i patrizj irritati, e tutti pronti alle armi se vi fossero
invitati dai consoli, ma dubbiosa la parte migliore del popolo, nè ben animata
a permettere senza previo giudizio la morte dell' uomo più. insigne di Roma :
cedesse per allora, egli così consigliava; badasse a non combattere i consoli
per non eccitare mali manieri : piuttosto indicesse a un tal uomo, fissandone
un tempo qualunque, di perorar la sua causa, i cittadini votassero per tribù su
lui: e ciò sen facesse che la pluralità de’ voti dichiarerebbe. Non competere
che ai tiranni la violenza che ora minacciavasi, facendosi il tribuno
accusatore in un tempo e giudice ed arbitro della pena : ma in una repubblica
doversi agli accusati le difese come voglion le leggi, ed il gastigo secondo il
voto dei più. Cedette Sicioio a tale consiglio non trovandone altri migliori, e
fattosi innanzi disse : Foi vedete o plebei V entusiasmo de’ patrizj per la
violenza e le stragi : vedete come tengon voi tutti da meno che un solo
caparbio che oltra^a una intera repubblica. Non conviene che noi li somigliamo
e corriamo alla nostra rovina, cominciando o respingendo una guerra. Ma
perciocché alcuni di loto allegano, come onorevol pretesto, la legge la qual
non permette che uccidasi un cittadino ' senza previo giudizio, ed allegandola
ci tolgono d infliger le pene ; diasi pur luogo alla legge ; quantunque ne’
nostri disagi abbiamo noi mai sofferto nè cose giuste, nè secondo le leggi da
essi. Dimostriamoci anzi probi colle clementi maniere, che del numero de’
vostri of Linno VII. 36 1 Jénsori colla violenza. Ritiratevi ; aspettate, nè
già sarà molto, il tempo avvenire. Noi preparando in^ tanto le cose che
importano, fisseremo a codest’ uomo un tempo perchè si difenda, e non
eseguiremo se non la vostra sentenza. Quando v' avrete in mano i suffragi
secondo la legge, votatene allora la pena che merita. E ciò basti su questo
proposito : Che poi giustissima facciasi la compra e la distribuzione dèi
grani, noi vi provvederemo, se questi (\) ed il Senato non vi provvedono. E ciò
detto disciolse i' adunanza. Dopo questo evento i consoli convocando il Senato
considerarono posatamente come dar fine alla discordia presente. Sembrò loro
primieramente che dovessero cattivarsi il popolo con vendergli i viveri a
picciolo e fàcil mercato, e poi persuadere i lor capi a chetarsi in grazia dei
Senato, nè astringere più Marcio al giudizio, e temporeggiare in fine
lunghissimamente, se non lasciassero persuadersi, finché l’ ira del popolo si
diminnissc. Ciò decretato portarono e proclamarono al popolo tra pubblici
applausi l’ editto su i viveri cosi concepito che : sarebbero i prezzi de'
generi necessari al vitto quotidiano, tenuissimi come innanzi la sedizione. Poi
col molto insistere presso de’ tribuni ebbero per Marcio dilazion quanta
vollero, se non piena assoluzione. Anzi essi stessi gli procacciarono altro
indugio, valendosi di questa occasione. Gli anziati, spedita una banda di
pirati, aveano predato non lu ngi dal lido, I CoDsvii.mentre tornavano in casa,
le navi e i deputati del re di Sicilia, che aveano recalo i grani in dono ai
Romani, e volgendone ogni cosa come di nemici ad olile, ne teneano in carcere
le persone. I consoli, ciò saputo, spedirono agli Anziati : ma non potendone
per ambasciadori ottener la giustizia, decisero marciare colle armi su loro.
Adunque fatto il ruolo di tutti gl’iegli ninna delle cose ordinate dalle leggi
su de’ giudizj. Pareva ai consoli, deliberatisi col Senato, che non fosse da permettere
che il popolo s’ impadronisse di un tanto potere. Or si diè loro un titolo
giusto e legittimo d’impedirneli ; e credeano, usandolo, di renderne vani lutti
i disegni ; tanto che invitarono a colloquio tutti i capi del popolo.
Congregitisi cou quanti erauo gli opportuni per essi, Minucio disse : Tribuni,
ci è piaciuto decretare che bandiscasi la sedizione da Jloma con tutte le
forze, nè più nudrasi contesa ninna col popqlo ; vedendo voi principalmente che
tornavate dalla violenza alla giustizia ed alla ragione. Or noi lodando voi di
questo proposito, abbiamo reputato che il Senato, come è patria usanza, vi
precedesse co’ suoi decreti. E potete contestare voi stessi che dalP ora che i
nosU'i avi fondarono Roma, il Senato che la ebbe, ritenne sempre questa
precedenza : e che il popolo senza la previa risoluzione idi lui mai nò
giudicò, nè votò non solo in questi tempi, ma nemmeno in quelli dei re. Tanto
che li re non rimettevano al popolo, se non le cose decise in Senato, e così le
confermavano. Non vogliate dunque levarci questo diritto, nè abolire tal bella
istituzione primitiva. Preanvmonile il Senato, se avete il bisogtto di cose
moderate e giuste, e quello che il Senato ne avrà giudicato, quello notificate
al popolo, e ne decida. Cosi discorrendola i consoli, Sicinio mal sopportavali,
nò volea render aibitro di cosa ninna il Senato. Ma gli altri, eguali a lui di
potere, seguendo i suggerimenti di Lucio consentirono che si facesse questo
previo decreto. Imperoccbé ancor essi avevano Lucio Bruto: forte come pensa il
Ccleoio, dee leggersi Decia in luogo di Imcìo, .Certamente in questi affari
elibe parte anche Deciò nominato prima e poi da Dionigi: vedi I. fi, § 8S.
Bruto aveva, tt vero il pronome di Lucio ; Ma Dion'gi nou lo ha mai contratte
guato ancora col solo pronome. r)ELLr antichità’ romane falla ( nè i consoli la
esclusero ) la istanza ragionevole ; Che il Senato desse la parola anche ai
tribuni, che sono i procuratori del popolo, come agli altri che volevano
aringare favorendo, o contrariando; e che infine, dopo udite le discussioni di
tutti, -allóra ciascun padre porgesse il suo voto, premesso il giuramento
legittimo, come ne’ giudizj, e dichiarasse ciocché gli paresse il giusto e V
utile della repubblica : e quello si tenesse per valido che i più. preferissero.
Concedendo i tribuni che si decretasse come i consoli dimandavano ; si
divisero. Raccoltisi nel giorno appresso i padri in Senato, i consoli vi
esposero le convenzioni: e quindi chiamando i tribuni gl’ invitarono a dire le
cause per le quali venivano. £ qui fattosi innanzi Lucio, colui che avea
condisceso che si facesse il previo decreto, disse : Potete ravvisare o padri
ciocché sia per succedere, vuol dire che noi saremo accusati appresso il popolo
dell’ essere qui venuti, e che V accusatore sarà quel nostro collega, per quel
previo decreto che V abbiam conceduto. Pensava costui che -non dovessimo noi
chiedere da voi quello che ci attribuiscon le leggi, nè prendere per benefizio
quanto avevamo per diritto. Chiamali in giudizio correremo in rischio non
tenue, che condannati, abbiamo a soffrire bruttissimamente come chi diserta, e
tradisce. Ma quantunque ciò sapessimo ; noi siamo qui venuti, superiori a noi
stessi j confidando su la rettitudine della causa, e mirando ai giuramenti
secondo i quali voi do' 'vete dirigere le vostre sentenze. Noi tenui siamo, e
disacconci pià assai che non conviene, a parlar di tali cose, che piccole
certamente non sono. Porgeteci non pertanto udienza y e se queste vi parranno
giuste ed utili, e vi a^iungo, necessarie ancora pel conw ne, vogliate
spontaneamente concedercele. Primieramente dirò sul diritto. Quando o senatori
cacciaste i monarchi avendo noi compagni nelr opera, e fondaste il governo nel
quale ora siamo, ed il quale noi non riproviamo, voi vedendo i plebei aggravati
ne’ giudizj se mai li facevano ( e molti scn facevano ) co’ patrizj, emanaste
per suggerimento di Publio Valerio consolo una le^e per la quale permettevasi a
tutti i plebei sowerchiati da quelli di appellare al popolo : e per niun altra,
quanto per questa legge, procacciaste la concordia di Soma, e respingeste i re
che vi tornavano in seno. Jn forza di questa l^ge citiamo codesto Caio Marcio
dinanzi al popolo, e gli prescriviamo che risponda su cose nelle quali tutti ci
diciamo da lui sowerchiati ed offesi. Nè su questo abbisognavi previo decreto
del Senato. Imperocché voi siete gli arbitri di deliberare i primi, ed il
popolo di confermare co’ voti quello su cui le le^i non pollano ; ma dove ci
han le leggi, sono immobili, e debbono osservarsi, quantunque niente ora voi,
perchè si osservino, decretaste. Già non dirà ninno che in caso di aggravio ne’
giudizj un privato appelli validamente al popolo, nè validamente v’ appellino i
tribuni. E forti per tale concession della legge, veniamo qui, non senza
pericolo, ad esser sotto voi giudici. Pel diritto della natura, diritto che non
è scritto, nè introdotto come le altra leggi, noi vogliamo che il popolo non
sia nè da pià nè da meno di voi : mentre con questo diritto ha con voi
sostenute molte e grandissime guerre, e mostrato ardore vivissimo per
compierle, contribuendo non poco perchè Roma le desse, non ricevesse da alwi le
leggi. Or voi farete che noi non siamo da meno che voi se frenerete col terror
di un giudizio chiunque attenta contro le nostre persone e la libertà. Pensiamo
che i magistrati, le precedenze, gli onori debbansi compartire ai primi e pià
virtuosi tra voi : ma pensiamo pure ben giusto che essendo tutti sotto un
governo, tutti dobbiamo ugualmente e senza riserva o non essere offesi ^ o
riceverne pari soddisfazione. Come dunque a voi concediamo que’ gradi sublimi e
luminosi, così non vogliamo esser privi dei diritti eguali e comuni. Ma sebbene
potrebbero aggiungersi le mille cose, bastino le dette fin qui sul diritto. Or
quanto sian utili queste cose, quanto il popolo le apprezzi se faccianst,
lasciate che io brevemente ve lo esponga. Su dunque : se alcuno vi dimandi qual
pensiate il pià grande de’ mali, quale la cagioH pià pìonta della roiàna delle
città ; non di~ reste che sia questa la dissensione? certo che sì. Or chi è si
stolido, chi sì fatto a rovescio, chi sì ne“ mico della eguaglianza, il qual
non veda, che se concedasi al popola di giudicare le cause che gli spettano,
avrem la concordia ; ma se gli si neghi, leverete a noi per fino la libertà (
chè la libertà si toglie, a chi le leggi si tolgono e li giudizj ), e ci
ridurrete ad insorgere nuovamente, e combattervi ? Certo che nelle città dalle
quali si escludono i giudizj e le leggi, la discordia soUentra e la guerra. Chi
non si è trovato in guerre civili non è meraviglia che per la inesperienza non
senta ribrezzo de mah antecedenti, nò precluda i futuri. Ma quelli, che caduti
come voi tra pericoli estremi, felicemente se ne liberarono, sgombrando i mali
come permetlevasi dalle circostanze ; quelli, io dico, se vi ricadono, qual mai
scusa aver possono sufficiente e decorosa ? Chi non condannerebbe la stoltezza
e delirio vostro grandissimo, considerando che voi li quali per non avere la
plebe discorde vi piegaste, non ha gìiari t a tante concessioni, forse non
tutte convenevoli ed utili, ora vogliate in discordia tornarvela, tutto che non
siate offesi negli averi, nelf onore, o in altre pubbliche cose, e solo per
favorir chi la odia ? Se non che voi ciò non farete se savj. Con piacere io V
interrogherei quali concetti erano i vostri quando ci concedevate il ritorno
colle condizioni che chietlevamo. Ne apprendevate voi forse ragionando un bene
? o fu necessità che vi ridusse a cedere ? Se ne apprendevate il bene di Roma,
e perchè ora non vi ci attenete ? se fu necessità, se impossibilità di essere
diversamente, or che vi dolete del fatto ? Bisognava, se pur tanto potevate,
non cedere forse da principio ; ma ceduto avendo una volta, non dovete più
rimproverarvene. A me sembra o padri che voi seguiste il vostro migliore nel
paci/icarvici : ma se fu necessità di scendere a condizioni; ella è pure
necessità mantenercele. Voi gV Iddj chiamaste vindici degli accordi, imprecando
molte e terribili pene a chiunque li violava di voi o de nipoti in perpetuo.
Ora io non Pedo perchè dobbiamo tediare pih a lungo voi che tanto bene il
sapete, con dire che giuste ed utili sono le nostre dimande, e molta la
necessità che vi astringe a corrisponderle, se memori siete de Muramenti. Voi
capite, o piuttosto ( giacché io non dico cosa che voi non sappiate ) voi
tenete presente che rileva per noi non poco il non desistere dalla impresa per
violenza o per inganno, e che un fortissimo stimolo ci ha qui condotti, offesi
gravemente, e pià che gravemente, da quest’ uomo. Date dunque su quanto ho
detto il vostro voto, ma, dandolo, considerate qual sarebbe il vostro animo
verso quel plebeo, se alcuno pur ve ne fosse, il quale tentasse dire o fare
centra voi nelle adunanze, ciò che qui codesto Marcio ha pur tentato di dire.
Le convenzioni della pace sacrosante al Senato, quelle che munite più -che con
vincoli adamantini j ninno di voi, per averle giureUe, nè de’ vostri
discendenti può sciogliere, finché Roma fia Roma ; quelle ha il primo codesto
Marcio tentato di rovesciarle, non essendo nemmen quattro anni che si
conclusero, e tentato ha di rovesciarle non col silenzio, non da oscurissimo
luogo, ma qui, pubblicissimamente, al cospetto di voi tutti', sentenziando, che
non dovea più lasciarsi, ma ritogliersi a noi la podestà tribunizia, che è la
primaria ed unica difesa della libertà, e col mezzo della quale potemmo ri^
congiungersi. Nè qui C ardinsento finì del suo dire, ina vi consigliava a
ritorcela ; divulgando come una ingiuria la libertà dei poveri, e tirannide
nominando r uguaglianza. Risovvengavi ( era questa la più infame delle istanze
sue ) com’ egli disse allora, che era pur venuto il tempo di ricordar tutte le
ingiurie del popolo nella prima discordia, e come esortava quindi a mantenere
la stessa penuria di viveri, giacché il popolo, logoro dai disagf diuturni si
ridurrebbe a cedere in tutto ai patrizj. Non resisterebbero i poveri gran tempo
comperando a carissimo prezzo cibi scar-^ sissimi ma parte se ne andrebbero
lasciando la cUtà, e parte rimanendovi, perirebbero infelicissimamerUe, E così
delirava, così era in ira ogF Iddj ciò persua~ dandovi; che non discerneva che
oltre i tanti mali co quali travagliavasi per annientare i trattati del Senato,
quando avrebbe ridotto i poveri i quali eran pur tanti, alle angustie de
viveri, questi poveri appunto farebbonsi addosso agli autori delle angustie,
non più tenendoli per amici. Tanto che se voi pur delirando approvavate il suo
parere; non restava più mezzo : ma ne andava la rovina intera del popolo, o de
patrizj. Imperocché non ci saremmo già dati quasi schiavi a spatriare o morire
: ma chiamando i genj ed i numi in testimonio de' mòli che soffrivamo ; avremmo
riempiute, ben lo intendete, le piazze, e le vie di ukdergogne ; sin che tu
abbi un altra difesa qua^ Itlnque; scendi da quel tuo enlusiatmo orgoglioso e
tirannico, toma, o sciaurato, ai concetti del popolo : renditi simile agli
altri', prendi come chi ha peccato e raccomandasi, un abito dismesso,
addolorcvole conforme ai disastri, e cerca il tuo scampo ; umiliandoti, non
insolentendo dinanzi gli oltraggiali da te. Sianti esempio di bella
moderazione^ le opere, le quali se tu avessi ùnitalo, non saresti ora ripreso
dai tuoi cittadini, io dico, quelle di tanti buoni, quanti qui ne vedi,
segnalati per tante virtù militari e civili, quante non sarebbe facile nemmeno
in grati tempo pen.orrere. Li quali quantunque grandi e risspettabili ; niente
mai fecero di duro, niente di or^ goglioso contro noi si tenui e bassi, e primi
intromiìsero discorsi di pace, primi la pace offerirono, quando la sorte ci
avea separati, e concedcron la pace non su le condizioni che essi riputavan
migliori, ma su quelle che noi chiedevamo ; dandosi infine premura grandissima
di levcu'e i disgusti recenti su la dispenstt de' grani per la quale noi gli accusavamo.
Ma tralasciando le altre cose, quali ptcghiere non fecero per te, nel tuo
superno accecamento, presso tutti, e presso ciascuno del popolo per involarti
alla pena? Appresso i consoli ed il Settato, i> quali invigilano su questa,
tanto grande città, crederon bene che al giudizio ti sottomettessi del pòpolo,
nè tu o Marcio a bene lo tieni ? Questi tutti non han per un biasimo il pregare
per tuo scampo il popolo, e tu per biasimo tei prenderai? JVè ciò li bastava, o
magnanimo ; ma quasi fatta una belV o pera, ne vai con fronte altera e
magmfìcandoti, e niente adoperandoti a mansuefarli? per non dire che insulti,
che rimproveri, che minacci la plebe. E pretendendo lui quanto niuno di voi ;
non vi sdegnerete, o Padri, a tanto orgoglio ? Se voi tutti risolveste di
accingervi ad una guerra per esso ; egli dovrebbe amarvene, e tenersi tutto
pronto per voi, non accettar però mai un tal bene privato col danno comune, ma
sottomettersi alle difese, alla sentenza, a tutte infine le pene, se
bisognasse. Questosarebbe l’ obbligo di un vero cittadino, di uno che vuole il
bene colle opere, non colle parole. Ma le violenze presenti qual ne additano
mai C indole sua, quale la inclinazione ? quella appunto di violare i
giuramenti, di tradire la fede, di rescinder gli accordi, di far guerra al
popolo, di oltraggiare le persone dei magistrati, di non sottometter la propria
per niuna mai di queste cause, e di girarsela franchissimamente, non come un
eguale di tanti cittadini, ma come uno che niun teme, e di niuno abbisogna,
immunissimo in tutto da tribunali e discolpe. Or non è questo un vivere alla
tirannica? certo che jì / Eppure a conforto di quest’ uomo spargono aure lievi
e suoni dolci, alcuni tra voi che pieni di odio implacabile verso del popolo
non san vedere che questo male si termina anzi contro de’ nobili che degl’
ignobili, e credonsi affatto sicuri, sol che deprimano il partito che è loro
contrario per natura. Ma non così sta il vero, ingannati che siete. Prendete a
maestra la esperienza che Marcio stesso vi somministra, prendetene il corso dei
tempi: illuminatevi per gli esempj stranieri insieme e domestici.^ e ravvisale,
che la tirannia la qual nudtesi contro i plebei, contro tutta la città si
alimene ta: e che la tirannia che ora contea noi s’ incornine eia,
fortificatasi, contea tutti ruggirà. Ragionate queste cose da Oecio, e supplite
da’ triboni compagni quelle che mancar vi sembravano, quando il Senato nè dovè
sentenziare, levaronsi i primi in piedi i seniori tra gii uomini consolari,
inviati secondo r ordjne consueto dai consoli, e quindi via via gli altri men
riguardevoli per queste qualità : seguirono ultimi i giovani, ma non disser
parola ; perocché ci avea di que’ giorni ancora tra’ Romani la verecondia, che
niun giovane si arrogava saperne più degli anziani. Pertanto accostaronsi essi
alle sentenze de’consolarì. Erasi preordinato che i senatori presenti
giurassero prima, come ne’ tribunali, e poi dessero il voto. Appio Claudio il
patrizio, come ho detto, più acerbo col popolo, e che mai non aveva approvato
che si concordasse con esso, mal soffriva che ora si facesse un pari decreto, e
disse : Avi'ei veramente voluto, e più voltf ne ho supplicato i numi, essermi
sbagliato io circa il sentimento su la pace col popolo, vede a dire che il
ritorno de’ fi frusciti non era nè giusto, nè decoroso, nè utile; tanto che
quante volte sen prese a trattare^ tante io primo ed ultimo mi vi opposi, anche
abbona donalo da tutti. Anzi avrei voluto o padri, che voi li quali per le
speranze concepute del meglio, cora- (UscendesCe ed popolo sul giusto e su t
ingiusto, He compariste ora più savi di me. Hiuscitevi però le cose, non come
io desiderava, anche pregando_ne i numi, ma come io prevedeva, e cangialevisi
le beneficente in vilipendio ed odio ; io lascerò, come estraneo a ciò che dee
farsi, di riprendervi e di contristarvi in vano per le vostre mancanze,
quantunque sarebbe pur facile, ed è pur questo f uso dei più. Dirò piuttosto
ciò che può rettificare le cose passate, quelle almeno che non sono in tutto
insanabili, e renderci più savj circa le presenti. Quantunque non ignoro, che
dicendo io liberamente i miei sentimenti, parrò farneticare e sagrifìearmi, ad
alcuni di voi, li quali considerino quanto sia disastroso il parlar
francamente, e riflettano la calamità di Mcuxio, il quale non per altra cagione
ora corre perìcolo della vita. Ma io non penso che la cura della propria
salvezza sia da pregiarsi più che il pubblico bene. Già questa mia persona è
tutta pe’ vostri pericoli, tutta pe' cimenti della patria ; tanto che gl’ incontrerò
generosissimamenle, come piace agl’ Iddj, con tutti voi, o con pochi ^ e solo
ancora, se bisogna. Nè finché io vivo, mai mi terrà la paura dal dire quello
che io penso. E primieramente io voglio elte vi persuadiate una volta senza
eccezioni che il popolo è malaffetto, e nemico al governo presente f e che
qualunque cosa gli avete, coma deboli, corueduta, £ avete spesa vanissimamente,
e vi è stala cagione di vilipendio, quasi conceduta £ abbiate per forza, non a
ragion veduta, c per beneplacito. Considerate come il popolo si appartò da voi,
pigliando le armi, e come ardi mostrarvìsi palesissimamente per inimico, non
o^eso da voi realmente, ma fingendosi offeso : perchè non polca corrispondere a
suoi creditori, e dicendo, che se decreten ate la remissione dei debiti, e la
condonazione delle colpe commesse per la sedizione, non desidererebbe più
oltre. 1 più di voi, non però tutti, sedotti da vani consiglieri ( cosi /atto
mai non lo avessero ! ) deliberarono di anntdUire le leggi, mallevadrici della
fede pubblica, nè più ricordane, nè perseguitare l’ esorbitanze passate. Egli
però non si tenne già contento di questa concessione, pel solo bisogno della
quale diceva di essersi ribellato ; ma ben tosto pretese altra prerogativa più
grande, e meno legittima : io dico quella di eleggersi ogni anno dalt ordin suo
i tribuni, pretestando il troppo nostro potere, peichè fossero scudo e rf i^io
d poveri oltraggiati ed oppressi, ma in realtà tendendo insidie alio stato
delta repubblica, e volendola ridurre democratica. Adunque vi persuasero questi
consiglieri a lasciare che entrasse in repubblica il tr ibunato ; come in fatti
vi entrò per isciagura comune, e princìfxdmente in onta del Senato, mentre io,
se bene ve ne ricorda, tanto ne schiamazzava, protestando ai numi ed agli
uomini, che introdurreste tra voi una guerra interna ed implacabile, e
presagendovi tutti i mali, quanti ve ne avvengono. E questo buon popolo che vi
ha egli fatto dopo che gli avole conceduto il tribunato? Non ha già valuta’o
degnamente tanto dono, anzi nemmeno da voi prese con prudenza, e con
verecondia, come so glie lo abbiate accordato, premuti e costernali dalle forze
di lui. Ha detto che aveasi a rendere sacro, inviolabile, sicuro pe giuramenti,
ed ha pretesa un autorità migliore che rwn quella da voi destinata pei consoli.
E voi avete tollerato ancor questo, e là tra le vittime giuravate la roidna di
voi e de’ vostri di-scendenti. E dopo questo ancora che vi ha fatto egli mai
questo popolo ? In luogo di riconoscervene, dolora per le altrui sciagure, e sa
compatire gli uomini costituiti in dignità, se la sorte loro travolgasi.
Tuttavia diresse a Marcio la maggior parte del discorso mista di ammonimenti,
di esortazioni, e di preghiere che facevano violenza. E giacché egli era la
causa. della discordanza del popolo dal Senato, e calunniavasi come tirannica
la esuberanza delle sue maniere, e temeasi che per lui si desse principio alle
sedizioni e ai mali gravissimi, quanti ne sorgono dalle guerre civili;
pregavalo a non verificare, o non confermare almeno le incolpazioni e le paure
con quel suo nou gradito contegno : assumesse un abito più umiliato :
sottomettesse la sua persona per dar conto a quelli che chiamavausi oltraggiati
da lui : si presentasse alle difese contro di un accusa ingiusta si, ma che in
giudizio appunto si annullerebbe. Sarebbe un tal fare più sicuro per la
salvezza, più splendido per la fama che desiderava, e più consentaneo colie
opere antecedenti. Dichiarava che se ostinavasi anziché raddolcirsi, e se
riduceva, persuadendoli, i padri a subire ogni pericolo per òsso, misera
sarebbe per loro se vinti la perdita, ma turpissima se vincitori, la vittoria.
E qui tutto davasi al pianto, riepilogando i mali gravi e non dubbj che
straziano nelle discordie le città. LY. Tali cose esponendo con molte lagrime
non artificiose 'e noa finte, ina vere, egli venerabillstima per anni e per
meriti, come videne commosso tutto il Senato, cosi con più confidenza seguitò,
dicendo : Se alcuno di voi conturbasi, o padri, pensando che introducesi un tristo
costume nel concedere al popolo di votar su patrizj, e che non produrrà niun
bene f autorità de' tribuni che tanto si fortifica, sappiate che voi siete
errici, e v ideate il contrario di quel che conviene Imperocché se mai vi sarà
metodo salutare, metodo per cui non si tolga né la libertà nè le forze a Romec,
e per cui le si conservi in perpetuo la concordia ; senza dubbio il metodo
principalissimo sarà quello che assumasi anche il popolo al goverrto, talché
non sìa questo nè pretta oligarchia, nè democrazia, ma un tal misto di tutti. E
questa la forma che più che tutte ne giovi ; perchè ciascuna delle altre,
applicata sola, com è per sestessa, scorre facilissimamente alle insolenze ed
alle ingiustizie; laddove quando una forma si abbia ben contemperata da tutte,
allora se una parte commovesi ed esce dalr orditi suo, vien contenuta sempre
dall altra, che è savia, e tiensi al dovere. La monarchia divenuta dura^
superba, tirannica, suole abbattersi da pochi valenti uomini : la oligarchia,
qual voi t avete al presente, se troppo s' innalza per le ricchezze e per le
aderenze, nè più tien conto della giustizia e della virtùf si annienta da un
popolo savio : un popolo savio e che vive secondo le leggi, se poi volgesi ai
disordini ed alle ingiustizie; è sopraffatto dalle arme, e rimesso piomat, tamo
II. '. j5 Digìtized by Google 386 DELLE antichità’ ROMANE in dovere dal pià
forte. Voi trovaste, o padri, rimedj efficaci perchè il potere di un solo non
si mutasse i n tirannide. Voi scegliendo in luogo di un solo due capi della
repubblica, e dando loro il comando non per un tempo illimitato, ma per un
anno; destinaste oltracciò per invigilarli i trecento patrizf, i più anziani e
più grandi, da' quali è composto il Senato. Ma voi, per quanto si vede, non
avete fin qui messo per voi niun che vi osservi, e tenga in dovere. CeT’~
tornente io finora non temei che vi corrompeste ancor voi tra t abbondanza, e
la grandezza dei beni, per-chè non è molto che avete liberato Roma da una
vecchia tirannide ; nè aveste mai comodo di scapricciarvi e cC insolentire per
le guerre continue e lunghe. Ma riflettendo io ciocché può succedere dopo voi,
e quante mutazioni suol produrre la diuturnità dei tempi ; temo che i potenti
del Senato si rimescolino, e riducano per occulte vie finalmente il governo in
tirannide. Ma se comunicherete il comando col popolo, non sorgerà quindi alcun
male. E se altri ( giacché tutto dee prevedersi da chi consulta su la
repubblica) se altri tenti elevarsi più de’ colleghi e del Senato,
procacciandosi un seguito di uomini pronti a congiurare e ad offendere ; costui
citato dai tribuni al popolo, per quanto egli sia grande e magnifico, renderà
conto ai negletti ed ai poveri : e trovatosi reo, ne subirà le pene che merita.
Ma perchè il popolo con tal potere non insolentisca nemmen esso, nè guidato da
capi rei s’ inalberi contro de' buoni, tiranneggiando che nasce tmcìie nel
popolo la tirannide ) ; lo invigilerà, nè pennellerà che ne abusi un uomo
distintissimo per saviezza. Un dittatore eletto da voi con potere assoluto,
inappellabile, separerà dalla città la parte infetta di popolo, nè lascerà che
la sana se ne corrompa. Egli, riordinati i costumi e le preclare maniere del
vivere, nominati i magistrali, che giudica savissimi per la cura del pubblico,
ed eseguili tali cose in sei mesi, rientri di bel nuovo nella classe de’
privati, conservando per sè t onore, e non più. Pertanto considercutdo vqì
questo, e giudicando bonissima tal forma di repubblica, non vogliate da ciò che
chiede escludere il popolo. Ala come avete attribuito al popolo che scelga ogni
anno i magistrali che regolino, che ratifichi o annulli le leggi, e decida
della guerra e della pace, cose tutte rilevantissime e principali tra quante in
uno stato sen facciano ; nè avete di niuna di esse lasciato cubitro
indipendente il Senato ; cosi chiamale anche il popolo a parte dei giudizj,
massimamente se alcuno sia accusato di offendere la stessa repubblica,
eccitando sedizioni, preparando la tirannide, convenendosi co’ nemici di
tradirci, e macchinando mali consimili. Imperocché quanto più renderete
terribile agl indocili ed ai superbi la trasgression delle leggi, e le
innovazioni di Stato, mostrando intenti su loro più occhi e più guardie ; tanto
più la repubblica starà nel suo fiore. Dette queste e cose consimili, tacque.
Convennero nel parere medesimo gli altri senatori sorti dopo lui, eccettuatine
pochi. E standosene ornai per formare il decreto ; chiese Marcio la parola e
disse : Quale, o padri coscritti, io sia stato verso la repub^ blica, come io
sia venuto in tanto pericolo per la benevolenza mia verso di voi, e come ora io
ne sia da voi contraccambiato fuori della mia espettazione, voi tutti il
vedete, e meglio lo intenderete ancora dopo dato un fine alle mie cose. Ed oh !
se come la sentenza di Valerio prevale ; così vi giovasse, ed io mi sbagliassi
nelle mie congetture sul futuro. Almeno però perchè voi che siete per emanare
il decreto, conosciate le cause p^r le quali mi consegniate al popolo, nè io
ignori su che sarà combattuto nelt adunanza di esso ; intimale ai tribuni che
dicano alla presenza vostra la ingiustizia su la quale mi accuseranno, e qual
titolo diasi a questo giudizio. LVin. Egli cosi diceva, perchè congetturava che
a vrebbe a difendersi appunto pe’ discorsi fatti in Senato, e perchè voleva che
i tribuni convenissero che su que sto appunto verserebbe l’azione. Ma i tribuni
consultatisi lo accusarono che brigato avesse la tirannide, e su. questa accusa
chiedevano che venisse a difendersi. (Schivi di restringere 1’ accusa ad una
sola causa, e questa nè valida nè cara ai Senato ; riserbavansi il potere di
accusarlo su quanto volevano > pensando che resterebbe così Marcio spogliato
di tutto il soccorso del Senato ). Marcio dunque replicò: se io debbo essere
giudicato su questa calunnia, mi sottometto ed giudizio del popolo, nò mi
oppongo che ne stenda il Senato 'il decreto. Piaceva al più de’ padri che su
ciò si rigirasse l’accusa e per due fini: perchè da indi in poi non più sarebbe
un senatore incolpato per dire cioc> chè pensava nelle consultazioni ; e
perché di leggieri quel valentuomo se ne purgherebbe, sobbriissimo altron de,
ed irreprensibile nella vita. F u dunque, secoudo ciò, steso il decreto pel
giudizio : e dato a Marcio tem po per preparar le difese da indi al terzo
mercato. Tenevasi allora, e tuttavia si tiene da’ Romani il mercato in ogni
nono giorno. In questi adunandosi i plebei dalle campagne in città ; vi
cambiavan le merci, e vi discutevano le liti private : e ricevendo i voti ;
sentenziavano su le cause pubbliche, riservate loro dalle leggi, o dal Senato.
Negli otto giorni intermedj a’ mercati viveansi nelle campagne, essendone i più
di loro lavoratori e poveri. I tribuni preso il decreto, e recatisi al Foro,
v’adunàrono il popolo : e lodatovi con ampj encomj il Senato, e lettavene la
sentenza ; intimarono il giorno nel quale si finirebbe quella causa ;
raccomandando a tutti d’ intervenire, perchè discuterebbono importantissime
cose. LIX. Divulgato ciò ; vivissime furono le cure e i ma neggi de’ plebei e
de’ patrizj ; di quelli come per punire un arrogante, e di questi perchè non
restasse all’ arbitrio de’ loro avversar] il difensore del comando de’ pochi.
Pareva ad ambi che si mettessero in quella causa a pericolo i diritti tutti
della vita e della libertà. Giunto il terzo mercato, si ridusse dalle campagne
in città tanta moltitudine, quanta mai più per addietro, occupando infino dall’
alba il Foro. I tribuni la invitarono a riunirsi per tribù, separando con funi
il sito dove ciascuna si alluogherebbe. L’ adunanza su quest’ uomo fu la prima
la quale votasse per tribù , sebbene assai si opponessero i palrizj perchè ciò
si facesse ; chiedendo che si tenessero, com’era l’uso della patria, i comizj
per centurie. Imperocché ne’ primi ten>pi se il popolo dovea votare su di
una causa qualunque rimessagli dal Senato ; i consoli adunavano i comizj per
centurie, compiendo prima i sagrifìzj legittimi, che in parte si compiono
ancora. Il popolo ordinato come nei tempi di guerra sotto i centurioni e le
insegne, adunavasi nel campo di Marte posto innanzi della città. Quivi non
prendevano e davano tatti insieme il lor voto ; ma ciascuno nella propria
centuria, secondo che eran chiamate dai consoli. Ed essendo le centurie cento
novanta tre, e dividendosi queste in sci classi, chiamavasi innanzi tutte, e
dava il suo voto la prima classe, la quale formata dei più riguardevoli per
sostanze, e primi negli ordini militari, comprendeva diciotto centurie
equestri, ed ottanta appiedi. Appressò votava 1’ altra classe la quale men
comoda per sostanze, seconda nell’ ordine della battaglia, e men cospicua de'
primi per armatura, formava venti centurie; aggiuntene ancor due di artefici, i
quali apprestano legni e ierro, ed ogni altra macchina militare. Costituivano i
chiamati nella terza classe venti centurie, inferiori tutte nell’ onore, nell’
ordine della battaglia, e nelle armi, non simili a quelle de’ precedenti. Gli
altri chiamati appresso, rispettabili anche meno in pregio di sostanze e di
armi, ma più sicuri di posto nella battaglia, divideausi ugualmente Anni di
Roma a63 secoado Catone, aR5 secondo Varrone, a 4^ aeCristo. ia venti centurie
; alle quali se ne univano altre due y di suonatori di corni e di trombe.
Qiiamavasi per quIn-i>. 4 t S'So j ù tratta la materia medesima. I soldati
che qui si dicoDo immuni dai cataloghi militari, erano certameule liberi dalle
coscrizioni: peraltro potevano militare se volevano. (a) Nella prima classe ci
aveano ottanta centnrie appiedi a diciotto a cavallo, ìu lutto novanlollo vedi
loco citato. Le altre classi in tutto costituivano novantacinque centurie :
perchè la seconda classe comprendeva venlidua centurie: la terza venti: la
quarta di nuovo ven lidne : e la quinta trenta; risultaudo la sesta da una
sola. Digitized by Google 3q2 delle antichità’ romane bio da ricorrere al voto
fioale de’ poveri. Era questo il refìigio estreirio, se mai le cento novantadue
centurie scindeansi in parti eguali ; e ne preponderava la parte alla quale
quell’ ultimo voto si volgeva. Chiedeano i difensori di Marcio che si
adunassero i comizj ordinati secondo gli averi, immaginandosi forse che il
valentuomo sarebbe liberato dalle novantotto centurie' della prima classe
quando le chiamavano, o dalie altre almeno della seconda o della terza. Ma
sospettando eziandio ciò li tribuni, conclusero che si avesse a riunire il
popolo per tribù, e così renderlo giudice della contesa ; perchè nè i poveri ci
avessero men potere dei ricchi, nè i soldati leggeri men di quelli di grave
armatura, nè la moltitudine, differita per 1’ ultima chiamata, fosse impedita a
dare egnal voto. Divenuti tutti pari nell’ onore. e nel voto, avrebbero ad una
sola chiamata dato i loro suffragi tribù. Or pareano i tribuni più giusti che
gli altri, col pensare che il giudizio del popolo fosse veramente del popolo,
non della parte fautrice degli ottimati ; e che su le offese di tutti, tutti
dovessero sentenziare. Conceduto ciò con stento da’ patrizj, essendosi ornai
per disputare la causa, Minucio 1’ altro de' consoli ascese il primo in
ringhiera, e disse quanto eragli stato commesso dal Senato. E prima ricordò
tutte le beneficenze, quante il popolo ne avea ricevute da’ patrizi : e poi
chiese in contraccambio di queste, eh’ eran pur tante, che il popob concedesse
una grazia, necessaria ad essi che la domandavano, pel pubblico bene : quindi
lodò la concordia e la pace e rilevò di quanti beni Sten causa I’ una e T altra
nelle citUi: condannò le sedizioni e le guerre intestine; e mostrò, che ne
erano stale distrutte le città con gli abitanti, anzi le • intere nazioni :
raccomandò che secondando l’ira non isceglies sero il peggio per lo migliore:
che provredessero il futuro con saviezza, non si valessero in consultazioni gra
vissime dèi consiglio de cittadini più tristi, ma di quelli che tenean per
bonissimi, da’ quali sapeano sere stata tanto giovata in guerra ed in pace la
patria, e de’ quali non era giusto che diffidassero, quasi avessero già mutato
> natura. Era 1’ intento di tanti discorsi, che non dessero niun voto contro
di Marcio, ma in vista prindpal mente di essi assolvessero quel valentuomo ;
ricoi> dandosi quale egli era stato per la repubblica, quante guerre avea
portato a buon termine per. la libertà e per r impèro di Roma, e come non
farebbero cosa nè pia; nè giusta, nè degna di. loro, se ingrati alle opere
segnalate di lui ne punissero le vane parole. Esservi bellissima la opportunità
di dimetterlo ; giacché egli presen tava la sua pmeona ai nemici, per subirne
in pace il giudizio che di lùi formerebbero. E se non che riconciliarsegli,
persistevano duri, implacabili con esso, almeno giacché il Senato trecento i:
più insigni della città, facevasi a supplioudì, s’ impietosissero e
mansuefacessero, ciò considerando ; nè per punire un nemico ributtassero le
{ghiere di tanti amici, ma in grazia di tanti valealuomini condonassero la pena
di un solo. Dette queste consimili cose, aggiunse in ultimo, che se
assolvesserò dopo dati i voti un tal uomo, parrebbouo ril.iaciarlo per non
esser stato un ofTeusore del popolo : ma se proibivano di prosegniroe il
giudieio, mostrerebbero di donarlo a tanti che per lui supplicavano. E qui
taciutosi Minucio, fecesi innanzi Sicinio il tribuno, e disse: che. uè egli
tradirebbe la libertà del popolo, nè permetterebbe di buon grado che altri la
tradissero. Pertanto se i patiizj sottomettevano realmente un tal uomo al
giudizio del pòpolo, iàrebbe che su lui si votasse, nè punto da ciò i si
scosterebbe. ^ E; qui subentrando Minucio replicava : Poichésiete o tribuni
fermi in tutto eli dare il voto su quest’uomo; almeno non lo accusale di altro
che della offesa imputatagli. K poiché lo dinunziaste reo di ambita tirannide
di chiarate e convincete, ciò con gli argomenti t ma' non vogliate .nè
ricordare nè accusare le parole, le quali 10 incolpavate, di^ carer. detto in
Senato.^ Imperocché 11 Senato lo dichiarava immune da que'sta colpa j e
sentenziò phe al popolo si. presentasse '..per le cause convenute. E qui lesse
la seuteoBa. E pò,bn gli altri più potati de’ tfibutii. Manon eà' tosto' tocoù
atMarciu-di perórare, combaciando da capo, numttò quante spedizioni militari avea
sostenuto dalla prima età sua>per.^ blica, quante corone trionfali avea'
riportate da saoi cc.^^ mandanti, quanti erano i nemici presi da lui
prigionieri, quanti li Cittadini salvati nelle battaglie. E ad ogni dir suo
mostrava i premj dati al suo valore, e ne profferiva io testimonio I capitani,
e ne chiamava a nome i cittadini liberati. E questi si presentavano sospirando
e supplicando i cittadini a non uccidere, nè distruggere come nemico chi era la
causa della loro salvezza ; chiedendo la vita di un solo per quella di tanti,
ed esibendo in luogo di lui sestessi, perchè come più voleano ne disponessero.
Erano i più di loro del popolo anzi al popolo utilissimi. E preso il popolo da
verecondia all’ aspetto ed alle lagrime di tanti ne impietosi, e ne pianse.
Quando Marcio squarciandosi 1’ abito, mostrò pieno il petto, piene le altre
membra di cicatrici, e dimandò se credeano poter esser le opere di un uomo
stesso salvare il popolo in guerra dà nemici, e saU alo opprimerlo nella pace :
e se chi fonda una rannlde, caccia dalla città una porle del popolo, dal
(filale principalmente la tirannide si alimenta e corrohora. E lui parlando
ancora, tutti i più mansueti, e più umani del popolo esclamavano, che si
rilasciasse: e vergognavansi che stesse fio dal principio in giudizio per simil
cagione un uomo che avea tante volte spregiata la propria salvezza per quella
di tutti. Ma tutti i più invidiosi, tutti i più malevoli ai buoni, e più pronti
alle sedizioni, soffrivano di mai in cuore di avere a liberare un tal uomo :
tuttavia non sapeano che più fare, non apparendo in esso indizj nè di
tirannide, nè di ambizion di tirannide, e su ciò dovessi giudicare. Or ciò
vedendo quel Decio che avea ragionato in Senato, e procurato che si stendesse
il decreto per la causa, levatosi in piede fece silenzio e disse : Poiché, o
popolo, i patrizj hanno assoluto Marcio dalle parole dette in Senato, e da
fatti violenti e superbi che le seguirono: nè vi hanno lasciato mezzi onde
accusarlo ; udite, non le parole, no, ma la egregia cosa che questo valentuomo
vi apparecchiava ; uditene £ orgoglio, la sovverchieria, e conoscete qual
vostra legge, egli privatissimo uomo, violasse. Koi tutti sapete che quante
spoglie nemiche ci riesce di acquistar col valore, tutte per legge son del
comune, e che niuno, nemmeno lo stesso capitano, non che un privato, ne è £
arbitro ; sapete che il questore le prende, le vende, e, fattone danaro, lo
versa nel pubblico erario. Or questa legge che niuno da cheRoma è Roma non solo
non ha mai violato, ma nemmeno ha ripreso come non buona ; questa già firmala,
invalsa, questa ha £ unico Marcio conculcata, appropriando le prede che erano
del comune, £ anno scaduto, e non prima. Imperocché essendo noi scorsi su le
terre degli Anziati, e pigliato avendovi prigionieri, e bestiami, e frumenti,
ed altro in copia ; egli non depositò già tutto' nelle mani del questore: e
nemmeno, alienandolo, ne mise il prezzo nel£ erario : ma divise in dono agli
amici suoi per cattivarseli, tutta la preda ; or questo io dico eh’ egli è argomento
certissimo di tirannide. E come no ? Costui beneficava col tesoro pubblico li
suoi adulatori, li custodi della sua persona, li cooperatori della tirannide. E
vi affermo che questo fu come un abrogare manifestamente la legge. Or su,
facciasi pure innanzi Marcio, e dimostri £ una o £ altra delle due; omelie egli
non compartì le belliche prede a’ suoi amici ; o che se bene ciò fece, non
ruppe la legge. Ma egli non potrà dire ninna di queste due cose. Imperocché voi
sapete ( una e V altra, la legge e t opera : Nè mai potrete coll assolverlo,
dar vista di conoscere i diritti ed i giuramenti. Lascia o Marcio le corone ed
i premj, lascia le ferite ed ogni ostentazione, e rispondi a questo, su che li
concedo ornai che tu parli. Cagionò tale accusa grande mutazione; e li più
dolci, e più premurosi per I’ assoluzione di questo uomo si rallentaron ciò
udendo. E li più perfidi, quali erano i più della plebe, deliberati allatto di
perderlo, vi si ostinarono ancor più, per una occasione si grande, e
simanifesta. EU’ era ben vera la distribuzion della preda, non era però fatta
per mal genio, nè in vista di una tirannide, come Decio calunniava, ma solo con
fine benissimo, con quello cioè di riparare ai mali della repubblica : perchè
essendo allora il popolo discorde ed alienato da’patrizj, i nemici
dispregiandoli, ne scorrevano e ne predavano di continuo le campagne. E quante
volle parve al Senato di spedire una forza che li reprimesse, ninno usciva del
popolo, anzi giubbilava contemplando i casi d’ intorno, nè le forze dei patrizj
bastavano a contrapporsi. Or ciò vedendo Marcio promise ai consoli, se lo
creavano capitano, di portar su' nemici un’armata spontanea, e di pigliarne ben
tosto vendetta. Ottenuto Marcio il potere, congregò li clienti, gli amici, e
quanti voleano partecipare le sue fortune, e la sua gloria nelle armi. E quando
parvegli che si fosse raccolta milizia sufficiente ; la menò su’ nemici che
niente ne prevedeano. Scorso in region doviziosissima, ed arbitro divenuto di
amplissima preda, permise alle sue milizie che tutta se la dividessero, afUnchè
li compagni dell’ impresa, raccoltone il frutto, andassero pronti anche agli
altri cimenti : e quelli, che impigrivano in casa, considerando da quanti beni,
a’ quali poteano partecipare, gli allontanasse la sedizione; divenissero più
savj per le spedizioni seguenti. Tale era su ciò la idea del valentuomo. Ma la
turba invida e tenebrosa, considerandone con malvolere le operazioni, credette
vedere in esse un predominio, nna largizione tirannica. Dond’ è che il Foro si
riempié di clamori e di tumulto : nè più Marcio, nè il consolo, nè alcun altro
sapeano che rispondere, riuscendo la incolpazione inaspettata ed improvvisa.
Poiché dunque ninno più faceane le difese; i tribuni dispensarono alle tribù li
suffragi, proponendo per pena del delitto Y' esilio perpetuo, io credo perchè
temevano, che se proponevano la morte, non sarebbevi stato condannato. Dato da
tutti il voto, e numeratili, non vi fu gran divario. Imperocché essendo allora
ventuna le tribù le quali ottennero il voto, nove si decisero per la
liberazione di Marcio, tanto che se altre due vi si aggiungevano, sarebbe
stato, còme ordina la legge, liberato per la uguaglianza. Se le trìbCk erano
at, e nove si dichiararono per Marcio: dunque dodici lo condannarono; e però
ire o non due altre trilnt ci Toleano per uguagliare i Voli della condanna e
dell’ assoluzione. Forse Dionigi Tuoi dire che se la tribù condaunaTauo cd
undici assolvevano, l’efHcacia de’ voli era la stessa in guisa, che per uu voto
di più non cnndannavasi il reo, ma si rilasciava. Se ciò è, nel lesto non vi è
discordia, ma la voce dovrà tradursi I Fu questa la prima oitasione di un
patrizio al popolo per esserne giudicato : e d’ allora in poi fu stabilito il
costume che i tribuni chiamano chi lor piace de’ cittadini a subire il giudizio
del popolo. £ dopo tal fatto ancora assai il popolo si elevò, decadendo
nomtneno il potere de’ pochi, perché ne furono ridotti ad ammettere > plebei
nel Senato, a concedere che aspirassero agli onori, a non vietare che prendessero
i sacerdozi, e a dividere con essi per forza e loro malgrado, o per provvidenza
e saviezza, i tanti bei pregi, un tempo proprj solo de’ patrizj, come ne’
luoghi opportuni diremo. Del resto l’ uso di citare i cittadini primai'j al
giudizio della moltitudine può somministrare materia ben ampia di discorso a
chi vuol biasimarlo o lodarlo ; perciocché molli uomini probi ed egregj ne
sostennero cose non degne della loro virtù, fatti inglòriosameute uccidere e
malvagiamente pe’ tribuni : e per r opposito ne pagarono pnre la debita pena
molti uomini aiToganti e tirannici, astretti a dar conto del vivere e procedere
loro. Quando dunque vi si faceano con cor buono le discussioni, e vi si
reprimevano le esorbitanze dei graudi, quella sembrava mirabilissima cosa, ed
erano da tulli lodata : ma quando a torto il merito vi si prostrava de’
valentuomini egregj nel governo del comune ; sembrava orribilissima, e gli
autori se he accusavano non per la uguaglianza de' voti come abbiamo (allo ma
per la efficacia de’ voti. Sappiasi in fioe che talono de’ critici afferma che
le tribù allora erano 3i, e non 3i ; ma il Sigonio de civiiate Rom. G. 3, ed
Onofrio Vanvlno al c. 8, sostengono che erano realmente Tcntuna. della
coDsnetudtne. Esaminarono, evvero, più volte i Romani se la dovessero
annullare, o custodire come r aveano ricevuta dagli antenati ; ma non diedero
mai fine all’ esame. E se pur io debbo dirne ciocché ne penso, a me ne sembra
la istituzione, se per sé si consideri, vantaggiosa, anzi necessariissima a Roma
; esservi però più o mcn bene riuscita, secondo il carattere dei tribuni.
Imperocché se scontravansi savj, giusti, e solleciti del pubblico, più che del
proprio lor bene, e se chi offendeva la patria ne era, come dovea, castigato;
in tal caso un timor vivo frenava ancor gli altri dai fare altrettanto. E 1’
uomo buono, 1’ uomo avvanzatosi eoo cuore puro ai maneggi pubblici né subiva
pene vergognose, né gìudizj, alieni dal procedere suo. Ma quando aveansi il
poter tribunizio nomini scellerati, intemperanti, avari, succedeane tutto
l’opposito. Tantoché non dovessi rettificar come erronea la consuetudine, ma
curar piuttosto come si avesser tribuni probi ed onesti, senza che tanta
autorità temerariamente si conferisse. Tali furono le cagioni, e tale il
termine della prima sedizione de Romani dopo la espulsione dei re. Io ne parlai
lungamente, perché ninno si meravigli come i patrizj permisero che il popolo si
attribuisse tanto potere, nè succedessero intanto come in alure città, gli
eccidj e le fughe degli ottimati.' Ciascuno brama conoscere delle insolite cose
la cagione ; proporzionandosene a questa la credibilità. Dond’è che io conclusi
che non sarei stato creduto in gran parte o in tutto, se io diceva nudamente, e
senza allegarne le cause, che i patrizj aveano ceduto ai plebei la primazia ; e
che polendo dominare come nei comando dei pochi, aveano fenduto il popolo
arbitro di affari gravissimi: e cosi concludendo ; volli esprimerle tutte. E
poiché ira loro non si violentarono e necessitarono colle armi, ma coocordaronsi
colla persuasiva, giudicai portare il pregio dell’ opera, che si esponessero
soprattutto i discorsi tenuti allor dai primari ciascun dei partiti. E ben io
mi stupirei che taluni pensassero doversi i falli della guerra descrivere
minutissimamente, e taivoha consumassero tante parole intorno di una sola
battaglia dicendo la natura de’ luoghi, la proprietà delle armi, la forma delle
ordinanae, le ammonizioni del capitano, e tatti i motivi, quanti coadiuvarono
la vittoria ; nè poi credessero che narrando i movimenti, e le sedizioni civili
sen dovessero insieme riferire i discorsi pe quali si operarono impensate e
maravigliosissime imprese. Certa-' mente se nel governo de’ Romani vi fu
portento degno di encomi, e della emulazione di tutti, fu questo a parer mio,
famosissimo più che i tanti, che pur vi furono stupendissimi, vuol dire che i
plebei spregiando i patrizi non si avventa sser su loro, uccidendone in copia i
più insigni, ed usurpandone i beni, e che quelli che esercitavan le cariche non
conquidessero di per sestessi o co’ soccorsi di fuori tutto il popolo,
rimanendosene poi liberi da paure in città ; ma che a guisa di fratelli co’
fratelli, e di figli co' padri in una savia famiglia, la discorresser fra loro
su’ diritti comuni, e finissero le controversie col dialogo e colia
persuasione, senza permettersi gli nni contro degli altri azione alcuna inir
DtOSttGl, tomo //• iG qua ed insanabile, come nelle loro sedizioni ne fecero i
Corciresi, come gli Argivi, i Milesj, e la Sicilia intera, e tant’aliri. E jier
queste cause io volli anzi estenderne che ristringerne la narrazione ; e
ciascuno ne pensi come glien pare.. Avuto allora il giudizio un tal esito, il
popolo si parti con una vana ghiattauza; concependo aver tolto il comando dei
pochi. Altronde i patrizj ne andavano umiliati e mesti, ed incolpavano Valerio
per suggerimento del quale avevano rimessa al popolo la sentenza. E quelli che
riconducevano Marcio, impietositi, ne sospiravano e ne lagrimavano : non però
vedeasi Marcio né piangere, nè lamentare la sorte sua, nè dire o fare cosa
qualunque, non degna de’ sublimi suoi genj : anzi dimostrò più ancora la
generosità e fortezza deir animo suo, quando giunto in casa ridevi la moglie e
la madre che aveansi squarciata la veste, e pesto il petto, e gridavano, come
sogliono in simili casi, donne separate dai loro più cari per 1’ esilio, o per
la morte : niente invili tra le lagrime, niente tra’ clamori delle donne. Ma
dato loro un amplesso, le animava a tollerar virilmente la disgrazia,
raccomandando ad esse i suoi figli. Grande era 1’ uno di dieci anni, ma
sosteneano l’ altro colle braccia ancora. E senza dare altri pegni della sua
benevolenza, e senza tor seco ciocché bisognavagli per 1’ esilio, usci
sollecitamente dalle porte, non indicando a ninno, dove si trasferiva.,Venuto
pochi giorni appresso il tempo de’comizj, furono dal popolo scelti consoli
Quinto Sulpicio Camerino e Spurio Largio Flayo per la seconda volta. Turbarono
quest’anno la città molti segni di celesti terrori. Imperocché apparvero a molti
visioni insolite, e voci si udirono senza niun che parlasse ; le generazioni
degli uomini e delle bestie assai scostandosi dal naturale tendevano al
mostruoso ed all’ incredibile: e si udivano m più luoghi risonare gli oracoli,
e donne da divino furor sorprese annunziavano alla città lamentevoli e
terribili sorti. Si aggiunse a tanto un tal contagio nellamoltitudine. Fece
questo assai strage di bestiame, ma non molta fu la mortalità degli uomini, non
estendendosi il morbo più in là che a far dei malati. E chi diceva succedere l’
infortunio per disegno de’ numi i quali si vendicavano dell’essere espulso
dalla patria il migliore de’ cittadini ; e chi dicea che gli eventi non erano
opera divina, ma fortuiti, come tutte le vicende degli uomini. Poi si presentò,
portatovi in una lettiga, un infermo, chiamato Tito Latino di nome, vecchissimo
d’anni, fornito a sufficienza di beni, e che avea per lo più vivuto nella
campagna, lavorandola colie sue mani. Costui venuto in Senato rivelò che avea
tra il sonno veduto Giove Capitolino che standogli a fronte, ua, disse ; fa
intendere d tuoi cittadini che nelT ultima pompa che mi celebrarono, non mi
diedero un buon capo per la danza. Pertanto mi ripetano, e compiano un altra
festa di nuovo, non avendo io accett ata la prima. Dicea costui che
risvegliatosi non faeea verun caso delia visione, ma teneala come una delle
comuni ed illusorie. Quando ecco infine gli si presentò nel sonno Anni di Roma
a64 secondo Catone, 66 secondo Varrone, e 48iS av. Cristo. la immagiue stessa, e
bieca e sdegnata, che non avesse annunziato i comandi al Senato, e
minacciandolo, se non gli annunziava immantinente che apprenderebbe con grave
suo danno a non trascurare gt IddJ. Questa seconda visione, egli disse, che la
riguardò come la prima, vergognandosi di assumer rincarico, egli vecchio e
lavoratore, di portare al Senato i sogni suoi, pieni di augnrio e di terrore,
perchè non vi fosse deriso. Or pochi giorni appresso il vago e giovine suo
figlio, senza malattia, e senza niuna causa sensibile fu rapito da morte
improvvisa. E ben tosto il simulacro stesso del nome apparendogli nel sonno gli
dichiarò che egli area già colla perdita del figlio subita la pena della sua
trascuraggine, e del dispregio delle celesti voci, ma che ben tosto ne
subirebbe ancor altre. Udendo tali cose disse che contentissimo ne accettava
Uannuntio, Se avesse a morirsi, non più curando la vita: che non gli diede il
nume però questa pena, ma che gl'internò per tutto il corpo dolori acutissimi
ed insoffri-^ bili, non potendone movere parte alcuna senza tormento estremo. E
che allora infine comunicato ^evento agli amici, venivane per consiglio loro al
Senato. Pat^a, ciò dicendo, che poco a poco si riavesse dal dolore. Alfine
compiuto il discorso, usci di lettiga, ed invocato il nume, ne andò per la
città libero e sano in sua casa. Il Senato ne fu spaventato ed attonito ,
Questo fatto è riportato aoclie da Livio. Cicerone Io allega nel lib. I de
Dininalione. Quanto è facile sognare con chi sogna l Ma il Senato avea bisoguo
d’ illudere un popolo superstiiiuso, e ne secoudò li delirj. Per tali vie la
verità si confonde, e si allouuna! nè sapeva inf]ovinare ciocché il nume
signifìcasse, e qual fosse nella festa antecedente il duce, de’ salti che buono
a lui non paresse. Àlfìne un tale, memore delr evento, lo disse ; e tutti se
gli accordarono. Qr fu r evento cosi : Un Romano non ignobile consegnando un
suo schiavo agli altri conservi perchè lo menassero alla morte, ordinò per
renderne più romorosa la pena, che lo traessero, flagellandolo, pel Foro, e per
tutti, quanti erano, i luoghi più insigni della città. Precedè costui la festa
che la città avea prescritto che si facesse in quei tempi a tal nume. Coloro
che lo spingevano al supplizio slargandogli e legandogli ambedue le mani ad un
legno, postogli dietro il petto e diretto per le spalle fino agli estremi delle
braccia, lo seguivano, e lo battevano nudo co’ flagelli. Stretto costui da tale
necessità gridava e con sconce voci, quali il dolore gliele suggeriva, e tra
salti indecenti, per le battiture. Or questo giudicarono tutti che fosse il
saltatore non buono indicato dai nume. E giacché sono a tal parte d’ istoria
penso non dover tralasciare i riti che nella festa si tengono dai Romani: non
perchè più bella ne sia la narrazione per giunte teatrali e per fioriti
discorsi, ma perchè sia più credibile il proposito rilevantissimo, vuol dire,
che greche furono le colonie fondatrici di Roma, e venute da famosissimi
luoghi, e non barbare e non prive di case, come alcuni hanno esposto.
Imperocché nel fine del primo libro, tessuto da me su la origine sua, promisi
convalidarla con mille forti argomenti di leggi, di costumi, d' industrie che
vi persistono ancora, quali si ricevette dagli avi ; nè giudico che basti a chi
scrive le storie antiche de’ luoghi delioearle come degne di fede perchè tali
si odono da’ paesani, ma per l’ opposito giudico che a renderle credibili
abbisognino queste di altri documenti invincibili, quali 'sono principalissima
mente le cerimonie, ed il cullo usato in ognr città verso i numi e i genj
patrj. Certamente li Greci e li barbari custodiscono queste gelosamente per
lunghissimo tempo frenati dalla riverenza de’ numi vendicatori. E ciò fanno i
barbari soprattutto per molte cagioni da non essere qni ricordate. E ninno ha
mai persuaso a dimenticare o corrómpere alcuna delle divine cose gii Egizj, i
Lìbj, li Celti j gli Sciti, gl’ Indi # e generalmente tutti i barbari, seppure
caduti sotto il comando di altri non furono necessitati ancora di volgersi ai
riti loro. Roma però non fu mai ridotta a tal sorte, anzi essa diede agli altri
le leggi perpetuamente. Se traeva da’ barbari l’origin sua, dovette pur
da’barbari derivare s le istituzioni nazionali, per le quali g[iunse a tanta
fortuna : e quindi dovette astringere tutti i sudditi a venerare gl' Iddj con
le forme Romane come niigliori. Se dunque i Romani eran barbari, niente poteva
ritardare che barbara si rendesse tutta la Grecia che ornai da sette
generazioni ne porta il giogo. Alcuno forse crederà che bastino per segno non
piccolo delle pratiche antiche, quelle che ancor vi si usano. Ma perchè altri
noi prenda come insufhciente per la opinione non giusta, che i Romani quando
vinser la Grecia, con piacere ne assunsero i costumi come migliori, ripudiando
i proprj ; ho deliberato aiv _ gomentar dal tempo quando essi non ci dominavano
ancora, nè avevano olire mare 1’ impero, valendomi deir autorità di Quinto
Fabio senza che altra me ne bisogni. Imperocché antichissimo tra quanti
scrissero le cose ror.. .u., ce le accredita -non solo perciò che ne ha udito,
ma perciò che ne ha veduto ancora. Il Senato, come ho detto di sopra, aveva
decretato quella lesta, per adempiere il voto fattone da Aulo Postumio
dittatore, quando fu per combattere le cittàribellatesi de’Latini, che
tentavano rimettere Tarquinio sul trono: ed aveva decretato che si applicassero
ogni anno ptr li sagriGcj e pe’ giuochi cinquecento mine di argento ; e
puntualmente ve le applicarono fino alla guerra con i Cartaginesi. In questi
sacri giorni si faceano molte cose conformi alle greche usanze circa il
concorso, 1’ accoglienza de’ forestieri, e le immunità, cose tutte > ben
difficili a descriversi. Le cose poi, che concernono la pompa, i sagrifizj, ed
i certami, erano come sieguono, e ben da queste si possono argomentare, quali
fossero ancora, le tante cbe sen taciono. Prima cbe si desse principio ai
giuochi, le persone che aveano il potere più graude, avviavano dal Campidoglio
la pompa, conducendola pel Foro al Circo Massimo : e nella pompa eran primi i
lor figli prossimi alla pubertà : ma que’ garzoncelli che poteano per 1’ età
far parte della pompa ne andavano a cavallo se fossero di equestre famiglia, o
a piedi, se a piedi dovessero mili^'U'e; e .quali nc andavano ad ale e caterve,
e quali a corpi ed ordinanze maggiori come per essere istruiti: e ciò ptrcliò
fosse visibile ai forestieri la gioventù Romana che era per giungere alla età
militare, e quanto ne fosse il numero^ e quanta la bellezza. Venivano appresso
loro i guidatori di quadrighe, di bighe, ed altri che pompeggiavano su cavalli
non aggiogati. Seguivano quindi i combattitori di certami leggeri o gravi; e
nudi si vedevano, se non quanto velavano le parti del sesso. E tal costume
conservasi ancor tra' Romani come nei prìncipi aveasi pure tra’ Greci, finché
tra’ Greci vi fu tolto dai Spartani: Perchè il primo che prese a nudarsi il
corpo e nudo corse ne’ giuochi Olimpici nella olimpiade decimaquinta fu Acanto
di Lacedemonia; laddove innanzi lui vergognavansi i Gi'eci di avere tolto nudo
il corpo ne’ spettacoli, come certifica Omero scrittore antichissimo e
degnissimo più che tutti di fede, il quale introduce gli eroi cinti da una
zona. Quindi descrìvendo il certame di Ajace e di Ulisse ne’ funebri onori di
Patroclo disse : Sceser cimi di zona ambi alla pugna. E ciò dichiara ancor più
nell’ Odissea, narrando il pugilato di Irò e di Ulisse in tal modo : SI disse ;
e tulli encomiaro Ulisse, E di una zona circondàndo i lombi, Gli ampi e voghi
suoi femori scopria, ' E nude Sen vedean le vaste spalle,, Nudo il petto t e le
braccia. Ed introducendo quel misero che non volea combattere, ma ne temea ;
scrive : Cosi diceano : ad Irò il cor si scosse .•. Cinserlo i proci di una
zona, e tutto Tremante lo sospinsero alla pugna. Tal costume primitivo de’ Gred
serbato fino ali’ ultimo tempo dai Romani dimostra che questi non lo appresero
ultimamente da noi, anzi che non lo mutaron col • tempo, come abbiamo noi
fatto. Teneau dietro agli atleti, cori di saltatori divisi in tre bande : erano
i primi adulti, imberbi gli altri, e giovani gli ultimi ; venivano quindi
sonatori che davan fiato a tibie di antica forma, e picciole, come costumasi
ancora, e citaredi che toccavan col plettro lire eburnee di sette corde, ed
altre ancora di più, barbiti nominati. DI questi era mancato l’uso ne’ miei
tempi tra’ Greci quantunque fosse lor proprio : ma tra’ Romani conservasi In
tutti i sagrifizj 'di antico rito. Erano 1’ apparato de’ saltatori purpuree
toniche, cinte con metalliche fasce, e spade che ne pendeano, ed aste anzi
corte che giuste : vedeasi negli altri uomini elmo di bronzo con cimieri vaghi,
e pcnnacchj che P adornavano. Era di ogni coro il duce un uomo il qual dava
agli altri la forma del ballo ; rappresentando moti marziali e vivi, con ritmo
per lo più proceleusmatico. Era greca antichissima pratica anche quella di
saltare colle armi e Pirrica si chiamava, sia che Minerva cominciasse la prima
dopo la disfatta de’ Titani a danzare e saltare colle arme tra cantici
trionfali per la vittoria ; sia che prima ancora fosse il Proceleusmatico
cbiamaTasi no piè metrico di quattro sillabe brevi : e quiudi si diceauo fttrfi
i versi che conteueano que' piedi. Forse furono cosi detti perché soleano
premettersi, caulandoli, r7r rttXtvrfitiTt vuol dire alle esortazioni o
comandi. Quindi il ritmo proceleusmatico ne’ balli dovrebbe avere allusione a
tali piedi o versi, ed esortazioni. rito Introdotto da’ Cureti, quando educando
Giova voleano carezzarlo col suono delle arme, e con lièti moti e cadenze, come
la favola narra. Omero più volte, e principalmente nella foiDiazione dello'
scudo che dice donato da Vulcano ad Achille, mostra l’ antichità • di questo
rito, e la nascita sua tra’ Greci. Imperocché rappresentando in esso due città,
l' una ornata di pace bella, e l’ altra straziata dalla guerra, delinea,
com’era naturale, la felicità di quella con feste, con matrimonj, e conviti, e
dice : Faeton la danza i (Rovani, e frattanto Vdiati il suon di tibie, e cetre
; e tutte, Meravigliando ai limitar di casa, Stavan le donne. E di nuovo
elogiando con vago ornamento nello scudo un altro coro di giovani e di vergini
Cretesi dice : Aveaci espresso V inclito Vulcano Un vario coro somigliante a
quello. Che Dedalo formò per Arianna, Che in si bei ricci avea la chioma
attorta : Qui giovinetti e ver^nelle vaghe. Tenendosi per man, facean lor dama.
Ed esponendo 1’ ornamento di questo coro per dichiarare che i giovani saltavano
colle arme, scrive ' E quelle 'avean vaghe ghirlande, e questi Aurate spade a
cinti argentei appese. E parlando dei duci del salto loro, di quelli che davano
agli altri le prime mosse, dice :. Il popolo prendea dolce diletto Intorno al
coro; e due de' saltatori Clan cantando e danzando a tutti in mezzo, Nè solo
potrem yedere la somiglianza co’ greci riti da qnfsie danze marziali ed
ordinale, usate da' Romani ne’sagrifìcj e nelle pompe, ma dalle danze ancora
sati ricFie e derisorie. Dopo i cori armati vedeansi in mostra cori imitatori
de’ satiri, non dissimili dalla greca Sicinne. L’abito in chi Vappresentava un
Sileno erano ispide vesti, chiamale da alcuni Cortee ; e manti con ogni varietà
di fiori: in quelli poi che somigliavano un satiro erano perizomi e pelli
caprine, e sui capo criniere irte di lioni, e cose altrettali. Or questi
beffavano e contraffaceano serj moti, spargendovi del ridicolo : e gli andamenti
de’ trionfi assai palesano che era antico e proprio de’ Romani il motteggio e
la satira. Imperocché permettevasi u quelli che segui van la pompa lanciar
beffe e giambi so gli uomini più riguardevoli, c fino su’ comandanti ; siccome
un tempo in Alene era^ permesso che nè lanciasser quelli che sul carro
se^itavau la pompa, e che ora cantan versi improvvisi. Eid io ne’ funerali di
personaggi cospicui, specialmente se già fortunati, vidi tra le altre pompe
cori in forma di satiri che precedevano il feretro, e saltavano come nella
Sicinne. Che poi il gioco e la danza alla guisa de’ satiri non fu ritrovamento
de’ Liguri nè degli Umbri nè di altri barbari, abitanti dell’ Italia, ma de’
Greci ; temo di sembrare molesto, volendo a lungo convincere una cosa della quale
già si conviene. Dopo questi cori pasA Vossio scrive più cose intorno a qeeslo
genere di saltasione nel I. a c. 19. lusiiiul. Poei. (a) Cortee proviene questa
voce da ^cfTts r:hc siguitica Jìeno, erba CC. ’ e savano molti sonatori di
tìbie e di cetere : e poi quelli che portavano profumi di aromi e d’ Incensi, e
quelli che portavano lavori meravigliosi di oro e di argento sia de’templi, sia
del comune. Venivano In ukimo della pompa recati su le spalle di nomini I
simulacri divini foggiati come quelli de’ Greci quanto alla forma, agli, abiti,
al simboli ed al doni, secondo che que’ numi es-‘ sendooe stati I trovatori,
gli aveano, ciascuno., donati ai mortali, nè solo v’ erano I simulacri di
Giove, di Giunone, di Minerva, di Nettuno, e degli altri che li Greci contano
tra I dodici numi ; ma di altri più antichi da’ quali la favola origina i
dodici ; io dico i simulacri di Saturno, di Rea, di Temide, di Làlona, delle
Parche, di Miiemosine, in somma di lotti, quanti hao templi, ed are fra i
Greci, come quelli de’ numi che favoleggiansi nati dopo che Giove ottenne
l’impero, vuol dire quelli di Proserpina, di Lucina, delle Ninfe, delle Muse,
delle Ore, delle Grazie, di Bacco, e quelli de’ semidei, l’ anime de' quali
spogliate de.l corporeo frale diceansi andate in cielo, e goilervi onori simili
ai divini, cioè quelli di Ercole, di Esculapio, di Castore e Poi luce, di
Elena, di Pane, e di altri mille. Se dunque i fondatori di Roma eran barbari, e
se v’istituiron tal festa; com’era possibile mai che adorassero tutti I numi e
genj della Grecia, negligentando I propr) ? Almeno mi si dimostri un altra
gente non greca, la quale avesse Erodoto narra nel libro seconda che: i Greci
derivarono questi dodici Numi dagli Egiij. L’interprete di Apollonio scrive die
questi erano : Giove, Apollo, Mercurio, Nettuno, Marte, Vulcano, Giunone,
Diana, Pallade, Cerere, Venere, e Vesta. tali sante cose come nazionali ; ed
allora si condanni la mia dimostrazione come non buona. Terminata la pompa
facean sagri Gzio i consoli e que’ sacerdoti a’ quali spettavasi, e la forma
del santo rito era quale appunto tra noi. Lavatesi le mani, lustrate le vittime
con acqua pura, sparsi i frutti di Cerere sul capo di esse, e poi fatti de’
voti, comandavano infine ai loro ministri d’ immolarle. E quale di questi
mentre la vittima era in piede ancora ne percotea le tempia colla mazza, e
quale nel cadere la trafiggeva colle coltella. E poi scorticandola c
squartandola prendean le primiziedi ciascuno de’ visceri e di ogni membro : e
sparsele con farina di fiiTo, le portavano ne’ bacini a quelli che
sagrilìcavano : e questi soprappostele all’ altare, le arde-^ vano, e
spruzzavano intanto di vino. E poi facile intendere dalle poesie di Omero
essersi ciascuna di queste cose fatta secondo le leggi istituite da’ Greci
pe’sagrifizj: perciocché descrive gli eroi che si lavan le mani ed usano farina
di farro con sale dicendo : E lavaron le mani, e sparser farro : E che ne
tagliano i capelli e li gittano al foco in quei detti : Ma cominciando il santo
rito getta 1 capelli sul foco ; E li descrive che colpiscono colle mazze in
fronte le vittime, e che cadute le immolano come fa nel sagrifizio di Emeo.
Percotela, di quercia alzando un tronco, Cui rapido poi lascia ; e lascia
insieme Lo spirito la vittima, e qui gli altri Miseria in inani, e ne
arrostino. E descriveli che pigliano le primizie delle viscere, e di altri
membri, e le infarinano, e le bruciano su gli altari: come fa nel sagri fì ciò
medesimo. E da ogni parie le primìzie piglia Be’ membri tutù, e crudi ancor li
copre Di grasso, e di farina ; e dagli al foco. Ora io so per averlo veduto,
che i Romani osservano ancora tali riti ne' loro sagrificj : e su questo
argomento, anche solo, mi rendei certo, clie i fondatori di Roma non furono
barbari, ma grecivenuti da tutte le parti. Ben può essere che alcuni baiiiari
somiglino in pane ai Greci nelle istituzioni de’ sagriliz), e delle feste ; ma
che in tutto somiglino loro, ciò non è verisimile. Mi resta ora di dir
brevemente de’ giuochi che faceano dopo la pompa. Era prima la corsa delie
quadrighe, delle bighe, e dei cavalli sciolti, come nei giuochi Olimpiaci e
Pitiaci de’ Greci in antico, e fiu di presente. Ne’ certami equestri si
conservano ancora tra’ Romani due istituzioni antiche, come furono fondate in
principio, quella cioè de’ carri a tre cavalli, la quale ora in Grecia è
cessata ; sebben vi fosse anticbissima e già ne’ tempi eroici ; introducendo
Omero de’ Greci che ne usarono nelle battaglie. Imperocché essendo due cavalli
congiunti come nelle bighe un terzo accompagnavali contenuto e tratto colle
redini, e chiamato parioron appunto dall’ esser più libero ; e non come gli
altri in biga. L’ altra cosa di cui restano ancor le vesiigie ne’ riti aniichi
di alcune poche città di Grecia è la corsa di quelli che anduvau su’ Carri ;
peroccliè finite le gare a cavallo, smontati dal carro quelli clt e sedere
presso del focolare in silensio era un aulichissioia maniera di supplicare.
Addita anche ciò Tucidide nel t libro, discorrendo di Temistocle: e si vede un
tal rito piò chiaramente io Plutarco nella vita di Coriolano, appunto iu questo
luogo. le calamità che lo (lageilavaDO, e lo ìnchinaTano a ricorrere perfino ai
nemici, pregavalo ad avere idee miti e benevole verso chi rivolgevasi a lui,
non a tenerlo, mentre davaglisi nelle mani, come avvemrio, nè a mostrar la sua
forza contro gl' infelici e depressi, e ri flettere piuttosto quanto istabili
fossero le sorti degli uomini. £ ciò puoi, disse, apprendere principidmente da
me, che già potentissimo fra tutti in città grandissima, ora derelitto,
infelice, bandito, senza patria, debbo correr la sorte che vuoi tu destinarmi.
Io, se tu amico me ne rendi, io ti prometto far tanto bene ai Volsci, quanto
male ad essi cagionai, mentre ne era nemico. Ala se prevedi tuU' altro di me,
siegui r ira tua, dammi in sulC atto la morte, immolando colle stesse tue mani
il supplichevole tuo, presso a’ tuoi focolari. IL Or lui cosi dicendo, Tulio
gli stese la destra, e sollevandolo, animavaio a confidare ; perocché non sof^
frirebbe cose indegne della sua virtù : professavasi insieme obbligatissimo che
avesse ricorso a lui, per essere questa non picciola significazione di onore :
promise che renderebbegli amici tutti i Volsci, cominciando dalla patria sua,
nè mentite ne furono le parole. Dopo non molto tempo deliberandone da solo a
solo, Marcio e Tulio, conchiuscro di movere la guerra, Tulio, concentrando
tutte le forze de' Volsci, voleva marciare immantinente su Roma, mentre era
agitata ancora dalla sedizione, e sotto consoli imbelli. Marcio in opposito
pensava che vi abbisognasse prima un titolo onesto e giusto di guerra ; dicendo
che gl’ Iddj mcschiavansi a tulle le cose, e panico Urmenle a quelle della
guerra quanto sono più rilevanti, ed oscure nell’ esito. Aveaci allora tra’
Volsci e tra' Romani sospension d’arme, e tregua ed amicizia, conchiusa poco
innanzi per due anni. Se tnovi, disse, inconsideratamente e precipitosamente la
guerra, tu sarai colpevole di aver rotti gli accordi, nè te ne avrai propizj
gVIddj ; ma se aspetti che i Eomani ciò facciano ; si giudicherà che tu
risospingali, e protegga la confederazione che violano. Ben ho io con assai
provvidenza trovato come ciò facciasi, e come essi i primi volgansi alle arme,
e noi siam giudicati et imprendere una guerra giusta e santa. Bisogna che per
maneggio nostro essi i primi offendano il giusto : e tale è questo maneggio che
io finora ho celato profondamente, aspettandone il tempo, e che ora di
necessità, sollecitissimo, ti svelo, procurandone tu la esecuzione. Debbono i
Romani far sagrifizj e giuochi assai sontuosi e magnifici, e molti accorreranno
di fuori agli spettacoli. Attendi la occasione, ed accorri tu pure a tanto
apparato, dando opera insieme, che vi accorra, il più che per te si possa de’
Volsci. Come tu sia in città, fa che alcuno degli intimi tuoi vadane ai
consoli, e dica loro secretissimamente, che i Volsci tra la notte assaliranno
Roma, e che perciò vengono in tanta moltitudine. Tu ben sai quanto
apprezzeranno la nuova : vi cacceran senza indugio da Roma, e vi porgeranno un titolo
giusto di risentimento. HI. Esultò Tulio meravigliosamente, ciò udendo : e
differito il tempo d’ imprendere ; diedesi ad apparecchiare la gnerra.
Approssimatisi poi gli spettacoli, ed essendo già consoli Giulio e' Pinario ;
am>rsevi da tutte le città la gioventà più florida dei Yolsei, come Tulio
bramava. La maggior parte non avendo ricetto ndle case e preo degli ospiti,
presero alloggio in sacri e pubblici luoghi; e quando giravansi per le strade,
ne andavano a crocchi e moltitudini : tantoché già su loro in città si faceauo
discorsi e sospetti non buoni. In questo mezzo venne ai consoli un delatore
apparecchiato da Tulio, come avea Marcio suggerito : e quasi avesse a svelare
a' nemici una pratirà arcana in danno degli amici suoi, strinse ’i consoli a giurare
di salvar lui, né mai dire ad alcuno de’ Yolsei chi avesse ciò palesato, e poi
dinuneiò gli assalti mentiti. Parve ai consoli vero il racconto, e ben tosto
invitati i senatori ad uno ad uno, si congregarono. Presentatovi il delatore,
ed avutene le eguali promesse, replicò la dinunzia medesima. Coloro a’ quali
parea già cosa piena di sospetto che venuta fosse agii spettacoli tanta
gioventù di una sola nazione nemica, assai più ne temerono, aggiungendovisi ora
una dinunzia della quale ignoravano la frodolenza. Parve a tutti che si
cacciasser di città quei forestieri prima che il di tramontasse con bando di
morte a chi non ubbidisse; e che li consoli invigilassero sicché tranquilla ne
fosse la uscita, e senza offese. lY. Decretato ciò dal Senato, altri scorrendo
le strade intimavano ai Yolsei di partire immantinente tutti per la porta detta
Capena, ed altri con i consoli li scortavano, mentre partivano. Or qui più che
altrove si conobbe quanta mai fosse, e quanta vigorosa quella moltiiadine ;
uscendo In un tempo tutu per una porU. Usci sollecitissimo Tulio prima che
tutti, e prese non lungi da Roma un tal posto, dove raccogliere gli altri che
seguitavano. E quando tutti furono giunti, convo> catane l' adunanza, assai
v’ incolpò li Romani, dichia> rando grave ed indicibile 1’ affronto de
Volsci, unici ad essere espulsi fra tanti forestieri : ed eccitandoli tulli
perchè ciascuno lo raccontasse in sua patria, e vi trattassero le maniere di
vendicarsene e reprimere per l’avvenire tanta insolenza ne’ Romani. Cosi
dicendo ed infiammandoli, dolenti già per 1’ oltraggio, sciolse 1’ udienza.
Ricondottisi in patria, ridissero ciascuno ai compagni la ingiuria,
esaggerandola, unto che ne furono tutti esacerbali, nè poleano rattemperarne lo
sdegno. E spedendo una città all’ altra degli ambasciadori, chiesero un
congresso generale, per concordarvisi intorno la guerra. Succedeva tutto ciò
per briga di Tulio principalmente. Cosi li magistrati di tutte le città, e
moltitudine grande ancora di altri adunaronsi nella città di Eccetra, ripuUU la
più acconcia per congregarvisi. Dettevi assai cose dai capi di ogni città, si
dispensarono i voli finalmente, e prevalse il partito di mover la guerra,
avendo primi i Romani conculcato gli accordi. Y. E qui proponendo i magistrati
varj che si discutesse la maniera di fare la guerra, presentatosi Tulio
consigliò che si chiamasse Marcio, e da lui si udissero i metodi di abbattere
la potenza Romana ; giacché ninno più di lui conoscea da qual lato questa fosse
inferma, e da quale vigorosa. Il consiglio piacque e tutti cscla I I tnarono
che si chiamasse immantinente il valentuomo. Marcio ottenuta l’ occasion che
volea, presentatosi mesto e piangente soprastette alcun tempo e poi disse: Se
10 vedessi che tutti pensaste ad un modo su la mia disgrazia, giudicherei non
essere necessario difendermene. Ma considerando che Ira indoli tante e varie
evvene forse alcuna che forma concetti né veri nè degni sopra di me, quasi il
popolo m' abbia per cagioni solide e giuste espulso di patria ; debbo innanzi tutto
dir qui tra voi circa il mio esigilo. E voi che ben sapete P infortunio che io
m’ ho da' nemici, e come indegnamente io sia perseguitalo dalla sorte, voi,
mentre qui lo espongo, contenetevi, prego, nè vogliate desiderare d intendere
ciocché dee farsi, prima che ne abbiate compreso chi sia che i^i consiglia.
Breve ne sarà il discorso quantunque pigliato dalle origini. Era 11 governo
Romano da principio un tal misto del comando di un solo e dei pochi ; fnchè
Tarquinio, r ultimo de' monarchi, tentò volgerlo tutto in tirannide. Adunque i
capi nel comando de’ pochi insorgendone, lo espulsero : e subentrando essi al
maneggio del pubblico, basai orto una reggenza più savia per confessione di
tutti, e più buona. Ma da ora in dietro non più che Ire o quattf anni, i più
miseri, e li più oziosi de' cittadini, dandosi capi scelerati, ne coperser d
ingiurie ; tentando infine di abbattere l' aulì] Queste lagrime forse le TÌile
più Io storico che Marcio. It contegno Ji >{uesto valoroso era stalo hen
altro coi tribuni e col popolo li Roma come apparisce dal libro antecclcnte j e
'come può coucloJersi dal $ del presente. /oriUÌ de pochi. I capi del Senato ne
incollerirono tutti, e cercarono come reprimere la insolenza de' rivoltosi. Di
mezzo a c/uegli ottimati udppio C uno dei seniori, degnissimo di lode per tanti
titoli, ed io V uno de’ giovani, parlammo sempre liberissimamente non per
combattere il popolo, ma perchè sospetta ci era la prepotenza de' ribaldi; non
per rendere schiavo niuno, ma per garantire a tutti la libertà, come ai
migliori il comando sul pubblico. VI. Or ciò vedendo que’ tristissimi
capipopolo vollero in priruipio tor di mezzo noi franchissimi oppositori : e
gittarono le mani, non già su tutti due in un tempo perchè il fatto non fosse
grave troppo ed esoso, ma su me primieramente che era il più giovane, e men
dijfcile da opprimere. Cosi tentarono di perdere me prima senz' (uUorità di
giudizio, e poi mi chiesero dal Senato per la morte. Ala venuti lor meno
ambedue que tentativi ; mi citarono ad un giudizio ( ed essi aveano ad esserne
i giudici ) per incolpazioni di bramala tirannide ; nè videro che rùun tiranno
tenendosela co’ pochi combatte il popolo, e che piuttosto egli col popolo
conquide il partito più valido nella città. Un giudizio mi destinarono non per
centurie, com’ era C uso della patria, ma un giudizio come tutti consentono,
iniquissimo, e, la prima e f unica volta, su me praticato, un giudizio dove i
merccnarj, li vagabondi, e quanti insidiano gli averi altrui, preponderavano
su' boni che voleano salvi i diritti ed il pubblico. E tante erano in me le
ragioni per non esserne condannato, che sottomesso ai giu 1.3 ditj di una
turba, odiatrice in gran parte de' buoni, e però mia nemica^ non fui
sopraffatto che per due voti: sebbene i tribuni divulgassero che assai
sarebbero disonorali nel loro comando, e patirebbono da me l estremo de mali se
io fossi assoluto, ed insi^ stessero intanto contro me con tutto F ardore e la
sollecitudine nella causa. Così malmenato damici cit^ ladini, reputai che più
non sarebbe vita la mia, se non prendessi di loro vendetta. Quindi sebbene il
potessi, ricusai vivere senza cure, o tra’ parenti nelle città de’ Latini, o
nelle colonie fondale di recente dà miei maggiori : e tra voi mi ricorsi, che
io ben sapeva essere tanto -offesi da’ Romani e nemicissimi loro, per farne con
voi quanto -potessi le vendette colle parole, se le parole vi bisognavano ; o
colle opere, se le opere. Intanto io vi rendo amplissime grazie ; perchè mi
avete voi ricevuto, e perchè mi date tali significazioni di onore, niente
ricordando, nò contando i mali che un tempo voi rtemici miei, avete da me
sostenuto fra le arme. VU. Or dite, e qual genio sarei io mai se spogliato da
uomini per me beneficati, della riputazione e degli onori quali tra miei mi si
competevano, e privato della patria, della famiglia, degli amici, dei numi
patemi, delle tombe avite e di ogni altro bene; se ritrovate tra voi tutte
queste cose per le quali già in grazia ài essi v infestai colia guerra ; ora
terribile non mi dimostrassi con quelli che nemici mi furono in luogo di
cittadini, e propizio agli altri che amici mi si rerìdono di nemici ? Io
sicuramente non terrei nemmeno per uomo chiunque nè ax>esse nitnicizia per
chicli fa guerra, nè benevolenza per chi lo ha salitilo :non iilitno mia patria
una città che mi ha ripntliato, ma quella, dove sehben forestiero divengovi
cittadino : nè già reputo amica la terra ove sono oltraggiato, ma quella ove
trovo la sicurezza. E se Dio ne porga il favor suo, e voi pronta, com’ è
giusto, C opera vostra ; seguiranno, spero, grandi e subiti cambiamenti, foi
ben sapete che i Romani cimentatisi con tanti nemici non han temuto niun più
che voi ; e che niente cercati più attenti quanto indebolire Ya vostra nazione.
E pigliandole colle arme, e devUmdovele colle speranze di amicizia, ritengonsi
le vostre città per questo, appunto, perchè unendovi tutti in un corpo non
portiate su loro la guerra. Se voi dunque a vicenda persevererete procurando il
contrario ; e se avrete come ora, tutti un animo per la guerra ; Jacìlmente
abbcUterete la loro potenza. Vili. E poiché ricercale il parer mio sul modo di
entrate in campo e dirigervi, sia per attestato della esperienza mia, sia della
vostra benevolenza, sia per [ uno e { altro ; io dirò tutto, e senza velo. Primieramente
vi esorto a vedere che vi abbiate una causa religiosa e giusta di guerra. E
come religiosa, come giusta, come utile insieme ve l’ abbiate ( in udite.
Picciolo, sterile, aveano da principio i Romani il lor territorio, ma vasto, e
buono è quel che vi aggiunseio, togliendolo a’ vicini ; e se ciascuno dei
derubati tipela il suo, tiiutia città diverrà quanto Roma picciola, debole,
bisognosa. Or io penso che voi doiHate i primi cominciare. Spedite ambasciadori
che richiedano le vostre città, quante ne tengono, e che intimino loro di
abbandonare, quanto han fabbricato per le vostre campagne, e li premano a
rendervi, quanto si hanno di vostro appropriato colle armi: nè vogliate prima
che vi rispondano, romper la guerra. Cosi facendo otterrete V una o t altra
delle cose che più bramate. Vuol dire, o ricupererete le cose vostre, senza
pericoli e spese ; o rinvenuto avrete il titolo onesto e giusto di prender le
arme : giacché tutti confesseran per bellissima la condotta di non chieder r
altrui, ma il proprio; e di combattere in fine se non ottengasi. Or su, qual
cosa pensate, faranno i Eomani a tali vostre proposte ? che renderanno forse le
vosUe regioni ? ma qual cosa impedirebbe più mai che lasciasser tutto t altrui?
se verrebbero poi gli Equi e gli Albani, se i Tirreni e tanti altri a ripetere
ognun le sue terre. O pensate che riterranno le vostre cose, nè vorranno
affatto la giustizia ? Così appunto io ne penso. Voi dunque protestandovi, i
primi, offesi da loro; e volgervi per sola necessità alla guerra ; avrete
compagni, quanti spogliati de’ beni hanno fin qui disperalo ricuperarli
altrimenti, che per le arme. Bellissima è poi la occasione, e di cui non avrete
mai più la simile per andar su Bomani, preparata fuori di ogni speranza dalla
sorte propizia agli offesi; perciocché li Romani, discordi e sospetti fra loro
a vicenda, nemmeno luin capi idonei per la guerra. E questo è quanto io poteva
suggerire e raccomandar con parole agli amici, detto lutto con cuor sincero e
benevolo : quanto poi si dovrà provvedere e compier colle opere, lasciate che i
duci deli armata lo curino. RispeUo a me son per voi, comunque di me
disponiate; e mi sforzerò di non riuscirvi U pm ignobile sia de’ soldati sia
de’ centurioni, sia de' capitani. Spendetemi dove pià vi son uUle, e tenetevi
cerio, che io, che già contro voi guerreggiando, tanto vi ho danneggiato; ora,
per voi combattendo altrettanto vi gioverò. IX. Marcio cosi disse, e U Volsci,
menlre parlata ancora, davan segno di gradirne i discorsi : ma poi che ucque,
miti a gran voce allesUrono che benissimo consigliava ; e senza concedere che
altri più disputasse, ratificarono il parer suo. Quindi stesone il decreto, e
scelti immantinente i personaggi più riguardevoli di ogni cillA, gl’ inviarono
ambasciadori a Roma : dichiararono Marcio membro de’ consigli in ogni città, e
lo auumzzarono a conseguire in ciascuna le magistrature e gli onori più grandi
che vi erano. Per altro anche innanzi le risposte de’ Romani, si diedero agli
apparecchi di guerra. E quanti erano ancora disaaimali per le perdite nelle
battaglie antecedenti, tutù si rincorarono quasi fossero per abbattere la
potenza Romana. Gli oratori spediti a Roma, presentali al Senato, dissero, che
sarebbe a’ FoLsci carissimo cessare le controversie coi Romani, e viverne da ora
innanzi alleati ed amici senz artifici ed inganni : e dichiarano che stabile
sarà questa fede e quest' amicizia, se riabbiano le terre e le città che furono
tolta loro da’ Romani : laddove in altro modo nò pace mai vi sarà, né amicizia
coslan. 1-j te ; giacché V offeso è naturalmente in guerra perpetua colf
offensore. Cliiecleaao pertanto di non essere colla esclusione delle giuste
dimcuide necessitati alla guerra. X. Detto dò, fecero i padri ritirar gli
oratori, e consullaron fra loro. E cónchiusa la risposta ^ li riobia> maroQO
in Senato, e dissero : Conosciamo o Fólsci che voi non f amicizia cercate ; ma
pretesti splendidi di guerra : perocché ben vedete che mai vi saran concedute
le dimande, per le quali venite, indegne, inammissibili. Se voi date ci aveste
da voi stessi e pentitine' poi ci raddomandaste le vostre terre ; non sareste
affatto oltraggiati, non riavendole. Ora però voi oltraggiate noi, pretendendo
ciocché è degli altri: giacché non eravate voi gli arbitri delle terre, se la
légge delle armi ve le toglieva. ^ noi teniam per giustissimo quanto
possediamo. per le vittorie : nè primi noi abbiamo fondata questa legge, nè la
crediamo degli uomini, anziché degli Dei. E se i Greci, se i barbari tutti se
ne valgono ; noi non tlaremo già in ciò segrà di debolezza, nè renderemo punto
delle nostre conquiste. Imperocché ben sarebbe vituperosissima cosa lasciarsi
per timore e per stoltezza ritogliere ciò che per senno e per nuignanimità si
possiede. Noi nè a combattere vi necessitiamo, se non volete ; nè se volete, ve
ne ritiriamo. La rispingeremo, se ce la incominciate, la guerra. Riportate ai
Folsci queste risposte, e dite, che se pigliano essi i primi le arme, noi gli
ultimi lo deporremo, Diomai, tomo ut. Prese qpeste risposle Je riferirono gli
tmibascia dori al Comune de Volaci. E convocato di bel nuovo U Consiglio, si
concbiuse in fine d’ intimare a nome di tutta la nazione la guerra ai Romani.
Quindi scelsero Tulio e Marcio con assoluto potere capitani di tutta 1’ armata,
e decretarono che si ascrivesser milizie, si contribuisser danari, c si
facessero altri apparecchi, quanti ne vedean necessarj per la impresa. 'E già
essendo per isciogliersi l’ adunanza ; Mar.io levatosi in piè disse e Bonissimo
è quanto si è qui decretato dal vostro Comune ; e facciasi pur tutto a suo
tempo. Intanto però che qui scrivonsi le milizie, e preparansi le altre cose
che dimandano cura e tempo ; io e Tulio ci porremo in su r opera.. Seguite noi,
quanti volete, saccheggiando le campagne nemiche, partecipare a gran prede. Io vi
prometto, se il del ne ajuta, molti e grandi vantaggi. Li Romani non sonasi
ancora apparecchiati, vedendo che noi non abbiamo riunito le forze; sicché
potremo senza paura scorrere a nostro bell agio tutte le loro campagne.
Accettato da’ Volsci anche questo partito, j duci uscirono immantinente, e
prima che in Roma se ne sapesse, con molta soldatesca volontaria. Tulio si
gettò con parte di essa nel territorio latino per impedire i soccorsi che di là
ne andrebbero al nemici, e Marcio guidò le altre aUe campagne di Roma. 11 male
giunse improvviso a quelli che vi erano ; e. caddero in poter de' nemici molti
ingenui Romani e molti schiavi; e bovi e giumenti’, ed altro bestiame non poco.
Quanto era derelitto di grano, di ferramenti, o di altro onde la terra cohirasi,
tutto fu predato, o disfatto. Dii uU timo recando 'fino il fuoco, lo gettarono
i Volscl pe’ca sali ; tanto che quelli che ne furono spogliati, non po3 secondo
Varrone c 486 aranii Cristo. perocché ne andarono ai Volsci appena si ebbe la
guep. ra, e concordarono, e giurarono T alleanza. Or questi spedirono a Marcio
la milizia più numerosa e più risolutai. Dato da questi un principio, molti
altri ancora favorivano occultamente i Volsci ; mandando loro dei sussidi non
però per decreto o pubblica approvazione. E se taluno de’ loro voleva a quelli
coogiungersi', 've gl’ incitavano, non che gl’ impedissero. Dond’ è che i
Volsci accozzarono in breve tempo tanta milizia, quanta mai più per addietro,
nemmen quando le loro città più 6orìvano. Marcio che ne era il duce la gittò di
bel nuovo su le campagne di Roma ; e tenendovisi molti giorni, devastò quanto
crasi lasciato nella prima incursione. Non prése però questa volta prigionieri
molti ingenui uomini, giacché, raccolte le cose più pregévoli, ransl questi ritirati^
in Roma o ne’ castelli più vicini, e meglio fortiGcalj. Ma depredò il bestiame
che non arcano potpto ridurre altrove, e gli uomini che lo pasturavano, come il
grano tenuto ancora nelle aje ed altri prodotti che raccoglie vanSi o che erano
già pe’ grana). Cosi derubata 6' guastata ogni cosa, non osando alcuno di
conlrapporglisi, riportò nuovamente in patria 1’ esercito, carico di grandi
acquisti, e quindi lento in sua marcia. I Volsci veduto'!’ ampio guadagno, e
convintisi dell’ abbattimento de’ Romani, che predatori già delle robbe altrui,
miravano ora devastarsi impunemente le proprie; ne imbaldanzirono soprammodo, e
concepirono pur la speranza di dominare, quasi fosse per loro facilissima e
vicinissima cosa annientare il potere degli avversar]. Adunque facaano agl’
Iddj sacriBzj di nngrauamento, oraavapo i templi ed i pubblici fori di spoglie
che dedicavano. E tutti iu feste, in sollazzi, ammiravano e celebravano Marcio,
qual uomo ipsignitaimo fra gli altri nella guerra, e qual duce cui ntun pareggiava
non Romano, non Greco, non barbaro cajiitano.. Soprattutto lo felicitavano
della sua prosperità ; vedendo che quanto intraprendeva, riuscivagji tutto
speditissimamenle, secondo i disegni. Tanto che ninn v’era di età militare il
qual, volesse non esser con lui; ma spiccavansi, e venivano da tutte le città
per aver parte nelle sue gesta. Il duce, corroborato ]’ ardore dei Volici, e
depresso il coor de’ nemici, e ridottolo ad irrisolutezza indegna de’
valentuomini, marciò coll’ esereito contro le città che alleate di essi
teneansi ajncora fedeli:. ed avendo ben tosto apparecchiato quanto ricercavasi
per gli assedj, piombò su’ Tolerini, gente del, Lazio. I Tolerini, preparatisi
molto prima per la gueiv ra, e portalo in dllà, quanto^ bisognavacl della
campagna, ne scontraron l’ assalto. Ben resisterono alcup tempo, combattendo e
ferendo ip copia i nemici, dalle mura, ma risospinti è travagliati poi fino a
sera dai feombolierì, le abbandonarono in gran parte. Marcio, compreso ciò,
diede ordine ad altri che applicasser le scalchila parte derelitta del ricinto:
ed egli ne àndò col fior de’ bravi alle porte ; sebbene infestato cogli strali
dalle torri : e là ^^zzali i serragli, il primo si mise in città: ma perciocché
si era disposta alle porte una schiera folla e poderosa di nemici; questi lo
riceverono virilmente ; disputandogli lungo tempo intrepidi r intento, finché
perdutine molti, dieder volta, e sbanduiì fuj^ronsi jier le vie. Gl insegoi
Marno, acciden(Ione c|uanli ne sopraggiangeva ; se 'gettate le anni non volgeansi
alle preghiera. lolanto gli asc^i per le scale impadronironsi delle mura. Cosi
la città fu presa, e Marcio separò dalle prede quanto era donativo pe' numi, o
decorazione per le città de’ Yolsci, abbandonando il rea’ soldati, Aveanci
nell’acquisto uomini, danari, grani; tanto cUe non riuKl facil cosa a vincitori
tor via tutto in un giorno. Adunque menandoselo, o trasportandolo
successivamente di per seslessi, assalto, prese ad investirne in gran parte le
mura. I Bolani, aspettatane 1’ ora conveniente, spalancano le mura ; e
sboccandone in numero, a schiera, e con ordine ; si avventano su quelli che
stavano a fronte: ed uccisone molti, e più antera feritine, e ridotti gli altri
a turpissima fuga, cioulraron le mura. Marcio, che non era presente al sito
dell’ inforinnio, conosciuta la fuga de Volsci accorse di tutta fretta con
pochi : e raccogliendo quei che vagavan dispersi, li ticongiun^ e rìaoimò : poi
riordinatili, edimostrato ciocch’ era da fare; comandò loro di attaccar la
città verso le porte appunto. Ricorsero i Bedani a’ tentativi medesimi,
emergendo in gran mollitudine dalie porte. Non gli aspettarono i Volsci, ma
ripiegandosi fuggirono giù pel declivio come il duce avea già suggerito. Non
videro i Bolani l’ inganno, e tnoltissime li seguitarono : quando slontanatisi
già dalle mura ; Marcio che avea seco il fiore de’ giovani, diede su loro : e
qui molta ne fu la uccisione ; fuggissero o resistessero. Seguitando poi li
respinti fino alle porte, li prevenne; internandovisi a 'forza, prima che si
richiudessero. Impadronito^si il duce appeua delle porte ; ecco giugnere altra
moltitudine di Volaci. Li Bolani abbandonate le mura, rìpararonsi nelle case.
Divenuto in tal modo r arbitro anche di questa città, concedette a’ soldati di
farne schiavi gli uomini, e di porne a sacco le robe. E trasportatane, come
altre volte, successivamente, a grand’ agio, tutta la preda, abbandonò la città
finalmente alle fiamme. Pigliando quindi 1’ esercite, ne andò su’ Labicàni.
Eran questi, come altri, 'Colonia già degli Albani, ma popolo allora ancb’ esso
dei Latini. Or egli per atterrirli fin dentio le mura, sparse, giuntovi appena,
su’Joro campi il fuoco, principalmente in quelli donde era .per essere più
visibile. Ma i Labicani, avendo ben fortificate le mora nè sbigottirono p?r 1’
arrivo di lui, nè diedero segno alcuno di debolezza : ma si opposero e
pugnarono generosamente; trabalzandoli piùjvolte fin da sopra le mura. Non però
resisterono ' con successo; combattendo pochi contro di molli, e senza requie
mai, nemmen picciolissima i giacché 'frequenti erano intorno la città gli
assalti successivi de’ Volsci ; ritirandosene via via gli stanchi, e
cimentandosi altri l'ecpnti. Adunque data per un intero giorno battaglia, nè
fattasi pausa emmen su la notte-, furono dalla stanchezza astretti a lasciare
in fine le mura. Marcio, espugnatele, ne rendè é schiavi li cittadini, e dté
tutto in preda a’ soldati. Di là trasferendo 1’ esèrcito io ordinanza contro la
città' de’ Pedani, Latina anch’ essa di popolo, la pigliò di forza, giuntovi
appena. E trattatala come le' altre già prese, levandone in su 1’ alba le
truppe, le menò béntotfto sa Corbione. Ma nell' approssirharvisi gli abitanti
1’ apersero, ed uscirongli incontro, presentando simboli di pace, e la ' resa
loro senza combattcrè. Ed egli, encomiatili come savj nel provvedere a
séslessi, comandò che gli portassero grano ed argento, come l’ esercito ne
bisognava ; e ricevuto tutto secondo i comandi, marciò co snoi contro Coriolo.
Gederonò gli abitanti pur questa senza resistenza ; ma perciocché con
pienissima propensione supplirono viveri, danari, e quanto Kn chiese, nè ritirò
1 armata ; come su territorio àmico. E per fermo ; egli procurava! con ogni
sollecitudine che quelli che si rendevano non subissero i mali causati dalla
guerra ; ma riacquistassero, intatte le loro terre, e li bestiami, e gli
schiavi che aveano lasciati ne’ loro poderi : nè permetteva che le truppe
alloggiassero belle città di essi ; perchè non fossevi danno di furti o prede,
ma le accampava presso' le mura. XX. Di 'qua mosse l’esercito verso Bovilla
città cospicua allora è contata tra le primarie de’ Ladini, che Nel lesto dice
Boia: ma forse dee leggersi Bovilta \ percbl;' Coriolgoo già era stato ai
Toleriai, a Bota, a Labico, a Pedo, a Corbipne, ed a Coriolo. -Potrebbe
dubiigrsi se sia scritto Bovilla nel $180 nel presente di questo libro : Si
descrivono tulle due come so r alture ; parlandovisi di declivj ; e Boriila eia
nella via Appia in piano, secondo Cloretio. erair pochissime. Nod Io accolsero
già quei che v’ erano dentro,' confidati nelle fortificazioni 'assai vàlide, e
nel numero dei difensori. Adunque egli eccitando le trupper a combattere
generosanaente, e proponendo amplissimi premj. a’ primi che ne salisser le
mura; si accinse all’as^ salto. Or qui vivissima sava ; n^i perchè, spalancate
le porte ne uscirono in furia ed in copia, e ne incalzarono' abbasso quanti ne
erano a fronte. Assai perirono di Voisci in quella sortita, e diuturna fu la
zuffa sopra le mura ; sicché mai più speravano d’ invaderle. Ma il duce
supplendo nuovi soldati non fe’ conoscere la perdita degli altri: e raccese
l’ardore dei vacillanti; portandosi egli ‘stesso alla parte di esercito che
pericolava : Nè spiravano coraggio i delti soli, ma i fatti ancora 'di lui :
corse a tutti I pericoli, nè lasciò tebtativo, finché non si preser le mura.
Irilpadronitosi poi della città, messa parte dei vinti a 61 di spada per. le
leggi dei forti, e parte rendulala schiava, ricotadusse f esercito. E^Ii
rimenavalo dopo una segnalala vittoria c^'co di spoglie bellissime, e ricco de’
tanti danari, ivi presi, quanti in ninna delle città coqquistate. Dopo ciò
tutta la regione percorsa 'Era in po ter sùo, nè più gli resisteva ninna 'città
se non Lavinia, la -prima delle città fondate da’ Trojani approdati con Enea
nell’ Italia, dalla quale dm vano i Romani come di sopra fu dichiarato. Gli
abitanti pensavano dover prima incontrare ogni male, che 'mancar di fede ai
discendenti loro. Adunque vi ebbero attacchi terribili su le mura, e battaglie
veementi per le forltficazioiu:^non però sì espugnarono a prini impeto ; ma
parve abbisògnarvt assedio, e tempo. Postosene Marcio all’ assedio cinse
intorno la dtià di vailo e fossa, e guardò le strade, perché non le si
recassero esterni soccorsi e viveri. I Romani udita la rovina delle città
vinte, compresa la necessità delle Fendutesi a Marcio, pressati da’ messaggi
quoiidiaid delle altre, fedeli ancora, che imploravano ajulo,, spaventati
insieme dalla circonvallazione che tiravasi intorno Lavinia, e convinti che se
cadea questo iurte > la guerra verrebbe addirittura su loro, crederono uno
solo il rimedio a tanti mali, decretare il ritorno di Marcio. Tutto il popolo,
gridava questo, e li tribuni voleano lare. una legge per annullarne la condanna
: ma^ li patrizj si opposero, ricusando che si ' annullassé alcuna sentenza
enianàta. E petuo. Che dunque impedisce che rivenghi alla dolce, alla carissima
vista de' tuoi pià congiunti, e ricuperi t amatissima patria, e comandi, come
ti si conviene, a chi comanda, e sii duce de' duci, e ne lasci C amplissima
gloria a' tuoi figli e nipoti ? E che tali e tante promesse avran prontissimo
effetto, noi, quanti qui vedi, noi tutti ne siamo i mallevadori. Finché nè stai
di fronte col campo e colla guerra, non parve al Senato nè al popolo far su te
decisione ninna di clemenza e di moderazione ; ma se ti levi dalle arme, avrai,
né tardi, e noi lo porteremo, il decreto del tuo ritorno. Tali sono i beni se
alla patria ti riconcilii: ma se ti ostini, se t odio non deponi verso noi ;
dure e molte ne saranno le conseguenze : ed io due le pià manifeste te ne
addito ; vuol dire : la prima che avresti il barbaro amore di un'ardua anzi
impossibile cosa, di abbattere cioè la potenza di Roma, e colle arme de' Volsci
: C altra che quando pure tu ben ^ indirizzi e riesca alf intento, ne sarai
creduto il pià sciaurato de' mortali. E perchè io così congetturi su te ; lo
ascolta o Marcio, nè t’ inacerbare sul franco mio dire. E prima ne intendi la
impossibilità. Molta è in Roma, e tu U> sai, la gioventìi paesana : e se le
si tolga ( e torrassele per la necessità presente in tal guerra ) la sedizione,
racchetando il timore comune tutti i dissidj, non pià li V jIscì, ma niuna
gente d’ Italia ci abbatterrà. Molte sono le milizie de Latirù, molte quelle
degli alleati, coloni di Roma, le quali aspettati che in breve giungano per
soccorrerci. 1 capitani, come te, seniori o giovani, tand sono di moltitudine,
quanti in tutte lo altre città non sono. Ma t ajuto pià grande di tutti, quello
che non ei ha mai deluso ne’ grandi accidenti, e che pili vale di tutte le
forze degli uomini, è la beneifolenza de’ numi, per la quale teniamo questa
città già da otto generazioni non pur libera, ma felice, ed arbitra di tante
nazioni, JVon pareggiarci ai Pedani, ai Tollerim, agli altri popoletti, de’
quali sormontasti le cittadelle. Anche un altro duce minore di te, e con
esercita minore che questa tuo, violentato avrebbe tali fiacche e poco
presidiate munizioni. Ma considera la grandezza della nostra città, la luce sua
per tante imprese guerriere, e C ajuto divino pel quale, già picchia, tanto s’
inff-andì : nè concepire che si diversifichi codesta tua forza colla quale
vieni a tanta cimenta : anzi ricordati che un esercita meni di Folsci e di Equi
che noi stessi abbiam vinta in tanto battaglie in quante osarono di affrontarci
: Talché ben vedi che porti a combattere i men forti contro i pià valorosi, e
chi sempre perdette contro vincitori costanti, E quand’ anche fosse il
contrario ; pur sarebbe da meravigliare, che tu perita di guerra non sappi, che
ne' pericoli non è pari r artlire in ehi difende i suoi beni, ed in chi cerca
gli altrui ; che questi se non vincono, niente vi scapitano; ma niente agli
altri pià resta, se perdonoE questa principalmente è la causa che le grandi
armate svaniscono contro le piccole, e le migliori. contro le men buone. Chè
può la terribile necessità, ponno i pericoli estremi spirare' corono anche ad
indoli che non ne abbiano. E quanto alC arduità deb r impresa potrei dire piò
cose, ma bastino queste. Mi resta a fare un solo discorso, cui se accompagnerai
colla ragione non colf ira, vedrai che esso è giusto, e ti verrà pentimento del
procedere tuo : ma quat è mai questo discorso ? Gli Dei non concessero a niuno
che nasce mortale solida scienza delt avvenire : nè troverai da tutti i secoli
alcuno cui tutto riuscisse propizio senza mai contrarietà della sorte. Perciò
li piò awanzati in prudenza, quale il vivere lungo e la molta esperienza la
recano, deano prima di accingersi ad una impresa considerarne il termine, non
solo se riesca come pur lo vorrebbono, ma nel caso ancora che devii dai
disegni: e ciò deano i comandanti principalmente delle ‘ guerre, a' quali,
quanto piò essi dispongono gravissimi affari, tanto piò tutti ascrivon la
origine de' buoni o tristi successi ; tal che se vedono esser niuno, o
ristretto e piccolo il danno dell' azione se la sbagliano, allora la
intraprendono, ma se vario e grande lo vedono, la tralasciano. Or fa tu
similmente ; prevedi avanti di operare ciocché sia per incontrarti, se manchi,
o se tutto non ti viene a seconda nella guerra. Tu sarai colpevole presso gli
ospiti tuoi di aver tentato imprese, grandi piò che eseguibili. Concepisci ( nè
già lasceremo impuniti quelli che han preso ad offenderci ) che r esercito
nostro vengavi novamente ^ e devasti le loro campagne : non potrai evitare, 0
di essere obbrobriosamente trucidato da quelli a’ quali sei causa di mali sì
grandi, o da noi che ora vieni per uccidere e per soggiogare. Forse essi stessi
innanzi di patirne alcun male, tentando far pace con noi dovran consegnarti
alla patria che ti punisca : e già Greci e barbari assai, ridotti a pari
vicende, dm'ettero ciò sopportare. Or ti pajono queste picciolo cose, non degne
a discorrerle, o tali che debbansi trascurare, o non piuttosto mali estremi a
patirsi ^ fra tutti i mali? XXVni. Ma via; n abbi tu pure il buon termine; e
qual frutto allora ne avrai così desiderabile, così meraviglioso ? qual mai
gloria ne avrai ? Deh ! considera questo ancora. Ti succederà primieramente di
esser privo degli obbietti che piò, ami, e piò ti appartengono ; io dico della
madre alla quale porgi amara la ricompensa di averti generato e nudrito, e de'
tanti travagli che sostenne per te : dico della savia consorte la qual vedova e
solitaria sta desiderandoti, e deplorando dì e notte il tuo esilio : e
finalmente de' due tuoi figli a quali aspettavasi, come ai posteri di egregj
progenitori, che ne percepissero pieni di fama buona gli onori se la patria
fosse felice. Di questi tutti sarai costretto a vedere le dolorose e sfortunate
catastrofi, se ardirai sospingere fino alle mura la guerra ; giacché a ninno
de' tuoi perdoneranno gli altri che temono pe' ctai loro, e che patiscono
disastri eguali da te. Concitati dalla propria calamità doranti terribilmente e
spietatamente a balterli, ad ingiuriarli, e far loro ogni specie di vilipendj :
e di ciò non questi che il fanno ma tu ne sei r autore, che ve gli astringi.
Tali i frutti sono che gusterai, se ti giunge V intento. Or su contempla la
lode che te ne avrai, la emulazione, gli onori, cose tutte desiderevoli a
buoni: Z’ uccisore sarai nominato della madre, C uccisore de' figli, il
traditore della consorte y la rovina della patria. £ ninno buono, niun giusto
vorrà, dovunque tu capiti, partecipare ai tuoi sagrifizj, alle tue libagiorU,
al tuo consorzio : nè sarai caro a quelli nemmeno per la benevolenza de’ quali
ciò fai : ma godendo dascun d'essi il frutto della tua empietà, detesteranno la
ostinazion del tuo cuore. Lascio di dire come senza /’ odio che avrai fin da piò
miti, ti sarà intorno la invidia [non piccola degli eguali, il sospetto degl’
inferiori, e per queste due emise, le insidie, c ta/ui altri infortunj, quanti
è verisimile che sopravvengano ad un uomo, privo di amici in terra di estranei.
Lascio di dire le furie che ispiransi da’ numi e da’ genj negli empj e ne’
facinorosi, dalle quali, straziati ne’ corpi e nelC anima, vivono sciaurata la
vita, aspettandone misera ancora la fine. Tali cose considerando o Marcio '
correggiti ; e cessa d’ inseguir la tua patria. Riguardando la sorte come
autrice de’ mali che hai da noi tollerato, o fatto a noi, toma felicissimo a'
tuoi, ricevi gli empiessi carissimi della tua madre, le amorevolezze soavissime
della tua sposa, ed i baci dolcissimi dei • tuoi figli : almen simili cose di
sè. Ma qual altro può gloriarsi o centurione, o comandante d aver presa come io
la città de’ Coriolani f O qual altro in un giorno stesso ruppe f annetta
nemica come io ruppi quella degli .daziati, che veniva per soccorrere gli
assediati 7 Lascio di ricordare che dopo tesi pegni di tnrtà potendo io
prendere in copia dalle prede oro, argettto, schiavi, giumenti, gceggie, e
terre vaste, e feconde, non volli : ma intento a serbarmi principalmente senza
invidia, pigliai per me solamente dalle prede un cavallo militare, e da
prigionieri t ospite mio, ponendo tutto il resto ad util comune. Dite : era io
per tanto degno di premj o di pene ? Dovea subire la legge da’ vilissimi
cittadini, o darla io loro ? O non mi espulse il popolo pcf questo, ma per La
lode h, perebt Coriolano prese con pochi la città, sema essere ni ooniaodanle,
nà tribuno, a' qMii sarebbe alato unto piti facile invaderla colle milisie
dipendenti. chè io era nel retto della vita, un intemperante, un suntuoso, un
senza leggi? Ma chi potrà dimostrarmi un solo, pe miei piacer non legittimi
esule dalla pa^ trio, spogliato dalla libertà, privato degli averi, o ridotto
ad altra sciagura qualunque ? se nemmeno i nemici mai di tali cose m’
incolparono o calunniarono, contestando anzi tutti come irreprensibile la vita
mia quotidiana? La scelta, dirà taluno, abbonila de tuoi governamenti ti
procacciò questo male ; Ut polendo eleggere il meglio ti appigliavi al peggiore
: e dicesti e facesti tutto perchè in patria cadesse il comando degli Ottimati,
e s' impadronisse del comune la moltitudine imperita, e scellerata, O Minucio !
Ben io mi adoperava in contrario, e provvedeva che il Senato, maneggiasse in
perpetuo il comune, e restasse la patria forma di governo. Per tali belli
stabilimenti, creduti sì pregievoli da’ nostri antenati, io me n ebbi dalla
patria la si fausta e beata ricompensa, cacciatone non solo dal popolo, o
Minucio, ma molto innanzi pur dal Senato, il quale, quando io mi opposi a'
tribuni che m incolpavano di tirannide, mi animò da principio con vane
speranze, quasi osso fosse per operare la mia sicurezza, ma poi temendo de’
plebei mi si distolse, e mi cedette a’ nemici. O Minucio ! tu eri console
quando faceveui il previo decreto pel giudizio, e quando Falerio, cita tanto ne
fu lodato, esortava col dir suo, che io fossi al popolo consegnato. Ed io
temendo dal Senato un decreto che mi consegnasse ; condiscesi, e promisi di
andare f e presentarmi io stesso in giudizio. Ma dP Minucio, rispondi : parvi
al popolo solo, o pure al Senato ancora io parvi degno di castigo per lo buon
inaneggio e condotta mia pubblica ? Se così edlora a tutti ne parve ; e tutti
mi scacciavate; egli è chiaro che quanti così deliberavate, odiavate allora la
giustizia, nò restava in Roma alcun luogo che sostenesse il bene. Che se il
Senato, violentato, si rendette al popolo, e quella fu /’ opera della necessità
non del cuore ; confessate che siete il gioco degli scellerati, nè resta al
Senato podestà niuna su qurmto mai scelga, E ciò stando, mi chiederete che io
men venga ad una città dove i buoni son vittima dei ribaldi? Troppo di
stolidità mi condannate ! Or su: diamo che io persuadami, e che deposta, come
chiedete, la guerra, ne andiamo ; qual sarà dopo ciò f animo mio ? quale la
vita ? Sebbene eletto il partito piò sicuro e meno pericoloso t cercando io poi
li magistrati, gli onori, ed altro che io credo competermi, soffrirò di adulare
la turba che li dispensa? vilissimo diventerei di magnanimo, e niente più V
antica virtù mi gioverebbe. O restando ne’ miei costumi, e serbando le
istituzioni mie del viver civile mi opporrò a quelli che diverse ne sieguono ?
Or non è manifesto che il popolo di nuovo mi combatterebbe, che a nuove pene mi
citerebbe, cominciando l'accusa da questo, che io ridonato da esso alla patria,
pure ai piaceri di lui non mi conformo ? Certo non dee dirsi cdtrimente. E qui
sorgerà tal altro insolente tribuno che simile agl'Icilj ed ai Decj m incolpi
di scindere i cittadini fra lorOf d insidiare il popolo, di tradire la patria
a' nemici, di tentare, come Decio me ne imputava, la tirannide, o taC altra
ingiustizia, come ad esso ne paja; giacché non mancano a chi ti odia i
pretesti. Pro durransi dopo queste, nè già tardi, le imputazioni ancora su le
cose da me fatte in tal guerra, che io percossi la vostra regione, che rapii
prede, che espugnai città, che di quelli che le difendevano parte ne uccisi, e
parte a’ nemici li consegnai. E se gli accusatori allegheran tali cause ; che
dirò io per ispedirmene ? o con quale soccorso sosterrommi ? Non è dunque chiaro
o. Minucio che belle v' avete, ma pur finte le parole, e che un bel velo date
ad un impuro disegno ? Non a me concedete il ritorno ; ma vittima al popolo me
portate ; e forse ( giacché buone idee su voi non mi vengono ) vi siete
concertali a ciò fare, seppure ciò non voleste, senza prevedere ( e vi si
accordi ) i mali che ne avrei da soffrire. Or che varrebbemi la vostra
ignoranza ? che la vostra stoltezza ? se non potreste, anche volendo, niente
impedire, necessitati di concedere anche questa colle altre cose alla plebe. Se
non che non piti bisognan parole a mostrare che questa, che io chiamo via
prontissima di rovina : niente, sebben voi la chiamate ritorno, gioverammi per
la salvezza. Che poi ( giacche m' invitavi a riguardare ancor questo ) niente o
Minucio mi giovi per la buona fama, niente per P onore, niente per la pietade,
anzi che io opererei turpissimamente ed empiiss imamente se a voi mi rendessi;
ascoltalo dalla mia parte. Io militai già contro questi Folsci, e molto nel
militare li danneggiai ; procacciando alla patria impero, forza, chiarezza. Non
convenivasi thè io fossi onorato dai beneficati, ed abborrito dagli offesi ?
jdppunto ; se a ragion si operava. Ma la sorte perverti tutto, e rivolse
ciocché t uno e C altro mi doveano in contrario. Voi per le cose onde io era a
questi nemico, mi spogliaste di tutto il mio, e, quasi ciò fosse nulla, mi
bandiste : laddove, questi che avean tanto infortunio da me, mi raccolsero
questi nelle proprie città povero, abbietto, senta casa e senza patriaNè bastando
loro questo splendido, questo generosissimo tratto ; mi han conceduto
cittadinanza, magistrature y onori, quanti ven sono piti grandi in tutte le
loro città. Ma lasciamo questo : ora mi han fatto comandante assoluto delV
esercito posto oltra iete a chiedere, e non 4^ me, la pace o la tregua.
Tuttavìa non vi do questa risposta : ma venerando gl’ Jddj patenti, rispettando
le tombe avite, commiserando la terra ove nacqui, le femmine, i fanciulli non
degni che su di essi ricadano le colpe de’ genitori e degli altri ; e j nommen
che per questo o Minucio, in grazia di voi che foste qua deputati dalla città ;
vi rispondo, che se i Romani rendono ai folsci le terre tolte loro, e le città
che ne tengono, richiamandone i proprj coloni; se fanno pace con essi comunanza
perpetua di diritti, come co’ Latini, e giuramenti ed esecrazioni contro de’
violatori de’ patti; io do fine alla guerra. Annunziate primieramente ad essi
questo, poi, come avete presso me perorato, aringate presso loro sul giusto : e
quanto è bella cosa che ognun s’ abbia il suo, e vivasi in pace : quanto
pregevole che niun tema nè i nemici, nè i tempi : e come è biasimevole che chi
ritiene l’ altrui si esponga senza necessità alla guerra con pericolo delle
cose anche proprie. Dimostrale loro che non eguali sono i premj vincendo o
perdendo per chi appetisce r altrui : e se vi piace aggiungete, che quelli che
han voluto prendere le città degli oltraggixti, se infine poi non prevalgono,
perdono pur la terra, e la città loro, e vedono malmenate obbrobriosamente le
mogli, portati i figli agli affronti, e li padri lorOj fatti schiavi di liberi,
nelC estrema vecchiezza ; Persuadete insieme il Senato che dovrà tanti mali
alla stoltezza sua non a Marcio. Terocchè potendo fcàre il giusto ; potendo non
incorrer ne’ mali ; corrono agli ultimi rischi, aspirando sentpre alC altrui.
Questa è la risposta; nè potreste altra averne dame: andate, ponderate ciocché
a fare v abbiate : io vi do trenta giorni per decidervi. In questo tempo ritiro
o Minwciò in riguardo tuo e degli altri t esercito da questi campi, che asscù
se vi rinuuiesse, ne sarebbero danneggiati, Al ventesimo giorno mi ci aspettate
a pigliarne la risposta. Ciò detto sorse, e sciolse 1’ adunanza : e nella notte
seguente presso 1’ ultima vigilia levò l' esercito, e lo condusse OMilro le
altre città Latine, sia ebe realmente fosse persuaso che di là verrebbono de’
sussid) a’ Romani, come 1’ ambasciadore avea detto, sia che egli ne spargesse
la voce per non sembrare d interromper la guerra in grazia de’ nemici. E
piombando sopra Longola, ed impadronitosene senza fatica, e fattovi come nelle
altre, dei schiavi, e delle prede; venne alla città de’ Satrìcani. Presala, e
tenutovisi pitxiolo tempo, ordinò che parte dell’ esercito recasse le spoglie
raccolte da ambedue queste città in Eccetra, ed egli marciando coir altra parte
venne a Ceda, che chiamano. Otte nutala, e derubatala -, si gittò nel teiritono
de’ Polu scani . Non valsero nemmen questi a resistere ; ed espugnatili, si
avanzò verso le altre città : prese di as Questa Toce è aiqbigaa. Lirio nooiioa
Tiebbia ; ed altri ia questo luogo di Oiooigi vorrebbe por Silia Seste : ma
questa par troppo lootaaa pel viaggio di Marcio. (ij Lapo parve leggere
Ttuelarù. salto gli Albieti ed i MugiUaui ; e ricevette a patti i Corani.
Divenuto in trenta giorni padrone di sette citti ; si rivolse a Roma con più
milizie che prima : e fermandosene lontano poco più che trenta stadj, si
accampò presso la via Tuscoiana. Intanto che prendeva ed univa a sé le città
de’ Latini, parve ai Romani, consultale lungamente le proposte di lai, di non
far cosa indegna della repubblica. Pertanto, se i Yolsci partissero dal
territorio loro, degli alleati e de’ sudditi, e lasciasser la guerra e
spedissero ambasciadori per trattare la pace ; il Senato decidesse allora e ne
riferisse al popolo le condizioni : non decidesse però mai nulla di umauo su
loro, finché stavano con ostili maniere su le campagne di Roma e degli alleati.
Couciossiachè li Romani (Muervarono sempre altamente di non far mai nulla pe
comandi, nè pel terror de’ nemici ; ma di compiacere, e contentare gli
avversar] pacificatisi, e rendutisi, nelle dimande se fosser discrete. E Roma
ha mantenuto tale sublimità di carattere in molti e grandi pericoli, nelle
guerre co cittadini e cogli esteri, e tuttavia lo mantiene. Deliberate tali
cose, il Senato scelse am)>asciadori altri dieci tra’ consolari, perchè
dimandassero a Marcio che non desse ordini duri nè indegni di Ro Silbnrgio
sospetta ebe io luogo di Albiètì debba leggersi Lahitiiati ciot Laviniaui di
Lauinio, la presa del quale era stata tralasciata, come si t veduto di sopra.
Il cognome di Lucio l'apirio Mugillaoo prova che vi ebbe una città Multila di
nome, donde tono i MugiUani. montai. ama Ili. t Digitized by Google 5o DELLE
Antichità’ romane ma, ma deponessc le nimicizie, ritirasse le truppe dal
territorio, e cercasse di trattare con modi persuasivi e conciliativi, se
voleva che gli accordi tra due popoli fossero permanenti ed eterni ; giacché
gli accordi sia privati, sia pubblici, conceduti per la necessità e pei tempi,
finiscono appunto co’ tempi e colla necessità. Or questi, eletti ambasciadori,
non si tosto. udirono l’ arrivo di Marcio, andatine a lui, dissero assai cose
atte a guadagnarlo, badando di non offendere co' discorsi la maestà della
repubblica. Marcio però non rispose altro se non che consigliavali ( e questa
era 1’ unica tregua che dava ) a tornar fra tre giorni con deliberazioni
migliori. E volendo essi replicare ; non lo permise : ma impose che partissero
immantinente dal campo. E minacciando che li tratterebbe come spie se non
ubbidivano ; quelli ammutoliti partirono incontanente. I senatori quantunque
udite le risposte ostinate e le minacce di Marcio, pnre non decretarono di
portare 1’ esercito di là dai confini, sia che ne temessero, come raccolto in
gran parte di fresco, la inesperienza, sia che 1’ abbattimento temessero dei
consoli, poco intraprendenti per sestessi, e giudicassero pericoloso il cimento
; sia che i segni celesti interdicessero loro quella uscita per mezzo degli
uccelli, degli oracoli Sibillini, o di altra visione : cose che non sapeano gli
uomini di allora, come i presenti, trascendere. Adunque deliberarono di
guardare la città con vigilantissima cura, e di respingere dalle fortificazioni
gli aggressori. Ciò fatto e preparato ; nè tuttavia disperando di piegar
Marcio, se lo pressassero con deputazione più augusta e più grande, decretarono
che pontefici ed auguri, e quanti arcano sacri onori e ministeri nelle
pubbliche divine cose ( e molti sono fra loro e sacerdoti e santi ministri, e
questi i più cospicui pel sangue paterno, o pel merito proprio) andassero in
copia co’ simboli delle divinità riverite e festeggiate in Roma, e cinti di
sacre vesti, al campo nemico, e vi replicassero gli stessi discorsi. Giunti
questi, e dettovi quanto aveano dal Senato, Marcio non rispose nemmeno ad essi
per ciò che chiedevano; ma consigliò che partendo adempissero gli ordini se
volevan la pace; o la guerra in città si aspettassero : del resto intimò che
non più ritornassero a lui per far parlamento. Caduti ancora di questo
tentativo, e deposta ogni speranza di pace, si apparecchiavano i Romani per 1’
assedio ;, collocando i giovani più vigorosi alle fosse ed alle porte, e li
veterani già licenziati ma pur buoni ancor per le armi, alle murai Le mogli
loro, quasi approssimatasi già la tempesta, lasciato il decoro col quale si
tenevano in casa, correano ai templi piangendo ed abbracciandosi a’ simulacri
de’ numi. Ed ogni sacra magione, specialmente quella di Giove in Campidoglio,
risonava di ie minei ululati e di suppliche : in questa una matrona preminente
per lignaggio e per dignità trovandosi allora nei meglio degli anni, attissima
a provveder ciocché deesi (Valeria ne era il nome) sorella di quel Poplicola il
quale aveali già liberati dai tiranni', eccitata da istinto divino, si fermò
nel grado più alto del tempio, convocate le donne compagne, primieramente le
consolò ed animò a non smarrini ne’ mali, poi diede a vedere che restavaci una
speranza di scampo, riposta in loro nniramente, se faceano quanto era d'uopo.
Allora r una di esse ripigliò : Con quale opera nostra mai potremo noi donne
salvcwe la patria, non sapendo più fare ciò gli uomini ? E qual forza ahhiam
noi, deboli, sciaurate F E Valeria, non le arme, disse, abbisognano, non le
mani ; dispensandoci da ciò la natura, ma le arnorevolezze e la persuasiva. Or
qui, fàltusi clamore, e pregandola tutte a svelarlo se pur ci avea rimedio
alcuno, disse : In questo lutto, in questo disordine di vestimenti prendete
compagne anche altre donne, e menando con voi li vostri figli, ne andiamo in
casa di Veturia la madre di Marcio. E ponendo i nostri figli dinanzi le
ginocchia di essa, e lagrimando ; scongiuriamola che impietosita di noi non
colpevoli di male ninno, e della patria ridotta in pericolo estremo, vada al
campo nemico ; e vi meni i suoi nipoti, la madre loro e noi tutte, le quali la
seguiremo co' nostri figlioletti : e che interceditrice presso del figlio, lo
dimandi, lo supplichi a non fare la calamità della patria. Lei piangendo e
rimovendolo; nascerà forse alcuna compassione o mite pensiero in quesF uomo,
che già non ha si duro ed impenetrabile il cuore da respingere fin la madre che
abbraccigli le giruscchia. Poiché le astanti ne approvarono il dire; ella
supplicando i numi di dare persuasiva e grazia alle istanze, loro pari) dal
tempio. La seguitarono le altre ; e prese dopo ciò per comp-igne alti’e donne,
ne andarono in fòlla alla casa della madre di Marcio. Volannia la mo glie di
Marcio seduta presso la suocera si meravigliò nel vederle, e disse : E che
possiamo noi farvi, o donne, cito in tanta moltitudine venite ad una casa di
sciagura e di aflizione? E Valeria soggiunse: i?tdoUe a pericoli estremi noi,
con questi fanciullelli, veniamo a te supplichevoli, o Feturia, per implorare^
tonico e solo ajulo, e primieramente che abbi pietà della patria non mai fin
qui stata in man de' nemici, eicchè non vegli soffrire che ora la libertà le si
tolga dai Folsci; seppur conquistando la patria la rispar~ mieranno, non la
struggeranno dai Jondamenti. Dipoi per noi preghiamo e per questi miseri fgU,
sicché non veniamo tra gli strazj degf inimici, noi niente ree de mali
accaduti. Se un cuor ti resta in parte almeno, clemente ed umano; deh! tu ne
compassiona, o F fluria, tu donna, e tu partecipe de' diritti sacri, inviolati
delle donne : prendi teco Folunnia, questa ottima donna, e con essa i suoi
figli, prendi coi figli nostri pur noi supplichevoli a un tempo e magnanime, e
vieni al tuo figlio, persuadi, insisti, ni dar fine alle suppliche, finché pe'
tanti benefizj tuoi non ottieni da lui che si rappacifichi co’ suoi cittadini,
e rendasi alla patria che lo ridomanda'. Ut, ben 10 sai, trionferai di lui, che
pietoso, certo te non dispregierà prostrata a’ suoi piedi. E tu riconducendo 11
figlio tuo alta patria, ne avrai, corni è giusto, splendore sempiterno, perchè
C avrai liberala da tale ()) Meli’ uso della Religione comune rischio e
terrore: e sarai cagione a noi di essere oHo~ rate presso degli uomini ; perchè
avremo sciolta la guerra che non potè da essi dissiparsi. Parremo cojI le
discendenti veramente delle femmine che mediatrici terminarono la guerra di
Romolo co’ Sabini ; e conm giunsero duci e nazioni, e grande renderono di
piedola la città . Magnìfica sarà t impresa, o Feturia, d' aver seco riportato
il figlio, d’aver liberata la patria > salvate le sue concittadine ; e di
lasciare ai posteri suoi luce indelebile di virtù. Dacci, o Fetum ria, con
cuore spontaneo e vivido questa grazia ; vieni, ti accelera ; poiché grande,
imminente il pericolo non ammette più indugio, o consiglio. XLI. Giù detto,
tutta in pianto, si tacque. E piangendo pur esse, e pregando vivamente le
compagne; iVeturia, vinta dalle lagrime, dopo breve silenzio, disse: Foi
seguite, o Falena, leggera e fiacca speranza ; promettendovi un ajulo da noi ;
donne infelici. Ben abbiamo tenerezza per la patria, e volontà di saL'ore I
cittadini, qualunque mai siano; ma la potenza e la efficacia ne mancano per
compiere ciocché vogliamo. Marcio, o F ileria, ne rifugge da che il popolo fe’
di lui r amara condanna, ed odia tutta la casa insieme colla patria. E ciò
diciamo, sapendolo da Marcio stesso', non da altri; perocché quando soggiaciuto
alla condanna venne in casa in mezzo agli amici, trovando noi addolorate,
abbattute, co’ figli suoi su le ginocchia, e che piangevamo, corri era giusto,
e Vedi 1. a, $ 4^ espone disicsantenle tale storia deploravamo la sorte che ci
soprastava nel perderlo ; egli fermatosi alquanto da noi lontano, insensibile
come una pietra, e co’ sguardi fissi, partesi, disse ^ Marcio da voi, o madre,
o Volunnia donna bonissima, cacciato dai suoi cittadini perchè prode, perchè
amico della repubblica, e perchè subito ha tanti travagli per la patria. Voi
sostenete, come si conviene a femmine virtuose, tanta calamità, non facendo mai
nulla d’ indegno, mai nulla di vile: consolandovi in questi fanciulli sulla mia
privazione, educateli degni di noi, e della stirpe. Gli Dei concedano ad essi,
uomini divenuti, sorte più buona ; ma virtù non minore. Addio. Io vado, e
lascio questa città che più non cape gli onesti uomini. Addio numi tutelari, e
tu Vesta, paterna divinità, e voi quanti siete Dei di questo luogo. Appena ciò
disse, noi misere, noi dal dolore impedite, scoppiando in gemiti, e per^
cotendoci il petto portai'amo a lui, per riceverli an~ cara, gli amplessi
estremi : ed io menava meco il maggiore de’ figli, e la madre avevasi in
braccio il minore. Quando egli, ritirandosi e rispingendoci, disse: Da ora
innanzi Marcio non più sarà tuo figlio, o madre, togliendoti la patria in esso
il sostenitore della tua cadente età, nè più sarà da questo giorno il tuo
sposo, o Volunnia: ma sii pur felice, un altro cercandotene più di me fortunato
: nè più sarà padre vostro o figli carissimi: ma orfani e solitarj presso queste
crescete fino agli anni virili. Ciò detto, nè soggiungendo altro, nè
comandando, e non significando nemmeno ove andasse, uscì di casa, o donne,
solo, senza servi, in disagio, senza portare seco delC aver suo neppure il
vitto di un giorno. E già volge t anno quarto eh’ egli fuggì dalla patria, e
riguarda noi tutto come straniere, niente scrivendo, niente mandandoci a dire,
e niente volendo di noi risapere. Or presso un cuore si duro, si impenetrabile,
o Troieria, qual forza avranno le preghiere di noi alle quali non dava,
partendo £ ultima volta, non un amplesso, non un bacio, non significazione
niuna dì affetto? Che se tuttavia domandate voi questo, e volete in tutto
vederne wniliate ; concepite, che io e Volunnia a lui ci presentiamo co’ figli.
Quali discorsi io madre, dirìgo la prima, quali preghiere porgo al mio figlio ?
Dite, ammaestratemi. Chiederò che per^ doni a suoi cittadini da quali ( e senza
che offesi gli Oi’esse ) fu privato della patria F Chiederò che inteneriscasi o
compassioni la plebe, che su lui non seppe intenerirsi, tré compassionarlo? Che
abbandoni e tradisca quelli che esule lo hanno raccolto, i quali sebbene
malmenati già un tempo da lui tanto e sì feralmente, pur non £ odio gli
mostrarono di nemici, ma la benevolenza di amici e di congiunti ? E con qual
cuore pregherei io mai questo mio figlio che amasse chi lo sterminava, ed
oltraggiasse chi lo salvava ? Non sono questi i discorsi di una madre savia al
suo figlio, non di una moglie al marito : nè voi ci astringete, o donne, che
imploriamo da lui cose non giuste presso degli uomini, nè pietose presso gli
Iddii: piuttosto lasciate noi misere nella umiliamone ove siamo per la sorte,
senza che noi pure svergfsgniamo piu ancora noi stesse. Taciutasi lei, surse un
tanto lamentarsi di femmine, e tale un pianto ne riinbotnbò, che udendosene i •
clamori per gran parte della cUlà, si empierono di popolo le vie d’ intorno la
casa. Poi rinovando Valeria più lunghe e più commoventi preghiere, le altre
donne, com’ erano congiunte di amicizia o di sangue con r una o l’ altra di
loro, supplicavano ancora in atto di stringerne le ginocchia. Tantoché non più
restendo per l’ afflizione fra tanto piangere e supplicare; cedette infine
Vetutla, e promise di andarne oratrice per la patria co' figli e colla moglie
di Marcio, 'e^ con quante cittadine voleano. Racconsolatesi allora vivaiùeuté,
ed invocati i numi a favorire le loro speranze, partirono dàlia casa, e
nunziarono ai consoli il fatto. E questi, lodandone là buona volontà,
convocarono ed interrogarono i padri, se fosse da concedere che le femmine
^uscissero. Or molto, e da molti se ue disputò; tanto che giunti a sera
dubitavano ancora ciocché fosse da fare. Dicevano molti non essere piccolo
cimento permettere che le donne andassero co’ figli al campo dei nemici;
imperocché se questi, spregiando le leggi sacre degli ambasciadori e de’
supplichevoli, volessero che le femmine non più 'rìtornassero, prenderebbono
Roma senza combattere. Pertanto consigliavano che si lasciassero andare a
Marcio solamente le donne che a lui si appartenevano insieme cu’ figli. Altri
però giudicavano che non si concedesse che andassero nemmeno rpieste; anzi
esortavano di custodirle gelosamente, e di considerai le come ostaggi
sicuiissimi, perchè la città nou subuse grave disastro. Per l’ opposito altri
proponevano che si accordasse a quante donne volevano, di uscire, perchè^ le
donne congiunte a Marcio, fornissero con ' più dignità la mediazion per la
patria. Dicevano che non succederebbe ad esse niente di sinistro; giacché ne
sarebbero mallevadori primieramente i numi col favore santo de’ quali si
moveàno ad intercedere ; e poscia il duce stesso al quale ne andavano, come
uomo puro ed inviolato in sua vita da ogni ingiusto ed empio attentato. Vinse
finalmente il partito che accordava alle dònne di andare, e còn decoro
amplissimo di ambedue; del Senato come savio, perchè vide ciocché era a farsi
il migliore, senza punto turbarsi al grande perìcolo ; e di Marcio finalmente
per la sua pietà, perché fh confidato, che niènte oliraggerebbe tal parte
imbelle, espostasi a lui quantunque egli fosse nemico. Steso il decreto, e
recausi l consoli al Foro, e raccoltovi il popolo, essendo già notte, vi
palesarouò il voler del Senato, e preordinarono, che tutti al nuovo giorno
accorresserò alle porte per accompagnarvi le donne che uscireld)ero. Busi
frattanto, diceano, che curerebbero quanto era d'uopo. Era ornai l’alba
vicina;, quando le donne portando i figli loro, andarono colle faci, e presa in
sua casa Vcinrìa, la condussero alle porte. I consoli idlesUte mule da tiro, e
carri, ed altri trasporti moltissimi, ve le acconciarono, e seguironle per,
lungo tratto: le accommiatavano intanto i senatori ed altri in buon numero con
auguri, con preghiere, con eocomj, rendendone cosi più dignitoso il viaggio.
Come si potè dal campo distinguere, che donne, lontane ancora, si àvanzavano,
Marcio spedi de’ cavalieri per apprendere che fosse quella moltitudine, e
perehé dalla catti ne veoisse. E risapendo da loro che venivano le donne Romane
oo 6gli, e che innanzi -di tutte era la madre di lui, e la moglie co’ figli
suoi; stupì da principio che femmine potessero aver cuore di avanzarsi co’ Ggli
senza guardie al campo nemico, e darsi a vederè ad uomini insoliti, lasciata la
verecondia conveniente a matrone ingenue e pudiche, e la paura del pericolo nel
quale incorrerebbero, se questi volgendosi airutile più che al giusto,
volessero acquistarle,. e giovarsene. Ma posciacbè furono vicine, deliberò di
uscire dal campo con alquanti ' verso la madre, comandando ai littori che
quapdo le fossero dappresso deponessero le scuri, e le abbassassero i fasci.
Usavano i Romani questo rito quando i magistrati minori s’ incontravano co’
maggiori ; ed il rito persevera ancora. Osservò Marcio allora tal pratica, e
rimosse tutti i segnali dell’ autorità sua ; quasi egli dovesse presentarsi ad
una autorità maggiore : tanta fa la riverenza, tanta' la sollecitudine sua per
la pietà verso la madre. Fattisi ornai vicini, si avanzò la prima per riceverlo
la madre, ahi ! quanto miseranda, squallida vestunenti, e logora gli occhi dal
piatito. Come la vide, Marcio, duro, imperturbabile fin’ allóra contro tutti
gli assalti, non più valse a persistere nel proposito suo: ma vinto dagli
affetti del cuore umano corse, la strinse, la baciò, la chiamò con tenerissimi
nomi: e molto lagrimandone, e curandone ; la sostenne, mentre venuta meno
abbandonavasi a terra. Soddisfiitta la tenerezza sna verso la madre, ricevendo
la donna sna che sea veniva co’ figli disse ^ Fornisti o Koluimia gli offizj di
ottima donna, > uh’endoli presso la mia genitrice: ed io godo come su dono
dolcissimo infia tutti, che non t qhbandonasli nella sua solitudine. Dopo ciò
chiamato a sé 1’ uno e l’altro de’ figli, e carezzatili come si conveniva ; si
rivolse noVamente alla madre, invitandola a dire per qual fine veniva: ed ella
soggiunse che il direbbe, udendola tutti ; giacché non chiederebbe se non
giustissime cose. Lo esortava dunque che sedesse nel luogo appunto dal quale
solea far giustizia a’ suoi militari. Con piacere udì Marcio la proposta, pen
hé varrebbesi di assai più regioni per rispondere alle istanze .di essa, e
darebbe dv opportunissimo luogo fra la turba la risposta . Adunque recatosi al
tribunal militare fe da indi rimovere e calarne al pianteiTeno la sedia,
giudicando non dover lui tenersi p’ù alto che la madre, nè còn maestà niuna
contro di lei. Poi fatti sedere presso di sé li più cospicui de’ capitani e dei
centurioni, e lasciando che intervenissero quanti volevano ; significò alla
madre che incominciasse. Veluria, poste innanzi del tribunale la donna di
Marcio co’ figli e le altre più ragguardevoli tra le Romane, ' pHmieramente
rivolti gli occhi alla terra, pianse lungamente, p mosse tenera compassione
negli astanti : poi raccogliendo sé stessa disse : Le donne, o Perché sarebbe
siala risposta pubblica; udendolo cbi Tclcea ; e perché cjuel luogo stesso, di
dignità e di comando aerebbé ricordalo Ila madre le ubbligaiionf Che egli arcTa
co' Votaci. (a) Anni di Roma a06 sccoodu Calorie, a63 secondo Varoue, e 4^
arami Criaio. Marcio figlio, considerando gC info rtunj che su di esse
piomberebbero se la città divenisse de nemici, diffidatesi di ogn altro
soccorso, poiché tu davi le sì dure, le jì ostinate risposte agU uomini che
chiedeano un fine alla guerra ; queste donne, o Marcio ^co’ /?glioletti, in
questo lugubre apparato ricorsero a me tuà madre, ed a V olunnia tua sposa per
supplicarci 'a non permettere che avessero tanto male ‘da te, più che da ogn
altro, esse cfie non ci aveano offeso punto nè pocO', e che grande ci aveano
dimostrata la benevolenza nella nostra sorte felice, e viva nommeno la
compassione quando ne dec'ademmo. Noi ben possiamo testificarti che dalf ora
che tu lasciavi la patria, daW ora che noi restavamo derelitte nella
solitudine, e nel nulla, esse di continuo ci visitarono, ci consoletrono, e
piansero al pianto nostro. Memori di tanto io e questa tua donna, coabilatHce
mia, non abbiamo già ripudiato le loro preghiere, ma preso abbiam cuore di
cercarti ; e pregarti, corno ci atìdimandavano, per la patria. E lei
parlan(h> ancord, Marcio ripigliava : rnadre ! se' tu venuta per un
impossibile, venendomi a chiedere, che io Iralisca quelli che mi hanno
ricettato a quelli che mi bandivano, quelli che mi donavann i beni, più grandi
fra gli uomini a quelli che tutto il mio rn involavano. Io pigliando questo
cofnando, dos a malle\'adori i genj ed i numi,, che non avrei tiadito gU ospiti
miei, nè finita la guerra se cosi non fosse piaciuto a tutti i Volsci. Pertanto
adorando gt Iddìi su quali giurai, riverendò gli uomini a quali vincolai la mia
fede, guerreggieiò fino alla decisione co' Romani. Se renderanno mì f^olsci le
terre che" ne possiedono colla forza ; e se amici se ne fwanno,
accomunando ad essi tutto, come co' Latini ; deporrò ' le armi : altrimente mai
contro di essi le deporrò / Voi dunque andatene., o donne, riferite ai vostri
un tal dire, e persuadeteli a non pretendere ingiustamente [ altrui, ma
contentarsi del prpprio, quando altri lascia che lo abbiano. Non aspettino che
si ritolga loro colla guerra, quanto colla guerra usurparono ai. Volsci;
perocché li vincitori non saranno già paghi di ricuperate i lor beni, ma
vorranno quelli ancora de’, vinti. Se ritenendosi, e difendendo ostinatamente
ciocché lor uon si spetta, vanno incontro m pericoli, accusino sestessi, e non
Marcio, e non altri de' mali che piomberanno su loro. E tu -daW altra parte', o
madre, io figlio tuo le ne prego, non mi sollecitare a cose non degne, nè
giuste; nè, unendoti d miei e tuoi malevolissimi, volete credere a te contrarj
quelli che 'ti sono per natura amicissimi : ma standoti, coni è ragìc^nevole,
presso me, vegli riguardare per patria quella che io riguardo', e possedere
per' casa quella che io possiedo, e godere con me gli onori miei, e la mia
riputazióne, presi per parenti, per amici e nemici tuoi,, quelli appunto cK io
prendami. Bandisci, o misera, f afiìanno sostenuto finora per la mia fuga, e
pesfa in tale tua forma .di afliggermi. Gli altri beni, o madre, più belli
della speranza, più grandi del desiderio mi son dati da mimi, e dagli ùomini.
L’affanno che io prendea su te, non contraccambiandoti col nudrirli ne' senili
tuoi giorni, diffuso per le mie viscere, amareggiava e levava la mia vita da
ogni bene. Se meco ti rimani, se partecipe ti fai di ogni mia cosa; più non mi
mancherà alcuno -tra L mortali. E qui taciutosi lui, Veturia sopraslando breve
tempo &nchè, cessassero le lodi cbe molte e grandi gli si fecero da’
circostanti, soggiunse: Non io. Marcio figlio, ti voglio il traditore de'
Volsci, che ricevitori tuoi nelC esìlio, ti onorarono in iMtte guise, e ti
affidarono il comando di ses tessi ; nè voglio che. tu da te solo finisca senza
il voto comune, la guerra contro i patti e i giuramenti, chè facevi loro,
quando prendevi armata : nè temere che la madre tua siasi di tanta malvagità
riempiuta ; ‘ che inviti C unigenito e carissimo figlio a cose vituperose e non
giuste: ma cJtiedo che tu levi col pubblico voto la guerra, ridu^ cendo i V
ytsci a temperanza, e ponendo tra le due genti pace ì>ella e decorosa. E ciò
sarà fatto, se al presente movi t armata e la ritiri, e fai tregua per un anno
; perocché spedendo e ricevendo in questo tempo ambasciadori, procaccerai pace
stabile, e vera amicizia. Tu ben sai che f Romani, se il disonore, o la
impossibilità non lo vieta ; faranno vinti dalle persuasive ogni cpsa : laddove
violentali, come ora vuoi tu violentarli, non concederanno mai cosa picciola o
grande, come puoi tu conviruertene da tanti esempj, ed ultimamente dalle cose
concedute ai Latini che deposeco le ormL 1 Volsci, dirai, sono assai ' più
pertinaci, come avviene ai gran fortunati. Ma se ricordi loro che ogni pace vai
più della guerra: e che più stabile è quella che si fa per amicizia la quale
rende i cuori propizj, che non, f altra la quila per necessità si riceve: esser
proprio de’ sa>’i moderare la sorte, quando stimano averla; non però mai ft^
cosa indegna nelle vicende infelici e meste ; se dirai loro gli altri documenti
quanti sen trovano ( notissimi a voi che il pubblico maneggiate ) per indurre a
dolcezza a mansuetudine ; scenderanno dalt eUterigia ove sono, e concederanno
che facci quanto credi a loro giovevole, Ma se resister^anno, se non
ammetteranno il dir tuo, sollevati dalle belle Jbrluna provenute da te e dal
tuo comandare, cqme siati quéste immutabili ; rendi loro palesemente co lesto
tuo capitanato, nè il traditore sii di chi te lo afJidcR>a, nè il
combattitore de’ congiuntissimi tuoi ; cose, T una e t altra indegnissimo.
Queste soao, o Marcio figlio, le cose che io vengo a supplicarti che sian fatte
da te, non impossibili come tu dici, ma pure da ogni '' rimorso di ingiustizia,
e di malvagità. Tu temi '( sono questi i titoli che vai magn'ficanio col
discorso ) tu temi d’ incorrere sé fai quanto consiglioU, la taccia rea come d’
ingrato versa i tuoi benefaUori, i quali ti accolser nimico, e ti a nmisero a
tutti i-loro beni, quali se gli hanno co^ loro che nacquero cittadini. Ma dì j
non hai tu lendulo toro il molliplice e bel contraccambio ? non hai suj'ferato
i benefizj loro colt amplitudine immensa dei tuoi? Costoro che leneano pel
sommo e pel più amabil de beni viversi liberi usila patria ; gli hai tu ridutU
(fuesti non solo arbitri stabilmente di sestessi, ma tali infine da bilanciare,
se tornasse lor megliò, di abbattere la potenza de' Romani, o di partecipare,
ugualmente alla repubblica che Roma ha fondato. Lascio' di dire con quante
spoglie abbi ornalo le loro città per la guerra, e con quanta ricchezza
premiato quelli che vi militav vedo che^ gU orgogliosi che quei che' spregiano
le preghiere -de supplichevoli, corrono all ira de' numi ed alia sciagura
finalmente. Certo gl' Jddii • istituirono e ne dierono tale costume,essi i
pruni ptrdanano s e fqcili si rappaciane';, e molti si. placarono già pe’ voti
j e' pe' sagrifizj verso di uomini, lontani per grandi reità da loro".
Quando o A/arcio tu tioti vagli che. l’ irà de’ celesti sia mor-^ tale, ma
immortale quella, degli 'uoniini ; • forai con rettitudine f e con dignità tua
o della patria, se ne condoni gli errori, essa già correggendosene, e placandotisi,
e rendendoti quanto prima ti levava. Che se implacabile ti rimani, rendimi
questo deposito, questo benefizio y i quali niun altro può ripeterti i e pe’
quùli hai tu non le minime, ma le auiplissinte è pregiatissime doti,' onde
tutto ottenesti,, rendimi il corpo tuò e l’ànima. Derivate le hai queste da ma;
; nè luogo o tempo, nè beneficenze, nè • grazie di Fblsci o di altri mai tanto
' eccederanno e saliran fino^ ai cieli ;. che tu possi csmcellar la natura,,nò
pù't udirne i diritti. Mio sarai pur tu semproj e sempre il bene del vivere a
me dovrai perla prima, e 'farai senza scusartend quanto ti additnandoCiò
prescrive la natura ai viventi che sentono e che ragionano { >e di ciò
confidata puf io, ti supplico o Marcio figlio a non portaré guerra alla patria;,
o qui sto per oppormiti se le fai violenza. O me tua madre che mi ti oppongo
sagrijicherai prjma di tua mano alle furie, e cosi darai principio alla guerra;
o, se temi la infamia di matricida, cedi o figlio alla madrfi tua ; dammi, flie
il puoi, questa grazia. Se questa leg^e che niun tempo ha mai tolto, mi
assiste, mi protegge > non è giusto o Marcio che io sola sia da te priva
degli onori che essà mi concede. Ma Icssciando questa legge, ricordati la tanta
e gran sc^ie de'miei benefizj. Io prendendo a curar te fanciulletto, orfano del
padre tuo védova me ne rimasi, e gli stenti tutti soffersi onde allevasi, madre
tua non solo, ma padre in ur[ tempo, educatore é sorella dimoetrandomiti, ed
ogni altra spficie . di teneri .oggetti. Divenuto tu grande, potendo io
liberarmi dalle • cure, nutritandomi ad •altri, e darmi nuovi figli e nuove
speranze sostenitrici della vecchiezza; non volli, hià restài ne' tuoi lari
'domestici, contenta della vita medésima, e ristringendo a 'te sólo ogni mia
consolazione, ogni bene. Di questi ine. ne privasti tu, parte di voler tuo,
parte senza volerlo, rendendomi infelicissima tra le madri. ^ qual tempo, da
che toccasti l' età •virile, qual tempo io pissr mai sene’ agitazioni e
terrori? e quando ebbi, mai l' anintà tranquilla so' pra di te, vedendo che
acciimolavi guerra a guerra, che passavi da battaglia a battaglia, e ricevevi
ferite su ferite ?. . Lll. E quando ti desti alla repubblica cd al maDigilized
by Google ’ Lifino vm. 69 ncggìo de' pubblici affari, gustai forse io tua madre
diletto alcuno ? Eh ! Che ne divenni allora più misera, mirandoti in mezzo alla
civil sedizione. Imperocché le uìe provvidenze pér le quali più sembravi
valere, e per le quali sostenendo i patrizj, spiravi indignazione contro del
popolo, queste mi spaventavano tutta, considerando, per quanto tenui motivi
tramutasi la sorte degli uomini: e sapendo dai tanti casi uditi che qualche
ira, divina traversa i valentuomini, e la invidia umana li perseguita. E_ così
non fossi stata, come io ' m' era troppo vera indovina degli eventi! fa civile,
invidia t' assalì, ti sopraf/kee, ti sifclse dalla patria,. Il refto della vita
mia, se vita può dirsi da che partendoti ' mi lasciasti co' figli tui, passò
tra questa desolazione., Va questo apparato di lutto. Per tutto questo io che
molèsta mai non ti fui, nè ti sarò finché vivo, ti prego che vagli serenarti
una volta co' tuoi cittadini f' c finir C Ira acerbissima che nudri contro la
paù'kt. E con ciò di cosa io ti prego non buona per me solq, ma per ambedue.
Per le Se tea persuadi, nè scorri ad azioni non degne ; perchè avrai C anima
immacolata e libera da ogn’ ira, da ogni^ terrore di furie persecutrici, e p6r
me poi, perchè la fama che men yetrà, mentre vivo, dai cittadini, e dalle
cittadine. Tenderà beati i miei .giorni f e quella che mi sarà dispensata come
io presagisco, dopo^ morte, renderà sempiterno il mio nome. E se 'dopo morte
riceve alcun luogo le anime sciolte da corpi; riOn riceverà già la mia quel
sotterràneo rp tenebroso ove dicono che i detnoni soggiornano ; nq 1 il ampo
che chianìdn di Lete; ma C etere sublime e puro, ove dicono che albergano con
prospera e beata sorte i JigUifoli de’ numi. JB’ià divulgando anima min la
pietà e le grazie onde m’hai riverita, ten chiederà per sempre dagt Iddii la
degna ricompensa. Ma se dispregi la madre tua, se inonorata la' rimandi n per
me fortunata nò per le, la quale hai salvato la patria, e perduto insieme il
pietoso ed amantissimo tuo figliuolo. Cosi detto, si ritirò ne' siioi
padiglioni ; comandando che lo seguitassero la inoglie; la madre -,, i fi^i : é
vi si. tenne tutto il resto dei giorno, eonsultaudo, con esse ciocché era da
fare. Enrono le risoluzioni : che nè il Senato proponetse al popolo, nè il
popolo decretasse nulla del suo ritorno, prima che .si persuadesse aWolsci r
amicizia e la cessaziofs della guèrra. Egli leverebbe e ritirerebbe /'
esercito, marciando cofne tu terre di amici: Dato conto del suo capitanato, e
dimostratina i beni; pregherebbe quelli. che glie lo aveano càtfi flato, a’
volersi ricongiungere per giuste condizioni ai nemici,. ed incarieore lui
pefchè vi fosse ne patti t ofpùtà, senza niuna fmdolenza. Che se protervi pei
successi filici non aecettósser la. pace; egli si spoglie rebì>e del
comando. In. tal caso o non sosterrebbero essi di ^leggete un altro per
^mancanza di buoni capi ioni ; o cimentandosi di 'affidare le forze ad un altro
qualunque, imparerebbero a grande lor danno, ciocchi era V utile a Jare. Tali
sono le deliberazioni ira loro tenute, e riconosciute per eque e giuste, e capaci
presso tutti di buona faina, oggetto principalissimo delle cure del valenluomo.
Ben erano essi agitati da un timido sospetto che la turba irragionevole
speraozala di debellar riiiinii co, delusane, alfìne infuriasse; e
setiz’amihctter discorso trucidasse come traditore' quel suo capitarlo;
tuttavia deliberarono d’inedutrere non pur questo ma ogn^allro più tetro
pericolo, e serbare vh-tuosameule la fede. E poiché il giorno piegava a sera;
datesi vicendevoli signiflcaziout di affetto, uscirono da' padiglioni, e quindi
le donne tornarono a Rema. Esitose Marcio agli astanti le cause che lo
inducevano a scioglier là,guerra, e pregò lungamente t sòldan che'gb'el
condqnassero, e che tornati in patria, ricordevoli de’ suoi beneQzj,. non''
permettessero essi compagni suoi, che subisse alcun reo trattamento dagli
altri. Ej ragionate altre cose, tutte persuasive, t:omandò che iaces^erq le
b^gagHe, oude partire la notte 'seguentPi LVi Coinè seppero dalla fama,'
percorsa alle, donne, die Icvavasi il pericolo loro, uscirono lietissimi i
Romani dalia dtlà per incohlcarle; dicendo e fàcendo ora a cori, ora ad uno ad
uno, salutazioni e' cantici e tripudj, quali gli latino e li dicono quelli che'
da rischio terribile passano prosperità non pensata. Si menò poi Ja notte tutta'
In feste e conviti : nel giórno appresso il Senato adunato da consoli su Marcio
dichiarò che si differisse in tempo più acconcio a risolver gli onori da
farseglt : ma. che per lo zelo ditnostrato sì desse alle donne nc’ pubblici
antichi registri un elogio che ne'portasse eterna la memoria, tra’ posteri, ed
un donativo, qual sarebbe il pti\ car ed ' ' i Romani -colende ; giorno appunto
che disciolse la 1 “ ^, Cotiolano si approssioiò.due volte a Roma j 'la prima
volU ai accampò preaso le fosse delle Cluvìlie.-io distaosa di ciitipie miglia,
e la seconda io luogo anche piò vicino a Roma, iiitburgio scrive, che io questo
secondò luogo appunlo fu eretto il tempio delta Fortiuia Mulirhrc. A questa
sci\tei]sa sembra corritpondero ricchezze, noh ricéVò con dispiacere la iùtérro
zvon della guerra, e^ favorendo il valentuomo, escusavàlo se non la dltlmava,
mosso daUe prègbieve e dalla compassion della madre. Ma la gioveUtù rimaka
nelle città,, tocca da invidia per. le grandi prede fatte dalFe scrci'to, e’
delusa delle speranze che aveva, se prendei^ dosi Roma ne era Oaccàto
l’orgoglio; ne fremette, e fi esulcerò contrd'del capitano. £ finalmente
assunti, per ca|)i della scellcrsgginc uomini .potentissimi tra quelle genti,
imbarbarì, e commise nn indégnissimo fatto. Istigavala aoprattattO Azzio Tulio
circondato da non pochi di ogni città. Costui non polendo più la invidia sua
contro ‘Marcio; aveva già da uii tempo risolato di ucciderlo occultamente e
frt^dolentemeote, se quel duce xiuscendo ne’ disegni e 6accando Roma tort^Va
dal sottometterla ai Volsci, o di darlo manifestamente ai suoi partigiani ^d
ucciderlo come traditore, se falliva nella impresa, è tornavane senza l’
intento. Ora ciò fece appunto. Imperocché ' convocando gente non poca; le
accusò quel .valentuomo argomentando dal vero il falso, e conghietturando dalle
cose già' state, quelle -che non sarebbero mai t poi comandò che deponesse il
comando, e desse conto del suo capitanato. Once costui delle truppe rimaste
nelle città, come ho detto di sopra, ‘era l’arbitro di raccogliere le adunanze,
e di chiaipare chi voleva in giudizio. Marcio giudicava non dover contrapporsi
a ninna delle dué intimazio.ni ; solamente discordava nel metodo di soddisfarvi
; 'credendo che égli dovesse prima dar conto de’ fatti della ' guerra, e pqi
deporre, se così paresse a tutti i 'Volséi, il comando. Affermava che non
dovesse di tanto esser arbitra una sola città corrotta in gran, parte 'da
Tulio; ma tutta la nazione, raccolta in comizj legittimi, ove fossero spediti
deputati da 'ogni . città, come portava il 'costucrie, quando aveansi a
discutere i grandi jeffari. Opponevasi a ciò Tulio,' ben vedendo cbe se Marcio,
ahroòde parlatore, facciasi tra la pompa di capitano a dar conto delle 'tante e
belle sue gesta trionferebbe^ della moltitudine ; c non' cbe suhire le pene •
de’ traditori, ne diverrebbe più onorato e )>iù grande. Impe^occbé ’
sarebbero per concedergli tutti che solo finisse a piacer suo la guerra, ed
arbitro re stereljbe di ogni cosa. Adunque per molto tetnpo se no suscitarono
ogni giorno dicerie vicendevoli, e reclami in Senato, éd altercazioni vive nel
Foro ; uou essendo lecito a niun di essi 'far violenza all’ altro, garautito
dalla dignità pari della magistratura,. Or poiché non dovasi fine, alla disputa
; Tulio comandò a Marcio di venire in dato giorno a deporre il suo gradò, e
sottomettersi ai proressi di tradimento, E sollevati eon lusinghe' di benefizi
> uomini audacissimi, e messili per capi della scellcraggiuc indegna; si
portò nel Foro destinato. 'Asceso ' nel tribunale accusò Marcio con tòòlte
incolpazioni ; ed istigò la moltitudine a' degradarlo a fo4'za, se spontaneo
non lasciava il comando. ' LIX, Accese Marcio anch’ esso per;, far le difese ;
ma ì grandi clamori de’ seguaci di Tulio gli tolsero di parlare. Dopo ciò
gridandosi: {ira, ferisci, lo efreonJa' rouo, e con .nembo di sassi lo,
uccisero uomini inso-, lentissimi. Ed essendo lui strascinato Foro, quelli che
erano presenti allo spettacolo, e quelli che Vi sopravvennero dopo eh’ egli
erst spirato, deplorarono il valeniaoiiio ; perchè' non degna avea da loro la
ricatupensa. E Hdiceano quanto bene avea fatto al comune, e r arresto' .voleanO
degli uccisoci, perchè dato.aveano esempio di opèra. ingiusta, e lesiva delle
'.città, spegnendo senz’iimmelterne le difese violentemente un di loro, c
questo,, comaudante. Ne fremeauo soprattutto i compagni di lui uclle
spedizioni. Epoiché non erano stati da tanto d’ impedirne i mali mentre viveva
; delU berarono riconoscerlo de’benefizj, almeno dopo la morte; recando al Foro
quanto alla deliha onorificenza ricluedesT de’'valentoomini. Quando lutto fu
pronto > collocarono lui con veste di capitano, su letto vaghissimamente
ornato : poi facendo precedere quelli che recavano le prede, le spoglie, le
cotone, le immagini delle citli prese da lui ; ne sollevarono il feretro i
giovani più segnalati fra le armi. Lo portarono al sobborgo più ragguardevole,
accompagnandone il cadavere i 'cittadini tutti con gemiti e la^inDe. uomo il.
più grande di tutti 'al suo tgmpo' nelle armi. Continente da lutti i pacetri
che traspòrUmo i giovani, seguiva 'la giustizia ifon involontario per le leggi
che forzano col timore de’ supplizi', ma spontaneo, come per inclinazione
d’indole bennata. Non tenea per virtù non offendere ; e bramava non solo di esser
puro egli stestd da ogni malfare, ma credea giusto di astringervi -anche gli
'^allri. Magnanimo', liberale, intentissimo a soccorrere quando cpnoscevalo, il
bisogno degli amici, npn era inferiore a ninno de’ patrizj nel roaneggio.del
pnbblico. C se fa sedizione della città non lo avesse impedito da' pubblici
.•(Tari, forse' Roma preso avrebbe da' regolamenti suoi grande aògumeolo
d’iiQpero. Ma'già. non può farsi cbe tuKe le virtù si uniscanó nella natura di
un nomò ; nè da seme mortala e caduco sorgerà mai niutlo per ogni parte
peidetto. LXI. Il ‘destino che ' propizio area sparso in esso i germi di tali
virtù^ vé ne mise alfiri ancora di sciagure e dì mali. Non era dolcezza nè
illarità ne’ suoi modi, non degnevolezza ne salmi e ne’ colloqui, .. non' facilità
di placarsi, non moderazione nell’ ira se contro alcnno la concepisse, grazia
in6ne, quella die adorna tmte le nmane cose. ¥élnto lo avresti sempre
difficile, e sempre acerbo, f^ocquero a lui mólto tali maniere, e soprattutto
la severità sua ^moderata,' incredibile, e senza scintilla mai di chnuenza
ne|)ar custodia dei giusto e delle leggi. Ma ben sembra vero il detto^d^
filosofi antichi, che le virtù specialmente quelle delia giustizia,. sono
moderàzioni, e non estremità de costumi : perocché sia che la ginstizia manchi
dal mezzo, sia 'che lo ecceda ; non più giova i mortali, cagionando talvolta
gran danni, e ridùcendo a stragi > miserande, ed immedicabili inali. Nè fu
cbe la troppo sollecita e troppo austera esigenza del giusto la quale ridusse Marcio
fuori della patria, e senza il frutto delle altre belle sue doti.
Potendopiegarsi per atòunà maniera al popolo, e lasciare qualche cosa af loro
desiderj e divenire il primo fra loro ; non volle : ma contrariandoli in
qualunque cosà ' la quale ad essi non si dovea, se ne concilò l’ odio, c fu
cacciato dalla -patria. Potendo, appena ^ sciolse la guerra, lasciare il
comando deifarmata, e trasferire alet 8o trove la sua dirnora, Gncbè gli fossi!
conceduto il ri torno alU patria, anzi 'che esporre ^ stesso à nemici, ed alle
stoltezze della moltitudine ; ne vide la necessità di ‘farlo, e non volle. Ma
giudicando 'dovere affidare sè stesso a chi gli aveva affidata T armata, .c
conto del suo capitanalo, e se irovavasi. reo di co.sa alcuna subirne le pene
secondo le leggi; raccolse amaro U frano di tanta giustizia. Pertanto sé col
disciogìiersi de’ corpi aiicUo l’anima, qualunque' cosa ella sia, si
discioglic, né punto ne so^ravvanza; io non vedo come.chiamare beati quelli
elle non goderono della loro virtù niun frutto, anzi pci^ essa perirono. M.i se
le anime nostre ’Soprav- vivono Immortali affatto come pensano alcuni ;'0
qùalebe tempo almeno dopo la .-partenza' loro dal corpo, il più lungo quelle
do’, buon;, ed .il più breye quelle dei malvagi (it; certo parrà beq grande ai.
virtuosi l’ onore che li seguita, loipérocclié sebbene la fortuo' stasi loro
contrapposta; avranno buona fama e langbissima la ri cordanza tra’ vi vanti,
come appunto ' accadde a questo uomo. Perocché non solaincute ’mofto io
piansero e Io onorarono, i Yolsci come virtuosissimo; ma li Romaui,
conosciutone appena il caso, riputandolo sciagura altissima di Roma, ne fecero
pnvalo e pultbJ/co lutto. Le donne come usano in morie dei domestici loro
amaiiss.ifni, lasciarono da un canto l’ oro, la porpora, ei • V. [1 Vossio nel
lil> i ^ de IJoloturia dctltice d f|iicslo passo ch^ Diouigi crcdctle che le
auhne esùtono Jpu !a tnofie del colpo ma solo -per un tempo limitalo ; e per
ciò lo ridice nella classe dt (|iicl!i che pensavano quaulu alla durazioue
delle anime come gU Stoici \ 8 I atterono fra loro senza regola, senza comando,
misti e confusi: tanto che grande ne fu la strage in ambe le parti ; e forse
totale ne sarebbe stata la rovina, se il sole non tramontava. Ma cedendo, loro
malgrado, alla notte, che inipedivali di contendere, separaronsi, ed
alloggiaronsi ciascuno nel Aa. di Ruma aGG secondu Catoue, aGS secoudu
V'arrooe, e 48G 8T. Cristo.DJONICI. tomo Iti. fi proprio campo. La maltina i
duci lerando le truppe si ricondussero alle loro case. Udirono i consoli dai
diser.tori e da altri divenuti prigionieri col fuggire dalla battaglia, qual
furia e quale flagello divino fosse nell’esercito; non però colsero la
occasione tanto a proposito per essi non lontani più di trenta stadi, nè gl’
incalzarono nella ritirata : nel qual tempo se essi freschi, in buon ordine,
avessero perseguitato gli emoli stanchi, feriti, confusi, e già pochi di molti,
di leggieri gli avrebbero totalmente distmtu. Sciogliendo aneli’ essi il campo,
tornarono in patria sia che fossero paghi del bene dato loro dalla fortuna, sia
che non fidassero su r annata loro non disciplinata, sia che assai valutassero
il perdere anche pochi soldati. Ma giunti in città vi furono vituperati,
riportandovi fama di pusillanimi per tale condotta. Mè facendo altra
spedizione, rassegnarono il poter loro a’ consoli susseguenti. Presero l’ anno
appresso il consolato Cajo i^quilio e Tito Siccio, uomini periti di guerra . E
facendo questi proposizioni di guerra; il Senato decretò che si spedisse un’
ambasceria per chiedere soddisfazione secondo le leggi dagli Ernici, popolo
amico e confederato, il quale aveva offesa Roma nel tempo della guerra de’
Volsci e degli Equi con prede e scorrerie su le terre contigue : e decretò che
intanto che ne avessero la risposta i consoli iscrivessero milizie quante ne
potevano, convocassero con messaggi gli alleati, ed apparecchiassero
sollecitamente col mezzo di molti ministri Roma Catone Varrooe LiDno vili. 83
armi, grano, (lanari, e quanto è necessario ()cr la guerra. Tornali, cspcKero
gli ambasciadori le risposte degli Ernia, i quali diceano non esservi pubbliche
convenzioni tra loro e tra’ Romani, e che pensavano già sciolte quelle che vi
furono tra loro e tra Tarquinio, come detronizzato, e morto in terra straniera
: che le prede e le incursioni non furono ingiustizie del pubblico, ma di
privati intesi al guadagno: e che non doveano però nemmeno gii autori di quelle
consegnarsi al supplizio: e lamentandosi che avessero anche gli Eroici patito
altrettanto ; signiQcavano che volentieri accetterebbero la guerra. Il Senato,
ciò udendo, decretò che si dividessero in tre parti le nuove reclute descritte:
che il console Cajo Aquilio marciasse coll’ una sugli Eruict già in arme aneli’
essi: che Tito Siccio, l’altro console, ne andasse coll’ altra su i Volsci :
che Spurio Largio, nominato da’ consoli comandante della città, prend cero ciò
primi li Volsci ; e ben tosto la ottennero ; dando l' argento multato dal
console, e somministrando quani’ altro bisognava all’ esercito ; dopo avere
promesso che sarebbero ì sudditi de’ Romani, né più da tali ao> cordi si
leverebbono. In ultimo gli Eroici vedutisi rimasti soli, trattarono coi console
di amicizia e di pace. Ma Cassio assai richiamandosi di essi con gli
ambasciadori, disse, che prima doyeano far quanto conviene ai vinti ed ai
sudditi, e poi discorrer di pace; e soggiungendo gli ambasciadori che lo
farehhono se moderata e possibile ne fosse la esecuzione, comandò loro che gli
portassero in grasce i viveri di un mese, ed in argento la somma onde
stipeudiarue t soldati secondo il solito per sei mesi: e definendo un numero di
giorni entro cui potessero tutto apprestatali ; concedette intanto ad essi una
tregua. Presentarono gli Ernici ogni cosa con prestezza ed impegno, e spedirono
di bel nuovo i parlamentar] di pace. Li lodò Cassio c li rimise al Senato. Ne
deliberarono i padri a lungo; e piacque loro che si ammettessero questi all’
amicizia, c Cassio il console esaminasse, e decidesse le condizioni de’
trattati da conchiudersi. Approverebbero i padri ciooch’ egli ne stabiliva.
Prescritto ciò dal Senato; Cassio tornando in città chiedeva un secondo trionfo
per aver sottomesso i popoli più riguardevoli : ant>gavasi però quest’ onore
per le aderenze, piuttosto che di giustizia lo ricevesse tinperocchc non avendo
nè prese città per assalto, nè disfatti eserciti in campo aperto ; non potca
menar seco in spettacolo i prigionieri e le spoglie che sono gli ornamenti dei
trionfi. Ma lo amare il piacer suo ; non le risoluzioni simili a quelle degli
altri, gli concitò subitissima invidia. Impetrato il trionfo pubblicò la
concordia, com’ aveala firmala con gli Eroici. Erano le condizioni trascritte
da quella conchiusa già co’ Latini. Dicchè mollo si dolsero i più provetti ed
autorevoli, e tennero lui per sospetto, sdegnati che gli Eroici, estraneo
popolo, fossero pareggiati di onore ai Latini loro congiunti ; e quelli che
dato non aveano neppur minimo segno di benevolenza partecipassero le cortesi
retribuzioni di chi tanti dati ne avea. Soffrivano ancora di mal' animo la
superbia di quest’ uomo, perché onorato dal Senato non aveali a vicenda
onorati, fissando e pultblicando i patti come glie ne parve ; non di concerto
comune coi padri. Così la troppa felicità nuoce, non giova ; divenendo
insensiòilmente per molli cagione di orgoglio incredibile, e stimolo di
desiderj superiori alla natura; come avvenne a costui. Condecorato allora dalla
città egli solo fra tutti con tre consolati e due trionfi ampliava l’
onorificenza sua, ambizioso del regio potere. Considerando però che la via più
sicura per chi ambisce il regno e la tirannide è quella di guadagnare il popolo
co’benefizj, e di costumarlo ad essere alinien tato da chi dispensa le
pubbliche cose ; a questa si rivolse, e senza manifestarsene ad alcuno. E perocché
ci aveva un terreno amplissimo del comune ma trascurato e goduto da^ ricchi ;
deliberò di compartire questo tra’l popolo. E se contentato si fosse di
procedere fin qui ; forse riuscito sarebbe ue’ disegni. Ma trasportatosi a
troppo ; cagionò sedizione nou picciola, e fine sciaurato a sestesso.
Imperocché presunse congiungere alla divisioa del terreno non pure i Latini ;
ma gli Ernici, ricevuti ultimamente per cittadini. Tali cose ideando a
conciliarsi quelle nazioni, convocò nel glotoo dopo il trionfo il popolo a
parlamento. Quindi asceso in tribuna com’ è 1’ uso de’ trionfatori, prima dié
conto delle opere sue, delle quali era la sostanza : che fatto console Ut prima
%>oUa vinse i Sabini, e li rendè sudditi a Roma alla quale disputavano il
comando : che fatto console per la seconda, racchetò la civil sedizione, e
restituì la plebe alla patria : e ridusse amici e (compartecipi della
cittadinanza di Roma, i Latini che erano consanguinei, ed emoli eterni delt
impero e della gloria di lei; tantoché non più la contrariarono, ma
riguardarono Roma come patria loro. Chiamato la terza volta al consolato
necessitò li V ilsci ad essere amici, di nemici che erano, colle armi, e
sottomise spontanei gli Ernici, popolo vicino, grande, potente, ed attissimo a
nuocer molto, o giovare. Eisponendo queste e simili cose chiedeva al popolo che
attendesse a lui, provido soprattutti ora e per sempre della repubblica, e
chiudendo il discorso disse che farebbe e tra non molto tali e tante
beneficenze che supererebbe quanti erano encomiati di aver amato e salvato il
popolo. Oisciolta 1' adunanza invitò nel giorno appresso a raccogliersi il
Senato sospeso e timoroso pe’ delti antecedenti di lui. Prima di ogni altra
cosa propose un tal suo sentimento tenuto occulto alla plebe, e chiese ai padri
che giacché questa era stata si utile per la libertà dando mano a farli
dominare su gli altri, prendessero cura di lei e le dispensassero il terreno,
pubblico in sestesso per essere acquistalo colle armi, ma goduto in fatti senza
niun dritto da patrizj impudentissimi : e poi chiese che si rendesse dal
pubiuale fu sopraimominaiu Poplicola. potenti per aderenze e ricchezze, e tutto
che giovani, non inferiori a niun pari loro nei trattare le pubbliche cose
esercitavano la questura. Ed arbitri per questo -di intimar le adunanze
accusarono al popolo con incolpa zioni di tirannide Spurio Cassio il console
dell’ anno precedente, che osò d’introdurre le leggi su la partizione delle
campagne ; e • preGggendogli il giorno, lo citarono a giustiCcarsene presso del
popolo. Adunatasi nei giorno prescritto gran gente essi invitandola ad
ascoltare dimostrarono che le opere manifeste di quest’ uomo non comprendeano
nulla di buono : primieramente perchè mentre i Latini appagavansi di essere
ammessi alla cittadinanza, e riputavano sommo il favore se la ottenevano; egli
console non solamente concedè la cittadinanza che dimandavano, ma decretò che
si desse loco il terzo delie spoglie della guerra, se in comune la
sostenessero: secondariamente perché rendette amici in luogo di sudditi,
concittadini in luogo di tributar) gli Eroici che, vinti, doveano ben esser
contenti se non erano danneggiati collo smembramento delle lor terre; anzi
ordinò che si desse loro pur la terza parte delle prede e 'Tlelle campagne che
fossero mai per conquisure. Tanto che divisa la preda in tre parti doveano i
sudditi e foresuerì pigliarne due parli, ed i paesani e padroni una sola.
Dimostravano che da questi due assurdi ne segnirebbe r uno o altro, se
volessero pe’ molti e segnalati servigi condecorare un altro popolo come i
Latini, o come gli Eroici che ninno prestato ne aveano, vuol dire: o che non
avrebbero che dar loro , o se volessero pareg Il lesto di Rciske si togUmero e
confiscassero i beni del padre che ne avea svelato le brighe per la tirannide ;
e per questo io decidomi piuttosto per la prima narrazione. Le ho nondimeno
riferite ambedue, perchè coloro che leggono aderiscano a quale più vogliono.
Insistendo poscia alcuni perché si uccidessero i figli ancora di Cassio; parve
al Senato aspra la inchiesta nè utile. E congregatosi decretò che si
rilasciassero, c vivessero sicurissimi da esilj, da infamie, da ogni sciagura.
Da quel fatto si stabili tra’ Romani r uso, custoditovi fino a’ miei giorni,
che vadano immuni da ogni pena i figli di padri delinquenti, sian essi figli di
tiranni, di parricidi o di traditori, che tra loro è il massimo dei delitti. E
quelli che vicini al nostro tempo, circa il fine della guerra Marsia, e della
guerra civile dandosi ad abolire quest’ uso, impedirono finché dominarono che i
figli dei proscritti da Siila giungessero agli onori paterni e prendessero
posto in Senato, sembrarono far opera degna della esecrazione degli uomini, e
della vendetta de’ numi. Perocché col volger degli anni raggiunse loro la
giustizia, vendicatrice non riprovata, per la quale furono dal colmo della
gloria precipitati ai fondo delia miseria; non lasciandosi del lignaggio loro
se non la prole nata di femmine. E colui che li distrusse riordinò quei costume
com’era ne’ prìncipi. Pfeaso di alquanti greci però non è così mite il costume;
perchè alcuni credono giusto che i gli de’ tiranni co’ tiranni finiscano; ed
altri con perpetuo esilio li punistxtno; quasi non consenta la natura che
sorgano figli buoni da’ padri rei ; nè figli rei da buoni padri. Ma su ciò
lascio che altri discuta, se migliore è l’uso; de’ Greci o migliore quel de’
Romani : ed io prosieguo la storia. Dopo la morte di Cassio i fautori del
comando de’ pochi divennero più baldanzosi, e spregiatori del popolo. Laonde
gl’ ignobili per nome e sostanze se ne abbatterono ; accusando molto sestessi
di stoltezza, perchè aveano colla condanna' di lui distmito il custode
fidissimo della fazion popolare. Era questa la causa per la quale i consoli non
eseguivano il decreto de’ senatori pel quale doveano eleggere i dieci che
determinassero la terra pubblica, e riferire in Senato quanta parte ne fosse da
dividere, ed a quali persone. Adunque si tenean de’ crocchi mormorandovisi in
ciascuno so l’ inganno, ed incolpandovisi più che tutti i tribuni precedenti
come traditori del comune ; slmilmente faceansi dai tribuni d’ allora continue
le adunanze e le richieste della promessa. Or ciò vedendo i consoli
deliberarono rimovere col pretesto di guerra la parte sediziosa della Aagatto.
città ; percccbé di qae tempi il territorio era iofesiato da’ ladronecci, e
dalle scorrerie de popoli circonvicini. Adunque per far la vendetta degli
aggressori aveano inalberato i segnali di guerra, ed iscriveano le milizie
della città. Ma, non dando i poveri il nome loro, non potevano astringervi a
nonna delle leggi gl indocili, {jerocchè li tribuni proteggevano la
moltitudine, e lo avrebbero impedito, se altri tentava portar la violenza su le
persone, o le robe di chi ricusava. Adunque lanciarono i consoli molte minacce,
che non permette rebbero che alcuno rivoltasse la moltitudine ; e svegliarono
ne’ cuori un secreto sospetto che nominerebbero un dittatore il quale
sospendesse tutti gli altri magistrati, ed avesse egli solo un potere supremo
ed irrefragabile. In tale apprensione i plebei temendo che il dittatore fosse
Appio, uomo duro e dlflìcile, piegaronsi a soffrire ogni cosa, piuttosto che
questa. Descrittone il molo, i consoli presero le milizie, e marciarono su l’
inimico. Gettatosi Cornelio nel territorio de’Vejenti ne portò via la preda
sorpresavi. Allora i Yejenti spedirono ambasciadori, ed egli rilasciò loro i
prigionieri per date somme, e concedè la tregua di un anno. Fabio coU’altr
armata piombò su la terra degli Equi, e quindi su quella de’ Volsci. Pazientarouo
i Yolsci alcun tempo, ma non molto, che fossero i campi loro predati e
devastati: poi spregiando i Romani come venuti con armata non grande
impugnarono in buon numero le armi, ed uscirono su le terre degli Anziati per
Incontrarli : se non che ne andarono anzi precipitosi che savj : perocché se
giungevano inaspettati, e K>rprendeano i Romani mentre erano qua e là
dispersi; ne avrebbero assai variato le vicende; ma il console istruito del
giunger loro dagli esploratori, richiamò bentosto i suoi, sbandati com’ erano,
da’ foraggi, e dié loro la ordinanza conveniente alla guerra. Come i Volaci che
.-venivano confidando e spregiando, videro fuori dell’ imaginazione tutte le
forze nemiche ordinate e raccolte, sbalordirono alio spettacolo inopinato : nè
più curando la salvezza comune, provvide ognuno alla sua, e dando volta, con
quanto aveàno di velocità, fuggirono tutti chi per una e chi per altra via;
salvandosene la maggior parte nella città . Solamente nu picciolo corpo il
quale era più che gli altri ordinato ritirandosi alla cima di un monte, quivi
pose le armi e vi pernottò. Ma ne’ giorni seguenti essendo dal console
circondala 1’ altura e chiusene tutte le uscite, necessitato dalla fame si
sottomise, e cedette le arme. 11 I console fe’ vendere pe’ questori quanto vi
era, prede, spoglie, prigionieri, onde riportarne danaro alla patria. Non molto
dopo levò 1’ esercito dalle terre nemiche e a suoi lo ricondusse, ornai
standosi 1’ anno per terminare. Giunto il tempo da creare i magistrati, i
patrizj che vedevano il popolo irritato e pentito della condanna di Cassio,
deliberarono di sopravvegliare perchè non facesse movimenti elevato di nuovo a
speranze di donativi e di divisioni di terre da taluno che prendesse gli onori
consolari pieno della facondia per aringarlo e travolgerlo. Parve loro che se
il popolo desiderasse ponto di ciò, potesse impedirsegli con eleggere un
console ad esso non £tvorevole. Ck>nchiuso ciò confortano perchè aspirino al
consolato Fabio Cesone 1’ uno degli accusatori di Cassio fratello di Quinto,
console attuale^ e Lucio Emilio altro patrizio propensi^mo agli Otti mali. Non
potendo il popolo impedir questi due che aspirassero al consolato, usci dal
campo e si levò dai comizj. Perciocché ne’comizj centuriati tutto il poter
de’snfiragj assorbivasi da’ cittadini più illustri e primi di ordine ; e di
raro cosa alcuna si decideva col voto ancora delle centurie intermedie di
ordine: la classe estrema poi nrila quale votava la parte più misera e più
numerosa non avea, come innanzi fii detto, se non un voto solo, il quale era 1’
ultimo. Adunque negli anni dugento settanta dalla fondazione di Roma essendo
Nicodemo 1’ arconte di Atene divennero consoli Lucio Emilio figliuolo di
Mamerco, e Fabio Cesone figliuolo 'di Cesone. Ora succedette loro secondo il desiderio
di non essere pertui> bati da sedizioni civili; per essere la repubblica
investita di fuori. E le cessazioni delle guerre esterne sogliono rieccitare le
nazionali, e dimestiche tra’ Greci, tra’ bar bari, e dovunque, principalmente
tra’ popoli che vivono Ira le armi e i travagli per amore della bbertà e del
comando ; perchè gli animi avvezzi a bramare ognora più, ridotti senza gli
esercizj consueti difficilmente si contengono. Su tal vista comandanti
savissimi fomentano sempre alcuna discordia cogli esteri; giudicando migliori
le guerre nelle regioni altrui che nella propria. Allora Roma Giatonc Varrone]
I 1 I fecondo il genio appunto de’ consoli, occorsero come bo detto, le
insurrezioni de’ sudditi. Imperocché li Volsci sia che hdassero ne’juoti interni
di Roma, contendendo il popolo co’ magistrati ; sia che fremessero per la
infamia della precedente disfatta, ricevuta senza combattere; sia che
insuperbissero per le forze loro che eran grandissime; sia che seguissero tutte
insieme queste cagioni; aveano deliberato ikr guerra ai Romani. E raccogliendo
i giovani da tutte le dtté marciarono con parte dell’esercito contro le città
de’ Latini e degli Ernici, e coll’ altra che era la più numerosa e più forte
teneansi pronti a ribattere chiunque si avanzasse contro le loro. 1 Romani ciò
saputo deliberarono dividere 1’ armata in due corpi, e guardare con uno le
terre degli Ernici e de’ Latini, e correre coll’ altro a depredare quelle dei
iVolsd. Avendo i consoli, com’ è loro costume, tirato a sorte le milizie ;
Fabio Cesone assunse il comando di quelle che andavano a soccorrere gli
alleati, e Lucio marciò colle altre contro la città degli Anxiati.
Avvicinatosene ai confini, e vedutevi le armi nemiche, si accampò su di un
colle a fronte di ^e. Ma uscendo i nemici ne’ giorni consecutivi più volte in
campo, e sfidando alia battaglia; egli credette avere il buon punto, e cavò le
sue schiere. Ed ammonitele, e riammonitele prima del cimento ; alfine diedene
il^egno e le avventò. Bentosto i soldati alzato il grido consueto della
battaglia pugnarono folli, a schiere e coorti. Esaurite poi le lance, i dac;di
cd ogni arme da tiro si scagliarono, rotando le spade, gli uni su gli altri con
ardire e desiderio eguale di misurarsi. Era iu ambedue simi lissima la maniera
di combattere : nè maggiore tra Ro mani la saviezza e la sperieuza che gli
aveva rendati già più volte vincitori, nè maggiore la costanza e la sofferenza
per 1 esercizio di tante battaglie ; ma le doti stessissime brillavano pur tra’
nemici 6n dall’ ora, che fu duce loro Marcio, famosissimo duce romano. Adun(jne
gii uni resistevano agli altri senza cedere il posto preso in principio. Ma
dopo alquanto i Volaci a poco a poco si ritirano, schierati, e con ordine,
tenendo fronte ai Romani. Tendea quel movimento a dividere le milizie di questi
e combatterle da lut^o elevato. In opposito i Romani credendo che questi
principiasser la fuga tennero anch’ essi a passo a passo in buon ordine dietro
loro che si ritiravano. Ma poiché videro che a rilancio conevano agli alloggiamenti
anch’ essi rapidissimi, in disordine li seguitarono. Intanto le centurie
estreme e la retroguardia, quasi già vincitrici, spogliavano i morti, e davansi
a predare la regione. Vedendo ciò li Voisci che facean credere di fuggire,
giunti appena alle Urincee, voltata faccia, si contrapposero : e quelli che
erano negli alloggiamenti, spalancate le porle, accorsero numerosi da più
parti. Or qui cambiarono le vicende della battaglia : chi perseguitava fugge, e
chi fuggiva perseguita. Perirono, com’ è naturale, molti bravi Romani incalzati
giù pel declivio, e circondati ; essi pochi, dai molti. Non dissimile sorte
incontrarono quanti eransi dati a spogliare e predare, impediti di retrocedere
schierati e con oi^ dine ; imperocché sopraHatti ancor essi da' nemici restavano
iracidali o prìgiooierì. Quanti però di questi o di quelli respinti giù pel
monte fuggivano in salvo ; soccorsi, benché tardi, dalia cavalleria, tornavano
al6ne a’ proprj alloggiamenti : e parve che a non essere intc-ramenie distratti
giovasse loro un’acqua dirottissima dal cielo, ed un bujo qual formasi per
nebbia profondissima ; perocché non potendo i nemici vedere più di lon tano,
infkslidirottsi a seguitarli più oltre. La noue appresso il console movendo l’
armata la ritirò cheta, in buon ordine, sicché 1’ inimico noi comprendesse. Al
tornar della sera mise il campo presso la ciué di Longòla t scegliendo
un’altura idonea, onde. respingerne gli assalitori. E qui fermatosi curava gli
egri .dalle ferite, e rianimava gli aiHitti dalla vergogna delia disfatta
impensata. Tale er^ lo stato de’ Romani. Li Volacipoi come al nascere dei
giorno conobbero che quelli eransi di loggiati; portarono più da vicino il
campo loro. Quindi spogliato avendo i cadaveri de’ nemici, raccolto i semivivi
che davano speransa di guarigione, e seppellito gli estinti loro compagni,
rientrarono la città di Anzio che prossima rimaneva. Qui cantando inni e
porgendo in ogni tempio sagrifìzi per la vittoria, si diedero ne’ giorni
seguenti ai conviti e piaceri. E se teneansi a quella vittoria, né
intraprendevano altra cosa; la guerra avrebbe avuto per essi nn esito
fortunato. Imperocché li Romani non aveano cuore di uscire dagli alloggiamenti
per combattere ; anzi desideravano di lasciare le terre nemiche, anteponendo
nna fuga ingloriosa ad una morte DIOIfJGI, tomo ut. manifesu. Infiammati però
da speranae maggiori, perderoDO la gloria ancora della prima vittoria. Udendo
dagli eipioratori e dai disertori che i Rbmani andati salvi eran pochi, e per
lo più feriti ; ne concepirono disprezzo grandissimo, ed impugnate le armi
marciaron sa loroi Li seguitarono senza 1’ armi moiri della città per vedor la
batuglia, e per fare insieme prede e guadagni. Ma quando giunti all altura
circondarono gli alloggiamenti, e presero a svellerne gli steccati ; proruppero
prima su di essi i oivalieri Romani, postiti a piede per la condizione del
luogo, e poi li triarj, schieratisi strettissimi. Sono questi i veterani a’
quali si dà la guardia degli alloggiamenti, se le milizie escono per
combattere, ed a’ quali per mancanza di altri ripari si ha restrerao
indispensahil ricorso quando avviene strage funesta de’ giovani. Ne sostennero
i iVolsci la irruzione e pugnarono gran tempo pieni di valore. Ma non favoriti
poi dalla natura del aito se ne rimossero : e fatto a’ nemici danno tenue, nè
degno di memoria, e ricevutolo essi più grande ancora; calarono alia pianura.
Messi quivi gli alloggiamenti, schierarono ne’ giorni appresso 1’ armata, e
provocarono i Romani alla battaglia : nè pertanto uscirono questi al paragone.
1 Volsci vedendo ciò li spregiarono : e convocate le milizie dalle loro città ;
si ap pareccbiarono per espugnarne le trincee colla moltitudine. E ben erano
per fare alcuna cosa di grande riducendo per patri e colla forza il console e i
suoi che già penuriavano ; ma giunse prima di loro il soccorso Romano, e furono
traversati da compiere con bellissimo (ìpe la guerra. Imperocché Fabio Cesoue
l’altro console,. I I 5 Mpen rono compartiti pe’ corpi varj. I consoli dopo
avere sup> plite le coorti mancanti, tirarono a sorte il comando degli
eserciti. Prese F abio l’ esercito sostenitore degli alleati, e Valerio 1’
altro che accampava tra’Yolsci ; recandovi le nuove reclute. I nemici saputo il
giugner di lui, deliberarono far venir nuove troppe, trinderarsi in luogo più
forte, nè coìrere, come prima, per lo dispregio rovinose vicende. F orqirono i
duci tutto ciò speditissimàmente, intenti l’ uno, e l’ altro a guardare le
trincere sue dagli assalti, non ad assalir le inimiche, per espugnarle. Cosi
decorse non poco tempo fra terror vicendevole che 1’ ano 1’ altro investisse.
Non poterono però l’uno e l’altro osservare sino al fine il proposito.
Imperocché quante volte spedivasi alcuna parte di esercito pe’ frumenti o per
altro bisogno ; davansi attacchi e percosse, con esito non sempre vittorioso
per ' Cesare (a) Altenlare so’ Iribaoi era delitto graTÌssimo, perchè le
persone loro si riguardavano come sacre ed inviolabili : Quindi Cicerone nel
lib. 3 de legibns scrive: quodque ii prohibessint, quodque plcbem rogaisint
ralitm està ^ taneiique turno. vin. I ig UD de' partiti. Ne perirono in tante
scaramacce non pochi ; restandone feriti ancor più. Non riparava le perdite
Romane alcun nuovo rinforzo venuto altronde ; mentre i Volsci, sopravvenendo ad
essi schiere su schiere, si erano moltissimo ampliati. Dond’è che animatine i
duci loro, cavarono dalle trincee 1’ esercito per la battaglia. Usciti i Romani
nommeno e schieratisi a fronte, insorse una mischia grandissima di cavalli, di
fanti, di soldati leggeri, pieni tutti di ardore e di > sperienza e ciascuno
col disegno che dipendesse da lui solamente la vittoria. Cadutine dall’ una e
dall’ altra parte molti estinti, e piò ancor semivivi ; si ridussero a pochi
quelli che tuttavia rimanevano tra la mischia e il pericolo. Or non potendo
questi fare le azioni di guerra perchè gli scodi destinati a difendere, pieni
di dardi conGccativi ^ aggravavano la sinistra, né permettevano che si tenesse
ferma in atto di ripercotere i colpi, e perchè le spade erano ornai spuntate,
rotte, inutili ; tanto più che il combattere di tutto il giorno gli aveva
stancati, mer^ vati, illanguiditi a ferire, e la sete, il sudore, l’aiTanno
travagliavali come chi combatte a lungo nelle ardentissime ore di estate; la
battaglia non prese termine me morando, ma 1’ nnò e l’ altro duce ritirarono
ben vo lentieri le armate : e tornarono a’ proprj alloggiamenti^ Non uscivano
più gli uni o gli altri a combattere, ma standosi dirimpetto spiavano a vicenda
le sortite degli emoli pe’ bisogni di guerra. Parve nondimeno, e molto in Roma
se ne discorse, che la milizia Romana, potendolo, non facesse nulla di luminoso
per odio contro del console, e per indignazione su’ patrizj, mentitori nella
dÌTÌsione delle terre. In opposito i soldati acctisa vano il console come insulficiente
; scrìvendone ognuno lettere ai suoi. Tali furono gli eventi nel campo in Roma
intanto molti segni celesti annunziarono l’ira divina con voci, e viste
inusitate. E tutti i segni concorrevano a questo, come i vati e gli spositorì
delle sante cose, te nutone consiglio, interpretavano, che alcuni de’ numi
erano esacerbati, perché non riceveano gli onori legit timi, o riceveano
sagrifizj non puri, nè pii. Faceasi dunque grande ricerca, 6nchè diedesi
indizio a’ sacerdoti che l’ una delie vergini, custodi del fuoco sacro ( Opimia
n’ era il nome) avea la verginità contaminato, e con la virginità le sante
cose. Or questi con indagini e discussioni chiarìtlsi .esser vero pur troppo il
fello indicato, spogliarono quella delie sacre bende, e condottala di su |1
foro, la seppellirono viva tra sotterranee pareti. Flagellarono poi nella
pubblica luce ed uccisero due convinti del fello con essa. E ben tosto
favorevoli le sante cose, e favorevoli si ebbero le risposte degl’indovini,
come per la pace venduta da’ numi. XC; Giunto il tempo de’comizj, e venutivi i
consoli, ebberì briga e contenzione assai viva tra’ patrìzj e tra ’l popolo su’
personaggi che avrebbero da pigiare il comando. Voleano quelli promovere al
consolalo giovani intraprendenti né amici della plebe ; e per insinuazione loro
chiedevalo il figlio di Appio Claudio, di quello riputato già si contrario al
popolo ; ed era questo figlio pieno di orgoglio e di audacia, e potente per
amicizie e clientele più che lutti dell’ età sua. Per l’ opposito il popolo
nominava a far l’ utile pubblico e volea per con vm: 1 3 1 soli personaggi
anziani, notissimi per le d^ci maniete sole vi marciasse colle armate. Fu tal
decreto un sub> bjetto di contraddizioni : perocché molti non lasciavano che
la guerra uscisse, ricordando a’ plebei la partizion delle terre decisa già da
cinque anni dal Senato, e come tra le belle speranze furono defraudati, e
protestando che non particolare ma comune sarebbe quella guerra, se la Etruria
tutta levavasi unanime a soccorrere ì suoi nazionali. Non poterono però nulla
tali sediziosi discorsi; imperocché per le insinuazioni di Spurio Largio anche
il popolo ratiScò la sentenza de’ padri : pertanto i consoh cavarono gli
eserciti, e gli accamparono separati r uno dall’ altro, non lungi da Yejo. Si
tennero in tal modo più giorni: non uscendone però l’inimico coll’armata ;
datisi a saccheggiarne i campi, sen tornarono con quanta poteano più preda in
patria. Or ciò e non altro vi ebbe di memorabile sotto questi consoli. L JLj
anno appresso nacque disparere tra ’l popolo e tra i senatori su la scelta de'
consoli : imperocché questi voleano promovere al consolato due di cuore
patrizio, laddove la moltitudine due ne volea popolareschi. Arse la disputa
finché tra loro si persuasero, che ambedue le parti dovessero nominare,
ciascuna, un console. Pertanto il Senato elesse Fabio Cesene per la seconda
volta, quello appunto che aveva accusato Cassio come reo di tirannide, ed il
popolo creò Spurio Furio Roma Catone Vairone. laS nella olimpiade settantesima quinta
; essendo Calliade Arconte in Atene, al tempo appunto che Serse fece la sua
spedizione contro della Grecia. Or avendo questi preso appena il comando,
yennero in Senato gli ambasciadori Latini per supplicarvi, che si mandasse loro
coir esercito l’ uno de’ consoli, il quale non permettesse che la insolenza
degli Equi procedesse più oltre. Annunziavasì insieme che la Etruria tutta era
in moto, e che tra non molto uscirebbe colle armi per essersi già riunita in
(x>mizj generali : come pure che avendo i Vejenti insistito per
congiungersele contro i Romani, ne aveano Gnalmente ottenuto, che potesse ogni
Tirreno parucipare alla impresa: dond’ è che fatto, si era un corpo
riguardevole di Vejenti volontari, per militarvi. Or ciò vedendo i magistrati
Romani deliberarono che si recintasser le armate, e che li consoli uscissero
con esse r uno per combattere gli Equi, ed esser il vindice dei Latini ; e l'
altro per marciare contro l’ Etruria. Opponessi a ciò Spurio Sidnio l’uno
de’tribnoi, è con gregando ogni giorno il popolo a conclone raddomandava le
promesse dal Senato, e protestava che non pen> metterebbe, che si eseguisse
niuna delle cose decretate da’ padri su’ nemid o su la dttà, se prima non
creavano i Died, per deBnire le terre del pubblico, e non le compartivano, come
eransi obbligati in verso dd popolo. Implicavasi, nè sapeva che fare il Senato
; quando Ap> In atconì codici ti legge Icilio: e Lirio stesso nel lib. 4,
dice : auetoret fuitte tam Uberi popolo mffrayì leitios accipio, ex famitia
i/ifeetUtima patribue Irei in eam antuun Uibunot plebù ereaioi. e pio Claudio
suggerì che si procurasse la dissensione tra questo e gli altri Tribuni ;
perciocché vedea, eh' essendo r oppositore inviolabile, ed impedendo col poter
dei^ leggi i decreti de’ padri, non rimaneva altra via da rintuzuraelo, se non
quella che un altro di eguale onore e potenza operasse in conurario, e
proibisse ciocch’ egli proibiva: consigliava inoltre che quanti prenderebbero
successivamente il consolato si adoperassero, e mirassero sempre ad avere
iàmigliari ed amici de’' tribuni, ripe tendo non esservi altr’ arte da
iuvalidame il potere, se non quella di ridurli discordi. II. Parve ai consoli
che Appio ben consigliasse, ed essi, e gii altri de’più potenti si afiàticarono
vivamente, perchè quattro de’ tribuni si dessero ai voleri del Se> nato. Or
questi cercarono alcun tempo persuadere colle parole Sicinio a desistere dalla
mira che i terreni si' dividessero innanzi la fin della guerra. Ripugnando e
giurando, e dicendo però costui protervissimamente, che vorrebbe piuttosto
vedere la città caduta in poter dei Tirreni e di altri nemici, che lasciare
placidi a sestessi que’ che godeansi le terre del pubblico, pensarono di
prender quindi la bella occasione di parlare, e di operare contro tanta arroganza,
non udita con piacere, nemmeno dal popolo. Adunque dichiararono che gliel
proibivano ; e fecero svelatamente, quanto piacque al Senato, ed ai consoli.
Dond’ é che Sicinio rimasto solo non era più 1’ arbitro di cosa niuna. Fecesi
dopo ciò la iscrizion dell’ annata, e si apparecchiarono dai privati, e dal
pubblico con ogni diligenza le cose tutte necessarie per la guerra. I consoli,
tirata a sorte la spe. 127 dÌEioQ loro, uscirono ben (osto all'aperto, Spurio
Furio contro le città degli Equi, e Fabio Casone contro i Tirreni.
Corrispondevano i successi appunto ai disegni di Spurio ; non avendo i nemici
nemmen cuore di venire alle mani : e potè di quella spedizione raccogliere
danari e prigionieri in buon numero ; imperocché per poco non scorse tutto il territorio
nemico, menando o portando via. Concedè tutte le prede in dono ai soldati : e
se parea già da gran tempo l’amico del popolo; più che mai se lo accarezzò con
tal suo capitanato. Del quale, finito il tempo, ricondusse l’ esercito intero,
inviolato, ricchissimo divenuto, alla patria. IIL Fabio Cesone diresse nemmeno
bene il comando deir armata, por andò privo delle lodi delle opere, non per
colpa sua, ma perchè fin d’ allora che fe’ giudicare, e dare a morte Cassio il
console, come intento alla tirannide, non avea più lafiètto del popolo. Donde
che li soldati suoi non erano disposti nè ad ubbidire colla prestezza la quale
abbisogna al duce, che ordina, nè ad espugnare con ardore quantunque muniti di
fòrze convenienti, nè a guadagnare colle insidie i posti opportuni al buon
successo, nè a fare cosa niuna dalla quale raccogliesse onore e fama buona pe’
comandi che dava. Le altre iocongruenze poi colle quali spregiavano esso
capitano erano per lui meno gravi, nè di tanta rovina per la patria. Se non che
quel che fecero in ultimo creò pericolo non lieve, e grande ignominia per
ambe> due. Imperocché scesi a battaglia campale fra i due colli su quali
alloggiavano diedero molte e splendide prove di valore, fin a scingere i nemici
a dar volta ; non però gl' inseguirono nella fuga, sebbene il capitano ve gli
scongiurasse, né vollero con fermezza asserliame gli alloggiamenli ; ma
lasciata la bell opera imperfetta, si ritirarono alle proprie trincee. Anzi
tentando il console capitano dire alcune cose : molti a gran voce ne lo
beffarono, e redarguironlo che avesse per la im> perizia sua nei comandare,
fatto tra lor la rovina di tanti valentuommi: ed aggiungendo altre maldicenze e
querele, esigerono che sciogliesse il campo, e li riconducesse a Roma, come
insufficienti ad una seconda battaglia, se il nemico su loro tornasse. Nè puntò
si pie garouo per le ammonizioni, nè si commossero pe’ g> miti, e per le
suppliche di lui, nè le grandi minaccie ne riverirono { ma sd^nandosene ognora
più si ostinarono. Per le quali cose tanta, e tanto universale fu la
insubordinazione, e il dispregio pel capitano; che le-vatisi intorno la mezza
notte, dismisero le tende, e raccolsero le armi ; trasportandone li feriti,
senza comando ninno. ly. Il duce vedendo ciò fu costretto dare il segno per
tutti della partenza ; temendo 1 audacia e l’ anarchia loro : ed essi come
salvatisi colla fuga, pervennero in gran fretta su 1’ alba presso di Roma. Le
guardie delle mura ignorando che fossero amici, brandirono le armi, e
chiamaronsi a vicenda ; e tutto il resto della ciltè si empiè di confusione e
tumulto, come per grande sciagura : nè si aprirono le porte, se non a di
luminoso, quando si ravvisò eh’ era 1’ esercito loro. Questo poi, Secondo ua’
altra leiione il teaio Mrebbe : ami tentando aieuni dare ai cotuoU nome d'
Imptradore ec. per tacere la infamia deli' abbandono del campo, corse a riscbio
non lieve, traversando disordinatamente di notte le terre nemiche. Imperocché
se gli emoli se ne avvedevano, e lo inseguivano, niente impediva che lo sterminassero.
Cagione, come ho detto, di questa irragionevol partenza, o fuga, fu l’odio del
popolo contr dei capitano, e la invidia su la onoriBcenza di lui, af> finché
più autorevole non divenisse per la gloria del trionfo. I Tirreni conosciutane
al quovo di la rimozione, spogliarono i cadaveri de’ Romani, presero e
trasportarono i feriti, e saccheggiarono nelle trincee tutti gli apparecchi,
certamente ben grandi, come per guerra diuturna. Alfine dopo avere, quasi
vincitori, depredate le terre nemiche più prossime, ricondussero in patria 1’
armata. V. Creati consoli dopo questi Cajo Malllo, e Marco F abio per la
seconda volta, siccome il Senato decretò, che marciassero contro Vejo con
armata quanta po> teano numerosa, intimarono il giorno per la iscrizioa dei
soldati. Ben pose loro Impedimento per questa Til>erio Pontificio T uno dei
tribuni con reclamare il de-creto su la partizione delle terre : ma essi, come
aveano fatto i consoli antecedenti, guadagnando altri de’ tribuni, disunirono
que' magistrati, e cosi diedero esecnzlone pienissima ai voleri del Senato.
Finita in pochi di la coscrizion militare, uscirono contro de’ nemici ;
conducendo ciascuno due legioni, reclutate dalf interno di Roma Catone Varrons]
Roma, e milizia non minore ; spedita dalle colonie e da’ sudditi. Giunse dai
Latini e dagli Emici il doppio del soccorso intimato, non però li consoli lo
usarono tutto, ma rimandandone la metà, li ringraziarono amplissimamente di
tanto buon animo. Accamparono innanzi di Roma una terza armata floridissima di
due legioni, per guardia del territorio, se mai vi si presentasse altro
esercito nemico improvviso ; e lasciarono a difenderne le fortezze e le mura
gli altri non più compresi nella iscrizion militare, ma validi ancora per le
armi. Quindi guidando gli eserciti fin presso di Vejo ne misero il campo su due
colli non molto lontani fra loro. Accampavasi davanti la città l’armata nemica,
numerosa e buona pur essa ; anzi maggiore non poco della Romana per esservi
accorsi i primarj di tutta la Etmria co'lor dipendenti. All’aspetto di tanta
moltitudine, allo splendore delle armi, assai temerono i consoli di non listare
a vincere, se metteano l’ esercito loro non bene concorde a fronte dell’
esercito unanime de’ nemici. Adunque deliberarono i consoli fortificare il
campo, e prender tempo, finché l’ audacia nemica, elevata da un irragionevol
disprezzo, desse loro la opportunità di ben fare. Seguivano dopo ciò preludj
continui di battaglie, e brevi scaramucce di soldati leggeri ; non però mai
nulla di grande o di lumino). VI. Mal soffrendo t Tirreni la dilazion della
guerra accusavano i Romani di viltà perchè non uscivano a battaglia, e
magnifica vansi, quasi avessero questi ceduta loro r aperta campagna. Anzi
tanto più si elevavano a spregiare le milizie nemiche e vilipenderne i consoli
;. 1 3 I quanto che credeano gl’ Iddj combattere pc’ Tirreni. E certo caduto un
fulmine nel quartiere di Cajo Mallio ]' uno de’ consoli, ne abbattè la tenda,
ne mandò sosso pra i focolari, ne macchiò le arme, le bruciò d’ intor no, o in
tutto glie le distrusse ; e ne uccise il più co spicuo de’ cavalli dei quali
valessi nel combattere, ed alquanti de’ servi. E condossiacbè gl’ indovini
diceano che i numi annunziavano la presa del suo campo, e la rovina de’
personaggi più riguardevoli ; Mallio levò l’ e centrò nel campo stesso del
compagno. I Tirreni conosciuta la traslazione, ed uditane la causa da’
prigionieri, s’ ingrandirono tanto più nel cuor loro, quasi il cielo ancora
guerreggiasse i Romani; e moltissimo confidarono di vincerli. E gl’indovini
loro i quali sembrano aver meglio che quelli di altri popoli esaminato i segni
superni, e d’onde scoppino i fulmini, e dove finiscano dopo il colpo, da qual
Dio vengano, e con quale presagio di bene o dì male; esortavano che si andasse
al nemico, inlerpetrando il segno avvenuto a’ Romani in tal modo : poiché il
fulmine cadde nella tenda consolare ov' è il centro del comando, e disfecevi
tutto insino ai focolari ; egli è indizio divino a tutto l’ esercilo deir
abbandono del campo espugnato a forza, e della rovina de' più riguardevoli. Se
dunque, diceano, coloro che ebbero U fulmine restavansi nel luogo fulminato, nè
trasportavano ciocci erano significato infra gli altri ; la presa di un campo,
e la distruzione di un’armata sola avrebbe appagato lo sdegno del nume cite U
contrariava. Ma perciocché cercando precedere col senno gli Dei si trassero aiì
aluo campo, lasciato deserto il proprio, quasi il segno celeste fosse pel luogo
non per gli uomini ; quindi è che [ ira ' dà' ina fulminerà lutti e chi trasmutatasi,
e chi li raccolse. E siccome mentre la necessità divina prenunziava la presa
del campo essi non aspettarono, ma lo cederono di per sestessi a nemici, così
non il campo abbandonato sarà preso di forza, ma quello che ricettò chi lo
abbandonava. I Tirreni, udite tali cose dagl’indovini, invasero con parte dell’
esercito il campo derelitto da’ Romani, per valersene, contro dell’ altro.
Erane il luogo ben forte, e mollo accomodato per impedire chi da Roma andava
all’ esercito. Fatte poi diligentemente altre cose colle quali superar l’
inimico, recarono in campo 1’ armata. Ma standosene i Romani in calma, i più
audaci fra loro scorsi e fermatisi a cavallo presso le trincee, rampognarono
tutti, quasi femmine : e dicendo simili i duci loro agli animali più timidi,
gli sbeffavano, e chiedeano l’ una delle due, vuol dire ; che se disputavano
altrui la gloria delle armi ; scendessero in campo, e ne decidessero con una
sola battaglia : ma se riconosceansi per codardi ; cedessero le arme ai più
forti, subissero la pena delle opere, nè più aspirassero a nulla di grande.
Replicavano altrettanto ogni giorno: ma per ciocché niente ne proGttavano ;
deliberarono rinserrarli intorno intorno con muro, per astringerli, almeno
colla fame, alla resa. consoli lungo tempo guardarono solamente ciocché
facevasi non per codardia nè per molIcsza, essendo Tuno e l’ altro animoso e
guerriero; ma perchè temevano il mal talento, e la ritrosia nata e perpetuatasi
ne’ soldati plebei fin d’ allora che il popolo tumultuò per la division delle
terre. Ancora stavano loro su gli orecchi, e su gli occhi le cose che avea
fatte nell’ anno precedente per astio sul console, vituperose né degne di Roma,
cedendo la vittoria ai vinti, e sostenendo fin gli obbrobrj di una fuga non
vera, affinchè colui non trionfasse. Vili. Volendo tor vii finalmente dall’
esercito la sedizione e richiamare alla concordia primitiva la moltitudine ; e
dirigendo a ciò tutti i disegni e le providenEe ; poiché non poteano ravvederla
uè co’ supplizj parEÌali come protervissima ed armata, nè co’ discorsi come
insofferente di essere persuasa, concepirono che due vie rimarrebbero per la
riconciliazione; vuol dire; la infamia di essere vilipeso da’ nemici per gli
uomini (che pur ce ne avea ) d’ indole moderata, e la necessitò, coi tutti
paventano, per gl’ indocili al bene. Adunque per effettuare ambedue queste
cose, lasciarono che i nemici li disonorassero colle parole, biasimando la
calma loro come la calma de’ vili ; e li necessitassero coi fatti pieni di
arroganza e disprezzo a tornar valentuomini, se tali non dimostravansi per
sestessi. Speravano, se ciò faceasi, grandemente che accorrerebbero tutti al
quarlier generale fremendo, gridando, ed istando di esser condotti al nemico.
Or ciò appunto addivenne ; imperocché non si tosto prese il nemico a
rinchiudere con fossa e steccalo le uscite dal campo, i Romani considerata la
indegnità dell’ opera, ne andarono prima in pochi, indi in folla alle tende dui
consoli, c vi schiamazzarono, e come di tradimento li redarguirono; protestando
infine die se niun de’ due li guidava, essi di per sestessi volerebbero colle
armi alla roano su gli avversar). Ciò fatto da tutti, giudicando i consoli
venuta alfine la opportunità che aspettavano, imposero agli araldi di chiamarli
a parlamento. Allora Fabio recatosi innanzi disse : Sohìati, capitani, tarda è
la vostra indignazione su vilipendj che vi si Jan da’ nemici ; nè più in tempo
è la volontà che at'ete di combatterli, pei'che m annestatasi troppo dopo il
bisogno. Allora doveasi ciò fare quaruìo li vedeste la prima volta scendete
dalle trincee, e cercar la batiaglia: jdllora bello era il combattere pel
comando, e degno della sublimità de’ Romani. Ora necessario ne si è reso, e
certo non di egtuile decoro, quatulo ancora vincessimo. Nondimeno sta pur bene
che vogliate una volta ri' scuotervi, e riavervi delle occasioni tralasciate, E
molto siete lodevoli per tale ardore verso le nobili gesta ; imperocché procede
da virtù, e vai meglio cominciar ciocché deesi aruhe tardi, che mai. Ed oh!
cosi tutti V abbiate sentimenti consimili per t util vostro, e vi animi tutti
uno zelo medesimo per combattere. Paventiamo noi però che i trasporti de’
plebei contro de’ magist rati per la division delle terre, siano cagione al
pubblico di sciagure, E ciò noi paventiamo, perché i clamori, e le istanze, e
la insofferenza per uscire, non è forse in tutti t ejffctto di un disegno
medesimo. Ma quali di voi anelale uscir dai campo per punir f inimico ; e quali
per fuggirvenc. E cagione del tintor nostro non sono già gl’indovini, non le
congetture; ma fetui più che notorj e non antichi, anzi freschi delt anno
precedente, come tutti sapete, quando uscendo contro questi nemici medesimi un
esercito nostro numeroso e forte, e pigliando fn la prima battaglia un esito
propizio per noi, mentre Cesane mio fratello, console condottiero poteva
espugnare gli alloggiamenti loro e riportare alla patria una vittoria luminosa,
alquanti presi da invidia della gloria di lui perchè nè era popolare nè mirava
nel suo governo a far le voglie de’ poveri, levarono le tende la notte stessa
dopo la battaglia, e fuggirono fuori di ogni comando, senza valutare il
pericolo che comprendevali nelf andare privi di ordine e di capitano per le
terre nemiche, e fra la notte, e senza riguardare quanta vergogna ri avrebbero,
perchè quanto era in loro, cedevano C impero a nemici, essi già vincitori ai
viziti. Tribuni, centurioni, soldati ! in vista di tali uomini, non buoni nè
per dominare, nè per farsi dominare, che pur sono molti e caparbii, e colle
armi, non abbiamo noi fin qui voluto la battaglia, nè osiamo ancora per tali
compagni decidere in campo la somma delle cose, perchè non sian essi tT
impedimento e di danno a chi presenta tutto il buon animo. Ma se la divinità
richiami ancor essi a buon senno, se, lasciate da parte le discordie per le
quali ha il nostro comune tanti mali e sì gravi, e differitele ai tempi di
pace, vorranno redimere ora col valore { obbmbrio passalo: niente impedisce che
ne andiamo caldi di belle speranze al nemico. Oltre le tante opportunità di
vinrere, le più. grandi e più solide ce le porge la stoli^ dità degli avversar]
medesimi. Costoro superiori a noi di molto nel n limerò, ed atti con ciò solo a
contrahhilanciare t animosità e perizia nostra, han privato sestessi fin di
quest’ unico vantaggio, consumando il più delle milizie in guardia delle loro
fortezze. Ap-presso, quantunque dovrebbero fare ogni cosa con diligenza e
saviezza considerando con quali e quanti grand uomini abbiano a misurarsi, pur
vanno conarroganza ed incuria al cimento, come sian essi invincibili, e noi
sopraffatti dal terrore di essi. E le fosse con che ci cingevano, e le corse a
cavallo fin sotto ai nostri alloggiamenti, e tan^ altre ingiurie colle parole e
colle opere, questo appunto dimostrano. Or via dunque, ciò riguardando e le
tante e sì belle antiche battaglie nelle quali gli avete vinti : andatene con
ardore a questa ancora. E quel luogo dove ciascuno sarà collocato, quello
concepisca essere la casa, i poderi, la patria sua : concepisca che chi salva il
vicino in battaglia salva sè ancora: e che abbandona sestesso a nemici chi
abbandona il compagno. Ilammentatevi soprattutto che di quelli che persistono
valorosi e combattono, pochi no soccombono ; laddove pochi ne scampano, e a
stento, di quelli che piegano, e figgano. X. Egli seguitava ancora, in mezzo a
lagrime copiose, tal discorso animatore, e chiamava a nome ciascuno de’
tribuni, de’ centurioni, e de’ soldati, nolo a lui per le belle prove di valore
date nel combattere, e prometteva a chi più segnalato sarebbesi nella batlaglia
molti e gran pegni di benevolenza, onori, r;c> cliezze, soccorsi d’ ogni
guisa in parità delle imprese ; quando proruppe da tutti una voce che inviuvalo
a con6dare, e portarli al nemico. Cessata questa, gli si fece innanzi dalla
moltitudine Marco Flavoleio, plebeo di condizione ed arteGcc, non vile però, ma
per le sue virtù pregiato, e prode in guerra ; e per tali due rispetti
condecorato in campo di una presidenza luminosa, cui sieguono ed ubbidiscano
per legge sessanta centurie. I Romani chiamano primipili nel patrio idioma tali
condottieri. Or quest’ uomo, altronde grande e bello, postosi in parte, donde
fosse a lutti visibile, alfine disse: K oi temete, o consoli, che le opere
nostre non corrispondano alle parole ? Io per il primo vi darò su mestesso le
assicurazioni meno equivoche della mia promessa. E voi cittadini, voi compagni
della sorte medesima, voi che avete risoluto di pareggiare ai detti le opere,
non sbaglierete facendo quanto io fo. E qui, sollevando la spada, giurò con
formola sacra e solenne ai Romani, per la sua buona fede, di non tornare, se
non dopo vinti i nemici, alla patria. Sorsero al giuramento di Flavoleio lodi
amplissime d’ogn’intorno. Fecero bentosto altrettanto i consoli e mano a mano i
duci minori, tribuni e centurioni ; e la moltitudine finalmente. Yidesi dopo
ciò molto buon animo in tutti, molta benevolenza fra loro, molta confidenza, e
fermezza. Partiti dall’ adunanza, chi metteva il freno ai cavalli, chi le spade
aguzzava e le lance ; e chi riforbiva gli scudi ; ond’ è che tra poco tutta 1’
armala fu in pronto per la battaglia. I consoli, invocali gl' Iddìi con voti,
con ugrifizj, con suppliche, perchè fossero i duci essi stessi di quella
uscita, portavano fuori degli steccati l’esercito, schierato in buon ordine. I
Tirreni vedutili scendere dalle loro trincee, ne stupirono, e vennero ad
incontrarli con tutte le forze, XI. Come furono gli uni e gli altri sul campo,
e le trombe annunziarono il seguo delta battaglia, corsero quinci e quindi con
alti clamori. E fattisi i cavalieri su i cavalieri, ed i fanti so i fanti;
pugnarono, e molu fu la occisione in ambe le parti. I Bomani dell’ala destra
comandati dal console Mallìo malmenavano il corpo che li contrastava, e
smontati da cavallo combattevano appiedo: ma quelli dell’ala sinistra erano
circondali dal corno destro de’ nemici. Imperocdiè essendo ivi la milizia
tirrena più elevata e più numerosa, i Romani ne erano battuti, e coperti di
ferite. Comandava in questo corno Quinto Fabio luogotenente e già due volte
console. Egli resistè lungo tempo, ricevendovi ferite sopra ferite ; ma poi
trafitto da una lancia nel petto fino alle viscere, esangue ne stramazzù. Come
ciò udì Marco Fabio il console che crasi ordinalo nel centro, pigliò seco i più
bravi, e, chiamato Fabio Cesone l’uno dei fratelli, marciò verso 1’ altro Fabio
. E proceduto buon tratto, e trascorso all’ala destra de’ nemici, venne a
quelli che circoudavano i suoi. Dato l'assalto, causò strage cupa a quanti avea
tra le mani, e fuga ad altri che erano da lontano. Trovato il fratello che
respirava Il ferito. Par questo il senso migliore. Nel testo si legge in luogo
di Fabio. Qui dunque si hanno tre Fabj, Marco, Quinto, c Cesone, fiaiclli lutti
tre. ancora, lo soUcTÒ; ma questi non molto sopravvivendo, morì. Crebbe qui
l’ira a’ vendicatori suoi su’ nemici. Nè più riguardando la propria salvezza
lanciatisi in piccieda sebiera nel mezzo di essi, dove erano più folti, vi
alzarono monti di cadaveri. Pericolò da questa |>arte la milizia toscana, ed
essa che prima incalzava en incalzata dai vinti. Per l’ opposto c|oelli
dell’ala sinistra che gii crollavano, e gii meticvansi in piega li dove era
Mallio, quelli fugarono i Romani contrapposti. Imperoo cbè trafitto Mallio con
una lancia da banda a banda in un ginocchi o, c riportato da’ suoi che lo
circondavano agli alloggiamenti ; i nemici lo credettero estinto, e se ne
animarono ; ed assistiti pur da altri forzavano i Romani, ridotti senza duce. I
Fal^ dunque lasdalo il corno sinistro furono di nuovo astretti a soccorrere il
destro. I Tirreni, vistfli che venivano con esercito poderoso, desisterono
dall’ inseguire : e strettisi fra loro, combatterono io ordinanza, perdendovi
molti de’ loro ; e molti nocidendovi de’ Romani. XII. Intanto i Tirreni ebe
avevano invaso gli alloggia menti lasciati da Mallio, aizaione il segnale dal
capitano, marciarono con gran fretta ed ardore verso gli altri alloggiamenti
Romani perchè non bene forniti di guardie. Era il loro concetto verissimo ;
perché tolti i triarj e pochi giovani, non v’ erano se non mercadanii, e servi,
ed artefici. Ma ristringendosi molti in picciolo spazio presso le porte, ebbevi
una viva e terribile zuffa con strage copiosa e vicendevole. Accotzo con i
cavalieri Mallio il console per ajuto ; cadde col cavallo, nò potendo risorgere
per le molle ferite vi morì. Perirono ancora intorno a lui molti giovani
valorosi : e per tale infortunio gli alloggiamenti furono espugnati ; vcriGcan
dosi cosi li vaticini fatti ai Tirreni. E se avessero ben usato la sorte
presente, e guardato quegli alloggiamenti; sarebbero stati gli arbitri delle
provvigioni de’ Romani e gli avrebbero costretti a partire obbrobriosamente :
ma datisi a predare le cose rimastevi, e li più a ristorarsi ancora,
lasciaronsi fuggir di roano una bella occasione. Imperocché nunziatasi appena
all’ altro console la presa del campo, accorsevi co' fanti e cavalieri
migliori. Li Tirreni saputo che veniva cinsero le trincee ; e fecesi battaglia
ardentissima tra chi voleva ricuperar le sue cose, e chi temea, se ricuperavansi,
1’ ultimo eccidio. Ma traendosi in lungo, e riuscendovi migliore assai la
condizione de' Tirreni, perchè combatteano da luogo elevato contra uomini
stanchi dal 'combattere di tutto il giorno; Tito Siccio legato e propretore,
consigliatosene con il console, intimò la ritirata ; e che si riunissero ed
attaccassero tutti le trincee dal canto più facile. Trascurò la banda verso le
porte per un discorso plausibile che non lo ingannò; per questo cioè, che i
Tirreni sperando salvaf&i, ne uscirebbero : laddove se di ciò disperavano
circondati da nemici senza uscita niuna; sarebbero necessitati a far cuore.
Portatosi in una sola parte l’assalto; non più si diedero i Tirreni a
resistere; ma spalancate le porte, salvaronsi ne’ proprj alloggiamenti. II
console, rimosso il pericolo, scese di nuovo a dar soccorso nel piano. Dicesi
che questa battaglia de’ Romani fu maggiore di tutte le antecedenti per la
mollltudine degli uomini, per la durazione del tempo, e per l’ alleraarvi della
sorte ; imperocché venti mila erano i fanti, tutti di Roma, floridi e scelti,
oltre mille dugento cavalli che univansi alle quattro legioni ; ed aU trettanta
era la milizia de’ coloni, e degli alleati. La }>attaglia conunciaia poco
prima del mezzogiorno si estese 6no air occaso, e la sorte ondeggiò quinci e
quindi gran tempo tra vittorie e tra perdite. Occorsevi la morte di un console,
di un legato, stato due volte console, e di tanti altri capitani, tribuni, e
centurioni, quanti mai piu per addietro. Il buon esito della giornata fu creduto
de’ Romani non per altro, se non perché li Tirreni fra la notte lasciarono il
proprio campo, e passarono altrove. Il giorno appresso fattisi i Romani a
saccheggiare il campo Tirreno abbandonato, e seppellire le morte spoglie dei
loro,tornarono agli alloggiamenti. Dove riunitisi a parlamento diedero i premj
di onore a quelli che avevano combattuto da valorosi, e primieramente a Fabio
Gesone fratello del console, che avea fatto grandi, e meravigliose gesta : in
secondo luogo a Siedo, cagione che gli alloggiamenti si ricuperassero ; ed in
terzo a Marco Flavoleio duce di una legione, si pel giuramento, che per la
magnanimità sua tra pericoli. Rimasero dopo ciò per alquanti giorni nel campo ;
ma ninno più dimostrandosi per combatterli tornarono alla patria. In Roma per
battaglia si grande laquale prendea fine bellissimo, voleano tutti aggiungere r
onor del trionfo al console che tornava : ma il console stesso noi consentì,
dicendo, non essere pia cosa, nè giusta, che egli s’ avesse pompa e corona
trionfale per la morte del fratello e del collega. E qui lasciate le insegne, e
congedalo 1’ esercito, depose ancora i) consolato due mesi prima del termine
suo, non po> tendo ornai più sostenerlo per la grande finta che lo
travagliava e riduoevalo in letto. Il Senato scelse gl’ interré pe’ comizj, e
convocando il secondo interré la moltitudine nel campo Marzo, vi fu nominato
console Tito Yerginio, e per la terza volta Fabio Cesone, colui che ebbe i
primi premj della battaglia ed era fratello insieme del console, che avea
deposto il comando. Questi, decidendo ciascuno per sé l’esercito col mezzo ddle
sorti, uscirono in campo, Yerginio per combattere i Yejenti e Fabio gli Equi
che scorrevano, depredando, le campagne Latine . Gli Equi all’ udire che i
Romani venivano, si levarono iu fretta dalle terre nemiche, e ritiraronsi alle
proprie città, sopportando che si derubassero le terre loro : tanto che il
console col subito venir suo s impadroni di danari, di persone, e di altre
prede in copia. Si tennero i Vejenti in principio tra le mura ; ma quando parve
loro di avere il buon ponto, usarono su’ Romani sbandati, ed intenti alla
rapina delie campagne. E perciocché piombarono numerosi, in buon ordine contro
di essi, non sedo ue ritolser le prede; ma uccisero, o fugarono quanti si
opposero. E se Tito Siccio legato non accorreva, e li frenava, con soldatesca
ordinata appiedi e a cavallo, niente .impediva che I’ esercito in tutto si
distruggesse. Ma giunto lui per impedir ciò, si affrettaci) Adoo di Room 37S
aecaudo Catone, 377 secondo Marrone e 479 av. Cristo] I 43 rono a rlunirsegli,
senza eccettuarne alcuno, tutti i dispersi. Coocenlralisi tutti occuparono a
sera un colle, e vi pernottarono. Animati dalla prosperità li Vejenti
accamparonsi presso del colle e chiamarono altri dalla città, quasi avessero
addotti i Romani in luogo, privo in tutto de’ viveri, e poiessero tra non molto
necessitarli ad arrendersi. Accorsavi gran moltitudine, si misero due campi ne’
lati possibili ad espugnarsi del colle ; ed altre picciole guarnigioni in siti
men facili ; tanto che tutto ribbolliva di armati. Fabio l’ altro console
intendendo per le lettere del compagno che gli assediati nel colle erano agli
estremi, e sul punto ornai di rendersi per la fame, se alcuno non li soccorreva
; raccolse 1’ esercito, e corse su’ Vejenti. E se giungeva un giorno più tardi;
niente gli sarebbe valuto, ma trovato avrebbe l’ esercito rovinato. Imperocché
quei del colle costretti dalla penuria ne uscirono per correre a morte più
onorata ; e fattisi alle prese co’ nemici, combattevano esausti dalla fame,
dalla sete, dalla veglia, da ogni disagio. Ma dopo non molto, quando videsi
l’esercito di Fabio che giungeva numeroso, in buon ordine, tornò la conBdenza
ne’ Romani, e la paura negli avversar). Dond’ è che i Tirreni più non
estimandosi acconci per fare giornata cx>ntro di un esercito fresco e
potente, abbandonarono l’ impresa, e partirono. Ma non si tosto le due armate
Romane si ricongiunsero, fecero un amplisnmo campo in luogo munito presso della
città. Trattenutisi quivi più giorni, e saccheggiatone il meglio del territorio
di Vejo; rimenarono in ‘patria gli eserciti. Avvedutisi i Vejenti che le
milizie Romane eransi levate dalle insegne, presa ia gioventù più spedita che
essi tenevano ia arme, e quanta ne era presente de’ loro vicini, si gettarono
su campi confinanti, e li depredarono pieni di fratti, di bestiami, di uomini ;
per essere i contadini calati da’ castelli a pascere i bestiami c lavorare le
terre su la fiducia che aveano nell’ esercito Romano trincierato innanzi di
loro. Non eransi questi ai partir dell’esercito affrettati a ritirarsi colle
cose loro, non temendo che i Vejenti, tanto danneggiati, dessero cosi pronta la
ripercossa a’ nemici. Fu la irruzione de’ Vejepti piccola se se ne guardi il
tempo ; ma grandissima per la quantità de’ campi saccheggiati : ed avanzatasi
fino al Tevere verso il monte Gianicolo a meno di venti stadj da Roma ; le recò
dolore e vergogna insolita ; non essendovi sotto le insegne milizie che
impedissero a quella di estendersi. Cosi l’esercito de’ Vejenti prima che
queste si riunissero ed ordinassero, corse desolando, e parti. XV. Adunatisi
quindi il Senato e i consoli, c datisi a considerare in qual modo fosse da far
guerra a’ Vcjenti ; prevalse il partito di tener ne’ conOni milizie di
osservazione pronte sempre in campo per la difesa del territorio. Couturbavali
che grande ne diverrebbe il dispendio, laddove l’ erario era esausto per le
imprese continue, nè più bastavano i beni ai tributi ; e molto più contnrbavali
la recluta di tali presidj da spedirsi perocché ninno voleva star in guardia
per tutti: dovendosi travagliare non a volta a volta, ma sempre. Essendo per
tali due cause mesto il Senato; i due Fabj (a) 1 due Fabj sono Marco Fabio, e
Fabio Cesoue nomiaati di topna.; 145 convocarono qnanti partecipavano il loro
lignaggio. Con saltatisi, promisero al Senato di andare spontaneamente essi per
tutti a tal rischio, conducendo seco amici e clienti, e militandovi a proprie
spese ; finché durerebbe la guerra. Ed esaltandoli per la disposizion generosa,
e contando tutti di vincere anche per (jnesta opera sola, pigliarono essi
famosi in città le aripe tra’sagrifizj e tra i voti, e ne uscirono. Era duce
loro Marco Fabio il console dell’ anno precedente, quegli che vinse i Tirreni
in batuglia. Esso menava presso a poco quattro mila, clienti per la maggior
parte ed, amici, ma trecento sei ve n’ erano delia stirpe de’Fabj. Usci non
molto dopo su le orme loro l’armata Romana, comandata da Fabio Cesone, Tuno de’
consoli. Avvicinatisi al Cremerà, fiume non molto discosto da Vejo,
fordficaroiio su di una balza precipitosa e dirotta un castello opportuno a
difendere tante milizie, e vi scavarono intorno doppie fosse, e vi elevarono
torri froquenti. Cremerà fu nominato ancor esso il castello dal fiume. E
conciosnachè molti esercitavano, ed il console stesso coadiuvava quel lavoro,
fu terminato prima che noi pensassero. Allora cavò r esercito, e marciò su 1’
altra parte alle terre dei yejenti, poste incontra al resto della Etruria, dove
quelli tenevano i bestiami, non aspettandovi mai l’arme Romane. Fattavi gran
preda se la recò nel nuovo castello, esultandone per due cause, cioè per la
vendetta non tarda pigliata su’ nemici, e per 1’ abbondanza che dava
copiosissima ai soldati che lo presidiavano, percioc chè niente ne riservò per
l’ erario, o ne dispensò tra lo DIONIGZ, tomo in. 1 sue milizie, ma tulio
concedette a quelli che guarda^ vano la regione, greggi, giumenti, gioghi di
buoi, ferramenti, e quanto era utile per la coltura. E dopo ciò rlmenò 1’ esercito
a Roma. Erano dopo fondato il cartello i Vejenti a mal termine ; non polendo nè
lavo t^re con sicurezza le terre, nè ricevere esterne vetto> vaglie.
Imperocché li Fabj diviso in quattro parti la gente loro, con una difendevano
il castello, e le tre altre scorrevano la regione nemica pigliando, e
traspor> landò. E quantunque molte volte i Vejenti gli assalirono con truppe
non poche nell’ aperto, e se li tirarono dietro in terre piene d' insidie ;
essi nondimeno vinsero r uno e r altro pericolo ; e fatta glande uccisione, n
ricondussero salvi al castello. Pertanto non osavano più li nemici d’
investirli, ma tenendosi per Ib più tra le mura, np faceano furtive sortite. E
cosi ne andò quel r inverno. XVI. Entrati l’anno appresso (a) in consolato
Lucio Emilio, e Cajo Servilio, fu nunziato a’ Romani, che i Volsci e gli Equi
eransi convenuti di portare su loro la guerra, e d’ invaderne tra non molto le
terre; e verissimo ne era 1’ annunzio. Imperocché, armatisi gli uni e gli altri
prima dell’ aspettazione, corsero, e devastarono, ciascuno, la regione vicina a
sestesso, persuasi che non potrebbono i Romani combattere in un tempo i
Tirreni, e rispiiigere altri che gli assalissero. Poi so Cioè quelli i quali
prcaidiavauo il casiello aoUo gli auspicj di Marco Fabio. Roma Catone Varroae]
{iravveiiendo altri ridicevano che I’ Elriiiia tutta levavasi in guerra coulro
i Romani, e preparavasi di s[>edire ia comune un soccorso a’ Vejenti. Or lo
avevano i Ve> jenti f incapaci di espugnare il castello, imploralo qu>
sto soccorso ; commemorando la unità del sangue, 1’ amicizia, e le tante guerre
che aveano insieme combattute. Anzi aVeano dimandata l’ alleanza loro nella
guerra co’ Romani non si per questi riflessi, come per quello ancora, che i
Vejenti erano su la frontiera dell’ Etraria ; e frenavano una guerra, che
versavasi da Roma su tutta la nazione. Convinti di tanto i Tirreni promisero
mandare tutti i sussidj che richiedevano. Per 1’opposto il Senato, informatone,
risolvette spedire tre eserciti. Ed arrolate in fretta le milizie; fu spedito
Lucio Emilio sa i Tirreni. Usci pur con esso Fabio Ceso ne, colui che avea di
fresco deposto il comando, ottenuta dal .Senato la facoltà di ricongiungersi in
Cremerà, e partecipare t pericoli della guerra colle genti Fabie che il
fratello aveaci condotte in difesa del luogo : ma egli v’ andava co’ suoi
compagni ornato di autorità proconsolare. Cajo Srrvilio l'altro console marciò
contro i Volsci, e Servio Furio proconsole contro gli Equi. Seguivano ciascun
di essi due legioni Romane, e truppe alleate non minori di Eroici, di Latini, e
di altri. Servio il proconsole espedì la guerra con termine rapido e lieto ;
perciocché fugò gli Equi con una battaglia, e senza stento ; impaurendoli al
primo investirli : e poi rifuggitisi questi ne’ luoghi forti ; ne devastò le
campagne. Ma Serviliu il console fattosi a combattere con fretta ed orgoglio,
incontrò ben altra sorte da quella che ne aspettava: Opposiiglisi i Volsci
bravissimameote, vi perdette molti va lentuomini: tanto che si fidasse a non
far più battaglia: ma standosi negli alloggiamenti, deliberò di mantenere la
guerra con tenui mosse e scaramuccie de’ soldati leggeri. Lucio Emilio mandato
nell’ Etruria, trovando accampati innanzi della città li Yefenti con grandi
rinforzi di quella nazione, non indugiò per imprendere : ma dopo un giorno da
che erasi trincerato, presentò le schiere in battaglia. Vi si lanciarono' i
Vejenti arditissimamente: ma divenuta questa eguale in ambe le parti; prese i
cavalieri, e. gli avventò su 1’ ala destra de’ nemici ; e perturbatala; corse
su la sinistra, combattendo a cavallo dov’era luogo da cavalcarvi, e dove no,
smontando, e combattendo a piede. Venute in travaglio ambedue le ale, nemmeno '
il centro potè più sostenersi, forzato dalla fanteria : e fuggirono tutti verso
gli alloggitrmenti. Emilio allora gl’ inseguì con le milizie ordinate, e molti
ne uccise. Giunto presso gli alloggiamenti diedevi con mute continue 1’
assalto, ostinandovisi tutto quel giorno e la notte seguente : finché nel
giorno appresso languendo i nemici pel travaglio, per le ferite, e per la
veglia, se ne impadronì. Quando i Tirreni videro i Romani trascendere le
trincee, le abbandonarono, e fuggirono quali in città, e quali a’ monti vicini.
Tennesì il console per quel di negli alloggiamenti nemici ; ma nel giorno
prossimo onorò con doni convenienti i più segnalati in combattere, e concedette
a’ soldati quanto era ivi stato lasciato, giumenti, schiavi, c tende piene di
ogni ricchezza. E 1’ esercito Romano se ne ricolmò quanto non mai per altra
battaglia; impe 1 4p rDcclièJi Tirreni vivono vita delicata e sontuosa in
patria, ed in campo ; e portan seco, non che le cose necessarie, suppelletlili
ancora di pregio e di artifizio, ond’ esserne in piaceri e delizie. Ne’ giorni
appresso stanchi da’ mali i Vejenti spedirono ambasciadorì i più anziani della
città cq^ modi de’ supplichevoli per trattare intorno la pace col console. Or
questi sospirando, prostrandosi^ e dicendo,^ tra molte lagrime, quante cose mai
sogliono impietosire; indussero il console a questo, che permettesse loro
d’inviare oratori a Roma per dar fine in Senato alla guerra : e che non
danneggiasse in tanto la terra loro, finché ne tornassero colie risposte. Ad
ottenerne però questo, promisero, come volle il vincitore, dar grano per due
mesi, e danari per sei pe’ stipeudj di tutta V armata. E portate, e ricevute, e
dispensate tra' suoi tali cose, il console conchìuse con essi la tregua. Il
Senato, uditi gii ambasciadori, viste le lettere del console che molto pregava,
e raccomandava che si finisse il più presto la guerra co’ Tirreni ; deliberò
dar la pace che dimandavasi : e che nel darla il console Lucio Emilio
stabilisse le condizioni che gli sembrasser migliori. Il console a tale
risposta si concordò co’ Vejenti, facendo una pace anzi umana, che utile pe’
vincitori, senza riserbare per essi delle terre, senza impor nuòve multe, nè
garantire i patti cogli ostaggi. Or ciò lo mise in grand’ odio, e fu causa che
non avesse dal Senato ringraziamenti, come savio nel procedere suo. Imperocché
chiese il trionfo; ed i padri si opposero ; incolpando 1' arbitrio de' suoi
trattati, definiti senza il pubblico voto. AlìGaché però nou sei prendesse ad
ingiuria, nè sen corucciasse ; lo destinarono a portare le armi contro de’
Volaci in soccorso dell’altro console, perchè, come fortissimo nomo eh’ egli
era, desse ivi, se poteasi, buon fine alla guerra, e dissipasse 1’ odio dell’
azion precedente. Ma costui sdegnato sa la negazion degli onori fece presso del
popolo lunga accasa de’ senatori, cpiasi dolesse loro che spenta fosse la
'guerra co’ Tirreni. Diceva, che ciò facevano ad arte in conculcaménto de
poveri, perchè i poveri, delusine già tanto tempo, non insistessero per la
division delle terre, se tornavano dalle guerre di fuori. Queste e simili
contumelie lanciò con indignazione vivissima su’ patrizj, e sciolse 1 armata
che avea con lui combattuto, e richiamò, e congedò 1’ altra che era tra gii
Eqni sotto Furio proconsole. Con die renelle conti ricchi i poveri. Presero
quindi il consolato Cajo Orazio, e Tito Menenio nella olimpiade settantesima
sesta, quando vinse allo stadio H. P. GRICE STAGE STADIUM Scamandro da
Mitilene, essendo in Atene Fedone P arconte^ Il torbido interno impedì questi a
principio ne fatti del comune, fremendo la moltitudine, nè tollerando che si
fornisse niuna pubblica cosa innanzi la divisione delle terre. Ma poi, vinto il
popolo dalla necessità, lasciò quanto facea sommossa e tumulto, e ne andò
spontaneo in sul campo. Imperocché le undici popolazioni Tirrene non comprese
nella Roma Catone Varrone. stimi molto potere ai tribuni di malignare doni
contro del Senato,, e di alienare n ciò principio alla guerra. Levaronsi, ciò
convenuto, dal par- lamento. Indi a non mollo spedirono i Yejenti a raddo
mandare' da’ F abj il castello, e già tutta 1' Etruria era sa r arme.I Romani,
conosciuto ciò per lettere spedite da’ F abj, decretarono che uscissero ambedue
i consoli r uno alla guerra che sorgea dall’ Etruria, e 1’ altro a quella che
ardeva già co’ Yolsci. Orazio marciò con due legioni e con truppe alleate ben
forti contro de’ Yolsci, Menenio dovea con altrettanta soldatesca incamminarsi
contro r Etraria. Ma intanto che si apparecchia, e s’in> dogia ; il castello
di Cremerà fu preso, e distratta la stirpe de’ F abj. La sciagura de’ quali si
narra a due modi r uno non persUadevole, 1’ altro piò prossimo al vero. Io gli
esporrò tutti due, come gli ebbi. XIX. Narraoo alcuni che sovrastando no patno
sagrideio che doveasi porger da’Fabj, uscirono gli uomini con pochi clienti per
compierlo, ed andarono, senza esplorare le strade, non ordinati sotto le
insegne, ma incauti e negligenti, quasi passassero terre amiche, nei giorni
lieti della pace. I Tirreni, saputane anzi tempo r andata, disposero tra via le
insidie con parte dell e> sercito, mentre 1’ altra parte veniva in ordinanza
non molto addietro. Approssimatisi i Fabj, sorsero i Tirreni dalle insidie, e
gl’ invasero di fronte, e di fianco ; assalendogli non molto dopo da tergo il
resto de’ Tirreni. Circondatili d’ ogn’ intorno con fionde, con archi, e dardi,
e lance ; gli uccisero tutti colla moltitudine dei colpi. Or tale racconto a me
sembra poco persuasivo. Imperocché non par verisimile, che tali uomini, addetti
com’ erano alla milizia, ne andassero dal campo in città senza il voto del Senato
per sagrìficarvi ; potendo il santo rito fornirsi per altri del lignaggio
medesimo, già provetti negli anni. Che se tutti erano partiti d Roma senza che
stesse ne’patrj lari alcuno de’ Fabj; nemmeno può credersi, che uscissero dal
castello quanti di questi il guardavano; imperciocché se ne andavano tre o quat
tro, bastavano a compiere il santo rito per tutta la prosapia. Per tali cagioni
a me non sembra credibile questo racconto. L’ altro che io reputo piò
verisimile su la distruzione di essi, come su la presa del cartello, così
procede. Andando questi di tempo in tempo per foraggiare, e. spandendosi ognora
più da largo, come quelli che prosperavano ne' tentativi ; i Tirreni, raccolte
gran forze,, si accamparono, senza che il nemico ne sapesse, in luoghi vicini :
poi facendo uscire da’ castelli masse di pecore, di buoi, di cavalli, come per
pascere, accendevano i Fabj ad invaderli: ond’ è che venendo questi predavano i
pastori, e menavano seco i bestiami. Davano i Tirreni di continuo tal ca,
traendo i nemici sempre piii lontani dal campo : or quando ebbero con gli
allstlameoti perpetui dell’ utile rallentate le provvidenze loro per la
sicurezza; misero di notte gli agguati in luoghi opportuni, intanto che altri
stavano su le allure per esplorare. Nel giorno appresso mandali innanzi alcuni
soldati, come per difesa de’ pastori, cavarono mollo bestiame da’ castelli.
Come fu nunziato ai Fabj, che se andavano di ià dai colli vicini, troverebbero
ben tosto il piano ripieno d ogni bestiame senza valida guardia : lasciarono
nel castello un idoneo presidio, e vi si diressero. E trascorrendo frettolosi,
ardenti veri, e dicendo opera loro, quanto è l’opera di 'una sorte
improvveduta, ed inevitabile ; li renderono insolenti, se già erano esasperati.
Fra tanti mali i consoli spedirono con molti danari chi comperasse grano dai
luoghi vicini : e comandarono che chi teneane in casa oltre i bisogni moderati
della vita, lo recasse al pubblico: e destinatone i prezzi convenienti, e fatte
queste e cose altrettali, ammansarono i poveri che si sfrenavano, e si rivobero
di bel nuovo agli apparecchiamenti delia guerra. E certo tardando a giugnere le
vettovaglie di fuori, e finite in breve le interne, non aveaci altro scampo da’
mali: ma doveasi neceariamente o rischiare tntte le forze e snidare i nemici
dai territorio, o morire tra le mura per le discordie e la fame. Adunque
elessero farsi incontro ai nemici, come al meno dei mali. E levatbi di città
coll'esercito valicarono circa la mezza notte su picciole barche il fiume, e
prima che il giorno fosse luminoso, già teneano il campo presso a’ nemici.
Donde cavato nel giorno appresso 1’ esercito, 1’ ordiua Di ani illiberali •
sordide. Silbtirgio inleade (|r. Quindi è che se dividasi 390U per laS risulta
-i6. Casaub. le trasmutarono in, àlire di pecore e’ buoi, tassato anche il
numero di questi per le ammende avveniife, che i magistrati imporrebbero su’
privati. La condanna di Menenio fa causa che i patriaj si sdegoas'sero col
ppolo, nè più gli permettevano di fare la divisione delle terre, nè voleano in
cosa ninna condiscendergli. Ma tra non' molto lu potilo il pplo de’ suoi
giudizj, appunto nell’ udire la morte di Menenio.. Imperocché non crasi questi
mal p(ù veduto nelle adunanze, o" ne’ pubblici luoghi: e polendo pagare
l'ammenda (giacché non pochi de’ suoi eran pronti a soddisfarla pr esso ), e
con ciò non perdere' niun pubblico diritto j non volle : ma giudicando pri la
ingiuria alla morte; si tenne in casa, nè più ammise prsona, e rifinito dal
dolore e dalla ’ fame ' abbandonò la vita. E tali sono le Operazioni di quest’
anno. Divenuti consoli Pulsilo Valerio Poplicòla e Cajo Nauzio, fa condotto a
giudizio capitale anche un altro patrizio Servio Servilio, console dell’anno
precedente, non laokò -dopo che aveva lasciato il coma'udo. Due tribuni Ludo
Cedicio, e.Tito Stazk) erano quelli che lo accusavano’ al popolo chiedendo
ragione non d' ingiustizia alcuna, ma degl’ infortuni suoi, perchè nella
ballagUa co’ Tirreni spintosi egU fin sotto alle trincee nemiche con più ardirò
che prudenza, e rincalzatone da quei d’ entro' che ne uscirono in copia, vi
prJetle il meglio de’ giovani. Questo giudizio parve ai patrizi il più duro di
tutti.' E congregavansì, e doleansi, Abdo di Roma 979 Mcoado Catoast aSi
secondo Varrone, e 473 >r. Cristo] lG5 è teneano per gran male se il bell’
ardire, e il non ri cu sarsi ai pericoli accusarasi ne’ capitani che non tro
vavan propizia la. sorte, e da quelli che non erano nemmeno stati ne’ perìcoli
: dicevano, che qne’ giudizj aarebbero, coni’ era verìsimile, cagione di timori
e di ignavia ne’ comandanti, e di non &r loro mai piu con cepire nuovi
trovameoti : che perita ne sa.rebbe la libertà, come annientata.!’ antorità del
capitano. Ed insistevano caldamente presso la plebe >. perchè non conrebbe
il . danno se puoi vanti i dttci > pe’ successi non buoni. Venuto il tempo
del giudizio, fattosi innanzi Lneio Cedicio, uno de’ tribuni, accusò Servilio
di avere per imprudenza ed imperizia di comando menata i’ armata incontro a
pericoli manifesti, e rovinato il Bore della repubbnca : tanto ohe se informalo
beo tosto il console ' compagno della sciagura volando a lui coll’esercito, non
respingeva i nemici, e salvava i suoi; niente impediva che non fosse disfatta
anche tutta 1’ altra milizia, e che in avvenire per metà decadesse, non che si
ampliasse la'' potenza di Ronìa. E cosi dicendo presentava per testimOnj i
centurioni, quanti ve n’ erano, èd alcuni soldati, i quali, volendo rilevare
sestessi dall’ infamia della disfatta e della foga, d’ allora, versavano sul
capitano là colpa degl’ infortito) del combattimetnto. Quindi inspirando viva
compassione, verso gli estinti in quella giornata, exl esagerando quel male, ne
ricordò con. molto .disprezzo ancor altri, i quali detti in comune contro i '
patrìzj, scoraggiavano chiunque di loro volesse intercedere per Servilla ; é
dopo ciò gli concedè la diiE Servilio pigliando a difendersi disse ^ Ciftadini,
se mi chiamale al giudizio, e cìuedete ragione del "mio capitanalo ; san
pronto, a renderla : ma se mi oliiàmate ad una pena già risoluta, e' mente pift
giova eh’ io dimostri che non v oJ[esi; prendete fusa-, temi come avete già
stabilito. .Egli'è pur meglio eh’ io mora non giudicato cK ottener le difese,
nè persua-, dervele ; perciocché sembrerei patir con giustizia ogni cosa che su
me sentenziaste. Altronde voi meno sa~ rete colpevoli, se togliendomi le
difese, jnentre oscura ancora c la mia colpa, se colpa ho mai fatta ; secondate
1 vostri risentimenti. Il pensier vostro' dalla vostra udienza mi -sarà chiaro
: il silenzio o' il tumulto mi saran d argomento se m’ avete alle ^scolpo
chiamato, o alla pena. E biò detto si tacque. E fatto silenzio, e gridando ben
molli che facesse, cuore, e dicesse ciocché voleva, cosi ripigliò: Cittadini,
se .voi siete i‘ giudici, non i nemici miei ; di leggeri spero XOftVincervi,
che non v’ oj^esì ; e comincio da ciò cito' tutti sapete. Io fui scelto console
’coll ottimo V-erginio, quando i Tir^ reni fortificatisi nel colle imminente a
Ronìà, domi navano, tutta intorno la campagna, sperandosi di abolire ben tosto,
ambe il vostro f principato. Eravi in città fante, discordia, defeienza onde
risolvette. Incontratomi in tempi così. turbati e terribili ruppi, unito al
collega, due volte in battaglia i nemici, e gli astrinsi a lasciare, il
castello, 'che guardavano. Feci dopo non molto cessare la fame, ricondotta t
abbondanza npl Foro, e consegnai d consoli susseguenti sgombro da’ nemici il
territorio che n’ era pie-HO, e Roma sana da tutti i mali politici, i cot
pipopoU l’ avea/io inabissata. So dunque non è de^ litio vincere gt inimici, e
di che mai son io ’^lpevole presso vai ? O conte ha Servilio offeso il popolo',
se alcuni bravi incontraron la morte col, maU:hio combai tere ? Già non v’ è
niun Dio che asiicuri ai capitani la vita de suoi militari ; nè prendiamo, d,
comando con patti e formale di vincer lutti i nemici ^ e non perdervi aldino
de' nostri. E chi mai, s egli è uomo^ chi si offrirebbe di riunire in sè tutti
i bei tratti di consiglio buono, e di sorte ? Anzi i grandi risuUad con
pericoli grandi s' ottengono. Nè già io sono il primo éte m’ avessi tale
ÒKonlro in combattere, ma se l ebbero, dOei, quanti fecero pericolose battaglie
con poche schiere contro lè molte nemiche. Incalzarono alctzni i nemici, e poi
furono incalzati: ne uccisero, e ne furono decisi, anche in più nurhero.siri
capitani, riuscitici altri con termine buotto, ‘altri con doloroso ? E perchè
dunque^ lasciate gli altri, e me 'giudicale ; se a norma ponderale delle leggi
le opere, non degne della sapienma e del capitanato ? Quante imprese più audaci
ancor della' mia cadde in pensiero capitani^ di compierle, quando la
circostanza non ammetteva consigli sicuri,' é già maturati^ Chi strappando le
insegne dalle. mgni de' soldati, le gittò fra nemici, perchè i suoi scoraggiati
ed intimoriti d -rìànimassero a forza, istruiti, che chi non salvatale ne
avrebbe morte ingloriosa dal comandante, jiltri scorrendo sul territorio
nemico, ucdicarono e ruppero i ponti de' fiumi valicati, perchè i soldati non.
vedessero scampo nella fuga, se la tramavano, e com^battessero coji ardore e
ferrnezza. Altri dando alle fiamme le bagagUe e le tende, necessitarono ' i
suoi a ritrovare nelle terre nemiche quanto lor bisognava. 'Lascio' mille altre
imprese', audaci tutte, ed ideate da capitani, che ió .potrei pur dire 'su la
storia, e su la sperienza, e per le quali ninno mai, faUilagli .la prova,
soggiacque alle pena E già niuno può redarguirmi che mettendo i compagni ad
aperto pericolo, io xnen tenessi lontano. Se io mi vi esposi cogli .altri, se
ultimo me ne ritolsi, se vi 'corsi la sorte comune di tutti ; e diche • sono io
reo ? Ma basti il fin qui detto su me. Voglio ora dirvi alóune poche cose
intorno del Senato e de’ patrizj, perocché f odio pubblico contro di loro per
la division sospesa àeUe terre deot neggìa eutcora a me, nè l accusatore mio
occultò que-^ sto facendomene parte non piccola delt accusa. E questo dir mio
sarà libero ; giacché diversamente nè io saprei parlarvi, né > voi
profittarne Popolo! voi nè giusti siete nè retti non rendendo grazie al Senato
de' tanti e 'grandi benefit j che ne aveste ; e sdegnandovi che non 'per
invidia ma per calcolo di ben pubblico, vi si oppone .in cosa che' dimandate,
la quid conceduta tusai nocerebbe '.al comune. Piuttosto dovevate accettarne i
consigli pome' nati -da principj sol dissimi, pel bene di', tutti, e tenervi
dalle sedizioni'} 0 se non potevate con tal sano discorso frenar gli appetiti,
t non sani, dovevate implorar te dimande, persuadendo, non violentando,
Imfièroechè li doni spontanei titnpettp de’ violenti son più cari per chi li
dona y e più stabilì per . chi. H riceve.. Or • voi, viva Dio, non ' avete ciò
cónsiderato : nia commossi ed inaspriti dai capipopolo,. come il mare dai venti
che insorgano, F un. dopo F altro, non avete lasciato che la patria riposasse,
nemmen picciolotempo.,, tra la xoima, 'e il sereno. Dondt è che. noi. dobbiam
pensare migliore per noi la guerra, che la pace ;^iacchà nella guerra
maltrattiamo i nemici, ma gli amici nella pace. Se voi lipulate tutti burnii e
lutti utili, come sono, 1 decreti del Senato ; perchè, non avete riputato tale
anche questo ? E se credete che il Senato non provveda con semplicità, mq che
male, e vituperosamente amministri, 'perché noi degradate / voi tutto, e ven
prendete le cariche, e consultate e guerreggiale voi per la potenza di Roma,
ma, lo stuzzicate, e lo indebolite poco a poco, chiamandone i personaggi più
illustri in giudizio? Certo sarebbe pur meglio che fos situo tutti insieme
combattuti, che càìunmati ad -uno ad uno. Sebbene, non siete voi, con’ io
diceva, la cagione di ciò, ma i capi del popolo che vi sommovano, non sapet^o
essi nè ubbidire y nè comandare. E per ciò che spetta alla loro imprudenza ed
impe^ rizia', già più volte sarebbefi la nave rove^aicita. Eppure il Senato che
ha riparato tante volle i loro sbache. fa che la vostra repubblica navighi
rettamente, ' ascolta ^ peggio della maldicenza da loro. Or queste cose, vi
piacciano o no-, le ardisca io dire con ogni verità: e vorrei piuttosto
morire;, videndorm di una libertà 'profittevole ab pubblico {. che salvarmi
adulandovi. G}si, dicendo,, senza volgei^i a lamentare o deplorar la sciagura,
senza uniilianti a suppliche, e proslrai^ioni non degne y e senza' ..palesai^
affezione alcuna men che generosa, lasciò che parlassero gli altri, 'dogliosi
di ' coadiuvarlo arringando, o testificando: Lui di scolpavano, molti che eran
presenti, singoK\rmente Ver giuio, gii cpnsòle. co'n euo lui, riputato l’autore
della vittoria! Coitui non solamente dimostrò Servilio irreprensibile, ma degno
che si encomiasse ‘ed otiofasse come peritissimo in guerra, e savissimo tra’
capitani. Diceva che se credeano buono iì termine della gaerra dovevano
ringraziar lutti due ; o tutti dile punirli se sci aurato ; giacché avevano
.tntti;.dne avuto 'doiiiu ni i consìgli, le opere, la fortuna. Commovea non
solo il discorso di lui ma la vita intera, speriménUtta in tutte le belle
ationi. A^iungevasi, ciocché ispirò piò compassione, la forma addoloievole,
(piai suoL essere in qiielli che han sofferto, o siano per soffrire tamii
terribilL Tanto che li' congiunti degU uccisi, quelli che pareano più.
implacabili contro 1 autore tl^l danuo, Ia sciaronsi vincere-, e deposer lo
sdegno che ne aveano manifestato ; imperocché qinna tribù nel dare il voto ló
diede per la condanna. E tal fu la fine de’ pericoli di Servilio. Marciò non
mólto dòpo contro i Tirreni r armata Romana sotto gli auspicj dei console
Pubfio Valerio, perocché si era d^ bei nuovo levau in arme la città di Vejo,
ubendpsde i Sabini, alieni fino a quei giorno di unirsele, quasi aspirasse cose
impossibili : quando però vider(> Menenio in fuga e presidiato il monte
prossimo a Roma, giudicando ^ scadute le forze Romane, e sbaldanzito 1’ animo
di quella 'repuUilica, eoncertaronsi co’ Tirreni, spedendo loro milizie numerose.
I Vejenti confidati su le schiere proprie e su quelle giunte di fresco^ da’
Sabini frattanto che aspettavano le ausiliarie degli altri Tirreni anelavtino,
di volarsene a Roma col più dell’ esercito, quasi ninno, ne uscirebbe a
combattere, ma dovessero per assalto espugnarla, o ridurla con la fame.
Indugiandosi però essi ed aspettando i confederati, lehti a ingiungersi,
Valerio ne prevenne i disegni, guidato contra loro il fiore de’ Romani, .e gli
alleati, con sortita non manifesta, ma occulta quanto polevasi. Imperocché
.uscito da Roma sul far della sera, e valicato il Tevere ; si accampò non
lontano dalla città. Poi levando F esercito su la mezza notte, si avanzò con
marcia oi-dinata; e prima che fosse il giorno, investi r nna de’ campi nemici.
Erano due questi campi ; di^ sgiunti, ma non molto, fra loro, l’ uno de’
Tirreni, r altro, de’ Sabini. Fattosi primieramente stil campo Sa bino,
assalirlo fb prenderlo ; ''dormendovi i più senza' guardia sufficiente, 'come
in terra amica, e liberi da ogni sospetto, nwntre non si annoqziavano in parte
ai cuna i nemici.Preso il campo, quali furono uccisi tra il sonno, quali ^orti
appena’, o mentre si armavano, e quali armati già, mal resistendo disordinati e
dispersi: la -più parte peri, fuggendo verso .1’ altro campo,' sorpresa dalla
cavalleria. Valerio', invaso' il 'campo Sabino, marciò su r altro de’ Vejenti,
postisi in luogo non abbastanza sicuro: ma non poteano più gli assalitori
ghingeM oc-' culti, per essere il giorno già chiaro ; e datoyi da fnggitivi r
avviso della strage Sabina, e di quella imminente ai Tirreni. Pertanto eca
necemario andar con fortezza al nemico. 'Ecco dunque resistere con ardore sommo
i. Tirreni avanti j^i alleggia'menti, e fervisi' aspra tenzone e strage
vicendevole.; stando 'lungo tempo incert^ e pendendo or quinci Or quindi la
sorte della guerra. Alfine dan volta i Tirreni, sospinti dalla cavalleria
Rpmana, e ricacciansi tra le uincee.. Segueli il consolé, ed approssimatosi
alle trinclere nè ben formate, nè in. luogo, come ho detto, abbastanza sicuro,
le assaU da più parti ; travagliandovi tutto il resto del giorno, nè
desistendone por nella notte appresso. I Tirrenivinti da’ mali incessanti /
a'bbandonano su l’ alba il CAmpo ; altri in città iuggeo4o$i, altri
dispergendosi pei boschi vicini. Il console, invaso par questo campo, diè
riposo ; in quel giorno all’ esercito : e net seguènte com> parti la preda
copiosa de’ due alloggiameuti tra le Site milizie, coronando co premi ^ usati
chiunque s’ era più segnalato nel 'combattere. SenrUio il console dell’ anno
precedente, quegli che sfuggi le ^ne popolari, mandato ora luogdtenente di
Valerio, parsé aver pià che tatti risplenduto fra le arme, e sospinto i Vejeqti
alla fuga; è per tale SUO merito ne ebbe il primo i premj, riputati' più grandi
tra' Roiliani. 'Fatti quindi spogliare i cadaveri nemici, e> seppellire
quelli de’suoi, marciando, e venendo il console coll’ esercito ne’ campi
prosskni a Vejo; sfidò quelli d’ entro per la battaglia. Ma non presentandovisi
alcono, e conoscendo altronde esser cosa ben ardua pigliarli di assalto, come
chiusi in città fortissima, scorse ingran parte il lor territorio, e si glttò
su s quello dé’ Sabini. E saccfaeggikto pei^., più giorni', pur questo, ^ che
era ancora intatto ; ricondusse l’ esercito carico di prede àmplissimi in
patria. ‘ Usci di città molto a dilungo per incontrarlo ' il popolo cintp di
ghir ciò Furio ; il Senalo decretò che Tnino de’due mar, classe ^contro di
Vejo, ed essi decisero, come u$ayasi, colle sortì, chi andasse. E 'toccato a
Malliq, vdlò colr armata, e mise il campo presso a’ nemici. I Vejenti
ristrettisi fra le mora, resisteroùO intanto,. e spedirono alle città Tirrene,
_ ed ai Sabini,' recenti loro ' alleati, chiedendone che mandassero sollecito
ajuto, .Ma perciocché non furono secondati -e consumarono .tra poco i viveri ;
alfine ^ necessitati dalla fame, uscirono, i personaggi più provetti e 'più
veóer;iodi e co’ simboli di. pace, ne andarono ambasaiadori ai console per
intercedere ' da esso il fin della guerra. M^o comandò che poetassero a lui li
viveri di due mesi per'.tulta.rarmsui). o tanto di argento da stipendiamela per
un’anno, e ciò.Roma fatoae Vacroae. fatto, perirebbero al Senato per trattarvi
la pace. Ac> cattarono i Vejenti le condiaioai, e dati beu^tosl gli stipendi,
e per concession del console, anche in luogo del grano il suo prezzo, ne
andarono a Roma. Introdotti in Senato cercarono perdono t delle cose operate
fin’ allora, e requie dalla guerra in tu.tio. l’ avvenire. Disputate più cose
per l’una e l'atra sentenza, al line prevalse quella che insinuava la
riconciliazione, e vennesi ad Una tregua di quaraot anni., Gli oratori, avuta
la pace, assai de ringraziarono Roofa, e partirono. In opposito Mallio vi tornò
finita la guerra, e vi chiese, e n’ebbe il trionfo a piede . Fecesi, reggendo
questi consoli, il censo ; ed i cittadini che assegnarono sè Stessi, i beni, e
li figli '^ià puberi, fotono, poco più. che cento fneUta' mila; Giunti dbpo
quesU al consolato . Lucio Emilio Mamertx) per la terza volta e Giulio Yopisco
nella olimpiade settantesima settima (a), nella quale vinsè allo stadio H. P.
GRICE STAGE STADIUM Date Argivo, mentre Caritè era l’a ' contedi Atene ; ebbero
assai travaglioso e turbato il comando, sebben tacesse. la guerra di fuori.
Standosi ogni nemico in calma ; ineprsero per le se4izìoni interne, in
pbricoti, prossimi a rovinar la repubblica. Sciolto il popolo dalia otilizia
insistè ben tosto per la division delle' lem. 'Imperocché fra i tribuni
aveacene uno baldanzoso, nè disacconcio alle arringhe. Gneo Genuzib.eia deiso,
l’ istigatore dei popolo. Egli ad ora L’ovatiooe. Roma Catone Varrauc]. 177 nJ
ora adunauJolo, per conciliarsi i poveri ; pressava i consoli all eseguire il
decreto del Senato sa la divi sion delle terre. E questi ricusavano dicendo, non
esserne la esecuzione stabilita pel consolato loro, ma per quello di Vergiiiio,
e di Cassio a’ quali era diretto il decreto : similmente che gli ordini del
Senato non erau leggi perpetue, ma previdenze, valide per un anno. In mezzo a
tali pretesti non potendo costringere i consoli che aveano autorità più grande
della sua ; diedesi a protervi consigli. Mise in pubblica accasa Mallio e
Lucio, consoli dell’ anno precedente, e prescrisse loro il giorno nel quale
dovésse giudicarsene, pronunziando svelatamente per titolo dell' accasa,
ch’essi aveano offeso il popolo col non avere nominati i decemviri, com'era il
decreto del Senato, per dividere finalmente i terreni. Che se non menava in
giudizio altri consoli quando dodici erano i consolati dalla emanazione del decreto,
ma faceva rei, questi due soli, della promessa tradita; davano per cagione la
mansuetudine sua. In ultimo disse; che i consoli attuali allora unicamente
ridurrebbonsi a divìder le terre, quando vedessero alcuni de’ trasgressori
puniti dal popolo, considerando che avverrebbe anche ad essi altrettanto. Ciò
detto, esortati tutti a venir pel giudizio, giurò per le sante cose, che egli
osserverebbe il proposito, ed insisterebbe con tutto l’ardore su la condanna di
quelli, e prefisse il giorno in cui sen farebbe la causa. I patrizj, ciò udito,
caddero in molto timore e sollecitudine, come dovessero liberare que’ due, e
reprimere 1’ audacia del tribuno. Deliberarono resistere DIOXIGI . tomt Iti.
i> al popolo fortissimameote, e bisogoandovi, colie armi ancora, né
permettergli cosa ninna, se mai la decretasse contro la dignità consolare. Non
però vi bisognò violenza ninna, cessando il pericolo con risoluzione
inaspettata e repentina. Imperocché quando mancava al giudizio un giorno solo;
Genuzio fu rinvenuto morto nel suo letto p senza indizio niuno di uccisione non
per isu-azio, o capestro, o veleno, nè per altre insidiose maniere. Risaputosi
il caso, e portatone il cadavere nel Foro, parve questo come un impedimento
divino, e ben tostò il giudizio fu tolto. Imperocché niun tribuno osò di
riaccendere la sedizione, anzi molto condannò le lune di Genuzio. ' Se dunque i
consoli quando il cielo chetò la discordia avessero ceduto, non insistito in
contrario ; non sarebbero incorsi in altro pericolo. Ma datisi ad insolentire e
spregiare il popolo, e fatti vogliosi di mostrargli quanto era il potere del
loro comando ; causarono mali gravissimi. Intimata una iscrizioa militare, e
forzandovi chi ricusava, con multe e verghe : ridussero il più del popolo alla
disperazione, principalmente per tali motivi. Publio Valerone, un plebeo, d’
altronde illustre fra le arme, e già capitano di centurie nelle guerre
precedenti, fu segnato da essi per semplice legionario. Or lui reclamando, e
ricusando un posto che lo disonorava quando non aveva demeriti anteriori,
sdegnaronsi i consoli de’ liberi modi, e comandarono ai Kttori di nudarlo a
forza, e di batterlo. Il giovine invocava i tribuni, e chiedeva, se era
colpevole, di essere giudicato dal popolo. Ma non udendolo, ed insistendo i consoli
perchè i latori sei menassero, e lo bal^ lessero; egli riguardò la ingiuria
come insoffribile, e divenne appunto il vindice di sè stesso. Imperocché,
fortissimo eh’ egli era, trae de’ pugni in faccia, ed atterra il littore che
primo lo investe, e poi l’ altro. Esasperandosene iconsoli, e comandando a
tutti insieme i satelliti di avventarsegli ; parve raiion superbissima ai
plebei ebe eran presenti. E congregandosi ; e schiamazzando per istigarsi 1’
uno V altro alla vendetta; ritolsero il govane, e respinsero colle percosse i
littori. Alfine si spiccavan su i consoli, e se questi non isparivan dai F oro
; sarebbevisi fatto male gravissimo. Per tale evento tutta la città se ne
scinde ; ed i tribuni placidi fin’ allora, fremendo ne accusano i consoli : e le
contese per la ditnsion de’ terreni cangiaronsi in altra più grave su la forma
del governo. Imperocché irritandosi i paU-isj come i consoli, quasi fosse l’
antorilà conculcata di questi ; voleano precipiur dalla rupe l’ audace che
insorse su i littori. Per 1’ opposi to i plebei riuni vansi, e vociferavano e
conciUvansi a non tradire la libertà. Si rimettesse la causa al Senato, vi si
accusassero i consoli, e se n esigesse un castigo, perchè non lasciarono goder
de’ suoi dritti, e traturono come uno schiavo, e diedero a battere un uomo
libero, un cittadino, che chiedeva l’ ajuto de’ tribuni, e di essere, se fosse
reo, giudicato dai popolo. Fra tali contrasti e ritrosie di cedere gli uni agli
altri, decorse tutto il tempo di quel consolato senza fatti di guerra, o di
governo, belli e memorandi. Xh. Venuto il tempo de’comizj furono dichiarati
consoli Lucio Pina rio e Publio Furio . In principio di quest’ anno la cilià fu
piena ben tosto di religiosi e divini terrori pe’ molli portenti e segni che
apparvero. £ li vali, e gl' interpreti delle sante cose, dichiaravano tutti,
esser questi gl’ indizj dello sdegno celeste per alcuna sacra cosa, fatta con
ministero non pio, nè puro. E dopo non mollo ne venne su le donne un morbo,
chiamato contagioso, e tanta moruliià per le gravide principalmente, quanta mai
più per addietro. Imperocché partorendo prole immatura e già morta, perivan con
essa. IVè le suppliche ne’ templi e nelle are de’numi, nè i sagrifizj di
espiazione fatti a scampo della patria o delle famiglie, portarono un fine ai
mali. In tal rio stato un servo diè cenno a’ pontefici, che una delle vergini
sacre, custodi del foco inestinguibile, ( Orbilia ne era il nome ) avea la sua
verginità estinta, e che non pura sagrificava ; ed essi traendola dai Santiìario,
e dandola a giudicare ; poiché per gli argomenti fu rea manifesta, la
batterono, e condottala con pompa lugubre per la città, la seppellirono viva.
Di quelli poi che ebbero il mal' affar colla vergine, 1’ uno si diè la morte di
per sè stesso; l’altro fu preso nel Foro pe’ soprastanti delle sante case, e
flagellato come uno schiavo, ed ucciso. Dopo ciò fini ben tosto la infermità
sopravvenuta alle femmine, e la tanto lor perdita. La sedizione già si diuturna
in Roma de’plebet co’ patrizii, vi ribolli per opera di Publio Valerone
tribuno, quello che ntll' anno precedente aveva disubbi|i) Anno di Roma aSa
secoudo Catone, aS; secondo Varrone, e 4^0 av. Cristo] dito i consoli Emilio e
Giulio quando il segnavano per legionario, di centurione che era. Costui nato di
stirpe vilissima, e cresciuto in grande oscurità e disagio, fu creato tribuno
dal ceto de' poveri, appunto perchè sembrava che avesse il primo tra’ privati
umiliato il grado consolare, autorevole Gu’ allora come quello dei monarchi, 'e
molto più per le promesse che dava di togliere, giurilo al tribunato, la
potenza de’ patrizj. Costai quando l' ira del cielo era cheta, convocando il
popolo, fece uba legge su le elezioni popolari trasmutando i comizj che i
Romani chiamano per curie in quelli per tribù. Io sporrò qual sia la differenza
degli uni e degli altrL Li comizj curiati perchè fossero va^ lidi, conveniva
che precedesseli il decreto del Senato, che il popolo vi desse il voto di curia
in curia ; e che oltre questi due requisiti, niun segno, nè augurio celeste vi
si opponesse : laddove gii altri comizj compivansi dalle tribù con un giorno
solo senza decreti anteriori del Senato, senza sagriGzj, e senza le divinazioni
degli auguri. Due degli altri quattro tribuni volean com’ egli la legge ; ed
esso tenendosi amici que’ due ; ne andava superiore a fronte degli altri che la
ricusavano i quali eran meno. I consoli, il Senato, i patrizj intendeano tutti
a distoglierla e renderla vana. E recatisi in folla al Foro nel giorno preGsso
dai tribuni per fondare la legge, vi furono aringhe di consoli, di senatori
provetti, e di chiunque il volle, per dimostrare gli assurdi di essa. Risposero
i tribuni, e di bel nuovo i consoli ; e prolungandosi mollo le altercazioni,
fecesi notte, e l’ adunanza fu sciolta. Proposero nuovamente i tribuni pel
terzo mercato la diacussion su la legge ; ma concorsavi gente anche in pi et
copia, se n’ebbe un fine simile al precedente. Or ciò vedendo Publio, deliberò
di non permettere ai consoli di accasare la legge, nè al patrizj di trovarsi al
dar de’ sufiì'agj. Perocché questi co’ loro amici e clienti non pochi,
ingombravano gran parte del F oro, facendo animo a chi denigrava la legge, e
remore a chi difendevala, e cose altrettali che nel dar dei voti sono indizio
di violenza e disordine. XLII. Se non che ne interruppe i disegni tirannici nn’
altra calamhé mandata dal cielo. Imperocché sorse in città nn morbo pestilente
che infuriò pnr nel resto d’ Italia ; non però quanto in Roma. Nè valeva per
gii infermi soccorso umano, morendovi del pari e chi era con ogni diligenza
curato, e chi non lo era. Nemmeno giovarono allora suppliche, sagrifizj,
espiazioni private o pubbliche, alle quali necessitati si rivolgono gli uomini
io tali casi per estremo rimedio. Il male non distinse non età, non sesso, non
vigore, non debolezza, non arte, non cosa ninna di quelle che pajono renderlo
più leggero; ma comprendea del paro Uomini e donne, giovani e vecchi. Non però
durò gran tempo, e questo impedì che la città ne perisse totalmente. Si gettò
come torrente o incendio su gli nomini con impeto furibondo, ma passeggero.
Quando il male diè requie ; Publio era per uscire di carica. E siccome non
potea stabilire in quel, resto di tempo la legge ; soprastando i comizj j
chiese di nuovo il tribunato per l’anno seguente, fatte molte e grandi promesse
al popolo: e di nuovo se lo ebbe egli, e due de’ compagni. Per Topposito i
patrizj tentarono far console un uomo aspro, odiatore del popolo, e che non
lascerebbe punto diminuire l’ autorità de’ pochi : io dico Àppio Claudio, 6glio
di queir Appio eh’ crasi tanto opposto al ritorno del popolo. Or quest’uomo che
moltissimo contraddiceva alla scelta dei tribuni, questo che non avea nemmeno
voluto venire al campo p’ comic], sei crearono con- sole, quantunque assente,
avutone precedentemente il decreto del Senato. Terminati ben tosto i comic]
> per esserne partiti i poveri appena udito il nome di Appio ; pre^ sero il
consolalo Tito Qninuo Capitolino ed Appio Claudio Sabino, nomini non simili di
caratteri e di voglie . Perocché Appio voleva distrarre tra le milizie di fuori
il popolo ozioso e povero, afGnchè coi suoi travagli guadagnasse dai beni ' del
nemico il vitto giornaliero, di cui tanto penuriava, e rendendo UliK servigi
alla patria, non fosse malafFelto e molesto a’ padri che governano il comune.
Dicea che avrebbe puiv le cagioni plausibili di guerra una città che si
procacciava il comando, e che era da tutti invidiata : chiedeva che
argomentassero dalle cose passate le future, esponendo quanti moti erano stati'
in città, e come sempre nella cessazion della guerra. Quinzio però non pensava
di portare ad altri guerra : dichiarando che dovea bastar loro quando il popolo
ubbidiva chiamato contro ai pericoli esterni, che sopravvengono e stringono, e
dimostrando, che se forzassero nel caso preti) Anno di Roma a83 secondo Catone,
aSS secondo Varrone, av. Cristo] sente gl' indocili, indurrebbero la
disperazione come i consoli precedenti 1’ avevano indotta. Dont} è che
porrebbonsi essi a repentaglio o di opprimere la sedizione col sangue e colle
stragi, o di scendere con vitupero ad appiacevolire la plebe. Comandava Quinzio
in quel mese ; tantoché non potea 1’ altro console far nulla senza il consenso
di esso.. Ma Publio e li compagni ripigliarono senza indugio la legge, che non
aveano potuto stabilire nell' anno precedente, aggiungendo a questa, che si
creassero ne' comizj stessi ancora gli edili: o che tutto in fine, quanto si
trattava o risolveva dal popolo, si trattasse e risolvesse nel modo medesimo
con i comizj per trìbùr Or ciò era l’ annientamento manifesto del Senato, e l’
inalzamento del popolo. A tale notizia mpensierirono, e discussero i consoli,
come togliere pronti e sicuri la sommossa e la sedizione. Appio consigliava che
si chiamassero alr armi quanti volean salva la forma della repubblica ; e che
si numerassero tra’ nemici quanti si opporrebbero ad essi che le impugnavano.
Ma Quinzio giudicava che si dovesse prendere il po[x>lo colla persuasiva, e
con.vincerlo die per ignoranza de’ -veri interessi sla nciavansi a rovinose
risoluzioni. Dicea esser t estremo 'della de^ menta estorcere colla forza da’
cittadini ritrosi ciocché aver ne poteano di buorr grado. Ora approvando pur
gli altri senatori il parere di Quinzio ; i consoli ne andarono al Foro, e
chiesero da’ tribuni un’aringa, ed il giorno in cui farla. Ottenuta a stento
l’una e l’altra istanza, venuto il giorno richiesto, e concorsa al Poro
moltitudine d’ ogni genere preparata per opera de’ due magistrati in favor
loro, presenlaronsì i consoli per censurarvi la legge. Quinzio, uomo altronde
discreto, e persuaso che il popolo avessi a guadagnar col discorrere, chiese il
primo udienza, e ragionò cose a propo sito, e con piacere di tutti ; cosicché
li fautori delia legge impotenti a dir cose pii^ giuste o benigne, assai ne furono
imbarazzati. B se il console collega non lavasi ancora troppo gran moto ; forse
i plebei riconoscendo che non cercavano nè il giusto, nò il bene ripudiavan la
legge. Ma perciocché colui tenne un discorso superbo, e grave ad udirsi
da’poveri ; il popolo ne fu crocciato, implacabile, e discorde, quanto mai piò
per addietro. Non parlò costui come a uomini liberi, a cittadini arbìtri di
fare e disfare le leggi : ma quasi parlasse con nomini vili, forestieri, né
liberi solidamente; vi lanciò detti amari, insoffribili: vi lamentò le
assoluzioni dei debiti, e ricordò la separazione dai consoli ; quando dato di
piglio alle insegne, che pur sono, santissima cosa, abbandonarono il campo,
volgendosi ad un esilio volontario. Richiamò li giuramenti che avean fatti, quando
presero per la patria le armi, che poi contro lei sollevarono. Pertanto diceva
che non sarebbe meraviglia se essi che avevano spergiurato gl’iddj, lasciato i
capitani, e diserta, quanto era in loro, la p^ttria, e che vi erano tornati,
confusavi la buona fede, e sovvertitevi le leggi ed il governo, ora non si
dimostrassero moderali ed utili cittadini : mai incitati da nuòvi desideri ed
eccessi, talvolta chiedessero magistrati proprj, scelti dall’ordin loro, e
questi iudipendentì, inviolabih ; tal’ altra chiamassero in giudizio per
cagioni turpissime que’palrizj che loro paressero, trasferendo dal celo più
puro al più sordido i poteri con cui Roma faceva un tempo giudicare sull’
esilio e la morte; e talora i mercenari e privi de’ palrj lari com’ erano, fissassero
leggi ingiuste ed oppressive contea i bennati, senza lasciare al Senato la
facoltà di proporle prima col sno decreto, tolta ad esso una prerogativa che
aveva V sempre avuta senza contrasto, fin sotto de’monarchi, e de' tiranni. E
dette molte altre cose consimili, senza lasciare indietro memorie amare, nè
risparmiare nomi ingiuriosi ; alfine pronunziò questo ancora per cni tntto il
popolo ne infuriò, vale a dire che mai la città che terebbesi totalmente dalle
sedizioni ma che sempre infermerebbesi per nuovi mali, finché fossevi il poter
dei tribuni ; affermando che negli affari politici si dee vedere che i principi
sian buoni e giusti, giacché da buon seme si ha frutto buono e felice, ma
infelice e reo da reo seme. Diceva : se questo potere fosse erttraio in città
di buon accordo per ulil comune; venutovi col favor degli augurj e della
religione, sarebbe stalo a noi causa di molti e gran beni, di unione, di leggi
savie,di speranze belle dal ctmto dé’ numi, e di mille altre cose. Avendovelo
però introdotto la violenza, la prevaricazione, la discordia, il timore di una
guerra interna, e tutti i mali più odiati fra gli uomimf come con tali
principii ne sarà mai fausto e salutare? Ben è superfìua cosa cercar farmachi e
cure quante sen possono ai mali che ne germogliano finché restavi la radice
viziata. Nè mai vi sarà termine, mai requie alcuna dallo sdegno celeste, finché
ques^ invìdia, in saziabile furia in città s’ annida, e lorda, ed infracida
tutto. Ma per tali cose vi sarà discorso, e tempo più acconcio. Ora, poiché si
vuole rimediare alle còse presenti ; io lasciando ogni acerbità, vi dico :
N& questa legge, nè altra qualunque non approvata prima dal Senato sarà mai
valida nei mio consolato. Ma so> n Sterrò con parole gli ottimati, e quaudo
anche 1’ o pere vi bisognino, nemmeno in queste sarò vinto dagli avversar). E
se non prima ayete saputo quanta sia r /lutorità de' consoli, nel mio consolato
lo saa prete, a Àppio cosi disse, quando Cajo Lettorio il piò provetto e più
venerabile de’ tribuni, uomo riconosciuto non ignobile in guerra, e buono al
maneggio degli affari, sorse e replicò, cominciando da alto, e ragionando a
luogo sul popolo, quante diftìcili spedizioni avessero intrapreso i poveri, da
lui vilipesi, nonsolo nel tempo dei re, quando forse era necesiiià, ma dopo la
espulsione loro per acquistare alla patria la libertà e il comando. Pur non
ebbero, dicea, ricompensa ninna da palrizj, né goderono alcuno de' pubblici
beni; ma quasi presi in guerra, furono privati injino della libertà : e se volevano
conservarsela dovettero. abbandonare la patria, cercando una terra ove non
fossero, essi liberi uomini, insultati^ Senza violentare, senza obbligare colle
arme il Senato, ebbero nella patria il ritorno, condiscendendo a lui che
chiedeva e pregava che si rendessero alle abbandonate lor cose, fi qui spose i
giuramenti, e rammentò gii accordi fatti per questo ritorno; tra’ quali v’era I
amnistia di tutto il passato, e la concessione a’ poveri di eleggersi
magistrati i quali proteggessero loro, e resistessero a chiunque volesse mai
conculcarli. Scorrendo su ^li subjetd, aunoverò le leggi fondate poco prima dal
popolo ; come quella su la iraslasion dei giudizj per la quale il Senato cedeva
ài popolo che chiamasse in giudizio qual più volesse de’ patrizj ; e 1’ altra
sul dar dei suffragi, la qual rendeva arbitri de’ voti i comìzj per tribù, non
quelli per centurie. E così ragionato Sul popolo ; rivolgendosi ad Appio disse
: E tu ardisci et insultar quelli pe’ quali la repubblica divenne di piccola
grande, e luminosa d' ignobile ? tu chiami sediziosi gli altri ^ e rimproveri
loro tome fuorusciti ? Quasi non tutti rammentino ancora ciocché avvenne tra
noi, vuol dire che gli avi tuoi levarono il capo contro de’ magistrati,
abbandonaron Ut patria, e supplichevoli qui s' alloggiarono. Se non forse voi
che avete abbandonala la patria per amore della libertà, voi v avete fatto un
opera belìa^ fié ^ella è quella de’ Romani che han fatto altrettanto, Tu
ardisci calunniare l’ autorità de’ tribuni conte introdotta a mal fatto ; e
persuadi qui noi che c involiamo questo sacro, questo immobile rifugio de’
poveri, confermatoci da numi a dagli uomini per tanto grandi cagioni ? Ta
tirannissimo, ninUcissimo che sei del popolo ! E non giungi nemmeno dunque a
vedere, che ciò dicendo, oltraggi il Senato, oltraggi la tua mùgislratura ?
Insorse pure ' tutto il Senato contro dei re, più non potendo so ferirne la
superbia c gli affronti ; e fondò il consolalo, e prima di bandirli da Rema f
coesi altri ministri del regio potere. 2'antochè ciò che dici contro del
tribunato come introdotto mal fato, per la origine sediziosa, ciò dici ancora
contro del consolato ; giacché non altra causa il fé nascere se rwri lo
scuotersi de’ patrie j contro dei re. Ma che parlo io di queste cose con te
quasi con cittadino buono e Moderato, quando tutti sanno che tu sei di^ stirpe
mal grazioso, anzi acerbo, anzi infesto al popolo, nè buono da ingentilire la
salvatichezea tua ? X) perchè non pospongo i detti, e ^ investo co’ fatti, e ti
mostro che tu che non ti vergogni di chiamare il popolo un sordido, e senza
casa, tu non sai quanta sia la forza di lui ? quanta quella del suo magistrato
a cui le leggi ti obbligano di dar luogo e di cedere ? ma già lasciati 1
rammaricìd delle parole, comìncio le opere. E ciò detto giurò col giuramealo,
più rive reado infra loro, di sostenere la legge; o di morire. E qui taciutisi
lutti, e latti empiutisi di ansietà su ciò che farebbe : comandò che Appio ne
andasse dall adunanza. E perciocché non ubbidiva, ma cingendosi coi littori e
colia turba che aveasì perciò condotto di casa, ripugnava ad andare ; Lettorio,
intimato pe’ banditori silenzio, consigliò che i tribuni facessero portare il
console nella carcere. E qui la guardia di lui si avanzò, comandata, come ad
arrestarlo ; ma il littore, che il primo se la ebbe innanzi, la battè e
respinse. E levatosi romor grande e rammarico; v’accorse lo stesso Lettorìo,
eccitando la turba in ' suo ajulo. Se gli oppose Appio con giovani bravi e
numerosi; ed eccone quinci e quindi viluperauoni, grida, spinte ; talché la
contesa divenivane zuflà, ornai cominciandovisi il trar delle pietre. Se non
che ripresse tali colpi, e fece chn il male non procedesse più oltre Quinzio l’
altro console, cacciandosi egli c li più anziani de’ senatori, tra le minacce,
e supplicando e scongiurando tutti a desistere. Non avanzava allora se non
picciola parte del giorno, e però si divisero finalmente, ma di mal’ animo.
Incoiparonsi i magistrati a vicenda ne’ giorni appresso : il console accusava i
tribuni che tentassero di annientare il suo grado col volere in carcere chi lo
rappresentava ; ed i tribuui il console, pe’ colpi portati su persone, sacre ed
inviolabili per la legge ; e de’ colpi avea Lettorio i segni manifesti nel'
sembiante. Intanto stavasi la città scissa e fremente. I tribuni ed il popolo
occuparono il Campidoglio, non tralasciandone mai la guardia, giorno' e notte :
il Senato adunatosi tenne lunga e travagliosa discussione intorno ai modi di
chetar la discordia, considerando la gravezza del pericolo, e come nemmeno i
consoli fossero uniti fra loo); giacché volea Quinzio conr^dere al popolo le
istanze • moderate, ed Appio vi ripugnava, a costo ancora della vita. E poiché
ninna cosa avea termine, Quinzio presi nn per uno i tribuni ed Appio, orando,
scongiurando, raccomandava loro di antepoiTe il ben pubblico al proprio. E
vedendo alfine ornai rimplacidili quelli, ma duro in sua caparbietà il console
compagno; persuase Leitòrio e i seguaci di lui, sicché rimettessero al Senato
l’esame de’ privati e pubblici risentimenti. ConTocato quindi il Senato,
lodativi ampiamente i tribuni, e scongiurato il compagno a non contrastare la
salvezza pubblica, invitò tutti, secondo il solito, a dirne il parer suo.
Invitato per il primo Publio Valerio Poplicola, disse: che doveansi dal
pubblico condonare, non portare in giudizio le incolpazioni vicendevoli de'
tribuni e del console su quanto s’ avean fatto o sofferto nel tumulto; perchè
non erosi fatto per mal animo, nè per ben propiro, ma per gara di preminenza in
repubblica: quanto alla legge poi sen facesse previo decreto in Senato ;
giacché Appio console non voleva che senza questo al popolo si proponesse. Del
resto provvedessero tribuni e cofisoli insieme il buon ordino, e C armonia de'
cittadini nel dar de' suffragi. Approvarono lutti quel dire ; e ben tosto
Quinzio fe’ dare il volo a’ senatori su la legge. AcCusolla Appio per più capi,
e -molto i tribuni se gli opposero, ma vinse (ìnalmente di gran lunga il
partito per introdurla ì stesone il decreto del Senato, ne tacquero le gare de’
magistrati, il popplo di buon grado lo accolse, e fece co’ sufTragj suoi la
legge. Da>quelip fino a miei tempi i comizj per tribù decidono col volo loro
la scelta de’ tribuni e degli edili ^enza dipendenza ninna dagli augurj^e dalle
cose di religione. E tal fu la soluzione de’ dissidj che di que’ giorni
conturbarono Roma. L. Piacque dopo non molto ai Romani di arrolar le milizie, e
spedire ambedue ^ consoli contro gli Equi e li Volsci: perocché nunziavasi loro
eh’ erano uscite truppe Roma Catone Varrone] in gran numero deli’ uno e dell’
altro popolo e depredavano gli alleati Romani. Apparecchiati dunque in fretta
gli eserciti, e sceltone colle sorti il comando ; Quinzio marciò contro gli
Equi, ed Appio contro de’Volsci. Ma ciascun dei due consoli v’ ebbe le vicende
che meritava. Imperocché l’armata di Quinzio benevola al vaientQomo per la
moderazione, e per la dolcezza di lui, ne ubbidiva pronta i comandi, e le più
volte anche senza comandi affrontava i pericoli, per acquistargli fama ed onore.
Dond’è che scorse in gran parte, saccheggiando, la region de’ nemici ; senza
eh’ ardissero questi venirne alle mani : e raccoltevi amplissime prede, e
vantaggi, e dimoratavi alcun tempo scevra in tutto da mali; si presentò di bel
nuovo in patria, rimenandovi il suo capitano luminóso per le belle azioni. Ma
1’ arntata, andatane con Appio, lasciò per odio di lui ipulti patrj dovéri;
perocché fu mal animata in ogni spedizione e poco curante il suo duce: e quando
le bisognò far battaglia co’ Volscl, schieratavi da . esso, ricusò di venire
alle mani. Centurioni ed antesignani, chi lasciò la schiera sua, chi gettò 1’
insegna, e rifuggironsi agli alloggiamenti. E se gl’inimict, sorpresi dalla
stranissima fuga, ed' intimoriti per essa di un qualche inganno, non desistevano
dall’ incalzarli ; perivane il più de’Romani. Or ciò faceauo a mal cuore del
capitano, sicché egli sulr esito di fauste battaglie, non crescesse col
trionfo, e con altri onori. Nel giorno appresso ora il console redarguendoli
per la fuga -ingloriosa, ora esortandoli a cancellarne la infamia con un
generoso combattimento, ora minacciandoli che varrebbesi del rigor delle leggi
se ig3 non teneansi fermi contro a’ pericoK, essi ìadociii tut>' lavia Io
intronarono colle grida, e cltiesero che li ri> tirasse dalla guerra, come
invalidi a pi& resistervi per le ferite. E quasi feriti davvero, ' aveansi
alcuni fasciate membra sanissime. Appio adunque, necessitatovi, ritirò r
esercito dalle terre nemiche; ed i Volaci tenendogli dietro, ne ticoisero'non
pochi. Giunti in terre amiche, il cònsole convocatili, e fintine i grandi
lamenti, annnnrìò che. punirebbeli come i disertori. E quantunque seniori e
magistrati militari assai lo pregassero a temperarsi, nè volgere la patria di
danno in danno ; egli non tenne conto di alcnno, e stabili la pena. Quindi i
centarìoni le cui centurie fuggirono 'e li portatori delie bandiere, che le
aveano peivlute, gli nm furono decapitati colle scuri, e gli altri Colle verghe
battuti e morti. Del resto della diilizia ne peri, tirata a sorte, la decima
parte per tatti. Tale fra Romani è il castigo per chi lascia l’ ordinanza, o
getta la insegna. .Dopo ciò egli, duce odióso, condocendo 1’ avanzo dell’
esercito mesto è disonoralo ; ornai sovrastando i oomiz), si rimise in patria.
Dichiarati consoli, dopo questi, Lncio Valerio per la seconda volta, e Tiberio
Emilio ; i Tribuni contenutisi già per qualche tempo, introdussero di bel nuovo
il discorso su la division de’ terreni. £d andatine ai consoli, chiesero
supplichevoli ed insistenti che si mantenessero al popolo le proihesse fattegli
dal Senato Addo di Roma 384 , piacciavi udirle o no, vi dico,, veracissimo e
libero, come utili di presente, e sicure per P avvenire, se lascerete mai
persuadervene ; quantunque per. me che affronto pel pubblico bene l'odio altrui
saran causa di mali non pochi. Imperocché ragionando antivedo, e presentami i
casi altrui come norma de'miei. Appio cosi disse, e consenlendo con lui quasi
tutti, fu sciolto il Senato. Irriuronsi i tribuni per la ripulsa : e partitisi,
considerarono come punirne un tal uomo. In mezEO al molto discutere piacque
loro di sottoporre Appio ad un giudizio capitale. Pertanto accu sandolo .nell’
adunanza del popolo, invitarono tutti a venire in giorno determinato, per
sentenziare su lui. Sarebbero queste le incolpazioni, vuol dire che stabiliva
massime ree cofilro il popolo ; che riaccese in città la sedizione ; che alzò
viqlento le mani sul tribuno ad onta delle leggi sacrosante ; e che duce delC
esercito, sen tornò pieno di sciagura, e (T infamia. Annunziate tali cose al
popolo, e destinato il giorno in cui di(^ vano che ne farebber la causa,
intimarono ad Appio di comparire a difendersi. Sen dolsero e prepararonsi i
padri Con tutto l’ ardore a salvarlo. Eid esortandolo a cedere al tempo, e
prender abito conveniente alle cir> costanze ; replicò che mai non farebbe
azione vile, nè degna delle precedenti; e che sosterrebbe anzi mille morti che
prostrarsi supplichevole ad alcuno. Rimosse alquanti ‘che eran pronti d’
Intercedere per lui, dicendo: die sarebbegli stata doppia vergogna, se vedesse
altri fare per lui ciocché non' dovea fare nemmeno per sè stesso. Dette queste,
e cose consimili, senza cambiar vestimenti, nè tener di sembiante, nè llul
fìnsero che per una Infermità morisse. Portatone quindi il cadavere nel Foro,
-il Gglio di lui fattosi innanzi ai tribuni ed ai consoli dimandò che
convocassero Tadananza legittima; e ^mettessero a lui di lare sul padre suo la
-funebre laudazione, usala in morte de’ Valentuomini. Intimarono ai consoli l’adu
nanzB ; ina vi ripugnarono itribuni, ed imposero al giovine di tor via quei
cadavere. Non sofferse il popolo né guardò con indifferenza clte inonorato il
cadavere si rimovesse ; ma concedette al > 6glU> di rendere i consueti
onori al padre : £ tale fu la fine di Appio. I consoli arrotarono, e cavarono
di città le milizie ; Lucio Valerio per combattere gli Equi e Tiberio Valerio i
Sabini ; perciocché gli ultimi ne’ tempi della sedizione entrarono il
territorio romano, e danneggiatane gran parte, ne partirono con amplissima
preda : gli Equi poi venuti più volte alle mani, e presevi molte ferite, eransi
riparati in luogo fortissimo, nè più ne scendevano per combattere. Ben tec^ò
Valerio di assediare quelle trincee, ma ne fu proibito dal cielo. Imperòcclié mentre
v’andava e ponessi all’opera; si mise il cielo in caligine, in pioggie, in
fulgori, e tuoni spaventevoli. Se ne sbandò l’ esercito, ma sbandatosi appena
cessò la procella : e fecesi grande serenità. Prese il console come cosa di
religione un tal fatto : e perciocché gl’ indovini diceano non essere da por
quell’assedio ; egli diè volta, e saccheggiò la terra; e lasciata in utile de
soldati la preda, ricondusse in patria l’eser cito. Tiberio Emilio però scOrrea
fin dal principio con assai negligenza le regioni" de’ nemici, nè
aspettavano ornai più le milizie; quando uscirono a fronte i Saliini, e sen
fece battaglia ordinata, quasi dal mezzodì fino a sera. Sorprese dalla notte
ritiraronsi le armate ciascuna aoi al suo campo, nè vincitori nè vinte.
Ne’giorai appresso i duci presero cura de’ loro estinti, e munirono di fossa
gli alloggiamenti ; ambedue con proposito di difender' visi, non di uscirne per
offendere. Poi col volger del tempo levarono le tende, e partironsi cogli
eserciti. L’ anno dopo nella olimpiade settantesima ottava in cui vinse nello
stadio H. P. GRICE STAGE STADIUM Parmenide di Possido> nia, mentre Teagene
vea l’ annuo magistrato di Atene, furono in Roma consoli Aulo Verginio
Cclimoutano e Tito Numicio Prisco. Ascesi appena questi al comando, ridicevasi
che giungevano i Volsci con esercito poderoso. Nè mólto dopo fu invaso da essi,
e dato alle Gamme un posto ne’ dintorni di Roma : e non essendo questo mollo
lontano ; il fumo stesso annunziava alia città l’in ibrtunio. Immantinente,
essendo ancor notte, inviarono i consoli de’ cavalieri per osservare, e misero
guardie su le mura; ed essi stessi schieratisi fuori delle pqrte co’ soldati
più spediti, v’ a^ettavano i ' rapporti de’ cavalieri. Fatto giorno raccolta la
milizia che avevasi iu Roma, andarono contro a’ nemici: ma questi, derubato il
luogo' ed incendiatolo, ne erano ben tosto partiti. Liberarono r consoli )e
cose che ardevano ancora, e lasciatovi un presidio sen tornarono a Roma. Pochi
giorni appresso usci coll’ armata propria, e con quella degli alleati l’ uno e
1’ altro console : Yergiulo contro degli Equi e Numicio contro de Volsci : e
ciascuno se n’ ebbe fra le armi il successo che desiderava. Devastando Verginio
le terre degli Equi non ardirono questi Attuo di Roma z85 tecondo Calotte,
>87 secondo Varroac, e 4^ av. Cristo. di venire alle mani. Ben posero nna
imboscata di uomini scelti ove speravano di piombare su l’inimico sban>
dato; ma vanissima ne fu la speranza. Imperocché saputosi ben tosto pe’ Romani,
fecevisi vigorosa battaglia: ove gli Equi tanto perderon de’ suoi die più
allora non vennero al paragone delle armi. Numicio marciò su la città degli
Anziati, 1’ uua allora delle primarie tra’VoIsci, ma non se gii oppose armata
niuna, riducendosi tutti a rispingerlo da entro le mura. Fu dunque saccheggiato
gran tratto della lor terra, e presa una cittadella in sui lido, la quale era
per essi come arsenale ed emporio, ove concentravano il molto che andavano
depredando sul mare. L’ esercito si attribuì per concessione dei console gli
schiavi, i danari, i bestiami, le merci : ma gli uomini liberi che non erano
periti tra la guerra furono presentati all’ incanto. Si acquistarono nommeno su
gli Anziati ventidue navi lunghe, ed apparecchi ed armi di navi. Alfine per
comando del console i Romani ne bruciarono le case, ne devastarono l’ arsenale,
e ne distrussero da’ fondamenti le mura; perchè, ritirandosene essi, quel luogo
non fosse un castello vantaggioso per gli Anziati. Tali furono le azioni
separate de’ consoli ; poi. gettatisi insieme sui territorio dei Sabini, e
depredatolo, rimenarono a Roma gli eserciti; e r anno finì. L’anno appresso
fatti appena consoli Tito Quinzio Capitolino, e Quinto Servilio Prisco, tutta
la milizia romana fu in arme, e spontanea si presentò Auno di Roma aS6, secondo
Catone, aS8 secondo Varrone, e 4^ av Cristo.. ao3 quella degli alleati, prima
che richiesti ne fossero. Dopo ciò fatte suppliche ai nami, ed espiato
l’esercito, mar> ciarono i consoli contro a nemici. Li Sabini contro ai
quali era andato Servilio, non che schierarsi in batta> glia, non nscirono
nemmenoall’ aperto: ma tenendoM dentro del chiuso, lascravano che si
devastassero loro le terre, s’ incendiasser ’ le case, e gli schiavi se ne
fuggis . sero. Dond’ i che i Romani tornarono a grand’ agio dalle lor terre,
carichi di preda, e risplendenti di glo ria. E cosi terminò la spedizion di
Servilio. Quinzio, ed il seguito suo, movendosi con marcia più che mili tare
contro gli Equi, ed i Volsci, venuti ambedue dalle regioni loro in un sito
stesso a combattere per gli altri, ed accampatisi davanti di • Anzio : diedesi
a vedere improvviso. E fermatosi non lungi dal campo loro in tm luogo, basso
per sé medesimo, che era quello ap> punto dove prima fa veduto e vide gli
avversar), posevi le bagaglie per far mostra di non temere i nemici, quantunque
superiori di numero. Or com’ ebbero ambedue tutto in punto per la battaglia,
uscirono in campo, cd avventatisi pugnarono infino al mezzogiorno. Non
cedevano, non superavano, quésti o quelli, ristorando sempre la parte che
vacillava, co’sussidj ordinàli per questo. Allora quando come superiori di
nnmero, cominciarono i Yolsci e gli Equi a vantaggiare ^ e pre> valerne; non
avendo i Romani moltitudine, pari all’ardore, Quinzio veduti estinti molti de’
suoi, e ferito il più de’ superstiti, era per intima ve la ritirata : ma
temendo poi di dar vista ài nemici di fuggire; concluse, ch’egli dovea
cimentarsi. E scelto il nerbo de’cavalieri. Digitized by Google 2o4 delle
antichità’ bomane vola in soccorso de' laoi nell' ala destra, dove
principalmente perìcclavaoOi Ed ora sgridando di codardia li duci stessi, ora
ricordando le passale battaglie, e dipingendo la infamia ed il pericolo loro se
fuggivano; alfine disse una cosa Gota sì, ma cbe rincorò li suoi più che tutto,
e sbigottì F ibiiuico. Egli divulgò che r allr ala sua incalsava già gli
avversar}, e già stava prossima agli alloggiamenti r e divulgandolo, spronò sui
nemici ; e sceso di cavallo co’ bravi suoi cavalieri, prese a combattere di piè
fermo. Tornò l’ audacia aUora nei suoi che ornai si abbandonavano, e divenuti
quasi altri da quelli cbe erano, fulminaronsi tutti sul nemico. Talché li
Volsci contrapposti -appunto in quella parte, dopo aver luogo tempo résislito,
piegarono finalmente. Quinzio fiigaiili appena, rimonta il cavallo e corre all’
altr’ala, e mostravi a’ fanti suoi disfatta l’ala nemica, e raccomanda che non
sieno per virtù minori de’compagni. Dopo ciò niono più de' nemici 'tenne
fronte, ma fuggirono tutti alle trincee. Non gl’ inseguirono lungo tempo i
Romani, ma beutoste se he rivolsero forzali dalla stanchezza, nè più 'avendo
ornai l’arme, pari al bisogno. Decorsi alquanti giorni, convenuti per
seppellire gli estinti e curare i mal conci, avendo già riparato quanto mancava
loro per combattere, fecero nuovo conflitto intorno gli alloggiamenti romani.
Imperoccliè venute nuove reclute ai Volsci e agli Equi dalle terre
circonvicine, inanimito il capitano perchè i suoi erano il quintuplo de’
Romani, e perchè vedeva le trincee di questi su luogo non abbastanza munito,
credette il buon punto d’ assalirvegli. Con tal disegno guidò. . ao5 su la
mezza notte 1’ esercito intorno al vallo de’ Romani, e cinseli, e tineli in
guardia, percbè inosservati non s’ involassero. Quinzio saputa la moltitudine
de’ nemici, ebbe caro di accoglierla. Ed aspettaudo che fosse • giorno, e
principalmente Tura nella quale il Foro suol riempirsi, quando vide > che i
nemici venivano ornai stanchi dalla vigilia e dalle scaramucce, non per
centurie, nè in schiera, ma confasi e sparsi; immantinente, spalancale le
porte, precipita su loro col nerbo de’ cavalieri, mentre i fanti lo seguitavano
serrati e stretti. Sbalorditi i Yolsci dall’ audacia, dopo aver sostenuta bteve
tempo la furia della irruzione, rinculano, e lasciano gli alloggiamenti. E
percbè non lungi da questi aveasi un colle alquanto elevato ; vi accorrono,
come a riprendervi requie ed órdine. 'Non riuscì però loro di fermarsi e di
riaversi, giungendo ben tosto i nemici, stretti quanto poteano colle coorti,
per non esserne trabalzali, nell’ ascendere a forza la pendice. Fattasi azione
vivissima per gran parte del giorno, ne perirono molti diagli ani e degli
altri. I Volaci, 'tuttoché superiori nel numero,. e rassicurati dal posto
occupalo, nou goderono alcuno de’ dué vantaggi : ma violentati dall’ardore e
dalla virtù de’ Romani, abbandonarono il colle. F uggendo però verso le
trincee, molti ne soccomberono. Imperocché non cessarono i Romani d’inseguirli,
ma tennero immantinente .dietro loro, senza desisterne, finché ne presero a
forza il campo. Impadronilivisi dei prigionieri e di ogni cosa lasciatavi
cavalli, armi, danari, che erau pur molli, passarono ivi la notte. Nel giorno
appresso il console, apparecchialo ciocché bisoDigitized by Google 2o6 delle
antichità’ romane goava per un assedio, diresse 1’ esercito alla città degli
Ansiati, uon lontana più di trenu stadj. Per avvenlora ivi slavan di guardia
alquanti Equi ausiliarj e custodivan le mura, e questi per terrore della
baldanza romana naacchinavan fuggirsene. Saputo dagli Anziati, ed impediti
partirne, congiurarono dar la cittade a’Roraani che si appressavano. Gli
Anziati avuto sentore pur di questo, cedettero al tempo : E imnvenutisi cpn
loro ; si diedero a Quinzio, in modo che gli Equi pe^ patto si dimettessero,
accettassero gli Anziati in città la guarnigione, e seguissero i comandi de’
Romani. Divenuto pertanto il console arbitro della città, pigliatine stipendi
ed altri bisogni dell’ esercito, e presidiatala, se ne ritirò. Uscitogli per
tal gesta incontra il Senato, lo accolse gratissimamente, e lo onorò del
trionfo. L’anno -appresso furono consoli Tiberio Emilio per la seconda volu, e
Quinto Fabio Ggliuolo dell’ uno dei tre fratelli, duci già della guarnigione
spedita in Cremerà^ ed 'ivi periti co’ loro clienti. Ora. favorendo Emilio
console ai tribuni, e rimescendo qu^ti di bel nuovo il popolo intorao la
divisione de’ campi ; il Senato voglioso di cattivarselo, e sollevarne i
poveri, stabili di compartir loro uu tratto del territoifio conquistato r anno
avanti su gli Anziati. Furono deputati per la divisione Tito Quinzio
Capitolino, quello appunto a cui si erano gli Anziati venduti, e Lucio Furio ed
Àulo Verginio. Non stumio Albino per la prima volta, e Quinto Servilio Prisco
per la seconda. Nei lor giorni gli Equi risolvei Roma Catone Vsrrone e tero
vioiai-e i patti, recenti co’ Romani, per questa cagrane. Gli Aoziati che
avevano case e campi, rimasero nella lor patria, coltivando le terre ad essi
concedute, come quelle attribuite ai coloni, a’ quali davano con regole Gsse
parte del frutto :quelli perd che unila più avevan di questo, si trasmigrarono.
Gli accolsero di buon grado gli Equi fra loro ; ma uscendone, d^>redavx>
le terre latine : dond’ è cbe 'i più audaci, e più poveri ancora degli Equi,
fecero causa con essi. Lamentarono i' Latini r insulto in Senato, e'tdiiesero
che mandasse loro un esercito, o loro concedesse di ribattere gli autori delia
guerra. Il Senato, udito eiò, nè inviare un esercito, né permise ai Latini che
lo menassero : ma scelti tre ambasciadori, capo de quali era Fa-,bio, quegli
che l' anno avanti avea conchiuso il trattato, ordinò loro di chiedere dai
primarj della nazione, se mandava il pdbtdico per qite’ latrocini ne’campi
degli alleati di Roma, anzi di Roma stessa, ne’ quali eransi anche fatte alcune
scorrerie da, quegli esuli : o se il pubblico non avea di ciò colpa ninna : E
se diceano che r opera era de’ privati senza volere del popolo ; chiedessero
nelle mani le predé nomuMno ohe i predatori. Venuti gli oratori, ed ascoltatili
; gli Equi diedero oblique risposte, dicendo, che 1’ opera non era certo fatta
per pubblico voto, ma che non istimavano bene consegnarne gli autori, perché,
ridotti già senza patria, e vaganti, erano come supplichevoli stati ricevuti
nelle campagne (t). AddoloravaSi Fabio, e reclamava i patti Vuol c^ita pareva
loro come tradire la fede oepiiale, $e ti conergnaTeoo. Linno IX. 209 traditi,
pur vedendo che gli Equi s’inGngevano, e dimandavano tempo a consultarsi, e lo
intrattenevano come pe’ doveri ospitali ; si rimase infra loro con di> segno
di esplorare le cose della città. E visitando ogni luogo sul titolo di
vagheggiarvi le cose dei templi e del popolo, gli opifizj delle arme da guerra
o Gnite o che si lavoravano, comprese i loro disegni. Tornato n Roma disse in
Senato quanto aveva udito, e veduto. Ed il Senato, non più dubbioso, decretò
che si mandassero i F eciali per intimare agli Equi la guerra, se non cacciavan
da loro i fuorusciti di Anzio, nè promettevano rintegrare i danneggiati.
Replicarono gli Equi baldanzosi, Gno a dir che accettavano, nè già di mala '
voglia, la guerra. Li nigione su’ turbolenti di Anzio, onde rassicurarsene, e
Spurio Furio l’altro de’consoli coll'esercito contro degli Equi. Marciò ben
tosto 1’ uno e 1’ altro ; nfa gli Equi udendo uscita già l’armata romana si
mq^sero da’ campi degli Ernici per incontrarla. Vedutisi appena fra loro, tutto
che non fossero molto distanti, per quel giorno si trìncierarono. Nel giorno
appresso i nemici vennero quasi alle trincee de’Romani per. esplorarvenè gli
animi. E poiché questi non uscivano alla battaglia, fattevi delle scaramucce, e
niente di memorando, sen partirono assai Allude ai Romaui' portali non molto
prima iif Aniio, come coloni pcrchi nel tempo slesto invigilassero e lenestero
iit soggeunn^ Ig città proclive alla ribellione magnificandosene. Il cohsole
lasciate nel giorno seguente quelle trincee, come non molto, sicure, trasposele
in sito più acconcio, e vi scavò fossa più profonda ^ e vi piantò steccati più
alti. Crebbe a tal vista il cuor dei nemici, e molto più quando ad essi
pervennero altri snssidj de’ Volaci e degli Equi ; tanto che senza più indugi
marciarono al campo romano. Il console considerando che a lui. non bastava
r>esercito contro le dpe nazioni, spedisce alcuni cavalieri con lettere' in
Roma perchè mandisi a lui pronto soccorso, pericolandogli tutta l’ armata.
Giuntivi questi su la mezza notte, Postumio il collega di lui ricevendole, fe’
convocare per via di molti araldi i padri in Senato: e prima che il di si
chiarisse, crasi decretato che Tito Quinzio già console per la terza volta
portasse bentosto con autorità proconsolare il fior de’ giovani a piedi ed a
cavallo sul nemico, c che Aulo Postumio il console raccolte il più presto le
altre milizie, a raccoglier le quali vi abbisognava più tempo, li soccorresse.
Quinzio riuniti sul principio del giorno presso a cinque mila volontari, dopo
non molto marciò. Gli Equi ciò sospettando non istavansi a bada : ma deliberati
d’ assalir le trincee de’ Romani prima che vi giungesse il soccorso, si
divisero in 'due corpi, e t’ andarono per espugnarle colla forza, e col numero.
Fecesi per tutto il giorno calda battaglia, spingendosi questi audacemente in
più parti su’ ripari, nè reprimendosene pe’ tiri continui delle lance, degli
archi, e delle fionde. Adunque, confortativisi a vicenda, il console ed il
legato spalancando in uri tempo le porte, ne sboccano, e piombando co’soldati
più validi da ambedue le parti del campo su i ne mici, ne rispingono quanti vi
salivano. Messili in fuga, il console insegai breve tempo i soldati a lui
coatraposti, e poi si ripiegò: ma il fratello suo e Publio F urio il legato
trasportati dalla impresa e dall’ ardore corsero incalzando e uccidendo fino al
campo nemico ; e non avean seco se non due coorti, numerose in .tutto di mille
uomini. Gli avversar) loro be erano intorno a cinque mila, osservato ciò, si
avventano dagli steccati.. E mentre questi vengon di fronte, la cavalleria,
fatto un giro, prende alle spalle i Romani. Publio ed il seguito suo cosi
circondato e disunito dal resto de suoi ben potea salvarsi se cedeva le arme,
esibendogli questo i nemici, cbe assai valutavano far prigionierì que’mille
bravi, quasi potessero in vista di essi ottener pace ono rata: ma i Romani
spregiato l’invito ed animatisi a non far cosa indegna della patria,
combatterono e spirarono tutti Ira’ cadaveri de’ nemici. Morti questi, gli Equi
inebbriati dal buon successo presentaronsi alle trincee romane elevando
confitto alle aste il capo di Publio e di altri cospicui, per iscoraggirne quei
d’ entro, e necessitarli a ceder le arme. Ma se venne ad essi pietà per la
sciagura degli estinti compagni, e se ne pianser la sorte, si moltiplicò ben
anche lo spirito per combattere e l’ onorato amore di vincere o di morir come
quelli prima che andar prigionieri. Circondati dunque, com’erano de’ nemici,
passarono i Romani senza' sonno là notte, riordinando le parli che aveano
soiferto nelle trincee, e quant’ altro mai potea respingere gl’ inimici se
tentavano un altra volta investirveli. F ecest nel giorno appresso di bel nuovo
r assalto, schiaotandovisi lo steccalo in più parti. Più volte furono gli Equi
respinti da quei d entro che ne uscivano a schiere, e più volte nell’ audacia
delle soi> lite, lo furono questi dagli Equi. Durò tutto il di la vicenda:
quando fu il console romano ferito nel femore da uno strale a traverso dello
scudo, e feriti pur furono ^ molti de’ più rignardevoli, quanti li combattevano
infoiano. Ornai vacillavano t Romani, quando su l’ imbrunir della sera ecco
inopinatamente apparire Quinzio per soccorrerli col corpo de’ prodi volontarj.
I nemici, vedutili che avanzavano, diedero di volta, lasciando l’assedio
imperfetto: ma quei d’ entro incalzandoli nella ritirata facean strazio della
retroguardia : se non che indeboliti per la più parte dalle ferite, non gl’
inseguirono a lungo ; ma presto si ripiegarono verso il lor campo. Dopo ciò si
tennero gli uhi e gli altri lungo tempo fra le trincee, guardando sestessi.
Quindi mentre il nerbo de’ Romani era impegnato in campo, altre milizie di Equi
e di Volaci credendo il buon punto d’ ime depredando la regione, uscirono tra
la notte ; ed invasala in parte lontanissima dove gli agricoltori viveano
scevri d’ogni paura, occuparono non poco di robe e di nomini. Non però ne
ebbero bella in,dné né facile la ritirata, imperocché Postumio il console
mepaudo agli assediati nel campo i soccorsi adunati, appena udì le operazioni
de' nemici, si presentò loro contro la espettazione. Non sbalordironsi essi, nè
tremarono, ma ponendo a bell’agio le bagaglio e le prede in luogo sicuro, e
lasciandovi guarnigione delle antichità’ romane che bastasse, marciarono
ordinali al nemico. Venuti alle mani, sebben pochi contro molli, fecero
memorabili prove. Imperocché precipitandosi giù dalle campagne uomini in copia
cinti di lieve armatura conir’ essi che eran tutto arme il corpo, fecero grande
uccision dei Romani ; e per poco non si ritirarono, lasciando nell’altrui
territorio un trofeo su gli assalitori. Ma il console e con esso i cavalieri
più scelti spronandosi a redini abbandonate su’ loro, dov^ erano il forte, e
combattevano ; ve li sbaragliarono e prostrarono in copia. Battuti que’ pnmi,
anche il resto dell’ armata respinto fuggì : e la guaniigìone delle bagaglie,
lasciatele, s involò di su pe’ monti vicini. Cosi pochi moriron di essi nella
battaglia ; ma moltissimi nella fuga, perchè ignari de’ luoghi ed inseguiti
dalla cavalleria de’ Romani. Intanto Servio 1’ altro console persuaso che il
collega ne veniva a lui per soccorrerlo, e temendo che 1 nemici ^non gli
uscissero incontra e glien traversasser la strada ; risolvè frastornameli, con
assalirli negli aU loggiamenti. Questi però lo prevennero; perciocché sapuu la
sciagura de’ compagni dai predatori salvatisi, levarono il campoj e nella
notte, che fu la prima dopo la battaglia, rientrarono in città, senza che
avesser potuto tptanto aveano disegnato. Ma se ne periron di loro tra le
battaglie e i foraggi ; ne soggiacquero nella fuga d’ allora assai più di prima
(ra quelli che restavano addietro. Aggravati questi dal travaglio e dalle
ferite, Iraendosi a stento innanzi, perchè non .prestavansi ad essi i lor
membri, stramazzavano, vinti principalmente dalla sete, presso de’ ruscelli e
de’ dumi : e raggiunti da’cavallert romani, erano trncidali. Netnraeno i Romani
tornarono felici in tutto da quella f guerra ; perdutivi molti valentuomini, ed
il legato che vi si .era segnalato, più che tutti, nel combattere. Non pertanto
rivennero in patria con una vittoria non inferiore a ninna. E ciù fecesi in
quel consolato. Sacceduti consoli Lucio Ebusio, e Pnblio Servilio Prisco ; k
Romani plinti da mori>o contagioso, quanto mai più per addietro, non fecero
in queir anno cosa ninna degna di rimembranza nè in guerra nè in pace.
Gettatosi quel morbo in prima tra gli armenti de’ cavalli, e de’ bovi, e poi
delle capre e delle pecore, disfece quasi tutti i quadrupedi. Quindi
serpeggiando tra' pastori e tra’ coloni via via per tutta la regione, in ultimo
invase anche Roma. Non è facile ridire quanti servi, quanti mercenàrj, quanti
della, classe indigente perissero. Da principio se ne trasportavano i cadaveri
a mucchi su’ carri : ma poi quelli. de’, men riguardevoli si gettarono nella
corrente del fiume. Contasene perito il quarto de’ senatori, e con essi i due
consoli, ed il più de’ tribuni. Cominciò quel morbo intorno a’ primi di
settembre, e prosegui per un anno in^ro, investendo e consumandone di ogni,
sesso e di ogni età. Saputosi tra’ vicini il disastro romano, gli Equi ed i
Yolsci lo riputarono occasione bonissima da levare sene il giogo, e fecero
patti, e giuramenti, di alleanza fra loro. Quindi preparato quant’ era d' uopo
per 1’ assedio, uscirono gli uni e gli altri il più presto colle Roma Catone
Vartoae milizie; inondando su le prime il territorio de Latini e degli Emici,
onde precludere a Roma il soccorso degli alleati. E nel giorno che giunsero ai
Senato gli oratori de’ due popoli assaliti per ottenerne ajuto, in quei giorno
appunto era morto Ebuzio 1’ uno de consoli standosi già Servilio, eh era 1’
altro, per morire. Or questo, sopravvivendo anche un poco, convocò il Sepa to.
Portativi i più de’ padri malvivi su le lettighe dichiararono ai legati di
annunziare a lor popoli ^ che U Senato concedeva ad essi di respingere col
proprio valore i nemici, finché il consolo si risanasse, e fosse raccolto un esercito
per soccorrerli. A tali risposte i Latini concentrato ciocché poteano dalie
campagne, guardavano le mura, trascurando ogni altro danno. Ma gli Eroici non
reggendo al guasto ed al sacco de’ campi, diedero all’ armi, ed uscirono.
Infine dopo fatte luminose battaglie con perdervi molti ^de’ loro ed uccidervi
molto più de nemici, fuggirono, necessitati, fra le mura, né tentarono più di
combattere. Pertanto gli Equi ed i Volsci, depredatone il territorio, si
avvanzarono impunemente ai campi Tuscolani. E derubati pur questi senza che
ninno li respingesse, scorsero fino ai Sabini ; e giratisi impunemente anche su
le terre loro, avviaronsi a Roma. Ben poterono essi turbarla; non però
conquistarla. Quanlun que languidi nella persona, e perduta 1 uno e F altro
console, mortone di fresco ancora Servilio, armatisi oltre le forze i Romani,
si misero su le mura. Estese allora per circuito quanto quelle di Atene,
sorgeano queste parte su i colli e su. scogli dirotti, fortissimi per, a 19
natura, e bisogoevoli appena di difesa, e parte assicurate dall’ alveo del
Tevere, fiume largo quattrocento piedi , profondo da navigarvisi con legni
grandi; rapido quant altri e vorticoso nel corso. Non passasi questo appiedi se
non per vìa de’ ponti, de’ quali ve n era allora sol uno, e di legno, cui
disfacevano nei tempi di guerra. Il lato di Roma men arduo ad espu gnarsi dalla
porta chiamata Esquilina fino alla Collina era fortificalo eoli’ arte;
imperocché scavata innanzi ci avevano una fossa, larga, dove' eralo il meno,
più di cento piedi, e cupa di trenta, è quinci e quindi su la fossa elevavasi
un moro, cinto da argine interno ampio ed alto, talché né battere quello si
potrebbe cogli arieti, né rovesciar sbucandone le fondamenta. Lungo questo lato
circa sette stadj spandesi cinquanta piedi per largo. Or qui schieratisi in
folla i Romani respingevano 1’ as salto nemico :perocché noù sapevano allora i
mortali né far testuggini sotterranee, né macchine espugnatrict delle mura.
Diffidatisi gli assalitori di prendere la città ritiraronsi dalle mura, e
devastandone, ovunque passavano la campagna, sea tornarono in>patria. I
Romani come sogliono quando restano senza chi comandi, scelsero gl’ interré per
tenere i comizj, e vi crearono consoli .Lucio Lucrezio e Tito Veturio Gemino
(z). Sotto questi ebbe requie la pestilenza; puc 'Wel testo: ntritfit rìkirftr
: la toco rXtrftr ’ interpreta da altri per jugero : Svida la interpreta per
cesto piedi. Ma tale cspoiisione noa corrisponde. ' (a) Aano di Roma aga
secondo Catone, 394 secondo Varrone, e 46a av. Qrisio. 1 furono diflerite le
controversie civili private o pubbliche: e tentando Sesto Tito T uno dé’
tribuni >, riaccendere quella su la division de’ terreni; il popolo gli si
oppose, e rimisela a tempi più acconci. Eccitossi in tutti in vece I un
desiderio di punire quanti aveano dato guerra alla repubblica ne’ giorni del
morbo. Cosi decretata la guerra dal Senato, e ratiScata ' dal popolo, si
arrolarono le soldatesche : e ninno di anni militari, quantunque pri>
vilegiatone per le leggi, cercò sottrarsi da quell’ impresa. Diviso r esercito
in tre parti 1 una fu lasciata in guardia di Roma sotto gli auspicj di Quinto
Fabio, uomo consolare ; e le altre seguirono i consoli contro i Yolsci e gli
Equi. Aveano gii' fatto altrettanto i nemici. Riunitesi le milizie migliori d’
ambedue quelle nazioni, teneano il campo aperto sotto due capitani per
cominciare dalla terra degli Ernici, dove ' allor si trovavano, a devastarne
quanta ne soggiaceva ai Romani : la parte men atta delle ipilizie crasi lasciata
in custodia delle città, perchè su di esse' ngn venisse irruzione improvvisa
dagli emoli. Avuto infra loro consiglio, crederono i consoli il meglio d’
investire innanzi tutto le lorp città sul riflesso che la unione delle armate
si scioglierebbe, se ciascuno udisse ridotta in pericolo estremo la sua patria
; giacché riputerebbero assai meglio salivare le proprie cose che guastar le
ini miche. G)sl Lucrezio piotnbò su gli Equi, e Yeturio su i Yolsci. Gli Equi
trascurando ogni rovina di fuòri guardavano la città e li castelli. In opposito
i Yolsci ardimentosi, arroganti, spregiando 1’ armata Romana come diseguale
contro la Lisno IX. 221 lor ffloltitudiae, uscirooo 4 combattere pel territorio
proprio, e misero il campo presso di Yeturio Ma come accade a milizie receuti,
raccolte per la circostanza alla rinfusa di mezzo a villani e cittadini, privi
in gran parte di arme o di sperienza, non ebbero cuore nemmen di venire alle
mani : e perturbatine i più fin dal primo avventarsi de’ Romani, non reggendo
nè al suono delle arme percosse, nè ai gridi, preludio della battaglia,
tornarono con dirottissima fuga in città. Dond’ è che incalzati dalia cavallwia
ne perirono molti nello stretto de’ sentieri, e più ancora mentre a gara si
cacciano tra le porte. A tale disastro accusarono i Yolsct sestessi d’
imprudenza, nè più tentarono di cimenUrsi. Li capitani però che tenevano in
campo aperto le milizie dei Yolsci e degli Equi all’ udire, com’ erano
investite le loro città, deliberano di fare ancor essi alcuna magnanima impresa,
levandosi dalle terre de’ Latini e degli Eroici, e marciando on quanta avean
furia e prestezza su Roma. .Ancor essi avean mira che rinscisse loro r uno o 1’
altro de’ due belli disegni, cioè d’ invadere Roma,improvvista, o di
richiamarvene le armate di lei dai loro territori, necessitando ti consoli a
soccorrer la patria. Su tale pensiero marciarono a gran fretta per essere
inaspettati su Rotna, coll’ effetto delr opera. Avvicinatisi di nuovo al
Tuscolo, udendo che le mura di Roma erano tutte piene di arme, e che in
antecedente aveva tentalo il primo d’ iikrodiuTe tale eguaglianza ; ma dovette
lasciar I opera imperfetta, tro-; vandosi U gran numero del popolo nell' armata
in sai' campi nemici, tenutovi ad arte.,da’ consoli, finché il tempo finisse
del loro governo. IL Postisi quindi a tale impresa il uibubo Aulo Veoginio’e li
colleghi, t voleano consumarla: ma i consoli, col Senato, e. con altri in
città. più potenti adoperavansi costantemente per ogni maniera,, affinchè ciò
non seguisse, nè dovessero governare secondo le leggi : e. più volle sen tenne
1’ adunanza del Senato, piA volte quella del popolo ; facendo i lor magistrati
ogni sforzo gli uni contro degli altri ; doiid’ era a tutti viàbile che
verreb!>e da' tanto Jisàdio alla città disastro insanabile e grande. A tali
|>resagj. dai canto degli uomini agglongevansi i terrori dal canto del
cielo, d’ alcuni de' quali non Irovavansi L àmili ne’ pubblici scritti, né, par
monumento qualunque. Ben trovavanà occorse ancora in antico e coiTuacazioni soorrenti
pelcielo ed. accensioni fissa in un luogo, muggiti e scosse continue delia
terra,. e larve qua e là vaganti per l’aere, e voci desolatrioi, e cose
alirallali: ma ciò che non erasi mai nè sperimentalo nà udito, e che più che
lutti perturbava., era che il cielo navigò. dirottamente pQngià con nembo, dii
neve, ma con brani, più o men grandi di carne; che tali cairn momot, ltrio di
''contndirla fino al ritorno del terso mercato. Or molti, d^l Seoatè giovani e
vecch), nè giè de’ più dispregevoli, la contraddissero per più giorni cou as^ai
studiati discorsi. Stanchi poscia 1 tribuoi per tanto consumarsi di tempo, più
non per> misero che altri aringasse in contrario: ma predesti Dando il
giorno nel quale espedire la legge, invitarono i plebei a raccogliersi appunto
in quello, giacché non sarebbero più conturbati dalle lunghe concioni, ma
voterebbero su di essa per tribù. Cosi promisero, e sciolsero 4’ adunanza. Dopo
ciò li consoli e li patrizj più potenti andatine più esasperali ad essi
reclamarono, e dissero che non permetterebbero che introducessero leggi senza
previo decreto del Senato : SSSMUS IM lecci t patti DELLE ANTICHITÀ’ ROMANE DSL
COMVNS DELLB ClTtjC IfOTf DI ONA PARTE DS~. GLI ABlTAafl DI QUESTE : CHE QUAWDO
LA PARTE-, MEIf SANA VI da' leggi ALLA MIGLIORE A PRSf.UDlO MANIFESTO DI DANNO
TRISTO, INSANABILE, SCON GISSIMO. Quale., aggiuDgevaQO qtuU potere avete voi o.
tribuni di far leggi o distruggerle ? Voi non avete con questi diritti ricevuta
dal Senato là magistratura: voi chiedeste il tribunato in difesa de' poveri
offesi o soverchiati, non per altra briga niuna. Che se aveste già prima tal
potenza cedendo il Senato ad ogni vostra pretensione ; non C avete voi questa,
perduta col mutar dei comizj ? perciocché non i Pereti, del Sornald', non i
voti dati per centurie destinano voi per tiibuni: voi non premettete ai comizj
per la vostra creazione nè i sagfijicj dovuti per legge, né altri ossequj verso
de' numi, nè pietose -opere verso degli uomini. Come a voi si appartiene far
cose ( quali appunto sono le leggi) che ahbisognavtmo' di culto e di sagrifizj
di un dato rito, se i riti tutti violate f Coai lissero ai tribuni i patrixj
seniori, cosi li giovani, .che andarono cinti da un seguito per la città : e
rìcuperà^ rono colle dolci i cittadini più miti spaventando i ca-, parbj e K
turbolenti se non faceano, senno, col terroc de’ pericoli : anzi battendo come
schiavi, ed^ escludendo dal Foro alcuni de’ più bisognosi ed abjelti, i qualt
non curavano se non l’ utile proprio. • V. L’ uno di quelli ebe ebbe maggior seguilo,
e che poteva aUora più di lutti i giovani fu Quinzio Cesone, figlio di Lucio
Quinzio chiamato Cincinnato, nobile, Straricco, bellissimo, valentissimo nelle
armi, e nel dire Or questi molto allora si scaricò su' plebei, non aste
nendosi' nè da parole, molesiissitne ad uomini liberi, nè da’ fatti
corrispondenti alle parole, Pertanto i pairizj lo onoravano, e ^istigavanlò più
a tener fronte ai perìcoli, promettendogli sicurezza essi stessi : ma i plebei
r odiavano più che ogni altro. Or da 'un tal uomo risolverono liberarsi i
tribuni avanti tutto per abbattere in esso gli altri giovani, e necessitarli ad
esser più savj. Ciò risoluto, e preparati assai discorsi e lestimon}^, lo
dtardno come reo di pubblica offesa per punirlo 'di morte. Intimatogli di presentarsi
al popolo, venutone il giorno, e convocata 1’ adunanza, perorarono a lungo
coofra lui ; nunierando tutte le violente fatte, ed allegandone gli offesi
stessi per teslimonii. -Or .qui data licenza di parlare ; il giovine chiamato a
difendersi non ubbidiva : ma volea soddisfare ai privati in 'quanto diceansi
oltraggiati da loi > secondo le leggi, tenutone il giudizio innanzi de’
consoli : ma, il padre di lui vedendo i plebei sofferime malamente le ritrosie,
prese a difen’^erlo egli stesso ; dimostrando le tante delle accuse coqic false
f ed insidiose, e dimostrandole,. quando negar non poteansi, come picciole,
leggere, nè dégne dell’ ira del popolo, e su cose, fatte non per trama o
disprezzo, ma piuttosto per enfasi giovanile di gloria. Per questa diceva eh’
eragli occorso talora di fare e tal altra di pa> rire forse incautamente
nelle contese; non essendo lui nel fiore degli anni e del senno. Pertanto
pregava il popolo non solamente che non se gli adirasse pel discorrere suo, ma
che giel condonasse in vista delle belle gesta di esso le quali operarono fra
le armi la libertà de’ privati ed il comando della patria, ed invocavano fin d’
allora per lai quando Avesse mancato la clemenaa ed il soccorso di tcuti. E qui
narrò le campagne da lai sosténute, -e le battaglie nelle quali avea riportato
dai capitani la corona de’ prodi, quante volte eravi stato la diiesa de’
cittadini, e quante avea primo salito le mura de’ nemici : da ultimo ri rivolse
ad impietosire e scongiurare il popolo in riguardo della modera^'one sua verso
tutti, e del vivere ‘suo conosduto sempre come innocente ; chiedendo che in
grazia almeno gli salvassero il figlio. Compiacevasi il popolo a tali discorsi,
e deliboravasi rendere H 6glio al padre. Se non che riflettendo Yerginio che se
costai non subiva le pene ; ne diverrebbe intollerabile 1’ audacia, e la
caparbietà de’ giovani, sorse e disse : Contestata o Quinzio è la tua virA, la
tua benevolenza verso del Spopolo e te ten debbe tutta la stima: ma la
molestia, e la insolenza di codesto tuo figlio verso tutti non ammette
escusàzione o perdono. Egli educato con la tua disciplinà sì discreta, cpme
tutti sappiamo, e si popolare ; ne abbandonò gli ammaestramenti e seguì V
arroganza de tiranni, e la sfrenatezza de' barbari, portando in città gf incentivi
a tristissiiHe opere. E sia che tu noi conoscessi per tale ; ora che tei
conosci ben dei con noi e per noi concitartene : che se per tale il sapevi, e
lo coadiuvavi in quanto egli inviliva ognora pià' la sorte dei poveri ; eri
anche tu lo scellerato, e mal souavati intorno la fama di uom probo. Afa tu non
vedevi ( ed io stesso potrei contestartelo ) quanto egli dalla. . a3i tma uirtà
degenerava. Sebbene io tenga però, che allora tu non partecipavi con esso. nelF
offenderci ; dolgomif che ora come noi non te ne sdegni. Ma. perchè tu meglio
conosca qual niostro' abbi nudrito senza avvedertene contro la patria, quanto
tirannico, c non . puro nemmeno tlal sangue.. dk' cittadini ^ odi la egregia
opera sua, e contrapponi a questa, se puoi, U bellici suoi prèmji E voi, quanti
siete imo pioto siti al pianger di un padre, considerate se stia bene che
risparmisi un tal cittadino. E qui fe' cenno a Marco Volscio T uno de’ suoi
colleghi perchè sorgesse e dicesse quanto sapeva di quel giovane. E fatto
silenzio, e grande espettazioiie ; V(d> scio soprastando alcun poco-, disse
: Oltraggiato, e pià che oltraggiato che io fui da quest’uomo, ben avréi voluto
pigliarmene, o cittadini, le pene che ut erano concedute dalle leggi : ma
impeditovi allora, dalla mia debolezza, dalf esser mio di plebeo, prenderò ora
che mi è dato f le parti di testimonio, se quelle non posso di accusatore.
Udite le acerbità, le indegnità che men ebbi. Era Lucio, fraltel mio,,che io
amava piti che tutti i mortali Avea \ questi cenato mecò. presse di un amico,
quando al giungere della notte di levammo, e partimmo. E già passavamo per il
Foro, quando si abbattè con noi codesto petuUui-,te, seguito da giouani pari
suoi: li quali, ebbrj ed 'arroganti che erano, beffarono ed insultarono noi,
quanto, insultato e beffato avrebbero i meschini e gli .ignobili. Così
provocati j V uno di noi parlò liberissimamente. Or codesto Cesane estintando .
ria cosa ttdire ' ciocché non voleva, gU s' avventò, lo battè : e mainìenalolo
con i calci e con ogni guisa di sevizio^ e cT ingiurie; io uccise. Ucciso lui,
manomise ancor me, che ne gridava, e ne repugnava quanto io po~ tev'a : nè mi
lasciò, se non dopo credutomi estinto, ài vedermi immobile in terra, e senza
voce. Allora se no' andò giubilando come per bellissima prova ; ed allora' gli
astanti raccòlsero noi lordi dal sangue j e riportarono a casp Lucio il fnio
fratello, morto, come ho detto, e me presso che morto, e che certo ornai poco
sperava di sopravvivere. Occorse ciò. sotto i consoli P^ublio Servilio, e Lucio
Ebuzio, quando spaziava in Boma la ff-an-' pestilenza, alla quale eravamo
soggiaciuti atKor noi. Quindi non potei dimandarne ragione, morti /essendo i
consoli tutti due. Succederono poi consoli Luaezio e Tito Terginio. Io voleva
allora ' citarlo in giudizio ; ma ne fui impedito dalia guerra, fasciando
ambedue per essa la città. Jiitomati .questi dal campo, quanto volte 16 citai
presso de òiagittrati, quante volte mi vi accostai, tante ( e ben molti lo
sannò ) fui da esso ferito. E questo, 'o popolo, che io ne ho tollerato, questo
vi ho detto con tutta la verità. Alzarono a quel dire, gli astanti le grida,
(eolandone molti la vendetta colie lor inani. Ma vi si opposero i consoli, ed i
più de’ tribuni, alieni che in città s’ introducesse la tea consuetudine ;
tanto più che la parte più sana del popolo non voleva che si toglicssero le
difese a chi pericolava in giudizio della vita. La cura duirque della ginsUzut
represse allora gii empiti della iur scienza, ed il giudizio fii differito non,
senza contenzioni e dobbj non piccioli, se dovesse' intanto il reo serbarsi
neiia carcere, o dare i mallevadori per la sua dimissione, come il padre di lui
dimandava.' Il Senato adunatosi decretò che se no desse malleverìa • sotto
ob-> biigazion pecuniaria ; ed egli libero andasse finché di lui si
giudicasse. Or mancando il giovine di comparire • al suo tempo ;. i tribuni
convocarono il giorno appresso la molthndine, e contro lui sentenziarono ;
dond’ è che i mallevadori, eh’ eran dieci, pagarono là multa convenuta in
sicurezza delia sua presentazione. Colto dunque fra tali insidie dai tribuni
che guidavano tutta la trama, colle itestimobianze di Volscio, che poi false si
riconóbbero, Cesone fuggi nell’ Etruria. Il padre di lui venduto il più di sue
cose, e rintegrati i mallevadori delle multe obbligate visse tra il disagio e
lo stento in un poderétto; che aveasi con picciolo abituro lasciato di là dal
Tevere, coltivandolo con ponchi servi, né più rècandosi in città per 1’
afflizione, b la inopia, nè riabbracciando gli mici, né iniramettendosi -a
festa, o ricreazione niuna. Ai tribuni però succedé ben altro che le loro
speranze: imperocché non .solo qon se ne chetò pér alcun modo la gioventù
contenziosa ammaestrata dai mali di Cesone ; -ma ne imperversò più ancora,
contrastando co' detti e co’ fatti la legge; talché non poterono affatto
stabilirla, cousumandosi in brighe la loro magistratura. Pertanto il popolo
confermò pel nuovo anno i tribuni medesimi. ' fX. Ascesi ai grado consolare
Valerio Popiicola, e Cajo .Claudio Sabino , Roma corse in pericoli quanti Anoo
di Roma 39! secondo Catons, 396 secondo Varrone, c 4''8 av. Cristo. uiai più ^
per la guerra cogli i esteri, attiratale dalle d!i cordie domestiche, come af
eano j preoooziato i libri sibillini, e li segui dimostrati 1’ anno precedente
dai numi. Io sporrò cagione, che suscitò U guerra, e ciò che fu per queau
operato allora da’ consoli. Li tribuni preso di nuovo il lor grado su la
speranza di fondare la legge, vedendo console Ca)o Claudio pieno di odio
ereditario contro del popolo, e sollecito per ogni guisa nd impedire quanto
facevano ; e vedendo i più potenti de’ giovani trascorsi -iu fùria manifesta da
non combatterli colla forza, ed i più della plebe obbligati da' servigi de’
patrizj, e rimasti senza il primo ardore per la leggQ deliberarono spingersi
all’ intento con mezzi più risoluti, onde atterrire quei della plebe, e far
desistere il console. Su le prime procurarono spargere voci varie per la città,
poi sederono da mattina a sera coosultaudosi visibiloRate senza comunicarne ad
alcuno nè consigli nè parole. Ma quando parve loro tempo di .eseguire i
disegni, finsero delle lettere ; facendosele recare mentre sedeano nel Foro da
un ignoto. E come prima Je lessero,, battendosi la .fronte, e contristandosi
ne’ set^bi^nti ; levaronsi in piede. Accorsa gran moltitudine, ed
insospettitasi che fosse in quelle lettere indicato alcun grande infortunio,
essi or dioaroiio,pe’ banditori silenzio e dissero; La repubblica o cittadini
sta. negli estremi pericoli. E sé la benevo^ lenza degl iddj non avesse
provveduto a chi era per. incorrervi : noi tutti saremmo in fetali sciagure.
Chiediamo che vi tfiniale qui breve tempo, finché riferiamo al Senato eiocohè
ne si avvisa, e facciamo di cornuti volo oiocché si debbo ; E ciò detto, ne andarono
ai consoli. Frattanto che il Senato si radunava, faceansi pel Foro molti e
svariati discorsi; ripetendo altri appo> stalaroente ne’crocchj ciocché era
stato intimato loro da’ tribuni ; ed altri pubblicando, come detto ai tribuni,
ciocché temeano essi stessi, che succedesse. Chi dicea che i Volsci e gli Equi
aveano accolto Quinzio Cesone il giovine condannalo dal popolo, creandolo
comandante assoluto delle due genti e che leverebbe .gran forze e marcerebbe
contro di Roma: echi dicea che quel giovine d’ accordo cp’ patrizj tornava con
esterne. milizie, perché si abolisce una volta per sempre il magistrato che era
il presidio de’plebei : altri aggiungeva che eosì non sentivano tutti i patrizj
ma i giovani soli: e. vi fu chi ardi fino dire che colui si stava occulto in
città, e che occnpenebbe i posti più acconci. Ondeggiando cosi tutta la città
per |a espeUazioue de’ mali, e sospettandosi tutti, e guardandosi gli uni dagli
altri : i consoli convocano il Senato : ed i tribuni vengono e palesano ciocché
avvisavasi loro: parlava, per tutti Aulo Yerginlo e disse : • f > X. Finché
gli annunzj che ci si davan de' medi ^ ci sembrarono non accureUi, ma vani e
senza fondai mento, sdegnefmmo o padri coscritti, di pubblicarlit tal timore
che non.se ne eccitassero grandi txirbamenti, come sogliono, alP udirsi triste
cose, e con riguardo di non essere da voi creduti anzi precipitosi che savj.
Non però lasciammo tali annunzj, trascu^ rondo li eiffaUo : anzi ne abbiamo i
investigata la ver rità, quanto per noi si potè.. Ora. poiché la provit denzu
celeste, la quale ci ha ‘sempre salvato la repubblica, ci benefica p svela i
segreti consigli y e le ree macchinazioni di uomini nemici agt iddj, e teniamo
fin delle lettere che abbiamo di fresco ricevute in pegno di benevolenza da
ospiti, che voi poscia adirete, e poiché concorrono e concordano gC indizf
Interni con gli^ altri di fuori, e gli affari che abbiam tra le mani non
ammettono più. indugio e riserva i deliberiamo, com’ è giusto, palesarli a vói,
prima che al popolo. Sappiale dunque che hanno contro il popolo congiuralo
uomini non ignobili, tra' quali dipèsi-esser parte, non grande però, degli
anziani, ascritti al Senato, ma più grande de’ cavalieri che ascritti non vi
sono ; e questi, quali siano, non è tempo ancora di rivelarlo. Questi, come
udiamo, colta una notte oscura, sono per assalirci tra’l sonno, quando nè può
risapersi ciocché è fatto, nè vaUomo a congregarci e difenderci. Fermi sono
d'investire ‘e di uccidere nelle case noi tribuni e quei plebei che st opposero
iy o fossero mai per opporsi ad essi circa la libertà. Quando avran tolto noi,
pensano di aver da voi ciò che resta, sicurissima ' mente, cioè che revochiate
di comun voto le concessioni da voi fatte alla plebe. Fedendo però che han
bisogno per compiere ciò di prepararsi occultamente una milizia di fuori, e non
piccola, si hanno eletto capo queir esule nostro, quel Ceso e, convinto delV
eccidio di cittadini, e della discordia della città, • e pure fatto per alcuni
di qua entro, fuggir salvo dal giudizio e da Roma, con promettere di
procurargli il ritorno, magistrature, onorificenze, ed altri, compensi de'
servigj. E questo Cesene ha protnesso di conduf loro, milizia di Equi e di
Eplsci, quanta abbisognane. Egli verrà tra non molto co’ più audaci, introducendoli
a pochi a pochi e '.sparsamente in ci/r tà: l^ altre milizie, quando saremo
periti noi capi del popolo si avventeranno su gli alpi del popolo stesso, i
quali difendessero ancora la libertà. Queste, o padri coscritti sono le
terribili, le impurissime opere che disegnano far tra le tenebre, senza temere
r ira degli iddj, nè riguai dare, la vendetta degli uomini. Agitati da tanto
pericolo, a voi ne veniamo supplichevoli, o padri, voi scongiuriamo per gf
iddj, voi pe genj adorati dalla patria, voi per la memoria dei tanti e gravi
nemici da noi combattuti in coma-, ne, affinchè non lasciate che noi patiamo le
sì dure, ed indegnissime offese : ma v’ 'empiate come noi di risentimento, e ne
soccorriate, e puniate, come delf~ Lesi, tali macchinatori tutti, o nei capi
almeno della infame congiura. E prima che tutto, dimandiamo o padri che
decretiate, come è giusto,. che inquisiscasi da noi tribuni su le cose
deferiteci; perciocché oltre, la giustizia, la necessità dee rendere,
inquisitori di-, agentissimi gV investiti dal pericolo. Che se alcuni tra voi
son disposti di non compiacerci punto, anzi di contrariarne in, quanto vi
diciamo del popolo ; volsntieri conoscerò da essi quale vi disgusti delle.
nosVe dimande, e ciò che vogliate da noi finalmente Che non facciamo forse
niuna ricerca, ma trascu~ riamo la si bufa e si rea tempesta che pende sul
popolo ? E chi direbbe li sì fatti decisori esser sani, e non corrotti) e non'
partecipi della congiura anzi chi non direbbe che temono per sestessi, temono
di essere scoperti, e quindi scansano che si esamini • il vero ? Perciò non
debbesi attendere a tali uomini. O vorranno forse che non siamo noi gl'
inquisitori 'di dò; ma il Senato e li consoli? Ma che impedirebbe che i tribuni
pure dicessero, che a loro che han preso a difendere il popolo / a loro si
spetta la inquisizione de plebei, se alcuni mai congiurassero contro de' padri
e de'consoli, e macchinassero la rovina del Senato ? Or che seguirebbe da ciò ?
questo appunto, che mai la indagine si farebbe maneggi reconditi. Noi però mai
ciò nort faremmo, perchè sospetta ne sarebbe f ambizione : e così voi non bene
adopererete dando mente a coloro che non vogliono che noi pure slam pari a voi
ne’ casi nostri, per fare F esame; ma benissimo adopererete riguardando questi,
come nemici comuni. Al presente, o padri coscritti, niuna cosa tanto bisogna,
quanto la sollecitudine: glande, imminente è il pericolo; e C indugio a
salvarsi è sempre intempestivo ne’ mali che non indugiano. Lasciando dunque le
altercazioni, e i lunghi discorsi decretate ornai ciocché F utile vi sembra
della' repubblica. eraoo i padri come rìsolfere: e riflettevano seco stessi, e
ripetevano 'fra loro, come fosse ugualmente arduissima cosa concedere e non
concedere ai tribùni di fare inquisiaione su loro, in affane comune e
gravissimo. Ma Cajo Claudio 1’ uno ajg de consoli, che tenea per obliqua quella
loi^ proposta, sorse e disse : iVon penso, o Kergìnio, che costoro sospettino
me come partecipe della congiura che dite macchinata cantra voi, e cantra il
popolo e sospettino che io sorga a contraddire, perchè temo per me o per alcuno
de miei che n è complice ; giacché il tenore della mia vita esclude in tutto da
me tali sospetti. Io dirò sincerissimamente e sema riguardi ciocché reputo £
utile del Senato c del popolo. Molta, anzi affatto s’ inganna Ferginio, se
concepisce che alcun di noi sia per dire ohe si lasci,, sema discuterlo, im tal
affare sì grande e necessario ; e che non debbono aver parte, nè star presenti
alla indagine i magistrati del popolo. Niuno è sì stolido, niuno sì malevole al
popolo che voglia ciò dire: Che se dunque alcun chiede, qual ne ho male, ohe
insorgo contra cose che io concedo per giuste; e che presumo io mai col mio
dire ; io, viva Dio, ve' lo esporrò: Io penso, o padri coscritti, che i savj
debbano considerar sottilmente i germi e le linee prime di ogni affare :
imperocché deesi di ogni affare discorrere secondo che ne stanno i principj.
Ora udite da me ciocch' è V intrinseco del subietto presente, e quale il
disegno de tribuni. Non riesce ora loro di ultimare ninna delle cose
incominciate nè proseguite nelC anno antecedente, perchè voi vi opponete ad
essi come allora, nè pià il popolo li favorisce. E ciò conoscendo cercano
necessitare voi, sicché cediate loro anche vostro malgrado, ed il popolo,
sicché cooperi a quanto mai vogliono. Ma per quanto se ne consultassero, per
quanto volgessero da,' ogni banda, V affare, non trovando mezzi semplici e
buoni per V uno e V altro intento ; alfine così la discorsero.. Lainenliamoci
che alenai nobili han congiurano di> abballcre il popolo / e di uccidere
quanti ne proca nino la salvezza. E quando avrem &UO, che tali cose,
preparale da gran tempo, siano. in cittA disseminate,; e sembrino credibili I
popolo (e credibili le renderà a la paura)} allora fiugeremo delle lettere da
presenti larcisi per un ignoto in presenza di molti. Ne amdre> mo quindi In
Senato, ci> sdegneremo, ci dorremo, e cercheremo il poter d’ inquisire su le
dinunzie dateci. Se i patria) ci si oppongono, prenderemo ‘da indi ^argomento
di calunniaiii presso del popolo; ed il a popolo esacerbato contro di essi
diverrà ^ propizio a X .quanto noi vogliamo. Che se cel concedono leveremo X di
città, come trovati complici, i più misgnanimi frA loro, e più nemici nostri,
vecch j ^o giovani. Impe rocchè coloro intimoriti di essere condannati o pat
tuiranno con noi di non più contrariarci ; o saran costretti a lasciare la
patria : e co^ la fàzipn contrap posta sarà desolata . Tali sono i loro disegni
p padri coscritti, e quando li vedevate che sedeano o consultavano ^ al~ lora
tesseano C inganno contro i più riguwrdevoli tra, voi, allora complicavan la
rete contro i cavalieri più puri. E che ciò sia vero ; presto ve lo dimostro.
Dì, yèrginio, dite voi, su quali pende il pericolo, da quali ospiti aveste la
lettera ? dove abitano, come vi conoscono', come seppero tali nostre cose ?
Perché differiste a svelare i lor nomi, perchè prometteste dirceli poi, nè li
avete già detti ? Qual fu V uomo che vi portava le lettere ? che noi menate voi
qui y sicché su lui cominciamo a diicutere, se vere elle siano y o se
piuttosto, come io penso finte da voi ? E gt indizj interni che si accordano
co’ segni di fuori quali sono mai questi? o chi mai ve li diede ? Perchè ne
celate, non ne pubblicate le prove ? Se non. che mal si trovano prove di cose
che non furono mai come io credo, nè mai saranno. Questi o padri coscritti non
sono indizj di una congiura contro loro ma piuttosto delle insidie e del mal
animo che essi covano contro di voi, come C affare dichiaralo • per sè stesso.
Ma voi siete -di ciò la causa, voi che concedeste loro le prime cose, e
portaste a tanta potenza codesto insano 1 loro magistrato, quando lasciaste
nell’ anno antecedente che giudicassero per falsi titoli Quinzio Cesone y 'e
soffriste che strappasSer dal seno un tanto difensor de'patrizj. Da ciò nasce
chepili non serban misura, nè tolgon di mira i nobili ad ano ad uno, ma
investono e scacciatio in un globo tutti i migliori della città : Eciò che è
peggio j non permettono nemméno che contraddiciate Biro, e V atterriscono con
darvi per i sospetti, e calunniarvi come complici de’ segreti disegni ^ con
dirvi ben tosto inimici del popolo, e citarvi al popolo stesso, perchè -subiate
la pena de’ discorsi qui fatti. Ma su ciò diremo altrove pià acconciamente. Ora
per istringere e non prolungare il discorso, ammoniscavi che vi PTOIftCr, tomo
in. ' it guardiate da codesti turbatori di 'Jioma, dti codesti seminatori de’
mali. Nè celerò già al popolo quanto qui dico ; ma gli sporrò liberissimo che
non pendo su lui niente di. male, se non quanto glien fanno i tristi ed
insidiosi ..tribuni, benevoli ne' sembianti e nemici ne' fatti. Sorse al dire
del console clamore m tomo ed applauso ben grande, e sciolsero 1’ adunanza
senza ^pertncHve che '^pià i tribuni parlassero. Dopo ciò Yergiaio convocato il
popolò, vi accusò il Senato ed i consoli. Ma Clandio ve li escusava apptmio co’
discorsi tenuti in Senato. Presero i più discreti del popolo per vana quella
paura: ma i più sjolidi per -vera, credendo le dicerie : e quanti ne erano I
più soellerali, ^anti i più bisognosi ognora di un cambiamento, vi xercaròno un
pretesto -di sedizione, je di torbido, doù che mi> ressero a far disceraere
il Vero dal falso. Intanto un Sabino non ignobile di lignaggio, potente in
averi (Appio Erdonio ih chiamavano.) si pose in cuore di abbattere la potenza
romana, sia che ne cercasse per sé la tirannide, sia che una grandezza ed un
dominio, ai -Sabini, sia che tina fama luminosa al suo nome. Comnni'catosi, in
quanto a tale idea, con' molti amici, divisata là maniera dell’ impresa, ed
approvatone ; riuni li clienti, e li più baldanzosi de’ servi suoi. Concentrati
In poco tempo intorno a quattro mila uomini, ed apparecchiate arme, viveri, e
quanto bisognava per una guerra, gl’ imbarcò su legni fluviali. ?iavigando sul
Tevere, gli approssimò a Roma dalla banda, ove sorge il Campidoglio, non
lontana nemmeno uno stadio H. P. GRICE STAGE – STADIUM dal fiume. Era la notte
in sul mezzo: ed in Roma calma grandissima. Egli dunque al favore di queo
ottenuti i luoghi piu acconci, ricever^ gli esuli,, liberare, gli schiavi,
sdebitar con promesse i poveri, e consociare a sestesso 4utti gli akti
cittadini clie dal basso loro stato invidiavano ..ed odiavano i potenti, e
seguivano con diletto la mutazione. La iipniagine. che deludevalo intanto che
lo isperariziva di ottenere quanto aspettava, era la civil sedizione, per la
quale concepiva che più non vi fosse amicizia, nè ligame tra i plebei e tra’
patrizj. Che non fosse a lui riuscita ninna di tali cose r allora disegnava
chiamare con tutte le milizie i Sabini, i Yolsci ed altri vicini, quanti
voleano iredimerst dal giogo esecrato de’ Romani. . Occorse, però che s’
ingannasse in lutto ; jmpe> aocchè nè si diedero a lui gli schiavi, dè gli
esuli ripatriaronb, nè gl’ indebitati q disonorali 'anteposero'!’ utile proprio
al comune, nè i sqcj esterni ebbero spaziò abbastanza da preparare la guerra:
giacché tale affare, che diede tanta paura e turbamento a^ Romani, ebbe Gne ben
tosto ne’ primi tre o quattro giorni. E per verità, presa appena la fortezza,
datisi gli abitanti dei luoglù Questa porta fu chiamala ancora scellerata
perchè poterono per essa uscire ma non tornare i Pabj che andarono a Cremerà
contro i Toscani j come iuiUcano Testo ed Ovidio. Fasi. a. intorao che non
erano rimasti uccisi, a gridare e fug-' gire ; il popolo non sapendo che mai
fosse, impugnò le armi, e Corse parte ne siti eminenti y o ne’ spaziosi, che
eran molti, della città, e parte ne’ campi vicini. Quanti perduto il fiore
degli anni erano nella impotenza delle forze, salirono colle, mogi) ai tetti
delle case per combattere di là li forestieri, parendo loro ogni luogo pieno di
nemici. Fatto giorno, come seppesi che 'erano in città prese^ le fortezze, e
chi prese le avesse ; i coasoli andarono al Foro, e chiamarono i cittadini alle
arme. Li tribuni convooita la ' moltitudine dissero che non voleano far cosa
contraria, alla patria ne’ suoi pericoli ; ma che riputavaào giusto, che il
popolo il 'quale espoùevasi a tanto cimento vi si esponesse con patti espressi
: Se i patrìzj, diceano, promettono, chiamarti done mallevadori gli Dei, che
Jinifa la guerra cìoon^ cederanno di creare i legislatori, e di vivere pari a
noi ne diritti per t avvenire; liberiamo con essi 'la patria : ma se ricusano
ogni partito di moderaziode ; e perchè mai cimentarsi ?' perchè gettile la
vita, quando niun bene' ce ne ridonda ? Mentre cosi dicevano ed il popolo se
>ne persuadeva tiè udiva le voci di chi altro gli suggerisse ; Claudio.
disse ohe non tJ>bisognavasi di tali che soccorressero la patria non
volontari, ma per prezzo e non ' lieve : che i pcurizj armando sestessi e i
clienti, e chiunque univasi loro spontaneamente assedierebbero le fortezze ;
Che se tali milizie non pareano sufficienti; ne chiamerebbero ancora dai Latini
e dagU Ernici : e se la necessità stringesse, prometterebbero la libertà agli
schiavi : cAe infine inviterebbero, tutti, piuttosto che quelli che in tal
congiuntura profittavano della odiosità de' vec~ chj fatti. Contraddiceva a
tanto Valerio 1’ altro console : e giudicando che non dovesse mettersi in
guerra coi patris) la plebe già adirata con essi .-consigliava che si cedesse
al tempo : si pretendesse da' nemici esterni il diritto: ma si usasse helle
gare domestiche equità e dolcetta, E sembrato egli al più dei padri di aver
dato il consiglio migliore, ne venne all’ adunanza del popolo,e tenutovi un '
conveniente discorso, lo terminò, giu> rando, che se i plebei si unissero a,
lui con ardore sella guerra, q, riordinassero le cose della città; concederebbe
ai tribuni di far discutere al popolo la legge che essi progettavano su la
eguaglianza ne’ diritti, e che terrebbe modo onde ciò che fosse à questo
piaciuto si eseguisse nel suo consolato. Ma ‘non portava il destinò eh’ egli
adempiesse alcuno de’ patti, seguendolo ornai da presso la morte. Sciolu i’
adunanza, intorno a’ crepuscoli vespertini accorse ciascuno a’ suoi posti per
dare a’ capi il suo nome, ed il militar giuramento; e fra tali due cure si
consnmò qncl giorno e la notte che lo segui. Nel giorno appresso furono
compartiti e còllocati da’ consoli i tribuni sotto le insegne sante,
aiTollandovisi la nioltitndine ancora abitatrice della campagna. Ordinata così
ben tosto ogni cosa, i consoli divisero le milizie, e ne tirarono a sorte il
comando. A Claudio toccò d’ invigilare innanzi le mura, aIBnché non entrasse in
sussidio altr’ armata di fuori ; perocché sospettavasi di un moto assai grande,
e temeasi che piomberebbero forse tutti i nemici su loro. Portò la sorte che
Valerio si mettesse all’ assedio delle fortezze. Altri duci furouò destinati sb
I di altri luoghi muniti, interni alla città ^ ed altri su le vie che menano al
Cartipidoglio per impedire che vi passassero al nemico gli schiavi e li
bisognosi temuti soprattutto. Non venne a Roma sussidio di alieniti, se non de’
Tnscolaili, informati ed apparecchiati in una notte e guidati da Lucio Mamilio,
uomo operosissimo, e capo allora della nazione. Questi soli entrarono con
Valerlo a parte de’ pericoli, et dimostrandovi Ihtta la benevolenza e lo zelo ;
rivendicarono con eSso le fortezze. Diedevisi da tutte le parti 1’ assalto :
chi adattava su le donde vasi pieni di bitume e pece incendiaria, e lanciavali
dalle case vicine in sul colle : chi recava, fasci di sarmenti, e fattine
cumoli ben àltj su lo sco' sceso della rupe gli ardeva, lasciando che il vento
ne trasportasse le damme: i più magnanimi ristrettisi nelle Schiere salivan
alto di su per vie manufatte : ma la motti(udine colla quale tanto sorpassavano
1 inimico, niente giovava ad essi che ascendevano per sentiero angusto, pièno
sopra di sassi da trabalzameli, e tale che i pochi vL divenivano bastanti
contro i mólti : nè la costanza acquistala tra le molle ‘‘guerre incontro ai
pericoli valeva punto per chi rampicavasi diritto sa pei scogli. Pcroccliò
facessi la battaglia con colpi lontani e Dòn a corpo a corpo onde moslraiwi
audacia e forza ; le arme lanciate da basso in alto giungevano, cotn -è
verisimile, se colpivano, languide e tarde ; laddove quelle scagliate dall’
alto in basso piombavano penetranti e piene, secondandone il peso, \ lor tiri.
Non però invilivano gli assalitori, ma persistevano, necessitati, tra' mali,
senza rèquie alcuna diurna o notturna : tanto che mancate finalmente agli
assediati le arme e le forze, dopo il terzo giorno gii espugnarono. Perdeèouo i
Ro mani in questa battaglia molti valentuomini, ed il console', valentissfmo,
come tutti concedono. Costui sebbene ricevute molte ferite, non si levava da’
perìcoli : ma saliva tuttavia la rocca, finché gli precipitarono ad dosso un macigno,
che gli tolse • la vittoria e la vita. Espugnata la fortezza, Erdonid
robustissimo che era di corpo-, e bravissimo in arme, destò strage incredibile
idtornct di sé, ma sopraffatto infine dai colpi morì. Tra quelli che -avevano
occupato con esso il castello, pochi furoRO pigliali vivigli più trafissero
sestessi, o perirono precipitandosi dalla rupe. Finito cosi l’attacco de’
Ladroni, i tribuni riprodussero le ‘interne discordie, chiedendo dal console
superstite che adempisse le promesse circa la istituzioa della legge fatte loro
da Valerio, estinto nella battaglia. Trasse GlandLò in lungo qualche tempo, ora
con espiar la città, ora con fare agl’ Iddii sagrifiz) di ringraziamento, ed
ora dilettando il popolo con spettacoli e giuochi. Alfine mancatigli tutti'!
pretesti disse, che dovessi nominare. in luogo del defunto un altro console,
perocché le cose, fìtte da lui solo non sarebbero né legutime ', né salde,' ma
salde saqebbero, e legittime fatte da ambedue. Respintili con 'questa replica,
prefisse il giorno pe’ oomizj ove farsi un collega. Intanto i capi dei Senato
concertarono con maneggi occulti fra loro il console da eleggersi. Venuto il
giorno de’comizj, quando il baDclitore chiamò la prima classe, le diclotto
ceniarie de’ cavalieri e le ottanta de’fanti ricchi di più possideusa entrate
nel luogo dimostrato nominarono console Lncio Quìdeìo Cincinnato, il cui figlio
Cesone ridotto a già di^o capitale da’ tribuni, avea per necessità lasciato la
patria: >nè più si > chiamarono altre classi a dare il lor voto, giacché
le centurie che lo aveano dato superavano per tre centone le rimanenti. Il
popolo si ritirò pronosticando il suo male, perché sarebbe il consolato in mano
di chi lì odiava. Il Senato spedi uomini che prendessero e menassero il suo
console al comando. Quinzio arava allora per avventura un campo per seminarvi,
ed egli stesso scinto di^ tonica, col pilco in testa, e con fascia ai lombi,
teneva dietro ai bovi che lo fendevano. Or vedendo i molti che a lui si
recavano, fermò 1’ aratro, e dubitò buon tempo chi fossero, e perchè sen
venissero ; ma precorrendo un tale ed ammonendolo ad acconciarsi, andò nell’
abituro, e acconciatovisi riuscì. Gli uomini spediti a riceverlo, lo salutarono
tolti non dal suo nome, ma come console : e messagli la veste circondata di
porpora, e dategli le scuri, e le altre insegne de’ consoli, lo pregarono che
in città si portasse. £ colui soprastando alcun tempo e lagrimandone disse :
questo mio campiceUo. in qilesto anno restar^ dunque non seminato, ed io
correrò pericolo di non avere come alimentarmene. E qui salutata la consorte,
ed intimatole che provvedesse alle coso dimestiche, sen venne a Roma. Or questo
mi son’ io condotto a dirlo non per altra cagione, se non perchè sì conosca
quali erano allora i primarj di Roma, come operosi, collie savj ; e come, non
che gravarsi di noa povertà onorata, ricusavano, non ambivano i sovrani poteri.
Dal che. sarà manifesto, che i moderni non so migliano a quelli nemmen per
poco, eccettuatine aiquanli, pe’ quali vive ancora la maestà romana e serbasi
una. immagine di que tempi. Ma basti su ciò. Quinzio preso il consolato chetò
li tribuni dalle innovazioni e dalle brighe su la legge, con intimare, ehe àc
non la finivano, porterebbe tutti i cittadini fuori di ' Roma, minacciando una
spedizione sui Volsci. E replicando i tribuni che lo avrebbero impedito di
arrolare l’esercito; egli convocata un’ adunanza, disse che lutti si erano
vincolati col giuramento militare di seguire a qualunque guerra fossero
chiamati, li con soli; come di non lasciar le bandiere e di non far cosa contro
Ja legge. Diceva che con assumere il consolato, ei tenevali tutti sotto quel
giuramento. Ciò detto, giu-> rando che si varrebbe delle leggi contro gl’
indocili, fe’ cavar le bandiere da’ tèmpli. £ perchè disperiate di ogni
aggiramento di pòpolo nel mio consolato, non tornerò, disse', da cnmpi nemici
se non dopo Jinitone il tempo. Apparecchiatevi dunque in quanto v è necessario,
come per isvernare nel campo. Sbalorditili con tal parlare, quando li vide
alquanto più mansuefatti supplicarlo di esser liberi dalla spedizione, dichiarò
che sospenderebbe in grazia loro la guerra, purché non fa cessero movimenti,
lasciassero eh’ egli reggesse il con[fi) Roma Catone Varrone] -solato a suo
modo, e dessero ed esigessero scambievole mente il giusto. Calmata la
turbòienza, ristabilì su le istanze loro li giudizj interrotti da tanto tempo,
ed egli straso decise il più delle cause colla equità e colla giustizia,
sedendosi quasi tutto il giorno nel tribunale, > io atto sempre compiacevole,
mite, umano verso de’ ricorrenti. Operò con questo die il, governo non sembrale
aristo cratico, che i poveri, gl' ignobili, ed altri infelici comunque
conculcati da’ potenti, OOn avessero bisogno dei tribuni, 'nè desiderassero piu
nuova legislazione per essere trattati cOn eguaglianza, anzi che amassero e
gradissero tutti il ben essere attuale delie leggi. Fu iodato nel valentuomo
questo procedere, òome pure, che fluito il suo comando, ricusasse non che lieto
riaccettasse il consolato offertogli nuovamente. Imperocché il Sanato che vedea
la moltitudine non alièna di obbedire aU’uom buono, rivolealo a grand’ istanza
nel consolato, perché li tribuni brigavansi a non lasciare uemmen pel terzo
anno il magistrato, ed egli sarebbesi ad essi contrapposto rattenendoli dalle
innovazioni colla verecondia o col terrore. Disse che non appcovava cJte i
tribuni non cedessero il grado loro ^ ma che egli non incorrerebbe ' neir
acciua di essi. E convocato il popolo e lamentatovisi lungamente de’ riottosi a
deporre, il comando, giurò solennissimamente di non ricevere il consolato
innanzi di averlo ceduto. E prefisse il giorno pe’ comizi, e designativi i
consoli, si ritirò di bel nuovo nel suo picciolo abituro, c visse, come dianzi,
col travaglio delle sue mtini. > X aSi Divenuti consoli Fabio Ylbolano per
la terza volta, e Lucio Cornelio , e celebrando i patrj spet> tacoli,
frattanto circa eeì mila Eqof, uomini scelti, marciarono in lieve armatura
nella notte, e la notte durando ancora giunsero al Tuscolo, città latina,
distante nemmeno di cento stadj da Roma. Trovatene aperte come in tempo di
pace, le porte, nè '"custodite le mura, la invasero al giunger primo, in
odio de’Tuscolaci > perchè erano gli ardenti cooperatori dei Ror mani, e
principalmente perchè essi gli unici aveano fatto causa di guerra con loro
nell’ assedio del Campidoglio. Uccisero certo degir^uomini, non però molti
nella invasione della città ; perocché mentre prendeasi quei che v’ -erano,
eccetto gl invalidi per vecchiezza e per mali, fuggirono ^ spingendosene fuori
per le porte. Fecero prigionieri, le donne, i fanciulli, i servi, e diedero il
sacco alle robe. Nunziatasi in Roma la espugnazione,, i consoli conclusero che
si dovesse bemosto provvedere ai fuggitivi e rendere loro la patria.
Opponendosi però U tribuni, non permettevano che si arrolasscr soldati, se
prima non si desse il voto su la legge. Cònlurbandosene il Senato, e
ritardandosi là spedizione, sopravvennero altri messi 'da’ Latini colia nuova
che là città di Anzio erasi manifestamente ribellata, accordandoviki i Volsci,
antichi abitatori di essa, e, li Romani venutivi come coloni, e compartecipi
de’ terreni. Giunsero contemporaneamente de’ nunzj ancora dagli Eroici e
dissero, che già era' uscita, e già stava nel lor ter Adqu li Roma' 395 secondo
Catone, 397 secondo Varrone-, 457 av. Cristo] -ritorio un armata grande di
Volaci e di Equi. A tali a^unzj parve al Senato che dovesse > ornai,non indù
giarsi, ma corrersi con tutte le forze da entrambi i consoli : e che chiunque
ciò ricusasse, romano o confederato : si avesse per inimico. Or qui li tribuni
cederono, e li consoli descrissero quanti aveano età militare, e convocate le
truppe alleate, uscirono bentosto in campo ; lasciando il terzo delle milizie
urbane in guardia di Roma. Fabio n andò di fretta coIF esercito su gli Equi
fra’ Tuscolani : li più di quelli saccheggiata la città, sen’ erano già
ritirati : ma pochi ne difendevano ancora il castello. E questo assai forte, uè
bisognavi molto presidio. Adunque alcuni dicono che le guardie del castello,
dal quale, come elevato, scopronsi dj leggeri tutti i dintorni, vedendo uscire
da Roma un’ armata, lo abbandonassero spontaneamente: altri però dicono, ebe
postovi da Fabio l’ assedio si renderono a patti, e passando sotto giogo ebbero
in dono lai vita. Fabio venduta la patria ai Tnscolani, levò l’eaercito sul far
della sera, e marciò di tutta fretta coiv tro a’ nemici ^ Equi e Volsci che
accampavano, come udiva, con armata numerosa intorno alla città dell’ Algido.
Viaggiando tutta la notte si trovò su l' alba a fronte dei nemici alloggiati
nel piano senza vallo, senza fossa, come nel proprio territorio', con disprezzo
degli avversar). Or qui confortati i suoi a farla da valentnqmini, piombò prima
sul campo nemico con la cavalleria, mentre i frati alzato il grido militare la
seguitavanoAltri furono uccisi che dormivauo, altri che sorti appena davano
all’ armi, e volgeansi a resistere : ma li. a53 più gettaronsi alla fuga e si
dispet^ro. Presi con molta fiicilltà gli alloggiamenti, concedette a’ suoi che
vi s’impadronissero di robe e persone, salvo quanto era dei Tuscolani. Non
istette quivi gran tenapo, e menò 1’ armata'su la città degli Eccctrani,
riguardevolissima allora tra quelle de’ Volaci, e fondata in fortissimo luogo.
Tenutovisi più giorni da presso coll’ esercito su la Speranza che quei d’ entro
uscissero per combattere, nè uscendone ; diedesi a devastare la loro campagna
piena di bestiami e di uomini; non avendone gii assediati ritirato prima ciò
che v’ era pel troppo repentino giungere dèi nemici. Fabio 'lasciò che i
soldati facessero anche qui le prede per loro, e consumati più giorni nel farle
; alfine con essi ripatriò. Cornelio T altro console mossosi contro i Romani di
Anzio, e li Volsci sen’ imbattè colr esercito loro che l’aspettava a’ confini.
Fattovisi alle mani, uccisine molti, e fugatine gli altri, s’ avanzò col campo
fin presso fe mura: ma non osandovisi più uscirne a combattere ; prima desolò
la lor terra, e poi ne rinchiuse la città con fossi e steccati. Vinti allora
dalla necessità, ne uscirono novamente con tutte le forze, che erano molte si,
ma disordinate. Paragonatisi in battaglia, sostenutala, ancor peggio, e
fuggitine scoraggiti e svergognati, si rinserrarono un’ altra volta tra le
mura. Il console non dando ad essi tempo di riaversi, portò le scale alle
mura,, e ne abbattè con gli arieti le porte: e cenciossiachè da entro vi
resistevano affaticati e languidi; ve li espugnò senza molto travaglio. Quanto
eravi monetato, quanto di oro, di attuto, di rame, fe’ portarlo neU'erario :
gli schiavi, e le altre prede le fe’ raccogliere e venderle da’ questori ;
lasciando a’ soldati, quanto ve n era, alimenti, vesti, e cose • altretuli di
lor giovamento. Poi scelti tra i coloni e t^a gli Anziaii nativi i capi, clie
eran, molti, più cospicui della rivolta, e battutili lungamente e decapitatili
inSne, si ravviò coir esercito alla patria. Il Senato usci all incontro dei
consoli che tornavano, decretando che ambedue trion lasserò: si concordò, per
finire la guerra, cogli Equi, che aveano perciò spediti oratori, e nei patti
fu, che ritenessero le cittò, e eie terre che aveauo nel tempo che si
conehindeva la pace, ma ubbidissero ai Romani; non pagassero tributi, ma
somministrassero ideile guerre, come gli altri alleati, truppe ausiliarie. secondo
>1 bisogno : e con ciò l’ anno spirò. XXII. L’anno appresso fatti consoli
Cajo Nauzio per la seconda volta, e Lucio Minu^io ebbero per qualche tempo
guerra domestica su’ diritti civili con Verginio e li compagni di lui, tribuni
già da quattro anni. Ma poi venendo alla città guerra da-’ popoli iotorno, e
paura che le tógliessero il régno ; presero con trasporto l’ evento come dalla
fortuna : e fatti i cataloghi militari, divise in tre parti le milizie interne
e confederate, e bsciatane una in città sotto' gK ordini di Fabio Vibolano ;
essi alia testa delle ^ altre uscirono immantinente, Nauzio contro de’ Sabini,
e Minucio contro degli Equi. Iniperoccbé questi due popoli s’ erano di que’
giorni ribellati a’ Romani : li Sabini manifestamente tanto, che si erano
avanzati sino a Fideue, città dominati da Roma, Roma Catone Varrone. I. a55 che
ne era distante quaranta stadj ; laddove gli Equi ferbavano colle parole i
^diritti dell’ ultima pace ; facendola nelle opere da nemici, con movere guerra
ai Latini, confederati di Roma, quasi i^el trattato di pace non ressero mcbiuSo
ancor essi. Comandava l’armata loro Gracco delio ^ uomo intraprendente, che
avea renduto quasi regio il potere arbitrario di cui era stato adornato. Costui
ne andò fino al Tuscolo, città pigliata e saccheggiata ancora nell’ anno
antecedente dagli E^ui, che poi ne furono espulsi dai Romani, e rapi dalle
campagne quanti uq sorprese‘ uomini in copia e bestiami, guastandovi i fruiti,
buoni già da ricoglierli. E giunta un’ ambasceria, dal Senato per intendere le
cause per le quali guerreggiavano contro gli alleati de’Romani quando erasi di
fresco giurata pace^con essi, nè frattanto era occorso disturbo alcuno tra’due
popoli, e dovendo questa ammonir Clelio a dimettere i prigionieri che avea di
quelli, a ritirare 1’ armata, e ‘ subire il giudizio su le ingiurie o danni
fatti a’ Tuscolani ; colui s’ indugiò lungamente scuz’ abboccarsele come
impedito dalle occupazioni. Alfine quando gli parve tempo di ammettere r
ambasceria, e quando i. membri di essa ebbero espresso gli annunzi del Senato $
egli Soggiunse: Mi meraviglio, o Romani, come voi per^dominare e
tiranneggiare., temale per Turnici lutti gli uomini, anche senza esserne
offesi. Voi non permettete che gli Equi si venr dichino de' Tuscolani, contrarj
loro., senza che ciò si concordasse nella pace, firmala con voi. Se dite che
abbiamo oltraggiato e danneggialo voi ; vi rinlegretemo a norma de' patti : ma
se venite a chieder conto Digilized by Goc^le 2 56 dell?: Antichità.’ romane su
Tuscolani ; nienle vale, che a me parliató, o vai quanto parliate con quella
pianta; e frattanto additò loro un &ggio , che prossimo frondeggiava. I
Romani cosi vilipesi da colui non cavarono subito, abbandonandosi all ira, gli
eserciti : ma repUcarono un altr ambasceria, e mandarono i Feriali che
chiamano, uomini sacrosanti,. per attestare i genj ed i numi, che essi
porterebbero, necessitati, una guerra legittima, se non erano soddisbuti ; e
dòpo ciò spedirono il console colle milizie. Gracco all’, intendere che i
Romani venivano, levò l’esercito, e lo portò più ad dietro, seguendolo pasto
passo i nemici. Egli volea ridurli in luoghi da vantaggiarsene ^ come
addivenne. Imperocché tenendo in mira una valle cinta da monti, non si tostò i
Romani vi s’ internarono, egli voltò faccia, e si accampò su la strada che
conduce fuori di quella. Segui da questo,.che i Romeni misero il campo non dove
il volevano, ma dove la circostanza lo permetteva. Ivi nè era facile il pascolo
pe’ cavalli, per. essere il luogo chiuso da monti ripidissimi e nudi ; nè
facile I dopo aver' consumato quelli che portavano, procacciare a sestessi gli
idimenti dalle terre nemiche, o mutare il campo; standogli a fronte i nemici,
e, proibendone r uscita. Risolverono dunque usar la violenza, e cacCiaronsi
avanti per la battaglia : ma respinti e feritivi largamente si richiusero fra
le loro trincee, delio inanimato dal buon succedo li circondò con fosse e
steccali, su la fiducia che premuti dalla fame gli si (>) Lìtio chiama
quèrcia quella che i delta fiisgìo da Dioiùgi.. 2,5'J reoJerpbbero. Giupta in
i\oma la ao|ia di ciò. Quinto FabÌ9 lasciatovi comandaute, scelse il fiore ed
il nerbo suoi militari,, e li spedi per soccortere il console, sotto gli ordini
di -Tito Quinzio uome cousoUre, e questore. Mapdò, oopomeno letiére a rCsuaio
ra, e le .altre insegne ornamento un tempo de\. re. Saputo^ che Roma
.oIeggeval(> diltàtore, non solo non ' si rallegrò di up 4anio onore, ina
conr tuebandoseoe disse, adiaufue per io mio occupdzioni perud',pw e il fi allo
di ifUest' unno e noi.tidti rje avremo grande il', disàgio ! Dopò ciò recatosi
a Roma ( 1^, confortò su le prime i cittadini con discorso al (•y'-Amio li Roma
agS secu'mla Caloof, ajS fecondo Vsernas, t 4^ sv. Lfista. •. ZJYw.v/(;/. /tZf
'popolò' dà'enapierlo di beile speranze! Poi'^coavocAti mai i giovani dalia
Oittà' e dalia campagnì, soncenlrate le truppe ausiliarie, e nominalo maestret
de’ cavalieri .Lucio ' Tarquinio, 'ignobile per la povertà ma nobilissimo in
arme, Usci coll’esercito riuaiio e gianto >af questore Tito Quinzio c6e io
aspettava, prese ' pur le sue schiere, e né andò' sul nemico. Appe'Oi# ebbe
considerata la natura de' luoghi ov’ erano gli accampamenti cOilooò parte
dell'armatA ntdie aliuiié onde precladerc agli ^quà i sussidi ed i meri, e'
riieneodo 'seco le ah re naHizie lé avanzò cOn -ordiqe de 'battaglia, GleliO
phnto tion si sbietti, perocché nè la sua gente era poca, 'Oè poco il cor suo
nella guerra, e lo seooti^ nel sUo^ giagnerè, e ne sorse una pugna ostinata;
Era decorso buon tempo, e li Romani oom'e cresciuti ’fi'à''' le arme
rinovavansi Ognora al travaglio, e la cévallérià soccorrea |yron;a ove erano ì
iaHti'iti pericolo. Criccò dunque Eopra0altone, si ritirò nel suo cantpo.
Quinzio ' éllora 10 cifis^e con aho steccato e torri frequenti, e' quando seppe
a!6nc che penuriava' de’ vivevi, lo investi con assalii contigui nel stio
oéntfpo,' ordinando a hSinucfó che uscisse dall^altVà parte. Esausti gli Equi
di viveri, disperaii di un soccorso, -e streiii per ogn’ intorno Halr assedm,
furouo nécéssitéti à prender ibr&a dì ' su[^ {tlichevbli, e spedire a
Qoìozìq per la pace. E colai replicò che la daitebbe, 'e lasccrebbe agli Equi
iSalva la persona, se deponessero le arme, é passassero ad' uno ad uno sotto
giogo: traliersbbe però' qual nemico Gracco 11 capo tkUa guerra,, e gli altri
consiglieri delia rivolu. £ qui comandò che gli 'recassero tali '^ùoraiai in
ferri. l turno X. a59 [/milìaVaiui gli Equi' a lutto; quando' egli ordioó, che
giacobè aveano senza "esserne oilest previamettie, soggettilo e derubato
il Tuscolo città coufederau di Ruma, essi consegnassero a lui ' CorbioBe -,
città loro perchè ne lutasse altrettanto. Prese tali -rrsposta partirono gli
oratori, e dopo non molto tornarono traendo .con st Gracoo è i Compagni
incatenali. Essi poi cedute le arme, e lasciate 'le trincee t ne andarono ^so
t(o ^iogo, come era il volere del diltaiort,. à traverso .del.èaiupo romano.
Consegnarono tiorbione, e ebn restituire,i prigionieri tuscolaai ottennero
soUmeotè che ialiti prima ne uscissero gli uomini iagfenai. Quinrio ricevuta
ht" città, comaodd che. le prede pià -wgqardevoU sr trasportassero in
Roma, .concedéndo che le altre si dispensassero tra’ soldati venuti con esso, e
tragir altri spediti prima con Quinzio il questore ;, e" soggiungendo, che
a^ soldati rinchiusi mi console. Miiiudo avea dato ànjplissimó lono, quando li
rivenaiet dajla morte. Ciò 'fano, obbligando Minucio.a dhnettérsi djl suo
grado, si ripiegò verso IVoma, e'ne menò. Uionfo luminoio, più. che tutti .i
duci meuatoIo avessero perche in sedici giorni de’ die avea preso il còniaotfo,
'uvea salvalo l’ esercilò anaico, disfatto i’ altro floridissilno de’ nemici ;
saccheggiata la loto città, messavi guarnigione, e comku va • séco In catene il
capo, e. gli altri primarj di’qneUa gueira. . FaoeVa soprattutto ùieravigliu
die avtmdo ricevuto quel magistrato per sci mési non sei tenne quuito eonòedeva
la'> legge : • ma coni vocata la plebe, e ragipjiatuJe delie cosr operate ;
lo depose. E pregandolo il Schato che prendesse quanto vote delleterre, degli
schiavi delle prede conquistate colle armi, e pressandolo che vivificasse la
tenaiti sua con ricchexaa ginata, ché egli possederebbe 'glónosrsaitna, come
'tratta colle proprie iàticbe dal nemico', ed=o(fe rendo'gli' amici e pai'enli
amplissimi doni, e pregiando più che tutto' adagiare un tal uomo, egli '
lodatane la cortesia, non prese nulla, ma si ricondusse nel piodolo suo
campicello „ ' ed antepose ad nna splendida vita la vita 'tua travagliósa,
nobiliubdosi per la ^povertà, più che altri .non. sogliaho per l’ opulenta.
Dopo non molto Nanzio f altro console vinse in battaglia i vamente le armi
contro de’ Romani, e scorKroacchegjgiando assdi della lòr terra tanto che quei
che' veai vano int.copia fuggendo dalle campagne, dicevano tatto in poter loro,
quanto è tra Fidene e Cmstumera^ Anche gli .Equi sottomessi ultimamente
sorsero^ im’ afira volta alle armi: e recandosene > tra la notte i più
robusti a Corbìone, città ceduta da essi Panno antecedente ai Romani, c
sorpresavi, la gnamigioDe nel sonno >; ve la uccisero, salvo podhi‘^
che" per .ventura non v’ erano. Gli altri marciarono ju gran moltitudine
contro 'di Ottona, Anno di Roma 397 'secondo Catone, 399 seconda Varronc, a 4S5
Cristo.' . olimpiàde otlan dr Gitene vinse cìni de Latini, e -presala a prim’ impeto,
fecero per la rabbia su gli alleati de’ -domani, docebè non potevano su’ Romani
medesimi ' uccisero tutti > puberi, eccetto quelli -ette efan fuggiti udì’
invadersi della' cillà-r rende-, rono prigionieri, donne, fanciulli, vecchj,, e
raccoltovi in fretta quanto poteano trasportar di pregevole,' ripar tirono
prima'' che v’accorressero tutti.! Latini.,11 Senato saputo ciò da’ Latini, e
da’ militari salvatisi della guarr. nigione, decretò di 'iàr uscir le milqsie y
e con ùse i due consoli. Ma Verginio e i colieghi, tribuni già da cinque anni
davano a ciò ritardo, opponendosi come negli -anni antecedenti alla scelta
militare,, che faceasi pe’coqsojij.u reclamando che. si Sdisse prima la guerra
domestica, -con rimettere al popolo l’esame della. legge, che davano sò la
eguagliauaa .dei diritti : e la plebe ooadjuvava t ttibaui che asiaf
malignavano, contro, del Senato. Imapto temporeggiandosi, nè comportando i
consoli,’ che si facesse in Senato il previo decreto su la legge e si
proponesse al popolo né volendo i tribuni concedere la leva e la marcia delle,
milizie, an^i facendosi accuse inutili e dice^e vicendevoli belle concioni e
nella curia,, alSne fu ideato da’ tribuni -uu altro disegno^ che sorprese l
padri e chetò >U sedizione attuale,^~ma fu causa di molto ingrandimento per
il popolo: ed io sporrò .come il popolo se lo ebbe questo incremento. Essendo
manomesso e predato il. territorio de’ Romani e de’ cOufederati, e
spaziandovisi i nemici come per una solitudine su la speranza che nou
'Uscirebbe oontr’ essi esercito. alcuno a causa dcHe sedizioni di Róma, i
consoli -adunarono il Senato per consultare come sy pericolo estcetno. Tenutisi
raoUi discórsi, liichestò il primo dei parer suo Lucio(^uiozio, il> dit
latore dellVarìBO, aotecedents, >ttomq,noo/^solo -il più grande allora fra
le armi',; ina creduto ancora savissimo nel govefoo', propose il coniglio d
^ale poi persuase più che tnttq'i tribuni e gli altri, che si dij^erine in
tempo più accóncio t esame allora ‘non riecessario della legge, è si /accise con
tutta prontezza la guerra alfutJe’, scorsa ornai /no, su la etllà r nè si
perdesse imbeflemente e Mtuperosasnente il comando con tanti stenti acqmstato.
H che se il popolo non -ià-s' tmiceva; si armassero patrizj e clienti,
conguanti altri vòleano far causa con essi in qaeil aringo ‘nobilissimo della
patria, e ne andassero ardenti al nemico,pren^ dendo per duci dell andafpiento
i Numi 'protettori di Roma. Imperocché ne verrebbe lune 'o laUi^ buono e bel
fratto^ vuoi dire ò che riporferebbefo ima vittoria la più gloriósa fra tutte
le riportate "dai loro ptaggiori, o che magfianimi' niorirebbero pe' beni
che sìeguòno la vittoria. 'Annnnzìaira c4e> egli stesso ^n si ricuserebbe a
tanto .esperimento, ma presento vi pugnerebbe' qeaniq i più coraggiosi', e ‘che
rpempieno manchérebbevi alcuno seniori che amasse-.la libertà e li buon nome.
Così piacitito a tutti, Senza che alouna vi ù -óppon%sc, i consoli convocarduo
il popolo.' Cbacorsi quanti erano in Roma come per ndieofa di nuov^ co se,
fattosi innanzi Cajo Orazio, l’uno de^ consoli, tentò volgere spontaneamente i
plebei anche alia guerra pre sente. Ma perciocché i tribuni vi 'ripugnavano,
'ed i LTUno X., 263 plebei,!a> senti vn coq essi; recatoseli console Un
altra volta in tneszo disse : Beìia marlwigliasa impr^a ifi vero é^la vostra -o
f^ejrginìo ck^. abbiale stacpatò U popolo dal Senato ! e cho. dal^ canto vostro
avesstmo già perduto quanto abbiamo, ereditato dagli .avi, e ffuanlo .oUepiUo
co')Ttoftrì sudori Ma noij npn, cederemo noi questo, senza lordarsi nemmeno di
polvere) ma impugnando le orini con .quanti vprrap salva la patria ne andremo
al cimento, i^erantiti su la bontà dell’impresa. E se àLui}' Dio rimìui. le
belle.,, le' giustissime imprese') se la sorte che da tanto ' tc/Apo prò •
spera questa cillà -, non t ahbqndona sqibnontereniò il nemico., Ma se alcun,
Dio me gravita. sopra 4 c’ ci si oppope per, bt salvezza . di -Jiqma ) certo JC
voler nostro x di nostra propensione non perirà-; che Jortissimamente per la
pat/ia moriremo. 'E voi li belli, U generosi capi che siete di ' Roma, guardata
pure colle vostre mogli le case, abbandonando e tradendo noi:,, ma nà te noi
vinciamo onoràta sarà la vostra vita, nè sicura se perderemo. Se pur non siete
‘animali (lidia misera speranza che inémici dàpo.' rovinati i patrizj,
preserveranno voi per gratitudine, a coricederànuo che godiate la vostrd
patria, la libèrtà, il comando, e tuUi t befù -^/ie ora v’ avete. Sb, questo
appunto a voi copeederanao cfue’ nemici a' quali men / tre vói pensavate pìà
'saviamehte avete levato tardo iersìtorio, distratte ttgtle c'ktà, JaUine'
schià^i i >popoli, ed irudzati toni itrofei, tanti manUmérUi di nemicizfa, e
sì luminosi, che mai^per età non perirahpo. Ma perchè io mi addoloro còl popolo
il qtude non fu mqi taUù’o ài voter non piit tosto o Vt^fginìo con Voi che per
si bella maniero, io dirigete ? Noi' certo necessitali b. non -pensar
bassamente noi deliberata abbiamo, e ninno cel vielirà, 'difarci a combattere
per la patria: jna voi che abbandonate, voi che ^ tradite il comune, voi
neavrete condegna, irreprensibil vendetta dal cielo: nè' fuggirete ‘già questa,
se quella fuggite degli uomini. Nè crediate già che io ciò dica pertatterrirvi
: 'ma sappiate che quanti siano qui lasciati per guardia dèlia città, se mai gf
inimici prevalilo Ho ^ ne destineremo come a noi si conviene.' Se od alcuni^
ìfarbatì, ornai tra le unghie de' nomici, venne in cuore di non lasciare ad
essi' non le mogli, ~hon i figli, non le cùlà, ma di ardere .gueste, e di
uccidere 'quelli; non farànno altrettanto sé" li Èomani de' quali è
proprio il dominare.? ' Certo' degeneri non saratmo : ma còmi notando da vqi
> che' nemicissimi Stata,s. ogrii amica\lor cosa distruggeranno. ^onsidarMe
ora up'i questo, ié> considerandolo ; fatevi -le adunatvte e le leggi. ' ~ •
Detto tali ^ose e ‘molte consimili, presentò li più provetii de patrie] che
piangevano. A tale''s[>euaoolo molti del popolo boa contennero nemmeno essi
le la gtime: t destatasi grande commoxlone per gli acmi e per la maestà di tali
uomini, il console sopraÀandò alquanto disse : 'Impugneranno questi seniori le
'armi per voi giovani nè' voi ve nè' vèrgognelete, occultandovi' fin .sollotarm
é" vi terrete lontani da questi duci, che padri sempre, avete nominati ?
'Sciaguo^i voi ! nè degni pure di èsser detti cittadini -di questa èittà
fonSala "da c'olbro che àveano por iole fpaile il padre, aperto loro dà
numi lo teatnpo ^ra le armi e le fiàmmè Catm Yergioìo temè ciré il pòpolo fosse
commosso dà) quel discorso per non SDfhii{V 'dl dover mettersi quella guerra coOlro
il sub dire, fecési avanti' e soggiunse; Noi non vi abbandoniamo'né. Vt'
6-adiamo, Hè mai vi .abbandoneremo o padrii come per addietro mai'^ foste da
noi derelitti su, et impresa niurtae di mettere custodi' delia libertà te leggi
a cui tutti ubbidiscano^ Che se ciò vi .sa male p, Se sdegriate concederle a'
vostri cittadini questa grazia,' e'^ riputate com’ essere la mocte. vostra
ammetlére il popolo nelC eguaglianzd; non' pià vi darem briga su dà, ma vi
chiederemo ' altro' dono, avuto il quale farse noh avrem pià bisognò di nuova
legislazione: se nonché ci vien paura che non ottérremo nemttten questo,
sebbene non sia ponto lesivo dei Senato, e sia ^uUo bmief ceedonorevole al
popolo. E replicando il 'consoleche se rimetteanb la istanza vai Senato, non
sarebbe oegata loro cosa, che discrcia fosse-; ed invitandoio a dire ciocché
dimandasero, ' Verginio abboccatosene alquanto ^co’-suoi colleght rispose, che
lo dirèbbe al Senato, 'fiopo ciò Ji consoli adnnarooo il Senato, ed egli
venutovi ^ e divisatovi quanto edmpetevasi al po>pólo, chiede che si
duplicassero i magistrati del pòpolo, ed .ogni anno in luogo ;d> ciò que ài
nonaipaiserD dieci', tiibuni. Alcuoi, ca{>0 de’qaaii era Laoio QuipzioV
àatorevolissinto Pilota, in v Senato, pensavano clie.ciò pon. offenderebbe Ja
repubblica e ooDsigll nico vi si'dppose Cajo Claadio, figlio di Appio /dau dio,
deir avvertano 'perpetuo a voleri del popolo, se non erano ^a nórma 'delle,
leggi. Egli ereditati i ' sentimenti del padre, impedì quando. fu console che
si concedesse ai' tribpni d. inquisire contro de’ cavalieri, calunniati di
congiure, ed ora con iuiligo ragionamento di^ mostrava, che il popolo non
diverrebbe più moderato e più docile y ma più incansiderato e più grave.
lùiperocchù appelli che sarebbero ' dt poi giunti 'al iribonaio noi
prenderebbero gii' per questo eoa. legame' .che li tenesse ai patti, ma beP.
presto tratter^bero di divìsioue di 'terre 4^ dl,e^[}ia|ità dì drritir',,e
certdtei;ebbera parlando e ..brigando de cqiUe cose, estensive 'delia potenta
del popolo, eotne dmpaqenti 1 onor del .Seoato^.-ìlfosse ntolti tH^ tal dire
graodemeote i. ma Quinzio a ritrasse ammaestrandoli voler 1’ otite del Sedato
che i tribooS si moltipKcttseil, giacché i molti men 8’ at^rdan dei poclii t
esser rocspediziooe>^ Toccò a MìducÌo Ja gaem co’ Sabfm ad Orazio 1 altra'
eoo gli Eqaiye ben lostb marciarono ‘atubedi^e. L Sabini gtuuy dando le Idko
città.; non curarono .'che' ì Romani si menassero >6 portasae.ro quanto .r’
era pez le campagne. Gii Equi a|ledirono 'Ito’ armala' per coalrxitarli; ma
-tutto ebe pugnassero nobilissimamente / non poterono superarli, e si
ritirarono ne^sitatt oeile loro^ città, perduto il castello pel quale avaano
co/nbattùlo'. Orazio respinti i nemici, -iPatto assai danno alle, lor itette.^
abbattè le mura di Corbinne r ne rovesciò da’ fondamenti' le mse, e -ricondusse
in Roma l e(wreito. Sotto Marco Vaieriòy e Spurio Verìpoio consoli delH anno
segne'nte, non osci dà’ confini nato, e • convoràlv. il Senato. E condosslachè
un littóre, comandatone, rispinse Taraldo ; icilio e i suoi coUeghi degnatine
presero e trassero 'il littore me per balzarlo ^la ‘ rupe I consoli tuttoché
sen tenesseró 's[^giatls$inù non poteano.fiir violenza, e redimere quel
prigioniero: e''^i volsero ptf ajuto agli altri' tribuni-: 'Perooché niuu pifò
sospendere p proibire gli atti di alcun tribuno, se non quegli che tribuno, sia
parimente giaqchéji tribuni s’ erano preoccupati già, da molti e potenti. Unico
-contraddisse .a.tal dire Caju Claudio, comprovandolo molti ; ma -si decretò
che il silo al -popolo sì concedesse. Dopo ciò. presenti i pontefici,‘ gli
auguri, e due sagrificatori, fatti secondo il rito.sà^ifizj e preghiere, e
convocati da’ consoli i 00niizj centurìati si 'confermò la leg^e, e descritla
sQ colonna^ metallica, e portata ne|l’ Avventiòq ' fu collocata nel tempio di
Diana. Poscia coqgregatisi J plebei tirarono a sorte il suolo dove fabbricare e
fabbricarono, occupando ciascuno, lo spa^o che poteva. Unironsi al-r. • i r
edifiso dì qò^lcke cak due o M' pèrsone, e talvoiu piùancora, prendendosi uno i
pianterreni . e gl! ahri i piani,'àupdnori. E 'cosi tl’. armo si consumò
eoj^i^bbricare. Riusoi pesò complicatò e varìo e pieo di grandi avVenluee l’
anno seguente (j)’, nel optale eletti consoli .T'ito' Ro™iliO e Cafo Veturio,
furono riassunti al Hribanale ‘Icilio e i coUegbi. {mperoccfaè fu di nuoro
suscitata da’ tribuni la dril sedizione ebe parea venuta ihene; e sorsero
guerre dagli' esteri : ma queste non 4^e danneggiarla, ' giovaróno non poco la
repubblica, non toglierne gl’ in^rlH diSsidj ; essendole’ consueto e
viceodevole di ' esaére ’anaoime tra le guerie, ma discor> diosa' nella
pace, distraiti - di ciò quanti salirano al con- solato prendevano eoo
trat^rtOi se nascevaoo,Te guerre cogli esteri. E ce i ^oemìd erim' 'cheti ;
essi stèssi finge- vano’ manoanze pretesti 0' debi- ^litavasi tra lo
sedizioni.' Animati nel modo 'stesso i-'oOn soli 'di quest’'am^, deliberarono
cavar 1' esercito' contro L taemìci spi timore che i' poveri e gli oziosi.
qoaiìn- ctassero a perturbare - la pacel Or essi- ben la rutebde vano,'cbe
'vuoisi- distrarre la mollitudioe ndle gtiè'rre cogli esteri i’hia non beò
intendevano com’ eseguiscasi.' ' Quando avrebbero dovuto flir leve moderate ì
Qotìae ilo città mal affetta ; si diedero a 'castigarvi colla forzà tùtii i
’ranitenti i senza Cfonsazione o dispensa, iriando ine- sorabili ^il rigor
4elie. leggi sù gli àVen> e su le persone. 'ny Anqo di' Roma agg secoodo
Calooc, joi seoondo Varroue, a 453 av. Critto.. Presero da tal proceder^ occasioae
di bel onovo i tri buoi di concitare la plebe ; e radonatala, vi strepitarono
per più cause, come ancora, perchè aveano. .fatto portar nella carcere molti
che reclamavano 1’ ajuto de’ iriboni: e dissero che' essi che soli he aveano l’
autorità dalle leggi, gli assolveano da quel rechi [amento. ' Vedendo però che
niente ne profittavano, anzi ' che laccasi la coscrizione piti severamente,
incominciarono ad oppor visi co’ fatti. E resistendo I conscM .colla forza del
grado loro ; sen fecero altercazioni e scaramnCce. La tenea pei consoli la .
gioventù patrizia, ma teneala • pe’ tribuni la turba oziosa e povera : e quel
giorno assai prevalsero i LODSolif su' tribuni. Ne' giorni appresso versandosi
in> città più turba. dalle campagne, i tribuni, vedutisi òmai con forze' da
contrapporsi, convocarono assai spesso il popolò-, ^e mostratigli'! ‘minbui
loro malconèr ' dalle piaghe, prolestaropo che deporrebbero il magistrato se
non erano da esso gàraoliti. Irritatasene la nioltitudiée ; dt^'no i coiv soli
a ' dar conto al popolo del procedete' loro. Nóp gli attesero questi; ed
andatine i 'iribòni alia curia ove il Senato ^a^e va 'già consultandoqe
lo.aupplicaroooi a non trascurare essi tribuni, offesi -bruttisiihiàmrate, uè
il spopolo, che era dell’ aita loro privato. -^E qui ùàrracono quante ne aveano
sopportate da’ consoli, e le mapohinazioni di quesb contr essi ond’ erano
svergognati' non pure flel grado ) ma' nelle penonc. Laonde chiedeaao che
^.consoli facessero l Una delle due, vuol dire, se negavano di aver fatto . cesa
vietata datie leggi controde’ tribuni vemsserò e giurando Ift negassero all’
adoaaaza ; se di giurare non sostenevano, venissero, c vi rendessero, conto ; e
le tribù entenziereLbero su loro. Si difesero i cousoli,. dando a vedere ebe i
tribuni erano la origine de’, mali, per la caparbieti, per l’audacia di
profanare Je persone de’ consoli, prima con avere imposto aisatelliti jorp 'e
agli edili di portare in carcere uonjini rivesliti di ogni potere, e poi con
tentar di assalirli col raeazo de' plebei più temerarj ; e qui sponeano quanto
fosse il^ divari a dalla tribunizia alla, consolar dignità, piena 'questa di
regio potere, e nata l’altra solo per protegger' gli ttppressi. Tanto esser
lungi che potes^ro far votare la moltitudine contro de' consoli, che noi
póteauo nemmeno contro il minimo de’ patriz| senza un decreto espresso del
Senato. Pertanto 'minacciavano, se i, tribuni faceano' votar la moltitudine di
dàr. rju’me a patria). Continuandosi ‘ppr tutto.il giorno i pochi contro de) '
r • . Vedi Ii che si ripiegasse lo sdegno su’ lor fautori, castigandoli a norma
delle leggi. Se quel giorno i tribuni trasportati dall’ira lanciavansi a far
cosa alcuda contro del Senato, p de consoli, niente avrebbe impedito che la
città di per sé rovinasse. Tanto eran tutti pronti per armarsi e .combat Uni t
Ma perché sospeser 1’ afiàre, dando ' a sé tempo per meglio consigliartene;
serbarono essi ' moderazione, e r fra del popolo n'n fu mitigÀa. Intimarono pel
tc^'zo mercato dopo quel giorno una assemblea popolareove condannire; i consoli
ad una emenda in mgeoto, e sciolsero 1’ adunanza. Approssimandoti pe^ò quel
-giórno desisterono anche da lah intrapreta dicendo, di coneedecp ciò alle
istanze di uomini i più 'venerandi per anni e • per grado. Poi congreg-indo il
popolo; dichiararono die essi rimettevano le offese proprie, sul desiderio di
motti buoni, a’ quali nop era lecito contraddire : ma che le ingiuri^ fette al
popolo e punirebbero queste, anzi le toglierebbero. Imperocché diretumente
aggiùngerebbero tra le leggi pnr quella su la divisiori delle terre differìlit
ornai da treni’ anni, e quella su’ diritti eguali r • N. ’ Kel lesto v^it
nuot’aiiante, forse ot nè per dono,> nè per compera, nè per altro legittimo
mezzo che^ possa dimòstrarvisi. Se ne avessero questi dimandata parte pià
grande, che noi dopo • avere come noi tra~ vagliato neW acquistarle ; certo non
sarebbe stato de gno di uomini, degno di cittadini che pochi si ap
propiassero" ciocché era di tutti; ma pur stata una causa vi sarebbe a
tanta ingordigia^ Ma quando non potendo dimostrare alcuna opera grande e
magnanima per la quale si tengono ciocché è nostro, non sen vergognano 'né lo
rilasjdano y nemmeno convintine ; chi potrà comportarli? Or su, per Dio, se io
nfetilo in ciò, venga chiunque di questi onorandissimi, venga, e dimostri per
quali splendide e belle gesta presuma pià parte di me. Forse ha guerreggiato
pià anni, in pià battaglie, con pià ferite, con pià onore di po rotte di
spoglie, di prede, o di cUtre marcfm da vincitore, per le quali /’ inimico se ne
umilia, e la, patria > magnificata ne sfol^ra ? Dimostri il decima almeno di
quanto io v ho dimostrato. Per, certo i pià d’ essi non potrebbero allegare
nemmen. la minima parte delle mie gesta : anzi alcuni di loro non par.^ rebbero
di' avere sofferto nemmen quanto il popoletlo pià basso. Grandi essi ne detti,
noi sono certo nelle armi, pià vagliano contro l' amico, che a fronte dell'
inimico: non pensano essi di avere una patria a tutti comune, ma propria di
loro, quasi non siano stati per noi liberati da’ tiranni, ma dà tiranni ab-^
biano noi preso come un lòt bene. Questi (perocché bacaselo /e ingiuriò
continue pià o men ^andi j eh tutti sapete ) sono giunti a tanta in scienza ^
efu^.non soffrono che alcuno di noi dica libere yoci, o che solo apra la bocca
su la patria. E 'Sputió Cassio, quello che ptimó^ parlò su la le^e agraria-,
quello che illuitre per tre eonsólati, e per, due trionfi gloriosi, e che avea
dimostrato tanta solerzia nel comando nplitare e civile, quanto niun altro in
quei tempii qùeH' uomo si grande lo accusarono i con•soU’j come intento alla
tirannide, lo sopraffecero con falsi teslìmonj, e, Jìnalniente^ precipitandolo
dalla rupe,, Io uccisero', nè per altra cagione se iwn perché era V amico della
patria e del popolo.' E Cajo Genuzh) tribuno' vòstroche riproduceva dopo undici
anni la stessa legge, e citM>a in giudizio i consoli deir anno antecedente
come trascurati 'a compiere i v decreti del Senato tu la partition delle terre,
lo lèvaron di mezzo appunta il giorno avanti, il giudizio con occulte maniere i
non potendolo colle manifeste. Donde tte venne .a successori grave timore, e
niun più st mise a quel rischio : e già sono trend anni che sopportiamo, quasi
perduta il nostro potere nella tirannide. Ma lasciamo il resta. I magistrati
vostri attuali, quelli che voi avete rendati siseri per le^e ed mvMabili, a
quanti mali non incorsero per voglia di difendere gli oppressi tra 7 popolo ?
Non furono questi ètpulsi dal Foro a pugni e calci, e con ogni altra guisa di
vilipendj ? Vò 'siro era V affronto; e voi vel comportaste nè cercaste
vendicarvene con., i'^g darne i voti almeno, in che solo vi resta la libertà. e
Ma su prendete spirita o miei cpmpopoUiri. Presene tino i tribuni la legge su
la partizione dellecampagne'; _e voi la confermate co’ voti vostri, nè soffrite
pur voce chi reclami. Voi non abbisognate o tribuni di esortazione a questi
opera ; voi posti vi ci siete, e benissimo fate a non desisterne. E se la
caparbietà', se là insolenza de’ giovani vi' si opponga, e rovesci le urne in''
che i voti raccolgonsi, o./i voti vi levino, o scondita tal, altra cosa nel'
dar de sofì fragi ntastrate -loro quanta ' il potere siasi del tri i bunato.
Che se non è lecito degradar^ i constai, sot topOnete ai. giudizio i privati,
de’ quali si vatgonó per le violenze ; e fate che il popolo' voti su loro come
su conculcatori delie leggi sacre y e distruttori del dostro magistrato. Or Jui
cosi dicendo, ta moltiludibe nè fa cóm> mossa tanto intimainente, e
manifestò tanta ira contro gU oppositori, che, copie ho divisato dai
princt[yio, non vofesa memmen tollerarne t discorsi. Quaodo sorgendo Icilio
tribuno dii^e : che eran pur buoni 1 suggerimenti di Siccio, e lan^mcnte lo
encomiò, tuttavia dimostrò cìie non era cosa nè giusta, nè sociale negar la
parola a chi vojeya perorare in contrario, prìncipalmeote' di> acutendosi
una legge colia quale far prevalece il diritto alla Ibraa varrebboosi di
occasioni consitnili, qpelK che non avevano pensieri eqni uè ginstì sul popolo,
a turbar la pUè novamentp, e'rimovetae ciocché le gio /asse. E ciò detto
prescrivendo ^ il giorno seguente ai, contraddittori della legge, sciolse 1’
adunanza. I consoli a4umildjili oiuiglio privato de^'pairìxj più energici al
lora e più floridi, dimostrarono cbe dovea leg^ impedirsi per ogni modo prima'
colie parole, è poi colle opere, se il popolo non lasciasse persuadérsi.
AdunqH^ raccomandavano a tutti che andassero la ma^a al poro ciascuno quanto
più poteva con amici e cliènti:, e quindi che alcuni ài stessero .ed
aspettassero intorno la tributiti onde parlasi all’ adunanaa, ed altri in più
crttcchj tna>. versassero il Foro, per intraccbiudere, il popolo, é vietarne
la riunione. Parve questo U partito migliore, e prima cbe il di si chiarisse,
erano molli posò del Forò presi gii 'da’ patriÉj. Vennero dopo ^ciò li' Iriboni
e li consoli, quando il banditore invitò chiunque voleva dir contro la legger
Presemaronsi perciò molti onesti uomini, ma il remore e il disordine non
lasciai ascoltarne le voci. Imperocché qoal déflli astanti esortava 'ed animava
i di ^ cuori, e quale gli urlava e'rigettavali nè la lode'preyalèva de’fautori,
né lo strepito degli avversar): Sdegna ronsi .protestarono r consoli, che il
popolo dava prìn cipio alla vioTenza col non volere ascoltare: ma replicarono i
triboni che avendo essi ascoltato ben per cinque anni, non laceano cosa da
odiarnéli, se non voileaoo più tollerare trite contraddizioni, e rant^de. Còsi
ne andara il più delia giornata, quando il popolo chiese di votare/ Allora i
giovani patria) credendo che più non iCoise da sufferire, impedirono il popolo
che si raccogliesse in tribù, tolsero a chi li portava i vasi de' voti, e
battendo e spiugendo, cacciarono quanti erano a ciò deputati, nè $en parlivauo.
Alzarono le grida i tribadi e géttaronsi nel _ méz^o di essi : e questi
cederono e là sciarono die ipvioiati ' passassero ovnnqne, ina passare ovnnque
nob Isàdavano il popolo'xbe li seguitava, o quello che tumultuando e
disordinandosi qua e là per lo Foro moveasi verso di loro. Cosi divenne inutile
al popolo il soccorso de’ tribuni : ed i patrizj ila. vinsero, nè lasciarono
che si ammettesse la legge. Le famiglie che più sembrarono coadjuvare i consoli
furono le tre de’ Posiumj, de’ Sempronj, de’ Clelj, cospicuissime tutte per lo
splendor de’ natali, e potenti assai per amicizie; per ricchezze, e
riputazione, .come insigni per le imprese nella guèrra. Si consente che da
questi -dipendè prìncipalmebte che la legge non si ammettesse. Nel giorno,
appresso i tribuni prendendo i l>le bei più rlguardevolT discùssero ciocché
fosse da ‘fare: e tutti di comun voto statuirono di non citare in giudizio i
cposoli, ma i' privati che erano stati loro! minjstrij; la punizione de qudi
ecciterebbe come Siccio' avvertiva meno diceria contro del popolo. Adunque
cominciarono dih'geotemcnte a discutere, quabti 'fossero da : processare, qpal
titolo Ressero al giudizio e qtialé. ne sarebbe, '.e quanta la pena. 1 più buj
di carattere consigliava nò che si desse a tutta un aria di graveùa e di
terrore f in opposito i' più miti voleano moderazione e ^clemenza, é Siccio
era,il' capo di questi, e ve li persuase ; io djco colui che perorò per la
partizion delie terre diuonti del popolo. Parve loro che si trascùraaserogli
àitri patrizi, e si menassero al popolo i Clelj, i Posiumj, i Sempronj a subirne
le pene 'delle opere' fotte : si ! accusassero,’ .di aver soverrbiato .ed
rnipedUo i tribuni dal forc'uliiiiutre la deftsioQ 'della legger qaido lè l^gt
facre -dei Senato-e del popolo,hqn tsoucedoM ad; alcuno, di p/dl^i ri chiuso t
ed alfine sen venne il tempo di giudicare coloro. I cooteli ed i, patria] (rau
questi i migliori) a^^ sunti per consultatvisi -opinavano che si dovesse
concedere a! tribuni, la punigione, affinché i|upedki Uoa causassero male
tpaggiore 1 e lasciare che i ^plebei furi-' Ixmdi versassero r ira loro sù
le.soÀanxe degli accusati affiprhè paesane arendeita quanta ne voleanp, V
iirq>Ucidnsero pér l’ avveAire prinoipalmente ché il danno negli averi
potrebbe risarcirai a chi aosteuevalo. Or Unto appunto àddivénne. Imperocché
condannati questi, scnaaapptfrìre in giudizio, il popolo Inasprito se
ne^raddolci,ì tribuni pensarono che fossè rendalo, loro un moderato eivil
potere e sostegno: ed i'patrizj -restituirono ai condannati le lo'to ^stanze
reiHmendole, a prezzo eguale da chi areale dal pubblico comperate. Con tali
riparisidissiparono i mali imminenti ^lla repubblica. Dopo non molto
riprodussero i. tribuni il discorso su la legg^y àia l’avviso deliairmzioae
repeatina de’ucjidci sul Tusoolo fu causa bastante ad im^edirneli. ^ceeiuccliè
precipitandosi li Tuscolani in folta a, Roma 'dicendo essere giunta una artnaNi
grande di Equi, che ava già devaatatq le foro campagne, e ohe tra pochi gieini
ne espugnerebbero fin k ciwà se ben tosto non sibccorpeTauo ; iK Senato decretò
‘che v’ andassero entrambi U consolù .ed i consoli, intimata la leva, fchk
tnarono tutti i dttsdini alle anni. Ebbevi anche allora del snsurro,
oppibnendovisi i tribnni alla iscrizion mili^ tare, né. volendo die gl’
indocili si pòm'ssei'O col rigor delie leggi: ma tutto io indarno.’ Imperocché
-il Senato, raccoltosi, decretò che uscissero alia guerra i ' patck) coi loro
clienti : che quanti voleano avér parie nel aalvaro la patria, avessero ancor
parte nelle sante cose de’ numi, ma che niuna più ve n’ avessero quei -che lasciavano
i consoli. Saputosi il decreto del'Sen^o nell’ adunanza del popolo mólti si
misero spontaneamente all' impresa. Vi si misero i p{ù ingenui per la
verecondia 'di non soccorrere toha città confederata,' diauuta wmpre per r
aderenza sua con Roma : tra questi fu Siceio 1’ accusatore presso del popolo
degli usurpatori delle 'pobblidie terre, -il quale menava seco -ottocento
uomini, timi co me -lui di età superiore, nè piè vincolati dalla legge ^a
combattere ma pieni della riverenza del valentuomo pe’ grandi benefizj
ricevutine aveano ripntato cosa non degna di abbandonarlo, mentre rinsciva egli
a fitr guerra. Òr questa tra la milizia d’ allora fu di gran lunga la' migliore
per la perizia iu combattere, Come per T'ardire tra’ pericoli. Seguitarono
anepr altri T eaercito vinti dall’ aderenza e dalle istanze de' seniori. E il
èri pur k milizia 'pronta sempre a tnui {.pericoli per amor deUe prede, che si
fan tra4e arme.. Pertanto in poco tempo ebbest un armata numerosa, e .'fornita
splendidissimameute. .! nemici udite che i Romani marcercbbero contre ^ essi,
ravviafóQO terso la" patria r esercito : ma i consoli avanzando,a .gran
>freilao per 6eno, e gl investirono improvvisi, mentre scendevano a tor r
acqua ; e più volte a battaglia li provocarono. -Or attagiia ; e cavò le
milizie dalle trincee#. e comparti fcavslieriie fanti per coorti, ciascuno
ne’luoghi' Convenienti ; alfine chiamando Siede gli disse : iVbi combattiamo da
quindi o Succio, 1 nemicL Tw mentre noi ed efsi ci risparmiamo
apparecchiandocip va di fianco per quella via sul monte ove è il.eaatpo nemico,
e v assalùci quei che ilo guardano, affinchè gli altri che slan contro’ noi ne
teman la perdita, e tentando soccQnjerlo ci volgari le spalle ; e cor/ie.
avviene ^in una subita ritirata, si affi. foUirt tutti per una strada, e con
fUcilità li., conquidiamo : o se qui si rimangono ; lo perdano il^ campo ^
loro. La milizia che -lo presidia, per quanto seti concepisce, già non è. per
sè foige, ma pan mettere tutta la fiducia bliquamente per quella slracbi, impossibile
a salirsi di, rutscosòr dei nemici: ma io vi condurrò per vie non, visibili ad
essi; e ben mi presagisco trovarle tali òhe ci -guidino sul morite, e sul
campo. Inanimiìevi dunque i e speràlCk Ciò detto s avviò Wk fa selva, '>
eorsooe buoa tratto, a’ imbattè con un 'cHtadioo, parti tosi non so d’ onde, e
fattolo arrestare ;, sei prese a guida. E colui rigirandoli gran tempo attorno
del mon te, li pose al fine su di nn colle rimpetto degli aHog la battaglia
ebb^ un fine decisoli Imperocché -Siccio co’ suoi, non Si toifo fu -presso
degli alloggiamenti, trovalbne'' il danto verso di sè derelitto dalla iniliiia,
intenta tutta, come n spetta cólo dal canto verio del combattimento > vi
diede faci lissimitmente assaltò, -e sonrontpvvi :. e prorompendo in grida ;
corsele come dall’ alto ^ addosso. Sopraffatta quella dal mate impensato e
concependo che venisse non qne’ pochi ma l' altro console colle > sue
schiere si precipitò fuori delle trincee, per la 'più. gran parte senz’arme.
Que’di Siccio ne' uccisero 'qua uà ne presero, e signori già degli
alloggiamenti, ripiombarono sa gli altri nel piano. Gli Equi, conoscintadalla
foga e dar damori la presa degli alloggiamenti,’ e veduti dopo non molti^.i
nemici correre loro alle spalle, noo 'mostraùlno .già cnof 'generóso, ma
dnordinadsi, ceecàrono scanapo per varj sentieri. Ma iu questi appunto fecesi
strage copiosa, non avendo i Romani lasciato d’ iusegnirli a trucIdarvegU fino
alla notte. Siccio ne era l’uccisor più graude Ira Ilice d’imprese bellissime:
e quando vide le cose. nemiche ornai ridolte al suo temiihe, egli già fatta
notte, tripudiando e forte magnificandosene rimenò la sua coorte agli
alloggiamenti espuguati. 1 suoi npn sedo illesi ed inviolati da’ mali che ne
temeyanó „ ma 'empiutisi tutti di gloria vivissima, lo chiamavano padre y
salvatore, Dio, ed ogni altro bel nome, nè finivano di felicitarlo con amplèssi
ed -altre esuberanze di 'gioja. Intanto r altra. milizia romana tornava al
campo tuo ‘ dall’ inseguire i nemici. Era già la mezza notte, quando' Sfecio
raminando 1’ odio suo 'bontro de’ (Gasoli che,lo oveano spedito alia morte -,
si pose in ' animo, dì tor loro la gloria 4el buon' successo. Rivelato il cor
suo tra’ compagni, e sembratone a tatti benissimp, anzi ammirandone Ognuno i
concetti e F ardire, .^li prese e fe’' prender le armi, e prima uccise guanti
trovò 't|tnvi nomini, cavalli, ed altri animali degli Equi, e pòi mise in
fiamme i padiglioni, pieni di arme, di vesti, di apparecchi di guerra, e di
robbe moltissìmé, recàtevi dalla [ureda tascoiaua : al fine, dopo svanita ogni
cosa tra r incendio, parti su I’ alba senza altro che le arme, e rientrò con
marcia rapidissima in Roma. Osservativisi questi appena, solleciti tra le arme,
tra ’b sangue, tra i cantici della vittoria, eccovi grande il concorso, e la
smania di visitarli, ed intenderne le cose .operate., Ed essi, andatine alForo,
ve le narrarono ài tribuni: ed i tribuni, intimata un’adunanza; comandarono
loro che vi favellassero. Era già grandè la moltitudine ; quando Siedo
recatolesi iunanzi narrò la. vittoria \ e' le maniere del combatlimentp j >e
come il campo nemico era preso per ie ' forze sae>e degK ottocento suoi,
spediti dal console a morire, e come infine le altre • milizie combattute^ dai
-consoli ne ifurono ridotte a fiìggjre, Chiedea per tanto che non sapessero
grado, se non a luì dèlia vittoria dicendo in' ultimo : noi veniamo sMve le
persone e le arme, nè pattiamo coià ninna grande o picciola delle involate ài
'nemico. Il' popolo -alf udirli', impietosì, lagrìmò, vedendo la età,
considerando la fortezza de’ valentuomini, e crucciandosi, • e smabiandó so chi
voluto ne aveva privare la patria.' Sorkène, come era l’intento di Siccio,
l’odio di tutti contro de’ con soli. Il Senato srésso'non soffrì ciò di buon
animo, nè decretò per essi il trionfo' o altro pe’ fausti cornettimenti. H
popolo poi veduto if tempo della scelta dei magistrati, nominò 'Siedo tribuno ;
conferendogli la dignità della • qpale erà' 1’ arbitro. E tali furono le cose
più rilevanti operate in qòeiranno. Spurio Tarpeo, ed A11I9 (i^ Térmipio pr^
sero il consolato per l’ anno seguente (0). Questi carezzarono di continuo il
popolo con più medi, ccène col previo decreto del Senato su’ magistrati;
imperocché “ Si coniulti SigoDÌo su Livio. Di là si raccoglie cìie forse dea
Irggtt ti' jfterh. \ ' Anna di 'Roma 3ao. secondo Catone.. ^o secoado Varrone,
e av'. Cristo.,. ' (3) Cioi che si potessero multare i magistrati arrogami o
clie trascendevano i limili^dei loro poteri. Vedi.g 5o^i rjueito libro.
Nondimeno vi è chi crede che vi si parli del senatusconialto fallo emanare dai
consoli perchè li tribuni potessctp ìar approvare dal DlOillGT, amo Iti. • ' '
' nsoli ultiini. Intanto prima che d di Sén Venisse 'di' quella causa.^ facendo
l’uno e^l’ altro d^li accusati calde brighe e raccomandaziodi, essi, come già
consoli, assai speravano su del $éQato ; • e teneano per leggero., il pericolo,
promettendo i seniori di quel ceto ed i giovani che ilon lascerebbero far tal
giudizio. Ma ì tribuni prevependo tutto da lontabo, e non valutando preghiere;
non minacce, non pericoli ; a{q>ena giunsene il tèmpo,' convocarono .il
popolo. Eransi già riversati da’ campi in città poveri e lavoranti in gran
numero : or .-questi aggiunti alla moltitudine interna 'empierono il Foro, e le
vie che vi conduconp. popolo il progetto sa la formasione del.le leggi, eguali
per tatti ; 'argomeaio allora di controTeraie, -come apparisce dalle, coa'e
precedenti/'’ -• (r) Forae Icilio tribuno dell’ anno precedente. ...,
laQ^oUo.per il primo il gÌRdluo' tU' Romi lio, .Sieda fattoti (^vaati .accurà
le> violenze di lui nel •DO consolato contro de’ tribuni, e le insidie
contro di aè e della sua coorte nel suo capitanato. E endo egli voluto esimere'
da quella spedizione. Matxo .Jciiio, coetaneo ed qmico'SUOf figlio di' uri tale
dellfi coorte^, perchè qifesti non ujttme. ài un tempo col ^adre -à morire ^ e
che avendo ottenuto da Aulo V srginio, zio suo, e luogotenente afiqrq delle
nfilizie di recarsi' ai consoli^ chiederne quésta grazia ; i coruiyli ebbero
cuore di .coatraddirh, ed egli, fa ridotto al conforto nùsero delle lagrime ^
non restar^do à (iti che dèplorarela calamità, delf amico : che t antico pel
quale pregqvaf udito ciò, se_n venni, 9 chiesto di parlate protestò choj avea
pur grandi gli obblighi agi inteAiessori suoi, rna che. mai grad^ebbe anche
ottenutala una concessione che levavagli d' esser pietoso inverso del sangue
suo : nè nidi si Hmove/ubbe dal padre quanto più si avyiava a. morte, certa
come tutti sapeane : anzi ne andrebbe con lui pey difenderlo fin dove potrebbe,
e correrne, la sorte medesima, Or costui ridicendo tali cose, niun fu "
che nou commiscrasse la sorte di tali uomini : ma quando poi chiamati,
comparvero per attestarla, (cilio ' padre, e figlio, e oarrarono cioochè era.
di loro; non poterono i più del popolo contenere le lagrime. 'Perorò, se ne
difese Ròmilk>,'non ossequioso, non pi^érole-ai tem pi ; ma fastoso, e,
grande ne’ concetti ' suoi, coÉàe non si avesse a dar cónto del consolato.
Adunque l’ira ne crebbe de’ cittadini, e rendati arbhri di sentenziame,
deliberarono ripercoterlo,' e condannarlo co’voti di' tutte le tribù ;. talché
la' condanna fosse una ' multa di assi dieci mila. Siccio, 'sembrami, risolvè
ciò non senza nna .provi denza : ma perchè scadesse il favór de' patrizj su costui,
nè facessero broglio nel darsene ih voto, considerando che la emenda era in
danari e non ‘altro ; e perchè li plebei fossero più pronti a .pronunziarne la
pena, non dovendo spogliare l’àom consolare di patria, nò di yita. Condannato
Romilio fu dopo pochi giorni condannato eziandio Yeturio.' Anche la multa suafa
pecuniarìa, ma suddupla di quella del consolato. Adunque non \ più governavano
misteriosamente, ma Con intento manifesto ai vantaggi del popolo. E priipa
stabilirono ne’comizj benturiati per legge: che tutti i magistrati potessero
punire quelli i quedi ecce devono o disordinavano i loro poteri, perchè per
addietro non altri che i consoli pòteano far questo. Per Qoi di'cinqoa mila
aui. Ora ciò sembra ragionevòle; perchè esseodo Romilio oppositore più che
Velario de’ tribooi, dovea sentirne danno maggiore. Nondimeno Livio afTerma che
Romilio fa condannalo per dieci mila assi, e Velario per (piiadjci mila ; il
che ha -fallo, interpreiare la voce a/oUssi qui dire minatamente, a voi, che
vef. sapete, quanto ho sofferto dal pòpolo non per mie private ingiustizie i ma
per la henevolenza mia verso di voi; tuttavia ciò ricordo per neceisità,
affinchè vediate che io parlo per lo migliore,, non per adulare il popoìp, che
mi è eontrarioi Nè alcuno si meravigli, -je io che fui d altro asviso più
volte, e quando fui ^console e prima, ora mutato mi sia sttbitamenté ;J nè
vogliate concepire che non bene consigliassi allora,, o non bene mi ritratti ah
presente. Io finché vidi, o padri,, superiore lo .stato de nobili, lo favorii,
come doveasi, non. curando quello dei popolo. Ma poiché fatto savio da’ mali
miei, vidi. a gran costo che il poter vostrq è minore dei vostri voleri ; e che
piegaridovi alta necessild più volle avete lasdèUo manometter dal popolo quelli
che vi sostetievimA, rdiora più,non tenni gh antichi pensieri. E ben vorrei che
rion fossero a me, nè al collega mio succedute le cose per le tjtiali voi tutti
su noi'vi condolete. Ma poiché finite sono, tali nostre vieef^e, e possiamo
solo curar' t avvenire, provvedendo 'che ailri non soffran Iq stesso, v'i
esorto ad uno. xid uno I é tutti insieme che órdinialé m bene, almeno il
presente: àmpcrocchò'JèUcissimamente governasi una repubBlica, la qual si
èontempera alle sue cose; quegli è il consiglierò migliòre che pòrge il parer
suo per cònio di utile pubblico^ -non di nirnidxte private o furóri; e
benissimo lei. porgerà su'tempi di poi chi pigha esempio delle cose JWhtre
dalle passale. Noi., o padri, quante sfolte si disputò, si 'donlése tra'l
Senato e tra ’l popolò ; tante ne àvemmo per alcun modo lapeggio con morti, v
esilj, con sfingi' (T Uomini insigni. Or quale sciagura maggiore per una.
repubblica che le si tolgano i cittadini migliori, ò senza Una cauia ? Pertanto
io vi esorto che questi ve ù risparmiate; nè gettiate i consoli presenti
a''màmfesti pericoli, abbandonaisdoli poi tra la tempesta, al pentimento. Deh!
che non gettiate ai ‘pericoli niim altro qualunque, e sia pur egli piccolissimo
per la repubblica. La principale fierò delle cose che vi' raccomando, è che
mandiate deputati,'qiusli nelle grecite città d" Italia, e quali in Alene
; perchè vi cerchìn le leg'gi migliori, e più confacevoli a’ nostri costumi, e
Sce le fìpot'i.iio: che Ibrnnti questi, i consoli propongano al Senato, quali
debbansi 'scegliere per legitlatori con Jfual potere,, per quanto tempo, e cosp
altrettali come egli le crederà spedienti : finalmente che lasciate le
discordie col popolo, e di cofinetlervi disgrafia a disgrazia, principalmente
per una legislazione, la quale ha seoo, se tiòn altro uM apparqto 'almeno di
maestà. . Seooodarooo i dpe consoli ài parer di Rqntiliò con più ragioni
premediut^ e, molti altri xonsiglieri lo secoodaronof; tanto cbè la
plorftità'vi ^ deprsj^. E già già se ne slendeva ài decreto, quando Slocio'.il^
trtbimot quegli cbe zyevz accusalo iLomilio sorse, e fattone ekn gio copioso,
ne laudò la mutazione, e cbe non ayesse anteposto Je nimicizie sue all’ util
comune,-,ma ^tto ingennào^entè 9ÌÒ. eb’era il bene. Peritai meritp^ soggiunse,
IO gir rendo qvesC ossequio, 0 ^ptesta ricono^ saenza : io U> assolvo dalla
multa impostagli' nel giudizià, e dà pra in poi, me ^ riconcilio : perocché ci
ha sopra^atlo ftel .bpne. Egli disse } e già altri tribuni presenti
acconsenlironò. I^on sostenne RomiUodà, prenderne quel conlnccambio ; ma lodati
i .tribuni protestò cbe pagherebbe la multa, essere questa sacra ai numi: e non
fare cosa né giusta nè pia, chi spoglia h numi di quanto si dee laro per legge
: e. coti £e$;9. Steso il decreto dal Senato, 'e confermato dal popolo, '
furono eletti a prendere le leggi da Greci Spurio Posiiunio, Setvio. Sulpicio,
ed Aulo MalHò . Furono, questi a ' ., " ^ „ In Lirio si legge PuM Sulpicio
.in laog'o di Servio Salpido come scrivesi '.in Dionigi. Servio Sulpicio fu
eOosdle l'anno 193, ma Publio non si trova cbe 'mai lo fosso. Tanto Liiio
quanto Dionigi numeraao Aulo Manlio Ua i depùiati, cd. Aulo Maoliq seooado
pubbliche spese forn^ di triremie > di ogni arredo ; quanto si convenisse
ialia maestà ' dell' impéno ; e cosi l’anno -spirò. Nella olimpiade ottantesima
seconda, quando Lieo Tessalo' di Larissa vinse allo stadio, e Cherofiino era
l’arconte di Atene, compiutosi 1’ anno,trecentimo dalla fondasionb di Roma,
cretti consoli ' Publio Orazio, e Sesto Qaintilip j, proruppe nella ^città up morbo
coptagioso, il inaggioi% di quanti ue erano ricordatL Vi 'perirono quasi tutti
i sèrvi, e circa .Una metà di cittadini. Non. piò i medici avean cuore d(
curare gl’ iniermi, non i domestici, non gli amici di porgere loro le cose
necessarie ; perocché volendo 'assistere gU -altri còl tatto e col commercio ne
coutr^evan i malu Donde è che piò famiglie si^ desolarono per, deficiènza di
assistenti. Non era la minima delle sciagure quella so la esportazion
decadaveri, ^ certo era causa'.cliè il morbo non venisse meno subitamente. Su
le prime per la verecondia, e la copia de’ funebri apparecchi bruciavano o
seppellivano i -morti : ma poi curando poco la verecondia, o non avendo ciocché
bisognava, ne gettavano molti nelle chiaviche, e più ancora nella corrente del
fiume. nd’ è che spinti ai scogli e alle arene delle rive, songeane danno
gravissimo ; perchè spiccavasene Oiooipi fu contotq r aono s8o i laddove io
Livio leguaai .ia quell’anno per coufole G. Manlio. S; dunque ì deputali erano,
còm'a veri$imile, tuui uomini co^olari, il tèstodi Dionigi in questi -luegbi
trovasi più eastigato che quello di LCvio. t .- Aono di Roma 3oi secondo
Catone,, 3o3. secondo Varrone, e 45 av. Crisio. "‘uBao x; '7 un odor
fetidissimo, il quf^e col corso dé’ reali causava subite mutezioni ai corpi
anche saqi. Nè l’acqua portatq dal dame era più buona da beveme si per 1’ odor
tri sto, ri per le ree digestioni a designarvi i consoli, e designatili ',
propoiTebbero' io sieme con questi ai padri la scelta de’ legislatori. ^
Aocordativisi i tribuni, essi intimarono -i comizj prima assai deir usato, e
destinaieno consoli Appio Clandio, 0 Tito 'Genuzio. Dopo questo .omettendo,
quasi già fòsser di altri, .tutte -li cure {fùbliliche, più non datano ascolto
ai tribuni ', e solo miravano a sottrarsi di briga nel resto delia loro
raagistratnra. Occorse intanto cbo Mencaio l’ iroò de’ consoli s’ ìnfernuMe di
juna' lunga malattia, e vi fu chi disSe che il languore sopravvenutogli per -l’
affanno e per 1’ abbattimento, la rendeva in sanabile. E' Séstio sol titolo che
egli non "potea’ solo per. . 1, a()9 aè fiir aiedle,' respingeva 4e
istanzt de’ tribuni,^ e voleva che si vbigessero a miO^i niagislrati. E questi
non avendo altoo lYiodó, furono astretti in privato, e nelle adunanze
pufablicbe dirigersi ad Appio, e suo collega, quantun> qùe non avessero
ancora preso il coniando. Or gli ridussero alQue questi uomini, empiendoli' di
grande spe> ranza di onori e, di potere, se prendessero a” cuore gli
interessi del'popdfo. Imperocché -Appio iu invaso dal1’ ambizione di avere una
qualche nuova magistratura, di fondare leggi di cònCordia e di pace", e di
far che tulli estimassero 'che la patria sola comandava^u‘ citu dini. Ornato
però di una' grande magistratura non vi à contenne; ma inebbriàtone da’ poteri
sublimi,^^tr^orse ai furori di perpetuarsela, e per poco non giuose alla
tirannide ; cqme spbirò ne’ suoi tempi. Allora dunque cosi pensaodota con cuore
-buono, '6no a {lersuademe il. collega egl’ invitato più' volte dai tribupi
alle adunanae, vi 'si (^dusSe, e 'tenpevi molti ed umani ragionamenti. I quali
rigiravansi. ip t^eslo che piaceva a hd come al collega suo', prÌTtcipalmeiUe
che si destinassér le leggi, e si chetassero. le discara die civili su diritti
; e diceano ciò ' palesissimàmeute ; come pure che ''essi ', perchè non entrati
al comando, non aveano 'facoltà di nominare i cosUtutori' delle leggp ‘ che noH
si opporrebbero per ' mòdo 'alcuno a Menenio’ console e suo ^collega se dava
esecuzione al decreto delSenato, anzi’ che do coadj'uverebbero e ringràzierebbyo
; che' se Menenio e il compiano reylica e protesta( Soggiungevano), che
trovandoci noi designati per consoli f Tton ^uo ' nominare altre' magislrature
lé quali prendano podestà pari' alla consolare ; noi dal canto, nostro non
saremo V ostacolo della operazione : perchè sporttanoi cederemo la nostra
soprastanza, se cosi • piace in Senato, ai nuovi che sceglieransi in. ^ogo de'
consoli. Elocomiava it popolo' la buona volonlà di tali .uomini ; e spiolMÌ,
tutti ia /olla nella curht, Sesto ( non poiendoviai tcovare Menenjo per la
iufern^ità ) costretto a convocare egli solo il Senato, propose la
deliberazione su le. leggi. Ben si disputò qninci e quindi copiosaiaeute da.
chi lodava l’essere coiuanihto dalle leggi, e da chi chiedeva che si ritenessero
le costumanze paterne: ma prevale il, parere de’ consoli designati propostovi
da Appio Claudio, interrogatone per il pritpo : vuol dire cAe si icegliessero
dieci i più cospicui tra padri : che forrtandastero su tutta la repubblica per
un anno dal giorno deità elezione'col potere' che 'ci aveatip i consoli', e
primari re : e che-.fiotànto che governavanp i decemviri .cessasse ogni altra
.màgislralura: che qqesti proponessero le leggi più utili alla ivpubblica,
scegliendone le migliori da quelle riportate pe' deputali dalla Grecia, e dalle
usante. della patria; che le leggi scritte da decemviri, approvale • che
fissero dal Senato e ratificate dal popolo,, valessero per tutto f avvenire; e
che i magistrati che si creerebbero a norma di queste leggi, discutesteror a
rtórma appunto di esso i, conti atti d'e' privali, e pròvyedessero al pubblico.
.,LYL. Preso questo decreto ne anderonò i tribuni al/ adunanza, e letto velo;
assai vi encomiarono i padri, ed Appio che lo aveva proposto. Giunto poscia il
tempo :^ . ‘ 3oi de’ comizj, i iribun! convocatovi il popolo, fecero ve Dirvi i
censoU/ designiti perchè g[li osservà^ro le promesse: e questi presentatisi ;
deposero il consolato. Non finiva il popolo di encomiarli e lodarli: fattosi
quindi a dare il voto pe’ legislatori scelse a tal grado -ipiestl due per i
'primi. Imperocché, ne’ comizj per centurie furono eletti legislatori Appio
(gaudio, e>Tito Genuzio^ li due' che doveano èsser consoli l’anno seguente :
Pu blio 'Sestiò., insqle ^ dell’ anno corrente, li tre Publio Postnmió, Cervio
Sulpicio, ed -Aulo Mallio -,. r qusfli aveano riportate le leggi da’ Greci;
Romilio il console dell’ anno antecedente il quale condannato peo le accuse^
di' Sfócio dal popolo, fu poi sentito il primo a dir senlèDEe fautrici ^
cemVirato • f Dettesi quinci 0 quindi più cose' vinse' finaltnente.il partito
di chi consigliava che sì tenesse ancorsi il decemvirato su -là repubblica;
peroccbè' compilata in picciolo,t$mpo la legislazione non pareva La .tutto
ultiosata., e -pareva ancora ;che bisognasse un magistrato assoluto per
.obbligare, volessero 0 no, tutti, a quanta ne èpa già -stata decretata. Ma
ciò-,cbe gl’. indusse più che tutto, a preeleggere i dieci. fu, rinlenlo di
spegnereil tribunato, ciocché bramavano sommanaenie. ''Tali fatono i risaltati
delle pùbbliche cousuUaziom : ma. in privato i primi del Senato disegnavano
procurare per sè quel magistrato Sui timore che intrqduceodovisi uomini
turbolenti nen cagionassero grandi sciagure. Il po polo ricevè con diletto, e
ratificò Con pieno trasporto, dandone -il voto, le sentenze -dej Senato.. I
dieci prefissero il tempo de’.comiàj-, e li più provetti e più rispettabili de’
patrizi ambirono quel' magistrato, b fptì molto ebeomiato da tutti JVppio, il
pruno ^allora del decemvirato, ed il popoip vo)ea .couifermarvelo, -come se
niou altro meglip di lui -lo remerebbe. Egli fingea su le prime di escusarsene
e 'cbiodeva ebe Ip esimessero da nn incarico, pieno di travagli e d invidia :
ma poi Btimolandovelo tutti; fecesi a chiederlo nottamenle ; anzi dolendosi dei
migliori ' de’ competitori, come di animo non buono verso lui per 4a ' invidia
; favori gli amici suoi palesissimamente. Egli dunque nc’comizj per centurie fu
crealo per la seconda volta datore di leggi: e eoa esso'lai furono creati'
Quinto Fabio detto Vibo^ lado, già 'per 'tre volte console; edirreprensibile
6no a quel tempo in ogni bel costume : e ira gli altri pa-^ trii) diletti ^uoi;
Mai‘co' Cornelio, Marco Sergio, Lucio MinuCio, Tito Antonio, e Manio Rabulejo,
.uomiut non molto chiari : de’ plebei poi Quinto Poetelio, Cesbne Duellio, e
Spurio Oppio. Aveaci Appio assunti por questi per adulare il popolo coi dire
che', 1’ equità voleva, • he, stabilendosi una magistratura uòica su tutte le
-còse ; aves^ro parie in essa anche i plebei. Applaudito in unte' queste cose,.
e ‘parendone il migliore dei re, e de’ soprastand annuali ; prese la magi.i
stratura per l’ anno che seguiva. Or questo e non altro ' è quanto si operò
degno di ricordauza nel primo decemvirato presso de’ Romani. Presero nell' anno
^guente -la podestà suprema i dieci con Appio alle idi di maggio. Allora i mesi
legolavausi colla Iona, e cadeva in quelle' idi appunto il plenilooio. Or prima
legandosi tra sagrifizl, arcani alla plebe, convennero di non contrariarsi mai
fra loro, 'di ratificare tutti quanto ciascuno giùdicherebbe: di ritenersi la
magistratura ih vìta\ nè Jasciare che altri vi sottentrasse : di aventi' tutti
onore e potere eguali : di ricorrere di rarii, e per necessità sola, ai. . 3o5
i>oti del Senato e del popòlo, e di ultimare per lo più le cose colC
autorità propria. Poi jrenuto il gio;^o da pigliare il comando, ( è questo
giorno sacro ai Romani, e guardansi tutti di ascoltare o vedere cose non liete
) ^ fatto prima sagrifìzio agl’ Iddìi secondo il rito, uscirono ben tosto i.
dieci su la mattina con tutti i distintivi di nn regio potere . Come il popolo
vide, che non osservavano più |e mauiere popolari e, modeste di preminenza, e
che non avvicendavan fra loro come prima i segni del comando supremo; assai ne
decadde nell’ aspetto e nell’animo. Temè le scuri messe tra’ fasci portati da
dodici licori dinanzi a ciascuno, i quali facean largo, dando de’ colpi come
prima ai tempo dei re. Era stator questo costume abolito ben tosto. dopo la
espulsione dei ré da Publio Valerio, uomo popolare, quando ne succedette al
comando. E paréndo essere stato autóre di ottima cosa; tutti i consoli
posteriore fe> cero come lui, nè più misero tra’ fasci le scuri, se non
quando marciavano, all’ armata, o per altro intento uscivano da Roma’. Or
quando portavano guerra agii esteri, quando visitavano i sudditi, assuiueans le
scuri ; .perchè r aspetto terribile di esse-,. come dirette contro de’ nemici e
de’ servi, si rendeva mec grave pe’ cittadini. LX. Veduto ciò, che riputavasi
il segnate di nn regno, si temè, come ho detto, moltissimo, credendosi pòduta
la libertà, e creati dieci per un solo monarca. Con. tal modo sbalordirono i
dieci la moltitudine : e Roma Catone Varrous, e 448 ar. CrJslo. ' '1 PlOStGt,
Itipu) in. '. IO fermi, cbe avrebbero a dominare per 1’ avvenire col terrore ;
ciascuno fecesi Un seguilo dì ^oyanl i più leDterarj, e opporiuui per esso. Ben
era da aspettare, o sperare cbe i più de’ poveri e sciaurati si dimostrassero
fautori della tirannide ; anteponendo l’ utile proprio al pubblico ; ma non era
da aspettare, nè da sperare, e certo egli fu meravigliosissimo^ che molli
patrizj potendo grandeggiare per 'sestauze e per, sangue soffrissero di
opprimere co’ decemviri la liberi^ della patria. ' Costoro datisi a tutti i
piaceri, quanti sottopongono 1’ uomo, comandavano superbissitnamente : e
legislatori insieme e giudici, tcncano per niente il Senato ed il popolo, ed
uccidevano e spogliavano, conculcando ogni diritto. E perchè azioni illegittime
e biasimevoli sembrassero noux indegne, anzi operale per giiislizia; nomsi
accingevano a farle se non previo esame, ed'uu giudizio. Erano gli accusatori
inandaii da fondatori stessi delta tirannide, creali i giudici dal ceto de’
loro amici; laDlochè solcano questi in coniraccaràbio sentenziarne per
compiacerli. Molte cause però', nè di poco rilievo, le defìnivano i dieci per
sesiessi. Cosi quelli che erano per essere defraudali del loro diritto, non
trovando altro scampo, conducevansi necessariamente a renderseli amici. Ood’ è
che col volgere del tempo videsi la parte corrotta ed inferma maggiore della
innocente. Imperocché coloro che v' erano concul^cati da’ decemviri sdegnavano
di rimanervi, e si ritiravano nelle campagne, Bspettandovi il tempo de comizj,
^quasi coloro finito 1’ apno fossèro per deporre il comando, ed eleggete nuovi
^nagislrali. Appio intanto £ i colleghi ^crisscA) le. leggi che rimanevano in
altre due tavole, e le aulroao alle prime. In queste eravt traile altre
lajegge, che non concodeàsi a^atrizj il matrimonio co’ plebei: e ciò non per
altro, io t j , !• OLGENDO la olimpiade ottantesipia ' terza nella quale
Grisoue Imero vinse allo stadio mentre Filisco era 1 arconte di Atene, i Romani
annientarono il decemvirato il quale governava già da tre anni la repubblica.
Ora, io tenterò descrivere dalle origini per qual modo, quali nomini, con
i|uali cause e pretesti, seguendo la libertà, si lanciassero a schiantare una
signoria che ovea già profonde le radici ; perciocché ne reputo la cognizione
bella e necessaria principalmente al Glosofo die contempla, ed all’ uomo dr
stato che amministra, per non dire a tutti. E certo .molti non si contentano ^
conoscere dalia storia, solamente come gli Ateniesi ed i Lacedemoni vinsero,
per esempio', la ^ guerra col Persiano, aiTrontandosi in due battaglie navali
ed nna campale contro un barbaro che area tre milioni di nomini, essi che
'aveano appena cento dieci mila nomini insieme cogli alleali; ma vogliono' por
co, noscere dalla storia i luoghi ove occorsero, .ed kiten dere le cagioni per
lè quali si compiecono le meravigliose ed incredibili gesta, come apprendere
quali fossero i duci delle armate greche e persiane, nè essere, per cosi dire,
defraudati, di cosa niuna fatta ne’ combattimenti. Imperocché dilettasi la
mente dell’ nomo por, tata quasi per mano dai racconti alle opere, e come a
vederle dopo ascoltatele; E quando gli uomini odono le civili vicende, non
appagansi di udire la somma ed il termine degli ’ affari, per esempio., come
gli. Ateniesi permettessero el^e gli Spartani demolissero le mura,
conquassassero le navi di Atene, ponessero guarnigionè nella Iqr cittadella è
vi trasmutassero il governo del popolo in quello de’pochi^ senza nemmeno
combattere (.i); ma. bentosto dimandano quali erano le angustie di 'quella
città, onde incorse in tali orrori è miserie, quali e di chi li discorsi che ve
1’ acchetarono, e quanto seguila tali cose. Dilettarsi poi della contemplazione
totale di quanto concerne gli affari è cQmifuq a tutti,. come agli uomini,
pubblici, tra’ quali colloco àncora i fUosofì, quelli almeno che pongono la
filosofìa non già nelle Occorsero tali fatti oelf''aoao Hltimo detta goeri'a
del Pelopoaneso ; conws pu& vedersi io Senofoute nel libro secoado lAasxnel
lib. -i3 di Di odoro, t nel LitandrQ di Plutarco., I parole, ma nelf esercizio
delle opere belle. Cd oltre questo diletto, ne segue, > no, e riducendd'
quanti ner credevano IntorTerablle il giogo ; a lasciare colle -mogli e co’
figli lo^ patria, ed alloggiarsi nelle città vicine, ricevutivi da’Lallni in
forza de'parentadi, e dagli Eroici per essere stati di fresco creati cittadini
da' Romani. DI guisa teaoo traversarne 'le opere ; nè vi rimasero nemmeno gli
asciiitl al Sentito I qu^li doveano per necessità star pronti pe’ decemviri ;
ma l più trasferendosi con quanto aveano in famiglia; dimoravano, abbandonate
lo case, per le carrqiagne. Non dispiaceano gli allontanamenti de’ grandi
personaggi agli amatori del decemvirato per più cause, e principalmente, perchè
I più 'giovani di questi erano divenuti don che scellerati, molto insoleati, né
poteauo tollerare. 1’ aspetto di qtielll, innanzi dei quali doveano arrossirsi
della loro impudenza. III. Derelitta cosi la città dal fior degli uomiai (^), e
cadùlavi ogni libertà ; gli Equi già vinti da' Romani, cogliendo la Occasion
propizia di combatterli, di con Anuo di Roma 3o5 Mcondo Caioua, ìof ascondo
Vartoae, c av. Cristo. Digitized by Googie 3i2 delle antichità’ romane
traecambiarlt delle iogiorie sostennlene, e riveodicarsi quanto perduto ci
aveano, apparecchiaronsi all’ armi, e marciarono con grandi eserciti contro di
lei', malconcia pel comando de’ pochi nè idonea a tener fronte, nè a
concordarsi, nè a' cura fecesi innanzi e disse che portavasi a -Roma, la
guerra, da due parti, quinci dagli Equ^, e quindi da’ Sabini ; tenendovi un discorso
ariifiziosissimo, indirilto a far votare la leva delle milizie e condurle
imipzntioeDtc in campagna, non peùnetteodo T Ifare che indagiasse. Or lui cosi
dicendo insorse Lucio Valerio, soprannominato Polito, uomo che grande tenessi
|>e' grandi genitori: certamente era stalo padre di lui più, importano,
conte sarebbe il buon ordine della moltitudine, e che la cosa stessa apparisca
utile a tutti, rimovendo dalla città la ingiustizia e la soverchieria che vi
domina, e rendendo l’ antica forma al governo; in tal caso sbattuti quelli che
ora inorgogliano, e gettate le armi, verranno a noi tra non molto per saldarne
le ingiurie, e trattare la pace : e noi, ciocché i savj tutti desiderano,
potrein finir senza le armi, la guerra con essi. Or ciò considerando, poiché sì
grave tra le mura è la turbolenza ; io giudico che debbasi per ora sospendere
ogìti cura di guerra, e concedere a chi vuole di proporre mezzi di concordia, e
buon ordine interno. Noi chiamati da queste magistrato non abbiamo potuto già
prima di essere addotti a questa guerra, consultare su lo stato^ de’ nostri
pubblici affari, e conoscere se scóncio alcuno ci avesse. Ed ora assai
riprensibile sarebbe chi, lasciata la occasione, •cercasse di altro discorrere
: e niuno dir può con sicurezza che trascurato questo tempo, come men congruo,
un altro ne avremo pià acconcio. Anzi se alcuno vuol concludere V avvenire dal
passato ; trascorrerà gran tempo senza che possiamo qui riunirci per
deliberare. IX.' Io prego te, Appio, e voi tutti presidenti di Honta, voi che
dovete provvedere non al bene vostro privato, ma a quello Ai tutti, a non
corucciarvi, se io parlo secondo la verità, non secondo il genio vostro. Voi
dovete por mente, che io parlo, non per malignare, o vilipendere il vostro
magistrtUo; ma per additare, se pur vi è, una via di salvare, e dirigere la
repubblica, dopo mostratine i /lutti da’ quali è sbattuta. Quanti han cara la
patria, debbono forse qui tutti discorrere dell’ util comune, ma io
principalmente. Imperocché io debbo per la onorificenza fattami dar principia
ad opinare : e saria vergogna e stoltezza grande, se io che sorgo il primo non
dicessi le cose che prime son da correggere : Appresso trovandomi io zio
paterno di Appio il capo decemviro, accade che più di tutti mi consolo, o
rattristomi secondo che bene o non bene governano la repubblica. Aggiungi che
ho io ricevuto da’ maggiori miei la civil consuetudine di curare anzi l' utile
-pubblico che il mio, senza guartlare a privati pericoli ; nè io, la tradirò io
questa civil consuetudine, nè profanerò le gesta di que' valentuomini. Orjt,
che il governo presente male a .noi si conviene anzi che incomoda, direi quasi
tutti ; siane questo l’ argomento gravissimo, che quanti trattavano le cose
civili ( nè già potete voi soli ignorarlo ) ràiransi ogni giorno da Ho 3ai ma,
lasciando le paterne case deserte. Qual de' plebei più rìguardevoli trasferisce
la propria sede colle mogli e co' figli nelle città più vicine, e quale nelle
campagne più lontane da Roma : E molti de' patrizj nemmen essi in città se ne
vivono, ma li più si dimorano per le campagne. Ma che giova parlare degli altri
j quando appena in città se ne stanno alcuni pochi senatori uniti a voi per
amicizia o per sangue, e cercan gli altri la solitudine più che la patria? E
quando voi v'aveste il bisogno di adunche il Senato, tornarono invitati ad uno
ad uno dalle campagne que' dessi che solcano insieme co' magistrati guardare la
patria, nè mancare mai da affare niuno della repubblica. Or tdie pensate voi
che gli uomini ahbandonande la patria fugano i beni o li mali ? certo che i
mali. E t essere abbandonata da plebei, derelitta da' pevrizii senza incontri
di guerra, di pestilenze, e di altri disastri mandati dal deh,, ella è
sciagitra questa non seconda a niuna per una città, massimamente per Roma, la
quale abbisogna di molle milizie, tutte sue ; se vuoi dominare stabilmente su'
vicini. X. Folete udir voi le cagioni che riducono i popoli ad abbandonare i
templi e le tombe degli avi, e lasciar diserti i poderi e le case paterne' ^ e
credere ogni altra terra più necessaria della patria ? Certamente tali cose non
avvengono^ senza cagioni, ed io sporrovele queste, non occulterowele. Molte
Appio sono le accuse e di molti sul vostro magistrato : vere o false che siano,
noi cerco per ora : certo che vi si fatino. Ninno, se non del vostro seguito j
trova il ben suo nell' orditi presente. I ^andi, figli pur essi di grandi, à
quali spettavano i sacerdozj, le magistrature, e gli altri onori goduti dai
loro padri, fremono di essere da voi respinti e tolti dalle dignità degli
antenati. Quei del celo di mezzo che cercati la calma del vivere, v imputano lo
spoglio ingiusto de beni loro, lamentano il disonore che fate alle lor mogli,
la effrenatezza verso le loro figliuole nubili, ed altri oltraggi molti e gravi:
e la parte più. bassa del popolo, non più arbitra per voi de' voti e delle
elezioni, non più chiamata alle a4unanze, nè, partecipe di alcuna civile
uguaglianza, ve ne maledice appunto per questo, e tirannico chiama il vostro
governo. XI. Ora come voi correggerete questi abusi, come la lingua, incolpati
che ne siete, accheterete del popolo ? questo è ciò, che rimanemi a dire.
Facciane il Senato previamente il decreto : fate che il popolo deliberi, se
torni a lui meglio ripristinare i consoli, i tribuni e gli altri magistrali
della patria, o continuare r ordin presente : se tutti i Romani avran caro il
comando de' pochi, e dinoteran co’ lor voti, che ve lo abbiate voi questo
comando ; voi terrete un magistrato legittimo, non violento. Ma se vorranno di
nuovo i consoli, di nuovo gli altri mostrati ; voi sarete decaduti per legge,
nò più crediate dominare, se ìton da tiranni su gli eguali, non prendendo gli
ottimati il comando, se non da' cittadini spontanei. E nel far questo, o
u4ppio, tu dei dar principio, c tu disciogliere un comando da te stahilUo,
utile un tempo, ed ora noceyole. E m’ odi ciocché ne guadagni, se mi ti
arrendi, se ne deponi codesto malveliuto comando. Se li tuoi colleghi a ciò s’
indurranno'; ciascwi dirà che buoni fatti su /’ esempio tuo vi si indussero t
laddove se questi si ostinano a tenere un dominio illegittimo ; sarai tu
benedetto che volesti, altnen solo, compiere il giusto ; mentre i contumaci
saran con infamia e danno gravissimo degracUtti. Che se mai ( lo che potria ben
essere ) fermato v' aveste infra voi secreti trattali e parole, pigliandovi i
Dei per mallevadori, fa pur conto che siasi empietadv osservarli, e vera pietà
vilipenderli, come contrarf ai cittadini, e alla patria. Imperocché sogliono i
numi esser presi mallevadori su gli accordi buoni e giusti; non su gV ingiusti
e vergognosi. XII. Che se tu esiti lasciare il comando per timor de' nemici,
sicché non ten venga pericolo, nè sii stretto a dar conto delle opete tue ;
certo non è ragionevole questo timore. Non è sì picciolo, non sì sconoscente il
Romano da ricordare i tuoi sbagli, c scortlarc i tuoi benefizj : ma
contrapponendo i beni presenti ai mali passati giudicherà degni questi di
perdono, c quelli di lode. Potrai tu rappresentare al popolo' le tante belle
tue gesta innanzi del Decemvirato, ed in .vista di queste ottenerne ajuto e
salvezza, e difenderti in più modi dalle accuse, come ad esempio, che non eri
tu che abusavi, ma un altro senza tua saputa; che non bastavi a reprimerlo come
tuo pari: o che eri necessitato a soffrire per areme altra cosa più utile. Ma
troppo lungo sarebbe il discorso, se numerare volessi tutti i modi delle
difese. Coloro che non han discolpa niuna giusta, nè plausibile, pur
confessando il delitto, e raccomandandosi, ammolliscono il cuor degli offesi,
con allegare il poco giudizio degli anni, la pravità de' tompagnì, la vastità
del comando, o la sorte che travia ne calcoli loro tutti i mortali. Or tu se
deponi il comando, tu n avrai, lo prometto, amnistia generale de’ mancamenti, e
riconciliazione col popolo, decorosa in mezzo de' mali. Ma io temo, che il
pericolo siati pretesto non vero a non lasciare il comando ] essendo a mille
riuscito di rinunciar la tirannide, nè scontrarne alcun danno da cittadini. Le
cagioni non dubbie sono un ambizione vana che cerca le apparenze di una gloria
vera, una propensione pe' rei piaceri, quali il vivere concedegli de’ tiranni.
Ma se pià che andar dietro alte immagini, e alle ombre degli onori, e de’
piaceri, ne vuoi tu ciò che è solido; rendi alla patria la tua preminenza,
ricevi le dignità dagli eguali tuoi, acquistati la emulazione de’ posteri, e
lascia loro in luogo del mortala tuo corpo, sempiterna la fama. Questi sono gli
onori fondati e veri, questi gt indelebili e cari nè rincrescevoli mai. Pasci V
animo ti.'o de’ beni della patria: già non parrai di averglìt.^e dato la
menorna parte, liberandola da signoria ce'ti dura. Prendi esempio dagli
antenati, considera chs^ niun d’ essi mise affetto ad un potere dispotico ^ nè
fu lo schiavo vilissimo de piaceri del corpo ; eppur furono onorati in vita, e
morti sono celebrati da posteri ; giacché tutti fan loro testùnoniama, che
furon custodi fidissimi delC aristocrazia ^ che Roma fondò, dopo espulsi i
monarchi. Non dimenticare i detti ^ non i fatti tuoi gloriosi; perciocché belle
pur furono le prime tue mosse nella repubblicUf e pur grandi per la speranza ^
che davano della tua virtù. Deh ! che siano consentanee ancor le altre tue
opere. Deh ! ritorna a quella indole tua Jlppio figliuolo : sii nel genio del
governo un ottimate, non un tiranno. Fuggi quelli, che adulando, ti parlano,
quelli pe' quali, se’ lungi dalle utili istituzioni, errante dal diritto
sentiero, già’ wotr È rzRtstitiLE, CHS AtTSt SIA DI SSL HVOrO SXWDUTO BDOIfO,
DA CHI già’ FSSSIXO lo RStfDk. Xiy. Quante volte dir ti volli tali cose da solo
a solo j per instruirviti dove le ignoravi, o per ammonirtene, dove vi mancavi!
Nè già venni, per ciò sola una volta in tua casa, ma i servi tuoi,me ne
rimandarono, e con dire, che non avevi tu ozio da inti'attenerd con un tuo
congiunto ; ma clu: avevi a fare cose più necessarie ; seppur v è cosa più
necessaria della pietà verso i suoi. Forse, i tuoi servi, ciò conoscendo y mi
vietarono di per sé stessi t entrata, e non per tuo comando. E ben io vorrei,
che così fosse. Certamente questo mi ridusse a parlarti di ciò. che io volea
nel Senato, non avendolo mai potuto da solo a solo. Ma .le buone, e le utili
cose dovunque, 0 rippùj y son da dire tra gli uomini, piuttosto che 'JaG sempre
tacerle. E che io a le rendessi gli ojfizj dovuti alla nostra prosapia ; ne
attesto gl' Iddj de' quali noi dell’ Appio sangue veneriamo i templi e gli
altari con sagrifiej comuni: ne attesto i genj degli antenati, a’ quali
porgiamo del paro gli onori secondi, e li ringraziamenti, dopo de’ numi : e
soprattiMo attesto questa terra, la qual tiene nelle sue viscere il padre, ed
il fratello mio, che io dedicava a te la vita e la voce per sit^erire il tuo
meglio. Pertanto desideroso di rettificare, per quanto io posso, gli sbagli
tuoi ti prego a non rimediare male con male } à non perdere le cose tue mentre
aspiri ad altre pià gratuli ; e finalmente a non dominare agli eguali e a
maggiori, ed essere dominato da' pià vili, c più tristi. Se noti che, volendoti
io ra^nar di più cose e più a lungo, non so ridurmici : perocché se Dio ti
rivuole a buon senno; sóprawanzano le cose anzidetle: ma seti abhandona al tuo
peggio, sarebbero indarno, quante io ne aggiungessi. Eccovi, o padri coscritti,
e capi tutti di Poma, il mio sentimento per dar fine alla guerra, ed ordine
alla repubblica perturbata.' Se altri tien cose migliori a ridirne ; vincano
pure te ottime. Cosi disse Claudio ; assai speranzandosene i paIri, che i Dieci
deporrebbero il loro magistrato. Non replicava Appio nulla in contrario ; quando
fattosi innanzi Marco Cornelio altro Decemviro disse : Non abbisognano, o
Claudio, i tuoi consìgli: su Futile nostro provvederemo noi da noi stessi;
perocché tale appunto ò' la nostra olà, da non disconoscere ciò che ne giova,
nè scarsi siamo di (uaici, età consultar nel bisogno. Pertanto dispensati da
opera intempestiva ; non dare o gran veccJào consigli, ove non se ne
richiedono. Che se vuoi di cosa alcuna ammonire t o pià propriamente, inveire
su di Appio ; inveisci a tua voglia y ma quando se’ fuor di Senato. Quivi entro
però di ciò, che ten pare su la guerra t co’ Sabini, e con gli Equi, circa la
quale se’ chiesto del parer tuo ; e cessa da vaniloqui fuori di argomento.
Sorse a lai voci Claudio nuovamente tutto mesto, e pieno gli occhi di lagrime,
e disse: Appio o padri, Appio, presenti voi, non reputa me, lo suo zio, degno
nemmeno di risposta. Egli precludemi, quanto è da esso, il Senato, come già la
sua casa. Anzi levami, a dirlo più veramente, dalla città ; perocché non io
potrei rimirarvi di buon occhio un indegno degli antentUi, un emulatore de'
tiranni. Io dunque raccolti i miei, e le mie cose, vammene tra i Sabini, per
abitarvi la città di Jiegillo, dond’ è la oiigine mia, e tenermivi finché
questi trionfano nel sì bel magistrato, ma quando ( nè dee molto tardare ) fta
di questo decemvirato, ciocché ne antivedo ; allora tra voi mi renderò. Ma ciò
basà su me. Quanto alla guerra, e sue cose, consigliavi o padri, che non diate
sentenza niuna, finché i nuovi magistrati non si abbiano. Cosi dicendo, e svegliando
grandi ap> plausi nel Senato pel maschio e libero suo spirito; sedette. E
qi)i rizzandosi in piede Lucio Quinzio Cincinnato, Tito Quinzio Capitolino,
Lucio Lucrezio, e lutti i primari 1 senatori, seguirono il parere di Claudio.
Comarbatine i coilegbi di Appio; risolverono di non più chiamare, a dir la sua
mente, niodo io vista degli anni, e dell’autorità sua nel consigliare; ma solo
in vista delia intrinsichezza, e dell’ aderenza con esso loro. E qui procedendo
in mezzo, Marco Cornelio fe’ sorgere Lucio, Cornelio il fratello suo, uomo
operoso nè infacondo nella ragione politica, e già compagno di consolato a
Quinto Fabio Vibulano, mentre Fabio era. • console per -la terza volta. Ora
costui sorto disse: Egli r è mirabile, o padri, che uomini di tatua età quanta
ne kan quelli li quali hanno prima opinato, e li quali cercano primeggiar nel
SeiuUo, portino per gare politiche, un odio implacabile ai capi dello stato,
quando dovrebbero, quanto è d'uopo difenderli, animare i giovani a combattere
intrepidi per la buona causa, e tener per amici, non, per nimici i sostenitori
del pubblico bene. Ma mollo pià mirabile egli è, che trasferiscano là
malvolenza privata alle atse della repubblica, e vogliano anzi perir co’
nemici, che con tutti gli amici salvarsi. Eccesso di furore, e direi
accecamento divino egli è questo; eppure cosi li capi si comportano del nostro
Senato. Sdegnati questi che nel concoirere al decemvirato, che ora accusano,
furon vinti da altri che apparvcr pià idonei, fan loro eterna, irreconciliabile
guerra: e sì stolida, e sì furiosa ; da ìovesciare da capo a fondo la pàtria,
per calunniare presso voi li Decemviri. Vedon essi la nostra regione in preda a
nemici : vedono che ornai giungono a Roma, giacché breve è lo spazio che ne li
separa ; ed in luogo di esortare, e d’incitare i giovani a combattere per la
patria, e di soccorrerla essi stessi con tutta la diligenza, e l’ ordorè,
quanto la età loro ne ammette ; vogliono che ora voi provvediate ad ordinare il
governo, a creare nuovi magistrati, e far tutto piuttosto-, che conquidere gC
inimici : nè san vedere che danno sentenze, anzi che tengono desiderj
impossibili. XVII. E certo, fate cosi ragione : il Senato emani il decreto de'
comizj : i Decemviri lo riferiscano al popolo, destinando il giorno del terzo
mercato dal giorno presente ) perocché -, e come staà mai valido ciocché si
vota dal popolo j se non compiasi a norma delle leggi ? Poi quando abbiano le
tribà dato il voto, prendano i nuovi magistrati la repubblica, e propongano a
voi la guerra perchè ne discutiate. Se in tempo sì grande, quanto ve n ha da
ora ai comizj, si avanzino intanto i nemici, e vengano fino alle mura; noi che
faremo, o Claudio? Diremo loro: atpettate per Dio, finché ci avrem fatti nuovi
magi a straM ? Certo Claudio suggerìvaci a non decretare, a nè riferire mai
cosa al popolo, nè scriver le leve, a se prima non siasi deciso come vogliamo
su' magia strati. Itene dunque, e quando udirete creati ì cona soli, creati i
magistrati, e tutto pronto per le armi a tornate allora per trattare con noi
della pace ; giacB cbè voi senza essere offesi da nei d avete i primi a
oltraggiato ; e d ricompenserete, secondo la giusti a zia, in danaro i danni
delle vostre incursioni : non a però vi conteremo le stragi degli agricoltori,
non le a inginrie, e le insolenze sperimentate da femmine in M guuc, nè altro
male insanabile . Ed essi li nemici a tal nostro invito useranno moderazione, e
lasciato che la repubblica crei li nuovi maestrali, e faccia gli apparecchi di
guerra ; tomeran poi portando ùi luogo delle armi, suppliche per la pace ; ed
arren dendo a voi sè medesimi. Xyni. O pur stolti coloro d quali van pel
pensiero tali delirj ! e milènsi noi se non ci corucciamo con quei che li
propongono: anzi sosteniamo di udirli, quasi consultino su nemici, non su la
patria e su noi! Che non leviamo di mezzo i cianciatori sì fatti? che non
decretiamo sul punto, che marcisi a difendere il territorio, il quale ci si
devasta ? che non armiamo quanti vi sono idonei de cittadini ? anzi, che non
portiamo le armi contro le città loro ; ma ce ne stiamo qui a bada, ed
accusando i Decemviri, ideando nuovi magistrati, e discutendo forme di governo,
lasciamo quant' è nelle nostre campagne, come nella pace, esposto al nemico ?
Che sì ; che infine, se permetteremo che la guerra giunga alle mura, corriamo
noi rischio di essere schiavi, e che ne sia lì orna stessa distrutta. Non sono
queste, o padri coscritti, le maniere di uomini sani, non le maniere di una
social provvidenza, la quale antepone al ben pubblico gli odj privati ; ma le
maniere piuttosto tli una contenzione intempestiva, di un disamar sconsigliato,
di una invidia sciaurata, la qual non lascia esser savio chi ne vieti preso.
Tacciano per Dio le controversie ; che tenterò di esporre ciò che avete a
decretare salutevole per la patria, ed espediente per 1 101, come terribile pe’
nemici. Stabilite ora la guerra co Sabini f e cogli Equi : arrolate
diligentissinù e prontissimi le milizie da guidare contro ambedue : e quando la
guerra abbia avuto buon, termine, quando siansi in città ricondotte le milizie
^ quando sia già rinata la pace ; allora volgetevi ad ordinare il governo,
allora chiedete conto dai dieci delle operazipni loro nel mostrato, allora
createvi nuovi magistrati, fondatevi nuovi tribunali ; e quando da voi
dipendono queste cariche onoratene i personaggi che ne son degni ; avvertendo,
che pud tboppo non seb FONO I TEMPI Alts COSE MA LE COSE AI TEMPI. Spiegatosi
Cornelio in questa sentenza vi aderirono, toltine pochi, anche gli altri che
dopo lui ragionarono, altri perchè la stimavano necessaria, come -convcnien'
lissima a' fatti presenti, ed altri perchè piegavansi e blandivano i Dieci per
timore delia loro autorità, la quale avea costernato non picciofa parte de’
padri. XIX. 'Alfine essendosi opinato dalla più parte, e cora parendo quelli
che volcano la guerra superiori di numero agli altri ; invitaron tra gli ultimi
a dire Lucio Valerio, quello che volea fin da principio proporre la sentenza
sua, ma se fu ritardato, come già scrissi. Or costui sorgendo tenne questo
ragionamento : Fedele, o padri j C inganno dei Dieci] Non permisero questi che
a voi favellassi, com' io volea, nel principio, ed ora tra gli ultimi mel
permettono ! quando pendano che io punto non giovi la repubblica, sebbene io
segua il partito di Claudio, perchè ben pochi vi si appigliarono. Che se io mi
dichiaro per altro consigilo, sia quanto si vuole bonissimo, ne sarò vanissimo
difensore ove io contraddica gli espósti da loro. Annoverar si possono
facilmente quei che dopo me sorgeranno per dire : e quando pure consentano
tutti con me, che può mai risultarmene, non facendo essi nemmen picciola parte
rimpetto ai fautori di Cornelio ? Ma sebbene io ciò veda ; pur non dubito dire
il mio sentimento: a voi si spetta, quando udito lo avrete, di volgervi al
meglio. Quanto al Decemvirato, e le cure sue del ben pubblico^ concepite che io
ven dica le cose tutte, che il prestantissimo Claudio ven diceva : e che
debbesi far nuovi magistrati prima che votisi per la guerra, giacché pur questo
chiedea con purissimo 'fine quel valentuomo. Tentò Cornelio mostrarvi
impossibili i cos/.ui su^erimenli, pretestando il gran tempo che abbisognavi
per le civili r forme, quando la guerra ne ò sopra. Egli mise in burla, cose
niente burlevoli, e con ciò commosse, ed ebbe molti di voi: ma io, fofò
vedervi, che non è impossibile, no, la sentenza di Claudio ; come niuno di
quanti la derisero osò dirla nocevole : e vi mostrerò come salvisi il
territorio,' e puniscasi chi temerario danneggialo : come ristabiliscasi intanto
il comando, che era qui degli ottimati; e come tutto si compia, cooperandovi i
cittadini, senza che niuno tenti il contrario. Nè sarà già questa una mia
saviezza ; ma io non vi addurrò se non gli esempli di cose operate da voi;
imperocché qual luogo hanno tnai gli argomenti dove la sperienza stessa ne
ammaestra su ciò che giova ? Fi ricorda che i popbli stessi che ora le manti
a/w, spedirono ancora milizie in un tempo stesso, già è r mino nono o decimo^
su le terre nostre e de^ gli alleati, sotto i consoli Cajo Nauzio, e Lucio A/i
maio F Foi mandando allora molta florida gioventà contro i due popoli ; f uno
de' consoli ridotto a triocerarsi in luoghi disastrosi, non potè far nulla,
anzi videsi assediato nel >suo campo medesimo, e, sul rischio di esservi preso
per la penuria de' viveri. Nauzio poi contrapposto a' Sabini, impegnato da
battaglie continue, non potea nemmeno accorrere verso i suoi che pericolavano :
non ignoravasi che se periva V esercito contro degli Equi, non avrebbe nemmeno
potuto resistere V altro contro de’ Sabini, riunendosi insieme i nemici. E fra
tanti pericoli intorno della città, mentre nemmen ci avea nelC interno suo la
concordia, qual rimedio voi ritrovaste ? Congregativi su la mezza notte in
Senato ( lo. che giovò sicuramente ogni cosa, e dirizzò la patria che rovinava
ornai miseramente ), creaste un magistrato solo, arbitro della guerra e della
pace, sospendendo tutti gli altri ; e prima che fosse giorno, ebbesi un
dittatore neir ottimo Lucio Quinzio, sebbene si trovasse allora non in città,
ma in campagna. Foi ben sapete le imprese operate dipoi dal valentuomo, come
apprestò forze idonee, liberò V armata che pericolava, e punì gV inimici,
pigliandone fino il duce prigioniero. E fatto ciò con soli quattordici giorni,
e riparlato quan^ altro pur v era di male nella repubblica, depose il comando.
Così niente impedì, volendolo voi che si creasse il imovo magistrato, solamente
in un giorno ; e così dovete > credo, imitarne V esempio, e scegliere,
poiché altro non potete, un dittatore, prima che di quivi usciate. Se
trapassiam questo tempo, i Dièci non pià vi aduneranno per consultazione
alcuna. E perchè sia il dittatore nominato legittimamente eleggete un interré
nel pià idoneo de cittadini; come solcasi fare quando i re mancavano, o li con.
soli, nò si aveano affatto, come ora non le avete, legittime autorità. Spirato
che fosse per questi il tempo del comarulo ; la le^e a sé ne richiamava i
poteri. Or questo o padri, che è sì fattibile ed utile, è ciò che vi eswlo di
fare. La opinion di Cornelio porta la dissoluzion manifesta del comando degli
ottimati ; imperocché se i Dieci divengano una volta padroni delle arme per
tale occasione di guerra ; temo che. valercnisene contro di noi. (^uei che non
voglion deporre i fasci, depotranno essi mai le armi f Considerate ciò :
"'guardatevi da tali uomini ; provvedete contro tutti gC inganni ; poiché
vai meglio provveder che pentirsi; cotne é cosa pià savia discredere gli empj ;
che, credutili, accusarli. Piacque il dir di Valerio ai più come potè rilevarsi
dalle voci loro e da quelli che sorsero dopo di lui ; perciocché doveano
opinare ancora i giovani, e questi, eccetto pochi, lenean per bonissitno,quel
consiglio. Cosi quando tutti ebbero opinato, e le deliberazioni aver dovevano
un termine ; Valerio chiese che i decemviri proponessero la ritrattazion dei
pareri, c che di nnovo s invitassero a dire tutti i senatori ; c persuase ciò
fàcilmente, volendo molti di loro cangiar eli partito. Cornelio che avea
consigliato che si desse a decemviri il tornando deHa guerra, opponeasi
potentissimamente; dicendo esser questo un affare già discusso, e portato
giurìdicamente al suo fine col voto di tutti : pertanto si annoverassero i voti
nè cosa ninna si rìnovasse. Alternavansi tali detti ostinatamente a gran voce
da ambe le parti, essendone scisso il Senato; perocché tutti quelli che voleano
riformato il disordiu civile, favorivan Valerio ; ma peroravano per Cornelio
quanti preferivano il peggio, e temeano de’ perìcoli da un cambiamento. I
decemviri presa occasione di fare a lor modo per la turbolenza del Senato, si
-attennero al parer di Cornelio. Ed Appio, quell’ uno di essi, re. catosi in
mezzo disse : JVoi v abbiamo qua convocati o padri perchè deliberaste su la
guerra cogli Equi e co’ Sabini, e per questo abbiam /alto che interloquissero
quanti il volevano ^ chiamando voi tutti dal primo aia ultimo, ciascuno
ordinatamente, al suo tempo. I tre uomini • Claudio, Cornelio, e Valerio in
fine, ne diedero tre pareri ; e voi tutti, quanti altri qui restavate, li
ponderaste : e ciascuno, udendolo tutti, espose il partito al qual si
appigliava Tutto fu a norma delie leggi : ed essendo ai pià di voi parato che
Cornelio abbia presentata la sentenza mi^ gliore ; dichiariamo che questa
prepondefa ; e scritta Ut pubblicfdamo. f^alerio e ti' suoi partitoni,
annullino se vogliono, ma quando sian consoli, i giudizj già finiti : ed
invalidino le sentenze già firmale da tutti. E' cosi dicendo, c comandando che
io scriba legesse 3 decreto del Senato, col quale ordinava che i dieci làcesser
la leva delle milizie, e ammiuistrasser la guerra ; sciolse 1’ adunanza. Quei
della panie decemvirale ne andavano dopo ciò superbi e gonfi, come vincitori, e
come riusciti con esser gli arbitri delie arme, nell’ intento, che non si
abolisse il loro comando. Per contrario quelli che aveano voluto il bene della
repubblica suvansi timidi e mesti; come se non più ne sarebbero gli arbitri in
maneggio ninno. Dond’ è che si divisero con risoluzioni diverse ; riducendosi i
meno ' generosi per indcde a concedere tutto ai vincitori, e consociarvisi ;
laddove i men paventosi teneansi in placida vita lontani dalie pubbliche cure ;
e li più eccelsi di spìrito faceansi ua seguito proprio, intenti a difènder
sestessi, e trasmutare il governo. Capi di queste unioni erano Lucio Valerio e
Marco Orazio, que’ dessi appunto che intrepidi, proposero i primi al Senato di
ritogliersi al decemvirato : e questi custodivano la propria casa colle armi, e
sestessi con valida guardia di 'clienti e .di servi per non patir violenza, e
non mostrar di temerla insidiosa o palese. Quelli che non voleano in Roma
part^giar coi più forti, nè brigarvisi in cure pubbliche, nè giudicavano
intanto ben fatto di starvi in ozio indolente ; ne uscivano,. parendo loro cosa
non facile di vincere i dieci colle arme, anzi impossibile di abbatterne la
grande potenza ; ed era lor condottiero 1’ insignissimo uomo Ca)o Claudio, lo
zio di Appio Clandio capo decemviro^ il quale adempiva le promesse fatte in
Senato al figlio del fratello quando stimolavalo a deporre 3 comando. xr., 337
ne T Io indusse . Lui seguivano torbe di amici e clienti; ma, datovi da esso il
principio, abbandonarono la patria ancor altri colle mogli e co’ Ggli, non già
di nascosto ed in pochi; ma a moltitudini ed in pubblico. Altronde i compagni
di Appio indispettiti del fatto si misero ad impedirlo, cbiudendo le porte, e
ritraendone alquanti de’ profughi. Ma poi venuti in paura, che gli impediti si
rivolgessero alla forza, e considerando più rettamente come era meglio che
uscissero che rimanessero, nemici loro, a conturbarli; spalancarono le porte, e
lasciarono andarne quanti mai vollero; incolpatili però come disertori, ne
invasero le case, i poderi, ed ogni cosa non potata portar via per l’esilio,
apparentemente a conto del fisco, ma in sostanza beneficandone i loro fautori,
quasi comperata l’avessero. Or tali imputazioni date a’ primarj esasperarono
più ancora i patrizj e i plebei contro ai decemviri. Nondimeno se qiiesti non
aggiungevano novi errori ai già detti; parmi che avrebbero tenuto ancora lungo
tempo il comando. Imperocché stavasi ancora in città la sedizione, mallevadrice
del poter loro, cresciuta da tanto tempo, e per tante cagioni : le quali
facevano esultare a vicenda gli uni pei mali degli altri ; li plebei perchè
vedevano, mancato il cuor ne’ patrizj, e nel Senato ogni arbitrio su la
repubblica; e li patrizj, perchè vedevano il popolo ridotto in tutto senza
libertà e senza forze, fin d’ allora che i dieci gli tolsero l’autorità de’
tribuni. Ma perciocché tali decemviri nè moderali in campo, nè prudenti ìu
Roma, Vedi S i5 di questo libro. 4 v ptONlGl > ITI’, la iasistevaDO con
assai durezza centra l'uno e Tallro par ti(o, lo astrinsero infine a riunirsi,
e deporli colle arme stesse, avute per la guerra. Tali poi furono gli ulllmi
delitti pe’ quali svergognato il popolo, ne infuriò. Dopo che ebbero stabilito
.in Senato il de creio per la guerra ; descrissero in fretta le milizie, e
divisele in tre parti, ne serbarono due legioni per guar dia deir interno della
città. Piesedeva a queste due Ap pio Claudio il capo decemviro insieme uon^
Spurio Op pio. Intanto Quinto Fabio, Quinto Poeteiio e Manio Rabuleio nè
andarono con tre legiodi contro de' Sabini: partirono con altre cinque per la
guerra .contro degli Equi Marco Cornelio, Lucio Minucio, Marco Sergio, Tito
Antonio, e Cesone Duvilio finalmente. Militarono con essi le truppe latine, e
di altri alleati, non meno numerose delle romane. Ma con tantb milizie urbane,
con tante ausiliarie, niente riuscì loro secondo il disegno. Imperocché li nem'tci
spregiandoli come nuove re clute, si accamparono vicinissimi a loro; e ne
invadevano i viveri che erano ad èssi portati, insidiando le strade, e gli
assalivano mentre uscivano ai pascoli. E se mai venivano ordinati alle mani,
cavalieri con cavalieri, e fanti con fami; riuscivano da per tutto vincitori i
nemici ; perocché non pochi Romani mandavano alla peggio ogni cosa, indocili al
capitano, come restii per combattere. Quelli che erano tra’ Sabini, renduti
sav) da mali minori, deliberarono da seslessi di abbandonare il campo: e
levandosene circa la mezza notte ripassarono con una ritirata, simile ad una
fuga, dal territorio nemico nel proprio; fino a Crustumero, città nou lontana
Digitized by Google tiBno jfi. 339 da Roma. Gli altri che. teneano il campo
nell’ Algido della regione degli Equi, ne riceverono ancor essi non poebe^
percosse. Ma ostinandosi incontro a’ pericoli, quasi a riaversi' dalie perdite,
incorsero in danni lagrimevoli. Imperocché spintisi i nemici su loro,
cacciarono quelli che erano in guardia degli steccati; e salite le trincee,
occuparono il campo, e vi uccisero i pochi che resistevano, uccidendone anche
più nell’ inseguirli. Quelli che scamparono colla fhga, feriti in gran parte, e
quasi tutti privi di arme, ripararonsi al Tuscolo. Del resto tende, giumenti,
danari, schiavi e tutti gli altri apparecchi furono preda ai nemici. Saputasene
in Roipa la nuova i nemici del decemvirato, quelli ancora che ne occultavano 1
odio, si dichiararono, esultando su la rea condotta de’ capitani. E già grande
era Ja moltitudine presso di Orazio e di Valerio, capi, come fu detto, de'
crocchi aristocratici. XXIV. Appio e Spurio somministrarono a quelli che
comandavano in campo arme, danari, grano, ed ogni bisogno, pigliandone
superbissimamente da’ privati e dai pubblico: e reclutando dalle tribù tutti
gl’idonei a combattere ; gl’' inviarono loro in supplemento de’ morti, e delle
schiere. Invigilarono diligentissimi su Roma, presidiandovi i luoghi più
acconci; talché il seguito di Valerio non fosse occulto nel sommoversi.
Commisero per vie sécretissime ai capi dell’esercito di sterminare i loro
contrari, in occulto se riguardevoli, ma palesemente se ignobili, sempre però
con qualche pretesta, perchè paressero giustamente levati. Altri mandati da
essi a foraggiare, altri a proteggere i trasporti de’ viveri ; ed altri ad
altre belliche incombenEe lisciti dagli alloggiamenti, non furono mai più
vedùti in alcun luogo. Ma li più ignobili accusati _ di aver dato princi'pio
alla fuga, o portato secreto notizie ài nemico, o non mantenuto r ordine, erano
in pubblico trucidati per ispavento comune. Così le milizie erano in due modi
disfatte : le fautrici del -decemvirato pe’ cimenti col nemico, e pei capitani
le altre che ridesideravano jl governo degli ottimati. Appio co’ suoi
commetteva in città delitti consimili e non pochi : la plebe tenne picciolo
conto di alcuni estinti quantunque fossero molti di numel-o : ma la morte
barbara, ingiusta di uno de’ plebei più cospicui, celeberrimo per le belle
virtù sue nel combattere, operata nell’ accampamento ov’ erano i tre capitani,
decise quanti vi erano alla ribellione. Sicciu fu I’ ucciso, quegli che avea
combattuto le cento v^nti battaglie, raccogliendone sempre' il premio de’
prodi, quegli che disobbligato già per gli anni dal > guerreggiàre, si diè
spontaneo per 'la guerra,con gli Equi menandovi per r amor che gli avcano,
altri ottocento, già liberi ancor essi a norma delle leggi da’ servigj militari
: quegli che spedito dall’ uno de’ consoli contro le. trincee nemiche a rovina
come parea manifesta; pur le invase, e preparò pienissima la vittoria pe’
consoli. Or quest’ uomo, cercando Appio co’ suoi di levarsel d’intorno, perchè
avea molto parlato in città contro i duci del campo come codardi e imperiti io
trassero a discorsi amichevoli, lo invitarono a deliberare con essi intorno le
cose del campo, e dire come fossero da emendare gli errori de’ capitani i e Io
indussero infine ad andare in forma di legato all’ armata di Crustumero. È tra’
Romani il legalo onoratissima e santa rappresentanza, con l’ autorità de’
comandanti, e con la riverenza e la inviolabilità de’ sacerdoti. Lo accolsero
al giunger suo con benevolenza i duci, e lo stimolarono affinchè stesse e
comandasse con essi ; anticipandogli de’ doni, e promettendogliene ancora.
L’uom d'arme, tutto ingenuo in seslesso, deluso dai scellerati, come lui che
non capiva i presti gj delle parole, e quanto erano ingannevoli ; suggerì loro
le cose che utili riputava, e soprattutto che trasferissero il campo dal
territorio proprio a quello de’ nemici ; additando i mali che ivi soffrivano, c
rilevando i beni che da tale passaggio nascerebbero. Fingeano que’duci udirne
con diletto gli ammpnimenti : Adunque che non ti. fai tu duce, gli dissero, di
questo transito, preeleggendone il sito opportuno, tu si perito do' f ioghi por
le tante tufi spedizioni ? Noi ti daremo schiera eletta di uomini, espediti per
armamento leggiero. Avrai tu cavallo come alT età tua si com’iene, ed armatura
degita. dei tuoi pari. Tenne Siccio l’invito, e chiese cento uomini scelti.
Quegli, essendo ancor notte, spediscono lui senza indugio, c con lui cento i
più baldanzosi de’ loto fautori, istrutti, e mossi ad ucciderlo con lusinga
ahiplissima di ricompense. Or questi giunti, ornai ben, lungi dal campo, in luogo
montuoso, angusto, e difficile di ascenderlo a cavallo, se non di passo,
ordinaronsi, datone il segno, in maniera da serrarsi in folla su lui. Un tale,
sostenitore e servo di Siccio, valoroso tra le 34 a, arme, indovinando il cor
loro, diedene cenho al padrone. Il quale vedutosi in tanto disagio di sito da
noa potervi nemmen slanciar con forza il cavallo', ne salta, e postosi coir
unico sostenitore suo in una balza per non esservi circondato, aspetta che ve
lo assalgano. Or tutti ( ed erano molti ) assalendovelo ; ne uccide intorno a
quindici, feritone il doppio : e parca, se lo assaliva da presso, che avrebbe,
combattendo, straziato ancor gli altri. Ma questi, conceputolo per invincibile,
e come non era dà prenderlo a corpo a corpo ; non vennero in tal modo alle
mani: ma tenendosi lontani da lui; lo fulminarono con dardi, sassi, e legni. Ed
altri avanzandosi di fianco in &ul motttc, e riuscendogli a tergo,
rotolavano dall’ alto macigni stragrandi : talché per la moltitudine de’ dardi
lanciatigli conira, e per la enormità de’ sassi che cade.mu romorosi dall’
alto, lo oppressero in 'fine: e questo fu il termine incontrato da Siccio.
Tornaitono gli uccisori co’ feriti nel campo, e vi pubblicarono che una insidia
ióiprovvisa di nenrici avea spento Siccio, e gli altri, che assalirono i primi,
e che essi he erano a stento scampati, ricevutine molle ferite. Pareano questi
dir vero ; non però si giaeque occulta la loro per6dia : ma sebbene avvenisse
1’ eccidio in luoghi deserti e senza testiinonj ; i fati stessi e la giustìzia
che invigila le cose umane, lo diedero a conoscere per segni indubitati -.
Imperocché quei del campo riputando 1’ uom forte degno di pubblica sepol A
quella icotenza somiglia quella lauto vera di Arioslo can. 6 e tanto poco
tenuta in peotieio dagli nomini. tara. e di onori distinti rispetto degli
altri, per più cause, e' principalmente pel carattere suo di legato, e per cbè
libero già da’ servigj militari, eravisi cimentata di nuovo per util comune;
decisero di unirsi dal complesso di tre legioni e di uscjre cosi per
investigarne il cadavere, onde riportarselo con pieno decoro e sicurezza.
Concederono questo i capitani per non dare sospetto alcuno delle insidie : e
prese le arme uscirono intenti all’^opcra bella e degna. Giunti al sito e vistovi
non selve, non valli, non luoghi consueti per le insidie, ma una balta tuttar
nuda ed aperta,.ed angusta a passarla; sospettaron bentosto ciocch’era.
Avvicinatisi quindi ai cadaveri % mirato Siccio e gli altri derelitti, ma senza
essere spqgliati; si meravigliarono che-i nemici, vincendo, non avessero levate
loro non le vesti, nè le anni. E specolando ihtoroo ogni cosa, nè trovando
vcstigia di cavalli o di uomini se non le impresse nel sentiero; tennero per
impossibile che i nemici fossero su loro venuti improvvisi, quasi uccelli., o
uomini discesi dal cielo. Ma, più che questi e simili indi^, il non trovarsi
ivi cadaveri, di avversar) fu. loro argomento evidentissimo, che gli amici ne
erano stati gii uccisori e non i nemici. Imperocché non parea loro che Siccio,
e quel Miscr chi maV oprando si confida, Che ngnor star debba il maleficio
occulto ; Che quando ogn’ altro taccia intorno grida V aria e la terra ittetsa
in che-d tepultq^ . E Dio fa spesso che 'I peccato guida Il peccator, poi cV
alcun di gli ha indultoChe" si medesmo, seni' altrui richiesta
JnavOedutamstnle mastifesla. ^44 nF.LT,E sosteuitore suo, e gli altri, che seco
perìroofi, sarebbero morti inulti, specialmente se venuta si fosse, quanto si
può, (la vicino alle mani. Rac(:olsero. ciò ancora dalle ferite : perocché
Siccio, come quel suo, sostenitore, ne avea molte per colpi di sassi o di
strali e di spade ; laddove gli uccisi da loro avean colpi di spade si, non di
sassi, o di strali e di saette. Adunque .ne sorse indignazione, e claipore, e
lutto. Alfine compianta la disgrazia ; raccolsero e portarono il cadavere ai
campo : e là gridarono altamente contro de’ capuani, esigendo allora allora
secondo la legge militare la morte degli uccisori ; o che sen fidasse almeno il
giudizio ; e già molti erano pèr,farvisi accusatori. Ma conciossiaché non
davano loro udienza, e nascondeano gli uccisori, e^ne differivano il giudizio,
con dire che in Roma darebr bero a chi la volea la podestà di accusarli ; ben
vtdesi che la trama era de’ (ùpitani. Adunque portarono (xm magnifica pompa
Siccio al sepolcro, alzandogli una pira meravigliosa, e tributandogli secondo
il loro potere altre primizie che la legge concede negli onori estremi dei
valentuomini. Alienaronsi allora tutti dal decemvirato; e pensarono come liberarsene.
Cosi l’ esercito presso Chistumero r Fideue era nimico a’ suoi capi per la
morte di Siccio legato. L' esercito acc;impato nell’ Algido della regione degli
Equi, e la molutudiiie in Roma crasi per tali cagioni esacerbata tutta con
essi. Lucio Verginio un plebeo, non secondo a niuuo nella milizia, starasi capo
di una centuria nelle cinque legioni, belligeranti con gli Equi. Avea costui
per avventura una figlia vaghissima fra ratte le donzelle romane. Ella portava
il nome del padre, ed avealasi pattuita in isposa Lucio Icilio, uomo
tribunizio, qome 6glio di quell’ Icilio che primo fe’ stabilire, e primo
assunse T autorità di tribuno. Appio Claudio il capo decemviro vista la
verginella che leggeva in una scuola ( stavansi allora le scuole pe’ giovinetti
intorno del Foro) bentosto ne fu preso dalla. bellezza ; anzi vinto dalla
passione era così tòlto a sestes-^ so, che non potea non passare più volte
intorno della scuola. Or non potendo torlasi sposa come già sacra ad altri,
anzi perchè egli avea pur moglie, e perchè non istavagli bene donna plebea di
lignaggio contro il suo grado e la legge scrìtta da lui nelle dodCci tavole ;
su le prime tentò corrompere co’ danari la giovinetta. Egli mandava ad pra ad
ora delle donne con doni e promesse maggiori' alle nudrici di essa, orfana già
della madre ^ avea però comandate le donne che tentavano le nudrici a non dire
chi fosse l’amante della fanciulla, ma solo eh’ egli erg un tale che potea,
volendo, -beneficare e nuocere. Non potendo però^ guadagnarle, anzi vrt.duta la
donzella guardata più che prima, si mise, caldissimo che ne era d’ amore, a
camminare altra via con meno ancora di sénno. Fattosi chiamare Marco Claudio, r
uno de’ suoi clienti, uomo ardito e pronto ad ogni servigio, gli additò la
Gamma sua : e prescrit(t) Forse nipote’, perchfc dalla islitusione del
tribonato all' anso prescote decorsero 45 aooi. Pertanto Lucio Icilio di cui
qui ai ragiona o era nipote ni, Icilio Ruga, o coOTÌen dire che di molto
eccedesse gli anni di Virginia destinatagli sposa ; seppure non voglia dirsi
che Icilio Ruga generasse beo tardi quel figlio. > togli cioccliè volea che
facesse, e dicesse ; lo spedi con allato uomini impudentissimi. Costui recatosi
alla stuoia, vi tolse la vergine, b volea recarsela palesemente pel Ford. Impedito
però dai clamori e dal grande oucorso, di recarsela dove avea stabilito; venne
al magistrato. Sedessi allora nel tribunale Appio' solo, rendendo risposte e
r&gioni a chi ne chiedeva. Or volendo colui dire, sòrsene rumore e sdegno
tra circostanti, i quali tutti reclamavano, perché si aspettasse 6nchè
venissero i parenti della fanciulla ; ed Appio ordinò che in tal modo appunto
si facesse. Passato appena picciolo tempo; ecco presentarsi 'Publio Numitore
nomo insigne tra i plebei, zio materno di lei, con, seguito di molti amici e
parenti; e dopo non molto ecco giungere con numero poderoso di giovani plebei
Lucio Icilio, quegli che per le promesse dèi padre aver dovea la donzella in
isposa. E questi, tutto sospeso ed ansio nel respiro, avanzandosi al tribunale,
addimandò chi osato avesse toccare la giovine' cittadina, g (die mai ne
pretendesse. Fattosi intanto silenzio. Marco Claudio, quegli appunto che avessi
preso la donzella, così ragion:^; O j^ppio Claudio, niente ho io fatto di
temerario, niente di violento contro la fanciulla. Signore, come io tono di
lei, secondo le leggi me la conduco. Or odi comi ella siasi la mia. Ho io una
tal serva paterna che ministrami già da tempo lunghissimo. Or questa, familiare
che ne era, usava di andare alla mo"liè di f^érginio; e la moglie di
Ferginio persuase lei gravida a concederle, quando che fosse, il frutto del suo
ventre. La donna, partoiita una figlia, ( ed era questa ) serlà le promesse ; e
àiedela a Numitoria, con fingere presso noi che uscita fosse la di lei prole
già morta. Numitorià tuttoché madre non fosse di fanciulli o fanciulle, la
pigliò, la fé' sua, la nudrì, senza che io sapessi nel principio la vicenda.'
Or la so per indizj di molti e buoni testimonj : io ho fatto t esame di quella
serva, e ricorro alla legge comune per tutti ha quale vuole che sia la prole
non di chi la impostura per sua, ma di chi 1’ ha gene rata ; e che libera sia
se nata di libera, e serva, se nata di serva, de’ padroni stessi delle madri u.
Su questa legge esigo di riportarmi la figlia della mia serva, pronto a subirne
il giudizio: Che se alcuno la reclama per sua, dia certi mallevadori di
riprodurla in giudizio : ma se anzi vuole chi^ ora qui sen tratti la causa io
lo secondo, voglioso c^e si espedisca anzi che si procrastini, e che io mi
assicuri con mallevadoii la vergine. Scelgano qual più vogliono di questi
partiti. Claudio cosi disse aggiungendo vive preghiere di non essere
considerato meno de’‘suoi competitori per amici, e torlasi a forza quando glie
la ripresent'avano per la sentenza. E perchè 11 giudizio fosse con buona forma,
sul pretesto che il padre di lèi non erasi presentato ; diè lettere a cavalieri
fedelissimi, e li spedi nel campo ad Antonio, cdroandante della legione ov’ era
Verglnio, con ordine che ritenesse quest’ uomo cautissima mente, talché udite
le vicende della figlia, da fui non s’ involasse. Ma Io prejr vennero,
attinenti che erano alla donzella, il figlio di Numitorio, cd il fratello d’
Icilio, spediti avanti, sul nascere appena della sommossa. Giovani pieni di
coraggio fornirono prima il vaggio sferzando i cavalli ed abbaudonando loro le
redini j e _ narrarono a Vergitiio l’evento. E Verginio, ^cimane ad ^Antonio la
cagione vera, e fintogli di aver udita la morte di un suo pa rente di' cui
doveasi fare il trasporto, e la sepoltura secondo la legge, ebbe il congedo. E
presso 1' ora in cbe accendonii i lumi ; se ne andò con que’ giovini, ma per
altra via, temendo, come avvenne, di essere inseguito da quei del campo e della
città; perocché Antonio, ricevuta la lettera circa la prima vigilia, spedi
contr esso una banda di cavalieri, mentre un’altra spe dita da Roma guardò per'
tutta la notte la strada che vi conduceva dal campo. Ma non si tosto un tale
ridisse ad Appio che Yerginio era l’unto contro la espettazione; egli, uscito
di' senno, ne andò con gran seguilo al tribunale, e fece che a lui si
chiamassero i congiunti della donzella. Venuti' questi, Claudio ripetè lo
stesso discorso, e dimandò cbe Appio senza indugio decidesse l’affare; dicendo
esser pronto chi lo esponeva, e chi lo attestava, fin la serva, madre vera
della fanciulla. Simulava in tutti questi atti. che assai si sdegnerebbe, se
esso per essere cliente di lui non ottenea come prima la giustizia egualmente
che gli altri ; e dimandava che ajutasse chi dicea cose più vere, non chi più
lamentevoli. Il padre della donzella e gli altri patenti escludcano la
supposizione del parto con molti argomenti giusti e veri, per esempio che non
ebbe cagion plausibile di farla la sorella di Numitorio c moglie di Verginio
maritatasi vergine ad utl giovine la quale partorì tra non molto : appresso
perchè sebbene voluto avesse iotradere in sua casa un 6glio altrui ; v’ avrebbe
intruso non il figlio di, una donna schiava, ma quello di una ingenua, amica o
parente sua, onde ritener fedelmente e stabilmente ciocché TÌce'’eaiée : ed
arbitra in tutto di Scersela Come volea, scelta s’ avrebbe la prole non
femipea, ma > vivile} imperocché la donna che partorisce, vinta dall'
aderenza pe’ 6gli che partorisce, ama e nudre ciocché la ‘natura le porge:
laddove, la donna che imposturasi un 6g)fO sei' cerca del > sesso migliore,
non del più ignobile. Contro lui poi che dava .l’ indizio,'e .contro i molti
tesu'monjedibili da Claudio come degni di fede. allegavano cagioni tratte dal verisimile
: vuol dire che Numitoria non avrebbe operalo imai palesemente e presenti molti
ingenui tekùmònj tur fatto che abbisognava di silenzio, e che -pbtea' fornirsi
col ministero di un solo ; e c|ò perché la prole edncatà non fosse col tempo
ritolta dai padroni delia madre. Agginngeano che la dilazione non picoiola' era
segno evidente che il calunniatore non prolTeriva niente di vero: perocché
colui che dié l’ indiziò 'della supposlzioue e gli altri che la cooteslano
-l’avrebbero molto 'iuoansi svelata, non tenuta Segretissima per quindi^, anni.
Frattanto redarguivano le pròve degli accusatori, come non vere 'né credibili,
e chiedeano che si paragoudssero colle altre loro, nominando molte doqpe non
ignobili le quali dicevano aver veduta Numitoria gravida cOn pienezza di utero.
Olirà queste ne additavano altre che in fom del parentado venute pel parto o
per la pimrpera aveano mirato k prole, ed iuasievano perché s’ iuViomci
terrogassero. Era poi di siderando queste e simili cose, e fra lóro
discorrendole, ne piangevano. Appjo altronde, come non cauto, per matura, e
corrotto dalia grandezto del potere, invanito di sestcsso, e caldo ' di amore
nelle viscere, non ohe attendere al parlare dei difensori, e commoversi alle
lagrime della vergine, adiravasi per la compassione che di -lèi' Sentivano
>i circostanti (Juasi di compassitme egli fosse più degno, e patisse mali
più grandi, ridotto prigioniero dì quella bellezza. Da tali cause infuriato
ardi fin di 'fare' impudenti discorsi (pe’ quali, coloro che già ne sospettavano,'
foron -chiari, 'che sua era 1 impostura contro la donzella ) > e compiere
infine la barbara c tirannica azione. Àncora parlavano, quando egli iuUqoò
sUeniiio ; e. feoesi. jbtanlò la moilitudine che era nel Foro, ^ntenendo lo
adegno si spinge innanzi per desiderio d’ intendere ciocché direbbe ; ed esso
volgeo'. dosi qua c là per numerare col guardo i crocchi degli amici co quali
avea p|:ima occupato il Foro cosi favellò: O Verginio j o voi qui presenti con,
esso f fiqn io sento ora la prima voltd un tal fatto, ma lo sentii prima ancora
di giutfgere a questo magistrato. Or udite ; Come ' lo sentàsL 11 padre di
questo Marco Claudio ornai. spiratido la fitfl y pregavnmi die io prendessi la
tutela del figlio lascialo da lui piccélo ; giqcchò essi fin. dagli antichi
loro son . clienti della ìiostra famiglifc. Or mentre io rn era il tutore di
esso udii della donzella e .come Numitoria sala suppone; prendendola dalla
sert>à di Claudio: ed esaminatala; trovai che appupto cosi pava •' dettai c,
giudico esser Claudio padrone della serva. Udito ciò, quanti ivi erano fiomlni
iniegrì, sostenitori di que’ che dicevano il giusto, levarono le mani al cielo,
con “"un grido misto d’ indignazione, e di pianto : per 1’ opposlto i
partigiani de’ Decemviri, mandavano voci atte ' a confortarli ed animarli.
Irritatasi però l’adubanza, e riempiuta di ogni guisa di afTetti, e discorri ;
Appio intimo silenzio, e disse : O tutbolenti, o inutìii a tutto nella guerra e
nella pace !• se non cessale di sonunover la' patria, e di controporvici ;
farete alfin senno per forza. Non pensate, jche abbiamo noi messo un presidio
nel Campidoglio, e nella fortezza soltanto contro i nemici di fuori, e che
lascèremb poi fare quei iT entro, i quali sconciano ih Roma, ogni cosa.
'Prendete consiglio migliore ^ thè non avete o. voi tutti a quali non spetta C
affare ; andatene per le cose vostre in buon ora. £ tu Claudio recati ria pel
toro ' la donzella : non temere ; giacche i dodici miei Colle scuri ti saran
guardia. A ul dire gli altri ululando, battendosi la froòte, nè potendo
raffrenare le lagrime, partirono dal Foro; e Claudio succò via la donzella, che
stringeva, che baciava il padre suo, e con voci affettuosissime lo invocava.
Fra tanti mali, Yerginio si mise in pensiero un’ azione, amara, addolorevole ad
un padre, ma degna di ud nomo liberò, -di un Uomo generoso. Egli intercedette
di salutare ancora una volta la 6glia, e di parlare a lei le cose, che volea da
solo a solo ; prima che dal Foro la involassero. Condiscesone dal capitano, e
ritiratisene alquanto i satelliti, abbraccia la figlia che sviene, che
abbandonasi ; e cosi la sostiene, richiamandola, baciandola', rasciugandola
dalle lagnile, che la inondavano. Poi^ trattala seco un poco, non si tosto fu
presso la officina di un niacellajo, rapiscene di su dal banco la coltella, ed
immersela nelle viscere della figlia gridando: Figlia (i mando Ubera e casta ai
nostri sotterra: per colpa del tìrarmo già ntm potevi tu viva serbare questi
pregi.. SóHevatisi intanto de' clamóri ; tenendo in pugno il ferro
insanguinato, egli stesso grondante del sangue, sebitaato su lui, nell’
uccidere della figlia, corse furibondo, peó la città, reclamandovi la libertà ;
de cittadini. Passate a fona le porte, àìcese il cavallo, ebe tenessi per Ini'
preparatp, e rivelò nel campo, riaccompagnatovi dà Icilio, e da' Knmitórlo, i
giovanetti ebe ne 1 cavarono. Teneano loc' dietro anche altri plebei non pochi,
Jn numero quasi di ^attro. cento. j ' ;Appio al caso della ^giovinetta,.
levatosi da sedere, si slanciò cpme per inseguire Verginio, dicendo, e facendo
cose non degne : ma eiroondandolo, e pressandolo gli, amici a non traviare, si
ritirò, pieno di rabbia su tutti : quando ornai -presso della sua casa udì da
taluni de' suoi fautori, che Icilio il .suocero, e Nut raitore lo zio,
ridottici con altri amici, e congiunti intorno al cadavere, gridavano conteaIni
an colpe no> te, e non note concitando tutti a rendersene liberi una volta.
Colui spedì per la rabbia che ne' ebbe, alcuni de’ littori, -con ordine d’
imprigionare i maledici, e di levare dal Foro il cadavere; opera, insana in
v?ro, sconvenientissima al tempo. Imperocché mentre doveacarezzar la
moltitudine incollerita giusUmente, e-jóedere in principio al tempo, e poi
rdifendersi, pregare, beneficare onde’ riconciliarsela ; egli 'corso Alla
violenza, ridusse tutti. a disperarsi. Pertanto non permisero che gl’ inviati
levassero la estinta, o' portassero alcuno nella carcere : ma gridando, ed
animandosi gli uni gli altri ; cacciarono dai Foro coll’impeto, e oolle
percosse i mi'nistri della violenza. Talché Appio, ciò udendo, fu costretto dì
recarsi con molte partigiani e clienti nel F oro, e comandare 'che battessero,
e sbandissero, chi v era, ne’ capi delle vie. Orazio e Valerio, duci come ho
detto degli altri a riprendere la libeiné, sentito il disegno dell’ uscir di
colpi, menarono' con sé molti bravi giovani, e si' misero dinanzi k estinta. E
qpando ebbero più \icini {'compagni di ‘Appio, prima inveirono, (jnanto
poterono, su loro cOn -clamori .ed ingiurie ; é quindi, pareggiando ai detti le
opere, ferirono e rovesciaronoquanti osarono lanciarsi su lOro. Appio mal
.sofferendo l’ostacolo impreveduto, nè trovando come trattare tali nomini \
risolvette di correre Una viaria più rOvinOk. Impéròccbè portatosi al tempio di
Vulcano ; invitavi a parlamento la ' plebe, quasi' benevola ancora verso di
esso: e prendevi ad accasare la inginslizia, t la dnsojenza di tali uomini,
lusingandosi per l’ autorità sua .tribunizia, e per le vane speranze, ebe la
moltitudine gli concedesse di precipitarli dalTa' rupe.. Afa i compagni di
Valerio occupata l’altra parte del Forò, e postovi il cadavere della vergine
visibilissimo a .tutti, ''convocarono un altra adu.'nahza; facendovi vivissime
aCcusé di Appio e de’ suoi. Occorse, com’era vcrisimile’, che’aUÌt'andovene
altri 'la riverenza per ^questi ' nomioi,, altri la commiserazioae vereo la
dctazella soggiaciuta a vicènde dure,,e più, che dure per la sv>a bellezza
infelice, ed, altri H. desiderio stesso della forma .precedente df governo, vi
si rioni più gente che intorno di Appio : tanto che non rima-c seto presso
questo 'se non pochi, appunto i partigianir ira'qtuli cc ne^avéa pur alèoni,
che per molte cagìoivi mal più si acconcravano eoi Decemvirato,, contèntissimi
di rivolgersi agli avversar), sé il partito loro si fortiGeasse. Appio
vedendosi derelitto ^ -fo cpstretio i mutar COtasigHo,'e ' ritnrarsi dèi
Fpro^cioecll&' moitissiUo gii giovò. Imperocché prèso a cólpi'dalia
moltitadioe pagata le avrebbe le giustissime pene. Dopò .ciò Valerio . acquistata
preponderanza, quanta 'ne volle, si sfogò perorando contro ai 'Decemvirato, e
decise in favor suo perGno i dubbiosi. Molto. più' poi conjpccia'rono la moU
titudiiie contro ai Dètèiòviri i parenti della vergine, recando -al Foro .il
feretro, -e T altro lagubre apparato, maguiGco quanto potevano, è facendo ..la
traslazione del cadavere per le .vie più illustri, di Roma, onde fóssevi più
rimiralo; imperocché còrreabu fuori di casa matrone e donzelle per piangere la
sciagura e qual d’esse gettava su la bava Gori^e ghirlande', e qual veli e.
nastri . e fiV;gi pel capo di .una vergine, e quale, in Gne.te anella de’
Vecisi capelli : iiratlantor molti uomini •nobilita vano 'la liinèbre pómpa
con' doni convenienti, presi grsìtnitamente’ o con pfeézró dalie prossime
olBcIce. Tanto che divulgaiissima era per' la citrii la lagrimevole cerimònia,
éd avea tulli acceso il desiderio di -spègnerti la' lirannlde. Ma qnei chè la
difeudeano f isirntii che 1 ' ; ‘ ".jd ny erano di arme, davano grande
spavento ; laddove Va^ lerio W SUOI non volea finire col sangue de’ duadim la
disputa. ". Tale era in Roma la turbolenza. Intanto Verginio che avea^
come ho detto ^ itccisa di sua mano la figlia spronando.' a briglia sciolta il
.cavallo i giunse agli alloggiamenti presse l' Algido su l’ imbruttir della
sera, tutto lordo -di sangue, e. colla ooltelitt, in pugno, appunto. com’ era
fuggito da Roma. Vedi^tolo, i soldati che stavansi a guardia innanzr del campo
^ non sapeano indovinare ciocché . avessè patito^ e lo accompagnarono per
intenderne 1 alto.' e terribile caso. E colui tuttavia camminava piàngendo, e
significando a quanti gli erano intorno di .seguitarlo. Uscivano fin di mezzo
alJf cena da’ padiglioni, presso i quali passava, soldati Jn folla y con faci e
làmpade, pieni di mestizia e tumulto, e fa cendogli corona^ lo accompagn#ano.
Alfine giunto in un luogo spaziose del campo.,' e salita una eminenza ov’
essere da tutti veduto, nar^ò. le disavventure sue, dandone per testimou)
quanti erano con esso, venati da Roma. E quando infine videne molti addolorati
e piangenti-; fecesi allora a supplicarli e scongiurarli di non permettere che
restassero,. egli invendicato, ^ concaicataria patria. E lui coti dicendo,
ecco. in tuttigrande la voglia di. udirlo e viva 1. istigazione perchè parlasse.
Adunque tamtx più animoso 'inveì su’ Decemviri, mostrando di quanti, aveano
essi tolte le sostanze, di quanti flagellato il corpo, e quanti ne aveano
ridotti senza colpa niuna a lasciare la patria ^ e numerando insieme le
ingiurie verso le matrone, i ratti delle donzelle. nubili, i '.disoBoramenti
de’ liberi > garzoncelli, e, le, tante altre ingiustizie e tirannidi. E
così, disse, ci calpestano (Questi, senza che ne aibiano il poterti non dulia
legge, non dal Senato, non dal popolo. Imperocché spirato è /’ anno dflla loro
magistratura ; e spirato ; doveano in altre mani> trasmetterla'.'
violentissimi però la ritengono ; spregiando in noi, quasi in femmine, la paura
grande e' la codardia. Ognun • di voi qui ricordi quanti^ mali ha da loro
sofferti, o veduto sofferirsi dagli e^i. Che se alcuni qui blanditi da essi mai
con' piaceri o favori, non temete il Decemvirato, ne apprendete che eguali mali
siano per., venire un giorno su voi, sappiate che non vi è fede pe tiranni,
sitppicUe che non donano t' potenti per benevolenza, e sapendo queste e simili,
cose, Uorreggetévene : ed unanimi tutti Iterate da tù'onni la patria, quella
dove sono i templi de\ vostri Dii, dove le tombe dei vo.stri maggiori, ! quali
voi riverite appresso gV Iddj, dove li veóchi genitori che .dimandano il premio
dei travasi e delle tante cure per voi ^ dove le mogli, vostre legittime ^ dove
le figlie nubili, alle quali deesi non tenue Id Vigilanza: dove infine \i
vostri figli maschi, che aspettano da voi cose degne dèlia natura loro^ e de’
progenitóri. Taccia le vostre case, i vostri poderi, i vostri danari acquistati
con tome fatiche dagli antenati e >da^ voi :, delle, quali cose tutte pià
non pofrtle essere i certi, padroni 'finché i Dieci qui tiranneggianox ' .Già
non è da savj,. non da valenùtompii cer care colla fortezza le cose altrui ^ nè
curare poi che per viltà si rovinin. le proprie far co gli Equi ^ co’ Fblsci,
co’ Sabini, a ' con tutti intorbo i vicini guerre diuturne indefesse per la
indipendenza e pel principato, nè vbter poi nemmeno prendere le armi per la
vostra sicurezza e la libertà cantra uomini illegittimi che fi comandano. Che
nòn ripigliate lo spirito' delia patria ? Che non tornano in voi li sensi degni
degli' antenati? cU quelli che per V oltra^ìo di una femmina solà profanata da
un de •Tarquìnj ed ucàisasi da sestessa per le^ vergogna, 'tanto rie
incollerirono e infierirono, e tanto comune tipqtaron la ingiuria'; che
sbandirono di Roma non il solo Tqrquinio,maJ re-: nè piti soffersero^ die
magistrato alciùfó vi comandasse in vita, e senza doverne far conto : di quelli
che ne fecero altisiunto giuramento fitto con imprecazione su paetèri' se noi'
compievano ? Of essi non avran sopportata la incuria di un sol giovinastro su
di una libera donna' soltanto ; e voi vi state Comportando una tirannide di
tante teste, •ehé’ scorre ad ogti ingiustizia e libidine ^ è scorrerawi anche
pià se pià tra vói la tenete ? Non laebbi io sole una. figlia vaghissima, che
jippìò-accirigevasi palesemente a violentare e lordare : le avete anche molti
infra voi‘'rhogli o ; figlie e figli avvenenti: Or chi difhn'dele mai che ' '
alcuno de' Dièci nón fàccia loro come /dppio ? Vi raccertano forse gt Iddf che
so lasciate impunita la insolenza ' a me fatta, no/i si avanzi questa fin su
molti di voi; e che ^ nmor ti~ tannò, giunto alla mia figlia, ivi si 'rimanga e
si plachi rispetto degli altri fanciulli e faiKÌiille? Quanto stolula, quanto
atfena cosa è dire che mai tali idee si -effettuerànno ! Illimitate sono de'
tiranni le passioni, perchè superiori alle leggi, e al^ timore. Su dunque fate
le mie vendette, prepardte la sicurezza vostra, per non subire egual male,
rompete o miseri una volta la^ cótena: riguardate ‘con intenti sguardi la
libertà : ~E per qual altra occasione mai fremerete pià che per queéta; quando
ne si tolgon le figlie prètestandooele per ischiave, e quando via ne si porlan
le spose" co’ littori? E se'ora che siete tutti cinti di arme la
trascurate la occasione e: quando mài \ quando il geniadi libertà ripiglierete?
-, Ma iotaato cKe egli parlava molti gli promctteanò, gridando, la vendetta: e
chiamati a nomr i dnci delle schiere gl’ invitaronó a por mano aff impresa ;
molli ancora, se ne avéano riéeTuto alcun danno, faceansi coraggiosi innanzi, e
lo rivelavano'. 'Udito ciò li cinque, capi come ho detto delle legioni, temendo
che la moltitudine facesse qualche soròmossa ' Cóntro di essi corsero tutti 'al
pretorio e vi consultarono con gli amici, se poteanO chetarne il tumulto cinti
dalle arme de par ' tigiani. non si tosto intesero che i soldati eransi .tri
tirati 'nelle tende, che caduto e cessato era il tumulto, senza sapere intanto
che il piò de’cènturioni aveva congiuralo occultissimamente d’ insórgere e
liberare la patria ; destinarono, appena fosse giorno, imprigionare Verginió
che istigava la^ moltitudine, e raccolto l’ esercitò condurlo ed acc^parlo tra’
nemici,. e desolarvi H meglio elei lor lerritorj ; nè più' lasciare chè ognuno
investigasse Curioso ciocché facevasi in Roma, ma tutti perocché, chiamato
Vergioio ai pretorio, i ceatnriooi non permisero che v’ andasse pel sospetto
che vi peri colasse: e scoperto com’era ne’ratpi 'il proposito di portare
l’armata tra’ nemici. Io riprovavano, dicendo: Meramente ci avete prima
comandato benissimo, perchè ora isperanzili vi seguitiamo f Duci voi di 'tanta
milizia, quanta ninna ntai ne portò da Roma f e dagli alleati non sapeste nè
vincere, nè danneggiare i nemiti. Voi dimostrandovici odi, imperiti, colf
accamparci male, e col desolare, quasi asversarj, le terre nostre, ci rendes^ poveri,
e bisognosi delle cose le quali noi conqOistayamo col prev/dere in bailaglia,
quando i nostri capitani \ eran migliori che voi. Ora il nordico inalza contro
noi li trofei i il nemico si. porta le cose nostre; saccheggiandoci tende ^
schiavi y ottm, danari.Verginio per la rabbia, e perché non più temea que’
capitani .inveiva più libero conti di essi, 'chiamandoli corruttori e
distruttori delia patria, ed animando i centurioni a tor le insegne,, e
ricondursi in Roma colle milizie. Molti non ardivano ancora movere le insegne,
che sono inviolabili ; né riputavano cosa onesta e. sicura abbandonare i loro
capitani ' e ^i comandanti ; perocché il giuramento militare, die i Romani
avvalorano più che tutti,, (à che il soldato siegua i suoi comandanù, dovunque
Io guidino : e la legge concede a questi di. uccidere, nemmen giudicandoli .
gl’ indocili e li disertori. Verginio, vedendoli tenuti ancora da tal
riverenza, mostrò ' loro che La le^e stessa avea sciolto quel giuramento :
giacché dea ehi cómanda gli eserciti, esser scelto a norma delle leggi ; e r
autorità de’ decemviri era tutt^ contro le leggi, trapassalo t anno per cui fu
destinata ; far poi gli ordini di chi comanda contro le leggi non è ubbidienza,
nè pietà, ma demenza e furore. Or ciò adendo, giudicarono udire il vero : e
suscitatisi a vicenda ; e quasi dato lor cuore’ dagl’ Iddi!; tolser le insegne,
e ne andarono.' In mezzo d’ indoli tanto varie, nè tutte conoscitrici del
meglio, si rimasero, co’ decemviri, com’è verisimile, centurioni e soldati', minori
però molto, non eguali di numero agli altri. Quelli clie partirono dal campo,
viaggiando tutto il giorno, giunsero al far della sera in città, seuzaqhè
alcuno ve li annunziasse ; nè poco la costernarono, credula cbe giugnesse il
ne> mica. Adunque tutto tri divenne clamore, moto, disordine ; ' ma non sì a
lungo, da nascerne òiale : perocché quelli passando pe’capi strada, vi
gridavano che eran gli amici, e venivano in bene della pàtrio: e conformarono
le Opere ai detti, non offendendovi alcuno. Recatisi ali' Aventino,' colle il
piò acconcio entro Roma per accamparvisi, allogaronsi presso il tempio di
Diana. Nel giorno seguente fortificato il campo, e destinati dieci tribuni
miljtàri, de' quali era capo' Marco Oppio, sul comune, si tennero in calma.
Dopo non molto giunsero in sussidio loro con molta milizia dal campo di Fidene
i centuribni migliori delle tre' legioni, alienatisi da’ comandanti fin di
allora che fecero trucidare, come ho detto, Siedo il legato ; .e timidi non
pertanto di cominciare i primi la ribellione in vista . delle cinque legioni
delK Algido, quasi fossero amiclie ai Decemviri. Ora però saputane la
insurrezione; acceuarotjo di tatto buon grado il favor della sorte :> anche
di queste milizie eran capi dieci tribuni eletti in mezzo alla marcia, ma Sesto
Manlio ne era il più ragguardevole. Congiuatisi tutti, e deposte le arme,
incaricarono i venti tribuni a poter. dire e fare quanto dovessi pel comune.
.Elessero di questi venti come capi consiglieri i due più rispettabili,. Marco
Oppio, e Sesto Manlio. E questi .formata un coùsigUo dei centurióni
maneggiavano tutto,cpn,. essi. .Non essendo ancor c^arl al popolo i (prò
disegni, Appio .consaperóle a ses tesso di essere la cagione di quella
turbolenza, e de’ìUali che ne verrebbero, tenòvasi in casa, non 'ehe ardisse
far pubblici atti. Sbigottì su le prime anche Spurio Oppio, costituito, come
lui, su la città, quasi fossero ben tosto per assalirlo nemici, e fossato
appunto per questo venutL Quando però vide che‘'uon fàceano innovazioni]
rallentando le paure ^ convocò li Senatori nell.^ curia, intimatili ad uno ad
ano per le case. E ' standovi questi ancora adunati: ecco giungere i cpmandanii
dall’ armata di Fidane, irritati che la milizia avesse abbandonato T uno e.T
altro' campo, -.ed. insistere col Senato perché ne prendesse degna vendetta.
Ora dovendo ciascuno dare il sno voto su questo. Ludo Cornelio disse, porlqre
il dovere,che tornussero i spillali 'ttcl giorno stesso daW Avenlitto lot'
campi, ed eseguissero gli ordini des comandanti. Con ciò non sa'rebhero tenuti
rei di quanto s' era fatto, so noti gli autori sali, della ribellione ; à qvudi
imporrebbe la pena' il duce ^medesimo : ma se non ubbidwanq ; il Senato
delibererebbe su loro,, camq su disertori dei posti, affidati ad essi da'
capitani, e come su violatori del giuramento ipiUtare. Lucio .Valerio gli
contrae riava .... Ma nè conviene che no facclaosi af&tto' parole delle
leggi romane ehe troviamo nello dodici tavole, essendo tanto venerande e più
insigni delia grecai legislazione ; nè conviene che sen facciano oltre il
dovere, prolungando la storia delle leggi medesime. Tolto il decemvirato ebbero
i primi ne’oomizj cenluriati la dignità consolare, dal popolò come ho ‘detto
Lucio Valerio Potilo, -e Marco Orazio Barbato, uomini popolari per indole, come
per educazione ereditari'. Fidi alla promessa che avcan fatta al popolo quando
lo indussero a, deporre le armi, di maneggiare sempre il governò in suo bene ;
stabilirono ne’ coraizj centuriati, mal grado i palrizj che vergognavansi di
reclamarvi, oltre le leggi che non rileva qdi scrivere, anche quella coUa quale
ordinavasi, che i decreti faixi dal popolo ne comizj per tribù valessero conìé
i decreti emanati ne' comizj ceniuriati per ogni classe di cittadini ; sotto
pena t in caso 'di convinzione, per chiunque^ abrogasse o trasgredisse questa
legge, della Qdì miaca 1’ aliimo SYÌluppo de fatti co quali fa tolta la
eppreaaione Decemvirale. -Perdita non ignobile ; traltSadoYiti di uno de graudi
oambiameati di stato. dalla fondaiiooe di Aoma,3o6 secondo Catone^ Quest anuo è
tralasciato nella cronologia di Varroue e però/ le dne cronologie differiscono
dopo questo per un anno solo, non per due com^ per I addietro. morie e della
confisca de'heni. Questa risoluzione levò le controversie tra’ plebei e tra'
patrizj, i quali ricusavano di ubbidire ai d^eti latti dai primi, e
riguardavano i decreti emanati ne’comizj per 'tribù come leggi singolari di
'esse non 'come universali di' Roma intera: laddove ciocché fosse stabilito
ne’comizj per centurie lo riputavano ordinato a sestessi come a tutti i
cittadini. Fu gié détto innanzi che ne’ comiz) per tribù li poveri e li plebei
prevaleano su’ patrizj, come i patrizj/ quantunque assai minori di numero,
prevalevano su’^plebei ne’ comizj per centurie. Stabilita da’ consoli questa
legge con altre leggi, fautrici ’anch’ esse, 'come ho detto, del popolo ; ben
tosto i tribuni credendo vénnto il tempo di vendicami di Appio e de’ colleghi
di' esso, pensarono d’ intimar loro il giudizio >e chiam'arveli non tutti
insieme perchè gli uni non giovassero gli altri ; ma l’ uno dopo l’altro, su la
idea di convioceryeli più facilmente. Ora considerandu su chi prima
incominciassero più a proposito, deliberarono mettere in istato di accusa
Appio, il più esoso al pqpolo per le oppressioni, e per le indegnità recenti
contrò la vergine. Parea (oro che assicuratisi ''di questo, disporrebbono'
facilmente pur degli altri; laddove se cominoiassero dai men furti, parea loro
che l’ira de’ cilladtni, calda oe’ primi gludizj s’indebolirebbe, come spesso
accadde, per giudicare in ultimo i rei più segnalati. Deliberato ciò,
sopravvegliarono i rei, ordinando a Verginìo di accusare Appio', senza, ' t |i)
Cioè gli aliti DeceniTiri aùìaebè non soccorceMcto Appio nemmeno decidere colle
sorti chi Io accusasse. Appio dunque accusato da Yerginio nell’ adunanza fu
citato al giudizio del popolo, e chiese tempo per giustificarvisi. £ siccome
non si ammisero per v lui mélievadorì ; fu tratto in carcere per custodii^elo
finché di lui si giudicasse. Ma prima ' chu giùngesse il di prescritto pel
giudizio mori nella carcere, per opera come molfi sospettano de’ tribuni : ma
secondo che divulgarono altri, che li discolpano, egli, appiccò sé medesimo.
Dopo lui fu tradotio al popolo Spurio Oppio da Publio Numitorio altro tribuno :
ma', dategli, le difese, vi fu condannata a pienissimi voti : e portato in
carcere fini nel giorno stesso la vita. Gli altri decemviri pfima di essere
necessitati al giudizio, condannarono sestessi all’ esilio. 1 questori
incorporarono all’eràrto i beni degli uccisi e degli esuli. Fu nommeno citato
Marco Claudio quegli che si accinse a tor via come schiava la donzella da
Icilio lo sposo : ma preiéstando i comandi di Appio fu scampato da morte ^ e
'gettato' in esilio perpetuo. Gli altri' ministri ^elle ingrastizie 'dèi
decemviri non .subi-' irono giudizio pubblico ma diedesi a tutti la impunità.
Suggerì pari economìa Marco Duilh'o il tribuno per essere ornai turbati i
cittadini, e. timorosi di -essere finalinente anch’ essi giudicati. XLyiI.
Chetate le turbolenze interne', raccolto il Senato, decretatio che esca
immantinente T armata con tro, a’ nemici. Ratificato dal popolo il decreto del
Senato, Valerio l’uno de’ cònsoli, marciò eoa metà delle schiere contro gli
Equi e li Yolsci i quali miliuvano ' PtOSIGt, itmo III. insieme. (Consapevole
però thè gli Equi, imbaldanzili pe’ vantaggiprecedenti, elevavansi fino a
sprecar grandemente la milizia romana, cercò renderli ancora più temerari e
vani con'^are di sé vista ingannevole, pra de’ Romani r -ma dimostrando r
cavalieri un ardor sommo ottenne una segnalata vittoria, nccisivi molti nemici,
imprigionativene pii^ ancora, e preso' i loro alloggiamenti dereKtti. IvÙ trovò
•molte provvigioni da guerra, e tutta la preda già tolta, dal
terchoi^'dé’'Romani : anzi' detenuti molti de’ suoi che liberò; non. essendosi
alTretlati i Sabini pel disprezzo che aveano del nemico a riporre in sictirb
4anti loro vantaggi. 'Adunque diede a’ soldati la roba nemica, preelcggeudone
ciocché era da offerire agl’ Iddii 1 ' ma ‘ rendette te prede a chi n^era stato
spogliato. Fatto ciò ricondusse 1’ eserdto in Roms ove
giunse)contemporaneamente anche . Valerio : ambedue sentivansi grandi per là
vittoria, e' se ue auguravano luminosi trioufi. Non però uiccedette cobi’ essi
ne sperayano .imperocché Raccoltosi il Senato' per essi 'dtieefae stavansi
coli’ esercito sul campo -Marzo, ed esaminatine'le gesta, non accordò loro il
sagrifizio per 1 vittoria : essendo oontrarìati da molti., e da alcuni
manifestamente, soprattutto da Cajo Claudio, zio come scrissi di Appio, vuol
dire del fondatore dei decemviri, e tolto non ha guari di mezzo .da’ tribuni.
Cajo ricordava le leggi colle quali ajrean essi ‘ diminuita rautorilà del
Senato, e ricordava le altre maniere da essi tenute perpetuamente ' nel
gorernare : ricordava ‘ le morti o le conCfohe'de’beni dc’decemviri, traditi da
esu ài tribuni contro i patti ed i giuramenti essendosi in mezEO alle vittime
convendta tra’ patrizi e tra’ plebei la dimenti canza, e la impunità su tutto
il passato. Protestava cbe Appia non era caduto morto innanzi al giudizio di
sua mano, ma per malizia de’ tribuni : aflìncbè nell’ essere giudicato non
ottenesse nè difese, nè misericordia : co me polea ben ottenerle, se potatalo
in giudizio metteva ÌDuanzi al guardo la nobiltà della sua gente, e le molle
beoefìcenze di essa verso la repubblica ; se reclamava i giuramenti e' la buona
^fedesu la quale gli uomini riposano) e rendonsi a far pace; se veniva, co’
suoi figli co’ parenti., jn àbito di umiliazione ; in somma con -gli altri modi
pe’ quali uo popolo si disacerba, s’ intenerisce, e perdona. '{fra tali
rimproveri dati loro da Cajo Claudio, e da altri presenti, fu coucluso, che si
contentassero i' due, di non pagarne le pene: del resto non essere nemmeno in
picciobssima parte d^gui del trionfo, o,di concessioni non dissìmili. L.
Valerio ed il coUega esclusi ^al trionfo,' lenendosene ofTcsìssimi, e
sdegnandosene ; convocano il popolo, e vi accusano vivamente il Settato.
.Peroravano per loro i tribuni^ e proposero e ne ottennero dal popolo il
trionfo: ed essi ..primi di tutti i Romani pro> dussero tal cot^uetudine.
Dopo ciò rinacquero ‘i dissid), e le incolpazioni tra’ patrizj f e tra’ plebei.
Li tribuni raccendeano questi ogni giorno concionandoti. Irriuyali soprattutto
il sospetto cbe li tribuui cercavano di corroborare con romori incerti, e di
amfdìare con divinazioni varie, come se li patriz) fossero per' )tnnienUre le
leggi stabilite dai consoli, Valerio e suo collega: c quel lupetto ornai tanto
prevaleva che degenerava la fede. E tati sona gli eventi di qnel consolalo. LI.
Nell’ anno appresso foron consoli Laro Erminio, e Tito Verginio . Snccederon
loro Marco Geganio..>(a). LH. Nè rispondondo essi, ma sdegnandosene; Scatùo
fecesi di nuovo innanzi e disse : ecco o cittadini che si concede dai litiganti
medesimi che essi pretumonb, parte che a lor non compete f della noslrà
campagna', or voi considerando ciò decidete ciò che é giusto e congruo co'
giuramenti. Scattio cosi diceva : ma i consoli ardevano dalia vergogna in
riflettere, che il giudi aio prenderebbe un ' termine. nè giusto, uè onorato,
se’ il popolo il quale qiai non aveast attribuito ' la campagnar disputata,
ora, elettone giudice, se T attribuisse, con toglierla ai litigami. Adunque ad
iscansare èiò si tennero dai consoli" e dai capi del Senato molli e molti
discorsi ; ma ihvauo. Impetocchè quelli' che aveano pi Ando di Roma 3o7 fecondo
Catone,, 3o3 fecondo Varrone, e 445 v. Ctifio. E C. Giulio secondo che si
ricava dà Livio. Net consolato di Erminio e venissero persuasi in contrario,
annullerebbero alcuna delle rìsokizioni proprie. LV.' In vista di .tali minacce
.adunati gli Ottimati Ji piu anziani e principali da' consoli a consiglio
privato, ponderavano ciocché ''fosse da fare. Cajo Claudio come U men popdiarc,
ed erede degli antenati in tal genio di procedere, inculcava ostinatissimo, che
non si cedessero al popolo né i consolati, nè altro magistrate qualunque; e che
senza riguardo di persona. privata o pubblica si frenasse colle armi, se. non
l'eodeasi per le parole, chiunque tentasse il contrario. (mpero.cché chiunque
tentava sommovere le patrie costumanze o disciogliere la forma primitiva del
governo era non cittadino ma nimico. Per 1’ opposito Tito Quinzio non voleva
che si reprintessero gli avversari colla violenza, .né si venisse alle armi ed
al sangue civile colla plebe: tanto più diceva che. -noi abbiamo contrarj i
tribuni, che i nostri padri dichiararono sacri ed inviolabili;' facendo igenj e
gl' fddj mallevadori dell’ accordo con imprecatone gravissima delia rovina loro
e' de’ figli, se da indi in poi lo avessero mai violato anche in parte.Accosta
vansi. a questo partito . ancor gli altri chiamati a' congresso, quando.
Claudio pigliando la parola disse : Non ignoio quaji Jòndamento pongasi di
mali, per tulli noi,, se^-concediamo che il popolo facciasi a volare su questa
legge': ma non avendo cosa pià farmi, nè come resistere a voi; che tanti siete
; ahbattdonomi ' ai vostri consigli. Ben è giusto cJte LIBHOXI.. 377 ognun dica
Ciò che sente deU util comune: ma poi siegua ciò che i più ne conchiudono. Jar,
eome esortasi in c^fan che aggravano, nè si vogliono, vi esorterei che non
cedeste nè ora nè poscia il consolato a ninno, se non ai patrtzj, i quali è
giusta è pia cosa che lo abbiano : ma qustndo come cd presente, siete alla
ncessità ridotti di far partecipi anche gli altri cittadini del grado e del
potere più grande ; vi dico che assu^ miate i tribuni militari in luogo de'
consoli, defineieione un numero { otto -o sèi forse, chè tanti credo bastarne )
riel quale i patrizj e i plebei si pareggino. Così Jrscendo nò renderete il
córuolato magistratura di uomini indegni ed abbietti •, oè parrete per voi f
ohe hricare un comando ingiusto, coll escluderne affatto i plebei. Ed
approvando tatti, senza reòlamt> niuno un lai voto} udite soggiunse,
.ciocché restami a dire a voi consoli. Prefisso il giorno in cui^ stabiliate
quel previo decreto ^ e ciò che daf Senato si giudica, lasciale che parlino su
Ha legge chi la difende e chi C accusa. Fi~ mia la disputa, quando fio t ora d’
irttendeme i voti, non. vogliate da me cominciare, non da, codesto Quirtr zio,
nè' da altro seniore ma dsU popolafissimo senatore Lucio Valerio; interrogando
appresso Orazio, se punto vuol dire, Bicercate così le .loro .sentènze,
ordinale che noi seniori diciamo. Jq sporrò liberissirrtamente il parer mio
'contrqrio ai tribuni,• e fa questo [ utile della repubblica. .Questo Tito
Genuzio, se il volete, dia la proposta su tribuni militari. Parrà questo il
partilo più congruo e meno sospetto se progettisi o Marco Genuzio dal tuo
fratello. I( consiglio senal brò giusto, e parlironsi' dU oiAigresso. T^merbuo
i tri buui la secretissima aduuanza, come intenta a gran danno de’ plebei,
perché fatta in casa, _ non in pubblico, e senz' .ammettervi alcuno de’ capi
'del popolo. Adunque raccogliendo anch’ essi un consiglio di uomini, amantis
simi della plebe ^ idewono ript|ri e guardie contro le iusidìe che aspeitavansi
da’ patrizj.. LVIL Giunto il tempo preacritlo per fare 'il previo decreto, i
consoli convocato il Senato, ed esortatolo grandemente al buon ordine ed alla
concordia; invitarono, prima di ogn’ altro j a parlare i tribuni deUik. plebe,
i quali propónevano la legge. Fe^i avanti Cajo Canule)o, un di loro ; ma egli
non che dimostrarla, bon mentovò nemmeno la giustizia e la utilità della legge.
Diceva c/te si stupiva de consoli che avendo fra loro ponderato ù deciso '
ciocché jsra da fare, ora quasi pi abbisognasi sero consigli e decisioni,
metteansì a proporlo ai Pa dri, e 'davano facoltà di cBingaxyi con simulakione
non cbnvèniente nè alt età loro, r\è alla ' grandezza del comando. Diceva che
irttroducevan t esempio di tristissime' pratiche, quando umvansi in casa et
congressi recondite, jtè vi chiamavano tutti i Senatori, ma i soli
favorevolissimi loro. E qui soggiungeva che poco faceva^li meraviglia che
fossero esclusi da^quel coa1 sigho edtri sonatori;, ma ^grandissima gliene
ftcevache 'avessero tenuti indegni da invitarveli Marco Grazia, e Lucio L
aierio, qaell( che avetìno. tolto il Decemvirotò, ambedue uomini consplari %nè
idonei' -men di chiunque a deliberare su la repubblica: lui non poter,
concludere appunto In cauta .di tal procedere ; indovinco iie però quest'
unica: valé^ a direi cfie essendo essi per allegare -disegni' ingiusti
trovinosi alla piche, non vollero, convocarvf persone di essa amantissime, per
' chè sdegnate arti popolaresche ; numerando fin da principio, tutti i
|>ericoli venuti su Roma per colpa di quelli phe volevano conU'ario governo;
rilevando come l’odio versola plebe crasi renduto dannoso a quanti lo ebbero; e
lodando amplìssimamente il popolo .come, autor principale delia libertà e del
comando delia repubblica; alfine ragionate queste e simili cose, concluse non
poter e^ser libera quella città dalla quale tolgasi /’ eguaglianza z e quindi
sembrare a lui giusta, la legge laqual vuole che concorrano al consolalo/ tutti
i Boinani purché siano irreprensibili ne costumi e degni per le opere di lai
tanto onore : non essere però, quello il tempo opportuno da trattare legge
siffatta in tanta turbolenza di guerra per la repubblica. Pertanto consigliava,
ai tribuni di permettere che si réclutassèro i soldati, e che reclutati
uscissero: ai consoli poi di pubblicare, appe-j \ Digitized by Coogle V',
i.iBHó xr.' ' 38 1 na detto buon alla guerra il previa decreto su la legge: e
si scrivessero e si corueruissero fin et alloratali cose da ambe ’ie, parti.
Ta^è fu la senteuza di Vail secoudo da' consoli: non ^ però ne fu pari 1
affetto io tutti gli astanti. Imperocché quelli, che voleaoo preclusa la legge,
ne udirono f!Ot> piacere la dilazione, non'peré con piacere ne adirono éhe
essa dovesse decretarsi dopo la guerra: air opposito quelli che volevano che sì
accattasse la legge dal Senato iotesero con trasporlo che giusta si dichiarava
: ma con isdegno intesero che se ne ritardasse il decreto. j > LX. filato
taraulto ('oom' è verisimile, perchè questa sentenza non soddisfaceva in tutto
ad ainhe le parti, il console fattosi innanzi interrogò per il terzo Cajo
Claudio il quale sembrava ostinatissimo e/ potentinimo fra tutti i primari
della fazione opposta alla |>lebe. Costui tenne un dùtcorso premeditato
contro del popolo-, rilevando di luì tutte le cose che gPien parevano contrarie
a begli usi della patria, fra lo scopo principale ove tendeva il dir suo, che i
consoli non pcoponessero al Senato l’^esar me di quella legge nè allora' uè
mai, ooine diretta a distruggere il comando degli Ottimati, e confondere ogni
buon ordine. Cresciuto a tal dire il tumulto, sorse invitato il quarto,
Genuzio, fratello dell a^tro console.-Costui j discorse breveménce le
circostanze della città, e come la cótnplicav^^no all uno o all’ altro
disastro, o di far prosperare ^i nemici per la discordia e 1 ambiziojie de’
citudinij e, di dare mal termine alla guerra interna e domestica .|>er
espedirsi dajl’ altra che le era portata di fuori, disse, che essendo' due i
maiì' ed essendo necessità d’ inwyrreme, loro mal grado,' l’^udo o Y altro,
credeva coufacevole ai Padri lasciar che il popolo urtasse alcune istituzioni
proprie, anzi che rendere la patria Io scherno di forestieri' e nemici^ E cosi
dicendo" propose la sentenza approvata nel congresso di ^elli che si erano
in casa riuniti, sentenza come io dichiarai suggerita da Claudio, che si
eleggessero ift luogo de' consoli i tribuni militari, tre de’ patrizj, e tre dd
plebei, tutti con' potestà superiore : chè quando -^nìrebbefo questi il lor
tempo, e si dovrebbero creare i nuovi magistrati ; allora unitisi di bel nuovo
il SerUUo ed il popolo decidessero quali più voleano riassumesre al cornando li
tribuni militari o li consoli : che per valido si tenesse quello che il voto
comune destinerebbe: e che pari decreto si rinovpsse ogni anno. Eu la opinion
di Genuzto acclamata da tutti: e gli altri che sorsero a sentenziar dopo lui
-la tennero, quasi tutti, per b migliore. ' Se ne stese dunque da' consoli il
decreto, ed i tribuni della plebe, pigliatolo, oe andarono, tripudiando, al'
Foro. E convocatovi il popolò, vi lodarono amplissimamente il Senato^ e vi di
nunziaronoV cbe doncorresse pure a’ magistrati .‘insieme co' patrizj chiunque
il volea de plebei. '.Se non ohe il desiderio senza cagione, Speciàlmemc' nel
popolo ^ è per sé" dori vano, e cori pronto ' a dar luogo arcOnirario ;
ohe quelli i quali facevano ogni prova per essere a parte ' del magistrato,
risoluti se non concedeasi ciò da’ patrlz}, di abbandonare la patria come 1'
avevano abbandonata altra volta, o dì usurparselo colle armi, ottenutane appena
la pertnissione, rattemperacono sestessi, e rivolsero altrove i loro favori. E
quantunque molti de’ plebei aspirassero al militar tribunato, e" facessero
per giungervi insistenze caldissime ; non riputarbno alcuno degno del grande
onore.Cosi quando vennesì al voti nominarono al militar tribunato tra’ patria)
che yi còneorrevano, Aulo Sèmpronio Atratino^ Lucio Attilio Longo, e Tito delio
Sieelo. Questi assunsero i piWi qu^ grado in luogo del consolare nell’ anno
terzo della olimpiade ottantesima quarta essendo Di61o arconte in Atene : ma
ritenutolo settantatrè' giorni lo deposerq secondò gli usi della patria’
spontan^atOébte ;• perché alquanti segni celesti vietavano loro il maneggio de’
pubblici affari. ' Levatisi questi dal comando; il Senatosi raccolse, e nominò
gr;ìn(errè. U quali prefìssero il tempo de’ comizj e proposero; da risolvere al
popolo se voleat rieleggere li tribuni o li 008011 1 il popolo decise attenersi
agl) nsi primitivi; ed essi contderono che chiunque il volea de palrizj
concorresse al consolato." Adunque si elessero di' nuovo i' consoli’ dell’
ordin patriuo, e fuf'onò' Lucio Papirio Mugiliano, e Lucio Sempronio Atratino,
fratello di uti de tribuni che s’ eran dimessi. Dond è che furono in -fiLoma tu
un anno stesso due magistrature supreme. Non però comparisce 1’ una e l’ altra
magistratut^ in tutù gli annali Romani : ma in alcuni trova'nsi i 'soli
tribuni, Aodo di Roma 3ii $ècon{lo Catone, 3ia secondo Varronc, e 44 ^v.
Ccisle. Tilo Livio dice cbv i tribuni militari entrarono maghtraii sul
termidare dall anno 3io, e perciò toccarono anche l’inno 3 11. ÌD altri i consoli
soli, osservandosi in non molti T .una e r altra. Noi ci atteniamo agli ultimi
nè senza ragione, affidandoci alla testimonianza de' libri sacri 'recònditi.
Sotto, questi consoli nou occorse altra cosa civile o militare degna di
ricordanza; fecesi però trattato di amicizia e di alleanza colla cidi degli
Ardeali, peroccliè spedirono ambasciadori, pe qliali, lasciate le querimonie
intorno la campagna, dimandarono di essere gli amici e gli alleati de’ Romani.
I consoli ratificarono questo trattato. Il popolo confermò co' suoi voti che si
cf'eas s^ i consoli anche per 1’ anqo seguente ; e nel. plenilunio di Dicembre
presero il consolato Marco. Geganio Macerinó per la secotula volta, e Tito
Quinzio Capitolino per la quinta . Questi rimostrarono mentre i più inutili e
più svergognati eran fuori ài ogni registro, e cangiavano luogo con luogo
affine di viverci come loro piaceva., i. Addo di Roma 3ia se'coado Catone, 3i3
seeuado, Yatione, 41 ar. Cristo. U tomai dì AUcartiosso scrìsse le Antichità
Romane dalie orìgini di Roma fino alla prima guerra Punica in venti libri
estesissimamente, e di questi, poi diede un compendio in cinque libri come fu
già detto nella prefazione al tomo primo. De' venti libri perirono qualche
parte deW undecimo, e tutti i nove ultimi, salvo alcuni frammenti pubblicati
più volle e ridotti in fine secondo P ordine de' tempi in ciò che narrano. ’
Avendo io trasportato nel nostro idioma gli undici primi libri, e li frammenti
già noti de' rimónéitti, fu tutto dato in luce U anno ii5ia per Fìncenm Poggioli,
editore in Roma della Collana Greca tradotta in Italiano. Quattro anni appresso
però, cioè nel 1816, apparve in Milano una stampa Grecolatina della quale il
titolo latino è: DiONTsii Halicarnassei RomaDarum AntiquitaUim pars hactenus
desiderata nunc denique ope codicum Ambrostanorum ab Angelo MaJO Ambrosiani
Coliegii doctore, quantam licuit, restitala. Quella stampa comprende gli
antichi frammenti dei nove libri smarriti, e parti riguardevoli derivate dal
compendio, collocate prima c dopo di essi frammenti per ordinare un tutto il
quale dia compenso e lume di ciò che erano i nove libri perduti di Dionigi. Jn
questo letterario ordinamento ci si dà ciò che si è trovato, e non sopra. Del
resto la versione latina è precisa, corrispondente, elegante, buona, anzi molto
: te note opportune, nè vi si desidera diligenza : e ciò basti su quell’ opera.
Considerando come i frammenti veri de’ nove libri presentati di nuovo in quella
stampa erano già volgarizzati, C editore in Roma della Collana Greca tradotta,
cercò più volte di avere anche il volgare di que’ supplementi raccolti come si
potè dalla Epitome o Compendio di Dionigi: ed uUirnumente vi aggiunse pur le
sue premure il nuovo editore in Milano della Collana' Greca, presa la occasione
dal valersi egli ancora della mia traduzione. Su tali istanze ho consegnato il
volgare di que’ Supplementi ordinato coi vecchi frammenti appunto come si ha
nel testo Grecolatino. E ciò è quanto basta a dar luce alla giunta seguente. i
• £jglI avendo radtinato Intorno a sé uomini di ogni reo genio, li nudrìva,
quasi fiere, contro la patria. Suppiementi. Cos\ li chiamo per dittiogaerli dai
Frammenti. Qnetti tono parti vere^ dei libp perduti f gli altri tono parti
deriTite dal compendio de’ Tenti libri delie anpchilà di Dionigi troraio in
Milano ueil’ Ambr>a°a io due dodici, l'nno intitolato: Di Dionigi di
jilicarnatto Archeologo Romano t l’altro: Dionigi di Alitarna$$o Archeologo
dplle cote Romane. E chiaro che questo titolo i dato da altri. Li supplementi
avran sempre doe TÌrgole in principio ed in fine dei paragrafi per dùtiognerli
dai frammenti., DELLE antichità’ ROMANE Tuttavia se ascoltava me, se
confofmavast alle leggi, egli faceva un gran colpo per la difesa, dando segno
non piccolo di non aver cospirato. Ma sbattuto dalla sua cosdenza si ridusse
dove quelli si riducono, i quali siegnono scellerati disegni contro dei loro
più congiunti; deliberò di non presentarsi al giudizio ; e respinse a colpi di
mannaja li cavalieri spediti su lui .... li suolo -della sua casa i Romani Io
chiamano equimelio: conciossiacbè equo è detto da loro, ciò cbc non ha
prominenze. Cosi il luogo soprannominato Mclio in principio fu di poi detto
Equimelio alterandosi i dne nómi in un solo . II. Guerreggiando i Tirreni, i
Fidenati, e li Vejenti co’ Romani (3j, Laro Tolumuio re de’ Tirreni
segnalandovisi spaventosamente ; un tribuno romano, Aulo Cornelio cognominato
Cosso, spronò il cavallo su lui. F attisi a combattere già moveano ai colpi le
aste ; quando Tolumnio feri nel petto il cavallo dell’ emulo, talché il cavallo
ne infuria e lo atterra. Ma Cornelio internando I’ asta per lo scudo e 1’
usbergo nel fianco di Tolumnio rovesciò pur lui da cavallo. Ben sorgea questi
ancora, quando fu colto nell' anguinaja. Con ciò Cosso Io ucdsc e lo ' spogliò,
non solo respingendo quanti accorrevano fanti e cavalieri, ma disanimando e t.
Qosla h parte òel discorso di Cineinnato sa Spn^o Melio Deciso come reo di
ambita lirannido. La occisione di Spurio Melio co4) corre con l’anno 3r5. II
libro XI di Dionigi non eccede 1 anno Sia. Pertanto cib ebe manca a dar
conliuna la storia delle Àniichiià Romane con quella del Cocapendio b la serie
dei fatti dell’ anno 3i2 e dell! due sdenti. impaurando quanti erano alle mani
neN' uno e nell altro cornò. Essendo consoli' ntiovamenie Aulo Gjmelio Cosso, e
Tito Qtrinzio ; penuriò la terra per gran siccità; mancando non che le pio^e,
fin le acque nelle sorgenti. Donde nniversaie fa lo scapito 'di pecore, di
giumenti, di bovi : e moitè -fra gli uomini le. malattie, quella principalmente
che scabbia à detta, assai molesta per lo rosore nella cute, c più Rtolesta
ancora se inniceravasi : infermità miserabile in vero, e cagione sollecitissima
di rovina . IV. .... Mal sembrava a’ primarj del Senato addimesticare il popolo
alla pace e prolungargliene la calma, sul riflesso che per la pace si schiudono
in città, vizj, piaceri, e sedizioni, e solean queste prorompere ad ogni
occasione, difficili nè interrotte, appena si logliean le guerre di fuori ....
E meglio superar 1 initnico beneficando, che punendo : imperocché di là sie gue
se ' hon altro, almeno la speranza loro più dolce sopra de’ Numi V. . . a
Appena conobbe che i nemid Io assalivano alle spalle, chioso com’ era per ogn’
intorno da, essif disperò di retrocedere. Egli tenea grave sul cuore che nel
pericolo comune, essi pochi contro de' molti, essi gravati dalie arme conira
milizie leggere perirebbero turpissimamente senza dar segno di opera generosa.
Adunque vista un’ allora conveniente nè lontana destinò di occuparla VI.
Agrippa Menenio, e Publio Lucrezio e Servio Nauzio tra gli ODorì di tribuai
militari scopersero and insurrezione di servi destinata coaUx>'di Roma.
Disegnavano i congiurati dar fuoco tra la notte in un tempo a più case in più
luoghi, e quando vedeano gli altri intenti a reprima. L’incendio, allora
invaderne il campidoglio, ed altre parti munite, e quindi provocare ad esser
liberi tutti gl’altri servi, e con essi ucciderne i padrom', onde averae le
mogli e li, beni. Manifestatasi la prauca, i capi d’essa furono presi, battuti,
e crociassi: e que’due servi che la manifestarono, ottennero essi la libertà
veramente, e miUe dramme a testa dal pubblico erario a. Adoperavasi il tribuno
romano a compiere la guerra iu pochi giorni, come lui che credea facilissimo, e
quasi posto nelle sue mani, sottomettere còn una batuglia i nemici. Per
contrario.Jl comandante nemico apprendendo la perizia de’Romani tra le armi, e
la costanza ne’pericoli, non avea cara una battaglia in campo aperto con pari
circostanze; ma Uaeva la guerra tra le arti e 1’inganno, aspettandone chq gli
si presentasse un vantaggio. ferito e morto venuto appena. In quest’anno fu
l’inverno rigidissimo, in Roma, tanto che dove la neve caduta era meno, .tnno
di Roma Il mille mauca oel lesto. È presso a pòco il nomerò pbe dee supplirai
consideralo ciò che se ne ha presso di LIVIO (vedasi), o. aS. Questo racconto
consente per qualche modo con ciò che narra LIVIO (vedasi) intorno la disfalla
dei Romani contro degli Equi. ivi era alta li sette piedi. Vi perirono alquanti
uomini, e molte greggi, ed altro bestiame non poco, sopraffatto dal gelo o
dalla fame per mancanza de’pasccdi. Le arbori firuuifere inusitate alle grandi
nevi o perirono in tutto, o seccate ne’tempo in tali regioni alquanto più
boreali del mezzo, seguendo il circolo parallelo il qual viene per 1’Ellesponto
sopra di Atene. Allora, per la prima ed unica volta 1’ambiente di questa
regione s’allontanò dalla sua temperatura fa). I romani fecero le feste dette
letxistermi nelr idioma, dei luog.o. Or furono ammoniti a tanto pe’libri
Sibillini: giacché gli astrinse a consultarne l’oracolo nn morbo pestilenziale
mandato loro da'Nomi, nè sanabile'per cura umana. Adunque acconciarono, come
voiea r oracolo tre ietti, T uno ad Apollo e Latona, r altro ad Ercole e Diana,
ed il terzo a Vulcano e Nettuno. Fot per,s?'tte giorni fecero pubblici
sagrifizj, come pur fecero, ciascuno secondo le forze sue, private offerté ai
Numi, e conviti sontuosi ed accoglienze di forestieri. , I I LIVIO (vedasi)
raeconu I., c. i3 cb il Tevere non pelea navigard. Questo fraocbiaaiUko tcnvere
et desiderare le cautele dell’aatore dei veoli. libri delle Aulichità Aooiaae.
Le muiasioai anche rarieeime dcll'elmosfera ooa perché non sono scriue pel
tempo paalaio, può concludersi che non avvenissero mai piò. (3j LIVIO (vedasi)
parla di ul festa nel lib. t, 0. i3, la dice occorsa Pìsone il censore fa negli
annaK suoi quest’ag> giunta: cioè, che sebbene fossero sciolti tutti i servi
^ tenuti io ferri dai padroni, sebbene Roma si empisse di forestieri, e sebbene
si tenessero dì e notte spalan cate le case, penetrandovi chi volea, senz
ostacolo; pur ninno si dolse che avessene furio, nè oltraggio; quan tnnque i
giorni festivi sogliano per 'le brìachesze dar largo il campo a disordini ed
ingiustizie. Stando i Romani all’assedio di Vejo sul nascere delia canicola
quando gli stagni diminuisconsi e tutti li fiumi all’infuori dell’Egizio {filo,
il lago de’monti Albani, distante non meno di quindici miglia da Roma, presso
al quale fu già la città madre de’Romani, crebbe senza piogge, senza nevi, e
senz’altre apparenti cagioni, per le sole inteMe sue fonti a tal dismisura, che
inondò buon tratto delle adiacenze con molte case di agricokorì. E finalmente
aprendosi a forza, il passo tra monti si versò con terribile sbocco ne’campi
sottoposti, Della estate contagiosa, la qual s^cedcltc all'inverao rigidissimo
descritto diantì. Addo di Roma. Aie infuori delV Egitto Nilo Questa cceetione,
&t conoscere, parmi, che l’autore del compendio non i Dionigi. Imperocché
egli nato in Alicamasso città dell’Asia, e già spettante al regno di Persia,
come tatto il corso dell'Eufrate, non poterà, e certo non dorerà ignorare in
tanta naturai tua diligenia che P Eufrate anch esso nel luglio assai cresce e
trabbocca, come si legge in Arriano iibro ni, par. ao, greco per esso, e
scrittore delle gesta d’Alessandro. Lo stesso Arriano scrire nel lib. r,
paragr.7 secondo la nostra tradusione, che anche i fiumi Indiani nell’estate
ingrossano fuor di modo e neU’inrerno scemano. Vedalo ciò li Romaai, da princìpio,
(jQast 10 sdegno del cielo minacciasse Roma, decretarono pia care con sagrifizj
i Nomi ed i Genj del luogo, consaltandovene pur gl’indovini, se ne eressero mai
co$a da SIGNIFICARE GRICE: Se non che né il Iago ripigliava l'ordine SQO, nè
gl’iinterpetri sapean dirne a proposito, ma snggerirono che si mandasse per
intenderne l’oracolo in Delfo. Intanto un di Vejo perito, per Ipmc avutone
da’maggiori, dell'arte divinatoria di'qne luoghi, sfavasi per avventura in
gnardiè'deNe mura/ Era cosini noto ad un centurione romano. E quél centurione
venato una volta presso le mura lo saluta come usa; aggiugnendogli di
commiserare Ini come tutti i suoi pe’mali imminenti nella espugnazione dellai
cittè. Per l’opposito il Tirreno, il qual già sapeva In inóndàziooe del lago
Albano, e sapeva gl’antichi oracoli intorno di questa, replica, sorridendo,
guanto é bene conoscere t ot'tvnt're. Voi per non conoscerne sostenete una
guerra senza fine, e travagli irriuscibili, disegnandovi la distruzione di
Vejo. Se alcuno vi rivelasse portare il destino di questa città che allora sia
presa, quandó U lago Albano impoverendo nelle acque sue, non più si mescoli al
mare, cessereste di tenere voi nella fatica, e noi tra le molestie. Assai ne
impensierì ciò udendo il romano, e parti. Nel giorno appresso il romano,
comunicatone il disegno co’tribuni, rivenne allo stesso luogo, ma senza le
armi, onde il Tirreno non sospetta affatto d’insidie. Ripiglia I’usato saluto,
e poi disse innanzi tutto l’incertezza la quale agitava il campo de! Romani, e
cose altrettali da rallegrarne, com’egli crede, il Tirreno. Poi chiedealo
spositore di alquanti segni e portenti occorsi di recente ai tribuni.
Gnidiscese colui niente sospettando d’inganni. E fatto ritirare gl’altri i
quali erano con lui si mise egli solo col centurione: £ questi U passo a passo
lo allontanò dalle mura con discorsi diretti a deluderlo; Or come fu presso
alle muniuoni romane. lo abbracciò con ambe le mani, e sei portò negli
alloggiamenti. Quivi i tribuni or lusihgando or minacciando lo ridussero a dire
quanto cela sul lago Albano, e poi lo mandano al Senato. Non parvene u tutti i
padri in un modo: e chi tenea costui per pno scaltro ^ per un impostore, per
uno che MENTE GRICE MEAN MENTIRE MENTE -- sugl’oracoli de’ Numi, e chi dicea
lui parlare a punto il vero. Fluttuando fra tali incertezze H Senato, ecco i
deputati al Nome in Delfo riportarne le divine risposte, concordi a quelle,
date già dal Tirreno: vncd dire che gli Dei e li Genj li quali aveano in sorte
la città di Vejo promettevano mantenervi costante la prosperità trasmessavi
dagl’antenati finché le acque sorgenti del lago Albano ne Uaboocassero e
corressero al mare: Ma quando quelle acque, mutata la fonte e il corso antico,
deviassero altrpve, nè più si mescolassero al mare, allora pur Vejo ne andrebbe
sossopra. Parve che potesse pianto ottenersi da’Romàni, se scavando delle fosse
intorno al lago V’incanalavano l’acque le quali sboccavano, dirìgendole in
campi lontani dal mare. G>DOsc!ato ciò li Romaai bentosto misero gli operaj
su r intento, Rendutine i Vejenti consapevoli per nn prigioniero, deliberarono
spedire a chi li assedia, a fine di toglier la guerra innanzi ch^ la città
soccombesse: e scelsero de’seniori per deputati. Rigettata dal Senato la pace,
lasciano questi, taciuirni, la curia: quando il più Cospicuo fra loro e più
famoso nel divinare, fermatosene alla porta e girato lo sguardo su tutti
senatori disse: bel decreto v avete voi fatto o Romani! e degno di voi U quali
cercate dominare er tutto intorbo, quando ricusate aver suddita una città nè
piccola nè ignobile la qual depone le armi e si rende, e destinata abbatterla
da’fondamenti senza tememe^t ira de'^Numiy nè la vendetta degli uomini. Or ne
verrà per questo su voi la giustizia punitriea de’Numi con pari vicenda; Voi
che spogliate li Vejenti di patria, voi, tra non molto perderete la vostra.
Prendendosi dopo breve tempo Yejo, taluni de’cittadini ne andano, e stettero da
valebtnomini contro a’nemici, e ne uccisero e furono uccisù: altri diedero a sé
stessi la morte: ma quanti per codardia, e bassezza di spirito risguardavano
ogni altro successo come più mite della morte, abbandonarono le armi e sè
stessi al inncitore. Anche CICERONE (vedasi) nel lib. r, èe Natura Deoram fa
menxione di quella ambasceria, e dell'annunxio del castigo, succeduto, ^oni’
egli scrive, sei auui dopo la presa di Vejo, col piombare dei Galli su Roma.
GatniUo sotto la dittatitra del quale Ve)o fu presa, stando co’Romani pili
insigni su luogo elevato donde tutta quella città si scopriva, prknieramente
fèliqitava té stesso^della' Iiella avventura con che gl’era accaduto
d’espugnare e senza gran costo una città grande e prosperosa, la quale erà
parte, uè gii la più ignobile 'della Etmria, allora fiorentissima, e
potentissvna tra'popoli dell’Italia, e la quale avea disputato |1 principato ai
Romani con guerre moltiplicate per dieci generazioni con cimentarsi alfine a
tutti i mali tra r assedio non interrotto di nove, anni. Di poi ponsiderando
per qual lievissimo billico trascende la sorte umana, e come nino bene tien
fermezza, alzò le mani, sopplichevole a Giove e agK altri Nomi, perchè tanta
felicilà non chiama l’invidia su lui principalmente, nè sulla patria: e se per
Contrario pubblici disastri pendeano su Roma, o privati sa lui, almen fossero
questi i più lievi e più tollerabili. Non minore di Roma per gli cdificj, godea
Vejo terreni ampj, d’assai frutto, dove piani, e dove montuosi in aere
purissimo e salutevolissimo, senza paludi vicine, dalle quali sorgono aliti
gravi ed ingrati, e senza ninn fiume il qual dia troppe fredde le aure del
mattino: nè scarse vi son Tacque, nè condotti) Ciok per circa irecento anni
asjegaaado treni' anni ad ogni generaaione; Imptroccbè Vejo cominciò tali tae
gaerre con Romolo: poco prima della aua morte, e loocomM LIVIO (vedasi) ed
aliti dicono durato quello asi^io dieci anni: vuol diro nove furono gli anni'
interi ciocché scrive I’autore dell’Epitome, ma non intero fu 1’ultimo. Dionigi
nel paragr. i5 del libro iz scrive che non lungi da levi altronde, ma vi
scatnrtacono copiose nommeoo, ohe bouissime a beverne a. Dicono, che quando
Enea figlio di Anchise e di Venere approdò nell'Italia volesse, far sagrìfizio
ad un tale de’Numi; e che fatte già le preghiere, stando ornai per operare
sulla vittima apparecchiata, mirasse venir da lontano tm greco, Ulisse forse
quando fu per r oracolo d’Avemo, o Diomede quando si recò per soccorso di
Danno. E dicono che disgustato Enea dell’incontro, tenesse come inaugurata la
vista dell’inimico tra le sante cose, e che volendo respingerla si bendasse e
volgesse altrove; finché dopo la sparizione di colui lavatesi di nuovo le mani
fece il sagrìfizio: e siccome vi si rendè fàusta ogni cosa, e^U ne fu dilettato
per .'nodo da custodihie di poi nelle sante cose la cerimonia; conservandola
per ciò li posteri di Ini quasi legge dei sacro ministero, In conformità
de’patrii riti, fatta la supplica Camillo ancora si trasse in sul capo il
manto, e volea rivoltarsi. Ma travoltoglisi ciò che avea di sotto a piedi, nè
potendosene rattenere, ne andò supino a terra. Or questo rovescio, indizio che
egli di necessità cadrebbe per una miseranda caduta, questo rovescio
fàcilissimo da intenderlo senza calcoli e divinazioni, anVejo è il fiume
Cremerà, e che da questo fiume fu denomioaio Cremerà il caetello edificato da
Romani contro di Vejo. Qui ai •crÌT che non vi è niun fiume il ^oalc dia troppo
fredde le aure del mattino : che anche senza fiume vi abbondano le acque.
Questo esservi e non esservi un fiume et concepire che lo scritture del com'.^
pendio non è Dionigi.] che da’ meoo periti, questo egli noi pensò degno da
guardarsene e da espiarsene f ma lo ridusse tale da. consolarsene come se li
Numi avessero ‘esaudito le pre glie pii\ illustri a' quali esso era maestro di.
lettere, li \ ' • t Narrano che Dionigi divise il suo campcndie in cinque
libri. Ambedue li codici trovati del compendio delle aiilicbilà non hanno 0 non
ritenpoiio indiaio ninno della distinsiooa in libii. BfOHlGI, urna III. j,S
cavò fuori delie porte come per passeggiare dinanzi le mura, e far loro visibile
il campo romano. Poi sionla nandoli poco a poco dalla città, li ridusse presso
le guardie Romane:^ queste accorsero; ed egli cedè sé stesso, e gii altri.
Menato a Camillo disse, che da gran tempo egli volea rendere la città de’
Romani : ma non avendo in sua balla nè la fortezza, nè le porte, nè le armi, si
argomentò di mettere nelle mani di lui li 6gli ^e’dtta^ dini primarj,
consideràndo cbe necessiterebbe li padri, solleciti di salvarli, a dar la città
quanto prima ai Romani. E cosi diceva, immaginandosene maravigliòsi pre^ mj pel
tradimento, a II. Camillo, dati da custodire. il maestro e (i fanciulli,
scrisse al Senato il successo, chiedendone cièche fosse da fare. Lasciatogli
dal Senato di lÀrne il lueglio che a lui ne paresse, egli cavò dagli alloggiamenti'
il maestro e li fanciulli, e fece alzare il suo tribunale non lungi dalle
porte, presentandosi immensa la folla su le mura, e dalle porte. Quindi
primieramente distinse ai Falisci quanto il maestro fosse stato ardito di
olTeuderli. Appresso ordinò che i servi gli traesscr la veste, e lo canninasser
ben bene colle sferzate ; e quando tal pena gli parve bastare ^ .allóra ‘diè
delle' verghe ai fanciulli, e fece che sèi menassero innanzi alla città, legato
colle mani al t&rgo, battendolo e malmenandolo per ogni maniera. I Falisci
ricuperalo i fanciulli, e punito il maestro in proporzione del suo malfare,
sottomisero la patria a Camillo. Lo stesso Camillo nella spedizione su Vejo
lece volo a Giunone^ 'Dea sovrana del luogo, di collocarle se prendea Yejo, la
statua iu Roma', istitoendoveue insiemé cpito magnidco. Pertanto dopo espugnalo
Vejo, man^ò de’ cavalieri più rìguardevoli a prendere dalla sua sede it
simulacro. Appena gl’ inviati vennero al tempio, r uno (K loro sia.
p^erilmeitte e per beflTarsene, sia per fame l’augurio, addimandò la Dea se
voleva tra^mn grarsi a Roma, e colèi soggronsè volere con chiarissima voce
della statua ; e due volte lo aggiunse. Impérocchè non potendo que’ giovani
peiiuadersi che la statua fosse quella che vea parlato, replicarono la dimanda,
e ne adirono un altra volta la voce stessa . IV. 'Tra il comando de’ consoli
dopo Camillo proruppe in Roma un morbo contagioso, apparecchiato dal non
piovere e dall' anura estrema. Afflitti con 4:iò git' albereti e li senànati
porsero frutti pochi, e nocevoli' agli uomini, e pascoli scarsi e malsani ai
bestiami. Odd’ è che il male consuase pecore e giumenti senta numero non sedo
per. • quantunque non ignorassero che U multa eccedèVa non poco gli averi di
]ui: ma ciò vollero perchè messo ' in fcavcere scapitasse nella riputazione chi
tanta ne avea per 'hobitissiole guerre, amministrate per^ eecellenia. Li
‘congiunti e li clienti accozzarono e diedero la son^ma richiesta afBnchè egli
non soggiacesse a vilipendj ; ma H valentnonio riputando intollerabile la
ingiuria., abbandonò (a patriq. Nel giungere alle porte fra gli astanti • addo
lorati e piangenti per la perdita che farebboho, bagnò di largo pianto
anch'esso il senAbiante, -e lamentò la infamia in che era mesio dicendo : >
^ Adunque disperando i barbari prendere la fortezza per inganno o di furto-, si
diedero a trattare del prezzo, cui dato, i Romani riavessero la cittù. Dopò
giurati gli accordi; i Romani portarono r oro, e Vckiticinqae talenti era la
somiina'.la quale' doveano ricevere i Galli. Disposta la bilancia ècco il Gàllp
imporvi un peso maggiore deKgiusto: se ne querelarono i Romani : ma. il nemicò
tanto fu alieno dal rettificarlo, che lo aopmccaricò delia sua spada,
levatosela dal cinta E chiedendo il questore che volea mai significate quel
fatto ; rispose, ^ubt pò vinti. E poi che il peso ivi posto, ampliato com’
era-, non si pareggiava, anzi mancava un terzo' di tanto, i Romani si
ritirarono chiesto tempo da raccoglier l’ intero. Sosteneano tanta insolenza
ignari delle cose operate ] come al>biàm detto, in campo dpe il 'corpo ad un
tempo e lo spirito; converseodola oibei Uòndi nasposto^ma palesemente.
Addolorato Arante per lo distacco della donzella non più reggeva alia
ingiuria-, cbe ne avea da ambedue : né potendo pigliarne Vendetta si mise' ad
-ùn viaggio sótto .vista di liegoziare. Udì con trasporto il giovine lo andare,
dandogli ciò che era l^sogao ai goadàgiii,' e T altro poftò, nelle Gallie molli
earri eoa Q^i di vinoV di olio ^ e 'tnollr.'ata ceste >di fichi, a ' r ‘. a
I Galli di quel di' non conoseeano il vino delle, vili, nè 1’ olio-, quale
fi'a-uoi 1q danno ie olive: ma.teneano vin d’orab, festnefatato in acqqà, ó
fogliame. tetro all odore, usando per olio ^assi vecebj di porco, ingrati a
odorarne e gustarné/> CoiQe provarono frutti non prima gustati ne presero
dilatto masaviglioso, iuierrogaodo il forestiere, dove e come ciascuno di
questi si generasse, n -'t E. colai replica, the.'iimpìa e buona è la terra che
li produci, è questa posseduta da uomini, pochi di numero: uè punto. migliori
delle Jìemraine in far guen'a. Suggeriva;,chc'non ricevessero più 'tali cose
dagli altri ad on péezzq, ma cacciassero i possessori antichi, e se le
appropriassero. (Mossi da quel dire ven mi. Ma i 'GaRii ne misero in fuga la
molhtudine, ed occuparono tutta Róma, salvo il Campidoglio. v Con c'ò gran
eommrrcio praesdente. Cioachè non ti accorda con la DoTÌlà deacriiia .dei
prodotti recati da Aruoti nelle Gallif. Won a facile a connidemi ube una
natione ai ecciti e commo^a a tfatmtgrare pa’ racpooti dì un aTTeuttrriero.
Livio tcrive Iv 5. i4> .Eoa ( Gallt ) ^lu oppufinavtrunt CUuiunì. non fuh$t
qui primi alpet trantUrint^ latù óonstat. 0uel .aarii eo/iitat impoHa Alt lai
nidiaione era comune in Roma a'iAreno Ira! leueraii 'oi t,empi di Livio, che
sod (joelli di Augatcn,, .nel cui regno^^ anche Dionigi vino, io Roma luogo
tempo. Panai duiiqae da coocluderbe che lo scritto ai risente di alquanto
nosiooi te 'quali .uoo erano del diligentissimo aatore della aiilicbità : ciot
questo tjompoodio k di t>n greco il quale non essendo £>rao vivulo nell
Italia, S compendiando Dionigi, 'vi lasciava conoscere la vena dell ingrfpio
ano non ai para quanto quella di Dionigi.] \, • rodar(7ao, nel lesto edeltan,
donde celtico e poi ceillca,,, Digitized by Googlc 4i3 delle Antichità.’ romane
dopo V incendio generò dal ceppo un tirgnlto, come dì Un cubito, volendo gli
Dei manifestare ^e ben presto la' città, ricreando se stessa, darebbe germi
novi in vece degli antichi. Anche in ‘Roma il picciolo tempio di Marte in cima
alPalatino, 'i Romani pensano' chò debbasi operare ben alirimen)Ì debbasi a’
vecchj benefìzi sagrificare la coliéra per gli oltraggi recenti. Cerltmenle
della Romana grandezza ben. fu meraviglioso. quel ^axto, che non malmenarono,
pia lasciarono ille^ tjttti i Tuscolani ‘^u^ntuòque colpevoli f tna più
meraviglioso ancora fu quanto eòncedesouo ad essi dopo il perdono. Imperocché
fattisi % provvedere che non .saccedesse più nòlla di Simile., nella loro
città, né più ci avessero alcuni comodità di far cose nuove, non conclusero già
di mettervi guarnigione nella fortezza, nè Questo e li tre seguenti paragrafi
sono fratOmeaii dei venti libri delle autichltà Romane acUtte da bioaigt e
àul'' dal Gomptndjo ; aono picciolo parti dèli’ opera vara' e noi parti
derivata altronde per supplirla, il tasto grec e-la tradaàioqe latina ai ara
atampata più volte. Li framosenti ai dislingtsuao dal non avere l virgole nè in
principio nù in fin^ dei paragrafi. lasciarono contro il sangue loco eccessi ùi
oltraggi che i barbari più empj potessero sopraggiungervi. . ^ 'i' . 'XI.tE
potrei allegare’ altri errori' infìnhi 'di quelle repubbliche ; ma' li
tralascio; giaocbè spiaeemi ; fino l’aver menzionato gli ànzidetti. Imperocché
vorrei che la nazione Greca. si distinguesse '‘dà . quelle de’ barbari non col
nome solo. e col dialetto; ma per la.inlelligeoza eia scelta delle utili
costumanze; c sopratthtto che infra loro noit si desolassero con ingiurie più
che disumane. E ad esercitare i lor corpi o faticare nelle armìv ne ausavano di
continuo, e vi grondavano dal sudore, costretti a desisterne innanzi P awiSo
de’ capitani. Udito ciò f ' Camillo dittatore de’ RomaOi, adunò le sue milizie,
e condonò • tra loro,. assai vivifi(ndole ad imprèndere: 0 ‘Romani ^ e^i disse,
nói abbiamo assai più cùU it nemici benfatte le arme, le corazze y gli elmi,
gli stivali, gli teuài saldi, coi tiuaU guardiamo tutto il corpo, le spade' d
due tagli, ed in luogo dell asta, saette iP irreparaòH colpo. Le armi colle
qutdi ci copriamo son tali'da ndn> fdcilitare su noi le ferite: laddove
quelle con lè quedi nodiamo 'ci abilitano per ogn impresa. B poi ruiao è il
càpo dei nemici, nudo il petto ed i lati, 'nudo il,fem&re è la gamba mfino
piedi. Altro noti hanno die li. munisca se nonf lò' scudo : nè adiro tanto
picchiar degli scudi, e guani altro ostentano di barbara e stolido a bravar t
inimico, guai vantaggio daranno ad essi i guali assalgono senza regola, .a-,
guai mai terrore a chi con tanta re^la sta tra i pericoli? Considerando tali
cose: voi tutti guanti ne foste nella prima guerra cpì Galli e guanti non vi
foste, non ‘diserrate.' o voi ohe vi foste C arUica virtù, col temere, e; vai
che non virfbste non siate da meno che gli altri net jegntdarvi co' fatti .
Andate La prima gnarra ocoqrae l’ aooo I acMiida ueii’bravi giovani :
dimostratevi degni de' padri valorosi, correte intrepidamente al nemico ; Sarà
con voi la ' mano degC Iddìi per tentarvi à punire • quanto volete,
questiimpìacabili. Io vi son duce, al qucde tanto teslificate buon senno e
Jbrlunà. Da ora in poi saréte felici, sia che riporterete alla patria la iwbilo
corona della vostra virtù, sia che qui finendo la vita lascorete a’teneri'
figli] e ai vecxhj padri per un fragile corpo una splendida fama immortale.^ Ma
già non è più da tenervi, Ecco t irUaùco sen viene ; ofidaie, presentatevi in
schiera . Era ‘'il combattere de’ Barbari ansi brutab: e maniaco senza le cure
e la scienza delle e vi ascese. Accorsa la molUtudine 'urbana allo spettacolo,
egli primieramente fece voti alBncbè 11 ^umi avvèrsaaero l’ oracolo, e
facessero nascere molti, eguali a lui di valore bella patria. Dopo ciò lasciate
le redini e ' dato di sprone cavallò precipitò nella voraginet Sopra lui furono
gittate in quell’ abisso nioltè. vittime, nìolti frutti, molte ricchezze, molte
preziose Vesti ^ 'molti oggetti di arti di ogni maniera, e senza più la terra
si ricongiunse Il Gallo area corpo straordinario, il quale molto eccedeva la
proporzione comnne ....Licinio Stolone stato dieci volte tribuno, quegli il
‘‘quale fu capo alla fstitnzlone delle leggi, per la 'quale dieci anni fu
sedizione, alfine' vinto iu giudizio e condannato ad una multa in danaro ())
disse: che non vi è bestia alcuna pià callivà del popolo, il qutde non nsparmia
nemmeno chi lo sostenta . Assediando Marcio console que’di Piperno, ridotti
senz’ altra speranza spedirono a lui. E Marcio, indicatemi, disse, come solete
voi trattare li servi li quali dà voi si ribellano ? tome si dee, soggiunse il
legato più anziano, punir chi desidera ricupenve la r Sie mai ri fu questa
Toragiae, ciò che può beo essere, ta ricoopuDtione di lai mode ò tutta
(àvolosa. Livio assai propiiio a tali raceopti aon lafiiTorisce. liberti
ncUiva. DlIetUtosL Marcio del franco parlare, e se nei, dicea, se noi ci
lasciassimo piegare a' lispar^ miarvi ogni cruccio, quali pegni ne darete voi
di non farla mai più da nemici ? q V anziano tipigUava. Sta in te o Marcio e
ne' tuoi Romani' sperimetttm-lo. So con la patria Uberi torniamo, vi ci terremo
• pen sèmpre costanti amici : ma tali mai vi saremo, 'se ci astringerete a
servire. Marcio ne ammirò li magnanimi M‘q^i, e sciolse 1’ assedio .. L
IV^EMTAE i GaQi guerreggiavano Roma, un priil' cipe di questi sfidò qm^lunque
de’ Romani a venire con esso al paragone dello armi,. Un Marco Valerio tribuno
proveniente da Valerio PopUcola il quale insieme con altri ' Ubera la città dai
tiranni, si fa innansi pel combattimento. Venuti alle mani, un ooryo si mise in
su r elmo di Valerio, sgrid^do e guardando terribilmente il barbaro f e se mai
lo vede portare de’colpi sul romano / gli si avventa ora colie unghie alle Addo
di Roma. j. ' ; guance lacerando, ed ora col rostro agli'occhi, pungendo. Tanto
che il Gallo ne anda fuori di se, non potendo trovare come ribatter 1'emolo, nè
come guardarsi dal corvo! Ma traendosi la zuffa in lungo, il Gallo fu col
ft;rro sU l’altro per internarglielo coll'impeto nel seno. Corsogli il corvo
agl’occhi Onde forarglieli, colui alza Io scudo a respingerlo: e tenendolo
alzato, il Romano che ne seguiva le mosse, menò da basso la spada, e lo uccise,
Camillo il comandante lo insigni con aurea corona soprapnominaudolo Corvino
dall’uccello compagno di lui nel combattimento; perocchò li Romani chiamano
corvi, gli oicoelll che noi coracas chiamiamo. E costui da quel fatto ha 1’elmo
ornato d’un corvo. In guisa che quanti fecero statue o pitture di lui, lutti
gl’acconciarono sul capo quell’uccello. Devastavano le campagne ricche d’ogni
bene nomini sfìaiti dalla guerra e simili ai cadaveri, se non quanto
respiravano. Essendo calda ancora la penero come dicono dell’ucciso. Fu vittin
miseranda delr inimicO’Uomo il quale sazia la invidia sua poi sangue civile.
Dispensò tra soldati parte de vantaggi nè questa la più piccola, ma tale da
sommergéK frà le ricchezze la inopia dt ciascùtlo diedero il guasto ài seminati
già colmi per h raccolta tnalmetiando il meglio dellB^ terre fruttifere: ' i I
• f I ' t, Queste Cemitlo il quale apparisce ora aalHaaao'4e& Roma i Uli
tìglio del ftmoso Furio Csmiflo morto i6 ano,! adòiciro. Aucb'esso viute S fugò
con ifna iniigue battaglia i galli, tuttavia molesti ai romani. LIVIO (vedasi)
aS. aC. 'Ma percl^è spesso e molto danneggiavano i Campani come iorp' amici.
Pertanto il senato romano sulle istanze e lamenti replicati de campani contro
de napoletani spedi a questi ordinando che non più nocessero ai sudditi della
repubblica; ma ne avessero e rendessero ciò ch’era ^usto: e nascendo
coih(roversìe fra loro, le dJscutesserò co’gindizj non'cqlle armi, secQudo le
convenzioni che ne farcbbono: del resto mantenessero la pace con tutti ìntorno
i popoli, non corseggiassero il mare tirreno né tentassero eséi per sé nè
CO-OPERASSERO GRICE con altri imprese disdicevoli ai greci. Soprattutto istmi,
gl’ambasciadori che cercassero, Se venivano il destro, di alienare co’bei modi
verso de’potenti la loro città dai sanniti, e renderla amica di Roma. ',. y.
Ti-òvavansi di quel tempo in Napoli come ambasciadori di Taranto uomini
rispettabili, e, po’ligami del sangue, ospiti antichi di que’cittadini: ma por
altri, vi si trovavano inviativi da nolani, cooSuanti dei napoletani, e tutti
dediti ai greci, i quali vi brigavano in contrario onde non copcórdassero co’
Ifomani nè co'sudditi d’essi) nè lasciassero l'amicizia verso dei sanniti. Che
se r Romani set pigliassero a pretesto di guerra { rton temessero, nè
invilissero, come in^ su^rabile rie fosse la forza; ma, perseverassero, e
combattessero come i jbraoi Grecf., confidando sù le Manca il principio dj
questo raccolto: puj> coninliar^i LIVIO (vedasi), c. aa. Questo pangrafo e
tutto il resto del libto sono frammenti veri dei libri perduti dell’antichità
di Dionigi. schiere proprie e sulle ausiìiane che verrehhono dai sanniti.
Riceverebbero se ne abbisognano, pià delle loro, le forte navali dà' TaretUim,
le quali eran tanUs e. si buone. Adunato il Sanato, e tenutivi molti dlsconi
dai legati loro fautori, vi si divisero i sentimenti: ma li piu autorevoli
parfianO tenerla pe’Romani. Non fecesi per quel giorno decreto alcuno, ma
riserbato per, altra sessìone l’esame intorno ai legati; recaronsi a Napoli in
folla i primarj de’Sanniti. Or quésti Conciliandosi con ossequióse manio:e i
capi del comune, pregarono il Senato a far si che decide il popolo dell’utile
pubblico. Quindi recandosene all’adunanza, vi ricordarono i loro benefizj, poi
vi fecero le mille accuse di Roma come d’una ingannevole e perfida: e
finalntente promiserole meraviglie ai Napoletani se deliberavann pella guerra:
vale a dire che mauderèbbero loro milizie, quante ne bisognassero per difender
le ptura, come l’armata e 4utta la ciurma pelle na#I. Davano insieme a vedere
che subirebbero tutte le speso guerra non solo pe’soldati proprj, m pe’loro;
che respinto l’esercito romano ricupererebbero, Cuma, occupata dai Campani,
erano già due generazioni, .cén esdnderM gli abitanti: che renderebbero la
patria ai Cumani, accolti, quando U perderono, dai Napoletani, e fatti
partecipi d’ogni lor bene: che darebbero ai Napoletani un trat^ assai grande
del territorio che tenevasi dai Catppihi., -, ' r ', vn. Ih mezzo a tal dire,
la parte calcolatrice dei Ntpoletani, la quale vedea da lontano i mali xhe ver
rri>bero colle battaglie, sulla città, dimanda che ai conservasse la ^ace:
ma' la parte amante di cose nuove ^Ja quale cerca insieme un mezsp arricchire
nelle ttsbolenze lanciavasi verso le guerra: Pertanto, elevafonsi a vicenda e
voci e mani; procedendo la contesa fino al tiro delsàss). Alfine prevalendo il
partito men buono, gli oratori di Roma dovettero tornarsene senza Tintento.
Dond’^è che il Senato romano decreti 'd’inviare un eseacito contro
de’Napoletani. I romani all’udire 5^10 i Sanniti apprestavano un esercito, vi
spedirono prima Rmbasciadori. E di essi quelli eh’erano scelti dell’ordine
senatorio venuti ai consiglieri de’Sanniti dissero: Voi fatfi ÌQgiustamonte o
Sanniti violando i p'attati cha ovate con noi concordato. Amici vi eijt^nete di
nome, nemici che ne siete di fattL Vìnti, voi da Romani in tanti
condtattimenti, sciolti pelle istanze vostre caldissime dalla f. . guerra j
oiténuta la pace come la volevate e desiderosi poi di essere gli amici e gli
alleati di Roma; giuraste, alfine, di avere amici e nemici quelli appvinto che
per tali riconosce la nostra repubblica. Ed ora immemori di tutto questo, e fin
posti in non cale i, giuramenti, avete abbandonato noi nella jguerra co'Latini
e ci>i Volsci,, cpn que’ pòpoli io dioOf che sono divenuti nemici nostri
appunto per voi, perchè avevamo noi ricusqtò di unirci con essi net dare a wi
guerra. JE nelt anno. J precedente voi avete istigato con tutta la premura e
l’ardore, anzi voi avete necessitato i Napoletani che temevano farlo, a
prendere contro noi la guerra^ e voi ne supplite le spese: voi la loro città
ven tenete. Ed ora tutti intenti INTENT INTENZIONE GRICE ad apparecchiarvi
raccogliete d'ogn intorno milizie, coh pretesto, come pare, innocente, ma: in
realtà con disegno di guidarle contro i nostri cotoni. Ed a tanta ingiustizia
invitate i .Fdndiani e i Formiqni ed altri, i (fuaii abbiamo no,i pOr^^iato
ne'diritti ai nostri cittadini. Or 'voi profanando così scopertamente 9
turpemente i trattati di amicizia GRICE LOGICALLY DEVELOPING SERIES e di
alleanza; il Senato ed il popolo romano deliberarono di spedirvi ambasciadori,
e iperitnentai'vi colle parole, innanzi di procedere ai'fatti. E queste sono le
cose che ami tutto vi dimandiamo, queste quelle, ottenute le quali, crederemo
soddisfatti i nostri risentimertti: Chiediamo primieramente che ritiriate, le
truppe inviate in soccorso ai Napoletani:, e poi che non mandiate milizie
condro i nostri coloni, nè provochiate affatto i sudditi nostri a voglie
ambiziose. Che se dite che tali cose non piacciono a tutti fra voi, ma che le
fitnno alcuni solamente contro il voto comune; cónsegHàteci dunque voi questi
perchè ne giudichiamo, 0 cen terremo contenti: ma se non gli avremo noi tjuesti
nelle mani j né prenderemo in ) testimonia i Numi, ed i Genj invocati da voi
nel giurare i trattati; e pSrciò siam qua venuti co Eeciali. Dòpo H parlar del
romano consaìlatisl infra loro quei capi de’Sanniti diedero questa risposta:
Non è già colpa del comune che i nostri sussidj giungessero a poi tardi per Ut
guerra cóntro i latini, Imperocché si era appunto decretato che questi a voi
s’inviassero: ma i capitani assai s’irtdugiOrono nell’àpprestarveli; come voi
troppo vi acceleraste a dar la battaglia] e coti giunsero quelli tre o Quattro
giorni dopo il bisogno. Jiispetto a Napoli poi dove sono alquanti, de nostri,
tanto siamo lantàni dcUt oltraggiarvi soccorrendola in qualche fnodo mentre
perico la; che noi pensiamo d’essere piuttosto gl’oltraggiati e gravemente da
voi. Foi, tutto che non òjfesi, v'adoperale a soggiogare questa città,
confederata ed amica nostra non già da poco, né d^ allora che con voi ci concordammo,
ma da due generaeioni en>antS, e per grandi e copiosi ben^tij ricevutine.
Tuttavia non é la comun dei Sanniti che offendavi nepimeno in questo;
imperocché di propria voglia ìóccorpono Napoli, come udiamo, alcuni nostri,
ospiti ed amici loro, o stipendiati, pella indi^nta’fbrse del vivere. Nè abbiam
poi bisogno di staccare da voi li sudditi vostri; imperocché senza que’di
Fondi, e. li Formiesi, noi, necessitati alla guerra, bastiamo a noi stessi.
Apparecchiamo un esercito non per levare: a vostri colorii le cose loro; ma per
difendere le nostre propriamente. A vicenda noi dimandiamo da voi j se volete
far la GIUSTIZIA GRICE ESCHATOLOGY, che partiate da Fregelli, città da noi
conquistata tanto priiHa col mezzo dell’armi, che è mezzo dirittissimo di
possedere; e voi sera alcun titolo ve t avete, già sono due anni, appropriata.
Or tali cose ci si concedano nè crederemo di essere stati oltraggiati. Allora
subentrando al discorso il Pedale Romano, ripiglia: Niente impedisce che
violando voi così manifestamente i trattati di pacOy i romani passino all’armi:
nè già ponete lepnerUarvi d’essi, ma de'non sani vostri consigli. Ornai da loro
si è /atto qtuuUo doveàsi pelle leggi rsacre e civili della patria, o di pio
verso i Numi, o di giusto GRICE GIUSTIZIA ESCHATOLOGY verso i mortali. Gli dei
che per sorte soprawegliano alla guerra, giudicheranno tfuale de due popoli
osservasse i tràttati. £/ qpi recatosi in atto di partire, e tiratosi al capo
il lembo onde cingevasi gli omeri, alzò come era il costume j le mani al cielo,
orando don. imprecazione gl’iddii : che se Roma ingiuriata da Sarmio, non
potendo riaversi dalla ingiuria cotle jrsfrole e co'tribunali procede
finabnerite all’opere, U dessero pella mente ctmsigU bùqni, e condotta,
propizia pella guerra. Afa se in opposito Rorna ìràscurando i legami santi
dell’amicizia, accattava pretesti non giusti onde romperla, non la dirigessero
0 ne consigli o ftelle opere. Levatisi gli uni e gli altri dal colloquio; e
dichiarate alle loro città le CMe disputatevi; dascuno dei due popoli pensò
molto diversamente su Tabro. I Sanniti come £an essi quando iqtprendon la
guerra, tendano per lent^ assai |e operazioni de’romani; laddove i romani
immaginavano rannata di Sannio ornai prossima a piombare ^u i Fregèllaui’, loro
còloni. Donde ne avvenne a ciascuno ciocché erane consentaneo: Imperocché li
primi, apparecchiandosi e indugiandosi rovinarono la opportunità d’imprendere:
per l’opposito i romani tenendo tutto pronto, udita appena la risponsóli. E
prima che i nemici ne udissero la marcia; tanto le milizie reclutate V, ‘non.
di:etidere in teiTa, ma dalla terra elevarsi. Imperocché nell’ e^ero stan le
sorgenti del fuoco divino. a Ciò che si dimo^ra pel fuora nostro sia che lo
abbiam 'da. Prometeo, sia che da Vulcano. Impe^ rocché quando è sciolto
da’vincoli pe’quali è necessiuto a rimanere fra noi, corre subitamente
pell’aria verso 1’altro fuoco, suo connaturale, ed Q quale doge d’interno'
tutta la natura del mondo^ Cosi donque l’al. l6 e LIVIO (vedasi) più
dislesamente. Il tratto aegnenic sembra parte della ri^tosia di Poaaio
airinviato de’romani. neUe guerre han perduto i jìgti, quanti i fraleìli, e
quanti gli amici? Ne’quali tutti come pensi che dee traboccatne la bile se
alcuno ' gf impedisca placare ^ue' morti eoa tante vite di nemici le quali sole
son credute un ossequio in verso gU estinti. Ma supponiamo che persuasi, o
forzali o per qualunque maniera vinti mi si arrendano, e contxdano che questi
continuino tìi vita, or ti pare, che sian per cqnce'dere'che ritengano insieme ogni
lor cesa, q sema pur neo di vergogna se ne vadano quando, a tbr pia ce, quasi
eroi qui apparsi per felicitàrne? O non piuttosto sopravvenendomi j quasi
fiere, mi sbranerebbero appena tentassi dit questo? O non vedi come i cani da
caccia quando è presa la fiera la qual chiusa dà essi va nella rete, circondano
il ceuciatort, chiedendo parte della preda? e se non ottengono bttntosto il
sangue o le viscere, non yédi come lo sieguonó, e pressano, e malmenano, nè
respinti sèn pdrtono, nè percossi? Faticarono tuUo'il di cotnbaltendd, ma^i che
le ombre tobero di rafhgurare gii amici e i nemici, tornarono a proprj
alloggiamenti. Appio Gaudio non so per qual mancanza intorno de sagrifizj perdé
la vista, e ne fu denominato ->^f£'eco; 'perocché li' Romani cosi chiamano
chi non vede le scritluce custodite tra 1 murs, formate con lettere/
accuratissime, odo'rifere pello misto in che sono, presentano tal iloridez È
diifieite iotarpetrare dove miri iitesio rottame. Fn detto che alle nti
Freoettine. • i u.. I RonUuii ckUmaQO calende le ncòmeaie come none dtiamano la
mezza IbQa, ed idi il pleoiluaio. Era la falange nel rnsAZO disgiunta ié mal
piena: cori quelli che ivi erano disposti id òontrario, le furono sopra, e ne
'respinsero i>coDÒfc|auenli l’'iaosa, guàra aitàccò tutto il fiore dc^ cita
Uomini sacerdoti, onorati Co’sacri minirieii. Quest’uomo pien di trasporti
senza consiglro, insolentissimo, deliberando e ctmcentrando in sé tutti i
poteri pella guerra E poi tu ardisci d’accusare ia sorte, turche la usavi pessimarnente,
postola su barca già rovesciata? Così eri stolto? \, .^jilcuni i membri
abbisognano di cura, e tali altri cicalritzcmdosene. VQt Ma vo’ricordare ancora
un’arion' dvile de gna degli noom) di tutti i mortali, dalla iquale sia
chiaroai Greci quanto Roma allora abborrisse soellerati, e come fosse
inesorabile contro chi viola i diritti comuni della natura. Cajo Letorìo
soprannominato Mergo, uomo illtutre pe’natali, còme non ignobile per le
belliche imprese; dichiarato trìbW>' militare nefia guetta sannitica Ittsiqgò
per un tempo un giovinetto sub camerata, vago più eh’altri di aspetto, perchè
rendere si volesse agli amorosi AMICIZIA GRICE diletti di lui. Ma perchè noi
guadagna cb’'donl, uè còlle gentili maniere, ornai più non bastando a sesiesM,
cpr§e alla violen^. Divulgatosene il disordine tra le miliziè, i tribuni della
plebe y; Qoaoto SigoJa questo libro, er^etlaato. it paragrafo lO'A lutto
frammenti. ripuUQ^Io oltraggiò comune della {repubblica, me die dero accusa
pubblica al reo, cpudannatone quindi dal popolò a Qiorte eoo voti pieqi.
Peroécbè non tollerò questo ebe uomini di grado nell',;fsercilo profanassero
con ingiurie‘ùmpìabili e contrarie ali^ natura Tirile, persone iagentté, mentre
esse pella libertà co njballe-; vano i . Se non che non molto prima di questo
fece^ttn’ opera‘ aaeor piò tp^evigliosa pell’ingiuria recata ad un altra
persona, quantunque servile. Il (àglio di PubKo, io dico t di uno di
que’tribuni milUari che umiliarono ai sanniti l’esercito e n& andarono,
sotto giogo, fa costiletto, come lasciato iir grave pénuria, a ter danari ad
usura pe’funerali del padre,^qtfasi ch% sarebbene quanto prima rilegato
da’parenti. Ma deinsò nelle sue speranze, e scadutone il termine {vfa
présir'egU Stesso pel: debito, giovinetto èòm’ era. e vaghissimo nc’ sem
Valtrìo Masshiro pirla di a( capo primo Le deecrjsione qui ecala b l'una' de’
tram meati de’libri perdoti di Oiop^i.,II'£|ito fi narra pur aél compendio in
tal modo: Ua tal Romano^, Cajo Leutrio, intUleva cpn un giovine, suo eumerata,
ond’avir tUo diletto da lui y vago della persona. Ma non essendo il giovane
goodagnalq nb per doni v né pér eavetse, alta Jiite divalgato il disordine
dell’uomo, i tribuni lo condannaranò. -'IXdnigi, ’Oòm'Vne'^reaiaieoii, leone
per ciseostinta gravissima del fitto la vipleoia, usala in noe dg Letorio: Se
cglf compendia sè atess >Ta le carni ^acci&ct^ appena-^ si'riseajtooo e
commoTOusi ifid tanto eh gli piriti nalnrali di esse yio lentano i p.ori, e $i
dissipa'no. Questa •>, pur la cagione de’terremolwià Roma. Conciossiaché
tutta vuota di setto per grandi e contiqùatl canali pe’quali conducesi Tafana
tien m'ohe sflatatoje^ per le quali sen.esca. il vento rior. hiusovit ma quando
il vento rimastovi prigiohiero sia troppo e veemente questo somioove Roriù e
rompene il suolo, a •' Si^ consenta in generata ani liplo rfi qi|eSto,
giATÌnetto: ma si discorda autonome, sulla famìglia, e sul ten^)0. Valerio
Massimo nel lihA lo chiama fity Vetório figlto noa di Pubblio ma di quel Tito
Veturio che net aifq consolato fu dato ai Saooiti (lal. cfattaio obbrobrioso
coocluso con essi. LIVIO (vedasi) chiama it giovine Cajo Publicio, ed assegna
il fauo all’anqo .'4^7 di lioma aolto i oontoli C. Poeleliu fc Lucjo Pepino,
vispi 4irùclusa la pace co’Romani, soprastettero breve tempo i Saiteiti, e poi,
stimolati dà un antiéa ingiuria, mar 'ciaróno coll'armata tra i Lucani, loro
cónfinauti. Questi affidati da principio alle forze proprie sosienner la
guérra: ma pòi vinti in tutte le battaglie, pelòta gran parte del territorio, e
già prossimi perdere anche il resto, si videro necessitali ad implorare rajuto
di Roma J£ quantunque consapevoli a sestessi di aver tradito i patti cdnclusi
Uria volta con lei di antiòizia e di alleanzaf non disperSròne ch^
concorderebbe di nuovo, se le inviassero in ostaggio insibme òon gli oratori i
giovinetti più rignardèvoti di tutta la repubblica loro. Qr questo appunto ne
seguitò. Perciocché Venutivi gl’oratori e supplicandovi ca^dissimamente; il
Senato deliberò di ricever gli ostaggi e render^ ai Lo cani l’amicizia GRICE
FRIENDSHIP; ed il popolo né comprovò la sentenza. Firmati gii accordi con
gl'inviati de'Lh'cani, il Senato elesse i più provetti per anni è per onori ^ e
li diresse ambasciadori al consiglio generale dèi Sanniti; affinchè
dichiarassero ad èssi che‘i Luoùni erano git amici GRICE FRIENSHIP, e gli
alleati .di Bontà, e gli esortassero a render lóro le terre usurpatene, nè più
tramarli ostilmente: già non permetterebbe la repubblica che alleati suoi che a
' lei ricorret'àna, rinutnessero esclusi, dal proprio, territorio. • tata levar
tutu levando, i oaneli. Pìi( volentieri diremo che le mosee de' venti
ttnterranei seno éfletlo 4ie'unemoti ausi che la priout eafione. I Sanniti gli
mnbasciadcwi incollerìrono e replicarono primicramentò; che i trattati di pace
non erano Jdtt} Con accordo che essi non mossero per amico; o, nemicò se /ton
^quello che assegnassero loro per tale i romani i Appresso, che i romani ~s'
avjevano renàuto amici GRICE FRIENDSHIP i Lficani non già in antico, ma di
recerite quand'erano questi già inoolli nella guerra co'Sanniti; oh A è che non
avevano titolo nè, giusto nè decoroso per romperla co' Sanniti Risposero i
Rotofiixì''che coloro i quaU avevano promesso di soggiacere, ottenendo appuntò
con ciò la pace, dovevano obbedire in tutto, a chi presede.; '.e minacciavano
in caso contrario di portare sa essi la guerra. I 3aimiù ripuianjlo
intollerabile |a ptresunaione di Roma intimaroflo agli ambasciadori cht
partiasero sull’istante; e dentarono che sL apparecchiasse spianto bisogna
pella guerra di tutta .1 fazione, e d’ogni citti^ Pèrtanto la; cigìon
manifesta, nè ingloriosa a raccontarla, della guerra Sanuiliea, fu .la voglia
di socQ>rrere i Lucani caccòmmuidatisi a Roma quasi fosse già pubblico e^
vecchio costume di essa difendere gli oppressi, che la invocavano: ma la oagion
recondiu., e che più \li sospinse a romper la pace, era la potenza Saimitica,
divenuta già grande, e la qnal$' crescerebhene ancora, se domati i.l, ucani ed
i confinanti di questi si volgessero ad essi anche le barbare genti che
stayansf appresso. Cosi tornati appena gli ambasciadori la pace fu rotta, e sì
àfrolarono due armate. Postumio già console, venuta 1 oca di esserlo
iivatneiue, teniasi grande per to splendor de’nataii, come pel gemino consdato
Doleasene sa ie prime il collega di Ini quasi escluso daU’essergli Uguale, e
più volle ne fece 'in Senato rimostranxa. Alfine qUah plebeo venuto in luce da
poco, riconosoendosegli' mìAore per gli antenati, per gli amici GRICE
FRIENDSHIP, e per àltre eccellènze, .n'mi liossegli, e gli concedette di per si
stesso il comandò della guerra Sanuitica. Diede grande invidia a Postumio un
tal fatto, come nato dalla media arroganza sua; ma poi glien ' diede un altN,
ancona più indegno di un duce Romano. linperoccbè separali due mila difi esercito
suo li ridusse nelle campagne sue proprie' senza i fèrri con ordine l'nsieme
ebe potassero un qùerceto, leneudoK gran tempo in òpere ài mercenari e dà
schiavi. E superbo tanto prima di Uscire |Kr la s|>èdizione, apparve, più
InioUeraUle ancora nel compierla; dando al Senato ed al popolo catise
giustissime òndè r abborrissero. E ceno, avendo. i| Senato definitó'che Fabio
il console dell’àttnò precedente, il quale area vinto i Sanniti cbiamali'
’FeHtri' si rimanesse nei campo con aniorità proconsolare per guefreg^are colla
parte stessa de' Sanniti, ^gli.oon ieiterrs(ia' gl'intimò di par tirne, come
spettasse e lui sólo còmaudarvi. Spedirono i FUdtì'a ^chiederlo ebe non
impedisse al proconsole di stTtre, nè ripugnaste 'ài loro decreti; ed 'agli non
diede se nOn. òrgegboae e tiranne rlsposfe, dicèndó:cAe finAocbe Litio fa
mauaionè di quelli SaoaÌM: nondimeau Clatetio li tralatoia Della ina Italia
antica..- beticippe IvaocdeaiOBe-ìùteyVÓgÀido Fatta sedizione, vinti quei delle
vergini e ritiratisi dalla cità, spedirono a Delfo, e ne udirono che
navigassero per l'Italia: che trovato nella japigia il luogo Satirio ed il
fiume Taranto dove mirerebbero un capro tinger la barba nel mare, ivi fondasser
la sede. Fatta vela, e trovato il fiume, videro un caprifico (1) nato in riva
del mare con una vite la quale al caprifico si abbracciava, intanto che una
parte di essa vite toccava il mare. Interpretando che questo fosse il capro cui
l' oracolo prediceva, che mirerebbero tingere in mare la barba, si fermarono in
quel luogo, e vinsero li japigi, e fondarono la città cui Taranto nominarono
dal fiume. " III. « Artemide Calcidese avea dall' oracolo che dove
trovasse il maschio soggiacere alla femmina ivi si fer- masse senza navigare
più innanzi. Navigando intorno al Pallanteo d'Italia, e uniratavi una vite
intorno di un caprifico, femmina quella, e maschio l'altro, talchè questo ne
era coperto, concepì che l' oracolo fosse adem-pito. Ed espulsi i barbari che
vi erano, vi si accasò... Regio fu detto il luogo sia perchè fosse uno scoglio
dirotto, sia perché ivi interrotta la terra tien disgiunta l'Italia dalla
Sicilia coutrapposta: sia che tal nome fusse il nome eziandio di chi vi
dominava. » IV. « Leucippo Lacedemone interrogando l' oracolo, dove portasse il
destino che egli co' suoi prendessero sede, se ascoltò che dovessero navigare
all' Italia, ed ivi (1) Caprifico, fico silvestre. La voce greca payos
significa capro e presso alcuni popoli caprifico. Quindi l'ambiguità d'
interpretare la voce per capro o caprifico. Fatta sedizione, vinti quei delle
vergini e ritiratisi dalla cità, spedirono a Delfo, e ne udirono che
navigassero per l'Italia: che trovato nella japigia il luogo Satirio ed il
fiume Taranto dove MIREREBBERO UN CAPRO un capro tinger la barba nel mare, ivi
fondasser la sede. Fatta vela, e trovato il fiume, VIDERO UN CAPRIFICO [nota
[Caprifico, fico silvestre. La voce greca “tragos” SIGNIFICA GRICE SIGNIFICARE
‘capro’ e presso alcuui popoli ‘caprifico.’Quindi l’ambiguita d’interpretare la
voce tragos per ‘capro’ o ‘capritico’. GRICE: AVOID AMBIGUITY – unless you are
a Pitonisa.] nato in riva del mare con una vite la quale al CAPRIFICO
s’abbracciava, intanto che una parte di essa vite toccava il mare.
INTERPRETANDO CHE QUESTO FOSSE IL CAPRO CUI L’ORACOLO PREDICEVA, che
mirerebbero tingere in mare la barba, si fermarono in quel luogo, e vinsero li
japigi, e fondarono la città cui Taranto nominarono dal fiume. " III. «
Artemide Calcidese avea dall' oracolo che dove trovasse il maschio soggiacere
alla femmina ivi si fer- masse senza navigare più innanzi. Navigando intorno al
Pallanteo d'Italia, e uniratavi una vite intorno di un caprifico, femmina
quella, e maschio l'altro, talchè questo ne era coperto, concepì che l' oracolo
fosse adem-pito. Ed espulsi i barbari che vi erano, vi si accasò... Regio fu
detto il luogo sia perchè fosse uno scoglio dirotto, sia perché ivi interrotta
la terra tien disgiunta l'Italia dalla Sicilia coutrapposta: sia che tal nome
fusse il nome eziandio di chi vi dominava. » IV. « Leucippo Lacedemone
interrogando l' oracolo, dove portasse il destino che egli co' suoi prendessero
sede, se ascoltò che dovessero navigare all' Italia, ed ivi (1) Caprifico, fico
silvestre. La voce greca payos significa capro e presso alcuni popoli
caprifico. Quindi l'ambiguità d' interpretare la voce per capro o
caprifico.l’ORACOLO, dove portaste il destino che egli cc/’^stiei prendessero
tede, né ascoltò chè dovessero Aavìgare-AllMuiia, ed ivi [Caprifico, fico
silvestre. La voce greca “tragos” SIGNIFICA GRICE SIGNIFICARE ‘capro’ e presso
alcuui popoli ‘caprifico.’Quindi l’ambiguita d’interpretare la voce tragos per
‘capro’ o ‘capritico’. GRICE: AVOID AMBIGUITY – unless you are a Pitonisa.
[ahbìtàre dove approdati rimanessero un 'giorno ed una notte. Approdata la
flotta intorno di Gallipoli in un tal campo de^T^renlinì, dilelliito'Leacippo
della aalbra del luogo, operò coi Tarenlini afllnchè gli isonCedessero di
stanisi ii giorno e la notte. Cosi passatine più giorni ;voleano i ^Tarentini
che ne partissero ì -ma colui noti ditd^ lor mente, dicendo che secondò ^li
accordi uvea iU loì^ quel tUoigo pel giorno e per la notte", e però sino a
Umto^che fosse o furio o f altra non se ne partirebbe. I Taréalini vistisi,
nell’ inganno,' coQsentirono che rimanessero. u I Looresi popolando Zefirio,
Ina punta d’Itali; ne flirtino soprannominati' Epizeflrii. Stav tniropo. che
rimanesse nel hiogo in che era, sostenendone la ^ecn. che ne deriva furono
dissipati tra selve e valli e ripidezze. Un TarentiOo, uomo empio, e deditO/-à
tatti i piaderf p la incpntinenztr e prostituzione della Sua bellezza fln'da
^ovinetto / ne' iu nominato Taide. Fatta ià' scelta dal popolò erano' partiti.
Vilissimi e petulaaUssìml tra cinadini. Fu Postumio spedito ambàsciadore ai
Tarentinr: ma' facendovr rimostranza; questi non-T iitte> sero, nò '
pigliaronp il contegno de’ saVf i quali -òòmuliino su là patria che pericola:
anzi, se nieoiotavitno mai che cóldi non parla accuratissimo il greco 'Idioola,
ve! Siraboàs pel libro setto dà questo 'Sdetiaid racconto pell’origine di
Melapoalo. Cosi detto perebà risolte al vento Ztflro ciot di Ponente. Questo e
li tre paragrafi srgoenti tono frammenti. deridevano, ed elevando 1i;m le mani
o la voce, se ne irritavano, e barbaro lo chiamarono; jtantt> che 1q
espulsero infine dal teatro. E già costui m ne anda co’suoi, quando per istrada
s’avvenne con essi,.Filopide, un accattone di Tasanto il quale sopran-j
nominavasi Colila dall’uso che avea, continyo di briacarsi. Caldo del vino,
ancora del di precedente, come ebbe vicini i Romani, si tirò su la veste: e
scompóstosi in atto indegnissimo da vederlo, sbrufTè sul manto sacro de’Legati
ciocché non. può nominarsi nemmeno con decenza. Scoppiatene da tutto '3 teatro
le visa, e sbattendoglisi per fino le mani da'più protervi, EoStumio riguardandolo
dice: accettiamo o tvtissimo uomo / augurio: giacché ci date fin le cose che
nòn chiedi/ama. Poi rivoltosi alla moltitndine, mostratovi contaminato il suo
manto, e sentitevi uuiversaliN aucora e più, grandi le risa, anzi le voci
nemmeno, di àlcUni che'sen compiacevano, e lodavansi, della contutUelid:
-ridete f dice, finché V é dato ; ridete, pure o "Tarenùni; ehè assai ne
sospirerete dii j>oi. Fremendo alquanti alla minaccia iò ; replica, perchè
pià Jremiale vi aggungo; che assai laverete col sangue: quesUi, mia Cosi
spregiati dai prijvati e(kl pubblico, e tosi •pcoaunziatp quasi come un
vaticinio divino, su loro / sciolsero, d legati dal porto da Taranto. Giunti
questi sotto Emilio fiarbula magisti^to Aono di Roma al Altri all’idea-dj
acoattonesoatitaiacono quella di od aomo brflardo t garrulo, ellione de’Lucani
e de Bruzj ‘j e finch’era' indomita la nazione grande le bellicosa de Sanniti,
e1 altra de questi son fatti a dar buoni auguri, a chi cerca mantenne i beni
pri>prii. Ma chi cerca r altra!, spii queiU augnrf d’uccelli di pronto e
rapido impeto per lontauT Via^. Ginciossiaché questi uccelli sieguooo e
pcocacciansi ciò che nbn hanno: ma gl’altri guardano e''cnstodiscòno ciò
saltité. Pormi saviezza mandar lettere di minàcce aC sudditi: ma vi&t
pendere come uomini da pocoro da nulla Uomini dei quali non siansi considerate
le milizie -nò conosciuto il valore, questo è indizio di forsennato, o di chi
non sa ciò che è senno. 3Ia noi sogliamo punire i nemici co folti, non colle
parole. Nè fàteiamo te giudice de’nostri richiami co’Tapentùti, co’Sanniti, e
con altri: nè prendiam te garantedà far valere ciò che tu giudichi. Decideremo
colle armi nostre la disputa pigliandone la pena che ne vohemo. Su tali
'notizie apparecchiati come nimico ^ noa come giudice nostro. Vagli poi
considerare quali’garanti ne darai per te da soddisfare le ingiurie >che tu
ci fai: non ricevere a carico tuo che nè^farentim. né sdtri nemici opprimeranno
i diritti. Se luti deliberato d’intprendere per ogni rqdnierà la guerra contro
di noi, tieni certo che ti succede dò Se di ^ necessità succede a chi vuole
combattere innanzi di, aver ponderalo con chi siaper combatterò. Abbi tutto in
pensiero, e poi se cosa ti bisogna da noi, aìlo'ntànale minacce, pon già.
quella tua regia fierezza V vieni al senato, informalo, persuadilo uè' vedrai
-mtuteanS non 'il tjlirilto, e non £ equità a. V i'9 • JLìevino console romano,
preso un esploratore li Puro (e prendorfe alle sue milizie le armi e schie>r
rarsì: poi mostratone a lui lo spettacolo gl’impose di riferirne a cbv lo
manda, tutta la verità: e che oltre le cose vedute dicesse che Levino il
console de’romani lo ammoniva a non inviare occultamente altri per osservare:
venisse egli e vede palesissipiameate, e sperimenta ciò che-gian l’armi romane.
Addo (li Roma. 474n/ÓJV/C/. lówà Ua tal Oblaco, soprannominato.VuUinlo, dace
de'Fereatani, al vedere che Pirro non avea posto certo, ma presentavasi rapido
dòvuoqnc. tra’soldati, diresse r attenzione. a.' lui solo: e dove' che, ne anda
il re cavalcando, ivi piega anch’esso il proprio cavallo. Osservando 'ciò
Leonnato di Macedonia figlio di Leofante, .l’nno de compagni del re, se ne empi
di sospetto, e scoprendolo a Pirro dice fvMarortaro(^o. Dopo quell’incontro il
monarca afEne fidisstihó e valorosissimo fra’ coin|>kgni la da mide sua di
porpora e d’oro usata da Ibi nel combattere, c l’armatura, migliore delle altre
pella materia e pei 'tavqro, ed Segii prese la clamide bruna, e 1’usbergo e la
causia colla quale, Megacle difende il capo dagl’ardori. E questo fu cagione,
sembra, a lui dj salute a. ‘V. Dopo (Jbe Pirro signore degl’epiroti porta
l’esercito contro ai romani, deliberarono spe dirgl’ambasdadoH pel riscatto
de'prigionieri, sia che colui volesse restituirii'cambiandoli, sia che tassando
un prezzo per ciascuuo d’essi. Pertanto dichiararono ambasciadori CAJO FABRIZIO
(vedasi), il quale gii console, addietro da tre anni, vinte i sanniti, i
lucani, i bruzj con strepitose battaglie, e disciolse 1’assedio di Turi, e
Quinto Etnilio il quale éelTega un tempo di Fabrizio fece la guerht co’Tircehi,
è Pdbiio Cornelio il quale gii console addiètrct da quattré' atini atuccò ^utti
i Galli chiamati Scnoni, nenvcilsfmi'de’^omani, 'e 'mitene a 61 di spada tutù
gl’adulti.' Venuti quésti a Pirro, e -discorsogli qninto concerne il subjelto,
come la sorte non Imttoposta a calcoli, corno repentini sOno i eangiamenti fra
l’armi, e come niun può' di leggieri antivederne il futbro; proposera alui che
sceglieste dì rendere i prigionieri a p-szzo o permuta. ( ' 001101 rispose:
jirduo cimento è il vostror o romani, che ricusate can^iungervi meco di
aiaicieia, e richied/ete i vostri prigionieri d’usarli in altre battaglie in
mio dannoi Voi se desiderate il bene, se intenti siete tdX utile comune a noi
due; pacificatevi con me, e ee’ miei confederati, e ripigliatevi gratuitamente
1vostri prigionieri, alleati, o cittadini che sieno. In altra moda non soffrirò
che vi abbiate un'altra volta tanti, Je ^tanto valorosi. Coì dice presenti i
tre 'legéti, ma poi prendendo Pabrizio in disparte soggiunse:, Vili. Odo o
Fabrizio che tu se prestantissimo nel guidare una guerra, che se’giusto, e
sobbrio e pieno d’^ogni virtù, dell’uomo privato, ma che intanto sei povero di
sostanze, e depresso in ciò solò dalfis sorte; onde noli vivi tù eoa più agio
cher. gV infimi senatori. Ora io volendo sollevarti anche in ciò, ti afferò
tanta quantità d’argento e d’oro da superarne il più facoltoso tra Romìmi.
Imperocché io reputo liberalità bellissima, e degna di citi presiede,
beneficare i valentuomini i qiysli. per, la povertà non vivono con dignità
de’lor genj bennati, equesti io reputo doni, questi monunten{i luminosi per
/una regià potenza. Or tu vedendo o Fabrizio il voler mio, lascia ogni
verecondia, vieni, a parte de’miei beni; e concepisci che mi farai piacer
grande, e che sarai presso me riverito come un amico, o un congiunto, o certo
coni uno degli ospiti più onorevoli. Nè già per questo mi dovrai tu p/eslare
l’opera tha in cose ' xvnì. 4'^non giuste, o non degne, md in coj& onde tu
ne sia piti stimabile e grande ancora nella tua patria. E primieramente
pròvecherai spianto puoi perchè faccia la pace cotesto tu& Senato, fin qui
duro, e privo di niodprati contigli. Dirai che ia venni in danno' di Roma
promettendo soccorrere i tarentini ed altri d'Italia: che ora non sarebbe
giusto, né decoroso che gli cdibandonassi io presente qui coll'esercito, e
vincitore già., di tuia battaglia: che nondimeno affari imperiosi e molti
avvenutimi poscia -mi richiamano alla reggia. Ed io qui ne do, sii tu solo o am
gli altri compagni, le assicurazioni più. ferme, c&è io son intento a
tornarmene se ì romani mi si concordano per la pace: talché puoi dirlo pur
francamente ai tuoi cittadini se alcuni mai ve ne fossero d quali mal suona, il
mme di un re, come quello di un fi4o, ne’trattati, e-témessero di me similmente
perchè taluni monarchi si videro, sorpassare i giuramenti, e tradire
gl’accordi.. Fatta la Magro ò il nfio poderetto: eppure amando io di lavorarvi
ed appiicàndomene prudenzialmente -> i frutti t somministramb tutto il
bisognevole; riè la natura ci viohnUf a cercare pià che il bisogiievole. Soave
m’è falimento cui la fame còridiscemi, dolce la bevanda Cui la seté procurasi,
e molle il sonno cui la stanchezza precede. '&ijfèientissima rrì è la vèste
Che mi difènde dal fredda, come acconcissimo, il -vose meri prezioso fra quanti
datino P uso medesimo. Noti saria ^unquè giusto accusare la sorte, la quale mi
pòrge quanto basta alla natura, e la quale se 'non dovami H'abbondanza, non
tri'impresse netntnèno desiderf superflui. Io non hb mètri' è vero dasoccorrere
ritisi debbe;~'ma nemmeno diedemi ''Dio. su le ricchezze quella cognizione
certa j 'o divinatoria pella qualegioitasi chi he'abbisogna, come nemmeno
diedemi tante altre cose. Partecipo ciocché ho colla patria e gliamici; porgo
loro còme comuni le cose mie, beneficando come posso chi ne abbisogtia, nà
quindi io credo mancare. K quesfe sono quelle maniere mie che tu giudichi,
prestantissime, e else sei pronto di comperale a sì gran prezzo. Che se poi la
gran possidenza sia degna che procqrisi po/t tante premure, e gare appunto per
benefitare chi ne abbisogna e se questa rende più Jelici i pià ricchi come
sembra a voi re j qaoii vie saran le migliori, da pi'ocurarsela, quellè pelle
quali vuoi tu che io me l'abbia ingloriosamente, o quelle pelle quali io
l’avrei prima ottenuta con decoro? Certamente gl’affari di stato mi diedero
tante volte per addietro > mezzi d’arricchirne principalmente quando già da
tre anni fui consolo, spedito colf esercito cantra, K potendo di^ tali acquifU
applicarmene quanto.iovoleva; non veppi toccarne I 0 trascurai per amor della
gloria uua ricbhezza anche giusta; come, fece falcfio Poplicola,' e, come pur
fecero, altri moltissimi pc’quali Roma tante 'ne è grandiosa, Ma da te quali
doni mi si, apparecchìanà? Non canshierei forse il meglio col peggio? Sal'ebbe
quella prima maiiiera di possedimento stata uiùin colla soddisjazione del
cuore, con un apparalo di giustizia, e decoro; ma da codesta tua Ujopfia tatto
ciò manca. Imperocché qpAttVO uquo^accstta dall’nomò k cotta ca knseTiro csb-gu
gravita iNTOthro riw cuk SOL oottrairifA i k NAseoaDASf purb . la etATORÀ DBL
PRESTITO .co' tfÙMI SPSCIOSf, DI DONLf Dt favori; DI BiOfBFfCBmBE.',, o Or su
poni che io uscendo da me prenda C oro che mi offerì, e ciò divulghisi tra
romani. I magistrati irreformabiU, quelli che noi chiamiamo censori, a’quali
spetta esaminare U'vivete de' ife> mani e castigar ehi devia dalle
cóasuetadini della patria, quelli mi citino e m’astringano a dar conto de’doni
ricevuti, al cospetto del pubblico e, dicano: ;,xt. Noi ti abbiamo inviato o.
Fabticio con due consoUpi al monarca per trattare il riscatto dei prigionieri.
Tu rivieni dalla spedizione ‘feoza li prigio/tieri, e sene’altro bene por, la
eittà: Bitorni col mà, e m solo^ e npn. i tuoi compagni, delle regie.( se non
da ciò die tu ne tradisci al nemico, sì che egli coi tùo mezzo soggioghi per sè
/’/talia, e tu col mezzo di lid tòlga alla patria la libertà? Così fan tutti
gli nomini di una v^tà simulata, e non vera, quando si sono avanzati al grande
e forte degl’affari . , w Che^fe non tuadorno ddla dignità senatoria, e non da
nemici, cnom^per tradire e far tiranneggiare la patria avessi accettato que
doni, ma soltanto come privato da'-un re cotfederato, e senza ombra di male pel
comune, dì, non saresti da punire anche per questo che depravi li giovani,
insinuando nella loro vita il genio pella ricphezza, pelle delizie, e per Its
sontuosità dd monarchi-^quando abbisognavi condnenza estrema a preservar la
repubblica? Svergogni, li tuoi maggiori de'qu^i niuno deviò dagli usi della
patria nè mutò la povertà decorosa con turpi ricchezze: Si tennero tutti nel
tenue patrimonio, che fu riceyesti, ma poi riputasti minore di tC n' ., K ' u
Anzi tu dissipi la gloria a te risultata pe’fatti anteèedenli, la qiiaL
possedevi di uom temperante, e superiore ai bassi desìderj. Ti diletterai
d’esser fatto malvagio di proho, quando dovevi anche cessare dall'esSer
inalvagió, se eri mai tale? O sarai da ora in -poi messo a parte mai più
degl’onori dovuti ai buoni? anzi levati piuttosto dalla città, o dal foro
almeno. E se ciò dicendo mi casi. sasserp dal Senato, e mi riducessero.
disonnati, qual cosa ftqtrei replicare, o. quid Jar giustamente in contrario?
E, dopo ciò qital vita vivrei io mai, caduto in tanta, infamia t‘~e versatola
in tutti i iniei posteri? n • Quanto a te poi come darò segno mai più di
giovarti, se tra miei perdo la influenza e Ut riputazione, pelle qatdi ora
cerchi, di afJezionap~miti? Quando non potessi più nuUa nella patria, non mi rimarrebbe
che uscirne cottr tutta la Jìtmiglia, condannandomi da me stesso ad un
obbrobrioso esilio. Ma dove mi starei da indi in poi, qual luogo mi
ricetterebbe ridotto^' ^eom’ è conseguenza, senza la libertà del parlare? Forse
il tue regno? VivaGiovo se mi apprestassi tutta la règia tua prosperità, non mi
daresti tanto bene quanto mé ne togli'. levatami la libertà, preziosissima
innanzi,n. . u Còihe potrei tener vita tanto divérta ^ tardi ammaestrato a
servire? Se cJù è nato ne’regni e nelle tirannidi quando abbia cuor generoso,
ama la libertà, stì/nando ogni benè meno difessa; come chi è cresciuto ùt città
libbra e consueta dominare sugl’altri, passerà volentieri di bpie in -mole, di
libero in suddito per imbandire laàte ogni giorno le mense, pie aver gran
seguito intorno di servi, e pigliar diletto senza rifeèya eoa'' femmine e
donzelli formosi quasi la umana felicità sia riposta in questo 0 non già nella
virtù?-n. u'Ma sùm pure questo e cose altrettali degnissime \di esser cercate,
or quando l’uso ne sarà / tnai lieto se non sono mai stabili? Se a voi sta
concedere tali amabili cose; voi le ritogliete uguale mente, quando vi piace.
Lascio di ridire le gelosie, le calunnie, la vita sempre in pericolo, sempre in
timore, e tutti gl’altri sconci, non degni del wx lentuomo, quanti ne porta lo
sfar presso ai moìiarchi. Già non colpirà tanta stoltezza Fabrizio
d’abbandonare la famosissima Roma per vivere nelC Epiro; o da ridurlo chk
merUre può far da capo nella città dominante, voglia essere dominato da un solo,
pien di sestesso, e còhsueto d’udire dagl’altri soltanto ciò che diletHa. Già
non potrei levare il grandioso nei pensieri t nè impiccolirmiti, anche volendo,
sicché tu non debba sospettare niun danno. E rimanendomi come la natura e-'glt
usi della patria mi han fatto, ti parfè grave, e quasi tirare, da ogni pòrte il
comando verso di me. Generalmente debbo avvertirti ctie non vagli ricevere nel
tuo regno, nè Fabràio, nè altri, sia maggiore sia 'pòri tuo nella virtà, ni
affatto chiunque sia'crescitUò iti, città Ubère con sensi più grandi deiiP nomo
privato. Già non è sicura ai principi nè cara la dimestichezza con uomini, di
mente eccelsa. Mà sull’utile tuo vagli tu da te, discernere ciò eli è da
fare:.-quaoto a prigionieri nostri scéndi ai miti consigli, lasciane aitdare.
Appena Fabrizio (ìae, maraviglialo della magnanimità sua, lo prese pella
(lesira dibendo: Già non mi vlen maraviglia che la vostra città sia tanto
celebrala, la cresciuta a tanta signoria, dap. 4^1 poiché dia nudre tali
valentuomini. Ben avrei caro che non fosse stata fra noi briga ninna fin
dall’origini, fifa poiché vi fu, poiché taluno de'numi volle che noi
misurassimo a vicenda le nostre forze e iL valore, misuratolo ci
riconciliassimo; son pronto. E cominciando io la benignità la quale dimandate,
restituisco 'in dono, e non a prezzo i suoi prigionieri a Roma « X^ECto, un.
Campano, lasciàtd da Fabrizio console romano per capo ddia gbarnìgione di
Regio, invaghito dei beni di questa, finse venutagli lettera da un ospite suo
nella quale s’annunzia che il re Pirro manderebbe cinque mila soldati a Reggio
per invaderla, promettendogli li cittadini, d’aprir loro le porte. Su tale
pretesto uccise cinque di Reggio, e poi comparti le maritate e le nobili tnt
suoi militari, vi si fa tiranno. Alfine caduto nudato degl’occhi manda cercando
in Messina Dessicrate medico prestaatissimo secondo che udiva. .>,. r Pirro
recita li versi che Omero mise, in bocca d’Ettore verso Achille, 'qnast detti
da’romani verso di Pirro; ., Ma te tale e Xaot’ nomo io gHi non voglio, col
guardo seguitandoti, di.'forto, Ma palese ferir^ se mi riesca i ' . Poi
soggitmgendo che egli seguiva forse nn tristo $u> bjetto di guerra contro
Greci, buonissimi e giustissimi, ma rimanevaci un solo e bel termine; che li
rendesse 4 amici di nemici, con' principio magnifico di BENEVOLENZA – GRICE
CONVERSATIONAL BENEVOLENZA. Quindi fattisi veaire li prigionieri de’romani,
diede a tutti vesti convenienti ad uomini liberi, e le spese del viaggio, Con
esortargli infine a ricordarsi quale egli foése staio inverso d’essi, a
manifestarlo agh altri, e CO-OPERARE GRICE con (utlb 1’impegno a rendergli
amiche le patrie loro, quando vi giungessero, 'i . Certamenté r oro
de’principi' ticn forza insuperabile, hè fu dagl’uomini trovato fin qui riparo
contro di arme siffatta. CKnia da Crotone uomo soperchiatore privò di libertà
le cittadi, 'cOn dar fritnehigia ad esuli e schiavi numerosi de’luoghi intorno.
Fondata là tirannide Quel di Reggio '«ve vano cercalo il presidio romano,
temendo tanto de Cariagipeai quanto di Pirrol Dacib uccise li cinque qni
SIGNIFICALI GRICE in un convito. Ma li soldati ne uccisero assai più pelle
case, come sì raccoglie da Dione. Questo paragraie, e l( tegajeuti lino al
duodeoimo sono frammenti. col mezEO di questi uccise o bandi li Grotoniati più
rìguardevòli. Anassilao oocopò la fortezza di Reggio, e ritennela per tutta la
vita, lasciandola appresso al figlio suo Leofrone. Dopo questi anche altri
facendosi a dominar le città vi sconvolsero ogni cosa. Ma il dispotismo, ultimo
a nascere e massimo ad opprimere le città d’Italia, è quello di Dionigi,
tiranno della Sicilia. Imperocché passato nella Italia in soccorso de’Locresi
che vel chiamavano a danno di que’di Reggio, che sono loro nemici, ha incontro
eserciti italiani numerosissimi; ma postovisi in battaglia uccise moltissimi, e
presevi a forza due città. Poi tornato un’altra volta in Italia svelge dalle
loro sedi gl’ipponiesi traendoli nella Sicilia: invade Crotone e Reggio e vi
tiranneggia fiqché queste città sopraffatte dal timore di lui si danno ai
barbariv Ma poi premuti pur da’barbari come nemici, si rimisero nelle numi del
tiranno. E fluttuando, come le acque dqli’Euripo, si volgevano senza requie qua
e là fortuitamente, levandosi da chiunque li malmenasse. Scese PiiTo di bel
nuovo nell’Italia, non riuscendogli nella Sicilia le cose come le idea, perchè
il governo di Ini sembra dispotico anzi che 'regio alle città principali. E per
vero dire, iutrodoftp questo in Siracusa da Sosistrato che allora vi presede,
e^da Toinone capitano della fortezza, e ricevnto d’essi r erario, e presso che
dngento navi rostrate, e sotto Ciurlino uel lil>. a fa mcniione di più
zelante per pubblica confessione e più attivo nel dar mano a Pirro pèrcbé
scende nell’isola e vi regnas, giacché si eca costui recate colla fidUar^er
incontrarlo e gli av^a renduta l’isoletta, da Idi, presidiata in Siracusa.. Ma
tentando sorprèndere ugualmente Sosistrato fu ddosò; perocché costui previde le
insidie, e fùggì. ' r ' ' i ’, ^irapnsiT'pcr quatuo rileviamo da Lucio l^loro
era coma aoa ciùà composta da tre cittàio delle quali ngoiina /ra ciroonJata di
mora. Vedi le uote lib.' a, c. nella faoSlra tlraduxKltoe ^i quello icritìera.
Poi coniinciaiKlo a scouyolgeoi le cose di Itti; Cartagine crede avere il buon
tempo da riprender nell’isola i luoghi perdniivt, e' ti spedi sollecita
un’arinata. Evagora figlioolo di Teodoro, ^alacro ' figliuolo di Mieapdro, e
Dinarco figliuolo di Nicia, tristi, infàmi sopra tutti gl’amici di Pirro, emoli
com’erano in dar consigli, alieni da’Dumi e dal culto, vedendo il monarca in
disagio, cercar vie da conseguire danari, glie ne proposero una indegnissitna
i^e era quella d’aprire i tèsoli sacri di Prosèrpina. Imperocché nella città
stessa eravene un tempio aaitvo, il quale serba oro in copia, intatto da tempo
antichissimo, e dove altro ven'era invisibile a tutti, come posto
occnltistimamente sotterra. Sedotto da tali adulatori, e riputando la necessità
superiore a'tutto, si valse de’consiglieri medesimi pello spaglio sacrilego.
Quindi tutto riconfortato imbarca con altre ricckecze Toro venutogli'! dal
tempio, spendendolo a Taranto. Ma la provvidenza giusta degl’Iddj maoifcslò T
efficacia sua. Perocché ariose dai porto pròcéderono in principio le nari' col
fi^re A t/n. venm terra; ma poi cambiatosi questo iu altro coo^rìo ii^pestà per
tutta la notte, e quali ne affonda, quali'ne miruse al golfo di Sicilia; e
spinse ai fidi, di liocrs quelle ov’èrano portati i doni', già votivi ne’tempj,
e Poro 'amJtnas&atooe: e qui disfacendosene i legni foce perire i nocchieri
naufoaghi pel riflusso deUe onde, e sparse )’ oro sacra su la spiaggia appunto
più prossima a Ix>cri. Donde costernato rese il mouaroa alla Dea tulli gli
ornamenti e i tesori, quasi per allontanare con collera. 4G7 ciò' (a Stollo !
che non vede t/ùali tormenti Tf« ìncorrerì: 'chè facili non tono,. Thnla a
mutarti le celesti menti, Come' Ai détto d’Omero. Dappoiché stese la mano
lemerliria sul1’oro sacro, onde valersene in guerra, la Dea lo iniìitQÒ nè*
Consigli per esempio e documento de’posteri. E per questo appunto io vlcrto
colle armi da’ Ro praticati don éagli uomini, ma dàlie capre per lo selvoso e
scosceso in che sorto: ed erano, per andare senza ordine alcùno spossandosi
dalla sete e Odissea 111-,, ):^micllUà Romane di Dionigi. Tulio il resto t
auppliio col compendio formala su li medesimi verni libri. parecchio.
Conciossiachè ivi crescono in copia abeti altissimi e pioppi, e la pingue
picea, e il pioppo e il pino > e r ampio fàggio, e il frassino, fecondati
dàlie acque che vi trascorrono ^ed ogni altra sorta di alberi, la qual densa ne’rami
tiene continua 1’ombra sulla montagna 1). s \ VI. a Eh questa sélva gir alberi
prossimi al mare e ai fiutni tagliati interi dal ceppo e recati ai porti ricini
forniscono a tuttà l’Italia materiali per navi e case: gU alberi lontani dal
mare e da fiumi, ridotti in pezzi, e riportati sulle spalle dagl’uomini
somministrano remi V " Stra'bufu nel lilwo V-I di« che questa selva eré
lunga tcllccento stadj. e pertiche, e mezzi d’ogni arme, e rasi domestici: fi*
naimcnie la parte di piante più grande, e più oleosa vien preparata a dar le
resine, e scn fornia la resina chiamata. Bruzia-., la più odorata, -e la piu
soave infra quante io ^ne conosca. Or dagli affitti di unto Roma ne ha ciascon
anno cospicue rendite. Io Reggio, iecesi un’altra sommossa dal presidio
lasciatovi di Romani e di confederati: seguitatidone da' ciò stragi ed esilii
noti pochi. Per tanto Gajo Gemicio r altro de’consoli usci coll’esercito a
punir quei ribelli. Presa la città colle ardii rendette ai citudini pròfughi
gli averi loro, edarresuto il presidio lo condusse prigioniero in Roma. Or su
questi tanta fu' Pira, c tanto il dispeuo.-Dcl Senato e uel popolo che non vi
fu I pietà di partiti: nm da tutte le tribù (ù senlenziau su tutti la pena di
morte come presciivono le leggi su tali malfattori. Vili, a Stabilita la
sentenza di morte furono pianUti de’tronchi nel foro e condottivi e legati
trecento a corpo nudo i quali aveanq già i cubiti avvinti dietro le spalle: e
poi battuti, e poi decapitati colle scuri. Dopo ì primi vi furono puniti altri
trecento, e quindi altrettanti ancora 4 findiè in t'uttO furono quaMro m'da dn
La Irgiooe Campaoa con Decio capitano occupi Ecgg'o l'anno 4/4 Roma poco ifopo
la venuta di Pirro nM’ ftalia, occorsa appunto in quell’ann^. La legione
ribelle fu punita l’anno 4^^ sotto il contole Genucioi Livio dice clic la pena
fu dicci anni dopo il delitto, é ebe li póniti in Roma furono quattro rada. Nel
testo ai parla della ribellione come aeconda. Non k chiaro se l’indicata io
questo luogo eia detta seconda in rispetto a quella di Dcciu, o di altra
antecedente. quecento. Non ebbero questi sepoltura, ma tirati dal foro in luogo
aperto dinanzi la città vi s’abbandonarono, pascolo d’uccelli e di cat^i. La
turba mendica non tenea cura dell’onesto nè del giusto. Però sedotta dal
Sannite si raccolse in un corpo, e su le prime vivea por lo più pei monti nelle
campagne. Ma poi cbe fu cresciuta in numero ornai da tener fronte occupi una
città forte, dalla quale prendea le mosse a depredare le terre ihtomo. ÌÀ
consoli, cavarono la milizia, contro di questi. Ricuperata senza gran briga la
città batterono ed uccisero gl’autori della ribellione, véndendone gli altri
all’incanto. Era già 1’anno avanti stata venduta la terra e g^i altriacquisti
fatti colle armi e l’argento risultatone dal prezzo èra stato comparilo ai
cittadini. 4^Qui 81 attude «Ila guerra concitata da LoUio Sannite il quale
fuggito da Roma dove era ostaggio, raccolse gente, prese un luogo munito della
sua regione, e vi padrone'ggiava, e predata. Dionigi nel lib. 1. 9 dice di
tessere la storia sua fioo al principio della prima guerra punica. Tanto che il
eoiApendio ha prossima corrispondensa alla storia delle aSA*itA «Usa in venta
libri. Nome compiuto: Marco Mastrofini. Mastrofini. Keywords: implicature,
Delle cose romane di Floro, l’antichita romane di Dionigio, le cose memorabilia
di Ampelio, il sistema verbale della lingua Latina – del verbo latino, aspetto
verbale – la filosofia del verbo – tempus, azione, la concettualizazione
dell’evento e l’azione nel verbo latino --, categorie sintattiche e
morfologiche e semantiche e prammatiche dell’aspetto verbale nella lingua
Latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mastrofini” – The Swimming-Pool
Library.
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