Grice e Pico
Luigi Speranza -- Grice e Pico: la ragione
conversazionale di Beniveni, o l’implicatura dell’accademia di Cicerone -- io priego Dio Girolamo che’n pace così in
ciel sia il tuo Pico congiunto come’n terra eri, et come’l tuo defunto corpo
hor con le sacr’ossa sue qui iace – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Mirandola).
Filosofo
italiano. Mirandola, Modena, Emilia Romagna. Grice: “I liked to say: some like
Pico, but Pico’s my man! Since I always preferred his cousin to the uncle!” – Cf.
clavis universalis – Rossi, cita P. Tesa in un breve arco di tempo, la vicenda di Pico
sembra innervata sullo scarto tra l’originaria esaltazione della libertà umana
e la tensione religiosa che anima gli scritti più maturi, e che la biografia
curata dal nipote irrigidisce in radicale rigetto degli ideali passati.
Marginali tanto nella lode di una libertà che rende l’uomo mediatore tra cielo
e terra, quanto nella critica di un sapere mondano chiuso all’eterno, gli
ideali civili a ben vedere vibrano nel fuoco di una riflessione che insiste sui
tratti radicali della vicenda umana e configura originalmente temi consueti
dell’Umanesimo fiorentino: dalla concordia tra ragione e scritture al rapporto
tra provvidenza e destino. La vita Giovanni Pico della Mirandola nacque a
Mirandola il 24 febbraio 1463. La sua formazione si sviluppò precocemente sul
duplice fronte della letteratura e della filosofia: tra il 1477 e il 1478
studiò diritto canonico; nel 1479, a Ferrara, fu avviato agli studi umanistici
da Battista Guarini. Un orizzonte di ricerca, questo, che Pico approfondì negli
anni successivi a Firenze, dove conobbe Angelo Poliziano, Girolamo Benivieni e,
probabilmente, Marsilio Ficino: una lettera composta in questi anni rivela del
resto l’interesse di Pico per le tesi che il filosofo fiorentino si accingeva a
illustrare nella Theologia platonica. Il richiamo all’antica sapienza
platonica confluì tuttavia in una esperienza di studi e ricerche aperta
costantemente a tesi e tradizioni diverse: tra il 1480 e il 1482, guidato da
Nicoletto Vernia, approfondì lo studio della filosofia a Padova; qui conobbe
anche Girolamo Donà, traduttore di Alessandro di Afrodisia, e l’ebreo cretese
Elia del Medigo, che lo avviarono alle dottrine dei commentatori medievali di
Aristotele. L’interesse per l’aristotelismo scolastico lo spinse a un breve
soggiorno a Parigi e animò, nel 1485, l’epistola indirizzata all’umanista
Ermolao Barbaro e tesa in una serrata difesa della filosofia medievale.
Rientrato in Italia, approfondì lo studio dell’ebraico sotto la guida di Flavio
Mitridate; a Firenze, rinsaldò i legami con Poliziano. La drammatica
conclusione dell’avventura con Margherita de’ Medici – gentildonna sposata con
cui Pico aveva tentato una fuga d’amore, a seguito della quale era stato
arrestato – lo costrinse a ritirarsi tra Perugia e Fratta. Qui non solo iniziò
a lavorare alle novecento tesi che intendeva discutere a Roma di fronte al
collegio dei cardinali, ma, prendendo spunto da una Canzona composta dall’amico
Benivieni, redasse il Commento alla Canzona d’amore di Girolamo Benivieni. Nel
1486 terminò le Conclusiones nonagintae e compose, come introduzione allo
scritto, l’Oratio de hominis dignitate; nel dicembre del medesimo anno si recò
a Roma per avviare quel congresso di filosofi e teologi che, secondo i suoi progetti,
si sarebbe dovuto svolgere nel gennaio dell’anno successivo. Alcune delle tesi
vennero però giudicate eretiche: Innocenzo VIII ne vietò la discussione
pubblica e nominò una commissione di teologi per vagliarne l’ortodossia. La
strategia difensiva subito avviata da Pico, che nel 1487 stese un’articolata
Apologia, non fu sufficiente a evitare la condanna, sancita dal breve papale
comminato il 5 agosto 1487. Pico lasciò l’Italia per rifugiarsi in Francia,
dove venne però arrestato e trattenuto per breve tempo nel castello di
Vincennes. L’intervento di Lorenzo de’ Medici presso Carlo VIII consentì al
filosofo di rientrare in Italia. Tornato a Firenze nel 1488, riprese le fila di
un programma culturale che intendeva indagare a fondo e illustrare il rapporto di
continuità sotteso a tradizioni filosofiche diverse. Assistito da una cerchia
di traduttori ebrei approfondì lo studio della cabala e intrecciò relazioni
feconde con il filosofo ebreo Yōḥānān Alemanno, sul filo di una riflessione
densa di suggestioni millenaristiche e profetiche e animata dalle discussioni
con il medico Pierleone da Spoleto, anche lui acuto studioso della tradizione
cabalistica e lettore appassionato di testi gioachimiti. Pur con cautela
maggiore, Pico si confrontò di nuovo con i nodi teorici presentati nelle
Conclusiones: nel 1489 pubblicò l’Heptaplus, commento allegorico al Genesi,
dedicato a Lorenzo il Magnifico e teso a segnare la consonanza tra il testo
mosaico e il pensiero di Platone e di Aristotele. A partire dal 1490, la predicazione
di Girolamo Savonarola andò a incidere sull’orizzonte di lavoro che Pico aveva
definito attraverso studi lunghi e articolati: nel 1491 Pico pubblicò infatti
il De ente et uno, nel quale la metafisica del Parmenide è asse di un
ragionamento volto a illustrare il nesso che congiunge Platone e Aristotele, ma
lavorò anche a un commento dei Salmi, in cui risaltano i caratteri radicali di
un’esperienza interiore che trasfigura nel fuoco della tensione ascetica gli
ideali di renovatio filosofica e che si riverbera con pari intensità nelle
lettere scritte al nipote Giovan Francesco Pico della Mirandola. Da questa
crisi discese altresì il progetto delle Disputationes adversus astrologiam
divinatricem: un trattato ampio e articolato nel quale la persuasione di un
nucleo originario di verità in cui convergevano la rivelazione cristiana e la
sapienza ebraica e pagana si risolveva nella polemica intransigente contro il
sapere corrotto degli astrologi, nelle cui previsioni Pico coglieva la più
radicale negazione della libertà connaturata all’uomo. La morte, sopraggiunta
prematuramente il 17 novembre 1494, gli impedì di concludere l’opera, che
Giovan Francesco Pico riuscì tuttavia a pubblicare nel 1496, dopo un arduo
lavoro sui manoscritti. Libertà dell’uomo, libertà della filosofia Nella
Oratio de hominis dignitate Dio si rivolge ad Adamo con queste parole:
Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te
stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma
che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i
bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che
sono divine (De hominis dignitate, Heptaplus, De ente et uno e scritti vari, a
cura di E. Garin, 2004, p. 107). In questo testo straordinario, destinato
a grandissima fortuna, Pico propone un modello di eccellenza che implicitamente
rigetta le tesi ficiniane, e la dottrina secondo cui la posizione intermedia
dell’anima fonda l’indipendenza dell’uomo dai ritmi immutabili della natura e
innerva l’ascesa destinata a culminare nella trasformazione in dio. A Pico,
infatti, preme mostrare come la grandezza dell’uomo discenda da una radicale
estraneità rispetto alla gerarchia ordinata di enti che scandisce il mondo naturale
e definisce una volta per tutte il rapporto di ciascun individuo con
l’immutabile essenza divina. Per questo si serve del suggestivo apologo di
apertura per argomentare la natura incondizionata dell’uomo, che Dio affida,
unico tra gli esseri creati, alla libertà di un arbitrio capace di plasmarne
l’essenza. Nell’uomo, «opera di natura indeterminata», Pico coglie così il
«grande miracolo» celebrato da Ermete Trismegisto: non solo perché estraneo ai
limiti che ontologicamente circoscrivono l’esistenza e le operazioni degli
altri enti, ma soprattutto perché nei molteplici destini aperti all’arbitrio
umano è contenuta ugualmente la possibilità di farsi ‘vincolo’ e conciliatore
del mondo. Ma questo, come segnala esplicitamente l’Oratio, significa che la vicenda
dell’uomo si definisce nel rapporto con il mutamento: Chi dunque non
ammirerà l’uomo? Che non a torto nell’antico e nel nuovo Testamento vien
chiamato ora col nome di ogni essere di carne, ora con quello di ogni creatura,
poiché foggia, plasma e trasforma la sua persona secondo l’aspetto di ogni
essere, il suo ingegno secondo quello di ogni creatura. Perciò il persiano
Evante, là dove spiega la teologia Caldea, dice che l’uomo non ha una propria
immagine nativa, ma molte estranee ed avventizie. Di qui il detto Caldeo, che
l’uomo è animale di natura varia, multiforme e cangiante (p. 109).
Introdotti da potenti immagini che assimilano l’uomo al «camaleonte» cangiante
e che evocano, a poca distanza, la virtù metamorfica di Proteo e delle divinità
acquatiche, i richiami al variare e al trascorrere delle immagini sono
tutt’altro che originali: sostengono infatti, da Plotino in poi, il lessico
stesso dell’esistenza sensibile. Pico li fa però risuonare in toni nuovi nel
vivo di un discorso che proprio nelle molteplici «immagini avventizie» cui
l’uomo liberamente si espone radica la metamorfosi decisiva, nella quale
convergono, risolvendosi l’una nell’altra, riforma di sé e riforma del mondo.
Quasi rovesciando i precisi rapporti insiti nell’ordine di natura, Pico rileva
come le esperienze umane esprimano in forme meno compiute le forme superiori,
mentre attribuiscono alle forme inferiori dignità e valore: nel ciclo delle
metamorfosi avviate dalla libertà, alto e basso, perfetto e imperfetto si
congiungono così e si intrecciano, in un equilibrio delicato e mutevole. Il
cambiamento non è un perenne trascorrere di perfezione in perfezione, né si
dissipa in vanitas indifferente: identifica, all’opposto, la dimensione in cui
si dissolvono gerarchie consolidate, unificando, nel processo che indirizza
l’uomo a farsi bruto, pianta, «puro contemplante» e «spirito più augusto»,
livelli dissimili dell’essere. Solo nella vicissitudine delle forme si annida
così, per l’uomo, la possibilità di accedere a forme più alte di perfezione e
di felicità. Su questo punto, l’Oratio e le Conclusiones sono in perfetta
sintonia: il primato dell’uomo si impone nella stretta relazione tra mutamento
e libertà, quando l’uomo – come Pico sottolinea nel richiamo congiunto alla
sapienza nel libro di Giobbe e al motto eracliteo – comprende come la pace
scaturisca sempre dalla discordia e stringe così facoltà e passioni
contrastanti con vincoli sempre più stretti, fino a farsi angelo e simile a
Dio. Sul piano filosofico, la concordia del pensiero impone ugualmente di
comprendere, e valorizzare, il nesso inscindibile tra sapienza e mutamento: la
natura infinita della verità impone infatti, e legittima, una pluralità di vie
e di linguaggi. Dipanando questa linea di riflessione, le Conclusiones
accordano posizioni e tradizioni distanti, mostrando come i singoli autori
abbiano volta per volta curvato in forme particolarissime l’unica, originaria
verità. Su questi temi Pico scava a fondo, e dissolve l’antitesi tradizionale
tra Platone e Aristotele, Avicenna e Averroè, Tommaso d’Aquino e Giovanni Duns
Scoto per rivelare l’unità sottesa alle differenze: in questa rassegna
rigorosa, cade tuttavia la persuasione di una catena unica e ininterrotta di
poeti, teologi e filosofi destinati a custodire e trasmettere il vero in forme
sostanzialmente omogenee. A questa immagine, cui le opere di Ficino davano
ampio risalto, ma che inevitabilmente irrigidiva la vicenda del pensiero nel
contrasto insanabile tra pia philosophia e vani cavilli, docta religio e
superstizione, Pico contrappone invece il corso tumultuoso di una ricerca
fluida, percorsa da tensioni mai perfettamente risolte, ma sorretta, alla
radice, da un’ispirazione unitaria. Filosofi e barbari Incardinando nella
libertà dell’uomo il movimento che rovescia una sorte finita nell’immagine
della sapienza divina, il ragionamento di Pico tende inevitabilmente a porre in
risalto i tratti radicali di una scelta che spinge oltre l’orizzonte mondano:
questi temi, che certo l’Oratio modula in un contesto teorico saldo e organico,
sono tuttavia presenti dall’inizio alla fine e accomunano testi diversi per
natura e ispirazione. Risuonano infatti nei toni di maniera con cui si snodano
i sonetti composti da Pico in gioventù e successivamente gettati alle fiamme
per zelo religioso (G.F. Pico della Mirandola, Ioannis Pici Mirandulae viri
omni disciplinarum genere consumatissimi vita [1496], a cura di T. Sorbelli,
1963, p. 42); in particolare, si definiscono in forme icastiche nel sonetto
XIII, quando una meditazione poco originale sugli inganni della Fortuna e sulla
mutevolezza che regna «sotto la luna» si schiude a commenti fulminei:
felice è chi de vita è spento in cuna. / O almanco, mentre el celo è amico a
noi, / compire alora la giornata nostra / è meglio che aspetare in sin a sera
(Sonetti, a cura di G. Dilemmi, 1994, pp. 27-28). Scivolando rapido sulla
quieta indifferenza di chi ‘attende la sera’, lo sguardo di Pico è attratto,
con ogni evidenza, dall’irripetibilità di un momento in cui sembra concentrarsi
il destino dell’individuo. Non è dunque sul ritmo eterno della ruota di Fortuna
che insiste il sonetto: Pico, piuttosto, appare affascinato dalla possibilità
di infrangerne il ritmo, identificando in un unico, decisivo istante, trionfo e
morte. Ma una persuasione non diversa vibra a ben vedere nella lettera che Pico
indirizza a Ermolao Barbaro, e nella quale la figura autorevole di un sapiente
medievale è evocata per confutare la vana pretesa di far coincidere filosofia e
retorica: perché la filosofia, a giudizio di Pico, non si valuta dal
linguaggio, ed è possibile – come è già accaduto in passato – che nello stile
trascurato di testi scabri e incomprensibili sia celato un sapere fecondo. Sono
tesi celebri: ma vale la pena di segnalare che la dissimmetria tra ‘forma’ e ‘contenuti’,
così come l’insistere su immagini di rozza ineleganza, si iscrive in un
ragionamento attento a segnalare come la scarsa attenzione per lo stile
dipenda, al fondo, dalla radicalità di una scelta che vincola completamente
l’uomo alla verità. Estranee ai codici che regolano la comunicazione e i
rapporti sociali, le esperienze dei grandi filosofi si definiscono così in una
tensione inesauribile che travolge gli equilibri comuni, e si spinge a esiti
radicali: Se Pitagora avesse potuto vivere senza mangiare, si sarebbe
astenuto anche dai legumi; se avesse potuto esprimere i suoi pensieri con
l’atteggiamento del volto, o almeno con una fatica minore della parola, non
avrebbe parlato affatto, tanto era lungi dalle ricercatezze e dalle eleganze
del linguaggio (Epistole, in Prosatori latini del Quattrocento, a cura di E.
Garin, 1977, p. 811). Rifiutando il compromesso, esasperando la
contraddizione e rigettando ogni mediazione ispirata a considerazioni di
opportunità e buon senso, i filosofi barbari del Medioevo definiscono però,
secondo Pico, il corretto rapporto tra civiltà e barbarie e smascherano le
insidie di una vita culturale e politica alimentata dall’apparenza. Le armi
della retorica sono naturalmente volte all’insidia, trasformano infatti «il nero
in bianco, il bianco in nero» senza alcun rispetto per la realtà, e il retore
tende a «ingannare, a circuire, a insidiare»: «potete – conclude il filosofo –,
con la vostra parola, alzare, abbattere, ingrandire, annullare tutto quel che
volete» (p. 809). Fondato sul teatro dell’immaginazione, l’incanto del ben
parlare si rivela ben presto il frutto di una società corrotta, percorsa dalla
frattura insanabile che contrappone la consumata abilità del retore, da un
lato, alla semplice ingenuità dei cittadini, dall’altro. A chi insiste
sull’efficacia pedagogica dell’eloquenza, che «dissimula» l’austerità della
filosofia, così come «il miele» rende gradevole la medicina «per ingannare
l’improvvida fanciullezza», il filosofo barbaro reagisce scavando nelle pieghe della
similitudine, e facendo affiorare l’immagine tragica di un «volgo» infante, e
del tutto estraneo alla ragione: Questo forse conveniva che tu, o
Lucrezio, facessi, se scrivevi per i bambini, se scrivevi per il volgo; e lo
dovevi fare in ogni modo, tu che propinavi non solo assenzio, ma purissimi
veleni (p. 815). All’alleanza perversa che si stringe tra il retore e il
volgo, tra «quanti si occupano delle faccende politiche» e la «bilancia» del
giudizio popolare si contrappone così il vincolo virtuoso che la filosofia
intreccia tra verbo interiore e verbo esteriore, tra ragione e orazione, tra
l’orecchio e l’anima: O uomo di gusti delicati, quando vai dai flautisti
e dai citaredi, stai pur tutto orecchi; ma quando vai dai filosofi, ritorna in
te, nei penetrali dell’anima, nei recessi della mente (p. 815). I
filosofi medievali disegnati da Pico rifiutano gli strumenti perniciosi che
agiscono solo dove si contrappongono su due estremi senza comunicazione
«istrioni» e «volgo»; non cercano «grazia dalla mollezza» ma «maestà dalla
rudezza», e illuminano dunque la fragilità di una cultura senza presa sulla
realtà, che sopravvive soltanto con le «forze quasi magiche dell’eloquenza» (p.
809). Nello scarto tra barbari e moderni non si gioca dunque la semplice
antitesi tra rinascita e decadenza, vita e morte: nella filigrana del testo, la
lettera di Pico propone anche un diverso modello di civiltà, una comunità di
sapienti sottratta alla cultura dell’apparenza in cui restano invischiati i
filosofi-retori. Spunti precisi, questi, ma che si impongono di scorcio e
successivamente si attenuano in un contesto teorico che la crisi religiosa di
Pico segna in forme sempre più marcate: nell’Heptaplus, in particolare, le
forme in cui erano stati modulati i temi del sapere civile sono travolte da una
riflessione in cui la felicità razionale garantita dalla filosofia appare
funzionale alla perfezione che discende dal rapporto, diretto e immediato, con
Dio. Ma un simile modello di perfezione riposa, come suggerisce il serrato ragionamento
di Pico, sull’intervento insondabile della grazia. Senza il beneplacito divino,
all’uomo non è dato di ricongiungersi a Dio: il ragionamento svolto nell’Oratio
si torce dunque in un contesto mutato, che adesso individua in Cristo il solo,
reale mediatore tra Dio e il creato. L’incarnazione del Verbo diviene il
presupposto perché l’uomo possa a sua volta farsi medio e mediatore tra cielo e
terra: circoscrivendo così in forme nette lo spazio riservato all’arbitrio
umano, Pico finisce però per definire un modello di perfezione che ancora si
risolve in forme aspre e non conciliate. Sono, del resto, le stesse forme che
animano le epistole scritte al nipote Giovanni Francesco, nelle quali il
richiamo alla riforma religiosa e alla renovatio interiore si svolge attraverso
un lessico di ascendenza militare, ugualmente intessuto di rimandi alla lotta:
a testimoniare, ancora una volta, il carattere travagliato di una dignitas
indisgiungibile dal conflitto. Cieli e camaleonti Nelle Disputationes la critica
all’astrologia ha un obiettivo teorico ben preciso, e saldamente definito fin
dall’inizio. Attestando l’inconsistenza del sapere astrologico, Pico intende
tracciare un discrimine netto fra arti umane e capacità profetiche, mostrando
come nessun artificio umano possa dischiudere l’intuizione del futuro.
Proiettato su questo sfondo, il discorso di Pico tocca temi cari a Ficino, che
proprio nel vaticinium e nel fuoco di un rapporto privilegiato con le grandi
forze del cosmo incardinava la civilis sapientia. Ma se Ficino resta persuaso
che il sapiente possa comunque inserirsi nel ritmo di una comunicazione che
naturalmente si tende tra dei, demoni e uomini, Pico batte invece sul mistero
di un dono divino, su cui l’uomo non può esercitare alcun controllo. Non sorprende,
dunque, che nel quadro di una violenta critica contro l’astrologia, le
Disputationes istituiscano un discrimine netto tra prudenza civile e vaticinio,
con un ragionamento che va a colpire il cuore stesso del grandioso modello
cosmologico illustrato da Ficino. In Ficino, destino dell’uomo, vicende
della società e condizione dei cieli si rispecchiano l’uno negli altri, secondo
un corso regolare che può essere colto e seguito; a dottrine simili, Pico
reagisce contrapponendo frontalmente cielo e terra. Una spia lessicale è, a
questo riguardo, illuminante: Quale è mai questo così vario cangiamento,
questa incostanza a mo’ di camaleonte, per cui anche in un breve lasso di tempo
quei divinissimi corpi non si trovano mai simili a sé, e provvisti delle medesime
doti? [...] Tutto questo abbiamo dimostrato in base alla perpetua e
stabile condizione dei cieli, che sempre eguali a sé non mutano, come costoro
credono, a guisa di camaleonti per l’influenza dei luoghi e delle distanze
(Disputationes, a cura di E. Garin, 2° vol., 2004, rispett. pp. 19 e
357). Nel discutere l’errore degli astrologi, che pretendono di
ricondurre gli eventi terreni entro l’ordine dei cieli, e innervano dunque
mutamento e varietà nelle regioni più alte del cosmo, Pico utilizza due volte
la metafora del camaleonte, sviluppandola, nell’uno e nell’altro caso, con
connotazioni fortemente negative. È una scelta che colpisce, se si pensa al
peso che l’immagine aveva assunto nell’Oratio, e che proprio per questo
illumina un nodo teorico centrale. A giudizio di Pico, camaleonte è un termine
che appartiene al lessico dell’uomo, non a quello del sapere astronomico;
esprime la grandezza e la perfezione dell’individuo, non quella del cielo che
non è, né può essere, assimilato a un «camaleonte». E questo, a sua volta,
significa che la natura non è specchio dell’uomo, né del mondo che germina
dalle azioni umane: quando l’astrologia mostra da lungi il cielo e i
pianeti, sì che facilmente si crede alla possibilità di prevedere tutto con
assoluta certezza in uno specchio tanto limpido ed elevato. Ma, se si osserva
con più cura, si vede tosto che lo specchio è troppo alto perché le immagini
delle cose terrene possano arrivare fin lassù, troppo splendente perché il suo
fulgore non accechi la nostra debolezza (Disputationes, cit., 1° vol., p.
43). Incapaci di cogliere le differenze, gli astrologi confondono i piani
dell’essere, senza riconoscere le peculiarità di ciascun livello: è la
frode più pericolosa di tutte, perché è lei […] a indebolire la religione, a
generare e rafforzare le superstizioni, a tener viva l’idolatria, a distruggere
la prudenza, a insozzare i costumi, a infamare il cielo, a rendere gli uomini
meschini, tormentati, inquieti, a farli di liberi servi e a dare esito
sfortunato a quasi tutte le loro azioni (p. 45). -ALT Su questa base,
Pico riduce il rapporto tra cieli e mondo sublunare a quello tra cause generali
e cause prossime, esaltando il ruolo giocato dalla materia nei processi
naturali. È infatti dalla varietà del sostrato materiale – e non da una
presunta influenza degli astri – che discendono, da un lato, la varietas che
segna il mondo naturale con mutamenti, irregolarità imperfezioni e, dall’altro,
il dramma di un universo apparentemente governato da una fatalità cieca. Di
nuovo, il ragionamento si definisce in voluta tensione con le dottrine diffuse
dal neoplatonismo ficiniano. Pico, infatti, è fin dall’inizio consapevole che
il fascino delle dottrine astrologiche è inscindibilmente congiunto alle
questioni su cui Ficino si era più volte pronunciato, per giustificare,
attraverso l’analogia tra il cerchio grande del cielo e il cerchio ristretto
delle vicende umane, l’alternarsi delle sorti e delle fortune. A questo,
l’astrologia offre una spiegazione in apparenza persuasiva: Infine è il
corso stesso degli eventi umani, su cui soprattutto si esercita la divinazione
astrologica, quello che sembra convincere da ogni parte anche i riottosi del
potere del cielo e del fato. In esso infatti la varietà stessa è familiare e
frequentissima; in esso vediamo accadere molte cose oltre le capacità della
nostra natura mortale, molte cose oltre la ragione e il merito, molte oltre
l’ordine e gli istituti della condizione umana […]. Questi nasce alla
filosofia, quello alla poesia […]. Di dove scaturisce questa varietà d’ingegni?
L’uno non conta nulla le ricchezze, l’altro vende l’animo per danaro […]: donde
tanta differenza? (p. 187). Al fondo, l’inganno degli astrologi si radica
sulle medesime considerazioni che Ficino aveva declinato ragionando della
fortuna; si tratta, in entrambi i casi, di spiegare l’opacità di un mondo in
cui non si dà rapporto tra merito e destino: Chi non attribuirà ancora
una volta al fortuito corso degli astri la condanna dell’innocente, il premio
del malvagio; la miseria dei molti attivi, solerti, acuti, dotti; la ricchezza
degli ignari e dei perfidi? (p. 187). Rifiutando di percorrere la via di
Ficino e degli astrologi, Pico sposta il ragionamento in un’altra direzione:
non cerca principi di ordine generale, non tesse vincoli di analogia tra cielo,
terra e società, ma si concentra sui gradi più bassi della scala, valorizzando
l’originalità irriducibile dei composti. Osserva infatti: «la differenza
dell’influsso occulto non dipende dalla stella da cui emana, come crede l’astrologo,
ma dalla diversità della materia che lo accoglie» (p. 399). E ancora: Né
sarebbe regola fissa che il sesto giorno uccide con tirannica crudeltà e il
settimo guarisce con regia benignità […]. E, se il caso talora si verifica non
deve derivarsi dal cielo, dove è situata la causa di quello che avviene con
ordine e costantemente, ma piuttosto dalla materia e da qualche peculiarità del
malato (p. 349). «Materia», «peculiarità del malato»: il lessico di Pico
concentra il fuoco della riflessione sulla varietas connaturata al mondo
terreno, contestando così il metodo sterile degli astrologi, protesi a scrutare
i corpi celesti e ciechi di fronte alla vita che pulsa mutevole nei gradi più
bassi della scala, nei corpi e nelle materie. Il cielo, infatti, individua
l’unità in cui si risolve ogni differenza: non soltanto dunque è incapace di
spiegare i problemi connessi alla molteplicità e al variare, ma addirittura,
nota Pico, li annulla alla radice: Non sembra che si possa spiegare la
natura del cielo più chiaramente e più brevemente che dicendo che il cielo è
l’unità di tutti i corpi; non v’è alcuna molteplicità che non dipenda dalla
unità, niente nell’universo che non derivi dall’uno quasi dal suo fonte. E a
quel modo che nell’esercito ogni legione si volge al proprio comandante e tutto
l’esercito ad un sol capo, così ogni serie di cose che consentono fra loro per
l’uguaglianza del genere, ha un proprio principio da cui è dedotta, da cui è
sostenuta, guidata, contenuta. Ora essendo molti questi principi, tale quasi
molteplice unità viene ricondotta infine alla semplicissima unità del primo
principio; a quel modo che ogni numero è in certa guisa nell’unità, tutto lo
stato nel re, tutto l’esercito nel capo, così nel proprio principio è contenuta
ogni virtù e perfezione del proprio gregge. […] il cielo sarà l’unità di tutti
i corpi; di esso possono negarsi tutte le caratteristiche degli altri corpi, e
tutte insieme possono affermarsi (p. 393). Il cielo ha a un tempo tutte
le forme e nessuna; non ha senso incardinare su questa unità indifferente le
peculiarità di una forma e di un destino. Pico lo conferma energicamente,
articolando il ragionamento su due livelli. Insiste infatti sulla sproporzione
tra i due estremi: Ma come in un nero formicaio vi sono alcune formiche
superiori alle altre per forza e per grandezza; e vi sono vittorie, guerre,
paci, doveri, fatiche, miseria e ricchezza, tutte cose che a noi che guardiamo
appaiono esigue e senza differenza, un nulla; così questi nostri corpiccioli,
le nostre vicende, i nostri re, le nostre province, le guerre, i patti, le
nozze, sono un nulla dinanzi al cielo al cui confronto tutta la terra, di cui
gli uomini si contendono una particella col ferro e col fuoco, è un sol punto
(pp. 417-19). «Esigue», «senza differenza», «nulla»: richiamata in un
orizzonte teorico simile, la vicenda esemplare di Alessandro Magno risalta così
in termini radicalmente mutati rispetto all’uso che ne aveva fatto Ficino.
Nelle lettere del canonico fiorentino, Alessandro e Filippo II di Macedonia
segnalano il riverberarsi dell’ordine celeste nelle sorti individuali e
testimoniano così del vincolo che congiunge vicissitudine mondana e vita
dell’uomo; adesso, lo sguardo disincantato di Pico le trasforma in momenti
«troppo insignificanti» perché possano trovare riscontro nei cieli.
Concentrandosi sul limite – e sulla sproporzione tra l’omogeneità celeste e la
varietas mondana – Pico trae dunque strumenti teorici potenti per dimostrare
che le vicende umane non possono in alcun modo risolversi entro l’ordine della
vicissitudine celeste: Non è perciò tale la grandezza delle cose terrene
da non poter avere altra causa oltre il cielo. Del quale se non sono degne le
cose che tra noi son degne, quanto più ne saranno indegne quelle che
indegnamente son fatte anche da noi, come l’essere i furfanti innalzati agli
onori e Socrate che muore per la condanna di un calunniatore e enormità del
genere che in gran numero vediamo e soffriamo ogni giorno (p. 417). Anche
per Pico, al fondo, si tratta dunque di dar conto di un mondo estraneo alla
giustizia, nel quale si rovescia il corretto rapporto tra degni e indegni, tra
virtù e ricompensa. Sono gli stessi temi – e gli stessi lemmi – presenti in
Ficino: disposti però sul filo di una riflessione profondamente mutata.
Principi e retori A Pico, prima di tutto, interessa ribadire come i concetti
stessi di degno e indegno perdano senso quando ben si considera lo scarto fra i
grandi corpi del cielo e i piccoli corpi dell’uomo. Ma non solo: dall’inizio
alla fine, Pico intende mostrare come beni e mali discendano dalla specificità
di ciascun individuo, pullulando dalle profondità di un animo che resta, al
fondo, indecifrabile. Non stupisce, in questo senso, la violenta polemica con
cui le Disputationes attaccano la sterile presunzione degli astrologi che
pretendono di circoscrivere le pulsioni molteplici della volontà entro l’ordine
delle vicissitudini celesti, e nel flusso speculare degli umori: È
affermazione anche troppo ridicola che, siccome le stelle possono produrre il
freddo, il caldo e le altre qualità, possono produrre anche le guerre, le
rivoluzioni, possono rovinare le città e mutare gli imperi. […] Infatti dicono
che venendo eccitata la bile in corpo ai re ed ai principi, gli animi bollenti
diventano più bramosi di recare o restituire le offese. O felice Italia,
fiorente di eterna pace, se tu potessi avere dei principi flemmatici! Questo
bene sì grande e divino costerebbe ben poco: una piccola oncia di un farmaco
ben scelto per sedare la bile, saggiamente distribuita fra i signori più
bellicosi, ci renderebbe pacifico tutto il mondo! (Disputationes, cit., 1°
vol., pp. 379-81). A differenza di Ficino, Pico non crede affatto che il
destino del tiranno germini dal corpo, nella crescita incontrollata degli
umori, e la critica all’astrologia conferma così, a distanza di anni, un dato
originario della riflessione di Pico. Nucleo di libertà assoluta, la vicenda
dell’uomo non è mai schiacciata e risolta entro i cicli immutabili della
natura: Come se questa fosse la causa prima delle guerre, e non piuttosto
l’avidità, l’ira, e non la cupidigia e l’occasione o la speranza di conquista.
[…] quasichè non suscitasse le guerre e i tumulti talora l’amore stesso della
giustizia; quasichè molto spesso a sospingere i re non sia, invece della bile,
Dio, che ora prova i buoni nella virtù, ora punisce i malvagi per mezzo dei
malvagi che nel mondo Egli tiene come carnefici e quasi demoni visibili (p.
381). Rivelando l’inconsistenza delle distinzioni generiche cui si
attengono gli astrologi, Pico disegna così in toni mossi e drammatici il
volgere di una storia in cui violenza e conflitto si danno, a seconda dei casi,
come totale dissoluzione del vincolo civile o come strumento di giustizia.
Priva di rapporti con la realtà, la scienza astrologica diviene vano esercizio
retorico: decostruendone abilmente il lessico, Pico scorge nei precetti
dell’arte la maschera della stoltezza umana, e lo strumento privilegiato delle
mistificazioni. Quegli uomini eccellenti, – scrive Pico, ragionando degli
astrologi – affannandosi giorno e notte a misurare i movimenti e la grandezza
degli astri, non ne ricevevano alcun guadagno dai principi, a cui non importava
niente della grandezza degli astri o della velocità con cui si volgevano per il
cielo. Accorgendosi di questo, per non trovarsi poveri delle cose di questa
terra mentre scrutavano il cielo, escogitavano un gustoso trucco per
conquistare gli animi dei principi e renderli amanti della loro arte. […] Si
legge in Firmico Materno che i principi, molto ignoranti e curiosi,
desiderosissimi delle cose che gli astrologi promettevano, erano tratti
facilmente a crederci, a sostenere chi esercitava quegli studi e promuovere
sempre più intensamente i medesimi con premi (p. 63). Agiscono qui le
strategie teoriche già dispiegate nella lettera a Ermolao Barbaro, per
suggerire come l’alleanza perversa tra retori e volgo si riverberi ugualmente
nella benevolenza con cui i principi ignoranti accolgono le lusinghe degli
astrologi: aggiungi i desideri dei principi, pronti a creder tutto per
ignoranza, e a sperare tutto per brama soverchia. Quando ad essi veniva
preannunciata la felicità del cielo (e sempre veniva annunciata felicità),
volevano così poco che venisse distrutta l’astrologia quanto quella medesima
fortuna (Disputationes, cit., 2° vol., p. 521). Al pari della retorica
anche l’astrologia corrompe dunque il vivere civile; ma la crisi introdotta
dagli astrologi appare ben più radicale, poiché sovverte alle radici i principi
della vita morale: E quando fosse penetrato profondo nelle vene, avrebbe
prima tolto fiducia nella religione, bene sommo per gli uomini, quasi che dal
cielo pendesse sugli uomini una fatale necessità, quasi fossero nulli i
miracoli, quasi non sussistesse alcuna divina profezia del futuro, ma tutto
derivasse dalla forza delle stelle; ai vizi in noi discendenti dal cielo, fu
trovato quasi un celeste patrocinio, laddove son buone tutte le cose che
vengono da natura (p. 523). La forza delle stelle diviene quindi pretesto
per giustificare comportamenti aberranti, accusando il cielo per gli errori
umani: E proprio in esse, secondo Firmico Materno, si mostrerebbe
specialmente il fato e la necessità del decreto del cielo. Ma io vorrei
domandare a lui e agli altri astrologi, perché siano così bramosi di attribuire
alle stelle i nostri errori, e di accusare il cielo delle nostre colpe. Come se
fosse strano che noi, sempre bassi e malvagi, pecchiamo; come se fosse
possibile che possano qualche volta sbagliare quei corpi celesti che sempre
obbediscono al volere di un Dio di bontà con immutabile ordine. Ma – essi
rispondono – si condannano gli innocenti, si premiano i furfanti. Ora io
domando, sono i principi giusti o quelli ingiusti che fanno ciò? Se sono i
giusti, non basta il cielo a spiegare un fatto simile; se gli ingiusti, che
bisogno c’è del cielo, quando la malvagità è abbastanza spregiatrice del cielo?
(Disputationes, cit., 1° vol., pp. 417-19). Leggi, mutamenti, profezie La
società diventa così campo di forze in cui si dispiegano i multiformi effetti
di volontà imprevedibili: per questo, le Disputationes insistono sulla trama di
rapporti che vincola i singoli individui all’interno della civitas, accomunando
i singoli destini in una rete di relazioni e vicende impossibili da ricondurre
entro un ordine rigoroso: Così, pur non essendovi nulla di male, gli
uomini dipendono vicendevolmente gli uni dagli altri in modo tale che è
impossibile che la fortuna dell’uno non giovi e non danneggi l’altro. Un figlio
felice avrà, per l’infelicità del padre, una sorte infelice, ed una felice
invece per il felice fato paterno. Il servo sfortunato nella sua nascita,
dividerà la felicità del padrone fortunato; la sorte del soldato dipende da
quella del generale; la fortuna del malato dal medico e, a sua volta, quella
del medico dal malato, e così via in vari modi (Disputationes, cit., 1° vol.,
p. 139). L’astrologia pretende dunque di isolare e ricondurre ad
archetipi astratti una vicenda umana che fin dall’inizio è molteplice e varia:
incalzato dalla necessità, l’uomo si confronta infatti con individui e
circostanze cangianti, aprendo in questo modo, nel continuo incrociarsi di
affetti e passioni, itinerari dissimili. Le disuguaglianze di sorti, scelte,
esiti non discendono da un’astratta fortuna, ma si radicano nell’infinita
libertà dell’uomo, dalla cui potenza scaturiscono, in pari misura, virtù e
vizi: Ha una grande influenza nella scelta delle arti e delle professioni
il tipo del paese in cui ci si trovi a nascere, sì che si darà alla mercatura o
alla navigazione chi si trovi in un paese marittimo, alle lettere se è vicina
un’accademia, alla milizia se i vicini sono pericolosi, o se vi siano lotte
intestine. Vi sono quelli che la fertilità e l’abbondanza rendon pigri e dediti
al piacere, ed invece laboriosi, industriosi e diligenti la povertà e la
sterilità (p. 293). Il grande tema dell’Oratio si curva così in una
prospettiva civile: nel cuore delle Disputationes, alla potenza del saggio che
plasma se stesso fa da contrappunto la potenza della legge che trasforma e
modella il popolo: restano le leggi civili, cioè le norme e i giudizi dei
Cesari e dei saggi, il cui fine più alto è di provvedere a quelle istituzioni
per cui la vita umana si svolge buona e gradevole [«bene beateque transigatur»]
(p. 97). I tempi lunghi della legge plasmano i popoli, liberandoli dai
caratteri imposti da clima, natura e temperamento: Si aggiungano le leggi
che sui caratteri del genere hanno una grande importanza, tanto che possono con
somma facilità, se sono osservate, rendere estremamente miti popoli feroci, e,
se sono cattive, sfibrare e corrompere genti fortissime; di qui anzi si
dimostra con piena evidenza contro ogni necessità naturale il libero arbitrio.
I Galli erano una volta infami per gli amori dei giovinetti, se dobbiamo
credere a Tolomeo e ad Aristotele, ed ora, per i benefici della legge cristiana
e del santo re Luigi, hanno in tale orrore quel delitto, che non v’è popolo che
più lo aborra sulla faccia della terra (p. 293). Ficino, si è visto,
costruisce una trama di analogie che va dal cielo alla terra e trasforma la
vicissitudine degli astri e degli elementi nello specchio in cui l’uomo può
spiare i ritmi dei mutamenti nelle vicende degli individui e delle società.
Pico istituisce di contro una cesura netta fra i due piani, impedendo che
possano rispecchiarsi l’uno nell’altro. Diventa pertanto impossibile intendere
il corso delle vicende umane nei termini di una cieca vicissitudine governata
dalla fortuna: Infatti, benché in molte cose molto possa la fortuna e
moltissimo, anzi tutto in tutto, la determinazione della volontà divina, è
necessario tuttavia che una retta guisa di vita abbia in queste cose una
grande importanza, se non vorremo ammettere che Dio ci abbia dato
inutilmente questo compito. Onde giustamente fu detto che dove è saggezza,
nessun nume è lontano, mentre siamo noi che facciamo della fortuna una dea e la
collochiamo nel cielo. Perciò Platone nella lettera ai Siracusani, avendo
ricordato il detto omerico – gli Dei gli tolsero la mente – dice che furono piuttosto
gli uomini a togliersi la mente loro affidata; il che conferma colla sentenza
di Euripide, che disse la sorte figlia dell’anima. Saggiamente dunque ordinando
la nostra vita secondo la ragione naturale, procacciandoci la divina
benevolenza con pia religiosità, evitiamo ogni vana superstizione (p.
457). Nel testo di Pico è incastonata la stessa citazione di Marco
Manilio con cui Ficino aveva voluto definire l’opera maligna della fortuna in
un mondo abbandonato dalla sapienza. Uno spunto noto, su cui i due autori
gettano luce diversa, in vista di obiettivi teorici diversi. In Ficino i versi
definiscono l’esilio dell’anima nell’orizzonte della vicissitudine. In Pico la
citazione è criptica, depotenziata: senza richiamarsi ad alcuna auctoritas
serve a definire la crisi che nasce quando l’uomo cede agli artifici magici
della retorica, facendosi schiavo delle proprie illusioni. La civitas umana non
è più, dunque, il luogo in cui fortuna e provvidenza si confrontano
costantemente spogliando la vicenda umana di ogni senso e valore: all’opposto,
è la dimensione in cui agiscono, e si impongono, la specifica natura e le
scelte di ogni singolo individuo. Allo stesso modo, il processo che porta a
ripristinare la serenità e la pace non è dono indifferente del fato astrale sulla
base di semplici corrispondenze e scansioni temporali, ma nasce dall’intreccio
fecondo delle azioni umane, e germina da una libertà che nessuna previsione
può, al fondo, decifrare. Bene e male, guerra e pace, giusto e ingiusto si
rivelano così inscindibilmente congiunti, e si generano gli uni dagli
altri: Un re dichiara guerra ai confinanti; forse ne è causa in parte la
natura del re, bellicosa, cupida, inquieta; forse non viene trascinato tanto
dalla passione quanto dalla ragione o dal diritto di rivendicare ciò che è suo
o di rispondere a un’offesa o da altri motivi (p. 441). I destini
molteplici discendono dal segreto pulsare delle passioni, secondo un movimento
che non assume mai termini fissi: nella lettura di Pico, guerra e pace scaturiscono,
indifferentemente, dall’avidità o dalla sete di giustizia, così come dal
calcolo avveduto di chi si propone di vendicare le offese ricevute, o
rivendicare i propri diritti. Ma accanto al continuo e inesauribile incrociarsi
di fati e destini, Pico, al pari di Ficino, pone altresì l’opera insondabile
della provvidenza: «molto spesso a sospingere i re», rileva Pico, si pone
l’azione di un «Dio, che ora prova i buoni nella virtù, ora punisce i malvagi
per mezzo dei malvagi che nel mondo Egli tiene come carnefici e quasi demoni
visibili» (p. 381). E, ancora: Può, oltre tutto questo, intervenire uno
speciale decreto di Dio, sempre giusto, sempre ragionevole, benché non sempre
sia chiara a tutti la sua giustizia o la sua ragione (p. 441). È la
stessa convinzione di Ficino: posta però in toni più tragici. Nel mondo
contingente della natura Pico innesta dunque l’intervento divino: accanto alle
leggi, strumenti naturali che definiscono le strutture del consorzio umano e
fondano una vita «buona» e «beata», si esplica infatti l’azione di Dio, che
modella il cuore dei sovrani, indirizza la storia e risolve nel dispiegarsi del
suo potere le illusioni stesse degli astrologi, cui talvolta consente di
cogliere una verità altrimenti inattingibile. Di una simile azione il sapiente
non può tuttavia cogliere le tracce, e il male che appare radicato nella
società e che Dio tollera rimane al fondo senza spiegazione. Vibrano così nelle
Disputationes i toni drammatici del libro di Giobbe, che segnano il limite
insuperabile di una sapienza mondana inevitabilmente estranea alla verità
profetica: Né ci turbi il fatto che ci sembra talora che operino cose
indegne e ingiuste, sì da farci ricorrere perciò più volentieri a cause agenti,
non per disegno ma per necessità naturale; sarebbero infatti ben ridicoli i più
vili schiavi di una città se presumessero di giudicare le decisioni dei
principi. […] Noi omunculi, anzi pipistrelli, talpe, asini, bovi, piegati a
terra, giudicheremo tutto ciò, chiamando in esame Dio stesso? […] Invece tutte
le volte che vedrai sorger guerre e stragi e saccheggi di città e distruzioni
di regni, non penserai con codesti ciarlatani che ne è causa l’incontro di due
raggi o la luce interrotta nel suo corso naturale fra il Sole e la Luna, ma il
disegno di Dio che punisce i malvagi e mette alla prova i buoni (pp.
445-47). Opere Opera omnia, Basileae 1557 (rist. anast. Hildesheim
1969). De hominis dignitate, Heptaplus, De ente et uno e scritti vari, a
cura di E. Garin, Firenze 1942 (rist. anast. Torino 2004). Disputationes
adversus astrologiam divinatricem, a cura di E. Garin, 2 voll., Firenze
1946-1952 (rist. anast. Torino 2004). Epistole, in Prosatori latini del
Quattrocento, a cura di E. Garin, Milano-Napoli 1952, Torino 1977, pp.
796-833. Conclusiones sive Theses DCCCC anno 1486 publice disputandae,
sed non admissae, éd. critique B. Kiezkowski, Genève 1973. Sonetti, a
cura di G. Dilemmi, Torino 1994. Bibliografia E. Garin, Giovanni Pico
della Mirandola. Vita e dottrina, Firenze 1937. G.F. Pico della
Mirandola, Ioannis Pici Mirandulae viri omni disciplinarum genere
consumatissimi vita [1496], a cura di T. Sorbelli, Modena 1963. L’opera e
il pensiero di Giovanni Pico della Mirandola nella storia dell’Umanesimo,
Convegno internazionale, Mirandola (15-18 settembre 1963), 2 voll., Firenze
1965. H. de Lubac, Pic de la Mirandole. Études et discussions, Paris 1974
(trad. it. L’alba incompiuta del Rinascimento. Pico della Mirandola, Milano
1977). Ch. Wirszubski, Pico della Mirandola’s encounter with Jewish
mysticism, Cambridge (Mass.) 1989. Pico, Poliziano e l’Umanesimo di fine
Quattrocento, a cura di P. Viti, Firenze 1994. S. Toussaint, L’esprit du
Quattrocento. Pic de la Mirandole, “De l’être et de l’un” et “Réponses à
Antonio Cittadini”, Paris 1995. F. Bausi, Nec rhetor neque philosophus.
Fonti, lingua e stile nelle prime opere latine di Giovanni Pico della Mirandola
(1484-87), Firenze 1996. Giovanni Pico della Mirandola, Convegno
internazionale di studi nel cinquecentesimo anniversario della morte, Mirandola
(4-8 ottobre 1994), a cura di G.C. Garfagnini, 2 voll., Firenze 1997.
P.C. Bori, Pluralità delle vie. Alle origini del “Discorso sulla dignità umana”
di Pico della Mirandola, Milano 2000. F. Bacchelli, Giovanni Pico e Pier
Leone da Spoleto. Tra filosofia dell’amore e tradizione cabalistica, Firenze
2001. A. De Pace, La scepsi, il sapere e l’anima. Dissonanze nella
cerchia laurenziana, Milano 2002. Nello specchio del cielo. Giovanni Pico
della Mirandola e le “Disputationes” contro l’astrologia divinatoria, Atti del
convegno di studi, Mirandola-Ferrara (16-17 aprile 2004), a cura di M.
Bertozzi, Firenze 2008. G. Busi, Vera relazione sulla vita e i fatti di
Giovanni Pico conte della Mirandola, Torino 2010.-- philosopher who wrote a series of 900 theses which
he hoped to dispute publicly in Rome. Thirteen of these theses are criticized
by a papal commission. When Pico defends himself in his “Apologia,” the pope
condemns all CM theses. P. flees to France, but is imprisoned. On his escape,
he returns to Florence and devotes himself to private study at the
swimming-pool at his villa. He hoped to write a Concord of Plato and Aristotle,
but the only part he was able to complete was “On Being and the One,”“Blame it
on the Toscana!” -- in which he uses Aquinas and Christianity to reconcile
Plato’s and Aristotle’s views about God’s being and unity. Mirandola is often
described as a syncretist, but in fact he made it clear that the truth of
Christianity has priority over the prisca theologia or ancient wisdom found in
the hermetic corpus and the cabala. Though he was interested in magic and
astrology, Mirandola adopts a guarded attitude toward them in his “Heptaplus,” which
contains a mystical interpretation of Genesis; and in his Disputations Against
Astrology, he rejects them both. The treatise is largely technical, and the
question of human freedom is set aside as not directly relevant. This fact
casts some doubt on the popular thesis that Pico’s philosophy is a celebration
of man’s freedom and dignity. Great weight has been placed on Pico’s “On the
Dignity of Man.” This is a short oration intended as an introduction to the
disputation of his 900 thesesall condemned by the evil pope --, and the title
was suggested by his wife (“She actually suggested, “On the dignity of woman,”
but I found that otiose.””). Mirandola has been interpreted as saying that man
(or woman) is set apart from the rest of creation, and is completely free to
form his (or her) own nature. In fact, as The Heptaplus shows, P. sees man as a
microcosm containing elements of the angelic, celestial, and elemental worlds.
Man (if not woman) is thus firmly within the hierarchy of nature, and is a bond
and link between the worlds. In the oration, the emphasis on freedom is a moral
one: man is free to choose between good and evil. Grice: “This irritated
Nietzsche so much that he wrote ‘beyond good and evil.’ Refs.: H. P. Grice,
“Goodwill and illwillmust we have both?” L'esponente
più conosciuto della dinastia dei Pico, signori di Mirandola. L'infanzia
di P., di Delaroche, Museo delle belle arti di Nantes (Francia). Nacque a
Mirandola, presso Modena, il figlio più giovane di Gianfrancesco I, signore di
Mirandola e conte della Concordia e sua
moglie Giulia, figlia di Boiardo, conte di Scandiano. La famiglia ha a lungo
abitato il castello di Mirandola, città che si era resa indipendente e riceve da
Sigismondo il feudo di Concordia. Pur essendo Mirandola uno stato molto
piccolo, i Pico governano come sovrani indipendenti piuttosto che come nobili
vassalli. I Pico della Mirandola sono strettamente imparentati agli Sforza, ai
Gonzaga e agli Este, e i fratelli di Giovanni sposarono gli eredi al trono di
Corsica, Ferrara, Bologna e Forlì. Soggiorna in molte dimore. Tra queste,
quando vive a Ferrara, il palazzo in via del Turco gli permette di essere
vicino agli Strozzi ed ai Boiardo. P. compì i suoi studi fra Bologna,
Pavia, Ferrara, Padova e Firenze. Mostra grandi doti nel campo della matematica
e impara molte lingue, tra cui perfettamente il latino, il greco, l'ebraico,
l'aramaico, l'arabo e il francese. Ha anche modo di stringere rapporti di
amicizia con numerose personalità dell'epoca come Savonarola, Ficino, Lorenzo
il Magnifico, Poliziano, Egidio, Benivieni, Balbi, Alemanno, ed Elia. Entra a
far parte dei Idealisti Fiorentini. Si reca a Parigi, ospite della Sorbona,
allora centro di studii, dove conosce alcuni uomini di cultura come Étaples,
Gaguin e Hermonyme. Ben presto divenne celebre e si dice che ha una memoria
talmente fuori dal comune che conosce l'intera Divina Commedia a memoria. e
a Roma dove prepara CM tesi in vista di un congresso filosofico -- per la cui
apertura compose il “De hominis dignitate” -- che tuttavia non ha mai luogo.
Sube infatti alcune accuse di eresia, in seguito alle quali fugge in Francia
dove venne anche arrestato da Filippo II presso Grenoble e condotto a
Vincennes, per essere tuttavia subito scarcerato. Con l'assoluzione d’Alessandro
VI, il quale vede di buon occhio la sua volontà di dimostrare la divinità
attraverso la magia e la cabala, nonché godendo della rete di protezioni dei
Medici, dei Gonzaga e degli Sforza, si stabile quindi definitivamente a
Firenze, continuando a frequentare l'Accademia di Ficino. MUORE PER
AVVELENAMENTO D’ARSENICO mentre Firenze è occupata dalle truppe francesi di
Carlo VIII. Sepolto nel cimitero dei domenicani dentro il convento di S. Marco.
Le sue ossa saranno rinvenute da Chiaroni accanto a quelle di Poliziano e dell'amico
Benivieni. Siamo vissuti celebri, o Ermolao, e tali vivremo in futuro,
non nella scuola dei grammatici, non là dove si insegna ai ragazzi, ma nelle
accolte dei filosofi e nei circoli dei sapienti, dove non si tratta né si
discute sulla madre di Andromaca, sui figli di Niobe e su fatuità del genere,
ma sui principî delle cose umane e divine. Uno studio coordinato del
dipartimento di Biologia dell'Pisa, del Reparto Investigazioni Scientifiche
dell'Arma dei Carabinieri di Parma dimostra che e avvelenato con l'arsenico. Il
volto di P. ricostruito con le moderne tecniche forensi Di P. è rimasta letteralmente
proverbiale la prodigiosa memoria. Si dice conosce a mente numerose opere su
cui si fonda la sua vasta cultura enciclopedica, e che sapesse recitare la “Divina
Commedia” *al contrario*, partendo dall'ultimo verso, impresa che pare gli
riuscisse con qualunque poema appena terminato di leggere. Tutt'oggi è
ancora in uso attribuire l'appellativo “P” a chiunque sia dotato di ottima
memoria. Secondo una popolare diceria, ha una amante o una concubina
segreta. Tuttavia ha un rapporto amoroso con l'umanista Benivieni, sulla base
di alcuni scritti, tra cui sonetti, che quest'ultimo dedica a Pico, e di alcune
allusioni poco chiare di Savonarola. E comunque un seguace dell'ideale
dell'amor platonico, privo cioè di contenuti erotici e passionali. Anche la
figura femminile ricorrente nei suoi versi viene celebrata su un piano
prevalentemente filosofico. La sua filosofia si riallaccia all’idealismo
di Ficino, senza però occuparsi della polemica anti-aristotelica. Al contrario,
cerca di riconciliare aristotelismo e platonismo in una sintesi superiore,
fondendovi anche altri elementi culturali, come per esempio la tradizione
misterica di Ermete Trismegisto e della cabala. All'interno del testo
delle Conclusiones si scaglia duramente contro Ficino, considerando inefficace
la sua magia naturale perché carente di un legame con le forze superiori nonché
di un'adeguata conoscenza cabalistica. Il suo proposito, esplicitamente
dichiarato ad esempio nel “De ente et uno”, consiste infatti nel ricostruire i
lineamenti di una filosofia universale, che nasca dalla concordia fra tutte le
diverse correnti di pensiero sorte sin dagl’antichi, accomunate
dall'aspirazione al divino e alla Sapienza. In questo suo ecumenismo filosofico
vengono accolti non solo i filosofi esoterici insieme all’accademia e il lizio,
e tutta la filosofia gnostica ed ermetica, anche mistica. Il congresso da lui
organizzato a Roma in vista di una tale pace filosofica inserirsi proprio in
questo progetto culturale basato su una concezione della verità come princìpio
eterno ed universale, al quale ogni epoca della storia ha saputo attingere in misura
in più o meno diversa. In seguito tuttavia ai vari contrasti che gli si
presentarono, sorti a causa della difficoltà di una tale conciliazione. Si
accorse che il suo ideale e difficilmente perseguibile. Ad esso, a poco a poco,
si sostitusce nella sua mente il proposito riformatore di Savonarola, rivolto
al rinnovamento morale, più che culturale, della città di Firenze. L'armonia
universale da lui ricercata in ambito filosofico si trasforma così
nell'aspirazione ad una moralità meno
generica. A differenza di Ficino, emerge un maggiore senso di irrequietezza e
una visione più cupa ed esistenziale della vita. Al centro del suo ideale
di concordia universale risalta fortemente il tema della dignità e della
libertà umana. L'uomo infatti è l'unica creatura che non ha una natura predeterminata,
poiché. Già il Sommo Padre, Dio Creatore, ha foggiato, questa dimora del mondo quale ci appare. Ma,
ultimata l'opera, l'artefice desidera che ci fosse qualcuno capace di afferrare
la ragione di un'opera così grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la
vastità. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova
creatura, né dei tesori né dei posti di tutto il mondo. Tutti erano ormai
pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Dunque
l'uomo non ha affatto una natura determinata in un qualche grado (alto o
basso), bensì. Stabilì finalmente l'Ottimo Artefice che a colui cui nulla
poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato
agli altri. Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita e, postolo
nel cuore del mondo, così gli parla. Nn ti ho dato, o Adamo, né un posto
determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché tutto
secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura
limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la
determinerai senza essere costretto da nessuna barriera, secondo il tuo
arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Afferma, in sostanza, che Dio ha posto
nell'uomo non una natura determinata, ma una indeterminatezza che è dunque la
sua propria natura, e che si regola in base alla volontà, cioè all'arbitrio
dell'uomo, che conduce tale indeterminatezza dove vuole. Non ti ho fatto
né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi
libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti
prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti. Tu
potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono
divine. Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni
vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno
in lui i loro frutti. se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima
celeste, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua
unità, fatto uno spirito solo con Dio.Quindi, sostiene che è l'uomo a forgiare
il proprio destino secondo la propria volontà, e la sua libertà è massima,
poiché non è né animale né angelo, ma può essere l'uno o l'altro secondo la
coltivazione di alcuni tra i semi d'ogni sorta che vi sono in lui. L'uomo non è
né «angelo né bestia. La sua propria posizione nel mondo è un punto mediano tra
questi due estremi; tale punto mediano, però,
non è una mediocrità (in parte angelo e in parte bruto) ma è la volontà
(o l'arbitrio) che ci consente di scegliere la nostra posizione. Dunque l'uomo è
la più dignitosa fra tutte le creature, anche più degli angeli, poiché può
scegliere che creatura essere. Il suo secondo grande interesse è rivolto
alla cabala, che viene da lui spiegata come una fonte di sapienza a cui
attingere per decifrare il mistero del mondo, e nella quale Dio appare oscuro,
in quanto apparentemente irraggiungibile dalla ragione; ma l'uomo può ricavare
la massima luce da tale oscurità. Non esiste alcuna scienza che possa attestare
meglio la divinità che la magia. Connessa alla sapienza cabbalistica è la magia.
In fatti, il mago opera attraverso simboli e metafore di una realtà assoluta e dunque, partendo dalla natura, può giungere
a conoscere tale sfera metafisica attraverso la conoscenza della struttura
matematica che è il fondamento simbolico-metaforico della natura stessa.
Se la magia è giudicata positivamente per quanto riguarda invece l'astrologia
egli ebbe un atteggiamento diverso, che lo porta a distinguere nettamente tra
astrologia matematica o speculativa, cioè l'astronomia, e l'astrologia
giudiziale o divinatrice. Mentre la astrologica speculative ci consente di
conoscere la realtà armonica dell'universo, e dunque è giusta, la astrologia
prattica crede di poter sottomettere l'avvenire degli uomini alle congiunture
astrali. Partendo dall'affermazione della piena dignità e libertà dell'uomo,
che può scegliere cosa essere, muove una forte critica a questo secondo tipo di
credenze e di pratiche astrologiche, che costituirebbero una negazione proprio
della dignità e della libertà umane. L’astrologica prattica (o giudiziale)
attribuisce erroneamente a un corpo celeste il potere di influire sulla una vicenda
umana (fisiche e spirituali), sottraendo tale potere alla Provvidenza divina e
togliendo agl’uomini la libertà di scegliere. Non nega che un certo influsso vi
possa essere, ma mette in guardia contro il pericolo insito nell'astrologia giudiziale
di subordinare il superiore (cioè l'uomo) all'inferiore (ossia la forza
astrale). La vicenda dell'esistenza umana e tanto intrecciata e complessa che
non se ne può spiegare la ragione se non attraverso la piena libertà d'arbitrio
dell'uomo. Tuttavia, alcuni concetti base furono ripresi e rielaborati da Savonarola nel suo Trattato contra li
astrologi. Altri saggi: “Lettera a Barbaro sul modo di parlare dei filosofi”
– cf. Grice: “Full of implicatures – of the worst misleading type!” ; “Commento
sopra una canzone d'amore di BENIVIENI” – amore accademico -- “Discorso sulla
dignità dell'uomo”; “Tesi su tutte le cose conoscibili”; “CM conclusioni
filosofiche”; “cabalistiche e teologiche in ogni genere di scienze”; “Apologia”;
“Heptaplus: della settemplice interpretazione dei VI giorni della Genesi”; “Expositiones
in Psalmos, “L'essere e l'uno”; “Dispute
contro l'astrologia divinatrice”; “Carmi”; Auree Epistole. Sonetti, “Le XII
regole”; “Le XII armi della battaglia spirituale”; “Le XII condizioni d’un amante”
“Preghiera a Dio”; “Tutte le cose e alcune alter”. A lui si attribusce anche la
paternità dell’ “Amoroso combattimento onirico di Polifilo”. Sebbene egli
preferisse farsi chiamare Conte della Concordia. È in particolare Grazias, dopo
essere intervenuto presso i reali Isabella e Ferdinando, ad essere incaricato
da Innocenzo VIII di confutarne l'Apologia.
Avvelenato -- caso risolto, in Gazzetta di Modena, Gallello et al. Già
all'epoca della sua morte si vociferò che e avvelenato (cfr. S. Critchley, Il
libro dei filosofi morti, Garzanti).
Recenti indagini condotte a Ravenna dall'équipe di Gruppioni di Bologna riscontra elevati livelli di arsenico nei
campioni di tessuti e di ossa pre-levati dalle spoglie del filosofo, che
avvalorerebbero la tesi dell'avvelenamento per la sua morte (cfr. Delitti e
misteri del passato, Garofano, Vinceti, Gruppioni (Rizzoli, Milano). L’avvelenamento,
la cui morte finora si ritene fosse stata causata dalla sifilide, e ad opera
della stessa mano che due mesi prima avrebbe uccide Poliziano, legato a P. da
grande amicizia. Risolto il giallo della sua morte, Pisa, La sua memoria straordinaria.
enivieni fa porre anche una lapide sulle spoglie tumulate nella chiesa di S. Marco
a Firenze. Sul fronte della tomba è tuttora inciso. Qui giace Giovanni
Mirandola, il resto lo sanno anche il Tago e il Gange e forse perfino gli
Antipodi. BENIVIENI, affinché dopo la
morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in
vita congiunse Amore, dispone d'essere sepolto nella terra qui sotto. Sul retro
invece, in posizione poco visibile, è riportato l'epitaffio, “Girolamo BENIVIENI
per lui e se stesso pose nell'anno. Io priego Dio Girolamo che 'n pace così in
ciel sia il tuo Pico congiunto come 'n terra eri, et come 'l tuo defunto corpo
hor con le sacr'ossa sue qui iace”. GARIN, Vita e dottrina (Monnier); Zeller, L’aristolelismo
del LIIO rinascimentale, Luria, Yates, BRUNO e la tradizione ermetica Laterza; Perone,
Ciancio, Storia del pensiero filosofico,
SEI, Torino, Garin, Vallecchi, Sul richiamo di Pascal a P., cfr. B. Pascal,
Colloquio con il Signore di Saci su Epitteto e Montagne in Pascal, Pensieri,
Serini, Einaudi, Torino, Secret, I cabbalisti, Roma, Conclusiones nongentae. Le
CM tesi. Biondi, Studi pichiani (Firenze Olschki). Conclusiones Magicae numero
XXVI, secundum opinione propria”. Fra le tesi redatte in vista del congresso
filosofico di Roma, Non vi è scienza che ci dia maggiori certezze sulla
divinità della magia (cit. da Secret,
ibidem, e in Zenit studi. P. e la cabala). La natura è una correlazione
misteriosa di forze occulte che l'uomo può conoscere tramite l'astrologia speculative
e controllare tramite la magia. Distingue due tipi di astrologia: matematica e
divinatrice. Nega il valore della seconda (Granata, Filosofia, Alpha Test,
Milano). Lo stesso Savonarola sostenne di aver scritto il suo trattato in
corroborazione delle refutazione astrologice di P. -- cit. in Romeo De Maio,
Riforme e miti (Guida, Napoli). Indizi e prove: e Alberto Pio da Carpi nella
genesi dell’Hypnerotomachia Poliphili.
Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto La scienza
in Italia, opera del Museo GALILEI. Istituto Museo di Storia della Scienza di
Firenze, pubblicata sotto licenza Creative Commone, Mazzali, Basileae, per Sebastianum
Henricpetri, Basileae, per Sebastianum Henricpetri, Doctissimi Viri P.,
Concordiae comitis, Exactissima expositio in orationem dominicam, Bernardini, Apologia.
L'autodifesa di P. di fronte al tribunale dell'inquisizione, Fornaciari,
Società per lo studio del medio-evo, Galluzzo, Firenze); Barone, Antologia, Virgilio,
Milano, Studi Dario Bellini, La profezia, Oltre la C porta, Sometti, Busi, Vera
relazione sulla vita e i fatti, P., Aragno; Cassirer, “Individuo e cosmo nella
filosofia del rinascimento” (Nuova Italia, Firenze); Lubac, L'alba incompiuta
del rinascimento” (Jaca, Milano); Giovanni, La filosofia (Palermo, Boccone del
Povero); Frigerio, "Il commento alla Canzona d'Amore di BENIVIENI; Conoscenza
Religiosa, Firenze, Fumagalli Beonio Brocchieri, Casale Monferrato, Piemme, Garin,
L'Umanesimo (Laterza, Bari); Puledda, Interpretazioni dell'Umanesimo,
Associazione Multimage, Quaquarelli, Zanardi, Pichiana. delle edizioni e degli
studi, in "Studi pichiani" (Olschki, Firenze); Sartori,Filosofia,
teologia, concordia, Messaggero Padova, Zambelli,
L’APPRENDISTA STREGONE SODOMITA DELL’ACCADEMIA Astrologia, cabala e arte
lulliana in P. e seguaci” (Marsilio, Venezia); “Le fonti cabalistiche”; Busi,
"Chi non ammirerà il nostro camaleonte?" La bibliotica cabbalistica, Busi,
L'enigma dell'ebraico nel Rinascimento, Aragno Torino Campanini, Moncada -- Mitridate -- traduttore di opere
cabbalistiche, Perani, Moncada alias Mitridate: un ebreo converso siciliano,
Officina di studi medievali, Palermo, Jurgan e Campanini, con un testo di Busi,
Nino Aragno, Torino Saverio Campanini Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio,
Castiglione delle Stiviere; cabala; Ficino Filosofia rinascimentale Mirandola
Umanesimo Prisca theologia.Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia; Il Centro P., L’Umanesimo, la cabala cristiana,
Discorso sulla dignità dell'uomo, P., Orazione sulla dignità dell'essere umano,
prima parte, su panarchy.org. I
"Carmina" e l'"Oratio de hominis dignitate", su the latin library
The Kabbalistic Library of P., su pico-kabbalah.eu. Giovanni Pico, dei conti
della Mirandola e della Concordia. Giovanni Pico, conte della Mirandola e della
Concordia. Giovanni Pico della Mirandola. Pico. Keywords: amore platonico,
amore socratico, Pico e Girolamo – l’epitafio – amore platonico Ficino – la
dignita dell’uomo, la concordia degl’antichi, la magia, il platonismo di Pico.
Pico e Pico, i apprendisti stragoni sodomiti, o dell’amore accademico. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Pico: the dignity of man," per Il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Commenti
Posta un commento